ISBN 978-88-8466-615-4 © Dario De Bastiani Editore, Vittorio Veneto, 2018
2
Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche
ECONOMIA E COMMERCI NELLE PREALPI VENETE (sec. XIII - sec. XX) vol. 2 Convegno Nazionale 15 aprile 2018 Vittorio Veneto
3
MEDAGLIA CELEBRATIVA CONVEGNO “ECONOMIA E COMMERCI NELE PREALPI VENETE (sEC. XIII - sEC. XX) VOL. II”
D. Attrezzi per la lavorazione artigianale della pietra, del marmo e per la cesellazione R. Al centro: Economia e Commerci nelle Prealpi Venete sec. XIII-XX - II In circolo: Circolo Vittoriese di Ricerche storiche
scultore Giuseppe Grava materiale: fusione in bronzo – Ø mm 100
5
Loredana Imperio
Presidente del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche
Presentazione
Dato l’interesse suscitato dal primo Convegno su “Economia e commerci nelle Prealpi Venete” a quattro anni di distanza è parso utile rinnovare l’iniziativa facendone un secondo volume. Il dottor Giovanni Tomasi ha descritto il mondo degli artigiani della pietra e dell’argilla fornendo i nomi di quanti furono i lavoratori nelle varie specializzazioni e arti relative a quel mondo. Andrea Peressini ha illustrato un argomento insolito, relativo alla storia del Prosecco e alle varie Malvasie che punteggiavano le calli veneziane nel Settecento. Argomento quanto mai inedito e di grande interesse. Pensiamo al Vinitaly che attualmente riunisce migliaia di persone. Il primo intervento di Oscar De Zorzi ci ha fatto entrare in uno spaccato di due secoli (XVI-XVIII) della vita mercantile di Serravalle, analizzandone il mondo dei mercanti, società e normative di apprendistato e assunzioni. Luisa Botteon ha introdotto il pubblico su un argomento poco conosciuto quello dell’industria della seta a Conegliano con i suoi risvolti politici ed economici e un’attenta analisi della lunga mano della Serenissima in terraferma. Zoccoletto ci ha illustrato la situazione del lanificio di Follina nel Settecento, durante la guerra dei sette anni (1756-1763) con gli intrecci di interessi politici e finanziari che condizionarono la vita del territorio e dei suoi abitanti. Nel pomeriggio Oscar De Zorzi ha descritto la vita di un bottegaio e “uomo d’affari” del Seicento: Simon dei Faveri. Come altri mercanti non era serravallese
7
ma riuscì, tramite matrimonio, ad inserirsi nel mondo mercantile di Serravalle e con le sue doti a prosperare. Loredana Imperio ha illustrato il cammino delle spezie da Venezia alle terre venete e l’arrivo in terraferma del caffè. Tanti caffettieri a Ceneda, ben dieci, e solo tre a Serravalle denotano una propensione dei primi alla vita notturna e godereccia, in contrasto con i secondi più schivi e solitari. Biografia oltremodo interessante quella di Luigi Renier, farmacista, uomo di scienza e patriota risorgimentale che Carla Pizzol ha tratteggiato con maestria, dandoci un quadro quanto mai esaustivo della vita della sua famiglia ed eredi. La relazione del dott. Vettorello si riallaccia, quasi un proseguimento, all’intervento di Giorgio Zoccoletto, presentandoci gli emigrati della Valmareno in Svizzera e le loro vicende. L’ultima relazione quella di Massimo Della Giustina ha presentato l’iter burocratico, le indagini e i criteri adottati dai funzionari austriaci per redigere il Catasto dei comuni censuari di Serravalle, Fadalto e Longhere. Nel volume avranno posto anche le comunicazioni che non vengono esposte in sede di Convegno, si tratta di brevi studi, ma non per questo meno interessanti e in genere sono abbozzi o presentazioni di future relazioni. I commenti favorevoli del pubblico, alla fine della giornata di studio, ci inducono a ben sperare per l’accoglienza del volume degli Atti che, come di consueto, uscirà a dicembre di quest’anno. Un sentito ringraziamento alla professoressa Antonella Uliana, assessore alla cultura di Vittorio Veneto, per essere stata presente tutta la giornata del Convegno e di questo le siamo infinitamente grati poiché dimostra che il nostro lavoro di studio è apprezzato. Desidero inoltre ringraziare sentitamente l’editore Alessandro De Bastiani per il suo sostegno costante alla pubblicazione dei nostri atti.
8
Giovanni e Silvia Tomasi
Gli artigiani della pietra e dell’argilla
La zona studiata è quella solita delle Prealpi meridionali, tra Caneva ad Est e Miane ad Ovest, in tutto una dozzina di Comuni. Sono qui riuniti gli operatori nel campo della pietra, compresi i produttori di calce, estratta per calcinazione dal carbonato di calcio, i vetrai il cui prodotto, il vetro (prodotto a Venezia), è tratto dalla selce, e i produttori di laterizi ricavati dall’argilla. Si tratta in complesso di una ventina di coverzadori, 70 fornaciai (produttori di calce o laterizi), 145 lapicidi e scultori, una dozzina di molèr, 310 muratori e una decina di mercanti o artigiani del vetro e uno stuccatore (Corradini Lorenzo, vedi lapicidi), in totale circa 560 persone. Va rimarcato che di questo numero gli stranieri e i loro discendenti costituiscono circa la metà del totale, una presenza molto cospicua, che riguarda in particolare i lapicidi e i muratori; solo coverzadori, molèr e fornaciai erano nella quasi totalità indigeni. In pratica sinora sono state presentate nei convegni biennali del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche le schede di 250 addetti alla sanità nel 2012, 800 artigiani dei metalli nel 2014, 560 artigiani della pietra e dell’argilla nel 2018, in totale circa 1600 persone vissute e operanti in questa zona nei quattro secoli che vanno dal primo Duecento al primo Seicento. A questi sono da aggiungere circa 150 addetti alla musica (questi attivi tra la fine del Trecento e l’inizio del Settecento) presentati nel 2016, portando così il totale a oltre 1750 persone. Anche questo saggio è frutto di una ricerca ormai quarantennale, a cui negli ultimi tre lustri si è unita anche mia moglie Silvia; in questo lungo periodo sono stati editi altri studi, che in minima parte riportano qualche dato fra quelli da noi
9
raccolti. A meno di qualche particolare motivo questi non sono indicati in quanto tardivi rispetto a questa raccolta, oltre al fatto che non tutti ci sono noti. COVERZADORI Con questo appellativo erano indicati coloro che accomodavano i tetti e anche le capriate, per cui i mastri di quest’arte dovevano conoscere sia l’attività del falegname che del muratore e maneggiare con abilità i vari prodotti laterizi e le pietre. Va detto che l’appellativo coverzador inizia a comparire dalla metà del Cinquecento anche se come ovvio il mestiere era antico, forse prima erano compresi fra i muratori. Sono qui posti anche alcuni antichi copertor, da cfr. con quelli così indicati nel 1208 a Treviso (Verci I, n. XLIII). 1. Aico da Miane, cupertor nel 1303 (Stefani 293), è il più antico artigiano addetto a questo mestiere. 2. Alessandro “Pelato” da Visnà, cupertore citato il 10 agosto 1326 (ASVE, SMI, perg. b. 19). 3. Andrea, coverzador a Ceneda, attestato al battesimo del figlio Valentino, avuto dalla moglie Agnese, il 21 marzo 1612 (AP C anagrafi). 4. Barel, coverzador a Ceneda, la cui figlia Pasqua fu sepolta il 30 settembre 1639 (AP C, anagrafi). - Batta, vedi sotto Zanetti Batta. 5. Berto, querzi coppi documentato a Serravalle il 7 settembre 1531 (ASVV, S, b. 92). 6. Egidio, coverzador abitante a Serravalle dove il 2 settebre 1581 fu battezzata Orsola, figlia sua e della moglie Isabetta (AP S, anagrafi). 7. Fregonat Antonio, fu Batta, coverzador documentato a Serravalle il 12 gennaio 1625 (ASTV, Not. I, b. 1409). 8. Giambattista, coverzador, fu sepolto a Meschio il 14 maggio 1654 (AP C, anagrafi). 9. Gottardo, coverzador a Ceneda, il 23 febbraio 1569 fu battezzata Osta figlia sua e di Tonia (AP C, anagrafi), la stessa si sposò poi nel 1586 con m° Domenego Zanco. Gli eredi del defunto Gottardo de Miet sono proprietari nel 1582 (ASVV, C, b. 91). Nonostante l’omonimia è sconosciuta la parentela con la famiglia de Ticianello, de Miet (vedi poi). 10. Maffeo da Brescia, del fu m° Piero, covertor a Serravalle attestato il 1 aprile.1507 (ASTV, Not. I, b. 532). 11. Nicolò da Caneva, coverzador a Ceneda, sua figlia Isabetta si sposò il 9 settembre 1582 (AP C, anagrafi) con Andrea del fu Batta Parenzuolo da Venezia. 12. Perinzolo da Ceneda, copertor citato nel 1328 (ADVV, b. 1) 13. Ticianello, Miet (de - ), famiglia di coverzadori attiva a Ceneda, il “cognome” è stato ritrovato solo per mastro Nicolò, ma esteso a tutti i consanguinei; dal tardo Cinquecento essi presero il cognome Miet, che è il diminutivo di Bortolamio. La famiglia è doc. a San Giacomo di Veglia dalla fine del Quattrocento.
10
14. Ticianello (de -) Bartolomeo 1557-1590 Detto Miet, coverzador doc. dal 17 gennaio 1557 quando il figlio Nicolò stende il contratto dotale con la futura sposa, citato ancora il 6 luglio 1567 quando il figlio Michiel si sposa con Maria da Quals, e ancora attivo sino al 27 giugno 1590 (AP C, anagrafi) quando un altro figlio, di nome Zuane si sposa con Orsola del fu Nicolò da Confin. Del suo lavoro rimane l’attestazione del 1577, quando fu pagato lire 279 per aver soffittato la chiesa di san Pietro a Mel (Tomasi 1998, I, 318). 15. Ticianello (de-) Matteo 1576-1586 Figlio di Michiel, attestato come coverzador il 12 giugno 1576 (ASTV, Not. I, b. 966). I figli suoi e della moglie Malgareta furono battezzati il 25 marzo 1579 Mio, il 23 gennaio 1584 Zuane e 12 marzo 1586 Zuane; forse egli si risposò perchè altri figli, avuti con la moglie Catta furono battezzati il 4 maggio 1605 Zuane, 9 novembre 1608 Andreana, 29 settembre 1611 Zuane, così in AP C, anagrafi. 16. Ticianello (de-) Michele, coverzador, il 15 aprile 1564 fu battezzata Orsola figlia sua e di Filippa, il 4 aprile 1568 Bortolamio e l’8. settembre 1569 Valentin Zuane, figli suoi e di Maria (AP C, anagrafi). 17. Ticianello (de -) Nicolò 1557-1593 Figlio di m° Bortolamio, coverzador, il 17 gennaio 1557 (ASTV, Not. I, b. 1032 filza miscellanea) fu redatto il contratto dotale fra Nicolò e Benvenuta di Leonardo Vetorello; poi è doc. il 17 luglio 1576, il 19 dicembre 1585 e il 23 dicembre 1593 (ivi, bb. 966, 970, 972). Egli si risposò due volte perché troviamo le seguenti documentazioni: il 19 aprile 1568 fu battezzata Lugrezia di Nicolò coverzardor e di Maria; il 18 marzo 1591 fu battezzato Zamaria di Zuane de Colò Miet e Orsola (AP C, anagrafi). 18. Ticianello (de-) Simone 1579-1602 Coverzador figlio di Michiel - e quindi fratello del soprastante m° Matteo - doc. il 31 marzo 1579 (ASTV, Not. I, b. 967) e nel 1582 (ASVV, C, b. 91). Suo figlio Bortolamio si sposò con Mattea di Zan d’Arlant da Ceneda e l’atto di dote per £ 700 fu rogato il 24 ottobre 1602 (ASTV, Not. I, b. 1115, not. Stringari). La cerimonia in chiesa avvenne il 26 novembre 1604, quando Bortolamio di Simon de Miet da Ceneda, sposa Mattea di Zuane d’Arlant abitante a Serravalle (AP S, anagrafi), e un loro figlio Nicolò fu battezzato l’1 gennaio 1609 (AP C, anagrafi). Suo figlio Matteo di Simon de Miet coverzador e Maria fu battezzato il 25 febbraio 1580 (ivi). Zanetti famiglia cenedese di coverzadori. 19. Zanetti Batta 1582-†1609. Coverzardor attestato come proprietario nel 1582 (ASVV, C, b. 91), nel 1592 coprì la casa del maso dei Battuti in Soldera per £ 17 (ADVV, Meschio, massaria). La sua sepoltura avvenne il 5 ottobre 1609 (AP C, anagrafi). Il 7 ottobre 1601 sua figlia Pasqua si sposò con Zamaria del fu Tonin Toffolo. 20. Zanetti Daniele 1615-1628. Figlio di Batta, coverzador, documentato l’8 settembre 1615 (ASTV, Not. I, b. 1094). Fu sepolto a Meschio il 3 aprile 1628 (AP C, anagrafi). Sua madre fu sepolta il 20 luglio 1620, mentre sua figlia Maria si sposò il 30 gennaio 1624 con Domenego di m° Martin Fardin (AP C, anagrafi).
11
FORNACIAI Sono qui raccolti i fornaciai fornasarius, in vernacolo fornasèr, copèr, i pignattai boccalarius, figulus, in dialetto pratico, scudelèr. In antico le fornaci da laterizi sono documentate a Cappella dove sono attive perlomeno dal primissimo Trecento, e la località Le Fornas è citata già nel 1397; l’attività finì verso la fine del Cinquecento (Pitteri 98). Toponimi consimili si ritrovano anche in altre zone ma non esiste certezza si tratti di fornaci da laterizi (in dialetto copèra, fornasòt) o non piuttosto fornaci da calce (in dialetto calchèra). Ricordo comunque a livello toponomastico la regola di Fornasio nella pieve di San Cassiano attestata alla fine del sec. XII, ad Fornacem presso Olarigo di Serravalle nel 1260 (ASVE, SMI, perg. b. 17), ad Fornas, a Feletto nel 1348 (ADVV, b. 59/1), ale Fornaxe, Pramaor di Miane 1400 (BCTV, ms, catasto di Follina), ala Fornas a Formeniga 11 novembre 1495 (ASBL, Not., b. 1776), ala Fornas coheret a sero ruius de Coreselle a Corbanese 11 novembre 1495 (ivi, b. 1777) e poi 1613 (AP Corbanese, S. Caterina), e supra Furnacis de Gravis a Revine nel 1484, alla Fornase in cima alla Rizzera, a Ceneda nel 1608. Piccole fornaci stagionali ed occasionali per la produzione di laterizi piere cote, cóp erano sparse sul territorio qua e là, fra l’altro anche a Cozzuolo, ad est di Colle e a Gai di Castel Roganzuolo. Per quanto concerne i pignattai di Rolle (Comune di Cison) è noto che ebbero una ducale in loro favore nel 1395, reiterata poi a Treviso nel 1408 e 1430. I pignattai, di Rolle e di Resera (Comune di Tarzo), continuarono la loro attività sino verso il 1920. A Revine invece fornaciai compaiono tardi1, e anche le fornaci di Colmaggiore di Tarzo, tenute dagli artigiani da Nogarolo, sono documentate solo dal 1702 e da lì, esaurite le cave, i fornaciai passarono nel confinante territorio di Revine, dove verso il 1830 impiantarono le prime fornaci. Dal primo Settecento i Nogarolo dei vari rami2, di cui il principale in questa attività fu quello dei Tomasi, furono fornaciai sino al 1985, anno di chiusura dell’ultima fornace. In totale si tratta di 70 artigiani.
1 Così il bellunese Cristoforo Million copper a Revine, sposato con Pasqua di Angelo dal Gobbo detto Borso da Colmaggiore, citato il 10 gennaio 1691 (ASTV, Not. I, b. 2264). Bellunese era anche il copèr Donà fu Andrea, domiciliato a Revine dove si era sposato nel maggio 1681 (ASTV, pod. Ceneda, b. 19). 2 Vedi anche Zuanne fu Giacomo Nogarol copèr teste a Corbanese il 29 luglio 1747 (AP Corbanese, batt.).
12
21. Acquis (ab -) Tomaso, fornaciaio che lavora nella fornace del conte Angelo di San Vitale (vedi). 22. Alvise da Nastego, vedi Bortenor Paolo. 23. Andrea da Rolle, stabilitosi a Vazzola, in lite coi fornaciai Costantino, Covre e Zafarono - tutti del distretto di Conegliano - nel tardo autunno del 1505 per la stima de illa cotilia a furnace (ASTV, Not. I, b. 764). La famiglia da Rolle è presente a Vazzola ancora nella seconda metà del Cinquecento. 24. Angelo di San Vitale, comandante dell’esercito veneto e proprietario di una fornace a Carpesica.3 Il 15 febbraio 1465 (AMVC, b. 2, fasc. 13) Volintiera famiglio e procuratore del conte fa rogare un contratto con Guecelo figlio di Pietro de la Costa e Tomaso fu Domenico ab Acquis, entrambi distrettuali di Ceneda, che andranno a lavorare nella fornace del conte a Carpesica e produrranno entro settembre 40.000 quarelli e 25.000 coppi condotti al coperto, a tutte loro spese, escluse la creta e la paglia paleatis, che verranno fornite da Volintiera, saranno pagati soldi 45 al migliaio i primi e soldi 75 i coppi, sempre al migliaio. Lo stesso giorno i due fornaciai fanno società fra loro. Volintiera era il soprannome di Nicolò da Valle da Mozzola di Piacenza abitante a Colle, che il 5 gennaio 1469 (AMVC, b. 4, fasc. 38) fu procuratore di Francesca vedova del conte4. 25. Aslino da Miane, copèr presente ad un atto il 19 giugno 1293 (ASVE, SMI, perg. b. 18). 26. Baldassarre da Mareno, scudelèr dal distretto di Conegliano è doc. a Corbanese nel periodo 1569-75 (AP Corbanese, anagrafi). 27. Bartolomeo da Serravalle, figlio di Iacobo Martorel, boccalario a Serravalle il 19 gennaio 1464 (AMVC, b. 2, fasc. 13). Forse si tratta di mastro Bartolomeo da Serravalle figulus abitante a Pordenone nel 1474-80 (ASPN, Not.. Ant., Iacobo Frascolini, b. 646, fasc. 4970, 10 maggio 1474; ivi fasc. 4971, 22 aprile 1480). Egli doveva essere un personaggio di riguardo, infatti alla prima data era presente, assieme a vari preti, al testamento del nobile Pietro Mantica. 28. Bastiano da Nastego, vedi Tubia Francesco. 29. Bastiano della Cappella 1605-1621. Il 18 aprile 1605 (ASTV, CRS, S. Francesco Conegliano, b. 12) fu pagato dal convento £ 33 per la fornitura di coppi, il 18 maggio 1621 (ivi b. 13, fasc. del 1621-22) fu pagato £ 56 per la fornitura di tre carri e mezzo di calcina (forse il Bastian da Nastego del 1625 ?) 30. Battiston Simone, fornaciaio abitante alle Fornase di Corbanese, confratello di Santa Caterina nel 1613 (AP Corbanese, S. Caterina). 31. Belloria Paolo, notaio da Serravalle (1461-88) che nel 1467 fornì 1300 pietre cotte e 225 coppi per le cappelle laterali della chiesa di santa Maria Nova a Serravalle (Tomasi 1998, I, 406). 32. Benvenuto da Visnà, il 24 settembre 1346 (Cagnin 1989, 281), Giovanni del fu Pie-
Figlio di Gianmartino, conte di Belforte e signore di Noceto (PR), famoso condottiero, dal 1450 al servizio di Venezia, morì nel 1467. 4 Si tratta della nobile Francesca Pallavicini, figlia di Orlando.
3
13
tro da Visnà di Miane s’accorda con lo scudellario Francesco da Vidor del fu Ognobene da Vas affinché questi prenda a lavorare per 10 anni suo figlio Benvenuto nella ars tornarie. Si tratta di un pignattaio, che adoperava il tornio. 33. Bortenor Paolo, assieme a Viso (Alvise) da Nastego il 4 luglio 1587 (ASVV, S, b. 100) dichiara a Serravalle di tenere una bocca da laterizi e calcina. 34. Bortolin Gasparo, da Colle, il 5 luglio 1620 (ASVV, S, b. 106) a Serravalle denuncia una fornace. 35. Breda Pietro, il 30 maggio 1619 a Serravalle denuncia una fornace (ASVV, S, b. 106). 36. Brocca Giorgio, forse da Campion, fornaciaio che verso il 1493 fornì 2000 pietre cotte alla sacrestia della cattedrale per £ 19:16 (ADVV, massaria). 37. Carlo de Ceio, dichiara a Serravalle di tenere una bocca da calcina e coppi assieme a un compagno il 28 agosto 1587 (ASVV, S, b. 100). 38. Celsi Fiorino, il 23 giugno 1587 (ASVV, S, b. 100) ebbe il permesso per una calchera a Fais, con l’obbligo di vendere il prodotto a £ 7 al carro. 39. Cin (dal - ) Colò, assieme al compagno Zuan dal Cin dichiara a Serravalle di tenere una bocca da laterizi e calcina il 4 luglio 1587 (ASVV, S, b. 100). 40. Cin (dal -) Gaspare, proprietario di una fornace a Cappella nel 1547 (Pitteri 98). 41. Cin (dal - ) Giovanni, vedi Colò dal Cin. 42. Coure Daniele, da San Martino di Colle, il 1 luglio 1619 (ASTV, CRS, S. Francesco Conegliano b. 12) fu pagato £ 16 per la fornitura di 370 tavelle; Daniele il 5 giugno 1619, a Serravalle, denuncia una fornace (ASVV, S, b. 106). 43. Darsié Tiziano, da Ceneda, fornì 500 pietre cotte alla cattedrale nel giugno 1520 (ADVV, massaria). 44. Dolfin Luca, visconte di Tarzo, vedi la scheda di Donato del Castelletto. 45. Domenico dalla Barba, fornaciaio ricordato a Cordignano nel 1506 (ASTV, pod. Cordignano, b. 66). 46. Donato del Castelletto, fornaciaio in lite con Luca Dolfin visconte di Tarzo; l’11 febbraio 1465 (AMVC, b. 2, fasc. 13) accetta di pagare al visconte il resto del debito contratto per la fornitura di carri di legna da fornace e sassi condotti alla sua fornace da calce di Scomigo. 47. Donato Furlan 1449-1481. Affittuario di terra vescovile presso la chiesa di San Martino di Colle nel 1449-81 (ADVV, b. 59/2, 3); forse è lui m° Donato dalle Fornaci, fornaciaio a Cappella doc. nel 1480 (vedi Giovanni). Un Giovanni Furlan già abitante a Carbonera presso Serravalle si portò poi a San Fior di sopra affittando un maso dei Sanfior, così il 30 novembre 1465 (AMVC 2, fasc. 13). Fornaci (dalle -), famiglia di fornaciai da Cappella, probabilmente originari da Costa di Serravalle. 48. Amador dale Fornas, forse un fornaciaio, proprietario a Cappella nel 1627-32 (ASVV, S, b. 192). 49. Amador 1518-1547; figlio di Carlo, fornasier a Cappella, citato negli Estimi del 1518 e 1547 (Pitteri 98).
14
50. Andrea dale Fornase 1466-1504. Figlio di Batta de le Fornaxe da Cappella, citato a Serravalle il 24 gennaio 1466 (BCVV, S, b. 285), poi a San Cassiano il 4 dicembre 1465 (ASTV, pod. Cordignano, b. 131), presente nell’arco di tempo 1498-1504 (Pitteri 98). Col nome di Andrea Mattarella fece dipingere un’immagine sacra nella chiesa posta in località Ternità (oggi Mattarella) nel 1503, dove è ritratto mentre prega inginocchiato. 51. Battista a Fornace 1452-1463. Figlio del fu Domenico fu Giovanni da Cappella, fornaciaio doc. il 22 aprile 1463 (ASTV, Not. I, b. 282, not. Azzoni) per atti del 1452, ancora il 2 aprile 1454 (AMVC, b. 3, fasc. 25) col fratello Giorgio e lo zio paterno Antonio da Socosta. 52. Benvenuto e Iacobo, fratelli dela Fornaçe dela Capella Ygi, 31 gennaio 1307 (ASTV, CRS, S. Francesco di Conegliano, atti da Venezia, b. 2). 53. Carlo dale Fornase 1492-1504. Presente qualche volta a Serravalle dal 10 marzo 1492 sino al 2 maggio 1504 (ASTV, Not. I, b. 334). Alias Carlo da Costa, da Cappella, fornaciaio che fornì 2000 pietre cotte per la sacrestia della cattedrale verso il 1493 per £ 18:16 (ADVV, massaria). 54. Giorgio da Cappella 1466-1491. Figlio di Domenico, fornaciaio doc. dall’agosto 1466 (ASVV, S, b. 285) al 9 agosto 1480 (ASTV, Not. I, b. 271), affittuario vescovile nel 1481-91 (ADVV, b. 59/3, 4). 55. Iacobo, fornaxarius de la Capella nel 1406 (Pitteri 98). 56. Nicolò dalle Fornaci, vedi Giovanni della Marca. 57. Polo dale Fornase, presente a Cappella nel 1498, già defunto nel 1518 (Pitteri 98). 58. Gasperino da Confin 1493-1495. Fornaciaio che verso il 1493 provvide circa 21.000 fra pietre cotte e tavelle per la sacrestia per £ 135:8 e 3000 coppi per £ 54:16 e nel luglio 1495 fu pagato per altre mille pietre cotte per fare i pilastri della casa della cattedrale dove abitava il sacrestano per £ 8:2 (ADVV, massaria). 59. Gatto Zamaria, fornaciaio da Cordignano, fornì due carri di coppi, a lire 80 il miaro, in tutto £ 58:06 (più le condotte) nel luglio 1602 al convento di san Francesco (ASTV, CRS, S. Francesco di Conegliano, b. 11). 60. Gilberto dalla Cappella 1360-1397. Anche Ghilberto, fornaciaio da Cappella, trasferitosi poi a Serravalle in Calgranda, dove è citato nel 1377-1397; con lui abitava il fratello Rossignolo e il figlio di questi Bortolasio. Nel 1377 fornì mille coppi alla cattedrale per £ 14 (Tomasi 2002, 80; ASVV, S, b. 624). Nel giugno 1360 (AMVC,b. 437) m° Gilberto paga a Conegliano il dazio per 5 orne di vino bassanese. 61. Rossignolo dalla Capella Mastro Rossignolo il 1 dicembre 1357 (AMVC, b. 395, fasc. 3) prese in appalto per tre anni le fornaci del Musile a Conegliano, che prima erano state tenute da m° Natale muratore: nel marzo e agosto 1360 (ivi, b. 437) fu pagato dalla Comunità di Conegliano per aver fatto le fornaci sul Musile, probabilmente per produrre i mattoni necessari alle mura cittadine. Sempre in quell’anno fornì alla Comunità mattoni e calce per £ 266 e soldi 11 (ivi, b. 441).Vedi anche sopra il fratello Gilberto. 62. Giorgio da Cappella, Zorzi di Ulliana della Cappella fu pagato £ 135 per la fornitura di coppi e pietre il 2 febbraio 1627 (ASTV, CRS, S. Francesco Conegliano,b. 13, fasc. 1625-29, c 52v) e l’11 agosto 1627 fornì altri mille coppi per coprire la casa del convento
15
in Campedui per £ 80 (ivi, c 95v). 63. Giovanni, fornaciaio a Zuel doc. il 8 dicembre 1507 (ASTV, Not. I, b. 448). 64. Giovanni dela Marcha 1461-1480 Fornaciaio a Cappella doc. più volte nel periodo 1471-80 in ASTV, Not. I, b. 271. Il 28 febbraio 1480 venne redatto l’inventario dei beni di Maria figlia di Caterina ed erede del fu Giovanni, fra cui oltre all’inventario di casa, delle vesti e delle terre, sono elencati anche arnesi da fornaciaio: una vanga et una sapa a fornaserio, unum lungerum a fornace, tres stampos sive formas a lapidibus coctis, unam rotelam a fornaserio, unum zopelum a cupis, unum cribelum pro indiviso cum Nicolao a Fornacibus, unum dischum a fornace confractum sine rotis pro indiviso cum Nicolao fornaserio, 3000 lapides crudas ad coquendum, 6000 cupos crudos, unam fornacem plenam cupis et calcem, 90 cupos coctos, inoltre la casa alle Fornaci di Cappella con mezzo iugero di terra e una lista di 29 debitori a partire dal 20 aprile 1461, fra cui Minel da Cavarzano, stima i beni il fornaciaio Menego. 65. Guecelo de la Costa, fornaciaio vedi Angelo di San Vitale. 66. Isola (dell’ - ) Matteo, vedi Tubia Francesco. 67. Liberale da Corochèr, da Scomigo, fornì 500 coppi alla cattedrale nel dicembre 1567 per £ 21 (ADVV, massaria); Leone fu Liberale de Chorocario da Scomigo fu accusato nel 1516 per aver trasportato un carro carico di pietre attraverso fondi altrui (ADVV, b. 1), forse il padre ? 68. Menego, fornaciaio a Cappella doc. nel 1480 (ASTV, Not. I, b. 271) come stimatore dei beni del collega, il defunto Giovanni dela Marcha. 69. Menego, falegname a San Martino di Colle, dove risulta proprietario nel 1627-28, era anche conduttore di una fornace da laterizi (ASVV S, bb. 107, 192). 70. Merlo (del - ) Biagio, vedi del Merlo Menego. 71. Merlo (del - ) Menego, di Zamaria, assieme al compagno Biagio del Merlo dichiara a Serravalle di tenere una bocca da laterizi e calcina il 4 luglio 1587 (ASVV, S, b. 100). 72. Morandin Domenico, fornaciaio che verso il 1493 fu pagato £ 13:13 per 1500 pietre cotte fornite alla cattedrale (ADVV, massaria). 73. Natale da Prato, scudelèr da Tovena presente a Tarzo nel 1472 (Michelon Tomasi 2003, 15). 74. Ognibene, fornaserius de Ceneta, il 27 dicembre 1449 consegnò al massaro episcopale 600 pietre per £ 11 (ADVV, b. 59/2). 75. Peregrino da Santo Elpidio 1466-1496 Visconte di Tarzo (1475-96), teneva la fornace a Cozzuolo presso la Cervada e fornì alcuni carri di creta necessari per la fusione della campana della cattedrale nel 1476, fornì anche 500 coppi nel 1481 e nello stesso anno 2000 pietre cotte per fare il selciato al granaio, pagato £ 4, altri coppi fornì successivamente ed il 30 dicembre 1483 fu pagato a saldo £ 13:15 (ADVV, massaria). In ADVV b. 1 si trovano molte sentenze di crediti a suo favore da parte di contadini dei dintorni, dell’Alpago e della Sinistra Piave bellunese nel 1466. 76. Pietro, scudelèr a Cappella, proprietario di terre nell’estimo del 1627-1632 (BCVV, S, b. 192). 77. Pietro da Corbanese, detto mal pratico, sposato con Maria, la loro figlia Donada viene battezzata il 9 agosto 1606 (AP Corbanese, anagrafi); posto qui per il soprannome.
16
78. Pin (de - )Antonio, da San Martino di Colle, a Serravalle, assieme al congiunto Colò, denuncia una fornace il 2 luglio 1621 (ASVV, S, b. 107) 79. Pin (de - ) Colò, da San Martino di Colle, vedi Antonio de Pin. 80. Rizzardo da Pié di Fadalto, il 30 giugno 1587 dichiara una bocca da calce a Pié di Fadalto (ASVV, S, b. 100). 81. Roda (da - ) Pilon da Lago, e compagni, il 21 maggio 1587 (ASVV, S, b. 100) ebbero il permesso di fare una calchera a Lago, con l’obbligo di vendere la calce in podesteria di Serravalle a £ 6:10 al carro, alla busa. 82. Sbiach Meo, fornaciaio da Sottoriva di Valmareno, doc. a Resera nel 1578 (ASTV, Not. I, b. 1074). 83. Scarabel Filippo, a Serravalle l’8 giugno 1618 (ASVV, S, b. 106) denuncia una fornace. 84. Scarpetta Pietro, pignattaio da Rolle citato nel 1629 (Gasparini Nicoletti, 138). 85. Sebastiano dal Pos, di Lorenzo da Campolongo [a sud di Conegliano], fornì 10.000 pietre cotte alla cattedrale di Ceneda per la costruzione della cuba nel maggio 1519 per £ 25 (ADVV, massaria). 86. Tiziano da Gai, fornaciaio che fornì dieci carri di calcina a £ 9 il carro e 2333 mattoni per la nuova chiesa di Zoppè nel 1588 (AMVC, b. 107). 87. Tiziano da Marcorà, puthearius figlio del fu Sebastiano de Stefano, doc. a Ceneda il 9 gennaio 1523 (ASTV, Not. I, b. 663); questi artigiani scavavano i pozzi, rivestendoli all’interno con appositi laterizi arcuati, noti come pozài.. 88. Tubia Francesco 1587-1625. Egli dichiara a Serravalle di condurre una bocca da pietre (cioè mattoni), coppi, calcina e tavelle il 4 luglio 1587 (assieme a Francesco dell’Isola, ASVV, S, b. 100) e 6 agosto 1625 (assieme a Bastiano da Nastego, ivi, b. 108). 89. Vettore da Follina 1506-1513 Scudelarius a Follina, documentato come m° Vettore abitante in Valmareno per una lite davanti il podestà di Belluno, per un credito dovutogli da Antonio Fachinello il 28 luglio 1506 (ASBL, Not., b. 6891), presente ancora a Belluno il 21 febbraio 1513 (ASTV, Not. I, b. 394). In data 26 ottobre 1508 (ACBL, Libro delle Provisioni, M) Vettore da Follina scudeler chiede al Consiglio di Belluno che nessuno possa cavare creta nel Paludeto de Visuome e nel Col Monto presso Mussoi perché egli trovò qui delle piccole vene di creta, il cui prodotto miscelato era necessario pro magisterio suo. 90. Wido da San Lorenzo, scudelario, viene investito di un maso a San Lorenzo presso Ceneda nel 1269 (ASTV, CRS, S. Giustina, perg.). 91. Le seguenti documentazioni sono tratte da ADVV massaria. - aprile 1466, la fabbriceria della cattedrale acquistò mille coppi a Cappella per £ 17. - novembre 1466 la cattedrale acquistò altri 250 coppi a Cappella per £ 4:5. - 1510, la cattedrale acquistò 250 coppi a San Daniele di Colle (sic). - 1527, la cattedrale acquistò mille pietre cotte per £ 7 a Colle. - aprile 1564, furono acquistati 330 coppi a San Michele di Ramera per £ 10:6. - settembre 1571, furono acquistati 300 coppi a Cappella per £ 13. - 6 luglio 1587 (ASVV, S, b. 100) limitazione delle fornaci di Cappella, il prodotto dovrà
17
essere venduto con questi prezzi: calcina a £ 8 il carro, pietre cotte (mattoni) a £ 15 il miaro (mille pezzi), coppi a £ 45 il miaro, tavelle a £ 18 il miaro. Come si può desumere da dati qui sopra citati i coppi passarono tra il 1466 e il 1587 da £ 17 a 45 ogni mille, con un aumento pari a circa il 165% in 122 anni (quasi 1.4% annuo). 92. Nel 1645 i pignattai a Rolle sono ben 16 (10 cognominati Dalla Mura, due Scarpetta, due Zorgno), così Gasparini Nicoletti 125.
LAPICIDI L’appellativo solitamente utilizzato è taiapiera, taiapria, spezapiera, lapicida. In effetti esisteva differenza fra chi tagliava la pietra dalla cava – fornendo quindi un prodotto semilavorato - e chi la lavorava e scolpiva, rimane comunque la difficoltà di delimitare la differenza fra lapicida, muratore e scultore, specie in antico. Si trova notizia di alcune botteghe di mastri lapicidi, fra cui le più famose sono quelle dei Tarsia, di origine zoldana, e degli Zanco originari della val Camonica, entrambi attive per secoli a Ceneda, dei Da San Giacomo di Veglia (derivati dagli Zanco), e poi a Serravalle dei Cauriol da Stevenà, dei Da Sarone di origine comasca, degli Spezapiera bellunesi e a Costa dei Da Carbonera e Dal Molin. L’alto grado di professionalità raggiunto permise ai Tarsia di acquisire importanti committenze, pubbliche o di grandi enti religiosi, già dal tardo Quattrocento anche fuori zona, infatti mastro Giovanni lavorò a Conegliano nel 1462 e 1472, a Belluno nel 1477 e a Sacile nel 1480, suo figlio Lorenzo a Belluno nel 1493. A partire dalla metà del Quattrocento s’inizia a distinguere la provenienza del materiale, che spesso viene dichiarato, così le pietre di Costa (di Serravalle o Fregona), di Lago e di Pinè di Fadalto, oltre alla pietra gentile piera dolza e alla pietra macchiata. Su circa 145 professionisti 12 sono bellunesi (inoltre altri 22 componenti della famiglia Tarsia, di origine zoldana), 15 lombardi fra bergamaschi, comaschi e milanesi (inoltre altri 15 componenti della famiglia Zanco, originaria della Val Camonica), 7 veneziani e inoltre 11 provengono da altre località, in totale 45 persone, pari a un terzo del totale, contando i discendenti si arriva oltre 80, circa il 60% del totale. L’elevato numero di lapicidi, di cui molti stranieri, si spiega con la presenza di buone cave di pietra, relativamente vicine alle città di Ceneda o di Serravalle. - Alessandro, vedi Paganinis Alessandro. 93. Andrea da Foltran, spezapiera, suo figlio mastro Pietro barbiere a Collalto è doc. 5 maggio 1544 (ASTV, Not. I, b. 461; il padre era vivo).
18
94. Antonio, lapicida che nel 1458 lavorò alla chiesa di san Leonardo di Mosnigo (Tomasi 1998, I, 394). 95. Antonio, lapicida, nel 1618 fornì nove modiglioni per il monastero di Follina per £ 18 (ASTV, CRS, Follina, b. 33). Antonio da Caneva, lapicida, suo figlio Pietro è doc. il 10 aprile 1504 a Cordignano (ASTV, Not. I, b. 399); per omonimie vedi la famiglia da Sarone. 96. Antonio da San Cassiano, lapicida abitante a Treviso, teste a Cordignano per fatti accaduti alcuni anni prima, così nel febbraio 1622 (ASTV, pod. Cordignano, b. 157). 97. Antonio da Trento 1568-1597. Figlio del fu Geronimo, lapicida attivo a San Cassiano dove è doc. il 20 ottobre 1577 (ASTV, Not. I, b. 925) e il 28 maggio 1578 (ivi, b. 1096). Il giorno 11 febbraio 1597 (ivi, b. 1027) fece testamento sua moglie Maddalena del fu Francesco de Marco da Pinidello. Il 9 luglio 1568 (AP Sacile, Batt.) fu battezzata a Sacile Antonia Venera figlia di m° Antonio tagliapietra da San Cassiano. 98. Arnosti Francesco, lapicida da Ceneda con cui i giurati della Luminaria della pieve di San Cassiano di Meschio s’accordarono il 4 marzo 1655 (ASTV, pod. Cordignano, b. 130) perché facesse la porta maggiore della chiesa secondo il modello vecchio, in pietra di Pinè da consegnare entro u anno per 200 ducati. - Bartolomeo, vedi Cauriol Bartolomeo. 99. Bartolomeo, m° Bortol taiapiera abita a Solighetto nel 1529 (ASTV, pod. Cison, b. 6). 100. Bartolomeo, tagliapietra abitante a Treviso, figlio del fu Pietro mercante di legname che fu di Farra, così il 24 agosto 1374 (ASTV, Bampo 5, not. Nicolò da Col S. Martino), 19 giugno 1362 (ASTV Not. I, not. Adelmario Agostino) 101. Bartolomeo da Ceneda, verso il 1439-40 estrasse a Fadalto le pietre per la costruenda cappella dei santi Fabiano e Sebastiano nella cattedrale di Belluno, pagato £ 37 e 4 soldi (Ceiner 49, 51). 102. Batta, lapicida e falegname che accomodò la fontana del monastero di santa Giustina nel 1605 per £ 2:10 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9). 103. Battista da Follina taiapiera in Valmareno citato nel 1585 (ASTV, pod. Cison, b. 29). 104. Bernardino da Venezia, scultore che lavorò alla fontana in piazza a Ceneda per cui fu pagato £ 31 il 5 novembre 1554, ed altrettanto il successivo 19 dicembre, poi £ 18:1 il 13 gennaio 1555, altre £ 6:16 il 13 ottobre 1555 (per spese sostenute per venire a Ceneda), e un resto di £ 31 il 30 ottobre 1555. Forse a lui si riferisce il pagamento del 2 agosto 1555 a m° Geronimo de Cividal che affitò un suo letto per tre mesi per el taiapria che laorò la cima della fontana (ASVV, C, b. 82). Forse a lui quindi si deve il cimiero, oggi non più esistente e sostituito dalla banderuola con lo stemma torriano, che completava la sommità del gruppo scultoreo della fontana. 105. Bongradi Giovanni Cristoforo 1465-1512 Si tratta di Cristoforo del fu Bongrado da Longarone abitante a Ceneda, 8 gennaio 1465 (AMVC, b. 2, fasc. 13), dove è citato dal 1480 come Cristoforo Bongrade Prade (ASVV, C, b. 81). Nel 1481 fu pagato soldi 18 per lavorare quattro palestrasege per la cattedrale (ADVV massaria). Ancora presente il 24 giugno 1484, e 18 luglio 1484 (ASTV, Not. I, b.
19
271), nel 1512 è attestato come padre del lapicida Stefano Mazon (vedi). 106. Bortolo da Visnà 1535-1552. Figlio di m° Toffolo, tagliapietra della Valmareno presente a Serravalle nel 1535 (ASTV, CRS, S. Giovanni, b. 6), doc. il 10 novembre 1543 (ASTV,Not. I, b. 529), e 2 marzo 1549 (col fratello Iacobo del fu m° Toffolo di G. Pietro), attestato ancora il 20 ottobre 1551 e il 14 aprile 1552 (ivi, b. 853). Si tratta del padre del lapicida m° Giovanni da Visnà (vedi). 107. Brisighella Geronimo 1596-1603 I Brisighella sono una famiglia di lapicidi attiva per generazioni, documentati prima a Mel dal primo Cinquecento, poi a Belluno e di qui m° Geronimo si trasferì a Serravalle, dove è presente dal 1596. Egli lavorò per le chiese cittadine (ASVV, S, b. 598) e nel 1596 fu pagato £ 99:4 per la pila dell’acqua santa in pietra macchiata per la chiesa nuova, il 30 dicembre 1601 fu pagato £ 200 per le pietre del battistero, le balaustre e gli scalini, nel 1602 accomodò la pietra dell’acqua santa per £ 2:8. Fu attivo anche nella chiesa di santa Giustina dove nel 1601 lavorò per aggiustare la fontana, il campanile e la pietra dell’altar maggiore con lavori minori per £ 38:10 e nel 1602 fece i due altari laterali cioè le pale di pietra per £ 978:12 (gli altari furono poi consacrati nell’aprile 1602) e sempre in quell’anno fornì gli scalini per £ 250 e ingrandì la pala dell’altar maggiore per £ 112:12; l’anno successivo lavorò alle finestre della cantina e ai pilastri, terminati il 14 maggio 1603 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9; qualche nota anche in Della Giustina 141-142). Per il lapicida Bernardo di Francesco Brisighella vedi Andrea Zanco al n. 220. Il 28 aprile 1602 fu teste al convento di san Giovanni (ASTV, Not. I, b. 1047); il 23 agosto 1602 (AP S anagrafi) m° Battista del fu m° Antonio Polaco da Venezia tagliapietra sposò Orsolina di m° Geronimo Brisighella tagliapietra da Cividal di Bellun abitante a Serravalle. 108. Carbonera, de Carbonera, famiglia di lapicidi da Costa di Serravalle. Da Carbonera è un antico cognome locativo della zona di Anzano, documentato già nel 1454 con Antonio da Carbonera col fratello Pasino ed il nipote Giovanni, tutti feudatari vescovili ad Anzano (ADVV, b. 59/2). Il 2 giugno 1430 a Collalto, il conte Manfredo Collalto creò notai i fratelli Nicolò e Giuseppe fu Almerico da Carbonera da Serravalle (ASTV, Not. I, not. Francesco da Crespignaga). 109. Carbonera Floriano, tagliapietra che nel febbraio 1521 fornì alla cattedrale quattro carriaggi di pietre da Costa e quattro capitelli per le colonne del campanile, per £ 2 (ADVV massaria). 18.1063. Carbonera Floriano 1544-1593 Figlio di Nicolò, lapicida. Il 9 marzo 1544 (ASVV, C, b. 82) lavorò per gli scalini della loggia di Ceneda, nel 1593 lavorò per la cattedrale (ADVV massaria). Nel periodo ottobre-dicembre 1569 fu pagato £ 59 per pietre, pilastri e colonnine, nel 1569 fornì le pietre di Costa lavorate poi da m° Tullio (Cauriol, vedi) e altri lavori fece nel 1576, tutti per la chiesa di san Gerolamo a Serravalle (ASTV, CRS, S. Girolamo, bb. 25, 35). Altre citazioni il 1 giugno 1551 (ASTV, Not. I, b. 1089) e 21 aprile 1591 (ivi, b. 673, qui è doc. il figlio m° Gregorio). Il 2 febbraio 1573 fu redatto il contratto dotale fra sua figlia Pasqua (che fu sepolta poi il 19 gennaio 1614) e Benedetto Meneguzzo di Iacobo da Rindola per £ 213, il 9 ottobre
20
1583 (tutto in ASTV, Not. I, b. 1045) quello fra sua figlia Catarina e Simone di Daniele da Costa, per £ 251, nel 1637 Gasparo de Luca da San Lorenzo sposa Maddalena del fu Andrea de Fiorian Carbonera (AP S. Lorenzo anagrafi). Un figlio Piero, sposato con Armellina, è documentato come già defunto il 6 agosto 1618 (ASTV, Not. I, b. 1358). Mastro Floriano fece testamento il 27 maggio 1590 (ivi, b. 1408) lasciando eredi i figli Gregorio, Colò e Angelo. 110. Carbonera Giovanni, tagliapietra che nel 1617 fornì al monastero di san Gerolamo la vera da pozzo per £ 26, quattro pilastri per £ 40, la porta del parlatorio piccolo per £ 30, scalini e finestre (ASTV, CRS, S. Girolamo b. 35). 111. Carbonera Gregorio 1591-1598 Lapicida figlio di m° Floriano e detto Gerguol, attestato dal 21 aprile 1591 (ASTV, Not. I, b. 673). Egli lavorò per la chiesa di Bigonzo e nel 1597 fece sette scalini in pietra di Costa per £ 17:10 e altri lavori agli scalini per £ 10 (ASVV, S, b. 593). Nel maggio 1598 fornì vario materiale al monastero di san Gerolamo di Serravalle, così quadri di pietra per £ 25, la porta grande dell’archivolto verso il cortile per £ 25, due porte della cantina e due del granaio per £ 36, la porta grande della cantina per £ 14, una piccola cappa da caminetto per £ 10, il finestrone grande dell’infermeria per £ 7, vari sassi d’angolo per £ 15, pilastrini e porte per £ 16, una cappa da camino (poi lavorata da m° Tullio [Cauriol]) per £ 25, porte, finestre, colonnine e altro per £ 246:16, poi ancora la porta grande del muro nuovo per £ 60 e vari altri lavori per £ 348. Poiché m° Gerguol morì nell’inverno 15981599 una parte della cifra fu pagata nel marzo 1599 ai suoi eredi, fra l’altro il fratello m° Nicolò (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 25). Il 25 giugno 1595 (AP S, anagrafi) sua figlia Maddalena sposò Serafino di ser Romedio de Gottardi da Vervò in Val di Non. 112. Carbonera Nicolò 1519-1545 Lapicida figlio di m° Pietro. Lavorò per la cattedrale e nel settembre 1519 fu pagato £ 3 per quattro piedi di cornice poste alla cuba, e nel 1524 fornì le pietre per le colonne del campanile per £ 31 (ADVV massaria), nel 1545 fu pagato £ 34:1 per lavori alla loggia di Ceneda (ASVV, C, b. 82). Il 5 giugno 1544 (ASTV, Not. I, b. 1089), come conduttore del monte di Costa, affittò il monte ad fodendum lapides dove adesso è la cava di Marcantonio del fu Carlo a Molendino, per sei anni dal 1 agosto, la cava sarà larga sei piedi, per un affitto annuo di lire 14. Potrebbe essere m° Io. Nicolò lapicida da Serravalle doc. il 1 marzo 1539 (ASTV, Not. I, b. 539, not. M. Mantovan). Il 13 luglio 1539 (ivi, b. 507) fu redatto il contratto dotale fra sua figlia Giovanna e Giovanni fu Nicolò Ratanelli da Anzano, per £ 225. 113. Carbonera Nicolò 1586-1606 Alias m° Nicolò da Costa figlio di Floriano. Lapicida che lavorò al monastero di san Gerolamo di Serravalle succedendo al fratello m° Greguol per cui nel 1600-01 fu pagato £ 671 per la porta del coro, colonnine, scalini e altro e nel 1602-1603 fece altri lavori per £ 565 (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 25). Va ricordato che nel 1598-1603 la fabbriceria del monastero di san Gerolamo spese £ 2189:13 per lavori dei tagliapietra (ivi). Egli lavorò anche per il convento di santa Giustina a Serravalle e nel 1604 fu pagato per le piane della porta del lavatoio £ 34:8 e per le finestre sempre del lavatoio £ 19:10, nel 1605 fece la porta del parlatorio per £ 34:10 e nel 1606 altri lavori minori per £ 12:4
21
(ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9). Nel 1604 il lapicida era in lite con la regola di Cappella perché cavava cantoni (pietre d’angolo da costruzione) nella cava a Costa, di proprietà regoliera (Pitteri 99). Nel 1586 fu redatto il suo contratto dotale con Margarita di Gregorio Secundo falegname; rimasto vedovo si risposò e il 10 gennaio 1599 (ASTV, Not. I, b. 973) fu redatto il contratto dotale fra lui e Caterina fu Bernardino della Brunetta, vedova di Piero da Salsa, con una dote di £ 359:11. In prosieguo risulta sposato ancora con Orsola. Ebbe molti figli battezzati il 13 luglio 1586 Francesco, il 10 febbraio 1589 Augusta, il 13 settembre 1592 Fioriano, il 1 dicembre 1594 Angelo, il 20 gennaio.1597 furono battezzati i gemelli Sebastiano e Gregorio tutti figli di Margarita, poi il 10 maggio 1602 Gregorio, il 17 aprile 1605 Iacobo e il 1 aprile 1606 Iacobo tutti figli di Orsola. Esiste omonimia con un Nicolò Carbonera sposato con Angela di cui fu battezzato il figlio Lorenzo il 10 agosto 1598 e con Nicolò sposato con Catterina di cui fu battezzato Fioriano il 13 settembre 1592, e con Silvestro di Colò de Fiorian Carbonera e Betta battezzato il 29 novembre 1587 (AP S anagrafi). 114. Carbonera Silvestro, lapicida che nel 1508-10 lavorò per la cattedrale ed in particolare fu pagato £ 7:9 per quattro modiglioni nel 1510 (ADVV massaria). 115. Cauriol, Cauroi, Caprioli, lapicidi di Serravalle oriundi da Stevenà (Caneva, PN) dove la famiglia è doc. dal primissimo Cinquecento con Domenico Capriolo il 1 luglio 1513 e il 4 giugno 1517, poi con Giovanni Capriolo citato il 3 aprile 1521 (ASTV, Not. I, b. 399). 116. Cauriol Bartolomeo 1602-†1641 Figlio di m° Tullio, lapicida a Serravalle. Nel 1602 fu pagato £ 54:16 per lavori al monastero di san Gerolamo (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 25), nel 1618 fu pagato £ 85 per una pila dell’acqua santa commissionata dal Consiglio cittadino (ASVV, S, b. 598). Egli costruì il pavimento e gli scalini del coro e poi, dal 1625, la facciata della cattedrale di Belluno (Tamis 37-38). In ASVV, S, b. 104 si ricorda che il 9 luglio 1608 fu pagato £ 50 per fare la statua dell’eccellentissimo Antonio Grimani avogador (come da delibera del 11 novembre 1607), la statua non era ancora finita il 4 marzo 1611 e fu probabilmente sostituita dalla lapide dedicatoria oggi in via Roma; il 24 febbraio 1610 furono stimati i lavori da lui eseguiti al ponte del prato di san Marco. Il 30 maggio 1610 (ASTV, Not. I, b. 1409) fu redatto il contratto dotale con Marietta fu Giovanni Ghedin per £ 1252. Mastro Bartolomeo entrò nella confraternita dei Battuti nel 1620 e la moglie Marietta nel 1621 e la seconda moglie Lucia nel giugno 1633 (ASVV, S, b. 650.4). Marietta fu sepolta il 4 luglio 1627, un’altra moglie, Lucia da Ruos, sposata il 3 ottobre 1632 fu sepolta il 30 gennaio 1634, egli si risposò ancora il 18 giugno 1634 con Caterina di Innocente mugnaio e fu poi sepolto il 13 ottobre 1641 (AP S anagrafi). 117. Cauriol Francesco (1596-1670) Figlio di m° Giorgio, nato a Serravalle il 2 giugno 1596 (AP S, anagrafi), morì nel settembre 1670. Scultore famoso ed apprezzato a Venezia dove abitava e la cui attività è documentato dal 1632. A Serravalle fu autore di un altare della Madonna della Pietà per la Scuola dei Battuti nel 1645 (Binotto, Ruzza), a lui sono attribuiti il pergamo nella chiesa di santa Giustina (post 1650) e ivi anche il monumento al poeta Guido Casoni morto nel
22
1642 e il poggiolo del palazzo ora Lapasini. 118. Cauriol Giorgio 1587-1627 Figlio di m° Tullio tagliapietra, abitante a Serravalle dove fu sepolto il 24 giugno 1627 (AP S anagrafi). Egli lavorò per le chiese cittadine (ASVV, S, b. 598) e fu pagato £ 1:4 nel 1605, £ 1 nel 1608, £ 1.12 nel 1609, nel 1613 lavorò alla colonna e al battistero della pieve per £ 23, nel 1619 fece la finestra in pietra di Pinè per la scuola del Santissimo e inoltre le finestre grandi e piccola in chiesa per £ 12, nel 1621 lavorò per il fonte battesimale della pieve per £ 30. Fu attivo anche nella chiesa di santa Giustina dove fece il lavello in sacrestia nel 1605 per £ 24:16 e la porta del parlatorio nel 1613 per £ 12 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 5). Sposato con Marieta di messer Rizo de Mazer il 18 gennaio 1587, e il 13 novembre 1588 (ASTV, Not. I, b. 1327) venne redatto il contratto dotale con Marietta fu Zuane Donà Rizo de Mazer per £ 735. A Serravalle furono battezzati suoi figli Francesco il 15 gennaio 1589, Francesco il 6 giugno 1590, Gaspero il 29 novembre 1592, Francesco il 2 giugno 1596. Il 21 febbraio 1605 qui si sposò con Isabeta di Giovanni Bombarda dalla quale nacque Marietta battezzata il 21 dicembre 1605 (AP S anagrafi). Il 18 gennaio 1614 fu redatto il contratto dotale fra m° Giorgio e Marietta fu Damiano Bonaldo per £ 1207:4 (ASTV, Not. I, b. 1198). Mastro Giorgio entrò nei Battuti nel 1607 (ASVV, S, b. 650.4). 119. Capriolo Giorgio, 1541-1551 Figlio del fu Donato, abitante a Treviso, dove il 31 agosto 1551 s’accorda con un tagliapietra per cavare pietre da una cava presso Pola in Istria. Il 16 aprile 1541 mastro Iacobo Toso del fu Silvestro da Venezia, lapicida, s’accorda con mastro Giorgio lapicida di Treviso del fu Donato da Sacile, per andare ad abitare per un anno a casa di quest’ultimo, ed esercitare l’arte di lapicida (ASTV, Not. I, notaio Giovanni Girolamo Toscan 1523-1555, spogli Bampo 18). Inoltre 9 febbraio 1547 (Bampo 3, not. Canaro de Braghis). 120. Cauriol Linio 1550-1568 Lapicida figlio del fu Donato falegname di Caneva, alias de Capriolis, Cauroli, documentato a Serravalle dal 15 settembre 1562 (ASTV, Not. I, b. 861) all’8 marzo 1568 (ivi, b. 862). Il 7 luglio 1550 (ASPN, Not., fasc. 6244) il causidico Tomaso Retenense fu Rainaldo affitta a m° Linio lapicida fu Donato Caprioli falegname, da Caneva ma abitante a Sacile, una casa in città nel borgo di Montalban. Mastro Livio lapicida del fu mastro Donato falegname da Sacile abitante a Treviso è doc. il 5 marzo 1551 (ASTV, Not. I, Giovanni Francesco da Scorzè, Bampo 16). 121. Cauriol Tullio 1568-1605 Figlio di m° Giorgio, lapicida abitante a Serravalle. Nel 1582 eseguì per conto della Comunità il piccolo monumento al podestà Tomaso Zorzi, pagato £ 24 e oggi al Museo del Cenedese (Villanova 227 che scrive Giulio). Il 18 giugno 1584 (ASTV, Not. I, b. 1026) s’accorda con Giovanni Battista Lubiana fu Benvenuto per fare un poggiolo come quello di ser Antonio del Lino de pria de Pinedo e quattro finestre da camera alte quattro piedi e 3/4 con una luce di piedi due e 1/4 (come quelle di Zuane da Castagnè) e sei quadretti da soffitto per 53 ducati; m° Tullio s’impegna ad aiutare a cavare e mettere in opera la pietra a Pinè, cioè 18 carri di pietra che debbono essere portati alla casa del Lubiana entro agosto. Gli vien data una caparra e 14 conzuoli di vino e il pagamento - in più rate - proseguirà sino al gennaio 1585.
23
Il 26 agosto 1589 (ivi, b. 863), vertendo lunga lite fra il lapicida e Batta Pellatis a causa della ristrutturazione effettuata sul mulino dei Pellatis, ora il proprietario deve pagare 38 ducati entro 10 giorni a m° Tullio. Il 7 settembre 1589 il denaro fu consegnato e quindi la pace è stata fatta (ivi). Mastro Tullio lavorò per le chiese cittadine (ASVV, S, b. 598) e nel 1597 fu pagato £ 12 per impiombare i ferri dell’antiporta e £ 50 per la coperta di pietra di Pinè e una soglia per la porta della chiesa nuova, inoltre £ 17 per quadri e £ 16:10 per lavori alla porta. Il 14 dicembre 1598 fu pagato £ 22 per i filetti al piede della porta e sempre in quell’anno £ 76 per i modiglioni in pietra per le panche della sacrestia alla Pieve. Nel 1599 fu pagato £ 82 per un modiglione e una soglia, £ 31 per rifare gli scalini dell’altar maggiore in chiesa nuova ed altre £ 31 per i quadri dello stesso altare. Fu attivo anche per il monastero di san Gerolamo, dove fece parecchi lavori nel periodo tra il 7 maggio 1568 e il 9 dicembre 1569, così la porta e le tre finestre della chiesa e una sepoltura, nonché lavori minori per circa £ 750, nel 1576 praticò i fori per inserire le reliquie negli altari e nel 1602 vari altri lavori per £ 266:12 (ASTV, CRS, S. Girolamo, bb. 25, 35). Per il convento di santa Giustina lavorò alle parti in pietra del mulino, pagato £ 171 nel 1598 e £ 2064 nel 1605 (ivi, S. Giustina, b. 9). Nel 1597 ricevette £ 75 per le colonnine dell’abside della chiesa di Castel Roganzuolo (Svalduz 372). Il 21 giugno 1598 il Consiglio cittadino s’accordò con m° Tullio per far le secche (gli argini) sul Meschio, l’8 agosto 1599 egli propose di fare gli argini e curarne la manutenzione per 50 anni per ducati 250; il Consiglio deliberò poi in questo senso il 3 luglio 1600 e il 2 gennaio 1605 fu redatto il contratto con m° Tullio per i muri sul Meschio (ASVV, S, bb. 102, 103). Tullio fu citato per una rissa con Peregrino - che egli ferì ad un braccio - il 28 ottobre 1569 (ASTV, Not. I, b. 861) e per una lite col cavalier Montalban di Conegliano l’8 gennaio 1579 (AMVC, b. 60). Il 24 ottobre 1571 (ASTV, Not. I, b. 1025) si cita la moglie, Perina fu Bertoloto da Mestre, l’8 dicembre 1580 viene battezzato Giovanni Battista figlio suo e della moglie Simona, il 31 ottobre 1602 (AP S anagrafi) si sposa sua figlia Angela con Andrea fu Leonardo Maddalena. Egli era ancora vivo il 21 febbraio 1605 al matrimonio del figlio Giorgio ma non più nel 1610 a quello del figlio Bartolomeo. 122. Cauriol Tullio, figlio del defunto Bartolomeo, si sposa con Barbara di Giovanni tagliapietra di Serravalle nel 1643 (AP S anagrafi) ed entra nei Battuti nel marzo 1644 (ASVV, S, b. 650). 123. Corradini Lorenzo, fu pagato il 4 giugno 1656 (ASTV, CRS, Follina b. 34) £ 114:10 per fare le colonne di stucco all’altare della beata Vergine di Follina, compreso il materiale necessario. Il 1 marzo 1657 (ivi) gli furono pagate altre £ 40 per aver fatto il parapetto dello stesso altare. - Crucis Francesco, vedi qui di seguito Francesco teutonico, o il muratore Francesco Scrucis. 124. Cucheto Paolo, lapicida abitante a Serravalle, doc. l’8 dicembre 1528 (ASTV, Not. I, b. 409). 125. Domenico fu Innocenzo da Venezia ma abitante a Serravalle, lapicida doc. il 28
24
settembre 1602 (AP S anagrafi). 126. Domenico del baston, 1522-1528. Figlio di m° Giovanni del baston da Sorisole (BG), lapicida abitante a Cordignano doc. dal 7 febbraio 1522 all’8 dicembre 1528. Suo figlio Antonio, il 27 settembre 1546, vendette i diritti sul suo cortile ad Alvise fu Domenico da Padova abitante a Cordignano privigno di m° Giovanni Piero Sperandio, così l’8 maggio 1548 (ASTV, Not. I, b. 513). 127. Enrico, teutonico tagliapietra abitante a Solighetto nel Contà, 8 gennaio 1459 (Bampo 14, not. Clario della Pergola). - Fadalto (da -) Gianfrancesco è un muratore (vedi), talvolta indicato come lapicida. 128. Fantino, lapicida a Caneva attestato in data 30 luglio 1507 (ASTV, Not. I, b. 399). 129. Fantino Domenico, lapicida di Serravalle, presente nel mese di luglio 1607 (ivi, b. 1028). 130. Francesco 1484-1509 Teutonico e lapicida presente a Serravalle il 10 agosto 1484 (ASTV, Not. I, b. 271); m° Francesco spezapria è doc. a Serravalle ancora il 1 marzo 1495 (ivi, b. 334, f.s.) e Nicolò figlio di m° Francesco lapicida da Serravalle il 7 marzo 1509 (ivi). Mastro Francesco muratore abitante a Serravalle fu teste ad un atto del 14 ottobre 1501 (ASTV, pod. Cison, b. 38, processo del 1576) rogato nella chiesa di san Francesco appena costruita, per cui si può pensare ne sia stato il costruttore. Si tratta del padre di m° Nicolò Scrucis lapicida e muratore (vedi). 131. Francesco da Bagnatica 1522-1550. Figlio di Antonio da Bagnatica (BG) abitante a San Cassiano e detto Franceschetto, lapicida che lavorò alle colonne della loggia di Ceneda nel 1544 e fu pagato £ 7 in tre quote (ASVV, C, b. 82). Doc. a Ceneda il 17 maggio 1521 (ASTV, Not. I, b. 395), 7 febbraio 1522 (ivi, b. 399), nel febbraio 1539 (ivi, b. 455) e il 6.02.1550 (ivi, b. 513), mentre nel periodo 1547-1549 è in lite col muratore m° Antonio da Ceneda (vedi). Nel 1538 è in debito con m° Pompeo de Viscardis (vedi). 132. Francesco da Ceneda 1482-1493 Lapicida figlio del mugnaio Matteo da Ceneda, doc. come m° Francesco lapicida abitante a Ceneda il 14 settembre 1491 (ASTV, pod. Cordignano, b. 152). Nel 1482 lavorò per la Comunità di Ceneda (ASVV, C, b. 81) e fu pagato in due rate £ 9. Lavorò anche per la sacrestia della cattedrale e fu pagato £ 5:10 verso il 1493 per lavorare due finestre quadrate riutilizzando e modellando le pietre vecchie, e lavorando anche le pietre di Pinè per le stesse finestre, lavorò quindi le quatro basse soto i pilastri e i quatro bechedelli soto le cantonade, altri otto beccatelli lavorò poi per £ 10 (ADVV massaria). Altre sue attestazioni il 29 settembre 1486 (ASTV, CRS, S. Giovanni, perg. b. 2) e il 29 settembre 1488 (ASTV, Not. I, b. 271). 133. Francesco da San Cassiano 1585-1613. Lapicida doc. il 29 maggio 1585 (ASTV, Not. I, b. 992), il 28 ottobre 1596 (ivi, b. 1074). Egli si sposò a Ceneda il 4 settembre 1606 con Mattia fu Pietro Viel da Sarone (AP C anagrafi). È ricordato a Conegliano il 5 dicembre 1613 (AMVC, b. 113). 134. Fusari Iacobo, lapicida figlio del defunto Giovanni Maria Fusari, è presente a San Cassiano nel giugno 1545 (ASTV, pod. Cordignano, b. 42). 135. Galeazzo milanese, scultore che scolpì la statua di san Tiziano per la cattedrale nel
25
1507 per £ 74:8 (Tomasi 1998, I, 132, da ADVV massaria; la notizia era ben nota agli scrittori locali). 136. Galeazzo da Sarone, lapicida figlio del fu Giovanni Francesco, l’1 settembre 1573 (ASPN, Not., fasc. 6249) prende in affitto terre a Sarone di proprietà della chiesa di san Nicolò di Sacile. Vedi i da Sarone. 137. Ghedin Giovanni Battista 1646-1651 Lapicida di Serravalle che assieme a m° Antonio Piccin fornì le pietre d’una parte dei balaustri della chiesa di santa Giustina nel 1646 per £ 103 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 5). Sepolto a Bigonzo l’11 settembre 1651 (AP S anagrafi). Un Giovanni Ghedin (forse suo nonno ?), col suo famiglio Pietro, è ricordato il 16 febbraio 1599 (ASTV, Not. I, b. 1115, not. Stringari) e ancora Giovanni fu m° Prosdocimo de Gedino affittò terra a Serravalle il 9 marzo 1580 (ivi, b. 1358, not. Pietro Sicco). La famiglia Ghedin è originaria da Ampezzo di Cadore. 138. Giovanni, lapicida bellunese abitante a Miane, doc. nel settembre 1569 (ASTV, pod. di Cison, b. 25). Giovanni, vedi Giovanni Spezapria. 139. Giovanni, lapicida che nel 1458 lavorò alle lapidi in chiesa di san Leonardo di Visnà (Tomasi 1998, I , 394). Vedi, in quanto coevi, i mastri Giovanni da Treviso e Giovanni Antonio da Marcador. - Giovanni Cristoforo, vedi Bongradi. 140. Giovanni da Bergamo, fu Domenico, lapicida abitante a Cordignano, doc. il 24 marzo 1568 (ASTV, Not. I, b. 991). 141. Giovanni da Treviso, di m° Iacobo cerdone, tagliapietra teste a Ceneda il 3 aprile 1443 (ADVV, b. 59/2). 142. Giovanni da Visnà 1568-1577 Tagliapietra doc. nel gennaio 1568 (ASTV, pod. Cison, b. 27) e un Zuane taiapiera è ricordato per un pegno al banco ebraico di Cison nel giugno 1570 (ivi, bb. 37, 44). Mastro Giovanni lapicida da Visnà fu m° Bortolo è noto anche per processi del 1572 e 1577 (ivi, b. 41). I suoi figli m° Giovanni Maria, Bartolomeo, Domenico e Francesco il 7 novembre 1595 (ASTV, Not. I, b. 1117, lui defunto) rinunciano ad una casa con orto. 143. Giovanni Antonio da Marcador 1441-1476 Forse si tratta di Antonio detto Yvan (cioè Giovanni) fu ser Odorico da Marcador (frazione di Mel, BL) teste a Mel il 14 maggio 1441 (ASBL, Not. ant., b. 6890). Egli fu autore dell’ancona litica della chiesa di sant’Augusta sopra Serravalle nel 1476; a lui vanno attribuiti i tabernacoli litici di Mel (1465) e della chiesa dei santi Vittore e Corona presso Feltre e il portale oggi alla chiesa di santo Stefano a Belluno. Il 3 febbraio 1463 (ANBL Not., b. 95) l’artista, qualificato come nipote di mastro Borto, fu presente per un contratto nella chiesa di san Pietro di Belluno (Tomasi 1998 I, p. XV, II; Ceiner 56). Si tratta di uno dei pochi artisti che abbia firmato un’opera – quella di Serravalle nel 1476 – e fu un notevole personaggio, autore di pregevoli sculture gotiche. 144. Giovanni Maria 1505-1507. Lapicida di origine milanese e figlio di Alessandro, abitante a Serravalle dove era confratello dei Battuti nel 1505 (ASVV, S, b. 627), doc. pure il 22 agosto 1507 (ASTV, Not. I, b. 532).
26
145. Gottardo da Belluno, collega di m° Iacobo milanese (vedi). Suo figlio m° Angelo del fu m° Gottardo bellunese fu scelto assieme a m° Daniele de Zanetis dal Consiglio di Serravalle il 15 novembre 1521 (ASVV, S, b. 90) per accertare i danni dopo l’alluvione del Meschio. 146. Grifo Geronimo, figlio del defunto Giovanni da Venezia de confinio sancti Raphaelis, abitante in Valmareno, l’11 febbraio 1521 (ASTV, Not. I, b. 403) dà procura a Michele fu Pietro – suddiacono e sacrista di San Raffaele a Venezia – per rappresentarlo in una lite contro Elisabetta greca. 147. Iacobo, lapicida a Serravalle cui nel 1623 furono pagate £ 1:10 per levare lo stemma del pievano Cecolla e fare quello della Comunità in chiesa (ASVV, S, b. 598). 148. Iacobo zot, tagliapietra a Tarzo documentato nel 1616 (AP Tarzo, battezzati). 149. Iacobo milanese 1512-1523 Lapicida abitante a Belluno, noto anche come “architetto”, il 19 ottobre 1512, assieme al socio m° Gottardo fu m° Tofolo mugnaio da Belluno, s’impegna col Consiglio di Serravalle e coi rappresentanti della chiesa plebana per ristrutturare la chiesa di santa Maria Nova, facendo due cappelle laterali verso monte e il relativo ponte di sostegno sul torrente Meschio, l’abside coi quattro pilastroni del coro in pietra di Pinè, muri e quanto bisognerà, secondo il modello in legno loro presentato. Il 6 gennaio 1513 (tutto in ASTV, Not. I, b. 462) i due mastri s’accordano inoltre per aggiungere a proprie spese anche il rosone e la finestra grande, sempre in pietra di Pinè trasportata in Tiera di Serravalle; i lavori proseguiranno sino al 1518. Nell’aprile 1523 lavorò a Conegliano alla porta del Monticano (AMVC, b. 437). Il 20 maggio 1522 (ASTV, Not. I, b. 395) è in lite con m° Donato fu m° Floriano dal Molin da Ceneda (vedi) per la sua mercede occasione volutandi aquam et serare aquam Mischi in loco Crode ultra Miscum Serravalli. - Iona, vedi il lapicida Spezapiera Francesco. 150. Locatelli Batta 1587-1588 Figlio del fu Martino da Vedesia in val Taleggio nel ducato di Milano (oggi BG). Lapicida abitante a Miane e poi a Follina, doc. il 2 aprile 1587, quando dà procura per l’eredità del defunto m° Virgilio suo fratello, già abitante a Roma in plathea Agonis nella bottega di m° Geronimo da Spoleto e fratelli clavarii, che morì senza fare testamento. Il 29 marzo 1588 fu redatto il contratto dotale fra m° Batta e Maria fu Martino figlio di pre Michele (a Furca) da Miane, relitta in primi voti di Angelo Torta bellunese. (Tutto da ASTV, Not. I, b, 1104). 151. Lorenzo 1492-95. Lapicida abitante a Serravalle nel borgo inferiore, il 14 dicembre 1492 (ASTV, Not. I, b. 334) fu rogato il contratto dotale con Pasqua figlia di m° Gianpietro del Buia per £ 200, presente ancora in Serravalle il 10 settembre 1492 (ivi, b. 334), 18 novembre1493 e il 10 marzo 1495 (ivi, b. 272). 152. Marco da Como, lapicida a Serravalle doc. il 27 marzo 1471 (ivi, b. 271). 153. Marcolin Lorenzo, lapicida che nel 1507 assieme a m° Alessandro Paganinis (vedi) lavorò le piane per la coperta del muro del sagrato della cattedrale per £ 23:16 (ADVV massaria). 154. Mattei Nicolò, 1545-1557; lapicida da Belluno, che lavora nella chiesa di san Martino di Colle nel 1551-1556 eseguendo un altare con dossale (Tomasi 1998, I, 106). Nicolò
27
de Mattei, assieme a mastro Gerolamo, entrambi da Milano, il 24 settembre 1557 (Bampo 6, not. Rodomonte da Cornuda) s’accordarono per la pala in pietra dell’altar maggiore della chiesa di Valdobbiadene, doc. anche il 3 novembre 1557 (ivi). La famiglia Mattei, originaria di Milano è documentata per circa un secolo in area bellunese con vari lapicidi. 155. Matteo, lapicida che abita a Serravalle il 9 novembre 1491 (ASTV, Not. I, b. 272). 156. Meneguzzo Giuseppe 1644-1668. Lapicida di Serravalle, che entrò nei Battuti nell’aprile 1644 (ASVV, S, b. 650) e che nel 1668 assieme a m° Antonio de Bottari scolpì la colonna in piazza Flaminio, oggi ancora visibile (Tomasi 2002, 190). Potrebbe essere un nipote di Benedetto Meneguzzo che sposò Pasqua di m° Floriano Carbonera lapicida (vedi). Molin (dal -), si tratta di due famiglie, una a Ceneda (Floriano, Giovanni Maria, Leonardo) e l’altra a Serravalle (Marcantonio). 157. Molin (dal -) Floriano 1487-1493. Tagliapietra figlio di Nicolò(che fu affittuario vescovile nel 1475-80), fu anch’egli affittuario nel 1487-91 (ADVV, bb. 59/3, 4). Fornì otto scalini per £ 8 alla sacrestia della cattedrale verso il 1493 (ADVV massaria). 158. Molin (dal -) Giovanni Maria, lapicida da Ceneda il 6 febbraio 1540 (ASTV, Not. I, 539). 159. Molin (dal -) Leonardo 1470-1511 Figlio di Nicolò falegname di Ceneda, lapicida citato dal 1470 (ADVV massaria). Lavorò per la cattedrale nel 1472 e il 20 aprile 1473 fu pagato £ 37:4 per aver fornito quattro palestrasege (ivi), nel 1485 fu pagato £ 6 per aver fornito alla Comunità di Ceneda un porcello nel Natale 1484 (ASVV, C, b. 81). Egli fu affittuario vescovile nel 1500 (ADVV, b. 59/4) e confratello della Scuola dei Battuti, per la quale compare spesso come massaro nel 1485-1511 (ASTV, CRS, S. Maria Meschio, b. 4). Il 25 novembre 1478 (ASTV, Not. I, b. 329) fu rogato il contratto dotale fra Francesco Tavano da Salsa ma che fu di Belluno, del fu Antonio detto Ravagnino, che sposa Veronica figlia di m° Leonardo lapicida. 160. Molin (dal -) Marcantonio, del fu Carlo, lapicida a Serravalle, nel 1544 aveva una cava a Costa di Serravalle presso quella di Carbonera Nicolò (vedi). 161. Molin (dal -) Peregrino 1507-1511. Figlio di Floriano, lapicida che nel 1507 fu pagato £ 19:5 per aver fornito 20 passi di laste o piane da Costa alla cattedrale; nel 1511 assieme al muratore Polo dele aque (vedi) lavorò ai quattro modiglioni grandi dove poggiavano i bordonali del campanile (ADVV massaria). - Nicolò, vedi il muratore Scrucis Nicolò 162. Nicolò fu Marchiò, tagliapietra a Serravalle doc. il 21 febbraio 1529 (ASVV, S, b. 637.1). 163. Paganinis (de -) Alessandro 1507-1528 Lapicida originario da Lendinara (RO) ma abitante a Ceneda. Egli lavorò per la cattedrale nel 1507 con m° Pellegrino dal Molin (vedi), e dal dicembre 1522 al 1524 con m° Bitin (vedi Tarsia Iacobo) lavorò alle colonne del campanile e fu pagato complessivamente £ 51, piccoli lavori effettuò anche nel 1525 (ADVV massaria). Era confratello della Scuola di san Michele di Salsa nel 1526 col figlio Andrea (AP, Salsa, Massaria). A Ceneda è doc.
28
il 20 febbraio 1512 (ASTV, Not. I, b. 401), nel 1528 era consigliere della Scuola dei Battuti (ASTV, CRS, S. Maria Meschio, b. 4). Il 2 agosto 1509 fu battezzato suo figlio Paolo Antonio (ADVV, C, Libro dei battezzati). 164. Papa Camillo, figlio di m° Andrea, lapicida di Serravalle doc. il 14 giugno 1600; Papa è nomignolo e la famiglia originale è quella De Calcenonibus. 165. Petris (de -) Paolo, lapicida attestato nel 1542 quando viene redatto il suo contratto dotale con Margherita di m° Pietro fu Martino carpentiere. 166. Piccin Antonio, vedi il lapicida Ghedin Giovanni Battista. 167. Pietro furlan de Danzano, il 19 aprile 1494 (ASBL, Not. ant., b. 6884) nella chiesa di san Martino di Belluno l’artigiano s’accorda con m° Pietro da Como e il suo socio m° Lorenzo entrambi lapicidi, per fornire entro il mese di maggio prossimo dieci archivolti scolpiti per la fabbrica della cattedrale di Belluno, cavati dal monte di Pinè g.rogias spontatas lunghi 2 piedi, grossi 1 e mezzo e larghi piedi 2 e mezzo, secondo la sagoma consegnata, per £ 6 ½ l’uno compreso il trasporto a Belluno. 168. Polaco Battista, figlio di m° Antonio da Venezia, lapicida teste a Serravalle il 5 agosto 1601; nel 1602 sposò la figlia di m° Geronimo Brisighella tagliapietra (vedi). 169. Quadratario Giovanni 1442-1454. Lapicida che fece le colonnine per il fonte battesimale della cattedrale nel 1442 per 10 ducati pari a £ 57 e che, come Giovanni de Castro Quadro, risulta affittuario della cattedrale nel 1453-54 (ADVV massaria). 170. Ragazon Matteo, da Costa, lapicida che nel 1507 fornì pietre per la cripta della cattedrale per £ 2 (ADVV massaria). La famiglia Ragazon, da Costa di Serravalle, diede falegnami e intagliatori. San Giacomo (da - ), famiglia abitante a San Giacomo di Veglia; le omonimie coi primi Zanco lapicidi suggeriscono un’ipotesi comune. 171. San Giacomo ( da - ) Batta, 1575-1597. Lapicida figlio di Gianmaria, il 4 settembre 1591 fu battezzata Margarita di Batta e Zuana, il 30 marzo 1594 Battistina, il 5 ottobre 1589 Gianmaria, figli di Batta e Zuana; il primo gennaio 1597 fu sepolta Bastiana di Batta (AP C anagrafi). 172. San Giacomo (da - ) Francesco, 1575-1597 Lapicida figlio di m° Gianmaria (vedi per il 1575), doc. sino al 17 novembre 1597 (ASTV, Not. I, b. 974, sub 9 aprile 1600). Il giorno 8 novembre 1595 fu celebrato a Ceneda il suo matrimonio con Lucia e il 23 ottobre 1596 fu redatto il contratto matrimoniale fra lui e Lucia di Piero fu Batta Tochetti da Ceneda, con dote di £ 428:9. La sua vedova Lucia il 20 marzo 1600 (ivi) affitta una casa in San Giacomo in loco dicto la casa de muro de Zanin taiapiera. Il 29 settembre 1596 fu battezzato Zambatta di Francesco e Lucia (AP C anagrafi). 173. San Giacomo (da - ) Giovanni Maria 1555-1566 È il m° Zuane Maria fu m° Zanino de Bettino lapicida da Ceneda doc. il 19 settembre 1564 (ASTV, Not. I, b. 518), di cui il 2 febbraio 1566 fu battezzata Elisabetta figlia sua e di Margarita (AP C anagrafi). Si può pensare che si tratti di m° Gianmaria Zanco figlio di m° Giovanni Pietro fu Bettino lapicida (vedi), spostatosi a San Giacomo e che diede origine alla famiglia omonima, citato anche il 22 gennaio 1555 (ASTV, Not. I, b. 642).
29
L’11 agosto 1575 (ivi, b. 966) la sua vedova Margarita è doc. assieme ai figli m° Zanino, Francesco e Batta. Una figlia, Benegnuda, si sposò il 3 novembre 1583 con Zamaria fu Cechin de Cechin d’Alpago; il 10 novembre 1585 un’altra figlia, Marietta, si sposò con Toni fu Andrea de Biasi (AP C anagrafi). 174. San Giacomo (da - ) Zanino 1575-1611 Tagliapietra figlio di m° Gianmaria (per il 1575 vedi suo padre), doc. sino al 2 novembre 1611 (ASTV, Not. I, b. 1176). Nel 1597 fu arrestato per contrabbando di sale dal Friuli e quindi carcerato a Serravalle ma fuggì mentre lo portavano a Treviso, per cui il podestà di questa città lo condannò al bando decennale da Treviso e Ceneda e dai Quattro Luoghi. Poiché ruppe il bando continuando ad abitare a casa sua fu condannato ancora al bando decennale, questa volta dallo stato (ASTV, Not. II, b. 975). Il 14 gennaio 1583 fu battezzata sua figlia Tomasina, il 21 maggio 1585 Tomasina (che il 24 aprile 1605 si sposa con Nicolò de Martin de Marino mugnaio, di cui il giorno prima [ASTV, Not. I, b. 1032] viene redatta la minuta dei beni e la dote di £ 360:14), il 31 ottobre 1588 fu battezzato Zamaria di Zanino e Libera, 28 gennaio 1591 Zamaria, il 20 marzo 1593 Iseppo di Zanin e Libera (AP C anagrafi). Mastro Zanino sposò in seconde nozze Ioana (citata per una lite nel luglio 1602 [ASTV, Not. I, b. 1031]), suo genero Zuane Maria fu Francesco da Garna d’Alpago è doc. 23 giugno 1585 (ivi, b. I 969). Il 3 giugno 1589 (ivi, b. 1174) pre Cristoforo de Iacobinis rettore della chiesa di Santa Lucia di Collalto è in lite con lui. Sarone (da -), famiglia di lapicidi originaria di Sarone (PN), in seguito la famiglia prese il cognome Santin. 175. Sarone (da -) Antonio, figlio di m° Iacobo da Como, tagliapietra doc. a Sarone nel 1504 (Tomasi 1998, I, 286), quando restaurò la chiesa di Sarone. Il 21 febbraio 1516 (ASTV, Not. I, b. 399, anche Zoldan 168) si ricorda che il defunto Antonio lapicida prese in affitto una casa a Sarone dal fu m° Bortolo de Viscardis abitante a Venezia. Egli lavorò al duomo di Sacile (Zoldan 159). 176. Sarone (da -) Giovanni Antonio 1531-1568 Il 7 gennaio 1531 (ASTV, Not. I, b. 455) è doc. m° Santino lapicida da Sarone col figlio Giovanni Antonio e la moglie Marta(Mattea ?); m° Giovanni di Santino di Antonio da Sarone è teste a Serravalle il 23 ottobre 1568 (ivi, b. 1001). Un m° Antonio da Sarone scolpì il battistero, un’acquasantiera e l’architrave nella chiesa di san Cassiano di Meschio (Zoldan 160), poi il battistero di Maron (PN) pagato nel 1536-37 (Tomasi 1998, I, 386) e il 31 ottobre 1545 (ADVV, b. 27) il vicario vescovile ingiunse ai giurati della chiesa di Santa Maria di Fratta nel distretto di Caneva di pagare il dovuto a m° Antonio lapicida da Sarone che fece la pila dell’acqua santa. Sono noti tre figli, Pietro, Francesco, Giovanni Battista (ivi, 162). 177. Sarone (da -) Santino 1507-1545. Figlio di m° Antonio lapicida, sposato con Marta, m° Santino è spesso chiamato marmicida, doc. il 29 gennaio 1510 (ASTV, Not. I, b. 399), e fino al 1531 col figlio Giovanni Antonio. In ASPN, Not. b. 891 m° Santino lapicida è ricordato a Sarone il 27 marzo 1507. Ebbe Giovanni Antonio, Benvenuta (sposata Zoldan, citati per controversie famigliari sino al 1586), vedi Zoldan 159 e succ. 178. Antonio, forse figlio di Francesco, lapicida documentato nel 1610-1611 (Zoldan 162).
30
179. Simone da Ceneda, alias da Belluno, assieme a Zaniacomo Cumano milanese, entrambi tagliapietra abitanti a Soligo nella casa di Giovanni Pietro Bonaldo, furono condannati dal podestà di Treviso nel 1596 (ASTV, Not. II, b. 975, vol. 42) a una multa di £ 250 per ferite inferte a un giovane di Solighetto. 180. Smoif Nicolò, lapicida a Serravalle doc. in data 19 dicembre 1528 (ASTV, Not. I, b. 409). 181. Snaider Nicolò, 1601-1620 Lapicida figlio di m° Zuane da Belluno, originario da Castellavazzo (BL) e abitante a Ceneda in contrada San Vito, dove aveva casa di proprietà nel 1608. La famiglia è citata a Castellavazzo già il 6 gennaio 1495 (ASBL, Not. ant., b. 6884) con m° Nicolò Snaider. Nel 1609 m° Nicolò taiapiera fa la custodia delle reliquie di san Tiziano per la cattedrale assieme ad m° Andrea Zanco (S. De Nardi in Tomasi 1998, I, 149). Il 20 novembre 1605 m° Nicolò compra una parte di orto a Ceneda da m° Andrea Zanco e il 23 dicembre 1607 compra la rimanente parte (ASTV, Not. I, b. 1032); compare a Conegliano in tribunale il 20 aprile 1620 (AMVC , b. 127). Nel 1605 (ASTV, CRS, S. Francesco di Conegliano, b. 12, fasc. del 1605) lavorò parecchio per quel convento, fornendo in luglio 29 piedi di pietre tagliate per £ 58 e poi due pile per la cantina per £ 24, in settembre pietre per gli scalini per £ 8 e in ottobre quattro bancali per le finestre per £ 40. Fu padrino di battesimo il 19 novembre 1601 (AP C anagrafi), e l’8 novembre 1605 viene redatto il contratto dotale di lui con Lucia di m° Iacobo Zanucchi cadorino calceolario a Ceneda, che porta una dote di ducati 80 e una minuta di beni dotali per £ 691:10. I loro figli furono battezzati il 19 novembre 1606 Isabetta, il 28 settmbre 1608 Zuane, il 29 settembre 1610 Francesco, il 30 settembre 1612 Giacinta, il 6 novembre 1614 Carlo (AP C anagrafi). Spezapiera, famiglia originaria da Giamosa (BL) attiva a Serravalle per oltre un secolo. 182. Spezapiera Francesco 1472-1503. Lapicida proveniente da Giamosa presso Belluno ma abitante a Serravalle in data 21 gennaio 1472 (ASTV, Not. I, b. 271), più volte documentato nell’arco di tempo 1489-1503 (ivi, b. 272). Sono noti i figli Bernardo, citato il 16 giugno 1501 (ivi, b. 532) e Giovanni (vedi). 182. Spezapiera Francesco 1565-1602. Detto Iona, figlio di Giovanni, lapicida a Serravalle più volte attestato, il 5 settembre 1565 (ASTV, Not. I, b. 1120), 17 marzo 1576 (ivi, b. 1126), 16 ottobre 1576 (ivi, b. 862), 24 febbraio 1577 (ivi, b. 1045). Il 5 gennaio 1569 (ivi, b. 925) mastro Iona risulta abitare a Sarmede, il 1 luglio 1602 (ivi, b. 1031) è teste a Ceneda ma abitante a Treviso. 184. Spezapiera Giovanni, lapicida e cerdone a Serravalle, doc. 17 ottobre 1505 e 10 giugno 1510 (ASTV, Not. I, b. 334). Si tratta di Giovanni figlio del capostipite Francesco, detto loron, doc. nel periodo 1497-1545 (ivi, bb. 272, 409, 451, 468), confratello della Scuola dei Battuti dove ricoprì cariche importanti. La confraternita provvide alla dote di sua figlia Gasperina il 4 aprile 1540 (ASVV, S, b. 637.1). 185. Stefano Mazon 1512-1543 Figlio di Cristoforo Bongradi da Ceneda (vedi sopra), lapicida abitante presso la porta del
31
Terraglio a Serravalle, attestato nel 1512 (ASVV, S, b. 89) e più volte nel periodo dal 27 agosto 1513 al 10 febbraio 1543 (ASTV, Not. I, b. 451). Il 7 giugno 1512 Stefano di Zuan Cristoforo tagliapietra fu guastatore dell’esercito (ASVV, S, b. 89), poi compare come malpaga nel 1543 (ivi, C, b. 82). Forse si tratta di Stefen murer che assieme a m° Bastian lavorò nell’ottobre 1533 per murare l’organo della cattedrale e fu pagato £ 35 (ADVV massaria). 186. Tarsia, importante famiglia di lapicidi di Ceneda, il cognome è un matronimico e deriva dalla capostipite, donna Tarsia di Zoldo. Un non meglio identificato Tarsia fece nel 1603 le due finestre presso gli altari di sant’Odorico e santa Caterina in cattedrale, assieme al muratore m° Francesco che le pose in opera e furono pagati £ 38 (ADVV massaria). 187. Tarsia Andrea 1510-1585 Si tratta di Zuane Andrea figlio di m° Gabriele battezzato il 1 dicembre 1510 (ADVV, C, battezzati), nel 1545 abitava a Schiassor di Ceneda. Mastro Andrea lapicida l’1 agosto 1553 (ASTV, Not. I, b. 860) s’accordò con Francesco Cesana da Serravalle per eseguire una napa in pietra di Pinè sul modello di quella fatta per Antonio da Venezia; la farà entro settembre per £ 12:10 e verrà posta nella camera del committente. Egli lavorò anche per la cattedrale e nel 1574 aggiustò gli scalini del fonte battesimale per £ 16 (ADVV massaria). Un Andrea tagliapietra da Ceneda lavorò alla cappella laterale della chiesa di Castel Roganzuolo nel 1570 (Svalduz 388; Tarsia o Zanco ?). Andrea lavorò anche a Conegliano per le famiglie più notabili ed infatti il 13 luglio 1547 (AMVC, b. 24, fasc. 118) Latino de Collo da Conegliano e m° G. Andrea Tarsia scelgono m° Ercole muratore e Pietro Pasqualina perché entro 15 giorni stimino i lavori fatti dal lapicida; il giorno 11 aprile 1576 (ASTV, Not. I, b. 966) dà procura al fratello Teofilo per rappresentarlo nella lite contro il nobile coneglianese Pietro Montalban. Sua figlia Franceschina in data 8 gennaio 1576 (AP C anagrafi) sposò in secondi voti il vedovo m° Zuane dal Molin (vedi), rimasta poi vedova chiese l’inventario dei beni del defunto marito il 20 agosto 1587 (ASTV, Not. I, b. 970), alla data il padre di lei è già morto. Il 13 luglio 1578 sua figlia Pasqua sposa Zamaria fu Simon da Soligo. Il 5 settembre 1582 il figlio Lorenzo si sposò con Maria Menegatta (AP C anagrafi). Andrea fece testamento nel tardo 1585 (ASTV, Not. I, b. 1030), ordinando di essere sepolto nella chiesa di santa Maria del Meschio, lasciò tre ducati una tantum ai figli Gabriele e Lucieta, due ducati ai figli di secondo letto Zuane Lorenzo e Desiderio, dieci soldi alle figlie Franceschina e Antonia; eredi universali saranno i tre figli maschi sopradetti. Il 17 dicembre 1588 (ivi, b. 1120) Desiderio assieme ai fratelli m° Gabriele e m° Lorenzo vendette a m° Bastian Tarsia una casa di loro proprietà sita in contrada di Meschio dai Tarsia. 188. Tarsia Antonio 1580-1589, detto Tonin, lapicida doc. il 15 marzo 1580, il 12 febbraio 1589 fu battezzata Valentina figlia sua e di Orsola (AP C, battezzati). 189. Tarsia Batta 1493-†1514 Figlio di Giovanni, lapicida che lavorò per la sacrestia della cattedrale verso il 1493 facendo le finestre di pietra di Pinè per £ 18, la porta per £ 26, il lavello per £ 22.14, nel 1502 fu pagato £ 35:15 per circular el baptisterio de colonnelle cum le sue coperte (ADVV masseria). Documentato nel 1500 (ASVV, C, b. 81). Nel 1514 (ASTV, CRS,
32
Scuola dei calegheri di Conegliano b. 11, Libro Balanzon) suo figlio Iacomo fu m° Battista Tarsia da Ceneda fu pagato £ 12 per la fornitura di 12 scalini di pietra per la Scuola (forse pagato a nome del padre da poco defunto). Suo figlio Matteo ebbe la prima tonsura il 13 aprile 1508 e fu ordinato prete il 7 aprile 1515, morì all’inizio del 1546, fu anche notaio imperiale a Codognè (così 24 aprile 1549 in AMVC, b. 55, copia posteriore). Il figlio Giorgio è citato il 18 novembre 1522 (ASTV, Not. I, b. 395). Il 26 aprile 1534 (ivi, b. 568) contratto dotale di Ioana fu m° Batta Tarsia e Antonio fu Zuane de Bastanzi, la dote fu pagata dai suoi fratelli pre Matteo, m° Iacobo, Zuane Maria e Michele e dagli eredi dell’altro fratello, il defunto Greguol, per £ 157. La figlia rimase vedova e ai risposò con Simone fu m° Agostino tintore da Ceneda, il 19 settembre 1554 (ivi, b. 576) chiese la restituzione della dote, pari a £ 156. - Tarsia Bitino, vedi Tarsia Iacobo. 190. Tarsia Gabriele 1504-1521 Figlio di m° Lorenzo, lapicida attestato il 9 febbraio 1521 (ASTV, Not. I, b. 400). Sua figlia Paula fu battezzata il 6 ottobre 1504, suo figlio Geronimo Michele il 30 settembre 1513, sua moglie Cecilia fu madrina di battesimo il 9 febbraio 1514 (ADVV, C, battesimi); il 28 settembre 1533 (ASTV, Not. I, b. 395) fu redatto il contratto dotale di Paula fu Gabriele - per £ 317:8 – che sposa e m° Iacobo da Cadore fu m° Lorenzo. Il 20 giugno 1529 (ivi, b. 409) la sua vedova Cecilia fu Bortolo Polacco, fa un compromesso col genero Iacobo marangon. I figli m° Vincenzo e m° Zuane Andrea si dividono i beni il 17 giugno 1549 (ivi, b. 576) e sono documentati ancora il 27 ottobre 1555 (ivi, b. 664). 191. Tarsia Gabriele, lapicida, il 7 luglio 1551 fu redatto il testamento della sua vedova Ursula la quale fece un lascito a Gabriele figlio di suo figlio m°Zuane Andrea, con ulteriore codicillo del 26 luglio 1558 (ASTV, Not. I, b. 664). 192. Tarsia Gabriele 1551-† 1615 Figlio di m° Giovanni Andrea, minorene nel 1551, doc. l’8 maggio 1577 e il 22 gennaio 1580 (ASTV, Not. I, b. 1119). Gabriele lavorò per la chiesa di Fregona nel 1593-1600 e in particolare fece il fonte battesimale nel 1598-1600 (Tomasi 1998, II, 382), oggi non più esistente. Per il convento di santa Giustina a Serravalle nel 1599 fece una pila da pestare il frumento per £ 8 e nel 1603 le finestre e la porta della cantina (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9, per il 1603 anche Della Giustina 142). Lavorò anche per la nuova chiesa di Zoppè, cui fornì fra l’altro le pietre angolari per il campanile e pietre per gli archivolti nel 1588-90 (AMVC, b. 107). Il 17 dicembre 1588 (ASTV, Not. I, b. 1120) assieme ai fratelli Desiderio e Lorenzo vendette a m° Bastian Tarsia una casa che possedevano pro indiviso in contrada di Meschio dai Tarsia. Dal primo matrimonio con Zanina il 25 febbraio 1579 fu battezzata la figlia Cecilia; risposatosi con Perina il 22 maggio 1583 fu battezzato Geronimo, il 5 febbraio 1586 Angelina, il 27 agosto 1589 Gravonino. Il 25 agosto 1601 Vincenzo di m° Gabriel Tarsia sposò Valentina di Stefano Vido (AP C anagrafi). L’8 dicembre 1602 (ASTV , Not. I, b. 1120) fu redatto il contratto dotale di Cecilia di m° Gabriel Tarsia che sposa Bonetto di m° Bernardino Buontempo da Ceneda, dote di £ 496. Il 18 febbraio 1613 il figlio Geronimo sposò Maddalena di Silvestro Capitelbrolei. Il 28 aprile 1614 la figlia Angelina sposò
33
Bortolo fu Ghiraldo Moscon. Gabriele fu sepolto il 4 giugno 1615 e la sua vedova Perina il 27 settembre 1616 a Meschio (AP C anagrafi). 193. Tarsia Gianbattista, lapicida, il 7 febbraio 1563 furono battezzati i gemelli Andrea e Martino figli suoi e di Lucia. Fratello di m° Gregorio, i due entrarono in lite con Dario Fontana per il pagamento dei lavori da essi effettuati nel 1564 (ADVV, b. 3). 194. Tarsia Gianbattista 1626-1629, figlio di Martino, lapicida proprietario nel 1626 (ASVV, C, b. 93), il 27 aprile 1627 fu sepolta Maria e il 25 settembre 1629 fu sepolto Zuane, entrambi suoi figli (AP C anagrafi). 195. Tarsia Gianmaria 1527-1588 Lapicida figlio di Batta, abitava a Meschio, doc. in atti notarili dal 30 maggio 1529 (ASTV, Not. I, b. 409). Egli lavorò per la cattedrale e fece la arma del vescovo da porre in chiesa nel 1527 per £ 10:4, inoltre nell’ agosto 1533 lavorò con m° Zanco alle porte, finestre e scalini dell’organo per £ 59:10 e quindi nel novembre dello stesso anno sempre con il collega fece il finestrone grande aperto sulla facciata per £ 103:7, nel 1542 fece gli scalini dell’altare del Corpus Domini per £ 3 (ADVV massaria). Per lavori commissionati dalla Comunità di Ceneda (ASVV, C, b. 82) fu pagato nel 1546 £ 1, nel 1549 lavorò al bassorilievo col leone di san Marco e ai 4 stemmi inseriti sulla facciata della loggia (oggi uno esistente e tre scalpellati) e fu pagato una cifra cospicua di £ 320:8, nel 1550 aggiustò il termen per £ 4:5, nel 1552 fu pagato £ 25 e nel 1554 £18:14 per lavori vari. Il 4 maggio 1541 (AMVC, b. 20) m° Gianmaria e il suo socio Tiziano detto Zanco riconoscono di dovere £ 84 a Giovanni de Amigoni da Conegliano che commissionò loro, pagandoli, una cappa da camino, una porta e due finestre di pietra dolce che essi s’impegnano a consegnare entro ottobre, lavorate ed ornate giusta il modello e disegno fatti da m° Franco carpentiere da Conegliano. Il 10 gennaio 1536 (ASTV, Not. I, b. 568) m° Gianmaria è ricordato col fratello Michele e il nipote Pietro di Michele, il 20 febbraio 1546 è in lite col nipote Antonio fu Michele per l’eredità del defunto pre Matteo suo fratello e per le spese del funerale, cioè il nipote pagherà £ 60 quota parte delle spese e avrà metà dell’eredità. Il 2 gennaio 1551 ebbe procura da parte dello stesso nipote Antonio - abitante a Venezia - per la lite che aveva con donna Mattea (tutto in ASTV 569). In un processo del 12 gennaio 1553 (ivi, b. 663) a lui spettano factiones cum artificibus et non cum ruralibus, in effetti nel 1482 a Zuane Tarsia lapicida suo antenato, spetta condurre un carro di legna (ASVV, C, b. 81). Il 6 gennaio 1563 fu battezzato Francesco di Gianmaria tagliapietra e Malgareta. Il 31 agosto 1575 (ASTV, Not. I, b. 1119) codicillo testamentario in cui ricorda il testamento rogato il 16 dicembre 1572 dal notaio Daniele Filomena, dove faceva lasciti al defunto Gregorio suo figlio, ora istituisce erede donna Lucia sua nuora vedova del fu Zuane Batta altro suo figlio e Martino loro figlio e suo nipote. 196. Tarsia Gianmaria 1582-1626, lapicida di cui il 4 gennaio 1582 fu battezzato Zuane Domenego figlio suo e di Pascha, l’8 ottobre 1617 fu sepolto Nicolò di Zamaria Tarsia (AP C anagrafi), risulta proprietario nel 1626 (ASVV, C, b. 93). 197. Tarsia (de la -) Giovanni 1453-1489
34
Figlio di donna Tarsia di Zoldo (vivente nel 1456), abitante a Ceneda e spesso noto come Zan, si tratta di m° Giovanni fu Gabriele da Zoldo, lapicida abitante a Ceneda dove è così doc. il 29 ottobre 1466 (AMVC, b. 2, fasc. 13). Nel 1456 e 1460 fu priore della confraternita di santa Maria di Meschio; fu custode notturno al castello vescovile il 31 ottobre 1453 (ADVV, b. 59/3), nel 1487, assieme al figlio Lorenzo affittò un maso a Costa che fu di Giovanni da Carbonera (ivi), il 7 settembre 1489 (ASTV, Not. I, b. 272) è citato fra i regolieri di Ceneda. Il 30 aprile 1512 (ivi, b. 395) fece testamento sua figlia Maria, che volle essere sepolta in cattedrale nel sepolcro dei genitori e fece lasciti al fratello m° Batta ed alla nipote Maddalena figlia dell’altro fratello m° Lorenzo. Il 10 luglio 1462 (AMVC, b. 396) il Consiglio di Conegliano stipulò con m° Giovanni un contratto per la fornitura di 86 passi (circa m 150) lastolinarum de lapide vivo vocato de Alpine (cioè pietra di Pinè) lunghe piedi 3 (poco più di un metro), larghe un palmo e di spessore adeguato, pagate soldi 8 e mezzo il passo; 15 passi saranno consegnati entro l’8 luglio e il resto entro metà agosto. Il 28 agosto 1462 m° Giovanni assicura il Consiglio di essere pronto per i lavori alla piazza della città. Fa due colonne per la chiesa di Serravalle nel 1465, la cuba del duomo di Sacile nel 1480, fece le quattro palestrasege per la cattedrale di Ceneda nell’aprile 1473 (pagato £ 37:4), lavorò per il monastero di santa Maria Mater Domini di Conegliano nel 1472, per la chiesa di Santo Stefano di Belluno nel 1477 (Tomasi 1998, II, 382). Il 18 luglio 1467 (ASTV, Not. I, b. 328), fu stipulato un contratto di garzonato fra m° Zan e Francesco di Matteo mugnaio da Vicenza abitante a Farrò per quattro anni. 198. Tarsia Giovanni 1502-1530, figlio di m° Lorenzo, nel 1512 fu alle nozze del cugino Michele Tarsia. Documentato nell’Estimo di Ceneda del 1501-02 e citato l’ 11 novembre 1527 (ASTV, Not. I, b. 532). Il 13 maggio 1528 (ADVV, b. 27) il vicario vescovile ingiunse ai giurati della chiesa pievana di Soligo di pagare £ 45 a m° I.o ( Giovanni o Lorenzo ?) Tarsia che fece la porta della chiesa. Giovanni fu querelato per percosse il 29 giugno 1530 (ADVV, b. 1). 199. Tarsia Giovanni Andrea (Ceneda 1584-1629), figlio di Lorenzo, fu battezzato il 18 ottobre 1584, nel 1608 abitava nella contrada dei Tarsia a Ceneda in una casa di sua proprietà (ASVV, C, b. 92), doc. il 30 maggio 1610 insieme al collega e socio Giovanni Zanco (vedi), quando affittano dalla Comunità di Ceneda una cava sopra la città. Fu sepolto l’11 settembre 1629 (AP C anagrafi). 200.Tarsia Girolamo 1613-1641, figlio di m° Gabriele, il 18 febbraio 1613 sposò Maddalena di Silvestro Capitelbrolei (AP C anagrafi); il 20 luglio 1613 (ASTV, Not. I, b. 1176) fu redatto il contratto dotale con Maddalena di Silvestro Capitebrolei che gli portò £ 620 di dote. Il 10 febbraio 1641 sua figlia Lucrezia sposò Zanbatta fu m°Lorenzo da San Donà (AP C anagrafi). 201. Tarsia Gregorio 1549-1573, figlio di m° Zamaria, lapicida documentato dal 20 febbraio 1549 (ASTV, pod. Cordignano, b. 98) e 2 novembre 1554 (ASTV, Not. I, b. 1002). Con il fratello Lorenzo (vedi) fece le colonnine in pietra di Pinè dell’altare del Corpus Christi a Serravalle nel 1556 e fu pagato £ 37 più le pietre £ 3:5, nel 1557 e 1569 fece piccoli lavori per la cattedrale (ADVV massaria), nel 1565 i due fratelli lavorano assieme a Conegliano; fece anche gli scalini per l’altare della chiesa di Salsa di Ceneda nel 1573
35
(Tomasi 1998, I, 161). Il 10 giugno 1576 (AP C anagrafi) si sposò sua figlia Anatolia e il 8 dicembre 1576 (ASTV, Not. I, b. 1119) fu redatto il contratto dotale per £ 272:15 di Anatolia fu m° Greguol Tarsia che sposa Antonio mugnaio di Andrea fu Antonio Pillon da Valmareno ma attivo a Ceneda. Anatolia si risposò ancora il 16 aprile 1603 con Mattio de Biasio. La dote fu pagata dal fratello Sebastiano e così pure il 20 luglio 1585 (ivi, b. 1120) questi pagò la dote di £ 461:12 per la sorella Antonia che sposa Ottaviano fu Zuane Batta da Meschio. Il 23 novembre 1585 (ivi) venne rogato il contratto dotale di un’altra figlia, Florina che sposa il mugnaio Pietro fu Donà di Domenego de l’Agnol da Refrontolo e il 24 febbraio 1585 si celebra il rito religioso di Ottavio fu ser Zambatta de Polito sposa Antonia fu ser Greguol Tarsia (AP C anagrafi). 202. Tarsia Gregorio, esiste confusione ed omonimia con un altro m° Greguol Tarsia, non noto come lapicida, che fu compare di battesimo a Serravalle 1 gennaio 1583 (AP S anagrafi). 203. Tarsia Gregorio 1582-1626, lapicida figlio di m° Sebastiano e Catterina, battezzato il 17 giugno 1582, proprietario nel 1626 (ASVV, C, b. 93). Egli era sposato con Isabetta, che fu poi sepolta il 7 luglio 1646, e l’11 novembre 1656 Matteo figlio di Greguol Tarsia sposa Giacometta figlia di Martino Artico (AP C anagrafi). 204. Tarsia Iacobo 1513-1541, figlio di m° Batta e detto Bitin, lapicida. Citato nel 151326 quale confratello in AP Salsa, massaria. Nel 1517 lavorò agli archivolti della cuba della cattedrale per £ 24 e lì ancora nel 1519 fornendo pietra di Pinè, lavorò inoltre per le porte e finestre della cripta e nel novembre 1527 fu pagato £ 24:16 (ADVV massaria), nel 1518-22 fornì pietre lavorate (basse, mensole, sogier da porta) per la chiesa di san Martino di Conegliano, pagato in tutto £ 18:10, in particolare nel 1518 fornì un carro di pietre di Costa (ASTV, CRS, S. Martino e Rosa, b. 10, quaderno del 1518). Attestato il 27 febbraio 1525 (ASTV, Not. I, b. 568), nel 1539 era consigliere della Scuola dei Battuti (ASTV, CRS, S. Maria Meschio, b. 4), e ancora doc. 11 agosto 1541 (ivi, Not. I, b. 642. Ebbe una figlia di nome Ursula che fu battezzata il 6 maggio 1514 (ADVV C battezzati). 205. Tarsia Lorenzo 1478-1527 Lapicida figlio di Zuane. Lorenzo lavorò molto per la cattedrale, cavò le pietre per la statua di san Tiziano nel 1507 e fu pagato £ 7 per una pietra di Pinè per coprire l’immagine di san Tiziano, nel 1514 fu pagato soldi 18 per lavorare le piane delle colonne che alzò poi nella canonica della cattedrale, infine nell’ottobre 1523 fu pagato £ 11 per aver fornito gli sgabelli dove si cantava il Vangelo e l’Epistola e nel giugno 1527 fu pagato £ 10:12 per aver fornito l’acquasantiera piccola (ADVV massaria). Lavorò anche per le chiese di Serravalle e fu pagato £ 3:5 nel 1527 (ASVV, S, b. 593). Il 15 novembre 1521 (ivi, b. 89) viene scelto dal Consiglio cittadino come inzegner, assieme a m° Daniele de Zanetis e a m° Angelo fu. m° Gottardo, entrambi di Cividal di Belluno per risolvere i problemi dell’interramento in città dell’alveo del Meschio. Documentato nel 1478 e poi il 24 giugno 1484 (ASTV, Not. I, b. 271) è citato fra i regolieri di Ceneda, nel periodo novembre 1493 - giugno 1494 è presente più volte a Serravalle (ivi, b. 272). Fu massaro della Scuola di san Michele di Salsa nel 1521-22 (AP Salsa, massaria) ed è qui citato nel 1521 col genero m° Lorenzo barbiere. Il 10 febbraio 1493 (ASTV, Not., b. 6884) a Belluno il reverendo Francesco da Bolzano,
36
dottore in Sacra Teologia, si accordò con m° Lorenzo lapicida figlio di m° Giovanni della Tarsia da Ceneda affinché provveda a finire la cappella di ser Trifoglio de Açonibus sindaco del convento dei francescani, posta nella chiesa di san Pietro, e inoltre faccia le finestre della libreria nuova lunghe 5 ½ piedi e larghe un passo con una colonna quadrata in mezzo necnon lambellum circumcirca intus e tre modiglioni per ducati 7 e un conzo di vino bellunese. Mastro Lorenzo lavorerà inoltre la cornice della porta della libreria nuova alta 5 ¾ piedi e ancora quella della porta della camera nuova del dormitorio nuovo per ducati 3 ½, fornì anche una colonna lavorata lunga piedi 6 e larga piedi 1 cum una me[n] solla , il tutto con pietre da lui cavate a Pinè, di cui il convento pagherà il trasporto, ricevendo per tutto il lavoro una caparra di £ 3. Il 16 gennaio 1504 m° Melchiorre fu m° Martino de Hoscano da Ceneda ma abitante a Treviso dà procura al cognato (da parte di sorella) m° Lorenzo Tarsia; Nel 1514 era gastaldo della Scuola dei Battuti (ASTV, Not. I, b. 395). Il 21 febbraio 1509 fu battezzato suo figlio Zuane (ADVV, Ceneda battesimi). Il 2 luglio 1519 fu redatto il contratto dotale di sua figlia Maddalena che sposa m° Zuane fu Rizo teutonico abitante a Ceneda. Il 18 febbraio 1523 divide la sua casa, col cortile ed il terreno adiacente, posta a Meschio, fra i figli Gabriele e Zuane, ancora citato col figlio Zuane il 9 giugno 1525 (ASTV, Not. I, b. 395). 206. Tarsia Lorenzo 1549-† 1608 Figlio di m° Gianmaria, lapicida, documentato dal settembre 1549 (ASTV, Not. I, b. 568). Fece piccoli lavori per la cattedrale nel 1553 (ADVV massaria) e col fratello m° Gregorio (vedi) lavorò nel 1556 ad opere per la cattedrale di Ceneda e nel 1565 a Conegliano. Il 27 novembre 1563 (ASTV, Not. I, b. 518) venne steso il contratto dotale di Marietta di m° Simone d’Alpago abitante a Piai di Serravalle che sposa m° Lorenzo Tarsia, con dote di £ 300. L’8 dicembre 1564 fu battezzato Tomaso Ambroso, il 7 settembre 1566 Simona di Lorenzo Tarsia (AP C, battezzati). Il 9 gennaio 1583 (ASTV, Not. I, b. 1120) venne rogato il contratto dotale di Maria di Andrea Menegato da Anfagne di Ceneda che sposa m° Lorenzo, con una dote di £ 363:15. Il 6 febbraio 1583 è battezzata la loro figlia Agata, il 18 ottobre 1584 Zuane Andrea, il 9 dicembre 1585 Nicolò di Lorenzo e Maria. Il 19 ottobre 1586 si sposa sua figlia Vittoria con Alessandro di m° Bettino Zanco tagliapietra, il 29 giugno 1610 si sposa Andrea fu Lorenzo con Catarina di m° Agostino Segondo (AP C anagrafi). Mastro Lorenzo fu sepolto il 6 aprile 1608 e la sua vedova Maria il 29 gennaio 1618 (AP C anagrafi). 207. Tarsia Martino (Ceneda 1563-1598) Lapicida, figlio di Gianbatta e Lucia, fu battezzato il 7 febbraio 1563 assieme al gemello Andrea. Fece il battistero di Anzano nel 1589 (Tomasi 1998, I, 429) e nel 1595 fornì pietre per £ 5 alla chiesa di Meschio (ADVV Meschio, massaria). Sposò a Serravalle il 31 luglio 1594 (AP S anagrafi) Antonia fu Marco de la Marta da Codognè, il 2 luglio 1594 (ASTV, Not. I, b. 1358) venne redatto il contratto dotale per £ 310. Il 14 febbraio 1595 fu battezzato il loro figlio Zanbatta (AP C, anagrafi). Il 29 settembre 1594 (ASTV, Not. I, b. 1031) divisione dei beni fra Martino e Caterina vedova del fu m° Sebastiano Tarsia (difficoltà di lettura del nome). Il 26 aprile 1598 fu sepolto m° Martino Tarsia e il 25 novembre 1598 la sua vedova Antonia sposò Antonio fu Iseppo Andreuzza da Serravalle (AP C, anagrafi).
37
208. Tarsia Michele 1512-1548 Figlio di m° Batta, lapicida abitante a Meschio presso la chiesa di Santa Maria. Michele mise gli arpesi alla pala dell’altar maggiore in cattedrale e fu pagato soldi 12 nell’ottobre 1520 (ADVV massaria). Fece il campanile della chiesa di san Martino di Colle nel 1545 (Tomasi 1998, I, 196), e nel 1547 fu pagato £ 2 per conzar la sede dela piaza a Ceneda (ASVV, C, b. 82). Documentato fino al 21 marzo 1548 (ASTV, Not. I, b. 569). Egli sposò Caterina di Tiziano de Pordoncino da Anzano e l’11 novembre 1512 (ivi, b. 451) vnene rogato il contratto dotale, poi sposò in secondi voti Bella di Maffeo de Arnost che il 10 agosto 1529 (ivi) portò una dote di £ 179:12. 208. Tarsia Sebastiano 1572-1589 Detto Bastian, figlio di Greguol, abitante presso il Meschio, lapicida attestato nel periodo 1572-88 (ASTV, Not. I, bb. 1119-1120). Il 13 giugno 1589 (ivi, b. 1401) m°Sebastiano s’impegna a lavorare due colonne nuove per la casa della fabbrica di sant’Andrea di Bigonzo. Nel 1586 fu pagato £ 1:16 per piccoli lavori per la cattedrale (ADVV massaria) dove egli era giuspatrono dell’altare di san Mattia. Il 3 febbraio 1582 (ASTV, Not. I, b. 968) venne rogato il contratto dotale di Caterina fu Leonardo della Cattino che sposa m° Sebastiano fu m° Greguol Tarsia, con una dote di £ 803:3. Il 17 giugno 1582 fu battezzato suo figlio Greguol, il 3 marzo 1584 Gasparo, il 29 febbraio 1588 Andreana, il 26 marzo 1590 i gemelli Bastiano e Lucia, del defunto Bastian Tarsia. Il 16 luglio 1606 fu redatto il contratto dotale di Gasperina fu Bastian Tarsia che sposa Andrea Rosei fu Francesco del Cuoco, la dote di £ 809:10 viene pagata dalla madre Caterina, ella si sposò in cattedrale l’11 settembre 1605. Il 25 novembre 1609 si sposò la figlia Andreana con Antonio di Colò da Piai di Fregona. Il 21 settembre 1614 suo figlio Greguol sposò Isabetta di Menego Segondo (AP C anagrafi). 210. Tarsia Vincenzo 1601-1611 Figlio di m° Gabriele, lapicida; si sposò nel 1601 con Valentina (vedi m° Gabriele), il 19 novembre 1601 fu battezzata Zuana di Vincenzo e Valentina, il 22 marzo 1603 Oliva, il 27 febbraio 1604 Gabriele, il 29 maggio 1605 Elena, il 22 novembre 1606 Gabriele, il 24 giugno 1608 Zuane. Il 7 agosto 1610 fu sepolto Gabriele di m° Vincenzo Tarsia, il 25 gennaio 1611 fu sepolta sua figlia Antonia, il 24 marzo 1611 fu sepolto suo figlio Vincenzo; in fine m° Vincenzo morì il 7 marzo 1611 e fu sepolto a Meschio (AP C anagrafi). 211. Testuris (de -) Iacobo 1523-1571 Lapicida figlio del fu m° Silvestro, de Ulzina, de Olzena, de Ulcina, Vicina de Monte Briance in Brianza, abitante a Cordignano dove è documentato dal 13 giugno 1523 sino all'8 agosto 1547, nel 1538 abitava con ser Zaccaria Cagnolino mercante di Venezia a Cordignano (ASTV, Not. I, b. 399). Come m° Iacobo de Ulzena tagliapietra è presente anche nel giugno 1526 (ASTV, pod. Cordignano, b. 131). Il 15 ottobre 1528 (ASTV, Not. I, b. 454) acquista da m° Pompeo lapicida fu m° Bortolamio de Vischardo lapicida del lago di Como abitante a Sacile una terra a Vizza nel regolato di Valleghèr a Caneva. Mastro Iacobo fu tutore dei figli di suo fratello, il defunto Francesco stipendiario del conte Guido Rangoni, così il 7 giugno 1530 (ivi, b. 399). La vedova del fratello Francesco, Elena fu Giovanni Vittore da Collalto, è doc. il 5 maggio 1535 (ivi, b. 454) con riferimento
38
ad un atto del 1 ottobre 1528 e come Elena detta Vechieta il 28 maggio 1543 (ASTV, pod. Cordignano, b. 29) assieme a m° Iacobo detto Vechieto e al genero Daniele da Collalto. Mastro Iacobo è spesso attestato come del Vezieto, Vegeto, del Vechieto, tra l’altro il 5 marzo 1543 (ASTV, Not. I, b. 454) e nel settembre 1571 (ASTV, pod. Cordignano, b. 80). Il 20 aprile 1569 (ASTV, Not. I, b. 925) sciolse la società col cerdone m° Batta Crico. - Toffolo di m° Zanetto da Ceneda vedi Zanco Zuane. - Vechieto, vedi il soprastante Testuris. Venezia (da -), famiglia di lapicidi originari da Venezia ma trasferitisi in Valmareno, il cui capostipite fu mastro Francesco. 212. Antonio da Venezia, lapicida figlio di m° Francesco lapicida da Venezia, doc. a Visnà in Valmareno il 12 luglio 1552 (ASTV, Not. I, b. 853). 213. Antonio da Venezia, tagliapietra figlio del defunto Matteo, presente a Cison il 28 dicembre 1534 (ivi, b. 663). 214. Francesco da Venezia, lapicida attestato a Cison il 30 giugno 1522 (ivi, b. 448); è il padre del lapicida Antonio (vedi). 215. Francesco da Venezia, lapicida ora abitante a Vazzola, il 27 novembre 1610 (AMVC, b. 109) è in lite con la Luminaria per i lavori da lui eseguiti nella chiesa di San Giovanni di Vazzola. Vischardis (de -), Viscardi, famiglia di lapicidi comaschi trasferitisi a Sarone, e di qui in parte a Sacile e in parte a Venezia. 216. Viscardis (de -) Bortolamio, vedi le schede di Antonio da Sarone e Iacobo de Testuris. Sono noti due figli, Pompeo (vedi sotto) e mastro Pietro, ricordato dal figlio Francesco nel 1516 (Zoldan 169). 217. Viscardis (de -) Pompeo 1526-1538. Lapicida, figlio di m° Bortolamio. Nel 1526 fu interpellato dai giurati della Luminaria di Sacile per il completamento della facciata della chiesa pievana (Tomasi 1998, I, 507). Il 15 ottobre 1528 (ASTV, Not. I, b. 454) vende una terra al collega m° Iacobo de Testuris. Nell’agosto 1538 (ASPN, Not. ant., b. 893, fasc. 6218) m° Francesco lapicida abitante a Cordignano in debito, cede un bue a m° Pompeo de Viscardi lapicida abitante a Sacile. 218. Zaccaria, lapicida che nel 1545 fu pagato £2 per cavar le piere della loza (ASVV, C, b. 82). 219. Zambello, çambellus, lapicida che nel 1342 fu pagato soldi 20 per aver fornito alla cattedrale le laste necessarie al tetto (ADVV, ACVV, b. 63). Zanco, de Zanco importante famiglia di lapicidi di Ceneda, derivata da Betìn zanco, cioè mancino, originario della val Camonica (BS) e presente dalla fine del Quattrocento. 220. Zanco Andrea 1555-† 1614 Figlio di Tiziano, lapicida doc. dal 7 settembre 1555 (ASTV, Not. I, b. 860) quando è teste a Serravalle col fratello Betin (vedi) col quale si trova spesso. Egli lavorò per la cattedrale e nel febbraio 1568 aggiustò le colonnine dell’altar maggiore per £ 8:4, nel 1586 scolpì
39
l’arme del defunto cardinale Michele Della Torre per £ 34, eseguì parecchi lavori nel periodo 1585-1596, i selciati degli altari laterali nel 1595-96 e fu pagato per questi circa £ 100, nel novembre 1599 fu pagato £ 30 per aver restaurato la croce del sagrato, nel 1604 ebbe £ 20 per accomodare la colonna ed il capitello presso la cattedrale, quindi fece l’arca per le reliquie di san Tiziano nella cripta assieme a m° Nicolò [Snaider, vedi] e il 18 aprile 1609 essi furono pagati £ 620. Il 2 luglio 1600 (ASTV, Not. II, b. 1170, registro D, c. 29v) la Scuola dei notai di Ceneda stipulò un contratto con mastro Andrea per la fornitura degli scalini per l’altare di san Bartolomeo in cattedrale, di cui era giuspatrona, a £ 9 il passo. E i pagamenti proseguirono sino al 1606 (ivi). Per la chiesa di Meschio nel 1577 fece gli scalini per l’altar maggiore e i modiglioni per sostenere le panche per £ 230:19, nel 1587 mise il solaio della porta grande per £ 5 e nel 1596 ebbe £ 30 per aver fatto il selciato di pietre quadre (Tomasi 1998, I, 159, ADVV Meschio, massaria). Nel 1572-73 fece la cuba e il rosone della chiesa di Salsa, e nel 156870 scolpì l’altare di san Tiziano a Mel (Tomasi 1998, I, 311). Egli fu attivo anche al monastero di san Gerolamo di Serravalle, facendo le soglie della porta della chiesa nel febbraio 1570 per £ 10:10, minori lavori nell’agosto 1570 e col fratello Bettino fra il giugno 1573 e il giugno 1576 consegnò le tre colonne del portico della chiesa per £ 100, gli scalini e altri lavori, vedi anche suo fratello m° Domenico (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 35). Nel 1590 consegnò il fonte battesimale e l’acquasantiera per la nuova chiesa di Zoppè, pagato complessivamente £ 68 in più rate a partire da aprile (AMVC, b. 107). Il 2 aprile 1596 (ADVV, b. 59/6) promette di tagliare tante pietre in ottangolo alla rustica per fare due pilastri da porre nel prato del castello vescovile. Le pietre saranno cavate qui in castello sotto il torrione a misura e filo secondo quanto gli sarà ordinato entro 20 giorni da oggi, per lire 92. Il 6 settembre 1597 (ivi) s’impegna a fare entro il mese otto piramidi di pietra di Costa con i loro dadi e palle in cima per mettere nella piazza del castello davanti al portone, lavorate di tutto punto, alte tre piedi, non comprese nell’altezza né le palle né i dadi, per lire 85:10. Lavorò parecchio anche per la committenza civile, così il 21 febbraio 1575 (AMVC, b. 53) s’impegna a finire entro aprile il poggiolo del palazzo a Ogliano di proprietà di ser Iacobo Franchi da Venezia, per cui s’era obbligato il padre m° Zanco. Nell’agosto 1575 (AMVC, b. 51, fasc. 168) è in lite con Defendo Amigoni da Conegliano per la fornitura e stima di pietre lavorate per il palazzo di Conegliano, che il 27 agosto m° Andrea concorda di portare entro 20 giorni. Ancora il 24 novembre 1595 (AMVC, b. 82) Andrea è in lite con ser Pasino de Amigoni da Conegliano che gli diede £ 55 affinché facesse per lui una cappa da caminetto, in particolare £ 14 le diede Pasino, £ 24 m° Bernardo fu m° Francesco Brisighella lapicida da Belluno e £ 17 Ventura ebreo da Conegliano, questi ultimi a nome di Pasino. Poiché la cappa non fu consegnata ora il nobile coneglianese chiede sia restituita la cifra pagata. Andrea il 14 agosto 1592 (ASTV, Not. I, b. 972) dà procura a Francesco del Borgo causidico da Conegliano per rappresentarlo nella causa con m° Geronimo fu m° Zuane Antonio lapicida da Treviso ma abitante a Conegliano e il 25 giugno 1596 (AMVC, b. 84) m° Andrea è in lite anche col mercante coneglianese Pietro Mani in quanto suo debitore di £ 70 per sorgo comprato. Nel 1584 (ASVV, C, b. 67) fu pagato £ 20 per andare in Agneleze
40
a controllare i confini su incarico del Consiglio di Ceneda. Il 17 marzo 1565 (ASTV, Not. I, b. 671) fu redatta la promessa di dote fra lui e Battistino fu m° Stefano Bastanzi interveniente a nome della sorella Caterina detta Morosina, per ducati 50. Andrea fece testamento il 16 agosto 1599 (ivi, b. 974) lasciando usufruttuaria la moglie Morosina ed erede la figlia Franceschina, alla data fece testamento anche la moglie. Il 13 marzo 1606 si ricorda il prestito di £ 310 in favore di Andrea fatto dal nipote m° Zuane de Zanchis fu Toffolo. Il 16 giugno 1609 donazione della dote da parte di Caterina detta Morosina al marito Andrea, pari a ducati 50, come da atto del 24 giugno 1569; nel fascicolo 1611-13 troviamo il testamento di m° Andrea che lascia usufruttuaria la moglie Caterina e dopo la sua morte erede sarà la nipote Caterina figlia della defunta Lucia moglie di m° Zuane Batta Biondo de Saviis da Alpago, l’1 agosto 1614 viene aggiunto un codicillo della moglie Morosina in suo favore (tutto da ASTV, Not. I, b. 1120). Andrea Zanco è citato fra i proprietari nell’estimo del 1608 e in contrada San Vito di Ceneda possiede casa da muro coperta da coppi con orto e cortile (ASVV, S, b. 92). Il mastro lapicida fu sepolto il 3 agosto 1614. Mastro Andrea e Morosina ebbero vari figli così battezzati: il 3 febbraio 1566 Antonia Lucia, il 31 agosto 1567 Franceschina, il 28 dicembre 1569 Veronica, il 15 maggio 1572 Tiziano, il 19 marzo 1575 Iseppo (AP C, anagrafi). L’8 luglio 1588 viene rogato il contratto dotale per £ 144 di sua figlia Lucia che sposa Zuane Battista di Bernardino Biondo (si erano sposati il 26 novembre 1587); altro contratto dotale il 13 aprile 1592 (ASTV, Not. I, b. 675) di Lucia ancora con Zuane Battista Biondo, per £ 444:4, forse un aumento di dote. 221. Zanco Antonio 1570-1591, lapicida figlio di Domenico. Fece la cappella laterale della chiesa di Castel Roganzuolo nel 1570-1573 (Tomasi 1998, I, 491), ancora citato il 27 gennaio 1591 (ASTV, Not. I, b. 1174). Il 7 febbraio 1588 fu battezzata Antonia figlia sua e di Osta, il 25 febbraio 1590 Anzola, il 22 settembre 1591 la figlia Mattea, il 2 dicembre 1593 Andreana, quest’ultima sepolta il 6 agosto 1594 (AP C anagrafi). 222. Zanco Bettino 1487-1527 È il capostipite della famiglia, si tratta di m° Bitin quondam Zanini lapicida della val Camonica, citato dal 1487 col figlio Tiziano (vedi) e ancora a Serravalle l’11 giugno 1510 (ASTV, Not. I, b. 334) come m° Bettino fu Giovanni Antonio da Val Camonica lapicida abitante a Ceneda. Bettino lavorò assieme a m° Alessandro de Paganinis (vedi) alle colonne del campanile della cattedrale nell’arco di tempo 1522-24, e nel 1526 fornì uno grapo de piera zentil per £ 8:10, provvedendo anche a sistemarlo sul sagrato per altre £ 3:17 (ADVV massaria). Il 9 marzo 1523, assieme al falegname Zuane Lisoti, compare come teste mentre essi stanno costruendo la casa di fra Giovanni de Nardo vicario generale del vescovo, nel cortile degli eredi del defunto Piero Carrara a Ceneda. Il 27 maggio 1526 vi fu compromesso fra m° Bitino e gli ufficiali della Scuola di san Rocco occasione certi laborerii facti per dictum magistrum Bitinum de lapidibus gentilibus in capella sancti Viti; vengono scelti due arbitri – i lapicidi m° Lorenzo e m° Iacobo Tarsia - che assieme a m° Bitin e agli ufficiali della Scuola valuteranno il lavoro. Poco dopo, il 13 giugno 1526 (tutto in ASTV, Not. I, b. 395) fu sentenziato che il lapicida avrà £ 100:6, escludendo dal computo le finestre que sunt de lapidibus de Costa.
41
Abitante a Ceneda, doc. l’11 giugno 1510 (ivi, b. 532) come Betin Zanco alias Iacobo [detto] Betin, così nel 1488 (ASVV, C, b. 81). Citato altre volte dal 2 giugno 1495 (ASTV, Not. I, b. 542) sino al 22 febbraio 1527 (ivi, b. 395). Sono noti quattro figli maschi: Tiziano, Zane, Giovanni Pietro detto Zanino e Cristoforo, nati molto probabilmente da almeno due matrimoni successivi, dei quali a Ceneda furono battezzati: Zanino il 17 settembre 1503 e Cristoforo il 23 agosto 1511 (ADVV, C, battezzati). 223. Zanco Bettino 1555-1592 Figlio di Tiziano, lapicida che cavò le pietre di Pinè per la facciata della cattedrale nel 1557-1559 (Tomasi 1998, I, 143), vedi anche il fratello m° Andrea. Il 30 ottobre 1578 (AMVC, b. 57) era in lite con Francesco Marescalchi da Conegliano cui s’era impegnato a fornire una lastra tombale non ancora consegnata e per cui venne condannato a risarcire le 8:12 £ già percepite. Assieme a m° Domenico Zanco (vedi) fu citato il 23 gennaio 1585 (ivi, bb. 69, 193) dall’oste coneglianese Giovanni Lissoto perché i due non avevano pagato vitto e alloggio alla sua locanda. Attestato il 7 settembre 1555 e l’11 ottobre 1573 (ASTV, Not. I, b. 965) quando Damiano de Bonaldi vende a m° Bettin casa da li Barlò per £ 228, rivenduta poi il 7 gennaio 1578 (ivi, b. 967), noto abitare all’Altariol di Ceneda. Fu sepolto il 21 febbraio 1592 (AP C, anagrafi). Sposato con Osta, il 26 febbraio 1565 fu battezzata Maria, il 13 aprile 1568 Catterina, l’8 aprile 1572 sua figlia Isabetta sposò Zanbattista de Loria da Pordenone (AP C, anagrafi), il 15 gennaio 1581 (ASTV, Not. I, b. 1119) è doc. il figlio Geronimo e il 3 gennaio 1586 (ivi, b. 970) un altro figlio di nome Alessandro che il 19 ottobre 1586 sposò Vittoria fu m° Lorenzo Tarsia. La figlia Marietta di m° Bettino si sposò il 15 novembre 1587 con Antonio fu Iacobo Goseto da Ceneda, di cui il 9 febbraio 1588 fu redatta la dote per £ 269:17 (ivi, b. 1030) e compare assieme al padre ed al marito in una lite a Conegliano del 6 febbraio 1590 (AMVC, b. 77) contro Francesco dal Borgo per una terra acquistata da m° Bettino ad Ogliano nel 1575. 224. Zanco Domenico 1559-1587 Lapicida, figlio di Tiziano, citato dal 1559 e ancora vivo 18 novembre 1587 (ASTV, Not. I, b. 1120) quando vende terra a suo fratello m° Andrea. Presente a Revine il 14 ottobre 1559 e il 5 aprile 1573 (ivi, bb. 1073, 1074) , dove forse fu artefice del battistero della chiesa di san Matteo circa nel 1565. Il 15 marzo 1587 (AP Revine, pergamene) la regola di Revine col beneplacito del vescovo siglò un contratto con lui per la fornitura di 17 pilastrini lunghi due passi e larghi un piede, lavorati su due lati, da porre nel giardino del castello vescovile di Ceneda per sostituire il pergolato di legno. Egli lavorò per il monastero di san Girolamo a Serravalle, assieme al fratello m° Andrea fra dicembre 1569 e luglio 1573, per finire il campanile e consegnò la mensa dell’altar maggiore (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 35). Il 18 ottobre 1573 (ivi, S. Giovanni, b. 5) fra Battista da Gabiano - procuratore alla fabbrica del monastero di San Giovanni di Serravalle - stipulò un contratto con m° Andrea e m° Menego Zanco tagliapietra per fare dieci gocciole e quattro cantonali per il refettorio e la porta della cantina sopra il brolo, alta cinque piedi e larga due e mezzo in pietra di Lago, dichiarando che le gocciole saranno grandi come quelle del refettorio grande. La cifra pattuita fu £ 2 per gocciola, £ 1 per cantonale e £ 16 per la porta per un totale di £
42
44. Nel gennaio 1573 fornì alla cattedrale due pietre per sostenere i due ceroferari per £ 8 e nel novembre 1573 fu pagato £ 1:4 per due pietre per fare due altarini portatili (ADVV, massaria). La sua vedova donna Corona è citata il 16 dicembre 1590 (ASTV, Not. I, b. 971) e il 7 marzo 1595 (ivi, b. 1174). Il figlio Antonio Salvador, battezzato il 5 agosto 1563, si sposò il 18 febbraio 1586 con Osta fu Gottardo coverzador; inoltre il 28 febbraio 1569 fu battezzata la figlia Isabetta, il 14 maggio 1572 Menego, l’11 luglio 1574 Menega (di m° Menego e Corona), il 9 luglio 1581 Zamaria (AP C anagrafi). Il 19 novembre 1590 (ASTV, Not. I, b. 675) contratto dotale di sua figlia Iulia che sposa Simone fu Vincenzo Larducci della Riviera di Salò ma abitante a Venezia, con dote di £ 205:10. 225. Zanco Francesco, lapicida che fu pagato per la sua opera £ 106:2 nel 1542 (ASVV, C, b. 82). 226. Zanco Giovanni 1607-1615 Lapicida figlio di Domenico, abitava nella contrada dei Barlò in una casa affittata (1608), citato fino al 26.01.1615 (ASTV, Not. I, b. 1453). Il 30 maggio 1610 (ASTV, Not. I, b. 1174) il Consiglio di Ceneda affitta a lui e al collega Andrea fu Lorenzo Tarsia - entrambi lapicidi - ius excavandi petras et saxa in monte huius magnifice Comunitatis loco dicto sotto col de ferro in fovea tamen solita et ordinaria. essi fra l’altro promettono manutenere in concio viam publicam discendentem e dicto loco et tendentem versus plateam usque ad cordonum de subtus ecclesiam sancti Petri. Item adaptare gradus sive scalinos platee necnon annuatim tradere passus sex gradum seu scalinorum pro adaptando circumcirca dictam plateam. Il 27 ottobre 1610 (AMVC, b. 109) pre Marcantonio Marescalchi da Conegliano e i suoi fratelli sono in lite con m° Giovanni a causa delle pietre a lui commisionate, che egli non fornì e che essi dovettero far fare da un altro lapicida. Sposato con Benvegnuda il 23 febbraio 1607 fu battezzato il loro figlio Domenego (AP C anagrafi), la moglie Benvegnuda querelò Dorigo della Mantovana da Ceneda per ingiurie il 17 marzo 1612 (ADVV, b. 1). 227. Zanco Giovanni 1589-† 1648 Figlio di Tofolo, lapicida detto Cargnel dal mestiere del padre che era tessitore, abitante a Serravalle dove compare di battesimo il 5 ottobre 1589, e qui fu sepolto il 6 novembre 1648 (AP S anagrafi). Il 13 dicembre 1603 fu battezzata Isabetta figlia sua e di Benegnuda, la figlia Barbara andò sposa a m° Tullio Cauriol (vedi) , un’altra figlia Anzola sposò il 27 settembre 1646 Francesco di Ventura Salsa. Suo figlio Tiziano era zago della parrocchiale il 15 giugno 1612 (ASVV, S, b. 104); un m° Giacinto di m° Zuane Zanco è doc. il 2 marzo 1627 (ASTV, Not. I, b. 1328). 228. Zanco Giovanni Pietro 1503-1540 Lapicida figlio di m° Bettino, battezzato il 17 settembre 1503 (ADVV C battesimi), documentato il 20 gennaio 1531 (ASTV, Not. I, b. 532). Nel 1540 è confratello dei Battuti (ASTV, CRS, S. Maria Meschio, b. 4). Nel 1547 è già morto e si cita la figlia Caterina che si sposa col falegname m° Gregorio de Secundo; il 30 aprile 1555 (ASTV, Not. I, b. 642) fu redatto il contratto dotale per £ 293 di Antonia del fu Zanino, moglie di Pietro di
43
Antonio da Arzignano. Il 22 gennaio 1555 (ivi) è documentato un figlio Gianmaria, che fu il capostipite della famiglia Da San Giacomo di Veglia (vedi). 229. Zanco Girolamo 1559-1588. Figlio di Bettino, lapicida, fece il progetto della facciata della cattedrale nel 1559 (Tomasi 1998, ADVV massaria), attestato anche il 23 settembre 1588 (ASTV 1126). - Zanco Tiziano: col nome di Tiziano Zanco sono noti più lapicidi di cui almeno due figli di m° Bettino, qui di seguito si cerca di individuare le varie persone, senza pretesa di certezze. 230. Zanco Tiziano ¹ 1487 Figlio di m° Bettino, il 6 febbraio 1487 venne redatto il contratto dotale fra lui e Zana di Zanantonio de Peris e il 6 gennaio 1489 fu redatta la nota dei beni dotali di Maria di Zanantonio de Peris sposa di Tizian de Betin (ASTV, Not. I, b. 300, not. Pietro Lion). Sua figlia Domenica andò sposa ad Antonio di Pietro Prosdocimo da Refrontolo ed il contratto dotale per £ 53:14 fu redatto il 13 luglio 1514 (ASTV, Not. I, b. 394). 231. Zanco Tiziano ² 1524-1566 Lapicida che lavorò per la cattedrale al campanile nel 1524 per soldi 10 e fece le porte della sacrestia vecchia nel 1533 per £ 35:7 e fece i pilastri del pulpito nel 1561 (ADVV massaria). Lavorò anche per le chiese di Serravalle e fu pagato nel 1532 £ 43:10 per quattordici pezzi di scalini del selciato in pietra di Lago e per il cordone di essi, per una colonna per fare il pavimento in chiesa £ 12 (ASVV, S, b. 593). Fu pagato nel 1542 £ 60 per i cornicioni della sacrestia e £ 26 per due finestre, nel 1543 £ 60 per la porta della sacrestia e £ 1:10 per i cornicioni, nel 1557 £18 per la colonnetta del cero pasquale, nel 1558 £ 60:14 per vari lavori; lavorò poi per il campanile nel 1559-61 e fu pagato £ 513:4 in più rate (ivi). Il 31 agosto 1558 (ivi, b. 96) il Consiglio deliberò di far costruire a m° Zanco tagliapietra la pila e il campanile della chiesa nuova. Lavorò per la Comunità di Ceneda e fu pagato nel 1543 soldi 4 per dui cidele per il mudar dele colone, poi nel febbraio 1544 per sette cidele soldi 15, nel corso dello stesso anno per vari lavori £ 27:10 (ASVV, C, b. 82). Fece la pigna del campanile della chiesa di Castel Roganzuolo nel 1559-1560 (Tomasi 1998, I, 490). Fu gastaldo della Scuola di Meschio nel 1561 (ASTV, Not. I, b. 675). Il 30 gennaio 1531 (ivi, b. 395) assieme al fratello Zuane paga £ 25 per una casa in Ceneda. Molto probabilmente è lui quel Tizian de Betin che il 14 marzo 1544 (ivi, b. 300, not. Pietro Lion, nota a margine di atto del 6 gennaio 1489) ebbe £ 34 del resto della dote di Maria sposata con Tizian de Betin (i suoi nonni ?). Il 24 settembre 1525 (ASTV, Not. I, b. 395) fu redatto il contratto dotale - per £ 150 - fra lui e Domenica fu Ivenzio de Arsedo da Ceneda. Il 3 luglio 1566 (ivi, b. 675) m° Tiziano assieme ai figli Domenego e Andrea vende una terra al dottor Giuseppe Melsio. Suo figlio Tofolo (10 luglio 1560 in ASTV, Not. I, b. 664) fece il tessitore a Serravalle dov’ è doc. nel 1562-1601 (ivi, bb. 576, 1126, 1175) dove fece testamento il 9.06.1601 (ivi, b. 1028), nominando il fratello Andrea e i figli m° Piero, che il 26 novembre 1595 sposò Mattea di m° Valentin muratore, e m° Zuane, e chiedendo di essere sepolto nella cattedrale di Ceneda, dov’erano i suoi avi. Alla data fa testamento anche la moglie di Tofolo, Zuana. I loro figli furono così battezzati il 6 dicembre 1564: Ottaviano Nicolò, 16
44
dicembre 1567 Nicolò Ottavio e 18 dicembre 1568 Tiziano (AP C anagrafi). Sua figlia Marieta era vedova in prime nozze di Martino Fachin da Sacile (14 febbraio 1587), e poi il 2 agosto 1582 fu redatto il contratto dotale per il matrimonio con ser Sebastiano di Giuliano Battaglia da San Cassiano (tutto in ASTV, Not. I, b. 1017). Il 20 maggio 1561 (ivi, b. 675) fu redatto il contratto dotale di Ioana figlia di m° Tiziano che sposa Sebastiano Garbelotto da Ceneda con £ 369:1. I suoi figli m° Andrea e m° Domenego si dividono i beni per arbitrato il 29 luglio 1577 (ivi), arbitri sono il loro fratello m° Tofolo e il cognato Battista Basso. 232. Zanco Tiziano ³, lapicida senza altra indicazione, nel 1602 fu pagato £ 3:2 per aiutare a mettere al suo posto il battistero nella chiesa di Bigonzo. Probabilmente si tratta del figlio di Andrea e Morosina, nato nel 1572. Il 9 dicembre 1624 fu redatto il testamento di Elena fu Piero Arnosti detto Beltramino, moglie divorziata di m° Tiziano Zanco. 233. Zanco Zane, figlio di Bettino, lapicida che nel 1499 fece i rodoli de la campana della cattedrale (ADVV massaria). 234. Zanella da Serravalle, il 30 luglio 1573 era già morto (ASTV, Not. I, b. 861) ed è citato suo figlio m° Cristoforo - Zanino da Ceneda, vedi Giovanni Pietro [Zanino] Zanco. 235. Zuane da Cividal, si firma sull’architrave sopra la porta della chiesa di San Lorenzo di Credazzo: 1573 adi 23 aprile m° Zuane da Cividal fece (Tomasi 1998, I, 395). Come è noto Cividal è Belluno. 236. Si aggiungono poche note settecentesche. - 4 dicembre 1713 (ASTV, Not. I, b. 2894) pre Matteo Battistuzzi dovendo piantare una fabbrica a Sarmede s’accorda con m° Zuane Amadio detto Balzuol (muratore ?). - 10 dicembre 1713 (ASTV, Not. I, b. 2894) i giurati della Scuola del Sacramento di Rugolo s’accordano con il tagliapietra m° Biagio Tomasin da Fregona per fare un altare di san Paolo, eguale a quello della Beata Vergine. - 5 luglio 1750 (ASTV, Not. I, b. 3531) il parroco di Refrontolo s’accorda con Giovanni fu Antonio Pigati e m° Antonio Molena da Conegliano per un tabernacolo di marmo di Carrara, diaspro di Sicilia e verde africano da farsi entro Natale per 200 ducati.
MOLER Si tratta di una specializzazione dei lapicidi, mastri cioè che cavavano e producevano mole ovvero palmenti, macine da mulino. Come è ovvio questi artigiani erano presenti da molto tempo dato che l’attività molitoria è attestata in zona perlomeno dal secolo XII, ma le prime documentazioni dei molèr risalgono solo alla fine del Trecento. Le cave di pietra utilizzata per le macine erano localizzate sopra la Costa di Fregona e Serravalle, dove esiste il toponimo, sulle colline fra Corbanese e Refrontolo e nella zona di Rolle. La cava di Costa, citata già nel 1423 (vedi sotto, Nicolò), nel 1547 era proprietà di Nicolò Raccola da Serravalle, una montagna
45
detta la Costa de cavar mole e cantoni ... in Tiera e in pian de Nosgie, ed è ricordata ancora nel 1605 (Pitteri 99). Inoltre a sero labitur aqua de val de molis, Rolle 1395 (Catasto feudale della Valmareno, AP Brandolini, c. 13r). - Bartolomeo molèr, vedi qui di seguito Nicolò. 237. Bevegnù del fu Zanantonio, mastro di mole da mulino a Soligo alla fine del secolo XV (Nicoletti 311). 238. Bon da Solighetto, nel 1486 fornisce una macina ad un mulino di Giavera (Nicoletti 311) 239. Iohannes a molis quondam Nasinbeni tiene (in affitto?) un maso a Farrò nel 1395 (Catasto feudale della Valmareno, AP Brandolini, c. 66r). Moler, famiglia di tagliatori di mole abitante a Costa di Refrontolo ma citati a Corbanese dove gravitavano per i servizi religiosi; il cognome originale era Ragazzon. 240. Moler Francesco 1601-† 1643. Figlio di m° Matteo, molaro a Refrontolo doc. col padre nel 1601, confratello di santa Caterina nel 1616 e 1632, sepolto a Corbanese il 14 febbraio 1643 (AP Corbanese, anagrafi). 241. Moler Matteo 1575-1616 Figlio di Iacobo, molaro documentato a Corbanese per una rissa del 3 marzo 1575, con feriti che ricorsero alla giustizia di Tarzo, presentando una lista di spese compresi il medico di San Salvatore e il chirurgo Giovanni Bertucci da Ceneda, che si concluse con la sentenza del 9 aprile 1577. Il 15 dicembre 1601 fu emanato un bando da tutta la Trevisana pena l’impiccagione contro m° Matteo e i suoi figli Pietro e Francesco per tentato omicidio con armi da taglio nei confronti di un villico di Mondragon. Nel 1594 (ASTV, CRS, S. Maria M. D. di Conegliano) il monastero pagò £ 94 più il trasporto per piere vive tolte dal moler da Corbanese per le fenestre delle celle et li cantoni. L’artigiano risulta confratello di santa Caterina a Corbanese nel 1606-13 (AP Corbanese, S. Caterina). Si tratta di m° Matteo Ragazon detto moler presente a Corbanese il 6 marzo 1599 (ASTV, pod. Ceneda, b. 25); sposato con Mattea fu Bartolomeo de Zaneto da Corbanese, la moglie fece testamento il 22 settembre 1615 facendo lasciti al marito e ai figli, presente all’atto anche Batta Pasin da Solighetto famiglio di m° Matteo (ASTV, Not. I, bb. 1211-1212). La moglie Mattea fu sepolta in paese il 26 aprile 1641 (AP Corbanese, anagrafi). 242. Moler Pietro 1601-1644. Figlio di m° Matteo con cui è doc. nel 1601, confratello di santa Caterina nel 1632, molaro e anche muratore. L’ 1 marzo 1643 fu sepolto suo figlio Bernardino e il 16 gennaio 1644 il figlio Domenico (AP Corbanese, anagrafi). 243. Moler Meneguz, sposato con Caterina, suo figlio Antonio fu battezzato l’11 maggio 1644 (AP Corbanese. anagrafi). 244. Nicolò 1421-1427 Moler citato il 13 agosto 1422 per una lite con m° Pietro mugnaio da Valmareno, per un debito di £ 49:11 per il quale m° Nicolò fu condannato a fornire due mole entro Natale, una al Carpen e l’altra al Columber oltre a soldi 20. Il 7 agosto 1424 Nicolò molarius viene citato in tribunale da Daniele de Lera da Conegliano (dal quale era stato citato anche nel 1422) perché tre anni prima gli erano state date £ 36 per due mole da mulino ma
46
il cavatore negligens fuit fabricare eas e il vicario pertanto lo condanna a fornirle entro 20 giorni (da ADVV, b. 59/I). Nicolò fu massaro della Scuola di santa Maria del Meschio nel 1424. Assieme al figliastro Bartolomeo tiene in affitto nel 1423-27 il monte vescovile di Costa e paga £ 6 l’anno per la montagna de fare le muole e affitta anche un mulino a Ceneda (ADVV, b. 59/1). 245. Stefano da Murano, i suoi eredi nel 1425 pagano al vescovo per livello dele muole (ADVV, b. 59/1). 246. Tiziano da Solighetto, fu Bernardino, detto “Vecchio”, nel 1545 è in lite con un mugnaio di Arcade per la fornitura di macine (Nicoletti 311).
MURATORI Di norma chiamati nei documenti murarius, faber murarius, magister cementarius, murèr, muraro. A partire dal primo Trecento s’incontrano numerosi muratori provenienti dalla Lombardia, i “mastri comacini” e quindi nell’elenco successivo sono documentati parecchi lombardi e altri stranieri. Su un totale di circa 300 artigiani, ben 72, cioè il 24% sono di origine comasca (dalla diocesi di Como, quindi compresi i ticinesi), dieci sono bresciani, pari al 3%, nove sono bellunesi, pari al 3%, quattro friulani e tre bergamaschi e una decina di altri luoghi, pari a 110 persone, circa il 36%, ma molti di più visto che di parecchi l’origine geografica è ignota. Sono esclusi dal computo i vari Cadorin, Furlan, Guerin e Zucca (di origine bergamasca) perché non è certo fossero immigrati recenti. Si può dire, tutto sommato, che gli stranieri o i loro discendenti costituissero circa la metà dei muratori. Va precisato che per i notai dell’epoca molto spesso comasco o ticinese erano sinonimi poiché appartengono entrambi alla stessa diocesi di Como, inoltre in antico i comaschi erano qualche volta detti milanesi nel senso che Como era compresa nello stato di Milano, ingenerando così notevole confusione, aumentata da repentini cambi di cognome, omonimie o anagrafi ridotte al solo nome. Muratori comaschi e ticinesi si trovano numerosi a partire dal primissimo Trecento in tutta la zona, così a Belluno, Ceneda, Conegliano, Oderzo, Sacile, Serravalle.5 A mo’ d’esempio: mastro Rocco muratore a Oderzo del fu m° Antonio da Como 14 marzo 1505 (ASTV, Not. I, b. 337), m° Cristoforo fu m° Giovanni da Como muratore solito abitare a Lugano ma ora a Conegliano dà procura a m° Gaspare Regeti da Sonvico 16 marzo 1498 (AMVC b. 8, fasc. 64), m° Antonio fu m° Nicolò comasco da Lugano muratore a Conegliano 15 ottobre 1591 (AMVC, b. 79), m° Nicolò lapicida fu m° Matteo del lago di Lugano teste a Belluno 9 maggio 1522 (ASBL, Not., b. 6894), Martino da Como, muratore che lavorò all’ospedale di San Gregorio di Sacile nel 1461 (Marchesini 915).
5
47
Nello studio vengono poste in evidenza alcune botteghe di mastri muratori, fra cui i Cer ticinesi abitanti a Ceneda ma mobili sul territorio, i muratori provenienti da Brescia, i Da Fadalto e gli Scrucis, tutti attivi a Serravalle e ancora i De Cordis e De Lotis, entrambi ticinesi e forse si tratta della stessa famiglia, che assieme ai Guerin di origine bergamasca si stabilirono a Ceneda. Vasta era la gamma delle attività del muratore, che andava da quella che oggi è l’accezione normale del termine sino al significato di “impresario, geometra, architetto, ingegnere” e inoltre alcuni muratori erano anche lapicidi. I grandi enti ecclesiastici ci danno le prime presenze di muratori, così troviamo presenti a Follina il 16 gennaio 1231 i muratori Martino Cagasoldi, Pietro de Vegla e Ansuino figlio di Dinado da Ceneda, l’ultimo di maggio del 1235 Liazaro e Pasquale muratori de Dobladino, Vendramino da Miane e Armano da Serravalle (ASVE, SMI, b. 16). Ma vedi anche Benedetto, murariius et terminator del Comune di Conegliano nel 1242 (Verci II, n. XC) e ivi altri tre muratori nel Trecento (AMVC, b. 395, fasc. 2, Battuti II/IX). 247. Acquis (ab -) Silvestro, muratore che lavorò a coprire la cattedrale nel 1495 (ADVV, massaria). Agostino (de -), de Cervatis, famiglia di muratori comaschi stabiliti prima a Sarmede e quindi a Serravalle. 248.Agostino 1572-1590 Figlio di Giovanni Cervato, alias m° Agostino de Cervatis e m° Agostino fu Giovanni da Rugolo. Muratore attestato in data 21 aprile 1572 (ASTV, Not. I, b. 677) e il 29 settembre 1576 (ivi, b. 991), come abitante a Sarmede il 11 aprile 1578 e il 31 agosto 1583 (ivi, b. 925), documentato come m° Agostino comasco muratore a Serravalle il 1 marzo 1586 (ASVV, S, b. 631). Nel 1586 (ivi, b. 596) fu pagato £ 10:5 per tenere coperte le chiese, oltre il suo salario normale. Infatti il 13 novembre 1583 (ivi, b. 100) chiese di prendere in affitto la casa alla pieve, offrendosi di aggiustare i tetti delle due chiese e il Consiglio accettò. Sposatosi con Ceserina, i loro figli furono battezzati a Serravalle, fra cui Iacomo il 1 aprile 1581 (AP S, anagrafi). Agostino fece testamento il 13 aprile 1590 (ASTV, Not. I, b. 992) e morì nell’inverno 1590-91, vedi qui Cadorin Francesco. 249. Francesco, figlio di Agostino, muratore che entrò nei Battuti nel 1609 (ASVV, S, b. 650.4). 250. Gregorio, di Agostino, muratore entrò nei Battuti nel 1614 e la moglie Livia nel 1620 (ASVV, S, b. 650.4). 251. Alberico da Serravalle, muratore citato nel 1291 (ASTV, CRS, S. Giustina, perg.). 252. Alberto 1531-1559 Detto Berto, piemontese, doc. a Serravalle dal novembre 1531 (ASVV, S, b. 92) fu sepolto il 25 maggio 1559 (AP S, Scuola Santissimo). Lavorò per le chiese cittadine e così fu pagato £ 17:10 nel 1532 per coprire la chiesa nuova sopra l’organo, nel 1534 per coprire
48
la casa della pieve e la chiesa nuova ebbe £ 3, coprì ancora la chiesa nel 1538 e fu pagato £ 8 (ASVV, S, b. 593). Fece le fondazioni della chiesa di Anzano nel 1558 (Tomasi 1998, I, 429). Il 12 luglio 1556 è doc. dona Iana piamontesa de comision de m° Alberto, forse si tratta della moglie. 253. Alessandro, [per]rtegar, assieme a m° Michiel furono pagati £ 54:5 nel 1532 (ASVV, S, b. 593) per far la salla de la giesia fu passa 35, cioè per aver fatto il pavimento di battuto nella chiesa nuova di Serravalle. 254. Ambrogio, muratore che lavorò all’abbazia di Follina nel 1583 (ASTV, CRS, Follina, b. 33). 255. Ambrosiis Antonio 1503-1513 Muratore da Salò (BS) abitante a San Cassiano e figlio di Matteo, fece testamento il 31 agosto 1503 ordinando di essere sepolto nel cimitero della pieve; il 31 agosto 1513 si sposò con Maria di m° Carlo sarto fu Domenico de Agritio da Pinidello e contemporaneamente fece testamento chiedendo di essere sepolto a San Cassiano, lasciando usufruttuaria la moglie Maria, eredi saranno i fratelli m° Pietro, Zaneto e Bonafin, segue l’inventario del beni mobili (ASTV, Not. I, b. 399). 256. Andrea, muratore presente a San Cassiano il 10 ottobre 1461 (ASTV, pod. Cordignano, b. 104). 257. Andrea, muratore che entrò nei Battuti di Serravalle nel 1625 (ASVV, S, b. 650.4). 258. Andrea, muratore a Ceneda, dove il 19 gennaio 1638 fu sepolta la sua vedova Zaneta, da cui aveva avuto Domenico battezzato il 6 marzo 1605 (AP C, anagrafi). 259. Andrea, muratore a Cison è ivi ricordato nel marzo 1570 (ASTV, pod. di Cison, b. 25). 260. Andrea comasso, muratore cugino di m° Domenico (n. 1341) e con lui collaborante ai lavori del monastero di San Girolamo il 25 aprile 1569 (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 25). 261. Andrea da Brescia, il 15 febbraio 1569 (ASTV, Not. I, b. 1025) è documentata Elisabetta fu m° Andrea da Brescia muratore, moglie di Antonio d’Alpago. 262. Andrea da Solighetto, secondo l’iscrizione posta sul campanile di Miane fu lui a iniziarne i lavori di costruzione, che furono poi completati da m° Pietro Cumano nel 1571. 263. Angelis (de -) Matteo 1595-1599. Muratore abitante a Ceneda documentato il 5 febbraio 1595 e il 11 luglio 1599 (ASTV, Not. I, bb. 973, 974). 264. Angelo, muratore a Serravalle, il 20 luglio 1606 fu battezzata Camilla, figlia sua e di Maria (AP S, anagrafi). 265. Angelo da Sonego 1489-1512. Muratore da Sonego, attestato dal 12 ottobre 1489 (ASTV, Not. I, b. 272) e 29 ottobre 1502 (ivi, b. 334), mentre l’11 giugno 1510 (ivi, b. 532) abitava a Serravalle dove è ricordato ancora il 3 aprile 1512 (ivi, b. 334). 266. Ansuino, di Dinado da Ceneda, muratore presente a Follina il 16 gennaio 1231 (ASVE, SMI, perg. b. 16). 267. Antonio, fu Bartolomeo, cementario documentato a Serravalle in data 21 dicembre 1491 (ASVV, S, b. 627) forse si tratta di m° Antonio muratore abitante a Serravalle il 25 aprile 1506 (ASTV, Not. I, b. 334). 268. Antonio, muratore che lavorò alla cappella di santa Caterina in cattedrale nel 1566 per £ 1:17 (ADVV, massaria).
49
269. Antonio 1605-1607 Muratore che lavorò per la cattedrale e nel 1605 ne imbiancò il coro per £ 80 e coprì il tetto per £ 20, quindi nel 1606 imbiancò la chiesa per £ 62, le colonne e i volti dell’altare di san Bartolomeo per £ 38, murò e imbiancò i volti dell’altare del Rosario per £ 60, piccoli lavori eseguì anche nel 1607 (ADVV, massaria). Per omonimia e date potrebbe essere la stessa persona del seguente m° Antonio Cadorin. 270. Antonio Cadorin 1609-1621.Figlio di Stefano, muratore di Ceneda dove è doc. il 4 agosto 1619 e il 17 gennaio 1621 (ASTV, Not. I, b. 1358). Fece l’altariolo di Maren nel periodo 1609-10 per £ 18, lavorando con il collega m° Zanino Fadalto (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 5). 271. Antonio da Ceneda 1544-1549 Fratello di m° Iacobo (n. 409), attestato come segue: il 4 feurer 1544 a m° Antonio murer fradel de m° Iacomo la prima sera chel vene per mudar (le colone) £ 1:10, poi ancora £ 2:13 quando venne a cambiare le colonne alla loggia di Ceneda (ASVV, C, b. 82). Probabilmente si tratta di m° Antonio muratore da Ceneda che nel 1547-49 ebbe un processo a Conegliano contro m° Francesco da Bagnatica abitante a Cordignano (AMVC, b. 28 fasc. 125; b. 30, fasc. 129). 272. Antonio da Chiavenna 1543-1550. Muratore valtellinese abitante a Cordignano dove è documentato il 27 gennaio 1543 e il 3 gennaio 1550 quando compra una casa a Cordignano da Domenico Scriz da Sarmede per £ 60 (ASTV, Not. I, b. 513), l’8 febbraio 1571 (ivi, b. 925) è citata la sua vedova Giulia. 273. Antonio da Como, muratore abitante a Tovena, il 3 luglio 1538 (ASTV, Not. I, b. 529) dona tutti i suoi averi alla moglie Simona fu Batta de Sandis da Tovena. 274. Antonio da Como 1545-1573 Forse si tratta di m° Antonio muratore de Comano q. magistri Germanici che acquista terra a Sarmede l’8 febbraio 1570 (ASTV, pod. Cordignano, b. 80). Muratore documentato il 27 ottobre 1550 (ASTV, Not. I, b. 860), il 18 agosto 1556 (ivi, b. 860) con m° Silvestro [da Fadalto] è arbitro per giudicare il costo di alcuni lavori in muratura a Serravalle. Nel 1545 ricoprì la chiesa di Anzano (Tomasi, 1998, I, 429). 275. Antonio da Lugano 1494-1499. Muratore doc. il 5 dicembre 1494 a Ceneda, si tratta di m° Antonio figlio di m° Giovanni muratore il quale era fratello di m° Pietro muratore n. 1465; Antonio era noto anche come m° Antonio da Milano abitante a Ceneda documentato il 9 settembre 1499 (entrambi in ASTV, Not. I, b. 395). 276. Antonio da Pinidello, fu Stefano, muratore, abita a Ceneda l’8 febbraio 1611 (ASTV, Not. I, b. 1120). 277. Antonio da Villa. muratore citato a Cordignano nel 1549 (ASTV, pod. Cordignano, b. 90) 278. Antonio da Villa, detto il Fiorentin, muratore per cui si rimanda a Milanese Natale muratore. 279. Antonio de Comano 1562-1603 Abitante a Sarmede dove è attestato dall’ 1 febbraio 1562 come m° Antonio di Domenico de Comano e come m° Antonio muratore di Domenico de Cagnol de Comano vallis Lugani di cui il 25 novembre 1562 fu redatto il contratto dotale con Margarita di Bortolamio
50
Vareschin da Sarmede per £ 266:7 (ASTV, Not. I, b. 991), in questa raccolta documentale è citato spesso sino al 1585. Il 24 luglio 1583 (ivi, b. 992) fu redatto il contratto dotale fra suo figlio Iacobo e Osta di Giuseppe de Scrizzo da Belluno, con dote di £ 450; il 2 marzo 1594 fu redatto il contratto dotale di sua figlia Illia che sposa Pietro fabbro da Sarmede con dote di £ 338:7; m° Antonio è doc. ancora il 29 settembre 1603 (ivi, b. 1200). Potrebbe essere m° Antonio comasco de Minghingerotto della valle di Lugano doc. a Serravalle il 27 maggio 1579 (ivi, b. 1127). Era fratello di m° Pietro muratore e potrebbe essere in relazione parentale anche con il muratore m° Simone del Cagnol. 280. Antonio de Traverto, muratore figlio del fu Iacobino Canudo de Traverto (?) agri mediolanensis, teste a Cison in data 13 marzo 1544 (ASTV, Not. I, b. 663). 281. Antonio de Verzeio, muratore, nel 1510 fu pagato £ 39 per opere 38 date cum suo compagno tuti diti piemontese per coprire il duomo, campanile, caneva e sacrestia a Ceneda (ADVV, massaria). Probabilmente sarà lui quel piamontes che fu pagato nel 1527 £ 24 per aver ricoperto la cattedrale (ivi). Per similitudine di date e di lavori vedi anche il coevo m° Alberto piemontese muratore. 282. Antonio muratore in Valmareno nel 1587 (ASTV, pod. Cison, b. 29) 283. Antonio Savoia 1526-1529. Muratore documentato a San Cassiano nel 1526 (ASTV, pod. Cordignano, b. 131) e il 10 aprile 1529 (ASTV, Not. I, b. 399). 284. Armano da San Lorenzo 1235-1276 Muratore attivo a Serravalle, per cui è noto anche come Armano da Serravalle, è documentato anche a Follina nel 1235-76, dove assieme a m° Liazaro da Valdobbiadene costruì il chiostro dell’abbazia terminato nel 1268, come testimonia ancora oggi la lapide murata in loco. Nell’abbazia rimase a vivere e lì fece testamento nel 1276, facendo lasciti ai benedettini. Il 31 maggio 1235 è già presente a Follina (ASVE, SMI, perg., b. 16). 285. Bailotto Sebastiano, muratore teste a Ceneda il 10 agosto 1613 (ASTV, Not. I, b. 1283). 286. Ballarin Marco 1524-1547 Muratore e manovale da Rindola, lavorò per la cattedrale assieme a m° Nicolò Fadiga e il 26 gennaio 1524 contrattano col massaro per voltar le campane e far il solaro, ed ebbero £ 72:17 comprese le forniture di coppi, legna ed altro (ADVV, massaria). Prestò la propria opera per le chiese di Serravalle nel 1535 quando fu pagato £ 4:6 per aver lavorato attorno al volto, nel 1539 coprì la casa del campanaro ed ebbe £ 23:16 in più rate, nel 1541 aiutò a coprire il campanile per £ 3:16, nel 1543 fu pagato per squadrare legname e nel 1547 fu pagato per 16 opere da manual (ASVV, S, b. 593). 287. Bastiano, vedi Stefano Mazon. 288. Bastiano, muratore comasco doc. a Serravalle il 26 febbraio 1606 (ASTV, Not. I, b. 1358). 289. Batta, muratore che assieme ad altri compagni coprì il tetto del palazzo pretorio di Serravalle nel 1626, per una spesa di £ 22 (ASVV, S, b. 108). 290. Batta da Farra di Feltre, figlio del fu Iacobo, muratore abitante a Miane dove è presente il 5 ottobre 1551 e il 6 giugno 1552 (ASTV, Not. I, b. 853). Le sue figlie orfane Domenica e Agnese sono coinvolte nel 1573 (ASTV, pod. Cison, b. 38) in un processo contro Giovanna calderaia da Miane.
51
291. Batta da Sonvico, muratore figlio di ser Zuamaria Gigia da Sonvico, documentato il 30 aprile 1595 a Corbanese (ASTV, Not. I, b. 1212). 292. Battista da Feltre, fu Giovanni Iacobo, muratore abitante a Tovena il 9 settembre 1544 (ASTV, Not. I, b. 663); vedi sopra Batta da Farra.. 295. Battistella Battista 1552-1559. Muratore a Serravalle doc. l’8 giugno 1552 e nel 1559 (ASTV, Not. I, b. 860). 294. Benedetto da Visnà, muratore già morto l’8 agosto 1550 (ASTV, Not. I, b. 853, compare il figlio Pietro). Bernardino (discendenti di -), famiglia di muratori discendenti di Bernardino detto Bedin da Lugano immigrato a Saccon di San Cassiano. 295. Bernardino 1535-1574. Detto Bedin, muratore doc. a Saccon più volte nel 1568-69, in particolare il 16 ottobre 1568 è ricordato col figlio m° Giovanni Battista cerdone per un atto del 1535 (ASTV, Not. I, b. 925), e il 18 dicembre 1574 (ivi, b. 1096). L’11 febbraio 1557 (AMVC , b. 35, fasc.140) s’accorda con m° Giorgio tessitore a Conegliano perché questi prenda suo nipote come garzone senza paga per 5 anni. Forse è m° Bernardino da Como citato a Cison nel 1540 (ASTV, pod. Cison, b. 6) 296. Giandomenico 1574-1585. Figlio di m° Bedin, muratore attivo a San Cassiano, doc. il 18 dicembre 1574 (ASTV, Not. I, b. 1096) e il 12 ottobre 1585 (ivi, b. 925). 297. Bernardino da Caravaggio, figlio del defunto mastro Zuane muraro; muratore, 1 maggio 1557 s’accorda con gli uomini della Pieve di Soligo per costruire un ponte sopra il Soligo per 70 ducati e una botte di vino buono, ecc. (Bampo, vol. 13, not. Livio da Padova) 298. Bernardo da Basilea, muratore attivo a Serravalle dove lavorò alla ristrutturazione della chiesa di sant’Augusta nel 1450. Tutta la famiglia abitava in città, infatti il 2 gennaio 1449 (ASBL, Not., b. 6873) Lucia moglie di Iacobo Doglioni da Belluno affittò una casa in Serravalle ai fratelli Michele e m° Giovanni fu Giovanni da Basilea; l’ultimo era sarto e fratello di Bernardo, il quale fu tutore testamentario del nipote Vittore fu m° Giovanni nel 1480 (Tomasi 2002, 65). Proveniva da Basilea anche m° Redolfo cerdone fu m° Biagio da Basilea ricordato a Conegliano nel 1484 (ASTV, Not. I, b. 335). 299. Bernardo da Ceneda, muratore figlio del fu Francesco, il 25 novembre 1568 sposa (AP Sacile, Matr.) Anastasia figlia di Marco Cestarnin che abita a San Giovanni di Livenza. 300. Bernardo da Lugano, abita a Serravalle nell’estate 1585 (ASTV, Not. I, b. 1025) e il 3 agosto 1585 (ASVV, S, b. 632). 301. Bernardo de Lona, figlio di Giovanni Antonio (Filina ?) de Bressana, il 6 ottobre 1573 (ASTV, CRS, S. Giovanni, b. 5) fra Bonaventura da Gabbiano, preposto alla fabbrica del convento s’accordò con m° Bernardo - abitante a Treviso - per costruire il chiostro, refettorio, dormitorio e stanze per i frati, compresi i muri, due archivolti, il volto del refettorio, le crociere, i selciati e per disfare i preesistenti tetti, camere e mura; il muratore mangerà coi frati. Nello stesso giorno i contraenti s’accordarono per disfare il volto del refettorio, abbattere il refettorio grande e costruire il nuovo per ducati 25. Forse Lona è l’attuale Alone località in val Nozza (BS) oppure un onomastico.
52
302. Biagio da Cisèr, muratore abitante a Serravalle, dove è doc. nel 1388 (ASVV, S, b. 625). 303. Biasibetto Battista, muratore da Cison che lavorò al mulino dell’abbazia di Follina nel 1612 (ASTV, CRS, Follina, b. 33). 304. Bladis (a -) Marco 1557-1611 Figlio di Antonio dalle biave bergamasco, muratore a Ceneda, attestato dal 23 giugno 1557 (ASTV, Not. I, b. 568), morì a Ceneda e fu sepolto il 21 luglio 1611 (AP C, anagrafi). Il 3 giugno 1576 (ASTV, Not. I, b. 966) m° Leonardo fu Domenico da Fontana promette di servire m° Marco et exercere in ipsa arte cementaria seu muraria per un anno in cambio del vitto e di £ 62. Il 6 maggio 1590 (ivi, b. 1018) compra dal muratore m° Piero da Modolo una stanza da cucina nella sua casa alla Frizzorina; il 5 settembre 1590 (ivi, b. 973) assieme a Iacobo de Furnaris stima la casa con forno e pertinenze che Marieta vedova di Battista de Bastanzi mugnaio vende a Simone fu Francesco Braghin, per £ 1613. Lavorò per la cattedrale nel febbraio 1561 e nel 1573 con 38 opere a coprire il campanile per £ 33:12, poi specialmente nel 1594 (oltre £ 113 di pagamenti) e poi anche nel 1595 e 1598 e nel 1599 fece la croce del sagrato per £ 6 e ricoprì la cuba per £ 2:10, lavorò ancora nel 1602 (ADVV, massaria). Nel 1578 m° Marco lavorò al tetto della chiesa di Meschio e nell’estate 1585 aggiustò la napa della casa del cappellano, il capitello sopra la porta della chiesa e il tetto dell’ospedale per £ 28:15 (ADVV, Meschio, massaria). Il 29 gennaio 1569 (ASTV, Not. I, b. 964) fu redatta un’enfiteusi 29nnale a m° Marco per una casa a Ceneda dalli Frizorini confinante con la Cervada. Il 10 ottobre 1563 fu battezzata sua figlia Andreana, il 14 luglio 1571 Margareta, il 10 febbraio 1568 Zuane Polonio (AP C, anagrafi). Il 17 gennaio 1580 (ASTV, Not. I, b. 967) contratto di matrimonio di Bortolamia figlia di m° Marco che sposa Pietro fu Matio da Modolo di Belluno con una dote di £ 323:11 (si era sposata il 2 giugno 1577, AP C, anagrafi) e il 26 novembre 1581 (ASTV, Not. I, b. 968) contratto dotale per £ 357:9 dell’altra figlia Mattea e Antonio di Teofilo de Roseis fu Marco. A Ceneda fu sepolta la moglie Osta de Marco muraro detta la Saloda il 9 novembre 1599 e il 12 luglio 1594 fu sepolta anche Lucia di Pietro Cadorin genero di m° Marco muratore (AP C, anagrafi). Nel 1608 m° Marco abitava a Ceneda in piazza Gallina e qui continuò ad abitare suo figlio Nadalin almeno fino al 1626. 305. Bonifacion da Chom, mastro sepolto a Serravalle il 25 marzo 1629 (ASVV, S, b. 650.4), non è indicata l’attività. Brescia (da -), due fratelli e i loro discendenti, attivi a Serravalle e Sarmede. Il cognome è fittizio, compaiono come “bresciano, lombardo, da Brescia, da Calvi” o senza appellativo, utilizzato qui per la comodità di riunirli. 306. Brescia (da -) Agostino 1573-1589 Figlio di Iacobo da Calvi in val Camonica, muratore attivo a Serravalle il 19 agosto 1577 (ASTV, Not. I, b. 1045) e il 15 gennaio 1589 (AP S, anagrafi). Il 25 ottobre 1573 (ASTV, Not. I, b. 1119) viene rogato il contratto dotale con Paola figlia di m° Bortolin Guerin da Ceneda per £ 577; si risposò poi e nell’agosto 1580 (ibi, b. 1025) venne redatto il contratto dotale con Caterina fu m° Francesco travasatore, che gli portò £ 377:18 di dote e i loro
53
figli vennero battezzati il 25 aprile 1585 Michele Marco e 15 gennaio 1589 Gregorio (AP S, anagrafi), quest’ultimo doc. ancora il 10 giugno 1619 in ASTV, Not. I, b. 1358. 307. Brescia (da -) Giovanni 1573-1600 Figlio di m° Iacobo da Calvi, muratore abitante a Sarmede anche se qualche volta vien detto da Cordignano, il 16 agosto 1582 (ASTV, Not. I, b. 1358) abita a Serravalle. Citato a Serravalle col fratello m° Agostino 14 aprile 1573 (ivi, b. 861) e poi più volte nel 158598 (ivi, bb. 1045, 1047), e infine nel 1600 (AP S, anagrafi). Si sposa il 17 gennaio 1599 (ASTV, Not. I, b. 1028) con Giovanna fu Pietro de la Bianca da Spilimbergo vedova di Geronimo Solera, che gli porta £ 433:5 in dote. 308. Brescia (da -) Iacobo figlio di m° Iacobo, muratore a Sarmede, doc. il 3 dicembre 1598 (ASTV, Not. I, b. 1047); forse è quel m° Iacobo lombardo citato a San Cassiano nel 1596 (ivi, b. 1074). 309. Brescia (da -) Iacobo 1592-1605. In effetti m° Iacobo di m° Giovanni muratore, doc. il 23 settembre 1592, si sposa il 20 gennaio 1605 con Paola di m° Piero da Feltre, e alla data il padre è morto (tutto in AP S, anagrafi). 310. Cadorin, famiglia di muratori attiva a Serravalle, discendenti di m° Tomaso. Non si conosce il rapporto di parentela con m° Michiel Cadorin sarto che lavorò ai paramenti delle chiese cittadine nel 1530-40 (ASVV, S, b. 593), documentato sino al 1557 (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 4). 311. Cadorin Bartolomeo 1579-1600 Figlio di Francesco, muratore a Serravalle attestato nel 1579 e 1588 (ASTV, Not. I, b. 1045). Lavorò, anche col padre Francesco, alle chiese cittadine, così nel 1596 fu pagato £ 15 per lavori ai tetti delle chiese e alla casa del campanaro, nel 1594 col padre fu pagato £ 17:10 per quattro opere alla porta, nel 1598 £ 24 per aggiustare le chiese, e col padre £ 15 per cinque opere per butar la sala (cioè il pavimento), nel 1599 ebbe £ 3 per quattro giornate e altre £ 12 per ulteriori lavori, nel 1600 lavorò ai tetti per £ 12 (ASVV, S, b. 598). Il 27 agosto 1597 come salariato della Comunità chiese un aumento di stipendio di ducati 4 l’anno per controllare i tetti delle chiese e ciò gli fu accordato con delibera del 26 ottobre 1597; dopo la sua morte la condotta per controllare i tetti fu chiesta da m° Francesco muratore, forse si tratta di suo padre (ivi, b. 102). Citato il 4 agosto 1592, forse è lui il Bortolamio muraro doc. il 20 marzo 1594, la cui vedova Domenica si risposò il 19 febbraio 1602 con Angelo de Luca (AP S anagrafi). 312. Cadorin Francesco 1562-1610 Figlio di m° Tomaso Cadorin, muratore abitante in Calcada di Serravalle, attestato nelle seguenti date: il 24 novembre 1569, 12 luglio 1579 e il 16 giugno 1591 (ASTV, Not. I, bb. 1025, 1045, 1046). Lavorò alle chiese cittadine anche col figlio Bartolomeo, e in particolare nel 1599 furono pagati £ 9 per tre giornate di lavoro al tetto della sacrestia, £ 9 per altre cinque giornate; inoltre egli ebbe £ 3 per aver lavorato agli scalini dell’altar grande, nel 1600 ebbe £ 52:10 per vari lavori, nel 1601 lavorò alla pieve per £ 28:16, nel 1602 aggiustò le chiese per £ 24 e così pure nel 1603, infine nel 1610 imbiancò il coro della chiesa nuova per £ 94:14 e per altri lavori minori ebbe £ 4:2 (ASVV, S, b. 598). Forse è lui quel fiol de Tomas Cadorin che coprì la chiesa della pieve nel 1562 e fu pagato
54
£ 25 (ivi, b. 593).Il 17 gennaio 1591 chiese al Consiglio di poter subentrare al muratore Agostino Cervatis morto da poco, come salariato per aggiustare i tetti delle chiese cittadine e il 7 febbraio il Consiglio accettò, con un salario di £ 50 annue (ivi, b. 101). Il 9 gennaio 1594 (AP S anagrafi) si sposò con Benedetta fu Piero da Salsa. 313. Cadorin Tomaso 1556-1562. Muratore che lavorò alla chiesa di Serravalle nel 1556 per soldi 4 e nel 1562 assieme a m° Zanco lapicida per aggiustare il battistero (ASVV, S, b. 593). - Cagnano (da -) Vendrame, vedi Andrea Padernelo. 314. Cagnol (del -) Simone, fu Giovanni, muratore doc. a Sarmede il 16 agosto 1569 (ASTV, Not. I, b. 991). Potrebbe essere imparentato con altri muratori, Antonio de Comano e Pietro de Cugnolo. 315. Caloia Clemente 1616-1627. Muratore da Lugano e figlio del fu Bartolomeo, abitante a Cappella, acquista varie terre in zona fra il 22 marzo 1616 e l’8 maggio 1627 (ASTV, Not. I, bb. 2064, 2065), all’ultima data è attestato con la moglie Marcolina. Lavorò a Serravalle per coprire la casetta del convento nel 1627-28 per £ 16 (ASTV, CRS, S. Francesco Conegliano, b. 13) 316. Cecco belunat 1521-1533. Figlio di Iacobo, muratore, abitante nel borgo superiore di Serravalle, presente il 3 giugno 1521 e il 6 ottobre 1533 (ASTV, Not. I, bb. 467, 468). Nel 1532 fu pagato soldi 16 per conzar una pria del batistero (ASVV, S, b. 593). 317. Cecco belunat 1507-1538. Figlio di Antonio, muratore, doc. dal 1507 al 28 dicembre 1538 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 4). Confuso con Francesco Cariola. muratore a Serravalle, doc. il 30 ottobre 1545 (ASVV, S, b. 94). 318. Cecco 1505-1524. Figlio del muratore Luca, confratello dei Battuti di Serravalle nel 1505 (ASVV, S, b. 627), doc. il 5 aprile 1524 (ASTV, Not. I, b. 451). La sua è una famiglia di falegnami (discendenti di Luca). - Cecolla, cognome di una parte della famiglia da Fadalto, si rinvia a m° Francesco da Fadalto detto Cecolla. 319. Cer, dei Cer, famiglia di muratori provenienti da Sonvico in val Colla a monte di Lugano nel Ticino (Svizzera), de S.to Vito de Lucano, de Cer de Valle Lucani, doc. a Ceneda e altrove dall’ultimo quarto del Cinquecento. Una famiglia Cer anche a Conegliano, si tratta di m° Alberto e m° Carlo muratori che il 5 agosto 1638 (ASTV, Not. I, b. 1666) presero in affitto una parte di casa nel borgo di Sarano per tre anni dalla Scuola del Santissimo Nome di Dio per £ 20 l’anno. Mastro Alberto figlio del fu m° Martino da Lugano il 4 gennaio 1650 (ivi) prese in affitto una casa da Pietro Buffonelli sempre in borgo di Sarano per 6 ducati l’anno. Il 26 marzo 1652 (ivi, b. 1582) m° Alberto Cero fu Martino da Sonvico vende a m° Bastiano Lotti fu Tomaso da Sonvico una casa a Conegliano nel borgo di Sarano per 100 ducati. 320. Cer Andrea da Sonvico di Lugano, muratore, vedi il fratello Pietro Cer. 321. Cer Pietro 1575-1597 Muratore da Sonvico di Lugano e figlio di Antonio, abitante a Ceneda il 19 luglio 1575 e nel 1576 (ASTV, Not. I, b. 966), poi presente a Tarzo nel periodo 1577-1582 (Michelon Tomasi), abitante a Conegliano perlomeno nel 1583 e a Brugnera nel 1596-97. Pietro fu
55
teste a Ceneda il 18 novembre 1591 (ASTV, Not. I, b. 971) e il 30 maggio 1592 (ivi, b. 1174), a questa data nel castello vescovile di Ceneda. Il 2 aprile 1596 col fratello Andrea, s’impegnano di sbassare tutta la fabbrica del castello dal cantone della campana sino alla sala d’arme per 80 ducati e una botte di vino buono. Inizieranno il primo maggio e sino alla fine tutto il materiale sarà tolto con molta attenzione e portato nella cava; riceveranno calce e quanto abbisognerà. Il 17 novembre 1596 rilascia quietanza per il lavoro svolto come d’accordo, anche se non pose il terzo pilastro nella prima sala del castello e non smaltò i muri della chiesa; lavorò inoltre anche al muro davanti la cucina, agli archi del ponte e alla cantinetta sopra il forno. Il 12 dicembre 1597 riceve altre lire 185:10 per lavori svolti (ADVV, b. 59/6). Ai lavori partecipa Pietro coi suoi figli e i garzoni e il fratello Andrea, si tratta quindi di una bottega attiva in area veneto-friulana dall’ultimo quarto del Cinquecento. Vedi anche il cognato m° Pietro da Re muratore per la lite del 1579-83. Va ricordato che un m° Pietro da Lugano muratore costruì le cube della loggia di Cesana e per il pagamento della sua opera i conti giurisdicenti ed i sindaci della Comunità chiesero una stima da parte dei muratori m° Bortolo (Cutea ?) e m° Cristoforo Bisson, che la stimarono £ 298:6, così l’11 agosto 1556 (ASBL, Not., b. 7436), chiesero £ 6 per la loro stima. Cervatis, vedi la famiglia de Agostino. 322. Ciot, famiglia di muratori di Pinidello, fra cui si ricordano Leonardo attestato nel 1589 e Gianmaria documentato nell’anno 1597 in AP Pinidello, Battezzati. 323. Ciot Domenico 1585-1619 Figlio di Andrea citato negli anni 1585-87 e il 21 aprile 1591 (ASTV, Not. I, b. 673), poi ancora il 24 ottobre 1594 (ivi, b. 1096). Il 9 gennaio 1605 i frati francescani s’accordano con lui per fare le case dei fittavoli a Villa di Villa (ASTV, CRS, S. Giovanni B., cartaceo b. 2). Il 31 dicembre 1619 (AMVC, b. 125) m° Domenico era in lite coi fratelli Nicolò e Zuane Celeprin da San Martino di Colle per la sua parcella per i lavori di ristrutturazione che fece alla loro casa, le parti di comune accordo eleggono due arbitri per la stima dei lavori, m° Tomaso muratore da Ceneda e m° Lunardo muratore da San Cassiano. Cordis (de -), vedi famiglia Lotis. 324. Corrado, 1463-1473. Muratore di Serravalle doc. dal 1463 (ASVV, S, b. 646.1) al 25 maggio 1473 (ASTV, Not. I, b. 271). Lavorò dal 31 marzo a metà giugno (1466? in ASVV, S, b. 285) alla loggia di Serravalle. Infrascripte son le opere le qual anno dato maistro Corà al lavorar alla loza lui e l so fameio. 325. Costantinis (de -) Matteo 1585-† 1633 Muratore proveniente dal Cadore ma abitante a Ceneda, doc. dal 26 luglio 1589 al 9 giugno 1614 (ASTV, Not. I, b. 1198) a questa data con la moglie Lucia. Nel 1614 era consigliere della Scuola di Meschio (ivi, b. 1283). Un figlio avuto dalla moglie Maddalena fu battezzato l’8 dicembre 1585 e un altro avuto dalla successiva moglie Lucia fu battezzato il 28 marzo 1587. Fece testamento il 21 no-
56
vembre 1632 (ivi, b. 1455, f. sciolto) lasciando erede la moglie Lucia, e fu sepolto il 20 gennaio 1633 (AP C anagrafi). 326. Cristoforis (de -) Giovanni 1513-1520. Figlio del fu m° Cristoforo da Como, muratore doc. a San Cassiano il 31 agosto 1513. Noto anche come Giovanni da Pinidello dov’è doc. nel 1519-20 (tutto da ASTV, Not. I, b. 399). 327. Cristoforo da Como 1499-1506. Mastro Cristoforo fu m° Giovanni da Como, muratore solito abitare a Lugano ma ora a Conegliano, dà procura a Antonio di m° Gaspare Regeti da Sonvico il 16 marzo 1499 (AMVC, b. 8, fasc. 64). Cristoforo passò poi a Cordignano dove è ricordato nel luglio 1500 (ASTV, pod. Cordignano, b. 125) e nel 1506 (ivi, b. 66). 328. Cumano, muratore che diede 33 opere pro reparatione campanilis nel febbraioaprile 1455 per £ 19 compreso il legname per la cattedrale (ADVV massaria). Cumano, famiglia di muratori provenienti dal territorio di Lugano in diocesi di Como. Molti muratori sono detti de Cumano, intendendo dalla zona di Como; qui si documenta la famiglia notabile dei Cumano di Cison che diede notai, preti, benefattori. 329. Cumano Antonio, muratore figlio di m° Bernardino comasco da Lugano, teste in Valmareno il 12 settembre 1589 (ASTV, Not. I, b. 1117). 330. Cumano Bernardino, muratore da Cison in lite coi Da Riema di Fratta di Tarzo il 18 settembre 1553 (ADVV, b. 27). 331, Dario da Mareno, mastro che lavorò al maso di Ligont a Tarzo nel 1588-90 (ASTV, CRS, Follina, b. 7, fasc. Tarzo) 332. Domenico, muratore che assieme al fratello cominciò a lavorare alla facciata della cattedrale di Ceneda dal 9 luglio 1565 e fu pagato per 20 opere cadauno £ 90 e successivamente – col figlio – pose in opera il terzo grande arpese fatto venire da Zoldo per £ 27 (ADVV massaria). 333. Domenico comasso 1560-1578 Muratore che nel 1568 lavorò al campanile della chiesa plebana di Sacile (Tomasi 1998, I, 507). Nel 1560 lavorò al campanile della chiesa nuova di Serravalle per £ 13:12 e nel 1563 se ne ricorda ancora il pagamento (ASVV, S, b. 598). Lavorò anche per il monastero di San Gerolamo di Serravalle coll’appellativo di m° Domenego fiolo de m° Marco dandrea de Lugan e fu pagato £ 19 l’8 marzo 1570 e poi col cugino m° Andrea comasso s’accordò col preposto alla fabbrica il 25 aprile 1569 per lavori dell’importo di oltre £ 460, che furono saldati entro il 1570 (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 35). Doc. nel 1578 (ASTV, Not. I, b. 1047) e nel 1579 per una lite con altri due muratori, Pietro Cer (vedi) e Pietro Re, avvenuta a Conegliano dove abitava. 335. Domenico da Follina, muratore che nel giugno del 1654 (ASTV, CRS, Follina, b. 34) fu pagato £ 279 per aver costruito il dormitorio dell’abbazia. 336. Domenico da Gangà, fu Vito da Gangà di Sonvico di Lugano, muratore doc. il 27 gennaio 1578 a Tarzo (ASTV, Not. I, b. 1073). 337. Domenico da Lugano, il 20 aprile 1582 (ASTV, pod. Cison, b. 46) Balanzina fu Battistino da Ronchi da Solighetto, vedova del muratore Domenico da Lugano abitante a
57
Solighetto, sposata da circa 40 anni è in lite a Cison. Fadalto (da -), Fadalti, Cecolla, Cicolla, Dal Porton, importante famiglia del borgo superiore di Serravalle, proveniente da Fadalto e le cui origini sono da porre alla prima metà del Quattrocento. Col tardo Cinquecento si formano le varianti Fadalti e Cecolla (quest’ultimo da Francesco). Non è facile dirimere parentele e famigliarità, con lo stesso “cognome” erano infatti noti anche gli osti di Piè di Fadalto e i produttori di calce, non si sa questi ultimi se imparentati o no coi muratori. 338. Fadalto (da -) Aloisio, muratore figlio di m° Domenico del borgo superiore di Serravalle, ha una sola attestazione il 14 aprile 1573 (ASTV, Not. I, b. 1126). 339. Fadalto (da -) Andrea 1541-1543. Figlio di m° Nicolò, muratore che lavorò assieme al padre alle chiese di Serravalle e fu pagato £ 4 nel 1541 e nel 1543, ebbe £ 10:19 e inoltre £ 5:10 per calcina (ASVV, S, b. 593). 340. Fadalto (da -) Francesco 1535-1586 Figlio di m° Tomaso, muratore documentato nel periodo 1535-37 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9). Lavorò nel 1547 per coprire la chiesa della pieve ed ebbe £ 1:10; coprì poi la chiesa nuova nel 1582 e fu pagato £ 1 (ASVV, S, bb. 593, 595). Attestato nel 1551 quando viene detto Cecolla, poi il 15 febbraio 1569 (ASTV, Not. I, b. 1025), il 17 ottobre 1570, l’1 novembre 1572 (ivi, b. 1045), il 28 aprile 1586 (ivi, b. 1328, sub gennaio 1633). Il 18 settembre 1548 (ASTV, Not. I, b. 642) fu redatto il contratto dotale con Franceschina di ser Giovanni delle Moneghe da Primiero, per £ 173:7; il 24 novembre 1569 (ivi, b. 1025) fu redatto il contratto dotale con Paola fu Bernardino Marcello la quale il 2 agosto 1614 (ivi, b. 1328) approva l’atto di dote di Maria fu Antonio Genua di Cadore che sposa suo figlio Giovanni. 341. NOTA: col nome di Francesco abbiamo almeno tre persone diverse ed è difficile attribuire le seguenti citazioni, infatti il 5 aprile 1588 (ASTV, Not. I, b. 1030) sono doc. m° Domenico fu m° Cecola da Fadalto e i suoi fratelli pre Gianmaria e Zanino (vedi anche qui Nicolò da Fadalto). Il 9 luglio 1595 (ASTV 1327) fu redatto il contratto dotale fra Catarina fu Ceco da Fadalto sposa di Iacobo fu Tadio Bortoluzzi da Tignes d’Alpago con dote di £ 241; il 28 aprile 1602 (AP C anagrafi) Iacobo fu Francesco Fadalto sposò Lucia fu Zanandrea Rusolen. Pre Gianmaria Cecolla, pievano di Serravalle nel 1596-1628, fu sepolto il 19 giugno 1635 (AP S anagrafi). 342. Fadalto (da -) Francesco 1589-1598 Figlio di m° Geronimo Cecola, muratore che il 5 maggio 1589 (ASTV, Not. I, b. 1026) fu arbitro in una lite. Si sposò e il 7 aprile 1590 (ivi, b. 1027) fu redatto il contratto dotale con Augusta di m° Gregorio follatore de Durighelis che gli portò una dote di £ 300. I loro figli vennero battezzati il 15 settembre 1591 Giovanni, il 30 ottobre 1594 Cherubina, il 24 agosto 1598 Daniele (AP S anagrafi). Il 22 settembre 1591 (ASTV, Not. I, b. 1327) donna Giulia vedova di m° Geronimo Cecolla e m° Francesco suo figlio vendono una casa. 343. Fadalto (da -) Francesco 1586-96. Figlio del fu m° Tomaso muratore doc. il 28 aprile 1586 (ASTV, Not. I, b. 1327) e ancora il 30 aprile 1596 (ivi, b. 1408). 344. Fadalto (da -) Geronimo 1578-1586 Figlio del fu Francesco, muratore doc. il 24 agosto 1578 (ASTV, Not. I, b. 1127), risulta
58
fra i proprietari nell’estimo degli anni 1586-94 (ASVV, S, b. 168). Sua moglie Giulia già vedova, insieme al figlio m° Francesco, il 22 settembre 1591 (ASTV, Not. I, b. 1327) vende una casa, poi Giulia, vedova di Geronimo Cecolla, fece testamento il 13 marzo 1593 (ivi), chiedendo di essere sepolta nel cimitero di Santa Giustina, nel sepolcro del marito e lasciando eredi le figlie Maddalena e Margherita, è presente anche il cognato m° Domenico Cecolla. 345. Fadalto (da -) Guerrino 1607-1610 Muratore figlio di Paolo e detto Verin, fornì calcina per £ 216 al convento nel 1607 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9). Il 28 aprile 1610 (ASTV, Not. I, b. 1409) fu redatto il contratto dotale con Caterina fu Beltramino di Pietro Beltramino che portò in dote £ 620. Forse è lui il Guerin Fadalto proprietario nel 1594 (ASVV, S, b. 168). 346. Fadalto (da -) Martino, figlio di m° Tomaso, muratore che nel 1553 fu pagato £ 4 per un carro di calcina fornito a Ceneda (ASVV, C, b. 82). Il 22 giugno 1596 (ASTV, Not. I, b. 1327) viene steso l’ inventario dei beni del defunto Martino fu Tomaso da Fadalto, sposato con Impolita di m° Prospero Vecellio. 347. Fadalto (da -) Matteo, fu Zanin, muratore documentato il 3 gennaio 1574 (ASTV, Not. I, b. 1126). 348. Fadalto (da -) Nicolò 1525-1553 Figlio di Zanino, citato il 29 dicembre 1525 (ASTV, Not. I, b. 532) come Giovanni Nicolò e così spesso sino al 1553. Egli lavorò alle chiese della città ed ebbe £ 4:10 in due rate nel 1527, nel 1538 tagliò la pietra per inserire le cassette delle reliquie negli altari e fu pagato £ 12, nel 1540 assieme al figlio lavorò a coprire la casa del campanaro per £ 6:10, nel 1545 sempre assieme al figlio ebbe £ 28, fra l’altro anche per lavorare la mensa dell’altare del Corpus Domini e metterla in opere, per un totale di quattro giornate di lavoro (ASVV, S, b. 593). Il 25 febbraio 1540 (ivi, b. S 94) il Consiglio deliberò di concedere a m° Nicolò fu m° Zanino e a Iacobo zoldano abitante a Serravalle la costruzione di una segheria sul Meschio pagando £ 48. Per completezza vedi anche la scheda di suo fratello Silvestro. Attestato nelle seguenti date: il 28 agosto 1528 (ASTV, Not. I, b. 468 sub 24 aprile 1542), il 20 giugno 1532 (ivi, b. 451); come m° Giovanni Nicolò muraro il 27 gennaio 1552 e il 6 marzo 1553 (ivi, b. 860). Il 3 maggio 1575 (ivi, b. 862) Aloisio di m° Nicolò da Fadalto muraro vende terra a m° Domenico fu m° Francesco Cuola, anche a nome del fratello pre Gianmaria (quest’ultimo doc. dal 1573). Il 29 febbraio 1585 (ivi, b. 1327) fu redatto il contratto dotale fra Maddalena fu m° Nicolò che sposa Pellegrino di Andrea Colonia, la dote di £ 193:8 oltre una terra, viene pagata da Aloisio suo fratello. 349. Fadalto (da -) Regino 1565-1586. Figlio di Zanino, muratore, documentato nel testamento del padre nel 1565 e poi il 3 maggio 1573, il 3 gennaio 1574, il 30 giugno 1579 (ASTV, Not. I, b. 862) e il 18 luglio 1586 (ivi, b. 1026). 350. Fadalto (da -) Silvestro 1514-1558 Figlio di Zanino, abitante nel borgo superiore di Serravalle negli anni 1514-1558. Lavorò alle chiese cittadine e fu pagato £ 1:6 nel 1527 assieme al fratello, per murar lochio sopra lorgano, poi £ 1:10 nel 1530 per aggiustare il campanile alla pieve, nel 1537 col fratello Gian Nicolò £ 2:8 per coprire la chiesa sopra l’altare di san Rocco alla pieve, nei 1541-43 i fratelli lavorarono alla sacrestia per £ 7:4, nel 1541 assieme al fratello m°
59
Cecola fu pagato £ 3:12 per conzar il volto sotto la capella nel 1547 coprì la chiesa nuova ed aggiustò la grondaia per £ 1:10 e fu ancora pagato £ 42 per 30 opere, nel 1550 ebbe soldi 16 per coprire la chiesa nuova ed altrettanto per lavori alla porta piccola, nel 1542 i fratelli lavorarono alla sacrestia per £ 12 (ASVV, S, b. 593). Nel 1553 fu pagato per vari lavori al maso di Orsago di proprietà del monastero (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 4). Il 2 gennaio 1558 (ASTV, Not. I, b. 860) assieme al fratello Francesco Cecola è arbitro scelto dalle parti per una vertenza tra i fratelli Scrucis (vedi), tutti muratori, e m° Gregorio e Giovanni Nicolò fu Nicolò Scrucis e dall’altra gli altri fratelli Francesco e Matteo Scrucis. Il 1 marzo 1579 (ASTV, Not. I, b. 862) si cita m° Valentino sutor fu m° Silvestro da Fadalto, e il 5 settembre 1588 (ivi, b. 1017) si ricorda che sta per partire da questa terra per andar a servir il chiarissimo sig. Geronimo Foscari; egli dovette vivere a lungo (omonimie ?) perché un m° Valentino sarto sposato con Marietta ebbe battezzata la figlia Giustina il 17 settembre 1581 (AP S anagrafi), e stima ancora una dote il 21 marzo 1646 (ASTV 1646), risulta gastaldo dei Battuti nel 1650 (nominato su una pala conservata nel Museo del Cenedese). 351. Fadalto (da -) Tomaso 1547-1563 Figlio di m° Silvestro, muratore attestato dal 7 ottobre 1547 (ASTV, Not. I, b. 462). Lavorò alle chiese cittadine e fu pagato nel 1547 per coprir la chiesa nova e conzar la gorna £ 1:10 e inoltre altre £ 42 per 30 opere, poi £ 29:5 nel 1555 per coprire la chiesa e il campanile, e per fornire la grondaia sopra la sacrestia alla pieve, ebbe inoltre £ 10:6 per lavori alla pala grande, per la fattura di un lavello £ 2:8; nel 1557 lavorò a ricoprire la chiesa della pieve per soldi 16 (ASVV, S, b. 593). Documentato anche il 2 gennaio 1559 e l’8 giugno 1562 (ASTV, Not. I, b. 860). Il 19 aprile 1562 (ini, b. 861) viene steso il contratto dotale con Antonia fu Giovanni Battista de Curtarelis già vedova di Giovanni Maria del Mazer, che gli porta 100 ducati di dote; il 27 aprile 1563 (ivi) il fratello della sposa, Tonino, dichiara di dovergli 50 ducati per la dote di Antonia. Il 2 maggio 1569 (ASTV 861) viene registrata una lite per la dote di Antonia, vedova anche di Tomaso. I suoi figli Leonardo e Tomaso sono doc. il 4 marzo 1606 (ASTV, Not. I, b. 1028). Il 28 aprile 1585 (ivi, b. 1327) fu redatto il contratto dotale di Felicia fu m° Tomaso che sposa m° Antonio di m° Piero da Feltre con una dote di £ 1122 di cui £ 310 in contante, pagate dal fratello m° Francesco e dalle madre Antonia; il 18 febbraio 1602 (AP C anagrafi) Elena fu Tomaso Fadalto si sposò con Giuseppe di Giovanni da Fregona. 352. Fadalto (da -) Tomaso 1563-1583 Figlio di Martino, muratore attestato nel 1563 quando fu pagato £ 26 per la fornitura di quattro carri di calcina per il campanile (ASVV, S, b. 593) e altra calcina fornì nel 1567 al monastero di san Gerolamo (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 35). Il 23 aprile 1601 (ASTV, Not. I, b. 1408) si ricorda un atto del 1583 in cui m° Tomaso viene citato con la moglie Ottavia. I suoi eredi sono proprietari di terre nel 1594 (ASVV, S, b. 168). 353. Fadalto (da -) Valentino 1571-1588 Figlio di Silvestro, muratore doc. il 18 gennaio 1571 (ASTV, Not. I, b. 1025), il 2 febbraio 1581 (ivi, b. 1127), l’8 maggio 1584 (ivi, b. 1025), il 9 maggio 1588 (ivi, b. 1327) si ricorda un atto del 28 novembre 1585 dove m° Pietro de Zanco dichiara un debito di
60
£ 200 per residuo di dote della figlia Mattea ora moglie di m° Valentino, cede quindi una terra in Forcàl e £ 66. Potrebbe essere suo figlio quel Silvestro i cui figli vennero battezzati l’8 febbraio 1595 Valentino, il 3 dicembre 1596 Gianmaria Valentino, avuti dalla moglie Elena, poi ancora Tomaso l’8 marzo 1599, Marietta il 15 settembre 1600, Elena il 28 settembre 1603 avuti dalla moglie Cerina (AP S anagrafi). Il lettore ponga attenzione in quanto esiste omonimia col m° Valentino sarto, entrambi figli di un Silvestro. 354. Fadalto (da -) Zanfrancesco 1525-1560 Figlio di m° Zanino, detto Cuola, Cecola, abitante nel borgo superiore almeno nel 1525 (ASTV, Not. I, b. 451) era muratore e talvolta anche lapicida, citato il 3 marzo 1560 (ivi, b. 860). Il 27 luglio 1557 (ivi) si sposa sua figlia Andriana con Giuseppe di Svaldo del Pupo da Perarolo. Il 4 febbraio 1568 (ivi, b. 862) è ricordata la sua vedova in secondi voti Antonia e il 25 agosto 1576 (ivi) suo figlio m° Geronimo. 355. Fadalto (da -) Zanino, muratore capostipite della famiglia e vivente nella prima metà del Quattrocento. Si ricordano quattro dei suoi figli: Battista fu Zanino citato il 3 febbraio 1469 e della cui figlia Augusta fu redatto il contratto dotale il 5 ottobre 1483 con m° Pietro sutore da Treviso fu Benedetto per £ 208; Silvestro fu Zanino citato il 30 ottobre 1465 (ASTV, Not. I, b. 271) e il 20 ottobre 1486 (ASTV, CRS, S. Giovanni,perg. b. 2); m° Valentino bottaio fu Zanino abitante nel borgo superiore attestato il 26 giugno 1486 (ASTV, Not. I, b. 271), infine m° Nicolò nominato insieme al fratello Silvestro. In particolare Silvestro e Nicolò presero in affitto l’8 luglio 1485 (ivi) da Pietro Trafalant per cinque anni mezza officina (che era pro indiviso con Pietro Boscaruol ) sotto il castello di Serravalle presso quella di Giovanni Zuccati per d. 4 l’anno, garante per i fratelli è lo spadaio Pietro Rosso abitante a Venezia. 356. Fadalto (da -) Zanino 1486-1501. Figlio di Silvestro fu Zanino da Fadalto muratore doc. il 26 luglio 1486, l’1 ottobre 1488 (ASTV , Not. I, b. 271), il 26 agosto 1495 (ivi, b. 334) e il 25 gennaio 1501 (ivi, b. 532) è citato col fratello Andrea. Per suo figlio Nicolò vedi sopra. 357. Fadalto (da -) Zanino 1531-1565 Figlio di Silvestro, muratore. Lavorò alle chiese di Serravalle e nel 1531 aggiustò il tetto della sacrestia e il 17 dicembre 1559 furono pagate £ 20:14 a m° Tomaso e m° Zanino da Fadalto per coprire ed aggiustare entrambe le chiese (ASVV, S, b. 593). Presente il 26 febbraio 1563 (ASTV, Not. I, b. 518), fa testamento il 23 marzo 1565 e vuol essere sepolto nella chiesa di santa Giustina dove sono i suoi avi. Lascia usufruttuaria la moglie Caterina ed eredi i figli Rugino [Regino], Giovanni Maria e Maria, avuti con la prima moglie Apollonia. Successivamente, il 15 aprile 1565 con atto rogato nella chiesa di Santa Margherita, gli eredi entrarono in lite davanti ai testi m° Tomaso e m° Valentino fratelli muratori da Fadalto e loro zii, vi fu poi la stima dei beni dotali di Caterina e di quelli del defunto Zanino il 15 aprile 1565 (tutto in ASTV, Not. I, b. 861). 358. Fadalto (da -) Zanino 1603-1633 Muratore figlio di m° Francesco di m° Tomaso, doc. dal 18 settembre 1603 (ASTV, Not.
61
I, b. 1327). Egli lavorò all’altariolo di Maren nel 1612 insieme a m° Antonio Cadorin e alle finestre del convento di santa Giustina nel 1615 assieme a m° Batta e m° Giovanni, pagato £ 231; assieme al fratello m° Tomaso lavorò al brolo del convento e fu pagato £ 764 nel 1607 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9). L’11 gennaio 1621 stima una casa, e poi è citato ancora più volte dal 1623 al 1633 (ASTV, Not. I, b. 1328). Il 5 gennaio 1615 fu battezzato un figlio (AP S anagrafi); la moglie Maria entrò nei Battuti nel 1617 (ASVV, S, b. 650.4). Il 19 gennaio 1633 (ASTV, Not. I, b. 1328) viene rogato l’atto dotale, per £ 1375, di Caterina figlia di m° Zanino da Fadalto che sposa Gasparo dal Monego da Pieve di Cadore. 359. Federico 1371-1377. Muratore che nel 1371 lavorò insieme al collega Scorbalosto (vedi), e coprì la cattedrale nel 1377 con Odorico (ADVV massaria). 360. Fenino da Segusino, figlio del defunto Biagio, muratore abitante a Cison doc. più volte nel 1511-21 (ASTV, Not. I, bb. 394, 448). 361. Florentino, muratore che fu teste a Ceneda il 19 febbraio 1552 (ivi, b. 1002). 362. Foltrano (da -) Martino, muratore abitante in Calcada di Serravalle in data 6 gennaio 1464 (AMVC, b. 2, fasc. 13) e dove nel 1469 abitava ancora. 363. Fornaselo Battista 1582-1585. Muratore figlio di Aloisio, doc. a San Cassiano il 16 marzo 1582 (ASTV, Not. I, b. 925) e a Pinidello nel 1585 (AP Pinidello, battesimi). Fortaia, Furtaia, famiglia di muratori originaria da Fadalto e stabilitasi a Serravalle. 364. Fortaia Andrea 1506-1535 Muratore da Fadalto, forse figlio di m° Domenico. Citato a Serravalle il 21 marzo 1506 (ASTV, Not. I, b. 334), abitava nel Borgo superiore e fu attivo a Serravalle nel 1513-35 specie nella chiesa di santa Giustina per cui vedi Tomasi 1998, I, 570 e 2002. Lavorò anche alle chiese plebane di Serravalle, ebbe £ 1:4 nel 1525 per aggiustare la grondaia della chiesa, soldi 4 nel 1528 e nel 1535 chiuse la finestra della cappella grande (ASVV, S, b. 593). Fu attivo anche a Ceneda dove lavorò alla cuba della cattedrale nel settembre 1519-20 per £ 25, piccoli lavori effettuò nel 1527 e nel 1529 soffittò la cantina (ADVV massaria). Si ricorda un figlio, m° Batta pellicciaio l’1 novembre 1562 e il 26 giugno 1584 (ASTV, Not. I, bb. 861, 1327). 365. Fortaia Domenico 1506-1518 Muratore da Serravalle detto Furtaia, affittuario del convento di Santa Giustina nel 1506, di cui ristrutturò il campanile nel 1513 e fu pagato £ 29:12. Restaurò anche il campanile della pieve di San Cassiano, come da contratto del 11 giugno 1518 (ASTV, Not. I, b. 455) fra m° Domenico e i giurati della Luminaria che prevedeva il pagamento in due rate, una subito di ducati 11 e l’altra a opera finita di ducati 5, per restaurare il campanile che minacciava di rovinare, smaltarlo e imbiancarlo, compreso il restauro della piramide o pigna e l’armatura: rimaneva alla Luminaria il compito di provvedere chiavi, corde, legname e pietre. Il 2 settembre 1514 (ASBL, Not., b. 6894) Ambrogio da Reggio, professore di grammatica a Belluno, dà procura a m° Domenico detto Frutaia da Serravalle, ma abitante a Sacile
62
in borgo San Gregorio, e a Simone ed Antonio fu Gianpaolo da Sacile suo cognato da parte di sorella, per recuperare un cavallo. 366. Fortaia Pietro. Il 14 marzo 1538 (ASPN, Not. ant., b. 893, fasc. 6218) Camilla vedova di m° Pietro fu m° Domenico Fortaia muratore di Sacile dà procura. 367. Francesco da Gemona, muratore doc. a San Cassiano nel gennaio e agosto 1569 (ASTV, Not. I, b. 925) e 1570 (ASTV, pod. Cordignano, b. 80). 368. Francesco da Lago, figlio del fu Bono, abitante a Ceneda, il 1 maggio 1356 era teste in Ampezzo, forse si tratta di colui che costruì la chiesa di santa Caterina di Ampezzo (Richebuono 97). 369. Francesco de Ridesio, muravit ecclesiam (maiorem Cenete) assieme a m° Gabriele da Lago nel 1384 e furono pagati soldi 9 (ADVV massaria). 370. Francesco del fu Tomaso, muratore che lavorò alla ricostruzione del campanile della chiesa nuova di Serravalle nel 1647-1651(ASVV, S, b. 110). - Furlan vedi Geronimo Furlan. 371. Gabriele da Lago, muratore, vedi il soprastante Francesco de Ridesio. 372. Gabriele dela piana, muratore a Serravalle, doc. il 24 aprile 1507 (ASTV, Not. I, b. 400). 373. Gabriele de Ronchis 1522-1540 Proveniente da Ronchie nel Bellunese, muratore abitante a Serravalle. Mastro Gabriele fu m° Batta de Ronchis è presente a Serravalle nel 1522 (ASTV, CRS, S. Giovanni, perg. b. 2), e documentato il 17 luglio 1523 (ASTV, Not. I, b. 532), il 3 aprile 1528, il 5 novembre 1533 (ivi, b. 468) col figlio Cristoforo spadaio, quando acquistano una terra alla Negrisuola; era padre anche dello spadaio Batta col quale è attestato nel 1540. 374. Geronimo Furlan 1605-1626. Muratore abitante a Salsa, doc. il 20 novembre 1605 (ASTV, Not. I, b. 1032) come cognato di Daniele Bertucci; sposato con Armelina la loro figlia Paula fu battezzata il 21 aprile 1608 e la figlia Catarina fu sepolta il 14 luglio 1620 (AP C anagrafi). Proprietario nel 1626 (ASVV, C, b. 93). 375. Gianmaria da Lugano 1592-† 1608. Abitante a Ceneda nel 1592 (AP C anagrafi), muratore, forse si tratta di m° Zamaria comasco doc. a Ceneda il 12 febbraio 1608 (ASTV, Not. I, b. 1120). 376. Giandonato da Meschio, i suoi figli stipulano un contratto il 16 dicembre 1480 (ASTV, Not. I, b. 329) con la Comunità di Ceneda per costruire una fognatura pubblica. 377. Giovanni, muratore a Visnà, suo figlio Sebastiano è citato il 21 aprile 1512 (ASTV, Not. I, b. 394, il padre era morto). 378. Giovanni 1584-1586. Muratore a Serravalle, nel 1586 fu pagato soldi 8 per praticare i fori per inserire i cornicioni nell’abside della chiesa plebana (ASVV, S, b. 596). A Serravalle il 23 febbraio 1584 (AP S Anagrafi) viene battezzata Maddalena figlia sua e di Orsola sua moglie. 3795. Giovanni comasco 1575-1607. Muratore comasco abitante a Ceneda, citato il 9 ottobre 1575 (ASTV, Not. I, b. 966), fu sepolto il 15 maggio 1607 e un omonimo il 3 maggio 1609 (AP C anagrafi). 380. Giovanni comasco 1583-1586. Figlio di Giovanni Maria, doc. a Corbanese il 15
63
maggio 1583 e il 24 dicembre 1586 (ASTV, Not. I, b.1210). 381. Giovanni da Como, muratore, suo figlio Bartolomeo detto mataco abita a Serravalle nel 1390 (ASVV, S, b. 625). 382. Giovanni da Como, muratore, suo figlio Sebastiano abita a Cison dov’è doc. nel 1518-20 (ASTV, Not. I, b. 448) e già nel 1518 m° Giovanni risulta morto. 383. Giovanni da Corbanese 1504-12. Muratore doc. l’8.11.1504 (AMVC, b. 9, fasc. 71), morì nel 1512 facendo lasciti alla chiesa (AP Corbanese, Disposizioni testamentarie). 384. Giovanni da Mareno nel Contà, muratore, suo figlio Sebastiano è doc. il 15 aprile 1512 (ASTV, Not. I, b. 448), il padre era già morto. 385. Giovanni da Meschio figlio del defunto Guecello, muratore documentato a Ceneda il 10 marzo 1330 (ASTV, Perg. Ospedale di Treviso, n. 3858). 386. Giovanni da Milano 1496-1507. Abitante a Ceneda dove è citato il 9 settembre 1499 (ASTV, Not. I, b. 395), forse è il m° Giovanni muraro fu m° Stefano de Plebe Lugani abitante a Ceneda dove è doc. il 24 aprile 1496 (ivi). Un Giovanni Bernardino di m° Giovanni muratore fu battezzato il 25 maggio 1507 (ADVV, C, battezzati). 387. Giovanni da Sofratta figlio di Roberto, muratore che il 16 novembre 1284 fu pagato per aver dato le malte e imbiancato la cattedrale di Ceneda (Tomasi 1998, I, 141). 388. Giovanni da Sonvico 1559-1582 Da Sonvico di Lugano, muratore figlio di m° Rocco dal Sas. Fa gli altari laterali della chiesa di Castel Roganzuolo negli anni 1559-1560 e la cappella delle stessa chiesa nel 1570-1573 e ancora il sepolcro dei preti alla fine del Cinquecento (Sartori 1978, 114). Fu mandato a Montereale (PN) a comprare il legname per fabbricare la casa ad Orsago di proprietà del monastero per £ 130 (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 4).Attestato nel periodo 1577-78 (ASTV, Not. I, b. 1073) quando abitava a Tarzo, nel 1582 (AP Corbanese, battesimi) fu teste a Corbanese, il 17 maggio 1582 (ASTV, Not. I, b. 968) è doc. a Ceneda. 389. Giovanni da Tarzo, muratore che nel 1540 (AP Tarzo, alfabetario) è proprietario a Corbanese. 390. Giovanni da Udine, muratore, suo figlio m° Blasio abita a Ceneda il 20 dicembre 1573 (ASTV, Not. I, b. 1030, not. A. Sarcinelli). 391. Giovanni dalla Valle di Lugano, muratore figlio del defunto Airoldo mamo doc. a San Cassiano il 24 dicembre 1515 (ASTV, Not. I, b. 399). 392. Giovanni de Vasinado, muratore che nel 1340 fu pagato per la copertura della cattedrale, è molto probabile si tratti di quel m° Innaxinado/Ivvaxinado che fece lo stesso lavoro alla cantina e al campanile nel 1341-42 (ADVV, Capitolo, b. 63). 393. Giovanni Antonio, figlio del fu m° Stefano dalla valle di Lugano, muratore teste a Cison in data 24 settembre 1574 (ASTV, Not. I, b. 1088). 394. Giovanni Nicolò, si tratta di un componente della famiglia Scrucis da Serravalle (vedi). 395. Giovanni Pietro, muratore è compare di battesimo a Ceneda il 23 febbraio 1505 (ADVV, C, battesimi). 396. Giovanni Pietro da Como, muratore attivo a Serravalle il 27 ottobre 1550 (ASTV, Not. I, b. 1045). 397. Girardo Giovanni, fu Matteo, muratore documentato a Serravalle nel 1525 (ASTV, Not. I, b. 467).
64
Guerin, de Guerinis, de Guarinis, Varin, vecchia famiglia di Ceneda originaria dal Bergamasco da dove arrivò il capostipite Guerin poco dopo la metà del Quattrocento. 398. Guerin Andrea, muratore documentato a Corbanese il 22 settembre 1615 (ASTV, Not. I, b. 1212). 399. Guerin Bernardino 1577-1586. Muratore, mise in opera i modiglioni per le panche nella chiesa di Meschio nel 1577 per £ 12 (ADVV Meschio massaria). Il 17 novembre 1586 fu battezzata Antonia, figlia sua e di Marietta (AP C anagrafi). 400. Guerin Bortolo 1536-1587 Muratore figlio di Francesco, e detto Bortolin. Nel 1536 – era un ragazzino - fu pagato per levar i foli dell’organo della cattedrale, nel 1549 fu pagato £ 1:10 per salezar davanti la rieza, e nel 1551 diede 9 opere per coprire il tetto per £ 10:7, nel 1553 mise le pietre ed i modiglioni sopra la porta della chiesa per £ 3:1, nel 1562 lavorò al tetto sopra la stanza dell’organo e l’anno dopo al tetto della chiesa e qui ancora nel 1567, nel 1571 coprì le navate per £ 9, nel gennaio 1574 assieme ai suoi fratelli pose il selciato davanti la cattedrale per £ 22:10, nel 1575 coprì la chiesa per £ 39, l’anno dopo stese passi 132 di selciato attorno alla chiesa per £ 9 e piccoli lavori fece ancora nel 1578, negli anni ottanta era salariato della cattedrale (ADVV massaria). Nel 1557-59 fece il muro del sagrato della chiesa di San Lorenzo di Montagna e nel 1580 col figlio Nisi lavorò ancora a quel muro, il 1 giugno 1580 fu pagato £ 21 col figlio per 12 opere a fornir la chiesa (AP S. Lorenzo). Lavorò anche per la Comunità di Ceneda e fu pagato £ 6:4 nel 1549 per coprire la loggia, altre £ 3 le ebbe nel 1552 e il 2 novembre 1552 ebbe £ 14 per asetar li modeoni dela loza e smaltar, nel 1553 fu pagato £ 18:10 e il 14 ottobre 1554 ebbe £ 8 per otto opere in dui fiade alla fontana e nel 1559 £ 8 per conzar la roia. Lavorò ancora nel 1561 per £ 1:16, nel 1567 ebbe £ 27 e nel 1562 lavorò al lavatoio della piazza per £ 17:11, per il 1574 vedi il fratello m° Tonino (ASVV, C, bb. 62, 82). Lavorò anche per il monastero di san Gerolamo a Serravalle per accordo del 8 dicembre 1569, per finire assieme al figlio m° Dionisio il campanile per £ 160 circa, compresa la pavimentazione della chiesa, e poi il 5 giugno 1584 fu pagato (col figlio m° Nisi) per aver buttato la sala [il pavimento] nell’ammezzato e per fare le porte del refettorio (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 35, 4). Lavorò anche nel maso di Maren di proprietà delle suore nel 1598 per £ 29 (ivi, S. Giustina, b. 9). Nel 1577 mise gli scalini alla chiesa di Meschio e nel 1581 lavorò ai tetti della chiesa, casa del cappellano e ospedale per £ 10 (ADVV Meschio, massaria). Il 27 maggio 1572 (ASTV, Not. I, b. 965) assieme a m° Ambrosio de Iacobacci stima una casa di Antonio Moscardin venduta a Pietro fu Peregrino Bartucci per £ 600 a Ceneda dai Bartucci. Poco dopo, il 20 dicembre 1573 (ivi, b. 1030, not. A. Sarcinelli) assieme al carpentiere m° Giovanni Bombarda stima la parte di casa di Catarina fu Pedrino linarolo bergamasco a Ceneda. Il 5 febbraio 1547 (ivi, b. 642) fu redatto il contratto dotale fra lui e Ursula di m° Tiziano fabbro. Egli fece testamento il 16 settembre 1576 lasciando usufruttuaria la moglie Ursula ed erede universale il figlio m° Dionisio ed era ancora vivo il 13 novembre 1579 (tutto in ASTV, Not. I, b. 1119) e il 7 maggio 1587 (ivi, b. 970). Sua figlia Paola sposò il muratore m° Agostino da Brescia.
65
401. Guerin Dionisio 1575-† 1602 Muratore figlio di Bortolino da Ceneda, detto Nisi. Nel 1580 lavorò col padre e nel 1586 murò l’arme del cardinale Michele Della Torre sulla facciata della cattedrale (O. De Zorzi 2001). Fu arbitro per una divisione nel 1594 dei beni del lapicida Martino Tarsia, nel periodo 1585-86 lavorò con m° Andrea Zanco, dal 1591 figura come salariato della cattedrale a un ducato l’anno, per cui lavorò anche negli anni 1593-94, e nel 1600 accomodò i gocciolatoi delle grondaie (ADVV massaria). Lavorò anche col padre Bortolo e con lo zio Tonino. Citato molte volte in ASTV, Not. I, bb. 1046-1047. Il 17 gennaio 1575 (ivi, b. 1025) fu redatto il contratto dotale fra lui e Teodora di m° Giorgio del Mazzer per una dote di £ 364; era consigliere fra i popolari nel 1600 (ASVV, C, b. 68), e fu sepolto il 12 aprile 1602 (AP C anagrafi). Sua figlia Lucia Giovanna fu battezzata il 21 dicembre 1575, Marista l’8 settembre 1577, Lucia il 6 febbraio 1583, Antonio l’1 dicembre 1585, Margarita il 19 novembre 1589, Catarina il 19 aprile 1593 (sepolta il 10 novembre 1598); la figlia Marietta fu battezzata il 15 febbraio 1596 e sposò Francesco del Fol da Porcia (AP C anagrafi). 402. Guerin Francesco 1536-1585 Figlio di Florino, muratore. Nel 1536 lavorò al tetto della cattedrale (ADVV massaria). Il 16 agosto 1544 il Consiglio di Ceneda deliberò di far costruire la sala della nuova loggia a m° Francesco, per ducati 10 oltre le necessarie opere di piovego e quanto di materiale abbisognerà, e il 3 dicembre 1544 deliberò di pagargli due scudi in più date le difficoltà strutturali (mancavano per esempio le finestre), a sala finita inoltre fu deliberato che non si potesse entrare con le dàlmede pena una multa di soldi 40 (ASVV, C, b. 62). Nel 1546 fu pagato £ 2, nel 1547 £ 6:9 per haver smaltado e bianchizado la caminada e nel 1548 ebbe soldi 6 per aver aggiustato la parte alta della loggia presso l’inferriata e un’altra lira la ebbe per aver accomodato la strada per andare in castello. Nel 1549 ebbe £ 1:4 e nel 1550 soldi 5 per aver accomodato la strada presso la chiesa di san Pietro sul colle sopra Ceneda, il 21 settembre 1554 fu pagato £ 3 per aver messo gli scalini della loggia e il 19 settembre 1555 altre £ 13 per aver lavorato alla fontana e per ricoprire la loggia (ASVV, C, b. 82). Sempre il 16 agosto 1544 (ivi,sub 9 agosto 1553) fu redatto il contratto con cui m° Francesco s’impegnava a fornire 70 opere videlicet 13 per far la casa dela fontana e 56 a far le gorne per detta fontana computada una altra opera a forar li canoni e per haver conzadi e mesi li schalini della loza furono opere 13, per quest’ultimo lavoro ebbe £ 13. Nel 1552 fu pagato £ 13 per aver lavorato al muro del sagrato della cattedrale e nel 1566 lavorò col figlio del Zanco alla cappella Trevisan (ADVV massaria). Nel 1552 restaurò la pigna del campanil della chiesa di Castel Roganzuolo (Svalduz 390). Attestato il 6 ottobre 1547 (ASTV, Not. I, b. 576), il 2 luglio 1551 (ivi, b. 663) è doc. il figlio Bortolino, a sua volta padre di Dionisio, e l’8 dicembre 1573 (ivi, b. 965) si ricorda un altro figlio, m° Antonino, che fu teste in AP C Anagrafi l’11 febbraio 1585. 403. Guerin Francesco 1603-1627 Muratore figlio di m° Dionisio, documentato l’8 dicembre 1604 (ASTV, Not. I, b. 1120). Un m° Francesco muratore lavorò per le suore nel 1598 aggiustando la casetta nel borgo, poi ancora nel 1601-03 per ben £ 1758 in più rate, poi e nel 1604-05 lavorò al parlatorio
66
del convento (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9). Fu salariato della cattedrale e fu inoltre pagato per aver murato due finestre nel 1603, lavorò inoltre per 51 giorni nella cripta per £ 102 (ADVV massaria). Il 24 aprile 1627 stima una casa della Scuola dei Battuti in Calcalda per £ 847 (ASTV, Not. I, b. 1110). Il 28 agosto 1623 (ASTV, pod. Ceneda, b. 168) le madri Lucietta e Virginia Bortoluzzi da Venezia s’accordano con m° Francesco Guarin e m° Cristoforo de Toffoletti per la fabbrica del monastero in contrada di Brusavilla. I muratori costruiranno tre passi di muro grezzo e passi sette di muro rebocado smaltado e biancado e otto passi di coperto a coppi. 404. Guerin Iacometo, figlio di Guerin, muratore, pagato £ 5:6 nel 1482 per brege per la loza (ASVV, C, b. 81). 405. Guerin Tiziano 1548-1590 Figlio di m° Francesco, muratore doc. il 18 gennaio 1548 (ASTV, Not. I, b. 635), il 16 marzo 1572 (ivi, b. 1119), il 25 novembre 1587 (ivi, b. 1120) e sino al 1590 quando fa la stima di una casa insieme al falegname m° Tiziano Cagnano. Suo figlio Domenico, battezzato il 6 dicembre 1564, era garzone dello speziale Bortolamio da Fondra a Serravalle il 19 marzo 1585 (ASTV, Not. I, b. 673), un altro figlio Giovanni fu battezzato il 15 febbraio 1568 e la figlia Catarina il 10 marzo 1579, tutti avuti dalla moglie Maddalena (AP C anagrafi). Suo figlio Giovanni, sposato con Tranquilla, ebbe una figlia Marietta, battezzata a Ceneda l’8 dicembre 1597. 406. Guerin Tonino 1573-† 1608 Muratore figlio di m° Francesco, rare volte citato come Antonino. Lavorò per la Comunità di Ceneda e nel 1573 fu pagato £ 11:10 per resto dell’aver selciato la strada che va al castello assieme a m° Vian (con segno d’abbreviazione), nel 1574 assieme al fratello m° Bortolino lavorò per undici giornate a mettere in opera gli scalini attorno alla loggia e furono pagati £ 13:4 (ASVV, C, b. 82). Lavorò anche per il monastero di san Gerolamo a Serravalle assieme al nipote m° Dionisio e il 14 luglio 1571 (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 35) fu pagato £ 7:10 per smaltare la chiesa. Fu sepolto il 23 settembre 1608 (AP C anagrafi). Il 4 agosto 1580 Fiorin de la Rossa sposò sua figlia Matia, il 6 febbraio 1586 suo figlio m° Bernardo sposò Marietta fu m° Alvise de Casa abitante presso il medico Antonio Gandin, sua figlia Faustina si sposò il 30 luglio 1595 con m° Livio Domenichino di m° Annibale e il 19 gennaio 1603 con Giovanni Peruzo (AP C anagrafi). Ebbe anche un figlio prete di nome Giuseppe che fu ripetitore di scuola, mansionario, poi sacrista e curato della cattedrale dal 1595, fu sepolto a Ceneda il 5 ottobre 1631 (AP C anagrafi). 407. Guidone da San Lorenzo muratore documentato a Ceneda il 10 marzo 1330 (ASTV, Perg. Ospedale, n. 3858). 408. Guidot Vendrame alias Vidot, muratore che fu pagato nel 1507 £ 7:9 per aver fatto il muro del sagrato della cattedrale assieme a m° Bastian Tavan, e inoltre gli furono corrisposte £ 13:10 per aver costruito 16 passi di muro sul sagrato dalla loggia al campanile (ADVV massaria). 409. Guielmo, muratore che lavorò al campanile della cattedrale nel 1381 (ADVV massaria).
67
410. Iacomino da Como 1485-1488. Muratore figlio di Andrea, doc. a Ceneda il 29 settembre 1488 (ASTV, Not. I, b. 271), fu teste a Serravalle nel 1485 (ivi, c. 191 r). Si tratta del padre del m° Piero della valle di Lugano (vedi). 411. Iacobo da Soligo, fu Tura, muratore citato a Soligo nel dicembre 1357 (Cagnin 1994, 60). 412. Iacobo 1493-1526. Muratore citato a San Cassiano il 24 ottobre 1493 (ASTV, pod. Cordignano, b. 95), forse si tratta del muratore Iacobo da Pinidello presente nel 1526 (ivi, b. 131). 413. Iacobo, muratore attivo a Ceneda e fratello di m° Antonio da Ceneda (vedi). Nel 1544 fu pagato £ 3 per mudar le colone (de la loza) in doi fiade e a cui si aggiunse un’altra lira poco dopo, poi altre £ 6:10 e sempre per quel lavoro altre £ 74 il 18 febbraio 1544 e altre £ 7 poco dopo (ASVV, C, b. 82). 414. Iacobo, fu Antonio, muratore, testimone nel settembre 1621 (ASTV, pod. Cordignano, b. 49) per un fatto accaduto a Sarmede. 415. Iacobo 1604-1619. Muratore figlio di Zuane e attivo a Serravalle, sposato con Paola i loro figli furono battezzati il 27 gennaio 1604 Zuane e 13 dicembre 1604 Zuane Domenego (AP S anagrafi); l’artigiano è documentato ancora il 21 novembre 1619 (ASTV, Not. I, b. 1358). 416. Iacobo da Alpago, figlio di Matteo, muratore abitante ad Anzano, nel 1491 fu pagato £ 2 per aver coperto la casa della Comunità a San Mor (ASVV, C, b. 81). 417. Iacobo da Ceneda, muratore, padrino di battesimo il 10 gennaio 1617 (AP Corbanese anagrafi). 418. Iacobo da Cison, muratore ricordato nel settembre 1565 (ASTV, pod. Cison, b. 25) e nell’aprile 1567 (ivi, b. 27) quand’era in lite con Andrea dal Fol di Cison per un muro che m° Iacobo aveva costruito in casa sua. 419. Iacobo da Cison, il 15 marzo 1628 (ASTV, Not. I, b. 1963) i giurati della Luminaria della chiesa di san Pietro di Mareno siglano un contratto con m° Iacobo muratore che s’impegna entro la prossima Quaresima a disfare i due volti vecchi delle cappelle presso il coro e rifarle quindi come la cappella nuova, facendo due mezzelune in luogo dei volti, muterà gli altari, chiuderà le finestre delle due cappelle, abbasserà il pavimento e aprirà una nuova finestra nel coro. La Luminaria pagherà entro febbraio prossimo 40 ducati e tutte le spese per gli uomini ed il materiale saranno a suo carico. Sono testimoni all’accordo m° Natale Pasquetto da Pieve di Soligo e m° Sebastiano fu Leonardo da Fadalto, entrambi suoi lavoranti. 420. Iacobo da Como 1494-1526 Muratore abitante a Sarmede, doc. a Serravalle il 21 febbraio 1526, e come m° Iacobo fu m° Antonio già da Como, già il 6 settembre 1512 (ASTV, Not. I, b. 532) e a Sarmede nell’arco di tempo 1524-26 (ivi, b. 399). Mastro Iacobo da Como muratore è citato a Cordignano il 23 febbraio 1494 quando viene pagato £ 9 per aver stimato una casa del valore di d. 54; sempre qui è ricordato nel giugno 1494 (ASTV, pod. Cordignano, b. 48). Intraque (da -), si tratta della famiglia Padernelo (vedi). 421. Lanfranco da Como, figlio di m° Anselmino, muratore che lavora all’abbazia di Follina il 23 maggio 1308 (ASVE SMI, perg. b. 19).
68
422. Leonardo 1596-1619. Muratore attivo a San Cassiano, citato nel 1596 (ASTV, Not. I, b. 1074) e come arbitro nel 1619 (vedi Ciot Domenico). 423. Liazaro da Valdobbiadene (de Dobladino) 1235-1268. Muratore presente a Follina il giorno ultimo di maggio 1235 (ASVE, SMI, perg., b. 16); Liazaro si firma come çaro nell’epigrafe di costruzione del chiostro nel 1268, assieme al collega Armano da San Lorenzo. 424. Lorenzo da Como, attivo a Serravalle come muratore negli anni 1493-94 (ASTV, Not. I, b. 467), più conosciuto come Lorenzo lapicida (vedi). 425. Lorenzo comasco, muratore che pose in opera gli scalini nella chiesa di Castel Roganzuolo nel 1597 (Svalduz 388). 426. Lorenzo milanese, muratore figlio del fu m° Martino, costruì il ponte presso l’osteria al Ponte di San Cassiano, ricordato per averlo fatto male per cui era carreggiabile con difficoltà, così il 19 dicembre 1493 (ASTV, pod. Cordignano, b. 95). 427. Lot, (de) Lotis, famiglia ticinese da Sonvico, sette di loro sono fratelli, figli di Pietro, e abitanti a Ceneda.Il “cognome” nel 1592-97 risulta de Cordis ma nomi e paternità degli artigiani sono gli stessi. Oltre a quelli qui sotto ricordati va menzionato anche Ottavio di m° Francesco Lot che fu sepolto il 13 febbraio 1653 (AP C anagrafi). 428. Lot Batta 1601-1650 Mastro Batta muratore figlio di Pietro è doc. il 22 ottobre 1601 (ASTV, Not. I, b. 974), il 15 febbraio 1602 (ivi, b. 1018), il 4 luglio 1610 (ivi, b. 1455) quando insieme ai fratelli vende una casa in Ceneda. Forse è m° Giovanni [Battista] de Lotis, muratore che il 6 maggio 1624 sposò Franceschina vedova di m° Giovanni de Vido Prior (AP C anagrafi), e ancora il m° Giovanni Lothi muratore da Sonvico abitante a Ceneda citato coi figli m° Iacobo e Domenico il 29 dicembre 1609 (ASTV, Not. I, b. 1455); l’8 novembre 1638 (AMVC, b. 147) m° Batta Lot è in lite a Conegliano con la revendigola coneglianese Caterina Masgumiera che vendette a suo fratello Sebastiano un vestito da donna usato per sua moglie. Mastro Batta si trasferì a Conegliano dove il 27 giugno 1650 (ASTV, Not. I, b. 1668) un atto fu rogato a casa sua in Contrada Grande presso la porta di mezzo. 429. Lot Giovanni Maria 1592-† 1643 Muratore che lavorò per la cattedrale coprendo il campanile per £ 8 nel 1608 e facendone la salla nel 1611 (ADVV massaria). Potrebbe essere quel m° Giovanni Maria muratore che lavorò nel luglio 1619 al convento per fattura delle scale e tre camere della foresteria, i muratori infatti erano da Ceneda (ASTV, CRS, S. Francesco di Conegliano, b. 12). Attestato a Ceneda nell’anno 1592 (AP C anagrafi) e il 9 novembre 1597 (ASTV, Not. I, b. 1175), il 17 gennaio 1604 (ivi, b. 1032) comprò terra in Calcada di Ceneda, dove abitava ancora nel 1626; in data 1 dicembre 1620 (ivi, b. 1115, not. Stringari) acquista terra a Rosolin di Ogliano da m° Rocco di Matteo del Bel da Sonvico e subito la permuta con altra di Pietro di Tomaso Lot. Fu sepolto l’8ottobre 1643 (AP C anagrafi). 430. Lot Iacobo 1604-† 1657 Da Sonvico di Lugano e figlio di Pietro, muratore abitante a Ceneda, in Cenceniga nel 1626. Il 5 marzo 1613 (ASTV, pod. Ceneda, b. 178) m° Iacobo Lotti muratore è in lite con Giovanni Battista de Giorgio pure lui muratore de Cumano ma abitante a Serravalle
69
perché non mantenne quanto promesso nel loro accordo del 18 gennaio 1612 rogato a Sonvico, col quale m° Batta fu m° Martino Molata da Sonvico s’impegnava a lavorare per m° Iacobo con lo stipendio annuale di scudi 34 e un paio di scarpe. Il giorno 11 ottobre 1604 viene rogato il contratto dotale di Mattea di Andrea Vidot che sposa m° Iacobo, con dote di £ 563:5; nella stessa fonte alla data 17 dicembre 1606 si trova un concordio fra m° Iacobo e i suoi fratelli Tomaso, Batta, Martino e Simone su una quota della dote di sua moglie Mattea (ivi, b. 1120). I loro figli furono battezzati il 21 dicembre 1605 Sebastiano, il 27settembre 1608 Anzola (poi sepolta il 25 novembre 1612), il 21 dicembre 1611 Sebastiano, il 2 gennaio 1613 Anzola (sepolta poi l’8 febbraio 1613), il 29 maggio 1614 Piero (sepolto il 5 settembre 1619), poi furono sepolti Rocco il 23 febbraio 1624, Francesco il 5 aprile 1625; infine m° Iacobo fu sepolto il 13 dicembre 1657 (AP C anagrafi) e un omonimo (senza l’indicazione di m°) il 13 dicembre 1650. 431. Lot Martino 1601-1610. Muratore figlio di Pietro, doc. il 23 ottobre 1601 e il 28 aprile 1603 (ASTV, Not. I, b. 974), il 4 luglio 1610 (ivi, b. 1455) insieme ai fratelli vende una casa in località Cinciniga di Ceneda. 432. Lot Pietro, muratore da Ceneda che l’8 ottobre 1618 (ivi, b. 1456) acquistò un quarto della mola di un mulino dai Tonon a San Giacomo per £ 200. 433. Lot Sebastiano 1596-1638. Muratore figlio di Pietro, per il 1596 e 1601 vedi il fratello Tomaso, lui è attestato anche il 26 aprile 1603 (ASTV, Not. I, b. 974). Si tratta forse di quel Bastian comasco che fu pagato £ 3 per due piedi d’altare della cattedrale nel 1604 e che nel 1609 lavorò coi falegnami Cagnano al campanile per £ 132 (ADVV massaria). Nel 1638 è citato col fratello Batta, vedi. Mastro Sebastiano Lotti (lui o il nipote omonimo), il 21 giugno 1648 (ASTV, pod. Ceneda, b. 25) stima a Ceneda una casa dai Biondi. 434. Lot Sebastiano 1605-1654. Figlio di Iacobo, il 3 marzo 1654 (ASTV, Not. I, b. 2038) pre Princival Danese s’accordò con m° Sebastiano Lot abitante a Conegliano per far ristrutturare una casetta in Conegliano che il reverendo aveva data in affitto. 435. Lot Simone, documentato nel periodo 1596-1610 per attività compiute insieme ai fratelli. 436. Lot Tomaso 1596-1620 Muratore figlio di Pietro, il 13 ottobre 1596 (ASTV, Not. I, b. 973) assieme ai fratelli mastri Sebastiano, Simone, Zuane Maria, omnes cementari compra una terra a Pradalt di Ceneda; attestato col fratello Sebastiano il 30 settembre 1601 (ivi, b. 974) e figura come padrino di battesimo il 14 novembre 1606 (AP C anagrafi). Il 4 luglio 1610 (ASTV, Not. I, b. 1455) i fratelli Tomaso, Batta e Martino fu Pietro Lotis, tutti muratori, vendono la casa in Cinciniga di Ceneda ai loro fratelli m° Iacobo e m° Simone. Fu arbitro designato nel dicembre 1619 (vedi Ciot Domenico), ancora vivo nel 1620 quando è citato col figlio Pietro. Il 1 aprile 1601 ai fratelli mastro Tomaso e Zamaria furono pagate £ 43 dai frati per aver fatto il muro nel campo “di quelli di Sacile” (ASTV, CRS, S. Giovanni B. di Serravalle, cartaceo b. 1). Alcuni suoi figli si spostarono a Conegliano dove m° Bastiano Lotti fu Tomaso da Sonvico (o da Lugano) dà in affitto tre campi il 10 dicembre 1650 (ASTV, Not. I, b. 2264 sub 18 agosto 1692) e compra una casa nel borgo di Sarano il 26 marzo 1652 (ASTV, Not. I, b.
70
1582), il 10 dicembre 1654 (ivi) Giovanni Battista Lotti fu Tomaso abitante a Conegliano dà procura al fratello Sebastiano. Questi due ultimi, Sebastiano e Giovanni Battista – entrambi muratori – si dividono i loro averi il 28 maggio 1656 (ivi). 437. Luca 1462-1471. Muratore documentato a Serravalle dal 21 gennaio 1462 (ASVV, S, b. 627) al 28 ottobre 1471 (ASTV, Not. I, b. 271), è il capostipite di una grossa famiglia di vari artigiani, vedi anche qui suo figlio Cecco muratore, Giovanni e Martino carpentieri e Domenico bottai. 438. Ludovico da Sonvico 1574-1610. Attivo a Ceneda, muratore detto Vigo, doc. il 18 luglio 1574 (ASTV, Not. I, b. 966), il 3 febbraio 1580 (ivi, b. 1119) col suo compaesano m° Piero Cer; m° Ludovico q Batta de Perro Sonvici nel distretto di Lugano è teste a Ceneda il 4 luglio 1610 (ivi, b. 1455). 439. Marco, di Piero de la Cassina dell’agro di Como, muratore a Ceneda il 20 ottobre 1555 (ASTV, Not. I, b. 664). - Marco, si tratta di Marco a Bladis. 440. Martino Cagasoldi, muratore presente a Follina il 16 gennaio 1231 (ASVE, SMI, perg. b. 16). 441. Marco da Lugano 1578-1619 Figlio di m° Giorgio, muratore doc. a Serravalle il 29 ottobre 1585 (ASTV, Not. I, b. 1358). Un m° Marco muratore aggiustò il tetto della chiesa nuova di Serravalle nel 1583 per £ 1:12 (ASVV, S, b. 595), lavorò per le chiese cittadine e fu pagato £ 13 per cinque giornate nel 1596, per quattro giornate alla scala del sagrato nel 1597 per £ 14, per una finestra nel 1619 per £ 5 (ivi, b. 596). Lavorò anche, come m° Marco comasco muratore, nel monastero di san Gerolamo e fu pagato il 16 dicembre 1578 (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 4). Si sposò con Lucrezia fu Antonio Sanson da Ceneda il 3 gennaio 1600 e i loro figli furono battezzati il 9 novembre 1600 Orsola, il 26 dicembre 1602 Nadal Antonio, il 6 marzo 1605 Augusta, il 29 giugno 1607 Zanantonio, alla data il padre è detto m° Marco dalle biave (AP C anagrafi). 442. Marta (de -) Matteo 1596-1618. Nativo di Campolongo in Cadore, figlio di Antonio, sua moglie Lucia è doc. il 1 maggio 1596 (ASTV, Not. I, b. 1198), abita a Ceneda il 7 novembre 1599 (ASTV, Not. I, b. 974) e il 27 giugno 1607 (ivi, b. 1018). Il 31 gennaio 1618 fu sepolta Orsola figlia di m° Mateio muratore (AP C, anagrafi). 443. Martino da Como, figlio del fu Ambrogio da Selva, muratore che lavorava all’abbazia di Follina il 23 maggio 1308 (ASVE SMI, perg. b. 19). 445. Matteo, figlio di m° Giovanni, muratore a Ceneda doc. il 3 dicembre 1529 (ASTV, Not. I, b. 395), 24 aprile 1530 (ivi, b. 568). 445. Mauger Domenico muratore da Sacile doc. a Serravalle il 7 novembre 1599 (ivi, b. 1046). 446. Meneghelli Nicolò 1556-1581. Muratore originario di Rovato (BS) ma proveniente da Belluno e abitante a Lago dove è doc. il 19 novembre 1556 (ASTV, Not. I, b. 860) e il 17 gennaio 1578 (ivi, b. 862). Sua moglie Margherita fece testamento in data 17 settembre 1581 (ivi, b. 1025).
71
- Menego, diminutivo di Domenico, vi sono almeno tre muratori con questo nome (vedi). Mengo (del -), vecchia famiglia cenedese documentata dal tardo Trecento. 447. Mengo (del -) Antonio 1527-1543. Figlio di Tiziano, muratore di Ceneda citato il 3 maggio 1527 (ASTV, Not. I, b. 532) e 2 luglio 1543 (ivi, b. 451). 448. Mengo (del -) Daniele 1533-1548. Muratore attestato il 14 febbraio 1533 (ASTV Not. I, b. 451) come procuratore di pre Bernardino de Manfredelis canonico di Montebelluna per una vendita. Daniele nel 1548 lavorò alla loggia col falegname m° Segondo (ASVV, C, b. 82). 449. Mengo (del -) Domenico, fu m° Iacobo, muratore che coprì la cattedrale nel 1459 (ADVV massaria). 450. Mengo (del -) Iacobo, muratore doc. il 10 maggio 1400 (AMVC, b. 5, fasc. 52, f. sciolto). 451. Mengo (del -) Tiziano 1493-1526. Muratore che nel 1493 lavorò alla casa dei Battuti di Meschio (ASTV, CRS, S. Maria Meschio, b. 4), forse è il m° Tiziano da Ceneda che compare assieme a Nicolò fu m° Domenico del Mengo muratore, a Cison nel 1526 (ASTV, pod. Cison, b. 6) . 452. Michele, muratore citato nel 1532, vedi sopra mastro Alessandro. 453. Milanese Natale 1620-1635. Muratore da Villa di Villa che accusò il collega m° Antonio detto il Fiorentin d’averlo ferito ad una mano con un coltello usato per tagliare laterizi durante una rissa mentre costruivano la casa di messer Antonio da Meschio, al processo nell’agosto del 1620 testimoniò anche il falegname m° Antonio Pessotto che lavorava con loro. Sua moglie Barbara è ricordata a Cordignano nel gennaio 1635 (ASTV, pod. Cordignano, b. 40). Modol (da -), Modolo, “cognome” di muratori d’ignota parentela, i primi “da Modol” si trovano a Scomigo già nel tardo Quattrocento, la dizione latina è de Modulo. Erano attivi fra Conegliano e Ceneda. 454. Modol (da -) Domenico, fu Battista, muratore di cui fu redatto a Conegliano il contratto dotale con Isabetta fu m° Antonio Bellini tagliapietra il 30 giugno 1580 (ASTV, Not. II, b. 1102, not. Fabio Sbarra). 455. Modol (da -) Pietro 1580-1593 Figlio di Matteo, muratore a Ceneda dove si sposò nel 1580 con Bortolamia di m° Marco a Bladis, e dove furono battezzate le loro figlie, Adriana Maria il 27 novembre 1580 e Lucia il 12 gennaio 1583 (AP C, anagrafi). Il mastro è ancora doc. il 25 giugno 1593 (ASTV, Not. I, b. 992), il 5 ottobre 1593 (ivi, b. 972) e l’8 novembre 1593 quando prese in affitto, da pre Giovanni Battista Eugeri sacrista, la casa presso quella del prete per £ 28 l’anno. Il 6 novembre 1605 suo figlio Antonio sposò Paolina di Tiziano Spiron (tutto da AP C anagrafi), alla data il padre è già morto. 456. Modol (da -) Simone, muratore che coprì la chiesa di Castel Roganzuolo nel 1568 (Svalduz 389). 457. Morando da Ceneda, il 14 novembre 1338 (ASTV, CRS, Scuola dei calegheri di
72
Conegliano, b. 11, fasc. 26-43, c. 32) m° Morando murario che fu di Ceneda ma ora abita a Conegliano è ivi testimone. 458. Nicolò, muratore che fece il pavimento nella cripta della cattedrale dietro l’altare nel 1609 (ADVV massaria). 459. Nicolò da Zante, fu barbiere e capostipite dell’omonima famiglia di chirurghi. Documentato come m° Nicolò fu Costantino de Azante a Serravalle l’8 aprile 1449 (ASVV, S, b. 626); nel 1450 operò al rifacimento della chiesa di santa Augusta (Villanova, 128). 460. Nobol (del -) Iacobo, fu Agostino de Lucano [Lugano], muratore doc. a Ceneda il 13 giugno 1582 (ASTV, Not. I, b. 968). 461. Odorico, vedi Federico. Padernelo, vecchia famiglia da Introaquis di Ceneda, documentata dal Quattrocento; il cognome Padernelo comincia a documentarsi nel tardo Quattrocento, prima esiste solo il locativo de Introaquis. 462. Padernelo Andrea 1470-1504. Figlio di Tiziano, muratore che coprì la cattedrale nel 1470 e fu pagato per tre opere £ 3.10, altri lavori fece nel 1478 e nel 1481 fece il selciato del granaio, nel 1481 coprì ancora la chiesa e nel 1483 assieme ad Antonio Polenta aggiustò il tetto della navata sopra l’altare di san Floriano per £ 4:12, piccoli lavori ancora nel 1489 e 1504 . Nel 1495 assieme a Vendrame da Cagnano abbatté il muro vecchio del sagrato e lo ricostruì per una lunghezza di passi 26 e mezzo (ADVV massaria). 463. Padernelo Antonio, fu muratore e lavorò per la cattedrale nel 1431 (ADVV massaria). 464. Padernelo Antonio 1484-1501. Muratore, nel 1481 lavorò al tetto della cattedrale e piccoli lavori eseguì anche nel 1498 e nell’agosto 1500 fu pagato soldi 6 per conzar le salere sora S. Fiorian e poi anche il tetto sopra l’abside, nel 1502 lavorò al tetto del campanile (ADVV massaria), nel 1484 fu pagato £ 1:8 per lavorar alli necessari, nel 1501 era consigliere della Comunità (ASVV, C, b. 81). 465. Padernello Donato, manovale che lavorò nel 1576 a Meschio (ADVV Meschio, massaria). 466. Padernelo Michele 1525-1542. Figlio di m° Paolo, abitante a Ceneda, subentrò al padre come salariato della cattedrale dal 1525 circa (ADVV Massaria). Ancora doc. fra il 24 aprile 1531 (ASTV, Not. I, b. 395) e il 29 aprile 1541 (ivi, b. 451). Nel 1542 fu pagato £ 6 per opere a recoprir la loza (ASVV, C, b. 82). 467. Padernelo Paolo 1483-1528. Detto anche Polo dentraque, muratore di Ceneda che nel 1484 lavorò al tetto della cattedrale e nel 1513 demolì una parte del muro della sacrestia per far passare il cassone; in quell’anno inoltre lavorò alla cattedrale per £ 15:5 (ADVV massaria). Citato spesso come Pol mat fu salariato della cattedrale nel primo quarto del Cinquecento, di solito per coprire i tetti. 468. Padernelo Tiziano, muratore, lavorò per la cattedrale nel 1442 e 1453 (ADVV massaria). 469. Paolo da Castion di Belluno, fu Vittore, muratore, abita a Rindola il 7 giugno 1578 (ASTV, Not. I, b. 1045).
73
470. Pasquale da Valdobbiadene (de Dobladino), muratore presente a Follina l’ultimo giorno del mese di maggio del 1235 (ASVE, SMI, perg., b. 16). 471. Pasquale Cibora 1500-1506. Muratore abitante nel borgo superiore di Serravalle, doc. il 17 agosto 1500 (ASTV, Not. I, b. 272) e il 21 marzo 1506 (ivi, b. 334) quando dà in affitto una sua casa nel Borgo superiore. 472. Pellegrino belunat, muratore abitante a Serravalle, la figlia sua e di Catarina fu battezzata il 3 agosto 1601 (AP S anagrafi). 473. Petris (de -) Paolo 1521-1525. Figlio di Lorenzo da Rindola, muratore documentato il 16 gennaio e il 27 febbraio 1525 (ASTV, Not. I, b. 451); il 14 ottobre 1521 (ivi, b. 400) assieme al muratore Andrea Fortaia da Fadalto stima una casa di m° Simone maniscalco a Serravalle valutata £ 493, compresi 70 passi di muro, 3020 coppi, 11 travi, due travature, 110 tavole, due bordonal e passi 7 e mezzo di selciato, una cappa per il camino, un secchiaio, due scale, 22 tavole per la camera, uno pezo de gardizo smaltado, porte e fenestre con le brage. 474. Pietro, fu m° Iacobino Vallis Lugani districti mediolanensis, muratore abita a Ceneda, il 5 dicembre 1494 (ASTV, Not. I, b. 395) dà procura al nipote Antonio muratore fu m° Zuane de predicte Vallis Lugani suo fratello. 475. Pietro, assieme a suo fratello anch’egli muratore fu pagato per aver coperto il monastero, la chiesa ed il porticato del convento di san Gerolamo per £ 19:18 il 14 febbraio 1584 (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 4). 476. Pietro, muratore da Ceneda dove il 1 giugno 1614 (ASTV, Not. I, b. 1283) la sua vedova Bartolomea chiede un’elemosina per poter dotare la figlia Augusta; le furono concesse £ 76:10. 477. Pietro 1621-1640. Figlio del fu Silvestro, muratore abitante a Tarzo il 10 novembre 1621 (ASTV, Not. I, b. 1328), qui ricordato ancora nel marzo 1640 (AMVC, b. 153). 478. Pietro 1582-1592. Figlio di Antonio, muratore abitante a Serravalle dove è citato il 16 ottobre 1582 (ASTV, Not. I, b. 1001) e nel 1591-1592 (ivi, b. 1046 e AP S anagrafi). Nel 1582 accomodò il tetto della chiesa nuova per £ 1:4 ed altri piccoli lavori eseguì nel 1586 (ASVV, S, b. 595). 479. Pietro Biancholino 1473-1505. Muratore a Serravalle in data 13 marzo 1473 (ASTV, Not. I, b. 271), confratello dei Battuti nel 1505 con la moglie Caterina (ASVV, S, b. 627). 480. Pietro comàs 1469-1492. Alias Pietro da Como muratore e tagliapietra figlio di Marco, attivo a Serravalle il 20 luglio 1469 e il 27 marzo 1471 (ASTV, Not. I, b. 271); è il professionista che ristruttura la chiesa di santa Maria di Lago negli anni 1491-1492 (Tomasi 1988, 92). 481. Pietro da Cison 1577-1603. Figlio di m° Iacobo, muratore abitante a Cison, lavorò all’abbazia nel 1578 e nel 1583 (ASTV, CRS, Follina, b. 33). Il 10 aprile 1577 fu redatto il contratto dotale fra lui e Maddalena fu Domenico da Caneva per £ 102:19; doc. 17 marzo 1579 e il 28 marzo 1603 (ASTV, Not. I, bb. 1086, 1273). 482. Pietro da Cumano, figlio di Giovanni, muratore che finì il campanile della chiesa pievana di Miane nel 1571 (epigrafe in loco), iniziato dal muratore m° Andrea da Solighetto. 483. Pietro da Lugano, del fu Beltrame, muratore di Treviso, il 14 dicembre 1532 dichia-
74
ra di aver ricevuto £ 20 in due rate dal nobile Francesco da Arpo, per la casa che costruì per lui a Soligo, il muratore abitava a Treviso già il 17 settembre 1532 (ASTV Not. I, notaio Giovanni Girolamo Toscan, spogli Bampo 18). 484. Pietro da Sonvico 1505-1537. Mastro Pietro muratore fu Antonio de castro Sum Vicis Commi districti abitante a Tovena, dove è attestato l’1 maggio 1505 e il 21 marzo 1537 (ASTV, Not. I, bb. 305, 529). A lui potrebbero riferirsi Antonio da Como muratore a Tovena nel 1538 e Pietro da Tovena, muratore già morto nel 1605, identificando così una famiglia. 485. Pietro da Tarzo 1572-1583 Figlio di Donà e detto Boscharuol, muratore abitante a Ceneda dove il 30 gennaio 1572 (ASTV, Not. I, b. 965) viene redatto il contratto dotale con Maddalena fu Lorenzo de Vidotis sua futura moglie, per £ 174:14; poi 21 ottobre 1576 (ivi, b. 966). Al 19 luglio 1583 data l’inventario dei beni del defunto Piero, redatto nella sua casa a Ceneda in contrada illorum de Alexio, segue il 22 luglio 1583 (ivi, b. 969) la divisione fra il fratello della sua prima moglie Maddalena e la seconda, Menega fu Zani de Roseis da Ceneda, erede il figlio minore Donà (battezzato il 5 maggio 1572), Piero suo figlio postumo fu battezzato l’1 novembre 1583 (AP C anagrafi). 486. Pietro da Tovena, muratore, il 10 giugno 1605 (ASTV, Not. I, b. 1408) la sua vedova Bortola, che per testamento aveva lasciato erede il marito e poi la Luminaria di Tovena, vuole ora recuperare i suoi beni. 487. Pietro de Cugnolo, muratore figlio del fu Domenico, citato a Sarmede il 4 aprile 1582 (ASTV, Not. I, b. 992), vedi anche suo fratello Antonio. 488. Pietro de Vegla, muratore presente a Follina il 16 gennaio 1231 (ASVE, SMI, b. 16). 489. Pietro de Zaneto, muratore, il 7 luglio 1528 (ASTV, Not. I, b. 409) a Serravalle è doc. suo figlio Taddeo, alla data il padre è già morto. 490. Pietro Rosso 1573-1597. Muratore originario da Lugano, il 30 novembre 1586 (ASTV, Not. I, b. 1174) riceve da pre Simon Rizzo agente del vescovo il resto di lire 150 per tutto il lavoro fatto sino ad oggi. Nel marzo 1573 fu battezzato Bartolomeo di Piero da Lugano e Menega e il 3 settembre 1597 Bastiano di m° Piero da Lugano e Catarina (AP C anagrafi). 491. Polo, fu Companon, muraro de Calcada, per una casa a Serravalle paga al vescovo nel 1397 (recte 1348, ADVV 59/1). Porton (dal -) ramo della famiglia Fadalto (vedi). 492. Porton (dal -) Aloisio 1575-1594. Si tratta di Aloisio figlio di Nicolò da Fadalto, muratore citato nel 1575 (vedi Nicolò da Fadalto), si tratta del m° Viso muraro presente il 15 gennaio 1584 (tutto in AP S anagrafi), e ancora citato come m° Viso q. m° Nicolò muraro proprietario nel 1586-94 (ASVV, S, b. 168). Il 18 aprile 1588 viene battezzato Sigismondo e il 27 luglio 1592 Nicolò, figli suoi e della moglie Lucia (AP S anagrafi). 493. Porton (dal -) Nicolò 1592-1617. Figlio di m° Aloisio, battezzato il 27 luglio 1592, doc. il 3 dicembre 1615 come m° Nicolò da Fadalto dal Porton, il 23 agosto 1617 fu redatto il contratto dotale fra lui e Catarina fu Tiziano de Antiga per £ 442:18 (ASTV, Not. I, b. 1328).
75
494. Pupo da Olarigo, muratore il cui figlio Bartolomeo fu erede di metà degli averi di suo zio Ainardo da Serravalle per testamento del 2 settembre 1348 (ASTV, Perg. Ospedale, testam. N. 117). 495. Quadrio (de -) Giovanni Pietro, fu Batta da Quadrio dell’agro di Lugano, mastro documentato a Sarmede senza specificazione di mestiere il 3 maggio 1557 (ASTV, Not. I, b. 991). Re, da Re, “cognome” di due fratelli, figli del fu Martino Re, da Sonvico sopra Lugano ma attivi a Ceneda e Conegliano. 496. Re Alberto, muratore doc. a Ceneda col fratello m° Pietro il 19 luglio 1575 (ASTV, Not. I, b. 966). 497. Re Pietro 1573-1596 Muratore citato il 29 giugno 1573 e il 19 luglio 1575 (ASTV, Not. I, bb. 965, 966). Nell’agosto 1583 (AMVC, b. 65) m° Pietro Re comasco di quelli da Re fu in lite con m° Pietro Cer suo cognato (alias m° Piero de Ciera comasco de S. Vigo) entrambi soliti abitare a Conegliano, perché egli nel 1579 ebbe una lite con m° Domenico de Marco de Andrea anch’egli comasco della valle di Lugano e abitante a Conegliano; i due cognati attaccarono m° Domenico prima a male parole e poi con un bastone e un coltello, ferendolo. Il podestà il 26 maggio 1579 condannò quindi il Cer a un mese di carcere e il Re al bando per due anni e quest’ultimo promise a Pietro Cer di pagargli metà delle spese processuali e del sostentamento in prigione, la lite verte sul mancato pagamento dell’ultima rata delle £ 32:15, pari alla metà delle spese sostenute. Nel 1596 fu pagato per abbattere un muro della chiesa di Castel Roganzuolo (Svalduz 396). 498. Rego, muratore a Serravalle, ivi suo figlio Giovanni è doc. nel 1348 (ASVV, S, b. 624, padre già morto). 499. Rocco del Bel, figlio di Matteo, mastro che vende una terra a Ogliano il 1 dicembre 1620 (ASTV, Not. I, b. 1115, not. Stringari). 500. Ros (del - ) Domenico, figlio del fu Batta da Roncada ma abitante a San Cassiano; il 19 luglio 1604 (ASPN, Not., fasc. 6242) fece testamento a Bavaroi chiedendo sepoltura nella chiesa plebana di Cordignano, lasciò tutto al fratello m° Giovanni Maria e ai nipoti Batta e Bernardino figli del defunto suo fratello m° Leonardo. 501. Rosso Francesco 1517-1440. Muratore da Tarzo, figlio di Iacobo, citato il 25 marzo 1517 (ASTV, Not. I, b. 663) e nel 1518 (ADVV, Liber Maximus), doc. col figlio Iacobo nel 1533 (ASTV, Not. I, b. 529), nel 1540 costruisce il campanile della chiesa di Tarzo (Michelon Tomasi, 96). 502. Schalabrino Francesco 1489-1516. Muratore da Belluno ma abitante a Serravalle dov’è attestato nel periodo 1489-1516 (Tomasi 2002, da ASTV, Not. I, bb. 271, 272, 467). I suoi figli Geronimo e Zuane Maria cerdone sono doc. in città il 30 agosto 1526 (ivi, b. 532), l’ultimo ancora il 28 aprile 1535 (ASVV, S, b. 629). 503. Scaron Antonio, muratore abitante a Ceneda dove è presente il 2 settembre 1605 (ASTV, Not. I, b. 1198). 504. Scorbalosto, muratore, nel 1371 fu pagato assieme a Federico pro laborerio canipe della cattedrale (ADVV massaria).
76
505. Scrucis, Crucis, Crucise, famiglia di muratori del borgo superiore di Serravalle, dove sono presenti dal primo Cinquecento, alla fine del secolo il cognome diventa Crucis e varianti. La famiglia prosperò e Angelo di Andrea Crucis da Serravalle era aromatario a Oderzo il 30 gennaio 1582 (ASTV, Not. I, b. 999, not. Callegari), un altro fu notaio alla fine del secolo. 506. Scrucis Aloisio 1573-1583. Muratore figlio di Zan Nicolò, doc. il 4 febbraio 1573 (ASTV, Not. I, b. 1126), nel 1578 (ivi, b. 1047) e il 4 gennaio 1583 (ivi, b. 1045). Il 27 aprile 1582 (ivi, b. 1127) fu redatto il contratto dotale con Lucia da Prata che gli portò in dote £ 939:6, è presente suo fratello Gian Nicolò. La figlia Caterina ebbe il contratto dotale il 4 gennaio 1583 (ivi, b. 1046). 507. Scrucis Francesco 1506-1515 Muratore e lapicida del borgo superiore di Serravalle, doc. come m° Francesco dito Scrucis il 15 dicembre 1506, forse marito della dona Maria Scrucisa citata nel 1509 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9), poi come m° Francesco Crucis lapicida il 7 maggio 1509 (ASTV, Not. I, b. 532), poi come muratore il 18 giugno 1514 e l’8 giugno 1515 (ivi, b. 379), all’ultima data si ricorda il figlio Zuane Maria, infine risulta già morto nel 1518. Allo stato attuale degli studi è il capostipite della famiglia Scrucis e molto probabilmente si tratta di m° Francesco teutonico lapicida (vedi). 508. Scrucis Francesco 1550-1565. Figlio di m° Nicolò, muratore del borgo superiore, attestato dal 1550 (ASVV, S, b. 163) fino al 21 settembre 1565 (ASTV, Not. I, b. 1073) quand’ è presente a Revine. Il 29 settembre 1569 (ivi, b. 1025) si ricorda la sua vedova Caterina, il 10 agosto 1580 (ivi) viene rogato il contratto dotale di sua figlia Maria che sposa Antonio fu Donato dal Bo da Olarigo e le £ 651:9 di dote sono pagate dalla madre Caterina e dal fratello Nicolò. 509. Scrucis Gian Nicolò, fu muratore e noto anche come m° Nicolò, nel 1553 (ASTV, Not. I, b. 860) stimò una casa insieme a m° Francesco del Buia. Padre di Aloisio e Gian Nicolò, era già morto nel 1582 al tempo del matrimonio del figlio Aloisio. 510. Scrucis Gian Nicolò 1582-1594. Figlio di m° Zan Nicolò, muratore, per il 1582 vedi sopra il fratello Aloisio, come m° Nicolò Scrucis risulta proprietario nel 1594 (ASVV, S, b. 168). 511. Scrucis Gregorio 1550-1597 Figlio di m° Nicolò e muratore doc. nel 1550 (ASVV, S, b. 163), e il 18 ottobre 1568 (ASTV, Not. I, b. 1126). Fa testamento -come Crucis - il 6 marzo 1597 (ASTV, Not. I, b. 1027) e vuole essere sepolto nel monumento de la fradaia della Concezione in chiesa di san Giovanni del borgo superiore, lascia usufruttuaria la moglie ed eredi le figlie. Il 22 novembre 1582 (ivi, b. 1025) si sposa sua figlia Antonia con Iacopo della Giustina da Longhere con una dote di £ 318:18, il 1 gennaio 1590 (ivi, b. 1027) contratto dotale dell’altra figlia Caterina con Andrea fu Marco da Mareno con dote di £ 242:8. 512. Scrucis Matteo 1542-61 Figlio di m° Nicolò, muratore, documentato il 4 luglio 1542 (ASTV, Not. I, b. 468) e nel 1558 (ivi, b. 860). Il 28 giugno 1561 (ivi, b. 861) assieme a m° Tomaso da Fadalto stima una casa alle Pianche per conto di Caterina vedova di Pellegrin da Montagna di Campion. Il 4 febbraio 1571 (ivi, b. 1025) si ricorda la sua vedova Fosca, figlia del pittore Iacopo da
77
Valenza. Il 27 agosto 1587 (ivi, b. 1026) suo figlio Stefano Scrucis promette la dote di £ 750 (di cui 400 in moneta e 350 in beni mobili) a sua sorella Giovanna fu m° Matteo, che sposa Gasparo di ser Marcantonio dalla Motta abitante a Serravalle. 513. Scrucis Nicolò 1509-1537 Figlio di m° Francesco, muratore presente il 7 marzo 1509 (ASTV, Not. I, b. 334) e 7 maggio 1509 (ivi, b. 462), il 13 giugno 1523 (ivi, b. 532) e nel 1537 (ASVV, S, b. 162). Citato come m° Nicolò fu m° Francesco muratore il 15 novembre 1518 (ASTV, pod. Cison, b. 275) e come lapicida nell’orto del monastero di Follina il 24 maggio 1513 (ASTV, Not. I, b. 394) assieme al falegname m° Antonio Botesella abitante a Conegliano. Insieme al fratello Stefen lavorò alla ristrutturazione della chiesa di San Martino di Colle negli anni 1525-1536 (Tomasi 1998, I, 395). Sua figlia Augusta era sposata con Peregrino fu Zanlorenzo da Ceneda con una dote di £ 227:1, così il 2 ottobre 1536 (ASTV, Not. I, b. 468), suo figlio Andrea è doc. dal 1550 (ASVV, S, b. 163) al 3 luglio 1574 (ASTV, Not. I, b. 1119). 514. Scrucis Stefano 1523-1544. Figlio di m° Francesco, muratore doc. il 13 giugno 1523 (ASTV, Not. I, b. 532) e l’8 luglio 1539 (ivi, b. 451), m° Nicolò e m° Stefano muratori, del fu m° Francesco muratore del borgo superiore doc. il 6 febbraio 1531 (ivi, b. 468); lavorò al tetto della chiesa di San Martino di Colle verso il 1544 (Tomasi 1998, I, 196). 515. Silvestro da Schiessor, muratore, il 30 marzo 1528 (ASTV, Not. I, b. 663, era già morto) è doc. il figlio Pietro. 516. Simone, muratore presente a Cordignano nel febbraio 1571 (ASTV, pod. Cordignano, b. 80). 517. Sonvico da Sonvico 1595-1598 Figlio di Cipriano Mazuoli da Sonvico di Lugano; muratore che fece testamento il 30 aprile 1595 a Corbanese e al notaio fa fede della sua persona m° Batta figlio di ser Zuamaria Gigia da Sonvico, lasciando alla fabbriceria di San Giovanni Battista da Sonvico uno scudo d’oro e mezzo scudo alla chiesa di San Pietro di Sonvico, inoltre facendo lascito per due messe l’anno per 22 anni, lascia poi una dote di 20 scudi alle figlie Caterina, Angelina, Felice e 20 scudi anche alla figlia Pomina maritata, erede universale sarà il figlio Bastiano e se muore la figlia Angelina, usufruttuaria vita natural durante la moglie Iacomina. Aggiunse poi un codicillo il 31 ottobre 1598 (ASTV, Not. I, b. 1212). 518. Stefano, muratore citato a San Cassiano nel 1526 (ASTV, pod. Cordignano, b. 131). 519. Stefano, muratore a Ceneda dove il 25 marzo 1568 (AP C anagrafi) fu battezzata Catarina Susanna, avuta dalla moglie Maria. 520. Stefano da Cumano, proveniente da Como, figlio del fu Cristoforo, muratore presente a Tarzo il 6 agosto 1471 (ASTV, Not. I, b. 328). Forse si tratta del capostipite della famiglia notabile dei Cumano di Cison. - Stefano Mazon 1512-1543, citato talvolta come muratore ma più spesso come lapicida (vedi). 521. Sulighet (- detto) Antonio, muratore che nel 1608 possiede la casa dove abita in contrada Meschio a Ceneda (ASVV, C, b. 92).
78
522. Tavan Bastiano, manovale, vedi Guidot Vendrame. 523. Tibaldo Antonio, muratore, in lite con Gofré Furia per le spese della casa che costruì per lui, così nel tribunale di San Cassiano nel settembre 1526 (ASTV, pod. Cordignano, b. 131). 524. Toffoletti (de - ) Cristoforo, vedi Francesco Guarin nel 1623. 525. Toldo (de -) Pietro, muratore e manovale da Rindola, nel 1542 lavorò alla sacrestia della chiesa di Serravalle (ASVV, S, b. 593) 526. Tomaso, negli anni 1608-09 e nel 1612 era muratore stipendiato delle chiese di Serravalle, con una paga di £ 24 annue (ASVV, S, b. 596). 527. Tomaso da Como, muratore, abita nel borgo superiore a Serravalle, 29 settembre 1526 (ASTV, Not. I, b. 532). 528. Tomaso da Verona 1513-† 1530 Muratore a Serravalle, lavorò al tetto del monastero nel 1513-14 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9). Un m° Tomaso de (aro è citato a Serravalle il 26 luglio 1520 (ASTV, Not. I, b. 400), la - ( - con segno d’abbreviazione. Il 18 aprile 1524 (ivi, b. 532) è presente in Serravalle con i muratori Andrea Fortaia e Gabriele da Ronchis, poi doc. il 24 marzo 1528 (ivi, b. 468). Fece testamento il 17 luglio 1530 (ivi, b. 532) chiedendo di essere sepolto nella chiesa del monastero di santa Giustina dov’è sepolta sua moglie Bernardina, beneficando la badessa Barbara, cui lascia un credito di £ 10, ed istituendo il monastero suo erede universale, fa lasciti anche alla Scuola della Concezione per un ducato e alla nipote Caterina figlia di m° Ceco Belunat muratore lascia £ 10, ricorda anche pre Marco de Petris per la messa. Fu sepolto il 22 luglio 1530 e il giorno dopo (ASTV, CRS, S. Giustina di Serravalle) viene redatto l’inventario dei beni mobili ed immobili che lasciò al monastero. 529. Travesador Gregorio, muratore di Serravalle che morì l’ 8 aprile 1631 (AP S anagrafi). 530. Vendramino da Miane, muratore presente a Follina il 31 maggio 1235 (ASVE, SMI, b. 16) 531. Vettore da Meduno, muratore abitante a San Cassiano doc. il 5 dicembre 1538 (ASTV, Not. I, b. 513). 532. Vian, muratore, vedi Guerin Tonino. Vicario famiglia originaria da Lugano ma trasferita a Saccon di San Cassiano. 533. Vicario Antonio, figlio di Martino, muratore attestato a Roncada il 7 luglio 1520; suo figlio Batta è doc. il 15 giugno 1524 (ASTV, Not. I, b. 399) 534. Vicario Berto, fu m° Domenico, muratore citato il 5 settembre 1549 (ASTV, Not. I, b. 513). 535. Vicario Martino, fu m° Domenico, muratore doc. nel 1549 col fratello Berto e il 16 marzo 1571 (ASTV, Not. I, b. 925). 536. Vincenzo, muratore comasco a Serravalle: 1577 (ASTV, Not. I, b. 1127, c. 1); 15 aprile 1586 (ivi, b. 1408) la sua vedova Polonia paga la dote di £ 266 alla figlia unica Cassandra moglie di m° Francesco fu m° Vincenzo Ballarin.
79
537. Vito da Sonvico, muratore a Ceneda doc. in data 26 aprile 1603 (ASTV, Not. I, b. 974). Vedi anche Ludovico da Sonvico per possibile omonimia. Zambelli, famiglia di muratori provenienti dalla valle di Lugano e che poi si trasferiscono a San Cassiano. 538. Zambelli Beltrando, muratore figlio del fu m° Antonio, doc. nel periodo 1515-20 (ASTV, Not. I, b. 399). 539. Zambelli Pietro, figlio di m° Beltrando, muratore citato col padre il 7 luglio 1520 a Roncada di Cordignano (ASTV, Not. I, b. 399). 540. Zanette (de -) Giuseppe, muratore citato come quondam, abitava a Serravalle, suo figlio Batta si sposò il 4 luglio 1632 (APS anagrafi) con Bartolomea fu Batta Cadorin. 541. Zanino da Belluno 1601-1635. Indicato come de Tofol, muratore a Serravalle che nel 1601 fu pagato £ 86:12 per aver conciato la cerca del campanile, nel 1608 £ 73 per ricoprire la chiesa. Fu poi muratore stipendiato per le chiese pievane negli anni 1610-11, 1613-30, 1633 e 1635, con una paga annua di £ 24 aumentate poi a £ 26; nel 1617 lavorò poi al campanile e campaniletto per £ 15 e nel 1619 ancora per £ 7:4 (ASVV, S, b. 596). 542. Zorzetti Cecco, muratore da Serravalle attesto il 20 gennaio 1528 (ASTV, Not. I, b. 532). 543. Zorzi (delli -), Zorzi (de -), de Georgiis, famiglia di muratori proveniente dalla valle di Lugano, attivi fra Ceneda, Sacile e Serravalle. Mastro Giovanni fu m° Cristoforo e m° Cristoforo suo nipote, figlio del fu m° Domenico suo fratello de Georgii, murarii de Cumo Vallis Lucani e abitanti a Sacile dove sono doc. 21 gennaio 1584 (ASTV, Not. I, b. 969, c. 92). Il 27 maggio 1601 (ASPN, Not., fasc. 6256) la Luminaria della pieve di Caneva fa stilare un contratto coi fratelli muratori m° Francesco e m° Bernardino per portare a compimento il campanile della chiesa, rimasto incompiuto per la morte di m° Berto. I fratelli lo alzeranno di otto passi mettendo i solai, le pietre d’angolo e utilizzando il legname vecchio. 544. Zorzi (delli -) Battista 1598-1624 Da Serravalle e detto anche Batta, figlio di m° Martino Molata da Sonvico, muratore documentato nel giugno 1602 (ASTV, Not. I, b. 1047), alias Battista de Zorzi muraro citato il 21 febbraio 1605 (AP S anagrafi), come m° Battista de Giorgio de Zorzis è citato il 16 giugno 1624 (ASTV, Not. I, b. 1328). Il 16 febbraio 1598 fra Bonaventura da Gabbiano preposto alla fabbrica del convento di san Giovanni a Serravalle s’accorda con m° Berto che abita a (Porcia ?) e m° Batta de Zorzi da Sacile per finire le due facciate del chiostro e i muri sopra i volti per £ 779:14, di cui il 5 dicembre 1598 erano stati già pagati ai cugini m° Batta, m° Berto e m° Martino £ 754:16, e l’ultima rata di £ 24:18 fu pagata il 4 settembre 1599. Mastro Batta lavorò ancora nel 1617 al refettorio, dispensa e selciato (ASTV, CRS, S. Giovanni, b. 5). Lavorò anche alle chiese cittadine e fu pagato £ 2:6 nel 1616, nel 1618 in più rate £ 61:10, fra l’altro per spostare la porta alla pieve, e nel 1620 lavorò al fonte battesimale della pieve per £ 29:10 (ASVV, S, b. 598). per gli accordi del 1612 e la lite del 1613 vedi qui m° Iacobo
80
Lot. Il 12 maggio 1624 (ASTV, Not. I, b. 1328) messer Sebastiano del Sacco volendo ampliare la sua casa nel borgo di sopra verso quella dell’orefice Antonio Marson si accorda con m° Batta muratore e m° Piero falegname che faranno il disegno. 545. Zorzi (delli -) Giorgio, muratore a Serravalle che nel 1623 fu pagato £ 1:14 per lavori alle chiese cittadine (ASVV, S, b. 596), sua moglie Cecilia entrò nei Battuti nel 1622 (ivi, b. 650.4). 546. Zorzi (delli -) Giovanni 1573-1584 Figlio di m° Cristoforo da Lugano, muratore abitante a Sacile, nel settembre 1574 fra Bonaventura preposto alla fabbrica del convento di san Giovanni di Serravalle s’accorda con m° Giovanni fu Cristoforo da Lugano (che lo fa a nome anche dei fratelli e nipoti) per fabbricare i muri e i volti del refettorio, la cantina, la cucina e le stanze dei frati, per tre ducati ogni 10 passi il muro e ducato uno ogni due passi i volti (vuoto per pieno); i muratori avranno inoltre la stanza per cucinare e dormire e due conzuoli di vino. Entro il 12 settembre 1578 erano stati fatti passi 188 di muro e passi 55 e piedi 23 dei volti della cucina, camere e refettorio, non contate le lunette. Vennero pagate in più rate entro novembre di quell’anno £ 517:8 (ASTV, CRS, S. Giovanni, b. 5). 547. Zorzi (delli -) Martino 1600-†1610. Si tratta di m° Martino de Georgiis de Valle Lugana padrino di battesimo il 17 aprile 1605 (AP S anagrafi), muratore doc. a Serravalle nel 1600 (ASTV, Not. I, b. 1047), confratello dei Battuti, fu sepolto il 22 agosto 1610 (ASVV, S, b. 650.4). Forse era suo figlio quel m° Iacobo muratore da Serravalle figlio del fu. m° Martino che mise il pignolo con la croce sopra il campanile del convento e fu pagato £ 18 il 2 settembre 1619 (ASTV, CRS, S. Francesco di Conegliano). 548. Zorzi (delli -) Piero 1576-1584 Da Lugano e figlio di ser Antonio, muratore, il 15 aprile 1584 (ASTV, Not. I, b. 862, f. sciolto) chiede alla Scuola dei Battuti l’affitto di una casa presso la porta inferiore di Serravalle. Il 6 maggio 1584 (ivi) i rappresentanti della Scuola accettano, per un affitto di £ 24:16 e inoltre m° Piero terrà in conzo il tetto della sua casa, quello della Scuola che è confinante e quello della chiesa di San Lorenzo, è ovvio che saranno a carico della Scuola i legnami, coppi, pietre, calce e quant’ altro abbisognerà. A Serravalle il 13 maggio 1576 (ASTV, Not. I, b. 862) fu redatto il contratto dotale con Maddalena Bineta di m° Marco del Bino che gli porta £ 325 di dote, con cui avrà Maria Lucrezia battezzata il 5 febbraio 1584 e Piero battezzato il 3 agosto 1592 (AP S Anagrafi). Forse è parente di m° Giovanni fu m° Cristoforo e m° Cristoforo suo nipote, figlio del fu m° Domenico suo fratello de Georgii, murarii de Cumo Vallis Lucani e abitanti a Sacile dove sono doc. 21 gennaio 1584 (ASTV, Not. I, b. 969, c. 92). 549. Zuane da Cividal, si firma sull’arcitrave della porta d’entrata della chiesa di san Lorenzo di Credazzo 1573 adi 23 aprile m° Zuane da Cividal fece 550. Zubino, muratore a Serravalle doc. nel 1326, suo figlio Vendramino è citato nel tardo Trecento (ASVV, S, bb. 624, 625). 551. Zucca, famiglia di origine bergamasca doc. a Serravalle dal 7 giugno 1501 (ASVV, S, b. 88) con Ambrogio Zucca, poi m° Cristoforo Zucca figlio di Matteo doc. fra il 4 no-
81
vembre 1515 (ASTV, Not. I, b. 467) e il settembre 1531 (ASVV, S, b. 92), poi coi suoi figli Andrea, Geronimo e Martino il 3 maggio 1556 (ivi, b. 535). Un m° Cristoforo Zucca sposato con Marietta è citato nelle anagrafi cittadine(AP S) per i battesimi dei figli Franceschina nel 1599 e Matteo nel 1601 e fu sepolto il 24 settembre 1631. 552. Zucca Ambrogio 1580-1601 Muratore, nel 1596 fu pagato £ 2 per la calcina necessaria ai lavori attorno all’altare di sant’Antonio a Serravalle (ASVV, S, b. 596). Sposato con Margarita, il 27 agosto 1580 fu battezzato il loro figlio Iacobo Bernardino, sposatosi poi con Marietta ebbe Gasparo battezzato il 9 giugno 1583 (la cui moglie Giulia fu sepolta il 2 luglio 1638), Pasqua il 25 maggio 1586 (che si sposò il 13 settembre 1605 con Nicolò Cadorin oste in Treviso all’Aquila), Iacobo il 22 gennaio 1589, Gianbatta il 24 agosto 1592, Pietro Geronimo il 23 marzo 1595, infine sposato con Catarina ebbe Catarina battezzata l’1 novembre 1597 (AP S anagrafi). 553. Zucca Iacobo (Serravalle 1589-1648) Figlio di m° Ambruoso, fu battezzato come Iacomo Sebastiano il 22 gennaio 1589 (AP S anagrafi). Muratore abitante a Serravalle,lavorò come tagliapietra per le chiese cittadine, nel 1616 lavorò e allargò gli scalini dell’altare di sant’Antonio e fece il lavello in pietra della sacrestia per £ 40, nel 1625 lavorò al battistero per £ 4:16 e nel 1628 alla grondaia per £ 4:10 (ASVV, S, b. 596), nel 1625-30 costruì il campanile della chiesa di San Giorgio di Lago e i modiglioni sotto il tetto nel 1637 (Tomasi 1988, 76). Entrò nei Battuti nel 1625 (ASVV, S, b. 650.4) e fu sepolto il 9 febbraio 1648 (AP S anagrafi). 554. Sembra opportuno aggiungere qualche nota sulla Loggia, cioè il palazzo della Comunità, di Ceneda. - La Loggia fu cominciata all’inizio del 1506 (BSVV, ms Zuliani, 852), e fu bruciata nella notte del 7 marzo, quando era arrivata alla prima travatura, tutta in legno di larice; il Consiglio deliberò subito di farla ricostruire. In ASVV, C, b. 67 è conservato un foglio senza data nel quale il consigliere Nicolò da Meschio propone che la loza brusata et ruinata se debia redificar in sexto. et modo conveniente comodo et utile per estimo (pagando cioè con una colta sulla tassa dell’estimo, inoltre opere et carezi a piovego). Chel se debia iudicialiter convegnir et far convegnir coloro che dicta loza brusorono cum denaro (?) c.a et materia de brusar quella in li dani. Per l’intervento del vescovo G. Grimani del 1536 che suggerì come architetto e supervisore m° Franco da Bergamo intagliatore, per gli affreschi nel 1537 e 1552 vedi i pittori Amalteo e Denti, i lavori dal 1542 sono documentati in ASVV, C, b. 82. 555. Inoltre altre due citazioni sparse. - Il 12 febbraio 1580 (ASTV, Not. I, notaio Eusebio da Spilimbergo 1565-1599, spogli Bampo 17), il pievano di San Cassiano di Meschio, i giurati di quella villa e i deputati della Luminaria, vendono al giureconsulto di Treviso Giovanni Battista Rotta e a sua moglie Caterina, terre per ducati 300, per fabbricare il campanile della chiesa pievana. - In ASVV, C, b. 63 da notare la delibera del 26 giugno 1633 che stabilì che essendo stata costruita la fontana di Salsa si portasse l’acqua con le condutture e si edificasse lì presso il portone con le pietre già pronte ed accatastate; la strada era stata rettificata nel 1632-33.
82
VETRAI Sono qui raccolti mercanti o artigiani del vetro documentati soprattutto per aver fornito vetrate alle chiese principali; i vetrai più antichi sono tutti da Conegliano, solo col primo Seicento è presente un vetraio a Serravalle, piuttosto tardi considerato che a Conegliano sono presenti dalla seconda metà del Quattrocento e ad Oderzo dalla metà del Cinquecento.6 Il vetro era di produzione veneziana, che ne aveva il monopolio, fornendo non solo i territori veneti ma anche i mercati transalpini e il commercio avveniva sulla strada Regia, che da Venezia portava a Treviso, Conegliano, Serravalle, Ponte sul Piave, Cadore, Cima Banche, Dobbiaco.7 556. Baldin, mercante che nel 1586 fu pagato £ 1:8 per aver fornito cesendeli de viero alla chiesa di Serravalle (ASVV, S, b. 596). 557. Bartolomeo, vetraio che provvide di finestre il corpo della cattedrale nel 1605 per £ 173:12 (ADVV, massaria). 558. Bastiano todesco 1557-1575 Vetraio che nel 1557 fu pagato £ 22:12 per due finestre della cappella grande nella chiesa nuova di Serravalle (ASVV, S, b. 593), con lui il 25 maggio 1569 fu trovato un accordo per la fornitura di vetri per il rosone e le finestre della chiesa del monastero di San Girolamo a Serravalle ed entro il 3 marzo 1570 la chiesa fu provvista di vetri e il vetraio ebbe £ 195 (ASTV, CRS, S. Girolamo, b. 35). Nel dicembre 1569 fu pagato £ 22:2 in tre rate per vetri e rete di rame da finestra, nel 1575 fu pagato £ 14 per fare la finestra del Rosario in cattedrale, compreso il ferro (ADVV. massaria). 559. Bernardino da Vicenza 1493-1545 Vetraio a Conegliano che verso il 1493 fornì 463 vetri per la finestra della cattedrale per £ 30:17 più altre £ 9:16 per la rete che li teneva insieme e nel maggio 1502 ebbe altre £ 38 per altri 490 vetri da finestra e che il 15 marzo 1529 fu pagato £ 52 per far tre rode de fil de ramo a le feriade de lo altar grando et per far una de quelle finestre cum sui vieri Conegliano: mastro Nicolò bottigliaro fu Franceschino da Orzés di Belluno abita a Conegliano 17 gennaio 1406 (ASUD, Not. Ant., b. 1901); mastro Antonio fenestrer fece la finestra della Scuola dei Callegheri di Conegliano nel 1489 (ASTV, CRS, Scuola callegheri, b. 11, Libro balanzon); 25 marzo 1525 (ASTV, Not. II, b. 1124) testamento di mastro Cristoforo spadaro del fu mastro Giovanni vetraio; battesimo di Bernardino di Agostino vetraio e Giovanna 24. maggio 1582 (AP, Conegliano), battesimo di Antonio Giovanni di mastro Zuane Trentin detto veriaro e di Domenica 30 luglio 1584 (ivi). Francesco di mastro Giovanni Battista Cataruzza vetraio morì nel 1616 (AP, Conegliano). Il 3 ottobre 1565 (ASTV, Not. I, b. 1307, B. Mariani) mastro Giuseppe vetraio abita a Oderzo. 7 Pare utile ricordare la muda di Serravalle dove il vetro nel 1337 pagava 7 soldi e 4 piccoli; per la muda di Conegliano (AMVC, b. 551, fasc. 6) si ricorda Corrado da Brunico che il 17 gennaio e l’11 febbraio del 1429 pagò ogni volta due soldi per una scrasigna de vieri che trasportava a spalla verso Serravalle. 6
83
e altro (ADVV, massaria). Nel 1496-1545 fornì molte volte vetri per finestre alla Scuola di San Tomaso di Conegliano (ASTV, CRS, S. Tomaso, b. I). Come m° Bernardino fenestraro da Treviso fu pagato dalla Comunità di Conegliano per due finestre a vetri l’8 gennaio 1523 (AMVC, b. 437). Inoltre è citato nel 1501-1504 a Conegliano (ASTV, Not. I, bb. 342, 787). Mastro Bernardino era figlio di Silvestro de Antoniaci, così nel 1539 (AMVC, b. 108, sub ottobre 1610). Sulla famiglia Da Vicenza a Conegliano vedi Tomasi 1998, II, 397. 560. Chiac Francesco 1607-1611 Vetraio che fu pagato £ 27 per la fornitura di vetri alla chiesa di Serravalle nel 1609 (ASVV, S, b. 598). Si tratta di m° Francesco Chiac, Chiacco citato a Conegliano nel 1611 e succ. (AMVC, bb. 110-112), forse lo stesso che compare come Chiacherle, pagato £ 16:18 per la fornitura di vetri per il dormitorio del convento di San Francesco il 31 ottobre 1607 (ASTV, CRS, S. Francesco di Conegliano, b. 12, dove spesso viene nominato Francesco Chiac nel primo Seicento). 561. Gasparo, vetraio, fornì li zocchi alla pieve di Bigonzo ed ebbe £ 106 il 18 febbraio 1602 (ASVV, S, b. 598). 552. Geronimo da Conegliano, vetraio, fu pagato £ 50 nel 1603 dal monastero di Santa Giustina di Serravalle (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 9). 563. Matteo 1481-1483, come fenestrarum vitrearum faber ad Folinam, fece una finestra della cattedrale nel 1481 e fu pagato £ 9:6 più soldi 6 per le spese di viaggio (ADVV, massaria), fu teste a Serravalle il 10 maggio 1483 (ASTV, Not. I, b. 271). Suo figlio Benedetto detto Benaia del fu m° Matteo vidriarius, abitante a Follina è doc. il 16 luglio 1503 (ivi, b. 305, not. G. Pantaleone). 564. Menego, vetraio o mercante pagato £ 2:4 nel 1587 per aver fornito dui goti da doprar al tempo della S. Comunione per la chiesa plebana di Serravalle (ASVV, S, b. 596). 565. Pasqual Francesco 1603-1617 Vetraio e mercante da Conegliano che fornì i vetri alla chiesa di Santa Maria Nova di Serravalle per la finestra presso l’altare di San Michele, per cui fu pagato £ 10 nel 1604 (ASVV, S, b. 598). Si tratta di m° Francesco Pasqual vetraio che costruì le finestre per la casa dei fratelli Giuseppe e Isdraele Coneian a Ceneda nel 1603. Si trattava di 1538 vetri per 13 telai, oltre al legname, ferri, catene a quant’altro per un totale di £ 155:16. I fratelli non pagarono tutto il conto in quanto creditori di m° Francesco e la lite che ne seguì fu portata al tribunale di Conegliano sino all’ottobre 1610 quando fu arbitro della questione m° Domenico dalle Moneghe falegname a Conegliano (AMVC, bb. 106, 107). Quest’ultimo lavorò alla campanella del campanile del convento nel settembre 1612 (ASTV, CRS, S. Francesco di Conegliano b. 11) Figlio di Giovanni Pietro, fu vetraio e mercante assai noto a Conegliano dove si trovano le documentazioni delle sue numerose liti davanti al podestà sino al giugno 1617 - probabile anno di morte - di cui qualcuna fu continuata dal fratello ed erede Valentino Pasqual (AMVC, bb. 105-125). Nelle anagrafi parrocchiali non si trova traccia della sua morte, forse avvenuta altrove. 566. Redolfo Donato 1607-1631 Vetraio a Serravalle, lavorò per le chiese cittadine e fu pagato £ 9:8 per vetri forniti alla chiesa della pieve nel 1609 e altre £ 13:10 nel 1611 inoltre ebbe ancora £ 6 nel 1619
84
(ASVV, S, b. 598). Si tratta di Donato fu Antonio Redolfo vetraio da Venezia che il 2 marzo 1607 (ASPN, Not. Ant., b. 6333) a Sacile divide i beni di sua proprietà col figlio Antonio, tenuta presente anche la nuora Virginia, moglie di quest’ultimo. Sua figlia Elena si sposò con Piero di Domenico Cargnel da Ceneda il 2 febbraio 1622 e sua moglie Lucrezia fu sepolta il 28 febbraio 1631 (AP S, anagrafi). 567. Giovanni da Col d’Ampezzo 1605-1609 Figlio del fu ser Nicolò, sculptor modo incola Cenete che il 7 gennaio 1608 (ASTV, Not. I, b. 1198) compra una casa coperta a paglia da Iacobo de Roseo a Ceneda, posta sotto Benola per ducati 50, confinante ad oriente con la via pubblica detta Rizera. Il 7 agosto 1605 fu padrino di battesimo di Maria figlia di Paulin Ghirlanduzzi (AP C anagrafi). Divenne poi frate nel convento dei Riformati a Ceneda, dove fece testamento il 31 maggio 1609 (ASTV, Not. I, b. 1120) come fra Onofrio olim Giovanni fu Nicolò da Colle d’Ampezzo, testi furono il guardiano fra Iacopo padovano, fra Pietro da Portobuffolè, il pittore Silvestro Arnosti e m° Andrea da Ampezzo (Ghirlanduzzi) falegname col figlio Paolo e Silvestro cadorino fu Pietro. Giovanni fece una rosa da mettere a mezo il fondo del coro per la chiesa del monastero di santa Giustina nel 1607 per £ 8 (ASTV, CRS, S. Giustina, b. 5; è il mastro Zuanne citato in Della Giustina 142). Non è chiaro se si tratti di un intagliatore o di uno scultore in pietra. Zone più citate (escluse Cenedese e Trevisana): Belluno, Bellunese 32, 75, 89, 105, 107, 116, 138, 143, 145, 154, 159, 175, 184, 197, 205, 206, 220, 235, 261, 304, 316, 317, 348, 365, 373, 416, 446, 469, 472, 502, 541, 549, note 1, 5, 6; Cadore 137, 190, 325, 340, 354, 358, 368, 443, 567; Como, Ticino, Valtellina 152, 179, 211, 247, 260, 272-275, 279, 288, 291, 295, 300, 305, 313, 315, 319-321, 326-329, 333, 336, 337, 375, 379-382, 386, 388, 391, 393, 396, 410, 420, 421, 424, 425, 427, 429, 430, 436, 438, 439, 441, 443, 460, 474, 480, 482-484, 490, 495, 497, 517, 520, 527, 533, 536-538, 543, 546-548, nota 5; Friuli (esclusi Caneva e Sacile) 4, 176, 307, 367, 388, 390, 301, 531, 534; Germania, teutonico, tedesco 127, 130, 205, 558, nota 7; Lombardia veneta 125, 131, 140, 150, 222, 224, 255, 261, 271, 297, 304, 306, 400, 402, 446, 551; Milano 135, 144, 149, 211, 280, 386, 426; Venezia, Veneziano 104, 107, 117, 119, 146, 168, 175, 188, 196, 211, 214, 220, 224, 355, 403, 566; Veneto altro 163, 197, 200, 524, 559. Si omette l’indice dei lavori perché in questo saggio risulterebbe troppo lungo. Bibliografia G. Cagnin, Vivere e morire a Vidor e Colbertaldo Aspetti di vita socio-economica in due villaggi trevigiani nel secolo XIV, in D. Gasparini (a cura di - ), Due villaggi della collina trevigiana Vidor e Colbertaldo, Cornuda 1989 (4 voll. in 5 tomi). O. Ceiner, Esplorazioni d’archivio: cappelle quattrocentesche perdute, in Tesori d’arte nelle chiese del Bellunese Belluno, Piazzola sul Brenta 2012. N. Della Giustina, Il Venerando monastero di Santa Giustina di Serravalle (1170-1806), Vittorio V, 2014. D. Gasparini, G. Nicoletti, Rolle Storia di un villaggio della collina trevigiana, Dosson 2002.
85
B. Michelon, G. Tomasi, Gente di Tarzo, Godega 2003. G. Nicoletti, Il Solighese tra Quattrocento e Seicento. Gli aspetti sociali ed economici, in D. Gasparini (a cura di - ), La Pieve di Soligo e la gastaldia di Solighetto dal Medioevo all’età contemporanea, I, 273-423. M. Pitteri, L’ordito storico tra XVI e XIX secolo, in Contributi per la storia di Cappella, 89-122. G. Richebuono, Storia di Cortina d’Ampezzo, Milano 1974. P. Stefani, Miane della Valmareno nel Trecento, Vittorio Veneto 1980. E. Svalduz, Una chiesa, una comunità: Castello Roganzuolo attraverso il registro della Luminaria. Gli uomini e le pietre, in San Fior Tre villaggi dell’alta pianura trevigiana dalle prime testimonianze ad oggi, a cura di G. Galletti, Godega 1999 (2 voll.), II, 335-401. F. Tamis, La cattedrale di Belluno, Belluno 1971. G. Tomasi, La diocesi di Ceneda chiese e uomini dalle origini al 1586, Vittorio Veneto 1998 (2 voll.). G. Tomasi, Serravalle medioevale, Godega 2002. G. B. Verci, Storia della Marca Trevigiana e Veronese, Venezia 1786-1791. C. Zoldan, Antonio da Como, Nicolò da Pecol di Zoldo, Maffeo da Brescia, in “Ce fastu?”, XCI (2015), 1-2, 157-170. Glossario Minimo bassa bechedèl bordonal caminada cidela Comano, Cumano conzuol comasso cuba fradaia grap napa palestra sega pignolo revendigola rieza sala salèra scrasigna sogier zopèl
= basamento della colonna = beccatello = trave che sorregge la travatura del tetto = atrio del palazzo comunale = carrucola = territorio di Como = misura da vino, circa 78 litri = comasco = cupola = confraternita = grata di pietra o ferro, da porre a terra = cappa del camino = pilastro, stipite in legno = pigna ornamentale, in pietra = venditrice di cose usate = porta principale della chiesa = pavimento in pietra = grondaia = gerla a telaio = pietra, soglia di porta = forma usata per produrre coppi
Per queste e molte altre, nonché per approfondimenti, vedi G. Tomasi, Le Prealpi venete orientali studi linguistici ed etnografici, in corso di stampa.
86
Andrea Peressini
Per la storia del Prosecco: l’inventario (1712) dei vini del «magazzino da malvasia» in calle del Remedio a Venezia
Il commercio e il consumo del vino da sempre ha rappresentato un importante aspetto sociale della storia di Venezia. È nella città lagunare, indicata dalle cronache come «il più grande mercato al mondo», che arrivavano tutte le novità comprese quelle enoiche. L’ingente quantità di vino per e da Venezia, una delle città italiane più popolose, dava luogo ad un importante giro d’affari che coinvolgeva varie figure professionali tra cui viticoltori, fattori-agronomi, costruttori di tini (brente) e bottami vari, trasportatori e travasadori, mercanti ed osti impegnati a soddisfare le richieste di una clientela diversificata. Una misura del valore monetario prodotto dal bene economico vino la si può ricavare dall’analisi del gettito daziario. Il dazio sul vino, infatti, costituiva un’importante entrata del bilancio dello Stato, e per questo oggetto di particolare attenzione da parte del Senato nel fissare leggi atte a regolarne l’offerta e soprattutto a combattere le frodi. Mercato vinicolo destinato ad essere ulteriormente allargato se si considera anche il sommerso ed il surplus derivante dal commercio di uve da tavola, uve passe e prodotti come l’agresta (uva acerba a sostituire nelle pietanze il più costoso limone), l’aceto e non ultime le tanto apprezzate grappe1.
Costituiscono un classico i lavori di Antonio Stella, Il dazio sul vino e sull’uva nella Dominante, Torino 1891; e di Ugo Tucci, Commercio e consumo del vino a Venezia in età moderna, in Il vino nell’economia e nella società italiana medievale e moderna, Firenze 1988 (Quaderni della rivista
1
87
Una speciale attenzione all’uso del vino la si deve a Bartolomeo Scappi, «cuoco secreto di Papa Pio Quinto», nella sua Opera (Venezia, 1570) che lo utilizzava nelle ricette per la preparazione sia di semplici pietanze che di elaborati manicaretti consigliati agli appassionati di cucina, ai quali indicava anche il vino migliore da abbinare al menù. È questa una pubblicazione di successo con ben quattro ristampe nella prima metà del Seicento2. Il vino arrivava a Venezia non solo dai territori che costituivano lo Stato da mar con il commercio marittimo dei «vini navigati», ma anche dalla Terraferma con i «vini terranei», e soprattutto dalle campagne venete che nel Cinquecento ampliavano la superficie coltivabile con la bonifica integrale dei terreni paludosi e l’irrigazione delle terre aride. Nei contratti agrari cinquecenteschi (come pure in quelli del Sei-Settecento) delle terre arative-piantate-videgate un posto importante nel canone d’affitto, corrisposto in beni, era riservato al frumento e al vino perché costituivano le maggiori entrate economiche di un’azienda agricola3. In molte affittanze cinquecentesche registrate presso i notai di Venezia spesso il proprietario chiedeva al colono di riservare particolare cura alla diffusione della viticoltura, non solo come parte della piantata nei campi, ma anche e soprattutto nei vigneti, nei broli e negli orti, quest’ultimi luogo di sollazzo e di sperimentazione agraria per questo opportunamente recintati; e, in merito, ben noti sono i consigli dell’agronomo Agostino Gallo ne Le vinti giornate dell’agricoltura et de’ piaceri della villa (Venezia, 1569). Qui, in aiuole ben curate, venivano fatte crescere le barbatelle di vite e le talee di alberi da frutto da piantare in campo sia per ampliare la superficie vitata sia per sostituire le piante morte e mantenere costante nel tempo la produttività di vigneti formati da piante disetanee, ma in particolare per introdurre nuove cultivar, così com’è stato per il mais4. di storia dell’agricoltura, I), pp. 61-89. Per il significato etimologico dei vocaboli veneziani si è fatto riferimento a G. Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, Venezia 1856; e D. Durante - GF. Turato, Dizionario etimologico veneto-italiano, Padova 1975. 2 Più in generale rinvio ad Acqua e cibo a Venezia. Storie della laguna e della città, a cura di D. Calabi - G. Galeazzo (Catalogo della Mostra, Venezia 26 settembre 2015 - 14 febbraio 2016), Venezia 2015. 3 In merito all’importanza delle fonti notarili per la storia dell’agricoltura della Serenissima Repubblica rinvio agli Studi Veneti, Collana diretta da Gaetano Cozzi e Gherardo Ortalli, Ricerca sulle campagne trevigiane in età moderna (secoli XV e XVI), Edizioni Fondazione Benetton; per le fonti fiscali veneziane vedasi Giuseppe Gullino, Quando il mercante costruì la villa: le proprietà dei Veneziani nella Terraferma, in Storia di Venezia (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani), a cura di G. Cozzi - P. Prodi, Roma 1994, VI, pp. 875-924; e più in generale L. Pezzolo, Il fisco dei veneziani. Finanza pubblica ed economia tra XV e XVII secolo, Caselle di Sommacampagna (Vr) 2003. 4 Sulla diffusione del mais nel Veneto vedasi D. Gasparini, Polenta e formenton. Il mais nelle campagne venete tra XVI e XX secolo, Caselle di Sommacampagna (Vr) 2003.
88
Ad esempio Girolamo del Vescovo, detto Zogia, (7 settembre 1593) obbligava il colono a piantare ogni anno nelle terre che aveva a Rovigo «poste numero dusento de vigne et piantoni facendolli venir in frascona et infassadi li piantoni, sotto pena de soldi quattro per ogni posta de vida et de pianta» non piantumata o ben cresciuta5. Le monache del monastero veneziano di Santa Marta (17 giugno 1593) chiedevano all’affittuario delle terre a Rosignago, villaggio nel trevigiano parte della podesteria di Mestre, che tra le onoranze fosse loro inviata «agresta in grani cesti due» e anche «uva due cesti»6. Invece Francesco Foscolo di Marco per i trenta scudi d’oro di danni causati sulle sue terre a Paliaga (nella podesteria di Mestre) dagli agricoltori per l’«arrar sotto le piantade d’arbori et vide de più sorte, rovinar le piantade con l’animali et tagliar roveri» faceva ipotecare (14 maggio 1582) ai coloni gli animali che avevano in soccida, nonché un carro ed un erpice (grapa) nuovi7. A sua volta Sebastiano Michel di Giulio esigeva dai fittavoli (11 luglio 1584) delle sue terre a Zero, in quel di Mestre, che tra le onoranze ci fossero anche due «cesti d’uva marzemina»8. Sono attenti commercianti «di vino» e «di malvasie», figure sino ad oggi poco considerate insieme ai commercianti «di biave» nel contesto del fare agricoltura (la «santa agricoltura» del noto bonificatore padovano Alvise Cornaro), ad acquistare grandi quantità di vino o a raccogliere grosse partite di uva che, sotto l’attenta sorveglianza dei loro agenti, veniva pigiata nel cortivo padronale. Il mosto prodotto era imbottato e travasato nelle caneve. Il vino così ottenuto, filtrato, puro e senz’acqua, visto e piaciuto, veniva venduto al miglior prezzo di mercato e caricato su barche veniva portato al grande emporio lagunare alla Riva del vin a Rialto dove, pagato il dazio, era regolarmente commercializzato. Un figura di spicco di imprenditore-enologo è quella del nobiluomo veneziano Marcantonio Zen. Suo padre Marco, figlio del cavalier Girolamo, è il noto committente della palladiana villa al Donegal di Cessalto, centro amministrativo di un’importante fattoria del trevigiano. Allo stesso architetto vicentino commissionava anche il progetto di un nuovo impaginato, poi non realizzato, per il rinnovo della facciata del palazzo veneziano a San Polo9. Si trattava di una azienda 5 Archivio di Stato di Venezia (d’ora in poi ASVe), Notarile, Atti, b. 5783, cc. 4r-6r, (7 settembre 1593, notaio Baldassarre Fiume). 6 ASVe, Notarile, Atti, b. 5783, cc. 4r-6r (17 giugno 1593). Per la tutela dell’antica forma di coltivazione della vite alla belussera e del suo legame con il territorio trevigiano vedasi D. Tomasi - G. Moriani - A. Scienza, La bellussera, Crocetta del Montello (Tv) 2017. 7 ASVe, Notarile, Atti, b. 7850, cc. 413v-415r (14 maggio 1582, notaio Girolamo Luran). 8 ASVe, Notarile, Atti, b. 7854, cc. 524r-526r (11 luglio 1584). 9 J.C. Rössler, «Un palazzo imaginato certamente per Venezia»: considerazioni sul disegno palladiano D. 27 di Vicenza, «Ricche Miniere», (2017) 7, pp. 53-59.
89
modello che Marcantonio trasformava, tra Cinque-Seicento, in una singolare impresa agraria ad indirizzo vitivinicolo formata da trecentocinquanta campi, dotata di cinque cantine (caneve) atte ad ospitare centocinquanta botti e sessantotto tinazzi, oltre a tutte le attrezzature necessarie all’industria enologica10. Lo stesso Marcantonio seguiva direttamente le vendite del vino destinato al mercato di Venezia, per questo l’azienda disponeva anche di barche atte al suo trasporto11. Solo una piccola parte del vino veniva venduto in loco, dal momento che lo Zen farà anche costruire un’osteria alla Magnadola di Cessalto, poco distante dalla villa12. È da notare che i mercanti di vino veneziani subivano la concorrenza di quelli di Alemagna che acquistavano i vini di pregio prodotti a Conegliano e a Valdobbiadene13. Una singolare figura di mercante e di commerciante di malvasie, è certamente quella di Michele Sumachi di Zorzi, nobile di Zante, residente e attivo a Venezia. È curioso, infatti, come il 22 marzo del 1582 avesse venduto a Girolamo Cornaro di Andrea la «casa da stazio» a San Moisè sul Canal Grande, che aveva fatto costruire da poco, per «botti, overo fusti, cinquecento [di] vini moscati travasadi di Candia di mistati quatro l’uno (un mistate è pari a circa 11,9 litri), netti di quatro mali sapori». Si trattava di vini che dovevano essere perfetti sia nel gusto e nel profumo che nel colore. L’acquirente con la nave di sua proprietà s’impegnava anche ad andare, nel mese di marzo-aprile, a prendere a Candia il vino e a portarlo in «Inghilterra al Castel della Regina, overo Gravisenda», l’attuale Upnor castle a Garvesend nella contea del Kent. Solo trecento botti di vino verranno portate a destinazione lo stesso anno, mentre le rimanenti duecento non saranno mai consegnate, probabilA. Peressini, La palladiana villa Zeno a Cessalto centro amministrativo di un’azienda vitivinicola nelle terre dei dogi tra Cinque-Seicento, in Il vino nella storia di Venezia. Vigneti e cantine nelle terre dei dogi tra XIII e XXI secolo, a cura di C. Favero, Cittadella (Pd) 2014, pp. 168-191. 11 Marcantonio Zen, con documento registrato in data 28 giugno 1588 dal notaio Pietro Partenio, sollecitava Antonio Bevilaqua residente in Riva del Carbon a Venezia perché «li vini descritti nella detta scrittura posti nella villa del Donegal per pretio de lire cento il carro, termine a pagare per tutto il mese d’ottobre prossimo venturo, […] dobbiate quanto prima mandar a veder, mesurar detti vini, accio possi far condurli …» a Venezia (ASVe, Notarile, Atti, b. 10678, c. 281rv). 12 Per la storia della villa vedasi Anna Scalon, Villa Zeno al Donegal di Cessalto, in A. Peressini A. Scalon, Le ville di San Stino di Livenza. I pubblici periti agrimensori per il territorio e le case dominicali di San Stino e Corbolone dal XVI al XVIII secolo, Villorba (Tv) 2011, pp. 128-148. 13 In merito al commercio del vino nelle Prealpi Venete rinvio a G. Bardini, La Strada Regia di Alemagna, in Commercio del vino lungo la Strada Regia verso l’Alemagna, il Cadore e Venezia, Seravalle e Conegliano: da un periodo di fiorido mercato alla crisi di fine Settecento, a cura del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche (Atti del Convegno, Vittorio Veneto 24 maggio 2008), Vittorio Veneto 2008, pp. 101-129. 10
90
mente per la morte prematura del Cornaro, e il loro valore stimato in 2500 ducati verrà poi saldato (25 maggio 1587) al Sumachi dagli eredi dello stesso Cornaro14. Il commercio con l’Inghilterra doveva essere particolarmente redditizio se lo stesso mercante di Zante vendeva (13 agosto 1583) a Tommaso Cinolo e a Giorgio Salter, mercanti inglesi che acquistavano per conto di una società di Londra, duecento botti di «moscati di Candia» in ragione di mistachi 48 per botte, ed altre cento botti di «malvasia da Rhettimo», nell’isola di Creta, nella misura di mistachi 38 la botte. Il prezzo concordato era di ben 6800 ducati15. A Venezia la vendita del vino, differenziato per tipologie e livelli di qualità, era garantita da vari tipi di mescite, che spesso si ritrovano a caratterizzare la toponomastica della città lagunare: ostarie, malvasie, magazeni, bastioni, samarchi e samarcheti, quest’ultimi così chiamati perché contrassegnati dal leone alato di San Marco, e ancora le furatole16. Particolarmente rinomate erano le malvasie, che costituiscono un singolare esempio di sviluppo di una strategia di promozione a livello statale, di un marchio legato al commercio del vino diventato un bene di lusso. Con malvasie si intendeva una categoria di vini particolari: i «vini navigati» prodotti nei vari possedimenti della Serenissima nel mar Mediterraneo che si accompagnavano bene a dolci tipici come ciambelle, bussolai, pignoccate, marzapane e biscotti. Dunque vini alcolici, dolci, liquorosi, profumati, gradevoli; vini di pregio e quindi riservati alle persone abbienti, a una clientela raffinata. Le concessioni delle malvasie o banderuole erano regolamentate già dal 1326 da una legge del Maggior Consiglio. Nel 1514 in Venezia le malvasie erano venti, nel 1567 il numero venne portato a ventiotto e poi nel 1671 aumentato a cinquantasei botteghe e rimarrà tale fino alla fine della Serenissima. Questi vini erano commerciati dalla misura di un secchio in giù (un secchio corrisponde a 10,7 litri) e dovevano essere distanti da altri bastioni non meno di cento passi (circa 173 metri)17. È probabilmente sfruttando questa opportunità che, il 5 marzo del 1567, tal Remedio q. Stefano da Malvasia nel Peloponneso come «mercante da malvasia» prendeva in affitto per dieci anni da Franceschina vedova di Manuso Misima di ASVe, Notarile, Atti, b. 7850, cc. 382v-384v. Per la storia del palazzo rinvio a J. Schulz, The palaces medieval Venice, Pennsylvania State University Press, 2004, pp. 115-116 e 123-124. 15 ASVe, Notarile, Atti, b. 7852, cc. 498r-499r. 16 E. Zorzi, Osterie veneziane, la gastronomia veneziana nei secoli, Venezia 2009. 17 Per la storia della malvasia a Venezia fondamentale è il lavoro di M. Dal Borgo - D. Riponti, Malvasia un vino tra legislazione, commercio e diffusione nella Repubblica di Venezia (secoli XIIIXVIII), in Il vino nella storia di Venezia. Vigneti e cantine nelle terre dei dogi tra XIII e XXI secolo, a cura di C. Favero, Cittadella (Pd) 2014, pp. 218-233. 14
91
Nicolò cretese una casa con «magazen da malvasia» in Casselleria nella contrada di Santa Maria Formosa a Venezia. L’affitto concordato era di cento ducati l’anno, e le onoranze annue da corrispondere erano «dui secchi de malvasia moscatella»18. Un’idea dell’intraprendenza del nostro Remedio si evince da alcuni atti stilati presso il notaio di Venezia Antonio Callegarini, ad esempio i diciannove ducati sborsati per «tante malvasie» acquistate da Girolamo da Cremona (16 luglio 1569)19; e, nello stesso anno, i 1035 ducati ricavati dalla vendita fatta da Remedio ai fratelli Alessio e Domenico de Pasini bresciani (mercante di malvasia il primo e vagliatore di biave, crivelador, il secondo) «per l’amontar et pretio de tante malvasie de più sorte, bottami, arnasi et altre robbe che si ritrovano nel magazeno posto in contrà de Santa Margarita qual se tien in affitto»20. Successivamente (7 maggio 1579) Remedio Salla q. Stefano (nel documento il nostro aveva assunto il cognome Salla) prendeva in affitto per 485 ducati da Donà Basadonna e fratelli q. Alessandro un «orto e terren vacuo da bianchizar cere, botteghe et magazen da basso posto in contrà di S. Geremia Profeta». È curioso il fatto che nell’inventario del magazzino figuri anche «una cagna per guardia» delle attrezzature della fabbrica di cere21. In seguito alla morte di Remedio, avvenuta il 5 settembre del 1583 all’età di cinquantadue anni22, i suoi figli Lorenzo e ZuanAntonio anch’essi mercanti di malvasia, oltre a svolgere la professione di speziali23, decidevano di prendere
Il primo contratto d’affitto stilato dal notaio Angelo Da Canal (ASVe, Notarile, Atti, b. 3097, cc. 132v-134r) verrà modificato il 29 gennaio del 1575 dal notaio Antonio Callegarini, perchè la proprietaria Marietta, moglie di Severino Merendella, aveva deciso di andare ad abitare nella casa che aveva affittato a Remedio; pertanto il mercante di malvasia le doveva dare cinquanta ducati per l’affitto solo della bottega (ASVe, Notarile, Atti, b. 3107, c. 42v). 19 Saranno gli eredi di Girolamo da Cremona, commerciante di malvasia e patron de burchio ferrante, che estingueranno il debito con Remedio (ASVe, Notarile, Atti, b. 3101, cc. 364v-365r). 20 È a casa di Remedio che il notaio Callegarini notificava il debito che i fratelli Pasini avevano con lui e le modalità di pagamento (ASVe, Notarile, Atti, b. 3101, c. 476rv). 21 L’atto venne stilato nel magazzino di Remedio a Santa Maria Formosa (ASVe, Notarile, Atti, b. 3111, cc. 195r-197v). 22 «Adì 5 settembre 1583. M.s Remedio Sala dalla malvasia d’anni 52 malato da febre già giorni otto» (Archivio Storico del Patriarcato di Venezia, d’ora in poi ASPVe, Parrocchia di Santa Maria Formosa, Registro dei morti, III, 5 settembre 1583). 23 Lorenzo Salla in un contratto stilato dal notaio Callegarini figurava come aromatario (ASVe, Notarile, Atti, b. 3124, cc. 72v-73r, 13 febbraio 1588), mentre suo fratello ZuanAntonio era spiciaro all’insegna di San Michele Arcangelo nella contrada di San Girolamo a Venezia (ASVe, Notarile, Atti, b. 3151, cc. 35r-36r, 16 gennaio 1602). ZuanAntonio aveva sposato Agnesina figlia di Francesco Salvadori; come procuratore di sua moglie venderà per 7300 ducati la casa con bottega al Ponte 18
92
in affitto (4 ottobre 1583) da Elisabetta di Nicolò Dalla Vecchia, mercante veronese residente a Padova, «una casa granda da statio in Santa Maria Formosa in doi soleri con due camere». Si trattava di un importante edificio il cui terreno arrivava a lambire la «riva sopra il rio de palazzo». La durata del contratto era di dieci anni per un affitto annuo di centottanta ducati24. Spostando così dalla vicina Casselleria la bottega di malvasia in quella calle che poi passerà alla storia come Calle del Remedio. Contestualmente l’attività della malvasia veniva affittata per cinque anni ad Antonio di Cagioli q. Bettin originario di Mura in Val Sabbia nel bresciano a cui veniva data la massima fiducia dal momento che questo accordo veniva registrato il 13 settembre del 1585, sempre presso il notaio Callegarini, dopo alcuni anni che era stato concordato privatamente tra loro. Lo stesso bresciano, che abitava con la moglie in casa dei Salla, poteva disporre di ottanta ducati l’anno oltre ad altri benefici a lui concessi per svolgere al meglio l’attività di vendita nella bottega di malvasia di cui ne era anche compartecipe dei ricavi25. Ed è possibile che una parte del vino venduto potesse anche provenire dalle terre acquistate dai Salla nel 1594 da Valerio Valier q. Nicolò per 3000 ducati. Sono sette campi e mezzo, a formare un corpo unico, con una casa dominicale ubicati in località Casa rossa a San Trovaso nel trevigiano26. Nella prima metà del Seicento il magazzino da malvasia e l’abitazione che da molto tempo la famiglia Salla aveva in affitto, nota anche come «li Remedii», passava in proprietà, per un terzo, a Giovanni Rota27. Successivamente, nella denuncia dei redditi (Redecima) del 1661 i fabbricati in Calle del Remedio risultavano a nome di più proprietari: GioBatta Manzoni, Zuanne Rota fruttivendolo (frutariol), Vincenzo Mazocho dall’onto sotil28. E a nuovi proprietari sono intedi Rialto che Agnesina aveva ereditato dal padre commerciante di carte bianche (ASVe, Notarile, Atti, b. 3151, cc. 219v-228r, 8 maggio 1602). 24 ASVe, Notarile, Atti, b. 3115, c. 547r. 25 ASVe, Notarile, Atti, b. 3119, cc. 446v-448r. 26 Con documento del 15 giugno 1602 si notificava l’avvenuto pagamento, il saldo era stato effettuato il 9 marzo del 1600, di «una casa dominical a pe piano e in soler de muro coperta de coppi con suo cortivo, horto et tutte et cadaune altre fabbriche in esso cortivo essistenti insieme con campi sette et mezo di terra in un pezzo alla misura trivisana, contigua al detto cortivo, arativi piantadi et videgati» (ASVe, Notarile, Atti, b. 3152, cc. 273r-274r). 27 Il 14 luglio del 1634 veniva ufficializzato al fisco che un terzo della proprietà era passata dai fratelli Carlo, Cassandra e Franceschina q. Vincenzo q. Francesco Maffei a nome di Zuanne Rota q. Bonfante (ASVe, Dieci savi sopra le decime in Rialto, Traslati, b. 1270, c. 33r). 28 Bortolo Nicolini pagava di affitto 210 ducati all’anno per la «casa e magazen da malvasia» (ASVe, Dieci savi sopra le decime in Rialto, Redecima 1661, Catastico, Castello, Santa Maria Formosa, b. 420, c. 734v).
93
stati nella Redecima del 171129. Il magazzino da malvasia era affittato a tal Bortolo Nicolini q. Bortolo, che lo gestirà per oltre cinquant’anni fino alla sua morte, avvenuta il 18 gennaio 1712 all’età di settantotto anni30. Bortolo Nicolini non avendo figli lasciava i proventi dell’attività a sua nipote (nezza) Maria, figlia di suo fratello Piero, e nel rispetto delle volontà del de cuius i commissari testamentari incaricavano dei periti a stilare l’inventario di tutte le robe che Nicolini possedeva31. Il 25 febbraio 1711 more Veneto (1712 nell’uso comune) veniva redatto l’inventario «delli mobili di casa e magazzino da Malvasia», del quondam Bortolo Nicolini, in Calle del Remedio nella contrada di Santa Maria Formosa a Venezia. Vengono quindi stilati due inventari distinti. Se per l’abitazione veniva fatto un semplice elenco di tutto ciò che era presente in casa, per quanto riguarda la malvasia, invece, i periti oltre alla nota delle robe, per poter dare i proventi dell’attività alla nezza di Nicolini, provvedevano anche a fare la stima dell’avviamento della bottega e della merce presente il cui valore corrispondeva a 1346 ducati. E a stilare una «nota dei debitori» della malvasia, con il rispettivo importo da saldare, distini in «buoni», «di qualche speranza» e «disperati». La lettura dell’Inventario diventa particolarmente interessante perché ci fa conoscere quale tipi di vini fossero più venduti: «Moscato botte 17 mastelli 16 à misura al praticato [ricordo che il vino per legge si doveva vendere in quantità non superiore a un secchio], Vino di Spagna [vale a dire vini di Sicilia] mastelli 26 –, Scoladure [cioè ripassi di torchio] mastelli 18, Liatico [meglio noto come Aleatico] mastelli 14, Negro di Ceff[aloni]a mastelli 8, Vino di Cipro mastelli 14, Moscato d’Istria mastelli 11, Proseco mastelli 1, et Garganego da Verona mastelli 7 –». Nella malvasia c’erano anche: «Asedo [aceto] bigonzi 10 –, Vino di Fiorenza [ovvero Chianti] fiaschi 26, detto forte fiaschi 24, Moscato cotto [cioè mosto] mastelli 2, Bira mastelli 7 detta [birra] botiglie 10 –, Vin Garbo [dal gusto aspro da] Piran puro à mettà aqua bigonci 13 mastelli 9 –, Vino Marzemin mastelli 4, Miel caratello lire 340 [pari a più di dieci chili di miele utilizzato per fare i vini speziati secondo una pratica riportata da Apicio nel De re coquinaria]»; oltre 29 Girolamo Scarella, Alvise Franceschi e gli Eredi Donadelli dichiaravano al fisco nella Redecima del 1771 di essere comproprietari della «Casa e magazen da Malvasia» in Calle del Remedio che era affittata a Bortolo Nicolini per 132 ducati all’anno; mentre per «l’inviamento di detto magazino» Nicolini pagava 25 ducati a Giulia Pellizzari (ASVe, Dieci savi sopra le decime in Rialto, Redecima 1711, Catastico, Castello, Santa Maria Formosa, b. 428, c. 216r). 30 Così riportava il parroco: «Adì 18 gennaio 1712. Il s.r Bortolo Nicolini d’anni 78 in c.a amalato di ponta g.i 5 in c.a Med.o Grandi. Lo farà seppellire il s.r Giacomo Tamburini suo nipote con cap.o» (ASPVe, Parrocchia di Santa Maria Formosa, Registro dei morti, XIII, 18 gennaio 1712). 31 ASVe, Notarile, Testamenti, b. 472, protocollo 3, cc. 293r-241r (notaio Marco Generini).
94
Particolare dell'Inventario (1712) dei vini del "magazzino da malvasia" di Bortolo Nicolini (ASVe, Giudici di Petizion, Inventari, b. 409, fasc. 1) a varie «casse de Fiorenza vode grandi e picole n. 18, fiaschi vodi più sorte n. 550, bottiglie vode n. 11»; e le attrezzature necessarie all’attività della mescita che danno la misura dell’importanza di questa bottega32. Dunque nelle malvasie venivano venduti anche i vini speziati. Un particolare vino speziato era ottenuto trattando la Malvasia «con l’abscintio», cioè l’Assenzio maggiore. Nell’Inventario del 1780 della bottega di Nicolò Donadelli, nella contrada di San Cassiano a Venezia, erano presenti più di ottanta litri di vino all'assenzio oggi conosciuto
Nella malvasia di Nicolini erano presenti le seguenti attrezzature: «botte candiote con mos[ca]to è vode n. 31 mezane, è caratelli grandi con mos[ca]to è senza n. 9, caratelli picoli n. 11, vodi barille n. 2, quarte n. 12, mezarole n. 17, sechielli n. 28, mezi secchielli n. 18, canevette da 2 bozze n. 3, et una detta da 6 bozze vechia»; oltre ad altri strumenti necessari alla mescita del vino quali: «tinelli vodi boni n. 2, detto poco bon n. 1, ornelle con suoi sachi n. 4, mastelli da travaso n. 2, mastelon grando n. 1, bigonci n. 2, pirie di legno n. 3, mastella da scolar botte n. 1, è mastelino n. 1, conchette n. 8, pirie di banda n. 5» (ASVe, Giudici di Petizion, Inventari, b. 409, fasc. 1). Per la conversione delle misure di capacità dei liquidi sono usate tre misure: una botte (litri 751,17) era pari a 10 mastelli; un mastello (litri 74,38) era pari a 7 secchie; una secchia era pari a litri 10,73; mentre una bigoncia (litri 150,23) era pari a 2 mastelli (A. Martini, Manuale di metrologia universale, Torino 1883, pp. 817-822). 32
95
come Vermouth33. Analizzando i tipi di vini presenti nella malvasia di Nicolini si può notare come questi fossero tutti, oggi diremo, di qualità superiore e, anche se non è stato segnato se si trattava di vini vecchi o nuovi, questi si possano assegnare alle vendemmie delle annate 1710 e 1711. Le cronache ricordano il freddo intensissimo del gennaio 1709, la laguna gelata tanto che si poteva andare a piedi a Marghera. Singolare è il fatto che i periti accanto al tipo di vino, di cui viene sempre specificata la rispettiva quantità, di molti abbiano anche indicata la provenienza. Se la denominazione della provenienza non ammette dubbi in merito al luogo d’origine, ritengo che per i vini dove questa non è stata evidenziata, come il Moscato, il Proseco e il Marzemin, si debbano considerare di produzione nostrana e quindi ottenuti da viti coltivate in Laguna. È noto che le isole lagunari da sempre sono state destinate all’agricoltura. Erano ricche di vigne e di orti, proprietà di privati o di enti religiosi, che rifornivano con prodotti freschi il mercato realtino. A Sant’Erasmo veniva coltivata la Ribolla, richiesta come onoranza in un contratto d’affitto del 15 settembre 1576 stilato dal notaio Francesco Mondo34; e così pure era coltivato il Raboso. È significativo come il mercante di seta Alberto Gozi q. Gabriel ricordasse al fisco, con la condizion di decima del 1661, di volersi ritirare nelle sue vigne che gli fornivano il non mai lodato abbastanza Raboso35. La presenza di una viticoltura di qualità in Laguna è confermata dai diversi vitigni recentemente (2012) ritrovati come il Marzemino a Torcello, il Moscato all’Arsenale e soprattutto la Glera, cioè il Prosecco, a San Michele, San Samuele, Torcello e alle Vignole36.
33 ASVe, Avogaria di comun, b. 3005, Inv. 301. A tal proposito interessante è il confronto del nostro Inventario con quello del 29 giugno 1780 (scheda II.26) di Michela Dal Borgo, Inventario del negozio da malvasia della ditta di Antonio Donadelli ubicato nella parrocchia di San Cassan, in Acqua e cibo a Venezia. Storie della laguna e della città, a cura di D. Calabi - G. Galeazzo (Catalogo della Mostra, Venezia 26 settembre 2015 - 14 febbraio 2016), Venezia 2015, p. 169. 34 A. Peressini, La coltivazione della vigna a Venezia dagli atti notarili del secondo Cinquecento, in L’eredità della Serenissima. Vigneti e vini nell’area della DOC Venezia, San Giovanni Lupatoto (Vr) 2016, pp. 131-137. 35 ASVe, Dieci savi sopra le decime in Rialto, Redecima 1661, Cannaregio, b. 222, condizion n. 1383; e G. Gullino, Quando il mercante costruì la villa: le proprietà dei Veneziani nella Terraferma, in Storia di Venezia (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani), a cura di G. Cozzi - P. Prodi, Roma 1994, VI, pp. 875-924; in generale sulla storia del Raboso rinvio a U. Bernardi, Quando il Raboso e Friularo si chiamavano vin moro, Crocetta del Montello (Tv) 2017. 36 Per il ritrovamento delle viti e le tecniche utilizzate per il riconoscimento delle cultivar rinvio a M. Crespan - G. De Lorenzis - C. Favero - S. Imazio - D. Migliaro - J. Nardi - A. Pitacco - A. Scienza, Alla ricerca delle vecchie viti a Venezia e Laguna, in Il vino nella storia di Venezia. Vigneti e cantine nelle terre dei dogi tra XIII e XXI secolo, a cura di C. Favero, Cittadella (Pd) 2014, pp.
96
L’Inventario del 1712 è il primo documento archivistico (non sono a conoscenza di altri documenti in merito) dove viene indicato il vino Prosecco (circa 74 litri), ed è anche il primo (a me noto) che nomina il Prosecco venduto a Venezia in una malvasia. E questo è importante per la storia del Prosecco, anche perché anticipa di molto il «melaromantico» Prosecco ricordato ne Il Roccolo Ditirambo (Venezia, 1754) dall’accademico vicentino Aureliano Acanti, e l’affermazione di Francesco Maria Malvolti riportata sul Giornale d’Italia del 1772 che mette in relazione per la prima volta il Prosecco con le terre di Conegliano-Valdobbiadene. Una particolare attenzione la si deve anche alla birra presente nella bottega di Nicolini che, diversamente dal vino non appartiene alla nostra tradizione; si può pensare non sia stata prodotta localmente, ma fosse stata importata dall’Inghilterra. Non vi sono documenti che attestano la vendita prima del 171237. Nella Redecima del 1740 la malvasia in Calle del Remedio era diventata di proprietà di Girolamo Scarello e Antonio Franceschi, ed era affittata a Zuanne Molinari38. Dal Censimento del 1762 delle botteghe di malvasia presenti a Venezia (la nostra era segnata con il numero 43) veniva gestita da Pietro Antonio Prina39. Giuseppe Tassini nelle Curiosità veneziane (1863), citando il Dezan, ricordava come la bottega del Remedio si distinguesse tra tutte le altre malvasie presenti in città per una singolare «leggenda originata dalla somiglianza dal nome del proprietario Remedio e la parola rimedio». Dunque proprio alla similarità dei due termini, si pensò che la malvasia venduta in questa bottega possedesse 152-163, in particolare la tabella Elenco delle piante campionate ordinate per località, p. 156; e ancora di Carlo Favero, Le viti ritrovate, in L’eredità della Serenissima. Vigneti e vini nell’area della DOC Venezia, San Giovanni Lupatoto (Vr) 2016, pp. 139-143. 37 Ad esempio, tra le varie mercanzie elencate nel Manifesto di carico (23 gennaio 1796) da Londra per Venezia, presenti sul brigantino veneto denominato Veloce, figurava una botte di birra destinata a Cesare Vignola già residente a Londra (scheda V.12) di Michela Dal Borgo, Mercati e merci tra Quattrocento e Settecento, in Non solo spezie. Commercio e alimentazione fra Venezia e Inghilterra nei secoli XIV-XVIII, a cura di M. Dal Borgo - P. Benussi, (Catalogo della Mostra, Venezia 3 dicembre 2016 - 8 gennaio 2017), Venezia 2016, p. 75; e ASVe, Cinque savi alla mercanzia, I serie, b. 710 bis, nn. 170 e 180. 38 I proprietari della malvasia in Fondamenta del Remedio a Santa Maria Formosa erano: Girolamo Scarello, Antonio Franceschi, Marcantonio Donadelli e la contessa Marianovich; l’affitto era di 130 ducati l’anno e come onoranze due secchi di moscato e otto secchi di aceto; per l’avviamento Molinari pagava alla nobildonna Geltrude Loredan 35 ducati all’anno e per onoranze due secchi di moscato (ASVe, Dieci savi sopra le decime in Rialto, Redecima 1740, Catastico, Castello, Santa Maria Formosa, b. 435, c. 864r). 39 M. Dal Borgo, Botteghe della malvasia, 1 luglio 1762, in Il vino nella storia di Venezia. Vigneti e cantine nelle terre dei dogi tra XIII e XXI secolo, a cura di C. Favero, Cittadella (Pd) 2014, pp. 242-243; e ASVe, Giustizia Nuova, b. 15.
97
delle specifiche qualità terapeutiche tali da curare perfino «verminosi incurabili morbi»40. Per questo si può pensare che la Calle del Remedio ai primi dell’Ottocento fosse diventata Calle del Rimedio, e come tale venne censita nelle mappe del Catasto napoleonico e di quello austriaco41. In un passo dei Codici Gradenigo, sempre il Tassini riferisce che secondo un’antica tradizione i patrizi veneziani presentassero al Doge i giovani rampolli al compimento dell’età per entrare in Maggior Consiglio. Al termine della cerimonia era consuetudine sostare nella malvasia del Remedio per assaporare l’omonimo vino con i gustosi bussoladi nella convinzione che tale sosta avrebbe portato fortuna al giovane aristocratico. È singolare che il vino bevuto fosse considerato una sorta di elisir di lunga vita, porta a pensare a un trait d’union con il vino Pucino citato da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia che ne esalta le capacità medicinali. Questo vino, secondo lo storico romano, aveva un’origine ancora più antica, sarebbe il «vino che i Greci hanno esaltato con lodi eccezionali ed indicato con il nome di Pretenziano», dal nome del territorio piceno chiamato Pretetia vicino ad Adria, oggi Atri42. Del legame tra il Prosecco e il Pucino parla anche il nobiluomo inglese Fynes Moryson nel suo viaggio per l’Italia del 1593, considerandolo uno dei migliori vini italiani43. Quindi si può affermare che il famoso Rimedio veneziano non sarebbe stato altro che il Prosecco. Ma la Calle del Remedio, se è ricordata perché là venne catturato Nicolò Tommaseo, oggi lo è anche, e soprattutto, per l’amicizia di Ernest Hemingway con la nobildonna veneziana Adriana Ivancich e per aver gustato il noto Rimedio, ovvero il Prosecco. G. Tassini, Curiosità veneziane. Origine delle denominazioni stradali, Venezia 1863, ediz. 1872, II, p. 176. 41 ASVe, Censo stabile, Mappe napoleoniche, Venezia Castello, 2; ASVe, Censo stabile, Mappe austriache, Venezia Castello, 2. 42 Plinio il Vecchio nel suo Quattordicesimo libro La vite il vino ricordava che: «Giulia Augusta attribuiva il fatto di aver raggiunto gli 86 anni d’età al vino Pucino, l’unico che avesse mai bevuto. Proviene dal golfo dell’Adriatico, che si trova non lontano dalla sorgente del Timavo, da una collina sassosa dove la brezza marina porta a maturazione una qualità d’uva che dà vino per poche anfore; nessun altro è considerato più adatto per uso medicinale». 43 Così riportava Moryson: «L’Histria è divisa tra il Forum Julii, e l’Histria propriamente detta […] Qui cresce il vino Pucinum, ora chiamato Prosecho, assai celebrato da Plinio»; e ancora precisando che: «Questi sono i vini più famosi d’Italia. La lagrima di Cristo, e vini simili presso Cinqueterre in Liguria: la vernaza, e il moscatino bianco, specie quello di Montefiascone in Italia. Cecubum nel Regno di Napoli, e il Prosecho in Histria» (An itinerary containing his ten yeeres travell throungh the twelve dominions of Germany, Bohmerland, Sweitzerland, Netherland, Denmarke, Poland, Italy, Turky, France, England, Scotland & Ireland, Londra, 1617; riediz. Glasgow, 1907-1908, IV, pp. 80 e 1039). Più in generale sul Prosecco vedasi F. Colombo, Storie di vini dell’Adriatico. Nuove indagini sulle relazioni tra Prosecco e il Prŏsek dalmata, «La Ricerca», (2014) 65, pp. 11-13. 40
98
Oscar De Zorzi
Arti meccaniche a Serravalle: attività, patti societari, apprendistato e assunzioni (secc. XVI-XVIII)
Nell’accezione specifica le arti meccaniche sono quelle attività che richiedono «un’applicazione manuale - meccanica appunto - e il cui prodotto è un manufatto, di qualsiasi genere». Esse si contrappongono alle cosiddette arti liberali, le quali, a loro volta, «richiedono un’applicazione intellettuale e la cui produzione, rigorosamente non materiale, è connotata da particolari valori di contenuto»1. Secondo questa accreditata definizione, per esteso ed in generale, le arti meccaniche costituiscono tutte quelle attività che comprendono la realizzazione sia di un prodotto costruito o trasformato manualmente dall’Uomo, sia di quello frutto di macchinari da lui creati e, parallelamente, l’offerta di servizi commerciali destinati ai bisogni primari o meno della collettività. In questo studio sono illustrati degli exempla di atti riguardanti: attività, patti societari, apprendistato e assunzioni per produzioni manufatte e per servizi, in trascrizione integrale e/o regesto2, di vari settori d’attività a Serravalle, dal tardo
C. Frugoni, Enciclopedia dell’ Arte Medievale, 1991 (da Google). Si premettono le seguenti sigle che individuano gli archivi consultati: ACatt.C, Archivio della cattedrale di Ceneda (Vittorio Veneto) APS, Archivio della parrocchia di Serravalle (Vittorio Veneto) ASTv, Archivio di Stato di Treviso ASVV, Archivio Storico di Vittorio Veneto Avvertenze:
1
2
99
Cinquecento alla metà del Settecento, corredati da note (anche corpose) correlate agli argomenti trattati, del tutto non esaustive; documenti e note vengono presentati quali strumenti propedeutici per eventuali studi mirati sull’economia della città.
BoTTARI Apprendisti Simon Segondo Nel nome del signor Iddio et così sia l’anno 1632 indizione 15 li 19 aprile in Serravalle in casa di missier Zuanne Bottaro infrascritto, presenti mistro Francesco quondam mistro Michiel di Fante, et ser Domenico Granzotto suo cugnato. Dove ser Simon quondam missier Greguol Segondo da Ceneda da una, et missier Zuanne Bottaro dall’altra sono divenuti all’infrascritto accordo, et conventione ciò è detto ser Simon promette di servire per anni doi, et mesi doi esso missier Zuanne sì nella professione, et arte del Bottaro, come in qual si voglia altra cosa, che li fosse comandata da lui et dalla sua famiglia, giusta però, et convenevole, et non altrimenti, et di custodire la sua robba, et cose sue, nè in quella, o quelle commettere fraude alcuna, et far in somma quanto si conviene a buono, et diligente servitore et mancando di far il debito suo overo partendosi
- gli atti sono trascritti o regestati secondo l’ordine alfabetico delle attività svolte e, all’interno delle stesse, per ruolo d’importanza e cronologicamente; - sono stati pressoché interamente sciolti i nomi di persona e le parole abbreviate, come, ad esempio, Giovanni Battista, Giovanni Antonio, eccellentissimo, illustrissimo, ser (trascritto indifferentemente «signor» o «ser»), etc.; - il termine D.a è sempre stato sciolto in «domina», ancorché riferito a figure femminili di ceto non nobile; - la serie di punti di sospensione tra le parentesi quadre che intercorre all’interno della trascrizione o del regesto del documento sta a significare l’impossibilità di comprensione di una o più parole, o l’esclusione di un brano del testo non strettamente utile all’argomento in questione; per converso i lemmi inseriti all’interno di dette parentesi insistono per la maggior comprensione del documento. Il punto interrogativo tra parentesi tonde indica l’incertezza nella trascrizione della parola che le precede; - la maggior parte delle lettere maiuscole è stata resa minuscola. Per converso le località, i cognomi, i nomi e le professioni, quando scritti in lettere minuscole sono stati riportati in maiuscole; - alcune volte sono stati aggiunti o espunti segni di interpunzione, ed inseriti, ove assenti, gli accenti per la migliore comprensione degli atti.
100
senza legitima causa possa esso missier Zuanne trovar un altro in luogo etc. a spese, et danno di detto ser Simon. Et questo per chè all’incontro esso missier Zuanne promette di instruire, et insegnare a detto ser Simon, in quanto facesse bisogno l’arte, et profession sudetta et spesarlo del suo proprio, et far verso di lui tutto ciò, che si deve da buoni patroni et di più per salario promette darli ogni mese, et in ragione di mese lire undeci lire 11 di tre mesi in tre mesi, quali anni doi, et mesi doi principiar debbano il primo maggio prossimo venturo, e finire il principio di luglio del 1634. Promettendo esse parti sudette osservare, et mantenere le cose sudette sotto obligatione de loro beni presenti et futuri in forma etc.3. Zuanne Battista del Bel Nel nome di Iddio, et così sia. L’anno 1636 li 26 marzo. In Serravalle in casa dell’infrascritto mistro Zuanne Bottaro, presenti Zuane quondam Pelegrin da Grava da Longhere, et Iseppo da Piai munaro alla Sega testimoni. Dove missier Zuanne Bottaro da una, et ser Piero del Bel de Cadore dall’altra sono devenuti all’infrascritto patto, ed accordo ciò è detto missier Piero promesse, et s’obligò che Zuanne Battista suo figliolo servir debba fedelmente, et sollicitamente esso missier Zuanne per anni quattro prossimi venturi da cominciarsi hoggi, nell’arte, et proffessione del Bottaro, et in tutte quelle cose che stimarà bene per casa del detto missier Zuanne, et che haverà cura della robba di lui, et far quello li sarà comandato et dal detto Bottaro, o da altri della sua famiglia, et far quanto si conviene a buoni garzoni. Et questo perché all’incontro esso missier Zuanne Bottaro promesse, et si obligò per detti anni quattro come di sopra instruirlo nella sudetta arte, et professione del Bottaro esso Zuanne Battista figliolo di detto missier Piero, et spesarlo a suoi dani, et interesse, et di più darli di contadi lire dodeci al mese, et ragione di mese, che così convenero. Promettendo le parti sudete mantener, et osservar le predette cose sotto obligatione de loro beni presenti, et venturi. Con questa dichiaratione però che detto missier Zuanne debba lasciar andar esso Zambattista a casa di suo padre in Cadore per il mese tutto di agosto, et sino alli 8 di settembre4 ogni anno per detti anni quattro5.
ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaspare Pollini, b. 1959, reg. 1631-1632, c. 31r. Forse per la fienagione. 5 ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaspare Pollini, b. 1959, cc. sciolte a. 1636. 3 4
101
CALdeRARI Contratto societario Giacomo e Gottardo Iacarello e Bortolomeo e Pellegrin Polin Nel nome di Christo signor Nostro, l’anno della sua natività 1712, indizione 5a li 14 aprile. In Serravalle in casa delli nobili domini et reverendissimi signori Giorgio et Marte Flavio Scarpis arcipreti, posta in contrà di Tiera di questa Città, presenti gli infrascritti testimonij rogati e pregati. Essendosi stabilito di far compagnia e società del negotio di Calderaro con l’aiuto, e benedittione di sua Divina Maestà fra domini Giacomo e Gottardo fratelli quondam Zuanne Iacarello di questa Città dall’una, e domini Bortolomeo e Pellegrin fratelli quondam Giacomo Polin pure di questa Città dall’altra, per ciò con la presente publica scrittura si sono accordati, e s’accordano li modi, maniere e conditioni, co’ quali doverà esser maneggiato e regolato il negotio medesimo come segue. P° Li sopradetti domini Giacomo e Gottardo Iacarelli hanno dato, e danno, numerato e numerano vedendo me nodaro et gl’infrascritti testimonij a domino Bortolomeo Polin presente, accettante, et imborsante tanto in nome suo, quanto di domino Pellegrin suo fratello, per il quale promette di rato e che ratificherà il presente contratto di Compagnia due mila e quattrocento lire lire 2400 in tante monete d’oro et argento a valor corrente. 2° Questo capitale di lire 2400 dalli Polini doverà esser impiegato in comprar rame e ferro per il negotio nel modo, e tempi come a detti Polini parerà esser più conferente. 3° Doveranno detti Polini tener un libro, nel quale noteranno con distintione delli tempi, persone, e prezzi tutto il rame e ferro, che compreranno, come tutto quel che venderanno, et affideranno alli schiosari, la qual cosa doveranno far [con] circospettione e prudenza. 4° Doveranno li Polini impiegar tutti gl’instrumenti, che si ricercano per l’arte del Calderaro, senza pretender cosa alcuna dalli Iacarelli. 5° Dell’utile, che si ricaverà, potranno li Polini valersi per le spese cibarie di loro due solamente, il che doveranno far con parsimonia corrispondente al loro povero stato. 6° L’utile et avanzo doverà esser diviso per metà, così che sia uguagliato l’impiego del dinaro delli Iacarelli, e dell’industria delli Polini. 7° Si doverà far il bilancio ogni tre mesi, come si costuma in simile negotio. 8° Se lavoreranno, acconcieranno, rifaranno rami d’altri, il guadagno sia posto in utile comune, tenendo nota distinta di giorno, tempo, persone, e quantità del guadagno.
102
9° Sia in libertà delli Iacarelli di ricever la sua metà d’utile di tre mesi in tre mesi, come si farà il bilancio, o di lasciarlo in mano delli Polini sino in capo all’anno. X° Resta affatto proibito alli Polini di far alcun negotio d’altra sorte, o contratto così in nome comune, come in loro specialità fuori della presente negotiatione sotto qualsisia pretesto in pena di lire 25 in caso di trasgressione. XI Siano in libertà li Iacarelli di risecare il negotio, e scioglier la società, quando più li paresse, nel qual caso doverà prima d’ogni cosa esser cavato il capitale, e poi divisi gli utili, che a quel tempo fossero. La medesima libertà habbiano anche li Polini, con doversi però notificare l’un l’altro tal deliberatione al meno sei mesi avanti. XII Per cautione e sicurezza del capitale delli Iacarelli siano et esser debbano obligati non solo tutti gli effetti, e crediti del negotio, ma anche gli estrumenti, li mobili delli Polini, e tutti li loro beni presenti e venturi. XIII Se Gottardo figliolo6 del prenominato domino Giacomo inclinasse ad imparar l’arte del Calderaro, li Polini siano obligati ad insegniargiela senza pretender pagamento, dovendo però il figliolo haver le spese cibarie nella casa paterna. Tutte le cose antescritte e cadauna d’esse restano accordate, e reciprocamente concluse, con promessa pure vicendevole della loro inviolabile e sencera osservanza sotto obligatione di tutti li beni presenti, e venturi in forma etc. Presenti li nobili et reverendissimi signori don Giorgio Scarpis, et Marte Flavio Scarpis arcipreti di questa Città testimoni havuti, chiamati, conosciuti, et ad hoc pregati etc. Segue la minuta del sudetto danaro versato dai fratelli Gottardo e Giacomo Iacarelli, ammontante a lire 2400 e la certa, et indubitata fede del notaio Angelo Fondra d’essere la soprascritta sottoscrittione di propria mano del sudetto domino Bortolo Pollini per haverlo veduto, così a scrivere, e sottoscriversi, [e] per ciò mi sono sottoscrito, et ciò a Laude d’Iddio etc. Segue la sua7 rattifficatione. Rattificatione. A dì 20 febraro 1713, in Serravalle, in casa delli nobili, et reverendissimi arcipreti Scarpis, posta in Contrà di Tiera di questa Città. Presenti etc. Ivi fu per me nodaro letta, et publicata la scrittura di Compagnia di società 6 7
Nipote dello zio omonimo Iacarelli. Di Pellegrino Pullini, assente alla costituzione della Società.
103
seguita il dì 14 aprille dell’anno scaduto 1712, rogata in atti di me infrascritto nodaro, a missier Pellegrino quondam Giacomo Pollino Calderaro pure di questa Città, di parola in parola, come sta, et giace, la medesima da lui benissimo intesa ha laudato, lauda, et ratiffica, in tutte, e cadaune sue parti, come sta, et giace contenute, et descritte nell’istessa, tanto quanto fosse stato presente al giorno d’essa stipulatione; obligando però per ciò alla manutentione8 di detta scrittura, et a quanto in essa si contiene tutti li suoi beni presenti, et venturi in ogni più ampla, et legal forma che di raggione etc, che così etc. Al che presenti domini Giacomo, et Gottardo fratelli, et figlioli del quondam domino Zuanne Iacarello, et loro heredi e sucessori loro accettando il presente atto di ratificatione. Tanto restò concluso di loro reciproco volere, et ciò a Laude d’Iddio etc. Presenti li nobili et reverendissimi signori don Giorgio Scarpis, et Marte Flavio Scarpis arcipretti di questa Città, testimoni havuti, chiamati, et ad hoc pregati L.D.S. Angelo Fondra nodaro etc9. Nel nome di Christo signor Nostro, e così sia, l’anno della sua Natività 1713, indizione 6a, il dì 20 febraro, in Serravalle, in casa delli nobili, et reverendissimi signori Giorgio, et Marte Flavio arcipreti Scarpis, posta in contrà di Tiera di questa Città. Presenti li qui sottoscritti testimoni etc. Con la presente publica scrittura si dichiara, qualmente domini Giacomo e Gottardo fratelli Giacarelli al loro capitale delle lire 2400 dato in negotio a domini Bortolomeo e Pellegrin quondam Giacomo Polin Calderari, come dalla carta di Compagnia 14 aprile 1712 in atti di me infrascritto nodaro, aggiungono altre sei cento lire lire 600, da loro a detti fratelli Calderari contate e numerate in tante monete d’oro di giusto peso, et a valor corrente con le medesime conditioni, patti, e conventioni in tutto come nella stessa publica carta di compagnia, presenti. Seguono le valute delle monete dalli Giacarelli contate, e numerate alli sudetti Polini calderari alla presenza delli antenominati testimonij, per l’importo di lire 60010.
Manutention: manutenzione, termine legale, sigurtà data per il mantenimento della cosa. Nell’uso corrente sta per obbligo o impegno di mantenere e conservare. Cfr. BOERIO 1856, ad vocem. 9 ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Fondra, b. 2461, reg. 1709-1712, cc. 128r-130r, 131r,v. 10 ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Fondra, b. 2461, reg. 1713-1718, c. 5r,v. 8
104
CALLeGARI Direttore di bottega Zuanne Tandura Addì 8 ottobre 1752 Serravalle presenti. Dichiara la presente scrittura come domino Paolo di Tommaso Sartori di questa città qui presente in occasion che vuole mantener una bottega di Calzolaj si è accordato, ed accorda in domino Zuanne di Zuanne Battista Tandura pure di questa città, e qui presente nella maniera sottoscritta videlicet. Che esso Zuanne star deva per un anno continuo al servizio di detto Paulo nella bottega sudetta per primo Maestro, e direttore della stessa con salario di soldi venti al giorno nelli soli dì di lavoro e le spese tanto nelli giorni feriali quanto festivi, con debito al medesimo Zuanne di assistere alla bottega stessa continuamente oltra detto Paulo nei giorni feriali, di preparar li lavorieri, lavorare, ricever li pagamenti, pagar li lavoranti, e far tutto in sua coscienza come se fosse interesse proprio, dovendo poi render conto giornalmente al detto Paulo delli spesi, e ricavati. In caso che o l’uno o l’altro manchi a quanto di sopra si è espresso di sopra, perderà ducati 10, cioé che il motivo sia tale, che o Paulo licenzj dal suo servizio detto Zuanne, o che egli non volesse più starvi, che tanto etc. e la presente avrà il suo principio li 15 corrente, e finirà nell’anno venturo in tal giorno, dichiarandosi ancora che possa detto Zuanne farsi, le sue scarpe nell’anno stabilitto colla robba di Paulo, e ciò sotto obbligazione etc. che così etc. Presenti Antonio quondam Zuanne, Andrea di Valentin Salvador dal Canal testionij11. Apprendista Zuanne Minotto Nel nome del signor Iddio così sia. L’anno 1660 adì 30 decembre in Serravalle, in casa del molto illustre signor conte Bortolamio conte Cesana, presenti li infrascritti etc. Dove si dechiara per il presente scritto, come desiderando missier Zuanne figlio quondam ser Battista Minotto da Ceneda d’essercitarsi, et imparare l’arte di Callegaro, ha ricercato missier Antonio quondam ser Zan Battista Ballarin di Serravalle a volergli insegnare l’arte sudetta et per compiacerlo sono restati 11
ASTv, Notarile I Serie, notaio Alvise Zuccati, b. 3637, reg. 1748-1752, c. 74r.
105
in questo accordo, et conventione, cioé, che detto missier Antonio sia tenuto, et obligato, come così promette, et s’obliga di tiner a sue spese in casa sua il sudetto Zuanne per lavorante, et insegnarli l’arte di Callegaro per un anno prossimo venturo et questo perché il predetto Zuanne per detto tempo promesse, et s’obligò dar, et pagar lire ottanta sei al predetto missier Antonio videlicet lire 86 et soldi sedeci, delle quali alla presenza delli testimonij, et di me nodaro il predetto Zuanne per parte, et a buon conto esborsò, contò et diede al predetto missier Antonio lire 31 et il rimanente d’esse lire 86:16 et promette, et s’obligò detto Zuanne dare, et esborsare in doi ratte, cioé la prima nel termine di mesi sei prossimi venturi che saranno lire 43 soldi 8 et la seconda ratta, che saranno altre lire 43 soldi 8 in capo dell’anno, che sarà finito il tempo del presente scritto. Promettendo etc. sotto obligatione etc. Et per maggior cautione del sudetto missier Antonio constituita domina Pasqua Minotta madre del sudetto Zuanne con ogni modo migliore etc. s’ha constituita piezza, et segurtà per detto suo figliolo che non mancarà al suo debito de quanto sarà tenuto, et obligato come de sopra, promettendo etc. obligando etc. Presenti li molto illustri signori Bortolamio conte Cesana et Nicolò Piazzoni nobili de Serravalle testimonij12. Anzolo Catel L.D.S. Adì 30 settembre 1715 in Serravalle in casa di me nodaro presenti l’infrascritti testimonij. Con il presente publico scritto resta convenutto, et accordatto, come missier Mattio quondam Iseppo Pecin Callegaro di questa Città si obliga tiore, et ricevere per suo garzone di botega della sua professione Anzolo quondam Nicolò Catel pur di questa Città per anni quatro prossimi venturi hoggi cominciatti, et insegnarli la professione sua di Calegaro, con conditione però che domina Anzola Catella madre del sudetto Anzolo suo figliollo; qui presente essa domina Anzola promette fare le spese di vitto a detto suo figliollo, et mantenirlo vestito, et calzatto per detti anni quatro, et il sudetto missier Mattio mistro si obli l’ultimo anno fare le spese del vitto solamente, et non altro niente (?) al sudetto garzone; et la sudetta domina Anzola madre si obliga, che detto suo figliolo starà, et continuarà a stare, et lavorare nella botega del detto suo mistro, per detti anni quatro, et tanto promettono le sudette parti mantener quanto sopra sono accordatti sotto obligatione in forma iuris etc.
ASTv, Notarile I Serie, notaio Domenico Ogniben, b. 1365, reg. 1660, cc. n.n. Il totale dell’acconto più le due rate non coincide con la somma pattuita.
12
106
Presenti missier Francesco quondam Zuanne Battista Nello di Forcal, et missier Zuanne quondam Domenico Broso de Canal testimonij13. CAPeLLARI Apprendisti domenego Bressano Nel nome di Christo iddio, et così sia l’anno della Natività del medesimo 1655 indizione 8a li 28 decembre in Serravalle in casa di missier Andrea Capellaro14 presenti et missier Andrea, et missier Luciano (?) suo figliolo testimoni. Dove si dichiara per la presente publica scrittura, come missier Bernardin del Violino Capellaro, si è obligato, et s’obliga di insegnare la professione, et arte di far capelli, a ser Domenego figliolo quondam ser Antonio Bressano habitante in questo luogo et usar ogni diligenza et insegnarli detta arte, et ciò per anno uno, et mezo, et questo perché detto ser Domenego promise, et si obligò di fare quanto si conviene per imparare detta [professione] per detto tempo d’anno, uno, et mezo come di sopra, il qual missier Bernardino per li giorni che detto ser Domenico s’adoparerà nel lavorare promise darli al detto ser Domenico lire una lire 1 al giorno, et mancando detto ser Domenico di far il sudetto debito in non attender a lavorare per detto tempo in giorno di operare non essendo però legitimamente impedito possa esso missier Bernardin ritrovare uno in luogo di quello
ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Crucis, b. 2394, reg. Protocolo Straordinario [...] 17131717 (contiene anche atti di anni diversi da quanto indicato sul frontespizio del registro), c. 17r. 14 Il 30 settembre 1657, in Serravalle, nel borgo di Sotto, nel suo studio, il notaio Giovanni Battista Costa riceveva le ultime volontà di Faustina di Teodosio Filomena, seconda moglie di Paolo di Andrea Capellari (il Nostro?). Non volendo beneficiare i Luoghi Pii, poiché disse: non ho commodo, né facoltà di lasciar, dispose che il suo corpo fosse tumulato nel cimitero della chiesa di San Giovanni Battista, nel borgo di Sopra di Serravalle. Stabilì di lasciare le sue terre in «villa» di Feletto, con tutti i proventi derivanti, al marito Paolo, per la durata di quattro anni, et ogni anno per detto tempo [egli] debba farmi cellebrare messe quattro all’anno, oltre a provvedere alla sepoltura del suo cadavere. Terminato detto periodo istituiva suo erede universale di ogni suo bene il figlio Domenico, avuto dal precedente matrimonio con il fu Giovanni Maria Cicolla. [...]. Volendo, et ordinando nondimeno, che li beni mobili da me portati in dote in casa delli Capellari, quelli al tempo della mia morte s’attroveranno in stato, et essere siano, et esser debbano d’esso mio figliolo il quale non possa pretendere cosa alcuna per riffatione [...] di quelli che fossero stati da me consonti. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Battista Costa, reg. 1657, cc. n.n. 13
107
a suo piacimento per tal causa, a spesa danno, et interesse del detto Bressan. Promettendo le parti osservar etc., sotto obligatione, in forma etc.15.
ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaspare Pollini, b. 1962, cc. sciolte, a. 1655. Un probabile antenato (il nonno?) di Bernardino del Violin Capellaro sarà quel mistro Bernardino Sasso sutore da Serravalle, detto dil Violin, testimone alla carta dotale, redatta a Ceneda il 29 aprile 1609, per il matrimonio di Taddeo Della Giustina da Longhere di Serravalle con Brigida di Paolo della Catino. Cfr. PIZZOL 2017, p. 29 (ivi riproduzione fotografica del documento). È probabile che il termine sutore (ciabattino) sia un errore di trascrizione del notaio dall’originale in pergamena, per sartor (nell’atto il testimone che segue è mistro Andrea Andreuzza sutore Cenetae). Infatti nei libri canonici di Serravalle, almeno da vent’anni prima, si trovano le seguenti registrazioni di battesimo: - il 10 febbraio 1588 Margherita Cristina di mistro Bernardin Sartor da Violin e di Francesca. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1585-1592, c. 65. - il 28 ottobre 1595 Vittoria Ottavia, figlia di mistro Bernardim Sartor dal Violim e di Francesca. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1595-1605, c. 17; - il 7 marzo 1599 Giuseppe Filippo, figlio di ser Bernardin dal Violino e di Francesca. Cfr. ibidem, c. 89; - il 25 dicembre 1599 Giuseppe Giovanni, figlio di mistro Bernardin Sartor e di Francesca. Cfr. ibidem, c. 107; - il 14 gennaio 1601 Cristina Marta, figlia di ser Bernardin dal Violin e di Francesca. Cfr. ibidem, c. 131; - il 6 febbraio 1604 Giulia Giacinta di ser Bernardin a Violinno e di Francesca. Cfr. ibidem, c. 202. Il 3 febbraio 1633 Giovanni Maria de Boarij veronese sposa nella chiesa di San Giovanni Giulia di Bernardin dal Violin. Cfr. APS, Libro dei battesimi, dei matrimoni e dei morti, chiesa di Santa Maria Nova 1620-1645, c. 214. Quanto poi al nostro, il 20 gennaio 1639, nella chiesa di San Michele, a Salsa (Ceneda), Bernardino del fu Giovanni del Violino da Serravalle sposava Giovanna di Pellegrino Tirrabosco tentor. Cfr. ACatt.C, Libro dei matrimoni 1590-1660, 120v. Sono noti (almeno) i seguenti figli battezzati: -il 25 novembre 1643 Giovanni Andrea di missier Bernardino dal Violin e di Giovannetta. Cfr. APS, Libro dei battesimi maschi, chiesa di Santa Maria Nova 1627-1648, c. 166. - il 25 luglio 1648 Antonio Giacomo di missier Bernardino dal Violino e di Giovannetta. Cfr. APS, Libro dei battesimi maschi, chiesa di Santa Maria Nova 1648-1652, cc. n.n. - il 5 febbraio 1650 Antonio (maschio) di missier Bernardin del Violin e di Giovannetta. Cfr. APS, Libro dei battesimi femmine, chiesa di Santa Maria Nova 1648-1652, cc. n.n. - il 27 novembre 1653 Lorenzo Pietro di missier Bernardin del Violin e di Giovannetta. Cfr. APS, Libro dei battesimi maschi, chiesa di Santa Maria Nova 1653-1662, cc. n.n.; - il 5 agosto 1655 Giuseppe Domenico di missier Bernardin del Violin e di Giovannetta. Cfr. ibidem; - il 9 settembre 1656 Francesco Giuseppe di missier Bernardin del Violin e di Giovannetta. Cfr. ibidem - il 9 novembre 1658 Maria Anna di missier Bernardin Violin e di Giovannetta. Cfr. APS, Libro dei battesimi femmine, chiesa di Santa Maria Nova 1653-1662, cc. n.n. Il conte Bortolomeo Cesana di Serravalle incassava da missier Bernardin Violin Capellaro per affitto di casa et bottega lire 62. Cfr. ASVV, Serravalle, Seie 8, 180, MDCLXVII Estimo de Terrieri per li beni che possedono nel Territorio, 1664-1667, c. 34v. 15
108
Iseppo Anselmi adì 19 genaro 1665 Si dechiara con il presente scritto, come havendo sin hora Iseppo figliolo quondam domino Pietro Anselmi lavorato in bottega di missier Bernardin dal Violin Capellaro per lavorar capelli, et essendo in prova in detta arte; onde desiderando detto Iseppo imparar detta arte de Capellaro, si contenta detto missier Bernardino d’insegnarli la medesima per li anni seguenti, cioè s’obliga detto missier Bernardino d’accettar detto Iseppo per garzone in detta sua bottega per insegnarli detta professione di Capellaro per anni 3 prossimi venturi, nelli quali anni tre promette darli ducati 30 da lire 6 soldi 4 per ducato, un capello tantum et un para de scarpe all’anno, che sarà para tre scarpe, nel resto si doverà far le spese, vestirsi, et calzarsi, et perché possa ben, et fedelmente servir, come si promette, che servirà detto Iseppo, in ogni caso di mancanza, o altro mancamento, che potesse avenire per detto Iseppo et che fosse di danno di detto missier Bernardin, dona Felice ivi madre del detto Iseppo presente promette, et obligò tutti li suoi beni presenti, et venturi in ogni mancanza o mancamento che fosse di danno d’esso missier Bernardino, prometendo in oltre, che detto Iseppo suo figliolo servirà, et farà tutte quelle cose necessarie, et che appartiene a simil arte, dovendo andar alli mercati con detto missier Bernardino quando sarà ricercato con farli le spese, promettendo etc. sotto etc. Presenti il signor Carlo Baldini Sellaro et missier Zuane Rizzo Callegaro testimonij16. Bernardin Spinato Adì 29 giugno 1665 in Serravalle in casa di me nodaro infrascritto etc. Con il presente si dechiara qualmente havendo sin hora servito per garzone nella bottega di missier Bernardin dal Viollino Capellaro, Bernardin figliolo de missier Lorenzo Spinato, onde desiderando detto figliolo di continuar et essercitar tal arte di Capellaro, il predetto missier Bernardin accetta detto Bernardin per garzone nella sua bottega et promette, et s’obliga di insegnarli detta professione de Capellaro per anni quattro, nelli quali anni 4 li promette, et s’obligò di dar al predetto Bernardin ducati 9 da lire 6:17, et un para di scarpe all’anno, et nel resto si deva far le spese de vito, et vestito, et acciò possa, et deva far il suo debito di ben lavorare, et fedelmente, come si promette, ma in ogni mancanza, o mancamento che fosse di danno nel sudetto missier Bernardin dal Violin, il sudetto signor Lorenzo, et domina Ceserina padre, et madre del sudetto Bernardino in 16 17
ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Pietro Pellatis, b. 2049, reg. 1662-1666, c. 60r,v. Mancano i soldi 4, che sono stati cancellati con una strisciata di piuma d’inchiostro.
109
solidum promissero, et s’obligorno, che il predetto Bernardin suo figliolo servirà in bottega dell’antedetto missier Bernardin dal Violin per li predetti anni 4 con tutta sencerità, et purità, et fedelmente, et in ogni mancanza come sopra obligorno tutti li loro beni presenti, et venturi, dovendo il predetto figliolo esser pronto, et solecito ogni volta comanderà il sudetto padrone al servitio delli mercati, et ove occorerà se farà di bisogno, facendoli le spese quando servirà, et sarà col detto patrone che così convenero promettendo etc. sotto etc. Presenti il signor Francesco de Zorzi, Mattio figliolo de Pasqualin Brocca, et Valentin figliolo quondam Pelegrin Lionzin testimonij etc.18. FoLLAdoRI Conduttori Iacomo dal Fol Nel nome del signor Iddio, et così sia, l’anno della sua natività mille sei cento, et trentacinque indizione 3a il dì veramente 12 del mese di genaro. In Serravalle in casa delli signori Matthio dal Fol, et Giovanni Battista suo nepote19 in ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Pietro Pellatis, b. 2049, reg. 1662-1666, c. 71r,v. Potrebbe essere un progenitore dei Nostri quel Battista Folador [che] ha in borgo de Sora oltra Meschio un folo con chiodere. Cfr. ASTv, Estimi, b. 153, Serravalle. Citadini 1518-1519, c. 80v. Giovanni Battista dal Fol entrò nella Scuola di Santa Maria dei Battuti di Serravalle; il 21 maggio 1637, nella riunione del capitolo della Confraternita, si esaminò una sua lettera del seguente tenore: Molto illustri signori Gastaldi, et Consiglieri et honorando Capitolo. Confesso io Giovanni Battista dal Folo haver obligatione del favore receuto questa mattina dalle vostre Signorie et porterei volentieri questo affare se l’ettà de missier Mattio mio zio non fosse così oltre, et magiormente m’agrava l’affare delli illustrissimi et eccellentissimi signori Sagredo [Cesana], et Ruzzini oltre li proprij della mia bottega, casa, et affari di fuori. Io so anco che le vostre Signorie conoscono questa mia imposibiltà per ciò receverò per gratia singulare del che ve le suplico che mi favoriscono col liberarmi, che non mancherano sogeti di valore per poter ben aministrare questo carico di Massaro, et alle loro buone gratie mi racomando etc. Qual balotatta hebbe prosperi 19 contrari 3 per esser li tre altri venuti doppo balotati. In sostituzione di Giovanni Battista dal Fol fu eletto Matteo Pezin. Cfr. ASVV, Serravalle, Serie 25, Scuola di Santa Maria dei Battuti, b. 637, Officii 1555-1653, c. 355r. Si ritiene di presentare il regesto del testamento di Elena, figlia di Giovanni Battista Follo. Il 31 luglio 1700 Elena, figlia del fu Giovanni Battista Follo di questa Città, essendo gravemente inferma del corpo, et però giaccente in letto sana tutta via della mente, senso, et intelletto nella sua casa, posta in Serravalle, in contrada di Piazza, nella solita sua camera, corrispondente la Piazza, mandava a chiamare il notaio Angelo Fondra di Serravalle, al quale dettava le sue ultime volontà. La testatrice disponeva che avenendo il caso di sua morte, al suo cadavere ne sij data sepoltura nel 18 19
110
piazza, presenti gl’infrascritti testimonij. Dove li magnifici signori Matthio dal Fol, et Giovanni Battista suo nepotte sopradetti de raggion propria et in perpetuo per loro et heredi suoi cedettero, et a livello francabile concessero a missier Iacomo figlio quondam missier Antonio de Bernardi dal Fol della Follina20 [...] per sé, et heredi suoi stipulante acquistante et a livello francabille conducente la mettade d’un loro follo che hanno proindiviso con il molto reverendo monsignor Domenicho dal Fol21 posto nel borgo di Sopra di là del Mescho sotto le case delli
cimiterio della Pieve [di Bigonzo] di questa Città nel luoco solito de suoi predeffonti, con quella decenza de funerali, che comporterà il suo stato etc. Interrogata per tanto essa signora testatrice in virtù delle Ducali Provisioni, se voleva lasciar qualche cosa al Santo Monte, luochi Pij, o altro per l’anima sua; rispose, e disse non poter lasciare cosa alcuna. Chiese che fosse presente alla redazione del suo testamento il suo diletto fratello Mattio dal Follo. Lasciava di legato per una volta solamente che gli sij fatto dire messe cento n° 100 compreso quelle delli suoi funerali; item disse, che lasciava, et lascia alle carissime signore sue nezze, ciò è alle reverende Madri suor Giglia Rosa del Mo[na]stario di Santa Giustina, et Maria Leonora nel Monastero di Sant Gerolimo di questa Città, che dalli suoi heredi gli sijno dati con egual portione mobili, ciò è biancheria, che essa signora testarice tiene per proprio suo uso, con obligo alle medesime reverende Madri di volere pregare il signor Iddio per essa. Designava suo erede universale il fratello Mattio dal Follo, con obligo ad esso signore di pontualmente essequire, quanto sopra ha ordinato [...]. Il testamento fu pubbicato alla presenza del molto illustre signor Giullio quondam Carlo Brugnolo, missier Gerolimo Burbato quondam Domenego, missier Jseppo figlio di missier Nicolò Mighetto, missier Bernardino de Gabriel quondam Francesco [tutti] habitanti qui in Serravalle, missier Antonio quondam Domenego Rossi, et missier Michiel Zava quondam Piero della villa di Colle, missier Antonio figlio di Bortolamio Taffarello di Nove, testimonij havuti, chiamati, et dalla sudetta signora testatrice ad hoc pregati, a quali fu per me nodaro dato il giuramento di taciturnità, donec etc. di comissione d’essa signora testatrice, et giurorno toccate le scritture, in forma etc. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Fondra, b. 2458, reg. 1698-1703, c. 37r,v. 20 Il cognome dal Fol deriva ovviamente dall’attività svolta. A più riprese i follatori giunsero a Serravalle dalla Vallata. Si segnala qui la strida del 17 febbraio 1568, eseguita dal pubblico precone Giovanni de Colonia, sulla scala della Loggia del Comune, nella quale si dichiarava che Francesco del fu Salgardo Cesana da Serravalle aveva comperato da Francesco del fu Giacomo Portamero (?) da San Daniele, abitante in città, una camera posta nella casa nel borgo di Sotto di Serravalle che fu del quondam Zuanne Andrea quondam missier Salgardo Cesana. Cioé la camera davanti, della qual casa questi sono li confini, a mattina de mistro Zuane Battista dal follo di Valmarino [...]. Suo figlio, Bernardino di Giovanni Battista a fulo da Valmareno, compare in un atto rogato a Serravalle il 31 marzo 1569. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Girolamo Minucci, b. 1093, reg. (relitto) 1565-1570, cc. n.n. 21 Inoltre si evidenzia: - il 4 aprile 1617, in Serravalle, nel borgo di San Giovanni Battista, nella Scuola dell’Immacolata Concezione. Dove missier Francesco Sasso detto dal Fol da Cisson di Valmarino, come procurator di madonna Cornelia sua moglie, et figliola, del quondam ser Nicolò Bortoluzzi munaro della villa di Pinidello,
111
vendeva alle pubbliche stride alla detta Confraternita: una pezza di terra arativa, piantata e vitata, con casa sopra e una casa in muratura, coperta con coppi, una stalla in muratura coperta a paglia, cortile, orto, in Pinidello oltre il fiume Meschio, nel distretto di Cordignano, località chiamata Fornasello, e un pezzetto di isola, sempre a Pinidello, però nel distretto di Serravalle [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Ottavio Fabris, b. 1646, reg. 1617, cc. 7r-9v; - il 7 marzo 1636, in Serravalle, nel borgo di Sopra, nella bottega appresso il Fol di quelli da Follo, un anno dopo la concessione livellaria affrancabile del 12 gennaio 1635 riportata nel testo, Giacomo del fu Antonio Follador della Follina habitante in questa Terra, nominava suo procuratore Domenico Toffolato suo cognado dalla Fullina per affrancare e recuperare dagli eredi del fu Francesco Foetta in virtù di patto, una pezzetta di terra [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaspare Pollini, b. 1959, cc. sciolte a. 1636. Per le immigrazioni di maestranze qualificate, esercitanti la lavorazione della lana a Serravalle nei secoli XIV-XV, cfr. TOMASI 2002, pp. 47-48. Si presentano due documenti nei quali è descritto (parzialmente) il follo in questione: - atto in Serravalle, il 19 novembre 1618, nella Contrada di Riva, in domo magistri Titiani Picino cerdonis. Sebastiano, figlio del fu Gregolino Durighel da Seravalle al presente lavorante in Venecia de Callegaro, vendeva a Matteo dal Fol, interveniente a nome anche del nipote Giovanni Battista, un pezetto di terra della qualità, et quantità che si trova, con radise de alnari, et d’altra sorte a torno posta tra li doi alvei del mesco, nel borgo di Santa Iustina luogo detto l’Isola [confina] a matina l’alveo del Mescho che guida le rode del folo parte, et parte la ponta del ponte de sasso consortivo, che va al folo, a mezo dì il spirom, o rosta consortiva del fol, a sera l’altro alveo originale del Mesco, a monte strada delli Consorti del Fol, et delli Reverendi Padri di Santo Giovanni Battista de questa terra, tra il ponte di legno, et quel de sasso salvis [...] per precio, et mercà fatto de lire vintj quatro de dinari de picolj, quale in tanta buona, et corente moneta esso comprator esborsò, e diede [...]. L’acquirente stipulava poi un patto di affrancazione, della durata di vent’anni, mediante il pagamento delle predette lire 24 e spese del presente contratto. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Laurenti, b. 1409, reg. 1614-1621, c. 104r,v bis; - il 5 novembre 1642 Margherita figlia del fu Giacomo Follador e vedova del fu Antonio Rova, e Giovanni Calcenoni, il quale agiva a nome di sua moglie Bona, sorella di Margherita, come beni ereditati dal fu mons. Domenico dal Follo fratello di quelle, vendevano alle pubbliche stride al nob. Zanetto Sarmede da Serravalle una casa da muro coperta a coppi, con il suo cortivo davanti, con tre stanze, con sue habentie, et pertinentie, posta nel borgo di Santa Giustina di questa Terra luogo detto di là del Mesco di quelli dal Follo, confina a mattina et mezo dì di domino Mattio, et nepoti dal Follo, e tra il Mesco, et a monte delli Durighelli salvis, stimata lire ottocento settanta quattro, soldi doi. Item doi altre stanzette in sollaro coperte a coppi con la sua scalla, che ascende a dette stanze, essendo però la sudetta scalla consortiva, stimate lire tresento trenta sette. Item la metà del Follo a pe’ piano con sue habentie, et pertinentie con cose necessarie ad un Follo per lavorare nel stato che si ritrova, insieme con un pezzetto di pradusello per le chiodere di passi n° 69, tra suoi confini, stimata detta metà del Follo, et pradusello lire sei cento, et vinti, la qual stima de beni, come di sopra venduti, ascende in tutto alla summa di lire mille otto cento, et trenta una soldi doi, così dissero, et asserirono le sudette parti esser stati estimati da domino Zuanne Battista Gaiotto da Anzano, come nella stima scritta dall’eccellente signor Giovanni Laurenti quondam spettabile signor Bonifacio, et essistente appresso di me nodaro [Gaspare Pollini] ad hoc etc.[...]. Il prezzo era fissato in lire 1.831 e soldi 2, onorate in questo modo: si difalca da quello lire cento videlicet lire
112
100 di capitale per le quali si paga lire 4 soldi 10 all’anno alle Reverende Monache di Santa Giustina di questa Terra. Item per lire cento videlicet lire 100 si obligò esso signor comprator francarsi con la veneranda Scola di San Rocco, alla quale fu detto è obligata la camera sopra la bottega, o una delle stanze sudette, et lire tresento videlicet lire 300 detto signor Sarmede trattene appresso di sé per l’obligatione che [ha] sopra dette lire per la dote di essa domina Bona da esser investite, et tra tanto s’obligò detto signor comprator pagar sei per cento sino alla fancatione obligandosi quella fare nel termine d’anno uno, con le debite cautioni et il resto un pano [di] alto livello di loro sodisfatione et contadi in buona valuta alla presenza di testimonii, et me nodaro [...]. Giovanni Calcenoni e Margherita Follador, vedova Rova, si costituirono garanti dell’operazione. Alla sinistra della parte finale dell’atto il notaio Gaspare Pollini aggiunse: 1658 li 22 zugno data copia a domina Bona Calcenoni relicta quondam missier Zuanne soluta. 1660 li 15 aprile Data copia al molto illustre signor Giovanni Battista Sarmede soluta. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaspare Pollini, b. 1960, reg. 1641-1642, cc. n.n. Si tratta dell’attuale complesso preindustriale (proprietà R. Bottoli) tuttora esistente, sito sulla destra della S.S. d’Alemagna, a nord del Castello di Serravalle. Sui vari passaggi di proprietà del follo cfr. LUCHESCHI 1990, p. 45, nota n. 20. Per l’importante famiglia serravallese dei Lucheschi (originari di Oderzo), si ritiene di presentare il seguente, inedito, atto di acquisto: si tratta del palazzo, ora proprietà di Giuliano, Giulio, Leonardo e Lidia Lapasini, Brunello Rocco e Lidia Campacci, e successivi eredi, posto nei pressi della sommità di via Roma, dirimpetto al Castello di Serravalle. Cfr LAPASINI 2015, passim. L’11 dicembre 1778, in Serravalle, in Ca’ Minucci, Giuseppe Brocca di questa Città, procuratore del conte e vescovo di Rimini Andrea Minucci, vendeva a Giacomo del fu Pietro Lucheschi di questa Città i sottoindicati beni immobili stimati, lo stesso giorno, dal pubblico perito Antonio Sasso, per il prezzo di lire 12.400, col debito di concorrere per metà al repristino del corso dell’aqua come in detta Procura. [...]. E questo ha fatto e fa detto Brocca procuratorio nomine perché il suddetto signor Giacomo si è assunto, ed assume l’annuo livello di lire 35 verso li reverendi Padri di San Pietro di Belluno fanno di capitale lire 700, altre lire 4 annue verso il reverendissimo signor Arciprete di Santa Maria Nova di questa Città fanno di capitale lire 100 ed ha contate, ed effettivamente numerate lire 2300 al suddetto signor Giuseppe, che a sé le trasse ed impugnò vedendo me nodaro e testimoni etc. rinonziando etc., quali somme de capitali, ed esborso fanno lire 3100 e perché ha promesso, e promette esso signor Giacomo di contar le restanti lire 9300 in tre eguali rate negli anni tre prossimi venturi nel giorno d’oggi, cominciando nell’anno prossimo venturo 1779, senza che sopra la sopraddetta rimanente somma abbia a correre alcun pro o peso di esso signor Lucheschi a tenore di essa Procura etc. [...]. Segue il registro della Procura 30 novembre 1778. Rimino. Col presente mio chirografo io sottoscritto costituisco voi Giuseppe Brocca mio Agente Procuratore a poter in mio nome vendere al signor Giacomo Lucheschi il mio Palazzo sulla Riva in codesta città di Serravalle, le Fabbriche di rimpetto al medesimo di là della strada nello stato, in cui detto Palazzo, e Fabbriche s’attrovano, cosicché il ristauro sarà a peso del Compratore, li cortivi, orti,
113
Durighelli, qual al presente si ritrova in cattivo stato, con l’infrascritte robbe essistenti sopra detto follo quali sonno pro indiviso con il sopradetto reverendo don Domenicho, fra questi confini, da tre parti detti signori livellanti, et dall’altra fiume del Mescho salvis. Item una bottega da muro a pie’ piano confina a mattina cortivo consortivo, a mezo dì via consortiva, a sera fiume detto Mescho
e riva prativa, bariva annessa detta la Val per il prezzo di ducati due mille fanno lire venete dodici mille quattrocento da pagarsi in quattro rate eguali, una alla stipulazione dell’istrumento, e da questa saranno detratti i capitali delli due livelli, cioé uno di lire 35 annue alli reverendi Padri di San Pietro di Belluno, l’altro di lire 4 annue verso il signor Arciprete di Santa Maria Nuova, quali due livelli saranno assunti dal Compratore, coll’obbligo di concorrere per metà alla spesa per il repristino del corso dell’acqua della Conserva (?) di Gai, o San Gusé sino al cortivo di detto Palazzo [...]. L. S. Andrea Conte Minucci vescovo di Rimino mano propria. Segue il registro della stima Laus Deo Adì 11 dicembre 1778. Serravalle. Di commissione del signor Giacomo Lucheschi mi sono conferito io sottoscritto in questa Città sopra gli stabili, e terreni di raggione di monsignor vescovo conte Minucci vescovo di Rimini, il quale con carta di procura fata al suo Agente Brocca del dì 30 novembre prossimo scaduto impartisse facoltà al predetto signor Brocca di quanto etc. e come in essa etc. Un palazzo in questa Città posto in Cima la Riva, con le due barchesse laterali composti di diverse stanze con cortivi, orti etc. confina a mattina la strada del Borgo, mezzodì parte il nobile signor Giustiniani, e poca parte li nobili signori marchesi Casoni, sera l’infrascritto terreno, ed a monte parte domino Appollonio Zangiacomi, e parte l’infrascritto terreno salvis. Item un pezzo di terra prativo barivo, con crode in monte, e con due morari, loco detto la Val della nobile signora contessa Cesana, confina a mattina parte il suddetto terreno ortivo, parte domino Chizzolin, e parte il signor Carpentario, mezzodì parte il suddetto signor Lucheschi, e parte la veneranda Scuola di San Rocco, sera detta veneranda Scuola ed a monte parte domino Michiel Trojer, parte mura castelane, e poca parte il signor Pietro Cargnellutti salvis di quantità di campi 3. Item la stalla, stanza e caneva con un fenile sopra oltre la strada sudetta del Borgo, verso mattina confina a mattina mure castellane, mezzodì, e sera la strada del Borgo, ed a monte il signor Gaetano de Faveri salvis. E di sopra ad ogni cosa da me fatto ogni possibile esame alla qualità de’ materiali de’ stabili stessi detratte lire 35 annue verso li reverendi Padri di Belluno, ed lire 4 verso il Beneneficio di Santa Maria Nuova, detratto anche il praticato nelle Fabbriche, ed avuto particolarmente riflesso dell’annuo affitto de quali cavar si possa, considero il tutto del suo libero valore di lire sedeci milla, e quindici dico lire 16015. Ma perché li suddetti stabili di parimente s’attrovano essere in cattivo stato di porte, balconi, in parte de solari, coperti, vetriate etc. considero per riparo sofficiente importare la spesa almeno di lire tremille settecento, e venti, sicché restano di valore libero in tutto lire 12295. Che tanto in fede etc. Antonio Sasso P°. P°. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaetano Faveri, b. 3971, reg. 1776-1780, c. 566r,v.
114
della Roia del Fol, et a monte il follo salvis. Item una pezza di terra d’estimatione de pertiche n° 237÷ fra questi confini, a mattina, et mezodì li Reverendi Padri di San Zuane, d’altri per loro, a sera fiume del Mescho, et a monte il reverendo pre Domenicho sopradetto, riservandosi detti signori livellanti di poter mandar loro [...] quelli staranno nella loro casa al lavador a suo piacere per lavare. Item un horto con una pianta de vide de pertighe n° 20 confina la casa della Vidoia parte, et parte muro del brolo salvis. Item una pezza di terra di quantità di pertiche n° 127÷ confina a mattina il sopradetto horto, a mezodì il predetto reverendo dal Fol, a sera cortivo consortivo, a monte il muro del brolo d’essi signori Matthio, et nepotte salvis. Sì che tutto il terreno sopradetto è de pertiche n° 385, ad haver, tener, posseder, et far tutto quello che ad esso missier Iacomo livellario, et heredi suoi per l’avenire piacerà di fare, con ogni, et ciaschune sue raggioni, habentie, et pertinentie aspettanti tanto ad essa bottegha, quanto ad esso follo, et terreni, et con l’entratte, et uscitte sue sono alla via publica. Et questi per pretio, et convenutto mercatto de ducatti doicento da lire 6 soldi 4 per ducato videlicet ducati 200 de quali possa detto missier Iacomo francarsi a suo beneplacitto quandocunque in doi ratte ciò è ducati cento per ratta, et in tanto farrà la francatione sia tenutto, et obligatto come s’obliga pagare og’anno in raggion di quattro, et mezo per cento dalle feste di Natalle ciò è ducati 9; et in oltre sia ancor obligato pagare, come si obliga ogn’anno dalle feste di Natalle di livello del Fol alle Reverende Madri Monache di Santa Iustina lire 4 soldi 10. [...]. Minutta delle robbe che si ritrovano nella bottega d’essi signori Matthio, et Giovanni Battista dal Fol livellanti. P° una paredanna con la sua porta, er serradura un bancho a doi fazze con doi portelle un stangon de larese de longezza de tutta la bottega per garzar li panni [e] un balchon grande con doi cadenazi un mollinel ficcado; doi soaze per garzare tre finestre con li suoi ferri la porta della bottega con doi serradure, et un cadenazzo dentro. Beni mobili nel fol consortivo. Una pilla vecchia con doi pilloni con la sua giova (?) con il brochon de ferro delli pillonj Item doi ferri da torzer ficadi; item doi guoi de ferro nella roda del fol. Item tre cercholi de ferro nella sudetta rodda; item un laipo de piera grande. Item tre sboradori con li portoni con le cadene di ferro a moli nel [...]. Item li guoi de ferro della rodda da l’acqua. Item li canalli vecchi rotti con diversi palli di pocco valore.
115
Item una caldiera de rame grande murada nel fornel del follo. Item la rosta sopra li sboradori. Presenti domino Zanandrea Madallena et domino Zambattista Zucchatto. Il giorno dopo, 13 gennaio, sempre nella casa di Matteo dal Fol e del nipote Giovanni Battista. Dove il reverendo monsignor Domenicho figlio quondam missier Iacomo dal Fol de raggion propria et in perpetuo per sé, et heredi dette, et a livello francabille concesse a missier Iacomo figlio quondam missier Antonio de Bernardi dal Fol della Follina, presente per sé et heredi suoi stipulante acquistante et a livello francabille conducente la mettade d’un follo che ha proindiviso con li sopradetti signori Matthio, et nepotte dal Fol posto nel borgo di Sopra dellà del Mescho sotto la casa delli Durighelli qual al presente si ritrova in cattivo stato con le robbe di detto follo al presente essistenti, quali descritte nell’instrumento delli signori Matthio, et Giovanni Battista dal Fol. [...]. Item un pezzetto di terra che si semina canaipa de pertiche 86 confina da tre parti li sopradetti signori Matthio et nepotte, et dall’altro cortivo consortivo salvis. Item una camera da muro coperta da coppi sopra la bottega delli sopradetti signori dal Fol con obligo di tenerla in colmo, et conzo et con obligo ancor ad esso missier Iacomo di restituire et rellassare detta camera a missier Zambattista fratello d’esso Monsignor in caso che mai venisse de qui, et la volesse reccuperare per lire 50, che così convenero et non altrimentj né da altri. Item un’altra casa da muro, et da coppi copperta ma in cattivo stato che spande, et senza sollari, o almeno rotti con un pocco de cortivo avanti quanto cop[r]isse essa casa dentro li muri, confina con detti signori Matthio, nepotte et follo salvis. [...]. Et questi per precio, et convenutto mercatto in tutto de lire mille, et cinquanta de piccoli videlicet lire 1050 de quali possa esso missier Iacomo francarsi in doi ratte, et fra tanto pagarli ogn’anno in raggione di quattro, et mezzo per cento dalle feste di Natalle, essendo de più obligatto detto missier Iacomo di francare a conto delle lire 1050 lire cento alla veneranda Scholla de San Rocho, et al presente diede, contò, et effettivamente numerò detto missier Iacomo al predetto reverendo monsignor Domenicho per la camera sopra la bottega lire 50 contentando monsignor sopradetto che restino sempre obligatte delle lire 1000, lire 300 a missier Zuane Calcenonio suo cugnato per resto della dotte di sua sorella, ma che però non possa mai detto missier Iacomo francarsi d’esse lire 300 senza il consenso d’esso missier Zuane, essendo all’hora tenuto detto Reverendo esborsarli in caso di francatione dette lire 300, et così convenero. [...] et con obligo in oltre ad esso missier Iacomo di pagare ogn’anno di livello per esso follo alle Reverende Madri di Santa Iustina contadi lire 4 soldi 10 [...]. Presenti li sopradetti signori Matthio, et nepotte dal
116
Fol, domino Zanandrea Madallena, et domino Zambattista Zucchatto testimonij. Con le robbe descritte nell’instrumento del signor Matthio22. Bonetto Piai In Christi Nomine Amen l’anno 1685 indizione 8a il dì disdotto 18 dicembre in Serravalle in casa di me nodaro presenti etc. Dove il signor Iseppo Veronese quondam signor Zuanne Maria qui presente per sé heredi etc. di sua propria tenuta, et pacifico possesso ha datto, loccato, et a semplice affitto concesso per anni quatro prossimi venturi da incominciarsi il dì primo genaro venturo 1686 il suo Follo posto qui in Serravalle in contrada di Santa Giustina con case da coppi, chiodere, prado, campo e fruttari raggioni, attioni, accessi, et egressi con una caldiera murata, argani, et rodoli, con altri mobilli che saranno qui sotto registratti23, et questo a domino Bonetto quondam Zuanne Piai da Ceneda presente per sé heredi conducente, et ad affitto accetante il sudetto Follo da Pani, con le cose sopra nominate et da nominarsi qui sotto et questo con l’infrascritte conditioni et patti. P.° che il signor Iseppo locator sia tenuto mantener in colmo, et conzo il predetto follo affitatoli con tutte quelle cose che saranno neccessarie24. 2.do che il predetto domino Bonetto conducente debba come si obliga pagar ogni anno di semplice affitto al detto signor locator per il detto follo ducatti quaranta n° 40 da lire 6 soldi 4, per ducato in tanti contadi. 3.° che il detto domino Bonetto affituale sia obligato pagare tutte le gravezze occorerà via per l’anno sopra esso follo a nome del signor locator. 4.° che facendo detto conducente miglioramenti neccessarij in detto follo il signor locator sia tenuto bonificarli dell’affitto ducati 5 all’anno. 5.° con dichiaratione che una camera di detto follo sia in libera dispositione del detto signor locator a sua elletione, che cossì promisero inviolabilmente. Segue la nota de mobilli Rodoli, rodetta portante cavi sette n. 7; calca e brocha di ferro cavi doi n. 2; mastelli uno da lisia, uno da saonera doi n. 2; gorne da cavar l’oglio cavi doi n. 2; fenestre del follo doi n. 2; cavaletti tre n. 3; fodra per la masera, di brega, una n. 1; una porta, et un balcon niovi in botega n. 2; un pezzo di soler di tolle sotto argagnio n. 1. ASTv, Notarile I Serie, notaio Rocco Laurenti, b. 1521, reg. 1635-1643, c.2r,v. Si tratta di quella metà del follo venduta a Zanetto Sarmede di Serravalle nel 1642 (cfr. nota n. 21, atto del 5 novembre 1642), che poi, nel 1676, verrà alienata, assieme all’altra parte, quella di Giovanni Battista dal Follo, a Bortolo Veronesi da Venezia. Nel 1705 Giuseppe Veronesi cederà ogni diritto sull’intero complesso ai fratelli Bastanzi. Cfr. LUCHESCHI 1990, p. 45, nota n. 20. 24 Di norma, tale impegno spettava all’affittuario. 22 23
117
Promettendo le sudette parti osservar le cose sudette sotto obligattione de loro beni in forma etc. Illico constituito personalmente appresso a me nodaro et testimonij domino Antonio quondam Titian Peris da Ceneda hora habitante a San Cassano di Mescho, et volontariamente a cautione del detto signor Iseppo s’è constituito, et constituisse principal piezo sigurtà, et pagador per esso domino Bonetto tanto per l’affitto sudetto anno per anno, come per il detto follo, et ogni danno potesse patire detto signor locator25. Addì 19 dicembre 1685 in Serravalle in casa di me nodaro presenti etc. Dove domino Zanetto Piai da Ceneda presente per sé, con il presente ha datto, et sublocato la metà del Follo da panni case caldiera, argani et altri tutti mobilli, raggioni et attioni che esso domino Bonetto ha hautto il dì di hieri ad affitto dal signor Iseppo Veronese con tutti li patti modi, et conditioni come nell’affitanza hieri fattali dal detto signor Iseppo, et da me nodaro scritolli alla quale etc. et questa a domino Domenico Piai suo fratello presente per sé heredi ed ad affitto accettante la metà del detto follo case chiodere, et altri tutti mobilli, e raggioni come l’hauto esso domino Bonetto come sopra, et ciò ha fatto esso domino Bonetto perché detto domino Domenico suo fratello s’obliga pagare ogni anno di semplice affitto al detto domino Bonetto o al detto signor Iseppo ducati vinti da lire 6 soldi 4 all’anno di semplice affitto per metà del detto follo, case, et mobilli, et di pagar anco la metà delle gravezze accaderà qui in Serravalle per detto follo al nome d’esso signor Iseppo, promettendo detto domino Domenico mantener, et osservar quanto di sopra sotto obbligatione in forma etc. Presente il detto signor Iseppo Veronese, et contentante che detto domino Bonetto possi sublocar la metà del detto suo follo et per maggior cautione d’esso domino Bonetto, constituito missier Antonio quondam Zuanne Battista Ballarin qui di Serravalle, et volontariamente s’è constituito principal piezo sicurtà et pagador per il sudetto affitto de ducati 20 a lire 6 soldi 4 et metà gravezze etc. promettendo sotto obbligatione etc. Et il detto domino Domenico Piai promette in ogni caso etc. solevar detto Antonio Ballarin suo piezo che non patirà mai danno né molestia per detta piezaria, et ciò sotto obligatione de suoi beni in forma etc. Di più da me nodaro fu letta al detto domino Domenico la fitanza hieri fatta dal signor Veronese a domino Bonetto et da lui intesa ha la medesima laudata la metà di detto affitto, et conditioni promettendo etc. Et questa sublocatione convengono le parti che vaglia per anno uno solo da 25
ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Crucis, b. 2388, reg. 1685, c. 177r,v.
118
incominciarsi il primo genaro venturo et così anco Antonio Ballarin fa la piezeria per questo anno solo. Presenti domino Andrea del Val, et missier Zuanne Carpentario quondam Zuanne Battista testimonij26. Apprendista Zuanne Colauz Adì 20 ottobrio 1698 in Serravalle in casa di me nodaro presenti l’infrascritti. Con il presente publico scitto resta convenutto, et accordatto come missier Zuanne Battista quondam Mattio Colauz dal Castello di Davian in Friulli qui presente ha fidatto, et consegniatto un suo figliollo per nome Zuanne de anni 15 in circha a domino Francesco Bastanzi Follador qui di Serravalle, aciò esso Bastanzi li insegni et lo amaestri nella sua professione, cioé di follar panni, mezalene, a tenzer rosso, & rovan, et cimar panni, et ciò per il tempo di mesi sei prossimi venturi solamente. Di più esso Bastanzi sia obligatto spesare detto figliollo, et tenirlo mondo e netto solamente, et vestirlo e calzarlo si obliga il padre, et detto missier Zuanne Battista Colauz pur presente promette et si obliga che detto Zuanne suo figliollo sarà obediente, et fedelle et farà tutti li lavorieri, et altri interessi li venirano comandatti dal detto Bastanzi, e suoi di casa, et promette d’ogni danno potesse patire esso Bastanzi per mancamenti potesse fare detto figliollo che non si crede. Di più esso missier Zuanne Battista si obliga et promette di dare al detto Bastanzi per le spese cibarie, tenir mondo et netto detto figliollo et per insegniarli la proffessione ducati vinti cinque n° 25 per detti mesi sei a lire 6 soldi 4 per ducato fanno lire 155, in doi ratte, civé ducati 12÷ alla fine del presente mese, et l’altri ducati 12÷ alla fine delli sei mesi, presente domino Paulin Bastanzi figliollo di detto domino Francesco, et per nome et di ordine come disse di detto suo padre accetante, et promette quanto di sopra sotto obligatione etc., et il sudetto signor Zuanne Battista promette mantener quanto sopra sotto obligatione di sé stesso, tutti suoi beni presenti et venturi in forma iure etc. Presenti il signor Carlo figliollo del signor Giulio Brugnolo (?), et domino Andrea quondam Francesco Vettorello ambi di questa Cità testimonij27.
Ibidem, c. 178r,v. ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Crucis, b. 2392, reg. 1698-1704, c. 41r,v. Tutti e tre i documenti riportati nel testo, in Folladori, riguardano il follo già di proprietà della famiglia dal Fol. La cessione effettuata nel 1705 da Giuseppe Veronesi ai fratelli Bastanzi di «ogni diritto» del complesso, non esclude infatti che già prima sussistessero diritti parziali dei futuri acquirenti (compravendita a livello francabile?) sull’opificio. 26
27
119
LAVoRIeRo de PAnnI Patti societari In Christi nomine amen. L’anno della sua Natività millesettecento, et venti quatro, li 28 del mese di maggio: in Serravalle fuori delle Porte, in casa de nobili signori marchesi Casoni hora tenuta ad affitto da domino Sebastian Grassetto. Presenti etc. Dove con la presente publica scrittura, come il signor Antonio quondam Iseppo Bacichetto di questa Città, et il signor Pietro quondam Leonardo Cossettini28 della città di Sacile hora habitante in questa sono fra loro convenuti, et
Imprenditore notevole a Serravalle, che si associò ai fratelli Bastanzi nella fabbricazione di panni. Cfr. LUCHESCHI 1990, p. 45, nota n. 20. Si ritiene utile presentare il suo testamento: Nel nome del Signor nostro Gesù Cristo, amen. Il signor Pietro Cossettini quondam Lunardo mercante in questa Città [di Serravalle] trovandosi aggravato d’infermità del corpo, ma per grazia di Dio sano di mente, senso, et intelletto, volendo prevenir ogni accidente sempre da temersi da ogni Uomo, perché mortale, ma particolarmente da chi si trova in istato d’infermità, fatto a sé chiamar me nodaro [Giovanni Gaiotti] mi sono portato alla di lui casa posta in questa Città in Contrada di Tiera, dove introdotto l’ho ritrovato giacente in letto in una camera riguardante sopra la pubblica strada di detta Contrada, et ivi con intiera fermezza di mente, e sano intelletto mi ha ordinato, che scrivi la sua disposizione, et ultima volontà in via di testamento, che si dice nuncupativo, sive scriptis. Interrogato però prima de legati ad Ospitali, e Luoghi Pij giusto alle ducali Provvisioni, rispose non posso lasciar niente, perché mi trovo nell’impegno di numerosa figliolanza. Interrogato de postumi, rispose credo di non essere nel caso. Passando poi alla sua ordinazione, prima e sopra il tutto raccomandò al sommo Onnipotente Iddio, alla Gloriosissima Vergine, et alla intercessione de Santi l’Anima sua, e disse, quanto ai miei funerali mi riporto all’infrascritta signora mia consorte, et erede usufruttuaria, ordino bensì, che siano fatte celebrar in suffragio dell’anima mia messe quattrocento, cioé duecento subito dopo seguita la mia morte, e le altre duecento nel termine di un anno susseguente. Per ragion di legato lascio ad Antonia mia figliola maritata nel signor Giacomo Folzadri ducati venticinque da lire 6:4, e similmente altri ducati venticinque pur da lire 6:4 al detto signor Giacomo di lei marito, e mio genero, e questi tanto all’una, quanto all’altro per una sol volta, e perché abbiano di me memoria, pregando spezialmente detto signor Giacomo mio genero a gradire questo picciol segno del mio buon cuore, benché conosco, ch’egli sarebbe meritevole di molto più. Instituisco, ordino, e voglio, che sia, et esser debba mia universale erede usufruttuaria sua vita durante, vedovando però, e castamente vivendo la signora Michelina [Borsoi] mia dilettissima consorte di tutti li miei beni stabili, mobili, semoventi, Negozi tanto qui in Serravalle, quanto in Montereale, et altrove, azioni, e ragioni in qualunque modo a me spettanti, e pertinenti il tutto compreso, e niente eccettuato, raccomandando ad essa di allevar alla miglior possibile educazione li nostri communi figlioli, e di quelli aver cura con quell’amore, et attenzione, che ella ha sempre 28
120
usata, e che spero sarà per continuare; volendo che continuando il Negozio, questo correr deva colla dita Pietro Cossettini. Eredi proprietarj instituisco, voglio, et ordino, che siano di tutto il mio, come sopra, li miei figlioli maschi con egual parte, e porzione; incaricandoli espressamente ad ubbidire a detta signora Michielina mia consorte, e loro madre, et a dipender intieramente da essa; e se qualcheduno di loro si portasse male con lei, possa ella darli la sola di lui legitima, e far che viva separato, e da sé. Circa poi alle mie figliole mia intenzione è, che abbiano per loro dote ducati mille da lire 6:4 per cadauna maritandosi; ma perché non posso sapere come andar possano li Negozj, perciò ordino, che nel caso de loro matrimonj sia data ad esse quella dote, che portar potrà lo stato, e forze della facoltà, e Negozij in allora; dichiarando, che ad Augusta una di esse per l’imperfezione d’essere un poco zoppa, intendo, che siano dati ducati cento da lire 6:4 di più di quanto venisse dato alle altre. Ricordo alla signora mia consorte, et erede, come sopra, di pagar quei debiti, che vi fossero, e far essaminar diligentemente li conti, perché se vi fossero omissioni, od errori siano corretti, e levati a scarico della mia coscienza, ed anima. Insinuo a detta signora mia consorte, et erede usufruttuaria di tener al suo servizio Pietro Foschi oriondo bergamasco, siccome è ora in mia casa, col salario già stabilito durante il tempo del suo accordo; e spirato il tempo dell’accordo, quando lui abbia cognizione, e prattica per gli affari del Negozio, accordarlo di nuovo con quel salario, che paresse al signor Giacomo Folzadri mio genero, o pur anco interressarlo nel Negozio con quei caratti, che a detto mio genero paressero convenienti. Correndo il Negozio de Boschi in Montereale colli signori Giacomo, et Antonio fratelli, e Valentino zio Cossettini nella forma, e modo come dalle scritture seguite tra essi, e me, se la detta signora mia moglie, et erede usufruttuaria trovasse, che detto Negozio non venisse con fedeltà, e vantaggio onesto maneggiato, possa ella appoggiarne la direzione ad una, o più persone abili, e fedeli coll’assegnarli salario congruo, il quale in tal caso dovrà cader a peso particolare di detti Cossettini; detratte poi le altre spese occorrenti a peso commune, e fermi sempre, et intatti li capitali, che sono miei proprj, il sopravanzo, che vi fosse di utili sarà diviso con detti Cossettini. Lascio, che a Nicolò Belgrado, che è agente nel detto Negozio de Boschi in Montereale, quando egli ben adempisca alle sue incombenze, gli siano dati oltre al suo salario accordato, o che a lui venisse accordato, ducati dieci da lire 6:4 annui, finché starà al servizio, e ciò per animarlo a ben diportarsi, raccomandandoli la dovuta attenzione, e cura per quei affari. Commissarj, et essecutori di questo mio testamento, et ultima volontà instituisco, e prego ad essere il signor Angelo Gualdi di Venezia, ed il signor Francesco Spagnolo di Ceneda raccomandando all’uno, et all’altro di assumere con bontà questo carico; e supplicando singolarmente il detto signor Angelo Gualdi a riguardare li miei figlioli con sentimento di caritatevole impegno, siccome confido. E questo disse il sudetto signor Pietro Cossettini testatore esser il suo ultimo testamento, et ultima volontà, la qual disse voler, che sia essequita, e valer debba come testamento, e per ragion di testamento, e se per ragion di testamento non valesse , vaglia per ragion di codicilli, donazion per causa di morte, o per qualsivoglia ultima volontà, che meglio di ragione valer potesse, a Laude di Dio Signore. Fu fatto, et ordinato il soprascritto testamento, et ultima volontà dall’antescritto signor Pietro Cossettini quondam Lunardo giacendo in letto, come sopra, aggravato da male nel corpo, ma sano per grazia di Dio della mente, senso, et intelletto, e da me Giovanni Gaiotti dottor, e nodaro per Veneta Autorità, e cittadino di Serravalle di ordine di lui scritto, letto, e pubblicato nella camera
121
convengono di far certo Negotio di panina alla mettà guadagno con le conditioni infrascritte: Pa Che il detto signor Bacichetto sij tenuto far provisione di lana, oglio, et tutto ciò, che sarà necessario per il negotio sudetto. 2a Che ambe le Parti sijno tenute per il far lavorar le lane, sì che sijno riddote in panni perfetionati, di poner in cumulo ducati cento n° 100 da lire 6:4 per ducato per cadauna delle Parti medesime. 3a Che se li ducati duecento n° 200 sudetti non fossero sufficienti per far stabbelire li panni, che si fabricherano con le lane proviste sia tenuto il Bacichetto medesimo esborsare quanto fosse bisognevole al Negotio medesimo con dichiaratione, che il sudetto signor Pietro, qual doverà esser il Manegiatore, et Direttore in tal affare, doppo essitati li panni sij obligato incontrastabilmente restituir al detto signor Bacichetto quanto li havesse soministratto di più delli ducati cento della loro Compagnia. Restituita poi l’imprestanza dal sudetto signor Pietro Direttore, come sopra che sij tenuto parimente il Bacichetto durante il Negotio sudetto fargline dell’altre imprestanze per tutto il di lui bisogno appartenente però al Negotio medesimo con l’obligationi al signor Pietro di sopra espresse. 4a Che se il signor Pietro facesse qualsisia Negotio durante però la compagnia, qual doverà durar per anni tre dal principio che per le Parti sarà condella di lui casa sudetta, in Serravalle, in Contrada di Tiera, correndo l’anno di nostra Salute, e Redenzione 1750: indizione 13a giorno di domenica 11 del mese di genaro, avendolo raffermato il testatore medesimo a parte per parte, e di paragrafo in paragrafo, presenti il reverendissimo signor domino don Andrea Borsoi arciprete di questa Chiesa Nuova il nobile, e molto reverendo signor don Giovanni Battista Casoni il signor domino Simon Ballarin il signor domino Bortolomeo Artico il signor Giovanni Battista Zanoni testimonj chiamati, dal detto testatore, conosciuti, e pregati, li quali giurarono di non palesar il contenuto del presente testamento donec. Giovanni Gajotti nodaro ut supra. Sul lato sinistro dell’ultima carta del testamento venne annotato: Addì 14 gennaio 1750. Ad istanza della signora Michelina relicta del quondam signor Pietro Cosettini fu letto il presente testamento prima dell’elevazione del cadavere per me nodaro infrascritto, molti presenti e spezialmente il signor domino Simon Ballarin ed il signor Giovanni Battista Zannoni. Gaetano Faveri nodaro. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Gaiotti, b. 3404, reg. 1744-1748, pacco alla fine del reg., cc. n.n. La tansa delle arti pagata nel 1749-1750, 1750-1751, 1752, 1753 da Pietro Cossettini ammontava in tutti gli anni a lire 31. Cfr. ASVV, Serravalle, Serie 15, TANSA, b. 334, ivi, fasc. 1748-1753.
122
cordemente convenuto, o accordatto, et che di quel Negotio medesimo ricavasse alcun utile fuor anco della panina sij tenuto render conto al medesimo Bacichetto compagno per la giusta mettà. 5a Che il signor Pietro sudetto non possa pretender alcun benché minimo uttile del negotio della Botega dal Bacichetto per quanto dasse il medesimo a lavoranti, et che quello sia Negotio separato. 6a Che il Bacichetto sia obligato prender il vino, che potesse occorer per il Negotio medesimo con avantaggio possibile per ben commune. 7a Che ambo le Parti habbino a soccomber per la compreda, et mantenimento d’un cavallo, a tutte le spese, che per tal casa fossero per farsi et se di quello fosse qualche uttile, o discapito ne habbino a risentire le Parti tanto il bene, quanto il male per giusta mettà. 8 Che il Bacichetto sia tenuto dar il comodo per il lavoro delle lane, cioé stua, et tutto ciò, che occorerà per tal causa eccettuato lume, et fogo, che questo sarà a dano, et uttile del Negotio per giusta mettà, come sopra. 9° Che il Bacichetto medesimo sia obligato dar il comodo di casa, et botega al signor Pietro suo compagno, mantenerlo di letto, netto, et mondo di biancaria, et di alimentarlo alla sua tolla, con obligo al signor Pietro di corisponder al medesimo signor Antonio annualmente ducati trentatré n° 33 durante la presente scrittura. Xa Che tanto li ducati n° 200, quanto tutti li dinari, che si ricaveranno dal Negotio sijno posti in una cassetta con due chiavi havendone una per parte. XIa Che li pagamenti delle lane, oglio, et altro sijno fatti a suoi tempi, giusto gl’accordati con li corrispondenti etc. Che tanto le parti, qui presenti per loro, et heredi, cossì accordorono, et promisero di mantener, et osservar, né mai in alcun tempo contravenir, o controfar sotto obligatione etc. che cossì per espresso convennero in forma etc. a laude sempre d’Iddio, et di Maria. Presenti domini Zuanne quondam Antonio Naibo, et Giovanni Maria figliolo di domino Giovanni Battista Colletti ambi di questa Città testimonj etc.29.
ASTv, Notarile I Serie, notaio Lorenzo Maddalena, b. 3231, reg. 1724, cc. n.n. ante cc. numerate. Minuta a cc. 20r-21r, con annotazione del notaio sul lato destro, a c. 20r: Non hebbe effetto causis etc.
29
123
Conduttori Zuanne d’Arbò e Bernardin Sasso In Christi nomine etc. Adì 4 maggio 1683 indizione 6a in Serravalle etc. Domino Giovanni Maria della Bastiana ha pattuito, et con il presente publico scrito patuisce con missier Zuanne d’Arbò, et missier Bernardin Sasso, l’uno di Valmareno et l’altro di Serravalle nelle forme, et con le conditioni infrascritte videlicet. Il predetto domino Giovanni Maria della Bastiana concede alli sudetti missier Zuanne d’Arbò, et Bernardin Sasso il commodo di lavorar di pano sopra l’edifitio del follo di raggione di domino Iseppo Veronese et far qui o quid in tal materia; dovendo tutti li predetti metter equivalentemente tutte le robbe neccessarie per il sudetto lavoro, et esser ripartito il guadagno proportionalmente dovendo li predetti d’Arbo, et Sasso assister al sudetto lavoro senza mancanza, et non potendo assister il predetto d’Arbo possi sostituire, et poner in sua vece d’Arbo suo figliolo. Item convengono che il sudetto domino Giovanni Maria della Bastiana restando nel termine di mesi nove, (nel quale tempo s’intendino ristretti li patti infrascritti) mancante il detto edifitio in alcuna parte sia tenuto farlo accomodar tutto a sue spese. Item li sudetti missier Zuanne d’Arbo, et missier Bernardin Sasso hanno preso l’obligo oltre il predetto patuito di prepararli per honoranza pani alti numero sedeci, dovendo esso Bastiana contribuire il sapon neccessario, che così sono convenuti sotto obligatione etc. Presenti missier Paulo Moret et Pietro Fais testimonij etc30. Adì 4 giugno 1683 indizione 6a in Serravalle. Domino Giovanni Maria della Bastiana conoscendo l’impotenza di domino Bernardin Sasso ut supra obligato al lavoriero de panni, di poter esercitar il lavoriero medesimo per suoi particolari interessi, indi volendo le dette parti ritratare il patuito ha licentiato, et licentia con la presente publica scrittura domino Bernardin Sasso così esso contentando dalla casa, sive follo hora dal predetto Sasso habitata obligandosi liberarla nel termine di giorni dieci prossimi venturi, che così etc. promettendo etc. sotto obligatione etc. Presenti il molto reverendo signor don Simon d’Avanzo, et il molto reverendo signor don Antonio Zuccatti testimoni etc.31 30 31
ASTv, Notarile I Serie, notaio Antonio Maria Maddalena, b. 3027, reg. 1683, c. 18r. Ibidem, c. 18v.
124
LInARIoLI Apprendisti Batista dal Mas 1634 adì 21 aprile In Serravalle nella bottega del signor Paulo Cicolla presenti li sotto scritti testimonii. Dove dichiarasi per la presente scrittura; come missier Diocridi Linariol habitante qui in Serravalle à convenuto con missier Bortolamio dal Mas detto malganet di accettare in casa sua; et insegnare la professione di Linariol a Batista figliuolo di detto missier Bortolamio; et questo per anni cinque continui da esser principiati il primo gennaro prossimo passato; promettendo esso missier Diocridi di diligentemente insegnare, et instruire nella detta professione di Linariol et lavorar di canevo; il detto Batista per il spatio di detto tempo et di più farli le spese et versa vice esso missier Bortolamio per sì; et heredi promette, et s’obliga di dare, et esborsare in contadi a detto missier Diocridi per detti anni cinque lire cento de picoli; a questo modo ciò è lire vinti all’anno; et di più detto missier Bortolamio promette, che detto suo figliuolo attenderà a fare quanto li sarà commandato da detto missier Diocridio, circa detta professione; et in caso che detto Batista si levasse via senza legittima causa; in tal caso detto missier Bortolamio sij sotto posto ad ogni danno; et interesse che potesse patire; qual danno, et interesse doverà esser liquidato da persone perite; promettendo ambe parti mantener, et osservar quanto di sopra sotto obligatione di tutti li loro beni presenti, et venturi, presenti il signor Paulo Cicolla; et il signor Gaspero Pollini nodaro testimonii pregadi32. Agostino Borgo Laus Deo 1637 li 29 ottobre In Serravalle in casa dell’habitatione di missier Francesco Linariolo infrascritto, presenti missier Paulo figlio quondam missier Francesco Maceri, et ser Bernardin Cartaro testimonii. Dove dichiarasi con la presente scrittura, come missier Francesco Linariolo quondam missier Giacomo habitante in questa Terra, et missier Martin Borgo habitante in Conegliano sono convenuti nel modo infrascritto ciò è detto missier Francesco presente di accettare in casa sua Agostino figliolo del detto missier Martin, et di insegnarli la professione di Linariolo, come si conviene ad un buon 32
ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2229, reg. 1633-1634, c. 53r.
125
Patron, et ciò per anni quattro n° 4 prossimi venturi, quali habbino ad incominciar il giorno d’hoggi, havendo obligo detto missier Francesco di spesarlo, et tenirlo anco mondo et netto per detto tempo d’anni quattro n° 4, a danno, et interesse d’esso missier Francesco et di più di darli para uno scarpe ogn’anno, et ditto missier Martin promesse, et s’obligò che il detto Augustin suo figliolo continuerà per detto tempo a far il debito suo, et starà con detto missier Francesco et mancando a quanto di sopra promette detto missier Martin di risarcir detto missier Francesco del danno, che potesse patire, da esser in tal caso liquidato da persone perite da esser elette dalle parti. Promettendo li sudetti missier Francesco et missier Martin mantener, et osservar tutte, et cadauna delle sudette cose sotto obligatione de loro beni presenti, et venturi in forma33. Pietro Zuanella L.D.S. Adì 2 aprile 1709 in Serravalle in casa di me nodaro presenti l’infrascritti. Dove con il presente publico atto, resta convenutto, et accordatto tra l’infrascritte parti, cioé domino Giovanni Battista Zuanella desiderando che Pietro suo figliolo impari la professione et arte di Linaruol, et domino Francesco figliolo domino Nicolò Cin qui presente s’obliga insegniare, amostrare detto Piero a lavorar di canevo, et lino, et ciò per anni cinque prossimi venturi, et esso domino Giovanni Battista padre del figliolo si obliga far le spese al detto suo figliolo et tutto quello li fa bisognio, di modo che il sudetto Francesco non habbi alcun obligo di spesa cibaria né di altro sollo, che insegniarli la proffessione per detti anni cinque, et detto figliolo anderà a mangiare et dormire a casa del padre, et li giorni di lavoro andar a botega, et stare all’obedienza del maestro che cossì promette esso domino Giovanni Battista padre, et per recognitione il detto dominio Giovanni Battista si obliga dare al sudetto domino Francesco Cin maestro per le sue mercedi di insegniarli la proffesione, ducatti sei a lire 6 soldi 4, per tutti detti anni cinque, una volta tanto prometendo detto dominio Giovanni Battista che esso suo figliolo continua a andare a botega del maestro et lavora tutti detti anni cinque, qualli incominciarano li 8 corrente aprile, che cossì hano convenute le parti prometendo ambe le parti mantener et osservar quanto sopra con obligatione in forma iure etc. Presenti il molto reverendo pre don Giacomo Scarpis, et missier Zuane quondam Isepo Meneguzzo, et missier Valentin de Nardi Munaro ambi di questa Città testimonij34. 33 34
ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaspare Pollini, b. 1959, cc. sciolte a. 1637. ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Crucis, b. 2394, reg. Protocollo 1705-1709, c. 149r.
126
MoLendInARI Conduttore Iacobo de Plaio Il 31 luglio 1614, nel borgo di San Giovanni Battista di Serravalle, i fratelli Bernardino e Gasparo, figli del fu Jacopo Martinelli35, cittadini di Serravalle,
Un contratto di affitto del mulino della Croda, sottoscritto a Serravalle il 13 agosto 1592 tra Giacomo Martinelli e il mugnaio in Serravalle Matteo Dal Tio e suo genero Giovanni Fontana habbitante in villa di Faureghera, sotto Belluno è stato pubbicato in DE ZORZI 2017, p. 235. 35 La famiglia Martinelli (inizialmente Ghisleri) proveniva dalle Bergamasche, da Locatello in val d’Imagna, presente a Serravalle nella seconda metà del sec. XV. Cfr. TOMASI 2002, p. 62. Peraltro rilevo: - il 10 luglio 1657 Gaspare Martinelli chiede ai Provveditori Sopra i Beni Inculti di Venezia la conferma della proprietà del mulino della Croda; «detto edificio fin dall’antichità fu rogato il 6 luglio nel anno 1452 registrato negli atti da Nicolò del Giudice notaio di Serravalle [...]». Cfr. MOZ 2014, p. 206. - il 27 aprile 1529 furono scritte, lette e pubblicate le ultime volontà di Bernardino Martinelli, figlio del fu Morando de Bravis de Bergomo, al presente abitante a Serravalle, nella casa del testatore, sita nel borgo Superiore di Serravalle, presso il suo molino. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Girolamo Cesana, b. 409, reg. 1523-1536, cc. n.n., post fasc. Protocollo quinto 1527; - negli anni 1528-1529 avvenne la divisione dei beni tra Morando, figlio del fu Martinello de Bravis de Bergamo, abitante in Val Marino, con i fratelli Martino e Jacopo, figli del fu Bernardino de Bravis cognominato de Martinellis, abitanti a Serravalle, nel borgo Superiore, nella casa nei pressi del molino della Croda. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Girolamo Cesana, b. 409, reg. 1523-1536, cc. n.n., post fasc. Protocollo decimo 1529. Il loro mulino si trovava nell’immediato nord-est del Castello di Serravalle. Si veda, ad esempio, l’incipit del seguente documento: Atto del 23 settembre 1646, in Serravalle, in contrada di San Giovanni Battista, in casa di Andrea Capellaro. Dove essendo che il magnifico signor Gaspero Martinello quondam magnifico signor Jacomo havesse un capitale di lire cinquanta de picoli videlicet lire 50, per il quale cavava lire tre all’anno, fondato sopra una caneva posta in questa contrada di San Zuanne per mezzo il torrion [del Castello] per andar al mollino della Crodda, qual caneva si ritrova al presente sotto la casa della veneranda Scola dell’Inmacolata Concettione di questa Terra [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2231, reg. 1646, c. 52r. Si propone l’inventario dei beni mobili di un altro mugnaio, conduttore del mulino della famiglia Martinelli di Serravalle: Adì 23 luglio 1658 In Serravalle, in contrada de San Giovanni Batista nelle case habitate per missier Paulo figlio quondam missier Zamaria de Dorigo Monaro, di ragione del molto illustre signor Gaspero Martinelli. Dove così ricercato io Francescho Cuchetti nodaro dal detto missier Paulo facendo tanto per nome suo, quanto delli suoi fratelli, et madone a far l’inventario delli beni mobili, che esso
127
locavano a Iacobo de Plaio mollendinario il loro molino, con quattro ruote, assieme a case coperte con coppi e paglia, cortile, orto, etc, posto nel detto Borgo, in loco dicto il mollino della Croda perché lui promete bene reger, guvernar goder, et usufrutuar, et bene adoperarsi in tutto quello farà bisogno in torno ad esso mollino, come buon et da bene Mollinaro, dovendo lui tenere huomeni, et animalli a sufficiencia, et questo durar debba per anni 3 continui incomincierano dimani sarà il primo dì de agosto. Dovendo ancho esso condutor tener in colmo, et in conzo le case tanto da coppi, come da paglia, stavoli, et mollino, ma quando farà bisogno far da novo li patroni sian loro obligatj, et in oltre promete il condutore dare alli dettj patroni la mittà giusto delle biade de ogni sorte, et legumi che si masneranno in detto mollino, et ancho la giusta metà delli danari, che per detto masnare si caveranno de sabbato in sabbato, et ancho dalle feste di Pasqua de resurecione di nostro Signore ogni anno ovi n° 100 et altri 50 da carnovale. Item promete esso condutor darle tra le festività di Santo Thomio, et Natale doi porci grassi de peso de libre 150 l’uno, et non essendo di tanto peso debba riffarlj in tanti contatj a ragion di soldi 8 per libra et così reciprocamente essendo al più delle libre 300. Item promete esso condutore pagare per honorantie ogni anno para 4 capponi, para 4 galine, et para uno polastri alli suoi tempi debitj. Item che bisognando feramenta tanto dentro come fuori sì per acconciar, come per far da novo debbano li patroni spendere la mità, et l’altra il condutore, et bisognando comprar mole li patroni debbano comprarle. Item quando farà bisogno de marangoni per fare da novo lj patroni debba pagare la sua mercede, et il munaro debba farlj le spese et le stelle36 si partirà per mità tra loro dovendo il munaro
missier Paulo si attrova appresso di sé, che erano di ragione del detto quondam missier Zamaria suo padre; l’inventario de quali beni segue, videlicet Un letto di piuma vecchio, con un cavezzal; un paro de lenzuoli di canevo tristi, et vecchi et tacconadi; una schiavina vecchia; doi sfelzade vecchie; doi scagni di nogara schietti; una carega de paia vecchia; un paro de quante (?) da mollin vecchie; una moletta da fuogo; una tanaglia da chiodi; un martello insieme; quattro cuchiari di latton vecchi; tre pironi di ferro; una cazza di ferro da spiumar picola vechia; tre crivelli da corda vecchi, tristi da mollino; una cassa di pezzo vecchia, senza serradura; un’altra cassetta di pezzo picola vecchia senza seradura; tre piadenelle di terra; doi piatti di terra; una siega, che si adopra per il mollino; una brocca di ferro, che si adopera per il mollino; doi tovaglioli vecchi di canevo; una forfese; doi pegnatti, doi scudelle di terra; una cesta da cuser vecchia; un secchio, et una caldiera di tenuta di doi secchi vecchia, et rotta; un corlo vecchio; un raspo vecchio; un cortello, una caregetta picola vecchia, et rotta; un vasseletto di tenuta di conzi doi vecchio; un mastello da lessiva di tenuta di tre cesti de drappi vecchio; una vanuggia di pezzo; una calvia, un vaso de oglio, et una mastelletta da mantega rotta picola. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2233, reg. 1657-1658, c. 111r,v. 36 Una lite tra coniugi, nella quale interviene come pacere padre Lodovico Martinelli, mi dà lo spunto per presentare un atto, rogato dal notaio Giovanni Laurenti il 19 novembre 1605, nella contrada
128
mantener di pale, de burattj37 et de ogni altra cosa necessaria, et l’ollativa (?)38 sia del condutor, il qual sia in obligo fare, che le rode corino bene, mantenendo dentj, brazzole inzegroni, et d’altre cose necessarie dentro del detto mollino, et quando farà bisogno mutar tre, over quatro pale lo far debba il condutor et mancando detto condutor quanto di sopra è scrito, o a parte di quello possi de là esser escomeato benché la locatione non fosse finita, et nel partirsi debba et possi li patroni pagarsi delle sue pretensioni sopra tuttj li animalj, et altri beni in elettione loro, et promete esso condutore in ogni caso lassiare detto mollino case, et pertinencie sue ben condicionate più tosto meglioratj che pegioratj, essendo ancho in obligo esso munaro masnar fratanto ogni sorte de biada per uso delle case dellj detti patroni senza moldura, et così esso munaro possa masnare le sue biade per uso della loro casa et non per altri, né per mercancia senza moldura, prometendo ambe le partj scambievolmente tutte le cose sopra scritte mantenersi,
de Thiera de Seravalle, nella cassa possessa per il molto reverendo don Giovanni Maria Ciccola dignissimo pievano di questa terra. Si tratta della composizione del grave dissidio sorto tra due coniugi, a seguito dell’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie, la quale aveva portato seco una figlia infante, a causa dei maltrattamenti subìti ad opera del marito: Dove li dì passatj essendo nasciuto certo disparerre tra Andrea fiol de ser Giacomo de Menegon da una, et Antonia sua moglie fiola de ser Domenico de Bibbanello dall’altra specialmente per essere essa Antonia levata da casa del detto suo marito esportando una figliola da late tra di loro commune senza licentia del detto suo marito, con grande suscitamento, et con grande scandolo. Adesso per interpositione del molto reverendo don Giovanni Maria Ciccola predetto, et del molto reverendo padre don Lodovico Martinelli dell’ordine, et Convento [francescano] de Santo Giovambattista di questa Terra, sonno esse parti rimaste d’accordo, et pacificate insieme in questo modo, videlicet detto Andrea marito si contenta di vittuare in casa la detta Antonia sua moglie, et la figliola et ser Domenico padre de essa Antonia promete, che se venisse il caso, che essa Antonia sua figliola mai più scampasse di casa de esso suo genero, all’hora et in quel caso esso suo genero s’intenda haver guadagnato la metà della dotta che ha havuto sua figliola da lui, perché lui ser Domenico così promete nelli proprii suoi beni, et in quello caso detto ser Domenico libera ser Iacomo, et Andrea predettj della sigurtà della mità della dotte sudetta, con la presentia anco de Bortolamea sua moglie, et così contentarse, et promete detto Andrea marito, et genero di fare buona compagnia, et non batere detta sua moglie senza occasione, et questo fu con la presentia, et consenso del detto Giacomo suo padre. Prometendo da una ser Domenico predetto, dall’altra ser Giacomo predetto il tutto mantenir obligando li loro beni presenti, et venturi in forma. Presenti li detti Reverendi interpositori. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Laurenti, b. 1408, reg. 1605, cc. 29r,v. Ossia schegge, cioé quello propriamente che viene spiccato dal tagliare o lavorare i legnami. Cfr. BOERIO 1856, ad vocem. 37 Strumento di legno fatto a guisa di cassone, dove per mezzo di un buratello di stamigna scosso dal girare di una ruota, si cerne la crusca dalla farina. Cfr. G. BOERIO 1856, ad vocem. 38 Forse olandina, ossia la rete che serve per prendere gli uccelli; in questo caso il catturato. Cfr. BOERIO 1856, ad vocem.
129
et osservarsi obligando tutti li loro beni presenti, et venturi in elettione. In oltre essi domini Martinelli danno ad afitto la riva al detto ser Giacomo presente, et reccevente per tanto tempo quanto durerà la locatione del mollino, cioé dalle vide in suso perché promete ben regere, et governar quella, et pagar calvee X de formento ogni anno da San Lorenzo, comincierà a pagar l’afitto del 1615, et dalle vide in zoso glie la danno alla iusta mità de quello trazzerà in essa, prometendo dovendo metere la mittà per uno della semena dalle vide in zoso, et intrerà al possesso collonicho questo Santo Martino prometendo mantener l’un l’altro tutte le cose sudette sotto obligatione. Presenti domino Zuanne Guera, et ser Nicolò dal Porton testimonij39. PeLIZZARI Servitore e apprendisti ottavio Stringaro 22 agosto 1622 Si dechiara con il presente scritto come mistro Piero40et Ottavio Stringaro41 sono accordati nel modo che segue. Esso Ottavio promette, et si obliga di ben
ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Laurenti, b. 1409, reg. 1614-1621, cc. 24r-25v. Sul margine sx del documento, ad indicare le parti contraenti dell’atto, il notaio Nicolò Sanfior scrisse: Scritto tra mistro Piero Selmo Pelizzaro et Ottavio Stringaro. 41 Un altro componente della famiglia Stringaro esercitò l’attività di Pelizzaro: Nel nome di Christo 1628 indizione 11a adì 4 gennaro in Serravalle nella casa d’habitatione di me infrascritto nodaro presenti li testimonij infrascritti. Ove si dechiarava con la presente publica scrittura come missier Dorigo et missier Cornelio fratelli di Fauri promettono et si obligano di dare a missier Zuane Stringaro presente, et stipulante per nome suo et delli suoi fratelli per i quali promise de rato nei proprij beni tutte le pelli che detti missier Dorigo e missier Cornelio sono per fare nella loro beccaria nel presente anno ciò è de castradi, agnelli, vedelli, et capretti alli precij infrascritti cioè quelle de vedelli et castratti in ragion de soldi trentacinque per pelle, et quelle di agnelli in ragione di lire sessanta al cento, et quelle de capretti in ragione di lire trenta al cento con questa dechiaratione che le pelle che faranno avanti la festa di San Urbano de castrado s’intendino doi per una et li scarti che faranno in tutto il tempo dell’anno si intendino tre per uno, come è l’ordinario. Promettendo detto missier Zuane di darli al presente a buon conto d’esse pelli ducati cinquanta da lire 6 soldi 4 per ducato, et per la festa di San Urbano sudetta altri ducati cento. Promettendo dette parti l’osservanza delle cose premesse sotto obligattione de tutti i loro beni presenti, et venturi. Presenti ser Domenego Furlan fornaro, et ser Zuan Piero quondam Piero de Fais testimonij. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Valerio Scarpis, b. 2584, reg. 1626-1628, cc. n.n. 39 40
130
et fedelmente servire esso mistro Piero per anni doi prossimi venturi da esser cominciadi da Santo Lorenzo prossimo passato et questo perché detto missier Piero li promette et si ha obligato darli per gli anni doi predetti lire quaranta do, et vestirlo, et calciarlo condecentemente oltre le spese, questo agionto che, se non desse esso Ottavio il vero conto delle robbe che di volta in volta le sarà consegnate, che le sia posto cadere di esse a conto del salario, le quali cosse hanno promesso osservare, presenti missier Piero Quaioto, et Giulio Levade da Ceneda [...]42. Coradin Cinano 2 luglio 1625. Si dechiara con la presente scrittura, come missier Piero Pelizzaro aconsente ricevere in casa, missier Coradin quondam Bortolomio Cinano da Feltre et insegnarli l’arte delle peli professione di esso missier Piero, fare le spese ad esso Coradino et tenerlo mondo, e netto, et questo per sei anni prossimi venturi con conditione che esso missier Piero in questo tempo non sii tenuto a darli altro che uno paro di scarpe oltre le spese, con conditione che se detto figliolo facesse qualche mancamento che non si crede, overo partisse inanzi il tempo convenuto e senza causa legitima che in questo caso missier Zuane suo fratello qui presente sia obligato di reffare esso missier Piero di quello che fosse liquidato aspettarli per rata del convenuto. Le quali cosse esso missier Piero, esso Coradino, et detto missier Zuane hanno promesso mantener, et osservar sotto obligatione de suoi beni presenti, et venturi [...]43. Giacomo de Mozzo Adì 14 maggio 1688 in Serravalle etc. Resta dechiarito con il presente scritto qualmente ricercato domino Gasparo Scolari da missier Giacomo figliolo de missier Zuanne Rizzo di volerli conceder un puto per nome Giacomo figliolo de missier Domenego de Mozzo suo suocero, et cognato respective, il qual domino Gasparo qui presente facendo per nome del detto suo suocero, il medesimo puto concede, et ha concesso per ani quattro prossimi venturi al detto missier Giacomo Rizzo presente, et detto putto per detti ani quattro ricevente, et ciò perché promette detto domino Gasparo, che detto Giacomo suo cognato sarà fedele et obediente al detto missier Giacomo Rizzo, et promette il medesimo Giacomo Rizzo di ben, et fedelmente insegnarli l’arte del Pelizzaro vestirlo, et calzarlo et farli le spese per il spatio d’essi ani quattro et la sera doverà detto Giacomo de Mozzo andar a dormir in casa del det42 43
ASTv, Notarile I Serie, notaio Nicolò Sanfior, b. 2065, reg. 1622, c. 27r. ASTv, Notarile I Serie, notaio Nicolò Sanfior, b. 2065, reg. 1624-1625, c. 73r.
131
to suo padre, che così sono convenuti, et osservar promissero sotto obligatione de loro beni presenti, et venturi in forma etc. Presenti missier Francesco Coletto Marangon, et il signor Antonio figlio quondam signor Nicolò Baldini testimonij etc44. SARToRI Apprendisti Michiel Ballarin Nel nome del signor Iddio, et così sia, l’anno della sua natività 1656, indizione 9a il dì veramente 25 del mese di luglio. In Serravalle in casa di me infrascritto nodaro presenti gl’infrascritti testimonij etc. Dove desiderando Michiel figlio quondam ser Bernardo Ballarin de Vinera d’imparare l’arte di Sartore, et essendo domina Bernardina sua matrigna accordatta con missier Zuane Vardabasso Sartore che tuole in casa sua, et a sue spese detto Michiel per anni tre con promessa, et obligo di spesarlo, et insegnarli l’arte come si conviene per detti tre anni, quali hanno cominciatto li 6 genaro prossimo passatto con obligo ad essa domina Bernardina di darli lire 100 per tal causa, ciò è lire 50 al presente, et l’altre lire 50 l’anno venturo 1657: et volendo detto missier Zuane che ciò sia effettuatto, nè havendo il modo di poter essa domina Bernardina di ciò fare se non con far venditta di parte delli beni d’esso Michiel; che perciò essa domina per sè, et heredi dette, vendette, et liberamente allienò con la presenza et consenso d’esso Michiel, et de Bernardo suoi figlioli contentando, et ancor de ser Antonio Ballarin loro zio, una pezzetta de terra arata piantata e vidigata posta in Rindolla loco detto alla Fontana de pertiche n° 220: confina dalla parte di sotto Andrea Brasuolla (?), da una li signori Zane da Sacille, da una Baldo de Simon de Baldo, et dall’altra Rosolem de Rosolem compratore salvis etc. Vendette dico al presente signor Rosolem presente per sé, et heredi stipulante et acquistante la sopradetta terra della Fontana col’haver, tener, possedere, et far tutto quello che ad esso comprator et heredi per l’avenire piacerà di fare con ogni et ciascune sue raggioni, habbentie, et pertinentie, et con l’entratte, et uscitte sue sino alla via publica, et questa per pretio, et convenutto mercatto de lire 200 de piccoli de quali alla presenza de gl’infrascritti testimonij et me nodaro detto signor Rosolem diede, contò et effettivamente numerò ad esso missier Zuane Vardabasso lire 50 con la presenza et di comissione di domina Bernardina et delli detti suoi 44
ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Pietro Pellatis, b. 2054, reg. 1688, c. 47r.
132
figlioli et del predetto loro zio, et l’altre lire 50 promette, et s’obliga darle l’anno prossimo venturo ad esso missier Zuane et l’altre lire 100 sia obligatto francarsi nel termine d’anni dieci prossimi venturi et interim quandocumque, et intanto pagarli in raggion di sei per cento, quali lire 100 restare debbino de Bernardo per sua portione [...]. Presenti missier Piero Fregonatto Cargnello, et ser Nardo de Meneghin [...] testimonij 45. Bortolo Cherubin In Christi nomine amen. L’anno della sua Natività 1730 lì 20 del mese di marzo in Serravalle in casa mia presenti etc. Dove con la presente publica scrittura si dichiara come il signor Marchiò de Filippi ora Sarto in questa Città qui presente s’ha assunto, come s’assume l’obligo di allimentar per anni uno prossimo venturo d’haver principio in questo giorno, et insegnar la di lui proffessione di Sarto con amor, et diligenza a ser Bortolo figliolo di ser Battista Cherubin di Val di Cadore qui presente, e questo il sudetto signor Filippi ha fatto, e fa perché qui presente domino Giuseppe pur Cherubin germano del sudetto domino Giovanni Battista, et zio rispettivamente del predetto Bortolo ha promesso, e promette per nome del sudetto domino Giovanni Battista per il quale promette di ratto, e che rattificherà in propriis bonis d’effettivamente esborsar in due ratte eguali al medesimo signor Fillippi ducati dodeci videlicet ducati 12 da lire 6:4 per ducato cioé la prima dalle feste del Santissimo Natale prossimo venturo, e la seconda da Pasqua di Resurecione senza contradicion alcuna. Con condicione però che il sudetto Bortolo debba provedersi d’alloggio, per non haver il sudetto signor Marchiò comodo di casa, e mantenersi vestito, e calzatto con altra ingionta condicione che il sudetto signor Marchiò terminato, che sij il sudetto anno resti obligato allimentar, et parimente insegnar al medesimo Bortolo la proffesione, come sopra per il corso d’altri anni uno col solo obligo alli Cherobin in vece delli ducati 12 di contribuir solo al medesimo signor de Filippi botiro fresco il peso libre dieci, et carne fumada di buona raggione di peso libre sei, che tanto le parti promisero di mantener, ed osservar sotto obligacione etc. et ita etc. ad laudo Dei etc.
45
ASTv, Notarile I Serie, notaio Rocco Laurenti, b. 1522, reg. 1655-1661, c. 34r.
133
Presenti domini Antonio quondam Zuanne Colomberotto, e Giuseppe quondam Valerio Grones ambi di questa Città testimoni46. SCARPeRI Apprendista Zuanne Battista Calisto Adi 11 decembrio 1673 in Serravalle in casa di me nodaro presenti li infrascritti testimoni etc. Si dechiara, et esprime col tenor del presente publico scritto, come domino Antonio Calisto da Ceneda qui presente ha accordato, et accorda Zuanne Battista suo figliolo, presente, et contentante con domino Bastian Bailotti pur da Ceneda, et hora habitante in Serravalle per un anno prossimo venturo da incominciarsi il giorno d’hoggi, nel quall’anno detto domino Bastian Bailotti qui presente promette, et s’obliga di tuore, et accettare detto Zuanne Battista per suo giovine di bottega, a far scarpe, et in oltre detto domino Bastian per sé, et heredi promette, et s’obliga di dare ad esso Zuanne Battista dodese soldi al giorno per il spatio di mesi sei, et nell’altri sei mesi soldi quattordeci al giorno, cioé li giorni di lavoro, et che lavorerà, con questo, che esso Zuanne Battista sia obligato, come in effetto promette, et s’obliga di lavorare ogni giorno de lavoro, mentre non havesse legittimo impedimento di non poter lavorare, et detto domino Antonio per sé etc. promette, che detto suo figliolo starà per detto anno con detto domino Bailotti, et che lavorerà, et farà il debito suo, et per maggior cautione di detto domino Antonio, missier Mattio Pecin qui presente promette, et s’obliga, che detto domino Bastian darà satisfatione al sudetto Zuanne Battista nel modo, come di sopra è detto, et ASTv, Notarile I Serie, notaio Lorenzo Maddalena, b. 3232, reg. 1730, c. 16r. L.D.S. Adì 20 marzo 1730 in Serravalle in casa mia presenti domini Antonio quondam Zuanne Colomberotto et Giuseppe quondam Valerio Grones ambi di questa Città testimoni. Constituito etc. ser Bortolo figliolo di ser Giovanni Battista Cherubin di Val di Cadore, che udito l’accordo fatto da missier Iseppo pur Cherubin suo zio con il signor Marchiò de Filippi per doverli insegnar la di lui proffesione di Sarto, e che il medesimo suo zio s’è obbligato per anni uno di contribuir al detto signor Marchiò per nome di ser Giovanni Battista di lui padre ducati 12, et per l’altro anno sussequente libre di peso dieci butiro fresco e libre sei carne fumata, qual sudetto Bortolo con ogni modo migliore etc. in difetto che il sudetto ser Giovanni Battista di lui padre non volesse assentire al sudetto accordatto del giorno d’oggi in atti miei, e che il medesimo di lui zio Giuseppe dovesse socombere a tal spesa, ora e per sempre s’obliga di renderlo solevato da ogni e qualunque molestia che patir potesse sotto obligatione etc. almeno di quanto aspettar li potesse di legittima che tanto etc. et ita etc. Cfr. ibidem, c. 17r. 46
134
così le parti sono convenute, et promettono l’osservanza di quanto di sopra, sotto obligatione de loro beni in piena forma di ragione etc. Presenti missier Donà quondam Bastian Ferrara da Seravalle et missier Andrea quondam Zuanne Rizzardi da Pinidello testimoni chiamadi, et pregadi. L.D.S.47. SCoRZARI Assunzione di maestranza qualificata Mattio Minotto Nel nome del signor Iddio così sia. L’anno della sua Natività 1668 indizione 6a il dì 28 del mese di novembre in Serravalle [nel borgo di San Girolamo] in casa di me nodaro infrascritto; presenti li sottoscritti testimoni etc. Dove [con] la presente si dechiara, come il signor Nicolò Baldini riccevve ser Mattio Minotto da Ceneda Scorzaro in casa sua per lavorar, et regere tutte le pelli che si ritrova havere, et che per l’avenire li potessero esser portate tanto da vacchette sì rete, come roverse, et curami da suole, et tutte esse pelli ben governar et regere, a modo, et come comanderà detto signor Baldini, per il governo delle quali detto signor Nicolò promette, et s’obliga corresponder al detto Minotto per cadauna pelle di vacchetta ben lavorata, che sarà, soldi 58 dico cinquanta otto per cadauna, oltre la materia, che occorerà per esse pelli per redurle a perfettione, et per quelle da suolle soldi trenta per cadauna videlicet lire 1 soldi 10, et conciando pelli di vitello, o capra s’intenda sempre quattro per far una di vacchetta, et ciò doverà far detto Minotto a sue spese di vito, come pure doverà detto Minotto con tutta deligenza accettare, et dette pelli governare, et non li usando la debita deligenza, et solecitudine nel governo di quelle, et che per ciò patissero danno sij detto Minotto sottoposto al danno, che potesse patir detto signor Nicolò Baldini, eccettuato però, che se per accidente qualche pelle s’attrovasse nell’acqua del Mischio, che di notte, o per detta acqua; d’acresimento, o asporto, che Dio non voglia non sij detto Minotto sottoposto per esse. Qual accordo s’intenda per anno uno principiato il primo decembre dell’anno corrente 1668 et finirà dell’anno 1669 giorno sudetto, promettendo dette parti tutte le sudette cose osservar mantenir, né contravenir sotto etc. Presenti ser Francesco Coletto, et Zuanne Rizzo testimoni etc.48
47 48
ASTv, Notarile I Serie, notaio Marco Cittolini, b. 2027, reg. 1656-1679, cc. 68v-69r. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Pietro Pellatis, b. 2049, reg. 1668-1671, c. 48r,v.
135
SPAdeRI Titolari oliviero Ferrara Figlio di Pietro49 e nipote di Giovanni Donato Ferrara, entrambi spadai, Oli-
Pietro Ferrara, figlio del celeberrimo spadaio Giovanni Donato Ferrara, fu battezzato nella parrocchia di Cusighe (BL) l’1 ottobre 1568 (PELLEGRINI 1875, p. 48, nota n. 1). Il 2 ottobre 1596 sposò Leonarda quondam ser Uliver da Cadamura, alla presenza di Pietro da Feltre (su questa famiglia imparentatasi con Marc’Antonio Flaminio, cfr. DE ZORZI 2017, pp. 184-188) e Pellegrino Borsoi, in casa della detta sposa con licenza. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1595-1605, c. 244). Lo stesso 2 ottobre, a Serravalle, in contrada Tiera, nella casa degli eredi del fu Battista Cadorino, presenti i testimoni mastro Tulio lapicida (sulla figura di Tullio Cavriolli lapicida, cfr. il presente saggio alla nota n. 112), et Andrea Mozzo de Seravallo, Pietro Ferrara si dichiarò soddisfatto della dote portata dalla moglie Leonarda filia quondam ser Oliverij a’ Domo Muri, avuta dalla suocera Giovanna, tutrice della sposa, per un valore totale di lire 568, dei quali lire 343 in beni mobili e il rimanente in beni immobili stimati, cioè: unius domus de muro cum cortivo broleo tegete casale posite in villa Cimadulmi districtus Opitergij (a Cimadolmo esiste ancora il cognome Cadamuro, n.d.A.) e metà di una pezza di terra arativa, piantata e vitata, ivi situata, loco dicto alla Longa. Nella medesima giornata, sempre a Serravalle, in casa della venditrice, posta in Contrada di Tiera, Giovanna, vedova in secundis notis ser Oliverij a’ Domo Muri, mater et legitima tutrix Margarite, figlia sua e del fu Oliviero Cadamuro, con licenza del podestà di Oderzo, vendeva al consuocero Giovanni Donato Ferrara la metà della casa ab uno latere alia dimidia portata in dote da Leonarda e, analogalmente, la metà di una pezza di terra, ab uno latere come sopra, per il prezzo di lire 870. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giacomo Crucis, b. 1327, reg. 1595-1596, cc. 45r-46v. Dall’unione nacquero e furono battezzati: - il 6 luglio 1598 il primogenito e, secondo l’uso, gli venne dato il nome del nonno, Giovanni Donato; padrini furono Bortolamjo Taia pria e Nicollò figliollo del signor conte Modesto Cesana. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1595-1605, c. 75. Giovanni Donato si sposò con Lucia del fu Bastiano Rasera, così come appare nell’elenco dei beni mobili dotali, stimati il 15 settembre 1620, assieme a un campo a Rindola detto il Campo longo, valutato 200 ducati da Gironimo Cuchetti e da Elisabetta Arnosti, per un totale di lire 2.035 soldi 1; nel documento, lo sposo risultava orfano del quondam Pietro Ferrara. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2229, reg. 1625-1628, cc. sciolte infra (con data diversa dal registro). Per la morte del padre si veda anche l’atto in Serravalle del 28 giugno 1620, in casa di Gregorio e fratelli Sanfior, figli del fu Lorenzo. Tra i testimoni è presente Zandonà filio quondam missier Piero Ferrara. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Rocco Laurenti, b. 1521, reg. 1620-1625, c. 17v; - il 23 febbraio 1600 Antonio Giacinto. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1595-1605, c. 111. Morì e fu sepolto (probabilmente nella tomba di famiglia, vedi «Antonio e Oliviero Ferrara, con la madre Caterina Tubia») il 10 marzo 1659 nella chiesa di San Giovanni Battista di Serravalle. Cfr. APS, Libro dei morti, chiesa di San Andrea 1657-1676, cc. n.n.; 49
136
- Margherita. Il 14 novembre 1622, in Serravalle, nella casa delle focine, presenti mistro Bernardin de Colla et mistro Bastian de Zanco Spadari testimonij, veniva redatta la promessa di matrimonio tra Malgarita figliola del quondam missier Pietro Ferrara di questa Terra dall’una, et missier Francesco quondam missier Ippolito Cozzuolo di Tusculano della Riviera di Salò al presente Cartaro in Ceneda. Sottoscrissero l’impegno dotale: la madre, vedova, Leonarda, che prometteva di dare camise dodeci da donna, ciò è sei di canevo con maneghe de lino, et sei di lino, gremiali dodeci di discreta sorte, fazzoletti dodeci similmente, un paro de entimelle, una cassa di nogaro, et un paro di lenzuoli di canevo nuovo; lo zio pre Francesco Ferrara che si impegnava di dare una casetta da muro cioé la parte in sollaro coverta da coppi posta nella contrada delle Fosine di questa Terra poco discosta da esse fosine, che fu altre volte donata ad esso reverendo, como disse, dal quondam missier Giacomo Feltrin (spadaio, n.d.A.), come apparer disse nel suo testamento scritto per il quondam domino Polligretto Montebelluna nodaro, con tutte le sue habentie, et pertinentie dal sollaro predetto in su, col carico però ad essi giugali di pagar il livello annuo alli reverendi Padri di San Zuanne Battista di questa Terra, che è de lire quattro all’anno. In oltre esso reverendo promesse, et si obliga di dargli ogni anno in vita di esso reverendo stara uno formento et conzuoli quattro di vino condecente alli raccolti; pre Antonio Cadorino [Cuchetti] promise di dare un letto di piuma, un para de lenzuoli et una coltra, et promesse farli havere da luochi pij in contanti lire ottanta de picoli per Natale prossimo venturo, delle quali si constituisce sigurtà e pagador principale [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Valerio Scarpis, b. 2584, reg. 1622-1623, cc. 10r-11r; - Oliviero. Alcune vicende famigliari dei fratelli Antonio e Oliviero Ferrara. Morto lo zio pre Francesco Ferrara, il 12 agosto 1635 i due nipoti nominarono loro procuratore lo zio per parte di madre pre Antonio Cuchetti, per tutte le sue cause, et controversie che sono state, et che possono nascer per occasione dell’heredità del molto reverendo quondam domino Francesco Ferrara loro zio già curato in villa della Capella, et in particolare a risquoter certo formento, et ogni altra cosa di raggione del defunto sacerdote. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Nicolò Marson, b. 1690, reg. 1620 e diversi anni, cc. n.n. Il 18 agosto 1642 pre Antonio Cadorino detto Cuchetti, redigeva un nuovo testamento (poi consegnato al notaio Domenico Ogniben), nel quale cassava il precedente e i codicilli. Disponeva per i legati, tra i quali: Prima raccomando l’anima mia all’Eterno, et immortal Iddio Creator dell’Universo, alla Gloriosa, et immaculata Vergine Maria, a tutta la corte Celleste, et a Santa Augusta mia prottetrice volendo che il mio corpo sia sepolto nella chiesa della sopra detta Santa, nella quale è fabricata la mia sepoltura, et son investito. Desidero esser accompagnato dalle Scole, nelle quali son fratello e perché il viaggio è un poco laborioso, lascio alli molto reverendi signori Piovani che cellebreranno messa lire 2 soldi 8 per cadauno, alli reverendi Sacerdoti, et Padri di san Francesco lire 2 per cadauno, alli Diaconi, et sudiaconi lire 1 soldi 4, alli Chierici che saranno presenti soldi otto, alli reverendi Sacerdoti che cellebreranno messa nella Terra lire 1, al Campanaro lire 4, alli Confalonieri soldi dodeci, alli Cirioti soldi otto, a quelli che portaranno li torzi soldi otto, a quelli che portaranno il mio cadavere lire 16: per tal spesa sono ducati n° 25 nelle mani delle molto reverende Madri di Santa Justina di questa Terra [...], a missier Francesco Cartero marito di madonna Margarita, figliola del quondam missier Pietro Ferrara la mia parte di armente, che si trovaranno in mano di Batta Toloto da Danzan. Stabiliva per il resto poi di tutti li miei beni mobili, stabili, e semoventi, ragioni, et attioni, di lasciare universalli heredi Antonio, et Olivier fratelli figlioli del quondam missier Pietro Ferrara, et della quondam madonna Lunarda mia sorella [da Cadamura] con questa espressa dechiaratio-
137
ne, che mancando uno di detti miei heredi suceda l’altro nelli sopra detti miei beni. Prohibendo alli sudetti Antonio, et Olivier miei heredi che non possino sotto qual si voglia pretesto vender, o alienar né divider la casa, che li lascio, la qual debbano goder pro indiviso, sotto pena a chi volesse contravenire a questa mia voluntà di perder la sua parte de detta casa, la qual vada all’altro, che adempirà questa mia volontà: ma ben mi decchiaro che suoi figlioli possino allienarla, et valersene ne suoi bisogni, et se per caso tra loro fratelli concordi volessero venderla, che sarebbe contra la mia volontà, intendo che tal vendita sia di niun valore, et che detta casa immediatamente caschi nelle loro sorelle, o suoi figlioli, essendo questa mia ferma intentione che detta casa non sia allienata dalli sopradetti fratelli miei heredi.[...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Domenico Ogniben, b. 1366, reg. 1641-1644, cc. 153r-155v; segue, a c. 156r, la redazione di un codicillo, di mano del notaio. Qualche intoppo per ottenere quanto disposto dal testatore ci deve essere stato se, il 4 febbraio 1645, i due fratelli Ferrara, nella loro veste di eredi del fu pre Antonio Cadorino detto Cuchetti, nominavano procuratore Francesco Francesconi da Padova, il quale doveva agire in loro nome sopra il proclama publicato a instanza della Magnifica Camera fiscale della città predetta di Padoa per occasione della confiscatione de beni del molto illustre signor conte Antonio Cesana [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaspare Pollini, b. 1960, reg. 1645-1646, cc. n.n. Antonio e Oliviero, il 7 febbraio 1637, come debitori dei fratelli Prospero e Giovanni Fondra di lire 220, quali sono per robbe, et medicine de spetiaria, preferirono, con la solita formula: non avendo detto missier Olivier il modo di darli sodisfatione al presente in contadi, vendere ai creditori una casa da muro coverta a coppi con una stalla a pie’ piano, et una stantia sopra detta stalla posta in Serravalle in Contrada della Fontana, luoco detto la casa delli Ferrara, ubicata tra i seguenti confini: a mattina la strada pubblica, a mezzogiorno i venditori, a sera il Feltrin da Ceneda e a monte le mura castellane. Il prezzo venne stabilito in lire 220 e gli acquirenti promisero di depenar le partite di libro. Subito dopo si stabilì il patto a francarsi d’anni dodese prossimi venturi, con l’esborso del predetto cavedal e la parte venditrice si impegnò di pagare alla fine di ogni anno lire 12 di interessi. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2230, reg. 1637-1638, cc. 7r,v. Poco meno di diciassette anni dopo, il 27 novembre 1653, Antonio e Oliviero Ferrara, come eredi del defunto zio mons. Antonio Cadorin, detto Cucchetto, vendettero al nobile Giovanni, figlio del fu Marzio Pancetta, stipulante a nome anche del fratello Sertorio, tutte et cadaune sue ragioni, attioni, et pretensioni, che quovismodo hanno, havevano, et potevano havere in, et sopra una pezza di terra arativa solamente posta in pra’ Molin pertinentie di Serravalle luoco detto sul Col de pra’ Molin in piano, di quantità di quarti tre in circa, posta tra i seguenti confini: a mattina l’illustrissimo Pietro Priuli, a mezzogiorno il prado di ser Iseppo Segato da Collon, a sera suo fratello Antonio Segato e a monte la chiesura del detto Iseppo. Il bene era stato acquistato da Giovanni Battista Zucca e da Stefano Stringari, commissari dell’eredità del predetto monsigore e pervenuto ai fratelli Ferrara per il prezzo di 310, dal sudetto Giuseppe da Collon, con patto di quando volessero li suoi commissarij, et heredi suoi d’esso quondam reverendo di farli fare la francatione, come appar instrumento de dì 8 ottobre 1647, et trattando detto ser Iseppo paga in ragion di sei per cento, et come in detto scritto da domino Francesco Cuchetti nodaro publico di Serravalle [...]. Il prezzo di riscatto risultò di lire 310, versato in contanti ai fratelli Ferrara. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Battista Costa, b. 1706, reg. 1653-1654, cc. n.n. Per ultimo un’ipotesì sull’attività di spadaio di Antonio Ferrara. In un interessante studio apparso nell’agosto 2017 si accenna ad una spada, una Mortuary sword inglese riferibile al periodo della Guerra Civile, così denominata perché sembra dovesse comme-
138
viero continuò il mestiere di famiglia50. Sulle tipologie di armi bianche prodotte da Oliviero Ferrara (figlio del suddetto Pietro) intorno alla metà del Seicento ed ai rapporti con l’Arsenale di Venezia, si propongono i seguenti esempi: - atto del 22 aprile 1652, in Serravalle, in contrada della Fontana, in casa di Oliviero Ferrara. Dove domino Olivier Ferrara quondam domino Pietro di questa Terra, con ogni modo migliore ha fatto, constituito, creato, et ordinato suo legittimo comesso, et indubitato procuratore il signor Zambatta de Zambatta Remaro della casa dell’Arsenal dell’inclita città di Venetia assente, come presente; a poter impetrar, ottener, et haver gratia dall’illustrissimi et eccellentissimi signori Proveditori, et
morare la decapitazione di re Carlo I Stuart del 1649. Tralasciando i riferimenti alla collezione in cui si trovava l’arma datata 1650 circa, riporto dagli Autori che sulla lama vi era la firma dello spadaio Antonio Farara. Gli stessi ipotizzano che si tratti di una contraffazione del nome, ma il rinvenimento di un’altra spada, una basket hilt, andata in asta nel 2014 a Cincinnati, nell’Ohio (USA), datata genericamente al XVII secolo, recante anch’essa sulla lama la firma Antonio Ferrara, fa porre l’attenzione degli Studiosi sulla possibilità che le due armi bianche, oltre all’ipotesi della falsificazione, possano essere «preziose testimonianeze dell’arte di un altro grande maestro bellunese appartenente ad una illustre famiglia di spadai». Cfr. VELLO, TONIN 2017b, p. 33. La datazione (in particolare la prima) delle due spade mi induce a pensare che possa trattarsi di manufatti eseguiti da Antonio di Pietro Ferrara, nipote dello spadaio Giovanni Donato Ferrara. 50 Lo zio Simone, altro figlio di Giovanni Donato Ferrara (vedi testamento del padre), il 24 giugno 1607 assumeva come come suo lavorante ser Zan Geronimo figlio quondam ser Giacometto de Zanco, con dechiaratione che havendo da lavorare o non havendo da lavorare, che non li venga dato da esso ser Simon, che esso ser Geronimo habbia, et haver debba soldi cinquanta al giorno, che così d’accordo sono remasti eccettuando in caso d’infermità, che esso Geronimo non potesse lavorar o far altra operatione ch’esso Simon non sia obligato darli li soldi cinquanta al dì rispetto all’infermità, et con questo patto, che esso ser Geronimo s’habbia a far le spese. Item s’obliga detto Geronimo di lavorare, molar, guzzar, et far tutto quello che si convien per il lavorar della fucina [...] et questo per un anno prossimo venturo comminciando a mezo il mese di luglio prossimo futuro, et esso ser Simon in esecution di questo instrumento s’obliga darli la sudeta mercede al ditto Geronimo de settimana in settimana [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Marco Costa, b. 1437, reg. 1606-1609, cc. n.n. Sui rapporti commerciali tra i produttori di armi bianche operanti in diverse podesterie, si segnala la procura concessa il 21 febbraio 1613, in Seravalle in Aromatharia insignes Sancte Marie ten[u] uta per dominum Matheum a Fulo posita in plathea communis, alla presenza dei testimoni Simone Lubiana e Giorgio Casoni, da Domenico Basanel Spadaro da Sacil del Friuli, a missier Pietro quondam missier Zan Donà Ferrara similmente Spadaro di Serravalle, et missier Hieronimo Spadaro quondam missier Jacometo [de Zanco], in particolare per incassare lire 234 de denari de picoli de moneta veniciana da missier Zuanne Richino soleva esser mercante di spade de la Viena, quali sono per resto del pagamento di spade haute dal detto missier Domenico, et non pagate [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Laurenti, b. 2803, reg. 1610-1615, cc. 21v-22r.
139
Patroni alla medesima casa dell’Arsenale di far francar, et perfettionar Lame di spade alla Ollandese nella fucina di esso Constituente quelle quantità, et qualità, che più, et meglio parerà, et sarà commandato da sue Eccellenze Illustrissime, et in ciò con ampla auttorità di trattar, aggittar, procurar, et far così de pretij di dette lame, come d’altra materia in ciò pertinente, et d’ogni altra cosa, che stimerà detto signor suo Procuratore esser più propria, et opportuna attorno ciò [...], presenti il signor Giovanni Battista Costa nodaro et missier Antonio Zangrandi [spadaro] testimonii etc.51 - atto del 12 ottobre 1652, in Serravalle [in contrada della Fontana], in casa di Oliviero Ferrara. Dove domino Olivier Ferrara quondam domino Pietro con ogni modo migliore etc. ha fatto, constituito, ordinato, et creato suo legittimo Commesso, et indubitato Procuratore il magnifico signor Francesco Maestri assente, come presente, specialmente et generalmente di modo che però che la specialità non deroghi alla generalità, et è contra, a trattar, aggittar, et far marcato, et accordo, conventione, et patto di fare et perfettionare armi, picchiere, brandi, stochi; arme alla Ollandese, alla Candiotta, et ogni, et qualunque sorte d’armi ad arbitrio, del commando dell’illustrissimi, et eccellentissimi signori Proveditori Sopra Proveditori, et patroni all’Arsenale dell’inclita città di Venetia, et con auttorità anco di ricevere dinari per capara, et a buon conto in parte, o in tutto come parerà ad esso signor suo Procuratore, et secondo il detto signor Costituente di volta in volta manderà le armi così li sia contato il dinaro dalla Cassa della Maistranza [...], presenti il signor Giovanni Battista Costa nodaro et missier Lorenzo Lisotto monaro testimonii etc. 52 - atto dell’11 ottobre 1660, in Serravalle [in contrada della Fontana], in casa di Oliviero Ferrara. Ove il signor Ollivier Ferrara spadaro in Serravalle, elegge suo procuratore Bortolomio Veronese figliuolo del signor Giovanni Maria53 da Serravalle hora habitante nell’inclita città di Venetia presente, et accettante a poter in nome di detto signor constituente scoder, et ricever dall’illustrissimi et dignissimi signori ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2232, reg. 1652-1653, c. 98r. Ibidem, c. 66r. 53 Giovanni Maria Veronese svolgeva l’attività di produzione e vendita di cappelli. Infatti, nella carta dotale del 2 gennaio 1659, si ricorda in preambolo che, [...] essendo seguito vero, et legittimo matrimonio già vinti sei anni in circa giusto il ritto di Santa Madre chiesa, et del Sacro Concilio di Trento tra madonna Giulia figlia quondam missier Bernardin dal Viollino da una (era stata battezzata il 6 febbraio 1604. Cfr. nota n. 15); et tra missier Zamaria Veronese capellaro figlio quondam missier Antonio dall’altra, et non essendo sino ad hora stato fatto alcun instrumento dottalle [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2233, reg. 1659-1660, c. 1r. 51 52
140
Proveditori, et patroni all’Arsenalle di detta inclita città di Venetia quella quantità de dinari, che esso signor constituente deve havere dalli detti illustrissimi et degnissimi signori proveditori, et patroni al detto Arsenalle, et del scosso, et ricevuto farli fare le debite cautioni, et ricevute in debita forma, con auttorità anco al detto signor suo procuratore di consignare altre armi, se ne manderà detto signor constituente, et di quelle farne la debita ricevuta, et quietanza [...]54. - atto del 21 luglio 1662, in Serravalle, in contrada della Fontana, nella casa di Oliviero Ferrara. Dove il signor Ollivier Ferrara spadaro in Serravalle nominava suo procuratore il molto illustre reverendo monsignor domino Francesco Bottella (?), allo scopo di incassare ducatti dosento correnti all’offitio illustrissimo et degnissimo dell’Arsenalle dell’inclità città di Venetia; per occasione, et causa di arme già consignate, et da consignarsi per l’avenire al detto Arsenalle [...]55. - atto del 7 agosto 1664, in Serravalle, in contrada della Fontana, nella casa di Oliviero Ferrara. Dove il signor Ollivier quondam ser Pietro Ferrara spadaro in Serravalle, eleggeva suo procuratore il magnifico signor Osimo, habitante nell’inclita città di Venetia, per consignar armi, che le saranno mandate dal detto signor costituente, scuodere, et essigere ogni, et qualunque summa di dinari a lui dovuti da qual si voglia persona, et contra qualsivoglia, et in particolare dall’Offitio illustrissimo et eccellentissimo della Casa dell’Arsenale [...]56. Si conosce il nome di un fornitore di carbone per la fucina di Oliviero Ferrara: Nel nome del signor Idio così sia, l’anno 1667, adì 24 giugno in Serravalle in casa habitata da missier Domenego Calcenoni, presenti missier Francesco Sacoman, et esso missier Domenego Calcenoni testimonij etc. Dove missier Francesco Colvero quondam Bortholameo per il presente scritto si dichiara, promette, et s’obliga di condur, et dar somme cento videlicet n° 100 di carbone di legno di fagaro buono a missier Olivier Ferrara, missier Zuanne quondam mistro Andrea Danelletto, et missier Sebastian Crucis ivi preASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2233, reg. 1659-1660, c. 116r,v. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2234, reg. 1661-1662, c. 96r,v. 56 ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2234, reg. 1664-1667, c. 30r. Recentemente è stato scritto: «[...] è noto che da Genova partirono per la Spagna, durante tutto il Cinquecento e anche nella prima metà del Seicento, notevoli quantitativi di lame da spade prodotte nel Bresciano e a Serravalle [...]». Cfr. VELLO, TONIN 2017a, pp. 14, 22 nota n. 6. Gli Autori citano come riferimento R. M. GERÓN PASCUAL, “Cruzando aceros”. El comercio de espadas entre España e Italia en los siglos XVI y XVII, in Gladius. Estudios sobre armas antiguas, arte militar, y vida cultural en oriente y occidente, XXXVI, 2016, pp. 171-175. 54
55
141
senti, et insieme, et insolidum stipulanti, et questo per tutto San Michiel prossimo venturo senza oppositione [...] et a buon conto d’esso carbone li predetti missier Oliviero, missier Zuanne, et missier Sebastian alla presenza delli testimonij et di me nodaro hanno datto, et effettivamente esborsato al predetto Colvero lire cento de piccoli videlicet lire 100 in buona valuta, et monetta corrente, cioé lire 43 contateli da missier Sebastian, et lire 61 da missier Zuanne, et oltre di queste detto Colvero contentò, confessò, et manifestò haver havuto, et recevuto il resto dalli predetti missier Zuanne, et Sebastian, et mancando detto Colvero di dar, et condur detto carbone nel termine predetto, possino farli fare ogni più, et parata essecutione etc. Promettendo le parti il tutto mantener, osservar, et essequir, et non contravenir sotto obligatione etc. Lo stesso giorno ser Francesco Scrizzo, et Piero suo figliolo da Castion di Belluno [...] pigliarono sententia volontaria di dar, et condur, et pagar a ser Francesco ivi presente carbone somme cento n° 100 di legna di fagaro per tutto San Michiel prossimo venturo et questo perché detto Colvero alla presenza delli testimonij et me nodaro infrascritto ha effettivamente esborsato, contato, et datto alli predetti padre, et figliolo presenti, riceventi, et imborsanti in tanti contanti di buona monetta corrente, et reale lire cento videlicet lire 100 per parte, et a buon conto [...]57. Il 18 novembre 1676 Oliviero Ferrara fece testamento: Nel nome della Santissima Trinità amen. Ritrovandosi missier Olivier Ferrara quondam Piero per l’Iddio gratia sano della mente, intelletto, et anco del corpo, dove conoscendo la certezza della morte ma l’incertezza dell’hora di quella, et volendo avanti d’inoltrarsi più nella vechiaia disponer delle cose sue; et cossì mandò a chiamare me infrascritto nodaro et mi pregò a volerli scrivere questo suo testamento, et ultima volontà; onde in virtù delle Ducali Provisioni interogato se vole lasciar cosa alcuna a Luochi Pij o al Santo Monte di Pietà rispose signor non perchè son povero. Interogato se vole sia alcuno presente, rispose signor no se non li testimonij ordinarij; et scrivette prima che quando piacerà a sua Divina Maestà levarmi da questa ad altra vita il mio cadavere sia sepolto nel cimiterio della Pieve di Bigonzo con quelli funeralli condecenti al mio statto, et che parerà all’infrascritto mio figliollo herede. Et prima lascio per legato per una volta tanto a Camilla mia nezza figliolla del quondam Zandonà mio figliollo ducati cento videlicet ducati 100 da lire 6 soldi 4 per ducato et questi per la sua 2da parte et portione che essa potesse preten-
57
ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Battista Costa, b. 1708, reg. 1667, cc. n.n.
142
der per la dote della quondam Camilla mia consorte58, et madre d’esso quondam Zandonà, benché detratte le legitime, di cinque altre mie figliolle et sorelle d’esso Zuan Donà, et li funeralli di detta quondam Camilla non l’aspitaria tanto, da esserli datti dall’infrascritto mio herede in tanto mobili a stima de comuni amici al tempo del suo maritare. Item lascio per legato, et per raggion di legato per una volta tanto alla medesima Camilla figliolla del detto Zuan Donà mio figliollo altri ducati cinquanta n° 50 da lire 6 soldi 4, da esserli datti dal detto infrascritto mio herede in tanti mobili, al tempo del suo maritare come sopra, et questi ducati 50 ghe li lascio per ogni e qualunque ragione che potesse havere, et pretendere contro li miei effetti per la parte del quondam Zandonà suo padre, et mio figliollo, et non li posso lasciar d’avantaggio perché al tempo che viveva detto Zuan Donà mi è convenutto molte volte liberarlo dalla Giustitia, et mi dilapidava tutto quello poteva levarmi di casa, che mi haveva ridotto in misseria, et però aciò non habbi a dolersi di me in alcun tempo l’ho fatto li sudetti legati di più di quello comporta il mio havere Oliviero si era unito in matrimonio con Camilla dal Tio. Il 9 marzo 1632 veniva redatto l’elenco dei beni mobili, et vestimenti, et altri ornamenti feminili dati in dote, et per nome di dote a madonna Camilla figliola di missier Antonio dal Tio habitante al pie’ de Fadalto et di madonna Catherina jugali, maritata in missier Oliviero figlio quondam missier Piero Ferrara da Seravalle estimati, et preciati da mistro Valentin figlio quondam mistro Salvestro Fadalto, et da madonna Lutia relitta quondam mistro Zuane Spadaro, volontariamente eletti, et assonti dalli sopradetti contraenti. L’importo totale ammontò a lire 1.500. Seguì, al pie’ de Fadalto, l’accettazione della dote da parte di Oliviero Ferrara e di missier Antonio suo fratello ivi presente in solidum, i quali la garantirono con tutti i loro beni, presenti i testimoni, mistro Valentin quondam Silvestro Sartor [Fadalto] di Seravalle et ser Piero de Zanete da Chies d’Alpago quondam Vettor. Il giorno dopo, 10 marzo, la madre di Oliviero, madonna Lunarda figlia quondam ser Batta Cadorin et moglie relitta quondam missier Piero Ferrara, lodava e ratificava l’atto, obligando alla manutentione della dote di madonna Camilla sua nuora tutti li suoi beni di cadauna sorte et dotali presenti et futuri rinontiando. Presenti [i testimoni:] missier Sebastiano figliolo de mistro Zuan Battista Favro da Ormelle et Francesco figlio quondam Nasimben Bruneta da San Jacomo habitanti in Seravalle. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Marco Filomena, b. 1402, reg. 1631-1632, cc. 36r-37v. Rimasto vedovo, Oliviero Ferrara si risposò nel 1653 con madonna Ana figlia quondam missier Mattio Gianetini da Gallio sotto la città di Vicenza; et relicta quondam in primo mattrimonio di missier Marchioro Pacianaro. Il 16 giugno 1655, a Serravalle, in contrada della Fontana, nella sua casa e alla presenza dei testimoni, missier Zambatista da Piai detto bariz Monaro, et missier Gasperin fiol de missier Jacomo Rizzo Monaro, lo sposo regolarizzava contrattualmente la dote portata dalla consorte. [...] doppo contratto legittimo mattrimonio giusto il ritto di Santa Romana Chiesa, et del Sacro Concilio di Trento già doi anni in circa, non essendo stato redatto, fino ad allora, l’instrumento dottalle, et vollendo detto missier Olivier render cauta detta madonna Ana sua moglie della sua dote, come comporta il dovere, alla presenza del notaio Francesco Cuchetti dichiarò di aver avuto e ricevuto in dote beni mobili per il valore di 100 ducati. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2230, reg. 1655, c. 73r. 58
143
con dano dell’infrascritto altro mio figliollo; et caso non volesse contentarsi delli detti legati, et vollesse molestare il detto altro mio figliollo herede, voglio, ordino, et intendo che resti a fatto et del tutto priva del mio legatto de ducati 50, et della ragione della dotte di sua nona Camilla habbi quello di raggion l’aspetta detratto tutto quello deve esser detratto. In resto di tutti l’altri miei beni, ragioni et attioni di qualunque sorte et ovunque essistenti lascio universal herede Pietro mio figliollo, con obligatione di sodisfare a suo tempo li sudetti legati a Camilla sudetta mia nezza come anco ghe la racomando; et li racomando Zuanna mia figliolla pregandolo haverne cura, et custodirla, amarla et tratarla da vera sorella, essortandollo favorir quel pocco bene comporterà il suo statto; et questa voglio sij la mia ultima, volontà, et ultimo testamento et se per testamento non vallesse vaglia per codicillo, per donation causa mortis, et per quel miglior modo, che valer, et tener potesse a laude d’Iddio. Adì 18 novembre 1676 indizione X4a. Da me Angelo Crucis nodaro publico di Serravalle fu scritto, letto, et publicato il sudetto testamento d’ordine del sudetto testatore in casa sua, in una camera a dalto in secondo sollaro sedendo lui sopra una charega di noggaro, essendo presenti l’infrascritti testimonij et di suo ordine chiamati, et da lui pregati etc., et da me [notaio] admoniti del giuramento [del silenzio] etc. Presenti il reverendo signor abbate Rocco Laurenti il molto reverendo don Michiel Pecin il molto reverendo don Antonio Donassin (?) il molto reverendo don Zuanne da Ponte il nobile signor Cesare Giustinian il nobile signor Antonio Maria Maddalena il signor Michiel Angelo Carera da Belluno59. Quasi quattro anni dopo, il 9 giugno 1680, ancora in casa sua, Oliviero Ferrara decise di aggiungere un ultimo codicillo alle precedenti volontà testamentarie, affiancando al figlio Pietro - del quale dichiarò specificatamente l’impegno finanziario sostenuto nell’associarsi all’attività paterna, per la produzione di armi bianche -, come erede anche la nipote Camilla: Havendo domino Olliviero Ferrara sano della mente, corpo, et intelleto, ma d’ettà avanzata fatto un suo codicillo scritto da me nodaro infrascritto sotto li 7 zugno 1680 (qui non riportato, n.d.A.) né havendo in quello ben espressa la sua volontà né volendo (como prudente) che in alcun tempo verti campo di lettiggio tra Pietro suo figliolo, et Camilla sua nezza figliola del quondam Zuan Donà 59
ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Crucis, b. 2386, reg. 1676, cc. 69r-70r.
144
altro suo figliolo al presente maritata in Battista fiollo de missier Zuanne Guardabasso sopra la casa alle fusine di raggione di esso domino Olliviero. Che per ciò fatto chiamare me Francesco Sarmede dottor et nodaro pubblico di Seravalle in casa sua mi ricercò dove scrivere il presente novo suo codicillo, et ultima volontà quale deve servire per dichiaratione del già fatto li giorni passati, et così ordinando disse. Che havendo Piero suo figliolo dati a Augusta sua figliola et sorella respective maritata in domino Silvestro Ballarino ducati cento et con questo oltre quello esso Olliviero ha dato alle altre sue figliole maritate havendomi fatto vedere il contratto scritto dal missier Anzolo Crucis nodaro et perché sa esso Ollivero et detto suo figliolo non era obligato di dare a detta Augusta cosa alcuna essendo esso tenuto come padre in constituirle la dotte, tanto per sì per esser esso Pietro emancipato. Come anche havendo esso Pietro pagati molti debiti contratti da esso domino Olliviero per tor azzali da lavorare nella fusina alla summa di lire 2500 come appar notta come mi disse esso domino Olliviero ne libri, et essendo anche creditore esso Pietro di ducati cento, et vinti portati in casa quando [...] oltre altra somma come esso domino Oliviero mi disse et che a conto della medesima li haveva dato solo a conto lire 232 sì che doveva havere esso Pietro per il [...] lire 512, come anche conoscendo esso Ollivier, et confessando come esso Pietro suo figliolo ha pagato l’eccellentissimo Ruzini padrone della fusina per affitti dovuti lire 400. Item altre lire 200 al medesimo eccellentissimo Ruzini de quali tutti pagamenti dice esso Olliviero che era debitore, et non era in stato di pagarli a esso suo figliolo non havendo lui sodisfato come dice, et fatte altre molte spese necessarie [...] per la casa, et in sostentar esso Oliviero suo padre ne suoi maggiori bisogni a Venetia. Ne volendo esso domino Olliviero che sopra di ciò nasca alcuna contesa hora et in tutte le cose et con (?) di mente et intelletto sano per gracia di Signor domino illustrissimo, et conoscendo esser il dovere che Pietro suo figliolo resti non solo cautellato ma anco sodesfato di detti suoi crediti ordina per tanto et dice esser sua fattiva volontà che doppo la sua morte esso Pietro deva sodisfarsi delli crediti sudetti sopra la sua casa posta alle fusine dove habita [...] sino al total suo pagamento et così ordina, et espressamente commanda, et in caso che la casa predetta fosse di maggior valore delli crediti sudetti ordina il sopra più sij diviso in doi parti una sij di esso Pietro l’altra di Camilla sua nezza figliola del quondam Zuan Donà alla quale oltre quela li può aspettare lascia che li sia dati da Piero suo figliollo ducati due da lire 6 soldi 4 l’uno che così è sua volontà dovendo esser tacita et contenta, né altro pretendere [...] et in caso la casa non fosse sufficiente per pagar li crediti sudetti di Pietro che in quel caso possa esso Pietro pagarsi contro altri beni che se havrano al tempo della morte di esso domino Oliviero, et perché esso domino Olliviero non si recorda che habbi nel suo testamento scritto dal signor Anzolo Crucis come disse nominato alcun herede [...] nel primo codicillo hebbe nominato Pietro suo
145
figliollo. Hora vole ordina, et instituisce suoi heredi li predetti Pietro, et Camilla sua nezza del sopra più di quanto avanzasse della casa et di quanto s’attrovasse havere da esser espressamente diviso al tempo della sua morte [...]60. Poco più di un anno dopo lo spadaio rese l’anima a Dio: Adì 15 agosto 1681. Missier Olivier Ferara morse, haute l’estrema oncione et l’assolutione sub conditione, et fu sepolto alla Pieve61. Pietro Ferrara Con la morte del padre Oliviero, avvenuta, come si è appena detto, il 15 agosto 1681, il figlio Pietro prese in mano l’attività e continuò la produzione di armi bianche da fornire all’Arsenale di Venezia, come si evince dai seguenti documenti: -atto del 27 febbraio 1687, in Serravalle, nella sua casa. Pietro quondam Olivier Ferrara qui di Serravalle nominava suo procuratore Marco Dosmo Coppo alle Sale dell’Arsenal di Venetia a poter in sua absenza e per nome d’esso Ferrara constituente ricever et esigier dall’eccellentissima Bancha dell’Arsenal di Venetia quanto da essa va creditore per arme consegniate da suo figliollo et nepote per suo nome sotto li 25 gennaro prossimo passato [...]62. -atto del 29 settembre 1687, in Serravalle, nella sua casa. Pietro quondam Olivier Ferrara eleggeva suo procuratore Francesco Saler per incassare dalla casa sive Regimento eccellentissimo dell’Arsenal di Venetia ducatti cento e nonanta soldi sedici videlicet ducati 190 soldi 3 (sic) tanti va creditor esso Ferrara per lame all’Albanese n° 372 a lire 2:18 luna già consegniate come da publici libri apare [...]63. Il 19 maggio 1688 Pietro Ferrara, giacente in letto in una camera in solaro sopra la porta, della sua habitatione alle Fusine, mandava a chiamare il notaio Giovanni Pietro Pellatis per dettargli le sue ultime volontà: [...] Onde io nodaro a conformità delle Ducali Provisioni li addimandai [...] se voleva lasciar alcuna cosa a lochi Pij, cioé Scole, Frae, o Monte Santo [e] rispose scrivette, come vi dirò, et ordinarò. [...] il mio cadavere sij sepolto nel cimiterio della Pieve di San Andrea qui di Serravalle con quelle essequie, messe, et
60 ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Sarmede, b. 2531, reg. Testamenti ed altri Atti dal 1677 al 1697, cc. 14r-15v. Scrittura difficilissima da interpretare. 61 APS, Libro dei morti, chiesa di Santa Maria Nova 1679-1713, cc. n.n. 62 ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Crucis, b. 2389, reg. 1687, c. 19r. 63 Ibidem, c. 103r.
146
funerali decenti al mio stato, et che parerà all’infrascritta mia moglie, et heredi. Poi disse riconoscendo la grata servitù prestatami da domina Catterina mia diletta consorte64 in tutto il corso della mia malatia, et anche sin dal principio, che la sposai per non esser imemore, né tassato di ingratitudine la medesima lascio dona madona, et ussufruttuaria de tutti, et cadauni miei beni [...] et non potendo stare, et che fosse mal trattatta dall’infrascritti suoi figlioli intendo, disse detto testatore, che quello, o queli detta sua madre molesterà, o in alcuna cosa travagliarà sij, et s’intenda privo della mia facoltà, et restar debba a quello, che starà tacito, et quetto [...]. Qualora sua moglie avesse voluto risposarsi deve haver sola la sua dotte. Nominava eredi universali, in eguale porzione di tutti i suoi beni, i figli Oliviero e Antonio, con espressa condittione, che se alcuno d’essi pretendesse dividersi, et separarsi, intendo, et voglio, che sij, et s’intenda privo della detta sua portione da me come sopra lasciatali qual portione doverà restar a quello, che starà tacito, et quetto, che così per espresso intendo, et voglio, e che non possa conseguir che solo quello li aspettasse de legitima. Con espresa, et caritativa obligatione sì a detta mia moglie come a detti miei figlioli, che debbano con ogni carità alimentar, costodir, et governar de vito, et vistuto Zuanna mia sorella sino, che viverà tanto quanto potessero fare a me stesso, come suo fratello et maritar le mie figliole loro sorelle con dote condecente al loro stato [...]65.
Pietro Ferrara si era unito in matrimonio con Caterina Tubia. Il 10 maggio 1668, giorno dell’Ascensione, in Serravalle, in Calcata, in casa habitata da missier Anzolo Tubia, presenti l’infrascritti testimoni, veniva stipulata la promessa di matrimonio tra l’honesta giovine madonna Cattarina figliola di missier Anzolo Tubia dall’una, et tra missier Piero figlio di missier Oliviero Ferrara ambi di questa Città, di consenso de loro padri rispective, qui presenti; perciò esso missier Pietro promette d’accettar per sua legittima sposa essa madonna Cattarina, et questa lui secondo li riti, come sopra; et perché segua esso sposalitio, havendole esso sposo dato l’anello sposalitio hoggi alla presenza, come sopra, esso padre della futura sposa promette dar in dote, e per nome di dote alla stessa sua figliola, o più tosto al sudetto missier Oliviero, et missier Pietro sposo tanto per beni patrini, quanto materni, et d’altra qualsivoglia natura, per la somma di ducati trecento in circa, siano più, o meno; per la qual dote data, et havuta, che sarà, essa sposa hora per all’hora rinontia quieta, et fa fine a detto missier Anzolo suo padre et hora chiamandosi paga [...] in questo modo: mobili per ducati doicento et se fossero più vadino a conto di dote; contadi per ducati cento [...]. Presenti missier Domenico figlio quondam missier Bortolamio Bottaro, et missier Sebastiano figlio di missier Steffano Crucis testimoni rogati. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Ceriani, b. 2487, fasc. 1668, cc. n.n. Il 26 giugno 1668 Pietro di Oliviero Ferra[ra] sposò Caterina di Angelo Tubia, ambo da Serravalle, nel santuario di Santa Augusta. Cfr. APS, Libro dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 16601679, cc. n.n. 65 ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Pietro Pellatis, b. 2054, reg. 1688, cc. 50r-51v. 64
147
Sei mesi dopo, il 20 novembre 1688, all’età di circa 50 anni, Pietro Ferrara esalava l’ultimo respiro e due giorni dopo era tumulato alla Pieve di Sant’Andrea66. Antonio e oliviero Ferrara, con la madre Caterina Tubia I superstiti della famiglia: Catterina [di missier Anzolo Tubia] relicta quondam domino Pietro Ferrara, et domini Olivier, et Antonio suoi figliolli proseguirono l’attività di produzione di armi bianche. Gli stessi infatti, con atto del 19 febbraio 1691, rogato in Serravalle, nella loro casa, eleggevano loro procuratore Michiel Pallanari (?) Protto nell’inclita cità di Venetia, al quale concedevano ampla e solenne autorità e facoltà di poter in loro nome comparer avanti l’eccellentissimo Magistrato della casa dell’Arsenal di Venetia, et esigere dal medesimo eccellentissimo Magistrato tutta quella summa et quantità di dinaro che essi constituenti devono havere et sono creditori per la consegnia di lame già fatte in detto Arsenalle [...]67. Nel continuare l’attività di famiglia, la vedova e i due figli, il 24 marzo 1692, nella loro casa in Serravalle, fatti i conteggi, dichiararono di essere debitori nei confronti di Silvestro del fu Francesco Ballarin, rispettivamente cognato e zio dei tre (aveva sposato Augusta, sorella di Pietro Ferrara, n.d.A.), di lire 453 e soldi 1, per formento, azal, et altra robba havuta dal detto Ballarin, il tutto a prezzi corenti come appar da loro conti hoggi fatti. Con l’occasione, il creditore dichiarava che, a nome dei Ferrara, avrebbe versato a Carlo Contarini Procurator ducati 60 per l’affitto che li devono della fusina (forse procuratore dei Ruzzini, se non nuovo proprietario); inoltre, esso Ballarin si obliga soministrar a detti Ferrara per l’avenire formento, azal, et quello l’occorerano per loro bisognio del lavoro della fusina. Nel complesso, pare di capire, l’operazione derivava da esigenze di liquidità dei Ferrara, poiché nel documento era specificato che ciò ha fatto, et farà esso Ballarin, perché all’incontro la sudetta domina Catterina, Olivier, et Antonio suoi figliolli Ferrara con il presente consegniano un loro credito che hanno alla casa dell’Arsenal di Venetia di quanto vano creditori et per quello potrà esso Ballarin scuodere, doverà render conto, et non altro. Inoltre i Ferrara consegnavano al Ballarin spade dell’Arsenal n° 120 a lire 2 soldi 18 come il Partito all’Arsenal et le spese de conduto et altre tutte a danno d’essi Ferrara, dovendo delle spese il Ballarin tenir destinto conto [...]; gli stessi lo nominavano loro le66 67
APS, Libro dei morti, chiesa di Santa Maria Nova 1679-1713, cc. n.n. ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Crucis, b. 2390, reg. 1691, c. 29r.
148
gale rappresentante. La procura era rilasciata lo stesso 24 marzo, per comparir avanti l’eccellentissimo magistrato della Casa dell’Arsenal di Venetia, et presentar in nome loro una e più volte quella quantità di lame che sono tenutti fabrichare essi Ferrara per la loro porcione conforme il loro Partito, et delle lame pretentarà ricever il pagamento di volta in volta, et ancho li danno autorità di poter addimandar, esiger, et ricever tutta quella somma di danaro essi Ferrara vano creditori da quell’eccellentissimo Magistrato o Casa dell’Arsenal per lame già consegniatelli et ancho di poter riscuotere i loro creditti delli spadoni in Venetia et del consegniatto [...]68. A proposito di Ruzini padrone della fusina in cui svolsero l’attività Oliviero Ferrara (si veda sopra il codicillo di quest’ultimo), il figlio Pietro e i nipoti Antonio e Oliviero, sono emersi i seguenti riscontri d’archivio: - il 12 novembre 1664 (?) missier Zan Donà Pever quondam missier Andrea Muraro da Serravalle, aveva presentato a Oliviero Ferrara un preventivo di spesa per il riparo delle fabriche del coperto nel edifficio della fosina de ragione dell’illustrissimo et eccellentissimo signor Marco Rozini fu del domino Domenego de che al presente menacciano rovina, posta dietro al castello [di Serravalle]: Rulli grossi n° 2 di valore di lire 14, rulli sottilli n° 3 di valore lire 15, sottoscorze n° 25 a soldi 12 monta lire 15, chiodi da paré n° 200 monta lire 2, cara uno calcena monta lire 17, sabion cara n° cinque monta lire 7:10, coppi n° 400 monta lire 40, fattura de maestranza lire 62 [...]69; - il 23 gennaio 1675 venivano eletti, rispettivamente da Antonio Pancetta e Pietro di Oliviero Ferrara, Matteo da Laqua Marengon e Gottardo Pesot Segatto, per dovere stimare li infra scriti capi di roba alla fosina di Ruzina Rozini Foscarina: primo per li sboradori come si ritrova val ducati 9; item per la cuna con il suo restello val ducati 8; item per il canallo alla roda delle molle val ducati 50; item per il canal della roda del mai val ducati 22; item per il canal della roda delli mantesi val ducati 6; item per la roda grande et fuso et [...] et inzegnor con sua feramenta come si ritrova val ducati 22; item per il fuso del mai val ducati 10; item per il maio tanto di fero come di legno come si ritrova val ducati 50; item per quatro anchuzini due grandi et due picholi val (non valorizzato, n.d.A.); item due para di mantesi con li suoi fusinali val (non valorizzato, n.d.A); item per un fusinal che non si adopra val (non valorizzato, n.d.A.); item per il fuso di mantesi 68 69
ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Crucis, b. 2390, reg. 1692, cc. 49r-50r. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2235, reg. (relitto) 1663-1667, cc. n.n.
149
con li suoi furnimenti come si ritrova val ducati 9. Summa ducati 186. Così abiamo stimatto per nostra consieza oferendosi giurarla in ogni ochorenza. Tansandoci per nostre sportole ducati 2 per parte. [...]. Adì 20 febraro 1675. Constituiti missier Mattio dall’Acqua et missier Gotardo Pessotto, estimatori elletti dalle sudette parti, ad estimar anco la rosta della sudetta fusina, quale rosta da loro ben vista, et maturamente, considerata come sta, e giace al presente, l’hanno estimata in loro conscienza, et giuramento, come la giurano essere di valore de ducati cinquanta videlicet ducati n° 5070; - lo stesso 23 gennaio 1675, missier Zuanne Danelet Fauro elletto per parte dell’illustrissima signora Ruzzina Ruzzini Foscarini, et missier Bastian Crucis Fauro elletto da missier Pietro Ferrara a stimar doi para di mantici con il suo molinel sopra, [avevano dichiarato] che [...] detti mantici, qual ben visti s’hanno in loro conscienza, et con loro giuramento stimati essere di valore di ducati 20. Si tansano de loro mercedi un quarto di scudo per uno71. Un’ultima annotazione. Il 17 febbraio 1697, Oliviero e Antonio Ferrara, forse per disfarsi di una sepoltura oramai in cattivo stato, in solido vendevano al notaio Angelo del fu Andrea Crucis da Serravalle la tomba di famiglia. Si trattava del sepolcro dove, all’incirca cent’anni prima, erano state deposte le spoglie dei loro avi (lo spadaio Giovanni Donato Ferrara con la moglie Giacometta Morelli da Sacile, cfr. nota n. 75), ossia una loro archa, sive mollimento di pietra, con le raggioni della pittura avanti d’esso mollimento, posto nel claustro delli molti reverendi Padri minori conventuali di San Giovam Battista di questa Città, appresso il loro campanille. L’acquirente avrebbe potuto far poner il suo segno sopra detta archa, o molimento, come anche nel quadro, o pittura sopra esso molimento, et levare il nome, et arma, o segno della loro casa, et questa vendita hanno fatto, et fanno detti fratelli Ferrara per prezzo di lire disdotto de danari de picoli videlicet lire 18, così stimato valere da domino Carlo Mondo Taglia pietra, essendo li telloni rotti, et in cattivo stato, quali lire 18 esso signor Angelo Crucis ha contate alli sudetti venditori, in tanti soldoni, imborsati da domino Antonio, così contentando domi-
70 71
ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Crucis, b. 2386, reg. 1672-1675, 160r,v. Ibidem, post c. 176v.
150
no Olivier, stante la cessione fattagli sotto li 9 febraro corrente per haver esso Antonio cesso ad esso Olivier altre sue raggioni, come in detta cessione. [...]72. Assunzione di maestranza qualificata Bortholin de Bortolin In nome di Dio amen 1581 adì 6 agosto in Serravalle nella botega di ser Andrea Stringaro presenti li infrascritti. Et lì se dechiara per la presente scrittura, come ser Zandonà Ferrara al presente habitante in Saravalle è convenuto, et convien con ser Bortholin quondam Vettor de Bortolin da Bigolin nel modo infrascritto ciò è che il ditto ser Bortholin promette, et s’obliga di venir a servir esso ser Zandonà per lavorante a molar spade per anni sie prossimi venturi comenzando nel prossimo giorno di setembrio prossimo oltra, qui alla Siega di Seravalle sopra la fusina di missier Anibal Cason73, et questo perché al incontro esso ser Zuan Donà promette et s’obliga dar
ASTv, Notarile I Serie, notaio Angelo Fondra, b. 2458, reg. 1694-1698, cc. 87r-88r. Sulla cessazione della produzione di armi bianche a Serravalle esiste una testimonianza degli inizi dell’Ottocento, contenuta nella Relazione fornita dalla Municipalità di Serravalle il 9 maggio 1806, in risposta alla circolare del Magistrato Civile del Trivigiano, datata Treviso 28 aprile 1806, inerente alla richiesta di conoscere, in un Quadro Generale lo stato presente di tutte le più rimarchevoli Manifatture, ch’esistono in questa Provincia; nel documento si legge: [...] Manifatture di Ferro al presente non ne esistono in questa Città e Distretto, vi era benissimo un tempo la celebre officina d’Armi, da Punta e da Taglio detta della Luppa, quale perì con l’intiera estinzione della Famiglia Ferrara. Vi sono per altro degli eccelenti Fabbri, che lavorano in proprie Botteghe in N° di 24. Circa questi provedono il Ferro da mercadanti dela Città, che lo comprano dall’estero. Supplisce alla mano d’oppera un Battiferro situato nella Villa di Pinidello, che gira con la forza dell’Acque. Vi è poi una Bottega di Calderaro di proprietà del signor Nicoletto Ventorini quale viene diretta dal signor Antonio di Lui figlio. Il Rame, ed il Ferro occorente per tale lavoro ove è impiegato per lavorante il signor Giovanni Masobelli vengono proveduti parte a Pordenon, e parte a Treviso; si smerciano le cose lavorate in questo Distretto, e per il Cadore. Cfr. ASVV, Serravalle, Serie 38, b. 195, a. 1806. Ringrazio la dott.ssa Loredana Imperio della segnalazione. 73 Vengono così a decadere le ubicazioni delle fucine, indicate in più occasioni da Tomasi, a partire da TOMASI 1987, pp. 25, 51, il quale scriveva: «Sulla localizzazione delle fucine poi, sia le filze del notaio Bartolomeo Peruchini [...], sia quelle del notaio GB. Mantovani di Serravalle [...], sia gli Estimi di Serravalle del 1518, sia quelli del 1537 e succ. [...] parlano chiaro: si trovavano lungo il Meschio com’è naturale, e sotto il castello di Serravalle, cosa d’altronde logica perché le fabbriche di questo importante materiale “strategico” non potevano certamente trovarsi extra moenia, con gravi pericoli in caso d’assedio (almeno sino a tutto il sec. XVI)» (p. 25); TOMASI 1989, p. 27; TOMASI 2002, p. 43 (ivi però con l’indicazione, nel 1481, di una fucina dello spadaio Gerolamo del 72
151
et pagar esso ser Bortholin de mercede, et salario per ditto molar ciò è a sua mola, et favro di esso ser Bortholin a pretio, et per pretio de lire vinti sette et soldi 10 a centenaro et in rason de centenaro per conto delle spade di Fiandra, et quanto veramente ad altre sorte de spade, cortelli, pugnali, et arme si molerà per lui, esso ser Zuan Donà s’obliga dargli et pagargli a rason di cento et per centenaro lire vinticinque de picioli. Et a conto della qual mercede et salario il suddetto ser Zuan Donà alla presentia delli infrascritti et me nodaro numerò, et esborsò effetualmente al suddetto ser Bortholin lire quaranta de picioli videlicet lire 40 soldi - con conditione che esso ser Zuan Donà sia tenuto, et obligato dar altri ducati dieci a lire 6 soldi 4 per ducato al suddetto ser Bortholin nel tempo che egli andarà a tuor sua moglie a Fener per condur lei de qui; item s’obliga esso ser Zuan Donà dar nel tempo che esso ser Bortholin sarà gionto de qui con la moglie stara quatro formento, et meza botte di vino per pretio che esso ser Zuan Donà lo harà pagato, senza altro contrasto. Con condition che esso ser Bortholin sia tenuto scontar zoso delli sudetti ducati dieci formento, et vino, lire 2 soldi - per ogni et cadauna settimana fin che esso ser Zuan Donà sarà satisfatto, et pagato, et similmente il suddetto ser Bortholin promette, et s’obliga scontar le predette lire 40 tutte integre avanti habbi, et recevi li detti ducati 10, formento, et vino et esso ser Zuan Donà sia tenuto darli il restante della sua mercede ogni giorno di sabbato oltra le lire 2, che si sconteranno. Et così si convenero tutte doi le parti, et promisero una parte all’altra quanto di sopra è scritto fermo rato et grato, et non contrafar o venir sotto obligatione de tutti li suoi beni presenti et futuri in elettione etc. Più oltra aggiongendo a quanto di sopra si convenero scambievolmente che in caso che ditto ser Bortholin manchasse di venir a servire, et lavorare come di sopra, che esso ser Zuan Donà possi a tutte spese di esso ser Bortholin trovar un altro lavoratore del’arte ogni eccetion remota, et a tutti danni, et interessi etc. Et così al’incontro mancando esso ser Zuan Donà a quanto ha promesso nel presente scritto, che ditto ser Bortholin a tutte spese, danni, et interessi possi trovar formento, vino, et esser rifatto de tutte spese, et danni patisse per causa di esso ser Zuan Donà in caso mancasse a quanto lui ha promesso.
fu Rolando cerdone, ubicata ove si trova l’attuale mulino Bottoli, ben a nord del Castello di Serravalle). Tali affermazioni furono fatte proprie da chi scrive sulla base dell’importanza data alla penna dello Studioso; cfr. DE ZORZI 2006, p. 17. In realtà il documento che presento restituisce - almeno in parte - dignità storica a quanto scritto da TRANCHINI, FOTI 1983, pp. 48-50, che indicavano il sito della principale (sic) fucina «in località “Sega”, molto vicina alle sorgenti del Meschio [...]».
152
Et così etc. Presenti ser Andrea Stringaro et mistro Sebastian Feltrin [spadaro] tutti doi di Saravalle testimoni rogati etc.74. Apprendisti Giulio dalla Testa In Nome del signor Iddio così sia. 1605 adì 20 zugno in Serravalle in casa di ser Dino de Colla [spadaio], domini esso ser Dino,et mistro Iacometto Spadaro habitanti in Serravalle et missier Francesco Tubia testimonij rogadi. Et ivi si dichiara per il presente scritto come missier Giulio Cesare dalla Testa cavalliero del clarissimo signor Nicolò Lombardo olim podestà di Serravalle è convenuto con missier Pietro Ferraza spadaro75 nel modo infrascritto ciò è esso missier
74 ASTv, Notarile I Serie, notaio Pietro Costa, b. 1026, reg. (infra più quaderni cuciti) Procure 15801586, cc. 19r-20r. 75 Si tratta di Pietro, figlio dello spadaio Giovanni Donato Ferrara (nato a Fonzaso, nel Feltrino e morto nel gennaio del 1605). Ritengo interessante riportare in regesto e trascrizione i testamenti di Giovanni Donato Ferrara e della sua ultima moglie Giacometta Morelli da Sacile: - il 2 gennaio 1604, di venerdì, Giovanni Donato Ferrara, giacente a letto, nella cusina della sua casa dove in leto iaceva, posta alle fosine in Seravalle, dettava il suo testamento al notaio Francesco Ogniben. Egli, mercante di spade, di questa terra di Seravalle sano per gratia di nostro Signore della mente et similiter inteleto benché del corpo oppreso, disponeva dei suoi beni, come segue. Ordinava che il suo cadavere venisse seppellito nel cimitero dei Reverendi Frati di San Giovanni del borgo di Sopra di questa Terra nel loco dove sino stà sepolti li altri suoi morti. Per le due figlie minori, Bartolomea e Margherita, stabiliva che al tempo del loro maritar avessero, ricavati dai suoi beni, la somma di ducati 150 ognuna. Eredi universali venivano istituiti Bartolomeo, pre Francesco, Pietro, Simone e Alberto suoi carissimi fioli a quali Alberto, et Simon et Bartolomea et Margarita instituisce et ordinò che di loro sia tutori et curatori, et comissarij fino all’ettà de anni 25 per cadauno il detto reverendo missier pre Francesco e Bartolomeo suoi fioli a quali caldamente racomanda et con quella efficacia di cuore che ha governato loro. Raccomanda anco caramente, et con ogni efficatia di core madonna Iacoma sua cara et amada moglie al predetto reverendo missier pre Francesco et questo disse voler esser l’ultimo suo testamento, et ultima volontà [...]. Il testatore aggiungeva infine che per haver speso nel redificar la fusina che fu del quondam ser Andrea Foltran, ordina, che ogni uno delli suoi fioli ne debbano haver la sua portione, del speso. Presenti per testimoni missier Zuane Bombarda, missier Iacomo suo fiol, missier Iacometto Spadaro, missier Domenego Bassanel spadaro, et Agnol de Zanette Monaro [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Ogniben, b. 1131, reg. 1604, cc. 1r-2r. Una settimana dopo, il 9 gennaio, Giovanni Donato Ferrara dettava allo stesso notaio un codicillo, nel quale dichiarava di essersi ricordato che altre volte, fece una tal qual donation al reverendo missier pre Francesco suo figliolo acciò che potesse pervenir al grado sacerdotal. Et perché tal denario potrebbe partorir qualche danno alli altri suoi fioli, onde codicilando per il presente vuole,
153
Giulio Cesare da et concede Giulio suo figliolo al detto missier Pietro, acciò egli gl’habbia ad insegnare l’arte del spadaro della profesione istessa del detto missier Pietro ciò è di tirrare et far spade, et quelle molare di ciascuna sorte da qui per anni sette prossimi venturi, intendendosi esser comminciati dal mese di
e ordina, che in quanto detto reverendo suo figliolo volesse che tal denario havesse effetto, che tal denario sia et s’intenda sopra la sua parte de beni, che ad esso reverendo potesse aspettare et così volse et ordinò per il presente codicillo. Cfr. ibidem, c. 5v; - sei anni dopo, il 16 gennaio 1610, madonna Iacometta in secundis votis relicta quondam ser Zandonà Ferrara, et figliola del quondam domino Morello Morelli da Sacille, giacendo in letto inferma del corpo ma sanna della mente, et dell’inteletto, nella casa delle fosine dette delli Foltrani, o Peghini, dettava il suo testamento al notaio Giovanni Laurenti. La donna, deliberata di disponere delle cose sue ricercò me nodaro a voler scrivere la sua voluntà; così caciatj dalla camera ove ella era tuttj, ella mi dice che alla publicacion de questo suo volere si contenta che sia anco presente ser Simon suo fiol [...]. Dispose che il suo cadavere [debba] esser sepolto dalli Reverendi Frati de Santo Giovanni Battista nella sepoltura del detto quondam ser Zandonà olim suo marito con quelle essequie che pareranno alli suoi figliolj. Lasciava per dote, per legittima e donava tra vivi inrevocabile, con tutte le sue clausule opportune, et necessarie le qual s’habbino tutte per espresse, a sua fiola Malgarita nubile la sua parte del cavedalle che lei ha nella casa posta nella contrada de Santo Gregorio in Sacille, livellata insieme con domina Madalena sua sorella a missier Ioachin Pedrocho, item la sua parte de casa posta nella contrada de Santa Maria dei Anzoli in detta terra di Saccille la qual è pro indiviso con detta domina Madalena sua sorella, della qual ella cava afitto. Facendoli ancho donation delli livellj et afitti scossi, et che de cetero li afitti, et livelli predettj ciedino a beneffitio de detta sua fiola. Parimenti dona, ut supra l’acquisto fato per il quondam ser Zandonà suo marito d’una posta de mola posta in fusina granda, ove mola mistro Din de Colla [spadaio] comprata con li suoi dinari dotali cavatj dal monte santo deppositati per il quondam ser Andrea de Peghin [spadaio] per la restitution della dotte d’essa domina Iacometta per la morte del quondam ser Iseppo Peghin [spadaio] suo primo marito [...]. Item ella dona tra vivi et inrevocabilmente con le sue clausole opportune, et necessarie da esser poste per me nodaro se fosse bisogno a ser Simon Zotto suo fiol presente et accettante il resto delli dinari del suo campo, qual è in manno de missier Ioachin Pedrocho, quali possi al presente, et a suo beneplacito mistro Simon andar a levarsi come cosa sua propria, et come libero, et assoluto patron acciò habbia lui occasione de far bene, dicendo lei che io nodaro debba fare procura al presente al detto ser Symon de poter conseguire essi dinari, qualli dinari dice ella donare a detto ser Simon soltanto perché la ha considerato, che ser Alberto suo altro figliollo ha havuto delli suoi dinari molto più che quello ha havuto detto ser Simon, ciò è per occasione della morte del quondam ser Nicolò Vardabas, et per occasione delle ferite hebbe da detto ser Alberto il Moro spadaro, comandando ancho che li suoi figlioli predetti debbino sovenire la detta sua figliola, et maritarla, et contentarsi di quello che la li lassa perché loro hanno havuto molto più et perché così è il suo volere. Di tutto il resto di ogni suo bene designava eredi universali i figli Simone e Alberto, in parti uguali. Testimoni furono Danel Ballarin Fornaro, Battista Longo quondam Mathio dal Bo, Liberal de Antigha, Zuanne detto della Vechia, Zuanne da Roa Tessaro, tutti da Serravalle, Titta Mosia (?) da Pinidello, Gotardo Caiada da Lago. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Laurenti, b. 1409, reg. 1610, cc. 3r-4r.
154
giugno passato sotto li giorni 10 dell’anno passato 1604, et questo perché esso missier Pietro promette, et s’obliga oltre gl’insegnar l’arte come di sopra, di dar et effetualmente pagare ad esso Giulio over al sopradetto suo padre ducati vinti quatro da lire 6 soldi 4 per ducato, d’essergli dati secondo l’occorrenze ciò è che se piacerà al signor Iddio ch’el putto venghi in ita, et riussisca possi haver qualche dinaro da poter spender in ciò gli fosse bisogno. Item promette esso missier Pietro vestir, et calzar esso puto, et tenirlo come se dice mondo, et netto, et quello ben trattar et governare come si conviene, et in somma far tanto quanto se fosse figliolo. Et esso missier Cavallier sudetto promette, et s’obliga ch’l predetto Giulio suo figliolo sarà buon figliolo che portarà obidienza, realtà, al predetto missier Pietro suo patron et che persevarerà per li anni sette ut supra se così piacerà al signor Iddio che gli presti vita et così sono convenuti et al tempo del finimento del tempo ut supra esso missier Pietro habbia ad integralmente haver satisfatto il sudetto puto di detto suo sallario etc. Sotto obligatione hinc inde de tutti li beni suoi76. ASTv, Notarile I Serie, notaio Pietro Costa, b. 1028, reg. 1605, c. 80r,v. Sulle caratteristiche di duttilità e sul marchio di fabbrica delle lame prodotte dalla famiglia Barcelloni di Belluno (spadai e poi notabili) e dai Ferrara, si evidenzia quanto segue. Secondo la testimonianaza di un discendente della famiglia Barcelloni, ivi, in particolare nella seconda metà del Cinquecento, venivano realizzate spade «decantate sotto il nome della lupa», che avevano la speciale caratteristica, per la loro elasticità, di poter essere arrotolate in un contenitore del diametro inferiore a 20 cm. Cfr. BARCELLONI-CORTE 1971, p. 15. Su tale particolare caratteristica delle lame prodotte da Andrea Ferrara (fratello di Giovanni Donato e zio di Pietro, n.d.A.) e sul marchio della «lupa» delle spade prodotte dai Barcelloni, cfr. PELLEGRINI 1875, pp. 43-44, 47; VENDRAMINI 1974, p. 278, nota n. 8. Pare comunque che il marchio della «lupa» fosse uno di quelli particolarmente usati dagli armaioli bellunesi per le lame più pregiate e specialmente era utilizzato da Andrea Ferrara nelle sue spade con l’elegantissimo fornimento «a tre vie», dal quale elaborò la gabbia del primo tipo della spada «schiavona»; dei cinque tipi di quest’arma, con le varianti delle relative gabbie, i primi tre furono forgiati a Belluno e gli ultimi due a Serravalle: - il primo tipo (seconda metà del Cinquecento), il meno elaborato, si evolve dalla spada denominata a «tre vie». Infatti, dai rami del massello che costituisce la traversa, escono i tre rami: il primo dal ramo di guardia, il secondo dal braccio di guardia, il terzo dall’archetto inferiore; tutti e tre vanno a congiungersi al braccio di parata. - il secondo tipo (inizi Seicento) ha più rami protettivi. - il terzo tipo (fine del primo quarto del Seicento) è di caratteristiche completamente nuove: dal massello inferiore si enuclea un complesso intreccio di rami, intersecati da due rami trasversali, uniti da ponticelli e, dall’archetto inferiore al superiore, si congiungono due ponti. - il quarto e il quinto tipo (Settecento) si differenziano dal precedente per l’aumento dei rami trasversali (da due a tre/quattro), e per la controguardia, anch’essa resa più fitta di rami uscenti a mo’ di raggiera dalla parte inferiore del massello, tanto da formare una vera e propria gabbia. I primi esemplari montavano il pomo di ferro di stile quadrotto, e dal terzo tipo in poi risulterà più 76
155
Quasi un anno dopo, il 21 giugno 1606, missier Cesare Bellavista (alias Giulio Cesare dalla Testa), cavalliero pretorio al presente in Serravalle, chiedeva a Pietro Ferrara di ridurre la durata dell’apprendistato del figlio a tre anni, prossimi venturi e di diminuire il salario a 12 ducati, ciò è ducati sei al mese di agosto prossimo venturo, et li altri sie in cavo di detti tre anni, [...] cassando l’altro scritto per avanti fatto tra le sudette parti. [...]77. nicolò Follin Francesco Ferrara continuò l’attività del padre Giovanni Donato Ferrara a Serravalle. Nei giorni 12, 14 e 18 luglio 1605, affrontò una vertenza con un apprendista, non più in forza nella sua fucina: - nel primo documento, redatto a Serravalle, alla fusina delli Ferrara, [...] missier Piero Ferara come maggior di casa, et fameglia sua da una e Nicolò Follin quondam Zanin dall’altra, a causa del sallario che esso Nicolò pretende conseguir d’anni cinque scorsi, che ha servito il predetto Ferrara, s’hanno compromesso et si compromittono in missier Zuane Bortholuzzi quondam ser Bernardo habitante in Serravalle [...] giudice, arbitro, comun amico et amichabil compositor, il qual habbi aldir le parti dalle sue rason, et pretension et, poi debbia far la sua [...] al Magistrato di Venetia in apellatione di ragion per deto fatto [...]. [...] presenti mistro Zane da Pont, et mistro Din de Colla testimoni etc. - nel secondo, rogato sempre a Serravalle, nel loco delle fosine, Pietro Ferrara e Nicolò Folin eleggevano arbitri e compositori, rispettivamente, mistro Iacometo spadaro e mistro Din de Cola da Serravalle, con autorità di derimere la questione. - nel terzo, redatto ancora a Serravalle, in luogo delle fusine, veniva letta e pubblicata dal notaio Pietro Costa, la sentenza dei due arbitri e compositori. Pietro Ferrara doveva versare a Nicolò Follin, suo garzon ducati sette all’anno et in rason di anno per i cinque anni che ha servito esso missier Piero che butano ducati trentacinque che fanno lire 217. Però con questa condition che per tutto comune il pomo in ottone detto a «testa di gatto». Nel particolare Andrea Ferrara e in generale gli spadai bellunesi copiarono, per i loro prodotti di pregio, il marchio della «lupa» dalle armi bianche prodotte nella città imperiale di Passau, centro che fin dal 1349 aveva ottenuto dall’arciduca Alberto tale segno di riconoscimento, e altrettanto avevano fatto gli spadai di Solingen, per sfruttare la fama della città concorrente. È peraltro da sottolineare che anche il marchio di Andrea Ferrara fu copiato in Germania per le lame destinate al mercato inglese. Cfr. G. ROTASSO, Le Schiavone bellunesi per la Repubblica di Venezia, http:// www.bellunopress.it/2009/08/16. Sull’argomento cfr. anche VELLO, TONIN 2017c, passim. 77 ASTv, Notarile I Serie, notaio Pietro Costa, b. 1028, reg. 1606, c. 72v.
156
hozi missier Piero, et Nicolò habbino far li suoi conti di dar, et haver, et restando esso Nicolò creditore esso missier Piero sia tenuto, et così sententiamo ch’l debba imediate pagar esso Nicolò et darli tutto quello che gli resterà. [...]78. SPeZIALI Titolari Ferrante da Gallipoli Già garzone a Conegliano dall’aromatario Antonio Monachini (15691570)79, il 13 dicembre 1571 Ferrante da Gallipoli speciaro, abitante a Ceneda, si univa in matrimonio con Leoncina de San Fior da Seravalle, vedova di Giuliano Moscon da Ceneda80. Alcuni mesi dopo, il 18 aprile 1572, con atto rogato nella Scuola di Santa Maria dei Battuti di Serravalle, domino Ferante de mistro Nuzzo da Gallipoli terra de Otrento al presente habitator in Cenetae per speciale, prendeva in affitto per la durata di un anno, da Andrea della Fontana, una casa in muratura con solaio, coperta con coppi posta a Serravalle, nella contrada della Fontana; il canone era stabilito in lire 33, pagabile in due semestralità81. Il giorno di San Giuseppe, 19 marzo 1578, Nicolò conte Cesana da Serravalle, ad affitto semplice renovando, concedeva da qui ad anni numero cinque prossimi venturi a missier Ferante de mistro Nuzzo da Gallipoli Terra d’Otrento al presente habitante qui in Seravalle [...] la bottega de speciaria di esso ser Nicolò con li vasi, et instrumenti in quella esistenti, et ad essa pertinenti, et con il terreno, et luocco esistente dietro ad essa botega. Risservandosi detto missier Nicolò la porta l’aldito, et la scalla, mentre gli lasciava tutte le robbe etc., come da inventario del 10 aprile 1572 [...]. Lo speziale si impegnava ad esercitare la sua attività nella detta bottega e pagare un affitto annuo di lire 70, e la locazione sarebbe decorsa dal 15 aprile successivo. Et oltra di ciò detto missier Ferante promise et si obligò dar a detto missier Nicolò per uso suo, et della sua famiglia tutte le medicine d’ogni sorte, che bisognassero per tutto il tempo della sudetta locatione per l’amontar de scudi doi all’anno senza pagamento alcuno, et non occorendo
ASTv, Notarile I Serie, notaio Pietro Costa, b. 1028, reg. 1605, cc. 84r-85r. TOMASI 2012, p. 150. 80 ACattVV, Libro dei matrimoni, Cattedrale di Ceneda 1566-1589, c. 19v. Con data 13 dicembre 1572 in TOMASI 2012 p. 150. 81 ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Ogniben, b. 1127, reg. 1571-1577, c. 11v. 78 79
157
usar dette medicine che non sii tenuto altramente a detti due scudi [...]82. Il 19 dicembre 1580, in casa del conte Nicolò Cesana, in apotecha aromatariae, Gregorio de Carli, cittadino di Serravalle, iniziando dal successivo primo febbraio, dava in locazione per tre anni a Ferrante da Gallipoli aromatario, al presente abitante in città, una casa in muratura, con solaio e coperta con coppi, posta nella Piazza di Serravalle, ad eccetto della farmacia, per un affitto annuo di 11 ducati, in rate semestrali. Si conveniva che il locatore fosse tenuto a far realizzare tellarolos in camera superiori de tella e, non facendo ciò, l’affitto sarebbe sceso a 10 ducati. Venne altresì stabilito che qualora fosse stato il caso di sistemare il tetto, Gregorio de Carli avrebbe fornito i coppi e Ferrante avrebbe provveduto all’opera [...]83. Quasi undici anni dopo il loro matrimonio Leoncina testava: In Christi Nomine amen, considerando madonna Lionzina filia quondam missier Gregorio Sanfior cittadino di Serravalle, et moier in secondo matrimonio de missier Ferante Sparimero (?) spiciaro in Serravalle niuna cosa esser più certa della morte et niuna più incerta dell’hora di quella, sana per la Iddio gratia della mente, et inteletto e benché aggravata d’una malattia corporal, et non volendo senza testamento et ordinatione dellj suoi beni et dell’anima sua mancar, ha fatto il presente testamento qual si dice senza scritti. Prima scaciati tutti dalla camera nella qual lei in letto iaceva, alla presentia de missier Giovanni Battista et missier Accursio Sanfior suoi parenti da lei a questo effetto lì chiamatj de suo ordine da ser Marc’Antonio Trombetta publico de questa terra di Serravalle ivi presente, interrogata per me nodaro infrascritto se la voleva che alcun altro fosse presente a questo suo testamento, et ultima ordinatione, rispose non voler che siano altrj presenti a detta ordinatione che li predetti missier Zuanne Battista et missier Accursio Sanfior, et ser Marc’Antonio Trombetta. Item interrogata se la voleva questo suo testamento et ultima volontà esser scritta literal, o vulgarmente rispose non curarsi purché sij scritto che ognuno intenda. Item interrogata se voleva lassar cosa al monte Santo de questa terra de Serravalle o a pie cause rispose che no. In prima lanima sua al creator suo humilmente raccomandando confidò, et ordinò che mancando lei di questa vitta il corpo suo dover esser sepolto nel cimiterio della pieve de Santo Andrea de Bigonzo nel monumento dellj quondam suo padre, et madre con le esequie che parerà alla bona [...] dell’infrascritto suo erede. Item lassò per ragion di legato a missier Lorenzo Sanfior suo fratello il credito qual ha contra ditto missier Lorenzo per il qual li paga stara 82 83
ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Ogniben, b. 1127, reg. 1577-1579, cc. 20v-21v. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Ogniben, b. 1127, reg. 1580, c. 92r,v.
158
quatro, et calvee doi formento all’anno con carico però di dar alla Scuola del nostro Signor missier Iesù Christo di questa terra de Serravalle ducati diese a lire 6 soldi 4 per ducato una volta solamente per l’anima sua et a domina Margarita fiolla di essa testatrice et moier de Zaneto84 quondam Pollo Varnier ducatj sei a lire 6 soldi 4 per ducato una volta solamente per l’anima sua. Item lassò alla predetta domina Margaritta un mochaiaro85 rovan vechio et una carpetta86 di panno zallo con una [...] negra da esser datj per l’infrascritto suo herede. Item lassò per ragion di legato a madonna Isabetta sua sorella et moier de missier Zaccharia di Rambaldi da Brugnera87 un paro di lenzuolj schietti de tella nuova de lin et camise quattro cioé doi nuove non coside et doi altre in sua ellettion et una carpetta de rassa turchina con quattro liste naranzine. Item lassò per ragion di legato a Christophora filia quondam missier Francesco Sanfior suo fratello una vesta de zambelloto88 paonazzo con le sue maneghe con un pezzo de zambelloto che avanzò de ditta vesta et quattro entemelle de tella de renso89 cioé doi grande, et doi piccole et un paro di manegeti90 lavoradi de ponto furlan. Nell’altrj veramente tutti suoi beni mobelj, et stabelj ragion et attioni universal suo herede instituisce, et esser volse il prefato missier Ferante suo diletto marido dellj quali possa disponer a suo beneplacito, con carico però di dar alla Betta fiola de mistro Antonio Caregoto habitante in questa terra di Serravalle lire vinticinque al tempo del suo maridar vivendo castamente, et morendo senza maritarsi sucieda l’altra fiola del ditto Caregotto cioé Mattia, et con carico di dar alla Zuana fiola de mistro Gotardo da Ponte lire vinticinque da esserli datte al tempo del suo maridar vivendo castamente, et morendo senza maritarsi succieda Cassandra di essa Zuana sorella da esserli dati ut supra. [...]. Testamento scritto, letto e pubblicato da me notaio Battista Peruchino 1l 16 ottobre 1582 [...]91. Zanuto nella sintesi dell’atto in TOMASI 2012, p. 150. Stoffa grossolana e ruvida, in origine in pelo di cammello o capra. Cfr. PIOVAN 2013, p. 315. 86 Veste femminile intera, spesso usata come “veste di sotto”; anche: gonna (indumento dalla vita in giù); coperta (tessile d’arredo domestico); vestina e/o copertina nel completo da battesimo. Cfr. ibidem, p. 311. 87 Isabetta sua figlia e il di lei marito Zaccaria Gambaldi da Bergamo nella sintesi dell’atto in TOMASI 2012, p. 150. 88 Tessuto di lana grosso, in origine di pelo di cammello, da cui il nome, misto a pelo di capra. Cfr. PIOVAN 2013, p. 319. 89 Tessuto di lino molto fine, il cui nome si deve al luogo di origine, Reims; usato per biancheria. Cfr. ibidem, p. 317. 90 Polsino, risvolto della manica in tessuto diverso, in genere più prezioso, il più delle volte staccabile; anche braccialetto in corrispondenza del giro manica. Cfr. ibidem, p. 315. 91 ASTv, Notarile I Serie, notaio Battista Perucchino, b. 1001, reg. 1575-1585, cc. 108r-109v. 84
85
159
Rimasto vedovo, Ferrante si risposò con Andreana, dalla quale ebbe (almeno) i seguenti figli, battezzati il: - 10 settembre 1585 Elisabetta Leoncina di Ferrante Spiciaro e di Andreana; - 22 ottobre1586 Giovanni Gaspare di Ferrante Speciaro e di Andreana92; - 14 agosto 1591 Leoncina Maria di Ferrante Spiciaro e di Andreana93. Il 2 giugno 1591 missier Piero Sicco da una et missier Ferrante speciaro dall’altra, et ricercorno il notaio Pietro Costa [...] non s’havendo essi potuto accordare in far la locatione della botega di detto missier Piero tenuta al presente per detto missier Ferrante, sono convenuti a questo modo, ciò è che detto missier Ferrante sia in libertà di provedersi di un’altra botega, et di suo dar, et consignar le chiavi di questa ad esso missier Piero, quando a lui pare, et piace et parimente ditto missier Piero sia in sua libertà di affitar la predetta sua botega, quando et a chi a lui parerà, et piacerà, ma che in questo mezo ditto missier Ferrante debba pagar a detto missier Piero d’affitto per detta botega in ragion de lire 21 de picioli comenzando dalli 3 mazo prossimo passato al anno et in rason de anno [...]94. Mathio Folador Il 20 luglio 1597, in Serravalle, nella speciaria dell’infrascritto missier Mathio, il notaio Pietro del fu Giuseppe Sicco95 abitante a Serravalle, rinnovando la locazione, concedeva in affitto, per la durata di anni sette, da iniziarsi il 10 marzo passato, a ser Greguol Folador et a missier Mathio Speciaro suo figliolo96, una
APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1585-1592, cc. 2, 35. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1588-1607, c. 96. 94 ASTv, Notarile I Serie, notaio Pietro Costa, b. 1027, reg. 1591-1595, cc. 12v-13r; TOMASI 2012, p. 150, con data 2 giugno 1590 (vedi ivi anche altre notizie su Ferrante da Gallipoli). 95 Il notaio Piero Sicco figliolo del quondam missier Iseppo, tra i legati disposti nel suo testamento, da lui stesso redatto l’11 luglio 1621, nella sua casa, in contrata Fontis Seravalli, lasciava alla chiesa [di] San Piero di Vinera l’antipetto de cuori d’oro per tal causa da me comprato con il scabello di nogaro. Cfr. ASTv. Notarile I Serie, notaio Francesco Ogniben, b. 1133 reg. 1622-1629, cc. 90r-91v. Nel codicillo, scritto sempre di sua mano il 3 giugno 1623, il notaio Pietro Sicco precisava le condizioni per l’ottenimento della sua casa: [...] Poi voglio, che la mia casa della Fontana, nella quale al presente jo abito sia, et esser debba doppo la morte di madonna Caterina Fabri mia nezza, et herede, et del signor Ottavio suo maritto sia libera di Piero suo figliolo, et heredi suoi, con questa però espressa conditione, che lui si debba chiamar, et sotto scriversi per tutto dove farà bisogno a questo modo cioè Piero Sicco de Fabri. Altramente facendo, voglio che sia priva di essa casa, tenendo nel resto fermo quanto in esso mio testamento si contiene. [...] . Cfr. ibidem, c. 95r,v. 96 Il 15 settembre 1603, in Serravalle, nel borgo di Santa Giustina, in casa degli infrascritti dal Fol, veniva stipulata la promessa di matrimonio con la quale madonna Andriana relicta quondam missier Greguol dal Fol, et missier Mathio, et Andrea suoi figlioli dichiaravano che Caterina, rispetti92
93
160
bottega posta sulla Piazza di Serravalle, presso la Loggia comunale97. Il prezzo della locazione venne stabilito in annui scudi quattro d’argento venetiani, videlicet lire 28 soldi -, da pagarsi la festività di Sant’Andrea, iniziando dalla prossima ricorrenza, et anco darli l’ingiostro che per suo uso li farà bisogno98. Alla fine della durata della locazione gli affittuari dovevano rellassarli liberamente detta sua bottega con doi serrature sopra la porta con le sue chiave, et anco con la banca che tiene al presente davanti essa bottega, nè possino dimandar pagamento de miglioramenti di sorte alcuna fatti o che faccessero in essa bottega, ma che quelli cedino a beneficio di detto patron che così convennero [...]. Presenti ser Iseppo Zuchato, et ser Greguol Durigel testimoni rogadi. Laus Deo etc.99. Nella bottega dell’aromatario si vendevano, oltre alle medicine preparate, olio, cere, spezie, inchiostro (come si è visto), etc., ed anche carta; infatti il 2 luglio 1603 il Minor Consiglio deliberava che sii fato una boletta al Stampatore [Marco Claserio] del Statuto per suo resto sopra la colta 2da dell’occorentie di lire 14 soldi 18 e una sopra detta colta a missier Mattio dal Fol speciaro per carta data per il stampator del Statuto lire 4 soldi 10100.
vamente figlia e sorella, si unirà in matrimonio con Tomaso, figlio di mistro Francesco de Fadalto muraro. La dote ammonterà a ducati 350. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Nicolò Tomasi, b. 1860, reg. 1602-1605, c. 28r. Gregorio Folador si sposò con Andreana e battezzò: - il 26 novembre 1579 Caterina Ottavia di mistro Greguol Folador e di Andreana. Presente Pico Cimador. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1578-1585, c. 18. - il 12 marzo 1582 Giovanni Giacomo di mistro Gregorio Folador e di Andreana. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1578-1585, c. 54. - il 27 agosto 1587 Giovanna Elisabetta di ser Griguol Folador e di Andreana. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1585-1592, c. 54. Se è lei, Giovanna del quondam ser Gergollino Folador si sposerà il 13 giugno 1605 con Domenico del quondam Andreotto da Borca de Cadore, nella chiesa San Giovanni Battista. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1588-1607, c. 227. Matteo Folador si sposò con Caterina e battezzò: - il 27 agosto 1595 Antonia Elisabetta di missier Mattio Folador spiciaro e di Caterina. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1595-1605, c. 12. - l’8 agosto 1597 Andreana Cecilia di missier Mathjo Folador spiciaro e di Caterina. Cfr. ibidem, c. 54. 97 Si tratta con ogni probabilità della bottega precedentemente affittata a Ferrante da Gallipoli. 98 La fornitura di inchiostro era per l’attività notarile esercitata da Pietro Sicco, professione non dichiarata nell’atto. 99 ASTv, Notarile I Serie, notaio Nicolò Tomasi, b. 1860, reg. 1595-1600, c. 10v. 100 ASVV, Serravalle, Serie 3, 103 Libro delle Parti del Maggior e Minor Consiglio 1601-1606, c. 57v.
161
Il 7 dicembre 1605, in Serravalle, in contrada di Calcada, in domo inferiori de Vineria di pre Francesco Siccus, cittadino di Serravalle, questi vendeva a Matteo a Fullo arromathario Serravallj e al fratello Andrea, unam cameram vocattam la stuetta positam in domo dictj Reverendi super plathea publica super arromatharia possessa ad afictum per dictum dominum Matheum, domus predicta cui totte domui hii dicuntur esse confines, ab uno latere campanile, et Lodia (Lobia) comunis, ab altero via Plathee, ab alio contratta de Plaio, et a quarto domini Maffei, et nepotum Zucatj, et volens dictus dominus Matheus uti illa camera debeat construere unam scalam in dicta apothecha. Il prezzo stabilito fu di lire 310, delle quali lire 150 in contanti, lire 60 defalcate dal debito del sacerdote per rebus arromatharie, lire 100 già date in precedenza. Inoltre Matteo pattuì con il venditore che, se francando cum exbursacione delle dette lire 310 e spese dell’atto, e non tenendo ad affitto l’apotecha predetta, riconoscerà a Pietro Sicco, fratello del sacerdote, la restituzione della camera e Matteo otterrà il rimborso del prezzo pagato; l’operazione dovrà essere preavvisata al venditore un mese prima101. Il 3 luglio 1606, in Serravalle, in contrada della Fontana, si stilava un atto in cui era premesso che il 3 maggio 1591 Pietro Sicco quondam domino Iseppo cittadin, et nodaro di Serravalle, aveva acquistato dal defunto pre Francesco e da Alessandro, suoi fratelli, una loro bottega posta sopra la Piazza nella casa d’essi venditori confina a mattina via publica over Piazza publica a mezo dì, et sera detti venditori et a monte la Loza de commun salvis. Il prezzo stabilito fu di lire 300, come consta nell’atto rogato dal notaio Pietro Costa. Successivamente Pietro Sicco, il 25 aprile 1597, aggionse ad esso precio per agomento altre lire settanta come consta instrumento de mano de domino Bevegnù Mazzer nodaro. Nel primo atto (3 maggio 1591) era stato previsto che la bottega potesse essere recuperata in qualunque tempo dalla parte venditrice. Poichè detta bottega è toccata in parte a madonna Thimothea figlia del detto quondam domino Allexandro nelle divisioni seguite tra lei, et sue sorelle scritte per domino Alvise Cittolin nodaro, e la predetta Timotea ha tolto obbligo di francar detti capitali con le spese delli instromenti, et volendo ciò hora esequire però antedetto domino Piero per sè, et heredi dà, ciede, et rinontia ogni, et cadauna ragione che egli in virtù di detti doi instromenti ha, et haver può sopra la predetta bottega, in favore di mons. Giovanni Maria Cecolla honorato piovan di Serravalle presente, et per nome della predetta madonna Thimothea sua nezza stipulante [...]. Pertanto, seduta stante, il sacerdote consegnava a Pietro Sicco lire 370, per li predetti doi capitali et lire sette soldi quattro per spese delli detti instromenti [...]102. 101 102
ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Laurenti, b. 1408, reg. 1605, cc. 34v-35v. ASTv, Notarile I Serie, notaio Nicolò Tomasi, b. 1860, reg. 1606-1610, c. 18r,v.
162
L’ultimo giorno di febbraio 1608, nella pubblica Piazza di Serravalle, nella bottega infrascritta, missier Mathio dal Fol speciaro all’insegna della Madonna, prendeva in affitto, per cinque anni, iniziando da domani, dal reverendo don Giammaria Cicholla pievano di questa terra, la sua bothegha al presente per detto missier Mathio come inqujlino possessa posta nella casa della sua habitatione di questa terra nella Piazza in mediate di sotto la Loza publica et alli muri de essa Loza confinante et verso la strada publica et anco la camera, o stueta posta sopra essa bothegha. Il canone annuale fu stabilito in lire 58, con il patto che durante la locazione, volendo [il pievano Cicholla] detta bothegha et stueta per sè o per casa sua, esso Reverendo possi quella havere avisando però detto missier Mathio mesi quatro avantj103. L’immobile è tuttola individuabile a Serravalle, a sud della torre del Museo del Cenedese, al civico n. 27. Nel 1612 Mathio Folador veniva eletto Massaro della Scuola di Santa Maria dei Battuti di Serravalle104. nicolò Bocchi In Christi nomine amen. L’anno della nostra Redentione mille settecento, e quindeci, indizione 8a, il giorno primo di febraro. In Serravalle, nella casa de gli infrascritti eccellentissimi signori Folli. Presenti gli infrascritti testimonij. Dove l’eccellentissimo signor Giovanni Battista quondam signor Mattio Folli di questa Città, facendo tanto per nome proprio, quanto dell’eccellentissimo signor dottor Carlo Folli suo fratello, per il quale etc., dà, vende, et aliena al signor Nicolò figliolo del signor Francesco Bocchi della città di Adria qui presente, et accettante tutto il Negotio della Specieria d’essi eccellentissimi signori fratelli Folli, comprendente tutti i medicamenti, cere effetti venali della Specieria, vasi, rami, bronzi, banchi, armari, et ogni, et qualonque cosa così venale, e di negotio vendibile, come di uso della detta Specieria alle parti ben nota, et dalle stesse vista, tra di esse descritta, et apprecciata, et ciò tutto per il prezzo, et convenuto mercato di lire mille et settecento, che corrono in questo modo, cioè ducati cento, et cinquanta devono essere sborsati senza maggiori dilationi, anzi si sborsano effettivamente in parte, et si devono sborsare quanto prima, come qui sotto si dirà. Et il rimanente per arrivare dalli ducati cento, et cinquanta predetti alle intiere lire mille, et settecento, dovrà essere sborsato da esso signor Nicolò compratore alli predetti eccellentissimi Folli venditori in rate in ragione di ducati venticinque all’anno in effettivi contanti. A conto delli quali ducati cento, 103 104
ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Laurenti, b. 1409, reg. 1608, c. 6r,v. ASVV, Serravalle, Serie 25, Scuola di Santa Maria dei Battuti, b. 637, Officii 1555-1653, c. 231v.
163
e cinquanta predetti, presentemente esso signor Nicolò sborsa, et conta, et ha effettivamente sborsato, et contato al predetto eccellentissimo signor dottor Giovanni Battista presente, et a sè trahente ducati nonanta da lire sei, et soldi quatro per ducato in tante buone monete d’oro, e d’argento correnti, et usuali comprese però lire cento e trenta sette, et soldi deci otto de quali afiora credito vedendo io nodaro, et li testimonij infrascritti, et altri ducati cinquanta pure da lire sei, et soldi quattro per ducato promette esso signor Nicolò di far esborsare entro la settimana prossima ventura col mezo dell’eccellentissimo signor domino Francesco Noale, et ducati dieci da lire sei, et soldi quattro per ducato s’obliga di contare egli alli medesimi eccellentissimi Folli nel termine di mesi due prossimi venturi, che in tutti questi esborsi fanno li ducati cento, et cinquanta sudetti. Dovendo poi ogn’anno principiando il giorno d’hoggi essere sborsate puntualmente le rate delli ducati venticinque da lire sei, et soldi quattro per ducato sudette insino all’intiero pagamento delle lire mille, et settecento come sopra, con dichiaratione, et patto espresso, che mancando esso signor Nicolò di puntualmente, et effettivamente sodisfare le rate sudette, possano gli eccellentissimi signori Folli nel diffetto di ciascuna rata far il loro pagamento di tutto il restante loro credito sopra tanti rami, e bronzi del Negocio sudetto, et altri effetti dello stesso Negocio a loro elettione. Restando sempre specialmente hipotecati, impegnati, et obligati per ciò tutti et cadauni effetti dello stesso Negocio, così che in caso di mancanza di pagamento s’intendano sempre non venduti, et obligando in oltre esso signor Nicolò tutti i suoi beni presenti, et venturi, in elettione sempre de detti eccellentissimi signori Folli, in modo che la generalità non derroghi alla specialità, nè la specialità alla generalità. Convenendo in oltre le parti, che li detti signori eccellentissimi Folli concedono al signor Bocchi il sito, in cui di presente è la Specieria, per mesi quattro, et più, et senza obligo di pagamento d’affitto. Che così le parti convennero, et stipularono etc. Presenti il nobile signor Michiel quondam nobile signor Girolamo Marchi, et il signor Francesco figlio del signor Andrea Borsoi, ambi di questa Citta, testimoni rogati etc105. Il trasferimento di Nicolò Bocchi da Adria a Serravalle era dovuto al suo prossimo matrimonio con una componente della nobile famiglia Giustiniani di Serravalle. Infatti il 9 febbraio 1715 veniva redatta la promessa di matrimonio tra la nobile signora Doralice figlia del nobile signor Cesare Giustiniani di questa Città [e della nobile Ottavia], et il signor Nicolò figliuolo del signor Francesco Bocchi 105
ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Battista Ciriani, b. 2485, reg. 1715, cc. n.n.
164
della città di Adria hor commorante in questa Città. La data dello sposalizio era prevista entro l’anno seguente, nel qual tempo possano dalla signora sposa, et signori suoi padre, [e madre] esser preparati li mobili della dote. La qual dote consisterà nelli mobili, ch’essa nobile signora Doralice si troverà havere, da essere descritti colla sua stima, e prezzo al tempo del matrimonio, et in oltre ducati cinquanta da lire sei, et soldi quattro per ducato in effettivi dinari sono stati contati nelli giorni passati dall’eccellentissimo signor dottor domino Giovanni Francesco Noale zio materno della signora sposa sborsati, et numerati per conto, et nome della medesima al detto signor Nicolò, così confessante, da lui dati agli eccellentissimi signori dottori Giovanni Battista, et Carlo fratelli Folli a conto della compra da lui fatta dalli medesimi del loro negocio della Specieria. [...]. Presenti l’eccellentissimo signor dottor Giovanni Battista Folli, et il signor Francesco figliuolo del signor Andrea Borsoi di questa Città, testimoni rogati etc.106 Apprendisti Lucio Laurenti Il dì 10 aprile 1572 In Serravalle nella spicieria del quondam missier Zuane de Carli presenti missier Honofrio Citolino, et ser Aloysi quondam ser Toldo Constantino hosto habitanti in Serravalle testimonii pregadi. Si dechiara per il presente scritto, che essendo convenuti missier Piero figliol quondam missier Zuane Antonio di Laurenti de Serravalle da una parte, et ser Bortholomio da Fondra spiciaro da Treviso al presente habitante in Serravalle da l’altra a questo modo, che pretendendo, detto missier Piero che Lucio suo figliolo naturale impari l’arte sì del Spiciaro, come del componer medicine
Ibidem Alla fine dell’atto il notaio registrò che il 23 settembre 1716, oltre un anno e mezzo dopo, Cesare Giustiniani e Nicolò Bocchi presentarono al notaio la minuta de mobili dati in dote dal detto nobile signor Cesare al detto signor Nicolò marito della signora Doralice figlia d’esso nobile signor Cesare in ordine allo scritto nuttiale ne’ gl’atti miei de dì nuove febraro mille settecento, e quindeci, stimati essi mobili come dissero le parti, col mezzo di donna Paolina moglie relitta del quondam Girolamo Meneghin concordemente eletta, ascendenti al valore come in essa minuta di lire mille duecento, e settanta; assicurando esso signor Nicolò li medesimi sopra li suoi beni presenti, e venturi giusto il detto scritto etc., et per sè, et heredi etc. Presenti missier Antonio quondam Zuanne dei Mori da Costa, et missier Antonio quondam Andrea Pasin da Sanfior di questo Territorio, testimoni pregati etc. Cfr. ibidem. 106
165
et altri rimedii salubri, quali si suoleno fare, et tenere in una spicieria ordinaria, perciò detto missier Piero gli dà et concede detto Lucio a esso ser Bortholomio per imparare, et in tale arte exsercitarsi con lui per anni cinque prossimi futuri senza mercede alcuna; ma detto missier Piero si obliga dar del suo a esso spiciaro in rason de anno per tre anni continui per causa de alimenti di esso Lucio, stara sei de formento et conzi vinti de vin boido alla misura di Serravalle condutto a casa di esso spiciaro, et più oltre ducati quatro in contadi a lire 6 soldi 4 per ducato similmente in rason de anno, et ancora per esso tempo di essi tre anni vestir, et calzar esso Lucio; i quali tre anni finidi che esso spiciaro sii poi lui obligato farli le spese del suo, et esso missier Piero padre vestirlo, senza reffection alcuna da esser fatta per una d’esse parte a l’altra, et questo acciò habbi causa di insegnarli et bene instruerlo in essa arte et più oltra fargli buona compagnia, et non il bater acciò non habbi causa legitima di partirsi da lui, et ch’l debba pascerlo anco di quelle vivande, che esso spiciaro si cibarà, et ch’l possa anco far colatione, o vero marendare, havendo fame, quando gli parerà, et havrà de bisogno, come ricerca alli gioveni di sua etade, et questo acciò habbi anco causa di star con lui, perché detto Lutio lì presente ha promesso per tali cinque anni per ogni suo potere procurerà il bene et utile di esso ser Bortholamio in essa spicieria et fidelmente con ogni suo studio farà, et procurerà che gli beni di esso ser Bortholamio quali alle sue mani perveniranno gli custodirà, et salvarà, et che per causa sua non havrà, né patirà danno alcuno, et mancho consentirà. Et in essa spicieria starà, et di quella non si partirà senza sua licentia, et per suo potere si exercieterà in essa arte, acciò di quella si faccia participe, et questo perché ditto ser Bortholamio spiciaro promesse al ditto missier Piero padre di esso Lucio li presente che gli insegnerà et instraderà esso Lucio in essa arte di Specieria, et di medicine come di soprascritto e detto, le quale tutte et cadaune cose esse parti promissiero insieme cioè una e l’altra per solenne stipulatione tra esse parte interveniente, le presente cose haver ferme et rate, et non contrafar o ver [contra] venir per alcuna rason o ver cause de rason overo de fatto, sotto qual obligatione di tutti li beni d’una, et l’altra parte informa etc.107. Iacomo Comelego Adì 9 febraro 1629. In Serravalle in casa dell’eccellentissimo signor Nicolò Santo Fior si dichiara per la presente scrittura, come il signor Zambatista Sanfior promette, et
ASTv, Notarile I Serie, notaio Accursio Sanfior, b. 1045, reg. 1572-1573, c. 3r,v. I Fondra (dal Seicento anche Sfondra) erano una famiglia di farmacisti, originaria dall’omonimo piccolo centro, nelle Bergamasche, poi (almeno un ramo) trasferitasi a Treviso. 107
166
s’obliga di insegnare la profession del Speciale con quella diligenza, et amore che si deve a Iacomo fiol di domino Nicolò Comelego per anni cinque prossimi venturi, et questo per ché detto domino Nicolò suo padre ha promesso, et s’ha obligato dare a detto signor Zambatta ducatti cento nelli predetti anni cinque, ciò é li primi doi anni ducati trenta all’anno, et il rimanente nelli tre anni sussequenti un terzo all’anno, et più esso signor Zambatista si ha obligato di fare le spese convenienti, e legittime al predetto Iacomo, et questo detto domino Nicolò ha promesso che detto Iacomo farà il suo debito, et si puntarà da buon figliuolo, le quali cose una parte et l’altra hanno promesso di osservar sotto obligatione di tutti li suoi beni presenti, et venturi etc. Io Francesco Cuchetti nodaro così ricercato dalle sudette parti ho fatto il presente scritto, et in fede mi son sottoscritto Io Giovanni Battista San Fior afermo come sopra Io Iacomo fiol di missier Nicolò Comelego per nome di mio padre et mio io afermo come di sopra108. Iseppo Marsoni Nel nome del Signor Iddio amen. L’anno della sua Natività 1648 indizione prima il dì 31 agosto, in Serravalle nel studio del spettabile signor Valerio Scarpis, presenti esso signor Valerio, et il signor Pietro quondam signor Anzolo Callegari da Venetia testimonii rogadi etc. Dove con la presente scrittura sono accordati l’illustre signor Titiano Ropelli spetiaro in Venetia all’insegna del Pavon da una, et la signora Isabetta relicta quondam domino Francesco Marsoni, et figliuola del quondam missier Zuanne da Ponte di questa Terra dall’altra; che detto signor Ropelli debba tenire in casa sua, et a sue spese missier Iseppo figliuolo della sudetta signora Isabetta, et insegnarli la professione di Spetiaro per anni sei, cominciati li 15 luglio 1647, et essa signora Isabetta promette, et si obliga di darli con effetto lire 30 all’anno videlicet lire 30, per anni cinque solamente in contadi, et di darli in oltre finiti li anni sei altre lire cinquecento videlicet lire 500 de picoli, che così sono convenuti et mancando possa detto signor Rupelli far pagamento del suo credito nella casa di ragione di essa signora Isabetta posta nella Contrada di Piai di questa Terra, tenuta ad affitto per missier Francesco Spadaro a tutte spese, danni, et interessi della medesima debitrice, così per le annate sudette, come per le altre lire 500 sopradette promettendo le parti predette l’osservanza delle cose predette sotto obligatione di tutti li loro beni presenti, et venturi, et in caso, che detto missier Iseppo partisse di casa di esso signor Titiano senza legitima causa, dentro il 108
ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2229, reg. 1627-1629, c. 56r.
167
termine sopradetto sij non di meno essa signora Isabetta tenuta, et obligata al pagamento del tutto, et così convenero. Confessando detto signor Titiano haver ricevuto dalla sudetta signora Isabetta lire trenta, de picoli per il primo anno, dovendo essa signora Isabetta vestire il detto missier Iseppo suo figliuolo109. Michel Fauro Nel nome di Christo, et così sia l’anno della Natività del medesimo 1656, indizione 9a, li 16 settembre, in Serravalle. Dove madonna Maria Rossoni relicta quondam mistro Giacomo Fauro habitante in questa Città, ha assegnato Michel suo figliolo per impa[ra]re la professione di Speciale, al signor Iseppo Manzoni Speciale il qual ha promesso, et promette usar ogni diligenza per insegnare al detto figliolo la sudetta sua professione con ogni realtà, et di più spesare detto putto per il corso di anni cinque qual doverà durar la presente conventione, et all’inconto essa domina Maria promette dare al detto signor Iseppo per anni tre lire cinquanta all’anno in due rate, una nel principar ad insegnarli, et l’altra da Pasqua, et così successive di anno in anno per detti anni tre, et li altri due rimasti, sij obligato esso signor Iseppo spesarlo senza alcun premio, promettendo essa domina Maria di più, se detto figliolo fuggisse, senza causa legitima, o facesse qual mancamento di risarcire detto signor Iseppo di quello patisse, o potesse patire per tal fugga, o mancamento, et così dette parti sono convenute, promettendo esse l’osservanza delle prefate cose sotto obligatione de loro beni presenti, et venturi in forma. Et essa domina Maria sia obligata per detti anni cinque vestire esso figliolo condecentemente, et tenirlo mondo, et neto come si conviene. [...].110. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2232, reg. 1648, c. 46r,v. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaspare Pollini, b. 1962, reg. 1656, c. 38r. Si ritiene di presentare, ancorché non attinente al mestire di Speciale, un contratto di apprendistato stipulato a Ceneda, relativo all’insegnamento de l’arte di Barbiere, et Chierugia: Die 14 novembris 1623 inditione [6a]. Nel nome di nostro Signor Iesu Christo. In Ceneda nella botega di mistro Marchiò Orlandi. Dove sonno convenuti il detto mistro Marchiò da una, et ser Peregrin Tochetto dall’altra che esso mistro Marchiò debba, et per la presente publica scritura s’obliga, et promette al detto ser Peregrin d’insegnar per anni quattro continui a Giorgio suo figliolo l’arte di Barbiere, et Chierugia, con questo che detto ser Peregrin sij tenuto, si come anch’egli per la presente promette et s’obliga di dar, et pagar al detto mistro Marchiò ducati cinque all’anno durante il presente accordo, et far sì che detto Zorzi suo figliolo anderà alla Botega di esso mistro Marchiò et li presterà la debita obedienza così in botega come nell’andar seco fuori a veder, et aiutar a medicar dove farà bisogno, et in oltro che li darà, et responderà tutto il guadagno che farà in detto tempo così in botega come fuori, tanto in Barbesar come in medicare, dovendo anco esso Zorzi andare a mangiare, et dormire a spese, 109 110
168
TeSSARI Apprendisti Bastian Cargnel 1599 Adì 2 genaro in Serravalle Sono convenuti mistro Zuanne fiol de mistro Christofol de Zanco tessaro in Serravalle111 et ser Battista de Corte de Cadore di ricever esso mistro Zuanne et alla casa di detto suo padre; et così esse parti convenero et reciprocamente si promisero l’un l’altro con solenne stipulatione d’attender et osservar le cose promesse sotto obligatione di tutti li loro beni respettive presenti et futuri. Presenti il signor Titiano Sarcinelli et ser Angelo de Zampiero testimoni noti, chiamati et pregadi. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Battista Arnosti, b. 1277, reg. 1623-1624, c. 25r. 111 Si presentano alcuni documenti riguardanti la famiglia di questo tessitore, probabilmente dello stesso ceppo dei Cargnel (vedi sotto): - In Christi nomine Amen. Domina Zuana figlia quondam ser Tiberio de Alessi da Ceneda, et moglie di mistro Christofolo de Zanchi Tessaro da Ceneda hora habitante in Serravalle, sana per l’Iddio gratia della mente, et intelletto, ma inferma del corpo sapendo la vita dell’huomo esser fragile, et caduca, et non esser cosa alcuna più certa della morte, né più incerta dell’hora et punto d’essa morte, non volendo mancar abintestato, ma volendo disponere, delle cose sue, per il presente nuncupativo suo testamento di mano di me infrascritto nodaro in questo modo procurò di fare, havendo prima ottenuta licentia dal clarissimo signor podestà come negli atti di me nodaro, onde primariamente licentiati tutti di camera, dove essa testatrice giaceva in letto insieme con il predetto mistro Toffolo suo marito similmente infermo, interrogata se voleva alcun presente alla presente sua ordinatione, et ultimo testamento, rispose voler che fosse mistro Zuane suo figliolo insieme con il detto suo diletto marito, et presente anco Pellegrin Collogna Official. Item interrogata se voleva che il presente suo ultimo testamento fosse scritto litteralmente, o vulgarmente, rispose vulgarmente per maggior intelligentia d’ogn’uno. Onde poi raccomandando l’anima sua all’Onnipotente Dio, et alla Beata sempre Vergine Maria con tutta la corte del Cielo, cassando prima, et annullando il testamento da lei fatto, come disse, per avanti di mano di missier Pietro Costa nodaro di Serravalle volendo che quello sia nullo, et di niun valore, come se non fosse fatto, comandò, et ordinò de consenso del predetto suo marito che quando piacerà a sua Divina Maestà, che l’anima sua si separi dal corpo esso suo corpo sia sepellito, se si ritroverà in Serravalle alla Pieve di Santo Andrea dove parerà a detto suo marito, et se morisse in Ceneda, sia sepolta alla chiesa Catedrale, dove son stati sepolti li altri suoi morti, et che li sian fatte per detto suo marito le debite essequie, et funerali, come a lui meglio parerà. Poi volse, et ordinò, che il predetto mistro Toffolo suo predetto marito sia patron, et usufruttuario di tutti li suoi beni dotali, et d’ogni sorte, ragioni, et attioni a lei spettanti fino che piacerà a sua Divina Maestà di conservarlo in vita, et che da suoi figlioli non possi per ciò esser molestato in conto alcuno, et di poi la morte di detto suo marito comandò, volse, et ordinò che de tutti li beni, che si ritroveranno sia cavata fuori prima la sua dote, secondo l’instrumento suo fatto di mano del quondam missier Francesco Privitelio nodaro di Ceneda, et di poi sia cavata fuori quella di domina Lucia sua nuora, et moglie del predetto mistro Zuane suo figliolo et se non fossero tanti beni, volse, et ordinò, che possi, et debba levar il supplemento, che li mancasse di detta
169
sua dote sopra quella di essa testatrice per molte ragioni, et specialmente perché disse della dote di detta domina Lucia esserne stata spesa molta in beneficio di casa. Item che detto mistro Zuane suo figliolo debba cavar fuori avanti per l’amontar de lire 200 che lui hebbe di legato dalla moglie di mistro Lazaro Cadorin scosse da detto mistro Toffolo suo marito, et spese in beneficio di casa. Item lasciò per ragion di legato a mistro Piero suo figliolo un teller, doi petteni da tovaglioli, et uno da mantilli d’esserli dati, et consignati per detto suo marito. Item lasciò per ragion di legato a Christofola figliola del detto mistro Zuane un teller con cinque petteni d’esserli desegnati per detto suo marito. Volendo che del resto di detta sua dote li predetti suoi figlioli siano heredi suoi universali per egual portione. Et questa disse esser la sua ultima volontà, et ultimo testamento, il qual volse che valesse per ragion di testamento, et se per ragion di testamento non valesse, volse che vaglia per ragion di codicillo, et se per ragion di codicillo non valesse, volse, che vaglia per ragion di donatione per causa di morte, et se per ragion di donatione per causa di morte non valesse, volse che vaglia per amor di Dio, et per altra qual si voglia causa, per la qual meglio valer, et tener potesse a Laude di Dio. Ordinato fu il sopradetto testamento per la predetta domina Zuana testatrice, qual giaceva in letto nella camera davanti della casa della sua habitatione posta in la contrada di Calcada di Serravalle scritto, letto et publicato fu per me Piero Sicco nodaro pubblico di Serravalle, così detta testatrice comandò, et affirmando de parte in parte. Correndo gli anni di nostro Signore 1601 ind.ne XIIIJ, dì veramente 20 del mese di zugno. Presenti ser Andrea Collogna, et Pellegrin suo figliolo Officiali, Bortholomio figlio quondam Mattio de Bastanzo da Ceneda habitante in Serravalle, Bortolin figlio quondam Fiorian delle Bortoline, Piero quondam Greguol da Villa habitante in San Martin, et Zamaria quondam Mattio de Viecer da Colle testimoni rogadi etc. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Pietro Sicco, b. 1358, reg. 1600-1605, cc. 11r-12v. - Con la morte dei genitori nacquero differenze tra i due figli ed eredi, Zuane e Pietro, e il 29 gennaio 1602, in Serravalle, in casa del notaio Francesco Ogniben, veniva rogato il seguente atto, alla presenza dei testimoni mistro Pasqualino Panza [ciroico], et Petro Molendinario. Ibique vertendo molte differenze tra mistro Piero quondam mistro Toffol de Zanchi da Ceneda hora habitante in questa terra di Seravalle da una, dimandando a mistro Zuane suo fratello come herede della quondam domina Zuana loro madre la legitima, che li aspetta, et anco molte altre sue pretensioni de diverse sorti, le quali tutte pretensioni sonno sta dette a bocca per esso mistro Piero alla presentia dell’eccellente dottor ser Baldo de Tiera, a me infrascritto nodaro, le quali nel presente non se esprimono per esser molte, et mistro Zuane predetto ancor egli defendendosi a molte pretensioni esposte per detto mistro Piero dicendo non esser tenuto, et esponendo ancor lui certi suoi gravami, et pretensioni, et specialmente sopra l’heredità paterna, qual dice haver repudiata, come nelli atti di missier Alessio de Tiera nodaro disse apparer, et al fine per interposition di detto eccellente signor dottor Tiera et me infrascritto nodaro sono li predetti fratelli devenuti all’infrascritto instromento de patto, transation et accordo, cioé che detto mistro Zuane debba dar a mistro Piero suo fratello il legato a lui fatto da detta quondam domina Zuana sua madre, cioè tellaro, et peteni (Pietro esercitava l’attività di tessitore, n.d.A.) come in esso suo testamento et per ogni et qualonque altra sua pretentione, che quovis modo, et quacumque de causa [...] potesse haver contra esso mistro Zuane tanto rispetto alla sua persona quanto, come rapresentante qualonque altro esser se voglia, lire vintiquatro soldi sedese videlicet lire 24 soldi 16 a questo modo videlicet lire 8 al presente, et altre lire 12 soldi 8 (il totale delle due rate non corrisponde a quanto vantava Pietro, n.d.A.) dalla festa di Pasqua prossima ventura facendoli fin e quitatio di cosa alcuna al detto mistro Zuane posi dimandare per ogni et cadauna pretension, et rason, et attion [...]. Cfr. ASTv, Notarile
170
I Serie, notaio Francesco Ogniben, b. 1131, reg. 1602-1603, c. 15r. - Il 26 novembre 1585 mistro Piero figlio de mistro Christofforo de Zanchi sposò Mattia figlia de mistro Valentin Muraro in casa con licenzia del Superiore [...]. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1585-1592, c. 10. - Il 7 agosto 1594 Lucia, figlia de mistro Christofforo de Zanchi tesaro, sposò nella Pieve di Sant’Andrea, Giovanni Battista, figlio del fu Pietro del Clero da Vigo [di Cadore]. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1588-1607, c. 140. La sposa era già in cinta poiché il 21 dicembre 1594 fu battizatto un putto figlio de mistro Zambatista del quondam Piero del Clero de Vigo di Cadore et domina Lucia sua moglie, per nome Piero, et Tomjo fu compadre mistro Antonjo Marson, [e] il signor Zambatista Pirocchin. Cfr. ibidem, c. 148. - Almeno per un certo periodo Zuane andò ad abitare a Ceneda, come si evince (se è lui) dall’atto di battesimo dell’11 ottobre 1586: Fu battezata una puta de mistro Zuane Cargnello da Ceneda, et de domina Lucia sua moglie per nome Cristofola et Eugenia, fu compadre mistro Pelegrin da Borsoj; testimone mistro Iacometto [de Zanco] Spadaro da Sacil. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, 1585-1588, c. 33. - Mistro Zuane del quondam mistro Toffol de Zancho tessaro da telle in Seravalle sano della mente etc. Considerando, che siamo mortali et che non sapiamo l’hora d’essa et desiderando far il suo testamento acciò domina Lucia sua castissima moglie habbi da viver quel pocco di tempo che li avanza in quete, et che da suoi fioli non possi esser molestada nei beni di esso testador. In primis raccomanda a nostro signor Dio l’anima sua, dicendo di voler esser sepolto al cimiterio de missier Santo Andrea de Serravalle apresso suo padre con quelle esequie e funerali che parerà alla sua castissima consorte, alla qual caramente racomanda li suoi fioli. Li quali instituisce suoi heredi de tutti li suoi beni, con condition che sia data tanta dota alla Toffola sua fia quanta ha havuta Zanetta sorella d’essa Toffola, et le sue masseritie, che li ha lasciato sua nona. Ordinando che detta Lucia sua amada et cara moglie sia dona madona et usufrutuaria di tutti li suoi beni, et ragioni fin viverà, non potendo inconto alcuno esser molestata de soi beni né dovendo esser astretta a render conto ad alcuno, né far inventario perché conosce che governerà li suoi fioli et la casa come se deve, volendo chel presente vaglia per testamento et se per testamento non vaglia etc. in forma. Fu scritto letto et publicato il presente testamento d’ordine di detto testator in leto iacente in la casa de sua habitatione in contrada de Calcada de Serravalle l’anno 1613 indizione XI il dì de marti 29 del mese di genaro. Presenti Valentin Darsié, Marco Balarin quondam Piero Antonio, Francesco Fusaro, Simon da Ciser, Antonio da Piai da Fregona testimonij. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Ogniben, b. 1132, reg. 1613, cc. 10v-11r. - Il 29 maggio 1617 mistro Zuane de Zanco tessaro, et Tician de Zanco suo figliolo sono presenti alla pubblicazione del testamento di Gregorio Carli, figlio del fu Giovanni cittadino di Serravalle, dettato al notaio Pietro Sicco, sedente in la camera davanti nella sua casa posta in contrada di Calcada di questa Terra. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Pietro Sicco, b. 1358, reg. 1612-1619, c. 61r,v. - Zuane de Zancho, il 20 marzo 1625, era nomiato dal figlio Tiziano, tessaro in Serravalle, suo procuratore. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Domenico Ogniben, b. 1364, reg. 1625-1626, c. 14r. - Il 3 dicembre 1624 veniva dichiarato che nei giorni scorsi era seguito il divorzio tra Tiziano de Zanco [di mastro Giovanni, ambi tessari in Serravalle] e Elena del fu Pietro Ballarin sua moglie. La donna intendeva riavere dall’ex marito la sua dote, che ammontava a lire 400, come constava
171
in casa sua Bastian fiol quondam mistro Zuanne Cargnel habitante in Cadore112
dall’atto stipulato dal notaio Giovanni Laurenti di Serravalle. Pertanto Antonio del Thio, a nome di Tiziano, suo cognato, consegnava a Elena Ballarin la somma di lire 96 in contanti, et il resto fino alla summa di dette lire 400 lei confessò, et manifestò haver havuto, et ricevuto già alcuni giorni doppo il divortio in tanti beni mobili, ed altro come nella polizza o minuta infrascritta [...]. Dichiarava poi di essere paga, et sodisfatta di detta sua dote, promettendo di mai più pretender né adimandare alcuna cosa a detto missier Titiano per occasione di detta dote e sotto obligatione de tutti li suoi beni presenti et venturi in debita forma di ragione etc. Segue l’inventario con stima dei beni mobili dotali. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Valerio Scarpis, b. 2584, reg. 1624-1625, cc. 28r-30r. - Il 20 marzo 1625 Tiziano, tessaro in Serravalle, eleggeva suo procuratore il padre Zuane de Zancho. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Domenico Ogniben, b. 1364, reg. 1625-1626, c. 14r. - L’1 gennaio 1631 veniva stipulata la promessa di matrimonio tra Giacinta di mastro Giuseppe Iacarello con Cristoforo figliolo de mistro Zuanne de Zanco. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Marco Filomena, busta n. 1402, reg. 1631-1632, c. 2r. 112 I Cargnel giunsero in parte direttamente dalla Carnia e in parte dal Cadore a Serravalle. Si trattava di famiglie e di singoli individui non necessariamente legati da vincoli parentali; un nucleo si insediò a Colle, almeno dagli inizi del XVI secolo. Nel preambolo di un atto, rogato a Serravalle il 15 ottobre 1510, in apotheca magistri Zaneti Tonsoris, erano presenti come testimoni lo stesso Zanetto e Domenico Cargnello de Collis, distretto di Serravalle. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Marcantonio Perucchini, b. 400, reg. 1509-1513, cc. n.n. A Serravalle i Cargnel sono documentati almeno dai primissimi anni del Cinquecento. Infatti, nell’estimo del 1518-1519 ser Nicolò da Foltran dichiarava di percepire, tra l’altro, un affitto da Pietro Cargnel per una botega in Calcada Lire 12. Cfr. ASTv, Estimi, b. 153, Serravalle. Citadini 1518-1519, c. 63r. Suo fratello, mistro Martin da Foltran spadaro habita a Sacil, negli anni Quaranta, denunciava, tra i suoi beni, una casa da copi in Calchada confina ser Zuane da San Fior et via publica in parte de la qual casa habita mistro Zuane Spazapiera cugnado del dito patron [...]. Item ha d’affitto de parte de la sopradetta casa da Antonio Cargnel ogni anno in contadj lire tredese. Cfr. ASTv, Estimi, b. 219, Serravalle. Forestieri 1546-1548, c. 87v; ASVV, Serravalle, Serie 7, 160 «1542 Estimo di forestieri di Seraval n. 4» 1546-1548, c. 132r. Molto probabilmente si tratta del tessitore mistro Antonio Cargnello figliol del quondam mistro Lunardo de Pasuti della villa de Villas de Cargna, che dettò al notaio Accursio Sanfior il suo testamento: In Christi nomine amen. Non essendo cosa più certa della morte, né più incerta dell’hora et punto di essa morte. Il che avvertendo mistro Antonio Cargnello figliol del quondam mistro Lunardo di Pasuti della villa di Villas de Cargna sano per la Iddio gratia della mente et inteletto, ma infermo del corpo, per il presente testamento procurò disponer li beni suoi nel modo infrascripto, et primo interogato per me nodaro se egli voleva che alcuno fosse presente a questo suo testamento, il quale, volendo io scatiare li Astanti non volse, ma disse voler che fossero presenti tutti quelli che all’hora ivi si ritrovavano, delli quali spicialmente erano mistro Mathia suo fratel consanguineo, et mistro Mathio suo fratello utrinque congionto et altri; et interogato se egli voleva che questo suo testamento fosse scritto litteralmente over, volgarmente, il qual disse voler che fosse scritto volgarmente acciò tutti lo intendano; et primo raccomandando l’anima sua allo onnipotente Iddio et alla gloriosa Vergine Maria comandò, ordinò che quando accaderà et così piacerà a Iddio che egli mora qui in Serravalle, che il corpo suo sia sepelito nel cimiterio di Santo Andrea, et ordinò,
172
che all’hora li suoi heredi li facesse dire otto messe per l’anima sua; item interogato se egli voleva lasciare alcuna cosa alli poveri, o vero alle Scolle, il quale disse di no; item ordinò lasso domina Orsola sua moglie patrona et usufrutuaria de tutti li suoi beni stabili in vitta sua; et dappoi la sua morte instituite suoi heredi la Menega, Lucia, et Caterina sue figliole, le qualli debbano eleger tre huomini debene uno per una nella predetta villa de Villas, li quali debbano li detti stabili dividere et a cadauna d’esse dar la sua dritta parte, le quali debbano stare a quella divisione et parte, che da loro sarà diviso et indicato, et quella over quelle che mancarà et non vorà star a quello et a quella parte che sarà dalli predetti homini giudicato debba perder la sua parte et andar all’altre obedienti; et che ciascuna di quelle debba far dire una messa all’anno per l’anima sua per diese anni continui; et delli beni mobili che la ditta sua moglie possa far quello, che a lei pare, et piace, ecceto del letto et la schiavina bianca et rossa, che, è, qui in Serravalle, la qual egli lassa alla Caterina predetta sua figliola. Item ritrovandosi Giacomo suo figliolo vivo et venendo a casa perché el son tre over quatro anni, che non lo ha viduto, et non sa ove egli si ritrova né se è vivo o morto; però venendo; il ditto mistro Antonio rivoca tutte le cose soprascritte et instituisse lui suo universal herede con questa conditione che lui non possa molestar la madre come di sopra che nondimeno resti patrona et usufrutuaria in vitta sua. Item lassò li tellari et li peteni che sono qui in Serravalle a Danel suo zenero et a Zuane figliol di Menega sua figliola, li quali debbano quelli per dritta mittà partire, et disse voler che questo fosse suo ultimo testamento et ultima voluntà, et volse, che valesse per raggion di testamento, et se non potrà valere per ragion di testamento vaglia et valer debba per raggion di codicilli over di donatione per causa di morte over d’altra qualunque ultima voluntà che meglio et più efficacemente potrà valere. Scritto, letto, et publicato fu il soprascritto testamento per me nodaro di comission del testatore in Seravalle nel borgo di Calcata in casa della habitatione sua corendo l’anno della Natività del nostro Signore 1567 inditione decima alli 21 di luglio, presenti missier Zuane dalla Tore, Bortholamio Mozzo, et mistro Rizzo de Petre, mistro Lunardo Cargnello fiol del quondam Bernardin de Cargna, mistro Iseppo di Pernuzzi Cargnello, Giulio da Rezzo, Batista figliol de Zamaria delle Monege habitanti in Seravalle, testimonii chiamadi, et pregadi da esso testatore. Cfr. ASTv, Notarile I serie, notaio Accursio Sanfior, b. 1045, reg. 1567, c. 28r,v. Come si può notare dalla lettura del testamento, insisteva già un piccolo nucleo di Cargnel a Serravalle. Anche il fratello del testatore (uno dei due quantomeno) Matteo Cargnel viveva in quella Contrada: Heriedj quondam ser Zambatista Prioreto hanno de affitto da Matio Cargnel de una botega posta sotto la casa de ditti heriedj in borgo de Calchada, confina via publica et missier hieronymo Cesana dottor, ogni anno lire tredese, et soldi diese. Cfr. ASTv, Estimi, b. 219, Serravalle. Civiltà 1546-1548, c. 140v. Si veda all’uopo anche l’atto del 19 novembre 1549 in cui Giovanni Maria, figlio del fu Giovanni Battista Prioreto da Serravalle affittava ad Antonio de Lubiana, per anni nove, iniziando dall’1 gennaio 1549, una sua casa con cortile etc., posta in borgo di Calcada di Serravalle, al presente abitata da mastro Matteo Cargnel [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Pancetta, b. 518, reg. 1542-1550, cc. n.n. Sull’arte tessile in Carnia, nel sec. XVII, cfr. BIANCO 2000, passim. Si segnala che: - mastro Giuseppe figlio di mastro Nicolò de Pernucijs de Cargna tessario (probabilmente il testimone al testamento di Antonio Cargnello), abitante a Serravalle, il 24 novembre 1563 acquistava
173
cognato del predetto ser Battista, et per il quale esso ser Battista promette in tutto come di sotto, et quello ben trattar et insegnarli con diligenza l’arte che egli esercita del Tessaro sì di ugnolo, come doppio, et in opere per anni quatro continovi da esser incomintiati nel dì d’hoggi, et il sopradetto ser Battista promette et s’obliga di tempo in tempo durando li predetti anni quatro il predetto Sebastian vestire secondo del suo potere, et per salario, o parte d’alimenti di detti quatro anni dare et effettivamente contare ducati 21 correnti videlicet lire 130 soldi 4 la metà al presente et l’altra metà in doi rate cioè mezi da San Andrea prossimo venturo dell’anno intrante 1599 et l’altri mezi da Santo Andrea dell’anno 1600 sotto obligatione de tutti li suoi beni presenti et venturi. Et per manutentione delle cose predette esse parti scambievolmente obligorno tutti li loro beni presenti et venturi. Presenti ser Nicolò detto bindo, et Zorzi de Pino da Rindola testimoni113.
alle pubbliche stride da mastro Sebastiano del fu mastro Filippo da Vallonto, conciapelli in Albina, distretto di Oderzo, una pezza di terra in Albina, in località chiamata al almaron [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Pancetta, b. 518, reg. 1553-1571, cc. 50v-51v; - mistro Petro Cargnello de Domegie Cadubrij, abitante al presente nel borgo Superiore di Serravalle, fu testimone all’atto rogato in Serravalle, nello stesso Borgo, il 22 ottobre 1574. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, not. Pietro Costa, b. 1025, reg. 1574-1575, cc. 31v-32r. 113 Anche lo spadaio Iacometto de Zanco (il soprannome zanco, cioè mancino, rileva una caratteristica fisica propria o quantomeno paterna) potrebbe essere legato allo stesso ceppo di Christofol de Zanco Tessaro da Ceneda, poi trasferitosi a Serravalle, ma anche a quello dei Cargnel (vedi sotto). In un atto del 14 giugno 1583, rogato in domo clarissimi domini Fantini Michaelis posita in contrata Thiere, egli è presente, in qualità di testimone, come mistro Iacobetto de Zancho da Belluno, al presente Spatario in Serravalle. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Pietro Costa, b. 1025, reg. (relitto) 1582-1583, c. 50r,v. Mistro Iacometto spadaro unitosi in matrimonio (forse) prima con Andreana battezzò (almeno): - il 19 (15?) agosto 1582 Andreana Maria, compadre mistro Bortolomjo Spadaruol. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1578-1585, c. 59 (lo stesso nome della moglie dato alla figlia, potrebbe essere indice della scomparsa della coniuge). Sposatosi (poi) con Simona, battezzò (almeno): - il 4 settembre 1583 Gerolamo Lorenzo. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1578-1585, c. 78 (spadaio. Cfr. nota n. 50); - il 18 aprile 1585 Ambrogio Giuseppe e Angela Andria (manca il nome della madre, solo lo spazio vuoto, n.d.A.). Cfr. ibidem, c. 113; - il 23 febbraio 1587 Angela Lucia (evidente era morta prematura la figlia nata precedentemente). Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1585-1592, c.44; - il 5 ottobre 1589 Diamante Samaritana (di mistro Iacometto de Zanco Spadero); fu compadre mistro Zuane de Zanco Taia pria ditto Caregnel. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1588-1607, c. 48; - il 9 settembre 1592 Daniela Santa. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1588-1607, c. 19;
174
- il 26 marzo 1595 Venere Santa. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1595-1605, c. 4; - il 3 giugno 1596 Antonia Santa. Cfr. ibidem, c. 33; - il 25 febbraio 1601 Antonia Venere (evidentemente era deceduta prematuramente la figlia nata precedentemente). Cfr. ibidem, c. 135. Ritornando al battesimo di Diamante Samaritana del 5 ottobre 1589, una probabile spia di parentela tra gli Zanco e i Cargnel si trova nella cerimonia del 19 agosto 1590: Fu battezata una putta figliola de mistro Zuane de Zanco cargnel et de domina Lucia sua moglie per nome Maria e Tofola, fu compadre mistro Iacomet Spader de Cividal de Bellun [...]. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1588-1607, c. 68. Zuane de Zanco (a meno che non si tratti di un’omonimia) è infatti il figlio di Christofolo de Zanchi Tessaro da Ceneda hora habitante in Serravalle (vedi sopra il testamento della moglie Zuana del 20 giugno 1601). E mistro Zuane de zanco Taia pria ditto Caregnel (padrino al battesimo di detta Diamante Samaritana) fu vittima di un atto violento a Serravalle, accaduto nella prima quindicina di gennaio del 1580. Il 16 gennaio di quell’anno, venne redatta una charta pacis, nella quale si riassumeva che [...] essendo nelli giorni prossimi passati di notte mistro Piero Beltramino nel borgo di Sopra di Seravalle uscendo di casa sua con un bastone habbia percosso mistro Zuane fio de mistro Toffol de Zancho Taiapria da Ceneda al presente habitante in Seravalle dandoli da dredo via una botta sola. Sapendo certo, che detto mistro Zuane se ne sarebbe di ciò ressentito se dalli astanti non fosse stato tratenuto havendolo per homo da ressentirsene. Et volendo osservar il precetto domino Iddio benedetto detto mistro Piero cognoscendo di non haver fatto bene prega, et dimanda, che detto mistro Zuane li vogli perdonare tal offesa, et far pace con lui dimandandoli di ciò perdono. Et ciò vedendo detto mistro Zuane fidelmente li perdona, accettandolo per buon amico, et fratello, et in fede di ciò li diede la mano baciandosi l’un l’altro, et promettendosi per l’avenire di essere buoni amici, et fratelli, sì come se mai tra loro non fosse nasciuta differentia alcuna, et per osservatione delle cose promesse, obligorno tutti, et cadaun suoi beni presenti, et venturi. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Ogniben, b. 1127, reg. 1580, c. 1r. Un’ultima annotazione sui Carniel Taiapria: - il 24 marzo 1643, in Serravalle, in casa del notaio Giacomo Maddalena, viene redatta la carta dotale, in seguito al matrimonio celebrato il 3 febbraio precedente (sic), tra Barbara di mistro Zuanne Cologna Ballonaro con mistro Tulio Carniel Taiapria del quondam mistro Bortolamio sposo. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giacomo Maddalena, b. 462, reg. 1641-1644, cc.4v-5r. In realtà lo sposalizio era stato celebrato: a dì 31 ditto [gennaio 1643] Tulio figliolo del quondam messer Bortolamio Taglia Pietra sposò in chiesa nova Barbara figliola di missier Zuane Cologna, hauta la dispensa di do publicationi dal reverendissimo monsignor Vicario Generale. Cfr. APS, Libro dei battesimi, dei matrimoni e dei morti, chiesa di Santa Maria Nova 1620-1645, c. 152. Tulio Carniel Taiapria assai probabilmente - se non certamente - apparteneva alla celebre famiglia dello scultore Francesco Cavrioli, nato a Serravalle tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento. Cfr. SEMENZATO 1979, pp. 159-160. Il 6 febbraio 1646 domino Tullio Cavriolli scultore figlio quondam domino Bortolamaio, sano della mente, ed intelletto, ma infermo del corpo, giacente in letto nella sua casa, posta nel borgo di Sotto, in contrada di San Gerolamo di Serravalle, nella camera davanti, dettava le sue ultime volontà al
175
Bernardin de Mazo In nome di Christo Signor nostro l’anno della sua Santissima Natività 1736 indizione XIV li 10 agosto in Serravalle in casa mia presenti il nobile molto reverendo don Dionisio San Fior, et Antonio Maria mio figliolo. Dove con la presente si dichiara come domino Domenico quondam Bernardin de Mazo qui presente è restato dacordo di conceder come concede Bernardin suo figliolo anc’esso qui presente a domino Lorenzo quondam Paolo Zago parimente qui presente, et accettante esso Bernardin, e ciò per doverlo amaestrar et insinuarli la proffessione di Tessaro de panni al ollandese profession propria di esso Zago, e ciò per il corso d’anni quatro a venire da principiarsi il giorno d’ogi assumendosi il Zago medesimo senza ostacolo alcuno, l’obligo d’allimentar esso Bernardin per detto tempo di anni 4 giusto le di lui forze, e ciò amorosamente.
notaio Gaspare Pollini. Lasciava come legato alla moglie Barbara la porzione che gli aspettava di un campo a Colle [Umberto], ciò è la mia terza parte (quindi probabilimente erano tre fratelli, n.d.A.). Dispose che il suo cadavere fosse tumulato alla Pieve [di Sant’Andrea di Bigonzo], nel luogo, ove sono stati sepolti li suoi antenati, con funerali, et essequie, ut infra lasciando lire cento, et sedeci, che ha sopra la casa, che habita per sua portione, a questo modo, lire 100 per li funerali, et essequie, et sepelir, et lire 16 alla figliola di missier Zuanne Cologna sua cognata. In tutti gli altri suoi beni, mobili, stabili, se moventi, ragioni et attioni presenti et venturi, instituì, et esser volse sua universale herede la sudetta madonna Barbara sua consorte, et disse questa esser la sua ultima volontà et ultimo testamento [....]. Furono presenti alla pubblicazione del testamento il molto reverendo signor pre Nicolò Capellari, missier Pasqualin Broca figlio di ser Mattio, mistro Andrea Calderaro hora habitante in questa Terra, missier Giacomo Follador, mistro Zuanne Calderaro habitante in questo luogo, ser Donà della Libera, et Pellegrin Lionzino testimonii pregadi di bocca del detto testatore. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gaspare Pollini, b. 1960, pacco 1645-1647, cc. n.n. Sul lato sinistro del testamento il notaio annotò: Data copia a missir Zuanne Collogna padre della herede senza pregiudicio però della mia mercede circa l’autentico. Il 21 febbraio 1646, nel borgo di Sotto di Serravalle, in casa degli eredi del quondam domino Bortolamio Cavriolli Tagliapietra, presenti ser Domenico Borghellotto, et Nicolò suo figliolo testimonii, Barbara di Giovanni Collogna e vedova del fu Tullio Cavriolli scultore, come herede testamentaria di esso suo marito, eleggeva suo procuratore il padre nella causa, che haveva detto quondam domino Tullio con missier Francesco Arnosti (tagliapietra, figlio del pittore Silvestro Arnosti, n.d.A.) da Ceneda [...]. Cfr. ibidem. Per quanto riguarda Francesco Cavrioli rilevo: Domino Francesco Caprioli sta in Venetia per poliza presentata et giurata da Zamaria Vieccer da Colle suo colonno cava del detto per terre ad affitto in contadi lire 70 [...]. Cfr. ASVV, Serravalle, Serie 8, 180, Estimo particolare dei cittadini e dei forestieri 1664, c. 125v. ASTv, Notarile I serie, not. Marco Filomena, b. 1401, reg. 1598-1600, cc. n.n.
176
Restando l’obligo indespensabile anco al sudetto Domenico de Mazo d’esser, a caucione del Zago predetto, piegio, e sicurtà sì per li buoni costumi come per qualsisia altra causa etc. Prometendo le parti stesse di mantener, ed osservar quanto sopra sotto reciproca obligatione etc. e ciò a laudi di Dio114.
114
ASTv, Notarile I Serie, notaio Lorenzo Maddalena, b. 3232, reg. 1735-1737, c. 58r.
177
Bibliografia essenziale Barcelloni-Corte 1971 A. BARCELLONI-CORTE, La famiglia Barcelloni. Sua genealogia, suo palazzo del Cinquecento, Belluno 1971 Bianco 2000 F. BIANCO, Carnia XVII - XIX. Organizzazione comunitaria e strutture economiche nel sistema alpino, Pordenone 2000 Boerio 1856 G. BOERIO, Dizionario del dialetto veneziano, Venezia 1856 De Zorzi 2006 O. DE ZORZI, I mastri spaderi di Serravalle e di Ceneda nel Cinquecento, in Aa. Vv., Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche. Ceneda e Serravalle in età veneziana, Vittorio Veneto (TV) 2006 De Zorzi 2015 O. DE ZORZI, Fame, Peste, Sanità e Morte nella Terraferma veneto-friulana (16281631), Vittorio Veneto (TV) 2015 De Zorzi 2017 O. DE ZORZI, Vita artistica, religiosa, sociale e economica di Serravalle tra il Cinquecento e il Settecento, attraverso i documenti d’archivio, Vittorio Veneto (TV) 2017 Lapasini 2015 G. LAPASINI, Il palazzo Cesana “Della Riva” in Serravalle di Vittorio Veneto, Godega di Sant’Urbano (TV) 2015 Lucheschi 1990 M. LUCHESCHI, I Lucheschi, Susegana (TV) 1990 Moz 2014 P. MOZ, Lanifici e mulini a Serravalle di Vittorio Veneto (Folli, chiodere, tintorie, società di panni nei secoli XV - XIX, in Aa. Vv., Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche. Economia & Commerci nelle Prealpi Venete. Sec. XIII - sec. XX, Vittorio Veneto (TV) 2014 Pellegrini 1875 F. PELLEGRINI, Di un armaiuolo bellunese del secolo XVI, in Archivio Veneto, 19, t. X, parte I, Venezia 1875 Piovan 2013 F. PIOVAN, La moda a Treviso nei secoli XVI-XVII. Forme e semantica dell’abbigliamento cittadino, Maniago (PN) 2013
178
Pizzol 2017 C. PIZZOL, I Della Giustina Bortoi e i mulini alle Fosse, Vittorio Veneto (TV) 2017 Semenzato 1979 C. SEMENZATO, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma 1979 Tomasi 1987 G. TOMASI, Attività tradizionali in Val Lapisina, Susegana (TV) 1987 Tomasi 1989 G. TOMASI, Topografia antica di Serravalle e della Val Lapisina, Fiume Veneto (PN) 1989 Tomasi 2002 G. TOMASI, Serravalle medioevale, Godega di San Urbano (TV) 2002 Tomasi 2012 G. E S. TOMASI, Professionisti della sanità nelle Prealpi orientali nei secoli XIII-XVII, in Aa. Vv., Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche. Aspetti della Sanità nelle Prealpi Venete, Vittorio Veneto (TV) 2012 Tomasi 2015 G. e S. TOMASI, Gli artigiani dei metalli, in Aa. Vv., Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche. Economia & Commerci nelle Prealpi Venete. Sec. XIII - sec. XX, Vittorio Veneto (TV) 2014 Tranchini, Foti 1983 E. TRANCHINI, F. FOTI, Le antiche fabbriche di armi bianche a Ceneda e a Serravalle, Treviso 1983 Vello, Tonin 2017a M. VELLO, F. TONIN, Pietro da Formicano ad Andraz e altre storie. Documenti, collezionisti e spade ritrovate, in dolomiti, anno XL, n. 2, Belluno 2017 Vello, Tonin 2017b M. VELLO, F. TONIN, Il senso del possesso. Note su grande collezionismo e spade bellunesi, in dolomiti, anno XL, n. 4, Belluno 2017 Vello, Tonin 2017c M. VELLO, F. TONIN, Dentro e fuori le fucine (I), in dolomiti, anno XL, n. 6, Belluno 2017 Vendramini 1974 F. VENDRAMINI, Artigiani e mercanti di spade nel cinquecento a Belluno, in Rivista Bellunese, 3, 1974
179
Lacerto di affresco con in primo piano una spada da lato (prima metà del sec. XVII). ASTv, Sala studio. Per gentile concessione dell’Archivio di Stato di Treviso. 180
Follo da panni (Padova, 1607).
181
Complesso preindustriale, già follo della famiglia dal Fol (Follador). Serravalle (Vittorio Veneto).
Sito attuale ove si trovava la tomba degli spadai Ferrara. Chiesa di San Giovanni Battista di Serravalle (Vittorio Veneto), chiostro.
182
Scorcio del Museo del Cenedese. A sinistra della Torre dell’orologio l’edificio a quattro piani (ex torre medioevale?), in cui, a pianterreno, si trovava la spezieria all’insegna della Madonna dell’aromatario Mathio dal Fol. Serravalle (Vittorio Veneto). 183
184
Luisa Botteon
L’industria della seta a Conegliano nel Settecento
La sericoltura nella Repubblica di Venezia La sericoltura ha rappresentato per secoli un’attività agricola particolarmente redditizia, e la Repubblica di Venezia ha sempre tutelato, controllato e agevolato questo settore così importante per la sua economia1. Le numerose pubblicazioni relative alla produzione serica della Serenissima2 evidenziano che alla Terraferma erano riservate la coltivazione dei gelsi, l’allevamento e la cura dei bachi da seta e le prime fasi della lavorazione per trasformare il bozzolo in filato. La seta grezza era destinata a soddisfare prima di tutto i bisogni della Dominante che aveva sempre mantenuto il monopolio per la produzione di drappi pregiati3, nella convinzione che far lavorare i panni fuori città danneggiasse le sue industrie. Alle città suddite raramente, e talora solo per brevi periodi, venne concessa la facoltà di tessere alcune tipologie di seta, come il caso delle città di L’arte della seda nell’anno 1309 fù introdotta nella presente Serenissima Dominante portata dalla città di Luca da alcuni mercanti di quella natione, ricevuta et accolta con generoso aggradimento fu arricchita di varii privileggi. ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, seconda serie, b. 158. 2 Cfr. bibliografia in appendice. 3 Tra i drappi pregiati vengono citati velluti, damaschi, ormesini, broccatelli, rasi, tabini e altri drappi in seta con oro e argento, le cui caratteristiche vengono definite con tre leggi (12 settembre 1612, 17 dicembre 1666, 30 dicembre 1700) ASVe, Compilazione delle leggi, b. 349.
1
185
Verona, Vicenza, Brescia e Crema a cui Venezia, nella seconda metà del Cinquecento permette di produrre solo i veludi negri4. Ma nonostante i divieti imposti, che arrivano nel 1570 a ordinare la distruzione dei telai scoperti a lavorare manifatture proibite, inizia di nascosto un’attività di tessitura nelle principali città, che verrà accettata solo alla fine del Seicento5 con lo scopo di immettere questa produzione nel commercio internazionale in concorrenza a quella degli stati esteri6. La tessitura della Terraferma continuerà ad avere comunque un carattere piuttosto marginale. La gelsibachicoltura nella Terraferma e la trattura della seta Se le industrie veneziane si occupavano in particolare della tessitura, fin dal Quattrocento, alla Terraferma erano appunto riservate le prime due fasi della lavorazione della seta: la trattura e la torcitura. I bachi da seta venivano allevati nelle case e nelle cascine, tenuti al caldo e nutriti con le foglie di gelso7. Dopo che le larve si erano avvolte nei loro bozzoli, venivano poste in un forno e soffocate, e quindi messe in bacinelle d’acqua calda per dipanare la fibra e costituire il filo. Questa attività era detta trattura e veniva svolta soprattutto a livello domestico anche all’interno dei grossi complessi rustici annessi alle ville. Le campagne veneto-friulane erano disseminate di migliaia di fornelli8 e in subordine di filatoi che non avevano quasi mai carattere di moderne fabbriche e si connotavano per una manodopera ancora in prevalenza rurale9.
ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, seconda serie, b. 158. Ivi, parte del Senato del 1697, 26 agosto. 6 La produzione serica della Terraferma viene disciplinata con le deliberazioni del 6 aprile 1713 e 4 giugno 1714. Vengono imposti precisi contrassegni alle pezze e dazi erariali, ribadendo però il divieto di tessere panni con oro e argento e velluti e damaschi da paragon, riservati alla Dominante. I tessuti da paragon erano talmente perfetti e preziosi da essere appunto da paragone agli altri, ed erano conservati a Rialto. MICHELA DAL BORGO, Note archivistiche sulle tipologie seriche prodotte in Friuli tra ‘600’ e ‘700 in “La seta a Sacile e l’attività serica nel suo distretto”, a c. di M. Da Re, A. Ros, F. Vecchies, Sacile 1996, pp. 81-99. 7 Si trattava di una gelsibachicoltura priva di gelseti specializzati, con piante messe a dimora lungo i confini dei campi, lungo le strade e negli spazi marginali o maritate alle viti come nella ‘piantata veneta’. 8 La trattura, prima operazione manifatturiera che esula dalle attività agricole, poteva essere fatta all’interno delle corti rustiche delle ville, con un numero limitato di bacinelle poste sotto i porticati delle barchesse, luoghi protetti ma aperti. In Appendice viene riportato il Proclama della Deputazione al Commercio con le norme per i trattori di seta, per migliorare la qualità del filato. 9 SALVATORE CIRIACONO, Protoindustria, lavoro a domicilio e sviluppo economico nelle campagne venete in epoca moderna, in “Quaderni storici”, a. XVIII (1983), n. 52, I, pp. 57-75. A San Cassan del Meschio viene documentata una importante filanda nel corso del Settecento. 4
5
186
La torcitura e gli Orsogli alla Bolognese Alla fine del Cinquecento il primato italiano dell’industria serica era quanto mai saldo. Con il Seicento invece le cose cambiano, tanto che intorno al 1660 il principale centro europeo per la produzione della seta era Lione10 dove veniva richiesta una quantità di materia prima che il mercato interno non riusciva a soddisfare. Necessitavano in particolare di grandi quantità di seta fine di alta qualità, il cosiddetto organzino (filato di qualità ottenuto ritorcendo insieme solo 2 o 3 fili di seta grezza) che doveva essere quindi importato dall’estero. È da questo momento che Venezia concentra una buona parte della produzione di filato serico per soddisfare il mercato estero. Si cerca di migliorare la torcitura, ovvero la fase successiva alla filatura, nella quale i fili di seta grezza venivano uniti tra loro e ritorti per conferire al filato la resistenza necessaria alla tessitura. Fino ad allora questa attività, svolta con filatoi a mano non garantiva la necessaria qualità del filato, oltre a impiegare tempi lunghi di lavorazione. A Bologna, fin dal XIII secolo, era in uso il “mulino alla bolognese”, si trattava di un torcitoio circolare idraulico. Questo strumento, diffuso in area Padana nel Cinquecento, era realizzato interamente in legno, e azionato da ruote che, poste nell’alveo del fiume o del canale, permettevano di sfruttare la forza dell’acqua e la trasmetteva, mediante complessi ingranaggi, alle varie parti della macchina. Forniva un filato decisamente migliore per qualità e resistenza e soprattutto aveva una produttività superiore rispetto ai filatoi manuali. Permetteva inoltre un processo produttivo meccanizzato per torcere la seta grezza, in modo da ottenere rapidamente grandi quantità di filati molto sottili, uniformi e resistenti, che per la loro qualità erano adatti a comporre l’ordito dei tessuti di pregio come i drappi e i rasi veneziani. La prima introduzione degli edifici per gli Orsogli alla Bolognese [a Venezia] fù nell’anno 160411, ma la pressione della domanda, porta dopo le facilitazioni concesse nel 163412 all’erezione in Terraferma di una quindicina di impianti.
Giocava un ruolo fondamentale in questo sviluppo sia la spinta della domanda proveniente dalla corte francese, che chiedeva quantità sempre maggiori di tessuti raffinati e alla moda, sia l’opera di stimolo all’industria francese attuata dalla politica mercantilista. 11 ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, seconda serie, b. 117 e ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, seconda serie b. 118. I macchinari per la torcitura della seta erano stati introdotti nei territori della Serenissima da Ottaviano Malpighi di Modena che, con privilegio del Senato del 6 novembre 1604 aveva iniziato la sua produzione a Padova. 12 Vengono concessi privilegi ai mercanti, tanto per gli edifici quanto per la manipulazione con la facoltà à Rettori di Terra Ferma di decidere controversie oltre all’esenzione dal Dazio in entrata e in uscita e transito degli orsogli. 10
187
Dopo il 1670, con la concessione del permesso di esportazione dell’organzino questo tipo di lavorazione si afferma definitivamente. Nel Settecento sono 48 gli impianti che lavorano tra Veneto e Friuli, concentrati in particolare tra Verona, Vicenza e il Bassanese. Nel 1767 diventano 76, ed è proprio in quest’epoca che anche a Conegliano troviamo la lavorazione degli orsogli, a dire il vero in ritardo rispetto agli altri centri della Terraferma, tra i quali Treviso e il suo contado e anche la vicina Valdobbiadene dove il conte Marc’Angelo Colalto aveva ottenuto già nel 1694 la licenza per impiantare un edificio da orsogli13. L’orsoglio veniva impiegato nell’orditura dei tessuti più pregiati e il cui costo gravava pesantemente sul prezzo finale. Erano anche indispensabili per tenere alta la qualità dei tessuti e battere la concorrenza francesce e piemontese. Il filato ritorto bolognese dava alla seta una maggiore resistenza, una minore lucentezza, rendeva possibili effetti di chiaro-scuro e conferiva, inoltre, una forte coesione del filo e una maggiore voluminosità14. La protoindustria In breve tempo la concentrazione delle diverse attività – allevamento dei bachi, filatura, torcitura - in zone ben precise del territorio, il confluire in questi luoghi di lavoratori che, abbandonati i campi, prestavano la loro opera all’interno di opifici nei quali l’attività era scandita dal funzionamento delle macchine, il formarsi di maestranze specializzate nelle varie fasi produttive (che implicavano oltre ai lavori legati alla seta anche quelli di manutenzione dei macchinari) determinò la nascita della protoindustria15. Un mulino ad acqua aveva bisogno di un numero minimo di addetti alle varie funzioni interne ed era necessario inoltre il lavoro delle donne per doppiare i fili. Avviare una nuova attività comportava un esborso consistente per la costru-
ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, seconda serie, b. 118; ASVe, Senato Deliberazioni, Terra Registri, b. 112, p. 382. 13 ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 478. 14 DANILO GASPARINI, “Fortune negotij et artefici” a Treviso in età moderna (sec. XV-XVIII), in: DORETTA DAVANZO POLI (catalogo a cura di), “Tessuti antichi. Tessuti – Abbigliamento – Merletti – Ricami- Secoli XIV-XIX”, Treviso 1994, pp. 325-350; WALTER PANCIERA, Manufatti industriali in ambiente rurale tra età moderna e prima industrializzazione, in “Archeologia industriale nel Veneto”, a cura di FRANCO MANCUSO, Giunta Regionale del Veneto, 1990, pp. 79-85. 15 Si rimanda in particolare a GIORGIO ROVERATO, Le manifatture tessili venete nella loro evoluzione industriale in: GIULIANA ERICANI e PAOLA FRATTAROLI (a cura di), “Tessuti nel Veneto. Venezia e la Terraferma”, Verona 1993, pp. 509-531.
188
zione o l’adattamento dell’edificio, del mulino, dei meccanismi del filatoio e per far arrivare le maestranze esperte nella lavorazione e inoltre per procurare la seta grezza. Il potere politico ha sempre cercato di incoraggiare tali investimenti con varie agevolazioni: viene concessa la licenza di fabbricare mulini da orsogli utilizzando liberamente l’acqua e il legname necessario, di disporre di terreni e costruzioni ad affitti vantaggiosi, di avvalersi di manodopera locale, o veneziana o forestiera, assicurando ai lavoratori immigrati privilegi ed esenzioni oltre a deroghe daziarie per facilitare lo smercio del filato. Nobili e progetti imprenditoriali nel Settecento Nel corso del Settecento, anche a Conegliano, come nel resto dell’area veneta, si fa largo l’azione imprenditoriale di alcune importanti famiglie patrizie, nell’ambito della lavorazione della seta. Accade nell’arco di pochi decenni che i Tiepolo, i Lippomano e infine la famiglia ebrea dei Gentili di Venezia, ambendo ad impiantare dei filatoi proprio lungo i fiumi della città, procedano a fare formale richiesta al Magistrato veneziano. Se guardiamo il territorio vicino, va riconosciuto che i primi nobili imprenditori erano stati i Collalto con l’edificio di orsogli di Valdobbiadene, poi i Tron, nella seconda metà del Settecento che chiedono di costruirne uno a Mareno, di cui però si perdono presto le tracce. Nicolò Tron e l’edificio di Orsogli a Mareno Il 30 agosto 1763 il nobile Nicolò Tron presenta la supplica ai Provveditori sopra i Beni Inculti con la quale fu umilmente esposto possedere N.H.K. nella villa di Maren sotto Conegliano diversi campi sterilissimi e quasi inutili per quanto abbia impiegatta tutta l’industria per ridurli a qualsiasi profitto, e cercando i modi co’ quali poter sperare di ritraerne qualche vantaggio. […] Scorre in qualche vicinanza certa acqua chiamata Crevada quasi torrente, è però molto incerta, a cui unendosi in progresso alcune picciole roggie, si lussinga potessero essere acque capaci per un edificio [di orsogli alla Bolognese], e perciò supplicò, che gli sia concessa la facoltà di valersi della sudetta acqua chiamata Crevada unitamente alle acque delle Roje che saranno raccolte16. Un anno dopo però con una lettera ai Provveditori sopra i Beni Inculti, Nicolò Tron lamenta il fatto che, nonostante l’investitura dell’acqua della Crevada e altre Roggie che in essa Crevada sboccano, da usare sia per l’edificio da orsogli che per l’irrigazione, le ASVe, Provveditori sopra i Beni inculti, Atti, b. 411 e ASVe, Provveditori sopra i Beni inculti, b. 404 (13 settembre 1763).
16
189
Acque sono incerte e scarse massime nei tempi di doverle usare e che però non saranno bastevoli a supplire gli usi tutti. E questo nonostante lo scavo di una condotta per lunghissimo tratto di strada, tanto da non poter godere tutto ciò che gli fù concesso dall’Investitura resamisi perciò in gran parte inutile ed infruttuosa 17. La portata dei fiumi era un problema cruciale per un’industria che si basava proprio sulla forza idraulica, e viene da pensare che sia stata proprio questa la causa del ritardo della presenza di industrie di orsogli nella zona del coneglianese. Dell’edificio di Mareno non si troveranno più notizie. L’edificio da Orsogli della famiglia Tiepolo Dopo circa vent’anni dall’edificio di orsogli dei Collalto a Valdobbiadene, anche la nobile e ricca famiglia Tiepolo, chiede di intraprendere l’impresa a Conegliano. Va ricordato nel 1690 avevano acquistato per Conegliano lo Jus Beccarie e nel 1713 anche lo Jus Osterie 18. Il 18 marzo 1722 Federigo e Francesco Tiepolo inviano una supplica per la facoltà di erigere un Edifizio [da orsoglio alla Bolognese] sopra l’acqua chiamata Ruio19 che scorre nelle pertinenze di Conegliano vicina alli beni e case detti NN.HH. supplicanti 20.
AMVC, b. 489 (8 giugno 1764). LUISA BOTTEON, Nobili, osti e furfanti: aspetti economici e sociali nelle osterie del coneglianese tra Seicento e Settecento, in: “Economia e commerci nelle Preapi venete, sec. XIII- sec. XX”, Vittorio Veneto, 2014, pp. 223-287. 19 Disegno del 22 dicembre 1722 del perito Angelo Minorelli, particolare. Dissegno formato da me sottoscritto Perito ordinario del Magistrato Ecc.mo de Beni Inculti in obedienza del Mandato 17 Aprile prossimo passato, rillasciato per esecuzione della supplica presentata il 18 Marzo antecedente e riprodota li 22 dello stesso nel presente Off. dalli NN.HH. M.o Lorenzo Kr, e Proc, e Ferigo Fretto e Francesco Nipote Tiepoli Supplicanti. Nel qual Dissegno sono delineati tutti li siti, et acque nominate nella suddetta supplica, descritte e marcate con linee rosse, particolarmente l’acqua nominata il Rui con altre fontanelle e sorgenti, e come dalle annotazioni, e dichiarazioni necessarie per La Condotta, et uso delle medesime, e dove devono capitare cadute dall’uso medesimo; il qual uso resta dichiarito al sito indicato dalla mano A dove intendono detti NN.HH. Supplicanti errigere un Edificio da Filatogio da Orsogli alla Bolognese, e sopra sito e Fondi di sua ragione, e il tutto come nelle relationi alle quali e ciò nelle pertinenze di Conegliano: Havendo havuto per Collega D.o Pietro Zambelli Perito Estrasor.o. Terminato in Venetia li 2 Decembre 1722. Angelo Minorelli Perito Ordinario. 20 ASVe, Archivio Tiepolo, primo versamento, b. 133 Beni fuori Trevigiano. ASVe, Provveditori sopra i Beni inculti, b. 396 (9 dicembre 1722). 17 18
190
ASVe, Archivio Tiepolo, primo versamento, b. 133, doc. 1722, dicembre 2, (particolare) pubblicazione concessa con atto n. 5/2018, prot. 84 / 28.13.07.
L’edificio avrebbe dovuto sorgere sull’alveo del fiume Ruio lungo la strada comunale che dalla chiesa di Santa Caterina conduceva alla chiesa e convento delle Teresine (ora non più esistente). I Tiepolo presentano la supplica al Senato di Venezia e al Magistrato ai Beni Inculti, che vaglia la conformità delle azioni intraprese tra le quali la pubblicazione da parte del Podestà e Capitanio di Conegliano con stridor in forma e luoco solito, cioè sotto la loggia premessi i segni ordinari e in giorno di Domenica all’ora terza, per rendere pubblica la supplicazione con la quale implorano l’investitura della poca acqua del Ruio. Passati i 30 giorni, il 27 agosto 1722 viene notificato ai Beni Inculti la regolarità della procedura con le due stride e il fatto che nessuno a Conegliano si è opposto. L’uso delle acque del Ruio e del quadretto d’acqua richiesto, non doveva dar luogo a pagamenti in quanto rientrava nei casi previsti dal Decreto del 29 Agosto 1654 e
191
in più beneficiava del Decreto del Senato del 5 Gennaio 163421. In realtà, quando nel 1766 i Lippomano decidono di erigere un edificio da orsogli sull’alveo del Ruio, a monte rispetto a dove doveva sorgere quello dei Tiepolo, e chiedono di deviarne le acque, non risultano ancora esserci fabbriche da orsogli attive a Conegliano22. Inoltre fino agli inizi dell’Ottocento, il progetto dei Tiepolo è rimasto sulla carta. Nell’aprile 1800 e nel 1804, sotto il dominio austriaco, i Tiepolo rivendicano i diritti acquisti in epoca veneziana, tra i quali il fatto che legalmente tiene di un quadreto d’acqua per la costruzione di un edificio da Orsoglio alla Bolognese sopra l’acqua chiamata il Rui, che scorre nelle pertinenze di Conegliano, e ciò a norma dell’ex Magistrato de’ Beni inculti de dì 9 dicembre 172223 e ripresentano la copia autentica dell’investitura e il disegno qui riportato. Uno dei motivi che probabilmente hanno dissuaso i Tiepolo ad erigere l’edificio da Orsogli lungo il fiume Ruio è stata la portata molto incerta e talora pericolosa del corso d’acqua24. L’edificio da Orsogli dei Lippomano Come testimonia Domenico Del Giudice nelle Memorie di Conegliano, nel 1771 in città le attività industriali erano costituite da un Filatojo, una Fabbrica di Panni, una Fabbrica di Cordelle di Seta ed una fabbrica d’Acquavite per uso della Germania25. Il filatoio in questione non era però l’edificio di orsogli della famiglia Tiepolo, in realtà mai esistito, bensì quello dei Lippomano, che avevano chiesto e ottenuto di intraprendere l’attività nel 1766. Discorso diverso va fatto per la Fabbrica di Cordelle di Seta che era gestita dai Gentili, una famiglia di ebrei veneziani, e la Fabbrica di Panni di lana, che era invece da tempo della famiglia Cristofoli. Nel luglio 1766 il nobile Sebastiano Lippomano Comendator presenta ai Provveditori sopra i Beni inculti una supplica, ripresa poi dal figlio Gasparo, con la quale chiede di usare per primo un acqua denominata il Rujo sopra la quale, come di tenue quantità non sono stati eretti edificij26 scorrendo però questa vicino 21 ASVe, Senato Deliberazioni, Terra terra Registri, b. 112. Il testo del Decreto 5 gennaio 1634 viene riportato in Appendice. 22 ASVe, Archivio Tiepolo, primo versamento, b. 133 (20 gennaio 1766 m.v.). 23 ASVe, Archivio Tiepolo, primo versamento, b. 130 (30 aprile 1800 e 4 agosto 1804), 24 Si rimanda alla relazione sul Ruio trascritta in Appendice, ASVe, Archivio Tiepolo, primo versamento, b. 133. 25 LINA BALDISSIN SONEGO, Domenico Del Giudice: Memorie di Conegliano. 1771, in “Storiadentro. Conegliano dal mito alla storia”, nuova serie n.5, Conegliano 2008, pp. 321-372. 26 Questo conferma che i Tiepolo non avevano ancora eretto alcun edificio da orsogli.
192
ad una casa del fu N.H. Lippamano Commendator mentre era in vita supplicò la concessione dell’uso dell’acqua sudetta per l’erezione di un edificio d’orsoglio alla bolognese, che secondo gli oggetti di pubblica Provvidenza rende al soccorso di quelli miseri habitanti, et al vantaggio del pubblico interese27. Anche in questo caso la richiesta di usare oncie sei dell’acqua del fiume viene resa pubblica essendo state pubblicate le stride, come apar da Responsive di Conegliano del prossimo settembre corrente nel tempo delle quali non fù annotata alcuna contradizione. Il Magistrato concede quindi anche ai Lippomano di costruire un edificio di orsogli con la garanzia di godere de privileggi concessi dall’Ecc.mo Senato ascritti con il decreto 1634, 5 Genaro e 1654, 29 Agosto. Per ovviare alla carenza delle acque del Ruio, Gasparo Lippomano aveva chiesto il permesso di deviare una parte delle acque incanalandole nel sito al di sopra di quel Ghetto, e condurla ad un suo stabile posto in borgo di S. Catterina a servizio pure d’un edifizio di Seta alla Bolognese, per poi reimmetterle nel fiume, come risulta dal disegno presentato ai Magistrati veneziani insieme alla richiesta28. Nel sito indicato dalla presente mano [A], doverà esser inalzato un rissaggio per l’effetto di far inoltrar la pocca acqua naturale del Rugio proveniente da piccole sortive nascenti in siti supperiori dietro il fosso contrasegnato con la
ASVe, Provveditori sopra i Beni inculti, Atti, b. 412 (16 settembre 1766). ASVe, Provveditori sopra i Beni inculti, b. 404 (25 settembre 1766). Disegno formato dà me infrascritto Perito Ordinario del Magistrato Ecc.mo de Beni Inculti, in ordine al mandato 4 Agosto corrente essecutivo della suplica presentata nell’Ecc.mo Collegio li 12 Luglio p.mo p.to et riprodotta nel sudetto Ecc.mo Mag.to li 18 Luglio sudetto per parte e nome del fù N.H. q. Sebastian Lippamano Comend.r, della qual suplica fù assunto Giudizio dal N.H. Gasparo Lippamano di lui Figliolo con costituto annotato per parte, e nome di esso N.H. sotto li 22 Agosto pur Corr.te, nel quale à venti e misura et in consonanza della suplica sudetta resta delineato parte del condotto denominato il Rugio, che passa nelle pertinenze di Conegliano, nel quale perennemente scorrono le poche acque, che sono provenienti da picciole sortive nascenti nelle coline supperiori, ora dal N.H. assuntor di Giudizio suplicate. Come pure resta dimostrato et dichiarito con l’inscrizioni alle mani marcate dalle lettere A. B. C. e D, il modo condotta e forma con cui esso N.H. desidera di ricevere, condurre, et usare le acque provenienti come sopra per l’effetto di far girare la Ruota che doverà esser inserviente all’uso dell’edificio d’Orsoglio alla Bolognese che desidera esso N.H d’errigere entro la sua casa, che verrà segnata nel presente da lettera E. Così che esso N.H. assuntor ottenuta l’investitura doverà il tutto ricevere, condurre, usare, e scolare à norma dell’inscrizioni, annotazioni e linee rosse del presente Dissegno al quale si doverà avere sempre intiera relazione. Essendo il tutto posto nelle pertinenze supperiori et inferiori di Conegliano. Hò avuto per collega nella presente essecuzione D.no Domenico Rizzi Perito estraordinario. Terminato in Venezia li 23 Agosto 1766. Io Michiel Ang. Mattei Perito Ordinario mano propria aff.mo. ASVe, Provveditori sopra beni inculti, Disegni, Treviso-Friuli, 435/27.A/4. 27
28
193
ASVe, Provveditori sopra beni inculti, Disegni, Treviso - Friuli, 435/27.A/4. Foto eseguita dalla Sezione di fotoriproduzione dell’Archivio di Stato in Venezia (particolare), pubblicazione concessa con atto n. 5/2018, prot. 84 / 28.13.07.
linea rossa, per il qual fosso, essa acqua scorrerà à far girare la Ruota dell’edificio d’Orsoglio alla Bolognese suplicato dal fù N.H. Sebastian Lippamano Comendator della qual suplica fù assunto il Giudizio dal N.H. Gasparo Lippamano di lui figliolo il giorno 22 Agosto 1766. Per tutto il tratto, che è segnato di sola linea rossa abbracciata dalla presente mano l’acqua supplicante doverà scorrere per via di un Condotto sotterraneo da esser erretto dal N.H. Supplicante, e passata che sarà per esso Condotto continuerà a scorrere giusto la continuazione della linea rossa per via di Gorne, che doverà essere poste sopra stanti fino al sito indicato dalla mano marcata con Lettera D, ove doverà esser erreta la Ruota per via della quale verà girato l’Edificio d’Orsoglio alla Bolognese supplicato d’errigersi entro la fabbrica di raggione di esso N.H. Supplicante nel sito che resta marcato con Lettera E 29. A questo punto i Tiepolo, che si vengono a trovare, più a monte rispetto al loro progetto, un edifizio già piantato, e prossimo a perfezionarsi, nel febbraio
Una copia del disegno si trova pure in: AMMC sez A, b. 593. Gentile segnalazione della dott.ssa Mariarita Sonego. 29
194
ASVe, Provveditori sopra beni inculti, Disegni, Treviso - Friuli, 435/27.A/4. Foto eseguita dalla Sezione di fotoriproduzione dell’Archivio di Stato in Venezia (particolare), pubblicazione concessa con atto n. 5/2018, prot. 84 / 28.13.07.
1767 davanti al notaio Geronimo Argenti prendono accordi con Gasparo Lippomano, il quale promette e si obbliga per se e successori di valersi dell’Acqua predetta in modo, che dopo estratta all’uso necessario di N.H. Lippomano, resti tutta rimessa nel suo corso naturale, onde in qualunque tempo scorra liberamente a commodo e servizio del sudetto N.H. Alvise [Tiepolo], e suoi eredi e la presente valerà come un pubblico incontro solenne a reciproca quiete, e cauzione30. Nel particolare del disegno viene evidenziato il luogo in cui anderà piantata la Ruota inserviente à far girare l’edificio d’Orsoglio alla Bolognese; si trattava di una ruota a secchi31. Nel mulino alla Bolognese la produzione iniziava nell’incannatoio meccanico dipanando e raccogliendo su rocchetti la seta portata al mulino in matasse32. Ogni filo subiva una forte torsione a destra (a S) detta filatura. Nella fase successiva due filati a S venivano incannati su uno stesso rocchetto (binatura). La quarta operazione (torcitura) iniziava quando i due fili si avvolgevano sul naspo
ASVe, Archivio Tiepolo, primo versamento, b. 133 (1 febbraio 1767), cfr. Appendice. In una relazione del 1844 viene ispezionata la condotta d’acqua fatta costruire dai Lippomano, a quel tempo di proprietà della ditta Moschini. Qui risultano esservi due ruote a secchi, una che trasmette la forza motrice ad un filatoio da seta di 42 fornelli, non che ad una Macina da Litargirio e l’altra dell’Opificio d’Orsoglio per il quale i Lippomano nel 1766 avevano chiesto l’investitura. L’acqua usata veniva poi condotta alle latrine delle Carceri distrettuali e della Caserma Cristofoli, e si raccoglieva poi al Musile dove era impiegata per l’irrigazione. Una parte dell’acqua veniva invece usata per irrigare il pubblico passeggio. AMMC, sez. A, b. 593. 32 Frutto della fase chiamata “trattura” o anche spesso definita “filatura”. 30
31
195
ricevendo una leggera torsione a sinistra (a Z). A questo punto il filo, raccolto in matasse, veniva avviato alle lavorazioni successive, che andavano dalla tiratura alla tessitura33. Nella prima delle due immagini successive, viene rappresentata nel particolare la ruota idraulica con la parte motrice interna, e nella seconda, l’intelaiatura esterna del filatoio con bene in vista i naspi soprastanti e i sei rocchetti per ogni naspo. Nei mulini “alla bolognese” potendo fare a meno della forza muscolare, trovavano impiego anche donne e adolescenti ai quali erano affidati soprattutto i lavori di incannatura. Si trattava di un lavoro dequalificato, che richiedeva un tirocinio breve, con basso livello di professionalità e un salario di conseguenza misero34. È proprio la questione del salario che porta una dozzina di operai ad andarsene dal filatoio dei Lippomano a quello nuovo di San Cassan del Meschio. Vero è altresì che per l’erezione di altro novo edifizio in San Cassan di Mesco, di sotto da qui sette miglia circa, molti delli operaj di questo edifizio passarono al serviggio di quello in numero circa di dodeci […], perché alettati, come dissero, da maggior mercede. Dei dodici, otto hanno poi avuto la licenza di andarsene, ma quattro sono fuggiti senza permesso da parte del padrone, lasciando dei debiti nei confronti dei Lippomano e anche in tempo inoportuno, perché dopo dell’incominciato lavoro della Seta nuova; e sono Bona Mocelina, con la Famiglia, coll’aver lasciato un deposito di L. 330 circa a cauzione dell’edifizio Lippomano creditore, Mattio Mani colla sua famiglia, coll’aver saldato il debito al tempo della sua partenza, Valentin Zorzato con sua consorte, che pure saldarono come sopra e Giacomina Marina, fuggì di notte par portarsi nell’altro nominato edifizio, lasciando un debito di L. 24 e coll’aver pure lasciata la seta ad essa consegnata senza la dovuta custodia. La cosa viene subito denunciata al Podestà e Capitanio di Conegliano, che indaga sull’accaduto, chiedendo ragioni di questa fuga. O’ però raccolto che solo mottivo di tale alontanamento era la nuova introduzione di un settimo rochello per ogni rallego professando che da quello loro derivasse pregiudizio anziché interesse. […] Per confrontare con la verità de’ fatti li esposti mottivi di tale alontanamento, ò voluto prima io stesso esaminar col fatto, e col confronto del parere
33 CARLO PONI, All’origine del sistema di fabbrica: tecnologia e organizzazione produttiva dei mulini da seta nell’Italia settentrionale, “Rivista storica Italiana”, 1976, n.3, pp. 444-499 e CARLO PONI, La seta in Italia, Bologna 2009. 34 CARLO PONI, All’origine del sistema di fabbrica: tecnologia e organizzazione produttiva dei mulini da seta nell’Italia settentrionale, “Rivista storica Italiana”, 1976, n.3, pp. 444-499.
196
Vittorio Zonca, Nuovo teatro di macchine, Padova, 1621, vol. I, pp. 68, 69
di tutti gli altri attuali lavoranti in quest’edifizio, se effettivamente sia utile, e per l’edifizio, e per i lavoranti l’aggiunta del settimo Rochello, e per la verità l’ò riconosciuto, col costante parere de’ più intendenti, utilissimo all’edifizio, e ai lavoranti medesimi35.Spesso i mulini da orsogli avevano un regolamento interno, come nel caso di Gorizia. Qui risulta che una parte delle mestranze dormiva in locali dentro il recinto della fabbrica (cosa che sembra succedere anche a Conegliano), ed era circondata da un grande muro. Erano previste sanzioni per gli operai che non lavoravano bene e la prigione per quelli che rubavano.
AMVC, b. 406. Il documento è incompleto e manca la data (gentile segnalazione della dott.ssa Mariarita Sonego). 35
197
Una serie di regole dovevano esserci pure per l’edificio di orsogli di Conegliano, se ne trova traccia in vari documenti come in quello del 1776 inviato da Gio Batta Lippomano al Magistrato dei Cinque Savi alla Mercanzia e al Deputato alle Fabbriche. Qui si ribadisce il fatto che l’edificio in questione sorgeva già da molto tempo a Conegliano (in verità da 10 anni), con pubblico e privato vantaggio, ma che con la nuova erezion di altro edificio non lungi discosto, soffre esso N. O. di veder, che molti degli operaij inservienti al proprio edificio, senz’alcun motivo, venghino impegnati al altrui. E se venga dagli altri seguitato l’esempio, sen giace l’edificio senza lavorio certamente, con pubblico e privato pregiudicio. E facendo riferimento ad un Decreto del Senato dello stesso anno, prescrivente appunto i metodi per la preservazione degli Operaj a rispettivi edificj chiedeva che non possano absentarsi gli Operaj dal di lui Edificio, senz’alcuna legittima causa, o ragione, per passar ad altrui servizio. E così allor quando possan essi Operaj debitori ad esso N.O. per antecipate sovvenzioni36, come era il caso dei lavoratori fuggiti per andare nel filatoio di San Cassan del Meschio, del documento prima accennato. La questione dei lavoratori nei filatoi era importante e, per certi versi, molto delicata. Come scrive Carlo Poni, gli operai dei filatoi, addestrati fin dall’infanzia ad adattare il corpo al movimento uniforme e automatico della macchina, con il tempo assumevano caratteristiche che li rendevano inadatti ai lavori pesanti, come quelli della campagna. L’occupazione de’ filatojeri per soli tre mesi in lavoro d’agricoltura o d’arti grossolane, farebbe loro perdere la mano alle consuete operazioni del filatoio; incallirebbero ai medesimi le mani, ond’è perduta o scemata di molto la finezza del tatto nel trattar la seta37. Era quindi importante trovare anche manodopera esperta, che veniva fatta arrivare, se necessario, anche da altri stati, ma era vitale per l’azienda trattenere questi lavoratori e impedire che andassero a lavorare in altri filatoi, come era avvenuto per i Lippomano. Nei documenti d’archivio, è emersa anche la questione riguardante il trasporto della seta, in questo caso verso Sacile, e quindi la Patria del Friuli, e i controlli che venivano fatti per contrastare il contrabbando. Nell’aprile 1785 viene inviata una lettera al Podestà di Sacile perché faccia restituire le 500 libbre di seta del N.O. Francesco Lippomano, che erano dirette al di lui Edifizio in Conegliano per essere lavorate. Il Lippomano chiede la pronta e indiminuta restituzione di
AMVC, b. 405. Le condizioni di lavoro nei filatoi erano causa di malattie e spesso anche di gravi infortuni. CARLO PONI, All’origine del sistema di fabbrica: tecnologia e organizzazione produttiva dei mulini da seta nell’Italia settentrionale, Rivista storica Italiana, 1976, n.3, pp. 444-499. 36 37
198
tutto il carico al suo Agente Caliman Grassini38, al quale erano state sequestrate39. Un anno dopo, maggio 1786, la questione è inversa, ovvero viene scritto ancora al Podestà di Sacile perché era stato posto il fermo ad una Balla Seta che derivava dal Filatojo di Conegliano del N.O. Lipomano anche se era accompagnata dalla corrispondente bolletta del Governator del Dazio Seta di Pordenon, e di due mattelli pur di seta ad uso di mostra del peso di libre due rinchiusi in una capelliera, qual balla e mattelli, venivano di transito tradotti da Caliman Grassini, agente del Lippomano. Viene chiesta al Podestà ragione del sequestro e la restituzione della seta e delle bollette accompagnatorie40. Esisteva a riguardo un proclama dei Cinque Savi alla Mercanzia che cercava di tutelare gli interessi della Serenissima chiedendo d’invigilare sopra questi dannati trasporti o sia di Gallette o Sete greze e di fermarli anco col tocco di campana a Martello. Anche per il contrabbando della seta e in esecuzione del decreto del 1730, vengono esposte in ogni città le bocche di pietra per le denunce segrete: sarà in ogni città esposta di giorno e di notte una Casella in luogo pubblico appresso alla cancelleria Prefettizia per denunzie secrete intorno alle contraffazioni in materia di Seta e li Governi invigileranno perché cosìsia eseguito e restino le Caselle con frequenza aperte e visitate dichiarando a freno di tanti abusi che sopra tali ed altre Denunzie e sopra tutte le suddette contraffazioni sarà dalli Reggimenti Capi di Provincia proceduto col rito dell’Ecc.mo Senato41. Un’altra questione spinosa che riguarda i rapporti con i lavoranti era quella dei furti di seta, segnalati dal Lippomano alla Deputazione alle Fabbriche. L’appello era stato accolto da Bernardo Memo, Magistrato nel dicembre 1790, con la richiesta di un Proclama per indennizzar da Furti il Filatojo da Seta in Conegliano del N.O. Lippomano. Il provvedimento doveva fare in modo che agli Operaj di ogni classe e sesso di esso Filatojo con termini addattati ingionga di oservar la più esatta subordinazione e disciplina e di astenersi da benchè minimo furto ò dissipamento dette Sete e dichiari i rei di tal colpa e così quei che acquistassero da essi, Seta derubata soggetti alle leggi di risarcimento ed altre nel proposito.
38 Caliman Grassini, ebreo, tiene Magazzino di Salle all’ingrosso vende oglio pure all’ingrosso ed altri Generi, ed agisse gli affari que’ del N.H. Francesco Lippamano. ASVe, Inquisitorato alle Arti, b. 101 (agosto 1777). 39 ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 454 (21 aprile 1785). 40 ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 454 (29 maggio 1786). 41 ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 456 (26 maggio 1787). Il Proclama viene riportato in Appendice. Per lo spionaggio industriale in epoca veneziana si rimanda a PAOLO PRETO, I servizi segreti di Venezia, Milano 1994, per le denunce segrete: PAOLO PRETO, Persona per hora secreta, Milano 2003.
199
Tale proclama doveva essere reso pubblico nei modi consueti ed esposto anche sulle porte del filatoio e sia quindi costante impegno del zelo suo, e de’ successi il vegliar alla perfetta di lui osservanza42. Il Proclama disciplinar delle maestranze del Filatojo del N.O. Lippomano, atto a mantener in disciplina le maestranze e ad impedir i traffughi di Sete, viene pubblicato a Conegliano all’inizio dell’anno successivo e firmato dal Podestà Xaverio Da Mosto. A motivo della poca subordinazione degli Operaj deriva il massimo discapito dell’innocente Capitalista, che deve essere tutelato dallo Stato; per questo era stato emanato il proclama che stabiliva che tutti gli operai avrebbero dovuto mantenere la più esatta subordinazione e disciplina verso il Capo direttore di quell’Edificio, per non cadere nelle mani della giustizia. Gli operai dovevano astenersi da qualunque dissipamento della Seta che stavano lavorando e soprattutto non dovevano furtivamente appropriarsi la benché minima quantità di Seta, Gallette, Strusi od altro esistente in detto Filatojo. Inoltre nessuno poteva acquistare seta, gallette o Strussi da coloro che lavoravano nella filanda. Il Direttore della Filanda avrebbe premiato chiunque avesse denunciato tali fatti43. In una relazione di Ottavio Cristofoli del 1788, si parla dell’edificio di Orsogli dei Lippomano, precisando che si trattava dell’unico filatoio di seta e che lavora in un anno fibre tremilla 3000 all’incirca frà Trame, ed Orsogli ridotti alla Bolognese. La relazione evidenziava anche gli ostacoli alla produzione e i rimedi, rilevando che l’acqua del Ruio era insufficiente, nonostante il canale costruito ventidue anni prima, che era costato duemila ducati: Questo lavoro no si può far maggiore a cagione della sopra notata defficienza d’acqua perennemente corrente. Solo due oncie e mezza d’acqua hà questo Filatojo, e per raccoglierle le spese fattevi ammontarono a Ducati due milla 2000. L’unico rimedio individuato sarebbe potuto essere l’invenzione di machina a pesi, che facilitasse l’incanare delle sete44. A proposito della produzione del filatoio, in una relazione del 1794 di Francesco e Antonio Rottigni, padre e figlio, direttori dell’edificio da orsogli dei Lippomano, veniamo a sapere non esservi nel medesimo alcun Telaro facente Calzetami, Cordelami e Drapparie di Seta e di avere solo lavorato nell’anno 1792 Seta in Orsoglio 4731 peso sotil Veneto e Seta in Trame 518 peso sotil Veneto45.
ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 454 (10 dicembre 1790). ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 454. In Appendice viene trascritto il documento. 44 AMVC, b. 430 (18 giugno 1788). 45 ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 459 (29 gennaio 1793 e 28 gennaio 1794). 42
43
200
Ci sono documenti che riguardano questo edificio da orsogli fino alla fine del Settecento ma l’attività certamente era continuata fino al secolo successivo, tanto che questo risulta l’unico filatoio di Conegliano citato nei Sommarioni del Catasto napoleonico. Agli inizi dell’Ottocento il proprietario non era più un Lippomano, ma Matteo Moschini, con una rendita dalla casa dominicale con Filatoio Setta, di 570 lire venete46. All’edificio da orsogli dei Lippomano, costituito da una sola ruota, come si è visto, ne viene unita nell’Ottocento una seconda ad uso del filatoio di seta47.
ASTv, Sommarioni catasto napoleonico, Conegliano, 21/1/B2. I documenti relativi al filatoio del Moschini si trovano in: AMMC, sez A, b. 593. Avendo questo acquistato la proprietà, e il diritto di usare il canale fatto costruire per deviare le acque del Ruio, fino al Filatorio da orsoglio, ma mancandogli i documenti dei Lippomano, il comune di Conegliano nel 1841 si procura la copia di tutta la documentazione dall’Archivio di Venezia. Nella busta si trova quindi la riproduzione del disegno del 1766 e la documentazione sul passaggio del canale attraverso la proprietà dell’Abbazia di Sant’Antonio, alla quale Lippomano doveva pagare 3 lire annue il giorno di san Martino, e la reazione del tecnico con la descrizione dettagliata di quel canale. Le acque deviate dopo l’uso del filatoio, sembra finissero anche nella pubblica fontana del refosso, attiva fino a tre anni prima, nei pubblici passeggi e in altri siti privati. Prosegue poscia l’acquedotto parte a fior di terra, parte sopra ritti e colonne fino all’angolo a tramontana del muro di cinta della stabile Moschini. Entrato nel recinto si bipartisce. Il ramo a destra verso mezzo giorno dà movimento ad una ruota a secchi, la quale lo trasmette ad un filatojo da seta di 42 fornelli, non che ad una Macina da Litargirio. L’altro ramo, ossia la continuazione dell’aquidotto fa girare la ruota parimenti a Secchi ad uso dell’Opificio d’Orsoglio accennato nell’investitura. L’acqua che à dato movimento alla prima ruota va ad unirsi mediante condotto sotterraneo all’altra scaricata dalla seconda ruota; ma prima nell’angolo a mezzogiorno del cortile è stato aperto un bocchetto con istipiti e soglie di vivo di metri 0.26 di larghezza e altezza metri 0.27 chiuso con seracinesca, col mezzo del quale dichiara il sig.r Moschini di somministrare acqua ad uso del pubblico passeggio. Le due acque riunite in una vasca di Muro presso la ruota per l’edifizio d’Orsoglio, sottopassano mediante bocchetto contornato di vivo dell’altezza di metri 1.20 larghezza 0.40 munito di graticciata di ferro, lo stabile Moschini, la R. Strada postale della di Santa Catterina, il letto del Ruggio, e scaricano in una vasca di Muro nel vicino orto di proprietà del ripetuto sig. Moschini. Nell’angolo Nord-Est di detta vasca è stato aperto un bocchetto della larghezza di met 0.45 altezza met 1.21 per il quale l’acqua mediante apposito condotto attraversa le latrine delle Carceri distrettuali e della Caserma Cristofoli, e si ricoglie al così detto Musile dove viene impiegata ad uso d’irrigazione, disperdendosi per fosse e scoli di campagna. AMMC, sez A, b. 593. 47 Che nella ripetuta Investitura essendo comessa l’acqua al solo uso esclusivo di dar movimento ad una ruota per l’Edifizio d’Orsoglio alla Bolognese, sarà da dar corso alle prattiche volute dal Regolamento per l’altra Ruota istituita ad uso del Filatojo da Seta. AMMC, sez A, b. 593. 46
201
AMVC, b. 430, fasc. 17-18
Anselmo Gentili, ebreo e grande industriale veneziano Anselmo Gentili, ebreo di Venezia, nel corso della prima metà del Settecento si distingue per le numerose manifatture intraprese nella lavorazione della lana. Questo lo rende importante agli occhi delle Magistrature veneziane, che gli concedono condizioni privilegiate48 per le sue attività, dal momento che sono divenute, nel tempo, estremamente importanti per l’economia della Serenissima. Per le fabbriche privilegiate, cfr. MICHELA DAL BORGO, Note sulle fabbriche tessili privilegiate nella Repubblica di Venezia (secolo XVIII) in: DORETTA DAVANZO POLI (a cura di), “I Mestieri della moda a Venezia dal XIII al XVIII secolo”, Venezia 1988; MICHELA DAL BORGO, Commercio, industrie e protezionismo nella Repubblica di Venezia del XVIII secolo: il caso delle fabbriche privilegiate, per gli Atti del convegno internazionale su “Diversità e connessione nel mondo mediterraneo II”, promosso dal Mediterranean Studies Group e dall’Università Hitotsubashi di Tokyo (Giappone), Il Cairo (Egitto), agosto 2006. 48
202
Il fatto che fosse ebreo passa in secondo piano rispetto al beneficio che porta, oltre che all’erario, anche in termini di impiego del personale cristiano della Dominante e di risparmio nell’importazione dalla Turchia dei tessuti ora prodotti nell’industria del Gentili. Questi nel 1729 invia al Doge una supplica dove descrive la sua fabbrica ben avviata di schiavine49 per uso delle milizie del lido, chiedendo poi ai Deputati al Commercio la concessione del brevetto. Il privilegio gli viene dato per 5 anni, nonostante fosse ebreo, perché lo ritengono un atto di grazia molto ben impiegato, ma a condizione che il lavoro fosse fatto solo a Venezia. Nel 1735 il Gentili presenta una nuova supplica per avere una proroga del brevetto per aver ampliato la fabbrica di schiavine con nuovi telai e con aumento considerevole di operai cristiani e sudditi occupati. Chiede inoltre la concessione di un altro privilegio per l’introduzione di una nuova manifattura, diversa dalle schiavine, di amole, ad uso di coperte da letto. La relazione di un parroco conferma l’operosità dell’ebreo e il fatto che in otto anni aveva somministrato lavori di lana a ottanta femmine, dichiarazione seguita da quella di un altro parroco che testimoniava l’impiego di più di cento persone tra uomini e donne della sua parrocchia impiegati nei lavori della lana legati alle attività del Gentili. In una relazione ai Cinque Savi alla Mercanzia del febbraio 1736, nel descrivere la sua fabbrica di schiavine, evidenzia il fatto che se prima non c’era certamente consumo di lana, la sua fabbrica aveva portato un’impiego di mezzo milione e cinquanta mila libbre di lana con un utile considerevole per l’erario. Era stata importante anche per l’impiego di 186 persone che traggono alimento da questa nuova manifattura, e per il fatto che era stata dimezzata l’importazione di schiavine dalla Turchia. Gli viene concesso quindi il rinnovo del brevetto per la fabbrica di amole, anche perché di qualità superiore a quelle turchesche importate, inoltre la produzione di 17.500 schiavine aveva confermato le aspettative del privilegio concesso nel 1729 e aveva procurato un indotto notevole che altrimenti sarebbe divenuto alimento per i sudditi di Porta Ottomana. La fabbrica del Gentili pone però un altro problema, quello della promiscuità tra ebrei e cristiani, tanto che il Senato nel 1746 incarica gli Esecutori alla Bestemmia di vigilare perché non venga meno la moralità. E poiché l’ebreo Gentili aveva chiesto di istituire una fabbrica di rasse (panno di lana grosso di qualità ordinaria) il Senato raccomanda che non abbiano da esercitarsi altri che cristiani, come era stato deciso in precedenza. Nove anni dopo Anselmo Gentili produttore di schiavine, schiavinotti [tessuti di lana ruvida e grossa], felciade, rasse e amole presenta una supplica al Doge per introdurre la lavorazione della sengona, 49
Panno da coperte
203
genere di grossa tessitura che serve a far li cappotti dei marinai, barcari, pescatori e contadini, di colore nero o scuro, importata dalla Gianina, Salonicco e da altri paesi ottomani. Era un tessuto di poco prezzo, ma usato dai marinai sia per la navigazione che per la pesca, e dai contadini per difendersi dalla pioggia e dal freddo. Il Senato nell’agosto 1755 concede ai Gentili il privilegio per dodici anni per la produzione di tutte le manifatture che lavora nelle sue fabbriche, compresa la sengona. Sulla relazione che i Cinque Savi alla Mercanzia scrivono al Senato per spiegare lo stato delle fabbriche privilegiate, risulta che solo il Gentili ha saputo comporre con un solo prodotto otto tipi diversi di manifatture e questo con l’ordine, la disciplina e la più scrupolosa attenzione. Tre sono le manifatture fatte con le tre parti più fini della lana, cioè i taled, o veli bianchi sottilissimi inservienti al culto degli ebrei che il Gentili aveva arricchito con innesti di seta, di oro e di argento. C’erano poi gli scoti (drappi spinati di stame), ad uso dei monasteri, le fanelle sottili come solo gli inglesi sapevano fare e altri cinque generi di tessuti prodotti, due con lane meno fini e tre con lane più grosse. Del primo tipo c’erano le felzade (divise in sopraffini e ordinarie) di cui il Gentili produceva i due terzi del fabbisogno della Serenissima. Il resto della lana era usato per la fabbricazione delle rasse, schiavine o stavine: sargina o carpita, li schiavinotti e le sengone per fare i cappotti. Gentili chiedeva solo di poter lavorare nella sua unica fabbrica tutti gli otto tipi di manifatture con il privilegio esclusivo della produzione delle schiavine; nel 1763 il Senato concede il privilegio vista anche la riduzione delle importazioni che comportava50. La fabbrica privilegiata dei Gentili a Conegliano Il 13 marzo 1759 Anselmo Gentili rivolge la sua attenzione a Conegliano51 e presenta una supplica agli Inquisitori sopra l’Università degli Ebrei, con la quale comunica di aver scelto la città come situazione più adatta al proprio interesse per accudire alla trattura della seta e per la filatura ad uso delle manifatture da
ASVe, Senato Terra, reg. 293, cc. 369-369v; filza 1664 (23 gennaio 1726 m.v.). ASVe, Senato Terra, reg. 298, cc. 365-365v; filza 1720 (11 febbraio 1729 m.v.). ASVe, Senato Terra, reg. 309, cc. 357v-358; filza 1827 (23 febbraio 1735 m.v.). ASVe, Senato Terra, reg. 330, cc. 60-60v; filza 2028 (3 marzo 1746). ASVe, Senato Terra, reg. 349, cc. 31v; filza 2221 (27 agosto 1755). ASVe, Senato Terra, reg. 364, cc. 125-129v; filza 2372 (2 aprile 1763). ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 455. 51 Fin dal 1755 il Gentili aveva chiesto e ottenuto il permesso di aprire a Conegliano trattura della seta e filatura della lana. Cfr. LUCIANO CANIATO, Il Casino Gentili e San Francesco Nuovo. Incroci di storie parallele (1758-1768). in “Storiadentro 2”. Nuova serie, pp. 299-332, Conegliano 2003. 50
204
esso introdotte52 a Venezia. Il giorno dopo gli Inquisitori esprimono il proprio favore a soddisfare le richieste del supplicante (non c’era ancora l’edificio da orsogli dei Lippomano) ponendo come unica condizione il fatto che l’abitazione di questi ebrei a Conegliano fosse stabilita all’interno del Ghetto, che si trova nella contrada del Ruio, statuita appositamente con decreto 30 ottobre 1675. La casa scelta dal Gentili, ancora esistente, è il palazzo cinquecentesco che Francesco Sbarra aveva lasciato in eredità al Convento di san Francesco. Si trova in contrada Salizzà, nella biforcazione tra il Ghetto a sinistra, e porta Ruio a destra in prossimità dell’ingresso in Contrada Grande. L’ebreo vuole quindi acquistare la casa per farne sia luogo di lavoro della seta, sia palazzina di comparsa, per evidenziare la posizione di rispetto che aveva acquisito. Ma l’edificio non è propriamente situato all’interno del Ghetto, come prescritto nel decreto veneziano e ciò porta allo scontro con le autorità religiose e civili del luogo53. Nel maggio del 1768 Isach Gentili, figlio di Anselmo, rivolge una supplica ai Cinque Savi alla Mercanzia scrivendo che per non stare ozioso nei tempi della villeggiatura, seguendo l’impulso della sua indole aveva fatto costruire a Conegliano uno stabile con comodo edificio per la trattura della seta, in cui per l’ordinario si lavora con quattordici fornelli. Si trattava di un filatoio da orsogli che doveva servire per la nuova fabbrica di cordelle da seta d’ogni colore e d’ogni genere; e così ancora di quelle di filo, bavella54 e filesello55. Le cordelle, data la loro perfezione, avrebbero trovato mercato in quelli della Romagna, di Napoli e così di Cadice e di altri luoghi del Ponente. Chiede quindi che il filatoio possa avere le condizioni e i privilegi previsti dal decreto del 5 gennaio 163456 oltre che il privilegio esclusivo della produzione per ventiquattro anni su tutto il distretto di Conegliano, senza che alcuno in detto periodo di tempo possa mai introdurre simili lavori, ne distrocere le maestranze istruite nella sua fabbrica. La questione delle maestranze era sempre molto delicata, tanto più per un industriale ebreo. Per questo il Gentili chiede il permesso per sé, i nipoti, i discendenti e gli agenti, di poter portare il cappello nero in ogni tempo e in ogni luogo dello Stato e questo per evitare così molestie disturbatrici. Il Podestà di Conegliano, Nicolò Cicogna informa i Cinque Savi alla MerASVe, Senato Terra, reg. 356, cc. 101v-102v; filza 2295 (22 marzo 1759). Il 22 marzo 1759 il Senato accoglieva e approvava le richieste del Gentili. 53 Per la vicenda riguardante Casa Gentili, cfr. LUCIANO CANIATO, Il Casino Gentili e San Francesco Nuovo. Incroci di storie parallele (1758-1768). in “Storiadentro 2”. Nuova serie, pp. 299-332, Conegliano 2003. 54 Cascame di seta; filamenti ricavati dal bozzolo prima della filatura vera e propria. 55 Filato di seta stracciata, di scadente qualità. 56 ASVe, Senato Terra, reg. 112, filza 369.
52
205
canzia che in tutta l’estensione di sedici miglia del distretto non esiste alcuna delle dette fabbriche, che la popolazione tiene necessità di impiego perché la loro miseria è giunta all’estremo e tanti non sanno come procacciarsi il vitto57. Va ricordato che dal 1766 era attivo a Conegliano l’edificio da orsogli dei Lippomano. Traccia della fabbrica del Gentili la troviamo nella già citata descrizione di Domenico Del Giudice che nelle Memorie di Conegliano, del 1771 parla di un Filatojo [dei Lippomano], una Fabbrica di Panni (di lana dei Cristofoli), e di una Fabbrica di Cordelle di Seta, appunto del Gentili. Alla richiesta del Gentili, di poter portare il cappello nero, e non rosso, come era prescritto per gli ebrei58, rispondono i Cinque Savi alla Mercanzia confermando che era giusto permettere di portare il cappello nero, perché tende al buon esito ed alla quieta direzione delle varie fabbriche introdotte dall’industrioso Gentili; e perché prenderà egli coraggio in tal modo da applicarsi sempre più seriamente alla dilatazione del proprio commercio. Il 2 marzo 1769 il Senato concede quindi ad Isach Gentili il privilegio per dodici anni di poter aprire a Conegliano una fabbrica di cordelle59 di seta bavella60, con la facoltà di erigere, se gli occorre, un edificio di orsogli per il lavoro della seta61. La Terminazione esecutiva dei Savi alla Mercanzia, relativa al Decreto del Senato62 permette all’industrioso Jsach Gentili, di erigere senza verun pubblico aggravio di esenzioni ò doni dalla pubblica cassa, nella Città e Territorio di Conegliano, dove da alcuno non fù sin’ ora proposta né eseguita una nuova Fabbrica di cordelle di seta d’ogni colore, e d’ogni genere, non men che di filo, bavella,
Il documento è del 22 maggio, sei giorni dopo i Cinque Savi alla Mercanzia confermando quando dichiarato dal Gentili esprimono parere favorevole per la concessione della privativa per dodici anni. 58 Doveranno tutti gli Ebrei portar et andar sempre col cappello rosso et nella sera dalla prima Ave Maria a ritrovarsi ogn’uno ritirato nel luogo destinato et università. ADVV, Archivio Vecchio Ref. IV Rubr.I Busta III fasc. XVII – Ora Busta 61, Carta 298 – 1728. 59 Nastro, fettuccia, cordoncino (per ornare, acconciare, cingere, allacciare capelli, abiti, copricapi); è usata nella cimossa. MICHELE A. CORTELAZZO, ADRIANA DA RIN, PAOLA FRATTAROLI, Glossario, in: GIULIANA ERICANI e PAOLA FRATTAROLI (a cura di), Tessuti nel Veneto. Venezia e la Terraferma, Verona 1993 p. 552. 60 Cascame della seta, seta di scarto, ivi, p. 551. 61 ASVe, Senato Terra, reg. 356, cc. 101v-102v; filza 2295 (22 marzo 1759). ASVe, Senato Terra, reg. 376, cc. 71v-72; filza 2487 (2 marzo 1769). 62 I Cinque Savi alla Mercanzia pubblicano il 18 marzo 1769 la normativa che regola la fabbrica di cordelle di seta del Gentili. ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 457. Il documento è trascritto nell’Appendice. Cfr. anche ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 453 e ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 451. 57
206
e filesello per il necessario assortimento à maggior facilità dello smaltimento nello Stato, e nella Romagna, Piazze di Napoli, nelle Spagne et altri luoghi; e di costruir, occorrendo alla sudetta Dita Gentili nella Città medesima o suo territorio un edificio da orsogli alla bolognese, con le facilità concesse dal Decreto 1634, 5 Gennaro. La prima questione affrontata dai Savi alla Mercanzia riguarda le maestranze, sia per la compresenza di ebrei e cristiani, sia per la eventuale fuga degli operai verso altre fabbriche, come era accaduto ai Lippomano. L’inizio della produzione a Conegliano era stato stentato, la manifattura era partita con tre telai, ai quali ne era stato aggiunto un quarto, ma il problema maggiore riguardava proprio le operaie, imperite del tutto […] in tal genere di lavoro, superato con l’arrivo di esperte da Padova, che hanno permesso alle locali di apprendere le tecniche di lavoro63 e di un tecnico, proveniente da un imprecisato estero stato64. Viene quindi permesso al Gentili di introdurre a Conegliano e suo territorio la Fabbrica delle Cordelle sudette di Seta d’ogni genere, e colore, e di filo, bavella e filesello vigilando però che se fra gli operai ci fossero state persone diverse per sesso e religione non dovevano coabitare e star uniti nell’esercizio del rispettivo lavoro cogli altri. Gli operai e lavoranti della fabbrica del Gentili non potevano essere da alcun Fabbricatore dello Stato distratti, e ricevuti nella propria fabbrica, ma neppure gli operai potevano andarsene dalla fabbrica per passar all’altrui servigio quando non fossero dal Fabbricatore licenziati e fosse permesso dal Magistrato veneziano. Le maestranze avevano l’obbligo di comportarsi colla dovuta subordinazione e rispetto, nei confronti del Gentili e dei suoi Agenti, gelosamente custodendo le di lui sete, ed altri materiali senza commettere furti. Per dodici anni veniva vietato a chiunque, sia a Conegliano che nel suo territorio, di erigere ed introdurre consimile Fabbrica, e lavoro di Cordelle di Seta, filo, bavella e Filesello dal momento che non risultava esserci alcuna fabbrica simile già attiva. Il Gentili era tenuto a impiegare in detta sua Fabbrica le sete nostrane, et occorrendogli di adoprar anco Sete da mar, avrà ad impetrarne la licenza per l’uso e a fare relazione dettagliata sull’andamento della produzione. Veniva poi confermato al Gentili, nipoti, discendenti e Agenti, il grande privilegio di portare il cappello nero su tutto il pubblico dominio e potrà à tal’effetto il
63 A Padova il Gentili aveva altre attività industriali. F. LUZZATO, La comunità ebraica di Conegliano Veneto e i suoi monumenti, Roma 1957, p. 48. 64 PIERO DEL NEGRO, “Virtù, zelo e prudenza”. Per una storia del “mestiere” di Rettore veneziano in Terraferma alla luce delle “Lettere responsive” di Camillo Venier, Podestà e Capitanio di Conegliano dal 1772 al 1774, in “Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso”, nuova serie, n. 10 a.a. 1992/93, pp. 139-159.
207
detto Jsach Gentili, suoi Nipoti, discendenti e due Agenti portar il capel nero in tutto il Pubb.o Dominio, come da d.o Decreto 2 andante gli è stato concesso ed era consentito loro liberamente trattenersi in Conegliano finchè sarebbe durato il privilegio della fabbrica65. Lo jus privativo comportava anche il fatto che erano ammesse al Gentili le spedizioni delle cordelle di seta per via di Venezia, per Cadice e Lisbona66. In una relazione di Camillo Venier, Podestà e Capitanio di Conegliano ai Cinque Savi del 177367, risultano occupate 40 donne cristiane e un uomo proveniente da uno stato estero grazie al quale l’imprenditore ha fatto costruire una macchina con cui si travagliano ad un tempo venti pezzi assieme a cordelle col solo maneggio di un attrezzo chiamato barra da man. Il Podestà parla del nuovo attrezzo come di una meravigliosa costruzione con cui si sono lavorate 4000 cordelle in due anni di più colori e numeri per un fatturato di 6000 ducati, e una qualità del prodotto perfetta tanto per l’orsoglio che per la trama, che viene spedita a Venezia dove viene smerciata al minuto. Le potenzialità della manifattura facevano ben sperare il Podestà anche perché stava per essere costruito un altro telaio, ma, a posteriori, ci si accorge che il Gentili aveva intrapreso la sua attività a Conegliano immediatamente prima di una grave crisi del settore. La fabbrica del Gentili risulta ancora attiva nel 1775, tra le fabbriche prileggiate attualmente esistenti68, che gode ancora dello Jus privativo di 12 anni (era iniziato nel 1769), e ne parlava anche un libro del 1778 dove si legge che ultimamente si sono introdotti un Filatoio, ed alcune fabbriche di cordelle di seta69. Non compare più invece nel 1788, nella già citata relazione di Ottavio Cristofoli, in cui risulta a Conegliano un solo Filatojo di sete, che lavora orsogli alla bolognese; si tratta in questo caso dell’industria del Lippomano70. Un documento del 1789 conferma la
ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 457. ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 451. 67 La relazione viene citata in: MAURO PITTERI, L’utilizzazione del suolo nel coneglianese 65
66
del ‘700, in “Storiadentro 3, Alcuni aspetti del Settecento nel Trevigiano e nel Coneglianese”, Conegliano 1980, pp.132-133.
68 AMVC, b. 412. La fabbrica di Jsac Gentili nel 1775 risulta tra le Fabbriche privileggiate ancora esistenti per terminazione 18 Marzo 1769 esecutiva di Decreto 3 detto gode jus privativo per tal Fabbrica in Conegliano e suo territorio per anni 12. 69 ANT. FEDERICO BUSCHING, Nuova geografia, tradotta in lingua toscana dall’ab. Gaudioso Jagemann, Tomo vigesimoterzo, Venezia 1778, p. 9. 70 AMVC, b. 430 (15 giugno 1788).
208
AMVC, b. 412, fasc. 6 chiusura dell’edificio di Isac Gentili, e lo inquadra tra le Fabbriche Privileggiate non esistenti nella Dominante e in tutto lo Stato Veneto71. L’importanza degli orsogli nei commerci di Conegliano nel 1788 Ottavio Cristofoli nel giugno 1788 presenta una relazione sulle attività commerciali di Conegliano dove la seta e Orsogli e Trame alla Bolognese, prodotti dai Lippomano, giocano un ruolo piuttosto importante. Gli orsogli rientrano nel commercio attivo con la Dominante insieme a Vini, Bovini, Cerchi da Botti. Vengono esportati anche nel resto dello Stato insieme a Sette grezze [sete grezze], Corami, Bovi, Lana, Vini e Biade. Orsogli e Trame alla Bolognese erano vendute a Vicenza e Corfù: le sete grezze a Bassano, Vicenza e qualche poche ancora con Udine e Palma, inoltre risultano essere l’unico prodotto esportato negli Stati esteri, in particolare a Bologna, Trieste, Vienna, Austria e Inghilterra. Anche la seta grezza era importante: veniva prodotta da 40 fornelli nella città, ogni fornello dà Setta n. 150. In tutti danno Setta n. 6000 la quale per la maggior parte si vende per Bolzano, Vicenza e Venezia e qualche poca anco a Udine e Padova. Nella gestione delle filande da seta aveva un peso anche la produzione della legna da fuoco, garantita in particolare dalle ville delli Feletti. Se Conegliano esportava orsogli e seta grezza, non essendoci più l’industria del Gentili nel 1788, doveva perciò importare Cordelle di Setta de Padova pezze n. 300 circa, oltre che Tellarie del Linussi di Carnia pezze 20 circa, Dette colorate, Negresine, Lubiane, di Resia pezze n. 50 circa e drappi di seta72. ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 451 e ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 452. 72 AMVC, b. 572. 71
209
AMVC, b. 572, fasc. 100
210
APPENDICE DOCUMENTARIA PROCLAMA DELLA DEPUTAZIONE AL COMMERCIO CON LE NORME PER MIGLIORARE LA QUALITÀ DELLA SETA. IL SERENISSIMO PRENCIPE Fà sapere, et è d’Ordine dell’Eccellentissima DEPUTAZIONE AL COMMERCIO. Approssimandosi la Staggione addattata alla coltura delle Galette, e Trattura della Seta, resta ogn’uno colla presenta incaricato a dover pontualmente esequire quanto coll’ordinazioni stampate sotto li 30 Maggio 1742 fù stabilito, e nel tempo stesso resta vietato, che non possa da verun Ministro arbitrariamente asportarsi né uno né più Matelli di Seta da Fornelisti. Avendo altresì in oggetto la presente Stampa d’ottenere una maggior perfezione; Di quì è, che oltre le cose convenientemente in avanti stabilite, si rendono noto le seguenti avvertenze, perche ogn’uno se ne possa approffittare, e farsi merito degl’indicati miglioramenti a proprio profitto, ed a credito del prodotto della Seta Nostrana, dichiarando espressamente, che l’oggetto dei seguenti Capitoli non è di vincolare, ma soltanto d’istruire i Trattori di Seta. BEN FILATA. Regola prima. I due Fili, che sopra il Naspo formano le due Masse, s’incrociaranno dalla Maestra Traressa almeno quindeci volte, le quali incrociature si faran col Naspo fermo. Regola seconda. Tutte le volte che i Fili si rompono, overo si congiungono, raddoppiandosi il Filo sopra una sola Massa, convien rivoltare il Naspo indietro fino a trovare il principio di tal raddopiamento, e tal filo raddoppiato perche niente fillato, si deve por trà le due Masse nel mezzo delle Spalete del Naspo, e non sù le Corde. NETTA. Regola prima. Tutte le volte, che si muta Naspo, giova cambiar l’Acqua della Caldara. In tal modo la Seta riesce tutta netta, e lucida. Regola seconda. Sempre che sopra la Massa vi capita qualche Struso, fondarolo, o altro diffetto, convien fermarne il Naspo, e prima, ch’il Struso resti da nuovi Fili di Seta coperto destramente levarlo colle mani; essendo di grandissimo danno alla Seta, sì nell’atto del Lavoro, come doppo usar Gucchie, o siano Aghi per gucchiar la Seta. UGUALE. Regola prima. Importa assai il porre, e conservar nei Capi della Seta un numero sempre eguale di Galette, onde s’incominci, si proseguisca, e si termini il Lavoro d’un Naspo colla medesima quantità di Galette. Regola seconda. Le Maestre Traresse saranno attente a ben strusare, e preparar in Caldara una buona quantità di Galette, e ciò per poter mantenere un numero uguale delle medeme alla formazione de Cai, e per esser pronte a sostituire in luogo delle Galette vicine a consumarsi, o siano Fondelli. Dat. dalla Deputazione al Commercio li 8 Maggio 1744 Gio. Emo Proc. Deputato Zaccaria Valaresso Aggiunto Nicolò Tron Kav. Deputato ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, seconda serie, b. 154
211
VANTAGGI ED ESENZIONI PER L’IMPIANTO DI EDIFIZI DI ORSOGLI - 5 GENNAIO 1634 MDCXXXIV 5 Genaro [1634, 5 Gennaio] Savii al Consiglio di Terra Ferma che li capitoli espressi nella […] delli savii alla Mercanzia, Registri sopra li Datij e Provveditori di Comun qual concerne regole proprie, et confermi al bisogno per l’introduzione della Fabrica di Orsogli nello Stato nostro et per incaminar per publico vantaggio, non meno che delli stessi sudditi questo importante negozio, siano con l’autorità di questo Consiglio approvati in tutte le sue parti, così che da chi spetta habbino ad essere puntualmente esseguiti, et per notitia universale si doveranno mandare alla stampa, quelli che generalmente parlano alla costruzione di tali edificij. Quanto sia alla difficoltà, che in questa materia potessero vertire, debbano esser Giudici di prima istanza quei Rappresentanti […] nella Giurisdizione de gli? nascesse simile differenza col beneficcio dell’appellatione al Magistrato delli Cinque Savij alla Mercanzia, come anco delle difficoltà che che vertissero in questa città medesima: siano in prima instanza raccomandate le cause ai Provveditori ai Commun coll’appellatione alli Cinque Savii predetti inappellabilmente conforme all’attorità del loro Magistrato, acciò tutti possano nei termini della Giustizia restar consolati. Ballarin Segretario. ASVe, Senato Deliberazioni, Terra Registri, b. 112
ATTO DEL NOTAIO HIERONIMUS ARGENTI CHE ATTESTA L’ACCORDO TRA I TIEPOLO E I LIPPOMANO PER L’USO DELL’ACQUA DEL RUIO 1766 [m.v.] 20 Gen. Venezia Hanno ottenuta gli auttori del N.H. Alvise Tiepolo fu del N.H. Francesco fino nell’anno 1722 dal Magistrato Ecc.mo dei Beni Inculti previo Decreto dell’Ecc.mo Senato l’investitura dell’acqua del Rujo di Conegliano per uso d’un edifizio di seta alla Bolognese dissegnato da costruirvi in uno de suoi stabili nel fondo della contrada Santa Teresa, e nel sito, come nel dissegno a quel tempo formato, unito. Ha similmente ottenuta l’investitura di detta acqua in quest’ultimi tempi il N.H. Gasparo Lippomano del fu N.H. Sebastian per estrarla nel sito al di sopra di quel Ghetto, e condurla ad un suo stabile posto in Borgo di S. Catterina a servizio pure d’un edifizio di Seta alla Bolognese, e con quelle condizioni, come nel documento di sua investitura, unito. Per dovuta preservazione però dei riguardi convenienti all’interesse di detto N.H. Alvise derivanti dalla precitata sua investitura, ed a dovuta cauzione di Lui e degl’eredi suoi il N.H. Gasparo sudetto che col suo edifizio già piantato, e prossimo a perfezionarsi è superiore di molto tratto di sito nel sito investito per conto della Ecc.ma Casa Tiepolo promette e si obbliga per se successori di valersi dell’Acqua predetta in modo, che dopo estratta all’uso necessario di N.H. Lippomano, resti tutta rimessa nel suo corso naturale, onde in qualunque tempo scorra liberamente a commodo e servizio del sudetto N.H.
212
Alvise, e suoi eredi e la presente valerà come un pubblico incontro solenne a reciproca quiete, e cauzione e sottoscritta, potrà a piacere di cadauna delle Parti essere riposta in atti di Pubblico […] a perpetua memoria, in fede Gasparo Lippomano Alvise Tiepolo 1767 Febraro Conegliano Li NN.HH. soprascritti con di loro lettere respettive a me dirette, hanno prodotta la presente Carta per essere custodita negl’atti miei Notarili ad perpetuam rei memoriam, ed esserne rilasciata copia Hieronimus Argenti Notaio Pubblico Uff. Conegliano ASVe, Archivio Tiepolo, primo versamento, b. 133
PROCLAMA RIGUARDANTE IL CONTRABBANDO DELLE GALLETTE E DELLA SETA GREZZA E L’ISTITUZIONE DI BOCCHE DI PIETRA PER LE DENUNCE SEGRETE Il Serenissimo Principa fà sapere D’ordine del Magistrato Ecc.mo de’ V Savj alla Mercanzia Ferma e costante la volontà dell’Ecc.mo Senato nel voler preservate all’impiego dei dilettissimi suoi sudditi le Gallette e Sete greggie Nazionali, rilevando questo Magi.o, cui peculiarmente è commessa la tutela e garantia del prezioso prodotto le ree contrafazioni, che dall’audacia ed avidità di tal uni vengono perpetrate colle clandestine estrazioni di esse gallette e Sete greggie al di qua e di là dal Mincio compresa anco Verona perciò gl’Ill.mi et Ecc.mi ss.i V Savj alla Mercanzia fanno pubblicamente intendere e sapere. 1 - Che non ostante li pasati Decreti alcuni sudditi facendosi lecito di trasportar le Galette ed anco le Sete greze in Terre aliene e fuori dello Stato: perciò si rinnova più efficacemenente alli Direttori e Governatori della Seta il comando di stare attenti sopra questo Punto e di procurarsi secrete notizie per parteciparle a’ Pubblici Rappresentanti Capi di Provincia ed anco al Magistrato come pure resta commesso alli Merighi, Degani, Massari, ed altri Governatori Reggenti o Uomini di Comun d’invigilare sopra questi dannati trasporti o siano di Gallette o Sete greze del proprio Comun o di altri luoghi, così che cogliendoli in vicinanza al confine, abbiano a fermarli anco col tocco di campana a Martello per condurre le Persone, Galette, Sete greze con Carri ed animali, ed altro, che servisse al trasporto all’ubbidienza della Giustizia e per riportare il premio di tutto l’importare del Contrabbando e cose suddette. 2 - Li Ministri de’ Reggimenti Capi di Provincia li quali accompagnati dagli Uomini di Comun fermassero alcun furtivo trasporto di galette o Sete grezze fatta la relazione del corpo del delitto e provata la reità massime colle giurate testimonianze degli uomini di Comun riportino la metà del Contrabbando come sopra, e l’altra metà resti à disposizione de’ Reggimenti. 3 - Ma perché potrebbe talora riuscir malagevole il fermar in fragranti li contraffattori
213
avranno debito li sudetti Capi di Comun di riferire alla Giustizia come sopra le contraffazioni dovendo dalli Reggimenti, Capi di Provincia esser proceduto contri li Rei, così pure principali come Mercanti, Sensali o altri che tenessero mano à tale dannato traffico per obbligare ciuscuno di essi alla pena di Ducati 50 e maggiori à misura della delinquenza per le Gallette e per le Sete greze à pagare solidariam.e la metà del valore delle medesime che all’incirca fosse provato e scoprendosi tali contraffazioni sopra le Denunzie delli Capi di Comun, come pure di altro qualunque Accusatore che si palesasse alla Giustizia avranno in premio la metà delle pene sudette e l’altra metà resterà ad arbitrio de’ Pubblici Rappresentanti. 4 - All’incontro mancando in qualunque modo li Merighi Degani ed altri Governatori de’ Comuni alle loro incombenze, cioè o non fermando li furtivi asporti o non denunziandoli alla Giustizia nel caso di non poter fermarli potranno esser accusati da chi che sia, e provata legitimamente la lor trascuraggine e connivenza saranno dalli sudetti Rappresentanti puniti con pene afflittive di prigione, ed altre a misura della reità. 5 - Venendo indicato alli Rappresentanti Capi di Provincia trovarsi nelle loro Giurisdizioni raccoglitori sudditi o esteri che inchietassero galette o sete grezze per trasportarle in Stati alieni ordineranno il loro arresto e provata la reità saranno condannati un anno in prigione e tutte le galette o sete greze che si trovasero da essi raccolte per farne il dannato trasporto saranno confiscate e divise giusta le Leggi 6 - In esecuzione del Decreto 28 Marzo 1730 sarà in ogni città esposta di giorno e di notte una Casella in luogo pubblico appresso alla cancelleria Prefettizia per denunzie secrete intorno alle contraffazioni in materia di Seta e li Governatori invigileranno perché così sia eseguito e restino le Caselle con frequenza aperte e visitate, dichiarando a freno di tanti abusi che sopra tali ed altre Denunzie e sopra tutte le sud.e contraffazioni sarà dalli Reggimenti Capi di Provincia proceduto col rito dell’Ecc.mo Senato. 7 - Il presente approvato che sia dall’Ecc.mo Senato sarà stampato e circolarmente rimesso al N.N.O.C. Rappresentanti Capi di Provincia del di qua e di là dal Mincio per la sua pubblicazione e per la esatta sua esecuzione alla quale è certo il Magistrato che saranno per prestarsi colla più impegnata e sollecita cura e rigore. Data dal Magistrato Ecc.mo dè SS.i V Savi alla Mercanzia li 26 Maggio 1787 ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 456
IN SEGUITO ALLA DENUNCIA DA PARTE DEI LIPPOMANO DI FURTI DI SETA NEL LORO FILATOIO, VIENE CHIESTO AI SAVI ALLA MERCANZIA UN PROCLAMA CHE DISCIPLINI LE MAESTRANZE PER IMPEDIRE I TRAFUGAMENTI Noi Xaverio Da Mosto per la Ser.ma Rep.ca di Venezia Podestà e Capitanio di Conegliano, e sua Giurisdizione. Oggetto del più importante argomento impegnò il zelo di questa Pubblica Rappresentazione a presidiar con tutta la possibile maggior robustezza il buon andamento dell’utile
214
attivo Filatojo da Seta, di ragione del N.O. Francesco Lippomano situato nella Contrà Santa Cattarina di questa Città, derivandone a motivo della poca subordinazione degli Operaj il massimo discapito dell’innocente Capitalista, che per tutti i rapporti dev’esser garantito. Prestatosi da noi quindi con particolar cura il più attento studio, onde riconoscer gli essenziali disordini per impedirne il progresso e nel tempo stesso di procurare con ogni possibile mezzo di preservar illeso da pregiudicj il Filatojo medesimo, siamo perciò venuti in deliberazione d’estender il presente Proclama, col qual si fa pubblicamente intender, e sapere. 1- Che tutti gli Operarj d’ogni classe, e sesso, che di tempo in tempo saranno impiegati nella Trattura, e lavoro di Seta nel Filatojo del N.O. Francesco Lippomano abbiano d’ora in poi a contenersi nella dovuta moderazione, osservando la più esatta subordinazione, e disciplina verso il Capo Direttore di quell’Edificio, col prestar ogni loro attenzione per il buon’andamento del medesimo, in pena a cadaun trasgressore d’esser severamente corretto dalla Giustizia 2- Astener si dovranno gli Operaj medesimi da qualunque dissipamento della Seta, che venisse da loro lavorata, in pena della responsabilità del danno, che per propria colpa fosse stato causato 3- Che alcun di detti Operaj, od altri non ardiscano di furtivamente appropriarsi la benché minima quantità di Seta, Gallette, Strusi, od altro esistenti in detto Filatojo, in pena d’immediato risarcimento, ed altre più severe secondo sarà di giustizia. 4- Resta espressamente proibito a qualunque persona di che grado esser si voglia di acquistar la benchè minima quantità di Seta, Gallette, Strussi, od altro, che in vendita fosse esibito da alcuno degli Operaj del detto Filatojo, ò col mezzo d’altre persone non possidenti d.ti generi, sotto le stesse pene nell’antecendente Capitolo cominate. 5- Finalmente per facilitar poi lo scoprimento dei rei tanto nella particolarità degli Operaj quanto per quelli, che tenessero mano a medesimi sì nella vendita, che nella rea vietata compreda, sarà in premio corrisposto dal Direttore della Filanda all’accusatore, che volendo sarà tenuto secreto per cinque cor.ti in premio di sua fedeltà, avuto però il debito riguardo rispetto alla qualità, e quantità del corpo del delitto provato che sia. [doc. 1791?] ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 454
RELAZIONE SUL FIUME RUIO DI CONEGLIANO Serenissimo Prencipe Poca miglia circa sopra Conegliano al pie d’una collina dalla parte tramontana trae la sua origine una piccol Acqua, volgarmente chiamata Ruggio, nello stato suo naturale non maggiore d’un tenue e semplice ruscello. Dirizza questo il suo corso fra il seno di varie colline che dall’una e dall’altra parte si scendono persino a sobborghi di Conegliano, ove entra quell’aqua e divisa passando due Borghi, cioè quello di san Antonio e di s. Cattarina, e lasciando il Superiore che il primo scorre lungo il secondo per un alveo
215
coperto da volti, sopra poggiano tutte le molte case che formano un’ala del Borgo stesso. Quest’acqua però si tenue nella sua prima origine e nello stato suo naturale per la di lei parvità di niun uso al caso di abbondanti pioggie che sono frequenti alle falde di questi Monti con maraviglia trasformandosi in fiero e spaventoso torrente, e con empito uscendo dal suo letto giunge ad abbattere i ponti e scompaginare e rompere gli archi da volti, e facendosi alveo della strada pubblica e sola giunge ad impedire ogni qualunque comercio e passaggio ed allagando tutti i primi piani delle abitazioni recca in seguito gravissimo danno a poveri che vi abitano ed insalubrità anco a tutti gli altri abitanti del Borgo, per le feciose sue deposizioni, giungendo ad impedire tallora per metà della giornata ogni uscita delle abitazioni stesse, ed in conseguenza ogni ancorche necessario occorente soccorso. A diffesa però da torrente si infesto saggiamente e providamente maggiori nostri aveano fissate e stabilite multiplici le diversioni, onde in tal modo diviso il volume dell’acqua, e subdivisa la forza di vendetta più raro il pericolo e sempre fossero minori li danni. Più d’uno e forse tre per memoria de viventi e segni indubitati che tutt’ora subsistono, erano gli alvei ausiliari, oltre il naturale destinati a ricevere le piene del torrente medesimo. Ma impediti questi, o dal tempo o dall’incuria, ò forsanco dal privato interesse, che rare volte si concilia con il comune. Il fatto si è che solo rimase l’alveo naturale occupato anco questo quasi interamente dalla crescente sabbia, che con l’acqua scende ogni dì più dai vicini colli tubi. (Documento senza data, ma identico alla relazione di Domenico Soranzo, Podestà e Capitanio di Conegliano del 24 settembre 1772. AMVC, b. 489) ASVe, Archivio Tiepolo, primo versamento, b. 133
TERMINAZIONE SULLA FABBRICA PRIVILEGIATA DEI GENTILI A CONEGLIANO TERMINAZIONE n.22 Degl’Illustrissimi et Eccellentissimi SS.i V Savj alla Mercanzia Concernente la nuova Fabbrica di Cordelle di Seta filo, bavella e filesello et il nuovo Edificio da Orsogli della Dita Gentili nella Città di Conegliano, e Territorio esecutiva del Decreto dell’Ecc.mo Senato 2 Marzo 1769. Riconosciuta dalla pubblica maturità corrispondente agli importantissimi oggetti di attivo Nazionale Commercio di impiego di inerte popolo d’incremento di manifatture e di aumento di valore del pregievole prodotto della Seta, la proposizione umiliata dalla benemerita Dita Gentili, rappresentata dall’industrioso Jsach Gentili, di erigere senza verun pubblico aggravio di esenzioni ò doni dalla pubblica cassa, nella Città e Territorio di Conegliano, dove da alcuno non fù sin ora proposta, né eseguita, una nuova Fabbrica di cordelle di seta d’ogni colore, ed ogni genere, non men che di filo, bavella, e filesello per il necessario assortimento à maggior facilità dello smaltimento nello Stato, e nella Romagna, Piazze di Napoli, nelle Spagne, et altri luoghi, e di costruir, occorrendo alla
216
sudetta Dita Gentili nella Città predetta ò suo Territorio, un Edificio da Orsogli alla Bolognese, colle facilità concesse dal Decreto 1634, 5 Gennaro devenne l’Ecc.mo Senato col ossequiato Decreto 2 Marzo corrente ad accogliere con aggradimento la proposizione medesima, accordando alla Ditta Gentili quelle agevolezze che sono state riconosciute necessarie all’effettuazione di così utile intrapresa, commettendo à questo Magistrato de’ V Savj alla Mercanzia di renderle note in dettagliata Terminazione. Perciò gli Illm.mi et Ecc.mi SS.ri V Savj alla Mercanzia eseguendo la pubblica decretata volontà terminano e terminando comandano 1- Potrà la Dita Gentili introdurre in Conegliano e suo Territorio la Fabbrica delle Cordelle sud.te di Seta d’ogni genere, e colore, e di filo, bavella e filesello: restandogli però ingionto di avvertire, et esattamente invigilare che nel caso, che frà i suoi Operaj se ne attrovasssero di diversa Religione e sesso, non abbiano gli uni à coabitare e star uniti nell’esercizio del rispettivo lavoro cogli altri. 2- Non potranno gli Operaj e lavoranti di detta Fabbrica Gentili essere da alcun Fabbricatore dello Stato distratti, e ricevuti nella propria Fabbrica in pena, ad arbitrio di questo Magistrato; né potranno similmente gli Operaj e lavoranti sud.ti absentarsi dalla Fabbrica medesima del Gentili per passar all’altrui servigio quando non fossero dal Fabbricatore licenziati, e ciò loro venisse permesso da questo Magistrato. 3 - Per il corso, e termine di anni dodici avvenire, da computarsi dalla data della pubblicazione della presente, non potrà in Conegliano e suo Territorio chiunque erigere ed introdurre consimile Fabbrica, e lavoro di Cordelle di Seta, filo e Filesello per non essere da alcuno sin’ora in detta Città e Territorio stata esibita la Fabbrica stessa. 4- Il Fabbricatore suoi Operaj, lavoranti, Ministri, et Agenti per tale Fabbrica di Cordelle di Seta, filo e filesello, saranno in Conegliano, e suo Territorio esenti affatto da qualunque aggravio d’Arte, ò pubblica imposizione sulla industria; giusto non essendo, che venga il nuovo lavoro in alcun modo sturbato od aggravato: e s’intenderanno la Fabbrica stessa, proprietario, Ministri, Agenti, Operaj e lavoranti della medesima sotto la pubblica prottezione, e dipendenti da questo Magistrato de’ V Savj alla Mercanzia. 5 - Al caso di controversie, fra’ gli operaj, et il Fabbricatore saranno agli Operaj medesimi salvi i ricorsi al N.O. Rappresentante di Conegliano, dalla di cui zelante diligenza dovrà esserne in tutti i casi sollecitamente reso inteso il Magistrato nostro per le convenienti rissoluzioni potendo anche gli Operaj stessi direttamente prodursi al Magistrato medesimo, dal quale verrà loro amministrata ragione e giustizia. 6 - Saranno le manifatture della Fabbrica sud.ta, come tutte le altre consimili dello Stato nella circolazion, et uscita dal medesimo soggette a’ tutti i soliti, e naturali pesi de’ Dacj. Dovendo però le cordelle di seta di detta Fabbrica, che per mezzo di questa Piazza, coi metodi prescritti dalla Terminazione à stampa 19 Gen.o 1762, approvata dal Decreto 5 Feb.o susseg.te, venissero con Estere Insegne trasmesse in Cadice, e Lisbona, godere della gratificazione di lire due sopra ogni libra di peso, e quella delle lire tre, e lire tre e mezza, colla esenzione sui ritorni (eccettuato il Caffè) le altre che venissero spedite nelle Piazze sud.te con Veneti Legni, giusta i Proclami Primo Dicembre 1764 - esecutivo dal precedente Decreto 15 Sett.e e 26 Feb.o 1767 – esecutivo del decreto 20 Gennaro antecedente sempre però che siano osservati i metodi di imballaggio, e Responsali, stabiliti
217
da detta Terminazione 1762. 7 - All’effetto della buona direzione della Fabbrica sud.ta, et Edificio da Orsogli lorchè venga dal Gentili eretto, potranno gli Agenti del Gentili stesso, durante il privilegio della Fabbrica, et Edificio medesimo liberamente trattenersi in Conegliano. E potrà à tal’effetto il detto Jsach Gentili, suoi Nipoti, discendenti e due Agenti portar il capel nero in tutto il Pubb.o Dominio, come da d.o Decreto 2 andante gli è stato concesso, e per tal fine rimesso al Magistrato Ecc.mo del Cattaver per la sua esecuzione. 8 - Dovranno gli Operaj tutti della Fabbrica sud.ta et Edificio diportarsi colla dovuta subordinazione e rispetto verso il proprietario e suoi Agenti e dipendenti assiduamente attendendo al proprio dovere, gelosamente custodendo le di lui sete, ed altri materiali: in pena agli inobbedienti ò che ardissero di commettere qualche furto, previa la partecipazione della Carica di Conegliano, di essere soggetti alle pene afflittive, che dalla Giustizia del Magistrato saranno credute convenienti. 9 - Doverà il Gentili impiegare in detta sua Fabbrica le sete nostrane, et occorrendogli di adoprar anco Sete da mar, avrà ad impetrarne la licenza per l’uso, et estrazione coi metodi soliti da questo Magistrato. 10 - Seguita la erezion della Fabbrica, e rassodata la Fabbrica stessa, dovrà il Gentili produrre al N.O. Deputato alle Fabbriche pro tempore di questo Magistrato distinta Relazione della med.ma, e del numero degli Operaj dell’uno e l’altro sesso col rispettivo nome, e patria, e di anno in anno dovrà pure mostrare al N.O. sud.to nota precisa della quantità e qualità dei eseguiti lavori, onde possa esser l’Ecc.mo Senato, come con detto Decreto prescrisse, opportunemente e di tratto in tratto partecipato dell’andamento, e progressi di detta Fabbrica. Dichiarandosi adesso per allora, che venendo di rilevarsi che il Gentili stesso non corrispondesse ai pubblici indulti coll’impianto, buon andamento, e progressi della Fabbrica pred.ta, s’intenderà illico decaduto da tutti i descritti indulti e privilegio privativo. 11 - Accolta poi, et aggradita dal Decreto medesimo 2 Marzo andante la proposizione del Gentili sud.to della erezion in Conegliano dell’Edificio da Orsogli alla Bolognese per uso della Fabbrica premessa, e per il negoziato delle sete, il qual Edificio assentì che venga tutelato colle esenzioni concesse à tali Edificj dai Capitoli 5 Gennaro 1634; ravvivati dal Decreto 24 Agosto 1726; perciò al caso della erezione dell’Edificio medesimo in Conegliano ò Territorio avrà per esso il Gentili à goder delle esenzioni e facilità tutte concesse à tali Edificj a detti Capitoli 5 Gennaro 1634 e Decreto 24 Agosto 1726 nonche accordare alle sete greze, e lavorare di qua dal Mincio della Regolazione 1738, e sarà al caso di tal erezione estesa, e firmata la relativa Terminazione. E la presente sarà stampata e trasmessa al N.O. Padestà e Capitanio di Conegliano e dovunque occorresse per la relativa pubblicazione et esecuzione. Data dal Magistrato de’ V Savj alla Marcanzia, li 18 Marzo 1769 ASVe, Cinque Savi alla Mercanzia, prima serie, b. 457
218
CONCESSIONE AI GENTILI DI UNA FABBRICA DI CORDELLE ED EDIFICIO DI ORSOGLI 1769 MDCCLXIX: II Marzo in Pregadi Intende con soddisfazione il Senato per la gradita scrittura del Magistrato de’ V Savj, che dopo molti inutili eccitamenti per la manifattura di Seta venga proposto per la Città e territorio di Conegliano dalla benemerita Dita di Anselmo Gentili un fonte d’industria nella esibizione d’una Fabbrica di Cordelle di Seta, Bavella, Filo, e Filesello senza pubblico aggravio, mediante la facoltà di erigere, se gli occorre, un edifizio per il lavoro della Seta, e di non essere per vent’anni con altri lavori di tale manifattura sturbato nel frutto delle sue spese, e fatiche, né negli allievi delle Maestranze, con quella ancora di poter ad oggetto di quiete, esso con li suoi Nipoti e discendenti, e due agenti far uso del Capel Nero. Dietro però la massima espressa nel Decreto 1765 di ovviare coll’accrescimento della Manifattura di Seta alla difficoltà che avvenir potesse nel smaltimento del prodotto per l’introduzione in Europa delle Sete orientali. Considerandosi nella presente esibizione la vera utilità dell’introduzione di tale Manifatura in quella parte, influente a lontano […] con benefizio della Navigazione ed opportuno risorgimento della povertà di quella popolazione, quindi aggradendosi questo nuovo frutto delle applicazioni della Ditta Gentili, dietro a quelli prodotti con molto profitto dello Stato nostro nell’Articolo delle Chioderie e del Lanifizio, concorre il Senato a concedergli li mezzi ricercati coll’assentire di esso per il periodo, qual fu dal Magistrato creduto sufficiente, di anni dodici, sia il solo fabbricatore dei predetti generi di Cordelle in quella Città, e Territorio, con la preservazione delle sue maestranze e delle libera stazione de’ suoi agenti in Conegliano che conseguentemente erigger vi possa un edifizio con le stabilite agevolezze, e in grazia d’esse introduzioni se gli concede di poter esso, Nipoti e discendenti con due Agenti portare il Cappel Nero nello Stato nostro: e però s’impartisce facoltà al Magistrato di estendere in Terminazione le predette pubbliche concessioni; raccomandandosi al N.H. Deputato alle Fabbriche d’invigilare e opportunamente riferire li progressi di questa gradita Manifattura. E delle presenti, di quanto concerne la permissione del Cappel Nero, sia data copia al Magistrato al Cattaver per la relativa esecuzione. Simon Cavalli Segretario ASVe, Senato Terra, reg. 376, cc. 71v-72; filza 2487 (2 marzo 1769)
219
ARCHIVI CONSULTATI ADVV Archivio Diocesano di Vittorio Veneto AMVC Archivio Municipale Vecchio Conegliano AMMC Archivio Municipale Moderno Conegliano ASTv Archivio di Stato di Treviso ASVe Archivio di Stato di Venezia AFSQS Archivio Fondazione Scientifica Querini Stampalia
BIBLIOGRAFIA LINA BALDISSIN SONEGO, Domenico Del Giudice: Memorie di Conegliano. 1771, in “Storiadentro. Conegliano dal mito alla storia”, nuova serie n.5, Conegliano 2008, pp. 321-372 FRANCESCO BATTISTINI, L’industria della seta in Italia ell’età moderna, Bologna 2003 ROBERTO BERVEGLIERI, Inventori Stranieri a Venezia (1474-1797). Importazione di tecnologia e circolazione di tecnici artigiani inventori, in “Memorie”, dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia, Venezia 1995 ROBERTO BERVEGLIERI, Inventori stranieri a Venezia (1474-1788). Importazione di tecnologia e circolazione di tecnici artigiani inventori. Repertorio, Venezia 1995 ANTONIO FEDERICO BUSCHING, Nuova geografia tradotta in lingua toscana dall’Ab. Gaudioso Jagemann, Tomo vigesimoterzo, Venezia 1778 LUCIANO CANIATO, Il Casino Gentili e San Francesco Nuovo. Incroci di storie parallele (1758-1768). in “Storiadentro 2”. Nuova serie, pp. 299-332, Conegliano 2003 SALVATORE CIRIACONO, Protoindustria, lavoro a domicilio e sviluppo economico nelle campagne venete in epoca moderna, in “Quaderni storici”, a. XVIII (1983), n. 52, I, pp. 57-80 SALVATORE CIRIACONO, Venezia e il Veneto nella transazione all’industrializzazine. A proposito della protoindustria di Franklin Mendels, in “Venise et la Vénétie dans la transition vers l’industrialisation. A propos des théories de Franklin Mendels”, in “Etudes en mémoire de Franklin Mendels”, a cura di R. Leboutte, Droz, Ginevra 1996, pp. 291 – 318 GIORGIO BORELLI (a cura di), Mercanti e vita economica nella Repubblica Veneta (secoli XIII-XVIII), vol. I e vol. II, Verona 1985 MICHELA DAL BORGO, Commercio, industrie e protezionismo nella Repubblica di Venezia del XVIII secolo: il caso delle fabbriche privilegiate, per gli Atti del convegno internazionale su “Diversità e connessione nel mondo mediterraneo II”, promosso dal Mediterranean Studies Group e dall’Università Hitotsubashi di Tokyo (Giappone), Il Cairo (Egitto), agosto 2006 MICHELA DAL BORGO, Fonti per lo studio dei tessuti antichi (secoli XVI-XIX): l’Archivio di Stato di Venezia in: “I tessili antichi e il loro uso: testimonianze sui centri di
220
produzione in Italia, lessici, ricerca documentaria e metodologica: Atti del III Convegno C.I.S.S.T.”, Torino 1984, pp. 155-166 MICHELA DAL BORGO, La sericoltura e la politica protezionistica nella Repubblica di Venezia, in Atti del Convegno “Le filande da seta: tracce per una ricerca sull’industria serica nel Friuli occidentale”, Prata di Pordenone 1994 MICHELA DAL BORGO, Note archivistiche sulle tipologie seriche prodotte in Friuli tra ‘600’ e ‘700 in “La seta a Sacile e l’attività serica nel suo distretto”, a c. di M. Da Re, A. Ros, F. Vecchies, Sacile 1996, pp. 81-99 MICHELA DAL BORGO, Tipologie tessili. Schede tecniche in “La seta a Sacile e l’attività serica nel suo distretto”, a c. di M. Da Re, A. Ros. F. Vecchies, Sacile 1996, pp. 101-111 MICHELA DAL BORGO (a cura di), Mani femminili. Il contributo delle donne alla storia della moda nella Repubblica di Venezia (secoli XVI-XVIII), Venezia 2013 DORETTA DAVANZO POLI (a cura di), I Mestieri della moda a Venezia dal XIII al XVIII secolo, Venezia 1988 DORETTA DAVANZO POLI (a cura di), Tessuti antichi. Tessuti – Abbigliamento – Merletti – Ricami- Secoli XIV-XIX, Treviso 1994 PIERO DEL NEGRO, “Virtù, zelo, e prudenza”. Per una storia del “mestiere” del rettore veneziano in Terraferma alla luce delle “Lettere responsive” di Camillo Venier, Podestà e Capitanio di Conegliano dal 1772 al 1774, in “Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso”, nuova serie, numero 10, anno accademico 1992-93, pp. 140-159 EDOARDO DEMO e FRANCESCO VIANELLO, Manifatture e commerci nella Terraferma veneta in età moderna, in: “Archivio Veneto”, a. CXLII, VI serie, n.1 (2001), pp. 27-50 GIULIANA ERICANI e PAOLA FRATTAROLI (a cura di), Tessuti nel Veneto. Venezia e la Terraferma, Verona 1993 IVO MATTOZZI, Intraprese produttive in Terraferma in “Storia di Venezia dalle origini alla caduta della Serenissima”, VII, Roma, 1997, pp. 435-478 LUCA MOLÀ, REINHOLD C. MUELLER, CLAUDIO ZANIER (a cura di), La seta in Italia dal Medioevo al Seicento. Dal baco al drappo, Venezia 2000 WALTER PANCIERA, Manufatti industriali in ambiente rurale tra età moderna e prima industrializzazione, in “Archeologia industriale nel Veneto”, a cura di FRANCO MANCUSO, Giunta Regionale del Veneto, 1990, pp. 79-85 MAURO PITTERI, L’utilizzazione del suolo nel coneglianese del ‘700, in “Storiadentro 3, Alcuni aspetti del Settecento nel Trevigiano e nel Coneglianese”, Conegliano 1980, pp. 121-163 CARLO PONI, All’origine del sistema di fabbrica: tecnologia e organizzazione produttiva dei mulini da seta nell’Italia settentrionale (Sec. XVII-XVIII), in “Rivista storica italiana”, fasc. 3, 1976, pp. 444-499 CARLO PONI, La seta in Italia. Una grande industria prima della rivoluzione industriale, Bologna 2009
221
Venezia e la Terraferma attraverso le relazioni dei Rettori. Atti del Convegno (Trieste 23-24 ottobre 1980), Milano 1981 GIOVANNI e SILVIA TOMASI, Ebrei nel Veneto orientale. Conegliano, Ceneda e insediamenti minori, Firenze 2012 ANGELICA ZANATTA, L’attività di un notaio veneziano del XVII secolo: Nicolò Bon nel 1649, Tesi di Laurea Università ca’ Foscari Venezia, Corso di Laurea magistrale in Amministrazione, finanza e controllo, A.A., 2012/2013 MARISA ZANUSSI, Conegliano e gli ebrei una convivenza plurisecolare, Conegliano 2012 VITTORIO ZONCA, Nuovo teatro di machine et edificii, Padova 1656
RINGRAZIAMENTI Desidero ringraziare il personale dell’Archivio di Stato di Venezia e la dott.ssa Mariarita Sonego dell’Archivio Municipale di Conegliano.
ASVe, Archivio Tiepolo, primo versamento, b. 133, doc. 1722, dicembre 2, (particolare) pubblicazione concessa con atto n. 5/2018, prot. 84 / 28.13.07.
222
Giorgio Zoccoletto
Il lanificio di Follina durante la guerra dei sette anni 1756-1763
RIASSUNTO DEI DOCUMENTI Da quando l’Europa e le Americhe erano entrate nella guerra detta dei “Sette Anni”, il lanificio di Follina otteneva grandi successi nelle esportazioni dei suoi prodotti, collocando ogni anno nei mercati del Mediterraneo Orientale migliaia di pezze. Questo successo era dovuto agli incentivi che la Repubblica Veneta gli riservava. L’erario pubblico infatti gli riconosceva due ducati e mezzo, cioè venti lire, per ogni pezza venduta nelle piazze dell’Egeo e del Medio Oriente. Il rimborso doveva però essere comprovato da bolle e riscontri e Giovanni Giorgio Stahl, titolare del lanificio, si era ben organizzato nello sfruttamento di tale opportunità. Al rimborso delle venti lire si aggiungevano altre agevolazioni, come l’esenzione da certi dazi negli acquisti della lana, l’eliminazione della concorrenza di fabbriche analoghe entro un raggio di quattro miglia (cosicché il costo della manodopera poteva essere tenuto basso) ed il divieto per le maestranze di passare sotto altri padroni. Queste agevolazioni erano quelle che avevano convinto Stahl a portarsi a Follina da Schio, dove ormai il mercato del lavoro era saturo e la concorrenza più attiva. Il Senato Veneto aveva stabilito che le agevolazioni avessero una durata decennale, demandando ai Cinque Savi alla Mercanzia, organo ministeriale preposto al settore, di controllare la legittimità del sussidio. Quando nel 1758 si avvicinò la scadenza della concessione, Stahl si rivol-
223
se ai Savi presentando una situazione del tutto nuova e disastrosa creatasi nello smercio del suo prodotto trainante, quale era quello delle londrine seconde, cioè stoffe lavorate secondo tecniche inglesi e con macchine di brevetto francese. Si trattava di stoffe resistenti e quindi molto richieste dai berberi e dai turchi. Infatti la Francia nel 1756 aveva tolto all’Inghilterra le isole Baleari ed in particolare il porto di Maone, che costituiva una importante base strategica per i trasporti delle merci in tutto il Mediterraneo e le fabbriche francesi avevano quindi acquisito via via un gran vantaggio nel far la concorrenza al lanificio di Follina. Per resistere ai competitori, Stahl aveva dovuto dapprima concedere ai propri clienti (anche se ben noti come pessimi pagatori) un più largo respiro nei pagamenti e poi aveva dovuto spartire con gli agenti mediatori una parte del rimborso delle venti lire per pezza. Chiedeva quindi, oltre ad un allungamento del periodo di contributo, anche l’allargamento dello stesso verso le esportazioni dirette nel Levante più vicino, cioè quello albanese e balcanico. I Savi alla Mercanzia giudicarono poco corretto riservare a Stahl un eccessivo trattamento di preferenza rispetto agli altri industriali ed anche il Senato, che doveva decidere in ultima istanza, si dimostrò titubante e con il decreto del 29 aprile 1758 approvò soltanto il rinnovo per altri dieci anni della sovvenzione ed invitò i Savi ad esaminare più attentamente il caso e proporre altre soluzioni nella speranza che finissero presto le angustie della guerra. Nel corso delle trattative venne a morire Stahl e gli successe il socio Giorgio Federico Faber. Per far pressioni sul governo il nuovo titolare cercò ed ottenne il sostegno di tutti i parroci del circondario, che asserirono con attestati notarili le benemerenze acquistate dalla fabbrica nel mantenimento di una popolazione misera e disoccupata. Per buona sorte la guerra si era andata attenuando allorché nell’agosto del 1762 la fabbrica fu divorata dal fuoco. Il podestà e capitano di Treviso indagò sul disastro, concludendo che era dovuto a cause accidentali. Faber pensò di chiudere l’azienda, ma i parroci del circondario ancora una volta lo sostennero nel chiedere aiuto al governo perché fosse assicurato il lavoro a migliaia di dipendenti e perché continuassero gli effetti benefici dell’indotto in tutta l’area pedemontana. Si arrivò quindi alla concessione di un prestito di 15.000 ducati, rimborsabile a 1.000 ducati all’anno, garantito con l’ipoteca sugli immobili della fabbrica e con la garanzia dei sussidi annui delle venti lire. Le condizioni furono rispettate, ma alla prima scadenza annuale Faber si trovò vittima di un equivoco della burocrazia: infatti, oltre al rimborso pattuito, gli fu incamerata la somma del soccorso delle venti lire. Insorse disperato ed il Senato ordinò ai Cinque Savi di rispettare il contratto del prestito con la motivazione che quella di Follina era “un’antica fabbrica che sostiene sopra di ogni altra il commercio in Levante e la sussistenza di una miserabile popolazione”. Il tempo ha confermato il giudizio del Senato Veneto tanto che il lanificio di Follina è da considerarsi fra i più longevi dell’industria italiana. 224
DOCUMENTI DELL’ARCHIVIO DI STATO DI VENEZIA Il premio alle esportazioni Senato Deliberazioni Terra filza 2150 • 24 gennaio 1751 n.v. – Terminazione dei Deputati al Commercio Zorzi Contarini e Daniel Bragadin, dell’Aggiunto Zuanne Capello e dei Savi alla Mercanzia Nicolò Erizzo, Alessandro Duodo e Tommaso Michiel Ingiunto essendo col decreto 23 settembre passato a questi Magistrati della Deputazione al Commercio e V Savi alla Mercanzia di esattamente raccogliere in terminazione tutte le regole di bollo, imbarco, responsali ed altro minutamente individuato a favore dei panni ad uso di Francia volgarmente detti londrine seconde, nonché tutte le grazie e concessioni accordate a tali fabbricatori col sopraddetto decreto, resta perciò in esecuzione del medesimo e del precedente 13 maggio 1747 terminato e terminando comandato. Primo. Ponendosi i panni ad uso di Francia in telaio in lunghezza di braccia 80, che follati formano pezze due di braccia 30 in 32 l’una, debba perciò in ambedue le teste esser tessuta la marca, ossia nome del fabbricatore, nonché la seguente espressione “londrine seconde” di maniera che allo scapezzarsi resti in cadauna delle pezze non meno il nome, ossia marca del fabbricatore, che la indicata espressione “londrine seconde” e ciò con la finale di potersi agevolmente liquidare che debba avere il premio del ben operare e chi debba per la mala operazione esser escluso dal seguente beneficio. 2°. Tali pezze, che dovranno in aggiunta esser bollate col rispettivo bollo di cadaun fabbricatore allorché siano di braccia 30 almeno e passino nelle Scale Alte della Turchia, cioè Costantinopoli, Smirne, Salonicco, Egitto, Cipro e Siria e siano vendute, conseguiranno dicati 2 e mezzo effettivi per cadauna e ciò per un decennio avvenire. 3°. Dopo colà giunti e venduti dovranno da Sua Eccellenza Bailo, o rispettivi Consoli, essere con sue lettere addrizzati a questi Magistrati i responsali, o siano legali attestazioni, gratis del recapito delle londrine con la specificazione del nome del fabbricatore, del numero delle pezze, della nave che le aveva colà condotte ed i riscontri del loro esito. 4°. Col fondamento di tali fedi dovrà da questi due Magistrati esser levato mandato per la consecuzione dalla Cassa del Partito di Consumo del Caffè della Terra Ferma di altrettanti ducati due e mezzo effettivi quante saranno le pezze enunciate nei suddetti responsali. 5°. Resta inoltre accordato agli attuali fabbricatori di tali panni che avranno sedici teleri battenti il jus privativo della distanza di soli 4 miglia cosicché le fab-
225
briche nuove di tal sorte di panni non possono aprirsi se non nella distanza di detti 4 miglia, ben inteso però che non abbia a sospendersi, o dimettersi qualunque fabbrica che dentro i 4 miglia fosse presentemente eretta e che dovrà esser data in nota al Magistrato dei V Savi alla Mercanzia. 6°. Il beneficio delle 4 miglia dovranno con l’accennata avvertenza goderlo tutte quelle altre fabbriche che per l’avvenire avranno sedici teleri battenti ed in attualità di lavoro per evitare l’inconveniente che si divertano dalle dette fabbriche gli operai e rispetto ai rimanenti benefici debbano anche essere proporzionatamente goduti da quei fabbricatori che avessero minor numero di teleri. 7°. E perché dal citato decreto 23 settembre passato viene riconfermato l’antecedente decreto 13 maggio 1747 relativo alla fabbrica di tal sorte di panni, di qui è che potranno i fabbricatori estrarre e condurre le lane che avranno comprate per fabbricare le suddette londrine seconde ad uso di Francia dal luogo dove le avranno levate e condurle per terra e portarle sino alle loro fabbriche immuni da ogni dazio, aggravio, o pedaggio, anche passando per Venezia, dovendo andar recto tramite, accompagnate però dalle consuete bollette da esser date gratis con la specificazione della quantità. 8°. Venendo in aggiunta in essi due decreti prescritte varie osservazioni e particolarmente in quello del 1747 a questa Deputazione al Commercio di stabilire avvertenze onde non venga usurpato l’indulto specialmente delle lane, perciò resta da ambi i Magistrati raccomandato e prescritto che qualunque fabbricatore che vorrà comprare lane per fabbricare panni di tal natura debba portarsi ad ambedue questi Magistrati per ricevere un mandato gratis in cui sia espressa la quantità che vorrà comprare per tale oggetto, dovendo con la scorta di questo goder le lane le suaccennate esenzioni. 9°. Dovrà il compratore far annotare nelle rispettive Cancellerie a tergo del detto mandato la quantità espressa nel mandato stesso e, non facendolo, non dovrà essergli fatta buona l’esenzione e, comparendone di più, dovrà pagare tutti i dazi ed in caso di defraudo il di più sarà soggetto alle leggi del contrabbando e fiscato. 10°. Sarà debito peraltro di ogni fabbricatore in capo ad ogni anno presentare tanto alla Eccellentissima Deputazione, quanto al Magistrato dei V Savi la nota e mostre dei panni che avrà fabbricati della suddetta natura per confrontare se le lane conseguite esenti siano state unicamente impiegate nelle londrine seconde, oppure adoperate in altra qualità di panni, particolarmente di quelli che nelle loro fabbriche ne lavorano di più sorte, né senza tale produzione di note potranno conseguire il mandato per le lane per gli anni susseguenti. 11°. Potranno similmente, come fu più volte prescritto, tradurre le lane ed i panni tenuti esenti da un Territorio all’altro per occasione di lavare, filare, tessere, o di altro lavoro necessario a perfezionare il panno.
226
13°. Potranno erigere tintoria e soppressa loro particolare tanto in Venezia, come nelle loro fabbriche in Terra Ferma, salve peraltro le convenzioni particolari che vi fossero con l’Arte dei Soppressadori in Venezia. 14°. Sia permesso a cadaun fabbricatore di tali panni usare un bollo particolare per la natura dei panni solamente, da essere peraltro il bollo depositato in questi Magistrati per gli opportuni confronti. 15°. Potranno condurre i loro panni sottili bollati, tinti, o bianchi dalla loro fabbrica in Venezia senza alcun pagamento di dazio nella Terra Ferma ed esenti dal dazio d’ingresso all’Entrada da Terra ed estrarli per le suaccennate Scale del Levante esenti dal dazio di uscita, dovendo però essere accompagnati dalle bollette che esprimano la quantità da esser loro concesse gratis, previo però un mandato delle pezze e del luogo per dove vengono incamminate. 16°. Dovranno detti panni sottili bollati coi rispettivi bolli delle fabbriche andar esenti dal Cottimo e del Consolato tanto in Venezia, quanto in qualunque Scala del Levante. 17°. Al loro giungere alle Dogane di questa Città sarà debito dei rispettivi Governatori pro tempore di registrarli in un libro appositamente a ciò istituito affine di riconoscere quante pezze siano state fatte e da quali fabbriche siano state spedite ed un simile libro, che servir abbia per lo scontro di quello da tenersi dai Governatori, debba essere tenuto dal Ragionato dei V Savi. 18°. Tutte le pezze dei panni ad uso di Francia che verranno fabbricate dovranno essere prodotte al Magistrato dei V Savi per essere confrontate con i campioni delle londrine dei panni di Francia per poter poi riferire all’Eccellentissimo Senato di sei mesi in sei mesi la qualità e quantità delle pezze dei suddetti panni che saranno partire per le nominate Scale del Levante e se di tutte quelle che partirono saranno pervenuti i responsali. 19°. Gli operai non possano passare al servizio di uno a quello di un altro fabbricatore se non avranno saldato il debito col primo fabbricatore. 20°. Trafugando, o maliziosamente asportando materiali, utensili, o altro spettante alla fabbrica, debbano essere a misura della delinquenza dai Pubblici Rappresentanti castigati i derubatori, nonché quelli che avessero cooperato, o comprati effetti derubati.
227
Il decreto del 29 aprile 1758 Senato Deliberazioni Terra filza 2277 • 11 aprile 1758 – Memoriale di Gio.Giorgio Stahl Serenissimo Principe. Se sorpassassi io Gio.Giorgio Stahl, umilissimo servo di Vostre Eccellenze, sotto un estemporaneo silenzio le fatali circostanze della fabbrica dei panni ad uso di Francia attualmente esistente alla Follina, avrei un giusto rimorso di aver taciuto a Vostre Eccellenze la contingenza a cui resta esposto il commercio di mancargli, o per lo meno restringersi una nazionale manifattura mediante la quale si coltiva il mercimonio con gli Stati del Gran Signore e defrauderei tutti i poveri operai della fiducia in cui si attrovano di non essergli per mancare l’impiego giacché la ristrettezza e montuosità del terreno non lascia loro lusinga di ritrarre dalla coltura il sostentamento. Combattuta questa fabbrica fin dai suoi primi natali in Schio, fu effetto dell’industriosa mia attenzione il trasportarla con profusione di vivo contante alla Follina e colà ridurla alla disciplina, lavoro e floridezza che è stata in passato e che può in presente rimarcarsi da chiunque si è compiaciuto e fosse per compiacersi di personalmente visitarla. Quattromila persone sono quelle che nella varietà delle provviste, delle condotte e delle successive operazioni ritraggono il loro giornaliero sostentamento. Quattromila ducati al mese di vivo contante resta ripartito tra mercenari oltre le provviste delle lane per la tintoria. Vi sono casse separate per accorrere alle loro malattie, per far educar i loro figli nel santo timor di Dio, erudirli nelle cose spettanti alla religione a buoni costumi e farli apprendere il leggere e scrivere. Venticinquemila ducati in circa occorrono nella corrente stagione per la provvista e l’apprestamento delle lane da travagliarsi nel corso dell’anno. Cento sono i teleri in attualità per la tessitura di tal sorte di panni e se alle volte taluno di questi giace inoperoso, ciò deriva da malattia, o da altro legittimo impedimento che allontana il tessitore dal lavoro, di maniera che novanta per lo meno sono i teleri incessantemente battuti. Ogni mese si staccano dalla fabbrica dodici balle di dodici tagli circa assortiti per cadauna balla e giungono a questa Dominante. La Città di Costantinopoli, quelle di Smirne, di Salonicco, del Cairo ed altre rinomate Scale del Levante incaparravano un anno per l’altro la metà almeno dei miei lavori ed al serrar dell’annata mi ritrovavo sempre in angustie di lavori cosicché al chiuder del bilancio dell’anno antepassato appena ventisette erano i tagli sopravanzati. Per ridurre e mantenere in vigore lo spaccio di questa nazionale manifattura ho studiato di far buon uso del pubblico donativo delle lire 20 per taglio. Non sì
228
tosto fu accordata questa largizione che incontinente rilasciai ai compratori un 4 e mezzo per cento del solito costo ad oggetto di stabilire un nuovo commercio per Levante. Dopo la conquista fatta dalla Nazione francese di Porto Maone, mercé la quale godendo di una più libera navigazione, ha spedita in Levante una prodigiosa quantità delle sue londrine e questa mandate al 25% di meno del solito per far denaro. Ho abbassato il prezzo dei miei panni in ragione di soldi 20 il braccio per poter in parte fronteggiare alla tenuità del costo a cui in oggi ha ridotti i miei panni. Laddove le vendite le facevo in contanti, mi sono ridotto a farle anche in parte per via di commutazione. Malgrado però a tutti questi ribassi e facilità e nonostante all’esattezza della tessitura, tintura, involtura ed altro mi trovo un incaglio di londrine seconde per ducati 40.000 e mi sono mancate tutte quelle anticipate commissioni che negli anni decorsi assorbivano, come dissi, la metà almeno della mia fabbrica. Di tutti questi fatti, quando per avventura ne dubitassero, sono supplicate Vostre Eccellenze a prenderne la più accertata verificazione onde abbiano un’immaginabile prova della genuinità delle mie rappresentazioni e dei motivi del presente ricorso. Prossimo a tramontare è il decennio dello stabilito donativo di lire 20 per taglio. Di questa largizione umilmente supplico la continuazione per un successivo decennio da incominciarsi al tramontar del presente. Affine poi che quell’arenamento di effetto, il quale fatalmente provo nelle commissioni dell’Alto Levante, venga rimosso dallo smaltimento in altre parti, umilmente imploro che tutte le pezze, o sia tagli di 32 piedi circa della mia fabbrica per qualunque parte fossero dirette, goder debbano nella rimanenza del corrente e nel futuro decennio del premio di lire 20 per cadauna, da non essermi però corrisposte se non sopra accertati riscontri della loro estrazione da questa Dominante. Questa umilissima ricerca, che a prima vista sembra illimitata, ha peraltro il suo confine. Duemila tagli al più possono essere da me fabbricati, stante che la popolazione, fra le mani della quale ella si nutre, non è in grado di somministrarne maggior numero. Senza un tale vantaggio devo ingenuamente confessare a Vostre Eccellenze di non potermi impegnare nella continuazione della fabbrica per non espormi a nuovi incagli e per conseguenza ad insuperabili perdite di capitali. Qualora dall’ottimo discernimento di Vostre Eccellenze mi venga dalla munificenza impetrato il rescritto di grazia, confido in Dio e farà tutto il possibile per continuare non solo nei già surriferiti rilasci, ma potrò egualmente dilatarli
229
verso quelle parti che attualmente non li godono e che per non goderli tralasciano le decorrenze che sarebbero per fare. Il diffondermi in riflessi di vantaggiose conseguenze in rapporto alla suddita navigazione ed ai commerci che devono con utile delle pubbliche dogane qua venire, lo stimo totalmente superfluo perché Vostre Eccellenze più agevolmente li comprendono di quello che possa la mia insufficienza descriverli. Resta dunque che la loro clemenza acceleri il prender per mano l’affare e vi doni quella assistenza che serva a tener in piedi un lavoro che è frutto di capitali per primo consunti e susseguentemente rimpiazzati e di applicazioni sempre più impiegate. Grazie. • 24 aprile 1758 – Scrittura dei Savi alla Mercanzia Lorenzo Grimani, Sebastian Molin 2° e Giovanni Gritti Serenissimo Principe. Il Signor Gio.Giorgio Stahl benemerito introduttore nello Stato della fabbrica di panni ad uso di Francia presentò l’annesso memoriale esponendo le contingenze alle quali va presentemente soggetta questa manifattura con evidente pericolo che, qualora non vi si apporti proporzionato riparo, essa o interamente si perda, o di gran lunga si rallenti e si restringa. Verifica questa sua esposizione con l’incaglio che fatalmente soffre nelle Scale del Levante Alto questo genere di pannine dopo la conquista fatta dai Francesi del Porto Maone e dice che, essendone stata dai medesimi, mercé una più libera navigazione, spedita in Levante una prodigiosa quantità di detti panni, fu forza loro di procurarsene l’esito con il notabile degrado di un 25%. Per far fronte ad una novità così rovinosa e fatale non mancò dal canto suo il ricorrente di ribassare non solo il prezzo delle proprie pannine in ragione di soldi 10 il braccio e di rilasciare ai compratori un 4 e mezzo per cento sopra il donativo di lire 20 per taglio concesso dall’Eccellentissimo Senato per le Scale Alte del Levante, ma in luogo di contanti si persuase di ricevere in concambio anche prodotti ed effetti di quelle Scale. Nulla ostante questo e tutte le descritte facilità ed agevolezze, egli si trova oppresso da un dannosissimo incaglio di londrine seconde per l’importar di ducati 40.000, che oltre l’avergli arenate e sospese le solite commissioni, ora lo pone nella incertezza di poter più oltre proseguire nel mantenimento della fabbrica posta alla Follina con cento teleri in attualità di lavoro e con il giornaliero impiego di quattromila persone all’incirca.In tale dolorosa situazione di cose due sono gli oggetti del presente umilissimo ricorso. Il primo riguarda alla continuazione del dono già stabilito dall’Eccellentissimo Senato delle lire 20 per taglio per l’estrazione per il Levante Alto per un
230
altro nuovo decennio, da aver principio al tramontar del corrente che è già vicino a compiersi. L’altro che per riparar all’arenamento delle commissioni e vendite dell’Alto Levante gli sia permesso di spedire dette sue londrine per anni dieci anche per le Scale del Levante Basso con lo stesso premio di lire 20 per taglio, da non essergli però corrisposto se non sopra accertati riscontri della loro estrazione da questa Dominante. Chiude che senza una tale pubblica condiscendenza deve ingenuamente confessare di non poter proseguire nella continuazione di questa fabbrica onde non esporsi a nuovi incagli e per conseguenza a nuove perdite di capitali. Rimesso questo memoriale all’esame ed informazioni di noi V Savi alla Mercanzia, abbiamo creduto per ben adempiere ai pubblici comandi di dover verificare in primo luogo l’essenza dei fatti esposti, poi di fare un diligente riflesso anche alle petizioni e ricerche del supplicante. Per quello sia alla verità della prima parte, noi non solo trassimo i confronti necessari da alcuni capitoli di lettere scritte da Smirne a qualche negoziante di questa Piazza e dagli attestati più pieni che ci furono presentati da alcune di queste ditte, ma fummo accertati anche dalla voce accreditatissima dell’Eccellentissimo Donà ritornato in questi giorni di Bailo alla Porta Ottomana, il quale confermando il degrado addotto ne riconosce la causa non solo dai motivi indicati nel memoriale, ma anche dall’indulto dato dalla Corte di Francia ad ogni persona di poter spedire e contrattare in qualunque luogo i panni medesimi. Per il che dubitar non potendosi della verità del fatto, ci restringeremo a considerare a Vostra Serenità che in grazia della benemerenza del supplicante, che infatti è distinta e singolare, ed in vista di una manifattura perfetta che dà impiego al popolo, trae denaro nello Stato e porta vantaggio ai pubblici dazi, può l’Eccellentissimo Senato discendere senza esitanza ad accordare al medesimo per un altro nuovo decennio il ricercato dono delle lire 20 per taglio per le estrazioni per il Levante Alto. Ma siccome questo jus privativo offenderebbe le convenienze ed i riguardi delle altre fabbriche dello Stato, così vorrà Vostra Serenità ampliarne l’indulto egualmente per tutte onde, allettate da questa pubblica munificenza, coltivino il traffico con la Città di Costantinopoli, di Smirne, di Salonicco, del Cairo ed altre Scale, attirando in concambio alla Piazza nostra ricchissimi effetti e prodotti da quelle parti. Per quello sia all’estendere la grazia per egual tempo e per un egual premio anche sopra l’estrazione di londrine seconde per il Levante Basso, umilmente rifletteremo che, siccome ogni ragione vuole che il male per le emergenze presenti sia per essere temporaneo ed accidentale, così l’Eccellentissimo Senato possa restringere a soli due anni la grazia implorata, ampliando il beneficio delle lire 20
231
per taglio anche a favore degli altri fabbricatori dello Stato per le Scale di Durazzo ed altre dell’Albania Turca, credendo noi necessario di restringere in tal guisa il tempo e l’ampliazione del privilegio. Dato pertanto convenevole provvedimento alla materia, confida il Magistrato che ella continuerà anche in avvenire con fortunato successo e che adempiti saranno per conseguenza tutti quegli oggetti che furono in vista dell’Eccellentissimo Senato per proteggere e premiare l’industria di un così benemerito introduttore. Grazie. • 29 aprile 1758 – Decreto del Senato Vedendosi per l’ora letta gradita scrittura del Magistrato dei V Savi alla Mercanzia in pieno modo comprovate le cose esposte dal Signor Giorgio Federico Sthal introduttor nello Stato della fabbrica di panni ad uso di Francia riguardo al considerabile incaglio delle londrine seconde ed alle conseguenze cui per le addotte ragioni, malgrado le da lui praticate facilità ed agevolezze vanno presentemente soggette nelle Scale del Levante Alto, e considerandosi quanto il Magistrato riflette sopra quegli atti di pubblica condiscendenza che implora, discende questo Consiglio in vista del mantenimento di una fabbrica che dà impiego al popolo, trae denaro nello Stato e porta vantaggio ai pubblici dazi, di confermare al benemerito supplicante per un altro decennio, d’aver principio al tramontar del corrente, il ricercato dono di lire 20 per ogni taglio di londrine seconde che estrarrà per il Levante Alto. E poiché ben si conosce che questo nuovo indulto che si concede al predetto Gio.Giorgio Stahl verrebbe ad offendere le convenienze ed i riguardi delle altre fabbriche dello Stato qualora ad esse pure non si adottasse, così a seconda di quanto co considera e suggerisce il Magistrato trovasi del pari conferente di prolungare per tutte le fabbriche il beneficio di questo premio sicché, allettate da questa nuova pubblica condiscendenza, coltivino un così utile traffico con la Città di Costantinopoli, di Smirne, Salonicco, Cairo ed altre Scale, attirando in concambio effetti e prodotti di quelle parti. Ma siccome poi molte ed importanti considerazioni vi concorrono da un canto per non aversi ad estendere per nessuno spazio di tempo un eguale premio anche sopra le estrazioni di londrine seconde per il Levante Basso e si riflette dall’altro che l’incaglio e l’arenamento di questa manifattura deriva dalle circostanze presenti della guerra e dalle avvedute direzioni dei Francesi, così in vista di un male che il Magistrato stesso pur considera temporaneo ed accidentale, suggerirà quel genere di onesto accrescimento al donativo delle 20 lire, che con il presente si conferma, all’estrazione delle pannine per le Scale Alte del Levante
232
potesse farsi in grazia delle fatali circostanze e ciò per l’indicato premio degli anni due che il Magistrato medesimo conobbe proporzionato alle temporanee incidenze, o in quale altra maniera potesse apportarsi rispetto ai danni che presentemente soffrono i fabbricatori di questa manifattura senza offendere gli altri essenziali riguardi che l’esperienza sua sa doversi meritare la materia, disposto questo Consiglio a discendere a quelle ulteriori agevolezze e facilità che nelle circostanze presenti conosce meritar l’importante oggetto di mantenere nello Stato una così utile manifattura e premiar l’industria dei suoi fabbricatori.
Il decreto del 13 maggio 1758 Senato Deliberazioni Terra filza 2278 • 5 maggio 1758 – Scrittura dei Savi alla Mercanzia Lorenzo Grimani, Sebastian Molin e Benetto Nani Serenissimo Principe. Piacque a Vostra Serenità con il decreto 29 aprile decorso di confermare per un nuovo decennio a Gio.Giorgio Stahl, benemerito introduttor nello Stato della fabbrica di panni ad uso di Francia, il ricercato dono per le estrazioni per il Levante Alto di lire 20 per taglio ad oggetto di felicitare vieppiù una fabbrica che somministra impiego a numeroso popolo, trae molto denaro dai paesi esteri e reca considerabile vantaggio ai pubblici dazi. Ma siccome comprese la pubblica sapienza che questo singolare indulto sarebbe direttamente offensivo alle convenienze ed ai riguardi delle altre fabbriche qualora esse non fossero compartecipi del dono stesso, così dietro le considerazioni del Magistrato nostro trovò la giustizia dell’Eccellentissimo Senato di ampliarne il beneficio generalmente a tutte perché, allettate da questa nuova pubblica condiscendenza, si incoraggino a coltivare un così utile traffico con la Città di Costantinopoli, Salonicco, Smirne ed altre Scale per quindi attirare in concambio originari effetti e prodotti da quelle parti. Riguardo poi ad estendere un egual premio anche sopra le londrine seconde per il Levante Basso, in conformità di quanto aveva implorato il supplicante, siccome molte e pesate considerazioni persuasero Vostra Serenità ad escludere interamente questa tale richiesta, così chiamata l’obbedienza nostra col nominato decreto a dover suggerire quel genere di onesto accrescimento al donativo delle lire 20 per il Levante Alto potesse aggiungersi in vista dell’incaglio che soffre presentemente questa manifattura sia per le circostanze della guerra, sia per le avvedute direzioni dei Francesi, noi non abbiamo omesso di eseguire prontamente la pubblica sommissione, chiamando i fabbricatori di pannine dinnanzi al Magi-
233
strato nostro per riconoscere quali facilità ed agevolezze vi fossero a sollievo e conforto di una fabbrica utile e vantaggiosa al pubblico interesse. Le proposizioni pertanto che ci furono fatte mirano all’aumento di altre lire 20 per taglio per anni due per le estrazioni che si eseguissero solamente per il Levante Alto, dichiarandosi di non poter far fronte senza un tale premio alle pannine di Francia dopo il noto ribasso di un 25% ed in conseguenza di non poter nell’imminente stagione impegnarsi nella consueta compreda delle lane poiché l’incaglio della merce consumerebbe a poco a poco i loro capitali senza speranza di pronto compenso e riparo. Della verità e delle ragioni di questo tal ribasso noi non solo abbiamo reso conto a Vostra Serenità con l’antecedente scrittura 24 aprile decorso, ma ne fu anche prima resa certa dal benemerito dispaccio dell’Eccellentissimo Ambasciatore Erizzo in Francia sotto il dì 6 novembre passato, nel quale partecipò la permissione che aveva data il Re ai vascelli neutri di ogni Nazione di caricare merce del Regno e perché mancava ai vascelli francesi il numero necessario di marinari e perché eccedente per le contingenze della guerra era ridotto il premio delle sicurtà e dei noleggi. Queste alterazioni come aprirono il campo ad ogni Nazione di poter comprare in prima mano dalle fabbriche di Marsiglia questo genere di pannine, così le compagnie dei Francesi in Levante vedendosi rapito il privilegio di poter esse sole esercitare questo tal commercio, si avvisarono di diminuirne il valore di un 25% circa onde impedire che altre Nazioni si applichino in presente ed in avvenire a questo tal traffico con aperto loro danno e rovina. Dovendo pertanto in adempimento del proprio dovere suggerire all’Eccellentissimo Senato quali facilità ed agevolezze vi potessero essere in tale stato di cose a favore dei fabbricatori dello Stato, noi non ravvisiamo miglior espediente che quello che Vostra Serenità per il periodo di anni due accresca al primo premio delle lire 20 per le sole Scale del Levante Alto il dono di altre lire 10 per taglio, apportando in tal guisa ad un male temporaneo ed accidentale non solo un temporaneo rimedio, ma che un qualche compenso e riparo. Ma siccome può avvenire che anche prima che termini lo spazio suddetto, cangiandosi le circostanze presenti, ritorni il valore di questa merce al primiero suo prezzo e valore, così sarà impegno nostro il farci tener intesi di tempo in tempo dalla benemerita diligenza dell’Eccellentissimo Signor Ambasciatore Estraordinario alla Porta delle alterazioni che succedessero nel proposito per quindi portarne la notizia all’Eccellentissimo Senato, da cui discenderà ogni ulteriore regolazione. Intanto egli è certo che l’industria e l’utilità che derivano allo Stato da queste fabbriche potrebbero esigere presentemente più ampie concessioni ed indulti, ma siccome il Magistrato nostro non può in vista del pubblico interesse discen-
234
dere a suggerimenti più ampi ed estesi, così sarà effetto della reale munificenza dell’Eccellentissimo Senato l’aggiungere al suggerito espediente tutto quello che credesse più utile e conferente a sollievo di una manifattura per cui sia sempre bene impiegata qualunque pubblica facilità ed agevolezza. Grazie. • 13 maggio 1758 – Decreto del Senato Trovandosi molto adattato l’espediente che il Magistrato suggerisce di accrescere per il periodo di anni due per le sole Scale del Levante Alto il dono di altre lire 10 per taglio, vi concorre questo Consiglio ad accordarlo, ma siccome può avvenire che anche prima termini lo spazio suddetto di tempo, così sarà impegno del Magistrato il tenersi attento alle alterazioni che accadessero.
Le suppliche della popolazione Cinque Savi alla Mercanzia Prima Serie busta 362 • 2 ottobre 1759 – Supplica di Giorgio Federico Faber ai Cinque Savi alla Mercanzia Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori Padroni. Passata nell’umilissima persona di me Giorgio Federico Faber per il testamento del q. Signor Gio.Giorgio Stahl l’accreditata di lui fabbrica di panni ad uso di Francia, volgarmente detta delle londrine seconde, esistente alla Follina, mi vedo in debito di assoggettare a pubblica cognizione lo stato presente della medesima onde non sia imputabile a difetto di chi vi tiene interesse, qualunque sia per essere la risoluzione che è la salvezza del proprio decoro e dei propri capitali fosse da prendere. I pubblici documenti dimostrano la premura di questo Serenissimo Governo per la continuazione non solo, ma per l’ampliazione di tal genere di fabbriche nei Pubblici Stati, ma quantunque molti si siano posti a questa impresa, hanno dovuto alcuni per fatalità di destino far punto ed altri per capo di interesse hanno diminuito in modo che si possono dire i loro lavori annullati. La sola fabbrica del fu Signor Gio.Giorgio Stahl, da me ora rappresentata, si è dilatata sino al numero di cento teleri e per la scarsezza dell’esito nel Levante Alto si è ridotta alla metà. Eppure questo dimidiato numero assorbe lire 15.000 di vivo contante al mese in pagamento ai poveri operai. Consuma una botte di olio al mese ed esige ducati 20.000 per l’approntamento delle lane, al che deve aggiungersi il giornaliero consumo degli utensili, il costo delle legne e droghe per la
235
tintoria, l’ammontare del sapone per il purgo dei panni ed altre spese, che sebbene presa l’una separatamente dall’altra non sono di grave rimarco, quando però si uniscono in una sola partita ascendono ad una grandiosa ragguardevole somma. Un saggio di queste minori spese si degnino dedurlo dal seguente fatto. L’attuale Maestro tintore condotto dalla Germania ritrovandosi avanzato in età ed io perciò in pericolo che con la di lui morte mi venga a mancare il segreto della squisita tintura da lui eseguita, ho dovuto promettergli zecchini 100 ed un regalo di altrettanto perché sveli ad altro personale il suo segreto con l’obbligo di continuargli il solito stipendio ed in aggiunta con il sopracarico dello stipendio al nuovo tintore da ammaestrarsi. Al presente la Nazione francese esita le sue londrine seconde a lire 7:12 al braccio poste a bordo, come dalle fatture e madri che presso di me esistono con evidenza risulta. All’opposto costano alla fabbrica della Follina più di lire 8 al braccio. Questo scontro di prezzi impossibilita alla Follina l’esito dei suoi lavori. Di fatto dopo il marzo passato non ho potuto esitarne che 60 pezzi per Costantinopoli ed esperimenterei un fatalissimo incaglio se non mi fossi applicato al duro ripiego di affidarle ai turchi che le traducono e spargono nel Levante Basso. Se sia stato condotto dalla necessità, o dalla elezione, Vostre Eccellenze lo potranno agevolmente dedurre dall’annesso foglio nel quale spicca la rimanenza del mio credito per i fidi fatti ai turchi ascendente a ducati 32.148:10, ai quali quando si aggiungano altri ducati 15.000 circa, importar delle lane e pellami ricevuti in pagamento dai turchi ed affidati ai mercanti cristiani, ben vedranno Vostre Eccellenze snervata questa fabbrica di ducati 50.000 circa. Questo è lo stato in cui si attrova presentemente ridotta la fabbrica antedetta, la quale certamente non può progredire nel lavoro quando non venga soccorsa dalla mano benefica del Principe. Non è dell’umiltà mia il determinare il modo, ma solamente di mettere in vista il bisogno e la necessità del soccorso. Le lane francesi si vendono, come ho detto, a lire 7:12 franco alla vela e quelle della fabbrica alla Follina sorpassano non poco le lire 8 nel loro costo. La sapienza dunque di Vostre Eccellenze saprà ritrovare il modo di adottare quelle maggiori facilità che richiedono le presenti fatali circostanze per poterla continuare, come peraltro sono ardentemente desideroso. Nell’appoggiare presso l’Eccellentissimo Senato il mio privato interesse, Vostre Eccellenze siano più che certe che soccorrono e mantengono un ragguardevole numero di miserabili famiglie. Le cinque attestazioni di Parroci spontaneamente da essi fattemi tenere mostrano i languori di quella tangente della loro popolazione che ritrova il vitto dall’incessante travaglio di cinquanta teleri ed ora ridotta a somministrare un oggetto compassionevole a chi nutre sentimenti di umanità.
236
Quando vi si aggiungesse l’arenamento degli attuali cinquanta teleri, ben comprende la loro esimia carità quanto povero popolo e quante famiglie rimarrebbero prive del loro alimento, che attendono dalla caritatevole condiscendenza di Vostre Eccellenze. Grazie. Allegata nota del credito per i fidi fatti ai turchi Memet Collegi lire Agò Giobani “ Moia Ossiman “ Ali Suca Muratti “ Soliman Congia “ Abdi Craina “ Maumeto Assie “ Soliman Giera “ Tair di Memet Bairan “ Alì Sema “ Iao Licca “ Dano di Ucen Rama “ Memet Ibrain Sabo “ Isu Aga “ Mustar Muzzurri “ Ucen Donori “ Murat Sema “ Tair Giera “ Agò Lozzani “ In somma lire
7.496:15 3.141:10 4.617:5 14.723:9 30.725:8 36.709:12 31.924:14 15.566:12 3.118:14 2.500:12.384:7 3.125:15 9.020:5 3.116:5 3.116:5 10.284:9 2.820:1.798:12 3.130:10 199.320:7 sono ducati 32.148:10
Allegata fede dei Ministri della fabbrica Costituiti personalmente aventi di me Nodaro di Valmareno Giovanni Savoini i Signori Giacomo Colles e Giacomo Leonardo Hubertis Ministri principali della fabbrica delle londrine ad uso di Francia del fu Gio.Giorgio Stahl e che di presente viene sostenuta dal Signor Giorgio Federico Faber esistente alla Follina Giurisdizione di Valmareno, quali costituti fanno ampia giurata ed indubitata fede per puro effetto della verità qualmente da due anni in qua hanno dovuto i medesimi licenziare una quantità di lavoranti che di numero cento teleri che lavoravano al presente sussistono al numero di cinquanta, dal che ne risulta che una quarta parte degli operai inservienti alla detta fabbrica restano privi dei lavori e per
237
conseguenza sono ridotti pieni di povertà e di miserie. E ciò non solo gli abitanti della Follina, ma eziandio ne risentono vieppiù danno gli altri villaggi e luoghi circonvicini che erano sostenuti dalla fabbrica, con che se il sunnominato Faber fosse astretto a dover di nuovo e di più ancora restringere i lavori, questa sarebbe la totale desolazione di questa povera gente. Tanto depongono a favore della verità, pronti a ciò confermare con loro giuramento. Allegata fede dell’Arciprete di Cison Agostino Martinis Faccio io sottoscritto giurata testimonianza come dalla celebre e rinomata fabbrica della Follina deriva alla povera gente di questa mia Pieve grandissimo aiuto, necessarissimo onde aver quel sostentamento che da altrove non può ricevere e specialmente che si sia fatto ciò ad evidenza palese in questi anni nei quali per la decadenza del lavoro si hanno vedute intere famiglie non più impiegate nella suddetta fabbrica irsene questuando smunte e languenti. In fede. Allegata fede del Parroco di Valmareno Mareno Vettor Fusari Faccio io sottoscritto fede a qualunque come che alcune famiglie qui di Mareno, ma però moltissime della Follina sotto questa Parrocchia di Mareno, sono ridotte a povertà e miserie perché non valgono a procacciarsi il vitto e vestito nemmeno, per così dire, secondo il loro miserabile stato a motivo che a loro manca il mestiere di lavorar lane contribuito con tanta carità ed amore dai Presidenti della famosa fabbrica della Follina, essendo fino ad ora mancata la metà se non di più dei teleri. Perciò con ardente premura supplico ed imploro affinché con accrescere vieppiù il lavoro restino pienamente consolate le povere persone. In fede. Allegata fede del Parroco di San Pietro di Feletto Lorenzo Michelutti Faccio giurata fede io sottoscritto Parroco come un terzo delle famiglie che si ritrovano in questa mia Parrocchia, solite a sostenersi solo col lavoro del lanificio, ora per scarsezza di esso e particolarmente per mancanza della fabbrica della Follina, quale una volta davagli appieno il bisognevole e di presente non gli somministra neppure la terza parte del consueto, molte e moltissime di esse
238
sono costrette per non morir di fame d’andar chi questuando e chi a passarsela in estrema miseria. Tanto giuratamente asserisco in fede. Allegata fede dell’Arciprete della Pieve di Soligo e Solighetto Attesto io sottoscritto con mio giuramento che per i lavori di lane già di molto rallentati della fabbrica della Follina una gran parte della bassa e minuta gente di questa Pieve di Soligo e Solighetto si va di giorno in giorno riducendo nelle più squallide miserie. Di centinaia e centinaia di lavoranti che ritraevano il loro quotidiano sostentamento dalle continue operazioni in detto lanificio pochissimi sono quelli cui non sia mancato un tale impiego. La detta fabbrica, che era solita di mantenere operai per cento in circa teleri da panni e londrine, è qualche tempo da che ha ristretti i medesimi alla metà e forse anco a minor misura. Disgrazia veramente grande e fatale per questa numerosa popolazione, la quale rimanendo sprovveduta del lavoro di lane e panni che è il suo unico mestiere, non sa più a qual partito appigliarsi per campare la vita. Faccia il Cielo che la presente giurata attestazione dello stato deplorabilissimo di tante già languenti famiglie valga a renderle oggetto compassionevole di pietosi riflessi presso chi può aiutarle. Allegata fede dell’Arciprete di Santa Maria di Miane Francesco Dall’Oglio A qualunque faccio giurata fede io sottoscritto Arciprete come in questa mia Pieve di Santa Maria di Miane composta di cinque Comuni, cioè Miane, Visnà, Vergoman, Campea, Premaor e la metà della Follina, eccettuati pochi Signori alquanto benestanti e molti contadini che lavorano terreni suoi, o ad affitto, gli altri abitanti tutti sono persone quali si procacciavano il vitto coi loro lavori ed impieghi alla fabbrica del lanificio della Follina. Questi due anni trascorsi hanno dovuto stentare, straziare e mendicar onde buona parte il vivere perché la fabbrica suddetta, dismesso per la metà o più il negozio, non ha potuto somministrare ai medesimi il solito quotidiano e per essi necessario lavoro. Inoltre asserisco che se la suddetta fabbrica cessasse di lavorare, sarebbe per questi poveri artefici l’ultima rovina e gli converrebbe o abbandonare la Patria, cosa per tanti impossibile, o ridotti in somma miseria per non aver lavoro andar mendicando. Piaccia a Dio benedire le mie veridiche attestazioni prodotte al solo fine di vedere che la fabbrica forte ed in fiore sussista a sovvenimento di questi e tanti altri poveri artefici.
239
• 4 dicembre 1759 – Seconda supplica di Giorgio Federico Faber ai Cinque Savi alla Mercanzia Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori Padroni. Sono due mesi in circa che si è onorata l’umilissima persona di me Giorgio Federico Faber, erede per testamento del q. Signor Gio.Giorgio Stahl, di rappresentare con tutta purità e candidezza a questo Eccellentissimo Magistrato lo stato in cui trovasi l’accreditata fabbrica di panni ad uso di Francia, volgarmente detta di londrine seconde, esistente alla Follina ed ho fatto vedere a Vostre Eccellenze l’impossibilità di poter seguire nel mantenimento della fabbrica stessa qualora la mano del Principe non vi accorra con pronti e valevoli suffragi ad infondervi nuova forza e vigore. La differenza del prezzo che corre in presente per l’emergenza della guerra tra i panni di Francia e quelli della mia fabbrica è il principale motivo per cui con tal confronto di prezzo rendendomisi impossibile lo smaltimento della proprie manifatture, mi è stato d’uopo di parte affidarle a turchi e cristiani per l’importar di ducati 50.000 e parte di tenerne incagliate nei propri magazzini, diminuendo in forza di così doloroso incaglio il numero di teleri, che di cento che erano prima non ve ne sono che soli cinquanta. Detti teleri continueranno il lavoro per lo spazio ancora di trenta giorni all’incirca, tempo i cui potrà consumarsi la materia che era nei mesi passati già preparata e dopo il tempo predetto dovranno languire nell’ozio e nell’inerzia oltre duemila persone, che prevedendo il fine di questa benemerita fabbrica cominciano a piangere e a dar segni di estrema afflizione. Ha creduto l’umiltà mia di dover nuovamente rammentare a Vostre Eccellenze lo stato infelice della fabbrica stessa onde non venga ascritto a mia colpa di aver mancato di portarne a questo Eccellentissimo Magistrato fedelmente i rapporti dopo le tante facilità ed i palesati desideri dell’Eccellentissimo Senato per introdurre, ingrandire e perfezionare nello Stato lavori di questo genere, i quali somministrano un nuovo fondo di commercio attivo e giornaliero impiego a numeroso popolo e non poca utilità ai pubblici dazi. Se fosse lecito all’ossequio mio di dire a Vostre Eccellenze quale fosse per esser l’unico valevole rimedio onde ridonare a questa fabbrica nuova forza e vigore, sarebbe quello di assegnare il premio delle lire 20 per taglio anche alle spedizioni per il Levante Basso, esclusa sempre la vendita al minuto nella Dominante, e l’esenzione dal dazio dell’olio inserviente ai bisogni e consumi della fabbrica stessa. Queste sono le sole due opportunità ed agevolezze mercé le quali si impiegherà nuovamente la mia industria a mantenere e dilatare i lavori della Follina, ma senza di esse confesso ingenuamente rendersi impossibile la prosecuzione ed il mantenimento della fabbrica stessa.
240
L’incendio della fabbrica Senato Deliberazioni Terra filza 2362 • 15 settembre 1762 – Supplica della popolazione Serenissimo Principe. Noi eletti della Comunità della Follina e Ville adiacenti per quella cura che a noi incombe verso delle medesime ci troviamo mossi dal dovere e dalla carità per portare al Trono sovrano del nostro Principe la tristissima immagine della orribile desolazione nella quale l’incendio avvenuto nella fabbrica del Signor Giorgio Federico Faber eretta in detta Terra di londrine seconde ad uso di Francia ha ridotte quelle nostre popolazioni di una gran parte delle quali vediamo immancabile la distruzione quando la provvidenza pubblica, da cui dipende la sorte dei popoli e particolarmente di quelli che hanno bisogno d’industria per sussistere in vita, non prenda qualche espediente degno della carità e grandezza del Principato. Duemilacinquecento e più persone di quelle popolazioni vivono da lungo tempo dei soli lavori di questa fabbrica, né senza il denaro che da quella si diffonde avrebbero potuto reggere, non essendo sufficienti i prodotti della terra a sostenerle se non che per pochi mesi dell’anno sicché si può dire che il numero se sia accresciuto per l’impiego che essa assicurava ad ogni età ed a ogni sesso. In adesso, incenerite dalle fiamme quasi tutte le lane che servir dovevano sino a giugno venturo, gran porzione della casa, dei teleri e degli attrezzi, il Fabbricatore afflitto e costernato ha risolto di sostentare appena una terza parte dei soliti lavori ed a quest’ora ha annunciato alle predette Ville il licenziamento degli operai. Questo annuncio ha già portato la disperazione a quei popoli interi perché ognuno crede di dover patirne l’esclusione, o sentirne escluso il padre, il figlio, la moglie, il fratello. Tutto è ripieno di dolore e di lacrime, né si prevede altro destino per quelli che resteranno senza impiego che quello o di perire per l’inedia, o di mendicare il pane da quelle persone che similmente abbisognano per sé medesime. Noi pertanto col cuore pieno di questo luttuoso spettacolo, che viene attestato dai nostri Parroci rispettivi, ci gettiamo ai piedi del Trono di Vostra Serenità noi stessi e quelle infelici popolazioni, implorando qualche soccorso alla mortale miseria che ci sovrasta. Grazie. Allegata attestazione del Parroco di Refrontolo Bortolomio Dalla Pace Che andando diminuita la fabbrica della Follina di due terzi delle maestranze, come viene riferito, per l’incendio accaduto nel passato mese di agosto, sia
241
per essere una totale rovina e sterminio di molte persone innumerabili di questi nostri circonvicini paesi, lo posso con ogni reale verità e con tacto more sacerdotali attestare, come lo attesto, col riflesso e con l’esperienza di un lanificio posto in questa Villa di Santa Margherita di Refrontolo, lanificio che corre e serve continuamente per la fabbrica suddetta della Follina, il quale solo, benché piccolo, dà pane ed alimento in questo paese a venti, o forse più persone, che se mancasse, o fosse per mancare, tutti questi per non aver altro mestiere sarebbero necessitati ad andar mendicando e, se non volessero, fare vita cattiva. Questo lo posso attestare in fede. Allegata attestazione del Parroco di Valmareno Vettor Fusari Antonio Saggio e Battista Gagiotto a nome di tutti gli altri tesseri di londrine, dei filloni e degli altri lavoratori della fabbrica di Follina si sono presentati davanti a me sottoscritto loro Parroco affinché, commosso dalla loro premurosa istanza, li accompagni con questa mia giurata attestazione per la necessità in cui si trovano per causa dell’incendio sofferto nei passati giorni dalla fabbrica suddetta, per cui saranno costretti a restare senza lavoro ed insieme esporre le più umili loro suppliche acciocché siano in qualche modo provveduti di lavoro con che guadagnarsi con le loro fatiche il vitto per sé e per le loro famiglie, le quali certamente si ridurrebbero a stentare di vitto mancandogli l’aiuto del lavoro. In fede. Allegata attestazione del Parroco di San Pietro di Soligo Lorenzo Michelutti Faccio giurata fede io sottoscritto Parroco come l’incendio accaduto nella fabbrica della Follina ha portato tanto pregiudizio che, per quanto viene asserito, il Principale di essa Signor Giorgio Federico Faber ha risolto di licenziare due terzi di maestranze onde tutti quelli che non hanno altro mestiere che quello del lanificio non sapendo in tale mancanza trovar modo di procacciarsi il vivere si ritrovano estremamente afflitti e siccome i lavoranti della altre Ville vicine hanno eletto altri, così quelli di questa mia Parrocchia eleggono Francesco de Toffoli acciò unitamente con essi si porti a Venezia per ritrovar modo di implorare dal Serenissimo Principe qualche soccorso in così urgente ed estrema loro necessità. In fede.
242
Allegata attestazione dell’Arciprete di Miane Francesco Dall’Oglio Simon Colzinuovi e Giacomo Barleto a nome di tutti gli altri tesseri, filloni e lavoratori della fabbrica della Follina, i quali saranno quattrocento in circa, tutti di questa Pieve di Santa Maria di Miane, mi fanno istanza che accompagni con questa mia giurata attestazione la necessità nella quale si ritrovano per causa dell’incendio pochi giorni fa sofferto dalla fabbrica suddetta per cui vedono a mancarvi il necessario lavoro ed insieme esporre le più umili loro pressanti suppliche per ottenere qualche aiuto e provvisione di lavoro onde guadagnarsi dalle loro fatiche il vitto per sé e loro famiglie, le quali certamente dovranno stentare e penare il vivere se le manca il soccorso del lavoro. In fede. • 15 settembre 1762 – Supplica di Giorgio Federico Faber Eccellentissimi ed Illustrissimi Signori V Savi alla Mercanzia. Questo Eccellentissimo Magistrato, commosso sulle lacrimevoli rappresentazioni degli eletti della Comunità di Follina e Ville adiacenti della desolazione e del danno che prevedono quelle misere popolazioni della inevitabile diminuzione di due terzi che necessariamente deve per il sofferto incendio succedere nella mia fabbrica di londrine seconde e commosso anche dalla perdita che contemplano ridondare al commercio del Levante, ha comandato a me Giorgio Federico Faber di esporre per qual modo io potrei mantenermi in stato di sostenere i lavori nel grado in cui furono sino al presente. Se le dolorose vicende patite da che ha cominciato la guerra non mi avessero per difendere la mia fabbrica a fronte delle medesime ridotto in angustie, soffrirei con pazienza il mio detrimento e forse avrei potuto con qualche sforzo superarlo e continuare lo stesso lavoro, ma l’avvilimento dei prezzi nato nelle Scale del Levante mi ha obbligato a ribassare i prezzi e ad accrescere le proroghe nei pagamenti cosicché mi trovo presentemente in credito per 50 in 60 mila ducati, 30 mila dei quali mi sono dovuti dai turchi, dai quali Vostre Eccellenze ben sanno quanto mi sia difficile il rimborso anche con nuovi fidi. In tale situazione mi colpì il fuoco e posso francamente asserire quello che Vostre Eccellenze potranno facilmente verificare che mi ha incenerito 15.200 libre di lana padovana lavorata, 1500 libre di lana turca, sette teleri con il panno in lavoro, due carelloni da trasporto con suoi attrezzi, quantità di legname d’opera e fieni, molte pezze di panni restarono macchiate e sbregate nel sottrarle dall’incendio e rovinata la casa in modo che 3000 ducati non basteranno per una mediocre riparazione, alle quali sarò in necessità di supplire col mio denaro di maniera che li potranno senza esagerazione conteggiare alla somma di 20.000 ducati i disca-
243
piti da me dolorosamente sofferti. Nel sottrarli dall’incendio e rovinata la casa in modo che 3000 ducati non basteranno per una mediocre riparazione, alla quale sarò in necessità di supplire col mio denaro, li potranno senza esagerazione conteggiare alla somma di 20.000 dicati i discapiti da me dolorosamente sofferti. In tanta estremità dunque importante per le cause sopraddette di alienazione di capitali a procurarmi da me stesso, qual risorgimento che richiede un pronto impiego di vivo soldo, non posso nemmeno immaginare altro ripiego per poter rimettere in qualche modo le perdite e preservare il lavoro in quella misura nella quale correva, se non che quello di tutti offrire i miei capitali esistenti nella mia fabbrica in ipoteca alla pubblica provvidenza acciocché con la sua mano benigna, destinata a consolare i suoi sudditi, mi soccorrerà con una imprestanza di ducati 15.000 valuta corrente con l’obbligo di restituirli a ducati 1000 all’anno, oltre l’esibita cauzione, che sarà per certo riconfermata soprabbondante, e sul luogo della fabbrica e sui libri autentici del negozio si potrà prendere ancora un’altra, ritenendo, quando occorra, le consuete gratificazioni che corrispondono alle spedizioni per il Levante. Con tale soccorso, di poco incomodo al Pubblico Erario, e decisivo destino della mia fabbrica io posso e rimettere le lane perdute e gli utensili e restaurare la casa e continuare con eguale forza i lavori, altrimenti dovrò soccombere in pochi mesi al dolore di diminuirli di due terzi ed a quello di veder ridotte in una disperata mendicità una parte considerabile di quelle popolazioni. Grazie. • 18 settembre 1762 – Lettera del Podestà e Capitano di Treviso Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori V Savi alla Mercanzia. Ha versato l’ossequio mio prontamente per incontrare con ogni possibile sollecitudine le premure di codesto Eccellentissimo Magistrato espresse nelle inchinate lettere di Vostre Eccellenze di 17 corrente, tendenti a rilevare le precise particolarità dell’incendio seguito alla Follina nella fabbrica di londrine seconde di Giorgio Federico Faber e le di lui conseguenze rispetto a quelle popolazioni che portano seco anco pubblici importanti riguardi. Oltre a ciò che in allora ha diffuso la pubblica fama essendomi riuscito di sapere che alcune oneste persone presentemente qui esistenti erano colà state portate dalla curiosità e potevano essere testimoni di vista, le ho fatte alla mia presenza comparire e, destramente interrogatele, raccolsi quanto mi do l’onore di rassegnare alle Eccellenze Vostre. Che essendosi la notte dei 21 venendo li 22 dello scorso mese attaccato il fuoco, casualmente originato dai fornelli ove fabbricavasi l’acqua forte, e scoper-
244
tosi verso le ore 6 si dilatò così rapido in maniera che in ore cinque divorò gran parte della grandiosa casa ove si travaglia per detta fabbrica, consumando precisamente i depositi delle lane di quasi tutta l’annata cosicché non siano recuperate che per due mesi di lavoro con perdita perciò di valor considerabile. Che in aggiunta a detto danno si abbruciò altra stanza con quantità di teleri, altra di attrezzi, fienili, legni da trasporti e per poco non si inceneriva ogni cosa se, accorse le genti della Terra e delle circonvicine Ville, non lo avessero estinto anche a rischio delle proprie loro vite. Che considerato il danno attuale e le necessarie riparazioni, dal fabbricatore fosse risolto di licenziare buona parte degli operai, intimando loro il congedo per il venturo ottobre. Che costernate quelle Terre, delle quali la fabbrica manteneva da 2500 persone di ogni età e sesso, facevano pubbliche preghiere acciò la Divina Provvidenza tenesse loro lontana simile disgrazia, troppo decisiva in un paese scarso di terreni e reso oltre l’usato popolatissimo per il denaro che diffondeva essa fabbrica e per la facilità degli impieghi. Che tutti i benestanti di quei contorni fremevano e temevano che tale conseguenza potesse produrre quantità di gente vagabonda, infesta e disperata mancando il vitto. Assoggettato con esattezza dalla mia rispettosa obbedienza a lume dovuto delle Eccellenze Vostre quanto erami riuscito di ritrarre circa le perniciosissime conseguenze del fatale emergente in ordine all’incarico ingiuntomi, non mi resta che l’onore di baciarle devotamente le mani. • 24 settembre 1762 – Scrittura dei Savi Zan Antonio Da Riva, Gabriel Marcello, Zan Alvise Mocenigo 2°, Nicolò Erizzo ed Alvise Contarini 1° Serenissimo Principe. Vostre Serenità onora il Magistrato con la commissione di spiegare il proprio riverente sentimento sul memoriale presentato dagli eletti della Comunità della Follina e Ville adiacenti, nel quale prevedendo essi dover avvenire sommo in quelle popolazioni il danno e la desolazione dei lavori di londrine seconde annunciata dal fabbricatore Giorgio Federico Faber dopo le perdite patite dal recente incendio che afflisse quella fabbrica posta nelle Ville suddette dalla quale ricevono da lungo tempo sostentamento che le rifiuta la sterilità del paese, invocano dalla paterna clemenza pubblica un provvedimento che valga a togliere da una perdizione imminente un numero considerabile delle popolazioni medesime. Nel dovere di servire alla pubblica commissione, conoscendo appunto il Magistrato che alla floridezza di questa fabbrica sta unito da più di vent’anni il
245
sostentamento di quelle misere Ville situate alle pendici dei monti presso al confine, abbiamo incaricato il fabbricatore a rappresentarsi con precisione le perdite ed i deterioramenti, ai quali lo lasciò soccombente l’incendio, se da questi dovesse patir remora il proseguimento della fabbrica e qual modo di protezione in tal caso potrebbe operare onde si rimettessero i lavori nel loro primo andamento. Nel tempo stesso, per aver un duplicato riscontro delle cose avvenute, ricercammo dal Pubblico Rappresentante di Treviso Capo di Provincia quel dettaglio che conveniva. Relativamente al nostro comando ci presentò il fabbricatore l’inserta carta e corrispose il Pubblico Rappresentante di Treviso con l’inserto foglio. Premessi dunque tutti questi riscontri, possiamo senza dubbio riferire che i sette anni di guerra scorsi, assai malagevoli per la fortuna di questa fabbrica, esso incendio l’ha colpita nel tempo in cui abbisognava di rimettersi dalle disgrazie passate sicché è credibile che ripetere più non possa gli sforzi per superare questa nuova inaspettata disgrazia. Se poi molto importa di preservare questo genere di manifattura come quella che principalmente mantiene il commercio della veneta pannina in Levante, merita la pubblica protezione questa fabbrica come quella che è la primitiva che da venticinque anni sussiste sempre con incremento a fronte di molte vicende e che è di molto essa sola maggiore di tutte le altre assieme e porta la prima fama nelle Scale della Turchia. Mentre dunque è ragionevole il temere la sua decadenza e desiderabile un provvedimento che la preservi, quello della imprestanza alla pubblica provvidenza esposto dal fabbricatore certo è che sarebbe il più efficace per riporlo in modo di ripristinare i lavori nello stato di prima e la duplicazione dei capitali della fabbrica ed assieme delle gratificazioni che andranno in avvenire cadendo a credito del fabbricatore all’arrivo dei responsali delle Scale del Levante e del Ponente saranno senza dubbio una sicurezza valevole a garantire il pubblico interesse. Queste nostre riverenti asserzioni non partono da un sentimento di largizione. Il Magistrato è alieno dal suggerire a Vostra Serenità corresponsioni di soldo di verun genere alle manifatture come quelle che il più delle volte generano nei fabbricatori indolenza ed abuso. Partono dal pericolo di veder decadere un’antica fabbrica che sostiene sopra ogni altra il commercio della pannina in Levante e la sussistenza di una miserabile popolazione. Perciò sarà della maturità dell’Eccellentissimo Senato il riflettere se vorrà o sostenerla col concorso della proposta imprestanza, ovvero avventurarla, lasciandola involta nella presente disavventura con quelle conseguenze che possono derivare ad un popolo che rimane ad un tratto senza lavoro, quale deve necessariamente o rivolgersi a carico e forse a molestia di quelle Ville e dilatarsi anche negli altri Territori a moltiplicare il numero dei mendichi e dei vagabondi,
246
o portare la propria industria a dar nascimento ad altre fabbriche fuori dello Stato ove non tarderanno certamente ad essere invitati, tanto più che già le lettere di Milano parlano di un progetto di istituire le londrine seconde ad uso di Francia nella Lombardia e nella Toscana. Dopo d’aver rassegnato a Vostra Serenità quello che suggeriscono allo zelo del Magistrato le circostanze, venereremo le pubbliche deliberazioni. Grazie. • 28 settembre 1762 – Decreto del Senato Importanti oggetti chiamano la maturità del Senato a prestar mezzi al benemerito fabbricator Faber, di sostenere e continuare l’utile della sua fabbrica. Pertanto concorre a concedergli l’imprestanza di ducati 15.000 col ricevere, come offre, in ipoteca il fondo dei propri capitali esistenti nella sua fabbrica la restituzione di essi a ducati 1000 all’anno e di più il rilascio delle gratificazioni delle quali saranno per accreditarlo le spedizioni avvenire delle proprie manifatture nei luoghi permessi.
Le benemerenze della fabbrica Senato Deliberazioni Terra filza 2388 • 2 dicembre 1763 – Memoriale di Giorgio Federico Faber Serenissimo Principe. Quando la fabbrica di me Giorgio Federico Faber di londrine seconde ad uso di Francia piantata alla Follina restò in gran parte consumata dal fuoco, per non sospendere la spedizione di quell’utile manifattura, ma ancor quella di una numerosa popolazione che vive per essa, ha voluto l’Eccellentissimo Senato concedere un’imprestanza di 15.000 ducati onde poter ad un tratto rimettere gli stabili, utensili e materie ed a poco a poco con l’abbondanza dei lavori indennizzarsi dai danni, ma le condizioni con le quali fu accordata tale imprestanza sono contrarie agli oggetti per i quali fu deliberata. Ho esibito nel ricercarla di restituirla a mille ducati all’anno, offrendo di cautare tale obbligazione con le gratificazioni che appartengono alla spedizione delle londrine, ma con dolor sommo vennero con il sopraddetto decreto le gratificazioni medesime non contemplate a semplice cauzione, ma assolutamente fiscate per una ulteriore detrazione dell’imprestanza unitamente all’annuo contamento dei ducati mille convenuti. Una tanta obbligazione non può certamente dar luogo a sentire gli effetti
247
salutari di quel suffragio perché sul momento stesso del suo conseguimento converrebbe prendere violenti misure per rifonderlo in Cassa Pubblica, tanto più che le gratificazioni che si sono assolutamente fiscate sono, come si può conoscere dal fatto, per circa due terzi rilasciate ai compratori nello stabilimento dei prezzi, sicché nel termine di quattro soli anni gradatamente verrebbe ad estinguersi la restituzione del capitale intero, quando il risorgimento della fabbrica non può ottenersi se non che in una più lungo giro di tempo. Essendo stata già da me estinta a suo tempo la prima rata di ducati mille e nell’atto di rappresentare a Vostra Serenità le emergenze della fabbrica predetta, prostrato a Vostra Serenità confido riverentemente che la clemenza pubblica vorrà provvedere per veder rimessa in buono stato la medesima e, previo di anno in anno il pagamento di ducati mille, saranno dalla Serenità Vostra graziosamente rilasciate di anno in anno le gratificazioni accordate, che furono sempre considerate il solo mezzo per sostenere con questa manifattura la competenza coi Francesi nel commercio del Levante, la quale mentre speravasi che si facesse minore dopo la guerra col riordinamento dei prezzi e col divieto di non disalveare le pannine dalla diretta spedizione alle Scale, continua in parte ad essere quale fu sino al presente ardua per la dispersione che i fabbricatori persistono a farne agli altri porti che ne discreditano i prezzi. Grazie. Allegata attestazione dei compratori Attestiamo con nostro giuramento noi sottoscritti qualmente il Signor Giorgio Federico Faber fabbricatore di londrine seconde qualora incassa dal Serenissimo Principe il premio accordatogli di lire 20 piccole per ogni taglio, abbona a noi compratori in pronto contante lo sconto del 4 e mezzo per cento sopra l’intero importar delle londrine medesime, qual abbonamento ammonta a lire 14 circa per cadaun taglio. • 14 dicembre 1763 – Scrittura dei Savi Girolamo Querini, Antonio Capello, Andrea Morosini e Prospero Valmarana Serenissimo Principe. Viene incaricata l’obbedienza del Magistrato nostro di produrre il riverente suo sentimento sul memoriale prodotto a Vostra Serenità da Giorgio Federico Faber, fabbricatore di londrine ad uso di Francia alla Follina, col quale rappresenta che essendo stato con il decreto obbligato a scontare l’imprestanza di 15.000 ducati, concessagli per rimettere la sua fabbrica dai gravi danni dell’incendio sofferto, non solo con l’esibito annuo contamento di 1000 ducati, ma ancora con la rinuncia delle gratificazioni appartenenti alle spedizioni 248
delle sue londrine, quali gratificazioni egli aveva soltanto offerte in cauzione del contamento predetto, non può per tale obbligazione conseguir l’oggetto del risorgimento che la mente pubblica ha contemplato nel suffragarlo con l’imprestanza medesima perché col rilascio delle gratificazioni, che unite all’esborso dei ducati 1000 verrebbero a diffalcarla nel breve spazio di quattro, o cinque anni, verrebbe a sottrarsegli il modo di operare quel ristabilimento che non gli è possibile di ottenere se non che in un più lungo giro di tempo e per tal motivo supplica Vostra Serenità ad abilitarlo ad estinguere l’imprestanza come prima offrì con l’annua corresponsione di 1000 ducati senza il trattenimento, ma bensì con la cauzione delle gratificazioni, quali inoltre dimostra con l’unita fede andar per metà divisa coi compratori, onde non abbia a ricadere nella prima deiezione all’impotenza dalla quale Vostra Serenità ha voluto preservarlo. Preso perciò avendo noi a considerare le perdite sofferte per l’incendio avvenuto e vedendo nella relazione del N.H. Rappresentante di Treviso consunte materie primitive in molta copia, un buon numero di utensili ed una parte ancora dello stabile, al rifacimento del quale dovette per l’impotenza del proprietario soccombere, non sapremmo disconvenire che soverchiamente pesante sarebbe per riuscirgli un aggravio maggiore di quello a cui si è obbligato nell’annua corresponsione dei ducati 1000 e che la privazione delle gratificazioni, che furono accordate alla competenza che gli conviene sostenere con le londrine francesi, potrebbe per la lentezza con cui sogliono progredire le fabbriche essergli un ostacolo al risollevarsi dai danni ed al rimettersi nella prima costituzione. Giacché perciò si tratta di assicurare una fabbrica molto utile al popolo ed al traffico del Levante e che il rimborso dell’imprestanza è già solidamente cautato dal deposito delle gratificazioni, crederemmo che Vostra Serenità potesse abilitarlo ad estinguerla col solo annuo contamento dei 1000 ducati, con questo però che le gratificazioni esser non possono esigibili se non quando il contamento delle annualità sia stato da esso fabbricatore effettuato. Grazie. • 1 febbraio 1763 m.v. – Decreto del Senato Il Senato concorre ad esaudire il ricorso di Giorgio Federico Faber, fabbricatore di londrine ad uso di Francia alla Follina, cosicché stando fermo il decreto 28 settembre 1762 circa il pagare ogni anno ducati 1000 a sconto dell’imprestanza dei ducati 15.000, sia quanto alle gratificazioni concesso che queste rimaner sempre debbano a cauzione dei pagamenti, ma che per esigerle peraltro possa quando il contamento dell’annualità sarà stato da esso fabbricatore effettuato onde per tal modo assicurato sia il rimborso dell’imprestanza suddetta e venga il supplicante ad aver modo di dilatare con maggior profitto la fabbrica con beneficio del veneto commercio. 249
250
Oscar De Zorzi
Simon de i Faveri. Vita di un bottegaio nella Serravalle della prima metà del Seicento
Persona eclettica nel panorama del commercio minuto cittadino, Simone, figlio del fu Nicolò de i Faveri, proveniva dall’Ampezzano, territorio alpino della Casa d’Austria, dal quale si era trasferito per tempo a Serravalle, come si vedrà alle dipendenze dei conti Cesana1. L’8 gennaio 1617, in casa del futuro suocero Simone Alpago, a Serravalle, in contrada di Piai, alla presenza dei testimoni pre Bonifacio de Travesadori, Cristoforo della Mora e Giuseppe Pellatis, padre del notaio Gabriele rogante, Giovanni de Menegin detto di vesto, a fine che segua matrimonio tra madonna Mazorana figliola del sudetto missier Simon Alpago, et di madonna Lucia jugali et presenti da una, et missier Simon figliolo del quondam Nicolò de i Faveri dall’altra, donava alla promessa sposa ducati 50; nella donazione si intendono compresi certi dinari che possono aspettare per legitima a madonna Lucia sua sorella, et madre della sudetta domina Mazorana. La somma veniva garantita dalla sua casa posta nel borgo di Sopra, dove al presente habita, sopra la quale Si veda nel testo il documento del 18 aprile 1626. Sulla storia dell’Ampezzano cfr. RICHEBUONO 2008. Solo per ipotesi si segnala che lo zio del nostro potrebbe essere quel Zuanne quondam Simon d’Ampezzo che il 20 luglio 1597 si era unito in matrimonio con Franceschina quondam Nardo da Olanda da Cuosole, nella chiesa di Santa Maria Nova di Serravalle. Cfr. APS, Libro dei battesimi e dei matrimoni, chiesa di Santa Maria Nova 1595-1605, c. 250. 1
251
detta madonna Mazorana, dopo la morte dello zio, possa fare pagamento in sua ellectione, volendo detto missier Zuanne finchè vive esser libero patrone di goder, et habitar essa casa, nè meno pagarli interusuro2 alcuno. Ciò dichiarato la sorella Lucia prometteva che nè lei, nè suoi heredi gli addimandarano più cosa alcuna per causa di legitima [...]3. Seguì la stipula della carta dotale con la quale il padre di Mazorana prometteva di dare alla figlia, tanto dei beni paterni, quanto dei materni, fino alla bella somma di ducati 300, così suddivisi: ducati 50 che hoggi missier Zuane de Menegin ha fatto donacione alla predetta madonna Mazorana nel modo, et in tutto come in essa donacione; altri ducati 50 in beni mobili e i residui ducati 200 entro i prossimi dieci anni senza interessi. E acciò che maggior sij l’amore tra essi contrahenti, et occasione di acoreser in beni di fortuna per sustentamento di loro, et posteri suoi, sono tra loro obligati, convenuti, et promettono missier Simon Alpago, et missier Simon de i Faveri sudetti di far, star, et negotiar come qui sotto, ciò è: [...] missier Simon Alpago promette, et si obliga di pigliar a star in casa sua il sudetto missier Simon de i Faveri per tempo di anni n° dieci continui con conditione, et patto che detto de i Faveri debba poner, et metter in marcantia tanti dinari, quanti ha esso missier Simon Alpago, et così esso missier Simon de i Faveri promette, et s’obliga di andar a star in casa del sudetto Alpago, et poner in mercantia tanti dinari, quanti ha il sudetto missier Simon Alpago, et esercitarsi nella mercantia, et trafichi che farano, et forniti li anni n° dieci, che in quanto non potessero, o non vollessero più star insieme, che al hora si habbi da cavar ogni un di loro il suo capitale, et partir giustamente il quadagno, volendo che il quadagno che aspetarà a missier Simon Alpago, detto missier Simon Alpago debba darlo, et consignarlo a missier Simon de i Faveri a conto delli ducati doi cento sopra detti, et il resto in caso che il quadagno non ascendesse alla summa delli ducati doi cento, che detto Alpago debba asicurar sopra la sua casa posta in Piai pagandoli dal hora in dietro a ragion di sei per cento secondo sarà il capitale, potendo detto missier Simon Alpago francarsi ad ogni suo beneplacito, non pottendo esser astretto a francacione alcuna pagandoli a quel tempo il suo affitto. Dechiarando in oltre con sollene patto, convencione, et obligacione di loro missier Simon Alpago, et missier Simon de i Faveri di mai nel tempo predetto delli anni dieci non romper detta compagnia per qual si voglia occasione, disgusto, et accidente che potesse
Interesse. In questo caso gli interessi della dote promessa e non consegnata. Cfr. BOERIO 1856, ad vocem. 3 ASTv, Notarile I Serie, notaio Gabriele Pellatis, b. 1948, reg. 1610-1618, c. 33r.
2
252
occorere soto general obligatione de tutti li loro beni presenti et venturi, ma solo di star, viver, et praticar in tutto come di sopra; con obligatione poi che detto missier Simon de i Faveri debba al tempo che si dividerà il dinaro ciò è finiti li anni dieci, o più in quanto continuino la sudetta compagnia investir il dinaro che averà gavato di utile et che li sarà consignato da missier Simon Alpago in tanto fondi idoneo, et sicuro per manutention della sudetta dotte. Volendo esse parti che il presente contrato sij al uso, et costume della Marcha Trevisana, et Diocese Cenedese, qual uso, et costume fu da me nodaro ad esse parti dechiarito. Dovendo in oltre detto missier Simon de i Faveri investir essa dotte secondo la ghi sarà datta tanto in beni mobili, come in dinari, come di sopra è esposto, et in caso di restitutione di essa dotte in ellectione di essa madonna Mazorana, o suoi heredi, et così esse parti soprascritte promessero di osservar, et mantenir quanto di sopra si conviene sotto general obligatione di tutti li loro beni sì presenti, come venturi. Presenti il molto reverendo monsignor pre Bonifacio Travesadori, et missier Cristofol della Mora, et domino Iseppo Pellatis testimonii chiamadi etc.4.
Genero e suocero, in buona sostanza, si unirono in società per commerciare assieme. Sette mesi dopo, l’8 agosto 1617, Alvise del fu Francesco Zuccato, vendeva alle pubbliche stride a Simone Alpago ed al genero Simone dei Faveri, una casa in muratura, con solaio, coperta con coppi, posta in Serravalle, in contrada di Piai, altre volte comprata dal sudetto signor venditor da missier Bortholomeo Moscon da Ceneda, come di ciò disse, confinante da un lato con l’Alpago, da un altro con la strada pubblica, da un altro ancora con Silvio Finot, o Croce Cal, e per ultimo con Lisandro Laurenti da Sacile. Il prezzo veniva fissato in lire 550, così onorate: lire 300 in contanti e per le altre lire 250 il venditore dichiarò di averle già incassate giorni prima5. Si trattò di un acquisto a fine speculativo e il 18 gennaio 1619, bisognosi di denaro contante, Simone Alpago e Simone de i Faveri vendevano alle pubbliche stride l’immobile suddetto a mons. Leonardo Daneletti per lire 800, somma che dichiararono di aver ricevuto un mese, et mezo [prima] in circa. Subito dopo l’acquirente pattuiva con i venditori la possibilità che questi potessero, nel termine di un anno ad iniziarsi dalla passata festività di Sant’Andrea, recuperare la casa e, nel frattempo, pagarli lire 6 per cento al anno per il giorno di Santo Andrea. Non onorando l’affitto e non affrancandosi entro la scadenza pre Leonardo Daneletti
4 5
Ibidem, cc. 33r-34v. Ibidem, c. 45r.
253
avrebbe potuto far stridar essa casa, et andar al possesso senza contradittione alcuna et essi venditori dovessero pagar la mercede de me nodaro6. La scadenza del termine di pagamento venne rinnovata negli anni, finchè, il 18 febbraio 1635, nella Camera dei Pegni di Serravalle, alla presenza dei testimoni Gaspare Pollini e Francesco Spadaro, Giacomo di Domenico Danelet, nipote di mons. Leonardo Daneletti, stante l’autorità a lui datta dal ditto reverendo, ricevette da Simone Alpago lire 100 per resto delle lire cinquecento contenute nel instrumento celebratto [come sopra] dal ditto Reverendo con i sudetti missier Simon Alpago, et missier Simon de i Faveri scritto da me nodaro sotto dì 18 genaro 1619 [...]; inoltre gli stessi consegnavano lire 6 e soldi 16 per resto d’affitto, et spese d’instrumento, per cui i due rientrarono nella piena disponibilità della casa7.
ASTv, Notarile I Serie, notaio Gabriele Pellatis, b. 1948, reg. 1618-1624, cc. 9v-10r. Pur in assenza, per quanto a mia conoscenza, di uno studio mirato sugli aspetti finanziari ed economici della Serravalle cinque-settecentesca (altre aree della Terraferma veneziana sono state indagate in uno studio datato ma tuttora attuale, cfr. CORAZZOL 1979), una importante attività parallella a quelle produttive e commerciali di molte famiglie della nostra sede podestarile, attraversata dal fiume Meschio, era la stipulazione, come soggetto concedente (ma anche beneficiario, qualora si fosse incorsi in necessità di denaro) di contratti con patto di riscatto dell’oggetto compravenduto, meglio specificati di seguito, con ottimi guadagni ed incrementi di proprietà immobiliari. Dalla lettura dei documenti emersi dalle indagini d’archivio il più frequente era la compravendita a livello francabile, ossia: l’una delle due parti, necessitata di un prestito, vendeva ad un acquirente uno o più suoi beni, quasi sempre immobili (i banchi feneratizi ebraici e i monti di pietà, pur con scopi nettamente diversi, nella loro funzione di «microcredito» accettavano anche beni mobili), ben identificati nel luogo, nome, qualità, confini ed estensione, ad un prezzo determinato. L’operazione veniva contrattualizzata da un notaio, alla presenza di testimoni, ed era onorata quasi sempre in contanti, anche se in alcuni casi al compratore veniva chiesto di subentrare nel pagamento di debiti del venditore, oppure l’acquirente tratteneva sul prezzo prestabilito crediti preesistenti vantati nei confronti del cedente. Subito dopo, come d’uso, con gli stessi notaio e testimoni, seguiva la promissio francandi, con la quale l’acquirente accordava al venditore la facoltà di recuperare l’oggetto della transazione, entro un determinato tempo, eventualmente con il pagamento rateizzato della somma avuta, il rimborso delle spese notarili dell’atto e, nel frattempo, corrispondere un «affitto» annuale ad una precisa scadenza, vale a dire l’interesse (o livello, o pro) sulla somma ottenuta, ma di fatto prestata. Tutti gli oneri fiscali e gli aggravi (decime, livelli precedenti, quartesi, etc.) rimanevano a carico del venditore. La mancata osservanza - anche parziale - di quanto stabilito nel patto faceva sì che il compratore potesse rivalersi della somma prestabilita, interessi e ratei non pagati, etc., sul bene acquistato, oppure su ogni altra proprietà del venditore. Un altro tipo di contratto era la compravendita, alla quale seguiva la locatio anzichè il patto di recupero ed affrancazione; in questo caso era il venditore che diveniva conduttore di quanto aveva ceduto e, nella maggior parte dei casi, all’atto notarile era aggiunto un pactum retrovendendi o un pactum recuperandi, i quali avevano l’analoga funzione della promissio francandi nel livello. Cfr. CORAZZOL 1979, pp. 15-17. 7 ASTv, Notarile I Serie, notaio Gabriele Pellatis, b. 1949, reg. 1635, c. 12r,v. Alla c. 13r è allegata copia della procura, rilasciata a Ghirano, territorio di Prata, il 17 febbraio 1635, dal curato pre Lunardo Daneletti al nipote Giacomo Daneletti. 6
254
L’immobile verrà poi dato in locazione e Simone Fabri dichiarò per sua polizza presentata, et giurata che percepiva redditi per una caseta in Piai affittata lire 12, e da Zuanne Maria Orsato dalla Capella formento calvee 48. Un altro investimento immobiliare ebbe luogo il 24 dicembre 1620, quando genero e suocero acquistarono da Lisandro Laurenti da Sacile, stipulante a nome anche del fratello Giovanni, alle pubbliche stride, la casa in muratura, coperta con coppi, posta in contrada di Piai (vedi l’atto dell’8 agosto 1617), confinante da una banda li sudetti compratori, da una strada publica, da una li heredi quondam signor Silvio Croce Cal o Finot de Cividal, et dall’altra casa di missier Fausto de i Negri salvis. Il prezzo pattuito veniva stabilito in lire 280, delle quali erano incassate subito lire 140. Le rimanenti lire 140 sarebbero state consegnate ai Laurenti dai compratori alle seguenti scadenze: lire 70 entro il prossimo mese di marzo 1621 e lire 70 entro la festa di San Martino susseguente (11 novembre 1621)9. Le buone disponibilità di contante consentivano al Nostro di prestare denaro e di ricavare buoni utili. Così, ad esempio, il 17 novembre 1628, a Ceneda, in casa di Tiziano Zago e alla presenza dei testimoni, Marco di Pietro Cargnello e dello stesso Zago, in forza di sentenza volontaria, Francesco del fu Simone Bragini da Ceneda10 cedeva a
ASVV, Serravalle, Serie 8, 175, Estimo particolare dei cittadini e dei forestieri 1637-1647, c. 62v. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gabriele Pellatis, b. 1948, reg. 1618-1624, cc. 34v-35r. Sul margine sx dell’atto il notaio annotò che il 5 aprile 1621 Lisandro Laurenti ricevette dai compratori a conto del presente instrumento lire 54 et lire 16 confessò haver receuto esso signor Lisandro li giorni passatti dalli sudetti. Fanno lire 70 quali sono per la prima ratta. Quindi, l’1 dicembre 1621, il resto. Cfr. ibidem. 10 Famiglia proveniente dalle Bergamasche, giunta a Ceneda ancora nel Quattrocento (seconda metà?). Francesco Braghino fu uno tra i cittadini maggiorenti di Ceneda e le sue operazioni finanziarie-patrimoniali emergono periodicamente nelle filze dei notai di Ceneda. Si propongono, ad esempio: - atto in Ceneda, il 13 febbraio 1615, in casa di Francesco Braghino, alla presenza dei testimoni Titiano, et Francesco fratelli, et figlioli di ser Domenego de Pol del Menego detto Zago, et missier Zuane Guerino detto Galistro (dal quale poi il cognome Calistro, n.d.A.) tutti da Ceneda. Dove costituito personalmente missier Iseppo quondam Emanuel ebreo da Conegliano habitante a Ceneda, intervenendo così a nome proprio come di missier Israel suo fratello [...] ha dato, affittado et a semplice affitto concesso al magnifico signor Francesco quondam Simon Braghino cittadino di Ceneda presente, stipulante, et conducente per anni cinque prossimi venturi una possessione altre volte da essi hebrei hauta a goder dall’illustrissimo signor conte Basilio Collalto [...] posta nella villa di Fontana Freda territorio di Portie [...] dalla quale come affermò esso hebreo si cava annuatim dalli Colloni de semplice affitto stara dodeci di formento, et stara tre de spelta et una botte di vin puro, tutte le cose premesse alla misura di Portie, et per honoranze para due di capponi, et un paro di persuti, tutto condotto alla casa del patrone, et questo perché il predetto magnifico signor Francesco promette di far essa possessione ben regere, et governare, et in oltre pagarli 8 9
255
missier Simon quondam missier Nicolò Fauri habitante in Seravalle [...] l’affitto dell’anno prossimo venturo 1629 che cava da ser Martin Fardin delle terre della serva (?) tenute ad affitto per detto Fardin, che è formento stara undeci, da San Lorenzo d’agosto, la mittà del vino et d’honoranze polastri para uno, capponi para uno, galine para uno et carezi11 n° doi per dieci miglia lontano. Et questo per lire trecento et trenta haute et recceute detto signor Bragino li giorni pasati dal sudetto missier Simon [...]. Item anco l’affitto che scuode della mittà d’un campo di ragione del reverendo Capitolo di Ceneda tenuto per il sudetto Fardin con obligo al sudetto missier Simon di pagare al sudetto reverendo Capitolo formento calvee quatro [...]12.
anticipatamente d’affitto per li detti anni cinque ducati dosento, et cinquanta [...] quali ducati 250 il predetto missier Iseppo hebreo alla presenza delli sudetti testimoni, et di me nodaro infrascritto confessò, et si contentò d’haverli hauti, et riceuti, renontiando così ad ogni eccettione [...]; et con espressa dechiaratione però, che se essi Hebrei trovarano d’affittare detta possessione per maggior affitto delli sudetti stara 12 formento; 3 spelta, vino, et honoranze sopranominate, quel soprapiù sij a beneficio di esso Hebreo, et in evento contrario, che non si cavasse il sudetto affitto li detti Hebrei sijno tenuti, a mantenerli esso affitto, et mancando sijno obligati a restituir al predetto magnifico signor Francesco li detti affitti come di sopra pagati [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Battista Arnosti, b. 1277, reg. 1614-1622, cc. 25v-26r; - atto in Ceneda, il 13 febbraio 1615, in casa di Francesco Braghino, presenti gli stessi testimoni. Francesco del fu Simone Braghino cedeva e trasferiva a Giuseppe del fu Emanuele ebreo da Conegliano abitante a Ceneda, presente anche a nome del fratello Israele, tutte, et cadauna raggione, o attione, utile, et dirette, tacite et espresse [...] sopra un molino o vero sopra un livello, che ha sopra un molino posto in Treviso in loco detto al Ponte di Santa Galiana, altre volte per esso magnifico signor Francesco acquistade dal magnifico signor Gasparo del quondam Iacomo del Savon [Gasparo del Savon, cittadino di Treviso, era fratello di Cinzia (o Giacinta), moglie di Francesco Braghino, n.d.A.] [...]; et questo per prezzo et finito mercato di ducati ottocento, pagati come segue: ducati 250 relativi agli affitti degli immobili in Fontanafredda (vedi atto precedente); ducati 550 Francesco Braghino dichiarò di averli già avuti da esso hebreo in tanta robba [...]. Cfr. ibidem, c. 26r,v. In precedenza Francesco Braghin aveva sposato Elena del fu Giovanni Someda di Chiaramonte e vedova del capitano Cristoforo Gianetti hora habitante in Bassano. Cfr. documento mutilo, rogato in Bassano il 3 febbraio 1616, in ASTv, Notarile I Serie, notaio Gregorio Artico, b. 1453, pacco Atti Civili [...] 1598-1620, c. n.n. Per l’impegno pubblico di Francesco Braghino nel neonato Monte di Pietà di Ceneda, la cacciata degli ebrei dalla città e la sua politica anti vescovile verso l’ordinario Marc’Antonio Mocenigo, cfr. DE ZORZI 2004, passim. Si segnala che Francesco Bragini era cognato del pittore Silvestro Arnosti da Ceneda. Questi, infatti, aveva sposato l’8 ottobre 1589 Marietta di Simon Braghin, nella chiesa di Santa Maria di Meschio (Vittorio Veneto). Cfr. DE ZORZI 2001, pp. 33-55. 11 Carezo, ossia il trasporto di merci o altro con carri. Cfr. BOERIO 1856, ad vocem. 12 ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Basilio Arnosti, b. 1558, reg. 1626-1628, c. 139r.
256
Anche Simon de i Faveri si iscrisse alla prestigiosa Scuola di Santa Maria dei Battuti di Serravalle e, nel 1622, venne nominato Gonfaloniere13. Ritornando agli aspetti privati del nostro, dopo pochi anni egli rimase vedovo di Mazorana Alpago, come si rileva in preambolo dall’atto redatto il 18 aprile 1626, nel quale veniva riassunto, con riferimento al documento dotale dell’8 gennaio 1617, che la sposa già un anno in circa ha piaciuto a nostro Signore di levar da questa a miglior vitta [...] senza figlioli, et per ciò esser occorso il caso del patto della Marcha Trivisana a beneficio del sudetto missier Simon de i Faveri de guadagnar la mittà d’essa dote, che è ducati cento, et cinquanta. Nel prosieguo del documento era sottolineato dal notaio che con la scomparsa della coniuge, il vedovo ed il suocero intendevano non continuare più in detta società, ma dividere tutto ciò che tra loro è commune, ciò è gli utili avanzatti nel loro negotio commune della bottega della Grassa14, nel qual negotio esso missier Simon de i Faveri ha non solo li ducati 150 della mettà della dote, ma anco tutti li denari di sua speciale ragione consegnati già al detto missier Simon suo suocero, li quali denari come affermorno esse parti, esso missier Simon de i Faveri hebbe dal quondam molto illustre signor Antonio conte di Cesana per il suo sallario di molti anni parte et parte per dinari conseguiti in Ampezo. Ma, vagliati i pro e i contro, alla fine i due, dopo aver ben considerate le cose loro, decidevano di vivere ancora sotto lo stesso tetto e di continuare l’esercizio del negotio della Grassa, modificando però il contratto societario: Simone de i Faveri poneva in comune i predetti ducati 150, oltre al denaro già conferito precedentemente e, per converso, il suocero Simone Alpago apportava in comune tutti li beni mobili, et la casetta di sua ragione da loro habitata con tutto quello si rittrova, et ogni altra cosa di sua ragione, et ambi pongono in commune le doi case poste in Piai da loro unitamente comprate, et così gli animali, che hanno in società, mobili aquistati durante essa loro società, crediti, et debiti fatti, et appartenenti al detto loro negotio commune della Grassa [...]. Qualora fosse stato deciso di sciogliere la società, si habbia divider esse tre case, li mobili, li semoventi, le robbe di Bottega, crediti, debiti, dinari per mità, et ogni altra cosa appartenente al detto Negotio non potendo pretender alcuna di esse parti altro, che la metà dei beni
ASVV, Serravalle, Serie 25, Scuola di Santa Maria dei Battuti, b. 637, Officii 1555-1653, c. 272r. Negozio di casolino, pizzicagnolo in LUCHESCHI 1990, p. 42, nota n. 9. Peraltro il termine grassa sta a significare letame, stallatico, etc. Cfr. BOERIO 1856, ad vocem; TOMASI 1992, p. 77; ZANETTE 1980, p. 259. Probabilmente, come si vedrà nella successiva documentazione riportata, la parola grassa va qui intesa come grasina, ossia carne suina e, per esteso, la vendita del prodotto, di similari e di altri alimenti. Cfr. TOMASI 1992, p. 78. 13
14
257
sopradetti con li commodi, et incomodi fussero a quel tempo [...]. Inoltre Simone de i Faveri volle che fosse dichiarato nell’atto che quanto sopra pattuito ed accettato dalle parti non aveva nulla a che fare con la sua industria, credito, et capitale in compagnia, et società con missier Stefano Stringaro negotio di Becharia, et Mercantia de vino, attività nelle quali il suocero Simone Alpago non aveva alcuna interessenza15. Della società tra Simone de i Faveri e Stefano Stringari si è a conoscenza che il primo marzo 1629, con atto rogato a Ceneda in casa di Tiziano Zago, i due acquistavano da Battista del fu Peris de Peris, una pezza di terra arativa, piantata e vitata, della quantità di quarti 3 e mezzo circa, posta nella Campagna di Ceneda, luogo chiamato a Cervada sotto Colbozzui, con carico di pagar de livello annuo al Canonicato di monsignor Leoni in contadi lire 9 soldi 6 de picioli, salve le sue ragioni, et consenso [...]. Il prezzo veniva stabilito in lire 200, onorate in contanti. Seguiva il patto di affrancazione e recupero del bene, nel termine di anni 1016. Con lo scopo di recuperare un credito, genero e suocero, il 9 gennaio 1629, acquistavano alle pubbliche stride da Caterina, vedova di Tiziano Botecchia da Fregona, delle pezze di terreno in detta «villa»: una arativa, piantata e vitata, con una pianta, della quantità de mezo quarto in circa detta sotto la chiesura de Battista Brescazin; un’altra, arativa, piantata e vitata, con tre piante de quantità de mezo quarto in circa detta campo de Fedric; infine un pezzetto di prato, della misura di circa un quarto, loco ditto col de Nogal. I fondi erano gravati da un livello a favore del Convento dei Frati di San Francesco di Conegliano17, che rimase a carico della parte venditrice. Il prezzo stabilito fu di lire 234 e soldi 16 così onorato: Caterina bonificò ai compratori lire 220 e soldi 15 per tanti li andava debitrice come confessò18, et così fatto conto tra loro, et ser Bortholomio de Varnier fratello di essa venditrice ivi presente et come essi dissero, et per il resto che è lire 14 soldi 1 essi compratori gli contano, et esborsano [...]. Subito dopo gli stessi stipulavano con Caterina il patto di affrancazione per il recupero degli immobili nel termine di cinque anni, con l’esborso del capitale e spese dell’atto, e nel frattempo pagarli ogn’anno da Nadal in ragion de sei per cento, et mancando de pagar l’affitto de anno in anno, o non se francando in detto tempo che possino
ASTv, Notarile I Serie, notaio Gabriele Pellatis, b. 1948, reg. 1625-1626, cc. 23r-24r. ASTv, Notarile I Serie, Notaio Gregorio Artico, b. 1454, reg. 1629 Secondo, c. 109r,v. 17 Sulle proprietà del Convento di San Francesco di Conegliano a Fregona, cfr. DE ZORZI 1984; Aa. Vv. 2003. 18 Formula notarile per indicare che sul prezzo di acquisto erano sottratti debiti contratti dalla parte venditrice, nei confronti di quella acquirente. 15 16
258
stridar, et andar al possesso senza contradizione alcuna19. Sempre nello stesso anno, il 19 ottobre 1629, questa volta da solo, il Nostro chiese, davanti al podestà di Serravalle Giordano Dolfin, la pubblicazione con stride di un atto rogato due giorni prima, in cui si dichiarava che Simon dei fauri habitante in questa Terra aveva comprato alle publiche stride un pezzetto di terra parte arrada, piantata et vidigata, et parte prativa con 4 banche, da ser Battista [del quondam Anzolo della Libera] dal Bo [da Olarigo], posta in contrada d’Olarigo luoco detto la Riva, di quantità di mezza zoia. Il prezzo stabilito era stato convenuto in lire 210, quali dinari esso missier Simon comprator andava creditore dal detto ser Battista parte per tanti imprestateli questo inverno prossimo passato, et parte per biava, et altre robba havuta dalla sua botega, et non pagata [...]20. Di nuovo alla presenza del podestà, analoga richiesta avvenne nel maggio 163021, quando si palesò, ancora con i Dal Bo da Olarigo, che: Simon dei Fauri aveva acquistato da Orsola del fu Bernardino dal Bo, et Donà suo figliolo, alle pubbliche stride un pezzetto di terra arrada, piantata et vidigata et parte prativa posta in villa di Olarigo luogo detto la Riva, di quantità di quarti tre in circa, per il prezzo di lire 260. Li quali dinnari essa domina Orsola, et Donà suo figliolo venditori confessorono haver havuto, e ricevuto dal detto missier Simon parte in contadi, parte in robbe della sua botega, et parte in biava per sostentarsi questi anni passati per lire cento e sessanta, et le altre lire cento esso missier Simon comprator si ha tuolto obligo di francare a suo tempo con domina Santa relicta quondam Peregrin dal Bo detto Biz, qual capitale è fondato sopra essa terra, et così esso missier Simon libera essa domina Orsola, et Donà suo figliolo da quel obligo di pagare il pro de esse Lire 100 alla detta domina Santa, et come più diffusamente appar instrumento di mano di me Nicolò Marson nodaro pubblico di Serravalle scritto, et pubblicato sotto il dì 6 novembre 1629 prossimo passato al quale etc. Per tanto di mandato pretorio, et ad instanza di missier Simon si cita, strida, proclama, et dati pubblica noticia a cadauna persona del parentado di detti venditori sino al quarto grado inclusive a dir, dedur, et produr ogni, et cadauna sua ragione, che pretendessero haver sopra essa terra in termine di giorni 30 d’avanti Sua Signoria illustrissima, altrimente passato detto termine, et alcun
ASTv, Notarile I Serie, notaio Gabriele Pellatis, b. 1948, reg. 1629, c. 2r,v. ASTv, Notarile I Serie, notaio Nicolò Marson, b. 1692, reg. 1650 Stride (ma più anni), cc. 102r, 104r. 21 Nel documento è stato lasciato uno spazio vuoto tra l’anno ed il mese.
19 20
259
non comparendo si devenirà alla confirmatione delle presenti pubbliche prime stride, la contumatia d’ogni uno non ostante etc.22 Sempre con i Dal Bo, il 6 marzo 1632, giorno di proclamazione delle stride, si dichiarava che Donato, figlio del fu Andrea della Libera dal Bo, aveva acquistato da missier Simon quondam missier Nicolò dai Fabri d’Ampezzo hora habitante in Serravalle, una pezza di terra, in parte arativa e in parte prativa, in banche di quarti tre, a Olarigo, regola di Rindola, luogo denominato la Riva dalle vidiselle, per il prezzo di ducati 10023 (compravendita da mettere in relazione con le suddette stride del maggio 1630?). Un interessante documento riguardante i prodotti venduti nella bottega di missier Simon dei Fabri, è quello redatto a Serravalle il 30 maggio 1630: [...] Benvegnù Taffarel, et Guido suo figliuolo, et con ogni miglior modo ogni eccettion remotta pigliano insieme, et in solidum sententia volontaria di dare a Simon dei Fauri presente etc. onto sotile24 li[b]re dosento a soldi dodese la li[b]ra, et formazo vachino li[b]re tresento a soldi otto la li[b]ra; quali ser Benvegnù, et Guido padre, et figliuolo promettono, et s’obligano dare detto onto, ad ogni richiestra di detto missier Simon, et il formazo promettono, et se obligano darglielo per li 8 settembrio prossimo venturo et ciò senza contraditione alcuna, et a conto della qual robba detto Benvegnù et Guido confessano haver havuto, et ricevuto dal sudetto missier Simon in tanti contadi, et in tanta biava25, per la
ASTv, Notarile I Serie, notaio Nicolò Marson, b. 1692, reg. 1650 Stride (ma più anni), c. 135r. ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Battista Costa, b. 1704, reg. 1628-1631(ma più anni), cc. n.n. 24 Ossia burro. Cfr. TOMASI 1992, p. 139. 25 Si riporta, per curiosità, il mercuriale del formento, a Serravalle, negli anni 1580-1592: 1580 il formento ha valuto dalli 11 ottubrio sino per tutto decembrio del istesso anno al staro lire 17, il magio del 81 valse al staro lire 18 1581 il formento ha valuto dalli 8 ottubrio sino alli 8 decembrio del istesso anno al staro lire 16, alli 8 di marzo 1582 crescette de precio et valse al staro lire 20, de magio dell’istesso anno calò il precio, et valse solamente al staro lire 17 soldi 10 1582 il formento ha valuto dalli 19 ottubrio sino per tutto decembrio dell’istesso anno al staro lire 15, di magio dell’istesso anno calò il precio, et valse al staro lire 17 1583 il formento ha valuto de ottubrio sino per tutto decembrio dell’istesso anno al staro lire 16 1584 il formento ha valuto de ottubrio sino per tutto decembrio dell’istesso anno al staro lire 13 1585 il formento ha valuto de ottubrio sino per tutto decembrio dell’istesso anno al staro lire 14, di magio del 86 valse lire 18 1586 il formento ha valuto de ottubrio lire 19, di decembrio dell’istesso anno lire 21 sino al magio
22
23
260
summa di lire cento et otto di picoli videlicet lire 108. Item detto missier Simon stete a pagar per detti padre, et figliuolo al molto illustre et famosissimo signor Guido Casoni cavallier lire cinquanta siè di piccoli videlicet lire 56, che tutto summa lire 164, et qual onto, et formazo s’obligano di portaglilo qui a Serravalle alla sua bottega a sue spese, et pesata in detta bottega; et mancando di dargli detto onto, et formazo come di sopra, detti padre, et figliolo si contentano che possi proceder per via di pena, che così sono convenuti, obligando per ciò tutti li loro beni presenti, et venturi. Presenti il signor Zuanne Pisan, et missier Lorenzo Cuchetto testimonij26. 1587 l’istesso precio 1587 il formento ha valuto de ottubrio lire 21, di dicembio dell’istesso anno lire 22, di maggio 1588 calò lire 21 soldi 10 1588 il formento ha valuto l’ottubrio lire 18, di decembio dell’istesso anno lire 19, di maggio 89 lire 20 1589 il formento ha valuto de ottubrio sino per tutto l’anno lire 20 1590 il formento ha valuto de ottubrio lire 26, di decembrio lire 28, di magio del 91 lire 31 1591 il formento ha valuto de ottubrio lire 28, di decembrio lire 30, di magio del 92 lire 28, di zugno del istesso anno lire 24 1592 il formento vale d’ottubrio lire 30 Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Ogniben, b. 1126, c. sciolta. 26 ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2229, reg. 1630-1631, c. 31r. Si presenta un caso di lamentele dei bottegai di Serravalle per il prezzo imposto nella vendita di prodotti di largo consumo. Nella riunione del 2 agosto 1638 venne letta in Maggior Consiglio la seguente lettera: Li Botteghieri di Serravalle giustamente s’aggravano dalla limitatione fatta, et publicata del sapon, candelle, formazo, onto, et saladi, perché non puonno senza descavedare vendere le cose sudette alli precij limitati, et pure è il dovere, che pagando loro le gravezze per l’industria debbano anco far qualche civanzo, et prima circa il sapone limitato a soldi doi manco dell’oglio, dicono che questa è novità, et che quando quelli del magnifico Conseglio facevano esercitare, l’appalto sempre si vendeva il sapone al prezzo dell’oglio. Delle candelle dicono che in grosso le hanno pagate soldi disisette onde considerato il callo per il seccarsi si tocca con mano che non si può vendere meno di soldi vinti. Di più se si vol far fare le candelle in casa, pagano il sevo soldi quindese, et sedese la li[bb]ra, vi va la spesa del paver, del maestro che le fa, et il callo, di modo che vendendole soldi vinti, si può dire che sia poco, o nulla di guadagno. L’onto lo pagano soldi quindese et sedese ciò è il crudo, et di questo non se ne vende, ma si vende cotto, et è certo, che cusinandolo calla vinti per cento, come si può farne l’esperienza, sì che considerato esso callo, le legne, et fattica nel cosinarlo, con verità si può dire che il guadagno è pochissimo, et di niun rillievo. Il formazo vecchio di piegora lo comprano a soldi venti la li[bb]ra, hor si consideri se lo ponno dare al prezzo limitato. Il formazo fresco di piegora lo pagano fin soldi sedeci la li[bb]ra dando anco li dinari anticipatamente onde non è possibile il poterlo vender al precio limitato.
261
Il formazo vecchio d’armenta non si può vender manco di soldi vinti. Di più si consideri che in mille li[bb]re di formazo che si compra ne va di malle li[bb]re 200, qual non si vende ne anco soldi otto la li[bb]ra. Dei salcizzi dicono che li paga a Treviso et altrove soldi vinti uno [la libbra], onde considerato il porto si può toccar con mano se il venderli lire 1:4 si fa guadagno eccessivo. Del persuto senza osso non l’hanno mai venduto più de lire 1:4 [la libbra]. In oltre si consideri la spesa de chi vende le dette vittuarie, che non si vedrà che detti botteghieri avanzano pochissimo, et pure è il dovere che pagando le gravezze, la loro industria possa darli qualche utile, et benefficio. Habbiamo voluto addurre li sudetti giusti gravami con speranza che debba esser regolata la limitatione fatta, a ciò potiamo esercitar la nostra industria con il sostegno delle nostre famiglie, soggiongendo anco che le cose che vendemo era a minor prezzo di quello si vende nelli luochi circonvicini et così etc. altrimente per nostra indemnità saremo astretti haver ricorso, ove conosceremo esser bisogno. Diciamo di più che habbiamo l’aggravio anco del datio della grassa, per vender le sopradette cose. Cfr. ASVV, Serravalle, Serie 3, 109, Libro delle Parti del Maggior e Minor Consiglio 1635-1642, c. 89r,v. L’irritazione dei negozianti si manifestò ancor più palese il 6 agosto successivo, quando, dopo che su commissione del podestà erano stati mandati a chiamare i Botteghieri, si presentarono in Minor Consiglio solamente Leonardo Rizzardi e Giuseppe Guielli, et sopra il discorso fatto con loro non fu deliberato cosa alcuna. Cfr. ibidem, c. 90r. Diciassette giorni dopo, il 23 agosto, in Minor Consiglio fu posta la seguente parte: Havendo havuto notitia il spetabile Proveditor Marchi che li Botteghieri di questa terra prettendono di esser ascoltati dall’illustrissimo signor podestà et spetabile minor Conseglio sopra la limitatione fatta li giorni passati circa le robbe da vendersi da loro con le conditioni conforme l’atto da loro presentato in Cancellaria prettoria, fu dal detto spetabile signor proveditor posta parte che sijno ascoltati con le sudette conditioni qual balotatta hebbe voti prosperi tutti contrari -. Constituiti missier Mattio Milan facendo per nome di domino Zuanne Baldini, et missier Iseppo Guielli, et missier Carlo Anselmi per nome di suo padre facendo essi botteghieri per nome anco de missier Piero Vettorello, et veduta la prontezza dell’illustrissimo signor podestà et spetabile minor Conseglio di poter dire li suoi gravami dissero non voler alcun beneffitio delle lettere presentate in Cancellaria prettoria in tal materia anzi da quelle si remossero in tutto, et per tutto presente ser Mio Colvero, et eccellentissimo signor Thomaso Thomasi. Comparse il signor Nicolò Thomasi avocato delli Botteghieri di Serravalle alla presenza dell’illustrissimo signor podestà et spetabile minor Conseglio con li sopradetti Botteghieri, et ivi in longa renga espose li suoi gravami, li quali ascoltati, et il tutto ben considerato fu dall’illustrissimo signor podestà et spetabile minor Conseglio fatta la sottoscritta limitatione. Limitatione delle sotto scritte robbe Candelle di sevo buone Formazzo di pecora vecchio buono o di Val Menera Formazzo di peccora sano Formazzo di peccora fresco
262
lire 1 la li [bb]ra
Formazo d’armenta fresco lire -:14 la li[bb]ra
lire 1: 2 la li[bb]ra lire 1 la li[bb]ra lire -:16 la li[bb]ra
Smalzo cotto Smalzo crudo Lardo vecchio
lire 1: 4 la li[bb]ra lire -:16 la li[bb]ra lire -:16 la li[bb]ra
Nel 1630 il nostro aveva in affitto la bottega del signor Gabriel Pellatis habitata per l’infrascritto missier Simon dei Fabri. Detta informazione si ricava dall’incipit di un atto rogato il 5 giugno 1630, nel quale Pellegrina, vedova del fu Andrea della Susana ditta orsato, vendeva al detto Simon dei Fabri quondam Formazo di armenta vechio buono lire -:18 la li[bb]ra Persuto senza osso lire 1: 4 la li[bb]ra Formazo d’armenta vechio ordinario lire -:16 la li[bb]ra Sopressa et saladi lire 1: 2 la li[bb]ra Furono balotate le sudette limitationi con voti prosperi tutti. Cfr. ibidem, cc. 90v-91r. Per armenta si intendeva la vacca, produttrice di latte. Cfr. SELLA 1944, pp. 34-35. Sul bovino si presenta il seguente documento di soccida: Atto in Ceneda, il 28 ottobre 1619, in casa del notaio. Ove mistro Paulin del Thio quondam Amadio folador habitante in Ceneda per sì et heredi ha datto, affittato et alla mittà ha concesso con li patti infrascritti a ser Michiel Brescazino de Fregona sotto Seravale presente per sé etc. conducente, una armenta di color rosso, chiamata rossa d’anni sei, o sette in circa, la qual è piena, hoggi per esso locator portatale da esso condutor comprata, et questo per anni quatro prossimi venturi, et questo ha fatto perché esso condutore per sé etc. ha promesso quella ben regolare, governare, costudire, pascere, et alevare a sue spese, et dare, et respondere la giusta mità di tutto l’usufruto che si caverà dalle montagne de nascenti da quelle, o la mità del pretio d’essi prenascenti si caverà, con conditione, che esso condutore non possi zonzer essa armenta mentre sarà piena, arlevando [...] li nascenti, che nascerano, et che sarano d’arlevare; et così ambe le parti promisero vicendevolmente, et attendere, et spettare (?) quanto di sopra si contiene sotto obligatione etc. in forma. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gregorio Artico, b. 1456, reg. 1619, c. 134v. Si segnala, per curiosità, che il 23 febbraio 1621 mistro Paulino dal Thio quondam Amadio habitante in Ceneda, acquistava da madonna Isabetta relicta quondam missier Iseppo Corado, missier Bortholamio suo figliolo, et madonna Paula sua moglie habitanti in Ceneda, un banco delli Corradi sopra il quale sedono le donne nella chiesa Chatedrale di Ceneda [...] qual banco è posto in detta chiesa Cathedrale fra et in mezzo li banchi possessi uno per madonna Lucia Calista, et l’altro per missier Panfilo Zanucho. La somma pattuita fu di lire 12 e soldi 10, onorata in contanti. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gregorio Artico, b. 1456, reg. 1621, c. 43r,v. Dagli Statuti di Serravalle del 1603 si ricava la seguente regolamentazione: De Datijs Olei, Casei, & Carnium salitarum venditarum ad minutum. CAP. LXXXVI STATUIMUS, quòd quicunque voluerit vendere ad minutum in Terrae Serravalli, & Districtu, Oleum, Caseum, Carnes salias, solvere teneatur Collectoribus Datij unum denarium pro qualibet libra, & in ratione librae cuiuslibet dictarum rerum. Et qui contrafecerit, solvat pro banno Curiae quinque soldos parvorum pro qualibet libra cuiuslibet dictarum rerum. Hoc salvo, quòd quilibet venditor cuiuslibet dictarum rerum denuntiare teneatur Collectoribus Datij praedicti antequam ponat in domum suam dicta mercimonia, seu aliquam dictarum rerum, poena & banno viginti soldorum parvorum pro qualiber vice. Cfr. BSVV, Statuta Seravalli [...], Serravalle 1603, Libro Terzo, p. 88.
263
missier Nicolò habitante in Serravalle, i seguenti immobili posti in Anzano: una pezza di terra arativa, piantata e vitata, di pertiche 70 circa, località denominata la Chiesura; una pezza di terra arativa, piantata e vitata, nella stessa località, di pertiche 80 circa; una tezza di paglia, overo stala coperta a paia con un pocho di horto adherente ad essa stala, o tezza, di pertiche 20 circa et con un pochetta di chiesura detta la Fornase di quantità di pertiche n° 20 in circa [...] detta la stala delli Susani. Il prezzo veniva stabilito in lire 118 e soldi 16, somma che la venditrice confessò di aver già avuto, parte in contanti, et parte in tanta biada al pretio corrente, et parte in tanta robba della sua bottega. [...]27. Si trattava ovviamente del realizzo di un credito non onorato e, nella stessa giornata del 5 giugno, Simone provvide, allo stesso modo, ad incassare una modestissima somma. Questa volta la debitrice era Apollonia, vedova del fu Domenico della Susana da Danzan, probabilmente una cognata della detta Pellegrina, la quale gli cedette una pezza di terra al presente prativa in villa posta di Anzano, luogo detto la Fornase, di quantità di pertege n° dodese in circa. Il prezzo venne stimato in lire 4, somma che la venditrice dichiarò di aver gia avuto dall’acquirente28. Simone dei Favri si risposò l’1 settembre 1630 con Giovannetta, vedova di [Giovanni] Girolamo Montebelluna29. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2229, reg. 1630-1631, c. 32r,v. Il suocero Simone Alpago invece gestiva la sua attività in una bottega già di proprietà di Nicolò Tomasi. Questi, il 6 marzo 1631, aveva comprato alle pubbliche stride da Giovanni Battista Zuccatto quondam domino Manfio la bottega della sua casa posta in piaza confina da doi bande esso domino Zuanne Battista, da una strada mediante il portico, et dall’altra domino Paulo Cicola salvis libera d’ogni gravezza, et servitù, tenuta al presente da ser Simon Alpago [...]. Il prezzo era stato stabilito in lire 250 e, in acconto, il Tomasi, a nome dello Zuccatto, pagava ducati 40 a Pietro Somera, et fratelli colloni di esso signor compratore creditori d’esso domino venditore, più lire 2 consegnate allo Zuccato. Subito dopo l’acquirente si accordò con il venditore affinchè questi potesse, nel termine di quattro anni, recuperare la bottega, pagando il capitale, le spese dell’atto, come anco delle stride che si facessero; non affrancandosi nel suddeto termine e non pagando l’affitto annuo di lire 15 ad iniziare dalla festività di Natale, l’immobile sarebbe rimasto nella piena disponibilità del compratore. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gabriele Pellatis, b. 1949, reg. 1631-1638, c. 9v. Trascorso il periodo prestabilito, il 4 giugno 1635 Nicolò Tomasi cedeva, con il beneficio delle prime stride già fatte a sua instanza a missier Simon Alpago il suddetto immobile per lo stesso prezzo di lire 250, più lire 18 e soldi 12 che [il Tomasi] andava creditore per resto d’affitti decorsi, et lire disisette soldi sedeci per spese d’instrumento, stride; in totale di lire 286 e soldi 8. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Gabriele Pellatis, b. 1949, reg. 1635, cc 23r-24r. 28 ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Cuchetti, b. 2229, reg. 1630-1631, c. 32v. 29 primo settembio 1630. 27
264
Si trattò di un’unione tra due persone di età matura; la moglie era ricca di suo e ciò traspare dal testamento che ella fece redigere dal notaio Nicolò Marson, il 23 maggio 1631: Conferito io Nicolò Marsoni nodaro publico di Serravalle in casa de missier Simon dei Fauri habitante in Serravalle in contrada de Thiera, e ritrovano la signora Zuannetta moglie d’esso missier Simon giacente in letto in ferma del corpo, ma però della mente, et intelletto sana per Iddio grazia: volendo disponere delle cose sue, pregò me nodaro, che io dovessi scrivere il suo testamento; poiché conosce, che la morte è cosa certa, et anco più incerta dell’hora di quella: e prima raccommandò l’anima sua all’onnipotente Iddio, alla gloriosa sempre Vergine Maria, et poi a tutta la corte celestiale. Interrogata donque da me nodaro, se voleva, che a questo suo testamento vi fosse alcuna persona presente: rispose voglio, che sia presente missier Simon mio marito. Interrogata quando havesse piaciuto a sua divina Maestà di chiamar da questa a miglior vita, dove fosse sepolto il suo corpo; rispose voglio esser sepolta nel mio molimento alla pieve di Bigonzo. Interrogata se vuole lasciar a Scuole, o ad altri luoghi pij. Rispose voglio, che il sottoscritto mio herede faccia dire per l’anima mia messe n° 6 ogn’anno per quattro anni, dovendo anco esso mio herede mandar un’anno continuo una donna alla Pieve, come si osserva. Item lascio per ragion di legato per una volta tantum lire vinti videlicet lire 20 alla Scuola del Santissimo Sacramento di questa Terra. Item alla Scuola della Madonna de Battudi altre lire 20 semel una tantum, et alla Scuola di San Rocho lire 20 per una volta tantum; con questo, che ogni una di queste tre Scuole debbano dire una messa all’anno, et ciò per doi anni solamente; da esser dati essi dinari subito dopo la mia morte dal sottoscritto mio herede. In resto de tutti, e cadauni miei beni tanto mobili, quanto stabili, e semoventi di qualonque sorte esser si voglia lascio mio universal herede il soprascritto missier Simon mio marito, qual habbi da esser patrone, et usufruttuario sino che vive, con questo però, che egli debba nutrire, governare, et arlevare li miei tre figlioli havuti con il quondam signor Zuanne Gieronimo Montebelluna mio marito, et dopo la morte di esso missier Simon, detta mia robba vada a Puligretto mio figliolo30, et mancando esso Puligretto senza heredi, che detta
Missier Simon figlio del quondam Nicolò de Fabri fatte le tre publicationi sposò per parole de presenti madonna Zuanetta relicta dal quondam missier Geronimo Montebeluna in casa della sopradetta per esser esso infermo di licentia però di monsignor Vicario di Ceneda alla presentia di me pre Paulo Cuchetto v. P. di licentia delli signor piovani don Iacomo Ciriani, et don Sipion Casoni, presenti testimoni Mio Colvero, et Tofol de Girardo della Mora. Io pre Paullo Cuchetti fui presente. Cfr. APS, Libro dei battesimi, dei matrimoni e dei morti, chiesa di Santa Maria Nova 1620-1645, c. 200. 30 Nel nome di Christo etc.: l’anno della sua Natività 1645, indizione XIII, 14 marzo in Ceneda:
265
robba vadi alle due mie figliole, et heredi loro, et mancando o l’una, o l’altra delle mie figliole senza heredi vadi a quella, che havarà heredi, et mancando tutte due senza heredi vadi a madonna Catarina mia sorella moglie di missier Antonio dal Tio stà al Pie de Fadalto, disponendo poi ella, o suoi eredi come
presenti missier Francesco Bosato figliolo di missier Domenico, et ser Nicolò quondam Vettor de Min da Bellun testionij etc. Dove domino Pollicreto quondam domino Zangerolamo Montebelluna da Serravalle [...] ha dato, alienato, venduto, transferito et cesso a missier Bortolamio dal Tio detto folador habitante in questa Città [...] tutte et qualonque ragioni livellarie utili et dirette, tacite et espresse, che detto domino Pollicreto ha, o haver potesse in et sopra una casa murata, solerata, coverta da coppi, cum andito, horto, caneva, habentie et pertinentie posta in Serravalle in contrada di Tiera, fra li suoi confini, a matina le fosse, a mezodì il signor Priamo Filomena, a sera strada di Tiera, et a monte li heredi del quondam eccellente signor Gregorio Sarmede salvis etc, altre volte per detto Montebelluna data a livello al signor Priamo Filomena, come consta instrumento di mano del signor Rocco Laurenti nodaro di Serravalle sotto l’anno 1644 24 settembre [...], et questo per pretio di ducati cento et ottanta do [...] che ad esso Policreto li avanza in vertù di detto instrumento 1644, quali ducati 182 esso domino Pollicreto alla presenza ut supra, et di me nodaro confessò et manifestò haverli gia havuti et ricevuti in tanti contanti [...]. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Lioni, b. 2017, reg. 1645, c. 19r,v. Sui dal Tio cfr. DE ZORZI 2017, passim. Inoltre: - Testamento di Madonna Adriana moglie di missier Bortolamio dal Tio. Nel nome di Christo etc.: Madonna Adriana figliola del quondam domino Zangerolamo Montebelluna, et hora moglie di missier Bortolamio dal Tio sana, per gratia di Iddio, di mente, senso, et intelletto, abenché hora dalla febre oppressa, giacendo in letto, non volendo morir intestata, ma desiderando di provedere pima alla salute dell’anima sua, et poi disponere delli suoi beni, ha fatto et fa questo suo ultimo testamento noncupativo, che si dice senza scritti, nel modo che segue; prima raccomanda l’anima sua al Sommo Creatore comandando, che quando piacerà a sua Divina Maestà di chiamarla da questa a miglior vita, che il suo corpo sij portato alla pieve di San Andrea di Serravalle, et ivi seppolto con quelle essequie, messe, et funerali, come meglio parerà all’infrascritto suo herede. In tutti veramente li suoi beni, così mobili, come stabili, dote, ragion, attion, et altro che essa Testatrice ha, o inqualsivoglia modo li potesse competere, et aspettare, ha instituito, et instituisce suo universal herede missier Bortolamio dal Tio suo marito, potendo di detta heredità come di sopra far alto et basso, et disponere a suo modo; et questo disse, che vuole, che sia il suo ultimo testamento et ultima volontà [...]. Fu fatto, letto, compito, et publicato di suo ordine il presente testamento in Ceneda, in casa della predetta Testatrice a Mesco, essendo in una camera in solaro sopra il letto, correndo l’anno 1645, indizione XIII, 16 zugno: essendo stati presenti a detta publicatione fatta per me infrascritto nodaro, ser Giacomo Fioriam Carbonera da Costa quondam Piero, ser Zambatta Ciet da Salsa quondam Titian, ser Oratio figliolo di ser Zuanne Fregonese da Uderzo, Andrea de Grava da Revine quondam Toni, Marco quondam Francesco Zanuol della Folina, missier Antonio Moret quondam Zanpiero munaro, ser Mattio Gaietta quondam Michiel, et altri testimonij chiamati et pregati etc. Cfr. ASTv, Notarile I Serie, notaio Francesco Lioni, b. 2017, reg. 1645, cc. 25v-26r.
266
li piace. Di più intendo, et voglio, che le mie figliole, cioè Andriana, et Maria figliole del quondam signor Zuanne Gieronimo sudetto debba havere della mia robba al tempo del suo maritare ducati 300 per cadauna, overo quello parerà a missier Simon mio marito. Item lascio per ragion di legato ducati 300 al sopradetto missier Simon mio marito, potendo disponere come li pare, e piace, che così li dono per la servitù, che farà in arlevare li miei figlioli non intendendo, che niuno lo possa molestare in tempo alcuno per essi ducati 300, et così ordino, et voglio, che sia il mio testamento e volontà, et se non vale per testamento, vaglia per codicillo, et se non vale per codicillo vaglia per l’amor di Dio, et per donatione, o per ogni altra cosa, che così sia a laude di Dio. Fu publicato, e scritto il soprascritto testamento per me Nicolò Marson nodaro publico di Serravalle il dì 23 del mese di maggio correndo l’anno del Signore 1631 in casa come di sopra. Furono presenti, et testimonij ser Gasparo Pizzin official publico missier Odorico de Fauri beccharo mistro Antonio Bottaro mistro Lorenzo Bottaro ser Bernardin figliolo de mistro Antonio Bottaro Francesco Bottaro, et ser Biasio Scorzer habitante al presente in Serravalle 31.
Zuanetta moglie di missier Simon de Fabri d’Ampezzo finirà i suoi giorni terreni il 13 settembre 1632 e il giorno dopo sarà tumulata alla pieve32. Dalle dichiarazioni del marito, contenute nel Campatico del 1636, i beni fondiari riconducibili alla coppia erano i seguenti: Io Simon de Fauri per nome delli heredi quondam ser Zan Hieronimo Montebelluna dò in nota li beni infrascritti di detta Heredità videlicet Un maso arado et prativo poco vidigado posto nel Canal alla Torre per il quale si paga pensione alla chiesa di San Floriano et è di quantità di campi tredeci, cioé arativi n° sei videlicet C 6 q – Prativi campi sette videlicet C 7 q – item un Maseto nella villa di Formeniga a Confin di campi n° sette de quali doi sono arativi videlicet C 2 q – li altri cinque prativi C 5 q – Et questo dico con mio giuramento.
31 32
ASTv, Notarile I Serie, notaio Nicolò Marson, b. 1690, reg. Testamenti, cc. n.n. APS, Libro dei morti, chiesa di San Andrea 1627-1657, c. 43.
267
Item possedo di mia ragione nella villa della Capella arada piantada vidigada campo uno, quarti doi videlicet C 1 q 2 Con mio giuramento. Presentata li 8 zugno 1636 dal sudetto missier Simon per nome come di sopra33.
Il 19 dicembre 1635, nella sua apotheca, Simone di Fauri vendeva alle pubbliche stride a Valentino de Iacomin quondam ser Andrea abitante a Serravalle, una camera essistente dietro la cosina della Scola della Concettione, posta nel borgo di San Giovanni Battista, fuori delle porte, et la bottega vicina a detta camera con il camerino sopra essa botega, quali beni ut supra venduti sono tra questi confini, da doi bande il signor Zuan Piero Brocca, da una detta cosina, et dall’altra il curtivo di detta Scola, salvi i più veri confini. Il prezzo era convenuto in lire 330, onorate in contanti per lire 300 e le restanti lire 30, il venditore dichiarava di averle già avute. Fu specificato che l’intera somma era di ragione di Camilla, moglie dell’acquirente, tratti come lui disse dalla vendita di terre arade, et prative poste in Zoldo di dote della medesima, qual vendita fu fatta per detto ser Valentin a ser Battistin della villa Zoldano. Il compratore volle altresì che fosse specificato nell’atto come le dette camera, bottega, et camerino sijno, et s’intendino sempre specialmente obligati, et hipothecati a detta sua moglie [...]34. La morte colse Simone il 4 gennaio 1643 (o il giorno prima), data in cui il podestà di Serravalle Alvise Corner, su istanza di Priamo Filomena, tutore dell’eredità del fu [Giovanni] Girolamo Montebelluna, primo marito di Giovannetta, poi unitasi, come si è visto, al Nostro, e creditor di affitti di casa del quondam missier Simon Fauri d’Anpezzo, ordinò l’inventario di tutti i beni del defunto, allo scopo di soddisfare gli aventi causa, senza pregiuditio delle ragioni de ciascuna persona che pretendesse haver interesse, ragione, e attione [...]. L’elenco fu realizzato dal notaio Paolo Sanfior di Serravalle, alla presentia de missier Olivier Ferara [spadaio], et missier Francesco Mattiazzi pitor [...] e anco missier Piero Fusaro, et Zambattista della Marion testimonij. Lo stesso 4 gennaio il podestà accolse la domanda di domino Francesco
33 ASVV, Serravalle, Serie 16, Campatico, b. 341 Volume delle pollize per occasione del Campadego imposto da sua Serenità l’anno 1636. Presentate in mano, c. 587r. 34 ASTv, Notarile I Serie, notaio Valerio Scarpis, b. 2585, reg. 1635, cc. 53r-54r. L’11 febbraio 1637 fu messo agli atti che, con riferimento al predetto atto di compravendita del 19 dicembre 1635, era stato registrato erroneamente che la bottega venduta si trovava vicina alla camera, mentre era davanti la cucina della Confraternita dell’Immacolata Concezione. Cfr. ibidem, c. 54r,v.
268
Mattiazzi pitor, et mistro Olivier Ferrara35 i quali, per esercitar atto di carità in far sepelire il quondam missier Simon Fauri d’Anpezzo, furono autorizzati a spendere dell’heredità di esso Simon sino a ducati dieci, o dodeci de quali se ne avanzeranno doversi depositare insieme con detta heredità [...]. Si portarono a Serravalle per il patrimonio del defunto i parenti di Ampezzo36, rappresentati dai procuratori Zuane di [quondam] Bernardo d’Ampezzo e missier Geronimo quondam missier Simon de Val d’Ampezzo, con le seguenti fedi: - Faccio fede io pre Francesco Constantini piovano d’Ampezzo di Cadore, diocesi d’Aquileia, qualmente nell’anno 1609 sotto li 19 di genaro fu contratto legitimo matrimonio tra Zuane figliuol del quondam Antonio detto Bernardo, et Maddalena figliuola del quondam Nicolò del Fauro [padre del defunto Simone] ambi duoi di questa mia parochia de Santi Filippo, et Giacomo [...]. Ampezzo li 22 febraro 1643. -Adì 8 febraro 164[3] Faccio fede io pre Francesco Constantini piovano d’Ampezzo di Cadore iurisditione Arciducale diocesi d’Aquileia, qualmente Zuan Battista figliuolo del quondam Paulo di Zardus d’Auronzo fu congionto in primo matrimonio per verba de presenti nella mia chiesa parochiale di Santi Filippo, et Iacomo con Libera figliuola del quondam Nicolò del Fauro di questa parochia sotto l’anno 1614 per li 7 novembre da pre Andrea Tirendelo all’hora capellano in questo luogo [...]. -Facio fede io pre Francesco Constantini piovano d’Ampezzo di Cadore diocesi d’Aquileia, qualmente Bernardino di Bernardo è nato di legitimo matrimonio, cioé di Zuane del quondam Antonio detto Bernardo, et Maddalena del quondam Nicolò del Fabro ambi di questa parochia de Santi Filippo, et Giacomo legitimi iugali, et fu battezato in questa istessa parochia il primo di ottobre 1618 [...]. Ampezzo li 22 febraro 1643. -In Christi nomine amen. L’anno della sua natività 1643 indizione undecima li 8 del mese di febraro. In Cortina d’Ampezzo Arciducale. In casa del padre di me nodaro [...]. - Zambattista quondam Paullo de Zardus d’Auronzo di Cadore nominò suo procuratore missier Zuanne quondam Antonio de Bernardo del sudetto luogo d’Ampezzo, suo cugnato [...] al fine di riscuotere tutto quello che li aspetta, et può pervenire così de beni, come d’ogni altra cosa per l’heredità, et facultà la-
I due - in qualche modo - erano imparentati: nel 1637 Francesco Matteazzi aveva sposato in seconde nozze Gerolama del fu Antonio Dal Tio; lo spadaio Oliviero Ferrara, in prime nozze, Camilla Dal Tio (carta dotale del 9 marzo 1632). Cfr. DE ZORZI 2017, passim. 36 Ne deduco che il defunto non abbia avuto figli; purtroppo non sono riuscito a reperire il suo testamento. 35
269
sciatta dal quondam missier Simon quondam Nicolò del Fauro d’Ampezzo, già habitante in Seravalle cugnato delli prenominati Zuanne, et Zambattista [...]. - Il 3 marzo 1643 fu posta agli atti la dichiarazone con la quale Zuanne quondam Antonio Bernardi d’Ampezzo della qual persona mi fu fatta fede da missier Geronimo quondam missier Simon de Val d’Ampezzo con ogni miglior modo, che ha potuto, e può, ha constituito suo legitimo procuratore il sudetto missier Geronimo a intervenire nella causa, che esso ha accettato l’eredità con benefitio legis, et inventarij del quondam missier Simon de Fauri [...].
Il successivo 24 marzo Francesco Mattiazzi presentò il conto di quanto aveva speso per la tumulazione di Simone de Fauri, quale disse d’esser de lire 38 [...]. Ad iniziare dal 26 marzo, su designazione del podestà Alvise Corner, il notaio Rocco Laurenti iniziò a legittimare i creditori del defunto e, per primi, Zambattista San Fior, missier Francesco Mattiazzi, ser Antonio Corte Nova e Zuanne Maria Catel, previo il loro giuramento, di essere credittori sì come hanno dechiaratto in processo. Il 13 aprile successivo il notaio registrava: [...] item per resto del mortorio37 a missier Francesco Matiazzi lire 38 item a missier Francesco Baldini per breghe, et chiodi per la cassa del morto lire 4 soldi 16 [...].
La soddisfazione del credito di Francesco Matteazzi avvenne il 28 aprile 1643 con l’assegnazione di: [...] un bazzino piccollo, et sei fondiolli per lire 10; item un paiarizzo rotto, una farsora, un cortel grande, et un sechiel d’acqua santa di nuovo (?) per lire 6; item tre lenzuolli rotti, doi candelieri vecchi, et una stadiera tutto per [lire] 22 val lire 38; con una lume et piadena da legno38. [...] Fu per detto signor Deputato restituito al signor Priamo Fillomena tutore delli figlioli quondam domino Zam Hieronimo Montebelluna gli infrascritti suoi beni mobilli: primo una cadena da fuogo, un far da fuogo, una moletta, una gardella, una lettiera di nogara, un lenzuol grosso, una cariega, et un mortaro de pria [...]39.
Calava così il sipario su Simon de Fauri, un immigrato che, come tanti altri, contribuì allo sviluppo di Serravalle. 37
Onoranza e cerimonia nel seppellire i morti. Cfr. BOERIO 1856, ad vocem. Vaso di legno, a guisa di piatto grande ad uso di cucina. Cfr. BOERIO 1856, ad vocem. 39 ASTv, Notarile I Serie, notaio Paolo Sanfior, b. 1445, reg. 1643, cc. 1r-24v e segg. n.n. 38
270
Bibliografia essenziale Aa. Vv. 2003 Aa. Vv., Storiadentro. Rivista di studi storici N. 2 nuova serie. Il Convento di San Francesco di Conegliano. Vita spirituale e materiale. Secoli XIII - XX, Conegliano (TV) 2003 Boerio 1856 G. BOERIO, Dizionario del dialetto veneziano, Venezia 1856
Corazzol 1979 G. CORAZZOL, Fitti e livelli a grano. Un aspetto del credito rurale nel Veneto del ‘500, Milano 1979 De Zorzi 1984 O. DE ZORZI, Il Territorio di Fregona dal XIII al XVIII secolo. L’eredità di Salatino Scotti-cenni storici documentati, in Aa. Vv., Fregona. Aspetti e immagini della Pedemontana del Cansiglio, Vittorio Veneto (TV) 1984
De Zorzi 2001 O. DE ZORZI, Alcune note biografiche e documentarie sul pittore Silvestro Arnosti da Ceneda, in Aa. Vv., IL FLAMINIO cultura, Godega di Sant’Urbano (TV) 2001
De Zorzi 2004 O. DE ZORZI, Gli Ebrei a Ceneda nel XVII secolo. Denari e società, in Aa. Vv, Ceneda e il suo territorio nei secoli, Godega di Sant’Urbano (TV) 2004 De Zorzi 2017 O. DE ZORZI, Vita artistica, religiosa, sociale e economica di Serravalle tra il Cinquecento e il Settecento, attraverso i documenti d’archivio, Vittorio Veneto (TV) 2017 Lucheschi 1990 M. LUCHESCHI, I Lucheschi, Susegana (TV), 1990
Statuta Seravalli. Accesserunt Repertorium Rubricarum, & Index locupletissimus omnium materiarum, quae in ipsis Statutis continentur, alphabetico ordine digestus, Serravalle 1603 Richebuono 2008 G. RICHEBUONO, Storia d’Ampezzo, Cortina d’Ampezzo (BL) 2008
Salvador 1994 M. SALVADOR (a cura di), Archivio Comunale di Vittorio Veneto. Inventario della sezione separata (1301 - 1950). I. Serravalle (1301 - 1866) e Ceneda (1338 - 1866), Venezia 1994
Sella 1944 P. SELLA, Glossario latino italiano. Stato della Chiesa - Veneto Abruzzi, Città del Vaticano 1944 Tomasi 1992 G. TOMASI, Dizionario del dialetto di Revine, Belluno 1992
Zanette 1980 E. ZANETTE, Dizionario del dialetto di Vittorio Veneto, Vittorio Veneto (TV) 1980
271
272
Loredana Imperio
Spezie e bevande esotiche a Ceneda e Serravalle nell’Ottocento
Le spezie sono sempre state merce di grande valore e per procurarsele gli uomini hanno intrapreso viaggi avventurosi e difficili. La prima spezia, la più conosciuta e usata anticamente, fu il pepe. I Romani per acquistarla partivano da Alessandria d’Egitto diretti in India. Essi iniziavano il viaggio verso la metà di agosto e giungevano a destinazione alla fine di ottobre. Tra l’inizio di dicembre e gennaio essi dovevano ripartire per usufruire del monsone favorevole al viaggio di ritorno. Dai documenti leggiamo che la nave romana Hermapollon riportò in patria (a Roma) 140.000 chilogrammi di pepe, 3.500 chili di zanne d’elefante e 80 contenitori di nardo, il profumo usato all’epoca dall’aristocrazia imperiale romana.1 Leggendo il “De re coquinaria” di Apicio,2 il ghiottone per eccellenza dei nostri antenati romani, troviamo il pepe menzionato ben 474 volte, quindi ne deduciamo che l’ingrediente di base della cucina romana fosse per l’appunto questa spezia. I Romani usavano anche altre spezie come il silfio, già introvabile all’epoca di Nerone, lo zafferano che arrivava dal Kurdistan, il papavero e l’aneto.3
F. Antinucci: “Spezie, una storia di scoperte, avidità e lusso”, Bari 2016, p. 12. Il nardo è un olio indiano che si estrae da piante delle regioni montane dell’India settentrionale, era usato anticamente ed è menzionato nel Vangelo e nelle storie egiziane 2 Apicio: “La cucina di Roma” versione di Paolo Buzzi, Milano 1957 3 M. Gusso: “La cucina di Roma antica” Quaderno n. 13 del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche di Vittorio Veneto, Godega di Sant’Urbano 2017, pagg. 139-140
1
273
Purtroppo nel V secolo la libera circolazione delle navi nel Mediterraneo cessò. Dapprima furono le invasioni barbariche, poi dilagò la conquista musulmana e infine ci furono le scorrerie dei pirati saraceni. Un solo corridoio restò aperto: la rotta Venezia- Costantinopoli. Nell’853, iniziò a Venezia il commercio del pepe. Seguirono a ruota tutte le altre spezie e i generi voluttuari di non facile reperibilità in Europa. Dal bacino di San Marco partivano le rotte di Levante e quelle di Ponente, perché si acquistava in Oriente e si portava a Rialto, da dove le merci prendevano la via dell’Europa. Anche il commercio destinato all’entroterra veneziano passava tutto per Rialto. Le vie delle spezie erano tre: - una a nord, l’antica via della Seta che dalla Cina arrivava sul Tigri, dove si divideva per Antiochia e Petra. Era una strada aspra tra montagne e deserti e gli scambi tra i mercanti avvenivano sul Pamir; - la seconda era una via marittima, dall’Indonesia e dalle coste orientali dell’India, attraverso il Golfo Persico, Bassora e da lì via terra sino a Damasco; - la terza, detta anche “la via del Cinnamomo”, partiva dalle Molucche, il Madagascar, le coste dell’Africa equatoriale, Zanzibar, Mombasa per risalire poi il Nilo sino ad Alessandria d’Egitto. Da quest’ultima grande città entravano in scena i Veneziani. Sulla rotta Costantinopoli-Venezia, oltre al pepe, si iniziò, nel Medioevo, ad importare zucchero, zafferano, cannella, chiodo di garofano e zenzero. Sulla cannella i Veneziani avranno in pratica un monopolio sino al XVI secolo. La costosità dello zafferano non era data dalla sua difficoltosa reperibilità, bensì dal fatto che ogni fiore ha solo tre stigmi e bisogna staccarne a mano circa 45.000 per ottenere, dopo l’essiccatura, un etto di zafferano. Il suo prezzo non è mai diminuito, anche con i progressi moderni il suo costo si aggira ancora sui 2.000 euro all’etto.4 Durante il Medioevo, anche le doti ed altri tributi si pagavano col pepe. Nel 1518, l’hospitale di San Nicolò di Montesella di Conegliano dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, oggi di Malta, pagava al vescovado di Ceneda un censo annuo di una libbra di pepe e di un’altra di incenso.5 Nel 1890 il dott. Salomone Morpurgo pubblicò 57 ricette di un libro di cuci-
F. Antinucci: “Spezie…” op. cit. p. 56 Archivio Diocesano di Vittorio Veneto, Archivio vecchio b. 59, Giurisdizione temporale dei vescovi, p. 12
4 5
274
na veneziana del sec. XIV, dove si possono leggere tutte le spezie che i Veneziani usavano nei loro cibi nel Trecento. Esse erano: pepe pepe lungo chiodi di garofano zucchero zenzero cenamo (nome antico del cinnamomo o cannella) cassia zafferano noce moscata coriandolo cardamomo senape galanga6 Radice aromatica cinese- L. Frati: “Libro di cucina del secolo XIV” Stampa anastatica, edizione Livorno 1899, Arnoldo Forni Editore
6
275
Gli speziali veneziani divennero i più abili confezionatori di spezie del mercato europeo creando miscele già pronte chiamate “sacchetti veneziani”.Tra le combinazioni più vendute vi erano: una dolce e morbida, usata per condire il pesce, soprattutto di acqua dolce, e alcuni piatti delicati, intitolata “Specie dolce per assay cosse bone e fine”. Una seconda, dal gusto deciso, per carni e selvaggina titolata “Specie negre e forte per assay savore”. La terza era una composizione generica adatta per parecchi cibi intitolata “Specie fine a tutte cosse”. Del commercio e del grande uso di spezie nella cucina veneziana sopravvivono ben poche cose: qualche salsa peverada, biscotti alle spezie e cioccolato con zenzero e menta. Dal Quattrocento al Seicento, ogni anno si riversavano su Venezia cinquemila tonnellate di spezie e la metà era composta da pepe e zenzero.7 Nel 1497, il portoghese Vasco da Gama doppiò il Capo di Buona Speranza e raggiunse il porto indiano di Calicut. Due anni dopo Pedro Alvarez Cabral scoprì il Madagascar e le coste del Mozambico. La nuova rotta atlantica non troncò in un sol colpo la via mediterranea del pepe e delle spezie, ma Venezia ne avvertì la pericolosità. Perciò, nel 1548, essa trasferì il consolato con fondaco veneziano da Alessandria ad Aleppo, dove rimarrà sino al 1675. Aleppo era una città ricchissima, dove arrivavano le ricchezze della Persia e le carovane dall’Arabia e dall’India. Altra importante base commerciale veneziana era il Cairo, che aveva sostituito l’antichissima Alessandria. All’inizio del Seicento, il commercio veneziano delle spezie andò in crisi e alcune basi commerciali vennero chiuse o trasformate come ad esempio in Egitto, ove le case mercantili venete si ridussero a tre e finirono per dedicarsi esclusivamente alla nuova bevanda di moda: il caffè. Esso nasceva sull’altopiano dell’Etiopia, ma fu trapiantato presto nello Yemen, dove terreno e clima erano più favorevoli. Da Mokha, porto principale sul mar Rosso, si diffuse in tutto l’Islam e gli Europei lo gustarono inizialmente nelle grandi metropoli come Il Cairo e Costantinopoli. Fu proprio il “bailo” 8Gian Francesco Morosini che, nel 1585, essendo in servizio a Costantinopoli, lo introdusse a Venezia.
7 8
C. Coco: “Venezia in cucina” Bari 2007, pagg. 41-47 Ambasciatore o rappresentante della Serenissima
276
Passerà quasi un secolo, prima di vincere la diffidenza dei Veneziani e la prima bottega da caffè aprirà i battenti a Venezia, nel 1683, sotto le Procuratie Nuove, in piazza San Marco. Il successo fu clamoroso, in capo a settant’anni a Venezia si aprirono ben 206 caffè, talmente tanti che il Senato Veneto dovette bloccarne la diffusione. Il caffè divenne ritrovo abituale, luogo di chiacchiere e pettegolezzi, ma anche incontro di intellettuali, letterati e, più tardi, di rivoluzionari e patrioti. Vi si giocava anche d’azzardo, in luoghi appartati, e in camerini separati avevano luogo incontri amorosi clandestini. I caffè veneziani esibivano porcellane e argenti di pregio su tovaglie ricamate e in tali ambienti vi era ostentazione di eleganza, grazia e preziosismi. La Serenissima volle vietarlo alle donne, che passavano lunghe ore al caffè, ma dovette fare i conti con l’indignazione generale e vi rinunciò prima di scatenare una rivoluzione.9 Nel 1720 Floreano Francescani aprì un locale, in piazza a Venezia, chiamato “Alla Venezia trionfante”. Ebbe subito un gran successo, ma ai Veneziani non piaceva quel nome ed essi lo chiameranno sempre “Caffè Florian” dal nome del suo proprietario.
9
C. Coco: op. cit., pp. 177-178
277
Secondo Giuseppe Tassini, nel 1759, sotto le Procuratie Vecchie vi erano otto caffè.10 Essi erano: Il re di Francia L’Abbondanza Pitt l’eroe La regina d’Ungheria Il Redentore Il Coraggio La Speranza L’Arco Celeste, detto poi degli Specchi. Sotto le Procuratie Nuove, oltre al Florian, c’erano: L’Angelo Custode Il Duca di Toscana Il Buon Genio L’Imperatore d’Austria Il Tamerlano L’Aurora La Pianta d’Oro o dell’Arabo. Sul finire del Settecento, di fronte al Florian aprì il Caffè Quadri. Il proprietario Giorgio Quadri veniva da Corfù e fu sino al 1830 un austriacante con clientela di tendenze filoimperiali. Acquistato dai fratelli Vaerini tale locale divenne un ristorante di gran moda per i conservatori. Probabilmente nel 1730 la vendita del caffè in terraferma subì un momento di stasi che rischiava di danneggiare il commercio veneziano, per cui i Cinque Savi alla Mercanzia da Venezia scrissero al vescovo di Ceneda Benedetto Falier perché inducesse i suoi sudditi a tale consumo. La lettera del prelato è quanto mai significativa e dice quanto segue11: Illustrissimi et Eccellentissimi Signori Colendissimi Mi darebbe l’honore l’inchinato foglio di Illustrissimi Signori 31 scaduto d’incontrare le premure del pubblico vantaggio nel consumo del caffè, quando li habitanti di questa città non fossero che la maggior parte pondis, che non puono attendersi che a procurare il proprio loro mantenimento dalle comuni raccolte di campagna, servendosi di bevande di vino ad esclusione del caffè, prodotto da pochi o da niuno di essi conosciuto. Ricevono i Signori Illustrissimi questo sincero raguaglio del mio zelo sempre pronto a promuovere in ogn’altra occorrenza
10 11
G. Tassini: “Sei caffè di Venezia”, Venezia s. d. ASVE, Cinque Savi alla Mercanzia, I serie, b. 580
278
il pubblico interesse come mia innata inclinazione, e le baccio distintamente le mani. Ceneda li 3 settembre 1731 Benedetto vescovo di Ceneda A Conegliano, la prima bottega da caffè fu aperta, il 3 gennaio 1739, in piazza di fronte al palazzo Montalban vecchio (Via XX settembre) e ne era proprietario il veneziano Lorenzini.12 Il 3 luglio1767 anche Pellegrino Rios aprì una bottega da caffè a Conegliano, sotto Ca’ Gamba, lo storico palazzo Gera, nel locale del Caffè Grande.13 Nella veneziana Serravalle, oggi Vittorio Veneto14, fu Clemente Bortoluzzi ad aprire, nel 1748, un botteghino da caffè, ma nei documenti di Serravalle non è detto dove fosse ubicato.15 Nel 1750, al contempo, troviamo elencate una “Bottega del tabacco” e una “Bottega dell’acquavite” in Calgranda (oggi via Martiri della Libertà).16 Nel 1755, viene menzionato un Domenico Rovigo caffettier senza indicazione di dove avesse bottega.17 Nello stesso anno, in merito alla “Bottega dell’acquavite” si legge quanto segue: Questi vendono caffè, fanno le ciambelle e vendono rosogli, ponno guadagnar d. 150, ma devono mantenersi e pagar affitto di casa, persone 3. 18 Un documento successivo recante la stessa data (1755) ci fa sapere che la bottega dell’acquavite non ha più il guadagno solito perché il di lei utile consisteva nel mantener la città di Ceneda e però può aver di guadagno ducati 70 circa al più.19 Da tale affermazione deduciamo che in precedenza Ceneda venisse rifornita di caffè e acquavite da questa bottega di Serravalle che, in effetti, non viene più menzionata nei documenti successivi. Nel 176520 Valentin Scartazzon aveva in Serravalle due botteghe di caffè ed acquavite, una in Calgranda e una in Piazza. Nel 1768, a Serravalle, avvenne un fatto delittuoso. Il mattino del 30 giugno morì Giobatta de Zorzi, un ragazzo di nove anni, tornato a casa la sera precedente
12 A. Vital: “Effemeride di storia coneglianese”, “Stabilimento di Arti Grafiche”, Conegliano (TV) 1913, p. 50. Si ringrazia sentitamente la prof. Luisa Botteon per la segnalazione. 13 A. Vital: ut supra 14 La città di Vittorio Veneto è formata da due antiche città, Ceneda e Serravalle unitesi, nel 1866, nella città di Vittorio, tale nome in onore del re Vittorio Emanuele II, l’aggettivo Veneto è stato aggiunto nel 1923 15 ASVV, S b. 334 16 ASVV, S b. 336 17 ASVV, S b. 338 18 Ivi 19 ASVV, S b. 336 20 ASVV, S. b. 335
279
febbricitante dopo aver assistito al gioco del pallone col bracciale nella contrada di Tiera. Era figlio di Giacomo de Zorzi, caffettiere in piazza a Serravalle, di anni 46. Dalle carte del processo risulta che il suo locale si trovasse “in piazza verso il Duomo ed il ponte del Mesco, cioè all’estremità della piazza.21 Da tutte le testimonianze appare evidente che il fanciullo aveva sputato a più riprese, da un balcone soprastante sul conte Antonio Altan e su una certa Benetta Barazza. Il conte l’aveva redarguito più volte, senza risultato, perciò era salito al piano superiore e lo aveva picchiato. Il padre denunciò l’accaduto e la morte del figlio al Consiglio di Dieci, ma il processo ebbe luogo solo due anni dopo. Nonostante le numerose testimonianze, né il medico Filarolo che aveva stilato una falsa diagnosi di infiammazione delle viscere, né il conte Antonio Altan, che aveva picchiato a morte un ragazzino di nove anni, furono condannati. 22Nessuno dei due colpevoli fu perseguito dalla “giustizia” veneziana. Nel 178023Giacomo de Zorzi era ancora caffettiere a Serravalle, con Antonio Sartogo e Davide Ballini che aveva bottega di caffè in Piazza. Non ci sono documenti che attestino una presenza di caffettieri a Ceneda prima del 7 luglio 175724 quando arrivò un francese Antonio Denisè e aprì la prima bottega da caffè. A pag. 134 dell’Estimo di Ceneda possiamo leggere: Antonio Denisè francese tiene ad affitto in Piazza casa da coppi con cortivo et orti di Qi c 4, murato verso mattina e mezzodì, ove abita di ragione della Veneranda Fabbrica di San Tician, a mattina Signori fratelli q. ser Alvise Comelego, sera fratelli Vimena. Paga d’affitto L 198:8. Item tiene ad affitto pure in piazza casa da coppi con bottega per uso di caffè di ragione del molto Rev.do don Mattio Sasso, a matina consorti Beghet, a sera la Piazza. Paga d’affitto L. 13.25 Il 27 gennaio 1749 nacque a Ceneda Maria Anna Giò figlia del signor Antonio Denisè oriondo di Pariggi in questa città abitante e della sig.a Anna Fabris sua legittima moglie. Padrini il n. sig. Can° Rinaldo Mazachani e la sig.ra Giacomina Farozzi26
G. Zoccoletto: Il Conte, il Medico ed il Caffettier, un processo criminale a Serravalle nel Settecento in Ceneda e Serravalle in età veneziana a cura di L. Imperio, Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche, Vittorio Veneto 2006, pagg. 142-180. 22 ASVE, Consiglio di X, Processi criminali, Delegati Treviso, Filza 18 23 ASVV, S. b. 340 24 ASVV, C Estimo b. 96 25 Ivi 26 Archivio Parrocchiale di Ceneda, nati VIII, p. 169, n. 15 21
280
Il 25 novembre 1761, il Denisè morì a 90 anni munito delli SS.mi Sacramenti della Confessione, Comunione ed Olio Santo ed avuta la benedizione pontificia passò ad altra vita, ed il suo corpo fu sepolto nella chiesa cattedrale coll’assistenza di me Tiziano Rossi parroco. Rimasta vedova la Denisè subentrò al marito nella gestione del caffè.27 Anna relicta Antonio Denisè, persone 5, ha piccola bottega di caffè e zuccari, guadagno ducati 50. Dal testamento di pre’ Matteo q. Giacomo Sasso di 68 anni, stilato il 27 marzo 1765, leggiamo quanto segue: Una casa in piazza sotto il campanille della cattedrale al caffè tenuta ad affitto dalla sig.ra Anna relicta qm. Sig. Antonio Denisè, e quando essa sig.ra voglia continuare nell’affittanza non possi essere excomiata, né essergli accresciuto, né calcato l’affitto. 28 Nello stesso Estimo mercantile del 1770 è menzionato a Ceneda Domenico Foltran questo disse far il barbitonsore ed anco bottega di caffè ed aver di guadagno anno per anno ducati 80 lo quali deve mantener la sua famiglia, e pagar affitto di casa con suo lavoro. Le persone a suo carico erano quattro.29 Sempre in questo documento troviamo menzionato un altro caffettiere Simon Rossi q. Giacomo (o Simeone, in altra carta) che mantiene cinque persone e guadagna ducati 70.30 Nello stesso estimo è menzionato il nobile Giovanni Bertoja di Ceneda che possiede una bottega da caffè ed ha a carico 12 persone, purtroppo nel documento non è detto dove fosse situato il suo caffè. Poiché i Bertoja di Ceneda avevano case e industrie presso il convento dei Padri Riformati a Ceneda è probabile che il caffè si trovasse in via Cencenighe o in via Rivetta. Nel 1805 Valentino Bertoja subentrò al padre nella conduzione del caffè.31
ASVV, C. Estimo mercantile b. 97 anno 1770 ASTV, Not. I b. 3517 29 ASVV, C. Estimo mercantile b. 97 30 ASVV, C. Estimo b. 97 31 G. Michelin: “L’eredità del passato”, San Vendemiano 2015, Genealogia della famiglia Bertoja di Ceneda “Ramo B” 27 28
281
A Meschio 239 Antonio Pajetta, nel 1780, aprì un caffè e pasticceria che gestì fino al 1812.32 Nel 1801 Maria da Ballà inaugurò il primo caffè a Salsa che diresse sino al 1813.33 Dopo la morte di Anna Denisè, il 25 febbraio 1780, la gestione del caffè fu presa in carico dal proprietario dello stabile: Sasso Antonio q. Franco possiede casa in piazza con bottega ad uso di caffè in fazza al campanile.34Appare evidente da questa precisazione che il primo caffè di Ceneda si trovava dove adesso esiste il ristorante “La Loggia”.
Il primo giugno 1805, il vescovo di Ceneda Giambenedetto Falier si recò a compiere la visita pastorale alla parrocchia di Fregona. Nel suo diario il prelato scrisse che l’arciprete don Osvaldo Cini, in canonica, gli offrì del caffè, cosa eccezionale a quei tempi!35 Dal Catasto Napoleonico del 1811 vediamo, come nel palazzo che fu dei Cesana, in piazza a Serravalle e dove aveva avuto un caffè Giacomo de Zorzi nel 1768, questo ora è di ragione del sig. Andrea Paglietta (sic, Pajetta) caffettiere sotto il quale ha ridotto una sontuosa bottega di caffè con più stanze a quell’uso ed ad uso di fabbrica di scalettaria.36 Il 7 ottobre 1817, Andrea Pajetta chiedeva l’esenzione dalle tasse per il suo esercizio di caffetteria. Essendo la prima e più florida bottega di questa città, ove il reclamante possiede un buon esito anche per la fabbricazione delle pastiglie dolci e la vendita di liquori unitamente alla caffetteria…. in ultima analisi un
ASVV, C.b. 139 ASVV, C.b. 112 34 ASVV, Estimo C 99, carta 166 35 ADVV, b. 40, visite pastorali 36 Pasticceria. Si ringrazia la sig.ra Patrizia Moz per la segnalazione del Catasto Napoleonico Carlo Laurenti: Memorie che possono essere di qualche uso per la storia di Serravalle, Manoscritto in Biblioteca Civica di Vittorio Veneto, p. 566 32 33
282
transitorio danno sofferto il 18 settembre per la escrescenza del Meschio, per cui dovette tener chiusa la bottega per dieci giorni. Non costituisce motivo di esenzione, ma solo si può retrocedere l’esercizio all’infimo grado della tassa.37 Un mese esatto dopo (7 novembre 1817) troviamo un’altra supplica identica in cui Pajetta chiedeva di essere esentato dal pagamento della tassa di esercizio. Ma più di tutto ci colpisce il fatto che Andrea Pajetta del fu Tiziano di Serravalle, il 26 aprile 1817, quindi nella primavera di quello stesso anno si fece rilasciare dai consiglieri comunali di Serravalle, Antonio Giustiniani e Faustino Sarmede, una dichiarazione di essere in stato di vera miserabilità.38Purtroppo non essendoci altri documenti in merito non si riesce a capire quale inghippo ci fosse sotto. È certo che negli anni 1817- 1818 vi furono da parte austriaca aumenti considerevoli delle tasse. Sempre nel Catasto napoleonico del 1811 troviamo menzionata a Serravalle un’altra bottega da caffè. A fianco della Fabbrica del S. Monte di Pietà vi è una stupenda Bottega nova diretta dal signor Ignazio Colletti Caffettiere, e Scalettaro in due parti oltre un terzo luogo ove sono li fornelli, ed Armari forniti di ogni qualità di liquori dinanzi al qual terzo luogo vi è un botteghino, in cui detto sig. Colletti vende all’ingrosso e al minuto caffè, zuccari di ogni genere e sorte, cioccolate, confetture e confetti. Andando giù per la Contrada di Cal Grande trovasi un’ottima locanda detta della Provvidenza, in cui avvi la Posta de’ cavalli buona e comode camere.39 A maggio del 1810, a Ceneda, venne stilata una lista dei caffettieri che esercitavano già da lungo tempo il mestiere: Antonio Pajetta, Meschio 239, da 30 anni caffettiere e scaleter (1789) Serafino Foltran, Cenceniga 341, da 8 anni caffettiere (1802) Domenico Foltran, Piazza 448, da 20 anni caffettiere e barbitonsore (1790) Maria da Ballà, Salsa 810, dal 1801, 9 anni Rossi Giuseppe, Piazza Maggiore 486, 6 anni (1804) Silvestrini Bernardo, Pizza Maggiore 478, due anni (1808) Steffano Marson, Piazza 479, cinque anni (1805) Nel 1813 c’erano sempre gli stessi esercenti.40 Nel 1816 vennero registrati tre nuovi caffettieri. Il 14 dicembre 1816, Paolo Tessarolo intraprese in Contrada di Salsa al civico 475 l’esercizio di caffettiere e venditore di rosoli e acquavite.41
ASVV, S. b. 260 Ivi 39 Mons. Carlo Laurenti: Memorie …, op. cit. p. 566 40 ASVV, C serie 18, b. 112 41 ASVV, C b. 210 37 38
283
Nello stesso anno Elisabetta Rorato, domiciliata al civico 563 dichiarò di aprire un esercizio per vendita di liquori, cioè acquavite, rosoli, Cipro42 e caffè.43 Il 14 ottobre 1816, Maria Montagnari, onde provvedere alla sussistenza della propria famiglia intende d’intraprendere l’esercizio di caffettiera e vendita rosolj e acquavite al civico n. 454.44 Nel 1817 il governo austriaco aumentò le tasse e il 28 gennaio a Ceneda venne scritto un reclamo per ottenerne la riduzione. La protesta portava i nomi di: Bernardo Silvestrini, Feletti Antonio, Rossi Giulia, Silvestrini Giovanni, Montagnari Maria, Rorato Elisabetta. 45 Il 18 agosto 1818, Marietta Raccanelli di Ceneda dichiarò di intraprendere l’esercizio di caffetteria e vendita liquori al minuto nel locale al civico 448 di questo comune ed essere patentata senza pagamento di tassa.46 È opportuno precisare che sia i francesi che gli austriaci quando presero possesso di Ceneda e Serravalle cambiarono la numerazione delle strade, pertanto i numeri civici subirono parecchie variazioni ed è difficile localizzare con esattezza i vari esercizi pubblici. Solo dal 1820 in poi sembra che la numerazione civica diventi stabile. Nel 1825, a Ceneda, vi erano ben dieci caffè di cui cinque gestiti da donne. Appare plausibile che tale abbondanza di locali coincida con l’inaugurazione del Teatro Nuovo di Società o Nobile Teatro di Ceneda, situato in Contrada Cenceniga.47 Il Teatro venne inaugurato il 4 agosto 1825 per la Fiera di Sant’Osvaldo.48 Tra i caffettieri che esercitarono a lungo il loro mestiere, spostandosi in vari punti di Ceneda e gestendo caffè importanti va ricordata Maria Montagnari. Essa aprì il suo primo esercizio, il 14 ottobre 1816, al civico n. 454 ma dai documenti apprendiamo che nell’anno successivo (1817) essa aveva il suo caffè ai Frati 763. Secondo alcuni atti la Montagnari avrebbe gestito il famoso locale detto il Bottegon ai Riformati (ai Frati) già dal 1829. In merito a questo caffè, situato di fronte alla chiesa dei Frati Riformati, lo Zanette nel suo testo49ci dice quanto segue: “La vita del nottambulo piaceva, ed era molto più in auge che non si creda. Le persone ragguardevoli, i Lustrissimi, nel 1830 frequentavano l’esercizio di Maria Montagnari la quale c’informa ch’essi il più delle volte andavano a prendere il moka S’intende vini di Cipro molto richiesti ASVV, C b. 210 44 Ivi 45 ASVV, C b. 216 46 ASVV, C b. 222 47 Dal 1886 si chiama via Lioni 48 Il Flaminio n. 6, marzo 1995, p. 86 49 E. Zanette: A Vittorio Veneto nel 1848, Vittorio Veneto 2011, p 45 42 43
284
dopo la Mezza Notte. In seguito divenne il caffè principale, detto per antonomasia il Bottegon quello che ancora esiste in piazza ora Garibaldi, allora dei Riformati; e anche là nel 1848 i frequentatori facevano volentieri la partita fino alle due del mattino.” Contrariamente alle disposizioni ecclesiastiche che proibivano di tenere aperti i caffè durante le funzioni religiose, nel 1830 il caffè di Maria Montagnari denominato il Bottegon, in contrada dei Fratti, è sempre aperto nel tempo della Messa grande….50 Un documento del 5 maggio 1833 dice quanto segue: Luigi de Candido sottoscritto prese a pigione dalli fratelli Wasserman la Bottega da Caffè così detta il Bottegon nel Piazzale degli ex Riformati di questa città. Nel 1833 quando de Candido gestiva il Bottegon, Maria Montagnari si era trasferita a Cenceniga 624.51 Il 16 marzo 1840, l’Imperial Regia Direzione del Censo scrisse a Luigi de Candido che egli era tenuto a pagare due tasse mercimoniali perché la stanza del Bigliardo non è la stessa serviente a bottega di caffè.52Pertanto dobbiamo ritenere che dal 1829 al 1840 Maria Montagnari e Luigi de Candido si alternarono nella gestione del Bottegon. Nel frattempo la Montagnari aveva ripreso a gestire il caffè situato in via Rizzarda 770, di proprietà della sua famiglia, Nel 1848 essa vendette la sua parte di casa e la bottega da caffè a Luigi Renier farmacista. 53 Tale bottega era situata al piano terra e comprendeva oltre alla stanza principale, anche un piccolo ambiente cosiddetto del banco e uno stanzino per il relativo fornello. Il prezzo pattuito fu di lire venete 9000 compreso l’avviamento della bottega da caffè, pari a lire austriache 5142,86. Renier trasformò il negozio in farmacia Alla Madonna della Salute. Il 7 febbraio 1851, la Montagnari aprì un caffè a Salsa, al civico n. 839, ma già il 26 aprile dello stesso anno essa chiedeva alle autorità di poter spostare il suo locale in via Calcalda al 775 presso la Regia Pretura e l’albergo La Fenice.54 L’8 novembre 1853, viene registrato Emanuele Silva, bottega di caffè al civico n. 853 in sostituzione dell’esercente Maria Montagnari.55 È probabile che la Montagnari abbia abbandonato l’esercizio di caffettiera perché ammalata. InC. Pizzol: Il Carnevale: divertimenti a Ceneda e Serravalle ai primi dell’Ottocento, in AA.VV. Feste, giochi e musica tra Piave e Livenza (sec. XIV-sec.XX,) a cura di L. Imperio, CVRS, p. 177, Godega di Sant’Urbano (TV) 2016 51 ASVV, C. b. 307 52 ASVV, C. b. 358 53 ASTV, Not. I b. 5571, N 941. Si ringrazia la sig.a Carla Pizzol per la segnalazione 54 ASVV, C. b. 445 55 ASVV, C. b. 461
50
285
fatti il 30 maggio 1857 troviamo una “richiesta di ricovero in ospedale di Maria Montagnari”.56 Scomparve tristemente dalla vita ottocentesca una donna intraprendente che gestì caffè importanti e sempre con successo. È importante precisare che sebbene a Serravalle non ci furono mai più di tre caffè, per contro vi erano diversi importatori di generi coloniali. Nel 1822 dai documenti della Dogana Centrale di Venezia leggiamo i coloniali che venivano acquistati a Serravalle: Cacao e mondiglie di cacao57 Cannella bianca (corteccia per medicina) Cannella garofanata o cinnamomo aromatico. È la cassia, una cannella più forte adoperata nell’America del Nord e in Cina Caffè e zucchero Cardamomo senza distinzione, col guscio e senza. I baccelli forniscono una spezia molto costosa, usata in cucina, nei liquori e in profumeria. China-radice di china China-china-cortecce, usate in farmacia Chiodi di garofano Cioccolato Curcuma in radici e curcuma macinata, è usata in molti piatti della cucina indiana, in Cina è un medicinale. Galanga (radice di) Zenzero, fondamentale per la cucina orientale, viene utilizzato in altri luoghi per dolci e cordiali Noce moscata e macis, il frutto contiene il seme (noce moscata) e il suo arillo, un rivestimento rosso, simile a un guscio detto macis. Pepe, pepe lungo, bianco, nero è ottenuto dalle bacche raccolte a differenti stadi di maturazione e sottoposto a diversi trattamenti. È una spezia antichissima, già i Romani ne facevano grande uso. Vi era il pepe d’India e il pepe rosso detto anche Paprica. Vaniglia, uva passa, pinoli, mandorle e cedrini. Zafferano 58 A Ceneda negli anni dal 1825 al 1834 ci sarà un solo esercizio di vendita di ADVV, Indice Archivio Antico cattedrale di Ceneda vol. I, b. 8, atti 1857 Le bucce dei semi torrefatti dette mondiglie vengono anche utilizzate nella preparazione di surrogati di caffè 56 57
58 Per produrre 25 grammi di zafferano essiccato sono necessari oltre 5000 stimmi (1700 fiori)
L. Bremness: Erbe- La biblioteca della natura, febbraio 2004, Grafica Editoriale Printing srl -Bologna
286
coloniali, gestito da Benedetto Gentili con sede nel Ghetto 850.59 Infatti, il 5 maggio 1833, Girolamo Piccalunga cessò l’esercizio di vendita di generi coloniali a Ceneda.60 Dai documenti del 1828 emerge un fatto, un contrabbando piuttosto intenso di questi coloniali: zucchero, farina di zucchero (?), sciroppo (?), caffè, garofani, zenzero, macis, noci moscate, pepe bianco e nero, vaniglia, cannella e the.61 A proposito del the, esso è menzionato in questo solo documento, ne deduciamo che era usato raramente, così come la cioccolata che veniva probabilmente bevuta a casa e non nei locali pubblici. Che la cioccolata fosse consumata in famiglia appare evidente anche dalle suppellettili nell’inventario dei beni presenti in casa Dall’Olio nel 1805.62 In famiglia viveva anche Claudia Foltran, figlia del caffettiere Domenico, che aveva sposato il parrucchiere Giovanni Dall’Olio. Nella lista vediamo elencate in cucina: una cogoma da cioccolata, n.4 da caffè, un drappin da caffè di rame, un masnin da caffè, n. 12 chicchere da caffè o cioccolata. Da quanto detto sinora appare chiaro, e ancor più esaminando il prospetto a fine relazione, come i caffè fossero piuttosto numerosi a Ceneda e scarsi a Serravalle. Sino al 1861 63Coletti Angelo e suo fratello Giuseppe continuarono ad avere caffè e liquoreria in Calgranda 828 (via Martiri della Libertà). Dal 1852 al 1866 64Salamon Domenico fu caffettiere e bottigliere in Calgranda 868 e Piazza 854. Dai documenti vediamo come il Salamon gestì in contemporanea i due caffè. Secondo quanto scrive lo Zanette65 “Il pomeriggio del 20 maggio del 1848, professori e alunni del Seminario si recarono a Serravalle. I Serravallesi, in soli quattro giorni ordinarono consumazioni al Caffè Salamon per austriache lire 220 e spiccioli. In contemporanea un corteo giunto da Revine si metteva a ballare nella piazza dei Riformati, davanti al caffè principale (il Bottegon).”66 Da queste annotazioni appare evidente come il Bottegon a Ceneda e il Salamon a Serravalle fossero al centro dei moti rivoluzionari e addirittura l’abate Carlo Nardi, economo e professore di storia ecclesiastica in Seminario, salì su un tavolino del caffè al Bottegon e fece un discorso in cui incitava gli uomini ad ASVV, C. s. 18 b. 118 ASVV, C b. 308 61 ASVV, S, b. 337 62 ASTV, Not. I, b. 4655, atto 3273, p. 181. Grazie alla sig.a Carla Pizzol per la segnalazione 63 ASVV, S. b. 119 64 ASVV, S. b. 117 65 E. Zanette: A Vittorio Veneto nel 1848, p.105. Vittorio Veneto 2011 66 E. Zanette: A Vittorio…op. cit. p. 106 59 60
287
andare a combattre contro gli Austriaci sul Tagliamento.67 Sembra che il Bottegon, ai Riformati fosse il ritrovo di patrioti e rivoluzionari. A Serravalle i caffè erano solamente tre, mentre i venditori di liquori al minuto, nel 1860, erano ben dodici: Coletti Angelo e Giuseppe frat. Calgranda 878 Fioretti Francesco San Girolamo 720 Brazzolo Pasqua Calcada 810 Baccichet Antonio fu GioBatta Pieve 582 Coletti Paola rq. Fioretti S. Giustina 1016 De Negri Pietro S. Giustina 1021 Zuliani e Redolo Gioseffa S. Giustina 979 Da Ros Elisabetta S. Giovanni 917 Della Giustina Antonio Faon le Porte 213 Giacomo Scattaron Basso Nove 294 Dal Pio Luogo Morando Alla Fontanella 467 Moro Giuseppe Ai laghetti Tra Ceneda e Serravalle vi fu per anni un caffè molto importante che controllava la stretta di Salsa: il caffè Santorio.68 Agli inizi Novecento il locale era stato proprietà Policardi, poi di Giorgio Levis e nel 1920 venne ceduto a Sergio Santorio. Aveva subito atti di vandalismo nei moti socialisti del 23 febbraio 1920. Nel 1941 fu proprietà di Fersuoch, un pasticciere di Venezia che lo dette in gestione al nipote Cesare. Nel 1958 il caffè fu demolito per far posto all’edificio della Cassamarca. A Serravalle, dal 1852 al 1856, oltre a Salamon Domenico vi fu in piazza anche il caffè di Bozolo Luigi e a Santa Giustina quello di Zanoner Antonia moglie di Princivalle Domenico.69 Nel 1866, Serravalle e Ceneda formarono la città di Vittorio, ed erano presenti come caffettieri e liquoristi Princivalli Domenico e Francesco fratelli in Calgranda 834 e Salamon Domenico e Celotti Margherita coniugi in Piazza all’848.70 Con la nascita dellla città di Vittorio verrà fondato in centro il caffè “Unione” per sancire ancor di più la realtà di un’unica città. Nel 1968-69 la ditta Antoniazzi demolì il Caffè Grande detto il Bottegon, che era stato per diversi anni il centro della vita politica e sociale di Ceneda; e al suo posto fu aperta la farmacia Marson. Ivi p. 142 M. Uliana: Almanacco di Giulio Clovio, Vittorio Veneto 1993, p. 121- 123 69 ASVV, S. b. 117 70 ASVV, S. b. 118 67 68
288
I più vivi ringraziamenti alla mia amica Carla Pizzol, sempre disponibile e di grande aiuto. Ringrazio la prof.sa Luisa Botteon per i suoi preziosi consigli, l’Arch. Sergio De Nardi, il ricercatore Oscar De Zorzi, l’amico Italo Posocco, la sig.a Patrizia Moz, il direttore e il personale dell’Archivio di Stato di Treviso, le dottoresse Nadia Giacomini e Francesca Girardi dell’Archivio Diocesano di Vittorio Veneto, e la sig.a Paola Da Grava dell’Archivio Storico di Vittorio Veneto, sempre disponibile e di fattivo aiuto nella ricerca.
289
Appendice I caffè di Ceneda 7 luglio 1757 Antonio Denisè, francese di Parigi, bottega per uso di caffè 27 gennaio 1759 Antonio Denisè fa fare perizia per restauro casa 25 novembre 1761 muore il Denisè e gli subentra la moglie Anna con carico di 5 persone 1765testamento di pre’ Matteo q. Giacomo Sasso. Viene scritto che Anna Denisè può continuare a stare in affitto nella casa e gestire il caffè71 25 febbraio 1780 muore Anna Denisè di anni 70. 1781 Antonio q. Francesco Sasso casa in Piazza con Bottega per uso di caffè in fazza al campanile72 1770 caffè Simon Rossi q. Giacomo (persone 5)73 1770 “ Giovanni Bertoja (persone 12)74 1780 “ e scaleter ( pasticciere) Antonio Pajetta, Meschio 23975 1790 “ e barbitonsore (barbiere) Domenico Foltran Piazza 44876 1801 “ Maria da Ballà, Salsa 81077 1802 “ Serafino Foltran, Cenceniga 34178 1804 “ Rossi Giuseppe q. Simone, Piazza Maggiore 48679 1805 “ Stefano Marson, Piazza 47980 1807 “ Pajetta Antonio, Meschio 239 e scaleter81 “ Rossi Giuseppe e Balliana, Piazza Maggiore 48682 “ Foltran Domenico, Piazza 44883 “ Bertoja Valentino “ Maria da Ballà, Salsa 810 ASTV Not I b 3517 SVV, C b 99 estimo 1781-1801, p 166 73 ASVV, C estimo b 97 74 ivi 75 ASVV, C b 110 76 ivi 77 ivi 78 ivi 79 ivi 80 ivi 81 ASVV, C. b. 139 82 ivi 83 ivi 71 72
290
1808 1810 1811-1813
1814 1815 1816
1817
1818
1822 1824
84 85
“ “
Silvestrini Bernardo, Piazza Maggiore 478 Silva Emanuele con Luigia Cattuzzato, conduttrice caffetteria e bottiglieria, civico 85284 Maria da Ballà, Salsa 810 Foltran Domenico, Cenceniga 341 Rossi Giuseppe, piazza Maggiore 486 Foltran Serafino figlio di Domenico, Piazza 448 Silvestrini Bernardo, piazza Maggiore 478 Pajetta Antonio, Meschio 259 Antonio Raccanelli, piazza Maggiore 149 Luigi Peroni, ai Frati 66 Silvestrini Maria 85 Rorato Elisabetta, civico 563 Paolo Tessarolo, Salsa 475 Maria Montagnari, civico 454 Domenico Foltran, Cenceniga 341 Giuseppe Rossi e Co. Piazza 486 Silvestrini Bernardo Feletti Antonio Rossi Giulia Silvestrini Giovanni Montagnari Maria Rorato Elisabetta Serafino Foltran, Piazza 448 Pasini Francesco, civico 147 Bernardi Silvestrini, Piazza Maggiore 478 Giovanni Silvestrini Feletti Antonio Rossi Giulia Montagnari Maria Rorato Elisabetta Marietta Raccanelli, civico 448 Francesco Pasini, civico 147 Maddalena Pullini, civico 84 Bertoja Adamo, Rizzarda 607, apertura
ASVV, C. b. 481, fasc. Polizia, cede nel 1855 ASVV, C. b. 200
291
1829 1830 1831 1825-1834
1833
1843 1844 1845 1846-1847
86
ASVV, C. b. 385
292
Montagnari Maria, Frati 767 caffè e biliardo Silvestrini Caterina, Piazza 650 “ “ Raccanelli Cesare Stella Marieda Pajetta Pietro, Riformati 767 Feletti Antonio, Salsa 818 Rossi Giulia, Piazza 710 Colletti Giacomo, Piazza 705 Silvestrini Caterina, Piazza 650 Montagnari Maria, Rizzarda 770 Pajetta Antonio, Meschio 553 Stella Caterina, Rizzarda 762 Bertoja Adamo, Rizzarda 607 Marson Costantino, Salsa 818 De Candido Luigi, Frati 767 (I semestre) Rossi Giulia, Piazza 710 Silvestrini Caterina, Piazza 650 Montagnari Lorenzo, Rizzarda 770 Montagnari Maria, Frati 763 (II semestre) Stella Clorinda, Rizzarda 772 Tonello Marianna, Rizzarda 858 Marson Costantino, Salsa 818 Margret e Co, Frati 767 86 Montagnari Maria, Rizzarda 770 Montagnari Lorenzo, Rizzarda 770 Margret Giacomo e Co , Frati 767 Paoletti Marianna, Rizzarda 770 Montagnari Lorenzo, Rizzarda 770 Margret e Co, Frati 767 Paoletti Marianna, Rizzarda 770 Montagnari Lorenzo, Rizzarda 770 Margret e Perpan Daniele, Riformati 767 (Frati) Rossi Giuseppe, Piazza Maggiore 710 Rossi Marson Angela, Salsa 818 (condotta dalle due figlie) Mazzolini Sasso Caterina, Piazza Maggiore 658 (il figlio Sasso Francesco) Montagnari Lorenzo, Rizzarda 770 Stella Clorinda, Rizzarda 772
1848 1849 185087
185189
1852
1853
87 88
sette caffè (non specificati) Montagnari Maria, Cenceniga 624 Montagnari Lorenzo, Rizzarda 771 Montagnari Maria, Salsa 839 Margret e Co, conduttore Perpan Daniele, Riformati 76788 Rossi Giuseppe, Piazza Maggiore 710 Pajetta Marcantonio, Salsa 818 (condotto dalle figlie) Tirindelli Montagnari Claudia, Rizzarda 710 Mazzolini Sasso Caterina, Piazza Maggiore 658, rappresentata da Borsatti Antonio Stella Clorinda , Rizzarda 772 Margret Giacomo e Co, ai Riformati 767 Rossi Giuseppe, Piazza Maggiore 710 Pajetta Marcantonio, Salsa 818 (Al Commercio) Tirindelli Montagnari Claudia, Rizzarda 770 Mazzolini Sasso Caterina, Piazza Maggiore 658 (rappresentata da Borsatti Antonio) Stella Clorinda, Rizzarda 772 Montagnari Maria si sposta da Salsa 839 a Calcalda 77590 Borsatti Antonio, Piazza Maggiore 658 (aperto anche la mattina dei giorni festivi) Montagnari Claudia, Rizzarda 77191 Montagnari Maria, Calcalda 775 Borsatti Antonio, Piazza Maggiore 65892 Rossi Giuseppe, Piazza Maggiore 710 Margret Giacomo e Co, Frati 767 Tirindelli Montagnari Claudia, Rizzarda 710 Stella Clorinda, Rizzarda 772 Pajetta Marcantonio, Salsa 818 Emanuele Silva, Salsa 85393 sostituisce Maria Montagnari
ASVV, C. b. 434
ASVV, C. b.437
ASVV, C. b. 445 90 Ivi 91 ASVV, C. b. 452 92 ASVV, C. b. 459 93 ASVV, C. b. 461 89
293
185494
185595 185696
185797
185898
186199
ASVV, C. b. 468 ASVV, C. b. 488 96 ASVV, C. b. 495 97 ASVV, C. b. 503 98 ASVV, C. b. 509 99 ASVV, C. b. 528 94 95
294
Bozzolo Domenico, Piazza Maggiore 658 Margret Giacomo e Co, Frati 767 Silva Emanuele, Salsa 852 con Pirani Romanin Nina Pajetta Marcantonio, Salsa 818 Pirani Romanin Nina, Salsa 852 Pajetta Marcantonio, Salsa 818 Bozzolo Domenico, Piazza Maggiore 658 Borsatti Antonio, Piazza Maggiore 658 Bozzolo Domenico, Pretorio 725 Margret Giacomo e Co, Riformati 767 (con Mariano Chiesura?) Stella Clorinda, Rizzarda 773 Pirani vedova Romanin Nina, Salsa 852 Pajetta Marcantonio, Salsa 818 Borsatti Antonio, Piazza Maggiore 658 Bozzolo Domenico, Pretorio 725 Chiesura Mariano, Riformati 767 Perinotto Antonio per Stella Gioseffa, Rizzarda 772 Pirani Romanin Nina, Salsa 852 Pajetta Marcantonio, Salsa 818 Borsatti Antonio, Piazza Maggiore 700 Rossi Giuseppe, Piazza Maggiore 695 Ricci Angela rappresentata Zen Rosa, Pretorio 631 Marconi Giovanni, Cenceniga 656 Chiesura Mariano, Riformati 767 Perinotto Antonio per Stella Gioseffa, Rivetta 787 Pirani Romanin Nina, Salsa 823 Pajetta Marcantonio, Salsa 874 Chiesura Mariano, caffè e biliardo, Riformati 767 Migo Giovanni (?) Pajetta Marcantonio, Salsa 818
Carla Pizzol
Luigi Renier, farmacista e patriota risorgimentale
Più di una volta ho provato la strana sensazione che la scelta di intraprendere una ricerca non partisse da me, ma che fosse la ricerca stessa a venirmi incontro. In questo caso, sembrava proprio che Luigi Renier stuzzicasse la mia curiosità e che il destino mi avesse messo sotto gli occhi alcuni documenti “chiave”. Così ho deciso di presentare, nell’ambito del presente Convegno, la figura di questo farmacista vissuto a Ceneda nell’Ottocento, il quale si distinse, oltre che per la sua professione, anche come patriota che auspicava la restaurazione della Repubblica di Venezia.
Luigi Giuseppe Renier nacque a Godego (ora Castello di Godego, vicino a Castelfranco) nel 1803 da Francesco e Pierina Michielatto.
295
Il primogenito di Francesco Renier, Giovanni, fu arciprete a Mestre dal 1843 per 12 anni e, in seguito, divenne vescovo di Feltre e Belluno dal 1855 al 1871. Anche Antonio intraprese la carriera ecclesiastica, prima come cappellano a S. Zenone degli Ezzelini dal 1832, poi come parroco a Vedelago nel 1842 ed infine a Mirano dal 1847. Tra le sorelle di Luigi, va ricordata Lucia che sposò Giovanni Boffo e si stabilì a S. Zenone degli Ezzelini. Invece Luigi Renier ottenne il diploma dell’Arte Farmaceutica, rilasciato dall’Università di Padova il 17 settembre 1826. Tale corso farmaceutico prevedeva un tirocinio di quattro anni come assistente presso un approvato speziale e, dopo aver sostenuto l’esame, due anni presso l’Università con lo studio di Mineralogia, Zoologia, Botanica, Chimica generale e Farmaceutica.1 Il 27 luglio 1834, diventatone il proprietario, egli ottenne la direzione della farmacia di Ceneda, già appartenuta ad Angelo Sgalfaro.2 Così il suo nome venne inserito nell’elenco del personale sanitario del comune, oltre che nel Ruolo d’Arti e Commercio, nel terzo grado della classe, come liquorista,3 attività che egli svolgeva al civico N. 769 della Contrada Rizzarda.4 Esistevano in quel tempo tre farmacie a Ceneda5. Una era appunto quella del farmacista Renier, in Contrada Rizzarda al N.765, all’insegna della Madonna della Salute. La seconda si trovava in Contrada Cenceniga (attuale Via Lioni) al N. 627, era all’insegna del Pomo d’Argento 6ed era diretta dal proprietario, il farmacista Francesco Marchetti, con diploma ottenuto il 18 febbraio 1805 presso il Collegio Farmaceutico Chimico di Venezia. La terza farmacia era in Contrada dei Riformati, ai Frati (attuale piazza S. Francesco) al N. 605 all’insegna di S. Francesco ed era condotta dal farmacista Giovanni Battista De Mori, laureatosi presso l’Università di Padova il 28 dicembre 1830. In realtà, almeno fino al 1838, il proprietario era lo zio Pietro Ballarini il quale non poteva esercitare in proprio,
ASVV, C s. 20, b. 314. ASVV, Ivi 3 ASVV, C s. 20, b. 324. Ringrazio la dott.ssa Loredana Imperio per la segnalazione 4 La contrada Rizzarda comprendeva, oltre all’attuale via Rizzera, anche Via Garibaldi poiché arrivava fino alla Biorca degli Ebrei. Per la lista delle vie del comune di Ceneda nel 1809 vedi G. Tomasi: “Arriva il progresso!” pp 11-34 in L. Imperio (a cura di) “Ceneda e Serravalle in epoca Napoleonica e Austriaca”, Godega 2010 5 ASVV, C s. 20, b. 323-329-336-343-357-365-371. Nell’elenco delle professioni liberali del 1808, alla voce spetiali farmaceutici, troviamo invece solo Marchetti e Sgalfaro (ASVV, C, s. 18, b. 109) 6 Secondo alcuni autori, essa era detta al Pomo d’oro, ma nei documenti viene sempre menzionata semplicemente come farmacia Marchetti. Le denominazioni esatte delle tre farmacie sono registrate, in data 10 gennaio 1849, in ASVV, C. s. 20, b. 424. Qui compare il nome Al Pomo d’Argento. 1 2
296
poiché sprovvisto del relativo diploma. Ritengo utile ricordare che nei primi anni dell’Ottocento le spezierie, come erano denominate le antiche farmacie, si erano trasformate in veri e propri laboratori di ricerca, tanto da essere denominate officine. Nella parte dedicata al pubblico, erano esposti i vari medicamenti, contenuti in appositi vasi, oltre alle droghe vegetali, animali e minerali. Nel laboratorio del retrobottega invece il farmacista preparava in proprio i medicamenti, utilizzando le ricette dei medici o consultando i formulari delle farmacopee, perciò possedeva e usava vari attrezzi e strumenti. Nel 1838, fu stabilito l’obbligo di usare solo i pesi austriaci e di tenere l’apposita tabella di conversione, la tavola di ragguaglio dei pesi medici austriaci e veneti.7 In precedenza infatti era in uso il peso sottile veneto, composto dalla libbra sottile, la quale si suddivide in once dodici, l’oncia in otto dracme, la dracma in tre scrupoli, lo scrupolo in vinti grani.8 Nel 1843, allo scopo di regolamentarne la gestione, fu varato il decreto di allontanare dalle farmacie tutti gli individui non qualificati che a volte preparano o somministrano rimedi abusivamente e scopriamo che nel 1844, in ciascuno dei tre esercizi cenedesi lavorava una persona con la mansione di facchino.9 Inoltre il Marchetti aveva un alunno regolarmente riconosciuto, il figlio Luigi; anche presso il Renier c’era un alunno, Giacomo Pini, con regolare certificato che lo dichiarava assistente in Farmacia dall’ 11 novembre 1842. Il Renier attestava il costante e lodevole di lui contegno. Possiamo notare che il governo austriaco era molto attento e c’erano annuali e minuziose ispezioni dell’Imperial Regio Medico Provinciale che controllava la regolare applicazione delle leggi nell’interesse della salute pubblica. Tali visite non erano gratuite ma soggette al pagamento di un compenso fisso, la Tassa di Polizia Medica, in vigore dal 1806, di Tre Zecchini ossia Fiorini 13,30 pari a L. Austriache 40,50 verso il R. Medico Provinciale. 10 Nel 1845, durante uno di tali controlli, risultò un’anomalia proprio nella farmacia di Luigi Renier. Nel registro figurava il veleno Precipitato Rosso di quantità di oncie 5 dramme 1 grani 10 mentre non fu rinvenuto né dal Direttore né dall’alunno. Si trattava di un potente veleno a base di mercurio; naturalmente il caso fu segnalato e il Renier dovette renderne conto.11
ASVV, C s. 20, b. 350 ASVV, C s. 20, b. 248 9 ASVV, C s. 20, b. 385 10 ASVV, C s. 20, b. 289 11 ASVV, C s. 20, b. 393 7 8
297
Nel 1847, dalle autorità austriache giunse il divieto di tenere esposte mostre fittizie simulanti cioè vasi, cartoni nei quali le sostanze che vengono indicate e che rappresentano contenersi, non sono realmente in vendita.12 Infatti era accaduto che un alunno farmacista aveva smerciato dei rotoli di legno supponendo che fossero vasi di teriaca. Evidentemente tale prodotto era ancora richiesto e venduto.13 Abbiamo svariate dimostrazioni della professionalità e della preparazione del farmacista Luigi Renier. Per esempio, nel gennaio del 1848, egli fu l’unico a Ceneda in grado di rispondere al quesito posto sull’Apios Tuberosa, se fosse o meno presente nelle nostre zone e di cosa si trattasse. Mentre tutti gli altri, farmacisti compresi, negarono di averne mai sentito parlare, il Renier fu in grado di descrivere dettagliatamente tale pianta che interessava le autorità austriache.14 Egli aveva comunque conoscenze in ogni campo. In un articolo del 1847 “Sui combustibili fossili delle Provincie Venete”,15 leggiamo che nel giorno 8 marzo 1846 fu dimostrata la sicura efficacia del combustile fossile presente nelle nostre zone, ma che già anni prima il dottor G. Cologna, autore dell’articolo, aveva intrapreso delle escursioni nei monti di Ceneda con il sig. Sartorelli di Sacile e dell’egregio mio amico Luigi Renier farmacista … [e si stabilì] che si trattava di carbon fossile o litantrace, avendo ciò dimostrato nell’officina del signor Renier in Ceneda alla presenza di molti signori di quella città. Non sappiamo dove fosse esattamente questa officina, situata al N. 765 dell’odierna via Garibaldi, perché i numeri hanno subito numerose variazioni, ma nel dicembre 1848 Luigi Renier acquistò16 da Maria Montagnari una porzione di casa da muro coperta di coppi, in due piani oltre al pianoterra con cortile al civico N. 770 nella Contrada Rizzarda, alli Riformati, dove c’era una caffetteria. La casa in questione era composta, al pianterreno, da una stanza ad uso bottega da caffè, d’altra piccola così detta del banco e stanzino pel relativo fornello; inoltre portico, o stanza grande, un tempo per bottega e controbottega di maniscalco, cesso, scala di pietra per ascendere al primo piano. Parte della proprietà era anche di pertinenza del fratello della venditrice e vi erano pure una legnaia e
ASVV, C s. 20, b. 409 Vedi L. Imperio: “Farmacopea, droghe e veleni nell’Ottocento vittoriese”, pp. 429-456, in “Aspetti della sanità nelle Prealpi Venete”, Godega 2012. È presente anche il catalogo degli articoli medicinali venduti in quel periodo. 14 ASVV, C s. 20, b. 409. Vedi L. Imperio: “Farmacopea, droghe…”, op. cit. p. 448 15 “Il Saggiatore” (vol. 6) “Giornale Romano di Storia, Belle Arti e Letteratura”, a cura di A. Gennarelli. Sezione Industria, p. 375, Roma 1846. Vedi anche “La Gazzetta di Venezia” del 1847 16 ASTV, Not. I, b. 5571, N. 941 12 13
298
una cantina, mentre al primo piano cucina, tinello, una camera e altre camere al secondo piano. La porzione di casa in oggetto confinava a levante strada pubblica, mezzodì Bonaldi e F. Montagnari, a ponente quest’ultimo e Wasserman, a settentrione Spagnol. Il prezzo fu pattuito, compreso l’inviamento della bottega da caffè, in Lire Venete 9.000, pari ad austriache L. 5142,86. Mentre la caffetteria di Maria Montagnari fu spostata altrove, il Renier trasferì la sua farmacia in questa nuova sede che finalmente possiamo localizzare con certezza. Nel 1953, proprio lì viene documentato il negozio di materiale elettrico ed idraulico di Giovanni Spellanzon17 (allora in via Garibaldi 12. Foto a pag. 313). Nel 1850, Luigi Renier acquistò pure nelle vicinanze, dal locandiere e possidente Domenico fu Domenico De Gregori, una cantina della tenuta di 50 botti, con sopra granaio, situata nel lato di mezzodì del cortile della casa delle sorelle Bonaldi al civico 769, con diritto di transito.18Si può ritenere che questo sia proprio lo stabile in cui il Renier svolgeva da tempo l’attività di liquorista. Gli anni 1848-49 furono cruciali, sia per Ceneda che per il nostro farmacista. A seguito di una breve insurrezione, il 22 marzo 1848, Daniele Manin proclamò la Repubblica di San Marco, che durò fino al 22 agosto 1849, quando Venezia capitolò dopo la strenua resistenza opposta al cosiddetto blocco di Venezia, tornando sotto il dominio asburgico.
22 marzo 1848, 5 Lire della Repubblica Veneta Notizia gentilmente fornita dall’Arch. Giuseppe Ballestini, che ringrazio. Vedi anche B. Sartori: “Pagine di storia e di vita cenedese”, Vittorio Veneto 1988, p. 104 18 ASTV, Not. I, b. 5571, N. 1013 17
299
A Ceneda il governo provvisorio ebbe vita ancora più breve, poco più di un mese. Il ragionato Michele Dall’Oglio, aprì ordinatamente il nuovo protocollo annotando: anno 1848-mese di marzo giorno 23 ore 10 antimeridiane ma il Comitato Provvisorio fu disciolto già il 3 maggio, a seguito dell’entrata delle truppe austriache. 19 Durante questo breve periodo, dobbiamo segnalare un clima di entusiasmo che ora potremmo definire ingenuo. Le notizie che giungevano parlavano di una Crociata Benedetta da Pio IX e raccontavano dell’arrivo a Bologna di 40 mille uomini spediti da Pio IX per liberare l’Italia dall’Orda Austriaca. Questi sono guidati da due famosi Generali e da cento preti che portano la bandiera benedetta da Pio.20 Le frasi registrate nei documenti sono “Vittoria Vittoria! Dio la vuole e Pio IX la seconda” oppure “Viva la Religione! Viva Pio IX!” Come avveniva da più parti, anche a Ceneda, il 30 marzo 1848,21 venne richiesta una particolare benedizione dal vescovo, dichiarando che papa Pio IX aveva intimato una crociata per liberare la nostra bella e cara Italia da ogni straniera dominazione. La risposta giunse dalla Curia di Ceneda l’8 aprile: Mi affretto di prevenire che domani mattina alle ore otto e mezzo mi recherò alla Cattedrale per celebrare la Messa e benedire ai Crociati e alla loro Bandiera. Ben presto tutto questo entusiasmo si scontrò con la realtà espressa dal papa nell’allocuzione del 29 aprile, quando fu evidente che Pio IX non poteva schierarsi contro la cattolicissima Austria. Al ritorno degli Austriaci, tutti i sacerdoti che durante la rivoluzione si mostrarono particolarmente zelanti della causa rivoluzionaria, che si distinsero per le benedizioni alle bandiere della ribellione, colle prediche al popolo in Chiesa e fuori, colle stampe e coll’accompagnare i rivoltosi alla pugna furono messi sotto stretta sorveglianza dal Governo Imperiale.22 Nel settembre 1848, attesa la intercettazione di ogni comunicazione con Venezia, a Ceneda, come in altri luoghi, c’era mancanza di pesce; quello in commercio era a caro prezzo e non conforme alle norme sanitarie. Si chiese allora il permesso di mangiare la carne nei giorni di magro finché fossero durate le circostanze.23
Vedi E. Zanette: “A Vittorio Veneto nel 1848”, Treviso 1925 e V. Ruzza: “1848” in Quaderno N 5 Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche, Vittorio Veneto 1999 20 ADVV, Archivio Moderno, Rubrica II bis, b. 2 21 ASVV, C s. 20, b. 415, fasc. 10 19
ADVV, Archivio Moderno, Rubrica II bis, b.2. Vedi anche I. Da Ros: “Il Clero della Diocesi di Ceneda nel Risorgimento. Antitemporalisti e patrioti.” Vittorio Veneto 1990 22
23
ADVV, Archivio Moderno, Rubrica II bis, b. 2
300
ASVV, C serie 20, b. 415, fasc. 10, n. 504 Per quanto riguarda la gestione delle farmacie, il 18 settembre 1848, giunse a Ceneda l’ordine di consegnare i pesi veneti che erano stati ripristinati dal 4 aprile al 12 agosto, durante il breve governo provvisorio, ma risulta che solo il Renier ne fece immediata consegna, mentre dovevano ancora provvedere gli altri due farmacisti cenedesi.24 Il fatto si spiega, certo non per simpatie del nostro farmacista verso il governo austriaco, ma sicuramente perché egli non voleva dare nell’occhio e passare inosservato. Infatti Luigi Renier fu un vero patriota e proprio nella sua farmacia si riunivano di sera i cospiratori che auspicavano la restaurazione della Repubblica di Venezia. Egli teneva anche segretamente corrispondenza con patrioti veneziani, dai quali riceveva proclami antiaustriaci che affiggeva agli angoli di Ceneda. Questi fatti ci vengono rivelati direttamente da Giuseppe Cappelli, in carica di Imperial Regio Commissario di Ceneda, proprio dall’ottobre 1848 al novembre dell’anno successivo. Molti anni dopo, esattamente nel 1866 durante il Governo Italiano, egli scrisse al Municipio di Ceneda 25per difendere la compromessa mia reputazione e con essa la mia vita civile. Il Cappelli era malvisto proprio a causa
24 25
ASVV, C, s. 20, b. 418 ASVV, C, s. 20, b. 581, fasc. Polizia
301
degli incarichi esercitati durante il cessato regime austriaco e nell’occasione ricordava di non aver mai in niuna occasione pregiudicata persona qualsiasi per ragioni politiche e di aver cooperato al bene del paese. Soltanto per ristabilire la verità, egli ricordava come ebbe a proteggere il paese contro le minacciate terribili misure per fatti e dimostrazioni avvenuti in odio all’Austriaco Governo e di aver per questo motivo raccolto parole di riconoscenza. È chiarificatore il promemoria allegato per ricordare meglio i fatti. Nella Farmacia / ne indico ora il nome perché gli ridonda ora più che a biasimo a merito / del sig. r Renier, tenevasi seralmente un’adunanza di rivoluzionari: manteneneva questi segreta corrispondenza con Venezia soggetta al blocco, ne ritraeva per mezzi intermediarii proclami incendiarii che venivano affissi alle cantonate della città. Ciò io sapeva come lo sapeva anche il sig.r Podestà. Un proclama a stampa venne una notte attaccato sulla porta della Caserma Militare di guarnigione, che incitava i soldati alla diserzione. Il comandante mi voleva responsabile di quei fatti e infuriato mi fece sentire le sue minaccie. Che ne sarebbe avvenuto se, non foss’altro per sottrarmi a un mal destino, gli avessi palesato l’autore? Seppi qualche anno dopo che lo stesso Renier, ebbe ad ammirare il mio galantominismo. Comparso il Maggiore Jabloski a Ceneda per infligere una multa alla comune in causa dei latitanti disertori, mi strapazzò fieramente e in privato e in pubblico perché non gli notificavo i capi rivoluzionari del luogo. Difesi al suo cospetto i professori del Seminario fatti comparire a lui d’innanzi accagionandoli di principii sovversivi… L’aquila imperiale sovrapposta all’ufficio commissariale venne sfregiata e imbrattata dalle più succide (?) immondizie; aveva dei dati per coglierne gli autori, mi contentai di farla pulire… Scopriamo pure che a Ceneda, dal partito sovversivo, si facevano delle collette di denaro a favore della città di Venezia per mezzo di appositi bollettari stampati col titolo di offerta per oggetto pio. Naturalmente fu dato ordine di scoprire tali maneggi e chiamare a responsabilità chi vi si presta, sequestrando i bollettarj nonché il denaro raccolto in tal maniera.26 Mentre a Ceneda succedevano questi fatti che vedevano protagonista Luigi Renier, suo fratello Giovanni, arciprete a Mestre, teneva un diario degli avvenimenti che accadevano nella sua parrocchia e tale cronaca venne pubblicata postuma, nel 1896.27 Egli fu tacciato di essere austriacante perché si recava spesso dal-
ASVV, C, s. 20, b. 427, 13 febbraio 1849 A. Marchesan: “La cronaca di Mestre degli anni 1848- 49 e Saggio di altri scritti inediti di Giovanni Renier”, Treviso 1896. Leggiamo anche che G. Renier era legato in stretta e sincera amicizia con Silvio Pellico, conosciuto anni prima a Torino, con il quale mantenne carteggio dovutosi interrompere per i soliti sospetti della polizia austriaca.
26 27
302
le autorità austriache, mentre lo faceva per salvare i suoi parrocchiani e limitare al massimo i danni e le fucilazioni. Egli stesso scrisse: “Avrei desiderato un governo nazionale, invece di una dominazione straniera [ma, poiché gli Austriaci avevano permesso un lungo periodo di pace e non governavano male] stetti quindi a guardare dignitoso e tranquillo.” Giovanni Renier in sostanza non si dimostrò troppo favorevole ai moti del ’48 “perché vedeva non piccola parte del partito nazionale male disciplinato, male fornito d’armi, scarso di mezzi di difesa e di offesa, in una parola non ancora maturo ad acquistare la libertà contro un nemico forte ed ordinato.” Inoltre egli osservò come ci furono alcuni che abusarono del nome di patrioti, mirando ad appagare la propria avidità e ciò gli tolse la speranza di buon esito, tenendolo nel timore di severe repressioni da parte dell’Austria sul popolo della sua parrocchia. Luigi Renier invece dimostrò molto coraggio, considerando anche che aveva tre figli in tenera età. Infatti dalla moglie, la nobildonna Marianna Locatelli,28 ebbe nel 1835 Francesco, nel 1838 Amalia, nel 1843 Giovanni Battista, oltre a Luigia Gioseffa, nata nel febbraio 1842 e morta pochi giorni dopo. L’ultima figlia, Aurelia, nacque successivamente, nel 1852.29 Desidero evidenziare che il Renier avrebbe avuto seri problemi in caso fosse stato scoperto. Un proclama30 del 27 febbraio 1849, firmato dal comandante del II corpo d’armata di riserva, il tenente maresciallo Haynau, definiva le linee di confine del blocco di Venezia e stabiliva che i sudditi austriaci che vi passavano con somme di denaro superiori a L. 30 senza un valido permesso, sarebbero stati fucilati, con confisca del denaro. Per troncare qualsiasi sostentamento alla resistenza di Venezia, si stabiliva inoltre che erano soggetti alla legge marziale anche coloro che effettuavano delle collette o che vi contribuivano e pure chi fosse ritenuto promotore di corrispondenza col nemico. Tali norme entrarono in vigore l’8 marzo, dopo che il proclama fu pubblicato dall’altare in momento di maggior
Da antica e nobile famiglia proveniente da Bergamo, Marianna Locatelli era nata a Rovigo. Il padre era il notaio Giovanni Battista Maria fu Gaspero e la madre Vittoria nobile Campo; la coppia aveva altri figli, Gaspare ed Elena. Vedi F. Schroeder: Repertorio genealogico delle famiglie confermate nobili e dei titolati nobili esistenti nelle Provincie Venete, Venezia 1830 29 APCeneda, Libro dei Battesimi 12, p. 219, n. 128: Francesco GioBatta Antonio nacque il 22 agosto 1835. Ivi, p. 284, n. 101: Amalia Elisabetta Armenia Vittoria Pierina Maria nacque il 29 giugno 1838. Libro dei Battesimi 13, p. 3, n. 27: Luigia Gioseffa nacque il 2 febbraio 1842. Ivi, p.31, n. 151: GioBattista Antonio Gaetano Maria nacque il 10 ottobre 1843. Ivi, p. 179, n. 33: Aurelia Maria Gaetana nacque il 4 marzo 1852. 30 ASVV, C, s. 20, b. 427, fasc. Polizia 28
303
concorso di popolo. Ricordiamo inoltre che le farmacie erano tenute sotto stretto controllo dalle autorità austriache, specialmente in quel periodo, dal momento che vi si conservavano diverse sostanze potenzialmente pericolose. I documenti a noi pervenuti ci rivelano che ci furono dei furti di veleni ai danni di alcuni farmacisti nel Ferrarese; i responsabili erano considerati famigerati pelle sue tendenze rivoluzionarie e che presero parte nelle Crociate.31 Pare che le sostanze velenose fossero state inviate a Genova insieme ad altri veleni somministrati volontariamente da altri farmacisti di vari luoghi Pontifici. Nello stesso periodo, nel febbraio 1849, il Renier chiese il permesso 32per l’insegnamento privato farmaceutico, ma fu stabilito che non esistevano titoli idonei, anche se la condotta politica dell’aspirante era regolare. Egli era conosciuto altronde per un individuo, oltreché accreditato nell’esercizio della sua professione, di carattere onesto, di condotta regolare e che gode d’una fama corrispondente. Da parte del comune di Ceneda, Luigi Renier ottenne vari incarichi, come quello di somministrare medicinali ai poveri della città33 o quello, in qualità di Chimico su analisi di acque, di controllare la fonte medicinale dolce solforata sotto il colle di San Gottardo, caduta in disuso per essersi mescolata con altra fonte.34 Risulta però che tale incarico non fu portato a termine poiché, come vedremo, egli si assentò da Ceneda. Per molti anni egli fu anche membro della Commissione Sanitaria di Ceneda, chiamata spesso a controllare ricorsi per problemi sanitari di scarichi maleodoranti e fognature.35 Lo stesso Renier nel 1850 fu costretto a richiedere con replicate istanze un tale intervento per problemi esistenti nel piccolo cortile di diritto consortivo tra la sua abitazione e quella del signor Matteo Castelletti, marito di Angela, una delle sorelle Bonaldi.36 Durante la visita di controllo, si trovò che gli inconvenienti sono rilevantissimi, particolarmente in vista alla somma angustia dello spazio, per cui un’aria mefitica investe tutta la casa e la farmacia del ricorrente, perciò era necessario trovare un rimedio anco pella solubrità e decenza della propinqua farmacia, nella qual pure si manifesta l’odore in giornate ASVV, C, s. 20, b. 427, fasc. Polizia, N. 3560. Le sostanze rubate erano: sublimato corrosivo, arsenico giallo, arsenico rosso, precipitato rosso, estratto alcolico di noce vomica insieme a vari recipienti e un mortaio di bronzo. 32 ASVV, C, s. 20, b. 424 33 ASVV, C, s. 20, b. 459 34 Ibidem 35 ASVV, C, s. 20, b. 434 36 Ibidem 31
304
siroccali. In realtà il problema si protrasse per lungo tempo a causa di dispute tra il Castelletti e il Renier37. Motivo del contendere era pure il possesso della cantina e del granaio acquistato dal Renier ma che interessava pure il Castelletti. Questi minacciava di portare una bottega di falegname al secondo piano, sopra la cucina abitata dal Renier, se egli non avesse rinunciato al diritto di transito per il primo piano della sua casa.38 Forse a causa di tutte queste molestie, il 31 gennaio 1853, Luigi Renier vendette39a Pietro Rizzo la farmacia con mobili nonché utensili, vasi, Cristalli, Bronzi, Rami, Torchi, Medicinali e libri relativi, oltre all’avviamento della farmacia stessa. Il prezzo pattuito fu di Lire austriache 15323,15 parzialmente a rate, mediante cambiali fino al 1857. Qualora il Rizzo fosse mancato ai pagamenti convenuti, sarebbe decaduto il diritto di esercizio e detenzione della farmacia che, al contrario, sarebbe ritornata di proprietà Renier. Era previsto anche un risarcimento per danni d’immagine di Lire 9000, oltre all’ammontare dei medicinali e altri oggetti che fossero rimasti. Anche lo stabile in cui si trovava la farmacia, fu venduto per Lire 6142,83. Pochi mesi dopo, la moglie Marianna Locatelli Renier vendette,40 tramite asta, pure la cantina e granaio al civico 769, corrispondente al mappale 829, con annessi diritti di servitù attiva di passaggio e promiscuità di cortile. L’acquirente fu Benedetto Fontanella e dall’alienazione restavano esclusi due fornelli di distillazione e bucato che la venditrice si impegnava a spostare, liberando il muro occupato e mantenendo solo la servitù personale precaria di uso fino al settembre 1853. Il locale era stato adibito dal Renier all’attività di liquorista e bottigliere con offelleria (pasticceria) ma rimase appannaggio di Francesco Marinotti, il quale risultava dirigere l’esercizio a partire dal 1846-47. Il contratto fu registrato in Contrada Rizzarda al civico 875, nell’abitazione dei coniugi Renier. Contemporaneamente, Luigi Renier acquistò una farmacia a Trieste. Si tratta dell’antica Farmacia al Cammello, fondata da Samuel Mondovì nel 1787 in Contrada del Corso al N. 700 (attuale Corso Italia) e, dal 1924, trasferita nell’attuale sede, in Viale XX settembre. 41 ASVV, C, s. 20, b. 434. Si doveva scavare una fogna ed il capo muratore, Lorenzo Armellin, presentò un preventivo in cui si legge che il materiale di scavo andava trasportato nelle cave esaurite vicino all’osteria del Martello. 38 ASVV, C, s. 20, b. 445 39 ASTV, Not. I, b. 5181, N 37 40 ASTV, Not. I, b. 5181 N 75 41 Tutte le notizie riguardanti tale farmacia mi sono state gentilmente fornite dalla dottoressa Gabriella Segatti, l’attuale direttrice della Farmacia Comunale al Cammello, che ringrazio sentitamente. 37
305
I primi titolari furono, Samuel Mondovì, Leonardo Pellis, GioBattista Olivieri e appunto Luigi Renier. Infatti, il 2 giugno 1853, gli eredi Olivieri vendettero la farmacia al Renier, il quale la tenne solamente per un anno e mezzo, poiché il 22 gennaio 1855 la cedette ai coniugi Carlo e Maria Zanetti. Non siamo in grado di comprendere il motivo di questo spostamento del Renier proprio a Trieste che sicuramente non era il luogo ideale per sfuggire al controllo austriaco che non diminuiva, anzi veniva considerato alto tradimento, devoluto al giudizio militare, anche il solo tenore di uno stampato senza che vi siano associate altre azioni criminose.42 Ad ogni modo, agli inizi del 1854 la farmacia di Ceneda alla Madonna della Salute risultava nuovamente di proprietà Renier, anche se gestita per mezzo di un direttore incaricato. Infatti Pietro Rizzo recedette dall’accordo, essendosi trasferito ad Oderzo.43 Per questo motivo Luigi Renier lasciò la farmacia di Trieste e ritornò stabilmente a Ceneda. Negli anni successivi troviamo varie testimonianze di stima ed affetto nei suoi confronti. Nel 1856, suo fratello Giovanni Renier fu consacrato vescovo di Feltre e Belluno. In occasione della solenne cerimonia svoltasi a Ceneda per volere del vescovo Manfredo Bellati, il dottor Gio. Battista Vimena dedicò al prelato il poema “Cecilia Gonzaga. Storia del Secolo Decimoquinto” affidandolo nelle mani del Carissimo Luigi, dicendo di aver avute assai prove della tua amicizia.44 Due anni dopo, nel 1858, il figlio primogenito Francesco fu consacrato sacerdote e nominato Maestro di Camera dello zio vescovo Giovanni Renier.45 Per l’occasione i suoi amici Graziani gli dedicarono alcuni salmi penitenziari composti già in Dresda dal nostro Ab. Lorenzo Da Ponte in gioventù, ed editi alla New-York in fra le sue Memorie, qui rare, nel 1832, porgendo la loro affezione ai beneamati ed eccellenti vostri Genitori. Desidero rimarcare come la figura del farmacista sia in pochi anni cambiata, passando dal generico speziale degli inizi dell’Ottocento, che non sempre possedeva il titolo di studio e smerciava talvolta dei rimedi segreti, al professionista munito del diploma farmaceutico, una vera e propria laurea. Il 12 aprile del 1860 si tenne a Treviso la prima adunanza del Collegio Farmacisti della provincia, per l’attuazione dello statuto e la nomina delle cariche in esso stabilite.46
Notificazione 25 ottobre 1852. ASVV, C, s.20, b.454 ASVV, C, s. 20, b. 468 e b. 471 44 BSVV 4B/ 15.2 45 BSVV 4A/ 4.13 e 4B/15.5 46 ASVV, C, s. 20, b. 518 42 43
306
BSVV 4B/ 15.2
BSVV 4A/4.13
I farmacisti erano anche veri e propri insegnanti con compiti di educazione morale e scientifica dei giovani allievi tirocinanti prima del corso universitario e, a questo proposito, vorrei dare alcuni nomi di praticanti che lavorarono presso le farmacie cenedesi. Nel 1846, nella farmacia Marchetti, c’era l’alunno Angelo Amistani del comune di Cappella, il quale prima era stato al servizio del farmacista Cappelletto di Venezia e prese pure impiego Ferdinando Boldi di Udine, in possesso di regolare diploma ottenuto a Padova nel 1821 e di referenze per il precedente servizio prestato a Venezia presso la farmacia Al Centauro.47 Luigi Marchetti, figlio di Francesco e della signora Antonia De Mori, nato il 30 aprile 1825, ottenne il diploma farmaceutico presso l’Università di Padova
47
ASVV, C, s. 20, b. 401
307
l’8 agosto 1848 48e venne di conseguenza iscritto nell’elenco sanitario della provincia. Nel 1849 egli fu abilitato e autorizzato a dirigere in proprio una officina farmaceutica, avendo presentato certificato di buona condotta politico morale e risultando di buoni cristiani costumi.49 Durante il 1849, troviamo il praticante Giovanni Gasparotto50 presso la farmacia De Mori e Antonio Parma dal Renier.51 Nel 1852 Achille Craller di Belluno era tirocinante presso Francesco Marchetti52, mentre l’anno successivo era tirone Giuseppe de Lozzo di Feletto, del distretto di Conegliano.53 Luigi Renier fu riconosciuto tra i migliori farmacisti della provincia di Treviso nell’educazione degli allievi, almeno per due anni consecutivi. Interessando moltissimo che i giovani affidati al tirocinio alle Farmacie, passino allo studio universitario bene istrutti… dietro proposta del R. Medico Provinciale, incaricò …di esprimere la superiore soddisfazione ai Farmacisti Direttori De Stefani Giuseppe di Serravalle e Renier Luigi di Ceneda, i quali nel 1857 si distinsero sugli altri nel curare la educazione morale e scientifica dei giovani allievi ad essi affidati. 54 Anche nel 1858, il Renier fu annoverato fra i benemeriti nella istruzione degli alunni, insieme con Giuseppe De Stefani, Giulio Zannini, Giuseppe Fracchia, Augusto Corradini e Antonio Schiratti 55ma non siamo in grado di sapere se in seguito ottenne altri riconoscimenti. Luigi Renier morì il 10 febbraio 1865 per anasarca, un edema sistemico probabilmente conseguente a sindrome nefrosica.
Nel febbraio del 1848, a Padova esplosero manifestazioni antiaustriache, subito contrastate dalle forze di polizia in modo violento e sanguinoso. Gli studenti che ritornavano a Ceneda dopo tali avvenimenti e che furono messi sotto sorveglianza, erano Pietro Zago di Nicodemo, Domenico Sartorello di Pietro e Luigi Marchetti che stava per laurearsi. (ASVV, C, s. 20, b. 420). Vedi anche V. Ruzza: Il Risorgimento a Vittorio Veneto e nella Sinistra Piave, Cornuda 1997 49 ASVV, C. s. 20, b. 418 e b. 424. Nel 1851, Luigi Marchetti ottenne in affitto dagli eredi Locatelli una farmacia in Godega, dove si era da tempo trasferito con moglie e prole (ASVV, C. s. 20, b. 443). 50 ASVV, C. s. 20, b. 424. Egli era figlio di Urbano e si laureò a Padova nel 1853 51 ASVV, C. s.20, b. 434 52 ASVV, C. s. 20, b. 452. I documenti rivelano che nel 1850, Francesco Marchetti era titolare di due farmacie, una a Ceneda e una a Godega (ASVV, C b. 434). Nel 1858, in via Cenceniga gli subentrò il figlio Luigi (ASVV, C. s. 20, b. 503), il quale vendette la farmacia in questione a Teresa Zaro moglie di Claudio Biave, di Ponzano, con atto datato 24-12-1864. La nuova proprietaria affidò la gestione a Lorenzo Cao (ASVV, C. s. 20, b. 564). Tuttavia nel 1903, la farmacia risultava ancora del Marchetti. 53 ASVV, C. s. 20, b. 459 54 ASVV, C. s. 20, b.503 55 ASVV, C. s. 20, b.509 48
308
AP Ceneda, libro dei Morti, p. 142 N 28 In seguito alla sua morte, con decreto 23 aprile 1865, venne nominato direttore provvisorio della farmacia alla Madonna della Salute Riccardo Rossi il quale aveva già esercitato durante la malattia del Renier.56 Il contratto di affittanza, previsto per 15 anni, fu stipulato con l’erede, la vedova nobildonna Marianna, insieme con il Reverendo figlio don Francesco, come proprietario dell’abitazione in cui era ubicata la farmacia. Poiché egli viveva a Belluno, gli faceva da procuratore lo zio, don Antonio Renier, arciprete di Mirano.57 In questa occasione si specificava che la farmacia era situata in Contrada delli Frati al N. anagrafico 782,58 mappale N. 828; furono affittati anche medicinali, utensili, crediti e laboratorio per Fiorini 3023. Riccardo Rossi aveva facoltà di subaffittare la casa ma non la farmacia, della quale si impegnava a rimanere il direttore.
Bozzetto tratto dal Catasto Austriaco di Serravalle, Ceneda, Fregona (ASTV), nel quale si evidenziano i mappali 828 e 829, corrispondenti ai civici 770 (farmacia) e 769 (liquoreria). ASVV, C. s. 20, b. 564, decreto N 5253 ASTV, Not. I b. 5969 N 728 58 Dal 1858 i numeri civici subirono ulteriori variazioni (ASVV, C. b. 509) 56 57
309
Pubblicità tratta da: Luigi Marson, Guida di Vittorio e suo distretto. Ristampa anastatica dell’edizione del 1889, Godega 2005
Rimane da capire quale fu la sorte della farmacia alla Madonna della Salute, che ora non esiste più. Nel 1885 è documentata a Ceneda la presenza del farmacista Giovanni Battista Renier quale fabbricere della Cattedrale.59 Si trattava del figlio di Luigi e della nobildonna Marianna Locatelli, nato nel 1843, che evidentemente diresse la farmacia dopo il 1865, probabilmente dal 1874, ed ancora ne era titolare nel 1903.60 Tuttavia egli preferì dedicarsi più all’attività di fotografo,61 per la quale ottenne anche dei riconoscimenti a livello nazionale. Potremmo stupirci dell’accostamento delle due figure di farmacista e fotografo, ma ciò è tutt’altro che strano. Infatti inizialmente la fotografia non era B. Sartori: Pagine di storia e di vita cenedese, Vittorio Veneto 1995, p. 29 J. Rossi: L’indicatore della città di Vittorio e notizie storiche, Feltre 1903 in BSVV, 2E 11.3 e BCVV, F1.161 61 Vedi anche V. Ruzza: Dizionario Biografico Vittoriese e della Sinistra Piave, Vittorio Veneto 1992 59
60
310
Da J. Rossi, L’indicatore della città di Vittorio e notizie storiche, BSVV, 2E 11.3 considerata una forma d’arte bensì un prodigio della scienza, l’espletamento di un processo chimico-fisico ed il fotografo doveva maneggiare tutta una serie di prodotti chimici. In Italia, la prima esposizione di fotografia, con annessa sezione internazionale, si tenne a Firenze nel 1887. 62Organizzata da Carlo Brogi, fu inaugurata il 15 maggio, aperta più di un mese e visitata da oltre diecimila persone. Gli espositori presenti erano oltre 300 (200 italiani e 109 stranieri) tra i quali fu premiato anche Giovanni Battista Renier. Vediamo che nel 1889 egli teneva anche un laboratorio speciale di preparati enologici; la sede era sempre la stessa, via Garibaldi 12.63 Vedi S. Lusini: Materiali per la storia della fotografia in Italia. Carlo Brogi e la prima Esposizione di Fotografia in AFT Rivista di Storia e Fotografia, N 20 anno 1994 63 Il 25 febbraio 1896, morì Marianna Locatelli di anni 88, nata a Rovigo, vedova di Luigi Renier e dimorante in via Garibaldi. (AP Ceneda, libro dei Morti 1895-1907) 62
311
Nel 1903, esistevano naturalmente anche le altre due farmacie di cui abbiamo parlato, quella di Marchetti e la San Francesco, condotta da Rossi Riccardo e dal figlio Cesare, delle quali troviamo la reclame del tempo.64 Poiché manca la pubblicità della farmacia alla Madonna della Salute, pur esistente, possiamo ritenere che in quel periodo essa fosse poco seguita dal proprietario che anzi preferiva dedicarsi alla altre sue attività. Speravo di ottenere ulteriori notizie consultando l’Archivio Storico Comunale di Vittorio Veneto, in particolare con la visione della Busta n. 88, all’interno della quale era previsto un intero fascicolo intitolato “Farmacie e Farmacisti”; purtroppo esso non è stato rinvenuto.65 Mentre non sono in grado di fornire notizie di Aurelia, l’ultima nata di Luigi Renier, ci sono notizie interessanti riguardanti l’altra figlia, Amalia. Come il Reverendo don Francesco, che visse a Belluno e fu cameriere dello zio vescovo, anche Amalia intraprese la carriera ecclesiastica. Il 29 novembre 1860, entrò nel Monastero dei SS Gervasio e Protasio a Belluno, che ospitava monache benedettine cistercensi dal 1212. Tale monastero fu soppresso da Napoleone ma dal 1818 fu sotto la giurisdizione del vescovo, con la clausola, dal 1866, che le monache dovessero essere almeno sette.66 Il 16 febbraio 1862, Amalia prese l’abito di S. Benedetto assumendo il nome di suor Giovanna e l’anno successivo ribadì la professione monastica. Per 14 anni fu maestra delle novizie, Priora per 12 ed infine divenne Abbadessa per altri 12 anni. Nel 1907 le monache rimasero sei, il monastero di S. Gervasio fu adibito a padiglione sanatoriale e nel 1909 la Madre Abbadessa Donna Giovanna Renier dovette trasferirsi con le sue monache nell’attuale Monastero Cistercense di S. Giacomo di Veglia. Qui, a quasi 89 anni, Amalia ovvero Donna Giovanna Renier morì, il 26 febbraio 1927.67
J. Rossi: L’indicatore della città di Vittorio… op. cit. Ringrazio comunque la dottoressa Daniela Della Torre e la signora Francesca Malpasso per la disponibilità e gentilezza. Sarebbe auspicabile che l’Archivio Comunale fosse catalogato e reso consultabile, dato il notevole contenuto. 66 L. Zacchi: Notizie storiche del Convento di S. Gervasio, presso Belluno, Cavessago 1902 67 Informazioni gentilmente concesse da Suor Michela Manenti del Monastero Cistercense di San Giacomo di Veglia.
64
65
312
Archivio Arch. Giuseppe Ballestini Foto del 1953 con, a sinistra, il negozio di Giovanni Spellanzon in via Garibaldi 12, dove prima c’era la Farmacia alla Madonna della Salute. Attualmente, via Garibaldi 80, sul muro è infissa la scritta “Casa Tuan dal 1931”. 313
Appendice Brevi notizie curiose Consultando il materiale archivistico per la ricerca, mi sono imbattuta in alcune curiosità che desidero far conoscere. Nel 1854, a Ceneda, fu concessa a Pietro Dorigo e Luigi Zoppetti 68 la vendita del vino artificiale senza uva. Si trattava di un surrogato del vino, precisamente vino artefatto col metodo del professor Grimelli di Modena, servibile in quantità moderata ad uso di bevanda senza che ne derivi danno alla salute. Effettivamente, il professor Geminiano Grimelli di Modena aveva ideato il vino perpetuo, prodotto senza uva con l’intento di soddisfare i bisogni del popolo indigente ma anche per rifornire in maniera economica armate e cittadelle risparmiando la farragine immensa di magazzini e depositi vinarii liquidi. Con una parte di fermento (lievito e orzo), dieci di fermentabile (zucchero e miele) e cento di fermentorio (acqua, ghianda tostata, cremore tartaro) si formava una massa mostosa dalla quale, mediante continue svinature e rivinature, si otteneva un vino definito simile ed anche superiore al vino d’uva. Non sappiamo quale successo abbia ottenuto tale bevanda nel nostro territorio, ma la notizia ci lascia alquanto perplessi. Nel 1860, troviamo una richiesta di erezione di fabbrica di birra in legno da parte di Astner Giorgio da Bressanone ma domiciliato presso Girolamo Ricci in Ceneda.69 Astner Giorgio fu Pietro nativo di Bressanone, ora domiciliato in Livinallongo in Tirolo, amerebbe istituire in questa città e precisamente nella contrada di Salsa vicino alla chiesa vecchia di S. Michele una fabbrica di birra. Ma siccome la riuscita e l’esito sono incerti, così sarebbe intenzione di erigere tale fabbrica provvisoriamente in legno, per poi cangiarla in fabbrica di pietra, secondo i dettami della commissione all’Ornato, quando trovasse prospero andamento. La richiesta venne concessa, sul fondo di proprietà della signora Teresa Doro Boer al N. 1500, ma non conosciamo quale successo ottenne tale fabbrica di birra. Per rimanere in zona, nel 1867, Angelo Furlan di Francesco acquistò70 all’asta per Fiorini 445, lo stabile, posto a Salsa, della vecchia chiesa profanata ASVV, C. s. 20, b. 468 ASVV, C. s. 20, b. 518 70 ASTV, Not. I b. 5970, N 953 68 69
314
insieme al piazzale esterno ed orticello annesso, esclusi campanile e sacrestia vecchia. Il denaro doveva servire per la stabilitura della cappella a sinistra nella Nuova Chiesa di S. Michele di Salsa. La nuova chiesa infatti fu aperta al culto il 10 dicembre 185471 e per l’occasione fu permessa l’accensione di una macchina di fuochi d’artificio dal pirotecnico Francesco Chiarini, avente stabile domicilio a Ceneda. Per ultimo, Angelo Fiori fu per qualche mese Commissario aggiunto di Ceneda, prima dell’arrivo di Giuseppe Cappelli nell’ottobre 1848. Egli si rese odioso alla popolazione e questo volantino, tra le carte d’archivio, ce ne dà dimostrazione, facendoci percepire il clima di tensione che si respirava a Ceneda nel 1848. Non conosciamo l’autore, che era piuttosto illetterato tanto che il testo è di non facile lettura.
Canzoneta nova Siamo tagliani Avemo tre colori Quel mostro de Fiori Coriamo a copar So moglie è una vaca Lu le una spia Cazemoli via Sti fioi de un can. ASVV, C b 420, foglio sparso Canzonetta nuova. Siamo Italiani, abbiamo tre colori. Quel mostro di Fiori corriamo ad accoppare. Sua moglie è una vacca, lui è una spia. Mandiamoli via questi figli di un cane.
71
ASVV, C. s. 20, b. 471
315
Ringraziamenti Sono molte le persone che devo ringraziare e in primo luogo la mia amica Loredana Imperio, Presidente del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche, per i suoi sempre preziosi consigli. Per l’Archivio Storico di Vittorio Veneto, la Direttrice Orietta Pizzol e la signora Paola Da Grava Per l’Archivio Diocesano di Vittorio Veneto, le dott.sse Nadia Giacomini e Francesca Girardi Per la Biblioteca del Seminario di Vittorio Veneto, d. Paolo Astolfo e la signora Carla Marcon Il Direttore ed il personale dell’Archivio di Stato di Treviso La dott.ssa Gabriella Segatti Direttrice della Farmacia Comunale al Cammello di Trieste Inoltre, a vario titolo, l’Arch. Giuseppe Ballestini, la prof.ssa Luisa Botteon, il dott. Manuel Sant, il dr. Giovanni Tomasi, gli amici Italo Posocco e Patrizia Moz, il prof. Ido Da Ros, il dott. Giovanni Ruzza, il ricercatore Oscar De Zorzi ASVV = Archivio Storico di Vittorio Veneto ADVV = Archivio Diocesano di Vittorio Veneto BS = Biblioteca del Seminario ASTV = Archivio di Stato di Treviso
316
Angelo Vettorello
Da Valmareno a Berna: una storia di emigrazione alla fine dell’Ottocento.
Premessa Come è noto, la Valmareno è caratterizzata da una importante tradizione nell’industria tessile. Ciò è stato favorito dalla presenza di corsi d’acqua, che provocavano l’impaludamento delle valli (da cui deriva il toponimo Mareno), ma, se opportunamente regimentati (come avvenne ad opera dei monaci cistercensi di Follina), offrivano una preziosa risorsa ai fini produttivi i più vari. Nel 1666 giunse a Follina l’imprenditore bresciano Francesco Fadda che impose una svolta all’industria laniera, assecondando la volontà della Repubblica Veneta di riguadagnare posizioni nei confronti delle manifatture inglesi e olandesi e di far fronte alle perdite dei mercati del Levante. Al Fadda si aggiungerà, negli anni ’40 del Settecento, l’opera innovativa di Nicolò Tron, dapprima attivo a Schio, poi a Follina in società con il tedesco Antonio Stahl. Il Tron, già ambasciatore della Repubblica Veneta in Inghilterra, ebbe a conoscere i frutti della Rivoluzione Industriale, che tentò di esportare nella Serenissima, contro la rigidità del sistema produttivo condizionato da troppi vincoli. Gli furono al fianco tecnici provenienti dal Lancashire come Thomas Bamford e John Coles, che rimarranno a Follina anche dopo la scomparsa del Tron. Dopo la caduta della Serenissima e le guerre napoleoniche, ci sarà una ripresa dell’attività produttiva proprio con le manifatture Col(l)es (retta da Lorenzo e Costanzo) e Andreetta.
317
Dopo questa parentesi, la crisi produttiva del settore laniero diventerà irreversibile o quasi (sopravvivendo oggi solo la ditta Paoletti), anche a causa dei fatti rivoluzionari del 1848 e poi della perdita dei mercati dell’Impero Austro Ungarico con l’unione del Veneto all’Italia nel 1866. Nell’Italia settentrionale era presente già in epoca storica un modello alpino di emigrazione, frutto di una “strategia imprenditoriale”( resa possibile dai ritmi del lavoro agricolo), che consentiva un notevole incremento dei bilanci familiari. Questo prevedeva una organizzazione a livello familiare e di comunità per la valutazione delle migliori “destinazioni”, così come un certo livello di istruzione, la presenza nei luoghi di lavoro di mediatori e di strutture di assistenza, di confraternite ecc. La presenza italiana in Svizzera risale al Medioevo: nel XII secolo a Ginevra si stabilirono mercanti di moneta lombardi e toscani; nel ‘400 banchieri e commercianti fiorentini si riunivano in una corporazione. Nell’epoca della riforma Ginevra accolse i Valdesi mentre a Basilea giunsero famiglie protestanti dal Nord Italia, in particolare imprenditori tessili che aprirono delle tintorie, alla base dello sviluppo dell’industria chimicofarmaceutica ancor oggi fiorente. Nella seconda metà dell’Ottocento si vennero a creare le condizioni, in particolare dalle Prealpi Venete, per una emigrazione non solo di tipo stagionale, ma permanente. Negli anni dal 1876 al 1901, per la provincia di Belluno gli emigranti temporanei erano quasi 350.000, quelli permanenti ca 12.000, mentre per la provincia di Treviso il totale era di oltre 150.000, con una lieve prevalenza per gli emigranti permanenti. Nello stesso tempo, in Svizzera, dopo la svolta federalista del 1848, emerse il timore che la politica dei trasporti fosse vincolata alle decisioni dei singoli Cantoni. Era reale il rischio che i traffici nord-sud aggirassero la Confederazione (assecondando gli interessi dell’Impero Austro Ungarico). Fortunatamente il processo di unificazione italiano favorì la scelta del San Gottardo come quella più conveniente ed idonea a collegare, attraverso il nord Italia, i centri più attivi del nord Europa al canale di Suez. Con l’apertura nel 1882 del Traforo del Gottardo la durata del viaggio Lucerna-Milano passò da 32 a 9 h, durante il primo anno di esercizio transitarono 1.000.0000 di viaggiatori contro i 60.000 dell’anno precedente, mentre la quantità delle merci trasportate fu di cento volte superiore. Si può quindi facilmente immaginare quali e quanti investimenti in infrastrutture fossero indispensabili a collegare, all’imponente opera dei trafori, i centri minori ora sempre più facilmente raggiungibili dalla massa dei viaggiatori e dei turisti provenienti da tutta Europa. Altrettanto imponente fu la richiesta di forza lavoro. Nel 1860 gli immigrati italiani saranno 10.000, nel 1900 quasi 120.000, nel 1910 oltre 200.000, pari a ca il 37% di tutta la popolazione straniera
318
presente in Svizzera. Questa forte presenza di immigrati provocherà gravi episodi di xenofobia a Berna, Basilea e Zurigo. In particolare tra il 28 e 29 luglio del 1896 le abitazioni e le attività commerciali degli italiani nel Quartiere Operaio di Zurigo verranno date alle fiamme, costringendo i nostri connazionali alla fuga in madrepatria. Il collegamento stradale tra Adelboden e Frutigen Adelboden è una località svizzera, situata nell’Oberland bernese, che occupa l’imbocco della valle del torrente Eigsligen. Il corso d’acqua va a confluire nel fiume Kander, in prossimità di un centro più popoloso, Frutigen, in direzione del Lago di Thun. Sino agli ultimi decenni dell’Ottocento, Adelboden era isolata dal resto della regione dalle forre del Pochtenkessel e proprio per questo i suoi abitanti erano conosciuti con il nomignolo di Waldleute (persone selvatiche). Nel 1878 iniziarono i lavori della carrozzabile con Frutigen, che permettevano di evitare la pericolosa mulattiera e consentiranno di lì a pochi anni il
Fig. Fig. 1 Veduta di Adelboden 1 Veduta di Adelboden
fiume Kander, in prossimità di un centro più popoloso, Frutigen, in direzione del Lago di Thun. Sino agli ultimi decenni dell’Ottocento, Adelboden era isolata dal resto della 319 regione dalle forre del Pochtenkessel e proprio per questo i suoi abitanti erano conosciuti con il nomignolo di Waldleute (persone selvatiche).
La stazione di Frutigen Fig.2Fig.2 La stazione di Frutigen (1903)(1903) La famiglia Darbi: Valmareno a Berna collegamento con laDa ferrovia per Spiez (1901) e le principali città mitteleuropee.
I lavori termineranno nel 1884. Nel 1903 ad Adelboden avrà luogo la prima gara di sci in Svizzera e ancor Ioggi Darbi furono famiglia di mercanti e la (talora localitàcitati ospitacome una Darbo) delle gare della una Coppa del Mondo, a suggello di un imprenditori a Cison e Rolle tra il ’600 e il ‘700. L'importanza dei prestigio e di operanti una notorietà ormai acquisita.
Darbi è anche testimoniata dal fatto di possedere un altare privato nella chiesa di Rolle. In particolare, negli ultimi decenni del ‘600, Antonio Darbo ebbe un famiglia Darbi: Da Valmareno a Berna delle tipiche “pignate” di Rolle. ruoloLa importante nella produzione e commercio Inoltre in numerosi atti notarili è presente come perito nella stima di immobili. Darbi (talora citati come Darbo) furono una famiglia di mercanti e imNegliIstessi anni i fratelli Giovanni e Bernardino Darbo esercitavano a Cison prenditori operanti a Cison e Rolle tra il ’600 e il ‘700. L’importanza dei Darbi è come anchefolladori. testimoniata dal fatto di possedere un altare privato nella chiesa di Rolle. La sociale Darbi si concretizzò ‘700 con l’esercizio In crescita particolare, neglidei ultimi decenni del ‘600,nel Antonio Darbo ebbe un della ruolo improfessione notarile a Valmareno con Francesco (1726-1773) e con Antonio portante nella produzione e commercio delle tipiche “pignate” di Rolle. Inoltre in numerosi atti notarili è presenteDarbi come sarà perito nella stima di immobili. Negli (1783-1806). Don Giovanni Arciprete di Cison dal 1719 al stessi 1749: anni1745 i fratelli Giovanni e Bernardino a Cison comedifolladori. nel verrà costruita la cappella Darbo privataesercitavano della famiglia (in onore San La crescita sociale dei Darbi si concretizzò nel ‘700 con l’esercizio Giuseppe) presso la Parrocchiale, ornata dai dipinti del Fontebasso e del della professione notarile a Valmareno con Francesco (1726-1773) e con Antonio Dall’Oglio. Come prima precisato, nella premessa, alla fine del Settecento, a seguito del fervore produttivo nel settore tessile, a Follina pervennero un numero notevole 320
Fig.3 Foto di gruppo delle maestranze dell’Impresa Antonio Darbi Fig.3 Foto di gruppo delle maestranze dell'Impresa Antonio Darbi
Fig.4 Particolare della fig. 3
321
Fig.4 Particolare della fig. 3
(1783-1806). Don Giovanni Darbi sarà Arciprete di Cison dal 1719 al 1749: nel 1745 verrà costruita la cappella privata della famiglia (in onore di San Giuseppe) presso la Parrocchiale, ornata dai dipinti del Fontebasso e del Dall’Oglio. Come prima precisato, nella premessa, alla fine del Settecento, a seguito del fervore produttivo nel settore tessile, a Follina pervennero un numero notevole di maestranze qualificate, sia da altre aree del nord Italia che da diverse nazioni europee. In particolare si segnala la figura di Thomas Bamford (emigrato dalla contea di Lancashire e proveniente da una famiglia di tessitori) dapprima attivo in Francia, poi a Firenze, ove offrì i suoi servigi al Granduca. Infine chiese e ottenne dal Senato veneto, dei brevetti, che pose in atto a Follina, in particolare per quegli aspetti organizzativi e gestionali, indispensabili al funzionamento di opifici con una forza lavoro importante (sino a mille operai) e con una dotazione di macchinari alquanto complessa. Nel 1789 Thomas Bamford risulta in società con Andrea Romanzin e Lorenzo Colles: l’ex azienda Tron-Stahl dà lavoro a 750 operai. Nel 1816-1837 la ditta Costanzo e Bortolo Colles dà ancora lavoro a 350 operai. Costanzo Colles è rappresentante per il distretto di Serravalle presso la Camera di Commercio della Provincia di Treviso. Possiede inoltre molini, forni, segherie ed una impresa per la manutenzione delle strade. Nel 1865 viene fondata a Follina la Società di Mutuo Soccorso e Istruzione degli operai (la prima nella Provincia di Treviso), anche grazie all’appoggio dei Colles. La fabbrica Colles fallirà nel 1892. Le famiglie Bamford (poi Bomford e infine Bonfort) e Colles si inserirono nel contesto sociale e produttivo della Valmareno, anche instaurando legami matrimoniali con le famiglie più abbienti ( Tonello, Favretto, Calcinoni, Osellame…), e in particolare con la famiglia Darbi. Un esponente della famiglia, Antonio Darbi, sarà presente in Svizzera, nell’Oberland, a fine Ottocento, per i lavori stradali tra Adelboden e Frutigen. Lo attesta una inedita documentazione fotografica (ora in collezione privata Vittorio Veneto), di cui vengono allegate alcune immagini. Il corpus fotografico consta di n° 19 fotografie di cm 17x12, montate su cartoncino di cm 22.5x17.5; di n° 20 fotografie formato cartolina di cm 14 x 8,7 e infine di n° 6 fotografie di cm 16,7 x 12 montate su cartone rigido di cm 29,8 x 23,8. Le fotografie documentano le varie fasi dei lavori stradali (costruzione di ponti, messa in sicurezza di pareti rocciose ecc.) ma anche foto di gruppo delle maestranze, aspetti della vita del cantiere, alloggiamenti degli operai ecc. Fortunatamente in una foto di gruppo (v. fig.3 e 4)su un cartello apposto al centro dell’immagine si legge « Korrektion der Strasse Frutigen Adelboden Baumeister Ant. Darbi» il che permette di contestualizzare la documentazione fotografica, che tuttavia manca di informazioni relative alla datazione e all’autore delle immagini . 322
Fig. 5 L’impresario Antonio Darbi (a sx nella foto)
323
L’impresario Antonio Darbi, spesso raffigurato nelle immagini (v. Fig. 5), avrà con sè nell’Oberland Bernese il figlio Angelo che sposerà, all’inizio del novecento, Bonfort Giuseppina q. Paolo (quest’ultimo orefice in Valmareno). La famiglia Bonfort infatti, dopo la parentesi nell’industria tessile, eserciterà, sin dalla prima metà dell’Ottocento, attività di orefice e di prestito di denaro (attestato da documenti ora in collezione privata Vittorio Veneto v.Fig. 6). Presso l’Archivio di Stato di Treviso è documentato il contratto di compravendita da Andreola Domenico q. Giacomo del palazzo sito in via San Lorenzo a Valmareno (in data 14 maggio 1817), a nome di Bonfort Domenico del fu Tommaso. I Bonfort continueranno l’attività di orefici sin oltre la prima metà del Novecento, a Valmareno, con Bonfort Silvio. I numerosi figli di Angelo Darbi (ben 10) nasceranno quasi tutti nell’Oberland Bernese tra il 1904 e il 1918. Alcuni anni dopo la I° Guerra Mondiale, Angelo Darbi si trasferirà con la famiglia in Lombardia, nella Brianza, ove si cimenteranno, ma con scarso successo, nella produzione di piastrelle. Successivamente, quasi tutti i figli, dopo aver vissuto a Milano, svolgendo attività commerciali e impiegatizie, ritorneranno a Valmareno, nella casa di via San Lorenzo, che condivideranno con gli ultimi membri della famiglia Bonfort.
Fig.6 Atto iscrizione ipotecaria a favore di Bonfort Antonio del fu Tommaso in data 26 febbraio 1852
Fig.6 Atto iscrizione ipotecaria a favore di Bonfort Antonio del fu Tommaso in data 26 febbraio 1852 324
Bibliografia AA.VV. Valmareno, Memorie e Ricordi, Pieve di Soligo, 1998 AA.VV. Le vie del comune di Follina. Toponomastica follinese, a cura di Dall'Anese E., Godega S.U., 2004 AA.VV. Storia dell̓emigrazione italiana. Vol. I. Partenze, Roma, 2009 AA.VV. Storia dell̓emigrazione italiana. Vol. II. Arrivi, Roma, 2009 AA.VV. Storia d'Italia. Annali 24 Migrazioni, Torino, 2009 Bartaletti F. Adelboden. Una grande stazione alpina fra tradizione e modernità in Studi e Ricerche in Geografia. Vol. 21, 1998, pagg. 199-251 Berveglieri R. Inventori stranieri a Venezia (1474-1788) Importazione di tecnologia e circolazione di tecnici artigiani inventori, Repertorio, Venezia, 1995 Dall'Anese E., Martorel P. Il Quartier del Piave e la Val Mareno, Vittorio Veneto, 1977 Fontana G.L., Panciera W., Riello G. The Italian Textile Industry 1600-2000 in AA.VV. History of Textile Workers, 1650-2000, London, 2010 Gasparini D. “Fortune negotij et artefici” a Treviso in età moderna (sec. XV-XVIII), in Tessuti antichi (secoli XIV-XIX) a cura di Davanzo Poli D., Treviso, 1994 Gasparini D., Nicoletti G.P. Rolle, Storia di un villaggio della collina trevigiana, Treviso, 2002 Lanaro S. Società e Ideologie nel Veneto rurale (1866-1898), Roma, 1976 Mies G., Gasparini D. Egidio Dall̓Oglio di Cison di Valmarino e il suo tempo 1705-1784, s.l.s., 1984 Panciera W. L̓arte matrice: i lanifici della Repubblica Veneta nei secoli XVII e XVIII, Treviso, 1996 Panciera W., Gasparini D. I lanifici di Follina: economia, società e lavoro tra medioevo ed età contemporanea, Verona, 2000 Panciera W. L̓economia: imprenditoria, corporazioni, lavoro in Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, VIII, L̓ultima fase della Serenissima, a cura di Del Negro P. e Preto P., Roma, 1998 Trincia L. Veneti in Svizzera, a cura di Bernardi U., Ravenna, 2006 Sitografia • Bottin M. Cause economiche dell̓emigrazione veneta nell̓Ottocento, Tesi di Laurea, Univ. Cà Foscari-Venezia, Anno Acc. 2013-2014 <studylibit.com/doc/3966642> • Franco C. Infrastrutture e paesaggio alpino. L̓eredità svizzera in Le culture della tecnica Nuova serie N°26/2015 <https:/ /core.ac.uk/download/pdf/55251934.pdf> • AA.VV. La ferrovia del San Gottardo. Numero Speciale della “Scuola Ticinese” in occasione del centenario, 1982 <https:/ /m4.ti.ch/ ... scuola ticinese/ST.../> • Colucci M. Sanfilippo M. Guida allo studio dell'emigrazione italiana, ASEI, 2010 <https://www.ibs.it/guida-allo-studio-dell-emigrazione...colucci... /9788878534070> • Nicolò Tron (politico e imprenditore) < https:/ /it.wikipedia.org/wiki/Nicolò Tron (politico e imprenditore)>
325
326
Massimo Della Giustina
I comuni censuari di Fadalto, Longhere e Serravalle negli atti preparatori della levata catastale austriaca (1826-1827)
Introduzione Dopo il maggio 1797, caduta la Repubblica di Venezia, i territori veneti seguirono i diversi passaggi amministrativi tra la Francia napoleonica e l’Impero d’Austria1. Sino all’ottobre di quell’anno furono occupati dai francesi i quali successivamente, con il trattato di Campoformido (a pochi chilometri da Udine) del 17 ottobre 1797, cedettero tutti i territori ad oriente dell’Adige alla casa d’Asburgo. Tale situazione si mantenne sino al 1805 quando, con il trattato di Presburgo (26 dicembre 1805), stipulato a seguito della battaglia di Austerlitz, vi fu nuovamente l’assegnazione dei territori veneti al napoleonico Regno d’Italia. Dopo l’abdicazione di Napoleone a Fontainebleau il 4 aprile 1814, a cui seguì il Primo trattato di Parigi che ristabilì i confini francesi quali erano al 1 gennaio 1792, si aprirono pochi mesi dopo i lavori del Congresso di Vienna, tenutosi tra
Come testo di riferimento sull’argomento, benchè datato, ancora valido è l’ampio studio di MasPetrocchi, Il tramonto della Repubblica di Venezia e l’assolutismo illuminato, Venezia 1950; Marino Berengo, La società veneta alla fine del Settecento, Firenze 1956, in particolare le pp. 88-130 per la condizione della classe rurale sullo scorcio del Settecento. Per gli eventi accaduti nei distretti di Ceneda e Serravalle si veda giovanni toMasi, Arriva il progresso!, in Ceneda e Serravalle in epoca napoleonica e austriaca, Atti del convegno, Vittorio Veneto 22 maggio 2010, a cura del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche, Godega di Sant’Urbano 2010, pp. 11-34. 1
siMo
327
la fine del 1814 e l’estate del 1815. Il Congresso sancì la nascita del Regno Lombardo-Veneto la cui amministrazione fu affidata all’Impero d’Austria – il quale però rinunciò ai propri diritti sul Belgio - che, come noto, durò, pur con la breve interruzione dovuta ai moti del 1848, sino al 18662. L’acquisizione dei nuovi territori impose, come primo passo, l’acquisizione corografica del territorio, ossia dal punto di vista geografico, statistico ed antropico3. La mole di lavoro era immensa in quanto, sia i funzionari francesi che gli austriaci4 non potevano contare su cartografia moderna o catasti costituiti dalla cessata Repubblica di Venezia la quale, fatto salvo il lavoro generale in cinque tavole di Cristoforo Sorte nella seconda metà del Cinquecento5 ed alcune sparute eccezioni per la zona della val Cavasia (alle pendici del massiccio del Grappa) nel Settecento, non procedette mai in tal senso. L’oligarchia veneziana si disinteressò, di fatto, alla conoscenza scientifica globale del proprio territorio non avvertendo più, dopo quanto fatto dal Sorte, «l’esigenza di autorappresentarsi corograficamente, demandando alle singole magistature il monitoraggio puntiforme delle problematiche territoriali, perdendo irrimediabilmente di vista l’organicità e la visione globale di sè»6. Durante il primo breve governo degli stati ex-veneti (1798-1805), il Consiglio di Guerra austriaco (Hofkriegsrat) procedette - con una celerità, precisione Sull’organizzazione degli uffici del Regno Lombardo Veneto valgano le indagini, concise ma esaurienti, ed i documenti riportati in eurigio tonetti, Minima burocratica. L’organizzazione del lavoro negli uffici del governo austriaco nel Veneto, Venezia 2000. 3 «La costruzione di una cartografia implica di per sè la volontà di possedere e conterminare uno spazio geografico, sottintendendo allo stesso tempo la necessità di vederlo nei dettagli per attraversarlo, amministrarlo e controllarlo, inquadrandolo nella logica della macchina militare che ne vuole un utile strumento per i suoi fini pratici»; Kriegskarte 1798-1805: il Ducato di Venezia nella carta di Anton von Zach = das Herzogtum Venedig auf der Karte Antons von Zach: introduzione e guida alla consultazione, a cura di Massimo Rossi, Treviso 2005, p. 12. L’importanza di questa opera cartografica è stata sintetizzata in MassiMo rossi, La «Kriegskarte» del Ducato di Venezia, in Paesaggi delle Venezie, I, a cura di Gian Pietro Brogiolo, Andrea Leonardi, Carlo Tosco, Venezia 2016, pp. 148-149. 4 Sul modus operandi dei geografi francesi ed austriaci v. Kriegskarte, pp. 12-13. 5 Su Cristoforo Sorte si rimanda a roBerto alMagià, Cristoforo Sorte, il primo grande corografo e cartografo della Repubblica di Venezia, in Kartographische Studien (Haack-Festschrift), Gotha 1957; Juergen schulz, Cristoforo Sorte and the Ducal Palace, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, X, 1962, pp. 193-208; id., La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano, Ferrara-Modena 1990, pp. 65-89; Marta Polinelli, I molti mestieri dell’architetto nel Cinquecento: il caso di Cristoforo Sorte, tesi di laurea, Università Ca’Foscari di Venezia, Corso di Laurea specialistica in Storia delle Arti e Conservazione dei Beni artistici, a. a. 2013-2014, relatore: Elisabetta Molteni, correlatore: Augusto Gentili. 6 Kriegskarte, p. 13. 2
328
ed organizzazione ferrea –, alla prima triangolazione, chiaramente a scopi militari, del territorio. L’incarico fu affidato ad Anton von Zach che terminò il lavoro nel 1805 e che nel 1806 portò alla pubblicazione della carta topografica militare – disegnata ed acquerellata a mano – del Ducato di Venezia, la nota e famosa Kriegskarte, prima vera rappresentazione scientifica moderna del territorio7. Oltre alla conoscenza precisa del territorio, sia dal punto di vista geografico che antropico, molto sentita in quegli anni fu la necessità di avere a disposizione, a fini fiscali e tributari, anche un catasto moderno – strumento progettato esattamente per questo fine –, permettendo un rinnovo dei catasti esistenti e per poter introdurre un’imposta provvisoria8. L’obiettivo, che prese a modello il catasto teresiano, servì anche a porre fine ai noti difetti del sistema fiscale veneto, proponendo una perequazione dell’imposta e limitando, nel possibile, l’evasione fiscale9. A questo proposito molto utile fu il metodo della stima, seguita poi nel particolare dalla qualificazione e dalla classificazione, che si contrapponeva all’uso dell’epoca veneta della «condizion», ossia una sorta di autocertificazione10. La levata catastale iniziata dal governo imperiale austriaco fu, a seguito dei numerosi rivolgimenti politici di quegli anni, terminata dai francesi nel 1808,
Kriegskarte, cit.. Il censimento del territorio dell’attuale comune di Vittorio Veneto fu terminato nel 1801. A ciascuna tavola corrisponde anche la descrizione militare del territorio (Militärische Beschreibungen). 8 Sulla genesi, formazione e ruolo che ebbe l’istruzione di un catasto moderno fondamentali, per i territori veneti, sono gli studi di Berengo e Tonetti ai quali si rimanda; Marino Berengo, L’agricoltura veneta dalla caduta della Repubblica all’Unità, Milano 1963, in particolare le pp. 25-63; eurigio tonetti, La formazione della mappa catastale “napoleonica” di Venezia, in Catasto Napoleonico. Mappa della città di Venezia, a cura del Ministero per i beni culturali e ambientali, Venezia 1988, pp. 7-9; id., Catasti, in Guida generale degli archivi di Stato italiani, IV, Roma 1994, pp. 1070-1076; id., I catasti per la storia della proprietà, del regime agrario e delle mutazioni territoriali, «Protagonisti», 84 (2003), pp. 113-135; Istruzioni della Direzione Generale del Censo ai geometri, a cura di Mario rePele, MassiMo rossi, eurigio tonetti, Vicenza 2011. 9 tonetti, Catasti, p. 1070. Sull’efficacia del catasto moderno rispetto all’estimo veneto valga l’esempio ricordato sempre da Tonetti per Conegliano: «Finchè non c’è il disegno, finchè non si va a misurare la terra palmo a palmo e farsi dire di chi è, finchè il sistema fiscale non è governato dal centro, ma lasciato in balia dei potentati locali, l’evasione fiscale sarà una certezza, una presenza ineludibile. Per il Coneglianese si è calcolata la somma di tutte le terre censite dalla Repubblica a metà Settecento, e poi raffrontata con la superficie pagante un secolo dopo, con il catasto austriaco. Grosso modo i due dati sarebbero dovuti coincidere, considerando che in quel secolo nel Coneglianese non dovevano aver avuto luogo estesi dissodamenti ed apprezzabili messe a coltura di terreni improduttivi. Invece si è visto che nel Settecento un buon 40% di superficie non era censita, ed è del tutto verosimile che non fossero terre prima incolte e non soggette al fisco, ma piuttosto beni che sfuggivano all’imposta»; tonetti, I catasti per la storia della proprietà, pp. 116-117. 10 tonetti, I catasti per la storia della proprietà, p. 120. 7
329
costituendo il cosiddetto, in maniera impropria, Catasto Napoleonico. Si arrivò così alla costituzione di un «catasto geometrico particellare [...] che individuava le singole particelle11 in relazione alle loro caratteristiche fisiche e giuridiche»12. Le particelle della mappa catastale erano poi descritte nel relativo «sommarione», ossia un registro che indicava, per ogni singola particella, il mappale (numero d’ordine), il proprietario, toponimo, destinazione d’uso e superficie. Dopo la definitiva uscita di Napoleone dalla scena politica internazionale e l’istituzione del Lombardo Veneto, l’Impero d’Austria procedette – utilizzando i dati rilevati durante l’epoca napoleonica e per motivazioni simili alle precedenti – ad una nuova levata catastale che porterà alla formazione del Censo stabile attivato, più noto come Catasto Austro-italiano (1842)13. L’inizio dell’operazione può vedersi con l’emanazione della sovrana patente del 31 dicembre 1818 con la quale si disponeva l’organizzazione amministrativa che doveva realizzare il catasto. Al vertice vi era la giunta per il censimento, con sede a Milano, presiedutà dal vicerè e in contatto diretto con il dicastero delle Finanze di Vienna. Nei capoluoghi di provincia fu istituito un ufficio provinciale per il censo, mentre restavano in funzione la direzione del censo di Venezia e l’amministrazione del censo di Milano le quali avevano soprattuto funzione di controllo e unione dell’attivita dei singoli enti provinciali14. Per le provincie di Belluno e Treviso il nuovo catasto fu attivato nel 184915. La catasticazione fu preceduta, negli anni 1826-27, da una capillare raccolta di informazioni ovvero i noti Atti preparatori. Le informazioni, fornite seguendo uno schema prestabilito e raccolte in sede locale dai funzionari austriaci, riguardavano la natura del territorio e del clima, l’assetto idrico ed idraulico, la produzione agraria, l’allevamento, i boschi, le strade, i mercati etc.16. Trattandosi, come già scritto, di informazioni date dagli amministratori locali e dagli stessi possidenti, vi è il rischio che queste siano viziate in quanto i medesimi avrebbero potuto enfatizzare negativamente le qualità e produzioni dei terreni onde esser soggetti ad una minore imposta. Tale alterazione, che forse accadde in parte, fu parzialmente mitigata dalla revisione effettuata negli anni immediatamente suc11 La particella costituisce l’unità catastale minima ed è possibile definirla come «terreno continuo, appartenente allo stesso proprietario e che abbia la stessa qualità fisica e lo stesso rendimento»; Ibidem. 12 tonetti, Catasti, p. 1071. 13 Una cronologia catastale essenziale per gli anni 1723-1886 in MassiMo rossi, Il processo catastale. Cronologia, in Istruzioni della Direzione Generale, pp. 49-52. 14 tonetti, Catasti, p. 1072. 15 Ibidem. 16 Berengo, L’agricoltura veneta, pp. 44-47.
330
cessivi dall’amministrazione fiscale imperiale; gli Atti preparatori risultano così essere una fonte sostanzialmente attendibile e costituiscono dunque, terminata la loro primigenia funzione fiscale, una documentazione per noi privilegiata per la conoscenza dettagliata dell’assetto antropico, territoriale, paesaggistico17 ed economico sullo scorcio del primo quarto dell’Ottocento. Nel presente contributo verranno presentati i dati forniti dagli amministratori locali, informatori censuari e dai possidenti per i tre comuni censuari di Serravalle, Piede e Cima Fadalto e Longhere18, tutti afferenti al distretto di Serravalle, sino al 1866 comune autonomo ed ora frazione dell’attuale comune di Vittorio Veneto. Usi e consuetudini generali comuni ai tre distretti censuari Il tipo di moneta utilizzata così come le unità di misura comunemente adoperate (v. Appendice al presente contributo), erano ancora quelle venete. Così la lira veneta ed il ducato erano correntemente utilizzati a fianco del peso trevisano, diviso in dodici once, al piede da fabbrica veneziano o pertica se utilizzato per i terreni19, ed al campo trevisano. Comunemente utilizzate erano pure le tradizionali misure per gli aridi: lo staio corrispondente ad otto once, ciascuna di queste si suddivideva in otto minelle di cui sessantaquattro corrispondevano ad un sacco. La misura per il «vino depurato» era il mastelletto, di cui venti unità formavano una botte. Il mastelletto era a sua volta diviso in quattro unità dette secchi. Anche il mosto si misurava con il mastelletto suddiviso sempre in quattro secchi; ogni secchio da mosto però era suddiviso in dieci «boccie od inquisterre20». Vi erano poi tutta una serie di «misure varie» utilizzate per diversi prodotti. Il fieno era misurato a carri, ciascun carro corrispondeva a libbre 1560; la legna grossa «di
Per una breve descrizione del paesaggio della Marca Trevigiana nei secoli XI-XV si rimanda a dario canzian, Treviso e il suo territorio, in Paesaggi delle Venezie, pp. 336-342. 18 La documentazione utilizzata si conserva in Archivio di Stato di Venezia, Censo Stabile, atti preparatori, b. 189, fascc. 1214, 1215, 1216. Volontà dello scrivente era anche la consultazione della serie Quesiti, risposte, circostanze locali, afferente sempre al medesimo fondo; cfr. Ivi, Quesiti, risposte, circostanze locali, b. 25. Purtroppo alcuni lavori di ristrutturazione non hanno potuto permettere il prelievo di questo materiale archivistico. 19 Si fa riferimento alla pertica utilizzata dagli agrimensori veneti, in quanto «la nuova pertica metrica censuaria è qualche poco conosciuta, ma niente usata»; Ivi, fasc. 1215, nozioni generali territoriali, c. 1r. 20 Rectius inghistera o angastaria; tipo di bottiglia panciuta a collo lungo utilizzata in area veneta. Il nome deriva dal greco gastra=pancia e aggoz=vaso. 17
331
bosco ceduo» era venduta a misura, mentre quella «di campo» a carri o fascine. Altra caratteristica che si riscontra in tutti e tre i comuni censuari era la totale mancanza di qualsiasi «avvicendamento o ruotazione agraria [...] de’terreni». Molto interessanti sono le notizie sui metodi ed i procedimenti utilizzati per la semina. Per il granturco «di primo frutto», ad esempio, si procedeva nel modo seguente: «l’erpicatura, l’aratura, la spianatura e la solcatura che si esseguiscono con i bovini. All’ultimo in qualche situazione si sostituisce una zappatura, il qual metodo chiamasi “arare alla minuta”. A questi lavori aggiungonsi le opere di mano, che sono: la preparazione del campo col riportarvi le terre sottratte dalle acque, la quale si effettua prima della erpicatura, la mondatura con la zappa, dopo lo sviluppo delle sementi due successive zappature».
La concimazione di norma era effettuata ogni due anni, oppure talvolta anche per due anni di seguito «non essendo la maggior parte di tali terreni capaci di produre(!) senza una frequente concimazione». Nelle zone più impervie il letame, dove non era possibile trasportarlo con il carro trainato da buoi, era condotto «a forza d’uomo con le gerle». Il sistema «più usitato di locazione», di fatto l’unico21, è la «partizione de’generi in natura» ossia la divisione, secondo quote consuetudinarie – rifacentesi probabilmente ad usanze secolari – tra il locatore e l’affituale. Si riportano di seguito, molto brevemente, le modalità seguite per alcuni prodotti. La produzione del granturco «di primo frutto» spettava per metà al locatore, similmente per il cinquantino o «granturco di secondo frutto». Completamente assenti le produzioni di frumento e lino. La totalità del fieno era ad uso del colono il quale aveva però l’obbligo di utilizzarlo solo «a beneficio esclusivo della possessione». Il vino, quando ancora era alla fase di mosto, si divideva equamente tra le due parti, la «zarpa» invece era tutta di spettanza del colono. Il proprietario ha l’obbligo di piantare gli alberi e di provvedere alla loro concimazione, nonchè di occuparsi della sostituzione delle piante schiantate, malate o deperite. All’affituale spettano, oltre alla manutenzione dei «muricciuoli a seco» presenti sulla proprietà, anche «dovere eseguire la vendemmia, pigiatura e condotta del vino alla casa padronale»; a favore del colono resta «l’acquariola». Pure la raccolta ed il trasporto delle noci alla casa del proprietario era un obbligo del colono; quanto ottenuto era poi diviso a metà tra le due parti. La foglia dei gelsi è di spettanza
Altri metodi, quali l’affito in denaro, «a genere», «a genere ed in denaro», non sono segnalati in uso dagli informatori censuari. 21
332
esclusiva del padrone ma questa era totalmente utilizzata dall’affituale per la nutrizione dei bachi da seta; non è specificato quale fosse il sistema di partizione dei bombici e del loro prodotto. Nella preparazione della legna il fusto «delle piante di noci od altri alberi da cima restano al padrone», mentre al colono spettano i rami. Il proprietario è tenuto a fornire bestiame da lavoro e/o allevamento al colono, esclusivamente se quest’ultimo non è in grado di provvedere con mezzi propri «o con qualche socida». La popolazione animale dell’intero distretto qui analizzato ammontava a 2612 capi (vedi tabella 1 qui di seguito). I diritti di pascolo erano monetizzati nel modo seguente: lire austriache 1:14 per ciascuna vacca; lire 0,57 per ogni capo di «manzolame» e lire 0,17 per ogni pecora o altro animale.
Buoi Vacche Allievi22 bovini Pecore Allievi pecorini Cavalli Muli Asini Totale
Fadalto 4 35 10 110 40 1 5 8 213
Longhere 42 213 37 567 11 870
Serravalle 102 234 115 870 140 48 17 3 1529
Tab. 1 – Popolazione animale nel distretto al novembre 1826.22 Vi erano delle consuetudini poi nel subentro. Il nuovo colono subentrava generalmente, per i terreni prativi, il giorno 29 giugno mentre nel caso di terre aratorie ed abitazioni, il termine era fissato per l’11 novembre del medesimo anno. Appare utile sottolineare come tali scadenze, usuali anche perlomeno nei territori limitrofi, trovano un’esatta corrispondenza negli statuti di Serravalle la cui redazione, come si argomenterà in una pubblicazione dedicata, è del 1360 se non precedente23.
Ossia agnelli. L’edizione degli Statuti di Serravalle, basata su un manoscritto inedito, sarà oggetto di una prossima pubblicazione a cura dello scrivente. In ogni caso le scadenze sono riportate esattamente anche nella nota versione a stampa che, si anticipa, poco si discosta dall’originale trecentesco. Per 22 23
333
Per le case e gli orti messi a disposizione dal locatore, i coloni solitamente corrispondevano «pochi polli o galline». La manutenzione è carico della proprietà ma il colono ha l’obbligo di concorrere «colla sua opera di manualità, e carro e buoi se ne possiede, e ciò solo nel caso di restauro non già nel caso di nuove costruzioni». Gli informatori censuari ammettono di non conoscere quali siano le basi su cui vengono calcolati i compensi per i terreni ma «sembra però, che in via di approssimazione, si abbia una proporzione secondo la quale sono regolati questi compensi prendendo per base il valore dell’erba pendente ne prati, ossia quel prezzo che il proprietario potrebbe ricavare vendendola pendente al suolo, e risulta che il colono corrisponde al padrone un terzo all’incirca del valore dell’erba da falciarsi, dissecarsi e da trasportarsi sempre con li dovuti riguardi alla difficoltà di falciatura, disseccamento e trasporto, e questo qualunque prezzo viene corrisposto in generi od in denaro».
L’unica pratica agraria o «sistema di economia», era riservato per i «boschi
la scadenza al giorno di san Pietro (29 giugno) cfr. Statuta Serravalli, Serravalle 1603, libro II, rub. 42: «De modo et tempore comeatus dandi colonis. Si dominus vel locator mansi voluerit licentiare rusticum de supra mansum suum, debeat per se, vel suum nuntium, per dies quindecim ante festum sancti Petri de mense iunii, vel quindecim post. Quod si non fecerit postea ipsum rusticum licentiare non possit usque ad unum annum. Et si rusticus voluerit recedere de supra mansum alicuius domini, denuntiet haec domino et ab eodem comeatum accipiat pro quindecim dies ante festum sancti Petri, vel quindecim post.». Sempre in base ai medesimi statuti, il giorno di san Martino (11 novembre) il colono doveva dare al proprietario della terra, se il pagamento avveniva in natura, alcuni prodotti (definiti «minuta» ossia “minori” rispetto ai «grossalia» quali erano il frumento, segala, orzo, farro etc.) quali fagioli, sorgo, panico; se il pagamento era scosso in denaro la scadenza era fissata, salvo altri accordi, per Natale; cfr. Ivi, rub. 39: «Quibus temporibus solvatur affictus. Quilibet livellarius, vel habitator sive colonus, qui reddit affictum, sive livellum alicui domino quoquo modo, teneatur reddere et dare grossalia domino usque ad festum sancti Laurentii, minuta vero ad festum sancti Martini, intelligendo grossalia frumentum, secala, ordeum, speltam, avenam, fabam et omnia ligumina. Fasoli vero, surgum, mileum et panitium, minuta intelligatur. Quae blada sint bene munda et sicca. Si vero solverit pecuniam, ad festa Natalia solvere teneatur nisi per pacta secus inter eos fuerint conventum.». Sempre l’11 novembre costituiva il termine entro il quale il colono che si fosse trasferito in altra località del medesimo distretto, era costretto a sostenere le «factiones», ossia le contribuzioni obbligatorie ai prestiti forzosi della località dalla quale emigrò; cfr. Ivi, rub. 49: «De colonis mutantibus mansiones. Si contingerit aliquem colonum, sive rusticum vel habitatorem Serravalli, vel eius districtus, iure ad habitandum in aliam districtus praedicti villam, talis rusticus vel habitator facere et sustinere onera et factiones cum villa de qua recesserit, usque ad festum sancti Martini proxime subsequentis. Post vero dictum festum sancti Martini teneatur facere ac sustinere omnia onera et factiones cum illa in qua iverit ad habitandum.».
334
cedui e qualche prato». Il proprietario solitamente si avvaleva di un custode per la loro manutenzione, il cui stipendio era calcolato in proporzione «d’ogni centinaio di stanghe [...] a norma della grandezza delle stesse, e la metà delle fassine, e tutto per la custodia e taglio che viene eseguito dal medesimo custode». La condotta della legna è tutta a carico del proprietario del bosco. Piede e Cima Fadalto Il comune censuario di Piede e Cima Fadalto è situato perlopiù in «monte scosceso, e pochissimo piano»; la tipologia di terreno più rappresentato è «il pascolo incolto di sasso nudo». Il terreno poi è di «poca profondità» causa le rocce. La maggior parte dei terreni è lavorata dalla popolazione locale «col picco e zappa»; in una giornata di lavoro si può arrivare ad arare una superficie di un campo. Tendenzialmente i coltivi sono utilizzati ogni anno benchè possa capitare che, «per mancanza di terra vegetante», gli abitanti siano costretti ad abbandonarli. Anche il clima non appare, dalle descrizioni date, tra i più favorevoli. Se è «semitemperato al basso monte» è invece «rigido nell’alto» e sferzato da venti di nordest e sudovest, nonchè soggetto frequentemente a «grandini e brine». Sia il vento, che le abbondanti nevicate che talvolta persistono per anche nove mesi l’anno, contribuiscono a rendere poco ospitale la zona. Anche l’aria potrebbe essere «sana» se le «evaporazioni del lago così detto Morto non la rendesse[ro] umida e talvolta causa di malattie». Tra i prodotti principali si annoverano il granturco, fieno, legna, fagioli e «pochissima uva»; tutti però risultano essere di «pessima» od «infima» qualità; anzi il fieno era così scarso che doveva essere importato. La quantità impiegata per ogni singola concimazione è variabile, ma grossomodo si attesta sui sei carri di letame per volta «equivalente a cinquanta gerle». A Piede e Cima Fadalto non vi è segnalata alcuna produzione di carbone, così come mancano del tutto le castagne e gli olivi. Come brevemente sintetizzato pure nel punto relativo alle condizioni degli agricoltori del comune, la situazione degli abitanti, i quali presentavano le caratteristiche malattie dovute ad una scarsa e monotona alimentazione priva di triptofano/niacina e vitamine (in particolare la C), non era delle più rosee: «Gli agricoltori sono miserabili e stentatamente vivono con obbligata parsimonia; pochi hanno animali necessari alla coltivazione delle terre e molti sono quelli che non hanno li rurali attrezzi per li lavori. La fisica struttura è buona, ma per la maggior parte degli agricoltori sono pellagrosi scorbutici».
335
Il bestiame era praticamente inesistente, limitandosi a tre paia di buoi, alcune vacche e pecore. La maggior parte dei bovini e tutti gli ovini del territorio «nella staggione di primavera, ed autunno, si portano a pascolarsi in estranei paesi». I luoghi privilegiati per la transumanza sono «li pascoli della bassa Trevisana, ed anco nella provincia di Venezia nelle paludi marine». Per far fronte alla costante carenza di strami e paglie, gli abitanti sono costretti a supplire con la raccolta di erica e brugo (Calluna vulgaris). Sono attestati diversi pascoli comunali ma il pascolo non è libero neppure per i residenti. Era tassativamente vietata l’introduzione nei pascoli di bestiame non appartenente ai residenti; mentre il pascolo nei prati privati era anch’esso inibito a tutti fuorchè al proprietario. I boschi, parte di proprietà comunale e parte privati, sono per lo più cedui; agli estranei è permessa la raccolta della sola «foglia morta» mentre «è a benefizio della comunità il prodotto che si ottiene per vendita all’asta». Le acque, delle quali i funzionari annotano puntalmente ciascun toponimo24, hanno un corso «rapidissimo [...] scorrono arbitrariamente ovunque e danneggiano boschi, terre, caseggiati e strade»; per di più l’acque sono «crude e magre». Stante così la situazione, le acque ed i rii disponibili nel comune censuario di Piede e Cima Fadalto «non servono a niun uso» e forse per tale motivo «è libero il loro uso». Sovente il materiale di frana proveniente dai valloni che delimitano ad oriente ed occidente la strada di Alemagna25, causa inghiaiamento della stessa. Lo sgombero, data anche la rilevanza dell’arteria stradale aperta pochi anni prima, è a carico interamente dell’erario pubblico. Nell’anno del rilievo catastale, gli amministratori fanno presente che il lago Morto «per filtramenti incogniti aumentò di molto le sue acque, e fu causa della perdita di terre, abbandono di case, e trasporto di domicilio degl’abitanti, perchè le case stesse [furono] innondate». Le abitazioni sono ritenute essere in numero sufficiente per gli abitanti. Queste, tutte in muratura e coperte in coppi, sono descritte «generalmente ristrette, anguste e deformi, in queste [...] si colocano lavoratori e bestiami»; vi era quindi una accentuata promiscuità tra uomini ed animali. Il bestiame era talvolta collocato nelle stalle, che si distinguevano dalle abitazioni dei residenti per essere «di «Vi è un lago detto Lago Morto, la fontana del Crodet od acqua fresca che si raccoglie e conduce in cima Fadalto col mezzo di tubbi, la fontana di Nove. Valloni denominati di Caperula(!), dei Mur, delle Pipinere, dei Landri, Rossi, del bosch di Crep, del Salt, della Buia e Buietta, della Livina granda, della Livina delle Laste, del Verzil, del Stiz, del tragol della Casera, delle Vich, il Valon grant, delle Carbonate, del Nogher, Zaston(!), Saltarei, Geron e Geronet, Cervera, della Levina del net, del Tragolon, delle Tiere, dei Forat, della Costa dei Rover, del Pissotolet ed altri». 25 Per brevità si rimanda in proposito almeno alle relazioni ed alla bibliografia citata in La strada regia di Alemagna, Atti del convegno, Vittorio Veneto 24 maggio 2008, a cura del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche, Godega di Sant’Urbano 2008. 24
336
muri, e coperte di paglia, e canne». Per quanto concerne la viabilità l’unica strada degna di questo nome, è l’Alemagna o «strada Regia», il cui cantiere alleviò in parte la difficile condizione economica della popolazione26. Le altre strade comunali benchè «erte», sono «comode [...] e carregiabili in parte»; tra la viabilità minore si annoverano diversi «sentieri per trasporti a spalle d’uomo». Tutte, ad eccezione della strada d’Alemagna, sono «in cattivissimo stato»; la manutenzione delle strade è a carico del pubblico, salvo per la viabilità privata. Sui coltivi, per lo più di minime dimensioni e parcellizzati in «fondi disgiunti ed isolati [...] di grandezza mediocre», non gravano decime o quartesi ma censi e canoni, ove presenti, sono a carico del proprietario dell’immobile. Una gravezza particolare era la «primizia», ossia un contributo a favore del parroco di Fadalto, per il quale la «popolazione ha dovere di corrispondere per sussidio ducati da lire [venete] 6:4 numero 70, oltre alle spese della popolazione per li matrimoni e tumulazioni, a carico personatico vi è il mantenimento delle cere ed oglio per l’illuminazione ecclesiastica». Longhere Il comune censuario di Longhere, posto a nordovest rispetto al centro urbano di Serravalle, è situato, praticamente nella sua totalità («19/20») «in monte scosceso»; la restante porzione è territorio vallivo/collinare. La tipologia di territorio predominante è il «pascolo incolto in monte» con sparute macchie di bosco «ceduo misto a forte» nelle zone più elevate. Nella poca parte pianeggiante sono segnalati alcuni arativi arborati nonchè «zappativi nudi, e zappativi vitati a vivo». Il clima, più mite a fondovalle, è invece «rigido all’alto» e anche per Longhere, come per gli altri comuni censuari qui spogliati, risente dei freddi venti periodici per lo più di nordest. Gli stessi sono responsabili della lunga durata dell’inverno il quale, rispetto a quanto accade invece nel soprastante Fadalto, è poco nevoso; le precipitazioni nevose si rilevano soprattutto sulle sommità del territorio. La coltivazione del grano è praticata con un certo successo quasi esclusivamente nella parte pianeggiante ed «all’appendice de’monti». I venti spesso ritardano però la maturazione delle prime erbe, facendo così rinviare la semina del granturco il quale, piuttosto spesso, non raggiunge la completa maturazione. Similmente vale per l’uva la quale «si deve raccogliere immatura, di molto indugiorgio zoccoletto, I miserabili di cima Fadalto. Un cantiere stradale raccontato a due voci, in La strada regia di Alemagna, pp. 187-198.
26
337
rita la corteccia, e per la rigidità e per le percosse che i venti le cagionano, oltre a farne perdere una riflessibile quantità». La produzione dell’uva era inoltre minacciata dagli eventi atmosferici quali grandinate, brine «che bene e spesso sono la mortalità delle viti», nonchè «strabocchevoli pioggie». I coltivi, benchè «di pochissima profondità», sono sufficientemente agevoli per i lavori agricoli. Nella porzione pianeggiante, o comunque ove l’orografia del terreno lo permetesse, per l’aratura era preferito l’aratro condotto da «buoi due per solito [...] mescolati con qualche paio di vacche, od anco manzolame sono di otto, talvolta dieci per la scarsezza de’primi». Dove l’uso dell’aratro non era possibile si ricorreva al «pico, zappa e vanga ogn’anno». Benchè pochi, i coltivi non sono mai lasciati in riposo o abbandonati. La produzione principale è costituita dai già ricordati granoturco ed uva, ai quali è da aggiungersi pure il fieno. La concimazione degli aratori avviene ogni tre anni; il primo anno dalla concimazione è dedicato alla coltivazione del frumento, i due anni successivi invece sono riservati al granturco. Per l’uva gli informatori censuari riferiscono che, oltre ai problemi sopra indicati, la zona di Longhere non è indicata per la coltivazione dell’uva nera «non riusciendo quel prodotto»; il poco vino che si produce è in ogni caso di «qualità infima». Anche la produzione di fieno non si distingue per la sua qualità che, in verità è per lo più mediocre e talvolta «cattiva». La produzione agricola totale non risulta essere sufficiente ai bisogni della popolazione residente. «La classe degl’agricoltori è in parte miserabile; alcuni posegono(!) gli animali necessari alla coltivazione delle terre, generalmente hanno gl’attrezzi rurali necessari al lavoro. In generale sono mediocremente robusti gl’agricoltori».
Se la popolazione era in eccedenza rispetto ai coltivi disponibili, gli animali da lavoro invece scarseggiavano. Sia le vacche che le pecore, «nelle staggioni di primavera, ed autunno si portano a pascolare in estranei paesi»; i luoghi di transumanza erano, come già scritto per il comune censuario di Piede e Cima Fadalto, «la bassa trevigiana e [...] la provincia di Venezia nelle paludi marine». Questa era una necessità ineluttabile considerando che la produzione del fieno era totalmente insufficiente anche per il poco bestiame disponibile. Unico prodotto eccedente era la legna da ardere che veniva venduta sulle piazze di Serravalle e Ceneda. Anche qui, come a Fadalto, lo strame scarseggiava e i residenti supplivano con la raccolta di erica e brugo. Le consuetudini osservate per il pascolo ed i prezzi per ciascun animale sono i medesimi che si osservano per gli altri comuni censuari considerati. Contrariamente a questo però i coltivi di Longhere sono gravati da diversi oneri quali decime o quartesi «verso cause pie, verso il Regio Demanio, e verso particolari». Si specifica che la corresponsione della decima –
338
ma si può supporre forse anche delle altre imposte – «si paga col prodotto in natura de’grani ed uva». Frequenti erano pure le elemosine in natura, le quali erano effettuate a favore di «chiese succursali, a sacerdoti cooperatori, e nonzoli, che si presentano o personalmente o col mezzo di rappresentanti». Mancano in tutta Longhere boschi di proprietà comunale. Nel suo confine orientale, il comune di Longhere è lambito dal fiume Meschio, il principale corso d’acqua dell’intero distretto. Il fiume «scorre nel primo suo nascere per alveo naturale indi artefatto, e poi si pone nel lago della Negrisiolla, da dove sorte e scorre discendendo verso Serravalle per canale in parte arginato». Risorsa e forza idrica preziosa, è ricordato servire «per l’andamento d’una cartiera, una siega per legname ed un mulino». Lo stesso lago di Negrisiola però alimentava «una cartiera ed altro mulino che viene mosso da un’acqua sorgente che viene denominata fontana di Salez, che dopo si unisce al lago di Restello». Oltre al Meschio sono ricordati i laghi del Restello, il «Negrisiolla proveniente dalla sorgente cosi denominata, o di Piaia», e diversi torrenti e rii quali il Sora che frequentemente «strarippa per avere l’alveo più alto delli addiacenti terreni», il «valon di Zuccat e delle Rude(!), Costacurta, di Fais, e di Collon, e Col Toront». Qualsiasi opera atta a contenere lo straripare delle acque e ad imbrigliare il decorso dei fiumi è carico esclusivo «d’ogni frontista proprietario». Le acque dell’intero comune sono laconicamente definite «crude e fredde». Anche per Longhere, come per il confinante comune censuario di Fadalto, l’unica strada propriamente detta è l’Alemagna. La viabilità minore e quella campestre è assicurata da «strade comunali comode ed erte»; i sentieri, più impervi, possono essere utili per trasporti «a spalle d’uomo». Tutte, escluse la strada Regia, sono in pessimo stato. La distribuzione delle case, più che sufficienti per ospitare la popolazione, nonchè la descrizione datane è del tutto simile a quella utilizzata per Piede e Cima Fadalto. Anche a Longhere non esistono nè grandi nè medie proprietà, ma la superficie coltivabile è divisa in infinitesimali fazzoletti di terreno; le locazioni sono pagate quasi esclusivamente in natura seguendo delle consuetudini del tutto identiche a quelle ricordate nei paragrafi precedenti. Da segnalare però, come unica eccezione, che nel comune di Longhere il proprietario dell’immobile aveva il diritto di poter scegliere, come acconto della porzione spettantegli sull’uva raccolta, l’uva nera così come «talvolta quella proveniente da un particolare sito». Manca totalmente la produzione di olive e di olio, mentre le castagne, scarsamente presenti, sono di «cattiva qualità».
339
Serravalle Solamente un quarto del territorio è pianeggiante, il rimanente è collinare e, in diversi punti, scosceso. Tutto il territorio comunale, come nei due limitrofi di Longhere e Piede e Cima Fadalto è sferzato da «periodici venti rigidi» ma ciononostante il clima, contrariamente agli altri luoghi, è temperato. In inverno e primavera soffia la Tramontana, freddo vento proveniente dalle Prealpi a nord di Serravalle; in estate e nel primo autunno prevale invece quello di nordest27. Il terreno, anche qui come negli altri comuni censuari limitrofi, è di poca profondità e ne è preferita, soprattuto nel piano, l’aratura con animali da lavoro. Dove l’uso dell’aratro non è possibile «si usa la vanga, il pico e la zappa». Tutta la zona coltivabile è tale e mai lasciata in riposo «in forza della pochezze de’terreni coltivabili». Sulle alture il paesaggio è costituito per lo più da «pascoli, prati, poca parte arborati con viti, terre arative e zappative e pochi boschi». Nella pianura invece prevalgono i coltivi vitati e pochissimi sono i prati. I prodotti principali sono rappresentati anche qui da «sorgoturco, il vino e li fieni». A causa del clima, che benchè «temperato» presenta inverni rigidi e lunghi, il grano matura solo «discretamente, le castagne poco, e le uve secondo l’esposizione discendono dalle mediocri alle infime». I venti di Tramontana, in virtù del loro presentarsi in inverno e in primavera, «danneggiano spesso la prima vegetazione delle viti e de’gelsi», mentre il Grecale «distrugge spesso l’intero prodotto delle uve e rovina quello del granoturco». Benchè siano infrequenti le grandini piuttosto pericolose sono le brine e gelate le quali spesso sono la causa di morte delle viti che, in virtù della ventosità del luogo, producono una uva «sana». La migliore uva bianca del comune – comunque al più «mediocre» - si coltiva «nelle falde del colle di Rindola»28, mentre è scarsa «nel piano, e di infima nelli colli di Pradal, delle Selve etc.». L’uva nera invece è praticamente del tutto assente «perchè non riesce il prodotto». Il corso d’acqua principale è il fiume Meschio, utilizzato sia come fonte idrica che come forza motrice; da solo «serve per l’andamento di quattro molini,
La ventosità di Serravalle è ricordata pure nell’affresco del secolo XV posto nella cappella di santa Augusta, nell’omonima chiesa del santuario serravallese, sulla parete est dove si può agevolmente leggere «ventosi plebis [Seravalli]». 28 Si tratta forse della località Vinera, documentata dal Trecento ed il cui toponimo – tuttora in uso e largamente noto – indica chiaramente la vocazione del luogo alla coltivazione della vite. Nei pressi dell’abitato di Borghel, poco a sud di Vinera, è segnalato nell’anno 1400 il toponimo Vignola, ossia “piccolo vigneto”; giovanni toMasi, Serravalle medioevale, Godega disant’Urbano 2002, p. 5. 27
340
e due folli da panni». Tra gli altri torrenti presenti nel comune «il maggiore è detto la Sora, e gl’altri che meritano speciale menzione sono li torrenti di Gai, di Pradal, di Meril, cal di Marcuz, di Valinar, di Borghel, dell’Erberta, di Piedera(!), di Rindola, della Branda(!), di Peser, Prà mort di Costa, di Malspiron, San Silvestro». Hanno per lo più un percorso ripido e per questo motivo sovente è il loro inghiaiamento. Nessuno di questi torrenti, le cui acque sono «magre e crude», è utilizzato per l’irrigazione dei coltivi. Frequenti sono i danni causati dall’inondazione, in particolare dalla Sora la quale «minaccia l’intero capo luogo comunale». Le acque utilizzate dalla popolazione e per il bestiame, oltre che dal Meschio, provengono da «alcuni pozzi e di vari piccoli rivi [...] sono buone e salutari». La principale arteria viaria del comune censuario capoluogo, ed in pratica di tutto il distretto, è la strada regia d’Alemagna, iniziata nel 1817 e definitivamente conclusa nel 1830. Benchè fosse un’opera già sentita dalla popolazione locale sullo scorcio della Repubblica di Venezia, gli informatori censuari – con una visione ed argomentazioni sorprendentemente, ma non troppo, identiche alle attuali circa l’annoso problema dell’attraversamento di Serravalle – rilevano: «che questa Regia Strada non può considerarsi di vantaggio, ma anzi di assoluto e rilevante discapito per questo Comune. Prima della ricostruzione della medesima la maggior parte delle granaglie, e vini, che da da questa provincia si trasportavano a quelle de’monti, facevano scala principalmente in Serravalle, la cui popolazione nella mancanza di sufficienti derate(!) naturali nel comune, trovava una risorsa nel commercio. Ora per la facilità di communicazione, transitano li negozianti del piano e de’monti con li grani acquistati o da vendersi in modo che Serravalle non è più che testimonio del altrui traffico».
Lapide che ricorda l’inaugurazione della Regia Strada di Alemagna, posta in via Gherardo da Camino, olim Riva dei mulin, a Serravalle.
341
La viabilità minore è molto ben rappresentata ma le strade si presentano «generalmente [...] cattive». La produzione locale, benchè comunque non di eccellente qualità, è sicuramente migliore rispetto ai due comuni censuari descritti poco sopra ma anche qui si presenta insufficiente ai bisogni della popolazione; inoltre si rileva che gli agricoltori sono in numero eccedente rispetto ai coltivi e «molti si portano a lavorare in altri comuni». Anche le condizioni degli agricoltori di Serravalle non differiscono punto da quelle degli altri residenti di Longhere e Fadalto: «La classe degli agricoltori è generalmente miserabile, e vive con una obbligata parsimonia, pochi tra questi posseggono in proprietà gl’animali necessari alla coltivazione delle terre, che rispettivamente lavorano, ma la maggior parte ha gl’attrezzi rurali che occorrono per il lavoro personale. In generale sono li medesimi mediocremente robusti».
Il bestiame più rappresentato sono i bovini i quali sono comunque poche unità; scarsi i cavalli i quali «si mantengono per il solo uso di vettura». Dichiarate praticamente assenti le pecore benchè al novembre 1826 se ne contino 870 più 140 agnelli (tabella 1). Il bestiame è mantenuto con il foraggio dei campi. Durante la primavera ed in autunno «le pecore e la maggior parte delle vacche si trasportano al pascolo ne’bassi comuni di questa o delle conterminanti provincie, e nelle estati sulli monti de’comuni censuari di Longhere e Fadalto». La superficie boschiva è scarsamente rappresentata. «Vi sono piccoli tratti di boschi cedui, appartenenti a privati, il cui godimento si fa liberamente dai soli proprietari»; non sono segnalati boschi di proprietà comunale. Alcuni fondi sono gravati dalla decima o dal quartese, da corrispondersi alla Chiesa oppure al Regio Demanio; anche a Serravalle, come a Fadalto e Longhere, il pagamento è effettuato quasi esclusivamente in natura. Le consuetudini legate alle elemosine, al pagamento dei canoni etc., sono le medesime che si riscontrano in tutto il distretto considerato e che sono riportate nei paragrafi precedenti29.
29
Si veda qui sopra il paragrafo 2.
342
Appendice metrologica Le tavole qui proposte per i pesi e le misure in uso nel Trevigiano sono riprese dal noto manuale di Angelo Martini30. Misure di capacità Aridi
Denominazione Sacco / Staio Quarta Quartiere Minella
Liquidi
Denominazione Botte Conzo / Conzo di città / Mastello Secchia Boccale Boccia / Bozza Gotto Conzo di campagna (1) (1)
Valore in rapporto ai sottomultipli 4 quarte 4 quartieri 4 minelle
Equivalenza in litri 86,812 21,703 5,42575 1,356437
Valore in rapporto ai sottomultipli 10 conzi 6 secchie = 48 boccali 8 boccali 2 boccie/bozze 4 gotti
Equivalenza in litri 779,8 77,980 12,996667 1,624583 0,812292 0,203073 58,485
36 boccali
– In uso nella sola città e circondario di Treviso
Misure di lunghezza Denominazione Pertica / Passo Braccio da panno Braccio da seta Piede agrimensorio Piede da fabbrica / Piede di Venezia Oncia Linea
30
Valore in rapporto ai sottomultipli 5 piedi agrimensori 12 once 12 linee
Equivalenza in metri 2,040527 0,676189 0,634014 0,408105 0,347735 0,034009 0,002834
angelo Martini, Manuale di metrologia, Torino 1883.
343
Misure di peso Denominazione
Valore in rapporto ai sottomultipli
Centinaio Libbra grossa Libbra sottile Oncia grossa Oncia sottile
100 libbre grosse 12 once 12 once
Equivalenza in chilogrammi 51,674860 0,5167486 0,338883 0,043062 0,028222
Misure di superficie Denominazione
Valore in rapporto ai sottomultipli
Campo Tavola / Pertica quadrata Piede agrimensorio quadrato Piede da fabbrica quadrato
1250 tavole 25 piedi agrimensori quadrati
Equivalenza in metri quadrati 5204,69 4,163752 0,166550 0,120919
Valore in rapporto ai sottomultipli
Equivalenza in metri cubi 5,256
Misure di volume Denominazione
Passo cubo Piede cubo / Piede da fabbrica cubo Piede cubo agrimensorio
344
125 piedi da fabbrica cubi
0,042048 0,067373
COMUNICAZIONI
345
346
Oscar De Zorzi - Franco Giuseppe Gobbato
Un’opera poco nota degli intagliatori Pigatti di Conegliano: l’Altare Maggiore nella Parrocchiale di Santa Maria Assunta di Candide
La presente «comunicazione» intende presentare come ipotesi di studio, chi possa aver influito sulla commissione data a Zuanne Pigatti da Conegliano per l’esecuzione dell’Altare Maggiore della Parrocchiale di Candide, considerata la rilevante distanza geografica tra il centro ove abitava l’esecutore dell’opera e la chiesa di Santa Maria Assunta, in Comelico Superiore. Va da sé che i risultati dell’indagine - in itinere - che andiamo a presentare, sono frammentari e si sorreggono esclusivamente sulla documentazione rintracciata, riguardante la Famiglia che potrebbe averne favorito la committenza. A novembre del 2016 si è tenuta una conferenza dal titolo: La famiglia Pigatti: da Mason Vicentino a Colle Umberto, a cura di Franco Giuseppe Gobbato, socio del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche. Il relatore, in anni di indagini sul campo, ancorché la ricerca sia ancora in corso, ha oramai tracciato le vicende di questa Famiglia notabile, originaria di Mason Vicentino, che risulta ivi documentata dal sec. XIV proprietaria di immobili, i quali, sul finire del Cinquecento, si estenderanno nelle province di Vicenza, di Padova e nel Trevigiano. Imparentati con importanti famiglie dell’aristocrazia, molti Pigatti hanno lasciato traccia significativa nella storia di Vicenza. Pare che il primo a giungere nella Marca, tra il 1566 e il 1568, sia stato Bernardino di Giovanni: egli acquistò terreni e case a Castelcucco di Asolo, a Serravalle e a Colle (Umberto). Persona intraprendente, svolse l’attività di salinario a
347
Colle1 e fu chiamato a ricoprire incarichi nella Luminaria di detta «Villa»; il suo censo trova conferma anche nei padrini al battesimo dei figli: la famiglia Gamba e quella nobile De Nores. Il figlio Pigatto, sposatosi nel 1599 a Serravalle con Lucrezia Faticati, proseguirà l’attività di salinario, ma ben presto il Magazzino del Sale a Colle chiuderà, anche per alcuni debiti contratti nell’attività dallo stesso2. Pigatto non ebbe lunga vita e la moglie devette reggere le sorti della famiglia, trasferendosi per un certo periodo a Conegliano. Qui due figli, Bernardino e Zuanne, cominciano ad essere documentati tra il 1632 e il 1638, nominati in diversi atti come intagliatori del legno3. Sono i fondatori della Bottega, dalla quale uscì l’Altare, oggetto di questa «comunicazione». Di questa Famiglia che operò nell’arte dell’intaglio del legno per più generazioni, dalla prima metà del Seicento ad almeno la metà del Settecento, non esiste alcuno studio né generico né ragionato. La Bottega fu, per un certo periodo, sicuramente concorrente a quella dei Ghirlanduzzi da Ceneda e forse i primi intagliatori Pigatti andarono ad alunnato proprio da questi ultimi; «le poche opere che di loro si conoscono, esprimono con più vigore quel barocco che solo più tardi e con notevole ritardo, Andrea Brustolon intaglierà in maniera tanto raffinata»4. Va subito sgomberato il campo da quanto è stato più volte scritto, riguardo al fatto che gli intagliatori Pigatti «dopo la morte dei Ghirlanduzzi da Ceneda alla fine degli anni Ottanta del Seicento hanno continuato decorosamente tale illustre tradizione»5; si è infatti visto che (almeno) dagli anni trenta del Seicento i fratelli Bernardino e Zuanne Pigatti esercitavano a Conegliano l’attività di intagliatori, mentre è noto che la celebre bottega dei Ghirlanduzzi di Ceneda, operò fino agli anni settanta/ottanta del Seicento6. Sappiamo che nel 1632 i due fratelli, già coniugati, si separano patrimonialmente dal resto della famiglia che abitava a Colle7 e che, nel 1638, Bernardino abitava in una casa in Borgo Vecchio a Conegliano8. Nel 1668 compare nelle pieghe dei documenti d’archivio un Zuanne Pigato intaiador quondam domino JaDE ZORZI 2017, pp. 150, nota n. 255, 165-168. Ibidem, passim. 3 GOBBATO 2016, ricerca sui Pigatti in itinere. 4 [MENEGHETTI] 2002, pp. 5-6. 5 Ad esempio cfr. MIES 2004b, p. 212. 6 DE ZORZI 2003, p. 35-56; ERICANI 1997, p. 83. 7 DE ZORZI 2017, pp. 165-166, nota n. 279. 8 GOBBATO 2016 (ASTv, Notarile I Serie, notai Ottavio e Gio.Maria Marescalchi, bb. 1406-1407, passim).
1 2
348
cinto di questa città [di Conegliano]; il defunto padre è, probabilmente, Giacinto, uno dei fratelli di Bernardino e Giovanni, rimasto a vivere a Colle con la madre. Nel documento Zuanne cedeva a livello affrancabile al Monastero di Santa Maria Mater Domini di Conegliano, una casa, con cortile e due campi di terra arativa, piantata, vitata e in parte prativa in Colle, in località chiamata Le Case del Pigato, per ducati 50, onorati in contanti. Si trattò di un’operazione finanziaria, poiché, subito dopo aver sottoscritto l’atto di acquisto, la madre badessa del Monastero, domina Marina Sarcinelli, concesse al venditore gli stessi beni in affitto al 6% annuo della somma pagata, con la possibilità per il venditore di recuperare gli immobili nel termine di tre anni, versando il capitale di ducati 50, affitti, spese dell’atto e quant’altro, in un’unica soluzione9. Da Giovanni si dipana l’albero genealogico del ramo coneglianese dei Pigatti intagliatori, che avrà la massima espressione con Antonio e suo figlio Giovanni tra la fine del ’600 e la metà del ’700. Ma veniamo ora all’Altare di Candide. A quanto ci è dato di sapere, la prima testimonianza biografica dell’opera risale al 1878, quando, G. B. Cavalcaselle e J. A. Crowe nella loro opera su Tiziano, parlando del quadro, poi attribuito a Francesco Vecellio, la Madonna col bambino e angioletto con cembalo, posto sull’Altare della cappella del Rosario, nella Parrocchiale di Santa Maria Assunta di Candide, scrivevano: «Questa pittura, secondo appare dalle Carte del notaio Bartolo Doriga a Candide, fu comperata a Conegliano nel 1649 per 435 ducati dal Signor Zuane Pigato incisore»10.
La frase trae in inganno, in quanto la parola «pittura» confonde il lettore, scambiando la pittura con l’Altare: in antico si usava il termine palla per identificare indifferentemente il dipinto inserito nell’ancona e l’altare, ma in questo caso il lemma usato dai due storici dell’arte è marcatamente fuorviante. Il documento originale recita così: Faccio nota come essendo io Bartolomio Doriga zurado del ven(erabile) Lume di santa Maria di Candide l’anno 1649: andai il primo febraro a Conegliano a levar la palla nova del s(igno)r Zuáni Pigato, intaiadori, qual si ritrova nell’altar maggiore della detta chiesa di Santa Maria. Et li 20 aprile 1649 fu fatto il pretio della detta palla dal s(igno)r Francesco Giera in duc.
9
Ibidem (ASTv, Notarile I Serie, notaio Stefano Mazzacan, b. 2579, passim). CAVALCASELLE, CROWE 1974, p. 551
10
349
435 vel L. 2687 ½. Fu pagata nel modo che aggraterà nelli miei conti annotati nel libro di detto Lume11.
Considerato che l’elevazione in parrocchia della chiesa è del 1637, anno in cui la comunità di Candide si rese ecclesiasticamente autonoma dalla pieve di Santo Stefano12, possiamo pensare che l’altare eseguito da Zuanne Pigatti sia stato tra i primi, nuovi, ad essere messo in opera dopo l’avvenuta separazione dalla matrice cadorina e, come è stato osservato, fu un manufatto notevole, vista la somma pagata all’intagliatore: si evidenzia infatti, che l’Altare di San Valentino per la chiesa di San Nicolò dell’omonimo Comune del Comelico, consacrato nel 168413, uno dei più suntuosi realizzati dai Ghirlanduzzi, costò lire 2.00014. Il documento è noto ed è stato pubblicato (almeno) da Meneghetti, nel Bollettino Parrocchiale di Candide nell’ottobre 2002, con il titolo I Ghirlanduzzi a Candide. È da evidenziare che quella chiesa non esiste più: fu demolita sul finire del Settecento per la realizzazione dell’attuale grande Sacro tempio, innalzato su progetto dell’arch. Angelo Del Fabbro, che seguì i lavori dal 1784 al 1791 e, dopo di lui, dall’arch. Domenico Schiavi; la consacrazione della Parrocchiale avvenne il 30 ottobre 1806. All’interno del Sacro edificio furono trasportati alcuni altari della vecchia chiesa, ma non il nostro che risulta perduto15. La Famiglia più maggiorente di Candide era quella dei Gera (ancor oggi è proprietaria di un palazzo, sottostante la piazza), la quale si distinse nella dotazione di altari, pale, oggetti sacri, etc. per la vecchia Parrocchiale. Così, oltre al succitato Altare, si deve a Francesco Gera quello di San Giuseppe (1656), dotato poi dal fratello, il vescovo di Feltre Bartolomeo, di una bella pala di scuola veneta, raffigurante il Santo. L’Ordinario farà costruire anche l’Altare del Santissimo Crocifisso (opera dei Ghirlanduzzi) e la Famiglia donerà l’Altare di San Odorico, vescovo di Augusta e patrono del Comune di Comelico Superiore16.
ASBl, Notarile, notaio Bortolo Doriga, b. 2901. Si ringrazia l’archivista, dott.ssa Lina Marzotti, della trascrizione. 12 ALFARÈ LOVO, FAIT, SACCO 2004, pp. 82, 84. 13 MANZATO, MENEGHETTI 2005, pp. 154-155. 14 [MENEGHETTI] 2002, pp. 5-6. 15 MANZATO, MENEGHETTI 2005, p. 213. 16 LFARÈ LOVO, FAIT, SACCO 2004, pp. 81-82, 84-86. 11
350
E proprio dalla famiglia Gera17, della quale Francesco18 fece il pretio della detta palla, secondo noi deve diramarsi la ricerca, per individuare chi probabilmente influenzò la committenza dell’opera. Di sicuro, il personaggio della Famiglia più rappresentativo del Seicento, fu Bartolomeo Gera. Nato a Candide il 2 febbraio 1603, figlio di Giacomo e di Elisabetta de’ Ceschi, e fratello di Francesco, studiò a Udine, a Gratz e all’Università di Padova. Sacerdote nel 1628, dottore in teologia e in ambe le leggi, nel 1630 divenne canonico della cattedrale di Verona e arciprete di Isola Rizza. Nel 1633 fu vicario generale a Ceneda, poi a Verona. Nel 1649 il Patriarca di Venezia Gian Francesco Morosini lo nominò Vicario Perpetuo della chiesa di San Bartolomeo della città lagunare, suo Vicario Generale e sommo Auditore. Il Doge lo delegò Oratore a papa Innocenzo X. Il 5 settembre 1663 venne eletto vescovo di Feltre e vi rimase fino alla morte, avvenuta l’11 aprile 1681. Lasciò ricordo nel Sinodo diocesano, nelle riforme del clero, nel restauro della cattedrale e dell’episcopio. Fece costruire nella chiesa di Candide l’altare del Santissimo Crocifisso, donò croci, candelabri, reliquie e due pianete, una rossa, l’altra verde, recanti, ricamato, lo stemma della Casa e, come si è detto, un dipinto raffigurante San Giuseppe. Istituì anche una mansioneria19. Della sua venuta come Vicario Generale della diocesi a Ceneda, scrisse il Ciani: «[...] Marcantonio Bragadino Vescovo di Ceneda chiamavalo a se, confidavagli con mandato del 1. Febbrajo 1633. il governo della Diocesi: ne fungesse egli in ogni cosa le veci, applicassesi sopra tutto alle questioni più gravi, e intricate, giudicasse le cause non tanto Ecclesiastiche, ma criminali ancora e civili. Resosi all’onorevole invito, a dì undici del mese medesimo recatosi sottesso la Loggia del Comunale palagio, seduto nel tribunale consueto giurava nella presenza del popolo l’osservanza del Cenedese Statuto; instando a che giurasse Giorgio Graziani, Antonio Fusari, Gregorio Bastanzi, Pietro Bardini20, dal Consiglio della Città per questo a lui deputati. [...].
Sulla famiglia Gera, ad esempio, cfr. CIANI 1849; VALENTE 1941. Francesco Gera era nato a Candide (?) il 29 luglio 1589, fratello del vescovo Bartolomeo Gera. Fu membro del Consiglio Cadorino, Sindaco della Comunità, Ufficiale della Centuria del Comelico Superiore; scrisse anche versi che gli procurarono buona fama. Nel 1650 ottenne dal Patriarca di Venezia Marco Gradenigo l’autorizzazione ad erigere nella chiesa di Candide un altare dedicato a San Giuseppe. Sposò Simona Janesi. Cfr. VALENTE 1941, p. 27. 19 FABBIANI 1947, p. 89; VALENTE 1941, p. 27. 20 L’atto è riportato in ASVV, Ceneda, Serie 3, 63, Libro delle Parti del Maggior e Minor Consiglio 1609-1683, c. 129v (dal documento si rileva che il cognome Bardini, va sostituito con Fardino). 17 18
351
Bartolommeo non funse, che pochi mesi il Vicariato nel Cenedese, richiamato dal proprio Vescovo a Verona [...].»21. A partire dal 1660, quasi trent’anni dopo la brevissima permanenza di Bartolomeo Gera a Ceneda e undici anni dal ritiro da Conegliano dell’Altare di Candide, eseguito da Zuanne Pigatti, si sono rinvenuti (al momento) due rogiti notarili che testimoniano l’interessamento dell’Ordinario e della sua Famiglia per immobili posti nel territorio di Colle [Umberto]: - Il 18 maggio 1660, in Serravalle, in casa di Bernardino Mantovani, posta dietro la chiesa di Santa Maria Nova, presenti come testimoni lo stesso Mantovani, Odorico Beltrame e Gerolamo Donadello. Francesco del fu Paolo Zuccato, cittadino di Serravalle, vendeva alle pubbliche stride a monsignor Bartolomeo Giera quondam signor Giacomo di Comelego di Cadore ivi presente, a nome anche del reverendo Giovanni Battista, di Francesco e dei figli dei defunti Giacomo e Giovanni Giera fratelli, et nepoti respective, i seguenti beni immobili: - un cortivo con case da muro coperte da coppi, horto, et pozzo poste nella villa di Colle luoco detto al Campei; - una pezza di terra arativa, piantata e vitata della misura di campi 1 e mezzo circa, posta in detta «villa», luogo chiamato Campo dell’Utia; - una pezza di terra arativa, piantata e vitata della misura di campi 8 circa, in detta «villa», luogo chiamato al Pos; - una pezza di terra arativa, piantata e vitata della misura di campi 2 circa, in detta «villa», luogo chiamato dietro Casa; - una pezza di terra arativa, piantata e vitata della misura di mezzo campo circa, in detta «villa», luoco chiamato la Badia; - una pezza di terra arativa, piantata e vitata della misura di campo 1 e quarti 1 circa, in detta «villa», luoco chiamato il Paludet; - una pezza di terra prativa della misura di campi 1 e mezzo circa, in detta «villa», luoco chiamato a Paludet; - una pezza di terra prativa della misura di campi 1 e mezzo circa, in detta «villa», luoco chiamato a Paludet. Per un totale di campi 16, quarti 3 circa, tenuti, et lavorati al presente da ser Zammaria et Bortolamio Feletti.
CIANI 1849, p. 19. Il Libro delle Parti riporta una sola convocazione del Consiglio di Ceneda, di licenza di mons. Bartolomeo Gera, in data 20 febbraio 1633. La registrazione successiva è del 26 giugno 1633, di licenza del Vicario, canonico Alessandro Graziani. Cfr. ASVV, Ceneda, Serie 3, 63, Libro delle Parti del Maggior e Minor Consiglio 1609-1683, c. 130v. 21
352
Il prezzo veniva convenuto in ducati 1.700, come da perizia di stima allegata di Bernardino Mantovani e Odorico Beltrame; la somma fu onorata immediatamente in monete d’oro22. - L’1 maggio 1680, in Ceneda, in casa del notaio. Mons. Bartolomeo Gera, vescovo di Feltre e il rev. Vettore Gera, suo nipote e canonico di detta città, concedevano ad affitto a Pietro Carbonera, presente con i figli Antonio e Andrea, la loro possessione in «villa» di San Martino, 22 ASTv, Notarile I Serie, notaio Domenico Ogniben, b. 1365, reg. 1660, cc. n.n. Questi gli immobili denunciati in estimo dai Gera: - Gli Heriedi del quondam signor Francesco Giera di Cadore, al presente il signor Giovanni Battista Giera, per polizza presentata con giuramento da Zamaria Fellet da Colle suo colonno, cavano per terre in detta Villa lavorate dal detto ad affitto formento stara trenta uno et calvee quattro. Vino di lor parte botte doi. Capponi para quattro. Polli para 4. Galline para doi. Ovi n° 50. [...]. Cfr. ASVV, Serravalle, Serie 8, 180, Estimo particolare dei cittadini e dei forestieri 1664, c. 124v. - Il signor Bortolamio Giera de Doriga di Cadore per sua poliza presentata da lui con giuramento disse cavar da suoi beni postI sotto il regolado di Formeniga come segue Per terre in Somera aquistate dal signor Mario Zuccato cava in contadi lire 22 et vino di parte conzi 4. Colono Filippo Somera. [...]. Per terre tenute da Toffol Meneghin acquistate da Menega Bet, et Pellegrina Meneghina cava d’affitto formento calvee 3. Vino di parte conzi 4, oltre quello paga al Vescovado. [...]. Per terre tenute da Matthio Miott aquistate da Iacomo Fontana cava formento calvee 3. Vino di parte conzi doi, oltre quello si paga di livello al Vescovado. [...]. Da Mattio de Meneghin per capitale di lire 500 cava lire 25 a cinque per cento. [...]. Per terre tenute da Iseppo Meneghin aquistate dal signor Agostin Filomena, Mario Zuccato, Pellegrina Meneghina, Menega Bitt cava d’affitto formento stara cinque. Vino botte quattro, et meza in circa, fieno carra uno, capponi para uno, et da morari lire 16:10. [...]. S’aggiunge per partita levata dal nome del signor Agostin Filomena per un capitale di lire 700, che haveva con Geronima relicta quondam Agnolo de Meneghin da Formeniga per conventione tra loro seguita. [...]. Cfr. ibidem (a c. 125r gli aggravi). - Monsignor illustrissimo e reverendissimo Vescovo di Feltre Bortolamio Giera per trasporto da gl’aggravij del signor conte Bortolamio Cesana, cava dal detto annualmente in contadi lire 315 [...]. Ibidem, c. 166v; - L’oltre scritto signor Bortolamio conte Cesana disse haver l’infrascritti aggravij videlicet [...] A monsignor illustrissimo et reverendissimo Vescovo di Feltre Giera lire trecento e quindeci lire 315 [...]. Cfr. ibidem, c. 35r. - Monsignor Bortolo Gera di Cadore ha una [pezza di terra] acquistata da Iseppo Bellot quondam Ventura a Caneve (?) arada piantada vidigada de campi 1 confina ser Giovanni, et Menego Fellet [...] item una [pezza di terra] acquistata da Bernardin Bolzan al Campardo de quarti 3 confina signor Canonico Gamba et Via [...]. Cfr. ASVV, Serravalle, Serie 9, 197, Estimo del proprio del territorio 1683-1693, c. 83r.
353
territorio di Serravalle, già di proprietà del fu conte Bartolomeo Cesana, della quantità di campi 41 e quarto mezzo circa; i terreni erano suddivisi per campi 33 di proprietà del vescovo Bartolomeo e per capi 8 e quarto mezzo del canonico Vettore. La locazione durerà cinque anni, iniziando della festa di San Pietro il prossimo giugno, corrispondendo l’annuo affitto per la festa di San Lorenzo (10 agosto) formento secco, netto e ben crivellato stara quarantauno, et la metà del vino, restando obligati essi Colloni a condure sino alla Follina un carazzo di formento alle case del reverendo signor Canonico, et l’altro col vino, et honoranze sino a Serravalle solamente etc. Item avena stara quatro, un animal porcino di peso de li[br]e cento cinquanta, capponi para cinque, et ovi n° 60, intendendosi anco riservata per gli illustrissimi, e reverendissimi Locatori la foglia de morari essistente sopra detta possessione esclusa quella di morari del cortile, che s’intenderà essere di Colloni medesimi [...]23.
La vitalità della famiglia Gera si può intravvedere anche nel seguente acquisto immobiliare dall’iter non lineare, nel quale la parte venditrice è un componente della facoltosa famiglia serravallese dei Sanfior. Il 20 giugno 1664, in Serravalle, in casa del nobile Ottavio del fu Lorenzo Sanfior, si ricordava che tempo prima egli aveva venduto a mons. Bartolomeo Gera, al presente Vescovo di Feltre una casa da muro, coperta di tolle, posta in piazza di Pieve di Cadore detta la casa dei volti (?) per pretio di ducati quattrocento, et cinquanta, come da atto rogato da Vettore Benaglia, nodaro di Val Mareno. Successivamente, in esecuzione di una sentenza emanata dal Vicario di Udine, giudice di appellazione per le cause civili in Cadore, Domenico Pasin quondam Agnolo si era aggiudicato la casa che era stata posta al pubblico incanto, per lo stesso prezzo di ducati 450; l’acquirente aveva poi ceduto l’immobile a Ottavio Sanfior. Hora constituito personalmente appresso me nodaro, et testimonij infrascritti il sopradetto molto illustre, et eccellentissimo signor Ottavio, et instò esser notato, come di novo per sé, et heredi ciede, et renontia Iure liberi al molto illustre, et eccellentissimo, et molto reverendo signor Gio:Batta Giera, qui presente, et accettante per nome suo, et delli signori suoi Consorti Giera, et heredi la sopradetta casa [...] per il pretio sopradetto di ducati 450 come in detto istrumento Benaglia [...]24. Alla luce delle fonti archivistiche presentate, non ci pare si possa escludere
ASTv, Notarile I Serie, notaio Giovanni Antonio Lotti, b. 2199 (ivi un buon numero di atti rogati per la famiglia Gera), reg. Protocollum Primum de anno 1680 [...], cc. 4r,v. 24 ASTv, Notarile I Serie, notaio Marco Cittolini, b. 2027, reg. 1663-1665, cc. 48r,v. 23
354
che il primo contatto tra i Pigatti e i Gera sia avvenuto durante la brevissima permanenza, come Vicario Generale della diocesi di Ceneda, di mons. Bartolomeo (a. 1633) e che le successive acquisizioni immobiliari nel territorio di Colle [Umberto] da parte di vari componenti della Famiglia abbiano poi rafforzato i rapporti di conoscenza e di probabile committenza comelicese, per opere eseguite dagli intagliatori di Conegliano, ancora da investigare. Va anche ricordato che il 28 dicembre 1772, il Magnifico Consiglio di Conegliano aggregò all’Assise il nobile Giuseppe fu (Gian)Francesco Gera, con i suoi successori, da alcuni anni stabilitosi in città e prima residente a Campea, ove il padre era morto il 28 dicembre 176825. Un’ultima osservazione. È già stato presupposto che, plausibilmente, le committenze altaristiche dei Ghirlanduzzi nel territorio comelicese siano state favorite dai Gera26, così come era consuetudine per le famiglie maggiorenti per censo e status sociale di dotare le chiese di altari, pale, arredi sacri, etc. Ciò non fa che rafforzare la nostra ipotesi per la bottega dei Pigatti, rimandandone la conferma con l’auspicata scoperta di nuove fonti archivistiche.
Bibliografia essenziale Alfarè Lovo, Fait, Sacco 2004 I. Alfarè Lovo, M. Fait, D. Sacco, Guida, in Aa. Vv., Tesori d’arte nelle chiese dell’Alto Bellunese. Comelico e Sappada, Belluno 2004 Cavalcaselle, Crowe 1974 G. B. CAVALCASELLE, J. A CROWE, Tiziano: la sua vita e i suoi tempi, (rist. anast.) Firenze 1974 Ciani 1849 G. CIANI, Vita di Bartolomeo Gera Vescovo di Feltre, Ceneda 1849
25 26
VALENTE 1941, pp. 17-18, 31. MANZATO, MENEGHETTI 2005, p. 48.
355
De Zorzi 2003 O. DE ZORZI, I Ghirlanduzzi, mastri intagliatori di Ceneda. Note biografiche e documentarie, in Aa. Vv., Il Flaminio cultura. Rivista di studi della Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane. N° 14. Aprile 2003, Godega di Sant’Urbano (TV) 2003 De Zorzi 2017 O. DE ZORZI, Vita artistica, religiosa, sociale e economica di Serravalle tra il Cinquecento e il Settecento, attraverso i documenti d’archivio, Vittorio Veneto (TV) 2017 Ericani 1997 G. ERICANI, La scultura lignea del Seicento nel Veneto, in A. M. SPIAZZI (a cura di), Scultura lignea Barocca nel Veneto, Cinisello Balsamo (MI) 1997 Fabbiani 1947 G. FABBIANI, Breve storia del Cadore, Feltre (BL) 1947 Gobbato 2016 F. G. GOBBATO, La famiglia Pigatti: da Mason Vicentino a Colle Umberto, ricerca in itinere Manzato, Meneghetti 2005 D. MANZATO, R. MENEGHETTI, I Ghirlanduzzi. Raccolta delle opere di una bottega di intagliatori cenedesi nel Seicento, Vittorio Veneto (TV) 2005 [Meneghetti] 2002 R. MENEGHETTI, I Ghirlanduzzi a Candide, in Bollettino Parrocchiale di Candide. Pieve di Santa Maria Assunta. Anno LXVIII, ottobre 2002 Mies 1995 G. MIES, Arte e artisti di Cappella Maggiore, Susegana (TV) 1995 Mies 2004a G. MIES, Arte e artisti nel territorio cenedese dall’Alto Medioevo ad oggi, in Aa. Vv., Ceneda e il suo territorio nei secoli, Godega di Sant’Urbano (TV) 2004 Mies 2004b G. MIES, Le testimonianze artistiche, in Aa. Vv., contributi per la storia di Cappella Maggiore, Cappella Maggiore (TV) 2004 Valente 1941 A.VALENTE, La famiglia Gera Minucci di Conegliano. Dal 1300 ai nostri giorni, Venezia 1941
356
Luisa Botteon
Arti e Commercio a Conegliano tra il 1823 e il 1824
Elenco degli Individui che hanno un rilevante Stabilimento di Industria e di Commercio nella Comune di Conegliano all’epoca 9 Gennaro 1823 Bruni Francesco Venditore di Cere, Farmacista Bernardi Giacomo, Trattore di Seta Bernardi Giovanni, Negoziante di Panni Bidasio, Deffendente e Lazzarj, Venditori all’ingrosso di Legnami Brugnoto Antonio, Venditore e Fabbricante di Legni Burol Pietro, Prestinajo Calissoni Bernardo, Fabbricatore e Venditore di Carrozze Canè Pietro, Commerciante di Granaglie Ciotti Giuseppe, Venditore di Liquori Da Frè Giacomo, Acconciatore di Pelli Da Ruos Innocente, Negoziante di Granaglie De Pol Bernardo, Salsamentario Favretti Giuseppe, Trattore di Seta Fabris Domenico, Trattore di Seta Furlan Pietro, Negoziante di Pani Fioretti Giacomo, Macellajo Francesconi Osvaldo, Macellajo Gera Giuseppe, Trattore di Seta
357
Galliazzi Domanico, Orefice Grassini Abramo, Negoziante di Granaglie, e Vini Galliazzi Giuseppe, Albergatore Montanari Giuseppe, Caffettiere Moschini Matteo, Trattore di Seta Rocchi Giuseppe, Negoziante di Pani, Telle Roviglio Giuseppe, Salsamentario Scremin Silvestro, Salsamentario Scudeler Angelo, Salsamentario AMMC, sez. B, b. 220
Ruolo Esercenti Arti e Commercio soggetti a Patente nel Comune di Conegliano nell’anno 1824 Cattegoria IX – Ricevitoria Comunale Tommaselli Adamo Cattegoria II - esercenti Filatojo, e Filanda da Seta Moschini Rubini Domenico Bernardi Giacomo Grassini Abramo Motta Simeone Fabris Domenico Favretti Giuseppe Lazzari Antonio Gera Giuseppe - Collalbrigo Dal Ben Laura – Collalbrigo Fanno Enrica Cattegoria IV – negozianti di Tessuti di Setta e Telle Forestiere Marenghi Giuseppe Grava Osvaldo Rocchi Giuseppe Longo Giacomo Zeniter Maria
358
Cattegoria VIII – orefici Galleazzi Filippo Simeoni Giusuè Cattegoria IX – negoziante di Ferro all’Ingrosso Fioretti Giacomo Cattegoria XII -Intraprenditori de’ Mezzi di Trasporto Rios Antonio Rappresentante la Società Abbonatrice Abboccattori de’ dazi Consumo De Mattia Angelo Cattegoria I – Pubblici Sensali Reggio Domenico Da Frè Francesco Fantuzzi Gregorio Di Vido Gio Batta De Zotti Francesco Cattegoria XII – Confettori ed acconciatori di Pelle e Cuoj Fioretti Pietro Fioretti Giacomo Da Frè Giacomo Cattegoria XIII – Venditori di Pelletteria Fioretti Pietro Da Frè Giacomo Cattegoria XIV – Venditori all’Ingrosso di Legname da opera e da Fuoco Bidasio e Lazzaris Socci Liana Girolamo Cattegoria II – Fabbricatori e Venditori di Cordaggi, Telle Greggie di Lino e Canape Fabro Girolamo Tonon Mariana Dall’Anese Angela Cattegoria VI – Commercianti al minuto di Rami, ottoni, Ferro e loro manifatture Di Martini Gio Batta Riboli Maria Ciapi Pietro Cattegoria III – Fabbricatori e Venditori di Ferrarie Moschini Matteo Zanepin Bernardo Furlan Francesca Bressanello Giacomo
359
Cattegoria IX – Rigatieri ed affittajuoli di mobili usati Michielli Bernardo Amigoni Filippo Cattegoria X – Tintori Fenti Silvestro Galleazzi Eredi – Collalbrigo Cattegoria XVI – Fabri Ferraj aventi Bottega o Fondaco Nardini Angelo Pajarin Domenico Favero Antonio d.o Mozzo Riva Bornancin Antonia Turchetto Giacomo Furlan Antonio Borga Giovanni Pradella Giuseppe – Ogliano Marchesin Antonio – Scomigo Rasera Gerardo – Collalbrigo Cattegoria XVII – Sarti aventi Bottega e Fondaco Petruzzi Pietro Rossetti Felice Basso Antonio Cattegoria XVIII – Calzolaj aventi Bottega e Fondaco Rios Paolo De Pol Antonio Da Ruos Antonio Granzenua? Girolamo Casorti Gio Batta Soldà Antonio Cattegoria XXII – Fabbricatori e Venditori di Fruste, Briglie, Sproni ed altri finimenti da Cavallo Calissoni Bernardo Brugnoto Antonio Frare Giovanni Cattegoria XXIX – Fabbricatori e Venditori di Botti, ed altri lavori di Legno Allegranzi Giovanni Botto Giuseppe Lazzari Giacomo Zorzato Giacomo Azzoni Francesco D’Este Cristoforo
360
Panizza Gio Batta Cattegoria XXXI – Fabbricatori e Venditori di Cappelli Lotti Antonio Rossetti Antonio Cattegoria XXXVII – Maniscalchi Benedetti Domenico Peghin Pietro Cattegoria XXXVIII - Barbieri aventi Bottega Rios Bortolo Caliman Vincenzo Baldan Basiglio D’Este Antonio Valoto Gaetano Baldan Lorenzo Cattegoria XXX – Venditori e Compratori di Strazzi e ferri vecchi Fiorin Dominica Cattegoria XXXI – Vetturali, negozianti di Carrozze, Carri, Cavalli, compresi quelli per trasporto per Terzi Benetti Gio Batta Marin Gio Batta Moschini Matteo Pelosio Luigi Formini Giuseppe Barbaro Pietro Zorzi Nicolò d.o Sarmede Cescon Anibale Furlanetto Giovanni Cattegoria XXXXIV – Affitta Letti Bernardi Bogner Francesca De Carli Anna Sezione I - Cattegoria V – Commercianti di Granaglie all’Ingrosso Grassini Abramo Canè Pietro Da Ruos Innocente Marson Luigi Foscan Gio Batta Zorzetto Antonio Cattegoria VI – Salumieri e Salsametarj Fabro Girolamo Roviglio Giuseppe A.
361
Scremin Silvestro Scudeler Angelo De Pol Bernerdo Roviglio Giuseppe B. Bernardi Giacomo Vascellari Giuseppe e Gio. Fratelli Cattegoria IX – Bottiglieri e Caffettieri Bernardi Giacomo Montanari Giuseppe Padrin Domenico Cipolato Marco Picelesin Anna Marcò Canè Pietro Cadel Angelo Mattiuzzi Giovanni Sezione I - Cattegoria X – Biscazieri e proprietarj di Bigliardi Bernardi Giacomo Cattegorie XII - XIII – osti ed Albergatori aventi Stalazzo Galleazzi Fratelli Mason Eredi Pecolo Benetti Gio Batta Eredi Zanuchi Gio Batta Gabioli Giovanni Sezione II - Cattegoria V – Trattori Menegaldo Luigi Cattegoria VI – Bettolieri e Venditori di Vino al Minuto Pradella Catterina Pasini Angelo Longo Giuseppe Molena Antonia Colodel d.o Moro Giacomo Roveda Maria Roveda Giuseppe Bari Benedetto Marcatelli Pietro Marin Gio Batta Casorti Bin Lucia Ferracin Pasqualin Marenghi Giuseppe Waluschirig Angela
362
Colombera Giuseppe Zorzato Giacomo Sardon Marchioro Antoniazzi Angelo - Costa Boschieri Antonio – Collalbrigo Venturini Angela – Scomigo Piovesana Francesco - Campolongo Minet Giuseppe – Collalbrigo Sezione II – Cattegoria VII – Macellaj Fioretti Antonio Ferracin Pasqualin Colombera Giuseppe A. Francesconi Osvaldo Barazza Antonio Colombera Giuseppe B. Wolponel Antonio Cattegoria VIII – Fabbricanti di Candelle di Sego Scremin Silvestro Cattegoria IX – Pizicagnoli Gennario Giuseppe Ciassi Gioseppa Ferracin Fasqualin Fanno Enrica Cattegoria X – Venditori al minuto di Granaglie, oglio Mascuti Augusta Foltran Giovanni Basi Benedetto Sempronio Domenico Francescato Giovanni Colombera Gio Batta Di Vido Antonio Selvi Gio Batta Sezione II – Cattegoria X – Venditori di droghe, Cere, Vini forastieri, Acquavite, Rosolj ed altri Liquori Bruni Francesco Ciotti Giuseppe Colombera Andrea Riva Cappellan Marco Sezione III – Cattegoria I – Prestinaj e Fornaj Burol Pietro
363
Canè Pietro Marson Luigi Gardenal Giacomo Bassanin Angelo Marchetti Giacomo Maviglia? Giacomo De Mattia Angelo Cattegoria IV – Fabbricanti di Paste non dolci Canè Pietro Ferrari Giustina Zoncato Dominica Cattegoria V – Mugnaj Marin Francesco Moschini Matteo Ferracin Domenico – Collabrigo Rivaletto Alvise Marin Pier Antonio Manente Giovanni Tessitori Negro Angelo Sarte senza Bottega, fondaco o giornalieri Marin Andriana Zuccato Luigia De Pol Maria Barbetta Teresa Filatojo da Seta per conto proprio Scramin Silvestro Tonon Mariana Calzolaj senza Bottega Rossetti Andrea Matterazzai senza Bottega Polli d.o Casagranda Agostino Politori d’oro e d’Argento senza Bottega Molea Pietro Casorti Andrea Selvi Agostino Dalla Deputazione Comunale di Conegliano li 12 Giugno 1824 Li Deputati A. Montalban, G. Favretti AMMC, sez. B, b. 220 364
365
Indice
Loredana Imperio (Presidente del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche) Presentazione ............................................................................................................................................................................. pag. 7 Giovanni e Silvia Tomasi Gli artigiani della pietra e dell'argilla....................................................................................................... pag. 9 Andrea Peressini Per la storia del Prosecco: l’inventario (1712) dei vini del «magazzino da malvasia» in calle del Remedio a Venezia........................................... pag. 87 Oscar De Zorzi Arti meccaniche a Serravalle: attività, patti societari, apprendistato e assunzioni (secc. XVI-XVIII) ............................................................................... pag. 99 Luisa Botteon L’industria della seta a Conegliano nel Settecento ............................................................pag. 185 Giorgio Zoccoletto Il lanificio di Follina durante la guerra dei sette anni 1756-1763..................pag. 223 Oscar De Zorzi Simon de i Faveri. Vita di un bottegaio nella Serravalle della prima metà del Seicento ......................................................................................................................pag. 251 Loredana Imperio Spezie e bevande esotiche a Ceneda e Serravalle nell’Ottocento
..................
pag. 273
Carla Pizzol Luigi Renier, farmacista e patriota risorgimentale .............................................................pag. 295
366
Angelo Vettorello Da Valmareno a Berna: una storia di emigrazione alla fine dell’Ottocento......................................................................................................................................... pag. 317 Massimo Della Giustina I comuni censuari di Fadalto, Longhere e Serravalle negli atti preparatori della levata catastale austriaca (1826-1827) .........................................pag. 307
COMUNICAZIONI Oscar De Zorzi - Franco Giuseppe Gobbato Un’opera poco nota degli intagliatori Pigatti di Conegliano: l’Altare Maggiore nella Parrocchiale di Santa Maria Assunta di Candide ...............................................................................................................................................................................pag. 347 Luisa Botteon Arti e Commercio a Conegliano tra il 1823 e il 1824 .....................................................pag. 357
367
Finito di stampare nel mese di novembre 2018 dalle Grafiche De Bastiani Godega di Sant'Urbano (TV)
368