L'ITALIA DEL DOPOGUERRA
VITALIA NEL NUOVO QUADRO INTERNAZIONALE LA RIPRESA (1947-1956)
QClll'Odi:
ROMAIN H. RAINERO PAOLO AlBERINl
STAB!LIMENTO GRAFICO MilJTARE
GAETA
PRESENTAZIONE SI è concluso con il terzo convegno della Commlssione lcalìana di Storia Militare, dal tema "l 'Jtalfa n~I nw:,uo quadro lr11erru:u:to11ale. la ripresa (1947-1956) ", il cldo dedicato all'Ttalla del dopoguerra. Sono quindi partkolannente lieto di presentare gli aa:i di questo incontro di tudl, aJ quale, come in passato, hanno aderito insigni torici e Studiosi e che i è tenuto nei glomì 7:7 e 28 novembre 1998, nella bella sede della Scuola Militare dJ Milano, da poco inaugurata. Sono certo che anche questo volume Incontrerà l'Interesse non solo degli scudiosi, ma anche del gjovanì studenti che intendono avvicinarsi al recente passato della n0.5lr.l storia repubblicana e dì quanti incend no approfondire quel periodo storico denominato "ripresa" o "rlcoscruzlone". Roma, se11embre 2000
IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE Capit:tno di Vascello Alessandro VALENTINl
L'ITALlA NEL NUOVO QUADRO INfERNAZJONALE LA RIPRESA (1947-1956)
COMITATO D'ONORE On.
J..amberto
DINI
Ministro degli Affari Esteri
On .
Carlo
SCOCNAMIGJJO
Ml11fstro della Difeso
.Amm.
Guido
VEN11.JRONT
Capo di Sfato Maggiore della Difesa
Gen.
Francesco
CERVONT
Capo di Stato Maggiore de/l'Esercito
.Amm.
Umberro
GIJARNJERJ
Capo di Slalo Maggiore dellu Marina
Gen.
Mario
ARPINO
Capo di Staro Maggiore dell'Aero,uiutica
Gen.
.Alberto
ZIGNAN/
Segretarlo Generale della Difesa
Amb.
Umberto
VA1TANI
Segnuarlo Generale del Ministero degli Affari Esteri
Doti.
Gabriele
Al.BER11N1
Sindaco dì Milano
Geti.
Luciano
FORI.ANI
ComaP1dante delle Forze di Protezione
Prof
Paolo
MANTEGAZZA
Mag11/flco Rei/ore del/ 'Untuersltà degli Studi di MIiano
Prof
Adriano
DEMAJO
Magnifico Rettore de/1'/st/Juto Politecnico di Milano
Mln.
Luchino
CORTESE
Dfrettore del/'/s/1/uto Diplomatico
COMITATO SCIENTIFICO Amm.
Mario
BURACCHTA
Preslde,ue C.I.S.M . Capo Ufftcio Storico dello Sfato Maggiore Marina
Col.
Enrico
PINO
Capo Ufficio Storico dello Stato Maggiore Eserr:ito
Col.
Vincenzo
SPIN.A
Capo Ufficio Storico dello Stato Maggiore Aeronautica
Prof
RomalnH.
R.AINBRO
Unfuers(là di Milano
Amm.
Paolo
ALBERINI
Commfssl-One Italiana di Slorla Militare
PENNEl.l.A
Commissione /la/lana di Storia Mllftare
Doll.ssa Ester
INDICE RELAZIONE INTRODUTI1V/\ Gli aspetti positivi della continuità poUclca di Alcide_ De Gasperl Prqf. Romain H. R.olnero
Pag. 3
PARTE I GU aspetti militari
L'Esercito e la ripresa Col. /Jnrlco Pino
Pag. 15
La MJl.rinu e In ripresa Amm. Mario Bwm:cb/a
• 23
L'Aeronautlca e la ripresa Col. \ffnce11zo Spfna
29
La rico.wuzione delle indU5trie della Difesa
ProJ. Andrea Cumml
•
37
Un aspeuo poco noco delb npresa, I.e forze Amiate nel cinema del neoreallsmo
Prof. Morando Morandirli
· 49 PARTE U La ripresa pollllca
L'ammls.1lone dell'Jtalla all'ONU Prof. Pù!tro PasJore/Jt
Pag. 57
Ucomributo dcll'll:l.1.1:! IICISO un~mtegrazione europea Prof. Marcello deJJ'Omodanne
71
Il piano Marshall e il suo Impano italiano
Prof. Alberu> COtia
85
L'ultima fa.se dell'emigrazione llallana Prqf. Romaln H. Ra{ne,o
•
107
vm
INDICE
PARTE lii La ripresa e l'oplo:looe pubblka Italiana
La visione del socialisti e comu nislì sulla ricostruzìone
Prof Marco CuzzJ
Pag. 125
I cattolici e De Gasperl nella rlcostruzi.o ne Prof. Asostino Gfowgr,o/ì
137
La ricostruzione delle Ferrovie dello Stato Doli. Luclo/aco110
141
Il Mezzogiorno d'Italia nella ricostruzione Prof Aldo. A. Mola
157
L'ltali e le origini d Ila tena guerra mondiale Prof Raimondo Luragh
169
RELAZIONE INTRODUTTIVA
GLI ASPETTI POSITM DELLA CONTINUITÀ POLITICA Dl ALCIDE DE GASPERI
RoMAI
H. RAINERO
Volere evocare oggi il quadro politico enuo il quale, negli anni 19471956, sl è venuta a creare una situazione generale dell'Italia che può essere chiamata 'la ripresa', significa prima di rutto genare uno guardo su quelle condizioni politiche generali interne ed internazionali che hanno consentito, non solo la riCOSlruzione ma anche un vero e proprio avviamento allo viluppo che ha lasciato attoniti e sorpresi non pochi auenti o serv.ilori storici e politici italiani e stranieri. Naturalmente e al quadro polìtico generale che deve andare la prima attenzione dello storico, ma anche alle contingenze internazionali che quest0 quadro politico ha generato cd agli uomini ed ai gruppi politiò che ne hanno saputo Interpretare ogni illaba utile al proprio disegno. Alcuni elementi d1 fondo sono da ricordare cd essi comprendono la crisi di quello spirito politico unitario, ma equivoco, che il Comitato di Liberazione Nazionale pareva rappresentare con quel rimescolamento delle carte ideologiche che faceva sì che accanto al 'hadogliano· potesse ~dere il comunista ed accanto al cattolico potesse stare l'ateo ocialista, così come nel quadro istituzionale potessero convivere repubblicani e monarchici e che nell'ambito dei contestatori del regime monarchico si trovassero d 'accordo i marxisti ed I benpensanti del vecchio pan:ìto repubblicano che ad altre radici storiche i piravano la loro azione. È stato già notato che la fine del secondo gabineno Badoglio, il 1 aprile 1944, recava nel suo equivoco formarsi con la coalizione del CLN, un segno della contingenza che era ancora dominata dalla necessit.à d1 concludere la guerr.1 attraverso la cobelligeranza e con l'unione dì rune le forze antifasciste, fossero anche non omogenee nel loro disegno del dopo il conflitto. I vari gabinetti 'di guerra' recano la stessa esigenz.a: il governo 13onomi, dal 18 giugno 1944 al 10 dicembre 1944. come il successivo deuo anche Bonomì Il, dal Il dicembre 194 al 19 giugno 1945, di anche il governo Parri, dal 21 giugno 1945 al 10 dicembre 1945, son<> tuni
4
ROM/11)1 Il Rllll'-EkO
gabinetti che non possono impostare un discorso sul futuro, sul da farsi anche perché le voci del partiti non sono state confermate dalle urne e sopr,muno perché le contingenze segnano altre priorità . S1reuamente collegati a queste simazionl sono gli incerti connotati di questa Italia, non solo divi.sa profondamente da una verJ 'guerr.i civile' appena conclusa, ma anche incerta persino sulla sua re-Jle dimensione geogrnlka e strutturale. Cohelligerante volevano gli uomini politici italiani, ex-nemica vinta insistevano molti della coa lizione detta delle Nazioni Unite e questa distinzione non era teoric-.i poiché implicava ed implicherl profonde c.Jivergenze nei vari propositi dei politici i1aliani. Le contingenze Internazionali, come è! stato già ricordato, non lasciavano all'Italia molto spazio di manovr.i e persino di sper.inza. Priva di quegli attributi di sovmnilil internazionale che la sua condizione armistiziale aveva fatto decadere, l'Italia non erJ neppure in grndo sul piano lncemazionale di fa~ sentire la propria voce: senza ambasciatori , doveva sottostare all'umil iante condizione di sottoposto al la Commissione Alleata di Controllo che ne fungeva da interprete e da filtro per ogni iniziativa esterna ed anche interna. La gmnde svolta , quasi un momento e.li verità assoluta, si c.loveva avere con I.i doppia prov.i elettornle del 2 giugno 1946: cl:1 una parte, si chiariva 1:t questione istituzionale, e dall',tltra, si dava una fisionomia artenc.Hhile alle ,,;.trie forze p<)litiche fino allorJ soltanto elementi di riferimento teoric:o alla vita ed al volto politi<.:<> dell'Italia . Sul piano Interno, quindi si ponevano k premes.~e di una normalizzazione che ern neces.~aria per rimeuere in mmo lo St.tt<>, una 'Nuova Italia ', che amhiva, dopo questa fase inc.lispensahile di verifìc-J numeric...s ec.1 ideologic-J, avviare c..-on dedsione 1,1li Alleati (o ex-nemid sarebbe meglio dire} sulla via dell:i norn1ulizza2ione in politica e.~ter..1 con l'ovvia conclusione e.li un tramuo di pace che facesse uscire con il l'lt!nepladto dei Gmndi. come dei :-.edici 'piccoli', l'Italia da questa trish: situuzione diplomalic:1 ed internazionale, avviando nel frJctempo il conseguente ritiro dal territorio nazionale. o da qud che ne poteva rimanere, ogni form.i di oc:x:upazione militare siranierJ, alleata o ex-nemica. Sul piano internazionale si tr,ltlava , dopo questo compito primario, di non perc.lere le occasioni che il grandioso piano degli Stari Uniti di :L•,sistenw :1ll:i ricostruzione europe,1 parev:i offrire anche all 'ltulia. Signifìa11iv;1 l:1 partedpazione dell'Italia ancom prima della c:onclusicme della propria pace ai negoziati per l 'allestimento del complesso sistema americano di aiu to all'Europa, così come app,ire intere.'i.~,mte ri<."()rclare la fast: di negoziati tra governi europei, la FrJncia, il Belgio, e autorit:l imliane in vlst:J della rnncluslone e.li accorc.11 sull'emigr.izione di e<>~picui gruppi di lavor:uorl italìani. Mu a questo riguardo non va dimentic-Jto quanto stretto sia st,1to il collegamento tra queste iniziative di politica escer.i e la stessa condizione interna dell"ltalia ; la prima non potev:i non tenere conto della seconc.la cd avviarla a soluzione
GLI A.WF.111 l'()!;mVI l)HI.U. COITTTNUITÀ l'OunCA DI ALC:Jl)E f)E GASPERI
5
con le sue scelte. In uno Staio che ritorna alla pace con una occupazione militare e con confini mutilall ed incerti, si imponeva con dramm;llk'J alternanza un collegamento concreto tra il discorso internazionale e il dialogo interno. L'Italia, vale la pena di ricordarlo, torna alla pace in condizioni grJvlssime: sette milioni trJ. senz:i tetto e profughi, tremila ponti discruni o grJvemt:nce danneggiall, un terzo della rete scmdale distrutta, un mìlione di e11ari di 1errt: coltivahili in condizioni in:tgihili, ottanta per cen10 della rece ferroviaria clistrutW o gravemente danneggiata, novanta per cento del tonnella~io merC-Jntile distrutto, un delìc:it del hilancio statale alle stelle. Ecco alcune delle conclizionl di p:1rtenza che diedt:ro al primi governi del dopoguerra imper.i.tlvi as.~oluii e non procrastinahill come non lo em li pmhlema della fome e dei rifornimenti da recupemre ad ogni cosco In attesa di un nuovo mccolto. Gli scenmi po.<;..~ìl,ili sul piano Interno comi nciarono a collegarsi a qul!lll intern:1z.lonali non appena la gmnde alle-Jnza di guerrJ trJ Unione Sovietica e Stmi Uniti mostrò di venire meno con l'avvento della guerra fredd:1 con la quale;l'ltalia ~i dovette risolvere a convivere nonost:inlt: le indubbie tenwzi<.>ni ncutrJliste <.:he, dopo tanta furia bellica sul proprio territorio, tentavano non poi:hi Italiani. Si è già :tc~nnato alla consultazione del 2 giugno 1946 come ad una ~volla, per i molti aspeui che derivarono da quesra prima consultazione popolare. Ed in qu~,o quadro non si può non riwrdare il ruolo <.:entrJle che il partito cattolico, la Democmzia Cristiana, t:bbe a svolgt:re specialmente:: per merito del suo Lapo, Alcide Dc: Gasperi, che già, in dut: govc::rni prect:denti, avev-J svolto un ruolo primordiale ricoprenclo la caric-J di ministro degli Esteri, <.:on 13onomi e con l'arri, giungendo ad assumere, dopo quest"ultlmo, la presidenza del Consiglio neU-ultima versione ClN dei governi del clopoguerrJ.. Gli t:salt:mti risul1.1ti eleitorali della DC davano al suo le-Jder un ruolo di fondamenl.lle importanza: non si lr,mava più di una media supposizione sul rnnsenso popolari:: alla hase dei precedt:nti governi, che tutti operavano a livello di mppresentatività presuma: la realtà clellt: cifre dava u queslo partiL<> un primato incliscusso <.:on il 37% clei seggi all 'Assc::mhlea Nazlonalt' Coslituente e ben 207 deputati. Appaiono interessanti due <.:onsidcr.tzioni riguardo :1 questi risult:.lti. La prima riguarda la sost;mzi.1le naturJ equivoca della DC nella quc::stione pur importante della s<.:elta istituzionale; qut:Sto di<.:hiar.i.to non-impegno a livello di partito ebbe indubbie conseguenze posi.ti· ve. Esw infoui fece :tffiuirc consensi dalle due parti allu votazione politk~1 poi<.:ht":, e questa appare la second.1 considerazione, .tllrt:tL:mta incertezza pareva dominare il programma che la DC presentava agli elettori. lnfoui Dt: Gasperi non aveva esitato a fondare il suo messaggio sulla lihcrt:1. sulla dem<x:rJzia t: sulla 'difesa della <.:risùanit:l' collegando pcmltro quesli vaghi enunciati a pmgeiti di allar-Ralll e ritrov-Jta unità degli spiriti: · se gli studi ai quali alll!lldo da qual<.:he anno, potes.~ero giovare a quakhe t·osa, essi mi
6
KOMAIN Il, RAINf.kO
dovrehhero portare. proprio a questo: a dimosimrc come la perenne vitalità del cristianesimo abhia lievitato, per così dire, tutta la ma · a delle idee e degli sfor,j tendenti, lungo tuno il XIX S(!c:Olo, verso la lihenà: come essa, attraverso incompren ioni e contrasti, sia stata molla potente d'azione in seno al liherJlismo medesimo: come la vcx:e della trJc.lizionc cristiana sia risuonata. sì, sulle lahhra d'un d'Ondes ReAAiO, un Tommaseo, ma anche a volte, su quelle <li un C:1vour, di un Ricasoli, e percht:! no, di un M:rzz.ini. li che non potevano vedere - irretiti come erJno nell:1 difosa, d'altronde legiulm:t, dl passioni e <l'interessi politici materiali - gli uomini che lottavano allora per gli interessi legittimi della Chiesa: ma ben dobbiamo vederlo OAAi noi storici: ed anche noi cau olici, se non voglìamo aurihulre al liberalismo come tale alcune delle ,;uc rivendicazioni più helle, semplici rinessi , inc:ons:ipevoli utilizzazioni dell:.1 grande ir.1dizione cattolica" lll, Come si puì, (.,1pire, si tr,utava di una :wspkata concilinione tr.i diverse :1nime dcll:1 storia poli!lc:-J d 'Italia colleg-,lla ai conc:eui mollo popolari della 'llhert:1' e della 'democrazia' senz;i c:he di questi conceui fo,.;se stato dato dall'auL<>revole capo del masmlor partito ìl.iliano, un chiaro riscontro ndl:1 C.'Oncre::cezza ddl:1 vi1a politica il.Iliana. Si preferiva forse rifugiarsi sul nebuloso o sul prcs11n10, con chiari accenni :1 c::tr.ttte::ri di conservazione amm,1n1at:1 ci.i difes;i dei 'valori nis1iani". 13en inierpre::tò queslo mt.-ss:iggio padre Aless:1mlro Oddone dell'importante rivb1:1 <le::i gesuiti "CivilL:ì Cauolica· , il quale SlljU:<!riva agli cleuori di!! 1946: "All 'ombra della croce di Crisw, cus1odita dalla Chiesa - e .soliamo l:ì - l 'Italia ri1rover.ì quel profonde, e mdil~lle ri.sanamemo delle mt:ntl t! dt:i cuori, delle anime e delle cCJscie::nzc. che sarà impulso e presidio di ogni rcslaumzionc esleriore, perché ra~'SOda nei duadini e tcson::AAia alla patria l:1 restaurazione intima, che è la sola vera cd e::ffic,1ce .. . La glori:1 di Dio, la difesa dcll:1 Chiesa, la conserv:1zione dcll'ani111,1 cristiana d!.!lla nazione, la sanlil,Ì dd focolare domestico, l'educazione. clt:lla gioventù, l'am,:11.ione:: dello giustizin soci.ile, l'elevazione morale, cu hurale, (.>t:onomica del popolo ... " w , Evidcntemen1e si rrou.wa di rccupemre:: adauandolo ai tempi nuovi il messaggio nisllano e tmsfcrendolo in rolitica con l'etichetta della Oemocr.17.ia Cristiana. De Gaspcri questo mess:11,:gio lo assimilì, :1 pi ·no • lo fcl·e proprio del partito d1c con simili argomenri si nrponc:v:1 ad un rinnovamcnro-rivnluzionc dtc da pane ddht sinistrd parcv:1 1rionf:1rc nd programmi con notevoli 'paure' e.la parte degli it:Jliani d1e. come OI i'\olfo ha ben so1toline:1U>, viwvano and1c di sper.tnzc, senz:1 las<:iarsi :mdart' a rinnovamenli troppo radicali. Proprio te::nendo (.'<>nto di quc:sii clementi dc:ll'idcologi:1 democristi:rna :111:r vigilia della prima consu l1azionc: cleuoralt· e di qucs1a nalllr.1 composita (o ,:,qulvoc:1 ?) <ld sun mcs.•;aggio, .si possono c:apire meglio i succc:s.~I della Demc>l'r.tzia Cristiana c: dei suol esponenti nella prima e nelle .~m:cessiw elezioni. Da una p:rrte, l'csige::rw~, cli d:1re corda a c.:erte richieste di c1 mhiamc:n10
OU 1',.'il'ETil l'OSlllVI DEI.I.A COl'ITINUrrÀ l'OL"1CA Ili Alc:tDE DE GASl'l!IU
7
che provenivano dalla maggioranza, e dall'ahr.i, di ancorare qu~ti rnticamc::nti, queste evoluzioni ad un elemento u·Jnquilliz.zante, e cioè la tradizione cristiana, unitamente a quclla difesa <.lai pericolo ro:;so che serviva ottimamente a coagulare, quasi in uno s1ato d'nssedio, le volontà di una maggiomnza volta alla rico.qruzione in una ri1rova1a paclflc-Jzione e tranquillità. Elemento di valore e crirerio cli continuità, la tr.idizione cristiana era evocata mu-Jverso citazioni che l'e lenorato mostrò di accogliere volentieri. Fin d;J allora, peraltro si po.•;sono notare delle diversità che l'azione di Dc Gasperi non porterJ ad eliminare, tm un oltranzismo C"Jttolico 'vecchia maniero ' ed un cauolic imo aperto alle nuove esigenze e quindi su posizioni demo-sociali. Per i primi v-JlgJ la itazionc di padre Lombardi, iou-Jnsigentc protagonista di ogni antic:omunismo, il quale sull'onda dell'a nticomuni11mo ufficiale, i lasciava Jndare ad un:1 e.~altazione di un vero e proprio ·ca10 teocrJtlco d! stampo neo~uelfo. el voler COrL5atTare l'Italia alla Chiesa lanci:1va uno suu invocazione agli italiani: "Italia di San Fr.incesco, di Santa ChiurJ, di San 13ernardino, Italia di San Pio V, cl! San Luigi. di don Bosco, del Conolengo, di Sanlll Francesca C.brinl, ancom una volta drizzati in pit!di, ;incora una volta ci gilllrda la storia, e da te aspeua la nuova pamla . Ricordati: a qu<::.'it<> i.forzo è connc~sso il tuo avvenire m<lrJle e matl!rialc; è con nessa la fr.ilernità nu va dei (X}poli, da edifk:1r.;i sul tuo più rec.'t!nle martirio; è connesso l'esperimento <.!ella nuo a et.i. Vienla! J:1 nuova et:1; s.in) certamente nel nome di Cristo: noi la VOAlia.mo spo.<;ata col nome d'Itali11. .. " tj>. Si tmua di un c..tw limite, ma appare signilì ativ<> che nell'alveo del parlito democri.~11:mo qut:st.e posizioni pote:sero c.·oesbtere con a ltre a."<;ai più modcr:1te, qualì quelle di un Ezio Vanoni, più vicine ad un l:1hurismo che ad una strutturJ statua le di tipo vecdùo «!V<.>C'JW dal Lombardi. L':1uspicio erJ di una politk~• di piena occupazione, di alt, salari, di sicurezza sociale!. di ridistribuzione del prodouo e dei proftui mediante la lev.t fìsca ll!, di rifom,u agr:1ria, cli elimin,tzione ddle grJndi t'Oncemrazioni indusiriali I! fina nziarie per evilure che cs.~e restassero strumenti di sfruuamemo dell'uomo sull'uomo e fos.wm lndlrizz.ue verso l'lllilit;ì generale. . i cr:1, come si vede, di fronte a hen altrè po.,;lzicmi d1e non potev-Jno li!! n,on :.'tridefe con qudlc: enunciate da altra parre democri:.1.ianu. Gli :1rgomenti st.es.,;i dell';1u:,-pic:1ta futuro attività del governo non erJno per niente simili, dove il primo privilegiava lu )011::1 all'idea comun L•a:1 e la devozione politic-J alla predic-.azionc de lla Chiesa cd Il secondo, aspetti connessi all;J ricostruzione ed alla socktil i~1liana nd suo complesso. ~ citazioni cli queste cllscrepanze p<>1rebhero moltiplicarsi; tutte dovrehhem moslra1e una DC :il governo, o sulla via dell'and,11'Ci st.1hilmente, con una d ppia faccia, con un doppio linguaggio ideok>gico quanto agli obiettivi dichiar,lli da quci;tO o da quel esponente. Ed è proprio in que.,;ca discmsia che dovrehlw andare ricercita la virtù democn'it.iana del potere e anche la chlavc di spiegazione della conlinuitii c.!e~speriana.
8
R0MAJN tL RAJNEltO
Non si deve peraltro ritenere che le posizioni equidistanti o •equivoche" di De Gasperi e della DC siano solo di quella parte; anche Ferruccio Parrl, che, di certo, non era democristiano, in un suo discorso all 'Assemblea Costiruenre, il 9 maggio 1947, ne aveva sostanzialmente condiviso le opinioni dichiarandosi contrario alle tesi allemative dei comunisti a proposito dell'imporu.rue questione di statalismo, liberismo e pianificazione economica. Egli non aveva infauJ esitalo ad affermare le virtù del compromesso e del pragmatismo dichiamndo: "Questa nostra posizione (di equidistanza)... trova la sua radice nella nostra conce2ione generale della socie!à itallana per la quale, nella fase storica che essa attraversa, è capace cli assicurare l'optimum sociale ed è storicamente congrua una politica che riesca a contemperare la convivenza dell'impresa capilallstica privata., caranerizzata dalla libertà della scelta e dal rischio, con un'azione ed un intervento dello Stato necessari e sufficienti a realizzare i suoi fini sociali.. .• <4>. Certamente in questa analisi di Parrl sta una chiave di lettura della stessa azione che De Gasperi da fi a poco andrà realizzando rifiutando sia gli eccessi di un ritorno ad un capitalismo che presto poteva diventare selvaggio, sia uno statalismo "democratico" che avrebbe potuto soffocare l'iniziativa privata e svuotare di signincato la riconquistata libettà e la stessa democrazia. Con Giorgio Galli si può ritenere che la DC si sia comportata come un partito bor· ghese almeno fino al 1953, ma essa sembra rappresentare il massimo possibile di unità conseguibile dalla borghesia, il massimo di mediazione possibile tra le varie frazioni della borghesia stessa. Nessuna ·razza padrona ' quindi, bensì una nena distinzione all'interno della classe dominante tra un senore avanzato ed efficiente disposto a modernizzare l'apparato produttivo ed un settore parassitario che comprendeva sia gli strati tradizionali della piccola e media borghesia, sia i nuovi gruppi di borghesia burocratica formatisi all'ombra del potere democristiano e delle sue strutture operative periferiche. De Gasperi interpreta quei.ti doppia esigenza ma anche a questo riguardo il suo approccio appare permeato di cautele: alla viuoria democristiana del 2 giugno 1946 che cli al partito un ruolo prioritario, egli non appare arrocca.rsi su posi2.ioni oltranziste ma allarga U suo governo alle forze che lo sorreggeranno a lungo nella /;Ua azione di governo: liberali, ocialdemocrarici e repubblicani. De Gasperi, con il 37,3 per cento dei voli e 207 seggi su 555, conquisla una posizione di prestigio specie se si considera che a quella votazione si presenta.rono hen cinquanta partiti olue al democristiano. Ma il vero traguardo elenorale che gli darà tranquillità e sicurezza sarà il voto del 18 aprile 1948 che segna, a pochi mesi dal primo una crescita imponente: dal 37,3 per cento al 48,5 per cento, con 304 depu1atl su 573 e 131 sena1ori su 237. Questi dati sono importanti perché sono alla base di un'altra concezione degasperlana quella, cioè di non governare mai da solo, anche se le cifre pote vano permetterglielo.
GU ASPETil l'05ll1VI DEIJ.A COl'tIDMTÀ POLJ'TlCA DI Al.O DE
oe
GASPEIU
9
Le alleanze sooo alla base del suo progetto politico che, sistemat.l la critica
questione istituziona.le, e passata la paura della svolta socialcomunista, potevano vederlo impegnalo appieno nella ricostruzione e nello sviluppo dell'Italia. on si ll'3tt3 di certo di COSlruire un partito-regime, ma non vì è dubbio che l'ascesa della Democrazia Cristiana nelle sue varie affennazioni elettorali rafforzi l'idea di De Gasperi di potere, con una notevole tranquillllll, realizzare un programma che talvolta può gra considerarsi di centro-sinistra ante Utteram e talvolta si conferma di centro-destra, se non addiriuura di destra. I.a graduale politica delle rifonne poté cosi essere attuata ed in definitiva contribuire a manten.e re se non a rafforzare la posizione della DC che supero senza grandi perdite gli scrutini del 7 luglio 1953 e del 25 maggio 1958. Nel primo lo scarto con Il 1948 si avvertì, sia con il numero dei voti che fu per la camera dei Deputati di 10.836.675 contro I 12.712.562, quindi del 40,08 per cento contro il 48,S per cento, sia con quello del Senato che fu di 9.667.1Cl3 contro i 10.875.053 del 1948. Ma nel secondo caso, quello delle elezioni del 1958, la rimonta , e quindi i fattori di stabilità si manifestarono appieno con 12.522.279 voti per la Camera e 10.780.954 per ii Senato, quote che riproposero, dopo più di dieci annl di governo, la solidità dell'idea mediana e riformatrice moderata di De Gasperi. E questi risultati non furono conseguiti con un certo immobilismo, bensl con decisioni che graffiarono profondamente la società italiana. Nell'aprile 1949 furono varati progetti di rifonna agraria che la Confagricoltura crasfonnò in leggi stralcio per la Sila, per Il Delta padano, per la Maremma, per la Sardegna e per altre regioni. Nel 1950 toccò ad un provvedimento più ambizioso, quello della creazione della Cassa per il Mez-zogiomo la quale fu, è inutile nasconderselo, un potente strumento di sottogoverno ed un poderoso serbatoio di voti, ma fu anche all'origine cli una certa trasfocmazìone del Sud con una intensa anivil.à di lavori pubblici destinati a creare le lnfrastruCIUre di una industrializzazione in pane riuscita. Un altro aspetto della politica degasperiana fu l'avvio ad una liberalizzazione degli scambi che Innestò una fase di sviluppo riscontrabile nella crescita del prodotto nazionale lordo che toccò Il 4,4 per cento nel 1954 fino a raggiungere l'anno dopo il 7,5 per cento, gettando le premesse della crescita impetuosa degli anni successivi, spesso detti del 'boom economico itaJiano'. Ben lo ha defllliro il Di Nolfo affermando: "Cessava l'epoca delle speranze di rigenerazione mediante una trasformazlone dell'ordine sociale e ne incominciava un'altra: l'epoca in cui la rigenerazione non importava pi.ù o importava di meno, e ciascuno cercava di collocarsi nel posto giusto per trarre profino della grande trasformazione industriale che si stava verificando... si affermava il pragmatismo._· O>. Anche l'andamento dei consumi privati fu eccezionale: essi crebbero ln quindici anni quasi quanto nei precedenti ottantasette anni. I consumi privatl pro capite crebbero, in questi quindici anni, più del doppio, mentre negli ottantasette anni prima erano cresciuti solo di un terzo. L'insieme
10
IIOMIJl'I H. WNERO
della qualml della vita e delle scelle degli italiani parve mutare radicalmente: la sopravvivenza e la soppoitazione di antiche sicuazioni socio-economiche furono dimenticate e subentrò una cultura dell'espansione. Ben lo notò Giorgio Bocca, allorquando afTennò che • ... anche da noi sembra finito il tempo In rul predicavano gli economisti del pessimismo ... i rispettabili professori della trisle scienza·, con l'arrivo dell'ottimismo economi.c o per "i disinvolti profeti della moltiplicazione delle cose~ <6>. E questo mutamento che fu una vera rivoluzione nelle aspeCiative e nei valori, anche se non fu solo un caso italiano, nel caso dell'Italia fu ancora più sconvolgente alla luce delle precedenti realtà. In questo quadro, si può dire che l'Italia si stava trasfonnando in un grande canùere e ciò sopraccutco grazie alla continuic:l governativa che offriva un quadro convincente e duraturo di riferimento. Molte cirul si liberavano proprio allora degli ultimi residui negativi creati dai bombardamenti e la nuova reallà economica e sociale consentiva inizìative alJargale di risistemazione di quartieri decaduti o di risanamento di zone disagiate. E ciò era positivo, anche se non mancarono, è ovvio, molti casi di rapaci speculazioni e di obbrobri connessi a quesco iniziativismo del mattone e della ricostruzione. Ma, a pane le città fu lo stesso tessuto delle comunicazioni ad essere stravolto, e sviluppato, con grandi cosuuzionl stradali ed aurosLradali con il conseguen1e sconvolgimento e sviluppo, di imere aree da sempre al margine ciel progresso e della vita economiC:J artiv:i. Citiamo Eugenio Tuni, che ne ba assai bene riassunte le pòndpali caraneristiche: "La grande febbre cantieristica ebbe nel paesaggio effetci immediati e vistosissimi, sia per la nascita delle nuove edificazioni, sia per la richiesLa di materiali da parte dell'industria delle costruzioni, che ampliò le cave di mareriali per il cementlfìcio, il rnanniflcio, ecc. Tra li 1951 e il 1971, 11talia si è arricchita di ben 6,69 milioni di nuove abitazioni (passate da 10,7 milioni a 17,5 milioni di cui solo 15,3 milioni occu(Xlte). Le strade, nello stesso periodo, sono passate da 170.563 1cm (di cui 479 di autostrade) a 286.496 1cm (di cui 4.342 di autostrade). Se si tiene como degli edifici indUStriall, delle infrastrutture pubbliche di vario genere (ospedali, campi sportivi, ecc.), per le quali, comprese le strade, lo Stato ha via via aumentato la spesa da 183 miliardi di lire nel 1951, a 1.352 miliardi nel 1971, si può dire che la superficie urbanizzata dell'Italia negli ultimi vent'anni sia più che raddoppiata. Le dimensioni deU'artivil.à edificatoria si possono misurare nella produzione di cemento (solo in piccola pane espoitaro), passata dai 10 milioni di tonn. circa ciel 1951, ai 32 milioni di tonn. del 1971 , cifra che pone l'Italia lia i maggiori produuori mondiali (bane la Francia ed è poco inferiore alla Germania, paese più popoloso)" rn. Appare evidente che il bilancio di questo lungo periodo di governo dega· sperlano che va dall'l1 dicembre 1945 al 2 agostO 1953 (ved. allegato) abbia favorito non solo la ricostru1.ione ma anche creato le basi per il successivo eccezionale sviluppo del decennio successivo ... "L1taUa realizzò quanto dieci
CU ASPEl11 POSmVI DfllA (X):O."llNUlTÀ POLITICA 01 At.CIDE DB CASl'ERI
11
anni prima nessuno aveva previsto: uno sviluppo industriale veloce venne accoppiato a una crescita ancor più veloce delle esponazioni, il che consenll una rapida modernizzazione del paese, il risanamento della bilancia dei pagamenti, l'aumento sost2nziale dell'occupazione lavorativa ... ~ C8>. È l'austero Federico Chabod a sottolineare gli aspetti positivi di questa fase dovuta anche alla stabili~ politica: "Lo Stato italiano ha superato una crisi fomùdabile. È bene tener presente che si trana di uno tato ancora relativamente giovane, che non possiede tradizioni unitarie che risa lgono nei secoli. "Eppure questo Stato è riuscito a superare la grave crisi che ha sconvolto la vita italiana fra il 1943 e il 1945. Nonostante la disfatta, nonOStante che il paese sia stato per un lungo periodo diviso in due, malgrado le scosse di ogni genere, d'ordine morale, politico, economico, l'unità nazionale è uscita vittoriosa dalla prova ... " <9>.
NOTI! (1) P. Scoppob, Lapropo51apoliticad/DeCasperi, llologn~. Il Mulino,
1m, p. n.
(2) Cl1. rn E. DI Nolfo. ù paum e~ ,spera11ze dogli Ilo/I/ml 0943-1953), Milano. Monda-
dori, 1986, p. 200•. (3) R. Lombcudi, L'orapn,s,,meel'lla/ia, In ·La tivlltn canolica•, 4 gennaio 1947, p. 12. (4) Ferruccio Patri. Discorso all'lutembieo Cou/111et111',
9 m.,SII o 19'17, in ·Alfi dell'A.ssemble:i
Coiiatucnte-. {5)
E. Di Nolfo, op. cli. p. 273.
(6) G. l\occ:a, La SICOfJl!-rla dell'Ila/la, Bari, Latcr,:i, 1963, p. 28.
(7) E. Tuni, l 'llalaallo.sp«d,lo, in <omunM·, ai:(>.<lo
t9n , p. 20.
(8) A. Gr.u.iani, /tlerrato intJ:rno e relazlo11/ /11/cmazlnnali, In ,J\A .VV.• /.'Jrali11 wn1m11/10ru-
,raa 1945-1975. Torino. Eiruaudl, 1976. p. 314. (9) F.
Ch:lhod. L1/alla rl'OJl.8i UZ10nl alla Sorbona. lrad. i1•• p. 185.
·
ROMAJN Ft. RAI EllO
12
ALLEGATO
UNA PRESENZA DUllAnJRA {12 dkemb-re 1944 - l agosto 1953)
~
:g
Presidente
Date
Composi2ionc
Vice Presidente Esteri
llarmi LO Panif.
IZ.12..«!l»-6 21-6-o'IG-IUi
(lN
Toglimi P. Nenni P.
°'DcGa.lpaiA. Ga.lpai A.
Nomi P.
DcGllj)CliA.
11'<ì2speriA.
111·12-MS-7-46
p.d.A DCPCJ PSIUP.PI.I-O. b\uo OC-l'CI-PSIUP-l'U
Ot<ì2speriA.
DIH-W}-2-47
P.d.A. DL OC-l'Cl-1'51-Plll
J
i:::
H-0/31-5-0
OC-PO-PSI
OtGispeiA.
IV 31-5-0/1}12-0 VIHZ4712}>18
OC·PSU-PRl-l'U OC-PSU-PRH'I.I
Eimud! L Eimud! L Smgal G. l"llXwdi R.
Sf<m c. sr.mc.
Ot Ga!j,eri A.
VI Z~S4'1WJD
l)C.PSIJ.Pll.p(J
5.mg;t G. Plcdool A. PooioG.
Sf<mC.
VII 11·1-'M9-HI Vlll~J.51/J.7·53 IX lf>.7·5Y2~i3
OC-PSO~
~
f
Ot Galperi A. Bnoa! 18-11).(ti t,eri!YIJO Slini c.
:a
1Dt.
OtGalperiA.
A. Dc <ì2speri A.
OC-PRJ(PIJ.l'SOI) OC(P~'M)
Picdooi A. Picciooi A.
Sb?aC. DeC'dspcriA. De Casperi A.
PARTE I Gll ASPETl1 MILITARI
L'ESERCITO E LA RIPRESA
ENRIOO PINO
Parlare del tema odierno, che prende in esame La ripresa dell'Esercito e
la sua evenruale influenza sulla ripresa del Paese, richiede naturalmente, una brevissima premessa suUo stato materiale della Forza Annata nel momento In cui in Italia cessarono le ostilità. All'indomani dell'uhlmo confliuo mondiale, l'Esercito risultava essere uno strumento del ruuo inadegualO a garantire l'imegrltà, la sovranità e la libertà del Paese. Le pesanti imposizioni derivanti dalle clausole militari del tr-.iuato dl pace de.I 10 febbraio 1947 ne avevano fortemente contratto la struttura organica, la potenziaUlà di fuoco, la reattività a presumibili offese provenienti dai confllli terrestri; reanività resa ancor più aleatoria dalla smilitarizzazione dei 20 Km. della fascia di confine, che rendeva critica la situazione alla frontiera orientale. lo pratica, la Pena Annata aveva assunto la fisionomia di una armata da quartiere, adana a garantire soltanto la bonlflca delJe zone minate e l'ordloe pubbllco interno; e anche questo fmo ad un certo punto, perché tra fennenti di separatismo e risveglio della criminalità organizzata, erano state privilegiate nel potenziamento le forze di polizia, le quali sommate avevano raggiunto organici quasi pari a quelli dell'Esercito. AJ d1 1.1 deUe limitazioni previste dal trattato, pesavano inoltre sulla possibilità di ripresa dell'Esercito fattori interni, legati al forte disavanzo economico e all'atteggiamento mentale, di natura poUtica, di quanti andavano ipotizzando deleghe ad altre oazlonJ per la difesa dello Stato; convinzione derivata dalle recenti esperienze di guerra, che avevano visto considerevoli forze alleale combattere per la liberazione del uolo italiano. Vl era chi giunse a sostenere che le nazioni a llmicaco potenziale economico come l'Italia, dovevano disporre di Forze Arnute intese come • reparti scuola " delle Forze Annate di altri paesi ricchi, i quali avrebbero dovuto provvedere ad armarle in caso di guerra. Per non dire di altre ipotesi, che sostenev;ino un'improbabile neutralltil, più o
16
ENRICO PINO
meno disarmata. Partendo da quesia premessa è ben comprensibile U travaglio che visse l'Esercito, come peraltro le altre Focze Annate, nel momento in cui era necessario porre le basi per la sua rinascila . Tralasdllmo il faticoso cam• mino che dovette essere percorso sul piano dottrinale, organico e addcscratl· vo, che è gh'I stato deline:llo in precedenti convegni cb pane dei miei predecessori all'Ufficio Storico. Appare, invece, opponuno accennare ad alcune - e solcanto alcune - grosse problematiche che accompagnarono e consentirono la ricostruzione materiale dell'Esercito e che ebbero anche influenza sull'economia del Paese, coinvolgendo in un proficuo dibattito l quadri mililari, che In numerose occasioni offrirono un notevole contributo di pe11$lero. lnnan• zituno è da considerare fondamentale per le Forze Armate la scelta di :id rìre all'Alleanza Atlantica presa dal Gabinetto De Casperi. Tale decisione fu la chiave di volta che consenll di venir fuori dalla diffidJc situazione derivante dal tranato di pace, poiché permise di superare i condizionamenti politici lntemi e Internazionali. Far parte dell'Alleanza, infatti, significava In pratica ricevere assistenza militare, con prospettive di potenziamento e di ammodernamento dei materiali che la stessa allean.za richiedeva; e significava alLrCSì modificare di ~ no alcune pesanti imposizioni. rl 12 apdle 1949, a pochi giorni dalla flnna del trattato, venivano delineati gli indirizz.l di sviluppo delle Foczc Armate; l succes.mrl, drammatici avvenimenti In Corea indus.sero il Governo ad aumentare S05tanzlalmenre li bilancio della Difesa , con una assegnazione strllordlnaria di dodici miliardi. Ovviamente, lo scenario geostrategico, completamente mutato dalla fine della guerra, Imponeva la risoluzione di una serie di problemi di natura apparenremente diversissima, mn cutd concatenati fr:i di loro. L'ingresso in una entità militare sovranazionale richiedeva la necessità di intervenire sulla dottrina, sugll organici e sopratruno sui materiali . I rraaava , In prlltlca, dJ ripartire da zero o quasi, anche perché far parte dell'Alleanza non significava partecipare sempli· cemente ad una coa lil.ione con uno stJUmento belllco proprio, ma integrarsi in un sistema difensivo-offensivo In rui necessariamente bisognava rivedere, adeguare, standardizzare tutto per rendere Il proprio apparato analogico a quello con cui si doveva operare. I primi passi della ricostruzione sul p.iano militare, una volta entrati a far parte deU'Alle:mza Atla ntica, furono segnati dalla firma, Il 27 gennaio 1950. degli accordi bilaterali con gli Stati Uniti per In mutua assistenza difensiva (M.A.P.), in base ai quali l'annamento pesante eccedente i limiti fissati dal traruito di pace veniva fornito dagli USA; e l'Bsen::ito beneficiò di pane del milillrdo di dollari stanziato in m:uerìale bellico. li riarmo, però, non potev11 cen.a menre basarsi soltanto su tale apporto, costituito, fra l'altro, in gran pane da residuali della guerra. Né gli aiuti erano paragonabili, al momento, alla t.'Orsa al riarmo che si stava anuando nel bloc· co orientale, corsa che suscitava apprensione per il rapporto delle forze
17 disponibili favorevole al blocco, e per gli esperimenti In cnmpo nucleare che I sovietici andaV3no conducendo. Da molte parti, in ambiente militare, veniva inoltre OMCtVato come L'l 51J4>Criorit.l delle rorie terre trl del blocco orientale anda\13 assolutamenle contrastata, altrlmentJ essa poteva consentire l'attuazione di facili colpi di mano, miranti ad assicurare il possesso di importanti basi per li pocenzlamento delle propr forze aeree e naval1. E l'Italia, per la sua posizione nel Mediterraneo, era certamente più esposui a tali rischi, soprattutto sul versame adriatico. Era necessario, pertanto , che oltre agli aiuti escerni, l'ltalia cominciasse ad organizzare in proprio una produzione militare. Progressivamente, comunque, comando al piano di aiuti USA, l'equipaggiamento e gli anllllmenti furono sempre piO adeguati, quantitativamente e qualitllivamente, a quelli degli altri eserciti alleati: carri ed artiglierie di concezione sempre più moderna d01arono e resero sempre più credibile lo stru· mento militare terrestre. Ma U programma di mutua asslsle nza contribui In qualche modo anche all'avvio della ripresa ndustriale, poiché esso prevedeva commesse per l'industria meccanica nazionale, chiamata a produrre armi e munizioni per l'Italia e altri paesi dell'Alleanza. Anche lo sforzo flnonzhuio Italiano Iniziò ad essere considerevole. Le spese della Difesa, già nel periodo della ricostruzione (1947-1950), videro un notevole incremento: nel biennio 1950-1951 esse risultarono più che triplicate, non in termini percentuali, ma in conseguenza del trascinamento dovuto al considerevole aumento del prodouo interno lordo. Ed è da considerare, Inoltre, che la proporaione del prodotto Interno lordo dedicata alle spese della Difesa fu , in quegli anni, la prn alta del dopoguerra (con un massimo del 3,87 raggiunto nel 1952). Durante una sua vlsica a Roma nel '51 , Eisenhower chiese all'Italia di adeguare b propria difesa , prevedendo anche uno stanziamento straordinario, e ciò fu fauo. Tredici mesi dopo, U Consiglio Atlantico fìssò in dodici le divisioni del contingente itoliano ed U Governo elaborò un piano quadriennale di potenziamento della Difesa per 491 miliardi nel bila.od dal 1950 al 1954. L'industria automobilistica fu interessata per la produzione d i automeni militari in servizio presso l'Esercito, fin.o a non mol · imi anni fa e nel maggio 19S4 volava U primo elicoa:ero costruito dalla dlna Agusta s u licenza americana. Riacquistarono rilevanza alcune industrie belliche che avevano trovato materia di rilancio nel programma quadriennale di riarmo, fr:1 le quali quelle che producevano annamenlo di medf.l potenza e quelle elettroniche, alla loro prima manifestazione con la costituzione delle lìllali Italiane di due dine e cere: la Oerlikon (1948) e la Coruraves (1952). i era messo mano, intanto, anche alla graduale riapertura della pur considerevole · area industriale della Difesa•, cioè degli stabilimenti ed arsenali militari i quali impieg.avano decine di migliaia di dipendenti civili. Ripresero vita gli arseruiH di Placenz.a, Napoli e Torino, la fabbrica d'armi
18
ENRICO PINO
dell'Esercito di Temi, laboratori, polverifici. Ciò componò una anività contr.utuale con l'industria privata e l'acquisto, in Italia o all'estero, del materiali occorrenti per il rifornimento dell'organizzazione logistica dell'Esercito. Dell'esigenza di ricostruzione dell'Esercito beneficiarono anche le induslrie tessili ed alimentari, chiamate ad equipaggiare e sostenere forze sempre maggiori. Si pensi, ad esempio, a quanti milioni di uniformi, e di vario tipo, doveuero essere prodoae a panire dal 1946, epoca in cui tulio l'equipaggiamento ed il vestiario furono rinnovati. Abbandonato il grigio verde dei Padri, forse perché troppo ide ntlfìcativo del recente militarismo fascista, dovettero essere rinnovate tutte le dotazioni e le scorte con la nuova battle-dress di isplrazione britannica, cui si affiancarono via via uniformi ed equipaggiamenti cliversificati, più rispondenti alle esigenze di impiego. Un ulteriore settore che fu interessato fu quello ediliz:io, che vide un programma di lavori per infrastrullure comuni nonché la costruzione di un ceno numero di caserme in regioni, qua.li Veneto e Friuli, nelle quali le difficoltà economiche erano notevoli. Ovvi i riflessi positivi dell'incremento di spesa che sì riversarono sul Paese. Gli effetti benefici che la ripresa dell'Esercito aveva sul processo dì industrializzazione e sull'economia del Paese furono oggetto di studi e discussioni nella stessa Forza Armata, che intendeva svolgere un ruolo attivo anche sul piano teorico dell 'economia di guerra e su quello pratico della ricostruzione, cercando di fornire un contributo di pensiero anche nella nuova organizzazione economica della Nazione. Esempio: nei primi anni cinquanta la "Rivista Militare" pÙbblicava numerosi articoli, a firma del col. Gaetano I.a Rosa che, dopo aver teorizzato il conceao di "strategia economica" come nuova disciplina dell'arte della guerra, ne sviscerava rutti gli aspetti, dal finanziamento di una guerra alla necessità dì istituire nelle scuole mllitari l'insegnamento "dell'economia militare e bellìca", per un più adeguato e organico indottrinamento in materie di effettivo esercizio professionale. Nel gennaio del 1953, in un convegno tenuto a Bari sull'industrializzazione del Mezzogiorno e deUe Isole, I relacori milltari misero In evidenza come fosse importante e determinante per la difesa dello Staio un decencramen10 indusUiale, in quanto esso, oltre a rispondere a criteri sociali di equa distribuzione · della ricchezza, rispondeva a principi di sicurezza militare. Sarebbe stato più facile, infatti, proteggere piccoli centri industriali distribuiti sull'intero territorio che non grossi insediamenti ed accentramenti di essi in una sola parte del Paese: in situazioni di guerra, inoltre, che avrebbero potuto portare all'abbandono di parte del territorio nel seuentrione d'Italia, gravissimi riflessi avrebbe avuto, per i rifornimenti delle Forze Annate, l'abbandono di grandi zone induslrlali concentrate in quei luoghL Altro argomento di particolare interesse fu il dibattito, iniziato già nel 1944 guerra durante, che si svolse per l'adozione di un nuovo modello <il
L'ESEROTO E lA RIPIIEM
19
reclutamento, e oo ebbe anche riflessi economici, perché la scelta di un lipo od un alt.ro dJ redut.imenLO richiedeva diversi liveill di risorse da lrarre dalle disponìbilirà del Paese. Per la prima volta fu buttata sul tappeto l'idea di un Esercito a reclutamenlo volontario in sostituzione dì quello obbligatorio; di tale modello era sostenitore il Quartier Generale alleato, ed ln panicolare (secondo la nota concezione anglosassone dell'Esercito volontario) il generale britannico Browning, capo della Military Mission of the Italian Anny, che nel seuembre 1945 soa:opose al ministro della Guerra un piano dettagliato per il reclutamento volontario sostirutivo dJ quello di leva. Lo Stato Maggiore dell'Esercito, unita.mente allo tato Maggiore Generale, si oppose a tale soluzione; riteneva Infatti che nella situazione contingente - per ristrettezze finanziarie, discredito soci:tle e politico della carriera militare, 1per la necessità di sostituire con immediatezza il pe150nale smobilitato - l'unica via realisticamente praticabile fosse quella di un esercito a reclut.amento misto, basato sul mantenimento della coscrizione a ferma breve e l'arruolamento di volont.ari a lunga ferma . La questione sollevò un lungo dibattito, non definitivamente concluso neanche ai giorni nostri, con soluzioni e proposizioni di modelli che richiamavano in ballo anche desuete ipotesi ouocentesche di nazione armat.a. A parteggiare per il reclutamenlo volontario, vi erano alcune personalità dell'Esercito, fra cui il generale Giacomo Zanussi, che nel suo Salwre l '&ercfto del 1946 SOSteneva la necessità di un esercito professionale, per il carattere specialistico della guerra moderna, l'obsolescenza della mobilita7.Ìone di massa e la necessità di lunghi addestramenti non realizzabili con la ferma di leva, senza nascondere gli aspetti negativL Un anno dopo, però, faceva "pubblica ammenda" di tale ·eresia" op«ando per il reclutamento misto. Alla fine, Lra dibattili, analisi dei costi e pregiudizìali ideologiche, l'Esercito restò dì leva (soluzione che ebbe anche il pregio di essere meno onerosa per il Paese). é mancò, nel corso delle discussioni, l'idea di estendere il servizio militare alle donne, quando i trattò di flSSare in un articolo COSfiruzionale che la difesa della Patria fosse sacro dovere di tuJtf I cittadini, ovvero maschi e femmine. Ma, in ultimo, fu deciso di mettere da parte anche l'esperienza fatta con le ausiliarie del Corpo di Assistenza Femmini.l e (C.A.P.) negli ultimi 1empi della Guerra di Liberazione. Al momento, l'esperimento doverre sembrare troppo ardiro, tanto che le poche decine di •caffine", che per cin::a due anni avevano prestato servi.zio nel campo dell'assistenza e del benes.,ere del soldato, nel 1947 = n o la loro attività. Potremmo qul concludere dicendo, quindi. che lo sforzo economico-produnivo per la rinascita dell'Esercito concorse, nell'immediato dopoguerra, anche a rimettere In moto una pa.ne dell'economia del Pa.e se. Ml preme però evidenziare che raie sforzo non può condurre a valutazioni esclusivamente economiche. L'opera svolt.a dalle industrie ed il fecondo dibattito in ma1eria,
ENIUCO PINO
20
produssero una benefica inllueoi.a sul •morale" della Forza Armala, il cui personale era precipitalo in una profonda crisi di identilà nel dopoguerra sopraautto I quadri intermedi ed i.nferiori - per una serie di meccanìsmi "perversi" che avevano lndlcalO nell'Esercito il capro espiatorio delle sofferenze patite ìn guerra, e di cui In questa sede non ~ possibile fare la disamina. Possìamo però riassumere i fanori della crisi, ricavandoli dalle memorie storiche anche di quelle Grandi Unità del tempo, in panicolate della Divisione Cremona che pure era stata protagonista, prima della reazione ai tedeschi e poi della Guerra dì Liberazione. Prima che venissero adottati alcuni provvedimenti relativi al congedamento delle classi anziane ed agli •assilli" economici che tormentavano soprattutlo i militari con famiglia, avevano fortemente scosso gli spiriti le feroci campagne aruimilitaristiche condoue da alcuni politici e da certa Stampa, nonché la 1otale indifferenza del Paese verso i militari ed i loro problemL Progressivamen1e ìl morale era andato migliorando, grazie soprattutto all'efficace opera condona dai coma.ndan1i, volta alla risoluzione dei problemi alloggiativi, agli interventi assistenziali con la concessione dei sussidi, alla cura del benessere con l'isliruzione di sale ritrovo e spacci. I numerosi interventi per l'ordine pubblico, inoltre, se da un lato erano motivo di mugugno per la sperequazione esis1ente in fatto di indennità - concesse in misura minima in confronto a quelle percepite dalle forze di polizia costlruivano, comu nque, fattore tonificatore per il morale dell:i truppa, che si sentiva parte "efficiente, indispensabile e benefica" per la vita della Nazione. Con il passar del tempo, la maggiore dignità acquisita con il potenziamento di armi, mezzi ed equipaggiamenti, con l'ammodernamento delle infrastrutture, con l'efficienza operativa raggiunta, la consapevolezza di essere parte utile e attiva nella contrapposizione dei due blocchi, l'attenuazione degli attacchi anlimilitaòsti, la riconosciuta validità dello st.r umento "esercito" negli impegni a favore del Paese io occasione di disaStri e calamità naturali, elevarono di molto il morale dl quadri e truppa, anche se restarono lrrisoltl l problemi di natura economica. L'analisi a campione delle memorie storiche delle maggiori unità di quest'epoca, infatti, mene in risal10 ripetutamente l'ìnsufficieru:a del tranamento economico, l'indlsponibilltà deg(i alloggi di servizio, l'elevato oosto degli
alloggi INCJS. ·
Pur coo le dovute riserve, non è azzardato affermare, per concludere, che gli anni cinquanta, ci~ gll anni della ripresa, furono l più positivi del secondo dopoguerra per l'Esercilo. E altreuanto positivo fu ìl fervore ed li contributo di pensiero che I militari seppero apportare alla ripresa, pur se nel processo dialenlco di panecipazione alla ricostruzione ed alla difesa del Paese, il contributo di militari non oltrepassò mai i limiti delle proprie competenze. Al contrario, in molte occasioni essi ebbero ad affennare che la preparazione e la condotta dì una eventuale guem avrebbe dovuto investire la
L'ESEROTO E lA IUPltE.S.A
21
responsabilità generale di cune le classi dirigenti, e non soltanto quella di politici e militari. L*assenteismo militare" che per molti anni si è avuto da parte di quelle classi, po1eva avere un solo significato: difese corporativistiche, e qwndi egoistiche, dei propri interessi. La partecipazione globale, invece, avrebbe consentito la nascita, Rn dal dopoguer.ra, di una consequenziale Interdipendenza di tutte le istituzioni: politiche, militaò, civili ed industriali, non sempre realizzata nei passati decenni , con indubbi riflessi negativi sull'efficienza dello strumento militare.
LA MARINA E LA RIPRESA
MARIO BURACCljlA
Dopo trentanove mesi di guerra ed il periodo di cobelligeranza a fianco degli anglo-americani la Marina si ritrovò, come del resto altre Forze Annate ed in definitiva tutto Il Paese, ad affrontare un consuntivo delle proprie forze e delle proprie potenzialità e l'individuazione del proprio ruolo nel contesto nazionale ed internazionale del nuovo ordine mondiale. Il naviglio disponibile costituiva uno strumento che, adeguatamente aggiornato sul piano tecnico e tecnologico, avrebbe potuto avere un suo peso nel contesto mediterraneo della situazione postbellica. La situazione peggiorò però rapidamente. Ad Influire negativamente sull"efficlenza della squadra navale furono, tra altri fattori, la situazione delle basi e la quasi totale paralisi degli arsenali - con la sola eccezione di quello di Taranto - e anche la mancanza di combustibili e di pezzi di rispetto. Con il trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, l'rtalla fu praticamente privata del possesso di una flotta, perché fu obbligata sia a porre a disposizione delle potenz.e vincitrici le sue unità migliori, sia a demolire quelle di cui non era prevista la consegna. La Marina, dopo l'esecuzione delle clausole del trattato, poté contare su due vecchie corazzate, quattro incrociatori, quattro cacciatorpediniere, due avvisi scorta e sette torpediniere, tutte unità vecchie e logorate dal pesante impiego bellico, alle quali si aggiungevano venti corvette di recente costruzione, alcune vedette antisommergibili, dragamine e vetuste navi ausiliarie. All'Italia venne lmposto inoltre di non costruire nuove unità sino al 1950, e vietato dl docarsi di navi da battaglia, portaerei, sommergibili, morosiluraotl e mezzi d'assalto, e fu imposto alla flotta un limite di complessive 67.000 tonnellate. Al capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Maugeri, succeduto alla fine del 1946 all'ammiraglio de Courten, non rimase eh~ mettersi al lavoro per tenta.re cÌi ricostruire e riorganizzare basi ed arsenali, in attesa che l'Italia potesse riassumere il suo ruolo nel delicato scacchiere mediterraneo.
24
MARIO 8 iRACCHIA
L'arsenale di La Spezia era in uno stato disastroso. Gran pat1:P. degli edifici ed impianti risultavano completamente distrutti. L'opera di ricostruzione fu avviata inunediatamente, dopo lo sminamento della rada e dell'accesso al porto ed il recupero del naviglio affondato, tanto che gra nell'ottobrè del 1945 l'arsenale era in condizioni di effettuare i primi lavori sulle unità navali che vi erano di base. Il completamento della ricostruzione si protrasse sino agli anni sessanta, anche In considerazione dell'opportunità di adeguare le strutture esistenti alle nuove esigenze delle moderne unitl navali Anche l'arsenale di Augusta, che nel corso del conflitto era stato largamente utilizzato dai sommergibili italiani, fu oggetto di un plano di ricostruzione che arrivò a conclusione negli anni sessanta, quando però la struuura fu declassata a Reparto Lavori, dipendente dal locale Comando Marina. L'arsenale di Taranto, che era stato risparmiato dalle distruzioni del conflitto e che già era stato impegnato nel supporto tecnico logistico delle unità alleate nel periodo della cobelligeranza, fu subito coinvolto nell'attività di riparazione e manutenzione delle unità navali italiane, nonché In un pur limita.lo programma di potenziamento delle sue struuure ed officine. Sorte diversa ebbe_l'Arsenale di Venezia. Per far risorgere dalle rovine della guerra l'industria privata, che a Venezia era rappresentata soprattutto dalla cantieristica navale, numerosi lavori di manutenzione al naviglio militare veMero affidati ai cantieri civili anziché all'Arsenale. Agli inizi degli anni cinquanta poi si andò facendo strada l'idea di fare di Venezia una città aperta. Considerazioni di opportunità strategica, legate alla situazione del teatro adriatico, indussero poi la Marina Militare a spostare, all'inizio del 1957, il Comando in capo del Dipartimento da Venezia ad Ancona, con il conseguente drastico ridimensionamento della struttura arsenalizia. La volontà di ripresa della Marina si manifestò anche nel cam po dell'addestramento dei propri uomini. Appena un anno dopo la fme del conflitto, l'Accademia Navale riprese la propria attività nella sede storica di Livorno, dopo i trasferimenti, a Venezia prima, e a Brindisi poi, imposti dagli eventi bellici. Le vicissitudini di guerra avevano indotto anche le scuole sottufficiali ad abbandonare le loro sedi. Subito dopo l'armistizio, i corsi per gli allievi sottufficiali furono effettuati a bordo delle navi pill grandi che erano in anesa di essere radiate. Successivamente, mentre la situazione interna ritornava alla normalità, le scuole sottufficiali furono risistemate a terra e riorganizzate In varie fasi , fino a raggiungere la configurazione defl.Oitiva, con sedi a Taranto, Venezia e La Maddalena, rimasta immutata flno all'inizio degli anni ottanta. Per quanto riguarda il navìglio, negli anni dell'immediato dopoguerra ci si limitò a rimode.mare e recuperare le unità rimaste. A queste si aggiunsero diciassette dragamine amagnetìcl americani, che furono di notevole supporto
25 nell'intensa attività di dragaggio, in cui la Marina fu coinvolta per oltre un decennio. In quello stesso periodo la Marina recuperò un consistente numero dJ motosiluranti ex americane e nazionali. aranno poi queste un.ità che, a partire dal 1949, andranno a costituire i reparti delle forze navali costiere, essenziali per la condona delle operazioni difensive nell 'a rea adriatica. Vi erano poi un paio di sommergibili e due incrociatori, uno salvato dalla cessione e dalla demolizione ed uno ancora sugli scali del cantiere, che furono rimodernati ed entrarono in linea rispettivamente nel 1955 e nel 1956 con I nomi di San Gfo'7IiO e San Marco. n 1948 vide la ripresa dell'attività addestratlva e la ricostituzione della Squadra Navale. Furono programmare numerose visite e soste nei porti con l'obiettivo di •mo.stra.re bandiera", cioè dl presentare la nuova Marina all'opinione pubblica. Ma i f111.3nziamentl destinati alla Difesa, ed ln particolare alla componente navale, U cui apporto veniva ridimensionato per molti aspetti sulla base dell.e priorità assegnare ai programmi della difesa aerea, non consentirono progetti e programmi di lungo respiro. L'inversione cli questa situazione venne con l'aggravarsi delle tensioni tra U blocco occidentale e quello orientale. Gli Stati Uniti e gli alleati presero l'i niziativa dellll costiruzione dell'Alleanza Atlantica, intesa come strumento difensivo nell'evenrualità di aggressioni da parte del paesi del blocco orientale. La necessità di rafforzare il dispositivo militare alleato impose agll Stati Uniti la scelta di finanziare un programma di aiuti. Iniziarono allora contatti tra i rappresentanti militari italiani ed americani per la definizione di un programma dl aiuti indireni che gli Stati Uniti si erano impegnati a fornire alle nazioni aderenti aJ Trmaro in base alla legge "Mutuai Defense Assistance of 1949'. Gli Stati Uniti finanziarono il MDAP per 1450 milioni di dollari per l'eserci2io finanziario 1950. La maggior quantit:1 delle risorse fu però destinata al teat:ro cenuo europeo sulla base di una precisa strategia NATO. Negli anni successivi i fmanziamenti destinati all'area meridionale ed in particolare all'Italia crebbero sensibilmente, fino a raggiungere nel 1953 una cifra cli circa tre miliardi di dollari, circa 1880 miliardi di lire dell'epoca. Si può ben comprendere cosa rappresentassero questi aiuti per le Pone Annate italiane quando si confrontino questi finanziamenti con il bilancio annuale Italiano della Difesa che si aggirava nello stesso periodo sui 500 miliardi. 'el nuovo contesto internazionale, la Marina Militare si vide riconoscere e assegnare nel Meditenaneo, un ruolo ben preciso, anche se non primario, e comunque commlsurato alle sue reali capacità: il controllo del mare Adriatico e del canale di Otranto, oltre al già avviato dragaggio e sminamento, alla difesa del trafftCO nel mar Tirreno e alla cooperazione con le Marine alleate nel Mediterraneo centrale. La questione del basso Adriatico e del canale d'Otranto, divenuto oramai area di confronto tra lo schieramento sovietico e
26
MARJO BURACOflA
quello occldeni.ate., assunse un =nere di emergenza nel 1951, 1.aoto da provocare la predisposizione di un plano di Intervento di forze ii.allane e americane per fronteggiare i rischi connessi alla lnscablie situazione in Albania e soprattutto all'installazione di basi aeronavali sovietiche. Ma nello stesso anno, all'ano della costituzione dei comandi centrali e regionali mediterranei della NATO, alla Marina non furono affidate responsabilità di vettlce, anche a causa di rivalit;l ed indecisioni In seno alle stesse Forze Armate. Alle Forze navali italiane., che dipendevano dal comando navale alleato del sud Europa, fu assegnata la responsabilità del Medltemineo centrale. In un tale scenario, il ministro della Difesa Pacciardl, In caricn dal moggio del 1948, approvò il primo programma navale della nuova Repubblica, annunciato nell'ottobre del 1949 e formalizzato l'anno successivo. Questa data segna l'inizio del rinnovamento della Marina Militare. Lo Stato Maggiore della Marina, intanto, nel novembre del 1949 aveva presentato un documento fondamentale: lo "Studio sul potenziamento della M:lrina italiana In relazione al Pano atl nlico", nel quale si enunciava in modo chiaro li fabbisogno mlnlmo per adeguare il potenziale In mezzi navali, aerei cd anfibi occorrenti a far fronte ai compiti affidati alla Marina italiana. Compiti che vennero cosl riassunti: • Dife a navale ed anfibia sul fianco e a tergo dell'afa destra dell'esercito operante nella zona di frontiera terrestre; • Operazioni aeronavali in Adriatico; • Guerra di mine; • Dragaggio: • Qiccia antlsommergibUe; • Proceiione diretta al traffico mercanllle. La principale novità era rappresentata dalla previsione di Impiego di numerosi aerei per le operazioni adriatiche e la scorta al traftico, basata sulla disponibili~ di due portaerei. Oltre a queste, erano previsti quattro incrociacori antiaerei, dodici caccia e sedici caccia di scorta, che avrebbero dovuto costitu ire due gruppi navall. Dovendo contare per questo progecto su cospicui finanziamenti am ricnnl, l'amm. P'erreri, allora capo di Stato Maggiore della Marina, partl per gli Stati Uniti nel maggio del 1950. Con sé ponò l'elenco ck!olle unità necessarie per il filbbisogno funzionale minimo della Marina, cioè una nave portaerei, due navi da battagUa, tre incrociatori, quattordici cac:cia, dodici fregate, trentat.ré corvette, centodieci dragamine, novantasei aerei antisommergibili, trentadue crei da ricognizione e pattugliamento. one>ruulte la buona accoglienza, l'ammiraglio Ferreri ouenne più che altro buoni consigli e non I finanziamenti necessari al potenziamento della nona. Era 11talia - suggerì li capo di Stato Maggiore della Marina USA - che doveva fare uno sfono muggiore nella fllosofia dell'"auto aiuto" per poi poter sper.ire in un maggior finanziamento alleato.
27 Quando nel giugno del 1950 scoppiò la guerra di Corea, gli americani soUecitarono glJ alleaci europei ad accellerare ì programmi di rianno. In una riunione del 18 luglio 1950, venne fauo il punto della situazione che apparve non di certo rosea. L'anno successivo, la Marina elaborò il fabbisogno finanziario per una flotta deUe dimensioni previste. li governo ritenne però troppo elevati questi costi e anche gli aiuti richiesti :igli americani non si concretizzarono. In effetti in quegli anni la Marina italiana, rispetto ad altre marine europee, ricevette aiuti ben più modesti. ln ogni modo, gli S1aci Uniti cedenero all1talia due caccia, tre fregate, sei cannoniere d'appoggio, dieci mezzi da sbarco med.i e venticinque piccoli, ai quali si aggiunsero unità di nuova costruzione e per la precisione quattro dragamine d'altur.a e diciono dragamine costieri. Nel 1954 si aggiunsero a queste unlt:1 due sommergibili, che insieme ai due sommergibili italiani Giada e Vontce, costituirono il primo nucleo della nuova forza sulY.icquea it:diana. I finanziamenti USA consentirono però di affidare nuove commesse alla camieriscica italiana. Furono varate due fregate: Cfgno e Castore, e ouo corvene dell:l classe Alcione, delle quali però soltanto quattro furono assegnate alla Marina italiana, sene dragamine costieri, venti dragamine litor.inei, due navi posaoscruzioni, dieci mezzi da sbarco medi. li programma di rinnov:imento della Marina lcaUana smva prendendo corpo, anche se non nella misura quantitativa prevista e necessaria ad assolvere tutti i compiti ad essa connaturati. Le commesse alla cantieristicn italiana, orientate più alla qualità che alla quantità, d iedero però impulso a turco il comparto industriale navale e sostanziarono un deciso rinnov:imento tecnologico che portò l'Italia. in questo campo, al livello degli altri paesi occidentali. L'interesse della Marina negli anni successivi si incentrò ulla mis ·ilistica, oramai divenuta accessibi.le operativamente nelle applicazjoni dei sistemi superfide--aria. e sulla componente elicotteristica. L'ammiraglio Alessandro Michelagnoli, nuovo capo di Staro Maggiore, puntò sulla combinazione dì questi due elementi e su una nuova conce-.i:ione operativa basata sulla realizzazione della nave lanciamissili-porcaelicotteri in funzione antiaerea e antisommergibile. Unità di questo tipo avrebbero potuto consentire alla Marina di panecipare alle operazioni complesse dell'Alleanza. li secondo programma navale, avvimo quando l'ammiraglio Ferreri aveva oramai lasciato l'incarico di capo di Stato Maggiore della Marina ncll'agosco del 1955, prevedeva la trasfonnazione dell'Incrociatore Garlbafdf in unìlll missilistica, la costruzione di due incrociatori lanciamissili e portaelicotteri, di due caccia lanciamissili, di quattro fregate elìcocteristiche e quattro sommergibili. Ma i tempi necessari per la progettazione e la coscruzione anelarono ben al di là delle previsioni. Nel 1961 furono complecati i lavori sull'incrociatore Garibaldi, prima unità missilistica europea, e nel 1962 entrarono io linea le fregare della classe Bergamini, prime unità porcaelicotteri del mondo con installazioni fisse. Gli incrociatori vennero consegnati nel 1964, mentre i nuovi sommergibili entrarono finalmente In servizio solo nel 1968.
L'AERONAUTICA E LA RIPRESA
VINCENZO SPINA 0 10 febbraio 1947, 3 Parigl, con la f!JT1l3 del lJattalO di pace che ufficialmen• conclude la panedpazlone iiall:l.na al secondo conflitto mondia.le, molte illu ioni crollarono, la speram:a dl un uattamento comprensivo, In forza del contribu10 offerto da molti iwlanl, regolari e non, nella lotta di liberazione rimase dlsacresa. Le clausole del trattato prevedevano per l'Aeronautica Militare, compresa runa l'aviazione per la Marina, non più dl duecento aerei da caccia e da rlcognl· zlone, non era conremplata la p05.51bUml di avere bombardieri, inolLre I velivoli da t.rasporto e da soccorso non potevano superare il numero di cenioclnquanta. Per quanto riguarda Il personale impiegato, la limitazione imposta con· templava un massimo di 25.000 unitl\. Considerato c he al momento della firma del trattato di pace , l'Aeronautica Mllitare disponeva di quaurocentonantascl aeromobili d i tipologia diverse e vario stato di efficienza, ed in particolare duecentoclnquanraset· te caccia, ventiquattro bombardieri, novanradue vellvoll da trasporto, si dovet· te procedere aJJe loro riduzione/demolizione per rispettare li Umite dei tre· centocinquanta autorizzati oon l'art. 64 del trattato stesso. Pe rtanto circa U 30% dei velivoli fu demolito, con un espediente gluridl· co/burocralico alcuni velivoli da era.sporto, SM82 e G12. con li relatlvo personale, furono simbolicamente assegnati al Sovrano Militare Ordine di Malta, ufficialmente riconosciuto in ompo internazionale. Questa operazione consenù di salvare dall dem lizlone questi velivoli che poterono continuare ad operare In un setto re, quello del trasporto aereo, vitale per la rlcostruzlone del paese. Nello stesso anno ( 1947), a seguito del ritiro delle fone alleate, i repartì A.M. ricostituiti nell'immediato dopoguerra nel sud l1alia, vengono ridisuibuitl sul territorio nazionale. I rcpart.ì da t12Sporto ed in particolare lo Stormo "Baltlmore" su M 187 viene tra.sferito da Lecce a Guidonia e a Linate; lo Stormo "Notturno", con SM82 a Guldonia; lo ormo "Trasporti", con velivoli G12 - SM 73/75 e 79, a Centocelle. i.e
30 I Reparti da caccia vengono trasferiti rispe1ùv;1mente: - 4° Stormo, su P-38 "lightning" da Lecce a Capodichino; - 5° tormo dotato di velivoli "Spitfìre DC" e 1'8° tormo su MC 205 Orio al Serio; - 5 1° Stormo dot:ato di vellvoli Spidìre :i Vicenm.
:i
N I novembre del 1948 viene ricostituito, a Bari Palese, U 30° St0nno con "ellvoll "lighcning". Cli idrovolanti Cant Z 506 e SOl e I fiat Rs-14 delle Squadriglie dei qu:lltro Gruppi 82°, 33°, 84° e 85° ono dislocati a Vigna di Valle, Taranto, Brindisi, Venezla, Augusra ed E.lmns per assolvere I compiti cli soccorso aereo deriv:ni dall'adesione nel 19 6 dell'llalia all'ICAO (Agenzia del l'ONU costituita I <.'On Il compito di risolvere tune le problematiche comuni e di Sl:lndardizzazionc dell'aviazione civile). Sempre nel 1947 cominciò l'ammoderruimcnto della linea d i volo. Gli t;1ti niti cedettero numerosi velivoli tm i quali ricordiamo un centinalo di velivoli ùnson L-5 per le scuole di volo cli primo periodo, seguili l'anno successivo da circu duecento velivoli North Americnn T6. lnoltre furono acquisiti una dozzina di C47 e C53 e centoventi veJivoll Beechcraft C-45, tutti vellvoll da tra$porto medio. A qu~i seguirono i velivoll adattati alla lotta antisommergibile CURTISS B2C-5 "Helldiv r". Parimenti fu dato Impulso alla ricostruzione delle basi aeree, del depositi, del magazzini, della rete di telecomunicazioni, ulllizzando al massimo Il materiale di volo residuato di guerra, quello vuto in cessione dagli Alleati e quello che l'industria aeronautica nazionale poteva fornire e l'Aeronautica inrensiOcò l'addescramemo lnlziale ed il riaddesmimemo d I personale di volo. Inoltre furono riorgani22.lte le scuole di pilocaggio, nonché le scuole per la preparazione degll specblisù, L'Accademia Aeronautica riprese la ·ua funzione di istituto di reclutamento e di formazione degli ufficiai! piloti di c-,miem e la Scuola dì Guem1 Aerea, quella di massimo istituto per l'aggiornamento della cultura profosslona le dei capicani e del tenenci colonnelli. Anche 11ndustria aeronautica nazionale inizia una lenta ripresa, con la produzlont: di alcuni velivoli tr.l I quali ricordlnmo l'MB308, pruno vdivolo di una lunga serie dcll'ing. Erm:lnno Bazzocchi e l'Ambrosinl 57. La Flat produce il G59 e l'addeslratore G46. La Pìaggio realizza U P 148, addestratore a posti affiancati che venne utilizzato dall'Aeronautica Milit~re per la selezione di primo periodo per circa venti anni e il P-136 un piccolo anfibio che, :issegna10 ul reparti del Soccorso Aereo, viene Impiegato prevalencememe per addescramento. Nonostante gll sforzi compiuti nel primi anni del dopoguerra, la situazione dell'Aeronautica Mililllre non consentiva di poter definire la Forza Armata: oper,11Jvameru.e efficiente (situazione di dettaglio anno 1949 tabella n . 1).
L'AEl!ONAUTICA E U. RIPRESA
31
Con l'inserimento deU'Jtalla nel Patto Aùantico dall'aprlle 1949 e ratific-.110 nell'agosto dello 5tesso anno - e con i compitj che l'Alleanza le assegna per la peculiare posizione geografica - l'Aerooaulica vide benefica mente influenzati I suoi problemi ricoscruuivi, pu r perdurando le clausole limitative del lrat· tato di pace. Menlre, ne.I periodo precedente, l'auività ricostruttiva e fu nziona le aveva avuto carauere essenzialmente addestrativo, nella nuova sltuazione crea tasi col Patto, essa si veniva orieruando verso la parte operativa bellica, sia pure a carauere cllfensivo. Questi sforzi naturalmente dovevano tener conto delle disponibilità dì bilancio, messe in relazione con altre necessità della ricostruzione nazionale. delle vaste e svariate ripercussioni e interferenze sull'economia generale e sulle condizioni sociali del Paese. Già alla fine del 1949, venne reaUzzata una trasfonnazione radicale e si l'Clllizzò un sensibile progresso derivato dalle forniture di velivoli ed apparati eJeuronid da parte degli aJleatj, Iniziarono contatti con le aeronauliche più evolute e incrementi di bilancio stanziali negli anni immediatamente successivi consentirono una ripresa in tutti i seuori. In particolare fu ricostruito parte del palrimonio demaniale, da i piccoli aeroporti con piste erbose di circa 1.000 melri si paSSò alla progettazione e realizzazione di grandi aeroporti con piste in cemento di oltre 2.500 melri, dotati di servizi tecnici indispensabili per l'attività di volo. Nel settore delle scuole furono riorganizzate quelle di reclutamento e quelle di petfezionamento, ci fu un Impu lso per le scuole di volo e per gli specialisti con l'adO'Zione di criteri nuovi e razionali per far fronte alle esigenze di reparti. la ricostruzione delle scuole consenti di risolvere il problema deU'lnvecchlamento dei quadri e furono create le premesse per la ricostituzione di una riserva aeronautica. Grandi progressi furono effettuati nel.l'attività addestrativa dei reparti che dovettero superare gravi difficoltà derivanti dalla complessità dei nuovi programmi addestrativi, dalla variegata tipologia dei velìvoli in dotazione, daUa vetustà dei materiali e dalla penuria di parti di ricnmbio. In breve tempo i piloti furono in grado di passare dai vecchi velivoli convenzionali ai primi velivoli a reazione cli provenienza alleata, e di partecipare alle esercitazioni internazionali. 'el campo industriale furono a!Troncatl due problemi fondamenroli: il primo fu quello di creare le premesse per la ricostruzione di un'industria aeronautica efficiente, anche se di proporzioni ridotte, ìl secondo di realizzare un rapido aggiornamento tecnico. Questi obiettivi furono raggiunti nel marzo del 1950 con l'arrivo in Forza Annata del primo velivolo a reazione, il OH. 100 • Vampire' che consenlÌ alla Macchi ed alla Fiat di cosLruime centocinquanta su licenza e d i acquisire un lmow-bow industriale del tutto nuovo.
32 Inoltre l'Industria si riaffermò anraverso la costruzione di velivoli scuola che furono commercializzati anche In altre nazioni La ripresa lndu.slriale fu consolidata anche dalla possibilità di poter esportare velivoli costruiti su licenza - in particolare si ricorda il velivolo F84G - che oltre a riequlpaggiare reparti di volo (1952) furono esponati. L'ingresso nella NATO consenll di superare parzialmente le limitazioni del lrattato di pace; con la nona sessione del Cons gllo Atlantico, tenu12Si a Lisbona dal 20 al 25 febbraio 1952, furono definiti i livelli di forza del paesi panedpanti all'alleanza. Su un numero complessivo di oltre quattromila veli-voli, l'Italia doveva allestire ed equipaggiare una linea di volo su quarantanove gruppi per un totale di novecentosessanta velivoli, con livelli di in.c remento di circa dieci gruppi di volo all'aMo. Comunque I progetti formulati a Lisbona nel 1952 furono corretll verso il basso già nel novembre dello stesso aMo, non perché fosse venuta meno l'esigenza che sonostava a quelle necessitll di forza, ma per motivi di bilancio. In effetti già le quote previste Lisbona per l'Italia (quaranr.anovc gruppi per novecentosessanta velivoU) portava il rapporto di forza al livello di uno a due per gli avversari. Le 'annua! review' dal 1953 al 1955 previdero una progressiva riduzione delle forze italian~ venticinque gruppi e cioquecen1osenanradue velivoli nel 1953, ventitré gruppi e cinquecentonove velivoli per il 1954, ventidue gruppi e quanrocen100nantaquattr0 velivoli per il 1955. La situazione al marzo 1956 era la seguente: sei ba.si erano pronte all'85%, cinque basi al 45%, in sette basi erano iniziati i lavori di reallzzazione; erano inoltre stati approntati 647 km di oleodotti e depositi di carburante per 210.000 ml. li finanziamento di queste opere avveniva in parte con i contributi NATO, i cui fondi erano costituiti da un fondo comune al quale l'Italia panecipava con il 6,5%; tuttavia alcuni lavori non potevano essere finanziati che con fondi nazionali: si trana delle cosiddette 'locai utilltles', consistcntì nell 'esproprio del terreni, nella costruzione delle caserme e degli alloggi per il personale, per le quali sussisteV2 uno scoperto di oltre venti miliardl. Una breve analisi del bilancio dell 'Aeronautica Militare in quegli aMl, vede una lieve crescita delJa percentuale di fondi stanziata per la forza armata all'interno del bilancio del Ministero della Difesa: si passa dal 21% del 1950-51 al 28% del 1955-56. Tuu.avill queste cifre sono ben lont2ne dalla percenruale stanziata per l'aeronautica in altri paesi: Canada 52% USA 47% Francia 36% Regno Unito 38% Bisogna Inoltre considerare che del circa cento miliardi stanzi.ali nel
1956-57, quarantacinque furono Impiegaci per spese lncomprlmlbill necessarie per li personale, i viveri ed
n vestiario,
qu1ndlci miliardi per i carburanti e
L"AERONAIIl1CA E LA RIPRESA
33
quindici miliardi per materiale aeronautico, mentre una trentina di miliardi all'anno dovevano andare al rinnovo della linea di volo. I deficit di bilancio erano tuttavia un problema per la quasi cotalitii delle aviazioni della NATO. In sintesi lo schieramento previsto era notevolmente ridotto rispetto alle valutazioni dei fabbisogni, con uno squUibdo fra i compiti e le forze programmate; il principio era quello di raggiungere per lo meno l'efficienza bellica delle f~rze presenti (tabella n. 2), questo a causa del cambiamento del concetto strategico che derivò dall 'acquisizione della capacità nucleare da parte dei paesi dell'est. L'analisi della situazione del 1956 evidenzia una ripresa significativa e la ricostlruzione di molti reparti (tabella n. 3) determinò una nuova fisionomia dell'Aeronautica ed una credibilità operativa , che consenti l"inserimento e l'inregrazione dei gruppi di volo nella NATO. I primi Reparti dell'Aeronautica Militare ad essere posti sotto la 561 TAf (Tactical Alr Force) furono il 5° Stormo, il 6° ed il 51° Stormo. La 56• TAP ricostituita nel gennaio 1956 in 51 ATAP (AIJied Tacttcal Atr Force) , organismo integrato della NATO, con a capo un generale italiano che in tempo di guerra dipendeva direttamente da AIRSOUTH (Comando delle Forze Aeree del Sud Europa). L'assegnazione alla NATO dei Reparti, che avevano raggiunto una efficienza ed un addestramento di ottimo livello, consenti all 'Aeronautica Militare di poter partecipare di nuovo quale protagonista alla sicurezza del Paese e di assolvere i compiti che l'alleanza gli aveva assegnato.
SIBUOGRAFIA Memoria sul polenzfamemo dell"Aerona11tlca Mi/Ilare f,r app/fcazforro del Patio Alla111/co,
Stato Maggiore Acronaulla - Ufficio Storico.
Memoria sulla po,enzfal/Jà delle /,rduoJrle nazionali illlun,ssa/o alla prod1aione di materiai/ o<:correll/1 alf"Aeronaul/ca M//(/are per 11 suo po11mzlamen10 /11 appJlcazior1e del Pauo A1lanllco.
Sauo Maggiore Aeronaullca - Ufficio Storico. FaclS abol41 the North Allanllc
7it>ary 078a11tzarfon, NATO lnformatlon Servlce, Paris 1962.
CEDe NA70, in "Quaderno di a,lrun·, Stilo Maggl0tt: deU"Aeronaullca (Ufficio Studi), 25, 1953. Seleno11e M//(/are AoronauJ/co, 255, 1965, Stato Maggiore Aeron•ulì a • Ufficio Storico. Relarlone del Capo di SMA al OlSD ( 19.57) . Stalo Maggiore Aeronauliol • Ufficio Storico
TABELUN. 1
~
Situazione aeromobili al 1949
3° S1onno"•
p~
M.B.308
29
1
4° S1ormo•
P51 D
SpldlrclX
SM82
Gl2
Saiman
C 45
RE 2001 CantZ 506
30
34
34
5° SIOrmo•
34
34
36° Stormo..
21
6
l
4
1
46° St0nno· 51° Stanno•
1
32
27 2
36
29
41
3
Soccor.,o tclro• 70TALJ
17
29
2
TOT.
34
70
21
IO
3
28
3
17
17
•a situazione al 15 Gennaio .. = siruazi.o ne al 30 Settembre
···=situazione al 15 Ottobre
Totale complessivo aeromobtU 217
:S z n ~
t:l
"' :X 2
>
l."/\EIIONALITICA
~
lA R!PRl!SA
35 TABEUA N. 2
FORZE AEREE AERONAUTICA MILITARE SITUAZIONE AL 31 DICEMBRE 1956 SPECIALITÀ
Gruppo
Numero
Tipo
6
149
F.B6E DHlOO
OGNITEMPO
3
44
F.B6K
CACCIA BOMBARDIERI
8
115
F.48F-P.84G
RICOGNIZIONE TATTICA
3
S4
Rf.84F
2
32
C.119
ANTISOM
2
13
P.V.2 S2C5
SOCCORSO AEREO
]
19
TOTALE
24
INTERCETIORI
DIURNI INTERCETTORI
TRASPORTO
AEREO
426
C.Z.506 G .212
VINCENZO SPIJl,A
36
TABEIJ.A N. 3
SITIJAZIONE DELLE AEROBRIGATE DELL'AERONAlITICA MIIJTARE ITALIANA AL 1956 AEROBRIGATI:
GRUPPI
SQUADRIGLIE
2• ,VB (dal 01/07/1956) (DH100)
8". 130. 140
-
(dal 22/02/1956)
18" 28"
(RF84F)
132°
751 • 83' 19' - 260' 281• • 253'
A/B (dal 1°/IJ/195-0 {F86E/0Hl00)
9• 10" 12°
95' • 96" • 97' • 98' 84' - 851 - 86• - 91• 73 1 • 74• . 89" • 90'
3' ,VB
41
51
,VB
(dal 1°/02/ 1953) (F8(F)
61 A/B (dal 1°/02/1953) (F84F/DH100) 46" A/B (dal 16/04/1954) (Cl 19G) 51 1 A/B (dal 1°/02/1953) (F84F/F-86K)
101° 102° 103°
209' • 2121
154° 155° 156°
390' • 391" • 3951 • 396" 361• • 3641 • 365• • 3781 381 1 • 382' • 3831 • 384•
20
102" • 1031 • HW · 105° 24(}1 • 241 • • 246" · 2471
98" 20" 21°
22° 60 17"
2081
2381 - 243' 239' • 244 1 2 10- • 213' • 242' • 2451 •
2U 1
•
•
356" • 357' • 358' • 36o351• • 386' · 387' · 388' 352' • 353' • 354• • 355' 79' • 81 1
n•. so•
LA RICOSTRUZIONE DELLE INDUSTRIE DELLA DIFESA
ANDREA CURAMI ell'opera di ricosuuzione dell'industria bellica In Italia nel secondo dopoguerra, sì possono individuare tre periodi distinti, ciascuno caratterizzato dal diverso aueggiamcoto che le porenze vincitrici ebbero nel confronti dell"llalla. Il primo periodo è quello della sconfitta e corre dall'annistizio alla firma e la successiva ratifica in Parlamento del Trattato di Pace, il 31 luglio del 1947; il secondo dura fino al superamento delle limitazioni militari in seguito alla dichiarazione tripartita del Consiglio Atlantico di Ottawa del 26 settembre 1951 con la quale Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna annullarono le clausole militari del Trattato stesso, mentre il terzo occupa gli anni successivi. ln queste brevi note ci occuperemo solo di quanto avvenne fino ai primi anni cinquanta nel settore terrestre e soprattutto in quello aeronautico, che furono ì compatti pill colpiti dalla sconfitta. Trascureremo la cantieristic.i navale poiché queslll fu solo in minima parte toccata dagli eventi post-armistiziali in quanto, ad esempio, i cantieri navali di Taramo ricevettero il primo ordine dalla Marina inglese per due bacini galleggianti da 800 tonnellate già nel marzo del 1944 e al varo del secondo di questi (il 17 aprile 1945) seguì dopo due giorni l'imposc.az.ione di altri due da 750 tonnellate, quindi di un altro nel giugno del 1945 e successivamente nel 1946 della motonave Sises da 10.000 t per la compagnia lllllnavi di Genova. Anche gli altri cantieri maggiori non ebbero problemi di continuità di lavoro, con la curiosità che a tenere impegnati gli scali e i lavoratori della "rossa• La Spezia contribui anche l'Unione Sovietica con una commessa per ben undici grossi rimorchiatori nel 1946 <o.
Flno al Trattalo di Pace Questo periodo fu carauerizz.ato da un non univoco atteggiamento ita.liano. Infatti, da un lato, i diplomatici e I politici miravano a far recuperare
38
ANORl!A Clil!AMI
all'Italia la piena sovranità sul territorio nazionale, evitando ogni controllo sulle clausole militari che il Tranato di Pace avrebbe imposto. 0-dU'altro, la Marina riteneva prioritario conservare rutta la flotta esisteme, ancora non completamente obsoleta ma sovradimensionata rispetto alle nuove esigenze strategiche post-belliche <2>, mentre l'Esercito e l'Aeronautica, dovendo affrontare un processo di ricostruzione pressoché integrale, miravano agli aiuti militari angloamericani, accettando implicitamente un controllo permanente alleato. In merito, il ministro dell'Aeronautica Mario Cevolotto notava nel luglio del 1945 che l'Aeronautica avrebbe dovuto sostituire completamente i materiali in uso per far fronte al propri compiti e si •... può sperare che gli Alleati ci lascino i materia.li propri. Ma in questo caso, quale sarà la situazione della nostra indu tria? D'altronde, a causa dei cosci enormi dei materiali, o gli Alleati ce li concedono, o si dovrà cons.iderare una piccola aviazione perché l'onere finanziarlo sarà gravissimo• CJ>. Gli faceva eco !I generale Claudio Trezzani, nel suo intervento alla seconda seduta del Comitato di difesa : •In tempo di pace noi non possiamo tenere in piedi un'industria bellica siderurgica e meccanica, perché ulla produzione limìiata graverebbero spese generali enormi. Una soluzione sarebbe avere un'industria Limitata e specializzata per la costruzione di prototipi, studiare e organizzare il rapido passaggio all'ano della guerra dall'industria civile a quella bellica; avere scorte per qualche mese di materie prime, in anesa che attraverso le alleanze queste ci vengano fornite sistematicamente dall'estero. Ma, per i primi anni, l'annamenro (anni, carri armati ecc) dovrebbero esserci fornito o gratuitamente o a pagamento ridotto e dilazionato dagli Alleati. Dall'entità di questo primo contributo dipende la prima fase di ricostruzione dell 'Esercito, la sua entità, la sua efficienza ... Occorre capire dagli Alleati se e quanto materiale ci vogliono e ci possono dare, determinare fino a che punto questo si può integrare con la produzione Italiana• C~>. Diverso era quindi l'atteggiamento nei confronti dell'industria da parte delle due forze armate: il demolaburista Cevolotto di fatto non ne riteneva più utile l'esistenza , mentre il militare Trezzani ritornava al passato riproponendo una sorte cli Commissione suprema di difesa o quanto meno di un Comitato per la mobilitai.ione industriale. Nel periodo dal 1945 all'onobre del 1946, le opinioni dei politici e dei rappresentanti delle Forze Annate cambiarono rapidamente anche a causa del rigido atteggiamento di Francia, URSS e Gran Bretagna, la quale voleva Imporre all'Esercito italiano un teno massimo di 200.000 uomini alle anni, più 65.000 carabinieri, e l'abolizione della coscrizione obbligatoria in tempo di pace. Significativo era l'elevato numero di carabinieri pennesso, più del doppio di quelli nel 1938, quanto il "... vertiginoso aumento delle forze di polizia
LA RICOSTIIUl.101'/E DE1.I.E 11\'0USTRIE DELIA DIFESA
39
dlpendenli dal ministero degli lntem.i" CS>, e qu.indi srnilitariZzate, segno evidente delle crescenti preoccupazioni degli anglo-americani sul mantcn.irnemo dell'ordine pubblico e su un possibile colpo di stato comunista all'indomani del riliro delle forze dell'amrn.inistra:tione militare alleata. Alla proposta britannka non era contrario il generale Raffaele Cadom.a, capo di Stato Maggiore dell 'Esercito, Il quale riteneva, sia che il riarmo deH'ltalia rientrasse tra gli interessi degli Alleati, sia si dichiarava favorevole a un piccolo esercito di •qualità", anche per ragioni economiche, con una forai alle armi inferiore al teno imposto dal britannici. li suo favore, tuttavia, verso una valorizzazione degli ex-partigiani e la messa in disparte deglì ufficiali che avevano militato nella RSI ne segnò presto la fine poli1Ica, awenuta con le dimissioni del Febbraio 1947, e le sue idee rimasero senza seguito. Alla vigilia della sessione di Parigi del Consiglio delle Cinque Grandi Potenze (25 aprile-16 maggio e 15 glugno-12 luglìo 1946), l'Italia inviò tre memorandum, uno pe.r ciascuna Forza Armata, con i quali fece conoscere a.i vincitori le proprie esigenze di difesa. L'Esercito giudicava necessari almeno 236.000 uomini (cinque divisionl mobili e unclici brigate miste oltre ai reparti per la copertura delle fronUere). La Marina voleva una flotta di 100.000 tonnella1e, che, escluse le corazzate, corrispondevano grosso modo alle sessantatré uni~ allora in linea, mentre l'Aeronautica giudicava necessaria una lim::a di volo costituita da trecentocinquantotto aerei da combattimento (6). Le speranze italiane andarono, runavia, deluse. Mentre l'Esercito vide la propria forza ridotta a 185.000 uomini e 65.000 carabinlerl senza alcun repar10 di copertura, in quanto la Frnncia impose la srnllitariz.zazione per una profondi~ di 20 km della frontiera occidentale e l'URSS di quella orientale verso la Jugoslavia. Fu anche imposto all'Italia Il limite di duecento carri armati medi, oltre al divieto di possedere o costruire armi atomiche, missili e artiglierie con gittata superiore ai 30 km. All'Aeronautica furono concessi solo 25.000 uomini, duecento aerei armati, con la proibiZione di possedere velivoU da bombardamento e missili, e centocinquanta velivoli disaJll'lati tra trasporti, addestratori e aeroplani da collegamento. Alla Marina fu imposto un massimo di 67.500 tonnellate di flotta con il divieto di po.55edere, coSlruire, impiegare e sperimentare portaerei, sommergibili, motosiluranti e navi d'assalto e l'impegno a non impostare nuove navi da combattimento prima del 1° gennaio 1950, salvo che a rimpiazzo di unità accidentalmente perdute. A rendere ancor pill umiliante per la Marina il Trattato di Pace, vi era l'imposizione di consegnare ai vincitori come "bottino di guerra" tre corazzate, cinque incrociatori, sette cacciatorpediniere, sei torpediniere, otto sommergibili, cinquantaquattro tra MAS, motosiluranli e motozattere da sbarco, quattro petroliere, un posamine, seue dragamine, quattordici cisterne, una nave scuola, una nave coloniale, quarantasei rimorchiatori, una nave appoggio e tre navi da trasporto.
40
ANDREA CURM11
Solo U riuscito intervento dell'ammiraglio Francesco Maugeri, ministro della Marina e del n uovo capo di Stato Maggiore Corso Pecori Giraldi, che arrivarono a minacciare un autoaffondamento delle unità analogo a quello francese nel porto di Tolone nel 1942, riuscirono a ridurre il numero di navi consegnate agli Statl Uniti, alla Gran Bretagna e alla Francia, in conto "riparazioni dei dannl di guerra", È, quindi, chiaro che in una situazione dl cosl grande incertezza l'industria bellica italiana andò quasi runa allo sbando, non solo per la mancanza di un committente e delle ricorrenti commesse assistenziali, ma anche perché il Tranato di Pace vietò espressamente, inoltre, la costruzlooe di materia.le militare di progetto germanico e giapponese. Divieto che nel caso tedesco era particolannente sentito in quanto tutte le industrie si erano attrezzate - dopo 1'8 senembre 1943 - per la produzione per il Ili Reich. VI erano, po~ altri problemi che assillavano le grandi industrie e in special modo quelle belliche. 11 primo era connesso all'enonne crescita di manodopera durante la guena appena termina.ta. Prima, fino all'armistizio, erano stati gli impegni bellici a determinare tale crescita; poi, durante I seicento giorni della RSI, erano stari motivi sopratruno sodali al fine di evitare la deportazione in Germania a migliaia di italiani; quincll, dopo la fine della guerra, si era demagogicamente garantito un posto di lavoro ai partigiani o sedicenti La.li. I tentativi di adeguare il persona.le alla futura e incerta ridotta produzione si erano scontrati con l'opposizione dei CLN interni alle fabbriche dei consigli di gestione e delle commissioni interne. "Sarebbe stato più agevole - si lamentava In un comunicato la Jsona Fraschini commentando la decisione di sospendere il 40% del personale nel dicembre del 1945 - risolvere la crisi se agli inizi si fosse affrontata la situazione con realìsmo, perché una buona parte della massa operaia, e precisamente quella proveniente io gran parte dall'agricoltura, avrebbe potuto LrOvare lavoro nei campi alleggerendo l'azienda" cn. La sospensione dal lavoro non era comunque indolore per le aziende, in quanto si trovavano a dover corrispondere egualmente il 66,66% dello stipendio ai dipendenti e la Isotta Fraschini affermava di aver ".. .speso circa quanrocemo milioni per mantenere una parte del personale e non può piil oltre continuare a far gravare questo personale suUa ridotta produ.zione automobilistica cht si riduce attualmente a circa cento autocarri a.I mese" Ca>. Eguali problemi assillavano la Fiat, costretta a sospe.ndere li lavoro per due seuimane a gennaio del 1946 - anche a causa dell'esaurimento delle sconc di carbone e della deficienza di energia elettrica - e altre industrie aeronautiche quali la SW e la Caproni. Da un lato la produzione di mezzi di trasporto civili (dalle carrozze ferroviarie, alle locomotive e agli autocarri) sembrava l'unico sbocco che pennenesse
1A RICOSTRUZIONE DEI.LE INOUSTalE DELLA DIFESA
41
di convertire rapidamente buona parte dell'industrìa bellica e il m1rustero dell'Industria e del Commercio alimentò queste speranze pubblicando, ai primi del 1946, un utopistico piano che prevedeva di concedere pennessì per la costruzione di 34.000 autocarri da tre a sei tonnellate, 35.000 autovetture e camioncini, 2.6oo tranori agricoli e Slrada.li oltre a 35.000 rimorchi. Di conseguenza, industrie quali la CAB di Ponte San Pietro, l'Arsenale di Piacenza, l'Ansaldo-Fossati e la OTO si dedicarono alla produzione di mezzi agricoli, utilizzando in molti casi veicoli bellici, all'uopo convertiti. A tale passo erano sta_ti spinti anche dal fatto che la Flat OCI di Modena, la maggior industria nazionale del scuore, aveva dichiarato di aver subito danni per cinquecento milioni in macchine utensili "che furono asportate dai tedeschi" <9) impedendole la ripresa della produzione industriale. Dall'altro lato, lo siesso ministero ostacolava praticamente tale piano comunicando che "l'abolizione di ogni vincolo in materia di circolnione automobilistica provocherebbe un aumento nella richiesta di carburante e di riflesso un aumento del mercato clandestino. Altreaamo si verificherebbe per i pneumatici: queste le ragioni che consigliano il ministero dell'Industria a mantenere l'aauale disciplina limitatrice" <10>. I nostri governanti, inoltre, avevano trascurato il fauo che la produzione preventivata richiedeva abbondanza di gomma, carbone, lamiere, vetro e legname e che, con il ritmo assunto dalle imponazionl di materie prime dall'estero, gli esperti stimavano che si sarebbe riusciti nel migliore dei casi a realizzare solo il 30% della produzione programmata, che, comunque, avrebbe avuto seri problemi a essere collocata sul mercato. li piano del Governo venne così modlficato prevedendo di dedicare la produzione all 'esportazione, in netto contrasto con l'opinione della Commissione di controllo alleata che mirava a limitare la concorrenzialità sul mercato internazionale dell'industria italiana. Una destinazione solamente nazionale della produzione si scontrava, tu.lt2· via, sìa con i vincoli posti dal Governo alla vendita, sia con gli esorbitanti prezzi raggiunti dal mercato. Nel 1938, infatti, con S.. 160.250 si poteva acquistare il mastodontico autocarro Alfa Romeo 110 AC a tre assi, con un motore di oltre undici litri di cilindrata, una portata di 11 t, e d0taco di ben sette gomme. Nel 1946, l'introvabile F'aat 500, la più piccola espressione aummobillstica italiana, costava di listino quasi cinquemila llre in phl, senza i pneumatici <1o. Una prima buona notizia apparve sul bolleuino n. 4 (gennaio 1946) del Consiglio Industriale Alta Italia (CIAO che liberalizzava la vendita delle biciclene gommate, riservando li 35% della produzione agli enti dì Stato, e questo portò la Caproni, che aveva rilevato la fabbrica di biciclette Dei, a pensare di destinare i capannoni di Taliedo per la produzione di cicli, anche a motore, utilizzando pane delle strutrure della CEMSA (che prima e durante la guerra
42
ANDREA CURAMI
aveva costruito le mitragliere da 20 mm Scotti e i monal da 81 mm). La stessa Str'Jda venne seguita anche dalla CANSA di Novara, che abbandonò definitivamente te costruzioni aeronautiche acquistando dalla torinese S!ATA la licenza per il motore ausiliario "Cucciolo", in concorrenza con la bolognese Ducati che dalle costruzioni elettromeccaniche (radio militari, valvole, apparati di controllo) passò anch'essa al mercalo delle due ruote producendo su licenza il medesimo modello. In attesa di tempi migliori, anche altre industrie del comparto aeronautico si dedicarono aJ settore dei trasporti su strada. Dopo la Breda, anche l'Aeronautica Macchi presentò alla Mostra della meccanica e della metallurgia di Torino un nuovo motocarro pesante, progettato dall 'ing. Ermanno Bazzocchi che segretamente stava mettendo a punto a Schiranna il suo MB 306 lontano dagli occhi indiscreti della Commissione di controllo, facendolo rullare sulla superflcie gelat:i del lago di Varese. In quella stessa occasione esordi anche il "motopanino", cosi come veniva chiamato allora , la noca Vespa della Piaggio. Di lì a poco anc he !'Innocenti, uno dei pilastri della siderurgia bellica itaJiana , si convertì alle motorette presentando la Lambretta. Solo alla Fiat Aeritalia fu permesso di continuare nelle costruzioni ae ronautiche grazie alla commes.o;a passatale il 25 febbraio 1946 per sei monoposto G.55 A e sei biposto G.55 B, assemblati utilizzando esemplari non fìnili giacenti In ditta . Pur essendo del velivoli da caccia, s u di essi fu montato un armamento ridono a due sole mitrJgliatrici da 12,7 mm cosi da spacciarli per addestratori e I nuovl velivoli furono destina ti alla Scuola Volo di LecceGalatina. Pochi giorni dopo, il 9 marzo, fu anche avviata la costruzione di due esemplari dell'addestratore di 1 ° e 2° periodo Piat G.46 che la nostra Aeronautica acquistò al prezzo di ventitré milioni l'uno.
Tra inglesi e amerlcanJ Uno degli aspen.i più curiosi di quegli anni fu ti regime di concorrenza che si creò tra inglesi e americani in quegli anni e che gll ltallani seppero abilmente sfrultare. La legge •affini e prestiti" americana vietava la cessione di maleriale militare starunitense a una nazione ex-nemica quale l'llalia e questa fu la principale ragione per cui il nostro esercito cobelltgerante fu riarmato nel 1944 sul modello inglese con mezzi e armi prodone oltre Manica. Solo l'Aeronaullca olLre a dnquantalré caccia Supermarine Spitfire V, dJ cui solo trentatré ulilizzabili, ottenne dagli inglesi anche centoquarantanove caccia Beli P.39 N e Q Airacobra e quarantanove bombardieri Martin A.30 Baltimore, olo perché giudicati modelli superati di aerei da combattimento. L'importal1Zll di sfruttare a vantaggio dell'industria bellica britannica la "necessaria" standardizzazione dell'armamento delle future Forze Armate italiane
LA RJCOST1UJ?JO~E OEW! l'\OlSTRIE OllU OIA:SA
43
fu abilmente sfruttata dal ten.gen. Langley Browning, com2ndante del.la cosiddetta MMCA (Military Mission lO the ltalian Arnly), motivando l'uniformazione come unico efficace strumento di controllo sul potenz.i:ile militare italiano del dopoguerra. L'incertezza sul contenuto delle clausole militari del Tr;attato di Pace, e In particolare sul fano se l'Italia avrebbe potu10 possedere una propria indust.ria bellica, port.ava ovvtamen1e alla conseguenza che nel lungo periodo, visti i presupposti creaù dalle prime cessioni, la fonte principale di rifornimenti militari sarebbe stata ovviamente quella britannica . Si venne cosi a creare nel maggio 1946 una situazione di contenzioso tr.1 le autorità militari americane in Europa, che volevano una rigida applicazione della legge •affitti e presti1i", e il Dipartimento di Staro che mal sopponava il fatto che la Gran Bretagna acquisisse senza contr.1sto anche il mercato militare italiano, oltre a quello tradizionale greco e medio-orientale. Con il ritiro nel 1947 delle fonc di occupazione inglesi e la restituzione degli aeroporti alle Autorità italiane, la RAF lasciò a Treviso- an Giuseppe settantanove Supennarine Spltflre IX con le reJative paJti di ricambio che furono Incorporati nell'Aeronautica Militare. All'inizio di dicembre d i quell'anno, I caccia ceduti dagli inglesi erano aumentati :i ben centoquarantasei esemplari e la revisione di tutù questi velivoli costituì la prim:I rilevarne commessa assegnam all'Aeronautica Macchi nel dopoguerra. La manovra non piacque agli americani i quali lasciarono ben novanta caccia Lockheed P.38 Ughtning <12>, accantonati smontati sulJ'3croporto dì NapolJ-Capodldùno e q ucstl furooo t05lo affidati alla locale lndusuie Meccaniche Meridionali (gli IMAM) per il ricondlzionamento e la ricostruzione, seguili nel senembre da altri cinquanta North American P.51 Mustang provenlentl dagli tali Unitl dopo la revisione genera.le. A fine anno la llOW3 eronautica, disattendendo le clausole del Trattato di Pace, disponeva così di duecentoon.uuasei aerei da caccia, anche se non rutti ancora In condizioni di volo, equamenle suddivisi tra quelli di costruzione britannica Ocenloquaramasel pitfire IX. trenta dei quali finirono poi in lsr:iele) e quelli di costruzione americana (i novanta Ughtning più i cinquanta Mustang). Analoga situazione clJ parllll si era creata anche nel.l'aviazione civile, i cui voli dì linea regolari ripresero nell'aprile del 1947. Alla compagnia LAI, forma ta con il 30% d I capitale versato dalla 1WA e un alrro 40% daJJ 'fRJ , si contrapponeva 13 ALl il cui 30% del capitale investilo dalla BOAC e dalla BEA. In realtà ben trentadue società diverse avevano chiesto alla Dire1Jone Ge.n eiale Aviazione Civile e Traffico Aereo la concessione per l'ese:rdz.io di linee aeree, in quanto rappresentllva l'unica via per molte indust.rie aeronautiche per poter ritornare a produrre velivoli dì propria progenazione, ma solo didaseue di ~ la ottennero. Queste ·perani.c erano state alimenlllte anche da un bando dì concorso, poi abortito, del ministero dell 'Aeronau1lca del 18 dicembre 1946 per un velivolo
44
ANDREA CIJRAbll
bimotore adatto all'addestramento al volo senza visibilità e al trasporto. Purtroppo nella richiesta ministeriale si imponeva di utilizzare come motori una coppia di modesti e poco affidabili Isotta Fraschini Delta RCAO-m da 800 cv, dei quali esistevano ampie soorte, fruno di tardive quanto inutlll commesse del 1943. Alcuni progetti presentali non rispondevano alle specifiche del concorso in quanto non dotali de.i motori previsti che non garantivano le prestazioni minime richieste 03>, menl.re gli altri <14>si rivelarono non competitivi rispetto ai Douglas C.47 residuati, disponibili In largo numero. U Governo italiano, nonostante vivacissime polemiche, aveva Infatti acquistaro per 640.000 dollari crenradue bimotori americani che furono cosl dal.i in gestione: quauordici esemplari alla romana lAI (Linee Aeree Itallane), seì alla fiorentina Aerea Teseo, cinque alla veneziana Trnnsadriatica e alla triestina SISA, due ciascuno all'Alitalia, all'Airone e alla milanese ALI, che operò dal 1948 sopranuuo con i sorpassati lrìmot0rl Fiat G.212 oltre a due Douglas C.53 e tre G.12 avuti in uso dall 'Aeronautica Militare. Ci siano permesse alcune considerazlonì. ln primo luogo il numero di concessioni risultò sproponJonato al traffico nazionale e già nel giugno 1948 la Teseo dichiarò il fallimento, presto seguita dalla crisi della SISA e della Transa.driacica, confluite nella Ali-Flotte Riunice. Sicuramente a questo risultato contnbuirono anche l'elevato numero d'incidenti con esiti drammatici avvenuti in quegli anni. Secondariamente, la parcellizzazione del trasporto aereo portò a un'elevata concorrenza tra le compagnìe che fece decadere anche Intelligenti esempi di sinergie quali la scuola di navigazione aerea per piloti delle linee civili che fu organizzata dalle Avio Linee, ma alla quale tanto la LAJ, quanto l'Alitalia non diedero il loro appoggio. preferendo inviare all'estero i propri piloli per i CO!Si di qualificazione. In terzo luogo la politica aeronautica di quel periodo sembra, rivista con gli occhi d'oggL a senso unico in favore della sola Flat Se è vero che, ad esempio, i lavori di ricondizionamenco, allestimento e manutenzione della flotta di Douglas vengono affidati a quasi rutte le industrie aeronautiche nazionali - ovvero presso la F"ia.1, la Piaggio, la SW-Marchettl, la CMASA e le Officine Aeronavali - è altrettanto vero che solo li colosso torinese ebbe trattamenti di favore permeuendogll di completare e vendere quarantacinque Flat G.55 al governo argentino, diciannove all'Egitto e sedici a1la Siria, assieme alla Macchi che riuscì invece, a esportare solo quaranradue analoghi caccia MC 205 in Siria, prima che l'attentato compiuto dall'organizzazione Stem a Venegono, il 18 settembre 1948, intenompesse l'invio del velivoli a Heliopolis per il riassemblaggio (IS). Si pensi, ad esempio, che la SW Marchetti nel 1948 contava ben 2.591 dipendenti, 427 dei quali impegnati nei lavori di manutenzione per l'Aeronautica
I.A RICOSTRU210J•IE DEI.U INDUSTRIE OE.U>. OlfcSA
45
militare e m nella nuova prodU%ione aeronautica dall'incetto fururo, nonostante che la c:isa fosse uscita indenne dagli eventi bellici mantenendo te sue preziose, quanto moderne, 3.000 macchine u1ensili per la lavorazione di teghe e d'acciai. Non fu qulndì un caso se l'ammlr.1gllo Angelo Jachino, amminlsaatore unico della societd, si indirizzò alla produzione di rimorchi, carrozzerie per autobus e filobus, materiale ferroviario, moroddi e addiri111Jra pescherecci 0 6>. Ritornando alla concorrenza tra l'industria brita.nniC:1 e quella statunitense, l'OCllllbolesc-.t fu pol, l'adozione del caccia Inglese De HavlUand DH.100 Vampire. Nel corso di una vlslt.a alla casa cosLrUarice nel 1948, il noSliro addeno aeronautico ren. col. DUilìo Fanali fu lnvltuo a provare Il velivolo senza alcun addestramento, se non alcuni suggerimenti prima del volo. li 4 novembre 1948 li velivolo fu presen1.a10 ufficialmenie a Roma alle Autorità militari, ma le rrauative per la cosrruzione su licenza del velivolo da pane di un consotzlo d'industrie nazlonali con a capo la Flac e la. Macchi languivano fra mille difficollò non da ultimo quelle frapposte dagli Stati Unit.l che aveV3· no cercato di cootrobanere la mossa inglese lancia.odo U programma MDAP (Mutuai Defense Aid Program) del 6 ortobre 1949, che assegnò aU'ltalla aiuti militari gratuiti per oltre quarantaqunnro milioni di dollari. 11 23 seuembre 1949 cinque Vampire della RAF, provenienti da Malta e dlreni a Milano per esibirsi in una mnnifest.1zione aerea, persero In ro!tll effelruanclo ua anemiggio forza.lo, senza danni irreparabili, nelle campagne intor· no a Ghedl. Tre di questi furono rimessi in condizioni di volo e incorpor:ni nell'Aeronautica Militare diventaado i primi aerei a reazione operativi in !talla. Un mese dopo l'incidente (il 24 ouobre 1949), Vìttorio Vallena e Angelo Ambro inl flnnarono l'accordo per la costruzione su licenza di cen1ocinquanro velivoll inglesl e a questi dovevano seguire I più moderni De HavUland OH 112 Venom, per I quali Il neonato consorzio italiano avrebbe potulo sfrultare adeguatamente le llnee di produzione create per I Vampire. La reazione americana fu decisa. Per li nuovo programma di cos1ruzionl l'lralia non avrebbe potuto sfrurrare I fondi PAM del programma di aiuti militari stuunitensi all'Italia, ma avrebbe dovuto farlo :1 proprie spese. In cambio gli Stati Uniti incrementarono gli aiuti a trecentosessanta milioni di dollari, pari al 70% del bilancio della difesa nel 1950-51, ammettendo anche la possibilità di -off- hore procurements> lo Italia, ovvero fomendo materie prime, breveul e macchinari per la costruzione di armamenti americani. In quest'ambito, nel 1952 la Finmeccanica (Aerfer, Alfa, !MM) ricevene un primo ordine di due mill:lfC!i dl lire per la produzione di parti di ricambio per I caccia a reazione Republic F 84 G dell'USAF in Europ.:i, :d quale seguì un alcro per un ammontare di cinque milioni di dollari. mentre la FiaL, sempre lei, fu incaricata delle revisioni del turbogetti Allison, installati sui velivoli militari USA.
46 ln cambio dei Venom, gli USA offrirono il North American F.86 K da costruire su licenza in Fiat. L'accordo fu siglato nel marzo del 1953 e la casa torinese ne assemblò duecentoventuno In totale per l'aviazione italiana, norvegese, francese, tedesca e olandese. Cinquantotto Vampire italiani, invece. nonostante l'embargo britannico - a causa della prima crisi del Canale - fìnirono invece in Egitto, qua.rantatré direttamente in volo facendo scalo a Brindisi e ad Atene, mentre altri quindici raggiunsero li Cairo trasponatl in casse recanti la dicitura "Fragile-Murano Glass". Due anni dopo, furono ancora gli Stati Unili a finanziare la cosl1\1z.ione di tre Aerfer Saginario li e quindi di tre l'lat G.91, entrambi progettali per il concorso del •caccia leggero" NATO. Nel giro di pochi anni l'industria aeronautica era tornata ai fasti di prima della guerra, grazie anche all'aiuto di alcune commesse assistenziali passate alla Macchi e alla Pillggio. Volendo fare un primo bilancio delle commesse aeronautiche per velivoli militari nuovi, passate fino al 1955 all'industria nazionale dall'Aeronautica Mllitare, queste possono essere riassunte dalla seguente tabella: Azienda
Velivolo
n.
Piac
G.12 G .212
35
G.46 G.49 G.59
141
Dc
Havilland Vampire
G.80/ G.82 ~orth Arnericun P.86 K
Macchi
SAI
Ambrosini
I 173
106 Il 221
Fiat G.91
29
MB.308 De H:ivilland Vampire
81
89
M.416 MB.323
118 1
S.7
156
Saglnario I Saginario n
1 2 2
Arie1e Piaggio
11
P.136 L P.148 P.149 P.150
23
70 2
I
Agosta
Agusm Beli 47 G
114
SIA! Marchetd
SM.95
7
20
Breda
SM:102 OZ.308
Caproni
C.'1 .193
F.5
I
IMM
M.416
60
BP.471
U. RlCOSllU..'ZIONE OEll.E INOUSTIUE OEllA DIFESA
47
Più difficile fu la vita dell'industria bellica terrestre, anche perché l'evoluzione 1ecnologi01 fu molco più lenca e I materiali lasciaci in uso in !calia nel 1947 erano di discreca qualicà. In sovrappiù vi era la concorrenza del.le fabbriche d'armi dell'Esercito, in grado di soddisfare le modeste esigenze di anni leggere e artiglierie delle Forze Armare. 'el settore delle bocche da fuoco, con gli aiuti MDAP si passò poi a materiali americani che presencavano anche il vancaggio della si.andardiz:zazione delle munizioni con quelle utilizzate dagli altri paesi aderenti alla ATO e l'unica novità fu rappresentata dal pezzo da 105/14, ideato dal ten.col. Salvatore Fuscaldi, clirertore dell'Arsenale di Napoli. Quest'artiglieria colmava una lacuna nel parco della NATO in quanto era auto e ippotrainabile, scomponibile In carichi per il someggio e aviolanciabile utilizzando, inoltre, il munizionamento del diffuso obice statunitense da 105/22 In uso anche in Italia. Le commesse britanniche e tedesche, oltre che italiane, permisero alla Oto Melara che ne aveva acquistato la licenza di costruzione, di riaffacciarsi nel settore a metà degli anni cinquanca, dopo aver vivacchiato con commesse -offshore, di munizioni Unico comparto dell'industria bellica terrestre che conobbe una certa continuità di produzione, fu quello degli automezzi. Alla fine degli anni quaranta furono adottati il Fia1 639 e il Lancia CP/48, di derivazione civile, mentre i primi veicoli militari della nuova generazione entrarono In servizio incorno al 1953 con il poco felice "Mulo Meccanico" (3x3) della Moto GuZZi, il f'iat CM.52 (4x4), i traaori leggeri TI 51 (4x4) della Lancia e della OM, il TM48 e il TP 50 della Fiat e le discrete veaure da ricognizione AR51 della Fiat e dell'Alfa Romeo. Ancora una volta furono la Fiat e la sua consociata OM a ouenere la fetta più grossa del mercato, ma nella maggioranza dei casi i trattò di mezzi che di bellico avevano solo il colore, la scomodità e il consumo. e il loro uso rimase limitato all'Italia.
(I) Desumiamo te lnfonn:uionl <bi registn delle costruzioni dei wri cin1ierl. (2) Il capo di • dclla Manna, IW&c!e De Councn. pur di s;afv:an.- Ili floru, arrivò • proporre nel COCliO de1b 2" seduta dcl ComiJa1D di di(e,:a dcll'llgOSU> 19'15 di ioquudnrlll nel (uwrlbile ~ l o inlem:azlon:ale dell'ONU. Si , eda In merilo Virgilio tbrl, Slorlu militare della primo ,.,,,,bbllca 1943-1993. ilnCOO:I, Nuov,., Ricl!rc.he, 19'.)4, p. 17,: sgg. (3) Riprendi:amo U testo do l.&!opoklo ulL l 'esercito 11a/ia110 nel Y!a)tldo dopoauerro 19451!}50. LA sua rlcos1m..-.fanc" l"assistt:11ZO mU/tar,, oflt!DIO. Renna, USSME, 1989, p. 52. (-0 lvi. (5) l'espre:Minnc è di Lucio Ccv:a (lt!forzl! unnatM, Torino, UTET, 1981 , p. 371il. Per un primo 1cn1a1i"" d i ddb PS, sl veda Annlh:alc P:ilood•, I Sl/gn!tl del Vim/.,alt1, Roma, No:wton Compton. 198'). Cn:-:11a coa n <lccrcto luogo<enenzillc U 1.1944. n.365, dovev:t rimanere apoli1ic:i (si vcd3 il monito rivolto d:ll capo ddb l'oll2ia Luigi femri n 2Lll .JIM~. uf, p. 94), ma un decreto del governo Purri n 21 1~5 •utori7.Z6 l'<ltTUO!amen10 stnion:llnario di 2.500 guardie e
,.orill
48
ANDREA CURAMI
500 ufficiati •... riservato cscluslvamcnic al comb:mentl della guerr.i di llbera.z lone·. In seguito, !I dlcnsiero del socialista Romlta, furono atTUOIAtl circa 15.000 uomini di cui circa 11.000 guardie e 2.000 appuntati (M, p. 102). Nel luglio del 1947, vi fu l'lmmlSslone di allr! 6.500 uomini con li po1e02.lamento delle armi e dei me1.zl di lnSpono (lvi, p. IJ7). (6) 1 358 aerei erano cosl ripartiti, 198 velivoli da c;accill, 96 da ricognl?.lonc e bombardamento leggero e 64 elci n!panl di id!OSOC'Corso. (J) Il comunicato In "Auto Italiana·, anno XXVfl (1946), n. I, pp. 1-2. (8) lui. (9) lvi, p. 31. In realtà il professor Vlnorio Valleua aveva aulOrizzato nell'eruue del 1944 la vendita " Il 1rasferùnento In Germanl3 delle 400 macchine utensili della OCI di Modena. Tuuc le macchine vennero regolarmenie pag.ate alla F12t. SI lamentava l'Ingegner Corrado Orazi, prc:51· dente del Comit:ito autoveicoli del'3 RSI, ·dopo Il decreto dl socbllttazlone della Aat, non ritengo che si deboo dare ai lnvor,11ori di Torino l'Impressione di urui solenne turluplruuum con il tmsferimenio delle loro macchine in GermaniJI• azzerando cosl anche gli u11Ji derivanti dalla produ· zlonc. SuU'argomenlo, si veda A. CUraml. Miti e realtà dc/l 'industria bellica della RSI, in · RMsta di scori:I contemporanea•, n. 2-3. 1993. p. 324. (10) Il re.,;io del'3 circolare a firma Giovanni Gronchi In "Auto lt2l1>1na", aMo XXVII (1946), n. 2, p. 9, Il commenco sul n. I, p. 32. (Il) Lo stlpendlo mt'<lio mensile dJ un lavora1ore dipendente nel 1938 si aggll"Jva sulle 1.0Q0.1 .200 lire e O c05to dell• Fi:u 500 c:m cli L I 1.000, lllsse e pneum,uici compre.si. (12) I bimororl erano rutti della versione da ricognizione fotografie:, e quindi spacciabili per vellvoll dlsamunl, a.oche se questo non era vero In quanto dot:1.tl, oltre che del norm:ile annamento di l~ndo e di c:,duta, anche di macchine fotogr.dìchc . (13) Erano I bimO!ori Flat G.218 (2 x Bristol Herculcs da 2030 cv cla5CUnO) e Plaggio P.135 (2 x Wrlght Cydonc da 1216 cv ciascuno). (14) Si chlamawno Breda BP.471. Sanlange.lo 0ml, Macchi MB.312, SIAJ SM. 104 e Caproni C...191. 05) curiosamente e contemporaneamente pl'M50 la AliCI di Roma e con l'aiuto della SAJ Ambroslnl, erano addestraù I futuri piloti Israeliani. L·azJenda umbra effettuò anche Il rlcondlzlonamcnto degli SpitOre ex-AMI ceduti a Israele quasi comemporaneamerue :li caccia Fla1 e Macchi spediti in Egitto. (16) Emllio Brorzu-Gi:lncario G:uello, Dlmensfone Cielo. Trasporto, n. 15, Roma, Edizioni DeU'Aleneo, 1981 , p. 7. Sul peschereccio MP.67 si veda "lmerauco·, n. 4, 1947, p. 45. 50((0
UN ASPETIO POCO NOTO DELLA RIPRESA
LE FORZE ARMATE NEL CINEMA DEL NEOREALISMO
MQRANPQ MQRANP!NJ
In aperta contr2ddizione con l'estetica crociana, Il cinema - meglio: l'industria dnemacografìca - è fondaco ui generi, cioè su isteml narrativi di invarianti - parti fisse, stabili - insieme combinale. PiO un'industria è fone e planifìcaca, plO è diffusa la suddivisione del procioni filmici in generi. In coerenza alla ua struaura di industria pianiflcaia, 11 cinema hollywoodiano è staio e conlinua a essere una clnematopa di generi. Del film di gu rra Hollywood ha fauo un genere come li wescem, il gangscer, U musicaJ, la commedla, ma l'ha fauo lardi. Prima della seconda guem mondìale a Hollywood, come nel paesi europei, si facevano mm di guerra, ma In ordine sparso. ì poreva tutt'al più parlare di un filone. li genere bellico nacque con la guerra 1939-45. Vennero per primi ì film di propaganda antlnazista, ma soltanto dopo Pearl Harbour (1941) cominciò la serie vera e propria: foltissima, interminabile. Ogni corpo delle Forze Annate sutunicensl di temi, lll3re, cielo ebbe il suo film: ciascuna delle bau.aglie principali ul fronte europeo o su quello asiatico ebbe il suo monumento di celluloide. Soltanto sul film dedicati al corpo dei Marines si potrebbe crivere un libro. Non mancarono nemmeno i fllm dedicati agli sforzi os1enuti dagli alleati sovietici: una mezza douillll. Dopo li 1945 U flusso continuò per una decina d'anni finché subentrò U ciclo sulla guerra di Corea (1950-53). Ormai il genere bellico si era codine.aio con le sue regole, i luoghi comuni, gli stereotipi. Non si può dire aJtreuanto delle cinemacografìe europee, con tre ecce1Joni: Gran Bretagna, Iugoslavia, Unione Sovietica. li cinema britannico si spedalizzò, a cavallo tra gli anni quar20ra e cinquanta, nei film di guerra navale e in quelli sulla prigionia (l'evasione dal campi di concentramento rnccontata come uno sport). Nel cinema statale iugoslavo l'insislenT.a sulla guerr.1 di resistenza e dl occupazione contro le forze germaniche di occupa1lone si può interpretare,
50
MORANDO MORANDl~I
oggi, col senno del poi, come uno degli strumenti propagandistici del regime socialista di Tito per rafforzare l'unione tra le varie componenti storiche, emiche, nai:ionaJI, religiose della Repubblica Federale di Iugoslavia. Il discorso vale anche per il cinema sovietico che coltivò intensamente il filone dei film sulla seconda guerm mondiale, non a caso soprannominata la GrJnde Guerra PatrioUica: l'URSS era tata aggredita, la guerra e l'occupazione erano costate milioni di morti militari e civili, la guerra era stata vinta. Si aggiunge il culto della personalità, quella di Stalin, grande stratega dopo essere stato grande rivolm:ionario, grande statista, politico onnisciente e Piccolo Padre di tune le Russie. Abbiamo così indicato due ragioni all'orig.ine del genere bellico: la ricchezza di mezzi (I film di guerra costano) e la propaganda. Per il cinema nordamericano c'è una terza ragione, più intrinseca: cinema e armi da fuoco sono fatti l'uno per l'altro. Non meraviglia che siano due ossessioni gemelle, pa.rallele e complementari nella cultura americana del Novecento, entrambe con un sottofondo mltico. In entrambi l'apparato è meccanico, chimico, ritmico. Condividono Il lesico: 10 sboot significa , nello stesso tempo, sparare e glrare (riprendere). Anche il magazine hanno in comune il caricatore. C'è in enLrambi la medesima nozione dello sguardo: mirare e sparare oppure mmare. C'è anche una coincidenza di cronologia storica: alla fine dell'Ottocento la messa a punto della prima mitragliatrice (Maxim), montata su un treppiede come la cinepresa, coincide con l'invenzione del cinematografo. li cinema hollywoodiano è fondamentalmente un cinema di azione, basato sull'impulso del rapporti di causa ed effetto (se faccio questo, succede quello). Anche l'arma da fuoco funziona allo stesso modo: sanguina o cade perché gli ho sparato. Il cinema italiano del dopoguerra non ha coltivato il genere bellico. Per forza : era una clnematog~a povera, il paese usciva da una guerra perduta. Eppure U fùm che simbolicamente lo inaugura è Roma cfttà aperta di Rossellini che svela il voho di Roma sotto l'occupazione tedesca, quello di un1talia umiliata e tragica, ma anche pronta alla ribellione e carica di speranze. E il regista che l'aveva diretto era reduce da una trilogia sulla guerra: La nave bia11ca (1 941), Un PI/ora n·roma 0942), l 'uomo della croce (1943). Dopo Roma clllà aperta, acclamato e premiato in mezzo mondo, Rossellini dìresse altre due opere straordinarie: Pafsà 0946), sei episodi dì guerra e di resistenza, e Gemumfa anno zero (1947) sulle conseguenze della guerra con le sue rovine materiali e le deformate coscienze morali. In un volume, pubblicato a Genova nel 1995 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza in Liguria - La Resislenza nel citiema italiaoo - si fa l'elenco dei r.Jm italiani "rcslstenziaU· prodotti ln cinquant'anni. Sono centootto di cui trentuno realizzati nel quadriennio 1960-63 quando l'industria italiana era forte,
UN ASPUTO PO<X> NOTO Dl!UA IIIPkl!SA: li! l'OKZE ARMATI!
51
la più fotte d'Europa, ed esportava in mezzo mondo. L'aggettivo "resistenziale" dev'essere inleso in senso lalo: non pochi sono mm ambi nlllU neglJ anni di guerra e dell'occupazione - come Annf dfjJictlf (1948) di Zampa - e qualcuno come // bandito (1946) dJ Latruada nell'lmmedl;ito dopaguerra con un reduce (Amedeo NazzarO reduce dalh1 prigionia In Gennania che diventa un fuorilegge. egU anni crenta il regime fascista non ave\lll ovvìamente trascurato i film sulle Forze Armate, con panicolare riguardo per l'Aeronautica, pupUla di Mussolini e di Italo Balbo, rda la Marino non era tata trascurata. Fa m:icchla Uomini sul fondo (1941) di Francesco De Robert~ che ftlm cli guerra non è, considerato a ragione uno dei predecessori del neoreali mo per la sobrlet, del uo approccio semidocumenrorlsllco e la rinuncia alla retorica milltarlsta. Tra le for1.e di terra furono privilegiati gli alpini: lesca,pealsole(l935), I trecento della Selllma (19 3), Que//1 de/fa momag11a (1943). Anche dopo il ' 5. per 1·~ue22:1 dopo il '48, si fanno film sulla prima guerrn mondiale: Fratelli d1ralfa 0952) di Fausto raceni rievoca Nazurio Sauro; la leggenda del Piave (1952) di Riccurdo Preda è un melodramma dove fellonia e eroismo sono appaiati nello stesso personaggio, il conte Dolfin, che prima si arricchisce con loschi traffici e poi è spinto dal patrionimo della moglie a divenlare eroe: Bella 11011 piangere 0955) di David Carbonari e Duilio Colenl racconta le Imprese di Enrico Totl. ln J cinque dell'Adamello (1954) di Pino Mercanti si ritrovano le salme dì cinque audaci alpini, inume, In un ghlaccia o dell'Adamello. Della spedizione fn pane un giomnJista, figlio di uno del cinque e socialista come li p dre, che cinicamente irride al sacrifì io del cadull, uscltando una vivace reazione. In lo PaJIIJg/fa dell'Amba A/agi 0953) di Flavio Calzavara con Luciano Tajol! pr012gonlstl sono inseriti spezzoni fllmnt!, provenlenli dall'archivio del British War Office, che documentano la resa delle truppe italiane con glJ onori milit2ri e I funerali del loro comandante Amedeo di Sav ìa-Aosta. // calmano del Pfor.e(1951) dl Giorgio Bianchi è una storia di pionaggio sullo sfondo di quella di&au., di Caporetto che fu da cornice anche a un episodlo diretto dli Pietro Cenni in A mori di mezzo secolo (1954). Sono tutti film mediocri o pessimi. Bisogna aspeuare il '59 per avere con La gro,,de guerra di Mario MoniceUJ un film memorabile, un affresco di complessa, cordiale, furbesca coralità In cui si arriva alla orla, a un grand , tema narrativo, attraverso la scorciatoia di un picaresco umorismo e di un grottesco caricaturale, affidati alla bravura estrosa di Gassman e Sordi. Almeno in due momenti - la fucilazlon dl una spia aUSlriac:i duranle la SOSf.l di una colonna italiana e la morte di Romolo Valli - quello di Monicelli è un grande film . Povera sotto ogni a peno è pure la produzione cinematografica ulla seconda guerra mondiale, pecialmenle nel periodo che abbiamo preso in
52
MORANDO M0RAND1N1
considerazione: tra gli anni quaranta e la fine dei cinquanta. Un generico pa.d fismo pennea la trilogia bellica del pescarese Duilio Caletti (1908), sostenuta da un efficace artigianato registico. I sette dell'Orsa Maggiore 0952) è ispirato alle imprese di Luigi Durand de la Penne, medaglia d'oro, e dei suoi sommozzatori che, a bordo dei "ma.iali" {siluri pilotabili), minano tre navi nemiche a Gibilterra e affondano una corazzata britannica nella baia di Alessandria. L'episodio è raccontato, dall'altra parte, nel britannico L'affondamento della Valfant (1962). La grande speranza (1954) narra di un sommergibile italiano che nell'Atlantico silura prima un piroscafo inglese, salvando tre militari naufraghi, tra cui un'ausiliaria , e poi un'altra nave, raccogliendo ventiquattro superstiti. li titolo allude alla speranza di far rinascere i sentimenti d i fratellanza e dJ umanità contro le barriere dell'odio. li nobile messaggio non manca di ambiguità: gli uomini non devono fare la guerra o devono farla senza odio? Divisione Folgore 0954), infine, rievoca le gesta della Divisione Paracadutisti che nell'estate 1942 fu inviata sul fronte dell'Africa settentrionale e che, sfondato lo schieramento italo-tedesco, sostenne una valorosa resistenza in un'impari lotta. SI è gi:l accennato al comanda.nte Francesco De Robertis (1902-59), capo del servizlo cinematografico del ministero della Marina, che dopo Uomini s11/ fondo (1941), supervisionò il lavoro dell'esordiente Rossellini in lA nave bianca (1941), diresse Alfa Tau/ (1942), rutti prodotti dallo stesso servizio del.la Marina con la Scalera Film. Nel 1943 fece Marinai senza stelle e Uomini e cielo, interrotti per ragioni belliche e distribuiti nel 1949. Dopo la guerra diresse Fantasmi del mare (1948), Carica eroica (1952), Mizar (1954), I ragazzi della Marina 0958) senza pii) ritrovare la vena del suo primo film. Quali le ragioni di questa diffusa mediocrità? Sono rutti basati sul medesimo schema: una celebrazione pii) o meno esplicita della guerra per il tramite dell'esaltazione degli atti di va lore dei singoli o di reparti. Non si può dimenticare che nel scrondo conflitto mondiale l'intervento dell'Italia fu quello di una guerra di aggressione e dJ conquista al fianco di altre nazioni (Germania, Giappone), altrena.nto aggressive. E fu una guerra perduta. C'è una precisa ideologia all'origine di questi film , fondata sul principio che nella storia degli uomini la guerra è fatale: le guerre ci sono sempre state e sempre ci sa.ranno. Se si apre un Ubro d i storia - di Roma antica o del ovecento - si vede che in buona parte è una storia di guerre. Questo principio ha tre corollari che impongono ai cittadini il sacrificio della vita e l'esaltazione delle virru eroiche: 1) la patria, la comunità che raccoglie tutti i cittadini intorno alle tradizioni e alla cultura del luogo dove siamo nati: è la bandiera che dev'essere difesa; 2) la religiosità della guerra, consacrata dal sacrificio dei caduti, esige un incondizionato rispetto perché la morte ha reso Inviolabili le loro azioni;
UN ASPl!lTO POCO NOTO DEI.L\ RIPRJ:'SA: IJ!: FOIIU AJl.'IATE .••
53
3) la necessità di una fonnaz.lone e di una Mela delle tradiz.lonl mUirarl. I caraneri deU 'lstituuone militare sono la disciplina e la gerarchia. La prima si esercita anraverso la seconda la quale, a sua volta, presuppone l'infallibllltà. Dlsdplina e gerarchia non si conciliano con l'eseICizio del dubbio, della libera disc:usslone, della critica, della razionalità. A questa ideologia si oppone quella che nella rappresentazione della guerra privilegia U versante doloroso, lultlloso, amaro a scapito di quello glorioso, avvenruroso, eroico. t l'ideologia secondo la quale "diffamare la guerra è un dovere", come p ù di un secolo fa scriveva Guy de Ma.upassant. Se volete, si potrebbe citare uo esempio ancor più allo, Euripide che in Le troiane fa dire a un personaggio: "Come siamo ciechi noi, distruttori di citù". •n coraggio è una vln:ù da sottotenenti" dice un aforisma cinico, probabilmente nato durame o dopo la guerra 1914-18. Sul dizionario dei sinonimi del Tommaseo si legge che •valore, stando nei tennìni milltari, è più di bravura e dl coraggio, pcrche comprende in sé tuao quello che la bravura ha di bene, e alle qualità del coraggio aggiunge l'ane e la scienza, o almeno l'accorgimento e la previdenza•. E conclude: .Si può avere bravura e coraggio, senza valore; l'hanno gli assassini e gll sgherri. Nel valore è , o dovrebbe essere, compresa la nobiltà e l:1 pureua del fine.. Ci permettiamo un'altm definiuone di coraggio: la sua prima fonna è l'affronta.mento del reale. cioè è streuamente legato con li senso della reali.l o, come dicevano gli Scolastici, con una conoscenza direttiva della realtA , con la ua accettazione attiva. Secondo la dottrina cristiana, sono quanro le vinù cardinali: giustizia, prudenza, temperanza e fortezza. Fonezza è, In ita.lìano, li lnonlmo cristiano di valore, coraggio; ed è eguace e compagna della prudenz.a. Altrimenti avrebbe ragione li rivoluzionario Marat che dice: ,Fepto e cervello non tan· no bene insieme, nemmeno nel fritto misto-. Tra le quattro virtù cardiOllU la fone21.a è la più disponibile alle falslflca· zionì e ai cmvestimcnti. 011, infatti, non ammira i coraggiosi? Chi, non sogna. almeno una volta neUa vita, di diventare eroe? Perciò il coraggio viene facilmente confuso con l'esibizione della forza f1SiC2 , l'ultima serva della v ~. n violento uionfo della forza fisica ha quasi sempre In ~ poco di valoroso, ma è constatabile, misurabile, lncilscullblle, visibile. Ha un'evidenza v!stva che assai si presta alla sua esaltauone attmvetSO l'Immagine filmica. Disse una volta un francese - Napoleone Bonapane, se non sbaglio - che il suono del tamburo impedisce di pensa.re; ecco perché è il tipico strumento delle bande milirarl. ll rischio che il vero coraggio si assume è umano e valido in forza de.Ila persona o verità cui si offre. U manlre lo fa la causa, noo la pena Perciò è scor· reno equiparare, se non su un piano dJ generica pieù, caduti di pane fascista e quelli di pane antifasdsla In quella che fu, era la ftne del '43 e l'aprile del '4~, una guerra civile.
MORANDO MORANDINI
L'eroe è ragionevole o non è coraggioso. È prudente, nel vero senso della parola, o non è forte. 11 coraggio che non è al servizio del prossimo, della giustizia e della liberul è falso, pericoloso e stnunemo di iniquilà. Per un cristiano la fede che rende coraggioso l'uomo giusto non ha nulla da spartire con le lugubri e sacrileghe fanfaronate del "morir matando" o di quel grido blasfemo di ·vrva la muette" che fu l'appannaggio dei franchisti sedicenti cattolici durante un'altra guerra civile, quella di Spagna. Alla stessa ideologia appanengono quei teschi suUe mostrine delle SS gennanicbe e di alcuni reparti della Repubblica Sociale Italiana. li Vangelo tesso racconta che ì tagliatori d'orecchi finiscono spesso nel cortile delle negazioni e delle abiure. Sembrano remoti i tempi in cui Filippo Marinenl proclamava che la guerra è l'igiene del mondo o quando Paolo Monelli poteva intitolare un suo libro, non indegno ma provinciale, !,a guerra è bella, ma scomoda. Alla fine di un secolo dove ha imperversato il tempo sporco della Storia più che in passato, o almeno così d sembra, se ne sono accorti anche a Hollywood, la più grande fabbrica di sogni maì esistita. Lo rivelano film come Salvare fl soldato Ryan e !,a sc,rrt/e linea rossa.
PARTE II LA RIPRESA POLITICA
L'AM1vll SIONE DELL'ITALIA All'ONU
PIBTRo P,mosru.u L' mmissione dell 'lt.aJla nell'Organluazione delle Nazioni Unire: è: un tema minore della politica esterJ it.aliarui del secondo dopoguerra ma non per questo meno degno d'attenzione:, dato il rilievo ch'esso ha avuto per alcuni aMi. La storiografia l'ha in generale trascurato: ne parla Giuseppe Vedovato ln un suo articolo (I) e c'e un breve saggio di Fulvio O' Amoja ' 1) che rielabora criticamente due articoli di Ma.rio Toscano O>, da questi rifusi poi nell'introduzion all'Annuario [spi per i.I 1955 <-O. Ma non se ne occupano né Sergio Romano, né Roberto Gaja nel loro recenti volumi (5> e nello sresso Manuale della politica esi:era italiam1 curaro da Luigi Vlnorio Ferr.uis se ne rrau.a assai succintamente <6>. Quanto agli scritti del protago.nì ti, olrre alle pagine di Toscano ce ne sono poche altre nelle memorie di Egìdio Ortona m. Ricca è invece la documentazione pubblicaia. Si trova rnaterfllJe lmeressnnte in una diecina di volumi dei documenti ameàcani del periodo 1945-1955 <8). E se ne trova anche nei volumi della serie decima dei documenti italiani che si riferiscono agli anni 1943-1946 <?) perch , se si vuole iluppare coerentemente l'argomento e cogliere il ·gnificato ch'esso ha avuto nel tempo, occorre risalire all'origine del binomio ltalia-Nazioni Unite, cioè al momento in cui esistevano le azioni Unite ma non ancora l'Organizzazione. È una storia che si sviluppa in quactro fasi e d1e ha appunto inizio con la vicenda dell'armlstlzio del 1943.
..
.
Infatti, il binomio Italia-Nazioni Unite nasce nel momento in cui, destitullO Mussolini, iJ Re e Badoglio decisero di cercare una vi.i d 'u:;cira alla sconfitta tentando di far cambiare fronte al paese. "Egli era venuto·, scrive il
58
PIETRO PASTOREW
generale mith nel verbale dell'incoruro con Castellano a Lisbona il 19 agosto 1943, •a discutere la questione_ del come l'llalia poteva unirsi alle Nazioni Unne contro la Gennania" <10>. La risposta degli Allear! fu che l'Italia doveva anzituuo !iOttoscrivere l'annistizlo militare: quando poi avesse cominciato la loua contro I tedeschi, si sarebbero determinate le condizioni per un diverso rappono con le azioni Unite. Ho esposto dettagliatamenre in altra occasione <11 > quest'aspetto meno conosciuto della storia dell'armistizio e pertanto non mi dilungo ad illustrarlo. Basta qui ricordare che, soddisfatta la condi· zìone dell 'annistizio, l3adoglio, nel primo incontro che ebbe a Brindisi il 15 seuembre con gli inviati del Comando alleato, l'inglese Macmillan e l'amen· cano Murphy, chiese ufficialmente "che l'Italia fosse considerata paese alleato delle Nazioni Unite•. La rispost.:1 quest.a volta fu la "cobelligeranza·. una formula indefinita che doveva essere un surrogato dell'alleanza ma che fini per rivelarsi solo una parola priv;t di qualsiasi contenuto giuridico e politico. Ma il governo Badoglio continuò a perseguire l'obiettivo dell 'ingresso deU'ltaJia nella coalizione delle Nazioni Unite come mezzo per cancellare la c:Qndizionc di p:iese sconfino. Dopo aver chiesto inutilmente di sottoscrivere la Cana Atlanticn il 17 dicembre 1943 C12), tre volte Badoglio reiterò la richiesta d'alleanza: la prima, rivolgendosi a Roosevelt auraverso I servizi segreti il 27 gennaio 1944 113>, e, avendogli il presidente americano risposto che sarebhe !<lato possibile considerarla dopo che il Governo italiano avesse incluso le forze politiche antifasciste 04>, la reiterò Il 3 aprile 1944 annunciandogli la costiru1.ione del ·uo ultimo mini ·tero, quello che comprendeva gli e ponenti ddlc principali forze politiche italiane Cl5>. lnflne, ritentò il canale dei servizi segreti con la missione del prof. Pazzi al quale affidò la sua terza lettera a Roosevelt del 2 aprile 1944 Ct6). 'é è da pensare che l'idea dell'alleanza dell'Italia con la coalizione delle Nazioni Unite fosse peculiare del duo Re-Badoglio, perché, allontanaco Vittorio Emanuele m con la luogotenenza del figlio e cosriru itosi un governo più rappresentativo delle forze antifasciste presieduto da Bonorni, questi rivolse analoga richiesta al governo americano il 2 luglio '44 <11>, e poiché nella risposta pervenuta il 4 seuembre si eludeva l'argomento ma si parlava della posslbililll di emendamenti al testo di resa del 29 senembre '43 l1 8>, si colse subito questo spunto per proporre un accordo sostitutivo dì esso che, all'art. 1, facendo stato dell 'adesione dell 'Italia alla dichiarazione delle azioni Unite del 1° gennaio 1942, ossia al documento istitutivo della coalizione delle Nazioni Unite, implicasse il riconoscimento dell'Italia come alleata Cl9>. Poiché le cooversazionJ su questo tema si prolungavano in modo inconcludente, e dalla coalizione si stava ormai passando a costituire l'organlzZazlon · delle Nazioni Unite, si pensò di avanzare la richiesta dJ potervi panecipare. Gli Stati Uniti, sondati in via preliminare, risposero d'aver gi:l
L'AMMISSIONE OELL'ITAUA ALL'Ot,.1:
59
sollevato il problema nella Conferenza di Yalta ma con esito negativo per l'opposizìone inglese e per la replica dei sovietici che se il titolo per l'ammissione dell'lta.lla era la cobelligeranza, tale titolo avevano a nche l'Ungheria, la Romania e la Bulgaria <20l, Si cercò allora di esservi ammessi almeno come osservatori facendo valere la specialità del caso italiano ossia la cobelligeranza più anùca, il maggiore apporto alla causa comune, lo status diplomatico dei rappresentanti italiani a Mosca e a Washington, l'essere l'ltalia il paese più grande nella categoria dei cobelligeranti <21>. La risposta del Dipartimento di Stato fu che lo Statuto deUa costituenda organizzazione non prevedeva osservatori czz). Tanto si credeva e si puntava su cale specialità che il 26 aprile 1945, aprendosi I lavori della Conferenza di San Fmncisco, il governo italiano fece inviare a tutte le delegazioni presenti una sua dichiarazione nella quale esprimeva "il profondo senso di delusione per l'esclusione dell'Italia democratica" dalla Conferenza e rivendicava U diritto di paneviparvi C23l. Ma per ottenere il sospirato status di aUeato si pe.rseguì anche un'altra via: la dichiarazione di guerra al Giappone, nella prospettiva che essa potesse avere un risultato migliore di quella futta alla Gennania neU'ottobre 1943 <24 l. E in effetti un sottosegrernrio americano predispose una dichiarazione per la Conferenza di Potsdam nella quale sì diceva che ail Governo [degli Stati Unitil è convinto d'essere venuto il tempo di riconoscere la nuova Italia democratica - alleata con le Nazionì Unite nella guerra contro la Germania e ora nella guerra contro il Giappone - quale membro della famiglia delle nazioni" e che pertanto intendeva sostenere l'ammissione dell'Italia nell'Organizzazione della sicurezza mondiale <25l. E fu lo tesso Truman ad avanzare la proposta a Churchill e Stalin nella prima seduta deUa conferenza (26) _ L'argomen10 fu discusso a più riprese: gli altri due Grandi non sì mostrarono contrari, ma Churchill pose la condizione che l'ammissione avvenisse dopo la conclusione del trattato di pace, e Stalin che essa fosse contemporanea a quella degli altri "cobelligera.ntl" <m. L'accordo fra i rre Grandi fu quindi raggiunto s ulla formula del nono punto del promcollo finale sui lavori delta conferenza che diceva : "La conclusione di un trattato di pace con un governo italiano r!conosciuro e democratico render.\ possibile ai tre Govemi di soddisfare il loro desiderio di appoggiare una domanda dell'Italia per l'appartenenza alle Nazioni Unite" <28>. Uguale ìmpegno i tre Grandi prendevano nei riguardi di Bulgaria, Finlandia, Ungheria e Romania sia pure con parole meno enfatiche. L'unico riconoscimento della specialità del caso italiano si aveva nell'affermazione che U trattato di pace dell'Italia sarebbe staro il prlmo era l compiti lmmediati che il neo Istituito Consiglio dei ministri degli Esteri avrebbe dovum svolgere. Ta le riconoscimento apparve assai importante al Governo italiano poiché dei protocollo cli Potsdam gli fu comunicata uffìciaimente
60
PIETRO PASTORl!IJJ
solo la parte relativa all1talia <29>e non ruu..> il Lesto del punto nono sicché non s'ebbe a Roma la precisa cognizione che l'ingresso all'ONU, dopo il U'al· rato di pace, sarebbe avvenuto insieme agli altri satelliti della Germania. La formula di Potsdam fu trasferita nel preambolo del trattalo cli pace dove si diceva che il trattato stesso avrebbe messo in grado le potenze alleate di appoggiare la domanda dell'Italia di enlJ'are a far parte dell'Organizzazione delle Nazioni Unire C30l, Ancor prima della sua ftrma, gli Stati Uniti sondarono gli inglesi e i sovietici per sapere se erano favorevoli a proporre subito l'ammissione dell'Italia on. Bevin rispose che non era il caso di farlo prima che il trattato fosse fumato e Gromyko si dichiarò promo a superare il disposto del protocollo di Potsdam per rutti i paesi contemplati C3 2>, ln conclusione, al termine dl questa prima fase, il risultato ottenuto era assai modesto: una promessa da parte dei Grandi di appoggiare l'ingresso dell'Italia nell'Organizzazione delle Nazioni Unite, sottoposto alla condizione poliric1,1 che fosse contemporaneo a quello degli altri ex satelliti dt> ll" Germania e a quella temporale dell'avvenuta accettazione italiana del traUalo di pace. Non aveva invece trovato accoglienza il tentativo dell'Jralia di divenire alleaia delle Nazioni Unite in guerra, disegnato come mezzo per cancellare la sconfitta militare, né il successivo e più articolato progetto di cercare d'evirare che la nuova Italìa democratica avesse dovuto pagare per le colpe del fascismo. Per i vincitori questa tesi era inaccettabile: l'Italia era una, e, se era divenuta democratica, dopo aver souoscritro il trattato di pace, e quindi aver scontato tutù i turbamenti dell'ordine internazionale di cui si era resa rer.ponsabile, avrebbe potuto essere riammessa a pieno ritolo nella comunità degli Stati. Quest'idea, l'ha già rilevato il Di Nolfo 0 3>, stentò molto ad essere compresa nel mondo politico Italiano e si può anzi dire che finì nel tempo con l'essere subìta più che realmente accettata. Rimase tuttavia ferma la convinzione che alle Nazioni Unite fosse almeno legaco il superamento della sconfitta sul piano internazionale, se esse non erano servite a cancella.ria ed evitarne le conseguenze.
Souoscritto il trattato di pace, il Governo italiano ritenne che fosse Onalmt:nle venuto il momento dell'ingresso nell'Organiz.zazione delle Nazioni Unite. li 19. ma~i, . . '.)47 fu presentata la domanda ufnciale d'ammissione, senza attendere il completo superamento della condizione britannica con l'entrata in . vigore del trattato. Si pensava ovviamente che al momento del suo esame da parte del Consiglio di Sicurezza la condizione si sarebbe già verificata . Quanto invece alla condizione politica posta dai sovie1ici non se ne tenne adeguato conio, o per scarsa informazione sulle reali intenzioni di
L'i\MM~<;SIONP. DEU.'rTALL\ All'0:-4U
61
Mosca e di Washington intorno al problema della contemporaneità nell'ammissione dei paesi nrmatari dei uanati di pace, o per la convinzione che la posizione dell'Italia fosse sostanzialmente diversa da quella di Finlandia, Ungheria, Romania e Bulgaria io virtù della specialità del caso italiano in cui si continuava a credere. Una preventiva consultazione con il Governo americano non aiucò a chiarire le idee poiché gli Stati Uniti si limitarono a dichiarare che avrebbero dato il loro pieno appoggio alla domanda italiana <.34). Certo è che nel corso del dibattito alla Costiruente per la ratifica del trau.ato di p-.ice a fìne luglio, Sforza sostenne con calore, tra gli argomenti a favore, che con ta le atto l'Italia avrebbe acquisito il titolo migliore per il riconoscimento del suo buon diritto ad en1rare nell'Organizzazione intemazionaJe<35>. A cercare ora risolutamente l'ingresso nelle Nazioni Unite, oltre la convinzione che questo fosse da parte dei quattro Grandi il rispetto di un impegn.o preso, c'erano altre due ragioni fondamentali : l'affrancamento dallo status di pae:;e vinto e quindi il suo pieno reinserimento nella comunità internazionale, e la sper.inza che nell'ONU si potesse operare a favore della "politica della revìsione" del lrattato che era stata enunciata da Nenni nell'ottobre del 1946 all'atto del suo insediamento al ministero degli Esteri. Fin dalla presentazione della domanda, infaui, s'era avviata una consultazione, spinta assai a fondo con i paesi amici dell'America latina, intorno all'appllcabilitil ed all'interpretazione degli articoli 53 e 107 dello Statuto d1e prevedevano discriminazioni a danno degli stati ex nemici nella seconda guerra mondiale, allo scopo di chiarire che rali articoli non avrebbl!ro potum trovare applicazione nei riguardi dell'Italia. Quanto alla seconda ragione, si stimolò un'iniziativa, sempre latino-americana, per poter porre in discussione nell'Assemblea Generale proposte di revisione del uanato di pace, immaginando che anche nella carta dell'ONU ci fosse una clausola analoga aU'anicolo 18 dello Statuto della Società delle Nazioni <36>. Solo nel dicembre 1947 si constatò che tale clausola non es.isteva: l'ONU tuttavia avrebbe pocuto fare qualcosa in materia di revisione, essendo di competenz.a dell'Assemblea, un anno dopo l'entrata in vigore del trattalo di pace, il formulare proposte circa la sorte defmitiva delle colonie, che i Grandi s'impegnavano a far proprie. Quando dalla discussione preliminare in Consiglio di Sicurezz.a apparve evidente che le posizioni sovietica e americana sui paesi ex nemici erano inconciliabili, sostenendo gli Stati Uniti che Ungheria, Romania e Bulgaria non avevano, per la natura dei loro governi, i requisiti necessari per l'ammissione all'ONU, il Governo italiano effettuò un debole tentativo di ìndurre gli Stati Uniti ad accettare una "blanket admission", ossia l'ammissione di tutti i paesi che ne avevano farro domanda 137>. Ma di fronte alla decisa repliC3 americana, non si insistette oltre su quest'argomento anche se si continuò a sottolineare l'importanza della questione <~>. Il veto sovietico giunse quindl
62
PIF.l'RO PASTORELLI
puntuale il 1° onobre a bloccare la considerazione favorevole espressa dall'A,;.,;emblea Generale. E la questione fu chiusa per la sessione del 1947. La scoperta che l'ONU non era competente a rivedere il tranato di pace, I.a partecipazione su piede di parità aJ grande negoziato europeo derivante dall'offerta del segretario di Stato Marshall e ancor più il seguente invio di Bevin alla "nuova" Italia di essere un giorno parte dell'Unione Occidentale la spaccatura tra Est e Ovest consumatasi anche ufficialmente nella seconda metà del 1947, la prospettiva del grande confronto eleuorale fissato per il 18 aprile 1948, allontanarono l'attenzione del Governo dal problema dell'ONU. Se fosse dipeso dall'Italia non se ne sarebbe parlato per vario tempo. E invece anche nel 1948 tornò alla ribalta. A portarcelo furono gli Stati Uniti. Nella imminenza delle elezioni , al Dipartimento di Stato venne l'idea che, oltre all'iniziativa per Il Territorio Libero di Trieste (che doveva portare alla dichiamzione tripartita del 20 marzo), avrebbe potuto giovare ad un esito filo-occidentale della consultazione anche la riproposizione da parte aoglo-francoameriaina dell'ammissione dell'lcalia all'ONU nella sessione s1.r.1ordinaria che si s:irebbe tenuta in primavera per la questione palestinese (39>, Non che gli Stati Uniti fossero ora disposti ad accenare la tesi sovietica dell'ingresso in blocco degli ex nemici: s·aspeuavano un nuovo veto sovietico ma proprio questo veto riteneva.no che fosse spendibile elettoralmente. Consultati I francesi e gli inglesi, soprattutto questi ultimi fecero molte obiezioni non ritenendo che i sovietici si sarebbero fatti giocare tanto facìlmente, considerata qual'era la delic-Jta posizione degli Stati Uniti in proposito <40>. Infine fu sondato anche il Governo italiano <41 >. Sforza non mostrò molto entusiasmo per l'iniziativa dicendo che l'appartenenza all'ONU non era più per l'opinione pubblica italiana un requisito essenziale per il miglioramento della posizione internazionale del paese: penanco una seconda mossa, dopo quella per Trieste, non gli appariva necessaria <42 >. Poi precisò che una spinta per l'ingresso all'ONU sarebbe stata ovviamente gradita, ma sarebbe stato opportuno distaroJarla nel tempo <43>. Gli tari Uniti comunque procedettero, tirandosi dietro Francia e Gran Bretagna (44 > . li problema fu risollevato in Consiglio di Sicurezza il 10 aprile, il delegato americano lesse la sua dichJarazione, venne il previsto veto sovietico e Il risultato del riesame dell.e domande giacenti si concluse con un voto a favore dell'ingresso della Binna.nia! Dato anche il breve intervallo di tempo l'a.rgomento non entrò nel dibattito eleuorale. La questione si trascinò ancora nei due anni seguenti senza che vi fossero pressioni da parte italiana. Nel 1949, il 13 senembre, si ebbe un ulteriore veto sovietico 145> e nel 1950 l'Italia suggeri di approfittare dell'assenza del delegaco sovietico per riproporre un nuovo esame della domanda italiana ma gli Scati Uniti rifiutarono di farlo <46>, Rimaneva un interesse per l'ammissione all'ONU, ma si trattava ormai di un ìnteresse generico, non più motivato dalle
L'AMMISSIONE DEU'ITAUA AU'Ql,;U
63
ragioni specifiche esistenti nel 1947. la situazione intemazionale dell'ltalia era ormai profondamente mutata per effetto delle due scelte compiute dal Governo nel 1949: quella europea che aveva portato l'Italia a partecipare alla costituzione del Consiglio d'Europa i.I 5 maggio e, ancor più importante, quella atlantica, che i.I 4 aprile aveva inserito l'Italia nel Pauo nordallanlico, come alleata di dieci paesi della vecchia coalizione bellica delle Nazioni Unite. Questi nuovi legami per di più sarebbero scati più utili dell'ONU per la soluzione del problema coloniale e, si sperava, anche per la questione di Trieste. Questo era almeno l'intimo pensiero di Sforza e forse anche, per un certo tempo, di De Gasperi. Almeno non si conoscono dissensi in proposito né iniziative che riguardassero l'ammissione all'ONU .
...
Alla questione tuttavia De Gasperi continuò a pensare: dall:1 document.tzione esisceme appare chiaro che egli teneva in particolare all'aspeuo morale della riabilitazione dell'Italia, che sarebbe stata sancita dalla panecipazione al grande consesso internazionale dei vincitori. Si può anzi dire che egli considerava la questione come un credito suo personale he gli doveva essere saldato dai vincitori, onorando l'impegno di appoggiare l'lt:tlia nell'ingresso al.l'ONU fissato nel preambolo del trattato di pace: quasi un compenso cl:1 ricevere per quella finna tanto sofferta. Di qui nacque la tena fase del problema, aperta fonnalmente da una lenera inviata eia Sfor1.a a Schuman il 5 febbraio 1951, poco prima dell'incontro italo-francese di Santa Mitrgherita dal quale doveva prendere vita ìl negoziato per la Comunllà europea di difesa. Sfol"La scriveva: ·Mi sembm che si dovrebbe affermare, in maniera assai più solenne che pe.r il passato, che gli Alleati si impegnano a fare tulli gli sforzi necessari affinché l'Italia non sia più privata per molto tempo del suo diritto di assidersi alla suprema organizzazione, dalla quale fin qui è staia esclusa proprio in violazione della lenera e dello spirito dello stesso trattato di pace- H7>. La lettera, inviata anche a Bev!n ed Acheson. ricordava poi che il Governo veniva ora accusato d'aver ingannato il paese nel dibattito sulla ratifica del trattato di pace. Sforza lasciò nel luglio iJ ministero degli Esleri che fu riassunto personalmente da De Gasperì, come al tempo della preparazione della pace. L'occasione per affrontare compiutamente l'argomento fu offerta dalla visita negli Stati Uniti che De Gasperi fece nel seuembre. la base della dis<..-ussione era costituita eia un lungo memorandum (~ 8>, nel quale, dal riesame di tulle ie dichiarazioni fatte nei precedenti dibattiti, si traevano due conclusioni: la prima, che il veto sovietico era illegittimo perché l'U.R.S.S. aveva sempre riconosciuto che l'Italia aveva le qualificazioni necessarie per essere ammessa all'ONU; la _seconda, che la posizione dell'Italia era differente da quella
64
PIEnO PASTOREUJ
degli altri ex nemici, perché questi non avevano ricevuto un analogo concorde riconoscimento. Da esse nasceva la proposta di aggirare il veio sovietico portando in Assemblea Generale una risoluzione nella quale, appoggiandosi a.I parere consultivo della Corte lnternazionale di Giustizia dell'Aja del 3 marzo 1950 da cui le ricordate conclusioni traevano fondamenco , si dichiarava l'accoglimento del.la domanda italiana. Tale risoluzione , se votata dal.l'Assemblea a maggioranza di due terzi, avrebbe prodotto l'effetto di supplire all'inazione del Consiglio di Sicurezza, In base all'altra risoluzione nota come "Uniteci action for pe.ice", vomta l'anno precedente. I giuristi italiani avevano lavorato molto per offrire al Governo uno strumento almeno in apparenza adeguato a ruggiungere lo scopo dell'ammissione senza che né l'Unione Sovietica rinunci:ls.re alla sua tesi né gli Stari Unici alla loro. Ma nelle discussioni al Dipartimento di Stato, Acheson non si mostrò convinco della boot.il dell 'idea: propendeva piuccos10 per utilizzare, in un nuovo esame in Conslglio di Sicurezza, l'argomento che il caso dell'Italia era del tutto speciale avendole le Nazioni Unite conferito l'amministrazione fiducia ria della Somalia <49>. La discussione continuò per via diplomatica. De Gasperi insistette nella sua proposta con una le1tera personale ad Acheson csol e questi gli fece rispondere laconicamente che gli Stati Uniti si sarebbero adoperati a favore dell'ltalia ma •agendo all'Interno della Carta" t:H> e al rappresentante alle Nazioni Unite precisò che "il Governo degli S1atl Unili non appoggerà nessun compromesso (dea/) compornmce l'ammissione dei satelliti in cambio di quella dell'ltalia e cercherl di scoraggi:tre qualsiasi sforzo dlreno ad ooenere l'ammissione dell'Italia con mezzi non previsti dalla Carta" m>. Nel 1952 il Governo italiano tomò poi a ribadire l'importanza dell'ammissione all'ONU ln vista delle pr=lme scadenze eleuorali perché ormai la que&ionc era argomento di polemica onolineando l'opposizlone che il mancato ingresso era conseguenza, non tanto ciel nOlO veto sovietico, quanto piuttooo di un .sos1:mziale veto americano C53>. Gli Stati Uniti pensarono allora a forme intenneclie di partecipazione quall un' "interim pannership" o un'"associate membe.rship", ma l'ltali:t fece sapere cli essere interessata solo ad una •full membership", considerando ogni altr.1 soluzione "umiliante" e contmria agli impegni risultanti da.I trattato di pace <54>. Infine, l'osservatore presso le Nazioni Unite, Guidoni, informò ufficialmente il Dipartimento di Stato che "il Governo italiano non intendeva per il momento sollecitare ulteriori passi per onenere l'ammissione dell 'Italia alle Nazioni Unite" C55>. Era il 9 aprile 1953. Due mesi dopo le elezioni avrebbero posto termine al lungo periodo del governi presieduti da De Gasperi. Tra gli altri crucci gli rimaneva anche quello di non essere riuscito a compiere per intero il suo proposito di far super.ire del tutto al paese la condizione di ex sconfino attraverso la tanta sospirata ammissione alle Nazioni Unite .
...
L'AMMISSIO
oeu:rrALIA ALL'OtiU
rase
65
La quarta ed ultima si aprì due anni dopo, nel L955, e per ragioni in gran parte diverse, come dlverse erano anche la siluaz.lonc interna it.ilian:1 ed Il quadro internazionale. 'era entrati nell'era della coesistenza competitiva , ch'er.i la nuova veste assunta dalla guerra freddl con i successori di talin, e il cosiddeuo "spirito di Ginevra• sembrava ora conlr.lddistinguere I rapporti fra I due blocchi. In questo clima m:i per elfeno di altre cause, i sovietici avevano mut:uo il loro aneggiamento sul problema au tri:ico rendendo possibile la sonoscrlzlone. il 15 maggio 1955, del u·.itl:lto dl tato austriaco, come venne chiamata la pace con quella pane del Reich hitleriano che I GrJndi s'erano impegnati di restituire all'indipendenza . ln conseguenw di que t'auo. l'Austria aveva le carte In regola per es ere ammessa alle N:izionì Unite e lo sarebbe stata quanto prima. Ma ciò poneva all'ilalia il problema politico di vedersi scavalcata nell'ingresso all'ONU dalla ua vicim1 settentrionale, anch'essa, nonostante I nominalismi, ex sconfitta, ma che, ::i differenza del paesi della stessa categoria , non era inserita in :1lleanze milll.tri JTW era vincolata ad uno statu , di neulr.lllt~ . L'accusa dell'opposizione alla maggioranza erJ facile: Il neutraHsmo produceva la partecipnzione al gr.inde <.'Onsesso intenuzionalc, di cui era peraltro In atto un tentativo di rlvitaliu.az.lone, mentre le alleanze ne cau avano l'esdwione. Ma la stes ·:1 maggioranza era poi assai sensibile, tratt.indosi di un vicino, al motivo di presli~lo di non subire l'umiliazione d'essere sorpassati dagli austriaci. Inoltre, l':immissionc all'ONU ero uno d i temi sui quali I svolgeva la lenta e ancora lncert,1 marcia di avvlclnamemo del panito socialista all'area di magglor:mw: per i socialisti eru del t\ltto immmiv:na l'ostilità degli Stati Uniti nel confronti dei paesi dell'Europa orientale per cui il loro atteggiamento veniva quindi considerato proprio come un veto all'ammissione. D'altra pane, l'essere amme .. i all'ONU acquismva un nuovo val re di politica intemazion:ile mante li rilancio in atto della ua attiviLl att.raverso varie Iniziative tra cui quella, nssal lmporuinte. di divenire la sede del negozl:ul per Il disarmo: Il non partecipare ad essi coinvolge\·a a un tempo a perci di politioi ester:1, intema1Jonale e Interna . Non si poteva Infine trascurare la presenza nelle Nazioni Unite proprio nel momento in cui, per effeuo dell'evoluzione subito da lla situa zione internazionale, cominciava ad affermarsi la tesi dell 'universalità dell'ONU. Da qu to complesso di ragioni venne la decisione italiana di riprendere le pratiche per ouenere l'ammissione all'ONU In coincidenzn con le prime voci di un'iniziativa canadese dlrena ad ouenere Il superamento dei veti sovietici che orm:il bloccavano l'ingresso di quattordici stati, tittt·,iver o li co:;lddeuo "packagc deal", il quale in pratica lgnifloiva far desistere gli t ti Uniti dalla loro o tililà ne l confronti dei paesi comunisti In camhlo dell'ammissione di un ben più elevato numero di paesi della loro area. Insomma gH amerlcanJ avrebbero dovuto sacrinc-Jre 1:1 lo.ro posizione di principio circa I nuovi Ingressi per ottenere un congruo allargamento della p~n7.a occidi:mtale nell'Organizzazione.
66
PumtO PASTOR_EW
Prima che gli Sw.LI nili superassero le loro perplessiti\ di fronte a tale propos1a il Governo italiano, allora presieduto da Antonio Segni con il liberale Gaetano Martino agli Esteri, compl la sua prima mossa dando istruzioni all'Ambasciata a Washington, Il 20 giugno 1955, dì ~non prendere inizla1ive•, ma di avvertire il Dipartimento di l!lto d1e •un'ammi ione dì altri tatl che ci trovasse esclusi sarebbe disastrosa •. Un telegramma "pesce in barile• lo definisce Onona <S61. In fonna 3.S53I pill dilara i espresse poi il ministro Martino alla Camern Il '1:7 settembre souolineando ancora una volta Il dtrillO e il desiderio deU 'lralia d'entrare nell'ONU <S7>. E l'argomento fu poi affroncuo dirennmcnre con li segreiario di Staro Dulles nel corso di una sua visita a Romn n 23 ottobre. Ma Dullcs non fu molto senslbUe alle pressioni indiane espresse dallo stesso presidente del Consiglio e ~ limitò a rispondere che gli Sw.ti Unili erano conlr3ri al "package deal" perch! ogni stato doveva essere valutato singolanneme ma indicò la nuova posizione che gli tali Uniti si stavano orientando ad adottare: In rinuncia da parte dei membri del Consiglio di Sicurev.a ad eserdtare il dirillo di veto sulle nuove ammisi.ioni <'8>. Era un comprome:so eh Dulles ebbe molta difficoltà ad accettare ed al quale flnì per plegar.;i ru pressione d I presidente Eisenhower, nelle cui valuwzloni non fu assente il ca. o ita liano, che egli conosceva dagli inizi, anche se non appare sia staro l'el menio deierminame della sua clcdsione C59>. L'ullima pressione del Governo italfano fu volta nd evitare che gli Stati Uniti si astenessero nella votazione ul pnccheno, presentando a Washington delle proposte procedurali che consentissero loro di apparire favorevoli all"ammissione d ll'l1alia pur mllntenendo le loro posizioni <60>. Nelle convul ·e votazioni in Consiglio di Sicurezza e in Assemblea il •package deal" passò e sedici paesi ll'3 cui l"Italia entrarono nell'Organizza. zione delle az.ionl Unit il 1 dicembre 1955 <61 '. L'e,•ento, che, come i.'è detto all'inizio, non ha lascialo n10lte trocce nelfa s1oriograft:1, fu accolto allora In Italia con soddisfazione ma fu oggetto anche di varie critiche. Piaceva poco soprattutto la circostanza che 111alia fos.se entrata insieme ad altri quindici paesi in conseguenw di un compromesso che annullava la specialità del caso it:1llano fondata su particolari meriti e diriui dell'Italia. 'è visto come In realt non esis(essero né gli uni né gli alai. L'Italia non era mai divenuta un membro della coalizlone bellìca delle 1'azloni Uilìte: priv di valore erano state tanto la dichiarazione di guerra alla Geml3ni:i Il 15 ottobre del 1943 e quella quasi postuma al Giappone il 1; luglio 19 5, quanto la cosiddecra "cobeUigeranzn•, anche se del primo e del terzo fauo c"era traccia nel preambolo del ltlltuto di pace. Quanto poi al diritto d"essere ammessi per primi rl petto agli altri sconfini. questa priorità nella dichiarazione di Poisd"'lm ern riferita alla sola elaborazione del 1ra11:110 e non già all'ammissione all'ON per la quale i cinque paesi considerati nella dichbrazion erano pOSti tuul ullo stesso p :ano, come lo furono poi anche
67
L'AMMISSIONE Dl!U'ITAUA ALL'Ot-'U
nei rispettivi preamboli dei cinque 1ra1121l di pace riguardo all'Impegno del Grandi di appoggiare (suppor,) l'ingresso alle Nazioni Unile di ci:lscuno di essi. E lo tesso impegno figurò poi anche nel tra11a10 di Siato austriaco. L'Italia non aveva dunque alcun titolo preferenziale da vantan: e non c'era da rammaricarsi d'esser parte di un gruppo di paesi medi e piccoli che en1r.1vano nell'Organizzazione internazionale per recare Il conUibu to ai suoi fini istituzionali che ciascuno era in grado di dare. Ma occorre pur ricordare che i tranava d'un rammarico inevitabile perché derivante dal convincimento che la nuova Italia democratiCll fosse stato un paese quasi alleato dei vincitori, romc con nitre parole notava acutamente Quaroni fin dal gennaio 1946 t6?t, Per altro verso, anche la soddìsfa.zlone era esagerata e fuori di misurJ perch • non si poteva reputare che l'evento fosse un ucCCliSQ della politica estcm1 irall:1nu. Nonostante l'impegno di molti, l'Ingresso all'ONU non era staio il fruno diretto di una ben coordinata politica quanto il soddisf:icimento di umi necessità, raggiunto per effeuo di una situazione intemazlonnle favorevole che si poté sfruuare per l'appogglo direno e Indiretto di vari amici del ristretto circolo europeo d'allora e del plil ampio quadro dell'a lleanza atlantica, Quando l'ammissione all'ONU - e ancor prima alla co.,lizione bellic:i - s'ero perseguita come solu1Jone politica di pedfìci probi mi italiani s'em nndutl incunlro ud un chiaro Insuccesso. Non05llln~ il modesto rili vo del tema questa era comunque una pagl11;1 della politica estera italiana che meritava d'essi!re quan10 meno ricordarn non solo per la ricon-enza anniversaria ma anche per la presenza in t!Ssa di molte delle caratteristiche che hanno distlmo e disringuono l'azione internazionale del nostro paese.
NOTE (I) Giw;q>pe VciSowlO, J.a m.u,on~ di!/ tmllaJO di pncu COII l'llll/111, In •JlJvlS1o di Studi
l'olllld lntem.ulonllll", 1974, n. 3. p. 375-«~ (2) F\Jlvlo D'Amoja, 1A nd10nt<t da clm1S1,ofobfo t1tlrmtlat " e /11 /J"lftlco l!itt•ro 1/al/'/10/,11 alla ml!lò degli mm, anq,,allla. un 'twolW iu/l'amm=o,111 dcl/'ltalttJ all'ONU nel 11/combrr, l9S5, In ·t'lllllia e b polltla di pocc,w, In Europea (195(),1955)", Mlt.n,,. Mart01ml. 199'2, p 77S-783, 0) Mario TOSCllno, /1allll ed ONU In ·R1v1s1a di Studi Pollllcl lmcmnlonall" J9SS, n. 3: Id .. L '/talla nell'ONU. lvi, 1956. n, I; rirditl in Mario Toscano, Omlvi di Jlfi/lhcu '"''"" 1949-IS>GH per la Rivi.Sia dJ S!udi l'<llìlict lntcmuionall. Mllano, Giu/Tre, 19111, p. 17·25 (~) Mario TOISClno, /1111od1a/o11 ~. In · Annu:1110 d i l'olhk:1 ln1cn111i lon:1i,•",
1~,.
Mlluno,
I PI, 1956, p. VII-XXIV, (S) Serslo Romano. r.ulda olla pulft,w llSlero tJaltona: Dal ,:ml/o tlol fasdmm t1/ çruf/o 1/ol comu11tsmo, Milllllo. Rtuoll. 1m: Robcno Gaja, l1tallll 11.-I mo11du blpulorc: Pvr 111111 storia dl'l/11 po/Ukn t!1tart1 Italiano (ISJ0.1991), Bologn:i. il Mulino, l!l9S. (6) /,1011110/a dalla po/ìl/w IISl<rra Italiana 1947· 199.I, a n1m di IA1i11 Vlnorio ~·cmirt,, Uan, E<litori Latem, 1996 (7) Egidio Onon:a. Anni ditmerl{;a. voi. I· La rlcos1n1Zfo111:. 19-1,1-1951,
zia. 1953· 1961. Bolog,,:,, U Mulino. ll)IM " 1986.
voi. Il /J11llplu11111, ·
68
PIETJO PASTOIIEUJ
(8) Forulg11 n1ln1to11s of 1ba U,1fled SUTII/S, Olp/omn1fc Paperi; 11>e Confonmc11. of &trlln 1945, voi. I e Il tW2.Shif18too, Unllcd Swei Govcrnmcm l'rlllllng 0/l'lce, 1900): 1946. voi. I: Genera~ 1bl! t.,)rfled ,Vallo,ts (Id., 1912); 19'17, VOI. I: C#n'"'1/; 11M U,,,1/1'(/ NOlfOIIS (ld., 1973); 1947, voi. Il~ ~ Brltlsb Commowl!Mltb: Emot» (.ltl, 1972): 19'1S. voi. I: C,mvo/: 7b,/ Uniled Not OIIS id, 1975); 1949. D: 7be UÌJ/t(I{/ 'a/101,s;; 71kt wes,.,,,, Hom<spl)e"' (Id., 1975); 1950, ,·ol U: 7be U11ited i\'atlott!t; Tbc Wè!tenr H,mrispbera (id, 1976); 1951, voi. Il: 11'11 Uniteti ,Yatlòns: 1be nresttm Hl!fl1ispb,m, (Id., 1979); 1952-19S'I, voi. lii, /hrited 'atlons Affatrs (Id., 1979}: l!nS1957, ,·oL Xl: limtcd Nal/o,is arrd C. 11ernl /ntemn1/onal MalleT1 (Id., 1988); 1955·1957, voi . XXVII, \VMI=t E11rope and Canada (kL, 1991). (9) / Doc1m1t:11/l Dlplom111ft:1 ltaJ/t»1~ serie dcdm:I, \/01. l·IV, RorM, lJl Ubl'Crfa dello Stato, 1992·1994. ( IO} Foro1g11 Ro/at/o.ns of lbc lJnltcd Slot~ 194): 1be Co,ifol't!nccs al \Vaw rrgton ,md Q11t!bec, Washington, Unltcd Statc5 Govemment Primlng omcc, 1970, p. 1071. ( 11) Pl~tro l':as1orelll, I.a co/HJUger111u:a, As~/11 diplomatici dell'a11/vlt4 m/1/tan,, In •CommL<.~lon.e Il 11:in:i dJ storia mfill:llC", L'Ila/fa l11g11s,u: llq11anou11no- 1943, Romo 1994, (12) U..dogllo a Joyce, 17 diccmbfe 19'1:3, In ODI. 5c:ric <lccim;l, voi, I, O. 101. (13) Badoglk) • Roosevel~ r, gennialo 194'1. lvi, D. 177. (14) ROMCVell • Badogilo, 2J rebbnlO 19-i~. lvi, o , 141. (15) BAdogllo a Roosevell, 3 aprile 1944, M, D. 187. ( 16) 0:1dogllo • Roosevelt, 24 aprile! 1944, lvi. O. 205. (17) Bonoml u ftOOlll,'Yeh, 2 lugllo 19'44, M, O. 2112 ( 18) lloosevd1 Bonornl, 25 ago61o 1944, ivi, O. 369. (19) Pruna> a Kirk. 26 settembre 1944, lvi, O. HO, (.20) T11rchillnl • Oc Gasperi, 8 m:trio 1945. M, voi. ti, O . 85. (21) Torchi:inl a Oc Gasperi, 22 m;,rzo 1945. M. O. I~. (22) T4rchmnl • Oc Gasperi, 13 iprilc 1~15, lvi, o. 124. (23) ~ Ga~pcri a Torchlanl, 26 aprile 194S, M, O, ISO. (24) Dc Gasperi • Torthlonl, 13 lugl o 1945, lvi, D. 332. • (25) Grew • llymoes, 16 luglio 1945, In •f!RUS", 7bcl c,mfa"'11t:e o{&rlln, \IOI. Il, O. 723, { 6 fl™ plen>ry mee1lng, 17 luglio 191S. M, p. S3 e 60: Dot:11ma111s 011 Drlt(s}J Pollcy °""1sM!, series I vol 1, t.ondon, lier Mo~·s Sw.ione,y oma,, 1984, p. 342. (27) I.:, dl:;cu,islone ebbe luogo ncll .sedute pk:ru,ric del 24, 28 e: 31 luglio 1945 per I cui wrl>:111 ved i, FIIUS, 'l'be Co,ifen:,u:c ,;,/Ber/ft1, voi. Il, p. )57-366 c 'J70-J72, 461..ol6'" 467-4®, 520 e 535; OXurnMU on B.P.O.; series I, ,'OLI, p. 646,651, 9(,0,!)6.2, 108().1081. (28) FRUS, Tbe O,,ifmnraJ of &rl/J1, voi. Il, p . 1492-Ml>J e Doc11111e11ts 011 IJ l'.P,. I, voL I, p. 1273-127'\. (29) Clurics o Oc Guperl, 3 op.o 19'15, n 001, 5Crie dcdm:t, voi. Il, O. 381 , 00) Docunwt1/I della pace ila/ia,u,, 11 cura di O. CWdc:i e M. V'l!lnur.a, Rom2, Ediz,oni l'olilku E.<11:r.1, 1947. p. ,U. (31) Ache50n • Johnson, 26 e 28 giugno 1946, in °FRUS", 1946,. voi. I, p. 397·398. ~32) BevJn a Bymc$, 1• lugJIO 1946 e JubMOO 2 llymcs, 3 tugllo 19'16, lvi. p. 40~04 e
"°'·
scn~
'10~-'106. (33) Enn o DI Nolfo, u, forma...,,,,,., dello polllfco nt11ro itu/1,mo 11cy/f ,mnl d11/lo na..-c,to d<tl bloccbl, In "l'll3IIB e: la polillca di potermi Ln Europn 09'15-1950)", Milano, Mllrzora.U. 1990,
p. 604. (34) Adleson :1 .l,lattb:111, 9 aprile 19'f7, in "fR •• 1947, ,"OI. lii, p. S36. (3S) C:irlo Sfonn, Cl11q111: nn11/ a Pala=zv Cbigl: l.a pol/1/ca esl•'TU //ol/tma dnl 19'17 al 1951. Rom:r., AllllOl.e , 1952. p. 23·28. (36) J.:J d00Jrnen1:1Zl0nè è In / Docu111111111 l>ìpl01na11ct llalianJ, Sèrle <kdm:i, voi. VI, Rom ,
la Libreria dello Sc:110, In pubblicazione. C,7) M~'fflOrondum or corwc:rsation L<wc:n-Tmchiani, 15 •pu, 1947, in · l'R - . 1947, voi.. I, p. 219·2$ I.
L'M™ISSIO. E OEUlTAllA All'ONL'.
(38) Mcmorandum ol c:onveaalion Lovea-Tarthi:llll, 28 agosio 19'17: memor:indum of con· vtrS2tlon Atmour-T:udtl:lnl. 11 -cmbre 19'47, in FRUS, 19'7. voi lii , p, 957-959 e 96,-967, (39) Mirsh2U a Au.Slln, 12 mmo 19-48, In FRUS, 1948, voi. I, p. 173-174, (40) CaJrery a Mar.ilwf, IS t 17 m:ano 1948: Gallmon a Ma~hall. 16 , 18 e 23 mon.n 1948. vi, p. 176 e 17'>. 176-tn, 179-180 e 183-184. (4 1) M21mlll Dunn. 2S mm.o 1948, lvi. p. 184. (42) Ounn a .~ u. 26 marzo 1948, lvi, p. 1~186 (-0) Ounn a Malllhall, 28 marzo 19'18. lvi. p. 186 (44) Loven AUStln. 8 aprile 1948. M. p. 192-194. (4S) ulb posizione met!c:,n,,: U.S. Deftig:uion Positlon P:lpcr, 22 ouobn, 19'19. In
1949, voi. Il, p. 301-307. (<16) MmlOt:llldum voi. Il. p. 10-4-105.
o(
convers:ufon Hldcem,n-Tarchbnl, 13 luglio 1950, In
·FRus·
·PRus·,
1950,
("7) $Coma Schwmn, S febbnùo 19Sl, In Sforni, op cli. p. 43s-,141 . (48) Te:51o In FRUS; 1951, voi. Il, p. 335-341. (~9) M nuces o( Mcctlng Acheson-De G~rl. 24 ~ucmbre 19$1 , lvi, p, 347-348. (50) Oc Gaspcrl • Achaon, 23 ollobrc 1951 , M, p. 365-366.
(SI) Wcbb u Dc G2.Sf)('n. 30 onobrc 19S l, lvi, p. 367. CS2) Ac:heson a Auslln, 1S dlccrnbce 1951, lvi, p. 410.
CS3) Mcmor.uxlum Hldccrson. 30 scruuio 19S2. ivi, p. 449-450. (S4) Achcson AUS<ln.} dkffllbre 1952, In FRUS, 1952-1954. voi . lii. p. 881. (SS) Mcmor:indum of convc:rsallon Lodg,c-Guidon.~ 9 ~prUi: 19S3, lvi, p. 9311-93\1. (56) Onooa, op. cf1., vol Il, p. 14.2. (S7) Ciaetano Manina, Dlscom parlommttarl. Rom:1. Gr.itìc:i l!dl1rk-e Rom:in:i, 19T1, voi, Il , p. S63-S64, m:, ~ nowo dal Memorandum Mcrdulnl, 30 scucmbrc 19SS. in FRUS. 19.55-19S7. voi. Xl , O 127. <SB> Verbale In FR • 1955-1957. ,'01 xxvn, o 90 <59) HOOVl:r a Oulk!s, 5 novembre 19S5, In FR S, l955· 19S7, voi. Xl. O. M3. (60) Memorandum d conversation Dulle:1-Broslo, 6 dicembre 19S5. lvi, O. 204; Ononn, op. di., voi . li, p. 144. (61) )'62rbooll C/{111# t/nlld NaJlo,u, 195). New Yo,k, Unite<l N:ulom Ocp3nmcn1 ur l'Uhlfc lnf<>nn:11ion, 1956, p. 22-29. (62) Qu,roni a Oc Casperi. 5 gennaio 1946. In ODI. serie dccfm:i, voi. lii, p 75.
rL CONTRIBUTO DELL'lTALIA VERSO
UN'INIBGRAZIONE EUROPEA
MARCEIJ.O DEu.'OMODARME
li contributo dell1talia a quello che è ormai nolo come il processo d'inte• grazione europea inizia dopo la fuma di un 1rauato di pace con le Nazioni Unite più duro del previslo, li 10 febbraio 1947 (I)_ È questo, infatti, l'atto che l'ltalia. deve subire per raggiungere il primo e fondamentale obiettivo della sua politica estera : il reioserimenco nel contesto mondfale e l'uscita dall'isolamento in cui si trova per le conseguenze del regime fascista . Ora , il secondo obiettivo della pol1tica estera dei governi icalian i - con Carlo Sforza minislro degli Esteri dai primi di febbraio 1947 e ancor più con il IV governo De Gasperi (dal 31 maggio 1947, senza la partt::cipazione del PCI e del PSI) diven1a l'unificazione europea, vlsta anche come chiave di volta della collocazione dell1talia nell'Occidente m. Parlare in questo momento di unificazione europea può.sembrare precorrere i tempi, ma è certo che la politica europea dell'Ctalla ha come obiettivo finale questa unificazione. Non a caso la politica europea Italiana, che ora inizia concretamente, avr-.1 il suo fondamento nell'art. 11 della Costituzione, in particolare nella sua parte in cui si consente, in condizioni cli parili! con gli altri stati, a limitazioni di sovranlt..1 , al flne di creare organizzazioni internazionali volte ad assicurare la pace e la giustizia C3>, È indubbio che il reinserimento dell 'Italia nella politica mondiale ed europea è favorito dalla situazione internazionale in pieno movimento per l'intervento degli Slati Uniti, prima con la · dottrina Truman" e poi con il Piano Marshall, in difesa dei ·popoli liberi dell'Europa e a favore della ricostru:t.ione dei loro stati auraverso la cooperazione economic:1. L'ltaUa partecipa a pieno titolo alla conferenza europea per la cooperazione economica, il negoziato sul Piano MarshaJI, apertasi il 12 luglio 1947 a Parigi, e firmerà poi, il 16 aprite 1948, la Convenzione che islituisce l'OECE (Organizzazione europea per la cooperazione economica). È proprio nel corso di questo negozialo che 11r.aJia comincia a riacquistare un ruolo sulla scena europea grazie al ·os1egno dato
72
MARCEIJD OEI.L'OMOOA!l.ME
da
forza alla proposta franco-americana di un'unione doganale aperta a run.l
gli stari europei e dì accordi dl scabilizzazione monetaria tra loro. Di fronre al rifìuro degli altri stati negoziamri, l'Italia e la Francia cominciano tra loro un lungo negoziato eh
si concluder:l il 26
marzo 1949 oon la finna a Parigi di un
tr,1r.t:110 doganale, dopo che un anno prima, Il 20 man.o 1948 a Torino, I due ministri degli Esteri Carlo Sfo17.a e Georges Uldaull hanno rJggiunto l'accordo u tre documenti fondam ntall per le relazioni economiche cm I due statl (pl'Olocollo sull'unione doganale; accordo commerciale; protocollo sul pagamenti)<~>.
L'atto più importante dell'incontro di Torino non e pe.r ò la firma del tre documenti, quanto piuttosto l'annuncio di Oldauh del passo diplomatico compiuto lo Stesso giomo dai governi francese, britannico e Slatunitense presso il govemo sovietico per la restituzione all'Italia deJ Territorio Libero di Trieste. Siamo alla vigilia delle elezioni politiche italiane del 18 aprile 1948 e I Tre Occident:ili intendono cosi dimostrare il loro impegno a favore dell1talla, anche
se quest'ultima ha decllooto l'invito a panecipare al negoziato che i è 17 marzo 1948, con la firma n Oruxclles
concluso appena tre giomi prima, il
del tranato dell'Unione occidentale (il Pauo di Oruxelles) tra cinque stati (Belgio, Frnncia. Gran Bretagna, Lussemburgo, Paesi Bassi). ~
Il rifiuto dell'Italia
picm:imente comprensibile se si tiene presente l'Incertezza sul risultato elet-
torale e la posizione vagamente neutmlisla in campo militare assunta dai partili governativi nel corso della campagnn elettorale m. Vime le elezioni, il V governo De Gasperi (1° giugno 1948) ribadisce la scelta europea dichiarando di voler raggiungere con la Francia l'unione dog3nale e con gli altri stati europei unioni regionali o accordi economici. Ma questa scelt.a europea è ancora parziale. Deve passare più di un mese perché il governo iraiiano elabori una proposta compiutamente europea. È il ministro degli Esteri Sforza a lanciare l'idea dell 'unificazione eur0p<.-.i nella prolusione sul tema "Come fare l'Europa", che I.iene il 18 luglio 1948 all'Università per Slr-.mieri di Perugia, della quale è Renore. Egli afferma che il fururo dell'llalia è legato all 'unione dell'Europa e che essa è pronta a limitazioni di sovranità all:1 sola condizione che anche gli altri sroti facciano lo stesso; dichiara che la soluz.ione per garantire la pace e far scomparire la guerra è l'Europa fedcrnle, cioè superare gli stati nazionali e su di essi inscaumre la federa7Jone europe:i: aggiunge che la nuova Europa deve es.c;ere aperta a rutti, anche alla Gennania : critica le unioni parziali come il Pauo di Bruxelles e auspic:i runione federale con tutte le conseguen1.e che ess:i compon:a, politiche, economiche e soda li <6J. Sforza invin un Memor-Jndum in questo senso al governo francese il
24 agosto 1948 e a rutti i governi degli .st:iti membri dell'OECF. il 27 onobre 1Q4S m. Ma è solo con la FrJncia che il negozialo inizia, per concludersi il 26 rna120 1949 con la nnna dd gi:l citalo trattato d<>j,>:tnale.
73 li discorso di forlll del 18 luglio 1948 COSlituiscc un momento fondamentale nella toria della politica estera italiana, perché è con esso che comincia davvero 1:1 politica eur pea dell'Italia. Approfondendo la nostra :inullsi, possiamo d1iederci se Sforza abbia accentuato ln senso europeisllco la politica estera italiana o se sia riuscito a farle mutare rotta. Porre il problema In quesll tennini può sembrare eccessivo, ma Clno a quel momento la politica europea dell'Italia è consistita nella cooperazione economica nel quadro del Piano MarshaU o tutt'al più in unioni doganali ua due o più stati. Che questa no~trJ osseNaz.ione sia fondata , lo dimostra Il fano che il 21 novembre 1948 il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi pronuncia il uo primo dls<.'Or.io neuamcnte europeistico (8)_ li discorso di forza non poru pero ad alcuna conclu Ione positiva. L'Idea dell'uniflcazlone europea, infarti, h:a gli preso un'oJtra rada. Er.i stato Wlnston Churchill, allor:i leader dell'oppo.slzione conscrv.it.rice in Gran Oretagna, a parlare Il 19 uembre 1946 all'Università di Zurigo di unità degli Stati europei, prima in un Consiglio d'Europa e poi negli .s12t1 Uniti d'Europa <9>. In seguito egli aveva fondato e guidato il "Comitato per l'Europa unlt:i", che aveva organizzato atl'Aja dal 7 al 10 maggio 1948 il "Congresso per l'Europa·. QueSto Congresso si er.i concluso approvando varie nsoluz1oni , che i ispiravano tulle alla necessità per gli Slllti europei di :ibbandonare parte della loro sovranità a favore di un'Europa unita . La risoluzione politica, quella pii) impo1t:1nte, riconosceva che l'unificazione europea potevu essere raggiunta solo gradual mentc, chiedeva che fossero elaborati dei plani per creare una Federa:z.ione con un P:irlamento eleno, reclamava l'immediata convocazione di un'Assemble:i eleua dal Parlamenti nazionali con il compilo di avviare l'integrazione politica ed economica deJl'Europ:1 uo>. arà un caso, mli proprio lo stesso giorno in cui forza pronuncia li uo discorso a Perugia, U 18 luglio 1948, i cinque tali finn:11ari del Patto di Bruxelles mettono in moto tra loro il meccani. mo diplomatico che porterà alla creazione del Consiglio d'Europa. [l governo illlliano n n partecipa quindi a quest.:a prima fase del negozi3to, Esso ~ invil3to a parteciparvi solo il 7 marzo 1949 ed accetta il giorno dopo, 1'8 mal7.o, quando orm:ii li ncgo~i to è :iwiato a conclu Ione secondo il compromesso raggiunto trn i Cinque ul poteri degli organi di questo Consiglio (Assemble-J e Comitato d i ministri). Ciononostante il governo Italiano propon di in. crlrc nello Sw1mo del Consiglio d'Europa un preambolo nel quale -secondo le lndlcnzionl di forza e di De Ca peri - si ricordino i grandi principi che sono alla base delle democrazie occidentali e si indichi l'Unione euroix-a come il fine da raggiungere. Que.sta proposu è però respinta e nello Statuto . i parla solo di un'a pirazione verso un'unione più strett:a dei popoli europei. Al momento della Clrma, Il 5 maggio 1949 a Londra, fOl7.a, unico tra n11tI I ministri degli Esteri,
7
MAACEUO OPll'OMOO"RME
riood e In ·ua lìduci, nell'unione sovranazionale degli stati europei e l'asp razione del popolo lcallano a •farsi araldo dcll'Unlone europea perché quesca è l'or-.i dell'Europa", anche se poi n Il ue memorie riconosce eh la nuov:1 lslituzione e "li fruuo di un compromesso tra le più avanzate a pirazloni franco-italiane quelle più cuu,e del governo brllJlnni o" <11 >. Punroppo ques1u n n è ancora l'ora d !l'Europa, L'Italia ha raggiunto l'obieulvo del suo pieno reinserimento nell'Occidenle, con la Orma li 4 aprile 1949 a Wa hingcon d I trauato d ll'Atlantlco del Nord (il Parto Atlantico), In Europa, con la firma dello cacuto del Consiglio d'Europa. Ma questo nuovo organismo non risponde alle peranze europee di Sforza, anche se egli conferma La ua fiducia nell'unità dell'Europa, che si farà per ragionl Ideali e per r:igionl economiche. E in effeui quello che è pa aio alla torl:l come U processo d'integra:iione europea i fondn proprio, come dice Sforza, sulla forza de.Ile Idee e sulla forza dell'economl.a. rl "Piano Schuman• (9 maggio 1950) indlcn come suo obiettivo la pace mondiale, che solo un'Europa unita può salvaguardare. E qu l'Europa unita deve basarsi su reall=zlonl concrete: la lidurie1;) rr-.1nco-1edesca e la messa in comune della produzione di carbone e di acciaio. L'Italia ucceuu di p11rtecipnre con allrl cinque stati (Belgio, Francia, Germanl:l, Lussemburgo, Paesi Ba Oal negoziato, che comincl:a Il 20 giugno 1950 e che porter-j li 18 aprile 1951 alla firma a Parigi del 1raw110 che is1iruisce la Comunit.\ europc-.i del carbone e dell'acciaio (CECA). La partecip:iz ne dell'llalfa :il negoz :ILO CECA è una e scontala per li governo. In una letl r-.i Sforza del 30 luglio 1950 I stesso presidente del Consiglio De G peri, conm11.:1La la "morte civile" del Con igllo d'Europa, prende posizione :i f:Jvore di un. formula che possa esp rimere una oncezlone a11lva dell'Europa tale da portare ad un'Integrazione Intesa come colla razione cconomlc:a e v 10 c:ome p:1ssaggi obbligaro per la creazione di un'Europa unitn (Il). Non lo è, però, per gli indumriali siderurgici eh i oppongono In un primo momento all'apertura del mercato carbo-slderurglco, legati come sono ad una politica proiezionlstica; poi, anch'e i accea:ano que ta apertura cosl e me accem,no le misure di liberalizzazione decise nel novembre 195 1 dal mlnlscro del Commerc.io tero Ugo La Malfa ci,>. È però li problema del riarmo tecl~ co, ~llevnio dagli srn tl Un.,tl in seguito all'Invasione della Corea del ud da pane della Corea del No.rd (25 giugno 1950) e ripreso dnl presidente del Consiglio francese Ren Pleven con il suo "Piano" di un esercito europeo (24 onobre 1950), che porta De Gasperl ad avere una vìslone plil politica ciel processo d'integrazione europea. Per lui come scrive nella tenera dd 30 luglio 1950 a S~ rzu - l'iniegrnzione .:urope:, la creazion.: di un vincolo foderntivo europeo, è Il rlsult:110 del condizionamento geopolitico e J)(lrtanto non ck.-ve mencre In dubbio la lealtà tlantìca degli ltallanl. È quest.i la rngi ne che piegJ l'iniziale cautela del governo !tallano sul riarmo
IL C01ml18l1TO OW.'rrAUA VllASO UNWl1!ClRA%IO.'ll! l!Ul!OPl!A
75
tedesco e sul ~Piano Pleven". Infatti, De Gasperi prona è favorevole alla propoamericana di una forza inregraui atlantica con la partecipazione tedesca, poi acce101 l'Idea dell'esercito europeo, perché si convince che la srrunura di questo esercito può divenire una base permanente per gli S1ali Uniti d 'Europa <1~>. La posizione illlliana nel negoziato, che poner:l il 25 maggio 1952 alla fì.nna a Parigi del tranaro che lstiruisce la Comuniu\ eu.ropea di difesa (CED , è impronta.ca quindi ad una v one federale deJ problema deJla difesa (bilancio comune), secondo il principio sostenuto esplicitamente da Sforza in oaemperanza aJl'art. 11 della Costituzione di redere ad un organo sovranazionale parte della .sovranità, È in questa prospeilivn - e soao l'influenza di Altiero SpineUi, consigUere in questo periodo di De Gasperl - che il 9 onobre 1951 il negoziatore italiano Ivan Maneo Lombardo presenm un Memorandum in cui si propone l'istituzione dl una federazione basata sulla difesa ed Impemiat:1 su un'Assemblea rappresentativa eletta a suffragio universale e dotata di poteri di controllo e di intervento sul bilancio. Per raggiungere questo ohleuivo, nel Memorandum i propone l'introduzione di un'imposca europea per finanziare ti bilancio comune della difesa . Poi, la delegazione italiana fa marcia Indietro su questo punto de1erminante, proponendo il l • novembre 19;1 che il bllan·o comune ia limicaro alle spese per lo tato Maggiore integrato e per la cuoia di Guerra e che tutte le al11e spese siano finanziate cfa.i singoli bilanci nazionali posti sotto il contr0llo dei Parlamenti nazionali. Quesra marcia indietro si spiega con i timori avanzati dai ministeri del Bilancio e d Ile rmanze di un aumento d Ue spese militari e I timori del minislero della Difesa e dei militari i.n generale che la partecipazione all'esercito europeo comporti una minore importanza strnieglca del Mediterraneo ed un2 minore presenza italiana nella produzione di anname.nti. Anche se nell'lnienzlone italiana la nuova soluzlon proposta per il finanziamento del bilancio comune è solo 1emporanea , in nnesa della realizzazione della federazione, il negozla10 I conclude su questo punto con l'nccectazìone del principio che Il bilancio comun sia la somma dei bilanci nazionali: dì Fano la soluzlon • meno comunil:irui p~ibile. Eppure il governo Italiano non rinund.1 a sostenere nel negoziato la soluzione politica federale suggeri~ da pinelli. Nell:J riunione dell 'll-12 dicembre 1951 a Strasburgo De Ca peri, che orJ è anche ministro degli Esteri, rilancia la parte politi a del MemorJndum italiano del 9 onobre 1951 e pone ai suoi colleghi la qu 1lone politica fondamentale: la nec.-e ir~ di arrivare attraverso l'esercito europeo all'Unione politica . Secondo lui, infatti; gli organismi dell'integrazione economica (In CECA) e di difesa (la CED non sono vitali senza una base politica ed è quindi necessario un potere politico: per questo è indispensabile che l'Assembl.e a rappresentativa e politica, prevista all'an. 38 del traltato CEO, 1udl la creazione dì una Comuni11\ poli1i01 europea (CPE). È stato sostenuto che l'an. 38 del trattato ero mppresenta il punto
sta
76
MARCELID OEll'OMOOARME
più allo dell'influenza dell'Italia nel movimento per l'integrazione europea cm. In effetti, riconosciuta la matrice spine.lliann, si deve però dire che l'an. 38 co liluisce più un'opzione che una certezza federalisw , dato che la decisione tra soluzione federale o confoderale è rinviata ad un ulteriore negoziato. Cen.o, sotto l'Influenza di pinelll la politica •europea• di De Gasperi è diventata •europeistica", ma que: la evoluzione trova per assurdo la ua ·picgazlone nel principio nai.ionallstlco: la formula federale darebbe all'ltalin un ruolo più forte nella politica europea di quanto non le consenta I relativn debolezza della sua economia. è in que 1a prospettiva che va vìsla l'azione italiano contro Il "Piano•, presentato U 19 marzo 1952 dal ministro degli Esteri britannico Anthony Eden, di fare delle istituzioni ciel Consiglio d'Europa le isriruzlonl della CECA, della CED e di ogni :iltra futura Comunità europea, cioè In pratica di realizzare l'unificazione politica europea nell'ambitO del Consiglio d'Europa. Ora, secondo De Gasperl, ques10 "Piano· ha invece come obienivo quello di impedire lo viluppo Ceder.aie dell'Europa. Ecco quindi l'iniziativa franco-italiana per fare d ll'Assemblea comune della CECA l'As emblea costituente prevista dall'art. 38 del trattato CED (l'Assemblea ad hoc) con Il compico di elaborare un progecto di crauato che i tituisca la Comunità polhica europea (CPE). L'Assemblea ad hoc inizia i uoi lavori il 15 sencmbrc 1952 e li cerrnina il 9 marzo 1953, approvando con 50 si e 5 astensioni (32 assentì) li progetto della CPE.. Secondo questo progeuo la nuovo Comunità ha cunmere sovranaziona· le: è fondata sull'unione dei popoli e degli stati; è Indi olubile: estende la sua competenzn sulla polilica estera, la difesa, la politlC'3 economica e finanziaria, assorbendo gradualmente la CECA e la CED; ha come obienlvo sul piano economico la creazione di un mercato comune basato sulla libera circolazione dei capitali, delle persone, delle merci: ha come istituzioni un Parlam neo bicamerale composto cl.i un enato di 87 membri designali dai Parlamenti nazionali e da una Camera de.i popoli di 268 membri eletti a suffragio universale direno), un Consiglio esecutivo europeo, un Consiglio dei mlnislrl nazionali, una COrte di Giustizia, un Consiglio economico e sociale. Consegnato il 10 marzo 1953 al sei governi, questo progetto provoca subìto profonde divergenze tra es I. De Ga peri e li cancelliere tedesco Konmd Adenauer Insistono perché lo si approvi al più presto, considerata la situazione Internazionale In pieno movimento (morte dl Stalin U 5 marzo 1953, proposta di Churchlll di una conferenza dei Quattro Grandi, rivolta del 17 giugno 1953 a Berlino-Est). Il presidente del Consiglio francese Georges Bidault e Il presidente del Consiglio belga Paul vun zeeland avan1.ano invece forti dubbi ulla v:tlldilà della soluzione federale e chiedono un nuovo 1ramno, sostenendo che la nuova Comunlul non deve essere un super-Stato, ma un'associazione di ugual L u verità è che - come ha scritto lo stesso Spinelli Ct6) -
IL C0:,(11Uil\fl"O OEU.1TAUA V'EKSO ur,-,mEGRAl.JONE F.\JROl'l!A
n
quando il progetto della CPE viene consegnato, "la fase della politica europea e mondiale fuvorevole all'azione europea i st:1va però chiudendo". Inutile si rivela penanto l'impegno di De Gasperi perché i Sei affrontino ubito i problemi posti dal progeno della CPE. Del resto, la vicenda della CPE si lega s1rem1mente sul piano itali;ino alle elezioni politiche dei 7 giugno 1953 e sul plano europeo al problema della ratinca della CED. LI 7 giugno 1953 De Gasperi è sconfitto sulla legge maggioricaria , il suo tentativo di formare un nuovo governo (l'Vlll) fallisce ed egli esce di scena. Quanto alla ratifica del trattato CEO, nei periodo maggio 1952-giugno 1953 è lo stesso De Gasperi a rinviarla, perché condizionato dal gioco politico interno sulla legge maggioritaria e dalla questione di Tric te. Anche i governi Pella e Scelba , succeduti al['Vlll governo De Gasperi, si guardano ben1.: dal pon:are alla ratifica del Parlamento Il crauato CED, in :mesa di una soluzione della questione di Trieste. È l'Assemblea nazionale francese a togliere il governo italiano d:1ll'imbara:zzo, respingendo di f.mo la CED il 30 agosto 1954. 1..1 CPE - il cui più occcso sostenitore, De Gasperi, è scomparso il 19 agosto 1954 - cade con la codura della CED. È un f:mo però che con la fine della direzione politica dcgasperiana il Governo italiano attenua la sua spinta europeistica per tornare su strade più nazionali ed anche più filo-brltannlche, come dimostra la sua lnvnedi:ua adesione alla proposta di Eden di risolvere il problema del riarmo tedesco con un'alleanza militare di tipo tradizionale, l'Unione dell'Europa Occidentale (UEO), che viene a o rituirsi il 23 ouobre 1954 al Patto di Bruxelles del 17 mano 1948 e nella quale entrano anche la Germania e l'Italia. RalitìC110 d:li sene P:1rlamen1i, il tram1to dell'UEO en1ren\ in vigore li 6 maggio 1955 e il 9 maggio la Germania aderirà alla NATO. La caduta della CED non ferma però li processo d'incegraz one europea anche se ne segna una pesante bauuta d'arresto e poi un sensibile ridimensionamenco. Una volta risolto il problema del riarmo 1edesco con l'UEO, Gaet3no Martino, dal settembre 195 ministro degli Esteri del governo presiedu10 da Mario Scelba, pens.1 che sia opportuno rilanciare il 1e01 dell'integrazione europea cm. Ne.I discorso del 21 novembre 1954 ai parlamenlaJ'i icaliani m mbri dell'A.ssemble:i comune della CECA e dell'Assemblea del Consiglio d'Europa. e nell'interven10 del 22 dicembre 19S4 alla camera d i depuiati sulla ratifica del 1mcuco UEO, egli dlchiara infaui che "il fine uhimo della politica estera italiana resta l'unità europea· e che pen.anto blsogrui · molllpllcare 1 nostri sforzi per sviluppare e perfezionare l'in1egrazlone". Secondo Martino. anche la Gran Bre1agn:1 deve ora, dopo l'UEO, partecipare al processo d'incegmzione europea. La propos1a di sviluppare politicamente l'UEO, avanzata da Scelba e Manino nel corso della loro visita a Londra (13- 18 gennaio l95S), è però respinta dal primo ministro Churchill e dal ministro degli Esteri Eden, fermi alla polhica cli polenza e contrari ad ogni integrazione della Gran Bretagna nell'Europa.
78
MARCEl.lO DEU.'OMODARME
L'lnlzìalivn per un rilancio dell'integrazione passa cosi a Jenn Monnel e al governo olandese. Monnet, che ha presenimo le dimissioni da presidente dell'Alta Autorità della CECA, suggerisce un'unione doganale graduale, che porti ad un'lruegrnzlone generale. e l'estensione delle competenze della CECA all'energìa nucleare con la creaziom: di una Comunl1à alomica . Dal canto suo il governo olandese sta riflettendo già da parecchio 1empo sul tema dell'in1egrazlone generale e dell'unione dogana le. Prima nei Memoranda dell'l 1 dicembre 1952 e del 14 febbraio 1953, poi in una Nota del 4 aprile L955, il miniSlrO degli Esteri olandese Jan W. Beyen parla di un'Iniziativa del Benelux in questo senso, ottenendo Il consenso dei belgi e dei lussemburghesi. li risu ltato è il "Piano Beyen· (o Memorandum DenelUJ() present..'UO il 6 maggio 1955 aglì allri lre stati membri della CECA : Francia, Germania, Italia . I pirandosi alla Convenzione di Ouchy tra l'Unione belgo-lussemburghese e i Paesi Ba I, eh prevede l'unione doganale Ira loro, il "Piano Beyen" propone la creazione di una Comunità sovranazionale con Il compito di realizzare l'integrazione economica dell'Europa in senso generale, passando prima per un'unione doganale per giungere poi ad un'unione economica . Questa inie· grnzione comprende anche i seuorl dell'energia, dei trasponi e dell'energia nucleare. Anche li governo italiano elabora un Memorandum, intitolato "Integrazione economica europea", il cui autore i! l'ambasciatore Attilio Cauani. In quesio Memorandum - che Manlno prcscma il 10 maggio 195; ai suoi colleghi riuniti a Parigi in ambilo CECA - il governo italiano si pronuncia per un'Integrazione economiCll generale (o globale) con la cre:i.zione graduale di un mera110 unico europeo. La creazione di un mercalo comune è pure l'obiettivo di un Memorandum del ovemo cedesco, secondo il quale questo mercato deve basarsi sulla libero circolazione delle persone, dei capitali, delle merci e del servizi e deve comprendere una politica :1gricola comune, una poli1ica commerciale comune e regole comuni sulla concorrenza. Tuui qu ti documenti sono discussi dai ministri degli Esteri dei sei stati membri della CECA, riuniti a Messina U 1° e 2 giugno 1955. Se il ministro francese Antoine Pinay limita a proporre vari Integrazioni verticali (energia a1omica, trasporti terresui ed aerei. energia, po te e telecomunicazioni), i suol colleghi si pronunciano per l'integr-Jzione orizzon1ale, doè per la creazione di un merc:110 comune fon<.la10 sulla llben1 circolazione dei vari fattori della produzione. Così la Conferenza di Messina si conclude con l'approvazione dl una risoluzione, in cui i afferma che i! giunto Il momento di fare un nuovo passo per In costruzione dell'Europa unita nel settore economico, attraverso lo sviluppo di istituzioni comuni, l'Integrazione nei se1Cori dei trasponi, dell'energia classica e dell'energia t11omiC'J, la fusione graduale delle economie nazlon:ili, la crcuzlone di un mercato comune e la gmduale :irmonlzzazione delle politiche sociali. A Messina i minl'llri decidono :mche dJ affidare. 0
11 OOl'ITRIBUTO OEU.'ITAI.IA VERSO U 11\TIGRAl.lONE EUROPl:A
79
sul piano procedurale, ad un ComillllO di rappresentami dei go emi U compito di presentare un rapport entro il 1° oaobre 1955 ed invilllno il governo britannico a partecip-are ai lavori di questo Comiuuo. Per il go emo italiano queste due uhlme <k.'Cisioni sono particolannenre importami. la partecipazione della Gran Bretagna al negoziaro ul mere co comune è infatti per l'Italia, anche alla luce del fallito tental.ivo del gennaio 1955, l'occasione per portare finalmente i briuinnld nel processo d'Integrazione europea. Purtroppo, Il 9 luglio 1955 il governo britannico declina ronnalmente l'invito di partecipare ai lavori del Comitato dei rappresentanti dei governi, deludendo ancora una volta le spcranz italiane. L'altro punto imponam per U governo italinno è la composizione di questo Comitato. Intnnto I pone il problema dell:1 ·u:1 presidenz;i. Tra I candidati c' un ir.lliano, l'ex-presidente del Consiglio Giuseppe Pella, ora presidente dell'Assemblea comune della CECA, oltre al presideme dell'Allll Autorità della CECA Jean Monnel e all'ex-presid nle del Consiglio belga Paul van Zeeland. Presidente viene però nom inato il mini~uo degli Esteri belga Pnul-Henri Spaak. Poi c'è il problema della composizione del Comitato: persoo:dllà politiche o ahi funzionari? Nonostante le pressioni italiane perché I capi-delegazione siano personalitn poli.tiche, i governi I risenr.ino liberti! di celt;1: Il Belgio, la Germania, il Lussemburgo designano a capi-delegazione degli alti funzionari; la Francia, l'Italia, i Pae i Bassi degli uomini politici (l'Italia, Il sot· tosegretarìo agli Eslerl Lodovico Benvenuti). li Comitato paak comincia i suoi luvori il 9 luglio 1955 e li tennina il 21 aprile 1956 (la d3m del 1° ouobre 1955 i rivela subito Impossibile da rispetta· re) con la presentazione del "Rapporto paak", che viene definitivamente approvam da sei mlnlscri degli Esteri riuniti a Venezia U 29 e 30 maggio 1956 cas,. La posizione icalia.na nel corso di questi lavori si ispira al principio - espresso io più occasioni da Martino nelle riunioni ministeriali - che l'obiettivo attuale è sl U mercato comune, ma quello finale è l'integrazione dell'Europa. Per questa ragione, nello scontro tra liberisti e protezionisti, l'lcalia, c.he Onora ha seguilo una politica di plOlcZionismo Industriali: ed agricolo, i pronuncia per una soluzione di compromesso basata u un protezionismo europeo cont nuto, soluzìone poi accellata da tutti, anche dalla Francia che è la più accanita sos~ nilrice del protezionismo. u qu ·to punto v:ile hl J>(:n:i di ricordare che Martino, nel corso della visita a Bonn con Il presidente del Consiglio Antonio gni (6-9 febbraio 1956). prospetta una soluzione, condivisa dal cancelliere .Konrad Ademuer e dal ministro degli Esteri Heinrich von Brentano, che consiste, nel caso In cui la Fr-Jnda insista per una politica protezionistica n:nionale opponendosi :il mercato comune, nell 'esclusione della stessa Francia da qucto nego2.iato, che d ve continuare a cinque.
80
MARCEU.0 DELL'OMOOARME
Martino non rinuncia però a svolgere un'azione mediatrice nel confronti del governo francese, ottenendone il consenso, nel corso della visita a Parigi del presidente della Repubblica GiovnMI Gronchl (25-27 aprile 1956), a concludere parallelamente I due negoZlarl sul mercato comune e sull'Euratom (Parigi vuole solo l'Eura1om), superandone cosi le riserve ulla perdita di sovranità nazionale. Questo ruolo di media1ore che svolge il governo ilaliano, e in particolare il uo mini ero degli 1:.seeri, rrovn la sua logic:i spiegazione alla luce del principio al quale i Ispira la politica est ra italiana: l'Integrazione dell'Europa. A conferma dJ dò, Infatti, il 13 aprile 1956, pochi giorni prima della sua visilll a Parigi, Martino dichiarn al enato che se "le piccole unità dell'Europa libera" non si in1egmno ·sono destinate fatalmente a deperire nell'Impotenza· e che · 11 postulalo dell'in1egrazione europea è parte Integrante della difesa della stessa democrazia". L'opera di mediazione Italiana sembra raggiungere il suo obiettivo con il "Rapporto paalc", che prevede: la creazione di un mercato comun , basato su un'unione doganale con una tariffa estem:i comune, da realizzare In un periodo 1ransltorio di dodici anni; la creazione dJ un'organizzazione comune nel seuore dell'energia atomica (Euro1om) per assicurore l'Indipendenza energell<:3 degli stati membri; la creazione (che non avverrà) di un'Union pol>1ale e di una Società fìnanzinria nel seuore aeronautico. Riuniti a Venezia il 29 e 30 maggio 1956 per approv:ire questo "Rapporto•, i ministri degli Esteri si tro· v:mo dinanzi nuove richieste francesi (un solo trattato per un solo organismo diviso in due scuori: mercato comune ed Euratom; armonizzazione degli on ri sociali e rnllentamenco dell'unione doganale; Inclusione nel mercato comune dei Terri10rl d'Olr.remare; liberti! di produrre armi atomlch ; bilancio comune per l'Eura1om), che rlmeuono In dlscu ione lo stesso "Rapporto". Perfino Mllrtino avanz:i nuove richieste: la libera circolazione della manodopera, la creazione di un Fondo di rlqu:ilificazion per I lavora1ori, una poli1ic:i di lnve timenti nel Mezzogiorno anraverso un Fondo ad hoc. Egli però :iggiunge eh li "Rapporto paak" deve essere accettato come base per la redazione del 1.r:11:ratJ concernenti I settori Indicati e che il n gozia10 in proposi10 deve cominciare in tempi ragionevoli e concludersi al plil pre to possibile. E rn effetti, superando i comrastl sorti, i ministri degli E._qleri decidono di avviare I negoziati per la redazione dl un lntttato sul mercato comune e di un ttauato sulJ'Eurotom e di convocare a 1al flne una Conferen1.a intergovemarlva ancora sono la preslden1.a di paak. La Conferenza iniergovemativa I apre a Bruxelles il 26 giugno 1956 e si dilude a Roma Il 2S mano l 957 con la firma d I rmuatJ che Istituiscono la Comunità economica europea (CEE) e la Comu ni1à europea dell'energia 11tomlcn (Eurntom}. Come nel precedente Comitato Spank, I capi-delegazione :i lln Confer nw ·ono alti funzionari (è il caso d I nclglo, d Ila Germania, del
IL CO;,(fRIIIUTO Of.l.L'rrAUA vt;RSO Ul'l'INTEGWA;,JO!>E l!UHOl't:A
81
Lussemburgo e dei Paesi Basso o personalità poliliche (è li caso della Francia e dell'Italia, li cui capo-delegazione è il sottosegretario agli Esteri Lodovico Benvenuti, poi sostituito dal sottosegretario agli Esteri Vittorio Badlni Confalonieri). La posizione italiana al/a Conferenza è quella stessa espressa dal delegali al Comitato Spaak e dal mlnis1ro Martino nelle riunioni ministeriali precedenti. L'Italia è proma a rinunciare al protezionismo nazionale per un protezionismo europeo; chiede la liberJ circolazione della manodopern per ridurre così la disoccupazione interna (ed anche Il peso elettorJie della sinistra); chiede, sempre per ridurre la disoccupazione, una serie di misure in campo sociale e sopmttuno la creazione di un Fondo di riqualificazione dei lavoratori; rivendic-J una politica cli investimenti nelle sue zone arretr.ue (il Mezzogiorno), europeizzando Il "Piano Vanoni" mediante l'intervento di una Banca europea per gli investimenti; sostiene la necessità di un equilibrio istituzionale, chiedendo invano che sia fissata la data per l'elezione diretta dell'Assemblea parlamentare europea (il futuro Parlamento europeo). Sui vari punti di contrasto che sorgono nel corso del negoziar.o sopmuutto tr.i fr.incesi e tedeschi, la delegazione italiana cerca sempre di mediare, adoper.mdosi per soluzioni di compromesso. li successo della mediazione italiana in alcuni casi non ridimensiona però il fatto che il negozialo sui punti più delicati (libertil di commercio per i prodotti industriali e protezionismo per i prodotti agricoli, associazione dei Te rritori d'Oltremare fr:incesi , EurJtom) va avanti solo se francesi e tedeschi raggiungono u.n accordo al pi() alto livello tr.i loro. È infatti questo un dato incontrovertibile:. fin dall'inizio il proces.~o d'Integrazione europea si fonda sull'intesa franco-tedesca . Ma al di là del negoziato, che è lìn troppo noto in tutti i suoi particolari, e del ruolo svolto dall'Jcalia, quello che a noi interessa :;ouolineare in questa sede sono le ragioni di principio che dettano la rnndotta dell'[calia e quindi la sua politica europea. Lo questo ci aiutano gli interventi del ministro degli Esteri Martino. Il 18 gennaio 1957, rispondendo alla Camem dei deputati :id un'interrogazione di Ugo La Malfa, egli riprende e sviluppa I concetti espressi nel suo diseorso del 13 aprile 1956 al Senato. L'unità europea è necessaria; nessuna naZione europea ha la forza sufficiente per una polìtica Indipendente; il frazionamento politico in Europa ostacola l'espansione delle for.te produttive. da cui dipende il benessere dei popoli; li mercato comune porter.1 una profonda rivoluzione nelle struuure dei sei statì che lo adotteranno; l'unione doganale non può esistere senza l'unione economica e da questa all'unione politica il p:tSSo è inevitabile, anche se non breve. li 13 febbr-Jio 1957 al Senato Martino dichiara che l'Italia ha oper.1to perché I due trauati della CEE e dell'Euratom fossero articolati in modo da consentire ai popoli europei di procedere più rapidamente verso un 'Europa unica e ribadisce che i due trattati sono le inizìative più rivoluzionarie della storia europea degli ultimi
MARCELLO DEll'OMODARME
82
cento anni. Al momento della firma dei due trattali, il 25 marzo 1957 in Campidoglio a Roma, Manino può quindi dire a giusto titolo che oggi si compie la prima tappa sulla strada dell'unificazione dell'Europa, una decisione questa presa a Messina nel giugno 1955. Con la firma dei Lrallati di Roma gli obieltivi della politica europea dell'Italia cominciano a reali.zzarsi. Certo, il fine ultimo di questa politica l'imegrazione - i: ancora lontano, ma l'Italia continuerà a dare un conLributo determinante al processo d'integrazione europea, perché quest'integrazione risponde a tutte quelle ragioni ideali, politiche, economiche e sociali che sono stale indicate fin dall'inizio di questo processo da coloro che hanno fauo questa politica: De Gasperi, Sforza, Martino.
NOTE (I) Vedi R. M. R.1inero, //1ra11a1odlpncedel/eNa%lon/ U11lteco11 /'!/olia, Bologna, 1997.
(2) Vedl
e, srorz.,,
Ci11q11e a,1111 a Paltl%%0 Cb/gL I.a politica esrera italiana dal 194 7 al
rv governo De G:isperl presenmo nll'I\SSCmble:1 Cos1ilue111e il 31 m.,gglo 1947. Sulla poUlic;i ester-J illlllana dopo U 1945 vedl P. Pastorelli, lA po/li/ca è!tem flal/a11a del dopog11e,ra, Bologna, 1987. RJ.O. Boswonh-S. Romano (a cur:i di), lA politica /!$/Dm Ira/lana (1860-1985). Bologna, 1990, A. Varsorf, L '//alfa m!llo refa. zlonl it11emazlo11a/i tlal 1913 11/ 1992, Roma-8.,n, 1998. (3) L'an. 11 della Cooti1uzlone ilali:ma recita: "L'halla ripudia la guerra come S11Umemo di olTcs:, nlln libcn~ del popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie intemazlònall, consente In condizioni di p:uitil con gli allrl Srntl alle limluzlonl di sovl'llnlt:l neces.urie ad un ordiruamcn1.o che nsslèuri la pace e la glus1izi11 tra le Nazioni, rromuove e favorisce I~ organi2Zazionl imema7Jon:Lil rivolte n cale soopo•. 1951, Roma, 1952, p. 11. Vedi :inche Il rrogr.1mma del
(4) Sulln vlCL'ndn dell'Unione dog:inolc lt~lo-fmnccsc vedl B. Bagnato. Sroria di 1m'illusi<me europea. Il progello di unione dasa110lc ilafo-fra,rcese, Lonclr;,, 1995. Vedi anche Mlnislero dcg6 Affari Es1erl, Dat;,1me111/ Diplomatici /111/lanl. Decima Seri dlcembro 1947). Rom:i , 1997.
1943-1948, tJOI. V1 (31 mt1gglo-14
(5) M. Toscano (P<1Blne di Storta diplomai/ca comumpora>1tJO, voi. Il, MIiano. 1963, p. 5 I 9) p:trla dJ ostilll~ dclln mogglomnw del panici govemativl :tll'idea di aderire al Paao dJ Bruxelles senza prL'Clsarne la ragione. (6) Il tesio dcli• prolusione è In C. Sforza, op. cli, p. 483-496. (7} I testi dei Memoranda del 24 ago510 e del 27 ouobre 1948 si uovano In "Relazlonl ln1emazlonalr, 191ft, n. 45, p. 744 ·745 e n. 49, p. 800-801 . Sulle Iniziative <li Sforza nel periodo lugllo-011obre 194!1 vedi C. Sforz:i , op. clt•. p. 69-105 . Sulla polllica europe,:i di Sforza vedi , PiS1onc, Carla Sforza e l 'rmllà e11ropoo, In S. Mlgi111:u.:i-E. Dcclevn (a cur, dO, Swdl in onore di E. Scrm, Milano, 1990, p. 613-634. Vedi anche G. Giordano, Carlo Sforza: lapo/lJ/ca 1922-1952, Milano, 1992 e L. Zeno, Rllmllo di Carlo Sforra. Firenze. 1975. (8) Vedi M. R. Cani De G:isperl, la nos1ra palrla 61,ropa, Milano, 1969, p. 13. (9) Il 1es10 del dlScor.io di Churchill è In R. Ducd-1). Olivi, l'Europa lncomplUJa, Padova,
1970, p. 73. ( 10) Sul Congre:;so dell'Ala vedi A. ValliOri, // Clmgresso dell'Europa dell'Aja, in S. Pislonc (n curn di), I nrovlmo,rti per / '11111/à e11ropea ,1111 1945 al 1954. Mllano, 1992, p. 311·341. Sulla
IL CO,,.ìRIBLTO l>EU.'ITAUA VEIISO UN'NTEGIIAZIONE F.lJROrf.11
83
s1oria dell'Europa dnl 1945 e sulla nascì1 a e lo sviluppo dell'idea dell'unii:\ curope-• vedi M. Dell'Omodarmc, EtH'OfXI . Mito e rea/Jà del procosro d 'ln/ograz(one. Milano, 1981. (11) Vedi C. Sforna, op. clt.. p . 1 M . Sulla pant'Clpazlonc dell'llalla alla nnsdtu del Consiglio d 'Europa e più ln generale .sulla politica euroJ)C'• dell 'Italia nel periodo 1947-1949 vedi In mia rel:lzionc, di pros.•lma pubblicazione, IJ! /11izla1/oo d '/11/esa europea. la 11ascl1a del Conslsllo d 'Europa e l'Ila/la al Convegno di Srudl ·te ~celie lniemazionali dell'Italia", orgunlzz:110 dalla Comml:<Slonc ltalian~ di S1oria Milìtare e ~,·oliasi a Roma dal 9 all'11 ouobrc 1997. Su tuno il negozialo sul Consiglio d 'Europa vedi U. Leone, I.e origini dlp/omaticbe del Co,isfgllo d'E.11,opa, Milano. 1966 e le memorie dell'ex-ambasci:ltore francese a l.ondra R. :lltu.•-sl11ll, l/11e comédle des erreurs 19'!3-1956. l'alrigl, 1978, (12) Vedi M. R. Dc Ga.speri, De Gasperi scrii'f!, voi. I. Oresda, 1974, p. 116·117. ( 13) Vèdl IL lùnleri, L'Integrazione e11l'Of)l!<1 e gli <tmblenli economici /Ja/fan f, In R. H. Ralnero (a cura di), Storia dell'lntt!1Jrazionee11ropea, voi. 1, Roma, 1997, p. 285-329.
(14) Vedi M. R. Caul Dc G:,.speri, Lo nostra palria Europa, op. cli., p. 47. Sulla poliliC'3 europea di De Gasperf e sulla sua evoluzione In senso più europeistico vedi M. Neri Gualdesl, la ba11ag/fa del /edemi/sii italiani per cos/ru/rr, l'all<'nUJ/iV(l /edl!1'0le 195().1956. In R. H. Rainero (a c:ura dì), Storiadoll'imegrazloneeuropea. voi. I, op. c,1 .. p. 331-370. (15) Vedi F. R. Willis, llaly cbooses &tro{J(!, New Yorit, 1971, p. 14. (16) Vedi A. Spinelli, li ptT)getlo europeo, llologna, 1985. p. 188. (17) Sull'azione ~volia nel periodo 1954-1957 d:d minl<1m <lejlli Esteri G:1eiano Manino vedi E. Serru, li rilancio di M85Sim, e il ruolo d<•l1tal/a. in R. H. Rllinero Ca cur-J di), Storia dcll 'lntegrazlone curopau, voi . I, op. cli, p. 205-246. (18) Sui luvori del Comitato Spaak e sui suc-.:cssivi negoziati CEE ed llurmom vedi M, <'Ur-J di), Storia Dcll'Omodannc, I tra/tu// di Romu: la CeF. e l'liuralom, In R. H. R:llnero dell'lnt0Bmzlo11e e11ropea, voi. I, op, cli., p. 2~7-282.
e~
IL PlANO MARSHALL E IL SUO IMPATIO ITALIANO
ALBERTO COVA
Tra i grandi problemJ che quasi tutta Europa doverce affrontare nel dopoguerra vi fu lo squilibrio della bilancia dei pagamenti e la drammatica carenza di dollari. Si trattava di un fano nuovo, conseguenza della guerra e delle grandi trasfonnaziooi subite dal sistema delle relazioni internazionali dell'Europa stessa, al suo interno e con il resto del mondo. La condlz.ione della Gennania costituiva il motivo principale della debolezza dei traffici infra-europeì. Ma, a scala mondiale, manifestavano ì loro effetti complessivamente negativi per il Vecchio Continente: la perdita delle ricchezze possedute all'estero e deì relativi redditi, la drastica riduzione di alcune partite correnti delle bilance dei pagamenti come i noli e il turismo: la crescita e l'irrobustimento delle economie extraeuropee e, in panicolare. la concorrenza degli Stati Uniti. Le previsioni della bilancia dei pagamenti per il 1947 per i paesi che costituiranno l'OECE, dimostravano come le importazioni, pari ormai al 96% di quelle del 1938, potessero essere finanziate solo per il 41% dalle esportazioni e per il 6% dalle cosiddene "partite invisibili". Il resto doveva necessariamente essere coperto da prestiti o da aiuti ( Il . Era inoltre mutata radicalmente la provenienza delle merci, come mostra la tabella seguente: Importazioni del paesi dell'OECE (millanll di dollari) Provenienza 1938 1947 ass. % ass. % America Nord e Cenuo 4,1 31 ,5 7,3 58,4 America Sud 1,7 13,0 1,8 13,6 Area sterlina (esci. OECE) 2,9 22,3 2,0 16,0 Europa Est 3,0 23,0 0,9 7,2 Altri 1,3 10,0 0,6 4,8 Totale 13,0 100,0 12,5 100,0 Elab. da OECE, Rapport tnlérlmafre sur le programme de relèvement europaen, voi. I, Parigi, 30 dicembre 1948, p. 56, tab. 4.
86
AUlERTO COVA
D'alt!'ll parte le esportazioni, oltre d1e essere cadute al 70% del 1938, non crescevano abbastanza, in particolare verso l'area del dollaro mentre le importazioni europee, in gran parte costituite da merci essenziali per la vita delle popolazioni e per il ritorno della produzione, specie Industriale, erano tornate a livelli di normalilà. Agli inizi del 1947 la situazione presentava allarmanti segni di aggravamento, anche per le conseguenze di un inverno particolarmente rigido. Le prospettive non emno dunque favorevoli, anzi erano drammatiche. Pareva di poter dire che •te relèvement de l'économie européenne était sérieusement compromise" m, L'osservazione di ciò che stava accadendo nel Vecchio Continente e l'interpretazione che uomini come Willlam Claycon davano dei farri e delle tendenze in ano agli Inizi di quell 'anno, II aveva convinci che l'Europa fosse sull'orlo della disgregazione e che gli obieulvl di rinascita economica e sociale e la stessa stabilità politica stessero per diventare irraggiungibili C3). Se è vero, Waui, che la maggior parte dei paesi europei era tornata ai livelli di anività economica prossimi all'anteguerra, altri riprendevano lroppo lentamente. Inoltre, dappertutto, la produzione agricola assicurava a ciascuna persona non più dei 3/ 4 delle disponibilità normali e bisognava importare una gran quantità di derrate alimentari, oltre alle materie prime e al combustibile. Ma il deficit delle bilance dei pagamenti, detemùnato dallo sviluppo inadeguato delle esportazioni, rischlava cli prosciugare le riserve m . D'altra parte, come osserva Kindleberger, l'idea di tenere in equilibrio i conti con l'estero anraverso la redistribuzione delle risorse esistenti fra esporta· zioni e mercato interno e quindi attraverso il contenimento della domanda di beni di consumo e di investimento, avrebbe comportato l'accenazione, politicamente e socialmente impossibile, di livelli di vita molto bassi <5>. Occorreva dunque trovare fonti alternative di approvvigionamento rispetto a quelle collocare nell'area del dollaro. Soluzione non facile per l'inconvertibilit:il delle monete, sterlina compresa. Né er.i pensabile che la moneta inglese tornasse ad essere quello che era sempre stata, cioè una sorta di "moneta universale" come dimostrò il clamoroso fallimento del tentativo di riportarla al centro del sistema monetario internazionale <6>. Del resto che la moneta inglese fosse sostanzialmente debole è provato dal fano che, a fronte di un cambio ufflciale di 4,03 dollari per sterlina, quello di mercato era :mestato sui 2,80 dollari O>.
La situazione dell'Italia non era molto diversa da quella degli altri paesi. Gli esiti della guerra avevano incl ·o sul commercio di esportazione. Era cessato
IL PIANO MARSKALL E IL
suo
1'41'ATTO
mwMO
87
completamente quelJo vel'50 le colonie che alla fine del decennio lrenla costituiva il 25% del tOl.llle. lJI soonfìna de.Ila Germania e il progressivo distacco del paesi dell'Europa orientale avevano inciso ulla strutturo degli cambi e impoverito grandemente i flUSSJ in uscita . Inoltre l'espansione dei tr,iffici verso l'estero, almeno sino al 1946, era frenata dalla scar.,a autonomia del governo. Le condizioni di estrem3 difficol~ dell'Italia anche dal punto di vista dei r".lpponi economici internazionali, furono descritte con chlarezza da Pasquale Saraceno in una relazione a un convegno tenutosi a Milllno nel mano del 1946 <81 . Le imponazlonl per il 1947 si prevedeva fossero di 1,2 miliardi di dollari (del 1945) dei quali 350 milioni di generi alimentari, 120 di carbone e petrolio, 520 di materie prime lndusui:llì, <,o di macx:hin:iri e 10 di proc!Otti farmaceutici. Al loro fmnnziamento si sarebbe provveduto con 450 milioni di dollari dì aiuù UNRRA, con 200 milioni dJ valuta accumulata in precedenza, con 100 milioni di dollari di esport:lZioni di riserva (foo;e elevabili • 175 milioni ove l'nndamento dei traffici con vezia, pagna, Francia e Belgio avesse corri posto alle speranze che avewno accompagnato il rinnovo degli nccordl commerciali). Ma restava un deficit di almeno 00 milioni che avrebbe potuto essere ridono a 200, se si fosse utilizz.ato un fondo speciale costlruilo per il rimborso d Ile spese per I truppe cli occupazione (50 milion di dollari) e alm 175 milionl ricavablll dalle esportazioni fatte in regime di compensazioni private (9>, on esisteva possibilità alcuna di ridurre le lmport.llzlonl perché i tratta va di prodotti alimentari (350 milionO, di matene prime (520 milioni) e di coml>ustibili (60 milioni). é era pensabile di incrementare in modo signincacivo le esportazioni . I prodoni dell'agricolrur2 vendibili all 'estero, infatti, in quanto destinati al soddisfacimento di consumi di lusso, erano sottopo~,i a forti resuizlonl da parte dei paesi al quali erano potenzialmente indirizzati, perch anch questi erano aUe prese con consistenti defìdt delle loro bilance dei pagamenti. Per quanto concerne i prodotti industriali, la tipologia, la qualira e i prezzJ di quelli italiani non erano in grado di acquisire quote significative della domanda internazionale e , inoltre, s trattava di beni dJ consumo finale e non di beni strumentali. A condàlonare le esportazioni contribuivano, inoltre, la sopravvaluta1.ionc della lira (100 lire per dollaro contro un camb o, calcolato ulla parità dei poteri d'acquisto, di 250-300 lire) e i vincoli posti dalla normativa esistente che, obbllgando gli esportatori a versare ll'Umcio iwllano dei cambi tuue le divise acqui ite vendendo all'estero, non Il stimolava ad esportare di pili. Un'anali J approfondita delle cllfficolu\ a trovare un equilibrio soddisfacente della bilancia dei pagamenti nel primi anni del dopoguerrn fu funa da Vanoni nel 1948 <10>. Rispeuo agli anni prebellici e, pill esattamente rispeno al 1938, vi era scata una fortlssima crescita delle tmportllzloni di frumento (da 2,9 a 12 milioni di
88
Al..DERTO COVA
quintali per il 1946 e a 8,7 per i primi undici mesi del 1947), di farina e altre granaglie (da 200.000 q a 1,7 e 5,1 milioni rispeuivamenre, fomite principalmente da Stati Uniti e Canada), di oli minerali non grezzi (da 2 a 8 milioni cli q). Per contro le esportazionJ si erano draSlicamenre ridocre da 11 a 3 e 5 milioni cli quintali quelle di ortofrucricoli, da 1,4 a 420.000 ettolitri i vini, da 1 milione a 380.000 q i filati di cotone. Er.1no dimezzate le vendite fuori stato della seta grezza (da 156.000 a 68.000 q). Inoltre era profondamente mutata la geografia degli scambi Nel 1947 le esportazioni in Europa erano ritornate ai livelli anteguerra (cioè al 51% del totale) m:i le import:izioni dagli stati del Vecchio Continente erano precipitate dal 62.5 al 27 ,8%. Si era dunque verific:ito un forte spostamento degli acquisti verso l'area del dollaro che andava imputato "alla carsa efficienza produniva del continente europeo che obbligava ad importare, dagli Stati Uniti soprauutto, anche prodotti alimentari" Cl 1>. La t11bella seguente illustra molto bene la situazione:
Percenwale delle esportaziorù e delle lmportaziorù per aree monerarle Sterlina Dollaro 1938 1947 1938 1947 Import 18,2 13,1 20,1 52,7 Export 36,3 29,4 13,4 16,7 Elab. da E. Vanoni, Problemi del commercio estero, p. 107, tab. IX. Di qui la drammatica insufficienza di moneta americana e quindi l'impossibilità di pagare le importazioni che pure erano indispensabili ad una veloce ripresa.
In un contesto come quello descrino, gli aiuti internazionali acquistavano una imporcan1.a decisiva. In realtà, già a partire dal 1944 e sino alla fìne del 1947, attraverso l'UNRRA e le altre agenzie come l'Amministrazione militare, l'AUSA, la FEA, l'Interim Aid, emno affluite nel nostro paese merci per J,5 miliardi di dollari, costituite per il 71% da cereali e altri prodotti alimentari e da combustibili ozi, Ma ora l'idea di accelerare la ripresa dell'Europa, oltre che derivare da ragioni assai complesse, nasceva dalla consapevolezza che occorresse mirare ad obiettivi di lungo periodo e quindi ad Interventi che, perso U car,lltere dell 'emergenza, doves ero incidere sulle strutture. In !tallii non solo non vi emno segni di miglioramento del pennanente squilibrio della bilancia dei pag.imenti ma le previsioni per il 1947 facevano intravvedere un aggravamenro della situazione. L'inflazione era in forte ripresa; il raccolto dei cereali si era ridotto di circa 10 milioni di quintali a motivo cli una annata climaticamente sfavorevole e la produzione industriale, penaliz7.ata dalla
Il PIA.'10 MAllSHAlL E IL SOO IMJ'ATIO ITAJJANO
89
mancanza di energia elellriC:l che fu ra.zionata, non cresceva abbastanza. Il governo, in una relazione del settembre del 1947 accompagnatoria delle misure di stabilizzazione dei pre:izi. precisava che le riserve erano cese a nove milioni di dollari, cioè praùcameme a zero. Si prospettavano quindi gravissimi problemì di fmanzlamenLO delle importazioni anche perché esistevano crediti per 60 milioni dl terfine ma lmposslblfi da utilizzare in quanto espressi in moneta inconvertibile. Inoltre bisognava scontare le conseguenze, ovviamente negative. di una inaspettata riduzione di aiuti che da 200 milioni di dollari erano scesi a 125 el3J. Non meraviglia perciò constatare come, al prospettarsi della possibifit~ di inserirsi nel gruppo dei paesi destinaiari del programma di aiuti proposto da George 1ar.;hall nel noLO discorso di H.irvard, fa risposta del governo fosse positiva e immediata. I fnnli di tale decisione non ma ncarono se è vero che i fondi diretti ERP destinati al nostro paese ammontarono a circa 1,3 miliardi di dollari, pari all'l% delle assegnazioni faue a tutti i paesi europeì panecipanci a l Piano Marshall o-o. Essi si dislribuirono, nel tempo, nel modo seguente: 158 milioni sino aJ giugno del 1948; 510 milioni tra la metà del 1948 e la met:l del 1949; 403 nel 1949-1950; 236 nel 1950-1951 (IS>, Se sl calcola che il dollaro si C1mbiava attorno alle 57; lire sino alla fine del 1948 e poi a 625 lire dal 1949 Cl 6>, si può ritenere chi! le risorse messe a disposizione dell'Italia (810 miliardi di lire ìn quamo anni) rappresentassero circa il 2.5-3% del Pil.. Una somma che acquista significato soprattuuo se si pensa che gli aiuti ERP coprirono il 38,7% delle impona:iioni del periodo aprile-giugno 1948, il 32,7% del 1948-1949, il 29% del 1949-1950 e il 13% del 1950-1951 (17)_ Le dlsponibilir.l indicate furono deslìnate alln acquisizione di merci diverse, lr2 le quali, ancora una volta, prevalsero quelle cli base. A tutto dicembre 1951, del circa' 1,1 miliardi dl dollari di merci arrivate in Italia, U 48,1% era costituito da aJimen1ari, da minerali e da combustibili. li resto da cotoni! grez1,0 (29.5%), da macchìnari e attrezzature (14,5) e da prodolli diversi (medicinali, tessili, legname, pelll e altro) (7,9%) 08>. Una distnbuzione come quella accennal:l, in effetti, era del tuuo analoga a queJJa degli a1ui pa.esi OECf!. Infanl se si considera la "Répanitlon générale des livraisons ERP à l'Europe", peraltro non esanamente confrontabile con la classitìcazlooe propost:i per l'Italia, si vede comunque d1e rispetto a un totale di 10 miliardi di dollari, 1 generi alimentari cosliruirono Il 32% del totale, i prodotti energetici il 155%. il cotone li 14%, le materie prime e i semilavorati il 18,8%. Il tabacco il 4,4%, ì macchin:irl e I veicoli li 14,2% e le merci varie lo 0,8% 09>.
90
AlllERTO OOVA
Va tuttavia notato come questa distribuzione tendesse a mutare nel tempo, almeno per l'Italia. Infatti la voce Qmacchinario e anrezzarure di ogni tipo" che assorbì il 14,5% del totale, fu in crescita vigorosa sopranuno nel secondo biennio di funzionamento del programma <20>. Il fauo non deve meravigliare perché, come aveva a suo tempo affermato William Clayton, l'intervento degli americani a sos1egno della rinascit.a europe-.t non poteva essere interpreta10, e non voleva essere, una gigantesca operazione di beneficenza ma un modo atlt3verso il quale gli europei uovassero in sé stessi e In forma collaborativa e cooperativa, il modo di uscire dalla crisi e sopracruno di Imboccare la via dello sviluppo economico e sociale un. Per questo, i mezzi a disposizione dovevano essere impiegati nel rafforzamento quantitativo e qualilativo dell'apparato produttivo, come prova tra l'altro il fauo che un au1orevole collaboratore dell'amministrazione Truman, George Kennan, fu molto impegnalo nella elaborazione di programmi dl invescimen10 in impianti e In trunure di servizi, proprio per garantire all'Europa di pervc.-nire all'autosufficienza ne.I tempo di 4-S anni C22> , Del resto le procedure per la ripartizione delle risorse disponibili prevedevano una sorta dl valutazione di meriro della congruenza dei programmi di impiego dei fondi f!RP rispetto all'obiettivo sopra delineato e le discussioni in :;ede OECE servivano proprio a questo. Perciò, se nella prima della reallz1.azione del piano fu in qualche misura giustificata e accettata la richiesta di importare i beni essenzia.li alla sussistenza, con il mìglioramento della situazione e con il uperamenro della fase pii) critica, divenne sempre pii) difficile sottrarsi all'impegno di destinare le risorse disponibili agli Investimenti produttivi.
rase
Se però ci si limimsse a considera.re la sola entilà degl I stanziamenti diretti, l'impatto dei fondi ERP sull'economia italiana risulterebbe abbastanza drcoscritto. Infatti, come ha dimOStrato una elaborazione econometrica dei professori Eichengreen e Uzan, non vi sarebbero stati soscanzi.a.li apporti dei fondi ERP all 'incremen10 degli Investimenti, né al migllorameruo dei conti pubbli.ci e nemmeno. alla qu_al!ftCazione della spesa pubblica come fattore di sviluppo tconomico <2l>. • Ma cosi non è, perché gli efTenI del Piano Marsha.11 vanno va.lutati tenendo conto di altre variabili che, ln parre, si riferiscono ançora al mezzi materiai! m3 per Il resto sono costituite da fattori non materiali e tuttavia essenziali ad ogni processo di sviluppo economico. Riguardo al primi occorre richi:imare, almeno telegrafic:amente, il "funzionamento" del programma e ricordare come l'assistenza i concretizzasse in fomituré gr:uuite "grants• e prestiti "loans• cli beni e servizi necessari per la ricostruzione.
IL l'IA.,;O MAIISHALL E IL L:O U.tPATIO rfAUAl•O
91
Questi uh:iml furono 1. 08 per 376 milioni di dollari, corrispondenti a 180 mlllardi di lire, o a al 14% degli investimenll lndusoiall realizzatl nel periodo 1949-1951, stimati 1.600-1.700 miliardi. Furono destinaci principalmente a lle gr-.mdi Imprese del senori automobilistico (25.4%), siderurgico (19%), e lettrico (24%), chimico (6,4%) petrolifero (12,4%) e tessile 6,8%) C'24>. Per quanto conccme i "grants", le procedu re prevedevnno che, una volta fissata la quoca delle risorse anribulce ad un paese e precisato l'elenco delle merci cb comprare, · stabilissero contatti diretti degli acquirenù italiani con i romitori americanl percM rosse definito Il contrano. Consegnata la "merce• questi ultimi esibi no i documenll comprovanti le operazioni e ottenevano dalle banche autorizzate, i dollari conispondentl I prezzo delle romlture. 03 pane loro, gli impon:atori versavano u un apposito conto dl Tesoreria C2Sl le somme in lire corrispondCnll al prezi:o delle merci acquistate. In q uesto mod si costituiva Il coslddeao "Counterpan fund" che, In Italia, ru denominato "Fondo lire", le cui dlsponlbiliti complessive potevano es.,;ere lmplei:ue dal governo italiano nei modi ritenuti più opportuni ma con un accorcio preventivo con gli organl ECA e in primo luogo, con la delegazione americana incaricata di seguire l'anwzlone del programma ERP in lralia <26). Fu cosl possibile disporre di ulteriori capilali la cui dest.lnazione effettiva sarebbe stata la seguente:
DestioazJone dei foodJ di contropartita (lloodo Un:) afffulti neJ bilancio dcUo St.ato
anni 1948-1951. Seuore miliardi dl lire % Opere pubbliche 165,8 25,1 Opere ferroviarie 137,0 20,8 Agricoltura e bonifiche 95,0 14,4 Cassa per il Mezzogiorno .. 8,8 7,4 Addestramento prof. e cantieri 10,0 1,5 Marill2 mercantile 8,0 1,2 Industria 186, 1 28,2 Turismo 5,6 0,8 Telecomunicazioni 3,7 0,5 0,8 0, 1 Varie T01.,le 66o,8 100,0 Elab. da Segreteria Generale del cm (a cura dt), Lo sufluppo de/l'economia ilalfana cit., p. 300. Non è agevole stabili re un confronto con l'lnsieme del "Counterpart funds• relativi al paesi OECE per la difformità della classificazione. Appare comunque interessante notare come, rispeno ad un mmontare del fondi di contropartica (per rutti I paesi OECE) dJ 7,7 mlliludi di dollari, U 3()% circa rosse
92
AUIElf!O CDV/I
taco destinato al rimborso del debito pubblico, il 9% all'agticolrura, il 10% all'lndusnia, U 6,2% alle anivilll estrattive, U 24,8% al trasporti, 1'8% circa alle abitazioni, l'l,8% agli annarnentl e l'l,l % ad altri impieghi <27>. Va detto che le scelte per la utilizzazione del "Fondo lire" non furono pacifiche. Gli americani ritenevano infatti che vi dovesse essere una maggiore dlsponlbililll ad Investire nelle attività industriali, in modo da allargare le basi dell'economia reale e rilevavano la mancanza di un progeno organico che stabilisse obiettivi da conseguire e priorit~ da rispettare <28>. James Zellerbach attribuiva il prevalere degli acquisti dl merci di base, come carbone, cereaU, ferro e, per contro, la relativa ma.rginaUtà dei beni strumen1.:1ll proprio all'assenza di un "progeuo• di sviluppo dell'apparato produttivo <29>. E, per questo, sollecitò pitl volte il governo a fornire almeno ' un simula ro• di programma <30>, Per gli american i "the italians needed a natir,nal investment budget which wlll be not merely the surns of projects which lh various agencles happen 10 have ready al hand, but rat.her, the result of careful analysis of the dircction in which ltaly's capitai plani should be expanded" <3•>. Da questo punto di vista il confronto con i francesi ern fortemente negativo. Gli americani ritenevano che il "Pian de modemisation• elaborato da Jean Monnet costituìsse non solo un buon esempio dJ come Impiegare al meglio le risorse dell'ERP ma anche la dimastraZione cl1e, in Francia, vi era chiarezza di idee circa il cammino da percorrere per proiettare un sistema economico-sociale duramente provato dalln guerra verso traguardi di autentico sviluppo C3?l. li fauo è che I fr.1ncesi, e in primo luogo De Gaulle, avevano ben presente: l'esigenza assoluta di riattivare un processo di modernizzazione che era staro sconfino dal perdurante ruralismo e dal formidabile dinamismo dimoSU'llto dai tedeschi dalla fine dell'Ottocento in poi e specialmenLe nella seconda pane degli anni trenta 03>. Ma gli orientamenll di Ul13 parte del governo e della classe politica ilallana non collimavano con questa visione. Una classe dirigente che, da sempre, si era mostrata molto restia ad affrontare i problemi strutturali e a risolverli anr.iverso lntervenll oppropriatl e non contingenti, em di per sé culturalmente molto dlstante cl:il modo di vedere degli americani. Nel primo rapporto sull'anuazione del Piano Marshall in Italia (il noto Country Study) si diceva infatti che "un graode ostacolo nella ripresa italian:I e nel raggiungimenLo degli obiettivi ERP in Italia è dato dalla mancanza di mezzi efficaci per la formulazione dei piani economici generali e della polltlca economlca del paese e per garant.ime l'attua2lone• <34>. lnolLrc non vi er-.i consenso sulle scelte da fare intorno alla destinazione del "Fondo lire". Ugo La Malfa proponeva di impiegare le dlsponibili~ negli
lL PWIO MARSHAIJ. E IL SUO IMPATI'O ITAIJA.'IO
93
investimenti produttivi. Oscar Sinigaglia, più in particolare, propendew per un allargamenco della siderurgia a ciclo integrale sul fondamento di una ipotesi fatta propria dagli americani, secondo la quale la produzione italiana doveva attestarsi auomo ai 2,5-3 milioni di tonnellate di acciaio GS). Altri, come Glauco della Porta, lnsìs1eva per privilegiare Il Mezzogiorno nella convinzione, condivisa da molli economisti che •per eliminare lo squilibrio tra zona depressa e zona progredita è necessario un intervenco esterno, cioè una massiccia spesa pubblica" 00. In realtà rispetto alla ipotesi di una politica degli Investimenti molto spinta vi erano molti che temevano che si determinasse una ripresa de11 1inflazione. Lo scrisse a chiare lettere Ferdinando Di Fenizio commentando dalle pagine de "l'Industria" il citato Country Study. Egli negava che, lavoro a parte, esistesse in Italia una rilevante quota di fattori della produzione inutilizzati. Sicché un incremenco della domanda avrebbe provocato un rialzo dei prezzi, vanìflcando i risultaci della lotta all'inflazione eia poco conclusa on. E un altro illustre economista, Giovanni Dernarla, nel Convegno di Siena, aveva sostenuto che i previsti fondi di contropartita sarebbero stati dl una entlcà "talmente limitata ai rtni di accrescere il livello produttivo già raggiunto, da sollevare seri dubbi se convenga utilizzarli per una diretta politica produttivistica " (38) _ Meglio destinarli, perciò, ad altri scopi ugualmente importanti come la sistemazione dei conci pubblici. Per l'economis1.a dell'Università Bocconi, "la moneta nazionale ottenuta claJla vendita delle importazioni ERP dovrebbe essere deposicaca a credito dell'amministrazione ERP in un conto apposlco dell'Istituto di emissione e poi dovrebbe essere utilizzato per alleviare la sicuazione di Tesoreria" <~ l. Da pane sua , un politico della rilevanza d i Giuseppe Pella, autorevolmente Ispirato da Einaudi , c~ol convinto che "le esigenze della politica produttivistica non deve poter ritardare la marcia verso il pareggio" proprio per dare robustezza e continuità al processo di sviluppo, propendeva per un impiego dei capitali del Fondo lire nella direzione del risanamento dei conti pubblici. A suo parere, infarti, "fin quando esiste un disavanzo del bilancio, occorre, attraverso li rispannio, andare a prendere quei miliardi che, se non cl fosse il disavanzo, andrebbero invece a vantaggio dell'iniziativa produttivistica, cioè tutto quello che si preleva per coprire il deficit di bilancio viene naturaJmence sottraao all'Investimento produttivo• (41l, Una posizione sostanzialmente analoga a questa fu espressa da Angelo Costa. li presidente della Confindustria, piuttosto piccato per la scarsa considerazione che gli americani mostravano nei riguardi degli imprenditori Italiani, <~Zl riteneva che vi fosse un'intima concraddizione nella posizione mollo rigida dell'ECA <43) tm la non disponibilità ad accettare proposte di dcscinare il Fondo lire alla copeitura dei deflcic di bilancio e la contemporanea volontà di moltiplicare gli investimenti.
AUIEKTO COVA
li gionnmento di Costa era che se il bilancio fosse sl3to in pareggio, avrebbe avuto senso la pretesa degli americani di non ammenere gli gravi fiscali che sarebbero conseguili ad un impiego del fondo lire a sollievo delle pubbliche fìnru,ze. Ma, su istendo il deficit ed essendo queslo allmentato dal risparmio nazionale e dal getllto fiscale per il servizio degli interessi sul debito pubblico, llora destinare dei fondi al rlasseno delle pubbliche aveva una sua giusllfìcazione H4) . D'altra p.ine anche U governatore della Banca d'Italia Mcnlchella era schierato decisamente con quelli che intendevano destinare solo una pane del capil3li del Fondo lire agli Investimenti. Rispondendo impllcil3mente alle critiche dell·EcA, durante i lavori dell'Assemblea del partecipanti della Banc-.i d'Italia tenutasi nel maggio del 1950 a Roma, egli sostenne con forza la necesità di consentire "ai paesi beneficiari deli'ERP dJ ricostituir i delle riserve valul3rle senza delle quali essi non po1tebbero rimuovere I controlli sul commercio estero e affrontare con fiducia gli unni difficili succes lvi al I 952" <~5>. In verit:l la questione dell'impiego dei fondi di contropartita, almeno nel caso dell'Italia, merita ulteriori :ipprofondimenti. Esposito Chiarella, per esempio, ha mostrato come fra gli americani i punti di visca e gli orientamenti fossero tun'altro che omogenei e anche mutevoi nel tempo. Lo ste o Zcllerbach fonemente critico, come si è detto, sulla destinazione del Fondo lire, cambiò opinione e divenne se non proprio un sostenitore dc:lla linea Pella-Einaudi, cen.amente molto plìl allento al problemi della tabilitil del prezzi e dell'equilibrio del bilancio dello stato. Inoltre, come osserva Wexler "if a trong production effon was 10 constitute the prim3ry economie element of the recovery program, the crealion und maintenance of internal flm1ncial tability was 10 run a cl~ second" <46'. Lo stesso :IUlore, analizzando la distribuzione dei Counterpan funds, ha potuto stabilire che in Danimarca, Gran Bretagna e Norvegia il debito pubblico fu ridouo rispettivamente del 73.9, del 99,8 e del 100% attraverso, appunto, l'impiego di una pane del cit:1ti fondi <~7l. Per quanto concerne il nostro paese occorre, per il momento, accogliere la vulucazjone sintellca data dn Hogan, secondo la quale "lraly's rigorous progmm of mone12ry 513biliz:iùon, implemented In hne 1947, had gone funher than d1ese officials thoughr d il"Jble. lt had stopped lnnatlon but left rotes high, denied indusuy the credits il ne ded 10 expand, increa.sed un mployment and precluded sodai spendlng" C48>. Riguardo ai fattori non materiali, gli stessi Eichengreen e Uzan, dopo avere dedicato un buon numero clJ pagine a dlmo crare, equazlonJ alla mano, lo scarso peso dell 'ERP per l'economia italiana, riconoscono che: "1he Marshall Pian ma.lnly operateci by means other than altering levels of investments, the current account :md the government spending" <~>.
IL PIANO MIJtSlW.I. I! IL SUO IMPAl"rO rTAUANO
95
Per i due studiosi il Piano ebbe effeni duraturi sulle economie dei pn i dell'OECE. incidendo in una misura che però •would not be cnptured hy our econometrie technique • (SO), li fa110 ~ che i c:apltnll del ·grant ·, dei "I ans" e del Fondo lire investiti nei settori produnlvl non furono importnnti tanto o soltanto per la loro enti! , più o meno rilevante, o p rcM contribuirono al miglioramento dell'effici nza dell'apparato produttivo e Ila elevazion cieli, qualic dcli produz onl, ma per la loro funzion di rauore di mod mlzzazione del sistema nel suo complesso. ·Senz.a forzare troppo la real • si può dire che gli acquisti di implnnci e di mac hlnan negli Statl Unii !ano tali Il veicolo artraverso il quc1le gli italianJ hanno "appreso" nuove tecnologie predultive UY.1 anche nuovi modelli organizzativi in settori diversi della produzione indu triale CSt)_ Tuuo questo non er.a casuale. Infatti fra gli ob nlvl esplicl11 dell'ERP vi ero il sostegno alla innovazione come mezzo per la elevnzione della produttlvìàl. Come scrive lmanuel Wexler, partendo dnl convincimento che il basso livello di produtdvlro o la u troppo lento crescl13 costituissero, per I paesi europe , il principale ostacolo all'Incremento della produ:t.i ne. gli uomini dell'ECA (che, non si dimentichi, erano In molta pane grandi imprenditori) <S2> alla ua rimozione "would devote conslderable auentlon and enecgy" C5l). E tulio ciò sJ cer«1 di realizzare anr:ivel'SO ti "Productivlty and cechnlc-.:al 1st nce program•. L'l121ia In particolare, con l'Austria e In Germnnia occidenUlle, era cl:i inCita fra I pa nel quali In produzione per uomo-anno rispetto al 1938, era "conslderably low r", ossia ll'ulllmo pos10. Economi più virtuose erano, dn quesw punto di vista, la Francia, l'Irlanda, la Sve1Ja, la Svizzera, la Turchia e li Regno Unito; Belgio, Danimarca, Grecia Norvegia si collocavano nd un livello solo di poco superi re m otre la produuivl~ dei Paesi 13 si ern ·m1her I wer" <~>. Nel caso Italiano l'lnlzlallv:a d gli • merlcanl Incontrò mohl o tacoll. In un rapporto della fine di genna o elci 1951 Inviato all'ECA a Washington, con peclflco rlferim nto •ro ECA' efforts In Icaly", John Qulnn, incaricato di seguire l'attuazione del programma nel nostro paes , crlveva: ·we h:ave peni hundred of mllllons or dollars ... but do not eem 10 have changed 11. socia! structure to an extenl whlch should now permìt us Lo nuack nnd increasc Industriai productivity Incisi ely and directly" <SSl. Il fauo è che la battaglia per l'incremento della produttivi , secondo gli americani, comportava anche il co nvolglmemo del lavoraLorl attraverso i
~in<laati. A loro modo di intendere la questione Infatti, "bisognavu poter garanrire l'equa dlsuibuzlone trn imprendi1ori, l:ivor:itori e c:onsumalori della maggiore
AUIEln'OOOA
ricchezza realizzata ne.Ila forma di maggiori profìul, salari più ahi e prezzi più contenuti" (56) con ricadute in termini di diffusione generaliz.z.a12 del benessere e qu ndi di consolidamento del processo di sviluppo economico e, in uJti· ma analisi, di stabilizzazione politica e sociale. Di conseguenza si uattava di una realizzazione che uperava largamente la dimensione economica per acquisire ignlfìcati di radicile cambiamento nei rapporti fra Imprenditori e lavoratori. Ma tutto questo oltrepassava largamente il livello d.i consapevolezza dell'impominza di questa autentica innovazione sociale esistente nella classe politka, e in p:.inicolare quella di governo, nel sindaato piò potente (la CGIL) e fra gli imprenditori CS7>. Si può dire, senza cema di smentite, che l'arretratezza culturale che caratterlz1.ava la società italiana in quasi lUcte le sue componenti, costituiva un ostacolo insormontabile al buon esito della batt.aglia per la produttivi~. E, infatti, la questione fu portata· sul terreno ideologico e, perciò, delle opportunità offerte dalla realizzazione del programma, le imprese sfruttarono ciò che serviva per elevare il grado di efficienza del processo produtdvo e per rafforzare la posizione di mercato attraverso le innovazion.i di prodotto e di processo. ll governo fu sostanzlalmente estraneo alla questione e Il sinda· caro maggioritario svolse la solita radicale opposizione, fermo su interpreta· zione piuttosto superala delle ragioni del programma che, infaui, era vislo come la forma nuova dell'eterna volontà dl sfruttamento dei lavoratori. li citato Sergio Chillé ha scritto che "la prospettiva di un governo allarga· lO dei processi economici nazionali venlva invece rigettata rad1caJmente assieme allo strumenm specifico del CNP (Comitato Nazionale per la Produttività) nella versione più ampia ipotizzata dagli statunitensi, essendoci una chiU5ura totale sulla sola ipotesi cl.i poter formalizzare istituzionalmente un ruolo di corresponsabililil dei sindacati negli ambiti di programmazione-dire2ione dell'economia" UIO_•
È ancora Ellwood a scrivere che ·sul concetto americano di produuivicil l'allor:i presidente della Confindustria Costa si mostrò particolarmente scettico e soscenne che non era una questione 1ecnlca o staclstlca ma una quesc,one legata all'intima natura dell'economia italiana, col suo mercato limirato. il suo alto livello di disoccupazione, le piccole ditte, b frammentarietà della produzione e una lenta, difficile storia di accumulo di rispamtl·<S9J. Dalla pane del governo •11 le.si.O del decreto costitutivo fi.rmaro il 22 oo.obre 1951 ma sopratruno il progr.unma dJ lavoro reso noto alla Missione MSA romana poche settimane dopo, rendevano evidente la volo~ di De Gasperi di confinare lii ruolo del CNPJ entro la sfera consultiva e di studio, non romen· do ceno quell'organismo operativo auspicato da parte americana •a motivo
IL ~!M-0 M,',RSI IALL E IL
si:o
IMl',',TIO IT,',U,',KO
97
soprattutto dell'atteggiamento di importanti circoli economico-sociali totalmente non ricenivi, se non radicalmente ostili, al concetto stesso di politica della produttivi~• <60>. Ciò che sfuggiva ai più era dunque il ruolo che le Innovazioni delle tecniche produttive, della organizzazione aziendale e delle relazioni industriali avevano nel garantire un processo di sviluppo economico-sociale equilibrato, solido e dur-..u:uro. Da questo punto di vista la proposta della CISL (non immediatamente riconducibile agli orientamenti degli amministratori dell'ECA) <61 > di porre al centro della questione il tema dello sviluppo della produuivicà e, per quesco di creare un organo, il CNP appunto, era distante anni luce da quello che gran parte degli imprenditori intendevano realizzare <62>. Tn ogni caso la proposta esprimeva la volontà del "sindacato nuovo" di sperimentare in concreco un moderno, almeno per l'lralia, sistema di relazioni fra Impresa e lavoratori ma proprio per questo non poteva che trovare risposte limitate. L'idea che riscuoteva i maggiori consensi nel sindacato e nelle forze politiche era quella espressa con molca chiarezza da Cosca quando aveva invitaco caldamente la CTSL a ritornare all'azione "squisitamente sindacale" <63>. Comunque anche in Italia come negli altri paesi OECE destinatari del programma "produttivicà" , oltre al materiale documentario, circolarono delegazioni di esperti amerirnni che visitavano le imprese per studiare e proporre concreti progetti di intervento. Contempor.tneamente furono moltissimi i gruppi di imprenditori, lavoratori , sindacalisti, funzionari che visitarono imprese private e pubbliche statunitensi per acqui ire conoscenza direua "delle innovazioni apportate ent.ro quel sistema produttivo vuoi nel campo degli impianti e delle tecniche di lavoro che in quello delle relazioni industriali e del governo dei processi distributivi di beni e profitti" <6-0. A dire del Wexler il "Productiviry and Technical Assisrance Program" qualche effetto posilivo deve averlo determinato, forse in misura non del tutto soddisfacente rispetto all'impegno profuso e alle risorse destinare alJo scopo C65l, se è vero che "European production did, in part, register a significant expansion during ù,e ERP period and this expansion wa due, in large measure, to impressive gains in productivity" <66l.
Ma credo che il ruolo più importante giocato in Italia e altrove dal Piano Marshall sia da vedere nel meccan.ismo cli integrazione economica che, più o meno cons-.ipevolmente, si mise in moto per realizzarlo. li trallato istitutivo dell'OECE fìs.~ava gli scopi essenziali da raggiungere nello sviluppo della produzione attraverso l'impiego delle risorse disponibili di ogni stato; nella definizione concordata del livello dei cambi e la stabilità
98
/JllERTO COVA
delle monete; nella realiz.zazione del pieno impiego delle forze di lavoro nazionali e nella facilitazione della mobilità delle persone per consentire l'occupazione dei lavoratori disponibili in altri paesi della organizzazione. L"auo dì nascila del nuovo organismo indicava l'impegno a sostenere la crescita degli scambi reciproci di beni e servizi e, per quesco, a pervenire, il pill presto possibile. ad un sistema di pagamenti multilaterali, a cooperare per ridurre o anenuare le restrizioni degli scambi e dei pagamenti reclprocl; a promuovere rudi per la realizzazione di unioni doganali o zone dì libero scambio; a ridurre i dazi doganali e a rimuovere ogni a ltro ostacolo alla espansione dei commerci fra gli sutl <6n. Era clililro, infimi, il nesso tra libertà commerciale, sviluppo della concorrenza, crescila della produttivit:l e sviluppo economico, dove l'obiettivo sul quale I insisteva molto, di aumentare le esportazioni, era visto la condizione che permeaeva di incrementare le lmporta:tioni e dunque di avere più risorse 68> disponibili per garantire un elevato livello delle attività economiche < . Glì ideatori del Piano Marshall •wanted 10 replace the old eu ropean system of separate sovereigntis and redistributlve politics with a unifìed and productive order similar to one that have evolved in lhe Uniteci States under the Conslillltion of 1787 and rhe corporative neo-capitalism of the twentieth cenru ry" <69>. Come osserva Ellwood, "la rivolta contro il nazionalismo e a favore di una collaborazione intemazion aie istirutionalizzata come chiave della pace, era straordinariamente unifonne in tutto lo speltro politico e fra tuHe le nazioni" OO>. Tuttavia il prof. Milward ha negato che ìl Piano Marshall "abbia prodotto immediatamente una forte e cost:tnte spinta verso la cooperazione reciproca rr.t i paesi del l'Europa occidentale" e che ERP, Comitato per la Cooperazione economica europea e OECE siano stael "gli amesignani spirituali del Piano Schuman, del Trauato di Roma e della Comunità economica europea" cm. Per contro studiosi e contemporane.i si sono espressi in modo diverso: basterà citarne alcuni Dal lato degU esperti di politica estera, Basilio Cialdea su "RelazionJ internazionali" scrisse: "per la prima volta nella storia dì questo continente nel giro di dieci mesi è sorta una concreta speranza dì unificazione europea non imposta dalla fon.a di uno stato egemone ma concordata democraticamente e pacificament.e su un plano di solidità e di permanenza quale soltanto l'interdipendenza economica può realmente costruire" C7Z>. Dal lato degli economisti, Kindleberger (che partecipò direttamente a quella s ignificativa e importante esperienza) sottolineò il fatto che il Piano Milrsha U era qualcosa di più di un semplice programma dl ripresa produttiva. Egli ricordava come gl i americani, convinti che un elemento di grande debolezza fosse il modesto grado di integrazione fra gli stati europei e che
IL rlANO MAJISHAU. E IL suo L\IPATIO rrAUA.'IO
99
ugualmente negativa fosse la presenza di componenti culturall," storiche e politiche che favorivano la divisione e non la cooperazione, avevano appunto visto neU'ERP uno SU\Jmento che avrebbe poruto favorire l'awio di una nuova fase centrata sulla collaborazione, sulla unificazione, sulla integrazione (73>. Eric Roll, da parte sua, ha messo l'accento sul •grande valore formativo neU'addestramento di tutta una generazione di funzionari pubblici e di uomini politici e, nella fanlspede, dei loro atteggiamenti e metodl cooperativi" l74l, E non altrimenti credo debba essere valutata Ili funzione dell'OECE. La via della collaborazione non era ceno facile da percorrere e l'awerbio "immediatamente" usato dal Milward testimonia delle difficoltà dl superare antiche e consolidate diffidenze. Basti pensare che solo nel 1949 si riusò a trovare un accordo circa la ripartizione della qu0ta degli aiuti ERP relativa al secondo anno di funzionamento <75)_ Ma si sa che intorno alla conce-Lione e alla "missione" dell'OECE vi furono opinioni differenti e persino opposte, gener.ite da interessi economici contrastanti ma anche da ragioni culturali e politiche. Vì era chi, come I francesi vedew nell'OECE un organismo sovranazion:de, dotato di poteri decisionali e punto di partenza di un processo che avrebbe portato alla costiluzione di strutture federative. Ma vi erano gli inglesi, portatori di una visione, risultata poi prevalente, secondo la quale le decisioni da prendere, oltretutto alla unanimità, avrebbero dovuto essere assunte da organi formati da ministri degli stati partecipanti t76J_ Come osservava Di Fenfzio citando alcune prese di posizione di Paul Hoffman, a.mministmtore dell'ECA e di Hervé Alphand, direuore degli Affari economici al Quai d'Orsay, è vero che, dal punto di vista della cooperazione fm gli stati della vecchia Europa, gli avvii non f1Jrono esaltanti. E, del reSlo, le dimissioni di Clayton che pure era stato fra gli ideatori del Piano Marshall, furono attribuile proprio alla profonda delusione di vedere "un'Europa più avida di soccorsi che realmente capace di raccogliersi ordinata in un complesso solidale per umi razionale opera di collaborJzione" m>. ll persistere della prospettiva autarchica facev3 sì che ognuno 1cndesse a sostenere i propri interessi, a prescindere da ogni preoccupaz.ione minimamente collaborativa. E così i greci miravano a chiedere frutta secca agli Stati Uniti, i belgi fosfati , i tedeschi tabacco, malgrado il fano che proprio fra i memhri dell'OECE esistessero p-Jesì in grado dl fornire le st~~ cose <78), E, tuttavia, In una Europa che in settant'anni aveva dovuto sopportare tre guerre, le ultime due a scala mondiale, già costringere i rappresentanti di sedici paesi (diciasselle nel 1949 con la Germania finalmente ricostituita nella pienezza d1 st:110 sovrano) a discutere la distribuzione delle risorse di ponibili, cercando comunque un accordo, era un fauo pressoché rivoluz.ionario e carico di conseguenze per il futuro.
100
ALllllllTO COVA
Le procedure richiedevano, infatti, che i piani di utilizzo degli aiuti ERP fossero confrontati Lra loro per rendere compalibile l'insieme e stabilire una distribuzione delle non infinite risorse disponibili che ne massimizzasse il rendimento. Ma così facendo ciascun paese era costretto a prestare anenzione anche ai problemi degli altri. Per quanto concerne in panicolare la ripresa degli scambi infra-europei che in qualche modo avrebbero costicuiLo la manifesLazione più convincente di un nuovo spirito cooperativo, la disponibilità dei goveml e dei Parlamenti, forse non elevatissima era comunque ostacolata da una molteplicità di faccori. Persisteva infatti la vecchia impalcaLura di regolazione rigida del commercio estero adoltata negli anni trenta in conseguenza della "grande depressiove· e cencr:lla sul contingentamento delle importazion~ sulle discriminazioni in ordine alla provenienza e alla natura delle merci e su tariffe doganali assai elevate. Sicché l'obiettivo di incrementare il commercio estero comportava di necessità una forte volontA di procedere nella direzione della liberalizzazione degli scambi e della riduzione dei livelli di protezione. Con buoni rìsuh.a.ri, occorre dire, se è vero che, sia pure con qualche incertezza, nel 1951 il 75% delle importazioni di prodotti alimentari, di materie prime e di prodotti industriali risultava liberalizzalo <79). Le norme vigenti in tema di pagamenti giocavano anch'esse in misura non lieve a frenare il commercio estero perché, in quanto associate al dominante modello dei -clearings·, rendevano impossibile la compensazione dei debiti e dei credici verso paesi e aree monetarie. Basti pensare che nel 1947 il 61% del totale degli scambi era regolato da accordi bllaierali commerciali e di pagamento <80>. La questione della eliminazione degli ostacoli all'interscambio era stata affrontata in sede di stipulazione del "Generai agreemenc on tarifs and trade" ma gli esili non erano stati entusiasmanti per le resistenze di molti ad impegnarsi per una politica di apertura commerciale e di revisione delle modalità per effettuare i pagamenti. D'altra pane la eliminazione degli impicci ereditati dal passato circa la liquidazione delle partite di credito e debito costituiva un passaggio obbligato sulla via della maggiore Integrazione dei mercall. Ma proprio su questo punto l'azione dell'OECE fu importante perché l'organizzazione divenne una sorta di laboratorio per la sperimentazione di sistemi di regolazione che rappresentarono una svolta di grandissima importanza. Già nel novembre del 1947, ossia prima dell'entrata in funzione deU'ERP. fu stipulitto un accc,rdo per la regolazione multilaterale sotcoscritto da Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Francia e Italia, la cui portata, nonostante l'estensione
IL PIANO MARSHALL E IL SUO IMl'ATIO IT.~UANO
101
ad altri paesi OECE, fu oggettivamente limitata perché le compensazioni effetruate non superavano 1110% del valore degli scambi. Una accelerazione significativa del processo tendente al superamento del bilateralismo awenne nel corso del 1948, proprio in conseguenza della applicazìone del Piano Marshall. Infatti una parte dei fondi, pari a 1,4 miliardi di dollari, fu destinata al cosiddeuo "aiuto condizionato", ossia al fìnanzlamento delle lmportazioni fra paesi OECE. La svolta decisiva awenne nel dicembre del 1949 con la creazione della Unione europea dei pagamenti. La proposta fu fatta direttamente dall'ECA all'OECE e consisteva nella possibilità di pervenire alla regolazione multilaterale integrale dei pagamenti e riguardava i paesi membri e quelli delle aree monetarie associate.
Alla Banca dei Regolamenti internazionali affluivano, ogni mese, i saldi attivi e passivi di ciascun paese verso tutti gli altri. Effettuata la compensazione vi erano dunque creditori netti e debitori netti. Una parte. dei debiti era compensata da crediti corrispondenti concessi dal paesi creditori; il resco dal versamento di divise oppure di oro in una percentuale variabile dallo zero al 100% in proporzione alla elevatezza del saldo debitore <81 >. Uno stanzìamento specificamente previsto dall'ERP (350 milioni d i dollarO, serviva a colmare la differenza temporale fra l'accreditamento di oro o divise a favore degli esportatori e i versamenti degli importatoci e, più in generale, a compensare le eventuali inadempienze dei debitori. In questo modo, deficit della bilancia dei pagamenti non pem1anenti potevano essere sopportati senza che vi fossero ricadute sulla consi tenza delle importazioni proprio perché si potevano utilizzare i crediti messi a disposizione dei paesi in temporanea difficoltà. Durante i primi sette anni di funzionamento dell'UEP, le compensazioni multilaterali consentirono di annullare la metà circa dei crediti e dei debiti lordi Iscritti e registrati senza necessità di ricorrere al trasferimento di divise o di orocsz>. Tutco questo dimostra come le linee generali della riforma delle relazioni economiche intema2ionall così come era scara delineata dalla Carta dell'Avana e dalla sua limitaca applicazione anraverso il "Generai agreement on tarifs and trade" trovarono, all'interno dell'OECE, la possihilltà concreta di realizzarsi om. E gli effetti di tale dinamica si poterono misurare abbastanza presto. Le importazioni dai paesi extra OECE si ridussero di circa il 12% perché er.ino state sostituire dagli scambi imemi; alla stabilità degli acquL~ti daJJ'Ame rica del Nord si accompagnò un sensibile aumento delle esportazioni destim,tc ai paesi dell 'area; la bilancia dei pagamenti dei paesi dell 'OECE verso il resto del mondo fece registrare saldi anlvi crescenti (a metà degli anni cinquant:1
Al.l!ERTO COVA
102
circa un miliardo di dollari) ma soprattuno gli scambi fra I paesi dell'organizzazione già nel 1952-1953 avevano superato de.I 32% quelli del 1938.
Si può anche convenire con quanti hanno sostenuto che, a stretto rigore e rlspeno alle aspettative degli americani, gli esili del processo di integrazione messo in moto dall'OECE furono complessivamente deludenti. È stato serino che ai primi del 1950, l'idea degli americani di avere un'Europa con un esercito, un mercato unìflcato e persino un'unica moneta non aveva riscosso negli europei grandissimi entusiasmi e sopratruno significative risposte (84)_ Non restava che l'idea di Hoffman che si doveva "let the europeans themselves deveJop 1.he ins1lrulions necessary to handle che problems of integralion• (!15) si realizzasse come in effetti sembra di po1er dl.re, se si conviene con ciò che Bossuat ha scritto, e cioè che fu proprio in considerazione della situazione di stallo sostanziale del processo di integrazione a suggerire la ricerc-.i di altre soluzioni che porteranno subito alla svolta decisiva del Piano Scbuman <a©. Gli sviluppi del processo di integrazione europea sino ai Trattali di Roma, possono e.'iSere leui allora come la risposta di alcuni paesi alla impossibilità di progredire ulteriormente tutti insieme sulla via della unità, per l'inconciliabile diversità degli interessi degli stati appartenenti all'organiri;azlone. Ma 1u1to questo, non solo non sminuisce il significato di quella esperienza ma, al contrario, ne souolinea la valenza, per cosi dire propedeutica, rispeuo ai successivi e plù radicali sviluppi sulla via della integrazione economica fra gli statì.
NOTE (1) A. Cova, t.,, vie all'11n(flcazio11e del merc:ato o i pla11i eco11omlci, in l '11flra uia per
l'Europa. Forze sociali e 0111a11/zzazio11c <IIJ/j/1 Interessi 11cll'i111egmzfo11c europea (/947-1957), a rura di A. Clamp:1nl. Milano, 1995. p. 288. Sulla comune condizione dell'Europa nel 1945 anche dal punto di VÌSl:I degli sc:tmbi intem•zion:ili d'r. A.S. Mlhwrd, "/be roco11sirr,cl/on of 1oos1cm limopc. 1945-1951, Londra, 198-f, p. 212-231. (2) OECE. Dlxa11s de coopérntion. l{éollsallo11s et pcrspcctlves, Parigi, 1951!. p. 21 . (3) D.W. lcliwood, L'Europa rlcosm1/la. l'olltlca ed ec:0110111/a tm Stati Uniti ed Europa occlde111a/e. 1945-1955. Bologna, 199'1, p. 117. ( 1) OECE, Dìx ans do coopéralion cit. p. 22. (S) c.r. Kindlcbergcr, l!mopea11 eco11omlc lmegmt/0111 In Mo11ey. ,ratio ami economie
grou~b. Nl'W York, 1955, p. 60. (I\) Sulla b!lse. oblcnh,.Jmcn1e robUSl:I, di un prcsu10 degli Slaù Unili di 3.75 miliardi di dollnri inu,gr:uo t.b un alll'O del Canada d i 1,.25 mllkudl di doll:1ti, Il IS luglio 1?47 la COl)venlbillul della moneto Inglese era Slllt3 ripristinala ma il velocissimo l"5'1urimen10 delle riserve, clciennina10 d•ll:l gran mass., di S1crlioc preseru:uc :il cambio, aveva costretto il governo di 1.ondr.J a rivcden: mpldumemc le proprio: dedslonl e • tornare a1h 111crllno lnconvcnibllc. Su ques!o punto cfr. OECt:. mx ar,s de cooprrulio,1 d 1., p. 85 e anche G. llossua1, l 'Europc occldt?llale tJ l1x:urc
IL PIANO MAIISHAU. 6 IL SUO IMPATTO IT_Al.lA.'iO
103
«mèrl'co ne. Le Pkm Manbalf eJ fim t europien11e ( l!)4S-J952J. Parigi. 1992. p. 40, tL V~n Oer Wce, L'tc011omia morullaf11 lm crisi II btrl1111SSi!te (1945-1980). 1.i11a 11,um <k/Ji1 noria «t>11on1lca del d0/)Cl8uerra, Mllano, 1989, p, 364·'66 e 1J. Hog:in, 7bft ManiHIJI Pian. Amllrica, Orlla/11 ,md 1be reco11JtruCJfo11 o/wm!l!m E"~• J9f 7·1952, New York, 1989, p. 242-244. (7) C. llossual, L '/iu,opil occl,//mtahtdt., p. 40. (8) P, Sllr.aceno, I/ pla110 di fmpor1azkml ed I /ollorl fntanrazkmaU cbe 1111 co11dlzio11a110 f'att1UttioW1, In ncommercio tlSl1!l'O dell'ltalla nell'alma/e momomo. Allf del J Co,iues,m rttttftJtUJI~ f}l1rlf comm=ro co11 l'es/t!J'O,
MIiano, 1946, p. }-13,.
(9) SI u11uava di UN modali! dl re olulonc dc.gli .sc,ambl cbe prevedcv:I la p055lbUI
di etrenuare uno JCU11blo di merci, lmportnlonl cootro cspor1112lonl di pan v:ilore. ossi:! se,v,a movlmeotl dl wJUUI. (10) E. Vanoni, Problemi del rommen::lo cstcn,, In IO, La polltlt:D cc:o11omlca dl!BII armi dqJQS/J<!ria11f, Scrilll e dlscor.sf poi/I/cl efl «onomfd, "cura di P o.,ruro, fln:nze, 1977, p. 8,-13'1, (li) lbid. p. 104. (12) Segn:u:rl:I Ccncr.llc del CIR (a cura dl}, Lo n,t/11J190 ddl'«Onomìa (1aliat1D 111!/ quadro della riC()Stn1zkmtte della coopemzfo111t 1t11ropea, Rom:a, 1952, p. 80. (1:3) "M=iod:r. (dcl govcmo ll2lb.no)", doc;. 56. d:u:uo 18 scm:mbre 1947. In Banc., d'hal h1, la Barrai ti'Jtal/a " ti rt.ftmamr,,110 post.J>elfwo !5)4j-1948, 11 cur:a dl s_ RlcOS$1 e E. Tutcimcl, &n. 1992, p. (I~) G. llosswll. L'Et,rop,: ,x;cfdentnk cii., p. 139. Secondo I calcoli di questo 11u1o«: gU Inglesi ricevenero Il M'Hi dc,gli alu1f, I fronc:e,I Il 20,8%. :11 tc:dc:schi :mdO tll%, ~l P:lesi 13:tssl il 7.~. all'Un!Onc di Bt!lglo e UL'slemburgo Il 4.~ 11fl'Aus11b il 4.s,6" quindi agli nitri paesi, t ltllpreso I• Jugosbvill oon lo O,}", furono cle,nfn•ll! risorse wriabill cbl 4.3116 cieli~ Crt:d:a sino allo 0,2% deU'JJbnda.
m--1,6.
(15) Seg,e«!rill Generale del OR ( cum dlJ, ùHillluppo del/L-eo11omfa ltalla11a cil., P- 100_ Rlctma., l111rod1.:dol1tt, ln Banca d1talb, la Banca dt1a/lllu U rlsonamtttllodl.., p. 98-99, (17) L'andamemo delle lmponalllonl In valore assoluto ludi 408 milioni di dollari nel primo periodo, 1,6 mllbrdi nel secondo, 1,4 nel 1eno e I.li ncll'lll1imo cfr: ~ Cener.ile ~l CIR (li curJ dO, Lo sviluppo tlell'eamom(a ltall,ma cii., p. 103,.
(16)
( 18) lbld. p. 105. (19) C, Bossm, L'Jiuropeoccfdama/uJt., p. 142. (20) Sègretedll Geneme del OR ~ cur:a dl), I.o sull.uppo er:onomfco lta!Ja1w dt., p. 102. (21) R,.8. (ma Rkclrclo 11:luer), Fwiuo del Plano Marsba/1, In "Rellllonl memnion:111", Xl (1947), 43, 11 onobre, p. 616. (22) O.W. Ellwood, L 'E.rll'O/JD rl:crutrufta 01., p. 117. (2:3) B. l!lchcngrttfl, M. Uzan, 77» 1 .t anba/1 P1an. Bt:onomlc l!lf111:ts ami /mplleailo,11 /or Easil!n'I Europe ami 1befom1er UR.sS, Londni, 1992, D1SCU5$10n poper n. 638, p. 9-2,3. (2~) P, Galea, 7'm rlcostni:zfo,ie "sutluppo. in A, Lt:onard,, A. CcMa. P. Galea, li fo[,w«e,110 aamomico ilallano. Dalla gmnde (llll!rt'O al .,,,fmcolo «cnom ,:o• (1914- 1962), 8ologn2, 1997,
p. 242-243. (2<;} In ,•crlta I conti enno sei e raca,gllevano, oltre questi, anche I ric:lvl deiJe vendi,~ di <:e=U di pro'l'Cnicnza ERI'. f.utc dalla ~n:on:,oni per conio ddlo :,t;uo; i riavi delle ~·endiu: di carbone clfenuiue d:lUe Fcnovle dello Sm10 o dall'Ente cirbonl, il rimbolso del C0$10 dc! rl!llm2zanti lmponali dal ComilJIIO i1aliano priroli, ente In llquldulone e I rlclvl delle vendile di ~!d0211. Secondo 11113 sln,'17.iooe ;tJ 31 dicembre 1951, "' conci ~udde11I er.mo JllnlC accn:<Ji1n1c li: S00111W scgucrui.: 2gll acqubd del pdvnll 328 mii nit; 111le vendite dl a:re,ali, Cltbone, fmillll'Jnti, mcdldnall c pétrOlio, dSpt:Ulv:uneme IZ2, 61, 12, 3 e Il mlll:udJ, per un IOl:llc dl 537 mllianll cfr. Segrc:tcri.1 Generale del CIR (:, cur.i dl), Lo Slliluppo ddl'«ottomfa /11,t o,w dt., p. 1:W. (26) Cfr. In •'llomento E. Chlllrellll, 7bc M,mbn/1 Pian 111 Fnma, and lla(y. 1911J.1!)5(); cnunJe,part fimd nll8CJl/al{o1:s, UMl dNc:mulon lnfmm,nJon senilce, Ann Arl>or, 191111. Ddln que6110nc 11,·ecva &erlno a :ruo tempo GIAM Toniolo (dr. IO., L'u11/l::m.."1omt dlll ftmdl l:Ji.P nulla rlCM1naio11e l1a/1a1ra, a//:mie /polesi d la«Jro. In /I Plano Marsba/1 e l'Europa. • cura di F.. Aga
Ros.sl, R01112, 1983. p. 189•192.
104
ALBERTO OOVA
(27) G. Bosswu. l 'Europe occide111ale eh., p . 1(,6. (211) E. Chiarella, 'lbe Marsball Pla11 cb .. p. 204. (29) lbid., p. 215. (30) D.W. Ellwood, /I Pla,w Marsba/1 e ti processo di modcm1ln:azfone In /tait,,, ln // Plano Mu.-sba//" l'fillropa, di., p. 156. (31) E. Chf:1.rella, 7òe Marsba/1 Pian eh .. p. 265. (32) Il llos.su•t ailcolo che li 44.3% del fondo di contropanlta, per ahro comprendemc Il programma tll mUl\l!l assistcnz:i elllborato •I tempo della gocrr:i di Corea e pari 3 9;2,6 mlli•rdl di fi-Jnd\l COITCrul, sia S1a1o destlrui10 al Onanziamemo del Plano di modcrni:a:izione (dr. IO. l 'li11,r;pc occldcnr"Jecit., p. 169), (33} O.W. Etlwood, /, 'E11ropo ricos1n1ita cit., p. 30. (34) // Co11111ry sludy dell'E.C.11. s111/'/Ja/fa, n cura dcll 'l,S.I!., Milano. 1949, p. 75. G5l B. Ooniglh!rl, Trn Pul/a e Vammi. lo po//tlca economica degli 1111/ml 80ven1/ De Go.speri. In ·storia contemporanea•, XVl 0984), , agDSlo p. 783, <36) crr. l' Intervento sulla relazione gcnei-Jle di Giovanni Demuia al Convegno della Confìndu.'llrin, organiu:110 n Slcn:i net rrurr1.o del 1948 UIII dd Sea,11do Com'égno di S111dl di Eco11omin e Pr,lillco lnd1~<1rla/e 10111110 a Siena 1111/ giorni 19-20 e 2 1 marzo 1948, In · RMst• di Politic:i economic:i", XXXVIII 0948), fase. VI, giugno, p. 615} p. 501-660. (37) Cfr., In rubriCll •rcccn.slonl crltkhc" In "L'lndusui.1. RMsta di politica economlc.l", 1949, 2, p. 2112-284. (38) Il testo della rcbzione generule in · RivLsta <li Politk:, economica·, XXXVII! (1918), cii., p, 501 ·S25 e S68-583. li pass.,ggio citato è a p. 574. (39) lbid .. p. 575. ( 40) In una lettera :i Oc G:i,pcri del 29 aprile 1948, Luigi Einnudì, aUa vigili.i dcUa cle'l.ionc atlu pn:slden1.:1 delL~ Repubblica, lndiov, frn le contllzlonl per lu sua aCCC!tazlone a far p:11te del nuovo nunbtero, n ri...:rnamento della nnanza pubblica, In manCllnz:t del quale lo Stesso Pr.rno M:mhall si sarebbe rivel:it<> Inutile (cfr. B:mCJ d'l13lla, la lkmco d 'Ilo/la e Il rlsanom,mto dL, p. 539}, (41) G. Pclla. /nterr:emo al Co11grem, di Venez o. in Slorla dello Democrozio Crisllotto. 19-18-1954. /Je Gosperl e l'etcl del ce,tlrlsmo, • cura di f . Malgeri, S voll. Roma, 1987, p. 508-S09. (42) Cfr. lo =mbio di lettere plutto.sto polemico dn entrambe le pani con James Zellcrooch Ìl1 A. Custa, .'icrlll/ " discorsi Volume I . 1942-1948, Mil:tno 1980, p. 533-538. (43) Rlsp<.110 a quest:i posst'bile destin.12 one del l'ontlo lire, sappiamo che la Commìs,,ione centrale dt,Jl'ECA giunse • respingere un progc110 l'elio purché prevedev:i priorit~ :assolut:i al rta<· seno dd hllunclo dello stato, F.. Chiarella, 7bc Marsball 1'1011 dt ., p. 250-251 , Allo Sl3to auunle dell:i ricercn. non è fucile diSlrlcm'SI nella clirformlla dei dati propOSll. Se si guarda alle eM,ornzionl di Gérard Bossuat si dnvrehbe concluder" che l'llalia fu lrn I p,csl che non destlmuono neon· meno un d,~lo,o ulla lìnan7,i pubblica. lnfanl, secondo questo nutorc, il miliardo e cento mill<>nl circa di cloll:tri del Fondo lire fu dest:lnmo al progetti di riarmo (54,4 milioni), alla promo,Jonc della produzione (832 milioni), all 'Incremento della produnlvlLi (12,4 milioni) e ad altri impieghi (2 19 milioni). Ora,• pane la lndc1cnnlna1e:a:i di questa ultim:i voce che, di per~ nascondendo ogni 2hra infomuzione, prcdude qualsl3Si condusione, occorre ricordare come l'Impiego delle disponibili!~ clcJ ronde lire rosse deliberato con legge ordinaria e soprauuuo, come tali di<;poni, h1ll1à fos.scro lnscrile nel hlloncio dello ~1010. R questo lo d ice lung;, sulla po.s.<lhilltà c!J preci.same bt de$1lnuzlonc rc:ile. In orgorncnto cfr. G. llosSllot. l 'EJ,rope occidentale eh., p . 168 e Segrl!leria Gcnmle del ClR (• rura di), f.osuiluppo dlill'11C011omla /1alu,na d1 ., p. 129 e scgg. t 44) LcncrJ a Zellerbach del 27 settembre 1948 Ìl1 A. Co&a, Scrlllf e dlscor.sf eh., p. ;3;, /45} l)o11a10 M1mlcbella, Stoblllrd a sviluppo del/'cconomlo llal/a11a 1946-1960. 2. Cò».<irkrazlo11/ jlna/1 all'Assumbleo dcJ!,1 8o11ca d 'Ila/ili, a CUrJ di F. Cotufa, C.O. Gel,<omlno, e A. Glglioh anco, &ri, 1997, p. 52. (46) I. Wexler, 1be Marsball P/011 re,.-fs/ted. 71,e E11ropca11 Rocooo,;,• l>rogmm In economie /J(!rspeclf1Ie. tondo, 1983, p. 97. (47) lbkl., p. 108, (48) :\-1J. liogan, 7òe Mursbnll l'la11 ci1., p. IS3.
IL PIA.'10 MAJISHAU. E lt SUO IMPAlTO ITAUANO
105
(49) B. Ekhengrttn, t.l t;Dn, 71x- Mursball Pian ciL, p. 25. 1bid., p. (51) Se s, considera un settore dì sru1cgìc:i Importanza come qudlo della produzlonl' dclJ·~ clcruica, la C O S I ~ ~ gnodi impillnll 1ermoclct1rici porarono alla ln1rod112i0ne In runa la filiera tld processo. a panin, dal gc,ner:UOC'C' di ,•aporc sino :tllc macchine clcurichc ~ agli apparati di rcgobzionc e comrollo, di qu:tnlO di meglio oll'riv:, la 1ecnologb americana. t.b si 1rauava d l apparati e macchinari die l'lndustri:t illlll3nn, anche nel .s egmento cos1llulto dalle
<so>
•o.
imprese piil asglom:ilc, non sapc,va COS1rulrc. (52) Qualche, nome In MJ. Aog;in, Tbe Manball Pian cii., p. 139. (53) I. Wcx.~r. Tbe Manhall l'tw, fftl(s,r«J cii .. p. 89. Su questo pumo anche MJ . llogan, Tht, Marsball Pkm èd., p. l+l--151. (54) I. Wexler, Tbe farsball Ftmr di., lbid., p. 90. (5S) I. Wexler, Tbe Mar.sbalJ Pian cii .. p. 92. (56) S. ~ . Il "Produci vity and Tecbnlall ASsistance Progmm · per l'economia ltaliarru
cr,.
(1949-19.5-0: ac.ceJlil.Zione e '1!SÌS1"1tz:e ai progetti S1a1t111lte,tsf di ri11110<Y1m"11/0 del sistema produlllvo ,raziona/e, rel:nlone presentata al Conv1.-gno di scudi organln:110 dalla Fondazlon" 1'11.store e d::dl'Archlvio pe, b S1ori:I del movirnano sodale cmollco In lctlla sul 1cm• "lmeressl, forze sociali e · .iruzlonl 0-Jlla ricootJuzionc alJa gnndc 1!'3Sformazionc degli anni ·so·. In ·Annali della 1'oodazlone ~ - . xxn (1993>. Mlbno. 1996. p. 77. (57) E l1l1Chc degli 5laid e degli 5N<llosl c:hr hanno :iffronwo r:ugomctl10. In pmposilo dr. G. Bianchi, // Comitato tllUionaleper la prodrlllillik¼ 195/.1955, rclazione PfC5CllWa al cii. runvcgno di srudi · Jruen:ssi, forze sociaU e 15lbuziaru- io ·Ann:llì dclJn l'oodazlone ""51ore· dL, p. 3!)6401. (58) s. a.me. n Pmduawil)I and Tecb11/cal Asruta11c,e l'n>gram cit., p. 86. {59) D.W. Ellewood, Il Piano Marsball, Il proass() di fndustrlalizz.azl0tt<' 111 Italia, In // Piano Marsball e l'Europa ds., p. 159. (60) Ot lll!, /I Produaivlry mrd Tecbnf&al JWlstance Prosmm dL, p. 92. (61) G. Bi:lnchl, n Co1n/Ja10 Nnzionok per la Prod1111ivf1d dL, p. <40,. (62) GÌlllllplero Bbnchl ritiene cu11Avhl che le L-sperienzc sono state meno dcludend di qW1n10 si pensi cfr. lbid.. p . •20 (6¼) S. Otill!, n Prod11e1lu/Jy a11d 7'cdmkal AssisùI11ce Progmm d1.. p. 86. (6() lbid., p. 78. (65) lhkl., p. 91 e 93. (66) lhid., p. 93. (67) OECE, Dix a,u d .. Cf>O/Jémllott di., p. 29-30. (68) lbid., p. S3(69) MJ. Hopn, 77M ltlarsboO P/a,r di ., p. 293 t/0) O.W. Elkvood, L 'Emr;pa ria,slrulla ciJ., p . 22. (7 1) A.S. MilW2ld, L111t171=011e dell'Europa occ;(de1t1akl llllllll anni dell'El/Pc l'esperienza del Gntppo di Sludlo e:,rapeo pulVniot,e doganale, In Il Pla110 Marsball e l'Europa d1., p. 109. (72) B. Cl3Jdea, lA co11wnrlona per la coopemzlo11e «:anomlc;a l'llrop«l, In •Refazloni inler· ruwonali", 000. 1948. n. I , 24 :aprile, p. l . (73) C.P. KlnclJebrracr, liuropM11 «:0nomlc 1,11egm1Jon di., p. (74) E. Roll, Il mondo dopo Kl'yt1es. Dalla rillOl11zio1re !,wy,1es/ana all'ortodossa J,ey1resla11a
sa.
L'influe,r;u, tkl/JJ "11uooo eco11omfa · sugli aspetti della pollllcn economica cotttempurtmea,
Bologna
1971,
p. 182.
(75) OECE, DiT ans di, cocpbvllon cli., p. 39.
(76) H. v,n Oer Wce, L'«or1omla molfdlah tra crls( e bencssc,v ck~ p. 296. (77) R.B. (mo Rlccttrdo &uer), Fwuro de/ Plat1u tlfanball cit. Ellwootl dice che sJI eutop<.-i ncU':attoswsl :al progcuo dl Muslull, :avev:u,o 2SSun10 un:a po, izlonc piil simlle :a quclb di Mokllov che 21l'Orienumen10 degli :unt'ric:tni (O.W. Ellwood, L 'Emopa ric.osln,Un ci1., p . 121). c.omc è no10, alb confen.'1'12:1 1ripartila convOClla a P:irigi per di!cu1ere del discorso fluo pochi giOmi prirnll dal segretario di Siuco amcric:ino. U ministro deRli Esleri soviedco avew SOSlcnum la lesi che g)I SUti Unlli coruinu:wero 3 romJ)OIWSI da lllL'ri d'Og:llori di :iluli. scnz:1 porsi ulteriori probkmi.
lo6
Allll!KTO COVA
(78) F. 01 Feniz.i o, Aspelll f¬l o poco noti del Pùmo Marsbal~ p. 177-178. 09) Ol!CE, Dlx ans de ax>péralfon dL, p, 65.
In "J.'lndusl.rÙI", 1948, 2,
(80) lbid., p. 84. (81) lbid .• p. 88. (82) lb!d.
(83) Per unn confermi d<!l nessi tra Plano Mnrsh:ul, OECE e Gau, dr. E. Roll, /I nrondodopo
Keyncs clt., p. 179.
(8-0 l. Wexler, 1be ,lfarsba/1 P/011 cli .. p. 227. (85) lbld, p. 229. (86) G. Dossuat, L'Europe occlde111a/a cli., p. 248.
L'ULTIMA FASE DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA
ROMAIN
H.
&1NERO
Se sul piano inlemo l'auivita dei vari governi del periodo dell'Assemblea Costituente e del periodo successivo può essere riassunta nello slogan 'ricostruzione e sviluppò', sul piano più genernle non può essere trnscuraco un elemenco spesso dimenticalo di questa policica e vale a dire le dimensioni, gli stati inleressati e l'ingente appono delJ'emigrazione di lavoratori italia ni all'estero aU'intera dcosuuzione del paese. Di fronte al divario profondo lJ'3 l'offena di lavoro da pane cli un'ingente quantità di disoccupati, ed alla luce delle modeste capadt:l di assorbimento Immediato di una elevata percentuale di tali lavoratori nelle attività di ricos\f\Jzione, l'orientamento del governo italiano fu quello di puntare suU'emlgrazlone di cospicui contingenti di lavoratori e di lJ'3Sferire sul piano internazionale della geoer.1le questione della ricoS\f\Jzione dell'Europa il problema delJa manodopera esubera nte in !calia. fu infani in campo internazionale che i doveva compiere l'a1Jone piu' importante da pane dei governi italiani del dopoguerra, in vi ta di awiare ad una qualche soluzione la sor1e di questa disoccupazione. Ancora prima che lo Stato italiano superasse con il Trattato di pace di Parigi del 10 febbr.iio 1947 lo 'sutus· di inferiorità dovuto alla sua resa incondizionata causa delJa sua limitata capacit:l giuridica internazionale, il governo tentò di avviare i primi contatti esplorativi onde sollecitare la conclusione con alcuni stati europei e non, di accordi che prevedessero l'avvio, entr0 termini brevi, di una emigrazione assistila di lavoratori italiani all'estero. Fu quindi avviata una anivit:\ diplomatica, quasi clandestina vista l'impossibilità di avere veri e propri ambasciatori all'estero, ma non furono trascurati allri itlnerari. rnfacli furono investiti della questione queglì organi che, sotto l'egida principale degli Stati Uniti, avevano dichiarato di voler operare in vista della ricostruzione economica dell'Europa. Sul piano bilaterale il caso più indicativo si ebbe nell'estate J945 allorquando, durante i colloqui tm De Gaulle e arJgat del 16 luglio, e
108
ROMAII\' fl RAJNl!RO
quelli successivi tra De Gaulle e De Gasperi del 25 senembre, fu deciso di aprire negoziali bilaterali onde facilicare l'arrivo in Francia di lngeml g.r uppi di lavoratori italìanl <n. on si giunse ad un vero accorcio di emigrazione ma furono in quelle occasioni posle buone premesse per un trattato che non poteva tardare. Con il Belgio, il caso fu ancora più damoroso poiché un accordo quasi privato ma ratificato dalle autorità politiche italiane sarà concluso, e sarà il primo del dopoguena. Fin dal senembre 1944 la tutela delle attivitll ilaliane ìn Belgio era assunta da uno speciale Comlcato Italiano di Liberazione Nazionale che con l'avvento al potere di Alcide De Gasperi prenderl, nel dicembre 1945, il nome di Comitato Italia Libera. Sanl questo Comitato che a nome e con l'accordo del Governo italiano, prender.l i primi contatti con la Fédération Générale du TravaH Be.lge e con il gabinetto del primo ministro Achìlle Van Acker, che aveva avuto il portafoglio del mini tero del carbone e che all'indomani della fine della guerr.1, aveva proclamato la 'guerr:i del carbone·. L'obiemvo di questo governo di 'unione nazionale' era di puntare, in vista della ricostruzione del paese, sulla sua sola risorsa energetica disponibile, Il carbone. Per il Belgio non si trauava di un problema di secondaria importanza; I dati quantitativi relativi alla produzione del carbone erano chiari: alla vigilia della seconda guerra mondiale, sì estraeva circa 30 milioni dì tonn. di carbone, mentre la produzione annua, al 31 dicembre 1945, era di 15.683.000 tonn. E questa dimlnuzione quantitativa avveniva proprio mentre il paese aveva bisogno di produrre di più per finanziare la propria ricostruzione. Questo elemento spiega l'urgenza che le autorità di BruxeUes posero nçl ricercare quella manodopera che mancava. Anche li vi era una notevole carenza: nel 1940 i minatori erano 136.530 mentre nel 1945 erano ridotti a soll 87.566. E quest.t situazione non era SOStanziaJmente mutata malgrado il ricorso. reso in ceni c:isi obbligatorio, sancito con il decreto legge del 12 aprile 1945. a minatori anziani già in pensione inducendoli aJ ritorno alle miniere con vantaggi materiali e morali che non risolsero tuttavia la questione. Rimaneva U ricorso alla manodopera straniera ed in questa contingenza le disponibilità ufficiali italiane trovarono il governo belga deciso ad accondiscendere, anche in via quasi privata ad accordì ìn tal senso. Fu così raggiunto, Il 23 novembre 1945, un primo accorcio tra panner emJ ufficiali e padronali belgi ed il Comitato Italia Libera, a nome del Governo italiano. Era Il famoso accordo con il quale il Belgio 'cedeva all'Italia 200 kg di carbone al giorno e per ogni uomo' in actesa di ulteriori negoziali a livello uflìciale. SI possono citare questi due casi di Iniziativa ìn favore dell'emigrazione della manodopera italiana a nche socco un aspetto unitario: entrambi erano favoriti cblle autorità di accog.lienza che risultavano prive di alternative ed enll'3mbi soffrivano di un fouo che privilegiava gli italiani, e cioè la mancanza
L'ULTIMA PASE Ol!U.1:MlGRAZIO E rrAUANA
109
di manodopera locale da adibire alla sostiruzione di quella manodopera gratuita o a buon mercato che era costituita, per la Francia come per il 13elgio, dal ricorso aJ lavoro gratuito o sottopagato dei prigionieri di guerra tedeschi che erano una notevole forza-lavoro che per il Belgio era di oltre 46.000 (34.703 nelle miniere e 12.900 in altri settori industriali) e per la Francia era di numero ancora più elevato di lavoratori prelevati sugli oltre S00.000 prigionieri di guerra. Appaiono pure di grande interesse questi primi contatti con Parigi e Bruxelles perché essi saranno gli unici due stati, curiosamente. 'ancora in guerra con 11t.alia', ad avviare, prima del trattato di pace, accordi informali di emigrazione. E sul piano italiano questo avvio avra un'importanza notevole in quanto permetterà un certo sblocco di una situazione economica e sociale che difficilmente ìl governo italiano poteva pensa.re di risolve.re altrimenti. A questo riguardo però, conviene introdurre un'altra interpretazione che successivi studi da pane di scudiosi, specie della sinistra. hanno avanzato, non senza un qualche fondamemo. Il cuore di questa interpretazione, non certo favorevole alle tesi governative, va ricercato in un'opera collettiva che la rivista fiorentina 'li Ponte' riservò nel dicembre 1974 al fenomeno emigratorio (2). E la dcfmizione di apertura che Enzo Enriqucs Agnolen.i diede al suo saggio Un secolo di storia, ventisei m{/(011 comporta Il concetto di un •fenomeno imponente che va considerato nell'ambito del significato che l'emigrazione di lavoratori ha (poiche di questo si tratta) in un dato sistema economico ma va considerato anche per qualcosa che è streaamente inerente alla nostra storia nazionale passata e presente ... •. i trattava insomma di una vera e propria requisitoria contro quelle classi politiche dirigenti che sacrificavano i lavoratori In esubero pur di conservare taluni antichi privilegi: "11talia presenta questa differenza (nei confronti di altri stati europei): di essere un paese fortemente industrializzato, che ha avuto dal '4S ad ieri un fortissimo processo di rr.isformazione e di sviluppo capitaliSlico industriale, e nello stesso tempo di essere un paese di fortissima emigrazione ... Queslo noo è accaduto in alcun altro paese•. È Paolo Cina.on.i ad approfondire ultenormence questi concetti giungendo ad affennare: -li governo italiano, invece, si pose come obiettivo principale la ricostruzione del pote.re di comando delle vecchie classi dirigentl, e preferì riequilibrare il rnppono fra le strutture procluUive arretrate del paese e la sua popolazione relativameme -eccedente-. con l'emigrazione "forzata". perseguendo tale scelta con ogni meuo ed impegno. li car.inere ·forzato" della nostr.i emigrazione è presente nella politica della noscr.i classe dirigente in dai tempi di Crispi, ma viene pan.icolannente accentuato in que.sro secondo dopoguerra· O>. La posizione polemica del Cin:mni non er.i isolata ma fu ripresa . poco più cardi da E. Sereni che nel so.5tenere caJi tesi si rifece all'anaJisi di uno studioso statunitense, R.F. Foester, che fin dal 1919 aveva dmo all'emigrazìone
110
ROMAIN H. JWNERO
italiana ed alle sue cause un'analisi non conformista: "Non è la terra, non sono le condizioni naturali della produzione che mancano . .. non è qui che va ricercata la forza che spinge all'emìgrazione mìlioni di lavoracori agricoli, specie nel Mezzogiorno. È ancora una volla nelle condizioni e nei rapporti sociali, nelle fonne particolari che lo svìluppo capitalistico assume nell'agricoltura e, in generale, nell'economia ilaliana, che vanno ricercate le forze mol!ici del fenomeno migratorio. Solo queste condizionJ e questi rapponi possono spiega.rei ìl processo di fonnazione di quella sovrappopolazione anilìciale nell'agricoltura che nell'emigrazione trova la sua espressione ed il suo scarico; solo queste condizioni e questi rapporti cl possono dare la spiegazione del fatto che intere regioni, come la Basilicata, che in altri tempi erano bastale a sostenere una data popolazione, non bastano ora a sostenere una popolazione considerevolmente diminuita" <4l . L'orientamento dei vari governi volto a favorire l'emigrazione sempre pili imponente di lavoratori italiani all'estero erJ costante_ L'intero gruppo dirigente del panito prevalente, la Democrazia Cristiana, non aveva dubbi in proposito; tra i molti documenti cl1e si possono citare ricordiamo l'intervento dì Alcide De Gasperi al Terzo Congresso della DC a Venezia, nel giugno 1949, nel quale ribadiva l'esigenza della ripresa, a cuu.l i costi, dell'emigrazione ritenuta fondamentale elemento per la ricostruzione e lo sviluppo dell'Italia. Evidentemente sì trattava di una scelta politica che appariva leginima e sostenibile ma che molte analisi successive metterJnnO in crisi. E queste analisi andavano a colpire le scelte dei governi democristiani e polemizzavano apenamente con quelli che erano chiamali i 'miti' dell'emigrazione haliana e cioè la sovrappopolazione dell'Italia, l'emigrazione 'salvatrice· della società italiana, pecialmenre della sua parte più povera, ed infine i vantaggi delle rimesse degli emigr.inri per l'economia gener.1le dell'Italia. Le tesi che erano sostenute contro tali 'miti' provenivano prevalentemente da studiosi della sinisl!a ed appaiono di notevole interesse. Sembrano peraltro piuttosto opinabili poiché esse venivano citate più ad uso politico interno che ai fìnì di una conoscenza scientifìc:i vera e propria del fenomeno e quindi esse appaiono piunosto lontane da una serena ricostruzione storica del fenomeno, ricostn12ione storica che è invece lo scopo di queste nostre note, le quali tul· tavia, non potevano certamente e imersi dal citarle. Guardando al fenomeno migratorio nel suo complesso, sul piano dei numeri, a panire da.I periodo del secondo dopoguerra che possiamo fissare come compreso Ifa gli anni 1946 e 1976, non si possono non osservere quanto esso sia stato di vasca ponata. La tabella I che riportiamo in appendice offre un panorama completo dei vari movimenti migratori e conferma la dimensione dell'esodo: qllllsi seue milion.l e mezzo di italìani scelsero in quei trent 'anni la via clell 'esilio per lavoro ed anche se una cena parte di questa
L'ULTIMA FASE DELL'F.MIGIIAZJONE ITAIJANA
111
massa di emigranti è poi ritornata in pauia, il fenomeno rimane gigantesco. Ad esso, peralLro, si collega curiosamente una certa trascuratezza da parte degli storici anche dediti al fenomeno emigratorio preferendo essi riferirsi al 'grande periodo', cioè agli anni precedenti la prima guerra mondiale. L'analisi degli orientamenti emigcuori riferiti alle percentuali appare interessante: nel periodo considerato, che va dalla fine dei combarrimenti in Europa (8 maggio 19·i5) al 1976, l'espatrio avviene prevalentemente verso paesi europei (68,52%) ; verso il res(O del mondo vanno solo, si fa per di.re, un emigrato su tre, e cioè quasi due milioni e mezzo di italiani. T rimpatri sono sensibili e toccano nello stesso periodo il 69,0% deglì emigrati in Europa mentre rimane bassa. I.a percentuale dei ritomi dal resto del mondo (34,45%). U primo fenomeno del ritorno appare dominato dalla facilità degli spostamenti, mentre giocano contro il rimpatrio transoceanico il costo e le distanze. In questa analisi va anche souolineatO che il calcolo dei rimpatri non tocca solo coloro che erano emigrati nel periodo da noi considerato, ma riguarda il ritorno in patria di italiani residente all'estero anche eia molto tempo, italiani che le contingenze belliche nelle loro tragiche conseguenze per molte colonie italìane all'estero indussero a ripensare al loro avvenire in termine di abbandono del paese abitato magari da molti anni Per convincersi di queste presenze che mettono in discussione un automatico ma fallace rappono rra emigrazione e rimpatri lìmitato al solo periodo considerato, bastera ricordare che nelle regioni del nord Africa la fine della guerra corrispose ad una vera fuga degli italiani, fuga dovuta a precise imposizìoni giuridiche dl espulsioni o a valutazioni auconome degli interessati Così si sono ·liquidate' le presenze italiane in Tunisia, in Algeria ed In Marocco. Aluenanto avvenne in Egiuo dopo l'avvento di Nasser ed in Llbia dopo il colpo di S<aro di Ghecldaft. le circostanze geografiche e politiche di questi rimpatri sono molte, e cune andrebbero ricordate per dare alla cifra del 'rimpatrio' segnaci nelle tatistiche un loro vero significato. Quanto agli emlg.ranti-lavor.uori del periodo da noi considerato va ricordato che tra le scehe extr.1-europee l'America del Nord che occupava, nel periodo precedente 0916-1942) il 25% appare diminuì.la al 12,5%; lo stesso avviene per l'America del Sud che passa dal 19,8% al 12,5%. Alcune ahre ime· ressanti infonnazioni ci possono provenire dall'esame condono sui singoli Slati, sempre con riferime~ro al periodo precedenre: si vede così che la Francia passa dal 36% al 14%; anche gli Stall Un.ili sono penalizzati passando dal 24% al 6.5%; e così l'Argentina che dal 15,5% passa al 7%. Tre stati appaiono invece In fase di grande crescita e cioè la Svizzera che dal 7,5% passa al 31%; la Germania che dal 2% passa al 15% e ìl Canada che dall '1% passa al 6%. Ma dopo queste considerazioni di fondo conviene tornare alle posizioni che i vari governi della rirostruzione ebbero per sostenere in chiave internazionale l'urgenza di un'azione collettiva di collaborazione in vista dì una solidarierà
ROMAJI\ U, IIAll\t1!0
112
verso l'Italia. L'intento era quello di diffondere. specie presso il mondo occidentale che già risentiva de.i ricatti de.Ila guerra fredda come fosse importante lottare contro la disoccupazione, anche in chiave di lotta contro il comunismo, che si riteneva favorico da sottosviluppo e da disoccupazione. Gli Stati Unili presero a ritenere valida l'equazione povertà uguale a comunismo e quindi fu piunosto facile al governo italiano far comprendere come l'emigrazione, se, sul piano interno, facilitava l'economia italiana nella lotta contro livelli insufficienti di occupazione, rappresentava sul piano politico generale dell'Occidence, un notevole contributo allo sviluppo del mondo libero louando conrro la povertà diffusa, ritenuca prima causa della diffusione del comunismo. L'iniziale scrategla del Governo lcaliano e cioè l'attività diplomatic-.i bilaterale rientrava nelle normali strategie diplomatiche ed esse ebbero tanto più successo in quanto i principa.li stati europei si mostravano ansiosi di recuperare manodoperd italiana da inserire nel loro sforzo di ricostruzione al quale mancava disponibilità nazionali di braccia, L'elenco generale di questi rrauati appare impressionante: quasi onanta trauatl di questo tipo furono conclusi nel periodo 1946-1963 con gli stati europei ed oltre trema con gli sraci extraeuropei. Vale la pena di ricordarli. Accordi stipulati Belgio:
23 novembre 1945· 23 giugno 1946; 26-28 aprile 1947; 9 febbraio 19 9; 30 aprile 1948; 1 mano 1948; 20 ottobre 1950; 19 gennaio 1951; uilatera.le del 19 gennaio 1951 ; I agosto 1952; 5 marzo 1954; 10 dicembre 1957; 11 dicembre 1957; 9 gennaio 1958; 22-28 novembre 1959; 21 febbraio 1963 e cosi via. Francia:
22 febbraio 1946; 24 novembre 1946; 21 mano 1947; 15 maggio 1947; 3 febbraio 1948; 9 febbraio 1949; 31 mano 1948; 19 febbraio 1949; 26 marzo 1949; 19 gennaio 1950; 12 aprile 1950; 4 onobre 1950; 28 dicembre 1950; 19 gennaio 1951 ; 21 marzo 1951 ; 23 agosto 1951; 11 gennaio 1952: 13 febbraio 1952; 22 maggio 1952; crilaterale del 27 novembre 1952; 13 novembre 1954; 18 luglio 1955; 3 marzo 1956; 17-18 dicembre 1956; 28 dicembre 1956; 27 febbraio 1957: 19 settembre 1957; 25 gennaio 1958: 27 marzo 1958; 31 agosto 1959; 16 dicembre 1959; 21 aprile 1961; 3 senembre 1962; 17 luglio 1963; e così via. Gennan.ia:
5 maggio 1953; 11 marzo 1953; 12 maggio 1953; 6 dicembre 1953; 20 dicembre 1955; 1 marzo 1957: 20 febbraio 1961 e così via. Lussemburgo: · 6 aprile 1948; 29 maggio 1951 ; 22 senembre 1952; 25 ouobre 1954· 19 gennaio 1955; 16 gennaio 1957 e così via.
L'Ul:nMA l'ASE l'>lll.l.'l'.MICKA.210:-IE 11'AUA.'IA
Paesi Bassi: 20 ottobre 1948; 4 dicembre 1948; 28 ottobre 1952; febbraio 1955; 12 febbraio 1955; 5 ago.1to 1960 e cosĂŹ via.
113
giugno 1954: 1 I
Svizzera:
22 giugno 1948; 17 ago to 1951; 10 marzo 1960; 1 dicembre 1962; 18 dicembre 1963; JO agosto 1964 e cosl via, Anche con i paesi oltremare, si s1ipularono prestissimo molti accordo, ricorderemo quelli con: Argentina:
21 febbr.iio 1947; 16 aprile 19 7; 13 ouobre 1947; 26 gennaio 1948; 25 giugno 1952; 25 novembre 1957; 25 nove mbre 1958; 12 aprile 1961; giugno 1965 ecc.. Brasile: 8 ottobre 1949; 5 luglio 1950; 12 marzo 1953; 9 dicembre 1960. Cile: 1 gennaio 1949. Uruguay: 14 maggio 1952; 18 aprile 1961,
Australia: 29 mao.o 1951 ; J dicembre 1954; 20 - 21 agosto 1956; 29 seuembre 1959; 1 dicembre 1959; 4 gennaio 1960; 31 genniiio 19¡4 ecc .. Il con1e nu to di questi accordi non variava molto; si tratLaV'J di negoziare con la potenza o pilante condizioni di lavoro e condi1joni generali di lr:lll • mento adegua te alle esigenze di una esistenz3, si di lavoro, ma in contesto generale che potesse permettere a questi lavoratori di contare su delle struUure di accoglienza t li da far dimenticare le penose condizioni caratteristiche dell 'esodo degli emigranti iroliani dei periodi precedenti. Quindi era oggeuo di questi trai.tali tuu 'una serie di que tioni legate all'emigrazione, quali i contratti di lavoro, le retribuzioni le rimes.'ie, gli alloggi, i riconoscimenti sociali generali quali li ricongiungimento dei familiari, la scuoln al figli, l'~islenz:i per malattie e vecchla.ia ed infine l'eventuale rimpatrio a con.tratto finito. Le minute disposizioni contenute nei vari documenti dipl m:uici e la loro evoluzione sono alla base della moltiplicazione dei crmtati, visto che per ogni questione era lo Stato italiano che, attraverso i suoi organi consolari e diplomatici normali e talvolta attraverso speciali or&anismÏ, si rendeva garante della corretta applicazione degli impegni assunti da parte dello Stato ospitante e in linea generale della buona riuscita dell'emigrazione in oggeno di a cordi emigratori, e che nel caso eventuale si Impegnava a nego1.ian:: opportune varillnti all'accordo precedence-<5).
114
ROMAIN H, IIAl)U!MO
Vi era poi un aspeno internazionale interessante: molti organismi delle Nazioni Unit.e o In genere legati alle auivìtà lntemazionali del dopoguerra, si prendevano carico di !alunl a peul della tutela del lavoratori emigranti e ciò non nel solo caso llallano ma nel caso g nerale delle trasmigrazioni di lng nel gruppi di persone rese dagli eventi bellici o dalla succe siva sistemazione lntemazlonale veri e propri candidllti all'emigrazione, vista la loro situazione di 'di.splaced per.;ons'. Sono da ricordare in questo quadro, al quale il CllSO italiano si ricongiun e, una serie di negoziati lnlemazionali dei quali il piil importante fu la riunìooe a Montreal della Commissione delle Migrazioni del 26-31 agosto 1946. In questa confèrenza si era prospettata l'esigenw di realizzare una. convenzione con validil.à universal o quanto meno un accordo tipo per la collaborazione bilaterale. Questo obbiettivo non fu raggiunto in pieno ma in questa sede un ceno accordo fu possibile e molti accordi bilaterali conclusi anche dall'Italia tennero in debito conto le riflessioni di Mont.n.>:11. Le direttive fondamentali alle quali 12 politiCII multilaterale si i pirava erano le seguenti:
a) Ottenere il riconoscimento nell 'ambìto Internazionale del problema della sovrappopolazione italiana e della e igenza di risolverlo mediante la llbemllzzazione d gli scambi di manodoperu in Europa e l'abbassamento delle barriere migratorie verso I paesi d'oltremare. b) Agire contemporaneamente per una sempre maggiore rutela sodale dell 'emigrante e per la semplincazione delle pr',lliche amministrative che la riguardavano.
e) Ottenere la panecipazione internazionale per il fmanziamento del cmferimenti e del collocamento degli emigrali.
d) Incrementare le possibli~ di assorbimento della noSlr'.i emlgrazJone nel paesi d'immigrazione con la creazione di compagnie di colonizzazione e atU11verso VllJ'i programmi d'assistenza<6>, Un'altra tappa imponante su queS1a via della soluzione intemal.ionale fu raggiunta poco dopo, nel corso della conferenza del luglio 1947 tenutasi a Parigi tra sedld paesi per l'elaborazione del piano Marshall. In questa ede Il ministro degli Esteri Italiano, Carlo Sforza, ottenne che venisse creato uno peciale ComitDro per lo studio dei problemi relativi alle migrazioni di lavoro: dalle decisionl .cll questo Comitato che In agomo aveva Iniziato i propri lavori venne dato mandato all'Italia di organizzare a Roma una speciale Conferenza Europea per la manodopera. Er.i questa la prima volta in cui il problem:i dell'emigrazione veniva posto, non come problema di relazioni bilaterali, bensl come problema riguardante l'intera collettività internazionale. Gli Impulsi dell'Italia portarono ad alai incontri lntemazlonali: a Glnevra nel 1950, a Napoli nel 1951 ed in molti altri Incontri di minore risonanza. E di rutl3 questa artivit:\ diplomatica lntemazlonale Il giudizio appare positivo anche se i problemi
L'ULm1A PASE Dl!U.'EMIGRAZIO:-IF. ITAUA:-IA
11 5
speciflci legmi a specifiche emigrazioni non poterono essere sempre previste da ques~ indlc-dzioni generdli. ' Sul piano bilaterale dei negoziati emigratori dell'Italia, due casi ci sembrano interessanti: il primo relativo alla Franci:i, per la sua dimensione numerica e per la sua rìsonanza politica generale; il secondo, relativo al Belgio, per la sua specificità qualitativa, Con la Francia il primo accordo emigratorio venne concluso U22 febbraio 1946 e prevedeva l'ingresso in Frdncia di 20.000 lavoratori italiani reclutati tramite un organo specifico fr.incese, l'O.N.l. ossia !"Office National d'lmmigration'. E$<> doveva costituire l'i ntermediario obbligatorio tr-J le candldacure degli operai italiani e le industrie francesi; tra i suoi compiti figuravano la selezione In Italia dei candidati, l'attribuzione alle Industrie di questi lavoratori, la stesura dei contratti di lavoro e la sorveglianza suJJa loro rea le applicazione da parte del datori di lavoro. Organo complesso e· macchinoso questo O.N.1. ebbe un'esistenza travagliala e fìnl per essere privalo del monopolio del reclutamento e successivamente per essere soppresso. Le richieste degli industrfa.li fmncesl parvero sproportlonate aUe reali capacic:1 di quesLO organismo che solo nell'autunno del 1946 poté far giungere in Francia tramite il valko cli Modane da 150 .i 200 lavora tori al giorno, ciò che era troppo poco per le genera.li esigenze francesi. Fu quindi apena In fase dell'emigrazione liberd, negoziata cioè direttamente tr-J le parti e con un nuovo accordo firmato a Roma il 30 novembre 1946; le cifre previste per l'emigrazione pas.sarono a 200.000 unità di cui: 114.000 per l'agrìcolrura, 30.000 per le miniere, 25.000 per I lavori pubblici, 16.000 per la iderurgla e 15.000 per l'industria tessile. La realtà doveva essere più modesta: nel 1947 solo 41.117 lavoratori italiani giunsero effettivamente In Francia invece dei 73.000 previsti; e la queSlione dell'accoglienza poco generosa da parte degli ambienti francesi a questi italiani parve ridurre di molto le prospettive di arrivo. Quescl elemenli furono di osr.acolo all'arrivo di molti lavora1ori italiani e così, dal 1947 al 1949, soltanto 132.000 lavoratori furono. accolti. Dopo il 1950 la situazione parve mutare e l'emigrazione poté riprendere anche grazie al rinnovato clima di collaborazione stabilito tra I due governi di Parigi e di Roma sul piano politico generale. La cifra finale del periodo 1945-1955 ricorda 285.000 emigrati italiani stabiliti in Francia e questa cifra crescer.\ ulteriormente r.1ggiungendo, alla fine del 1976 la cifrn di 1.032.730 unità. Anche se rilevan1e, questo dato deve essere considerato solo lndicacivo: la realtà dovrebbe situarsi in una dimensione anche maggiore delle cifre ufficiali che risultano dal computo della differenza tra gli emigrati ed I rimpatri poiché un gr.in numero d i lavoratori, definiti s1.agionaJi o pendolari, decidera di stabilirsi definitivamente In Francia e quindi farà crescere di molto i consuntivi reali del periodo enza che di queste decisioni venga segnalato l'ammontare esano nelle statistiche ufficiali francesi o italiani Nel caso del Belgio che registrerà nello stesso periodo l'arrivo di ben 381.692 lavorJtori italiani, l'Inizio cli questa emigrazione deve essere fano risalire alla conferenza di Roma del 17-20 giugno 1946 nella quale si Ipotizzava l'arrivo di
116
ROMAIN rl, RAJNERO
50.000 lavoratori italiani da adibirsi prevalentemente alle miniere di carbone. Poco piìl di un aMo dopo, al 31 dicembre 1947, gll emigrati risultavano di 84.138 unità prevalentemente collocati nelle province di Liegi e nell'Hainaur ed adibiti all'estrazione del minerale. U contenuto di questo primo accordo era assai severo: • l'età non doveva superare i 35 anni (verrà poi Rssata a 40 anni); • i convogli erano fissati di comune accordo, nella stazione di partenza (Milano), con visita medica, controllo di polizia e firma del contrailo di lavoro: ne partìranno 80 nei primi due anni; • la durata del contralto era di dodici mesi "pena la detenzione prima del rimpatrio, il mancato rinnovo del passaporto e l'impossibilità dl cambiare lavoro prima di avere trascorso in miniera almeno cinque aMi"; • il diritto ad alloggi convenienti ("convenables") era stabiHro. Questo era il punto dolente del protocollo perché le autorità belghe dalle loro stesse ammissioni sapevano di poter disporre soltanto di alloggi per 9.591 celibi e 431 posali ed i lavoratori arruolati erano oltre ;0.000; • il vino, per quanto possibile. era assicurato ln confoanìt.à alle abitudini allmentari dei nuovi venuti; • erano assicuraci condizioni di lavoro, previdenze sociali e salari alle medesime condizioni di quelle stabìlite per i minatori belgi; • gli assegni familiari erano garantiti alle pari condizioni dei lavoratori belgi; • un interprete doveva accompagnare ciascun convoglio in partenza; • nei cinque bacini il Governo italiano avrebbe dovuto delegare una persona di fiducia incaricata di a sicurare i buoni rapporti dei lavoratori con i datori di lavoro operando per li miglior benessere degli emigrati. In pratica questa serie di disposizioni non garantirono in via generale una sistemazione soddisfacente agli emigrati, i quali spesso chiesero di ritornare in patria. Tuuavia dopo Il 1947 una serie di nuovi accordi riusd a migliorare le condizioni di vita degli italiani in Belgio, specialmente per quanto riguardava le abitazioni che, in partenza, erano baracche di campo di concentramento costruiti dai tedeschi e che non assicuravano neppure le minime condizioni di vita. Un'altra considerazione riguarda la sicurezza del lavoro: tra il 1946 e il 1955, ben 488 Italiani trovarono la morte ndle miniere in sciagure di cui la più rilev:ime fu quella di MardneU clell'S agosto 1956, con 136 mortl italiani sui 262 morti complessivi, italiani dei quali 28 provenivano dallo stesso paese: Manopello negli Abruzzi. Un elemento decisivo che intervenne a proposito dell'emigrazione italiana fu la crisi del carbone che portò alla chiusura di moire miniere che in cinque anni passarono da 120 0957) a sole 61 (1962). Tenendo presente questa evoluzione gli italiani in pane rimpatriarono ed in parte si diedero ad occupazioni diverse dal lavoro in miniera. Pertanto si può ritenere interessante rilevare l'andamento dl questa presenza attraverso la t11beUa seguente:
L'ULTIMA PASE OfU'l!MlGRAZlONE ITAW,NA
117 BBLGIO
ANNO
PERSONE ESPATRIATE
PERSONE RlMPATIUATI;
TOTALE
1946 1947 1948 1949 1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963
24.653 29.881 46.365 5.311 4.226 33.308 22.441 8.832 3.278 17.073 10.395 10.552 3.947 4.083 4.915 3.152 3.141 1.626 2.876 4.537 3.885 3,939 3.749 3.517 3,338
3.329 6.134 !6.044 10.433 4.038 9.431 3.297
-21.324 -23.747 -30.321 +5.122 · 188 -23.877 -19.144 -8.239 -3.182 -15.873 -9.195 -9.443 -2.681 -2.397 -3.13'1 -J.226 -1.o64 - 138 -1 .061 -2.065 - 994 - 812 - 556 - 283
1964 1965
1966 1967 1968 1969 1970
593 96 1.200
l.200
l.109 1.266
1.686 J.781 J.926 2.077
1.488 1.815 2.472 2.891 3.127 3.193 3.234 3.260
- 78
Alla fine del nostro discorso, possia no ricordare che, al 31 dicembre 1970, che segna un po' la fine del periodo eroico e 'carbonifero' della presenza Italiana, gli ilalianl in Belgio erano 249.490 unità uddivisi nelle tre regioni di Bruxelles (28,354), della Vallonia (196.784) e delle Fiandre (24.352). Ed è questa una colonia che malgrado la chiusura belga all'immigrazione decisa nel 1974, d.\ agli italiani una presenza importante nel riguardi della popolazione straniera presente in Belgio toccando il 35,83%, con svilu ppi demograficl importanti di italo-belgi, circadini belgi di pieno dirino, oramai ioteramence inseriti nella vira del paese e lontani dalle vecchie realtà emigratorie del dopoguerra che avevano provocare l'esodo dei loro padri.
ROMAIN H l!AINERO
118
TABEllAI Il movimento migratorio ltallano ne.I dopoguerra (1946-197S) RIMPATRI
ESPATIU Anno
E'.uropa
Alai
Totale
Europa
corulnenU
1946
103.on
7.200
110.286
1947
192.226
61.918
254.144
3.958 5SA20
1948
193..303
1l5.212
308.515
101.691
1949 1950
94.959 54.927
159.510 145.379
254.469 200.306
1951
1 9.206
143.851
293.057
1952
1 4.098
1953
112.069
133.437 112.602
2n.535 224.671
1954
108.557
142.368
250.925
1955
149.026
147.800
296.826
1956 1957
207.631
137.171
344.802
236.010
105.723
341 .733
1958
157.800 192.843 309.876
97.659 75.647
255.459 268.490
7 .032
383.908
329.597 315.795
57.526 49.816
235.134 216.4
42.477
365.611 2n.611
41.984
2S8.482
232.421
50.222
282.643
1966
219.353
n.1
l
296.494
1967
166.697
62.567
229.264
91.680 38.3n 53.4 I 72.151 71.463 76.183 86.34 120.150 121.m 98.006 132.275 166.414 182.496 210.575 206,685 174.210 187.939 200.919 162.337
1968 1969
158.462
57.251
215.713
I 2.4 8
139.140 115.114
43.059 36.740
182.199 151.854
120.642
1970
1971
1.33' 132
34.589
1972 1973
I IJ .908 98.970
29.9« 2 .832
1974
87.060
24.960
161.n1 141.852 123.802 112.020
1975
72.025
1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965
TolAJc 5.036.914
387.123
Altri orulncntl
Totale
Emfgraxionc netta
600
4.SS8
105.728
10.109
188.615
17.570
65.S29 ll9.26J
20.946
118.626
33.657
72.034
135.843 128.272
38.463 24.749
91 .904
201.153
96.900
180.635
31.575
103.038
121.633
189.254
31.017
107.200
32.239
118.S83
143.725 178.243
35.143
155,293
189,509
163.277
178.456 116.421
35.300 41.032 23.846
139.038 156.121
25.821
192,235
27.700
210.196
176.927
18.513 14.465
229.088 221 .150
15.9S8 8.437
190.168
136.523 56.461 68.314
196.376
86.267
5.567
206.486
90.008
6.991
169.328
59.936
150.027
112.933 105.927
7.579 22..656 29.570 22.645
143.298 142.503 128,572
65.686 38.901 9.351 39.149
113.657
24.589
138.246
3.606
98.970
23.397
122.367
1.435 .. 4.688
96.359 20.349 116.708 20.641 92.666 101.948 20.826 122.774 2313.267 7,350,181 3-519,575 671.309 4.190.BM
112.369 191.673
+30.108
3.\9W93
L1JLT!MA FASE DELL'P.MIGRAZIOl'IE rTAIJANA
119
TABEUA Il
L'emigrazione italiana nella sua evoluzione storica {1876-1976) Destin3zione
1876-1915
%
Francia
0.5 37489 0.2 1715510 12.0
Germania
1225820
CEE
3048300 22.0 1340260 9.5 613n50 44.0
Gran Bre12gna Benclux
vl7.zera Europa
69483
8.8
%
27713
0.5
115850
1946-1976 166402
.
2.0
2.5 1568980 36.0
381692 5.0 1032730 14.0
2.0
1137810 15.0.
l801470 41.0
2718590 36.0
319184 7.5 2245660 ;1.5
2330230 31.0 5109860 68.5
88907
1.0
440796
Usa
4156880 29.0
1045850 24.0
488483
6.5
Amerio del Nord
4305450 30.5
1093590 25.0
929279
12.5
Brasile
107516 672052
15.5
5298 826716
500116 260048
America del Sud
9.0 1795860 13.0 19720 3317170 23.5
19.0
944518
America
7622650 54.5
1920280 44.0
Canada
Argentina Vcnezue.la
Oceania
Africa Asia
148565
1.0
1916-1942
1225120
18437 237966 15294
1.5
47762
2.5
124227
6.0
1.5 7.0 3.5 12.5
1873690 25.0
49144
I.O
36o708
5.0
133324
3.0
88852
l.0
6788
13958
Destinazioni eX1ra-europee
TOTALE
7894360 56.0
2109530 48.0
2337220 31.5
14027100 100.0
4355240 100.0
7447330 100.0
l'ontc, l'tvcro L, T~lo G., "Cenl';nnl di Emlgrailone ltlllan:i (1876-19 6)• n R050II G , Un s«allJ di Emlgmdone 1/a/Uma. J8'J6. 197t>, Centr0 Studi Hmfgrazione, Roma, 1978, p. 19, }4 et 39,
uo
llO~Wl'I I I llAINEllO
TABELLA lii
Paesl dJ destlo.azlone dcgll emigranti ital:lruù (1946-1976) Oceanin Alll'Ì S.0% l.S'il>
Em.lg,azlone ecoodo I contlnen.tl
America del Nord 12.S'il>
6uropll
68.5%
Oceania S.0%
Argentina
7,0% Bmsllc
,.s<X.
S1111ì Unili 6.5%
EmJgrazl.onc secondo sJ.1 stati
L'UL"nMA FASI! DELL"EMIGRAZIONE ITALIANA
121 NOTE
(I) Se ne vedano gli echi in gcn. Oc Gaulle, Mémoiros de g1.erre, Parigi, Plon, 1omo 3.
p.
568 e 56<).
(2) ·u l'onle", Firenze, 30 novembn! • 31 <llccmbr,, 197~. Numero speciale: émigmz/0110. Cento 011111. 26 milioni, di olue 470 pagine.
(3) P. Cln:mnl, I.a scelta del governo Italiano 11el seco11do dopoauerra, in "li Ponte·. ciL p. 1348.
(,0 R. F. Foes1er, 1be llalla11 Emfgrallon of Our 11me, 1919 e E. Seren.1, // capitalismo 11e/le campasne, Torino, l!lnaudl, 1980, p. 359. (S) In l '/lalla e la politica di potl!Tlre In Ei;ropa (195()./960), Milano, Marzor:ui, 1992, p.
526. (6) •La Pollllc:a Multila1erale dell'Emlgr:izlone-, Documlllltl di Vita /la/lana, giugno 1953,
PARTE III 1A RIPRESA E L'OPINIONE PUBBllCA ITAUANA
LA VISIONE DEI SOCIALISTI E COMUNISTI SULLA RICOS1RUZIONE
MARCO
Cuzzt
Con la fine del conflino e la ripresa poUlica, rune le forze organizzate della sinistra europea (pan.ili, sindacati, centri di studio, fondazioni politicoeconomiche e politico-culturalO dovettero affrontare - per la prima volta nella loro storia recente - il tema della ricostruzione economica e sociale delle singole nazioni, uscite stremate da quasi sene anni di guena e di occupazioni straniere. Mentre dopo la prima guena mondiale il dibanito si era concentrato principalmente su temi quali la òconversione industriale e la riclassificazione nel tessuto sodale dei reduci dai fronti, dopo il 1945 sl trattava di dare risposte concrete a problemi inerenti tanto La ripresa di quel meccanismi produttivi quanto quei corrispondenti ruoli sociali delle varie classi, che erano stati intelTOtti e in alo.lni casi t.otalmeote ellminatl dal conflitto. In generale, i partici e le organizzazioni della sinistra europea affrontarono queste remariche tentando di individuare una connessione tra equilibri politici e pianificazione economico-sociale. Circa gli strumenti operativi, ogni partito della sinistra, a seconda delle sue scelte ideologiche, evocò applicazioni di principi differenti e ralvolca antitetici: dal più classico dei riformismi socialdemocratici, al collettivismo sovietico, ai principi massimalisti bolscevichi, al "planlsmo• rivoluzionario, all'austro-maixismo. Al di là delle specifiche caratteristiche, si riscontra indiscutibilmente il rilevante ruolo che partiti quali la Spd tedesca, il Labour britannico, la Spoe austriaca, la Sfìo francese ricoprirono nel rilanclo delle economie delle proprie nazioni. "Di tutte le esperienze del periodo della ricostruzione• avrebbe serino Valerio Castronovo •quella italiana è, senza dubbio, la meno rilevante" m. Maocò in lralia l'oailità che gli alleati riservavano per esempio alle proposte di pianificazione presentate dalle forze politiche tedesche; si ebbe un coosol.idato, e sostanzialmente intonso, apparato statalizzato di diretta derivazione fascista; soprattullo, mancava nella sinistra italiana una cultura di governo che potesse farle affrontare I problemi economicì risolven-
126
Mi\~CO CllZZI
doli o perlomeno tentando di risolverli. Dinanzi a ule scenario, venne meno una seria e concreta proposta delle sinistre, le quaU non andarono molto oltre nlcunl slogan e prese di posizione di principio. I programmi delle sinistre sarebbero 5tati vincolati a un'auenzione eccessiva verso In situazione politica contingente, come fu il caso del PCI, oppure a disegni d1 massima difficilmente realizzabili, flnanco utopistici, come nel caso del PSI. li risultato di tutto ciò fu l'esdu io_ne delle ioiStre italiane dai processi di ricostru.zlone del Paese. Mancando una credibile controparte, 1a gestione della rico.,cruzione fu materia esclusiva delle classi dirigenti economiche, dei poteri industriali e finanziari italiani. Paradossalmente, la volontà di PSI e· PCI dì coinvolgere le da.ssi lavoratrici nel processi di ripresa econornie1 fu la causa stessa della loro escJu Ione. Scrive Casuonovo: •AJmeno sul versante della politica economica.1 i paruti della sinÌSIJ'3 furono sconfitti, prim anoora che dagli avversari, dai loro stessi errori dl valutazione, daJle divì ioni interne, e soprartutto dalla loro iocapackll di proporre una politica sostirutiva a quella del l!berisll, che non fosse sol13nto una fonnula tattica o un'esercitazione ideologica senza rempo e senza spazio" Cl), L'nspeuo più epidermico e manffesto derla visione del.le sinistre italillne sulla ricostruzione fu l'ìnterpretazione che esse diedero al termine stesso. Ricostruzione Intesa, cioè, come "costJUire df m,ovo· oppure come "costruire ex nOllO" ? Due erano quindl I alternative che i presentavano nell1talla liberata e democratica. Da un lato, riportare l'Italia allo status quo ante la guerra e il fascismo, ricreando, anzl restaurando, gli antichi ordinarneml llberali, contaminati magari da quello statalismo fascista sopravvissuto al confllno e alla cnduca del regime . In pratica, la ricostruzione-restaurazione avrebbe riproposto nel Paese qu !l'antico blocco dominante d1 origine crisptna, nato alla fine del secolo precedente dalla sinergia tra U latifondlsmo meridionale e I ceti industriali del nord all'Insegna del protezionismo doganale; un blocco sostanzìalmenre riproposto - anche in termini prote:iionistlci celati dietro la reazione autarchica alle sanzioni - dal Regime fasciSl2. l 'alte.matlv:i a tale disegno era la •costruzione ex nOtJd' di un'JtaUa diversa e contraria alle precedenti, con nuove caratteristiche economiche e sociali di stampo, come veni a allora definito, •progressivo•, un1taJia, quindi, dove le classi lavoratrici avrebbero abbandonato i ruoli d i oggetti per divenire soggetti e parte determinante della gestione dei fattori produttivi. A tale, retorica domanda, enol e Togliatti risposero, a seconcb della situazione politica conlingent.e. con diverse prese di posizlone. Nella fase collaborativa con la Democr.12.ia Cristiana, questa J>O$lzione delle sinistre si esplicitò in una son.a di "vigilanza• contro qualsiasi deri~ reazionaria; dopo il maggio 1947 e la fìnc del tripanito, la posi:iione divenne un'accusa, continua e talvol.ta ripetitiva, landaia contro il governo dai banchi dell'opposizione. In quest'ultbno caso, la contrapposlzìone
I.A VISlONI! 01!1 SOOALlsn I! COMUNlsn SUu.A RJOOSi11UZlONI!
127
frontale delle sinistre ai gabineni De Gasperi si risolse, sui temi della ricostruzione, in una critica radicale e fìnanco sterile, priva cli reali alternative alle iniziative dei governi: la visione delle sinistre sulla ricostruzione negli anni compresi tra il 1947 e il 1954 si risolse in una serie di accuse, in sintonia con il clima di contrapposizione frontale scarurito dalla guerra fredda e dalla divisione in blocchi. li sostegno alle industrie fu intepretato come un pauo di alleanza tra De Gasperi, la Fiat, la Montecatini, la Burgo, la Soia e le altre principali concentrazioni private; gli aiuti al meridione, attraverso gli stanziamenti straordinari e la Cassa del Mezzogiorno, vennero criticati qualì espliciti sostegni alle baronie mafiose e clericali; il rilancio dell'ìndustòa dì Stato come una mera restaurazione delle creature di Beneduce, da un lato vincolate alla Confindustria (e quindi prive della caraneristlca di base della statalizzazione, e ci~ l'effettivo controllo di esse da pane della cosa pubblica) e dall'altro asservite a interessi politici e economici deì partiti di governo. La restaurazione, temuta e vigilata negli anni della collaborazione governativa, era ormai - agli occhi di Nenni e TogUanl - un dato di fatto da combattere con ogni mezzo. Fin qui l'aspeuo più epidermico, propagandistico della vicenda . Andando runavia oltre la dimensione elettoralistica e parlamentare della visione delle siniscre, emergono ne.Ile posizioni dei due principali paniti - PSI e PCI - alcune distinzion.i anche profonde, prodromi delle future scelte che entrambi avrebbero preso nei decenni successivi. Per meglio comprendere tali specificità è necessario analizzare tre importanti convegni delle sinistre convocaci era il 1945 e il 1948: li Convegno economico comunisca "Ricostruire" dell'agosto 1945, la Conferenza economica socialista del novembre 1947 e la Conferenz.a economica nazionale del Fronte democratico popolare del marzo 1948. Dal Convegno "Ricostruire", convocato da Togliatti Immediatamente dopo la fine del conflitto, emersero anzlrutto i limiti nella visione che i comunisti davano al tema della ricostruzione. Al di là dei già citali slogan concernenti la "vigilanza" contro le derive reazionarie, fu lo stesso Togliatti nel suo 1discorso conclusivo a souolineare le carenze di proposte che si potevano lamemare al temline della kermesse. "( .. .) è venuto alla luce un ceno disorientamento a proposito di certi problemi concreti e una divergenza molto grande di opinioni tra singoli compagni a proposito di questioni generali. ( ... ) È la prima volta che il nosLrO panito si crova nella situazione di dover affrontare problemi economici così difficili e complicati con una posizione non soltanto critica, ma costruttiva. Nel passato siamo sempre stati abituati a criticare singole misure economiche concrete (. .. ) . Ma il nostro Partito non ha avuto fino ad ora una linea economica costruttiva concreta". Al di là della bonomia del tono, risulta esplicita l'irritazione del leader comunista dinanzi alla genericità delle proposte emerse nel corso del convegno: "Tutto questo
128 non mi stupisce", proseguiva Togliatti •ma iccome la situazione economica si aggrava e abbiamo davanti a noi la pro.speniva di anni di duro lavoro per dare ordine all'economia del Paese, bisogna sforzarsi di avere idee mollo chiare sin dall'irùzlo" Ol, Quella che avrebbe dovuto essere una condusione del Segretarlo generale del Partito si rrasformò di fimo In una piattaforma programmatica destinata a circoscrivere l'azione del comunlsli Italiani entro un cracclato Il più reallstlco possibile, escludendo ogni •entusiasmo rivoluzionario": "Siamo decisamente contrari ad ogni politica e ad ogni misura che, consapevolmenle o inconsapevolmenle, porti a una soluzione catastrofica della situazione fl2llana" <~>. La linea generale del PCI nel campo economico veniva quindi riassunta ln alcun! punti fondamentali. An211utto, opposizione a qualsiasi politica infla1tlva, la qua.le avrebbe colpilo gli in~eressi delle categorie a reddito fisso, che Togliatti individuava espllcil.amente nei dipendenti dello Stato, nei funzionari, negli impiegati. Opposiz.lone alla politica dei sussidi (la politica "del pane gralls') al.la quale li leader comuniscl concrapponeva una "polilic.i di produzione•, e cioè la creazione di nuovi posti di lavoro anraverso nuovi Investimenti scatalL Il PCI sarebbe scaco Inoltre favorevole all'industria privata quale artefice del.la riCOSlruzìone: "Voglio dire che anche st" fossimo al potere da soli, faremmo appello per la ricoslruZione all'iniziativa privata, perch~ sappiamo che vi sono compiti a cui sentiamo che la società italiana non è ancora matura" m. L'affermazione, esplicita e lapidaria , era una ri5~ta di Togliatti a tutte le voci "vetero-bolsceviche" d'estrazione panlglana, se non secchlana, che sin dall'aprile 194S, avevano ipotizzato una trasformazione della guerra dJ liberazione in Insurrezione rlvoluzlonari.J anticapruùistica. li capitale prlv3tO rimaneva per il leader comunista un soggeno di primaria importanza nella ricostruzione. Un soggetto che non doveva essere "disturbato• da alcuna ln1erferenza governativa: "La rivendicazione di un plano economico nazionale in questo momento, sopr:mutto se posta come condizione per dare un grande sviluppo ali' Clivi~ ricostruttiva del p:aesc, secondo me è u10pls1ica ( ... ). È certo che vi sono p:anl dell'economi.a italiana che polronno essere phl rapidamente ordinate secondo un piano, data la situa.zlone stessa che il fasci mo d ha lascialo In certi senorl. ( ...) Ma una pianificazione generale della nostra economia ripeto che la ritengo oggi utopistica, il che vuol dire che dobbiamo lascia.re un campo vasto all'inlz.iatlva privata tanto nella produzione quanto nella dlsuibuzione e nel.lo scambio" <6>. Quindi, anche le voci di chJ, all'Interno del Partilo, evocava applicazloni della pianificazione In ano in URSS venivano ridotte 31 silenzio. Naturalmente, Togllatti prevedeva un "corurollo econonùco" da parte delle forze democraliche e del parlamenco. Si doveva sorvegliare affinché la libertà specu~.itiva dell'lmprendllore non degenerasse In fomte, oltre che di monopolio. di · r:iJ?ina, d i speculazione e di corruzione~. Ma il controlJo doveva
LA VJSJO. E DEI SOCLWS11 E COMUP.1ST1 SU1.U RICOST1!UZION
129
fermarsi a una mera verifica della legiuimità deU'iniziativa privata. L'ullimo lema inerenle al ruolo dello Staio, veniva affrontato dal segre1.:uio comunista con altreuanta esplicita realpo/lllk. •10 ritengo che determinate nazionalizzazioni le possiamo proporre dopo avere scudi:llo la cosa con attenzione e senso di responsabilltà. ( ... ) Si badi però che noi non vogliamo burocratizzare nessuna pane dell'economia nazionale. Se per nazionalizzare la 'Fiat ' dovessimo lraSformarla in un'officina di Stalo con operai, impiegati e funzionari inquadrati come nei vari gradi dell'amministrazione dello Siato sarebbe una cosa sbagliata. Se vogliamo nazionalizzare un determinato complesso produuivo, dobbiamo farlo in modo che esso non perda il suo caranere industriale• m. li discorso di Togliani si concludeva con un appello al lavoratori affinché aumentassero i rendimenti, che rappresentavano la condizione affinché le conquiste democratiche si fonda~.ro u basi economiche solide, e ai sindacati e alle altre organizzazioni di massa affinché vigilassero su ogni tentativo dì sabotaggio. li realismo, nell'otti.c a di una collaborazione con le forze moderate, suggeriva al leader comunisfa la presentazione di un programma depurato da ogni suggestione rivoluzionaria, bolscevica o colleuivista, sino al punto da avvicinare, paradossalmente, il PCI alle posizioni del liberismo pilÌ estremista. ~Pur partendo da un'lmpostUlone del tutto diversa da quella dei liberisti". avrebbe serino Castrooovo, • i comunisti finivano cosi per convergere sulle stesse posizioni pre-keynesiane di Einaudi. ossia sul riconoscimento dei vantaggi assicurati al processo di sviluppo dai meccanismi concorrenziali classici, mentre l'avversione al monopolio veniva trasferila anche alle forme d'intervento e di controllo pubblico" <8>. Le posizioni dei sodalisli, elaborate in una serie di com1egnl nei mesi successivi alla kt!rmesse del PCI (sessione del Comitato centrale del PSIUP sulla piattaforma economica sodalist.a dell'ottobre 1945; convegno economico del PSTUP del marzo 1946; programma del PSIUP per La Costituente ecc.), si condensarono nella Conferenza economica del PSI dell'S-9 novembre 1947. A differenza dell'impostazione dei comunisti, così chiaramente espressa da Togliatti l'anno precedente, i socialisti non respinse.re a priori l'idea di un piano economico per la ricostruzione del Paese: anzi, venne ribadita la necessità di un controllo pubblico sulla ricostruzione. Quel •governo dell 'econom.ìa". sostanzialmente respinto da TogliaUi, veniva rilanciato - si direbbe polemicamente - dal PSI e soprammo da Rodolfo Morandi. Per l'ex ministro dell'Industria del governo tripartito, una politica di piano - di fatto sempre esistita io tutte le piattaforme programmatiche dei goveml dalla fine della guerra - lrOvava la sua necessità ne.I ruolo che in tale pianificazione avrebbero ricoperto i Consigli di gestione aziendali: "ui politica del piano ( ... )", aveva dichiarato Morandi nel marzo 1947 "richiede, per prima cosa, che si porti nelle forze operanti della prodwJone la consapevolezza dei fini che ad
130
MARCOCUW
essa sono assegnati". Occorreva quindi la partecipazione attiva e diretta della classe lavoratrice, la quale "è anche in definitiva chiamata a sostenere lo sforzo massimo e H maggiore peso". Le forme attraverso le quali i lavoratori avrebbero ricoperto U ruolo determinante nel pla no per la ricostruzione sarebbero stati quei Consigli di gestione, tenacemente voluti dallo stesso Morandi, ai quali sarebbe stata demandata "l'esecuzione del piano nel vivo cli esso" (9) , Morandi quindi vedeva nella politica di piano esattameme ciò che Togliatti temeva: uno strumento per trasformare radicalmente i rapporti di forza nel Paese e per accrescere il peso, economico oltre che politico, delle classi lavoratrici. "li piano socialista", secondo Morandi "è ispirato ad una concezione rivoluzionaria e informato ai principi di lotta di classe (. .. ) . li piano sociallst:1 si fonda su una azione che, portata a svolgersi dall 'interno degli ordinamenti capitalistici, è indirizzata nel senso di dislocare incessantemente l'equilibrio del sistema, fino al completo rovesciamemo dei rapponi di classe" <10>. La Conferenza economica socialista del novembre 1947 avrebbe chiarito denagliatamente il "piano" che avrebbe dovuto governare la ricostruzione. "La pianificazione è un'esigenza naturale e spontanea dell'economia collettiva, qualcosa di congenito ad essa·, avrebbe dichiarato Morandi nella sua relazione dal titolo signifi01tivo: "Piano economico e riforma di struttura" 00. In dieci anni si sarebbe dovuta raggiungere la piena occupazione, con la cre:11.ione di quauro milioni di nuovi posci di lavoro, e l'elevazione del tenore di vita delle classi lavoraaicl attraverso un investimenco nell'industria di circa 200 miliardi all 'anno per un totale di duemila miliardi. Al di là dell'onimismo forse esagerato dei progetti socialisti, è importante sottolineare il sostegno del PSJUP-PSI ad una politica di intervento dello Stato. Poco propenso agli accordi con le forze moderate, soprattutto in seguito alle secessioni socialdemocratiche, li Partito socialista di enni, Morandi e Dasso sembrava distinguersi, e non di poco, dalla realpolilik togliartiana: lo Stato che avrebbe dovuto intervenire nell'economia non avrebbe potuto essere altro che lo Stato a guida socialista. Nei discorsi di Morandi l'iniziativa privata, il cui ruolo veniva continuamente ribadito da Togliatti, assumeva una funzione di sfondo, quasi ausiliaria rispetto all'intervento dello Stato. L'interventismo evocato dal PSI di Morandi si applicò anche sulla difficile problematica del rilancio del Mezzogiorno. Anche su queSLo tema si assistette ad un allontanamento dal PCI. Laddove Togli.a.ni ribadiva l'importanza di uno sviluppo agricolo del sud, e quindi la voloncil. di volere mantenere il meridione d'Italia ancorato al settore primario, il PSI e soprattutto Morandi in qualità dl ministro dell'Industria avevano sostenuto la tesi dell'industrializzazione del mezzogiorno mediante un intervento pubblico-privato organizzato (si potrebbe dire pianificato) da una associazione ad hoc. la Svimez (Associazione per lo sviluppo industriale del Me7.z.ogiorno). "L'impostazione industrialista " ha
LA VISIONE DEI SOCLWST1 .E COMCNISTI SULLA IUCOSTltUZJO~
131
serino Valdo Spini •era anch'essa qualcosa di originale nel meridionalismo deUa sinistra icaliana in cui era assai fone l'influenza della posizione agr,uista del partito comunista• 0 2>. Animato da quello spirito leninista di rui non fece mai mis1ero, Rodolfo Morandi, nella visione sulla ricostruzione, aveva superam il PCl realìsca e po.,;sibilisca di Togliatti, evocando quei progetti "pianisti" e "sovietici" che il leader comunista aveva con fatica escluso dal dibattito economico del suo panito. L'evoluzione della situazione politica ridusse le distanze tra i due partiti circa la visione sulla ricostruzione. I.a scissione di Palazzo Barberini e la fine del terzo governo De Gasperi, con la consegueme fuoriuscit:i dalla maggioranza dei socialcomunisti, ebbero come conseguenza la nascita dell'a lleanza politico-elettorale tra PSI e PCt e quindi del Fronte Democratia> Popolare. L'egemonia comunista sulla coalizione emerse anche nel programma economico comune. li 31 mano 1948, a pochi giorni dal VO!O, venne convocata la Conferenza economica nazionale del Fronte: Morandi, affiancato dai comunisti ScoccirnaTTO e Pesenti, fu incaricato di redigere la pianafonna conclusiva. Leggendo il 'Programma del Frome democratico popolare" si rileva una sorra di osmosi tra le posizioni dei due principali partiti della sinistra. Un'osmosi sbilanciata verso il PO, poiché delle antiche posizioni socialiste restavano sol1.a nto gli spunti polemici verso le forze moderate, menue, di fatto, il programma comunista appariva S0Slan7Jalmente invaria10: solo sul 1ema della nazionalizzazione i dubbi che Togliaui aveva e ·presso nel 1945 erJno stati defini1iva menre dipanati. La piattaforma economiai frontista concentrava grande pan·e della sua attenzione sui •gruppi monopolistici e finanziari" che, a1traverso il monocolore democrisliano, gestivano per propri in1eressi la _ricoscruzione. Venivano quindl lanciate parole d'ordine quali le rifonne cli strutrura atte a comrastare le concentrazioni monopolistiche, mcdianre la nazionalizzazione dei principali gruppi privati d 'impon.anza strategica (come, ad esempio la Montecatini), la demoaatlzzazione degli Istituii di crecUto e delle altre industrie private aurave:rso l'auivazione dei consigli di gestione, la riorganiz2azione deU'IRI e il uo distacco dalla Confindustria, l'espropriazione della grande proprietà 1erriera, una generica eliminazione della disparità economico-sociale tra nord e sud Da una prima analisi parrebbe che il programma frontista avesse adottato numerose posizioni mor.indiane. Tuttavia, va rilevaca l'assenza assoluta di qualsiasi riferimento alla pianificazione economica. U fulcro dell'azione del PSI e in modo particolare di Rodolfo Morandi era stato comple1a.mente eliminato. L"eliminazione della politica di piano dal programma frontista dimostrava la vera, incontrastata egemonia toglialtiana suJl'aJlean7.a e al contempo la lenta, inesorabile t.rasfomJazione del Partito socialista nel "partito ausiliario" del PCL Adeguandosi, Morandi rinunciav-J di fano alla sua collocazione 'piìl a sinistra·. quasi leninista e bolscevica. rispetto al realismo del PCI.
132
MARCOCVZZJ
Togliani, conscio del rischi che il collocamento all'opposizione avrebbe compon.ato in 1ennini di estremizzazione della lotta, convinto al conlempo della necessità che la sinistra non si blindasse dietro slogan che avrebbero poruto terrorizzare le classi moderale, aveva ellmlnato dal programma qualsiasi riferimento all'in1erven10 dello Stato che potesse evocare lo "spettro" sovietico e colle1llvista. Inoltre, la pianificazione era letta da Togliatti, e quindi dal Fronte popolare, come un'arma da consegnare nelle mani del sistema capitalistico, che avrebbe accenrua10 il dominio del monopoli: posizione questa, come ricorda lo Spini, assuma dal movimento comunista ln1emazionale cm. Ma al di là dei tatticismi e dell'onodossia del segretario comunista e delle rinunce socialiste, l'elemento principale dell'azione delle sinistre dopo il 1948 sulla ricostruzione fu la scarsa conoscenza dei nuovi schemi e delle nuòve strutrure che si erano create in Italia negli uhimi vent'anni. Parlare cli "restaurazione" dinanzi al ruolo giocato in modo particolare dalla sinistra cattolica sulle que-s1ioni socia li - la quale, insieme alla socialdemocrazia e ai repubblicani assunse il ruolo di controparte rispetto ai liberisti estremisti della destra DC e del PLI - e dinanzi alla crescente impon.anza dell'industria di Staro, dimostrava la mancanza nella sinistra dl un'adeguata conoscenza del significato che la ricostruzione, e il sistema produttivo, avevano assuolo. Gli anni successivi furono cara1terizza1i dallo scontro politico tra i governi centristi e l'alleanza post-frontista. La ricostruzione veniva onnai lena, come è stato ricordato come una restaurazìone liberista che escludeva le "masse lavora1rlci" . E in effetti, Il confronto tra le sinistre governative (Dossetti, Saragat, il PRJ) e i liberisti avrebbe visto la prevalenza di questi ultimi. "( ...) Lo schieramemo lìberista riuscì ad avere la meg.lio, sfruttando da un lato le debolezze della sinistra e facendo leva, da.ll'altro, sul gruppo clirigente democristiano interessato, pii) che al neovolontarismo riformlsta della sinistra di Dossetti, a coprire lo spazio politico fra la destra moderata e il centro, in rappresentanza dei ceti contadini ereditati dal vecchio Pani10 popolare e dei nuovi strati piccolo-borghesi cresciuti souo il fascismo nel settore terziario e nella burocrazia" ' 141. Arroccate sui banchi dell'opposizione, le sinistre si au10esclusero dal confronto tra riformisti e liberisti e contribuirono all'affermazione di queUa politica cleflazionista che caratterizzò la prima parte degli anni cinquanta, appesantendo i costi socmli della ricostruzione e allungandone I tempi di realizzazione. Lo scontro elettorale del 1953 contribuì ulteriormente a aumenta.re questa incomprensione, e la sinistra si presentò arroccata su posizioni In gran parte superate dagli eventi. "Quali erano•, si domandava Scoccimarro io un intervenro al Consiglio Nazi~nale del PCI nel marzo 1953 "gli impegni assunti dalla Democrazia Cristiana, alla vigilia delle elezioni del 1948, per la ricostruzione ed il rinnovamento econom.ico e sociale del nostro Paese? ". Rifom1a agraria.
1A YISIOf\11! DEI SOCIAIJST1 E COMIR<ISTl SUUA IICX)Sl'llUZJONE
133
con la liquìdaziooe deJ latifondo; rifonna Industriale, con la lotta al mooopoUo e la difesa della piccola industria, dell'artigiana10 e dei piccoli produnori; riform:i uibularia, con l'imposta sul reddito; riforme sociali, per l'elevazione del tenore di vita del popolo italiano. "Quel programma, nelle sue linee generali, era anche il programma del Fronte democratico popolare. (. .. ) Perché in quelle elezioni abbiamo combauuto la DC anche su quel programma?". Anzitutto, perché il programma si basava sul Piano MaJshall: "Quel programma non si poteva realizzare sono la bandiera dell'anticomunismo, cioè alleandosi con le forze conservatrici e reazionarie contrarie a quel programma e a qualsiasi riforma•. Scocclmarro si domandava retoricamen1e come poteva conciliarsi l'appoggio che i grandi gruppi monopolistici e latifondiari avevano dato a De Gasperi con l'attuazione di un programma che, a parole, ne avrebbe scardìnato le basi su cui avevano fondato il loro potere Cl5)_ A suffragio della tesi che "gl.i Impegni non erano stati mantenuti" a causa di quel! alleanza inconciliabile tra grande capitale e velleità rifonn.iste, il responsabile economico comunista proseguiva quindi il suo incervenco con un lungo elenco di inrerventi promessi e non attuati: i limiti delle proprietà terriere non erano stati posti, il latifondo era slaIO nei fanl tutelato; era stato addirittura rafforzato lo strapotere del monopoli; alla cassazlone del reddito si era sostituita una maggiore pressione fiscale sulle classi lavoratrici mediante l'aumenro delle imposte indirette; le riforme sociali erano sra te completamente disattese. Inoltre, mentre iJ Governo si presentava totalmente asservito ai "monopoli italia.ni e stranieri", quest'ultimi presenti nel Paese attraverso il Piano Ma.rshall le potenzialità dell'industria di Sra10, cioè dell'IRI, non erano state sfruttate, privilegiando i konzem pubblici quali bacini economici e clientelari. "ln Italia", concludeva Scoccimarro •non è stata compiuta la ricos[ruzione economica, non si è realizzato nulla delle premesse del 18 aprile 1948, anzi si è determinata una situazione del wno opposta" (l6)_ Dinanzi a tale quadro, l'esponente comunista individuava nella sconfiua del monopolio polillco democristiano l'unica strada percorribile, una sorta di "nuovo l8 aprile" che avrebbe visto la rivincita delle s.inistre: l'analisi da economica , quindi, si trasformava In meramenie politica, tutta proiettala verso i futuri scontri eleuorali. Dello stesso tenore appaiono i successivi Interventi di Giorgio Amendola, nuovo responsabile economico del PCI. Nel "rapporto" al Comitato Cencrale del luglio 1954, il dirigente comunista nbadiva sostanzialmence le stesse accuse di Scoccìmarro, aggiungendo ulteriori elementi di critica: il livello dei salari era rimasto basso, la disoccupazione era cresciuta, la deflazione costante. Mentre i complessi monopolistici (Fiat, Sme, ltalcementi, Burgo, Snia , Montecatini, Eridania e Liquig;is) si espandevano, l'lRI "che poteva e deve pur essere strumento di una politica rivolla allo sviluppo dell'industsfa italiana",
134
MARCO COZZI
appariva in sostanza "smobilitata" (J7)_ Sono questo aspello è interessante rilevare la panicolare anenzione del •riformista• Amendola nei confronti dei nuovi soggetti dell 'industria di Staio: l'Agip, le cui ricerche in Valpadana dovevano essere sostenute per impedire la "rapacità" americana sulle riserve energetiche iciliane. L'attenzione di Amendola era rivolta sull'azfone antimonopolistica, che si doveva risolvere nella riorganizzazione deU'IRI, svincolandola dalla Confmdustria, nella nazionalizzazione dell'energia elettrica e della Montecatini, nel controllo aaraverso i Consigli di gestione dei monopoli privati, a cominciare dalla Fiat. I socialisti seguirono il PCI nell'attacco frontale alla politica economicosociale dei governi centristi. In un intervento aUa Camera del 2S muzo 1954. nel corso della discussione ui bilanci finanziari presentati dal governo celba, ìl depurato del PSI Ghislandi riprese le argomentazioni di Scoccimarro e Amendola trasferendole sugli esempi pratici del suo collegio di Brescia: "Qui dovete uscire dalle piccole beghe parlamentari", disse Ghislandi ri,rolto ai banchi del Governo, con esplicito riferimento al precedenie e fallimentare tentativo di Fanfani, dalle memalirà meschine di conservazione sociale, dai calcoU gre!tl e timidi del 'carpe diem' di luni i giorni e di rutti i minuti. Dovete fare un gesto; fate almeno questo ed avrete una ragione di più, o almeno una , di essere meglio giud icati di quanto non siate stari finora ( ... )· <181• Le conclusioni di Ghlslandi, ruuavia , lasciavano poco spazlo alle speranze: "Lo slogan del vostro atruale Governo sarebbe 'uomini nuovi per una politica nuova·. Puruoppo, il popolo già dice: 'uomini frusti, con frus1i metodi, per
frus!i programmi'" (19). Eppure, al di là delle dichiarazioni esplicite in sede parlamentare o ele11orale, l'epoca del "fronte unicario" delle sinistre srava defìnitivameme tramontando. Alla scomparsa di Morandi segui una ripresa dell'iniziativa autonoma del PSI; in quale mis'.1ra i due avvenimenti fossero collegati, è un dato che emerge dalle pagine del diario di Nenni <20>, il 26 luglio 19S5 spirava Morandi, lasci:lndo di fatto senza guida la sinistra del PSl; il 3 agosto Nenni si incontrava con il neonominato presiden1e del Consiglio Antonio Segni. "li 1ono in cui Segni si esprime è pessìmista", scriverà il segretario socialista sul suo diario "Gli dico che ha il mestolo in mano e deve adoperarlo senza timore ( ... ); di andare avanti senza esiJaz.loni sulla ques1ione delJ'lRI m>; di darci soddisfazione nell'anuazione della costiruzione dove il suo compito è relativamente pii) fucile <221; di ricondurre con mano ferma l'amministrazione entro i limili della legalità democratiC:1; di liberarsi del ricatto liberale. Se vuole può fare mollo. E se far.i mollo crcer.i una situazione nuova" W) . li dima era drastlcameme muiaco. I.a desua liberista, rappresentata nell:i. DC da Scelba e Pella, era staca esaurorat.a dal nuovo corso fanfaniano, incamaco dal presidente Granchi e dallo stesso Segni. n ministro Vanoni aveva presencato un "pi;mo" che, puntando
LA VISIONI! DEI SOCIAIJSTl E COMUNISTI 51JU.A RICOSTRUZIO:-IE
135
sulla piena occupazione entro dieci anni e sull'incremento produttivo del Mezzogiorno, sembrava ispirarsi ampliamente al vecchio programma socialista. Nei partiti laici alleati alla DC emergevano figure in rotta di collisione contro le maggioranze inieme filo-centriste (Ugo La Malfa contro Pacciardi nel PRI, Zagani e Mondolfo contro Saragat e Rossi nel PSDO. Inoltre, a parte la questione, ancora irrisolta dell'TRI, emergeva la figura di Manei e la sua lotta contrO i liberisti per ass.icurare all'ENI, e quindi allo Staio, il controllo delle fonti energetiche i1aHane: "Cl Fano siesso che l'iniziativa di Manei ì configurasse come vero e proprio 'contropotere' era valuiato da Nenni come momento di possibile e necessaria rouura del blocco di potere cenlrisra" (2~>. Soprauuno, la destallnizza.zione aveva dato una propulsione al PSI verso l'affrancatura non solo dal PCI ma sopra1tu1to dal suo immobilismo. Paradossalmence, i concerti e laborati dal "leninista" e "rivoluzionario" Morandi nel 1947, e cioè la pianificazione, le statalizzazioni, i consigli di gestione, in una parola l'interventismo scatale e il "governo dell'economia", !ornavano lentamenie all'ordine del giorno nel programmi di un Partito socialista sempre più autonomo e riformista. Esaurita la fase della contrapposizione e dell'autoesclusione, era arrivato il momento, per Nenni di entrare in prima persona in quella "stanza dei bottoni' dalla quale i grandi sviluppi economici del Paese potevano essere govemari e aJJa bisogna corretti. Nato come programma quasi "sovietico• da contrapporre al liberismo predominante negli an ni della ricostruzione, l'interventismo dello Stato sarebbe diventato la bandiera dell'ingresso del Partito socialista nell 'area governativa durante gli anni dell'espansione economica italiana.
NOTF. (I) Valerio Casuonuovo, I.e sf11fS1re e le, rlcostmzfo1w economica, In: M. W ., IA si11ts1ro emvJ)<'Q 11el secondo dopoguerra 1943-1949 (u curo di Mllrut Pctridoli). S3nsoni Editore, Firenze, 1981, p. 6. (2) lhidt1m, p. 20.
(3) Palmlro Togli:ini, Re/azione ,011c/1u/oo al Co11veg110 ecor1omlco "Ricasmdre ", in: le p. 169-171. (4) Ibidem, p . 171. (5) lblden~ p. 175. <G) lbldom, p. 174-175. O) Ibidem, p. 178-179. (8) Valerio Gastronovo, op. cl/ p. 17, (9) Va!do Spini, // socialismo di fro11re ol problemi della ricOS1rnrlo11e, In: AA. W .. S1orla del Parrlro scc/allsra. Dall'at1t(fasclsmo alla rlcos1mzlo1ie, (a curo del~ Fondazione Brodolini), Marsilio Editori, Vennùa, 1979, p, I 13. (IO) Rodolfo Morandl, Piano economlcv a rf/orma di smmura lw. I.e sinistre o lo rlcostn,z/()ne, cit., p. 39. (li) lb den,, p. 207.
si11/slree la rlcos1rnz/011e(2 curo dl Marina Cornei), Dedalo Ubri, Bari, 1979,
0
136
MARCO CUZZI
(12) V:ildo Spini, op. cii., p. I 18. (13) Ibidem, p. 12;. (14) Valerio Ca.su'Onovo, op. cft., p. 20. CIS) Mauro Scoccim:irro, I.a rleos1rw:lone mancata, intervento al Consiglio Nazionale del PCI, 15-17 aprile 1953, TipognaOa ETI, Roma, 1953, p. 3-5. <16) Ibidem, p. JO. C17) Giorgio Amendola, L'azione del comunisti per 11n nuoi.o corso della politica Italiana, Rappono al Comlmto Centrale del PO, lo-18 luglio 1954, Tipogr.ula ETI, Roma, 1954, p. 48(18) Guglielmo Ghlsland~ Socialismo e rlcostr,ato11e, scrilll e dl,;cor.si (1943-1956), Sode!~ Editrice Vannlnl, Brescia, 1957, p. 369. (19) lbldl!m, p. 372. (20) In tuua la visiono, sulla riroslruzione, Nenni avC!\'11 assunto un ruolo marginale. Forse per mancama di suumenti cuhur.tll, for.;e per scelta politica, U leader socialista aveva lasclato al "professori' delllstlruto dJ Studi Soc1all5ti guidato cb Rodolfo Mor.tndl li compito dJ elaborare l1 progr11mma economlco del pan:fto. (21) Si trattava sempre dell'eterna questione della creazione di una nuova IRI totllmcnte 3Ul.onom:i dall:i Confmdustri3. P35S3gglo rondamenlllle di !aie inlzl3Uva S3n!bbe st•ta la cre:azione di un dictstero ad boe (Ministero delle Partecipazioni statali). (22) Tra l'altro, l'applfca?.lonc dell'articolo 46 della Costituzione relativo al Consigli di gestione. (23) Ple1ro NcnnJ, Tempo di guerra fredda. Dfarl 1943-195(5, Sugaroo, Mllnno, 1981, p. 679. (24) Pa.~uale Amato, G/f a11nl del frontismo, ,n: M .W ., Storia del Socialismo Italiano Ca n1r.1 dl Glov:inni Sabbaruccl), volume v, li Poligono edilore, Roma, 1981 , p. 425.
I CAITOUCI E DE GASPERI NELLA RICOSTRUZIONE
ACOSllNO GJOVAGNOLI È noto che, sul piano interno, come su quello internazionale, L'azione della classe dirigente cattolica si radica nella condizione complessiva dell'Italia dopo la seconda guerra mondiale. Sul versante interno, inf-ani, la sconfitta fu all'origine dell 'iotenso sforzo ricostruttivo che mobilitò a lungo gran parte delle energie disponibili nei diversi scuori della società italiana, fino a lrllSformare l'Italia in una grande pocenza industriale. Sul piano internazionale, invece, il distacco dal ·supemazionallsmo• fascista apri la suada a una Interpretazione degli interessi nazionali diveJSa dai modelli IJ'adizionali di esercizio della politica estera. l tratta di du a$petti qualificanti della complessiva polìtlca della ricostruzione attuata dalla classe dirigente cattolica, e In particolare da De Gasperi, nel periodo postbellico. Volgendo anziruuo la sua attenzione alle conseguenze della guerra, questa dasse dirigente mostro apad~ di adattamen o ad una situazione profondamente mutata. Il realismo manifestato allora da De Gasperi - è rimasta famosa l'acaisa, lanciatagli contro da Vi1torio Emanuele Orlando, di •cupidigia di servilismo" - potrebbe apparire oggi come espressione d1 quella complessiva subakemicà dei partili post-bellici, e in primo luogo della DC, alle imposizìonl del vincitori. È un tipo di valutazione che si salda ad una tematica negli ultimi anni molto diffusa sul pìano storiografico: quella clell'ldencità na~onale. Si è ripetutamente affermaw che t.ale senso dI identità usci indebolito dal regime fascista, dalla sconfitta mllh:are, dalla divisione del paese era fascisti e antifascisti. Per Renzo De Felice a Galli della Loggia, 1'8 se1tembre 1943, momento rive.l atore della · debolezza etico-politica degli italiani", ha segnato la •morte della patria": da allora. l'Italia non è più tornata ad essere nazione, nel senso forte del termine. Altri, invece, come Scoppola hanno ridllamato l'attenzìone sul 25 aprile ciel 1945 e sull'opera della Costiruente, quali momenti fondanti di un nuovo senso di indcntit:l nawnale.
138
AGOSTI:-10 GIOVAGNOU
Per quanto riguarda i nuovì rapporti inte.r:nazionall dell'ltalìa postbellica decisìvi anche per la loro Influenza sul senso di identità nazionale - non sembra runavia possibile trascurare quanto avvenne tra 1'8 senembre 1943 e il 25 aprile 1945. È nora ad esempio l'importanza della "svolta dl Salerno": l'inserimento dei partiti antifascisti nel secondo governo Badoglio fu allora voluta dagli Alleati per gestire la transizione italiana e che quel governo fu accettato da Tog)JauJ in Strerul connessione con le clirenive di Mosca. L'imervenco degli Alleati e le particolari circostanze del dopoguerra influirono profondamente sul nuovo sistema politico-lsticuzionale postbellico e in particolare sulla funzione dei paniti. Poco tempo dopo, nel 1947, De Casperi avrebbe definito la Democrazia Cristiana un "partlto nazionale" alludendo all'impossibilità della OC di essere semplic.-e portatrice degli interessi di una parte soltanto della società italiana. Già da quegli anni, ai principali pa.rtil.i politici è spettaro anche il compito di interpretare e di rappresentare l'interesse nazionale. Le vicende del.la guerra, dell 'armistizio, dell'occupazione, posero la nuova classe cllrigente c-.molica anzituno davanti all'Cbigenza di operare per la ripresa dello Stato nazionale, dopo il collasso della vecchia classe dirigente e deUe istituzioni na7Jonali. Fin dal 1944 De Gasperi, fondatore e leader della OC, si adoperò, nell'importante posizione di ministro degli Esteri, per una piena e rapida restaurazione della sovranità italiana. Egli tentò di contenere le pesanii ingerenze dell'autorltll militare anglo-americana nella politica ester.1 e nella politica interna del Paese, cercando contemporaneamente di stabìlire relazioni direlle con Washington, per pas.sare dai rapporti tra occupato e occupante a quelli da governo a governo. t nolo in questo senso li significato che ebbe per lui la questione del Tratlllto di Pace, la (.-ui rapida rattnca avrebbe permesso, a suo avviso, dì accellerare il ritorno ad una piena sovranità. Tuttavia , la classe dirigente canolica, pur rifiutando la logica revisioni.sta che in canti paesi europei aveva fano seguito alla pace di Versailles, si pose il problema di supera re nel tempo logiche punitive e contrapposizioni tra vincitori e vinti connesse alla guerra. Con questo spirito, essa si mostrò particolarmente interessata alla ricerca di un nuovo ordine internazionale fondato su uno spirito di collaborazione e di reciprocità. Nel complesso, De Gasperl fu ispirato da una visione realistica della situazione e dalla percezione, condivisa anche da buona pane della diplomazia italiana, del declino europeo e della crescente influenza delle due superpo!enze nel nuovo scenario postbellico. Egli cercò però di portare in questa nuova situazione, pur con profondi adaaamenti, la lezione storica del multinaziooalismo asburgico e cli quella forma di convivenza tra popoli diversi, al fme di superare le esasperazioni del principio di nazionalità che avevano favorito la guerra. De Gasperi i faceva cosl interprete delle ripetute condanne, e ·presse dal magistero pontif1eio a partire dal 1937, della pretesa di far
I CAlTOUO I! OE CASl'EIU NELIA Rfczy,.'lltUZIONE
139
coincidere sempre e dovunque nazioni e iati, schiacciando le minoranze e rendendo di fauo impossibili pacifici rapponl Internazionali. L'ìntreccio Lr.l Il nuovo ruolo dei partiti e la muta.1:1 itunione dell'Italia nel mondo, appare crucìale anche per quanto riguarda le principali scehe della ricostruzione economica, i plr.Jte da un complessivo consenso verso una maggiore Integrazione Internazionale. Prima ancora che avesse inizio la guemi fredda e la di isione del mondo in due blocc.hl politico-mìllcare contrapposti, vennero infani poste le preme~ dell'inregraz.ione dell'Italia In un sistema dJ •commercio internazionale mul1ila1erale ed indiscriminato", per usare una formula car:l agli americani voluto in particolare da Roosevelt e dai demOCi'at.ici starunilensi. È noro che la mone di Roosevelt e la fine dellJ! guerra segnarono l'inizio cli un ridimensionameni.o di questo progeno rul'inremo degli Stati Uniti, ma i suoi efTeul maggiori sull'lraJia si manifestarono ovviamente negli anni postbellici. L'iniziativa americana - am1ata auraverso I com.a.odi militari, le a ,enzie internazionali per In ricostruzione e le rappresentanze diplomatiche - spinse l'Italia verso nuo e prospeuive, sradicandoln almeno pan.ialmente dal suo precedente contesto dì relazioni commerciali e ancorandola definitivamente all'area del dollaro. La dasse di.rigente po.'>ìbellica, in pratica i /eaderdri prinàpali partiti polilki, si trowrono di fronte ad una situazione per molli aspeni inanesa e per cui essi non erano culruralmenle preparali. Solo alcuni di essi potevano beneficiare di una certa conoscenza delle gr'Jndi questioni poliliche internati nali, assente Invece In gran pane negli allri esponenti dell'antif:i.sci mo. Ma :inche nei ~i di maggiore consapevoleZ2:a, era frequente un ceno digiuno dei nuovi problemi economici che si ponevano. CiononOStante. le fone che SOStenncro i governi di unità rnizl nale tra il 194.5 e il 1947. si orientarono prev:1lentemente verso una adesione relativamente rapida al nuovi vincoli impo&l dal slslema economico-inremaz.lonale postbellico. l'ra il 1945 e il 1947, e cioè giil prima del varo Mnrshall, si posero le premesse di una progressiva inregrazlone italiana nel sistema internazionale basato sugli accordi di Brenon Woods. Le esìgero.e di una stretia cooperazione economica sul piano internazionale vennero ad esempio sooolìneatc da De Gasperi nel corso della sua visita negli Stati Unìll del 1947, il primo atto di politica estero non direaamente connesso :illa guem. Nel corso di. quel viaggio De Qlsperl cercò dl :iccredltare l'immagine di una nuova !talla, non più guerrafondaia ma lavoratrice, non più nggrcssiva ma pacifica, che avrebbe potuto offrire un contributo convinto alla promozione di fonne di cooperazione, di equilibrio, di giustizia net nuovo mondo postbellico. Nella Slessa prospeniva, condivisa da suo coUabomtori come Campllll e Vanonl, si Jscrive anche il favore verso il pi:tno riarsball, l'inserimento ncll'Ot.>t.l:! e la ricerca di fonne di cooperazione economica con alu:i paesi europei, com la Fran<.ia. Anche successivamente, da parte italiana si è continuato a sostenere la prospettiva
140
.\GOSTI]l:0 GIOVAGNOLI
di una a-escente integrazione economica, ad esempio sul terreno della liberalizzazione degli scambi commerciali, anche nella convinzione che tale integrazione potesse favorire la pace. L'atteggìamento seguito dalla classe dirigente cattolica, e in partlcolare da De Gasperi, emerge in fonna particolare emblematica durante la crisi del maggìo 1947, a luogo considerata come il risultato del cedimento degasperiano alle imposizìoni politiche degli americani o aglì interessi economici dell'imprenditoria italiana. Secondo un'interpretazione a lungo prevalente, I comunisti sarebbero stati allora cacciati dal Governo per imposizione degli Stati Uniti e la linea Einaudi sarebbe Sl:lta adonata in ossequio agli interessi confindustriali. !.a documentazione conservata negli archivi americani e in quelli italiani spinge piuttosto a ribaltare questo schema interpretativo: da parte americana vennero insistenti sollecitazioni sul terreno delle scelte economico-finanziarie, mentre dall'interno vennero le maggiori pressionì per interrompere la collaborazione con le sinistre. Da quella crisi, oltre alla pennanenza della DC alla guida del Governo poi proseguita per molti decenni, scaruò in modo clefmitivo una politica della ricostruzione fortemente influenzata dagli orientamenti della Banca d'Italia. U binomio De Gasperi-Einaudi, alla guida del Governo formatosi nel maggio 1947, appare in questo senso emblematico di un equilibrio tra politici e tecnici, fra spinte sodali e regole dell'economia che ha influenzato a lungo la storia dell'Italia repubblicana. In un certo senso questo equilibrio cominciò a incrinarsi solo verso la fuie degli anni sessanta, in coincidenza con uo profondo mutamento dell'assetto politico ed economico internazionale, con la denuncia da parte americana delle regole di Brenon Woocls. I.e scelte culminate con la svolta del maggio 1947, vennero realizzai.e mentre l'Assemblea Costiruenre tracciava il dlsegno della nuova convivenza democratica, comprese quelle dlsposizioni in materia economica che negli ultimi anni sono state con.siderate eccessivamente "interventiste' . Si pouebbe In questo senso parlare di contraddizione tra il "liberismo" della politica governativa e U "solidarismo· dei cosliruenti, tornando ad insistere, per quanto riguarda i cauolici, sulle divergeme tra De Gasperi e Dossenl. ln una vìsione storica più ampia, ruttavia, occorre ricon05Cere se non la complemenlarità quantomeno la compresenza di queste due prospettive nelle stesse for-1.e politiche, in questo caso la Democrazia Cristiana, e talvolta persino nelle stesse persone. In realtà, le fondamenta cli quella che si potrebbe chiamare la costituzione economica materiale dell'ltalla repubblicana furono poste contemporaneamente dalle scelte compiute a livello cli Governo e da queUe adottale in sede di C05tìtuente. La storia italiana successlvn conferma la permanenza dì quesia compreseni.a e più precisamen1e Utentativo di realizzare forme, più o meno riuscite, di Stato sociale insieme ad una progressiva integrazione fra le diverse economie nazionali, anzitutto a partire dai paesi dell'Europa oc."cidenll!le
LA RICOSTRUZIONE DELLE FERROVIE DELLO STATO
Luqo 1,..co,-;o Le ferrovie durante il Fascismo Le ferrovie italiane. costituite in Aziend:1 di Sf-Jto nd 1905 m n la fusione delle lrt: compagnie privare preesistenti (Mediterrdnea, Meridionale-Adrlaticu. Sicula) con una lunghe= complessiva di Km 10.518, cui andavano aggiunti circa 3.000 Km di linee ancorJ in conct:.'isiont: a privati, • i andarono ampliando negli anni sUC'Ct:SSivi r.imificandosi su tuno il territorio nazion;1le. el 1907 venne conferita • I ministro dei L.1vori Puhhlici ·1·atla direzion " ddla rete statale, nel 1921 i po1eri <lei direnore generJlc e del Comitato di amminL'itr.Uione passaf(lno :1d un comm~·sario :;trJordinario i.:he restò fino :11 1924 quando venne ricostituito U Consiglio di Amminisc.r.i.done; successivamente nel l\>52 la leAAe 1848 del 2 dia:mbrc 1952 diede allt: FS l'asseuo di :11.iend:1 autonoma di Sl:110. che è Slato m:.1ntenuto lìno all:1 rifonm ùd 1985 quando avvenm.> la Lra.~f()rmazione in ente puhhlico <.·on personalit:l giuridic:i propria e autonomia patrimoniale. Per qu:1nm aniene aglì svilu ppi u:cnid. nel 1927 venne inaugurJt:t la Roma-Napoli con esercizio a vapore fr.1 Rom.i e Villa Lltemo 1.'Ci elettrica in <.'Orrente continua 111 <.'Ol1 il sistema a teo.;1 mt:ila 121 nell:t rc:.1an1e tmttil. Su que!Sla direttissima fu aumrizzam per lu prima \'olta la velocità mas.'iim:i <li 120 Km/ h resa po:-.~ihik dai miglioramenti apport:iti ;1lle locomotive a vapore del gruppo 685 Ul e d:11 po1cnziamento ddl'am1:11nc::n10 w, con J'impicA<> di rot:1k dèl tipo FS da 46,3 Kg/m ,,,. L:1 crL~i intcmazion:ile ùc:I 1931 influì ncgativ:imen1c anche sul hilancio delle FS che d:t.11'1.,:,erc.;zi<> 1933-34 e ~r diversi anni. fu in disavanzo_ In qudlo stesso anno, ohrc il 13% del tr.iffico merci ferroviario em stato as.,;orhito dai tr:L~pnrti automohilistici. Sempre in qu~li anni. per fmntciAiart.• la <.'Oncorrenza sempre più :iAAucrrita del mc-au su.11.blc vennero intrudulli i tn:ni lcgjtcrl, c:ustituili d:i una loc:nmotiva, 2-3 c.-;irro7.7.e e senza haAaJlli:iio: tale c:omposizionc. a.·sai
142
LUCIO l/1CO:-IO
inferiore al peso rimorchiabile dalla locomotiva <6>, pennette-va energiche accelerazioni che insieme a fennate brevissime, anche inferiori a trenta secondi, rendeva possibiU velocità commerciali(,) elevate. Sul fronte invece della sicurezza è di quegli anni l'introduzione nelle linee a modesto traffico, del dirigente unico cui sono demandati la circolazione dei Lreni e la regolamentazione degli Incroci <B> e nelle linee a fone traffico, del dirigente centrale per tenere sollo controllo l'andamento di tutti i treni suggerendo per telefono le correzioni necessarie a rendere più fluida la cin:olazione. Vennero perimentatl i primi istemi di ripetizione in macchina dei segnali lungo linea, utilissimi In caso di nebbia o di scarsa visibilità, e il blocco automatico a circuiti di binario, che rileva la presenza di un treno su una tratta di binario e evita istradamenti pericolosi e aperture di segnali intempestive. Gli studi sull'annamento si intensificarono e per la prima volta venne differenziata in orario sulla stessa tratta <9>, la velocità massima per Lrenl e per automolrici più leggere. Furono progettati nuovi mt!Zzi chiamati eleurotreni, veicoli cioè d i moderna concezione costituiti da carrozze con posti a sedere per i viaggiatori, con motori eleclrici nei carrelli e con attrezzature di comando nel sottoca.ssa 00>, privi quindi del locomotore di trazione, capaci di raggiungere la velocità massima di 16o Km/h e dotall di impianti per il condizionamento dell 'aria. Uno di questi elemorrenl, costituito da ere pezzi, del peso di 120 L e con potenza di 1.200 KW r.1ggiunse nel 1937 nella tratta Campoleone-Sezze sulla linea nomaNapoli, la velocità di 201 Km/h <11 >. Fra i treni di carrozze, uno trainalo da un locomotore elenrico del gruppo 428 mggiunse nel 1938 i 158 Km/h; analogo sfor.to fu fatto sul fronte delle velocità commercia.li e nel 1939 un elettrotreno percorse la Lra!la MilanoBologna alla velocit:l media di 176 Km/ h toccando punte di 203 Km/h. Lo stato della rete nel 1939
Al principio della guerra la rete ferroviaria aveva uno sviluppo complessivo di 28.210 Km dei qu:ili 8.847 a doppio binario sulle relazioni più importanti, 12.125 a semplice binario e 7.238 come hinari di stazione, ivi compresi glJ scali merci e di smistamento <12). Data l'orografia del territorio nazionale, non era scalo possibile realizzare le linee senza incontrare ostacoli naturali quali fium i o montagne da superare con ponti e gallerie. I ponti in muratura raggiungevano Ili cifra di 39.091 per uno sviluppo complessivo di 242.497 m con una lunghezza media di m 6.2 memre quelli in ferro erano 4.067 per una lunghezza di 78.684, con una lunghezzu media di m 19.3. le gallerie sulle linee a doppio binario er.ino 22S con una lunghezza complessiva di 179.3 Km e 1.624 a semplice binario con uno sviluppo di 731.6 Km. Le gallerie sulle linee a doppio biruirlo erJno mediamente più lunghe di quelle
I.A RIC06TlUZIONE DE1J.I! Fl!IIROVIE DEUO STATO
143
sulle linee a semplice binario perché quest.e ul1ime correvano su tracciati più difficili ed erano Sl3te realiz.za1e con criteri cli maggior risparmio, evitando quinclì le opere troppo lunghe e preferendo lunghi giri per ridurre le lunghezze dei ponti e dello scavo delle gallerie. I fabbricati viaggiatori (Ul erano 2.729 clìslOClti in media uno ogni 7.6 Km di linea. Per dare alloggio ai ferrovieri erano stati realizzati 47.305 alloggi, per complessivi 164.837 vani, con una media dj 3.S vani per alloggio. Tali alloggi erano per circa un decimo nei fabbricati delle stazioni e per il res10 in apposili fabbricati, dislocati lungo linea e nelle localllà più importanti. Per quanto riguarda i fabbricati di servizio vi erano 1.991 magazzini per il servizio merci, quasi uno ogni stazione escluse quelle più piccole e meno importanti di solito non abilitare al servizio merci. Le officine specifìairamenre adibite al.la manutenzione e alla riparazione del.le locomotive sia a vapore che elettriche. delle C',irrozze e dei C',irri erano complessivamente 241 con una superficie coperta di 1.124.605 mq, pari ad ollre 4.660 mq ciascuno. 1..-i sicurezza della circolazione era garantita dagli impianti di blocco automatico e semiautomatico 0 4> su 4.457 Km di linea e da sistemi di blocco telefonico sul restante sviluppo della rete; le grandi Stazioni disponevano di 1.292 apparati oentrali CI S>, dei quali un terzo elettrici e il res10 con altri sistemi (idrodinamici e meccanici) con ollre 32.590 leve di manovr.i. Dei 28.210 Km di linea, U .000 erano elenrifìcari per la massima pane su linee a doppio binario. rJ parco rotabile era costituito da 4.2n locomorive a vapore dei vari gruppi, 1.316 locomotive eleuriche suddivise in due grandi famiglie: quelle a corrente alternata 3KV 33,3Hz delle reti piemontese, ligure e del Brennero e quelle a corrente continua 3I<V del resto della rete. Erano entrati da poco in servizio anche 172 elettrotreni e 660 automotrici, queste ultime dorate di motori termici diesel e a benzina, le famose "littorine" cosi chiamate dal Regime in onore della nuova città di Littoria (oggi l.al'ina) nella zona bonificata delle paludi pontine. l mezzi rimorchiati consistevano in 12.400 fra carrozze e bagaglìaì e 140.000 carri merci molti dei quali già dOlali di carrelli Ct6) e dì boccole con cuscinetti a rulli u 7, e quindi adatti a grandi po11ate. Le centrali ìclroeleuriche, termoelettriche e geotermiche 08> di proprietà delle Ferrovie che fornivano una pane dell'energia necessaria ai treni elettrici, avevano una potenza complessiva di 297.900 KVA. Per il cragheuamento dei carri e delle carrozze sullo stretto di Messina per garantire il collegamento con la Sicilia erano In servizio sei navi cragheno di proprietà delle FS, per un totale di 13.995 tonnellate di dislocamento.
144
UJCOIACONO
I danni causalJ dalla guerra
Durante il periodo beIHco, la rete delle fe1T0vie aveva subito ingentìssimi danni dovuti principalmente a tre cause: a) Danni dovuti ai bombardamenti: l'aviazione angloamericana nell'Intento di arrecare il massimo danno all'esercito tedesco in ritirata colpl massicciamente e sìstemalicamente I nodi ferroviari, le linee, i ponti, le gallerie e gli altri impianti fe1T0viari per tagliare i rifornimenti provenienti dalla Germania e per fermare i trasponi dJ persone e materiali razziati in Italia e diretti in Germania . Questo tipo dl offesa aerea fu concentrata sugli obiettivi strategici pill importanti quali i ponti, le officine, i grandi piazzali di smlstamento e di scalo dove ogni singola bomba poteva causare i maggiori danni alla circolazione dei treni. b) Danni provocati dal tedeschi in ritirata: dur,mte il ripiegamento verso le basi in Germania, le truppe tedesche portavano via i materiali che potevano essere riutilizzali in patria, come rotaie, traverse e cavi in rame per le linee aeree di contano, e distruggevano sistematicamente quanto non poteva essere asportato. Venne utilizzata a questo scopo anche una apposita macchina <locata dJ un arpione che, rimorchiata da una locomotiva a vapore, spez-aiva le traverse in legno rendendo inutilizzabile li binario. c) Dannl provocati dai partigiani: i combattenti della resìstenza cercavano in rutti i modi di ostacolare le truppe tedesche sia per interrompere i rifornimenti e In maggior misura per evitare le deportazioni di italiani verso i campi di concentramento. Venivano diffusi volantini clandestini con le Istruzioni per sabotare l'esercizio ferroviario nei quali veniva spiegato come danneggiare ìl materiale rotabile mettendo cocci di vetro finemente macinati nell'olio di lubrificazione delle ruote, come mettere fuori uso le macchine elettriche lasciando i motori inseriti al minimo e i freni serrali per far surriscaldare reostato <19> e avvolgimenti fino all'incendio, come rendere inservibili le locomotive a vapore lasciando scarseggiare l'acqua in caldaia con fuoco vivo per causare deformazioni e fusioni nel tubi bollitori Czo>, come a.rrecare guasti anche gravi alle sottostazioni elettriche e alle linee di contano causando cortocircuiti <2n con manovre errate. Sltuazlone della rete alla fine deJ confiltto
Alla fine della guerra quando finalmente l'Italia poté fermarsi a considerare le ferite subite, furono subico chiare le dimensioni del danno. La tabella seguente rappresenta la quantità danneggiata e inutilizzabile rispetto alla consistenza di prima della guerra. Binari di corsa a doppio binario Km 3.176 36% 1()% Binari di corsa linee a semplice bin. Km 1.298 Ponti in muratura n. 3.943 28%
I.A RJCOSTRUZIO,
Dt!IU ~1!11NOV1t; DEU0 51'ATO
Pon1I in ferro Gallerie semplice binario Gallerie doppio binario f'abbrlcatl viaggiatori Alloggi ferrovieri Officine Blocco au1oma1lco e semi aulOll\atlco Linee di comunicazione Linee aeree di contano Locomotive a vapore Locomo1ori. elettrici Elenromotrici e au1omotrici Carri, carTO:a.e e bagagliai
145 n. 811 n. 286 n. 60 n. 1.090 n. 21A24 n. 164 Km 3.547
Km 79.4 5 Km 15.800 n. 750 n. 2.81i6
n. 561 n. 91.440
I
44% 7%
6% 40% 45%
68% 53%
51% 89% 57% 67% 85% 60%
t..e linee a doppio binario erano quelle più importanti e a maggior traffico e rappresentavano quindi un obiettivo strategico primario: gli attacchi furono più massicci e I danni subiti furono oltre li triplo rispeno a quelli subiti dalle linee a semplice binarlo. l ponti in muratura erano e sono ancora oggi molto più numerosi cli quelli in ferro, perché utilizzati per luci C21> da meno di 1 m fino a 5-6 m; quelli in ferro era no in numero molto minore perché utilizzali per luci maggiori; gli anacchl, da qualsiasi parte arrivassero, andarono in misura piil che doppia a quelli in ferro perché avrebbero crea10 disservizi molto più difficili da. riparare. I fabbricali di servizio ubirono danni percentualmente limitati perché nel numero sono comprese anche le innumerevoli stazionclne di nessun interesse stra1egico disseminate lungo le linee che pertanto non furono oggello di bombardamenti o di altro tipo di anacco. Le officine sia dJ riparazione locomotive che di rialzo carrozze erano e sono grandissimi impianti, facili da iodividua1e e da colpire e quindi assai vulnerabili; in più ogni officina danneggiata impediva la riparazione del materiale rotabile danneggiato in altre incursioni per molto tempo. Gli ingentissimi danni alle linee di conauto C23) sono splegablll dal fauo che tale linea è una struttura molto fragile e delicata e che basta la caduta di un paJo o la ronura dì un nlo per mettere fuori servizio l'intera tl'3tta fra una stuione e l'aitr:i . La rk:ostruzfooe: cricerl Jspiracori delle sa:lte
Per l'imponente opera di ricostruzione ru chiamnrò l'ing. Giovanni di Raimondo. Naro a Ragusa nel 1892, proveniva dal Genio dove aveva svolto La sw brillante carriera di ufficiale di Stato Maggiore. I 1940 era stato nominato membro aggiunto dei Consiglio di Amministnz one delle FerTOvìe dello Suto
146
U:CJOIACONO
in rappresentanza del ministero della Guerra (Direzione Superiore Trasponi). L'8 settembre 1943 aveva seguito il primo governo Badoglio a Brindisi ed era stato nominato sottosegretario alle Comunicazioni. Dopo la liberazione di Roma divenne direaore generale delle FS, carica che ricopri fino aUa pensione nel 1956. Mori a Roma nel marzo del 1959. L'ing. di Raimondo e .la Direzione Generale, alla fine della guerra, panirono dalla constatazione che gli eventi bellici avevano largamente distruao la struttura vitale per la circolazione dei treni: dispositivi di sicurezza, linee aeree elettrificate, ponti in muratura e in ferro e materiale rotabile <24 >(specie locomotori elettrici). A loro giudizio era Impossibile, per la complessità del fattori e per l'urgenza di rianiv:ire la circolazione, un intervento organico di ricostruzione che sì proponesse anche un riclassamento e ammodernamento dell'intera rete, correggendo cioè le deficienze preesistenti, durante l'opera di dattlvazione della struttura ferroviaria danneggiata dalla guerra. Occorreva infatti tenere conto nella elaborazione dei programmi, della mancanza di flnanzìamenri adeguali e continuativi, dell'assenza di un adeguato coordinamento tecnico ed economico, della scarsità di personale tecnìco qualificato, della necessità di assicurare al più presto possibile una ripresa della circolazione sul maggior numero possibile di linee. Il programma previde come primi passi della ricostruzione, l'aumento della produzione, da p:irte delle Industrie fornitrici, del materiale necessario alla sostiruzione de.Ile strucrure irrimediabilmente danneggiate dalla guerra e il ripristino nelle officine aziendali dei livelli di produttività ance guerra. La soluzione del primo problema , di mero carattere politico, spettava al Governo che sulla base di una •cooperazione internazionale" doveva provvedere affinché una maggiore importazione di materie prime consentisse alle industrie fornitrici la prosecuzione celere delle attività. Per la riattivazione della produttività delle officine ferroviarie o almeno per quelle parti rimesse in efficienza, si faceva conto sulla collaborazione dei capi impianll, che appellandosi al "buon senso" avrebbe dovuto promuovere la collaborazione fra dirigenza e maestranze e ripristinare la disciplina e lo spirito di corpo sul posto di lavoro. li piano di ripristino delle linee ferroviarie venne studialo in modo da arrivare alla riapenura graduale delle linee, iniziando da quelle principali In funzione della ripresa deU'appara10 produttivo. Le linee vennero divise in tre categorie in relazione all'imponanza economico-sociale del territorio e alla domanda di traspono: I) linee principali a grande traffico e ad al.ta velocità; 2) linee principali a medio traffico e :1 velocità non superiore a 100 Km/h; 3) linee secondarie a traffico limitato e velocità non superiore a 90 Km/h.
LA RJCOSTIIUZIO;,,,E Dl!LLE FERROVIF. DELLO STATO
147
Una volta tablUto quali linee avessero la priorità in funzione delle esigenze economko-sociaU del 1erTi1orio servito, la dmessa in efficlenzn della struttura ferroviaria si sviluppò di ma ma .secondo le seguenti dlrenrici: a) Ripristino dell'armam nto: in una prima fase , per le linee ad alto e medio traffico, fu prevista la posa di rotaie del pe.<;0 di 46 Kg/m <ffl e per le linee a SCIIW traffico, il rluliliuo di rotaie usate, prelevate dal binari rinnovati. In una seconda fase si sarebbe inizinta la rislrutrura.zione dei binari con l'impiego di rotaie più pesanti (da 49 Kg/III), rimandando la possibUilà di uso dl ro!llje ancora più pesanti (60 Kg/m in uso ancoro oggi) a quando te ferriere di Piombino, unico impÌllnto In Italia in grado di produrre traf11ati di tali dimensioni, fossero in grado dl produrle. Sulle lloee a medio traffico, venne prevista la posa di rotaie usau! buooe prelevu1e dalle linee a forte tnffko mentre per quelle secondarie, l'impiego di romie del peso di 36 Kg/m. b) RinnoV'.imen10 dei devi 1oì U6) per poter rendere stabU e sicuro il 1tansito dei treni sugli scambi, utilizzando esperienze faue all'estero e inlzlando Il graduale potenziamento degli sc:ibilimeru.i produnorl. e) Ricostruzione delle gallerie dissestate, upe.r .indo la difficoltà di ricostruire e riparare I rivestimenti murari con nuove tecnologie e macchinari. d) Riauiv:i.zione dei ponti per le linee di prima e seconda categoria con opere semiprovvisorie, in modo da essere in grado dì sopportare il transito di un treno cosiddetto •tipo A· cosritu 10 da due locomotive abbinate con peso di 20 r/asse ti7) e da carri in numero U1lmicato, del peso di 20 t/asse e per le linee di terza categoria adauo al transito del treno •tipo B- costituito da due locomotive abbinate con peso di 15 t/asse e da carri in numero illirnitalo del peso di 10 e/asse. Oggi tutte le linee Italiane sono in grado dJ sostenere il passaggio del ireno ·tipo A· mentre alcune, facenti parte di direttrici europee, sono state rafforzate sino a permettere il transito di crenl ronnatJ da un numero illimitato di assi da 22 t. A. titolo di confronto con i mezzi stradali, gli autocani più grandi oggi in cln:olaziooe difficilmente raggiungono le 6 1 per asse. e) Ricostruzione dei fabbricati di servizio delle st:izloni con deguamento alle esigenze di praticità pe.r li pubblico e razionalità del servizio, contenimento della spesa riutilizzando al massimo le itrutrure superstiti e infine conferirne.neo alla linea architettonica esterna di un aspetto moderno in armonia con l'amb enre e il paesaggio. O Messa in funzione delle apparecchiature aae a garantire la sicurezza della circolazione ed eliminare le procedure manuali con la dotazione di segnali lumino i senza parti mobili 128> per le linee di prima e seconda categoria, e semaforici ad afa mobile per te linee di terza categori ; dispositivi di blocco nutorn:illco per la sicurezza della circolazione frn le st:.l2ionl e apparati centr11U per la manovra degll scambi e del se&nall nelle st11zlonl più grandi; sistema di blocc:iggio deglì scambi On gergo •fermascambi") collegati
148
LUCIO IACONO
elettricamente all'apparato centrale per impedire fisicamente manovre che interessino l'ìtinerario fissato; rianiva:zk>ne del sistema di distanziamento fra i treni con blocco automatico dove era già installato e con blocco semiautOITllltico nelle linee principali a semplice binario. g) Riattivazione dei sistemi di telecomunlcaz one con l'aggiunta dl migliorie quali una rete telefonica completamente automatizzata fra i compartimenti e all'interno di ogni singolo compartimento, rete di telescrivemi fra rutti i centri più imponanti e la direzione centrale, impianti di diffusione sonora sia per i viaggiatori che per il servl:zk> interno. h) Ripristino delle linee elenrificate a corrente continua a 3.000 V già in funzione prima della guerra, lasciando in attività quelle a corrente alternata trifase 09) a 3.6oo V 16,3 Rz (Brennero Bolzano-Trento e linee liguri-piemontesi). i) Aumento della produzione di energia elettrica per poter far fronte all'aumento dei consumi dovuto all'estensione delle linee elettrificare e al maggior numero di treni, con la riattivazione delle centrali idroelettriche danneggiate, la costru· zione di nuove e il pctenzlamento degli impianti geotermici di LardereUo. La riparazione del matertlle rotabile venne preceduta da un censimento per individuare Il materiale poco danneggiato che poteva essere riattivato in tempi brevi e che sarebbe stato riparato nelle nuove officine FS di "piccole riparazioni" disseminate lungo la rete. Per il matemle che aveva subito danni maggiori, il problema era piil complesso perché prima avrebbero dovuto essere riattivate le officine di grandi riparazioni che com.e si è visto erano state danneggiate per oltre U60%. L'opera di r:icosauzione aveva raggiunto, alla fine del 1947 le seguentl percenruall di opere ripristinate relativamente a quelle danneggiate dagli eventi bellici. Binari di corsa a doppio binario Binari di corsa linee a semplice bin. Binari di stazione Ponti In muratura Ponti in ferro Gallerie Fabbricali viaggiatori Magazzini merci Depositi locomotive Officine rialzo Officine materiale mobile Blocco automatico Blocco semiautomatico Posti di blocco semiautomatico Apparati centrali elettrici Apparati centrali di altri tipi
Km 3.222
69%
Km826 Km 1.563 n. 1.893 n. 279 n. 235 n. 718 n . 542 n. 57 n.37
64%
o. 8
50%
Km 43
11% 36%
Km l.130 n. 265 n. 90 n. 200
60% 48% 34% 76% 66%
60% 59% 73%
36% 31% 50%
~
RICOSTRUZIONE DEU.E FERROVIE DEU.O STATO
Officine carica accumulatori C30) Linee telefoniche aeree Circuiti telegrafici aerei Cavi telegrafonici principali linee primarie ad alta tensione Linee aeree di contatto in linea Linee aeree di contatto in stazione
149 n. 14 Km 8.467 Km 22.588 Km 1.599 Km 3.365 Km 4.100 Km 8.595
42%
84% 70% 91% 98% 82% 80%
I tempi di percorren:ta per i principali itinerari ferroviari nell'ottobre 1945 andavano dal doppio a sei-ono volte quelll anteguerra, nel maggio '46 si ebbe un sensibile miglioramento fino a raggiungere per alcuni itine.rari i valori precedenti, spede nel nord ltalìa, nel 1947 si ebbe U ripristino quasi totale delle linee principali del nord e un certo ristabilimento dell'efficienza di quelle meridionalL L'opera di ricostruzione, alla fine del 1948 aveva compiuto notevoli passi avanti, tuttavia delle strutture danneggiate restavano ancora da ripristinare le seguenti quantità. Km546 17% Binari di corsa a doppio binario 22% Km 285 Binari di corsa linee a semplice bin. 26% Binari di stazione Km 691 18% n. 720 Ponti in muratura 41% n. 335 Ponti in ferro 29% n . 87 Gallerie n. 169 16% Fabbricati viaggiacori 24% n. 216 Magazzini merci 22% n. 21 Depositi locomotive n. 1J 22% Officine rialzo n. 4 25% Officine materiale mobile Blocco automatico Km331 89% Blocco semiautomatico Km 1.729 51% Posti di blocco semiautomatico n. 435 59% n. 184 64% Apparati centrali elenrici Apparati centrali di allri tipi 47% n. 190 42% Officine carica accumulatori n. 14 Linee telefoniche aeree Km t.460 42% Km 6.610 21% Circuiti telegrafici aerei Km 114 7% Cavi telegrafonici principali 2% Km64 Linee primarie ad alta tensione Km420 2% Linee aeree di contatto in linea I.a riparazione del materiale rotabile gravemente danneggiato e quindi al di fuori delle possibilità delle officine di piccole riparazioni procedette assai più lentamente.
150
LL'CJO IACONO
Specialmente per i locomotori a corrente continua che avevano subito numerosi guasti alle parti più delicate e che necessitavano di riparazioni più difficoltose, venne presa in considerazione, per la prima volta, la possibilità di far eseguire le riparazioni da ditte esterne; anche tale operazione comportò nocevoH difficollà in quanto dovette essere allestita ex-novo una completa regolamentazione tecnico-amministrntiva. le officine cli grandi riparazioni furono tuttavia alacremente riparate e rimisero in perfetto asseno di funzionamento 15 locomotori a corrente alternata e ben 275 a corrente continua. Anche per le navi tragheno dello stretto di Messina che erano affondate per la quasi totalità venne iniziato il lavoro cli recupero e riattamento dapprima con il recupero e riattivazione della • Villa", poi della • Reggid', della • Scilla" e infine della " Carid<J1". Nel 1950 la percenruale residua dei lavori di ricostruzione era, secondo fonti aziendali, "di piccola entità" e consisteva nel ripristino definitivo di numerosi ponti in ferro e in muratura che erano swti riparati con mezzi di fortuna C30, il rinnovamento dell'armamento, rotaie e traverse specie sulle linee dì grande traffico, il ripristino degli apparati di sicurezza e per la centralizzazione del comando degli scambi nelle stazioni e negli scali mercì. La mancanza di un programma organico gravò negativamente sulla ricostruzione. Il fatto che l'azienda lasciasse che le singole officine operassero autonomamente fece sì che in molti casi le esigenze locali non venissero armonizzate con quelle generali, C'dusando un distorto utilizzo delle risorse. La direzione generale puntò sulla priorità dei lavori per la riattivazione delle linee principali, trascurando il problema delle linee a scarso traffico, con la motivazione che andava aumentato il flusso di traffico ferroviario nelle zone nevralgiche dell'economia italiana e sostenendo che l'inserimento di una tecnologia avanzata, per ridurre gli inconvenienti di esercizio e per aumentare la capacità di traffico, rendeva la ricostruzione cosi costosa da Impedire uno spostamento delle risorse, peraltro scarse, verso le linee complementari e secondarie. Il programma aziendale della ricostruzione se abbandonò i criteri fascisti di prestigio per realizzare strutture funzionali e utili allo snellimento del traffico e alla praticità dell'utenza, rinunciò ad un riclassamento di tutta la rete ferroviaria concentrandolo solo per una pane delle linee principali, facendo perdere così al mezzo ferroviario efficienza e competitività. La situazione economica italiana alla fine della guerra era caratterizzata da una notevolissima riduzione del gettito fiscale e da una abnorme massa monetaria creata dal governo fascista per finan:z_iare le proprie iniziative espansionistiche. Nel corso degli anni successivi alla guerra d'Etiopia infatti il Governo aveva rastrellato gr.in parte delle risorse finanziarie del Paese: le banche avevano investito i propri depositi in obbligazioni del Governo e in titoli del
LA RICOSTIIUZIONE OElil FERROVIE DELLO STATO
151
Tesoro, mentre sì andava manifestando una contrazione dei consumi che non fossero legati all'industria bellica. Durante gli annl dell'autarchia e del riarmo l'Italia aveva sviluppato la propria capaciaì industriale ben oltre la possibilità di assorbimento in tempo di pace. Alla fine del conflitto i danni soffeni dall'indusuia italiana erano estremamente rnlnori di quelli subiti dalla struttura del trasporto pubblico: circa 1'8% del potenziale anteguerra era stato distrutto contro il 62% di quello del sistema dei trasporti. Dato che la maggioranza degli lnsecliamenll lndustrialì erano usciti quasi Indenni dalla guerra, gli industriali si rendevano conto della parte importante e lucrosa che avrebbero potuto avere nel processo di ricostruzione. La migliore politica economica che il governo avrebbe poruto seguire sarebbe stata quella di sfruttare le risorse disponibili e pilotare la produzione e la distribuzione del beni mediante i controlli, le agevolazioni e i permessi che le leggi in vigore consentivano. Gli esperti economici chiamati a collaborare con i rnlnistri finanziari dell'epoca - Solmi, Rlcci, Corbino, Einaudi - erano convinti seguaci del credo economico di Jefferson, della Scuola dl Manchester e dell'italiano Pareto che propugnavano il liberismo puro e nessun controllo da parte del governo sull'economia, nonostante che questa teoria si fosse dimostrata fallace alla prova dei farri negli Stati Uniti e in altre nazioni. Per contrastare la svalutazione incombente della moneta e per cercare di raggiungere il pareggio del Bilancio, anziché anuare una polìtica tesa ad incrementare la produzione e quindi i consumi, Einaudi preferì agire sul Tesoro, frenando al massimo la spesa pubblica, ivi compresa quella per la ricostruzione. L'industria, non guidata dallo stato ma lasciata libera preferì perseguire il proprio utile speculando sulle esportazioni specie nel senore tessile e manifatturiero e puntando verso scenari non funzionali ma vantaggiosi. Un solo esempìo chiarisce il con.ceno: !"industria automobilistica e meccanica che pure aveva costruito lo sviluppo delle Ferrovie, non avendo commesse pubbl.iche per i pur indispensabili progetti di ricostruzione del sistema di trasporto pubblico, si orientò verso il trasporto privato; ciò generò immensi profitti e il sorgere di industrie complementari quali quella delle strade e della gomma cambìando profondamente il modo di muoversi degli italiani. Dalla politica di restrizione della spesa corrente e degli investimenti, risultarono fortemente compromesse la ricostruzione e la realizzazione dei programmi necessari a rendere efficiente la struuura e Il treno competitivo rispeno ad altri vettori. La dirigenza aziendale, in linea con le direnive del governo, si orientò ad una ricerca della riduzione delle spese, anche con contrazione dei salari, puntando al pareggio del bilancio e alla realizzazione delle opere indispensabili secondo il criterio della massima economia.
152
LUCIO IACONO
La stessa classe politica era visceralmente contraria agli aiuti USA (UNRRA, ECA, Piano Marshall), sostenendo che I prestiti prima o poi vanno
restituiti, mentre in realtà solo una minima pane degli aiuti era sotto forma di prestiti. Francia e Inghilterra i.niulrono l'utilità degll aiuti sia economici che in macerie prime per risanare l'economia in ripresa e ne approfìuarono largamente ottenendone in misura clrca tre volte superiore all'Italia. li risultato di questa politica fu che nel 1950 la ricoscruzìone delle Ferrovie era praticamente terminata, riportando la rete alle condizioni di anteguerra perdendo però l'occasione di una ristrutturazione completa e profonda del sistema dei trasporti, ristrutturazione che negli anni successivi avrebbe potuto evitare li degrado e l'emarginazione del traSporto su ferro.
ConclusJone I responsabili dei trasporti al seguito degli eserciti americano ed inglese al momento di lasciare l'Italia avevano previsto che l'opera di ricostruzione non sarebbe potuto essere completata prima di almeno quindici anni. Nonostante i limitatissimi fondi a disposizione e le immense difficoltà, alla fine del 1950 lo Stato generale della rete era tornato ai livelli anteguerra e per alcuni settori in condizioni molto migliori. Tuu:ivia la miopia dei governanti del tempo lasciò troppa autonomia al trasporto privato, mettendo le premesse per la circolazione stradale che è oggi sono i nostri occhi. Concludo questa breve relazione sul complesso fenomeno della ric05trUzione con le parole profetiche dell'ing. di Raimondo, pronunciate In occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico 1955-1956 presso l'Istituto Superiore di Direzione Aziendale in Roma, alla presenza del prof. Giuseppe Togni. "lo sono fermamente convinto che la ferrovia in tutti i paesi, ed in ltalia specialmente, non ha fatto il suo tempo. Nel nosuo paese, che ha una particolare conformazione geografica per cui si totalizzano itinerari che superano la lunghezza di 1.600 Km, sopprimere la ferrovia, ritenendo di poterla sostituire con mezzi automobilistici costituisce, a mio avviso, un assurdo economico e metterebbe la Nazione di fronte ad un rischio e ad un pericolo non soltanto per lo sviluppo futuro della nostra economia, ma anche per la difesa della sua Integrità territoriale, della sua libertà, e deUa sua civiltà."
NOTE
(I) I.a corrente continua veniva ricavn12 dalla corrente a!tenutll ad uso Industriale m""'2n1e r:1ddriU2tori a v:,pori di mercurio, oggi completamente caduti in dlsuso e 50Slltulli da dispositivi
n semlcond1.11tori.
..,. IUCOSTRUZlONe OEUe Fl!JIROV1e Ol!IJ.O STA'TO
153
(2) li SÌ$lélll2 •a tena rooab· c:r.i C'OSliluito, come dice U nom,, tb wu ieru rot.1b situata all'esterno di quelle pon:intl, di poco pl\l sollevw, isolata d:l queste e percorsa <blb oom:nte dl allmcntazJone; un·apposlla presa o5ll'lsd2ntc i)0LIIS sul veicolo naocogllev2 la a>mm1c e la po,u1111 al motori; lalc ststcma fu poi abbandonato per le lince (cnovwic perché ""' facile per sJI wcmll clellll fenovla e per U pelSOnale ferroviario venire ln COnt:lllO con 12 IOl:llS eleartllca1:1 con conseguente mone per fulmlnazlone, mentre t rlmut0 In uso In :llcune linee metropollwie. O) I.e loromotlve delle FS 5()11() lndivk1U21e cb una •lab di 11'! numeri. per I locomOIOri elc:ttrfci n primo numero della slg!JI lndlc:t il numm, di motori, il SC!COndo 1A ~ e n teno le varianti alla sene per ciascun gruppo di veicoli uguali. (-0 Per ·amwnento di un binano• si lnlendono le rot1le, gli Ofg:lnl di attac:a> alte 1r:1vcr.1e e gtl org:,nl di glunwne delle rolllle (12 loro. ~) Le rowe Yffl80nO das.,ilkatc In base al peso di un meuo di cia5cuna di ~ I modc:111 ph) leggeri pesano circl 36 Kg ogni mmo, menue I pòO pesami In uso IJtl8I l)C$ln0 60 t<g per l1X'ffl). (6) Per ogni tipo dJ looomollva ~ SIJlbU~o al ITlOffll!lllO della 1t1e$A In scNl7.lo il pèSO massimo di veicoli che può tn.ln::uc In pbno e nel diversi gr:adl di mllll. <:n SI lmcndc con ·vdocid conunerchle" riforil ad una ter:a n:bzlonc. b veloclt:\ medi2
tenendo anche conto delle fCffll:ltc, del t2llenwnend e dcsJI altri ~tempo. (8) elle lince a singolo l?'mrlo gli lnc:rod del in,n che m.irdano in dlteziOnl opposte sono aJ1bUW dall'erano; In oso d1 pemubaz,oni alb drcolazlonc In n12ncanz:a del dirigente un c:o Il capo llllllonc deve flltC :attendere al primo treno che si presenili, l'arrivo di quello In ritardo: appare chiaro che In quea10 oso l'dTcno del riwdl si lnglpnllJcc e si moltlplla ad
ogni Incrodo. (9) Pezzo dl linea mmpreso f12 due 5'22lonl mnsenrtlve. (IO) Pane del vctcolo po512 al di >Otto dt!I piano del P'lvimcnto dclb zona o«up,>1:1 dal vla88la1ort (11) Gli artuall Eu!051ar E.1'500, I treni plil vclocl Ofllll In drailazlonc, che non sono 11:cnlca· men«! eletttocn!nl In quanto eostlruilf da due loc'.omotivr, una In 152 e u,u In <ncb e da un<lid carrozze rimorchiate, hAnno Qncor,a la ess:a tensione di ~ di 3.000 V comlnul ma una potenza a,mplcsslva dl olt,,e 8.800 KW, npanb su ono mocori, quatuo nella mOlria! d i testa e alucnantl In quella di coda; cbscun motOrC ~ llmema10 In cotm\tc 1ltemaca, genentlll a bordo medlantc un dlsposltlvo chlam:ato ·tnvenel". (12) SI Intendono per •5Ct.1J merci" qucgll lmpl:uul CO!lllultl da un piuzalc 5Ulllblc .solita· meme asfalwo, .alcuni bkwt dove poter eseguire le opet'll2lonl di Cllrico e salico cd C"ttl\1\131• mente uno o pt1'l pbnl cariattori, wnlc al quali I mezzi stradali possono salire llOJH1I i veicoli rovind: sii ,cali di 5m151amcnto sono qucUJ dowì dl dlsposltM. per mcuo dei quali possono esscré scomposd I treni nel sinBOII c::ini e ric0mpastl In modo dìVCTllO a aeconcb delle dc!tlna21onl del vari canl 03) Con tale tMnlne sono lndielle le SllWOnl adibite al servtzlo vla881atori: quelle ~ rie per le sole esigente dclb drcolulonc vengono chillma1c •posù di ~ ·. Sl cblamano •ùnpianll di blocco, quel dispositivi che impediscono llsiamenlC che due stulonl possano Inviare due treni nello S1CS10 binarlo In dlrez.lonl oppo51c; po6SOtlO a
rcr-
o•>
=
manovn manuale: o
UlomAllca. (I S) In una gnandc $11Ulone, doaua dì molli binari e molti *='!mbi, vcnscno 1111Un,11l
dispositivi di 00111Wldo che c:on l'azione di un solo pulsanae o ICYa, nw,ovrano nella ~ dcsldcraa runl ali sombl necessari per genc,are un llincr:ario di enlr.llll, di usdlll o di 1rarulto dl un treno. (16) I primi cani merc:l av.:vano due ,oli e quindi DeCC$$1rbfflft!IC cnno di poruu:a Umluua; l'lnl.roduzlone del due carrelli c:on due ll1I ciascuno permbe di aUunpre I carri e di aumenl:lmC b porwa, np:utcn<lo Il Cllrico su QU2l1JO 2.S5i.
154
ll/CIO IACONO
(17) Nei primi curi gli assi delle NOIC giravano entro boccole 3 Slrisciam= dJ me12llo bianco. (18) Le centrali georenniche sitwne a Lardercllo sul monte Amlata In Toscana, sfrunano l'energia del soffioni dJ vapore che escono dal sottosuolo ad altn temperaru.ra e pressione per generare elettricità. (15>) Nel locomotori elettrlci è pn!SCllte un dlsp05lùvo che serve a llmltare l'assorbimento di conen1c durante le fasi di avviamento, allo scopo d i avere una marcia pii) dolce e graduale, che ~ coStltullO da UM serie dJ resistenze elettriche successivamente escludlbUI, percorse dalla cor~lc di ulonamcn10 del motori e chl:tnure nel loro complesso •fl!OSUt<>. (20) Le caldaie delle locom01lvc a vapore sono del tlpo cosJddetto a ,rubi dJ fumo-, sono ci~ costiruite da un recipiente pieno d'acqua, appoggiato sopra U rocolare e Il fumo caldo viene condono al camino attraverso numerosi rubi che corrono entro la m:ISS:l d'acq\12 per megllo sfruttare li calore del fuoco, questi rubi sono dcnl appunto "bollitori·. (21) Si chiama ,corto clrcuilo- un guaStO nel quale i due poli di una linea percorsa dalla corrente elcarica vengono In contatto fru loro plil o meno dlrenamente. (22) La luce dJ un ponte è la lungheu:I dello spazio comprl!:50 fra le due spalle e cioè In pratica la larghezza del fiume o della strada scavalcati. (23) la •linea dJ contali<> è quella struttura che u-asferlsce l'energla clenrica prodOU3 dalle 60UOSl:lzlonl al mezzJ dJ trazlone; è costituita da uno o due ftli dJ contauo, contro cui striscia il p2ntogrnfo del locomotore che raccoglie la corrente elettrica da una fune di guardi2, sempre di rame, che sostiene U filo di contano e fa in modo che quCSl'ultimo sia sempre rigorò5:lmente alla stessa alte= rispeno alle 101ale, e da pall in ferro muniti di appositi sostegni lsolatl, posti ogni cinquanta metti circa che sorreggono Sl2 fune di guardia che mo dJ cont:1110. (24) li •materiale roiablle- è ruuo quello dolato dl ruo1e quindi oltre che locomotive e loc<> motori anche cani men:I, carrozze e bag;lglial. (25) Le rowe vengono classlflcare ln base al peso dJ un metro di clasruna di esse; I modelli piil leggeri pesano circa 36 Kg ogni metro mentre i piil pesand ln uso oggi pesano 60 Kg p<.-r met.'0. (26) SI Intende con -devtato.l<> ruuo il complesso dl mea:anlsml dJ manovra e di patti del binario rhe rende possibile l'lstradamento, • com:indo, dei rolllbUI al binario deviato o a quello di corretto tracclato, cioè diritto. (27) Per lndivldU2re la capacità di un tratto di linea dJ SOS1enere carichi pesanti si usa la nozione di -carico per asse- che rappresenta li peso gravante su ciascun asse: per un ponte !llle valore ha perO poco s ignificato se non è accompagn:110 dalla d lst.anza a cui si susseguono gli assi perché cosi viene Individuato In numero dl assi che gnvano sull'arco o sulla travata mctalllai del ponte. (28) I segnali senza 'pani mobili" sono quelli lumlnosl, simili ai semafori stradali ma con U03 sol:t sorgente lunùnOS2 che cambia colore per mezzo di dJsposldvi Interni; questi segn.all sono assai plil sicuri ed lnsenslblll •gli agentl esterni atmosferici d i quelli fonnad da una ala mobile I:! cu I poslziOne Indica la via libera o lmpedllll. (29) Tote slS1ema, rlmaslo In auività fino agli aMI sessanta era caranerluato da una linea di coni:mo bifilare per due delle fasi della corrente trifase In quanto la tcrz.a fase veniva convogliata dalle rolllle e da motori di unioni $lncronl che trasme!levano U moto alle ruote mediante biell.e. (30) L'illuminazione all'interno delle vcttUre t garanlllll da accumulatori che all'epoca venivano periodicamente esu:ud e cariati in apposite officine; oggi la ricarica avviene durante la marcia del Vl'lcolo mediante un generatore collegato alle ruole. (31) Molli pontl vennero riparati con strutture plil o meno provvisorie in fcno o plò spesso In legno.
lA RICX>STRUZJONI! OEIJ.E !'l:IIROYll! DEI.I.O 5rAT0
155
IIIBUOGRAflA
Prcsklmu del Consiglio dei MWslri, L 'op,,,,, di rlcOJlnalone /erroularla in Documenti di V-112 11:lllam, Poligr.lfico dello Suto, Roma, 1951. Presidenza del Consiglio dei Mlni51!!, Trasporti terrestri In Documenti di Vita hal!2n2, Pollgralko dello Stato, Rom:a. 1962.
Briano, I. Slorlad"11e/nrocle In /talk,, Cava!lonl Editori, Milano, 1976. ùswcd, A. Ball4glle e vfnorle ddJerm,,im, 1..2 Pror.a, Milano. 1945. De Cccco, M. La polilico economica durrmie la rlcostnafcme. In Woolf, S. 1121Ja 1939· 1950. I.a ricDttruzlone, L.ot=a, Bari, 1974.. De Maria, G. l'robu!mi economfd "socfa/J del dopofJunm, Malf:asl, Milano, 1951. DI lblmondo, G. Conferenza tenwa a Roma
presso 1:1 ODA, ODA, Roma, '1956.
Foa, V. MOUlmemo opealo e rlcasJrv:zione, Mt/Jenoueam1oquamn1acin,p,e, Mllilno, 1975. Fon12nelb, G. AspdtJ e pmbletnl del lraspo,t( terresirl, Ce<bm, Padova, 19611FS, Qnquanlenarlo deJJe Ferrode ddJo SlaJo. Dl=ione Generale FS, Roma, 1945. fS, Centenario t k l l e ~ Du'C7.looe ~ l e FS, Roma, 1939.
lannauon4 L // Irmo In IJD}JQ, l'!dltali:I, Roma, 197S. L:aeché, C. Ferrollit1 /la/lane, gl/ anni ddla dlstnalonl!, gll anni della rlcoslruzione, AgncsOOi. Roma, 1990. Ogllarl. F. e Muscolino. P. 1839-1989 150 anni di rmspoTff, Sociml, Mtlano, 1989. Spinelli, O . / trmporr( Libreria l'olitttrua Moderna, Roma, 1945.
Valllnl, E. GUl!ml sullo rotata, Lcrid, Milano, 1964. FS, La Teailai ~ uworl, ClFI. Roma, :anni 1948, 1949. 1956. 1959. Rota, R. Tesi su Lo riaJstnaione ""'1,, FS dopo la 2" GUl!ml Mondiale. aspenl U!arld, po}llic/ e sindaco/( Unlversltl deaJI StUdl di Galov.a, Facoltà di leuere e lllosolla, Relatore Prof. Piero Boldùnl. Anno accadem!co 1981-1982.
Il. MEZZOGIORNO D'ITAUA NELLA RICOSTRUZIONE
Ato0 A. Mou Tempi d1 una questione infinita La "ricosuuzione" del Mezzogiorno costituisce capitolo a sé nell'ambito della ripresa postbellica e rimane problema a sé stante nei decenni seguenti. Motivo In più perché sia tema di attenzione spedflca nell'esame complessivo degli anni dall'asmistizio al traltalo di pace e da questo al "miracolo economiro" e al Trattato di Roma, istitutivo del nascente Mercato romune europeo. La stratificazione (spesso artificiosa e ripetitiva) di studi sui vari aspetti della "resistenza" (e/o "guerra• o "lotta" di liberazione) ha fatto pe.r dere di vista le condizioni nelle quali la fine della seconda guerra mondiale in Europa (8 maggio 1945) trovò le diverse regioni d'Italia. Va quindi ricordato che il Mezzogiorno subì danni materlall e umani molto più gravi e severi rispetto a quelli patiti dall'·Alta llalia" (usiamo il termine fatto proprio dal Comhato di Uberazlone Nazlonale) e specialmente da regioni che, come il Piemonte, già nella denominazione del 'loro' CLN si vollero distinte e differenziate dal •resto" del Paese. A prescind~ dalla Sicilia, per oltre un mese teatrO di durissimi combattimenti, il Mezzogiorno - comprensivo delle grancli Isole - nei mesi decisivi per la sconfllla e la resa senza condizioni del Regno d 'Italia è bersaglio di alami fra gli attacchi "punitivi" più pesanti della "guerra inutile", come Eric Morris ha efficacemente defmito il travaglio al quaJe venne sottoposta l'Italia nel 1943-45. Dopo gli annistizl il Mezzogiorno è per una pane retrovia della guerra, per l'altra direttamente investito dalla lentissima avanzata delle truppe angloamericane, col suppo1to •francese" del geo. Alphonse Juin, motivatamente fonte di preoccupazlonL Delle condizioni materiali e psicologiche degli abitanti del Mezzogiorno, agli •Alleati" non importava più di quanto potesse premere ai tedeschi per l quali le terre sulle quali rimanevano anestati erano, nella
AIDO A. MOLA
migliore deUe ipotesi, il margine fra i "tradilori dell'8 settembre• e quella Repubblica sociale iraliana concorrente in mlswa non militannente rilevante (e speculare, sotto questo punto di viSla, aJ "Regno del Sud") alla loro difesa. Benché sede della Corona - ancora retta da un sovrano investito dalla richiesta di abdicazione e quasi randagio fra Brindisi, Napoli e RaveUo - e dei governi (da quello "dei sottosegretari alla compagine varata a Salerno neU'apòle 1944 e a quello insedialo in Roma nel giugno seguente), il Mezzogìomo rimane soaoposto all'AMGOT, governo mililare alleato per I territori occupati. Senza indulgere a evocazioni letterarie (bastino i nomi di Corrado Alvaro, Ignazio Silone, Vitaliano Brancali. ..), e le conseguenze di quel biennio sono sotto ogni profilo devastanti. La macabra stalislica dei morti per causa di guerra colloca il centro-sud molto avanti rispetto all'"Alta ILalia" scorporando daJ novero le vittime degli eccidi e dei non sempre militarmenle o politic:imerue motivabili "regolamenti di conti" di fine aprile-inizio maggio 1945. D'alLronde questi ultimi eliminano persone, ma, a differenza dei bombardamenti, dei combattimenti con mezzi pesanti e delle prolungate occupazioni, lasciano !matti impianti produttivi e infrastrutture. Di più: a differenza del degrado ingenerato nel centr0-sud da.i tanti mesi di Am-lire, nelle regioni settentrionali l'insurrezione dell'aprile 1945 diffonde l'illusione - onnai da Lempo spenta in Roma - che ancora una volta "l'Italia farà da sé". All'appuntamento con la "liberazlooe• il Mezzogiorno si presenta dunque durameme provato, avvilito, profondameme lacerato al suo interno. Non bastasse, contiene anche il separatismo siciliano, alimentato e armato dall'estero sin daJ 1942 e poi ingigantito con l'inizio dell'occupazione anglo-americana.
La lenta restituzione delle province liberate all'amministrazione diretta del governo "cobelligerante" del Regno protrae lo stato di guerra e, con esso, l'incertezza della ricostruzione. Mentre una parte della nuova dirigenza partitica, soprauutto della sinistra ()>CI, PSIUP e PdA) confida nel •vento del Nord" (che è anche implicit2 ammissione dell'impossibilità - o incapacità - di risolvere i problemi del Sud facendo leva sulle sue risorse), si diffonde e radica in vasti strati (e non solo "popolari") della sua popolazione la percezione di essere sottoposti, per la seconda volta nel volgere di ottant'anni, a una 'conquista', aU'ostillt:l del nuovo vlncltore sommata a quella dell'antico 'occupante', sceso dal Nord nel 186o. Molto più che le sporadiche insorgenze On mancanza d'aJtre etichette classi.ficate come neofasciste) risulta emblematica, al riguardo, la riluttanza di massa ad accettare ulteriormente lo Stato. All'"Uomo Qualunque• di Guglielmo Giannini va ri.c onosduto U merito dI aver conferito,
IL MEZZOGIORNO O'rTAl.lA NEI.IA RICOS1llUZI01'/E
159
almeno temporaneamente, la forma politica dialetticamente contrapposta al governo fondato sulle convergenze di CLN a un malessere endemico altrimenti destinato a sfociare in ribellismo di mas.sa, come nei primi anni postunitari. Non si può tuttavia concludere che il biennio 1943-45 sia andato del tutto sprecato per il Mezzogiorno. Sia pure con i condìzionamenti determinati dal razionamento della carta e sono l'occhiuta 'vigilanza' anglo-americana, quelli sono anche anni di ferv ida riscoperta della 'questione meridionale', posta al centro di tutti ì congressi di partito in termini innovativi rispetto al fioco dibattito al riguardo sviluppato negli anni dei regìme fascista, che sbri· gativamente finse di ignorarla, ritenendola sciolta e superata nei quadro nazionale. Gli stessi governi - ·da quelli presieduti da Badoglio a quelli di Bonorrù e, infine, da Parri e De Gasperi - contano su esponenti di spicco del nuovo meridionalismo inquadrato non solo nel progetto di modernizzazione globale dello Staio quanto, soprattutto, nel più generale contrasto tra paesì avanzati e paesi arretratL Di tale nuovo meridionalismo sono esponenti figure quali il socialista Pietro Mancini e I comunisti Fausto GuUo e Mauro Scoccimarro; ma lo stesso va deno dell'azionista Adolfo Omcxteo e dei democristiani Angelo Raffaele Jervolino, Salvatore Aldisio, Antonio Segni. .. Anche chi, come Benedetto Croce, rrùnist:ro senza portafoglio con Badoglio e Bonorrù, insiste sulla questione "nazionale", ~ dichiaratamente consapevole che questa non può trovare soluzioni equilibrate e stabili senza che venga affrontata in via prioritaria la meridionale: tragicamente aggravata dal degrado morale ingenerato dai due anni di occupazione descrina da Curzio Malaparte in La pelle e da Norman Lewis in Napoli 1944 (a tacere di La ciociara di Alberto Moravia). L'istituzione dei ministeri della Ricosuuzione (affidato nel governo Parri a Meucdo Ruini, con l'azionista liberista Ernesto Rossi quale sonosegretario) e dell'Assistenza postbellica (sorto da quello per le Terre occupate), affidato al sardista Emilio Lussu (con Mario Ferrara ed Enrico Berardinone per sottosegretari), dà la misura della consapevolezza della necessità di ricorrere a speciali e appositi strumenti di governo per affrontare con probabilìt.\ di successo l'emergenza della ricostruzione. Alcrenanto rilevante è però l'azione personale del comunista Giorgio Ameodola, sottosegret.arìo per la Presidenza del Consiglio dei Ministri sìa con Parri, sia con De Gasperi. La ricostruzione vede del resto attivi alcuni tra I phl prestigiosi meridionali· sti. Se l'Insegnamento del Pasquale Villari di Lettere merldfonali e dell'lncblesta In Sicilia di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti appare più 'datato' (come anche le opere di Napoleone Colajannl, Giustino Fortunato e dell'antropologo Niceforo), Francesco Saverio Nini è in prima linea a chiedere, come mezzo _secolo prima, leggi speciali, lnrerventl normativi mirati, un forte ìmpegno dello Stato, non potendosi ingenuamente affidare al liberismo propugnato, invece,
160
ALDO A. MOLA
da De Viti De Marco, da Novello Papafava dei Carraresi e dallo stesso Gaetano Salvemini che daglì Stati Uniti d'America ripropone le misure gli! prospettate nel primo decennio del Novecento e fatte proprie, in Italia , dall'azionìsia pugliese Tommaso Fiore. A cospetto dell'enormità delle rovine alle quali urge porre rimedio (poni, strade, ferrovie, edifici pubblici, impianti produttivi, servizi della peraltro perennemente carente igiene pubblica ...), anche nell'età dei partiti di massa continua a risultare suggestivo il vaticinio (o almeno l'auspicio) del meridionalista avellinese Guido Dorso di •cento uomìni d'acciaio, col cervello lucido e l'abnegazione indispensabile". I dati sul reddito degl'italianl dell'immediato dopoguerra fanno però intendere che, senza strumenti appositi, quei •cento uomini" si ridurrebbero a scrivere, predicare, protestare come generazioni di non meno Ingenui né meno geniali studiosi della questione meridionale sin dagli albori dell'Illuminismo: senza risultati apprezzabili. Nel Mezzogiorno (comprendente le grandi Isole), il reddito medio annuo pro capite risulta infatti di 128.500 lire contro le 204.900 della media nazionale e le 315.300 delle regioni nord-occidentali: squilibrio che da solo basta a evidenziare e a riassumere un divario che va oltre il fatto economico e investe co tume, storia, 'civiltà'. Perciò il nuovo meridionalismo trae soprattuno da due pensatori che, al di là delle ovvie e proronde differenze, si integrano: il 'volontarista' Antonio Gramsci e il cattolico don Luigi Sturzo. Mentre per il primo la redenzione delle plebi meridionali passa attraverso la lotta unitaria a fianco delle masse opera.le del settentrione in una medesima prospettiva rivoluzionaria - respìngendo quindi il gradualismo del socialismo riformistico di primo Novecento, risoltosi a suo giudizio, in mero rafforzamento del capitalismo e in benefici 'di seconda mano' a favore del proletariato settentrionale, guidato dal FiUppo Turati alla sua morte bollato da Togliatti quale massimo "corruttore" della classe operaia - per Sturzo il decollo civile del Mezzogiorno va incardinato sulla rifonna dello Stato nel segno di ampie autonomie, sulla valorizzazione delle energie locali e nella lotta senza quartiere alla corruzione, tramite la quale I potentati economici utilizzano quali propri strumenti di dominio assoldandoli e genandoli contro la loro stessa gente - quelli che già S:ilvemìni aveva marchiato quali 'ascari': cinici tramiti del dominio e dello sfruttamento dei "cafoni", pertanto condannati all'immobilismo perenne. Statuti specJall e provvedimenti straordinari
I primi consistenti passi del modo nuovo di affrontare la specificità del Mezzogiorno si registrano con l'istituzione dell'Alto Commissariato per la Sardegna (Rd.l. 27 gennaio 1944 n. 21), poi affiancato da una Consulta regionale
IL MEZZOGIORNO O'ITAUA NEl.l,\ RICOSTRUZJONE
161
fonnata eia diciotto membri in rappresentanza di partiti e ca1.egorte (culturali, economiche, sindacali, ci.I.I. 28 dicembre 1944 n. 417), con il compito di progettare il nuovo ordinamento regionale sulla base della collaborazione tra potere centrale e rappresentanze locali. ui Sardegna fa da precedente e da modello per l'altra grande Isola. li R.d.l. del 18 marzo 1944 n. 41 istituisce l'Alto Commissariato e la Consulta regionale per la Sicilia, dapprima di nove poi di trentasei membri. Innovazione di portata fondamentale, al due Alti Commissari è riconosciuto il diriuo di sede.re nel Consiglio dei ministri (l1tdndo questo sia chiamato a decidere su questioni di specifico interesse delle due Isole. È dunque ìl governo Badoglio, regnante Viuorio Emanuele Ili e prima della svoha di Salerno, a geuare le basi delle regioni a statuto speciale e del nuovo modo d'intendere e di affrontare la 'questione meridionale'. Il 1° settembre 1945 - quando presidente del Consiglio è l'azionista Ferruccio Parri - l'Alto Commissario per la Sicilia Aldislo ex deputato, già prefetto di Caltanisseaa e minisLro degl'lntemi nell'ultimo governo Badoglio insedia una commissione incaricata di predisporre l'ordinamento della "regione autonoma·. Questa commissione rapidamente redige e invia alla Consulta regionale e a quella nazionale un testo che viene approvato con rise.rva di conferma da parte dell'ellgenda Assemblea Nazionale Costituente. Tale iter si conclude con il d.d.l. 15 maggio 1946 n. 455, poco più di due settimane prima della vittoria della Repubblica nel referendum istituzionale del 2-3 giugno. ui Consulta sarda non fa proprio lo Statuto della regione Sicilia, offertale a modello. Lo stesso awiene da parte della Valle d'Aosta che, all'altro capo d'Italia , procede autonomamente all'elaborazione della sua speciale autonomia, come anche il Trentino-Alto Adige. Proseguendo per coerenza tematica nell'esame delle vicende degli statuti delle regioni 'speciali ' del Mezzogiorno, ricordiamo che l'Assemblea Costituente se ne occupa dopo l'approvazione della Carta repubblicana entmta in vigore il 1° gennaio l 948, anche per sottolineare che le autonomie regionali stanno comunque all'ordinamenro generale dello Stato come il meno sta nel più. Non solo. I padri costituenti si occupano degli sc.,tutl regionali quasi in ordine inverso alla loro originaria approvazione. U primo a essere preso in esame è Infatti quello della Sardegna (28-29 gennaio 1948). Su proposta del costituente Costantino Mortati , il presidente della Giunta regionale viene spogliato del rango di "rappresentante del governo": funzione conferita da Roma a un proprio funzionario, affiancato (come organo di controllo, quindO al presidente della Giunta regionale. Su proposta di Luigi Einaudi, inolLre, il parere del consiglio regionale sugli interventi statali in materia finanziarla e riguardanll l'Isola diviene obbligatorio ma non è vincolante. Viene dunque ribadito il primato dello Stato rispetto all'iniziativa locale e alle ambizioni (o pretese) di autogoverno. Analoghe cautele la Costituente adotta
162
ALDO A. MOIA
per 'potare' gli statuti del Trentino-Alto Adige e della Valle d'Aosta (29 e 30 gennaio 1948), che qui interessano solo perché anche a loro riguardo la Costituente ribadisce la priorità delle prerogative centrali rispetto a quelle locali, ancorché riconosciute come "speciali". Poche ore prima della chlusura definitiva dei lavori, il 31 gennaio 1948, la Costiruente affronta lo statuto piil de.nso di problematiche. Al di là degli schieramenti, ln Assemblea, Incombe la questione siciliana: quel separatismo alimentato anche dall'estero e giunto a darsi il braccio armato dell'Esercito volontario per l'indipendenza (EVIS). ln Aula le proposte prevalenti risullano due: l'apposita Commissione per gli statuti a maggioranza è per drastiche restrizioni delle autonomie configurate dallo statuto approvato col già citato d.1.1. del 15 maggio 1946. Dal canto loro, i patres siciliani, con lievissime differenzinzìoni, si schierano compattamente per la conferma delle prerogative acquisite. Nella loro determinazione va però riconosciuto che la Consulta regionale era andata molto oltre il segno della mera autonomia. Essa aveva Infatti avocato competenze in materie di vera e propria sovranità nazionale (per esempio in tema di relazionì internazionali dell 'Italia) e attribuito voto deliberativo al presidente della regione sedente in Consiglio dei ministri per decisioni concernenti l'isola (ma quali norme non avrebbero poi riguardato anche la Sicilia?) e poteri amplissimi (pressoché 'sovrani') In tema di ordine pubblico. La Corte Costituzionale per la Regione Sicilia risultava infine un di piil - o un potere antagonistico - rispetto alla Cone Costituzionale istituita dalla Carta repubblicana. r margini di mediazione quei 31 gennaio 1948 risultano dunque esigui. A sostegno della po izìone 'IIIJlSSimalistica' (pura e semplice "costituzionalizzazione" dello Statuto siciliano), propugnata dal giurista Gaspare Ambrosini, e alle tesi, non meno rigide, del separatista Andrea Flnocchiaro Aprile - con voto segreto e su proposta del meridionale ma rigorosamente unitario Giovanni Persico - proprio mentre accoglie lo Statuto sicillano (con tutti i poteri contr.istanti con quelli del governo centrale) quale "legge costituzionale della Repubblica" al sensi dell 'art. 116 della Carta, l'Assemblea delibera in extremis la possibili~ di modifiche di quello statuto su iniz.iativa dello Stato entro i due anni seguenti, con semplice consultazione preventiva dell'organo rappresentativo della Regione: un paradosso giuridico, a ben vedere, giacché prevede che con legge ordinaria possa essere modìficata una normativa dichiarata costituzionale e quindi modiflcabile solo con i criteri fissati dall'art. 135 della Costituzione, come si sarebbe affrettata a rilevare l'Alta corte per la Regione Sicilia (19 luglìo-10 settembre 1948). Bene si comprendono, 'tunavìa ', le esitazioni e le contraddizioni del governo centrale: sia alla luce dei t.orbidl serpeggianti nell'isola, sia per il ritardo faao registrare nella creazione della Cotte Costituzionale che, finalmente composta, con decre10 9 mano 1957, cancellerà senza margini residui la Corte Costituzionale della Regione Sicilia.
IL MEZZOGIORNO D'ITAl.lA NEIJÀ RICOS111UZIOfl.1!
163
Crepuscolo dell'autonomismo Anziché Incoraggiare a percorrere la strada delle autonomie locali, le vicissitudini dell'autonomill regionale siciliana (dai complessi risvolti sia per lo Stato sia per tutti i partiti del cosiddetto •arco costituzionale") Inducono a imboccare quella delle "leggi speciali". Tanto piìl che, malgrado quatuo anni di poteri 1Tl3i riconosciuti ad alcun'altra regione d'Italia, sulla soglia degli anni cinquanta, la Sicilia rima.ne una terra ove all'incenezza deU'ordine pubblico per la nora presenza diffusa della crìminalitll organizzata i sommino occupazioni abusive di terre e 'pro1este' che dal terren sodo-economico sempre pia frequentemente passano su quello politico, riproponendo una volta di più il temutissimo spenro del separatismo, mentre non sono ancora chiuse le ferlle delle mutilazioni subite dall'Italia sul confine occidentale e rimane apertissima la questione di Trieste e dell'Istria, (a tacere, s'intende, del contenzioso italoaustriaco per l'Alto Adìge). Non sruplsce che in presenza di cale groviglio di questioni Il governo miri a ridimensioruire drasticamente la tendenza delle Regioni a staruto speciale con1.111pporsi allo Stato quali poteri paritetici (per esempio pretendendo sed re in Consiglio del ministri con vo10 deliberante). Il costltuiìonallsla Giuseppe Armani ha osservato al riguardo che non sembra esagerato parlare di vero e proprio 'antiregiona.lismo' del pOlere centrale - manifestatosi lo molti modi e specialmente con Il dìniego dJ riconoscere alle Regioni :i statuto speciale competenze lnregrative di quelle tassarlvamente elencate nel loro statuti - con la d limirazione delle loro competen1.e e con la subordinazione deJla loro iniziativa legislativa, anche in materie devolute alla loro poteslà normativa, alla leglslazlooe smruale. Tale slstematko ridimensionamento della spinta autonomistica viene peraltro agevolato dall'opposizione delle sinistre alla immediata designazione dei previsti commissari govcrnatlvi presso le Regioni a stanno ordinario, come richiesto dal governo. In tal modo, in nome di un più accenruato regionalismo, si dà spunto agli avversari di qualsiasi autonomia regionale per rinviare il varo delle • utonomie nelle regioni denominate ma non nonnativamente costituite dalla Carta dei 1948. Le conseguenze della non proprio rettilinea vicenda delle Regioni a stat\lto speciale si condudono dunque con un bilancio globalmente negativo per il Mezzogiorno, giacché, in conclusione, filtra eccezione per le grandi Isole - che solo per uso Statlstico è: per 'e:..ensione' vengono incluse in tale ·area' -. le cinque (e poi rei: con la separaz.i ne del Molise dagli Abruzzi) regioni del Sud rimangono a statuto ordinario: ovvero prive affano di poteri d'iniilatlva e nella condizione di doversi affidare In rotoal governo cent.rllle.
164
AJ.00 A. MOLA
leggi speda.li e Cassa per ll Mezzogiorno
Due anni dopo la sconfitta del Fronte popolare nelle elezionì politiche del 18 aprile 1948 e all'indomani delle roventi polemiche condone clall'es1rema soclal-comunista contro l'Ingresso dell'Italia nella NATO, Il 1950 costituisce l'anno di svolta nel modo di affrontare la questione meridionale. D'intesa con politici dalla VllSla cognizione delle reali condizioni del Mezzogiorno e delle isole (Antonio Segni, Giuseppe Medici, Fiore.n1ino Sullo... ), De Gasperi punta a wrare grandi strumenti d'a'Zione e a ìntervenire con "leggi speciali" su siluazioni specifiche, nel quadro di rifonne di portata nazionale. La prima legge 'mirata' è fa n. 230 del 12 maggio 1950: Pro1J1Jedlmentl per la colonln:azlone de/l'Altopiano della Sila e del territori Jorifcl contermfnf,
nota come "legge Sila•. Mentre è In discussione la "riforma agraria" (intesa dall'estrema sinistra quale drastica espropriazione del latifondo e sua redistribuzione a coopcratlve e a braccianti nullatenenti, mentre i moderai! la concepiscono come incentivazione della mezzadria e di forme di cooperazione medi:11e e garantite daJJa pubblica ammini 1razione), il governo - per bocca del rel lOl'C esso della legge, on. alom ne - persegue l'in1ento di • ls1emare li maggior numero dJ famiglie contadine del luogo". L'obìeulvo ultimo rimane dunque la ricostituzione (o nvvento, là dove da secoli er.i stata spazzai via o non era mai esistita) della piccola proprietà concadina, veduta come già nell'elà postunltaria e lno a quella glolittlana compresa quale pilastro portante del riformismo g;.idualisllco e della pace sociale. SI ritiene ali.resi che la piccola proprietà avrebbe segnato Il passaggio dalle culrure estensive, generalment 'povere', a quelle Intensive, piìl qualiflcate. Tale proposito avrebbe però dovuto compo112re la fonnazlone di un mercato che In reali.i rimane al di fuori della ponata della legge Ila, per certi aspeul riecheggiante Il "decreto Gullo" che nel 1944 aveva avallato l'occupa.z lone di terre incolte, e l'istituzione dell'Opera di valorizzazione della Sila (31 dicembre 1947, n. 1647). Pur con I limiti insiti nella sua concezione lòcali tlca, la legge Sila si concreta nell'espropriazione di 76.000 ettari che, nel corso dJ sette anni, aggiunti agli 85.000 acquistali dall'Opera dJ valorizzazione, trasforma in piccoli proprietari circa 25.000 del 38.000 aspiranti. Va osservato che Il 60% dei nuovi propri tnri sono ex braccianti e Il 75% degli appezzamen1i assegnuli sono siti ne1J'are:i colUnare e di montagna. La costa, potenzialmente plìl ferace, rimane riservalo dominio d'Interessi foni Proprio l'eccessivo frazionamento, la carenza di risorse finanziarie e dì attrezzature e, infine, la già accennala certezza di bocco commerciale per la produzione, ridimensionano la portata dell'i.ntera operazione, alla quale va nondimeno riconosciuto il pregio ,di segnare nei ratti unn prima sconfitta della arcaica proprletìl assenteistica e li superamemo del latifondismo tradizlooale.
IL MEZZOGIORNO D'rTAIJA NEI.IA RICOST1IU1JO,
165
Gli effetti della legge Sila - va infine osservato - rimangono comunque lontani dal costituire valido correttivo all'imponente migrazione per lavoro verso le regioni settentrionali e l'estero: esodo dal quale nel dopoguerra la calabria ! fra le regioni più pennlizz.ate. Lo stesso anno, come accennato, viene istituita la Cassa per opere straordinarie di pubblica utilità per il Mezzogiorno, nota come Cassa per il Mezzogiorno (10 agosto 1950, n. 646). Alla Cassa vengono attribuile due funzioni: intervento immediato diretto, di concerto con altre istituzioni (quali l'ISVEIMER, l'IRFIS, il CIS), e programmazione di lungo periodo. Quest'ultima dovrebbe scaturire dalla concertazione tra i ministeri del Tesoro, dell'Agncoltura, dell1ndustria, del Lavoro, dei Trasporti, dei Lavori Pubblici e, dalla loro costituzione, delle Partecipazioni Statali e del Turismo: il cuno con il coordinamento della presidenza del Consiglio o suo delegato. Nel concreto, ove s'eccettuino Esteri, Interni e Difesa, tutti gli altri comparti pubblici risultano coinvolti, compresa l'lstruzione, per i riflessi dei piani di edilizia scolastica e per la prepara.z ione professionale: due cardini della modernizzazione del Sud. li ventaglio d'interessi toccati dalla Cassa finisce per fare del nuovo Istituto un duplicato dell'azione di governo nel suo insieme e della "politica per il Mezzogiorno* una variante di quella più generale dello sviluppo nazionale. Lo si vedr.l anche nel Progelto '80, lo sforzo programmatico più coraggioso (e inerte) del dopoguena. La definizione dell'area di competenza della Cassa supera il dualismo tra regioni a statuto speciale e le altre, peraltro ancora prive di fisionomia giuridica. Non solo, oltre al Me220giomo propriamente detto, essa include, nei Lazio, le province di Latina , di Frosinone, nonché l'ex circondarlo di Cin.aducaie (in provincia di Rieti), la valle del Tronto (in quella marchigiana di Ascolì Piceno), il comprensorio di bonifica dell'agro pontino (in provincia di Roma) e , non bastasse, le isole d 'Elba, del Giglio e Capraia . Sil'fam1 dilatazione del "Mezzogiorno" si connette alla elaborazione, all'epoca in corso, del concetto di aree souosviluppate o aree depresse: categoria applicata a vaste plaghe delle regioni centro-settentrionali, a loro volta destinatarie, pertanto, di interventi straordinari. La duplicazione Mezzogiorno/aree depresse non paralizza rullavia la programmazione d i una politica per il Sud: almeno in alcun i settori (bonifiche, acquedotti, rete fognaria , strade, ferrovie , edilizia pubblica. ..) , il Mezzogiorno risulta beneficiario di ìnvestimenti per cento miliardi nel 1950, poi elevati a una media di 180 annui. Allo slogan presto in uso ("mille miliardi per il Mezzogiorno•) s'accompagna la protrazione dell'azione della Cassa dai dled anni inizi:ùmeme previsti a quindici (che diverranno molti di più nel corso del tempo). Ciò che però più oonta è il passaggio dalla prima fase di interventi urgenti a una seconda siagione
166
Al.DO A. MOU.
Oegge n. 634 del luglio 1957), che vede inquadrnre la questione meridionale nell'ambito più generale della lotta contro il sottosviluppo in una visione europea e internazionale. In linea con la legge 22 marzo 1952 n. 166, la Cassa accede infatti a prestiti da pane della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRS), della Banca europea per gli investimenti e della Morgan tanley and Co. li "caso italiano• viene dunque affrontato come problema europeo e , in generale, dello sviluppo dei paesi industrializzati o, più correuamente, dell '"Occidente", oei quadro di uo dibattito dottrinale alimenta10 da figure di rilievo, quali Pasquale Saraceno, Paolo Sylos Labini e, rientrato in Italia, Gaetano Salvemlnl. frutto dì tanti sforzi convergenti è, nel volgere dl pochi anni, l'incremento e.lei valore aggiunto nei comparti industriale (6o% io cinque anni) e delle anività terziarie (72%). Per contro, proprio Il settore agricolo, pur beneficiario della maggior quantità di investimenti infrastrutturali, registra un incremento di valore aggiunto non superiore al 40%: in linea, d'altronde, con la tendenza registrata in tutti i paesi impegnati, come il Mezzogiorno (e, in generale, l'Italia dell'epoca), nella transizione dal primato dell'agricoltura a quello dell 'industria.
Dalle "agevolazioni" all'eclissi del merldlonallsmo A sostegno dell'economia del Mezzogiorno sin dal 1949 vengono adottate altre rilevanti misure. Nel settore della c.intieristica viene stabilito che almeno il 30% del tonnellaggio nazionale venga realizzato nei cantieri dell'Italia meridionale. La legge 28 marzo 1950 n. 986 stabilisce inoltre l'obbligo per le pubbliche amministrazioni di rifornirsi per almeno il 30% del fabbisogno presso dine meridionali e insulari. Nel 1950 vengono prorogate per altri cinque anni le agevolazioni tributarie già riconosciute dal governo Mussolini all'l.SV.E.I.M. (lsticum per lo sviluppo economico dell'Italia meridionale). Infine viene creato li Pondo per l'incremento ediliz.io, vincolato a erogare nel Mezzogiorno il 50% delle sue disponibilità annue. Queste e altrettali misure non conducono runavia al definitivo superamento della concezione settoriale degl 'interventi né a una visione organica di obiettivi e metodi. li disegno di legge per li coordinamento delle attività delle varie amministrazioni int.eressa1e allo sviluppo del Mezzogiorno, presentato da De Gasperi sin da] 4 dicembre 1952, pur approvato dall'apposita Commissione Finanze e Tesoro del Senato, non giunge a divenire legge per le tenaci opposizioni di potentati particolaristici. Manca quindi, In sintesi, un progetto di grande respiro, capace di segnare !:i i.-volta epocale. Perciò, al di ~ dei progressi oggettivi e degl'incrementi dJ valore fatti registrare In singoU settori, sulla metà degli anni cinquanta, quando la Conferenza dì Messina e il Trattato di Roma dilnno vita al Mercato
IL MEZZOGIORl\'O DTTAlJA NEllA IIICOS11lUZJONE
167
Comune Europeo, il Mezzogiorno d'Italia continua a rimanere nenamenle dislaozlaro rispeno alle regioni centro-senenlrionali in runl gl'lndicatori fondamentali, né mancano comparo nei quali, anz~ il rapporto Nord/Sud fa registrare persino un peggioramenLo del secondo termine di paragone. Di ll la cli.ffusa sfiducia nella capacità progenuale e politica dello Staro, il perdurante senso di frustrazione e rassegnazione dinnanzi al perdurare di un quadro globalmente stagnante. Concluslonl Ci si deve domandare, a quasi mezzo secolo daJl'età qui sintetizzata, quanto abbiano pesato su tale scenario talune vicende istlruzionali e alcuni fattori di politica estera e millrare dai risvolti sicuramente negativi. Pensiamo, per esempio, alla perdita del patrimonio coloniale e alla rarefazione quasi senza residui di una culrura dei rapporti fra 11ralia e l'altra sponda del Mediterraneo. S'aggiunga il pàvilegiamento delle regioni seuentrionali (e in ispecie nord-orientali) nei piani di difesa e la prolungata disattenzione per il ruolo del Mezzogiorno nel sistema difensivo nazionale (col mode&o correnivo esercitato dall'insediamento del Comando NATO a Napoli-Bagnoli). Alla luce di queste considerazioni, non è esagerato concludere che se 11!:alia àsultò sconfitta nella seconda guerra mondiale - una sconfina ribadita duramente dal Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 - le conseguenze più grevi del conflitto si fecero avvertire e prolungarono la loro cupa ombra soprattutto ulle regioni che per prime erano state 'liberate' e che pertanto avrebbero potuto e dovuto avere in sorte un pili rapido processo di ricostruzione e di decollo, nel quadro delle opportunit.à prospettate dalle Nazioni Unite. Viceversa, quando finalmente le anni tacquero, le regioni senentrional! sino a poco prima occupate daì germanici e dall'economia funzionale ai piani bellici deJ Terzo Reich, recuperarono tempestivamenle i livelli d'efficienza e produttività del 1938: anzi, in alcuni comparti, risultarono persino più avanzate, per l'effeao dell 'incremento tecnologico imposto daJ bisogni bellici. l venti mesi - dall'8 settembre 1943 al maggio 1945 - sono questo pron.Jo non furono solo e del tutto negativi per quella parte dell'll:alia. Per contro quello sresso lungo periodo non venne debitamente utilizzato nelle terre già sotto piena sovranità del Governo nazionale. A conferma che può accadere di perdere una guerra e, subito dopo, di perdere anche le opportunità della pace. Un'ullima considerazione s'impone ove si voglia cogliere appieno il clima culrurale e politico entro Il quale stenta a decollare una politica "per" il Me:zzog.iomo (mai ne venne prospettata una "del" Mezzogiorno). Già "Regno del ud", nel referendum istituziooale del 2-3 giugno 1946, le regioni meiidionall si pronunciano a maggioranza per la conservazione della monarchia ,
168
/\I.DO A. MOLA
considerala da un canto garante dell'Unità nazionale, dall'altro quasi pegno di !t-peciale arrenzlone verso le cerre meno sviluppate del Paese. Dal referendum il Sud si sente esproprialo defìoitivamente della sua tradizione speclfka: onant'anni dopo la liquidazione dei Borbone, è la volta dei Savoia. Una cirul come Napoli - antica capitale, poi "ti1olo" del principe ereditario, in altemati\'a al Piemonte - vive il cambio istituzionale quale retrocessione civile, umillazlone della propria peculiarità storica. Richiama l'auenz!one il fauo che, dopotutto, tale vicenda non sia utillzza1a quale base per una drastica contrapposizione Nord/Sud, incentivo di spiriti separatJsrJci e scissionistici (quando prendono forma di movimento poli1!co, tali propensioni si radicano invece nel Settentàone, con le "Leghe" dell 'ultimo decennio). Dunque, la popolazione meridionale dà ancora una volta prova di una pazleru:2 quasi illimitata. Alla lentezza della ripresa (per molti aspetrJ mancata, come abbiamo veduto) fa da contrappeso l'esodo dl circa cinque millonl dl suoi abitanti: un quarto della popolazione, una vera e propria fiumana di gente in cerca di lavoro, pane, dignità, con molte e motivate perplessl!ll sul tragico approdo del regime ma anche sulla dirigenza postbelUc:a e, in ispecie, sul governo centrale, sulla dirigenza partitico-parlamentare, che del res10 avrebbe rinviato sino al 1970 l'istituzione delle regioni a statuto ordinario: preziose nell'intuizione del costituzionalista, nel 1946; rea ltà opaca un quarto di secolo dopo.
BlDUOCRAJ'IA - Sul reglon21lsmo meridlon:1le v. L Sturzo, La l't!Blone nella nazione, Roma, 1949; F. Comp:tgn:i, L'Europa delle 1'118lo11/, N2poU, 1964; F. ltuffilll, La questione regionale dall'u,if/icazfone alla dUJatum, 1862-1942, Mll2oo, 1971; I!. Rotclll, L 'awe1110 dl11/e n11Jf011f ,., /lolla, 19/3· J94 7, fdano, I967. - Sulb demognlfut v. F. Barbag2llo, Lavoro«/ (!!;0(/o nel Sud, Napoli, 1973; L Cuoco, Il proemo di svl/Jlppo di un mN RHJrOfJPOl)Olato li MCZZXJBlonro d '/111/10, Mil2.n o, 197 l. - Sul btifondo ,,. R. Vllbri, /tftzz0gfonro e contad/111 nell'etd mo<l!nro, Bari, 1961 : E. Scttnl. Il arpllallsmo 1ielk! CDmpaJJne, Torino, 19'17: C. B2rb:igallo, Lo q11asl(ont1 merid/o,,altl, Mlbno, 19-16: G . G2l:isso, La riforma asmrla 111 Calabria, Roma, 1958: M. Rossi-Docfa, Dfet;J anni ,U politica agrono nel Arezzqilomo: linee di polf1ica asmrla, Bari, 1958.
- V. allJ'C5Ì N. Mancino, Il merldfonalJs,m e lo Cassa fWJ' Il Mozzogfomo In li porlamt11110 Ualfatt0, XVl. 1950-1953. Il Celtlris1110, Milllno, Nuov:a Cci, 1991 , p. 73 e ss. L'On bibliosraOa. - Per alcuni llSpCltl della vicenda poll1ico-lsthuzion•le v. P. Andriola, Uom/11/ " sullo della R.SJ~ prd di A.A. Mola, Foggùa, B:tstogi, 1999 e Lu<l<l'ico Incisa dl C.mer:ina, L 1/alia della Lu<JCOletrenro, Mlbno, CorbClcclo, 1996.
L'JTALIA E LE OIUGINI DELLA TERZA GUERRA MONDIALE
RAIMONDO LURAGH.I Sembra opportuno e necessario chiarlsc anzicuuo perché, nella presente analisi, si è scelta la locuzione "terza guerra mondiale" anziché quella più comunemence usata (ma anche 3M3.Ì più vaga ed imprecisa) di •guerra fredda". Per comprendere ciò, occorre risaJire parecchi anni addietro, per lo meno sino al momento in cui U governo bolscevico sostitul quelli zarista e repubblicano alfa tesla dJ dò che era scaro l'impero russo e eh diveniva ora l'impero sovietico <1>. Parlando deì nuovi reggitori che si erano insedìali a Mosca, uno era I più acuti studiosi della storia sovietica, Adam B. Ulam, così si espdme: "Pochi di essi si consideravano governanti nel senso tradizionale della parola; essi erano agenti di una rivoluzione mondiale in corso• (2). In sostanza, "l'esse= della dottrina originale della politica estera del marxismo era assai sempJice: la rivoluzione mondiale" <3>. Da ciò 5C3turiva automatkamente la conclusione su cui tutti i capi sovietici erano d'accordo: che cioè la guerra contro i paesi "capicalisti" - in Lai modo ei;si dennivano quelli che sarebbe più esano chiamare "liberal democratici" - era inevitabile: "ln alcre parole, l'origine basilare della guerra fredda non sta in un qualsiasi errore o incomprensione da entrambe le parti, ma, del tutto pr<>l>-aicamenJe, nell'im:ompat.ibWtil strutturaJe tra le politiche del comunismo e della democrazia costituzioo.ale. Dalll la semplice esistenza dell'Unione ovietlca, la guerra fredda era inevitabile, per cui essa terminò automaticamente quando l'Uolone Sovietica cadde" <~. Se alla locuzione •guerra fredda" si ostltulsce quJ, quella più appropriata di "teru guerra mondi:tle", li gludlzio è perfetto. ln questo quadro, Stalin fu Il primo Statista sovietico a rendersi conca che la rivoluzione mondiale noo era, né poteva essere, un One immediato e meccanico, ma che lllle principio forniva la ba e per l'idenùficazìone di un potente Unione Sovlellca e che ciò poteva realizzarsi fondendo il limlmto
170
IWMONOO WRAGHI
imperialismo 1:3riSla d'anJan con il nuovo obienlvo dl instaurare il comunlsmo nel mondo intero. Mediante questo "paradigma imperial-rivoluzionario", Stalin si dedicò "alla cosuuzjone di un grande Impero sulla terra. L'imperialismo divenne ben presto parte della sua strategia" m. ln qucsco quadro fu creata la leggenda secondo cui nel fronte antifascista l'Unione Sovietica sarebbe stata. la potenza più risoluta nella lotta contro i totalitarismi di destra: leggenda che il pauo tedesco-sovietico del 1939 e la lunga collabora.zi.o ne nazi-sovietica (che Stalin cercò in ogni modo di preservare e sviluppare) <6>si occupò di smentlre. ln effetti •fu la Germania ... , che costrinse la Russia aJla gucrra e ad un'Involontaria alleanza con le democrazie occidentali Se la Germania non avesse auaccato, la Russia avrebbe persistlto nella politica dell'ag0sto-serrembre 1939 ancora per molto tempo" <n. Era quindi inevitabile che, sgombrato il terreno dalla Germania e dal Giappone, l'ostilità tra il mondo comunlsta e quello democratico riaffiorasse. Era infatti accaduto ciò che Amold Toynbee aveva a suo tempo detto circa la crisi di autodistruzione del mondo ellenico, durante la quaJe al margini erano sorti e si erano rafforzati i due colossi di Roma e Cartagine che successivamente, sgombero ormai il campo, si apprestavano a quella lotta mortale che avrebbe consaaato l'egemonia di uno solo dei due <8>. Che l'i.nlziativa dovesse venir presa dall'Unione Sovietica, era nella natura tessa delle cose. La nemesi volle che il peccato cli sangue, che era tato alle origini della seconda guerra mondiale - l'aggressione e la spartizione della Polonia - dovesse gravare come una maledizione ui vincitori e sui vinti <9>, generando una catena di eventi che portò a quello che è, a nostro avviso, giusto chiamare il teno conflitto mondiale, quello finale e - si spera - definitivo. Fu l'azione di Stalin verso la Polonìa la quale mostro che l'impegno, preso anche dal dittatore sovietico, cli garantire a tutti i popoli liberali il diritto ' di scegliere la forma di governo sotto cui vivere• non era, per Stalin, che un cbfjfon de pap er. A petto del suo antico part11er Adolf Hitler, Stalin era certamente più prudente, più cauto e infinitamente più realista: tunavia egli, · a lungo termine, non poteva opporsi alla logica della sua posizione di capo di una società cotalitaria e di capo supremo di un movimento che cercava la sicurezza auraverso l'espansione continua. In questi falli, più cbe ogni peccalo di omissione o commissione da parte dell'Ovest, devono essere viste le radici della crescente dfscordtd' ClO) e, aggiungiamo noi, di quella che fu la terza guerra mondiale. Se il conflitto per la supremazia con le potenze occidentali (e specialmente con gli Stati Uniti) non eruttò in una guerra guerreggiata all'ultimo sangue, dò fu dovuto ad un solo elemento: quello cioè che Sir Wlnston Churchill chiamò "l'equilibrio del terrore", ossia la presenza dell'arma nucleare. Ma già ere secoli prima, un pensatore dell'acutezza di Raimondo Monlecuccoli aveva
L'ITAWI
e Le ORIGINI Ol!U.\ TERZA GUEIU!A MOl'IDIAL!
171
lntuilo che la minaccia della forza è un timore di guerra tanto quamo l'uso dlreno di essa; e che è quaolo mai rozzo credere che un confliJ.10 (specialmente un conflitto globale, avenre come posta il destino del mondo} si debba combattere unicamente mediante l'urto diretto: cm ed in effetti nella tena guerra mondiale, resosi impossibile l'urto totale, non sarebbero mancali gli scontri sanguinosi, dalla Corea all'Angola, al Vietnam, al Como d'Africa, a.I Nicaragua sino ai fasti tragici del terrorismo. Stalin aveva perfettamente compreso quanto dl artificiale vi fosse nella fonnula dausewitziana secondo cui la guerra è la continuazione della politica con mezzl differenti; ora per lui valeva il totale (e genJale) rovesclamenlO dell'espressione: era la politica che sarebbe stati la continuazione della guerra con meul differenti (12). Si può dire che in questa fonnula sta cuna l'essenza della wategia globale del ventesimo secolo, tutta la base strategica di quella che ho definito la tera guemi mondiale. DI fronte a tale condotta, le potenze occiden1ali commisero lnì2llllmente un errore di gravissime conseguenze: esse, ci~, si illusero di poter trattare con talln nello tile ortocencesco dei rapporti tra potenze. Cosi la Gran Bretagna sl convinse di poter ristabilire nell'Europa postbellica quell'equilibrio delle potenze che ero tr.1dizionale e che le era caro, menlre l'Unione Sovì lica voleva l'egemonia sul continente; cosi gli Stati Unili commisero a Yalta l'errore fondamentale di dichiarare che le loro forze annate non sarebbero rimaste in Europa ph) di due anni dopo la fine del connitto <t», cosa che poi sarebbero stari costretti a rimangiarsi. Proprio mentre I capi sovietici erano convinti che la guerra con l'occidence fosse inevitabile O~l. E così siamo giunti ai paesi occidentali ed all'llalia . Apparentemente, Stalin non fece alcuna opposizione alla polìti01 degli Alleati in lt:1lia: in realta, il maggior biografo del dittatore sovielico, li generale Dmilri Volkogonov, sulla base dei documenti segreti del Cremlino ora venuti pat2ìalmence alla luce, mostra come egli ritenesse una presa del potere ìn Italia da paite di un "fronte" (ovviamente a direzione comunista) come una concreta possibilità 05>. Ma come? Non ceno con U rozzo sistema usato nel tentativo greco ù6>. le istn1zioni date da Stalin a Palmiro Togliatti quando egli lo inviò in Italia erano ben chiare: in base a tali direttive fu compiuta la famosa ·svolta di Salerno•, che, sia detto per inciso, i comunisti italiani tentarono di accreditare sonobanco come una fonnulazlone originale di Togliaai - addiriuur.a un gesto di indi· pendenza da llllin (del quale invece Togliaui era un fedele e.secucore di ordini) - menu-e Udiltatore sovietico avew egli steSSO fonnulru.o tale linea ( l 7). li primo passo di questa offensiva verso I paesi su cui l'Unh:>ne Sovietlc:a ln1endeva inizialmente es1endere il proprio dominio o la propria egemonia era s!llto compiuto tempo prima , apparentemente In dlrez one contraria: si era trattalo cioè dello scioglimento del Comintem, il 15 maggio 1943 (quando la vinaria cominciava ad arridere alle annate sovieciche e la disfatta di Hitler
172
RAIMONDO WRAGHI
si profilava all 'orizzonte). In realtà raie manovra può essere rubricata sotto una parola che esprime un componamenco in cui il dittatore sovietico era maestro di inganno OS)_ Stalin aveva ormai acquisito sui partlti comunisti un tale controllo che la presenza del Cominrern era divenuta del tutto inutile e persino dannosa. Esso non fu pi~ necessario poiché "Stalin e il suo gruppo acquisirono Il controllo assoluto sul Comìntem dopo l'imprigionamento o l'eJiminazione fisica di molti emigrati politici stranieri e in particolare di molti dei leader di tali partiti" 09>. Quando "il gran terrore" ebbe fatto piazza pulita di tutti gli oppositori presenti e futuri, il nucleo dei dirigenti dei partiti comunisti stranieri rimase composto unicamente da uomini del tutto devoti a Stalin e che furono da lui inviati, quali proconsoli ed esecutori, nei paesi soggiogati o che si trattava di soggiogare: Klement Gottwald in Cecoslovacchia, Mathlas Rakosi in Ungheria, Boleslav Bierut in Polonia, Wllhelm Pieclc in Germania: cune persone che si sarebbero "distinte " nella sanguinosa "seconda ondata" delle purghe nei rispettivi paesi. A parte gli stati dell'Europa orientale, che Stalin considerava suoi per diritto di conquista, quelli dell'occidente in cui aJ dittatore sovietico sembravano aprirsi prospettive di ascesa al potere da parte dei comunisti erano la Francia e l'Italia . In Francia fu inviato Maurice Thorez ed in Italia Palmiro Togliatti czo>. La politica staliniana in Europa orientale doveva però non tardare a mandare all'aria gli asserit.i propositi di "unità nazionale" dei comunisti italiani. A parte la mainmfse sulla Polonia, il primo grosso scontro fu determinato dalla questione del Piano Marshall. Da qualche tempo i sospetti di Stalin verso gli occidentali erano andati approfondendosi: l'energica opposizione al suo tentativo dì smembrare l'Iran meuendo su un governo fantoccio in Azerbajdzan; l'azione per impedire la sopraffazione della Turchia, tosco tentata; infine la proclamazione della cosidetta "dottrina Truman" e l'aiuto militare fornito dagli Stati Unili alla Grecia mostravano chiaramente che adesso creare nuove Polonie fuori dai confini di Yalta diveniva assai difficile (Z t)_ Ovviamente, l'accettazione e la messa in pratica del Piano Marshall avrebbe implicato una su-etra collaborazione tra oriente e occidente: e la politica di Stalin in queJ momento era di rottura. Così, i governanti cecoslovacchi che avevano in un primo tempo aderito alla proposta del segretario di Stato americano. furono chiamati a Mosca ad audiend1m1 uerbum e costreui a cancellare in fretta e furia l'adesione <22 >. lmmediatameme, ì capi del Partito comunista italiano si affrettarono a pubblicare un editoriale sulla rassegna "Rinascita", dìretta da Palmiro Togliatti, in cui em detto che il Plano Marshall em contro •una politica dettata esclusivamente dai nostri interessi nazionali" (23). Né ci si limitava a ciò: tutta una campagna
, , ·.
L'ITA1JA E LE ORIGJNl Dl!UA TEltZA GUERRA MONDIALll
173
ben orchestrata fu scatenata neU'inutile tentativo di impedire l'adesione italiana aU'European Recovery Program, che contributi alla ricostruzione in tempi rapidi del nostro Paese. Compare così quel motivo cli "difesa• degli "interessi nazionali" che sembra ben strano, oggi che sappiamo come i dirigenti comunisti - ed in primis Togliatti - si recassero puntualmente all'Ambasciata sovietica di Roma a prendere ordini (21l. Ciononostante la grande massa di militanti comunisti - ed anche dei quadri "di base" - credeva sinceramente a tali affermazioni. La reallà è che il panito comunista italiano (come, per altro, tutti gli altri partiti comunisti) praticava una verilà "a tre livelli". La reale essenza deUa politica comunista mondiale, gli ordini e le direttive di Stalin ed i veri fini di quest'ultimo per instaurare il comunismo sovietico in wuo il mondo, erano note solo al massimi dirigenti del partito, suoi fedeli esecutori perinde ac cadaver: poche decine di persone. Già i quadri intermedi sapevano ben poco della verilà; infine, alla grande massa degli iscritti veniva presentata soltanto la "linea" ufficiale. E basta. Non fu certo per caso che gli unici partiti comunisti "occidentali", chiamati nel settembre 1947 a far parte del nuovo organismo internazionale a direzione sovietica (il cosidecto "Cominform"), fossero quelli italiano e francese cz5J, Da questo momento il PCI si allineò (come anche prima, del resto: ma da ora in maniera più nena) alla nuova linea sovietica. Al Vl Congresso del Partito comunista italiano, tenutosi a Milano, i sovietici fecero sentire il loro peso con una delegazione composta da ?avei Yudin, "Jllosofo di corte" di Stalin c26> e che sarebbe poi stato inviato quale ambasciatore a Pechino, presso il malfido Mao Tsetung, e V. Grigoryan, "uomo" di Berla. Nello stesso Congresso, nella sala rì ervata della Commissione politica, a pone chiuse, Togliatti attaccò violentemente Umberto Tem1cini che si era azzardato a criticare l'eccessivo asservimento alla politica sovietica. Ora un nuovo motivo apparve nella propaganda comunista: la cosidena "difesa della pace". Da chi p01eva venire la minaccia? Chiaramente, dai fascisti. E poiché il fascismo era stato sbaragliato, occorreva inventarne uno nuovo: così, già nel 1946, Lucio Lombardo Radice rivelò che chiunque fosse anticomunista (od anche solo avanzasse riserve sugll obiettivi del comunismo mondiale) era "obiettivamente" fascista, anche se non lo sapeva, anche se magari aveva sempre lottato contro il fascismo < m. Cosi, ogni avversario dei regimi comunisti dell'Est era, nella prosa de.I PCI, fpso facto, un fascista : anzi un "criminale fascista" (281. La "campagna per la pacè" salì al diapason quando da parte occidentale apparve manifesta la volontà di non cedere alle pressioni sovietiche e gli Stati Uniti espressero chiaramente l'intenzione di non abbandonare a se stessa l'Europa, come invece avevano fatto, con disascrose conseguenze, nel 1919.
174
RAIMONDO LURAGHI
Su questa questione della "pace" un chiarimento è richiesto. Cenamente sappiamo da più testimoni che Stalin riteneva in.evitabile a più o meno breve scadenza la guerra generale contro i paesi occidentali (29). Tuttavia per ora occorreva auendere (anche in vista del momento in cui si sarebbe pareggiato l'arsenale atomico americano, momento che venne solo nel 1949) <30>. Tuttavia Stalin non aveva minimamente rinunciato al suo sistema favorito delle "rivoluzioni dall'alto": quando in un paese i comunisti avessero preso il potere mediante un colpo di stato, l'appoggio politico e militare sovietico sarebbe stato loro garantito; naturalmente conservando la "pace". A proposito di tale politica "pacifista", si può qui ricordare come Clausewicz l'avesse già definita e giudicata oltre un secolo prima: l'aggressore, egli scriveva, è sempre "pacifista". Infatti, "se noi pensiamo filosoficamente all'origine della guerra, il conceuo specifico di essa non nasce con l'attacco, poiché queslO a per fine non tani.O la lotta, quanto la presa di possesso. Esso nasce con la difesa, poiché quest'ultima ha per fine immediato la lotta, in quanto difendersi e lottare sono una sola cosa" <3tl. Ma tutta la campagna "per la pace• non era in realtà, da parte sovietica e comunista, altro che un auo di guerra: non per nulla un autorevole teorico militare sovietico avrebbe scriuo che "i marxisti, pur sostenendo i movimenti pacifisti e antibellicisti guidati da sinceri difensori della pace, devono individuare e spiegare quanto sia dannosa la loro posizione teorica (e in molti casi anche poUtica)" 0 2>. E ancora: "la lotta (anche armata e violenta) contro il capitalismo deve continuare con rinnovata energia sotto l'ombrello della distensione"... o,> Vien da pensare al mondo descritto da George Orwell in 1984, ove il "Mio.istero della Verità' distribuiva le menzogne propagandistiche, iJ "Ministero della Pace" si occupava della guerra e il "Ministero dell'Amore·, della più cruda repressione poliziesca. Una svolta radicale nella politica sovietica avvenne dopo che, il 29 agosto 1949, l'URSS ebbe raggiunto la parità atomica con gli Stati Unili e che i comunisti cinesi ebbero vinto la guerra civile Instaurando a Pechino U loro governo. Stalin decise di rivolgere la sua attenzione all'Estremo Oriente. Egli diffidava profondamente di Mao e dei comunisti cinesi C34) e riteneva giunto il momento di impegolarU ìn una qualche azione che li coslringesse a dipendere strettamente dall'aiuto militare sovietico. Quando il dittatore jugoslavo Tito aveva recalcitrato, Stalin gli aveva lanciato la •scomunica", che però era stata senza effetto. Ora oon ci si poteva penneuere di perdere anche la Cina. Fu questa l'origine della sua decisione di scatenare il con nino coreano osl. ll primo passo fu l'invìo del fedele Pavel Yudin (che gLà aveva esercitato la ·supervisione" del VI Congresso del Partito comunista italiano) a Pechino come ambascialOre.
175
Nell'aprile del 1950 si Lenne a Mosca una riunione in cui la fatale decisione di anacare la Corea del Sud fu presa. Stalin sapeva benissimo che ciò poteva condurre alla guerra generale: ma eg!J era convinto in primo luogo che gli Stati Uniti •avessero paura della guerra•; In secondo luogo sapeva che essi nel 1949 avevano ritirato le loro truppe dalla Corea meridionale; in terzo luogo era sicuro che in caso di conflitto totale la Cina vi sarebbe stata trascinata e coscrena quindi a stringersi all'Unione Sovietica della cui porenza militare non avrebbe potuto fare a meno: infatti, a proposito della guerra generale, egli avrebbe poi scritto: "Dobbiamo temere ciò? Secondo me, non dobbiamo . perché insieme siamo più forti che gli SLati Unili e la Gran Bretagna ... Se la guerra è inevitabile, che avvenga ora· <36>. Questa decisione di Stalin dell 'aprile 1950 è di estrema importanza, perché essa segnò la fine, per così dire, della fase "prebellica" e inaugurò di fatto la terza guerra mondiale, il terzo confronto globale del nostro travagliato secolo. Se si esamina a fondo la questione, si potrà concludere che la •guerra fredda " ci fu , e cominciò in Polonia: ma terminò di fatto nell'aprile del 1950, cioè nel momento in cui la terza guerra mondiale ebbe inizio. Togliatti, il quale (come il ristretto &JlJppo dei fedelissimi di Stalin) era certamente stato posto al corrente degli eventi perché prendesse le opportune misure, lasciò trasparire questa sua conoscenza quando in un discorso della primavera 1950 si lasciò sfuggire che si :ivvicinavano •quei mesi estivi in cui scoppiano le guerre". La prospeaiva era chiara, anche se al momento ben pochi se ne resero conto. Ma le cose andarono diversamente. Gli Stati Unici seppero unire la fermezw alla prudenza e mantennero il loro intervento limitato nello spa1jo senz:i cadere nella provocazione; anche l'uso della terribile anna nucleare fu evitato, al costo di sostituire il viuorioso generale Douglas MacArthur che ne preconizzava l'utilizzazione. Gli Stati Uniti pe.rò quadruplicarono il loro bilancio militare; consentirono l'entrata della Gennania Occidenrale nella NATO e si prepararono insomma a condurre il conflitto con la massima ene.rgia consentita dalla streaoia nucleare. Contrariamente ai pensieri (e forse ai timori) di Togliatti, l'Italia ebbe in questa prima fase del terzo confliuo mondiale un ruolo secondario, di retrovia. Ancora lontani erano i tempi in cui il conflitto si sarebbe spostato nel Medi1erraneo, con l'lnrervemo delle forze na\lali sovietiche, con l'appoggio mmtare di a regimi aulOritarl e semifascisci quali l'Egitto nas.seriano, la Libia o l'Etiopia di Menghiscu, ecc. e infine con lo scatenamento dell'offe.nsiva terroristica che avrebbe fauo scorrere il sangue anche nelle nostre strade. Tutto ciò era in grembo al fumro: nel 1950 la terza guerra mondiale era appena iniziata.
=
RAIMONDO LUJtACHI
176
NOTE (I) La più aggiorruita analisi della vicenda che, altl"llverso I:, rivoluz one IUS.S2, port6 al colpo <Il stato dell'Ottobre 1917 e - qulndl - :lll'lnstaurozl.o ae del regime sovietico è In: Rlchard Plpes, 7be Russfan Reuolutlon, New York, 1992, nonche: Id., Russia 1mder lbe 11olsbevtcb Regime, lbld., 1994. SI veda anche la nuova edlz. aggiornata di: Adam B. Ulam, 1be Bolshuvick!, New York, 1998. (2) Adam B. Ulam, l!.Ypa11Slon and Coe:dsrence - Soulet Foreisn Pollcy. 1917-1973. 2nd
ed. n., Fon Wonh, 1974, p. 4. (3) Vlodlslav Zubok and Constantine Pleshakov, fluide 77,e Krem/111 "s cold Wa,..From Sla//n 10 Kbrusbcbev, Cambridge, Mo.ss., 1996, p. 13. (4) Martin Malia, 7be Soviet 7"mgedy • A 11/slory of Socfallsm /11 R1,ss/a, 1917-1991, New York, 1994. p. 298. (5) V. Zubok and C. Plcshakov,
op. c/J, p.
IS.
(6) Anthony Read and Oavld Flsher, 7òe Deadly Embrace-H/1/er, Sta/In and tbe Nazi· Sov/1!1 Paa, 1939-1941, London, 1988; i\Jexandt M. Nekrich, Parlahs, Partmrn, Preda1on, 1922· 1941, New York, 1997; W:llrer Laqucur, 1/u.uia a11d Gomra11y, New York, 1991. (7) A, Rossi (Angelo Tasca), Deu.T Ans d'Alllance Germane>-Sovlétlque, Paris, 1949 p. 20S. (8) Amold J. Toynbee, A Sludy of Hfslory, London, 1962 . gg., I I vols. (9) "Acerba fora Romanus agunl · Scclusque fratemae nccis" : la citazione del versi di
luClno applll"C ben più • proposito qul che non nel Capita/e di Mnixl (10) A. B. Ulnm, Expanslon
a,1d
Coexisumce... , eh., p. 377.
(11) Cfr.: le Opere di Raimondo Mont«11ccoll, a CUl"II di Raimondo Lurnghi, Roma , 1988, 2 vols, a rutt'oggi (sp. li T111tuto "Della Guerra·, nel voi. I). (12) Raimondo Lur~hi, -L'Ideologia della Guemi lndUSlrlale" , in: "Memo rie Storiche Militari", 1980. p. 169 sgg. (13) A. B. Ulam, Expanslon «nd Coe:xislfmce. .. , cli .. p. 368 sgg. A raie proposito, ~ del tutto folsa 12 tesi di quanti sostengono che a Yalta Roosevelt si sarebbe fatto ·lnfinocchlare' da St:illn, In re-Alt:\ la sua diffitlenza e la sua ostilità verso Il tlhtatorc sovic1ko andarono crescendo (cfr.: ibld., p. 380). Su Yal1a, cfr. l'imponan1c testo: Yalta; 1111 miro che resiste. a cura di Paola Olla Brundu, Rom11 , 1988.
(14) V. ZuboÌ< and C. Ple5h3kov, op. cli., p. 90. (15) Dmhrl Volkogonov, Amopsy for an Empire · Tbe Seve11 Lendtm wbo b111/r tbe S011le1 Regime, New Yoric, 1998, p. 130. È que,1'1 l'ultima opera dello S{Orico russo. che aggiunge nume· rosi nuovi e in<.'Cli1l particolari alle >'Ue biografìe di Lenin e Slalìn.
(16) A. B. Ulam, Exsparisio,r and Coexisle11ce. .., cii ., p. 365. (17) Si veda 511 dò l'opero foncl:1111(.·ntalc di Elena A~·Rassi e Vk.10r Znslavsky, Togllalll o Sta/In • Il PCI e kJ l'ollllca estem sta/1111«1111 11rgli ArcbttJI di Mosa,, Bologna, 1997, p. 58 sgg. 03 I\OClre che Toglèmi a M<>SCll awvn formuluto un., propose, di llnc~J pollrico del ru110 dlff0<me (ba5n1n ,u un., ridlicsta dl abdicazione del re) e che l'aveva muma pc,r mssativo ordlnc di Stnlln, atlcgu:u,dosl oll:I lettera a quella • =1 plil conm'l:I e reallstlca • ,-otu111 d:JI dittatore sovietico Ubld. p . 61 sgg.). (18) Cfr.: Rlch:ud 1:1. Shulrz a nd lloy Godson, Dari11formatsla • ACllw Measures /11 S01:ler Slratog)'. Washington, OC, 1986. (19) E. Aga-Rossi e V. Znsfavsky, op. ciJ., p. 31 (20) Sulle gravissime respon.~abllilil di Togllanl nella "purga• dei comunisti ltllnanl In URSS, si veda: Renato Mieli. Toaliaui 193 7, uh. c:diz. . .Milano. 1988. (21) Unio: Kuniholnt, 7bt, Origltis o/tbc Cold War /111be Mt.Jdlc Eàsl, New York, 1980.
(22) V. Zuhok 3n<l C. 1'lesh3kov, op. ,1,., p. j l
L'1TAUA E LI! OM!OINJ Ol!UA THMZA GUeRIIA MO~DIAIE
177
{23) "Rlnascita·, a. lv, n, 6, giugno 1917, p. l~ 588, (2-0 E. Ag:a-ROISSI e V. ZM!:l.vsky, op. cu, passim. ~ 1be Comlnfonn. Mimi/es oft~ tb,w Confmm= 1!>17·1948-1949, a curn dJ Giull:mo l'roc:acd, Milllno, 1994. {26) V, Zubok and c. Ple:shakov, op. Cli~ p. 59. I ('rf) wdo Lomb:lrdo R:ldkc. Farclsmt> e ,tnttcomuntsmo. Appunti • llleorrf~ Tonno, 1946; 11 propo51to del quale si ved3 lii recensione erumbsllca su "Ri""'5CÙJI" (b rlvlsw. ùl Togl td), a. lll. n. 3, magglo-glu8J10 19'16. p. 135, die dl mtto ~ le tcsl del lllidkle 2 dourloa ullld3le del l'llltlto. (28) Cosi, qw,ndo, nel giugno del 1947. lo sfonun:110 capo dell'opposizione 31 1':lrlamen10
bulgaro, NICOia l'~OV, fu lnvl:JtO alla r01at dal BQYttRO comunlslll. dì O!mitt<W, Ili rivlsm uflld31c, del PCI, "Rlruascfta", non t!Sitlva a IO!vcrc, n un corsivo eh ,inribulrs fotSC allo Messo Toglhml (nu ccno pubbl!Cllto con Il suo consenso}. •AJtlsslme ~ VCl\&OflO lewte dal CD.Sldenl llbernll del nOSlro Pllcse (,sf n01i In •p- mai,=!a; n.d.a) ~ in Bulgari• un ~gnor Petkov, =mbro dcl P:ulamenio, t rond:tnn210 11. monc ••• In t.12li2 abbbmo oon una ma mlllc r.agfonl per b:n1er le m:uù se11r..t n.setv.a 2laJR2 21l'opc:rn10 e :dl'energla d"1 govc:mo bulg;aro. .. Se nel 1921, o nel 1_922, d fossero 6latl tn lw.11~ un governo e del gludkl I qua,U avessero 1>ttlufl'1110 Mu.s.wllnl e •1J110 dopo un rapido pmc:;!SSO, l'11vcsscro 1n11ncb10 dll.VllRtl • un plou:inc d'CllCCU"liooe, 9IUS10". Dove Il slstl!lm di geu.are la lllcdil di ·r~1· sugli ll\lVCr$:lri polli d app:irc nclb swa massima e p O odiosa) espressione. "RlnllSCilll-, a. jv, n. 7, glUflllO 1947, p. I~.
=
"""'bbc,
(29) V. Zubolc and c. Plealukov, op. cii, p. 94. (30) Davld Hollow::ay, SlaU,1 and 1/x! Bomb, N<ew Havcn, Cono., 1994, p. 2H sgg. (31) C.Ul von Oauscwltz, Vom
Kri"II", Bocul, 1963, 1b vf, op. 4, p. 425,
(32) Gener.i.le A. S. Mllovidov Cl :I.I., Problemi della g11•n'a contemporanea, di. in: Raimondo l.ur.aghl. ·u Gllfflll Totale nella Slr:uegb Sovietio", in: ' Mondo Operato·, Fcbb. 1982, n. ?, p. <40 gg,
<33) R. Nuraghi, LD Stmtea,IO Globale ... , cii.. p. 43,
reladom, rrom thc Korcan War 10 B•ndung•, In, The Cambrldgr Hlsto,:y o/ Cblna, voi. 1'1, "Thc Pcoph!'s Rcp\lbllc. p;in l: The Em~rgencc o( Rcvoludon~,y China. 1949-1965', cd. by Roderick kFa,qulur and John K. l';:litlxlnJc, C:,mhridg,,, Gl3, 1987, p. 259 sgs, (35) V. Zubok ffld C. Pleslu!kov, op. di, p, 62. (36) Stnlln al diWU>re nord-coreaoo Klm U Sun.g. 7 ooobrc 1950, dandogli una posrunu spiegazione dc,Ue sue dccl!lonl polltkht dell'~prile prettdtnte. u lmer.a e riprodotta In: V. ZUbok and C. Plesluikov, op. c/1., p. 66 sg. (34) Mlneo NakaJlm:i, "l'orelgn
FINITO DI STAMPARE NEL MESB DIMAOOIO 2001
.,...,.A!O IIIIJD
• 5'C/o8lUMl!9flOGIWIQJMIUf,\U.G.sllJI (IOCIS)41d--ladl411.