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REPUBBLICA E FORZE ARMATE. LINEE INTERPRETETATIVE E DI RICERCA

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REPUBBLICA E FORZE ARMATE

Linee interpretative e di ricerca

Acta del Convegno di Studi tenuto a Roma il 25 e 26 ottob~ 2006 presso il Centro Alti Studi per la Difesa

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MINISTERO DELLA DIFESA COMMISSIONE ITALIANA DI STORIA MILITARE

REPUBBLICA E FORZE ARMATE LINEE INTERPRETATIVE E DI RICERCA

Acta del Convegno di Studi tenuto a Roma il 25 e 26 ottobre 2006 presso il Centro Alti Studi per la Difesa

a cura cli Giuliano Giannone

ROMA 2007


Š 2007 - C.I.S.M. Commissione Italiana di Storia Militare I dÚitti di traduzione, di memorizzazione e di adattamento anche pa1ziale, con qualsiasi mezzo, sono 1iservati per tutti i Paesi. In copertina: Roma, Palazzo Salviati, sede del Centro Alti Studi per la Difesa


Repubblica e For-{.e Armate

PRESENTAZIONE Onorevole E111idio Casula Sottosegretario di Stato alla Difesa

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con vero piacere che ho accettato l'invito del Presidente della C.I.S.M. di presentare il volume "La Repubblica e le Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca", nel quale sono raccolti gli Atti di un importante Convegno di Studi organizzato, nell'ottobre del 2006 presso la sede del Centro Alti Studi per la Difesa, dalla Commissione Italiana di Storia Militare, la C.I.S.M. Scrivere la presentazione di un libro che tratta di storia è in ogni caso un compito davvero stimolante perché la Storia, per sua natura, deve registrare gli avvenimenti del passato con la dovuta obiettività. Obiettività che si auspica divenga via via crescente con il trascorrere degli anni e il succedersi delle generazioni. Soprattutto le generazioni future, affinché non ripetano gli errori del passato, possono trarre ampio beneficio da ciò che ci consegna la Storia, recependolo quale fondamentale ausilio offerto dalle esperienze vissute da chi ci ha preceduto. Nel Convegno sono analizzate alcune fra le più significative vicende storiche italiane degli ultimi sessant'anni; e sono trattate da prospettive alquanto diverse tra loro e, per questo, ancora più meritevoli di attenzione per un eventuale "approfondimento incrociato" da parte cli un vero appassionato di storia. I temi sviluppati nei diversi interventi vedono, al centro dei fatti, sempre le nostre Forze Armate, che come è stato efficacemente riferito da più di un relatore nel corso del Convegno, dal secondo conflitto mondiale erano uscite in condizioni, morali e materiali, quanto mai disastrose e scoraggianti, pagando, come la popolazione tutta, un prezzo assai alto per i disastri della guerra, prima, e per le conseguenze di un penalizzante Trattato di pace, poi. Riemergere dalle rovine, ricostruire quanto gli eventi bellici avevano distrutto (non solo in senso materiale) ed anche poter riguadagnare la propria immagine nell'opinione pubblica italiana ed all'estero, iniziando proprio dal riprendere poco alla volta la fiducia in se stessi, doveva allora sembrare un'impresa quasi titanica, sia per la nazione sia per le Forze Armate. E invece ... l'Italia ce l'ha fatta. Numerose e importanti sono state le difficoltà superate, numerosi e importanti sono stati i traguardi raggiunti, in un insieme

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Repubblica e Fmze Art11ate

di avvenimenti che hanno contraddistinto la vita della nazione nei sessant'anni trascorsi dalla firma della Costituzione ai giorni nostri. Sessant'anni che sono stati caratterizzati da significativi cambiamenti e da ristrutturazioni tuttora in atto; un importante percorso che le Forze Armate italiane hanno sempre effettuato nel pieno rispetto dei doveri costituzionali, rappresentando onorevolmente la nazione nei contesti internazionali: le numerose missioni di pace all'estero ne sono una valida testimonianza. Tali concetti, che alquanto sommariamente ho qui tentato di riassumere, sono ampiamente trattati negli interventi riportati in questo volume, tutti improntati a rilevante rigore scientifico e a sicura onestĂ intellettuale, elementi, questi, che impreziosiscono l'opera degli illustri relatori, a conferma della qualificata attivitĂ svolta dalla Commissione Italiana di Storia Militare, alla quale rivolgo il mio convinto apprezzamento.

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LA COMMISSIONE ITALIANA DI STORIA MILITARE

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a Commissione Italiana di Storia Militare (C.I.S.M.) è sta~a istituita nel 1986 presso il Ministero della Difesa (D.M. 21.11.86). E affiliata alla Commissione Internazionale di Storia Militare, cui aderiscono trentanove Stati. La C.I.S.M. è costit1-1ita al fine di «promuovere iniziative utili a migliorare la conoscenza della Storia Militare italiana e comparata, valendosi del contdbuto di rappresentanti di istituzioni che si dedicano allo studio dei vari aspetti della disciplina». Tra le sue attività principali figurano l'organizzazione, con cadenza annuale, di un convegno nazionale, la partecipazione al congresso internazionale tenuto a rotazione nei singoli Stati, nonché la realizzazione dello stand delle Forze Armate al Salone del Libro di Torino. La Commissione dipende dal Capo di Stato Maggiore della Difesa ed è composta dai Capi degli Uffici Storici degli Stati Maggiori dell'Esercito, della Marina, clcll'Aeronautica e dei Comandi Generali dell'Arma dei Carabinieri e della Guardia cli Finanza. È presieduta dal più anziano dei Capi degli Uffici Storici. Per i suoi lavori si avvale di un esperto civile, nominato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, e di una Consulta composta da esperti militari e civili, studiosi cli Storia militare. La C.I.S.M., all'epoca del convegno, aveva sede a Roma, presso l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Aeronautica, Viale dell'Università, 4 e ne era Presidente il Colonnello dcli' Aeronautica Euro Rossi, Capo dell'Ufficio Storico dell'A.M.

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Repubblica e Fotze Armate

COMITATO D'ONORE

. On. Pref. Arturo Parisi, Ministro della Difesa ' A.mm. Giampaolò Di Paola, Capo di Stato Maggiore della Difesi Gen. CA. Filibetto Cecchi, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Am111. Sq. Paolo,1/1..Ro.ra, Capq di Stato Maggiore della Marina. Gen. SA. Vincenzo Camporini, Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Gen. CA. Gianfrancesco Siazzu, Comandante.Generale dell'Arma dei Carabinieri '

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. Gen. C.A. Gianni Botondi, Segretario Generale della Difesa/D.N.A. Gen. CA. Roberto Speciale, Comandante Generale della Guardia di Finanza Gen. CA; Gtu1'ejpe Valotto,·Presidente del Centro 1\lti Studi.Difesa Pref. &nato Guarini, Magnifico Rettore dell'Università di Roma "La Sapienza" Pref. Paolo Prodi, Presidente della Giunta Storica Nazionale

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COMITATO SCIENTIFICO

Col. Euro Rossi, Presidente C.I.S.M. e Capo dell'Ufficio Storico dell'Aeronautica Militare C. V france.reo Carlo Rizzo di Grado e di Premuda, Capo dell'Ufficio Storico della Marina Militare

Col. Matteo Paesano, Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito Ten. Col. Giancarlo Barbonetti, Capo dell'Ufficio Storico del Comando Generale dei Carabinieri

Ten. Col. Paolo Kalenda, Capo dell'Ufficio Storico del Comando Generale della Guardia di Finanza

Gen.(r) Giuliano Giannone, Collaboratore dell'Ufficio Storico dell'Aeronautica Militare

Pref. Piero Del Negro, Università degli Studi di Padova Pref. Massimo de Leonardis, Università Cattolica di Milano Pref. Romain H. Rainero, Università degli Studi di Milano

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Repubblica e Fo1ze Armate

SOMMARIO Presentazione On. Emidio Casula - Sottosegretario di Stato alla Difesa

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La Commissione Italiana di Storia Militare

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Comitato d'Onore

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Comitato Scientifico

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Indirizzo di benvenuto Gen. C.A. Giuseppe Va/otto - Presidente del C.A.S.D.

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Indirizzo di saluto Amm. Giampaolo Di Paola - Capo di Stato Maggiore della Difesa

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Introduzione ai lavori Col. Euro Rossi - Presidente della C.I.S.M.

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PARTE I - 25 OTTOBRE 2006 PRIMA SESSIONE

Presidenza: Cap. Vasc. Francesco Carlo Rizzo di Grado e di Premuda Capo Ufficio Storico M.M.

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L'eredità della Seconda Guerra Mondiale Prof. Romain H. Rainero - Università Statale di Milano

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Forze Armate e partiti politici dalla Resistenza alla Repubblica Prof. Raimondo Luraghi - Università di Genova

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39

Un ministro della Difesa negli Anni Ottanta On. Lelio Lagorio - già Ministro della Difesa

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49

Forze Armate ed emergenze: un ausilio al Paese Gen. Mmio Arpino - già Capo di Stato Maggiore della Difesa

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La caduta del Muro di Berlino: nuova strategia d'impiego delle Forze Armate Gen. Carlo ]ean - L.U.1.S.S. Guido Cadi di Roma

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Repubblica e F01ze Ar1JJate

PARTE II - 26 OTTOBRE 2006 SECONDA SESSIONE

Presidenza: Col. Matteo Paesano - Capo Ufficio Storico E.I. Le Forze Armate nella strategia e nella politica estera della Repubblica Prof. Massimo de Leonardis - Università Cattolica cli Milano Forze Armate e alleanze internazionali Prof. Matteo Pizzigallo - Università "Federico II" cli Napoli Lo spirito democratico delle Forze Armate: il dettato costituzionale Prof. Giusepj;e de Vergottini - Università cli Bologna

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95

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TERZA Sl'.SSIONE

Presidenza: Ten. Col. Giancarlo Had1011etti - Capo Ufficio Storico C.C.

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dell'Italia con le missioni all'estero Prof.ssa Maria Gabriella Pasquali11i - Università di Palermo

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Le Forze di Polizia militari nel dopoguerra Ge11. Pier Paolo Meccmiello - Collaboratore U ffìcio Storico G.cl.E

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Militari e civili al confine orientale accomunati in una tragedia Gen. Riccardo 13asile - Vice Presidente Comitato Martiri delle Poibe Prigionieri di guerra: problemi economici e politici del reinserimento Prof.ssa Anna Matia Isastia - Università "La Sapienza" cli Roma Il contributo delle Forze Armate all'immagine internazionale

QUARTA SESSIONE

Presidenza: Ten. Col. Paolo Kale11da - Capo Ufficio Storico G.d.F Il sistema di reclutamento: una riforma epocale Prof. Virgilio !lati - Università Cattolica cli Milano

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&pubblica e Forze Armate

Gli istituti di istruzione militare nel periodo della Repubblica Pref. Nicola Labanca - Università di Siena

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L'immagine dei militari presso l'opinione pubblica attraverso il "calendario liturgico" della Repubblica Dott. Marco Cuzzi - Università Statale di Milano

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QUINTA SESSIONE

Presidenza: CoL Euro Rossi - Capo Ufficio Storiço A.M. PIL e bilanci della Difesa CA. Valter Girardelli - Stato Maggiore Difesa - Ufficio P.P.B. L'impulso delle Forze Armate allo sviluppo industriale nazionale Pref. Michele Nones - Istituto Affari Internazionali Considerazioni conclusive Pref. Massit110 de Leonardis - Università Cattolica di Milano

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Repubblica e Forze Armate

INDIRIZZO DI BENVENUTO Gen. C.A. Gittseppe Va/otto Presidente del C.A.S.D.

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norevole Casula, Signor Capo di Stato Maggiore della Difesa, Autorità militari e civili, gentili ospiti, ancora una volta Palazzo Salviati accoglie l'annuale convegno della Commissione Italiana di Storia Militare. È con grande piacere ed entusiasmo che abbiamo aderito alla richiesta formulata, anche se, purtroppo, in concomitanza con l'importante avvenimento di domani, quando sarà ufficialmente aperto l'Anno accademico 2006-2007. Sono certo che questo convegno sulla storia militare costituirà un ennesimo momento estremamente interessante: basta soffermarsi un attimo sul tema e sullo spessore dei relatori per capire l'elevato profilo di questa manifestazione, che saprà senz'altro tracciare un ampio (Juadro dell'impegno delle nostre Forze Armate nel corso degli anni difficili del dopoguerra. Sono stati gli anni che hanno visto la nostra faticosa rinascita, una rinascita che ha ridato alle nostre Forze Armate una grande credibilità e considerazione, sia in campo nazionale sia in campo internazionale. E di questo ne sono diretto testimone per le mie esperienze quale Comandante di Brigata multinazionale in Bosnia, quale Vice Comandante del Corpo d'Armata di Reazione Rapida della NATO e quale Comandante di I<FOR. E quindi con la soddisfazione che il C.A.S.D., dopo la felice esperienza del maggio 2005, sia ancora la cornice, a mio parere ideale, di questa manifestazione, auguro buon lavoro a tutti e cedo la parola all'Ammiraglio Di Paola, Capo di Stato Maggiore della Difesa, per il suo indirizzo di saluto. Grazie ancora a tutti gli intervenuti.

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INDIRIZZO DI SALUTO Amm. Giampaolo Di Paola Capo di Stato Maggiore della Difesa

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norevole Sottosegretario Casula, sono lieto di porgere a Lei e a tutti gli intervenuti a questo Convegno il saluto caloroso e sincero delle Forze Armate, e mio personale. Un saluto particolare rivolgo a tutti gli intervenuti, agli studiosi e ai relatori qui presenti, la cui ampia e qualificata partecipazione conferma una crescente, e quanto mai auspicabile e auspicata, attenzione del mondo accademico verso il mondo della sicurezza e della difesa. Ringrazio il presidente del C.A.S.D., generale Valotto, per aver reso possibile lo svolgimento di questo convegno, secondo i canoni di tradizionale eccellenza che caratterizzano le attività di questo prestigioso Istituto. Il tema sul quale oggi la Commissione Italiana di Storia Militare chiama a convegno studiosi ed esperti riguarda l'essenza della ragion d'essere delle Forze Armate quale istituzione della Repubblica. In questi sessant'anni, trascorsi da quel 2 giugno 1946 che segnò la nascita della nostra Repubblica, le Forze Armate hanno compiuto un lungo percorso, spesso molto difficile, durante il quale hanno costantemente assolto, fedeli ai dettami costituzionali, la fondamentale funzione di sicurezza assegnata loro dal Paese. Quel "2 giugno", per il cui raggiungimento le Forze Armate avevano dato un contributo molto rilevante, spesso determinante, rappresentò per l'intera Nazione il punto di partenza verso il futuro, verso il nostro presente. Da quel giorno le Forze Armate hanno saputo rinnovare il loro impegno perché l'Italia divenisse ciò che è oggi: un Paese libero, democratico, saldamente inserito nel consesso internazionale e nelle sue Istituzioni più significative. Superati i difficili anni del primo dopoguerra e della ricostruzione, in un'Europa divisa, le Forze Armate furono chiamate a fornire il loro contributo a quell'Alleanza Atlantica che ci ha visto fra i Paesi fondatori e per merito della quale il vecchio continente, in sicurezza, grazie all'alleanza con gli Stati Uniti, ha saputo gettare le basi per la costruzione dell'Unione Europea. Questa nuova dimensione della realtà europea si va sviluppando sullo sfondo di un cambiamento epocale dello scenario internazionale di sicurezza, un

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Rej>ubblic(I e l·'rnze Art11(lfe

cambiamento modellato dal processo di globalizzazione, che richiede un approccio sempre più integrato e globale, e chiama il nostro Paese a condividere iniziative, sforzi ed impegni della comunità internazionale per garantire la stabilità e la pace nella sicurezza. In questo quadro, le Forze Armate hanno saputo fare e stanno facendo ancora una volta la loro parte. Alla rivoluzione dello scenario di sicurezza le Forze Armate hanno saputo rispondere attraverso lo sforzo di trasformazione che hanno avviato e che stanno portando avanti con determinazione, visione prospettica e concretezza in un quadro generale non certo facile sul versante delle risorse. Credo che nella fase che stiamo vivendo il contributo della componente militare al "Sistema Paese" - e al suo rnolo internazionale - sia una realtà davanti agli occhi di tutti, innegabile e incontrovertibile, anche per chi abbia un'idea precostituita dello strnmento militare. Oggi circa 1Omila militari operano quotidianamente al di fuori del territorio nazionale - in teatri che vanno dall'Africa Sahariana all'Asia sud-occidentale, attraverso il Mediterraneo, i Balcani, il Libano, il Medio Oriente, il Golfo Persico, l'Oceano Indiano occidentale fino all'Afghanistan - a sostegno delle iniziative intraprese dal nostro Paese nell'ambito della comunità internazionale per la sicurezza, la stabilità e la pace nel mondo. Un impegno pienamente coerente con i dettami della nostra Carta Costituzionale e, più ancora, a diretto sostegno di quei valori di libertà e di democrazia, che della Costituzione sono i valori fondanti. Il Convegno che si apre oggi rappresenta, dunque, un'eccellente opportunità per analizzare l'evoluzione delle Forze Annate in questi sei decenni e come esse siano state in grado di adeguarsi ai mutamenti della Nazione e del quadro internazionale. Ma più ancma ritengo importante che attraverso questa analisi si possa approfondire come e perché se da un lato le Forze Armate hanno compiuto costantemente uno sforzo importante per assolvere la loro missione al servizio del Paese, dall'altro non sempre il Paese sia riuscito a dedicare alle proprie Forze Armate quell'attenzione, anche critica quando necessario, ma non sempre solo critica, che esse meritano e di cui hanno bisogno. Si tratta cli un approfondimento che giudico molto importante perché ritengo che la rivoluzione dello scenario di sicurezza che siamo chiamati ad affrontare ci imponga di guardare al futuro con una nuova visione. Abbiamo bisogno di costrnire quella che il Ministro Parisi ha recentemente definito come "una cultura della Difesa". Dobbiamo consolidare cioè una visione prospettica e programmatica chiara, completa e articolata - e soprattutto ampiamente condivisa - cli quello che debba

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Repubblica e F01z.e Armate essere la Difesa nel nostro Paese e degli oneri che tutto ciò comporta. Si tratta di sviluppare, a partire dagli organismi istituzionali, quella strategia di lungo termine che definisca ruoli e livelli di ambizione, in un quadro di coerenza fra obiettivi e risorse. Per riuscire in questo percorso è anche importante sviluppare una riflessione sul passato, al fine di saper guardare con maggior lungimiranza e chiarezza al futuro, un futuro che è già cominciato. La riflessione sul passato deve però saper cogliere l'essenza di ciò che è stato, non essere semplice nostalgia o stanco modello ripetitivo su cui costruire il futuro. Perché la rivoluzione dello scenario di sicurezza richiede il coraggio e la visione per saper andare anche oltre l'esperienza del passato per costruire un nuovo modello di Forze Armate basate sull'integrazione interforze e multinazionale, pienamente inserite nel contesto europeo ed atlantico e coerenti con un approccio olistico ed interdisciplinare della sicurezza globale. In tale ottica questo Convegno, che viene a coincidere con l'apertura dell'Anno Accademico del C.A.S.D. - ovvero della palestra di formazione e di riflessione progettuale più importante del "sistema Difesa" - può e deve essere un momento significativo di riflessione sul passato per costruire il futuro. Più ancora auspico che questi lavori, che la Commissione Italiana di Storia Militare sta portando avanti con grande impegno, possano contribuire a sensibilizzare le componenti più avanzate e lungimiranti del mondo degli opinion leaders e degli opinion makers sull'importanza di una condivisa cultura della Difesa, affinché, insieme, si riesca a far sì che il "sistema Paese" sappia essere in grado di rispondere efficacemente, nel contesto della comunità internazionale, alle nuove sfide della sicurezza globale. A tutti i partecipanti un augurio di buon lavoro!

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Repubblica e Forze Armate

INTRODUZIONE AI LAVORI CoL Euro Rossi Presidente C.I.S.M.

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norevole Sottosegretari~ di Stato alla Difesa, Signor Capo di Stato Maggiore della Difesa, Presidente del C.A.S.D., autorità, gentili signore e signori, inizia oggi l'appuntamento con la storia, promosso dalla Commissione Italiana di Storia Militare con il suo tradizionale convegno nazionale, ilcui tema è: "Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca". Ho il piacere di rivolgere ai presenti un cordiale benvenuto, in qualità di Presidente della Commissione e a nome di tutti i Capi Uffici Storici che la compongono. Sono anche lieto di informarvi che quest'anno il nostro convegno si svolge con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e ciò è stato possibile grazie all'interessamento del generale Ficuciello, Consigliere Militare dell'attuale e del precedente Primo Ministro. Un doveroso ringraziamento va al Centro Alti Studi per la Difesa e, in particolare, al generale Vincenzo Camporini, che ha presieduto il Centro fino a pochi giorni or sono, e all'attuale presidente, generale Giuseppe Valotto. Il C.A.S.D., infatti, anche in questa occasione, dopo la felice esperienza dell'incontro organizzato il 1O maggio 2005 alla presenza del Capo dello Stato, ha messo a nostra disposizione quanto necessario affinché questo convegno potesse svolgersi nel migliore dei modi. L'aver profuso energie a favore della Commissione Italianadi Storia Militare, pur nella concomitanzadell'aperturadell'Anno Accademico, testimonia, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l'alta capacitàorganizzativa del C.A.S.D. ela professionalità e disponibilità del personale preposto. La C.I.S.M., come noto, per i suoi convegni è itinerante, in quanto si pone l'obiettivo di presentare la sua attività in tutta l'Italia per ricercare un contatto ideale con gli studiosi delle varie università, a similitudine di quanto fa la Commissione Internazionale, cui siamo affiliati, che organizza ciclicamente i suoi convegni in differenti Stati. Quest'anno la scelta era caduta su Firenze, in quanto il convegno sarebbe stato organizzato congiuntamente con il Centro Interuniversitario di Studi e Ricerche Storico-Militari e sponsorizzato dalla Regione Toscana che, per l'acca-

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Repubblica e Fo,z.e Ar111ate

sionc, voleva ricordare specificatamente la ricorrenza dei sessant'anni della Repubblica e della Carta Costituzionale. Periodo storico, questo, già in parte trattato in un nostro precedente convegno. Problemi di carattere tecnico e di bilancio hanno tuttavia impedito di lasciare Roma, mentre il tema a suo tempo concordato è rimasto invariato. Per venire ai contenuti che andremo a trattare, il Convegno intende ripercorrere un periodo nel c1uale le Forze Armate hanno riguadagnato gradualmente credibilità e considerazione, sia in campo nazionale che internazionale. Eppure, tutti sappiamo come esse uscirono dal secondo conflitto mondiale, che ne aveva profondamente minato il prestigio e l'immagine. Come ebbi a suo tempo occasione di affermare di fronte al Presidente Ciampi, le Forze Armate, considerate colpevoli degli eventi di cui erano state vittime, vivevano una situazione estremamente critica di precarietà cd incertezza. È stato un lungo cammino in un arco temporale di oltre mezzo secolo, caratterizzato da numerose trasformazioni nel contesto internazionale e nella nostra società, in cui i militari hanno dato prova di saper adeguarsi ai mutamenti, nel rispetto del dettato costituzionale, e di assumere allo stesso tempo il ruolo di obbedienti protagonisti nella scena mondiale, in molti differenti teatri operativi e nella veste di sentinelle della pace e della democrazia. A conferma di ciò, desidero segnalare che, recentemente, nel convegno internazionale di studi "La NATO e le nuove sfide per la Forza Militare e la Diploma:da", svoltosi a Milano presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore ed organizzato dal qui presente prof. Massimo dc Lconardis, l'editorialista del Coniere della Sera Franco Venturini ha affermato che i più significativi successi della politica italiana in campo internazionale nel periodo post-bipolare sono da attribuire proprio ai militari. Sono del parere, peraltro, che non si potrà esaurire in due soli convegni quanto accaduto in questi sessant'anni, anche perché gli storici ancora non si sono del tutto svincolati da un quadro interpretativo degli avvenimenti che appare di tipo prevalentemente ideologico e corporativistico. Si è in una società in cui la cultura ufficiale e la storiografia sono tuttora annebbiate da censure politiche, da tentativi di considerare l'obiettività storica un becero revisionismo e il solerte ricercatore uno scomodo reazionario. La storia non è una realtà desiderata o immaginata, ma è e deve rimanere una realtà vissuta. Ritengo, inoltre, di non dover temere smentita nell'affermare che è possibile approfondire l'analisi di questo periodo sicuri di non ripeterci, ma nella consapevolezza che sempre qualcosa cli nuovo potremmo aggiungere. Anche a tale riguardo, non posso terminare questa mia breve introduzione ai lavori senza fare cenno alle risultanze derivanti da quanto emerso nel preceden-

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Repubblica e Forze Armate

te convegno della C.I.S.M. sugli archivi, biblioteche e musei. Infatti, grazie alla sensibilità del Capo di Stato Maggiore della Difesa, che ha recepito pienamente l'esigenza manifestata da più parti - mondo accademico e Stati Maggiori -, è in corso l'iter per la costituzione dell'Ufficio Storico dello S.M.D. Quando raggiunto, sarà questo un risultato di notevole portata, atto a colmare una grave lacuna e che ci permetterà di allinearci alle organizzazioni nel settore storico della maggior parte degli Stati affiliati alla Commissione Internazionale di Storia Militare. «Un risultato vitale - e qui riprendo le parole dell'Ammiraglio Di Paola - per una conetta e scientifica gestione degli archivi storici militari e che consentirà di fare chiarezza nelle normative ed incrementare la professionalizzazione del personale dedicato» e, mi permetto di soggiungere, di porre gli storici e i ricercatori in grado di operare secondo quegli auspici di cui ho fatto cenno poc'anzi. In chiusura, colgo l'occasione per ringraziare Raimondo Luraghi, professore emerito dell'Università di Genova e "storico" fondatore e già membro civile della nostra Commissione, per il qualificato contributo di pensiero e la preziosa collaborazione che da tanti anni continua a svolgere, facendogli dono della medaglia, coniata appositamente per la C.I.S.M. dal Maestro Luciano Zanelli. E ora, nel salutare il Sottosegretario Casula e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, che insieme con le altre Autorità lasceranno la sala, dichiaro aperto il convegno, augurando a tutti buon lavoro.

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L'EREDITÀ DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

RfJJnain H. Rainero

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a fine della seconda guerra mondiale trovò l'Italia in piena crisi e le origini di tali crisi non possono essere banalmente individuate nell'esito negativo di un impegno militare il c.1uale, iniziato con tronfia sicurezza il 1Ogiugno 1940, si era concluso in modo tragico, dopo quasi cinque anni, con la sconfitta e la resa senza condizioni. Parlare di una "eredità della seconda guerra mondiale" potrebbe essere evocato in sintesi con "lacrime e sangue", in un periodo che l'Italia tutta stava vivendo drammaticamente. Anche il tragico intermezzo della caduta del fascismo con l'eliminazione del colpevole Mussolini e con l'illusione della fine di ogni sofferenza, con il motto di "tutti a casa!" dell'S settembre 1943, si rivelava quale drammatica sceneggiata di un popolo che, alla prima notizia della caduta del regime, aveva fatto scrivere all'autorevole Corriere della Sera un editoriale che plaudeva alla vicenda: «L'I talla ieri ha sorriso. Chi è sceso nelle piazze cittadine, chi ha percorso i sobborghi, chi ha attraversato in treno campagne e province, ha visto questo miracolo: l'Italia sorridere ... ». Ahimè! era tutta una illusione. L'amarezza più cruda doveva ancora arrivare. Ed erano apparsi in piena luce, a conflitto davvero terminato, i traumi profondi cli una popolazione uscita con sofferenze indicibili da una guerra, che aveva coinvolto non solo i lontani fronti cli una feroce battaglia, ma lo stesso territorio nazionale, con scontri cruenti, con bombardamenti generalizzati, con occupazioni sanguinose, con rastrellamenti generalizzati e con dilaniamento intestino della stessa compagine nazionale, frutto cli una vera "guerra civile". La guerra, che terminava in Europa 1'8 maggio 1945 alle ore 23, non recava se non frutti amari in una Italia tutta da reinventare, nella speranza di una rinascita morale, politica ed economica. Filippo Sacchi ne doveva ricordare, con amarezza, quella che egli definiva «la pallida pace», scrivendo: «Spunta finalmente la pace sul mondo in rovina. Pallida, faticosa pace, quasi alba che si leva esitante tra nere caligini. E caligini sono ancora nel mondo, caligini sono negli occhi delle moltitudini, che hanno vedu-

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Rn111ai11 H. Rainero

to i cupi vortici delle esplosioni e il fumo degli incendi divorare le loro case: milioni di esseri umani che la guerra ha strappato alla famiglia, al paese natio, all'operoso lavoro, per mandarli erranti al di là dei confini e al di là dei mari, a uccidere e a essere uccisi, a opprimere e a servire, a combattere rintanati come bestie nel fango, o a marcire, nell'inerzia e nella fame, dietro i reticolati di un campo. Ritornano ora a poco a poco, i dispersi ... Che fare?». 1 Per gli italiani, il panorama delle rovine ancora fumanti non poteva non parlare di morte, e persino della "morte" di quella patria che, a stento, qualcuno agognava ancora di ritrovare. E a questo punto appare difficile, se non impossibile parlare di una "eredità" della seconda guerra mondiale, se non nei termini drammatici di una vicenda fallimentare ancora non conclusa che, in tutti i settori della nazione, recava le stimmate di uno sconvolgimento epocale per una nazione ancora giovane alle prese con problemi giganteschi connessi al proprio futuro. Tutto era stato sconvolto: l'ordine istituzionale, il riferimento ideologico, le strutture dello Stato, le stesse Forze Armate, l'economia, l'industria, gli uomini e le donne. La crisi bellica dell'intera penisola non aveva salvato nessuno degli elementi fondamentali della vita nazionale: tutto era stato sconvolto. Al momento della Liberazione, l'Italia non poteva trovarsi in situazione peggiore, ma, per meglio capire da quale abisso l'Italia di oggi proviene, converrà ricordare come si presentava il panorama del Paese all'indomani della fine delle ostilità. Solo rimaneva il coraggio di molti e la volontà di tutti per ricostruire dalle fondamenta un Paese che tutto aveva messo in gioco e tutto aveva perduto. Il discorso pertanto va diviso, diplomaticamente, economicamente, socialmente, moralmente ed istituzionalmente: ecco gli aspetti che l'Italia, finalmente in pace, ereditava dalla seconda guerra mondiale. Sarebbe tuttavia ingiusto e antistorico non ricordare che, pur in questo marasma, il Paese poté contare su personaggi di estremo valore, su "uomini nuovi" i quali, nella loro attività politica, profusero le loro indubbie intelligenze ed anteposero sempre il bene collettivo alla propria affermazione elettoralistica o personale. Sono nomi cli uomini che erano destinati a dominare per un lungo periodo la storia di questa "Nuova Italia", con le loro scelte talvolta drammatiche, ma sempre felici. Sono gli Alcide De Gasperi, i Carlo Sforza, i Pietro Nenni, i Ferruccio Parri e molti altri, che si accinsero all'edificazione di un nuovo Stato sulle ceneri del vecchio, ma senza dimenticare anche gli "oppositori", e specialmente Palmiro Togliatti, per le necessarie e fondamentali innovazioni sociali, politiche e ideologiche che si imponevano all'Italia in un momento in cui l'intero suo destino come nazione sovrana era posto in gioco. Ricostruire era diventata la parola d'ordine, che dominava ogni decisione e, di

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Repubblica e Forz.e Armate certo, la precaria situazione non lasciava molto spazio alle speranze, ma anche rinnovare nella ricostruzione dando agli italiani, non solamente una patria nuova, ma una patria più giusta, più generosa e più attenta ai bisogni dei suoi figli tutti. Sul piano materiale, la ricostruzione voleva dire ricomporre le strutture distrutte dai campi di battaglia che, dalla Sicilia al Nord, aveva trasformato il Paese in un vasto cimitero di case, ponti, strade, ferrovie e ospedali. Quasi nessuna regione era stata risparmiata dalla furia della lotta e dai bombardamenti. Questi, peraltro, non erano stati solo conseguenze del fronte dove gli opposti eserciti si erano combattuti, ma anche retaggio degli accaniti bombardamenti anglo-americani delle retrovie senza distinzione alcuna tra obiettivi civili o militari. E dove la guerra degli eserciti non era arrivata e i bombardamenti non erano avvenuti, la guerra intestina, dei partigiani e dei fascisti repubblicani, aveva fatto il resto. Possiamo quindi ribadire che la guerra non aveva risparmiato nessun luogo del fronte e delle retrovie anche lontane. La guerra "totale" aveva fatto strage dell'intera Italia con violenza e crudeltà. Riguardo a queste "crudeltà" del conflitto, ci sembra interessante anche citare quanto un classico studioso della "guerra", cioè Carl Von Clausewitz, aveva precisato causticamente più di un secolo prima, all'inizio del suo trattato più famoso:

«Ora gli animi filantropici possono facilmente pensare che ci sia un modo peifezionato di disarmare e di abbattere il nemico senza causargli troppe ferite e che questa appunto sia la vera meta dell'arte della guerra. Per quanto faccia un be/l'effetto, bisogna distruggere questo errore, perché in cose rischiose come la guerra, gli errori che provengono dal buon cuore, sono proprio i peggiori... Chi si vale della f01za senza riguardo, senza tisparmio di sangue, deve ottenere il sopravvento se l'avversario non fa altrettanto ... Non si potrebbe introdurre nella fìlosefìa della guerra un principio di moderazione senza commettere una assurdità ... La scoperta della polvere, il sempre maggiore petfezionamento delle armi da fuoco, mostrano già a sef.ficienZfl che la tendenza all'annientamento del nemico, insita nel concetto di guerra, non è stata in alcun modo turbata dal crescere della civiltà. ·Ripetiamo dunque la nostra definizione: la guerra è un atto di f01za e non c'è nessun limite nell'uso di questa ... J>. 2 E di questi atti di forza, la campagna d'Italia che, per lunghi mesi, si era trascinata lungo la penisola, appare densa di esempi, e nella guerra pubblica o privata, aveva dato mille occasioni di manifestarsi. È pur vero che da sempre le proteste per queste violazioni del diritto alla vita si sono manifestate, peraltro senza alcun esito positivo. L'ira di un generale francese, nel lontano 1872, a proposito di ciò che qualcuno chiamava il "Diritto bellico", ci appare significativo ricordare. In netta opposizione a quanti sostenevano la liceità del ricorso agli estremi

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mezzi di distruzione in caso di guerra, egli deprecava che il cosiddetto diritto bellico aveva avuto da parte di taluni delle definizioni «o meglio delle invenzioni di principi più o meno assurdi e rivoltanti dove si cercherebbe invano una qualsiasi base morale» per giustificarlo. Secondo questo "studioso" e di molti altri, il codice del diritto bellico mirerebbe «a rendere legittimi i crimini che, in altre circostanze, sono oggetto cli unanimi condanne». E naturalmente nel caso di guerre, la popolazione civile, cioè gli individui e i beni che appartengono a costoro non avrebbero potuto, da una parte come dall'altra, essere oggetto di violenza o di rapina o cli distruzione. E quanto ai bombardamenti, ritenuti completamente incivili se effettuati contro città inermi e contro i suoi abitanti, la loro condanna sul piano morale si accompagnava anche alla loro constatata inutilità sul piano strategico e militare che appariva, fin da allora, palese e climostrata. 3 Purtroppo il caso specifico italiano non era sfuggito a questa "logica" della guerra totale e le conseguenze si erano rapidamente appalesate drammatiche. Nel caso dell'Italia la situazione non era solo tragica, ma pareva persino senza sbocchi possibili: la sfida era gigantesca per le stesse condizioni nelle quali la nazione si era venuta a trovare per molteplici cause. A questo punto si potrebbe parlare, per gli uomini politici italiani del dopoguerra, di una "filosofia" della ricostruzione che potrebbe abbracciare l'intera gamma dei problemi da risolvere, a patto cli considerare l'impresa di volerla narrare un compito difficile, ma pur possibile, e di voler realizzare un'iniziativa che non può mirare a descrivere compiutamente e minuziosamente la situazione, bensì a evocarne i tratti maggiori, che già sono molti. La vastità e il numero dei problemi da evocare sono elementi che ogni storia del periodo dovrebbe ricordare con minuzia, poiché la gravità della vita nazionale dei primi anni di questo secondo dopoguerra appare enorme, anche perché le testimonianze sono molte, i documenti attendibili sono pochi e le versioni, tutte partigiane, sono contraddittorie. Innanzitutto, va ricordato il quadro internazionale nel quale questa "Nuova Italia" si era venuta a trovare; qui le definizioni che le potenze vincitrici davano allo Stato italiano erano molte e contrastanti: nemico, aggressore, sconfitto con una resa senza condizioni, cobelligerante, alleato, ex nemico. Ad ognuna di queste definizioni corrispondeva un trattamento internazionale auspicato e quindi una situazione diplomatica differente, con una sovranità che era, agli inizi, limitata dagli armistizi del 3 e del 29 settembre 1943, alle zone "liberate" del Sud, non comprese nelle vicinan7.e del fronte e, successivamente, condizionata, nel tempo lungo, dal trattato di pace cli Parigi del 10 febbraio 1947. La fuga del sovrano Vittorio Emanuele III e la successiva nascita di ben due

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Italie "ufficiali", nel Sud, il vecchio Regno d'Italia, e nel Nord, la Repubblica Sociale Italiana, pareva compromettere l'avvenire istituzionale dell'Italia, in quanto i partiti che si ritrovarono al governo al momento della fine del conflitto non accettavano né la prima opzione, che avrebbe premiato la Casa Savoia, ritenuta non a torto responsabile anche dello scoppio del conflitto, né la scelta fascista repubblicana, sconfitta in modo palese dalla lotta di Liberazione condotta dai partigiani e dai partiti del CLN. La "soluzione" democratica repubblicana, raggiunta con il referendum del 2 giugno 1946, non risolse del tutto la questione nazionale, sia perché la scelta vincente aveva apparentemente diviso il Paese, sia perché essa era nata in una situazione che condizionava anche la vita dei partiti creatisi dopo la Liberazione, partiti che si muovevano con ideologie contrapposte, sullo sfondo di una società che stentava a ritrovare un giusto equilibrio in una situazione economica senz'altro precaria, con una ricostruzione economica e industriale ancora tutta da realizzare. E a proposito del risicato scarto tra i sostenitori della Repubblica e quelli della Monarchia, va osservato che il favore, quasi vincente, dei sostenitori della Casa Savoia, non può essere considerato un elemento definitivamente importante sul piano politico. Buona parte dei voti "monarchici" si ebbe da parte di coloro che consideravano l'ipotesi repubblicana come un salto nel buio, magari verso forme osteggiate, quali il comunismo o il socialcomunismo e, quindi, preferiva una opzione più tranquilla. La riprova di questa interpretazione, che elimina ogni dubbio circa la non sincerità dell'opzione monarchica, si ebbe poi quando, nelle elezioni successive, nessun partito monarchico riuscì a oltrepassare quote minime di consenso. 4 Ma se la questione istituzionale non pose grandi problemi, nel prosieguo degli anni, alla Repubblica doveva toccare il ben più grave e permanente problema della collocazione internazionale dell'Italia. Il quadro internazionale nel quale l'Italia si trovava a muovere era tra i più difficili: gli "ex nemici-vincitori-alleati", pur protestando propositi di cordialità, non erano certo teneri nei riguardi del futuro ciel Paese. I rancori erano di molto superiori in intensità nei confronti della constatazione che l'evoluzione italiana non era stato solo il frutto di una vittoria degli Alleati, ma anche di una collettiva manifestazione di voler abbattere un regime odiato e di voler ripercorrere le vie di una ritrovata vita democratica dell'Italia prefascista. La cobelligeranza, l'insurrezione antitedesca e antifascista, l'emergere di partiti autenticamente democratici, e i vari solenni impegni degli Alleati, potevano offrire garanzia circa la non continuità delle responsabilità di uno Stato aggressore, il fascismo, che aveva attaccato Paesi vicini e nel quale il governo della Nuova Italia non si riconosceva certamente.

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Romain H. Rainero Eppure, finita la guerra, i rancori e gli autoritarismi dei vincitori misero in disparte questa Nuova Italia e tennero collettivamente a punire l'Italia uscita dal conflitto. Tutto fu deciso senza tener conto di queste nuove realtà, né l'emergere delle forze di governo della penisola su basi antifasciste e democratiche indusse nessuna delle potenze vincitrici ad avviare con queste forze un dialogo di rinnovamento. Tutti preferirono rifarsi alla dichiarazione di guerra del 1O giugno 1940 e alla "resa senza condizioni" del 3 settembre 1943. Nelle capitali alleate, la sorte dell'Italia si decideva senza farne partecipare i legittimi delegati. Ben lo scrisse il rappresentante italiano a Londra, Nicolò Carandini, che, isolato e sgomento, non partecipava alle discussioni sul futuro dell'Italia:

«Guardo dalle jìnestre il Tamigi che scorre 111aestoso. Un piroscqfa passa lentamente. I palazzi di faccia, lontam~ mi ricordano Venezia. Senso di 111ali11conia. Ho parlato qui fm pochi 110111ini volenterosi e comprensivi. Intanto le Camere (inglesi) siedono e decidono e i big three sono radunati, Dio sa in che parte d'Europa, e sojmulecidono. E noi siamo assenti da tutto. Solo chi sta quipttò conoscere e vaftttare pienamente la nostra tragedia. Ne.wtn italiano sa più di me quanto l'Italia non esista più. Andiamo avanti...». 5 Il trattato di pace, documento iniquo elaborato dai vincitori e firmato il 1O febbraio 1947 a Parigi, non migliorava la situazione, ma ebbe il vantaggio di poter voltar pagina e dalla tragedia v<;nir fuori con propositi di sopravvivenza nazionale, malgrado le imposizioni dei vincitori. Firmare la pace era la necessità assoluta per chiudere la partita con la guerra e poter affrontare la ricostruzione. Ne sottolineava gli aspetti utili un uomo politico importante, Randolfo Pacciardi, che, contro le tesi di rifiuto sostenute anche da uomini illustri, quali Benedetto Croce, non nutriva dubbi sulla necessità della firma:

«Quando si ha la responsabilità del destù10 di 1111 popolo che vuol vivere, che ha dùitto di 1Jivere, e che 11011 vuole s11icid(//:ri, il do/Jere è un altro ... ». Bisognava uscire da questo tunnel senza sbocchi, alla luce della situazione dell'Italia profonda:

<<Non ahhiamo pane per tutti. Non ahhiamo cadJone. Non ahhiamo ferro. Non ahhiamo rame. Non abbiamo ,iserve mtree. E ahhiamo in casa un esercito d'occupazione, neri e marocchini compresi. Una gran parte dellaj)opolazione vive di npieghi. Non ahhiamo tifi letto per tutti. I nosttifacolmi sono spenti. Il nostro mare è deserto. J__,e nostre coste sono indifese e dese,te... ». 6 Non si tratta di una descrizione paradossalmente apocalittica; si tratta del ritratto di una situazione nazionale che le puntuali analisi confermano.

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Anche sul piano umano, la situazione si presentava di una gravità eccezionale con un bilancio che, nelle sue varie "voci" negative, coinvolgeva una popolazione della quale, molto spesso, troppo spesso, non si è parlato nelle varie storie finora pubblicate. Questo spaventoso conteggio annoverava oltre 450mila italiani morti civili e militari, tra morti e dispersi nei molti bombardamenti e negli infiniti scontri nella guerra generale e nella lunga guerra nella penisola e nella contemporanea guerra civile. In questo contesto il numero, che comprendeva il corteo delle vedove e degli orfani sparsi nelle varie regioni italiane, appariva tutto da calcolare. A queste prime cifre deve essere aggiunto, quale risultato di un problema irrisolto, il numero dei reduci connesso al ritorno dei prigionieri di guerra dalle varie località di detenzione. Dal novembre 1944 al febbraio 1947, questi reduci affluirono in Italia in quantità enorme: furono 1.335.710 i militari che rimpatriarono dai più vari orizzonti, quali prigionieri di guerra, deportati o internati militari. La loro qualifica e la loro provenienza non hanno molta importanza; ha importanza il problema del loro reinserimento in una patria che essi, dopo lunghi anni di prigionia, non riconoscevano neppure più e che li accoglieva in spartani campi di raccolta, luoghi di prima accoglienza e spesso negli ospedali, sempre in una situazione di estrema indigenza. La sorte di questi ex militari che tornavano, debilitati nel corpo e nell'anima, non poteva non coinvolgere le autorità cli governo, per assisterli con provvedimenti di emergenza, in vista di un loro difficile reinserimento nel corpo di una nazione "nuova", dove i riferimenti antichi erano tutti caduti e dove tutto era da rifare. Problema umano gravissimo per questi uomini, ma questo problema umano non era certo l'unico. Infatti, i problemi connessi ai rimpatri non si limitavano a questi ex militari, ma coinvolgevano anche un elevato numero di altri italiani non militari, prevalentemente vecchi, donne e bambini, da rimpatriare, cioè di coloro che tornavano dalle ex colonie italiane, diventate ormai per loro terre inospitali, spesso espulsi dalle nuove autorità locali. Su costoro pesava, da parte dei nuovi Stati indipendenti, che stavano per nascere da tiueste ex colonie, l'accusa di essere stati funzionari o comunque elementi collegati con l'odiato regime coloniale fascista e, pertanto, la loro presenza era diventata né sicura, né gradita. A questo esodo sono collegate cifre importanti che vanno ricordate: complessivamente si trattava di più di 420mila italiani, tra reduci dalle colonie italiane già comprese nell'Africa Orientale Italiana, cioè dall'Eritrea (80mila), dall'Etiopia (148mila) e dalla Somalia (ottomila), e dalla colonia della Libia (180mila). Dal vice reame dell'Albania, dal Dodecanneso e persino dalla lontana concessione italiana in Cina, Tien Tsin, alcune altre migliaia cli italiani furono costrette a fuggire.

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Vanno anche ricordate, in questo triste conteggio, alcune migliaia cli rimpatri, che erano formati da coloro che, nel rifiuto del regime fascista, avevano scelto l'emigrazione. E questi "fuoriusciti" non ebbero soltanto nomi illustri, quali Sandro Pettini, Carlo Sforza, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Velio Spano, Randolfo Pacciarcli, Maurizio Valenzi, tanto per citarne alcuni, ma ignoti oppositori antifascisti che dalle loro regioni cli rifugio Qa Francia, la Svizzera, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Tunisia o l'URSS) tornarono carichi dei loro problemi cli rimpatrio e di uno sperato reinserimento in un Paese ormai irriconoscibile, o quasi. E ad essi vanno aggiunte altre vittime della guerra, cioè tutti coloro, ebrei e non ebrei, che dai campi cli sterminio del nazismo erano sopravvissuti e che la patria accoglieva in meste condizioni. L'emorragia di queste presenze italiane non ebbe per teatro solo territori e colonie italiane, ma anche altri territori stranieri nei quali la presenza italiana non era più accettata. Dalla Grecia e dall'Europa danubiana, la situazione si ripeté. Dalla Francia ritornarono in patria 70mila italiani nella fase finale del conflitto. Lo stesso si verificò dalla Tunisia, dove il rivendicazionismo fascista aveva coinvolta la maggior parte della colonia italiana e lo stesso si può dire dell'Algeria e del Marocco. Complessivamente, i civili italiani provenienti dall'Africa del Nord francese furono circa 130mila, ai quali si aggiunsero altri profughi da altri territori mandatari o coloniali francesi (Siria, Libano, AEF, AOF). Anche dall'Egitto i profughi furono numerosi, circa 40mila, e anche da molte colonie inglesi. A tutti costoro le autorità italiane non poterono offrire granché e il loro rientro in patria assunse ben presto gli aspetti drammatici di un impossibile reinserimento. Ma questo aspetto umano dei problemi dell'Italia del dopoguerra non si fermò a queste crisi. Non si possono infatti dimenticare le sorti degli oltre 4mila bambini che, agli inizi della guerra, ai primi di giugno 1940, il governo fascista coloniale di Italo Balbo aveva fatto rimpatriare dalla Libia e che, dopo la fine del regime fascista, si trovarono abbandonati dalle strutture del partito che, in origine, li assistevano, strutture che si dissolsero dopo il 25 luglio, lasciando tutti costoro in balia del caso e della ventura. La sorte definitiva di questi "bambini della Quarta Sponda" non è nota, essa rimane tuttora avvolta nel mistero della morte, della dispersione e dello sbandamento. Un altro caso, ancor più grave per l'elevato numero delle sue vittime, si verificò assai presto in Jugoslavia per le repressioni anti-italiane, specialmente nelle zone occupate o cedute con il trattato di pace, dove si registrò la fuga di 270mila italiani (o di 350mila, secondo altre stime), alla ricerca di un sicuro asilo in patria. Iniziato con il pauroso fenomeno della "caccia all'italiano" nelle zone rivendicate da Belgrado, le tragiche vicende delle "foibe" (con circa 4 o Smila morti) ne dovevano accelerare la fuga la quale, oltre tutto, favoriva il disegno jugoslavo di

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Rep11hh/ica e Forze Armate

denazionalizzazione della regione di frontiera annessa o da annettere. Infine, non va trascurato neppure il problema di tutti quei militari inseriti nelle formazioni militari della Repubblica Sociale Italiana, che furono catturati e messi in campi di concentramento in attesa di una decisione a loro riguardo. Quanti furono non è dato cli sapere con assoluta precisione: si citano cifre elevate, di alcune decine di migliaia, i quali per lunghi mesi vennero tenuti in segregazione nei campi di Coltano, della Certosa di Padula; ciò che va ricordato è che costoro, successivamente liberati, non mancarono di dare alle autorità di governo problemi seri quanto all'ordine pubblico da mantenere ad ogni costo, mitigando per essi le decisioni di epurazione. Tutte queste cifre ci possono dare una pallida idea del problema umano. Ma un aspetto che ha reso ancora più crudele questi rientri era l'accusa che a tutti questi connazionali che erano stati liberati dai campi cli concentramento, quali ex militi della Repubblica Sociale Italiana, e anche a coloro che rientravano dalle più diverse parti del mondo, veniva attribuita l'infamante qualifica e la colpa di essere dei "fascisti" e quindi poco graditi da una popolazione che, tra socialisti, comunisti e altri antifascisti, mal sopportava la presenza di questi reduci. Il sospetto che costoro continuassero a essere fascisti, pronti magari a dare man forte, nelle future elezioni, ai partiti di destra o ai gruppi neo-fascisti, alimentava una riserva sfociata in molti casi in un vero e proprio sabotaggio. Queste situazioni vanno ricordate, anche se dolorose, perché esse spiegano anche una certa reticenza, o meglio una evidente poca generosità da parte del governo, dei partiti e persino dell'opinione pubblica, nell'accettare e nell'assistere questi "nuovi venuti" così poco graditi. Problematica fu, complessivamente, la risposta delle autorità italiane di governo di fronte alle dimensioni di questi problemi umani. Alcuni pochi decreti diedero, per pochi mesi, un modesto sussidio ai rimpatriati, altri ne facilitarono l'accesso a certe funzioni nell'apparato statale (insegnamento, poste, ferrovie, privative di sale e tabacchi), altri ancora ne aiutarono il collocamento con finanziamenti per l'edilizia collettiva, altri diedero in gestione a comunità cli profughi strutture e locali statali dismessi, quali caserme, depositi militari e sedi cli organizzazioni dell'ex partito nazionale fascista. Ma tutte (JUeste disparate misure non risolsero il problema nel suo insieme e questa umanità allo sbando non doveva trovare, se non col tempo, almeno un decennio, e con propri sacrifici, una nuova decorosa riabilitazione nel tessuto connettivo della nazione ritrovata. Il problema umano, come si vede da questo rapido e sintetico sguardo, era gravissimo, ma ciò che pareva essere un ostacolo quasi insormontabile, un vero macigno sulla strada della ricostruzione era la crisi "tra" gli italiani, cioè quel profondo fossato politico che divideva l'Italia. Una parte della popolazione si

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trovava a non avere con l'altra se non motivi di rancore, di odio e di vendetta. In una simile situazione ogni idea di coesistenza o di "riconciliazione" pareva condannata al fallimento. Basterà, per convincersi di questa realtà, esaminare i risultati dell'azione repressiva della polizia e dei carabinieri per la lotta contro il "paese armato", minaccioso elemento nella polemica politica, specialmente comunista. Si tratta di un elemento un poco trascurato dagli storici della ricostruzione, ma esso ha invero una sua intrinseca importanza. Basterà, per averne le dimensioni concrete, ricordare che, nel periodo tra il 1946 e il 1953, furono sequestrate ai privati, da polizia e carabinieri, ingenti quantità cli armi e cioè: 173 cannoni, 719 mortai, 35mila fucili mitragliatori, 37mila pistole e rivoltelle, 250mila bombe a mano, alcuni milioni di proiettili dei più vari calibri e ben 309 radio trasmittenti. Il rischio di disordini violenti o addirittura di rivoluzione era dunque reale. E quindi la ricostruzione morale del Paese doveva passare anche attraverso queste vie ciel disarmo di molte delle parti politiche in gioco. Ma era la ricostruzione materiale che doveva diventare l'ossessione dei vari governi; in una situazione economica disastrosa, con bilanci impensabili e con entrate tra le più incerte, i vari governi dovettero dibattersi in una marca cli problemi che la situazione europea e mondiale non poteva considerare neppure eccezionale, anche perché la guerra e i suoi disastri avevano prodotto sconquassi più o meno uguali un po' dovunque nel mondo. li caso italiano, pur gravissimo, non era, ahimè!, isolato. Dando uno sguardo, anche rapido, alle distruzioni materiali alle quali il governo italiano doveva porre rimedio nei più brevi tempi possibili, ci si può rendere conto degli enormi problemi che la ricostruzione dcll'I talia doveva affrontare e risolvere. Il problema dei problemi era quello legato alle vie cli comunicazione, che diventavano la premessa a ogni sviluppo economico. Alla fine della guerra, quando finalmente l'Italia poté fermarsi a considerare le ferite subite, furono subito chiare le enormi dimensioni del danno. Molta parte del patrimonio delle comunicazioni era stato gravemente colpito: strade e ferrovie, binari, locomotori e ponti, le strutture industriali, ccc. Quasi tutto era da ricostruire. Sul piano ciel mezzo più importante delle comunicazioni, la ferrovia, le cifre sono impressionanti. Bastano alcuni dati percentuali delle distruzioni subite, per avere un quadro drammatico della situazione: ia tabella seguente rappresenta, per alcune importanti voci, la quantità danneggiata e inutilizzabile rispetto alla consistenza di prima della guerra.

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Repubblica e Forz.e Armate

Binari di corsa a doppio binario ---------------Binari di corsa linee_ a semplice_ binario Ponti in muratura -······-------· Ponti in ferro

------

Km Km - :--------n. i

Gallerie doppio binario

60

6%

-

···-··--·-·

-··-

·----·--

40%

n.

21.424

45%

n.

164

68%

... -··

.....

3.547

-----

Km --

79.445

....•••.• 1 ..

-

.

-

Km n. n.

15.800 -----·--· 750 ---2.866

n.

561

-

I

-------

53% 51% 89(1/r)

-

----·····--·--

57% 67%

- - - -j _ _ _ _ _ _ _ .

·-

--

··--··-----

Elettromotrici e------------automotrici --··-----------Carri, carrozze e bagagliai

-----------·

1090

Km .

----

..

I

i

--------

44°/ci

·····---- . ·-------

n. n.

I

--

---·--·

7%

---·-

Linee di comunicazione-Linee aeree di contatto ---LoC()_'!'otive a vapore Locomotori elettrici

··----------~-------··

286

I

Alloggiferrovieri Officine - - - ~ Blocco automatico e semi automatico ··--·-····

10% 3.943 ------28%

n. ~11 I

- -

·- ·-

1.298

--------

..

----

-

Fabbricati viaggiatori

.. ········-

36%

811

----

----------------··

---

······

---·

Gallerie semplice binario -----------------

--·-·---

3.176

------- 1....------·-·

--·····--··--

I

r··-

--------

n.

!

i

··----------- -

91.440

85%-----· 60%

N.B. Le linee a doppio binario erano quelle più importanti e a maggior traffico. Rappresentavano quindi un obiettivo strategico primario: gli attacchi furono più massicci e i danni subiti furono oltre il triplo, rispetto a tJuelli subiti dalle linee a semplice binario.7

Non era peraltro quello delle comunicaiioni ferroviarie l'unico punto di grave crisi sulla via della ricostruzione: vi era anche quello della sicurezza, messa in seria difficoltà dall'esistenza delle mine, che nelle isole e nella penisola rimanevano a testimoniare la clureiia ciel conflitto. In 22 mesi vennero disinnescate più di 1.200.000 mine sparse in tutta l'Italia; una prudente valutazione ne faceva però ascendere a più di tre milioni quelle esistenti, che dovettero essere liquidate in un paio di anni successivi. Nella zona Pescara-Chieti se ne trovarono oltre 400mila; nei dintorni di Roma altre 200mila. Altro grosso problema era la disponibilità dell'elettricità: prima della guerra si producevano nell'Italia centrale 1.292.336 kilowatt di forza motrice: nell'estate del 1944 se ne producevano solo 45mila; un anno dopo 264.500. La strada verso la normalità si presentava

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irta di difficoltà.

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I compiti della ricostruzione riguardavano anche le linee di trasmissione: in -~ un primo periodo ben 5mila chilometri di linee vennero rifatte. Per le linee telefoniche le cifre erano ancora più elevate: 120mila chilometti di fili vennero istal-~

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lati. La situazione parve persino ridicola: in una strada principale erano spariti 25 chilometri di fili e ben 150 pali senza lasciare traccia. E la lista di questi danni potrebbe continuare a lungo. 8 Le cifre qui riportate danno ampia conferma dallo stato generale della situazione materiale dell'Italia sul piano di vari settori, ma questi dati andrebbero allargati a quelli che si riferiscono alle strutture industriali, ai porti e alle abitazioni, le cui distruzioni erano state largamente l'obiettivo dei molti bombardamenti alleati e delle distruzioni che l'avanzarsi del fronte della battaglia della "campagna d'Italia" aveva provocato dalla Sicilia alla pianura padana. Le autorità di governo insistevano sulla priorità assoluta di questa ricostruzione materiale poiché la si riteneva, a giusta ragione, l'indispensabile volano per il complessivo sviluppo dell'Italia, e quindi per l'intero futuro benessere degli italiani tutti. Era indubbio che senza la ricostruzione delle vie di comunicazione, senza lo sviluppo delle varie industrie e senza il recupero dell'equilibrio del bilancio, compensando con entrate e prestiti internazionali una situazione gravemente deficitaria, l'intero progetto della ricostruzione minacciava di crollare. Non vanno peraltro dimenticati gli aspetti negativi che l'insieme delle scelte "inevitabili" da parte del governo ebbero sulle condizioni di vita o, meglio, di sopravvivenza, sulla classe operaia e in genere sulla popolazione dei meno abbienti. Questi elementi, delle sofferenze di costoro, sono un capitolo che va evocato, tanto per non restare nel vuoto clima celebrativo, che spesso ha regnato a proposito di quegli anni di vita dura per la maggioranza della popolazione coinvolta, direi persino vittima, delle scelte prioritarie della ricostruzione. «La forte spinta rivendicativa che si era espressa nelle fabbriche, come componente organica del movimento di resistenza e, in particolare, nei grandi scioperi del 1943-1944 in risposta all'intollerabile peggioramento delle condizioni di vita in una prospettiva di radicale rovesciamento dei rapporti economici e politici, era destinata ad arenarsi e dissolversi nelle secche della ricostruzione e delle scelte di politica economica prevalse nell'immediato post-liberazione». 9 Con gli indici dei prezzi che già nel 1943 erano raddoppiati e che, duplicati l'anno dopo, diedero luogo negli anni successivi ad una vera inflazione, la situazione generale degli operai era andata rapidamente deteriorandosi. Pertanto il privilegiare le necessità della ricostruzione si dovette fare anche sulle sofferenze e sulle privazioni dell'intera classe operaia. E ciò senza che si possa ancora parlare di una speranza in quel "miracolo economico" che doveva, solo molti anni dopo, manifestarsi. Esisteva anche un grave problema internazionale: l'Italia con la "resa incondizionata" non possedeva più proprie competenze in materia di politica estera. Come Stato debellato, doveva fare passare attraverso le vie diplomatiche dei suoi vincitori ogni relazione con Stati esteri; gli era negata, secondo il diritto interna-

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Repubblica e F'orz.e Ar111ate zionale, la sovranità esterna, così come quella interna era soggetta alle occupazioni e alle autorità militari vincitrici. La Commissione Alleata di Controllo era sovrana nel valutare ogni iniziativa delle autorità italiane in politica estera. E questa situazione aveva gravi conseguenze, sia per quanto riguarda la tutela degli italiani all'estero, sia per quanto riguarda le necessarie trattative commerciali con paesi esteri in vista della ricostruzione. Solo dopo la firma e la ratifica parlamentare del trattato di pace, e siamo alla fine del dicembre 1947, gli attributi della sovranità esterna poterono essere nuovamente gestiti dal governo italiano, il quale poteva finalmente riannodare, con la nomina e l'invio all'estero di ambasciatori e di ministri plenipotenziari, le normali vie della sua politica estera. Con un simile fardello negativo, si può dire a giusta ragione: "Italia Anno Zero", ecco l'eredità che l'Italia ebbe dalla seconda guerra mondiale ed ecco quanto i vari governi, per anni presieduti da Alcide De Gasperi, affrontarono con la disperata volontà di costruire quella Nuova Italia che all'appuntamento dell'ingeneroso trattato di pace di Parigi, l'allora ministro degli Esteri, Carlo Sforza, aveva annunciato ai ventidue Stati vincitori. A questo riguardo, il discorso di De Gasperi alla nazione, il 15 settembre 1947, ci sembra emblematico:

«Scende in quest'ora la notte su una delle più tristi giornate della nostra storia. Tutto è stato detto oramai sulfatale scorcio di tempo che ci ha condotto al doloroso epilogo. Ma in questo momento non è ti caso di imprecare contro il passato, bensì di raccoglierci tutti in un senso di dignitosa fiducia nella rinascita del nostro Paese... )>. La situazione internazionale, con l'inizio della guerra fredda tra Est ed Ovest, doveva, in un certo qual modo, aiutare i progetti governativi di ricostruzione dell'Italia. La firma "unanime" dei vincitori al trattato di Parigi, può essere considerato l'ultimo atto della alleanza vittoriosa: la rottura di questa grande alleanza di guerra doveva seguire di lì a poco, con le sue inevitabili conseguenze sugli assetti politici europei. Nella crisi totale delle relazioni tra i due maggiori "alleati" vincitori, crisi che doveva assumere anche toni di estrema durezza nei rapporti tra Mosca e Washington, l'Italia, al margine geografico delle zone di tensione, si trovò ad entrare nel grande gioco, corteggiata come lo fu dagli Stati Uniti, che ne facevano una sperata pedina utile nella strategia della tensione, che in Europa stava trionfando. E nel contempo il governo italiano doveva contare sulle pressioni sovietiche, in vista di una neutralità "alla Svizzera" che alcune parti dell'opinione pubblica italiana consideravano la migliore soluzione. Questa situazione ebbe due grandi conseguenze: innanzitutto le limitazioni e i condizionamenti imposti dal trattato di pace furono rapidamente cancellati. Dopo pochi mesi il trattato di Parigi entrava in totale dimenticanza e il suo supe-

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Ro111aù1 H. Rainero ramento favorì la ripresa politica del governo italiano. In secondo luogo, l'esigenza del "blocco occidentale" di rafforzare in Italia la forza e i consensi ai governi "democratici" guidati dalla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi moltiplicò le iniziative, soprattutto statunitensi, di "generose" donazioni e di finan:;,iamenti straordinari, in grado da far ripartire la macchina industriale italiana ancora inceppata dalle distruzioni subite. La ricostruzione si fece anche grazie a t1ueste nuove situazioni. Si è molto parlato a questo riguardo del primo viaggio negli Stati Uniti di Alcide Dc Gasperi, compiuto tra il 5 e il 15 gennaio 1947, ed è proprio a partire da questo viaggio che l'Italia comincerà a godere dell'amici:;,ia operativa del governo di Washington. In questa fase, così delicata per la scelta internazionale dell'Italia, non possono essere trascurati almeno due elementi di grande importanza. Dapprima la fine dei governi allargati a tutte le componenti del defunto Comitato di Liberazione Nazionale, con l'esclusione nel 1947 dal governo De Gaspcri della partecipazione della sinistra, il Partito Socialista di Nenni e il Partito Comunista cli Togliatti. E, in secondo luogo, la decisa azione "occidentale" dell'Italia che rendeva sempre migliore le relazioni con Washington, il vero centro propulsore cli ogni ricostruzione in Europa. La storia della scelta occidentale dell'Italia non è più da fare nelle sue linee diplomatiche, cli un'Italia che, dall'amicizia degli Stati Uniti e dai benefici effetti del Piano Marshall, si orienterà verso forme politicamente più impegnative, quali la NATO e l'integra:;,ione dell'Europa occidentale. Ciò che va ricordato con forza è la situazione generale dell'Italia, che accoglieva in c.1ucl tragico momento l'unica mano tesa tra i nemici-cobelligeranti-alleati, quella degli Stati Uniti, con una serie di iniziative "generose", atte a farle superare la crisi ed evitare il baratro verso il quale pareva dover precipitare. Sul mero piano nazionale, attività e buona volontà di tutti non sarebbero bastati; occorreva ciò che solo una grande potenza poteva dare e voleva dare, denaro e materie prime. Pertanto, lo sgomento iniziale poteva trasformarsi in una via della speranza per una impensabile ricos tru:;,ione. E a questo punto una nota di speran:;,a va ricotdata; le parole di uno storico ci sono di grande ausilio per meglio inquadrare, e quindi capire, il senso di questa ricostruzione che metteva a repentaglio l'avvenire della nazione e coinvolgeva tutto e tutti. l'vientre tutto sembrava perduto

«la prova della ptima guerra mondiale... la prova del fascis1110... la prova della seconda guerra J11011diale avevano invece dtinostrato che q11esto Paese, l'Italia, possedeva ormai una coesione, tma.fòrza interna capaci di superare i momenti di c1isi più Jmfònda; e non i 11tomenti esterni soltanto, quelli che investivano le stn1tture centrali dello Stato: il governo, le sue jòrme, l'esercito, le sue gerarchie; ma quelli che invece penetra-

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no nell'intimo della vita sociale, toccano l'ttnità delle famiglie, la coesione delle città, la solidarietà diretta tra !',li uomini, la disponibilità ad aiutare chi si trova nelle dij]ìcoltà della crisi generale... )>. 10 E questa nota di speranza doveva trovare piena conferma nella storia degli anni successivi, che fecero apparire in piena luce i successi di questi immensi sforzi, con la ricomparsa dell'ftalia sulla scena economica, industriale e politica del mondo. Aveva avuto ragione Carlo Sforza che, nel momento più buio della storia contemporanea dell'Italia, all'indomani della firma del trattato di pace di Parigi, aveva riposto ogni speranza in un sicuro futuro dell'Italia, che egli vedeva "europeo" e che sintetizzava in una famosa frase piena di certezze: <d't'{I qualche decennio parrà miracoloso ciò che ahhiamo compiuto per rijàre l'Italia, dopo lo ifacelo del 194 3. La via è dolorosa, come Ogf!,i. LV!ct troppe volte i nostri avi parlarono dello Stellone. Questa volta, quando sarà chiaro a tutti che l'Italia si è risollevata, nessuno potrà dire che lo Stellone ci ai11tò. Sarcì nostro vanto di esseni salvati da noi colla tenacia del nostro lavoro, colla fo1z.a rii ,m popolo coJJ/e il nostro, che 111ai si ahhatte a l1111go, che sempre risort,e,.fèdele ai pùì santi ideali di pace e di libertà... ». 11

Note Sacchi, Ritorno alla vita ciJJi!e, Roma, Comitato Italiano di Cultura Sociale, 1945, p. 1. C. Von Clauscwitz, Pe11sien· s11/la l',tterra, (1832), Pircnze, Sansoni, 1943, p. 6. 3 Gcn. G. Dc Vaudoncourt, /)roit des ge11s, in /)ictio1111aire de !t1 co11JJe1:wtio11, voi. 8, Parigi, Didot, 1872, p. 47. 4 Basterà per convincersene ricordare i voti, in migliaia di voti cd in percentuale, ottenuti dalla lista monarchica PDIUM nelle elezioni successive: 1958: 1.431 - 4,9%; 1963: 535 - 1,8%; 1968: 412 - 1,3%; 1970: 245 - 0,8%. 5 Nicolò Carandini, Dimio (lèbhmio-111,11zo 194 5), in "N//01.t1 A11tolo,_JJ,it1", gennaio-marzo 1983, p. 192. 6 Randolfo Pacciardi, in "La voce rel)/(hhliccma ", l I febbraio 1945. 7 Lucio Jacono, Lt11icostmzio11ejèrrovimia, in / _cjò,ze ,m11ale e la nazione, Roma, CISM, 2001, p. 4. 8 Una onesta ricognizione di questi problemi si può avere dal volume Resoconto delle attività svolte dal Govemo 1\!lilit,m, Alleato e da!lt1 Co111111issio11e Alleata di Controllo in Italia (dellajìne 1945), pubblicato neiQ11ademi della FIAI~ n. 17, s.d. (ma 1976). 9 Mariella l3erra e Marco Rcvclli, ,\'al,m; in Sto,ia d'ltt1!it1 - 3, Firenze, I ,a Nuova Italia, 1978, p. 1.185. IO Ennio Di Nolfo, Le pa11re e le speranze degli itt1lia11i, Milano, Mondadori, 1986, p. 152. 11 Romain H. Ra inero, Il Imitato rii pace delle Naz/oni U11ite con l'Itt1/ia, Milano, Cisalpino, 1997, p. 17 5. 1 Pilippo

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FORZE ARMATE E PARTITI POLITICI DALLA RESISTENZA ALLA REPUBBLICA

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a un punto di vista storico, ove è sempre indispensabile ricercare le radici dei problemi, sembra opportuno risalire, sia pure brevemente, ai rapporti tra le Forze Armate italiane ed il Partito Nazionale Fascista, per lo meno per quanto si riferisce agli ultimi tempi del cosìddetto "regime"; ciò perché fu indubbiamente quella la prima volta nella nostra storia recente in cui il mondo italiano delle armi (in senso lato) dovette preoccuparsi delle difficili e complicate relazioni con una forza politica, la quale, nonostante la sua fortissima tendenza ad intromettersi in numerosi modi nella vita delle istituzioni militari, era però del tutto estranea ad esse e considerata dai "tecnici" militari con un notevole senso di irritazione e con una sorta di sopportazione, sovente assai scarsa. Ligie alla tradizione piemontese, le Forze Armate del Regno d'Italia si erano sempre astenute da qualsiasi intervento - e, meno che mai, da qualsiasi intromissione - nella vita politica del Paese. In altre parole, le Forze Armate italiane non conobbero mai né colpi di stato, né "pronunciamientos"; esse non ebbero mai generali tipo Boulanger, Franco o Salan. Fedeli al Re, si limitavano ad eseguire le direttive politiche date dal governo. Era quindi inevitabile che, quando il governo dello stato si identificò con un "regime" ed il primo ministro fu e volle essere, anzitutto, un capopartito e si instaurò quella che si volle chiamare la "diarchia",' le Forze Armate si trovassero per la prima volta di fronte all'esigenza di "servire due padroni"; il che, di fatto, finì per essere risolto mediante una serie di compromessi (i quali talvolta, per lo più negli alti gradi dato il loro maggiore contatto con i capi del regime, finirono più o meno forzatamente per configurarsi come compromessi con la propria coscienza). In genere la "soluzione" fu, salva la fedeltà al re, quella di vedere in Mussolini il capo del governo cui si doveva obbedienza e non il "duce del fascismo", ossia il capo di un regime arbitrario. Animati in genere da spirito conservatore, gli alti gradi delle Forze Armate credettero, più o meno in buona fede, alla possibilità pratica di un tale "distinguo"; furono essi ad opporsi strenuamente ad ogni ingerenza di gerarchi o diti-

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genti fascisti nelle istituzioni militari (tollerando però, e si sarebbe visto con quali deleterie conset,>uenze, la penetrazione della propaganda fascista entro le Forze Armate). 2 Quanto alla organizzazione armata del fascismo, la cosiddetta Nlilizia, essa fu tenuta rigorosamente fuori dalle Forze Armate, sia perché, a differenza delle SS hitleriane (le quali erano certamente un organismo criminale e sant,>uinario, ma militarmente efficientissimo) essa era un'organizzazione poco meno che farsesca, sia perché i militari non ne vollero sapere, sia infine (e soprattutto) perché Mussolini non si fidò mai interamente dei militari e volle quindi una propria organizzazione armata dipendente solo da lui, in quanto duce del fascismo. Sulle Forze Armate, infatti, Mussolini non ebbe mai nemmeno l'ombra del potere che sopra le proprie organizzazioni militari esercitarono Hitler o Stalin (i quali però avevano provveduto a schiacciare sanguinosamente tutti i possibili oppositori in seno ad esse, cosa che Mussolini, non fosse altro che per la presenza della Monarchia, non poté mai fare). Pietro Badoglio fu l'incarnazione di tale compromesso. Senza essere mai stato veramente fascista (anzi, celando una personale ostilità al "regime"), fu dal fascismo colmato di onori (ed anche di ricchezze), mentre Mussolini non se ne fidava e lo detestava, antipatia per altro cordialmente ricambiata. 3 Il passo finale fu la creazione, per "iniziativa" delle Camere (del tutto asservite al regime) del grado di Primo Maresciallo dell'Impero (denominazione quasi farsesca) e la sua attribuzione a Mussolini in quanto duce delfascismo: cosa che, con una sorta di colpo di stato (non per nulla il provvedimento venne definito dei fascisti stessi "rivoluzionario") poneva le Forze Armate alle dipendenze del capo del regime e del partito fascista. Malgrado le pretese del "duce" di aver dato le direttive militari per la b>uerra d'Etiopia, era impossibile nascondersi che il provvedimento sottoponeva, di fatto, le Forze Armate ad un partito politico. Secondo la tradizione, l'attribuzione di un nuovo, elevatissimo grado, sarebbe spettata al sovrano; il re si vedeva invece quasi sbeffeggiato dal fatto che fosse, in realtà, il partito ad "elargirgli" una (teorica) parità di rango con il "duce"; e non celò la sua irritazione giungendo alla minaccia di non apporre la propria firma al provvedimento:' Il compromesso che caratterizzò i rapporti tra Forze Armate e partito fascista non passò (e non poteva passare) indenne per le istituzioni militari italiane, coinvolte sempre più, volenti o nolenti, nelle attività aggressive ciel regime. Dall'uso degli aggressivi chimici nella Guerra d'Etiopia che suscitò l'indignazione di tutti i paesi liberi, ai bombardamenti terroristici su Barcellona durante la guerra civile spagnola, che provocarono persino la protesta di Franco, al "colpo di pugnale alle spalle" della Francia ormai prostrata, alle repressioni talvolta feroci nella Jugoslavia 5 e nella Grecia occupate, fu una serie di macchie sulla nostra tradizione militare.

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Questi episodi sono da tenere presenti perché essi influirono in maniera difficilmente valutabile, ma assai grande, sui rapporti tra le Forze Armate ed i partiti antifascisti dopo 1'8 settembre. Nello stesso tempo, però, bisogna non dimenticare che il comportamento delle nostre forze in terra di occupazione durante il secondo conflitto mondiale fu assai differente da quello, brutale e sanguinario, dei tedeschi e che in generale (salvo eccezioni di pochi fanatici fascisti) le regie truppe si opposero, o per lo meno non collaborarono o collaborarono assai di mala voglia, alla persecuzione degli ebrei, di cui migliaia ebbero salva la vita grazie al contegno dei nostri militari che li difesero, forse ancor più che contro i tedeschi, nei confronti degli Ustascia croati o dei Miliziani di Vichy. Non solo: ma che il contegno in genere rozzo e sovente spregiatore dei cosiddetti "alleati" tedeschi aveva gravemente irritato le truppe italiane già assai indisposte per le preferenze smaccate riservate alla cosiddetta Milizia fascista; e che già a cominciare per lo meno dall'anno 1942 il malcontento contro il fascismo, il suo capo e la sua guerra era quanto mai diffuso (ricordo personalmente l'epiteto di "maresciallo del bagnasciuga" usato tra le Forze Armate nei confronti di Mussolini). Certo, nella primavera avanzata del 1943 lo stato d'animo prevalente tra le Forze Armate italiane era di frustrazione, di risentimento e di ira nei confronti degli uomini del partito fascista, inetti e incapaci, che le avevano gettate in guerra con un equipaggiamento ed un armamento i quali, eufemisticamente, si potevano definire scarsi, scadenti e inadeguati, esponendole a disastri militari dall'Africa alla Russia e, per di più, all'odio e al disprezzo dei tedeschi, i quali si comportavano sovente da crudeli padroni, talché perfino coloro che inizialmente avevano aderito con entusiasmo alla guerra (si vedano per tutti i casi di ufficiali come Nuto Revelli o Fidia Gambetti) erano ora posseduti da uno spirito incontenibile di rivolta. Questa situazione assai complessa avrebbe dovuto consigliare ai partiti antifascisti di essere estremamente cauti nei rapporti con le Forze Armate regie dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943: poiché la tentazione di esprimere su di esse una serie di giudizi sommari era non solo gravemente sbagliata, ma quanto mai pericolosa perché, in ultima analisi, avrebbe finito per nuocere molto allo sviluppo della lotta popolare antifascista. Come si configurò dunque in realtà il rapporto tra i partiti e le Forze Armate all'indomani della caduta del fascismo, dell'armistizio e dell'inizio della Guerra di Liberazione? Una cosa era certa: i partiti del comitato antifascista (tosto trasformato in Comitato di Liberazione Nazionale) erano tutti risoluti a combattere. Il loro appello all'indomani stesso dell'armistizio non lasciava adito a dubbi: «Fuori i tedeschi dall'Italia!» esso diceva; e per lo meno un loro alto esponente, l'avvoca-

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to Tancredi Galimberti, già al momento della caduta del fascismo, in luglio, prendendo spunto dal proclama del Maresciallo Badoglio in cui era detto «la guerra continua», parlando in pubblico a Cuneo aveva detto: «la guerra continua sì, ma contro i tedeschi!». Come si dovesse in pratica combattere, non era chiaro a tutti. Alcuni, certo, come il sopra citato avvocato Galimberti, avevano preso immediatamente la via della montagna. In generale, però, tra gli esponenti dei partiti antifascisti vi era un'ostilità più o meno accentuata ed una disistima profonda nei confronti delle Forze Armate Regie. Le quali, tuttavia, piacesse o meno, erano già in piena guerra con l'invasore tedesco ed i suoi primi collaborazionisti. Prive di ordini specifici (per lo meno, l'Esercito) a parte quello di reagire ad eventuali attacchi, il che lasciava del tutto l'iniziativa nelle mani del nemico tedesco, con armamento scarso e difettoso, gli italiani si erano battuti più di quanto ancora oggi non si voglia riconoscere. Inoltre essi erano, nella stragrande maggioranza, rimasti fedeli al proprio giuramento: gli episodi di passaggio al nemico erano stati nell'insieme trascurabili; tre soli generali di Corpo d'Armata avevano o avrebbero tradito, mentre ben 26mila, di cui 6 generali, furono i caduti, nella terribile, oscura battaglia dell'8 settembre, prolungatasi, di fatto, sino al novembre del 1943. Che poi in mano tedesca fossero rimasti circa 600mila prigionieri, fu dovuto all'abbandono, alla disorganizzazione, alla deficienza di armi e di munizionamento e, va detto, sovente alla proditorietà dell'attacco nemico; e non certo a codardia, come dimostrò la tenace, implacabile resistenza della schiacciante maggioranza di tutti questi prigionieri che sfidarono la fame, i ricatti, sovente i maltrattamenti, pur di respingere ogni tentativo cli indurli al tradimento ed al collaborazionismo. 6 Quale fosse lo stato d'animo delle Forze Armate fu dimostrato da un esempio di valore probatorio: cioè che i superstiti della Divisione "Folgore", battutasi eroicamente ad El Alamein, si schierarono subito per la Resistenza, dal colonnello Caccia Dominioni, che sarebbe divenuto commissario di una unità partigiana, al colonnello Izzo, che si conquisterà una seconda ricompensa al valore combattendo contro i tedeschi, al tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, uno tra i primissimi caduti della Guerra di Liberazione. 7 La vera, grande operazione politica che in quel tragico momento appariva indispensabile (cosa che, purtroppo, ben pochi tra i capi politici compresero, mentre, grazie a quella spietata maestra che è l'esperienza, apparve subita chiarissima a quanti avevano, in territorio occupato, impugnato le armi contro l'invasione tedesca) 8 era la saldatura tra la grande massa dei militari che avevano già iniziato a combattere ed il movimento politico antifascista in un solo grande schieramento, che rinviasse al dopoguerra la soluzione dei conflitti politici aven-

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do per il presente un solo obiettivo: contribuire alla cacciata dei tedeschi dal suolo della Patria e alla disfatta dei traditori e dei collaborazionisti. Purtroppo, almeno inizialmente, i partiti non furono all'altezza di tale esigenza: e non certo per pochezza intellettuale, ma per precise ragioni storiche che erano difficili da superare e di cui si cercherà qui di tracciare un breve quadro. Il motivo fondamentale di simile atteggiamento era in primissimo luogo la generale ostilità contro l'istituto monarchico; e, anche da parte di quei gruppi politici che non erano di orientamento repubblicano, contro la persona del re, Vittorio Emanuele III. Le ragioni ne erano chiare: le colpe del sovrano erano gravissime e non appare qui il caso di soffermarsi su di esse; basterebbe citare l'aver apposto la propria firma alle famigerate leggi razziali o alle dichiarazioni di guerra fasciste. I partiti erano quindi portati a negare qualsiasi collaborazione ad ogni istituto legato comunque alla monarchia e quindi, in primissimo luogo, alle Forze Armate. Non si voleva vedere che non si trattava, per queste, di un episodio di "voltagabbana", ma che la schiacciante massa degli uomini in uniforme era data da giovani, i quali magari in un primo tempo avevano forse anche accettato la politica fascista ed in essa creduto; ma ai quali la terribile esperienza della guerra aveva aperto gli occhi, spingendoli non solo alla rivolta contro il fascismo ed i suoi padroni tedeschi, ma facendo loro comprendere che il solo modo per liberare la Patria era di impugnare le armi contro l'invasore ed i suoi collaborazionisti: lo avevano già fatto ed avevano anche cominciato a versare il proprio sangue, e non in piccola misura. Se analizziamo più da vicino l'atteggiamento dei partiti nei confronti delle Forze Armate, vedremo che i gruppi della Destra, generalmente monarchici, i quali trovavano il proprio corifeo in Benedetto Croce, non intendevano minimamente collaborare con il re, di cui anzi chiedevano a gran voce l'abdicazione, in realtà perché persuasi che fosse questo l'unico metodo per salvare l'istituto monarchico. 9 I cattolici erano tendenzialmente di simpatie repubblicane: ma per il momento rimanevano, per così dire, in attesa degli sviluppi. I due partiti più dinamici e combattivi, quelli che maggiormente potevano influenzare l'orientamento del fronte antifascista, erano senz'altro il Partito comunista e il Partito d'Azione, ai quali, sostanzialmente, si affiancavano i socialisti. Essi erano indubbiamente risoluti a combattere; nella zona occupata avevano già inviato i loro uomini a raggiungere le nascenti formazioni partigiane; in qualche caso, loro esponenti politici quali gli avvocati Tancredi Galimberti e Dante Livio Bianco del Partito d'Azione, ne avevano addirittura preso l'iniziativa.10 Del resto, i cosiddetti "azionisti" avevano un'eccellente tradizione militare: nel 1914 - 15 essi avevano dato un validissimo contributo all'interventismo demo-

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cratico (nelle cui file aveva militato allora lo stesso Mussolini) e tra i loro attuali capi si distinguevano uomini che nelle trincee del primo conflitto mondiale avevano valorosamente combattuto, meritandosi numerose decorazioni al valore, come Ferruccio Pani o Emilio Lussu. 11 Nella Guerra civile spagnola, quando ancora Stalin si riservava di decidere se intervenire o no in favore della Repubblica, il loro leader spirituale, Carlo Rosselli, era accorso volontario, battendosi e rimanendo ferito sul fronte dell'Aragona. 12 Era viva quindi fra gli uomini ciel Partito d'Azione la tradizione della lotta armata. Ma tutto finiva qui. Il repubblicanesimo degli "azionisti" era aggressivo ed implacabile; la loro ostilità nei confronti della Forze Armate "regie", totale: al punto che uomini politici, i quali raggiunsero poi una elevata notorietà e che si richiamavano al Partito d'Azione conducevano in Italia meridionale una violenta ed aggressiva propaganda, la quale toccava i limiti ciel disfattismo, contro quei soldati che cercavano di mettere insieme un po' di forze per impegnarle sul fronte contro i nazifascisti. 11 Diversa era la situazione del Partito comunista: cd essa richiede un discorso assai più complesso. Nell'estrema sinistra italiana, ben prima che il Partito comunista d'Italia venisse fondato a Livorno nel 1921, esisteva profondamente radicata una tradizione "pacifista" e disfattista, la c.1uale trovava certamente le sue ragioni nella politica guerrafondaia dovuta prevalentemente a Crispi, cui era stato costretto un Paese arretrato e povero che, come ebbe a dire Gramsci, dalle classi dirigenti cli allora era governato «senza complimenti, come una colonia africana». L'uso stolto, e talvolta addirittura criminale, della truppa (e non solo al tempo cli Bava Beccaris) per reprimere nel sangue gli scioperi e le stesse manifestazioni delle misere plebi italiane aveva contribuito a radicare nei ceti popolari un rancore profondo contro ogni e qualsiasi istituzione militare. Purtroppo tale rancore era mal posto e sbagliato: ed avrebbe avuto, proprio per i ceti più modesti, gravissime conseguenze. Frutto di simile stato d'animo fu l'atteggiamento scia!:,>1.1rato assunto eia gran parte delle masse del popolo contro i combattenti nel primo dopoguerra, che si estrinsecava in manifestazioni di rancore, di spregio e di ostilità spesso violenta contro chiunque indossasse un'uniforme o avesse combattuto. Per cui in quegli anni tragici avveniva, per esempio, che le donne socialiste e in genere dell'estrema sinistra solessero cantare canzoni come «prendi il fucile e gettalo giù per terra» (sul tono cli «prendi il fucile e parti per la frontiera»), suscitando incidentalmente le ire cli Lenin, il quale incitava a prendere, sì, il fucile: ma a farne uso per la rivoluzione. Ma il disfattismo e l'antimilitarismo delle estreme sinistre erano tali che, quando un gruppo di cx combattenti, i quali avevano visto chiaramente il pericolo terribile rappresentato dal fascismo per le classi popolari, dettero vita al

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movimento degli "Arditi del Popolo" sotto la guida di un capitano degli Arditi, Argo Secondari, esse li guardarono con malcelata diffidenza: erano "militari", anzi: "militaristi". E che cosa volcvano? 14 Nessuno era stato capace di capire che il fascismo si poteva e si doveva affrontare solo con le armi: il settarismo faceva loro velo agli occhi. E pure furono gli Arditi del Popolo a conquistate le uniche vittorie nella lotta atmata contro il nemico fascista, da Sarzana all'Oltretorrente di Parma. E non valse ad attenuare l'estremismo della sinistra italiana il fatto che lo stesso Lenin lo denunciasse chiaramente in un suo breve saggio dal titolo rivelatore: "L'estremismo, malattia infantile del comunismo". 1via nel movimento comunista si andò poi insinuando una seconda linea di orientamento: e questa non era cli origine italiana, ma veniva eia lontano, dall'esperienza della Rivoluzione russa ove i comunisti, guidati eia Lenin e da Trotski, avevano vinto grazie alla organizzazione di quell'Esercito Rosso in cui avevano trovato posto numerosi ufficiali, sottufficiali e soldati del vecchio esercito.15 Una forte spinta alla creazione nelle file comuniste di un gruppo e di una tradizione "militare" venne poi dalla partecipazione alla Guerra civile spagnola, ove volontari in genere di orientamento comunista ed anche genericamente antifascista, non solo costituirono il Battaglione "Garibaldi" della XII Brigata Internazionale; ma recitarono una parte di primo piano in quella battaglia di Guadalajara che rappresentò la prima disfatta militare del fascismo. 1ri Fu la Spagna che creò una "tradizione" militare comunista. Ma nella clandestinità italiana, come pure nel "Regno del Sud" il vecchio settarismo prevalse: e se anche tutti fossero (più o meno) persuasi della necessità della lotta armata, il Partito comunista rimase inizialmente arroccato su posizioni totalmente ostili alle "vecchie" istituzioni, come il Partito d'Azione. Fu l'arrivo in Italia di Palmiro Togliatti che provocò infine una svolta radicale la quale, va detto, fu di proporzioni assai più vaste ed ebbe conseguenze molto più profonde di quanto ancora oggi da parte di molti storici non si voglia riconoscere. In realtà la nuova linea che Togliatti portava (come oggi infine si sa) non era sua, ma dovuta a Stalin, di cui Togliatti era e rimase un fedele esecutore di ordini. 17 Stalin era certamente un tiranno sanguinario, crudele e senza scrnpoli: ma aveva anche una sua capacità di abbracciare un vasto orizzonte politico, che si spingeva ben oltre la ristrettezza di vedute talora poco meno che meschina di molti politici italiani (e non solo italiani) di tJuei giorni. Si è sovente trascurato il fatto che la cosiddetta "svolta" di Salerno, oltre a compattare tra di esse tutte le forze in lotta contro l'invasione tedesca, portava seco, per così dire, la "rivalorizzazione" (o, se più piace, lo "sdoganamento") di una serie di istituzioni del vecchio stato già in se stesse attive e operanti, oltre alla saldatura tra il mondo dell'antifascismo "tradizionale" e quello popolarmen-

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te chiamato "badogliano". Era fuori di dubbio che ciò voleva anche dire passare (almeno temporaneamente, o così si sperava) un colpo di spugna sull'operato di uomini ed istituti, i quali altro non cercavano che di mimetizzarsi e di rifarsi una credibilità e cli cui alcuni erano persino vecchi arnesi del fascismo: e ciò era vero anche per taluni "alti papaveri" delle Forze Armate; ma era altrettanto vero che la schiacciante maggioranza dei combattenti, per lo più giovani, ad altro non anelava che al superamento o per lo meno al rinvio di ogni dissidio per concentrare tutte le forze nella lotta armata serrata ed implacabile contro gli occupanti tedeschi ed i loro collaboratori e che, specialmente al Nord, ove la battaglia era particolarmente crudele e sanguinosa, il formarsi cli un governo cli unità nazionale con la condotta della guerra cli liberazione nel suo programma 18 fu salutato con gioia ed entusiasmo dai combattenti, i quali non cercavano sottigliezze politiche, ma solo di poter vibrare i più duri colpi al nemico nazifascista. 19 Mentre nel Mezzogiorno ciò toglieva di fatto ogni ostacolo (almeno da parte italiana) ad un'attiva e fattiva partecipazione delle nostre Forze Armate alla guerra di Liberazione, tra le file partigiane del Nord (e mi riferisco qui particolarmente a quelle garibaldine, ispirate dal Partito comunista) le porte si aprivano sempre più a quei militari i quali, per altro, erano stati i veri iniziatori della guerriglia. Ma non poco della vecchia diffidenza settaria rimase tra i politici della sinistra, per lo meno tra i "quadri" intermedi locali, con la tendenza ad interpretare la cosiddetta "svolta" compiuta da Togliatti come un mero espediente tattico, poco più che una gherminella intesa ad "ingannare" gli avversari politici: il che poteva anche essere vero, ma sul piano strategico e non certo su quello cli un meschino e ristretto tatticismo. Ciò apparve dalla tendenza di molte "federazioni" comuniste a porre a fianco dei comandanti una schiera cli "commissari politici" che avrebbero dovuto "vigilarli" e garantirne il "giusto" orientamento. Questo accadde persino in quelle unità partigiane le quali erano nate dall'iniziativa - ed erano sotto il comando - ciel tenente Colajanni e del suo gruppo cli ufficiali ciel Nizza Cavalleria che, tutti, avevano adottato entusiasticamente e con profonda sincerità la linea politica cli unità nazionale antifascista e di totale accettazione della democrazia parlamentare proclamata da Togliatti. 20 Altrove la diffidenza e addirittura l'ostilità nei confronti dei militari rimase; e ciò accadde specialmente nelle formazioni partigiane di "Giustizia e Libertà" (o, più brevemente, GL), create dal Partito d'Azione (il quale, per la verità, non accettò mai se non ohtorto collo la linea politica di unità con le istituzioni del vecchio stato). Paradossalmente, colà ci si ostinò sovente a definire "bande" - e non battaglioni o brigate - le formazioni partigiane GL, sebbene anche in esse numerosi fossero in realtà i militari e spesso con importanti funzioni cli comando! Ma i dirigenti comunisti di alto livello, infinitamente più abili e con migliore

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Repubblica e Forze Armate

fiuto politico, perseverarono nella loro linea per cui la loro collaborazione con le Forze Armate divenne presto tra le più cordiali, come si vide ad esempio dopo la liberazione di Firenze, quando il Partito comunista incitò i propri iscritti, che già avevano combattuto nelle formazioni partigiane, ad arruolarsi volontari nelle Forze Armate, cui essi dettero indubbiamente un validissimo contributo di esperienza militare, di coraggio e disciplina; o nella stretta collaborazione con i militari dei garibaldini romagnoli, comandati da Arrigo Boldrini, la cui Brigata passò praticamente nelle file dell'Esercito, continuando a combattere sul fronte della Linea Gotica. Che cosa avrebbe portato alle Forze Armate italiane questa nuova situazione di collaborazione? Forse era questa l'occasione per un profondo rinnovamento di esse, per un'iniezione di sangue nuovo e di idee più fresche in quelle che di lì a poco sarebbero diventate le Forze Armate della Repubblica. Purtroppo non se ne fece nulla. E ciò perché, dopo la Liberazione, l'inizio quasi immediato della cosiddetta "guerra fredda" tra coloro che erano stati i componenti della Grande alleanza che aveva disfatto la Germania provocò la crisi ed una serie di scissioni nel fronte antifascista italiano come in quello mondiale. Il che, peraltro, era inevitabile, dato che il Partito comunista era ligio agli ordini provenienti dalla sua centrale sovietica e si schierò immediatamente sulla linea politica dettata dall'URSS. Doveva così accadere che la fratellanza d'armi, la quale era esistita nella guerra di Liberazione (e che era parsa a molti dei giovani combattenti una meravigliosa alba di rinascita) finisse in nulla. A ciò indubbiamente contribuirono i tentativi cinici di quelli che erano stati i maggiori partiti antifascisti di accaparrarsi le masse, le quali erano state fasciste o indifferenti nei confronti dell'antifascismo che, sebbene eroico e nobilissimo, rimase un fenomeno elitario. Indubbiamente parecchi valorosi combattenti della Resistenza entrarono nelle Forze Armate della Repubblica ed il loro contributo non deve essere sottovalutato; ma ciò avvenne, per così dire, alla spicciolata e non quale apportatore di un rinnovamento radicale. Il che del resto, date le vicende politiche dell'Italia, era forse soltanto un elevatissimo sogno: e tale rimase.21

Note Pierre Milza, M11ssoli11i, Parigi, 1999; trad. it., Roma, 2000, pag. 536 sgg. G. Rochat, "L'Esercito e il fascismo", in: Fasci.r1110 e società italiana, a cura di G. Quazza, Torino, 1973. 3 P. Milza, op. cit. pag. 590. 1 Cf.

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Pierre Milza, op. cit. pag. 794 sg. Su tutta la questione dei rapporti tra Partito fascista, Mussolini

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Raimondo Luraghi e Forze Armate, si veda anche: Renzo De Felice, Mussolini l'alleato, I, "L'Italia in guerra, 19401943; 1. Dalla guerra 'breve' alla guerra lunga", Torino, 1990, pag. 3 sg. 5 Per l'occupazione italiana in Iugoslavia si veda l'opera, spassionata e definitiva, di: H. James Burgwy, Ett1pire 011 the Ad,iatic- Musolini's Conquest oJ Yugoslavia 1941-1943, New York, 2005. 6 Vedasi, tra altri scritti, il diario di prigionia di Giovanni Giovannini, IlQuaderno Nero - Sette111bre 1943 Ap,ile 1945, Milano, 2004. Va aggiunto che quei pochissimi che accettarono di collaborare, in genere appena giunti in Italia disertarono e si unirono ai partigiani. 7 Alberto Bechi Luserna fu assassinato da traditori cui egli aveva ricordato invano la fedeltà al giuramento. 8 Esperienza personale. Si veda a tale proposito il mio Eravamo Pmtigiani - Ricordi del Tett1po di Guerra, lvlilano, 2005, passim. 9 Si veda: Benedetto Croce, Taccuini di G11erre, 1943-1945, a cura di Cinzia Cassani, Milano, 2004; Agostino Degli Espinosa, Il Regno del S11d, 8 settembre 1 94 3 - 4 giugno 1944, Roma, 1946. 10 La letteratura della Resistenza è, ovviamente, sterminata. Ci si limiterà qui a fare riferimento alla vecchia ma sempre abbastanza valida Storia della Resistenza Italiana, di Roberto Battaglia, Torino, 1953; ma soprattutto all'eccellente opera di Claudio Pavone, Una G11e1'1'a civile- Saggio storico s11lla moralità della Resistenza, Torino, 1991. 11 Leo Valiani, Tutte le strade conducono a Roma, Firenze 1946. 12 Sembra giusto ricordare qui due altri giovani, cli tradizione socialista-azionista, Renzo Giua e Fernando De Rosa, entrambi volontari ccl entrambi caduti nella Guerra contro il franchismo. 13 Dati interessanti sono forniti da: Fulvio Mazza, "Le reazioni nel Partito d'Azione meridionale alla partecipazione al governo", in: AA. VV. 1944 - Salerno capitale. Istituzioni e Società, a cura di Augusto Placanica, Napoli, 1986, pag. 371 sgg. 14 Si veda il bellissimo studio di Eros Francescangeli, Arditi del Popolo -Argo Secondari e la p1i1t1a organizzazione antifascista (1917 - 1922), Roma, 2000. 15 W Bruce Lincoln, l"vJd Victory-A History oJ the Russiat1 Civil Wm; New York, 1991. 16 Anthony Beevor, The Battle far Spain - The Spanish Civil Wa,; 1936-1939, London, 2006 (traci. it.: La G11erra Civile Spagnola, Milano, 2006); Bartolomé Bcnnassar, La Guerre d'Espagne et ses lendemains, Parigi, 2004 (traci. it.: La Guerra di Spagna - Una tragedia nazionale, Torino, 2006). Sulle Brigate Internazionali: Niccolò Capponi, I Legionmi Rossi - Le B,igate Intemazjonali nella G11en'tl Civile Spagnola, Firenze, 2002. 17 Ciò è stato definitivamente dimostrato dallo studio cli Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin - Il PCI e la politica estera staliniana negli Archivi di Mosca, Bologna, 1997. 18 Togliatti, dopo la Liberazione, ebbe a dire che la collaborazione era stata migliore e più stretta nel governo Badoglio (che egli definì "un vero governo di gabinetto") che in quello, successivo alla liberazione cli Roma, presieduto dall'on. Bonomi. 19 Interessante su Togliatti al tempo della "svolta" cli Salerno ed oltre il libro di Massimo Caprara, L'inchiostro verde di Togliatti, Milano, 1996. 20 Ricordi personali. 21 A ragione Renzo De Felice ebbe a dire che mentre la Democrazia Cristiana si era posta come erede delle masse del "fascismo-regime", i comunisti lo furono di quelle del "fascismo-movimento".

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UN MINISTRO DELLA DIFESA NEGLI ANNI OTTANTA

Lelio Lagorio

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edo, con una certa sorpresa, che sono il solo appartenente al ceto politico chiamato alla tribuna in questo convegno. Eppure il convegno ha un titolo squisitamente politico - "Repubblica e Forze Armate" - cioè un tema e un problema di notevole rilevanza politica. La presenza di un solo politico è dunque una specie di anomalia. Mi chiedo: è casuale o no? È forse la sottolineatura di una tesi? E cioè che i primi anni Ottanta - per intendersi meglio: il tempo più dinamico della presidenza Pertini - sono "Anni Buoni" per la vita del nostro Paese, anni che hanno segnato una svolta negli affari di Stato, nel rapporto Repubblica/Forze Armate e nella politica militare. Condivido questa tesi e, se per caso tale tesi sta alla base della scelta che mi ha sorpreso, non posso che rallegrarmene. Sì, per il tempo a cavallo del 1980 si può effettivamente parlare di "New Deal" italiano. Sono gli anni in cui lo Stato ha manifestato una ripresa di energia e una volontà di protagonismo in campo internazionale, gli anni degli euromissili, delle spedizioni militari Oltremare, del trattato militare con Malta, della presenza nel Corno d'Africa e del sostegno militare alla Somalia, della "opzione zero" e del "fronte Sud" in sede NATO: tutte iniziative italiane o riconducibili a iniziative italiane e che coinvolsero profondamente le nostre Forze Armate. Sono gli anni in cui - aumentando i bilanci militari (unica, prima e ultima volta nella vita repubblicana) e portando finalmente sotto le luci della ribalta il corpo degli ufficiali come importante risorsa della Nazione - il nostro Paese non solo ha tenuto con onore la prima linea nella fase finale della Guerra Fredda ma ha voltato pagina nel libro delle complesse relazioni fra Repubblica e Forze Armate. Di tutto quel periodo prendo qui come unico esempio, come parametro, le spedizioni militari in Medio Oriente. Niente dati, niente particolari, solo una testimonianza sul senso generale di quelle operazioni, sull'atmosfera in cui si realizzarono, sul nuovo clima che contribuirono a determinare nel Paese. In . breve, senza politichese, chiamando le cose col loro nome. Medio Oriente, dunque. I nostri soldati da qualche settimana sono là, in

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Lelio Lagorio

Libano. Faranno bene. Il nostro apparato militare sa preparare bene i nostri reparti, in particolare quelli più accreditati. E in Libano abbiamo o avremo paracadutisti, fanti di marina, lagunari, bersaglieri, carabinieri, cavalleggeri, forse alpini, soldati di "serie N', sanno cosa fare e come farlo. Non è la prima volta che ci troviamo da quelle parti. Siamo già stati, infatti, in Medio Oriente negli anni Ottanta: e a lungo. Andò bene. E andrà bene anche stavolta ... Ma ... Fra oggi e allora ci sono differenze, differenze di cultura politica nazionale, di quadro politico, di contesto internazionale, di situazione sul campo. Differenze che rendono la spedizione di oggi più difficile e più rischiosa. Non voglio fare paragoni, tipo "ieri, quando c'ero io, tutto OK, oggi che io non ci sono, chissà". Non voglio far ridere. Però, sottolineare qualcosa delle spedizioni degli anni Ottanta, qualche distinzione fra ieri e oggi, può essere utile perché vedere le diversità aiuta a capire meglio le cose; e le differenze dicono che oggi, assai più di prima, dobbiamo stare in guardia, molto molto in guardia. Su cosa fu il Libano negli anni Ottanta, perché ci mobilitammo, cosa c'era in gioco, può valere un piccolo aneddoto. Estate '82. Quando al ministero della Difesa fu tutto pronto, chiesi al Presidente del Consiglio di ricevermi. A Palazzo Chigi c'era Giovanni Spadolini, un italiano di stampo risorgimentale con echi ottocenteschi nel cuore. Fissò di vedermi di notte, come faceva quando non voleva curiosi d'attorno. A Palazzo Chigi non c'era nessuno. In quelle grandi stanze deserte si respirava una certa aria ... come dire? ... sì, c'era una certa aspettativa. Al Premier presentai nei particolari cosa la Difesa aveva preparato e poi presi a parlargli delle ricadute politiche possibili di quella spedizione militare: l'Italia che per la prima volta dopo la fine della Seconda Guerra mondiale usciva in forze dal suo guscio; la nostra Italietta repubblicana che ora si muoveva come una potenza regionale. Spadolini si alzò in piedi di scatto e rosso in volto per una travolgente emozione mi gridò: «Ma questa è una nuova Crimea! Noi siamo come il Piemonte all'alba del Risorgimento! Io sono Cavour!! Tu sei Lamarmora!». In effetti. .. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale, traumatizzati dalla sconfitta militare che ci aveva travolti e annientati, non avevamo mai messo piede fuori dall'uscio di casa. La Repubblica aveva scelto un basso profilo militare, delegata la sicurezza alla NATO, poca importanza a temi della Difesa, poca considerazione per le Forze Amate, diffidenza verso gli alti comandi, negligenza verso il corpo degli ufficiali, scarsi soldi, scarsi mezzi. Badate: tale scelta, in fondo, corrispondeva al clima complessivo della Nazione. Lo Stato era una "repubblica di partiti" e i partiti maggiori, per una ragione o per un'altra, non avevano orecchio per le cose militari. L'antica regola che non c'è politica estera se non c'è un'adeguata forza militare sembrava una bestemmia; e poco interes-

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Rcp11hblica e Fo,z.e Armate

se suscitava l'altra regola secondo cui una Nazione - se ha coscienza di sé, se tiene all'indipendenza, se crede in una sua vocazione e in un suo destino - deve dare molta importanza ad una politica estera "propria" e a una politica militare "propria" che la deve supportare. È una questione di cultura, di cultura generale del Paese. Ebbene, se il cuore dei cittadini sente poco il valore dell'identità nazionale e preferisce sentirsi, per un buon terzo, "internazionalista" e, per un altro buon terzo, "ecumenico", se Cavour, Garibaldi, De Amicis, Battisti non dicono più niente come è accaduto in Italia per tanto tempo, ebbene sono difficili sia una politica estera sia una politica militare. Nella "Repubblica dei partiti" (]uesta cultura, che possiamo definire cultura risorgimentale, è stata minoranza. Con qualche eccezione. I primi anni Ottanta sono stati una di queste eccezioni. Come mai? Non è agevole rispondere ma ci si può azzardare a dire che - sia stata l'astuzia della Storia, come credono i laici, o sia stato il disegno della Provvidenza, come credono i religiosi - fatto sta che a cavallo degli Anni Settanta/ Ottanta si verificò una serie di avvenimenti che mutarono il corso delle cose. Prima di tutto ci fu la questione degli euromissili, il vero grande giro di boa nel nostro tempo, e l'Italia - che aveva un Pertini al Quirinale, un cattolico-liberale come Cossiga a Palazzo Chigi, le forze repubblicano-socialiste in crescita - disse "sì" agli euromissili, rispose cioè come uno Stato forte. Così l'Italia fu proiettata alla ribalta internazionale e poco dopo - col Medio Oriente - riscoprì la sua vocazione mediterranea e un ruolo di "potenza regionale". Le cose della Difesa, le novità della Difesa, vennero di conseguenza, scaturirono da questa svolta di cultura. Dal cambiamento di passo della politica discesero: rivalutazione del ruolo delle Forze Armate, aumento delle spese militari, cura per gli uomini in uniforme, il corpo degli ufficiali considerato come una risorsa preziosa della Nazione e via discorrendo. Facile a dirsi, ora, ma fu durissima. In tale cornice èulturale, con gli obiettivi più alti ora ricordati, in quel clima politico-ideale nuovo, vennero le spedizioni militari in Medio Oriente. Spedizioni militari, non soccorsi da Croce Rossa. Le spedizioni furono tre. Una prima nel Mar Rosso e nel Sinai. E due in Libano. Sempre senza l'ONU. Furono missioni di Nazioni civili e democratiche che spontaneamente avevano deciso di affiancarsi per intervenire in punti incandescenti del mondo con una operazione armata, sì, ma di civiltà. Nel Sinai e Mar Rosso mandammo la Marina. Volevamo garantire che la pace finalmente fatta da Egitto e Israele non fosse insidiata da nessuno. E così fu. In Libano mandammo l'Esercito con protezione navale e aerea. La prima volta si trattava di impedire che Israele annientasse le milizie palestinesi in ritirata nel

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Libano. E ci riuscimmo. Quelle milizie dovevano diventare l'esercito regolare dello Stato palestinese e noi volevamo uno Stato palestinese perché, se ordinato e ben organizzato, avrebbe vissuto in pace con Israele. La seconda spedizione in Libano - lanciata per impedire i tanti massacri etnici e religiosi che insanguinavano quel paese - doveva servire sul piano politico e strategico a dare forza e autorità al legittimo governo libanese e a fare del Libano un paese indipendente, sicuro, elemento di moderazione nella regione. E ci riuscimmo. In parte. Cioè fino a quando il partito Hezbollah, forte per aiuti internazionali, insorse in armi contro il governo legittimo e fece sprofondare il Libano nella lunga notte di una terribile guerra civile. In Libano mandammo complessivamente, con gli avvicendamenti, 8.000 uomini. Al corpo di spedizione consegnammo - ed era la prima volta nell'era repubblicana - la "Bandiera di Guerra". Era un simbolo, il segno che eravamo e ci sentivamo una forza combattente. Le consegne (le cosiddette regole d'ingaggio) erano dettagliate, i nostri sapevano bene quel che dovevano fare in ogni situazione. Il comando era interamente italiano. Non dipendevamo da nessuno. Il quartiere generale era a Roma presso il ministro della Difesa, la catena di comando era scarna e funzionò. Nessuno ci clava ordini. Andò bene ... ma, fate attenzione! Quando sbarcammo la prima volta a Beirut una certa stampa inglese ridacchiò. Erano sbarcati i bersaglieri e un giornale britannico scrisse: «Sono arrivati gli italiani con le penne di gallina». Quando, la seconda volta, facemmo avanzare anche qualche carro armato e lo avevamo dipinto di bianco perché le varie fazioni libanesi sapessero che eravamo italiani e non qualcuno di loro, quel giornale britannico scrisse: «Sono tornati gli italiani con i loro carrettini da gelato». Ma presto non ridacchiò più nessuno. I nostri, in linea, erano soldati di qualità. Fece il giro del mondo, allora, una foto-notizia in cui si vedeva un gruppo di soldati in esercitazione fra le dune cli Beirut. La didascalia cli quella foto, in inglese, annunciava a tutto il mondo: «Beirut. Un sergente paracadutista italiano fa istruzione a una compagnia di matines americani». E più tardi, quando la missione finì e i 100 soldati britannici una bella mattina non erano più al loro posto perché nella notte se ne erano andati all'inglese ... e americani e francesi si ritirarono in disordine ... e gli italiani furono gli ultimi a lasciare - ma in ordine - il Libano dopo aver donato alla popolazione libanese, in ordine, ospedale, medicinali, vestiario e viveri ... e salirono ordinatamente sulle nostre navi da guerra che incrociavano davanti a Beirut ... e ultimi a muoversi furono i carabinieri paracadutisti rimasti lì al loro posto fino all'ultimo minuto per garantire che tutto fosse eseguito secondo i piani del nostro quartiere generale ... Quello stesso giornale inglese che aveva scherzato su di noi agli inizi della mis-

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sione scrisse: «Se l'intera spedizione fosse stata ordinata dagli italiani e tutti si fossero comportati come gli italiani, le cose sarebbero andate meglio». Questo fu quel nostro Libano. Le truppe italiane di rientro dal Libano sbarcarono a Livorno. Attorno a loro, attorno alla spedizione, si era creata un'emozione nel Paese, un'emozione di tipo nuovo, si potrebbe dire, con una parola sempre usata poco, un'emozione "patriottica". Popolo, istituzioni, mass-media ne erano stati coinvolti. Livorno lo confermò, città che per ragioni politiche aveva avuto spesso da ridire con i paracadutisti della "Folgore" e che fra i colori di bandiera prediligeva orgogliosamente il "rosso", per quei soldati del Libano si ammantò di tricolore. Sui moli, per le strade, dalle finestre una moltitudine di popolo acclamava i reduci. Aveva ragione Spadolini. Era una "nuova Crimea". E oggi? Oggi è diverso, più complicato e rischioso. I nostri soldati faranno certamente bene, ma la situazione è cambiata. Che vanno a fare, oggi, i nostri in Libano? Qual è la cornice culturale entro la quale si inserisce la spedizione? Qual è il disegno politico nazionale che la ispira? Come si devono comportare i nostri soldati in caso di improvvise emergenze? Non pretendo di avere risposte, mi faccio soltanto delle domande. Di sicuro, oggi, a parlare di "Nuova Crimea" saremmo fuori dal mondo. Cavour, Lamarmora e soci non sono di moda ed è un peccato. Non siamo là, mi pare, per inseguire uno specifico disegno politico nazionale. Negli Anni Ottanta c'era una filosofia che guidava le nostre iniziative militari (l'Italia come potenza regionale), oggi ... è presto per saperlo. Siamo là perché siamo "buoni", ecco, ma il "buonismo" non è filosofia sufficiente quando si scherza col fuoco in terre infuocate come il Libano. La bandiera dei nostri negli Anni Ottanta era il Tricolore, ora è il drappo celeste dell'ONU. E quando il quartiere generale delle operazioni è a New York, nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, l'esperienza di tante vicende internazionali insegna che c'è poco da stare allegri. La catena decisionale dell'ONU è dominata dai compromessi e dagli intrighi del Palazzo di Vetro, e così rende sempre incerta e lenta la mano militare delle Nazioni Unite. F, questo non ci rassicura. I nostri sono là, non per garantire un trattato di pace o un armistizio fra Stati, ma solo per interporsi durante una tregua, cioè durante una di quelle pause che sul campo di battaglia i contendenti di tanto in tanto concordano per tirare il fiato, in attesa di riprendere le ostilità, insomma uno di quei fragili patti che raffreddano la febbre alta ciel malato ma non curano la malattia. Le cause del conflitto non sono state rimosse e la guerra perciò può riaccendersi in qualsiasi momento. Sono i nostri soldati equipaggiati e attrezzati per reggere uno scontro di grossa portata? I contendenti non sono due Stati (Israele e Libano) ma Israele e un'organiz-

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Lelio Lagorio

zazione politico-militare (Hezbollah) che ha uno scopo solo: quello di estirpare Israele dal Medio Oriente. Chi imporrà a Hezbollah di smetterla? Ed è poi il disarmo di Hezbollah che si vuole o piuttosto dare una lezione a Israele? Nel nostro Parlamento e nel nostro Governo ci sono i difensori dell'una e dell'altra tesi. E, allora, se dovessero riprendere le ostilità, quale delle due tesi prevarrebbe in Parlamento e nel Governo? Oggi non è dato saperlo e di conseguenza non si sa quali istruzioni sarebbero diramate ai nostri soldati. L'arrivo delle truppe dell'ONU con le regole di comportamento stabilite dall'ONU non fa chiarezza sul quadro, visto che la filosofia dell'ONU è vietare al suo corpo di spedizione di usare la forza. C'è dunque un fondo di ambiguità e, si sa, quando si mobilitano gli eserciti nulla è più dannoso della incertezza sui fini e sui mezzi. E allora, signor Lagorio: «Se fosse dipeso da lei che avrebbe fatto? Lei ha un po' cli naso per queste cose: dica!». Ve lo dico. Nelle condizioni difficili e dubbiose cli "questo Libano 2006" avrei usato molta prudenza e lasciato ad altri il gusto dei primi della classe. Solidarietà con l'ONU, certo, ma presenza militare meno esposta, poco esposta, insomma: mostrare bandiera in modo simbolico come hanno fatto Gran Bretagna e Germania che non sono Nazioni da poco. E poi, al di là cli questo, molta iniziativa politica e molti servizi di inteiligence. In questo modo potevamo (e possiamo ancora) renderci utili. Un'ultima considerazione con una domanda: se dietro la spedizione italiana di oggi ci fosse qualcos'altro, qualcosa cli positivo che ancora non si vede ma che matura, ad esempio la voglia di dare inizio ad una nuova stagione di politica estera fondata su una ripresa di protagonismo nazionale italiano? Risposta: beh, allora, sarebbe benvenuta la novità! Ma occorre una "controprova", bisogna che lo Stato dimostri di essere capace di dare più attenzione e più importanza ad un rilancio della nostra capacità militare, giacché in campo internazionale, senza forza adeguata, non c'è politica credibile ed è pura velleità prefiggersi ruoli più significativi. Tale "controprova", al momento, è tutta da costruire. La verità è che la Difesa, mai come in questi anni, è stata la Cenerentola del Governo, basta guardare i bilanci militari, le risorse per le Forze Armate sono ridotte all'osso. Questo è un problema nazionale di grosse proporzioni che attende risposta da molto tempo, è un problema che ci addolora perché noi amiamo questa terra in cui siamo nati, è la nostra Patria Italiana, così la chiamiamo; e non ci accontentiamo di sentir ripetere sempre più spesso che siamo soltanto un "Sistema Paese". Mi fermo qui. Salutiamo insieme, anche da qui, i nostri soldati in Libano, tutti i nostri soldati in missione all'estero. Meritano, per quel che fanno, e per come lo fanno, l'ammirazione e la riconoscenza della Nazione.

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Repubblica e F01ze Ar111ate

Nota sul relatore Lelio Lagorio è stato ministro della Difesa per quasi quattro anni, dall'inverno 1980 all'estate 1983. La sua nomina a capo del dicastero militare suscitò qualche apprensione perché nella storia d'Italia Lagorio era il primo esponente del PSI ad assumere la direzione della Difesa. Il nuovo ministro tuttavia aveva un buon curriculum. Allievo e assistente di Piero C:alamandrei, aveva insegnato diritto processuale nell'Università di Firenze; contava su una notevole esperienza amministrativa (sindaco di Firenze e presidente della Regione Toscana); nel PSI si era affermato come uno dei principali artefici cli quella tendenza politico-culturale detta "autonomismo" che stava trasformando il socialismo italiano in un movimento moderno di stampo socialdemocratico europeo. Alla Difesa si rivelò innovatore e realizzatore sia sul piano delle scelte strategiche, sia per gli ordinamenti interni delle Forze Armate, ma soprattutto perché propugnò con energia la valorizzazione della classe militare come forza importante della società italiana. Negli anni della sua permanenza alla Difesa i bilanci militari furono fortemente aumentati, facendo compiere allo Stato uno sforzo del tutto inusitato a favore delle Forze Armate. Voce ascoltata nei consessi dell'Alleanza atlantica, è stato presidente del consiglio dei ministri europei della Difesa. Lasciata la Difesa è stato per tre anni ministro del Turismo, spettacolo e sport e quindi presidente della Commissione Difesa alla Camera e componente del Comitato parlamentare per il controllo dei servizi di intellige11ce e per il segreto di Stato. Eletto in nove competizioni elettorali, ha presieduto il gruppo socialista alla Camera e al Parlamento europeo. In Europa è stato il primo italiano ad assumere la carica di vicepresidente dell'Unione dei partiti socialisti della Comunità. Il presidente Pertini gli ha conferito le insegne cli Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica. Alla metà degli anni Novanta, quando si è disgregata la "repubblica dei partiti" nata nei giorni della Liberazione, è tornato agli studi ed ha pubblicato alcuni libri cli storia e politica. Di recente ha dato alle stampe le sue memorie cli ministro della Difesa (L'Ora rii Austerlitz. 1980: la svolta che 11111/ò l'Italia).

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FORZE ARMATE ED EMERGENZE: UN AUSILIO AL PAESE

Mario A1j>ino

Forze Armate e Società

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n un periodo in cui la modesta quota-parte di attenzione che la politica, i media e l'opinione pubblica riservano ai militari è correttamente concentrata sulle "missioni internazionali", non è male ricordare, in questa sede, anche ciò che fanno cd hanno fatto le nostre Forze Armate all'interno del Paese cd a favore dei cittadini in occasione di calamità cd emergenze. Prima o poi è giusto che anche questo, dopo un effimero transito in cronaca, vada a far parte integrante della nostra storia. Storia con la quale, anche grazie alle iniziative della Commissione Italiana di Storia Militare, da qualche tempo stiamo cercando di fare i conti onestamente, senza auto-referenze, cosa non facile in un periodo di profondi mutamenti culturali, politici, gcostratcgici e macroeconomici. E così si scopre che, tradizionalmente, in Italia il rapporto tra Forze Armate e società non è mai stato facile, né semplice. Agli albori dell'Unità d'Italia questo rapporto non è stato certo agevolato nelle province meridionali dalle lunghe campagne di "lotta al brigantaggio", condotte dall'Esercito regio con metodi assai sbrigativi, né dall'introduzione del servizio di leva obbligatoria, né tanto meno, al nord, dalle cannonate del generale Bava Beccaris contro gli scioperanti. li fatto è che, almeno sino alla Prima guerra mondiale, i soldati, e segnatamente gli ufficiali, erano visti come entità d'insieme al servizio della monarchia piuttosto che della Nazione e, nonostante gli sforzi del fascismo, la "separazione" tra politica e istituzioni militari, fatto salvo forse il "tifo" per l'Aeronautica ai tempi delle Crociere, dei primati e delle Giornate dcli' Ala, non fu mai completamente raccordata. Una guerra poco sentita, ma comunque sanguinosamente combattuta dalle tre Forze Armate, e lo sconfortante epilogo dell'8 settembre riaprirono poi quel solco che ancora oggi, dopo sessant'anni di Repubblica, sembra così difficile da colmare. Prova tangibile le continue decurtazioni del bilancio della Difesa, dalla quale si pretende ma alla quale non si vuol dare, precipitato sotto i limiti del ridi-

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colo nell'indifferenza generale. Questa, sì, davvero "bipartisan". Con il popolo, però, momenti di vicinanza ci sono sempre stati, e certamente quelli delle operazioni di soccorso nelle calamità e nelle emergenze sono da annoverarsi tra gli eventi che hanno contribuito a stabilire i legami più solidi.

Forze Armate regie, calamità naturali e percezione popolare Normalmente, la storiografia militare ufficiale fa risalire al terremoto di Messina del 1908 il primo intervento organizzato di protezione civile a carattere interforze effettuato dalle Forze Armate italiane. Come ricorda Anna Maria Isastia nel libro Soldati e Cittadini (Alinari, 2000), «massiccio fu l'intervento militare in aiuto delle popolazioni calabresi e siciliane che nelle prime ore del mattino del 28 dicembre 1908 furono svegliate da un violento terremoto che distrusse la città cli Messina e recò gravi danni anche a Reggio Calabria. I morti furono decine cli migliaia, un numero ancora più alto di feriti. Mentre unità eia guerra italiane, russe e inglesi, che si trovavano in navigazione nel Mediterraneo, accorsero subito a Messina, tutte le Armi e le specialità dell'Esercito si impegnarono nell'attività di soccorso. Furono circa 20mila i militari presenti sul territorio nei momenti più duri: dagli Alpini ai Carabinieri, dal Genio alla Fanteria e alla Guardia di Finanza. La Marina Militare attivò la flotta per il trasporto delle truppe, dei viveri e di tutti gli altri generi di soccorso, delle unità ospedaliere, delle attrezzature eia lavoro ciel Genio militare, così come per il trasporto dei feriti e dei profughi dalle regioni colpite agli ospedali e ai centri di raccolta». Soltanto nell'estate del 1909 le Forze Armate furono sostituite dagli organi di "ricostruzione civile". Se questa lontana "missione interforze" nazionale delle regie Forze Armate resta indubbiamente nella storia, e a buon diritto, come il prototipo delle innumerevoli missioni umanitarie poi svolte negli ormai sessant'anni di era repubblicana, c'è eia dire che, sebbene su scala diversa, la tradizione ciel soccorso alle popolazioni viene da molto più lontano, e le cronache dell'epoca dell'Italietta ne danno ampia testimonianza. Maria Immacolata Maciotti, in un saggio intitolato "Immagine ed autopercezionc dell'Esercito" (Esercito e Società, 1994), propone una pagina dell'Arena di Verona, datata 11 novembre 1882, numero speciale dedicato all'Esercito come ricordo e ringraziamento del prodigarsi dei soldati a soccorso della popolazione veronese in occasione di un grave straripamento dell'Adige. Afferma l'Autrice che «nel periodo compreso tra l'Unità d'Italia e la Grande Guerra non era raro che i giornali locali e nazionali dedicassero l'apertura a circostanze e avvenimen-

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ti che avevano l'Esercito per protagonista positivo, contribuendo così a veicolare i valori relativi alla Funzione delle Forze Armate». Così, nel giro di un secolo, tra guerre, terremoti e alluvioni, si è pian piano realizzata una strana realtà nazionale in uniforme, con i piedi ormai sufficientemente radicati nella realtà popolare, ma ancora insufficientemente accettata dalla politica e con la testa che solo con difficoltà riesce a trovare uno spazio dignitoso nella realtà della società civile.

Forze Armate della Repubblica nel soccorso alle popolazioni Se, come ci spiega in un suo saggio Virgilio Ilari (Forz,e Armate e società italiana: breve analisi di un difficile rapporto - UNA, 2000), il rapporto tra i militari e la società di cui pur fanno parte resta assai delicato e altalenante anche in epoca repubblicana, pur tuttavia il loro apporto sul territorio nazionale ed all'estero in occasione di emergenze e calamità naturali è sempre stato vivamente apprezzato. Apporto che, ovviamente, è andato modificandosi con il tempo in funzione di varie evenienze, quali l'abolizione del servizio di leva, la creazione e la progressiva maggiore efficienza del Dipartimento per la prote:done civile, le iniziative sempre più incisive e presenti delle componenti di volontariato civile. Ciononostante, nei frangenti difficili le Forze Armate restano pur sempre l'Istituzione più attiva, reattiva e organizzata, e questo sembra ampiamente riconosciuto dalle Autorità e dal pubblico. Certo, oggi le modalità e la tipologia del supporto militare non sono più basate esclusivamente sulla quantità (ovvero la massa dei militari cli leva) e sullo schema organizzativo dei Comandi Regionali, come ai tempi del Polesine e del Vajont, ma sulla qualità del supporto specialistico selezionato in modo mirato, normalmente ad integrazione e soddisfacimento delle esigenze presentate dal Dipartimento della Protezione Civile. Alcune attività non specializzate, come, ad esempio, la sorveglianza ai seggi elettorali, dopo la "trasformazione" ovviamente oggi non sono più possibili, anche perché molti volontari sono permanentemente impegnati nelle missioni all'estero. Continuano invece, senza soluzione cli continuità qualitativa e quantitativa rispetto al periodo precedente all'abolizione della leva, quelle attività da sempre considerate specialistiche, per lo più coordinate o direttamente effettuate dall'Aeronautica Militare e dalle Capitanerie di Porto, che si riferiscono alla Ricerca e Soccorso (su terra o su mare) e al trasporto traumatizzati ed ammalati gravi. A queste operazioni, non programmabili, normalmente concorrono, assieme ai mezzi delle Forze Armate, quelli delle Forze di Polizia.

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Calamità naturali L'elenco degli interventi sarebbe lunghissimo, ma, a parere di chi scrive, al di fuori degli obiettivi del Convegno, che sono di tipo concettuale e qualitativo, piuttosto che una mera enumerazione quantitativa degli eventi effettuati da ciascuna Forza Armata, verrà quindi seguito, traendone anche spunto, il metodo sintetico e cronologico già adottato dalla professoressa Anna Maria Isastia nel libro, già altrove citato, intitolato Soldati e Cittadini, dove sono delineati solo gli accadimenti maggiori.

Alluvione del Polesine. II 14 novembre 1951 lo straripamento del Po e dell'Adige provocò l'allagamento di tutto il Polesine, causando gravi danni e l'esodo in massa di una popolazione già povera. Il tutto in un quadro di carenza di mezzi e di pessime condizioni atmosferiche, fattori che ostacolarono non poco l'opera delle forze militari e di polizia, che provvidero comunque, assieme ai Vigili del Fuoco, al recupero di persone e bestiame isolato, al trasporto, ai servizi di mensa ed alle comunicazioni. Molte famiglie trovarono un primo rifugio nelle caserme di tutto il Triveneto ed in molte altre località del nord Italia. Il disastro del V qjont. La sera del 9 ottobre 1963 una frana staccatasi dalle pendici della parete nord del monte Toc, precipitando nel bacino idroelettrico formato dalla diga del Vajont (Belluno), sollevò una massa di cinque milioni di metri cubi d'acqua, che rase al suolo la cittadina di Longarone e danneggiò alcuni paesi vicini, provocando 3.000 vittime. Le immagini delle centinaia di militari che si avvicendavano a scavare nella melma per il recupero dei corpi sono ancora vive nella memoria cli tutti. Le forze militari e di polizia si occuparono di assistenza sanitaria e vettovagliamento, recuperi di beni, masserizie e bestiame, disinfezione, riattamento della viabilità, riscaldamento ed energia, verifica delle condizioni geologiche delle pendici più a rischio di nuove frane. Le alluvioni del 1966. Lo straripamento dell'Arno il 4 novembre 1966, con la conseguente inondazione della città di Firenze, è soltanto uno, il più grave, degli

allagamenti, smottamenti e frane provocati dall'eccezionale quantità di piogge occorse nell'autunno di quell'anno. Oltre a Firenze, dove contribuirono anche a porre in salvo opere d'arte e biblioteche, le Forze Armate intervennero a sgomberare strade, erogare energia elettrica e fornire prima assistenza in Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli e varie località della Toscana. Particolarmente intenso ed importante, ma logorante per l'efficienza dei mezzi, fu l'impiego dei reparti di elicotteri delle tre Armi e delle forze cli polizia.

Il temmoto del Be/ice. Violente scosse di tenemoto, con un primo urto nel pomeriggio del 14 gennaio 1968, ripetutosi una decina di giorni dopo, distrusse

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interi paesi nella valle del Belice, nella Sicilia occidentale. Tutte le Forze Armate intervennero tempestivamente, ma, come sempre in queste occasioni, l'impegno più gravoso toccò all'Esercito, che intervenne da tutta la regione meridionale, ma anche dal Centro e dal Nord, con colonne di autocarri, di mezzi del Genio, del Commissariato, della Sanità e delle varie Armi. Furono costruite numerose tendopoli, fu provveduto alle esigenze più elementari, alloggiando persino nelle caserme di Trapani e Palermo centinaia di senzatetto.

Il terremoto in Friuli. Il 6 maggio 1976 un sisma violentissimo, che provocò oltre 1.000 morti, 3.000 feriti e 40.000 senzatetto, colpì le province di Udine e Pordenone. Forti scosse si ripeterono in settembre, questa volta con pochi danni: ciò che poteva crollare era già crollato. I soccorsi furono immediati e ben organizzati sia da parte delle Istituzioni locali che da quelle nazionali: tutti, in zona, ricordano ancora il nome dell'onorevole Zamberletti e dei generali dell'Esercito Mario Rossi e Roberto Jucci. L'intervento dei militari, all'epoca massicciamente già presenti in zona con alta disponibilità di uomini, mezzi e infrastrutture, fu rapidissimo, ben organizzato, molto apprezzato e senz'altro favorito dall'ottimo rapporto tra militari e popolazione e tra Autorità militari e civili. Di grande rilievo è stato anche il contributo offerto, tra gli altri, dall'Associazione Nazionale Alpini, i cui volontari, autonomi, autosufficienti e con compiti precisi per ciascun nucleo, sono giunti immediatamente da tutta Italia, contribuendo vistosamente anche alla successiva fase di ricostruzione.

Il temmoto in Campania e Basilicata. Il terremoto del 23 novembre 1980, che colpì centinaia di paesi in una vasta area dell'Appennino meridionale compresa tra l'Irpinia e la Basilicata, distrusse totalmente gli abitati di 36 comuni e ne danneggiò gravemente quelli di altri 280. I morti furono oltre 3.000 e quasi 9.000 i feriti. Le Forze Armate, che dopo il terremoto del Friuli si erano andate organizzando in modo specifico anche per operazioni di protezione civile, mobilitaremo unità specializzate da tutta Italia, compiendo uno sforzo logistico, amministrativo ed operativo senza precedenti. Grandioso fu lo sforzo dei reparti elicotteri dell'Aeronautica, dell'Esercito e della Marina, che, affiancati da quelli delle Forze di Polizia e dei Vigili del fuoco, operarono con un supporto logistico ed una gestione tecnico-operativa per quanto possibile unificata. Mentre per le popolazioni e per le Autorità civili si è trattato di un supporto indispensabile, per le stesse Forze Armate questo intervento si è poi rivelato essere una lezione ricca di apprendimenti. Il terremoto nelle Marche e nel/Vmbria e l'alluvione nel Salernitano. Sono state queste le ultime due occasioni (26 settembre 1997 e 5 maggio 1998) di intervento massiccio da parte delle Forze Armate. Particolarmente difficile fu l'intervento nel triangolo tra Avellino, Caserta e Salerno, in particolare su Sarno, Quindici e

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Siano, dove gli elicotteristi ciel Soccorso Aereo dell'Aeronautica, intervenuti di notte e con condizioni meteorologiche proibitive, riuscirono, esponendosi pericolosamente, a salvare decine di vite umane.

La "Quinta missione interforze" L'esperienza di maxi-emergenze quali il terremoto del Friuli, quello ciel Belice e quello in Campania e Basilicata, aveva dimostrato con tutta evidenza che per fronteggiarle, sia pure nei termini concettuali di "concorso", le Forze Armate dovevano disporre di una organizzazione articolata a carattere interforze, in modo da assicurare un intervento rapido, selettivo e qualificato su tutto il territorio. Non dobbiamo dimenticare che eravamo in epoca di "guerra fredda" e disponevamo di Forze Armate prevalentemente stanziali, orientate a nord-est e con un sistema di Comando e Controllo operato esclusivamente dalla NATO. Nasceva così l'idea, nell'ambito di c1uella che sarebbe poi divenuta la "Quinta missione interforze", di creare una Forza cli Pronto Intervento (FoPI), basata sulla predesignazione di un elevato numero di unità dotate di capacità di movimento tridimensionale, pronta a muovere non oltre le 16 ore ed essere operativa sul posto entro 24 ore, da attivarsi su ordine dello Stato Maggiore della Difesa e da porre alle dipendenze di un comando operativo ad hoc, con struttura precostituita. Il fine esclusivo era il concorso di protezione civile, in parallelo ad una Forza di Intervento Rapido (FoIR), in grado di raggiungere in brevissimo tempo qualsiasi area ciel territorio nazionale sottoposta ad offesa esterna. Le unità designate a costituire la FoPI dovevano essere equipaggiate con mezzi che ne assicurassero mobilità, autonomia ccl efficacia operativa, articolarsi in moduli specializzati e compiere esercitazioni effettive e per quadri in stretta cooperazione con le autorità civili nazionali e locali. L'idea ebbe un seguito nei fatti, e fu persino istituito un capitolo di spesa interforze per l'ammodernamento in chiave FoPI (il 4071), che per vari anni, integrando i classici capitoli cli 4011 (Esercito), 4031 (Marina) e 4051 (Aeronautica), consentì di acquistare mezzi ruotati, mezzi del Genio, elicotteri, radar mobili e persino una nave. Per Forze Armate statiche come le nostre, era solo l'inizio di un vero e proprio cambio di mentalità (cfr. Libro Bianco 1985).

Altri tipi di operazioni La maggiore efficienza progressivamente acquisita dalla Protezione Civile e

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dalle organizzazioni di volontariato sta ora cominciando a compensare, almeno in parte, la riduzione del supporto che, per ragioni di forza maggiore (continua riduzione di bilanci e abolizione del servizio cli leva), almeno sotto l'aspetto t]Uantitativo è oggigiorno fornibile dalle Forze Armate. Voglio tuttavia ricordare tre tipi di attività, in questo caso fornite primariamente dall'Aeronautica, che per routinaria quotidianità rischiano di venire poco valorizzate ed apprezzate, nonostante le televisioni mostrino ogni giorno Ufficiali in divisa azzurra: mi riferisco al Sevizio Meteorologico, a quello di Ricerca e Soccorso e a quello di trasporto di ammalati e traumatizzati gravi, per emergenza o per trapianto d'organo. Storia più breve, ma pionieristica per l'Italia, ha avuto l'attività militare per la lotta agli incendi boschivi.

Il servizio meteorologico dell'Aeronautica e l'emergenza "Cherno'l?JI". In assenza di soggetti istituzionali civili dedicati allo scopo, l'Aeronautica militare ha gestito per decenni il servizio di rilevamento della radioattività atmosferica. Tali attività cessarono solo il 1° dicembre 2002, in seguito alla creazione dell'ANPA (Agenzia Nazionale Protezione Ambiente), oggi APAT (Agenzia Protezione Ambiente e servizi Tecnici). All'epoca dell'incidente nucleare di Chernobyl (URSS, maggio 1986), già da una decina d'anni la Rete comprendeva 20 Osservatori uniformemente distribuiti sul territorio nazionale, dal livello del mare sino ai 3.500 metri di quota. Per la storia, le località erano Alghero, Bric della Croce, Brindisi, Cagliari, Capo Mele, Messina, Milano Malpensa, Monte Cimone, Monte Raganella, Monte Rosa, Monte Sant'Angelo, Monte Scuro, Monte Terminillo, Rimini, Tarvisio, Trapani Birgi, Trento, Udine, Verona Villafranca e Vigna cli Valle. Due volte al giorno veniva raccolto il particolato atmosferico su un volume cli circa 200 metri cubi di aria atmosferica. Il conteggio della radioattività di tipo Beta avveniva con contatori Geiger-Muller di tipo proporzionale al flusso di gas. Appena avuta la notizia dell'emergenza, le misurazioni di radioattività vennero integrate con l'intera attività di analisi e previsione propria del Servizio Meteo, e questo permise in tempi brevi cli escludere alcune aree del territorio nazionale dall'allarme di ricaduta radioattiva, e di monitorizzarne altre in modo mirato. Ufficiali geofisici del Servizio, tra cui il col. Costante De Simone, attuale Direttore del Centro Nazionale cli Meteorologia e Climatologia Aeronautica, offrirono un prezioso contributo ai gruppi cli lavoro nazionali sull'emergenza. Ricerca e Soccorso, trasporto ammalati gravi, trapianti e lotta antincendi. Pur essendo il servizio S.A.R. cieli' Aeronautica Militare costituito e strutturato per specifiche esigenze delle Forze Armate, sono innumerevoli le situazioni di emergenza in cui si è trovato e ancora si trova ad operare, su terra, su mare e in montagna, in proprio o in collaborazione con altre forze e organizzazioni civili e militari, per

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il salvataggio di vite umane in pericolo. Se, oggi, la diffusione di società elicotteristiche o aeree contrattualizzate con Stato e Regioni ne rendono meno frequente l'impiego, vi è stato un periodo in cui sul servizio S.A.R. vuoi per dislocazione territoriale, vuoi per tipologia delle macchine e peculiare addestramento degli equipaggi, gravava la totalità della richiesta. Lo stesso dicasi per il trasporto ammalati e traumatizzati gravi e per trapianti d'organo, per cui viene comunque riservata una disponibilità giornaliera a soddisfacimento di eventuali richieste delle Prefetture. Le vite umane salvate dagli interventi aerei delle Forze Armate si contano nell'ordine delle migliaia. Dopo il passaggio di mano ad alcune società civili, praticamente esaurita, salvo sporadica richiesta cli elicotteri militari eia parte della Protezione Civile, è ormai l'attività di lotta antincendi boschivi. Questa attività, iniziata nel 1978 dall'Aeronautica Militare con I-Iercules C.130 I-1, e successivamente integrata con G.222, Canadair CL.215 cd elicotteri delle tre Forze Armate, dei Vigili ciel Fuoco e del Corpo Forestale, è oggi praticamente conclusa ed operata da altri soggetti e istituzioni. All'Aeronautica Militare è costata la perdita, in missione sul fuoco, di due velivoli G.222 e dei relativi C(]uipaggi di volo.

Emergenza ordine pubblico e antiterrorismo Se le Forze Armate ciel Regno erano state impiegate per anni nel meridione d'Italia per la lotta al brigantaggio, anche le Forze Armate della Repubblica, cento anni dopo, sono state impiegate nelle stesse zone, più o meno per gli stessi motivi. Ai briganti si è sostituita ai giorni nostri la mafia, la camorra, la ndrangheta, la sacra corona unita e c1uant'altro, tra cui gli importatori di clandestini, i sequestratori ed i terroristi, svegli o dormienti. l militari sono stati impegnati a presidio delle installazioni nel 1991, in occasione delle proteste per la partecipazione dell'Aeronautica alle operazioni di attacco nella Guerra del Golfo, e successivamente, in Sardegna, contro il banditismo (Forza Paris), in Sicilia nella lotta al crimine organizzato (Vespri Siciliani), per gli stessi motivi in Calabria (Riace) e a Napoli (Operazione Partenope). Sono poi state impegnate in Puglia dal 1955 per il controllo dell'immigrazione clandestina (Operazione Salento) e lo sono tuttora, per gli stessi motivi, nel Canale cli Sicilia e a sud di Lampedusa. Ritengo vadano annoverati come "ausilio al Paese" anche gli schieramenti di batterie missilistiche e contraeree effettuati a protezione del territorio e dello spazio aereo nazionale lungo le coste orientali del meridione, durante le operazioni alleate in Serbia, Montenegro e Kosovo.

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L'impiego antiterrorismo, maggiormente visibile per la presenza di militari armati negli aeroporti, è tuttora in atto, giorno e notte, a protezione di alcune migliaia di obiettivi dichiarati "sensibili" dal Ministero degli Interni.

Qualche considerazione conclusiva

È difficile dire, oggi, quanto le Forze Armate siano nel cuore dei cittadini italiani e in c.1uale misura sia stata superata quella che il professor Ilari ha chiamato "la sindrome dell'8 settembre". Se si dovesse giudicare solo dal crollo dei bilanci stanziati dai nostri rappresentanti e dagli slogan e le bandiere con cui i soliti noti vivacizzano le piazze, la risposta sarebbe sconfortante. Tuttavia, siamo stati sempre presenti nella vita nazionale, nel bene e nel male. In guerra ci siamo anche coperti di gloria, ma non sempre. Non sempre siamo stati dalla parte giusta, ma non sempre il paese ha operato le scelte migliori. E noi abbiamo comunque ubbidito. Spesso, riflettendo, pensiamo che il tributo di sacrificio e di vite umane, orrendo in guerra, ma che continua anche in pace, forse dovrebbe far risaltare i molti meriti a fronte degli inevitabili errori, che pure ci sono stati. Fare i conti con il proprio passato non è certo cosa semplice, quando questo è ancora storia recente. Ecco, credo che parlare della nostra storia, come si fa nei convegni di Storia Militare, come stiamo facendo oggi, sia già un accettare come siamo e come siamo stati, serenamente, nel bene e nel male. Così, come ci accettiamo noi, ritengo ci stiano ormai accettando anche gli altri cittadini, quelli silenziosi, ordinati, che lavorano, studiano, pazientemente pagano le tasse, sono in pensione, si arruolano per soldi o per passione, o scelgono un impegno civile. Non tutti sanno esattamente cosa facciano oggi le Forse Armate, ma tutti sanno almeno qualcosa delle missioni internazionali e molti hanno visto i militari all'opera nelle emergenY.e, o ne hanno sentito parlare. Questo convegno, ricordando alcuni fatti e comportamenti, di fatto contribuisce a consegnarli alla Storia, e <.Juindi alla memoria dei cittadini.

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LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO: NUOVA STRATEGIA D'IMPIEGO DELLE FORZE ARMATE

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La rivoluzione negli affari della sicurezza

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a fine del confronto bipolare e della centralità della dissuasione nucleare ha mutato radicalmente il contesto della sicurezza mondiale. Ha prodotto cioè una "rivoluzione negli affari di sicurezza", molto più radicale di quella "negli affari militari" (RMA), conseguente quest'ultima all'enorme sviluppo delle tecnologie dell'informazione. La guerra è infatti tornata, e con essa la storia, con tutta la sua complessità e imprevedibilità. Di fatto, il periodo post-bipolare è durato solo un paio di anni: dalla caduta del Muro fino al collasso e alla frammentazione dell'URSS. In esso Washington perseguì una politica di "duopolio imperiale" sovietico-americano, che ebbe il suo apice nella guerra del Golfo del 1990-91. ] ,e alleanze, le dottrine d'impiego e, beninteso, le strutture delle forze e gli equipaggiamenti della guerra fredda non furono impiegate più per il contenimento e la dissuasione, ma per il consolidamento dell'ordine internazionale, sempre più dipendente dagli Stati Uniti, unica superpotenza rimasta. Il periodo post-bipolare fu seguito da quello post-sovietico, che si estende fino all'11 settembre. Durante esso, gli Stati Uniti rifuggirono il più possibile dall'impiego della forza militare come strumento della loro politica di stabilizzazione e di mantenimento dello "status quo". Privilegiarono gli strumenti seft dell'economia, l' appeC1! della globalizzazione e gli allargamenti di istituzioni come la NATO e l'UE, che tanto avevano contribuito alla vittoria occidentale nella guerra fredda. Furono, come suggerì Richard I-Iaass, gli "sceriffi riluttanti" del mondo. Già in quel periodo si delinearono le tendenze unilateraliste - o, per meglio dire, di multilateralismo à !Cl cC11'/e - con la formazione cli coalizioni ad hoc. In realtà esse erano esistite anche durante la guerra fredda. Non erano però criticate dagli europei, poiché essi dipendevano troppo dagli USA per la loro sicurezza. Clinton non intervenne nei Balcani per salvare la NATO né tanto meno i

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popoli balcanici da se stessi, ma per soccorrere le popolazioni musulmane, al fine di evitare ripercussioni negative nel mondo islamico e soprattutto in Tutchia e di facilitare la sua opera di stabilizzazione del Medio Oriente, regione d'importanza vitale per gli Stati Uniti e per l'economia globalizzata. Gli obiettivi, le dottrine di impiego e le strutture delle Forze Armate non mutarono. Si accelerarono gli sviluppi della RlvIA, basata sulla fusione della battaglia di contatto con quella di profondità, sulla riduzione delle perdite - evitando il combattimento terrestre e sostituendo il contatto informativo a quello fisico - e sulla predisposizione di una capillare rete informativa estesa all'intero teatro d'operazioni. Essa consentiva un'enorme riduzione dell'intervallo sensor to shoote,; permettendo ai mezzi di fuoco di precisione a lunga gittata di avere una capacità distruttiva, anche di obiettivi protetti, mobili e puntuali, analoga a quella dei mezzi di fuoco diretto. Con la RMJ\, la ne!Jvork cenhic 1va1fare e l'ultima catch phrase oggi di moda per indicarla, la Trcmiformation, la strategia fu "ingegnerizzata" e la pianificazione redatta sulla base di "capacità", spesso astratte almeno nei riguardi delle utilizzazioni più probabili della forza militare. In particolare, continuò imperterrita la tendenza - nonostante le esperienze negative della Bosnia e ciel Kosovo, dove decine di migliaia di sortite aeree avevano distrutto solo un paio cli decine di carri armati serbi - di considerare valida la tacita convenzione, in vigore dalla pace cli Westfalia, secondo la quale la vittoria militare coincideva con quella politica, cioè con quella che conta. Secondo essa, il nemico - sconfitto sul campo - riconosceva cli essere vinto e accettava la pace del vincitore, trasformandosi spesso in suo alleato. Tale convenzione ha perduto validità da quando le forze armate occidentali non devono più combattere contro forze regolari di altri Stati, ma contro milizie irregolari, insorti, guerriglieri, terroristi, guerrieri tribali e etnici, clan mafiosi, in un ambiente fisico e soprattutto umano estremamente complesso. Esso è complicato ulteriormente da un lato dal fatto che si deve combattere in ambienti urbani, i quali riducono l'efficacia delle tecnologie della RMJ\; e, dall'altro, dalla pervasività dei media, che influenzano potentemente le reazioni delle opinioni pubbliche e quindi le decisioni politiche soprattutto negli Stati democratici, e che determinano anche le percezioni e l'atteggiamento delle popolazioni dei territori che si sono occupati e che si intende stabilizzare. Poiché la vittoria militare non è più decisiva come in passato, alle operazioni volte a distruggere le Forze Armate e ad occupare i territori, seguono le cosiddette "guerre dopo le guerre" - denominate anche operazioni di peacebttilding, cli peacekeeping e oggi, in Iraq, di cottnler-insttr)!,ellfJ· Esse non costituiscono una novità nella storia militare. Quasi sempre le Forze Armate, anche nelle guerre tradizionali, hanno dovuto affrontare insorti o guerriglieri. L'impraticabilità - anche

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nel medio periodo - di nuove grandi guerre fra Stati, derivata dall'enorme superiorità degli USA, ha posto però tali tipi di operazioni al centro dell'attenzione politica e strategica. Hanno contribuito anche altri fattori: la maggiore vulnerabilità delle società avanzate; il fatto che la moderna tecnologia consente a piccoli gruppi o ad individui singoli una potenza di distruzione che un tempo possedevano solo i governi; la smilitarizzazione psicologica delle società europee; l'influsso dei media; e così via.

La rivoluzione negli affari militari La RMA - influenzata dalla mistica tecnologica americana, dal rleus in 111achi11a, anziché ex JJJachina proprio della tragedia greca - tende a trasformare la guerra in un fenomeno ingegneristico, anziché politico, sociale ed umano. Essa ha subito successive evoluzioni - dall'information hased 1vatfare per giungere all'attuale netJvork centric 1vatjàre, attuata con la Tmngòrmation, di cui è fervente fautore il Segretario della Difesa, Donale! Rumsfeld. Esse erano - e sono ancora - fondate sull'assunto che l'obiettivo della forza militare è quello di distruggere il nemico e di conquistarne il territorio, cioè di conseguire gli obiettivi militari tradizionalmente perseguiti nelle guerre fra gli Stati. Il grande inconveniente di tale approccio è che esso non tiene conto dei conflitti reali, a cui le forze armate occidentali si sono trovate e si trovano confrontate. La Tran.iformation - relativa alla cosiddetta guerra della terza generazione non segue una logica molto diversa da quella delle precedenti dottrine e ordinamenti militari. Essi si sono modificati in funzione soprattutto dell'evoluzione della scienza e della tecnologia: dalla linea e colonna, culminata nel periodo napoleonico; al dominio del fuoco e alla manovra delle for;,:e meccanizzate, propri dell'era industriale; alla superiorità delle informazioni, che utilizza gli straordinari progressi delle ICT, propria dell'era post-industriale. Essi hanno consentito un incredibile aumento della precisione delle armi e la costruzione di una rete informativa capillare, che si estende su tutto il teatro operativo e che è accessibile in tempo reale agli operatori dei mezzi di fuoco aerei e terrestri. Diventa perciò possibile ridurre al minimo il combattimento terrestre di contatto, che era sempre stato risolutivo. La "mistica" del potere aereo, aeronavale e aerospaziale ha fatto il resto, giungendo a far sostenere la possibilità di ridurre gli effettivi e di sostituire le forze pesanti con altre più leggere e quindi più rapidamente trasportabili nei vari teatri operativi. Tali criteri sono stati adottati con risultati disastrosi in Iraq, dove alla rapidissima vittoria militare è seguita una completa destabilizzazione del paese, dovuta

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sicuramente a decisioni errate da parte dei responsabili americani, ma in primo luogo, ad un'irresponsabile riduzione del numero degli effettivi impiegati nell'occupazione del paese, che ha reso poi impossibile l'azione di stabilizzazione. La R1vIA - unita ai rilevanti livelli di bilanci militari - ha permesso agli Stati Uniti di avere una superiorità convenzionale di entità mai prima esistita. Essa fa escludere la possibilità di una guerra di tipo tradizionale fra le forze americane e le forze regolari di altri Stati. Ne è conseguita la ricerca da parte degli avversari degli USA di strategie, tattiche e tecniche nuove per neutralizzare "asimmetricamente" la superiorità americana, nonché un aumento della tendenza alla proliferazione delle armi cli distru:done di massa, per dissuadere un possibile attacco americano, soprattutto da quando, dopo 1'11 settembre, gli USA hanno sostituito la dissuasione con l'attacco preventivo e il contenimento con il cambiamento cli regime e la diffusione della democrazia. Taluni esperti USA hanno addirittura sostenuto che i progressi delle ICT e la loro incorporazione nella struttura delle forze USA con la Transformation avrebbero eliminato quello che Clausewitz aveva chiamato l'attrito o la "nebbia della guerra", con la completa conoscenza della situazione, non solo delle possibilità ma anche delle intenzioni ciel nemico. Evidentemente si trattava di esagerazioni, subito smentite dalla dura realtà dei conflitti. Tali irragionevoli assunti derivano dalle dottrine douhettiane del dominio dell'aria. La loro assenza di realismo è emersa anche nel recente conflitto fra Israele e l'Hezbollah. Gli inevitabili danni collaterali causati dagli attacchi aerei - ad esempio nel bombardamento cli Qana - hanno permesso di utilizzare come arma il vittimismo, con riflessi politicostrategici disastrosi. La guerra reale, insomma, ha rivelato caratteristiche molto più tradizionali cli quanto ipotizzato dagli astratti assunti dei fautori della Rl'vIA. Le forze statunitensi ed alleate sono state obbligate a combattere in zone urbanizzate, contro piccoli gruppi di insorti o terroristi singoli, dotati però di una grande potenza distruttiva. La nehvork centric 1vatfare informativa si è trovata confrontata a reti umane, immerse nella popolazione, in contesti fisici, culturali e sociali molto complessi, in cui le ICT non possono esprimere tutto il loro rendimento e vengono in gran parte neutralizzate.

Dalla "network centric" alla "systemic centric warfare" Le difficoltà incontrate nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq hanno indotto a rivedere molti degli assunti-base della RlvIA e a metterne in discussione la stessa validità negli impieghi reali più probabili delle forze armate USA.

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Repuhhlica e l"OJze Armate

Il NCTtionCTI Intelligence Council ha affermato nel suo "MC1ppù1,g the ClohCTI Future" del dicembre 2004 che, almeno fino al 2020, conflitti convenzionali regionali maggiori sono del tutto improbabili. Beninteso, ciò è un vantaggio che deriva dalla superiorità convenzionale americana, la quale modella il contesto strategico mondiale. Ciò induce però gli avversari dell'Occidente ad adottare tattiche e tecniche asimmetriche, che tendono a neutralizzare la superiorità tecnologica statunitense. Di fatto, le forze supertecnologiche degli Stati Uniti sono impiegate in operazioni che richiedono la disponibilità di un elevato numero di effettivi per il controllo del territorio e della popolazione, e che presentano caratteristiche di complessità simili a quelle delle guerre di colonizzazione e di decolonizzazione. L'approccio 11e!Jvork-centrico è inidoneo ad affrontare tali realtà. Esso va sostituito da uno "sistemico" (9stemic-ce11tric). Molti eserciti lo stanno adottando, ispirandosi soprattutto al modello del Syste111ic OperationCT! Design elaborato in Israele dal generale Shimon Naveh. In esso si tiene conto di tutti i fattori che caratterizzano un contesto tanto complesso e caotico, quale quello delle "guerre dopo la guerra": terreno urbanizzato, ambiente umano caratterizzato da divisioni tribali, culture della morte diverse da quelle occidentali, convergenza fra criminalità organizzata, terrorismo e insurrezione; caratteristiche peculiari degli alleati, della popolazione e dei media; presenza di ONG, di imprese impiegate per la ricostruzione e di compagnie militari private; cooperazione con le forze di polizia, ecc. Beninteso, il 11ehvork-cenhis1110 non è scomparso, non solo per l'esigenza di mantenere una forte superiorità convenzionale, ma anche per l'inerzia delle strutture e culture militari e gli interessi del complesso militare-industriale. Esso va però relativizzato. Non costituisce più la "bacchetta magica" per risolvere i problemi del nuovo ordine mondiale e del suo disordine. Caratteristica è la dottrina britannica espressa dall'acronimo FLOC (Future Land 0/Jeratùi,g Concep~ che prevede un aumento della flessibilità, una maggiore protezione delle forze, una più elevata capacità di manovra, e l'articolazione delle unità in piccoli gruppi dotati di un'elevata autonomia e capaci di far fronte a diverse minacce contemporanee, con l'approccio denominato C-DICT (Cot111te1ùi,g Disorde,; Ins111xe110i, C1i111inCTlitJ1 a11d TerroJirJll). Tale dottrina capitalizza le esperienze britanniche in Malaysia negli anni Cinquanta e quelle in Irlanda del Nord. li punto più debole delle forze occidentali, soprattutto di quelle americane, consiste nell'indisponibilità di un corpo di funzionari coloniali, che conoscano lingua, cultura e strutture socio-politiche locali, nonché di ufficiali dell'intelligence che rappresentarono l'elemento di punta dell'esercito della Compagnia delle Indie e che furono protagonisti del GreCTt CC1111e in Cmtral Asta contro l'impero zarista.

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Carlo Jean Conclusioni I compiti affidati attualmente alla Forze Armate occidentali sono conseguenza diretta della globalizzazione, dell'esigenza di stabilizzazione del mondo, per non essere destabilizzati, e anche della superiorità convenzionale degli USA, che impedisce lo scoppio di nuove grandi guerre e che obbliga gli avversari degli USA a ricorrere a forme asimmetriche di lotta e a mezzi non convenzionali, in modo da poterla neutralizzare. Gli approcci ingegneristici dell' ejjects-based operation o della pianificazione per capacità, e quelli delle guerre netJvork-centriche si rivelano inadeguati. La principale difficoltà consiste, oltre che nell'inerzia propria di strutture complesse come quelle delle Forze Armate, nell'impraticabilità di soluzioni che ottimizzino le capacità di combattimento ad alta intensità tecnologica e operativa e, al tempo stesso, quella di controllo del territorio e della popolazione. Non solo per ragioni economiche ma anche per motivi demografici sembra impraticabile la soluzione adottata nel XIX e XX secolo di prevedere la suddivisione dell'esercito in uno coloniale e in uno metropolitano. Le soluzioni adottate per fronteggiare le carenze di effettivi di forze strutturate secondo l'approccio netJvork-centrico della RMA e della Traniformation sono diverse. Gli USA fanno ampio ricorso alla Reaefy Reserve e alle unità della Guardia Nazionale. Esse presentano il vantaggio di avere la massa di effettivi con età di trent'anni, anziché costituita da ventenni come quelli delle unità permanenti, e quindi meno suscettibili di impiegare indiscriminatamente - come a Falluja - la potenza di fuoco di cui dispongono, provocando reazioni negative della popolazione (oltre che dei media). Altri provvedimenti consistono nel privatizzare i servizi logistici e di supporto, i compiti di protezione e soprattutto nel formare forze militari e di polizia locali. Si avverte, infine, con sempre maggiore imperiosità l'esigenza di utilizzare per la pianificazione il metodo degli "scenari", anziché quello delle "capacità", e di concentrare le risorse sulle forze che realmente servono nei prossimi anni, senza disperderle in capacità definite astrattamente al di fuori dei contesti politico-sociali degli attuali conflitti. Tale esigenza non è avvertita solo negli Stati Uniti, ma ancor più nei loro partners e alleati, che hanno responsabilità meno globali e soprattutto risorse molto minori di quelle americane.

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LE FORZE ARMATE NELLA STRATEGIA E NELLA POLITICA ESTERA DELLA REPUBBLICA

Lvlassimo de Leo11ardis

Il problema delle fonti

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l tema di questa relazione, più degli altri cli questo Convegno, può essere trattato solo indicando appunto alcune «linee interpretative e di ricerca». Infatti, sull'argomento le fonti sono poco disponibili e la storiografia scarsa. Le fonti primarie, sia archivistiche sia edite, per documentare la politica estera e la politica militare sono poco accessibili. Le ricerche nell'Archivio StoricoDiplomatico del Ministero degli Affari Esteri divengono sempre più difficili, man mano che ci si inoltra negli anni Cinquanta. A parte il Diario Storico dello Stato Maggiore della Difesa, gli archivi degli Uffici Storici delle tre Forze Armate tradizionali non offrono alla consultazione fondi significativi per il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, con la parziale eccezione per un argomento marginale, la Comunità Europea cli Difesa. La collezione de J Documenti Diplomatici Italiani ha per legge l'obiettivo di raggiungere il 1958, data comunque già arretrata rispetto alle collezioni cli altri paesi; di fatto però l'ultimo volume pubblicato arriva al dicembre 1948 e l'ultimo, in preparazione, al gennaio 1950. 1 Si deve quindi contare sulle collezioni dei documenti diplomatici stranieri, in p1imis americani, la cui pubblicazione sta coprendo il periodo fino alla metà degli anni Settanta, 2 e svolgere ricerche d'archivio all'estero, a Bruxelles per gli archivi della NATO, Washington, Londra e Parigi. Altri fattori, oltre alla mancanza delle fonti, determinano la scarsità di studi sull'argomento. In Italia godono cli uno spazio infimo nell'ordinamento universitario3 sia, soprattutto, la Storia Militare, sia gli Studi Strategici. In questi ultimi predomina poi un approccio che trascura l'apporto della conoscenza storica, in altre parole in Italia non vi sono dei Liddell I-Iart o dei Mahan. Parallelamente, tra gli storici delle relazioni internazionali, pochissimi hanno interesse e competenza per le questioni strategiche e di politica militare. In più, con qualche eccezione,4 gli storici militari italiani non hanno dedicato specifica attenzione, in generale, al periodo successivo alla Seconda Guerra

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Massi1110 de Leonardis

Mondiale e in particolare all'argomento della NATO, che è centrale per il tema di questa relazione. Né vi sono segni confortanti di un mutamento di queste tendenze. Nessuno dei nove dottori di ricerca in Storia Militare creati fino al 1999, data in cui il Dottorato è cessato, ha svolto la tesi sulla NATO. Nel gennaio 2004 e nel gennaio 2005, come membro della commissione per l'assegnazione di una delle Borse di ricerca offerte dalla NATO tramite il CNR, ho constatato che nessuno dei circa 200 candidati, studiosi italiani e dei paesi dell'Europa orientale, presentava un progetto relativo alla storia dell'Alleanza. Esistono diversi studi sulla transizione delle Forze Armate italiane dalla guerra al dopoguerra, passando dal trattato di pace. 5 Ancor più è stato scritto sull'ingresso dell'Italia nell'Alleanza Atlantica, con lavori comparsi per la maggior parte negli anni intorno al 40° anniversario della firma del trattato di Washington,6 ma gli studi sui decenni successivi sono più scarsi e non affrontano nella sua globalità il tema della presenza del nostro Paese nella NATO. Alcuni storici delle relazioni internazionali hanno peraltro trattato aspetti della presenza militare italiana nella NATO nel quadro delle scelte di politica estera. Più studiati, anche per la maggiore disponibilità di fonti, soprattutto pubblicistiche, sono stati gli atteggiamenti delle forze politiche italiane verso l'Alleanza Atlantica. Questo è però solo un aspetto settoriale del tema, non sempre collegato con l'azione volta dall'Italia in ambito NATO e poco attinente alla storia militare propriamente detta. Infine, l'argomento Le Fotz.e Armate nella strategia e nella politica estera della Repubblica è cli più complessa ricostruzione, poiché nell'ordinamento istituzionale e nella prassi della Repubblica Italiana manca un organo, come il Defence Committee britannico o il National Secttri(y Cottncil americano, che, composto da politici, militari e diplomatici, abbia il compito di trovare la sintesi tra strategia e diplomazia, politica estera e politica militare. La dialettica tra potere civile e vertici militari era già scarsa durante la monarchia. La sconfitta nella seconda guerra mondiale e la caduta della monarchia, riducendo drasticamente il peso e il prestigio delle istituzioni militari, hanno accentuato tale situazione.

Il trattato di pace La prima scelta di politica estera che la Repubblica dovette affrontare fu quella del trattato di pace, problema peraltro già in primo piano negli ultimi mesi della monarchia.? Come è noto, si rivelarono illusorie le speranze che il rovesciamento delle alleanze del settembre-ottobre 1943 e la successiva cobelligeranza determinassero un trattamento di favore dell'Italia, che non ebbe alcuna reale

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possibilità di "negoziare" il trattato di pace. Emblematiche del distacco tra realtà della situazione politico-diplomatica ed aspirazioni dell'Italia e delle sue Forze Annate sono, ad esempio, le valutazioni che la Regia Marina formulò sulla frontiera orientale dell'Italia. Nel marzo 1945 la Regia Marina, sollecitata dal ministero degli Esteri, aveva preparato uno studio dal punto di vista strategico-marittimo della linea Wilson, sostenendo la necessità di un suo spostamento a oriente, esigenza condivisa dallo Stato Maggiore Generale. In sede cli Comitato di Difesa, riunito il 23 agosto, si fronteggiarono due posizioni, quella dei titolari dei dicasteri militari, Stefano Jacini, Guerra, Raffaele de Courten, Marina, e Mario Cevolotto, Aeronautica, e del generale Claudio Trezzani, capo di Stato Maggiore Generale, favorevoli ad impostare le richieste italiane sul Trattato di Rapallo, per arretrare semmai gradatamente sulla linea Wilson, e quella del ministro degli Esteri Alcide De Gasperi e del presidente del Consiglio Ferruccio Parri, convinti convenisse invece "aggrapparsi" subito alla linea Wilson. La discussione era tardiva; già il giorno prima, infatti, De Gasperi aveva scritto al segretario di Stato americano James Byrnes che la linea Wilson «poteva essere presa come base» per la modifica della frontiera di Rapallo, ammettendo che la Jugoslavia aveva ragioni etniche ed economiche per chiedere la rettifica di tale confine. s Il 29 marzo 1946 Palazzo Chigi consegnò alle rappresentanze diplomatiche britannica ed americana a Roma un appunto redatto dallo Stato Maggiore Generale, nel quale si affrontava il problema della frontiera orientale dal punto di vista della sicurezza, osservando che, abbandonata la linea del trattato di Rapallo, solo la linea Wilson offriva all'Italia «elementi organici di difesa per l'intera frontiera giulia». Il 29 maggio l'ammiraglio de Courten, ministro e capo cli Stato Maggiore della Regia Marina, scrisse a De Gasperi, e per conoscenza al capo di Stato Maggiore, generale Trezzani, sottolineando la «necessità di non limitare l'esame delle frontiere orientali d'Italia al pur importantissimo settore terrestre, ma di impostare il problema in un quadro più generale, estendendolo al settore marittimo del quale è chiara l'essenziale importanza». Giuste preoccupazioni, ma ormai del tutto non in sintonia con la condizione politico-diplomatica dell'Italia.9 Alla fine di luglio, conosciute le clausole navali del trattato cli pace, l'ammiraglio de Courten presentò una lettera di dimissioni da capo cli Stato Maggiore al nuovo ministro della Marina, Giuseppe Micheli, anche nella speranza che tale gesto potesse ottenere qualche modifica. Ovviamente era un'illusione e le dimissioni furono respinte. 10

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La scelta atlantica Per le ragioni sopra indicate, diversamente che in altri paesi, i militari non giocarono in Italia un ruolo di primo piano nella decisione di aderire all'Alleanza Atlantica. Nel negoziato con gli americani ebbe una certa importanza, ai fini del chiarimento delle rispettive posizioni, la missione a Washington del capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Efisio Marras, nel dicembre 1948. In precedenza, in ottobre, a Parigi, il capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Franco Maugeri, aveva incontrato il capo di Stato Maggiore dell'Esercito francese, generale George Revers, su invito di quest'ultimo, che gli sottolineò i vantaggi per l'Italia dell'adesione all'Alleanza Atlantica, oltre a parlargli della cooperazione militare franco-italiana. Di tale incontro si discusse in una riunione tra il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, i ministri degli Esteri e della Difesa, Carlo Sforza e Ranclolfo Pacciardi, il generale Marras e lo stesso ammiraglio Maugeri. 11 La presa cli posizione più importante da parte dei vertici militari fu il memorandum del 30 luglio 1948 del capo cli Stato Maggiore della Difesa Trezzani, che scartava un'assurda neutralità disarmata e considerava preferibile «una neutralità armata che dia sufficiente garanzia», possibile solo se le potenze occidentali, in pratica gli Stati Uniti, avessero fornito i mezzi necessari al riarmo; ove questa condizione non si fosse realizzata non restava, secondo il generale, che entrare «a far parte integrante del blocco occidentale». La posizione del capo cli Stato Maggiore era motivata clall'incerte7.Za sulla reale efficacia del futuro Patto Atlantico per la difesa dell'integrità territoriale dell'Italia; i piani occidentali all'epoca, e fino all'inizio degli anni Cinquanta, non consideravano infatti la difesa del territorio italiano in caso cli attacco sovietico. Era quindi ragionevole ipotizzare una neutralità dell'Italia, pur solidale con l'Occidente, se un sufficiente riarmo avesse indotto l'Unione Sovietica a non disperdere le forze invadendo la penisola. Il ragionamento cli Trezzani era condiviso dall'ambasciatore a Mosca Manlio Brosio, che aveva autonomamente avanzato osservazioni simili nello stesso periodo, e anche il ministro degli Esteri Sforza intendeva esplorare la possibilità cli una "neutralità armata", sostenuta da una garanzia militare americana. Gli americani però fecero sapere, in forma definitiva anche al generale Marras nel corso della sua missione a Washington, che non intendevano assistere le nazioni europee singolarmente, ma solo nel quadro generale cli un sistema cli difesa collettivo.12 Va rilevato che pur essendo giusto sottolineare che se gli Stati Uniti alla fine decisero di ammettere l'Italia nel Patto Atlantico (come chiedeva la Francia per ragioni cli interesse nazionale) anche per garantirne la stabilità interna, non bisogna dimenticare l'importanza strategica della penisola. Infatti, tra gli argomenti

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Repubblica e F01ze Armate

favorevoli all'ammissione dell'Italia nell'Alleanza Atlantica che, insieme con quelli contrari, il segretario di Stato Dean Acheson sottopose il 2 marzo 1949 al presidente Harry Truman per una decisione finale, si ricordava tra l'altro che «anche se è sottoposta alle limitazioni del trattato di pace, l'Italia dispone della terza maggiore Marina dell'Europa Occidentale, di un esercito autorizzato di 12 divisioni combattenti (già esistenti su una base di quadri), di una forza aerea di 350 aeroplani, inclusi 200 apparecchi da combattimento, e di una delle principali flotte mercantili europee, con un su,plus di marinai addestrati. Ciò può essere raffrontato favorevolmente non solo rispetto ad altre nazioni come la Norvegia, ma anche rispetto alla Prancia, la quale - pur essendo considerata affidabile prevede il mantenimento in attività solo di nove divisioni». Il punto successivo osservava che «se "in termini di guerra terrestre in Europa Occidentale l'Italia è strategicamente importante, in termini di guerra marittima non vi è questione circa la sua potenzialità strategica, critica, rispetto al controllo del Mediterraneo". Ù di grande importanza negare al nemico di usare l'Italia come una base per il controllo marittimo e aereo del Mediterraneo centrale, nonché di negare al nemico l'uso del complesso industriale e della manodopera italiana». 11 Una considerazione molto simile aveva fatto alla fine del 1948 il britannico generale Sir William Morgan: «Il problema è individuare il modo migliore e più economico al fine di incoraggiare l'Italia a negare al nemico il proprio territorio», una frase che riecheggiava sinistramente l'articolo due dell'armistizio di Cassibile del 3 settembre 1943 («L'Italia farà ogni sforzo per negare ai tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato contro le Nazioni Unite» 14), espressione di una concezione politico-strategica che generò una campagna d'Italia lunga e difficile. Giustamente è stato quindi osservato che nel primo dopo!:,>uerra «da un punto di vista militare, la percezione comune dell'Italia era quella di teatro strategico, non attore in ambito strategico». 1s

L'I talla nella NATO Costituita l'Alleanza, l'Italia si adoperò sia per avere in essa un rango adeguato, sia per salvaguardare le sue esigenze strategiche. Dal primo punto di vista, i ministeri degli Esteri e della Difesa si impegnarono in un'intensa attività diplomatica per ottenere che l'Italia facesse parte dello Standing Group, organo direttivo militare dell'Alleanza. Dal secondo, l'Italia chiese di essere ammessa in due dei cinque gruppi strategici regionali [1) Stati Uniti-Canada; 2) Atlantico Settentrionale; 3) Europa Settentrionale; 4) Europa Occidentale; 5) Mediterraneo] nei quali si articolò la struttura militare dell'Alleanza fino alla

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Massimo de Leonardis creazione, dopo la guerra di Corea, dei comandi integrati. 16 L'Italia ottenne una parziale soddisfazione nel secondo caso. Per volontà inglese il gruppo Ettropa Occidentale ricalcò la preesistente composizione e struttura del Patto di Bruxelles (Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo), ma l'Italia avrebbe potuto partecipare alle riunioni in cui fossero in discussione argomenti cli suo diretto interesse, mentre il gruppo Mediterraneo fu ribattezzato Ettropa Metidionale - Mediterraneo Occidentale. Inoltre nella Strategie Gttidance /or North Atlantic Regional Planning, 17 preparata il 1° marzo 1950 dallo Standing Group, fu sottolineato che le tre regioni europee [Europa Occidentale, Europa Meridionale - Mediterraneo Occidentale ed Europa Settentrionale] dovevano «essere considerate come un tutto». Sul piano militare si trattava di non sancire una divisione tra il teatro strategico mediterraneo e quello dell'Europa continentale, che oltre tutto avrebbe spaccato l'Italia in due aree difensive; soprattutto nelle originarie impostazioni strategiche britanniche si pensava, infatti, di fissare la linea cli difesa sul Reno e le Alpi occidentali, abbandonando l'Italia settentrionale. Più in generale, l'Italia rifiutò sempre l'ipotesi d'intese o patti mediterranei separati, 18 perché «tali soluzioni l'avrebbero confinata a quell'area periferica, senza nemmeno darle potere di decisione nel settore, poiché le principali deliberazioni sarebbero state prese a Washington e a Londra, "sopra" la testa di quell'eventuale coalizione di piccole "pedine" mediterranee, e non in cooperazione con "partner" mecliterranei»; 19 la valenza o vocazione mediterranea dell'Italia era semmai un modo per esaltare la sua "atlanticità", per inserirsi nell'Europa e fungere eia cerniera tra essa ed il mare nostrum. Nel caso dell'ingresso nello Standing Group, i capi cli Stato Maggiore della Marina e dell'Esercito, ammiraglio Emilio Ferreri e generale Marras, svilupparono una propria diplomazia parallela per ottenere l'appoggio dei loro omologhi statunitensi, ammiraglio Louis Denfelcl e generale Omar Bradley. L'addetto navale a Washington, capitano cli vascello Francesco Baslini, manifestò un certo ottimismo sul sostegno americano,2° che alla luce di altre fonti appare però infondato. In occasione, infatti, della serie di incontri che i Joint Chiefs ef Stqff statunitensi ebbero nell'estate 1949 con i capi di Stato Maggiore degli alleati atlantici, l'ambasciatore a Parigi Pietro Quaroni osservò: «Mentre le conversazioni con i minori, fra cui noi, sono durate in media un'oretta, quelle con i francesi e gli inglesi sono durate un giorno e mezzo». 21 Lo Standing Grottp era un organismo inviso agli alleati minori, che ottennero di ridurne i poteri, e la cui composizione rimase limitata a Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Per entrarvi l'Italia non poteva contare sulle simpatie né dei tre membri né degli esclusi. Negli anni Cin(1uanta l'importanza geostrategica dell'Italia consisteva, secondo gli americani, nell'essere «contrafforte meridionale ciel fronte centrale e,

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assieme alla Jugoslavia, bastione del fianco occidentale delle forze terrestri del fianco sud», base, aerea e navale, per le forze della NATO, nonché produttrice di materiale bellico. 22 Dopo le crisi del 1956 - Suez e Ungheria - vi furono ripetute avances da parte del governo e dello Stato Maggiore della Difesa per rafforzare la collaborazione militare bilaterale con gli Stati Uniti e la presenza di truppe americane in Italia, motivate sia dall'aumento dell'influenza russa nel Medio Oriente e nel Mediterraneo Orientale, sia da ragioni di politica interna, care particolarmente al presidente del Consiglio Antonio Segni e al ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani. 23 L'ancora più saldo ed esplicito ancoraggio dell'Italia alla NATO avrebbe dovuto influire sull'opinione pubblica e limitare i rischi della "apertura a sinistra". Sembra che nel 1964 Segni, divenuto Presidente della Repubblica, fosse contrario a riduzioni delle forze americane in Italia, perché avrebbe potuto rafforzare tendenze neutraliste. 24 Nell'ottobre 1956, a fine missione, sia pure per mettere in luce il successo del suo operato, l'ambasciatore Clare Boothe Luce aveva sottolineato come l'Italia fosse divenuta «il principale sostegno della NATO in Europa, moralmente, politicamente, e - anche se può suonare incredibile - militarmente»25, pur osservando che i livelli di forza militare previsti per l'Italia erano troppo ambiziosi perché essa potesse raggiungerli con le sue sole risorse finanziarie, dopo la fine, nel 1958, del programma di assistenza militare. Giudizi in linea con quest'ultimo si ritrovano in altri documenti sui progressi della politica americana in Italia. All'inilio del 1956 si osservava che il programma di assistenza militare «nell'anno precedente aveva nel complesso centrato il suo obiettivo di rimediare alle carenze militari. L'Italia accetta tuttora gli obiettivi NATO relativi alle forze ma il suo bilancio militare è insufficiente al loro raggiungimento. Vi saranno carenze in tutte le tre Forze Armate in relazione alla revisione annuale per il 1954 degli obiettivi di forza. Le maggiori debolezze riguardano il sistema di controllo aereo e avvistamento e la guerra anti-sommergibili e carenze nell'intero settore logistico. Sebbene sia cresciuta l'efficacia delle forze di difesa, restano carenze rilevanti in tutte le tre Forze Armate». 2r, Sempre all'inizio del 1956, ad una riunione del Nationct! Securi(,y Council, l'ammiraglio Arthur Radford, presidente dei Joint Chù!fs ef Stefj; riferì che durante la sua recente visita negli Stati Uniti, il generale Giuseppe Mancinelli, capo di Stato Maggiore della Difesa, aveva affermato che se Washington non avesse fornito un sostegno finanziario annuale di circa 250 milioni di dollari, il governo italiano avrebbe dovuto ridurre le Forze Armate, commentando: «Non solo gli italiani si aspettano che gli forniamo nuove armi, vogliono anche il nostrn sostegno finanziario per mantenere gli attuali livelli di forza. Questo equivale ad un ricatto». Il segretario al tesorn George Humphrey a sua volta osservò che «dovun-

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que stiamo per essere messi di fronte all'argomentazione che o aiutiamo a sostenere le Forze Armate dei nostri alleati o questi cesseranno di essere alleati».27 All'inizio del 1957 si osservava che, per le conseguenze della crisi di Suez, era «meno probabile che nell'immediato futuro l'Italia riducesse il divario tra il fabbisogno finanziario per ottenere i suoi obiettivi di forza ed il suo bilancio della Difesa». La situazione era complicata dal «desiderio dell'Italia, per ragioni militari e politiche, di passare da un armamento convenzionale ad uno avanzato e di ottenere piani tecnici e contratti statunitensi per la costruzione di missili». 28 Tali valutazioni erano confermate nel settembre 1957 e si concludeva che «nel complesso l'efficacia militare italiana restava relativamente scarsa se paragonata agli standard statunitensi di efficacia combattiva». 29 Comunque, scrivendo, nel 1960, il famoso studioso britannico di storia militare e cli strategia, Basil Lidclell Hart constatò che «l'Italia è la sola nazione continentale membro della NATO, che abbia fornito la sua quota [di truppe] secondo i piani originari». 3° Certo si può discutere se ai numeri delle truppe di leva corrispondesse un'elevata efficacia operativa (ma l'osservazione vale anche per molti altri Paesi), è un fatto però che la fine degli anni Cinquanta vide le Forze Armate italiane assai rafforzate in termini quantitativi e qualitativi e ciò certamente costituì, insieme al "miracolo economico", un elemento fondamentale della rafforzata presenza internazionale dell'Italia come potenza regionale cli primo piano.3 1 Nel marzo 1964, in un colloquio tra il segretario Generale della NATO Dirk Stikker e il segretario di Stato americano Dean Rusk, fu osservato: «Quando diminuiva l'imminenza della minaccia nucleare, era naturale che vi fosse meno preoccupazione per la forza di un'Alleanza. [... ] Il Segretario generale disse che i tedeschi avevano mantenuto alta la guardia, ma questo non era più vero dei belgi. Era difficile formulare un giudizio su Norvegia e Danimarca[ ... ]; il Regno Unito era travagliato da problemi interni ma aveva alquanto aumentato il suo bilancio della Difesa; e in Italia, Segni, Saragat e Andreotti avevano mantenuto gli italiani in una buona posizione».32 Nel 1968, dopo l'invasione della Cecoslovacchia, ad una riunione del National Secttrity Council, il rappresentante dei Joint Chiefs of Stefl osservò: «a. I tedeschi, gli italiani e gli olandesi hanno le risorse per rafforzare le loro forze militari. La domanda è se hanno la volontà cli farlo. b. Forse i norvegesi e i danesi potrebbero fare di più. c. L'atteggiamento britannico è incerto, perché il loro attuale potenziale militare sta per essere ridotto». Il presidente Johnson propose cli dare istru:doni agli ambasciatori di «verificare cosa specificamente tedeschi, italiani ed olandesi fossero disposti a fare subito per rafforzare la NAT0». 33 (Tesi Gerli) A cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta l'Italia si era trovata di fronte ad alcune scelte importanti nel campo della difesa, tutte relative al pro-

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blema delle armi nucleari, che stava diventando centrale per la NATO e per i rapporti tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei. Già nel gennaio 1954 il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Marras, aveva chiesto al Depury Saceur, maresciallo Montgomery, di dislocare anche in Italia i cannoni atomici da 280mm appena installati in Germania. Il 1° gennaio 1956 iniziò la sua attività presso l'Accademia Navale di Livorno, in collaborazione con l'Università di Pisa, il Centro per le Applicazioni Militari dell'Energia Nucleare (CAMEN), chiuso nel 1975, che doveva essere un ente finanziato paritariamente dalle tre Forze Armate. Tra il 1956 ed il 1958 il risentimento dei maggiori alleati continentali nella NATO, per la posizione privilegiata che Stati Uniti e Gran Bretagna mantenevano nell'Alleanza come soli detentori di armi atomiche, portò ai colloqui tra i ministri della Difesa italiano, francese e tedesco su una cooperazione militare nel campo nucleare, non certo come alternativa alla NATO, ma per migliorare lo status dei loro paesi nell'Alleanza. Solo pochi erano però disposti a perseguire i colloqui contro la volontà o senza l'appoggio degli Stati Uniti, ponendoli di fronte al fatto compiuto. La maggior parte voleva, invece, procedere in accordo con Washington e tutte le parti coinvolte lasciarono trasparire agli americani l'esistenza e l'oggetto dei colloqui.34 Alla riunione del Consiglio Atlantico del dicembre 1957, gli Stati Uniti offrirono agli alleati europei l'installazione di missili balistici a raggio intermedio americani a "doppia chiave". Il ministro della Difesa Taviani diede subito il suo assenso, formalizzato dal presidente del Consiglio Amintore Fanfani nel luglio 1958, mentre l'avvento al potere in Francia del generale de Gaulle pose fine ai negoziati trilaterali. 35 L'Italia fu l'unico paese dell'Europa continentale, oltre alla Turchia, ad accettare i missili,36 per una serie di ragioni: accreditarsi come alleato più importante nel Mediterraneo, soddisfare in parte le proprie aspirazioni nucleari e fornire a Washington una prova di fedeltà mentre era in discussione la "apertura a sinistra". Allo stesso tempo, proprio per non suscitare polemiche all'interno, Fanfani invitò a non dare troppo rilievo alla sua decisione. Nel quadro della soluzione della crisi di Cuba del 1962, gli Stati Uniti decisero di rimuovere i missili dalla Turchia e dall'Italia. Al riguardo l'atteggiamento del governo italiano era ambivalente. Da un lato era sollevato dalla notizia della rimozione dei missili, obsoleti e vulnerabili, che rendevano il territorio italiano vittima prioritaria di un attacco sovietico; dall'altro non voleva un'ammissione della loro inutilità e temeva fosse indebolito il rapporto bilaterale con gli Stati Uniti. Consapevole di quest'ultima preoccupazione, l'ambasciatore americano a Roma raccomandò che al momento di annunciare il ritiro dei missili si sottolineasse il ruolo di grande potenza dell'Italia.37 Le ambizioni atomiche dell'Italia furono allora affidate sia alla Multilateral

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(N11c/ea,J Force sia al tentativo cli sviluppare un'intesa bilaterale con gli Stati Uniti, che portasse ad installare missili Polaris o su sottomarini o sull'incrociatore Garihaldi. 38 Ma nell'aprile 1964 il segretario di Stato americano Dean Rusk raccomandò di lasciar cadere la MLF, indicando tra le ragioni anche quella di evitare di infliggere «ulteriori tensioni su un governo italiano che è emerso indebolito e non rafforzato dalle ultime elezioni». 39 Ma quest'ultima motivazione, sia pure indicata come aggiuntiva, suona come la ricerca di un pretesto. In realtà l'amministrazione Kennedy aveva perso interesse al progetto di MLF, che non era servito ad impedire alla Prancia di dotarsi cli un armamento atomico indipendente. Soprattutto gli Stati Uniti ritenevano che un corollario irrinunciabile della strategia della "risposta flessibile e controllata", che volevano far adottare dalla NATO, fosse l'esclusivo controllo del grilletto nucleare da parte ciel presidente americano (one }ÌllJ!,er on the ttigge17: 10 L'appartenenza alla NATO costituì ovviamente un fattore di forte modernizzazione e potenziamento delle Porze Armate italiane. A giudizio di un esperto, appartenente all'Esercito (!), «la Marina fu subito la Forza Armata più integrata nel dispositivo alleato». 41 Essa cercò ripetutamente di sfruttare i suoi eccellenti rapporti con la US. Nal!Y per ottenere una propria aviazione navale:12 La rinascita dell'Aeronautica Militare e dell'industria aeronautica ricevettero impulso del tutto determinante, come nel caso dell'Esercito, dall'inserimento dell'Italia nell'Alleanza Atlantica. Nell'agosto 1956 volò il Fiat G 91, primo aviogetto operativo di produzione italiana, che vinse poi nel 1958 il concorso NATO per il caccia tattico leggero (anche se poi lo adottarono solo i'AMI e la Ltdhvef.fe, che ne rivendette al Portogallo). Alla fine ciel decennio l'Aeronautica contava su una linea di volo di tutto rispetto di 561 aerei, di cui 300 da combattimento. 43 Negli anni Sessanta, mentre la Francia si allontanava dalla struttura militare integrata, più volte l'ambasciatore Sergio Fenoaltea protestò a Washington contro qualunque segnale, come pranzi a tre tra i rappresentanti americano, britannico e tedesco al Consiglio Atlantico, che, sostituendo Parigi con Bonn, prefigurasse un direttorio della NATO senza l'Italia."'' Nelle discussioni successive all'annunciato ritiro della Francia dalla struttura militare integrata, l'Italia, pur senza prendere di petto i francesi, si schierò a favore della posizione americana di trasferire in Belgio non solo SI-IAPE ma anche la sede politica dell'Alleanza. Gli anni successivi al 1963, dominati dai governi cli centro-sinistra, furono caratterizzati dalla depressione economica, con disoccupazione, inflazione, diminuzione degli investimenti e della produttività, peggioramento della bilancia dei pagamenti e del disavanzo del bilancio dello Stato. «La politica di difesa nazionale è stata compressa per concedere spazio allo "stato assistenziale"»:15 Tuttavia la Anmral Revie1v della NATO per il 196646 rilevava un ulteriore

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miglioramento della situazione delle Forze Armate italiane rispetto all'inizio del decennio. Per quanto riguarda l'Esercito, il contributo pianificato dall'Italia era in accordo con i piani della NATO e il numero delle truppe era cresciuto. Anche gli sforzi di riarmo e modernizzazione avevano dato buoni risultati: nel 1967 sarebbero entrati in servizio svariati tipi cli armi moderne, equipaggiamento elettronico, veicoli di vario genere e utilizzo. Restavano però serie carenze nell'equipaggiamento delle unità con veicoli di ogni categoria e nei depositi di certi tipi di munizioni, mentre il livello delle unità di combattimento era giudicato ancora basso. Il contributo della Marina pianificato dall'Italia era anch'esso conforme al NATO Force Pian e si prevedevano i maggiori progressi nell'anno seguente: la messa in servizio, sotto comando nazionale, di una nave da scorta oceanica e di un sottomarino, la messa in cantiere di due cacciatorpediniere lanciamissili e due navi da scorta. Il programma di costruzione del naviglio di scorta stava procedendo più velocemente di quanto previsto. Per quanto riguardava infine l'Aeronautica, il contributo pianificato dall'Italia non si discostava significativamente dai piani NATO. I programmi cli ammodernamento per gli aerei G 91, F 104 e RF 104 non sarebbero iniziati prima ciel 1968, mentre la prima fase del programma di sostituzione dei missili terra-aria ./!/ax con gli Hercu!es sarebbe stata completata durante il 1967. Restavano però serie inadeguatezze nel campo delle riserve di aerei moderni." 7 Essendo la difesa dell'Italia responsabilità della NATO e, in ultima analisi, dipendendo dalla garanzia atomica americana, gli studi strategici furono a lungo trascurati. Tuttavia in importanti convegni, due ammiragli italiani, che avevano ricoperto incarichi al vertice della Marina e della NATO, sottolinearono l'importanza, non pienamente compresa e sfruttata, della dimensione marittima dell'Alleanza Atlantica. Nel 1977 l'ex Comnavsouth ammiraglio Franco Micali Baratelli osservò che «le partite che si giocano nel Medio Oriente finitimo al Mediterraneo e lungo la rotta del Capo, percorsa dai rifornimenti vitali per l'Europa, sono dunque estremamente importanti per il destino di essa. In sintesi, il potere navale sovietico applica la sua presenza e influenza anche in zone dove la NATO non è in grado di reagire, in forma solidale e collettiva ad ogni situazione di pace, tensione e conflitto... Da un punto di vista puramente militare-operativo dovrebbe quindi procedersi ad una modifica del confine della NATO, mediante la rimozione del "cancello" meridionale al 23° parallelo, in quanto sul mare non hanno ragione di esistere artificiose delimitazioni che sono in contrasto con il concetto della flessibilità d'impiego delle forze, essenza stessa del potere marittimo». Nella stessa linea di pensiero, tre anni dopo, l'ex capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Ernesto Giuriati, traendo lo spunto dall'osservazione del

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segretario Generale della NATO Joseph Luns che «il limite geografico dell'Alleanza Atlantica, non costituisce necessariamente una barriera intellettuale al di là della quale dovrebbe essere interdetto l'uso del senso comune», invitava «ad esaminare l'Alleanza Atlantica e l'Unione Sovietica non su una carta geografica che comprenda l'Europa e la Russia europea, ma su un planisfero; e a ricavarne tutte le possibili implicazioni», in primo luogo che «l'Urss ha tutte le caratteristiche tipiche cli una potenza continentale», mentre «in contrapposto l'Alleanza Atlantica ha tutte le caratteristiche di potenza marittima», cli qui l'estrema importanza della «difesa delle linee cli comunicazione» marittime.4B Dalla prima metà degli anni Settanta, il Mediterraneo era stato oggetto di una rinnovata attenzione da parte degli studiosi italiani cli strategia e di politica estera. Il primo documento istituzionale a fare cenno a rischi da sud diversi dalla minaccia sovietica fu, non a caso, il Libro Bianco della Marina Militare, nel quale si affermava tra l'altro che lo strumento difensivo nazionale doveva essere posto «in condizioni cli intervenire autonomamente, per fronteggiare particolari emergenze per le quali non si possa fare sicuro affidamento sul concorso diretto dei Paesi Alleati» e che: «L'Italia deve essere in grado di far fronte in caso di crisi mediterranee locali, nelle quali non siano in atto avvenimenti tali da comportare un diretto confronto tra i blocchi». 49 Le "minacce" o "rischi da sud"50 furono in seguito menzionati in tutti i principali documenti ufficiali della Difesa, sia, in un primo tempo, nel contesto generale del perdurante, anche se declinante, confronto Est/Ovest, sia, poi, nel quadro del disordine post-bipolare, che vede nel "Mediterraneo allargato" 51 una delle principali aree di crisi potenziali. Proprio il "Mediterraneo allargato" è stato teatro, a partire dall'invio di un contingente della Marina Militare nello stretto di Tiran e nel golfo di Aqaba (autunno 1981 - primavera 1982), cli una lunga serie di interventi della Marina e cli tutte le Forze Armate italiane. 52 La Marina italiana fu anche tempestiva nel percepire i mutamenti che la fine della guerra fredda avrebbe comportato nelle strutture cli sicurezza europee. Già nel 1988 e nel 1989, il capo di Stato Maggiore, ammiraglio Sergio Majoli, commentando le proposte di Gorbachev di congelamento e ritiro delle forze sovietiche e americane dal :Mediterraneo, aveva auspicato la costituzione di una forza multinazionale a difesa della sicurezza, partendo dalle marine di Spagna, Francia e Italia. 53

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All'indomani della crisi di Suez era iniziata per l'Italia l'esperienza della partecipazione alle operazioni di polizia internazionale, o cli peacekeeping, termine

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coniato nel 1960 dal segretario Generale dell'ONU Dag Hammarskiold e oggi sulla bocca cli tutti. All'inizio del novembre 1956 il Dipartimento di Stato americano sollecitò la partecipazione italiana alla polizia internazionale per l'Egitto, subito approvata dal ministro degli Esteri Gaetano Martino. 54 L'Italia collaborò al trasporto aereo in Egitto di truppe canadesi, scandinave, e colombiane, ottenendo i ringraziamenti e il caloroso compiacimento di Hammarskiold per la rapidità e l'efficienza dimostrate. 55 Era l'inizio di un impegno vivamente apprezzato dai vertici dell'ONU e destinato a protrarsi negli anni seguenti, per culminare tragicamente nell'eccidio di Kindu. «Risulta chiaro da richieste rivolteci - telegrafava ad esempio il 15 giugno 1958 il consigliere Eugenio Plaja, vice capo della Rappresentanza pennanente italiana all'ONU 56 - che Hammarskiokl fa assegnamento sull'Italia come uno degli elementi principali dell'operazione [il gruppo di osservatori dell'ONU in Libano] e uno dei Paesi più suscettibili di apportare sostanziale e rapida collaborazione. Quanto faremo avrà quindi molta importanza per quel che concerne il nostro peso in generale alle Nazioni Unite». Tre mesi dopo, il rappresentante permanente presso l'ONU, ambasciatore Leonardo Vitetti, trasmettendo la richiesta di altri 50 ufficiali, riferiva: «Segretario Generale tiene molto ad una larga partecipazione italiana, anche in considerazione del fatto che ufficiali italiani hanno dato una eccellente prova e si sono dimostrati all'altezza del compito».57 L'United Natio11s Ohser/Jen Grottp in Lehc111011 (UNOGIL) e l'United Nations 'lì,,ce SNper/Jision Orga11izatio11 (UNTSO), creati nel 1958, sono tuttora operativi; ad UNOGIL parteciparono 21 paesi; l'Italia inviò 53 militari delle tre Forze Armate su un totale di 500 osservatori. 58 Nei telegrammi della Rappresentanza italiana all'ONU sono numerosi i riferimenti all'apprezzamento per l'operato degli ufficiali e dei diplomatici italiani in Medio Oriente e per l'invio di aerei in tale regione e in Kashmir.s9 Nel settembre 1957 l'Italia annunciò la sua candidatura al Consiglio di sicurezza per il biennio 1958-60, venendo eletta 1'8 ottobre 1958 con 76 voti su 79 votanti (gli altri due eletti ne ottennero, rispettivamente, l'Argentina 78 e la Tunisia 74). Appare evidente il parallelismo tra l'uguale risultato ottenuto dall'Italia nell'ottobre 2006, al quale non è certo estraneo, come allora, il contributo dell'Italia alle operazioni militari della comunità internazionale negli anni precedenti. L'11 novembre 1961 a Kindu 5 ufficiali e 8 sottufficiali della 46a Aerobrigata trasporti medi cieli' Aeronautica Militare italiana, impegnati per conto clell'Onu e disarmati, furono massacrati da militari del X,'{ battaglione dell'Esercito congolese. In quell'occasione il principale editorialista di politica estera del Coniere della Sera, il famoso Augusto Guerriero, scrisse che si poneva il problema di capire «con quale coscienza il governo possa autorizzare l'onorevole La Pira a fare pro-

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paganda contro il servizio militare ... e dall'altra possa ordinare a militari italiani di andare a farsi ammazzare per il Congo».60

La questione di Trieste Oltre ai contesti delle organizzazioni internazionali, non va dimenticato che le Forze Armate giocarono un ruolo fondamentale a sostegno della diplomazia nella soluzione del principale problema della politica estera italiana nel primo decennio del dopoguerra, quello di Trieste. La mobilitazione delle Porze Armate decisa nell'estate 1953 dal governo presieduto da Giuseppe Pella ebbe il merito di fermare il continuo logoramento della posizione diplomatica dell'Italia e di indurre Londra e Washington a tener conto con maggiore attenzione delle posizioni di Roma. Impressionato dalla reazione italiana, il Presidente americano Eisenhower, che, anche per diretta influenza dell'ambasciatore a Roma, la signora Luce/• 1 iniziò a dedicare una personale attenzione al problema triestino, osservò il 5 settembre 1953 al segretario di Stato John Poster Dulles che «gli italiani ... [erano] stati nostri amici per lungo tempo e gli jugoslavi... [erano! degli ultimi arrivati» e che si «stava spingendosi troppo lontano in favore della Jugoslavia». 62 «Abbiamo bisogno di tenerci amici i due paesi», scrisse però Eisenhower 1'8 ottobre nel suo diario. 63 Allo stesso modo, il 18 ottobre Dulles parlò della necessità cli conciliare i legami atlantici con l'Italia con la «relazione speciale» degli occidentali con la Jugoslavia, «essa stessa legata alla NATO attraverso il patto balcanico».M Le misure militari italiane erano «interessanti - come si espresse Pella in Consiglio dei Ministri65 - anche per sperimentare se nel quadro NATO si [... ] !poteva] avere autonomia di azione. Il precedente valido [... ] [era] ormai costituito». Il Saceur, generale Alfred Gruenther, non sollevò obiezioni, a differenza del suo vice, il britannico Montgomery, che negava agli italiani la possibilità di agire autonomamente, ma fu smentito dal Foreign Office, per il quale in tempo di pace le forze nazionali assegnate a SHAPE potevano effettuare liberamente «movimenti locali e temporanei».<• 6 La mobilitazione delle Forze Armate italiane mise in moto il processo, che, pur tra passaggi drammatici, portò nell'ottobre 1954 al ritorno di Trieste all'Italia.

Conclusione In un recente intervento, il capo di Stato Maggiore della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola ha affermato che «le Forze Armate sono oggi una campo-

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nente molto importante, talvolta determinante del "sistema Paese", in grado di valorizzarne con tempestività ed efficacia il ruolo internazionale». 67 Non è una visione dovuta al ruolo di chi l'ha enunciata. Al convegno organizzato presso l'Università Cattolica nell'ottobre 2006 sul tema La NATO e le nuove sfide per la f01za militare e la diplomazia, l'editorialista di politica estera del Corriere della Sera ha fatto un'affermazione ancora più drastica: «Negli ultimi anni le Forze Armate sono state lo strumento principale della politica estera italiana». La ricerca storica dovrà documentare quanto l'affermazione del capo di Stato Maggiore della Difesa sia stata valida anche nel periodo della guerra fredda.

Note Cfr. http://www.csteri.it/ita/6_40_189.asp. Cfr. http://www.state.gov/r/pa/ho/frus/. 3 Cfr. ì\,f. de Lconardis, NATO I--Jistou a11d Na11al I-Iisto(J' in l!tilùm Uni11crsitics, in corso di pubblicazione negli atti del work-shop su NATO Navt1I T-Iistoo1, organizzato dalla Universitiit der Bundcswchr, Amburgo, 6-8 mar7.o 2003. 4 In particolare cfr. V. Ilari, Sto,ia 111ilitare dcllt1 p1i111t1 rep11bhlict1 1943-1993, Ancona, 1994, un testo assai stimolante, però purtroppo privo di note, e C. Jean (a cura di), Sto1it1 delle Fo,ze Ar111t1te italit1nc dalla 1icostl'llzionc postbellica t1llt1 «1istl'lltflm1zione)) del 1975, parte I, Milano, 1989. 5 Si segnalano in particolare i lavori di L. Nuti, L'Esercito ltt1lit1110 11el secondo dopog11erra 1945-1950. La s11t1 licostl'llzio11e e l'assistenza militare allet1ta, Renna, 1989 e N. Neri, Et ventis advc,:ris. F<lol!a italia11t1 e rclazjo11i i11temt1zionali tm l'Asse e la NATO (1943-1949), Bari, 2003. 6 Per citare solo i volumi più importanti cfr. L't1lletll/Zft occide11tt1lc. Nascita e s11il11ppi di 1111 siste111t1 di sic11rezzr1 collettivo, a cura di O. Barié, Bologna, 1988; Tbc Atla11tic Pt1cf l"ò1ty Years Late,: A I-listo1ical Reappmisal, cd. by E. Di Nolfo, Bcrlin-New York, 1991; La di111e11sio11e atlantica e le relazioni i11te1~ 11azio11ali 11cl dopog11erm (194 7-194 9), a cura di B. Vigczzi, Milano, 1987. 7 L'I1t1lit1 del dopog11em1. Il Imitato di pt1c1t co11 l'ltalit1, a cura di R.H. Rainero e G. Manzari, Roma, p998]. 8 Cfr. G. Bemardi, La Mmù1a, gli mmistizi e il Imitato di pace (settembre 1943-dice111bre 1951), R01na, 1979, pp. 203-4; De Gt1spe1i a l~ymes, 22-8-45, in I Doctm1c11ti Diplomatici lltlliani, DecÙJ/(/ selie: 19431948 IDDI], voi. II, 12 dicembre 1944 - 9 dicembre 1945, Roma, 1992, n. 446. 9 Cfr. ODI, voi. III, 10 dicembre 1945 - 12 luglio 1946, Rotna, 1993 n. 305 e Bernardi, op. cit., pp. 215-17. IO Peraltro de Courten fu collocato in ausiliaria, su sua richiesta per i postumi di un incidente automobilistico, alla fine del 1946, cfr. Le 111c11101ic dell'a111111imglio de Comten (194 3-1946), Roma, 1993. 11 Cfr. E Maugcri, Ricordi di lfll lllt11i11aio, Milano, 1980, pp. 289-93; A. Varsori, La scelta occidc11tale dell'I!tllia (1948-1949), parte II, in Stolit1 delle relazioni i11temazio11ali, a. I, 1985, n. 2, pp. 329-30; L. Nuti, La 111issio11e Mt1rms, 2-22 dicembre 1948, in Stoiia delle relazioni ù1tcmazio11ali, a. TII, 1987, n. 2, pp. 343-368. 12 Il testo del memorandum di Trczzani è in Nuti, L'Esercito ltalit1110 nel secondo dopoguerm 19451950 ... , cit., doc. 18, pp. 384-86; cfr. anche ì'vf. de l .eonardis, i\tfa11lio 13rosio a Nfosca e la scelta occide11tale dell'Italia, in L'Italia e la politica di pote11zr1 i11 E11ropa (1945-50), a cura di E. Di Nolfo, R. H. Rainero, B. Vigezzi, Milano, 1988, pp. 142-45. 1

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Massimo de Leonardis 13 Allegato a Me111orand11111 I!)' the Secref{l(J' ~/ St{lfe, 2.3.1949, in Foreign Relations ~/ the United States [FRUS], 1949, voi. IV, lf/'estem lit1rope, Washington, 1975, pp. 142-145. È qui utilizzata la traduzione italiana di P. Cacace, Venti (lii/li di politica estem it(/lir111a (194 3-63), Roma, 1986, pp. 590-592. Il riferimento alla flotta militare ed alla marina mercantile costituiva la novità di maggiore rilievo rispetto all'analogo elenco di ragioni per l'ammissione dell'Italia annesso al Report of the !ntemational IW01ki11g C:ro11p to the Ambassadors' Co111111ittee, 24-12-1948, in FRUS, 1948, voi. lll, ll?estem E11rope, Washington, 1974, pp. 333-343. 14 Il testo dell'armistizio di C:assibile è ripubblicato in I·'. Stefani, 8 Settel!lbre 1943. C:li ar111istizi dell'I!d!ia, Milano, 1991, pp. 154-155. 15 L. Sebesta, Politica di sicurezza italim1a e Ìlll/0/J{lzioni strategiche nell'E11mpa degli anni ci11q11anta, in E. Di Nolfo - R. I-I. Rainero - B. Vigeni (a cura di), /,'Jtalù, e la politica di pote11zç1 i11 E11ropa (195060), ì\•Iilano, 1992, p. 674. Più sinteticamente, Sergio Romano osserva: «Più che un alleato l'Italia, per gli americani, fu un territorio» (L..o sca111bio ineguale. Italia e Stati Uniti da IWi/.ron a Clinton, RomaBari, 1995, p. 40). Sull'importanza del territorio italiano come sede di basi navali ed aeree, cfr. il rapporto della Centrai lntelligence AgelllJ' dell'aprile 1948 in J\. Brogi, I ,'Italia e l'egemonia ,1111e1icana nel Meditemmeo, Firenze, l 996, p. 47. 16 Questo paragrafo utilizza alcune parti di miei precedenti saggi: Ultima ratio reguv1. Fo1za militare e relazioni intemazionali, Bologna, 2003; Il Mediterraneo nella politim estera italiana del secondo dopog11erm, Bologna, 2003, I ,'atlantis1110 dell'Italia tm g11erm.Jì·edda, interessi nazionali epolitica intema, in Le istituzioni rep11hblica11e dal ce11ilisJ110 al cenlro-sinistm (1953-1968), a cura di P. L. Ballini, S. Guerrieri, J\. Varsori, Roma, 2006, pp. 253-71. 17 Pubblicata in NAfO Stmteg)' Dom111ents 1949-1969, cd. by G.\X,'. Pedlow !Bruxelles, 1997J, pp. 91-105. 18 Ad esempio, alla fine degli anni Cinquanta, in colloqui con il re di Grecia ed il presidente della Turchia, gli italiani «avevano parlato favorevolmente di uno "spirito mediterraneo" ma si erano attentamente astenuti dal menzionare un patto mediterraneo» (1vle111orc111d11111 of Co11ve1:wtio11 tra il segretario cli Stato 1-Icrter ccl il ministro degli Esteri Pella, 12-7-59, in PRUS, 1958-1960, voi. VI I, Pan 2, lf7estem E11rope, Washington, 1993, p. 536). 19 J\. Brogi, op. cit, p. 345; cfr. ibi, pp. 50-51, 63-65. Tale osservazione va rapportata all'altra di Cado Maria Santoro (111 politim estera di 1111a 111edia potenza. L'Italia dall'Unità ad oggi, Bologna, 1991, p. 175) che la «"vocazione" mediterranea» del fascismo «dietro le reboanti declamazioni, nascondeva una sostanziale incapacità di penetrazione nel sacrario della politica globale e l'accettazione cli una condizione tutto sommato regionale». Consapevolezza implicita cli ciò espresse l'uhima fase della politica estera di Mussolini, con l'aspirazione ad uscire dalla «prigione» mediterranea, le cui sbarre, eia Gibilterra a Suez, erano controllate dalla Gran Bretagna. 20 Cfr. G. Giorgerini, Da Mattlj)(lll al C:o!fò Pmico. La M(//ina 111ilitare italiana dal.f1scis1110 alla Rep11hblica, Milano, 1989, pp. 611-14; M. Gabriele, Meditermneo (1945-1953), in Rivista di st11di politici intemazionali, a. XLVI, n. 1 (Gennaio-Marzo 1979), p. 40. 21 Tclespresso dell'8-8-49, cit. in J\. Varsori, Il molo i11temazio1/{/le dell'Italia negli anni del cmtris1110 (1947-1958), in Aa. Vv., I 947 /1958. L'Italia negli anni del centli.m10, Roma, 1990, p. 218, n. 55; cfr. A. Varsori, L'Italia.Jh1 Alleanza Atlantica e CED (1949-19 54), in Storia delle relazioni intemazio,wli, a. IV, 1988, n. 1, pp. 131-32. 22 Cfr. i documenti del 1954 cit. in Sebesta, op. cit., p. 683. Per una forte rivendicazione del ruolo dell'Italia come «pilastro portante dell'Alleanza sul fronte sud» nell'arco della seconda metà del secolo XX, cfr. R. Luraghi, / ,'Italia neljì'onte sud della NA'J'O, in de Lconarclis, Il Aiedikrmneo nella politica estem italiana... , cit., pp. 225-36. 2 3 Cfr. L. Nuti, C:h' Stati Uniti e l'apert1m1 a sini.rtm. I111J1ort,111zr11, limiti della presenza 1m1nic,111a in Italia, Roma-Bari, 1999, pp. I 00-101.

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Repubblica e Fmze Armate FRUS, 1964-1968, voi. Xli, lf:1/eslemENrope, Washington, 2001, n. 88. LNce a DNl!es, 10-10-56, in FRUS, 1955-1957, voi. XXVll, lF'eslem ENrope cmd Ca11ada, Washington, 1992, pp. 389, 396. 26 lhi, p. 321. 27 FRUS, 1955-1957, voi. Xl X, Natio11al Secmi(y Po/icy, \X!ashington, 1990, p. 212. 28 Ihi, p. 403. 29 lhi, p. 422. 30 B. H. Liddell 1-Iart, l..L1 prossÌ/1111 g11erra, Milano l 962 [ed. inglese l 960], p. 228. 31 Cfr. V. Ilari, Sto,ia 111ilitare della p1i111a rep11hhlica 1943-1993, Nuove ricerche, Ancona 1994; M. de Leonardis, L'AeronaNlica Militare ltah'a11a dalla 1icostitNzio11e postbellica alla fl11e della gNerra/ìwlrla, in L. Bozzo (a cura di), Dal.fì1tmis1110 al 111ù1it1l{J/is1110. Aero11aNlica e "jJo!ere aereo" nella poh'tica i11temazio11ale Ira XX e XXI secolo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1999; pp. 71-84, M. de I ,eonardis, The Italia11 NaVJ' i11 NATO rlmil{P, the Co!d Jl:7t11; in Malitù11e P01JJer cmrl Natio11al Force Ùt the 20th Ce11!1tl)', Atti del 3rd Pelagic Meeting, Atene, 2001, pp. I 61-166. 32 FRUS, 1964-1968, voi. Xlll, IJ7eslem ENrope Regio11, Washington, 1995, n. 12, Me111on111r/11111 of Co11versatio11, 18-3-64. 33 S1111m1a1y Notes of the 590th lvleetù~ o/ the Natio11a/ Secmi(y Comici!, Washington, 4-9-68, ibi, n. 324. 34 L. Nuti, The F-l-G Sto,y Revisited, in Ston"c, delle Relazio11i lntemazio11ali, a. XIII, 1998, n. l, pp. 69-160. 35 C:fr. L. Nuti, Le riJ/e rie l'ltalie rla11s /es 11égociatio11s t1ilatém/es, 1957-1958, in Rev11erl'llistoire Uip/0111atiq11e, 1990, 1-2, pp. 133-56 e lei., Italy cmd the N11clear Choices ~/ the Atlantic Allia11ce, 195563, in B. 1-Ieuser, R. O' Neill (eds), Semri11gpeace i11 E11rope, 1945-62. 'J"ho,tghts .fòr the post-Cold ll7r1r Em, Basingstoke 1992, pp. 222-45. 36 C:fr. L. Nuti, Dall'opemzio11e ])eep Rock all'operazione Poi Pie: /IIW sto,ia doc11me11tata dei 111issili SM 78]11piteri11 Italia, in Sto,ia delle Relazjo11i lntemazio11ali, a. Xl, 1996, n. l, pp. 95-140 e Xli, 1997, 2, pp. 105-149, Brogi, L'Italia e l'ege111011ia a111e1ica11a ... , cit., pp. 292 e 315. 37 Cfr. Nuti, Dal/'opemzio11e Ueep Rock all'operazione Pot Pie ... , cit., pp. 114, 122, 130-3, 139-41. 38 Cfr. sull'argomento M. de I ,eonardis, Ulti111a ratio re._r,N111. Fo,za 111ilitare e relazioni i11temazio11ali, Bologna 2003, pp. 138-40. 39 Telegra111 f<i-0111 Secreta1y o/ Stai/? RNsk to the Depar/111e11! o/ State, Saigon, 17-4-64, FRUS, 19641968, voi. XIIT, cit., n. 18. ·IO Cfr. de Leonardis, U/ti111a mtio re._p.,11111 .. ., cit., cap. VII. 41 C. Jean, l..Lt politica di simrezza e la co11cezio11e di/ènsiva italiana dal 1945 al 1975, in Id. (a cura di), Sto,ia delle 1'ò1ze Armate italiane 1945-1975. Aspetti ordi11a/i,1i e socioloy/ci, l'viilano, 1994, p. 38. 42 Nell'agosto 1953 un documento dei Joint Chiefs of Staff osservò che in Italia «esistelval una situazione insoddisfacente riguardo all'aviazione navale a causa delle restrizioni giuridiche al volo di aerei guidati da piloti navali. I ,a necessità di una forza aerea antisommergibile in quest'area richiede[va] la soluzione del problema» (cfr. P. M. Swartz, 'J'lJe U.S. Na'!/r Relatio11s ivith the W'est EHropea11 Navies in the Fù:rl Co/rl 117r11· Demde: The Italirm rmd Gm11a11 Cases, relazione presentata ali' 11 th Nava/ History Symposit1111 U11ited Staks Nava! Amde11ry, i\.nnapolis (MA), 22-10-93, pp. 14-20). ,n Cfr. de Leonardis, L'Aero11a/llica !vli/itare Italiana .. ,, cit. 44 Cfr., ad esempio, FRUS, 1964-1968, voi. XII, cit., n. 122 e 126, voi. XIII, cit., n. 123. 45 G. ìviaycr, L'evollfzjo11e del bi/al}(io della Difesa dal 194 5 al I 975, in Jean, Sto,ia delle F<ò1ze armate italia11e... , cit., p. 287. 46 1966 A1111/lal Revie111, Dnrfi Chapter 011 Ita(y, 18-11-1966, NATO Archives, Bruxelles, AR(66)ITALY-D/3. 24 25

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Massimo de L.eonardis «Gli anni che vanno dal 1960 al 1975 vedono un costante miglioramento qualitativo delle lince di volo dell'Aeronautica Militare. Tuttavia, cessati gli aiuti in conto MDAP, al miglioramento c1ualitativo corrisponde purtroppo un decremento della quantità dei velivoli ai reparti di volo e un continuo, progressivo scollamento, rispetto agli alleati della NATO, della quantità e qualità delle scorte, delle ore volate per addestramento e della qualità delle tattiche addestrativc, sempre più lontane dai profili reali» (M. Arpino, Il fut11ro del potere aereo i11 E11ropa, conferenza tenuta al CASO il 19 giugno 1995, in 1{ivistaAero11a11tic(I, settcmbrc~ottobrc 1995, p. 10). 48 Cfr. F. Nlicali Baratelli, L,1 simrezzç, del Mediterraneo e delle vie 1Nc11itti111e occidenf(lli ed i limiti dell'are(I (lt/r111tic(I, in AA. VV., L'Aller111zr1 Atl@tica e la d[/èsa dell'E11ropa, Roma, 1978, p. 113; E. Giuriati, Stratçgia Nato e stmtegia globale, in AA. VV., l:iquilih1i strategici eJi1t11ro della diste11sio11e, Roma, 1982, pp. 28-29. 49 Prospettive e 01ienta111e11ti di 111assi111(/ della Mmina klilitare /Jer ilpe,iodo 1974-1984, Supplemento a Rivis/(I Ma1itti111(1, aprile 197 4, p. 18. 50 Sui "rischi da sud" esiste una vasta letteratura. Cfr., per una recente sintesi, A. Colombo, I ,a percezione italiana dei «rischi da sud» tra l'ultima fase della guerra fredda e il mondo post-bipolare, in de Leonardis, TI Meditemmeo nella politim estem italiana... , cit., pp. 107-134, e, inoltre, C. M. San toro (a cura di), Rùchio da s11d. Geopolitim delle oisi nel bacino 111editerm11eo, Milano, 1996; Id., St11di di geopolitica, Torino, 1997, pp. 193-225, Id., L'Italia e il Siste111a .md, in Relazioni l11temazio11ali, Settembre 1993, pp. 70-77, Centro Militare di Studi Strategici, Le 111i11acce dalJimri area contro il/ùmco Slld della NATO, Roma, 1993. 51 Il concetto geopolitico di "Mediterraneo allargato", comprendente, oltre al Mediterraneo propriamente detto, le aree ad esso adiacenti, Mar Nero, Vicino e Medio Oriente, Mar Rosso, Golfo Persico, Oceano Indiano Occidentale, è nato nell'ambito della l\farina Militare, cfr. P. P. Ramoino, Une vision géopolitiq11e italie1111e: la L'vleditemmée "elr11;gie", in Military Co1!flicts a11d 20th Ce11tll(J' Geopolitics, Atti del XXVIIth Intematio11al Congress q/ Milita,,, His!O(J', Atene, 2002, pp. 511-518, Istituto cli Guerra Marittima, Giornata di st11dio s11I Meditemmeo a/1(//;gato, Anno Accademico 199899, Livorno, 1999. 52 Preludio a tali missioni, fu il primo importante impegno operativo, molto 011/ of area, anche se non propriamente militare, delle Forze Armate italiane dopo la seconda guerra mondiale: l'invio dcll'8° Gruppo Navale, nel luglio-agosto 1979, nelle acque del Mare Cinese Meridionale a soccorrere i boa/ people, i profughi vietnamiti, che fuggivano dall'inferno comunista. Fu "una manifestazione cli prontezza operativa e di efficienza logistica" che ebbe "varie ricadute positive" per la Marina (A. Tani, C11em1jì-eddt1 s11i sette 111an· [unito a G. Giorgcrini, Aspetti 111a1ittiJ11i della g11erm jì-eddaj, supplemento a Rivista Mr11ittiJ11a, Luglio 2001, pp. 259-260, entrambi studi assai importanti, che affrontano, per la prima volta, una tematica finora trascurata in Italia). 53 Cfr. la conferenza di Majoli al Centro Alti Stll(/i per la /)ijèsa, 22-6-88, in G. Giorgcrini - R. Nassigh (a cura cli), li /Je11siero navale italiano, voi. Il, J }esenizio e i 111ezzi del potere 111a1itti1110, Roma, 1998, p. 121. In proposito cfr. la relazione dell'Ammiraglio Paolo Giardini, I pii111i tre (///lii di vita di EUROMARFOR: insegna111e11ti e prospettive, in Marina Militare lt-aliana, Atti del secondo Regional 47

Seapo1JJer Sy111posùm1 jì,1 le Mad11e dei Paesi del l\1editerrr111eo e del Mar Nero. Venezia 13-16 ottobre 1998, supplemento a Rivista M(//itti111r1, marzo 1999, pp. 31-36; A. Sarto, Cooperazione tra le 111t11ù1e europee, in Rivista Mmitti111a, luglio 1995, pp.15-24; F Venturini, Il ra/Jporto M. M. 1994 e la sit11azio11e del Mediterraneo, ibi, maggio l 995, pp. 21-26; G. Giorgerini, I ,'Unione E11ropea e la stmte,gù, 111mitti111a, in Affa,i Este1i, Estate 1995, pp. 580-91. 54 C:fr. Cavalletti al Mi11i.rtero de,gli /!flàii Este,i [MAEJ, 6-11-56, n. 149, Archivio Sto1ico-Dipl11111alico del Ministero degli AJ/aii hstl!li - Ro111a (ASMAn), Telegrc1111111i ordi11aii, l 956, voi. 28, ONU New York. 55 Vitelli al MAE, 9-l l-56, n. 302 e 307, 7-12-56, n. 385, ihirle111. 56 Plc!/a al MAE, n. 124, ASMJ\I\, Telegm111111i ordi11a1i, 1958, voi. 56, ONU New York.

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Repubblica e Fo,ze Armate Vitelli al MAE, 17-9-58, n. 331; identici concetti in Vitetti al MA E, 18-9-58, n. 340, ASMAE, Telegm111111i ordi11{/ri, 1958, voi. 57, ONU New York. 58 Cfr. E. Magnani, Il 111t111fe11i111e11!0 del/{! pace d{/1 XIX {Il XXI secolo, supplemento a Rivisf{I Mmitti111a, a. CXXXI, n. 4 (aprile 1998), pp. 68-75 e, per un quadro generale della partecipa:done italiana alle operazioni dell'ONU, G. Venturini, Rifor111a stmt111mle efi111zio11ale del consiglio di sic11rezza, in A. Bedeschi Magrini (a cura di), L'Italia e l'ONU. E.rperie11ze e prospettive, Padova, 1997, pp. 107-10. 59 Tra l'altro, cfr. Vitetti {/I MAE, 8-11-58, n. 466 (ove si riferiva il particolare elogio di Hammarskiold per l'operato dell'Ambasciatore ad Amman Spinetti), 6-12-58, n. 554 (con l'apprezzamento del Segretario Generale dell'ONU per il Capitano di Fregata Maraschini e la sua intenzione di dargli la presidenza della commissione d'armistizio tra Siria e Israele), ihidet11, Plqja {Il MAE, 14-6-58, n. 121, 12-7-58, n. 164, Vitelli ti! MAE, 28-7-58, n. 217, ASMAE, Telegm111t11i ordinari, voi. 56, cit. 6 Corriere del/ti Sem, 21-11-61, cit. in M. Lenci, Il 111011do politico e la sta111pa italia11i difro11fe all'eccidio di Ki11d11, inAfiica, a. XXVI, n. 2 (marzo 1988), p. 122. 61 La signora I ,uce, con indubbio oversta!etJ1e11!, ammonì Eisenhower sulle gravi conseguenze che una mancata soddisfazione delle aspirazioni italiane avrebbe· avuto per la sua presidenza e sull'«effetto domino» di una crisi dei rapporti italo-americani a causa di Trieste: «Manca Trieste, si perde la posta, / Manca la posta, si perdono voti, / Mancano voti, si perde Dc Gasperi / Manca De Gasperi, si perde la NATO,/ Manca la NATO, si perde l'Italia, / Manca l'Italia, si perde l'Europa,/ Manca l'Europa, l'America ... ?» (Questa la sua rielaborazione di una nota filastrocca, allegata a L11ce a]{lckso11, 7-9-53, in Foreig11 Relatio11 of the U11ited Sf{lfes [FRUSJ, 1952-1954, voi. VIII, E,11stem Europe; the Soviet U11i011, Washington, 1988, pp. 264-66). Quando la crisi, in ottobre, sembrò arrivare al punto di rottura tra italiani e jugoslavi, la signora Luce, riferendosi al fatto che entrambi gli eserciti erano armati dagli Stati Uniti, osservò: «Almeno vedremo quello che i carri armati americani sapranno fare contro i carri armati americani» (A. Hatch, A111h{/sciahice stmordùl{11Ù1, tr. it., Milano, 1956, p. 252. Il furbo Tito aveva però dato istruzioni di impiegare carri sovietici in eventuali operazioni militari). Sul tema rinvio per una dettagliata analisi al mio La "diplomazia {lfla11tic{I" e la sol11zio11e del probfeJ11a di 'fìieste (1952-1954), Napoli, 1992. 62 Me111ora11d111J1 of Telephone Co11versation Bet1vee11 the Preside11t a11d the Secretary of S!tite, 5-9-53, e Me111ora11d111J1 l!J the Secretmy qf State lo the Assista11! Secreftl~')' of State far Emvpean AJJaù:r (Merchant), 8-9-53, in FRUS, 1952-1954, voi. VTTI, cit., pp. 258-59, 267-68. 63 Cit. in D. D. Eisenhower, Cli mmi della Casti llùmc{/ 1953-1956, Milano, 1954, p. 504; cfr. anche le sue considerazioni del 22-10-53 in FRUS, 1952-1954, voi. Vlll, cit., p. 325. 64 Verbale della riunione Eden-Dulles-Bidault, 18-10-53, P11hlic Record Office - Londra jPRO], Foreign Office Cencml Correspo11rle11cc lf/0 371], 107383, WE 1015/618. 65 Archivio Centrale dello Stato, Roma, Verbale del 18-9-53, b. 23, f. 314. 66 Cfr. le fonti citate in de Leonardis, L{/ "diplomazia atla11tica"... , cit., p. 284, n. 9. 67 Le FOlz.e A,w{lfe: ,ma co111po11e11te essenziale del ''.\'iste111{l Paese", in Aero11a11tica 4/2006, p. 12 (ripreso da I1ifò1wazio11i rie/la Dijèsa, n. 1/2006). 57

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FORZE ARMATE E ALLEANZE INTERNAZIONALI

Matteo Pizzigal/o

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l 26 marzo 1863, il ministro degli Esteri Emilio Visconti Venosta annunciò alla Carnera dei Deputati «Indipendenti sempre, ma isolati mai» per sintetizzare, con una brillante frase ad effetto, il programma che avrebbe seguito nella sua azione politica alla guida della diplomazia italiana. Ma, al di là degli slogan destinati a diventare celebri, si trattava di un programma ben difficile da realizzare sul complesso scenario internazionale del tempo, in cui agivano attori statuali poco disponibili nei confronti del giovane regno d'Italia, il cui processo unitario (avvenuto, all'ombra della protezione francese, a colpi di guerre e di annessioni) aveva contribuito abbastanza a destabilizzare le frontiere europee. La caduta di Napoleone III e del secondo impero, dopo la guerra francoprussiana del 1870, aveva ulteriormente complicato il quadro politico, rendendo ancor più difficile l'azione della diplomazia italiana. Ne era ben conscio lo stesso Visconti Venosta che, in una nota al suo ambasciatore a Berlino in data 7 marzo 1871, scriveva: «La caduta dell'impero, i rifiuti alle domande di alleanze fatteci ripetutamente dalla Francia hanno mutato l'antica e conosciuta base delle nostre alleanze: la neutralità ha risparmiato all'Italia le più grandi sciagure ma, come sempre avviene, alla neutralità succede uno stato cli isolamento. L'Italia è un Paese la cui più grande aspirazione è la sicurezza e la pace. Roma unita all'Italia è l'ultima tappa del nostro faticoso cammino. L'Italia che ha dovuto affrontare la questione romana, sente che questa questione è un elemento cli incertezza nel suo avvenire. Essa è inquieta per l'avvenire dei rapporti con la Francia offesa dalla nostra neutralità. Uscire da questa incertezza è il criterio supremo della nostra politica estera». Una "incertezza" dunque che, acuita dalla mancanza di punti cli riferimento, col passare degli anni, come Visconti Venosta aveva previsto, era inesorabilmente destinata a scivolare lungo il piano inclinato dell'isolamento internazionale. Una posizione scomoda e sgradevole che la delegazione italiana al Congresso cli Berlino del 1878 sperimentò direttamente. Non bastava certo la brillante trovata della cosiddetta politica delle "mani nette" (per definire in positivo la linea rinunciataria seguita dall'Italia a Berlino) per mascherare quella che, in realtà, era

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Matteo Pizzigallo

una sconfitta diplomatica del governo di Roma. Un governo il cui isolamento sul piano internazionale apparve in maniera ancor più evidente nel maggio del 1881, quando la Francia impose con la forza il suo protettorato alla Tunisia, verso la quale già da diverso tempo si erano orientati interessi e investimenti italiani destinati, così, ad essere bruciati per sempre dalla imprevista conquista francese. Per quanto negli ambienti diplomatici italiani stesse gradualmente maturando l'idea di rompere il pericoloso ed immobile isolamento del governo di Roma in un'epoca in cui le grandi potenze europee, Germania in testa, svolgevano un ruolo attivo sulla scena internazionale, si può affermare che l'occupazione francese della Tunisia abbia prodotto una forte accelerazione nei processi decisionali, sospingendo l'Italia nelle braccia di Bismarck e del suo indigesto alleato austriaco, il "nemico storico" del nostro Risorgimento e del nostro movimento irredentista. Il 20 maggio 1882 l'Italia dava vita alla Triplice Alleanza con Germania e Austria, collocandosi in un "blocco" organico che, nel bene e nel male, avrebbe condizionato la sua politica estera fino alla prima guerra mondiale. La Triplice era dunque un'alleanza organica di grande portata politica e militare che comportava per l'Italia onori ed oneri. Senza avere, ovviamente, la pretesa di esaurire nel breve spazio di (JUesta mia relazione la storia del rapporto fra Forze Annate nazionali ed alleanze internazionali, né tampoco ricostruire il contesto politico e il negoziato diplomatico via via collegati a tali alleanze, mi limiterò soltanto a richiamare l'attenzione su alcuni aspetti particolarmente significativi, ma soprattutto utili per cogliere meglio le inevitabili ripercussioni delle scelte di politica estera sullo strumento militare italiano, in particolare sotto il profilo della sua modernizzazione. Pertanto con questa premessa e con questi limitati obiettivi specifici, la mia relazione affronterà le quattro alleanze sottoscritte dall'Italia: la Triplice, il Patto di Londra, il Patto d'Acciaio, il Patto Atlantico.

La Triplice Alleanza e il Patto di Londra Sottoscritta il 20 maggio 1882, la Triplice era un'alleanza difensiva che imponeva importanti obblighi tra i suoi contraenti. Fra l'altro, l'Italia si impegnava a contribuire alla difesa della Germania in caso di aggressione francese, mentre Germania e Austria si impegnavano ad assistere l'Italia qualora fosse stata attaccata dalla Francia. Pur non prevedendo alcuna specifica convenzione militare, l'articolo 5 del trattato contemplava la possibilità di avviare consultazioni e cooperazione fra le parti contraenti sulle misure militari da adottare in caso di guerra.

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Repubblica e F01z.e Ar111ate

Si trattava dunque di un elemento di novità, che proiettava le nostre Forze Armate in uno scenario più ampio, mettendo i suoi vertici a confronto con uomini e dottrine di impiego di altissimo livello, che avevano prodotto la macchina da guerra tedesca: una delle più potenti e soprattutto più moderne "macchine" europee. Sotto quest'ultimo profilo si può dire che l'effetto principale sulle Forze Armate nazionali delle consultazioni e della cooperazione italo-tedesca in seno alla Triplice fu, senza dubbio, quello della modernizza;done del nostro strumento militare. Certo, il processo di ristrutturazione e di modernizzazione non toccò in modo omogeneo l'intero comparto militare italiano. Anzi, direi che, per motivi prevalentemente legati ad esigenze di contenimento della spesa pubblica, tale processo si diffuse a macchia di leopardo, privilegiando alcuni settori, come ad esempio quello navale (si pensi alla costruzione dell'Arsenale e della nuova base di Taranto) a scapito di altri. Anche se in misura minore di quanto avevano auspicato i suoi sostenitori che sognavano di importare in Italia il "modello prussiano", la Triplice, nel complesso, non mancò di produrre effetti positivi sulle nostre Forze Armate, che beneficiarono altresì di provvedimenti migliorativi per adeguarle ai nuovi compiti che l'Alleanza aveva loro assegnato. Comunque, fra i contraenti della Triplice non ci fu mai, nel corso dei trent'anni in cui l'Alleanza fu attiva, alcuna forma di stabile integrazione. Sulle rela;doni italo-austriache pesavano ancora antichi rancori e incompatibilità ideologiche, che finirono col creare intorno alla Triplice una cappa di reciproca diffidenza e di permanente ambiguità, inverata poi dalle modalità con le quali l'Alleanza venne denunciata, per essere segretamente sostituita dal Patto di Londra, concluso il 26 aprile 1915, con il quale l'Italia, ribaltando la sua posizione, si schierava a fianco delle Potenze dell'Intesa nella prima guerra mondiale. Alleati dunque con gli anglo-francesi, ma non amici come dimostrarono i tre lunghi anni di guerra, ma anche e soprattutto l'ingiusto trattamento riservato all'Italia in seno alla Conferenza per la pace di Parigi del 1919, che contribuì ad avvelenare il clima politico nazionale, creando i presupposti del malefico mito della "vittoria mutilata".

Il Patto d'Acciaio «Se malgrado i desideri e le speranze delle parti contraenti dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata con un'altra o più potenze, l'altra parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze armate». Recitava così il micidiale articolo 3 del Patto d'Acciaio fra Italia e Germania solennemente firmato il 22 maggio 1939 che, di

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fatto, impegnava il nostro Paese nella prima alleanza offensiva della sua storia. Un patto sciagurato che, nonostante i tentativi di differimento dell'inizio delle ostilità vanamente sperato dall'Italia (a cominciare dal noto memoriale del generale Ugo Cavallero) trascinò il nostro Paese nella seconda guerra mondiale, condotta su tutti i fronti in posizione subalterna al crudele alleato germanico, diventato altresì spietato e vendicativo dopo il drammatico 8 settembre 1943.

Il Patto Atlantico Smaltita la pesante eredità della sconfitta e bevuto l'amaro calice del Trattato di pace di Parigi del 1947, la nuova Italia repubblicana riprendeva gradualmente il suo posto nella comunità internazionale, sulla quale già cominciavano a soffiare impetuosi i venti della Guerra Fredda. Momento centrale della definitiva riammissione dell'Italia in tale comunità, fu la sua scelta occidentale e l'adesione al Patto Atlantico, firmato a Washington il 4 aprile 1949. Non fu una scelta facile: pesavano infatti le spinte neutraliste di larghi settori dello schieramento politico italiano, alla fine fermate dalla volontà del presidente De Gasperi, convinto e convincente sostenitore della scelta atlantica. Con l'adesione al patto ed al suo organismo operativo, North Atlantic Treaty Organization, l'Italia entrava dunque nella potente struttura militare integrata del "blocco occidentale". Una struttura complessa, diretta dagli Stati Uniti, che imponeva tutta una serie di vincoli precisi, sia sul piano politico (primo fra tutti quello dell'assoluta e dichiarata lealtà a Washington dei vari governi che si sarebbero succeduti a Palazzo Chigi), che sul piano militare (come ad esempio quelli relativi alla presenza di forze armate straniere, per quanto alleate, sul territorio nazionale e alla sovranità territoriale delle basi Nato dislocate in Italia). Travalica l'obiettivo di questa mia breve relazione ogni ulteriore approfondimento su tali vincoli. Pertanto, per concludere, mi limiterò a ricordare solamente che la partecipazione dell'Italia alla Nato spianava la via alla rinascita delle nostre Forze Armate con il consistente sostegno degli aiuti degli Stati Uniti, che firmarono altresì con l'Italia, il 27 gennaio 1950, accordi bilaterali di mutua difesa. Con la cessione di materiali e cli armi eia parte degli Stati Uniti per un ammontare complessivo (nel corso di quasi un triennio) di circa 1.250 miliardi di lire, fu possibile ricostruire le Forze Armate italiane che, sotto certi aspetti, si può dire siano state il comparto nazionale maggiormente beneficiato dalla firma dell'Alleanza Atlantica.

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LO SPIRITO DEMOCRATICO DELLE FORZE ARMATE: IL DETTATO COSTITUZIONALE

Giuseppe de Vergottini

La scelta della Costituente

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'articolo 52, comma 3, della Costituzione afferma che «L'ordinamento delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica». Si tratta di una norma principio di significativa importanza. È la norma di collegamento e integrazione fra la sfera del civile e quella del militare, il momento della compenetrazione fra due modi di concepii-e i rapporti sociali e il loro operare che vedono, storicamente, momenti di coincidenza e momenti di divaricazione. Il costituente si poneva in una posizione critica verso il passato e riteneva che durante il precedente regime autoritario lo "spirito" cui si era uniformato il comportamento dei militari non fosse del tutto rispondente ai canoni di comportamento che invece si ritenevano propri del nuovo regime democratico. Tracce di questo atteggiamento mentale si trovano nei lavori preparatori della Costituzione. Si diceva (Moro) che la coscienza sociale richiedeva che l'ordinamento dell'Esercito dovesse riflettere la struttura democratica dello Stato e si manifestavano propositi di mutamento rispetto alle tendenze affermatesi in passato. Motivazioni e argomentazioni portate per giustificare la norma che poi sarebbe stata approvata non furono in realtà particolarmente approfondite o dibattute. Si può dire che i pochi interventi sul tema, svolti nella prima sottocommissione (15 novembre 1946), da un lato tendevano ad affermare l'esigenza di dare la precedenza ai valori della persona all'interno di un ordinamento che tradizionalmente si considerava "separato" (Moro), dall'altro intendevano sottolineare come le Forze Armate dovessero considerarsi strumento dello Stato nella sua globalità e non forze cli parte, condizionanti lo svolgimento della competizione politica (l\fastroianni). Dopo il vaglio della commissione dei 75 (25 gennaio 1947) il testo fu portato al plenum (19-22 maggio 1947). Riemerse l'impostazione per cui lo spirito

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Giuseppe de Vergottini democratico avrebbe riguardato la garanzia dei diritti della persona, con particolare riferimento all'esigenza di riforma dei regolamenti di disciplina vigenti (Merlin), si aggiunse l'esigenza di riconsiderare i rapporti di gerarchia (Azzi) e la durata della ferma (Gasparotto), si sottolineò l'importanza della coscrizione obbligatoria (Colitto), si paventò il rischio di interferenze dell'Esercito nella vita politica (RodD, si mise in evidenza l'esigenza di una neutralità delle Forze Armate rispetto all'attività politica (Merlin, Giolitti). Va anche detto che qualcuno riteneva superflua la disposizione, in quanto implicita in un ordinamento democratico (Colitto). In prima approssimazione può ritenersi che la disposizione si è sforzata di agevolare una tendenziale coincidenza fra sfera del civile e sfera del militare in modo da ribadire che i principi generali dell'ordinamento dello Stato valessero senza ambiguità anche per l'ordinamento militare. Pur dando per scontata una indubbia differenziazione fra schemi organizzativi utilizzati dall'ordinamento statale e schemi utilizzati dall'ordinamento militare, il carattere di ordinamento interno dell'ordinamento militare implicava dunque l'accettazione da parte di quest'ultimo dei principi costituzionali affermati dall'ordinamento generale. È quindi essenziale considerare che la Costituzione riconosce l'esistenza di un ordinamento militare che ha le sue peculiarità, per ragioni legate alla sua missione e per retaggio storico, e ad un tempo pretende che il medesimo si adegui ai principi cardine della stessa Costituzione. Adeguamento, o meglio "l'informarsi" di cui alla norma, non significa quindi perfetta coincidenza. Ieformarsi non significa uniformarsi: il termine usato apparirebbe quindi sintomatico della consapevolezza dell'impossibilità di una completa coincidenza di regime. Il proposito della norma costituzionale appare quindi chiaro: l'adeguamento dell'ordinamento militare a quello generale dello Stato deve evitare la separatezza fra i due sistemi giuridici e organizzativi, ovviando al fenomeno del cosiddetto "stato nello stato" che si è storicamente verificato in alcuni ordinamenti, in cui più evidente è stato il divorzio fra la cultura militare e quella civile e in cui a volte il militare ha assunto o ha teso ad assumere il ruolo di decisore politico e non di semplice subordinato alle scelte di indirizzo del potere civile. Con riferimento alla situazione italiana la norma tende quindi soprattutto a ovviare a una forma di separatezza giuridica fra ordinamenti, in quanto una separatezza sociale fra società nazionale e Forze Armate non appariva individuabile anche ai tempi della sua introduzione da parte della Costituente.

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Repubblica e Fotze Armate

L'adeguamento allo spirito democratico: l'armonizzazione fra principi dell'ordinamento militare e statale Occorre ora cercare di dare sistematicità ai principi costituzionali, tenendo ad un tempo presente che la situazione maturata nel corso dei decenni trascorsi dall'adozione della Costituzione ad oggi ha reso largamente superati i timori di separatezza dell'ordinamento militare. I militari hanno dimostrato fedeltà ai principi costituzionali, gli organi di vertice hanno prestato ossequio sistematico alle scelte degli organi costituzionali, il regime dei diritti all'interno delle Forze Armate si è tendenzialmente livellato, fatte salve le specificità dell'etica propria della professionalità militare, a quello previsto per la generalità dei cittadini, la legislazione parlamentare ha lentamente dato attuazione ai principi costituzionali. Inoltre, per chiarezza, va ricordato che l'articolo 52 riconosce con evidenza la specificità dell'ordinamento militare. Innanzi tutto è rilevante la presa d'atto dell'esistenza di un "ordinamento" con tratti identificanti distinguibili da quello generale. In secondo luogo, come già detto, il criterio dell'informarsi comporta un adeguamento e non inevitabilmente una perfetta coincidenza delle norme dell'ordinamento militare a quello generale. Infine, la Costituzione fa riferimento allo "spirito democratico" che caratterizza la Repubblica, locuzione che non sta certamente a significare che l'ordinamento militare debba a sua volta accogliere integralmente i principi che caratterizzano la democrazia politica. Il che significa che i diritti devono conciliarsi con le esigenze della disciplina militare e che l'organizzazione debba salvaguardare il principio di gerarchia che poco ha a che fare con i principi organizzativi e funzionali della macchina politica statale. Con questa premessa ci si può domandare come operi la connessione fra Forze Armate e adeguamento allo spitito detJJocratico, principio direttivo da intendersi come contenente l'obbligo del rispetto dei principi costituzionali (i principi che caratterizzano l'ordinamento democratico della Repubblica). Quest'obbligo può riferirsi, in diversa prospettiva, come gravante sugli organi costituzionali nell'adottare la normativa e i principi di indirizzo a valere per l'ordinamento militare, e sugli organi militari nell'attuare la normativa costituzionale, legislativa e regolamentare. Ciò detto, è evidente che va distinto il vincolo del rispetto dei principi dell'ordinamento democratico dello Stato dal vincolo di assicurare la democrazia all'interno delle Forze Armate. Si può quindi iniziare a elencare quelli che sono i p1incipi di indirizzo che garantiscono la compatibilità dell'ordinamento militare con l'attuale Costituzione. Il rispetto da parte dei militari dei principi dell'ordinamento democratico si riconduce, prima ancora, al generale principio di s11horrli11azione del potere 111ilitare al potere civile che precede l'affermarsi dell'attuale Stato costituzionale e che nel-

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Giuseppe de Vergottini l'attuale forma di governo significa subordinazione alla legge, essendo l'organizzazione militare soggetta alla riserva di legge (articoli 52 e 97), e all'indirizzo politico del parlamento e del governo. Si tratta di una soluzione organizzativa che è caratteristica degli ordinamenti ispirati ai principi liberali che vedono in esso una manifestazione di garan:l.ia per i diritti di libertà, qualunque sia la scelta relativa alle attribuzioni di potere agli organi costituzionali e ai rapporti fra gli stessi: regime parlamentare, presidenziale, dittatoriale. Esso trova una sintetica enunciazione in una celebre norma ripetuta nelle costituzioni francesi del periodo rivoluzionario: «La farce publique est essentiellement obéissante; nul corps armé ne peut délibérer» (Tit. IV, art. 12 della Costituzione del 1791). Tale principio comporta che il potere politico (civile) sceglie i principi regolatori della costituzione militare e quindi agevola l'adeguamento dei principi caratterizzanti l'ordinamento militare ai principi generali dell'ordinamento statale. Il principio inoltre comporta la preferenza per l'attribuzione di poteri di indirizzo politico al solo elemento civile e l'esclusione di simili attribuzioni all'elemento militare, confinato a un molo esecutivo: in altri termini, soltanto gli organi civili assumono il carattere di organi costituzionali. Può essere interessante ricordare che una chiara teorizzazione della subordinazione del militare al civile risale al periodo della Rivoluzione francese, le cui disposizioni costituzionali in materia furono ampiamente recepite in altri ordinamenti. La Convenzione espresse con fermezza il principio basilare governante i rapporti fra potere militare e civile: «Dans un état libre, le pouvoir militaire est celui qui doit etre le plus astreint; c'est un levier passif que meut la volonté nationale» (circolare del 4 dicembre 1793). Negli ordinamenti anglosassoni la subordinazione del potere militare al potere civile viene racchiusa nella tradizionale nozione del civilia11 contro/. Il principio sembra avere un'attuazione ideale nei sistemi in cui i detentori della forza armata costituiscono un corpo professionale che ha per fine unico ed esclusivo la tutela della sicurezza. Corollario del principio di subordinazione è quello per cui l'intervento della forza armata avviene unicamente su richiesta del potere politico, in quanto tale principio è specificazione della natura meramente esecutiva dei poteri propri delle autorità militari. Esso si riferisce non solo all'intervento nei rapporti internazionali dello Stato, ma in particolare a quello nei rapporti interni, ed è stato teorizzato proprio con riferimento a tale ipotesi. Se è vero che la Costituzione italiana, al pari delle altre costituzioni dell'attuale Stato costituzionale, richiede il carattere meramente esecutivo dell'intervento militare, è anche vero che gli organi civili non possono assumere un ruolo operativo. Sono quindi escluse competenze di comando in senso tecnico-militare per i titolari degli organi costituzionali. Per pacifica interpretazione l'attribuzione dell'alto

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Repubblica e Fo1z.e Ar111ate comando al Capo dello Stato, nel caso italiano al Presidente della Repubblica (articolo 87, comma 9), sta ad indicare la volontà ciel costituente di assicurare la subordinazione ciel militare al civile, impersonato appunto dal vertice statale, ma esclude competenze tecniche ciel capo dello Stato. Dalla Relazione della Commissione costituita dal governo Goria su richiesta del Presidente Cossiga (in Quaderni costituzionali, 1988, 318 ss.) presieduta dal professor Livio Palaclin, emerge una sintetica posizione quanto ai principi previsti dalla nostra forma di governo. Mentre «non esistono attribuzioni riservate all'esclusiva competenza dell'apparato militare, opponibili alla autorità politica preposte alla difesa e limitanti la funzione di comando presidenziale», è da «escludere che il Presidente stesso abbia la competenza di interferire nella definizione delle strategie riguardanti la difesa, come pure nella linea del comando tecnico-militare». Ciò in quanto il carattere parlamentare della forma di governo italiana «esige di assegnare l'intero indirizzo politico, compresi gli impieghi delle Forze Armate, al legislativo e all'esecutivo collegati dal rapporto cli fiducia». Pertanto, l'alto comando presidenziale è specificazione della netta separazione fra gli organi politici e gli organi tecnico-esecutivi e comporta la non ingerenza dell'organo politico nella definizione e attuazione dei procedimenti relativi al comando militare in senso stretto. Il diritto costituzionale, scritto e consuetudinario, degli ordinamenti a governo parlamentare riferisce il principio espressamente al solo organo capo dello Stato, ma questo in realtà opera per tutti gli organi costituzionali. Ulteriore principio è quello di apoliticità delle F01z.e Armate. L'apoliticità delle Forze Armate va intesa come impossibilità di partecipazione diretta alla formazione delle scelte politiche che possono ripercuotersi sulla determinazione dell'indirizzo imputabile agli organi costituzionali. La manifestazione più forte dell'apoliticità si concretizza nel divieto di ingerenza nella competizione politica, oggi codificato nella legge 382/1978: «Le Forze Armate debbono in ogni circostanza mantenersi al di fuori delle competizioni politiche» (articolo 6, primo comma). In tal senso l'apoliticità è strettamente connessa al carattere meramente esecutivo dell'apparato militare rispetto ai centri civili di decisione politica, conformemente all'impostazione propria dello Stato democratico liberale del passato. L'obbligo di apoliticità si manifesta a volte negli ordinamenti pluripartitici nel divieto di iscrizione ai partiti politici. Se è vero che l'apoliticità prevista dalle disposizioni costituzionali significa irrilevanza giuridica delle Forze Armate in quanto co,po organizzato ai fini della determinazione delle scelte di indirizzo, ciò non toglie, ovviamente, che i militari i11 quanto singoli possano concorrere, al pari degli altri cittadini, alla formazione delle scelte politiche. Infine, occorre ricordare che l'esigenza cli avere una organizzazione della

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Git1seppe de Vergottini

forza armata sicuramente subordinata al potere politico civile comporta, da un lato, la presenza di un'organizzazione militare omogenea e unitaria, anche se nel suo ambito vi sono più ripartizioni organizzative (le diverse Forze Armate), i cui appartenenti non devono svolgere attività politica; dall'altro, esclude tassativamente la possibilità di organizzazione di corpi armati estranei alla struttura statale. Soltanto lo Stato-apparato può avere il potere di organizzazione e di disposizione della forza armata e quindi sono vietate le organizzazioni militari e paramilitari (articolo 18, secondo comma), siano o no connesse a partiti politici, come è pure vietata ai singoli cittadini la facoltà di riunirsi portando armi (articolo 17, primo comma). La presemrn di simili organizzazioni è in genere indice di un profondo indebolimento del potere politico statale ed è rilevabile nei momenti di transizioni da una forma ad un'altra di costituzione.

La democrazia e l'ordinamento interno delle Forze Armate

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Occorre ora passare all'altro profilo rilevante del riferimento allo spmto democratico: quello interno all'ordinamento stesso delle Forze Armate. Già nei lavori della Costituente era emerso a più riprese, anche se in modo spesso di maniera, il richiamo all'esigenza di affermare all'interno dei corpi armati il rispetto dei principi fondamentali dell'ordinamento statale democratico. In particolare quelli posti a tutela della persona, tra cui l'eguaglianza, la pari dignità e i diritti inviolabili. Una volta individuato nelle clausole costituzionali il "nucleo duro" rappresentato dai diritti, questo avrebbe dovuto essere rispettato dalla normativa dell'ordinamento militare. Il rispetto delle norme sui diritti comportava un chiaro riferimento all'applicabilità anche per l'ordinamento militare del principio della riserva cli legge. Solo la legge, infatti, avrebbe potuto dettare la disciplina relativa ai diritti anche per il cittadino soldato, sottraendo al regolamento interno all'ordine militare larga parte del suo tradizionale spazio di azione. Quindi il richiamo allo spirito democratico, trasferito all'interno dell'ordinamento militare, significava prevalenza della legge formale del Parlamento sNI regolamento di disciplina governativo. Sempre in quest'ordine di ragionamenti, la riserva cli legge avrebbe significato possibilità di sindacato della Corte costituzionale sulla ragionevolezza dei criteri fissati dalla legge per orientare il potere regolamentare governativo, sulla loro funzionalizzazione alle esigenze in-inunciabili della funzione delle Forze Armate, sulla salvaguardia dei contenuti essenziali minimi dei diritti dei militari. La riserva di legge padamentare scaturisce dallo stesso articolo 52, ma in realtà tmva fondamento anche nell'articolo 97, primo comma, che la richiede per

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Repubblica e Forze Ar111ate tutta l'organizzazione amministrativa; dall'articolo 98, terzo comma, che prevede la possibilità di limitare il diritto di iscrizione ai partiti per i militari in servizio attivo; dall'articolo 23, che la prevede per ogni forma cli prestazione obbligatoria personale, profilo quest'ultimo particolarmente importante in passato nel periodo della piena vigenza del criterio generale di coscrizione. La riserva è pacificamente riserva relativa, consentendo l'adozione di regolamenti sulla base di precedenti normative di legge. E in effetti, dopo la parentesi del regolamento di disciplina introdotto con d.p.r. 31 ottobre 1964 sulla base di quanto già stabilito dell'articolo 38 c.p.m.p. (decreto presidenziale, su proposta del ministro della Difesa, sentito il Consiglio superiore delle Porze Armate), il rispetto della previsione costituzionale si è avuto con la legge 11 luglio 1978, n. 382 e col conseguente regolamento di cui al d.p.r. 18 luglio 1986, n. 545. In tal modo il Parlamento dettava la legge di principi e l'esecutivo il conseguente regolamento di disciplina. Quella dei diritti è l'area in cui in particolare si misura l'affermazione dei principi democratici all'interno dell'ordinamento militare. A tale proposito l'interpretazione dell'articolo 52, terzo comma, va collegata a quanto prescrive l' articolo 2 della Costituzione, secondo cui «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità ... », enunciazione, questa, che a una prima lettura indica un principio generale che in concreto significherebbe godimento dei diritti per i cittadini che ad un tempo ricoprono il ruolo di soggetti cli quella formazione sociale che sono le Forze Armate. La specialità dei fini di una formazione sociale non comporterebbe quindi, di per sé, pregiudizio per i diritti costituzionalmente assicurati. L'articolo 3 della legge 382/1978 afferma che «ai militari spettano i diritti che la Costituzione della Repubblica riconosce ai cittadini» e secondo l'articolo 23 l'esercizio dei diritti esclude la loro sanzionabilità in sede disciplinare. Affermata la vigenza dei diritti per i militari ad un tempo in base alla legge, saranno ammissibili quelle limitazioni ai diritti e l'osservanza di quei doveri che si rendono necessari per lo svolgimento delle funzioni proprie delle Forze Armate. Dall'articolo 3 discende che le limitazioni concernono non la titolarità bensì soltanto l'esercizio dei diritti. L' ar111011izzazio11e e il contemperamento fra esercizio dei diritti di libertà dei militari e soddisfazione delle finalità istituzionali delle Forze Armate discende dal disegno costituzionale, è recepita dalla legislazione ed è riconosciuta come inevitabile dalla Corte costituzionale (cfr., ad esempio, le sentenze 11 febbraio 1982, n. 31, 23 luglio 1987, n. 278, 17 dicembre 1999, n. 449). Pertanto è ammesso che non soltanto i diritti ma anche i compiti spettanti alle Forze Armate hanno sicura 1ileva11za costituzionale. I limiti ai primi sono giustificati ove costituiscano il punto di arrivo necessitato di un'operazione di bilancia-

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Git1seppe de Vergottini mento di interessi che consenta di assicurare il conseguimento dei secondi. Può essere utile sottolineare come del tutto emblematico il principio interpretativo enucleato dalla Corte: nel definire l'equilibrio fra esigenze della organizzazione militare e diritti dei militari, la democraticità all'interno delle Forze Armate deve essere assicurata «nella massima misura compatibile con il perseguimento da parte di queste dei propri fini istituzionali». Inoltre l'articolo 3 della legge 382/1978 «ragionevolmente contempera i diritti costituzionali del cittadino militare con le esigenze dei particolari doveri propri di un'istituzione intesa a perseguire finalità parimenti tutelate dalla Costituzione e concernenti l'interesse dell'intera collettività nazionale» (sentenze 29 aprile 1985, n. 126 e 24 gennaio 1989, n. 24). Le esigenze istituzionali si concretizzano con l'efficienza e l'efficacia dello strumento militare e tale risultato si ottiene assicurando la disciplina e il rispetto della gerarchia (sentenza 29 aprile 1985, n. 126), tenendo in conto che sullo sfondo è da tenersi presente la particolare qualificazione che la legge pretende per il dovere di fedeltà, previsto dall'articolo 54 della Costituzione (cfr. articolo 4, primo comma, legge 382/1978). La disciplina militare rimane quindi come principio essenziale di riferimento per comprendere quello che è il ruolo anche attuale delle Forze Armate. Disciplina, come principio cardine interno all'ordinamento militare, e democmzia, come insieme dei valori che caratterizzano l'intero ordinamento statale, non sono, anche per la giurisprudenza costituzionale, principi inconciliabili. La legislazione si è preoccupata di intervenire sui prefi,li collettivi dell'esercizio dei diritti, al fine di eliminare il rischio di politicizzazione dei militari in quanto componenti dei corpi armati. Questa volontà è manifesta nelle norme che incidono, appunto, sulle potenzialità che hanno alcuni diritti di influenzare i comportamenti a rilevanza politica dei militari. I diritti si esplicano tanto più pienamente quanto più sono ricondotti nell'ambito della sfera individuale. In particolare, la giurisprudenza costituzionale si è interessata di alcuni diritti che la legge riconosce ai militari: manifestazione del pensiero, riunione, associazione. Quanto alla manifestazione del pensiero è ribadita dalla legge (articolo 9 della legge 382/1978) che riconosce la libera pubblicazione di scritti e la manifestazione pubblica del pensiero, salvo che si tratti di argomenti a carattere riservato o di servizio, per cui serve previa autorizzazione. Alla libertà di pensiero si connettono poi le norme sulla libertà di culto, sulla promozione culturale, sui diritti politici elettorali, sulla tutela antidiscriminatoria, tutte variamente previste nella legge cli principi. A proposito del dititto di 1iunio11e, la Corte ne ha riconosciuto la limitabilità nei luoghi militari ammettendo che «il legislatore non possa indiscriminatamente consentire ai militari di riunirsi a loro libito in quei luoghi, senza pregiudicare quella disciplina, la quale pure rappresenta, nell'ordinamento militare, un bene

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giuridico degno di tutela». Proprio su di essa, infatti, si fonda l'efficie117,a delle Forze Armate e quindi, in definitiva, «il perseguimento di quei fini che la Costituzione solennemente tutela» (sentenza 24 gennaio 1989, n. 24). Quanto al diritto di associazione, la Corte ha escluso che possa valere per partecipare a «organizzazioni la cui attività potrebbe risultare non compatibile con i caratteri di coesione interna e neutralità dell'ordinamento militare», ribadendo quindi la legittimità del regime legislativo che vieta la partecipazione ad associazioni sindacali (articolo 8 della legge 382/1978), riconoscendo fondata la scelta del sistema di rappresentanza voluto dalla legge, considerato idoneo a rappresentare le esigenze dei militari e a non compromettere i valori caratteristici dell'ordinamento militare (sentenza 13-17 dicembre 1999, n. 449). A questa impostazione si è adeguata la giurisprudenza del Consiglio di Stato (Sez. IV, 23 gennaio 2001, n. 2246). Il regime della rappresentanza previsto dalla legge esclude la presenza di elementi caratterizzanti la libertà sindacale, quali la contrattazione, il diritto di sciopero, il pluralismo organizzativo e contempla la competenza a formulare pareri, proposte e richieste in tema di status dei militari. Quanto, in generale, all'attività politica la legge non ha dato attuazione alla previsione dell'articolo 98, che prevede la limitabilità del diritto ad iscriversi ai partiti per i militari di carriera. È tJuindi rimasta la generale facoltà di iscrizione ai partiti politici, ma è stata vietata la partecipazione «a riunioni e manifestazioni di partiti, associazioni, e organizzazioni politiche» nonché lo svolgimento di «propaganda a favore o contro partiti, associazioni, organizzazioni politiche o candidati ad elezioni politiche ed amministrative» (articolo 6, secondo comma) in modo da evitare che la partecipazione politica dei singoli possa ripercuotersi sulla funzionalità dell'istituzione nel suo insieme e porre in dubbio l'osservanza del principio di estraneità dei militari alle vicende politiche del Paese. Nel complesso la normativa vigente sembra consentire ampi margini di tutela dei diritti, imponendo però limitazioni giustificate dalla natura dei compiti di istituto e dalla prevalenza delle esigenze di coesione interna dell'apparato. In questo senso è agevolmente comprensibile come i diritti tendano ad essere limitati quando il loro esercizio si concretizzi in espressioni che, in vario modo, incidono sulla comunità in cui il militare è inserito, rischiando di compromettere la funzionalità della istituzione. Una riflessione conclusiva V

Ai tempi dell'adozione del testo costituzionale, almeno da una parte delle componenti della Costituente, le Porze Armate erano considerate un corpo separato da assimilare nei suoi principi ordinatori al resto dell'ordine costituzio-

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Giuseppe de Vergottini

nale. Il principio di gerarchia era visto da molti in modo critico. Le Forze Armate erano identificate con la coscrizione, e l'inserimento del cittadino nell'ordinamento militare con la sottoposizione al diritto disciplinare era visto come una limitazione generalizzata al regime dei diritti che si voleva affermare. Da allora molte cose sono cambiate. La legge portante Norme di principio sulla disciplina militare (la citata legge 382/ 1978) ha compiuto un notevole passo in avanti sull'adeguamento del regime dei diritti ai principi costituzionali. La soppressione del Tribunale Supremo Militare e la riforma della giurisdizione militare, ponendo al vertice la Corte di Cassazione (legge 7 maggio 1981, n. 180) sono anch'essi interventi legislativi che dimostrano l'attenzione per le garanzie. Le nuove funzioni in tema di difesa delle istituzioni, interventi in caso di calamità, missioni di pace all'estero (oggi riassunte nell'articolo 1, comma 5, legge 14 novembre 2000, n. 331) hanno ampliato l'area dei possibili interventi dei militari, rendendo sempre più evidente l'essenzialità del loro ruolo per la soddisfazione di esigenze nazionali sempre più impegnative e hanno sempre più avvicinato la comunità militare alla nazione. Il tendenziale superamento della leva a favore del professionismo volontario (regime di sospensione condizionata dell'obbligo di servizio, che tuttavia difficilmente si prospetta come riaffermabile in futuro nei termini in cui lo era in passato - legge 14 novembre 2000, n. 331) hanno posto in primo piano l'accettazione volontaiia delle limitazioni dei diritti, sdrammatizzando la tensione creatasi in passato sulla risposta alla chiamata, che aveva dato luogo alle vicende dell'obiezione di coscienza e del servizio civile alternativo. L'esigenza di funzionalità ed efficienza dell'apparato militare e l'intrinseca compatibilità del principio di gerarchia e della connessa disciplina con tale esigenza sembrano pacificamente accolte. Infine, la previsione della necessaria subordinazione del ruolo esecutivo del ministro della Difesa rispetto alle decisioni interessanti la sicurezza e la difesa «adottate dal Governo, sottoposte all'esame del Consiglio Supremo di Difesa e approvate dal Parlamento» (legge 18 febbraio 1997, n. 205, articolo 1.a) ribadisce la subordinazione delle determinazioni ministeriali agli indirizzi degli organi costituzionali di vertice.

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MILITARI E CIVILI AL CONFINE ORIENTALE ACCOMUNATI IN UNA TRAGEDIA

lliccardo Basile

La Venezia Giulia

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confini della nostra Patria, fin dai tempi più remoti, sono stati identificati con la displuviale alpina. Questa, ad oriente, da monte Maggiore digrada fino alla costa adriatica, sul golfo del Quarnaro. Dante Alighieri, nell'indicare i limiti orientali del territorio nazionale, così scriveva nel IX canto dell'Inferno: sì com'a Pola, presso del Carnaro, ch'Italia chittde e sttoi termini bagna. L'Italia, come sappiamo, solo dopo tre guerre d'Indipendenza e una guerra mondiale, per noi conclusiva del disegno risorgimentale, ha potuto realizzare la secolare aspirazione di far coincidere i confini naturali con quelli dello Stato. Il SacrariodiRedipuglia, dall'alto delle Tre Croci, ricorda e ammonisce quanti e quali sacrifici ha sostenuto il nostro popolo per conseguire l'unificazione nazionale. La Regione più orientale d'Italia, la "Venezia Giulia", deve il suo nome (1863) ad un grande glottologo del XIX secolo, Graziadio Isaia Ascoli, nativo di Gorizia, ebreo. Essa comprendeva cinque province: Trieste, Gorizia, Pola in Istria (la romana Pietas Ittlia), Fiume nel Quarnaro (la romana "Tarsatica" o "Tarsatto" che nel XIII secolo assunse il nome "Fiume" per non mutarlo più fino al 1945) e Zara in Dalmazia, l'antico sestiere veneziano, con 72 calli e 15 campielli, racchiuso fra due poderose porte del Sanmicheli (quella di "Terraferma" con un grande Leone marciano, e quella "l\!Iarina" con la statua di San Crisogono a cavallo), Zara, definita da Arturo Colautti «Ultima oasi della italica civiltà sull'orienta! costa dell'Adria». Di queste città, solo due sono rimaste all'Italia: Trieste, privata del suo naturale retroterra, l'Istria, e Gorizia, lacerata fin nel suo centro urbano. La regione, anche se sul piano storico-giuridico non era mai appartenuta allo Stato italiano, su quello culturale, linguistico e spirituale è stata sempre parte integrante del nostro Paese. Lo testimonia la lingua, la nostra, in cui fin dal XV secolo venivano edite le carte geografiche della zona, da qualunque stato emesse: Austria, Francia, Inghilterra, Spagna ...

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Riccardo Basile In esse leggiamo, fra le località più importanti, i nomi spesso derivati dal latino, nostra lingua madre, di: - Capodistria, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Orsera, Rovigno, Pola e l'isola di Brioni, nella penisola istriana, sulla costa occidentale; Albana, Laurana, sulla costa orientale; Pinguente, Montana, Pisino, Canfanaro, all'interno; - Fiume e le isole di Veglia, Cherso, Lussino, Arbe, Pago, nel golfo del Quarnaro; - Zara, Sebenico, Traù, Spalato, Ragusa, Castelnuovo, Bocche di Cattaro e le isole di Brazza, Lesina, Lissa, Sabbioncello, Curzola, Lagosta, lungo la costa adriatica. Per contrastare la loro crescente pressione l'Impero bizantino aveva dato alla provincia istriana un'organizzazione militare, fra cui il numerus tergestinus che nel 611 respinse gli intrusi oltre confine. Trieste e le Comunità istriane, sotto la guida dal Patriarca di Grado Fortunato, nell'804, nel famoso "Placito di Risano" (assemblea tenuta nei pressi di Capodistria) avevano chiesto all'imperatore Carlo Magno di disporre l'allontanamento degli Slavi dalle loro terre sin mttem melius est nobis mori quam vivere (altrimenti per noi è meglio morire che vivere) e di ripristinare la /ex antiqtta romana. La richiesta venne accolta nos eos eiciamos foras e i nuovi venuti furono spinti ad andare via. Di lì a poco, però, tornarono a farsi avanti, facilitati dai vuoti creatisi nella popolazione locale a causa delle pestilenze e di altre calamità. Ma furono sempre "minoranza", in posizione sociale subordinata, insediatasi nelle campagne e nel circondario delle borgate. Come noto, il 12 maggio del 1797 cessava il suo percorso di vita la Repubblica di Venezia. Ma come nel 476 l'Impero di Roma era sopravvissuto in Dalmazia, così la Signoria di Venezia per qualche tempo continuò a vivere sulla costa orientale adriatica. A Zara, infatti, le insegne con il Leone di San Marco vennero ammainate appena il 1° luglio 1797! E l'ultimo saluto al Gonfalone della Serenissima fu dato il 23 agosto del 1797 dalla piccola Perasto, nei pressi di Cattaro. In quell'occasione, il Comandante della Guardia Alvise Viscovich, prima di consegnare ai Sacerdoti il glorioso Drappo per farlo seppellire sotto l'altare, profferì parole d'intensa liricità fra le quali: .. . Per 377 anni le nostre sostanze, e/ nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre per Ti, o San Marco; efedelissimi sempre se avemo reputà Ti con nu, nu con Ti; e sempre con Ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi. Nessun con Ti ne ha visto scampar, nessun con Ti ne ha visto vinti e spaurosi. .. Nel 1914, imperante l'Austria-Ungheria, dei SO Comuni in cui era ordinata l'Istria, 37 erano amministrati da Italiani e solo 13, minori e siti in zone interne

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Repuhhlica e Fi}lze Armate lontane dalla costa, dagli Slavi. Sempre in quell'anno, nei 118 centri della Venezia Giulia c'erano 69 scuole italiane, 26 slave e 15 mistilingue. Nella Prima Guerra Mondiale furono 2.107 gli "Irredenti", i Volontari Giuliani, Fiumani e Dalmati che sfidarono il capestro asburgico per accorrere nelle file delle Forze Armate Italiane: 302 caddero sul campo, 12 meritarono la Medaglia d'Oro e 183 quella d'Argento. Nella Seconda Guerra Mondiale è questa la Regione che ha avuto il numero più alto di perdite umane in rapporto agli abitanti. Questa Terra, ancora, vanta anche il primato di comprendere: - Capodistria, il Comune più decorato d'Italia in rapporto alla popolazione, con 5 Medaglie d'Oro al VM., 22 d'Argento e 21 cli Bronzo; - Zara, il Comune più bombardato d'Italia. Su di esso, infatti, dal 2 novembre 1943 al 31 ottobre 1944, gli Anglo-Americani sganciarono 571,4 tonnellate cli bombe nel corso di 54 incursioni aeree, ancor più del tonnellaggio di ordigni esplosivi sganciato dagli stessi nel 1944 sull'Abbazia cli Montecassino. I Giuliani hanno dato prova del loro attaccamento alla patria italiana, scrivendo il loro nome nell'albo degli Eroi nella seguente misura: Isttia (18 Medaglie d'Oro al T/.M.): Silvano ABBA, Riccardo BOMBIG, Giorgio COBOLLI, Nicolò COBOLLI GIGLI, Natale COLARICH, Marino FASAN, Fabio FILZT, Luigi FRAUSIN, Nicolò GIANI, Mario LALLI, Antonio MARCEGLlA, Ugo PIZZARELLO, Nazario SAURO, Spartaco SCHERGAT, Stefano TERLEVICH, Licio VISINTINI, Mario VISINTINI, Antonio ZOTTI; Fiume (6): Bruno CALEARI, Ettore DI PASQUALE, Renato GREGORICH, Francesco KIRN, Paolo RETI, Salvatore VENERE; Dalmazia (11): Enrico BARISONE, Antonio DANIELI, Furio LAURI, Giuseppe l'vIARAS, Luigi MISSONI, Adolfo REBEZ, Angelo RICAPITO, Francesco RISMONDO, Romeo ROMEI, Ernesto SIMINI, Antonio VUKASINA.

La tragedia delle Foibe: Atto I (Istria: 9 settembre - 13 ottobre 1943) Fino all'S settembre 1943 la parola "Foiba" non destava alcuna emozione. Era il termine utilizzato in geologia per definire le cavità naturali, imbutiformi, proprie delle zone carsiche, tipiche per avere sul fondo un "inghiottitoio" delle acque piovane, un cunicolo, tortuoso e viscido, con un'imboccatura che raramente supera i cinque metri e una profondità variabile che spesso si perde nelle

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Riccardo Basile

viscere della terra. A partire da quella data, la patola "Foiba" ha assunto anche un significato storico, di abisso utilizzato per eliminare esseri umani. Tale efferata pratica è stata definita dal settimanale diocesano di Trieste, in data 4 marzo 1944, «una delle più truculente espressioni delle barbarie umane». Gli infoibamenti avvennero in due distinti momenti: - dal 9 settembre al 13 ottobre del 1943, soprattutto in Istria; - dal 1° maggio al 12 giugno del 1945, soprattutto a Trieste e Gorizia. Il fenomeno, tuttavia, pur avendo un sicuro inizio immediatamente dopo 1'8 settembre 1943, non ha un altrettanto preciso termine temporale ... Né può territorialmente ritenersi circoscritto esclusivamente alle citate località. Come sappiamo, l'annuncio dell'armistizio ebbe un effetto devastante. Il dramma che ne derivò, acuto in tutta Italia, assunse i connotati della tragedia nelle terre di confine. Con immediatezza il panico si diffuse fra tutta la popolazione e l'assenza di riferimenti su cui confidare disarmò anche le coscienze più nobili e più determinate. Si assistette così ad un improvviso crollo delle istituzioni, alla sparizione dell'autorità costituita a meno di pochi "eroi" rimasti al loro posto fino alla loro ... eliminazione! Le Forze Armate si smarrirono. Molti dei nostri Soldati cercarono la via di casa. Altri, numerosi, bramosi di lottare per la "Libertà" si unirono ai partigiani comunisti del Maresciallo Josip Broz, detto Tito, non conoscendo ancora i reali intenti di quest'ultimo. Le milizie del movimento di Liberazione jugoslavo, attive fin dal giugno 1941, il 9 settembre del 1943 uscirono allo scoperto, e con inaudita violenza passarono alla realizzazione del loro progetto rivoluzionario d'ispirazione stalinista. Nel giro di qualche giorno presero il sopravvento in tutta l'Istria. Diedero il via ad arresti, deportazioni, fucilazioni, per lo più in esecuzione di sentenze emanate da sedicenti "Tribunali del Popolo". Si mossero in attuazione di piani preordinati, ma anche su delazioni del momento. Rivolgevano alle malcapitate vittime le accuse di "collaborazionista", o "fascista", o più genericamente, ma più spesso, "nemico del popolo". :Minacciavano pesantemente chiunque non assecondasse i loro disegni, favorendo il nascere di un clima di terrore, di anarchia e di violenze che soffocava ogni ipotetico tentativo di reazione. «Siamo su una nave naufragata con i pirati a bordo ... », scriveva in Primavera a Trieste lo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini. Non fornivano spiegazioni del loro operato, a volte palesemente privo di qualsiasi ipotizzabile giustificazione, e soprattutto si astenevano, con banali pretesti, dal dare notizie sui cittadini portati via dalle loro abitazioni.

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Repubblica e F•'orz.e Ar111ate Si avventavano, nel loro furore giacobino, contro coloro che rappresentavano l'apparato statale italiano, militari o civili che fossero, e quanti, per il ruolo che ricoprivano, costituivano ostacolo, seppure potenziale, alla realizzazione dei loro programmi. La loro polizia segreta, l'O.Z.Na. (Odgek za Zastitu Naroda), spadroneggiava indisturbata. Miravano, in definitiva, a impadronirsi dell'intera Venezia Giulia per annetterla alla edificanda Repubblica Federale Jugoslava con ordinamento comunista. Lo dichiara solennemente il 13 settembre 1943 il "Comitato Popolare di Liberazione dell'Istria" con il "Proclama di Pisino". Nelle contrade, comincia a circolare la parola "Foiba" e il ritrovamento di qualche salma, mal occultata all'ingresso di voragini carsiche, alimenta nella popolazione i primi terribili sospetti. Costernazione, sconcerto, pama, fanno fremere gli animi. Rabbia, sdegno, preoccupazione per il domani, tormentano le coscienze. Nasce e si fa strada una nuova terribile parola: "Esodo" ... Perché tanto furore contro la comunità italiana? L'irresponsabile politica fascista di nazionalizzazione forzata della minoranza slava, comunque presente in queste terre, non è assolutamente sufficiente a giustificare il comportamento delle milizie ritine e dei loro complici! Lo attesta nel suo scritto Foibe. La tragedia dell'Isttia. 1945-1946 un organo al di sopra di ogni sospetto: il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) dell'Istria, costituito, come sappiamo, in funzione antifascista. Esso sostiene che le formazioni partigiane slavo comuniste «In 20 giorni inflissero agli Italiani sofferenze e lutti indescrivibilmente più gravi di quanti non abbiano sopportati gli Slavi dell'Istria, per colpa del fascismo, in 20 anni!». E più avanti, ancora, che esse miravano a «colpire l'italianità dell'Istria eliminando i suoi uomini migliori» Il Tribunale di Roma, nel 2001, pronunciandosi sul cosiddetto "Pmcesso delle foibe", ha scritto: «Dalle nebbie della storia prendono forma queipersonaggi come Mott"ka Ivan (Capo dell'O.Z.Na., sarà eletto parlamentare a Belgrado) e Pisk11/ic Oscar (il boia di Pisino, diventerà Ministro degli Esteri) che ... arrogandosi il potere di vita e di morte, ha11no ùifìe,ito sulla popolazione italiana dell'Istria uccidendo ofacendo uccidere non avversari politici opersone comunque compromesse con il regime fascista, 111a 1101J1ini, donne e bambini, per il solo fatto di essere Italiani, come tali da eliminare per cancellame l'identità in una terra da etti sarebbe dovuta sco11tpa1ire ogni 111e11101ia di italiam"tcì». La mattanza ha bruscamente termine il 13 ottobre del 1943, c.1uando i Tedeschi riassumono il controllo del territorio, a seguito di un attacco su larga

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Riccardo Basile scala condotto dalle divisioni ''Adolf Hitler" e "Prinz Eugen" (operazione Wolkenbruch). Si ricorda che le forze del!' Asse il 6 aprile del 1941 avevano attaccato la Jugoslavia, piegandola dopo soli 11 giorni, e che l'Italia, vittoriosa, si era annessa la provincia di Lubiana. Si osservi che il 13 ottobre del 1943 il Governo Badoglio aveva dichiarato guerra alla Germania. Si noti ancora che il 15 ottobre i nostri ex alleati germanici avevano istituito, nella Venezia Giulia, la Zona d'Operazioni del Litorale Adriatico (O.Z.A.K, "Operation Zone Adriatisches Kustenland'), comprendente le province di Trieste, Gorizia, Udine, Pola, Fiume, Lubiana, Sussak, Castua e Veglia. È in questo periodo che essi mettono su, a Trieste, quella terribile macchina di oppressione passata alla storia come "Risiera di San Sabba". Qui concentravano ebrei, partigiani italiani e sloveni, oppositori del nazismo, zingari e omosessuali, sottoponendoli a disumane sevizie prima di avviarli ai campi di concentramento o a quelli di sterminio. Dopo il rastrellamento, ritorna in Istria un periodo di relativa (]uiete. Un certo ordine sembra ripristinato, ma permane un'atmosfera cupa e opprimente che induce a prevedere il peggio. I miliziani di Tito, battuti e dispersi dalla Wehrmacht, perduto il controllo del territorio, ora colpiscono proditoriamente. Gli atroci sospetti della popolazione trovano conferma: i deportati, avviati verso le strutture di comando del Movimento di Liberazione croato per essere interrogati. .. sono finiti nelle cavità carsiche! La prima foiba a rivelare il suo macabro contenuto è quella di Vines, nei pressi di Albona, inspiegabilmente abbandonata all'improvviso dalla miriade di colombi che da tempo vi risiedeva ... Una squadra di Vigili del Fuoco di Pola, comandata dal maresciallo Arnaldo Harzarich, vi recuperò 84 salme. Queste avevano «i polsi legati con filo di ferro del diametro di 2 millimetri circa». Spesso erano allacciate a due a due, ma solo una portava i segni di ferita da arma da fuoco alla tempia. Si intensificano le ricerche e le scoperte si susseguono. Subito dopo sono le foibe di Pucicchi, nei dintorni di Gimino, a restituire 11 salme; Villa Surani cli Antignana, 26; Creoli, vicino Barbana, 8; Carnizza cl' Arsa, 2; cave di Lindaro e Villa Bassetti, presso Gallignana, 44. In totale sono 217 le salme ufficialmente esumate in quel periodo, ma il numero degli "scomparsi" restava di gran lunga superiore. Anche ai giorni nostri, ogni tanto, si ha notizia di ritrovamenti in foibe o fosse comuni oltre confine ... Per onorare la memoria delle migliaia di Italiani infoibati dai partigiani di Tito

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Repubblica e Fo,z.e Armate

si richiamano due figure emblematiche di quella barbarie, un militare e un civile: - il Maresciallo Maggiore dei Carabinieri Reali Torquato Petracchi, toscano, decorato di Medaglia d'Argento al V.M. con la seguente motivazione:

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«Sottufficiale di profondi sentimenti patriottici, catturato i t ~ occasione di grave sconvolgimento nazionale in zona aspramente contesa, solo perché strenuo assertore e difensore della sua italianità, mantenne in ogni circostanza contegno fiero ed altero sopportando con stoica e serena fermezza intimazioni, minacce e inaudite sevizie. Legato ai polsi con filo di ferro spinato suggellò con la morte, al grido di "Viva l'Italia", la sua inestinguibile fede nei destini della Patria e il suo attaccamento alla nobile tradizione dell'Arma. Parenzo - Antignana (Pola), 8 settembre - 4 ottobre 1943».

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- la studentessa Norma Cossetto cli Santa Domenica di Visinada. Iscritta al 3° anno all'Università di Padova, facoltà Lettere e filosofia, svolgeva supplenze prima al Liceo Cadi di Pisino, poi presso l'Istituto Magistrale "Regina Margherita" di Parenzo e infine presso le Scuole Tecniche Professionali di Albona. Brava negli studi, emergeva anche negli sport. Il 26 settembre ciel 1943 venne prelevata dalla propria abitazione "per informazioni". Rifiutatasi di collaborare con i partigiani di Tito, fu torturata per più giorni prima di essere buttata, forse ancora viva, il 5 ottobre 1943, nella foiba di Surani. La sua salma è stata recuperata due mesi dopo, sempre dall'eroico Maresciallo I-Iarzarich. L'8 maggio del 1949 il Magnifico Rettore dell'Università di Padova, prof. Aldo Ferrabino, proclamò Norma Cossetto, Caduta per la Libertà, "Dottore in Lettere", honoris causa. Il 9 dicembre 2005 lc è stata conferita la Medaglia d'Oro al Valor Civile, con la seguente motivazione:

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«Giovane studentessa istriana, catturata e imprigiooat:1 dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio. 5 ottobre 1943 - Villa Surani (Istria)».

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Riccardo Basile

Gli eccidi, dopo 1'8 settembre 1943, non avvennero solo in Istria ... A Gorizia le prime salme furono ritrovate nel Comune di Idria. A Fiume furono le foibe di Monte Maggiore a restituire i primi corpi. In Dalmazia, massacri di varia entità e affogamenti in mare avvennero a Traù, Curzola, Lesina, Lissa, Veglia e Arbe: in maggioranza si trattava di Militari delle Forze dell'Ordine rimasti al loro posto per garantire la sicurezza ai cittadini. All'elenco delle città martiri bisogna aggiungere ancora le isole di Cherso e di Lussino e soprattutto la città di Spalato, dove lo sterminio della popolazione fu interrotto il 27 settembre (1943) dal provvidenziale arrivo dei Tedeschi. Qui, da alcune fosse comuni nei pressi del Cimitero di San Lorenzo, furono esumate 106 salme. Si noti che la furia omicida dei partigiani di Tito si rivolse anche, con pari efferatezza, mietendo migliaia e migliaia di vittime, contro gli stessi Slavi che erano contrari all'instaurazione del regime comunista nella nuova Jugoslavia, come gli Ustascia (nazionalisti croati guidati da Ante Pavelich, collaborazionisti dei Tedeschi), come i Cetnici (nazionalisti serbi, monarchici, fedeli a re Pietro II, guidati da Draza Mihailovich) e altre formazioni armate dissidenti di partigiani croati e sloveni.

La tragedia delle Foibe: Atto II (Trieste 1° maggio - 12 giugno 1945) Primavera 1945: la guerra volge al termine. Il 28 aprile il Duce viene trucidato a Dongo. Il Fuhrer, due giorni dopo, lo segue nell'aldilà, suicidandosi nel suo bunker a Berlino. Il 29 aprile, a Caserta, il gen. Heinrich Van Vietinghoff, Comandante Supremo delle Forze Tedesche operanti in Italia, firma la resa nelle mani del maresciallo Harold Alexander, Comandante Supremo Alleato dello scacchiere del Mediterraneo. A Trieste, il 30 aprile insorgono, contro gli ultimi presidi tedeschi, i patrioti del Corpo dei Volontari della Libertà, braccio armato del Comitato di Liberazione Nazionale. Li guida il colonnello d'Artiglieria Antonio Fonda Savio, triestino, Medaglia d'Argento al V.M. (Monte Val Bella - altopiano d'Asiago giugno 1918), padre di due Caduti sul fronte russo, Paolo e Piero. Sono al suo fianco monsignore Edoardo Marzari, capo storico della Resistenza giuliana, e gli esponenti dei nascenti partiti politici della nuova Italia. Militano nelle loro file i componenti della Guardia civica (Corpo armato municipale istituito 1'11 gennaio 1944 dal Podestà di Trieste Cesare Pagnini per la difesa della città), e molti Militari dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e di altri Corpi delle nostre Forze Armate. Fra di loro non ci sono comunisti perché questi, in obbedienza alle precise

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Repuhhlica e Fmz.e Armate

direttive del Segretario nazionale del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, fin dall'ottobre del 1944 sono usciti dal C.L.N. per confluire nei "Comitati Esecutivi Antifascisti Italo Slovcni"(C.E.A.l.S.) schierati con l"'Osvobodilna Pronta", il Fronte di Liberazione sloveno. Gli insorti, dopo sanguinosi scontri nel corso dei quali il col. Fonda Savio perde il terzo figlio, Sergio, costringono i Tedeschi a rinserrarsi in poche roccheforti. A sera riportano il Tricolore a sventolare sul palazzo della Prefettura e sulla torre civica. La cittadinanza freme d'ansia in attesa degli Anglo--Amcricani. Ha fame, ma soprattutto ha voglia di pace e di libertà. Il 1° maggio, invece, fra lo stupore generale, sono le truppe del maresciallo Tito a giungere in città. Si tratta delle avanguardie del IX Corpus Sloveno e di unità della 19a Divisione del IV Corpo d'Armata del generale Petar Drap,in. Esse sono avanzate a tappe forzate verso il territorio italiano, per precedere gli Anglo-Americani e occupare quanto più suolo possibile, allo scopo di potere accampare poi, sul tavolo della pace, con maggior vigore, diritti di annessione. Si pensi, in merito, che Lubiana e Zagabria sono state "liberate" rispettivamente il 7 e 1'11 maggio ... I nuovi arrivati assumono immediatamente atteggiamenti dispotici. Misconoscono l'operato dei nostri Patrioti, li obbligano a consegnare le armi e a sciogliere la loro organizzazione. Arrestano quanti manifestano contrarietà. Si noti che l'Alto Comando jugoslavo, per prevenire l'insorgere di problemi, aveva dirottato su altri settori le unità partigiane italiane inquadrate nell'esercito di Tito, come le formazioni garibaldine "Natisone", "Trieste" e "Fontanot''. Gli "Alleati" giungono a Trieste il 2 maggio, con 24 ore di ritardo. Si tratta della 2a Divisione corazzata neozelandese, comandata dal generale Bernard Freiberg, facente parte del 13° Corpo d'Armata inglese, dell'Sa Armata Britannica. Incontrano molte difficoltà ad entrare in città. Non sono graditi, non alla popolazione che anzi li acclama, ma alle milizie slave. Queste ultime, infatti, con il pretesto di essere giunte per prime, li relegano al ruolo di semplici spettatori. Gli Slavi impongono sugli edifici pubblici le loro bandiere, spesso affiancandole con il Tricolore italiano marchiato con la stella rossa al centro. Scrivono dappertutto "Trst je nas" ('frieste è nostra), "Zivio Tito" (Viva Tito), "W la fratellanza Italo Slovena", "Smrt Fasizmu - Svoboda Narodu" (Morte al fascismo - Libertrì ai popoli). Quest'ultimo slogan merita un commento: nella prima parte è un inequivocabile incitamento a uccidere, senza tanti preamboli e tante formalità, i Fascisti: ma "Fascisti" chiamavano tutti coloro che si opponevano alla ideologia comunista e alla politica jugoslava di espansione territoriale; nella seconda parte il mes-

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Riccardo Basile

saggio è un accattivante richiamo alla popolazione, cui si vuole dare a intendere che le milizie titine fossero portatrici di libertà ai popoli oppressi! Emettono una serie di sconcertanti ordinanze. Ecco la prima:

ORDINEN.1 - Nella città di Trieste ogni potere viene assunto dal Comando "Città di Trieste" che proclama lo stato di guerra.. - Alla popolazione civile viene permessa la circolazione dalle 10.00 alle 15.00. - Gli autoveicoli possono circolare solo se muniti di speciale autorizzazione. - Tutti gli autoveicoli devono venire notificati, nel termine di cinque giorni, al Comando Città di Trieste. - Domani 4 maggio, .alle ore una del mattino, tutti gli orologi vengono spostati indietro di un'ora in modo da uniformare il tempo con quello del resto della Jugoslavia. - Ogni non ottemperanza agli ordini del Cotnando Città di Trieste sarà punito dai tribunali militari dell'Armata Jugoslava.

MORTE AL FASCISMO Il Commissario Politico FrancSTOKA

LIBERTA' AI POPOLI Il Comandante di città Magg. Gen. Josip CERNI

In città c'è un'atmosfera invivibile. Agenti della O.Z.Na. eseguono arresti e deportazioni sulla scorta di liste già compilate, aggiornate anche sul tamburo ... Pattuglie armate controllano ogni via. Il 5 maggio 1945, in Via Imbriani, una di esse apre il fuoco su un gruppo di dimostranti raccoltisi spontaneamente attorno a un Tricolore e invocanti "Italia". Sono in cinque a cadere sotto il piombo slavo: quattro di essi hanno meno di trent'anni. Il Presidente Ciampi, recentemente, li ha insigniti di Medaglia d'Oro al Valore Civile. Il giorno 8 proclamano solennemente l'inclusione di Trieste nella "Federativa Democratica Jugoslavia" quale settima repubblica autonoma al fianco di Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia. Cresce il numero degli scomparsi. Si diffonde l'incubo delle foibe. Così descrive, a caldo, quel terribile momento lo scrittore e giornalista Silvio

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Rep11bblica e Fo,z.e Armate

Benco in Contemplazione del disordine:

«Su tutto il mondo rideva in quei giorni le, pace: a Trieste regnavano dolore e terrore. Ascoltavamo alla radio ilgiubilo di tanti popoli, il clamore esultante delle città liberate stt noi inco111beva l'avvili111ento dei beffati dal destino. Tutto quello che la cittcì aveva amato era atterrato, rinnegato, soppresso, copetto da 1J1iriadi rii cmtellini stranieri co111e da una coltre ftmehre: sifomcchiava di proiettili il Tricolore della Nazione, si lordavano i monmnenti, si bivaccava sullo zoccolo della stat11a di Gùmppe Verdi. Mai mai, non dicia1J10 nei vent'anni di governo fascista, ma nei cinquecento anni di do1J1inio a11shiaco, mi tim1111ici tre c11111i di guerra dell'Aushia morente, aveva Iìieste sef.fe,to così cr11rlele deformazione del s110 volto ed inversione dei s11oi sentimenti! Né potevano gli Italiani credersi sict11i della vita: ogni notte, dalle case perquisite, ne erano po,tati via con gli c1tttocani alctmi che non tornavano più; ogni giorno a migliaia, c1hhandonate le loro robe che 11011 potevano portare con loro, filJ'j!,ivano verso l'Is011zo, anche apied~ i cittadini d'alhYJ province d'Italia (istriane e dalmate); e quando t111'ùmne11safolla, q11asi sprigionandosi da quell'angoscia, si accalcò st1lle vie (5 111aggio 1945, Via 1111/niani) algtido "Italia! Italia!" si scaticarono Stl di essa le tJtitragliahici. Pareva che la stessa parola Italia dovesse essetYJ /J/otta... Nel vasto mondo intanto si inneggiava alla PaceJ>. Povera Trieste! Non ha avuto il tempo di gioire per la chiusura della Risiera di San Sabba, che ha dovuto fare i conti con un'altra barbarie: le foibe! Si era appena liberata dalle spire della Ge.STa.Po. (Geheime Staats Polizet), polizia segreta di Stato na:1.ista, che incappa nelle maglie dell'O.Z.Na., polizia segreta di Stato slavo-comunista! Al Gauleiter austriaco Friedrich Reiner ha visto succedere, nel volgere di qualche giorno, il generale jugoslavo Dusan Kveder, autoproclamatosi "Comandante del Litorale Sloveno". Il primo si era fatto affiancare dal comandante delle SS Odilo Globocnick, responsabile della "Risiera", il secondo dal Commissario politico Frane Stoka, perfido suggeritore! Richard Lamb, storico inglese, ufficiale reduce dalla campagna d'Italia, scrisse (La Guerm in Italia) che a Trieste «gli Jugoslavi si comportarono peggio dei Tedeschi». Il Vescovo di Trieste e Capodistria, monsignore Antonio Santin, così scrive (Al tramonto): «Fin da ptincipio seq11estraro110 tlll 11tt111ero cospic110 di personalità e migliaia di cittadini... Continuò così la spt11izione della nostra gente incominciata con le foibe

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Riccardo Basile istriane e contim1ata con quella e11or111e di Basovizza e quella di Opicina ... Il fenomeno delle foibe colpì gli Italiani di ogni indirizzo politico ... f11 1111 rigurgito di pura bestialità ... In città do111inava la violenza contro tutto ciò che era italiano. Tutti i giorni di111ostrazjoni di sloveni convoghati in città, bandiere jugoslave e rosse imposte alle finestre. Centinata e centinata di inermi cittadini, prelevati solo perché italiani, furono precipitati nelle foibe di Basovizza e di Opicina. Legati con filo di ferro venivano collocati sull'orlo della foiba epoi ttccisi con scariche di mitragliatrice eprecipitati nelfondo .. .». Il "Comando Città di Trieste" continua imperturbabile sulla sua strada, sordo alle invocazioni di clemenza che ad esso pervengono da più parti. Emana ordinanze una più oppressiva dell'altra: - sopprime la libertà di stampa, fatta eccezione per quella di tendenza filojugoslava o comunista, come Il nostro Avvenire, Il Lavoratore, Prùnorski Dnevnik; - istituisce la Milizia Civica per rendere più incisivo il lavoro delle pattuglie e della polizia politica ("Guardia del Popolo" o anche "Difesa popolare"); - attiva i "Tribunali del Popolo" allo scopo di "bonificare" il tenitorio dai "Fascisti" e dai "nemici del Popolo". Vladimiro Dedijer, storico jugoslavo, asserisce che in Trieste ci furono 3.700 infoibati, anche se non ne precisa né la nazionalità né dove furono gettati (agosto 1989, rivista slovena Mladina). E gli Alleati? Non si intromettono. Per fortuna, osservano tutto e tengono al conente di quanto accade i Comandi superiori. Capo dell' Intelligence (?ffice della Divisione neozelandese era Sir Geoffrey Cox, autore fra l'altro ciel volume La corsa per 1ìieste, in cui descrive gli avvenimenti di quel periodo con dovizia di particolari. Il 12 maggio 1945 Harry Trnman, succeduto alla Casa Bianca al Presidente Franklin Delano Roosevelt, decide d'intervenil'e, scrivendo in un telegramma al premier britannico Winston Churchill:« ... non possiamo tollerare oltre occupazioni territoriali incontrollate né metodi che ricordano quelli di Hitler e del Giappone». Così il Comando Supremo Alleato, con il pretesto della necessità di disporre senza limitazioni del corridoio di Trieste per alimentare le truppe operanti in Austria e in Germania, impone al Governo jugoslavo (accordi ciel 9 giugno 1945 a Belgrado) cli trasferire immediatamente le proprie trnppe al cli là di un certo allineamento denominato "Linea Morgan" (dal nome ciel capo di Stato Maggiore ciel generale Harold Alexandcr). Il 12 giugno le Milizie slave si ritirano ... Ma non a mani vuote. In merito

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Repubblica e F01z.e Annate

Geoffrey Cox scrive: «sembrava che il solo limite per il loro bottino fosse la carenza di mezzi di trasporto»! Trieste esce da un incubo. Anche la sua popolazione finalmente può riversarsi sulle strade e inneggiare alla pace. Ma per il ritorno della madrepatria dovrà attendere, con altri sacrifici di sangue, fino al 26 ottobre del 1954! A Gorizia ... si replica ... , pur con qualche variante peggiorativa rispetto a Trieste, come il transito per la città, gli ultimi giorni dell'aprile 1945, di un grosso contingente di Cetnici, incalzati da presso dai Titini. Le soldataglie serbe passano come un'orda selvaggia, rapinando, violentando, distruggendo, uccidendo. Al loro seguito, i primi di maggio giungono le milizie partigiane di Tito, dei cui usi e costumi abbiamo detto tutto ... La mano di questi ultimi non si ferma nemmeno di fronte a valorosi Combattenti che solo qualche ora prima si erano battuti contro i Tedeschi prima e i Cetnici poi! Si mostrano particolarmente spietati contro quei Reparti della Repubblica Sociale Italiana che li avevano affrontati a viso aperto sul campo di battaglia per contrastarne l'avanzata sul suolo italiano. Ecco una testimonianza tratta dall'archivio del Comune:

«una cappa di terrore e di sgomento gravava sinistramente su tutti~ testimo11i come erano di lunghe teorie dipersone che, mani legate dietro la schiena con filo di ferro, attraversavano la città, obbligati ad incan1111ù1at-si a suon di spintoni e t1titm veno 1111 tragico destino». Si noti che deportarono anche i degenti dell'Ospedale Militare. Gori?.ia, "La Santa", tornò all'Italia il 14 settembre 1947. A Fiume i Nazisti lasciarono la città il 2 maggio, dopo aver distrutto gran parte degli impianti portuali e industriali. Il 3 maggio arrivarono i Titini e da allora la "Città Olocausto", Medaglia d'Oro al Valore civile (4 dicembre 1924) «...perla sua incrollabile volontà di congiungersi ttn giorno all'Italia ... » è croata e viene chiamata "Rijeka"! Gli Slavi, come altrove, si accanirono non solo contro i Patrioti del C.L.N., non solo contro coloro che a qualsiasi titolo rappresentavano l'Italia, ma anche contro gli esponenti del Movimento Autonomista che propugnava l'Indipendenza di Fiume. Fra l'altro imposero subito come lingua ufficiale la loro, il croato. Secondo il presidente della Società di studi fiumani, Amleto Ballarini, furono 572 gli Italiani di Fiume uccisi nelle settimane successive all'ingresso in città delle truppe titine, e 67 quelli trucidati in tempi successivi. La quasi totalità di questi sventurati è rimasta senza sepoltura. Le foibe a ridosso del Monte Maggiore accolgono, presumibilmente, i loro resti.

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Riccardo Basile

Fra i trucidati finanche Angelo Adam, noto antifascista, reduce dal confino a Ventotene, dove lo avevano relegato i Fascisti, e dal lager di Dachau, in cui l'avevano spedito i Nazisti ... A Pola i partigiani di Tito entrarono il 5 maggio del 1945 dopo avere sostenuto cruenti combattimenti contro i Tedeschi e contro agguerriti reparti italiani della Milizia di Difesa Territoriale (aliquote del 2° Reggimento "Istria") e della compagnia "Nazario Sauro" della X Mas. Presero a fioccare le accuse di "nemico del popolo". Si riempivano le carceri di Via Martiri, luogo di transito dei prigionieri verso i campi di concentramento situati all'interno della Jugoslavia (Borovnica, Maribor, Prestrane, Maresego ... ), per molti di loro divenuti ultima dimora! Si riempivano anche le foibe viciniori. Quella di Vines è una delle più utilizzate ... La città venne addobbata con una quantità indescrivibile di bandiere rosse, croate e jugoslave. I muri coperti da una miriade di scritte, quasi tutte in croato, inneggianti a Tito, a Stalin, e all'annessione di Pola e dell'Istria alla Jugoslavia di Tito. Due ìvliliti, il sottotenente Graziano Udovisi e Giovanni Radeticchio, incredibilmente sopravvissuti ad un infoibamento, ci hanno lasciato agghiaccianti testimonianze. Anche Pola il 12 giugno 1945 vide l'uscita degli Slavi ... ma solo per poco! Dopo la parentesi del Governo Militare Alleato, il 17 settembre 1947, i Croati tornarono e da allora "Pola" è divenuta "Pula"!. ..

L'esodo

Cosa potevano fare i Giuliani dell'Istria, di Fiume, di Zara, precipitati in una situazione che si presentava come irreversibile e che si caratterizzava per il totale capovolgimento dei Valori che permeavano le loro vite? In linea teorica avevano tre possibilità: - ribellarsi, certamente con mezzi violenti, non sussistendo altre vie, 111 quel contesto, per cercare di far valere le proprie ragioni; - restare, accettando il nuovo sistema; - andare via. La prima ipotesi, ribellarsi, non fu nemmeno presa in considerazione. Non stupisca ciò, ove si consideri l'indole mite e l'intelligenza della "Gens Iulia". Si noti che, dopo tutto quello che era successo, sarebbe stato pressoché impossibile reperire in loco uomini in grado di prendere le armi. Si osservi ancora che era facile prevedere che, in c.1ucl frangente, nessuno Stato, Italia compresa, avrebbe mai sostenuto le loro ragioni, sebbene fossero esclusivamente tese a ottenere il

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Repubblica e F01ze Ar11Jate riconoscimento dei più elementari diritti umani. Un'eccezione alla generale, pacifica acquiescenza ci fu: la offrì l'insegnante fiorentina Maria Pasquinelli. Costei aveva preso a cuore la questione giuliana e per essa da tempo si batteva, con coraggio e ferma determinazione. Il 10 febbraio 1947, il giorno della ratifica del Trattato di pace, a Pola, affrontò e uccise a revolverate il generale inglese Robin De Winton, consegnandosi subito dopo ai gendarmi per essere arrestata. Aveva in tasca questo messaggio:

«Seg1,1endo l'esempio dei 600mila Cadt1ti nella Guerra di Redenzione 1915-18, sensibile come loro all'appello di Oberdan, cui si aggit1ngono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani iefoibati dagli ]t1goslavi dal settembre 194 3 a tutto oggi, solo perché rei di italianità, a Pola irrorata dal sangt1e di Sauro, capitale dell'Isttia martire, 1ico1ifer1110 l'indissolubilità del vincolo che lega la madrepattia alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale. Mi ribello - colproposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli - ai Quattro Grandi che alla Conferenza di Pa1igi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di stmppare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all'Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o - con la più fredda consapevolezza che è correità - al gio'-f!,O jugoslavo, si11011i1J10, per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in faiba, di deportazione, di esiliOJ>. Processata e condannata a morte, ebbe commutata la pena in ergastolo. Si rifiutò di inoltrare domanda di grazia agli "oppressori della sua terra". Dopo lunga detenzione, tornata in libertà, si ritirò a vita privata. Nell'autunno del 1943, in Istria, il Capitano di Corvetta Libero Sauro, figlio dell'eroe Nazario, raccogliendo attorno a sé Volontari disposti a imbracciare le armi per difendere le proprie case, aveva costituito un'unità divenuta poi 2° Reggimento della Milizia di Difesa Territoriale. Questa formazione ha conteso il passo alle milizie di Tito per tutto il 1944 e fino al maggio del 1945. Pagando un alto, misconosciuto, tributo di sangue, 352 Caduti fra Ufficiali, Sottufficiali e Militi, ha ammainato l'ultimo Tricolore su quel lembo d'Italia. Il Milite Tullio Decastello ha precisato: «per noi il gladio non aveva tinte politiche: significava amore per la Patria e difesa delle nostre terre». Si tenga presente, in merito, quanto ammoniva, ancora nel 1881, il deputato della sinistra Giovanni Bovio: «verso i confini non ci sono partiti, ci sono Italiani!». Il tenente Stefano Petris, Comandante del presidio di Cherso, valoroso combattente contro i Tedeschi prima e i partigiani di Tito poi, così scrive alla madre prima di venire fucilato 1'11 ottobre 1945, a guerra finita: <<Nluoio per la mia

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Riccardo Basile Patria, muoio per l'Italia, muoio per l'italianità dell'Istria e della nostra isola». Ma tutto era stato vano. Le clausole del trattato di pace spegnevano definitivamente ogni speranza! La seconda ipotesi (restare, accettando il nuovo sistema): facile a dirsi! Eppure, ai giorni nostri c'è qualcuno che arriva a incolpare gli Esuli per la perdita della Venezia Giulia! Ma vediamo. Hanno scelto di restare poco meno del 1Oper cento della popolazione italiana. Chi erano? Oltre a un certo numero di anziani soli, ormai rassegnati a finire comunque i propri giorni a casa loro, c'erano Italiani di fervida fede comunista. Costoro ritenevano di secondaria importanza doversi assoggettare al cambio della sovranità e di quello che ciò comportava. Condividevano il rovesciamento dei Valori e il ribaltamento dei ruoli sociali. Confidavano che il nuovo sistema avrebbe portato vantaggi a tutti, a cominciare da loro stessi. Abbracciando il progetto titino, hanno collaborato attivamente all'edificazione della «nuova Jugoslavia democratica e progressista di Tito», come scriveva il 4 maggio 1945 il quotidiano triestino filoslavo Il Nostro Avvenire. Per la stragrande maggioranza degli Istriani, dei Fiumani e dei Dalmati, restare, invece, equivaleva, come scrive Carlo Sgorlon, a «diventare stranieri in Patria, perdere la propria identità, parlare un'altra lingua, subire il sovvertimento della propria cultura ... ». Terz.a ipotesi, infine: andare via. Scrive il gen. Mario Longo, esule dalmata: «.. .AbbiatJJo scelto l'esodo per amore della Patria, cotJJe rijìuto di un popo-

lo che si vedeva rapinare la propria nazionalità ... Lasciavamo il suolo natio per non accettare la tJJortijìcazione di 1111a dominazione straniera ... Abbiamo scelto l'Italia perché era la sola Pallia che ticonoscevatJJo .. .».

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Fu, dunque, una libera, drammatica scelta, seppure operata fra le pressioni del governo jugoslavo da un lato e la scarsa attenzione del governo di Roma dall'altro. Milovan Djlas, all'epoca braccio destro del Maresciallo Tito, il 21 luglio del 1991, in un'intervista rilasciata al periodico fiumano Panorama, candidamente confessa: «Nel 1946 io e Edward Karde!J (ministro degli Esteri) andamtJJo in Isttia per organizzare la propaganda antitaliana. Si trattava di dimostrare alle autorità alleate che quelle terre erano jugoslave e 11011 italiane. Ce,to che non era vero! Ma bisognava indurre gli Italiani ad andare via, con pressioni di ogni tipo. Così fu JattOJ>. L'esodo avvenne in più ondate, le più travolgenti delle quali si verificarono a ridosso del trattato di pace del 1947 e del Memorandum di Londra del 1954 . Esso fu un vero e proprio plebiscito per l'Italia e contro la Jugoslavia! La prima città a vuotarsi è stata Zara, a cominciare dall'autunno del 1944 (dei

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Repubblica e Forze Armate 22mila abitanti ne restarono duemila), seguita da Fiume: tra fine maggio e estate 1945 se ne andarono in 54mila su una popolazione di 60mila. Il vescovo di Fiume, il milanese Ugo Camozza, prima di lasciare la diocesi, da esule anch'egli, scrisse ai suoi fedeli la sua ultima pastorale nella quale fra l'altro si legge:

«qNalcuno chiederà: perché JJJai avete lasciato la vostra città?... Nel vostro sacrijìcio di epica portata, che la storia comacrerà, c'è l'espressione dolorosa dei più alti val01i spitituali della prop,ia fede e di amorpattio». Fu poi la volta di Cherso, Lussino, Veglia, Albona e di tutta l'Istria meridionale. L'esodo, una volta conosciute le decisioni prese a Parigi dagli Alleati relativamente alla delimitazione dei confini e alla costituzione del Tenitorio Libero di Trieste (T.L.T.), divenne irrefrenabile. Pola, fruendo di navi messe a disposizione dal Governo italiano, i piroscafi "Toscana" e "Grado", e della presenza degli Inglesi che garantivano una certa cornice di sicurezza agli imbarchi, nel volgere di pochi mesi (23 dicembre 1946 - 28 marzo 1947) si vuotò completamente: su 31.700 abitanti 28.058 lasciarono il suolo natio. Dopo il Memorandum di Londra del 1954 (che assegnava Trieste all'Italia, ma allontanava le possibilità di un ricongiungimento alla madrepatria dei territori inclusi nella cosiddetta "Zona B") anche gli Istriani dei Comuni di Buie, Umago, Cittanova, Capodistria, Pirano, Isola abbandonavano le loro terre. Complessivamente l'esodo interessò 350mila persone che furono accolte, per la maggior parte, in campi profughi allestiti in diverse province d'Italia. Il flusso migratorio si protrasse fino all'inizio degli anni Sessanta ... Si osservi, e trovo grande disagio a ricordarlo, che l'Italia pagò parte dei debiti di guerra alla Jugoslavia con il corrispettivo del valore dei beni lasciati oltre confine dagli Esuli! Gianni Bartoli, già sindaco di Trieste, il 4 novembre del 1964 disse:

«L'esodo non è stato né Nna colpa, né un errore, né una diser:{/one. Gli Esuli, premuti dalla persecuzione e dal ticorrlo del terrore, comJJresero che sotto q11el regime terrotistico non sussistevano le possibilità di vivere né da Italiani, né da Ctistiani, né semplicemente da Uomini». Piace concludere con quanto scrisse Indro Montanelli il 30 settembre 1975 su I/ Giornale: «La guerra l'abbiamo persa tutti e c'è un conto da pagare. Che l'Italia lo saldi a spese dei suoi figli migliori - i Dalmati egli Istnani - è un ghigno del destino. Gli Isttiani non hanno mai fatto del vittimismo. Incapaci di rassegnam; hanno portato la loro tragedia con silenziosa dignità..\]AMO 'IVT1I l.\"JRTANI».

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Riccardo Basile

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PRIGIONIERI DI GUERRA: PROBLEMI ECONOMICI E POLITICI DEL REINSERIMENTO Anna Matia Isastia

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a complessità e vastità della materia oggetto di questo mio intervento rende indispensabile trattarlo per punti, nella consapevolezza che solo alcuni aspetti potranno comunque venire affrontati e anche questi in modo non esaustivo. Questioni individuali e questioni di respiro nazionale e internazionale si mescolano, infatti, in maniera inestricabile in questo ambito di ricerca, nel quale confluiscono psicologia individuale e psicologia delle masse, questioni economiche, problemi politici, temi legati alla trasmissione della memoria.

La cultura dei vinti Due libri recenti possono aprire delle nuove finestre interpretative sulla storia del vissuto personale degli italiani durante le vicissitudini della seconda guerra mondiale e dei soldati italiani in particolare. Mi riferisco al libro di Wolfgang Schivelbusch, La cultura dei vinti, pubblicato dalla casa editrice Il Mulino nel 2006, ma anche ad alcuni passaggi molto interessanti della biografia di Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, uscito nel 2005 da Einaudi. A chi si è macerato a lungo, incapace di comprendere come possa essere stato sopraffatto senza aver capito, anzi senza aver neanche intuito, gli eventi che avrebbero stravolto la vita di una intera generazione, possiamo rispondere con le parole di una lucida intellettuale, nata nel 1924, Rossana Rossanda, che nella sua autobiografia scrive:

<<Che era stato? E noi che cosa eravamo stati? Che cosa avevamo capito, che cosa avevamo permesso? Io non ricordo un tacere per terrore, nessuno attorno a me era stato bastonato, negli anni Trenta era finito, non c'era stato chiasso neanche sugli ultimi processi. Ricordo che al silenzio parevamo abituati. E tutta quella gente partita, e le fatiche, le distruzioni, le perdite, i morti. Dunque si sarebbe potuto impedire? Si sarebbe dovuto. Non sapevo, non mi hanno detto. Ma ho chiesto?».'

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Anna Maria Isastia

Queste considerazioni esternate con ammirevole onestà da una intellettuale che non può certo essere sospettata di simpatie "di destra" giustificano e spiegano il brusco risveglio di un'intera generazione che, solo di fronte alla guerra e alla sconfitta, si rese conto dell'enorme distanza tra quello che credeva e la realtà dei fatti. Il brusco risveglio di un popolo sconfitto in guerra e la metabolizzazione di questa sconfitta è l'oggetto del volume di Wolfgang Schivelbusch, La cultura dei vinti. L'uomo ha sempre conosciuto la guerra, una guerra che, prima fatta senza regole, con l'avanzare della civiltà è stata gradualmente regolata da una serie di leggi e consuetudini che hanno disciplinato sempre meglio i conflitti militari tra stati. La guerra dunque è stata progressivamente razionalizzata e sottoposta a regole. Purtroppo, però, dalla guerra "civilizzata" dell'800 si è poi passati alla guerra totale novecentesca e la storia di questo ritorno alla barbarie è stata ampiamente raccontata e meditata, mentre «le sue ricadute psicologiche e culturali rimangono in gran parte inesplorate». 2 Quanto sia vasta e dolorosa questa lacuna lo racconta, all'opposto, l'analisi accurata che Schivelbusch fa (dal 1865 al 1918) di come un paese che ha perso una guerra elabora il trauma della sconfitta e con quali ricadute, perché sappiamo bene che una sconfitta in guerra proietta sul dopoguerra del paese vinto un'ombra lunga, che ne condiziona a lungo la vicenda politica e culturale. Anche se la storia è scritta dai vincitori «essa non si lascia mai governare a lungo»3 e se «a breve termine la storia può forse essere fatta dai vincitori, nel lungo termine la conoscenza storica viene maggiormente arricchita dai vinti». Anzi, secondo l'A. «essere sconfitti sembra essere una fonte inesauribile di progresso intellettuale»:1 Sappiamo che ogni società vive la sconfitta in un modo diverso, eppure nella storia si ritrovano dei modelli che si ripetono nel tempo. Se la disfatta militare è seguita da una rivoluzione interna «il rovesciamento del vecchio regime e la sua conseguente trasformazione nel capro espiatorio per la sconfitta della nazione vengono vissuti come una specie di vittoria». Questo in Italia fu evidente dopo il 25 luglio, che fu vissuto come la fine di un incubo e l'inizio di una nuova libertà, anche se si trattò solo della fine del governo Mussolini e nei progetti dei componenti del Gran Consiglio e dello stesso re non si pensava affatto alla fine del fascismo. «Per un momento, il nemico esterno non appare più come un avversario, bensì quasi come un alleato, grazie al cui aiuto il regime precedente {.J è stato rimosso dal potere». 5 Questo è tanto vero in Italia che è stato a lungo impossibile affrontare il nodo delle operazioni militari alleate sul territorio italiano. Si pensi alla guerra al

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Repubblica e F01ze Ar111ate sud dopo il 25 luglio 1943, che vide operare le truppe francesi, inglesi e americane come truppe di occupazione e non certo di "liberazione". Per lo stesso motivo si tende a minimizzare il fatto che Napoli è stata la città più bombardata d'Italia e, più in generale, si preferisce non approfondire quei temi che sembrano stonare con la vulgata codificata delle vicende belliche. La sconfitta che porta alla caduta del regime precedente dunque diventa in un certo senso sinonimo di liberazione e di salvezza e soprattutto di rinnovamento, quasi di una nuova nascita. «L'euforia che segue l'iniziale depressione subito dopo la sconfitta funge da segnale di una ripresa dal crollo nervoso collettivo, una ripresa messa in moto dall'abbattimento dell'autorità». Ernst Troeltsch ha coniato la parola dream/and, per indicare il fenomeno che porta a trasferire tutte le colpe sul tiranno deposto, mentre la nazione sconfitta si sente purificata e priva di responsabilità o colpe. 6 Successivamente, per evidenti esigenze di compensazione psicologica la nazione sconfitta elabora un suo mito, che le permette di superare la sconfitta dimenticando completamente gli obiettivi e i programmi per i quali è entrata in guerra. Queste scarne annotazioni sulla psicologia delle masse di fronte alla guerra e alla sconfitta si riferiscono a coloro che la guerra l'hanno combattuta o subita sul territorio nazionale, a coloro cioè che hanno vissuto i successivi momenti legati alle aspettative di vittoria, alla sconfitta, alla caduta del tiranno, alla reazione alla sconfitta e infine all'elaborazione dei nuovi miti. Da tutto questo vissuto generale i prigionieri di guerra sono esclusi, in quanto la loro vicenda li porta a vivere una diversa guerra e un diverso dopoguerra. I soldati partiti per l'Africa, i Balcani o la Russia hanno lasciato una certa Italia. La prigionia li taglia fuori dalla quotidianità della guerra e li consegna ad una diversa guerra, la guerra per la sopravvivenza che un gruppo chiuso combatte da sconfitto contro il nemico vincitore. Si tratta di sopravvivenza fisica, ma non solo. C'è la sopravvivenza della propria dignità, di valori condivisi e soprattutto della propria umanità. Le vicende di chi cade prigioniero del nemico e di chi vive in patria sotto i bombardamenti portano a vivere guerre diverse, portano a maturare esperienze diverse e allontanano inesorabilmente chi sta dietro il reticolato da chi è libero delle sue scelte e della sua vita. Mentre gli uni elaborano coralmente il superamento della tirannia senza porsi domande personali e senza tanti perché, gli altri si macerano nella domanda: «come è possibile che non abbia capito prima che stavo sbagliando?». Abbiamo tutti negli occhi le immagini delle statue tirate giù dai piedistalli, dei fregi scalpellati nell'euforia collettiva per la caduta dei tiranni e poco importa che si chiamino Mussolini, Stalin o Saddam Hussein.

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L'Italia sconfitta del 1943 celebrava la caduta di Mussolini esattamente come la caduta del muro di Berlino ha fatto esultare le popolazioni e l'arrivo degli americani a Bagdad è stato vissuto per pochi giorni come un momento di liberazione. Le immagini sono le stesse per vicende tra loro molto diverse. Il prigioniero non ha l'occasione di vivere questa esperienza di catarsi collettiva. Il suo è e resta un problema personale da gestire in privato con la propria coscienza. Nasce anche da qui l'esigenza di fermare sulla carta emozioni, pensieri, ricordi, la narrazione di vicende che hanno stravolto la vita cli tanti, troppi giovani soldati e ufficiali italiani. Ma dobbiamo essere consapevoli di quanto, tanti anni fa, ha scritto Emilio Lussu:

«Anche adesso, a tanta distanza di tempo, mentre il nostro amor prop,io, per un processo psicologico involontatio, mette in 1ilievo, delpassato, solo i sentimenti che ci sembrano i più nobili e accantona gli altri, io ricordo l'idea dominante di qttei ptimi momenti. Più che un 'idea, un'agitazione, una spinta istintiva: salvarsi».7 Ognuno ha scelto la sua cli strada per salvarsi, anche perché ognuno ha interpretato in modo diverso questa parola: salvare la pelle, salvare la dignità, salvare i principi nei quali si è stati educati, salvare i propri valori religiosi, ecc. Come scrive la Rossanda «prima o poi sarebbe finita, ma il tempo d'una guerra si misura dopo». 8 Ed ecco, ancora nei ricordi della parlamentare di estrema sinistra, una annotazione che concorda con il lacerante dolore di quanti, tornati da una lunga e dolorosa prigionia, volevano raccontare, ma non hanno trovato orecchie che volessero ascoltare:

«Questo rivolo epoi diluvio di informazioni cominciò nell'estate del 1945 eparve non finire mai~ insopportabile, come se ilgelo efetore della guerra ci restassero attaccati. [. ..]Non ne potevamo più di quell'orrore». 9

In questo orrore rifiutato si mescolano i ricordi di tutti i reduci, fossero ebrei, politici o militari. Ancota qualche annotazione. Le aspettative di lavoro dei reduci dalla guerra e dalla prigionia si sommano alle aspettative di quanti sono andati in montagna e hanno fatto la resistenza. Ma questo avviene in un paese sconfitto e distrutto, un paese nel quale lo scontro di classe è frontale, nel quale tra il 1945 e il 1948 si misurano due visioni della democrazia, «una democrazia molto ma molto segnata dai comunisti o molto segnata da una restaurazione». 10 E non è tutto. Prima degli anni del boom economico che seguirono alla ristrutturazione, si dovette procedere alla demolizione dell'industria di guerra e all'eliminazione della manodopera in eccesso.

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Repubblica e Forz.e Armate «Cadevano dopo assedi di mesi, e a volte di anni~ le grandi fabbriche e con esse il sindacato e ilpartito, che vi si erano organizzati avventurosamente nella clandestinità e trio,ifalmente dopo la LJberazione». 11 La DC e l'impresa scommisero su questa svolta ed ebbero ragione, ma nel breve periodo, per liquidare la produzione di guerra delle grandi fabbriche, si licenziarono gli operai proprio mentre migliaia e migliaia di ex militari arrivavano in cerca di lavoro. Come ha scritto Wolfgang Schivelbusch le ricadute psicologiche e culturali della seconda guerra mondiale sono ancora in gran parte inesplorate. Quanti sono gli ottantenni in Italia la cui giovinezza si è perduta nell'esperimento della sconfitta e della morte? Sono ancora tanti e li incontriamo ovunque e si commuovono se si parla di un loro commilitone morto. 12 Leggendo i loro scritti, ascoltando le loro parole si capisce ,1uale evento tremendo ha vissuto quella generazione che pure ha avuto la forza di ricominciare e che, col suo lavoro, ha dato a noi il benessere. «Eppure, come la sconfitta, essa è stata dimenticata a memoria. Ogni attenzione per la solennizzata retorica della Resistenza. Invece l'obh'o tifftciale per l'esperimento della motte di milioni di sconfitti, che questo furono gli italiani nell'ultima guerra». 13

I tempi del ritorno I documenti d'archivio confermano le percezioni dei protagonisti e le analisi degli stuiliosi. Sappiamo che fin dall'aprile del 1944, il generale Pietro Gazzera era stato nominato Alto Commissario per i prigionieri di guerra. 14 Si conservano un nutrito numero ili documenti e promemoria da lui elaborati, cui però non corrispondono risultati apprezzabili sul piano della concreta realizzazione. Gli alleati avevano progettato di riunire gli ex internati italiani in grandi gruppi e di concentrarli in campi di raccolta con l'obiettivo di evitare rimpatri individuali. Nel settembre 1944 l'Unrra (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) mise a punto un programma di sostegno per i gruppi di prigionieri che sarebbero rimpatriati a guerra finita. Nel dicembre dello stesso anno il governo presieduto da Ivanoe Bonomi perfezionò tale programma con l'obiettivo di evitare un rientro caotico dei militari italiani all'estero. A guerra appena conclusa, a giugno 1945 venne istituito il ministero dell'Assistenza Post-bellica affidato a Emilio Lussu. 15 Da quel momento le competenze circa i soldati rimpatriati si divisero. Il ministero della Guerra si occupò del rimpatrio e della rac-

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Anna Maria Isastia colta nei campi degli ex internati, mentre il nuovo ministero divenne competente per la distribuzione dei soccorsi e la reintegrazione degli ex prigionieri.

«I timpatti ebbero inizio sotto il controllo alleato a partire dalla metà di maggio del 1945» scrive Gabriele Hammermann. <<Nella zona di occupazjone americana e in quella inglese l'operazione iniziò con la registrazione dei rimpatriane/i; tuttavia, i propositi di rj]ettuare un rientro quanto più possibile organizzato si scontrarono con notevoli dijftcoltà, al punto che alcuni ex lavoratori civili e internati riuscirono a raggiungere i confini italiani a piedi (e molti di loro vennero nuovamente internati dagli alleati). Nel solo mese di maggio furono circa centomila gli ex lavoratori, militati internati e detenuti nei campi di concentramento, che poterono fare 1itorno a casa partendo prevalentemente dalle regioni me1idionali della Germania. Le istituzioni create dall'Alto Commissariato per i prigionieti di guerra, d'intesa con le autorità delle potenze occupanti, incaricate della raccolta, del primo soccorso e della suddivisione dei rimpatriati, non disponevano delle capacità e delle risorse necessarie e quindi non erano in grado di fare fronte alla situazione. Alla fine, il ministero degli Esteri italiano non potéfare altro che chiudere i confini. Per le potenze occidentali, d'altro canto, il timpatrio degli ex militari, considerati alleati del nemico, era una questione di seconda1ia importanza». 16

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Ferruccio Parri nel giugno del '45 cercò cli sensibilizzare gli alleati chiedendo di procedere al più presto al rimpatrio degli italiani. Il ministero della Guerra e le sezioni locali del CLN allestirono l'apparato di soccorso a livello regionale e di tutta la questione si fece carico anche l'Opera Pontificia di Assistenza e la Croce Rossa Italiana. In ogni capoluogo di provincia venne creato un comitato per l'assistenza al reduce. Naturalmente non mancarono conflitti di competenza tra le varie istituzioni e un certo caos organizzativo, dovuto ovviamente anche alla difficile situazione del paese. Nonostante gli sforzi e l'allestimento di centri di accoglienza nei pressi delle stazioni ferroviarie, i rimpatriati non ricevettero al loro arrivo un'accoglienza adeguata e nei campi di transito la situazione divenne subito insostenibile. A partire dal mese di luglio furono settemila i reduci che tiuotidianamente varcarono il confine del Brennero, un numero di gran lunga superiore a quanto i centri cli prima accoglienza potevano supportare. 17 A settembre circa cinquemila reduci attraversavano ogni giorno il confine, in uno stato cli palese denutrizione e abbattimento fisico e morale. In molti luoghi, come ad esempio a Bolzano, la razione di cibo fornita dagli Alleati veniva integrata da generi giunti da varie regioni d'Italia al Comitato della Croce Rossa Italiana; a molti reduci, oltre la licenza di due mesi, veniva corrisposto anche un

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anticipo necessario per arrivare alla propria residenza. Nella relazione del 15 settembre i carabinieri aggiungevano un'annotazione molto interessante. Scrivevano che, se non fosse stata data la sensazione, non solo a parole o con facili ed improduttivi articoli di giornale, ma attraverso provvedimenti di carattere sociale ed economico, che lo Stato si occupava e si sforzava davvero di migliorare le condizioni di disagio in cui si trovavano i reduci e le loro famiglie, questa categoria di persone, numerosa ed importante nel complesso nazionale, sarebbe potuta diventare focolaio di dissidi, rancori e disordini in tutto il paese. 18 Anche le notizie in merito alle condizioni di salute erano complessivamente abbastanza preoccupanti: almeno il 20% dei reduci erano affetti da tubercolosi, il 65% presentava un evidente stato di deperimento organico, il 15% era apparentemente sano ma, probabilmente, affetto da varie malattie in stato di incubazione, e quasi tutti soffrivano di gengiviti per avitaminosi. Secondo il parere dei medici, per potersi ristabilire completamente, i reduci avrebbero avuto bisogno di diversi mesi di cure e cli super nutrizione, senza contare che si temeva che le conseguenze di questo loro cattivo stato di salute potessero ripercuotersi anche sulla successiva generazione. Particolarmente grave appariva lo stato di salute di chi rientrava dalla Jugoslavia, in modo particolare dal Montenegro. Si affermava che i centri migliori risultavano quelli istituiti dalla Commissione Pontificia, mentre i vari centri allestiti dalle autorità militari italiane non risultavano adeguati. In conclusione, era evidente che tutto questo influiva sullo spirito già depresso dei reduci e sminuiva la gioia per la liberazione e per il rimpatrio, favorendo la nascita di un sentimento di profonda diffidenza verso gli organi governativi. 19

Radiomessaggi ai prigionieri Il 15 ottobre Parri ritenne opportuno far trasmettere alla Radio di Roma un suo discorso sui prigionieri di guerra. Parri giustificava appieno le lamentele e le accuse che colpivano il Governo, ma ricordava che «il Governo italiano è nella condizione legale cli un paese vinto, colpevole della guerra, legato da condizioni d'armistizio, la cui applicazione dipende dai Governi e comandi militari alleati». Questa ovvia considerazione è centrale sia per capire quello che successe allora, sia per capire il successivo disinteresse dei partiti politici italiani, che cercarono cli creare una cesura netta tra la 6tt1erra fascista persa e la successiva guerra partigiana vinta con gli alleati. Con questa deformazione diventa impossibile

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però sia capire le vicende successive all'8 settembre, sia la dolorosa vicenda di un milione e mezzo di soldati prigionieri; molti dei quali in paesi "amici". L'ultima parte del discorso entrava nel merito di quanto era stato fatto e di quanto si stava facendo. Le più ottimistiche previsioni non impedivano comunque di prendere atto che a Natale 1945 ancora 350mila soldati sarebbero stati lontano dall'Italia.20 A partire dal dicembre '45, la scena politica italiana fu dominata dalla figura del leader democristiano Alcide De Gaspcri, ma, per quanto riguarda la questione dei prigionieri di guerra, ancora una volta le cose non subirono un cambiamento sostanziale dal momento che, se da una parte è vero che il 1946 fu l'anno in cui si completarono i rimpatri, con qualche strascico ancora durante il 1947, dall'altra parte è doveroso sottolineare come, terminata la fase di emergenza, fu attuato il progressivo smantellamento di tutta l'organizzazione di accoglienza realizzata nei mesi precedenti e, soprattutto, al di là di alcuni provvedimenti legislativi approvati per favorire il reinserimento dei reduci nel mondo lavorativo, le autorità politiche italiane promossero una sostanziale rimozione di tutta la questione. Consapevole dei profondi malumori che serpeggiavano nella popolazione e tra i prigionieri, il capo del Governo decise di far trasmettere un suo radiomessaggio all'indirizzo di tutti i prigionieri per il giorno di Natale 1945, per sottolineare la presenza delle autorità a fianco dei prigionieri e per attribuire ogni responsabilità dell'attuale stato di cose soltanto agli Alleati. In questo radiomessaggio Dc Gasperi, prospettando l'immagine di un Paese devastato da una guerra voluta soltanto dalla dittatura fascista, senza alcuna consultazione e concorso del popolo, paralizzato nelle comunicazioni e nelle industrie, insidiato dalle malattie e minacciato dalle carestie, assicurava che, nonostante questo, si stava facendo tutto il possibile per agevolare il ritorno in Patria dei prigionieri, sia come atto dovuto nei confronti delle famiglie, sia perché lo stesso governo riconosceva in quei giovani le energie vitali per la ricostruzione.2 1

I rimpatri del 1946-47 Poi finalmente, a partire dal gennaio '46, ebbe inizio il programma effettivo dei rimpatri eia parte degli Alleati, mentre per gli internati reduci dai campi di concentramento tedeschi l'emergenza era terminata già da qualche mese. Si calcolò che dagli Stati Uniti, a tutto il gennaio di quell'anno, fossero rientrati circa 30mila ex prigionieri di guerra. Essi giungevano prevalentemente presso il porto cli Napoli con navi americane che, successivamente, imbarcavano

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contingenti del corpo di spedizione americano per riportarli in Patria. Nel mese di gennaio rimpatriarono i primi 1Smila reduci dall'Inghilterra, così come i primi duemila dal Sud Africa e altrettanti dal Medio Oriente, seimila dall'India e un migliaio dall'Africa orientale, mentre nessun rimpatrio era ancora avvenuto dall'Australia, dove si trovavano 18.432 prigionieri. 22 Ad ogni modo, i militari italiani che si trovavano in Inghilterra all'inizio del '46, erano ancora molto numerosi dal momento che, nonostante le sollecitazioni delle Autorità italiane, i rimpatri da quella nazione erano potuti iniziare soltanto alla fine del precedente autunno, in quanto gli inglesi avevano voluto attendere la fine del raccolto delle barbabietole, attività nella quale erano impiegati i prigionieri cooperatori; il loro arrivo, in numero di 18mila, era previsto per il febbraio, con un afflusso che, secondo le previsioni, sarebbe andato aumentando nei mesi successivi, tanto da prevedere il completamento delle operazioni di rimpatrio per la fine dell'estate. 23 In linea generale, al di là delle questioni politiche, i rimpatri dei prigionieri continuavano a dipendere anche dalla disponibilità di naviglio alleato e dal movimento delle navi che gli Alleati inviavano nei porti italiani per il ritiro delle proprie truppe; anche per questo motivo, all'inizio dell'estate gli americani avevano già ultimato i rimpatri dagli Stati Uniti, gli inglesi ne avevano rimpatriati 135mila su 158mila. Al contrario, a maggio 1946 non era ancora operativo il piano dei rimpatri dall'Australia, mentre soltanto la metà dei prigionieri era rientrato dall'Africa orientale, dal Sud Africa e dall'India. Queste lentezze lasciavano presagire una conclusione ancora abbastanza lontana, mentre aumentavano le tensioni e lo stato d'animo d'ansia e preoccupazione tra tutti coloro che avevano i propri familiari ancora in stato di prigionia a distanza di sei mesi dalla fine delle ostilità in tutto il mondo. Alla fine di luglio, il ministro dell'Assistenza Post-bellica Sereni affermò che tutti i prigionieri di guerra italiani avrebbero fatto rientro in patria entro il Natale '46; infatti, secondo il ministro, rimanevano in mano inglese ancora 123.695 prigionieri, molti dei quali in Africa e in Australia, tra i primi ad essere stati catturati e per il trasporto dei quali sarebbero state messe a disposizione le navi "Liberty" recentemente acquistate dagli Stati Uniti. 24 I rimpatri continuarono durante tutta l'estate e l'autunno di quell'anno, per concludersi definitivamente soltanto nel febbraio del 1947, ad oltre un anno e mezzo dalla fine della guerra. A questo punto, con la decisione di sciogliere il ministero dell'Assistenza Post-bellica, per le autorità italiane la questione dei reduci poteva considerarsi chiusa. 25

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I rimpatri dall'Urss Del tutto particolare si rivelò il rientro dalla prigionia in Unione Sovietica, per i modi, i tempi e gli strascichi che durarono decenni. Il rimpatrio dei soldati prese il via a settembre 1945, senza che le autorità italiane avessero informazioni precise dalle autorità di Mosca. Nell'arco di un anno rientrarono 21.065 uomini, di cui solo 10.032 reduci dello Csir e dell'Armir. Gli altri 11.033 erano IMI trasferiti nei campi sovietici. Gli ufficiali sopravvissuti rientrarono dopo le elezioni del 2 giugno 1946, per evidenti motivi politici, anche se Togliatti, in un primo momento, aveva invece sollecitato un rientro anticipato degli ufficiali che avevano frequentato i corsi di propaganda antifascista. Tra gli ufficiali si contavano però anche i più convinti anticomunisti e questo preoccupava il ministero della Guerra, che suggeriva di astenersi da manifestazioni e dichiarazioni che avrebbero potuto danneggiare quanti dovevano ancora rientrare.26 Ci furono scontri duri tra la maggioranza degli ufficiali e la minoranza che aveva frequentato i corsi di propaganda comunista e che rientrava in Italia in buone condizioni di salute e con bagaglio al seguito, mentre tutti gli altri erano «affamati, sporchi, laceri, con scarpe cli legno». 27 Alle questioni politiche si intrecciavano quelle umane, legate allo spaventoso divario tra gli 80 - 1OOmila uomini che il Comando italiano considerava dispersi in Russia e i 10mila rientrati. L'opinione pubblica appariva convinta che in Urss ci fossero ancora migliaia di prigionieri che quel governo non voleva restituire e la questione rimase per decenni nell'agenda dei governi e della diplomazia italiana. Conosciamo solo le vicende di un piccolo gruppo di prigionieri condannati per motivi ideologici che poterono fare ritorno in Italia dopo la morte di Stalin. Al loro rientro fu riservato grande clamore e accoglienze ufficiali, che non potevano non avere un significativo valore politico e servirono a rinfocolare le aspettative di tante altre famiglie. La leggenda degli italiani trattenuti in Russia è durata decenni e si è forse conclusa solo con l'apertura degli archivi sovietici negli anni Novanta.

La questione del voto Il 31 agosto 1945 si chiuse il controllo delle liste elettorali. A quella data dovevano essere ancora rimpatriati oltre 600mila prigionieri di guerra, che quindi non avrebbero avuto la possibilità cli votare nelle prime elezioni del dopoguerra. In particolare, dovevano ancora rientrare 328mila uomini

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Repubblica e Fo,ze Armate in mani britanniche, 92mila in mani americane, 85mila in mani francesi, SOmila uomini prigionieri dei tedeschi e finiti nella zona di occupazione russa, 40mila in mani jugoslave di cui non si sapeva nulla, così come non si avevano dati certi per i prigionieri in territorio russo. 28 A questo proposito, il 29 agosto, a due giorni cioè dalla chiusura dei possibili controlli, L'Uomo qualunque pubblica un articolo infuocato.

«Noi non sappia1110 - o vogliamo jàr finta di 11011 sapere - a chi pre111a, a chi faccia comodo, a chi sia necessaria tanta fretta. Noi sappiamo tuttavia che i registn' elettomli debbono essere tenuti a disposizione del pubblico, senza soluzione di continuità, fino al giorno delle elezioni, e meglio ancora fino ad elezioni già avvenute)>. 29 Sottolinea infatti l'autore dell'articolo che imporre un termine «per cui da domani sera in poi, chi s'è visto s'è visto», rende il diritto di voto «insidiato, mutilato, condizionato, impedito con pretesti speciosi». 10 A marzo 1946 il presidente del Consiglio De Gasperi ricevette una delegazione del Comitato per il ritorno dei prigionieri presieduto da Giuseppe Romano. In quella occasione i familiari dei prigionieri minacciarono di astenersi dal voto. Più significativa appare però la necessità di difendersi dall'accusa

«di fautori della guerra fascista poiché da soldati per noi non vi era altra alternativa che di ubbidire, che i soldati non possono chiedersi q1,1ct/e sia la bandiera che svmtola sttl cal)Jpo avverso purché sttlprop,io ct1111po sventoli la propria bandiera e noi co111hattem1110 per la bandiera italiana.[. ..] Quando noipartinimo abbandonando le nostre case, i nostri cati, il nostro lavoro, 11011 era stato ancom varato il concetto di guerra giusta ed ingiusta, concetto che fu invece fmtto del senno di poù>.3 1 Dunque i soldati visti come responsabili della guerra. Si pensò anche all'improbabile ipotesi di far votare i prigionieri nei campi di concentramento, ma la legge elettorale passò «senza che neanche una parola fosse rivolta ai disgraziati ma eroici figli lontani»32 e la dichiarazione del ministro della Guerra che si impegnava a far rientrare i prigionieri in autunno, vale a dire dopo le votazioni, indusse Giuseppe Romano a ritirare la sua adesione ad una lista di candidati, in segno di protesta. Sulla questione intervenne anche, ad aprile 1946, Civiltà Cattolim, la rivista dei Gesuiti, che esprimeva il pensiero del Papa Pio XII:

<<Alle elezioni am111i11istrative 11011 hanno potuto pattecipare centinaia di migliaia di prigionieri di guerra, i quali pttre avrebbero qualche parola da dire circa il tiassetto e il nuovo 01imta1J1ento della pat,ia comune [. ..]; è tuttavia da sperare che per le prossime elezionipolitiche e

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per il "referendttm" istituzionale tale assenza ve,lJ!,a a cessare in hf/to o altJJeno in 111assima parte».33 La contrarietà e la speranza erano probabilmente dovute anche al fatto che alle attività assistenziali della Pontificia Commissione Assistenza (PCA) era stata affiancata una certa propaganda politica rivolta ai prigionieri, che restava, per il momento, senza esito. Solo nel dopoguerra organismi come la PCA sapranno raccogliere i frutti dell'impegno verso i prigionieri. 34 Alla vigilia del voto il periodico lA voce del p1~gio11iero denunciò l'impossibilità di troppi italiani a partecipare al voto. 35 Il 1° giugno 1946, alla vigilia del referendum e del voto per l'Assemblea Costituente, De Gasperi si rivolse direttamente ai prigionieri con un messaggio trasmesso dalla Radio di Londra a tutti i campi di concentramento, dove ancora si trovavano oltre 200mila uomini, sostenendo che «quando abbiamo fissata la data delle elezioni avevamo ragione di sperare che nel frattempo i trasporti si sarebbero accelerati»: 36 segno evidente che queste assenze dovevano in qualche modo essere giustificate. Si può ragionevolmente ritenere che, in quel momento, De Gasperi si rivolgeva ai prigionieri con l'occhio e l'attenzione indirizzati in realtà ai loro parenti in Italia che il giorno dopo, con il loro voto, avrebbero deciso le sorti dello Stato e indirizzato i lavori della Assemblea Costituente. A questo proposito vale comunque la pena di ricordare che i prigionieri non sono stati i soli a non poter esprimere il loro voto. Anche gli esuli italiani provenienti dalle città del confine orientale cedute a Tito non poterono esercitare il diritto di voto per parecchi anni. Solo nel 1953, infatti, i loro nomi furono inseriti nelle liste elettorali.

Le aspettative e la realtà

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L'assistenza ai prigionieri che rientravano fu in gran parte appannaggio di associazioni a carattere volontario: la Croce Rossa Italiana,37 l'Unione Donne Italiane (UDI), la Pontificia Commissione d'Assistenza istituita per volontà di Pio XII il 18 aprile 1944, che ebbe il suo centro a Pescantina in provincia di Verona. 38 I reduci furono dolorosamente colpiti dall'assenza di una qualsiasi forma di ufficialità nei luoghi di arrivo delle tradotte che rimpatriavano gli ex prigionieri. Racconta Claudio Sommaruga, ex I.M.I.:

<<Nessun mppresen/ante tifficiale del nostro Governo si presentò nei nostti lager lihemti. L'anziano di IVietzendo~j; il ten. Col. Pietro Testa, sollecitava il 1i111patrio degli D\1I e la!llentava lo sconcertante e

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Repuhh/im e l•inz.e Armate

indegno assenteismo del governo (. . .) Strano tale comportamento della Patria per tanti sttoifigli t11igliori. Inve1110 per lunghi mesi è stata attesa una parola di conjòrto dalla vera Italia, tlll qualsiasi segno che jJar/asse di co11t)Jrensione, di incitamento a resistere». 39 A queste parole fanno eco c1uelle di Carlo Vicentini che rientrava dalla prigionia nell'Urss:

«Quando il treno sijèr111ò a Ro111a Termini, c'era tlll(I folla silenziosa, p,iva di slancio. Non si vedeva 11é una divisa 11é 1111a bandiera. [. ..) Il Governo, le A11t01ità JJJilitari, il Co111u11e, l'Italia ufficiale ù1soJJ1111a, .Jè1cevc1_flnta di 11011 sapere che dalle, RNssia erano rientrati i sttoiprigio11ie1i. Probabilmente erano 1111e1JJrese11zç1 imharazzante»:10 Dunque, come si può facilmente intuire, di fronte ad una situazione di questo genere, documentata, tra l'altro, anche in molti altri libri di memoria e nei diari dei reduci, lo sconforto e la delusione degli ex prigionieri crebbero a dismisura poiché, fin dal primo impatto con l'Italia, al moto di intensa commozione provato nel varcare il confine nazionale e nel poter riassaporare forme e colori di paesaggi mai dimenticati, fece seguito la consapevolezza di ciò che, da quel momento, essi avrebbero dovuto affrontare.

I difficili rapporti tra reduci e partigiani La questione più spinosa per molti di coloro che rientravano era rappresentata dalla ricerca di un referente, che permettesse di patrocinare e promuovere la difesa dei propri interessi e di quelli che si ritenevano essere diritti da tutelare, obiettivo non facile da realizzare in un paese distrutto e nel quale tutti avanzavano richieste per i più diversi motivi. I primi a rientrare, come sappiamo, furono gli IMI reduci dai campi di concentramento e di internamento tedeschi e il loro impatto con la figura del partigiano, al momento del rimpatrio, fu difficile. Gli cx internati rientrarono in Italia con la convinzione di veder riconosciuto il contributo offerto alla causa della lotta di liberazione con la loro resistenza senz'armi, sentendosi, per questo, del tutto simili ai partigiani. Ma, varcato il confine nazionale, come noto, essi furono costretti a fare i conti con una situazione ben diversa da quella auspicata: in un clima in cui soffiava forte il cosiddetto "vento del nord", espressione in cui era efficacemente espressa la volontà del CLN di assumere nell'Italia post-bellica un ruolo guida sul piano politico-istituzionale e sociale, mentre le formazioni partigiane godevano di un prestigio indiscusso, gli IMI si accorsero di essere il simbolo della

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Anna Maria Isastia guerra persa e della disfatta dell'8 settembre. Inoltre non erano politicamente organizzati e questa massa imponente rappresentava una incognita potenzialmente pericolosa. A queste argomentazioni di carattere politico, che potevano costituire motivo di disappunto per i prigionieri, si aggiunse anche il risentimento per quello che ai loro occhi si delineava come un diverso ed ingiusto trattamento di tipo economico, che li vedeva nettamente sfavoriti nei tanti provvedimenti legislativi volti ad agevolare altre categorie di ex combattenti. Così, durante tutto l'autunno '45, giunsero alla Presidenza del Consiglio o ai singoli prefetti delle città interessate lettere e telegrammi da parte di gruppi di reduci, che lamentavano lo stato di cose esistente. Alla fine del 1945 un gruppo di ex internati di Cosenza si rivolse al prefetto e a tutte le autorità politiche competenti, denunciando che

«dopo tante sefferenze eccoci oggi senza nessun lavoro, disoccupati, bisognos~ senza l'aiuto di nessuno, sebbene Enti superiori emanino disposizioni per zJ co,iforto e l'assistenza ai reduci dalla prigionia e ai partigiani». 4 t Un altro gruppo di reduci dalla Germania scriveva: <<Vediamo questi partigian~ questi liberatori ben vestiti, bere, cantare, passarci vicino perché si sentono forti eperché il Governo molto spesso li premia. E noi? Per chifu il nostro sacrificio dunque? Per chi abbiamo rifiutato di collaborare con il nemico?». 42

Il 12 settembre 1946 la Federazione Provinciale Reduci di Piacenza, presieduta da Elio Nicolardi, 43 decise di rivolgersi al ministero dell'Assistenza Postbellica con un comunicato che, oltre a denunciare un'evidente discriminazione, richiedeva anche un opportuno intervento.

«La Federazione Provinciale Reduci di Piacenza», si leggeva, «interprete dei sentimenti e delle richieste dei propri associati, e certa di esprimere un sentimento comune a tutti i reduci della prigionia, rappresenta alle Autorità in indirizzo l'opportunità che ai reduci e alle loro necessità venga portata tutta la vigile attenzione che tale problema merita. Essi hanno piena coscienza di rappresentare una delle essenziali forze della Resistenza e della rinascita della Patria. Sanno che senza il duro e cruento sacrificio di 600mila internati in Germania, la voce dell'Italia libera dalfascismo sarebbe rimasta senza eco; sanno che senza l'accorrere generoso di centinaia di migliaia di cooperatori verso le potenze detentrici cobelligerantz~ la magnifica resistenza dell'Italia invasa avrebbe avuto minimi risultati nel campo internazionale. Ma, fino ad

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Repubblica e F01z.e Armate ora, la lotta e il sacrificio dei reduci sono rimasti senza il giusto riconoscimento. Nessuno ha parlato in nome loro con la necessaria forza, o, se l'ha fatto, ha destato scarsa eco ed ancora più scarsi riconoscimenti. I reduci sono stati trattati come fanciulli malati o come figlioli prodighi, e non come soldati di un'aspenima lotta. [. ..] Attualmente, di fronte allo sviluppo degli avvenimenti, i redttci sentono imperiosa la necessità difar rappresentare quelle che gittdicano gittste richieste ed imprescindibili necessità. Pertanto i red11ci chiedono: pieno ,iconoscimento del loro sactificio e dell'app01to da essi dato alla lotta di liberazione, riconoscendo agli internati in Germania e ai redttci dai campi diprigionia alleati, cooperatori, la q11alijìca di combattenti della liberazione concedendo loro la relativa decorazione;precedenza all'assttnzione presso gli effìci pubblici, e pmità con i pattigiani per l'assttnzione nelle formazioni di polizia e nei carabinieri; erogazione iffèttiva dei sttssidi previsti per le cooperative agricole e di lavoro tra i reduci,· adeguamento del trattamento economico dei reduci a qttello dei pa,tigiani. Infatti, il diverso trattamento economico delle ritte categotie tisttlta dai seguenti dati:

&duce Dal 10-5-43 al 31-10-43

L.

1,00

Dall'1-11-43 al 29-2-44 Dal 16-8-44 in poi Media per il periodo dall'8-9-43 in poi Soprassoldo operazioni

L. L. L. L.

1,70 10,00 5,00 4,00

Totale media giornaliera

L.

9,00

Paga giornaliera

L.

10,00

Soprassoldo operazioni Indennità operativa Razione viveri Totale giornaliero netto Razione viveri dal 15-2-45 Totale

L. L. L. L. L.

4,00 40,87 24,00 78,87 60,00

L.

114,87

Partigiano

Perciò, senza voler incidere sulle già stremate finanze dello Stato, sarebbe necessario corrispondere ai reduci almeno la razione viveri, al più presto; il che sarebbe anche un riconoscimento delle lunghe sef.ferenze e degli spasimi della fame patiti dagli internati in Germania. Qttanto detto rappresenta il minimo che i reduci possano ,ichiedere». 44

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Anna Maria lsastia

La questione economica costituiva, come è naturale, una delle preoccupazioni principali dei reduci, nonché motivo di contrasto con il mondo partigiano, che sembrava godere di un ben diverso trattamento da parte del governo. Del resto questo elemento trapela anche da alcuni provvedimenti legislativi attuati in favore dei partigiani, in tempi relativamente brevi, soprattutto se confrontati con quelli attesi dalle organizzazioni degli ex prigionieri. Pensiamo, ad esempio, al Decreto Legge 20 giugno 1945 n. 421, in merito alle concessioni di premi di solidarietà nazionale ai patrioti combattenti e alle loro famiglie. Esso stabiliva un premio di L. 20.000 per le famiglie dei partigiani dispersi o caduti in combattimento o caduti per rappresaglia o deceduti in seguito a ferimento o a malattie contratte in servizio, premio che sarebbe stato pagato dagli Uffici provinciali del ministero dell'assistenza Post-bellica, dietro presentazione della domanda di richiesta e secondo un ordine di preferenza che avrebbe tenuto conto della gravità delle situazioni; poi stabiliva un premio di L. 10.000 a favore dei partigiani combattenti che avessero riportato nella lotta di liberazione ferite gravi, invalidità o mutilazione e, infine, un premio di L. 1.000 a favore di coloro cui spettava la c.1ualifica di patrioti. 45 Il Decreto Legislativo luogotenenziale 5 aprile 1945 n. 158, relativo all'assistenza ai patrioti dell'Italia liberata, seguito dal DLL 21 agosto 1945, stabiliva le disposizioni concernenti il riconoscimento della qualifica di partigiano e l'esame delle proposte di ricompensa; il DLL 6 settembre 1946 n. 93 stabiliva l'equiparazione a tutti gli effetti dei partigiani combattenti ai militari volontari che avevano operato con le unità regolari delle forze armate. 46 Infine, tra i provvedimenti studiati e approvati in favore dei partigiani, figuravano anche quelli di carattere scolastico, di carattere penale e disciplinare, relativi all'assunzione obbligatoria nelle pubbliche amministrazioni e nelle imprese private e quelli relativi al ricovero dei partigiani feriti, mutilati, malati, o in licenza di convalescenza.47 A fronte di tanti doverosi interventi, i reduci dalla prigionia hanno dovuto lottare più a lungo per vedere riconosciuti anche i loro diritti. Una massa enorme cli persone, prive di qualifiche professionali, premeva per avere lavoro. Il ministro dell'Assistenza post-bellica, il comunista Emilio Sereni, confidava nei lavori di pubblica utilità per assorbire almeno in parte questa manodopera, ma è noto quanti italiani emigrarono in quegli anni verso i Paesi del vecchio e del nuovo continente in cerca cli lavoro. In questa sede è però interessante rilevare un'altra cosa. Nei primi anni del dopoguerra in Italia ci fu un proliferare cli cooperative cli lavoto, che videro operare nettamente separati partigiani e reduci da una parte, e prigionieri cli guerra e internati civili dall'altra. 48

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Rep11bblica e Fo,ze Armate A Napoli, il 18 febbraio 1947, fu convocato il Primo Convegno Economico Provinciale tra le Associazioni Combattenti. Nella circolare inviata al Presidente della Repubblica e alla Presidenza del Consiglio, si sottolineava che erano invitati a prendervi parte i delegati rappresentanti dell' Anmig, 49 dell' Anc e dcli' Anr e dell'Anpi; nessun riferimento alle associazioni dei prigionieri di guerra. In particolare, poi, in riferimento alle motivazioni per le quali era stato indetto tale Convegno, il Comitato promotore spiegava che la decisione era stata presa dopo aver esaminato la possibilità di iniziare al più presto un'azione tendente a porre fine allo stato di enorme disagio in cui vivevano queste masse di reduci e combattenti. Infine, nella circolare venivano indicati anche i punti principali intorno ai quali si sarebbe sviluppato il dibattito: 1. i reduci e la ricostruzione industriale ed urbana di Napoli; 2. i reduci e la risoluzione dei problemi agricoli ed industriali della Provincia; 3. problemi scolastici: cultura generale e professionale. Problemi dei reduci universitari; 4. l'assistenza ai reduci. 00 Il 15 aprile 1947, dopo una serie di contatti e incontri privati, fu costituito un "Comitato d'Intesa e Coordinamento delle Forze della Resistenza", di cui entraremo a far parte l'Anc e l' Anr, l'Anpi, l' Anmig e, in più, l'Associazione Nazionale Famiglie dei Caduti. In particolare, nel comunicato diffuso tra le Autorità politiche e le stesse Associazioni interessate, si affermava che

«Detto Comitato hc1 la jùnzione di esaminare Ittite le questioni che tjf/ettono la tutela degli interessi de,__[!,li appartenenti alle singole Associazioni e concertare in CO!Jltll/e {l((Ol'(/0 le azioni pùì oppo1t1111e per ,isolvere i problemi inerenti i loro r1ssocic1ti. [ ..] li Comitato, i110/tre, coJJ/e stto ptimo atto 1(/jiciale, delihem rii votare la seguente mozione perché sia inviata ai jJreposti organismi governativi: dojJo quasi due anni di vita associativa, d11ra11te i qttali sono stati agitati a pitì tiprese i prohlemi dei reduci, dei partigiani, degli ex co!!lhattenti e dei !!lutilati ed invalirll: constatato che tali problemi so110 1i!!lastipratica!!le11te insoluti: considerato che le sin,gole Associazio11i, malgrado la pùì fattiva e cosciente opera svolta fino ad D,_P,gi non sono 1ù1scite ad ottenere che vaghe pro!!lesse senza veder realizzata tma sia p11re pmziale sodd,:iazione alle ,ichieste avanzate, visto che di_jì'onte al costante aggravm:ri della situazione i11 etti versano le mmse dei redttcl: co111hattenti e pmt~P,icmi, continuano scandalose speculazioni ed effènsivi cmicchimenti, de11u11cia ancora 1111a volta al Governo e al popolo italia110 t11tta questa sccmdalosa situazione che ha concesso ai responsabili della rovi11a nazionale di anicchirsi .ml/e

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A1111a Maria Isastia

macerie del Paese, mentre si assiste al progressivo logoramento fisico e morale di coloro i quali furono vittime di questa rovina». 51

Non una parola sugli IMI e sugli altri prigionieri cli guerra esclusi da cooperative e comitati. In particolare si nota che l'associazione dei reduci dalla Russia è ciel tutto ignorata nei rapporti tra associazioni di reduci per evidenti motivi politici.

ANCeCNRP Per capire un simile atteggiamento bisogna fare un passo indietro. A novembre 1944 nasceva il Comitato nazionale reduci dalla prigionia (Cnrp) con l'obiettivo dichiarato di fornire assistenza agli ex prigionieri. Il Comitato dovette confrontarsi con l'Anc che, pur compromessa col fascismo, aveva mezzi, strutture e godeva di vasti consensi nel mondo politico. 52 Proprio per questo si cominciò a pensare ad una fusione tra Comitato e Combattenti che sollecitò l'attenzione ciel mondo politico. Il partito comunista italiano si mosse subito nel tentativo di prendere il controllo di queste associazioni. Tra l'estate e l'autunno del 1945 dalle federazioni provinciali del partito giunsero decine di relazioni in risposta alle sollecitazioni provenienti dalla direzione centrale del partito che aveva chiesto agli organi periferici di costituire "con urgenza" comitati provinciali di reduci, con relative sezioni comunali. Tutti, all'interno del partito, dovevano preoccuparsi attivamente del problema dei reduci definito «di vitale importanza per la Nazione e quindi per il partito stesso». 53 Nel gennaio del 1946 una nota della direzione del Pci, inviata a tutte le federazioni, chiariva bene le direttive da attuarsi: «Cc11i compagni, entro il mese di ma,zo o di ap1ile si terrà il Congresso nazionale dell'Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di guerra. Qt1estc1 organizZf1zione raggrt1ppa oltre tm milione di isc,itti ed è eretta in Ente Morale. Non 1itenian10 necessa,io sottolineare maggiormente l'impo1tanzçi morale e politica che una tale associazione ha nel nostro paese. Basta pensare che i st1oi isc,itti sono le vittime pùì provate della gt1erm, che ancom oggi co11tint1ano a sef.fiire ctntsa le pensioni da fame e la mancanza di assistenza che frequentemente si manifesta nei loro coefronti. Inoltre l'Associazione ha t111a vasta rete di attrezzature assistenziali, economica, medica, di protesi ecc. per 1ispondere alle esigenze dei .moi aderenti; rete che sovente diviene fonte di esosa speculazione a discapito di chi ha dùitto al t11assù110 ,ispetto e attenzione.

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Repubblica e For.z.e Annate Vi è poi l'Opera Nazionale Mutilati, strettamente legata all'Associazione, per quanto autonoma e dipendente dal governo. I mutilati appartengono, nella loro quasi totalità, alle masse lavoratrici; ma per ilpa1ticolare carattere dell'Associazione, che trae le sue origini da uno spirito patriottico e nazionale oltre che di mutua assistenza, essa influenza sensibihnente gli strati della popolazione piccolo e medio borghese, intellettuali o comunque non ugualmente influenzati da partiti politici democratici: Le nostre organizzazioni si debbono porre il problema di dare appoggio a tutte le rivendicazioni e a tutti i miglioramenti economici di questa numerosa categotia; dobbiamo, anzi, farci noi stessi promotori, mediante i nostri compagni mutilati, di tutte le iniziative tendenti a soddi.ifare tali tivendicazioni». 54 Nella stessa nota della direzione erano contenute ulteriori "istruzioni" che partivano dalla constatazione che - naturalmente - anche gli altri partiti guardavano con attenzione e interesse all'Associazione Mutilati: «D'altra patte è opportuno rammentare che la Mutilati è oggetto di mire e di speculazioni da patte di pmtiti egruppi reazionari. Essi vogliono impedire il rinnovamento di questo organismo per continuare ad utilizZflrlo, comefece ilfascismo, quale centro propulsore di cantpagne nazionalistiche e di inquadramento di masse in funzione antidemocratica. Già in precedenti circolari sono state date direttive in merito, ma si nota che, in genere, le Federazioni hanno sottovalutato l'intportanza di questa associazione. Pochissime sono quelle che hanno effrontato il problema impegnandovi la propria attenzione e incaricando compagni di questo lavoro specifico. Occorre guadctgnare il tentpo specialmente in vista del Congresso Nazionale che deciderà dell'otientamento più o meno democratico della Mutilati a seconda del lavoro che i nostri compagni e sintpatizzanti riusciranno a svolgere in questo breve periodo». 55 All'attenzione dei vertici del Pci c'era anche l'atteggiamento da attuare nei confronti dell'Associazione Nazionale Combattenti e del Comitato Nazionale Reduci dalla Prigionia. Due settimane dopo la nota appena citata, sempre dalla direzione del partito giunge a tutte le federazioni del Pci una nuova informativa riservata di grande interesse:

«Cari contpagni, la rinnovata ù,tpo1ta11za che nella vita nazionale vanno riprendendo le Associazioni Combattentistiche deve indurci a considerare con maggiore attenzione i problemi di queste organizzazioni nelle quali sono raggruppati milioni di uomini di ogni ceto sociale e qttin-

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Anna Matia lsastia

di costituiscono degli importanti organismi di JJ/assa. Tra esse di particolare tilievo, specie per il maggior numero di elementi che effettivamente o potenzialmente vi faranno capo, sono l'Associazione Nazionale Combattenti e il Comitato Nazionale Reduci dalla P1igionia. Questi due organismi presentano patticolari caratteti di qffinità soprattutto per il fatto che la quasi totalità dei reduci dalla p1igionia sono ex combattenti e come tali mantengono il diritto difare parte della Combattenti. Tale stato di cose ha trovato una sistemazione di compromesso nell'accordo stabilito nel matzo 1945 tra le due direzioni; in base al qttale il Comitato Nazionale Reduci dalla Prigionia veniva ticonosciuto come organismo autonomo collegato però strettamente con la Combattenti. Con questa convenzione veniva sostanzialmente 1iconosciuta la volontà dei reduci di essere autonomi come tali. Dobbiamo ora spiegare che se questa esigenzçt di autonomia dei reduci fi, motivata in patte dalla loro jJatticolare mentalità, sulla quale si facevano sentire non poco i vincoli che avevano stretto tra di loro nei campi diptigionia, essenzialmente essa fu però generata dalla loro diffusa dif.fìdenza verso la Combattenti considerata giustamente come organismo niente ef.fàtto democratico ed ancora inquinato dai residui fascisti e pertanto incapace di soddi.ifare le aspirazjoni dei reduci. Intanto la Combattenti, passata in mano, dalla caduta delfascismo, ad tma stretta cerchia di elementi reazionari, è timasta fino ad oggi sotto la padronanza di questo gruppo capeggiato dal generale della Milizia Ettore Viola, Commissario Nazionale dell'Associazione. 56 13 evidente che una simile situazione non può durare. Nessuna ragione milita in favore di due associazioni costituite ttguahnente da ex combattenti. Conscio di ciò il Comitato Direttivo dei redttci ha fatto delle proposte concrete alla Direzione dei Combattenti per l'unificazione delle due organizzazioni nella Combattenti stessa. Tale unificazione dovrebbe avvenire attraverso la preparazione in co1m111e dei congressi locali e provinciali fino a qttello nazionale. Tuttavia per la posizione non democratica della direzione della Combattenti; non è stata accettata una simile proposta mentre si manifesta in essa la tendenza di non tener conto dell'esistenza del Comitato Reduci. Comunque, alla base e nelle province, noi dobbiamo tendere alla jttsione nelle migliori condizioni possibili, mediante accordi locali che permettano di utilizzare tutte le forze democratiche per rinnovare la Combattenti e far sì che essa possa assolvere una funzione progressiva nel quadro della vita nazionale.

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Repubblica e Fo,z.e Armate

La direzione cotmnissatiale della Combattenti ha dovuto annunciare, anche se la data non è ancora stata fissata, che tra breve saranno eletti democraticamente gli organi dirigenti dell'Associazione. Con una pressione dal basso si deve ottenere che le elezioni avvengano regolarmente ed ahhiano inizio fin da ora. In prospettiva di questo Congresso noi dohhiamo incrementare al massimo la nostra azione verso la Co!llhattentt: Attivizzando il maggior 11/Jmero di compagni possibile, noi dobbiamo essere in grado di conquistare buone posizioni all'Associazione e di influenzare democraticamente la massa degli isc,ittt: Dohhiamo proporci i111mediata111ente la realizzazione di questi tre obiettivi: 1) che le elezioni de1J1ocratiche degli organi ditigenti possano svolgersi al più presto e quindi abbiano immediato inizio quelle delle organizZflzioni periferiche (sottosezioni, sezioni con11111ali, federazioni provinciali); 2) che siano frustrati Ittiti i tentativi dell'attuale direzione di influire o falsare additittura il 1is11ltato delle votazioni co11 raggiri o altro co,ne quello di indire le elezioni a brevissima scadenza e limitandone la co,1111nicazione ad ambienti tistretti e interessati. Assicurarsi quindi che tutti i compagni e simpatizzanti abbiano regolatizzato la proptia iscrizione per prendere patte alle elezioni; 3) che sia assicurata al 111assimo a queste elezioni la pa,tecipazione della patte sana dei reduci della pngionia i qt/(/li sono anche ex combattentt: Riassumendo, possiamo dire che l'inditizzo generale della nostra azione deve essere quella di tendere alla costituzione pùì rapida possibile di tm 'unica associazione democratica degli ex co111hattenti e dei reduci dalla ptigionia. Inoltre esiste pure l'Opera Nazionale Combattenti che, per quanto autono111a e indipendente, è strettamente legata all'associazione quale Ente patti111oniale della stessa. Questo Ente ht1 11n patrimonio che al momento att11ale può considerarsi ascendente a molti miliardi di lire, costituito p1i11cipal111ente da terreni appoderati e di honijìca, e sta per essere incaticato dal Governo del controllo e delfinanziamento di tutte le iniziative economiche e di lavoro che verranno prese a favore dei red11ci. Attraverso il rinnovamento della Combattenti si deve sviluppare una energica azione per ottenere il controllo democratico di questo Ente che per la sua importanza (esso tocca direttamente 1J1igliaia di famiglie attraverso i pode,i e i lavori agticoli) è oggetto di mire da parte di speculatoti e di gruppi politici. In vista delle elezioni, amministrative epolitiche, è di grande impor-

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Anna Matia Isastia tanza poter orientare democraticamente, attraverso le Associazioni Combattentistiche, strati di popolazione piccolo e medio borghesi generalmente estranei e distaccati dai partiti progressivi. In tal modo si renderanno ugualmente vani i tentativi delle cncche reazionarie che vogliono utilizzare queste Associazioni perpromuovere campagne nazionalistiche con fini antidemocratici».57 L'interesse del Pci spiega e motiva i timori della Dc di De Gasperi e del ministro dell'Assistenza Post-bellica del suo Governo, Gasparotto, entrambi preoccupati all'idea che la sinistra potesse allargare la sua base elettorale con i reduci. Dunque, mentre il Pci mirava all'unione delle associazioni combattentistiche con la speranza di poterne assumere il controllo, il partito cattolico appariva all'opposto timoroso all'ipotesi di un'unica grande associazione che riunisse tutti i reduci e i prigionieri di guerra. Si paventava anche una qualche confluenza tra reduci dalla prigionia e partigiani, ipotesi abbastanza concreta nel caso degli IMI, e dunque si lavorò per dividere e rendere inoffensivi i reduci. Tutti i partiti erano consapevoli dell'importanza, ma anche della complessità, della questione. Troppo diversi tra loro apparivano i prigionieri divisi tra tante prigionie e tanti diversi e spesso opposti comportamenti in prigionia. Questa massa di uomini non formava un fronte organico, ma un potenzialmente pericoloso coacervo di aspettative, richieste, posizioni che andavano a sommarsi e spesso a cozzare con le aspettative, le richieste degli altri militari, dei partigiani, dei collaborazionisti, dei soldati reduci della Rsi. Lo si vide chiaramente nello scontro tra l'Associazione nazionale combattenti e una parte del Comitato nazionale reduci dalla prigionia. Dal 28 al 31 marzo 1946 si tenne a Roma il primo convegno del Cnrpss nel quale si paventò il pericolo di un proliferare di associazioni che si proponevano di tutelare i reduci, ma che, ·proprio per il loro numero, creavano una dispersione di forze e di mezzi che rendeva impossibile raggiungere l'obiettivo. In particolare, si auspicava che confluissero nella Combattenti anche tutti i reduci dalla prigionia che andavano considerati combattenti. Questo avrebbe portato ad un processo di unione tra Cnrp e Anc, che avrebbe evitato un inutile dualismo. Si proponeva anche che le rivendicazioni dei reduci dalla prigionia fossero presentate attraverso le organizzazioni politiche e non attraverso eventuali liste combattentistiche. 59 Si voleva insomma sottrarsi ad una politicizzazione dell'associazione dei reduci evitando nel contempo qualunque rischio di un ritorno al reducismo del primo dopoguerra. Si riteneva che i partiti avrebbero garantito una maggiore attenzione verso le loro rivendicazioni.

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Repubblica e F'01ze Armate

Questa era la posizione ufficiale del Cnrp, ma il dibattito evidenziò il disagio di molti reduci all'ipotesi di fusione con un'associazione compromessa col fascismo e della quale facevano parte anche militari della Rsi. Gli interventi finali di Gasparotto e di De Gasperi furono di rassicurazione e di impegno a non trascurare le giuste richieste dei reduci. Il convegno si chiuse con la trasformazione del Cnrp in Associazione na:1.ionale reduci (Anr) che elesse presidente l'avv. Pietro Tamagnini, dandogli mandato cli giungere all'unione delle forze combattentistiche. Il 4 luglio 1946 fu ufficializzata la nascita dell'Associazione nazionale combattenti e reduci (Ancr), frutto della fusione tra Anc (Viola) e Anr (famagnini), ma in molte città combattenti e reduci rifiutarono la fusione. I reduci, inoltre, lamentavano il fatto che le loro richieste continuavano ad essere ignorate in sede politica. Il 25 giugno 1947 coloro che erano contrari alla fusione organizzarono il secondo congresso nazionale a S. Pellegrino Terme, in provincia di Bergamo, con lo scopo di dare vita ad una nuova associazione capace di riappropriarsi del patrimonio morale, sociale ed economico che era appartenuto all'Anr. La nuova Anr, forte di 300mila associati, elesse presidente del consiglio direttivo l'avv. Elio Nicolardi della Federazione di Piacenza e stabilì la sua sede a Roma in via del Pozzetto. Tramontava così ufficialmente qualunque possibilità di unione delle associazioni dei reduci, che continuavano invece a moltiplicarsi tra strascichi polemici che ebbero una vasta eco sulla stampa. Ne seguirono denunce politiche e denunce cli scandali nella gestione finanziaria della vecchia Anr. Dal 15 al 18 gennaio 1948 si tenne a Roma il terzo congresso nazionale clell'Anr (Nicolardi) alla presenza dei delegati di 40 federazioni provinciali che testimoniavano la volontà dei reduci di avere una loro associazione autonoma che rappresentasse e tutelasse gli interessi cli tutti i prigionieri militari e civili. 60 Il presidente Nicolardi affermò che l'associazione si era impegnata ad unire e a rivendicare i diritti di diverse categorie di persone: coloro che, dopo gli eventi dell'8 settembre 1943, avevano trasformato una dura prigionia o, comunque, una posizione di inferiorità, in un'opera attiva, anche se oscura, per la ripresa della lotta dell'Italia democratica; coloro che avevano volontariamente accettato la più cruenta delle prigionie facendo della propria sofferenza un'arma contro il nemico; coloro che, non militari, avevano comunque lottato per la Patria durante tutto il periodo della Resistenza meritando adesso il trattamento e la qualifica di "prigionieri di guerra"; infine coloro che, militari o civili, vittime innocenti di una dittatura ventennale, avevano conosciuto la sofferenza dei campi di prigionia e di internamento sparsi in varie regioni del mondo. In conseguenza di tutto ciò, quest'associazione, la sola a raggruppare in un unico sodalizio militari e civili,

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Anna Maria Isastia purché partecipi della sofferenza della prigionia, si candidava ad avere una fisionomia distinta ed inconfondibile tale da differenziarsi da qualsiasi altra unione. Proprio per sottolineare ciò la Anr, con atto pubblico del 9 dicembre 1948, si trasformava in A.N.R.P.-Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall'internamento e dalla guerra di liberazione e stabiliva la sua sede a Roma in via Nizza 56. Nicolardi sostenne anche che, in considerazione del ruolo che l'associazione si candidava a svolgere, il consiglio direttivo ccntrale rivendicava per sé e per tutti gli altri organi periferici dell'Anrp l'onore di rappresentare i propri membri di fronte a qualsiasi autorità, in netto contrasto con altri sodalizi che avanzavano la pretesa di rappresentanza esclusiva dei reduci in virtù del Regio Decreto Legge 19 aprile 1923 n. 850. Era un attacco pesante all'Anc che vedeva così messa il discussione l'assoluta supremazia garantitale da Mussolini nel 1923. La domanda cli riconoscimento giuridico per la nuova associazione veniva motivata con «1. la 1mrtata atmo.ifera politica dal '23 ad Oj!,gi; 2. la molteplicità delle figure scc1tmite dalla seconda g11erm !llondiale che non è stata cov1hattuta soltanto dalle Forze Armate regolari o partigiane, ma anche nei campi dip,~gionia d'intemamento e co11 la cooperazione attiva, anche se non armata, alle jò,ze alleate; 3. l'evoh1zio11e delle, situazione verijicatasi dal '4 5 ad OJ!J',i per etti, J11entre allora sembrava possibile 1i11serrare negli sche111i esistenti le J01ze combattentistiche, in senso lato non lo è pùì oggi per ele1JJe11ti vari, di ordine politico, orgr111izzç1tivo, psicologico. In effetti lajìne della seconda guerra mondiale delinea e distingue a) i combattenti che hanno partecipato alla guerm con le F01ze Armate; b) i partigiani che hanno partecipato alla guerra di lihemzione in formazioni paramilitmi; c) i reduci che ha11110 anch'essi partecipato alla lotta di liberazione o co11 la resistenza crttenta degli internati in Germania, o con la lotta ideologica, o con la coopemzione con lejò,ze delle Nazioni Unite. Si tratta d1111q11e di tre catego1ie ben dive,:re tra loro, ma mentre le p,ime due godono di associazioni 1ico11osciute, la te1za ne è priva. Né pttò oppot:ri che essa rientti nella p,ima o nella seconda. Itifìne si osserva che l'Amp ha 1111a suafisiono111iaprecisa, perché accoglie nel suo seno coloro che, pur non vestendo l'tmijòrme, hanno seguito la causa della Patria e della libertà qjfrontando per essa sef.ferenze, internamento e spesso la 1110,te, e che 11011 trovano posto nell'Anc,; la quale ha inteso conservare le caratteristiche di associazione co111hattentistica»f>i

Un anno dopo le federazioni erano salite a 48, per un totale di 480mila iscritti. Nel sud erano in maggioranza reduci e militari con un certo numero di inter-

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nati civili nelle colonie italiane, mentre al nord accanto agli internati in Germania o ai prigionieri nei campi alleati, c'era un numero elevatissimo di civili che, per motivi patriottici o politici, avevano subito la deportazione o l'internamento in terra tedesca. L'Ancr cercò di impedire in tutti i modi il riconoscimento giuridico per l'Anrp, che fu invece concesso il 30 maggio 1949.(,2 Era indubbiamente un risultato che premiava chi non voleva steccati ideologici né collusioni con uomini e strutture del vecchio regime, ma andava anche incontro al desiderio di De Gasperi, favorevole a dividere i reduci.

Altre associazioni di reduci: Anei e Unirr La pretesa dell' Ancr di poter raccogliere tutti i reduci sotto le sue bandiere era impraticabile perché in realtà le associazioni erano numerose e destinate a crescere nel tempo, ognuna con la sua storia, le sue memorie, le sue rivendicazioni.63 Ne ricordiamo solo due, l'Anei e l'Unirr, per il particolare rilievo delle loro vicende. Il primo progetto di una associazione tra i prigionieri internati nei campi tedeschi 64 nacque già all'interno dei campi di concentramento di Sandbostel e di Wietzendorf. Poi, dopo i rimpatri del cap. Aldo Aliberti e del s. ten. Tommaso Scaglione dallo Straflager di Colonia avvenuti tra il luglio e l'agosto del '45, si costituì un primo nucleo provvisorio dell'Anei a Canelli, in provincia di Alessandria; quindi il 6 agosto si riunirono i primi 56 ex IMI e il 29 dello stesso mese, presso i locali dell'U.S. Canellese, alla presenza di 74 reduci e di un rappresentante locale del CLN-AI, fu costituita la prima sezione dell'Associazione con la nomina di Alibcrti a reggente e di Scaglione a segretario, con l'obiettivo primario di svolgere un'attività assistenziale, vista l'emergenza dei rimpatri durante quei mesi.GS Con il progressivo rimpatrio degli altri cx internati, e dopo un primo convegno interregionale organizzato dalla regione Piemonte, da dove aveva avuto inizio tutto il movimento, e in occasione del quale emersero anche le prime considerazioni sull'Italia del dopoguerra e sulla linea che, di conseguenza, si sarebbe dovuta seguire, nell'agosto 1946 nasceva ufficialmente a Torino, estesa su scala nazionale, l'Anei, sotto la presidenza dell'avv. Riccardo Orestano.66 Secondo il progetto originario, le sezioni dell' Anei sarebbero dovute confluire nell'Anpi, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, proprio per il valore che gli stessi internati avevano da sempre attribuito alla loro resistenza senza armi, e per la piena solidarietà dimostrata dai partigiani attraverso i discorsi e i

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Anna Maria Isastia proclami clandestini del CLN-AI diramati fin dai primi mesi dell'internamento. Al rientro in patria, però, i partigiani cominciarono a prendere le distanze dagli internati mostrando molta diffidenza per le circostanze oscure in cui era avvenuta la cattura, per la consegna delle armi al nemico senza alcun tentativo di resistenza e per le idee politiche che potevano aver maturato durante la prigionia. Da parte governativa De Gasperi e il ministro dell'Assistenza Post-bellica Gasparotto, apparivano anche loro molto diffidenti all'ipotesi di una confluenza nell'Anpi delle prime sezioni dell'Anei, che avrebbe potuto dare vita alla nascita di uno schieramento troppo forte. Di conseguenza l'Anei, ufficialmente "apolitica" ma con molti cattolici al suo interno, finì con il prendere le distanze dall'Anpi, nella quale prevalevano comunisti e azionisti, condannandosi ad un isolamento dannoso. Come ha scritto un ex internato, cui dobbiamo una lunga atten~one a queste tematiche,

«l'internato non ha conosciuto i partiti ed ora, al rimpatrio, è un apolitico non organiZ:J.f1to, istintivamente moderato e centrista, laico e c1istiano, incline alle ideologie solidali (cJistiane e sociali) in contrapposizione al ''potere assoluto" che schiacciava il lager e l'Europa e agh· estremismi totah"tari nazisti efascisti (impropriamente ''sociali'') o ''staliniani" (i1nprop1iame11te ''democratici popola,i)>.67 A seguito degli scontri interni l'avv. Orestano prese la decisione di abbandonare l'Associazione e si ritirò in Francia, lasciando il posto della presidenza all'on. Paride Piasenti, deputato della Democrazia Cristiana in Veneto, mentre alcuni membri decisero di staccarsi contribuendo a dare vita all'Anrp. L' Anei conobbe fin dall'inizio una rapida diffusione, soprattutto nelle regioni dell'Italia centro-settentrionale, tant'è vero che nel '47 fu deciso il trasferimento della sede nazionale a Roma, da dove era indubbiamente più facile dare vita ad un'attività di raccordo tra le varie sezioni e da dove, molto probabilmente, si sarebbe potuta esercitare una maggiore azione in difesa degli interessi della categoria presso le autorità governative. Nell'aprile 1948 ottenne anche il riconoscimento giuridico costituendosi in Ente morale.68 L'Anei si riprometteva l'assistenza materiale e morale di tutti coloro che, civili o militari, fossero stati internati in Germania o in altre nazioni dopo 1'8 settembre 1943 ad opera delle autorità tedesche o fasciste, contribuendo con il loro sacrificio alla lotta della Resistenza e alla rinascita dell'Italia libera; voleva mantenere tra i soci i vincoli di solidarietà umana e nazionale che si erano affermati nei campi di concentramento; intendeva promuovere presso le autorità un'azione a tutela degli ex internati, insistendo per l'adozione delle necessarie provvi-

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denze legislative; intendeva svolgere un'opera di assistenza morale e, nei limiti delle proprie possibilità finanziarie, anche materiale e sanitaria nei confronti dei soci ma anche delle vedove, degli orfani e dei genitori di coloro che avevano perso la vita durante l'internamento; si proponeva anche la ricerca dei luoghi cli sepoltura dei caduti e di lavorare per ottenere il rimpatrio delle salme rimaste in territorio straniero; infine, nello svolgimento della sua opera, l'Associazione si dichiarava indipendente da qualsiasi partito politico. 69 Nei primi anni del dopoguerra la questione più sentita era quella del lavoro e dunque appare logica la grande attenzione con cui vengono seguite le leggi che tutelano l'assunzione dei reduci, mentre si organizza un servizio di informazioni e sollecitazioni per le pratiche relative al pensionamento degli ex internati, con particolare riferimento al tema delle pensioni di guerra, delle pensioni cli lavoro e per quelle cli previdenza sociale e mutualistica, e per avviare, in ultima analisi, le pratiche relative agli indennizzi richiesti da tutti quegli internati che erano stati costretti a fornire prestazioni lavorative all'interno delle industrie del Reich tedesco. Gli ex IMI si batterono anche per ottenere per questa categoria di ex prigionieri, la concessione della Croce al Merito cli Guerra e, soprattutto, la significativa qualifica di Combattenti della lotta di liberazione che li avrebbe equiparati ai Volontari della libertà.7° Secondo le disposizioni vigenti, infatti, potevano essere decorati della Croce cli Guerra soltanto i militari che avessero partecipato ad azioni cli guerra o fossero rimasti particolarmente esposti all'offesa nemica, ma non erano assolutamente compresi gli ufficiali e i militari internati dai tedeschi dopo l'armistizio dell'8 settembre. Gli ex IMI hanno invece sempre rivendicato il valore della loro resistenza passiva, condotta al di là di ogni speranza e fino al limite estremo della resistenza fisica, affermando che essa aveva costituito un capitolo delle vicende nazionali ugualmente importante e paragonabile a quello della guerra dei partigiani e, dunque, tutto questo era sufficiente a giustificare le loro richieste e a legittimare le loro aspirazioni.7 1 Gli IMI si ritenevano infatti moralmente vincitori, perché la prigionia nei lager tedeschi era stata una scelta ribadita più volte rifiutando ogni collaborazione sia al Reich sia alla RSI. 72 Tutti gli altri prigionieri invece, i Pow, erano degli sconfitti con cui non volevano avere nessun rapporto. Nel 1951 il Parlamento stabilì la concessione della Croce ai militari catturati e deportati in Germania o in territori controllati dai tedeschi dopo 1'8 settembre '43, e trattenuti nei campi cli concentramento per un periodo non inferiore ai cinque mesi; l'articolo 3 stabilì che la Croce poteva essere concessa, laddove sussistessero le condizioni richieste, anche ai dispersi in azioni di guerra o alla memoria di coloro che fossero deceduti durante la deportazione o durante l'internamento stesso; infine, l'articolo 5 dichiarò che la scadenza per la presentazione delle

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domande in vista del conseguimento del riconoscimento era fissata ad un anno dall'entrata in vigore della legge stessa. 73 L'Anci si impegnò anche per far ottenere agli cx internati la qualifica di Combattenti per la lotta di Liberazione. Nell'aprile 1950 il ministero della Difesa emanò il seguente parere:

«Questo Ministero è del parere che sia doveroso mantenere una differenziazione tra i civili che volonta,iamente presero patte all'attivitcì partigiana e per tale fatto subirono la cattura e l'internamento, ottenendo di conset,ttenza la qualijìca di volontario, e i militari che negando la propria collaborazione ai nazifascisti e s11hendo l'internamento si attennero seJJJplicemente ai dove,i de,ivanti dal prop,io stato. [. ..] Non vi è dtthhio che la decisione presa rlctf!,li ex internati mih'tan· di timanere nei campi di concentraJJJento abbia cont,ihttito a rqfjò,zare, sia pure indirettamente, la resistenza contro i nazifàscisti e, in definitiva, it!fluito positivamente sulla gtterra di liberazione, e di ciò questo Ministero dcì pienamente atto agli interessati. Ma tale encomiabile comportamento, che tientra pttr sempre nel quadro dei dove1i del JJJilitare, è stato gicì valutato nella st/{I re{lle portata con ilprovvedimento che prevede la concessione agli ex internati militari della Croce al Melito rii Guerra. Per queste n(gioni questo Ministero, p11r con o,gni 1iconoscimento, co11ferma rii non poter {lccogliere la proposta rii eq11ipamzio11e». 74 Nel 1964 nacque il centro studi dell'Anei che poteva contare al suo interno su personaggi di vasta cultura.7 5 Soltanto nel dicembre 1977 gli IMI ottennero l'equiparazione giuridica ai partigiani. Infatti, all'art. 1 del Decreto Legge 1 dicembre 1977 n. 907, firmato dal Presidente della Repubblica Leone, e con l'approvazione della Camera dei Deputati e del Senato, si legge:

«Ai militmi deportati nei campi di conce11tra111ento tedeschi dopo /'8 settembre 194 3 (denominati ex internati milita,i in Germania) che 1ù1u11ciaro110 alla liberazione e, 11011 collahomnrlo co111t111q11e volontmiamente 11é con i tedeschi né con i.fascisti, conhibttirono alla lotta della Resistenza, è estesa la concessione del distintivo di onore di Volontari della lihertcì, istitt1ito con il Decreto luogotenenziale del 3 maf,_f!,io 194 5, n. 350J>.76 Da quanto accennato appare chiaro che gli IMI si sono sempre considerati dei prigionieri del tutto speciali e, di conseguenza, l' i\nei ha sempre conservato un suo orgoglioso isolamento rispetto alle tante altre associazioni sorte in Italia che non potevano vantare il suo prestigio. Ben diversa era infatti la condizione dei reduci dall'Urss che si raccolsero

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nell'Unirr nel 1947 77 per onorare i caduti in combattimento, i dispersi e i morti durante la prigionia, cercando di valorizzare il loro sacrificio e di renderne vivo il ricordo nella memoria ciel popolo italiano; di mantenere e di rendere salda l'amicizia tra i reduci rafforzando ulteriormente i vincoli di solidarietà; di adoperarsi con tutti i mezzi a disposizione per la ricerca dei dispersi e di prendere le opportune iniziative per il recupero dei resti dei caduti; di promuovere ogni possibile forma di assistenza in favore dei reduci e delle loro famiglie; di erigere cappelle votive, lapidi, monumenti e di fare intitolare strade, piazze, caserme e scuole alla memoria dei caduti; di provvedere, infine, alla raccolta e pubblicazione dei documenti storici della campagna di Russia e della vita dei prigionieri nei campi di concentramento sovietici, con la facoltà di pubblicare periodici e numeri unici. 78 I pochi reduci si sentivano moralmente impegnati a non far scomparire ciel tutto la memoria ciel sacrificio di tanti commilitoni. In Russia si ebbe infatti un'altissima percentuale cli morti e circa 1'85% dei soldati presi prigionieri perì nelle varie fasi della prigionia. Proprio per questo motivo, a differenza dell' Anei gelosa e orgogliosa della sua "diversità", i reduci dalla Russia aprirono le porte della loro associazione a tutti coloro che avevano combattuto in Russia, alle vedove e ai familiari dei caduti. Ufficialmente apartitici, i reduci dalle steppe russe si diedero in realtà a svolgere una intensa attività politica anticomunista che i dirigenti del Pci cercarono di neutralizzare in tutti i modi. Reduci di sentimenti comunisti e reduci di sentimenti anticomunisti si fronteggiavano sulle pagine della stampa nazionale raccontando ognuno la propria verità. Gli uni esasperavano il «dramma di una generazione tradita e perduta dal fascismo», mentre gli altri insistevano sulla crudeltà della prigionia. Le polemiche raggiunsero l'acme in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948. L'Unirr si impegnò a contrastare i partiti del Fronte Popolare79 indirizzando ogni sforzo al fine di far conoscere ai propri connazionali il significato dell'esperienza vissuta in un Paese dove regnava il sistema comunista e dove i leader del Pci avevano affinato la loro preparazione politica e svolto la loro azione di propaganda tra i prigionieri di guerra. Il direttivo dell'Unirr decise anche di prendere contatto con rappresentanti della Dc per concordare un'azione comune 80 e di denunciare l'attività di propaganda svolta nei campi cli concentramento da attivisti del partito comunista. 81 La prigionia in Russia era sempre più strumento di contrapposizione politica al punto che venne usata anche nei manifesti elettorali in cui fascisti e comunisti venivano attaccati contemporaneamente con frasi del genere: «Mandati in Russia dai fascisti, trattenuti dai comunisti» oppure «Cos'è il comunismo?

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zata la pubblicazione di un documento redatto in Austria da 525 ex prigionieri, la cui diffusione era stata proibita nel 1946. Nell'appello si ricordavano le «molte decine di migliaia di nostri compagni morti nella prigionia in Russia per fame, freddo, epidemie» e si ribadiva che «il Bolscevismo, spoglio della sua retorica demagogica, significa regime di polizia e di terrore, significa dittatura peggiore di quella per l'abbattimento della quale gli italiani uniti hanno combattuto; esso è sinonimo di asservimento nazionale all'esterno ed all'interno, di tirannia di un partito sulla nazione, sulla famiglia, sull'individuo». 82 Divampava anche la polemica sul reclutamento, fatto tra i prigionieri, di agenti che avrebbero lavorato per l'Urss dopo il rimpatrio, fatto ad opera dell'Nkvd, la polizia segreta russa. A questo erano del resto state finalizzate le cosiddette scuole antifasciste che avevano l'evidente scopo di preparare dei buoni comunisti. Fu in questo clima che maturò la vicenda D'Onofrio, senatore del Pci, accusato di aver maltrattato i prigionieri nei campi dove erano attive le scuole di propaganda politica. D'Onofrio, d'accordo col partito, denunciò i firmatari dell'articolo, ma il processo confermò le accuse, che vennero suffragate da molte testimonianze.83 Fu un grande successo per l'Unirr, che sulla vicenda pubblicò nell'agosto 1949 un dossier dal titolo La querela di D'Onef,io. 84 È evidente che, in relazione alla vicenda D'Onofrio, l'Unirr ebbe un confronto piuttosto difficile con il Pci e con il Psi, mentre per converso poté godere dell'appoggio del Pii e della Dc. 85 Aver aperto l'associazione anche alle famiglie dei reduci creò problemi con l'Associazione Famiglie Prigionieri e Reduci, che vide diminuire i suoi iscritti. Ci furono contrasti anche con l'Associazione Nazionale Alpini, perché molti militari dell'Armir, caduti prigionieri, erano come noto alpini. Solo nel 1985 l'Unirr decise di avanzare per la prima volta la richiesta di riconoscimento, che ottenne alla fine nel 1996 (a seguito di richiesta presentata nuovamente nel 1992). 86 Larga parte dell'attività svolta dall'Unirr è stata indirizzata a rintracciare i cimiteri e le fosse comuni, dove erano stati seppelliti i prigionieri italiani. Forse più di altri, infatti, questi reduci hanno sofferto del senso di colpa, per essere rimasti vivi tra tanti morti e hanno sentito il bisogno di vivere anche per chi non c'era più. 87 La prima apertura da parte sovietica si ebbe nel 1988 con Gorbaciov. Nel 1990 arrivò in Italia la prima urna contenente i resti del Caduto Ignoto, che fu accolta nel sacrario di Redipuglia dal Presidente della Repubblica e dalle più alte cariche dello Stato. Nel 1992, infine, fu possibile accedere a tutta la documentazione russa sulla prigionia dei militari italiani. 88


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La questione dei risarcimenti Ad oltre sessanta anni dalle vicende belliche, la questione dei prigionieri di guerra non può ancora considerarsi conclusa. Infatti solo coloro che avevano combattuto a fianco delle truppe alleate si videro riconoscere dai paesi vincitori lo status di "ex prigioniero", mentre i militari internati in Germania furono paradossalmente considerati a tutti gli effetti "cx alleati del nemico". 89 Questa lettura dei fatti, che non corrispondeva alla realtà, finì per condizionare le stesse autorità italiane a guerra terminata. Nel febbraio 1946 il Governo decise che fino alla data del 1° settembre 1944 il lavoro svolto dagli internati era da considerarsi a tutti gli effetti "su base volontaria" e in tale maniera gli IMI venivano posti sullo stesso piano di coloro che avevano aderito alle offerte naziste e fasciste. Allo stesso tempo, il ministero delle Finanze fece di tutto per respingere fermamente ogni richiesta di risarcimento economico. Relativamente alla questione degli indennizzi anche gli accordi interstatali non hanno dato esito positivo. Dal punto di vista giuridico le interpretazioni sono state spesso contrastanti e le domande di risarcimento per il lavoro, che gli internati sono stati costretti a svolgere anche in qualità di "lavoratori coatti civili", non sono state mai accolte. La "legge federale per il risarcimento delle vittime della persecuzione nazionalsocialista" approvata dalla Repubblica Federale Tedesca nel 1956 e gli accordi bilaterali con gli stati dell'Europa occidentale hanno escluso qualsiasi pagamento a titolo di indennizzo a beneficio dei lavoratori coatti, con l'eccezione parziale degli ex deportati in campi di concentramento. Tra il 1959 e il 1964 sempre la Repubblica Federale Tedesca stipulò con undici stati europei una sorta di convenzione in tema di riparazioni, esclusivamente limitato a ex detenuti in campi di concentramento. Nel 1961 un accordo italotedesco prospettò il pagamento di una somma a titolo di indennizzo ad alcuni gruppi di persone che avevano particolarmente sofferto a causa del regime nazionalsocialista e, nell'ottobre 1963, una legge avviò la distribuzione di 40 milioni di marchi che andarono a cittadini di religione ebraica, partigiani deportati nei campi di concentramento, membri di partito che la RSI e i nazisti avevano messo fuorilegge e la manodopera civile costretta a lavorare per il regime nazista, ma tale indennizzo non riguardò in nessun caso gli internati militari, con la parziale eccezione di chi era stato condotto in un campo di concentramento a seguito di un atto di resistenza armata o di sabotaggio. Diciassette anni più tardi, con la legge n. 791 del novembre 1980, fu concesso un assegno vitalizio a favore di coloro che fossero stati deportati in un «campo di sterminio nazista», cosa che dunque riguardava ben pochi dei sopravvissuti all'esperienza dell'internamento in Germania.

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Nel 1986 una risoluzione del Parlamento Europeo sollecitò le industrie tedesche a risarcire in modo adeguato gli ex lavoratori coatti impegnati nel corso del secondo conflitto. Ovviamente la risposta concreta a tale atto formale non è stata facile e le difficoltà incontrate furono molteplici. Nel maggio 1996, ad oltre cinquant'anni dalla fine della guerra, la Corte Costituzionale tedesca con una sentenza ha sostenuto che «il diritto internazionale non esclude automaticamente la possibilità, per gli ex lavoratori coatti, di adire individualmente le vie legali». Nel febbraio 1999 è stata creata la Fondazione Memoria Responsabilità e Futuro, che ha cominciato un anno dopo ufficialmente la sua attività, potendo contare su di una somma di dieci miliardi di marchi, per metà a carico dello Stato, per l'altra delle imprese coinvolte. Le domande presentate per il programma tedesco di indennizzo per gli ex lavoratori forzati sotto il regime nazista sono state le seguenti: 90 110.000 ex internati militari italiani (IMI) (99.000 viventi al 31-12-2001 e 11.000 eredi) 7.000 ex internati civili (6.500 viventi al 31-12-2001 e 500 eredi) 2.050 ex lavoratoti in condizione di schiavitù (I(Z) (1.770 viventi al 31-12-2001 e 2 80 eredt) 320 ex internati di 01igine slava (305 viventi al 31-12-2001 e 15 eredi) totale: 119.370

Ancora una volta sono stati però esclusi gli ex prigionieri di guerra e gli IMI, la cui richiesta di risarcimento è stata giudicata «priva di fondamento». Nel gennaio 2005 la International Organisation for l\tligration (OIM), ente partner della Fondazione Memoria Responsabilità e Futuro, ha ribadito la non legittimità di qualsiasi tipo di risarcimento a favore degli internati militari italiani. 91

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Note Rossana Rossanda, La ragazza del secolo sco,:ro, Einaudi, 2005, p. 67. Wolfgang Schivelbusch, L, miti//'{/ dei vinti, Il i'viulino, 2006, p. 38. 3 Ivi, p. 9. 4 lvi, p. 10. 5 Ivi, p. 16. 6 Ivi, p. 18. 7 Emilio Lussu, U11 anno .mll'Alti/Jùmo, Einaudi, 2000 (1a ed. 1945), p. 41. L'A narra la sua esperienza di giovane ufficiale in prima linea nella prima guerra mondiale. 8 R. Rossanda, La ragazz{/ del secolo sco,:ro, cit., p. 80. 9 Ivi, pp. 100-101. 10 lvi, p. 142. 11 lvi, p. 143. 12 Chi è tornato ha un forte senso di colpa nei confronti di coloro che sono morti (fzvetam Todorov, Gli {/busi della 111ev101ia, l perrnedium Libri, 2001 ). 13 Geminello Alvi, L'at/Ja hir111a11a e i 11ostti co111hatte11ti nel di111e11ticatoio, "Corriere della sera", 19 settembre 2006. 14 Flavio Giovanni Conti, li /Jrohle111a /Jolitico dei p1igio11ie1i di g11erra italiani nei rapp01ti con gli alleati (194 3-194 5), in «Storia contemporanea», 1976, n. 4, pp. 865-920; Idem, I p1igionie1i di guerra italiani, 1940-1945, Il Mulino, 1986, pag. 77. 15 li Ministero dell'Assistenza Post-bellica fu istituito il 21 giugno '45, con Regio Decreto Legge n. 380, le cui attribuzioni vennero poi specificate nel successivo Decreto Luogotenenziale del 31 luglio. Questo nuovo Ente si sarebbe dovuto occupare dell'effettivo reinserimento dei reduci nella vita civile e di tutte le loro necessità, sia in modo diretto attraverso i propri uffici periferici, sia avvalendosi di altri uffici cd Enti pubblici, associazioni, fondazioni e comitati aventi scopi assistenziali. L'articolo 9 stabiliva la soppressione dell'Alto Commissariato per i prigionieri di guerra e dell'Alto Commissariato per l'assistenza materiale e morale dei profughi di guerra, le cui relative attribuzioni sarebbe passate proprio a questo nuovo Ministero (Raccolta di Leggi e Decreti, anno 1945, voi. Il, doc. B.). l<, G. Hammermann, Gli i11temali 111ilitmi italiani in Ger111a11ia 1943-1945, li Mulino, 2004, pp. 340-342. 17 Alessandro Visani, Il ritomo dei red11ci e la loro espe1ie11z({: il caso degli intemati 111ilita1i italiani, in li 1itomo dei p1igio11ieri italiani tra ind[f/ère11za e 1ù11ozio11e, a cura di A :M. lsastia, Quaderni Anrp, 2006, pp. 110-111. 18 Relazione dei carabinieri del 15 settembre 1945 in Archivio centrale dello Stato (ACS), PC:M '44 -'47, fascicolo 10477. 19.5, sottofascicolo 9. Una successiva relazione del 10 novembre 1945 affermava che gli arrivi dalla Svizzera stavano ormai per finire, così come, fin dai primi di ottobre, non erano più transitate tradotte di internati attraverso il passo del Brennero. 19 AC:S, PCM '44-'47, ihide111. 20 AC:S, PCM '44-'47, fascicolo 10477. 19.5, sottofascicolo 1.31. 21 ACS, PCM '44-'47, fascicolo 10477. 19.5, sottofascicolo 1.31. 22 Maria Cristina Pierazzi, P1zgionie1i di gmrm e i11temati civili ita/i({11i ù1 A11stralia, in J/ ,itomo dei p,igionini italiani cit., p. 23; si veda anche / p1igionie1i di g11erm nella sto,ia d'l talia, a cura di A. M. I sastia, Quaderni Anrp, 2003; Idem, T·o,ze ar111ate e società: il ritomo dei red11ci tm indifferenza e 1iJJ1ozione, in Le.fò1ze ar111ate e la nazione italiana (1944-1989), a cura della Commissione italiana di storia militare, Roma, 2005, pp. 29-48. 1

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Anna Maria Isastia 23 Per questi dati cfr. Sme, Us, racc. 2271-A, Ministero della Guerra, Ufficio Autonomo Reduci di Guerra e Rimpatriati, Promemoria del 9 /2/'46, citato in F. Conti, l p,igionieti di guerra italiani 1940-1945, Il Mulino, 1986, p. 164. 24 lvi, pag. 165. 25 ACS, PCM '44-'47, Segreteria Particolare del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, busta 34, fascicolo 265. Per un approfondimento dell'argomento si può consultare la Relazione sull'attività svolta per il timpatrio dei p1igionie1i di guerra ed internati 1944-1941 predisposta dal Ministero della Guerra, Ufficio autonomo reduci da prigionia e rimpatriati e pubblicata dall'Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1947. 26 Maria Teresa Giusti, l p,igionieri italiani in Russia, Il Mulino, 2003, pp. 170-174. 27 Ivi, p. 180. 28 Ministero dell'Assistenza post-bellica, servizio prigionieri di guerra, alla Presidenza del Consiglio dei ministri, relazione del 1 ottobre 1945 firmata dal caposervizio Fausto Nitti, ACS, PCM. 29 Difendere l'elettore, in "L'Uomo qualunque" 29.8.1945. 30 Difendere l'elettore, cit. 31 Lettera aperta al Presidente del Consiglio De Gasperi, Napoli, 2 maggio 1946, firmata da Giuseppe Romano, ACS, PCM '44-'47, Segreteria Particolare del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. 32 Doc. cit. 33 Si veda La Santa Sede e i p1igionie1i di guerra italiam~ in Roberto Sani, La Civiltà Cattolica e la politica italiana nel secondo dopoguerra (1945-1958), Vita e pensiero università, 2004, p. 224. 34 Ivi, pp. 224-225. 35 li voto degli assenti, «La voce del prigioniero. Bollettino indipendente delle famiglie dei prigionieri di guerra», 29 maggio 1946. 36 ACS, PCM '44-'47, fascicolo 10477. 19.5. 37 Stefano Picciaredda, Diplomazia uma11ita1ia. La Croce Rossa nella seconda guerra mondiale, Il Mulino, 2003. 38 Archivio Segreto Vaticano, Ufficio lnfar111azjo11i Vaticano per i p1igionie1i di guerra (1939-1947). Si tratta di un imponente fondo di documenti sull'attività svolta a favore dei prigionieri cli guerra dalla Santa Sede. 39 Claudio Sommaruga, L'internamento: 111emo1ù1 e 1i111ozione, in C. Sommaruga - O. Orlandi (a cura cli), li dovere della 111e11101ia, ANRP, 2003, pag. 47. 40 Carlo Vicentini, Noi soli vivi, Cavallotti Editori, 1986, pag. 319. 41 È datata 10 novembre '45 la lettera di un gruppo di ex internati della città di Cosenza rivolta al Prefetto e a tutte le Autorità politiche competenti, in ACS, PCM '44-'47, fascicolo 1.1.2./14884. 42 Lettera alla presidenza del Consiglio del 23 marzo 1946, in ACS, PCM '44-'47, 1.2.1./ 62496. 43 Nicolardi era di area socialdemocratica. 44 ACS, PCM '44-'47, fascicolo 39633.30 / 1.1.8.3 n. 84310, sottofascicolo 1. 45 Il testo integrale di questo Decreto si può consultare presso la Fondazione Istituto Gramsci, Archivio del Partito Comunista, "Regioni e Province", microfilm 144, fascicolo 593. 46 lvi, fascicolo 598. 47 lvi, fascicoli 599, 600, 601 e 602. 48 Si veda il quinto capitolo della tesi di laurea di Daniela Maiore, l reduci della seconda guerra mo11diale, discussa nella Pacoltà di Lettere, Università La Sapienza, nell'a.a. 2005-6, pp. 314-329. 49 L'Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra (Amnig) nasce nel 1918 contemporaneamente all'Associazione nazionale combattenti (Anc) costituita dagli ufficiali reduci dal fronte. Si

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Repubblica e Forze Art11ate veda A. Torrelli, Breve profilo s!01ico dell'Associazione Nazionale Co111hatte11ti e Reduci, 70° An11ive1:rmio della Fo11dazio11e, J\NCR, 1988. Sull'insieme del movimento combattentistico all'indomani della prima guerra mondiale Giovanni Sabbatucci, I co111battenti nefpni110 dopoguerra, Laterza, 1974. 50 ACS, PCM '44-'47, fascicolo 39633.30 1.1.8.3, n. 98056 in D. l\faiore cit .. 51 ACS, PCM '44-'47, fascicolo 39633.30 / 1.1.8.3, n. 84310, sottofascicolo 1, in tesi cit. 52 Nata nel 1918, l' Anc nel 1924 cercò di prendere le distanze dal fascismo, ma nel 1925 Mussolini ne assunse il pieno controllo (G. Sabbatucci, I combattenti cit., pp. 370-373). ln una circolare indirizzata alla stessa Combattenti e a tutti gli Enti preposti alla delicata questione dell'assistenza ai reduci in data 1 marzo '45, si leggeva: «L'organizzazione di questo sodalizio si è conservata in quasi tutta Italia, forse in tutti i Comuni, con sedi pwprie e tradizioni di continuità. Il regime fascista asservì anche questo sodalizio alla propria politica corruttrice; ma nell'Italia liberata l'Associazione ha rivendicato subito la sua indipendenza e si sta riorganizzando al centro e in periferia. Giova sperare che essa tornerà al suo carattere originario col mantenersi al di fuori e al di sopra dei Partiti, in modo da affratellare sotto la propria insegna i reduci d'ogni parte, d'ogni condizione sociale e di ogni grado. Bisogna ricostruire i Consigli Direttivi per via di elezioni da parte dei soci, e riprendere la loro organizzazione materiale e morale, non solo con i mezzi normali che il Governo dispone, ma con tutti i mezzi straordinari che le necessità straordinarie reclamano» (ACS, PC:M '44-'47, fascicolo 14884 1.1.2). 53 Fondazione Gramsci. Archivio del Partito Comunista, 1945, "Regioni-Province", CARS, MF 90, f. 1433, relazione in data 23 ottobre 1945. Ci sono relazioni provenienti da tutte le province italiane. 54 Fondo cit., MF 11 O, f. 771, relazione del 26 gennaio 1946, in A. Visani, Il 1itomo dei red11ci cit., pp. 113-118. 55 Doc. cit. L'obiettivo era ovviamente quello di esercitare un'influenza il più possibilmente incisiva all'interno dell'Associazione Mutilati e per tale scopo erano da attuare con rigore tutti i seguenti punti: «1) Che in ogni Federazione vi sia un compagno della Commissione Assistenza Reduci e Soldati (C:ARS) specialmente incaricato di questa attività, che attraverso le sezioni e le cellule vi svolga la necessaria opera di convinzione presso i nostri compagni e simpatizzanti mutilati affinché si iscrivano tutti all'Associazione. 2) Che i nostri compagni e simpatizzanti siano i più attivi in seno all'organizzazione, sia per tJuanto riguarda il rinnovamento democratico della stessa, sia in particolare, per quanto riguarda le iniziative da prendere in difesa degli interessi e delle rivendicazioni degli iscritti (pensioni, facilitazioni per cure mediche, forniture per materiale per protesi, crediti a cooperative di mutilati e a ogni altra forma di assistenza. 3) Lavorare in modo da portare all'iscrizione o rendere attivi tutti gli elementi sani di altre tendenze politiche o indipendenti purché ben orientati verso la funzione che l'associazione rinnovata dovrà assolvere. In tal modo costituire un largo blocco democratico - unitario da opporre alla parte reazionaria e che garantisca la vittoria delle forze progressive. 4) Accordarsi per tutto il lavoro con i compagni socialisti, soprattutto per un piano comune di lavoro. 5) Svolgere una rapida e profonda azione per ottenere le elezioni veramente democratiche dei consigli direttivi delle sezioni provinciali attraverso la convocazione in assemblea dei soci delle sezioni. Accordarsi con tutte le correnti sane e democratiche per presentare una lista unica di candidati contro gli elementi reazionari. 6) Nelle stesse assemblee, oppure in altre che si terranno pwssimamente in base a disposizioni del Consiglio Provvisorio Nazionale della Mutilati, verranno eletti i delegati al Congresso

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Anna Maria Isastia Nazionale; sarà discussa la linea di m,;ione cieli' Associazione da definirsi al Congresso e sarà pure discusso il nuovo statuto che dovrà reggere l'associazione e che il Congresso dovrà approvare. 7) Ogni regione ha un fiduciario regionale eletto, in un convegno appositamente convocato, dai rappresentanti delle sezioni che esistono nella regione. Lo stesso fiduciario farà parte di diritto del Comitato centrale che sarà nominato dal Congresso. Per norma statutaria egli ha la funzione di collegamento tra le varie sezioni e tra queste e l'Opera Nazionale Mutilati per tutte le questioni assistenziali. Nella stessa assemblea nella quale viene eletto il Consiglio Sezionale debbono essere egualmente eletti i delegati che si recheranno al Convegno Regionale e stabilito quale sarà il candidato che la Sezione vorrà proporre a Fiduciario regionale. 8) Nelle assemblee sezionali o convegni regionali dovrà pure essere definito l'atteggiamento da tenersi a proposito della composizione del Comitato Centrale destituito dai rappresentanti regionali e da nove altri elementi scelti al cli fuori dei rappresentanti regionali. Siccome questi ultimi costituiranno la giunta esecutiva del Comitato Centrale sarà opportuno che essi risiedano a Roma dove l'Associazione ha la sede legale. Non dubitiamo che tutte le Federazioni compiranno il lavoro necessario per il rinnovamento e la conquista alla democrazia di questa importante Associazione. Restiamo in attesa che ogni Federazione ci comunichi sollecitamente, non oltre il 15 marzo, i risultati ottenuti e la situazione della rispettiva Sezione Provinciale Mutilati. Ci è indispensabile conoscere tale situazione per ulteriori direttive che debbono essere date prima del congresso. Tenere presente che l'elezione cli un Comitato Centrale democratico dipenderà dall'invio al Congresso cli delegati ben orientati, eletti dalla base, così come i Fiduciari regionali debbono dare garanzie di onestà e cli fede democratica. Saluti fraterni». 56 Ettore Viola, decorato di medaglia d'oro, legionario fiumano, deputato nel listone del 1924, prese le distanze dal fascismo dopo il delitto Matteotti votando al congresso di Assisi l'odg che chiedeva il ritorno alla legalità. Fu Presidente del Comitato dell'ANC dal luglio 1924 a marzo 1925. Defenestrato da Mussolini, fondò l'Associazione nazionale combattenti indipendenti. Più tardi fu costretto a trasferirsi in Cile. Nel 1942 aderì in Cile a Italia Libera. Rientrò in Italia alla fine del 1943, e fu eletto deputato nella prima e nella seconda legislatura nelle fila del partito nazionale monarchico (G. Sabbatucci, I cot11battenti cit., pp. 370-375) 57 Fondazione Gramsci. Archivio del Partito Comunista, 1945, "Regioni-Province", Mfl 110, f. 775, relazione del 14 febbraio 1946, in A. Visani, Il ,itorno dei reduci cit., pp. 113-118. 58 Gli atti di questo Congresso sono conservati in ACS, PCM '44-'47, fascicolo 1.1.2. 66658, sottofascicolo 7, Atti del Congresso 28-31 t11af':z.o 1946. 59 L'analisi dei lavori del convegno in D. Maiore, I red11ci cit. 60 La Anc non era giustamente intenzionata a considerare propri soci anche gli internati civili, mentre molti dirigenti della Anr chiedevano invece la sistemazione della categoria "deportati ed internati civili" nella grande famiglia dell'Ancr, visti i sacrifici sopportati nei campi di concentramento. Tuttavia la loro richiesta non fu neppure messa all'ordine del giorno del Congresso di Salerno del settembre 1947, così come, invece, era stato chiesto, e dunque, in ultima analisi, anche su questo punto il disaccordo fu totale (D. Maiore, I reduci cit., p. 255). 61 Relazione di Nicolardi a De Gasperi del 23 febbraio 1948 in D. Maiore, I reduci cit., p. 259. 62 Sulla complessa vicenda si veda la Relazione sulla attività svolta per conseguire il "riconoscimento giu1idico" dell'A.NRP conservata nell'Archivio dell'Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall'internamento e dalla guerra di liberazione a Roma. 63 Non credo sia stato fatto un censimento di tutte le associazioni di reduci. Si pensi che i soli reduci dalla Germania sono distribuiti in una ventina di associazioni.

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Repubblica e Forze Armate Dobbiamo a due studiosi tedeschi i migliori studi sugli !J'dl: G Schreiber, I 111t!itari itali(/fli i11te1° 1/(//i nei cr1111pi di COI/Clilllm111e11/o del 'J'erzo Reieh 194 3-194 5. 'Jì~1di1,; Disprezz(lti, Dti11e11ticali. Roma, SME, 1992; G. 1-lammermann, Cli i11ternati 111ilitari italiani i11 Cerlllflllia 1943-1945, Bologna, li M

Mulino, 2004. C. Sommaruga, I ,'i11tem(l111e11/o: 111e11101ù1 e 1i111ozio11e cit., p. 60. 66 C:fr. la rivista ufficiale cicli' Anci, ''Noi dei I ,t(~er", anno IV, I O gennaio 1952, n. 1. Il prof. Orcstano ricevette anche la medaglia d'oro come segno di gratitudine per il ruolo avuto nel favorire la nascita stessa dcli' Associazione e per il suo riconoscimento giuridico. 67 C. Sommaruga, L'i11tem(IIIIC11lo: 111e11101ia e 1i111ozio1u, cit., pp. 50-51. (, 8 Per esattezza, il riconoscimento giuridico è avvenuto con il Decreto elci Presidente della Repubblica n. 403 del 2 aprile 1948. 69 C:fr. Statuto Sociale Anci, Titolo I, articoli 1-4, pp. 3-4. Si fa riferimento allo Statuto del 1948 consultato presso l'Archivio dcli' Anci. 70 Infatti, a tal proposito, è opportuno ricordare che, con il Regio Decreto 3 maggio 1945 n. 350, firmato dal I ,uogotcncnte generale del Regno, Umberto di Savoia, e dai l'vlinistri Bonomi, Scoccirnarro, Soleri, Casati, Dc Courten, e Gasparotto, era stato istituito uno speciale distintivo d'onore di cui si sarebbero potuti fregiare i patrioti "Volontari della Libertà", ossia coloro che avevano preso parte alla lotta armata contro i tedeschi e contro i fascisti, inseriti nelle formazioni riconosciute dai Comitati di I ,ibcrazione Nazionale. Cfr. AC:S, Raccolta Leggi e Decreti, 1945, voi. II, doc. B, pp. 1264 -1265. 71 Cfr. la relazione che accompagnava la proposta di disegno di legge scritta dall'on. r~nrico ì\fattei e pubblicata su ''Noi dei lr(~CJ; Bolletti110 U/Jìàale dellA11Ci", anno II, n. 8, 1 dicembre 1950. 72 C. Sornmaruga, 1943 - 1945 No! A11(1fo111ia di /11/(J resiste11zp, ANRP, 2001. 73 li testo di legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale fu riportato integralmente anche in "Noi dei Lage1: Bolletli110 l!ffìciale dell'A11ei", anno III, n. 7-8, 15 agosto 1951. 74 ''Noi dei l--1(vp: Holletli110 U.fJìàa/e dell'A11ei", anno Il, n. 3, 15 maggio 1950. 75 Direttore responsabile del Centro di studi sulla deportazione e l'internamento fu il dott. Carlo Dc Luca e segretario il prof. Vittorio E. Giuntclla, mentre il comitato scientifico vero e proprio era composto dal scn. Pietro C:aleffi, dall'avv. I•'.nrico Ciantclli, dal prof. Andrea Devoto, dal prof. Fausto Ponzi, dallo scrittore Primo Levi, dal scn. Paride Piascnti, dal prof. Giorgio Spini e dal prof. Francesco Volante. 76 Decreto Legge 1 dicembre 1977 n. 907, in Raccolta Leggi e Decreti, 1977, voi. X - XI, doc. B, pp. 2081-2082. 77 I reduci avevano fondato nel 1946 due diverse associazioni l'Unione nazionale italiana fra cx combattenti e reduci di Russia (UNICRR) e l'Associazione reduci italiani di Russia (ARDIR) confluite poi ncll'UNIRR l'anno dopo. 78 Articolo 2 dello Statuto dcli' Associazione. 79 Si veda il Verbale delle riunioni del Consiglio Nazionale tenuto in Roma nei giorni 13-14 marzo 1948, conservato presso l'Archivio privato del dott. Vicentini; «Russia, perché gli italiani sappiano e non dimentichino», numero unico, Roma, aprile 1948, a cura dell'U nirr. 80 Una puntuale analisi dell'attività dell'UNIRR in D. lV!aiore, / red11ci cit .. 81 Una accurata ricostruzione del lavoro politico svolto dai comunisti italiani in Russia in M. T Giusti, J p1igio11ie1i J/alia11i i11 R11ssia cit., pp. 111-148. 82 Messaggio /li /JO/Jolo italia110, in «Russia», numero unico, Roma, aprile 1948, a cura dell'Unirr, p. 2 citato in M.T. c;iusti, I p1~e,io11ie1i cit., pp. 175-6. 83 Scriveva L'Ill11stmzione italiana, Milano, 24 luglio 1949: «Ciò che conta, è ciò che è venuto fuori 65

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A1111t11\!lt1rit1

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sul grande dramma collettivo dei prigionieri italiani in Russia. Esso è stato illuminato in pieno. Sessanta testimoni si sono presentati a raccontare ciò che avevano veduto e sofferto. E le loro dichiarazioni hanno avuto una precisione terribile, un'efficacia tremenda che gli episodi di buoni trattamenti, raccontati dai testimoni di parte civile, tutti più o meno aderenti al comunismo, non valsero ad inficiare. Il panorama di sofferenza umana, spalancato dinanzi ai nostri occhi, è stato immenso». 84 La storia di quel processo, che si concluse con l'assoluzione dei querelati, è narrata da Alessandro Frigerio, Red11ci alla sbarra, Mursia, 2006. 85 Il regista Ermanno Olmi afferma di aver tentato di fare un film sulla ritirata di Russia all'inizio degli anni Sessanta, ma di esserne stato impedito da "personaggi del Pci" (Intervista a Barbara Palombelli, Corriere della sera, 9 luglio 2005). 86 Decreto l\finistero Difesa del 20 novembre 1996. 87 C. Vicentini, Noi soli vivi cit. Sulla difficoltà della trasmissione della memoria si veda Tzvetam Toclorov, Gli (lh1tsi de//({ 111e11101ia, Ipermedium Libri, 2001, citato da Maria I. Macioti, Gli intemati militmi italiani: 111e11101ie scomode, "La Critica sociologica", 158, estate 2006, pp. 46-47. 88 C. Vicentini - P. Resta, Rappo,to s11i prigionie,i di l!/lerra in R11ssi(I, Varese, UNIRR, 2005. 89 Si veda al riguardo quanto scrive G. Hammermann, Gli internati 111ilitmi italiani in Ger111ani(/. 1943-1945 cit. 9 Fonte OIM. 91 Si veda "Rassegna della J\NRP", n. 1-2, gennaio-febbraio 2005.

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IL CONTRIBUTO DELLE FORZE ARMATE ALL'IMMAGINE INTERNAZIONALE DELL'ITALIA CON LE MISSIONI ALL'ESTERO

Maria Gabriella Pasqualini

Breve introduzione sulle missioni fuori area

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e nella seconda metà del XIX secolo e nella prima metà del XX secolo le missioni all'estero delle For;,,e Armate italiane sono state numerose, nella seconda metà del XX e negli ultimi anni la loro proie;,,ione internazionale è cresciuta esponenzialmente, in qualche modo divenendo strumento di una diplomazia particolare, che cerca di risolvere alcuni problemi cli stabilità e sicurezza in molte aree difficili. Le missioni di mantenimento della pace costituiscono un sistema di garanzie tecnico-militari, che possono implementare decisioni di carattere politico di organizzazioni sopranazionali, molto delicato e cli recente sviluppo: secondo lo Statuto dell'ONU, solo il Consiglio di Sicurezza, previsto ex art. 24, ha la responsabilità primaria del mantenimento della pace e della sicurez;,,a internazionale, con la possibilità di usare la forza per raggiungere gli obbiettivi. Ù al capitolo VII che sono disciplinate le modalità degli interventi coercitivi, attraverso i reparti militari che dal Consiglio stesso ricevono il mandato per operare, mentre il capitolo VI disciplina la soluzione pacifica delle controversie. Il Consiglio di Sicurez;,,a non dispone di un proprio esercito, ma di volta in volta, tramite accordi bilaterali tra gli Stati membri e l'Organizzazione, vengono messe a sua disposizione truppe per costituire una Forza l\foltina;,,ionale (FMn), in grado cli implementare le risoluzioni adottate e garantirne l'efficacia. La comunità internazionale ha cercato strumenti alternativi agli interventi diretti dell'ONU e al Capitolo VIII dello Statuto ha previsto la possibilità di una autorizzazione ad uno o più Stati membri, o ad organi;,,zazioni regionali, a intervenire usando la forza per il mantenimento e il ripristino della stabilità interna;donale, definita come "Pace". La NATO, organizzazione regionale di difesa, dopo la fine di quel bipolarismo mondiale derivato dalla fine del secondo conflitto mondiale, nei primi anni

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Nlarit, Gab,iella Pasqt1ali11i Novanta ha ridefinito i propri compiti nell'elaborazione della sua nuova linea strategica; compiti tra i quali figura la gestione delle crisi per la prevenzione dei conflitti e il mantenimento della capacità di deterrenza, in un totale processo di revisione, imposto anch'esso dalla fine dell'antagonismo tra Est e Ovest. L'ONU, prendendo coscienza di alcuni fallimenti dei propri interventi (quali quello UNOSOM in Somalia, o quello nei Balcani), ha delegato un certo numero di missioni cli mantenimento/imposizione della pace in sede regionale alla NATO, riservandosi un ruolo più deciso per la costruzione della pace a livello sociale e umanitario, così migliorando, se possibile, l'incisività degli interventi. Ad avviso di chi scrive, comunque questa benemerita organizzazione internazionale deve rivedere alcune sue strategie e modi di intervento, per continuare ad avere quell'impatto decisivo sulla risoluzione cli questioni politico-economicomilitari a livello globale. Nell'ultimo decennio, le "missioni di pace" 1 si sono inoltre differenziate per obiettivi, strategie e modalità operative. Jl ritrovato accordo fra i Cinque Grandi del Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Prancia) e una diversa stagione dei rapporti multilaterali a livello mondiale, hanno portato alla piena applicazione delle disposizioni ai capitoli V I, VII e VIII, previste con sapiente preveggenza ancora prima della fine della seconda .(,,>uerra mondiale: un conflitto che, pur con le sue distruzioni e i milioni di morti, preparava un nuovo ordine a livello globale, per il (Jualc la quasi totalità degli Stati, riuniti in una organizzazione internazionale, decisero di convivere con delle regole chiare e precise. Non sempre queste regole sono state osservate, ma la comunità internazionale ha cercato e cerca di monitorare e far implementare l'applicazione dei diritti umani, e nella maggior parte dei casi gli interventi hanno avuto risultati positivi. Dal 1989 vi è stata una profonda evoluzione del concetto di mantenimento della pace e di interventi per la sicurezza internazionale, con il frequente coinvolgimento di componenti civili a fianco di quelle militari, anche se ancora si sente l'esigenza di una maggior collaborazione tra le due "anime" che lavorano per ricostruire in un quadro di stabilità e sicurezza. La politica estera del Governo italiano è sempre stata (Juella di appoggiare il ruolo dell'ONU, per una più incisiva presenza di questa Organizzazione a garanzia della sicurezza mondiale, accettandone e favorendone le misure. Allo stesso tempo il Governo ha deciso di avere una più forte presenza a livello regionale, nel quadro della NATC) e della scelta "atlantica" effettuata anni prima (v. sotto). Ha avallato e spinto il processo di integrazione in Europa, approvando anche la formazione di una forza militare europea e più recentemente di una polizia europea, alla quale l'J taJia può dare un forte contributo professionale. L'impegno dello Stato Maggiore della Difesa (SMD), nella sua linea di indi-

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Rej>tthh/ica e Fo,z.e Annate

rizzo e coordinamento, è notevole e incisivo, anche per affermare la professionalità dei militari italiani e ottenere la dovuta visibilità con quegli incarichi cli alto profilo, che consentano il migliore adempimento del mandato ricevuto, anche rispetto all'impegno finanziario e di risorse umane profuso nelle missioni. Il prestigio italiano è stato costruito missione dopo missione, con una attenta risposta professionale alle richieste della comunità mondiale, ribaltando completamente quanto era avvenuto tra il 1943 e gli anni successivi.

L'immediato periodo post-bellico Per poter meglio comprendere l'iter di conoscenza del contributo delle Forze Armate all'immagine internazionale della Repubblica, ci sembra opportuno ricordare quanto scritto da Pietro Scoppola,2 e cioè che vi è sicuramente stato un "antimilitarismo storiografico", dopo una massa di studi sulla Resistenza e sui fatti dell'S settembre 1943, che corrispondeva a puntino ad un "antimilitarismo" diffuso nella comunità civile: molti furono i motivi di questo atteggiamento della società italiana, nell'immediato dopoguerra e quasi fino ai nostri giorni. Alcuni studiosi preferiscono parlare di amilitatismo, indicando con questo sostantivo l'atteggiamento della società italiana verso la questione e non un "antimilitarismo", come indicato dalla sottoscritta. Se anche lo si volesse, configurare come amilitc,rùmo i rapporti della Polizia e dei Servizi di Informazione sullo spirito della popolazione al riguardo, nel dopoguerra in particolar modo, anni '50'60 compresi, indicano un atteggiamento in genere non favorevole alle Forze Armate, soprattutto verso la Forza di terra. Se l' amilita1ismo è ignorare la questione, non parlare di Forze Armate o non appoggiarle, questo preteso amilitatismo assumerebbe quindi, ad avviso di chi scrive, una connotazione sfavorevole ... cioè concretandosi in un disinteresse che si consustanzia in un antimilitarismo strisciante, anche se non conclamato. Ancora oggi, nella pur benemerita ricerca della verità rispetto al passato, spesso non si contestualizzano documenti originali e avvenimenti che vengono giudicati con parametri assolutamente contemporanei, senza storicizzare il fatto o lo scritto, inquadrandolo nel momento in cui esso occorse o fu redatto, dando quindi origine a giudizi ed eventuali falsi scoop, anche per "vendere", seguendo i desiderata delle case editrici. Questa non è onesta ricerca o analisi storica; quanto meno, a opinione di chi scrive, non può avere un valore scientifico, soprattutto se segue ideologie politiche per dimostrare un teorema storico pre-confezionato. Un "antimilitarismo" che solo recentemente si è attenuato, presso alcuni stra-

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Maria Gabriella Pasqualini ti della società, anche a causa dell'immagine mediatica proposta dalle missioni fuori area; e non da tutte. Del resto anche oggi, nonostante le missioni all'estero abbiano reso più popolari le Forze Armate e la popolazione civile abbia dato dimostrazione di grande solidarietà e partecipazione in occasioni cli attentati, il filo dell'antimilitarismo si snoda in modo più attento e criptico, ma è ancora presente: nulla da eccepire per libere opinioni in uno stato democratico. Che si lasci però a tutti la libertà delle proprie idee, pro o contro, senza demonizzazioni e giudizi negativi, che invece molto spesso avvengono. Solamente in tempi recenti, ma ancora in ambienti ristretti agli addetti ai lavori, si studia con serietà il nuovo ruolo 1 delle Forze Armate in Italia e nella società italiana, un ruolo che ha avuto un 11111/amento rar!iCC1le;1 soprattutto dopo quella che viene considerata la fine del bipolarismo post bellico, come già sopra ricordato, un ruolo da protagonista nella realizzazione di alcuni degli obbiettivi di politica estera italiana, soprattutto quando occorre riprendere un tempo perduto di presenza politica in alcuni settori strategici cli interesse nazionale, quali possono essere i Balcani o il Mediterraneo, quest'ultimo soprattutto cli immediato interesse nazionale. Dalla fine della seconda guerra mondiale sono passati più di cinquanta anni e "molta acqua sotto i ponti", da quando gli anglo-americani trattavano i militari italiani come se fossero operatori di serie inferiore, nonostante la pretesa "cordialità" delle relazioni. Del resto il testo dell'armistizio cosiddetto "lungo" era ben chiaro: al punto A le Forze italiane cli terra, di mare e di aria, ovunque esse si trovassero, si erano arrese. Badoglio aveva accettato senza condizioni quanto imposto e non poteva fare altro nella situazione contingente, che aveva visto, accanto a pagine di storia militare eccelse, altre di carattere certamente poco edificante dal punto di vista umano e poco valido se guardiamo alla tattica e alla strategia. 5 Quell'armistizio, i cui termini rimasero segreti per lungo tempo, era comunque molto duro per le Forze Armate italiane e l'analisi dell'integrità ciel testo fa ben comprendere come in realtà, a vari livelli, a mio avviso, la cosiddetta cobelligeranza non fosse stata compresa e accettata e comunque, almeno agli inizi, poco valutata. Pu permessa, forse ohtorto collo dagli Alleati e solo perché con grande pragmatismo americani e inglesi avevano compreso che era utile, se non necessario, usare anche forze locali, militari e civili, per vincere il nemico nazista e far terminare il conflitto. Poi, nel c.1uadro generale della sistemazione politico-istituzionale del territorio, l'utilizzo anche di Forze Armate italiane - "locali" -, poteva essere c.1uindi un'interessante premessa e un ulteriore vantaggio per controllare il futuro della penisola. Questo sistema di utilizzo delle "forze locali" viene applicato adesso in

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Repubblica e Forze Armate

Afghanistan, mentre non si è ritenuto inizialmente di fare lo stesso in Iraq, forse per il sistema e i principi sui quali Saddam Hussein aveva organizzato le sue forze militari. Un errore, comunque, e tale si sta rivelando, con il passar del tempo, non escludendo anche il pericolo di replicare in terra afgana incomprensioni forti verso tradizioni locali: con la differenza che in Iraq uno degli elementi trainanti è il petrolio, mentre in Afghanistan è "il papavero", alimentatore di un forte giro d'affari illecito, che alimenta a sua volta traffico d'armi e resistenze non solo locali. Le relazioni fra Forze Alleate e Forze Armate italiane, soprattutto con la Forza più numerosa e meno "tecnologica", quella terrestre, non furono sempre idilliache, anzi, il contrario, proprio perché, soprattutto a livello operativo, la fiducia degli anglo americani nei confronti degli italiani era, almeno agli inizi, alquanto scarsa, a causa delle ritirate effettuate e delle sconfitte da questi ricevute: il pragmatismo anglosassone analizzava solo i risultati concreti e non poteva valutare in positivo quelle operazioni militari conclusesi sfavorevolmente, anche se era emerso comunque il valore del soldato italiano, come nel caso in cui fu da loro concesso l'onore delle armi al Duca d'Aosta all'Amba Alagi. Un altro elemento dell'epoca, da considerare, che può sembrare minimale, ma non lo fu, era quello della conoscenza della lingua inglese, che non era tanto diffusa tra gli ufficiali italiani, i quali sapevano molto spesso solo la lingua tedesca, per intuibili motivi di politica estera nazionale. Ragion per cui spesso la comunicazione non veniva trasmessa o recepita correttamente, forte limite ad una collaborazione già difficile. Certamente vi furono delle eccezioni, ma complessivamente da molti documenti, specialmente militari, si rilevano numerosi casi in cui i nostri militari non furono tenuti in molto conto, non solo quindi ad alto livello diplomatico e militare, dove in realtà non ci considerarono quasi mai "cobelligeranti", nonostante l'impegno delle Forze Armate, riorganizzatesi dopo la fine del regime, decretata proprio dal Gran Consiglio del Fascismo, e i dolorosi avvenimenti seguenti. Tra i casi rari di reale apprezzamento da parte degli ''Alleati" nei confronti di militari italiani e membri della Resistenza, che hanno permesso un numero indicibile di pericolose "missioni oltre le linee", altrimenti non realizzabili, con un numero di Caduti notevolissimo e spesso piombato nell'oblio, non dobbiamo dimenticare quello non molto conosciuto dell'808° Btg. C.S., sezione del SIM italiano, quindi ente informativo italiano (unità controinformativa), ma operante sotto la diretta direzione alleata e compreso nell'organico di guerra inglese; dipendeva amministrativamente e disciplinarmente dallo Stato Maggiore Generale Italiano, mentre per tutte le pratiche di controspionaggio e per le operazioni, dipendeva dall'AFHQ. 6 Riceveva le sue direttive generali dalla cellula G2

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(CI) dell'AFHQ, che aveva un ufficio di collegamento britannico, aggregato al Comando Centrale C.S. di Roma, al quale era anche integrato un ufficiale americano con compiti amministrativi. Nel novembre del 1945 tutta l'organizzazione informativa su territorio italiano fu rivista, alla fine del conflitto armato: furono sciolti la maggioranza dei reparti della LA.I. (Italian Army Intelligence) e della S.P. (Security Poi ice Units).7 Al momento dello sbarco degli Alleati in Italia, era stato considerato opportuno che alcuni degli ufficiali del SIM/CS, presenti a Brindisi dopo l'armistizio, impiantassero un sistema di informa%ioni e controspionaggio, peraltro modificato rispetto al precedente, sotto il diretto controllo angloamericano. Molti degli ufficiali italiani, già specializzati nel settore, che erano stati catturati in Africa, furono fatti rientrare, proprio per far parte del nuovo servizio. L'organizzazione era stata attuata sulla base della tradizione precedente, con una sezione Comando, con Centri, Sottocentri e Nuclei, i quali operavano come rami del Comando Supremo Italiano, ma sotto il controllo alleato. La collaborazione con gli Alleati stentò ad ingranare, anche per una certa diffidenza da parte degli operatori stranieri nei confronti degli italiani. A mano a mano però gli Alleati si resero conto del lavoro profrssionale, non solo leale, che l'I.A.I. stava svolgendo: il controspionaggio italiano apportò un sicuro contributo al successo degli alleati nel neutrali%zare i servizi di informazione tedeschi sul teatro operativo italiano e questo venne riconosciuto a livello ufficiale. Con la graduale liberazione dell'Italia 1'808° Btg. C.S. continuò a fornire un prezioso contributo agli organi di controspionaggio alleati, tanto che nel settembre 1944 esso fu integrato nell'organico di guerra inglese con 69 ufficiali e 931 sottufficiali e truppa. Oltre ai suoi normali compiti di controspionaggio, 1'808° ebbe una parte importante, se non molte volte unica e risolutiva, in tutte le operazioni della 'S' Force angloamericana, riuscendo a guadagnarsi sul campo la stima degli ex-nemici, che evitarono così l'errore di azzerare completamente un settore tanto delicato di operatori che conoscevano il territorio e l'organizzazione nemica. Quando i vincitori del conflitto consentirono alle Forze Armate Italiane di riorganizzare un servizio di informazioni militari, ma non ancora interforze, 8 nel 1945, appunto, intesero ancora avvalersi direttamente dell'808° C.S. per la professionalità che era stata dimostrata. Solo il 15 agosto del 1946, dopo 33 mesi di intenso lavoro, questa unità sarebbe rientrata anche per la parte relativa all'impiego alle dirette dipendenze dell'Ufficio 'I' dello SME, nella sua rinnovata veste di 2a Sezione. A questa valutazione positiva contribuirono notevolmente i Carabinieri, che costituivano il nucleo più numeroso del Battaglione, con un'intensa e valida

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opera nel campo informativo e di controspionaggio: del resto proprio il controspionaggio era stata la loro particolare specificità durante tutta la vita del SIM. 9 L'Arma si era fatta apprezzare dagli Alleati con la sua opera di prevenzione e repressione di reati commessi ai danni dell'amministrazione anglo-americana, anche con recupero di materiale di loro pertinenza; nella disciplina del traffico stradale, nell'assistenza alle corti giudiziarie, nell'assistenza alla polizia militare, nel rastrellamento delle armi, nella vigilanza ai depositi di carburante, oltre che nella normale attività istituzionale. È stato specialmente durante quel periodo che gli anglo-americani si resero ben conto sul terreno della doppia valenza dell'Arma dei Carabinieri, arma combattente e polizia con status militare, tipologia non presente nella struttura militare americana e inglese, con possibilità di intervenire in un conflitto armato e capacità di mantenimento dell'ordine pubblico.10 Caratteristiche queste che porteranno molti anni più tardi alla creazione della ormai nota Unità jimne1vork, meglio nota come MSU (Multinational Specialized Unit), la cui originalità di dottrina di impiego, insieme alla professionalità di altri reparti e unità di tutte le Forze Armate inviate in missione, ha decisamente contribuito al positivo giudizio internazionale ri!:,ruardo alla preparazione dei militari italiani e all'immagine della Repubblica all'estero (v. sotto). Nel periodo post bellico, con la sconfitta del Partito Comunista Italiano nelle elezioni del 1948 - quindi esorcizzata la grande paura delle democrazie occidentali di uno schieramento italiano a favore di :Mosca - e con l'entrata nel Patto Atlantico e nelle Nazioni Unite dell'Italia, molto lentamente la situazione, come è noto, cambiò in modo abbastanza radicale, anche se dal punto di vista finanziario Roma continuava a necessitare di un forte aiuto economico dagli Stati Uniti per la ricostruzione della società civile ed economica. La componente militare del paese, però, subiva ancora, sia internamente sia all'estero, l'influenza negativa degli avvenimenti bellici, perché era difficile dimenticare, a livello internazionale, oltre che nazionale, come l'Italia era entrata in guerra e come aveva condotto il conflitto, collezionando più sconfitte che vittorie. Non era facile riaccreditarsi presso il gran consesso internazionale, nonostante l'indirizzo di De Gasperi, che cercò di attuare una politica di "normalizzazione", e la forza della Democrazia Cristiana, che aveva vinto le prime libere elezioni politiche. 11 La frontiera di Gorizia, del Sabotino e tutta la zona circostante rimanevano la frontiera più "sensibile" da proteggere contro una possibile infiltrazione di elementi comunisti: l'Italia doveva essere messa in grado di consentire una seria difesa al possibile pericolo sovietico. La scelta "atlantica" era stata fatta con notevole pragmatismo politico e le Forze Armate beneficiarono, pur se con qualche difficoltà e alcune lentezze, della collocazione "occidentale".

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Mmia Gabriella Pasquafini Le difficoltà italiane nel settore soprattutto dello strumento militare terrestre, si manifestarono anche quando l'Italia assunse nel 19 50 l'Amministrazione Fiduciaria dell'ex colonia somala; i rapporti con gli inglesi per la parte militare non furono sempre molto facili, specialmente per quanto riguardava l'esecuzione del piano "Caesar" (v. sotto): ancora nei documenti originali dei verbali cli riunioni,12 si possono leggere e individuare delle resistenze e delle durezze da parte degli inglesi verso i progetti o le esigenze temporali, oltre che logistiche, esposte dagli Stati Maggiori italiani. Per ricordare brevemente gli avvenimenti, nel febbraio del 1941, il territorio della ex-Somalia italiana era stato occupato dalle forze del Commonwealth britannico, che vi esercitarono la loro sovranità per circa nove anni. Decisa la sorte della Somalia, le autorità britanniche si dimostrarono impazienti di "scaricare" le responsabilità cli Governo e di ordine pubblico di una terra che non sarebbe mai entrata a far parte del Commonwealth, e che quindi era divenuta solo un carico finanziario. La pianificazione dell'operazione fu elaborata con grande minuziosità dagli inglesi, i quali predisposero un piano chiamato Caesar che si ispirava a due principi: - il cambio di ciascun elemento britannico doveva essere fatto "uomo a uomo"; - il trapasso dei poteri e la sostituzione dovevano avvenire partendo dalle regioni più periferiche, per arrivare gradualmente all'amministrazione centrale. Lo Stato Maggiore inglese nulla concesse appunto alle esigenze militari italiane, malgrado un'estrema cortesia di forma, che celava una durezza notevole nella sostanza.

La realtà odierna Da una situazione cli profonda "debolezza" anche militare, oltre che politica, la Repubblica italiana ha in relativamente poco tempo (50-60 anni in storia sono un periodo breve) trovato, anche se a fasi alterne, una sua identità forte nel consesso internazionale, anche grazie alla proiezione all'estero di suoi militari professionalmente preparati, soprattutto nell'ultimo quindicennio-ventennio. Per tornare dunque allo specifico delle missioni fuori area, quale contributo alla immagine internazionale, la presenza a I<indu nel 1961 di un piccolo contingente dell'Aeronautica militare italiana, nel quadro della United Nations Forces ONUC (Uniteci Nations Operation in Congo, dal luglio 1960 al giugno 1964 13) in Congo è stata ormai quasi dimenticata, se non fosse per il monumen-

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to ai Caduti di Kindu (tredici rappresentanti dell'Aeronautica militare) che accoglie i viaggiatori all'ingresso dell'aeroporto Leonardo da Vinci a Roma e a Pisa, in quello militare. 14 Era una delle prime missioni umanitarie, con la presenza di uomini armati che dovevano garantire la cornice di sicurezza per l'intervento previsto, ancora nel periodo delle indipendenze africane e delle "turbolenze" locali a causa di fattori interni, soprattutto tribali. Infatti, i militari italiani dovevano mettere in salvo alcune popolazioni, 15 evacuare profughi, trasportare viveri: in sintesi, una missione assolutamente di carattere umanitario, come previsto dallo Statuto delle Nazioni Unite. L'Aeronautica Militare italiana, dopo quasi due anni di presenza, compiendo il mandato che le era stato affidato, ottenne riconoscimenti internazionali, che fecero esprimere al Segretario Generale delle Nazioni Unite sentimenti di gratitudine al Governo italiano per quanto era stato portato a compimento. La politica estera post-bellica "atlantica", attuata dal Governo italiano, iniziava ad avere positivi riscontri anche sul settore militare. Comunque le Forze Armate italiane, fin dagli anni Cinquanta avevano partecipato a varie missioni internazionali delle Nazioni Unite, integrate come "caschi blu", in qualità anche di osservatori militari: ma questi primi "approcci" in campo internazionale, sono stati spesso rimossi dalla memoria. Non si ricorda, ad esempio, la missione UNTSO (Uniteci Nations Truce Supervision Organization), che opera in Israele, in Egitto, Siria e Libano con contatti anche con la Giordania, alla quale l'T talia partecipa dal 19 58. O sempre nel campo degli "osservatori", la UNMOGIP (Uniteci Nations Military Observer Group in India e Pakistan), alla quale l'Italia partecipa fin dal primo anno di attivazione, il 1949. 16 O ancora la MINURSO (UN Missionjòr the referendttm in Western Sahara), che opera in Marocco ed è stata costituita nel 1991, a seguito di alcune proposte di accordo che sono state accettate il 30 agosto 1988 dal Marocco e dal Fronte POLISARIO (Frente Nacional para la liberacion de Saguia e!Hamray del Rio de Oro). 17 Tra i compiti principali di questa missione, vi sono quelli di controllare il rispetto della tregua tra le parti, verificare la riduzione delle trnppe marocchine presenti nel territorio, controllare il dislocamento delle trnppe di Rabat e di quelle del Polisario. Dal punto di vista civile, deve identificare e registrare gli aventi diritto al voto (operazione non facile per varie ragioni in c1uei territori, ove ancora il nomadismo tribale è attivo), per organizzare e assicurare lo svolgimento di un libero referendum sulla condizione finale dei territori. L'Italia partecipa a questa missione fin dal suo inizio con 5 unità. Anche questa è una di quelle missioni poco note e dimenticate dall'opinione pubblica e dai media. Lo strnmento militare italiano - terrestre, marittimo e aereo - iniziò a proiet-

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tare in campo internazionale, già quasi subito la fine del secondo conflitto, una professionalità sempre più articolata, che si è imposta fino ad arrivare alla considerazione attuale della (Juale godono anche da parte di Forze Armate forse meglio equipaggiate e già professionalizzate da tempo, divenendo a mano a mano strumento utile e duttile di politica estera: a volte però la politica dovrebbe forse meglio ascoltare le esigenze dello strumento che usa, prima di prendere decisioni operative a livello internazionale. Le missioni fuori area non sono solamente quelle a sostegno del mantenimento della stabilità e sicurezza internazionale, intervenendo in situazioni difficili, ma sono anche (1uelle di cooperazione tecnica bi-multilaterale, che propongono e mettono a disposizione di forze armate di altri stati un know how professionale acquisito dai nostri militari non solo nell'ultimo cinquantennio post bellico, ma che affonda le radici anche nelle secolari tradizioni delle Armi italiane, che discendono dall'Esercito sardo e da quello dei Borboni. Nel settore della cooperazione tecnica, appunto, tra i vari accordi stipulati, ad esempio, perché non ricordare quello che riguarda Malta, avviato nel 1973, che vide la costituzione di una Commissione italiana di Cooperazione tecnico-militare, rivisto e potenziato nel 1981? Nel 1988 un nuovo accordo portò alla costituzione cli una Missione italiana cli Assistenza Tecnico Militare, un organismo interforze all'estero, con al comando un ufficiale dell'Esercito con il grado di Colonnello in servizio di Stato Maggiore. 18 Ma questo è solo un esempio nell'ampio quadro di cooperazione tecnica fornita a forze armate straniere, in un quadro multi o bilaterale. 19 Non viene spesso ricordata, tra le presenze di militari italiani a missioni di vario genere fuori area, la presenza, ad esempio, della Marina Militare italiana per la partecipazione alla Multinational Force & Observers (MFO), attiva dal 1982. 20 La MMI partecipa, fin dall'inizio della missione, con il X Gruppo Navale, denominato Coastal Patrol Unii (CPU), che pattuglia le zone contigue dello stretto cli Tiran, garantendo libertà di navigazione nel Golfo lungo la fascia costiera, in attuazione del trattato di pace fra Egitto e Israele, che era stato firmato a Washington il 26 marzo 1979: la missione della MFO è quella di osservare, verificare, riportare le eventuali infrazioni all'art. 5 del Trattato di Camp David. Il X Gruppo Navale ha ricevuto dal Governo egiziano attestazioni cli particolare apprezzamento per la professionalità dimostrata non solo nel corso della missione, ma anche per una emergenza particolare: la ricerca e il soccorso ad un aereo precipitato il 3 gennaio 2004 vicino Sharm el Sheikh, intervento professionale a scopo umanitario. La prima vera svolta in campo internazionale della politica estera italiana per quanto riguarda le missioni all'estero, come rilevato anche dall'On. Lelio

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Lagorio nel suo intervento in questo convegno,2 1 è avvenuta forse proprio con le missioni "Libano 1" 22 e "Libano 2",23 nel 1982-1984, quelle proiezioni in territorio fuori area, che recentemente sono tornate alla memoria, grazie agli avvenimenti dei mesi scorsi a Beirut. 24 L'Italia, peraltro, era già da qualche anno nel settore mediterraneo, poiché partecipava fin dal 1979 alla missione UNIFIL2 5 (altra missione che era stata dimenticata), con un contingente interforze, che aveva un compito di interposizione tra le forze palestinesi e quelle israeliane e di assistenza al Libano nel ristabilire la piena sovranità territoriale nell'area, ripristinando la sicurezza e la stabilità in quei territori, sempre in ebollizione, almeno dalla fine del primo conflitto mondiale. Per ricordarne le origini, la "Libano 1" nacque su precisa richiesta all'Italia, nel quadro internazionale, da parte del Vice Primo Ministro e Ministro degli Esteri libanese. E il Governo italiano inviò un battaglione bersaglieri "Governolo", con il mandato di garantire l'incolumità fisica delle forze palestinesi che lasciavano Beirut e quella degli abitanti della regione, dopo che Israele aveva lanciato l'operazione pace in Galilea26 e ristabilire la compromessa sovranità dello stesso Governo libanese. La nostra presenza, che nell'UNIFIL aveva già dato un segno positivo, e la politica estera italiana, che aveva ravvivato la sua attenzione verso i paesi rivieraschi del Mediterraneo, fecero sì che le richieste fossero finalizzate ad avere una componente italiana. Pochi giorni dalla fine della missione "Libano 1" però, a seguito proprio degli avvenimenti accaduti27 nel campo profughi di Sabra e Chatila, in seguito alla risoluzione n. 521 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l'Italia partecipò alla Forza multinazionale, per garantire di nuovo il ristabilimento dell'autorità del Governo libanese e garantire la sicurezza delle popolazioni, evitando il consumarsi di altri massacri: un contingente numeroso, che arrivò a schierare a regime 2.300 uomini circa. Anche questa fu missione interforze, con un battaglione bersaglieri "Governolo", un battaglione cli formazione paracadutisti "Folgore",28 il battaglione "San Marco" della Marina Militare, un plotone di Carabinieri con funzioni cli polizia militare e una squadra cli disinfezione.29 La missione terminò il 6 marzo del 1984, data in cui lasciò il Libano la Compagnia Paracadutisti dei Carabinieri, ultimi militari a rientrare in patria. Come è noto, il contingente italiano, come gli altri nazionali, rimase sotto il comando e il controllo operativo dei singoli comandanti nazionali, i quali formavano un Comitato Militare, che garantiva il necessario collegamento tecnico con il Comitato Politico formato dagli ambasciatori dei paesi partecipanti alla forza multinazionale. Le attività operative, di rischio e delicatezza, effettuate dai militari di ITAL-

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Maria Gabriella Pasqualini CON furono apprezzate a livello internazionale, tanto che nel 1986 il Segretario Generale delle Nazioni Unite chiese proprio al Governo italiano la possibilità di fornire all'UNIFIL, che continuava la sua presenza in Libano, del personale aggiuntivo, in particolare un ristretto numero di elementi (quattro) per far parte di un Reparto di Polizia Militare multinazionale. E ciò con riferimento esplicito a quella che in quei tempi era la prima Arma dell'Esercito, che aveva ed ha anche oggi istituzionalmente, tra i suoi compiti, quello di Polizia Militare: la richiesta è stata una delle prime che ha mostrato in modo concreto l'apprezzamento a livello internazionale della professionalità mostrata da un contingente italiano all'estero. È interessante ricordare anche una missione in Namibia (1989-1990), alquanto dimenticata, nel quadro della UNTAG: 30 vi parteciparono un Gruppo Squadroni Elicotteri ALE con 87 unità e otto elementi del 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti "Tuscania", i quali, dettaglio interessante, furono alle dirette dipendenze d'impiego del Comandante della Forza Multinazionale. Lo Squadrone assolse in particolare, fra gli altri, compiti di logistica e di sgombero sanitario, nonché di collegamento fra il Comando dell'UNTAG e i Comandi dipendenti. Il contatto diretto tra il Comando multinazionale e i militari italiani rafforzò a livello catena di comando e controllo la reciproca conoscenza e la progressiva stima nei confronti della professionalità italiana. Poiché non è né semplice né produttivo, agli effetti del presente studio, fare l'elenco esaustivo di tutte le missioni fuori area alle quali hanno partecipato contingenti italiani, al 90% interforze, se ne analizzeranno alcune, per le quali è stato possibile poter prendere visione di documenti originali e quindi parlarne con maggiore conoscenza. Perché non citare una delle missioni più difficili alle quali i nostri contingenti hanno partecipato, cioè la &store Hope in Somalia? È opportuno ricordare che, ancora prima di questa missione, reparti speciali dell'Esercito Italiano parteciparono all'operazione speciale di evacuazione di civili italiani e stranieri denominato Ippocampo Somalia. Una missione, la &store Hope, che non ha visto certamente il successo delle Nazioni Unite in quella terra: ancora oggi là vi sono troppi fermenti in un qual dro istituzionale non chiaro, se non completamente inesistente, salvo che per una costruzione statuale-religiosa in mano al potere di integralisti islamici, che comunque recentemente ha permesso, dopo qualche anno, la riapertura del porto di Muqdishu e dell'aeroporto della città. 31 Nel maggio del 1993 il contingente multinazionale inviato diveniva una missione ONU e veniva posto sotto il Comando di UNOSOM 1 (United Nations Operation in Somalia). L'Italia ebbe la sua AOR (Area ef &sponsibili!Y), ma ciò che

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è più interessante è che le unità dei paracadutisti della 'Folgore' e il Distaccamento Carabinieri "Tuscania" in Somalia furono impiegate come riserva di intervento, su richiesta dello stesso Comando UNOSOM: furono effettuate varie operazioni che ebbero riconoscimenti a diverso livello gerarchico, nel quadro internazionale. Nel Corno d'Africa, in quello stesso periodo, però, l'Italia non fu chiamata solamente a operazioni di esclusivo carattere militare, partecipando anche alla ricostruzione della amministrazione giudiziaria somala e della polizia locale: già in altri tempi gli italiani avevano cercato di arrivare a questo obbiettivo 12 e proprio per l'efficienza riconosciuta di quel lontano impegno, sia nel quadro della propria AOR, sia in quello più internazionale della UNCIVPOL, 11 l'Italia fu invitata a partecipare al programma generale di ricostruzione dell'amministrazione, nel quale si incardinava anche la necessaria ricostituzione della Polizia locale. Quindi, in un quadro di collaborazione e intervento, fu richiesto all'Italia un aiuto importante, di alta valenza tecnico-professionale per la rifondazione della Polizia Somala; un aiuto che ha giovato sempre di più alla valutazione internazionale delle professionalità espresse, nei settori di competenza, dalle varie componenti delle Forze Armate. Questo specifico aiuto fu richiesto proprio ricordando gli sforzi già prodotti dall'Italia nel settore addestramento della Polizia somala, unico corpo militare che aveva avuto una certa tenuta, subito dopo la defenestrazione del Presidente Siad Barre, tanto che fu affidato ai Carabinieri il compito, tra gli altri, non solo di reclutare le nuove forze, ma di ritrovare il personale della disciolta Polizia somala, per utilizzarlo come istruttori e supervisori, affiancando i previsti Po/ice Advisors internazionali. Ed è proprio per la questione somala, che vi fu un chiaro apprezzamento eia parte di Kofi Annan, allora Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite, a capo del Department for peace-keeping operations (DPKO), in particolare per l'opera svolta dall'Italia nel So111ali Po/ice Prop,Jt1111, e un ringraziamento per lo sforzo prodotto in quel particolare settore, nel quale ormai vi è una tradizione consolidata all'estero, proprio per la particolare capacità dell'Arma dei Carabinieri di porsi, non solo come riserva combattente, ma come polizia a status militare. Da quel momento in poi molto spesso il Governo Italiano ha ricevuto, a livello internazionale, richieste specifiche per alcune professionalità particolari espresse dalle nostre Forze Armate. Nel quadro della missione UNOSOM ll 14 si verificò, però, anche una forte tensione tra il DPK.0 15 dell'ONU e il Governo italiano, non solo per l'esigenza di quest'ultimo di avere maggiori responsabilità a livello di comando, ma anche per una richiesta da parte delle Nazioni Unite di sostituire il Comandante del contingente italiano, per asserite divergenze (da parte del DPKO), nella condu-

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Maria Gabriella Pasqualini zione delle operazioni sul teri-eno.36 Lo sviluppo della missione si era fatto molto violento da parte delle Forze internazionali. Roma si era dissociata e aveva dato istruzioni precise in proposito al Comandante del contingente nazionale, che non fu assolutamente sostituito, fino a quando la turnazione dei reparti portò al Comando un altro ufficiale generale.37 Nell'occasione, il Governo italiano, avendo visto che non si riusciva a riportare la missione nel quadro d'impiego previsto dalle "regole d'ingaggio" approvate preventivamente, ritirò le truppe dalla capitale Mogadiscio, per rischierarle in altra zona, a Balad. Per quanto riguardava poi una maggiore presenza di ufficiali italiani nei posti di comando, in quell'occasione era stata finalmente aperta, in modo ufficiale e chiaro, una questione di non secondaria importanza: il numero dei partecipanti italiani alle missioni "fuori area" sotto "cappello" ONU o NATO era esponenzialmente aumentato, con responsabilità operative sempre più delicate: a questa partecipazione qualificata dovevano corrispondere anche incrementate responsabilità di comando a livello decisionale, considerata appunto l'importanza dell'apporto, i rischi relativi connessi ad un impiego operativo sempre maggiore e la pesantezza del risvolto finanziario per il bilancio italiano. Infatti, successivamente ufficiali italiani, che pure nel passato avevano avuto degli incarichi interessanti, hanno iniziato ad avere comandi internazionali di vertice di un certo rilievo, come ad esempio tra il dicembre 1996 e il dicembre 1997 un generale dell'Esercito ebbe il comando della Forza Multinazionale UNIKOM (United Nations Iraqi-Ku1vait Observation Mission), oppure alternato con quello cli Vice Comandante, quello cli Comandante della MNB-SW (Multinational Brigade West-South), negli ultimi anni. È ora impossibile fare l'elenco esaustivo dei vari comandi che ufficiali italiani hanno avuto, specialmente negli ultimi 5 anni: basti ricordare gli ultimissimi, quelli del generale M. Del Vecchio (E.I.) in Afghanistan, a capo di ISAF (Intemational Secunjy Assistance 1-'0rce), in quanto Comandante della FRR (Pò1za di Reazione Rapida, cli stanza a Solbiate Olona) o quella del generale Pistolese (Arma dei Carabinieri) per il reparto multina:donale al varco di Rafah, uno degli ultimi incatichi conferiti cli risonanza internazionale. La European Union Border Assistance Mission in Rafah (EU BAM RAFAH) è stata creata per l'assistenza e il monitoraggio delle attività doganali e di sicurezza per il valico che è situato fra la striscia cli Gaza e il Sinai, una missione, con la partecipazione cli ben 15 membri dell'Unione Europea (UE) e la Romania, non ancora membro della UE, 38 a guida italiana, in riconoscimento della particolare professionalità italiana nel settore Polizie: l'apertura ciel valico è stata effettuata il 25 novembre 2005. 39 L'Unione Europea ha assunto un ruolo neutrale su invito delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e della Russia e l'Italia vi partecipa come nazione leader, almeno per il momento.

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Dopo la Somalia, è indubbio che anche la fattiva presenza italiana nei Balcani ha rafforzato l'immagine positiva che già si aveva a livello internazionale nel settore militare, portando ad una ulteriore maturità l'assegnazione di comandi internazionali all'Italia. Effettivamente, come sostenuto da parecchi autori, il 1989 ha segnato un momento importante nella storia mondiale: da quell'anno, l'unica certezza è il mutamento, anche per quello che riguarda i compiti istitutivi dell'Alleanza Atlantica, per non calcolare gli effetti e le ricadute di quelli che vengono chiamati "dividendi della pace". 40 La fine del Muro di Berlino ha significato, come si è visto in seguito, la revisione di cinquantennali strategie di guerra, più o meno "fredda", e la constatazione che, dopo una rapidissima illusione di pace ritrovata, la violenza è scoppiata nei Balcani e nel Levante, con le possibili ripercussioni su tutti i paesi rivieraschi, Italia compresa. Le organizzazioni internazionali si trovarono ad essere sempre più le garanti di una stabilità e sicurezza a livello globale e soprattutto le Nazioni Unite e il suo Consiglio di Sicurezza, dopo il lungo periodo nel quale sono state invece garanti delle indipendenze dei paesi emergenti; dalla fine degli anni Ottanta, debbono fare i conti dunque con il sostegno alla "pace", che si può concretare nel mantenimento di una sicurezza e di un equilibrio internazionale - senza i quali la comunità non può godere dello sviluppo conseguito -, con gli interventi umanitari e con la ricostruzione civile e burocratica e molto spesso, istituzionale di numerosi territori in settori strategici particolarmente delicati. In questo quadro l'Italia ha fortemente sviluppato la sua presenza militare nelle operazioni cosiddette di "supporto alla pace", o di "risposta alle crisi internazionali" (Ctùes Reponse Operations, CRO), come conseguenza delle richieste internazionali e della sua politica estera, 41 e dell'interesse nazionale, ormai decisamente messo in pericolo sulle coste dell'Adriatico e del Mediterraneo. La dissoluzione della ex-Jugoslavia ha caratterizzato le vicende di circa un decennio nei Balcani, ove peraltro ancora stazionano forze internazionali, anche se con mandati e impieghi diversi rispetto alle presenze dei primi periodi. Si dovevano trovare nuove strategie per un vecchio problema mai risolto: "la questione d'Oriente". Non credo, però, che solo una presenza militare sia la soluzione corretta, anche se al momento è l'unica via percorribile, se un sano sistema economico di investimenti non viene messo in atto: e forse questa è la soluzione più difficile, considerata l'economia non stabile di quei paesi. La "questione d'Oriente" rimane ancora aperta in alcuni suoi aspetti. Ed è proprio nel corso della crisi dei Balcani che si afferma sempre più la professionalità delle Forze Armate italiane, che dimostrano tra l'altro, proprio in questi territori, capacità propositiva, ordinativa e logistica.

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Maria Gabriella Pasqualini Per i Balcani, si sono mobilitate non sono le Nazioni Unite e un'organizzazione politica regionale quale l'UEO (Unione Europea Occidentale), che ha dimostrato, in tempi recenti, la sua disponibilità alle operazioni di "mantenimento della pace". L'UEO ha ceduto la gran parte delle proprie competenze tra cui quelle materie di sicurezza e difesa all'UE (Unione Europea). La crisi dirompente nei Balcani iniziò nel Kosovo nel 1981, con vera e propria un'insurrezione degli albanesi kosovari contro la Serbia, che era parte della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, con una conseguente dura repressione. Le situazione peggiorò nel 1990 e la disgregazione della Jugoslavia iniziò proprio con l'indipendenza della Slovenia e della Croazia. Nel 1992 anche la popolazione della Bosnia-Erzegovina decise per l'indipendenza dalla Federazione jugoslava. Le Nazioni Unite operarono una serie di interventi, che non sempre hanno avuto risultati soddisfacenti e vi sono state progressive sconfitte della massima organizzazione internazionale. Nel 1995 le Nazioni Unite delegarono l'operazione di stabilizzazione del territorio con strumenti militari, alla NATO, che ha invece ottenuto alcuni risultati positivi sul terreno. Dal 1995 in poi l'area balcanica è stata contrassegnata, infatti, dalla presenza in crescendo di truppe NATO nei vari luoghi del conflitto, dalla Bosnia-Erzegovina, alla Macedonia, al Kosovo, all'Albania e tutti gli interventi umanitari e militari sono stati sempre più legati tra di loro, interdipendenti per gli elementi comuni di ordine politico strategico, economico e sociale. Tra le varie operazioni della NATO in quel territorio, ricordiamo l'operazione Detry Flight, alla quale partecipò anche l'Italia con l'Aeronautica Militare, sorvolando lo spazio aereo della Serbia per impedire tutti i voli militari non autorizzati sulla Bosnia. L'accordo di pace sulla Bosnia-Erzegovina, firmato a Dayton il 21 novembre 1995 e ratificato solennemente a Parigi il 15 dicembre dello stesso anno, voleva arrivare alla fine di almeno uno dei conflitti in zona: quegli accordi dividevano il territorio della Bosnia-Erzegovina tra Federazione Croato-Musulmana e Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina. Le due entità erano state riunite nello Stato unitario di Bosnia-Erzegovina e Sarajevo ne diveniva la capitale. Contemporaneamente alla ratifica parigina degli accordi, il 15 dicembre 1995 con la risoluzione numero 1.031 e il 21 dicembre con la numero 1.035 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in base al capitolo VII dello Statuto, autorizzava gli Stati membri, in collaborazione nuovamente con la NATO, a stabilire una Forza Multinazionale per l'attuazione degli accordi di Dayton, sotto comando e controllo unificato della stessa Alleanza Atlantica e quindi non sotto il diretto comando del Consiglio di Sicurezza come sarebbe avvenuto, se la riso-

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luzione fosse stata presa in base al capitolo VIII dello Statuto. Nel quadro della UNPROFOR (United Nations Protection Forces) fu inserita, al culmine della crisi della Bosnia-Erzegovina nel maggio 1995, una forza multinazionale di pronto intervento, la FRR della quale fu Vice Comandante un ufficiale dell'Esercito Italiano. Da non dimenticare, sempre nel quadro della presenza nei Balcani, una missione della UEO (Unione Europea Occidentale), conferita dalla International Conference on For111er Yugoslavia (ICFY) nel novembre del 1994, con il mandato di amministrare la città di Mostar: fulcro dell'azione della UEO fu l'istituzione di un contingente di Polizia europeo, con un doppio obbiettivo: costituire e addestrare la Polizia croato-bosniaca-musulmana (UPFM, Unijìed Police Force in Mosfa,J e, contestualmente, avere finalità operative per il mantenimento dell'ordine pubblico. L'Italia ha partecipato con professionisti del settore (Arma dei Carabinieri): la diplomazia italiana seppe ben rappresentare l'esigenza per il Governo di Roma, che ad un apporto notevole di professionalità e di esperienze dovesse corrispondere una responsabilizzazione maggiore nei quadri di vertice. E, in effetti, furono assegnati al Comandante del contingente italiano l'incarico di Capo Sezione Pianificazione e ad altri due ufficiali italiani, incarichi di stcif.f. Quando in seguito fu costituita la IPTF (International Police Task Force), presso il Comando della FRR fu un ufficiale italiano dell'Arma dei Carabinieri ad agire come ufficiale di collegamento del Comando FRR con la IPTF e soprattutto con l'Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, ufficialmente Capo Missione dell'operazione per la parte riguardante le Nazioni Unite. Nel quadro generale delle composite e numerose missioni nei Balcani l'Italia iniziava ad avere una partecipazione a tutti i livelli con incarichi qualificati, di comando di rilievo da comandi di stef.f a compiti di collegamento, equamente distribuiti tra le Forze Armate, anche perché in effetti si era posto in Italia il problema dell'estensione del mandato da sei mesi a un anno, per meglio qualificare la presenza nazionale nei vari Comandi internazionali. Infatti, nella distribuzione di tali incarichi ad alto livello, nel passato erano sempre stati preferiti quei contingenti che assicuravano la presenza di loro ufficiali o comunque dei responsabili del contingente, per un periodo superiore a sei mesi, considerando che i primi tre mesi venivano impiegati solamente per un approccio conoscitivo della struttura e del funzionamento della missione; i successivi tre mesi non erano ritenuti sufficienti nell'economia degli oneri operativi e finanziari che la missione stessa comportava; ragione per la quale non venivano affidati incarichi di rilievo a quegli Stati partecipanti che non avessero garantito un'adeguata permanenza in Bosnia. Le direttive ONU per le missioni di pace prevedevano una permanenza mini-

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Matia Gabriella Pasqtta!ini ma in teatro di opermdoni di almeno un anno, eventualmente rinnovabile, mentre la particolare legislazione italiana riguardante le missioni all'estero ne aveva fatta preferire una di durata inferiore ai sei mesi, obiettivamente più favorevole ai militari inviati all'estero in questi casi. A mano a mano, quindi, gli avvicendamenti, almeno di alcuni ufficiali, cambiarono per poter adeguare alle richieste internazionali i tempi di permanenza, se non di tutto il contingente almeno dei responsabili. Sempre nei Balcani, nel quadro della presenza militare a livello internazionale si comprese che vi era un vuoto di competenze, con riflessi sul livello operativo, derivante dai diversi compiti istituzionali della SFOR (Stabilization J:C.òrce) e della IPTF, cioè si percepì la mancanza di una forza speciale di polizia internazionale. Questo vuoto impediva di preparare efficacemente in Bosnia le premesse a quella che era ritenuta una stabilità necessaria nei Balcani per l'Europa stessa: la componente militare non era addestrata per gestire situazioni civili di crisi, mentre la forza speciale di polizia internazionale non svolgeva alcun compito operativo, in c1uanto aveva come mandato quello di osservare e addestrare, seni'.a alcun compito di imposizione (enforceJJJen~, perché si escludeva qualsiasi intervento diretto in operazioni di polizia, agendo tale forza disarmata. Dunque, la situazione contingente lasciava sicuramente spazio a chi non desiderava il ritorno della piena legalità, per fomentare disordini e perpetrare condizioni di facile sviluppo delle attività criminali e di illeciti guadagni. Soprattutto, non si riusciva a passare alla fase cosiddetta del "processo di auto alimentazione della pace", forse uno degli obbiettivi più difficili da conseguire, non solo nei Balcani, se consideriamo la situazione attuale in Afghanistan e in lraq. Presa coscienza della situazione, allo scopo di migliorare la presenza multina;lionale in Bosnia, in una riunione del 20 febbraio 1998 i sedici ministri degli Affari Esteri della Nato decidevano di creare un'unità di pubblica sicurezza per i casi di emergenza: una fori'.a di polizia professionale, a ordinamento militare, particolarmente addestrata per operare in situazioni di grande instabilità civile. Veniva così autorii'.i'.ata la costituzione di una MSU (1liultinatio11al Specialùed Uni~, 42 formazione a livello di reggimento, da porre alle dirette dipendeni'.e del comandante delle operazioni della FOF (Follo1JJ 011 1•orce) in Bosnia-Erzegovina: quella forza ridotta con alcune differenze di mandato che avrebbe dovuto sostituire quanto prima la SFOR nel tentativo di stabilizzare l'area, con sempre più finalizzate forme di intervento militare multinai'.ionale:13 Fu richiesto all'Italia, da parte degli alti Comandi della NATO, di progettare questa nuova Forza di cui è stata in realtà l'ispiratrice. Non si trattò più solamente di partecipare a formazioni con compiti e caratteristiche già decise altrove. L'Italia, e quindi l'Arma dei Carabinieri, quale sua espressione professionalmen-

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te indicata per tale compito, partecipò alla costruzione concettuale, ordinativa e all'organizzazione operativa di una speciale forza di polizia internazionale di assoluta nuova concezione.44 Anche altre nazioni avrebbero contribuito al contingente, ma la nazione leader sarebbe rimasta l'Italia, che avrebbe assunto il comando della Forza. Per l'Italia dunque un ruolo di protagonista di grande prestigio, esercitato dall'Arma, quello di leading nation, di questa unità di nuova concezione e formazione, con la sicurezza della conoscenza e dell'esperienza. Questa nuova forza contribuì a fornire a SFOR, nelle parole del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, «una capacità militare specificatamente indirizzata nel campo della sicurezza pubblica ( ... ) attraverso una presenza militare, fornirà il proprio contributo alla sicurezza pubblica( ... )». Ai Carabinieri fu anche chiesto successivamente di provvedere all'addestramento individuale e di reparto delle unità straniere, appartenenti o non alla NATO. Oltre a questo l'Italia prendeva parte ai lavori della cellula di pianificazione multinazionale istituita a Bruxelles, in ambito NATO, presso SHAPE (Supreme Headqttartm qf the Allied Pmvers in Europe). Per la prima volta, drn1e.1ue, (]Uesta Forza di nuova concezione fu utilizzata in Bosnia Erzegovina. Gli inizi non furono molto facili, in quanto si trattava di impiegare forze di polizia d'ordinamento militare, specializzate nell'ambito della sicurezza pubblica, inserite in un'organizzazione militare, ma in grado di operare come unità di polizia civili. Nel dicembre 2004 per la B-H nell'ambito EUROFOR (che ha sostituito in pari data la SFOR45) è stata costituita la IPU (lntegrated Po/ice Unit), sempre con il compito di garantire una cornice di sicurezza necessaria per l'applicazione degli Accordi di Dayton. La IPU46 si pone in linea di continuità con la MSU e rappresenta il debutto delle missioni europee nel settore di polizia. Infatti, il reggimento MSU-SFOR ha conseguentemente mutato la denominazione in IPU-EUFOR. A capo della missione di polizia dell'Unione Europea in B-H. (UEPM), vi è un generale dei Carabinieri, che era già stato Capo delle Unità di Polizia del Sottosegretariato Generale del Consiglio UE a Bruxelles, inserendo, come ormai accade, l'Italia negli incarichi di pianificazione ed attuazione ad alto livello. Anche per il Kosovo nel 1999, al culmine della crisi kosovaro-albanese, l'Italia si dichiarò disponibile per questa ennesima crisi e partecipò alla missione che iniziò alla mezzanotte del 12 giugno di quell'anno, con l'ingresso ciel contingente italiano nella regione; un contingente interforze con una componente dell'Esercito Italiano e Carabinieri con funzione di Polizia Militare; dell'Aeronautica :Nlilitare all'aeroporto di Dakovica e con circa 300 Carabinieri che costituirono la forza principale della MSU, specialmente istituita per il Kosovo.

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Malia Gabtiella Pasqualini Anche la Marina Militare ha partecipato, con un nucleo elicotteristico, dall'inizio dell'operazione fino al marzo 2002 e con il Reggimento San Marco. L'Italia partecipa anche alla missione ONU UNMIK (United Nations Administration Mission in Kosovo) fin dall'inizio della sua attività, cioè dal giugno 1999, con un ufficiale con compiti cli osservatore, dimostrando le potenzialità a largo spettro di partecipazione italiana a questa nuova forma di particolare "diplomazia" per il ristabilimento dell'ordine pubblico e della sicurezza. È da ricordare che fin dall'inizio della KFOR l'Italia ha avuto incarichi di vertice, quali quello di Vice Comandante, per poi successivamente averne il comando. Nell'operazione interforze Antica Babilonia in Iraq47 il contingente italiano ha operato con una componente Esercito a livello di Brigata, che ha schierato anche una componente elicotteristica (sull'aeroporto di Tallii) e una cinofila per individuare esplosivi. L'Aeronautica Militare ha operato con il 6° ROA (Reparto Operativo Autonomo) a Tallil. La Marina l'vlilitare è stata presente con una aliquota di forze speciali del Gruppo Operativo di COMSUBIN, con un contingente del Reggimento San Marco e in precedenza aveva impiegato un gruppo navale e la nave anfibia San Giusto: tra i numerosi interventi effettuati dalla componente navale (bonifica dagli ordigni subacquei per il porto di Umm Casr; attività di pattugliamento e controllo dell'attività mercantile ... ) è da ricordare anche l'operato di un team specialistico dell'Istituto Idrografico della Marina Militare, che ha prodotto più di 2.500 carte nautiche e topografiche, a dimostrazione dell'ampia duttilità della professionalità delle componenti italiane nelle missioni internazionali di questo tipo, ormai riconosciute anche fuori confine. Il contingente italiano, come noto, ha avuto la responsabilità dell'area della regione di Dhi Khar, una regione meridionale dell'Iraq, quasi completamente sciita, con forte influenza iraniana: è da ricordare che in quelle zone le frontiere sono estremamente "permeabili", rendendo il territorio assai difficile da controllare e dove si richiede anche una certa "diplomazia" di contatti, nel quadro militare. Il Comandante italiano è stato anche sempre il Vice Comandante nell'ambito territoriale della Divisione a comando della Gran Bretagna (Divisione Multinazionale Sud-Est - MND-SE), con sede a Basta: ulteriore conferma dell'affermazione della professionalità italiana nel settore, che comporta anche un'affermazione di carattere diplomatico-politico a livello internazionale. 48 Per quanto riguarda i Carabinieri - oltre alla loro normale presenza come Polizia Militare - fu costituita fin dagli inizi della missione una MSU, della quale l'Italia, come previsto nel protocollo costitutivo, ha mantenuto il comando. Questa Unità,49 tra gli altri gravosi e rischiosi compiti che ha portato a termine,50 ha anche collaborato nell'Accademia di Zubayr, organizzata dalla GB, all'addestramento della Polizia locale, oltre che della Polizia stradale, continuan-

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do in una tradizione di formazione di polizie locali, ben nota fin dai tempi della Missione interforze a Creta iniziata nel 1898 e terminata nel 1906. Del resto, forte proprio di questa tradizione, l'Italia si sta ponendo come la nazione leader nel settore dell'addestramento e creazione di Polizie locali cli vario tipo, tanto che è nata, con sede dello stef.f di comando a Vicenza, 51 per conto della Unione Europea, una "gendarmeria europea", una forza per le aree di crisi, che prende a modello sia i Carabinieri italiani sia i gendarmes francesi, la EUROGENDFOR. 52 Uomini e donne dalle forze di polizia ad ordinamento militare saranno integrati in questa nuova Polizia; cd è proprio l'Italia la promotrice di questa Forze insieme alla Francia. Per i Carabinieri non ci saranno compiti nuovi, in quanto l'unica novità sarà quella di integrarsi in un Corpo multinazionale, ma la loro esperienza è molto conosciuta ed apprezzata nella UE e nella NATO. I~ una forza che potrà essere impiegata nelle missioni internazionali, nelle aree di crisi per scongiurare il sorgere cli conflitti, supportare operazioni militari in caso di intervento militare o per assicurare la transizione durante fasi di disimpegno militare.sJ Sempre a Vicenza è la sede del CO ESPU (Center ef Excel/ence far S tabi/iry Po/ice Units) dedicato alle Forze cli Polizia, in particolare, ma non solo, di Stati africani e considerato elemento fondamentale della politica del G8 per la stabilizzazione del continente africano. Questa è una delle iniziative che sono state varate dal vertice del G8 di Sea Island, dove appunto l'Italia ha co-patrocinato con gli USA un Piano d'Azione denominato Expanding G/oha/ Capactfy Jor Peace Support Operations. Si tratta di formare nel Centro circa 7.500 peace-keepers. Il Centro, oltre a preparare i futuri poliziotti, vuole formare anche i "formatori" e fungere da serbatoio di pensiero, per elaborare una dottrina comune per l'impiego delle unità di Polizia nelle operazioni di supporto alla pace. Dalla fine degli anni Novanta dunque, a seguito, delle partecipazioni qualificate delle sue Forze Armate, l'Italia ottiene sempre maggiori riconoscimenti internazionali che portano a posti di comando di alto profilo e ad una politica estera nel settore specifico, che riscuote consensi in campo internazionale. Ancora nel marzo 2004,51 in una intervista pubblicata sul Corriere della Sera Kofi Annan esprimeva il suo positivo apprezzamento per quello che continua ad essere il contributo italiano alle operazioni cli pace. Ha sempre dichiarato che l'Italia è un partner ideale per le Nazioni Unite. Se consideriamo i comandi ottenuti da ufficiali delle Forze Armate italiane, si può notare come nel rapido lasso cli tempo di un lustro, i comandi di cui sono investiti ufficiali generali italiani si susseguono: ricordo che nell'ottobre del 2000, ad esempio, il tenente generale Cabigiosu assunse il Comando di KFOR (4): la Nato aveva designato il generale italiano al prestigioso incarico, riconoscendo il

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Matia Gabriella Pasqualini ruolo fondamentale svolto dall'Italia durante la crisi del Kosovo; il generale Mini ne assunse il Comando nell'ottobre del 2002 ... Ma questi sono solo alcuni dei molti incarichi che l'Italia ha avuto non solo nel settore dei Balcani, a dimostrazione del rango assunto nel settore. Dopo l'attentato del 2001 negli Stati Uniti, la politica italiana ha manifestato sempre più una decisa volontà e un'integrale disponibilità a partecipare a iniziative politiche, economiche e militari, che la comunità internazionale può assumere contro il terrorismo internazionale. Ed è certo che lo strumento militare si presenta come quello in grado di supportare alcune scelte in politica estera: deve ovviamente essere utilizzato con attenzione alla realtà contemporanea e forse con alcuni cambiamenti strutturali nell'impiego e nel relativo quadro giuridico. Con il passaggio al cosiddetto "professionale", cioè impiegando solo "volontari" professionisti nel settore e sospendendo la Leva, questo strumento si è adeguato rapidamente alle nuove esigenze globalizzanti. Nuovi compiti si pongono alle Forze Armate, come strumento di intervento nelle situazioni di instabilità e insicurezza, quando non sono sufficienti i normali canali politici e diplomatici. E in questo contesto, senza dubbio hanno dato e danno un valido contributo all'immagine internazionale dell'Italia.

Bibliografia (Poiché la bibliografia internazionale su//'argo111ento delle cosiddette "missioni di pace" può essere facilmente trovata in Internet, di seguito sono indicati solo alcuni aut01i, quasi solamente italiani, anche relativamente a missioni del secolo scorso, in u11 elenco ce1tamente non esaustivo, 111a puramente indicativo). Am1m; C.S. - La coopemzjone 111a1ittitna q11ale fattore di capacità opemtivc co11111ni: Peacekeepùig, Atti della Prima Sessione Regionale dell'I11tematio11al Sea Po1ver Sy111posi11111 fra le Marine dei Paesi del Mediterraneo-Mar Nero, Venezia 5-8 novembre 1996, Supplemento alla Rivista Marittima n. 2, 1997. ANTONIOTro, A. - Antropologill e peace-keepù,g: per 1111 approccio a culture diverse nelle operazioni 111ilita1i di pace. [Pubblicazione a cura del] Centro militare di studi strategici. Milano 1999. BAGNAIA, A. - L'Anatolia (1911-1923). Il Co,po di spedizione itlllillno nel Mediterraneo 01ie11tale e la 111issio11e Cap1i11i, dalla Rivista "Studi Storico-Militari 1992". Roma 1994, p. 255-350. BARRAVECCHIA, G. - Le opemzjo11i di t11telll defili pace, in Ginsborg P., Stato dell'ltalù1, Saggiatore. Milano, 1994. Id - Le opemzjoni di Peacekeeping delleJo1z.e msse 11el tcnit01io nell'ex Unione Sovietica. ISPI, Milano 1995. Id.- I li111iti e le co11tmddizio11i delle operazio11i di PMcekeepù,g. ISPI, Milano 1995. Id. - Le fo,z.e armate italiane e gli interventi al di.f1101i del tenito,io. ISPI, Milano 1996. BIAGINI, A. - Mo111enti di Stolia Balcanica (1878-1914), Aspetti Militmi. USSME, Roma 1981.

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Note t Si continua a chiamarle in questo modo, anche per convenzione internazionale, essendo la dizione ormai divenuta patrimonio di una diffusa comunicazione. Occorrerebbe però evitare di parlare di "soldati di pace", essendo questa definizione una "contraddizione in termini". Indubbiamente questa "definizione" risponde ora a necessità di linguaggio politico, non rispettamlo la vera valenza pregnante del sostantivo. 2 Cfr. l'Introduzione al volume del gen. Leonardo Prizzi, Le operazioni di sostegno alla pace, Rc)lna,

2000, p. 7. Cfr. a questo proposito il saggio cli Giorgio Giorgerini Le Fo1ze Amiate repubblicane e i 1111ovi compiti intemazjoncili, in Le missioni 1111'/if(lfi italiane a/l'estero in te11,po di pace (1946-1989), Roma, 2002, p. 43-52. 4 Cfr. l'Introduzione al volume del gen. Leonardo Prizzi, cit., p. 7. 5 La parola condizioni nel testo viene usata due volte, sia per indicare quelle imposte da Eisenhower, in qualità di Comandante Supremo delle Forze Alleate e sia per indicare una resa appunto se11Zf1 condizioni accettata da Pietro Badoglio. 6 Questa notizia e quelle che seguono sono una anticipazione del volume cieli' Autrice di questo saggio, dal titolo "Carte segrete dell'intelligcnce italiane/' Tomo secondo, 1919-1949, in pubblicazione nel 2007. Il primo tomo relativo al periodo 1861-1918 è stato pubblicato a cura del Ministero della Difesa, R.U.D, Roma 2006 [edizione fuori commercio!, 3

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Repubblica e Fo,ze Armate L'I.A.I. e il S.P. comprendevano all'epoca i seguenti reparti: 810 Service Sqn (secondo l'antica denominazione corrispondente a: Sezione Calderini; 808° I3tg C.S. (Sezione Bonsignore); 3° section (Sezione Zuretti); Intelligence Censorship Unit (Sezione Organizzazione). 8 Solo nel 1949 sarà ufficialmente costituito un Servizio Informazioni Militari interforze, SIFAR. 9 Era stato costituito nel 1925, come Servizio Informativo Militare, con connotazione interforze. Per ulteriori dettagli cfr. M.G. Pasqualini, Proh/e111(/fiche costanti nel servizio di i11Jòr111(!zione milif(/re italiano dal 1861 al 1949, in Sto,ia dello spionaggio, a cura di Tomaso Vialardi di Sandigliano e Virgilio Ilari, pp. 29-51. IO In Sicilia, dopo l'occupazione, le Autorità militari alleate continuarono a servirsi dell'Arma per garantire sicurezza e ordine pubblico. 11 Tra i numerosissimi studi su questo periodo della storia italiana, è molto interessante quello abbastanza recente di uno storico straniero, Frédéric Atta!, I-Iistoire de l'Italie de 194 3 à 110s jo11rs, Parigi, 2004, alle pp. 1-83. 12 AUSSME, Fondo AFIS. Per quanto riguardava la questione della polizia e dell'ordine pubblico, vennero costituiti il Corpo di Sicurezza dcli' AFIS e il Gruppo Carabinieri della Somalia. Il primo inquadrava e amministrava circa 3.000 uomini, con un generale, 20 ufficiali superiori, 90 ufficiali inferiori; il secondo, circa 2.300 uomini, con un ufficiale superiore e 15 ufficiali inferiori. Vi furono progressivamente moltissime riduzioni di effettivi, fin dai primi giorni! 13 Questa Porza fu costituita in seguito alla ris. n. 143 del 14 luglio 1960. 14 Oltre ai rappresentanti della 46° Aerobrigata di Pisa, caddero altri 8 uomini, deceduti in incidenti aerei e un membro della Croce Rossa italiana, Corpo 1'viilitare. 15 Per i dettagli cfr. Antonio Pelliccia, Congo 1960-/961. La 111issio11e de/l'Aero11a11tica Militare in Le missioni militmi ita/i(llle a/l'estero in tempo di pace (1946-1989), cit., p. 223 e ss. 16 UNTSO e UNMOGIP sono missioni tuttora attive. Per tutte queste missioni del primo periodo di peace-keepi11g v. 'J'he hl11e he/111ets. A revie111 of U11ited 11atio11s Peace-keeping, UN, Departmcnt of Public Information, New York 1985, che ricorda con dettagli le prime missioni ONU nel settore. 17 Questi territori erano stati a lungo colonia spagnola e oltre all'arabo, la lingua di riferimento è stata appunto quella spagnola. La MINURSO è ancora attiva. 18 Cfr. per i dettagli Matteo Paesano, !vlalta: !'t1ccordo di i1ssiste11zp tecnico-111ilitt1re, i11 Le 111issio11i 111ilitmi itt1!it111e t1!!'es!ero ù, tempo di pi1ce (1946-1989), cit., p. 267 e ss. 19 Per i dettagli, cfr. Enrico Magnani, Il llk!IIIC11i111e11/o de//(! pace dal XIX al XXI secolo, Roma, Rivista marittima, 1998, p. 258-260, che rimane per ora uno dei migliori volumi di riferimento nel settore per le notizie accurate e cronologiche che fornisce. 20 Ibid., p. 258-260. C:fr. anche L. Prizzi, cit., p. 43 e ss.; Maria Gabriella Pasqualini, Le 111issio11i dei Cambi11ie1i t1!f'es/ero.1936-2001, Roma, 2002, p. 30 e ss. 21 V. l'intervento di I .agorio in questo volume. 22 Dal 23 agosto all'l 1 settembre 1982, affidata al 2° battaglione "Governolo", per un totale di 519 uomini (compreso un plotone Carabinieri). 23 Dal 24 settembre 1982 al 6 marzo 1984. Per dettagli del mandato Cfr. Magnani, Prizzi, Pasqualini, cit. 24 Seconda metà del 2006. 25 United Natio11s flltmi11 Forces i11 Leba11011, che operava lungo il confine tra Libano e Israele. 26 L'Operazione ebbe inizio nei primi giorni di giugno del 1982, per porre fine agli attacchi portati alla Galilea dal gruppo miliziano di Al Fatah; altro scopo dell'Operazione era quello di creare a sud del I .ibano una zona demilitarizzal'a. Per ulteriori dettagli cfr. Germana Tappero Merlo, Medio Oriente e Fo,z.e di Pace, Milano, 1997, pp. 244-253. 7

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Maria Gabriella Pasqualini La situazione libanese in quel periodo era complicata anche da fattori politici interni. Dopo l'uccisione di Beshir Gemayel, presidente della Repubblica libanese, in un attentato, la Falange libanese, della quale era stato a capo appunto il Gemayel, alleata in quel momento di Israele, con l'appoggio del Governo di Gerusalemme, per vendicare la strage della cittadina cristiana di Damour, avvenuta nel lontano 1976, entrò nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila il 16-18 settembre 1982, compiendo un massacro. Nessuna autorità riuscì a impedire questa azione, dimostrando ancora una volta la debolezza del Governo libanese, il fallimento dell'azione di mediazione degli Stati Uniti e gli errori della leadership politica governativa israeliana. Cfr. Germana Tappero Merlo, cit. pp. 254-275. 28 Il Battaglione Folgore fu formato praticamente prendendo tutto il Battaglione Carabinieri Paracadutisti 'Tuscania' e rafforzandolo con una Compagnia paracadutisti Incursori del 9° Col Moschin; poi con i cambi, si trasformò fino a esser formato tutto da paracadutisti, per poi tornare ancora una volta a maggioranza "Tuscania". 29 La missione ebbe un solo Caduto e 75 feriti, mentre gli USA ebbero 275 morti e i francesi 87. 30 Unitcd Nations Transition Assistance Group. 31 Notizie fornite dalla stampa italiana e straniera. 32 Durante l'Amnùnistrazione Fiduciaria italiana in Somalia, il Corpo di Sicurezza (formato dalle Forze Armate italiane) provvide anche a questo particolare addestramento, al quale si dedicarono in particolare i Carabinieri. 33 United Nations Civil Police. 34 In Italia è conosciuta come Missione Ibis: facevano parte del contingente italiano più di 3500 uomini, interforze, uno dei gruppi tattici nazionali più numeroso, inclusa l'Aeronautica Militare che con un Reparto Autonomo (AIRSOM) è stata presente dal dicembre 1992 fino al marzo 1994. UNOSOM II è in sintesi, la seconda parte della UNOSOM I con dimensioni e mandato allargato. 35 Department for Peace-Keeping Operations. 36 All'epoca dei fatti comandava ITALFOR il generale dell'Esercito Bruno Loi. Si veda il volume dello stesso Loi, Peace-keeping, pace ogt(erra? Prefazione cli Sergio Romano. Firenze, 2004. 37 Il generale Carmine Fiore, Comandante della "Legnano". 38 Sarà membro UE dal 2007. 3 9 Il 3 luglio 2006, in seguito alle vicende libanesi, il valico è rimasto chiuso e viene aperto solo per motivi umanitari. 40 Cfr. anche L. Prizzi, cit., p. 83 e ss. Si veda anche Giancarlo Streppi, Il Peace Dividend. Aspetti te01ici ed applicazioni al caso italiano, Roma, Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS), 2000. 41 Tra le ricerche avviate e pubblicate dal CeMiSS, a proposito delle missioni fuori area, v. Andrea de Guttry, Le missioni delle F01ze Ar111ate italiane ft(ori arca. Prefili giuridici della partecipazione nazionale alle "pcace suppo1t operations", Milano, 1997; Lo status delle F01ze Armate italiane i111pegnate in operazioni" fuori area" condotte sotto l'egida di organizzazioni internazionali, ricerca diretta da Natalino Ronzitti, "Informazioni della Difesa", novembre 1966. 42 In Bosnia si è articolata su un Comando e uno Stato Maggiore, un "Modulo Operativo" multinazionale per il controllo ciel territorio e la gestione dell'ordine e della sicurezza pubblica, e un "Modulo di Manovra", italiano, a livello di compagnia, per dare quella cornice di sicurezza necessaria e informativa alle opera:doni; un Reparto di supporto logistico e un altro Reparto a livello cli Battaglione costituito eia forze fornite dai paesi partecipanti alla missione. Viene poi integrato con altro personale a seconda delle specifiche particolarità richieste dall'area di competenza. 43 In realtà la SFOR fu sostituta dalla FOr•: che però mantenne il nome di SFOR. 27

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Repubblica e FOJze Armate Per i dettagli sulla creazione di una "dottrina" della MSU, v. A. Paris, Aspects ~/ 111ilitary doctrine 011 the 1WSU, in "Proceedi11gs of the Se111i11ar 011 the MSU', tenuto a Roma, Marzo 30-31 2004, p. 151-158; v. anche D. ] ,ibertini, Intematio11al e111;ù·o11111mtal a11djt11idical aspects, ibid., p. 133- 138; vedi anche sempre di A. Paris, Lo strumento 111ilitare italiano i11 opemzioni di polizia, in "Rivista Italiana cli Difesa", n. 10/2004, pp. 70-74. 45 Il 2 dicembre 2004 la NATO ha ceduto la responsabilità della missione schierata in B-H (SFOR) all'Unione Europea (EUROPOR - l •:uropean Union Porce). 46 La JPU è attualmente composta oltre che dall'ltalia, da FF. AA. di Ungheria, Slovenia, Romania, Turchia, Olanda. 47 La missione "Antica Babilonia" si è conclusa ufficialmente il 2 dicembre 2006, con l'ammainabandiera nel Campo di Talli] e il rientro di tutti i militari italiani dalla regione di competenza, Dhi Khar. ] ,a Brigata Bersaglieri "Garibaldi", di stam-:a a Caserta, che aveva aperto la missione è stata, per coincidenza, anche l'ultimo reparto impiegato. 48 V. tra le varie analisi fatte recentemente, l'interessante dossier Q11estio11s i11ternatio11ales. Guerre et paix en lrak, "La documentation française", n. 16, novembre-dicembre 2005, che riporta anche una serie di indicazioni bibliografiche, tra volumi, articoli cli giornali e interviste dirette. 49 Non possiamo non ricordare l'attentato che essa ha subito, alla Base "Maestrale" (sede dell'Unità di J\fanovra e non del Comando dell'Unità, come spesso riferito dai giornali), il 12 novembre 2003, perdendo 17 militari (12 Carabinieri e 5 militari dell'l •:sercito) e due civili. Il contingente italiano ha subito altre perdite nel corso della missione. 5 Controllo del territorio, sequestro di armi, attività informativa per la prevenzione su gruppi terroristici e malavita locale, ecc ... Per i eiettagli sulle attività cli questa MSU per il primo anno cli presenza in Teatro operativo, v. M.G. Pasqualini, Le.uo11s learned ti, the operational the(J/res - 'J'he MSU deployed in N(Jssùi{/, Dhi-Khar regi011, Southem lmq, in "Seminar on tbc Multinational Specializecl Unit", Rassegna cieli' Arma dei Carabinieri, Serie Atti - n. 2; supplemento al n. 4/2004, pp. 35-45. Da ricordare che in particolare questa Unità ha schierato del personale appartenente al Comando per la Tutela del Patrimonio Artistico che ha recuperato un numero ingente di reperti e addestrato personale per la salvaguardia delle zone archeologiche e la prevenzione di attività illegale cli 44

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scavo.

Lo staff di Comando sarà composto da 29 ufficiali, di cui 11 italiani. La sede di EUROGENDPOR è stata inaugurata nel gennaio 2006. 52 Partecipano ltalia, Francia, Spagna, Olanda e Portogallo. Circa 800 uomini, a regime. 53 Cfr. Le linee di svilt1ppo dell'Arma dei Camhi11ie1i nel siste111{! di difesa e simrezza, conferenza tenuta dal Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri presso il Centro Alti Studi Difesa il 19.6.2005. 54 29.3.2004. 51

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LE FORZE DI POLIZIA MILITARI NEL DOPOGUERRA

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Premessa

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'interdipendenza tra le tematiche di difesa esterna e quelle di sicurezza interna, negli anni della gestazione dello stato repubblicano, è tanto evidente da non richiedere diffuse rievocazioni. Basterà tener presente che, al di là del fatto formale dello status militare di tutte le forze che ad esso dovevano provvedere, il problema del mantenimento dell'ordine all'interno del Paese si presentò come pre-condizione per la difesa del territorio, tanto nelle valutazioni del vertice politico e militare nazionale quanto in quelle degli Alleati ai quali, fino al termine del regime armistiziale, spettavano le ultime decisioni. Una pre-condizione che finì per determinare la forma delle forze armate "propriamente dette" (dell'Esercito in primo luogo, naturalmente) e quella del sistema difensivo italiano, almeno fino a quando l'evoluzione della situazione internazionale e del clima politico interno non suggerì soluzioni diverse. La ricostruzione delle forze di polizia nel dopoguerra è quindi certamente un tema di storia militare ed un obiettivo di ricerca, al quale fino ad oggi è stata prestata un'attenzione minore di quella che avrebbe meritato.

Le forze di polizia dal primo dopoguerra all'8 settembre 1943 Il modello tradizionale di gestione dell'ordine pubblico adottato in Italia dopo l'Unità, entrò in crisi con la fine ciel primo conflitto mondiale. Si trattava, come si sa, di un modello imperniato su due componenti principali, una struttura capillare per il controllo ciel territorio (l'Arma dei Carabinieri Reali, cui si affiancavano nei centri urbani nuclei di "guardie di città" dipendenti dalle Questure), ed una riserva mobile, le unità dell'Esercito (eccezionalmente anche della Marina da guerra), in teoria impiegabili in occasione di emergenze di particolare gravità, nella realtà utilizzate con larghezza anche per la repressione di

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Pier Paolo Mecca1iello

manifestazioni di conflitto sociale, di dimensioni certo non tali da costituire rischio per la sicurezza dello Stato. Il Regio Esercito aveva retto bene la prova della guerra, diserzioni cd atti di indisciplina collettiva erano stati contenuti entro limiti che potevano essere considerati fisiologici, ma una volta cessate le ostilità divenne evidente che il conflitto economico e sociale non poteva essere affrontato facendo assegnamento su una forza armata costruita sulla coscrizione obbligatoria, e sulla quale venivano contemporaneamente a scaricarsi anche la problematica della smobilitazione, impegni all'estero decisamente sproporzionati alle possibilità, ed esigenze operative di prima grandezza, quali la repressione delle rivolte albanese e libica e la vigilanza attiva sulla frontiera nord-orientale. Il problema fu affrontato dal governo di Francesco Saverio Nitti nella seconda metà del 1919, innanzitutto con un sostanziale potenziamento dell'Arma, l'organico della quale fu triplicato rispetto quello del 1915. Il provvedimento di maggior rilievo fu tuttavia la costituzione di una struttura militare specificamente destinata all'assolvimento di compiti di polizia di sicurezza, addestrata ed attrezzata per reagire dinamicamente a manifestazioni conflittuali di intensità e dimensioni variabili, anche di portata nazionale. Il corpo della "Regia Guardia di Pubblica Sicurezza", compreso tra le Forze Armate dello Stato, ma dipendente esclusivamente dal ministro dell'Interno, ebbe un ordinamento simile a quello adottato nel 1906 per la Regia Guardia di finanza: un comando generale retto da un generale di Corpo d'armata dell'Esercito, ed un'organizzazione territoriale articolata in legioni, comprendente anche unità - battaglioni mobili e squadroni a cavallo - orientate all'impiego per il mantenimento dell'ordine pubblico. Anche il terzo elemento del sistema di sicurezza interna, la Regia Guardia di Finanza, fu incrementato con la costituzione di una specialità alpina per la vigilanza alla frontiera e con il potenziamento del naviglio destinato a quella costiera. Il Regio Esercito, naturalmente, continuò ad essere compreso nel sistema di sicurezza interna, ma il suo ruolo fu nella realtà ridimensionato. Oltre alla protezione di "obiettivi sensibili" e alla costituzione e.li cornici di sicurezza per l'impiego delle forze di pofo:ia, alla forza armata si chiese soprattutto di costituire l' extre111a ratio cui ricorrere in caso di emergenza. Era anche evidente la preoccupazione del governo Nitti di sottrarsi, per quanto possibile, mediante la costituzione cli una struttura militare alle proprie esclusive dipendenze, alla tutela di un vertice delle Forze Armate, la cui affidabilità era posta in dubbio da ricorrenti voci di tentazioni autoritarie, giunte a lambire anche la famiglia reale. Quanto alla base, era sotto gli occhi di tutti la partecipazione attiva, in larga

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misura, della giovane ufficialità e le simpatie di buona parte di quella più anziana, anche di grado elevato, per i movimenti di matrice combattentistica e nazionalista, destinati a confluire nei "fasci di combattimento". E non era da trascurare, in senso opposto, la diffidenza che le esperienze della rivoluzione bolscevica in Russia e delle rivolte militari in Germania, in Austria ed in Ungheria, così come gli ammutinamenti nella flotta inglese nel Baltico e in quella francese a Odessa, ispiravano nei confronti di uno strumento militare, che poteva esser ritenuto maturo per una trasformazione in "armata rossa". L'impresa dannunziana a Fiume da un lato, la serie di episodi di grave indisciplina collettiva culminati nel giugno 1920 nella rivolta di Ancona dall'altro, fornirono alle preoccupazioni il riscontro della realtà. La costituzione della Regia Guardia di P.S., o "guardia regia" come veniva definita in senso vagamente dispregiativo, non fornì comunque una risposta adeguata ad un problema tanto complesso, benché fossero interessanti alcune innovazioni tecniche, quali l'adozione del modello del battaglione mobile e l'inizio della formazione di una componente blindata, mediante la cessione di trentacinque mezzi da parte dell'Esercito. Analoga valutazione puc'i esser data per la costituzione di diciotto "battaglioni mobili autonomi di Carabinieri Reali", disposta con il R.D. 20 aprile 1920, n. 451. Treparti, ciascuno su tre compagnie a piedi cd una ciclisti, per una forza complessiva di 750 uomini, dipendevano dai comandi di gruppo di legioni (brigata), ed erano dislocati in modo da assicurare concorso alla struttura territoriale dell'Arma "nei servizi di ordine pubblico e di pubblica sicurezza". Le norme di impiego emanate con il D.M. 2 maggio 1920 precisarono peraltro che «I Battaglioni Mobili sono costituiti essenzialmente allo scopo di dare all'autorità politica centrale una forza considerevole per fronteggiare gravi ed improvvise situazioni dell'ordine pubblico. Essi pertanto sono indipendenti da qualsiasi ingerenza delle autorità politiche aventi giurisdizione nelle città sedi dei battaglioni stessi».1 La necessità di un controllo centralizzato dell'ordine pubblico era dunque concettualmente acquisita, ma difficile ne era l'attuazione, posto che rimaneva irrisolto il problema della mobilità, vincolata ai trasporti ferroviari, controllati dalle organizzazioni sindacali di sinistra, tanto da rendere necessaria la continua richiesta di concorso del peraltro modesto parco automobilistico dell'Esercito, ed il frequente impiego di navi da guerra per il trasporto di contingenti di carabinieri e guardie. La "guardia regia" ebbe in verità una vita troppo breve perché l'organismo costituito in fretta, con quadri e gregari di provenienza non omogenea, senza strutture di reclutamento e d'addestramento che ne consentissero la selezione e l'amalgama, e soggetto per l'impiego ad una gerarchia civile che non poteva non

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risentire delle incertezze esistenti a livello politico - possa oggi costituire oggetto di una valutazione obiettiva in termini d'efficienza. L'inadeguatezza complessiva del sistema era nota del resto anche al governo dell'epoca, tanto da indurlo a sollecitare l'appoggio delle forze politiche "sane" disposte a sostenere le istituzioni. L'appello, formulato da Nitti in una circolare ai prefetti del 14 luglio 1919, ebbe conseguenze la cui gravità di certo non fu prevista, poiché suonò come legittimazione tacita della costituzione di formazioni paramilitari. La conseguenza fu la nascita di milizie di partito, e se non mancarono esempi di formazioni vicine alle forze di sinistra - le "guardie rosse", gli "arditi del popolo" - ben più consistente fu lo sviluppo delle "squadre d'azione", espresse dai "fasci cli combattimento" Nacque così in seno al movimento fascista un "partito armato", che nel corso del 1921 assunse dimensioni e fisionomia militare sempre più marcate, anche per la presenza in lui, con funzioni di comando, di ufficiali provenienti dal servizio attivo o addirittura ancora ai reparti. L'apparato per il mantenimento dell'ordine pubblico venne così a comprendere un nuovo elemento, alla quale le autorità di polizia finirono per attribuire un ruolo cli fiancheggiamento, pur badando a tenersene distinte e a non riconoscerle legittimità formale. Al conferimento di lluest'ultima, mediante l'inserimento del partito armato nel quadro istituzionale dello Stato, fu provveduto subito dopo la presa del potere, con la rapidità consentita dall'attribuzione al governo Mussolini della «facoltà di emanare disposiY-ioni aventi vigore di legge», fino al 31 dicembre 1923, contenuta nella legge 3 dicembre 1922, n. 1601, «per riordinare il sistema tributario ... per ridurre le funzioni dello Stato, riorganizzare i pubblici uffici ed istituti, renderne più agili le funzioni e diminuire le spese». Con tali motivazioni, politicamente neutre, il 31 dicembre 1922 fu sciolta la Regia Guardia di P.S. cd i suoi componenti furono trasferiti parte in un ruolo di "agenti investigativi" dell'amministrazione civile dell'Interno, e parte in un ruolo separato cieli' Arma dei Carabinieri Reali, che realizzò così un ulteriore aumento di organico e vide scomparire un collaterale probabilmente non sempre gradito. Anche i battaglioni mobili dcli' Arma furono però ridotti da diciotto a dodici, e poi del tutto soppressi con il R.D. 30 dicembre 1923, n. 2980. A distanza di appena due settimane, con il R.D. 14 gennaio 1923, n. 31, fu istituita «una milizia volontaria per la sicurezza nazionale», che l'art. 2 del decreto poneva «al servizio di Dio e della Patria italiana, e agli ordini del Capo del Governo», per provvedere «in concorso coi corpi armati per la pubblica sicurezza e con il R. Esercito, a mantenere all'interno l'ordine pubblico» nonché a «prei

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para(re) e conserva(re) inquadrati i cittadini per difesa degli interessi dell'Italia nel mondo». La storia della MVSN è stata studiata, in netta prevalenza, da due punti di vista, la collocazione nel sistema del regime fascista e l'inquadramento nell'apparato militare dello Stato. J';, stata quindi posta in evidenza la difficoltà iniziale di ricondurre all'interno di una struttura formale, fortemente gerarchizzata, forze provenienti da un'esperienza di lotta politica con i caratteri della guerra civile. Fu pertanto evitata la sopravvivenza, nel nuovo organismo, delle formazioni che erano state protagoniste della lotta e, malgrado i continui riferimenti retorici alle glorie del recente passato, gli "squadristi" furono immessi in una struttura che, in realtà, a parte '-Jualche innocuo recupero terminologico dall'antichità romana, riproduceva nella sostanza l'archetipo della gendarmeria napoleonica, adottato nel secolo precedente dalle forze di polizia regie, l'Arma dei Carabinieri e la Guardia di finanza. La Milizia ebbe pertanto un ordinamento territoriale articolato in legioni, coorti, centurie e manipoli, al comando, rispettivamente, di consoli, seniori, centurioni e capimanipolo, cd un comando generale direttamente dipendente dal capo del Governo. Superata la crisi successiva al delitto Matteotti, Mussolini ritenne opportuno attenuare la connotazione politica cli partito della MVSN, per sottolineare invece il suo carattere istituzionale, fino a dichiararne, con il decreto legge 4 agosto 1924, n. 1292, l'inserimento tra le Forze Armate dello Stato, e ad estendere ai militi la formula del giuramento cli fedeltà al sovrano in uso per i militari "regi". Il primo regolamento di disciplina della I\Iilizia, approvato con R.D.L. 8 marzo 1923, n. 831, si esprimeva in termini assai più vaghi: «Nel nome di Dio e dell'Italia, nel nome di tutti i caduti per la grandezza d'Italia, giuro di consacrarmi tutto e per sempre al bene dell'Italia». Una volta assolta la funzione di imbrigliare, legittimandolo, lo squadrismo, e '-luella meno elevata, ma praticamente anche più significativa, di assicurare una sistemazione ad un certo numero cli reduci dalla rivoluzione, la Milizia perse buona parte del suo peso all'interno del nuovo sistema politico. «Venne così san:.donata in maniera definitiva quella che rimase fino all'ultimo la sostanziale ambiguità, e '-Juincli debolezza intrinseca, della milizia: organismo ibrido, né pienamente di partito né interamente assorbito nelle regolari istituzioni militari dello Stato, comandata da ufficiali che solo in parte ponevano la fedeltà alla rivoluzione fascista e a Mussolini al primo posto nella loro scala dei valori, reclutata alla rinfusa con criteri di selezione politica rimasti sempre, cli fatto, quanto mai approssimativi, di modo che in realtà andò mano a mano perdendo il carattere

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di truppa scelta del fascismo, di baldo e sicuro presidio della rivolu%ione, per diventare un amorfo organismo cli burocra%ia poli%iesca». 2 Una involuzione simile si verificò per l'inquadramento nell'apparato militare, che si risolse progressivamente nell'accettazione cli un ruolo ausiliario nei confronti dell'esercito. Nella MVSN ebbero così sede l'istruzione pre e post- militare, la diffusione della cultura militare nelle scuole e nelle università (nelle quali ultime si manifestò presto la competizione tra la Mili%ia Universitaria e la forma%ione di partito dei "Gruppi Universitari Fascisti" - G.U.F.), ed alcune attività specialistiche, come la difesa contraerea (DICAT) e l'artiglieria costiera (MILMAR1). La struttura territoriale della Mi!i%ia era comunque chiamata ad esprimere un certo numero di unità combattenti, i battaglioni "Camicie Nere", che parteciparono alla campagna italo-etiopica e alla guerra civile spagnola, ordinati in raggruppamenti e divisioni, ai quali peraltro il R. Esercito fornì i comandanti, gli stati maggiori, l'artiglieria, il genio e i servizi. «I compiti d'istituto della Milizia, quali furono sanciti all'atto della sua fondazione, sono oggi in gran parte superati; la sua attività, in origine prevalentemente politica e para-militare, sta evolvendo verso caratteristiche accentuatamente militari ed operative». Così esordiva il primo di due studi elaborati dal Gabinetto del Ministro della Guerra, rispettivamente nell'aprile e nell'ottobre 1939, entrambi dal titolo significativo: "Il problema della MVSN", 3 con i quali, preso atto del punto in cui stavano le cose, si proponeva senz'altro l'inserimento della Nlilizia nel R. Esercito, con funzioni in netta prevalenza orientate verso l'organizzazione territoriale. In sostanza, alla vigilia dell'ingresso nel secondo conflitto mondiale, il ministero della Guerra, che è difficile supporre non allineato al proprio titolare, che era lo stesso 1viussolini, riteneva conclusa l'esperienza della NIVSN come forza armata autonoma politicamente connotata e ne proponeva l'assorbimento nella principale forza armata "regia". Interesse sicuramente minore ha presentato, per gli studiosi, il terzo aspetto della fisionomia della "Guardia armata della Rivolu:,;ione", quello di polizia politica, che nelle previsioni iniziali avrebbe dovuto essere preponderante. Come si è detto, la MVSN disponeva sia di un'organizzazione per il controllo del territorio, che di organi destinati all'attività di indagine (gli "uffici politici investigativi" esistenti presso ogni comando di legione). Gli studi condotti negli ultimi anni sembrano tuttavia concordi nel non riconoscere alla l\!Wi%ia un ruolo prevalente nell'esercizio della funzione di polizia politica, ruolo che continuò ad essere assolto dalle istituzioni tradizionali. Efficien7.a maggiore, rispetto a quella dell'organismo da cui traevano origine, fu probabilmente manifestata dalle milizie speciali, istituite negli anni della

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costruzione del "regime", con finalità di controllo in settori strategici, quali i trasporti ferroviari (Milizia Ferroviaria), i porti (Milizia Portuale), le comunicazioni (ìviilizia Postelegrafonica), la motorizzazione e la viabilità stradale (Milizia della Strada), la tutela dell'ambiente montano (Milizia Forestale). Ad eccezione della Milizia Forestale, nata per trasformazione del preesistente Corpo Reale delle Foreste, si trattò di organismi nuovi, operanti alle dipendenze funzionali delle amministrazioni statali competenti per il rispettivo settore, con proprie strutture permanenti in grado di inc.1uadrare aliquote di personale volontario (soprattutto a livello dirigenziale) appartenente alle stesse amministrazioni. Il loro livello di professionalità e di tecnicismo fu generalmente migliore di quello della Milizia ordinaria. In quest'ultima continuarono invece ad essere inquadrate le specialità a più immediata valenza politica, come i reparti addetti alla vigilanza sulle colonie di confino e i "reparti speciali di frontiera", istituiti nelle legioni con circoscrizione confinaria con il R.D. 8 maggio 1927, n. 762, in rapporto all'inasprimento elci controlli stabilito dal nuovo testo unico di pubblica sicurezza, approvato con R.D. 6 novembre 1926, n. 1848. Sembra si possa concludere che anche nel settore della sicurezza interna, come in altri dell'organizzazione politico-amministrativa, il governo fascista preferì fare assegnamento sulle strutture e sulle istituzioni del vecchio Stato democratico-liberale, limitandosi a duplicarle con organismi coerenti con la propria ideologia, ma senza poi assicurare a questi ultimi livelli sufficienti di prestigio e di efficienza che consentissero di svolgere pienamente la funzione di controllo politico loro assegnata. Il controllo del territorio fu quindi saldamente conservato dall'organizzazione capillare dei Carabinieri Reali, cd altrettanto accadde per la vigilanza di frontiera, svolta dalla Regia Guardia di finanza in modo del tutto indipendente dalla compresenza della Milizia Confinaria, alla quale peraltro soltanto nel 1940 fu conferita una certa autonomia all'interno della struttura territoriale della MVSN ordinaria. La funzione di polizia politica vera e propria, comunque, continuò a far capo, come prima del regime, soprattutto alla direzione generale di Pubblica Sicurezza del ministero dell'Interno, che vi provvedeva con la rete degli "uffici politici" delle questure e, dal 1930, con uno speciale servizio informativo occulto, l'OVRA, in grado di operare anche all'estero ricorrendo largamente alla tecnica dell'infiltrazione. Dopo lo scioglimento della "guardia regia", la direzione generale tornò presto a disporre di una forza alle proprie esclusive dipendenze, il "Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza", istituito con R.D.L. 2 aprile 1925, per il quale venne coniata l'inconsueta definizione di "corpo civile militarmente organizzato".

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Il Corpo era articolato in "reparti agenti" presso ogni questura, mentre a Roma, e in seguito in altre città importanti fu istituita una "divisione speciale di P.S." comprendente anche reparti motorizzati, blindati, a cavallo e cinofili (nella terminologia dell'epoca, adottata anche dall'Arma fino al 1934, per "divisione" si intendeva un'unità a livello battaglione/gruppo). Se la funzione delicatissima di polizia politica fu assolta in via prevalente dall'amministrazione civile cli P.S., le due forze di polizia militari "regie", i Carabinieri e la Guardia di finanza, confermate nelle loro attribuzioni istituzionali, potenziate da una legislazione autoritaria e da dotazioni materiali meno inadeguate rispetto al passato, si integrarono nel sistema fascista, appagate dal conferimento di un'autonomia pressoché totale dal punto cli vista tecnico e della gestione interna. La convivenza con la Milizia non dovette costituire un problema particolarmente rilevante, mentre l'istituzione fondamentale del regime, il partito nazionale fascista, rinunciò ad esercitare un controllo diretto sulle forze armate - e quindi anche sull'Arma e sulla Guardia di finanza - rispettando il compromesso originario, che sottraeva di fatto alla sua influenza le istituzioni militari. J\l quadro d'insieme della forze militari di polizia si aggiunse, dopo la proclamazione dell'Impero, un corpo di polizia coloniale, che assunse nel 1939 la denominazione di "Polizia cieli' Africa Italiana". J,a PAI, itKJuaclrata tra le forze armate e privilegiata nel reclutamento, nella formazione e nelle dotazioni tecniche, ebbe fama di organismo di élite e svolse un ruolo significativo durante l'occupazione tedesca cli Roma e nella successiva fase di ricostruzione della forza militare di pubblica sicurezza. L'esperienza della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale, è ovvio, incise profondamente sulle forze di polizia. Per i Carabinieri e per la Guardia di finanza era prevista la partecipazione sia alla copertura delle frontiere che alle operazioni dell'esercito di campagna, e per queste ultime l'Arma mobilitò ben trentasei battaglioni, oltre a 41 O sezioni per il servizio di polizia militare presso le truppe, e altre unità minori, 4 mentre la Guardia di finanza costituì diciotto battaglioni e cinque compagnie autonome mobilitate, oltre a fornire gli equipaggi delle unità del naviglio passate alle dipendenze della R. ì'viarina. Parteciparono alle operazioni anche i reparti delle due forze dislocati in Albania, in Africa Orientale, in Libia e in Egeo. Impiegate inizialmente come normale truppa di fanteria sul fronte grecoalbanese, a partire dall'aprile 1941 le unità mobilitate dei Carabinieri e della Guardia cli finanza, inquadrate nelle grandi unità dell'Esercito, ebbero nell'occupazione nei Balcani ed in Grecia un campo d'azione coerente con la rispettiva i

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fisionomia istituzionale, ma di gran lunga il più oneroso in termini di perdite e di assorbimento di forze. La controguerriglia nei territori annessi della provincia di Fiume, nella provincia autonoma di Lubiana e nel governatorato della Dalmazia fornì anche occasione per la comparsa, accanto ai reparti della MVSN ordinaria, di battaglioni di squadristi organizzati dal partito fascista e posti alle dirette dipendenze dei prefetti, tutti di estrazione politica. Ufficiali prevalentemente della MVSN inquadrarono anche le formazioni semi-regolari della "Milizia Volontaria Anticomunista" (l'vIV/\C), costituite da volontari di nazionalità slava ed operanti alle dipendenze dei comandi del R. Esercito. L'esperienza balcanica indusse anche un processo di progressiva, anche se circoscritta, militarizzazione della forza civile di polizia, il Corpo degli Agenti di P.S. Oltre ai reparti, agenti delle questure di Fiume, Zara, Spalato e Cattaro e della divisione speciale di Lubiana furono costituiti un "battaglione motociclisti di polizia", che operò in Jviontenegro e in Albania tra l'aprile '41 e il febbraio '42, e un "battaglione speciale Fiume", dislocato in Croazia nell'estate '43. I componenti di c1uesti reparti ebbero lo stato giuridico di personale civile militarizzato e, a partire dal 1942, passarono alle dipendenze dei comandi dell'Esercito e furono impiegati in funzioni analoghe a quelle dei carabinieri e dei finanzieri. Funzioni chiaramente investigative ebbero invece gli "uffici politici" delle questure della Venezia Giulia, di Lubiana e della Dalmazia, e soprattutto l'Ispettorato speciale di P.S. istituito a Trieste, successivamente trasformato in organo interforze (comprendente anche militari dei CC.RR. della R.G.P. e della NIVSN, articolati in 24 nuclei mobili), nel tentativo di gestire la repressione della guerriglia - ormai manifestatasi anche a occidente del vecchio confine pre-bellico - nell'ambito dell'amministrazione della Pubblica Sicurezza, per evitare di ammetterne l'ormai evidente carattere militare. Fino alla primavera del 1943, quando l'andamento sfavorevole delle operazioni in Africa e in Russia cominciò a fare avvertire i segni della crisi politicomilitare destinata a esplodere nell'estate, le forze di polizia erano impegnate in misura minore nell'assolvimento di quello che era il loro compito istituzionale fondamentale, il mantenimento dell'ordine nel Paese. Alle sporadiche manifestazioni di protesta - provocate dall'aumento dei prezzi, dalla irregolarità nella distribuzione dei generi alimentari o dai disagi connessi agli effetti dell'offensiva aerea anglo-americana - si tendeva a riconoscere carattere fisiologico, comunque non eccessivatnente preoccupante. Atteggiamento analogo fu assunto anche cli fronte agli scioperi verificatisi nel triangolo industriale il 13 e 14 marzo, per i quali si preferì chiamare in causa l'im-

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previdenza e l'inefficienza delle organizzazioni periferiche del partito e dei sindacati. Parve così sufficiente, per chiudere la ricerca delle responsabilità, la sostituzione del giovane segretario nazionale del P.N.I•:, Vidussoni, con un esponente della vecchia guardia squadrista, Carlo Scorza, e quella del capo della polizia Carmine Senise, prefetto di carriera, con Renzo Chierici, anch'egli squadrista e gerarca della Milizia Forestale. Un'interpretazione riduttiva, non condivisa dagli organi centrali incaricati di analizzare la situazione interna, il comando generale dei Carabinieri e la direzione generale di P.S. li cambiamento del clima politico preoccupò anche un altro comando generale, quello della J\tiilizia, retto dall'aprile 1941 dal Luogotenente generale Enzo Galbiati, che già nel novembre '42 con una circolare riservata diretta ai comandi di legione aveva ordinato la costituzione cli "nuclei per l'impiego in caso di perturbamento dell'ordine pubblico". Pochi giorni prima, in un rapporto alla gerarchia, lo stesso Galbiati aveva affermato che: «L'ordine pubblico è nelle mani del Partito... Le forze di polizia sono nulla di fronte alla Milizia e questa deve agire con tutta la legalità in quanto è anche essa forza di polizia». Fu anche ordinata la costituzione in ogni comune di nuclei di legionari scelti, da impiegare "in caso cli particolare emergenza", attingendo anche ai vecchi squadristi locali. 5 Il progetto di far riassumere alla l\tIVSN un ruolo politico significativo prese ulteriore consistenza nell'aprile 1943, in occasione del convegno italo-tedesco di Klessheim. In un colloquio riservato eia lui chiesto al Reichsfuehrer SS Himmler, l\tiussolini accettò la proposta di costituire un'unità scelta, composta da personale selezionato anche sotto il profilo politico, da destinare alla protezione del capo del fascismo, sul modello della divisione SS Leibsta11rlarte Arlo!f Hitle1:<• La grande unità, denominata "divisione M" e formata da sei battaglioni di Camicie Nere "M", 7 un raggruppamento cannoni controcarro/contraerei eia 88 mm. e un reparto di 36 carri armati "Tigre", con comandante, quadri e gregari esclusivamente appartenenti alla J\,fVSN e un nucleo cli istruttori tedeschi, fu costituita mediante rapporti diretti tra il comando delle SS e quello della Milizia, escludendo lo stato maggiore del Regio l~sercito. I tentativi di quest'ultimo di trasferire la divisione nell'Italia meridionale - era intanto avvenuto lo sbarco anglo-americano in Sicilia - furono infruttuosi, e la grande unità rimase nella zona di addestramento intorno al lago cli Bracciano, a breve distanza dalla capitale. La fine del regime avvenne però senza episodi significativi cli resistenza da parte fascista. Galbiati, capo cli SM della Milizia, Chierici, capo della polizia e lo stesso Scorza, segretario ciel P.N.l •: si affrettarono a mettersi a disposizione del governo ciel Maresciallo Badoglio.

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Rej>11hblica e FO/z.e Ar111de

Il 27 luglio 1943 la MVSN fu inquadrata nel Regio Esercito, ebbe per comandante il generale di Corpo d'Armata Quirino Armellini, vicino a Badoglio, sostituì la camicia nera con lJUella grigio-verde e i fasci sulle fiamme con le stellette. Adottarono il segno tradizionale dell'appartenenza alle Forze Armate anche la P.A.I. e il Corpo degli Agenti di P.S., al quale lo status militare fu conferito con il R.D.L. 31 luglio 1943, n. 687; provvedimento analogo militarizzò anche il Corpo degli Agenti di Custodia. La divisione "M" prese il nome della "Centauro", distrutta in Tunisia, ebbe per comandante il generale Carlo Calvi di Bergolo, genero del re, e ufficiali dell'esercito assunsero gli incarichi di comando e di stato maggiore. Il governo Badoglio attribuì carattere di assoluta priorità alle misure per il mantenimento dell'ordine pubblico, condizione indispensabile per affrontare la crisi che si prevedeva concomitante all'uscita del Paese dal conOitto. Già la sera del 25 luglio un telegramma ai prefetti dispose il passaggio della responsabilità alle autorità militari, ed il mattino successivo il capo di Stato J\faggiore del R. Esercito, Roatta, diramò una circolare con direttive per l'impiego dei reparti in servizio di O.P. improntate alla massima severità. Furono proibiti gli assembramenti, imposto il coprifuoco, attuata una rigida censura sulla stampa, ed estesa la competenza dei tribunali militari di guerra ai reati commessi in occasione di manifestazioni. Il ritorno dell'Esercito all'impiego in ordine pubblico, caduto in desuetudine dopo il 1922, diede luogo a numerosi episodi di repressione eccessivamente energica. La circolare Roatta si esprimeva, infatti, nei seguenti termini: «Muovendo contro gruppi di individui che perturbino ordine o non si attengano at presctizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza, anche con mortai et artiglierie, senza preavvisi di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche ... Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire, come in combattimento». Nei primi cinque giorni successivi al 26 luglio si contarono 83 morti, 308 feriti e 1.554 arresti. 8 Il controllo della situazione interna fu comunlJue l'unico aspetto della gestione della crisi rispetto al quale il governo riuscì a conseguire un successo pieno, sia pure a caro prezzo e grazie al ritorno in piazza dell'Esercito, dopo vent'anni di impiego esclusivo delle forze di polizia. Nel corso del mese di agosto si cercò anche di ridurre l'impegno nei territori di occupazione o di recente annessione. Nel convegno italo-tedesco, svoltosi a Casalecchio di Reno il 15 agosto, fu ottenuto il consenso germanico al rimpatrio della 4a armata dalla Prancia rneridionale, della divisione "Isonzo" dalla Slovenia, di otto battaglioni di Carabinieri dai Balcani e di sette della Guardia di finanza dalla Grecia e dal Montenegro, oltre alla riduzione del personale dislocato in Albania.

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Pier Paolo M_eccmiello Fu anche ordinata la costituzione di battaglioni mobili della Guardia di fitrnnza con lo stesso organico cli quelli dei Carabinieri (comprendenti quindi anche una co111ponente moto-corazzata). Il 28 agosto il comando generale del Corpo diramò la circolare 897 /R.O., con la quale furono impartite ai comandi di legione le direttive cui attenersi nell'eventualità che l'evoluzione della situazione militare impedisse la trasmissione cli ordini. Le unità mobilitate si sarebbero attenute alle disposizioni impartite dai comandi dell'Esercito o della Marina cui erano aggregate, mentre i reparti addetti al servizio d'istituto avrebbero dovuto in ogni caso rimanere ai loro posti, continuando ad assolvere i compiti istituzionali, compreso il concorso al mantenimento dell'ordine pubblico. Se si fossero trovati "a immediato contatto con il nemico", i reparti dovevano attenersi alle norme della legge di guerra (R.D. 8 luglio 1938, n. 1415), che consentivano la prosecuzione ciel servizio anche in territorio occupato.

Le forze di polizia nell'Italia divisa

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Il collasso del sistema militare, dopo l'armistizio dcll'S settembre 1943, determinò anche quello del sistema di sicurezza interna. Gli effetti furono tuttavia diversi nei due tronconi in cui fu diviso il territorio nazionale, e diversa fu la storia delle forze di polizia presenti in ciascuno di essi. Con le armate americana e inglese, che tra il 9 e il 1O settembre sbarcarono a Salerno e a Taranto, si installò in ] talia una complessa macchina amministrativa, la cui costituzione era conseguenza immediata della decisione cli imporre alle potenze del!' Asse la resa incondizionata, presa in gennaio dalla conferenza di Casablanca. Gli alleati, una volta assunto a scopo di guerra l'annientamento del nemico, dovettero infatti prepararsi ad assumere direttamente l'onere dell'amministrazione dei territori nemici occupati, senza far conto delle strutture esistenti, in merito alle quali del resto avevano informazioni diverse, e compirono quindi valutazioni differenti. Ncll'Allied i\llilita~J' Coverm11e11t OC!!pj>ied 'lènitoD' (A.M.C.O. T.), istituito il 1° maggio 1943 mentre erano ancora in corso i combattimenti in Tunisia, si confrontarono così due distinti approcci al problema della sicurezza alle spalle delle truppe operanti. Al contrario di quanto poi fecero in Germania, gli alleati rinunciarono a istituire zone di occupazione distinte e realizzarono una struttura integrata angloamericana, articolata in sci hranc/1 - legale, finanziaria, alimentazione, sanità, pub-

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Repubblica e Fo1ze Armate blica sicurezza, demanio - coordinate in ciascun capoluogo di provincia da un Senior Civil Affairs Office,; da cui dipendeva, tra gli altri, un Civii AJ!airs Po/ice Office,: L'atteggiamento americano era radicale: l'amministrazione italiana, inquinata dal fascismo, andava ricostruita dalle fondamenta, facendo assegnamento sui pochi cittadini non sospettabili di collaborazione con il regime (sulla qualità dei quali, come è noto, gli ufficiali statunitensi non mancarono di prendere vistosi abbagli). Purtroppo, l'esercito americano disponeva di un certo numero di ufficiali di origine italiana, di livello gerarchico e culturale medio-basso, ai c.1uali, naturalmente salvo eccezioni, finirono talvolta per essere attribuite funzioni non adeguate alle loro capacità. Ben diverso il retroterra della componente britannica, erede di una secolare tradizione di amministrazione in casa d'altri con il collaudato sistema dell'indirect rule. 9 Il primo capo dell' A.M.G.O.T., Lord Francis Rennel Rodei, era un buon conoscitore dell'Italia (era figlio di Sir James, ambasciatore a Roma dal 1908 al 1919), veniva da Addis Abeba, dove era stato consigliere del Negus, e aveva quindi conoscenza diretta delle forze di polizia italiane, che l'amministrazione militare britannica aveva mantenuto in servizio dopo l'occupazione in Eritrea, in Somalia e, più tardi, anche in Libia. I primi carabinieri e finanzieri catturati in Sicilia erano stati trasferiti nei campi di concentramento in Africa, ma dopo pochi giorni, grazie ad un intervento di Rodd presso i comandanti delle armate, i militari delle forze di polizia furono mantenuti nelle loro funzioni, armati e in uniforme. Fin dall'inizio dell'occupazione quindi, probabilmente per effetto delle esperienze fatte in Africa, gli alleati fecero assegnamento soprattutto sull'Arma per esercitare un certo controllo dell'ordine pubblico, compatibilmente con le circostanze. Ciò già prima dell'armistizio, se il 21 agosto, reduce da una visita al maresciallo Alexander nel suo quartier generale presso Siracusa, Harolcl Mac Millan poteva annotare nel suo diario: «I carabinieri regolano tutto il traffico e compiono gli altri normali compiti della polizia. Insomma, le cose cominciano a funzionare, ma - si intende - le difficoltà restano immense». 10 A settembre l'Arma ebbe addirittura un elogio alla Camera dei Comuni da parte del ministro degli Esteri Eden. Per la Fi11a11ce Gttartl - organismo che, non avendo corrispondenti negli ordinamenti anglosassoni, era meno noto - la valutazione fu pure sostanzialmente positiva, anche se circoscritta all'ambito della lotta al mercato nero, peraltro problema di prima grandezza, che da allora divenne il campo d'azione specifico del Corpo. In ogni modo, per entrambe le forze cli polizia ad ordinamento militare l'amministrazione alleata scelse di lasciare intatte le lince di comando e le strutture operative territoriali, pur ponendo le articolazioni periferiche alle dipendenze funzionali dei Civil Affairs Po/ice Officer provinciali.

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Subito dopo l'armistizio, utilizzando le strutture dei comandi cli legione di Bari, furono così costituiti un comando dei Carabinieri Reali ed uno della R. Guardia di finanza "dell'Italia Meridionale", denominazione poi variata in novembre in "dell'Italia Liberata", e mantenuta anche dopo il trasferimento del governo a Salerno, fino alla liberazione di Roma, quando furono riattivati i rispettivi comandi generali. Nei confronti dell'amministrazione della Pubblica Sicurezza, compresa la sua componente militare, l'AMG assunse un atteggiamento di diffidenza, sulla base di informazioni che qualificavano l'organismo come strettamente integrato nel regime, e quindi impiegabile soltanto dopo una profonda epurazione. La :NIVSN, naturalmente, non fu neppure presa in considerazione come forza cli polizia, e rimase in servizio alle dipendenze dei comandi di zona retti da generali del R. Esercito e inseriti nel!' organizzazione militare territoriale, fino a dicembre, quando fu sanzionato lo scioglimento della Milizia ordinaria, lasciando in sospeso la situazione di quelle speciali. Con il passaggio sul continente, l'AMGOT perse le ultime due lettere dell'acronimo, in omaggio allo status di cobelligerante assunto dall'Italia ed estese la sua competenza alle province occupate dalle truppe alleate, salvo quelle cli Bari, Brindisi, Lecce e Taranto, lasciate all'amministrazione del governo di Brindisi. All'AMG, organismo operativo per l'amministrazione del territorio a tergo delle truppe operanti, si aggiunse un nuovo organo, l'Allied Contro/ Commùsion (ACC), al quale il paragrafo 37 dell'an11ùtizio lungo affidava la rappresentanza delle Nazioni Unite e l'incarico «cli regolare ed eseguire il presente atto, in base agli ordini e alle direttive generali del Comandante Supremo delle Forze Alleate». Il paragrafo 3 dello stesso documento imponeva al Comando Supremo italiano di prendere «tutte le disposizioni necessarie per salvaguardare l'ordine pubblico». Un terzo organo, l'Allied Adviso~y Co1111cil far lta!J, fu poi istituito alla fine di novembre, quale organo di alta consulenza politica del Comandante in Capo alleato del Mediterraneo (SACMED), e ne fecero parte personalità di livello, quali il britannico Mac Millan, lo statunitense Robert Murphy, il sovietico Andrei Vyshinsky e i rappresentanti francese, jugoslavo e greco. In questo complesso sistema - che tra l'altro diede luogo a un evidente fenomeno di overstqjjìng, interessante alcune centinaia di uomini e donne per i quali la campagna d'Italia non fu un'esperienza particolarmente onerosa - l'AMG ebbe un ruolo prevalentemente esecutivo, e limitato alle province non restituite all'amministrazione italiana, mentre l' ACC - diretta fino alla liberazione di Roma dal generale inglese Sir Noci Mason-Mac Parlane, poi dal contrammiraglio americano Ellery Stone - assunse una posizione nettamente preponderante, fino a trasformarsi in organo di supervisione e di controllo sugli atti del governo italiano, gra-

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zie a un'interpretazione alquanto estensiva dei compiti fissati in origine, e che avrebbero dovuto limitarsi alla verifica dell'osservanza delle clausole armistiziali. La sezione militare della commissione era articolata in tre sottosezioni Esercito, Marina, Aeronautica - e la prima delle tre, più nota con la denominazione di Military Mission to the Italian Amty (M.M.I.A.), divenne l'interlocutore principale del governo, del comando supremo e dello stato maggiore non soltanto per tutto ciò che aveva a che fare con l'impiego e la ricostruzione del Regio Esercito, ma anche per le questioni riguardanti le forze destinate al sistema di sicurezza interna. Un interlocutore generalmente non amichevole - sia sotto la gestione del brigadiere generale G. Duchcsne che in quella successiva del parigrado Langley Browning, entrambi britannici- ma piuttosto sensibile al problema del mantenimento dell'ordine pubblico. Non è un mistero infatti che, nell'ottica del comando alleato, la ricostituzione di unità combattenti presentava un interesse limitato, mentre ben maggiore era l'importanza che all'Esercito italiano veniva attribuita come strumento di sicurezza interna, oltre che di serbatoio di manodopera per l'organizzazione logistica. Ciò malgrado, la MMIA, pur non interferendo con l'organizzazione interna delle forze militari di polizia, almeno fino alla liberazione di Roma esercitò un controllo puntiglioso affinché fossero rigorosamente rispettati i limiti di consistenza delle forze terrestri italiane fissati dal Comitato dei Capi di S.M. alleato. Tali limiti furono comunicati con una nota del 23 marzo 1944. 11 La forza complessiva dell'Esercito, compresi Carabinieri e Guardia di finanza, era determinata in 377.070 uomini, di cui appena 14.100 destinati alla costituzione di un'unità combattente (il "Corpo Italiano di Liberazione"), mentre ben 185.400 erano posti alle dipendenze del XV Gruppo di Armate alleato per l'organizzazione logistica. Alle due forze militari di polizia erano assegnati in totale 30.000 uomini, corrispondenti alla forza effettiva in servizio al 1° marzo 1944 nell'Italia meridionale e insulare (29.995 unità), della quale l'allegato E del documento forniva i dati di dettaglio:

RR.CC.

R.G.F

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Uff ~_Scltt,/Tr 194 10.848 51 3.105 118 9.046 363 22.999 -----

Penisola Sardegna Sicilia

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Totali

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Uff 111 31 19 161

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Sot_t./Tr 4.383 1.049 1.040 . ----·

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6.472

L'aspetto singolare del documento è costituito dal fatto che la forza presente nel "regno del Sud" era considerata sufficiente a far fronte alle necessità fino

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Pier Paolo 1vlecca1iello al raggiungimento da parte delle truppe alleate della linea Pisa - Rimini, il che era evidentemente fuori questione sia per i Carabinieri che per la Guardia di finanza. Al concorso al mantenimento dell'ordine pubblico la MìVIIA destinava peraltro anche tre divisioni di Fanteria, una in Sardegna ("Calabria") e due in Sicilia . " u111ta . ' e1I· sicurezza . . ". ("S ab auc1a " e ''Aosta ") , eIe fi1111te mterna Le cose andarono in modo radicalmente diverso nel territorio a nord della linea di contatto tra gli eserciti alleati e quello tedesco, che per venti mesi divise la penisola in due realtà differenti. La guerra civile ebbe per effetto, nel Centro-Nord, la disgregazione del sistema cli sicurezza, alla quale contribuirono tuttavia, più che il comportamento della potenza occupante, i conflitti all'interno della Repubblica Sociale Italiana, in particolare quello tra due istituzioni, J\'lilizia e partito fascista, già presenti nel regime precedente. Una situazione che rese estremamente difficile la ricostruzione dell'apparato di polizia nell'Italia settentrionale dopo la fine delle ostilità. Nella penisola, dopo l'annuncio dell'armistizio dato alla radio dal Maresciallo Badoglio alle 19.45 dell'8 settembre, il sistema di sicurezza interna cessò praticamente di funzionare. Carmine Senise, reintegrato nelle funzioni di capo della polizia dopo il 25 luglio, diramò nella stessa sera dell'8 due telegrammi, con i quali raccomandava ai prefetti la massima cura per il mantenimento dell'ordine pubblico, responsabilità che peraltro, come si ricorderà, era stata assunta dalle autorità militari. Il collasso dell'organizzazione territoriale del Regio Esercito, quindi, fece sì che questori, ufficiali dell'Arma e della Guardia di finanza, ma anche marescialli e brigadieri comandanti delle unità minori, dovettero fronteggiare da soli situazioni di estrema gravità. Un caso emblematico è quello delle stazioni dei Carabinieri e delle brigate della Guardia di finanza dell'Istria, rimaste unico punto di riferimento per le comunità italiane dopo la dissoluzione dei comandi militari, e travolte da una rivolta di inattesa violenza della popolazione croata. Incidenti si verificarono nei primi contatti tra forze cli polizia e truppe di occupazione tedesche, nei valichi ferroviari di frontiera di Tarvisio e di Piedicolle, alla Sella di Prevallo, a Idria e al Brennero, nel porto di Bari e a Napoli, dove furono fucilati dopo la cattura i 14 carabinieri della stazione Porto, che avevano difeso la centrale telefonica del Rettifilo, e due finanzieri trovati in possesso di anni. Nel giro cli pochi giorni, tuttavia, generalmente intorno al 12 settembre, i comandi della Wehrmacht riconobbero, in base alle norme internazionali, la qualità di personale di polizia ai carabinieri, agli agenti di P.S. e ai finanzieri, consentendo loro di continuare ad assolvere i compiti d'istituto armati e in uniforme. I lineamenti del regime di occupazione in Italia erano stati definiti il 10 set-

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tembre, con un "Ordine del Puehrer", diramato dopo una riunione del vertice nazista nel quartier generale di Rastenburg. Il territorio era diviso in due aree, la "zona delle retrovie", soggetta ai comandi di armata, a loro volta subordinati al "Comandante Superiore Sud", Kesselring, e il "rimanente territorio italiano", affidato all'amministrazione militare ( '~\1ilitaervenwltmzf!," - 1\1V) del generale Rudolf Toussaint, articolata in comandi territoriali e branche funzionali: Furono anche istituite due "zone operative speciali", il Voralpen/and (province di Bolzano, Trento e Belluno) e l'Ar/Jiatisches K11este11/c111d (province di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Piume), dichiaratamente per la necessità di garantire un più efficace controllo del fascio cli comunicazioni che connetteva il Reich alla Valle Padana, in realtà a premessa di un'annessione, nel quadro cli un generale riassetto del continente europeo, dopo la vittoria. Il regime cli occupazione tedesco - come da tempo hanno rilevato Colloui12 e I<Iinkhammer 13 - funzionava tuttavia soltanto in parte secondo regole formali, corrispondenti a un modello organizzativo razionale. Era piuttosto la proiezione in Italia ciel sistema "policentrico" nazista, un insieme di centri di potere più o meno equipollenti, in reciproca competizione e tutti correlati direttamente al dittatore, unica istanza di risoluzione dei conflitti. Operavano (tuindi in condizioni cli sostanziale indipendenza rispetto all'amministrazione militare, ad esempio, il rappresentante del ministro degli Armamenti Speer, generale l ,eyers, e (]uello del ministro del Lavoro Sauckel, incaricati rispettivamente dello sfruttamento dell'economia italiana e ciel reclutamento della manodopera per le esigenze dello sforzo bellico tedesco. La politica di sicurezza, in particolare, era riservata al SS-Ohergrt1ppenfùehrer 1111d Polizeigeneral Karl Wolff, rappresentante del Reich4ùehrer SS Himmler e sovraordinato alle varie organizzazioni dell'apparato poliziesco germanico, la polizia segreta (Gehei1JJeStaatsPolizei - GeStaPo), la polizia dell'ordine (Ord11t11Z{!,Polize1), il servizio di sicurezza (Sichereitsdie11st - SJ)) e altre minori, in competizione tra loro e con le corrispondenti specialità della \v'ehrmacht, come la gendarmeria militare (l;èldge11dar11terie), la polizia segreta campale (Geheù11~/èldjJO!izez) e il controspionaggio (AhJJJeht7. L'azione dei vari elementi del sistema era coordinata, più o meno efficacemente, dal "Plenipotenziario del Grande Reich in Italia", Rudolph Rahn. La decisione hitleriana di consentire la costituzione di un governo collaborazionista complicò ulteriormente il già complesso scenario del regime cli occupazione, poiché impliccì il riconoscimento delle autorità politiche e amministrative italiane, formalmente "alleate", mentre Rahn, pur mantenendo la funzione di plenipotenziario, fu nominato ambasciatore presso il governo della RSI. I rapporti di forza, naturalmente, erano tali da garantire la totale subordinazione delle

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autorità italiane ai rappresentanti del potere nazista, ma mancò alla politica di occupazione una direzione unitaria, assicurata invece, nel "regno del Sud", dall'AMG e clall'ACC. La prima seduta del Consiglio dei ministri dello "stato nazionale repubblicano" (la denominazione di "Repubblica Sociale Jtaliana" fu adottata soltanto a partire dal 1° dicembre) ebbe luogo il 23 settembre 1943 nell'ambasciata tedesca di Roma, e la "c.1uestione militare", nel suo duplice aspetto di mantenimento dell'ordine interno e di ritorno al combattimento al fianco dell'alleato, apparve subito come tema centrale della lotta politica all'interno ciel campo fascista. Come è noto, si contrapponevano due ipotesi: - la ricostituzione della Milizia come unica Forza Armata, a reclutamento esclusivamente volontario e a forte connotazione politica, sul modello delle SS tedesche; - il ripristino delle Forze Armate secondo il modello cli quelle regie, apolitico e a reclutamento misto (in parte volontario, in misura nettamente prevalente per coscrizione obbligatoria). Il primo orientamento, di cui si era fatto promotore il luogotenente generale della MVSN Renato Ricci, malgrado l'appoggio del vertice fascista e dello stesso Himmler, risultò soccombente rispetto al secondo, sostenuto dal ministro della Difesa Graziani e dall' establish111e11t militare, e la RSI ebbe così Forze Armate caratterizzate, come quelle regie, da una componente territoriale decisamente sproporzionata rispetto a quella operativa, e dalla netta distinzione - almeno nelle intenzioni - tra unità di combattimento e forze di polizia destinate alla sicurezza interna. Ottenuto l'avallo germanico con un volo di Graziani a Rastenburg ai primi di ottobre, il nuovo ordinamento fu approvato dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre 1943. Il Regio Esercito, la Regia Marina e la Regia Aeronautica furono sciolti con decorrenza clall'8 settembre, e sostituiti dall'Esercito Nazionale Repubblicano, dalla Marina eia Guerra Repubblicana e dall'Aeronautica Nazionale Repubblicana. Il decreto non conteneva disposizioni per la Milizia, 14 ma nel discorso di apertura del Consiglio dei ministri Mussolini dichiarò che avrebbe fatto «parte integrante dell'esercito, e vi formerà, analogamente al corpo degli alpini e dei bersaglieri, il Corpo delle Camicie Nere». L'articolo 5 del provvedimento era invece esplicito per la pos1z1one dei Carabinieri e della Guardia di finanza, che «restano in servizio per il mantenimento dell'ordine». Appariva evidente l'intenzione di confermare la sopravvivenza delle due forze militari di polizia nel nuovo ordinamento, circoscrivendone penì la com-

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petenza al mantenimento dell'ordine pubblico, ed escludendo l'attribuzione di compiti di combattimento. Un "decreto del duce" di due giorni dopo 15 inseriva un ulteriore limite, stabilendo l'equiparazione del trattamento economico dei carabinieri e dei finanzieri a quello del personale delle Forze Armate "per il corso della guerra". In sostanza, il vertice repubblicano sembrava orientato ad accantonare per il momento il problema della riorganizzazione del sistema di sicurezza interno, limitandosi a confermare le strutture esistenti, per dare priorità alla ricostituzione di una forza combattente in grado di riprendere posto accanto alla Wehrmacht. La soluzione transitoria non era tuttavia considerata soddisfacente dal partito fascista, per l'insufficiente prestigio in essa attribuito alla Milizia e soprattutto per la sopravvivenza accordata all'Arma dei Carabinieri e alla Guardia di finanza, malgrado la loro evidente fisionomia "regia". La necessità di superare l'anacronismo costituito da tale sopravvivenza fu affermata nel congresso di Verona del 14 novembre, con l'esplicito assenso del segretario del partito, Alessandro Pavolini.t6 Ma soprattutto la soluzione data al "problema militare" non poteva essere accettata dal gruppo fascista "radicale", che aveva uno dei suoi principali esponenti proprio in Renato Ricci, uno dei protagonisti della prima fase dell'esperienza repubblicana, e soprattutto l'unico, al momento, a disporre davvero di una forza armata di qualche consistenza, grazie all'attivismo con il quale aveva provveduto subito dopo l'armistizio, con un nucleo di fedelissimi, alla ricostituzione della Milizia. Ricci mirava ora a formare un'unica forza destinata alla sicurezza interna, nella quale avrebbero trovato sintesi l'affidabilità politica della Milizia e quella tecnica dell'Arma, mediante la fusione della struttura organizzativa della prima, con quella per il controllo capillare del territorio, caratteristica tradizionale della seconda. Il nuovo organismo, completamente autonomo, avrebbe dovuto assorbire, oltre alla MVSN e all'Arma dei Carabinieri, le milizie speciali e la Polizia dell'Africa Italiana, e il suo comandante generale sarebbe stato posto alle dipendenze dirette del capo dello Stato, con rango di ministro, equiparato quindi al titolare dell'Interno. La "Guardia Nazionale Repubblicana" fu istituita con il decreto legislativo del duce 8 dicembre 1943, Ricci ne fu il comandante generale, mentre la carica di vice-comandante toccò ad Archimede ]\fischi, luogotenente generale della MVSN, fino al 25 luglio ispettore della Milizia Confinaria, nominato ai primi di ottobre comandante generale dei Carabinieri. La riforma non fu attuata nelle "zone operative speciali", dove l'organizzazione dell'Arma sopravvisse fino all'estate successiva, quando ne fu disposto lo

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scioglimento. Nella Venezia Tridentina le funzioni di polizia di sicurezza furono assolte da un Suedtiroler OrdnungDienst e da un "Corpo di Sicurezza Trentino", oltre a formazioni di polizia reclutate più o meno volontariamente tra la popolazione di lingua tedesca. Nella Venezia Giulia, in luogo della GNR fu istituita una "Milizia per la Difesa del Territorio", che operò alle dipendenze del comando tedesco insieme a formazioni slovene e croate. Neppure nel territorio rimasto sotto la piena sovranità della RSI, tuttavia, Ricci riuscì a realizzare il suo disegno cli divenire il protagonista esclusivo del sistema di sicurezza. L'amministrazione dell'Interno, affidata all'avvocato pisano Guido BuffariniGuidi, che l'aveva diretta in qualità di sottosegretario tra il 1933 e il febbraio '43, ebbe una "Polizia Repubblicana" diretta dallo squadrista fiorentino Tullio Tamburini, la quale continuò a gestire la rete degli uffici politici delle questure (con un'efficienza variabile, a seconda del grado di coinvolgimento dei singoli funzionari). Nell'azione investigativa contro la Resistenza si distinsero soprattutto i "reparti speciali di polizia" - le squadre di Pietro Koch a Roma e quella del "maggiore" Carità a Pirenze, poi entrambi a Milano, dove operava anche un centro diretto dal vicequestore Mario Finizio, e altre meno note - mentre nell'ultima fase del conflitto, quando Tamburini fu arrestato e sostituito dal generale della GNR Renzo Montagna, fecero la loro comparsa unità antiguerriglia (battaglioni mobili e reparti "arditi di polizia"). Il quadro era ulteriormente complicato dal pullulare di formazioni autonome, operanti nell'ambito delle federazioni provinciali del partito, spesso agli ordini di criminali, con largo impiego di tecniche non ortodosse e senza collegamento con le strutture istituzionali. Un caso emblematico fu costituito dalla "banda Pollastrini", attiva a Roma agli ordini del segretario federale del PFR Bardi, per il cui scioglimento, imposto dai Tedeschi, fu necessario l'impiego di un'unità motocorazzata della PAI. Anche la Guardia di finanza, superata la fase del crollo delle strutture regie, attenendosi alle norme della legge di guerra, che consentivano la continuazione dell'attività istituzionale in territorio occupato, mantenne la sua autonomia, grazie all'azione del ministro delle Finanze Domenico Pellegrini-Giampietro, che ne sottolineò la fisionomia tecnica. I finanzieri riuscirono così a tenersi a distanza dalle tensioni interne al potere fascista, evitando tanto lo scioglimento (più volte minacciato) quanto il coinvolgimento nella repressione del movimento partigiano, ponendosi poi in grado di svolgere un ruolo non secondario nella fase finale del conflitto. L'ora della ve1ità per il sistema di sicurezza interna della RSI giunse ben prima

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del crollo finale, quando nei primi giorni del giugno 1944 l'effetto psicologico combinato della liberazione di Roma e dello sbarco in Normandia, e la minaccia concreta rappresentata dall'avanzata anglo-americana nell'Italia centrale, fecero ritenere imminente la fine delle ostilità anche nella Valle Padana. L'ordine di ripiegamento al Nord per i reparti della GNR dell'Italia centrale, impartito dal comando generale in base ad un progetto elaborato fin dall'aprile, ebbe per effetto la disgregazione pressoché totale dell'organismo. La componente proveniente dai Carabinieri defezionò quasi al completo, ma fu seguita anche da una parte rilevante degli uomini che avevano appartenuto alla l'vlilizia ordinaria, "territoriali" niente affatto entusiasti di proseguire un'avventura sul cui esito non era il caso di farsi illusioni. Lo sfaldamento della GNR provocò un violento attacco da parte del segretario del partito fascista repubblicano, Pavolini,'7 convinto che, al punto in cui era giunta la lotta, occorresse abbandonare le strutture tradizionali cli polizia per passare alla militariua;;:ione integrale del PFR, in pratica un ritorno, in termini assai più aspri, al "partito armato" ciel 1921. Il richiamo al precedente storico è evidente nella denominazione ufficiale di "Corpo ausiliario delle squadre d'azione di camicie nere", adottata dal decreto istitutivo 30 giugno 1944, n. 446, Corpo del (Juale dovevano far parte tutti gli iscritti al partito tra i 18 e i 60 anni. Una circolare dello stesso Pavolini 18 precisava che «Nelle operazioni antiribelli, le squadre non fanno prigionieri ... Poiché non è ammissibile che eventuali sanzioni disciplinari o penali» nei confronti cli camicie nere «siano applicate eia estranei al Corpo», i comandanti avrebbero dovuto selezionare nuclei di fascisti di assoluta fiducia e di "cieca disciplina" per dar forza esecutiva alle proprie decisioni. Quanto alle armi, occorreva procurarsele recuperandole dai «carabinieri o da formazioni di altri corpi armati» che «non appaiano assolutamente fidi nella presente situazione». Per l'Arma, del resto, la federazione del partito di Pesaro faceva presente che occorreva «mettere a punto una buona volta la posizione dei Carabinieri, che in qualche comune per arrestare una persona desiderano che il reato di cui si imputa venga contemplato nel Codice». 19 Con la costituzione del nuovo Corpo - che sarà poi noto con la denominazione delle sue unità operative, le "Brigate Nere" - il sistema di sicurezza della RSI abbandona quindi anche l'apparenza formale della legalità, e si prende atto che il modello di "gendarmeria" per il controllo del territorio, al quale ancora si ispirava l'ordinamento della GNR, manifesta la sua inadeguatezza nello scenario di una guerra civile ormai conclamata. Negli stessi giorni, peraltro, la GNR fu oggetto di attacco da una seconda direzione, del tutto inattesa. Il comandante della aviazione tedesca in Italia, von Richtofen, dopo aver tentato di sciogliere l'Aeronautica Repubblicana ponendo

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agli aviatori l'alternativa tra l'incorporazione nella Ltefhveffe o l'internamento, ordinò il trasferimento in Germania, per le esigenze della difesa contraerea, dei militi della Guardia provenienti dai Carabinieri, con l'ovvio risultato di provocare una nuova ondata di diserzioni e di passaggi alle formazioni partigiane. Effetto analogo ebbe la decisione del comando delle SS, questa volta a richiesta dei comandi provinciali della stessa GNR, di allontanare la Guardia di finanza dal confine italo-svizzero, in seguito all'accertamento di numerosi episodi di connivenza con i partigiani. La situazione della GNR, e l'acquiescenza del vertice repubblicano alle pretese tedesche provocarono, il 18 agosto 1944, un alterco in presenza del "duce" tra Ricci ed il ministro Graziani, dopo il quale il gerarca fu destituito, e il comando generale assunto direttamente da Mussolini. Il corpo, gestito effettivamente dal capo di Stato Maggiore, generale Nicchiarelli, fu inquadrato nell'Esercito, e alla fine dell'anno avrebbe anche dovuto perdere la qualifica di polizia giudiziaria. In sintesi, alla fine dell'estate 1944 il sistema di sicurezza interna nell'Italia a nord della "linea gotica" era precipitato in una situazione per la quale fu coniata la definizione di "policentrismo anarchico di polizia". Policentrismo, e non "policrazia", perché il "potere" effettivo era in realtà in tutt'altre mani.20 Una situazione destinata a durare, aggravandosi, fino alla Liberazione.

La fine della guerra In settembre il fronte si stabilizzò sulla "linea gotica", e il comando del XV gruppo d'armate alleato mise allo studio i piani per lo sbocco nella Valle Padana, ormai rinviato alla primavera del '45. L'ipotesi di base della pianificazione non era il collasso generale delle forze tedesche, ma lo sfondamento del fronte e il successivo inseguimento nella pianura, per proseguire poi le operazioni sulle Alpi. La logica della politica di sicurezza alleata non era quindi quella della transizione dalla guerra alla pace, ma quella del mantenimento dell'ordine nelle retrovie di un esercito destinato a combattere per un tempo ancora indeterminato. In una prima fase l'occupazione sarebbe stata gestita, come di consueto, dagli organi dell'AMG al seguito delle unità combattenti e, in un secondo tempo, sarebbero state istituite quattro "regioni" (X, Liguria - XI, Piemonte - XII, Lombardia - XIII, Tre Venezie), in modo da estendere l'amministrazione militare all'intero territorio italiano entro i confini del 1939, l'eventuale modifica dei quali era rinviata alla conferenza della pace.

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L'attività dei pianificatori alleati era condizionata da due esperienze recenti: il disastro sanitario e alimentare e la paralisi economica che l'AMG aveva dovuto affrontare nell'Italia meridionale, e anche il conflitto esploso in Grecia, dopo la ritirata tedesca, tra partigiani comunisti e monarchici. Il problema della realizzazione, nelle province settentrionali, di condizioni di vita che non determinassero un ambiente ostile nelle retrovie, poteva essere affrontato con le risorse dell'organizzazione logistica alleata, e comunque il tema della salvaguardia degli impianti industriali fu posto al centro clell'Operation Sunrise, le trattative segrete per la resa delle forze tedesche in Italia. 21 L'esperienza greca poneva invece un problema politico di prima grandezza, poiché il conflitto in atto nel Paese, ormai divenuto vera e propria guerra civile, metteva a rischio i rapporti tra alleati occidentali e Unione Sovietica e gli accordi già definiti per la ripartizione delle rispettive aree di influenza in Europa. Per evitare che l'esperienza si ripetesse nell'Italia settentrionale, era necessario definii-e i rapporti con la Resistenza italiana, rappresentata dal Comitato cli Liberazione Nazionale per l'Alta Italia (CLNAI), e risolvere due "sottoproblemi" a carattere solo parzialmente tecnico, il disarmo di decine cli migliaia cli partigiani, di cui era piuttosto teorica la subordinazione alla linea di comando militare del CLNAI (il cornando generale del Corpo Volontari della Libertà, e i dipendenti comandi regionali), e la realizzazione cli strutture in grado di mantenere l'ordine rispondendo esclusivamente all'AMG e al governo di Roma. Con l'accordo siglato a Roma il 7 dicembre 1944 il comandante in capo per il Mediterraneo (SACMED) ottenne dal CLNAI l'impegno a salvaguardare l'ordine pubblico e le risorse economiche del Paese dopo la ritirata tedesca, e a cedere quindi "ùnmediatefy" i poteri agli organi dell'AMG, conservando un ruolo puramente consultivo. L'intesa fu integrata il 21 dicembre con il conferimento al CLNAI della funzione di rappresentante del governo di Roma nel territorio occupato. Secondo lo storico britannico dell'AMG, C.R.S. Harris, 22 l'accordo fu accolto con diffidenza dai rappresentanti alleati, impressionati dall'evoluzione della situazione greca (proprio in quei giorni i partigiani comunisti combattevano nelle strade di Atene contro le truppe inglesi) e molto scettici circa la capacità del CLNAI di attuare il passaggio dei poteri e di imporre davvero il disarmo e lo scioglimento delle formazioni del CVL. In ogni caso, era indispensabile che tali operazioni fossero condotte a termine nel minor tempo possibile, per evitare che nel Nord si stabilisse di fatto un contropotere partigiano, se non addirittura un governo provvisorio in conflitto con quello di Roma. Preoccupazione tutt'altro che infondata. Alla fine di novembre, mentre la

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delegazione del CLNAI, della quale faceva parte il massimo esponente del partito d'azione nel Nord, Ferruccio Patri, stava trattando a Roma con gli alleati, i dirigenti dello stesso partito rivolsero agli altri componenti del Comitato la proposta di fare assumere al medesimo le funzioni di "governo segreto straordinario dell'Alta Italia". Ma la proposta fu lasciata cadere per l'opposizione dei rappresentanti liberale e democratico cristiano, e per l'atteggiamento prudente dei socialisti e dei comunisti.23 Il capo di Stato Maggiore del XV gruppo di armate, il generale americano Alfred Gruenther, diramò direttive affinché la consegna delle armi avesse luogo "con il maggior tatto possibile", in occasione di cerimonie e parate, durante le quali ufficiali alleati avrebbero tributato encomi e distribuito attestati di benemerenza. Ma se le consegne fossero risultate insoddisfacenti, il "tatto" sarebbe stato messo da parte, e i comandanti alleati avrebbero dovuto fissare un termine, trascorso il quale gli inadempienti sarebbero stati tradotti davanti alle corti marziali. 24 Se le operazioni di disarmo e di scioglimento delle formazioni partigiane dovevano esser necessariamente eseguite dalle truppe alleate, era tuttavia evidente che, per realizzare condizioni minime di sicurezza, era indispensabile disporre di forze di polizia italiane in grado di ricostruire almeno in parte l'apparato esistente nelle province settentrionali prima dell'armistizio. La scelta a favore della continuità degli ordinamenti dello stato pre-fascista e del rinvio a un futuro indeterminato delle prospettive di cambiamento, fatta dal "governo dei partiti" di Roma, era infatti condivisa dalla maggioranza nel CLNAI e nei Comitati di Liberazione locali, oltre a corrispondere alla politica di occupazione alleata. Una scelta del resto in sintonia con la decisione di quelli che erano ormai i vincitori della guerra, di non alterare l'assetto concordato del continente europeo. Per la ricostruzione dell'apparato di sicurezza nel Nord nessun assegnamento poteva esser fatto, in partenza, sugli elementi già presenti nel territorio. Dopo venti mesi di guerra civile l'idea di un "passaggio dei poteri" poteva essere coltivata soltanto nelle illusioni di alcune delle autorità della RSI, e se era noto che numerosi appartenenti ai Carabinieri, alla Guardia di finanza e alla Pubblica Sicurezza avevano partecipato alla Resistenza, era anche evidente la necessità di sottoporli, prima di reintegrarli nelle loro funzioni, ad una selezione che consentisse di eliminare almeno i casi più gravi di collaborazione con l'occupante. Occorreva quindi organizzare, nell'Italia liberata, distaccamenti dei Carabinieri Reali e della Regia Guardia di finanza da inviare al nord immediatamente al seguito delle truppe alleate, anche per evitare che l'assunzione di compiti di polizia da parte delle formazioni partigiane costituisse pretesto per ritardarne lo scioglimento. Il trasferimento di forze consistenti era tuttavia reso estremamente proble-

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matico dalla situazione dell'ordine pubblico nel centro-sud. Alla diffusione di forme di criminalità particolarmente violente si sommavano infatti tensioni sociali, destinate a sfociare in occupazioni di terre e in rivolte locali. Il ritorno all'impiego dell'esercito per il mantenimento dell'ordine pubblico aveva avuto effetti disastrosi. Il 19 ottobre 1944 un reparto del 139° Fanteria era intervenuto a Palermo, con fuoco ad altezza d'uomo e lancio di bombe a mano, contro una manifestazione sindacale, provocando diecine di morti, poi i soldati presi dal panico si erano asserragliati nella prefettura. Nel gennaio 1945 una rivolta tra Ragusa e Comiso contro la chiamata alle armi fu repressa ricorrendo anche all'impiego dell'Artiglieria. In realtà mancava, tanto nei quadri che nei gregari, non soltanto l'addestramento, ma perfino la consapevolezza dell'esistenza di tecniche di controllo delle manifestazioni di piazza che escludessero l'uso delle armi. E il problema riguardava anche le forze di polizia. Il questore di Roma, Morazzini, nel settembre 1944 aveva del resto ritenuto di giustificare l'incapacità delle forze dell'ordine di tener testa ai dimostranti, chiamando in causa le limitazioni imposte dalle autorità alleate all'impiego della forza. L'inefficienza dell'apparato per il controllo dell'ordine pubblico era stata resa evidente, proprio nella capitale, dal linciaggio del direttore del carcere di "Regina Coeli", Carretta, avvenuto il 18 settembre nel palazzo di giustizia, sotto gli occhi di decine di agenti e carabinieri. La situazione quindi preoccupava gli alleati, indipendentemente dai progetti per la liberazione dell'Italia settentrionale. Il 22 settembre 1944 il vice-presidente dell' ACC, Brigadiere generale G.R. Upjohn, dopo aver convocato i capi delle tre forze di polizia, indirizzò loro una lettera dall'oggetto significativo: ''Reformation ef the po/ice". Una "strigliata" energica, ma sostanziata di misure alquanto ovvie (rapporti più stretti tra capi egregari, incentivazione dello spirito di corpo, incoraggiamento dell'iniziativa, azione per migliorare l'immagine, lotta alla corruzione). Più concreta la richiesta rivolta in novembre dal maresciallo Alexander al comitato dei capi di Stato Maggiore - questa volta per iniziativa della stessa MMIA- affinché fosse autorizzato l'aumento dell'organico dell'Arma da 55mila a 65mila uomini. L'autorizzazione giunse soltanto alla fine di aprile, dopo la fine delle ostilità, e fu tradotta nel D.l.lgt. 31 agosto 1945, n. 603. Nessuna difficoltà sembra invece esser stata fatta per l'arruolamento straordinario di 300 sottufficiali e 4.000 militari della R.G.F., disposto con un decreto luogotenenziale del 4 dicembre 1944, proprio "per far fronte alle esigenze del servizio d'istituto e di mdine pubblico nei territori liberati". Fu anche richiesto

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il rimpatrio dalla prigionia di 50 ufficiali e 1.500 sottufficiali e carabinieri; tornarono in Italia pure una diecina di ufficiali della Guardia di finanza e un gruppo di sottufficiali e finanzieri detenuti in Kenya. Il Corpo degli Agenti di P.S., nei confronti del quale gli alleati avevano manifestato un pregiudizio riguardante l'affidabilità politica che non poteva non incidere sul livello di efficienza complessiva, era definito addirittura "in stato di disgregazione" dallo stesso capo della polizia, prefetto Ferrari, in un appunto inviato il 1° settembre 1944 al presidente Bonomi. 25 Oltre che da cause comuni alle altre forze dell'ordine (delegittimazione e conseguente perdita del ruolo, insufficienza del trattamento economico, dell'equipaggiamento e dell'armamento, ecc.), la "disgregazione" era accentuata da motivi specifici di natura politica, quali la diffusa tolleranza per l'iscrizione del personale ai partiti, ed errori riguardanti la politica di epurazione. Le norme emanate al riguardo con il decreto legislativo luogotenenziale del 27 luglio 1944 avevano infatti coinvolto un numero eccessivo di funzionari anche di minor livello e di agenti, tanto da determinare una rea:done di rigetto destinata a condurre a una sanatoria generale, ma dopo un lungo periodo di instabilità nell'amministrazione di P.S. Un passo importante fu compiuto con il D.L.Lgt. 2 novembre 1944, n. 365. L'istituzione del "Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza" permise infatti di ricondurre all'interno di un'unica struttura, a ordinamento militare, organismi con fisionomie e storie diverse, poiché, oltre agli agenti e ai loro ufficiali e sottufficiali, furono inquadrati in esso gli uomini della P.A.I. (2.568 ammessi dopo la selezione su una forza complessiva di 3.775) e gli appartenenti alle milizie speciali (esclusi quelli della "forestale", destinata a vita autonoma nell'amministrazione dell'Agricoltura). Il 10 marzo 1945 una nuova delegazione del CLNAI - composta dal presidente Pizzoni, dal comandante del CVL, generale Cadorna, e una volta ancora dal vice-comandante Parri - giunse nell'Italia liberata, e ottenne tra l'altro dai comandanti alleati l'autorizzazione a mantenere in servizio a tempo indetenninato una parte delle formazioni partigiane, per far fronte all'indisponibilità di forze regolari di polizia. I comitati avrebbero nominato loro esponenti alle principali cariche politiche e amministrative locali (compresa quella di questore) e l'AMG in linea di massima li avrebbe confermati, purché fosse chiaro che formalmente l'investitura proveniva dalle commissioni regionali della stessa AMG. L'impegno dei CLN a mantenere l'ordine pubblico nella fase di transizione, per cedere poi i poteri all'AMG, fu confel'mato dal marchese MediciTornaquinci, sottosegretario liberale al ministero dell'Italia occupata, retto dal comunista Scoccimarro, in missione nel Nord alla fine di marzo, e il 29 il

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CLNAI emise un proclama con il quale dichiarò di assumere l'amministrazione dei territori occupati, in attesa dell'insediamento dell'AMG. Con gli accordi di marzo, il problema della ricostruzione dell'apparato di sicurezza nell'Italia settentrionale venne quindi affrontato in termini più realistici, rispetto alla pianificazione iniziale alleata. Particolare rilevanza assumevano la possibilità di utilizzazione, sia pure parziale e temporanea, delle formazioni partigiane in compiti di polizia, e la decisione di non escludere a priori il reimpiego dei carabinieri, dei finanzieri e degli agenti già in servizio nel territorio di quella che era stata la RSI. Per l'Arma il ritorno al Nord sarebbe avvenuto in tre fasi. In un primo tempo, distaccamenti mobili sarebbero stati aggregati alle avanguardie alleate, poi sarebbero seguiti reparti avanzati per una forza complessiva di circa seimila uomini e, infine, con la dislocazione di un'aliquota di riserva e soprattutto con il recupero di una parte del personale già nel territorio, avrebbe dovuto essere raggiunto il livello di forza, circa ventimila uomini, presente nelle province settentrionali prima dell'armistizio.26 La Guardia di finanza aveva conservato nel territorio della RSI la propria organizzazione, e fin dall'estate precedente quasi tutti i comandi erano entrati in contatto con i CLN locali, mentre il comandante della legione di Milano, colonnello Alfredo Malgeri, si era posto a disposizione del CLNAI e del comando generale del CVL. Da Roma fu quindi previsto l'invio di tre missioni di collegamento, aggregate ai comandi del IV corpo d'armata americano (destinato a occupare l'Italia nord-occidentale) e della 5a e 3a armata, mentre unità di rinforzo provenienti dal sud sarebbero state impiegate per la ricostituzione del dispositivo di vigilanza ai confini. Nuclei di carabinieri e di finanzieri, con il sostegno della polizia militare alleata, avrebbero anche dovuto costituire un "cordone sanitario economico" - lungo una linea corrispondente ai limiti settentrionali delle province di Apuania (Massa Carrara), Lucca, Pistoia, Pirenze e Ravenna nella speranza di impedire, o almeno rallentare, mediante il controllo dei movimenti delle persone, delle merci e delle valute, l'esportazione al Nord dell'inflazione che divampava nell'Italia liberata. Il 20 aprile 1945 la "linea gotica" fu sfondata, all'alba del giorno successivo le avanguardie polacche dell'8a armata entrarono in Bologna, a mezzogiorno il rappresentante dell'AMG fu ricevuto in municipio dai membri del CLN e dal sindaco comunista, mentre le vie cittadine venivano pattugliate dalla polizia partigiana. Una colonna di 230 carabinieri partiti da Firenze, ritardata dalla congestione del traffico, giunse in città soltanto a notte inoltrata. 27 Il 24 insorse Genova, la guarnigione tedesca si arrese al CLN, e la città fu in mano alle formazioni patriottiche urbane fino al 27, quando fu raggiunta dalle

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avanguardie del IV corpo d'armata americano. L'ordine di insurrezione generale fu impartito la sera del 25 dal CLNAI, che dispose l'occupazione della prefettura e dei principali edifici pubblici da parte della Guardia di finanza, l'unica forza di polizia "regolare" in condizioni cli relativa efficienza, tanto da poter essere anche incaricata della riassunzione del controllo del confine svizzero, dal quale era stata allontanata in agosto. Un decreto del CLNAI pose tutti i reparti della Guardia di finanza dell'Italia settentrionale agli ordini di un comando generale provvisorio, affidato al colonnello Malgeri. Situazioni analoghe si verificarono in tutto il Nord. I questori nominati dai CLN si avvalsero di nuclei cli "polizia partigiana", affiancati da funzionari e agenti cli PS. ritenuti affidabili. Il 29 aprile fu firmata a Caserta la resa delle truppe tedesche in Italia, e dal 1° maggio l'AMG iniziò a funzionare in tutta l'Italia settentrionale.

La ricostruzione

Il recupero di condizioni accettabili di sicurezza richiese parecchi mesi, come era del resto prevedibile. In un clima di illegalità diffusa comune a tutto il Paese, si moltiplicarono in quello che era stato il territorio della RSI gli episodi cli giustizia politica sommaria, mentre nel Sud e nelle Isole riaffiorò il banditismo, che in Sicilia assunse anche colorazione politica in senso indipendentista. Lo scioglimento delle formazioni partigiane avvenne senza difficoltà, secondo il rituale previsto dalle autorità alleate, ma quanto al disarmo nessuno si fece illusioni, e la ricetca cli depositi clandestini impegnò per anni i reparti dei Carabinieri. I "nuclei di organizzazione" inviati nelle sedi dei comandi di legione riuscirono in breve tempo a ricostruire la struttura territoriale dell'Arma, utilizzando i distaccamenti venuti dal sud, il personale che aveva militato nelle formazioni partigiane e quello recuperato dalla clandestinità o dall'internamento in Germania, nonché, dopo una selezione abbastanza rigorosa, anche quello che era stato incorporato nella GNR. A fine maggio i comandi di legione erano già in grado di fornire analisi della situazione nel territorio di competenza. Le strutture operative e di comando della Guardia di finanza non avevano mai smesso di funzionare, e continuarono a farlo. Il ritorno alla normalità fu sanzionato con lo scioglimento del comando generale provvisorio cli Milano, disposto il 18 giugno 1945. Il controllo del confine fu ripristinato nei tratti austriaco e francese (dove carabinieri e finanzieri furono utilizzati dall'AMG per creare uno schermo lungo la linea di frontiera, in modo evitare contatti tra i reparti dell'Armée des Alpes e quelli del Regio Esercito, giunto in Piemonte con il gruppo da combattimen-

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Repuhhlica e l,.0!ze Armate

to "Cremona"). Sulla frontiera orientale presero invece posizione le unità dell'88a divisione di fanteria americana e del XIII corpo d'armata britannico, lungo una linea faticosamente concordata con gli jugoslavi dal capo di Stato Maggiore di SACMED, Morgan. Il tentativo di controllare sia i movimenti tra Nord e Sud con il "cordone sanitario economico" che l'ondata dei reduci e delle displaced penons provenienti dalla Germania, si dimostrò, come era facile prevedere, del tutto illusorio. L'organizzazione alleata per il controllo armistiziale rimase in funzione fino all'entrata in vigore del trattato di pace, ma alle sue forme più penetranti fu posto termine molto tempo prima. Tl 18 novembre 1945 le forze armate italiane tornarono alle dipendenze esclusive del governo di Roma, ed il 31 dicembre l'AMG fu sciolta in tutto il territorio, escluse le province di Gorizia e di Trieste. Il recupero della sovranità nazionale, sia pure nei limiti consentiti dal regime armistiziale, rese indilazionabile l'assunzione di decisioni circa la forma da dare allo strumento difensivo, benché fossero ancora indeterminati i vincoli che il trattato di pace avrebbe posto alle sue dimensioni. Un problema all'interno del quale le esigenze connesse alla protezione da minacce esterne interagivano con quelle riguardanti il sistema di sicurezza. Occorreva quindi definire quale fosse, nel sistema stesso, il ruolo delle Forze Armate, in particolare dell'Esercito, e il rapporto di queste con l'altra struttura portante, le forze di polizia, tutte all'epoca ordinate militarmente cd anche esse integrate nella comunità degli uomini con le "stellette". La questione si era posta in termini concreti già durante la cobelligeranza, quando risultò evidente che, per gli alleati, il concorso dell'Esercito italiano al mantenimento dell'ordine pubblico costituiva - come la fornitura di manodopera per l'organizzazione logistica - una forma d'impiego ben più interessante che la partecipazione alle operazioni di combattimento. Già nell'ottobre '43 l'ACC aveva quindi autorizzato, come si ricorda, il trasferimento dalla Sardegna in Sicilia della divisione di fanteria "Sabauda", i cui reparti furono successivamente impegnati sia per la protezione del dispositivo logistico anglo-americano che in azioni di mantenimento dell'ordine, con l'esito spesso negativo di cui si è detto. Nell'ottobre 1944 la "Sabauda" si era sdoppiata, dando vita alla divisione ''Aosta", ed entrambe le grandi unità, definite di "sicurezza interna" - ciascuna su due brigate di due reggimenti di fanteria - operavano agli ordini di un Comando Militare della Sicilia (poi XI COMILITER), che agiva in coordinamento con il comando cli brigata C.C.R.R. cli Palermo e con l'Ispettorato speciale di P.S. al quale facevano capo i reparti cli polizia destinati alla repressione ciel banditismo. L'impegno per le unità dell'Esercito crebbe in misura significativa dopo la

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fine delle ostilità, quando il Movimento Indipendentista Siciliano decise l'intensificazione della lotta armata da parte della propria organizzazione paramilitare (l'Esercito Volontario per l'Indipendenza Siciliana - EVIS), stringendo anche accordi con sodalizi criminali, quali la "banda Giuliano". Nella seconda metà del 1945 si registrò un crescendo di scontri, attacchi a caserme e depositi di munizioni, imboscate ad autocolonne, ma anche azioni di contrasto, come l'attacco al campo indipendentista di Monte Moschitta, presso Caltagirone, condotto il 29 dicembre e protratto per due giorni con impiego di artiglierie, mortai da "81" e mezzi corazzati. Seguirono, a metà gennaio, l'attacco indipendentista contro il presidio - a livello di battaglione rinforzato - costituito a Montelepre, nel cuore della zona operativa della banda Giuliano, e una serie di scontri minori. Oltre a rinforzi in elementi dei CC.RR. e della polizia, fu dislocato in Sicilia il reggimento "Garibaldi", unità di élite in parte costituita da reduci dell'omonima divisione partigiana che aveva combattuto in J\!Iontenegro. Il reggimento, inquadrato nel gruppo da combattimento "Polgore" e proveniente da analogo impiego in Puglia, alla fine del maggio 1946 fu trasferito in Toscana, probabilmente nel quadro delle misure adottate in occasione delle elezioni per la Costituente e del referendum istituzionale. Alla questione siciliana fu data una soluzione politica con la concessione di un'autonomia particolarmente accentuata, e l'attività dell'EVIS andò spegnendosi, il che permise, a partire dall'estate, di ridurre anche l'impegno dei reparti dell'Esercito. In seguito alla costituzione del battaglione mobile dell'Arma di Palermo furono così sciolti i due battaglioni misti fanteria/ carabinieri formati nel maggio '45, e il 15 agosto 1946 scomparvero anche le due divisioni, sostituite dalle brigate di sicurezza interna "Reggio" (nuova denominazione della "Sabauda", in ossequio al mutamento istituzionale) e "Aosta", su due reggimenti di fanteria e un gruppo di artiglieria. Il concorso alla repressione del movimento indipendentista siciliano si concretò in un ciclo operativo durato oltre due anni, comprendente veri e propri combattimenti di fanteria, con il sostegno di artiglieria (obici da 100/17), armi pesanti e mezzi corazzati, e anche dell'aerocooperazione, limitata peraltro all'effettuazione di ricognizioni a vista, poco efficaci per la natura del terreno e dell'avversario, oltre che per le caratteristiche dei velivoli impiegati (trimotori SM 79 e SM 84, per un totale di 19 ore di volo). Fu il primo e il più importante impegno operativo dell'esercito italiano tra la fine della seconda guerra mondiale e la fase delle missioni internazionali, in ambiente tendenzialmente ostile e con tecniche tanto prossime a quelle della controguerriglia da giustificare il richiamo, che fu fatto, alla nota circolare 36.000

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diramata nell'ottobre 1942 dallo SMRE sulla base delle esperienze della guerra partigiana in Jugoslavia. 28 Un impiego molto oneroso, più di quanto non dica il numero contenuto delle perdite (oltre a quelli delle forze di polizia, l'Esercito ebbe sette caduti in combattimento, tra cui un ufficiale), perché incideva su un organismo ancora traumatizzato dalla disfatta, assillato da difficoltà materiali e da profondo malessere morale, e soprattutto, almeno i quadri, in stato di totale incertezza circa l'identità che sarebbe stato destinato ad assumere nell'immediato futuro. Doveva trattarsi peraltro di una situazione comune all'intera forza armata, e non soltanto alle truppe operanti in Sicilia, se il generale Utili, comandante del gruppo da combattimento "Legnano" schierato in Lombardia, in un contesto quindi del tutto diverso, riteneva nel luglio 1945 di dover segnalare al ministero della Guerra "il vivo malcontento" e "la viva ripugnanza" che i suoi soldaù avrebbero provato di fronte all'ipotesi di un impiego in ordine pubblico. 29 Un atteggiamento condiviso dal vertice della forza armata, se si tengono presenù le affermazioni contenute negli studi sulla ricostruzione dell'Esercito, a parùre dal "memoriale Chatrian" del marzo 1944,30 fino alla relazione compilata dal generale Cadorna a conclusione della sua esperienza nella carica di Capo di S.M.E., il 31 gennaio 1947. 31 ]=?, comune a questi studi la convinzione che le Forze Armate andassero ad ogni costo "preservate" dall'impiego per compiti di sicurezza interna, da prevedere soltanto in situazioni di assoluta eccezionalità, e che andasse quindi marcata con chiarezza la distinzione rispetto alle forze di polizia. Un compromesso poteva essere accettato per i Carabinieri, purché fosse chiaro che gli oneri per il funzionamento dell'Arma dovevano esser posti a carico del bilancio dell'Interno. La "Direttiva n. 1" emanata dalla lvll\HA 1'8 novembre 1945, in occasione del passaggio dell'Esercito alle dipendenze del governo italiano - una sorta di statuto dell'esercito di transizione, vincolante fino all'entrata in vigore del trattato di pace - prescriveva comunque il mantenimento delle tre divisioni di "sicurezza interna", oltre a 10 reggimenti di fanteria autonomi, uno per ciascun COMILITER della penisola, per una forza complessiva di 40mila uomini. Per i Carabinieri veniva confermato il limite tassativo di 65mila unità, e l'impiego esclusivo "per scopi di sicurezza pubblica civile". Un orientamento, quello degli alleati, che induceva il capo di Stato Maggiore generale, Trezzani, ad esprimersi in questi termini in uno studio datato 23 dicembre 1945: «Sembra che gli Alleati vogliano attribuire al futuro nostro Esercito un compito prevalentemente di tutela dell'ordine pubblico. Se così fosse, meglio sarebbe portare a 200mila uomini la forza dei Carabinieri, abolire l'Esercito, dichiarare la neutralità perpetua e affidarci alla generosità e alla buona

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fede delle nazioni confinanti» ..1 2 L'esperienza del conflitto appena concluso e la situazione internazionale che ne era derivata, tuttavia, inducevano lo stesso vertice militare anche ad escludere esplicitamente che, ora e nel futuro prevedibile, le Forze Armate fossero in grado di provvedere autonomamente, con un minimo cli credibilità, alla difesa esterna del Paese. L'indeterminatezza della collocazione internazionale dell'Italia, al di là della "provocazione" contenuta nella proposta del generale Trezzani, alimentava peraltro la propensione verso scelte neutralistiche, che avrebbero reso impossibile anche una soluzione del problema all'interno di un sistema di alleanze. Una condizione psicologica destinata a modificarsi in parte nell'estate del 1946 quando, mentre si attenuava l'impegno in Sicilia e il quadro politico si avviava alla stabilità dopo le elezioni per la Costituente e il referendum istituzionale, l'esercito italiano venne ad assumere un ruolo nuovo, per l'accentuazione della minaccia jugoslava alla frontiera orientale. Un'evoluzione evidente anche agli occhi degli alleati (il cui apparato bellico era ormai in via di smobilitazione) tanto da indurre la NllvIIA ad autorizzare la costituzione di unità corazzate e di un'artiglieria di corpo d'armata, e a promettere di contribuire al loro allestimento.33 Nei confronti del coinvolgimento dell'esercito nel problema della sicurezza interna vi era quindi una resistenza d'ambiente all'interno della stessa forza armata, resistenza destinata a rafforzarsi man mano che alla crisi identitaria veniva offerta una via d'uscita nel campo della difesa esterna. Sembra tuttavia lecito supporre che, più ciel punto di vista dei militari interessati, nelle valutazioni cli chi doveva compiere le scelte inerenti alla politica cli sicurezza contasse la constatazione dell'inopportunità - per non dire dell'impossibilità - di fare assegnamento, oltre un certo limite, su un esercito a coscrizione obbligatoria per il mantenimento dell'ordine, inopportunità determinata non soltanto dalla situazione contingente, ma da ragioni profonde, riguardanti la politica stessa in una moderna società civile. Il problema presentava dunque un aspetto "quantitativo", da affrontare con urgenza, riguardante la necessità di dotare il sistema di una componente di manovra, in grado di far fronte con tempestività alle emergenze che avrebbero potuto manifestarsi, anche simultaneamente, in punti diversi del territorio. Era un'esigenza già avvertita, come si è visto, nel primo dopof,:ruerra, e proprio l'insufficienza della risposta che ad essa era stata data aveva contribuito alla nascita di un "partito armato" come struttura parallela a quella istituzionale, con le conseguenze a tutti note. Rilevanza almeno pari assumeva peraltro la "qualità" che alla componente di manovra avrebbe dovuto essere assicurata, una volta data per acquisita la necesI

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sità di passare, nella gestione dell'ordine pubblico, da una strategia di conflitto ad una di mediazione, come richiesto dal nuovo contesto politico generale ciel Paese. Legata come era al superamento di vecchie esperienze e all'acquisizione di un approccio diverso al controllo delle manifestazioni di contrasto politico e sociale, questa seconda esigenza difficilmente avrebbe potuto essere soddisfatta con immediatezia, ma il tempo di maturaiione avrebbe potuto essere abbreviato, e gli inconvenienti del ritardo ridotti, se fosse stato possibile contare su un'azione di comando efficiente e responsabile, e su un'esecuiione disciplinata. Sembrò quindi una scelta senia alternative, nell'ottica ciel tempo - la realizzazione cli una componente cli manovra costituita da forze che presentassero, contemporaneamente, i caratteri della professionalità e della militarità. In sostanza, come osserva Cerquetti, l'innalzamento della soglia di intervento dell'Esercito fino ad un livello di assoluta eccezionalità determinò nel sistema un vuoto che poteva essere colmato soltanto "schierando una prima linea di reparti mobili di polizia, di carabinieri e cli guardie cli pubblica sicureiza". 34 Soluzioni diverse erano state prospettate, come si ricorderà, dalla stessa Commissione Alleata, il cui presidente ammiraglio Stone aveva proposto, il 26 novembre 1944, l'invio in Italia di una missione di consulenti inglesi e americani a sostegno cli una radicale riforma della polizia, proposta lasciata cadere sia dal presidente Bonomi che dal suo successore Parri, evidentemente non entusiasti della prospettiva cli avere a che fare con una riedizione della MMIA in chiave poliziesca. Le soluzioni prospettate dagli alleati erano ciel resto ispirate ai modelli britannico o statunitense, che solo un'analisi molto superficiale poteva far ritenere applicabili al caso italiano, a meno di una palingenesi totale dell'organizzazione politico-amministrativa dello Stato, che non era certo tra le cose realizzabili a breve termine. La situazione delle forze cli polizia al momento della conclusione delle ostilità, come si è già detto, era peraltro definita allarmante dagli stessi rispettivi vertici. I gravissimi incidenti romani del marzo '45 - la fuga del generale Roatta, sotto processo per la sua gestione del SIM durante il fascismo aveva fatto sospettare complicità ad alto livello, e una manifestazione di protesta aveva condotto a un assalto al Viminale, sede del ministero dell'Interno - avevano originato nell'opinione pubblica e sulla stampa di sinistra dubbi non soltanto sull'efficienza, ma sulla stessa lealtà democratica dei Carabinieri, mentre episodi di "fraternizzazione" con i dimostranti e altre manifestaiioni di malcontento mettevano in allarme circa la tenuta disciplinare del Corpo delle Guardie di P.S. Poiché mancavano il tempo e la serenità per le innovazioni, la riorganizzazione delle forze di polizia fu quindi intesa come riattivazione delle strutture esi-

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stenti, a cominciare da quella che comunque aveva retto meglio al collasso dell'apparato statale. Il decreto legislativo luogotenen:dale n. 603 del 31 agosto 1945 previde così, oltre all'aumento a 65mila uomini dell'organico dell'Arma (oltre un terzo rispetto a quello del resto dell'Esercito, fissato in 180mila uomini), la costituzione di dodici battaglioni mobili ordinati in quattro raggruppamenti. Tali reparti, autotrasportati e in un tempo abbastanza breve motorizzati e dotati anche di un'aliquota blindo-corazzata, furono posti alle dipendenze dei tre comandi di divisione che sovrintendevano all'organizzazione territoriale, anche se era evidente che la loro formazione corrispondeva ad un concetto di gestione centralizzata dell'ordine pubblico. Difficoltà maggiori presentò la riorganizzazione del Corpo delle Guardie di P.S., che al termine dello stato di guerra aveva appena sei mesi di vita, e traeva origine dalla fusione, certo non priva di difficoltà, del preesistente Corpo degli Agenti con le milizie speciali e la polizia coloniale. Il nuovo organismo - al quale toccava anche di superare il gap, politico e tecnico insieme, determinato dal mancato sostegno da parte degli alleati - presentava tuttavia, dal punto di vista del vertice politico, il vantaggio di una più immediata disponibilità e flessibilità, per la quasi totale assenza di remore di tradizione e di diaframmi posti dalla centralizzazione militare dell'ordinamento e dall'inquadramento nell'Esercito. Il Corpo fu quindi scelto per condurre a termine due operazioni tra le più delicate della normalizzazione post-bellica, l'assorbimento, in un apparato destinato a funzionare secondo una logica istituzionale, dei membri delle polizie partigiane assunti dopo la Liberazione (spesso con criteri di "lottizzazione" partitica) dai questori nominati dai CLN, e la sistemazione, in termini "occupazionali", di un certo numero di reduci dal partigianato, il cui inserimento nel Regio Esercito, ma ancor più nei Carabinieri Reali e nella Regia Guardia di finanza, era scoraggiato da forti resistenze ambientali . Entrambe le operazioni, iniziate nell'estate 1945, furono condotte a termine, sostanzialmente con successo, da Giuseppe Romita, ministro socialista dell'Interno nel primo gabinetto De Gasperi (dal 10 dicembre 1945 al 1° luglio 1946). Con una serie di arruolamenti riservati agli ex-partigiani il Corpo raggiunse nel 1946 una forza di 51.367 uomini (quasi il triplo rispetto ai 17.565 agenti del 1940), il prestigio dei quali fu sostenuto grazie ad un armamento moderno (tanto da mettere in allarme gli alleati), vestiario ed equipaggiamento decenti e una meno inadeguata motorizzazione, comprendente anche autoblindo. Nei primi mesi del 1946 Romita, che aveva anche provveduto a sostituire con funzionari di carriera quasi tutti i prefetti e i questori di estrazione politica, pose

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mano alla costituzione di un'organizzazione mobile, comprendente una riserva strategica costituita da unità a livello battaglione, e "reparti celeri" addestrati ed equipaggiati per sostenere scontri di piazza facendo ricorso a modalità diverse dall'impiego del fuoco, quali l'uso di sfollagente, cli idranti e di gas lacrimogeni e l'effettuazione di "cariche" con autovetture. Naturalmente la riorganizzazione della Pubblica Sicurezza non avvenne senza contrasti. Una vera e propria crisi si manifestò nell'estate 1946 quando, anche per effetto della frustrazione determinata negli ex-partigiani dal risultato delle elezioni e dalla cosiddetta "amnistia Togliatti", nei reparti di P.S. dell'Italia centrale e nord-occidentale si verificò una serie di ammutinamenti, in alcuni casi seguiti dal ritorno in montagna, anche con le armi. Nel complesso, tuttavia, il sistema di sicurezza interna resse bene alla prova delle elezioni generali e del referendum del 2 giugno 1946, in occasione delle quali la situazione fu sempre tenuta rigorosamente sotto controllo e gli incidenti ebbero una dimensione episodica. Il processo di riorganizzazione delle forze di polizia ricevette un'accelerazione sensibile a partire dai primi mesi del 1947, per effetto di una serie di avvenimenti riguardanti la situazione politica interna (formazione, alla fine di maggio, del quarto gabinetto De Gasperi, senza la partecipazione dei partiti di sinistra) e quella internazionale (enunciazione della "dottrina Truman", lancio del Piano Marshall, costituzione del "Cominform", prime iniziative di alleam~a militare tra i Paesi dell'Europa Occidentale). La scelta di campo determinò l'inizio del processo che avrebbe condotto, due anni dopo, all'adesione al Patto Atlantico e poi all'integrazione del nostro strumento difensivo nella NATO. Per l'Esercito, si accentuò la gravitazione delle forze sulla frontiera orientale, ormai tratto terminale della "cortina di ferro". E si accentuò, in conseguenza, anche il disimpegno dalla problematica del mantenimento dell'ordine pubblico. Il progetto di ordinamento dell'Esercito presentato al governo nel luglio 1948 dal capo di Stato Maggiore Marras, dopo la conclusione della vicenda del trattato di pace (firmato il 1O febbraio 1947 ed entrato in vigore il successivo 15 settembre), non comprendeva quindi più grandi unità "di sicurezza interna", anche se era significativa la permanenza della divisione "Aosta" in Sicilia e la dislocazione della ricostituita "Granatieri di Sardegna" nella capitale. Il "cuore" della forza armata era l'esercito di campagna, potenziato grazie a un robusto programma di aiuti militari da parte degli Stati Uniti (PAM), e comprendente otto divisioni di fanteria (una definita di immediato impiego, tre di pronto impiego, quattro da completare alla mobilitazione), tre divisioni motorizzate, tre brigate alpine e tre corazzate, oltre a supporti di artiglieria e genio di corpo

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Pier Paolo Meccariello d'armata. La difesa interna del territorio, e a maggior ragione il concorso al mantenimento dell'ordine passavano decisamente in secondo piano. Negli stessi mesi (settembre '47) un nuovo aumento di organico portava la forza dei Carabinieri a 75mila unità, mentre quella del Corpo delle Guardie di P.S. passava dai 42.651 uomini nell'aprile 1947 ai 68.204 nel giugno dell'anno successivo. 35 Con un decreto del 20 gennaio 1948 fu anche disposto il reclutamento temporaneo "in servizio di polizia" di 300 ufficiali, duemila sottufficiali e 18mila guardie provenienti dall'Esercito. L'organizzazione mobile del Corpo comprendeva 20 "reparti mobili" a livello battaglione (su 3-4 compagnie mobili e una compagnia autoblindo) e tre "reparti celeri", con la stessa struttura ma dotati anche di automezzi leggeri e speciali, e considerati unità di élite addestrate al controllo delle manifestazioni di piazza.36 In prossimità delle elezioni politiche del 18 aprile 1948 le due forze di polizia raggiunsero una forza cli circa 85mila uomini ciascuna, cli poco inferiore, in totale, a quella prevista per l'Esercito (180mila). Il numero dei mezzi corazzati in dotazione alla sola Arma dei Carabinieri passò dai 5 del 1945 ai 264 del 1948, quello degli autocarri da 79 a 1.358.37 In questo apparato il ruolo della Guardia di finanza fu necessariamente marginale, anche perché l'assenza nell'ordinamento di reparti mobili di qualche consistenza fece escludere la presenza ciel Corpo nella componente di manovra del dispositivo di sicurezza interna. Il concorso dei finanzieri al mantenimento dell'ordine si limitò quindi al passaggio a disposizione dell'autorità di P.S. di aliquote di personale, nelle sedi dove questo era presente per le esigenze del servizio di istituto, e sempre per brevissimi periodi di tempo e per esigenze contingenti e determinate. La marcata "sensibilità" ciel confine orientale determinò invece una stretta integrazione dei reparti della Guardia di finanza nel dispositivo di copertura. Una pianificazione dettagliata prevedeva la costituzione all'emergenza di elementi in funzione cli ear/y 1varning e prima resistenza, per attivare i quali i reparti di frontiera furono dotati di mitragliatrici "Breda 37", fucili mitragliatori "Bren", mortai da "60", lanciarazzi controcarro e cannoni SR; un'apposita rete radio di allarme collegava gli stessi reparti ai comandi dell'Esercito. Fu anche potenziato il naviglio destinato alla vigilanza costiera. In sintesi, nei primi due anni di vita dello stato repubblicano, il sistema di sicurezza interna fu dotato di un'organizzazione per il mantenimento dell'ordine pubblico comprendente forze per il controllo del territorio - la struttura territoriale dell'Arma e quella delle questure - e forze di manovra, sia dei Carabinieri che del Corpo delle Guardie di P.S., dotate di mobilità e di autono-

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mia adeguate per operare sotto un comando centralizzato a livello nazionale. L'onere del confronto con le manifestazioni "cli piazza" del conflitto politico o sociale fu fatto gravare prevalentemente sui reparti delle Guardie cli P.S., preferendo l'Arma attribuirsi un ruolo di riserva strategica (è significativa, a questo proposito, la lunga resistenza opposta all'introduzione dello "sfollagente" tra le dotazioni dei reparti). Con questo assetto fu affrontata l'ulteriore prova delle elezioni per il primo parlamento repubblicano, svoltesi il 18 aprile 1948 dopo una campagna elettorale di eccezionale asprezza, e appena tre mesi dopo, il 14 luglio, l'emergenza provocata dalle reazioni all'attentato al segretario del PCI, Togliatti. L'impegno dell'Esercito fu rilevante per quanto riguarda il concorso alla vigilanza ai seggi elettorali (circa 30mila uomini), cd abbastanza limitato per l'emergenza di luglio. Poche furono infatti le unità coinvolte in situazioni di conflitto, sempre comunque a carattere locale: una compagnia rinforzata da autoblindo per la "riconc.1uista" della centrale telefonica di Abbadia S. Salvatore e il successivo rastrellamento della zona dcll' Amiata, il reggimento "Garibaldi" coinvolto nel tentativo di occupazione delle fabbriche di Porto Marghera, il battaglione alpino "Saluzzo" impegnato per riprendere il controllo della stazione ferroviaria di Genova-Principe e altri episodi minori. Quello che avrebbe potuto essere (o forse fu) un tentativo di insurrezione fu risolto, come è noto, da decisioni di natura politica, per le quali è lecito affermare che l'efficienza del dispositivo cli sicurezza costituì un elemento di rilevanza decisiva. Nel giro di tre anni dalla fine della guerra, in sostanza, la riorganizzazione delle forze di polizia si risolse nella realizzazione di uno strumento militare per il mantenimento dell'ordine pubblico, non solo alternativo all'impiego dell'Esercito, ma in grado di costituire - nella particolare situazione storica italiana, caratterizzata dalla presenza di una forte ed organizzata minoranza dissenziente rispetto alle scelte di politica difensiva - la pre-condizione per il riarmo dell'Esercito stesso. Le energie della forza armata, a partire dal 1948, furono così concentrate nell'assolvimento della funzione di difesa esterna, e successivamente nell'adempimento degli impegni conseguenti all'integrazione nel sistema atlantico. Naturalmente, non poteva non sollevare obiezioni la scelta di indirizzo politico, relativa alla creazione di un complesso di forze di consistenza, in termini quantitativi, non molto inferiore a quella dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica presi insieme, e con i vantaggi qualitativi derivanti dal reclutamento volontario e dalla condizione professionale. Una scelta, è il caso di ricordarlo, portata avanti soprattutto da Mario Scelba, ministro democratico cristiano dell'Interno dal 2 febbraio 1947, ma concepita già nei primi mesi successivi alla Liberazione dal suo predecessore socialista Romita.

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Nel mondo delle Forze Armate tradizionali non fu vista con simpatia la nascita di uno strumento militare parallelo, problema ricorrente nella storia italiana, e furono poste in rilievo le distorsioni che ne conseguivano in materia di allocazione delle risorse finanziarie e di reclutamento del personale, soprattutto nelle categorie dei sottufficiali e degli specializzati a lunga ferma, antico tallone d'Achille del nostro esercito. 38 Da altre direzioni vennero critiche di natura politico-sociologica: "L'Italia cercò di realizzare la modernizzazione e la professionalizzazione delle proprie forze dell'ordine restando all'interno del modello cli una polizia militarizzata, anzi vedendo proprio la militarizzazione come elemento integrante del processo di modemizzazione".39 Con conseguente distorsione del processo stesso e graduale formazione dei nodi destinati a venire al pettine nel corso degli anni '70, affrontati soltanto con la riforma del 1981. Nella ricostruzione delle forze di polizia nel dopoguerra può esser colto, secondo Cerquetti, un elemento "di profonda discontinuità nella storia delle nostre forze armate",4o Un tema di storia militare, a quanto sembra, che meriterebbe un approfondimento maggiore di quanto non ne abbia avuto sinora, e possibilmente immune da condizionamenti ideologici o da preoccupazioni cli immagine.

Note 1 Castello R "Breve rijlessio11e di carattere st01ico .rlfi Battaglio11i Mobili Carahi11ie1i" - Rassegna dell'Arma dei Carabinieri - n. 2/2004. 2 Aquarone A. ''L'orga11izzr1zio11e dello stato totalit(llio" - Einaudi,Torino, 2003 - pag. 22. 3 In Gatti G.L. ''La q11arkt jò,zp (l/'ll/(1fa di MH.rsolilu'.· la Milizia Volo11t(llia di Simrezzrt Nr1zio11ale" atti del convegno di studi della Commissione Italiana di Storia Militare - Roma, 2003. 4 AA.VV. "/ Camhinini 1814-1980"- Ente editoriale per l'Arma dei Carabinieri - Roma, 1980 pag. 458. 5 De Pelice R. '~vltissoli11i l'alleato - voi. I, to1110 seco11do - C,isi ed ago11ia del regime" - Einaudi, Torino, pag. 1029. 6 Dolmann E. ''Ro/J1a 11azista" - RCS libri, Milano, 2002 - pag. 121. 7 Dopo la campagna di Grecia, per iniziativa del nuovo capo di SM della l\1ili:7.Ìa, Enzo Galbiati, ad alcuni battaglioni cc.nn. che si erano particolarmente distinti fu concessa la denominazione "M", resa evidente dall'iniziale mussoliniana in smalto rosso sulle fiamme nere. 8 Pieri E - Rochat G. "Badoglio" - UTET, Torino, 1974 - pag. 785. 9 Mac J'vlillan H. 'Vùui rii g11erm 1943-1945" - Il Mulino, Bologna, 1987 - pag. 271. 10 1\fac Millan H. - op. cit. pag. 281. 11 Loi S. "/ mpporti fm Alleati e Italiani nella cobcllig1n111za" - USSME, Roma, 1986. 12 Collotti E. ''L'r1111111ù1istmzjo11e tedesca dell'ltr1lit1 occupata" - Lerici, Milano, 1963.

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Repubblica e 1"rJ1z.e Armate Klinkhammcr L. "L'occ11pazio11e tedesca ill Italia I 943-1945" - Bollati-Boringhicri, Torino, I 993. Decreto del Duce del Pascismo, capo dello stato nazionale repubblicano, elci 27 ottobre 1943. 15 Decreto, ccc. del l O novembre 1943. I<, Ganapini T,. 'La rep11bhlica rie/le ca111icie nere" - Garzanti, ìVlilano, 1999 - pag. 115. 17 Gagliani D. "H,igate Nere - Mwsoli11i e la 111ilif(//izzr1zio11e del parlilojt,scista rep11hhlicr1110" - BollatiBoringhieri, Torino, 1999 - pag. 39. 18 Gagliani D. 0/1. cii. - pag.108-109. 19 Ganapini I,. op. àl. pag.42. 20 Gagliani D. op. cit. pag.204. 21 Aga-Rossi E. - Smith B.l". "Operation S11111ise - la resa tedesca in Italia - 2 ll!((l!J',ÌO 1945" ì\fondatori, Milano, 2005. 22 Harris C.R.S. "Allied 111ililary r1d1J1i11istmlio11 o/ fla/y/943-1945" - 1-I.M.Stationcry Office, London,1957. 23 Gambino A. ''.\'to,ia del rlopoy/lerm - dalla LJhemz/011e alpotere D. C. " - I ,a terza, Bari, 197 5 - pag. 22; 24 J-Iarris C.R.S. op. ci!. pag. 278. 25 Sannino A "/ ,e.fo,ze di polizia nel rlopog11erra" - ì\[ursia, ì\Iilano, 2004 - pag. 65. 2<, Harris C.R.S. op. cit. pag. 286. 27 Harris C:.R.S. op. iit. - pag. 298. 28 Cappellano E "L'esercito in Sicilia I 944-46" in «Storia ì\,lilitarc» - n. 126 - marzo 2004, dal quale ho tratto le notizie concernenti l'argomento. 29 Nuti L. "L'liserdto Italia/lo 11d .reco/Ido rlopog11erm /945-/950" USSMI\ Roma, 1989 - pag. 57. 30 ll memoriale del generale Chatrian è in appendice a Nuti I,. 0/1. cii. 31 ''JA relazione Carlorna sull'ojxm dello Stato 1vlr(l!J'/ore rie/l'Esercito (8 se/le111bre 194 3-31 J!,e1111aio 194 7) ", a cura di Gian Nicola Amoretti - Comitato nazionale per la celebrazione delle Forze Armate nella Guerra di Liberazione - Roma, 2004. 32 Nuti L. op. iii. - pag. 252. 33 Nuti J,. op. cii. - pag. 73. 34 Cerquetti I•'.. "[ .,e For"\.e rm11ak italiane dal 1945 al 1975" - f'eltrinclli, Milano, 197 5 - pag. 26. 35 Sannino A. op. cii. - pag. 11 O. 36 Ccrquetti I•'.. op. cii. - pag. 59. 37 Oliva G. ''.\'loria dei Camhi11ieri" - Leonardo, Mila no, 1992 - pag. 219. 38 Un esempio di tale atteggiamento critico in Liuzzi G. "Italia dijèsa?" - Volpe, Roma, 1963 - pag. 125. 39 Della Porta D. - Reiter I-I. "Polizia e protesta" - li Mulino, Bologna, 2003 - pag. 67. 4 Ccrquetti E. "/.,e Fo,ze Ar111ale tlaliane dal 1945 al 1975" - Fcltrinclli, Milano, 1975 - pag. 58. 13

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IL SISTEMA DI RECLUTAMENTO: UNA RIFORMA EPOCALE

Virgilio Ilari *

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a mia generazione di storici, che da giovane studiava le masse e da vecchia le élites, non ama più la storia quantitativa. A me, invece, i grandi numeri fanno ancora una certa impressione. Ventiquattro milioni di italiani hanno prestato servizio militare nel secolo scorso, all'incirca un maschio su due. Metà nelle prime due guerre mondiali, metà nella guerra fredda e nel decennio crepuscolare seguito alla vittoria dell'Occidente. Un milione di caduti, quattro milioni di prigionieri, centomila volontari di guerra, duecentomila partigiani, centomila disertori, mille fucilati, tremila medaglie d'oro sui primi 12 milioni: quarantamila impiegati all'estero, 1nille morti di naja e duecentomila obiettori di coscienza sui secondi 12. Meno di uno su venti (forse un milione, per metà carabinieri) erano militari di carriera, con 1Omila generali: il resto militari di Leva, che esprimevano con la loro risposta alla chiamata un silenzioso plebiscito alla nazione, ripetuto scaglione dopo scaglione, e tramandato di generazione in generazione. La riforma del sistema di reclutamento è stata l'unica veramente "bipartisan" compiuta dopo la fine della guerra fredda e la conseguente caduta della Prima Repubblica. A me sembra, però, che il paese l'abbia percepita in realtà come un irreversibile e definitivo addio alle armi, pur a tratti inorgoglito dai 10.000 militari all'estero, commosso dai nostri 45 caduti nelle recenti missioni di pace e indulgente con la "correttezza politica" della riforma, del resto coerente con la deriva "civile" che la cosiddetta "professione militare" manifesta in tutto l'Occidente. Ma c'è stata davvero, questa riforma? La Leva, e con essa l'unica tradizione militare realmente radicata nella storia nazionale, è stata seppellita come un gatto morto. Il messaggio percepito dal paese è stato che era finita una scocciatura e * Il Prof. Ilari, impossibilitato a partecipare al Convegno, ha fatto successivamente pervenire questa relazione.

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Virgilio I/mi che il militare, adesso, lo facevano le donne. La TV ci offre lo zapping fra una trentina di polizie, tra italiane, francesi e tedesche: ma gli unici militari che fanno ancora audience sono le avvocatesse dei marines e la Royal Navy dei tempi di Nelson. Non basta abolire la Leva (e professionalizzare il servizio civile) per omologare un esercito alla British Army o ai marines. Naturalmente qualche passo in quella direzione, bene o male, lo abbiamo fatto: ma se le distanze si sono un po' accorciate potrebbe anche dipendere dal fatto che, dopo tre anni di "guerra asimmetrica", con 3.500 caduti e 44mila feriti, neanche loro si sentono troppo bene. È un artificio letterario abusato, ma di una certa efficacia, contrapporre le intuizioni viscerali al sapere scientifico. Tredici anni fa Ernesto Galli della Loggia costruì una fortunata interpretazione politologica della Prima Repubblica su una frase di Salvatore Satta. Si parva h'cet, calzerebbe rileggere lo sbarco italiano a Tiro in diretta televisiva, in contrappunto con la scena del Giorno del Giudizio, in cui il grande scrittore sardo fa gridare alla madre di un coscritto del maggio 1915 che l'Italia non era davvero in grado di fare la guerra. Vincemmo allora con la Brigata Sassari di Emilio Lussu, come sbarchiamo oggi con la Brigata Sassari dei caporalmaggiori. Ci sedemmo esigenti al tavolo della pace di Versailles, come oggi siamo plebiscitati al Consiglio di sicurezza dell'ONU. Fedeli alla nostra tradizione diplomatica, continuiamo, grazie ai nostri soldati, la secolare strategia nazionale del "peso decisivo". Eppure qualcosa non torna. I sistemi di reclutamento e i modelli di esercito non si scelgono in astratto e non si formano in pochi anni. Sono il prodotto dell'epoca storica, coi suoi specifici fattori geostrategici e sociali; un riflesso della collocazione internazionale dello Stato, di cui servono ed esprimono la sovranità. L'Inghilterra, che aveva reintrodotto la Leva nel 1939, la abolì nel 1956 nell'illusione di conservare così un simulacro di Impero. Gli Stati Uniti, che l'avevano reintrodotta nel 1941, l'abolirono nel 1975 perché 10 anni di guerra perduta avevano reso intollerabile il carattere socialmente iniquo della coscrizione americana. Entrambe queste decisioni furono rese possibili da un mix di fattori: non solo il potenziamento delle armi convenzionali e nucleari, ma, nel 1957, il riarmo tedesco, basato sul ripristino della Leva, e nel 1975, il mantenimento della Leva da parte degli alleati continentali. La vittoria della guerra fredda ha spostato ad Est l'antemurale dell'Occidente: non a caso i due bastioni avanzati, la Polonia e la Turchia, sono gli unici paesi della NATO ad aver mantenuto la Leva e ad essere in grado di mobilitare. Cessato del tutto il rischio di una guerra in Europa, la Francia ha sacrificato le forze continentali ad un Oltremare difficile da situare sul mappamondo: passata in retrovia, l'Italia (imitata in parte dalla Germania) ha cercato di trarre da una

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costola dei Veterani e Invalidi della guerra fredda un gettone di presenza internazionale. Ha versato vino nuovo negli otri vecchi, ha stuccato le crepe ma, insomma, il bluff finora ha funzionato. Le coalizioni europee - quelle temporanee delle prime due guerre mondiali e quelle permanenti della guerra fredda - erano fondate su una ripartizione essenzialmente regionale dei compiti, per cui, malgrado l'integrazione dei comandi NATO, le forze francesi, tedesche, italiane e turche erano destinate ad operare sul proprio territorio nazionale, o almeno in prossimità delle proprie frontiere. Questo criterio vale ancora solo per la Polonia e la Turchia, ma non più per la Francia, la Germania e l'Italia. Le nuove coalizioni - sia quelle "dei volenterosi", sia la stessa NATO dopo la rifondazione avvenuta nel 1999 - agiscono in un contesto storico completamente diverso, basato in ultima analisi sulla politica degli Stati Uniti, l'unico paese che oggi è in condizione di decidere una guerra e di condurla, eventualmente anche da solo. Tutti gli altri paesi, inclusa la stessa Gran Bretagna, possono solo decidere se partecipare o no, oltre tutto in un ruolo appena meno subalterno di quello di altri paesi extraeuropei, che di volta in volta, grazie alla prossimità del loro territorio alle aree di guerra attuale o potenziale, possono acquisire anche maggior voce in capitolo (come nel caso della Turchia, del Pakistan, dell'Egitto, dell'Arabia Saudita o del Giappone). La cosiddetta "professionalizzazione" degli eserciti europei ha contribuito ad accelerare la tendenza, peraltro realisticamente inevitabile, a trasformarli in meri contingenti ausiliari di un esercito imperiale, com'erano quelli forniti dalle città e tribù italiche agli eserciti consolari della Repubblica romana del III-I secolo a.C., infine, sostituiti dai frombolieri delle Baleari, dagli arcieri cretesi e dalla cavalleria numida (che i Romani chiamarono in Italia per stroncare la ribellione degli alleati Marsi e Sanniti nel 90-89 a.C., concedendo poi ai superstiti una nominale cittadinanza). Se non vogliamo riandare così indietro nel tempo, noi italiani dovremmo dimenticare il Piave ed El Alamein, azzeccate quando il nostro Esercito era accasermato a guardia della "Soglia di Gorizia", e mettere a base delle nostre nuove tradizioni militari le Divisioni italiche e napoletane che combatterono in Spagna, in Russia e in Germania per Napoleone, o i Tercios abruzzesi che nel Seicento combatterono per la Spagna nelle Fiandre e in Brasile.

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GLI ISTITUTI DI ISTRUZIONE MILITARE NEL PERIODO DELLA REPUBBLICA Considerazioni per una ricerca necessaria, ma difficile

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no storico militare del valore di Michael Howard ha spiegato la funzione degli istituti d'educazione militare osservando che essi «riconcilia[no] le virtù militari con le qualità morali richieste al cittadino». Conoscere quali nel periodo della Repubblica siano state quelle virtù e come lo spirito democratico le abbia informate, secondo quanto richiesto dal dettato costituzionale, si presenta al tempo stesso un obiettivo necessario per comprendere la storia delle Forze Armate italiane ma di difficile conseguimento, allo stato attuale di disponibilità delle fonti. Sarebbe quindi legittimo ritenere che il fatto che si viva oggi immersi nell'età della conoscenza potrebbe portare ad accentuare il ruolo di questi istituti d'istruzione interni all'istituzione militare. È vero infatti che oggi nessuno sarebbe disposto a considerare secondario il ruolo delle scuole militari nel complesso processo di "trasformazione" delle Forze Armate, spinto a velocità sempre maggiori dalle necessità della professionalizzazione, della net-centric watfare, o addirittura dalla {}Stem-centric watfare. In realtà questi istituti hanno da sempre giocato un ruolo decisivo, rappresentando il luogo deputato della socializzazione primaria del corpo ufficiali. Intenderne la storia è quindi d'importanza cruciale per qualsiasi storia militare che non voglia limitarsi ad osservazioni 'esterne' (dalla politica, dalla diplomazia ecc.). Inoltre, proprio nel caso italiano della Repubblica, una valutazione dello strumento miliare nazionale non può prescindere dallo studio di quegli istituti che quanto meno hanno avuto due obiettivi storici, all'indomani del tramonto del regime fascista e della sconfitta italiana nella guerra 1940-1943: educare a spiriti nuovi le nuove generazioni di ufficiali in formazione (oltre che a rieducare quelli rimasti in servizio), professionalizzare Forze Armate uscite pesantemente segnate dal secondo conflitto mondiale - indipendentemente dal giudizio sul regime e sulla sua resa militare in guerra - e accompagnate nel lungo dopoguerra da valutazioni non sempre positive sul loro rendimento. Anche solo da questo duplice punto di vista, la storia degli istituti d'istruzione militare non si

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presenta come un argomento secondario: anche prima dell'avvento della revo!tttion in mi!itary qffairs e della scelta a favore della compiuta professionalizzazione dello strumento militare nazionale. Per fare uno degli innumerevoli esempi, non è forse un caso se la Nato all'immediato indomani della fine del sistema bipolare decise di tenere (proprio a Roma) un importante seminario appunto sulle scuole militari, che avrebbero dovuto essere i primi e più immediati attori della diffusione della comprensione di quanto il mondo stava cambiando. Infine, uno studio del sistema d'istruzione militare "parla" non solo delle scuole militari, ma dell'istituzione militare nel suo complesso.

Lo stato degli studi e la necessità di un approccio non interno Pur quindi necessario, lo studio storico dei sistemi d'istruzione militare è stato in Italia alquanto trascurato. Per il periodo precedente alla seconda guerra mondiale disponiamo oggi di un paio di tomi sugli istituti d'istruzione preunitari e di un documentato studio sull'Accademia di Modena, più altri saggi minori. Per il periodo repubblicano la situazione è ancora più sconfortante: alcune pubblicazioni monografiche, di autopresentazione, da parte dei singoli istituti d'istruzione; un grande volume illustrato, sempre assai elogiativo, di panoramica sulle scuole militari di tutte le Forze Armate (peraltro edito quindici anni fa); un volume con illustrazioni, schede e interviste ai comandanti dei singoli istituti per le scuole dell'Esercito. Un panorama quindi fatto di pubblicazioni in genere non problematiche, in linea di massima non scientifiche, con nessuna impostazione interforze. È forse significativo del carattere poco scientifico di non poche fra queste sempre riccamente illustrate monografie, il fatto che esse insistano costantemente sui risultati ginnici e sportivi degli ufficiali formati da queste scuole e poi transitati nelle squadre olimpiche nazionali: quasi ci fosse una continuità fra sportivo e guerriero ... Soprattutto, queste pubblicazioni - ancorché poco numerose ed evidentemente mosse da intenti di autopromozione - continuano a guardare agli istituti d'istruzione militare dal proprio interno, senza alcun collegamento con l'esterno e con la più generale storia dell'educazione in Italia. Tale approccio non è inconsueto, nella storia militare più tradizionale. Ma se c'è un punto in cui esso dimostra tutti i propri limiti è appunto nell'apprezzamento del ruolo e della trasformazione subita dalla professione militare nel periodo repubblicano. E scopo della formazione militare è, oltre alla socializzazione del corpo ufficiali e al perfezionamento della sua efficienza, anche - come diceva Howard - l'inserimento dei militari nella società, la loro integrazione nel sistema di "qualità morali"

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richieste al cittadino. Eppure dal 1945 e soprattutto dagli anni Sessanta ad oggi il sistema educativo del Paese ha conosciuto una vera e propria "rivoluzione formativa": come ha tenuto il passo con tale rivoluzione esterna il sistema dell'istruzione militare? Queste pubblicazioni non si pongono la domanda. Riteniamo invece che guardare agli istituti d'istruzione militare dall'esterno e nei contesto di tale rivoluzione formativa sia essenziale, per comprendere (1uanto e come è cambiato il profilo dell'ufficiale nella società repubblicana e democratica, rispetto al passato. Peraltro, proprio guardando dal contesto, alcuni evidenti e gravi problemi del sistema italiano d'istruzione militare del periodo repubblicano potrebbero essere meglio compresi sia nei loro caratteri positivi (crescita del numero delle scuole e degli allievi, loro internazionalizzazione - per il resto obbligata dalla Nato - ecc.) sia in quelli più problematici (incerta chiarezza sulle finalità del sistema, ritardo interforze, problematico rapporto con l'esterno ecc.). Quella rivoluzione formativa ha infatti trasformato profondamente la società italiana, ed ha quindi potentemente influenzato il suo rapporto con i militari. Un aumento rilevante della scolarizzazione, una serie importante di riforme degli ordinamenti scolastici, una sempre maggiore apertura alla loro internazionalizzazione, l'alternarsi di generazioni di docenti che si sono lasciate alle spalle le chiusure del periodo (e del regime) precedente sono stati alcuni fra i caratteri della rivoluzione scolastica nel periodo repubblicano. Certo, essa non ha cancellato del tutto la persistenza di antichi problemi: il disinteresse della classe politica verso i problemi della scuola (come dimostra la bassa percentuale dei bilanci pubblici ad essa devoluti), la sua settorializzazione, una sua eccessiva selettività sociale, la fatiscenza delle sue strutture ecc. Insomma la repubblica non ha certo annullato il divario del proprio sistema scolastico con la realtà internazionale: ma lo ha di certo potentemente ridotto, e in alcuni punti ha conquistato posizioni d'eccellenza. Solo guardando al contesto è peraltro possibile capire e misurare le trasformazioni del sistema dell'istruzione militare. Il primo dato è che quel contesto è forzatamente, in buona parte, internazionale. Non è una novità. Le stesse pubblicazioni ufficiali raccontano come la Scuola di guerra italiana sia nata, nel 186 7, per rispondere alla bruciante sconfitta sul campo dell'anno precedente. I fondatori guardarono allora al modello tedesco della Kriegsakademie. Ecco allora che per valutare il sistema d'istruzione militare italiano contemporaneo si potrebbe pensare ad accostarlo - ad esempio - a Saint-Cyr o a Sandhurst, se non a West Point? Il sistema italiano reggerebbe il confronto? Sicuramente le scuole militari italiane hanno vissuto nel periodo repubblicano una fase di profonda trasformazione, forse più che di rivoluzione: chi potrebbe affermare che esse abbiano espresso istituti in grado di rivaleggiare, ad esempio, con il TRADOC statunitense, o quanto meno di essere al suo passo? Anche il TRADOC fu istituito, a

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suo tempo, per riflettere sui caratteri di una sconfitta - il Vietnam - e per trasformare il corpo ufficiali: hanno i suoi risultati odierni qualche lontana comparabilità con quelli espressi dal sistema italiano d'istruzione militare? È per rispondere a queste domande che appare oggi necessario un approccio non solo interno, ma che tenga conto dell'esterno e dal contesto.

Un sistema straordinariamente complesso

Per la verità la scelta di un tale approccio complica, più che semplificare, lo studio. Anche perché il sistema delle scuole militari italiane - non diversamente da quelli di altri paesi - è straordinariamente complesso. I sociologi ci hanno insegnato che ogni società militare tende a riprodurre al proprio interno le strutture e gli istituti della società più in generale. Ecco quindi che, a lato e al posto delle scuole civili, le Forze Armate si sarebbero costruite un parallelo e specializzato sistema d'istruzione militare. Sempre i sociologi, di fronte ad un sistema così complesso, hanno proposto numerosi e diversi sistemi di classificazione: scuole di formazione militare, scuole d'arma, scuole specialistiche ecc.; o scuole per ufficiali, scuole per sottufficiali, scuole per la truppa ecc.; o appunto, in analogia con il sistema d'istruzione "civile", istituti di primo ingresso, istituti di formazione, istituti di specializzazione e di alta formazione ecc. Ogni classificazione offre vantaggi e svantaggi: è però sufficiente ricordare l'indecisione di molte fra quelle correnti per indicare la particolare complessità dei sistemi d'istruzione militare. Il caso italiano non fa eccezioni. Anche solo una menzione delle principali scuole militari oggi attive - senza avere l'ambizione di un elenco esaustivo - dà un'idea della particolare articolazione del sistema d'istruzione militare degli ultimi cinquant'anni e che in parte è frutto della tecnicizzazione e della professionalizzazione del mestiere delle armi nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Per il solo Esercito dovremmo così ricordare: la Nunziatella, la Theulié, l'Accademia, la Scuola di applicazione, la Scuola di Guerra, i corsi ISMI e in genere il Casd; le scuole di Fanteria, Cavalleria, Artiglieria, Genio, Trasmissioni, Sanità militare e Corpo Veterinario, Commissariato e Amministrazione, Carrismo, Artiglieria contraerei, Paracadutismo, Militare alpina, Trasporti e materiali, Lingue estere, il Centro Aviazione Esercito. L'Aeronautica e la Marina, Forze Armate tradizionalmente a maggiore specializzazione, non sono da meno. Dal 2000 devono essere aggiunte, fra quelle a livello di Forza Armata, le scuole dei Carabinieri. E poi ci sono quelle della Guardia di Finanza. Alcuni istituti, di formazione assai recente, sono poi impostati a

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livello interforze e quindi, teoricamente, a livello superiore: fra questi si pensi alla Scuola interforze per la Difesa Nbc, il Centro interforze di formazione Intelligence-Guerra elettronica, la Direzione corsi di elettronica optoelettronica ed informatica; altri sono specializzati ma a vocazione internazionale, come il Centro di eccellenza per le Stability police units. Tutto questo complesso di istituti è, con difficoltà, tenuto assieme ed ordinato da comandi interforze o soprattutto ancora purtroppo di Forza Armata che cercano di uniformare, omogeneizzare, comandare. Sono comandi che assai di frequente mutano denominazione e competenze, indice questo di compiti assai difficili. Per l'esercito, ad esempio, negli ultimissimi decenni l'Ispettorato delle scuole e quello delle Armi è diventato un unico Ispettorato per la formazione e la specializzazione e più di recente il Comando scuole dell'Esercito. Non sempre alla modifica delle denominazioni corrisponde un migliore e maggiore coordinamento. Una menzione degli istituti non basterebbe peraltro a raffigurare la particolare complicazione del sistema. Si pensi che in genere ogni istituto di quelli menzionati svolge corsi a livello diverso per pubblici diversi: ufficiali in servizio in diversi momenti della loro carriera, ufficiali di complemento, sottufficiali, truppa di leva e ora volontaria ecc. Rispetto al numero degli istituti, il numero totale dei corsi quindi è di molto moltiplicato. Insomma, si tratta di un sistema d'istruzione straordinariamente articolato e diversificato per livello e per funzione. Questo è in genere l'effetto della storia e della maggiore complessità ed articolazione delle Forze Armate nel periodo successivo alla seconda guerra mcmdiale: se infatti sino a quella data pochi istituti svolgevano sostanzialmente una limitata tipologia di corsi, dopo il 1945 la necessità della formazione, e della formazione continua, dei militari è stata di molto intensificata. Anche per questo, un'istituzione militare nazionale dovrebbe essere giudicata non solo, ma certo anche proprio a partire dal suo sistema d'istruzione. Molte sono le discipline scientifiche che possono interagire nello studio delle scuole militari. Fra le prime stanno quelle sociologiche. Ad esempio, quella delle accademie militari come luoghi di socializzazione primaria degli ufficiali è una visione ed una lezione eminentemente sociologica: e altri innumerevoli sono gli spunti forniti dagli studi di scienze sociali. Se nelle pagine seguenti si sosterrà l'importanza invece degli studi storici è per l'impressione che talora gli studi di sociologia militare tendano troppo a perdere di vista le specificità dei singoli casi nazionali e delle singole scuole, finendo in genere per insistere sul punto delle differenze fra ordinamenti militari e ordinamenti civili. Inoltre, e questo è più ovvio, difficilmente altre discipline rispetto alla ricerca storica - basata su documentazione storica - potrebbero dare conto delle trasformazioni, molte e articolate, che un sistema così complesso può subire.

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Fonti disponibili Ma la ricerca storica ha bisogno di documentazione. E purtroppo, nonostante l'importanza del tema, l'attuale disponibilità delle fonti limita molto la possibilità di svolgere una ricerca. Non è un problema nuovo, a proposito di storia delle Forze Armate nel periodo della Repubblica. Nonostante che in altri Paesi occidentali sia ormai invalsa la regola archivistica "dei trent'anni", che prevede che dopo un tale periodo di tempo vengano messi a disposizione degli studiosi ingenti quantitativi di documenti; nonostante che in molti dei paesi dell'Europa orientale, finito il "socialismo reale", si siano aperti (anche sconsideratamente) gli archivi; in Italia i ricercatori hanno a disposizione un materiale d'archivio quasi inesistente per lo studio della storia militare del periodo successivo al 1945. Troppo pochi fondi archivistici sono stati versati dagli Stati Maggiori e dai reparti agli Uffici storici di Forza Armata; assai poco di rilevante è arrivato a questi archivi storici o all'Archivio centrale dello Stato dai ministeri, dalle direzioni generali e da altri enti dell'amministrazione militare centrale. Le uniche serie ricerche archivistiche possibili sono quelle su fondi non italiani: Washington, Londra, Parigi, Bruxelles. Non sorprende quindi il fatto che, mentre in questi Paesi la ricerca storico-militare a proposito del periodo del bipolarismo (o Guerra fredda) sta sviluppandosi, in Italia essa ristagna. Né stupisce che altrove i convegni scientifici su questo periodo fioriscano, in Italia essi siano radi e non di rado meno soddisfacenti. Il tutto, si badi bene, non ha conseguenze solo sul corso degli studi: anche dal punto di vista dell'istituzione militare questa mancanza di documentazione si risolve in un minor numero di pubblicazioni da parte degli Uffici storici, costretti a tornare solo su temi magari anche di qualche importanza storica, ma sempre più lontani dall'attualità e da una qualche ricaduta operativa. In ultima analisi, se non invertita, questa tendenza potrebbe portare in linea teorica all'asfissia degli Uffici storici all'interno dell'amministrazione militare, all'abdicazione da una funzione da essi comunque svolta (la redazione di studi storici che abbiano valenze operative e che forniscano "ammaestramenti" per i reparti e per i loro comandanti) e, in un circolo vizioso, ad una progressiva e radicale diminuzione della rilevanza di tali uffici agli occhi degli Stati maggiori. Ma, aggiungiamo, il punto non è solo di rilevanza per gli studi di storia militare, scientifico-accademica o interna all'amministrazione. Il punto è più generale e potrebbe essere definito di rilievo costituzionale. L'archivio non è solo un deposito di carta vecchia e inutile. È una forma democratica della trasparenza di un'istituzione a fronte del controllo civile. È, più in generale, un presidio di democrazia. Se un'istituzione non "restituisce" le proprie carte alla società civile (oltre

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che a se stessa, ovviamente e a coloro che sono interessati alla sua storia) attraverso un archivio pubblico, essa è o diventa o si conferma un'istituzione "opaca". Da questo punto di vista, l'Italia contemporanea offre motivi di preoccupazione. Alcune amministrazioni, vuoi per problemi di organizzazione del servizio al pubblico, vuoi per un particolare ritardo nella messa a disposizione delle proprie carte, hanno preoccupantemente peggiorato nel corso degli anni la propria immagine: il caso dell'Archivio storico diplomatico del ministero degli Affari Esteri è un caso esemplare. Alcune decisioni della Presidenza del Consiglio dei ministri relative al proprio archivio sono state fortemente discusse. L'impenetrabilità degli archivi dei Servizi di sicurezza è nota. Per quanto più qui concerne, l'amministrazione della Difesa si presenta fortemente deficitaria: gli Stati Maggiori, a giudicare da quanto è noto degli Uffici storici, hanno consegnato solo molto parzialmente la propria documentazione. Ma è soprattutto la struttura ministeriale a peggiorare le cose: priva di Commissioni di vigilanza e con Commissioni di scarto convocate solo ad hoc, essa ha consegnato all'Archivio centrale dello Stato sino ad oggi carte poco significative. Mantiene propri archivi di deposito, anche piuttosto bene conservati - a quanto sembra per le carte più amministrative (pratiche del personale, contratti ecc.) e per alcune di significato politico. Ma, a fare un paragone con quanto altri ministeri italiani hanno versato all'Acs o peggio ancora con quanto altre amministrazioni militari hanno versato ai rispettivi archivi in altri Paesi, dal punto di vista archivistico la situazione italiana della Difesa relativa al periodo repubblicano si configura come una vera e propria emergenza democratica. Ciò preoccupa e spiace tanto più se si considera invece lo straordinario rinnovamento e ampliamento del servizio di consultazione fornito dagli archivi degli Uffici storici di Forza Armata negli ultimi due decenni: questa eccezionale apertura aveva infatti contribuito a far moltiplicare e migliorare lo studio storico e più in generale la conoscenza e l'apprezzamento del ruolo delle Forze Armate nella storia dell'Italia unita. Purtroppo, se non vi sarà posto urgente rimedio, la situazione della disponibilità delle carte del ministero della Difesa relative al periodo repubblicano rischia di pregiudicare drasticamente i risultati precedentemente conseguiti. Tutto quanto sinora detto era necessario per poter spiegare l'interesse e i limiti del presente studio. Non sono stati disponibili, ad esempio, i carteggi archivistici dei vari comandi scuole a livello di Forza Armata. Anche la situazione degli archivi storici o di deposito (quando la distinzione esiste) nelle maggiori scuole militari non permette oggi quegli studi sull'età repubblicana, che invece per periodi storici precedenti sono stati resi disponibili. Lo studio si basa quindi sulla consultazione della bibliografia disponibile e si è giovato di un accurato spoglio della pubblicistica militare. Spesso, infatti, le

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Nicola Labanca riviste tecniche di Forza Armata (Rivista tmlitare, Rivista marittima, Rivista aeronautica, ecc.) e a livello interforze Difesa (Informazioni Difesa) hanno ospitato interventi, riflessioni e critiche attorno al punto del sistema d'istruzione militare.

Ipotesi di lavoro

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Sia pur con l'assenza di quelle archivistiche, le fonti consultate permettono di delineare - se non una ricostruzione - quanto meno un modello di interpretazione, o ipotesi di lavoro, e una prima cronologia. Per quanto concerne il quadro di fondo, l'impressione è che la Difesa, in questi sei decenni repubblicani, non abbia avuto un unico né sempre costante modello di ufficiale in grado di ispirare una chiara tipologia di scuole militari. A tutti i livelli pare si sia proceduto più o meno casualmente, sulla base di buona volontà del personale addetto, situazioni più o meno favorevoli, alternarsi di correnti e "mode": più che per una vera e propria pianificazione. Anche i migliori piani, o meglio le migliori idee, hanno dovuto poi fare i conti con quel sistema straordinariamente complesso, stratificato e diversificato di cui si è detto: e così non sempre riforme o piani hanno raggiunto i propri obiettivi. Quest'immagine di casualità e persino talora di caos non deve sorprendere, né può essere ritenuta una situazione solo italiana. Brian Band, parlando per questi stessi decenni del sistema d'istruzione militare britannico, pure noto ed apprezzato, ha affermato che a Londra si sia assistito a "frequenti e talvolta incomprensibili cambiamenti", che la continua riformulazione del modello di scuola militare sia stata in Gran Bretagna una "fatica di Sisifo" e che, a ben vedere, forse non ci sia stata "alcuna politica consistente". Sulla base delle fonti adesso disponibili, un giudizio così critico potrebbe anche applicarsi al caso italiano. Per quanto concerne una cronologia, infatti, e cercando di elaborare una "media" (astratta) delle assai diverse situazioni esistenti fra istituto e istituto, fra Forza Armata e Forza Armata, si potrebbe osservare che la seconda metà degli anni Quaranta fu assorbita dalla imperiosa necessità di ricostruire. Edifici, strumenti scolastici, materiali didattici, lo stesso corpo docente delle diverse scuole era da ricostruire: in un quadro peraltro reso incerto sino alla stipula del Trattato di pace (e non a caso non pochi istituti riaprirono solo nel 1947) e soprattutto sino all'adesione alla Nato (1949). Negli anni Cinquanta, invece, cominciarono ad evidenziarsi i limiti di quest'azione di ricostruzione. Non mancarono le aperture: soprattutto, quel tanto di internazionalizzazione legata alle richieste della Nato, alle prime procedure formalizzate a livello sovranazionale e ai primi corsi frequentati all'estero dai primi

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allievi italiani (ad esempio, dell'Aeronautica). Queste aperture, però, furono assai più che controbilanciate da una certa atmosfera d'antico che continuava a respirarsi nelle scuole militari. Non sono soltanto le scritte murali rimaste dal vecchio regime, e non cancellate, ad essere rilevanti. Pesavano di più in genere i segnali di un'istituzione come quella militare che - di fronte al trauma della sconfitta e del mutamento istituzionale dalla monarchia alla Repubblica e di fronte alle novità introdotte nel Paese dal sistema democratico - tendeva a rinchiudersi, a voler decidere da sola cosa cambiare e cosa no di quanto aveva ereditato dal passato, senza interventi, giudicati "intromissioni", dall'esterno. Negli anni Sessanta questo gioco fra aperture e chiusure sembra essersi trasformato in un complesso scontro, ad oggi difficile da decifrare, fra disponibilità alle riforme e recalcitranti freni. Chi guarda alle scuole militari vede situazioni assai diverse: in alcune sedi sperimentazioni tecniche anche avanzate, in altre chiusure ed ossificazioni al limite della nostalgia. Tali ambivalenze dovettero essere costrette, nel decennio successivo, ad uscire allo scoperto. Negli anni Settanta le troppe chiusure del passato avevano spinto ad uno scontro fra reiterate chiusure, che rivelavano l'imparità dell'istituzione militare a dominare e guidare i tempi, e la spinta fortissima alla ristrutturazione e alla riforma. Chi in quel decennio si fermò a difendere il passato non si rese conto che non solo la società italiana era cambiata radicalmente e velocemente, e che non avrebbe tollerato Forze Armate chiuse in se stesse, considerate o inefficienti o pericolose (o tutt'e due). La riforma, o ristrutturazione come venne chiamata, non proveniva peraltro solo dalla "politica" ma dalle stesse istanze militari internazionali: da un lato l'adozione della risposta flessibile da parte della Nato e dall'altro la presenza sempre più insistita della marina sovietica nel 1iiediterraneo aprivano forzatamente nuovi scenari per le Forze Armate. Non è chiaro quanto di questa consapevolezza venisse dall'interno del sistema formativo militare, e quanto invece e piuttosto dall'esterno: dai consulenti civili come da alcuni ufficiali di autonomo giudizio che in questa rinnovata temperie uscivano ora allo scoperto rivelando e animando un dibattito nuovo. Gli anni Ottanta posero così urgenze nuove al sistema dell'istruzione militare, forse le prime vere e proprie sfide ad un apparato rimasto in genere defilato, attardato e - dopo gli anni Cinquanta - all'apparenza non particolarmente dinamico o spregiudicato. Andava intravedendosi un nuovo profilo pubblico dell'ufficiale, una più pressante - per quanto mai stringente - richiesta di efficienza rivolta all'istituzione militare, la necessità anche di schierarsi in una battaglia delle idee che vedeva i "novatori" o riformisti militari sempre più attivi e soprattutto sempre più ascoltati: furono tutte insieme queste, ed altre, ragioni a smuovere il sistema d'istruzione militare.

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Sono stati poi gli anni Novanta a determinare l'apertura di una fase nuova, e di sfide nuove, per questi istituti. La crescente tecnologizzazione e la necessità di tenere il passo con gli impegni Oltremare, con quanto di nuovo di internazionalizzazione e standardizzazione esse hanno richiesto (come con l'ingresso nella Nato negli anni Cinquanta), e poi l'ingresso delle donne, la professionalizzazione, la trasformazione più generale degli allievi che adesso transitano in quelle aule hanno forzatamente costretto le scuole militari a rinnovarsi. Un qualche interesse maggiore da parte degli Alti comandi verso il settore della formazione - che adesso, con istituzioni militari "professionali", si trasforma in formazione continua - è stato evidente nell'attenzione finalmente rivolta ai comandi che a livello di forza sovrintendono alle scuole, un'attenzione resa evidente anche a livello di denominazione, sottoposta a più cambiamenti. Sempre in questi ultimi anni, un'attenzione nuova è stata rivolta al segmento dell'alta formazione, con i corsi ISMI e con la soluzione prescelta dei master cogestiti dall'istituzione militare e da altri istituti specializzati civili come lAI, ISPI ecc.: un rinnovamento, quanto meno nella formula organizzativa (nei contenuti il giudizio sarebbe più complesso). Un'altra fondamentale trasformazione è stata quella relativa al riconoscimento della professionalità militare e degli studi negli istituti d'istruzione militare ai fini del conseguimento della laurea universitaria (civile). Vecchia aspirazione di certi settori "modernisti" del mondo militare, ansiosi cli vedersi riconosciuti dal paese e dalla sua classe dirigente "civile", essa si è poi realizzata con soluzioni e in modi assolutamente imprevisti. L'impressione è che l'accensione di una classe di laurea in Scienze strategiche e poi, a cascata, la stipula di singole convenzioni da parte di settori dell'amministrazione della Difesa con singoli atenei al fine di un ottenimento della laurea (prima quadriennale, poi triennale) abbiano potuto soddisfare le legittime aspirazioni degli uomini in uniforme e abbiano contribuito alla diffusione (formale) dell'istruzione universitaria anche nel mondo militare, da cui per un complesso di ragioni sociali e professionali era rimasta piuttosto estranea. Dire però se questo abbia contribuito ad un affinamento e ad una specializzazione effettiva delle conoscenze da parte dell'elite militare, tramite la sua applicazione a seri e rigorosi studi universitari, è invece ad oggi alquanto complesso e incerto. Tutto è cambiato, quindi, in questi decenni? Le pressioni, le congiunture e gli attori sono stati certamente diversi, da fase a fase. Si potrebbe però osservare che alcune costanti sembrano essersi mantenute in questo settore dell'amministrazione militare. Un certo conservatorismo di fondo; la perdurante problematicità nel "formare i formatori", una difficoltà, questa, ammessa persino da alcune storie ufficiali di queste scuole militari; una certa volontà a trovare soluzioni all'interno dell'istituzione militare prima, piuttosto che risolversi a collaborare

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con i civili; l'attitudine a cambiare denominazione, sede o persino funzioni per scuole che poi finivano per rimanere sempre le stesse; la predisposizione a risolvere i problemi delle vecchie strutture creandone di nuove, piuttosto che riformando radicalmente le vecchie; la riluttanza a ragionare in un'ottica interforze: potrebbero essere queste alcune delle costanti del sistema d'istruzione militare italiano nel periodo repubblicano. Ma, forse, sono caratteri non peculiari della burocrazia in uniforme ... Non è possibile dire con precisione quanto il gioco storicamente effettuatosi fra costanti e cambiamenti - che pure effettivamente si sono verificati all'interno delle mura degli istituti d'istruzione militare - abbia contribuito a rendere più conosciuta e meglio apprezzata l'istituzione militare da parte della società. Probabilmente la società non si è accorta di tutto questo. Un sondaggio d'opinione ha confermato che negli anni Novanta un campione rappresentativo della popolazione italiana non sapeva, nella sua stragrande maggioranza, nemmeno indicare i nomi delle principali scuole militari. Una ricerca importante, ma a parte, sarebbe quella sul personale docente delle scuole e sul materiale didattico da questo usato per i corsi (sinossi ecc.). Lo studio di Gian Luca Balestra sull'Accademia di Modena ha dimostrato le potenzialità di tali studi.

Tre approcci Tenuto conto di quanto detto sinora, è forse possibile studiare il sistema degli istituti d'istruzione militare nei decenni della Repubblica da almeno tre approcci: a. la domanda, b. l'offerta, c. il modello di scuola. Di tali approcci, distinti ma interagenti, quello che guarda al lato della domanda studia le domande che si pone l'istituzione militare circa il modello di ufficiale che vuole formato dalle proprie scuole. L'approccio attento al lato dell'offerta invece si chiede quale tipo di società guardi all'istituzione militare, da quali classi sociali, da quali regioni e con quale formazione di base extramilitare vengano i cadetti delle accademie, o delle altre scuole: e con quale professionalità in più essi tornino poi, nel caso dei volontari o degli ufficiali di complemento o degli stessi soldati di leva, alla società dopo aver svolto un servizio o una carriera militari. Il terzo approccio si interroga, infine, sulle modalità organizzative interne agli istituti d'istruzione militare e se queste configurino una qualche tipologia (d'Arma, di Forza Armata, nazionale) di scuole militari che le rendano funzionali, o disfunzionali, rispetto agli scopi dell'istituzione e dell'offerta della società.

a. La domanda. Quale modello di ufficiale, di sottufficiale e di soldato (sem-

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plice o specializzato) doveva uscire, a giudizio degli Stati Maggiori o del ministero della Difesa, dalle rispettive scuole? La risposta potrebbe essere data dai carteggi d'archivio appunto degli Stati Maggiori, del ministero, dei Comandi scuole a livello di Forza Armata o dei singoli comandi dei singoli istituti. Altre risposte vengono dalla consultazione della pubblicistica militare. Altre ancora emergono dalle stesse storie (più o meno giubilari) delle varie scuole militari. L'impressione, come si è eletto, è di una certa indecisione e, in ogni caso, di una grande mutevolezza d'intenti. Tradizionalmente, rispetto al "risultato atteso" in termini di modello di ufficiale, le Forze Armate unitarie avevano già conosciuto una notevole alternanza. Il primo modello elaborato dopo la Restaurazione post napoleonica, al tempo risorgimentale, era una reazione all'ufficiale silenzioso e passivo esecutore dei voleri del Monarca: al contrario, il "quadro nazionale" dopo l'Unità sarebbe stato un militare in grado di partecipare alla vita della Nazione proprio in quanto militare, e non più da aristocratico. Tale modello, più auspicato che ottenuto, lasciò spazio già alla fine dell'Ottocento ad un ufficiale "tecnico" e compiutamente borghese, che si teneva lontano dalla politica e la cui formazione era basata sulle competenze matematiche e appunto tecniche. Taluni tornarono persino ad elogiare l'ufficiale troupier, tecnico non nel senso degli studi di accademia o di Stato Maggiore, ma in quello di comandante legato al proprio mestiere di condottiero di uomini. Se la Grande guerra dovette, se non altro per le sue dimensioni di massa, far riflettere sulle necessarie competenze di organizzatore che un ufficiale moderno avrebbe dovuto necessariamente avere, in realtà fu di nuovo il profilo di tecnico a prevalere: ora, peraltro, che la nuova tecnologia metteva a disposizione delle Forze Armate sistemi d'arma (dall'aereo al carro armato) complessi e, per il tempo, "futuristi". Tale profilo si adattava particolarmente al complesso rapporto - di compromesso - fra Forze Armate e fascismo: in quanto tecnico, l'ufficiale non avrebbe dovuto immischiarsi di politica e di partito, pur apprezzando il maggior spazio che a parole un regime militaristico era pronto ad offrire. Infine, nel frattempo, il fascismo sembrò riesumare una versione totalitaria del vecchio quadro nazionale, sotto forma di ufficiale fascistizzato, fatto più di retorica guerriera che cli altro: ma ebbe poca fortuna pratica. All'indomani della seconda guerra mondiale, l'esperienza della disfatta dovette far riflettere i nuovi Alti comandi circa l'esigenza di un nuovo modello di ufficiale per le nuove Forze Armate dell'Italia repubblicana e democratica. Ma l'incertezza prevalse. Certo non più solo guerriero, il nuovo ufficiale avrebbe dovuto - come la Costituzione prevedeva - essere informato ai nuovi principi democratici: ma il sospetto verso il nuovo corso democratico della Nazione lasciò spazio per un ufficiale, più che tecnico, appartato e chiuso nelle sue caserme. Un

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certo modernismo venne dalla Nato: ma molto ne venne riassorbito, prudentemente, dai vecchi schemi. Schemi che anzi, più che vecchi, sembravano antichi: un segno era la riproposizione in periodo repubblicano di quella più antica e netta separazione a tutti i livelli della vita militare fra ufficiale e sottufficiale, per non dire fra ufficiale e soldati, risalente quanto meno all'Italia liberale, che già la Grande guerra aveva insidiato e che non risultava del tutto consona allo "spirito democratico" previsto dalla Costituzione. Ci volle tempo perché questo modello venisse quanto meno scheggiato. Fu la trasformazione della società e della politica italiana negli anni Sessanta e i cambiamenti strategici di quel periodo, a partire dall'adozione della risposta flessibile, a far cambiare indirizzo. Non mancò chi riteneva che l'ufficiale modello dovesse essere ancora quello proveniente dai corsi d'ardimento, sospettoso di ogni sviluppo politico del Paese letto come tentativo di mettere "le mani rosse sulle Forze Armate". Ma non pochi avvertirono la necessità di elaborare un nuovo modello di riferimento, se non si voleva rimanere del tutto tagliati fuori dall'evoluzione della società. Tale sentimento si fece più stringente negli anni Settanta come risposta sia agli aneliti di riforma espressi nelle richieste e nelle agitazioni dei "sottufficiali democratici" e dei "soldati democratici", sia al necessario ripensamento indotto dalle leggi di ristrutturazione e dai tagli imposti agli organici, sia allo stesso sviluppo delle tecnologie militari. A ciò si aggiunga che le tre Forze Armate sembravano propendere ciascuna per modelli e ideali propri, complicando e sfrangiando ulteriormente il quadro. Ne usciva insomma un modello di ufficiale né tecnico né guerriero, né professionista né politicizzato: o che, forse, doveva essere un po' di tutto ... Un tale modello "acchiappatutto" fu messo apertamente in discussione con gli anni Ottanta. Nuove enfasi sulla "professione militare" (laddove il sostantivo non era senza importanza) iniziarono a circolare sulla pubblicistica, nelle circolari ministeriali e nei programmi delle scuole. L'immagine di un ufficiale quando andava bene - heroic leader avrebbe dovuto lasciare spazio a quella di un ufficiale manager, cultore non più solo o tanto di piazza d'armi e di corsi d'ardimento, quanto ormai di studi strategici e di sociologia, militare e non solo. Furono questi anni Ottanta la fase in cui i cambiamenti dei programmi furono più radicali e omogenei nelle diverse Forze Armate e nelle diverse scuole. Mentre questo diceva la retorica, a dimostrazione che l'Italia repubblicana mai pare aver conosciuto un singolo modello di ufficiale nemmeno in ognuna delle sue fasi, nei fatti un altro profilo stava avanzando. Era un militare, per certi versi, "civilizzato": un ufficiale più dipendente che manager, un impiegato statale sia pur in uniforme, ormai non più sempre disponibile per la Patria e che "staccava", terminava, il proprio impegno giornaliero con lo scoccare dell'ora-

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rio sindacale, che lavorava una settimana corta "facendo festa" attorno all'ora del venerdì. Era finalmente l'avvento del militare-civile, di cui per gli Usa aveva scritto Janowitz già negli anni Sessanta; era il militare-istituzione rispetto al militare-professione e all' heroic leader, di cui aveva parlato Moskos negli anni Settanta. Certo, nessuna scuola militare ha mai insegnato ad imboscarsi, ma la trasformazione della mentalità appena descritta rinvia ad un insieme di comportamenti ben operante all'interno del corpo ufficiali e che ha realizzato forse la più radicale delle trasformazioni della "professione" militare in Italia, non solo dalla fine del fascismo, ma dall'Unità ad oggi. Nel decennio successivo la fine del bipolarismo una nuova retorica andò ben presto imponendosi. Essa parlava cli esigenze "operative" e avrebbe dovuto innescare una vera e ptopria rivoluzione nelle scuole militari. Il cambiamento invero vi fu, ma non così radicale. Le necessità legate ad una nuova operatività dei reparti nelle missioni fuori area ridimensionava molto le precedenti teoriche "manageriali", a favore di una nuova retorica "quasi guerriera". Rispetto alla logica di caserma di tanta parte dei decenni della Guerra fredda, l'operatività sembrava una rivoluzione. Ma cli una vera e propria revolution in military qffairs si parlò molto più di quanto poi si poté fare concretamente: le ampie quote dei bilanci destinate al pagamento del personale lasciavano in Italia poco spazio agli investimenti e agli aggiornamenti. L'innovazione tecnologica ci fu ma, se per altre Forze Armate aveva fatto gridare appunto alla revolution e poi al passaggio ad un netcentric iva,jare, da noi penetrò assai più lentamente e con un impatto probabilmente più ridotto. Peraltro, o meglio anche per questo, eia noi l'immagine dell'ufficiale italiano ormai "operativo" sul campo è stata corretta con una forte accentuazione dei tratti umani adatti a "soldati di pace", non necessariamente a guerrieri ipertecnologici.

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b. L'efferta. Nessuna scuola militare può però essere studiata solo in base ai suoi programmi, in ultima analisi al modello di ufficiale voluto dai vertici e alla domanda posta dall'istituzione militare all'istituto d'istruzione. Sempre ogni sistema d'istruzione militare ha dovuto fare i conti con l'offerta sociale, cioè con la qualità e i caratteri degli allievi: elementi condizionanti l'azione delle scuole. Da dove, altrimenti, la necessità di "elevare" la società civile verso le richieste delle Forze Armate? Qui il discorso e la valutazione del periodo repubblicano sono più difficili, mentre gli studi storici disponibili preparatori o su periodi storici precedenti si fanno minori. Sappiamo che già nella fase immediatamente post-risorgimentale nell'esercito italiano l'estrazione dell'ufficialità era assai meno aristocratica rispetto ad altri eserciti europei. Sappiamo che l'appeal dell'uniforme era molto

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scemato fra la grande borghesia settentrionale già nel passaggio tra diciannovesimo e ventesimo secolo: da qui il fatto per cui alla Grande guerra gli ufficiali italiani dell'Esercito (di quelli della Marina sappiamo meno) provenivano da centri piccoli e medi della provincia italiana del Centro e del Sud, molto più che del Nord. Sappiamo, infine, che le Forze Armate del fascismo assisterono, non diversamente dalle altre amministrazioni statali del tempo, all'avvio di una rilevante meridionalizzazione del proprio corpo ufficiali. Ma fra questi studi storici, che non vanno oltre gli anni Trenta, e le indagini sociologiche degli anni Ottanta sulla composizione sociale degli ufficiali italiani cioè sull' efferta della società italiana alle istituzioni militari, sulle sue "vocazioni militari" - c'è purtroppo un vuoto di conoscenze scientifiche. Non sappiamo bene quanto e come abbia influito, ad esempio, il "miracolo economico" sulla predilezione della carriera militare: o meglio, poiché l'esito ci è noto, ed è appunto quello cli un'ulteriore meridionalizzazione e "provincializzazione" del corpo ufficiali negli anni Ottanta e Novanta, non ne conosciamo i tempi e le modalità. Alcuni elementi qua e là però ci sono noti, e indicano la particolare difficoltà del compito degli istituti d'istruzione militare nei decenni della Repubblica. È noto ad esempio il buon afflusso di domande d'iscrizione conosciuto all'indomani della guerra, anche per evidente aspirazioni "occupazionali": un afflusso alto che permetteva alle scuole, e alle Forze Armate, una rigida selezione. È noto, però, dopo quest'afflusso degli anni Quaranta-Cin(1uanta, l'opposto rilevante inaridimento delle vocazioni militati della Nazione seguito fra anni Sessanta e Settanta: avvenne così che le scuole abbassarono drasticamente la loro selettività, evidentemente accettando anche individui la cui formazione o le cui caratteristiche un ventennio prima avrebbero loro precluso la professione militare. Probabilmente, operarono in tal senso assieme le possibilità economiche del "miracolo economico" e la perdita d'attrattività del mestiere delle armi seguita al '68 e ai primi anni Settanta. Nel frattempo, lenta ma irreversibile, si delineava la crescita tendenziale della scolarizzazione delle residue vocazioni militari: non era nient'altro che lo specchio del fenomeno riscontrabile in generale nella società nazionale più generale, sempre più scolarizzata. Fra il fenomeno civile e il suo rispecchiamento militare c'era però pur sempre una sfasatura, nelle dimensioni e nei tempi: sino ad almeno tutti gli anni Ottanta era sempre più probabile riscontrare reclute diplomate o laureate di quante cc ne fossero fra gli allievi delle scuole militari, per non dire fra gli stessi ufficiali. Questa sfasatura, o gap, fra società civile e società militare misurava la parallela perdita di prestigio della professione militare rispetto ad altre professioni e ad altre occupazioni. Un dato su tutti ci pare significativo. Alla fine della seconda guerra mondiale, forse il 3 per cento degli italiani vantava un diploma d'istruzione superiore, e

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solo 1'1 per cento era laureato. Nei confronti di una classe dirigente così ristretta, la professione militare - che nell'ammissione ai concorsi delle accademie prescriveva il diploma - manteneva nei confronti della società tutta e della sua élite una posizione distinta. Nel solo ventennio successivo, cioè negli anni Cinquanta e Sessanta, quindi prima ancora della "massificazione" dell'accesso universitario, il numero degli iscritti alle università aumentò in Italia di cinque volte (un precedente analogo aumento aveva impiegato mezzo secolo). La cosiddetta apertttra delle università raddoppiò, in soli due decenni, il totale degli iscritti: e più di recente, anche grazie alle riforme degli ordinamenti e all'introduzione delle lauree brevi ecc., il numero degli iscritti è ulteriormente cresciuto. Con un numero di ufficiali non così fortemente ampliato, era evidente che dal punto di vista quantitativo il tasso di "militarizzazione" degli italiani dotati d'istruzione superiore perdeva terreno. Non è possibile non leggere in questa crescente diffusione dell'istruzione liceale e universitaria della società italiana un parallelo declino dell'immagine sociale degli ufficiali (peraltro solo con questi dati in mente è possibile comprendere la forza e l'estensione di quella pressione dal basso che, nel corpo ufficiali degli anni Novanta, ha portato al riconoscimento della professionalità militare da parte del sistema universitario ai fini di un conseguimento della laurea). Il sistema dell'istruzione militare non poteva non tenerne conto.

c. Il modello di wtola. Tutto quanto sinora prospettato viene da una lettura attenta delle pubblicazioni disponibili. Ma se queste ci aiutano a orizzontarci e a delineare un plausibile quadro generale delle grandi questioni relative alla dinamica della domanda e dell'offerta del sistema scolastico militare italiano nel periodo della Repubblica, esse non sono più sufficienti quando si voglia interrogarsi sul tipo cli scuola allestito. Per le modalità concrete con cui i grandi quadri venivano poi tradotti in programmi, in manuali, in corpi insegnanti, in fabbricati: in una parola in scuole, per tutto questo sono necessarie altre fonti documentarie. Solo lo spoglio delle direttive degli Stati Maggiori e più ancora solo i carteggi delle singole scuole, solo lo studio dei singoli manuali e delle specifiche sinossi, solo la ricostruzione minuta della vita interna e persino quotidiana dei singoli istituti d'istruzione può restituire la concretezza dei caratteri e delle scansioni dei cicli conosciuti dalle diverse scuole militari delle diverse Forze Armate nei diversi decenni della Repubblica. Per questo è auspicabile che si moltiplichino per il periodo repubblicano i pochissimi meritori esempi di storia di scuole militari disponibili per i periodi precedenti. In ultima analisi, saranno queste storie di scuole a provare, basandosi (si spera) sulla consultazione dei carteggi dei comandi e degli enti responsabili sovraordinati, quanto sin qui si è detto.

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In sede di conclusione, però, alcune impressioni generali rimangono. La prima è che la diffusa difficoltà nell'identificare e a mantenere costante, nel periodo del bipolarismo, una politica relativa alla formazione del personale sia stata particolarmente accentuata nel caso italiano. Resiste poi l'immagine di un sistema nient'affatto monolitico e immobile, come potrebbe apparire dall'esterno: ma anche di resistenze ad una riforma complessiva, con istituti che nel cambiare delle fasi, delle funzioni e dei corsi, sembrano preferire aumentare le ore di studio e il numero delle materie, piuttosto che intraprendere radicali ristrutturazioni della propria offerta. In tal senso una forse eccessiva facilità nel moltiplicare corsi e istituti nuovi potrebbe risalire non solo alle cangianti necessità operative, ma anche più prosaicamente alla scarsa propensione di riformare o persino chiudere i vecchi. Infine, un forte ritardo nell'impostazione interforze è pesata a lungo, e salvo il livello apicale dell'istituzione militare - pesa ancora. Vista sul lungo periodo e non solo dall'interno delle istituzioni militari, insomma, quella delle scuole militari nella Repubblica potrebbe essere considerata anche alla stregua di un capitolo della più ampia storia del crescere del gap fra società e Forze Armate, nonché del tentativo - non sempre riuscito - di arginarlo da parte dei vertici militari. Scomparsi nel secondo dopoguerra un divario e un rispettabilità della società militare rispetto a quella civile che venivano dall'Ottocento, gli istituti d'istruzione militare hanno cercato di porre un rimedio. La "trasformazione" e la "professionalizzazione" hanno poi complicato le cose L'operazione non è stata priva di risultati, ma il gap come altrove non è diminuito.

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Pubblicazioni su singoli istituti (volumi ed anche opuscoli) (si tratta della prima bibliografìa ad oggi disponibile: ha carattere indicativo, è impossibile l'esaustività)

Accademia di Modena ACCADEMIA MILITARE, Co~t1\NDO, L'.Acmde111ia Militare. Note storiche, Modena, 1972. Accade111ia 111ilitare. 300 mmi rii st111ia, Roma, 1978 (Supplemento a "Rivista militare"). BARBOUNI, E - J,'Accademia 111ilitare 194 3-1992, Modena, Fotolitografìa dcli' Accademia, 1993. L'Accarle111ia 111ilitarc rii 1Wodma, Modena-Milano, /\rtioli, 1964. L'Accadc111ia 111ilitare. Note st01id1e, Modena, ·1986. L'esercito italiano e l'accademia 111ilitare, a cura del Ministero Difesa-Esercito, Roma, Tip. S. I. E, M. lntergraf, 1957. LENZI, S. - Una acies. L'/lccade111ia di lvlorlena atlm11e1:ro la storia mlt11mle, istit11zio11ale e.Jòr111ativa della realtà 111ilitare, all'intemo dell'e11ohtzione co111plessi11a della societcì, Modena, Il fìorino, 2000. Te,zo cenlena,io. Accarle111ia 1'1ilitare 1618-1978, Modena, 1978. ZAGN,l.li\, B. - La linea hl11. f ,' Accade111ia 111ilitare rii 1\!lodena, prefazione di Cesare Pucci, Modena, Artioli, l 992.

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L'IMMAGINE DEI MILITARI PRESSO L'OPINIONE PUBBLICA ATTRAVERSO IL "CALENDARIO LITURGICO" DELLA REPUBBLICA

Marco Ct1zzi

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iversi possono essere gli approcci metodologici per descrivere la relazione tra opinione pubblica e Forze Armate nell'Italia repubblicana e democratica. Negli ultimi anni la storiografia ha individuato un nuovo e stimolante strumento per la ricostruzione dell'età presente con lo studio delle liturgie civili: le feste nazionali, la celebrazione del passato inteso come fondamento etico e politico del presente, la memoria come valore unificante e condiviso dalla nazione. Utilizzando la "liturgia repubblicana", l'impiego delle Forze Armate quale strumento iconografico, ma anche simbolo toutcourt dell'unità, della solidità e finanche della potenza nazionale, e quindi l'impatto che le parate militari ebbero sui quotidiani, nelle reazioni delle forze politiche e tra la gente comune, è possibile cogliere i mutamenti della percezione che il Paese civile ha avuto del Paese in uniforme nel corso dei sessant'anni repubblicani. Inoltre, le cronache delle parate militari del 2 giugno o del 4 novembre rappresentano una sorta cli bilancio dell'anno trascorso e quindi di come le vicende che direttamente o indirettamente riguardavano le Forze Armate venivano lette, analizzate e interpretate dalla pubblica opinione: dall'impiego dell'Esercito quale strumento di deterrenza, all'utilizzo delle Forze Armate come organi di protezione civile, alle missioni militari all'estero, sino ai coinvolgimenti di frange e settori militari nelle vicende interne della strategia della tensione e degli "anni di piombo". La presente ricerca verterà sul quadriennio cruciale 1946-49, nel corso del quale si ebbe la definizione del "calendario liturgico" della Repubblica, ma al contempo si attuò con efficacia il processo di inserimento delle Forze Armate nel nuovo Stato democratico e repubblicano. Le feste nazionali, le riviste o parate militari previste in quelle occasioni e le

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Marco

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Cuzz!

reazioni delle forze politiche e del pubblico, sono quindi un efficace strumento per comprendere il rapporto tra militari e opinione pubblica nei primi anni di vita dell'Italia democratica. 1 In prossimità del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 le autorità si interrogarono con preoccupazione su come i militari avrebbero reagito. Considerate come un'istituzione assai vicina alla monarchia, le Forze Armate attirarono l'attenzione dell'opinione pubblica, soprattutto appartenente al fronte repubblicano. Il primo anniversario della Liberazione fu la prima importante occasione per ribadire il collegamento tra la rinnovata forza militare e la "Nuova Italia" scaturita dalla Liberazione del Paese, qualunque potesse essere il futuro ordinamento istituzionale. Protagonista delle celebrazioni fu il Ministro demolaburista dell'assistenza post-bellica Luigi Gasparotto, il quale, con la sua doppia immagine di ex ufficiale combattente della prima guerra mondiale e dirigente del CLN, rappresentava un punto d'incontro tra Forze Armate e Resistenza. Le celebrazioni del 25 aprile tenute a Roma si caratterizzarono quindi come un continuum tra la Vittoria del 1918 e quella del 1945, e più che innestare i militari nella tradizione resistenziale, si cercò di ribaltare il ragionamento, collocando la Resistenza in una lunga lotta per la Liberazione e l'unità del Paese che aveva visto le Forze Armate protagoniste indiscusse. La tesi fu ripresa alle celebrazioni di Milano dal generale Cadorna, che simbolicamente appariva ancora più efficace del Ministro, in quanto al contempo difensore di Roma (e quindi emblema vivente dell'eroismo dell'Esercito dopo 1'8 settembre), comandante del Corpo Volontari per la Libertà (cioè massima espressione militare della Resistenza) e capo cli Stato Maggiore del rinnovato Esercito italiano (rappresentante supremo, quindi, delle Forze Armate). Per Cadorna, che aggiungeva al suo ricco curriculum anche quello, non secondario, cli essere progenie cli una dinastia cli comandanti militari, la Resistenza era la mera conclusione di un processo risorgimentale che aveva visto l'Esercito regolare artefice delle vittorie antiche e recenti. Il discorso fu tenuto dinanzi a un uditorio composto sia da ex partigiani che da militari regolari. 2 La nuova classe politica, nel suo complesso, e l'opinione pubblica ad essa sottesa, non persero occasione, con l'avvicinarsi del fatidico giorno del referendum, per ribadire la simpatia verso l'Esercito. Era tuttavia una simpatia che pareva scaturire da reconditi timori. L'Unità, ad esempio, in occasione del 24 maggio 1946, anniversario cieli' entrata in guerra clell'I talla durante il Primo conflitto mondiale, che sino ad allora era stato celebrato in onore delle Forze Armate, cercò cli tranquillizzare i più sospettosi. Sull'organo comunista venne riportata una circolare del Comando Generale dei Carabinieri (ancora regi) secondo la quale l'Arma si sarebbe impegnata a

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Repubblica e For{e Armate rispettare e difendere la soluzione istituzionale decisa dal popolo italiano per il successivo 2 giugno. L'articolo smentiva così le voci secondo le quali:

l'Arma dei Carabinieri potesse mancare al suo impegno d'onore di difendere ... quella che sarà la libera e sovrana volontà delpopolo italiano. 3 I sospetti circa la lealtà delle Forze Armate, o di parte di esse, verso un assetto istituzionale repubblicano furono motivate dagli incidenti di quel 24 maggio. A Roma il corteo proveniente dal comizio monarchico del generale Bencivegna (e composto da numerosi militari delle Divisioni Piceno e Folgore) si scontrò in via XX Settembre con il III Celere di Milano: i "pretoriani della Repubblica"4 mobilitati dal ministro dell'Interno Romita, una nostrana Guardia de asalto composta da ex partigiani (alcuni ostentanti sull'uniforme della Ps un vistoso fazzoletto rosso) e fisicamente schierata contro ogni minaccia ritenuta eversiva e legittimista. Anche dopo il 2 giugno e per tutto il 1946 si ebbe una particolare attenzione al ruolo passato delle Forze Armate, mentre meno spazio sembra essere stato dedicato al ruolo futuro delle stesse. Le prime avvisaglie della guerra fredda cominciavano a insospettire i partiti di sinistra circa l'impiego delle tre Armi nel caso di una collocazione del Paese nello schieramento occidentale. Ad ogni modo, il governo unitario continuò a dimostrarsi disponibile all'inserimento dell'istituzione militare nel nuovo contesto istituzionale. Il 1° dicembre De Gasperi partecipò all'inaugurazione della Mostra dell'Esercito, organizzata dal generale Clemente Primieri, comandante del Gruppo di Combattimento "Cremona" e dedicata soprattutto al contributo che le Forze regolari avevano dato alla guerra di Liberazione. 5 Il 1947, come ricorda Guaiana, si caratterizzò per il ruolo che l'Esercito ricoperse in tutte le celebrazioni ufficiali del neonato Stato repubblicano. Ciò emerse con chiarezza in occasione del 25 aprile, primo anniversario repubblicano della Liberazione:

La presenza dell'Esercito, fisicamente nel corteo e nei discorsi commemorativi, fu l'inizio di un 'esposizione liturgica delle Forze Armate che caratterizzò tutto il 194 7. Dopo la vittoria della Repubblica il 2 giugno 1946 era infatti urgente assicurare la fedeltà delle Forze Armate al nuovo regime ed avvicinare le stesse alla popolazione, in modo che quest'ultima riacquistasse quella fiducia che le scotifìtte militari avevano inevitabilmente incrinato. 6 Di nuovo Gasparotto, diventato ministro della Difesa, si accollò il compito di esaltare in tale occasione il ruolo centrale delle formazioni regolari delle tre Armi nella guerra di Liberazione, ricordando anche che la recente apertura degli arruolamenti nelle file delle Forze Armate degli ex partigiani avrebbe reso

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Marco Cuzzi l'Esercito «sempre più popolare e vicino all'anima del Paese»7 • Ma mentre il corteo, composto come l'anno precedente da militari, reduci dei Gruppi cli combattimento ed ex partigiani, sfilava sotto gli occhi del ministro e del presidente della Camera Terracini, apparve un secondo corteo, non previsto, di quattromila donne, parenti di militari dispersi in Russia, in Jugoslavia e negli altri teatri della b:ruerra 1940-43. Il fatto che la notizia sarebbe stata ripresa soltanto dall'organo monarchico Il 1Hattino d'Italia8 suggeriva l'inaugurazione cli una nuova stagione polemica. Da un lato, la stampa moderata ribadiva la tesi della responsabilità sovietica e jugoslava nella morte di migliaia di prigionieri, innescando un confronto politico evidentemente declinato nella dialettica partitica interna. Dall'altro si assisteva all'apertura di una querelle sulla memoria che non pare conclusa neppure oggi: nella pletora cli celebrazioni (il Risorgimento, la Prima guerra mondiale, la Liberazione nella sua duplice lettura, per usare le categorie di Chiarini, "rossa" e "grigia"),9 pareva che i reduci della guerra di Mussolini e dell'ex Sovrano, per non parlare di quelli delle guerre "fasciste" d'Etiopia o cli Spagna, fossero un imbarazzante cascame da obliare al più presto. La celebrazione della Liberazione del 1947 coincise con la fine dell'unità antifascista e l'inizio della guerra fredda, che avvenne formalmente il 13 maggio con la fine del governo tripartito. Non a caso le manifestazioni, soprattutto nel centro-nord, assunsero caratteristiche sempre più di parte, e le bandiere rosse o dei partiti e delle organizzazioni collaterali della sinistra iniziarono a prevalere sui vessilli nazionali. Fu pertanto una diretta conseguenza del nuovo clima la disposizione del ministro della Difesa, il democristiano Cingolani, in merito alle imminenti manifestazioni del 2 giugno, primo anniversario della vittoria referendaria:

Ho dato disposizioni perché si ripeta per la predetta giornata quanto si faceva per lo Statuto, in modo che la manijèstazione conservi il suo camttere tradizionale, e cioèprettaJJJente !:lfJ%,ionale e militare (la sottolineatura è nostra).10 Le Forze Armate avrebbero ridotto vieppiù la loro presenza alle manifestazioni del 25 aprile, limitandosi a una partecipazione di rappresentanza, e ad esse fu affidato il compito di essere protagoniste, non uniche ma senz'altro di primaria importanza, delle celebrazioni repubblicane del 2 giugno. 11 Fu pertanto ordinata una rivista militare delle Forze Armate in tutti i presidi aventi forza superiore di un battaglione, mentre a Roma furono fatti affluire alcuni contingenti dislocati nei vicini presidi per partecipare a una rivista (avente le caratteristiche tuttavia di una piccola parata), che si sarebbe svolta in viale Tiziano. 12 Mentre la rivista militare si svolgeva, accolta dalla popolazione con applausi, in piazza del Popolo si tenne un comizio cli tutti i partiti, che presto si trasformò in un atto d'accusa lanciato dal Pci e dal Psi al recente "tradimento" degasperiano. Dalla

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Repubblica e FOJze Ar111ate

lunga e particolareggiata relazione del questore di Roma Pòlito al capo della Polizia, non risulta, nei numerosi interventi e nelle manifestazioni successive al comizio, alcun riferimento né favorevole né contrario, alle Forze i\rmate.u i\naloga situazione si verificò a Milano, dove le celebrazioni furono tre: una della Democrazia Cristiana, una degli altri partiti e la predetta rivista militare che, come ricorda il fonogramma dei Carabinieri ciel 3 giugno, "habet suscitato entusiasmo tra numeroso pubblico accorso". 1'1 Le riviste militari che si svolsero in tutto il Paese, pur non avendo ancora le caratteristiche di vere e proprie parate, suscitarono notevole interesse e ammirazione, come sottolinea un articolo ciel quotidiano democristiano Il Popolo nella ricostruzione della rivista svoltasi nella capitale. 15 Di tenore analogo appare la cronaca della giornata del Presidente Dc Nicola riportata dal quotidiano del Psli I~'U!llanità, che ribadiva c1uasi in ogni riga la presenza di alti ufficiali dell'Esercito negli spostamenti del Presidente provvisorio, circondato al contempo da "folle plaudenti" e reparti militari in assetto da parata. Le Forze Armate, nel clima di incertezza dei roventi giorni della tarda primayera 1947, ritornarono, per gli scissionisti di Saragat, ad essere simbolo dell'integrità dello Stato. 16 L'Unità, nella cronaca della manifestazione milanese, prima cli ribadire la condanna del nuovo gabinetto monocolore, sottolineava la presenza delle unità dell'Esercito alle celebrazioni:

Nella JJJattinala di ie1i sono .flate al Parco le tmppe del Presidio di Milano. Un'ala di popolo festante ha ajJ/Jla11dito la .f/Ìlrtla dei reparti del suo Esercito, dell'hsenito della Repubblica (nostre sottolineature). 17 L'Esercito era per il Pci Esercito del popolo e della Repubblica, dove la precisazione pareva quasi assurgere a monito verso un governo accusato di tradire gli ideali ciel 2 giugno e, implicitamente, del 25 aprile. Le destre rispondono quindi a questa presa di posizione, destinando alle riviste militari una particolare attenzione, contrapponendole alle celebrazioni organizzate dai partiti cli sinistra. Il qualunquista Buonsenso ricostruiva minuziosamente la "parata militare" (termine che i seguaci di Giannini prediligevano rispetto alla ufficiale e più modesta "rivista") cli l'viilano:

Una discreta.fòlla si era rivemt/11 al Parco in 11/attinata, per assistere al/~, P~;u~a :11ili:are, t/e desta /in~eresse, e IJl~lti afJ.l.~lr~tlsi hanno saht!alo l so,aafl C/Je nprenaevano ne aopot,ttenu ,a f1t1MZ10J1e.

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L'articolo proseguiva con l'elencazione particolareggiata dei reparti in sfilata: Carabinieri, Bersaglieri, reparti ciel Genio, della Finanza, cieli' i\viazione, della Polizia, una colonna motorizzata dell'Esercito, il battaglione mobile dei Carabinieri, il terzo gruppo esplorante e il 13° gruppo di Artiglieria motorizza-

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Marco Cì1zzi

ta. Si noti l'assenza di un riferimento alla guerra di Liberazione da parte dei qualunquisti. I militari con la loro presenza garantivano una continuità "nella tradizione" (monarchica, presumibilmente ... ). 18 Con toni meno viscerali, ma complessivamente allineato al riconoscimento del Paese in uniforme come parte integrante dello Stato ricostituito, la rivista militare del 2 giugno romano veniva ricostruita anche dall'organo liberale. L'immagine marziale evocata dalla cronaca del giornale del Pii sembra contrapporsi alle notizie delle "schiamazzanti" manifestazioni delle sinistre:

Pochi so!dcttt; ma bellissimi, vestiti bene, hene armati, equipaggiati col/Je truppe di 1111a grande potenza, sono passati /Jer via Flaminia, senza bandiere e senza musica in parata: 111arinai, fanteria, carahinien; avien; genieri autotrasportati; cavallerie, 111ot01izzata ... Sotto il sole caldùsilllo i soldati 4ìlavano via co11Jposti e seriz; co1J1c111rlati da fieri tifjùialt; aitanti, scuri in volto, compassati. '/ idio finì in silenzio, tra lo scaJ11hio di convenevolijì·a gli addetti militati degli eserciti stranieti accreditati a R.0111a e il generale Fratti11i, co11JclJlrlc111te del tenitorio, che aveva passato la tivista. 19 L'«austera semplicità» della rivista di Roma sarebbe stata sottolineata anche dal lvlessaggero. 20 Ormai le Forze Armate erano diventate strumento del confronto politico e, dietro la dialettica tra "Esercito cli popolo" ed "Esercito nazionale" si celava l'inizio della guerra fredda italiana. Ma al contempo, l'esposizione delle Forze Armate in occasione dell'anniversario della Repubblica rappresentava il raggiungimento di un obiettivo che, di fatto, univa tutte le fazioni politiche. Scrive Ridolfi:

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Riaccreditando il prqjì!o pattiottico de/l'hsenito ed emancipandolo da 1111 recente /Jassato rii guerre e sco,ifitte la parata a.wmse fin rlclf!,li esordi un doppio significato: ria 1111a pmte, la jèdeltà delle FOJz.e Ar111ate ai va!OJi democratici de/ICI Costitttzione e del/et Repubblica; dall'altra, l'omaggio dello Stato (ro!itamenle con l'assegnazjone di medaglie al Va/or Nlilitcm:) ai soldati ne/l'an11ivem11io della nascita rie/la R.ejJt1hh!ica, chia1J1ati a ~nostrm:ri' nel modo jJÙÌ so!enne. 21 Si trattava di uno "scambio equo" tra autorità civili e militari. Da un lato, come ha scritto Ilari, l'Esercito riguadagnava un'immagine prestigiosa per il momento, almeno nel campo di "deposito di preziose memorie", dall'altrn la nuova classe politica ribadiva il patriottismo del governo repubblicano, oltre a rafforzarsi e accreditarsi nell'istituzione militare. 22 L'appuntamento del 4 novembre 1947, anniversario della Vittoria, vide le Forze Armate protagoniste pressoché indiscusse. Ciò che scatenò la polemica

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Repubblica e Fmze Armate

politica fu quale interpretazione dare a tale celebrazione e, di consef:,>uenza, se festeggiare le Forze Armate italiane tenendo conto delle recenti svolte politiche e istituzionali, oppure considerarle nella loro continuità storica con l'epoca monarchica, decontestualizzandole e facendole raggiungere un livello metapolitico, del tutto estraneo al presente repubblicano e democratico. L'occasione si presentò come particolarmente appetibile per le forze di destra, tra le quali sempre maggior clamore proveniva dalle file del neocostituito I\tlovimento Sociale. 23 Il governo dimostrò una certa incertezza nel confermare la solennità della data, nel timore che tale riconoscimento indebolisse la portata politica della svolta del 2 giugno. Non a caso il 4 novembre dell'anno precedente era stato celebrato sottotono, non solo per una certa riottosità dei partiti di sinistra (che in alcune interpretazioni leggevano il 4 novembre come una festa monarchica toutcourt) ma anche per l'imbarazzante situazione di dover festeggiare la conquista di una Trieste la cui sovranità, in vista del Trattato di pace, era incerta. L'esplicita richiesta delle associazioni reducistc contribuì a sciogliere la questione, costringendo il governo a una repentina istituzione del 4 novembre come festa nazionale. 24 La data venne celebrata con diverse manifestazioni popolari e cli ricordo elci caduti, e con alcune esibizioni prettamente militari. In tutte le città sedi del Presidio furono consegnati gli stendardi repubblicani ai reparti. La cerimonia più importante fu quella della capitale, dove le rappresentanze delle tre Armi, della Guardia di Finanza e della Polizia militarizzata ricevettero le nuove bandiere nazionali. Dopo la benedizione dei cappellani, ogni bandiera fu appuntata con le decorazioni conquistate dai reparti sui campi cli battaglia delle guerre passate, senza alcun limite di natura politica o istituzionale. I reparti giurarono fedeltà ai nuovi vessilli e quindi sfilarono fino all'Altare della Patria, dove le nuove bandiere incontrarono quelle del Regno d'Italia, che venivano riposte nel Sacrario del Vittoriano. Lo Stato omaggiava le Forze Armate e queste omaggiavano la Repubblica. 25 La compenetrazione tra la storia nazionale e quella militare veniva così sancita, lasciando tuttavia insoluti i problemi legati a un passato, tanto eia celebrare quanto da ridurre nella sua portata più strettamente politica. Non a caso il monarchico ivlattino d'Italia, nel giorno della celebrazione, pose dei solidi paletti sull'interpretazione di tale ricorrenza: C'è jJOsto per ttttti nel 4 novembre, per Ittite le bandiere che hanno

rappresentato l'ttnitcì e l'indt/Jendenza d'Italia. Ma intendiamoci bene: ... [è} l'Italia simboleggiata dal flicolore e da ttno stemma nel qttale si sono trovati e riconosciuti italiani i Lvlameli e i Dandolo, i Bixio e i Manara, gli Oherdan e i Sattro, e gli ultimi~ i Curiel i Servadei e i Di

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Marco Cuzzi Dio, l'Italia che, seppure per trop/Ji anni smariita, ha saputo titrovare se stessa nel nome del suo Re e rie/la stta bandiera ... All'Italia del Re è sttcceduta l'Italia del Signor Presidente della Repubblica. Ma non c'è dtthhio che il 4 novembre appartiene alla p,ima. 26 La risposta dell'opinione pubblica governativa, tesa a ribadire l'assoluto collegamento tra Forze Armate e nuova Italia, fu netta e categorica. Un filo conduttore univa l'Italia del Risorgimento e di Vittorio Veneto con la Repubblica nata il 2 giugno dell'anno precedente. E tale filo era rappresentato dalle Forze Armate che, con l'atto simbolico di ricevere gli stendardi repubblicani avevano sancito una continuità, e non una rottura con il passato. 27 Le cronache della giornata riportavano quindi un clima di compassata e, come attestano le foto d'epoca, seria partecipazione della popolazione delle principali città del Paese mentre sfilavano i reparti militari. La polemica politica, nella giornata che era anche della memoria verso i caduti, sembrava sostanzialmente attenuarsi, anche se si registrarono scontri e tafferugli soprattutto tra profughi istriano-dalmati ed ex partigiani. 28 Gli incidenti del 4 novembre 1947 furono l'anticipo degli scontri, anche sanguinosi, dell'anno successivo. In occasione ciel 25 aprile 1948 si assistette a un nuovo e più netto sdoppiamento delle celebrazioni, e a una presenza rappresentativa delle tre Armi. L'Esercito fu più protagonista delle celebrazioni attraverso il lutto che colpì l'arma dei Carabinieri, con la morte ciel milite Angelo ìvfariani, ucciso durante gli scontri cli Milano. Il funerale del giovane carabiniere si trasformò in un tributo alle Forze dell'ordine e all'Esercito da parte dei settori più moderati della popolazione cittadina. Si giunse a suonare la "Leggenda del Piave", che stava trasformandosi in un inno dei sostenitori delle Forze Armate. 29 Il 2 giugno 1948, il primo anniversario dopo la promulgazione della Carta costituzionale, vide il neo eletto presidente Einaudi recarsi sulla tomba del l'vlilite Ignoto. In tale occasione si suggellò il rapporto tra Foo:e Armate e presidenza della Repubblica (e quindi nuovo Stato democratico) mediante due atti riportati con composto entusiasmo dai giornali filo-governativi. Anzitutto, Einaudi, accompagnato dai Capi di Stato Maggiore delle tre Anni, ricevette l'omaggio di tutte le bandiere dei reggimenti, confermando con quell'atto il suo ruolo di comandante supremo delle Forze Armate. Con malcelata enfasi patriottica, il Tempo di Milano definì il Capo dello Stato «il solo essere vivente a cui le bandiere cli guerra possono e debbano inchinarsi». 30 Quindi, come recita la cronaca del 1'1essaggero:

1._

In qttello stesso momento, in Ittiti iporti, la Marina militare italiana alza a bordo delle navi la nuova bandiera che reca sul campo bianco lo stemma marinaro delle gl01ie repubblicane di Venezia, Genova, Ama!ft e Pisa.3 1

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RepNhhlica e Fo,ze Ar11Jate

Il Presidente consegnò quindi tre medaglie al Valor Militare per ogni Arma, alla memoria di nove caduti della Seconda guerra mondiale, in rappresentanza di tutti i morti dell'ultimo conflitto. L'Avanti! si affrettò a chiarire che si trattava di militari caduti nel corso della guerra di Liberazione: 32 il tema della memoria della fase 1940-43 era, agli occhi dei partiti del Fronte, ancora prematuro, se non scabroso. Conclusa la cerimonia, si tenne una rivista militare che, date le dimensioni e le caratteristiche organizzative, fu di fatto la prima vera parata militare della Repubblica. Sfilarono nove reggimenti, i reparti motorizzati e quelli blindati. Ai fini di scatenare l'entusiasmo della folla (definito "incontenibile" dall'inviato del Corriere della Sera), 33 da Milano fu fatto giungere un battaglione di Bersaglieri. «Roma - scriveva il democristiano Popolo in una particolareggiata cronaca della cerimonia e della parata militare - non vedeva i Bersaglieti dall'Armùtizirf». 34

Dopo molto te1J1p.1 i roJ11a11iposso110 così salutare i tipici mpprese11ta11ti dell'Esercito italiano che gli ù?fimsti eventi di quegli 11ltimi anni hanno messo tm po' in 0111hra.3 5 Interessante la ricostruzione fatta dalla Sta/J/pa sulla comparsa dei Bersaglieri nelle vie della capitale: al suono dell'inno di Lamarmora, accorsero cittadini da ogni dove, e Paolo Monelli, l'articolista, non dimenticò di ricordare che molti curiosi sopraggiunsero da via delle Botteghe Oscure, sede del Pci, e altri, in tonaca, dai palazzi vaticani: l'Italia tutta, sembrava voler ricordare il quotidiano torinese, si stringeva attorno al Paese in uniforme. 36 L'articolo del NJ_essaggero si concentrava sul ruolo delle Forze Armate nel nuovo contesto repubblicano. Oltre a "riabilitare" le tre Armi dopo la crisi d'immagine de11'8 settembre, concludendo l'operazione inaugurata di fatto con il Primo Raggruppamento motorizzato cinque anni prima in piena guerra, la parata avrebbe suscitato «il rispetto e l'amore per un'istituzione che riassume le virtù per eccellenze civili: la fedeltà e l'onore». L'epoca dell'Esercito partigiano e di popolo evocato il 25 aprile 1946 nei comizi delle autorità era conclusa. E quindi:

Una democrazia che si 1ichit1111a alla laicità, 11011 pttò ignor(,{re che le virttÌ laiche per eccellenza sono q11el/e militari e che la prima cifjèrmazione de/l'at1to1ità dello Stato coincide sempre con !et creazione dell'Esercito. 37 Il riferimento alle "virtù laiche" lasciava trasparire il taglio che il nuovo ministro della Difesa, il repubblicano Randolfo Pacciardi, colui che istituì ufficialmente la parata del 2 giugno, voleva dare alle Forze Armate.3 8 L'istituzione militare doveva essere apolitica e al contempo prettamente inserita nello Stato, quale

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Marco CuZJ/ baluardo per difendere le istituzioni, ma anche quale luogo d'insegnamento di valori civici e di disciplina. Sorta di "Guardia repubblicana", i militari sarebbero diventati l'emblema della Nazione tanto quanto i vessilli tricolori e il capo dello Stato. Per meglio giungere a tale obiettivo, Pacciardi liquidò le tesi di Gasparotto e Cadorna del 1946 circa la fusione tra l'Esercito dei Gruppi di Combattimento e i reparti partigiani. Con la direttiva 115558, emanata poco dopo la nomina a titolare del dicastero, il leader repubblicano vietò di far intervenire rappresentanze militari a cerimonie e ricompense insieme ad esponenti delle associazioni reduciste partigiane.39 Le richieste delle associazioni partigiane, come l'Anpi, di sfilare accanto alle truppe per le parate del 2 giugno, vennero quindi respinte dai vari comandi di Presidio, come nel caso di Torino. 40 Come ricorda Ilari, con quell'atto si inaugurò la stagione del rilancio organizzativo, ma anche morale, delle Forze Armate, che, per opera di Pacciardi, furono trasformate in moderna ed efficiente istituzione militare. Di più: l'Esercito recuperava memorie, tradizioni, orgoglio interno e consapevolezza del proprio ruolo. 41 Al contempo, l'esperienza partigiana veniva conchiusa, e di fatto indirettamente consegnata al monopolio delle sinistre. Le critiche sul taglio della manifestazione del 2 giugno giunsero puntualmente dalla stampa frontista. Se i socialisti confrontavano l'entusiasmo dimostrato dalle autorità politiche in occasione della parata rispetto al basso profilo della celebrazione in Parlamento,42 la stampa comunista fu ancora più esplicita nella critica. Le celebrazioni, per l'organo del Pci, erano state ridotte a una mera "parata militare", dalla quale erano state volutamente escluse le rappresentanze partigiane. Da notare, tuttavia, l'atteggiamento assai disponibile dei comunisti verso le Forze Armate, descritte come inconsapevole strumento di una politica reazionaria e restauratrice. Un piano, quello di De Gasperi e Pacciardi, che l'Esercito avrebbe respinto:

Oggi applaudiremo i nostri soldatifratelli efigli .. .per assicurar/i del nostro qffetto e dire che siamo sicuri che essi non utilizzeranno mai le Armi contro ilpopolo, ma solo contro i nemici interni ed esterni. 43 La politica del Pci verso le Forze Armate si inseriva in una più generale azione propagandistica. Nel febbraio la direzione del partito aveva istituito i "Gruppi di solidarietà e di amicizia con le Forze Armate", con il duplice scopo di ridurre le pulsioni antimilitariste di alcune frange del partito e, d'altra parte, presentare nel migliore dei modi i comunisti agli occhi dei militari. L'opuscolo è un utile strumento per comprendere l'approccio che il Pci ebbe con i militari. Veniva anzitutto stigmatizzata la strategia del governo De Gasperi-SaragatPacciardi, atta a «fare delle Forze Armate nazionali uno strumento di parte

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Repubblim e Forze Armate durante la campagna elettorale». L'obiettivo era rafforzare i "partiti reazionari" da un lato e soddisfare gli "interessi antinazionali dell'imperialismo straniero": la collocazione del Paese nell'orbita occidentale, processo ormai avviato, era quindi per i comunisti l'origine e il fine dell'attenzione governativa verso le Forze Armate, futuro strumento di garanzia, da esporre e se necessario mettere a disposizione delle dinamiche internazionali. In un quadro del genere, proseguiva l'opuscolo, si rendeva necessaria una controffensiva propagandistica dei quadri attivi del partito dentro le caserme, tra i militari dell"'Esercito ciel popolo". I "Gruppi di solidarietà e amicizia" dovevano diffondere il materiale propagandistico "per le Forze Armate" (non venivano definiti né le modalità né i luoghi cli diffusione). E quindi:

Accostare e invitare alla discttssio11e gli 1ifftciali o il maresciallo dei Carabinieri o il Com111issa1io di PS.;far loro pervenire apposite lettere o altro materiale del Pì·onte nel quale sia opportunamente posto il problema dei doveri e dei diritti delle Forze Armate nel regime democratico e nella lotta contro i traditori della nazione. Interessante appare l'indicazione successiva:

Questo materiale non dovrà mai avere un tono aggressivo né minaccioso: al contrario deve risultare un messaggio dipace e di responsabilità seriC11nente argomentato. Nel corso di questi incontri occasionali e fortuiti gli attivisti dei Gruppi avrebbero dovuto invitare i soldati, gli ufficiali, i carabinieri e gli agenti a una discussione sugli esempi storici di "lealtà democratica" dei militari: dai cannonieri borbonici che nella Francia rivoluzionaria si rifiutarono di sparare sul popolo, al comportamento del generale Capizzi durante la protesta dei milanesi per la destituzione ciel prefetto Troilo. L'azione di propaganda doveva proseguire aggiungendo in ogni manifestazione cartelli e striscioni cli solidarietà e amicizia verso le Forze Armate, "intonazione di canti patriottici", comizi volanti tra i militari. Molto chiaro, di tipica impostazione togliattiana, appariva l'ordine circa l'atteggiamento dei dimostranti verso i militari:

Itnpedire che deli dimostranti si levino grida o atteggiamenti ostili all'indirizzo dei soldati~ o dei carabinieri o degli agenti.. . Stabilire 1111'at1110.ifera di cordialità. Bisogna eli111inare ogni residuo rii settmismo e non lavorare con l'idea di portar disordine tra le rotz.e Armate. Bisogna con piena responsabilità lavorare qfjìnché l'ordine delle Forz.e Armate Repubblicane sia effettivamente messo al servizio della causa nazionale epopolare con inipatz.ialità. 44 Le celebrazioni del 2 giugno furono quindi accolte con pesanti critiche del-

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11/larco Cuzzi l'opposizione al governo scaturito dalle recenti elezioni del 18 aprile ma con sostanziale, anche se differentemente motivata, simpatia verso i militati. La stampa riportò la cronaca di tutte le principali manifestazioni svoltesi nel resto del Paese. La ricostruzione compiuta dal Popolo della parata militare di l'viilano, al cospetto del generale Utili (che il Corriere ricordava come comandante della guerra di Liberazione), 45 raggiunse un entusiasmo ineguagliato. Alcuni passi devono essere riportati, per descrivere il ruolo che l'opinione pubblica governativa voleva attribuire alle rinnovate Forze Armate: Le Forze del nuovo Esercito hanno dimostrato con una superba

parata la peifetta organizzazione raggiunta in poco più di due anni. Per t11tta la durata della cerilllonia il p11hhlico ha inscenato una commovente dill!ostrazione di simpatia per le Fotze Armate. L'articolo descriveva minuziosamente la composizione dei reggimenti, l'ec1uipaggiamento in dotazione, i pezzi d'artiglieria e i mezzi blindati. Traspariva la volontà di dimostrare al Paese che, attraverso il governo moderato, la Nazione stava ricollocandosi tra le grandi potenze militari e politiche del continente. Ma non solo. Particolare attenzione veniva data ai numerosi reparti di Polizia che sfilarono a chiusura della parata, e la stessa fotografia riportata sull'articolo mostrava la sfilata delle formazioni dei Carabinieri (titolo della foto: "Sfilano le nuove jòrmazioni repubblicane"): il tutto appariva come un monito verso eventuali progetti insurrezionalisti e "rivoluzionari". Infine, da notare che la cronaca del quotidiano democristiano si concludeva ricordando che, poiché il 2 giugno ricorreva anche l'anniversario della morte di Garibaldi, un reparto di Fanteria aveva deposto una corona d'alloro ai piedi del monumento equestre di piazza Cairoli: l'eroe dei due mondi non doveva più essere percepito quale emblema di fazione, ma simbolo della Nazione. E l'Esercito con la sua presenza lo suggellava. 46 Alcuni giorni dopo Il 1\1.essaggero riprendeva il tema dell'Esercito, in un fondo che pareva una sorta di tavola programmatica e ideale:

Il popolo si è raccolto attorno all'Esercito. Possono mtttare i regimi, avvicendarsi i governi e gli uomini, ma l'Esercito non 1nuta, perché nell'Esercito il popolo continua a vedere l'espressione più alta della Patria, l'istituzione che trc1111anda di generazione in generazione le glotie, le speranze, le virtù della gente nostra, l'incarnazione stessa dell'unità, la vivente testimonianza dei sactijùi che essa comportò, il Presidio degli ordinamenti civili, l'ins11rrogabile scudo della disciplina e del dovere. Nato popolare, sui etrmpi di battaglia pel nostro tiscatto, l'Esercito resterà sempre al serviz/o della ne1zione. Mortificato me1 non umiliato de1lle vicende di una guerra sciagurata, esso sa che la sua missione non è

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ef.fatto esatJrita; che l'aspettano compiti nuovi e 11011 meno importanti degli antichi, perché nesstmo Stato pttò mssistere senza u11 Esercito. Il nuovo Stato repubblicano doveva dunque "onorare l'Esercito", non permettendo che esso venisse "discusso", in quanto "Presidio non solo materiale, ma soprattutto moralr!'. Senza Esercito, concludeva il fondo del Messaggero, non vi sarebbe stata alcuna Repubblica. 47 Il ruolo di comprimario, insieme alla classe politica repubblicana, che le Forze Armate avevano ormai assunto alle celebrazioni del 2 giugno 1948, fu ripetuto per il successivo 4 novembre, trentesimo anniversario della fine della Grande guerra. Di nuovo, si assistette a una concentrazione dell'attenzione dell'opinione pubblica, non tanto sul ruolo delle Forze Armate nel nuovo contesto politico e istituzionale (tema come si è visto ampiamente ripreso nel corso delle celebrazioni del 2 giugno), bensì sul loro compito di essere depositari della memoria del sacrificio. Le polemiche politiche che parzialmente avevano sottinteso la dialettica tra i media nel corso delle manifestazioni per l'anniversario repubblicano, si smorzarono, trasformandosi in un confronto tra chi celebrava il sacrificio e chi condannava l'origine dello stesso, la guerra. In quest'ottica, le Forze Armate furono di fatto poste ai margini del dibattito. A Roma si tenne di nuovo la tradizionale cerimonia militare a piazza Venezia, presenti le truppe di Presidio e le unità motorizzate con le antiche bandiere di battaglia. Nuovamente fu proibito alle associazioni partigiane di sfilare insieme ai militari. L'episodio più significativo fu la medaglia e.l'oro al Valor Militare data al folgorino Clivio Minerville, reduce e grande mutilato, che aveva perso la vista in uno scontro in Africa Settentrionale pochi giorni prima della battaglia di El Alamein. «Si trattava - ricorda Guaiana - di tlll timido tentativo di ef.fro11tare l'intticato nodo dei 111ilitmi che co111hattero110 durante il secondo co,iflitto 11tondiale>>. 48 L'argomento, alquanto controverso, sarebbe stato ripreso da Vittorio Emanuele Orlando in un discorso tenuto al Teatro Argentina:

Nell'odierna 1icorrenza ... è doveroso rivolgere, prùnieramente, il nostro pensiero riconoscente a httti i cadttti per la Pallia, 11011 solo a coloro che m01iro110 dttnmte la glo,iosa guerra 1915-18, 11ta anche a qttei numerosi combattenti, pùì sfo1tt111ati, che hanno fatto sactijìcio della loro vita durante il recente c01iflitto, il quale, per un tradimento del destino, ha avt1to per noi t/11 esito catastrqfìco. Il sacrijìcio di Ittiti coloro che si sono hatttJti per l'onore delle bandiere va ,ispettato ed è degno della gratit11di11e di tutto il popolo italiano. L'ex Presidente della Vittoria univa c.1uindi quei morti "scabrosi" a quelli del primo conflitto e ai caduti partigiani, e.lei Gruppi di Combattimento e ai martiri delle Fosse Ardeatine. Seppur con numerose giustificazioni (i caduti della guer-

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Marco Cuzzi radi Mussolini erano sovente "dissenzienti", "obbligati" eccetera), per la prima volta Orlando reintegrò nella liturgia della memoria i caduti precedenti 1'8 settembre. Le Forze Armate diventavano così, nella loro memoria, l'istituzione simbolo della rappacificazione nazionale. 49 Le dichiarazioni dell'ex Presidente del Consiglio furono riportate con compiacimento dagli esponenti dell'estrema destra. 50 In realtà, si trattava, oltre che di un ulteriore tributo alle tre Armi e alla loro storia, di un espediente per arginare le sempre più numerose iniziative del piccolo ma attivo partito neofascista. In occasione delle celebrazioni il missino Almirante tenne un comizio in piazza del Popolo, dinanzi a ottomila simpatizzanti e reduci, per celebrare oltre che la vittoria i "morti italiani di tutte le gucrre". 51 Per evitare che i numerosi cx combattenti del 1940-43 divenissero monopolio delle destre, si rendeva dunque necessario un loro riconoscimento che, peraltro, sarebbe stato gradito dagli alti comandi militari, composti da molti ex combattenti di quel periodo. Di tono polemico fu l'Avanti! che, in occasione delle celebrazioni della vittoria, volle ribadire il suo pacifismo: il 4 novembre non poteva essere una celebrazione della guerra, ma un'occasione, nel ricordo del sacrificio delle migliaia di soldati morti nei due conflitti mondiali, per esecrarla: 52

Il signijìcato del 4 novembre si è andato man mano traiformando, dal lontano 1918; oggi, ilpopolo pa,tecipa alla cerimonia con una mentalità del tutto differente da quella che animava le vecchie cerimonie. Molti soldati, un tempo, si allineavano attorno al monumento dei Caduti, squillavano le trombe, si inchinavano le bandiere: il tono delle cerimonie era senz'altro 'Jìero ". Oggi, invece, l'umanità ha preso il sopmvvento sulla fierezza: la "vitto,ia" si è allontanata nel tempo. Il tispetto e la riconoscenza per i Caduti sono rimasti imnntfati, ma scissi, om,at~ da quella mentalità che tendeva ajàrne delle bandiere, degli esempi petjuture ''gl01iose" azioni 111ilitmi. Sono cittadini morti, onestamente, in buona fede, per quello che credevano rappresentasse l'interesse della pallia. E il loro sacrificio ha conservato intatto il prop,io valore, anche se, purtroppo, non è servito a niente. 53 Nel corsivo del quotidiano socialista traspariva quindi una netta pulsione pacifista che avrebbe raggiunto la sua massima espressione negli anni "caldi" della guerra fredda. Ma il pacifismo, come si vedrà, non avrebbe avuto particolari declinazioni antimilitariste, se si escludono le tradizionali posizioni della sinistra libertaria e anarchica. Il 1949 fu l'anno della definizione del "calendario liturgico" della Repubblica, con le celebrazioni del 25 aprile, del 2 giugno e del 4 novembre, che venivano affiancate alle tradizionali ricorrenze religiose. Il 25 aprile vide a Cremona,

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Repttbblica e F01ze Annate Bologna e Genova cerimonie organizzate dal Comando militare territoriale, che coinvolsero oltre ai reggimenti, i reduci dei Gruppi di Combattimento. 54 Si trattò tuttavia di casi isolati: Lo stato, a pc,rte qttalche ce1ùnonia di carattere militare, 1imaneva invece assente dalle manifestazioni, lasciando l'iniziativa nelle mani delle associazioni partigiane e dei pa11iti che organizzavano manifestazioni distinte, volte et 1ief.fert11are il molo della propria tendenza nella gtterra di Liberazione. 55

Di ben altra portata fu la presenza dei militari alla ricorrenza del terzo anniversario della Repubblica, dichiarato ufficialmente dal governo festa nazionale. La ratifica del Patto Atlantico da parte del Parlamento aveva innalzato il livello della tensione politica sino al calar bianco. Le autorità governative, di conseguenza, vietarono adunate nazionali partitiche per la ricorrenza del 2 giub>no, estendendo il divieto ai giorni successivi e, quindi, impedendo ai socialcomunisti la convocazione di una "giornata della pace" prevista dieci giorni dopo. 56 Fu comunque autorizzata per il 2 giugno una "festa popolare" in pia7.Za del Popolo. Il rigido cerimoniale prevedeva per la capitale (e per le sedi dei Comandi militari territoriali, di Dipartimento militare marittimo e di Zona aerea territoriale) l'ormai tradizionale "rivista militare", ufficialmente elevata al rango di parata. Il ministro Pacciardi ne ricollocò il percorso lungo la via dei Fori Imperiali, già sede delle parate del precedente regime, ma non si ebbero particolari critiche a una scelta temuta come dirompente da alcuni. Soltanto i gruppi libertari stigmatizzarono sia la portata della cerimonia che la sua collocazione, parlando esplicitamente di "restaurazione". La cronaca anarchica della parata sottintendeva però l'adesione di massa da parte della popolazione al dispiegamento di forza:

La borghesia nazionale - alta epiccola - si è inelniata d'orgoglio in occasione della parata militare i11 via dei Fo,i Imperiali: Erano anni che non si vedeva una cosa simile: tanti Nomini armati~ tanti cannoni, tanti carri d'assalto e le Nniformi e il rombo degli aerei... Questa mattina di giNgno a Roma 11011 erano ce1to le a,wi moderne lucide e anche impressionanti a preocct1parci. SappiatJ10 che quelle armi ad un certo motJ1ento potranno rovesciare il loro fi,oco contro chi vorrebbe usarle per massacrarci ofarci massacrare. Ma preocct1pava davvero vedere unafolla indifferenziata ed incitmllita che perdevct il lume dell'intelletto e smaniava ltmgo il percorso, correva e si lizzflva in piedi per vedere i soldati della Repubblica. 57 Lo scrittore pacifista Paolo Monelli avrebbe condannato, dalle colonne della Stampa di Torino, quella dimostrazione di forza, da lui giudicata più che inutile,

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minacciosa e foriera di future sciagure belliche: «Nuove guerre non ne vogliamo più, se sia possibile; e i soldati li vogliamo più belli che feroci~ quando ce li facciamo passare davanti per cerimonia e perfaste>>. 58 Il Mondo di Pannunzio, pesantemente critico verso il governo, criticò anch'esso il dispiegamento di forze:

L'unico spiegamento di f01ze che sopportiamo è quello fatto in omaggio alla riconquistata libertà e dignità dei cittadini. Ubertà e dignità che non hanno bisogno di troppe faefare. 59 Ma erano voci isolate. I socialisti e i comunisti contestarono il carattere popolare della parata, definita "fredda" dal quotidiano del Psi,60 preferendo descrivere minuziosamente le celebrazioni civili. L'Avanti! parlò di "due Italie", una "popolare", l'altra ufficiale e militare. Ma non vi era, per i socialisti, una responsabilità delle Forze Armate: queste, come il popolo, erano state utilizzate da un governo che tendeva a dividere il Paese. 61 Ma non si andò oltre e, in ogni caso, non traspare dalla stampa d'opposizione alcuna particolare denuncia verso la celebrazione militare. Nessuno s'illuda - scriveva Ii Messaggero - che l'Esercito che ieri mattina, così peifettamente, ha ifìlato per la via dei Fori Imperiall sia già un Esercito 'temibile: specialmente riguardo alla complicazione tecnica della 'guerra moderna~· è un Esercito costretto nei limiti di un duro trattato di pace: ma èpur sempre un Esercito, spina dorsale di una nazione sul qttale, pian piano, si andrà articolando la potenza risorgente del Paese. 62 La parata di Roma coinvolse 1Smila militari e un notevole spiegamento di mezzi blindati, che sfilarono alla presenza del generale Clark, ospite d'onore della cerimonia. Come ricorda Ilari, si voleva anzitutto mostrare «i progressi compittti nel qttadro degli aiuti militari americani e del grande .iforz.o economico di riarmo compittto dal paese>>. 63 I commenti dei corrispondenti e degli addetti militari stranieri furono più che positivi, quasi entusiasti. Per lo svedese Stockholms Tidningen si trattava della «più grande rivista militare che abbia avuto luogo dopo l'era di Mussolini>>. 64 Oltre a esporre i successi della recente alleanza con gli Stati Uniti, si trattava anche di dimostrare al Paese che l'epoca delle umiliazioni militari del 1943-1947 era definitivamente tramontata. Inoltre, dinanzi alla crisi di Trieste che entrava nella sua stagione più calda, lo spiegamento di un'efficiente e potenziata Forza Armata sarebbe stato ammonimento e deterrenza nei confronti degli aggressivi vicini orientali. Il sottosegretario alla Difesa, il democristiano Luigi Meda, aggiunse però un significato più legato al lento lavorio pedagogico destinato ad avvicinare il Paese civile a quello in uniforme: Non sono esibizioni di forz.a le riviste militari che si svolgeranno in qttesti giorni, ma soltanto dimostrazioni di qttanto ha potuto fare il

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Repubblica e Forz.e Armate nostro Paese nel campo della messa in efficienza dei mezzi dedicati a garantire quanto è stabilito dall'art. 52 della Costituzione: la difesa della Patria ... L'Esercito italiano e così può dirsi anche della Matina e dell'Aeronautica è risorto per esclusiva volontà del popolo italiano ... Giusto è quindi che il popolo possa salutare ed applaudire i suoi soldati, le bandiere dei reggimenti, e che ai soldati sia concessa la soddiifazione di constatare che il popolo è con loro e che li onora nelle loro particolari e superiori funzioni di tutori della libertà e della dignità della Patria. 65 Traspariva, soprattutto nelle parallele manifestazioni in alcune città del sud, un entusiasmo più verso le Forze Armate che verso le celebrate istituzioni repubblicane: era un retaggio della recente spaccatura referendaria, che veniva attentamente monitorato dalle autorità di Polizia. 66 Ma nel complesso, i festeggiamenti del 2 giugno 1949 si svolsero con grande e sentita partecipazione verso entrambe le istituzioni, politiche e militari. Quindi, nell'anno della definizione della collocazione internazionale del Paese si ebbe anche la definizione del ruolo delle Forze Armate repubblicane: immagine di una ritrovata potenza (politica ed economica prima ancora che militare), difesa della Patria secondo i dettami costituzionali e, infine, «baluardo contro qualsiasi tentativo di disordine e di sovvertimento delle istituzioni repubblicane».67 Non fu di nuovo un caso se, come già accaduto l'anno precedente, un ruolo di primaria importanza nel corso della parata lo ebbero le unità dei Carabinieri e della Polizia, ovvero le Forze di sicurezza interne della nazione. Ormai le Forze Armate avevano concluso il loro processo d'integrazione, ed era giunto il momento di sancire l'avvenimento riconoscendo alle tre Armi una giornata ad hoc che le separasse da qualsiasi dialettica politica contingente e ne riconoscesse il ruolo quale istituzione pienamente inserita nella storia del Paese. L'elemento più significativo dell'anno fu quindi la trasformazione con decreto governativo del 28 settembre della celebrazione del 4 novembre da ''Anniversario della Vittoria" a "Festa dell'Unità nazionale e giornata delle Forze Armate". Da un lato, per evitare gli accesi dibattiti tra anticlericali e fùovaticani (che tradizionalmente permeavano la celebrazione del 20 settembre 1870), si volle togliere all'anniversario di Porta Pia il significato di celebrazione dell'unità territoriale della nazione italiana. Inoltre, anche per questioni di politica internazionale si preferì interpretare l'anniversario della Vittoria (e quindi della conquista di Trieste) quale compimento del processo risorgimentale. D'altro canto, fu deciso di reintrodurre la fascista "festa dell'Esercito" (celebrata durante il Ventennio il 9 maggio, anniversario della proclamazione dell'Impero d'Etiopia) aggiungendo le altre due Armi. Infine, come dichiarò Pacciardi nel suo messag-

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Marco Cuzzi gio «In regime democratico e repubblicano le F01z.e Armate nazionali - espressione dipopolo - devono stringere col popolo legami spirituali profondi». 68 Si introdusse quindi la tradizionale apertura delle caserme, delle navi, degli aeroporti militari al pubblico. Per il titolare della Difesa, questa scelta rappresentava la migliore occasione per avvicinare i due Paesi, quello civile e quello militare, ormai compenetrati l'uno all'altro. Le manifestazioni conseguenti, a cominciare dai "ranci" organizzati dai militari che attirarono numerosi ex combattenti ma anche giovani curiosi, incuriositi dall'esposizione delle macchine belliche, avrebbero raggiunto anche negli anni seguenti e fino a tutti gli anni Settanta, livelli di grande partecipazione. 69 L'operazione riuscì, al punto che neppure i partiti di sinistra, di certo soprattutto il Psi - ostili alla riduzione della portata politica e ideologica della celebrazione del 20 settembre, vollero opporvisi. E se i socialisti ribadirono in occasione del 4 novembre la loro opzione pacifista,7° il Pci di Togliatti, attento a diffondere la propaganda in tutte le sfere della società e nelle istituzioni, accolse con favore l'iniziativa. Furono attivati quei "Gruppi di solidarietà e amicizia con le Forze Armate" istituiti l'anno precedente, mentre la Federazione giovanile comunista si era fatta carico di "preparare" i giovani richiamati al servizio militare attraverso iniziative ad hoc. 71 In alcuni casi, le autorità segnalarono "fonti confidenziali" secondo le quali le organizzazioni collaterali come l'Anpi avrebbero approfittato dell'apertura delle caserme per "impossessarsi delle armi" e convincere i militari a fare "causa comune" con questi presunti gruppi sediziosi. Gli echi dei disordini successivi all'attentato al leader del Pci non si erano ancora attenuati, e l'ipotesi di una sollevazione comunista in armi pareva da alcuni tutt'altro che remota.72 Il capo della Polizia mise al corrente dell'eventualità il ministero della Difesa, ma non emergono dalla documentazione d'archivio particolari episodi a conferma della supposta iniziativa dai tratti quasi insurrezionali.73 Le autorità di Polizia prestarono maggiore attenzione verso le iniziative propagandistiche, che gli attivisti del Pci e delle associazioni collaterali avrebbero compiuto verso i militari, che non potendo partecipare in uniforme alle riunioni politiche nelle sezioni, sarebbero stati convogliati nelle feste rionali organizzate per il 4 novembre. Lo scopo era, per le autorità di Polizia, quello di "bolscevizzare l'Esercito". 74 Le manifestazioni del 4 novembre 1949 si svolsero con solennità, a cominciare dall'ormai tradizionale pellegrinaggio del capo dello Stato all'Altare della Patria, accompagnato dall'onnipresente Pacciardi e dai capi di Stato Maggiore delle tre Armi. Alla base della scalea si posizionarono quaranta ufficiali dell'Esercito e una compagnia d'onore composta da rappresentanze delle tre Armi. Cerimonie analoghe si svolsero nel resto del Paese. Le autorità passarono

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in rassegna i reggimenti in tutte le principali città sedi di Presidio e quindi, come già detto, si ebbe la prevista apertura delle caserme alla popolazione: ''Popolo e soldati uniti nelfulgido ricordo", recitava un titolo del Popolo, con un esplicito richiamo all'annosa vicenda triestina: i due Paesi, compenetrati tra loro anche mediante le visite agli acquartieramenti militari da parte dei civili, si dovevano porre come un unico baluardo teso a ribadire l'italianità della città giuliana.75 Nel messaggio, Einaudi avrebbe ribadito il concetto:

Sarà dato quest'anno, ad ogni cittadino, di partecipare intimamente alla "Giornata delle Forz.e Armate'~ sicché militati e civili confonderanno, fianco a fianco ed in fraternità di spiriti, la comune sollecitudine per la difesa del suolo patrio e delle riconquistate libertà democratiche. 76 Dal canto suo, il Pci disattese le più fosche previsioni insurrezionali e, se lo scopo era quello di "bolscevizzare l'Esercito", questo fu perseguito con estrema discrezione, camuffandolo dietro l'ennesimo segnale di amicizia verso i militari. La Federazione giovanile comunista, dichiarò che la lotta che i giovani e le masse popolari conducono per la pace è la lotta per l'avvenire anche dei figli delpopolo che vestono l'uniforme. 77 L'Anpi, che con la Fgci era l'altra organizzazione collaterale preposta da Botteghe Oscure ai rapporti con le Forze Armate, ribadiva in un vibrante messaggio all'Esercito i valori comuni che univano militari e partigiani: I partigiani d'Italia salutano nei soldati attualmente alle Armi l'espressione del popolo italiano e dell'avvenire di pace e di progresso a cui aspira; auspicano una sempre maggiore unione tra le Forz.e Armate ed i pa1tigiani, in modo da costituire contro ogni avventura di guerra ed ogni minaccia all'indipendenza della Pahia ed alle sue libertà un unico baluardo a difesa della Repubblica, della Costituzione e di tutti i valoti conquistati in comune nella recente gloriosa epopea del 1iscatto nazionale contro l'oppressione nazifascista. 78 Ancora più concentrata sul tema della pace e del "rifiuto comune" della guerra auspicabile tanto nell'animo dei militari che dei civili, fu la posizione dei socialisti, che comunque invitarono parimenti i loro militanti a fraternizzare con soldati e reduci. 79 Negli anni successivi le parate del 2 giugno e del 4 novembre avrebbero risentito sia del clima politico interno sia dei nuovi scenari internazionali, dallo scontro sulla cosiddetta "legge truffa" alla guerra in Corea, dal clima di distensione della metà degli anni Cinquanta alla crisi di Cuba e di Berlino. Al contempo, il ruolo dei militari nella catena di solidarietà verso le popolazioni colpite dalle catastrofi naturali o artificiali (dal Polesine al Vajont a Firenze) e i primi tributi di sangue delle missioni internazionali (come a Kindu), furono citati e celebrati nel corso dei corrispondenti appuntamenti liturgici.

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Marco Cuzzi Negli anni della contestazione e della strategia della tensione le Forze Armate sarebbero state investite anche da critiche, e il rapporto tra l'opinione pubblica, o parte di essa, e il Paese in uniforme avrebbe subìto corrispondenti contraccolpi. La scelta di interrompere le parate militari avrebbe ulteriormente indebolito il rapporto tra Forze Armate e istituzioni, e sottratto ai cittadini l'occasione di confronto con i militari. Il ripristino della parata del 2 giugno nel 2000, con l'entusiasmo di folla che essa ha comportato (e la solidarietà verso i sempre più pressanti impegni internazionali e a favore delle popolazioni colpite dalle cicliche sciagure naturali), ha dimostrato che il rapporto tra opinione pubblica, o meglio "opinione del pubblico", e Forze Armate sta incontrando una nuova, costruttiva stagione. Quindi, in conclusione, si può parlare di "Esercito democratico", secondo la denominazione utilizzata da alcuni costituenti? "Democratico" è un aggettivo che per definizione non può essere impiegato per una Forza Armata, disciplinata e gerarchizzata. Ma di certo, questo filo conduttore che unisce la nazione, intesa come comunità di cittadini, e Paese in uniforme nel rispetto dei dettami costituzionali ha posto le Forze Armate nel ruolo di istituzione militare pienamente inserita nello Stato democratico. La migliore definizione, in questo senso, ci è data da un articolo della Spigtl, foglio del Gruppo di Combattimento "Cremona", pubblicato pochi giorni dopo la fine della guerra in Europa:

Se per det11ocratizzçzione dell'Esercito s'intendesse sovvertire l'ordine e ltl disciplintl, ftlttori essenzitlli di tlutorità e se,ietà in ogni orgtlnizZtlzione, tll!'ordine subentrerebbe l'tlntlrchia, tlll'Nnione il dissolvimento rovinoso ... Se è pesante qutllche volta l'ohhedire, implica untl maggiore responsabilità il comando: chi aspira al medesimo dititto di comandare, sappitl che deve jòrmarsi in lui una coscienza, !Hltl capacità e una responsabilità sttperio1i... Ma se per Esercito democmtico intendimno la possibilità, senza anticamere, d'incontrarci co11 i nostJi sttpe,iori, per trattare prohlet11i d'interesse co11n111e, gli t(/ftciali riattendono sempre epiù che mai, oggi, sono fraternamente tl nostra disposizione ... A nostro merito e conforto possiamo sicuramente affermare che ltl democratizzazione del nostro Popolo (di cui !'Esercito è espressione viva) è già in atto in questo spirito, nel nostro an/ore e nei nostri saa?Jìci compiuti sulla linea del fuoco. 80

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Note 1 Oltre

ai numerosi studi di Ridolfi sulla liturgia civile e le feste nazionali, preziosa per la presente ricerca si è dimostrata la monografia di Yuri Guaiana, Il tempo della Rep11bblica. Le feste civih" italiane fi'({ nazione epolitica 1943-49, Ed. Unicopli, Milano, in corso di stampa. Altrettanto importante è lo studio di Virginio Ilari, La pamta del 2 gi11g110. L'omaggio rep11bhlica110 all'Esercito, in: Il teatro del potere, a cura di Sergio Bcrtclli, Carocci, Roma, 2000. 2 Partigia11i e popolo celebmno il 25 ap,ile, in: "Corriere d'informazione", 25-26 aprile 1946, p. 2. 3 Ogni tentativo di tmifòr111are Rol)J{/ ù, ,m centro di provoc(lzio11e sarà sventato, in: "L'Unità", 19 maggio 1926, p. 2. 4 Virginio Ilari, La pamta del 2 gi11gno. L'ot11aggio rep11hhlicano all'Esercito, cit., p. 203. 5 Ivi, p. 203. 6 Yuri Guaiana, Il tet11po del/(1 Rep11bhlica. Le feste civili it(l/ù111e fm /l{/zio11e e politica 1943-49, (bozza), cit., pp. 191-192. 7 Con gli eroi della Libemzio11e il c11ore riel popolo mil(lnesc, in: "Nuovo Corriere della Sera", 26 aprile 1947, p. 2. 8 Riti eco1111J1c111omzio11i 11ell'a1111iversmio della Libemzio11e, in: "Il Mattino d'Italia", 26 aprile 1947, p.2. 9 Roberto Chiarini, il 25 ap,ile. I--11 co111petizjo11e politiCfl s11/la 111e11101ia, Marsilio Editore, Venezia, 2005. IO ACS, PCM 1959-61, 2 giugno, f.3.3.3. n.15460.1. 11 Guaiana parla del 2 giugno "militare" e delle celebrazioni del 4 novembre come "contraltare nazional-popolare" del 25 aprile (Yuri Guaiana, Il te111po della Rep11hblica. Le feste civili italiane fm nazione e politict1 1943-49, (bozza), cit., p. 212). 12 ACS, PCM 1959-61, 2 giugno, f.3.3.3 n.108465. 13 ACS, PCM 1959-61, 2 giugno, f.3.3.3 n.15305.C4. 14 ACS, PCM 1959-61, 2 giugno, f.3.3.3 n. 14079.C:4. 15 Fedel!tì a//(I Rep11bblica, in: "Il Popolo", 2 giugno 1947, p.1. Alla rivista militare di Roma parteciparono: plotoni della Marina, del battaglione San Marco, dcli'Aeronautica, compagnie di Carabinieri, vari reparti dell'Esercito, della Guardia di finanza, della Pubblica Sicurezza e della scuola di Polizia. Il corteo veniva chiuso dalla fanteria autotrasportata e da reparti di cavalleria meccanizzata. 16 Il 1° a1111iversmio della Rcp11bblim italiana celebmto dal popolo con festosa se111plicità, in: "f ,'Umanità", 3 giugno 1947, p.1. 17 In fltft{I Italia ilpopolo ha di111ostmto la volontrì di difendere la Rep11hblica, in: "L'Unità", 3 giugno 1947, p. 1. Da notare l'assenza di alcun riferimento ai militari da parte dcll"'Avanti!" (cfr. Il popolo ha celebmto i11 t11tta Italia ilpri1110 {/1/llll(lle rie/la ''s11a" Rcp11bhlica, in: "Avanti!", 3 giugno 1947, p.1). 18 Se 11011 fosse stata 1110110polizzr1ta la celehmzio11c rie/la Rep11bhlica S(lrebhe ,iuscita meglio, in: "Il Buonsenso", 3 giugno 1947, p. 3. 19 Colore r/'1111 m111iversa1io, in: "Risorgimento liberale", 3 giugno 1947, p.1. L'assenza di bandiere era dovuta alla mancanza di uno stendardo nazionale ufficiale. 20 La ce1it11onia militare al viale Tiziano e il sole1111e 1icevi111c11to {/ Mo11tecito1io, in: "Il Messaggero di Roma", 8 giugno 1947, p.1. 21 Maurizio Ridolfi, Le.feste nazionali, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 375-376. 22 Virgilio Ilari, La pamf(I rie/ 2 gi11gno. L'o111aggio rcp11hhlica110 all'Esercito, cit., p. 207. 23 L'MSI organizzò alcune manifestazioni per il 4 novembre, soprattutto in alcune città del meridione (ACS, PS 1947-48, 4 novembre, B. 237, f. R/3.). 24 ACS. PCM, 1959-61, 4 novembre -anniversario della Vittoria, f.3.3.3. v.14544.4

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Marco Cuzzi Yuri Guaiana, Il te,Jlpo della Repubblica. Le feste civili italiane fi'(J nazione epolitica 194 34 9, (bozza), cit., pp.224-225. 26 IV Novembre, in: "Il Mattino d'Italia", 4 novembre 1947, p. 1. 27 li co1teo attmverso la città per onorare i Caduti di tutte le guerre, in: "Il Popolo", 5 novembre 1947, p.1. 28 Le bandiere giuliane e dalmate strappate e bruciate a Milano, in: "Il Giornale d'Italia", 6 novembre 1947, p. 2. 29 Co111111ossa partecipazione di popolo aifimemli del carabiniere Ma,iani, in: "Il Popolo", 28 aprile 1948, p. 1. 30 Il 2 giugno a Roma, in "Il Tempo di Milano", 3 giugno 1948, p.1. Ma il quotidiano ricordava anche che "dall'alto del suo piedistallo Vitto1io E111at1uele II guardava sotto lo svolgersi della ce,imonid'. 31 La manifestazione 111ilitare in Piazza Venezia, in: "Il Messaggero di Roma", 3 giugno 1948, p. 1. 32 Il 2° anniversario della Repubblica celebmto con 111anijèstazioni di popolo, in: "Avanti!", 3 giugno 1948, p. 1. 33 A capo scope,to sotto la pioggia, in "Nuovo Corriere della Sera", 3 giugno 1948, p. 1. Di analogo tenore fu la cronaca del quotidiano del Pii (Einaudi a Napoli visita De Nicola e Croce, in: "Risorgimento Liberale", 3 giugno 1948, p. 1). 34 Dodici bandiere si inchinano al Capo dello Stato, in: "Il Popolo", 3 giugno 1948, p. 1. 35 La manifestazione 111ilitare in Piazza Venezia, cit., p. 1. "Li 1ivogliamo a Roma!' pare gridasse la folla al passaggio dei fanti piumati (I/ 2 giugno a Roma, cit., p. 1). 36 Einaudi cdl'Altare della Pallia assume il co111a11do delle Forz.e Armate, in: "La Nuova Stampa", 3 giugno 1948, p. 1. 37 La manifestazione militare in Piazza Venezia, cit., p. 1. 38 Per Ilari Pacciardi fu "il 111iglior Ministro colbe,tiano che lo Stato Maggiore e l'indushia bellica potessero augurarsi" (Virginio Ilari, La parata del 2 giugno. L'omaggio rep11bblica110 all'Esercito, cit., p. 205). 39 Virgilio Ilari, La parata del 2 giugno. L'omaggio repubblicano all'Esercito, cit., p. 206. 40 ACS, PS 1947-48, anniversario della Repubblica, B. 238, f. R/10 41 Ivi, p. 205. 42 Il 2° anniversmio della R.ep11hhlica celebrato con manifestazioni di popolo, cit., p. 1. Come già l'anno precedente, il quotidiano del Psi non diede particolare risalto alla presenza delle Porze Armate alle cerimonie del 2 giugno. 43 La Repubblica è del popolo, in "L'Unità", 2 giugno 1948, p. 1. 44 Le Fo,ze Armate col popolo, in: "Quaderni dell'attivista", numero straordinario per la campagna elettorale, febbraio 1948, p. 11. Tra le attività organizzate dai Gruppi di amicizia e solidarietà, si ebbe quella del "Natale del Soldato", con distribuzione di doni e materiale di propaganda ai militari di leva. L'iniziativa fu più volte ostacolata o impedita dalle autorità di Polizia e dagli ufficiali (Ivi, p. 12). 45 La Rep11hhlica italiana è una realtà operante, in "Corriere della Sera", 2 giugno 1948, p. 3. 46 Austeramente celebrato l'anniversalio della R.epubblica, in: "TI Popolo", 3 giugno 1948, p. 2. Da notare che nella cerimonia di :Milano furono consegnate due medaglie al valor militare a caduti della guerra 1940-43. 47 L'Esercito, in: "Il Messaggero di Roma", 8 giugno 1948, p. 1. 48 Yuri Guaiana, Il tenpo della Repubblica. Le jèste civili italiane fi'(J nazione epolitica 194349, (bozza), cit., p. 269. 49 ACS, PS 1947-48, 4 novembre, B. 237, f. R/3, 34306.C4, 6-XI-48. 50 ACS, PS 1947-48, 4 novembre 1948, 34464.C4, 10.11.48. 51 Celebmta in t11tta Italia la 1icorrenza del 4 novembre, in: "Il Tempo di Milano", 5 novembre 1948, p. 4. Da notare che nel corso delle numerose celebra:doni organizzate dal Movimento Sociale, il ricordo andava oltre che alle vittime del 1915-18, ai caduti della guerra "1940-45", con talvolta 25

284


Repubblica e Forze Arlllate esplicito riferimento ai militari della Repubblica sociale italiana, assolutamente non citati neppure dal più "revisionista" dei politici governativi (cfr. "La Rivolta Ideale", 18.11.1948, p. 2). Il discorso di Almirante in piazza del Popolo non fece alcun riferimento al nuovo I•'.sercito italiano, se si esclude un cenno polemico alle "limitazioni numeriche" dello stesso, e si concentrò sul ricordo dei caduti di tutte le guerre, comprese c1uelle "fasciste" e della Rsi (ACS, PS 1947-48, 4 novembre 1948, B. 237, f. R/3, 31306.C4, 6-XI-48). 52 Aif11tilati, co111ht1!/e11ti, partigiani concordi J/ell'esecmre la g11erm, in: "/\vanti!", 5 novembre 1948, p.2. 53 S.t., in: "/\vanti!", 5 novembre l 948, p. 1. 54 J\CS, ì'dinistero dell'Interno, Cabinetto, 1949, B. 35, f.1686 - 25 aprile. 55 Yuri Guaiana, li te111po della Re/J11hhlica. Le_/Ì:sk civili italia11ejh111azio11e e politim 194 3-49, (bozza), cit., p. 304. 5c, /\CS, Ministero dell'Interno, Cabinetto, 1949, B. 20, f. 1499-2 giugno, 14063.C:4, 1-6-949. 57 Parata della resta11mzio/le, in: "Umanità Nuova", 5 giugno 1949, p. I. 58 A Ro111a sornrlev,1110 /11!/i g11anla/ldo sfilare i soldati, in: "I ,a Nuova Stampa", 2 giugno 1949, p. 3. 59 'focC11ino, in: "Il Mondo", 11 giugno 1949, p. 2. 60 Esaltia1110 nella Re/)//hblica il lavoro la pace la gi11.rtizia, in: "Avanti!", 2 giugno 1949, p. 1. 61 La Rep11hhliet1 celr1hrata da d11e Italie, in: "/\vanti!", 3 giugno 1949, p. I. 62 li nuovo Esercito ltalia110 !fila ù111a11zi (I/ Presidente I :i11a11di, in: "Il Messaggero cli Roma", 2 giugno 1949, p. 1. 63 Virginio Ilari, 1,, pamta del 2 ,~Ìl(l!/IO. L'o!!h{l!,gio rep11bhlicano all'/-iseràlo, cit., p. 206. 64 ACS, PCM 1959-61, 2 giugno, f. 3.3.3. n. 15460.3. c, 5 Nazione e F01ze /lr111ate, in: "Il Popolo", 29 maggio 1949, p. I. 66 /\CS, PCM 1959-61, 2 giugno, f. 3.3.3. n. 14399.C:4-7.6.949. 67 .Sjìla l'Erem'to per lajèsta della R1/J11hblica, in: li Popolo", 2 giugno 1949, p. 2. 68 iv/es.raggio di Eina11di alle F01ze Armate, in "Nuovo Corriere della Sera", 4 novembre 1949, p. 1. Verso la fine della guerra, Togliatti aveva proposto e ottenuto una "Giornata dell'l •'.sercito e del partigiano", con lo scopo cli accelerare il processo di compenetrazione tra Forze resistenziali e Forze regolari. La giornata venne celebrata una volta sola, il 18 febbraio 1945 (Virginio Ilari, / ,, pam/(I del 2 gi11gno. ],'omaggio n/J11hhlicano all'Es1n:ito, cit., p. 202). 119 Folle di popolo nelle msen11e b,111nojèste.ggiato i nost,i soldati, in: "li l\kssaggero di Roma", 5 novembre 1949, p. 2. 70 Nel n'cordo della villoria un ,111.r/Jiào di pace, in "/\vanti!", 5 novembre 1949, p. 2. 71 /\CS, PS 1949, 4 novembre, B. 98, f. R/18. 72 /\CS, Ministero dell'Interno, (;abinetto, B. 39, f. 1842- 4 novembre, 40973. 73 J\CS, Ministero dell'Interno, Cabinetto, B.39, f.1842-4 novembre, 40974. 74 J\CS, Ministero dell'Interno, Cabinetto, B.39, f.1842-4 novembre, 24463.C:4-29.10.49. 75 Popolo e soldati 1111ili neljìt!gido 1icordo, in: "Il Popolo", 5 novembre 1949, p. 1. 76 Il messaggio di lii11m1di alle h)lze Amiate, in: "Corriere della Sera", 4 novembre 1949, p. 1. 77 Un 111essaggio rMl'/1.N.PI. all'liseràlo della Re/J11hhlica, in: "I ,'Unità", 4 novembre 1949, p. 1. 78 Ihirle111 79 Co111hatlenti red11à partigiani co1111111111101m10 il 4 NrJ111e111hre, "Avanti!", 3 novembre 1949, p. 2. 811 EditOJiale, in "I ,a Spiga", 28 maggio 1945, p. I.

285


II 26 OTTOBRE 2006 PARTE

Quinta Sessione

Presidenza: Col. Euro Rossi Capo Ufficio Storico A.M.


PIL E BILANCI DELLA DIFESA

Valter Girardelli

Il relatore ha trattato questo tema presentando una serie di diapositive a colori, che ha in seguito inviato, sotto forma di "PowerPoint", per la pubblicazione negli Atti del Convegno. Sulla base delle esigenze editoriali, nelle pagine che seguono ne vengono riportate, in bianco e nero, alcune tra le piĂš significative.

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Valter Girardelli

Evoluzione dal 1992 al 2006 COIVPARAZIONE BILANCIO DIFESA ANNI ·1992-2000

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Valter Girardelli

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L'IMPULSO DELLE FORZE ARMATE ALLO SVILUPPO INDUSTRIALE NAZIONALE*

Michele No11es

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er comprendere fino in fondo il ruolo svolto dalle Forze Armate nel costruire le attuali capacità tecnologiche e produttive dell'industria italiana è necessario tornare indietro all'aprile 1945 quando, liberato il paese, i danni provocati dalla Seconda Guerra Mondiale e il ritardo tecnologico della nostra industria, in termini sia di prodotti sia di processi, emersero in tutta la loro ampiezza. Ci vorranno trentacinque anni perché l'industria italiana cominci ad avere alcune circoscritte capacità ed è a questo punto che si ferma il nostro esame. Da quel momento lo sviluppo tecnologico e ptoduttivo è proseguito consentendo all'industria italiana di maturare, a metà degli Anni Novanta, una posizione competitiva in alcuni segmenti del settore aerospazio, difesa e sicurezza. Ù anche per questa ragione, per non vanificare le risorse umane e finanziarie investite in questo sforzo collettivo, che è oggi importante riflettere su questa ancora recente pagina della nostra storia, consapevoli che non sono rimasti molti gli altri settori ad alta tecnologia in cui l'Italia è ancora presente.

La fine della Seconda Guerra Mondiale Il quadro dell'industria militare italiana al termine del secondo conflitto mondiale era senza dubbio disastroso. Diversi e concomitanti fattori avevano giocato nel mettere fuori combattimento il nostro apparato industriale: le distruzioni operate dai bombardamenti alleati, l'occupazione tedesca del nord Italia dopo 1'8 settembre 1943 e lo sfruttamento intensivo degli impianti, il decentramento dei macchinari deciso dalle a:dende per salvarli dalle bombe, ma anche per il perico' li presente saggio si basa sul capitolo dell'autore "L'industria militare dalla ricostruzione all'espansione" in C. Jean (a cura di) "Storia lklle Porze Armate italiane dalla ricostruzione postbellica alla 'ristrutturazione' del 1975", Luiss, Milano, Giuffrè, 1989.

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Michele Nones

lo di asportazione da parte tedesca,' il lungo periodo d'inattività. Tutto questo avveniva mentre, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna (ma anche in Germania) si registrava il più grande salto tecnologico della storia. L'insieme dei nuovi prodotti e processi produttivi messi a punto durante la Seconda Guerra Mondiale è vastissimo e tocca tutti i settori industriali e scientifici. Nel presentare la "Storia ufficiale" dell'Office of Scientific Research and Development, l'organismo costituito durante la guerra negli Stati Uniti per sviluppare nuovi equipaggiamenti militari, il suo direttore, V. Bush, sosteneva: «È anche la storia di un rapido passaggio dai metodi di guerra adottati per millenni ... a nuovi metodi ... Rappresenta, pertanto, una svolta nella grande storia della civiltà». 2 Fra le principali novità nel campo delle armi convenzionali vi erano: proiettili a carica cava e clecalibrati, cannoni senza rinculo, missili, radar, spolette di prossimità, rivelatori di mine, sistemi di aiuto alla navigazione, mezzi anfibi da sbarco, napalm, lanciafiamme, motori a reazione, Schnorchel,3 ma anche bombardieri a lungo raggio e carri armati pesanti. A parte va poi considerato lo sviluppo della bomba atomica con tutto ciò che ha comportato in termini di ricerca sull'energia nucleare. Il marcato ritardo tecnologico che aveva caratterizzato l'industria italiana allo scoppio della guerra, e che avrebbe contribuito ad influire negativamente sulle nostre vicende militari, si era fortemente allargato cinque anni dopo ed era destinato a permanere fino alla fine degli anni Sessanta. Non è possibile definire con precisione l'entità dei danni e del ritardo. Da una parte, infatti, si è teso ad evidenziare le distruzioni al fine di: sostenere la richiesta di risarcimenti e finanziamenti pubblici, rivolta anche agli Stati Uniti; giustificare ristrutturazioni industriali e finanziarie nei principali gruppi economici, con gli inevitabili tagli occupazionali; esaltare, negli anni successivi, l'opera di ricostruzione. Dall'altra, bisogna considerare che gran parte dei macchinari e degli impianti ancora utilizzabili erano generalmente vecchi, sorpassati e spesso rivolti a produzioni ormai fuori mercato. Secondo l'autorevole economista prof. Saraceno, il danno complessivo sull'economia nazionale «sarebbe stato pari ad una quota fra un quinto cd un sesto della ricchezza nazionale». 4 Per il settore militare un'ulteriore difficoltà di valutazione è data dalla riconversione di tutte le imprese verso il mercato civile, analogamente a tutti gli altri paesi, ma con l'aggravante delle limitazioni imposte dal Trattato cli Pace e del crollo della domanda militare, mentre ovviamente la priorità veniva assorbita dalle esigenze della ricostruzione. La situazione dei più importanti gruppi industriali e dei settori più rilevanti

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RejJ/lhblica e 1:OJz.e Ar111ale

per la produzione militare è, comunque, indicativa dei problemi sul tappeto. 5 Per l'IRI, l'Ente statale che allora gestiva direttamente tutte le partecipazioni pubbliche, uno dei suoi più profondi conoscitori, il prof. Saraceno, sosteneva che «i danni causati dalla guerra ... sono stati eccezionalmente gravi ... percentualmente molto più gravi di quelli subiti da ogni altro gruppo o settore dell'economia nazionale»f' Questo il quadro dei vari settori: «Nel campo delle costruzioni e delle riparazioni navali le offese belliche ridussero la potenzialità dei cantieri del 60 11/ri circa; i danni più gravi furono subiti, nell'ordine, a Trieste, Livorno, La Spezia e Napoli; minori quelli di Genova Sestri. Nella meccanica media e grossa i centri più colpiti ... Napoli (INAM, Navalmeccanica e Fabbrica Ì\facchine), Trieste (CRDA) e La Spezia (Oto-Melara); la capacità produttiva complessiva discese del 60% circa. Nella meccanica fine la capacità produttiva si poté valutare ridotta del 70%. Il settore automotoristico ... subì una riduzione di capacità del 15% localizzata soprattutto presso lo stabilimento motori Alfa Romeo di Pomigliano. Il settore aeronautico (Officina Aeronautica della Navalmeccanica a Napoli e CRDJ\ a Monfalcone) ebbe la sua capacità praticamente distrutta».7 L'IRI rappresentava allora il più importante gruppo operante nel campo militare. Aveva costituito, nel 1948, la Finmeccanica che controllava: Aerfer, Filotecnica Salmoiraghi, Alfa Romeo, Ansaldo coi cantieri navali del Muggiano (La Spezia) e di Livorno, Cantieri Riuniti dcli' Adriatico col cantiere di Monfalcone, Metalmeccanica Meridionale (i cui stabilimenti di Pomigliano d' Arco saranno assorbiti, l'anno seguente, dal!' Alfa Romeo per la produzione di motori aeronautici), Microlambda (da cui deriverà, nel 1960, la Selenia), Navalmeccanica col cantiere di Castellammare (Napoli), San Giorgio, Società Meccanica della Melara (dal 1953 Oto-Melara). 8 Veniva poi trasferita alla Finmeccanica anche la partecipazione di minoranza nella 1'vfarconi l taliana che manterrà per tutto il decennio 9 (mentre il controllo era della Marconi inglese). La Piat «aveva subito danni per un valore pari a circa un terzo del capitale fisso di tutto il suo complesso produttivo, come osserverà Valletta in una relazione riservata del 1949 ... L' autarchia e la guerra avevano avuto anche un altro effetto negativo sulla struttura produttiva della Fiat: l'avevano isolata dall'industria americana, interrompendo quel flusso cli risorse tecnologiche che costituiva, da decenni, uno dei suoi punti di forza». 10 Secondo il suo Consiglio di Amministrazione i danni di guerra «ammontano per il complesso Fiat a 12 miliardi cli lire in prezzi aggiornati 1946».11 La Fiat svolgeva una propria attività diretta nel settore autoveicoli da trasporto ed aeronautico. Controllava, inoltre, la Fabbrica Italiana Magneti _Marelli (50%), la OM 12 e la Whitehead Motoficles, sorta nel 1945 dalla fusione delle due omonime società e di cui la FIAT aveva acquisito in quell'anno la maggioranza.t3

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«Dalle vicende belliche la Breda uscì stremata, senza risorse finanziarie sufficienti a rimettere in piedi gli stabilimenti e senza precisi orientamenti per il futuro ... Gravissimi erano i problemi tecnici ed organizzativi da risolvere, a causa dei notevoli danni riportati dagli impianti». 14 Questa la situazione secondo il suo Consiglio di Amministrazione: «Se per quanto riguarda gli impianti si potevano considerare pressoché intatti quelli di Sesto S. Giovanni ... gravi distruzioni ed asportazioni avevano colpito quelli adibiti a suo tempo alle grandi produzioni belliche». 15 La gravità della crisi era tale per cui, poco dopo, dovette essere salvata grazie ad un intervento pubblico. Il FIM - Fondo per il finanziamento dell'Industria Meccanica (la cui eredità sarà raccolta nel 1962 dall'EFIM) 16 acquisiva, nel 1951, la Società Italiana Ernesto Breda che veniva ristrutturata e trasformata in holding come Finanziaria Ernesto Breda. 17 Dallo scorporo della sezione 6a nasceva la Breda Meccanica Bresciana, dalla sezione 3a la Breda Fonderie, dalla sezione sa il Cantiere Navale Breda di Marghera (Venezia) mentre veniva chiusa la sezione 5a Aeronautica. Lo stabilimento di La Spezia dell'Odero-Terni-Orlando era completamente distrutto e fortemente danneggiato il controllato Cantiere del Muggiano, così come quelli di Riva Trigoso (Genova) appartenenti ai Cantieri del Tirreno. 18 Altrettanto pesante era la situazione della Piaggio. 19 Nel caso della San Giorgio, invece, il maggiore problema era legato alla disorganizzazione produttiva conseguente al decentramento degli impianti. 20 I problemi di altre imprese furono, invece, più legati alla difficoltà di riconvertire l'attività. «L'Isotta Fraschini, cui le commesse statali, specie per la fornitura di aeroplani, avevano consentito di accrescere in modo abnorme i propri impianti ed organici ... la portarono infine al tracollo». 21 Le difficoltà legate alla riconversione investirono tutti i gruppi industriali e particolarmente quelli più specializzati nella produzione militare: Aeronautica Macchi;22 Ansaldo;23 Alfa Romeo; Fratelli Borletti; Isotta Fraschini; OM;24 San Giorgio;zs Fiat;26 OMI Reggiane;27 SIAI Marchetti. 28 «La branca maggiormente colpita e che in pratica non si risollevò dal crollo post-bellico fu quella delle costruzioni aeronautiche. Al già ricordato crollo dell'Isotta Fraschini si unirono quelli di altre importanti imprese come la Caproni e le Reggiane; altri complessi di primo piano dovettero abbandonare precipitosamente il ramo (Breda, Siai, Cantieri Riuniti dell'Adriatico) e rivolgersi ad altre produzioni ... La produzione di motori venne del tutto sospesa».29 Il problema non era tanto quello dei danni subiti, stimati nel 10% del macchinario e nel 20% dei fabbricati, 30 quanto il fatto che «i nostri progettisti e tecnici, durante il periodo bellico, erano rimasti all'oscuro delle profonde innovazioni che nel piano scientifico, tecnico e produttivo, avevano rivoluzionato le vecchie

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concezioni a cui l'industria aeronautica nazionale era rimasta necessariamente ancorata». 31 In realtà il ritardo doveva essere fatto risalire già agli anni Trenta. 32 Lo stesso ministro della Difesa Pacciardi sosteneva al Senato 1'8 ottobre 1948: «L'industria aeronautica si trova in una situazione che può definirsi tragica ... Siamo indietro di 5 anni». 33 Un anno dopo, parlando alla Camera dei Deputati il 27 settembre 1949, constatava: «Nell'esposizione del passato bilancio ho dato un quadro che mi pareva pessimistico, ma che era forse al di sotto della realtà ... siamo indietro di dieci anni e dobbiamo riguadagnare il tempo perduto». 34 Nel settore del munizionamento il c.1uadro delle capacità produttive, dopo cinque anni di pace, era il seguente: involucri per bombe d'aereo 1011/ri, corpi per granate dirompenti 40%, spolette a percussione 50%, cartucce antiaeree eia 37 o eia 40 mm. 10%, propellenti 10%. 35 Nel settore elettronico il vero problema fu l'enorme distacco venutosi a detenninare nei confronti degli altri paesi. Basterà ricordare che i tecnici italiani videro solo alla fine della guerra i primi moderni radar che «ormai da alcuni anni erano prodotti industrialmente e regolarmente installati dagli alleati su navi, aerei e stazioni terrestri. Anche se qualcuno aveva intravisto le possibilità operative di questi apparati, mancò l'appoggio militare e la capacità industriale di realizzarli in tempo»Y• Secondo l'Associazione delle industrie elettroniche «Il nostro paese per oltre un decennio, per ragioni politiche prima, per la situazione bellica poi, era venuto a trovarsi praticamente escluso dall'eccezionale progresso verificatosi altrove».'7 Per quanto riguarda le conseguenze sull'industria militare del Trattato di Pace, firmato il 10 febbraio 1947, esse si esercitarono in due direzioni: limitazioni relative alle dimensioni e agli equipaggiamenti adottabili dalle Forze Armate e vincoli diretti alla produzione di armi. In pratica, sia sul lato della potenziale domanda militare sia dell'offerta venivano poste rigide restrizioni.• 8 li loro superamento avverrà di fatto con l'ingresso dell'Italia nell'Alleanza Atlantica nel 1949, ma bisognerà aspettare il settembre 1951 perché Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia accettino formalmente cli considerare superate le clausole politiche e militari del Trattato (in campo navale era autorizzata dal Trattato la costruzione di unità leggere a partire dal 1O gennaio 1950). La produzione militare italiana risultò quindi praticamente bloccata per quasi sei anni, dal 1943 al 1949.

Il programma "OSP" A ciò si aggiunse nel primo dopoguerra il fenomeno dei surpl11s americani. «Sul terreno degli arrnamenti convenzionali si verificò peraltro un avvenimento

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raro nella storia ... ci trovammo saturati dai smpl11s dello straripante materiale di cui erano dotate le forze armate americane». 39 Particolarmente colpito fu il settore degli autoveicoli da trasporto e, in primo luogo, la Fiat. Di qui le proposte del suo Presidente Valletta che, sentito nel corso dell'inchiesta del ìvfinistero per la Costituente sull'economia italiana, il 6 aprile 1945 dichiarava: «Occorre sfruttare razionalmente i smplus che gli americani ci hanno lasciato sui fianchi, perché quando tiualcuno regala qualcosa ha una ragione ... (essi) si avviano verso nuovi tipi, verso camion economici, a consumo basso ... noi mettiamo in circolazione dei tipi che hanno un consumo triplo ... importiamo il carburante semplicemente per usufruire di un ferrovecchio che ci hanno lasciato nei fianchi e che è un'ira d'Iddio ... tJuesti sm1J!tts ... finora sono stati sfruttati in modo semplicemente bestiale»:' 11 Ancora tre anni dopo il problema restava insoluto e la Fiat gli imputava una contrazione della richiesta cli autocarri: «ha pure influito non poco il fenomeno ARJ\R ... Al 30 aprile del '47 essa aveva già venduto circa 60mila autoveicoli di grande, media e piccola portata».'" Il riequipaggiamento delle Forze Armate italiane nel primo decennio avvenne in gran parte con materiale ceduto dagli Stati Uniti. Secondo fonti ufficiali americane gli aiuti militari sarebbero ammontati a 846 milioni cli dollari per il periodo 1949-1952 e a 1.431 nel periodo 1953-1961. 42 Limitatamente ai sei anni intercorsi fra gli esercizi finanziari 1950/51 e 1955/56 gli aiuti sono stati stimati in 868 miliardi di lire. 43 Questo flusso di equipaggiamenti contribuì inevitabilmente a mantenere bassa la domanda militare interna. Ciò fu evidenziato nella Relazione della Commissione Interministeriale per l'industria aeronautica del 1970: «gli Stati Uniti, a seguito della costituzione della NATO, vararono un vasto programma di aiuti militari gratuiti per i paesi europei che vi avevano aderito. Per quanto riguarda la parte aeronautica, tali aiuti consistettero soprattutto in velivoli cd altri materiali finiti, in gran parte usati, ed il loro invio gratuito costituì per l'industria aeronautica italiana un grave impedimento a proseguire gli sforzi per l'aggiornamento tecnico».4• Lo stesso problema si presentò anche in altri settori, come quello degli ecogoniometri per le unità di superficie. Secondo l'ing. Stefanini, allora Presidente clell'Oto-Melara «si risentono le conseguenze di una specie di dumping da parte americana: quando una trentina di anni fa stava per decollare un'industria del settore, che aveva già realizzato un prototipo validissimo con apparati ausiliari all'avanguardia dei tempi, gli USJ\ offrirono gratuitamente in conto ìvfDAP gli apparati ecogoniometrici necessari alle navi allora in costruzione. La lviarina non poté rinunciare ad un tal vantaggio economico, ma naturalmente l'industria non poté nascere». 45

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A partire dal 1952 fu però avviato anche un piano di acquisti diretti in Europa per garantire un più rapido riarmo ed un rafforzamento della struttura industriale. Attraverso il programma "Off Shore Procurements" il governo americano acquistava dalle industrie europee equipaggiamenti, che cedeva gratuitamente alle Forze Armate del rispettivo o di altri paesi. Il ministro della Difesa Pacciarcli comunicava l'avvio del piano alla Camera dei Deputati nel 1952: "Per le munizioni, fabbricate nel nostro Paese abbiamo avuto una commessa di 87.645.728 dollari; di parti di ricambio cli velivoli F-84 ... per cinque milioni di dollari; inoltre abbiamo avuto ordinazioni di otto corvette e di dieci motozattere per i nostri cantieri navali per il valore di 18.584.546 dollari ... ordinazioni di automezzi ... per 2.835.689 dollari; abbiamo avuto ordinazioni cli radar per dollari 5 milioni e 600 mila»:1<, L'anno seguente in un documento del Comitato Interministeriale per la Ricostruzione le commesse venivano calcolate in 230 milioni di dollari. 47 Nel solo campo navale furono in questo modo costruite: 3 fregate, 8 corvette, 27 dragamine, due navi posareti, una nave cisterna, 1O motozattere, per un importo complessivo cli 80 milioni di dollari:18 Il volume di commesse assegnate all'industria aeronautica, limitatamente agli esercizi dal 1952 al 1958, fu calcolato in quegli anni in 50 miliardi di lire, a cui bisognava aggiungere 5 miliardi per contributo a spese di progettazione. 49 Nel settore elettronico queste commesse, secondo il Presidente dell'Associazione delle industrie elettroniche, Anfossi, «valsero alla nostra industria cli affermarsi nel campo dei radar è delle centrali di tiro». 50 Quasi tutte le società parteciparono a questo programma: Aerfer, prototipi caccia intercettore Sagittario II e parti del cacciabombardiere F-84 Thunder jet (su licenza Republic, USA); Cantiere Navale Breda di Marghera, corvetta e dragamine; Cantieri del Tirreno di Riva Trigoso, corvette; Cantieri Navali di Taranto, corvetta e fregate; CRDA di Monfalcone, dragamine; Contraves Italiana, centrali di tiro e radar (fondata nel 1952 e controllata dalla Oerlikon Buhrle, Svizzera, insieme alla Oerlikon Italiana, fondata nel 1949); Fiat, veicoli da trasporto, veicoli anfibi OM6600, cacciabombardieri F86K (su licen:rn North American Aviation, USA); Fratelli Borlctti, spolette; Microlambda, radar (su licenza Raytheon, USA); Navalmeccanica di Castellammare, cacciatorpediniere e corvette; SIGME - Società Italiana Generale Munizioni Esplosivi (costituita nel 1952 da Finmeccanica insieme a SMI, Fratelli Borletti e BPD, per coordinare la produzione di munizionamento, particolarmente per le commesse americane OSP), munizionamento. Il valore complessivo delle commesse "OSP" è stato stimato in quasi 500 milioni di dollari.st

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Gli anni delle licenze

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I due settori in cui si erano accumulati i maggiori ritardi erano l'aeronautica e l'elettronica (compresa la missilistica). La strada delle licenze di costruzione era l'unica percorribile perché così «si offriva ai tecnici una concreta conoscenza dei progressi tecnologici e tecnici di paesi più sviluppati, si offriva una verifica concreta delle possibilità delle nostre risorse intellettuali e materiali, essi dimensionavano le ambizioni teoriche entro confini non velleitari» come ricorderà, molti anni dopo, il direttore generale della Sistel, Lo Cascio. 52 La licenza poteva rappresentare un trampolino per lo sviluppo per quelle imprese che avessero saputo sfruttarne le potenzialità, ma non tutte seppero approfittarne. Parlando del settore elettronico, uno dei suoi massimi esponenti, il prof. Calosi, sosteneva nel 1969: «Se la licenza è un ottimo mezzo per avviare un'impresa elettronica, non è certamente sufficiente per mantenerla in vita ... abbiamo visto sorgere in Italia e morire le imprese che hanno basato unicamente la loro attività sulle licenze. Sono stati pochi i casi nei quali alle licenze, che sono state utili per l'avvio dell'industria, si è aggiunta anche un'iniziativa tendente verso l'autonomia tecnica». 53 La prima licenza fu acquisita in campo aeronautico, nel 1949, e permise a Fiat ed Aeronautica Macchi di costruire 150 caccia Vampire su licenza dell'inglese De Havilland. 54 Le industrie italiane dovettero misurarsi, per la prima volta, con le difficoltà produttive inerenti un velivolo metallico dotato di motore a reazione, il Goblin. A questo programma partecipò anche l'Alfa Romeo per la parte motoristica.ss L'opera1.ione fu particolannente complessa perché dovettero essere superati molteplici vincoli giuridici e finanziari. 56 Inoltre, la gestione della licenza fu mantenuta in prima persona dallo stesso ministero della Difesa, che concesse in uso alle industrie interessate i macchinari per la produzione. L'acquisizione diretta della licenza da parte dell'Aeronautica ha rappresentato una soluzione originale e sarà mantenuta anche in altre occasioni fino ai giorni nostri. Una seconda licenza fu acquisita, nel 1953, dalla Fiat per la costruzione del caccia F-86K della North American Aviation (USA) e del relativo motore J47 della Generai Electric (USA). Si trattava di uno dei più moderni velivoli "ogni tempo" dell'epoca e ne saranno costruiti 221 esemplari.57 Il programma, oltretutto, fu finanziato dal governo americano con cessioni dirette e con commesse OSP.ss Questo accordo, come ricorderà poi l'ing. Gabrielli, uno dei padri dell'industria aeronautica italiana, «mobilitò tutta l'industria aeronautica italiana sia nel settore degli aeroplani e dei motori ... sia nel campo degli accessori e dei materiali ... L'P-86K, nei suoi tre componenti (cellula, motopropulsore ed avionica) rese necessario un aggiornamento di tutta l'industria del nostro paese, perché

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rappresentava un deciso passo avanti della tecnologia».s 9 A partire dal 1960 la Fiat fu impegnata nel programma relativo al velivolo F104G, il primo esempio di collaborazione aeronautica in ambito Nato, anche se su licenza dell'americana Lockheed (il motore ]79-GE-IIA su licenza Generai Electric). Vennero predisposte quattro linee di montaggio: Fiat, Fokker in Olanda, SABCA in Belgio e NIBB in Germania. 60 «l ,a collaborazione tra industrie di diversi Paesi si stabilì su una base di continui contatti, cui partecipavano anche le Forze aeree interessate, con positivi riflessi sull'integrazione effettiva di esperienze e di procedure; il complesso meccanismo di interscambi comprendeva la fornitura reciproca di componenti e, in molti casi anche c.1uella di aerei completi»/'' Grazie a questo aereo, secondo la Commissione lnterministerialc per l'industria aeronautica, «il processo di adeguamento tecnologico dell'industria nazionale raggiunse ... il suo culmine». 62 La produzione raggiungerà le 199 unità. 63 Ultimo velivolo costruito su licenza fu, a partire dal 1968, lo F-104S, una versione potenziata ed irrobustita del precedente e dotata del motore J79-GE-19. La produzione, iniziata dalla Fiat e proseguita dall' Aeritalia a partire dal 1972, arrivò a 245 esemplari. In c.1uesto caso si trattò di un programma esclusivamente italiano perché gli altri partner europei optarono per altre soluzioni e questa versione non venne costruita nemmeno negli Stati Uniti.r, 4 Nel 1952 veniva firmato un accordo fra la Costruzioni Aeronautiche Giovanni /\gusta e la Beli 1-lelicopter (USA), che segnava la nascita in Italia di un nuovo settore industriale, l'elicotteristica. Vi erano stati molti anni prima intuizioni e coraggiosi tentativi come quelli di D' Ascanio, 65 ma non avevano avuto, come avverrà per il radar, alcun seguito industriale. La prima concretizzazione dell'accordo fu la costruzione su licenza dell'elicottero leggero AB47G, a partire dal 1954, cui seguì, due anni dopo, la versione J. Complessivamente ne sarebbero stati costruiti 1.100 esemplari.<,<, Nel 1960 era la volta dell'elicottero medio AB204B (solo per le Porze Armate oltre un centinaio di macchine) e, nel 1964, dell' AB205 (costruito in circa 400 esemplari).67 Parte delle turbine T53 per quest'ultimo verranno costruite dalla Piaggio su licenza Lycoming (USA). Nel 1965 l' Agusta si accordava con la Sikorsky (USA) per la costruzione in Italia della famiglia di elicotteri S61, a cominciare dalla versione antisom SH-3D, di cui verranno realizzate un centinaio di macchine.<,x Si trattava per la prima volta cli un biturbina medio pesante con capacità di volo "ogni tempo" e discreta autonomia. Nel 1970 inizierà la produzione di un suo derivato, lo I-IH-3F (20 esemplari per le Forze Armate). 69 Nel 1966 la licenza Beli era estesa all'elicottero leggero AB206, di cui saranno allestite circa 300 unità. 70 L'anno dopo, tramite la controllata Elicotteri

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Lvlicbe/e No11es :Meridionali, una nuova società creata per sostenere l'espansione del gruppo Agusta, veniva siglato un accordo con la Boeing Verto! (USA) per la costruzione di quello che è ancora oggi il più pesante elicottero occidentale, il CH47C Chinook. Prima del 1978 ne saranno costruiti 150 esemplari.7 1 La turbina T55 sarà prodotta dalla Piaggio su licenY-a Lycoming (USA).7 2 Nel 1971, infine, l'Agusta avviava la produzione dell'elicottero medio AB212 su licenY-a Beli. Per le sole Forze Armate ne saranno costruiti un centinaio. Sull'esperienza del suo predecessore l'AB204 AS\'v, l'Agusta ne svilupperà una nuova versione antisom, l'ASW, a conferma della maturazione tecnologica intervenuta.73 Altro settore dove si dovette ricorrere largamente alle licenze per riguadagnare il tempo perso fu l'elettronica. La situazione di partenza veniva così sintetiY-Y-ata dal ministro della Difesa Pacciardi alla Camera dei Deputati nel 1951: «Per i materiali elettronici, la nostra industria è rimasta molto indietro rispetto ad analoghe industrie di altri paesi: quindi d'un balY-o bisogna che essa si metta al corrente, e non è facilc».7 4 Due anni dopo, spiegando le difficoltà di realiY-Y-azione di un sistema di avvistamento aereo e cli direzione del tiro, il Comitato Interministeriale per la Ricostruzione sottolineava proprio la «necessità di una riattrezzatura del settore industriale per la produY.ione dei complessi strumenti, la maggior parte dei quali elettronici, occorrenti».7 5 All'inizio degli anni Cinquanta la FIAR iniziava la sua attività radaristica col 3MK7 su licema British Thoffison Houston (Gran Bretagna). La Fiar era stata fondata nel 1941 e aveva assunto questa clenotninaY-ione nel 1947; era all'epoca di proprietà della Generai Electrics (USA). Dal 1960 cominciava a produrre, su licenY.a Autonetics (USA), componenti per la versione F-15A ciel radar di tiro Nassar montato sui velivoli F-104G. Con l'avvio del programma F-104S, nella seconda metà degli anni Sessanta, la Fiar arrivava a costruire, sempre su licenza, l'intero sistema radar nella versione R21 O. Nello stesso periodo produceva anche il radar doppler DRA-12, su licenza Racal Decca (USA), per il velivolo da attacco (;91Y e per il velivolo da trasporto G222. Nel 1951 la Pinmeccanica sigla un accordo con la Raytheon (USA) per la produzione su licenza dei suoi apparati e, contemporaneamente, costituisce la Microlambda, Società per studi ed applicaY.ioni di elettronica con stabilimento al Fusaro (Napoli). 76 Presentando l'iniziativa la Finmeccanica precisava: «La vicinanza delle altre industrie del gruppo napoletano, alcune delle quali, come l'Industria I'vfeccanica di Baia, già allenate a lavorazioni cli alta precisione, costituiscono un elemento favorevole alla nascente attivii-à». 77 L'auspicio è, evidentemente, che, per questa via, trovino soluY.ione anche i problemi dell'ex Silurificio Italiano, entrato in crisi con la fine della guerra.

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Nel 1952 la Microlambda inizia la costruzione del radar di avvistamento navale AN/TPS-1D della Raytheon. 78 Come ricorderà in seguito uno dei protagonisti, l'ing. Bardelli: 79 «Allora era veramente l'apparato più moderno che esistesse. Era stato progettato a valle dell'esperienza bellica americana ed a valle di una produzione di migliaia e migliaia di apparati radar ... La complessità del primo programma che ci fu affidato (era un apparato di grande potenza), la necessità di produrlo in grande quantità (ne producemmo più di trecento apparati nel giro di due anni) ci misero immediatamente a confronto con un'esperienza industriale di grande impegno». Al termine della sua produzione si passerà, sempre su licenza Raytheon, ad un radar terrestre, il PAR (destinato al sistema missilistico sup-aria Hawk), che impegnerà l'azienda nella prima metà degli anni Sessanta, seguito dal missile aria-aria Sparrow dal 1968 al 1975, prodotto in un migliaio di esemplari e col quale ci si dovette misurare con la prima produzione militare di serie. 80 Con l'inizio degli anni Cin(1uanta l'industria italiana comincia a muovere i primi passi nella missilistica. Nel 1953 Piat e Finmeccanica costituiscono il Centro Studi della Propulsione a Reazione che, nel 1956, diventava SISPRE Società Italiana Sviluppo Propulsione a Reazione, per effettuare sperimentazioni, studi, progetti nel settore missilistico. Un suo missile aria-aria, il C7, sarà sperimentato nel 1957. 81 Forte era l'interesse delle Forze Armate, come dimostrato dall'intervento del ministro della Difesa Taviani alla Camera nel giugno 1956: «è stato creato un centro per lo studio e la sperimentazione, centro sovvenzionato dalla difesa e a cui contribuiscono i massimi complessi industriali italiani». 82 Questi tentativi inducevano all'ottimismo e così lo stesso ministro dichiarava alla Camera il 29 novembre: «1\Jissili sperimentali intercettori sono già stati soddisfacentemente realizzati dalla nostra industria nazionale sotto l'egida e con il contributo finanziario del ministero della Difesa ... È pure in atto un ciclo sperimentale di missili aria-aria di produzione nazionale: ma, a differenza dei precedenti, la fase sperimentale non sarà breve». 83 In realtà sia gli uni che gli altri erano destinati al fallimento, perché ancora troppo forte era il divario tecnologico nei confronti degli Stati Uniti, ma anche di altri paesi, visto che la seconda licenza sarà acquisita dalla Germania. Sull'Italia era pesata fino ad allora una certa forma d'isolamento, nonostante l'adesione al Trattato del Nord Atlantico. Infatti il ministro Taviani, continuando il suo discorso, sosteneva che «il Governo non dimenticava di adoperarsi in ogni modo affinché gli alleati togliessero l'ingiustificata remora alla partecipazione ... alle armi nuove ... Oggi il rappresentante del governo è lieto di constatare che, almeno per quanto riguarda alcune delle armi più moderne, la remora non sussisterà più. La cosa è già preannunciata negli Stati Uniti d'America».

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Nel 1960 prendeva l'avvio il programma europeo per il missile terra-aria Hawk su licenza Raytheon, a cui partecipavano pariteticamente Finmeccanica, Telefunken (Germania), ACEC (Belgio), Thomson Houston (Francia) e Philips (Olanda). Per cootdinare l'attività veniva costituita, a Parigi, la SETEL che provvedeva a subcommettete le forniture alle varie imprese. A questo programma «sono interessate anche diverse altre aziende italiane tra le quali la Nuova San Giorgio e la Oto-Melara del nostro gruppo» sosteneva la Finmeccanica presentando la nascita della Selenia. 84 In quell'anno, infatti, la Microlambda e la Sindel (società costituita nel 1957 dalla Edison) venivano fuse dando vita alla Selenia, che era controllata dalla Finmeccanica (40%), dall'americana Raytheon (40%) e dalla Edison (20%) (quest'ultima satà sostituita, nel 1964, dalla Fiat col 10%). Sempre nel 1961 veniva siglato un accordo fra SIGME e Boelkow E. KG (Germania) (la fututa MBB) per la ptoduzione in Italia del missile filoguidato anticarro Cobra.ss Nel 1967 la Sclenia iniziava la produzione del missile aria-aria Sparrow su licenza Raytheon. In questo caso la società italiana era in grado di cutarne l'intera messa a punto, compresa la riprogettazione del sistema di bordo del velivolo F-104S (la S sta, infatti, per Sparrow) a cui era destinato e che era allora in corso di sviluppo. Nel campo terrestre l'attività riprese con maggiore ritardo. Le cessioni di carri armati e di artiglieria americana avevano saturato le esigenze del nostro Esercito e la più lenta evoluzione tecnologica rendeva meno urgente la loro sostituzione. Probabilmente quest'ultima considerazione fu esasperata, al punto che il rinnovo della linea carri avvenne sempre con un marcato ritardo, che si protrarrà fino ad oggi. D'altra parte, la presenza di un largo e crescente mercato civile automobilistico e di veicoli industriali spingeva, in ogni paese, le imprese del settore verso questo sbocco, tenendole lontane dal mercato militare (se non per vendite "civili"). Nell'aeronautica, invece, il legame militare-civile era ed è rimasto molto stretto: nel dopoguerra l'aviazione commerciale era appena agli inizi ed ancora oggi il mercato militare resta prevalente per l'industria italiana. Nel 1963 veniva acquistata dall'Oto-Melara la licenza per la costruzione del veicolo cingolato trasporto truppe M113 della FMC (USA). 86 In collaborazione con Fiat (motore, sospensioni) e Lancia (cambio, trasmissioni) ne verranno prodotti più di quattromila esemplari. 87 Ha rappresentato la prima grande produzione in serie di un mezzo complesso in questo dopoguerta. Significativamente, nel giro di due anni, l'Oto-Melara abbandonava completamente la produzione di carrelli elevatori, una produzione avviata nel 1960 per cercare di garantirsi un cetto

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carico di lavoro dopo la fallimentare esperienza della produzione di trattori. 88 Alla fine del 1966 l'Oto-Melara avviava l'allestimento del primo carro da battaglia, l'M60A1, su licenza Chrysler (USA), sempre insieme a Fiat e Lancia (t1uest'ultima nel 1969 entrerà nel gruppo Fiat). Questa ripartizione del lavoro rimarrà anche nella successiva produzione del Leopard 1. Trattandosi di una commessa relativamente limitata, l'economicità di quest'operazione lasciava qualche dubbio, come riferiva il ministro della Difesa Tremelloni alla Commissione Difesa della Camera: «Si presenta ora il problema se convenga acquistare i duecento carri M60A1 negli Stati Uniti, oppure procedere ad una coproduzione da parte dell'industria italiana. Per l'acquisto diretto in USA la spesa ammonterebbe a circa 25 miliardi, contro i 33 che costerebbe la coproduzione. Attesi per altro i benefici di ordine sociale, industriale e tecnico militare di una coproduzione, il problema è tuttora all'esame». 89 Alla fine prevalse però l'esigenza di cominciare a far acquisire alle industrie italiane una prima esperienza nella costruzione di un moderno carro da combattimento. L'ultimo, il P40, era stato costruito in un centinaio di esemplari fino al 1944.90 Nel 1969 cominciava la costruzione dell'armamento per l'obice semovente M109 fornito dagli Stati Uniti. La bocca da fuoco 155/23 era prodotta su licenza Rheinmentall (Germania).9 1 In totale l'Esercito italiano acquisterà 220 M109. «Questa produzione segna l'inizio di una collaborazione con l'industria tedesca, che nel decennio successivo diventerà l'interlocutore privilegiato dell'Oto». 92 L'anno seguente veniva siglato l'accordo per la licenza del carro Leopard 1 con la Krauss Maffei (Germania). La Fiat produrrà il motore su licenza MTU (Germania) e il cambio-trasmissione su licenza ZF. Il valore dell'esperienza che sarà maturata su questo programma risulterà fondamentale grazie alla sofisticazione del mezzo, alla responsabilità di tutto il carro, al numero dei veicoli di cui viene programmata la costruzione, ben seicento (cifra che sarà poi superata per far fronte alle esigenze di rinnovamento dell'Esercito). A parte va poi ricordata la costruzione di artiglierie antiaeree della Breda Meccanica Bresciana su licenza Bofors (Svezia). A partire dal 1953 il modello 40/70 venne costruito in centinaia di esemplari, sia in versione terrestre che navale. In seguito fu sviluppato un nuovo sistema di caricamento che, perfezionato nel Mod. 64, era dotato di una riserva di 200 colpi e di alimentazione automatica. 93 Ciò consentirà alla Breda un notevole successo commerciale. Nel campo dei siluri la Whitehead Motofides aveva ripreso la sua attività con la costruzione, negli anni Sessanta, del siluro leggero MK.44 su licenza dell'U.S. Navy.94

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Numerosi sono stati anche i mezzi progettati e costruiti dall'industria italiana in quasi tutti i settori. Una tradizione industriale radicata ed una particolare predisposizione dei tecnici permisero di veder fiorire moltissime proposte. La selezione avvenne inevitabilmente nel momento di passare dalla fase progettativa a quella realizzativa, su cui esercitano una forte influenza le reali capacità tecnologiche, industriali, finanziarie e commerciali. L'attenzione va, quindi, posta su quelli che hanno avuto un se!:,11.1ito industriale. Non va poi dimenticato che anche in questi programmi nazionali erano presenti apparati, parti ed equipaggiamenti acquistati all'estero. Solo al termine del periodo considerato, l'industria italiana comincerà, per lo meno in alcuni campi, ad offrire un'alternativa nazionale, a conferma della progressiva maturazione tecnologica di questo settore. Nel complesso lo sviluppo di una certa capacità produttiva nazionale è stato, comunque, lento, soprattutto nella fase iniziale. Il quadro di queste capacità veniva tracciato in questi termini da un documento della Difesa a metà anni Sessanta: «In termini qualitativi, invece, si osserva che le industrie nazionali non sono ancora in grado di soddisfare alcune esigenze militari, giacché da anni, in questi particolari settori, sono assenti dall'attività di ricerca, di progettazione e di produzione: ad esempio, i cani armati, la missilistica, alcuni campi dell'elettronica di alta specializzazione ... Armi ... Le produzioni oggi in corso riguardano esclusivamente artiglierie di piccolo calibro, terrestri navali, di progettazione nazionale ... Munizioni ed esplosivi ... La nostra industria è in condizioni di soddisfare richieste consistenti e di assicurare una notevole produzione di munizioni. Veicoli da trasporto e da combattimento ... Si tratta di mezzi di trasporto largamente usati per le necessità civili così che la produzione deve ritenersi adeguata alle necessità militari ... Per i veicoli da combattimento ... solo di recente le nostre industrie hanno ripreso ad interessarsene, attraverso forme di coproduzione. Materiali elettronici ... Potenzialità e maturità tecniche ragguardevoli per i componenti ad uso civile ... Progressi meno sentiti nel campo militare ... Costruzioni navali. L'industria cantieristica italiana è in grado di competere, tecnicamente, con le più progredite industrie straniere ... un notevole sviluppo si è avuto nella risoluzione dei problemi inerenti alle sempre più complesse apparecchiature elettriche ed elettroniche ... Costrnzioni aeronautiche ... cooperazione dell'industria nazionale con quelle estere. Tale sistema ha dato i suoi effetti, consentendo anche in Italia la produzione dei moderni aerei tattici militari in dotazione all'Aeronautica ... e dei velivoli ed elicotteri in dotazione anche alle altre Forze Armate».9s

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Nel campo aeronautico il primo velivolo costruito in serie dalla Fiat fu il G46. Di questo addestratore saranno prodotti, a partire dal 1948, 220 esemplari.96 Due anni dopo era la volta del G59 costruito in 134 unità. 97 La ripresa dei progetti na%ionali avvenne nei velivoli da addestramento, sia per la loro relativa semplicità, sia per gli iniziali limiti imposti dal Trattato di Pace, sia per soddisfare obiettive esigenze del mercato. La Piaggio realizzava altri due addestratori, il P148 nel 1951 (70 esemplari) e il P149 nel 1953 (75 esemplari). Di llucst'ultimo ne vennero costruiti in Germania su licenza altri 190 da parte della Focker-\'v'ulf.98 Dalla Piaggio & C. nascerà, nel 1963, la Industrie Aeronautiche e Meccaniche Rinaldo Piaggio, con lo stabilimento aeronautico di Pinalc Ligure (Savona). Il primo velivolo a reazione italiano, prodotto in serie, fu il G9l, realizzato dalla Piat nel 1956 grazie all'esperienza acquisita con la costruzione su licenza del velivolo F86K. Era dotato di un motore Orpheus costruito dalla Fiat su licenza Bristol (Gran Bretagna). Di questo aereo da appoggio tattico, vincitore nel 1958 di un concorso NATO, vennero costruiti in varie versioni oltre trecento esemplari. Altri 294 G91 R furono costruiti su licenza in Germania da un consorzio fra 1vksscrschmitt, Heinkel e Dornicr. 99 Nel 1956 l'Aeronautica Macchi avviava il programma MB326 per l'Aeronautica Militare. 100 Era il primo velivolo italiano da addestramento avanzato, dotato di un reattore Viper costruito dalla Piaggio su licenza dell'inglese Bristol. I\ stato il più grande successo dell'industria aeronautica italiana con oltre 800 esemplari costruiti in tutto il mondo. 1111 Tre paesi ne hanno acquistato la licenza: nel 1964 il Sud Africa, nel 1965 l'Australia e nel 1969 il Brasile. Non a caso l'americana Lockheed avrebbe assunto, nel 1959, una partecipazione (20%) nell'Aeronautica Macchi.1°2 Nello stesso anno la Piaggio lanciava il bimotore da trasporto leggero P166 che, con varie versioni e successivi miglioramenti, era destinato a rimanere in produzione fino ai nostri giorni. Fino al 1975 ne sarebbero stati costruiti 120. La Piaggio allestiva anche il motore GS0-480 su licenza Lycoming (USA).103 Dopo un'interruzione dovuta agli impegni connessi con l'F-104G, nel 1966 la Fiat cominciava la produzione del G91Y, una versione maggiorata del precedente e dotata di due motori. La produzione fu limitata a 68 esemplari.l(M Nel 1970 cominciava a volare il velivolo da trasporto bimotore G222, il cui studio era stato iniziato dalla Fiat molti anni prima 105 e la cui produzione venne poi eseguita dalla nuova società Aeritalia, sulla base cli un ordine dcli' Aeronautica _Militare del 1973 per 44 velivoli 111(• (le prime consegne avverranno nel 1977). Il motore P64-P4D veniva prodotto dalla Fiat su licenza Generai Elcctric (USA). In grado di operare da strisce semiprcparatc di soli 800 metri, il G222 presenta-

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va indubbie capacità, anche se le sue vendite all'estero saranno limitate. È in questo periodo che nasce l'Aeritalia, costituita nel 1969 pariteticamente dalla Finmeccanica, che apportava la Aerfcr e la Filotecnica Salmoiraghi, e dalla Fiat, che apportava la sua divisione Aviazione con l'esclusione della parte motoristica. L'Aeritalia diventava operativa dal gennaio 1972. 107 La concentrazione aveva così creato un gruppo industriale con più di novemila addetti e che copriva un'ampia gamma di produzioni aeronautiche (velivoli da combattimento, da trasporto, e<.Juipaggiamenti elettronici). La necessità di una simile operazione era già stata fatta presente, pur con molte cautele, dalla Relazione finale del 1967 del Gruppo di lavoro per l'industria aeronautica, costituito dal ministero del Bilancio e della Programmazione Economica, che suggeriva di «considerare l'opportunità di avviare e favorire tra le aziende un processo di specializzazione produttiva e di concentrazione, almeno dal punto di vista ope1·ativo».H>8 Nel 1970 i dubbi venivano sciolti nella Relazione della Commissione Interministeriale per l'industria aeronautica: <<ll primo problema ... (è) quello della struttura dell'industria. L'industria aeronautica italiana, infatti, risulta alquanto dispersa e presenta attualmente dimensioni operative e tecnico finanziarie relativamente modeste ... la ristrutturazione ... prioritaria e urgente ... consisterà nell'attuazione di idonee forme di raggruppamento e cli fusioni aziendali». u> 9 Nel 1970 volava l'addestratore SF260 della SIAI Marchetti. Si trattava della rielaborazione di un progetto precedente, che in questa nuova formulazione era destinato ad un importante successo commerciale: oltre 700 SF 260 venduti fino al 1979 e la produzione prose6>c1irà fino ai giorni nostri. 1IO Nel marzo 1969 veniva costituito il consorzio Panavia, con sede in Germania, da parte di MBB (Germania) col 42,5%, British Aircraft (poi British Aerospace) (Gran Bretagna) col 42,5% e Fiat (poi Aeritalia) col 15%. Veniva così avviata la progettazione del velivolo da combattimento MRCA Tornado, il più importante programma aeronautico europeo. Nasceva anche la Turbounion (con sede in Gran Bretagna) per la realizzazione del nuovo motore RB 199, formata dall'inglese Ro1ls Royce (40%), dalla tedesca MBB (40%) e dalla Fiat (20%). Anche per l'avionica veniva costituito un consorzio, l'Avionics Systems Engineering (Germania), a cui partecipavano i tre consorzi nazionali ESG (Germania), EASAMS (Gran Bretagna) e SIA. Quest'ultima era formata eia: Fiat (poi Aeritalia) 25%; Selenia e Fiar 25%; Sit Siemens (poi Italtel), Marconi Italiana e Montedison Elettronica (poi Si.El.) 25%; Microtecnica 25%. Nel dicembre 1975 volava a Torino il primo prototipo italiano. Nel campo elicotteristico furono tentati numerosi progetti per macchine da trasporto ed anche per compiti militari, ma non ebbero seguito sul piano industriale. Solo nel 1970, con l'avvio del programma A 109, si dava vita ad un elicot-

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tera destinato al successo. Il primo volo di questo elicottero leggero avveniva nel 1971 e, dopo il 1975, iniziavano le consegne, concentrate soprattutto sul mercato civile. Intanto, nel 1970, la Costruzioni Aeronautiche G. Agusta rilevava il 30% della SIAI Marchetti. 111 Nel 1973 l'EFIM, tramite la Breda Ferroviaria Partecipazioni, rilevava il 32% delle società del gruppo Agusta.1 12 Dall'anno seguente, con l'acquisizione del 51 % della capogruppo Costruzioni Aeronautiche G. Augusta, il settore elicotteristico entrava completamente nell'area pubblica. In campo elettronico la produzione italiana si sviluppò rapidamente, anche se limitata ad alcuni comparti. È del 1957 il primo disturbatore elettronico, denominato Cicala, della società Elettronica (costituita nel 1951), destinata a svolgere un ruolo di primo piano, a partire dagli anni Sessanta, nelle contromisure elettroniche. Nello stesso anno la Contraves Italiana avviava la costruzione delle centrali di tiro terrestri Fledermaus. In seguito saranno realizzate le Superfledermaus. Numerosi furono i radar prodotti dalla Selenia, proseguendo l'attività di Microlambda e Sindel. Per i radar navali si iniziò con quello d'inseguimento MLT, dal 1952 al 1958, seguito dallo RTN (1958-62) e, nel 1966, dalla serie Orion. Nel periodo 1955-57 fu prodotto lo MLN-IC di scoperta navale, seguito, nel 1960, dalla serie Argos e, nel 1970, dal RAN. Per i radar terrestri nel 1954-59 fu prodotto quello d'inseguimento MLT-5 e, nel periodo 1963-72, il RIS (strumentale). Dal 1961 al 1971 furono prodotti i radar di avvistamento della serie Argos, seguiti dal RAT-31S. 11 3 La SMA costruì, nel 1950, il primo radar di scoperta di superficie e di navigazione "interamente progettato e realizzato in Italia", il CFL-3-C25.t t4 Nel 1954 entra in produzione il modello 3N10, seguito, nel 1960, dalla versione 3ST7. Nei primi anni sessanta sono avviate le produzioni del radar di scoperta aero-navale SPQ-2 e dal radar di navigazione e scoperta di superficie 3ST7. Con l'inizio degli anni Sessanta la Selenia cominciò ad operare anche nei sistemi di elaborazione dati radar: nel primo quinquennio realizzò il SED navale e il SIDA per la difesa aerea. Dal 1965 al 1971 partecipò al programma NATO NADGE - NATO Air Defence Ground Environment - all'interno di un consorzio internazionale formato dalle principali industrie elettroniche.11s Nel 1969 fu la volta del sistema navale SADOC e, nel 1974, dello IPN10. È soprattutto in campo navale che le realizzazioni elettroniche, ma anche nel campo delle artiglierie e dei missili, conobbero i maggiori risultati. Nelle centrali di tiro imbarcate la San Giorgio realizzò la prima, denominata

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Argo, nel 1958. 116 Nel 1964 era la volta della NA9, seguita poi dalla NA10. Il primo sistema di difesa aerea italiano è stato il navale Albatros, realizzato dalla Selenia nel 1972 e in grado di utilizzare sia i missili americani Sea Sparrow, sia i propri Aspide. In questo periodo si realizza anche la riorganizzazione della presenza pubblica nel settore elettronico. La Nuova San Giorgio della Finmeccanica aveva scorporato, nel 1969, la Elsag-Elettronica San Giorgio. 117 11 riassetto del settore elettronico pubblico, proposto nel dicembre 1969 dall'IRI al Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, veniva approvato nel 1970. Conseguentemente, veniva operato il trasferimento sotto il controllo della Stet delle società Selenia e Elsag. 118 La Finmeccanica cedeva così le sue attività elettroniche, conservando però una partecipazione minoritaria (21 % in Selenia e 49% in Elsag) e, grazie ad Aeritalia, una certa presen:rn nel comparto degli apparati di bordo. Nel 1973 la Raytheon (USA) usciva dalla Selenia e la Stet arrivava a detenerne la maggioranza assoluta del capitale sociale (67%). La ripresa dell'attività nel campo dei cannoni avvenne per l'Oto-Melara nel 1953, con l'avvio della produzione dei complessi binati da 102/ 46 per le fregate venuezelane e indonesiane ordinate all'Ansaldo. 119 12 proprio nel campo dei cannoni navali che l'Oto-Melara consegue i maggiori successi, tutti basati sugli ordini iniziali della Marina. Il primo fu il 76/62, realizzato nel 1962 nella versione MM e, nel 1966, in quella Compatto, in cui il peso era stato ridotto da 14 a 7.5 tonn.: utilizzando soprattutto "l'esperienza acquisita nella lavorazione delle leghe leggere con l'Ml 13". 120 Di questo cannone verrà ceduta, nel 1971, la licenza alla US Navy (sarà costruito dalla FMC-Northern Ordinance Division) e, nel 1973, alla spagnola Empresa Nacional Bazan. 121 Il secondo fu il 127 /54, il fratello maggiore del 76/62, messo a punto nel 1967. Il terzo fu una coproduzione fra Oto e Oerlikon (Sviz:,,,era) per il binato antiaereo da 35 mm, operativo dal 1974. Per i siluri lo sviluppo di prodotti italiani cominciò, invece, solo alla fine degli anni sessanta quando fu messo allo studio da parte della Whitehead Motofides il siluro pesante filoguidato A184, destinato ai nuovi sottomarini classe Sauro e ad unità di superficie. Al principio degli anni settanta fu avviato anche il progetto per il siluro leggero A244 per unità di superficie e velivoli ad ala fissa e rotante.122 Nel campo missilistico l'attività venne iniziata dalla Contraves Italiana col missile terra-aria Indigo, messo allo studio nel 1962. Due anni dopo fu avviata anche una sua versione navalizzata con compiti antinave, denominata inizialmente Nettuno e poi Sea Killer MKl, seguita, nel 1965, dalla versione Nettuno poi Sea Killer MKz.123 Nel 1967 venne costituita la Sistel-Sistemi Elettronici, in cui veniva concentrato l'anno seguente il ramo missilistico della Contraves. 124 L'ormai prossima

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conclusione di un contratto di fornitura all'Amministrazione Difesa poneva il problema della sua gestione. «Il pieno sfruttamento di tale successo potrà ottenersi attraverso un maggiore sforzo finanziario per il completamento e l'ulteriore sviluppo degli studi stessi nonché con un esteso appoggio dell'iniziativa da parte di importanti complessi industriali. A tale scopo la Contraves Italiana ha concordato con due complessi industriali e finanziari di primaria importanza nazionale la costituzione di una nuova Società. 1~ inoltre previsto il prossimo ingresso nella Sistel di un terzo importante cornplesso». 125 In realtà alla fine parteciperanno alla Sistel cinque gruppi: Contraves It., Finmeccanica, Montedison, Snia Viscosa, Fiat. Non sfuggiva, infatti, ai principali gruppi industriali italiani l'importanza che questo comparto andava assumendo in tutti i paesi. Da questo momento le strade dei due progetti ex Contraves si dividevano. Il missile Indigo, inserito nel sistema MEI e montato su un semovente per la difesa antiaerea delle unità corazzate, veniva sviluppato fino al 1976, ma, pur conseguendo significativi risultati, era destinato a rimanere alla fase di prototipo. Il Sea Killer, invece, entrava in produzione grazie ad un contratto del 1968 con l'Iran. Lo sviluppo della sua versione eliportata Marte, di maggiore interesse per la Marina Militare, era destinato ad accusare un forte ritardo che si protrarrà fin dopo la fine del decennio. In questo periodo due altri gruppi privati italiani, oltre a Fiat, rafforzano la loro presenza nel settore militare. La Montedison costituiva, nel 1969, la Montedel - Montecatini Edison Elettronica, attraverso la fusione delle tre controllate Elmer - Elettronica Meridionale (la Edison era entrata nel 1962 nell'allora Scialotti, fondata nel 1958, che avrebbe assunto, nel 1966, la denominazione Elmer), OTE - Officine Elettromeccaniche Toscane - e Laben - Laboratori Elettronici e Nucleari. 126 La Montedison controllava inoltre le Officine Galileo e, nel 1970, risultava controllare il 35% della Sistel, quota che salirà al 55% nel 1975. 127 Per circa un anno, fra il 1973 e il 1974, aveva detenuto, tramite la SIFI, il 30% della SMA. 128 A parte, va poi tenuto presente che la 1fontedison era arrivata a controllare, negli anni 1974-197 5, una quota rilevante (più del 40%) della Snia Viscosa. 129 La Snia Viscosa incorporava, nel 1968, la BPD per risolvere i suoi problemi dimensionali e finanziari in modo da dare, secondo gli amministratori, «alle sua attività tradizionali quello sviluppo che oggi non è possibile, almeno con i mezzi a disposizione». 130 In seguito alla fusione la Soia Viscosa partecipava alla SIPE (72 %) nel campo degli esplosivi (trasformata in SIPE-Nobel, nel 1972, passerà completamente alla Soia) e alla SIGME (33%). In quello stesso anno acc.1uistava poi un terzo della Simmel. 131 Nel 1974 diventava operativo il missile antinave superficie-superficie

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Otomat, frutto della collaborazione fra l'Oto-Melara e la francese Matra. Le due versioni differivano nel sistema di guida: in quella italiana era stato sviluppato dalla Marconi Italiana 132 e il radar era della S~1A. Questo missile, destinato ad una larga diffusione anche sul mercato internazionale, rappresentava «un ulteriore passo avanti dell'industria spez:dna nell'allargamento del proprio ventaglio produttivo, che già si era esteso dal campo navale al campo terrestre e che, in questo modo, entrava in quello elettronico». 133 Nel 1975 cominciavano le prove a fuoco del missile Aspide della Selenia, il cui studio era stato avviato all'inizio del decennio. Si trattava di un missile multiruolo destinato ad essere, in seguito, adottato da tutte e tre le Forze Armate e da molti altri paesi. Il suo primo utilizzo avverrà nel sistema Albatros della Marina militare. Come vedremo, questi risultati in campo navale erano strettamente collegati alla riconosciuta validità delle navi italiane, realizzate con l'apporto determinante della Marina. L'adozione di un determinato equipaggiamento da parte sua, contribuiva fortemente all'esportazione dei prodotti più validi. Viceversa, nel campo dei sottomarini la lenta ed incerta ripresa delle costruzioni comportò il mancato sviluppo anche degli equipaggiamenti di bordo. La ripresa delle costruzioni militari (escludendo le ricostruzioni di navi precedenti e le unità minori) avveniva con l'impostazione, nel 19 51-52, dei due caccia Indomito e Impetuoso, rispettivamente nel cantiere Ansaldo di Livorno e nei Cantieri del Tirreno di Riva Trigoso; saranno consegnati alla Marina nel 1957. Altri due avvenimenti contribuirono a rilanciare la cantieristica militare in quegli anni: un'importante commessa del Venezuela ai cantieri Ansaldo di Livorno (6 fregate consegnate nel 1956) 134 e l'avvio del programma OSP a partire dal 1953. Quest'ultimo coinvolse: Navalmeccanica di Castellammare, 3 corvette classe Airone per la MM e 1 per la Danimarca, 1 cacciatorpediniere di scorta per il Portogallo; Cantieri Navali di Taranto, 2 fregate classe Centauro per MM e 1 corvetta per la Danimarca; Cantieri del Tirreno di Riva Trigoso, 2 corvette per la Danimarca; Cantiere Navale Breda di Marghera, 1 corvetta per l'Olanda. 135 Due altre fregate saranno completate nel 1957-58 a finanziamento nazionale: Centauro (Livorno) e Canopo (Taranto). Un'altra commessa estera fu acquisita nel 1954 dai cantieri Ansaldo di Llvorno: 2 corvette (analoghe alla serie OSP, ma migliorate) e 2 cacciatorpediniere di scorta (miglioramento del tipo venezuelano) per l'Indonesia. 136 Fu questa l'ultima vendita all'estero fino a1 1975. Nel 1956 i Cantieri del Tirreno vincevano la gara per la costruzione del cacciatorpediniere Impavido e, nel 1957, quella per l'incrociatore Andrea Doria da seimila ton. m

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Altre due analoghe u111ta vennero assegnate all'Ansaldo (Intrepido) e alla Navalmeccanica (Duilio), provocando una dura ed inusuale protesta del gruppo Piaggio. 138 La dispersione delle commesse, infatti, comportava non pochi problemi economici e di continuità produttiva; solo per le unità maggiori, in questo decennio furono attivi ben 6 cantieri. Col 1957 veniva avviato il programma per 4 fregate classe Bergamini: 3 alla Navalmeccanica e 1 ai CRDA di Monfalcone (inizialmente assegnata ai Cantieri Navali di Taranto), che rappresentava il ritorno del cantiere triestino di riorganizzazione, all'attività militare. Nel 1959 l'IRI decideva di scorporare la cantieristica dalla Finmeccanica per costituire un nuovo gruppo settoriale, la Fincantieri, che diventava operativa l'anno seguente. 139 Ne facevano parte: Navalmeccanica, Ansaldo, CRDA e la OCRNT, che aveva rilevato i Cantieri Navali di Taranto in liquidazione.t4o Nel 1962-63 venivano impostate 4 corvette classe De Cristofaro, derivate dalle Airone (2 a Livorno, 1 a Riva Trigoso e 1 a Monfalcone) e la fregata Alpino (Riva Trigoso), seguita, due anni dopo, dal Carabiniere, che saranno ultimate nel 1968. Con il 1964 riprendeva l'attività anche in campo subacqueo, con l'impostazione nel cantiere di Monfalcone del primo di 4 sottomarini classe Toti. L'unica esperienza precedente di questo dopoguerra era stata la ricostruzione del Bario che, varato a Monfalcone nel gennaio 1944, era stato in seguito ristrutturato e modificato presso i Cantieri Navali di Taranto. Ribattezzato Calvi, era stato consegnato nel 1961, ma i risultati non furono soddisfacenti. Si decise così di creare una linea di allestimento dei sottomarini a Monfalcone. Nel 1965 veniva avviata la costruzione dell'incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto da 9.500 ton. presso i cantieri di Castellammare. Derivato dalla classe Doria e con una componente clicotteristica potenziata, è stata la prima grande nave costruita in Italia nel dopoguerra. «Alla fine del 1965 le due società Cantieri del Tirreno e Cantieti Navali Riuniti vengono fuse, dando luogo ai Cantieri Navali del Tirreno e Riuniti, utilizzando le agevolazioni della legge 18 marzo 1965, n. 150 che favorisce le concentrazioni industriali».141 Nel 1966 il processo di concentrazione della cantieristica compie un ulteriore passo avanti con la nascita dell'ltalcantieri. La situazione del settore, più che altro per la parte civile, si era aggravata cd i suoi nodi erano giunti al pettine. Nella Relazione della Cornmissione Interministeriale di studio per i cantieri navali, istituita nel 1965, si sosteneva: «J\ opinione della Commissione che un processo di razionaliz;rnzione dell'industria cantieristica nazionale non possa prescindere da operazioni di concentrazione aziendale e produttiva».142 Il piano presentato dalla Fincantieri, e approvato dall'IRI, era complessivamente condi-

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viso, con l'esclusione della proposta di chiusura del cantiere del Muggiano dell'Ansaldo. Mentre l'ltalcantieri veniva a controllare i cantieri di Sestri Ponente (Genova), cli Monfalcone e cli Castellammare, quelli di Livorno venivano costituiti in società autonoma (Cantieri Navali Luigi Orlando), cessando ogni attività militare, e (Juelli di l'viuggiano restavano in carico alla vecchia Ansaldo; poi, nel 1971, diventavano società autonoma con l'omonima ragione sociale. 143 Nel 1968 iniziavano i lavori per due nuovi caccia: Audace (Riva Trigoso) e Ardito (Castellammare). Con la consegna di quest'ultima unità, nel 1973, si chiuderà l'attività militare anche del cantiere napoletano. Nel 1974, infine, venivano avviati gli ultimi progetti: la prima di quattro fregate classe Lupo a Riva Trigoso e il primo di due sottomarini classe Sauro a Monfalcone. L'anno seguente veniva assegnata al Cantiere Navale Muggiano la costruzione di c1uattro corvette per la Libia e una nave logistica. Veniva, inoltre, assegnata dalla Marina una commessa per sei aliscafi. Questi ultimi continuano l'esperienza, iniziata nel 1971, dello Sparviero, costruito dalla Alinavi di La Spezia con la collaborazione dell'americana Boeing. 144 Si trattava di un'unità molto sofisticata perché univa un'alta velocità con la capacità di lanciare missili superficie-superficie e di utilizzare il cannone di bordo. La Fincantieri rilevava, nel 1973, i Cantieri Navali del Tirreno e Riuniti, dopo tre anni cli "liquidazione speciale" in seguito alla crisi verificatasi nel 1970, trovandosi così a controllare tutti i maggiori cantieri italiani, 145 con l'esclusione del Breda di Marghera (fino al 1969 gestito dall'EFIM su mandato fiduciario insieme alle altre partecipazioni ex FIM e poi passato alla Finanziaria E. Breda). 146 Tornati ad una delle vecchie denominazioni, i Cantieri Navali Riuniti erano destinati a diventare, in stretto collegamento col Cantiere Navale del 1'Iuggiano (dal 1972 sotto il diretto controllo della Fincantieri), l'asse portante della cantieristica militare italiana per le unità cli superficie. Il cantiere di Riva Trigoso dei CNR, infatti, ristrutturato per adeguarlo alla "tecnica modulare", si sarebbe occupato della Costruzione, mentre al Muggiano sarebbe stato curato prevalentemente l'allestimento. 147 «Concentrazione e rafforzamento della mano pubblica sono in questo periodo le caratteristiche salienti anche del comparto navale. Diverso, tuttavia, ne è il segno: se infatti il motore della ristrutturazione è, nel campo aeronautico come in quello cantieristico, il mercato internazionale, nel primo caso si tratta, da parte dell'industria italiana, di un tentativo di aggancio a un settore in espansione; nel secondo, della necessità cli fronteggiare una crisi che ha proporzioni mondiali». 148 E, infatti, pur risolvendo in questo modo il problema della cantieristica militare, resteranno aperti tutti gli altri. Nel campo dei mezzi terrestri vi sono stati pochi progetti nazionali di rilievo in questo periodo.

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Il primo è stato l'obice leggero 105 / 14 progettato nel 19 56 dal direttore dell'Arsenale di Napoli, ten. col. Fuscaldi. 149 Fu prodotto inizialmente anche dagli Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli per l'Esercito, ma, alla loro chiusura, nel 1958, la produzione proseguì solo all'Oto-Melara. 150 Questo pezzo era destinato ad incontrare un enorme successo commerciale e a rimanere in produzione per più di trenta anni. La Finanziaria E. Breda dell'EFIM rilevava dalla Finmeccanica, nel 1973, l'Oto-Melara, come contropartita per la cessione delle sue attività nucleari. 151 Pur casuale, questo passaggio consentiva l'inserimento in un gruppo che, attraverso la Breda Meccanica Bresciana, già operava nel settore degli armamenti e portava conseguentemente ad una maggiore integrazione e razionalizzazione dell'attività. Nel 1968, inoltre, la Finanziaria E. Breda aveva già acquisito, tramite la controllata Breda Fucine, un terzo della Simmel, operante nel munizionamento d'artiglieria e nelle "catenarie" per mezzi cingolati. 152 Nel 1974 avrebbe poi acquistato da una controllata della Montedison una partecipazione minoritaria, ma significativa (30%) nella S:NlA. 153 A cavallo del 1970 la Fiat, che fino ad allora si era limitata al settore dei veicoli da trasporto militari, ritornava ad avvicinarsi al mercato della Difesa. Il primo risultato fu il blindato ruotato per trasporto truppe 6614, seguito, nel 1972, dall'autoblindo da ricognizione 6616, in collaborazione con la Oto-Melara (per la parte torretta ed armamento). Entrambe cominciarono ad essere prodotte verso la metà degli anni Settanta nello stabilimento di Bolzano della Lancia Veicoli Speciali del gruppo Fiat, 154 che era stata scorporata nel 1972 dalla Lancia (acquisita nel 1969). Nel 1969 acquisiva una partecipazione (35%) nella Telettra. Nel 1974 veniva scorporata la Fiat Veicoli Industriali (compresa la OM che era stata assorbita ancora nel 1968) e, l'anno seguente, veniva costituita l'Iveco (Olanda) che controllava: FIAT V.I., Lancia V.S., Unic (Francia) e Magirus (Germania). Complessivamente al termine di questo periodo la FIAT controllava queste partecipazioni: Aeritalia 50%, CGE 20%, Fabbrica Italiana Magneti Marelli 89%, Fratelli Borletti 33% (indirettamente il 50%; vi era entrata negli anni Cinquanta), Iveco (tramite la IHF, Svizzera), SIGME 33%, Sistel 20%, Telettra 35%, Whitehead Motofides 100%. La FIAT continuava, inoltre, direttamente la costruzione di propulsori aeronautici (solo nel 1976 sarebbe stata costituita un'apposita società, la FIAT Aviazione). 155 Nelle artiglierie antiaeree, numerose sono state le realizzazioni nei calibri dai 20 ai 35 mm, a partire dagli anni Sessanta, della Oerlikon Italiana (fondata nel 1949 dalla Oerlikon Burle svizzera). Il suo stretto legame con la casa madre svizzera non consente però di scindere l'attività nazionale. Il 1975 vedeva, infine, l'avvio del programma europeo per l'obice trainato

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1vlicbele No11es

FI-I70, realizzato da Rheinmentall (Germania), Vickers (Gran Bretagna) e OtoMelara.

Le "leggi promozionali" li punto di svolta dello sviluppo delle capacità tecnologiche e industriali italiane è costituito dalle "leggi promozionali" varate a metà anni Settanta. I precedenti tentativi di assicurare una minima programmazione degli investimenti della Difesa erano falliti soprattutto per l'impossibilità di poter contare su un quadro finanziario pluriennale sufficientemente stabile. Nel frattempo era, però, cresciuta la complessità degli equipaggiamenti militari, che richiedeva più anni per il loro sviluppo e volumi produttivi adeguati a sostenere le crescenti spese di ricerca e sviluppo. Ma erano cresciute anche le esigenze di rinnovamento dei mezzi delle Forze Armate per i ritardi accumulati nella normale pianificazione dell'ammodernamento. Questo spinge «gli Stati Maggiori, sostenuti dai rispettivi comparti industriali, ad abbandonare la pianificazione interforze e a richiedere nuovamente finanziamenti speciali per i programmi maggiori». 15(, La prima a muoversi fu la Marina che nel 1973 pubblicò un suo "Libro Bianco" a supporto delle sue richieste di rinnovamento della flotta. 157 A seguire saranno pubblicati nel 1975 il "Libro Verde" dell'Esercito e il "Libro Azzurro" dell'Aeronautica. 158 Da questa iniziativa nascono due iniziative: la prima, che si articolerà nelle tre "leggi promo1/.ionali" del 1975-77 (n. 51 /1975 per la Marina, n. 38/1977 per l'Aeronautica e n. 372/1977 per l'Esercito), la seconda che riguarderà i programmi AM-X, EH 101 e CJ\TRlN (n. 456/1984). Le tre "leggi promozionali" «formalmente non disponevano uno stanziamento straordinario, bensì uno "pluriennale": in sostanza "vincolavano", nei 1O bilanci 1975-84 e 1977-86, rispettivamente 1.000, 1.265 e 1.115 mld ... per il finanziamento dei programmi associati». 159 Non erano, quindi, fondi aggiuntivi, ma solo indicazioni vincolanti per la pianificazione. In realtà il costo dei tre interventi fu molto più elevato. Il loro completamento è via via slittato, fino ad occupare quasi venti anni e la lunghezza dei programmi favorì numerose modifiche con relativi incrementi dei costi. A questo si aggiunse l'inflazione e la fluttua1/.ione dei cambi (fattore che incideva per circa un terzo del valore dei mezzi). Di conseguenza secondo il gen. Mayer, autorevole studioso del bilancio della Difesa, «al 1° gennaio 1989 gli impegni di spesa erano saliti a 29.243 mld di lire '91».I(,o Se, quindi, da un lato le "leggi promozionali" ebbero il grande merito cli i

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richiamare l'attenzione del paese sull'inadeguatezza degli equipaggiamenti delle Forze Armate e sulla necessità di uno sforzo straordinario per colmare il ritardo, dall'altra rivelarono alcune debolezze strutturali della nostra pianificazione finanziaria. Esemplare è la mancanza di un meccanismo di rivalutazione monetaria nella legge per la Marina, così come la ricordata mancata tutela contro la fluttuazione elci cambi. Lo stesso ministro della Difesa Lagorio, presentando nel 1983 la proposta di un nuovo intervento straordinario sostiene: <<l~c leggi promozionali, infatti, non hanno avuto l'effetto desiderato in quanto "sfasate" nel tempo rispetto alle esigenze reali».1c,1 Certamente però vi fu alla base un'ampia, e forse voluta, sottovalutazione dei costi, al fine di far rientrare una così grande quantità e varietà cli mezzi che di fatto vincolò le scelte degli anni successivi. 162 In ogni caso fu dato uno straordinario impulso alla nostra industria che, su questa base, riuscì poi a conseguire importanti successi sul mercato internazionale, come nel caso di: fregate classe Lupo e Maestrale, sistema missilistico navale aria-superficie Marte e superficiearia Albatross, radar navali, elicottero imbarcato AB212, velivolo da addestramento MB339. Nell'ambito delle "leggi promozionali", il programma più importante è stato quello del velivolo MRCA Tornado per l'Aeronautica. Gli altri programmi si sono svolti, infatti, su base nazionale e, pur avendo consentito, un significativo balzo in avanti delle capacità tecnologiche ed industriali italiane, non hanno avuto l'impatto del Tornado. Il Tornado è il primo grande programma europeo per realizzare un velivolo complesso su base internazionale. Per la prima volta l'industria inglese si univa a quella tedesca cd italiana per progettare, sviluppare e produrre un velivolo tecnologicamente avanzato. Altra particolarità era quella di basare l'attività su tre centri di assemblaggio e integrazione nazionali, mentre la produzione delle parti veniva distribuita sulla base ciel principio della single source. In altri termini, ciascun paese accettava cli legarsi inscindibilmente agli altri per la durata dell'intero programma, compreso il supporto logistico. Considerando che fin dall'inizio questa durata poteva essere stimata superiore ai trenta anni, è evidente la scelta strategica di questi paesi verso un rafforzamento dei loro legami politici, militari e industriali. In realtà, la vita di questo velivolo si sta allungando ulteriormente, puntando a superare i quaranta anni, sia a causa dei ritardi inizialmente accumulati, sia per la capacità di crescita tecnologica del velivolo, sia, infine, per la necessità di contenere la spesa pubblica e quella militare. Il bilancio della partecipazione italiana è stato completamente positivo: «Il programma Mrca ha offerto all'industria nazionale l'opportunità di approfondire e risolvere problemi tecnologici del tutto nuovi, sia per azione diretta che indi-

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Michele Nones retta: questa, attraverso la collabomzione internazionale, consente di sfruttare le esperienze ed avere a disposizione i dati tecnici, inclusi i disegni costruttivi, le procedure di costruzione, ecc. elaborati od attuati negli altri paesi partecipanti al programma». 163 Nel caso, invece, della legge per il velivolo AM-X, l'elicottero medio-pesante EH101 e il sistema campale di trasmissioni e informazioni CATRIN, l'obiettivo era quello di sostenerne i costi di ricerca e sviluppo per un totale di 996 miliardi di lire (rispettivamente 470, 300 e 226 per i tre programmi). Anche in questo caso si verificherà una forte sottovalutazione dei costi al punto che il bilancio consuntivo è: 1.030 mld di lire per l'AM-X, 660 per l'EH101 e 990 per il CATRIN, per un totale di 2.680 mld di lire, pari a 1380 milioni di euro, con un incremento del 170% sulle previsioni. Inoltre, il programma CATRIN non è stato completato interamente e solo l'elicottero EH101 si è dimostrato perfettamente in grado di soddisfare le esigenze delle Forze Armate e, in più, si è trasformato nel principale successo commerciale dell'industria italiana. Secondo uno studio condotto su commesse pubbliche e innovazione tecnologica all'inizio degli anni Ottanta «le leggi promozionali hanno avuto un effetto rivatilizzante per l'industria militaresca perché una domanda qualificata è stata inserita in un piano pluriennale, sia per una maggiore speditezza nelle procedure, sia ancora perché le imprese interessate hanno potuto usufruire non solo di un high technology pull, ma anche (parzialmente) di un high technology pt1sh in quanto ai finanziamenti pubblici diretti si sono sostituiti gli apporti finanziari dei gruppi pubblici (e privati) all'interno dei quali la maggior parte delle imprese stesse opera». 164 A partire da questo momento l'industria italiana comincerà a vivere una stagione di profondi cambiamenti, che la porteranno nel giro di venti anni a diventare un importante attore europeo. Non sarà, come sempre nella storia industriale, un processo lineare. A brevi cicli di espansione, legati alle più importanti commesse nazionali e a qualche significativa commessa internazionale, si alterneranno momenti di stallo, ma la tendenza resterà complessivamente positiva. In due soli momenti nasceranno dubbi sulla sua tenuta. Alla fine degli anni Ottanta quando, a seguito delle polemiche su alcune attività esportative, si verificò di fatto un blocco delle vendite all'estero con forti danni economici e sul piano dell'affidabilità dell'Italia come fornitore. Bisognerà aspettare l'entrata a regime della legge 185/90 per tornare a poter offrire un quadro di certezze, pur con notevoli limiti operativi, all'industria italiana e al mercato internazionale, ma i (Juasi cinque anni di sostanziale blocco lasciarono tracce profonde nelle capacità esportative italiane. All'inizio degli anni Novanta quando, a seguito dello scioglimento dell'Efim

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del 1992, le aziende del gruppo (Oto-Melara, Breda Meccanica Bresciana, Agusta, Siai Marchetti, Officine Galileo) rimasero congelate per un biennio e la cui immagine fu messa a repentaglio nonostante fossero le uniche a non essere coinvolte nel disastro finanziario dell'ente pubblico. Bisognerà aspettare il loro passaggio in ambito Finmcccanica e la successiva riorganizzazione del gruppo per superare questo difficile momento. In una conferenza, tenuta al Centro Alti Studi Militari nel 1966, l'avv. Agnelli, allora Amministratore Delegato della Fiat, sosteneva: «... cade qui opportuno sottolineare come sia fondamentale necessità dell'economia italiana ccl europea procedere speditamente sulla via cli razionalizzazioni strutturali e settoriali... Oggi i fenomeni di concentrazione e fusione sono diffusissimi in tutti i paesi evoluti e in primo luogo negli Stati Uniti, mentre procedono ancora a rilento in Europa, e lentissimamente in Italia. Eppure proprio oggi bisogna rendersi conto che, almeno nei settori produttivi più dinamici, le imprese non possono più strutturarsi sul piano nazionale ... Per altri settori il piano di razionalizzazione strutturale può passare per la via cli una accentuata specializzazione delle varie industrie nazionali nel quadro di una stabile e stretta collaborazione europea. Tipico è qui il caso delle produzioni aeronautiche ... ». 165 Ci sono voluti più cli venticinque anni perché questo cominciasse a verificarsi ed è un ritardo che continua a pesare. Ma, anche se il processo cli razionalizzazione e rafforzamento delle aree cli eccellenza tecnologica e produttiva non è sicuramente concluso, così come non lo è quello di internazionalizzazione, sono stati compiuti importanti passi avanti in questa direzione e si sono poste le basi per fare dell'industria della Difesa uno degli asset tecnologici e industriali del nostro Paese.

Note 1 M. Ilardi, NHovi domt11enti .rlfgli interventi tedeschi 11e/l'indHshia ilflliana tm il 194 3 e il 1945 in I/ Movimento di Liherazjone in Italia (Ist. Naz. per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia), gennaio-marzo 1972, 91; M. Nones, L'i11dlf.rhia 111ilitare ÙJ Ligmi(I dal 1945 al 1975 in St01ia Co11te1t1poranea, ottobre 1986, 833, 836, 845. 2 J. P. Baxter, I ,a scienza in lotta col tempo, Bompiani, Milano, 1950, 9. 3 G. W P. 1-Iallgarten, Sto,i(I dell<1 corsa agli am1a111enti, Editori Riuniti, Roma, 1972, 147 ss.; W H. McNeill, Caccia (Il potere,tecnologia, ar1J1i, realftÌ sociale da/l'mmo J..1ille, Fcltrinelli, l\tiilano 1984, 292 ss.; F. Galanzino, Le nHove ar1J1i in Rivista 1\tfilitare, febbraio 1948, 115; P. Ardizzi Zavattaro, 'Jèmologia 111ilitare, in A/ere F/a1JJ1t/(/1JJ, nov.-dic. 1968, 855 ss.; AA. VV., EvolHzjone nel tempo degli <ll'lll<lt11e11ti terreshi e Slf<I ùifl11enz(/ sulla dotttina di impiego nelle V<nie epoche in Rivista Militare, ottobre 1969, 1253 ss.

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Michele Nones L. Villari, Il ct1pitalis1110 italiano nel Novecento, 2 volumi, Laterza, Bari, 1975, 2. 5 Le Relazioni dei Consigli di Amministrazione sono indicate come « Rei. », seguito dal nome della Società, dalla data dell'Assemblea dei soci in cui è stata esaminata o, in sua assenza, dall'Esercizio finanziario di riferimento e dal numero della pagina quando indicato (la maggior parte delle Relazioni di l1uesto periodo sono dattiloscritte). Sono stati ricevuti dalle Società o sono stati consultati presso le sedi sociali i seguenti Bilanci, per gli Esercizi significativi ai fini di c1uesto lavoro: Aeritalia, Ansaldo (Archivio Storico Ansaldo), Aviofcr Breda (ex Breda Fcrrov. Part.), EFIM, Cantieri Navali Riuniti (ora Pincanticri), rìlsag, Fiat, Finanziaria Ernesto Breda, Pincanticri, Finmeccanica, IRT, Italcanticri, Monteclison, Nuova San Giorgio (ora Savio), Oto Melara, Selenia, SIAI Marchetti, Snia Viscosa, Stet, Vitroselcnia. I Bilanci di altre società sono stati consultati presso le controllanti: Acrfcr, INAM, Microlambda, (Pinmcccanica); Cantiere Navale Muggiano, CRDA, Navalmeccanica (Fincanticri e lRl); Breda Meccanica Bresciana (Finanz. E. Breda); Stabilimenti i\frccanici di Pozzuoli (IRI). I Bilanci di queste Società sono stati consultati presso le Cancellerie Commerciali dei Tribunali: Aeronautica Macchi, FlAT, Fratelli Borletti, Marconi Italiana, Marconi Soc ind., Ocrlikon Italiana (Milano); BPD, Contraves Italiana, Elettronica, Elmer, tviontedel Scialotti, SIGME, Sistel (Roma); Costruzioni Aeronautiche Giovanni Agusta (Busto Arsizio Varese); Cantieri Navali riuniti (prima gestione), Cantieri del Tirreno, Cantieri Navali de Tirreno e Riuniti, Industrie Aeronautiche e Meccaniche Rinaldo Piaggio, Piaggio & C. San Giorgio (Genova); Lancia, Microtecnica (forino); ] ,ancia Veicoli Speciali (Bolzano) Officine Galileo, SMA (Firenze); Whitchead Motofides (Livorno). 6 l~ Saraceno in Nlinistero dell'Industria e del Commercio, L'l.rtit11to per la Ricostmzione Ind11st1iale - IRI, a cura di Vittorio Ugo Ristagno, 3 volumi, Utet, Torino 1955, 3-67. 7 Ibide111, 379. 8 Rei. Finmeccanica, 29 novembre 1951, 23 ss. 9 M. Nones, L'indust,ia 111ilitare in Ligmia dal 1945 t1I 1975 cii., 1986, 842. IO P. Bairati, Vt1l!et!t1, Utet, Torino, 1983, 156. 11 Rei. Fiat, 30 gennaio 1947, 3. 12 CGIL - Confederazione Generale Italiana del Lavoro, Stmlt11m dei monopoli indushiali in Itt1lia, Progresso, Roma 1949, 250. 13 V Castronovo, Gilt1rdini 1905-1985. Sto1it1 di 1mgmppo ind11sl!iale, e.f.c., Gilardini, Torino, 1985, 104. 14 V. Castronovo in AA.VV., La Bredt1. Dalla Societrì Italiana /!mesto Breda alla Fi11t111zit11it1 Eme.rio Breda 1886- 1986, Pizzi, J\,filano, I 986, 20. 15 Rei. Soc. Ital. E. Breda, 11 maggio 1946, 2. 16 L. Alzona, L'EFIM. Profilo di 1111 ente t1 partecipazione statale, Franco Angeli, 1975, 21. 17 P. Sette, La Breda al gi11gno 1951. Est1111e dellt1 situazione. Proposte di provvedi111e11ti, Relazione ciel Commissario Straordinario, Milano 30 maggio 1951; Rei. Soc. !tal. E. Breda, 14 luglio 1952. 18 M. Nones, L'i11d11st1it1111ilitare in Lig111it1 dal 1945 t1I 1975 tit., 823, 833. 19 Ibide111, 836, 845. 20 M. Noncs, Dt1/la San Gim;gio ct!l'El.ftlg. Da gm11de gruppo 111ecca11ico ad indusltia eletlro11ict1 c111t111zff!a (1905-1969), Franco Angeli, Milano, 1990, 161. 21 G. Pescosolido in AA. VV., A1111ali dell'eco110111ia iMliana, IPSOA, Milano, 1982, 10/2-99. 22 P. Macchione, L'Aero11a11/ica Macchi. Dalla legge11dt1 alla sto,ia, Angeli, Jvlliano, 1985, 271 ss. 23 E. Gazzo, I cento a1111i dell'Amt1ldo 1853-1953, Ansaldo, Genova, 1953, 545 ss.; G. Giacchcro, Genova e Lig111ia 11ell'etcì crmtc111/Jora11ea, Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, I cd., Genova, 1970, 761 ss.; P. Rugafiori in AA.VV., La 1icostmzio11e 11el!t1 gm11de i11rl11sl!it1, Dc Donato, Bari, 1978,

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Repubblica e F01ze Armate 385 ss.; l'vL Doria, Le stm//11re e /'evol11zio11e dell'A11sa/do, in G. ;-.fori (a cura di), Sto,ia dell'A11saldo 7. Dal dopog11erra al lllimcolo ecoJ10111ico I 945-1962, La terza, Bari, 2000, 28 ss. 24 S. Vento in AA. VV., li t1it11(1!,0lo i11dHshia/e tra 1irostmzioJ1e e lotta di classe 1945-1948, Fcltrinelli, Ì\,IiJano, 1974, 105 ss. 25 P. Ruga fiori in AA. VV., // t1iaJ1golo iJ1dH.rhiale Ira 1icostmzjoJ1e e lotta di classe 1945-1948, Fcltrinclli, Milano, 197 4, 17 ss. 26 S. Levi in AA. VV., li llù111golo i11d11shiale tm 1icostmzio11e e lotta di classe 194 5-1948, Feltrinelli, !\,filano, 1974, 221; G. Gabrielli, Una vita per l'aviazione, Bompiani, Milano, 1982, 102 ss.; P. Bairati, op. cii., 156 ss. 27 S. Spreafico, U11'i11dushia, lllhl àttd. Cù1qHr111t'a1111i alle C?JjìciJ1e R1;_1?,gir111e, 11 Mulino, Bologna, 1968, 299 ss. 28 P. Macchione in AA. VV., I -11 siJ1dacalizZf1zioJ1e d(ffeci/1,, Vangclista, i'vlilano, 1982, 271. 29 G. Pescosolido, op. cii., 100 s. 30 E. Boncssa, Alc11J1i aspetti dd /Jroble111a del!'iJ1r!Hshia aero1h111lim itt1!ia11a in Rivis/(1 di Politica Eco110111ica, ottobre 1953, 1011. 31 E. Albanesi, Ripresa dell'iJ1d11st1ia aero11a11tica 11t1zio11ale dopo il secoJ1do co11flitto 1110J1diale in Rivista AerOJ/(lll/ic(I, numero speciale marzo 1959, 508. 32 E De Stella (pseud. di .I<:. Pellegrini), L'ind11st1ia aerOJ/tllllica ili ltt1!it1 in Documenti Il. 24, 1969, 32 s. ·'-' R. Pacciardi, Disc01:ri /!l'OJ/lllltÙ1li t1! Senato e al/(/ Ca111em dei Dep11tali .ml/o stato di prevùio11e della sjJeS(I del 111ù1istero della Difesa pergli esenizijì11(/J1zia1i 194849 e 1949-50, ministro della Difesa - Gabinetto, Roma, 1950, 11. 34 Ibidem, 51. 35 A. Caccia Dominioni, Sit11azioJ1e eprevedibile svil11ppo dell'i11dmt1ir1 italit111a degli esplosivi, Conferenza al Centro Alti Studi Militari, Roma 25 gennaio 1952, 5. 36 M. Nones, L'evol11zio11e de//'i11d11st1it1 eletlro11ica per /(I rlijès(/ in Rivisiti Aero11a11tica, marzo-aprile 1985, 14; inoltre AA. VV., 01z1!/11i e sviluppi i11d11s/ii(l/i i" Italia del mdt1r di 11avigazioJ1e, trascrizione interventi alla Tavola Rotonda promossa dalla Sclesmar. Firenze, 3 dicembre 1982; U. Tiberio, La gHerm elettronica ie,i e oggi. U11 1icedisliibHtore a11timd(/r ilaliaJ10 del 42 in Rivista lv!mitti111a, novembre 1976, 73 ss.; U. Tiberio, Ricordo del p1i1110 radar 11r1vt1!e ilalia110 in Rivista 1v!mitti111a, dicembre 1976, 17 ss. 37 ANIE - Associazione Nazionale Industrie Elettrotecniche cd Elettroniche, RelazioJ1e del CoJ1siglio Direttivo all'Asse111blea Genemle dei Soci, Milano 20 giugno 1956, 51. 38 A. Giannini e G. Tomajuoli, l/'Ji~1/lato di Pace co11 l'ltalia,Jandi Sapi, Milano-Roma, 1948, 22 ss. 39 G. Accamc, Ind11shia e Fo,z.e /lr111ale 11el/a Ricostmzio11e, Relazione al Convegno Le T·ò,z.e Ar111ate dalla Lihemzio11e all'adesione dell'Italia alla NATO promosso dal Comitato Storico Forze Armate e Guerra di Liberazione, Torino-1 •ossano, 8-1 O novembre 1985, ora in US-SME, Atti, Roma, 1986, 233-246. ,io L. Villari, op. cii., 2-553 s. ' 11 Rei.. Fiat, 10 giugno 1948, 11. '12 AID-/\gency for Intcrnational Dcvelopment, U.S. Ove1:rem 1 ,{Jr/1/S a11d Gmnts all(/ Assist,111cejìw11 lntemationa/ Orga11isatio11s. Oh/igalirms a11d Loa11 A11tho1izalio11s, July 1, 1945 - September 20, 1982, USA, 157. 43 G. J\fayer, Incidenza delle spe.re 111ilitan· italiane 11el siste111a eco110111ico in J ,'A111111i11istrazio11e della Dijèsa, aprile - luglio 1969, 29. 44 Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica, Relazione della Co111111issio11e lnter111i11isleiiale per /'i11d11S/Jia a1•m11r111/i({I, Roma, 1970, 42.

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Michele Nones 45 G. Stefanini, li rapporto di dipendenza e di reciproca promozione tm campo tecnico-ind11sfliale e F01z.e Ar111ate: la Mmina l\1ilitt,re e l'ind11sflia nazio11(lle, Relazione al Convegno del Rotary International, Lerici (La Spezia), 20 febbraio 1982, 7 s. 46 Camera dei Deputati, Atti Parla111e11ta1i - DisC11ssio11i, 14 luglio 1952, 40025. 47 CIR - Comitato Interministeriale per la Ricostruzione, Le n11011e Forze Armate italiane nel quadro della ,icostmzione e del progresso nazionale, Roma, 1953, 70. 48 Doc11111e11ti di Vita Italiall(I, aprile 19 56, 4172. 49 Dom111e11ti di Vita Italiall(I, maggio 1958, 6226. 50 P. Anfossi, L'indushia elettronica italiane,, Conferenza al Centro Alti Studi Militari, Roma 25 marzo 1958, 22. 51 USIS - Uniteci States Information Service e Missione POA in Italia, Cooperazione eco110111ica Italia - Stati Uniti 1944-1954, Roma, 1954, 8. 52 M. Lo Cascio, Strategia militare, tecnologia, eco110111ico-.rociale e 11al11t(//ia dell'i11d11shia 111ilitare nazionale, Conferenza a Roma il 22 novembre 1977 in Intesa Oggi, gennaio-febbraio 1978, 81. 53 C. Calosi, Svil11ppo dell'indu.rltia elettro11im ed attività della Sele11ia co11 pmticolare rifc1i111e11to alle applicazioni militali, Conferenza al Centro Alti Studi Militari, Roma 11 gennaio 1969, 6 s. 54 C. Tatangelo, Monografie Aeronautiche Italiane, 1982, 3. 55 R. Abate, Sto1ia de/f'AerOll(lll/ica Italiana, Bietti, Milano 1974, 353. 56 E. Albanesi, op. cit., 511. 57 E. Brotzu, Aviazione 111ilitare in Italia 1944-1980, Dell'Ateneo, Roma, 1981, 21. 58 E. Albanesi, op.cii., 513 s. 59 G. Gabrielli, op. cit., 142. 60 Dossier Fl04, Supplemento a JP4 Mensile di Aerona11tica, n. 5 1978, 21 ss. 61 C. Tatangclo, Monogrcifìe Aero11a11tiche Italiane, 1981, 2. 6 2 Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica, Relazione della Co111111issio11e lntel'IJJÙ1iste1iale per l'ind11.rhia aeronautica cit., 1970, 42. 63 C. Tatangclo, op. cit., 1981, 2. 64 C. Tatangclo, Monogmjie Aeronautiche Italiane, 1980, 2 ss. 65 A. Curami in Sovrintendenza Archivistica per l'Abruzzo e il Molise, Corradino D'Ascanio dall'elicottero alla Vespa, Pescara, 1986, 49 ss. 66 G. Apostolo, G11ida agli elicotte1i, Mondadori, Milano, 1983, 112. 67 E. Brotzu, op. cii., 48-107. 68 C. Tatangclo, Monogmfie Aeronautiche Italiane, 1983, 1. 69 C. Tatangclo, op. cit., 1981, 2. 70 E. Brotzu, op. cii., 108. 71 Ibide111, 109. 72 M. Nones, L'indusllic1 militare i11 Ligmia dal 1945 al 1975 cit., 849. 73 E. Brotzu, op. cit., 52. 74 Camera dei Deputati, Atti Parla111enta1i - Disc11s.rio11i, 6 marzo 1951, 26791. 75 CIR, op. cii., 119. 76 D. Lomaglio, li mdar ù, Italia. Sto1ia di tm prodotto di eccelle11Zf1, Massa, Napoli, 2004, 40. 77 Rei. Pinmeccanica, 29 novembre 1951, 48. 78 Sclenia, Ce1111i s11ll'evol11zio11e e le stmtt11re organizzative della .rocietcì, luglio 1976, 11. 79 AA. VV., O,igini e svil11ppi i11d11slliali in IMlia del mdar di navigazione cii. 80 D. Lomaglio, op. cii., 62 ss. 81 N. Pignato, I mzzj in Italia in Rivista Ae/'O/l(/11/ica, dicembre 1964, 1921.

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Repubblica e Forze Armate Camera dei Deputati,Atti Parlamentati - Disc11ssio11i, 21 giugno 1956, 26280. Corriere Militare, 31 dicembre 1956. 84 Rei. Finmeccanica, 22 dicembre 1960, 53 s. 85 Ibidem. 86 G. Pagani, Lo sviluppo dell'i11d11sf1ia bellica a Lo Spezia dalla costit11zjo11e della Sodetà Anonima degli Alti Fòrni eAcdaietie di Terni (1884-1985). L'Oto-Melara verso il ce11te11atio, e.(c., Unitech, La Spezia, 1991, 66. 87 M. Nones, L'indus!tia militare in Ug111ia dal 1945 al 1975 cii., 825. 88 Ibidem, 826. 89 Camera dei Deputati, Atti Parlamentari - Dommenti, 19 ottobre 1966, 101. 90 L. Ceva e A. Curami, Lo meccanizzazione dell'Esercito italiano dalle otigini al 1943, Ufficio Storico SME, Roma, 1989. 91 E. Po, M 1-09 in Eserciti e Art11i, novembre-dicembre 1976, 61. 92 M. Nones, L'industria militare in Ug111ia dal 1945 al 1975 dt., 827. 93 E. Po, Bojors 40/ 70 in Eserciti e Armi, settembre 1974, 32. 94 V. Castronovo, Gilardini 1905-1985. Stotia di 1111gmppo indushiafe dt., 108; Catalogo dell'industria navale italiana 1972-73, Soc. Ediz. Propaganda Aria-Mare-Terra senza data, ma 1973, 93. 95 Ministero della Difesa, Sicurezza nella libettà , Roma, senza data, ma 1966, 16 ss. 96 G. Apostolo, Guida agli aeroplani d'Italia dalle otigini ad oggi, Mondadori, 1981, 279. 97 Ibidem, 281. 98 M. Nones, L'indushia militare in Ugutia dal 1945 al 1975 cii., 847. 99 C. Tatangelo, op. cit., 1982, 1O. 100 Aemtacchi. Dai Nie11po1t all'AMX, e.f.c., Giorgio Apostolo, 1990, 98. 101 E. Brotzu, op. dt., 80. 102 C. J. F. Harlow, Difesa e indusflia in Italia in Lo Spettatore Internazionale (Istituto A.ffati Internazionali), novembre-dicembre 1967, 823. 103 M. Nones, L'indusltia militare in Uguria dal 1945 al 1975 cii., 847. 104 G. Apostolo, Guida agli aeroplani d'Italia dalle origini ad oggi cit., 294. 105 G. Gabrielli, op. cit., 203. 106 B. Catalanotto e C. Falessi (a cura di), Renato Bonifacio. Anni di Aeritalia, e.E.e. Tecna, Roma, 1991, 11. 107 Rei. Aeritalia, Es. 1971 e 1972. 108 Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica, Relazione finale dei Gruppo di lavoro per l'industria aeronautica, Roma, luglio 1967, 94. 109 Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica, Relazione della Commissione Interministetiafe per i'i11d11sltia aeronautica cit., 1970, 72. 110 E. Brotzu, op. cit., 103. 111 Rei. EFIM, Es. 1974; Rei. Costr. Aeron. O. Augusta, Es. 1975. 112 Rei. Breda Ferr. Part., 29 novembre 1973, 12. 11 3 Sefenia, s.d. ma 1976, 7 ss. 114 S. Bestini, Uotnini e tecnologie, Sma, e.f.c., 1994, 12 ss. 115 Rei. Selenia 1966. 116 M. Nones, L'indusltia militare in Ug111ia dal 1945 al 1975 cit., 838. 117 Ibidem, 840. 118 IRI - Istituto per la Ricostruzione Industriale, Elementi di 1111 programma di tiassetto e sviluppo del settore elettronico IRI, dicembre 1969, 37. 119 Oto-Mefara, Ottantacinque anni per fa difesa, e.E.e., Publirid, 1990, 111. 82

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Michele Nones M. Nones, L'i11d11sl!ù1 militare in Lig11ria dal 1945 al 1975 cit., 826. Ibidem, 827 s. 122 V. Castronovo, Gilardi11i 1905-1985. Sto1ia di 1111 gmppo i11d11sl!iale cit., 109. 123 G. Ludi, L'attivitd spaziale e 111issilistica i11 Italia i11 Aerosp(lzio, febbraio 1981, 23. 124 Rei. Contraves It., 9 giugno 1969, 1. 125 Rei. Contraves It., 26 aprile 1968. 126 Rei. Montedison, Es. 1969, 30. 127 Rei. Montedison, Es. 1970 e 1975. 128 Rei. Montedison, 1974, VJ/2. 129 Rei. Montedison, Es. 1974 e 1975. 130 Rei. BPD, 29 aprile 1968. 131 Rei. Snia Viscosa, Es. 1968, 43 ss. 132 M. Nones, L'i11d11sllia militare in Ligmia dal 1945 al 1975 ci!., 843 s. 133 M. Nones, L'i11d11sltù1111ilitare in Lig111ia dal 1945 al 1975 cit., 827. 134 Ansaldo, Ansaldo-Attività Nav(lli, Edindustria senza data, ma 1969. 135 G. Arrighi, U11 secolo di costmzioni 11avali in Italia per l'estero in Rivista Mmitti111a, settembre 1976, 40; Fincantieri, Finccmtie,i Gro11/J. More than 2.000 Naval Vessel.r 1311ilt since 1860. Short Lisi~( the Signiftcant Ones, s.d., ma 1982. 136 G. Arrighi, op. cit., 40; Rei. Ansaldo 1954/55. 137 M. Nones, L'i11d11sltia militare in Ligmia dal 1945 al 1975 cit., 884. 138 Ibidem, 834 s. 139 Rei. Fincantieri, 27 dicembre 1960, 12. i,w M. Doria, A11saldo. L'i111presa e lo stato, Ciriec, Franco Angeli, l\1-ilano, 1989, 281 ss; Rei. Pincantieri 1960, 38. 14 1 M. Nones, L'indusltia 111ilitare in Ligmia dal 1945 al 1975 cii., 835. 142 CIPE - Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, Relazio11e della Co111tnissione inte,ministe,ia/e rii studio per i ca11tie1i navali, Roma, 1966, 135. 143 M. Nones, L'i11d11stric1111ilitare i11 Lig111ia dal 1945 al 1975 cit., 841 s. 144 Ibidetn, 832 s. 145 Rei. Fincantieri, Es. 1973/74, 6 s. 146 Rei. EFIM, Es. 1969, 40-145. 147 M. Nones, L'ind11sl!ia 111ilitare in Ligmia dal 1945 al 1975 cii., 835 s. 148 F. Battistelli, Armi: nuovo 111odello di sviluppo? L'inr/11sltia militare in Italia, Einaudi, Torino, 1980, 138. 149 E. Po, Un ottimo italiano in Eserciti e Armi, marzo 1972, 20. 150 M. Nones, L'i11d11shia militare in Lig111ia dal 1945 al 1975 cit., 825. 151 Ibidem, 828. 152 Rei. EFIM, Es. 1968, 42. 153 Rei. Fin. E. Breda, 16 febbraio 1974, 38-41. 154 E. Po, FIAT 6616/ 6614 in Eserciti e Armi, marzo 1975, 33. 155 Rei. Fiat, Es. 1975. 156 V. Ilari, Storia militare della P1it11a Repubblica 1943-1993, Nuove Ricerche, Ancona, 1994, 101. 157 Stato Maggiore della Marina, Prospettive e 01ientamenti di !l/(ISSÙ11a della Marina 1Wilitare per ilpe,iodo 1974-1984, novembre 1973. 158 Stato Maggiore dell'Esercito, La 1istmltt11"(1zjo11e dell'Esercito, giugno 1975; Stato Maggiore dell'Aeronautica, La 1istmttumzione rlell'Aero11autica lvlilitare e l'a111111orlema111ento dei suoi 111ezzj, settembre 1975. 120 121

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Repubblica e FOlze Armate V. Ilari, o/J. cii., 101. Ihide111, 102. 161 Relazione del 1vfi11istro della D[(esa al Senato, 17 marzo 1983. 162 M. De Andreis e P. Miggiano, L'Italia e la com, al rùm110, Franco Angeli, Milano, 1987, 222. 163 E. Pellegrini, Aspetti, problemi e prospettive dell'i11d11sttia ae1'01/{!/(tica ilalùma in J ,'a111111ù1istrazio11e della Difesa, n. l 1971. 164 G. Bagnetti e C. Virno, Co111111esse p11hbliche ed i1111ovazio11e temologica in l •'.. Gerelli (a cura di), La politica per l'i1111ovazio11e i11d11sttiale: pmhle111i e proposte, Franco Angeli, J\,filano, 1982, 135. 165 G. Agnelli, Gli anni settanta: prohle111i e prospettive dell'i11d11s/Jia italiana co11 1ife1ime11to alle prod11zio11i di i111po1ta11zr1 bellica, Conferenza al Centro Alti Studi Militari, Roma 14 marzo l 966. 159

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CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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l convegno del 2006 della Commissione Italiana di Storia Militare non è stato l'unico in questo mese ad affrontare il periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Proprio la scorsa settimana il Centro Interuniversitario di Studi e Ricerche Storico-Militari ha tenuto a Firenze un convegno dal titolo identico al nostro (F01ze Armate e Rep11bblica Italiana: linee interpretative e di ricerca), anche se poi, come precisava il sottotitolo, ha approfondito solo un aspetto, la coscrizione obbligatoria. Alcuni temi hanno figurato sia qui sia a Firenze, affidati a relatori diversi. Due studiosi figuravano sia nel programma di Firenze sia di questo convegno, in un caso con lo stesso tema, in un altro con argomenti differenti nelle due sedi. In Italia la storia militare è affidata a tre organismi, ognuno dei quali opera in un ambito e con compiti specifici. La Commissione Italiana di Storia Militare, organo a carattere ufficiale nell'ambito del ministero della Difesa, svolge il ruolo di rappresentare formalmente il nostro Paese a livello internazionale nella Commissione Internazionale di Storia Militare, accingendosi in tale quadro ad organizzare il congresso mondiale di Trieste nell'estate 2008, promuove la ricerca storica, ma, in maniera altrettanto importante, deve divulgare la conoscenza della storia militare, fornire all'amministrazione della Difesa l'indispensabile sostegno della memoria storica e delle lezioni che da essa derivano e, come ci ha detto l'Ammiraglio Di Paola, «contribuire a sensibilizzare le componenti più avanzate e lungimiranti del mondo degli opinion leaders e degli opinion makers sull'importanza di una condivisa cultura della Difesa». Dopo la giornata di studio del maggio 2005 alla presenza del Capo dello Stato,' è questa la seconda iniziativa della Commissione Italiana cli Storia Militare che ha luogo presso l'11niversità delle Forze Armate, il Centro Alti Studi per la Difesa. Se è vero che non bisogna mai combattere la prossima guerra con gli strumenti e la mentalità dell'ultima, è però altrettanto vero che non sarà inutile studiare le campagne precedenti, tanto più che le guerre di oggi, più che in passato, avvengono sempre in contesti nei quali la conoscenza di usi, costumi, cultura, civiltà, in una parola della storia dei Paesi in cui si combatte, è altrettanto importante delle tradizionali

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nozioni tecniche bagaglio di un militare professionista. Proprio per questo sarebbe opportuno che a futuri convegni della Commissione Italiana di Storia Militare presso il Centro Alti Studi per la Difesa assistessero anche gli Ufficiali che quest'ultimo frequentano. Il Centro Interuniversitario di Studi e Ricerche Storico-1\tlilitari opera nell'ambito accademico, dedicandosi soprattutto alla ricerca cli base. La Società di Storia Militare, autorevole associazione privata, raggruppa tutti i cultori della materia non necessariamente operanti nelle Università o appartenenti alle Forze Armate. Non vi è quindi il rischio di sovrapposizioni, ma anzi la possibilità di una proficua collaborazione, dimostrata ad esempio dalla presenza prevista a questo convegno, come relatori, dei presidenti degli altri due organismi, i professori Labanca e Ilari (che non ha poi potuto intervenire). La Commissione Italiana di Storia Militare aveva già varcato le colonne d'Ercole del 1945 con i tre convegni della serie L'Italia del dopoguerra, spin tisi fino al 1956, con i convegni Le F'otz.e Armate dalla scelta repubblicana alla partecipazione atlantica, Missioni Militari italiane all'estero in tempo di pace (1946-1989) e Le Forze Armate e la Nazione Italiana (1944-1989), dei quali tutti sono stati pubblicati gli atti. Una prima importante novità del convegno di quest'anno, rispetto a quelli precedenti, sembra essere la presenza tra i relatori di protagonisti delle vicende militari del dopoguerra, che hanno parlato da studiosi e da testimoni. Mi riferisco, innanzi tutto, all'onorevole Lagorio, ministro della Difesa dal 1980 al 1983. Comprensibilmente egli presenta il suo periodo a capo del Dicastero come una positiva "rivoluzione", un "new cleal". 2 Seguendo già allora le vicende della politica militare, in effetti ricordo bene che la sua nomina, dopo una serie cli ministri non particolarmente incisivi, diede l'impressione di una svolta. Più in generale, gli storici concordano che a cavallo tra anni Settanta ed Ottanta la politica estera e di difesa italiana uscirono da un lungo periodo di grigiore e cli crisi, riflesso anche della situazione politica interna. A metà degli anni Sessanta il presunto tentativo di golpe del generale Giovanni de Lorenzo 3 aveva alimentato sospetti della classe politica verso le Forze Armate, minandone il ruolo a sostegno della diplomazia. L'instabilità politica e poi il terrorismo impedirono all'Italia di essere un attore importante sulla scena internazionale, rendendola anzi un oggetto di preoccupazione per il nostro principale alleato, gli Stati Uniti. Il "compromesso storico" sancì l'accettazione della NATO da parte del partito comunista, ma, com'era stato trent'anni prima per i governi ciellenisti,4 tolse evidentemente incisività alla politica estera italiana, le cui potenzialità erano anche minate dall'inflazione, causata dalla politica economica e sociale del governo, che cercò cli porvi rimedio con «una serie di misure, di carattere finanziario e valutario, cli diretta ispirazione europeo-orientale». 5

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Repubblica e Forze Ar111ate Alla fine degli anni Settanta, in un contesto di inasprimento della guerra fredda, il partito comunista, pur approvando una mozione di sostegno agli indirizzi generali della politica estera italiana, tolse l'appoggio al governo e votò contro la partecipazione al Sistema Monetario Europeo e l'installazione in Italia dei nuovi euromissili Pershing e Ct'Uise, a seguito della decisione della NATO. Accanto di queste due scelte governative coraggiose e fondamentali, la seconda delle quali sottolineava ancora una volta la fedeltà atlantica e il ruolo militare dell'Italia, all'inizio degli anni Ottanta, dopo che già il libro bianco della Marina Militare nel 1973 e il libro azzurro dell'Aeronautica Militare nel 19756 avevano attirato l'attenzione sul fronte aeromarittimo mediterraneo, altri avvenimenti segnarono l'avvento di una fase più attiva, anche se non necessariamente più organica, della politica estera e di difesa italiana nel Mediterraneo.? La garanzia della neutralità di Malta (settembre 1980), l'invio di un contingente della Marina Militare nello stretto di Tiran e nel golfo di Aqaba (autunno 1981 - primavera 1982), seguito dalle più impegnative missioni di due contingenti italiani in Libano (1982 e 1982-84, ma già dal luglio 1979 l'Italia aveva inviato uno S(1uaclrone interforze cli quattro elicotteri AB-204), primi esempi cli una ormai significativa serie di operazioni delle Forze Armate fuori dei confini nazionali, il trasferimento in Italia degli F15 americani già stanziati in Spagna (1982), l'inizio delle discussioni sul "nuovo modello di difesa", con l'attenzione ai "rischi eia sud". L'onorevole Lagorio, che ha appena pubblicato le sue memorie, si è stupito di essere l'unico uomo politico presente al convegno; in realtà almeno altri due di primissimo piano erano stati invitati. Al cli là dei casi personali, l'osservazione dell'ex ministro ci ricorda che in Italia, a differenza cli altri Paesi, vedi Aznar, Clinton, Blair, un tempo Harolcl Wilson, tutti ritiratisi o in via cli ritiro giovanissimi secondo i parametri italiani, i politici non vanno mai in pensione e quindi sono poco inclini alla memorialistica. Il decennio successivo a quello in cui fu ministro l'onorevole Lagorio vide operare in posti di alta responsabilità due altri relatori a questo convegno: il generale Arpino, capo cli Stato Maggiore della Difesa dalla fine degli anni Novanta al gennaio 2002, e il generale Jean, che, per citare solo gli incarichi più connessi ad attività di studio, come direttore del Centro Militare di Studi Strategici, presidente del Centro Alti Studi per la Difesa e docente di Studi Strategici, fu una delle voci più autorevoli nei dibattiti di politica estera e militare del decennio successivo alla caduta del Muro di Berlino. Nella sua relazione ha confermato la sua fama di studioso che nulla concede ai luoghi comuni. Cito ad esempio la sua critica agli «approcci ingegneristici del!' effects-based operation o della pianificazione per capacità, e [a] quelli delle guerre nehvork-centriche>> (due concetti ai quali è ormai d'obbligo inchinarsi) e alla Rivoluzione negli Affari

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Militari che «- influenzata dalla mistica tecnologica americana, dal deus in machina, anziché ex machina proprio della tragedia greca - tende a trasformare la guerra in un fenomeno ingegneristico, anziché politico, sociale ed umano», con gli effetti che stiamo constatando in Iraq, ma già si vedevano in Vietnam. Negli interventi dell'onorevole Lagorio e del generale Jean è emerso in controluce il problema di una certa retorica, che abusa del sostantivo "pace", ad esempio parlando di "soldati di pace", anche quando si tratta di missioni che possono comportare aspri combattimenti. Molto semplicemente va precisato non bisogna confondere il fine con i mezzi. Le missioni militari possono avere lo scopo di mantenere o costruire la "pace", ma i mezzi impiegati per conseguire tale obiettivo non sono necessariamente "pacifici"; si potrebbe dire si vis pacem age bellum. La professione, la vocazione, del militare richiede pur sempre una disponibilità ad uccidere, per non essere uccisi, e l'accettazione consapevole del rischio di morire. Giustamente al convegno è stato dato il sottotitolo Linee interpretative e di 1icerca, poiché siamo solo nella fase iniziale di un lavoro storiografico, che per svilupparsi ha innanzi tutto bisogno che si risolvano i problemi relativi alle fonti descritti ampiamente nel convegno dello scorso anno. 8 Uno sguardo al panorama delle relazioni evidenzia che il convegno si è mosso a cavallo tra storiografia, cronaca e attualità politica. Il che non è da considerare in sé negativo, per un organismo come la Commissione Italiana di Storia Militare, alla luce delle considerazioni svolte in precedenza sui suoi compiti istituzionali. Ad esempio, la relazione veramente interessante del contrammiraglio Girardelli sui bilanci della Difesa («dalla quale si pretende ma alla quale non si vuol dare», dice il generale Arpino), documentandone le criticità non è solo un esempio di storia economica degli ultimi anni, ma offre anche la base per decisioni operative. Lo stesso si può dire delle relazioni del professor Nones, anch'essa su un tema economico, e della professoressa Pasqualini, che va al cuore del tema del convegno, poiché, come ho ricordato in conclusione della mia relazione citando il capo di Stato Maggiore della Difesa, «le Forze Armate sono oggi una componente molto importante, talvolta determinante del "sistema Paese", in grado di valorizzarne con tempestività ed efficacia il ruolo internazionale». 9 Con qualche eccezione (de Leonardis, Labanca), la maggior parte delle relazioni, pur non escludendo riferimenti agli anni successivi, non è andata, come ricostruzione dettagliata, oltre il periodo tra il 1943 e la fine degli anni Cinquanta, con contributi interpretativi di carattere più generale, i professori Rainero e Luraghi, e con ricerche puntuali su argomenti specifici, Basile, 10 lsastia, Cuzzi e Meccariello, la cui relazione offre un contributo originale ed assai importante su un aspetto alquanto trascurato della storia della guerra fredda, il

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Repubblica e Fo,ze Ar111ate

legame tra sicurezza esterna ed interna, in un Paese dove almeno un quarto dell'elettorato votava per un partito legato a doppio filo al "nemico", l'Unione Sovietica. Dopoclichè altre relazioni hanno affrontato gli anni più recenti Qean, Ilari, se fosse intervenuto, e i già citati Girardelli e Nones). Il periodo dell'immediato dopoguerra è certamente importante. Con formula efficace, il colonnello Rossi ha ricordato in apertura che le Porzc Armate «considerate colpevoli degli eventi di cui erano state vittime, vivevano una situazione estremamente critica di precarietà ed incertezza», dalla quale uscirono solo grazie all'ingresso nell'Alleanza Atlantica, pressoché contemporaneo dell'assunzione del dicastero della Difesa da parte di Randolfo Pacciardi, certamente uno dei migliori ministri di questo dopoguerra. Come ha rilevato nel suo intervento il professor Labanca, resta largamente inesplorato il periodo tra la costituzione dell'Alleanza Atlantica e il crollo ciel muro di Berlino, con la fine della guerra fredda. Una prima ragione già ricordata, è la scarsa disponibilità di fonti documentarie, edite cd inedite, di pertinenza dei ministeri degli Esteri e della Difesa; i pochi relatori che hanno trattato il periodo della guerra fredda solo in alcuni casi hanno potuto citare tali fonti. Le assicurazioni del capo di Stato Maggiore sull'avviata costituzione di un Ufficio Storico della Difesa sono un passo nella direzione di porre rimedio a tale situazione. La Commissione Italiana cli Storia Militare ha dato impulso determinante, prendendo lo spunto dal Convegno dello scorso anno, in questa direzione. Vi è però un'altra ragione. La professoressa Pasqualini ha ricordato un'osservazione di Pietro Scoppola sull' antùnilitr11is1110 della storiografia italiana, al quale corrisponderebbe l' antit11ilitarismo dell'opinione pubblica. Sul fatto che gli italiani, a parte frange estremistiche che ieri fiancheggiavano l'eversione armata ed oggi si esercitano in slogan infami, siano stati antimilitaristi ho molti dubbi, rafforzati dalla suggestiva relazione del dottor Cuzzi, che documenta esattamente il contrario. Certo i partiti furono largamente estranei alle problematiche militari, con poche eccezioni di singole personalità. La scomparsa al vertice dello Stato di un "militare", il re, privava le Forze Armate di un punto di riferimento che tradizionalmente ne difendeva l'indipendenza e la dignità. Mancano ancora studi esaurienti sulla scelta istituzionale in relazione alle Forze Armate, a cui accenna il dottor Cuzzi. 11 Quanto agli storici, più che "antimilitaristi", essi sono stati soprattutto "a-militari": nelle monografie specialistiche e nelle storie generali sull'Italia postbellica abbondano gli studi e le parti sui partiti, i movimenti, i sindacati, la Chiesa, le donne e così via, ma scarseggiano o sono del tutto assenti i riferimenti alle Forze Armate. Non è certo compito di queste considerazioni conclusive chiosare le varie relazioni. Mi limito quindi ad una sola osservazione, in margine alla relazione del

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professor de Vergottini, alla cui dotta analisi giuridica non ho ovviamente nulla da aggiungere. Vorrei però ricordare, eia storico delle relazioni internazionali e in un'ottica di realismo, un certo parallelismo tra il problema dello «spirito democratico delle Forze Armate» e le ingenuità della nuova diplomazia wilsoniana con la sua proposta di «open cove11a11ts openfy arrived ah>, peraltro subito disattesa già alla conferenza di pace di Versailles. La trasparenza della politica estera non si realizza attraverso impossibili, anzi dannosi, negoziati pubblici, ma attraverso il controllo degli organi costituzionali sugli accordi conclusi, questi sì da rendere, quasi sempre, pubblici. La formula corretta è quindi «accordi pubblici conclusi segretamente».12 Allo stesso modo, come scriveva il foglio del gruppo di combattimento Cremona citato da Cuzzi, «se per democratizzazione dell'Esercito s'intendesse sovvertire l'ordine e la disciplina, fattori essenziali di autorità e serietà in ogni organizzazione, all'ordine subentrerebbe l'anarchia, all'unione il dissolvimento rovinoso». Le Forze Armate non possono essere "democratiche", se non nel senso che esse servono lo Stato democratico, rispettando il ruolo cli strumento del potere politico che in ogni forma cli Stato e di governo correttamente strutturata è ad esse riservato. In proposito voglio ricordare le parole del generale Umberto Nobile, che già citai in un precedente convegno della Commissione Italiana cli Storia Militare. Lo sfortunato trasvolatore del Polo Nord, eletto nelle liste del Partito comunista, osservò che «gli unici esempi di organizzazione democratica quasi perfetta erano . . . un reggimento di soldati e un ordine religioso» entrambi fondati sulle «qualità superiori dell'animo umano», sostenne l'opportunità di sospendere i diritti politici durante il servizio militare, altrimenti le caserme si sarebbero trasformate «in un circolo di propaganda politica» e contestò che democratizzare l'Esercito significasse «diminuire la severità del regolamento di disciplina», perché «la democrazia nell'Esercito non dipendeva dalla struttura dei rapporti gerarchici, ma dal carattere dello Stato. Così, malgrado il maggiore egualitarismo dell'Esercito tedesco rispetto alla severità della disciplina sovietica, l'Esercito nazista non era democratico, mentre quello sovietico sì». 11 Chi scrive non è incline all'auto-celebrazione ed è anzi convinto sostenitore dell'understatement. Sarebbe però ingeneroso verso gli organizzatori non rilevare il raggiungimento degli obiettivi che il convegno si prefiggeva e il pieno adempimento dei compiti istituzionali della Commissione Italiana cli Storia Militare che indicavo all'inizio e del quale la rapida pubblicazione degli Atti, anzi rapidissima a paragone delle nostre prassi accademiche, è un'ulteriore testimonianza. Se saranno coronati da successo gli sforzi della Commissione per risolvere i problemi istituzionali e organizzativi che ostacolano la ricerca storica di base sul periodo oggetto cli questo convegno, il successo sarà ancora maggiore.

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Repuhhlica e 1·'o1z.e Armate

Note 1 L.e

Forze Ar111a!e e la fine dell(/ 11 G11erra 1Wo11diale, Roma, 2005. La ricerca storica naturalmente darà una visione più equilibrata rispetto al ricordo apologeùco che l'onorevole Lagorio propone di Giovanni Spadolini e Sandro Pcrùni. Di qucst'ulùmo rammento con precisione un'intet·vista che mi parve offensiva verso i militari di truppa in Libano, ai quali, con espressioni anche un po' colorite, egli attribuiva quella economica come unica o di gran lunga prevalente motivazione per avere accettato la missione. 3 Cfr. V. Ilari, Il Gmerale col 111011ocolo. Giova1111i rie T/Jrmzo 1907-1973, Ancona, 1994. 4 Cfr. R. Gaja, L'Italia 11el 111011rlo bipolare (194 3-! 99 I), Bologna, 1995, p. 86. 5 lhi, p. 219. 6 li Libro Bianco del novembre 1973 (Prospettive 11 01fr11tamenti rii 111assli11a della lvlari11a Militare per il pe,iodo 1974-1984, supplemento a Rivista Mmitti111a, aprile 1974), per giustificare l'ammodernamento della Forza Armata, adombrava uno specifico concetto strategico, sottolineando la necessità di uno «strumento difensivo nazionale in condizioni di intervenire autonomamente per fronteggiare particolari emergenze per le quali non si possa fare sicuro affidamento sul concorso diretto dei paesi alleati». Nel Libro Azzurro che l'Aeronautica presentò a sua volta nel 1975 (Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare, La 1islm//11mzjo11e rlell'Aero11a11tica militare e l'a111111oder11a111e11to dei s11oi 111ezzi, supplemento a «Rivista Aeronautica», settembre 1975) a sostegno della propria legge «promozionale» varata nel febbraio 1977, non vi era riferimento a specifici concetti strategici, ma anche l'Arma a,.zurra aveva inizialo a prestare crescente attenzione al fronte aeromaritùmo mediterraneo. 7 Cfr. M, Cremasco, ltaly: A Nm, Role in tbc Mi:rliter/'{/11ea11?, in .J. C:hipman (Ed.), N/l'J'Os Southem Allies: Intemal all{/ F,xtemal Cb(tlln~ges, London-New York, 1988, pp. 195-235. 8 Ai\. VV., Archivi, Biblioteche, M11sei lvfilita1i. T..o s/(l/0 al/11ale, le.fimzjo11i sociali, gli svil11ppi, a cura di G. Giannone, Roma, 2006. 9 G. Di Paola, f_.e Fo1ze Ar111ak: li/hl compo11e11/e essenzi(/le del ''.'iisk111(1 /J(lese", in Aeronaulica 4/2006, p. 12 (ripreso da lnfòr111azio11i della /)ijèsa, n. 1 /2006). IO Non posso esimermi dal rilevare che una giusta amarezza per la tragedia delle popolazioni italiane in Istria e Dalmazia non può comunque dar luogo ad alcuna comprensione per il gesto dissennato e criminale dell'assassinio del generale Robin dc Winton. 11 Dissento dalla tesi, di un altro relatore, sulla «non sincerità dell'opzione monarchica», che sarebbe stata in realtà in buona parte moùvata non da attaccamcmo alla Corona ma da considerazioni strumentali riferite al timore del comunismo. Non mi pare sufficiente a dimostrarla il mancato successo dei partiti monarchici, sia perché il consenso ad un'isùtuzionc super partes non può essere meccanicamente trasferito ad un partito, sia perché in base allo stesso ragionamento si potrebbe sostenere, più ragionevolmente, che molti voti andati alla monarchia confluirono poi per necessità nella "diga" rappresentata dalla Democrazia Crisùana. 12 Formula ricordata in L.e mc11101ie di Sir A11tho11y Eden 1945-1957, tr. it., Milano, 1960, p. 218. LI Cfr. F. Botti-V. llari, Il pensiero militare italiano dal 1° al 2° dopo,_1!,11cm1 1919-1949, Roma, 1985, pp. 478-79, da mc ripreso in Fo,ze Armate, partiti J>olitid e opinione p11hhlica, in L.e Fo,ze Armate dalla scelta rep11hhlica11a alla />mtecipazione atlm1/ica. 2

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REPUBBLICA E FORZE ARMATE. LINEE INTERPRETETATIVE E DI RICERCA by Biblioteca Militare - Issuu