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OPERE DI ARRIANO NICOMEDIESE LA TATTICA

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O P E R E DI

ARRIANO NICOMEDIESE

LA TATTICA versione di

V. RACCHETTI

MI LANO T IP I

DI FRA N CESCO

SONZOGNO

q.'“

C IO .

Stradone a S. Ambrogio, num. 2 ^35

1827.

B A T T .a


Arte

tattica

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l i si pare Omero Ç) essere stato il primo di tutti quelli che sappiamo avere avuto contezza della. sciènza della Tattica , ed aver celebrata le lodi de valenti iti essa come Mnesteo : Cui in nostra terra altri non surse eguale Per ordinare cavalieri e fanti.

E della Tattica propria dà9tempi di Omero ho letto Ertnia, e Frontino uomo a dì nostri consolare. N el trasmettere poi questa scienza alla posterità, tra i moki si occuparono ed Enea (2) autoren d un tempo d i moltissimi libri strategici, quindi compen­ diati da Cinea tessalo , e Pirro epirotafed Alessandro figlio .di Pirro (3), ed eziandia Clearco (4)? non quegli che di migliaia di Greci presso il.re di Persia fu capi-

eli scrittori Stratocle,

(*) Ho creduto supplire col testo di Eliaco alla lacuna esistente nel nostro Autore, mentre è facile scòrgere da ciò che segue avere entrambi cominciato' questi trattati di egnal maniera, o sia coll* enumerazione di coloro che scrissero su tale argomento, cal­ cando Eliano lodevolmente le tracce del suo antecessore, (l’ Edit)


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tano , ma un qualche altro Clearço. Intorno a ciò vonne anche scrìtto da Pausania (5) ; c se ne trova pure da Evangelio (6), non che da- Polibio arcade (7), il quale fu compagno del romano Scipione mentre che fece molte e grandi guerre, e quella fra P altre, in cui Car­ tagine in Libia espugnata, rase al suolò. Sopra tal ma­ teria fu scritto altresì da Eupolemo (8) e da Ificrate (9), non già il capitano degli Ateniesi, ma alcun di suo no­ tile. Posidonio il rodiano, ei pure delP arte tattica qualche cosa lasciò di scrìtto (10). Ma tutti questi scritti tornano oggi a poco vantaggio, perchè destinati ad uso di quelli che di già sono nell’ arte esperti; ragion pei* cui non vi si fa menzione de* nomi'di qualsivoglia spe­ cie d’ armi e d’ eserciti, come di cose volgari e note; le quali però, ove oggidì non vengano schiarite, rimangonsi del tutto ignote. ‘ II. Al qual difetto d’ oscurità quest’ opericciuola re­ cherà, per mio avviso, primamente rimedio. E perchè a chiunque a tal soggetto è inteso vocaboli e cose sieno palesi, da quelli sarà al mio dire cominciamento (11). Ili* Tutto ciò che per guerra si prepara o spetta ai m are, o. alla terra (12). In fatti altri soldati in terra , ed altri in mare guerreggiano. Di quéUi poi che’ vanno a guel-ra , alcuni sono destinati a combattere, come ì soldati propriamente, ed altri al costoro sussidio, qual si è il genere degli artefici ( i 3) , de’ medici ( 14) 9 de’ mercatanti, de’ vivandieri. t)i quelli che militano in terra si distinguono varie specie. Così di specie diversa sono i soldati che cavalli adoperano (1 5) da que’ che montano gli elefanti (16), come un tempo gli Elidi (17)


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e gli Etiopi (18) , e dipoi i Macedoni (19) e Cartagi­ nesi (20), e posteriormente i Romani eziandio ebbero i a costume (21). Inoltre delle truppe a cavallo v’ha un genere che pròpriamente cavallerìa è detto (22), ed un altro che milita sopra i carri. E nella cavalleria altri dicoìisi propriamente soldati a cavallo (a3) , ed al­ tri amfibj. I primi così denominati sono quelli che adoperalo un solo cavallo, ed amfibj (24) quelli che ne hanno due a paio non bardati, in guisa che balzar possano dall’ uno sull’ altro. L a pugna poi con gli ele­ fanti (a5) è uniforme} eccetto che vi si soprappongoft le torri, e loro armansi i denti con ferro acutissimo (26) onde vagliano meglio al ferire, e non ne vengano di leggieri recisi. Ma la battaglia che si dà con i carri è distinta in più specie. Imperocché l’ una si fa con i carri nudi (27), come quella che fu a Troia, e 1’ altra con i carri falcati (28), quale dipoi trai Persi venne in costume } come pure 0 con cavalli da capo a piede;ar­ mati, oppur con nudi, i quali eziandio ad un solo, o a due, o a più timoni sono accoppiati. GB ordinamenti p o i, non che l’armi degli eserciti appiedi ed a cavallo sono varie e molte. Che se dal modo dell’ armadura (29) voglionsi i fonti genericamente distinguere, si può divi­ derli in tre generi : l’ uno de’gravemente armati, l’ altro degU armati leggiermente, l’ ultimo-di que’ che usano gli scudetti. Que’ dall’ armi gravi (3o) sono quelli, che portano corazze (3 i ) , e targhe (3a) o scudi (33)} con di più spade (34) ed aste (35) , come i G reci, e lun- . ghe picche (36) , alla £usa de’ Macedoni. E poi tutto »1 contrario in que’ di leggiere armatura, imperocché


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non hanno essi nè scudo, nè corazza (3?), nè gam­ biere, nè celata. Adoperano sanni da gettare (38) , le quali scagliano a mano (39) o con P arco (4o)} conte pure valgonsi delle pietre a mano o con frombola slan­ ciate (4 i). L 9armadura poi'di que9che usano gli scu­ detti (4*) è bensì più leggiere della grave, essendo lo scudétto (43) men pesante e più picciolo dello scudo, e la verretta (44) più corta dell9 asta e della picca ^ ma siffatta armadura è insiem più grave deUa leggiere. In fatti ella alla giusta e grave s9approssima sì per gli elafi ed i caschetti all à Lacedemone (45) ed all9A r­ cade (46), che per le dne gambiere (47), qual era in uso fra gli antichi Greci, o per una sola, come fra i Romani (48) , a cagione che battagliando si pone in­ nanzi un piede} ed eziandio per le corazze a squamme-(49) e piccioli anelli tessute (5o). Le truppe poi a cavallo altre sono armate tutte intere (5 1), ed" altre nò. In quelle che hanno intera armadura, sì i cavalli che gli uomini sono d9armi coperti : questi con corazze a squamine o di lino o di corno (5 a), e con fasce alle cosce ( 53), quelli con guernimenti ai lati (54) , e te­ stiera (55). Per le truppe che non hanno intera arma­ dura (56) la cosa è diversa* T ra queste usano alcuni aste e lance , ed altri arme da gettare solamente. Gli astati (57) si cacciano addentro nelle schiere nemiche, e combattono con le aste o lan ce, gettandole anche in corso al modo de9 Lituani, e de9Sarmati. I lancia­ . tori poi scagliano di lontano le loro armi, come gli Ar­ meni, ed alcuni de9Parti che •#on adoperano aste. De* primi alcuni portano eziandio gli scudi^ e sono detti


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tiwofori (58) , cioè di scudi guemiti; altri» uè vanno senza, e battolisi con le aste o con lance solamente, Â quali pure doratofori o contofori, cioè astati, e da certuni xistofori sono denominati. Lanciatori (5g)*chiamansi quelli che non vengono alle m ani, ma di lon­ tano slanciano le loro armi. Di costoro alcuni gettano picciole aste, e chiamansi tarentini (6o)$ gli altri tutti sono detti ippotoxoti, cioè saettatori. De9 tarentini eziandio alcuni in distanza appostati o all’ intorno scorrendo gettano Ÿ armi loro, e questi in istretto senso denominansi tarentini } altri, queste prima slanciate , tostamente s’ azzuffano coi nem ici, 1’ asta a ciò in pronto adoperando o anche la spada, e questi diconsi leggieri. De9Romania cavallo (61) alcuni portano aste, e spingonsi al modo de9 Lituani e de’ Sarmati \ altri tengono le lance. Inoltre, una spada grande ed ampia pende a costoro dagli omeri, e scudi portano larghi e bislunghi, con di più elmo di ferro, corazze a maglia, e gambiere piccole. A doppio fine portano lance , e per ’ gittarle discosto se torna è>ene, oppur combattere con esse a mano. Se debbon dappresso sbuffarsi e venir alle mani combattono ben anche con le spade. Alcuni sonovi che portano piccole scuri tutt’ all’ intorno .di punte gueruke (62). IV. In qualsivoglia esercito sì a piedi che a cavallo, sono certi dati corpi, duci e numero determinati, e precisi vocaboli, onde più sollecitamente adempire al comando, delle quali cpse debbesi qui far parola. La prima dunque e più importante operazione nell’arte mi­ litare quella si è di prender tutt’ insieme una promiscua jliàUMo*

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moltitudine d’uomini, e quinci bene e convenevolmente distribuirla ne’suoi ordini, e gli ordini fra loro collegare, a tutti il rispettivo numero assegnando in guisa, che ne ridondi uniformità, ed unione, e buona attitudine al combattere (63). L ’ esercito infatti ben ordinato (64) egli è più spiccio nel viaggio ^ più sicuro negli alloggiamenti, più nelle battaglie proficuo, di modo che di grandi eser­ citi e ben armati, perchè trascurati nell’ordine, sap­ piamo essere stati sconfitti da minori ben di gran lunga, e non egualmente armati} quando invece P ordine in truppe anche di picciol numero e malamente armate, prevale sempre alla moltitudine (65). Del resto distri­ buire in ordine egli i lo stesso che comprendere in una data classe certo numero d’ uomini. V. Fila o schiera (66) si denomina un dato numero d’ uomini, P uno dopo P altro per filo disposti, dal ca­ po-squadra cominciando con que’ che il seguono fino all’ ultimo soldato $ e quésto dicesi retroguida. Il nu­ mero poi della fila altri prefissero di otto uomini (67), altri di dieci, altri di dodici», ed alcuni fin di sedici. Il numero di sedici sarà per noi il massimo, imperocché è ben* proporzionato sì alla fronte che al fondo della falange, potendo i veliti che stanno a tergo agevol­ mente slanciare le loro armi. £ sia che si raddoppi 1’ altezza della battaglia , e facciasi di treptadue uomini, non riuscirà eccedente } e sia che si accorci e facciasi di otto uomini, non però si toglierà alla falange ogni larghezza. Se poi il numero di otto in quattro si divida, ogni larghezza andrà perduta. VI. È uopo scegliere e costituire primo e capò di


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ciascuna fila il più valoroso , il quale capo-squadra e protostala si chiama. La fila vien detta da^ alcuni squa­ dra e da al^i decuria, forse perchè appo loro di dieci * uomini formata. Circa por al vocabolo d’ enomozia (68), varie sono opinioni. Ed in vero tengono alcuni ch’ egli significhi qualche cosa di diverso dalla fila; ed altri credono chiamarsi enomozia una quarta parte di que­ sta; e quel che la guida dicono enomotarca. Così de­ nominano dimerie due enomozie, ed il loro* capo dime­ rita. Senofonte (69) non* ispecifica quanta parte della fila sia 1’ enomozia. Che questa però venga ad essere minore della metà della fila da ciò è palese, che egli afferma avere i capi-squadra 1’ ordinanza loro per enomozie formata. Del resto (70) , colui .che immediata­ mente vien presso al capo-squadra dicesi secondo., e quel che il segue primo, e P altro che a questo Succede di bel nuovo secondo; in guisa che tutto l’ ordine della fila di que’ che sono primi e di que ' che sono secondi viene formato. Nè solo è necessario che il capo-squa­ dra (71) sia il migliore di tutta la .fila; ma eziandio il retroguida (72) non gli debb’ essere inferiore di molto. A questo infatti assai cure e non leggieri in battaglia si affidano. La fila dunque è formata di primi e secondi per filo , tramezzo al capo-squadra ed al retroguida collocati. ’ VII. L ’ ordinare o metter in ordine (sylh>chismus) (73) èi) congiunger che fassi d’ una fila con l’ altra, allorché il caposquadra della prima fila al capo della seconda si pone accanto, così il secondo della prima a quello della seconda, e via di seguito. Posto a lato (parastates) (74)

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è poi quegli, che nella riga sta accompagnato con altro eguale ; come allorché il capo-squadra della prima fila è spalla a spalla col capo della seconda , il secondo della prima col secondo della seconda , e così di mano in mano fino ai retroguide delle file. £ quando molte file sono a Questo modo fra loro collegate, tale unione dicesi sillochismo. V ili. L ’ insieme poi di tutta la moltitudine si deno* mina falange (75), la cui lunghezza consiste nell’unione non interrotta de’ capi-squadaa, la quale da alcuni di­ cesi anche fronte. Sonori pur di quegli che il nome le danno di faccia, di giogo, di prospetto; o che protolochia la chiam anoossia primo ordine. Quanto v’ ha poi d’ estensione dalla fronte ài retroguide addomandasi larghezza o fondo. IX. Q u elli, che per retta linea secondo la lunghezza stanno.mutuamente disposti, o anteriori (protestate), o posteriori (epistatæ), diconsi far il giogo, ossia for­ mar le righe (76): que’ pQi che per retta linea secondo la larghezzà si vanno, seguendo tramezzo ai retroguide ed ai capi-squadre, diconsi formar le file (77). X. La falange si divide in due parti (78) massime , spezzata la fronte per tutta la larghezza, e 1’ una di queste parti o metà, che è posta a diritta, chiamasi ala destra o capo ; 1’ altra, che sta a sinistra, ala sinistra o coda (79). li luogo poi ove la lunghezza della fronte è spezzata, vien denominato bellico, apertura, centro, o fondamento. XI. Dopo i fanti di grave armadura collocansi per lo più gli armati alla leggiere. (80), onde abbiano questi


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dalle colorò armi qualche diffesa, ed insieme agli ar­ mati gravemente torni bene dal dardeggiar dell’armi (81) di que9 che vengon lor dopo. Perciò soglionsi anche di* Tersamente collocare i veliti , cioè ad ambedue le a le , o solamente ad una in caso che 1’ altra da fiume, o fos­ s a , o mare fosse difesa ; e ciò affine d’ impedire 1’ ir­ ruzione del nemico dall’ alto , or per non venir presi di mezzo. Anche le schiere* a cavallo.soglionsi variamente disporre, a norma che può tornar meglio in acconcio. XII. Non è in arbitrio del capitano generale il de­ terminare a suo talento il numero dell’ esercito; ma bensì a lui aspetta l’addestrarlo, mediante l’esercizio (82), a movimenti e disponimenti di tutta sorta; ond’ è che io gli darò consiglio che solo tal numero d’ uomini ponga in ischiera, il quale riesca ben acconcio .al rad­ doppiare o separare, all’ accorciare o spiegare in largo, o a tramutare in qualsivoglia altra *guisa gli or­ dini della battaglia. Di qui procede che uomini di sì fatte cose ben istrutti tal numero per gli eserciti desi­ gnarono , che fino* all’ unità potesse egualmente in due parti esser diviso ; onde prescrissero % che la battaglia de’ gravemente armati ammontasse al numero di sedici mila trecento ottantaquattro individui (83) ; quella de’ veliti ad una metà di questa, e quella de’ cavalli fosse a questa di b.el nuovo minore, d’ una metà (84)« Così un tal numero potendo egualmente in due partirsi per rasino,, all’ uno, riesce agevole il raddoppiare il fondo della battaglia, e, ristrettolo, l’accorciarlo di bel nuovo celeremente, .secondo che 1’ uopo il richiegga. XIII. Poiché il fondo di ciascuna fila di sédici indi-


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vidui determinammo, il numero delle file dell9esercito tutt’ intero ammonterà a mille e ventiquattro. Queste per ordini ripartite prendono particolari nomi (85). Cosi due file unite chiamansi dilochla. (Quattro file (86) si denominano tetrarchìa, -e tetrarca colui, che presiede ad uomini sessantaquattro ).. Due tetrarchie si appel­ lano ta xis, la quale comprende otto file, cioè cento ventptto individui, e chi n9è capo ha 'il nome* di faxiarca. Si forma ben .anche un corpo di cento uomi­ ni (87), il cui capo A detto ecatontarca. Due taxis fanno un sintagma (88), nel quale comprendonsi sedici file , vale a dire uomini dugçnto cinquantasei, e chi il presiede nomasi sintagmatarca. Alcuni poi chiamano pur quest9ordine xenagìa, e xenago chi lo comanda. In ogni corpo di dugento cinquantasei uomini sonovi cinque distinti (89); un alfiero, un retroguida, un trombetta, un aiutante, un banditóre; e tal ordine tutt9 intero disposto in quadrato ha sédici uomini in lunghezza*, e sedici in larghezza. Due sintagma com­ prendono cinquecento dodici uomini, cioè trentadue file , e chi lor presiede nomasi pentacosiarca. Due pentacosiarchìe (90) hanno il nome di ckiliarchìa, la. quale è formata di mille ventiquattro uomini, e conta settantaquattro file. Due chiliarchle unite diconsi merarchìa ; e questa contiene due mila quarantotto individui, vale a dire cento ventotto file; e quegli che n9è capò domandasi merarca. Questo stesso corpo alcuni dicono telos. Due merarcbìe unite chiamansi pJialangarchìa, la quale con­ tiene quattro mila novantasei uomini, cioè dugento cin­ quantasei file ; e phalangarca nomasi chi la presiede.


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Questo corpo alcuni appellano strategìa, e quel che n7 è capo stratego. Cosi due phalangarchie sono deno­ minate diphalangarcliìa, la quale comprende ottomila * cento novantadue uomini, che è quanto dire cinquecento dodici file. Questo corpo detto pur meros , egli è P ala dell7 esercito* Del pari due diphalangarchie diconsi fetraphalangarchìa9 la quale conta mille ventiquattro file, ossia sedicimila trecento ottantaquattro individui. Che se si voglia rappresentare in parata P intero numero d7un esercito di fanti, si osserveranno in esso due ale , quattro-phalangarchle, otto merarchìe, sedici çhiliarchle , trentadue pentacosiarchìe , sessantaquattro sintagmatorchio, cento ventotto taxiarchìe , dugento cinquant^sei tetrarchìe, cinquecento, dodici dilochìe , e per ultimo mille ventiquattro file . * La falange poi (91) disponesi in lunghezza, bensì al­ cune volte con certo agio, se il luogo il conceda e torni bene; ed altra fiata più strettamente, affinchè per un tal rinserrarsi fatta più soda con maggior impeto spingasi contro il nemico* A questa guisa Epaminonda nella pugna di Leuttra (92) ordinò i Tebani, e pressò Mantinea tutti quanti i Beozj, formandone come un cuneo, e così con furia lanciandosi tramezzo ai Lace­ demoni. Ciò anche si pratica all7 oggetto di respingere gli assalti de7nemici, qual torna bene contro i Sarmati e contro gli Sciti battagliando. XIV. La strettezza i il porsi in istretto che fa una schiera, prima con certo agio disposta (93), ravvici­ nandosi i solddlf sì da spalla a spalla ohe da petto a schiena (g4) ; cioè nella serie egualmente delle righe

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che delle file. La serrata (95) poi si fa quando la schiera si pone tanto in istretto , che pél rinserrarsi, e pel mu­ tuo tenersi appoggiati di tutti in ogni senso, gli ordini non ponno più moversi su niun lato. Per siffatta ser­ rata formasi la testuggine de9Romani (96). Il più delle volte tale ordinanza è disposta iix quadro; però qual­ che fiata anche in figura ovale, o prolungata da una parte , o rotonda;, e qüe’ che primi stanno, porgono gli scudi all’innanzi; quelli che vengon dipoi, li stendono sylle costoro teste; e que’ che seguono, sulle costoro ancora , restando cosi la battaglia tutt’ intera da ogni lato coperta ; di modo che i laudatori a) disopra, egual­ mente che sopra un-tetto, possano fare lor volgimenti ^ nè i sassi, abbenchè smisurati, tal serrata scompongano, ma ripercfossi da tanta forza balzino al suolo. XV. Torna *a grand1 utile, più che altro., che i ca­ pi-squadre sieno grandi e valorosissimi (97), non che nelle cose che s’ appartengono a guerra di molto speri­ mentati. La costoro unione infatti in sé comprende la falange tutta, e nel combattere, viene ad esser ciò che la punta è nel ferro (98). E per vero , in quanto il ferro riesce buono allo squarciare, ogni ferro vale a siffatto uso ; con la differenza però che l1esser egli allo squar­ ciare più o* men atto dalla maniera dipende della sua punta; la quale ove per avventura sia molle, ogni sua forza nel fendere ne va perduta. Ad una stessa guisa, quasi punta della falange si è il corpo de1 capi-squadre, e mole o macchina viene ad essere P intera battaglia loro dietro disposta Poco inferiori ai capi-squadre in valore esser debbono que’ che loro stanno subito presso. Ira-

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perocché e le costoro picche aggiungono fino al nemi­ co (97), e Flirtano insiem coi primi. Che se accada, che resti alcuno da nemica spada colpito, e che il ^ca- ' po-squadra venga ferito o morto, o reso inetto al com­ battere , quegli che subito gli sta presso può succedere in suo luogo, e gli officj farne, intera così ed imper­ turbata rimanendosi la falange. L’ unione de’ tersi, e de’ quarti vuoisi similmente disporre, secondo che mano mano sono'posti 1’ uno l’ altro dalle spalle. XVI. La falange macedone compariva a’ nemici ter­ ribile , non pel battagliar sedo, ma eziandio all* aspet­ to (98). L’ uomo armato infatti, combattendo stretto, non occupava più che lo spano di due cubiti (99). La lunghezza della sàrissa (100) era di sedici cubiti, de’ quali quattro vanno perduti tra le mani ed il corpo di chi la tiene (101), e dodici sporgono all’ innanzi di ciascuno de’ primi. Que’ , che vengono appresso nella seconda riga, hanno la picca, ebe perduti due altri cubiti, sporge all’ avanti il tratto di dieci. Quelli che seguono nella terza rigai, la fanno spargere il tratto di otto cubiti e più} quelli della qèàrta di sei cubiti, e quelli della sesta infine di due solamente. Ogni primo adunque avea davanti.a sè sei picche, l’unapresso FaL tra di seguito da ambedue i lati} in guisa che da sei pic­ che ciaschedun armato era protetto, il costui impeto venendo così a farsi per la forza di quelle vie più vee­ mente. Quelli poi che stavano nella sesta riga, se non coll’ aste, col peso almeno della persona a que’ d’innanzi giovavano, per tal modo al nemico rendendo in­ comportabile l’ impeto della falange (ioa), come anche A imjjko, 5o

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coll’ impedir agli ultimi il fuggire. Ed iu quanto ai re* troguide vuoisi attendere nello sceglierli si alla for­ * terza , che all’ esperienza nelle cose di guerra; affinchè sieno aperti del modo di ben mettere insieme gli ordini, ed oppongansi a quelli che qualche mancanza intendon commettere, nè vengano essi a capo d’ abbandonare il posto. E se uopo v’ ha alcuna volta della serrata , il retroguida è quegli che i posti in istretto avanti a sè spinge alPinnanzi, di che viensi a compartir vigoria al* P esercito intero. . XVII. I soldati leggexmente armati (io 3) m vario modo sono da ordinarsi. E per vero essi, variamente disposti, giovano a diversi usi, secondo che vien ri­ chiesto dalla qualità del paese in cui si ordina la bat­ taglia, o dagli apparati de9nemici, contro i quali si ha a combattere. Alcuna fiata infatti è necessita il collo­ carli alP innanzi della falange, altra al lato destro, ed altra al sinistro. Spessissimo torna bene il porli a tergo de’ gravemente armati. Così pure divisi fra gli ordini de9pedoni gli ordini de9 veliti alternamente frappongonsi (io 4). Ora debbonsi indicare sì il numero di eia* scun ordine, che la denominazion loro, ed i nomi de’ loro capi. Dicemmo già prima che conviene metter in battaglia un costoro numero, il quale, rispetto ai pedoni, sia minore d’ una metà (io 5), affinchè sieno acconci all’ officio loro} e le lor file formarsi non di sedici, ma di otto uomini, di modo che mille ventiquat­ tro file conguaglino la metà numero <P una falange appiedi, c contengano otto mila cento novantadue in­ dividui.

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XVIII. I nomi e gli ordini de’veliti ( 106} sono come qui segue. Di questi quattro fild unite diconsi sfatasi , la quale comprende tren tacine uomini. Due ristasi 3 cioè uomini sessantaquattro, diconsi pentecontm'óhia. Due pentecontarchie , cioè uomini centoventotto formant) un* ecatontarchia. In ciascheduna ecatontarchia sono quattro distinti, un alfiere, un trombetta, un aiu­ tante , un banditore. Due ecatontarchie comprendono dugento cinquantasei uomini , e V intero Corpo deno­ minasi psilagia. Due psilagie fanno una xenagta, d’uo­ mini cinquecento dodici. Due xenagie, vale a dire uo­ mini mille e ventiquattro, formano un sistremma. Due sistremmi chiamami epixenagia, composta d’ uomini due mila quarantotto. Da due epixenagie risulta lo stifo , ‘ d’ uomini quattromila novant asci. Due stifi denominansi cpitagma, in cui comprendoni mille ventiquattro file, ed otto mila cento novantadue individui. Fra questi è poi necessario che sianvi otto distinti } quattro epixen a g i e :quattro sistremaiatarchL : ’ t ' <> 1 ' XIX. I : lanciatora i s a g it t a r i ^ p o n i b o li e r i ;(1 òy)? n o n ch é que’ tutti ^ che combattono dori lanciar loro arm i, sono a piu d’ un uopo acconci. Imperocché dd infranger possono le armi ai nemici , quelli in ispecie, che tenzonan eo’ sassi, e di lontano portar ferite y dd. essendo forte il colpo anche ammazzare. Sono eziandio giovevoli a rimuover da luoghi muniti il nemico, cdnciossiachèa gran distanza dardeggiano, e fanno nascere speranza , che venendo corifa?’ esso Piiripèto delta bat^ taglia portato, non. vaglia a r e fe r s i in posto. Sòno adatti altresì a scompigliare la falange avversaria, ed

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a far rinculare i cavalli, come pur anche ad occupar luoghi eminenti, ri per laioro velocità, che per essere essi leggermente armati; ed a mantenervisi, non po­ tendo gli assalitori sfuggire alla spessezza dei dardi, senza restarne in mille parti feriti. Vagliono di più a spiare i luoghi sospetti , a combattere innanzi ai pe^ doni, non che insieme con essi, o lor dietro; e ad im­ pedire nelle sconfitte la fuga de9fanti ai nemici. XX. Varie e di molte forme sono le ordinanze della cavalleria .,(108). £ per vero alcune sono quadrate, ulcuue disposte in rettangolo, altre a foggia di rombo, ed altre di cuneo. Tutte vengon bene a loro tempo, ni veruna d’ esse potrebbe taluno giudicar migliore ; impe­ rocché, secondo che variano il luogo, i nemici, e l’oc­ casione, l’ una più che l’ altra delle antedette si com­ prende dover riuscire proficua. Dell’ ordinanza al modo di rombo disposta i Tessali si valsero assaissimo (109), la quale è voce che Ileo tessalo il primo inventasse (no). Io però avviso che quella essendo stata ritrovata gran tempo prima, egli l’ usò assai di frequente, e di qui gli venne tal fama. Simile ordinanza è molto acconcia a volgimenti di tolta sorta (111), e perciò assai difficilmente può venir colta da fianco o dalle spalle. Imperocché agli angoli del rombo stanno posti i capitani ; all’ innanzi cioè 1’ 1larcQ, o capo della banda ; a destra e sinistra que’ die diconsi plagiophilaci, o guardie de’ lati ; ed alla coda l’ urago, q retroguida. Ai lati del rombo stanno i più forti de’ cavalieri ; imperocché questi pure giovano as­ saissimo nelle battaglie.

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Dell9ordinanza a foggia d i . cuneo formata (i i a) sap­ piamo essersi gli Sciti principalmente giovati, non che i Traci, che dagli Sciti 1’ appresero. Eziandio Filippo il macedone a tal maniera di ordinanza i suoi Mace­ doni accostumò. Quest9 ordine egli pure riesce utile , atteso il vantaggio che tutt*9all’ intorno vi si dispon­ gono i capitani, e può la fronte terminata in punta , ed alPindietro più largh, spezzar di leggieri la battaglia nemica , e fare suoi volgimenti sui fianchi, e rimettersi Con tutta facilità. Infatti le battaglie quadrate rigiratisi molto a stento; non così il cuneo, purché le file della punta chp si rigira, avvertano di non gettarsi sul loro centro, nè di serrarsi addosso, ma di tenersi piuttosto aperte. •* Del resto, i Persiani hanno molto in costume le bat­ taglie quadrate ( n 3) ; così pure i barbari siciliani, ed alcuni de? Greci, quelli principalmente, che sono assai valenti nella cavalleria ( n 4). Questa maniera di battaglia infatti ella è benissimo ordinata, attesa la giu­ sta turione delle righe e- delle file; di modo che in essa riescono facilissimi i movimenti dell9 avventarsi al ne­ mico e del ritrocedere; con di più, che comunque si muova, sempre i capi sonò quelli che gettansi addosso congiuntamente al nemico. De9modi di questa battaglia quello tiensi il migliore, il quale contiene in larghezza doppio numero chein profondità; in guisa che se dieci stanno alla fronte cinque stieno sul fianco y o se di venti è la fronte sia* di dieci il fondo. Ed infatti tali battaglie, ancorché in quanto al numero sieno quadri­ lunghe , riescono però di figura quadrata. Imperocché

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* la lunghezza del cavallo dalla testa alla coda compie il quadrato , ed aggiunge ciò che manca in numero alla larghezza;.ragion per cui alcuni fecero triplicato il nu­ mero di quelli che per la lunghezza stanno disposti, in confronto di quelli che per l’altezza sono ordinati, avvisandosi a questo modo di formare la figura perfet­ tamente quadrata, per essere la lunghezza del cavallo triplice della lunghezza di chi vi'sta sopra; ond’ è.che postine nove alla fronte, di tre ne fecero il fondo. Ma non deesi ignorare che i cavalli, in fila l’un dietro 1’ altro collocati, non riescono egualmente proficui che i fanti appiedi a questa foggia disposti ( i i 5). Essi in­ fatti non sospingono que’ che stanno loro d’ innanzi, per ciò che un cavallo non può all’ altro appoggiarsi, qual fanno i fanti, che colle spalle e col petto recipro­ camente si appoggiano. Nè col serrare addosso, nella serie delle file, i cavalli posteriori agli anteriori ottiensi che pesi in un punto la schiera;, mentre in vece collo stivarli viensi ç produrre scompiglio. . L ’ ordinanza del rombo ò come segue. Primo dalla fronte sta posto 1’ ilarca , o capitano della banda, e quelli che gli vengono presso d’ ambedue i lati non stannogli a p aro, ma gli sono di tanto discosti, che le teste do’ lor cavalli aggiungono alle spalle del cavallo, che monta l’ ilarca. A questa guisa gli altri all’indietro fanno di- mano in mano le righe sempre più larghe fino alla meta dell’ intera banda ; di poi accorciandole di* bel nuovo , compiono il rombo. Cosi la metà del rom­ bo rappresenta esattamente la figura del cuneo. La schiera poi eleromece, o quadrangolare (116) è

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quella, la quale o ha il fondo maggior della fronte, o la fronte maggiore del fondo. Quest’ultima è della prima più acconcia al combattere, quando almeno non si tenti di rompere il nemico; imperocché a tal fine tornarne* glio P ordinanza più estesa nel fondo, e più ristretta alla fronte, la quale eziandio giova ad occultare il grosso della cavalleria, per aizzare cosi vie meglio il nemico ad affrontarsi. L a schiera poi tutta ordinata di fronte, senza nessun fondo, è atta al depredare improvviso, ed allorché vuoisi sbaragliare e far rappresaglie ; imperoc­ ché in combattere non torna quasi a niun prò. XXI. Posto dunque che il numero de9 cavalieri sia quale il supponemmo, e quello decanti, sì gravemente che leggiermente armati, quale lor si conviene, s’avranno quattro mila novantasei soldati a cavallo (117). Ogni ile , o compagnia (118) formavasi di sessantaquattro cavalieri; ed ilarchi erano quelli che presiedevano a ciascuna. Due ile diconsi epilarchìa, o squadrone ; e vi si comprendono canta ventotto cavalieri. Due cpilarchìe fanno la tarantinarchìa di cavalieri dugento cinquantasei. Due tarantinarchìe formano l’ ipparchìa di cinquecento dodici cavalieri; la quale i Romani chia­ mano ala (119). Di due ipparchìe fassi Vephipparchìa di cavalieri mille e Ventiquattro. Il telos, o mezza bat­ taglia, é formato di due ephipparchìe, cioè di due mila quarantotto cavalieri. Due telos finalmente fanno 1’ e* pitagm a, o battaglia intera, di quattro mila novantasei soldati a cavallo. ' XXII. Il dichiarar poi la distribuzione de’ carri e degli elefanti, le denominazioni degli ordini,! capi che


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loro presiedono, e i rispettivi nomi di questi,/parmi che sarebbe al certo vana fatica, essendo cosi fatte cose passate in disuso, e dovendosi richiamar vocaboli, di­ menticati (120). Difatto i Romani non certo con carri fecero pugna. Ed i barbari d’Europa, nemmeno essi adoperarono carri in guerra; se non se quelli che abi­ ' tano le isole, dette Britanniche, poste fuori del Mar grande (in i). • Questi si valsero di cavalli leggieri è vigorosi, attac­ cati ad un carro ; poichò hanno carri adatti a scorrere per qualsivoglia paese, e piccioli cavalli d’ ogni fatica pazienti (uà). . F ra gli Asiatici, i Persiani adoperarono, già un tempo, carri falcati ( ia 3) e cavalli tutti d’armi coperti, cosa da Giro inventata. Nondimeno anche innanzi a quest’e­ poca i Greci che furono con Agamennone,,ed i Troiani con Priam o, non che i Cirenei, spessissimo in lor bat­ taglie si valsero di carri nudi (ia4)* * Ma qualsivoglia genere di siffatto armamento è oggidì interamente dismesso, non usandosi nemmeno più gli elefanti (ia 5), se non forse dagl’ indiani o dagli Etiopi superiori. X XIII. Ora dunque è uopo far menzione delle evo­ luzioni e de’ loro nomi (126), giusta la varia disposizione dell’ esercito; e dichiarare il significato di ciaschedun nome. L ’una chiamasi elisis o declinazione, di cui vi sono due specie; quella sull’ asta cioè, e quella sullo scudo. V ’ha eziandio la metabole • o il capo-vol­ gere; l'epistrofe o conversione d’un quarto di giro, e l’ anastrofe ossia il rimettere. Si danno pur altre evo-

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fazioni : perispatmot, o conversione di mezzo giro} ecperispasm os, o conversione di tre quarti di giro. Ed altro è il formar le file, stoichein} altro il formar le rigbè, tugein. V ’è anche il rimettere per diritto, il rad» doppiare} il marciare a modo di epagoge, ed a modo di paragoge sì destra ohe sinistra. Altra maniera [di falange dicesi traversa, altra diritta, ed altra obliqua. E dannosi anche l’evoluzioni dette parembole9 protaxis, ed ipotaxis. X X IV . L a clisis declinazione, (127), è il piegarsi in­ dividualmente del soldato su Puno de9 fianchi, e quella che dicesi verso Pasta, si & dal lato destro, dove, cioè, il soldato tiene Pasta} e Paîtra verso lo scudo, si fa dal lato sinistro, dove lo scudo egli porta. Che se la decli­ nazione è semplice (128), Paspetto del soldato sì volta sul fianco} se doppia (129) si ripiega a tergo. Quest’uhima maniera di movimento si denomina metabole ( i 3o), cioè mutazione. X X V . U epistrofe ( i 3 i) o conversione ( i 3 a ), è quando tutta una schiera, per diritto insieme e per fianco ristrettasi, piega verso Pasta o verso lo scudo a guisa d’un solo corpo} stando il primo capo-squadra come centro intorno a cui Pordinanza intera si volga, c trapassi alPinnanzi, e così faccia testa a diritta ^ ri­ manendo i medesimi gli epistati, ed i parastati} non alterandosi, cioè, la serie sì delle righe, che delle file. li anastrofe ( f 33), o sia il rimettere, è il ritornare che si fa dalla conversione al luogo di prima. ’ Perispasmos (1 34) si denomina quel movimento di tutta la schiera, che si effettua facendo due quarti di

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conversione ^ e tramutando così il luogo della fronte in quello delle spalle. Ecporispasmos ( i 35) poi o deflessione, dicesi quél movimento di tutta la schiera, che si effettua con tre quarti di conversione \ di maniera che se la mutazione vien fatta dalla parte dell9asta, si rivolge a sinistra la fronte $ se dalla parte dello scudo, questa si rigira a diritta. X X V I. Star diritto in fila ( 136), o stoichein, dicesi quando i soldati procedono ordinatamente, tenendosi in retta linea dal capo-squadra fino al retroguida) serbando fra sé stessi spazj eguali. Star diritto in riga ( 137), sugein , chiamasi allorquando ognuno de9 soldati, che sono in riga disposti, tiensi in retta linea, ed a distanza eguale con quello che gli è a fianco. A questo modo stanno in riga col primo capo-squadra tutti gli altri capi-squadre \ e con 1’ epistate di quelli tutti gli epistati di questi, e così di mano in mano si* milmente gli altri tutti. Rimettere per diritto (1 38) dicesi quando il soldato si rimette al luogo di prima, come allorché stando egli di fronte al nemico, gli si comandi di piegare verso l’a­ sta , e pòi di rimettersi per diritto ; dovendo allora ri­ volgere di bel nuovo al nemicò la fronte. . * X X V II. Delle contromarcie v’hanno due specie, l’una di file (139) e l’altra di righe ( i 4o); e ciascheduna di queste in tre altre si parte. V ’è infatti una contromar­ cia che dicesi macedone, un’ altra che laconica , ed una terza che cretese si nomina} la qual medesima trovo essersi detta eziandio persiana c coria.

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La macedone ( i 4 j ) è quella, che tramuta al davanti, la stazione della falange*, -onde P aspetto anterióre di questa*, o sia la fronte, si rivolge dalle spalle. L a .laconica (<4*) è quella, che guadagna teireno alPindietro della battaglia, por cui similmente la fronte, dal luogo anteriore che occupava, si trasporta a tergo. La cretese (1 43) poi,' che persiana pure addomandasi, è tale che P intera falange conservando il suo terreno, nondimeno i soldati tramutano il luogo pro­ prio occupandone un altro; cioè il capo-squadra quello prendendo del retro-guida, cosi il retro-guida quello del capo-squadra ; facendosi fronte della coda, e della coda fronte. . Si effettuano le contromarcie di righe allorché voglionsi trasportare le ale al centro, o il centro trasferir sulle a le , e così la parte di mezzo della battaglia ren­ der vie più forte ;.o similmente mutar Pala destra nella sinistra ; e la sinistra cambiar nella destra. Quelli che volendo tramutar la battaglia, non si az­ zardano , per la prossimità del nemico , a far eseguire le contromarcie da9grandi corpi,.possono effettuarle a picciole sezioni. XXVIII. La contromarcia di fila, che chiamasi ma­ cedone (s 44) 9 s* effettua a. questo modo. Il capo-squa* dra fa un mezzo {irò, e quelli che gli vengono appresso, marciandogli sul fianco destro e ripiegandosi a diritta, si vanno, successivamente dietro lui collocando in or­ dine di fila. L a contromarcia si denomina, laconica ( i 45) allor­ ché il capo-squadra, fatto mezzo giro a diritta, tras­

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porla fatta la fila in altro luogo aguale al primo occu­ pato; tutti gli altri al modo istesso seguendolo ordina* tornente, e collocandosi al pósto loro : oppur quando il retroguida Scendo il messo giro , quegli che sta lui presso gli marcia di fianco a diritta, e gli si colloca all’ avanti; e cosi gli altri tutti l’uno innansi all’altro si mettono, finché il capo-squadra diventi primo della fila. La contromarcia cpria (i 46) ò quando il capo-squa­ dra, fatto mezzo giro a diritta, procede all’avanti facen­ dosi ripiegar dietro tutta la fila, finché egli pervenga al luogo del retroguida, e il retroguida a quello del capoA questo modo si eseguiscono ìp contromarcie di file, e riesce facile a comprendersi come alla maniera medesima si effettuino eziandio quelle di righe. XXIX. Dell’ addoppiare (diplasiasmos) (147) ridanno due generi; cioè raddoppiamenti di fronte, e raddop­ piamenti di fondo. E ciascheduno di questi si fa o di numero, o di luogo. Il raddoppiamento di numero (f 48) è quando, in vece die di mille ventiquattro individui, formiamo la fronte di due mila quarantotto, conservando all’ intera falange la stessa estension di terreno. Ciò si effettua coll’intromettere fra gl’intervalli degli armati alla fronte gli epistati che sono nelle file ; per il che si viene a serrar vie più la fronte della battaglia. Che se questi ritornar vogliamo al luogo di prima, daremo comando che gl’intromesri nelle righe retrocedano fra le file. Se poi vogliamo raddoppiare eziandio l’ estensione della fronte (i 49)> qual sarebbe a cagion d’ esempio

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3 dar dieci stadj A lunghezza ad una battaglia che n’occupà cinque; comanderemo, fatta già 1’ inserzione delle file nelle righe, che la battaglia si apra nel mezzo, e si divida in due parti., delle'quali una si distenda in largo a diritta, e Paîtra rimanente si dispieghi per egual modo a sinistra ; ripartendosi poi le giuste distanze tra nomo ed uomo, dalle ale cominciando, fino al centro. A questo modo la battaglia tutta verrà ad acquistar -doppio spazio* Che se vogliasi restituirla alla prima forma, si ordinerà un movimento contrario, cioè quello di rinserrarsi dalle ale sul centro. 1 ' . Siffatti raddoppiamenti non tornano però bene, qua­ lora i nemici sono dappresso (i 5o), venendo per essi a mostrarsi nell’ esercito un certo qual aspetto dr confu­ sione , e trovandosi questo medesimo, nelle tramuta­ zioni , meno ordinatamente e con minor sodezza di prima disposto. Perciò' i assai miglior consiglio il dis­ piegare ai fianchi i leggieri e là cavalleria (i 5 i),onde dall’addoppiar la fronte, senza die ne sia mossa la fa­ lange dei pedoni, s’incuta ai nemici terrore. ^ L’addoppiare rendes! necessario allorohè intendiamo di accerchiare Pongala de’ nemici, o prevenire l’essere da questi intorniati. 1 Il fondo della battaglie si raddoppia (i 5a) coll’mtrometlere la seconda fila nella prima ^ in guisa che il capo-squadra *della fila seconda venga a star dietro al capo-squadra della prima, ed il secondo della primà fila venga a riuscir dietro al secondo della seconda. Conciossiachè per tal guisa quegli che era primo nella seconda fila passerà ad esser secondo nella prima, ed

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il; secondo della fila ‘ seconda, riuscirà quarto neDa prima. Â questo modo procede egualmente tutta la se­ conda fila ad entrar nella prima , qualora ò uopo ad ­ doppiare speditamente il fondo della battaglia. E così per «guai, maniera la quarta fila rende rie più profonda la terza, se nella medesima s’intrometta} e ad un modo Setesso latte le p ari, qualora nelle dispari ' Tengano inserite^ . . Nè è difficile a comprendersi come parimenti si rad­ doppi di luogo il fondo della battaglia ( i 53), ed eziandio pei: qual maniera s’ abbia questa a rimettere nella prima forma*. . • • ‘ . . X X X ..L a falange ètraversa ( i 54) {plagia)> se ha la fronte di molto più estesa del fondo} e diritta, (orthia) , allorché si marcia di fianco } nella qual maniera ben anche il fondo viene a riuscir maggiore della froute. In genere poi àicesi lunga quella battaglia. che ha lunghezza un’estension maggiore che in larghezza} e diritta quella, la cui larghezza è maggiore della lun­ ghezza. > ; Falange obliqua (loxe) s i . denomina quella, che tien di fronte al nemico l’ una o Paîtra ala, qualsivoglia di queste piaccia meglio al capitano, e sólo in essa combatte} riservando l’altra per sussidio all’ uopo. XXXJL Dicesi intramettere (parembole) ( i 55), tutta volta che parte di quelli i qualistanno aìl’indietro, si frappongono per diritto negli spazj intermedi a quelli che sono all’ innanzi} ad oggetto che così riempiasi il vuoto lasciato anteriormente nella falange. Mettere allevanti {prò staxis) ( i 56) è quando, o la-

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feralmente ad ambedue le ale, o ad U nasoladi queste si colloca una banda di truppa, che sia in retta (linea còlla fronte della falange. : : Denominasi interporre {entaxis) ( i 5y), allorché s’in­ tromettono ai pedoni gli armati leggiermente, accop­ piando uomo ad uomo. : Mettere poi dalle -spalle typotaxis) (r&8) chiamasi quando si pongono dietro e lateralmente alle ale dèlta falange i leggiermente armati con ordinanza alquanto ricurva. • , . . XXXII. È necessario accostumar l’esercito a com­ prendere i le ornando (i 59), sia che diasi a voce (160), o. per fcegni visibili, o con la tromba. Tra le maniere di comandare, quella che con la voce si annuncia pare la più manifesta, esternandosi cosi in tutto l’intendimento del capitano; il che non fanno egualmente gli altri se-t g a i, i quali soltanto o si veggono o si ascoltano. Mst poiché molte circostanze dannosi ne’ combattimenti,: le quali impediscono il sentir la voce , il fragor dell^armiy a cagion d’esempio, il mutuo incoraggiarsi dei combat­ tenti , l’urlo de’ feriti, le scorrerie delle schiererà ca­ vallo , lo strepito dell’aste, il nitrir de’ cavalli, è?l multo di tutta la moltitudine; perciò fa di mestieri:as­ suefar l’esercito ad osservare eziandio que’ segni che scorgonsi a vista (161): benché questi pure difficile mente talor si comprendono ; come essendovi nebbia ^ o sollevandosi polvere per lo marciare di que’ che sòno all’avanti, o venendo il sole a colpire gli occhi, ó pel cadere di densa neve, o di fitta pioggia dal cielo; op-* pure perché il paese è intralciato di spessi alberi, o

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ineguale per frequenti colline ; di manieib che i legni non possono venire scorti dall’intera falange. Ché se le colline impediscono il vedere,, più segnali voglionsi sta* bilire in maniera die riescano manifesti. Ed ogniqual­ volta sono impedimenti nell’ àrie, vi si provvede con adoprar la tromba (i6a). . XXXIII. In quanto al marciar-dell’esercito deesi av­ vertire che se ne danno due modi ; uno il quale'dicesi marciare in colonna (epagoge) (i63), l’altro che si de­ nomina marciare di-fianco (paragoge) (i64). • Epagog$ é quàndo l’una sezione o banda vien senza interruzione susseguita dall’ altra; come allorché an­ dando innanzi una tetrarchìa, seguono dappresso tutte le altre egualmente disposte; o quando, precedendo una sccnagla, le altre ordinatamente vengono dopò. In una parda, si marcia in colonna tuttavolta che ai retro­ guide della sezione, la quale procede all’ avanti, cor­ rispóndono, i capi-squadre della sezione che le vien presso. . . Paragoge è allorquando la falange marcia tutt’unita; avendoci suoi capi a destra o a sinistra mano collo­ cati. Che se stanno questi a sinistra, la paragoge si chiama sinistra ; se a destra, dicesi destra. Sia dunque che si màrci nell’uno O nell’ altro modo, si va in ordinanza o da un lato solo, o da due, o da tre, o da quattro lati (i 65)* Marciasi in ordinanza da un lato solo, se il capitano generale teme del nemico da un solo lato; da due, se da due ; da tre, se da tre; e da quattro finalmente, se da tutti e quattro i lati si sospetti l’irruzion del nemico.

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Nel marciare si tiene eziandio qualche volta/Perdine di monophalangià, o di lin a io la falange^ altra fiata di­ due (diphalangìa) \ altra di tre ( triplmlpngìa ); altra di quattro successive falangi (tctraphafangla) (166). X X X IV . Falange bifronte (amphistome) (i6j) quella si chiama, in cui l’uha metà de’ soldati , nelle file or­ dinati, sta all’altra opposta in maniera che volgonsi scambievolmente le schiene. ■> i , > Doppia falange a due frónti (diphàlangfr* amphU stame) (168) dicesi quella, chemabrcim difianco, avendo i suoi capitani dall’ uno e dall’altrò. lato disporti al di fuori, am odo di paragoge^' gliU ni a destraIgK altri a sinistra} e stando le retro-guidé riunite ài centro. La falange eterostome (169) è quella , che in mar-, ciare ha la metà de’ suoi capitani disposti in paragoge sinistra, cioè collocati dalla sinistra ;parte , e l ’ altra; metà in paragoge destra, cioè dal lato destro ordinati. Doppia falange a frónte eguale (diphalangìa omiostome) (170) quella è finalmente, la quale) in marciare^ h a i suoi capitani disporti dal medesimo lato tanto nel1’ una che nell’altra falange} in amendue cioè) o alla destra o alla sinistra posti. ' • ; X X X V . Quando la doppia falange .bifronte tien unite le teste delle due falangi; all’ avanti, e de code d’entrambe all’ indiejtro disgiunge, tàle ordinanza diceai cuneo (embolon) (171)^ çd allorché dà .medesima dop-» pia falange ;bifronte congiunge da tergo .le estreme parti delle due falangi, e disgióngé le anteriori alla fronte, quest’ordine di battaglie chiamasi forbice (eoe* lembolon) (17a). ; A miAtro. 3i

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X X X VI. Rettangolo (plesio) ( i j 3) àicesi quando Par­ mata si viene ordinando da tutt’i lati in figura bislunga; é denominasi quadrato (plinthio) (i?4) *1 disporsi di quella in figura quadrata ; ciò che Senofonte figliuolo di Grillo Chiama plesio equilatero. X X X V II. Diciamo circondare i nemici ( iptrphalangisis) (175) quel modo di ordinanza, con che gli accer­ chiamo dalP una e dall9altra estrema parte della fa­ lange ; e prenderli di fianco (ipercerasis ) chiamiamo quell’altro modo, onde gli intorniamo solo da un lato, qualunque egli siSash. Quinci P ipercerasis ( *76) è specie dell* iperphalangisis , non viceversa. Perciò riesce ben possibile il su­ perar Puno o P altro corno nem ico, anche con minor numero di truppar conservando il medesimo fondo alla battaglia propria; ma non vi en fatto di circondare am* bedue i fianchi degli avversar} con numero ad essi eguale o minore, sènza assottigliar di troppo il fondo della propria ordinanza. « X X X V IIL Le «bagagiie (177) non si possono giusta­ mente condurre se non siavi chi vi presieda. I modi poi di condurle sono cinque. O infetti deb­ bono andar innanzi alP esercito con un presidio lor proprio , o venirgli appresso, 0 fiancheggiarlo} il qual modo è doppio, a dèstra cioè , oppure a 1sinistra, 0 fi* nplraente essergli ;cbiuse nel mezzo. ‘ Fa d’ uopo cònduìre le bagaglie avanti alP esercito quando si retrocede da nemico paese. Se nemico paese s’invade, debbono venir presso. Si pongono da un lato, quando dell’uno o dell’altro fiancò si teme'; e tengonsi

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in mezzo all’esercito , allorché si ha sospetto da tutte le parti. XXXIX. Egli è uopo che i comandi sieno brevi e chiari. Tali sono allorché si fa in guisa che i soldati comprender li possano senza equivoco. Che se dirai a cagion d’esempio volgi) e poi soggiungerai, alPasta, o allo scudo, quelli che sono assuefatti ad obbedire prontamente al comando, chi in un senso prenden­ dolo e chi un altro, assai diversamente 1’ eseguiranno. Non si dee dir dunque - volgi all* asta, o volgi allo scudo ; ma al contrario - all* asta piega, allo scudo piega. Per una stessa ragione non dovrà dirsi muta, gira , allorché si dà il comando. Queste voci infatti , dino­ tando solo un’azione in genere , inducono que’ che le ascoltano ad agire l’uno dall’altro diversamente; ond’é che al genere debbonsi premettere le specie ; qual sa­ rebbe - verso Casta muta, o verso lo scudo muta. Così diciamo pure alla laconica, alla coria, alla macedono disponti. Che se non premetterai a qual de’ tnodi, e dirai semplicemente gira, capovolgi, f a testa, ciò da diversi verrà diversamente interpretato. ' XL. Sì nel marciare che nel combattere non v’ha cosa piu utile che il silenzio dell’ intero esercito. Ciò eziandio manifesta Omero (178) nel suo poema; impe­ rocché de’ capitani dei Greci dice, che ciascuno d*essi ai suoi ordinatamente comandava : e dell’ esercito af­ ferma , che gli altri marciavano taciturni ( in guisa che detto avresti cotante schiere' non aver voce in petto ) , col silenzio i duci onorando. Volendo poi dimostrare

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la confusione dei barbari , dice , che procedevano i Troiani con frastuono e schiamazzo, a guisa £ uccelli. Ed altrove ripete : che quale è il ronior che menano grandi frotte di oche, di gtù, e di cigni di lungo collo, tale alzatasi tumulto negli alloggiamenti de' Troiani : né di tulli eguale era il gridare, né una stessa la voce. Ma intorno ai Greci afferma, che procedevano in si­ lenzio spiranti valore gli A c h e i, cogli animi intenti a fa rsi fo rti del mutuo soccorso. < A questo modo e i capitani enunceranno sollecita­ mente il comando 9 ed immantiuente il comprenderà 1’ esercito. . XLI. Le maniere del comandare (179) sono come segue : Orsù all’ arme. I servi d’armata escano di battaglia. T aci, e attendi al comando. 4 La picca all’ insù. * - La picca all’ ingiù. . . La retro-guida drizzi la fila. Giusti gli spazj. All’ asta'piega. k Allo scudo piega. Procedi. ■ , 1 Ristatti. Riponti diritto. , . II fondo addoppia. Rimettiti. Alla laconica volta. ' Ritorna.

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Alla picca fa testa. Ritorna. X LII. Queste notizie mi sembrano sufficienti a di­ chiarare in compendio Parte delle ordinanze militari degli antichi Greci e Macedoni, per coloro che non vorranno esserne del tutto imperiti.

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SO MMARI O.

D egù autori che scrissero delV arte tattica ( § I. ) — Di questo librò ( § li. ) — Divisione di tuti i preparativi di guerra ( § II I .) — De* corpi, de9 capi, del numero, e denominazione di qualsivoglia esercito (g IV.) — Che sia la f ila , e di qual numero éC uomini formata ( § V. ) — Della dispo­ sizione delle file ( § VI. ) — Del sillochismo , ossia del con­ giungere le file ( § V II. ) — Della falange, e della sua lun­ ghezza e larghezza ( § V ili. ) — Che sia il formar le righe, ed il formar le file ( § IX. ) » Come la falange si divida in ale per la sua larghezza , ed altrimenti per la lunghezza ( § X. ) — Della disposizione de* fanti gravemente armati , de' veliti, e de* soldati a cavallo ( § XI. ) — Del numero dei fanti gravemente armati, de* veliti e de* soldati a cavallo , più acconcio al volgimento degli ordini ( § X II. ) — Nomi delle file , che raddoppiate procedono a due, a quattro , a otto, o a sedici, e cosi di seguito. Quanti in ciascun* ordi­ nanza sieno gli uomini; quante le f ile , e quali i nomi dei capitani ( § X III. ) — Che sia la strettezza e la serrata ( § XIV. ) — Quali esser debbano i capisquadra, che primi formano la riga ; quinci i secondi, i terzi, i quarti, e cosi di seguito ( § XV. ) — Della falange macedone , e della lun­ ghezza delle sarisse ( § XVI. ) — Dell* ordinanza de* veliti (§ X V II.) — De* nomi e degli ordini de* veliti (§ X V III.) — Degli arcieri, de* laudatori, e di que* tutti, che di lontano scagliano armi, e dei loro usi ( § X IX . ) — Come la caval­ leria sia da disporsi in figura di quadrato, di rettangolo , di

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rombo e di cuneo ; è perchè gli antichi così otdinassero le loro schiere ( § X X . ) — De' nomi delle schiere , e del particolar numero de' cavalieri in ciascheduna (g X X I.) — Perchè le ordinanze de' carri e degli elefanti in guerra passassero in disuso ( g X X II.) Di alcune denominazioni utili al movimento delle schiere ( X X III. ) — Della declinazione e deila muta­ zione, sì dalla parte delFasta che dello scudo (g X X IV .) — Della conversione e del rimetterç ; della inflessione e de­ flessione ( § X X V . ) — Che sia lo star diritto in fila , lo star diritto in riga, ed il rimettere per diritto ( g XXVI. ) — Delle contromarcie. Perchè ve ne abbiano di due specie : cioè con­ tromarcia di file , e contromarcia di righe. Della differenza delle medesime, per cui F una si dice macedone , F altra la­ conica , 'è F altra coria ( g X XV II. ) — De 9 modi, onde si fanno le contromarcie ( g X X V III. ) — De 9 raddoppiamenti. De9due generi de9 medesimi, Funo di fronte e F altro di fondo. Come F uno e F altro genere si faccia o di numero , o di luogo; e come s'abbia a rimettere la battaglia (g X X IX .) — Della falange traversa, diritta, ed obliqua (g X X X .) — DelV in tramettere, del mettere alF avanti , dèiF interporre , e del mettere dalle spalle ( g X X X I. ) — Come sia uopo assuefar l 9 esercito al comando, diasi questo a voce , o per segni vi­ sibili, o col mezzo della tromba (g X X X II.) — Del marciare in epagoge , e paragoge, destra , e sinistra ( g X X X III. ) — Della falange bifronte , e della difalangia a due fronti : della falange eterostome , e della difalangia a fronte eguale ( g X X X IV .) — Del cuneo e del forbice (g X X X V .) — Del rettangolo e del quadrato ( g X X X V I. ) — Del circondare i nemici e delF intorniarli da un lato ( g X X X V II. ) — Dei cinque modi onde condurre le bagaglie ( g X X X V III. ) — Del comando : che questo debb9 essere breve , e non ambiguo ( g X X X IX . ) — Che importa assaissimo F esiger silenzio dai soldati, affinchè sieno attenti al comando ( g X L .) — Come si esprimano le diverse specie di comando ( g X L L ) — Con­ clusione del Trattato ( g X L II )

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NOTE

(i) Layoce Tattica deriva dalla greca parola T a x T a f c h e vuol dire ordinato, stabilito; conseguentemente per Tattica s’ intenderà F arte speciale di porre in ordinanza gli eserciti. Ma poiché nel nostro A. manca la definizione di quella dottrina, o scienza che dir si voglia, la quale forma il soggetto del suo Trattato, per­ ciò è necessario supplirvi con nozioni tratte dalle opere d’ altri greci autori, che hqnno scritto su questo stesso argomento. Enea antico scrittore di cose militari la definiva, come rilevasi da un suo frammento riportato da Eliano — Scienza de? movi­ menti guerreschi - (i). Polibio, in un suo frammento pur riportato da Eliano, de­ scrive alquanto estesamente quest’ arte 9 e pare intenda per essa quella particolar. dottrina, che insegna a metter in ordine, a schierare in fila, a combinar per gioghi una data moltitudine di uomini, ammaestrandola in tutto quanto spetta agli usi di guerra (2). Non è noto qual titolo prefiggesse il nostro A. al suo Trattato, essendo «xt^aA a» il testo su cui ne venne fatta la prima im­ pressione (3 ). Però siccome in fine di esso si legge — rè eli p*t ***** « A * * tpZ Aiyou tùv tccxt' xov —quare hic quidem mihi Jinis sit sermonis tactici (i) ; cosi volgendosi tutto il di lui Trat( 0 Tact. c. 5 j (a) Hist. la fragment, pag. ioa. - Aclisti. Tact. c. S j (5) Scheffer. Annoi, in Arrian. Tact. p. 5 , noi. A *f'/h *’ « (O 74*

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lato intorno ai movimenti guerreschi, è ragionevole il credere eh* egli usasse nel senso medesimo che Enea I’ espressione A éyoç TM*rttc9 f - TtJtra T « « r i» * * cioè per indicare l’ arte speciale di porre in ordinanza gli eserciti. Leone conferma la definizione di Enea ove dice che Tattica è la Scienza de* movimenti guerreschi. T **r **j» io-ri* twtrrifin xftinS» ( i) ; e poco dipoi; eh’ è un’ arte precettiva di ordinar gli eserciti, di usar dell’ arm i, e di regolare i volgi­ menti militari (2). Dunque da tutte queste definizioni sembra risultare che i Greci per Tattica intendessero specialmente l’ Arie delle ordi­ nanze e de’ volgimenti militari. Il dottissimo Casaubono opina diversamente, e crede che alla voce Tattica appropriassero i Greci un significato assai più esteso^ esprimendo con essa f arte militare in genere.' Ma siccome egli appoggia particolarmente questa sua opinione al modo onde fu­ rono inscritti i titoli d’ alcuni lihri militari de’ Greci ne’ codici da lui esaminati; a cagion d’ esempio il Frammento obsidionale di Enea , il Trattato di Leone ed altri (5 ) : cosi io avviso che le definizioni date da questi medesimi autori intorno a Tattica debbano tenersi d* autorità ben più ponderosa , che non sono i titoli alle opere loro prefissi ; dal cui variare assaissimo ne’ varj codici trovo ragionevole il dubitare se siano genuini , o non piuttosto corrotti, e talvolta di capriccio inventati dai copiatori. Di ciò abbiamo prova evidente nei solo Trattato di Onosandro SrftfTapjjtW , intorno al cui titolo così si esprime il dotto Schwebel : Titulus hujus libri mirum in modum ih antiquis Codicibus variat (4). Chi amasse veder dilucidato in esteso questo punto di filologia consulti quanto ne hanno scritto oltre al Casaubono, lo Scheffero (5 ) ; lo Schwebel (6) ed altri, le cui discussioni è inutile qui riportare; stando inconcussa per mio avviso a questo riguardo ( 1) Cap. i , S *1 (a) Gap. 1 , $ 5 ; (3) In not. ad Aeneam, praefar, pag- Sa; et in not. ad cap. 7 , nom. 71 , pag. lo ; (4) Annoiar, in Onosandr. pag. a , nuo. 1 ; (5) Ad Maorie, pag. 384, 4*9 ; (6) Ad Onosandr. I. 1 .

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NOTE

T autorità di Senofonte, ove dice la Tattica non essere che una picciola parte della militar scienza (i). L ’ arte poi della guerra tutta compresa si chiamava dai Greci con generico nome Erpamyt*. Infatti il libro di E n ea, che ne abbracciava tutte le parti, vien citato da Polibio col titolo di Xrp*Tnyt* * 9 $ e di questo autore dice Eliano che lasciò scritto Xrfarnyixa La S r ftfr *? /» sì suddivideva poi in distinte parti. Così dal frammento' di Enea si rileva che nel suo Trattato era intitolato n «f*r*iv *0T <xò» il libro che trattava de* preparativi di guerra (a) ; ZTf«r*ariJ*x« queir altro che si volgeva intorno agli accampamenti, e via di seguito. Omero. D1 esso lui sappiamo essere stato il primo eh’ ebbe cognizione degli ordini militari (5 ) : perciò Polieno cominciò da Omero i suoi stratagemmi (4), e Stratocle, Ermia e Frontino esposero ne’ lóro scritti le dottrine di questo divino Poeta intorno a Tattica (5 ). Le opere d’ Omero formarono sempre la delizia de’ grandi ca­ pitani. Alessandro soleva chiamar 1’ Iliade viaticum rei militaris, ed insieme col pugnale la teneva dormendo sotto il guanciale (6); e Filopemene fra le cose scritte dal divino Poeta si attaccava principalmente a quelle , che gli sembravano più eccitare al va­ lore (7). Oltre a questi anche Alcibiade, Pompeo e Cesare, ed altri molti eroi 9 ed uomini in arme insigni furono studiosissimi de’ poemi d’ Omero (8). Sparta e R om a, le due sole nazioni che possano dirsi essere state veracemente scuole di Marte, poiché ogni cittadino v’ era illuminato nel mestiere della guerra, 1* unico che professassero, diedero entrambe per primo maestro Omero a coloro che si edu­ cavano sì a reggere che a difender la patria. Perciò Cleomene soleva chiamare Omero il Poeta de’ Lacedemoni, cioè qual ot(1) Cirop. 1 1$ (a) Cap. 7 -8 ; ( 3) Aelian. Tact. c. 1 ; (/») Slratagem. lib. a ; ( 5) Aelian. ibid. ; (6) Plut. Vita di Alesa. $ (5) Plot. Vita di Filopei*.; (8) Ved. Fabric. Bibi. Gfaec. 1. a, e. 6.

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t5.7

tima maestro di militar disciplina. E per una slcssa ragione sicu­ ramente era stabilito fra i Romani che Omero fosse >1 primo autore da spiegarsi nelle scuole alla gioventù (i). La scienza della guerra è così vasta e perfetta nell’ Iliade, che fa d’ uopo credere non esser ella stata da Omero inventata, ma bensì averla egli attinta all’ Egitto, fonte d’ ogni sapere , e perfezionata con le regole a’ suoi tempi conosciute, e con altre suggeritegli dal suo genio. Io ignoro se fra i moderni contisi alcuno, il quale abbia posto nel vero loro lume le dottrine militari d’ Omero. Feith ha pre­ teso trattarne nel suo libro d’ altronde pregevole - Antiquitates Homericae (a) ; ma egli non ha fatto che esporre arditamente alcune notizie, senza giammai riferirle ad un principio , qual è il consueto costume dei Filologi. Goguet (3 ) pare s’ interni al­ quanto più nella materia , ma la maniera onde ragiona intorno alla Tattica dell* Iliade mostra , che non ne aveva egli cognizioni sufficienti per colpirne i veri tratti di genio. L* opera in cui bril­ lano vivamente le sublimi massime d’ Omero in fatto di Tattica, ella è quella dell’ Arte della guerra del nostro Palmieri ; ma le dottrine di questo grand’ uomo non sono a portata di tutti, e richieggono per essere ben comprese un non comune corredo dji lumi. (a) Enea. È il più antico fra gli scrittori Greci, che d’ arte tattica espressamente trattarono. La sua opera ne comprendeva tutte le parti ; ma non ce ne rimane che un frammento intorno all’ arte di sostener gli assedj , dal Casaubono pubblicato nella sua edizione del Polibio (4 )* Della sua'Strategica troviamo fatta menzione da Polibio (5 ). Eliano ci attesta che i libri tattici di Enea furono compilati da Cinea tessalo. (6) E poiché da Cinea sappiamo che venne da Pirro spedito ambasciadore a Roma 1’ anno secondo dell’ O­ limpiade c x x v , cosi conviene inferirne che Enea fosse di qual-(i) (i) Plût. 1. a ,E p ist. «4 , S a - Quintilìan. Institnt. Orat. 1. t , c. 8 ; (9) Lib. 4 e. 1 et «eq-j ( 5) Orig. des Loix. et des Scienc. Part* 9 , 1. 5 ; (4) Paris, in fol. 1609 in f. ; ( 5) St. lib. io ; (6) Tact. c. 1.

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NOTE

. che tempo anteriore a quest’ epoca. Non sarebbe forse costui quel Enea Stimfalio, comandante degli Arcadi, di cui fa onorevole menzione Senofonte? (i) In quanto poi al sommo conto in che tenevansi dai Romani i libri militari di Enea da Ginea tessalo compilati, n’ è testi­ monio Cicerone , il quale in una sua lettera afferma che questi insieme colla Ciropedia di Senofonte erano, per così esprimersi, il testo di Tattica, sul quale erudivansi gli studiosi dell’ arte mi­ litare (a). (3 ) Figlio di Pirro. I libri militari di Pirro sono citati da Ci­ cerone ed anche da Eliano (3 ); dal che si raccoglie, il figlio di P irro, di cui fa qui menzione Arriano come di tattico scrit­ tore , essere stato questo Alessandro. È da dolersi come i libri di questo Re guerriero ci sieno stati dal tempo involati, perchè se dobbiamo giudicarne dalle sue imprese contro i Romani, impor­ tantissime dovevano essere le sue dottrine intorno all’ arte della guerra. (4) Clearco. Il nome di Clearco Lacedemone, capitano di Greci sotto Ciro, è celebre in Senofonte (4) , ed in Tucidide (5 ), che riportano alcune sue gesta. Ma Arriano ci assicura non essere questi lo scrittore tattico ond’ è qui discorso. (5 ) Pausania. Lacedemone probabilmente, le cui istorie sono encomiate da Suida. (6) Evangelio. Convien credere che i libri suoi fossero di gran merito, poiché troviamo in Plutarco che Filopemene, intorno agli scrittori, era dedito principalmente ad Evangelio, e che leg­ geva i tratti suoi della maniera di ordinar le battaglie (6). (7) Polibio. Istorico celebratissimo, le cui opere a somma no­ stra sventura si sono in gran parte perdute. Arriano il chiama arcade genericamente, senza specificare qual fosse la sua patria; ma in Eliano trovasi essere stato di Megalopoli Mty«Ao*-oA/r*r, città appunto d’ Arcadia (7). Di lui sappiamo che in età giovane1 ( 1) Sr. gr. 1. 7; (a) Epiat. ad famil. 1. 9, epiat. * 5 ; (5) Tactie. c. 1; (4) Cirop. 1. 1 i (S) Hiat. 1. I , s«ct, • i (6) T ilt di filopam. (7) Tact. c. ».

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portò nella pompa funebre di Filopemene 1’ urna che ne rin­ chiudeva le ceneri (i). È probabile che in questo momento rice­ vesse la sua anima quella sublime elevatezza, che lo fece riuscire uomo insigne in politica non meno che in armi. Rispetto alla prima oserei dire che il libro delle sue storie , in cui si trat­ tiene ad esaminare le varie specie de’ governi, è un capo hT opera in questo genere, a cui non v’ ha nulla da paragonare nè fra gli antichi, nè fra i moderni scrittori. E rispetto alle armi non v* ha dubbio, che siccome egli conosceva perfettamente; l’ ordi­ nanza militare si de’ Greci che de’ Romani, così-nessuno meglio di lui era in istato di possedere quella saviezza di consiglio, che nell’ arte della guerra vale sópra ogni cosa. Egli aggiungeva ai lumi di teoria quelli dell’ esperienza. Perciò Scipione non solo il volle maestro , ma compagno e consigliere nella sua grande in­ trapresa contro Cartagine. Il nostro Arriano non è il solo, che lo afTermi ; ma insieme con lui Patercolo (2) eziandio , ed Am­ miano Marcellino (5 ). Egli è dunque ragionevole il credere che ai cousigli di Polibio , forse più che al valore di Scipione, fos­ sero i Romani debitòri dell’ aver posto a terra Cartagine (4). Bruto, uomo certo esimio per valore e militare dottrina, fu studioso di Polibio al segno , che in mezzo alle guerre ed alle convulsioni della Repubblica compilò gli annali di questo insigne Storico (5 ). (8) Eupolemo. Chi fosse quest’ Eupolemo tattico non è ben noto, poiché non si trova citato che dal nostro Autore e da Eliano , il quale pure non fa che nominarlo (6). Scheifero opina che fosse quel medesimo istorico, di cui vien fatta menzione da G iuseppe, da Clemente, da Eusebio, e da altri (7); però senza ragione addurre di tal sua congbiettura. 1 (9) Ificrate. Che non sia questi il celebratissimo capitano degli A teniesi, di cui si legge la vita in Probo, come potrebbe cre(») Plot. Vita di Filopem. io fin. ; (a) Histor. 1. i , c. 1$ ; ( 5) Lib a4 , c. 7; (t) Ved. Montegoe on thè ancien. Repnblic. , artio. Cartfcagin. $ ( 5) Plot. Vita di Bruto j (6) Tactic. c. 1 ; (7) Hot. in Arrian- edit. Blaccard.

Al firn.

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IVOTE

<lersi per avventura, è manifesto dal nostro Autore. Trovasi ci­ tato uno storico dello stesso nome da Strabone (i). Che poi fosse lo scrittore medesimo, di cui qui si nominano i libri tattici, non v’ ha fondamento onde deciderlo. (io) Posidonio. Questi fu stoico di setta, coinè rilevasi da Ebano (2) ; c si sa da Luciano (5 ) esser egli nato in Apamea , città della Siria. Qui però è detto di R o d i, avvegnaché ne con­ segui per legge la cittadinanza. UorttJmtsis a A n /tio r rnt X v p)at, NOMO A PU t " . Siccome però gli autori di Tattica fin qui citati sono per la maggior parte perduti ; così giova rammentar quegli altri, le cui opere ci rimangono o in tutto o in parte, onde possano trarne lumi coloro, che vaghi fossero d’ istruirsi ampiamente intorno a questa materia. Tali sono a cagion d’ esempio Onosandro-XrfUTnytKtt, aureo libro che tratta dell’ arte del comandare ; Polieno-Xrfarnynf li r t ** /3* 3 a/<*, scritto pregevole, io cui ripctonsi dalla remota Antichità le piò sublimi vedute intorno all’ arte militare di tutti i capitani celebri nelle storie: Apollodoro-IUXtpfxnrtx* , libro . in cui descrivonsi le macchine e le scale utili e necessarie sì a que’ che assediano le fortezze , come a coloro che vengono asse­ diati ; Filonc-UoXffKnTiKOf , nel cui Trattato, oltre alle dot­ trine risguardanti il modo di fare e di sostenere gli assedj, coinprendonsi eziandìo quelle, che spettano alla fabbrica delle torri, delle mura , e di parecchie altre specie di fortificazione ; Giulio Africano-np*s iceXtftuvc xetparxtvatì , opera eruditissima e di gran pregio in fatto di Tattica; Eliano-Utp) XrpxnjytxZ* r * { E A XnttxSt , scritto che riguarda particolarmente l’ arte delle ordinanze e de’ volgimenti militari; Leone-Uif't r*K rix»s ; ampio Trattato, che comprende tutto quanto scrissero di mi gliore gli antichi intorno all’ arte del far la guerra sì in ter­ ra , che in mare ; Costantino Pc>rflrogeneta-B*/òA/ar rxxrtx'pf, frammento di un intero Trattato ebe si è perduto, oltre ad altri, de’ quali si trova parlato dallo Stwechio (4 ), dall’ Hofiman (5 ) , 1.

( 1) Lib. 17 ; (a) Cap. », pag. 53»; (5 ' In Macrob. ; (4) Comment, ad Veget. c. 8; (5) Lexicon tiniTer. - artic. Tactìca. \

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1%

dal Fabricio (1); dal Casaubono (2) ; dallo Schwebel (5 ) ; c più di tutti dal Nudeo cella sua Biblioteca militare. (11) Cominciamento. La preziosità di questo libro si può calcolar facilmente dallo scopo che vi si prefiggé T Autore. Or s’ egli ha cre­ duto che avtempi suoi abbisognassero i Romani di notizie intorno alla Tattica de’ G reci, quanto non riusciranno queste preziose per noi, che duriamo tanta fatica a ben comprendere le opere originali dei loro insigni Scrittori? Siane esempio il solo Polibio, che ovnn*que parla di battaglie è si sfigurato dai traduttori, e da' com­ mentatori , che si potrebbe dire essere stato piuttosto tradito, che non tradotto ed illustrato. Perciò scrisse il dotto Guischardt: jpose avancer que de toutes ces Batailles de Polybe , que M. Folard nous represente, il n'y en a pas une seule , qui ré­ ponde exactement au récit de THistorien (4)* Dunque il maggior pregio di questo Trattato d’Arriano consiste in poter egli servire di ottimo commento alle opere de’ più celebri istorici Greci. (12) Spetta al mare, o alla terra. Inclino a credere che un preparativo di guerra non si tenesse perfetto dai Greci, se non se quando era composto d’ armata terrestre e navale insieme. A ciò sono indotto da Leone, il quale dice : bellicus apparatus per­ fectus duplex e st, alter quidem terra terrestris, alter vero ma~ ri navalis (5 ) ; e ne veggo ragione nella geografica posizion della Grecia, la quale essendo una specie di penisola , con le città più cospicue o in riva al mare, o da questo in poca distanza situate, è manifesto che non poteavi riuscire importante impresa di guerra senza che vi avessero parte battaglie navali. ' La storia della Grecia tutta intera n’ è una prova continua. Perciò Prode Fliasio in un’ orazione che ci vien riportata da Senofonte, chiamò mezza potenza quella degli Ateniesi a ca­ gione che potentissimi essi per forze navali, non lo erano egual­ mente per armate di terra (6). ( 1) Bibliotheo. Graec. « item Bibliothec. antiquar. ; (a) Praef. ad fragment. obsidiooaU Aeneae ; (3) Praef. ad Onosandr. Strategie, pag. 9 ; (4) Memoir. militait*, sor les Grec, et Koro. r. a , pag. i58; (5) Tactic. c. 1, S h (6) St. Gr. 1. 7.

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NOTE

#

Rispetto poi al perfetto apparato di guerra non nasce dubbio che vi si richiedessero forze di terra egualmente che di mare, perchè la Tattica navale non era da quella di terra anticamente distinta; ed i più celebri generali della Grecia c di Roma spiegarono com­ battendo su ambedue questi elementi i medesimi sublimi tratti di genio. Tra i Romani non solo il generale , ma anche i soldati erano gli stessi che indistintamente militavano in terra ed in mare, secondo che V uopo il richiedeva , ed eziandio contro le nazioni più esperte nella Nautica. 1 fatti di Regolo e di Duillio ne forniscono prova convincente. 1 moderni sono lontani dal pretendere a tanta ampiezza di co­ gnizioni , e ne incolpano le molte scienze che oggigiorno si ri­ chieggono a ben conoscere la Nautica. Ma il difetto non verrebbe piuttosto da c iò , che i moderni di soverchio perduti dietro lo studio delle scienze ausiliare, trascurano i grandi c*d essenziali principi dell’ Arte della Guerra ? Questi ben conosciuti , qual difficoltà nell’ adattarli piuttosto ad una battaglia di terra che di mare? ( i 3) Artefici. Il vocabolo greco 0jj7 **Vr significa propriamente mercenarius, ed anche mercenariorum proprius, et peculiaris ; ond’ è che nasce dubbio se per tal voce da Arriano usata s* in­ tenda un particolar genere di persone servili addette alle armate, o non piuttosto la classe bensì mercenaria , ma non però serva degli artefici, de’ quali gran numero faceva d’ uopo agli antichi per il modo loro di combattere, segnatamente all’ epoca, in cui 1’ uso fu introdotto di numerose macchine per le varie occorrenze di guerra. Io con Schederò (i) intendo adunque per questa voce #*74« W il genere tutto insieme preso degli artefici, la cui opera può riu­ scir utile c necessarià al fine delle militari imprese ; ed osservo che nelle armate de’ Greci erano costoro riputati d’ assai. Siane prova il modo onde intorno ad essi si esprime Giro. Se dunque vogliam ultimare quanto diciamo esser da fa r e , bisogna che il (i) Io Arriso. Tnetic. pag 6.

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piò. speditamente che si possa* in punto si trovino e macchine

ad abbattere le fortificationi de9 nemici , e fabbri ad inalzarne delle altre per noi (1). < < In quanto all* importanza di questi artefici si può generica­ mente asserire, che. la loro opera fu necessaria ogni qualvolta si pensò a prevalersi di macchine ad uso di guerra. L a favola celebratissima del Cavallo di Troja ha per ,suo fondamento una particolar macchina, di cui si valsero i Greci per aprirsi 1’ ac­ cesso alla citta. Plinio scrive che l’ ariete, macchina poderosa con cui le mura abbaltevansi delle fortezze, fu inventata all’ assedio di Troia. Ancorché non sia da prove convalidata quest' asserzione, egli è però certo che cosi fatta macchina vien detta antichissima da Ateneo (a), benché non definisca I’ epoca in cui venne prima­ mente, trovata. Egli ne attribuisce l’ invenzione ai Greci, e Vi­ truvio ne fa autori i Cartaginesi all’ assedio di Gaddi. Ma chec­ ché ne sia di questi fatti, non v’ ha dubbio che molti artefici si trovano nelle storie celebrati , per le macchine da guerra da essi inventate. Tale si é E p e o ,. la cut;.arte tornò a grand’ utile del greco esercito all’ assedio di Troja , credendosi esser egli stato 1’ artefice del famoso Cavallo'{ 3 ). • . Pttgdem bonum, timidum autem in ,hastae strepitu i , Et arte plurimum exercitui utilem (4 ). > • In tempi più tardi certo dovettero prevalersi i Greci dell’ o­ pera di gran numere d’ artefici nelle loro guerre ; avvegnaché ci affermi Tucidide essere state adoperate le principali belliche mac­ chine nella guerra del Peloponneso. . ,, . Celebre presso altri storici si é il talento di Artemone di Clazornene per l’ invenzione di molte macchine, testudini, aneti ec. (5 ) ; benché sia incerta 1’ epoca precisa in cui fiori questo artefice. * . , . , . ^ (t) Cirop. O V » rr.

i , lib. 6 , pag. 61 ; (a) Deipnosoph. 1. 6 , tnb. fin. (S) Homer. V lrg. Aeneid. 1* a ; (4) Lycophron in Cassandr. r . 384 ; ( 5) Plut.

to I.

Vito di Paride • Dìodor. 1. io.

A

b m jn o .

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NOTE

Intorno alle diverse specie di macchine ed ai particolari loro usi é uopo consultare le opere poliorcetiche de9Greci, di cui ci restano molti preziosi frammenti; ma che meriterebbero dai mo­ derni studio di gran lunga maggiore di quello siasi loro consa­ crato : poiché le notizie, che ci danno gli antiquari intorno alla struttura ed agli usi di tali macchine, sono assai di spesso ipo­ tesi bizzarre che fingonsi essi in pensiero, e non reali dipinture del genio veramente singolare degli antichi in questa parte im­ portantissima delle meccaniche. Certo, che senza la polvere -ed il fuoco essi a forza di macchine offendevano in campo il ne­ mico , ed abbattevano le fortezze con maggiore celerità e vigoria, che non si faccia oggigiorno coll’ archibugio e col cannone. Tra le macchine da guerra la sola catapulta e la balista, presentano di quanto io qni affermo eloquente esempio. ( i 4) Medici. Ve ne furono nelle greche armate in ogni tempo, e tenuti in grande riputazione, come quelli che promovevano il ben essere, e proteggevano la salute de’ difensori della patria. Per questo titolo furono celebri all’ assedio di Troja Podalirio e Macaone. Horum duces erant Aesculapii duo filii Medici boni, Podalirius et Machaon (i). . Di Macaone chiamato a curar la ferita di Menelao dice Oiàero : Sanguinem expressisse , lenia medicamenta sciens (?). Da Senofonte sappiamo che i medici o chirurghi, che dir si voglia , imperocché a que’ tempi non si faceva distinzione di parti nella salutare scienza, non solo erano destinati nelle armate dei Greci a curare i soldati feriti o infermi, ma eziandio a preser­ vato 1’ esercito dalle malattie, cui si trovasse per avventura espo­ sto (3 ). Di Alessandro sappiamo, che aveva medici alla sua annata , e d’ un certo Filippo acarnane, fra tutti espertissimo, Am ano ci afferma che a questo titolo era assai celebre nell’ esercito (4)*

% CO Hiad- l a , t . »58 ; (») Iliad. 1. 4 , ▼ . •«* , ( 5) d ro p . 11. f , 5 , 8 i ' (4) 8pedi. di Aleas. 1. 4.

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Tutti gli scrittori tattici confessano 1’ utilità e la necessità de’ medici nelle armate. Onosandro ne fa menzione in parlando della scelta del generale (i). Eliano egli pure distinguendo tutto T esercito in pA%tp*i ed « / « « g ì» , assegna a quest’ ultimo la classe de’ medici (a). Nè li trascura Leone nel suo trattato di Tattica, êUê tur fé) , medici assegnando alla parte dell’ esercito che non combatte (3 ). . Gran cura de’ malati ebbero pure i Romani nelle loro armate: ónde Yegezio: jam vero ut hoc in casu aegri contubernales op­ portunis cibis rejiciantur\ ac medicorum arte curentur (4). Dice inoltre che i medici erano soggetti, in un co’ soldati infermi che avevano in cura, alla vigilanza ed agli ordini di quell’ officiale, che aveva il nome di praefectus castrorum. Praeterea aegri contubernales et mediet a quibus curabantur. . . etiam ad ejus industriam (praefecti) pertinebant (5 ). Tra le armate romane ogni legione aveva un medico a sè particolarmente assegnato. Questo è certo dal Digesto (6) ; non che dalla costituzione dell’ Imperadore Antonino espressa come segue: Cum te medicum legionis secundae Adjutricis esse dicas, munera civilia^ quamdiu Reipublic. caussa abfueris, suscipere non cogeris (7). Sì alta cura fu de’ soldati malati presso i Romani, che gl’lmperadori stessi si credettero. onorati di addossarsela qualche vol­ ta, e questo è uno de’ meriti onde Plipio encomia la virtù di T raiano: quid cum solatium miseris, aegris opem ferres? (8). (15 ) Che cavalli adoperano. Togliendo ora ad esaminare la classe degli uomini d’ arme ne’ greci eserciti, fa d’ uopo saper primamente che questi, tutti insieme presi, dividevansi in fanti, e soprassalienti (9). Fanti erano .quelli, che in combattendo ne andavano a piedi ; e soprassalienti coloro, che venivano portati da cavalli, da carri., e da elefanti (io). Arriano comincia qui a (1) Strategie, c. 9; (*) Taetic. e. a; (S) Cap. f, g 7; (t) De Re militar. 1. S, c. 9 ; ( 5) Lib. 9 . cap. 90; (6) Lib. Inter eoi, § nltim. ff., Ex quibas caassiS ma­ iores ; ( 7) Lib. 1 , c. De Professorib. et Medie.; (8) Panegyric. c. i 3 , $ 9 ; (9) Ael. Tactio, c. 9 ; Leon. Tact. c. 9 , § 7 ; (io) Àelian. e Leon. ibid.

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NOTE

parlare di quest’ ultima classe, ed osserva passare diversità fra quelli che usano cavalli e quelli che montano gli elefanti. L ’ o­ rigine di ambedue queste specie di combattenti è il punto di cui ci occupiamo al presente, perchè della loro armadura e delle loro rispettive funzioni in battaglia sarà altrove discorso. L ’ uso de’ cavalli in guerra è antichissimo ; ma nasce dubbio se l’ arte del cavalcare fosse anteriore a quella de’ carri, o vice­ versa. Si tenterebbe in vano di stabilire nella storia l’ epoca pre­ cisa , in cui ambedue queste arti furono primamente inventate a ragione che i monumenti dai quali potrebbesi trarne qualche notizia perdonai nel buio di tempi incertissimi e favolosi. Alcuni infatti, giusta f avviso di Lisia oratore, attribuiscono alle Ama­ zoni T invenzione del cavalcare ; altri ai Centauri (i) ; altri a Bellerofonte (a) ; ed altri finalmente, i poeti in ispecie ed i mitologi, ne predicano ritrovatore Nettuno, come colui che del cavallo fu pur creatore. Ma checché ne sia dello scopritor di quest’ arte, e per quanta di buon’ ora venisse inventata , certo è che dapprincipio ella fu impettitissima, e perciò non applicabile agli usi di guerra. Siane prova 1' addestrar che facevasi anticamente i cavalli ad abbassar il corpo per dare comodo al cavaliere di salirvi sopra (3 ). Di tal espediente servironsi per montare a cavallo i prischi Greci ed Ispani (4 ). A questo fine mettevansi anticamente lungo le prin­ cipali strade certe pietre a date distanze per agevolare ai vian­ danti il montare a cavallo. Di ciò erano incaricati in Grecia gl'ispet­ tori alle strade (5 ) ; e Graeco institui pur questa pratica in Italia (6). Nell’ Asia e in Egitto v’ è ragion di credere che antichissima fosse l’ uso del cavalcare, attribuendosene dagli Egiziani l’ inven­ zione ad Oro figliuol d’ Osiride (7). Ma che Sì di buon ora vi fosse cavalleria nelle armate ne dubito assai, perchè sebbene gK storici ne assegnino prodigioso numero agli eserciti di Nino e di < 0 Palaephat. 1. i ; (9) Plin. 1. 7, e. S6 ; (S) Pollai. 1. 1, 0. 11 ; (4) Sfrab. lib. S ; (5) Senof. Dell’Arte di cavale. Opnic. t. s ) (6) Plot. Vita di Graecoj ( ;) Dieaearch. «pad Schol. - Apollon. Rhod. 1. 4 , ▼ . J17S.

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Semiramide (i) ; pure questi racconti debbono tenersi per favo­ losi, essendo appoggiati all’ asserzione di Ctesia, la cui autorità ben da poco riputavano anche gli antichi. Io credo adunque si debba attenersi con più di ragione a quelle storiche notizie , da cui rileviamo l’ uso de’ carri in battaglia aver preceduto quello della cavalleria (a); ed in quanto agli eserciti greci ciò non puos&i rivocare in dubbio, certo essendo da O ­ mero che all9 impresa di Troja non fuvvi esempio di singoiar cavaliere fra gli Eroi da lui celebrati. La stessa cosa avverti Poiluce: Homerus enim singulares equites non novit (3 ). Cosi Giu­ liano imperatore parlando de’ tempi della guerra di Troja dice espressamente : curribus enim, non equis singularibus uteban­ tur (4). E l'autorità di Omero in quanto ai tempi eroici vuol essere preferita sicuramente a quella di Lucrezio Et prius est repertum in equi conscendere costas, Et moderarier hunc fraenis, dextraque vigere , Quam bijugo curru belli tentare pericla (5 ). (16) Montano gli elefanti I Greci non si valsero di elefanti ad uso di guerra prima dell’ epoca di Alessandro, nel qual tempo gran numero ne fu tratto d’ oriente e adoperato nelle battaglie. (17) Elidi Di questi Elidi celebri per elefanti nelle loro guerre tacciono le storie. Per essi è ragionevole intender gl’ Indiani, dovendosi leggere probabilmente nel testa’!»/»# in vece di 'E A */?». Da Diodoro (6) abbiamo dettagliato racconto. del modo, onde Strabrobate loro re, mercè il sussidio di questi terribili animali, sconfisse Semiramide. E poiché avanti a tal epoca non se ne trova fatta menzione, deesi credere che gl’indiani fossero i primi a valersene in battaglia. Intorno alla loro maestria in render mansuete queste fiere cosi Polibio si esprime: « Gli elefanti as­ » suefotti sono ad ubbidire ai Mori che li reggono ». (7). (18) Etiopi. Che essi si servissero d* elefanti ad uso di guerra appare manifesto da Erodoto (8) e da Strabone (9). Seneca ci at( 1) Diod. 1. t 1 (*> Palaapbar. Delirerai!, c. t, p. 9 ; (S) Lib. 1, e. 101 (4) D e Reb. geit. Costantin. Orat. a in prineip. ; (5) Da Rer. nator. 1. 5, p. ; <«) Lib, a ; (7) Stor. t. a , 1. 3 , pag. 54; (#) tota, a , T alia; (9) Lib. 17.

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NOTE

testa celebri essere stati gli Etiopi neU’arte di domar queste Bere (t), ed è probabile che dagl' Indiani apprendessero a valersi degli ele­ fanti nelle loro guerre. (19) Macedoni. Essi acquistarono elefanti nelle vittorie ripor­ tate contro i popoli dell' Indie (a). (ao) Cartaginesi. È frequentissima menzione de* loro elefanti nella storia delle guerre puniche , avendoli Annibaie condotti per­ fino in Italia dalle Spagne, e spiegandosi cosi dai naturalisti il fenomeno singolare, che ossa di elefanti rinvengonsi nelle vici­ nanze del fiume Tesino. I Cartaginesi resersi cotanto celebri nel1' arte di reggere in guerra gli elefanti, che Lucrezio falsamente ne li fa inventori (3 ). ' (ai) Romani. Videro per la prima volta elefanti nella guerra di Pirro, come lo attesta Plinio (4 ) ; a Pausaniâ ci averte che grande spavento ne concepirono (5 ). In seguito, acquistatine parec­ chi nella guerra punica, appresero a valersene al modo dei Cartaginesi, e li mossero primamente contro Filippo 1’ anno di Roma D L 111 (6). Plinio afferma che nella vittoria di Lucio Metello in Sicilia contro i Cartaginesi ne furono presi cento quarantadue (7). 11 modo poi di adoperare gli elefanti in guerra doveva essere ben nolo ai Rom ani, attesoché ebbero a fare con molti nemici, cbe ne ave­ vano copiosamente fornite le loro armate , ragion per cui attesero più a trovar espedienti onde non soffrirne offesa , che non a valersene contro altrui (8). Ciò basti sull’ origine della pratica degli elefanti nelle guerre antiche. Rispetto al modo di usarne ne sarà discorso più innanzi. (aa) Cavalleria è detto. La cavalleria propriamente detta fu tardi introdotta nelle armate de’ Greci, rispetto all’ epoca anti­ chissima in cui vi si adoperarono i c arri, della cui origine già sopra si è trattato. Di cavalleria infatti si i Lacedemoni che gli altri abitatori del Peloponneso non si curarono quasi punto fino all'epoca delle guerre coi Messenj (9) 5 9 nessuna, o pochissima ( 0 Epi*lol. 8$; (a) Pans. I. 1, l'A ttic.; ( 3) Lib. 5; (À) Hiat. naturai 1. 8, e. C ; (S; T. i, l’ Attic ; (6) L it . 1. 5» e. 36 ;. (j) Lib. 8, e. 0 ; (8) Veget. 1. I , e. a l ; (9) Paul. t. a, la M csitnii.

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n’ ebbero pure aulicamente gli Ateniesi ; avvegnaché scriva Poiluce, che un tempo tutte le rispettive Naenpifta), le quali non erano più che quarantottofornivano all’ annata due soli soldati a cavallo per ciascheduna. A tale proposito narra Erodoto che nella battaglia di Mara­ tona gli Ateniesi vennero derisi dai Medi e riputati pazzi, per­ chè , sforniti affatto di cavalleria » ardissero misurarsi con 1’ ar­ mata loro che ne aveva in si gran copia. Vinti e posti in fuga i barbari, essi portarono la loro cavalleria al numero di trecento cavalli , e venuti dipoi in maggior potere e ricchezza , la creb­ bero eziandìo fino a mille e dugento (1). (a3 ) Propriamente soldati a cavallo. Questi che usano un solo cavallo, a differenza degli amfibj , de’ quali si parlerà qui sotto, furono perciò detti singulatores dai Latini. In Greco si chiamarono ed anche JtiAaras (2) ; d’ onde poi la denominazione di celetes usata da Plinio, non che i chiamati celeres da Livio (3 ). (24) Amfibj. Alcuni, fra i quali Potter (4 ) , ripetono 1’ origine di questa singoiar specie di cavalleria fino dai tempi eroici, ap­ poggiati ad un passo d’ Omero, in cui descrivonsi quattro vo­ lanti destrieri guidati da un tale, che balza di piè franco or sull’ uno or sull’ altro , alla guisa appunto de’ cavalieri amfibj qui menzionati da Arriano (5 ). Ma saviamente osserva Eustazio (6 ), che il poeta affermò questo ««ri» giusta l’ espression gre­ ca , cioè con anticipazion di tempo ; poiché s’ egli è innegabile che all’ assedio di Troia non ebbero i Greci cavalleria al modo consueto, chè certo riesce il più facile di reggersi sopra un solo cavallo, dee riputarsi lult’ affatto improbabile che ne conosces­ sero d’ una specie si strana, la quale richiede al certo somma pe­ rizia del cavalcare. Del medesimo avviso si è Aulo Gellio (7). L ’ uso di questa cavalleria era più famigliare ai barbari , che non ai popoli civili e colti. Esempio ne abbiamo in Eliano , il (») Aeacfaia. Orat. de fala. legat. - Andocld. Orai, de pac. $ (i) Philoxen. Item aliae Gloss, j (3) Hist. 1. i ; (4) Archeolug. Graec. L s, 1. 3, «. 5, p. 17; (5) Iliad. 1. 1S, v. 689; (6) L. m. c. lin. 5$. seq. ; (7) No et. Attic. 1. 10, e. 16.

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NOTE

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quale 1’ attribuisce a que1 popoli, che abitavano le sponde del* T Istro , avvertendo che fa d* uopo opporvi contro la falange a due fronti (v). Livio celebra a questo titolo i Numidi, e da lui possiamo in qualche modo arguire qual maniera tenessero nel combattere tali amfibj desultores detti dai Latini.' Essi nel1* ordinanza di Asdrubale stavano disposti all’ ala destra, e con­ ducendo ciascuno due cavalli, erano usati a saltare dall’ uno in sull’ altro con destrezza in mezzo all’ ardore del fatto <T arme , quando il cavallo fosse stracco, rinnovando cosi la battaglia alr uopo , tanta perizia avevano del cavalcare, e si bene ammae­ strati erano i loro cavalli (a). (? 5 ) La ptigna poi con gli elefanti, Intorno a questa vedi le note al $ 22. ~ (a6) Armanti loro i denti con ferro acutissimo, Di tale par­ ticolarità non è chi faccia menzione fuori di Amano. Noi ne par­ leremo al luogo qui su citato. (a7) Carri nudi, De* carri nudi de’ Greci an’ impresa di Troja, e d ë falcati dei barbari si ragionerà in appresso. . Per ora basti sapere che i primi sono detti nudi da A m an o, a cagione che non muniti d’ arma alcuna, a differenza decalcati, i quali n’erano tutti guemiti ; onde quelli non venivano ad essere 1 che veicolo dei combattenti, e questi vere macchine da guerra, che per sà offendevano , come le nostre artiglierie. Ed in vero i carri de’ guerrieri aU’ impresa di Troja non sono già distinti per arma alcuna loro affissa , ma unicamente per certi particolari ornamenti, come d’ oro e d’ argento a cagion d’ esempio (3 ) ; oppur di sta­ gno (4); o eziandio di veli (5 ); tutte materie, onde coprivansi a puro oggetto d’ abbigliamento. * . Lucrezio osserva ben a proposito che 1* invenzione de’ carri nudi precedette quella de’ falcati (6). . (28) Carri falcati. Vedine ampia descrizione nelle note al $ 22. (29) Che se dal modo dell’ armadura. Metodo assai giusto egli è quello di distinguere le diverse specie di fanteria dal modo (I) Tactic. c. 18 ; (») L . *5, c. *9; (5) Hi*d. 1. 10, r . 438 ; (4) Lib. s i, ▼ . 8©S; (5) Lib. 8 , t . 194; (6) Lib. 8.

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dell* artnadura , attesoché la varietà delle armi trae seco di neces­ sità anche quella dell* ordine ; ed in Tattica non si può distin­ guere più utilmente V una specie di truppa dall' altra, quanto determinando le differenze, che ne* rispettivi loro modi di ordinarsi dipendono dalla diversità delP armi che entrambe maneggiano. Ogni special modo d’ armadura infatti richiede un'ordinanza sua propria; e Peffetto dell* armi non corrisponde giammai piena­ mente all’ intento , se non se quando vi si adatta 1* ordinanza , eh* esse naturalmente vogliono. Perciò le medesime armi non sem­ pre producono presso varie nazioni i medesimi effetti, difetto del non saper bene adattarvi le corrispondenti ordinanze. Considerando adunque il modo dell* artnadura, si può calcolare con molta pre­ cisione la forza non meno che l’ uso particolare di qualsiasi spe­ cie di fanteria, comunque vogliasi armata. In dire poi l'Autore, che di questa si danno varie specie , ha voluto alludere alle tante, che se ne trovano citate dai tattici non meno, che dagP istorici. P erò, siccome alcune volte ‘ distinguons! esse anche puramente dal paese loro nativo, o da qualche accidentale diversità nel ma­ neggio dell’ armi: cosi queste differenze debbonsi trascurare come inutili alla Tattica, fissandosi in quella sola, che può tornare a maggior vantaggio. (3 o) Quel dall' armi gravi. Questi, che noi diremmo generica­ mente armati, denominati’&irAivf* dai G reci, costituivano il nerbo dell’ esercito, come i più valorosi e robusti ; t pertft i meglio acconci si a rompere il nemico che a sostenere P impetor Le loro armi erano pesantissime, e noi ne abbiamo bella descri­ zione in Omero (1). La gr^ve armatura greca, detta anche alla Macedone sì per la gravezza degli scudi che per la lunghezza delle aste, le quali avevano specialmente in uso que’ popoli, comprendeva le più im­ portanti armi di difesa, non meno che le più valevoli all’ of­ fesa (2). Giova seguire il nostro Autore nell' enumerazione delle prime. . (1) II. J. 5 , t . SSo et ieq. - Leon. Tee», c, 6 , $ 55 ; (e) Leon. Tactie. c. 6, - Ael. T tc ì. e. » .

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NOTE

Qui egli non fit mensione della celata , ma siccome ne parla dipoi , cosi i meglio cominciar da questa come importantissima. L a celata è arma tra quelle di difesa essenziale, imperocché col suo mezzo viensi a proteggere dai colpi il cap o, di tutta la persona la parte più importante. Chiamavasi dai Greci con di­ versi nomi : sa'fvr, ec. L ’ invenzione se ne attribuisce da Plinio ai Lacedemoni (t). Nè ciò prova eh9 essi i primi la ritrovassero, ma che piuttosto la usarono d’ una data forma o materia loro particolare. Plinio infatti attribuisce loro F invenzione non solo della celata , ma quella eziandio della spada e dell9asta : gàleam, gladium, hastam Lacedemonii invenere i ciò che non si può intendere altrimenti, che dell’ aver essi avuta una particolare specie di queste tre armi. La cosa è probabile dal1’ osservarsi che varie nazioni furono celebri nell’ antichità per una specie particolare della medesima arma. Vedine raccolti molti esempj da Meursio (a). L a celata fu variamente e di diverse materie formata presso varie nazioni I Greci de’ tempi eroici l’ avevano di pelli di pa­ recchi animali, onde nell’ Iliade rinvengonsi le denominazioni itti/fu ii Am i « ù , secondo gli ani­ mali diversi, dai quali era presa la pelle onde formavasi (5). Però di bronzo 1’ ebbero i Greci a tempi eroici (4). Ornavasi poi la celata con pennacchi, del qual uso Erodoto (5 ) e Plinio (6) fanno inventori i Carj. Perciò al dir di Plutarco èrano essi chiamati « A i d a i Persiani (7). E poiché le celate si destinavano eziandio a render formida­ bile 1’ aspetto dell’ esercito al nemico , cosi era in costume di sovrapporvi strane figure d’ animali feroci con la bocca spalan­ cata , o simili (8). 11 cono era quella parte della celata, che restava come fissa al disopra del berretto, dal quale spargevasi giù in basso la chiomata (9). ( 1) LU>. 7, e. 56; (*) Miscellaneo!*. Laconie. 1. a, c. 1, artic. Galea; (3) Iliad. 1. «o, t . 87; ibid. t . *65; ibid. ▼ . 335; (4). U. L 10, r . 3o, 1. 3, r . S 16; (5) T. 1 la Clio; (6) Lib. 7 , 0. 56; (7) Vita di A rtaserse; (8) Virgil. Aanaid. lib. 11 ; - Hom. II. 1. S , r. 936 - 1. 19, r. 38i ; (0) VirgU. Aeneid. 1. 3 , r . 468.

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Altre parti eramri nella celata specialmente denominate dalla parte del volto che coprivano. Cosi dicevasi quella che copriva le sopracciglia ; yt~r§v lo sporto dalle sopracciglia promi­ nente ; «£ivr quella striscia di cuoio da ambedue i lati con che fermavasi dotto il mento : Ocheus lorum galeae , quo adsiringitur circa collum ferentis (i) ; intorno alla quale è bello il tratto d’ Omero ove dipinge Paride che n’ era come soffocato (2). Dal fin qui detto si può dunque dedurre che le celate degli antichi erano costrutte in modo da coprire l’ occipite e la fronte, lasciando però a nudo la faccia, vale a dire che non avean vi­ siera su questa distesa. Ciò hanno aflèrmato gli antiquarj (3 ); ma le prove da loro addotte sono indirette e non decisive. Intorno al punto in quistione la migliore autorità si è quella d* Arriano ove dice, accennando le celate che adoperavano i Romani negli esercizj cavallereschi di spettacolo pubblico, aver esse coperto tutta la faccia de’ cavalieri, a differenza di quelle adoperate in guerra, che ne diffondevano solamente il capo e le gote. Fra i Greci furono varj popoli celebri per particolari celate; e gli eminenti in quest’ arma pare essere stati i Beozj (4 ). Anche le celate de’ Corinti sono menzionate da Erodoto (5 ), e quelle de’ Paflagoni da Senofonte (6). Non si hanno però notizie precise, onde specificare a qual titolo fossero particolarmente celebri le ce­ late de’ popoli qui menzionati. De’ Macedoni è osservabile come avendo l’ armadura gravis­ sima , portassero celate di cuoio e non metalliche (7) ; onde A ­ lessandro fu leggermente offeso da un colpo non ben riparato dalla celata (8). Intorno a quest’ arma restami a far qualche cenno de’ Romani. Essi la credevano importantissima, perciocché Polibio ci assicura che 1’ avevan di bronzo , e Dionisio e Livio uoa stessa cosa af­ fermano in parlando del Censo di Servio (9). Abbiamo pur da Plutarco che Camillo formò celate di ferro ai suoi soldati (io). I ( 1) Said j ( j ) Hom. II. 1. 5, ▼ . 371 ; (3) V . Lip*. de Miìit. Roman. 1. I , dialog. 5 - Potter. Archeolog. Graec. 1. S , e. 4 ; (4) Pollux. 1. 1, c. io , sect. i3 ; ▲ e l. Var. Hist. 1. 5 , c. »4 : (3) T. 1 , la Melpomene; (6) Cirop. t. 1 , L 5 ; (7 ) Dion. in Caratali- ; ( 8) Diod. 1. 17 ; (9) Hietor. 1. i; ( 10) Vita diGamUk».

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NOTE

Romam poi imponevano al nemico con gli 'alti pennacchi onde le adornavano (f). Nelle celate de' Romani sono pur da notarsi certe bucculae d’ ambedue i lati pendenti, con che coprivano le guance, bu o cae. Perciò L iv io , alii galeas bucculasque tergere; e Giove­ nale , aut fracta de casside buccula pendens. Queste buccule erano flessibili , perchè formate a squamine , ed all9estremità loro stava fissa la striscia di cuoio , già sopra citata, con cui fermar la celata, legandola al collo sotto il men­ to (a). (3 1) Corazze. L a corazza era arma di difesa agli antichi fami­ gliare, di cui munivano il petto ed il dorso. Perciò di quegli Abanti che eran si esperti nei vibrar l’ asta, dice Omero che rompevano le corazze intorno al petto ai nemici (3 ). . Egli è certo , che i Greci varie specie usarono di quest'arma; ma qual fosse 1’ origine rispettiva di ciasceduna non è agevole a determinarsi. Pausania ottimamente descrive le corazze de* tempi eroici, sia in quanto alla forma che alla materia ond* erano costrutte (4 ). Di due parti ed entrambe di bronzo, era secondo esso formata la corazza de’ greci E ro i, 1’ una che copriva il petto, l’ altra il dorso, fra loro unite per mezzo di fibbie ai lati. Ma nell’ Iliade non mancano esempi di corazze di lino. Infatti Omero chiama A<»ad»f«£ Ajace Oileo, cioè che portava corazza di lino (5 ) ; ed il medesimo de’ greci Eroi afferma Erodoto (6). E di lino era pure quella corazza famosa di cui parla Eliano (7). Le corazze piò celebri fra i Greci furono senza dubbio quelle degli Ateniesi, siccome lo afferma Polluce (8). Di queste sap­ piamo, che erano assai pesanti e formate di ferro e di bronzo, attestandoci Probo che lficrate trovandole troppo gravi le tra­ mutò ni altre di lino. Lo stesso aflerma Diodoro (9). Ne cadrà meglio discorso all’ occasion dei peltati. Ciò non pertanto egli è certo che le migliori corazze forma­ ci) Polib. 1. 6 ; (9) Sidon. 1. 5 , Epiit. 5 ; (S) Iliad. 1. 9 , ▼ . 5o; (4) Pan*, t. 1 , P Attica ; (5) Iliad. ). 9 , 56; (6) La Polinnia; (7) Do Animaiib. 1 6 , e. 17; (8) Lib. i , e. 10 , «ect. i3 ; (9) Lib. tS.

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ALI/ ARTE TATTICA.

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▼ Ansi di metallo ; e l’ artefice Zoilo prescelse il ferro per costruirne quelle due celebratissime, le quali presentò in dono a Demetrio Poliorcete, mettendole alla prova d’ una freccia slanciata dalla catapulta alla sola distanza di ventisei passi. Questa non che le spezzasse, non vi lasciò nemmeno l’ impronta (i). In quanto alle corazze de’ Greci antichi reca somma sorpresa 1’ osservare come i Macedoni, la cui armadura riputavasi la più grave, e perciò la falange loro la più formidabile, non le aves­ sero già di metallo, ma bensì di lino (a). Ammetto bene che questa corazza fosse a più strati, e che gli antichi avessero un’ arte di rendere assai compatti i tessuti di lino (3) ; ma risovvieni­ mi eziandio che Pausania dichiara inutili in guerra le corazze di lino , non tenendole buope che per la caccia (4). E per vero Alessandro, di cui ci narra Plutarco che portava doppia co­ razza di lino (5 ) , poco mancò che non rimanesse colpito di freccia, essendo questa ben addentro penetrata nella corazza. Pure di questa corazza che fe’ tremare gli amici del Macedone, meritò che un erudito antiquario sciamasse ex quo bonitatem loricae colligas (6). Bontà ben meschina, se non lasciava che un filo di separazione tra la vita, e la morte! Intorno alle corazze dai Macedoni singolare si è la disciplina' di Alessandro riferitaci da Poliemo* Aveva Alessandro armati i suoi soldati di mei%i corsaletti acciocché stando eglino fermi fossero forti e sicuri , Siccome coloro cheavevano le parti da­ vanti armate ; che se avessero preso la fuga , le reni fossero rimase scoperte a! nemici (7). Però queste mezze corazze npttm, non furono d’ invenzion d’ Alessandro, perchè Polluce ne fa ritrovator Giasone, ciò che significa una simil pratica es­ sere stata assai più antica. Delle corazze de’ Romani dirò unicamente quello che ne af­ ferma Polibio, cioè la maggior parte de’ loro soldati averle avute, di solido metallo (8). Ne usavano ancora d’ un’ altra specie che (1) Plat. Vita di Demetr. ; (a) Dion. In. Caricali. $ (3) V . Nic. Acominat.

L 1 j (4) T. 1 , 1’ Attica ; (5) Vita di A lesi. ; (6) Crophias , Antiqait. Maoodna. t. 3 , c. 5 ; ( 7) Stratag. 1. 4 > pag. «63; (8) St. t. 3 ,1 . Ç.

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NOTE

lo Storico dice guarnite di uncini, ma di queste si parlerà ore ne farà cenno il nostro Arriano. (3 a) Targhe, La targa o scudo è arma a tutti nota, che gli antichi tennero fra quelle di difesa come la prima e più impor­ tante, sì per essere atta a difender dai colpi quasi tutta la persona, che pel contribuir che faceva a conservar 1’ ordinanza fra i com­ battenti, come ben osserva Plutarco (i). In quanto all9 origine di quest9 arma , pretende Pausania che scudi primamente si adoperassero in battaglia da Preto ed Acri­ sio (?). Plinio ci narra che formavansi anticamente di legno fles­ sibile, di faggio cioè, di fico , o di salice , perchè i combattenti potessero ben adattarli alla persona (3) ; e tali erano quelli degli antichi Romani, che Camillo il primo fece coprire d9una la­ mina di ferro , perchè meglio riparassero i colpi (4)* Anche di giunchi furono un tempo gli scudi form ati, giusta quel detto di Virgilio, . . . Jl tictunique salignas umòonum crates (5 ) ; ed Alessandro pure ne fa menzione in parlando a certi suoi sol­ dati facinorosi (6). Da Omero abbiamo precise notizie intorno alla materia non m eno, che alla struttura degli scudi a9tempi eroici adoperati. Questi formavansi di varj strati di cuoio, coperti da piastre me­ talliche, e fermati e stretti alla circonferenza con verghe pur di metallo. Perciò frequentemente nomina il Poeta *<rxiS*t fin far, scudi di cuoio bovino (7). , Questi strati di cuoio erano poi molti , annoverandosene fin sette nello scudo d9 Ajace (8 ), e lo scudo quadruplice di Teucro interpreta Esichio che fosse di quattro strati di cuoio formalo (9). Marcata così la solidità dello scudo de’Greci antichi, fa d’uopo osservarne l9 ampiezza, che certo bastava a coprire tutta la persona. Perciò Omero chiama gli scudi a e x tìa i *( *f i f ip*t*f , ( 1) Opasc. C. 1 , ApoHegnii de* Lacedemoni; (9) T. » , la C orintia; (5) H i­ ator. 1. G, o. 4o; (4) Plat. Vita di Camillo; (5) Aaneid. 1. 6, r . 63a; (6) Car. 1. io. e 9, t . aS ; (7)11. 1. 5, r. 45* e* *eq. -1. i9 #, ▼ . 4*5 - ibid, ▼ . *04 et *e q .j (8) 11. 1. 7 , 919 et seq. et 11S ; (9; Hsiyeh. t o c . S«hol ed 11. lib. S, 470*

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ALL’ ARTE TATTICA.

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e n «/v »ii(i 7f , che Eustazio interpreta qui hofhinis staturam aequabant (t). Una parte nello scudo assai rimarchevole si era quello sporto nel mezzo, detto eptQakìf, e fiteipf axf èt dai Greci, Umbo dai L atin i , con un’ altra prominenza al disopra chiamata n A « ftàf. Tale sporto, oltre al dar fermezza allo scudo, serviva par­ ticolarmente a respingere le armi lanciate dai nemici. Lo scudo poi portavasi dagli antichi pendente disotto al col­ lo , per mezzo di certo legame di cuoio detto rtXapaf , che 10 fermava alle spalle de’ combattenti. Tenevasi però ripiegato sulla sinistra per aver libera la destra al maneggio dell’asta (a). In seguito tal modo di portar lo scudo, come pendente dal collo, riuscendo imbarazzante, si pensò ad imbracciarlo col si­ nistro braccio per mezzo di un certo manico inseritovi nella posterior parte e chiamato , o mediante cèrte spranghe dispostevi dietro a modo di lettera X , del qual uso voglionsi inventori i Carj (3 ). Però negli scudi d’ Omero è pur qualche volta menzione di manico con cui imbracciarli 5 cóme in quelli d’ Idomeneo e di Nestore (4 ) : e ciò sul supposto che la voce *«> # » da lui adoperata significhi certo tal manico con cui im­ bracciar lo scudo, perchè le autorità intorno a questo punto non bene si combinano (5 ). Cosi conosciuta la natura dell’ arme è necessario avvertire che varie specie di scudi ebbero i Greci, e più o meno stimati. Gli argolici vuoisi che fossero gli eccellenti , mettendosi nel grado medesimo di perfezione che le corazze attiche e le celate beotiche (6). Degli Spartani fa d’ uopo credere che avessero un modo par­ ticolare di scudo, spiegandosi cosi 1’ asserzione di PKnio, che ne 11 fa inventori. Scrivesi che fu da loro ritrovato in certo vicolo della P ieria, il quale perciò dissero 2 « x i r , cioè scudo (7). ( 0 Ad lliad. 6; (a) lliad. 1. iG, ▼ . 8oa - ▼ . 106; (S) V. Etimokfg. Avetor. Stom. Scboliast. et Enatatli. ad lliad. 1. 16, v. 80*) (4) lliad. 1. i l , ▼ . &oi - 1. 8, v. 191; (5) V. Scholiast. ad Homer. lliad. 1. 8 , ▼ . 19* - B oitath . ad loc. ennd. Hesych. toc K « r « v ; (6) Aelian. Va?. Hiftor. de Xenoph.l. 5, eep. strf?).Stefano.

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NOTE

Dello scudo essi facevano grandissimo conto. In fa ti le madri spartane vi si adagiavano sopra all’ atto del partorire (1) ; e perciò la prima culla dello Spartano era lo* scudo (a). A dulti, che fos­ sero i figli, lor consegnavano le madri di propria mano lo scu­ do , all’ atto che partivano per la battaglia , coll* eroica intiinazione su citata « ruv 0 ì i v i ràr $ o con questo, o su di questo ; cioè o con questo ritorna , o muorvi sopra ; e tale è il famoso detto che meritò d' essere ripetuto da tanti scrittori (3). Lo scudo de’ Lacedemoni doveva essere assai la r g o , avvegna­ ché canti Tirteo che tutto il corpo se ne copriva (4) ; e se tale non fosse stato non avrebbe certo servito all’ uopo di por­ tarvi sopra i feriti. In esso era inscrìtta la lettera A Lacedemonii, prima del loro nome (5 ). Sappiamo da Plutarco che prima di Cleomene essi usavano portarlo fermato sotto il collo per mezzo d’ una fibbia , e che egli apprese loro ad imbracciarlo col ma­ nico (6). • • „ , Gii scudi degli Ateniesi erano al certo pesanti e grandissimi prima che Ificrate in più leggieri li tramutasse (7). Essi vi por­ tavano effigiata sopra una nottola, immagine di Minerva (8). Lo scudo dei Macedoni ci viene particolarmente descrìtto da Leone (9). Esso era di bronzo, non però largo abbastanza per coprire tutta la persona di chi stasse diritto in piedi ; perlochè Alessandro comanda ai suoi clipeati di metter ginocchio a terra per meglio sotto gli scudi ghermirsi dai colpi di freccia. Fin qui degli scudi rotondi di particolar uso dei Greci. • (2a) Scudi. Ora fa d’ uopo determinare la differenza, che passa fra io scudo detto kenlt cljrpeus , e quello chiamalo bvpils, cioè scutum. Questa consiste nella diversità della figura, impe­ rocché rotondo era il primo , ed il secondo bislungo a guisa d’ un cilindro tagliato per metà. Dell’ aspis si può affermare1 ( 1) N onna*, DionytUe. 1. 4 ' t (*) Scholiast. Thacid. K l ; (S) Sert. Empi­ rie. Pjrrih. Hypotyp. 1. 5 , o. «4 - Aristacnet. 1. a , epist. 17 - ArUtotel. apud Stobaeum, serm. 1 - Auson. Epigramm. 17; (4) Carm. 5 , a l , el *aq. f (5) Euitath. ad Iliad. a ; (6) Vita di Cleomene; (7) Prob. in Iphicrat; (Jt) V. Ca­ merer. ad Sophocl. Ajac. p. m. 36 ; (9) Tactic. c. 6 , S 33. . .

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ALL’ ARTE TATTICA.

i 77

che fu d’ uso particolare dei Greci, e del thureos che venne specialmente adoperato dai Romani/ Perciò inclino a credere che Arriano degli scudi di questi ultimi qui intenda far cenno, avendo prima menzionati quelli de’ Greci col proprio lor nome. Nè ciò è strano in lu i, che peritissimo delle cose romane ne tien di spesso discorso. • A questo proposito non ardirò affermare che nell' armadura de’ Greci non si dasse esempio di scudo bislungo ; ma émmi bensì facile il provare che rotondi erano gli scudi de’ popoli fra essi più belligeri, de’ guerrieri intendo de’ tempi eroici, de’ La­ cedemoni , degli Argolici, e de’ Macedoni. Omero infetti chiama espressamente «rx/cTitf «v*v«A«vf clypeos orbiculatos gli scudi de’ suoi eroi (i); e spesso ne encomia 1' esteriore circonferenza àtrvy* vtpKptftmf, In tutte le memorie sopraccitate intorno allo scudo de’ Lacede­ moni non s’ incontra mai la denominazione di-^vfior * ma bensì chiamasi costantemente * * * • ? o &r*i f, le stesse voci usate da Omero. Rotondi erano gli scudi degli Argolici, come ben si rimarca da Ammiano (a) e da Virgilio ; questi paragona ad uno scudo argolico 1’ occhio di Polifemo (3 ). I grandi scudi tramutati da 1fiorate agli Ateniesi erano pure rotondi , perciò detti cfypei da Probo (4 ) » autore per la pro­ prietà dello scrivere a niun secondo. Una stessa cosa dicasi de' Macedoni, affermandosi d’ essi, che targhe non scudi portavano. Arma, cljrpeus, sarissaeque illis romano scutum majus corpori tegumentum (5 ). Io non saprei meglio descrivere lo scudo romano , che ri­ portando il passo medesimo , * con cui descritto ci vien da Poli­ bio. « È l’ armatura intiera de’ Romani primieramente lo scudo, » largo due piedi e mezzo nella superficie convessa e lungo » quattro piedi : il maggiore ha un palmo di più. È congegnato (i) II. 1. 5 , t . 455i*(a; Lib a i ; (5; Àeneid. I. 3 , ( 5) Liv. 1. 9 , c 19.

t.

657 i (4) In Iphicrat.

A Rauso,

OS

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/ i 78

NOTE

» » i» » )» » »

di due tavole unite con colla bovina : 1’ esterna superfìcie è avvolta in tela, e posci» in cuoio di vitella Nelle parti superiori ed inferiori della circonferenza ha desso una piastra di ferro, che lo difende da9 colpi di taglio, e fa. sì che itnpunemente può poggiarsi a terra. Vi è pur adattato un bellico di ferro, che lo salva da’ colpi violenti di pietre, di lance , e di qualsivoglia altra forte saetta (i). * Dopo questa descrizione , a cui certo niente s’ aggiunge nè di precisione nè di chiarezza dai tanti passi d’ altri autori con cui Lipsio amò d’ illustrarla , è facile il comprendere, perchè Arriano chiamasse gli scudi così formati , e Giuseppe li dicesse i m p n x u ç , cioè piti lunghi, che larghi(a), e Plutarco finalmente wJnfttc, fino ai piedi cadenti li denominasse (3 ). Ma torniamo ai Greci. Le fin qui menzionate sono le prinoipali armi di difesa, ond’ essi coprivansi per farsi forti contro nemici sempre di gran lunga superiori in numero, e peritissimi nell’ arte del combattere di lontano. Comprendevano bene i Greci che un picciolo nu­ mero non può mai superare un maggiore se non se combat­ tendo davvicino. Ma come aggiungere impunemente alle schiere de’ barbari espertissimi del gettar armi d’ ogni sorta, senza ren­ dersi per così dire impenetrabili ai loro colpi ? Ecco perchè si aveva come massima fondamentale dai prischi Greci, che il va­ lore consistesse nell’ incontrar la battaglia con indosso buon’ ar­ madura (4 ) : Perciò i Romani , che dai Greci avevano prese le massime più sublimi di Tattica, vantavansi di proceder in. guerra di tal maniera arm ati, che non avevano parte del corpo che non fosse al coperto dai colpi del nemico (5 ). (34 ) Spade. Qui si entra a parlare delle armi d’ offesa de’ gra­ vemente arm ati, le quali erano la spada e l’ asta. È prezzo dell’ opera l’ esaminare ambedue con lo stesso metodo finor prati­ cato , rimontando all’ epoche più remote della storia greca, e (») Le Sfor. t. 5, 1. 6, p. ago e aeç. ; (a) Lib. 5 ; ( 3) Vita di Em ilio; (4) P lat. V ita di Pelopida; ( 5) Aegesipp. 1. 3 , c. a4-

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ALL' ARTE TATTICA.

*79

discendendo giù fino ai tempi moderai di questa nazione , si era il secolo in cui Arriano scriveva.

qual

.

L a spada è arma conosciutissima. Essa tenevasi per sì eccel­ lente dagli an tichi, che portavasi come il simbolo del valore. E per vero ella è costrutta per m o d o , che ha triplice attività d’ of­ fendere , una che si esercita nella punta , e le altre due nei due tagli. Intorno alla teoria di quest’ arma fa d’ uopo consultare le opere de’ m atem atici, che 1’ hanno fondata sulle proprietà del cuneo.

•j

-

1 G reci la usarono sicuramente fino dai tempi e ro ici, portan­ dola appesi dagli omeri in giù

alla coscia per

mezzo d’ una

striscia di cuoio destinata a sostenerla (i) ; e da Esiodo sappia­ mo, che anticamente la spada era di bronzo (a). Che lateralmente poi andasse a cadere la spada pendula dagli omeri l’attestano Om e­ ro ,

e Virgilio. Infatti dice il p rim o , che i soldati erano soliti

cavar la spada dalla parte della coscia (3); ed il secondo parlando di Enea: .................................. Ocjrus ensem Eripit a fem ore (4).

.

Ed altrove di Evandro: .

.

, • .

. Lateri atque humeris Tegacum subligat ensem (5).

Si potrebbe far quistione da qual lato portassero i G reci

la

spada. Ma a ciò non si può meglio rispondere che con le pa­ role onde Lipsio decifra un egual punto intorno ai Romani. Eo

descendo , ut mutasse ( Romanos) hanc rem censeam , et aliter atque aliter gestasse (6). Però Giuseppe afferma espressamente parlando della cavalleria* che aveva in costume portarla dal lato destro (7). Alcuni popoli della Grecia ebbero particolari specie di spade loro proprie. Sono da rimarcarsi quelle de’ Lacedem oni, le quali erano corte a guisa quasi di pugnale. Perciò gli Ateniesi li deri- 1 ( 1) Hom. 11. 1. » , r . 45 ; 1. 11 , r . 29, - Odyas. 1. 1 , r. f ; (a) la icat. Hercnl r . i t i ; (3) II, 1. i , r. 190j I. 5 , r. 660, -O d y it. 1. 9, r . Soo; 1. io, v. 126, 294 , 321, 535 ; (4) Aenaid. ]. io , t . 780; (5) Aeaeid. 1. 8, ▼ . 4&9 » (6) Do Milit. Rom. 1. 2 , Dial. 3; (j) Guer. Giud. tom. 6 ,1 . 3 , pag. 5oi.

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i8o

NOTE

devano, dicendo che le spade loro erano tali che potevano ve­ nir divorate dai prestigiatori (i).

Nè da Plutarco solo , ma da

altri pure è testificatala picciolezza delle spade de*Lacedemoni(2). Ciò non pertanto siffatte spade erano al dir di Polluce eccel­ lenti , venendo paragonate in bontà alle corazze attiche ed alle celate beotiche (5). Esse erano alquanto incurve a guisa di falce, annoverandosi da Polluce medesimo tra le armi falcate (4) » e tali chiaramente venendo da Esichio descritte (5). G li Spartani però si vantavano altamente d i tal loro arma dicendo : nos his. pu­ gionibus hostes attingimus (6) ; ed Antalcida interrogato perchè spade sì corte adoperassero essi in guerra, rispose, perchè dap­ presso combattiam col nemico (7). G li Ateniesi prima d’ Ificrate avevano essi pure minute le spade , ond’ egli loro le raddoppiò in lunghezza (8). In quanto al vantaggio che gli accennati popoli traevano dalle due sù descritte diverse specie di spade mi è necessario avverti­ re , che entrambi avevano il loro particolare , ma in senso 'di­ verso ; perchè dalle proprietà de’ cunei si ricava, che l’ accresci­ mento di forza nella punta della spada , prodotto dalla maggior lunghezza , con quello disturbasi vicendevolmente de’ due t a g li, p er ragioni che non è qui di mio istituto l’ addurre (9). L e migliori spade de’ Greci pare che fossero quelle adoperate dai Macedoni. Esse infatti alla maniera della spada ispana , la grand’ arma d’ offesa de’ R om ani, ferivano sicuramente di punta non meno che di taglio. Alexander resistentium adversa ora

fodiebat9fugientium terga, (10). Questo è manifesto esempio della prima maniera di ferire, e della seconda

possono vedersi altri

m olti, dai quali si raccoglie che le spade macedoni erano buo­ nissime a recider membra , ed a troncare eziandio il capo (11). 1

( 1) Plat. Opaso. t. a, Apoftegmi degli Sp art.; (a) Senofonte, Cirop. t. f, 1. 4 ; (5) Lib. 1, c. 10 , sect. <3 ; (4) Lib. 1 , 0. io , aect. 4 ; (5) Ad toc. (6) Plat. Vita di Licurgo; ( 7) Plat. Opaso. t. a , Apoft. degli Sp art.; (8; Prob. in Iphfcrat. • Diod. lib. i S ; (9) V. Palm. Arto della guor. 1. a , c. 5 ; (io) Care. 1. 4 , c. i l , v-nicol. 3t ; ( u j Arritno, Spedi*, d* Alesi. 1. t.

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ALL' ARTE TATTICA.

181

E Curzio ci narra d’ Aristo , che con la spada troncò il capo ad un satrapa persiano comandante la cavalleria (i). Dopo aver cosi riconosciuta l’ eccellenza delle spade macedoni, qual sorpresa non reca l’ osservare questi valorosi soldati impau­ rirsi alla vista della strage, che faceva la spada ispana da’ R o­ mani ben maneggiata ? (2)

.

La ragione di questo singoiar fenomeno si era sicuramente , che i Romani adattata m tutto alla spada ispana avevano eziandio 1’ ordinanza, onde tal’ arma spiegar poteva l’ intero suo effetto; quando in vece l’ ordinanza macedone veniva tutta diretta al maneggio dell’ asta in falange ,

modo di disposizione affettò

contrario a quello , che pel maneggio della spada rìchiedesì. Quest’ arma infatti nelle mani de’ G reci era per cosi dire d’ uso secondario ; quando cioè

1’ esser già gli eserciti petto a petto

impediva il moto dell’ asta, e la rendeva inutile (3). Ma ciò non accadeva ai G reci combattendo coi Romani se npn se quando 1’ ordine loro in falange era di già stato scohvolto

e rotto ; ed

allora come reggere alla spada di questi ultim i, educati per con dire all’ unico maneggio d’ un’ arma cotanto poderosa ? (4) Da questo tratto è manifesto che 1’ educazion

militare

de’ Romani

non era solo diretta al maneggio della spada a preferenza d’ altra qualsiasi arma , ma anche ad un tal modo di maneggio che avesse a riuscire il più m ortifero, e recar maggior strage al ne­ mico che fosse possibile. (35)

Aste. L ’ asta è un’ arma che consiste in una mazza tor­

nita a grossezza da potersi facilmente aggavignare, con un pezzo di metallo alla cima , raffigurato stiacciata,

a modo di doppia piramide

tagliente ne’ la ti e con punta ben acuta all’ estremità.

Benché sia questa la definizione più generale che a tal’ arma convenga il m eglio, cionnondimeno fa d’ uopo avvertire , che di varie specie n’ ebbero i G reci, le quali per mancanza di notizie non si possono tutte distintamente descrìvere. Però le due mas­ ti) Lib

4» c. 9; (a) Curt. 1. Si, c. 54» (3) Curt. 1. 4, c. i 5; (4) Veget. 1. 1,

C. 9 9 .

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f8a

NOTET

sime diversità in quanto alle aste degli antichi consistevano *in un tal modo di struttura f che le rendeva suscettibili o d ’ esser get­ tate contro il nemico , pugnando in distanza , o solo d’ esser maneggiate in giusta ordinanza, combattendo dappresso, quale si era il massimo fine della Tattica de’ G reci (i).In Omero trovansi molti tratti, i quali provano che ambedue queste differenti specie d’ aste erano famigliar! ai G reci fino dai tempi eroici. Così aste da maneggiar dappresso esser dovèvano sicuramente quelle degli A banti, con che spingevansi a squarciar il petto ai nemici (a). + Della seconda sp ecie, cioè di quelle da gettare, si era sicura> mente l’ asta, con che Ettore percosse, inutilmente slanciandola, lo scudo d’ Achille (5). Idea d’ un’ asta leggierissima e da lanciarsi a gran distanza abbiamo pur dal Poeta , ove introduce certo Trasone a vantarsi del suo trarrà 1’ asta quanto mài altri le frecce (4) : A ltri esenipj abbiamo in Omero* i i

conflitti incominciati col vibrar

1’ aste ,

come quello fra Paride , e Menelao (5) ; e quell’ altro fra Ca­ store ,* e L in c e o , vivamente dcscritoci da Teocrito (6 ), e poi finiti col maneggio delle spade ; ciò che prova la fralezza delle aste da gettare. Intorno a quest’ arma all’ epoca de’ tempi eroici restami a di­ re , che la mazza n’ era di frassino, onde Om ero dalla parte il tutto denom inando, chiama di spesso fttxfai l’ asta tutt’ in tera , e quella specialmente d 'A ch ille (7). Perciò ebbe a dir Plinio, par­ lando del frassino: procem haec ac teres ,* pennata et ipsa fo lio ,

multumque Homeri praeconio , et Achillis hasta nobilitata (8). Questa mazza poi guernivasi alla cima con spuntone di bro n zo, per cui frequente è nell’ Iliade l’ espressione

,

eenea hasta, ed all’ inferior parte con un ordigno di ferro acuto e a v f n ìf detto da Omero (9), mercè del quale l’ asta, spezzata che1 ( 1) V. Strab. 1. io j (a) II. 1. a, v. 545; (5) II. 1. aa, t . 889; (k) Ody st. 1. 8; (5) II. I. 5, t . 5Ao; (6) IdylJ. aa, r. 191 et seq.; (7) II. 1. 19, r. 590 ; (8)H ist* nat. 1. 16 , c. iS> (9) II. 1. io.

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ALI/ ARTE TATTICA.

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fosse, rendevasi atta all’ offendere anche da questa parte. Intorno alla struttura di così fitto guernimento di fe rro , oltre ad Esichio e P o llu ce, vuoisi consultare E ustazio, il quale benissimo lo dé­ crive (i). Particolari aste furono dipoi in uso presso diversi popoli della Grecia ; le quali non trovo che in altro differissero, se non se nella maggiore o minor lunghezza della mazza. Questa differenza è non pertanto essenzialissima, perchè quasi tutta ne dipende la forza dell’ asta, per ragioni che si addurranno al $ X Y I , onde giudico opportuno l’ entrare intorno a ciò in qualche particolare dettaglio. Degli Spartani* pare si debba credere , che avessero nna par­ ticolare loro specie d’ asta, come eziandio di celata e di spada, dietro le osservazioni di Plinio , che di tutt’ e tre quest’ armi li fa inventori. Qual poi si fosse l’ asta loro è difficilissimo a deter­ minarsi. Non dubito però d’ afferm are, che prima di Cleomene essi non sapevano ordinatamente maneggiarla, perchè da Plutarco è noto , che questo R e loro apprese il primo ad

aggavignarla

con ambedue le m a n i, 1' unico modo senza dubbio con cui adoperar si possa in ordinata falange (a). Da questo passo rilevasi eziandio che l’ aste da Qeom ene sbandite dovevano esser co rte, se egli vi sostituì le sarisse di mazza lunghissima, come si vedrà in appresso. C iò non di meno una simile innovazione si fù senza dubbio dettata da* una profonda penetrazione

de’ principi del­

l’ a r te , e da giusta teoria dell’ arme. Degli Spartani è

poi c e rto , che furono esimj

nel pugnar

d’ qsta; al che si riferiscono i ripetuti apoftegmi che si rinven­ gono in Plutarco l ’ uno di A gesilao ,

1’ altro di A rchidam o, e

l’ ultimo di Alcidamante (3). Degli Ateniesi è noto , che prima di

1fiorate corte avevano

lè aste e che questi loro le raddoppiò in lunghezza (4). (36) Lunghe picche . Questa è l’ ultima specie d’ asta di cui reste-(i)

(i) Ad H. 1. io , ▼. i5S al ie£. ; (a) Vita di Cleomene; (5) Opale, t. è , Apoftegmi dogli Spartani ; ( k ) Diod. 1 . 5 - Psob. in Iphicr.

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NOTE

lU

rebbe a parlare, detta con proprio suo nome tracera sarissa, e particolar uso de 1M acedoni Ma poiché l ’Autore tien discorso altrove della costoro falange, modo d’ ordinanza propriamente diretto a spie­ gar tutto l’ effetto dell’ asta; cosi colà meglio ne cadrà discorso (i). (37) Non hanno essi nè scudo , nè corazza. G li arcieri dunque dei G reci erano spogli interamente <F armi di difesa : una stessa cosa afferma precisamente Éliano (2). Non trovo però giusta la conseguenza , che ne deduce Palmieri ; G li antichi istessi , che avevano tante armi di difesa per quelli che combattevano dappresso , non ne diedero alcuna agli arcieri, a9 from — b o lieri , ed ' a tutti gli altri che combattevano con tórni da trarre (3) ; imperocché se tanto si può affermare de’ G r e c i, non una stessa cosa può dirsi de’ Romani. Questi infatti diedero ai loro veliti celate e scudo , parò ambedue di cuoio in vece che di ferro ; ed in quanto alle armi d’ offesa , oltre ai dardi vollero che portassero la prima di cui si valevano tu tti, la spada ispana (4)*

<

Da tale modo di armadura

é facile il dedurre che i veliti

de’ Romani potevano riuscire piò proficui in battaglia, che non quelli dei Greci. (38) Adoperano armi da gettare. Queste Sono denominate qui dall’ Autore con termine generale «»*£0*01 jàcula missilia : ma dall’ esposizione che quinci ne f a , si deduce essere state di tre sp ecie, cioè i dardi da vibrare a mano , le frecce da lanciar coll’ a r c o , e le pietre da gettarsi pure a mano o

con la from­

bola. D i ciascheduna è uopo far parola, è primamente dei dardi. (39) Scagliano a mano. Questi dardi sono propriamente quelle aste sottili e leggiere, chiamate 10*00r ir da O m ero, che vibransi colla sola forza del braccio

anche a cella distanza , delle quali

già fu abbastanza discorso in trattando dell’ asta. Sarebbe inutile il qui riportare gli esempj colà addotti della maestria

de’ G reci

in maneggiar tali arme fino dai tempi eroici (5). ( 1) V. Commini- al $ 16 ; (a : Tact. c. 1 ; (5) Arte della Gaerra, t. 1. I. a. e 3,- (4) Polib. t. 3.1. 6 , p. t5i ; (5) V. 11. 1. i t , r. 55«.


ALL’ ARTE TATTICA.

i 85

11 modo poi di struttura di questi dardi , non potendosi ben determinare in quauto ai G r e c i,

giovami formarne idea dalla

distinta pittura che ne fa Polibio , parlando dell’ artnadura dei veliti romani:

« 11 4*rdo de’ veliti ha comunemente il legno

» lungo due cubiti e grosso un dito: la punta è lunga un pai­ a in o , e tanto sottile ed affilata che necessariamente dopo la » prima lanciata si piega , e non può essere rimandata da' ne­ » mici* (i). » Questa era la vera asta velitare di cui ogni sol­ dato ne aveva sette (a). È facile il trasferire la

stessa idea ai

G reci , la cui asta da vibrare non doveva essere dalla qui de­ scritta dissimile. (4o)

Arco. L a freccia consisteva in una punta* di ferro assicu­

rata ad una leggier asta di le g n o , corta pinne ai l a t i, perchè vibrata

più

e sottile , con certe

agevolmente fendesse 1’ aria.

Gueruivasi di uncini acutissimi per farla riuscire più mortifera (5) , e di questi mettevansi alle volte fin tre c quattro (4)* . Tali frecce s’ infettavano altresì di veleno ,

della qual arte

crudele Omero ci afferma esser andato Ulisse in traccia nell’ E fira (5).

.

Però questo fu più costume de’ barbari, degli Sciti in ispecie e de’ P a r ti, che non de’ Greci. T a l freccia poi lancia vasi per mezzo di una macchina dai G reci chiamata r é f o , arcus dai Latini. Intorno alle qualità ed alla struttura dell’ arco le memorie lasciateci dagli antichi non sono abbastanza

distinte onde

calcolare precisamente la

sua sfera

d 'a ttività; dipendendo questa da circostanze che non si possono più riconoscere nel buio della favola , di che i greci mitologi hanno coperta l’ iovenzion di tale arma , la quale non so inten­ dere , come essi che avevano tanto in pregio il combatter dap­ presso , si studiassero di predicare d’ origine divina. G li antichi Greci formavano

1’ arco per lo più di le g n o , il

quale poi adornavano d’ oro , d’ argento , o

d’ altro

ben

terso

( 0 Le Storie, t. 3 , I. 6, p. aSo; (*) Livio, 1. *6 - Val- Max. L i , c. S j (3) Orid. dé Amor.; (/») Slat. Thebaid. 1. n ; (Sj Odyss. I' i , r. aSi.

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NOTE

metallo , del che si possono vedere in Omero parecchi esempj. Pretendesi eziandio che usassero farlo di corno (i). Ma nasce d u b b io , se la voce

adoperata da Lioofrone

nel descriver 1’ arco attribuito ad Apollo non significhi piuttosto t pt%*rsç

, cioè il nervo dell!*

Omero , di ctiòio

tagliato

in

a rco , il quale

form avasi, giusU

coregge ; ond’

egli nominar é |#

; arcus bopini (2). In quanto al maneggio di tale arma i barbari furono d’ assai più esperti de*G reci, gli Sciti in ispecie ed i Persiani. Il modo onde questi ultimi se ne

valevano ci viene dipinto da

Proco­

pio (3). Diversamente usavano maneggiarlo i G reci antichi come si raccoglie da Omero (4) In tardi tem p i , Grecia si furono

i saettatori più celebri fra tutt’ i popoli della i C re te si, i quali perciò arrolavansi

come

merccnarj negli" eserciti (5). (4 i)

Pietre a mano, o con frombola slanciate. Delle pie­

tre adoperate come arali sonovi memorie antichissime. G li eroi non isdegnavafao di lanciarlé essi stessi a mano. A questa gu isa, presso O m ero , Agamennone investe gli ordini nemici (fi): Dio­ mede con un sassò enorme getta a terra Enea (7); ed Aiace sca­ gliatolo contro Ettore gli rompe lo scudo (8). Cosi Ettore ferisce di sasso Epigeo (9) , e Patroclo Stenelao (io). Omero encomia eziandio altamente la forza degli antichi guer­ rieri in lanciar sassi en o rm i, dicendoci chè quello onde Dio­ mede colpì Enea , non avrebbero potuto portar due uomini dei tempi suoi ( 1 1 ) ; T urno (12).

e molto di più narra Virgilio per rapporto a ’

V oglio ben io concedere, che la fantasia poetica ingrandisse di molto questi oggetti, - e che tali racconti non debbansi pren­

ci) Hom. 11. 1. 4 » »o5 - Licofr. Cas sancir. r . 663 ; (a) 11. 1. 4 > ita ; (5) De Bello pera. 1. i ; (4) II- 1. 4 , taS - Em t. a d ii. 1 m. c. ; (5) Pol­ l a i , 1. i , c. lo j (6) II. 1. i i , t64f (7) Il 1. 5» ▼ . 3o5; (8) II. 1. 7/ * 370; (9) II. 1. >4 » ▼ . 577; ( 10) 11. 1. *6 , t . 586; ( 11) li. 1. 5 , r . 5oa et seq. ; (it) Aeneld. 1. t u , ▼ . 896. • *

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ALL’ ARTE TATTICA.

187

dere alla lettera ; ciò non di meno sarà sempre del 'savio eritico il dedurne, che gli antichi erano molto addestrati a lanciar sassi in battaglia. E per vero abbiamo da Pindaro , che con pietra jri Tf* furono uccisi dodici eroi (1); e c h e similmente ammazzasse Mardonio uno Spartano ne fa testimonianza Plutarco (2). De’ sassi valevansi specialmente gli antichi per gettarli da luo­ ghi alti e muniti contro

gli assalitori : come i G reci addosso

ai Trojani , stando questi per superare i loro alloggiamenti (3) ; c gli Ateniesi contro i barbari (4). È n otabile, che da un sasso così lanciato fu ucciso sotto Argo il celebre Pirro epirota (5). Però questa maniera di valersi de’ sassi ad uso di guerra,essendo in tutto diversa da quella che si adopera in campo aperto, non vuol essere qui ricordata che per incidenza. Restami di parlar della fro m b o la , come di

macchina parti­

colarmente adoperata ad accrescere l’ impulso dell’ arme da gettare. Questa serviva a lanciar d’ ordinario le pietre , ma anche talora palle di m etallo, come quelle de’ nostri archibugi , ed eziandio certe frecce di struttura particolare. Non si può ben determinare quali popoli ne fossero inventori, vantandone alcuni i Fenici (6), altri gli abitatori dell’ isole Baleari (7) , altri gli Etoli (8) , gli Acarnani ecc. Ciò poco importando al soggetto, io comincio •dall’ osservare , che alla guerra di T ro ja fu rioto 1’ uso della from­ b o la , la quale Omero dice formata di lana di pecora (9). Intorno alla materia, ond’ era la frombola intessuta vuoisi no­ tare il passo di Strabone aut e melancrœna , aut e pilis, aut

e nervis (10). Questa melancrœna è una tal specie d’ erba o di giunco , famigliare nelle Spagne , di che ivi fannosi le corde \ onde è probabile che sotto tal nome comprendesse Strabone il lino non

meno

che il canape , <f ambedue i quali sicuramente

formavansi frombole (11); eV egezio aggiunge che si facevano an­ che di seta , le quali riputavansi migliori ( iq ). ( 0 Od. 4 rrpoQ. fi*

7; (a) Vita di A ristide; (3) II. 1. la, ▼ . i5S; (4) Erod.

t. 4» U rania; (5) Justin. Hist. 1. a 5 , c. 5 ; (6) PI in. 1 8 , c. 56 ; ( 7) Veg. 1. 1 , c. 16; (8) Strab. 1. 3 ; (9) IJ. 1. iS , ▼ . 599; ( 10) Lib. 3 ; ( 11) Said. ( 11) Lib. 1.

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,88

NOTE

L a frombola era dunque uua funicella attortigliata a due capi, formante un seno ovale nel mezzo, onde contenere la piebur o la p alla, fino a tanto d ie il fromboliere, abbandonato* l’ un qapo e ritenuto V altro / fu o ri non la slanciasse. Perciò la figura della terra vien da Dionisio Alessandrino e da Eustazio paragonata alla porzione ovale della frombola.

.

A ll’ atto del lanciar la pietra , o la palla , la frombola aggiravasi intorno al capo una o più volte (i). Ciò non ostante V egezio preferisce un sol giro ai molti (2). T ra i popoli della Grecia ve ne furono di espertissimi nel tirar di frombola. A questo titolo Polluce encomia gli Acarnani (5). G li Etoli sono pur celebrati pel tirar di frombola (4); ma più di tutti gli A c h e i, abitatori delle vicinanze di Egio , di Dima , e di P a tra s, i quali ne avevano

4i non somiglianti quelle degli

altri popoli (5). Intorno a questa (particohtr specie di frombola e di dardo , che Suida chiama telum funditorium ex Achaia , meritano di essere consultate le erudite discussioni di Lipsio (6). Circa al peso delle pietre

e delle palle di p iom b o , lanciate

mercè la frombola , non ci rimangono in quanto ai G reci pre­ cise memorie. Però m olte ne abbiamo risguardanti altri p o p o li, dalle quali giudicar possiamo anche rispetto ai G reci

dell’ effetto di que­

st’ arma. Con essa ci afferma Diodoro (7), che grandi sassi lan­ Suida ne accenna il peso dicendo: Balea­ rium insularum funditores lapides minae pondere jacebant. Q ui

ciavano i B eleari, e

s’ intende' la mina attica di cento dramme. L e palle poi erano di p io m b o , percio dette ftix v g it it i dai G reci ; e queste lanciavansi con tanta rapidità, che al dir d i Seneca liquefacevansi nell’ aria (8). A ciò allude anche Virgilio , ove dipinge mirabilmente l’ impeto della frombola in mano di ( 0 Virg. Aenoid. 1. 9 , ▼ . 587 - Stat. Thebaid. I. 1 j (a) Lib. i} (3) Lib. f , c. ,0 - Tucid. St. I. a ; (t) Strab. 1. 5; (5) Liv. Hist. Rom. 1. 58; (6) J J Cm 1. 4 ; (7) Bibl. stor. 1.

(8) Naturai. Qaaest. I. a , c. 58.

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ALL’ ARTE TATTICA. Mezenzio (1). Se dobbiamo poi

189

credere a V eg ezio , contro un

colpo di frombola non v’ era arma di difesa che reggesse, e la percossa ne riusciva mortifera (a). Finirò questo articolo coll’ osservare

c h e . gli antichi col beo

maneggiar la frombola , mediante la destrezza che in tale eser­ cizio acquistavano fin da fanciulli, potevano offendere il nemico poco meno che non fassi oggigiorno con 1’ archibugio ; poiché non trascuravano attenzione onde il vibrar di quest’ arma fosse moltiplice in brevissimo tempo. Osservisi infatti eh’ essi munivano ogni fromboliere di tre from bole, le quali tutte vuole Strabone, che fossero cinte intorno al capo (3). Secondo Diodoro invece con una di esse il frombatore circondava il suo capo ,* coll’ altra il ventre, e teneva in mano la terza (4). D i più ogni fromboliere recavasi seco in una tasca , a ciò appesa alla perdona, i sassi e le p a lle , onde averle prontissime al lanciare, nella stessa guisa che oggidì portausi le c a r t u c c e . Ciò afferma Senofonte : ju ssit funditores^ lapidum plenos habere sacculos (5) ; e Strabone ezian­ dio , dicendo d’ un certo Pirecma eto lo , che venne a battaglia

cum funda et pera lapidum,

A tê*t (6).

E qui sia fine al trattar dell’ armi de’ veliti.

Altrove

cadrà

discorso del modo loro di ordinarsi*, e dell’ uso che d’ essi face­ vano i Greci in battaglia (7).

(42) Que* che usano gli scudetti Questa terza specie di fanti denominavasi dei peltati, criA r*» *» $ a ragione, che portavano essi certi scudetti, delti dai Greci peltœ sriAr«« 1 i quali erano minori de’ grandi s cu d i, che c u r x i'ê t ç ,

con

proprio

vocabolo dicevansi

L a storia di questi peltati si darà all’ occasione che Arriano parlerà delle loro ordinanze. O ra fa d’ uopo occuparci delle ar­ mi , ond’ erano forniti sì per 1’ offesa, che per la difesa. (43) Scudetto. L o scudo loro, minore del com une, pare fosse inventato da lficrate (8). Nè alcuno si lasci imporre dalla parola

(O Aeneid. !. 9; (*) Lib. 1, c.«i6 ; (3) Lib. 3 ; (4) Bibi. St. 1. 6 ; (5) Senof. 1' A nab«*i, 1. 5 ; (6) Lib. S ; (7) Ved. J 19 ; (8) Prob. in Iphicr.

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NOTE

190

p a n n a , qui impropriamente usata da P r o b o , quasi che i G reci prima d’ Ificrate portassero uno scudo piccolo , quale tal ‘ nome significa ; perchè da Diodoro è manifesto che gli scudi tramu­ tati da quel capitano agli Ateniesi ‘erano precisamente que’ grandi e ro to n d i, detti « mt/cTi f aspides ( 1).

'

Se badiamo agli scrittori indefinibile si è la forma della pelta. Plutarco (a), parlando dell’ ancile , picciolo scudo d* amendue i lati reciso, che i Romani credevano loro disceso del C ie lo , lo vuol dissimile dalla pelta, perchè rotonda. Da ciò farebbe d’ uopo inferire, che la pelta de' G reci fosso poco dissimile dalla parma,

velitaris ‘de’ Romani ; ma altre memorie rinvengonsi, dietro le quali fa d’ uopo crederla di figura quadrangolare. Ili A ra * , dice Su id a, alrwfit* nrpayata: peltae cljrpei quadranguli ; e simil­ mente lo Scoliaste di T ucidide: II iA r « ,

kewlt TtTp*y*for. Di

Pentesilea trovasi in Virgilio :

Ducit Àmazonidum lunatis agmina peltis (3). d’ onde forse dedusse Isidoro : Pelta scutum brevissimum in f o r ­ mam lunae mediae. Ma il buon uo m o , pterchè non poteva egli interpretare la figura lunata per un’ intera circonferenza ? L a* sciamo queste erudite minuzie ; bastando al nostro scopo il sa­ pere che la pelta era uno scudo piò piccolo e più leggiero di quello che portavasi dai gravemente arm ati, inventato per dare ai soldati maggiore agilità. (44) berretta. Ho chiamato con questo nome una specie di picciol’ asta detta da’ G reci

à x ir r to t, la quale ‘ doveva essere

poco dissimile dal pilum dei R o m a n i, cioè atta a lanciarsi a mano. L ’ autorità cui m’ appoggio si è quella d’ Esichio, il quale definisce 1’ ««orr/ar ptsxp* A iy*nm . acontion , parva lancea: al­ tri disse similmente à x i t r f f r#

i i f * > *** acontion ; hasta brevis , quaé eijcitur (4)* Gonvien però credere

che siffatta

specie

d’ asta leggiere e corta fòsse d’ invenzione

posteriore ad Ificrate , poiché non v’ ha dubbio che s’ egli al*

> ( 1) Bibl. St. 1. f S i (a) Vita di Numa ; (51 Aeneid. 1. schup.

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1,

▼ . 4*j5 ; (4) Mo-

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ALL’ ARTE TATTICA.

191

leggeri lo scudo, allungò del doppio le aste degli Ateniesi. Come dunque risulta qui da A m an o che i peltati avevano aste più corte e più leggieri dei gravemente armati? Egli forse alludeva

1 non por­

ai M acedoni, le cui aste lunghissim e, dette sarissœ t a v a s i che dagli opliti propriamente.

(45) Caschetti alla Lacedemone. D i questi, come d’ arma del capo , fa menzione Polluce, e li mette fra le eccellenti (1). Sic­ come essi dovevano essere più leggieri e meno compatti delle gravi celate che portavano gli o p liti, cosi per quanto fossero ben costrutti e buoni alla difesa, come dice Polluce , non ba­ stavano però a riparar nemmeno i colpi di freccia ; e Tucidide n’ è testimonio: Tane res molesta Lacedaemoniis accidit; neque

enim pilei sui a sagittis protegebant (2). Come avrebbero dunque riparato i colpi tremendi dell’ asta grave ? Giò prova essere im­ possibile il trovar modo d’ alleggerire le armi di difesa senza che perdano il loro effetto. (46) Caschetti al? Arcade. Questi caschetti proprj

degli A r­

cadi non sono particolarmente nominati da verun ^scrittore. Da un passo di Pausania si potrebbe conghietturare , che fossero di cu o io , o anche di semplici pelli di fiere (5). (47) Due gambiere. Nei testo è detto semplicemente senza la voce cln* , la quale sembra essenziale, seguendovi

pU

ma io ho creduto meglio lo specificar due gambiere,

attesoché parlandosi qui de’ G reci a n tich i,

egli è certo che am­

bedue le gambe ne avevano fornite. N eirarm adura di Parid e'che il Poeta descrive, si annoverano

belle gambiere uìuplèat

, che il molle eroe si cinse in­

torno alle gam be, assettaudovele' con fibbie d’ argento (4)* E nell’ armadura d’ Achille si comprende pure quest’ arma difensiva descritta con le stesse parole (5). E poiché Omero

in ambedue

questi passi cita stiniere alle gambe parlando dell’ armadura d’ un solo , é necessario dedurne che due ne usavano portare gli antichi G r e c i, come qui 1’ afferma Arriano. ( 0 Lib. 1 , c. 10 , sect. i3 ; (a) Tucid. 1. 4 i (5) La Messenia j (4) Il I. 5, V. 53oj (5) II. 1. i o , v. 469.

/

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NOTE

197

D i qual materia ai fossero da Omero non ben si comprende; ma v* ha ragion di crederle di metallo, perchè tali le attribuisce Esiodo ad E rco le, del quale dice che guernl le gambe di sttniere formate di splendente oricalco, inclito dono di Vulcano (t). In Ateneo si trova

pure fatta menzione di certo edificio a

Marte sacro , in cui erano dappertutto affisse a chiodi stiniere rilu cen ti, le quali si p u ò . credere ragionevolmente* che fossero di metallo (a).

•

Nè queste gambiere metalliche erano d’ uso

particolare di

qualche e ro e , ma comuni alle fanterie gravemente armate; Leone ce n’ assicura annoverandole fra 1’ arme di difesa degli opliti (5). (48) Una sola y come fra i Romani. Che i.Rom ani portassero una

sola gambiera pare doversi dedurre da P o lib io , il quale

esprime questa parte della Joro armadura colla voce * f * f 9 p ì s

ocrea (4). Una stessa cosa affirma Vegezio , ed aggiunge che la gamba adduce

la quale usavano gueruire si era la destra (5);. e ne

per

ragione

nanzi il destro piede

che combattendo dappresso si pone ip (6). Ciò

però

intender non si debbo

de’ primi tempi di Roma ; imperocché L ivio e D ionisio, ripor­ tando le classi del censo di Servio, annoverano fra le armi sti­

ntere in plurale, specificando un solo scudo, ed una sola asta, (49) Corazze a squamme. In quanto ai G reci non saprebbesi quali esemp) addurre di corazze così formate ; onde

è da sup­

porre che Arriano ne traesse l ’ idea da altri popoli;

da’ Sarmati

in ispecie, da’ Persiani, c da’ P a r li , che le avevano famigliar iss im e , e che ne armavano la loro cavalleria. Plutarco descrive Locullo con indosso corazza a squamme il di che combattè con Tigrane (7). A squamme erano pur formate le corazze che Ma­ crino tolse alle guardie pretoriane (8). Nè credo prezzo d’ opera il riportar qui varj passi di poeti latin i, che di simili corazze armano i loro e r o i, perchè tali esempj essendo singolari niente

(i) Seat. Hercal. v. ts* ; (1) Alcaeas apad Atheo. 1. i& ; (5) Tact, e S , p 34; (4) Le Stor. I. 6 ; ($) Lib, i ; c. i l ; (ò) Ibid. ; (7) Vita di L a callo ; v8) Dio. ia Macr.

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ALL’ ARTE TATTICA.

i 93

provano al soggetto. Isidoro ci fornisce con che formare idea adequata delle corazze in quistione. Squama est lorica ex laminis

aereisy vel ferreis concatenata in modum squamarum piscis (i). (5 0) A piccioli anelli tessute. Anche questo modo di arma^ dura, fuori del nostro A . , non troviamo che fosse proprio dei Greci ; imperocché egli è certo da Varrone che tali c o r a l e , le quali noi diremmo piuttosto maglie di ferro, furono dai G'àftf inventate (a). Checché n e sia di questi fa tti, resta solo a dedursi per con-* seguenza dal fin qui detto intorno alle corazze de’ p eltati, che esse erano d’ una specie più leggiera di quelle degli armati gra­ vemente , le quali non a squamme

né ad anelli , ma d’ intera

solida lamina di ferro o di bronzo form avansi, ragion

rr«cT/«vr, oppure

per cui

cioè sode e compatte le chiamavano

i Greci. (5 1) Armate tutte intere. La greca voce xa r» 0 pxxm 5 significa propriamente lorica , ossia corazza militare, cioè 1’ armadura del petto. T al voce viene dal verbo 0 p*xr* , che in greco significa

munio. A d effetto di evitare ogni equivoco è necessità osservare, che in quanto al preciso significato della parola cataphracta passa diversità fra 1’ applicarla ai pedoni o ai cavalieri. Dicen­ dosi infatti pedites cataphracti s’ intende soldati di corazza mu­ niti al petto ; ed in questo senso vuoisi che J.ivio usasse tal espressione (3) ; quando all* opposto se

dicasi cataphracti equi­ tes , intendesi soldati con tutto il corpo guernito d’ intera arma­ dura , insiem col cavallo. (5a) Corazze a squamme o di lino , o di corno.

Che vuoisi

qui significare per corazze di lino, trattandosi d’ un genere d’ armadura fra tutti il più grave ? L ’ espressione del testo 0dpx(t

ÇùXiSiTùït thoracibus squamatis prova chiaramente che la stofià di lino , lungi che per sé stessa costituisse le corazze in quistione, non serviva che di sostegno alle scaglie o squamme , 1

(1) Lib. 5 -, (*) D. 1. 1. ; (5) Lib. S7.

34

A i.r.u x o ,

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i 94

NOTE

dalle quali realmente 1’ arme prendeva sua (orza. Un

passo di

Equites cataphracti, ferrea omni specie, equis paria operimenta erant quae lintea, ferreis laminis in modum plumae adnexuerant (i). D al qui detto Sallustio decide benissimo questo punto.

si rileva dunque che la stoffa di lino era tutta coverta da squamine di ferro, dette anche plumœ dai Latini (a), l ' una nell’ altra per* dentisi alla guisa medesima che le scaglie de’ pesci e de’ ser­ penti ; onde tali corazze dissero i G reci

,

Xt mi mv vs i per il che la catafratta riusciva flessibile

in ogni

oppur

senso, e ben ripiegavasi sulle m em bra, assecondandone i m ovi­ menti. L a pelle altre volte faceva le veci della stoffa di lino (3). D ’ armadura così costrutta è frequentissima menzione presso gli an tich i, che la fanno d’ assai (4). A lla stessa foggia poi ond’ era la corazza de’ cavalieri form ata, usa vasi pur di costruire quelle de’ cavalli tutte intiere; e ciò p er­ chè tal modo di cavalleria essendo

per così dire la

m iglior

truppa in cui ponessero i barbari lor confidenza, riusciva inutile tostochè dall’ armi gravi de’ G reci o de’ Romani venissero i loro cavalli feriti (5).

.

.

In quanto alle corazze di corno non ho altro a dire

se non

che in queste, invece che di fe r ro , le squamine erano di corno formate. Ammiano attribuisce tali specie di corazze ai Sarmati ed ai Quadi (6). Della medesim’ arma ottima descrizione si trova eziandio in Pausania , che pure ai Sarmati 1’ appropria (7). L ’ armadura a squamme più perfetta e maravigliosa ^ i era quella de’ ba rb a ri, de’ Parti specialmente e de’ Persiani ^ i quali sapevano adattarla sì bene alla persona,

che parevano esser

statue di ferro animate. Essi n’ erano co p erti, vallo (8).

1’ uomo ed il ca­

Questi cavalieri avevano pur anche coperto il capo

e la fac­

cia di celata con visie ra , raffigurata a foggia di volto um ano, e 1

(1) In fragment.5 (a) Stat. Thebaid. 1. it (5) Virg. Aneid. 1. 11; (4) V. Virg. Aeneid. I. 11 - Serv. ad loc. eond. - Ammian. )• 94 - Curt. 1. 4 ; (5) Snid. V. in­ fra ; (6) Lib. 17; (7) L'Attica t. 1, c. 91, p. $7; (8)Iastio. I ti - Ammian. 1. 16.

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ALL' ARTE TATTICA.

icp

tale che non lasciava scoperto se non se il luogo agli occhi corri­ spondente , Con una picciola fessura sotto le narici (i). L a caval­ leria grave de' P a rti, come la più singolare in questo gen ere, può servir d'esem pio anche per gli altri pòpoli. 11 modo poi di combattere della cavalleria gravemente armata si era quello di avanzarsi, tenendo serrati gli o rd in i, contro il nemico ; perchè ben difesa dal tenore delle sue a rm i, facile le riusciva il romperlo (a). Qualunque ne fosse però l’ impeto e la forca di.questa grave cavalleria, non può moversi dubbio, che essa veniva di leggieri superata e vinta dalla fanteria gravemente armata (5). I l modo migliore onde atterrare la cavalleria de’ catafratti quello si era di tirarli nel mezzo della battaglia , facendo sem­ bianza di cedere al loro impeto , e poi ristringendo gli ordini investirli con f a s t e ai fianchi (4). (53) Fasce alle cosce . Arriano chiama wtfipnfiSi* queste, che si direbbon co sciali, e tal voce sembra venir da pi f oç co­

scia. Non v ’ ha dubbio che simili arnesi erano differenti dalle s tin ie re , le quali mettevansi alle gambe ed al piede, e %mp(cfif con proprio vocabolo si denominavano. (54) Guemimenti ai lati. Quest’ arma di difesa per i cavalli ella è precisamente definita da Polluce. Parapleuridia , arma equo­ rum circa latera (5). Senofonte afferma che tali guemimenti erano d i bronzo (6). (55) Testiera. E lla è propriamente quell’ arma di difesa, con etti cuopresi la testa del cavallo. Csavasi formarla o di bronzo , o di ferro (7) ; riputandosi importantissima la difesa del cavallo p er la ragione addotta dallo scrittore da Suida citato. Ma rivolgendo il discorso ai Greci propriamente, quale si era fra essi il modo d’ armadura de’ cavalieri catrafatti, sì in quanto all’ offesa , che alla difesa ? Giuseppe ce

lo dichiara manifesta-1

( 1) Ammun. ]. a5, init. - V. Suid. ; (a) Nazarins in Pancgyric. Constant. Im ­ perat.; (3) Ammian. Marceli. 1. io , c. G, (4) Naxarias in Panegyric. Constan. Imp ; (5) LA. a, c. 4 - 33; (G) Ciroped. t. a, 1. 7, p. iuo; (7; Mauric. 1. 1, c. a.

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196 N O TE udente loro assegnando spada lunga al destro la to , asta pur lunga nella mano destra, scudo trasversalmente appoggiato sul caval­ lo , tre o pili giavelotti nella faretra, con ampia punta Aliai c im a , e di molte non minori alle comuni lance : inoltre ce ­ late e corazza a tutti com un i, alla guisa stessa che i fanti (i). Polibio egli pure ci fornisce con che pienamente dilucidare qué­ sta m ateria, avvertendo che 1’ asta de’ catafratti greci era soda e g r a v e , e tale da poter offendere si dall’ uua che dall’ altra estremità, in caso che uopo fosse di ripetere il colpo; e che gli scudi erano sodi e m assicci, e ben acconci al difendere

si nel­

l’ atto dell’ assalire, che del far fronte al nemico. Egli parla dei Romani a cavallo mostrando come anticamente avessero difettoso genere d’ armadura, e dice : « 11 perchè avendo cotali armi falla » mala pruova , adottaron presto la struttura delle armi greche, » per cui il primo colpo assestato coll’ estremità anteriore va a » segno , ed è insieme efficace, essendo 1’ asta solidamente co­ » strutta e non tremula , ed ove v o ltis i, fermo e gagliardo è » 1’ uso della puuta di sotto. L o stesso dicasi degli scudi ; che » negli assalti da lungi e da vicino saldi e sicari sono nell’ ado­ » perarsi. Conosciute ( i Romani ) queste cose si fecero tosto ad » imitarle (a). » Combinando questa pittura de’ cavalieri catafratti greci con quella che ne fa Arriano , ed unendovi tutte le notizie date già sopra intorno alle armi ed ordinanze de’ medesimi presso i bar­ bari , ne risulta la storia completa d’ una specie singolare di ca­ valleria , la cui armadura non ben esaminata potrebbe per a v ­ ventura sembrar favolosa. (56)

Truppe che non hanno intera armadura. Tutte le di­

verse specie di cavalieri qui nominati erano armati leggiermente ; ma poiché il modo onde vengono descritti dall’ A . egli è al­ quanto confuso ; così credo sia prezzo d’ opera l’ annoverarli con qualche maggior chiarezza, specificando anche il tenore delle ri­ spettive loro armi.

(f) Gnerra GiuJ. t. G , 1. 3; (2.) Le Stor. t, S, 1. 6 , p.

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ALL’ ARTE TATTICA.

i 97

La massima differenza fra le diverse specie di questi cavatori leggiermente armati ripetevasi dal combatter essi di lòntano , o dappresso al nemico ; differenza essenzialissima per le tante ra­ gioni già sopra addotte , la

quale importa non solo diversità

corrispondente nella qualità dell’ armi che si m aneggiano, ma eziandio nell9 ordinanza che rispettivamente vuoisi adattare a cia­ scun’ arma. (57)

G li astati. L a classe di quelli che si battevano dap­

presso dicevasi degli a sta ti,

a cagione che la costoro arma

principale d’ offesa era l’ asta. Ma oltre a questa essi usavano al­ tresì di portare certi d a r d i, o giavellotti, i quali

lanciavano a

mano in correndo al modo stesso che gli Alani ed i Sarmati; e così dai diversi nomi , onde chiamavansi queste varie armi da t r a r r e , acquistavano essi pure diverse denominazioni. M a un’ altra differenza ripetevasi eziandio dall’ arma di difesa, a cagione

che tra gli astati etanvi di quelli che portavano lo

s c u d o , e di quelli

che ne andavan senza ancorché venissero

com e i primi alle mani col nemico.

-

i (58 ) Tirefori. Que’ pertanto che di scudo erano forniti chiam avansi scutali ; e questi consideravansi come gli astati perfetti, perchè bene acconci all’ offendere non meno che al difendersi : quelli che non avevano scudo prendevano il nome dall’ arma d ’ offesa , di che particolarmente si valevano ; quinci se questa era T asta dicevansi doralofori\ se i dardi, o giavellotti contafo r i o anche xistofori ; avvegnaché si kontos che xiston si­ gnifichino in greco un’ arma in a sta , acuminata alla cima , ed atta ad essere lanciata. G li antiquari si sono affaticati assaissimo in tentar di fissare le rispettive differenze di queste diverse armi da trarre, e con quanta riuscita non ardirei decidere, perchè trattandosi di' det­ tagli cosi minuziosi , egli è facile il dire di molte parole senza ch e ne risultino conseguenze, sulle quali si possa fondar gran fatto. Perciò io tralascio qui di buon grado di trascrivere le prolisse loro osservazioni, solo importando di sa p e re , che i soldati

a cavallo

allo scopo attuale

ond’ è discorso, adopera­

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NOTE

I 9S

vano tulli armi di tal ten ore, le quali potevano e lanciarsi di lontano prima d’ aggiungere al nemico, ed esser maneggiate dap­ presso allorché si era venuto alle mani. 11 medesimo fine avevano precisamente i Romani in armare i loro veliti a cavallo di quelle aste le g g ie ri, eh’ essi chiamavano

velitares, e di spada ispana eziandio, arma sopra le altre tutte eccellente per combattere dappresso (i). (5 g) Lanciatoti. L a seconda classe de’ cavalieri non cata­

phracti\ ossia leggiermente arm ati, era di quelli che si battevano discosto , tentando d’ offendere il nemico senza venir petto a petto; e questi sono genericamente chiamati dal nostro A .

fioXtrr* ) , ferentarii, spiculatores dei L a tin i, e che noi diremo lanciatoti. (60) Tarentini. De' lanciatoli a cavallo si distinguevano fra i G reci due diverse specie ;

1’ una di quelli che offendevano di

lontano il nemico con armi da trarre , ma tali che si gettavano a mano , cioè senza l’ aiuto di macchina alcuna, e questi sono i ta reati n i , o lanciatoli propriamente detti; l’ altra di quelli che tiravan di freccia con l’ arco, ippotoxoti; vale a dire saettatori. Per ùltimo osserva

1’ Autore che di questi tarentini eranvi

alcun i, i quali dardeggiavano prima in distanza, e poi s’ avven­ tavano al nemico , valendosi a tal uopo dell’ asta o della spada, e questi li chiama leggieri. Essi venivano a rispondere precisa­ mente in quanto al modo dell' armadura ai veliti a cavallo dei Romani. In quanto poi alla maniera del combattere è facile av­ vedersi che non differivano per nulla da quegli astati, de’ quali già sopra femnio menzione (a). L a cavalleria dunque nell’ esercito greco conteneva sei distinte specie di cavalieri. i.° G li armati gravemente ; a.° gli astati ; 3 .° que’ elegii scudi ; 4 ° i tarentini ; 5 .° i saettatori ; 6.° i

leggieri. Combattevano dappresso al nemico i gravemente a rm a ti, gli astati 9 e que’ dagli scudi ; combattevano discosti i saettatori (i) T. Li?. Hilt. Rom. I. i6; (a) Nota mani.

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ALL’ ARTE TATTICA.

199

con le frecce, i tarentìni con l’ aste leggieri, o lance che dir si vogliano ; ma di questi ve n’ era una specie particolare, che lanciati prima alcuni dardi s’ affrontava tosto col nemico , detta de’ leggieri ; i quali, come si è veduto , tornavano allo stesso che gli astati, quando pure non ne differissero per la spada di che eran forn iti, arme che Arriano a quelli non assegna speci­ ficamente.

•

.

*

(61) Romani a cavallo . Questa maniera d’ armadura de’ sol­ dati romani a cavallo, la quale comprende si le armi più gravi di difesa, che le più importanti di offesa, non è loro originaria; imperocché siamo certi da Polibio, eh’ essi la presero dai G reci la prima v o lta , che ne furono

convinti

dei vantaggi.

Merita

d’ esser trascritto il passo dell’ insigne S to rico , il quale illustra benissimo il soggetto in quistione. « L ’ armadura de’ cavalieri è » ora simile a quella de7Greci. Anticamente non aveano corazze, 1» ma combattevano

in farsetto ; d’ onde avveniva che pronti

» erano e spediti a balzar di cavallo, ed a risalirvi con prestez» za ; ma nelle mischie a grande pericolo esponevansi, percioc» che pugnavano

ignudi 1». Prosegue l’ Autore a rimarcare gli

svantaggi di quest’ amica leggiere armadura

della cavalleria dei

Romani sì per le aste troppo sottili e leggiere, che per gli scudi non ben sodi e massici , e finisce a conchiuderne : « Il perchè » avendo cotali arme fatto mala prova , » struttura delle armi greche (1). *

adottarono presto la

• Qual si fosse tale armadura è inutile il qui disputare, aven­ done già sopra ampiamente trattato in parlando della grave cavalleria de’ G reci. Aggiugnerò solo ad elogio

de’ Romani una

circostanza , che Polibio rimarca , e dalla quale possiamo argo­ mentare in p a r te ,

onde procedesse la perfezione

della loro

tattica. « I Romani sono fra tutte le nazioni i più atti a can» giar costumi e ad emulare il meglio (a). » (6a) Picciole scuri tuli' alV intorno di punte guarnite. Quest’ è

(«) Le Storte, I. 6 , t. 3, p. a33 e seg j (t) Le St. 1. G , t 3 : p Exercitat. equestr. Roman* p. 75.

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- V. Arr,

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NOTE

200 1’ ultima fra

1’ arme, de’ G r e c i, onde restaci a far parola. Si può

ripeterne I’ uso fino dai tempi eroici (1). Omero la chiama «{/ss « e la pone in mano a Pisandro» che si affronta con Agam ennone, il quale 1’ investe con la spada (a). 11 fendente della bipenne era di bronzo e dirigevasi alla testa del nemico. Non poteva, però reggere al confronto della spada » e grandissima sproporzione esisteva tra la forza d’ offesa d’ am­ bedue queste armi (3). Ciò nondimeno furonvi popoli nella Grecia » gli Arcadi a cagion d’ esempio ed i T e b a n i, i quali si valsero di quest’ arm a, mentr’ erano comunemente adottate la spada e l’ a sta , e Se­ nofonte n’ è testimonio. A l qual proposito rimarcò benissimo un dotto moderno: Cette arme répétait ses coups si lentement, et

donnoit tant de prise à la pique, et à V épée, par son ample mouvement, qu' il est surprenant qu1 elle ait été en usage dans le même temps que ces deux armes. I l ne fa u t pas moins que Xénophon pour le persuader (4). D i tal arma si valsero moltissimo i barbari ; e gli eserciti dei Persiani vinti da Alessandro erano per gran porzione armati d i s c u r i , come si può vederne di molti csempj in Q. Curzio. Di queste scuri guernite di punte, come d’ arme degli anti­ chi fa pur menzione Leone (5). E cosi fatta particolarità delle punte dinotò Leone probabilmente dietro la scorta del nostro A r riano. (63) modo

Buona attitudine al combattere. L ’ ordinare la truppa in che ne risulti buona attitudine al combattere » egli è il

fine dell’ arte della guerra. E poiché Arriano parla di quest’ at­ titudine, come di cosa dipendente dall’ uniform ità, unione e cor­ rispondenza delle rispettive parti componenti -il tutto, che è l’ e­ sercito, così giova ricordare intorno a ciò l’ avviso d’ 1 fiera te , il quale soleva paragonare l’ ordinanza d’ un esercito tutt’ intero alla

( 0 Homer. II. 1. 5 , 711 ; (a) II. I. i3« ▼ . 610 et seq ; (3) Hotner. n . 1. iS , v. GiS et seq. j (4) Gaisebardt. Memor. militali*, sur les Anciens, t. » pag. 190 ; (5) Tact. c. t , S 33.

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201

A L L ’ A R T E T A T T IC A ,

struttura del corpo umano. Diceva egli, che la falange teneva luogo del petto, i velia delle m ani, la cavallerìa de’ piedi, ed il generale del capo : onde ne conchiudeva che mancando questo ultimo tutto il corpo era inutile, come pure che mancandovi al­ cuna delle suddette p arti, doveva tenersi il corpo come storpio, monco ed imperfetto (i). Quale immagine eloquente della propor­ zione e corrispondenza , in che esser debbono fra loro

le parti

componenti un esercito ! (64)

Esercito ben ordinato. Poiché 1’ uniformità , 1’ Unione, e

la buona attitudine al combattere dipendono certamente dall* or­ dine , cioè dal modo proprio ed adequalo onde sono disposte le rispettive parti ; quindi non è maraviglia

se le antiche na­

zioni più celebri nell’ arte della guerra furono

tutte oltremodo

gelose dell’ osservar gli ordini nelle battaglie , ed inflissero pene gravissime a chi strettamente non li serbasse. Omero nella disposizione rispettiva che assegna all’ esercito de’ G reci

e

de’ Trojani ha posto

mirabilmente

al confronto

l’ idee dell’ ordine e del disordine in una battaglia. Egli para­ gona i Trojani ora ad un crocchio di grù disperse con grande strepito nell’ a ria , ed ora ad un branco innumerevole di belanti pecore fra loro raccolte confusamente ; e queste immagini non possono essere più eloquenti per dipingere gli svantaggi del dis­ ordine in un esercito (2). I Greci tutt’ al contrario descrive spiranti valore procedere , ordinati in guisa da recarsi l’ imo 1’ altro vicendevole aiuto ; fiso ciascuno ed attento al comando del proprio duce (3). II lasciar gli o rd in i, ed il fuggire sovrastando perìcolo erano

1’ uno,

presso gli Ateniesi due gravissimi d e litti, di di ixêTTêtrfv 1’ altro ; e i delinquenti venivano

trasmessi dal

polemarco all’ A reop ago, perchè ne fossero condannati (4)* L a pena era di morte (5). D i questa legge fa eziandio menzione Lisia (6). CO Polien. S tra lag. 1. 5, p. 121 e seg. ; (a) II. 1. a, v. a ; 1. 4* v. 453 ; (5) II. 1 a, v. 8; 1 4 , t . 4a5; (4) V. Posteli, do Rep. Alberi, c. aa ; (5) Syrian. in Hermeg. ; (6) Orat. in Alcibiad.

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202

NOTE ^

Anche il generale avea facoltà di dar pena di morte a chi la­ sciava gli ordini (i). Così per la foga (2), ed al generale spettava r applicar questa pena (3 ). Sublime in fatto del conservare gli ordini in battaglia era la legge degli Spartani (4). Sparta puniva d’ infamia chi in guerra abbandonava gli ordi­ ni (5) $ ed il mirabile si è , che le madri spartane erano in ciò più severe delle leggi medesime; conciossiachè parecchie contansi d 'esse, che uccisero di propria mano i figli fuggiaschi dalla bat­ taglia. Damatria spense per tal cagione il proprio figlio; e certa Lacena avendo inteso che suo figlio crasi sottratto dai nemici con la fuga , scissegli o che provasse falsa tal im putazione, o che cessasse d’ esistere. Mala de te fam a sparsa e s t , aut hanc elu e , aut ne amplius esto. V ’ ha un epigramma intorno a tale altra, che per simile causa ammazzò un suo figlio. Peri, minime Sparta digne , nec te genui. (6). Questi eccessi di crudele virtù mostrano da quanto valore fos­ sero gli Spartani infiammati per la gloria delle loro armi. In quanto all’ ordine restami da osservare, che fra gli Ateniesi riputavasi delitto di morte i l #gettar lo scudo (7); e fra gli Spar­ tani chi gettasse quest’ arma era marcato d’ infamia. Si è creduto che la severità di tali leggi procedesse dal tener che facevano i Greci in sommo conto le armi di difesa. Egli è verissimo che essi fondavano assai su queste armi ; ma da ciò non procedeva il motivo della legge, imperocché potevansi gettare indifferente­ mente I’ elmo e la corazza , benché armi importantissime di difes% L a ragione si e ra , che V elmo e la corazza portavansi per pura difesa p ro p ria , e lo scudo in vece per vie meglio serbare 1’ ordine comune (8).

È singolare come 1’ eradito Palmieri inciampasse egli pure1 ( 1) Anct. Problema*, rettorie. 1. 4o ; (a) Marias Victorin. in Cicer. Rettorie. 1. a - Calpurn. Piace. Dee!aroat. i5 - Marcellin, in Hermogen.; (3) Syrianua. $ (4) Demarat. preaso Erodoto, t. 4. I . 7; (5) Isocr. de Pac.; (6) Antbolog. 1. 1, tit. eie «re ìftA ìi (7) Sopater in Hermog. ; (8) Plat. t. a , Apofteg. degli Spartani.

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ALL* ARTE TATTICA. nell’ errore di credere

ao3

che lo scudo si portasse dai

G reci per

personale difesa (i). (65) V ordine prevale sempre alla moltitudine. Questa massima sublime ed importantissima che formava parte della Tàttica degli antichi non è quasi più conosciuta dai moderni , i quali tutto calcolano sul numero nel far la guerra. C iò deriva dalla natura dell’ arme da fu o co , di

modo che alle

guerre d’ oggi si può

esattamente applicare il detto di Ciro : erit hic illorum victoria,

qui plures fuerint. A ’ giorni nostri si pregia moltissimo un ar­ tigliere, che sia capace di {are in un minuto un tiro doppio del consueto, e fra gli antichi egli sarebbe stato il soldato meno stimato. Quanto è sublime l’ esclamazione l’ Archidamo ai primo vedere la catapulta , macchina da lanciar dardi sicuramente p iù y mortifera che non sono i nostri cannoni di campagna: Oh noi

meschini, che ogni valore è perduto! Ecco perchè oggigiorno, non già Atene contro l’ intera Persia, ma nemmeno una potenza di secondo rango è in caso di far fronte ad una di primo. (66) Fila o schiera. L a fila è quella serie che nasce dall’ essere più soldati disposti l’ uno dietro 1’ altro di maniera, che il petto dell’ uno corrisponda alla schiena dell’ altro : e perciò questo modo di ordinanza dicesi volgarmente da petto a schiena. L a fila aveva tra i Greci il nome proprio di

ovvero

ex ilâ t (lochos - stichos). Questo modo di ordinanza non trovo che in latino abbia nome proprio e ben determinato; avvegna­ ché le voci versus, series, ordo, adoperate dai traduttori di Eiiano e di A m a n o , non esprimono per nulla la posizione de’ soldati nella serie in quistione. Essi avrebbono schivata la .confusione ritenendo il nome greco lochos una volta spiegato. (67) Altri prefissero di otto uomini. Sarebbe fatica inutile il ricercare ne’ libri degli storici e de’ Tattici esempj di questa fatta. Esempio celebre di battaglia tutta ordinata a file di otto uomini abbiamo in Tucidide (2). In quanto ai G reci la massima fonda­ mentale si è eh* essi formar dovevano le file profonde , onde A r­ t o Arto dell* g u m . 1. 1 , c. 5 ; ( 1) Lib. 5 , V. Annota*, al S iS-

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Qo4

NOTE

riano non trova convenevole un numero minore di sedici ; ma bensì utile quello finanche di trentadue individui. Infatti, sicco­ me il fine dell1 ordine egli è che i soldati possano valersi delle armi loro Col maggior vantaggio possibile, così secondo la Tattica greca \e file dovevano essere profonde, perchè l’ ordinanza più utile all' asta è quella in cui la sua mazza all’ indietro passa per maggior numero d’ individui; cioè riceve forza maggiore dalla pres­ sion laterale di que’ tutti ai quali s’ appoggia ; ed eziandio dalla pressióne che esercitano gli ultimi sul p rim i, ciò che si vedrà assai meglio in appresso trattando della serrata. (68) A l vocabolo d yenomozia, Che questo vocabolo significhi qualche cosa di diversò dalla fila è manifesto dalle ordinanze degli Spartan i, i quali chiamavano

enomozia un corpo particolare

r * { < » , composto d* uomini trentadue (i). Intorno al significato di questa voce si possono consultare eziandio Suida e Polluce. (69) Senofonte. L e parole dello storico, cui allude qui F A . sono le seguenti : ««1 irapiyyttXt r/*r *r«<nV*9‘0«4

ru

ì * vt 9o

t §7ç

X

Xê%oty*7ç at*r f : e comandò ai con­

dottieri delle ordinanze che ciascheduno disponesse la sua per enoinozic (1). (70) jDel resto. È singolare la precisione dell’ ordinanza ne’ G reci. Si può dire, che nel loro esercito uomo non fosse, il quale non avesse una particolare denominazione. Infatti non si accontentavano essi, determinato il numero de’ soldati componenti una fila di dis­ tinguere con.nom e proprio quello, che n’ era il capo (lochagos); ma spezzata la fila per metà ( dimeria ) , ad ogni metà costitui­ vano un secondo capo ( dimcrita ) ; e questa metà di nuovo in due suddivisa (e n o m o tia ), un terzo capo veniva ad avere (enom otarca), oltre poi

alla distinzione de’ protostati e degli epi-

stati, mercè cui si designava particolarmente ciascun individuo ,

della fila. Ma ove ben si rifletta, farà d’ uopo convenire che in questa singolare esattezza d’ ordine consisteva, per cosi d ir e , l’ essenza della loro Tattica. In fatti siccome l ’ a sta , l’ arma offen( 0 Scholiast. ad Thacid. 1. 5; ( 9) Cirop. 1. 4«

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ALL’ ARTE TATTICA.

ao5

siva di cui quasi unicamente valevansi, è ta le , che dall’ impulso di molti dee ricevere la sua. forza perchè sia atta a spiegare interamente il suo effetto si in offendere, che in difendere, per­ ciò non cade dubbio che l’ ordinanza era il tutto fra i G re c i, perchè P uomo isolato secondo la loro Tattica non a n u lla ,

valeva quasi

ed i soldati loro non potevano dirsi attivi se non se

mutuamente connessi, cioè come parti di un tutto. Ecco perchè riusciva loro interessante il riconoscere quasi i soldati in ogni fila ad uno ad uno. (71) Capo squadra . Questo uffiziale in greco dicevasi lochagos% nome che significa propriamente duca o condottier della f ila , composto da f ila , ed *ym , guido , conduco. E gli volevasi che fosse il migliore della fila intera, perchè la prima riga tutta di locaghi formata riguardavasi come il p un to , in cui si esercitava la forza intera della falange. D i ciò sarà me­ glio discorso al 5

*

(7a) Retroguida. Quest’ uffiziale chiamavasi • vpayif, nragus, che vale quanto dire duca delY estremità della f ila ; nome com­ posto di §9fk coda ed aym guido. D i questo pure, si esigeva che fosse assai valoroso, perchè il condensarsi e l’ urtar della falange da lui per gran parte dipendeva , come pur l ’ impedire che i sol­ dati di mezzo non voltassero faccia. Se ne farà parola al J 16. (73)

Sjrllochismus. Questa voce composta da *)» c o n , e da fil& significa propriamente il congiungci* che fassi 1’ una

fila con l’ altra, allorché più di queste si pongono mutuamente ac­ canto. C osi, dato che le file già siano formate,. giusta il modo su espresso (1), ciascheduna d’ un egual numero d’ uomini situati da petto a schiena , egli è evidente che dall' accozzar più file fra loro reciprocamente ne nasce una seconda serie di que’ tutti, che ven­ gono a corrispondersi spalla a spalla, la quale dicesi riga. Da questo modo d’ unione di più uomini nelle due accennate serie disposti, ne risultano corpi ordinati d’ arm ata, la cui latitudine, o altezza o fondo che dir si voglia , vien rappresentata dalla fila , lunghezza o fronte dalla riga.

e la

(«) SS 5 e G.

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ao6

NOTE

(74) Parastate. In questo modo di ordinanza è manifesto che tutti i capisquadra trovandosi disposti nella prima r ig a , le altre susse­ guenti debbono ciascuna venir formate al modo medesimo che la prim a, dall’ union laterale di quelli che di mano in mano vengono l’ uno dopo l’ altro a succedersi lungo la serie delle file, fino ai re­ troguide. T al maniera poi di stare dell’ un soldato d’ una fila late­ ralmente al suo corrispondente dell' a ltra , caposquadra cioè con caposquadra, primo con prim o, secondo con secondo, retroguida con retroguida fino al formarsi della riga intera, è quello che i G reci esprimono col nome di parastate, iruparvams » il quale propriamente si dà a co lu i, che accanto ad altro sta collocato . Siccome poi il vocabolo sillochisino non è già particolare a qualsiasi dato co rp o , ma esprime solo genericamente l’ union di più file ; così dalla geometria si ricava che il sillochismo dee aver sempre di necessità la figura d’ un rettangolo, il quale però in Tattica acquista diversi nomi a misura che il lato esprimente la

fronte è maggiore di quello che esprime il fondo o vice­

versa , o veramente che ambidue i lati esprimenti le due serie sono fra loro eguali. In quest’ ultimo caso la figura della batta­ glia acquista il nome di quadro , ed ha un egual numero di file che di righe. Quando poi il lato che corrisponde alla fronte è minore di quello che corrisponde al fondo, la figura denominasi

colonna , ed in questo modo di disposizione il numero delle ri­ ghe è maggiore che non quello delle file. Per ultim o, allorché il lato che esprime la fronte supera quello che esprime il fondo, tal figura dicesi rettangolo , nel quale il numero delle righe è minore che quello delle file ; e tutto ciò per la ragione che la serie delle righe è reciprocamente formata dalla unione delle file , e quella delle file dalla unione delle rigate. Rispetto poi alla Tattica dei Greci si osservi che il modo più semplice di sillochismo, qual si era l’ unione di veniva ad essere come 1’ elemento di tutti gli

due sole file ,

altri ordini possi­

bili , perchè questi, come si vedrà in appresso (1 ), non si corn­ eo S iS.

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ALL' ARTE TATTICA.

207

ponevano altrimenti che dal raddoppiare ripetntamente le file fino alla formazione dell9 intera falange. (75)

Si denomina falange . Dal modo onde si esprime l’ A . in­

torno alla falange è ben manifesto che qui egli intende dar spiega­ zione d’ alcuni nomi alla Tattica fam igliali, prendendoli però nel senso loro più generale. E gli dice che l’ unione di tutto l’ esercito ne9suoi corpi ordinato si denomina falange accennando cosi il significato più esteso di tale vocabolo. • A

'

questo modo nominando le falangi grech e, le legioni ro­

mane , vengonsi a dinotare generalmente gli eserciti di G recia e di Roma-, presa la parte per il tutto. E d in quanto ad A rria n o , egli usurpò il nome di falange in senso così generale,

che non

dubitò applicarlo fin anche agli eserciti de’ barbari (1). Qualche volta egli intese eziandio con tal nome dinotar la figura secondo la quale fosse ordinata una data truppa (a). Si avverta che il nome di falange, comechè usato dai G reci per dinotare qualsiasi numero di soldati posti in ordinanza, si­ gnificava in senso più preciso un corpo mero , però

assai diverso

d’ armata di dato nu­

ed indeterminato.

sempre preciso nel poetico suo linguaggio,

ty divino Omero

in descriver atroce

battaglia fra i Greci ed i T r o ja n i, pone intorno agli Aiaci due falangi\ dal che si comprende aver egli inteso specificare due determinati corpi d’ armata (3). Se crediamo a Vegezio le falangi degli antichi G reci e T ro ­ jani dovevano esser ciascheduna di otto

mila uomini (4). Ma

quest’ autorità è incertissima, perchè di tempi assai tard i, e di scrittore nemmeno esatto in quanto alle cose de’ suoi Romani. Rispetto alla falange macedone si ha di che

affermare fonda­

tamente , che contava sedici mila soldati all’ incirca. Arriano ne assegna sedici mila ottantaquattro alla falange in tera, ove fa men­ zione de’ rispettivi corpi d’ armata onde si forma (5); ed è indu­ bitato eh’ egli ovunque parla di T attica , ha particolarmente di (s) Spedii. d'Alels. 1. 3 , p. 1 17 , dore in tace di armata il testo ha (p J tX a y y * ç\ (a) Spedii, d* Alesa. 1. 1 , p. 3 9 , dove in vece di ordini lunghi il testo

h i lunga falange*, (3) 11. 1 . i3 , v. ia5 ; (k) De Re milit. 1. 2 , c. 2 ; (5) § i3.


so8

NOTE

mira le ordinanze di Alessandro. Uno stesso numero di soldati che A rriano prefigge Eliano alla falange (i) ; t nella sua prefa* zinne ad Adriano dice espressamente ch 'e g li intende trattare delle ordinanze macedoni sotto Alessandro. Inoltre la falange ma­ cedone definiscono positivamente di sedici mila Livio (a), A p ­ piano (3) ed altri ; del che sarà piò preciso discorso nelle anno­ tazioni al § 161 Queste differenze nel significato de' vocaboli militari tengono alla diversità de’ tempi presso i differenti popoli, facilmente accada, che o l ’ uso,

conciossiachè

o il bisogno, o le circostanze

rendano necessaria una mutazione nel numero de'diversi corpi d' armata, mentre frattanto ritengonsi i medesimi n om i, del che abbiamo anche oggigiorno infiniti esempj. Ciò sia detto ad av­ vertimento di quelli che intenti allo studio degli antichi, urtano ben di spesso in gravi difficoltà, le quali dipendono unicamente dal significare assai diverso de' medesimi vo cabo li, ancorché ado­ perati comunemente dagli scrittori. In quanto alla storia della falange dirò che secondo la tra­ dizione de’ G reci il primo inventore di essa si fu Pane, capitano delle truppe di Bacco, celebre ne’ monumenti antichi per aver soggiogate le Indie (4). Comunque siasi il fatto, perchè si tratta di tempi involti nel buio delle fa v o le , è fuor di dubbio che dai G reci si riferiva la scoperta delle

ordinanze militari ad epoca

antichissima e di molto anteriore a quella, in cui si può dire cominciata la storia. T al conseguenza almeno si dee dedurre dalla memoria qui citata, ancorché vogliasi favolosa. Si può far quistione se Sparta, la nazion fra i Greci più bel­ licosa, avesse corpi ordinati in falange alla guisa de'Macedoni. Veramente nè Tucidide al luogo più memorabile, ove parla degli ordini di battaglia

in che era diviso 1' esercito spartano, nè il

di lui Scoliaste, che di molto illustra questo passo importante (5) , fanno menzione di falange. Cionnondiraeno l’ accennano altri scrit-

( 0 Tact. e. 9 ; (a) Lib. 33, c. & ; I. S 7 , c. 4o; ( 3) In Syriacis ; (4) Polien. Stratagcm. 1. i , p. 6 j (5) Istor. 1. 5.

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ALL’ ARTE TATTICA.

209

tori (i). Ma qui il significato di falange non è propriamente, che quello d’ esercito. D* un particolar modo di fidange alla maniera degli Spartani fa cenno Erodiano, ove narra che Antonino Ca­ racalla , alla stessa guisa eh’ ebbé coorte pitanate e falange ma­ cedone , aver volle eziandio falange spartana: (a) Ma che fondare su d’ uno scrittore, il quale poco

dopo al passo qui citato,

denomina coorte questa medesima, che dipoi chiama falange? (3) L ’ eruditissimo Meursio ebbe dunque il torto di affermare degli Spartani : quiti phalangem ut Macedones habuerunt (4) ; e fu d i lui critico di gran lunga migliore il Cragio, che in trattando de’ loro ordini militari non fece di falange menzione (5). L a vera falange adunque, quella onde può cader quistione in trattando di T attica,

quella che si è riguardata

come il capo

d ’ opera dell’ ordinanza greca, quella, di che il profondo Polibio istituisce paragone con l’ ordinanza de’ Rom ani, si può affermare essere stata primamente da Filippo imaginata, però giusta i prin­ cipi antichissimi di guerra dominanti fra i G reci fino dai tempi erpici (6). (76, 77) Formarle righe, - Formar le f ile . Qui Arriano non fa , «die dinotare colle denominazioni lor proprie le due maniere di se rie , secondo le quali i soldati stanno disposti nel silloçhismo, peu quella cioè delle righe da spalla a spalla, e questa si esprime in greco col verbo Ç»y*7t zjrgein ; e per l’ altra delle file, da petto a schiena, la quale dinotasi col verbo

stoichein.

in latino si direbbe ju g a re , e versare ; ma noi non abbiamo onde spiegare con una sola parola questi due modi di sene essen­ ziali alla Tattica. (78) In due partì.. L a divisione della falange in due parti mas­ sime , cioè in a le , o corna, destro e sinistro che chiamar si vo­ gliano , si attribuisce pure dai G reci allo stesso P a n e , il quale dicesi aver la falange inventata; anzi pretcndesi che per ciò ap­ punto venisse egli raffigurato con due com a in fronte (7). ( 1) Prob. in Pelop. - Diod. Sic. Bibl. St. t. S , 1. *5 . pag. 80 ; (a) Erod. 1. 4 , p. iso i (3) Id. ibid. f (4) Misceli. Lacon. 1. a , c. 1 ; (3) De Rep. Lacednm. 1. 4 , c. 4 * (6) Diod. Sic. Bibl. Si. t. 5 , L 16; ( 7) Poi. Strat. 1. «, p. 6. A rri à s o .

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a io

NOTE

Questa divisione della falange denominatasi it%èroptm Q *\m y

*•* (*)•

#

Ala sinistra o coda. D al Lexicon militare antico risulta che coda ed ala sinistra erano una sola e medesima cosa (a). Ma Senofonte per coda della falange «vf « intende 1’ ultima (79)

o posterior parte delT esercito; il che fa d’ uopo avvertire onde age­ volarsi la via a ben intendere gli scrittori greci (3). A soccorso della memoria, ed a maggior dilucidazione delle ordinanze, onde sarà in appresso discorso, trovo opportuno il raccogliere qui in un brevissimo quadro le particolari denomina­ zioni finor menzionate, intorno alla falange. » o otì%oÌ erano dunque le file formate da soldati dis­ posti l ' uno dopo l’ altro da petto a schiena. Dall’ unione di queste file componevasi un’ ordinanza detta vvAA •%i<rpè$.

Zvyo) erano propriamente le rig h e, le quali risultavano dal­ l ’ unione laterale, cioè da spalla a sp alla, de*soldati nelle file disposti, allorché pjù di queste si ponevano l’ una l’ altra accanto. a * A « ? { esprimeva l’ unione di tutte le file, e per conseguenza anche delle righe in disposizion di battaglia, comunque potesse variare in essa il numero de’ soldati. Però tal nome si applicava particolarmente ad un esercito di sedici mila uomini incirca. Mi?Kêt <p*X*yyoç denominavasi

1’ estensione della falange in

lunghezza, ossia la fro n te , determinata dal numero delle f ile , che è quanto dire dalla lunghezza delle righe.

Cosi chiamavasi

w fS v t £vyts la prima riga , ò v r t ^ i r fr y ìf la seconda riga 9 c via di seguito, sino all’ esaurimento totale del numero de’ sol* d a ti, ond’ erano le file composte, sedici per l'ordinario. B «4«r« o t r * £ « r Ç * x * y y s significava la estensione della falange in larghezza, ossia l’ altezza della battaglia, la quale volgarmente si dinota col nome di fondo , e

questa veniva determinate, dal

(«) V. Lexicon militare antico ; (a) V. A t ^ r ù f t U roped. t. » , 1 . 1 , p. 153.

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i W Ci-


ALL’ ARTE TATTICA.

aM

numero ideile righe, che è quanto dire dal numero degli uomini che entravano a comporre ciascheduna delle file.

'

ÇmXetyyos veniva ad esprimere la divisione della falange in due parti eguali latta per tutta V estensione del fondo. K {f« 7« erano le due a li. ' Ktpas /«£/«?, •

P ala destra .

Ktp*f i v é f v p f t, ê i v f* Pala sinistra. 'O p<p*\èt, ù lifta ,

Q i\ * y y s significava

per ultimo il centro della falange, ossia la divisione intermedia frapposta tra le due ale. (80) P er lo più g li armati alla leggere.

È singolare come i

G reci attribuissero ai barbari l’importantissima scoperta, principio fondamentale si può dir d’ ogni T attica , di porre ordinatamente in battaglia le diverse specie di truppe, e di variamente disporle secondo la diversità dell’ armi loro assegnate. Abbiamo da Ero* doto che Classare, quel celebre re di Media, che al suo d ire , soggiogò tutta l’ Asia fino al fiume H alis, fosse il primo che dis­ tribuisse in ordine i com battenti, cioè gli astati, i sagittari, ed i cavalieri x i quali prima mescolatalo enter andavano alla baltaglia (1). (81) D al dardeggiar delle armi. Dunque il modo di disposi­ zione della falange secondo A m an o quello esser debbe, che gli armati gravemente stieno disposti all’ avanti, e che loro a tergo vengano collocati i veliti; adducendone per ragione che questi, come sforniti adatto d’ armi d i difesa, fannosi scherno dei p rim i, ai quali cionnonpertanto torna assai bene dal fitto dardeggiar di costoro al disopra della lor testa, affine di porre in iscompiglio gli ordini nemici col saettume prima di correre colla falange ad investirli. Una stessa disposizione si trova precisamente in E ba­ no (?). L a differenza tra i due*autori sta in

c iò , che A m an o

ragion assegna di tal disposizione, di cui Eliano non fa cenno , c che questi colloca la cavalleria dietro

i veliti,

mentre quegli

nessun luogo determinalo le prefigge. ( 0 Tom. f , la Clio , p«g. 6a e seg. n. 10S i (a) Tact. c. 7.

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aia

NOTE

Pure se vogliamo credere ad Onosandro tal modo di disporre i veliti non solo doveva riuscire in u tile, ma anche svantaggioso ; avvertendo egli che gli arcieri, i from bolieri, e

que* tutti che

hanno armi da gettare, vogliono esser ordinati all* innanzi della falange, perchè se le stessero a tergo , essi recherehbono ai suoi il medesimo danno che ai nemici (i). Non è qui prezzo d* opera il discutere se tale osservazione sia vera o falsa. Ma a giustifica» zion d* A m an o io dirò che anche O m ero , senza dubbio il prim a maestro della Tattica greca, dietro la falange de’ gravemente ai> mati i suoi saettatori dispone

per far loro scherm o, essendo

n u d i, dell’ arme gravi di quelli ; mentr* essi frattanto alla coda appiattati sconfiggono con le frecce, nemmen veduti, gli ordini nemici (2). Falsamente affermò dunque Guischardt : ce que Arrien et Elien d'sent des troupes légères, placées derrière la phalange, h fin de lai cer les traits par-dessus ses rangs, n’ est pas constaté, que je sache, par aucun exemple (3). Qual esempio più noto, che quello addotto da O m ero? Ma in quanto ai veliti egli è'certo

che in molti altri diversi

modi venivano essi disposti secondo che l’ uopo il richiedeva. A lla fronte qualche volta per appiccar la zuffa, lasciandosi però piccioli intervalli nella falange, per i quali potessero all’ appres­ sarsi del nemico retrocedere in ordine,

esaurite che avessero le

loro armi, senza dover ripiegarsi sull’ estreme parti della falange (4) ; alle a le , segnatamente alla sinistra, d* onde potevano saettare o b bliquamente contro la destra del nemico, come la più esposta perchè non coverta dallo scudo, che tenevasi dal sinistro brac­ cio (5); e così dicasi di altre molte giovevoli posizioni, delle quali cadrà meglio discorso in trattando particolarmente de’ veliti (6). (82)

Mediante V esercizio. Questa massima di addestrare le

truppe ad ogni sorta di movimenti e di evoluzioni, ella è sicu-

* ramente fondamentale di T attica , ragion per cui trovasi inculcata ( 0 Strategìe, e. 17 j (a) II. I. tS , ▼ . 7*1 j ( 5) Mémoir milit. sur les An­ cien! , t. a , pag. 167 } (4) Onoiandr. c. 19 ; (5) M .J. c. ; (6) S *9*

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ALL’ ARTE TATTICA.

*i3

da que’ tatti, che nell’ arte della guerra ebbero genio

e talenti

particolari. Perciò il maresciallo di Saxo non dubitava di d ire, che il secreto de’ volgimenti d’ un esercito sta nelle gambe riposto. Ma se tanto essenziale si reputa l’ esercizio dei moderni Tattici , qual conto non dovevano farne gli antichi, specialmente i G reci, la cui falange con sommo artificio ordinata, perchè spiegar po­ tesse l’ intero suo effetto, richiedeva tal uniformità e precisione ne’ movimenti di tutte specie,

che dal solo modo di procedere

de'soldati in avventarsi al nemico conoscevano i generali qual esser dovesse l’ esito della battaglia? E per vero Agesilao al primo vedere il tenor della marcia degli Ateniesi comandati da Cabria si arrestò d’ un co lp o , e cambiò pensiero 9 convinto della somma perizia de’ suoi nemici negli ordini di guerra (i). Filopemene quel generale di si alto gen io, del qual so lo , più che di tutti gli eserciti Greci temeva l ’ accorto Filippo, egli aveva posto tanto studio nell’ evoluzioni, che nella solennità de’ ludi Nemei ebbe la Grècia a stupire in veder la pomposa mostra della sua falange, e la prestezza e la vigoria con che fece fare a suoi soldati prodigiose e misurate m ozioni, alle quali gli aveva mira­ bilmente, addestrati secondo le regole dell’ ordinanza da lui sta­ bilita. Non è dunque da maravigliarsi se egli nella battaglia di Mantinea, che vinse contro Macanida, seppe togliere alla falange greca il vizio radicale che apposto gli vien da Po libio , traen­ done un partito affatto nuovo, nel quale pareva consistesse la tanto vantata superiorità dell’ ordinanza rom ana, quello di com­ battere a picciole divisioni in vece che in piena falange (a). Agesilao egli pure era a tal segno convinto dell’ importanza, che i soldati fossero ben addestrati ai movimenti coll’ esercizio, che veduta la debolezza , e l’ inferiorità della , sua cavalleria a quella de’ Persiani, abbenchè trovasse necessario il riformarla in tu tto, considerato però che questa era opera di gran tem po, prescelse di frammischiarla alla fanteria, e sostener così con esempio inaudito la debolezza di quella colla forza di questa ; ( 0 Dioil. Sic. Bibi. St. 1. 17 , c. 8 ; (a) Polib. t. 4 , I. 9-

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ai 4

NOTE

persuaso che in guerre giovi più un cattivo m etodo, cui però il soldato è già dal lungo esercitarlo addestrato, che non un mi­ gliore, al quale non sia per anche avvezzo. Perciò le evoluzioni de’ generali greci hanno sempre del me­ raviglioso, quando siano ponderate giusta i principi dell’ arte; e quelle d’ Agesilao in Tessaglia e di Nicia in Sicilia dimostrano tanta maestrìa ne’ soldati ad eseguir prontamente le disposizioni de’ lor capitani, che in vano si tenterebbe di trovarne esempi nelle storie d’ altri popolò Combattendo dappresso come facevano gli a n tich i, si può d ir e , che nell’ esercizio stasse il secreto del vincere ; sublime esempio noi ne abbiamo nella famosa battaglia d’ Amilcare con­ tro i rib e lli, il quale per deludere un esercito • già prima av­ vezzo a combattere sotto di lu i, finse di fuggire, però con mo­ vimenti sì misurati

e sì g iu s ti, e calcolato sì bene il tempo

e l’ istante di ciascun’ evoluzione, ebe avendo i nemici addosso voltò faccia all’ im provviso, ed i generali de’ ribelli si trovarono a fronte una battaglia ordinata, in vece che una torma confusa e fuggiasca ; dal cui impeto investiti , furono tosto pienamente sconfitti (i). ‘ Ciò sia detto a confermare la massima del nostro A. ; che il generale dee solo porre in isebiera quel numero d’ uom ini, dei quali abbia sicurezza che sieno , mediante l’ esercizio, ben ad­ destrati ad ogni movimento di guerra. (83) Sedici mila trecento ottantaquattro individui. Questa è precisamente la falange macedone, come dissi già sopra (a). In quanto al numero dei v e liti, prefisso ad nna metà di quello dei gravemente armati, fa d’ uopo osservare che per essi non si v o ­ gliono intendere i sagittari ed i lancialori, la cui proporzione se fosse la qui prescritta sarebbe al certo viziosa , e contraria a tutt’ i principi della Tattica greca ; ma bensì i p eltati, i quali erano in tutto armati alla stessa guisa che gli o p liti, eccetto che alquanto più leggiermente. Como si può concepire in fa tti, che

(0

Polib. t. i , l . i , $ ; 6 , png. 139 e seg; (*) V. noti n. 7!*

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ALL'ARTE TATTICA.

*i5

P A. dopo aver descritti con tanta precisione i peltati (i) dicendoli approssimarsi in tutto ai gravi e per Parmi d’ offesa c per qüélle di difesa , li trascuri poi qui al segno che li bandisca per cosi dire dalla falange ordinata, onde sostituirvi un numero si grande di sagittarj e di lanciateri ; soldati a* quali il tenore dell’ armi proprie impediva di adattarsi a qualsiasi ordine , non potendone aver nessuno, mentre i G reci tutta la forza del loro combattere fàcevan si può dire unicamente consistere nell’ ordine ? Siccome quest1 avvertenza è di somma importanza per ischifare un gravis­ simo e rro re, nel quale sono inciampati que’ tu tti, ad eccezion d i Palm ieri, che hanno trattato della Tattica de* G reci , perciò fa d’ uopo fissarla ben dapprincipio, comechè altrove abbia a cadérne discorso. , (84) M inore tP una metà. Questa proporzione de’ soldati a ca­ vallo all’ intera falange benché sia giusta , non fu però risguardata come norma fedele'dai generali g re ci, i quali ebbero per massima di proporzionare il numero della cavalleria alla natura del terreno sul quale avevano a combattere. I Romani trascura­ rono assaissimo questa specie di truppa , ed in più occasioni se ne trovaron ben male , avendo piena sconfitta dalla nemica , qual fu nella battaglia di Regolo contro comandati da Xantippo (a). (85) Particolari nomi.

i

cavalleria Cartaginesi

11 significato di tutti questi n o m i, qui

di seguito riportati dall’ A ., è chiaramente espresso dalle rispettive radici, onde ciaschedun nome in greco ò composto. A tutta pri­ ma ho creduto fosse prezzo d’ opera il fare analisi di tali radici; ma considerato che agl’ intelligenti della lingua greca ciò riusci­ rebbe in u tile , e che quelli che non la conoscono , non sayebbono per trarne gran prò , ho creduto miglior avviso il soppri­ mere una discussione che avrebbe di troppo del dizionario. Nella traduzione ho però ritenuti i nomi propri , perchè pa­ rafrasati in italiano riescono più oscuri che non sieno in greco, una volta che vengano ben definiti , come ha fatto Arriano con

( 0 V. S S i

(*) Polib.

I.

99.

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' ai6

NOTE

tutta la precisione. L a oscuriti nasce da c i ò , che la lingua ita­ liana non possiede un testo , al quale attingere le voci <Ji Tattica in dettaglio, abbenchè non manchi di ottimi libri intorno al1’ arte m ilitare, fra i quali se non fosse che il solo di Machia­ vello , ella avrebbe di che andarne ben fastosa. Ma il dotto autore ha parlato de’ grandi principi di T a ttica , nò n’ ebbe giammai di mira il minuto dettaglio. Lp stesso Algarolti nella sua lettera intorno alla nomenclatura militare italiana, in cui ha infilate tante espressioni qua e la pescate con paziente studio nei varj autori, non ha saputo rinvenir tali nomi, nò modi di d ire, i quali vagliano a rendere il senso delle voci e denominazioni grech e , end’ ò qui quistione. C iò sia detto a conforto di q u elli, che soglionsi smarrir di spirito al primo abbattersi in una vo ce , che senta un po’ dell'antico; benché porgano poi facilmente l’ o­ recchio , anche con certo gusto , a que’ tanti barbari modi di dire , onde lo straniero neologismo ha si malconcio nell* ultimo passato secolo il bel parlare toscano. Se dunque non suonano male ai moderni 1’ espressioni di rango , di strrafila, di drizzare i ranghi, caricar il nemico ec,, ed altri simili barbarismi, io m i lusingo non debbano loro nemmeno recar spavento i nomi d i

dilochìa , falangarchla , taxiarca ec. , i quali provengono da una lingua, che particolarmente da noi coltivata, ci rese già un tempo maestri d’ ogni sapere a tutt’ i popoli dell* Europa.

(86) Quattro file . Qui nel testo di A m an o v* ò una munifafta la cu n a , alla quale ho supplito traducendo da Eliano le poche parole comprese fra i due segai (i). (87) Corpo di cento uomini. A d oggetti di schivare ogni con­ fusione nell’ enumerare i corpi d’ armata de’ G r e c i, mi ò uopo avvertire

che qui può nascer equivoco fra il corpo detto pro­

priamente taxis , e 1’ altro chiamato ecatontarchla, che non è compreso nella proporzion consueta di raddoppiare le file , qual si ò veduto degli altri. L a differenza sta in c i ò , come ben chia­ ramente si rileva dall’ A . medesimo , che taxis è propriamente

( 1) Tact. c. 9 , pag. 54 « , Edit. Gesner. in fot.

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ALL’ ARTE TATTICA.

a 17

una troppa di cento ventotto individui, composta cio è , giusta la proporzione assegnata, di due tetrarchìe , che è quanto dire di otto file ; quando in vece ecatontarchìa vien a significar un corpo di cento uom in i, che Arriano cita come fuor di rego la, a cagione che questo numero oltre alla quarta parte non può più in due esattamente esser diviso. Ma simile precisione nel numero

e nelle denominazioni de’ corpi fu ben

di spesso in

pratica trascurata, ond’ è che in tardi-tempi invalse perfino il nome di ecatontarca in vece che di taxiarca , come può ve­ dersi nell’ autore de’ vocaboli militari (1). Queste avvertenze v a gliono qualche volta ad illustrare di molte oscurità nell’ intelligenza degli scrittori. (88) Sintagma. Anche questo passo , difettoso al certo in A r­ riano , è supplito con le seguenti parole d’ Eliano , le quali ho tradotte ed inserite

per maggior chiarezza : «< Xi J00 r « £ ut

*«Aa?i trai rv 9 T * y p * , A

*( ec. (2). Ciò sia detto per que­

g li ellenisti accigliati, che amano meglio lasciar incomprensibile un autore , e non intenderlo forse nemmen essi m edesim i, d ie scostarsi d’ un atomo dal testo , del quale , ben ben stillato che s’ hanno il cervello, finiscono tante volte a tradur le parole e niente il senso, lo mi son prefisso di far intendere il mio au­ tore, perciò mi sono anche permesso quelle pochissime alterazioni, che ho credute indispensabili ad ottener il mio scopo. (89) Cinque dbtinti. Suida determina con somma precisione le rispettive funzioni de’ cinque offiziali qui assegnati da Arriaào ad ogni sintagma, e giova tradurne il passo alla lettera per formar­ sene giusta idea. « Il banditore annunzia aci alta voce ciò che » si ha a fare ; 1’ alfiere dà gli opportuui segnali , se lo stre» pito vien a confondere qualsiasi altro suono ; il

trombetta

» annunzia gli o rd in i, se la polvere impedisce il vedere i segni ; » l’ aiutante porta a voce agli officiali il comando del generale; » ed il retroguida attende a tenere ben serrati i soldati nelle » righe e nelle file, guardando che non vengano a disordinarsi1 ( 1 ) In

toc.

T *Ì„ i

(s).T act. c. 9 , pag. 54a , Edit. Gemer. in fol*

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*i 8

NOTE

» e disperdersi. » Ma non bisogna confondere il relroguida a questo luogo nom inato, il quale era un officiale distinto in ogni sintagm a, con l’ altro dello stesso nome che occupava 1’ ultimo posto d’ ogni fila, abbenchè entrambi avessero il nome di umgos. Ciò basti del numero e delle attribuzioni degli officiali minori. D i quelli di maggior grado e del capitano generale è riprovevole come il nostro A . non faccia menzione. Io credo che manche­ rebbe di molto alla storia della Tattica de’ G reci, se questo punto importante si avesse qui a trascurare. Intorno ai capitani delle greche armate avvertirò p rim o , che siccome i due popoli ad ogni titolo piò celebri nella furono gli Ateniesi

Grecia si

e gli S p artan i, cosi farà d’ uopo occuparci

unicamente delle dignità militari , che stabilirono entrambi se­ condo lo spirito del lor governo, poiché per le altre c ittà , che avevano leggi differentissime, vana ed inutile riuscirebbe questa fatica. In tempi antichissimi che la Grecia ebbe re , la

dignità di

capitano generale non si competeva che a questi ; i quali do­ vevano valorosamente combattere in persona alla testa dell9eser­ cito ; e ciò negando per viltà d’ animo di fare , venivano vitu­ perosamente deposti, come accadde a Timete re degli Ateniesi , il quale non volendo misurarsi con Xante re di B eozia, che il provocava a battaglia, fu tosto privato della sua dignità , e so­ stituitogli un valoroso straniero. Introdotto il governo popolare in Atene venne stabilito, ch e il popolo radunato nelle sue tribù si costituisse i suoi capitani; intorno al che è dubbioso

se ogni tribù nominasse il suo pro­

prio , o se tutte insieme li eleggessero con voto universale. Questi capitani erano dieci giusta il numero delle tr ib ù , detti

strategi. Ne’ primi tempi tutti si spedirono in guèrra con egual p o te re , stabilito che comandassero un giorno per ciascheduno ; di modo che a fine d’ evitare

che cinque per cinque non fos­

sero di contrario a v v iso , e così venissero a sospendersi le ope­ razioni , loro se n’ aggiunse un undecimo detto polemarco ; il cui voto decideva in queste caso , che prevalesse la parte per la

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ALL’ ARTE TATTICA.

a i9

quale egli si dichiarava. I gravi inconvenienti d’ un tal metodo di creare i generali veggonsi all’ evidenza nella storia della guerra di M edia, in cui Milziade non avrebbe mai vinta la battaglia di Maratona , se contro 1’ avviso

famosa

de’ suoi consocj non

avesse saputo trar con destrezza da sua parte il polemarco , deludere cosi le loro opposizioni (i). Conosciuto adunque , che un tanto numero

e

di capitani non

poteva che riuscir dannoso al buon esito delle imprese , si con­ tinuò a nominarne un eguale dal popolo per ciascun anno , senza però che tutti fossero addetti alla milizia , venendo . la maggior parte destinati al governo della città, cd un solo, o due o più giusta l’ uopo, spediti a comandar l’ esercito (a). D i qui né ^èn­ ne , che in due classi furono questi strategi distinti ; alcuni delti •< f srl r ì f chiamati

cTm i m V i » * ,

$ì «srl

i

cioè addetti al governo della città; altri

«.i ï s r . cioè incaricati di comandar lo

armate. Il potere di questi capitani generali, cose di gu erra, non era però

abbenchè supremo nelle

arbitrario ed illimitato , perchè

circoscritto da certe leggi, ragion per cui finito il lo r ministero erano tenuti renderne stretto conto ; al qual fine volevasi

che

a niuno si confidasse il comando di guerra , il quale non pos­ sedesse un campo tra i confini dell’ Attica, e non avesse figli (5), cioè non fosse in istato di garantire il suo operato con quanto ha Tuomo al mondo di più prezioso, la proprietà e la famiglia. Ciò non

pertanto urgendo necessità più

savio consiglio si

riputava lo sciogliere da questa legge quello straordinario uom o, cui s’ imponeva di salvar la repubblica , confidandogli pieno ed illimitato potere, nel qual caso autocrator si denominava, giusta Suida. Cosi Aristide ebbe assoluta autorità nella famosa battaglia di Platea ; N ic ia , Alcibiade e Lamaco egualmente nella spedi­ zione di S ic ilia , ed a ltr i, de’ quali possono

vedersi esempi in

Plutarco (4). E poiché si trovano pochi uomini che posseggano

(i) Erod. I. 8, c. (l) Vita di Aristide.

(a) V. Detroit. Filipp. I ; (S) Dinarch In Dcm oith;

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asio

„

N OTE

.

le virtù e i militari talenti in grado esim io, cosi era lecito no­ minar più volte capitano il soggetto

medesimo , certo essendo

che Focione , abbenchè alieno dagli o n o ri, consegui iV supremo comando quarantacinque volte per libero voto del popolo (i). A gli strategi, o pretori che dir si voglian o, seguivano in au­ torità i taxiarchi, i quali erano p u f d ie c i, uno per tribù (a). L e attribuzioni di questi officiali si erano di disporre gli ordini m ilitari, di metter in battaglia i fan ti, regolar le marcie delle tru p p e, provvedere agli alloggiam enti, depennar dal catalogo della milizia i nomi de’ rei (3). 1 taxiarchi non avevano co­ mando che nell* esercito de’ fanti. Come gli strategi ed i taxiarchi comandavano la fanteria, p re­ siedevano alla cavalleria gli ipparchi, ed i fila relli .(4). Gl* ipparchi avevano il supremo comando della cavalleria , c tutti gli affari spettanti all’ ordine equestre dipendevano dal loro giudizio. Erano due di numero , ed in autorità vicini agli stra­ tegi , non però e gu a li, perchè è certo che ai loro

ordini essi

pure furono tenuti ad obbedire (5). I filarelli erano dieci , giusta il numero delle tr ib ù , ed in autorità venivano presso agl’ ipparchi. F ra le molte loro attribu­ zioni avevano pur quella di accettare i soldati nella cavalleria , e di dimetterli all9 uopo (6). Tali erano gli officiali, che comandavano la fanteria c la ca­ valleria degli Ateniesi ; intorno ai quali pero

è uopo osservare

che la forza de’ loro eserciti facevano tutta consistere ne’ grave­ mente armati. Anticamente in fatti adoperavano essi in guerra questa sola specie di truppa ; narrando Erodoto che nella batta­ glia di Maratona non avevano nè soldati a cavallo, nè sagittarj, onde i Medi di lor si beffavano come osassero nemmen misurarsi contro un’ armata che ne contava in sì gran numero. Nè su ciò occorre muover dubbio , perchè i cavalieri ed i sagittarj non furono introdotti nell’ esercito ateniese

che dopo la sconfitta di(i)

(i) Plat. Vita di Fociono ; (a) Demosth. in Orat. do Nomin ; (3) V. L isi» Orat. prò Mantitheo. - De ncglect. Milit. • Aristoph. in Avibus ; (4) Demosth. prò Ctesiph. j (5) Demosth. in Med. ; (6) Lisias prò Maatitheo-

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ALL’ ARTE TÀTTICA.

ani

S erse, e questi pure nello scarso numero di

trecento per en­

trambi ; come ne sono testimoni Eschine (i) ed Andocide (2). Il medesimo si può affermare degli

S p artan i, come

quelli

che sì leggier conto fecero sempre della cavalleria , che in ogni tempo 1’ ebbero difettosa e mal’ ordinata

fino all’ epoca d1 A *

gesilao ; il quale a questo titolo si trovò

di molto inferiore ai

barbari. Pausania (3) afferma , che prima della guerra co’ Messenj essi non si curarono quasi punto di cavalleria, ciò che notai già sopra intorno all’ origine di questa specie di truppa (4)- E per vero gli Spartani il nerbo del loro esercito poserò ne’ gra­ vemente curatati, ond’ ebbe a dirli Diodoro molto agguerriti per riguardo alle truppe pedestri (5).

E poiché le armi , con che si

resero tanto potenti e terribili agli altri popoli furono 1’ a sta , la spada , 1’ elmo e la corazza , vale a dire le più importanti in quanto all’ offesa ed alla difesa, è necessità inferirne che fra le truppe essi stimassero sopra tutte le gravemente armate , come quelle che sole sono atte a valersene.

,

E qui cogliendo occasion di discorso intorno agli Spartani , trovo opportuno il far menzione degli ordini ne’ quali era distri­ buito il loro esercito, del numero e denominazion de’ c o r p i , de’ gradi ed attribuzioni de' capitani, come di cose importantis­ sime , trattandosi della nazione più celebre , che vantasse n d -

1’ armi la Grecia. L ’ ordinanza degli Spartani fu al certo riconosciuta per otti­ m a (6). L ’ esercito loro era tutto formato da capitani di capitani, giusta l’ espression di T ucidide, vale a d ire ,

che i capi si suc­

cedevano dal primo all’ ultimo con somma regolarità ed in giu­ sta serie , ben fissate le attribuzioni di tu tti, e distribuiti i po­ teri adequatam ele dal supremo generale fino all’ ultimo de’ sol­ dati (7) : L a loro costituzione politica riuniva i

tre p o teri, il

re g io , quello de’ n o b ili, e quello del popolo; ma in guerra non vollero ammetter che il primo (8). ( 1) De falsa Legar.; (s) Tract, de Pace ; (3) Toro, a , 1. 4. Ct) Not. al S 5 ; (5) Bibl. St. t. 1 , 1. a ; (6) Snidas; ( 7) Lib. Nicocl.

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Messenia ; (8) Isocrat.

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aaa

NOTE

Un supremo capitano doveva dunque comandare a tutto l’ e­ sercito, e questo per legge di Licurgo si era 1’ uno dei re (i). Tanto infatti si temeva la division de* poteri in gu erra , che si era portata leg ge, che entrambi i R e non potessero uscire in campo (a). L a sola necessità faceva eccezione a questa legge;

•

chi comandava oltre il re in siffatto caso aveva il proprio nome di

bagus. Se il re era in età minore assumeva in sua

vece il comando il p rodico , ossia il regio tutore, abbenchè ciò non accadesse di frequente. Ne abbiamo esempio in L ic u rg o , che fu capitano qual tutore di Carilao (3) ; ed in Pausania, tu­ tor di Pleistarco, mentre combatteva contro i Persi (4). Anticamente il potere del re in guerra era arbitrario ed as­ soluto, ma in seguito gli fu in qualche maniera ristretto da certo numero di consiglieri; senza i quali si decretò per legge che non potesse condurre in campo l’ esercito. T a l legge fu fatta a l­ l’ occasione che si giudicò aver imprudentemente il re Agide concesso tregua agli Argivi. A d Agesilao vennero per decreto del popolo assegnati fin trenta di questi consiglieri (5). D ’ altronde era in costume che' due Efori accompagnassero il re in guerra (6). E quanto gli Efori fossero intenti a frenare il regio potere è noto a chiunque per poco conosca la storia di Sparta.

Comun­

que s ia , non v* ha dubbio che in guerra potevano questi influire sulle deliberazioni del re ma non deciderne.

11 re p e rò , contro l’ uso degli altri popoli della G re cia , e degli Ateniesi in ispecie, comandava al solo esercito di terra , e non all’ armata navale; alla qual pratica non si trova eccezione fuori d’ Agesilao (7). In quanto agli altri capitani, ed alle rispettive loro attribuzioni vedi bel tratto di Tucidide: « Allorché il re è alla testa dell’ e» scrcito tutto è sottoposto al suo comando; egli ordina il

da

» farsi ai polemarchi ; questi ai locaghi ; questi ai pentecontatcri,

» e questi agli cnomatarchi » (8). A l qual luogo lo Scoliaste avverte: (t) Senof. Repub. di Lacedem. Opoa. t. %; (a) Erod. t. 3 , 1 . 5; (3) Plot. Vita di Licurgo ; (4) V. Erod. Tucidid. Plut. Prob. oc. ; (5) Senof. St. Gr. 1. 5, p. 118 j (G) Seaof. St. Gr. I. a ; (7) Plat. V iu di AgosiUo ; (8) Lib. %.

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ALL* ARTE TATTICA.

a *3

vide ordinem principatus. Prim us, rex ; secundus , polemarchus; tertius , lochagus ; quartus , pentecotater ; quintus, e#iomotarcha. Questi adunque erano tanti capitani, che dopo il re comandavano sotto i suoi ordini a distinte parti deir esercito. Ma per ben comprendere le loro attribuzioni fa d’ uopo conoscere gli ordini ne’ quali era l’ esercito distribuito. D i questi si annoverano quattro speciali, a.0 Lochos A ljgar;

i.° Mora Mipm ;

3.° Pentecostjrs n*»r««*rrvr; 4 ° Enomotia

*Et*/tar/«. Ma v* ha luogo a credere che mora e lochos fos­ sero un solo e medesimo ordine. C h e mora fosse un certo ordine particolare degli Spartani, e d i nou picciol num ero, è manifesto dal modo onde ne parlano gli scrittori (x). Diodoro afferma, che v is i contavano cinquecento nomini : mtèpgf iti r m v m i (a); ma altri avvisano diversamente (3)l Però l’ opinion più probabile par quella che ogni mora compren­ desse cinquecento uomini incirca. In quanto al lochos è ragionevole il credere che fosse una stessa cosa con la m ora , abbenchè anche su ciò si possano movere di molti dùbbj. Ma Esichio il dichiara manifestamente:

Nam apud Lacedaemonios quinque lo c h i, vel cohortes rursus morae nominatae. Intorno poi al numero de’ rispettivi ordini nell’ esercito spàrtano da Tucidide abbiamo che in ogni locho erano comprese quattro pentecostjres, ed in ogni pentecostjres quattro enomo-

tia e , e che in ogni enomotia combattevano quattro di fronte, ed otto di fondo (4)* Da ciò dunque è manifesto che 1’ enomozia era formata da quattro file di otto uomini per ciascheduna, che *val quanto ‘dire di trentadue uomini in tutto. Trovato questo num ero, tutto il resto si rinvien facilmente die­ tro il già esposto. Infatti se in ogni pentecostjres entravano quattro enomotiae, era quella sicuramente fermata di cento Yenlotto individui. Così se quattro pentecostjres vi volevano a for­ c o V. Plutarco , Glor. degli At. - Vita di Pelopida - Prob. in Iphicr. j (a) Bib). St. t. 6 , 1* i5 j (5; Plat. Vita di Pelopida ; (4) Lib. S.

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aa*

NOTE

mare un lochos , è ben evidente che questo comprendeva cin­ quecento dodici uomini.

E d in quanto all’ esercito spartano del

quale parla T ucidide, poiché afferma che vi si contavano sette

lo ch i , oltre a seicento scin ti, soldati d’ una specie particolare, è manifesto che tutt’ insieme era composto di quattro mila cento ottantaquattro combattenti (i). (90) Due pentacosiarchie. Anche a questo luogo v ’ è manifesta lacuna nel testo di A rriano, ond’ io vi ho supplito còn le seguenti poche paròle di Eliano. A i th <fv» , «pcffàlr

,

k «A« vpt« j

*cf. Qui si avverta che la pentaco-

siarchla essendo un corpo di cento dodici uom in i, viene a rispon­ dere precisamente al lochos degli Spartani. F a d’ uopo aver atten­ zione a questa particolarità, attesoché due de’ massimi storici greci, Tucidide e Senofonte, adottano le denominazioni e le ordinanze de'Lacedemoni. Senza tal cognizione non è possibile l'intendere la disposizion del m arciare, che 1’ ultimo descrive nella sua riti­ rata de’ dieci mila (2). ( 9 1 ,9 2 ) Epaminonda nella pugna di Leuttra, Sul conto di questa famosa battaglia cosi si esprìme Diodoro. « Ecco come i due » eserciti erano disposti: Dalla parte de’ Lacedemoni alle due ale » stettero uno per parte, Cleombroto r e , ed Archidamo figliuolo » del re Agesilao, entrambi discendenti da Ercole. Dalla parte

» dei Beozii Epaminonda scelse un cert’ ordine particolare e * » veramente esimio , e con codesto trovato suo, degno della più » sottiTarte di un gran capitano, ottenne quella non mai abba­ » stanza commendata vittoria. Imperocché da tutto il suo esercito » egli prese i più va lo ro si, coi quali intendeva di cominciar la » battaglia; ed accuratamente scelti li mise in un lato. 1 più » deboli poi mise n ell'a ltro , ordinando loro chè incominciata » 1' azione fingessero di fuggire,

e che cedessero adagio adagio

» all’ impeto de’ nemici. Quindi piantata obbliquamente la sua

» falange, coll’ altrì a la , in cui avea il fiore de’ suoi soldati, sta­ » bill di dare la battaglia. G ià le trombe davano il segno, e al CO V. Io ScolUst. di Tacid. ; (*) Cap.

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ALL’ ARTE TATTICA. » primo muoversi V alzava il clamore per T a r l a , quando i La­ » cedem oni, formata la loro falange a foggia della luna falcata, » spingono innanzi entrambe le loro ale. A l contrario i Beozii » con una traggono il piede in d ietro . ma coll’ altro prendendo a la corsa fanno impeto addosso ai nemici. Venutosi alle mani da '* principio, dagli uni e dagli altri combattendosi valorosamente, » la battaglia era p a ri

Indi prevalendo per valore e pei ben

» fitti ordini i soldati di Epam inonda, facevasi grande strage dei » Peloponnesii, che non potevano sostenere quella mole di fo r­ » tezza, colla quale erano da que’ scelti uomini incalzati ; ma nel

v resistere altri cadevano, altri piagati nell’ opposto petto erano » morti (i) ». Ecco precisamente marcata T ordinanza, che cuneo vien qui denominata da Arriano. Osserva cionnondimeno D iodoro, che la vittoria non si decise pei Beozj

finché T una dell’ ale

de’ Lacedemoni non fu priva del suo capitano Cleom broto, spento il quale venne posta in disordine e sconfitta. Onosandro (a) dà la teorìa d’ entrambe queste ordinanze. Cosi egli ne parla. <r È consueto ai generali, che hanno numerosa ar» mata il disporla in battaglia a sem icerchio, portando

all’ in­

» nanzi più le ale che il ce n tro , nella vista che il nemico avan» zandosi per spingersi a questo , sarà facilmente inviluppato dalle » ale ». E tale sicuramente si fu Tintenzione degli Spartani.' Onosandro fa menzione del modo onde T esercito minore può evitare d’ essere circondato, il quale consiste in dividersi in tre co rp i, attaccando con i due laterali le ale n em ich e, e tenendo immobile il centro. Egli osserva, che in questo caso « le truppe » del centro nemico all’ indietro sono costrette a rimanersi ino­ » perose, xove pur vogliano serbare il primo ordine, e che se si

» attentano di cangiarlo, marciando all’ innanzi per formar colle » ale una linea retta, noi possono

senza sconvolgersi e disor*

» dinarsi affatto, perchè essendo alle p rese, loro

è tolto di

» aprirsi per ricevere intramezzo que’ del centro ». Sia in un modo sia nell’ altro , T esercito minore ne trae sempre vantaggio , po­

c o Diod. Sic. Bibl St. t. 5 , 1. i5 , pag. 79 e seg. ; (2) Cap a i. A

rri amo.

36

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NOTE

216 tendo

giovarsi assaissimo della confusione

insorta

nella parte

opposta. Ma E pam inonda, non si tenne sulla difesa, e ordinò la bat­ taglia obliqua per attaccare il nemico. Ecco la teoria, che ne da Onosandro (1) senza però nominare il generale in quistione. « L o » sforzo di questa disposizione si fissa sull’ una o sull’ altra ala, » che si attacca con truppa scelta,

e la miglior dell’ armata,

a Com e il nemico non può valersi che d’ una parte delle sue » truppe, egli è spesso forzato a cedere dall’ un lato, e la scon» fitta d’ un’ ala trae seco quasi sempre quella di tutta T armata, a Un altro mezzo che può eziandio riuscir giovevole, egli è quello a di fingere una ritirata anche precipitosa. L ’ inimico riputandola

» una fuga prenderà co raggio , ed impegnato all’ inseguire velo­ » cernente, ne verrà sconvolgendo probabilmente

i suoi ordini,

a Allora l’ ala che si ritirava, voltando fronte ad un tratto, potrà a di leggieri investire una truppa in disordine, e sorpresa d’ una a si ardita ed inaspettata risoluzione ». D ’ entrambi questi espedienti si valse Epaminonda contro i Lacedemoni; ma egli fu debitore della vittoria allo spingersi che fece furiosamente sovr’ essi con l ’ una delle sue ale ben stretta e serrata negli

o rd in i, che è

quanto dire nella disposizione più favorevole al pieno effetto del­ l ’ asta, e la meglio atta a compartir tutto l’ impeto possibile alla falange. Infatti Diodoro afferma che Epaminonda vinse a e col va­ li lore e col tener stretta la battaglia (2) ». (93) Epaminonda nella pugna di Leuiira ec. Anche nella battaglia di Mantinea l’ Eroe tebano si valse a un di presso della medesima ordinanza che in quella di Leuttra.

« Perciocché da

» quella p a rte , dalla quale aveva assaltati gli avv ersa rj, rima » nendo vin cito re, Cosi Senofonte, il

fece fuggire tutto l’ esercito nimico (3) », quale paragona il m odo, onde

il generale

tebano si gettò addosso alla battaglia lacedemone, all’ urto d’ un n a v ig lio , che con la punta della prua colpisca di fianco un va­ scello nemico.1 ( 1) C«p. s i j (9) Bihl. St. t. 5 , Î. 15 , pag. 81 ; (5) Storie greche lib. 7 , pag. 353.

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ALL’ ARTE TATTICA.

227

Dal fia qui detto si rileva dunque che per la battàglia detta a cuneo vuoisi intendere a questo luogo l’ ordinanza in colonna, nella quale le file sono assai .profonde, e la fronte minor del­ l ’ altezza. Tale precisamente si è 1’ i/uCeA#* dei G r e c i, che non si dee confondere con la disposizione a cu n eo , secondo la quale essi usavano di ordinare le truppe in p arata , a puro oggetto di esercizio. Intorno a ciò meritano d’ esser considerati i commen­ tar) di Folard a Polibio. (93) Schiera prima con certo agio disposta . Questa è la disposizion di p arata ,

in cui ogni soldato occupava quattro cubiti

di spazio. V eniva appresso una disposizion più stretta , in cui lo spazio da ogni soldato occupato era di due cubiti ; e per ultimo seguiva un modo strettissimo cf ordinanza, nel quale il soldato non occupava più che un cubito solo di terreno (1). Perchè poi abbiasi a formare giusta idea degli spazj rispet­ t iv i, che occupavano i soldati greci in tutti e tre gli accennati differenti modi di ordinanza, è uopo determinar prima qual fosse realmente la misura del cubito. Questo, giusta Vitruvio (a), e secondo le annotazioni fattevi da Filandro, equivale ad un piede e m ezzo, che è quanto dire , che il cubito è composto di tre metà d’ un piede, ossia che questo sta a quello nel rap­ porto di 2 a

3 . E questa proporzione del cubito al piede è am­

messa da tutt’ i popoli dell* antichità ; dagli E g iz j, da’ Babilonesi , da’ G reci, e dai Romani ; in guisa che di tutti si può affermare che avevano fissato il valore del cubito a quello del loro rispet­ tivo piede come

3 a 2 (3).

O r siccome egli è non men verosimile che ragion evole, che scrittori di Tattica gçeca in parlando di misure citassero da’ G reci adottate, cosi per trovare il giusto valore

quelle

dei cubito

in quistione fa d’ uopo determinar quello del piede greco antico. M a la verificazione di questa misura dipendendo dalla scelta e qualità dei diversi monumenti, ai quali sonosi appoggiati i cri­ tici per determinarla, soffre di molte minuziose difficoltà, delle ( 1) V. Æ1. Tict. c. 11 ; (a) Lib. 5 , c. 1 ; (3) V. Cristiani , delle Misure d ’ ogni genere antiche e moderne n. 5 5 , 56.

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aaS

NOTE

quali sarebbe vizio il qui intrattenersi anche per poco. E poiché questo argomento è di già stato ampiamente discusso dagli eru­ diti ( i) ; così io m’ accontento di qui riportare il ragguaglio che essi fanno del piede greco a quello di P a r ig i, posto di 1 1 p ollici,

dicendolo com­

4 lin ee, e 3 decimi ; dal che si rileva che

i l piede greco era minore del parigino di men d’ un p o llice , componendosi questo di dodici p o llici , com’ è ben noto a chiun­ que. Ciò avvertito una sol volta, parlando io di cubito e di piede greco , per non m’ imbarazzare delle frazioni, le quali nel nostro caso non gioverebbono a nulla, lascerò

che i leggitori facciano

di lor mente quella piccola detrazione, che si richiede per con­ guagliare il valore di tali misure al conosciuto 11 calcolo reggerebbe con poca diversità, del piede greco

intender si volesse il

dubbio che questo sta a quello come n i

piede

di Parigi.

anche quando in vece rom ano, non cadendo a a 5 , ossia eh’ è for­

mato di io p o llici, io linee e 9 decimi. (94) Ravvicinandosi i soldati sì da spalla a spalla che da petto a schiena . Così formavasi quell’ ordinanza , ossia modo di disposizione, che i Greci con proprio nome chiamavano vruxians

pjrcnosis. Ristringevansi adunque tuti’ i soldati nella serie delle righe non meno che delle f ile , all’ atto che il generale voleva menar la battaglia contro i nem ici, e ciò affine di meglio coprirsi ' ravvicinando gli scudi, e di compartire all’ asta tutto

l’ impeto

della falange, il che ottenere non si poteva senza rapprossimar gli ordini. Ma qui è uopo far attenzione a ciò che dice Eliano intorno alla strettezza ;

cioè eh’ ella debb’ essere ta le , che siavi luogo a

far mutazioni e volgimenti. Est autem condensatio quando , ex

latioribus intervallis minora in te la ila aliquis fa c ie n s , conden­ sant phalangem secundum longitudinem et latitudinem , adeo ut a slites , et substites coarctentur quidem , verum tantum relinquatur spatii inter ip so s , ut mutationi sit locus (2). E poi­ ché la voce fAîrafiêXi metabolae usata qui da Eliano , significa 1 ( 1) V. Cristiani n. sa a) a8 -, (a) Tact» e. ss.

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ALL* ARTE TATTICA. propriamente il capovolgere dalla

fronte alle

*a9 sp a lle , che si fa

mediante il mezzo giro di tutta la persona , cosi non potendosi ciò eseguire se non lasciato certo intervallo fra le righe file, nasce dubbio,

e le

se con tal modo di disposizione usassero

realmente i G reci d’ investire il nem ico, certo essendo che l’ asta spiegar non poteva il suo effetto se non nel caso che la bat­ taglia fosse ben stretta negli ordini. L a difficoltà si toglie facendo distinzione fra il porsi in istrétto della falange all’ atto di marciar contro al nem ico, o al momento dei venir alle mani. Nel primo caso infatti conveniva il rapprossimar alquanto gli ordini, ma però con que’ giusti intervalli, che concedessero il moversi ed il rigirarsi secondo 1’ uopo.

E che i

G reci fossero espertissimi del marciare stretti negli ordini, e del fare con somma celerità, anche a fronte al nem ico, le piò dif­ ficili evoluzioni, è manifesto da infiniti esempi. D irò di Alessan­ dro e di Filopem ene, per citarne due soli de’ più sorprendenti.

11 primo nella giornata d’ Arbela fece fare un giro a diritta a tutta la sua arm ata, e marciò di fianco per gran tempo in fac­ cia al nem ico, senza punto sconvolgere il suo ordine di battaglia (1 ); ed il secondo praticò lo ^stesso alla battaglia di Mantinea, allor­ ché con un movimento laterale fece occupare alla sua prima linea la stazione, che le truppe della sua ala sinistra superate dal ne­ mico avevano abbandonata (u). Nè si dee cred ere, che la pro­ fondità delle file loro impedisse questi difficili m ovim enti, che anzi contribuiva a renderli più giusti e compassati. . Nella disposizione ond’ è disco rso , che era quella d’ andar contro al n em ico , la distanza fra un soldato e l ’ altro nella serie delle righe era pochissim a, ed ai certo minore d’ un piede ; ira­ , perocché se Eliano assegna ad ognuno non maggior spazio di duo cub iti, cioè di tre p ie d i, egli è ben manifesto che nella posizion naturale andandone più di due perduti tra il corpo c 1’ arm i, men d* un piede restava d'intervallo fra i ‘combattenti da spalla a spalla, piccolo tratto che veniva però coperto dagli scu d i, (i) Arr. St. della spedii, d' Aleis. pag. 29 e seg. ; { 2) Pul.b t. 4 , I g*

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i


NOTE

3

q o

quali mutuamente disposti dal sinistro fianco compartivano all’ or­ dine maggior peso e fermezza. Questo piccolo intervallo fra un combattente accanto all’ altro era poi causa ch e , in caso che la falange si volgesse a diritta o a sinistra per fare del fianco fronte, rimanesse ancora sufficiente spazio fra tutte le righe dalla fronte alla co d a , perchè i soldati avessero a mettersi senza confusione in giusta ordinanza. Se parliamo poi della distanza che si frapponeva tra le righe nella disposizion di pjrcn osi, di cui trattiam o, dirò che questa era poco più appena d’ un mezzo piede. E d in vero poiché si Àrriano (t) che Polibio (a) affermano concordem ente, che nella falange macedone le estremità delle sarisse andavano dalla pri­ ma riga

fino alla

sesta traendosi all’

cubiti, vale a dir di tre

indietro

p ie d i, cosi è

di due in due

necessità inferirne che

tale precisamente si era lo spazio da ogni riga occupato nella disposizion di pjrcnosi, compreso il corpo del soldato colle sue arm i, e l ’ intervallo rispettivo fra 1’ una e 1’ altra riga. O r dato al corpo del soldato da petto

a schiena anche un piede solo

di spazio, che forse non bastava ( attesoché la corazza di ferro , perchè lasci liberi tronco debb’ essere

i moti del petto nel respirare, assai più ampia e

non un vestito di stoffa cedevole);

e quelli del

rilevata all’ intorno che

siccome in questo modo di

disposizione la strettezza non era la massima possibile, così le aste già sporte all’ innanzi non essendo per anco conficcate tra le file, nè sostenuta dalla pression laterale del manico all’ in­ dietro, perchè fossero tenute nella situazione orizzontale dove­ vano i soldati ‘impugnarle all’ estremità colla destra m a n o , por­ tando il braccio alquanto all’ indietro, ed aggavignarlc colla si­ nistra più avanti; il che richiede che il braccio corrispondente faccia un angolo col petto. Ma questa posizione certo importa che più di un piede di spazio perdasi appunto nell’ inclinazione delle due braccia, oltre il già occupato dalla persona, che pur dicemmo maggior d’ un piede;

dunque lo

spazio assegnato alle

(i) Tact, e, 16 ; (a) Le Storie, 1. 17.

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ALL' ARTE TATTICA. righe essendo di tre p ied i, è manifesto

*3t

che l’ intervallo fra riga

e riga yen iva a risultare minor d 'u n p ied e , detratti cioè i due piedi e quel dippiù di spazio che i soldati occupavano da petto a schiena nella posizione di tener l’ asta sporta all’ innanzi in at­ titudine di combattere. Ma P intervallo di men d’ un piede non basta al m arciare, perchè lo spazio compreso tra i due piedi d’ un uomo in cam­ mino, che i G reci dicevano bema, equivale a due piedi e mezzo ; essi dunque nella disposizion di pycnosi dovevano marciare in­ tromettendo i piedi dall' una nell' altra rig a , maniera usata an­ che oggigiorno, quando tengonsi stretti gli ordin i, e che i Fran­ cesi chiamano emboîter les pieds. Questo era dunque il modo di disposizione, con che il ge­ nerale menava la battaglia contro il nemico. Fit autem py en osis

seu condensatio, quando duxr phalangem contra hostem du­ cere voluerit (i). Ma giunti gli eserciti a fronte, gli ordini si stringcvan vie più, e facevasi minore d’ una metà lo spazio già prima dal soldato occupato; ed eccoci a dichiarar la serrata. (g 5) Serrata, Questo è il terzo modo di disposizione, che i G reci usavano propriamente all' atto che urtavansi col nemico. E d abbenchè Eliano dica che tal serrata facevasi per sostenere Pimpeto di quello, egli è però certo

che

si rendeva eziandio

necessaria per investirlo e romperlo. G li ordini in tal caso erano sì stretti, che

ogni uomo coll' armi occupava appena lo spazio

di un cubito, cioè d'u n piede e mezzo incirca. I soldati, poggiati spalla a spalla e petto a schiena, spingevansi

ap­

dall'in­

dietro all' avanti a vicenda, e non potevano far più nessuna evo­ luzione , eccettuato F avventarsi al nem ico, in marciando sul pic­ ciolo spazio che si frappone tra le due gam be, allorché l’ una si mette regolarmente innanzi da tutti lungo la riga intera. Per tal disposizione

alla

falange greca si

compartiva quell'impeto

enorm e, cui non eravi ordinanza qualunque , clic valesse n far fronte. Così le sei serie d 'a s te , che sporgevano all' infuori, dalla

(i) Ælian. T tct. c. i r

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a3 a<

NOTE

prima riga venivano spinte contro 1’ esercito degli avversari con la Torta individuale di ciascuno che le teneva aggavignate, più con la pressione laterale di que’ tutti, per i quali passavano col manico all’ indietro entro alle rig h e , e finalmente con l ’ impulso che esercitavano sulle prim e sei righe le altre dieci all’ indie-» tro , le cui aste non aggiungevano alla fronte della battaglia. Prima di finire questo articolo è uopo rimarcare quanta fosse la précision de’ G reci in calcolar gli spazj, che doveva occupar la falange ne’ modi suoi rispettivi di disposizione. Poiché dun­ que, dice Eliano, mille e ventiquattro capisquadra stanno dis­ posti alla frpnte della battaglia, egli è chiaro, eh’ essi occupe­ ranno quattro mila e novantasei cubili per lunghezza, cioè dieci stadj e novantasei cubiti. Cosi ristretti negli o rd in i, cioè in disposizioni di pyenosi, occuperanno eglino cinque stadj c qua­ rantotto cubiti; e serrati,

cioè in disposizione di sjrnospismo ,

terranno lo spazio di due stadj e mezzo e ventiquattro cubili (i). (96)

Testuggine de' Romani. T al modo di ordinanza è celebre

nella storia delle guerre di questa nazione. Consisteva la testug­ gine nell’ unirsi strettamente i soldati o a manipoli, o a cen­ tu rie, disponendosi in varie figure, come ben rimarca l ’ A ., e formando con gli scu d i, per ordine intromessi l ’ uno nell’ al­ tro al disopra del c a p o , una specie di tetto, che risultava de­ clive , a cagione che i primi all’ innanzi si tenevan

più a lti,

e gli altri all’ indietro s’ andavano gradatainentç abbassando coll ’ incurvar le' ginocchia, e ciò al fine,

che le armi gettate al

di sopra dai n em ici, frecce , sassi, giavellotti e sim ili, piom­ bassero più facilmente al suolo (a). B ella testuggine così formata s’ avvalevano i Romani per av­ vicinarsi senz’ essere offesi alle mura delle fortezze, e scavarli dai fondamenti , rendendo inutili contro 6è medesimi gli sforzi degli assedianti (3). Non è poi da meravigliarsi se qui afferma l ’ A . , che la testug­ gine era connessa si fortem ente, che valeva a sostenere lancia­ ci) Ta£l. c. 11 , (*) V. 1« T ar. poste in principio del t. 7 , della Bibl. St. ,

di Diod. Sic. - V. Lit. 1. 44 ; (3) Ammian. 1. 26.

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ALL* ARTE TATTICA.

a35

tori al disopra, i quali facessero lor volgimenti come s’ un tetto; perciocché ci narrano scrittori degni di tutta fed e , che i R o­ m ani, costrutta una prima testudine al basso deQe m u ra , usa­ vano so vrap p on in e

un’ a ltr a ,

sulla quale facevano

eziandio

montare altri armati; e Tacito n ’ è testimonio (i). E se crediamo a Dione, quando la testudine fosse fetta in luogo incavato e ri­ stretto, ella era ferma al segno che sosteneva

al disopra ca­

valli e carri eziandio ( 2). Per il che fu fatto ai Romani quel sublime elogio : V iri in lim itibus constituti ad tutelam imperii :

quorum scuta in caput sublata pel currus sustineant, atque etiam equitibus sint vehendis accomodata (5). E qui l’ Autore testé citato parlando degli usi ai quali feceVasi servir la testudine dai R om ani, vi annovera non solo quello di espugnarne i luoghi difesi, ma 1’ altro ancora di coprirsi in battaglia campale dal fitto saettar de’ barbari, p er loro appros­ simarsi impunemente, e trucidarli (4). A questa guisa Antonio, avendo addosso i Parti, coll’ esercito quasi circondato dai copio­ sissimi loro sagittari, e dalla lo r veloce cavalleria, fe’ fere la te­ studine ai suoi R om ani; ed i nem ici, poiché li vedevano ab-* bassarsi e porsi sotto agli scudi, credutigli stanchi ed oppressi dalla fatica e dalle fe rite , lor piombarono stoltamente addosso, e ne furono tosto disfatti. L a testudine a tal uopo formata dai Romani cosi descrìve Plutarco : « Quelli che muniti erano di scudi grandi tolsero in » mezzo i soldati leggieri, e fecero ad essi riparo colle loro ar» m i; perocché i prim i, messo ginocchio a terra posero innanzi » gli scudi , quelli che in appresso e ra n o , sollevati ne tenevano a i loro al disopra di questi, e così di mano in mano facevano » anche gli altri. L a figura d’ una tale disposizione, che v a a » guisa di tetto , rappresenta alla vista la gradazione d’ un tea­ » tro , cd é la difesa che cuopre e ripara i soldati più d’ ogni

» altra contra le frecce, le quali indi sdrucciolan giù (5) ».

CO Hist. 1. 3 ; (a) T. a , 1. 4g . p. 537 e seg. ; (5) Aristid.

-, (4)

Id. ibid.

P- 536 e seg. ; (5; Plat. t. 5, Viis d’ Antonio, p. 3ga.

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*3 4

NOTE

Quanto poi dice A rria n o , che nè i sassi benché smisurati tal serrata scom pongono, è contradetto dal fatto» im perocché, sebben sia v e ro , che la testudine ben formata riusciva abbastanza soda e robusta per reggere a grandi pesi al disopra, egli è non* dimeno certo , che gli assediati le ne gettavan addosso di tali , che era costretta a sconnettersi, ed allora i soldati al disotto ne restavano si può dir sfrantumati II primo sforzo degli asse* dianti a questo fine si era di rompere Con enormi sassi la te­ studine, e poi nell’ aperto varco andar cacciando disperatamente lan ce, frecce, giavellotti, ed ogni qualsiasi altra simile arm a, affine di sconfiggerla e dissiparla tutt’ intera (i). (97) Che i capisquadre sieno grandi e valorosissimi. È

mi­

rabile l’ attenzione, e lo studio che ponevano i G reci n ell'ordi­ nar la fila , elemento di tutti gli altri o rd in i,

e nel fissarvi il

posto a ciascheduno dall’ avanti all’ indietro, secondo la propor­ zione del valore e dell’ abilità rispettiva. Loro massima

si

era

che il primo dalla fronte fosse il più valoroso ed il più ro­ busto di tutti; che il secondo in posto avesse ad esser pure in fortezza il secondo, e che cosi mano mano si procèdesse al te rzo , al quarto, fino all’ ultim o, il quale volevasi pure assai fo rte , e di molto sperimentato ne' militari sperimenti. Senofonte ragione allega di tal disposizione nella Ciropedia ; « perciocché i fc primi serviranno agli altri di guida, e gii ultimi di stim olo». A d un medesimo principio è pure appoggiata 1’ ordinanza di O m e ro , ove Nestore vuol posti ali’ innanzi i c a r r i, sui quali combattevano i prim i dell* esercito, ed i più valorosi ;

all’ in­

dietro la schiera de’ robustissimi fa n ti, c nei mezzo della bat­ taglia i più deboli, perchè anche contro voglia fossero costretti a combattere (2). (98) V i en ad esser c iò , che la punta è nel ferro, L ’ idea di paragonar la falange ad ima spada, di cui le prime righe rappresentinò la p u n ta, e le altre il resto , in guisa c h e , come nella spada, dato che la punta sia molle c mal temprata, riesce vana1 (1) Tact. Bili. 1. 3 i (a) II, 1. 4 , v. 297.

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ALL’ ARTE TATTICA.

a35

la fo n a del rim anente, del pari nella falange se le prime righe non sono forti c valorose, inutile torni F impulso delle altre al-

V indietro, è imagine eloquente di quell’ unità d’ azione e di mo­ vim ento, che dominava nell’ ordinanza de’ G re ci, i quali tutto fondavano sul gran principio, che le forze individuali si moltipli­ cano col farle agire congiuntamente ; ritenuto sempre che F arma loro d’ offesa si era Fasta* la quale l’ uomo da per sè appena può m overe, e che dall’ unione acquista irresistibile veemenza. (97) Im perocché e le costoro picche aggiungono fin o a l nemico. Un gravissimo errore vuoisi notare a questo luogo nella traduzione di A rdano dataci da Guischardt (1). E gli cosi rende il passo in quistione. Ils peuvent même encore atteindre t ennemi de V épée >

en ta passant par les intervalles du premier rang. Quale spropo­ sito non si appone qui ad A rd a n o , di cui non che un dotto ge­ nerale qual era questi, fin anche un caporale avrebbe onde ar­ rossire ! Come sognare infatti contro tutt’ i principj della Tattica de’ G r e c i, che stretti essi negli ordini ed appoggiati spalla a spal­ la , non solo potessero maneggiar la spada, che certo richiede li­ bero

il braccio e la persona in ogni senso, ma che eziandio i

Soldati della seconda riga fra gl’ intervalli della prima

le spade

loro spingessero a ferire il nemico! Il traduttore egli pure sospettò che questa fosse chimera , e pretese scusarne A rdano colla seguente annotazione. Si les soldats du second rang , comme Ârrien le dit , pouvoient atteindre V ennemi avec leurs ép ées , il fa u t que le so ld a t , dans P occasion , ait été le maitre de tenir la pique de la main gauche , en la prenant par le m ilieu , et laissant traîner le bout par derrière , pour pouvoir avec sa droite manier t épée. I l est difficile de concevoir comment la longueur des sarisses ne les a pas embarassès (2). Ma tutto h difficile a com prendersi, quando pel non intender il senso degli autori, se ne stravolgono bizzaramente i testi.

11 passo di Arriano in G reco

sta come segue: K c ) yicp ro tûvtûp Scpv ifa x n ir a t cr rt *rr\

revf irêAtpttcuç f che tradotto letteralmente suona «^imperocché1 (1) Mémoir. œ ilit. sur les Anciens- t. a ; (*) T. # , p

175.

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a36

NOTE

» la costoro asta perviene fino ai nemici ». Se dunque il signor Guischardt avesse compreso il senso della parola c T , che tutt’ i dizionari traducono asta invece che spada, non avrebbe sicura­ mente posti i G reci nell’ imbarazzo di portar le aste alla sinistra per conficcar le spade tra le righe all’ innanzi ; disposizione me­ ramente chim erica, ed in tutto contraria ai principi della loro Tattica. Ciò sia detto a lume di quelli, che credono sia inutile una traduzione italiana di qualsiasi classico greco o latino quando alcuna se n* abbia in

francese. Di noi si dice che abbiamo cat­

tive traduzioni de’ greci scrittori ; ma delle nazioni d’ oltramonte non saprei se si potesse affermar di meglio. (98) Ma eziandio alV aspetto. Tutti quanti parlano della fa­ lange m acedone, la descrivono tremenda al solo aspetto, che di sh presentava al nemico. T o rv a , incolta e serrata negli ordini a guisa di cuneo, la dipinge Charidemo a Dario (1). Orrida p e r le folte picche la rappresenta Arriano in gion per cui metteva ai

Geti

altra sua opera (a) : ra­

terrore (3). Similmente Plutarco

riferisce che il console Lucio al primo vedere della falange ma­ cedone « fu preso da sbigottimento, siccome q u e gli, che non » aveva mai più veduto spettacolo più formidabile, di quello: di » modo che nel tempo in appresso menzionar solea spesse volte » la grande costernazione che a quella vista provata egli ave­

» va (4) ». Il che perfettamente combina con un frammentò .d i Polibio conservatoci da Suida (5). (99) Spazio d i due cubiti. Vedemmo già sopra, che lo spazio di due cubiti egli è quello precisamente assegnato alla djsposizion di pyenosi. E tal modo di ordinanza lasciando quasi un* piede d’ intervallo da spalla a spalla fra i soldati, riesce difficilissimo a. comprendersi ; come

senza il mutuo appoggiarsi di tutt’ i com­

battenti , potesse l’ asta spiegar il suo pieno effetto ed acquistare la falange tutto il suo impeto. Cade però in acconcio di osser­ vare che tanto Arriano come tutti gli altri tattici greci (6), i quali (1) Cort. 1. 5 , c. a , n. i 5 ; (2) St. sulla spediz. d AIcS3

l. 5 , S '4 »

p. laa ; (3) Arr. spediz. d* Alcss. 1. i, g 5 , p. 7 o scg. ; (4) T. a . Vita di Paolo Em ilio; (5) S *4

,

nota ; (G; V . Æ 1. T*ct. c. »4. - Leou. Tact. c. 5 ,

S 59-

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ALL’ ARTE TATTICA.

a37

posero lo spazio di .due cubiti tra 1’ uno e 1’ altro combattente afiidaronsi all’ autorità di Polibio , il quale non di due ma ben di tre piedi vuole che sia lo spazio occupato da ogni soldato (i). Se errarono pertanto la loro colpa consiste nell’ aver trascritte quasi alla lettera le altrui parola senza impegnarsi ad investigare il vero in un.puuto di tanto rilievo. Ciò nondimeno sono essi da scusarsi, perchè quando un autore si riconosce per esatto, diligente e versatissimo nelle materie onde tra tta , vanto che si* curamente non si debbe a niuuo più che a P o lib io , egli è facile riposarsi tranquillamente all’ ombra d’ un’ autorità, eh? si tiene in tutto infallibile. Che poi lo

stesso Polibio non

sempre in

egual modo opinasse sullo spazio che ciascun individuo

doveva

occupare nella falange m acedone, sembrami evidente,

se pren­

diamo ad osservare il come si esprime allorché parla di propo­ sito di questa ordinanza , paragonandola colia romana. « Quando » la falange, egli d ic e , ha la disposizion sua p ro p ria, si nella » serie delle righe che delle file , » soldato tanto da spaila a spalla , » strettezza degli ordini

è

calcolata cioè la stazion del che da petto

a schiena, la

tale, che scudo a scudo, celata a

» celata, ed uomo ad uomo si toccano e si congiungono (2) ». A n zi per render vie meglio l’ immagine di tale strettezza ei ri­ porta insigne passo d’ Omero in cui un medesimo ordine sì fat­ tamente viene descritto (3). Oltre di che il divino Poeta in altro luogo ripetendo la cosa stessa alla lettera aggiugne, che alla guisa medesima che in una parete stanuo fra loro strette e com­ baciate le p ie tre , cosi del pari nella falange greca stavano stret­ tamente congiunte celate a celate e scudo a scudo (4). Questa strettezza degli ordini si credeva tanto essenziale alla falange macedone, che affermano gli scrittori averla Filippo ima­ ginata dietro l’ esempio dell’ ordinanza secondo la quale Omero dispone le schiere de’ suoi eroi. « E un nuovo modo anche m­ » tradusse ( Filippo ) presso loro , di stare ben concentrati c

(1'. tiib. 17. V. in proposito Palm ., art. della Guerra « t. 1 , c. 4 ; (a) L. 17; 11. 1. iS , t . i 3 i i (4) » . 1- 16, v. s u .

( 3)

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•*33

NOTE

» fitti nelle schiere per lo unire uno coll* altro gli scu d i, sicco* » me usavano sotto Troja gli eroi ; e cosi venne ad essere il » creator primo della falange macedonica (i) ». Nè si trova dif­ ficoltà a concepire per sola via di ragione ciò» che comprovano ampiamente le testimonianze fin qui citate, quando si rifletta che T arma d’ offesa dei G reci era l’ asta. T ali verità di ragione e di fatto premesse, come nemmeno si può immaginare che all’ ordinanza di Polibio sia applicabile la massima d’ Omero intorno alla strettezza degli ordini ? Questi gli vuol serrati di maniera

che

non

solo uomini ad uom in i,

ma celate a celate, e scudi a scudi sieno congiunti e comba­ ciati , alla guisa medesima che stanno poste le pietre in una so­ lida parete; e Polibio al contrario, ad ogui soldato assegnando tre piedi di spazio, li vuol per guisa distanti, che non possano hemmen toccarsi da spalla a sp alla ,

restando giusta tal misura

tra /l’ uno e l’ altro un piede incirca d ’ intervallo.

Che Polibio

in punto di Tattica avvisar potesse diversamente da Om ero non recherebbe sorpresa veruna; Poeta

ma che alla massima del divino

appoggiar voglia l’ insigne Storico un modo d’ ordinanza

che le ripugna, quest’ è ciò di che non si saprebbe trovar ra­ gione. O dunque convien supporre che lo spazio di pyenosi onde parla Polibio, fosse quello del menar la battaglia contro il nem ico, ma non già da tenersi all’ atto del dar la stretta'all’ as­ salto;

o che egli parlava d’ una misura,

il cui valore noi non

conosciamo ; o finalmente eh’ egli in realtà commettesse uno sba­ glio ; poiché non vai ragione d’ essere grand’ u o m o , per serbarsi immune sempre da qualsiasi errore. L a prima ipotesi è a tutta prima plausibile.

Noi provammo

già sopra (a) che nella disposizione di pjrcnosi lo spazio era di due cubiti eguale appunto a’ tre p ie d i, e ciò al fine che i sol­ dati marciando al nemico avessero sufficiente in tervallo , onde fare all' uopo lor volgimenti;

intervallo però

che si perdeva al

momento della battaglia, perchè giunti a fronte gli eserciti, fa­

ci) Diod. Sic. Bibl. St. t. % , 1. i6 , p. i&i ; (a) S «4 » nota n. $4.

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*39

ALL’ ARTE TATTICA.

ce vasi, come già dicem m o, la serrata , in cui ogni soldato non teneva più che lo spazio di un cubito, il quale equivale ad un piede e mezzo. E poiché P o lib io , ove determina la misura dei tre piedi per l’ ordinanza macedone , parla precisamente di p i ­

a to s i, ossia di semplice strettezza, e non di serrata : « * r « ra t tiaymiîêvs «*0*9 001 i r c o s ì si

potrebbe interpretare, che lo

spazio in quistione ei rassegnasse alla falange, moventesi verso il n em ico, allorquando cioè sono tuttor necessarii volgimenti di varie specie, ma non al momento dell’ attacco ;

congetturando

che per questo particolarmente volesse far egli valere la massima d ’ O m e r o ,'d i stivar come i soldati negli ordini l’ uno addosso all’ altro. Tale si fu la mia prima interpretazione, allorché mi posi ad esaminare il punto in quistione ; ma in seguito rinvenni con sorpresa che era smentita da Polibio medesimo.

Egli

infatti

proseguendo il suo discorso intorno alla falange macedone os­ serva che siccome il soldato romano occupa come il greco insiem coll’ armi tre piedi di spazio , così abbisogna dell’ intervallo d i altri tre, per potere liberamente maneggiar la sua spada; dal che deduce, che « ad un romano toccherà a star contro a due » della prim a fila della falange, » sarisse (1) ».

e

combattere contro a dieci

Se dunque un soldato

romano

piedi si trova aver due falangiti a fronte glia , non cade più dubbio

che occupa sei

in attualità di batta­

che lo spazio di tre p ie d i, ad ogni

falangita assegnato da P o lib io ,

riguarda il tempo dell’ azion e,

allorquando si richiede la serrata, e non quello del marciar con­ tro al nem ico, allorché basta la

strettezza,

ossia la disposizion

di pycnosL Dunque questa prima interpretazione non regge p iù , e la difficoltà sussiste la medesima. Veggiamo in secondo luogo se ci vien fatto di dccifraiia me­ diante il ragguaglio delle misure. P o lib io , nell’ assegnar i tre piedi in quistione, di qual specie di piede parlava egli ? Del greco , del rom ano, o d ’ altro da entrambi diverso?

Se

dei due primi

( 1) Le Storie 1. 17.

e

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2<0

NOTE

il calcolo iloti regge nè per l’ u n ,

nè per l ’ altro ;

piede greco equivalendo a 1 1 pollici,

attesoché il

4 h*n. e 3 decim. del piede

parigino, ed il romano a io pollici, io lin. e 9 decim. del m e­ desimo ( r ) , lo spazio di tre p ied i, sieno essi greci o

ro m an i,

egli è ancor ampio al segno che i soldati toccar non si possono da spalla a spalla, e non fare per conseguenza la serrata in quiètione. Resterebbe a sospettare se Polibio parlando di p ied e , s’ avesse finta in mente tàl sua misura particolare, la quale fosse d’ un terzo o d* una metà minore della conosciuta sotto questo nome ; ma sì fatta interpretazione non ha lu o g o , perchè smen­ tita da lui medesimo. E vagliami il v e ro , egli confuta Callistene, e lo taccia d’ assurdo per aver affermato , descrivendo la batta»glia tra Alessandro e Dario nelle strette della G ilicia, che quando Alessandro s* approssimò al nemico per com batterlo, ordinasse una falange di trentadue mila uomini a otto di fondo in un ter­ reno , che non poteva esser più esteso di undici stadj ; « (nen­ ia trechè , soggiunge Polibio , pongansi in istretto quanto

più

» puossi gli uom in i, v i si richiedevano almeno venti stadj (2) ». Cosi stando il suo calcolo, non cade più dubbio eh1 egli tiene in quanto al piede la misura comune. L o stadio infatti equiva­ lendo , giusta le discussioni dei c r itic i, a 600 piedi g r e c i, ed a

6 a5 rom ani, ne risulta che se no stadj si richiedevano a 4ooo

uomini ( che di tanti appunto è la fronte d’ una falange di tren­ tadue mila a otto di fondo ordinati ) , questi per occuparli tu tti, dovevano tener ciascheduno lo spazio di tre piedi ordinarj, per­ ciocché 12000 p ie d i, calcolatine 600 per ogni stadio, corrispon­ dono precisamente ai 20 stadj , che Polibio reputa necessarj alla falange in quistione. Che^se 'egli avesse, inteso parlar d 'un p ied e, il cui valore fosse d’ una metà minore del piede o romano antico , allora non più venti stadj

comune greco

vi sarebbono ab­

bisognati, ma gli undici di Callistene sarebbono stati più cho sufficienti, avanzandone uno di superfluo. Dopo tutte queste investigazioni si può dunque

( 0 $ >4 , nota n. 94 ; (a) Le Storie, 1. ia.

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Goó

francamente


ALL’ ARTE TATTICA. decidere che l’ opinion di Polibio intorno alla

*4i misura de’ tre

piedi assegnati ad ogni falangita macedone in attitudine di com­ battere , è falsa ed erronea, e contraria ai prìncipi della Tattica greca, non che a quelli della più comune esperienza. Dagli errori degli uomini grandi fa d’ uopo guardarsi assai cautamente , p er­ chè stando in lor favore la presunzione , essi riescono più diffi­ cili a scoprirsi, e più ardui ad estirparsi dalle liienti eziandio de’ saggi.

*

O r poiché I’ errore di Polibio è palese intorno allo spazio as­ segnato alla falange macedone in atto di battaglia , viensi a far manifesto egualmente lo sbaglio di A m a n o , dì

Eliano , e di

L e o n e , che lo hanno ciecamente segu itò , trascrìvendo quasi alla lettera le sue p a ro le , senz’ impegnarsi ad investigare il vero in un punto di tanto rilievo. Ciò nondimeno sono essi da scusarsi, perchè quando un autore si riconosce per esatto % diligente , e versatissimo nelle materie \>ude tratta , vanto ch e sicuramente non si debbe a niuno più che a P o lib io , egli è facile riposarsi tranquillamente all’ ombra d* un’ autorità * che si tiene in tutto infallibile. ' a (ioo) Lunghezza della sarissa. O ltre al nostra A . tutti con­ cordemente affermano i T a ttic i, che la lunghezza dell’ asta ma­ cedone delta propriamente

sarissa, era

di sedici cubiti (i). E.

poiché il fatto non ha uopo di prove ulteriori, resta solo a farsi qualche riflessione intorno al meccanismo d i quest’ arm e, in quanto la sua forza ed uso ne dipendono. L ’ asta dicemmo già sopra (2) consistere in una mazza tornita a grossezza da potersi facilmente aggavignare, con un pezzo di me­ tallo alla cima , raffigurato a modo di doppia piramide stiacciata, tagliente ne’ la ti, e con punta ben acuta all’ estremità. E g li è quinci evidente che quest’ arme riesce non atta altrimenti ad offendere che la punta, poiché quivi soltanto trovasi guernita di fendente. Essa dunque dee tenersi drizzata al nemico in posizione orizzon­ tale , non avendo altro moto che il retto; perciò vale alla difesa1

(1) V . Polibio 1. 17 ; (2) § 3 , nota 35.

A*niANO%

37

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NOTE mediarne solo la sua luughezza , con la quale unicamente può im­ pedir 1’ accesso 'ad anni più corte. Inoltre deesi avvertire che il centro di gravità di quest’ arine sta verso la cim a, essendo qui Collocato il fendente» la cui gra­ vità specifica, perchè formato di metallo, è maggiore di quella della mazza di legno costrutta. Ciò posto ne segue che T asta essendo per sè stessa pesantissima e gravitando alla cim a , il soldato ha uopo della forza d’ ambedue le braccia per tenerla

nell’ attitudine’d’ offesa e di difesa, cioè drizzata contro al ne­ mico nella situazione orizzontale; ond’ è ch’ egli deve aggavignarla colla man destra vicino all’ estremità , e colla man sinistra quanto più può agiatamente scostarsi dalla destra verso la cima. In que­ sto caso 1’ asta sta nelle sue mani come una le v a , nella quale il punto d’ appoggio «è la sinistra , il peso posto alla cima , è la po­ tenza formata dalla destra all’ estremità (x). (fo t) Ed il corpo d i chi la tiene. Qui pure tutti i Tattici sono d’ accordo col nostro A .

in affermare che

1’ asta per un

quarto e più ancora della sua lunghezza stava intromessa entro il corpo della falange dalla prima

riga

ancora d* un q u a rto , perchè Polibio

all’ indietro. Dico

più

scrive che nell' attitudine

del fefrìre essa sporgeva all’ innanzi di chi la teneva il tratto di dicci cubiti ; dal che è manifesto che la mazza per sei cubiti ne restava all* indietro d’ ogni riga (a). Leone sta con Polibio in quanto al tratto dei dieci cu b iti, che fa porger l’ asta all’ in­ nanzi (3) , ed Eliano afferma con Arriano sporgerne dodici ; ma che che ne sia di queste differenze non conciliabili forse dalla più stillata filologia, egli è certo ed incontrastabile, che i Macedoni usavano d’ impugnar

1’ asta in modo , che per un

quarto o un terzo incirca della sua mazza si rimanesse tra le m a n i, ed ali’ indietro di chi la teneva. E poiché tutte le r ig h e , l ’ una dopo 1’ altra ordinate, avevano le aste impugnate allo stesso m o d o , cosi non cade dubbio ebe s’ elleno erano promi­ nenti dalla prima r ig a , ossia dalla fronte della battaglia il tratto \ (») V- Palm. Arie della Gnerta , c.

4 ; (a) L. 17 , c. 5 ; (3)

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c.


ALL’ ARTE TATTICA.

*43

di dieci cu b iti, le righe successive traendesi all’ indietro di due in due cubiti, anche le serie delle aste corrispondenti s’ andavano ritirando per un’ egual m isura;

con tal o rd in e, che le aste di

tutte le righe, dopo la prim a, restavano intromesse nella falange per il tratto di sei cubiti costantemente all’ indietro, più quello all' innanzi, che corrispondeva alla porzione della m azza, la quale passar doveva tea le file anteriori, onde sporger fuori dalla fron­ te;

e questo tratto era d i due cubiti per la seconda r ig a , di

quattro per la terza , di sei per la quarta, di otto per la quinta, , aggiunti i sei cubiti posteriori eguali per ogni figa. Tutto ciò nella disposizione di p jrcn osi, perchè in quella di synaspism os, ossia di serrata, lo spazio da ogni soldato occupato, cosi da spalla a sp alla, che da petto a schiena si diminuiva d’ una m età, e si riduceva ad un cubito» ossia ad un piede e mezzo (1). D al fin qui detto manifesto risulta, òhe massima de’ G reci si era di far agire le aste,coll’ impulso di tutta insieme la falange e non colle forze partite e individuali de’ soldati ; onde ritenendo Y imagine d ’ O m ero , che i combattenti vuol stretti in battaglia, come le pietre combaciate in una p arete, si può

dire che là

falange

greca era un muro di soldati, con entrovi conficcate le aste al modo anzidetto, mo’v entesi cosi impetuosamente ooll’ intera sua m assa, che non eravi ordinanza che gli valesse a resistere»

.

Ma perchè tanta stretta negli ordini , e perchè questo far agire 1’ asta non coll’ impulso particolare de’ soldati, ma col comune dell’ intera falange?

Non cade dubbio che cosi

fatta maniera

di ordinanza teneva al tenore medesimo dell’ arme in quistione. E d in vero provammo già non è guari (2), che l ' asta nelle mani del soldato era un vette, fatto punto d’ appoggio sulla sinistra mano, col peso posto alla cima e la potenza applicata dalla destra al­ l’ estremità. O ra per la conosciuta teoria della leva è n oto , che in essa la potenza ed il peso agiscono in ragion reciproca delle distanze dal punto d’ appoggio ; ed applicando questo principio al nostro caso1 ( 1) $ i4 , nota

95 1 (a)

Nula

100.

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u44

note

si scorge manifestamente che la potenza della mano destra mo­ vente l ' asta trovasi vicinissima al punto d’ appoggio, non essen­ done discosta che il breve tratto che

l’ una mano dal? altra

d ivid e, ed il peso o la resistenza n* è lontano per tutto il rima­ nente della lunghezza dell’ asta. C iò posto ne segue

di necessita

che quest’ arme non può esser dalla forza individuale d* un uomo tenuta nell’ attitudine d’ offesa, cioè nella situazione orizzontale drizzata al nemico. Supponiamo infatti che un soldato avversario vi applichi alla cima la pressione d’ un’ arma corta qtial sarebbe la spada , egli svia tosto l’ asta dalla direzion s u a , perchè applica una potenza eguale (essendo in ambedue la forza della destra di un u o m o ), ma a tanta maggior distanza dal punto d* appoggio, di quanto la lunga porzione dell’ asta, che è al di là della sinistra di chi l’ im p ugn a, eccede la b reve, che si comprende fra le due mani. Se così è l’ individua forza d’ un uomo non basta a tener l ’ asta nella sua attitudine d’ offesa e di difesa. Dunque tanto meno ella sarà sufficiente a compartirle l’ impulso necessario al ferire. E poiché non basta la forza d’ un uomo alle due azioni dell’ offen­ dere e del difendere, farà d’ uopo trovare la potenza movente dell’ arme nella composizione di molte forze riunite, il che si ot­ tiene mediante il modo di stretta ordinanza qui su descritto. Ecco il principio fondamentale della Tattica dei Greci. (ioa) Per tal modo a l nemico rendendo incomportabile F im­ peto della falange . 11 meccanismo della greca ordinanza non può esser meglio descritto di quèllo abbia fatto l’ A . in questo breve significante periodo. L e prime sei righe della battaglia te­ nevano le picche tutte drizzate al nem ico, e sporgenti all’ infuori ; le righe successive all’ indietro, che a quello con 1’ aste arrivare non potevano, tenevanle inclinate sulle teste de’ posti loro avanti, formandovi come sopra un fitto steccato, onde render vano l’ im­ peto dell’ armi di lontano gettate ; di più esse premevano con tutta la forza possibile le righe anteriori, e cacciavanle col peso dei loro corpi all’ innanzi : dal che è manifesto che alla fronte della battaglia era concentrato l’ impeto, dell’ intera falange, e d ie nelle sei serie d’ aste drizzate al n em ico, e strette c serrate immoh'l *

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ALL’ ARTE TATTICA. mente dalla pression

a45

laterale delle file si esercitava una forza

enorme, non risultante dall’ impulso diviso e particolare della mano destra d’ ogni soldato ; ma composta dalla combinazione più van­ taggiosa, di migliaia di forze riunite in moto ed azion comune. E cco c i ò , che Polibio ha descritto mirabilmente in paragonando l ’ ordinanza greca alla romana. « Essendo adunque queste cose a veramente e rettamente dette,, non cade dubbio che cinque » sarisse avanzavano di

necessità

fuori di

» tanto che dall’ una all’ altra era differenza

ciascun de* p rim i, di due

cubiti per

» quella porzione, che sporgeva all’ infuori. Da ciò è facile com­ » prendere qual esser dovesse V im peto, e 1’ assalto , e la forza a di tutta la falange, avendo tanto d’ altezza, quanta ne fanno » sedici uòmini in tal modo l’uno dopo l’altro disposti. Di que­ ll sti sedici poi quelli che sono oltre alla quinta fila non possono » nelle zuffe porgere aiuto con le loro sarisse; per il che non » fanno essi impeto combattendo uomo -per uomo , ma tengono a le sarisse elevale sopra le spalle di q u e lli, che sono , davanti a per render sicura e difesa la fronte della battaglia, impedendo » con la spessezza delle sarisse, che l’ armi dai nemici lanciate a percuotano contro ai prim i,

o trapassandoli

vengano a ferir

a quelli, che sono lor dalle spalle. O ltre a ciò con la gravezza a de’ corpi loro spingendo q u e lli, che hanno all’ innanzi , fanno a in modo che l’ impeto riesca molto gagliardo e che que’ che a sono avanti non possano ritirarsi (i) a. A d una stessa maniera Appiano Alessandrino, parlando della Falange d’ A n tio co , ha espresso con insigne tratto il meccanismo della greca ordinanza. « De’ quali (arm ati) tutti que’ in ^ordinanza » dietro la quinta riga non vagliono gran che per «è stessi nel » combattimento; mentre non ne deriva offesa da upmo ad uomo, ma » dopo le spalle de’ suoi sostengono, a riparo della sommità di » tutta la schiera -, elevate in fuori le sarisse ; acciò queste colla » loro spessezza impediscano ai dardi lanciati al di sopra dello » celate de’ protostati, di recar danno alle file seguenti. Gol peso

(0

Le Storie

, 1.

tj

. . .

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NOTE

*4 6

» tuttavia de’ loro corpi spignendo pure all’ innanzi le antidette » righe nell’ affrontare il nem ico, e rendono più violento il loro » urto, c le privano d’ ogni speranza di ritirata (i) ». Lungi dunque l’ idea di particolar maneggio dell’ asta nella greca ordinanza. • Il maneggio particolar di quest’ arme richiede ampiezza d ’ ordini, e liberi movimenti della persona; ed ecco una condi­ zione che contraddice al fatto , perchè tutti concordemente af­ fermano i Tattici che ogni forza della falange dal condensamento e dalla strettezza degli ordini dipendeva. Inutile

sarebbe il qui

ripetere le tante autorità già sopra citate a questo rigu ard o , Omero

cominciando

e

da

giù discendendo fino a Leone. Basti

per tutti Eliano ove d ice, che ogni soldato è serrato fra cinque o sci sarisse, e stretto in mezzo da altrettante forze de* suoi com­ pagni. M iles item 'firm us ac robustus constat quin que, sexque

sarissis obseptus , et tot tantisque fu ltu s innixusqtte fa cu lta tibus commilitonum. Quin etiam , qui post sextum positi sunt jugum , et si minus sarissis agunt, tamen pondere sui corporis prominentes, augent vires totius phalangis , et facultatem etc. {2). D i qui la ragione d’ una si smisurata lunghezza delle a ste , di cui i G reci facevano condizione al vincere essenziale» Perciò tutti que’ capitani più celeb ri, che attesero a perfezionare la Tattica presso le nazioni, che 1’ avevano più imperfetta , sempre accreb­ bero loro la lunghezza dell’ asta. D i Cleomene ci attcsta Plutar­ co , che invece dell’ asta corta diè la

sa rissa a’ suoi Spartani ,

facendola impugnar loro con entrambe le mani (3). D ’ I fi era te ci riporta P ro b o , che intènto a perfezionar Tarm a­ dura de’ suoi A ten iesi, raddoppiò loro la lunghezza dell* asta ;

hastae modum duplicavit (4), al qual proposito afferma eziandio Diodoro che: «la forma delle aste e delie spade fu cambiala da lu i, » perciocché fece assai più lunghe le une è le altre (5 ) * . Plutarco è pur testimonio, che Filopem ene, osservato che*gli Achei avevano picche più corte de’ M acedoni, attribuì a questo difetto P aver

( i) Delle guerre siriache e partielle ; (a) Taet. c. i& ; (S) Vita di CI coi». , t. 5 , p. 44 ; (4) Iu Iphicr. ; (5) Bibl St t. 5 , 1. i5 * p 62

-a*

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ALL’ ARTE TATTICA.

* 47

essi sempre la peggio, ancorché si valessero egualmente che quelli della falange; onde le allungò loro in giusta proporzione, venendo così a compartire all’ ordinanza in quistione la piena sua forza (i). Queste disposizioni uniformi d’ uomini cotanto in s ig n it e li’ armi p ro v a n o , d ie tutti erano determinati dal gran principio', su cui pure Filopemene fondò

la sua in novazione, cioè che essendo

corte le aste, poche serie di queste ne può presentare la fronte; e che se il nemico ne ha d ip p iù , è forza cedere ad impeto supe­ riore. Più infatti è lunga l’ a sta , maggior porzione di essa può internarsi nelle file all’ in dietro, e per tanto maggior tratto rice­ ver forza dalla pression laterale di que’ tutti pei quali passa ; c così venirsi a togliere lo svantaggio in chi l’ impugna dal tenerla ferma in un punto assai lontano dal luogo, in cui si esercita la resistenza. I l gran fondo poi delle f ile , e la somma strettezza degli ordini facevano sì che 1’ urto della

falange dovesse riescire incompor­

tabile al nemico ; e poiché questo é il solo modo di disposizione conveniente all’ a sta, perché ella vaglia tutto quanto valer possa sì in difendere che in offendere, così hassi onde ammirare la saviezza de’ G r e c i, che

1’ ordinanza seppero in tutto adattare al

tenore dell'arm e, di cui si valevano; punto in Tattica sicuramente di^qualsivoglia altro più essenziale. Senofonte, uomo tanto insigne per militari talenti, e per lunga esperienza nell9a rm i, & rimarcare con fatti assai luminosi il sommo vantaggio, che il gran fondo in un’ ordinanza ha sopra il minore. Nella battaglia di T im b re a , ove si vede Giro trionfare di C re so , che aveva un esercito al suo superiore al doppio in num ero, i soli Egizj sono quelli, che tengon forte in mezzo al comune sterminio de’ loro alleati ; anzi il loro impeto é t a le , che la falange persiana ne vien brusca­ mente respinta, senza che vaglia a romperli né la costoro caval­ leria mossa lor contro dalle spalle, né qualsiasi altro sforzo di C ir o , che quasi egli stesso rimane vittima d’ un tanto valore; onde gli é uopo per farli arrendere combatterli di lontano , cioè (i)

( i) ViU di Filopemenr , ì 3 . p t ; e scg.

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a 48

NOTE

render inoperose le loro a r m i, ed anche offrir loro onorevoli p atii, ed ampie promesse. Ma Senefonte parlando della loro or­ dinanza d ic e , « eh’ essi erano disposti in tanti battaglioni qua­ li d ra ti, di cento uomini di fondo

ed altrettanti di fronte , e

» che armati di luughc picche usavano di battersi alla

maniera

a dei G reci ». Ciro al contrario aveva ordinata la sua falange a* soli dodici di fondo per proporzionare alquanto la sua fronte a quella di C re s o , che

1’ aveva formata estesissima. Se dunque |

Persiani, ancorché vittoriosi non valsero a reggersi petto a petto agli E g iz j, ciò fu per la gran forza del fondo della costoro bat­ taglia al paragone di quella de’ primi (i). Sulla massima medesima insiste 1’ egregio storico ove descrive la battaglia di Leultra. In questa 1' ordinanza tebana aveva cin­ quanta uomini di fo n d o , e quella de’ Lacedemoni dodici solamente, ond’ è che all1, impeto della prim a, di tanto perciò superiore alla seconda, egli allribusce la strepitosa vittoria di Epaminonda (a). Polibio avvisa parim enti, che alla battaglia di Sellasia, A nti­ gono non per altro rimase vittorioso di Cleomene che per aver egli raddoppiato il fondo della sua falange, formando le file di trentadue, mentre I* esercito spartano non Je aveva che. di se­ dici (5). 11 gran fondo adunque, e la strettezza degli ordini ( perchè ove gK ordini non siano stretti, il fondo è inutile) erano indispensa­ bili per compartire all’ asta la piena sua forza d’ offesa, e 1’ una e 1’ altra debbonsi perciò risguardare come due massime fonda­ mentali della Tattica de’ Greci. Dopo queste investigazioni è facile concepire ragione, perchè l’ impeto d’ una falange , su tali prin­ cipi ordinata, riuscisse incomportabile a qualsiasi piò valoroso nemico. Dalle cose anzidette risulta chiaramente quanto fosse impor­ tante l1 officio. dei retroguide nell’ esercito greco. Come la forza tutta della falange consisteva nell’ ordine c nel movimento uni­ co Cirop. t. a , I. 5 , p. io8 e seg. - Osservai. di Freret sopra la battaglia data a Timbres , ibid. p. »a$ e seg. ; (a) St. Gr. 1. 6; (S) Le Storie, t. c . S 56 e seg.

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ALL’ ARTE TATTICA.

249

■ forme della m assa, cosi si voleva aver dalle spalle uomini valo­ rosi non m eno, che sperimentati nelle cose di guerra, i quali capaci fossero di tener questi ordini stabilmente

serrati e vigo­

rosamente diretti contro al nemico. E poiché la serrata dipen­ deva pressoché in tutto dall’ opera dei relroguide, cosi può dirsi egualmente che il buon esito d’ una battaglia pure in gran parte ne dipendesse ; non cadendo dubbio che p er la. serrata, com­ parti vasi alla falange il pieno suo impeto. ' Intorno agli ufficj del retroguida merita d’ essere letto un bel tratto d1 Eliano. Iam vero tergiductor , quem extra seriei on*

dinem nonnulli ponunt, prudens esto , totiusque seriei quisque suae cunam gerat : ut recte inter se ju g a ti et ordinati, progre­ diantur, et eos y qui a serie recedunt Vel propter metum,, vel propter aliam causam coerceat, cogatque locum in acie ser­ vare. A tque si quando conscutatione opus fu e r it, efficia t , ut m ilites quam maxime simul inter se coarctentur. Hoc enim est , quod aciei robur auget, si non solum à fr o n te , sed efiam a tergo aciei ipsius fu erit aliquis cum potestate et in im perio , propter praedictas causas (1). Dilucidato cosi per esteso tutto quanto concerne l ’ ordinanza m acedone, poiché questa risguardar si dee come archetipo di perfezione della Tattica greca , giudico necessario iL porla a co n ­ fronto a qnçlla d ’. altre nazioni, per fissare i vantaggi recip roci, che 1’ un modo di fac la guerra può aver 'sull’ a ltro , ciò

che

servirà ad illustrar non poco la storia generale di quest’ arte. E siccome i ,fatti in ogni ricerca preceder debbono il ragionare» perciò comincio dal riportare pittura insigne della falange mace­ done , che fatta; da Caridemo a Dario costò a quello la vita , ed a questo, perché la tenne

in

disprezzo, l’ intera sua disfatta

con. la perdita insieme del regno e della vita. Macedonum acies ( diceva l’ esule ateniese al superbo R e ) torva sane et in culta ,

cljrpeis hastisque immobiles cuneos , et conserta robora virorum tegit. Ipsi phalangem vocant peditum stabile agmen. V ir v iro , ( 1) Tact, c 14,

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NOTE

q5 o

armis arma conserta suni: ad nutum monentis intenti 9 sequi signa, ordines servare didicere . Quod imperatur, omnes exau­ diunt : obsistere , circum ire, discurrere in cornu , mutare p u ­ gnam , non duces m agis, ÿaam m ilites callent. J53t ne anni a r ­ gentique studio teneri putes, adhuc illa disciplina paupertate magistra stetit. Fatigatis humus cubile est : cibus quem •occu­ pait* sa liat: tempora somni arctiora , ÿuam noctis sunt (i). In questo eloquente tratto di Curzio noi ravvisar possiamo tutto quanto entrava a costituire la perfezione della falange macedone. E gli vi rim arca. ' '' i * La somma strettezza degli ordin i, che* dimostrammo già sopra essere stata principio fondamentale d’ ogni Tattica fra i G re­ ci ; e quel suo d ir e , che l9 esercito de’ Macedoni teneva chiusi e coperti sotto le aste e gli scudi de’ cunei irremovibili di soldati fortissim i, stretti uomo ad u o m o , ed arma ad a rm a, dimostra al v iv o , quanto Filippo

ed Alessandro avessero fedelmente aderito

alla massima d’ Omero di disporre in battaglia i combattenti, come le pietre in una muraglia. a.° La somma perizia di qualsivoglia maniera d i movimento, e mirabit destrezza in far tutt’ i volgimenti possibili; qualità su­ blimissime , e sicuramente le più difficili ad aversi da un intero esercito. L ’ affermar l’ Autore , che del v o lg e rsi, del

rig ira rsi,

del tramutar la battaglia, del trasportarsi dal centro alle ale e c ., erano ottimamente instrutti i soldati nbn* meno che i capitani, prova che la falange in quistione era fondata sovr’ altra massima in Tattica importantissim a, che non tanto

la forza del soldato è riposta

nell’ a rm i, quanto nell’ esercito ; cioè che

del vincere sta nel poter disporre prontamente le

il secreto

truppe come

si vuole.

3 .° Rigore estremo di disciplina , sostenuto da povertà ; b quell’ indurar abituale a qualsiasi più grave stento o fatica , che fa che il soldato assai più del c ib ò , del so n n o , del d a n a ro , c della vita medesima ami la vittoria. (i>O. Curi. I

5, c

j

.

, Tersic. 16.

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ALL* ARTE TATTICA.

-*5 i

Ben ponderate, queste qualità insigni i*on è più da marayigliarsi se i G reci a m

le loro falangi ruppero e sconfissero eserciti

immensi di b a r b a ti, e- se Alessandro con poche genti tratte di M acedonia , e dai confinanti paesi giunse a conquistare tutto l’ O rien tò , ed a mettersi appiedi i re più potenti dell’ Asia. Ecco perché diceva Charidemo a Dario» dispreizando i suoi ricchi*» simi e numerosissimi eserciti : hic tanti apparatus exercitus ,

hœc tot gentium , et totius orientis excita sedibus suis mo­ le s , finitim is potest e u e terribilis : nitet purpura auroque, fu lg et armis et opulentia , quantam qui oculis non subjecere , animis concipere non p o ssu n t .............. Jam Thessali eq u ites, et A carnanes, JEtolique, invicta bello manus, fu n d is credo , et hastis igne dum tis repelluntur Ì Pari robore opus esL In illa terra , q u a hos genuit auxilia quarenda sunt ; argentum istu d , atque astrum ad conducendum militem mitte. Qual più viva imagine dell’ imbecillità de* barbari a fronte della potenza greca nell9 armi !

'

Ma è tempo oramai di porre al confronto la falange mace­ done alla legione romana , poiché questo è ano de’ ponti più gravi ed importanti in T a ttica , che l’ antichità ci offra a discu­ tere. Polibio , che istituisce di proposito questo paragone (f) , ci sarà di scorta ; abben ch è, come si vedrà in seguito, adulatore della potenza de* Romani , in encomiar giustamente i vantaggi della costoro ordin anza, non giudicasse di quella de* Macedoni con egual rettitudine di con siglio, ed amore di verità. Egli comincia dall9 affermare che quando la falange è ordinata per modo che possa spiegare la propria fo rz a , l ’ impeto suo è tale , che non si può starle a fron te , ed ógni ordinanza convicn che cèda (?). E qui entra di poi ad investigar ragione d9un tanto im p eto , e la trova nella lunghezza delle sarisse, nella strettezza degli o rd in i, e nel gran fondo della ba tta glia , cose tutte già sopra ampiamente Spiegate ; e ne conchiude : « cosa » facile H dimostrare quale e quanto debba

( 1)

Storio ,1

essere

l’ impeto e 1

17 ; (9) L c.

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a5 a

NOTE

» 1’ urto dì talc falange, allorché abbia a uomini, (i). »

il

suo fondo di sedici

11 fatto non ammette dubbio di sorta. De' R o ­

mani impegnati contro *Pirro nella battaglia d ’ Ascoli dice .P lu ­ tarco : « aspramente combattevano colle loro spade contro delle » sarisse, senza risparmiar punto sé stessi, e avendo unicamente a la mira a ferire e ad atterrare i nem ici, nè facendo conto ve­ li nino del proprio lor danno. Dopo

un lungo

combattimento

» dicesi che cominciarono i . Romani a dar le spalle dalla- parte», » dove investiti eran da P ir r o , che si stava‘ lor sopra con gran » violenza (2) ». E degli stessi Rom ani contro Perseo condotti da Paulo Emilio afferma il medesimo autore : « In l a i guisa tru ci11 dati restando i primi combattenti , queglino che venivano lor

» dietro si sconfortarono , ma non si diedero già per questo a a fuggire : solamente ritirando s’ andavano al monte , chiamato a Olocro. Per la qual cosa Emilio si squarciò, al dire di Posi* » d o n io , la v e ste , veggendo che già quelli cadevano , « che gli a altri Romani si scansavano pure dalla falange de* M acedoni, a la quale non lasciava luogo , dove penetrar si p o iesse, ma » opponendosi agli assalitori quasi con uno steccato, colla spe£» sezza di quelle sue picche era da per tutto insuperabile (5 ) a. Dunque i R o m a n i, çllo scontro .delle loro legioni con la greca falange sempre si trovarono in feriori, e ne furono con gravissi­ ma strage respinti. Mi si d irà, che in fiqe n’ ebbero la vittoria. Ma ciò niente prova contro la greca ordinanza 4 perchè il vin­ cer de’ Romani non dipeqdelle mai dall’ aver essi superata la forza della falan ge, ma dall* aver saputo renderla inetta si può dire al combattere. Se ne vedranno manifeste prove in appresso. A veva dunque giusta ragion , Filippo di dire : Macedonum pha­

langem loco æ quo, justaque p u g n a , semper mansuram invi­ dam (4). Ma egli è appunto su questo luogo adattato , che non si può sempre a v e re , e su quest’ ordine giusto d i battaglia , il quale 1

( 1) Lo Si. 1. 17 ; (a) Vita di Pirro , t. 5, p. ia& j (5) Vita di Paulo Emi­ lio ,t . s , p »59 e seg ; (4) Liv. 1. 55 , c. 4“

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ALL’ ARTE TATTICA.

a53

non sempre si può conservare, che P o lib io , e dietro lui Livio e Plutarco , fondano ogni lor

argomento contro la greca ordi­

nanza, mostrandola a mille riguardi inferiore alla romana. S’ a­ scolti il p rim o , come dappiù degli altri '« Qual’ è dunque la causa , che i

nelle cose di guerra.

Romani vincono ? E perchè

a restano inferiori q u e lli, che usano la falange? Perchè i tempi a ed i luoghi delle fezioni in guerra sono incerti ed indetermia nati ; e la falange ha una sola speme di tempo e di luogo da

» poter bene adoperarsi. Perciò se gli avversarj fossero costretti a ad affrontarsi con la falange ne’ tempi e ne’ luoghi ad. essa acn com odati, quando avessero a combattere con tutte le forze, è » verosimile per le ragioni tfnzidette , che la falange ne rimaa nesse vittoriosa, massime quando non si possa schivare il suo a impeto. Ma tale ordinanza non riesce più

così- spaventevole ;

a imperocché ciascun confessa che la falange ha uopo de’ luo­ » ghi piani , sgombri e di non incontrare impedimento alcuno , a come son fosse', balze , cig lio n i, colli e fiu m i, perchè tutti » questi ostacoli sono atti ad impedire e sconvolgere tale ordi a nanza ; e nello spazio d’ ogni venti stadj e più d trovar Ino­ a g h i, in cui non sia alcuno di quest’ impedimenti, è quasi im ­ a possibile: e se non impossibile, certo assai raro e difficile, al a che nessuno contraddirà certamente a. Polibio dimostra che trovatosi anche luogo alla falange opportuno, se i nemici schi­ veranno T incontro, e si daranno in vece a saccheggiar le terra v ic in e , ed i paesi confederati, potranno impadronirsi della cam­ pagna , e privar frattanto delle Decessane provvisioni la falange stessa , senza che questa, stando ferma al suo posto, vaglia ad op porvisi, e tentando battaglia in luogo per sè mal acconcio arrischi di perdersi Osserva inoltre , d ie

vizio radicale della

falange si è pure quel dover essa agire tutta insieme di con­ certo , ragion per cui a questa gran massa unita dee riuscir dif­ ficile , e talvolta impossibile il camminare per luoghi d ifficili, 1’ alloggiare in siti opportuni, il preoccupare posti vantaggiosi, l’ assediare il nem ico, il tenersi ordin ata, allorché questi le si scuuprano addosso all’ im p rovviso, occorrenze

gravissim e, cho

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NOTE

q54

decider possono della vitto ria, non meno che delia sconfitta. E tutto c i ò , secondo Polibio , dipende dal non potere il fante fa­ langi ta agir da s o lo , cioè uomo per u o m o , nè compagnia per com p agnia, il che riesce Umilissimo al ro m an o , atteso il tenore della sua a rm a , e della sua ordinanza, la quale è ben atta ad ogni luogo e tempo ed improvviso assalto,

e ritiene la prò*

pria disposizione sia che si combatta unitamente, o paratam ente, o compagnia per compagnia

o uomo per uomo.

Poiché infatti il maneggio della spada , l’ arma d ’ offesa dei R o m a n i, è tutto individuale , perciò presso loro la forza do­ veva di necessità risieder nelle .parti, quando in vece appo i G reci consisteva nel tutto. Ma siccome per le ragioni anzidette è innegabile che le forze de’ soldati nella fala n g e , agendo con­ giuntamente , moltiplicano il loro im p ulso, cioè si rendono di gran lunga più a ttiv e , cosi dubbio non nasce che ove modo si trovasse, onde l’ ordinanza unita adattar si potesse alle oo* correnze del luogo e del tempo senza punto perdere la forza del tatto , questa verrebbe a riuscir superiore ad altra qualsiasi, perchè tale essendo per sé m edesim a, le si toglierebbe in si fatto caso 1’ unico suo d e b o le , che è quello di non aver sem­ pre favorevoli

1’ estrinseche circostanze. Ed ecco ciò che hanno

tentato con esito ben felice alcuni tra i generali greci, il che fu dissimulato da Polibio , prova eh’ egli in far superiore l’ ordi­ nanza de’ Romani alla greca ebbe in vista di coloro p o te n za , che

di

far

adular più la

conoscere con sinceri colori la

verità. Ed in vero basterebbe il provare nella quistion presente, che un solo tra i generali greci

fosse riuscito a correggere il

debole della* falange , senza farle perdere di sua fo rz a , ond’ esser convinti, che ogni qualvolta fu questa vinta per difetto di luogo o di tempo , ciò dipendette meno da

vizio

inerente al modo

suo di disposizioue , che dal poco g e n io , o dall’ improvvido ar­ dire , o anche dall’ ignoranza de’ generali che 1’ ebbero

a co­

mandare. E vaglia il v e r o , qual partito prese egli Senofonte, nella sua ritirata dei dieci m ila, allorché ebbe a combattere contro i C ol-

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ALL’ ARTE TATTICA.

*5 5

chi. Stavano i G reci alle falde di un m onte, e quelli ne avevano preventivamente occupata la cima ; la salita era scoscesa ed ineguale. Ecco il caso di un terreno si sfavorevole, in cui la falange, secondo Polibio , non può più a g ir e , cioè è come non fosse. Ma sotto gli ordini di Senofonte questa era

ancor tutto.

E g l i , riflettuto prima che il monte non potendosi dappertutto ascendere, F ordine di falange doveva spezzarsi p ersèm edesim o , e temendo d’ altronde che

i nemici superiori in numero non

riuscissero ad inviluppar la

sua fronte avanzandola rallevali ,

decise

che la falange dovesse dividersi in ottanta p a r ti, o co­

lonne ripartite di cento uomini per ciascheduna ; e queste salire ognuna per quella strada , che il meno le fosse per riuscir ma­ lagevole. Ciò fu eseguito dietro concerto che le colonne si te­ nessero a tal portata fra. loro che potessero all’ uopo soccorrersi, onde alcuna che le altre avanzasse, non venisse ad essere rove­ sciata , e che i nemici s’ avessero a prender di fianco nel c a s o , che volessero penetrare tra gl’ intervalli delle colonne (i). E cco un ordine di battaglia, in cui la falange ritiene tutta la sua forza, senza più alcuno degli esagerati suoi difetti, e secondo il quale è atta a combattere egualmente in ogni lu o g o , tem p o , ed oc­ correnza possibile d i guerra. . Anche Filopemene trovò nel suo genio una simile risorsa alla famosa battaglia di Mantinea contro a Macanida capo de’ Lace­ demoni. In questa battaglia tutte le disposizioni d’ un tanto eroe sono ta li, che si direbbe; aversi a fare piuttosto con una legione ro m an a, che non con una falange greca ; e ciò eh’ è più nota­ bile , comandata da un generale che F ordinanza di falange , in quanto alla strettezza degli ordini, alla lunghezza delle sarisse, •

ed al gran fondo delle file , aveva portata a tutta la possibile perfezione (2), Qui è necessità

riflettere che Filopemene fu il primo , il

quale insegnasse agli Achei tal specie di ordinanza , che Plutar­ co chiama t w i t f i h è f , vale a dir spirale (3) Qual realmente sì (0 Ciroped. t. 1 , I. 4 ; (*) V. S >3 , noia n. t. 3 , p. 17. '

Î* \

(3) Vita di Vilopemena

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NOTE

*5 6

(base quest’ ordinanza nè i traduttori, ne i commentatori dell’ o­ pere degli andefai si studiarono gran fatto di determinare. Folard pretende, che la spinile dei G reci sia la fa lla ta dei R o é t t ^ i n tre.linee diverse di armi e di a rm a ti, sull’ idea che c o m p ite una lin e a , la qual passasse rasente ai corpi' cosi disposti dalla fronte alla coda ,

risalterebbe ■ spirale. Dacier ,

abbenchè

nelle

note alla vita dr Filepcmene sembri scostarsi dall* avviso di Fou­ lard , vi aderisce però pienamente nella prefazione Ma tal spie­ gazione non regge, perchè rapprossima in tutto l’ ordinanza greca alla romana, quando in, v e ce , attesa la diversità dell’ a rm e , neh poteva conformarvisi

che per

qualche particolare riguarda E

poiché 1’ ordinanza spirale , ohe Filopemene insegnò agli à d y i voleva egli opporre ad un esercito nem ico, ordinato in falange; cosi è uopo credere eh’ ella fosse di tal tenore da potersi adat­ tare contro a

questa ; che è quanto dire , che ritenesse dis-

posizion essenziale di falan ge, perdendo il

difetto della massa

tutta insieme ordinata, la quale non si conviene ad ogni qualsiasi lu o g o , e meno a quello che Filopemene aveva sedto per com­ battere , il qual era ineguale. T ali proprietà non si rinvengono dunque che in un’ ordinanza distinta per intervalli in più corpi; e questi disposti ciascuno partitamente secondo 1’ ordine di

fa­

lange , cioè con le file profonde e gli uomini stretti da spalla a spalla, e da petto a schiena, e con le aste addrixzate orizzontal­ mente al nemico. E poiché Polibio per dinotare i manipoli e le coorti de’ Romani adopera la

voce rsrtifa , spira (t) , cosi è

necessità inferirne, cbe 1’ ordinanza spirale dai G reci s’ inten­ desse in ciò diversa dalla comune di falange, che secondo questa 1’ esercito era tutto uoito in piena linea, e giusta quella era. di­ stinto in sezioni o p arti, le quali potevano agir (fi oonoerto, ma separatamente 1’ una dall* altra. T ale senza dubbio si fu la disposizione, giusta la quale ordinò Filopemene il suo

esercito (a). E

1’ essersi quel gran capitano

prefissò di combattere sopra un terreno ineguale, con montagne (0 Lo "Storie, t. S , 1. 6; t. S , 1. u j (a) V. Polibio, lo Storio, t. 4, 1. 9.

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ALL’ ARTE TATTICA.

* 57

<T ambedue i lati e diviso in mezzo dal letto di un torreo t e , fu causa che pensasse al modo con che riserbare tutta la forza alla sua falange, e toglierle insieme il solo debole di non

potersi

. . adattare in piena ordinanza ai luoghi a rd u i, ineguali e specialniente interrotti da fosse. La piena vittoria , che riportò di Ma> canida prova don quanta profondità di consiglio avesse egli prese le sue misure. Dopo esempj sì luminosi di espertissimi generali , che la fa­ lange fecero agire poderosamente anche ne’ luoghi più difficili e meno a datti, in quelli ne’ quali, giusta P o lib io , doveva necessa­ riamente soccombere , come affermar con giustizia eh’ essa avesse un difetto essenziale ed incorreggibile nella sua ordinanza? Nè giova addurre in contrario le celebri vittorie, che sui G reci riportarono i Romani ; perchè, ripeto , basterebbe un solo de’ ci­ tati esempj a provare che la sconfitta dipcndette meno in quelli da vizio dell’ ordinanza, d ie da imperizia o altro qualsiasi errore del generale. Polibio assai indulgente verso i R o m an i, imputa a solo difetto de’ loro comandanti le sconfìtte , eh’ essi ebbero da A nnibale, e dice: « O r de’ conflitti fatti da’ Romani con Annibale » e delle perdite di quelli , non

è uopo ragionare

a lungo ,

i» perchè i Romani restarono inferiori non per ragione dell’ ar» madura e dell’ ordinanza , ma per la destrezza e

sagacità di

i» A n n ib a ie .............. In fatti, tostochè i Romani ebbero un capi­ li tano di valore pari ad Annibaie divennero vittoriosi (t) ». È qui inutile il trattenersi ad esaminare se tale asserzione sia vera in tutto; perchè egli stesso si contraddice altrove (2), affermando che la vittoria di Scipione a Z a m a , non tanto dipendelte dalla con­ dotta , eh’ egli tenne in questa battaglia , quanto dalla buona disciplina

dal valore e

de’ suoi Romani. Osservo unicamente iu

quanto all’ attuai soggetto , che se le perdite de’ Romani egli at­ tribuì ad incapacità de’ lor generali, a più forte ragione da una stessa causa ripeter doveva le sconfitte

che

da quelli ebbero i

Greci. E siane prova il fatto di Perseo. « E tale fu l’ ardimento » e l’ impeto ( de’ Macedoni ) », cosi Plutarco , che esattamente (1) L. 17 j (a) L. «5.

38

AnniAHO.

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NOTE

a58 dipinge questa battaglia ,

« col

quale a’ avventarono

contro

i

» R om ani, che i p rim i, ch’ ebbero a cader m orti, discoati non » erano dalle trincee de’ Romani

medesimi che due soli stadj.

» Poiché essi adunque con tanta foga avanzati si furono , Em i­ » lio , che là fatto si era , trovò che que’ Macedoni che anda» vano in n a n zi, fermate avean già le punte delie lor aste negli

a scudi de’ R o m a n i, e che però questi non potevano arrivare » colle spade a coglier quelli; e veggendo che gli altri Macedoni a p u r e , tratti giù dalle spalle quegli s c u d i, che chiamati son » p elte , e inclinate tutti d’ accordo le loro a ste , sostenevano gli » scudati rom an i, e saldamente combaciate e connesse teneano a quelle lor pelte , e presentavano dalla fronte un orrido scon— » tro di punte, fu preso da timore e da sbigottimento, siccome » quegli, che non aveva mai più veduto spettacolo più formida­ » bile di quello: di modo che nel tempo in appresso menzionar » solea spesse volte la gran costernazione che a quella vista pro­ vi vata egli aveva. Ciò nulla ostante , facendo mostra in allora » di essere tranquillo

ed ila r e , cavalcando andava lungo le

* schiere senza elmo e senza corazza. Ma

il re de’ Macedoni ,

» al dir di P o lib io , tutto intimoritosi nel principio della batta­ li glia spronò il cavallo verso la città sotto colore di andarvi a

» sacrificare ad Ercole (i) ». F in qui noi non scorgiamo che la superiorità assoluta de’ soldati macedoni ai romani , e l’ estre­ ma codardìa di P e rse o , che senza attender punto il proceder della battaglia , si trae vilmente con la fuga dal comandare i suoi. L a quistione adunque non è più se o inferiore in valore a P. Emilio ; ma in

Perseo fosse superiore . vece se un esercito

che non ha più capitano , che lo guidi , possa far fronte ad un altro comandalo da un abilissimo generale , il quale per vedere tutto da s é , scorre egli stesso le file; ed all’ oggetto di rincorar vieppiù le truppe smarrite, depone fin’ anche l’ elmo e ia corazza. Ciò non per tanto , ad onta pure dell’ estremo degli svantaggi, che aver possa un esercito in fazione, quello di Perseo si so -

( 0 Platano , Vita di Paulo Emilio , t. t , p. 3S7 te ieg.

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ALL’ ARTE TATTICA.

i5g

atieu farte contro gli attacchi vigorosissimi (firn nem ico, si può dir disperato , e li

respinge si bruscamente , che P . Emilio si

dà per perduto, « Non potendo pertanto i Romani , per qua­ li lunque sforzo facessero , romper la falan ge, contro la qual » com battevano, S a lio , il capitan de’ P e lig n i, strappata

l’ itise­

li gna de’ suoi propri soldati avventolla in mezzo a’ nemici. i> 1 Peligni allora (imperciocché cosa disdicevole ed esecranda » si è per gl’ Italiani 1’ abbandonare l’ insegna ) si scagliarono » tutti impetuosamente a quel luogo, e cosi, venute ad una fiera » mischia amendue le p a rli, si fece un orribil conflitto, mentre » procuravano i Romani di troncar colle spade le picche dei » M acedoni, e di respingerle cogli scudi , e , afferrandole pure » colle lor m ani, di strapparle da quelle de’ nemici o distornarle » in modo , che potessero quindi aprirsi i l varco e inoltrarsi , a ed i Macèdoni , tenendo salde a due mani quelle lor picche a presentate in quella maniera , e passando da banda a banda »> insieme colle armature tutti q u e lli, che si giltavano sopra di » loro, non essendovi nè scudo, nè corazza, che resister potesse » alla forza delle picche medesime , cader faccano rovesciati a » terra i Peligni ed i Marrucini , i quali da sè stessi spingeansi » senza considerazione o riguardo veruno ,

ma con un

furore

» bestiale contro le ferite e contro la

morte già manifesta ». Qual pittura fedele del vero modo di combattere d' una falange in fazione ! Idea più giusta non avrebbe potuto darne

il mede­

simo Paulo Emilio se avesse avuto a descriverla. « In tal guisa » trucidati restando i primi combattenti , quegli no , che venian » lor dietro si sconfortarono , ma non si diedero già per questo » a fuggire: solamente ritirando s’ andavano al monte , chiamato * Olocro. Per la qual cosa Emilio si squarciò, al dir di Posido» nio , là veste , veggendo che già quelli cedevano, e che gli » altri Romani si scansavano pure dalla falange de’ M acedoni,

» la quale non lasciava lu o g o , dove penetrar si potesse , ma » opponendosi agli assalitori, quasi con uno steccato, colla fcpes» sezza di quelle sue picche era da per tutto insuperabile (i) »• ( 0 Plutarco , Vita di Paulo Emilio, t. a , p. 35$ e seg.

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a6o

NOTE

Qui la superiorità della greca ordinanza ad altra qualsiasi si di­ mostra in tutto il suo lume , perchè il saper reggersi immobile agli attacchi più furiosi de’ R o m a n i, e dippiù il respingerli ed il rovesciarli, senz’ aver un capo che

la battaglia com andi, quasi

si direbbe uiacchioalraente operando, è sommo prodigio d’ or­ dine e di disposizione, il quale prova che il nerbo della falange stando nel tutto , essa riusciva forte anche per sè medesima , ogni qualvolta la sua unione non venisse da circostanze estrinse­ che scompaginata e disciolta. Ma in una sola qu este, egli

è ben

che s’ incontri di

facile accorgersi, che allora il mancar di

capo, o l’ averlo ignorante od imprudente dee mandarla al certo perduta, perchè in tal caso si richiede la fo n a superiore del genio , che supplisca al difetto del luogo ; ed ecco la vera ra­ gione , perchè la falange di P erseo , abbenchè vittoriosa, venne finalmente da’ Romani disfatta. 11 luogo infatti su cui si combat­ teva era ineguale, e ordinata quella in un corpo solo per tutta la sua lunghezza, si col forzare il nem ico, che inegualmente 1’ at­ taccava , come anche coll’ incalzarlo dalla parte ov’ egli si ritira­ v a , venne di necessità a sconnettersi, ed a lasciar degl’ intervalli in varie parti ; per i quali penetrando i R o m an i, ed investendo uomo ad uomo con la spada, riuscì loro Agevole il superarla ed il vincerla. Infatti la piena ordinanza non si poteva tener più , attesoché la natura del luogo noi pativa , e non eravi generale di sorta , il quale cambiando tosto disposizione ( operazione in fac­ cia al nemico difficilissima , ma che i G reci però sapevano de­ stramente eseguire) adattar sapesse l’ ordine di battaglia a quello del nemico. Ma questo tratto di genio atteuder non si poteva da P erseo , si perchè n’ era in lutto incapace, si p e rch è , mentre i suoi erano alle prese coi R o m a n i, egli fuggitosi nella città e ri­ co v ratosi in un tempio stava facendo voli ad Ercole per la vit­ toria (i). « Ma poiché , essendo ineguale il terreno e lunga la » fronte dell’ armata in

m o d o , che conservar non

poteva

il

» combagiamento , e la counession degli s c u d i, s’ avvide egli

( 0 Plutarco , Vita di Paulo rutilo , t. a , p. 558.

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ALL’ ARTE TATTICA.

261

» che quella falange in molti siti rompendo e disgiungendo si » andava ( come naturalmente addiviene ne’ grandi eserciti e » nelle varie mosse , che si fanno da’ combattenti (1) ». I R o­ mani invece erano comandati da un generale, non

meno del­

l’ animo valoroso, che della mente perspicacissimo, il quale non appena vide il primo turbarsi della falange ,

che coltone tosto

p artito , si diè ad investirla parte a parte , e cosi la pose in istato di non potersi nemmen più difendere. « Mentre in alcune » parti respinta era ( la falange ) ed in alcune altre balzava in­ » s a n a i, andatosene tosto a dividere le sue c o o rti, comandò a» che i soldati s’ avventassero separatamente negl’ interstizj e nei » vacui della falange avversaria, facendo cosi non già un solo » assolto e combattimento contro tutto il corpo della gente ne­ » mica, ma molti e da vane parti in un tempo medesimo (a) ». A questo modo fu vinta dei Romani la falange macedone. Ma si dirà perciò che alla superiorità della loro ordinanza fossero essi debitori della vittoria? Se quella, ancorché comandata da un vile, e rimastasi dal bel princìpio dell’ azione senza capo , rovesciar seppe la fronte de’ nemici e costrìngerli a ritirarsi in disordine , fu per sola superiorità di sua ordinanza ,

la quale unita può

spiegar l’ intera sua forza, anche senza avere chi la diriga (van­ taggio sommo , che manca sicuramente all’ ordinanza romana ) ; e se in ultimo restò vin ta, ciò fu per mancanza d’ un capitano, che sapesse renderla superiore all’ estrinseche sfavorevoli circo­ stanze , con distinguerla in p a r t i, e queste disporre in

guisa ,

che ritenessero la forza del tutto. Poiché dunque Polibio fu si generoso verso i Rom ani, che le sconfitte eh’ essi ebbero da Sanlippo e da Annibaie nelle guerre puniche, tutte attribuì a difetto de’ lor generali , come non gli entrò il sospetto, se R o m a, quando pure la falange macedone in vece che un Perseo avesse avuto per capitano un Senofonte , un Filopemene , fosse stata per veder giammai il trionfo d’ E miiio ?1

(1) Plot. , Vita di P. Em lij , t a, p. aio i (a) Plnt. , «bid. p afa.

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afìz

'

NOTE

E se Polibio fu ligio cotanto della potenza de’ Romani , che adular li volle anche oontro il vero , qual maraviglia , che gU scrittori latini» L ivio in ispecie, d a in i ritraendo ciò che tornava lor bene » portassero anche più oltre il disprezzo p er la sublime Tattica de’ Greci ? Questi non dubita d’ afferm are, che la mini­ ma scabrezza del luogo rende affetto ioutile la lor falan ge, inu­ tilem vel mediocris iniquitas lo ci efficere potuit (i). E pocq dipoi : erant pleraque silvestria lo c a , incommoda phalangi maxime Macedonum ; quas , nisi ubi prcelongis hastis velut vallum ante cljrpeos objecit (quod ut f ia t , libero campo opus est ) nullius admodum usus est (2). Ma lo storico quando cosi scriveva, s’ era buonamente dimenticato del m o n te, che Seno» fonte aveva superato con la sua falange; della valle di Mantinea ^ attraversata da un torrente, in cui Filopemene s’ era indotto non per necessità , ma per suo proprio volere a combattere, ripor­ tando di Macanida completa vittoria ; e si queste non possono dirsi leggieri inconvenienze di luogo , perchè di piò gravi io credo non se n’ incontrino in guerra. Resterebbe da esaminare la battaglia del proconsole

Flaminio

contro Filippo in Tessaglia, la qual pur si adduce come decisivo argomento della superiorità della Tattica de’ Romani a quella dei G reci (3) ; ma poiché non è mio scopo il trattare storicamente di oggetti particolari , così mi accontenterò di osservare, d ie in questa fazione a ben meditarla altro non si scorge se non che entrambi i generali commisero de’ grossi sbagli ; che il procon­ sole vinse non per proprj talenti , ma per 1’ ardita risoluzione d’ un suo tribuno, nella quale non ebbe egli parte ; che Filippo perdette non per difetto di sua ordinanza , che anzi i Romani 1’ ebbero a provare sì formidabile in successivi a tta cch i, che

le

fuggivan d’ innanzi atterriti, ma unicamente per mancanza di tem p o , il quale non seppe quegli ben misurare ; in somma che la vittoria degli uni

e la sconfìtta

degli altri dipendette da

tutte altre cause , che da vantaggio o svantaggio reciproco delle due ordinanze in quislione. ( 1) Life.

, e. S7 iti f. ; (*) Lib. S i, c. S9 ; (5) Polibio, Ifib. 17.

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ALL’ ARTE TATTICA.

a65

Conchiudiamo adunque, che siccome proprietà della ialange greca si era 1’ avere un ordine com une, eccellente per sè me­ desimo , mercè cui le parti erano tenute in unione strettissima, e proprietà della légion romana 1’ aver in vece le parti separate e distinte, cioè più

facilmente ed in varie maniere disponibili

giusta le circostanze di luogo e di tempo ; così ne segue mani­ festamente , che quando pure calcolar si voglia il vantaggio re­ ciproco dell* una ordinanza sopra dell1 altra , convien riconoscere superiore la greca alla romana. L a r d in e comune in fatti, eccel­ lente per sè medesimo fa sì , che la fortissima da sè stessa , anche

battaglia venga

ad esser

indipendentemente dalla parte ,

che può avervi la saviezza del generale , come è ben chiaro dai molti succitati esempj intorno ai Greci ; mentre non aver V esercito un tal ordine T immediata assistenza

all* opposto il

comune importa , che senza

del generale egli

niente possa contro il

nemico, di che le guèrre de*Romani ci offrono manifeste prove. L 1 esser dunque 1’ ordine de1 Greci ottimo per sè medesimo , e quello de* Romani dipendente in capo , decideva

tutto dalle disposizioni d1 un

che quelli per vincere avessero uopo solo d1 uu

generale , il quale capace fosse di serbar intero Y ordine di bat­ taglia ; quando questi all1 opposto , per

poco

che

il

generale

mancasse di genio, erano tostamente ed irreparabilmente perduti. Una leggicr svista di Regolo contro lo spartano Santippo mandò in una sola battaglia tutt* intera perduta T armata de' Rotifani , che già da vicino minacciava Cartagine. L* enormi ripetute scon­ fitte , eh* ebbero questi da Annibaie , e la tremenda giornntn di Canne provano

ampiamente che il generale era il tutto nella

Tattica de1 R o m an i, e che l'ordine per sè medesimo non valeva a nulla ; perchè tal conseguenza è necessità dedurre ogni qual­ volta si scorge, che il minimo sbaglio per parte di chi comanda 1' esercito è causa che vada questo interamente disfatto. 11 vantaggio poi 1' ordinanza romana

che

Polibio ed altri hanno preteso dare al—

sulla greca , perciò

che questa non può al

pari di quella adattarsi ad ogni circostanza dì tempo e di luogo, è affatto chim erico, quando si rifletta clic il genio e la saviezza

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a64

NOTE

del generale può consertare intera in qualsiasi tempo e luogo la disposition di falange

senza punto farle perdere

E l’ esservi combinazioni di luogo e di

di sua forza.

tempo che richieggan

dal generale qualche modificazione diversa dall’ ordine consueto, deciderà che la Tattica greca sia alla romana inferiore? Ciò non vuol d ir altro se non che la falange greca aveva uopo sol qual­ che volta in chi la comandava di quel sublime genio , di cui sem pre, e costantemente, ed in ogni luogo e tempo abbisognava la légion romana pel vincer non

m e n o , che pel non essere

vinta. L a storia delle battaglie di Senofonte, di P irro , di Tela­ mone , di Filopemene provano ampiamente che a generale il­ luminato riusciva facile il disporre a sezioni distinte, quando ne fosse bisogn o, un’ intera falange, onde avesse questa a combat­ tere con gli stessi vantaggi dell’ ordinanza romana ; ma in tutto il corso della storia non s’ incontra esempio , che un generale ro m an o , auche col tanto esagerato vantaggio d’ una facile atti­ tudine ne’ suoi a ricever qualsiasi modo di disposizione, riuscisse giammai a rinvenirne un tale , con

che compartire alla sua le­

gione l’ impeto irresistibile della greca ordinanza ; auzi nemmeno fermezza sufficiente a sostenerne 1’ urto. Infatti il maneggio della spada , I’ arma d e ’ R o m an i, ripugna a qualsiasi unione di p a rti, untone che anzi richiedesi per dare all’ asta il suo pieno effetto, e senza unione le forze essendo

isolate non

ricevono giammai

aumento dalla reciproca combinazione. Cosi provato x.° che la falunge greca aveva un ordine ottimo per sè medesimo; 2.° che era suscettibile dei vantaggi dell’ ordi­ nanza romana ;

3.° che a quest’ ultima riusciva assolutamente

impossibile il pretendere ai vantaggi essenziali di quella , ne se­ gue irrepugnabilmente che la Tattica greca si debbe riconoscere come superiore per sommi titoli alla romana. ( io 3)

Soldati leggiermente armati. Qui il nome di leggieri -v^i-

Amr è usato assai impropriamente da Arriano ; come quello che si attribuisce piuttosto ai lanciatori in genere che non ai pel­ tati , de’ quali a questo luogo sicuramente intende l ’ autore tener discorso, lo

giudico di somma importanza l’ insistere alquanto

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ALL’ ARTE TATTICA.

a65

sovra un tal punto ; sì perchè tr o v o , che nessun de’ commen­ tatori , il cui studio d’ ordinario non si estende giammai più in là delle p arole, lo ha punto a vvertito , sì perchè parmi che dal non avvertirlo nascer ne debba, intorno all* attuai soggetto, inestricabile confusione. lo dunque non dubito di affermare, che qui Arriano chiama leggieri i peltati.. E vaglia il vero , egli impiega due interi ca­ pitoli a parlare de’ modi loro di disporsi in battaglia, del nu­ mero e distribuzione de’ loro ordini eoe. ; e destina dopo un particolar , capitolo a descrivere gli officj in guerra de* lanciatori ; sagittari cio è, from bolieri, ed altri. Ora se questi tali leg­ gieri , de’ quali prima si o ccu p a , avess’ egli avuto in mente di confondere co' lanciateri, perchè trattar di questi distintamente, ed in modo da non aver essi punto a fare co’ primi ? Stando infatti a quanto egli dice d* entram bi, le attribuzioni de* lan­ ciatoli non sono quelle per nulla de* denominati da lui leggieri ; dunque il discorso attuale non può cadere che intorno ai pel­ lati. Ciò è tanto più probabile, attesoché Eliano afferma espres­ samente , che i peltati si comprendono fra le truppe di leggier armadura. Quarè m ajor fe r e pars solet hos ( peltastas ) inter velites collocare (i). Leone avverti saggiamente a questo pro­ posito che

gli scrittori moderni di T attica , fra i quali sicura­

mente annoverar si debbe A rria n o , come quegli che fiori dopo l ’ era volgare, trascurarono di trattar particolarmente de!peltati, confondendoli co’ leggieri (2). ( io 4) D ivisi fra gli ordini de* pedoni gli ordini de* veliti al­ ternamente frappongonsi. Questo modo di ordinanza ripugna assolutamente a qualsiasi specie di lanciatori, e solo i peltati vi si possono facilmente adattare. Come infatti imaginar nem­ meno

che fra gli ordini de’ gravemente arm a ti, la citi, forza

ed il cui impeto tutto dipende dalla strettezza delle file e delle righe , a * intrometter s’ avessero sagittarj, from bolieri, lanciatori , che hanno uopo di largo spazio tutt* all* intorno

della 1

( 1) Tact. c. a ; (i) Taci. c. 6 , S $7*

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a66

NOTE

persona per gettar Y armi loro ai o rn ic i ? I peltati in vece potevano tra

i gravemente

armati aver facile il luogo. L* A .

non mancò già prima di avvertire , che il tenore delle loro armi li rendeva a questi ultimi assai consimili (i). E per vero non cade dubbio picciolo

che quantunque i peltati avessero uno scudo più

ed una corazza più leggiere degli arm ati, essi però

erano guemiti di scudo , di lorica , e di elmo , cioè d’ armi di difesa ; e tenevano per armi d’ offesa la spada e 1’ a sta, cioè quelle che vagliono al ferir dappresso ; quando in vece i leg ­ gieri , propriamente d e tti, combattevano n u d i, privi d* ogni ar­ nia di difesa, e atti solo ad offendere cou Y arco e con la frombola , o con altre armi da gettare (a). L ’ asta sola dei peltati potrebbe fare al nostro assunto qual­ che eccezione, in quanto dal nome * * i» * ia * , che le vien dato, pare che fosse minore

e più leggiera della picca (3) , ed atta

perciò forse a lanciarsi. Ma oltreché Y asta da gettare può an­ che drizzarsi dappresso al nemico , egli è certo che i peltati in origine ebbero l’ asta assai lunga

per istituzion d’ 1 fiorate,

il quale di tal specie di fanti fu primo inventore, come si ve­ drà in seguito. Provato adunque che delle medesime armi d’ of­ fesa e di difesa erano forniti a un dipresso non meno i peltati che gli o p liti, è necessità dedurne che quelli potevano venir ordinati precisamente allo stesso modo di questi ; quando in vece 1* ordinanza de* veliti doveva esser in tutto diversa, a ciò per la diversità dell’ a rm i, che nel primo caso erano perfette,

justa arma , non cosi nel secondo. Conscguentemente al fin qui detto io dubito assai

se

A r-

riano (4), Ebano (5), Leone (6), ed altri avessero ragione di af­ fermare 1’ armatura de’ peltati tenere una proporzion media fra la leggiere e la grave ; cioè la fanteria de’ peltati esser d’ una specie mezzana tra i gravemente armati

ed i veliti ; mentre a

ben osservare/questi si scorgono non differire quasi punto dagli

( 0 S S; (i) S 3. V . «ôta S7; (3) $ S. V . nota kh i (4) S * i (*) Tact. c. a ; (6) Tact. c. 6 , $ *7-

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ALL’ ARTE TATTICA.

aty

a m a ti si riguardò alle a m i che all’ ordinanza, ed e te r e ra tutto diversi dai veliti. Dunque a ragion più forte A rre n o ed Eliano ebbero grave torto di confonder con questi ultimi i peltati. (io 5) Conpiene metter in battaglia un costoro num ero , il quale rispetto ai pedoni sia minore d ' una metà. Ecco un terzo evidentissimo argomento che per i leggieri , onde qui parla A rrian o , intender si debbono realmente i peltati. Come infotti sognar nemmeno che nella falange gCeca, tutta fóndala sul gran principio del combatter dappresso, i lanciateri avessero ad es­ sere in si gran numero da conguagliare la metà degli opliti ? Chi la pensasse si foltamente mostrerebbe di non Conoscer il minimo de’ prìncipi della Tattica greca.

'

Ciò sia detto per evitare un e rr o r e , il quale non avvertito deforma d'assai le opere de’ moderai scrittori di Tattica. Sic­ com e infoiti gli antichi hanno abusato non poco del nome di leggieri, falsamente attribuendolo ai peltati ; cosi n' è venato che la proporzione de’ leggieri e quella de’ gravemente arm ati, nelle ordinanze de’ Greci e de’ Romani è Comparsa assai mag­ giore

di

quello che realmente non era; ragion per cui ne fu

dedotta falsissima conseguenza in favore dell’ armi da trarre, ed in tutte opposta alla realtà del fatto. Ciò avvertano quelli, che in istudiare gli antichi badane p iò -seriamente ai nomi che non alle cose. O r poiché a questo luogo è particolar discorso de’ peltati , io credo di

non* poter meglio

illustrare la Tattica degli antichi

G r e c i, che tessendo in breve la storia di questo particolar ge­ nere di

truppa dalla

sua prima origine fino alla tarda epoca

di L e o n e , che è I’ ultim o, che ne parli. L ’ origine de’ peltati è dovuta a lficrate celebre capitano degli A ten iesi, le coi gesta nella storia della Grecia cominciano poco dopo espulsi d’ Atene i trenta tiranni ; all’ epoca che Tebe si gloriava di Pelopida e d’ Epaminonda , e Sparta d ’ Agesilao. L ’ eroe ateniese fatta dunque esperienza

in

guerra

che

gli

scudi grandi e lu n gh i, i quali erano usati a portar gli Ateniesi, loro impedivano il muoversi liberam ente, li tramutò in alcune

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*68

NOTE

1

minori targh e; dal che ne Tenne che i soldati si trovarono abbastanza coperti dalle offese del nem ico, ed insieme più agiti e più pronti ai volgimenti. Cosi que’ fan ti, che prima dal por­ tar gli scudi si dicevano cfypeati, dal portar ora le targhe ot­ tennero di pellati il nome. F in qui Diodoro (i). Ma Probo aggiunge, che lficrate non solo diminuì gli scudi, che anzi abolì eziandio le corazze di ferro , o di b ro n z o , volendo in vece che si formassero di lino (a). V ero è , che per corazza di lino non si vuol intendere un giupponcine di semplice tela ; mentre sap­ piamo , che gli antichi maceravano a questo fine il lino nell’ aeeto e nel sale , e ne formavano un tessuto assai grosso duro e com patto, capace a proteggere in qualche maniera dai colpi de’ nemici (3) ; ma egli è c e r te , che simile arma di difesa non avea proporzione in quanto all’ effetto con la corazza di metallo. lficrate tramutò pure agii Ateniesi

1’ arme d’ offesa ; poiché

l ’ aste volle che fossero d’ una metà più lun gh e, giusta Probo ,

hasta modum duplicavit, e d’ nn sesto giusta Diodoro ; e le spade quasi lunghe d e l doppio , che prima non erano. Da tutto questo si scorge dunque che il capitano ateniese migliorò di molto l’ armi d* offesa , e peggiorò quelle di difesa : in quanto allo scudo non dirò con sicurezza , perchè uno scudo di mediocre grandezza può difendere abbastanza dai colpi la persona ; ma certamente in quanto alla corazza , purché a Probo si vogli prestar fede. In queste disposizioni d’ lficrate altro non si sc o rg e , se non che egli -era grand’ uomo in arme , avvegnaché 1’ allungar che fece

la spada

e l’ asta prova

che conosceva perfettamente la

teoria di quest’ armi ; ma non cade dubbio che s* egli alleggerì di tanto

1’ armi di difesa, ciò fu perchè i suoi Ateniesi Don

erano più quelli di Milziade alla battaglia di Maratona; resi cioè più molli e più deboli dal lusso, che sotto Pericle ed A lci­ biade aveva preso già tanto piede in Atene.1 Nascenti però dub( 0 Bibl. St. t, 5 , 1. t5 , c. 7 , p. 6 » ; (») I n lp h ic r .j (5) S 5 , nota Si. • V. Lips. de Milit. Rom. 1. S , dial. 6. - Nicet. Choniat. 1. i , Rer. Isaac. Ang. - Prob. in otum Delph. noia 7. - Cropb. Antiqnit. Macedonie, in Gronor. t. 6 , p. «già. .

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ALL’ ARTE TATTICA.

a6g

b i o , se questo peggioramento dell9armi di difesa fosse conforme ai principi della tattica g r e c a , perché

trovo che Filopem ene,

ancorché fiorisse ne9tardi tempi della Grecia , veduto che gli Achei avevano assai leggieri le armi in quistione, diede loro scudi più ampj e più pesanti, gravi corazze, e stiniere di fer­ ro ; volle in somma che vestissero la perfetta armadura ; sul* F idea che 1’ armadura leggiere é atta solo al combatter discosto, ma non al pugnar ; dappresso (i). Nessun generale rese più cele­ bre la sua falange a ragion d9 a rm i, e d’ ordine , e di volgi­ m enti, quanto Filopemene. Ciò prova che il genio d’ un eroe sa tramutar per così dire la tempra agli uomini , e trionfar degli ostacoli, che il costume depravato e molle oppone al va­ lore ed alla grandezza delle nazioni. Dei peltati é frequente menzione presso gli sto rici, che hanno descritto le imprese militari di Alessandro. Da A m an o sono essi detti vwmrwiér*) (o) e Curzio li chiama armati levibus scutis , et titane maxime speciem reddentibus (5) ; e ne9 loro racconti or sono confusi con gli *armati gravem ente, ed or da questi ma­ nifestamente distinti; il che prova che avevano armadura soda abbastanza per battersi separatamente, e che

d 'altronde pote­

vano di leggieri adattarsi agli ordini degli armati. Così all9as­ sedio di Pila Parmenione comanda gli arm ati, ed Alessandro i peltati ed i saettatori (4)* Nell9ordinanza di Alessandro alle gole della Cilicia veggonsi i peltati formare insieme con gli armati l9ala destra dell9esercito (5). Nè di questi peltati mancarono i b a rb a ri, che anzi si trova aver essi (atto parte dell’ esercito degli A g ria n i, mossi da Langaro a favor di Alessandro (6). Così neU9escrcito di Dario eranvi dieci mila peltati

appiedi e due mila a

cavallo, Barcani di

nazione ; però diversissimi dai G re c i, che portavano per arine d’ offesa la scure (7).1 (1) Plutarco, Vita di Filopemene, t. 5 , p. 17 e *eg. ; (9) St. della Spedi*, d* Alesa. 1. 1 , 1. 9 , ed altrore ; (5 ) Hist. Alex. 1. 5 , c. a ; (4 ) St. della Spedi* di Aless. 1. a , p. 61 e Mg. ; (?) Ibid. p. 69 e ic g .j (C) Ibid. 1 . 1 , p. 9 ; (7) Cart. 1. S 1 c. a , v. 5 .

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a?o

NOTE

T ra le truppe dì Filippo contro i Romani furen ti di que* pel­ tati , raccontando Livio

come egli ne mandasse a Calcide il

numero di mille con certo suo capitano Menippo ad oggetto di soccorso ; e qui lo

storico ci

assicura che

la

pelta era una '

jotal foggia di scudo somigliante ad una cetra (i). 11 medesimo R e pose in agguato di questi peltati contro i R om ani, riuscen­ dogli però vano il tentativo (?). Cesare nomina egli pure soldati di questa

specie ove d ic e ,

che insieme alle legioni di Afranio e di Petrejo trovavansi ot­ tanta colonnelli incirca di Spagnuoli delle provincie di qua ar­ mati di scu d i, ed altri delle provincie di là , armati di queste p e lte , o cetre (3). Da ciò s’ inferisce che quella particolar spe* eie di scudo onde i peltati furono denominati , era in uso tra gli Spagnuoli ; non però tutti, ma solo fra quelli delle ultime pro­ v in cie , le più prossime cioè all’ A fr ic a , i cui abitatori al certo ebbero famigliare cosi fatta maniera di scudo ; come si può rac­ cogliere da Isid o ro , che definisce la cetra o pelta, scutum lo~

reum sine ligno

, quo

utuntur A fri et M auri, e dallo Scoliaste

,

,

di giovcnale, O ryx animal minus quam bubalus quem M auri

,

,

tineem vocan t cujus p ellis ad cetras p ro jicit scuta Mauro rum minora %

.

Simili scudi Tacito attribuisce ai B ritanni, de* quali

-

dice che

combattono , ingentibus g la d iis, brevibus cetris. È rimarchevole come Cesare mettesse in piena rotta quattro colonnelli di questi cetrati , avventandovi contro la sua cavalle­ ria , senza che quelli potessero per un momento sostenerne l’ im­ peto (4).

'

Ma se alcuno ne inferisse perciò che l’ armadura dei pel­ tati fosse leggiere, fa

d’ uopo

rifletta

che tale poteva . essere

tra nazioni pressoché barbare, quali erano gli ultimi Spagnuo­ li , ma che una simile conseguenza sarebbe assai mal dedotta in quanto ai pellati dei G reci.

(i) Hiat. 1. * 8 , c. 5 ; (a) Lir. Hiat I. 3 t , 36 > (3) Caesar. Commeat, de Bello cir. I. i , p. &51 -, (O De Bello cir. I. « , p. $78.

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ALL’ ARTE TATTICA.

271

Cosi fatto genere di soldati pare non aver durato gran tempo dopo l’ età

di A rrian o, imperocché Leone attesta che

a’ suoi

tempi perfino il nome de’ peltati era passato in dimenticanza (1)* (106) E g li ordini de velili. Siccome questa partizione degli ordini de’ p eltati, che tali provammo già sopra essere senza dubbio i denominati qui veliti da A rria n o , è in tutto conforme a quella della

falange de’ gravemente a rm a ti, ad eccezione che

per i primi il numero è sempre minore della metà che per

i

secondi ; cosi possono applicarsi a questo luogo tutte le osserva* zioni riguardanti si i nomi degli ordini che tutte le attribuzioni

#

degli officiali ecc.

,

(*07) / la n cia toli 1 saggittarj , ed i from bolieri. Delle armi di cui si valevanò i soldati di questa specie già fu sopra ampia* mente parlato (a). Qui si tratta di tessere la loro storia , e di determinare cosi precisamente gli usi de’ le g g ie ri, secondo lo

spirito della Tattica greca. L a loro armadura , come ben 1’ attesta l’ A . (3) è dunque tale, che non ammette che il combattere di lontano ; avvegnaché non vi si comprenda arma alcuna di difesa, e quelle d’ offesa sieno tutte da gettare, le frecce intendo o le pietre lanciate con par* ticolari macchine 9 quali sono l’ arco e la frombola. O r poiché

,

1’ oggetto di tali armi si é d ’ offendere il nemico

senza esporsi agl’ immediati suoi co lp i, cosi escludendo esse il valo re, si può conghietturare che per sentimento di debolezza venissero primamente inventate. E d infatti tra i molli Asiatici, e presso i popoli meno agguerriti furono quest’ armi sempre in gran pregio , ed universalmente usate. Perciò i Persiani ebbero 1’ arco in tanta stima che i loro re tenevanlo in mano a guisa di scettro come simbolo d’ impero.

Cosi Fraate vien descritto

da Dione seduto sovra una seggiola d’ oro e tenendo la mano sopra il nervo dell’ arco (4). Dippiù l’ invenzione dell’ armi da gettare si attribuisce dagli 1

( 1) Tact. c. 6 ; (i) S S , note $7 e 4* ; (5; S 5 j (4) Istorie Rom. t. s , p. 555.

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*7 *

NOTE

storici , e dai mitologi a popoli o pochissimo o niente celebri per alcuna guerresca impresa. T ali sono a cagion d’ esempio i C retesi, a’ quali pretende*! che insegnasse Apollo Tarte del gettar le frecce, i Fenici ( i ) , o in lor vece i Baleari (2), che si pre­ dicano inventori della frombola. Costoro nelle guerre della G re ­ cia e di Roma non ebbero altra parte che quella di soldati mercenarj e prezzolati. Si può in generale affermare che i G reci pochissimo conto facessero sempre mai de* lanciatoli d’ ogni specie. Nondimeno se ne valsero come di truppe ausiliario, e di ciò si trovano memorie fino dall7 epoca dell’ assedio di Troia ; purché si tenga O m ero per lo storico verace de’ tempi eroici. E g li, che nella sua Iliade ha fondati i grandi prìncipi di T attica , descrive i saettatori come atti a ferir di soppiatto, protetti dai gravemente armati ; come capaci ad appiccar la zufia, ed a sconvolgere non veduti gli or­ dini nemici ; ma in determinare questi ed altri loro ufficj in gu erra , rimarca ad ogni tratto quanto il far battaglia discosto e con arme cosi fidiaci debba tenersi a vile e da poco. L ’ imbelle maniera di combattere de’ saettatori è dipinta mara­ vigliosamente dal P o e ta, ove descrìve Teucro sommamente pe­ rito in quest’ arte, che di furto lancia la sua freccia , e poi si ricovra subitamente sotto lo scudo di A ja c e , come un bambino in seno alla madre (3). Altrove il Poeta parlando de’ L ocri come d’ eccellenti saetta­ tori e from bolieri, li descrìve sforniti di qualunque siasi arma di difesa, e perciò inetti a far battaglia dappresso, lor non reg­ gendo T animo d’ affrontarsi petto a petto al nemico. Quindi se­ gue a descrìvere come i leggieri con gli ardii loro e le loro frombole , appiattati

dietro ai gravemente

armati , spesso lan­

ciando pietre e fre cce , scompiglino non veduti le file nemiche , e giovino cosi all* uopo di portar turbamento e confusione negli avversarj (4).

( 0 Pl»n« 1 - 7i c 5 6 ) (a) Veget. 1 . i , c. 16 j ( 5 ) II. J. 8 , ▼ . sCC . . . (k) U- 1. i3 , r. 71a . . 73a.

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ALL' ÀRTfe TATTICA.

a73

Nondimeno Om ero solo attribuisce le armi da gettare a truppe inferiori e poco stimate ; e se qualche rara

volta le

pone in

mano ad un E r o e , ciò è unicamente per far sentire la loro fal­ lacia o debolezza al confronto dell’ asta e della spada ; come allor quando fa che P an daro , eccellente saettatore, lanciate in­ darno due frecce contro Diomede, si sdegni con armi cosi infide* le quali non vagliono che a tradirlo (i) ; e cosi pure allorché fa inveir Aiace contro Teucro suo fratello, che adoperi l’ arco e le fre cce, se queste gli sono inutili a ferire il nemico (a). O r discendendo ai diversi popoli della G recia, non cade dub­ bio che i più belligeri fra e ss i, quelli cioè che versati costante­ mente nel mestier dell' armi gran

fama ottennero e

di scienza

e di valor m ilitare, gli Ateniesi intendo, gli Spartani ed i Ma­ cedoni, ebbero sempre in disprezzo i leggieri, ed ogni lor forza fondarono sui gravemente armati. Infatti in quanto agli Ateniesi si è già veduto (3) che nella famosa battaglia di Maratona essi non avevano nè ca va lieri, nè saettatori. Ma quale nella storia di Atene v' ha vittoria dà pareg­ giarsi a quella di Maratona? Il poco co n to , che facevano gli Spartani di questi leggieri , che di lontano combattono, non meglio si dimostra che nella risposta di Antalcida a co lu i, che

gli cercava perchè usassero

èssi le spade assai corte: « Per combatter più da vicino (4) »• N è a quell’ a ltr o , che l ' interrogò quanto si estendessero i confini della Laconia , rispose già A gesilao, fin dove giunge il tirar d’ un arco; ma bensì un dove tocca la punta d’ un asta : « Vibrando » l’ asta , disse ; fino a dove arriva questa (5). In quanto ai M acedoni, si rimarchi che il più celebre de’ lor capitani Alessandro teneva si a vile 1’ armi da gettare * che

non

credette di poter meglio rincorar l’ animo de’ s u o i, all' atto che stavano per azzuffarsi con i Persiani, quanto lor ricordando che (I)

(I) II. 1. S ; (») II. 1. |5 ; (5) s 5 , nota a». - S «3 , nota 89 j (4) Plat*

Opaie. t.

9.

Apoft. do* Lacad. p. i54 ; (8) Plat. ibid. p.

11 5.

3ç

A m idiro.

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a 74

NOTE

costoro erano la maggior p a ru armati dv arco e di from bola, e che pochi portavano giuste armi (i). Per una stessa ragione Senofonte chiama servile J è v X * * i r t f f questo genere d' arm adura, e vuol so lo , che n’ usi la moltitudine inerme (a). 11 g iu d izio , eh’ egli fa fare a Ciro intorno ai leg­ gieri , poiché può riguardarsi come il medesimo, eh’ egli stesso ne portava , m elila d’ essere qui esposto , ad oggetto di vie me­ glio illustrare la storia Capitano

che

della Tattica greea. Attesta l’ illustre

i leggieri erano il solo genere di truppe in vi­

gore fra tutte le nazioni orientali, contro le quali Ciro ebbe guerra. E poiché questi popoli fre cce , cosi osservando

Ciro

avevano per armi l’ arco e le

che ove

si combatte di lontano

prevale sempre il maggior numero sul m in o re, e convinto d’ al­ tronde di non poter proporzionare in numero le proprie forse quelle dei n em ici,

le bilanciò in vece

a

con armar tutt’ i suoi

piuttosto che d’ arco e di fre cce , di corazza, di scudo #e , di spada. Cosi il tenor dell’ a rm i, animate dal v a l o r e s u p p l ì al difetto del num éro, e tutta l’ Asia fu doma (3). Questo gravissimo punto di Tattica merita d’ esser profondamente meditato dai mo­ derni capitani. Perfino i p o e ti, dominati forse dall’ opinion com une, tennero intorno ai leggieri linguaggio di disprezzo.

Sofocle infatti (4) fa

che Menelao quistionando con Teucro lo morda con questo sar­ casmo :

Sagittarius non humilia videtur sentire ; Quasi maravigliandosi che un saettatore fosse capace di nobili sentimenti. L o stesso che si è detto de’ G reci può dirsi di tutte le nazioni in armi valenti e celebri per imprese di guerra. E qui cade in acconcio il far qualche parola de’ Romani j avvertendo prima­ mente intorno ad e ssi, che degli armati gravemente sempre for-

(i) Cari. I. 4 • «• * 4 # eoam . I j (9) Ciropedim, t. 4 , ropedU, 1. 1 , t > , p. OCj ( 4 ) In Ai«e. *. n 4 >.

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1.

7 , p. 147; ($) Ci-

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ALL’ ARTE TATTICA.

* 75

■ tarono ft nerbo delle loro valorose legioni. L ’ armadura decloro legionarj , al par di quella degli opliti fra i

G r e c i, era gravis*

sana per antico istituto, imperocché portavano e lm i, co ra se V scudi e stiniere tutte di bronzo (i). Solo per proporzionare

le proprie

* armi a qùeUe de* popoli

con i quali ebbero a far guerra, pare che i Romani introduces* sero pur anche de’ veliti ne* lqro eserciti. L ’ origine prima di questa specie di truppa è dovuta a certo nell* esercito romano all’ assedio

L . Nevio , centurione

di Capua ; il quale osservato

che i cavalli de’ suoi per essere p o c h i, non potevano far fronte alla copiosa cavalleria de’ C ap uan i, scelse tra i fanti a piedi un numero de’ più spediti e più destri del co rp o , che vi fos­ sero; e poste loro in mano certe aste leggieri e co rte, facili ad esser lanciate, con una piccola rotola m sul bracete, li addestrò a saltar prestamente di terra sui c a v a lli, e da questi a balzar di nuovo a terra , secondo 1' uopo ; avvisando , cb’ essi potessero a questo modo mettersi sotto i cavalli de’ nem ici, ed il cavallo in steme e

1’ uomo ferire. -Pare strano ed inverosimile che con

sifTatto espediente venissero a capo i Romani di toglier a’ Capuani il vantaggio d’ una superiore cavalleria. Tanto però afferma V a ­ lerio Massimo (a). Ma questo fu risorsa del momento ; poiché egli é certo , che i Rom ani tennero sempre a .v ile i leggieri , armando a questo foggia sol pochissimi de’ suoi, ed eziandio della più bassa classe, e.ricorrendo in decorso di tempo a m ercenari, quali erano i fnombolieri baleari, i saettatori numidi e . cretesi, piuttosto che porsi in mano essi stessi le armi spregevoli dell’ arco e delle frecce. 4 Il genere grave di armadura si sostenne negli eserciti de’Romani dal.prim o sorger di Roma fino a Macrino imperadore, che tolse il primo alle guardie pretoriane le corazze a squarti me, e gli scudi (3). Quinci a misura che la gloria di Roma nell’ armi andò caden­ do , che si sconvolse il giusto ordine m ilitare, e che la buona

( 0 L it. I. f ;

($) Dictor.

Factor, memorab. 1, a, c. 1 1 (3) Dione.

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NOTE Tattica si co rru p p e, crebbe parimenti di più in più il numero de’ leggieri nelle armate ; finché sotto Graziano la fanteria tutta fu spogliata d’ ogni arma di difesa. Quinci non è maraviglia se l’ Im pero, cui prima obbediva, si può d ir e , il m ondo, fu posto miseramente a terra dall’ orde tumultuanti de* G o ti, degli U n n i, degli A la n i, e da altri simili b a rb a ri,ch e non più contro celate e corazze di b ro n zo , ma contro petti nudi ed inermi slanciavano nembi di frecce (i). (to8) L e ordinante della cavalleria . Già sopra si è parlato ampiamente dell* armi della cavalleria (a). Qui seguendo le tracce dell’ A . è uopo determinare come gli ordini de’ cavalli si dispo­ nessero iu battaglia.

1 G reci mettevano grande studio nell’ evoluzioni della caval­ leria , onde molte dovevano averne famigliati e di diversa figura. Siane prova quel regolamento degli A ten iesi, il quale portava che nessuno potesse entrare nella cavalleria senza essere stato assoggettato a solenni prove d’ abilità nell’ arte di reggere il ca­ vallo - excusens

parim i e chi infrangeva questa legge era

marcato d’ infamia (3). Anche in S p arta, benché anticamente vi si trascurasse la ca­ vallerìa , tutto contando sui fanti appiedi (4), in tempi più tardi furonvi maestri dell’ arte

del ca va lcare,

chiamati

da Esichio (5). Questi erano incaricati di addestrare a tal esercizio la gioventù. Infatti la cavalleria fu inutile agli Spartani fin ch é, chiusi essi negli angusti loro co n fin i, ebbero solo a far guerra coi M essenj, e ciò perché la regione del Peloponneso , essendo scabra e montagnosa, impediva i liberi movimenti di quella, e quindi la rendeva inutile.

Ma quando vinti i Messenj

portarono

più lungi le loro guerre, essi pure sentirono la necessità di pro­ porzionare in questa parte le proprie forze a quelle de’ nemici, l i maggior numero de’ loro soldati a cavallo traevano essi da Sciro > città non discosta di Lacedem one, i etti abitanti ci afferma T u -

(i) Y. Veget. I. i • c. so { (a) $ S ( note Si . . . 6i ; (5) in Aleibiad.i (4) Pani. t. », le Hesfenia ; Lexicon.

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Lysua.

Oasi, i ,


ALL’ ARTE TATTICA.

a77

sidide (t) che stavano collocati all’ ala sinistra dell’ esercito, c o ­ me in posto lor proprio. Conoscevano benissimo i G reci che la dosi df a rm i, d’ uomini e di

cavalleria com ponete

c a v a lli, e le due prime parti es­

sendo comuni alla fanteria, la terza era quella, che sola costi­ tuiva la qualità essenziale di questo genere di truppa. Quinci dalla buona scelta de’ cavalli riputavano essi che dipendesse la bontà del tutto ; e questa è una delle più insigni regole di Tattica. G li Ateniesi perciò nell’ assoggettare a rigido esame chiunque aspirava ad esser arruolato alla

cavallerìa ,

facevano prove ed esperienze

più sollecite del cavallo che non dell’ uomo. In quanto a questo Seuofonte ci attesta che non vi era ammesso chi non fosse ricco di sostanze, e forte, e ben formato della persona. Ma riguardo al cavallo

rìchiedevasi che fosse sommamente docile al cavaliere,

e rifiutavano quelli che erano indomiti o timorosi ; al qual fine loro intronavansi le orecchie col forte suono della cam pana, o d* altro rumoroso strumento ; esperienze tutte che si facevano in presenza de’ magistrati competenti (a). L ’ insigne scrittore, nel suo libro dell’ arte del cavalcare, insegna tutte le altre qualità, che si hanno a considerar nel cavallo per farne giusto sag gio , e deci­ derlo atto agli usi di guerra. Esse com prendoni nel bel tratto di V irg ilio : . . . . . illi ardua cervix Argutumque caput, brevis alvus , obesaque terga , L u x uria tque toris animosum pectus . Honesti Spadices , glaucique , color deterrimus albis , Et gilvo (3). Se tanta solennità di prove ricbiedevansi dunque per arruolar uomo e cavallo alla cavalleria , è necessità dedurre che i volgi­ menti di questa fossero molti e difficili presso i G re ci, e richie­ dessero non comune perizia per essere ben eseguiti.1

( 1 ) L. 5 ; (a) Opulo, di Senati. t. a. Dal carico del generile di cavallerie. Dell* arte di cavalcare ; (S) Geòrgie. 1 .4 .

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378

NOTE

\

(109) S i valsero assaissimo. Nell’ arte del cavalcare frirouo questi popoli celebratissimi nella Grecia. L a loro cavallerìa riputavasi si eccellente che per farne acquisto Filippo si mosse a difenderli contro Licofrone ed Onomarco, le cui forze unite erano assai poderose. Egli vinse costoro per la superiorità assoluta della cavalleria de’ Tessali ( i) , e d’ allora in poi la cavalleria lessala, unita alla falange macedone, ebbe sempre col suo valore moltis­ sima parte nello vittorie si di Filippo che di Alessandro. I Colofon) eziandio , rispetto alla cavallerìa, non cedettero punto in fama a que’ di Tessaglia. Essi furono nell’ equestri bat­ taglie riputati invincibili ; ragione per cui nelle guerre lunghe e difficili s* implorava il loro soccorso, oon fiducia che dovesse riuscir superiore la p a rte , alla quale si dedicavano. Infatti, allor­ ché trattavasi di portar qualche jcosa all* ultima perfezione era passato in proverbio il detto K aA ap*» « n ê ifa t Colophonem ad­

dere , come ci attesta Strabone (2). Anche la cavalleria degli Ateniesi vien encomiata altamente da Senofonte, come quella che seppe proteggere que’ di Mantinea contro F irruzione de* Tebani insieme e "de’ Tessali (3). (xxo) La quale è voce che Ileo tessalo il primo inventasse. Eliano dice G iason e,

che

il ri trovatore della

schiera

romboidale si fu

tessalo come ognun s a , perchè figlio di Erone, il cui

fratello Pelia regnava in Tessaglia (4). Ciò sembrerebbe contrad­ dire ad A rria n o , chç ne afferma autore quest’ Ileo ; ma Eliano medesimo

in altro luogo ci dà con che sciogliere un tal dub­

bio ; dicendo che la schiera a modo di rombo fu inventata da Ileo

e praticata da Giasone (5). Qui è vero che l’ Autore parla

della battaglia o v a le , ma questa ha tali rapporti

colla

romboi­

dale , che si può credere esserne stato uno e medesimo l ’ inven­ tore. Arriano p erò , non contento di sì remota o rigine, opina che nemmeno Ileo fosse il vero inventor del rom bo, ma che . egli passasse per tale a cagione dell* averlo famigliarmente ado­

ti) Diod. Sic. Bibi. S t .t.S , 1. 16 , e. S, p. 187 a leg. (a) Lib. i4 ; (S) Storia Greche , 1. 7 , p. 319 ,• (4) Ttet. c. 1 8 ; (5) Cap. 48.

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ALL’ ARTE TATTICA.

279

p en to. C o n vita dunque inferirne, che i Tessali conoscessero da epoca immemorabile le più compassate evoluzioni della cavalle­ ria. Questo tratto è caratteristico

della passione che avevano i

G reci d’ involgere l’ origine delle cose loro nel buio delle favole, per renderle così vieppiù rispettabili. ( i t i ) Stonile ordinanza è molto acconcia a volgimenti di tutta sorta . G li elogj che 1’ A . e COn lui Eliano fanno egualmente alla battaglia rom boidale, sono esagerati assaissimo ; anzi falsi m tu tto , quando tal figura s* intenda adattare agli usi di guerra. L ’ idea che terminando essa in punta possa fendere la battaglia nemica è puramente ipotetica ; imperocché prova la più comune esperienza che i cavalli in battaglia non si reggono gli uni con gli altri come fanno i fanti appiedi ; che non possono giammai far impeto sopra un sol p u n to , e che una schiera , la quale non abbia altra fronte che quella d’ un uomo solo, stando nel rombo innanzi a tutti l ’ ilarca , oltreché è incapace assolutamente a rom­ pere qualunque corpo n em ico, ne debb' essere anzi al primo urto sconvolta e rovesciata. E che perciò ? Taccercmo noi

d’ igno­

ranza Arriano ed E lia n o , come hanno fatto sconsigliatamente Folard

e P a lm ieri, per questo difetto che rileviamo ne’ loro

scritti? Riflettiamo più saviam ente, e vedremo che tali asser­ zioni possono essere in qualche senso favorevolmente interpretate. E vaglia il vero ; che queste difficili ordinanze praticassero i G reci

non si può metter in d u b b io , perchè il fatto è concor­

demente affermato da scritto ri, i quali le memorie degli antichi conoscevano profondamente, e senza dubbio meglio di noi. D ’ al­ tronde rivocar in dubbio un fatto egli é sol lecito al critico , al­ lorquando ripugna alla ragione, o non combina con una serie di fatti certi. Ma noi vedemmo altrove che l’ esercizio m ilitare, in ogni gen ere, avevano i G reci portato all’ ultima perfezione ( 1 ) , ed in quanto alla quistione attuale osservammo poco di so p ra , che richiedendo essi le condizioni più scrupolose si in quanto all’ uomo che al cavallo per arrolare un soldato ( 1 ) $ 1 » , nota 8*.

alla cavalle- 1 '

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NOTE

980

r k (1); dì più c!.« nelle due nazioni della G r e c k , Atene e Sparta» essendovi state pubbliche scuole d* esercizi cavallereschi per la gioventù, uopo è confessare eh’ essi avessero in mira volgimenti assai difficili e complicati per un tal genere di truppa ; e che a questi volessero famigliarmente accostumare sì i cavalli che gli uomini. T a li cose premesse ne segue d’ evidenza, che i G reci dovevano conoscere e praticare per uso di esercizio e di parata le evoluzioni in quislione. E liaco in fatti descrive tre diversi modi di ro m b o , 1’ uno combinalo per righe e non per

file ; l’ altro

per file e non per righe ; il te rzo , che nè nell’ uno nè nell’ al­ tro modo è ordinalo; maniere tutte di disposiziooe, le quali per essere ben osservale richieggono passi e movimenti compassati ed esattissimi (2). Ma come non dovevano accorgersi i G reci che tali ordinanze in guerra non erano praticabili? Se dunque vole­ vano che i soldati le avessero fam ig liali, ciò era zolo per por­ tar T esercizio all* ultimo punto possibile di perfezione (3). Con tutto ciò si dee confessare il difetto de’ nostri A u to ri, di aver encomiate come praticabili ed utili in guerra tali ordinanze ed evoluzioni, le quali non vi ponno aver luogo. Ma quest’ er­ rore , in vece che da ignoranza, ripeterò in essi piuttosto dalla passione a’ Greci connaturale di dar sempre un’ impronta di mera­ viglioso alle antiche loro geste, col pericolo finanche di cader nel falso. Ciò si vuol bene qui rim arcare, perchè in seguito accaderà qualche altra volta di urtare nello stesso scoglia (112)

Delta ordinanza a foggia di cuneo formata . Tutto

quanto si è detto dell’ ordinanza romboidale si

può

qui ap­

plicare esattamente alla cuneiforme , come impraticabile in guer­ ra ; ben inleso che

questo nome si prenda alla lettera.

se per 1’ ordinanza a cuneo intender si volesse quella in lonna , potendo la

voce ipc/SeAe*

dei G reci

l ’ altro significato (4) » la quistione cangerebbe spetta D i Alessandro si trova ,

che nella

avere

Che co­

l’ uno e

totalmente d’ a­

battaglia d’ Arbela 1

(1) V. note to9 , 109 ; (*) Tact. c. 19 j (3j Oposc. di Senof- !• » Del ca­ rico del generale della cavalleria, p. >90; (4) S >5» nota 91.

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ALL* ARTE TATTICA.

381

dispose la sua cavalleria insieme con una falange a modo di cu­ neo , t con quest’ ordinanza si gettò addosso all' esercito per­ siano (1). L a stessa cosa anche rispetto alla cavalleria rinviensi di Epaminonda alla battaglia di Mantinea (3). Che se ben si con­ sideri dal principio al fine 1’ ordine d’ entrambe queste battaglie , manifesto si scorge che la parola t/cSeA*», ciò che altrove ho già rim arcato, non vien adoperata nfc da Senofonte, nè da A r riano per significare il cuneo propriamente, ma bensì per esprì­ mere il modo di ordinanza in colonna; giusta il quale disponen­ dosi la falange, anche la cavalleria vi si doveva

in certa pro­

porzione adattare. Dico in certa proporzione, perchè i

G reci

conoscevano il danno di dar troppo fondo alla cavalleria. (1 1 3) L e battaglie quadrate. Arriano sulla prima proposi­ zio n e , che ogni specie di ordinanza ha

i suoi vantaggi , tenta

qui di attribuirne alcuni alla figura quadrata per Questi però non consistono in

la

cavalleria.

altro , a ben

osservare quanto

egli ne dice , che nell’ essere tale ordinanza la

più semplice e

la più facile insiem e, e nell’ aver movimenti uniformi e non complicati. Osserviamo quali popoli

tra i G reci 1’ avessero più

famigliare. ( 1 1 4) Che sono assai valenti nella T essa li, i quali benché

non fossero della

cavalleria . Intendi i G recia propriamente

detta , dopo che Filippo li associò alle sue imprese guerresche, fecero

parte si

può dire essenziale, delle greche arm ate, spe­

cialmente sotto il comando di Alessandro. * L a cavalleria tes1» sala , dice P o lib io , che è eccellente allorché si batte di­ » visa in squadroni, ossia ordinata

in

file

ed

in righe ».

L 'a v v e rb io QaXayynSh infatti, di cui si serve l ’ Autore vien da , e significa disposizione a modo di falange ( per phalanges, vel twrmatim ). « Che se ella abbandona, prosegue » lo Storico, quest’ ordinanza, non è più buona a nulla ». E qui riflette che fra i Greci souovi p o p o li, che hanno uopo di bal­ co Stori* sa U spedii, d* Alesi. 1. S » S >4 > P* 1 7 • p. » i .

199

> (*) Storie Greche »

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»8ft

NOTE

taglia ordinata per mostrare lor valore; com e, oltre ai Tessali, i Macedoni e gli Achei: ed altri in vece, che don avendo sufficiente fermezza nè per assalire , nè per sostener 1’ urto d’ un assalto , si danno al depredare improvviso , all* attaccare qua e là il n e­ mico, ritirandosi in disordine e riordinandosi velocemente; com­ battendo in somma da sbandati, piuttosto che di piè fermo

ed

in giusta ordinanza (i). M a, parlando propriamente dei T essa li, io son d’ avviso

che i loro squadroni fossero in guisa ordinati

di non aver lo svantaggio del gran fondo; perchè altrimenti nelle guerre di Alessandro la cavalleria persiana, a cagione appunto della sua massa euorme

e dell* ampie sue battaglie quadrate,

non sarebbe da essi cosi facilmente rimasta vinta, (i). Credo adunque che i Tessali si valessero della battaglia

qua­

drangolare piuttosto che della quadrata ; il che , in quanto al fo n d o , costituisce gran differenza. ( n 5) I fa n ti appiedi a questa foggia disposti Questa mas­ sima , non solo enunciata ma provata eziandio da A rria n o , può dirsi rispetto alla cavalleria la

più

importante che in Tattica

si conosca. Anche Eliano insìste sul medesimo principio, e prova come il gran fondo nelle battaglie di cavalleria ridondi in p ro ­ prio dan n o, e non de’ nemici (3 ). Da questi principi sarebbe naturale 1* inferire la conseguenza, che i Greci dassero un fondo ben piccolo

alla loro

cavalleria.

Leone infatti lo afferma positivamente. Ma il fatto soffre molte difficoltà, allorché si vuol confermarlo colle massime e con gli esempi degli antichi. Polibio è il prirtio a contraddirlo, poiché afferma che il fondo migliore per la cavallerìa è parla di questo come di usato generalmente (4)* E d

di otto , e in quanto

ad autorità egli è fuor di dubbio che la sola di Polibio vai più che quelle insieme di Arriano , di Eliano e di Leone ; perchò si tratta di scrittore antico pieno di dottrina, che aveva egli stesso vedute ed esercitate le greche ordinanze , al confronto di altri

( 0 Lo Storio , t. 4 , 1. Storia } t. 4 > I.

8

; (*) V. note al n. n i j (5) Tact. e. i 8 ; (4) La

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ALL’ ARTE TATTICA.

a83

più recenti, i quali scrivevano in tempi che la gloria da’ G reci neir armi era in tutto spenta. Ma poiché l’ autorità perde il suo peso allorché si trova in contraddizione si con la ragione che con altri fatti ben conosciuti, quinci ne derivò l’ impegno in al­ cuni moderni di rinvenir prove nelle antiche m em orie, che gli antichi G reci davano poco fondo alla loro cavalleria. Palmieri v i si é provato senza però riuscirvi gran fatto a mio parere. Egli si fonda su certa asserzione di P lu ta rco , che gli Spartani avevano i corpi di cavalleria composti di cinquanta cavalli ordinati in fi­ gura quadrata. Supponendo adunque che questo quadrato fosse di figura e non di n um ero, perché la quarta parte di cinquanta comprende una frazione ; dippiù calcolato d ie il cavallo occupi per il lungo doppio terreno che per il largo, finisce a conchiu­ derne , che cinquanta c a v a lli, in cinque righe ordinati, occupano appunto un terreno quadrato , e

d ie perciò il fondo della ca­

valleria in Sparta doveva essere di cinque (i). L o scrittore non cita da qual luogo di Plutarco traesse il fatto in quistione ; e poi­ ché a m e , per quanto ipi vi affaticassi intorno, non venne fatto di rinvenirlo , cosi non posso portarne fondato giudizio. Più strano si é quanto afferma un altro moderno intorno alla cavalleria degli Sp artan i, che il fondo in vece che di cinque, usavano formar di dodici ;

e ne cita esempio alla battaglia di

Mantinea, senza specificar nemmen questi lo scrittore su cui fonda le sue ragioni (a). Se egli si é riportato a Senofonte, che quella battaglia descrive da maestro , assai mi dorrebbe che avesse ap­ plicato alla cavalleria il fondo che 1* insigne storico assegna ai fanti appiedi; ma in tutt'altra battaglia che in questa, quella cioè di Leuttra (3). Io non mi so indurre a credere, che G uischardt, poiché tale si é 1' autore di quest’ o p era , prendesse un sì grave sbaglio. Egli è nondimeno certissimo che alla battaglia di Man­ tinea , leggasi essa in Senofonte (4) , o in Diodoro (5) , o in Plu -

( i ) Art. della Guerra ,1 . S, c. a ; (a) Maubart da G oareet, Memoir. milif. •o r le« A hcica* , n. s , p. 1 9 a j (3) Le Storie Gr. 1. 6 , p. »j3 ; (4) Le Slorié G r. 1. f , p. 343 t «eg. i (I) Bibl. St. t. 1 , 1. i l , p. 1 1 S • seg.

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MOTE

*84

torco ( i ) , o in Polibio (a )# non t i tro v a d a n e ssu n o d i q u e sti determinato qual fosse in numero il fondo della cavalleria. De­ siderando adunque ai moderni qualche maggior attenzione in istudiar gli a n tich i, tentiamo di scoprire quel poco

che in questi

aitimi v ’ ha di certo intorno all’ attuai quistione. Dopo 1’ esame d’ un gran numero di fatti in quanto alla ca­ valleria de’ G r e c i,

io m i sono finalmente condotto a poter fon­

dare alcune massime, le quali mi sembrano degne dell’ attenzione de* Tattici ; e queste qui espongo colle prove lo r rispettive ; la­ sciando alle persone dell'arte la cura di trarne quelle conseguenze, che crederanno più opportune ai progressi della medesima. La prima si è che i più grandi tra i generali greci ebbero in costume di non far agire la altra

cavalleria so la , nemmen contro

cavalleria ; onde sostener qiiasi il debole di quella con la

forza di questa. Cosi Senofonte narra essere avvenuto nella bat­ taglia di Agesilao contro Tisaferne (5). E P lu tarco, descrivendo il medesimo fatto d’ a r m i, afferma che nell’ esercito spartano la fanteria era propriamente frammischiata alla cavalleria (4), dove gli scutati ben si comprende che i movimenti della cavalleria.

dovettero secondare in

Cosi Agesilao

tutto

inferiore di gran

lunga nella cavalleria ai Persiani, tolse con tal espediente alla sua il debole, e scompigliò e ruppe quella de’ nemici. L a falange infatti eh’ egli gu idava, avendo trovato le loro schiere . già in pieno disordine potè facilmente riportarne completa vittoria. Si rimarchi che a quest* epoca la

cavallerìa spartana

era la

peggior della Grecia. Senofonte lo attesta parlando della batta­ glia di Leutlra (5). E si che le istituzioni di Agesilao in quanto a cavalleria v o glionsi calcolar di molto ; perchè in Sparta fu il primo che at­ tese a migliorarla. E gli non risparmiò premj a quest’ effetto (6). Perciò egli giunse a tramutare un* imbelle cavalleria di doviziosi vigliacchi in altra d i7robusti e valorosi soldati (7). (1) Tom. 4 , V iu di Agesilao ; (a) Lo Storie, t. 4 , I 9 ; ( 8 ) Opti «e. t. a , Oro*, io lode di A gesilao, p . io ; (4) Tom. 4 , Vita di Agesilao , p. gS ; (S) Storie Gr. 1. 6 , p. * 7 * ; (6 ) Opusc. di 8 eoof. O rai. in lode del ro> Agesi­ lao , t. a , p. 8 1 ( 7 ) Plat. t. 4 * V iti di AgesDao p. 9 * .

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AL L’ ARTE TATTICA.

a85

Epaminonda nelle sue battaglie ci fornisce pure esempio di questo metodo di ordinare insieme

la cavalleria con la fante­

ria. L a battaglia di Mantinea vien descritta in tal modo da Se­ nofonte , d ie si rileva non aver solo l’ illustre Tebano sostenuta sempre la cavallerìa coi fanti appiedi, ma i nemici essere stati sconfitti, perchè trascurarono di frammischiare alcuna specie di fanti ai cavalieri (i). Questa massima poi di ordinare i fanti insiem coi ca va lli, è posta in tutto il suo lume da Senofonte , il quale la inculca come regola importante di Tattica (2). Intorno alla massima di avvalorare la debole cavalleria con la fan teria, la quale provammo avere stabilita nella G recia con lu­ minosi csempj Agesilao ed Epam inonda, è uopo avvertire che non fu ignota ai Romani ; i quali se ne valsero specialmente contro Annibale nella seconda guerra Punica. Sa questo prindpio fondò Scipione il suo ordine di battaglia al Ticino ; avventurandosi a combattimento con un numero di cavalleria minor di due terzi a quella del n em ico,

avvalorata però da cinque mila leggieri.

Dalla narrazione che fa Polibio di questo conflitto manifesto si sco rg e, che il piano di Scipione era quello che i leggieri do­ vessero tener gli intervalli fra gli squadroni di cavalleria e mar-> d a re per questi all’ innanzi o ritirarsi all’ in d ietro , secondo che

1’ uopo il richiedesse. Questi leggieri infatti non potendo reg­ gere all’ urto della cavalleria n em ica, si ricovrarono tosto fra gl' intervalli de’ cavalieri, a Essendo cosi i duci come i cavalieri

» d’ ambedue le parti impazienti d’ affrontatisi, tal fu il primo » sco n tro , che i la n cieri, non avendo ancor gìttato

il primo

a d a rd o , piegarono subito e fuggirono per gl’ interstizj

dietro

a gli squadroni della loro cavallerìa (3) a. Qui i fanti combatrtevano tramezzo agl’ intervalli degli squadroni, discendendo anche appiedi molti de' cavalieri. « Quelli che di facciata assaltaronsi » lasciarono buona pezza la battaglia bilanciata, che pugnavan 1

(1) Senof St. Gr. I. j , p. SSs ; (a) Opusc. t. a. Del carico dot generale della cavalleria, p. S o l; ($) La Storie, t. a , 1. f , p. 7 6 .

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*86

NOTE

» insieme fanti e cavalli essendo molti discesi a terra nello stesso » conflitto (f) a. Sul fine del combattimento si vede pure che i leggieri facevano tramezzo agl' intervalli della cavalleria i con­ sueti lor volgimenti ; perchè presi alle spalle dai Numidi loro voltaron subitamente la fronte, e si tenner saldi in combattere, finché poi superati dal numero restarono sconfitti. Qaesto cele­ bre fatto d' arme vuol essere studiato in Polibio, come forse il più acconcio a dare idea precisa della maniera, con che gli an­ tichi combinavano e facevano agir di concerto le armi della cavalleria insieme e della fanterìa. Anche Tiberio Sempronio tenne la stessa pratica ; poiché si trova in Polibio, che egli ani prima mille leggieri alla.sua ca-i valleria, quinci tutti quanti ne aveva (a). In Cesare si trovano molti esempj di questa fotta. Non è dun­ que maraviglia se Vegezio fondò per regola, che quando la propria cavallerìa è più debole di quella del nemioo, fa d'uopo sull’ esempio degli antichi, avvalorarla colla leggier fanterìa (3). Una seconda massima xie' Greci intorno.alla cavalleria, la quale merita tutta la riflessione degli intelligenti, riguarda propriamente il fondo. Del numero di cui lo formassero non si può fondar regola generale; perchè i fatti in proposito sono incerti e tal­ volta contraddicenti ; perchè spettano ad epoche differentissime ; perchè riguardano popoli diversi, i quali in varj tempi ebbero sistemi di milizia assai differenti, e perchè infine sempre hanno uopo di stillate interpretazioni e di speciosi calcoli, onde pro­ vino tutto quanto si vorrebbe far loro provare. Ciò che si può affermare di positivo nell' attuai quistione si è , che i Greci co­ noscevano i danni e gli svantaggi di un fondo troppo esteso per la cavalleria, e che facevano regola al vincere essenziale di non cadere in tale difetto. . A questo sbaglio, per parte de' Lacedemoni e dei loro confe­ derati , attribuisce Senofonte la sconfitta, eh’ essi ebbero da Epa­ minonda nelle battaglie di Mantinea. Se mai generale seppe ap<0

Le S t ., t. * , l. S , P. 76; (a) Ibid., p. 81 ; (5 ) LU>. S , e. 16. '

1

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ALL’ ARTE TATTICA.

»87

profittarsi della fona irresistibile, che la fanteria acquista dal gran foùdo, si fu al certo il Tebano, che la battaglia di Leuttra. vinse con formar le sue file di cinquanta d’ allena (1); e di quella di Mantinea sortì vittorioso avventandosi al nemico stretto in colonna ed urtandolo, eliee lo Storico, dome la prua d’ un naviglio colpisce nel fianco un vascello avversario (3). Ma Seao4 fonte afferma espressamente che lo svantaggio Lacedemoni dipendette dall'aver essi ordinata la cavalleria al modo di fa-, lange, e dall’ aver dato a quella ü fondo medesimo, che a questa (3 ). Esempio più luminoso degli svantaggi che ridondano dal gran fondo alla cavalleria, lo abbiamo nella battaglia di Alessandro oon« tra D a rio ; in descriver la quale afferma A rriaoo che i Persiani

a cavallo, benché numerosissimi, rimasero facilmente sconfitti per ciò appunto, che in vece di tenere un’ ordinanza suscettibile d i movimenti e di evoluzioni, attesero ad affollarsi e stringersi gli uni addosso agli a ltr i, dal che piuttosto che maggior fermezza alla loro battaglia, per lo sturbarsi reciproco de’ cavalli sol ne venne confusione e disordine (4).

Qui si potrebbe dubitare è vero, se questo fatto non fosse in contraddizione con l’altro già riportato (5 ), che in entrambe le citate battaglie Epaminonda ed Alessandro ordinarono a figura di cu­ neo , ossia in colonna, la loro cavalleria. Ma è uopo riflettere che questa maniera di ordinanza essi adoperarono per giungere vantaggiosamente a portata del nemico. Alessandro infatti con le schiere cosi disposte si gittò nel vuoto della fanteria Persiana; ma i suoi movimenti furono ta li, che in vece di presentare al nemico una massa pesante e confusa, potè fare tutti i volgimenti necessarj al combattere della cavalleria. Infatti, se il suo cuneo avesse avuta la solidità della battaglia persiana, non sarebbe giammai riuscito a vincere il nemico, per quel difetto medesimo in questo, di cui egli stesso peccava. ( 1) SaaoC. St. Gr. 1. S , p. (a) Ibid., 1. 7, p. S 5 i; (5) Ibidj (4) Storia » • la spedii, d' Aleii. 1. 3 , $ »4 » p. ja3 e t e g. j (3) V. nota 11 a.

f

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988

NOTE

( i i 6 ) La schiera poi eteromece o quadrangolare. L a schiera rettangolo, la quale ha la fronte maggiore del fondo, è senza dubbio la più confacente alla cavalleria, e quella in cui la forza di questa ai esercita nel modo più favorevole al suo pieno ef­ fetto. L e regole dei Tattici intorno ai movimenti della caval­ lerìa si riferiscono per la maggior parte a cosi fatta maniera di ordinanza. Le principali ho io tratte da Polibio, il quale le ac­ cenna qua e-1& nelle sue opere. Alcune di queste riguardano più i Romani che i Greci ; ma poiché tutte partono da un uomo cotanto insigne per militari talenti, così debbono tenersi come egualmente importanti (i). • Nello stabilire eh’ egli fa il fondo di otto , come universal­ mente adottato, non manca d’ inculcare che fra gli squadroni aienvi intervalli ampli abbastanza, per i quali possa Ir squadrone fare suoi volgimenti dai fianchi, o dalle spalle (a). Parlando del conflitto equestre tra i Cartaginesi ed i Romani alla famosa giornata di Canne, dichiara aperto Dente d ie il vero modo di combattere della cavallerìa nen è quello di piè ferm o, ma che consiste neH’avventarsi ordinatamente al nemico, quinci nel ritirarsi pure con ordine, e poi tornare di bel nuovo all’ assalto. E poiché il conflitto in quistioae non fu di tal ape* d e , egli lo dichiara conflitto di barbari (3). L e più importanti e le più utili evoluzioni della battaglia eque­ stre sono da Polibio ottimamente descrìtte in un tratto insigne, ove rende conto degli esercii) che Scipione, dopo aver presa Cartagine, fece fare al suo esercito. Qui egli distingue i movi­ menti di ciaachedun cavaliere, da quelli dell’ intero squadrone. Fra i primi annovera le declinazioni sui fianchi, cioè il far a dritta , il far a sinistra, e l’ immutazione, vale a dire il vol­ gersi dalle spalle. Fra i movimenti dello squadrone annovera il quarto, la m età, ed i tre quarti di conversione. Nel passo di Polibio possono vedersi questi oggetti io maggior dettaglio (4)« (O V. Annota*, al $ seg. ; (a) La S to rta, 1« 11, S 9 i (3) La storia, i. 3 , S »*4 » p. ila 1 (4) La 8toria , 1. io r S s i.

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ALL’ ARTE TATTICA.

*89

Anche in Senofonte si trovano eccellenti massime intorno agli esercizj della cavalleria (1) ; ma non però così laminose e pre­ cise, quali sono quelle di Polibio. Senofonte attende più in questa parte al trattare oggetti particolari, che non al discutere grandi principi. Metterò fine all* attuai soggetto con far cenno d’ alcune impor­ tanti differenze fra la cavalleria de’ Greci , e quella de’ Romani. 1 primi erano soliti formare d’ ordinario gli squadroni di cento­ veri lotto individui (a), ordinandoli a otto di fondo (3) ; i secondi formavano invece le loro torme di trenta o trentadue individui, ordinati a quattro di fondo (4 ). Da ciò si vede die l’ idea nei Greci di render soda la battaglia equestre prevaleva in qualche grado a quella d’ aver una cavalleria pronta, leggiere e spedita; e che ne* Romani era in vece radicata la massima che il vero combatter di questa non già consistesse nella fermezza degli or­ dini., ma nel moversi continuamente e con speditezza. Polibio ci attesta, che tal maniera di combattere a cavallo era la lor consueta (5 ).. Nè mancano tra i loro scrittori tracce frequenti di questa mas­ sima. Sallustio, narrando come i cavalieri numidi andassero di­ sordinatamente sconvolgendo, sturbando ed offendendo talmente la fanteria romana, che quasi vinta s’ incontrava dipoi colia fanteria nemica, dice ; che in ciò fare non serbavano per nulla il vero ordine del combattere a cavallo, quello cioè del proce­ dere all’ assalto e poi ritirarsi (6). Qui si vede manifestamente la diversità che passa fra la cavalleria leggiera, che non tien ordine di sorte, e la cavalleria di linea, la quale ancorché spe­ dita ne’ suoi movimenti, serba però sempre un giusto ordine nel combattere. Servio egualmente che Sallustio si esprime intorno ai volgi­ menti della cavallerià (7).1 ( 1 ) Opuscoli, t. 1 . Del carico del generale della cavalieri» , p. aSS e seg. f ( *) V. $ se 5 (3) Polib. 1. is , S 9 ; (4) V. § 3 1 , nota n é ; (5) Le Storie , 1- 5 , §S »*4 » »* 5 , p. iSa e scg i (6; Ball. JuguMh. c. 5$ ; (j) Lib. A , Æneid. - T a d t. Annal. 1 6. - L ir.

A m Alto.

4o

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990

NOTE

1 Romani, giusta Vegetio, destinavano particolarmente la ca­ valleria ad inseguire il nemico, ed a finire cosi di sconfiggerlo. Questa infatti vuol egli che stiasi cheta finché dalla fanteria non sia quello posto in fuga (1). Tale precisamente si è il mag­ gior uso che si fa oggigiorno della cavalleria. Tutto insieme considerato si può dunque credere ragionevol­ mente che le massime de’ Romani intorno all’ ordinare la ca­ valleria fossero più giuste di quelle de’ G reci, e sicuramente di assai più conformi ai principj della moderna Tattica; mentre è noto che le innovazioni, che negli ultimi passati secoli fecero nella cavallerìa i più celebri capitani, tutte furono dirette a minorare il fondo, ed a render la battaglia più acconcia al com­ batter spedito e in movimento continuo. 11 fondo infatti og­ gidì comunemente adottato si é quello di tre, stabilito da Montecuccoli. ' Che se mi si domandasse, perchè i Romani nelle guerre pu­ niche restassero di tanto inferiori ai Cartaginesi nàie fazioni eque­ stri , risponderò, che ciò dipendette dall’ aver essi avuti cavalli forse non buoni egualmente che quelli dei nemici, ed in nu­ mero di gran lunga minore (2). (117) Quattro mila novantasei soldati a cavallo. Questa pro­ porzione della cavallerìa alla fanteria fu ella in Grecia gene­ ralmente adottata? Pare che no. Infatti è ben naturale che in varj tempi e presso diversi popoli, differente norma si do­ vesse in ciò tenere, secondo che gli usi di Tattica, la ric­ chezza e potenza della nazione che facea guerra, il terreno su cui s’ aveva a combattere, la qualità de’ nemici ecc., esigevano meglio. E siccome la quistion presente non riguarda certo le an­ tiche epoche della Grecia, imperocché provammo che gli Ate­ niesi e gli Spartani gran tempo stettero senza prevalersi quasi punto di cavalleria nelle lor guerre ; così fa d’ uopo riferirla al1* epoca medesima, in cui fu stabilito il preciso numero della falange presso i Macedoni. Infatti l’ A. intende determinare la 1 ( 1) Lib. 3} c.

; (a) Polib. Le St. 1. 3 , $ 116 , p 155 0 seg.

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agi

ALL’ ARTE TATTICA.

cavalleria in proporzione della fanteria ordinata sul piede di falange ; la quale per istituto di Filippo vedemmo essere stata formata di sedici mila incirca gravemente armati. L ’ A. egli stesso disse già sopra (i) che la battaglia degli armati gravemente deve ammontare al numero di sedici mila trecento ottantaquattro individui ; quella de’ leggieri ad una metà di „que­ sta , cioè ad' otto mila cento novantadue 5 e quella de’ cavalli ad una metà di quest’ ultima , il che equivale appunto al numero qui citato di quattro mila novantasei cavalieri. Ciò posto pare che ad un esercito di ventiquattro mila fanti incirca ( poiché i gravemente armati insieme coi leggieri «Fogni specie, peltati in­ tendo e laudatori, formano ventiquattro mila cinquecento settantasei individui in tutto ) competer debbano più di quattromila cavalieri. Questa proporzione, stando all’ asserzione di Arriano, si trova precisamente nell’ esercito con cui Alessandro passò di Grecia in Asia ; contandovisi trenta mila fanti tra opliti, peltati e leg­ gieri , oltre a cinque mila cavalli (a). Ciò nondimeno v’ ha luogo a dubitare se pur questo sia veroCali isteue infatti, che si trovava presente alla battaglia tra Dario ed Alessandro in Cilicia, afferma che nell’ esercito di quest’ulti­ mo , quando passò in A sia, contavansi quaranta mila fanti, e quattro mila dnquecento cavalli solamente ; che in seguito rice­ vette di Macedonia in sussidio altri cinque mila fanti cd otto­ cento cavalli ; il che forma in tutto quarantacinque mila di fan­ teria con cinque mila trecento di cavalleria (3 ). Il divario è dun­ que tale in quanto al fatto presente tra Callistene cd Arriano, che quegli assegna ad un esercito di quarantacinque mila fanti quasi lo stesso numero di cavalli, che Arriano ne attribuisce ad uno di trenta mila. Citando altri esempj d’ epoche posteriori, quando la Tattica greca era al sub punto di perfezione, esercitata cioè dall’ ultimo

(t) V. $ « i (2) St. su la speda, d’ Aless. 1. i , $ «4 , p. a * ; (5) Tulib. Le St. I. ia , § «o.

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292

NOTE

Filippo, da Filopemene, e da altri sommi guerrieri, d’ una tanta proporzione di cavalleria alla fanteria si trova difficilmente esem­ pio. L ’ armata in fatti con cui Filippo fece guerra ai Romani iu Tessaglia, non contava appena che due mila cavalli per un’ in­ tera falange di ventiquattro mila fanti incirca (i). L'armata con cui Tolomeo Filopatore a Rafia sconfisse Antioco il grande, com­ prendeva solo cinque nyila cavalli per settanta mila fanti (2). Quella d’ Antioco era ordinata a un dipresso Sulla stessa propor­ zione (3 ). Rispetto a cavalleria si attenero i Romani a proporzione di gran lunga minore ; assegnando per ogni legione di quattro mila e dugento fanti, e talvolta anche di cinque mila, lo scardo nu­ mero , prima di dugento cavalli, quinci di trecento ; all’ epoca in cui scrìveva Polibio (4 ). 1 Cartaginesi fra tiitte le nazioni eh’ ebbero giusto sistema di Tattica ( perchè de* barbari non è qui discorso ) furono quelli * che portarono la cavalleria a proporzione di gran lunga mag­ giore , che non è in alcuno degli esetnpj fin qui citati. Alla bat­ taglia comandata da Santippe contro i Romani eranvi quattro mila in tutto di fanterìa (5 ). A quella d’ Amilcare Barca contro i ribelli d’ Africa, il numero de'cavalli era eguale a quello dei fanti, vi si contavano cioè cinque mila uomini per entrambi (6). Annibaie impegnò battaglia coi Romani sulla Trebia con un eser­ cito di dieci mila soldati di cavalleria per soli venti mila di fanterìa (7). Alla famosa giornata di Canne, l'armata cartaginese contava dieci mila soldati a cavallo , e quaranta mila fanti (8). Tutti questi fatti provano dunque che i Cartaginesi facevano sommo conto della cavallerìa, e che col gran numero di questa s’ avvisavano di togliere ai Romani il vantaggio d* una fanteria a tutti i titoli eccellente. Ciò loro riuscì di fatti. Onde Annibaie1 (1) Polib. L t St. 1. 17. - Lìr. J. SS i n. S . . . 11. - Plat. Vita di F la min. t. 5 , p. 5* ; (a) Polib. Le St. I. 5 , $ 79 , p. 90 j ( 5) Ibid > (4) Le St, 1 i>) $ 181 p> aa8 ; ( 5) Polib. Le St. 1. 1 » S » P* 77 » (6) Le St. 1 ‘ 1 S 7$ , p. 11S : (7) Polib. Le St. L S , S 7a , p. 85 ; (8J Polib. Lp St. 1- 5 , S u 3 , p. i 5a.

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ALL’ ARTE TATTICA.

a:,3

a Canne volendo rincorar le sue tru p p e, e farle quasi certe della v itto ria , non credette poter meglio riuscir nel suo intento, che ricordando

loro quanto fossero superiori ai nemici nella ca­

valleria.

.

*

Perciò Polibio non dubitò di affermare che )e grandi vittorie , da’ Cartaginesi sui Romani riportate nella seconda guerra punica , tutte furono dovute al vantaggio della numerosa cavalleria ; onde n e dedusse per conseguenza essere a miglior partito c h i, avendo metà parte della fanteria del n em ico , gli è superiore in caval­ leria , di quello che quegli , che entrambe avendo con lui eguali, s* impegna m guerra (i)< '

Però questa massima ha uopo di grandi avvertenze per esser

riputata giusta ; poiché non mancano numerosi esempj trario , che dubbiosa la rendono

in con­

e soggetta a molte eccezioni^

A che servirono infatti quelle innumerevoli schiere di c av alli, che i re di Persia mossero nelle prim e lor guerre contro ai G r e c i, ohe non avevano quasi punto nelle loro armate? che val­ sero contro ai pochi Ateniesi di Maratona i numerosissimi ca* valli di Dario ? Che potè contro ad Agesilao la cavalleria di Tisaferne? C he valse contro ad Alessandro la ' copiosissima di Dario Codom ano? Ma per citare piò luminoso esempio di quanto qui si afferma, chi è che non sappia a qual numero prodigioso ammontasse la cavalleria di Tigrane contro

ai Romani comandati da Lucul­

lo (a) ? Pure i diciassette mila catafratti, che formavano come un muro di ferro, furono sconfitti e posti in fuga da due coorti romane , e da pochi cavalieri tra Galati e Traci. In somma que­ sta numerosissima cavalleria non giovò punto a Tigrane $ poiché a fin di battaglia, tutta, si può d ir, la sua armata rimase vinta e trucidata (3). Non è dunque tanto il .numero della cavalleria * quanto l’ ordine e l’ arte di ben com andarla, che proficua la rendono alla vittoria» S e l’ esercito di Tigrane avesse avuto per

p.

(O Polib. Le St. 1. S , S m 6 , p. iSÌ ; (a) Plat. Vita di’ Lucullo , t. Z 4 78 ; ( 5 ) Id. ibid. p 4 8 3 .

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*9 4

NOTE

generale A n n ibaie, forse il sarcasmo di quello verso i Romani farebbe stato giusto e ben adattato. « Se vengono come ambaa sciadori, son bene assai ; ma se come soldati, son pochi (i). Da questi fatti si deduce da alcuni la conseguenza, che la ca­ valleria , di qualunque specie ella s ia s i, può nulla o pochis­ simo contro alla fanteria. L a quistione è importante; ma io cre­ do che con gli esempj fin qui citati non si possa punto deci­ derla ; poiché sono presi tutti da nazioni b arbare, le quali non conoscevano giusto ordine di Tattica, impegnate in guerra contro ai G reci o ai Romanf"; i due popoli meglio istruiti nell* arte del combattere, che giammai fossero in ogni tempo. Non si dee dun­ que dissimulare che i fatti

in quistione perchè provino tutto

quanto si vuol far loro provare contro

alla cavalleria , conver­

rebbe supporre che la forza della fanteria, calcolata non tanto nel n um ero, quanto nel tenore dell’ armadura e nella maniera di ordinanza, poiché questa accresce infinitamente il momento di quella, fosse da entrambe le parti eguale. 1 dati adunque neces­ sari al decidere questa quistione non avverandosi nè per i Greci contro ai P ersia n i, nè per i Romani contro ai P a r ti, uopo è porre al confronto due nazioni, che nell’arte del combattere or­ dinato

sieno

egualmente istruite ed esercitate. 11 paragone fra i

Rom ani ed i Cartaginesi, all’ epoca di Annibaie , è il solo che venga giusto nell’ attuale quistione. Si tratta di due popoli entrambi a g g u e rriti, e che combattevano ambedue con giusto ordine di Tattica. O r su questi fissando il nostro esame è necessità confes­ sare , che la forza della cavalleria riesce giovevolissima anche contro alla fanteria , e che un numero superiore di quella può benissimo decidere della vittoria. Ed in vero dalle A lp i fipo a Canne non s’ incontra fatto d’ arm i, di cui Annibaie sortisse vin­ c ito re , e non ne fosse debitore alla sua cavalleria.

Cito Polibio

in testimonio di questo fa tto , ed un tanto mallevadore è rispet­ tabile abbastanza, perchè non s'abbia a moverne dubbio. E

(i) Plat. Vita di Lacollo, t. S , p. (79.

— «r,

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ciò


ALL* ARTE TATTICA.

ag5

nell’ipotesi, che le forze de’ due popoli in quanto a fanteria fos­ sero eguali; mentre, a voler bene esaminare la co sa , si dee con­ fessare , che quelle de’ Cartaginesi erano in feriori, attesa la va­ rietà delle nazioni onde componevasi la lo r fanterìa, e l’ esser questa mercenaria per il m aggior numero e non armata unifor­ memente; cosicché v ’ aveva uopo di tutto il genio di Annibale per misurarsi di piè fermo coi Romani : circostanza, che accresce tanto di più il valore dell’ argomento in favore della cavallerìa. Se dunque le vittorie de’ G reci e de’ Romani contro l’ immense schiere a cavallo de’ barbari persiani e p a r ti, provano che la cavalleria è un’ arma debole per chi non ha l’ arte di valersene a luogo e tempo; quelle di Annibaie fanno manifesta fede eh’ ella è assai poderosa in mano di chi sa trarne tutto il p a rtito , che il sublime talento di guerra può suggerire ad un gran generale, qual era il Cartaginese.

1 R o m a n i, essi stessi a lungo andare furono poi finalmente convinti di tale massima. Perciò Scipione attese nella battaglia d i Zam a a farsi forte della cavalleria africana di Massinissa ; e que­ sta sicuramente fu una delle tante sfavorevoli circostanze, che contribuirono alla disfatta di Annibaie. U n fatto si luminoso è prova decisiva nell’ attuai quistione. (i 18) Ogni ile , o compagnia. Quest’ ila o compagnia, che i G reci formavano di sessantaquattro cavalieri, facevano di soli trenta i R o m a n i A d ima tal banda essi davano il nome di t u r m a e d ie ci ve n’ erano per ogni legione (i). C iò po sto, poiché ima schiera di trecento a c a v a llo , la quale competeva ad ogni le­ gione , si divideva in

dieci parti o turm e , forza è dedurne

^che queste comprendessero per ciascheduna il numero di trenta cavalieri (2). È osservabile che

Polibio usa il vocabolo iA t per esprimere

la turma dei Romani , e che in questo significato vien tal Voce di greco in latino tradotta da L ivio . Dicendo quegli

che nella

battaglia di Scipione con Asdrubale nelle Spagn e, furono tolte 1 (1) Potib. Le St. t.

5

, l. 6 , $ s 5 , p. * 3 3 ; («) V. V *rr. IV , de L . L .

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2g6

NOTE

di schiera. |« k ÌXat Iwwtav, traduce questi -

subductas ex

acie lem as equitum turmas (i). (i *q) La quale i Romam chiamano dia. Dunque 1’ ala eque­ stre de’ Romani ( poiché essi eziandio chiamano ale le estreme parti laterali dell’ esercito appiedi ) , a quanto ne dice A m a n o , doveva esser formata di cinquecento u o m in i, ad un dipresso come Tipparchla de’ G r e c i Però questo numero non fa costante; e da Polibio risulta (2) che l’ ala in quistione solo comprendeva quattrocento cavalieri. Simile esempio si trova nella guerra di Cesare in Africa (5). * A l numero di cinquecento incirca determina Igino l’ ala eque­ stre (4) 9 e tal pratica poteva esser forse in vigore all’ epoca in cui Arriano scriveva. C hi amasse maggiori lumi intorno a questo punto consulti Lipsio (5 ). (120) Dovendosi richiamar vocaboli dimenticati. G li

ordini,

i nomi , e le distribuzioni de’ carri e degli elefanti ad uso di guerra, possono vedersi partitamente in Eliano (0). Se ne farà cenno

ancor qui fra non m o lto , all’ occasione che si parlerà

della m aniera, la quale tenevano gli antichi nell’ ordinar in bat­ taglia gli elefanti (121) Quelli che abitano le isole , dette britanniche , poste fu o r i del Mar grande. G li antichi dicevano M ar grande il Me­ diterraneo. T ali isole erano dunque VIrlanda e l’ In ghilterra, ed i barbari che le abitavano gli antichi Bretoni. Questi popoli avo­ vano una loro particolar maniera di com battere, la quale consi­ steva in salire armati su certe carrette , dette essede , tirate da due c a v a lli, colle quali a briglia sciolta avventava*»! dardeg­ giando alla battaglia nemica ; smontandone per combattere a p ­ piedi , tostochè vi si fossero internati alquanto mediante il di$ordine prodottovi col prim o slanciar delle frecce, e coll’ urto de* carri (7).1

(1) Le St. 1 . a8j (*) Le St. 1. 6 , Ç 18 • t f g ., p. ss8 e seg. ; ( 5 ) Hist. de Bello africano ; ( 4 ) V. Schei, ad Hygio. p. 71 ; (5) De Milit. Rom. 1. a , dialog. 8 ; (6) Tact. e. a» a * 5 5 (7) V. C a s. de Bello gali. I. 4 * P* » 4 i.

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297

ALL’ ARTE TATTICA. Poiché dunque gli essedarj mettono piede a

terra

solo

al­

lorquando , mediante il gettar delle frecce e 1’ impeto de’ carri in corso, hanno di già scompigliata alquanto la battaglia nem ica, e si sono insinuati entro agli squadroni della cavalleria ; non si possono perciò riguardare com e semplici fanti appiedi, che si prevalgono delle essede a puro oggetto di trasportarsi facilmente a combattere ove lor più aggrada; il che falsamente ha affermato Palmieri (r) ; ma si hanno bensì a tenere come un tal genere di truppa , che ora combatte di star sui carri colle frecce , alla guisa medesima che la

cavalleria leggitore ; ed ora fa battaglia

a terra , secorilo che meglio F uopo il richiede. S e questi soldati infatti , di star sull’ essede sbaragliano il nemico prima di rag­ giungerlo , e col favor di queste rompono alquanto la fronte av­ versaria , uopo è confessare

che l’ essede loro servono a qu al­

che maggior uso , che non a quello di semplice veicolo.. Ciò appare più manifesto dall9osservarsi che appunto per tale loro maniera di combattere gli essedarj ebbero dapprima molti van­ taggi sui Romani si appiedi che a cavallo, e questi durarono assai fatica a vincerli (2). Da tutti questi tratti manifesto risulta che la milizia degli essedarj aveva

e la stabilità della fanteria, e la mobilità della

cavalleria. Cesare solo ne riportò vittoria, allorché li fe’ investire dalla fanteria insiem e e dalla cavalleria con tanta rapidità , che non ebbero eaitipo al metter piede a terra j e cosi loro fu tolto uno de9 vantaggi * che li rendeva per metà superiori ai nemici (3). (ina) P iccioli cavalli fo g n i fa tica pazienti. L a maestria dei Bretoni in reggere questi cavalli è da Cesare magnificamente de­ scritta (4). ( ia 3 ) Carri fa lca ti. È frequente menzione presso gli storici di carri cori denominati dalla qualità dell’ arraadura, onde si guar­ nivano ad oggetto di renderli, terribili e rovinosi ne’ fatti d’ ar­

CO A tte della Guerra, 1. i , e%S , n. g ; (e) V. C a i. de Bello gali ; ( 5 ) Id. Ibid. 1. I f (4 ) Ibid. 1. 4 .

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*g8

NOTE

m e: Senofonte ne attribuisce 1’ inventione a C iro ( i) ; ma non è ben certo chi primo in guerra li adoperasse. Però i barbari ne fecero particolah uso; i Parti in ispecie, ed i Persiani Mitridate ed Antioco ne condussero in molto numero nelle loro armate con­ tro ai Romani (?). Contro ai G reci ne mossero pure i Persiani. E quanto simili carri fossero numerosi nell’esercito di D ario, può vedersi in Q. C u rz io , che soventi volte ne tien discorso (3 ). I carri falcati, giusta le descrizioni che ne fanno gli storici greci e

latini, erano

certe macchine da guerra larghe e pe­

santi, sostenute da ruote sode e massicce; e queste fermate ad assi ben fermi e lu n g h i, affinchè difficilmente velassero a rivol­ tarsi. Erano tirati da quattro cavalli tutti gravemente armati ; ed il luogo ove sedevano gli aurighe era costrutto di fortissimi legni, ed alto in maniera che veniva a coprirli fino al petto. E d af­ finchè potessero quelli sicuramente reggere il carro, avevano tutto il coperto d’ intera arm adura, dagli occhi in fuori (4). O ltre le falci da cui ebbero il nome queste m acchine, particolarità rinvengonsi negli scrittori

altre

intorno alla loro ' arma­

tura. A lla testa del timone eranvi certi spuntoni di ferro spor­ genti più cubiti all’ infuori a guisa di luoghe aste,

i quali tra­

passavano tutto quanto rincontrassero all’ innanzi:

cosi pure al­

l’ estremità del giogo de’ c a v a lli, dall’ uno e dall’ altro c a n to , stavano affisse punte di ferro , oppur due falci ; l’ una cioè di traverso parallela a l pigno del gio go, l’ altra rivolta a terra: quella perchè recidesse quanto si opponeva al carro di fianco ; questa affinchè ferisse e squarciasse chi si trovava in basso, o fosse in terra caduto. Erano eziandio da ciascuna estremità dell’ asse, in­ torno al quale volgonsi le ru o te, taglienti falci sitnate nette due diverse direzioni suddette, non che punte di ferro copiose fer­ mate ai r a g g i, ed altre minori falci pendenti verso terra e fisse al lembo delle ruote ; le quali è difficile a concepirsi in qual modo fossero poste a non impedire il libero movimento del carro (5).

co

j

Ciroped. t. a , I, 6 , c. i , p. 67 (9) Veget. 1 . S , e. 9( ; (S) Lib. et alibi ; ( 4 ) Senof. Cirop t. 9 , 1 . 6 , c. 1 , p. G7 ; ( 5 ) Curi. 1. 4 « c' 9 * \

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4

»


*99

ALL’ ARTE TATTICA.

Egualmente si esprime L ivio intorno alle quadrighe Calcate di Antioco (1). Il numero di questi carri

non

si può ben definire in qual

proporzione stasse con quello d eir esercito tutt’ intero. S e ne po­ trebbe istituir ragguaglio almeno in quanto ai P ersian i, se fosse ben noto

il numero

intero de’ com battenti, d ie

ai compren­

devano nell’ armata di Dario contro ad Alessandro alla battaglia famosa di Arbela. In quella sappiamo che eranvi dugento carri falcati, divisi in quattro schiere di cinquanta per ciascheduna; e ciò per uniforme testimonianza si di Curzio (2), che di Arria-r no (3). Ma come fare un

ragguaglio fra il

numero

de’ carri

e quello de* combattenti, se intorno a quest* ultimo le asserzioni de’ due scrittori sono fra lor ripugnanti ?

Curzio afferma infatti

che in tutto l’ esercito di Dario si contavano quarantacinque mila cavalieri, e dugento mila pedoni (4 ). Ma quanto non da sorpresa il trovare in A rria n o , che i cavalieri ascendevano a quaranta m ila, ed i fanti ad un milione (5 ) ? L a differenza dunque circa il numero de* fanti è tale che non si può rinvenire un termine di ragguaglio onde giudicar della proporzione in che stava il numero de*carri falcati a quello dell’ intero esercito. Ma non supponendo errore ne* codici nè per 1* uno nè per 1’ altro autore ; ove però si voglia giudicarne dal confronto d’al­ tri scrittori, lo smisurato numero di Arriano trova maggior ap­ poggio nell* autorité di questi, che non il mediocre di Curzio. Giustino (6) assegna all’ esercito in

questione 100,000 cavalieri,

e 4 oo,ooo fanti ; Diodoro (7) 200,000 cavalieri, ed 800,000 fanti; Plutarco (8) 1,000,000. di combattenti in genere; Orosio (9) 4 o 4 ,000 fan ti, e 100,000 cavalli, dal che si vede manifesto che il n u ­ mero riportato da Arriano si accosta ben più di gran lunga al1’ asserzion comune , che non quello di C nrzio, almeno in quanto ai pedoni ; perchè per i cavalli è in tutti stranamente diverso.1 (1) Cori. 1 . Si , c. 4 ' ( 4 ) Lib. 4 * 0 . i l , $ i5 S 5 ; (7) Bibl. St. t. 6 , di A ltis, p 3«3 ; (9) L.

{ (a) Lib 4 . c. ta j (S) Le St. ]. 5 , $ 8 , p. n S ; ; ( 5 ) Le St l. S , $ 8 , p. n S ; (6) Lib. i , c. ia , I. 17 , e. 8 , p . 58 j e c. 11 , p. 79 ; (8) T. 4 , Vita 3 , c. 17.

v

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NOTE

3 oo

Ritornando al soggetto, uopo è

prima sapere come si dis*

ponessero in guerra i carri falcati. Essi mettevansi alla fronte della battaglia , affinchè liberamente e senza recare impaccio all’ esercito p ro p rio , potessero avventarsi contro ài n em ici, ed aprire e scompigliare la loro ordinanza. Cosi erano ordinati nel* l’ esercito di Dario fi).

Egualmente disposti stavano contro ai

G reci i carri di Artaserse (a). Alla stessa guisa Antioco aveva poste di fronte ai Romani le sue quadrighe falcate; e L ivio ne adduce per ragione che se fossero state collocate a l f indietro, o nel mezzo della battaglia, avrebbono dovuto trapassare gli or* dini de’ suoi prima di giungere al nemico (3). Perciò questi, sul timore che i suoi c a r r i, dopo la

prima corsa al n em ico,

non venissero ad ingombrargli il terreno su cui l’ esercito doveva far battaglia, ordinò che fatto il primo

urto si traessero tosta­

mente di mezzo , e si ritirassero in disparte (i).

.

Dalle dottrine fin qui esposte si comprende manifestamente che i carri

fa lca ti, considerati nella loro struttura, nella ma­

niera onde si disponevano, nell’ effetto che potevano produrre in battaglia, erano macchine b ellich e, che presso gli antichi te­ nevano luogo in certo senso della nostra artiglieria di campo j imperocché per sè medesimi recavano offesa ; tanto piò che ad eccezione degli a u rig h e, pare che non portassero gente armata : in ciò però differentissimi dai can no ni, che essi non agivano in distanza, qual è proprietà di q u esti, e che avevano uopo di toccare al nemico per sortir loro effetto; condizione assai svan­ taggiosa , sì perchè richiedevasi a tal oggetto campo libero e sgombro , si perchè ogni minimo impedimento dai nemici frap­ posto poteva arrestarli nel corso e renderli inoperosi (5 ). Ma lasciando queste discussioni ai Tattici, certo è che quando i carri in quistiono potevano sortir lor effetto,

prima cioè che

le dottrine e l’ esperienza de* generali greci e roman; non

ri-

( 0 V. Cart. I. 4 , c. i 5 , n. 9 ; (a) Plot. t. 6 , Vita di Artcteree, p. i S j ( 5 ) L. 57 * e. 4 » (4) Appiano , delle guerre liriacho e pertiche ; (5) Veget. 1. 5 , c. *4.

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ALL’ ARTE TATTICA.

3oi

trovassero espedienti onde renderli vani ed in u tili, essi riusci­ vano sicuramente te rrib ili, e portavano squarcio enorme nelle file pel tenore non meno dell’ armi loro, che per l’ impelo con che venivano mossi. E vaglia il vero ; nella battaglia di Arbela tra Dario ed Ales­ sandro i carri falcati de’ Persiani scompigliarono e ruppero al­ quanto dapprima le file macedoni ; molti essendone feriti e la­ cerati da quell’ armi acutissime, che recidevano tutto quanto si parava loro d’ innanzi. Questo fa tto , benché tacciuto da A rriano ( i ) , vien però contestato da Curzio (2) e da Diodoro (3). S i vedrà in seguito come .ad onta, di questo primo scompiglio, riu­ scissero i Macedoni a mandar a vuoto l’ impeto de’ carri di Dario. Mitridate con cento trenta di questi carri condotti da Cra­ tero , portò strage immensa nell’ esercito di Nicomede

re di fii-

tinia, confederato de’ Rom ani; sconfitta, che a questo pure riuscì assai perniciosa. L ’ effetto terribile di tali belliche macchine non si p uò.veder meglio dipinto di quello facesse Appiano (4); e non merita minori elogj la vivace pittura, che fa Lucrezio delTenorme strage , che arrecano le quadrighe falcate (5). O r poiché i carri, ond’ è discorso, furon particolarmente ado­ perati da’ barbari contro ai G reci ed ai R om ani, cosi questi nelle guerre frequenti ch’ ebbero con essi loro» attesero

a trovare

spedienti onde poco -o nulla soffrirne. Alessandro, prima d’ impegnarsi in fazione con D ario, calco­ lata la maniera d' agire di queste m acchine,

aveva ordiuato ai

suoi che se i Persiani le avventassero lor contro con fremito strepitoso, essi aprendo la battaglia le

ricevessero nel mezzo

in silenzio ; e se quelli procedessero taciturni coi carri in co rso , essi alzando gran

rumore procurassero colle strida non meno

che col percuoter dell’ armi spaventar i ca va lli, ed investirli col saettarne (6).

O) St. «alla spedii d* Alcss. 1. S , $ i t , p. m e teg. ; (a'J L. 4 , c. i 5 , S S . . . 5 ; ( 5 ) Bibi. St. t. 6 , J. 17 , c. 11 , p. 8'» e seg. ; ( 4 ) L>ella Guerra mitridatica ; (i) De Reram uaU ]. S ; (C) C ari. J. 4 , c. 11, g 35

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3oa

NOTE

11 primo consiglio ebbe effetto secondo Curzio ; imperocché i M acedoni, benché scompigliati alquanto dall’ urto improvviso dei c a rr i,

cionnondimcno spezzarmi la fro n te , e lasciatili innoltrare

alquanto nel mezzo della battaglia, vi formarono intorno un’ evo* luzione

a foggia di steccato ; ed investendoli ai fianchi coll’ aste

lunghissime drizzate lor con tro, tosto cominciarono a cader feriti in gran copia cavalli ed aurighe ; tutti essendone al fine inevi­ tabilmente trucidati (i). Giusta Diodoro fu posto eziandio ad effetto il secondo consi­ glio di atterrir collo strepito dell’ armi i cavalli e metterli in fuga ; onde questi , parte altrove rivolti * e parte spinti

furiosa­

mente all’ indietro, portarono a’ loro strage e scompiglio (s). A m a n o sostiene che i Macedoni non ebbero danno di sorta da simili carri, c che questi in parte assaliti dai lanciateri con dardi e

fre cce , ed in parte presi tramezzo agli o rd in i, fra i

quali si erano a bella posta lasciati internare , passarono tosta­ mente in potere di Alessandro (5)* Eumene nella battaglia de’ Romani contro ad Antioco riusci a scompigliare e cacciar addietro i carri

falcati col mettere in

ispavento i ca v a lli, che li tiravano ; giudicando esser questo il mezzo più acconcio a volgere in danno del nemico l’ armi sue proprie. A tal fine in vece di riceverli

intramezzo agli ordini ,

al primo lanciarsi che fecero a briglia contro gli arcieri , i frombolieri ed

scio lta, i

egli mosse lor

Linciatori a

comandando loro il disporsi più radi e sparti

cavallo ;

che fosse possi­

bile. Q uesti, veloci nel co rso , or qua or là scorrendo , mente schivavano

facil­

1’ urto de’ c a r r i, mentre che frattanto gli an­

davano d’ ogni lato perseguitando

col

saettar copiosissimo. Cosi

atterriti e posti in fuga i ca va lli, que’ carri

furono respinti sì

prestam ente, che i Romani li risguardarono come scheruimenti di guerra (4). Siila tenne a un dipresso lo stesso metodo per respingere i

(I) L. 4 , e. 1$ , s <4 • ' • >8 ; (a) Bibl. Si. t. 6 , I. «7 , c. »1 , p. 8 4 ; ( 3 ; St sull* «pedi*, d’ Aies*. 1 . 3 , § i 3 , p. i s i e s e g - j ( 4 ) tâv. I. 57, c. 4 «-

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ALL’ ARTE TATTICA.

3o3

carri laicati di A rch elao , disponendovi contro la battaglia dei veliti ; ma ebbe dippiù la precauzione di far

figgere sodamente

in terra numerosi p a li, fra i quali impacciatesi le quadrighe , trovaronsi così esposte al saettare de’ lanciatori, mentre che l’ armata era benissimo difesa contra ogni lor tentativo (i). Uno stesso m e -( todo tenne Cesare in difendersi dalle falcate quadrighe de’ G alli (2). Queste notizie reputo più che sufficienti a poter formare ade­ quato giudizio di tutto quanto riguarda i carri falcati degli an­ tichi. Passiamo a descriverne altri di diversa specie. (124) Spessissimo in lor battaglia si valsero d i carri nudi. Quali fossero questi carri nudi si è già dichiarato altrove (3). Qui ci rimane a far parola dei p o p o li, d ie li adoperarono in battaglia, e della maniera onde se ne valsero ad uso di guerra. Dei Greci e dei Troiani

è noto che avevano in molto numero

di questi c a m ne’ loro eserciti. Ma quali sono memorie intorno ai C iren ei, cui Arriano pure li attribuisce ? Senofonte ne fa menzione dicendo di Ciro. « Ma tolse via la moda di certi carri, a adoperati per lo passato da T r o ia n i, e al presente dai Cire­ » n e i, che per l’ avanti e la M edia,

e la S iria,

e l ’ A ra b ia , e

» generalmente tutti que’ dell’ Asia si valevano de’ carri, come fanno oggidì i Cirenei (4) ». S tefa n o , sull’ autorità d’ E fo ro , rimarca ( In voc.

3

ot*rf* ) , che i Cirenei furono valenti nel guidar carri

in gu erra , quanto gli Ateniesi nell’ arte del n avigare, i Tessali in quella del cavalcare, ed i Beozj negli esercizi di ginnastica. Ritornando ai G re c i, uopo è richiamare a

memoria ciò che

fu già sopra dimostrato (5) , che la forza della cavalleria ai tempi eroici consisteva quasi tutta ne’ c a r r i,

ai quali venivano accop­

piati due o più cavalli ; del che abbiamo nell’ Iliade moltissimi esempj. O gni carro è montato da due guerrieri ; nè ve n’ ha esempio d’ un maggior numero : l’ uno che ne reggeva il corso

'H i ftxùs j l’ altro che combatteva

a r i s i il quale se non

per dignità, certo per vigorìa e valore era superiore al primo (6).1

(1) Front. Stratagera. I. 1 , c. S j (a) Id. ibid ; ( 3 ) $ 3 , nota ropvd. t. 2 , I. 6 , p. 6ti} ; 5 ) S 5 , nota la j (6) 11. 1 . a 5

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; ( 4 ) Ci-

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3o4

NOTE

L ’ auriga veniva ad essere in qualche modo al combattente su­ bordinato , in quanto doveva diriggere ove questi gli

additava,

e tenersi a’ suoi ordini. Ciò vien rimarcato da Eustazio (1); e si rileva pnre benissimo da Omero (a). Però l’ impiego d’ auriga non tenevasi a v ile , perchè era so­ stenuto non meno dagli Eroi che da Numi

in qualche caso.

Moltissimi esempj se ne veggono nell* Iliade : N estore, a cagion cTesèmpio, che guida il carro di Diomede (3) ; i due figli di Pria­ mo , de’ quali uno regge il ca rro ,

e V altro combatte (4) , Mi­

nerva , che ascende a reggere il carro di Diomede , .e Giunone che guida il c a rr o , mentre Minerva viene a battaglia (5). A l carro accoppiavansi per lo più due ca va lli,

come sono

quelli d’ A ch ilie , Xanto e Balio nominati (6) ; e quegli altri di Licaone (7). Si aggiungeva alle volte un terzo c a v a llo ,

detto da

Omero (8), cioè assicurato al tim one; ed Eustazio ci

dichiara

come questo stasse collocato accanto agli altri d u e , che forma­ vano il giogo; non legato però strettamente alla maniera di questi, ma alquanto ‘ più libero (9). n *pnp/m chiama il P. la co reggia, con cui tal cavallo era legato al carro. Nestore infatti la recide per lasciarsi addietro questo terzo cavallo gravemente ferito , onde non recasse impaccio agli altri due (io). T ale

cosa

vedesi pur

fitta da Automedone (11). T a l uso degli a n tich i, di attaccare un cavallo fuor del giogo del c a rr o , vien pure confermato da Dionigi d’ Alicarnasso, ap­ punto sulla scorta d’ Omero (12). Intorno al numero delle ruote, ond’ erano sostenuti questi ca rri, si conghieltura da alcuni

luoghi d* O m e r o , che fossero due

sole ( i 3) ; ma certo è che nell4 Iliade rinvengonsi pure eseiùpj

C«) Ad Iliad. i i ( ▼ . 519. - Ad Iliad. 8 , ▼ . u y ; (a) Iliad. 1. 11 , ▼ . 4 7 • ( 3 ) Lib. 8 , 115 e ieg. ; (4 ) L. 11, ▼ . io a ; ( 5 ) L. 5 , ▼ . i 4 8 ; (6) L. i 4 , v 4 * o ; (7) Lib. 5 , ▼ . 19S ; (8) L . 16 , ▼ . 4 7 * 5 (9) Ad Iliad. 1. 8 , t . 57. L . aS , v. 601 ; (io) 11. 1. 8, ▼ . 87 e aog. ; (11) L . 16, ▼ . kjki («a) La Ant. Hom. I. a , I. 7 , S 75 » P* 4 « 4 0 seg. * ( i 5 ) 11. L a S , 377.

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ALL’ ARTE TATTICA.

So5

di canri a quattro ruote ; come quello , a cagioo d’ esempio , che portava iLcadavere di Ettore (i). Pretende*! dagli antiquari (2) che i carri a quattro ruote

fos­

sero particolarmente destinati a portar pesi e bagaglie, e che i combattenti si valessero specialmente di quelli di due; ma questa conghiettura non è appoggiata a manifesti argom enti, per quanto pbneno si ricava dal leggere l’ opere loro. . E incerto se alla guerra di Troia fossero in uso le quadrighe, come parrebbe doversi argomentare dal m o d o , onde Ettore parla distintamente ai suoi quattro

destrieri.

Ma siccome l’ Eroe in

parlar loro si vale del numero duale ; cosi gli antichi critici ne hanno arguito che i due primi nomi non fossero che epiteti dei secondi (3). Qualunque siasi il valore di questo p asso, egli è ragionevole il credere che la quadriga venisse adoperata in guerra all’ epoca onde parliam o; attesoché fu inventata assai tempo prima. Il ri­ trovatore infatti ne fu Eriltonio (4) quarto re d’ Atene (contando da C e c ro p e ), il quale fiori tre secoli iu circa avanti all’ assedio di Troia (5). E poiché il modo onde 5’ esprime V irgilio prova che ad uso di guerra si valse Erittonio della quadriga ; cosi è tanto piu pro­ babile che nell’ impresa famosa contro a T roia se ne giovassero i Greci ; i quali certo in quest’ occasione non dovettero lasciar intentato mezzo alcuno, che fosse giovevole alle maniere di guerra in allor conosciute. La

conghiettura è tanto più verosim ile, quanto Omero , al

certo pittor verace e storico

fedele de’ tempi eroici , accenna

egli stesso la quadriga, allorché vuole esprimere la velocità della nave di Feaco (6). Posto qui termine alla descrizione di tutti gli oggetti concer­ nenti i carri in quistione, restami a dichiarare a qual uso pre( 0 II. 1. a i, ▼ . Sa ; (a) L y d ias, syntagm. sacr. de Re milit. c. io , p. iSS. Menochias de Rep. Hebrær. I. 6 , c io , S ®j ( 3 ) H- 1» • » v. i 8 5 e seg. ; (k) Plia. 1. 7 , o. 5 6 . - Ter tali, de Spectae, c. i ; ( 5 ) Virg. Georg. I. 5 ,* (6) Odia. 1. iS , ▼ . Si. A

r r ia n o

.

4*

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NOTE

3o6

cisamente valessero in guerra. Si può affermare che essi non erano, a ben osservarli, che veicolo de’ combattenti : così almeno convien giudicarne dall’ esempio de’ piò celebri E r o i, che giun­ tisi presso coi carri ne discendono per far battaglia. Ettore in­ fatti desiderando di affrontarsi coi G r e c i, mette prima piede a te r ra , poi

va

coll’ asta in ogni parte dell’ esercito aizzando i

combattenti alla zaffi (i).

Paride similmente discende armato

dal suo carro prima di combattere ( a ) , ed Esiodo ci dipinge pure Ercole e C igno, che per far battaglia balzan fuori entrambi dalle bighe (3). Perciò Virgilio , imitator fedele di Om ero , fa che Turno smonti pure dal carro al medesimo oggetto (4). Si può domandare se questi ca rri, veicoli dei com battenti,ed i quali per sè non recavano offesa veruna al nem ico, fossero dis­ posti con cert’ ordine nella battaglia, e diretti e tenuti in ischiera da un capo. Su ciò Om ero non ci lascia dubbio di sorta. Due differenti modi di dispor 1’ esercito veggonsi nell’ Iliade ; ma in entrambi la cavallerìa, consistente come già si è veduto ne’ soli carri, è distinta dalla fanteria e tenuta in luogo suo proprio. Nel primo modo praticato

da Nestore vedesi la schiera dei

carri posta alla testa dell’ esercito ;

i

fanti gravemente armati

collocati all’ indietro, e le truppe inferiori nel mezzo. G li ordini che dà questo capitano

provano che i G reci alla guerra di

T ro ia conoscevano certe regole e prin cipi, onde m uover ordina­ tamente i carri contro al nemico. E gli infatti raccomanda ai soprassaglienti di tener ben in freno i loro cavalli ; di marciare con giusto ordine senza punto sturbarsi, nè confonder le schiere; ed impone di guardarsi particolarmente dal balzar fuori della p ro ­ pria riga per desiderio di avventarsi troppo presto al nemico (5). E da quanto prosegue a narrare Omero in questo luogo m a­ nifesto appare che dai carri si combatteva petto a petto coll’ arm i gravi ; e sembra doversene inferire che l ’ arte stasse nel balzar sul carro del nemico e tentare di rovesciam elo trafitto.

(i) H. 1. h , t . i n e teg. | (a) II. 1. S t t . ig | (S) Seal. Herc. r. Z jo j (t) Æacid. 1. io , t . 4 * 3 , (S) ü. I. 4 , r. Soi . . . 3io.

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ALL' ARTE TATTICA.

3 o7

In altra occasione Yedesi all’ innanzi posta in battaglia la fan­ teria , e poco dietro a questa star schierati altrove il P . , che i

t carri (i). Rim arca

combattenti comandavano agli aurighe

di

star ben fermi alla fo ssa, e tenersi schierati in giusto ordine (a). Non

cade

adunque più

dubbio che

la

battaglia

de’ carri si

moveva con certe regole e p rin cip i, e che veniva diretta e go­ vernata da un capo. T a l era Nestore fra i G re c i, il quale in un eloquente discorso, che fa all’ oggetto d’ indurre Achille a ripren­ der le a rm i, si vanta che fin da teneri anni egli si aveva acqui­ stata gloria immensa in questo genere di battaglia, c che aveva ucciso un certo M ulio, capitano valorosissimo

della schiera dei

c a rri, che contra que’ di Pilo avevano mossi gli Epei (3). D a questo tratto insigne d’ O m ero , e dai tanti altri su riportati si raccoglie adunque che i carri n u d i, o non armati che dir si vo g lian o , non altro erano, come già dissi, che veicoli dei com­ battenti ; di star sui quali, invece che in terra , si facea battaglia. L a maniera però di combattere de* G reci sui ca rri, ond’ è di­ scorso, era in ciò da quella degli Asiatici differentissima, che quelli si venivano appressando al nemico fino al punto che petto a petto facean battaglia coll’ armi gravi e con l ’ asta in ispecie ; e questi al contrario pare che dei carri innanzi all’ epoca di Ciro non si valessero che per combattere alla maniera dei leggieri ; in distanza cioè e coll’ armi da lanciare. Ciro in fatti,

che aboli tal genere di carri usati prima da

tutti gli O rie n ta li, a ciò s’ indusse per quest’ unica ragion e, che quelli che li montavano essendo i più valorosi dell’ esercito, egli riputava gente perduta ,

che dovean

combattere

alla maniera dei leggieri (4). Ecco perchè Ciro ai

dal momento

carri n u d i,

de’ quali trattammo finora , veicolo dei combattenti, sostituì i falcati ; i quali erano macchine da gu erra, che per sè sole e in­ dipendentemente dai soldati, che v i potessero esser sopra, reca­ vano offesa al nemico.(i)

( i ) II. 1.

ii

, T. 49 t seg. i (a) Ibld; ( 5 ) H. 1. n , ▼ . 719 e seg. - V. j 5o

®*«1* i (t) Cirop. t. 1 , L 6 , p. SS t «eg.

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3o8

NOTE

A compimento dell1 attuai soggetto uopo è riportare U maniera di ordinanza , giusta la quale afferma Eliano che gli antichi usavano di distribuire i loro carri in battaglia (i). Una schiera intera di carri era fonnata di sessantaquattro ; e questa veniva suddivisa in parti distinte, delle quali la prima ne comprendeva d u e , poi quattro , poi o tto , e così di seguito. L* Autore appropria tale ordinanza sì ai carri n u d i, che ai falcati indistintamente ; ina a vv erte , che si mettevano più di queste falangi curuli nel medesimo esercito, secondo 1* uopo , e l1 occorrenze. Licet autem plures curruum phalanges consti­

tuere , si necessitas postu lan t , et easdem eodem modo distri­ buere oportebit, et singulas partes iisdem nominibus appellare. Curribus vero alii laevibus usi su n t, alii falcatis (2). ( 125) Non usandosi nemmeno più gli elefanti. L a storia di questi animali, in quanto al primo usarli che fecero in guerra i p iù celebri popoli

dell’ antichità,

già fu sopra bastantemente

esposta. Qui si tratta di dichiarare il fine per cui vennero ado­ perati al combattere , i modi secondo i quali si

mettevano in

battaglia , o si movevano contro ai n em ici, ed i diversi espe­ dienti imagi nati sì dai G reci che dai Romani , per mandar a vuoto l ’ impeto lo ro , e volgerlo in danno della parte avversaria. T ali fiere furono tratte dagli Orientali in guerra sulla fiducia che dovessero recare altrui molta offesa, e non riceverne punto ; attesoché non cedevano ai c o lp i, ed incutevano terrore colla smi­ surata loro m o le , e così dura avevano la cute che era difficile il trapassarla con qualsiasi ferro più acuto (5). Considerati dunque gli elefanti quali macchine belliche , poi­ ché non altra idea si dee concepirue come si vedrà qui s o tto , uopo é prima sapere in quale proporzione stasse il loro numero a quello dell’ intero esercito. Diodoro dice di Staurobate re dell ’ In d ie , impegnato in guerra con Sem irade, che ne aveva mol­ tissimi nel suo esercito (f). M a, in quanto al numero sì degli

( 1 ) Tact. c. sa j (s) Ibtd.j (5; Canludor. St. i. 1 , 1, a , c. 6 , p. *5# a *eg,

Variar. 1.

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, c. S o ; (4) Bibl.

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ALL’ ARTE TATTICA.

309

uom ini, che de’ cavalli e degli elefanti in queste armate è inu­ tile 1’ occuparsi p u n to , perchè lo storico ha tratto da Ctesia i suoi raccon ti, scrittore poco degno di fede. Discendendo all’ epoca di Alessandro

rinvierai che

quando

egli assalì Poro all’ Idaspe, questi contava nel suo esercito, sopra trenta mila fan ti, trecento c a r r i, e ottanta elefanti (1). Questo numero non è eccessivo se si consideri quanto l’ India abbondi di essi animali.

1 successori di A lessandro, tutti al certo esimj capitani, ne introdussero in molto numero nelle loro arm ate, e se ne valsero assaissimo nelle guerre eh’ ebbero tra di loro dopo la morte di quel Monarca (2). Perciò Agatarchide (3) asserì falsamente che Tolom eo Filadelfo re d’ E gitto , fosse stato il primo a far caccia di tali fiere ; del qual errore venne da Fozio

confutato, come

quegli che non aveva avvertito esservi stati elefanti al conflitto di Alessandro con Poro re degl’ indiani. Ma Fozio poteva valersi del fatto di Staurobate, or or citato, d’ epoca di tanto più antica. Vedemmo già sopra che nell’ esercito di Tolomeo Filopatore alla battaglia di Rafia contavansi sèttantatrè elefanti e settantacinque mila combattenti tra i fanti e cavalieri; e che in quello di Antioco il grande se ne annoveravano cento e due per un numero quasi eguale di gente d’ arme (4). Nell’ armata che Tolomeo Cerauno accordò a Pirro per due a n n i, onde aprir guerra ai R o m a n i, trovavansi cinquanta ele­ fanti con cinque mila fan ti, e quattro mila cavalli (5), Cartagine, fra tutte le n azio n i, le quali conobbero giusto or­ dine di T attica, è quella che nelle forze degli elefanti ripose maggior fiducia. Nell’ esercito, eh’ essa affidò a Santippo per combattere i Romani comandati da R egolo, si contavano cento elefanti incirca per soli dodici mila uomini appiedi, e quattro mila a cavallo (6). A l combattimento di Macar fra i ribelli di

fi) Cart. 1. 8 , c. i 5 , S <5 ; (*) 1’ Att. c. ia , p. Si j ( 3) L . i , da Mari rnbr ; (4 ) V- S 11 t Q> f , 7 ì ( 5) Ja»r. 1. 17 , c a ; (6) Polibio , Le St. 1. 1 , 1. 1 , 5 Sa , p 77

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5io

NOTE

Africa ed Amilcare B a rc a , questi aveva nel suo esercito settanta elefanti sopra dieci mila nomini tra fa n ti, e cavalieri (i). Nella seconda guerra Punica rìnviensi molto minore propor­ zione di defanti all’ intiero esercito, che nella prima. Soli qua­ ranta infatti ne contava Annibaie al partire di Cartagine ; men­ tre nel suo esercito i combattenti ascendevano a novanta m ila fa n ti, e dodici mila cavalieri (2). L e sue truppe dall’ Ibero al Rodano eransi diminuite quasi d’ una metà (3). Rinviensi però con sorpresa che al passaggio del Rodano gli elefanti erano an­ cora in numero di trentasctte (4)* In quanto poi al determinare il numero degli elefanti rispetto a quello dei combattenti negli eserciti di Cartagine, uopo è atte­ nersi agli esempj di Santippo e di A m ilcare; perchè lo scarso numero > che in proporzion di questi n’ ebbe A n n ib aie, vuoisi attribuire alla grave difficoltà di trasportar sul m are, in paesi esteri, bestie di tanta mole.

11 punico Capitano infatti, alla bat­

taglia di Zam a in Africa contro Scipione, contava egli molti elefanti (5). Livio ci assicura , che questi erano ottanta, e che un ugual numero non gli era giammai occorso di porne in bat­ taglia : per il solo motivo sicuramente che mai non aveva guer­ reggiato in p a tria , ma sempre al di fuori (6). Non determina Polibio il numero de’ combattenti nell' esercito cartaginese ; m a dall’ esserne rimasti venti mila morti ed altrettanti prigion ieri, gli altri dispersi, si può arguire che non fossero minori di cin­ quanta mila (7). O r dai fatti di Santippo,

di Am ilcare B a rc a , e di Annibaie

a Z a m a , benché assai diversi in quanto alla proporzione m di­ scorso , come è ben manifesto a chiunque li metta al confronto, volendosi formare un ragguaglio generico del numero degli eie* fanti a quello dei combattenti negli eserciti di C artagin e, se ne 1

( 1 ) Polib. Le St. t. 1 , 1. 1 , S 7$ , P- 138; (a) Id. Ibid. t. i , I. 5 , $ 3 5 , p. ; (S) Id* ibid. p. 45 ; (4) Id. ibid. S 4* » P* So. - Appiano , Goerra Annlb. p. e; (5) Polib. Le S t.l. i 5 , $ 16; (6) Id. 1. S o , c. SS; (f) Id. 1. iS v $ i 4 . - L it. I. So, e. SS.

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ALL’ ARTE TATTICA. deduce

3n

che quelli stavano a questi in ragione di uno per ogni

trecento all’ incirca. Eliano forma la schiera degli elefanti di sessantaqoattro

per

ogni falange, che è quanto dire per un esercito di circa ventotto mila uomini ; e quella suddivide nella maniera , che qui segue.

In elephantis autem is , qui unius elephanti ductor est zoarchus vocatur. Duorum vero therarcus , et ipsorum constitutio therarchia vocatur. A t quatuor elephantorum du x appellatur epitherarcus , eorum acies epitherarchia. Octo vero ila rch a , et ipsa constitutio ilarchia. Sexdecim ductor elephantorum dicitur elephantarcha, et constitutio ipsa elephantarchia. Triginta duo­ rum autem cornu praefectus , seu ceratarcha , et constitutio hujusm odi cornu d icitu r , seu ceratarchia. Sexaginta quatuor phalangem vocamus, et eju s ducem phalangarcham (i). L ’ A . in riportare quest’ ordinanza degli elefanti la suppone praticata dagli antichi in genere, e non l’ appropria ad alcuna particolare nazione. È prezzo d’ opera l’ osservare che la proporzione del numero degli elefanti

a quello dell’ intero

esercito secondo

Eb'ano è

molto differente dalla rimarcata già sopra nelle armate cartagine­ si ; contandosi in questo caso un elefante per ogni numero di quattrocento trentaSette combattenti all’ incirca. O ra è uopo indagare qual fosse la battaglia degli elefanti ; quale la maniera di o rd in arli, di farli agire in fazione ; e quali vantaggi o svantaggi riportassero gli antichi da questo loro particolar genere d ’ arme. Degli elefanti si può genericamente affermare che ne’ combat­ timenti giovavano all’ uopo di atterrire colla smisurata lor m o le , coll’ insolito ed orrendo barrito che alzavano all’ atto d'azzuffarsi, e coi fetore che da lor si esalava, uomini non meno che cavalli nemici (a). È consueto agli storici il raffigurar gli elefanti in forma di torri, che si alzavano tra gli ordini degli a rm a li, per esprimere cosi il terrore, che mettevano al solo guardarli. Perciò Diodoro

(O Tact. c. aS ; (a) Vrgtft. 1. I , e. a*.

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3 ia

NOTE

paragona alle mure torrite d’ una città l’ esercito di Poro (t). D i questa çtessa immagine si valgono Curzio ed altri parecchi (a). Qualche altro dipinge tali fiere a guisa di colli ambulanti (3). Non è «dunque maraviglia che le nazioni anche più valorose nell* armi rimanessero atterrite al primo veder queste fiere, sic* come avvenne ai Macedoni nel conflitto all’ ldaspe tra Poro ed Alessandro (4).

’

G li stessi cavalli ne concepivano facilmente spavento ; e questo fatto è testificato da molti. Perciò Alessandro al passaggio deiT ldaspe temette forte che la sua cavalleria, im paurita, non riuscisse a guadagnare la riva nemica (5). E per un ugual mo­ tivo ebbe Poro fiducia che

i cavalli di Alessandro non ardis­

sero penetrare fra gl9 intervalli degli elefanti (fi). L a sconfitta eh* ebbero da Pirro i R om an i, viene dagli storici attribuita all’ essere stata la loro cavalleria posta in ispavento dal-

1’ aspetto e dal fetore di queste fiere (7). Che i Romani fossero vinti p er la sola novità degli elefanti nell’ esercito n em ico , è falso; mentre la vittoria di Pirro dipendette essenzialmente dalla sua perizia nel comandar la battaglia (8). Ciò non di meno la presenza di queste fiere fu una delle favorevoli circostanze , che contribuirono alla disfatta de’ R om ani; i quali senza dubbio

al

primo vederle ne concepirono molto spavento (9). L a cavalleria de’ Romani restò pure gravemente turbata al­ l ’ aspetto degli elefanti nella battaglia, che quelli diedero

a Ma­

gone nell’ Insubria (io). Simili esempj si veggono spesso in L ivio, ed altri (vi).

(1) Bibl. Si. t. 6 , I. « 7 , « . 16 » p. »*9 ; (a ) Lib. S , c. i ( , $ ' 5 ; item 9 , ia . - A m e n o , St. sa le spedii, d* Aless. 1. 5 » S 11 » P* 999. - Poltieno , 1* k> Alessandro, p. 16C ; (S) Ammian. Marceli. 1. 94 , c. 99 j ( 4 ) Curt. 1. 8, c. 14 , s 9 $ ; ( 5 ) Am ano , St. sulla spediz. d* Aless. 1. S , $ 7 , p. a t 4 ; (6) Id. ibid. $ 9 , p. 990 e seg. ; (7) Flor. 1. 1, c. 18 ; (8) Palm. Arte della gu erra, 1 . a , c. 4 , n. * j (9) Pans. V Attica , c. ia , p. Sa. - L ir. Spitom. 1 . tS. - Ju st. 1. 18 , c. i* - Plin. 1. 8 , c. 6. - Varron. de ling. lat. 1. 6. Front. Stratag. 1. a , c. 4 -Solin. c. 98, e c .; (10) L ir. 1 . So, c. 18; (tr )V . Ammian. Marceli. I. a$, ed altrovV.

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ALL' ARTE TATTICA.

3i3

E qui è uopo notare la particolarità accennata dallo Scrittore, che gli elefanti in guerra ai ornavano di pennacchi; come ezian­ dio coprivansi di valdrappa rossa (i). Delle to rr i, che portavano' sul dorso sarà discorso in appresso (a). O r poiché dalle memorie fin qui citate appare manifesto che le nazioni meglio esercitate nell’ arte della guerra concepirono grave terrore dalla presenza degli elefanti, coA è facile il com­ prendere quanto maggior spavento eccitar doveva il loro aspetto ne’ popoli b a rb a ri, e d’ ogni Tattica ignoranti. Annibaie infatti t nel suo tragitto dalle Spagne in Italia , trasse giovamento dal solo mostrar queste fiere ai feroci abitatori delle A lp i, che gli contendevano il cam m ino, i quali ne venivano posti in iscompiglio al primo vederle (3). Nè solo il terrore, ma l’ impeto eziandio con cui urtavano i n em ici, e la strage che ne facevan o,

erano cagione che questi

ne rimanessero sconfitti e sterminati. E per vero ,

ben ammae­

strati che fossero gli elefanti negli usi di guerra ( nel che gl’ In­ diani e gli Etiopi mettevano grande studio ) rompevano feroci al primo

accendersi della zuffa le schiere avversarie, calpestando

co’ piedi tutti quanti si paravano loro all’ incontro; non che altri schiacciando colla p roboscide, ed altri

con questa afferrati ed

agitati in varj sensi nell’ aria , gettando semivivi all’ indietro tra le armi de’ suoi. Feriti inoltre e maltrattati montavano nelle fu­ rie , e laceravano co’ denti quel tutto che

potevano ; rendendo

ai suoi medesimi funesto il loro furore. A questo modo 1’ esercito di Semiramide venne dagli elefanti di Staurobate pienamente sconfitto (4). Egualmente i Macedoni guidati da Alessandro contra Poro re dell’ In d ie , benché a fin di battaglia riuscissero vin cito ri, non­ dimeno da principio ebbero molto a soffrire dagli elefanti. Dalla pittura eloquente che ne fa Diodoro si può arguire qual strage

( 0 Plat. t. 4 f Vitn di E a mene , p. 67 ; (a) v. Lhr. I. 57 , c. 4 o ; (S) Po­ libio, le St. t. a , t 1 . 5 , S 53 , p. G3 ; ( 4 ) D.odoro , Bibl. St. t. 1 , 1. a , c. d , p. aGa. ,

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3 i4

«O TE

e sterminio de’ nemici facessero queste fiere al primo combat­ tere (i). Curzio in descrìvere questo medesimo fatto d ’ armi ri­ marca una particolarità singolare, che gli elefanti oltre al calpe­ stare e conquidere in diversi modi i nem ici, erano eziandio ammaestratifad afferrarli colla p roboscide, ed a gettarli all’ insù verso a quegli, che ad effetto di reggerli loro sedevano sul dorso, onde venissero più facilmente trafitti (a). A m an o , scrìttor m ilitare, che trascurando le storiche particolarità

tien solo di mira nelle

battaglie il grande e 1’ essenziale dell’ azio n e, afferma espressa­ mente che la schiera degli elefanti mossa contro ai fanti Mace­ doni , da qualsiasi parte volgevasi , sempre

scompigliava la

fa­

la n g e, abbenchè densa e sodamente ordinata (3). Dunque lo scopo principale che avevano gli antichi nel con­ durre elefanti a g u erra , quello si era di scompigliare le schiere degli avversar) prima che si venisse alle m an i, e col favore del disordine prodottovi rendersi più fàcile lo sconfiggerli. Polibio T afferma positivamente parlando di Annibaie alla battaglia di Zam a (4). Perciò tali fiere mettevansi d’ ordinario alla fronte della battaglia , e così disponendole si aveva anche in mira di far che su esse cadesse 1’ urto de’ nemici in caso che fossero questi i primi ad attaccare. Nel combattimento di Staurobate con S e ­ m iram ide, il più antico esempio che si rinvenga nelle storie di simili bestie tratte in con flitto, queste veggonsi schierate alla fronte dell’ esercito appiedi (5). Ma 1’ ordinanza degli elefanti dalla fronte non era sempre la stessa; imperocché rìnvengonsi esempj negli antichi di due modi di questa, diversissimi l ’ uno dall’ altro. Secondo

1* uno venivano

quelli schierati bensì alla fron te, ma in una medesima linea con gli armati ; e secondo 1’ altro stavano collocati molto più avanti, cioè discosti p er certo intervallo dalla prima fila dell’ esercito. Schierandoli giusta il primo modo

(0

si aveva in mira di far s ì ,

Bibl. Se. t. 6, 1. »7, 16, p. 199; (9) LIb. 8, c. i&, $ 96 . • . 981 «pedi*, d' Alesi.. 1. S , J 11 , p. 999 e seg. ; (4 ) I»e Si. 1. i3 , Bibl. St. ». I , 1 . 9 , c. 6 , p. 9 6 1 . e.

(5; Si. fa 1« S *8 I (5} Diod.

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ALL’ ARTE TATTICA.

3i5

che gli elefanti fossero dagli armati p ro tetti, e questi da quelli reciprocamente (i)- D i tale maniera furono ordinati gli elefanti nella falange d’ Antioco contro ai Romani (a). L iv io accenna la particolarità di due defluiti frapposti ad ognuna delle dieci ban­ de , nelle quali questa falange era divisa (3). In quanto poi al secondo modo di collocar gli d e fa n ti, non già in una linea medesima con la fronte dell’ esercito, ma bensì molto più all’ in n a n zi, è

uopo avvertire che A m an o lo attri­

buisce a quel medesimo P o r o , il q u a le ,

giusta le testimonianze

di Diodoro e di C u rz io , s’ era in vece avvisato di disporre se­ condo il primo modo

1’ ordinanza delle fiere in quistione. Non

si potrebbe conciliar meglio'siffatta contraddizione, che riflettendo aver forse A rria n o , come conoscitor di T a ttica ,

fatto onore a

Poro dell’ avere immaginata questa maniera di metter gli elefanti in battagliarla quale benché non giusta, è però alquanto miglior della prima. Comunque stiasi il fa tto , tal modo di

qjrdinanza

m erita, secondo il descrìve lo scrìttor medesimo, d’ essere cono­ sciuto. « E prima (schierò) gli elefanti, discosti l’ uno dall’ altro i» non meno

di cento p ie d i, affine di tenerli alla testa delle

» sue milizie pedestri , e darne insieme terrore alla

equestre di

» Alessandro ; e ciò principalmente perchè egli non concepiva » che alcuno ardisse d’ internarsi fra gli spazj intermedj a questi » animali, non coi cavalli che ne sarebbero spaventati, e meno » appiede ; imperciocché nell’ adito stesso sarebbero

tutti attra-

» versati dal saettare dei soldati g r e v i, o calpestati dalle bestie, » che si volgerebbon su loro. Quindi schierò la fanteria non già * nella linea degli elefanti, ma in altra immediatamente appress s o , tanto che per poco non entrava le distanze fra 1’ uno e » 1’ altro di questi ; e tenea pur de’ fanti ai corni su gli elc* fanti (4) ». S’ ingannano poi altamente quelli, che tra 1' ordì* nanza degli elefanti esposta dal N. A . , e quella

adoperata da

Diodoro , Bibl. Si. t. 6 , 1. 17 , c. 16 , p. is8 e seg - V. Curt. 1. 8 , S *3 ; (s) Appiano, 8t. delle guerre siriache; (5) Lib. , e. £ 0 ; ( 4 ) Si. sa la spedii. 4 ’ Aless. I. I , g 1 0, p aao e seg. (0

«•

«4 9

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3i 6

NOTE

Santippo contro ai R o m a n i, non credono passar differenza (i). L o scopo iufatli dell* ordinanza or or descritta da Arriano tende a far forti gli

elefanti

dell’ aiuto degli a rm a ti, ed a protegger

questi reciprocamente' colla forza di quelli : e 1’ ampiezza dello spazio lasciato tra 1’ uno e 1’ altro elefante prova che le bande de’ combattenti dovevano

avanzarsi, secondo 1’ uopo , tramezzo

agl’ intervalli di questi , ed impedire che non venissero assaliti di fianco dai nemici.

A l luogo , in cui noi esporremo il fatto

di Santippo , si proverà

aver egli

avuta tutt’ altra mira che

questa nell’ ordinar che fece i suoi elefanti molto innanzi dalla fronte dell’ esercito. Ci resta a far parola d’ alcuni altri modi giusta i quali si dis­ ponevano simili fiere in battaglia. L ’ uno si era quello di met­ terle dalla coda della fala n g e, e questa dipoi apertasi e ceduto loro il lu o g o , farle procedere all’ innanzi, e scoprirle all’ improv­ viso a d e s s o ai nemici (a). Si praticò eziandio di metter insieme gli elefanti con la ca­ vallerìa , del che abbiamo esempio nell’ ordinanza di contro a Cesare nella guerra d* Africa (5).

Scipione .

Qualche volta si è pur costumato di collocar gli elefanti d* in­ nanzi alle due ale della falange ; il che vedesi fatto

da Anni­

baie nella battaglia data ai Romani alla Trebbia. E qui vuoisi avvertire un errore di F o la r d , il quale taccia ingiustamente Po­ libio d’ essersi ingannato nel raccontare

che Annibaie mettesse

gli elefanti sopra 1’ una o 1’ altra ala della cavallerìa. Questo h falso ; mentre lo Storico afferma solo che gli elefanti furono po­ sti alle ale della falange, fiancheggiata da entrambe le parti dalla cavallerìa (4). Del resto, qualunque maniera di ordinanza si accostumasse da­ gli antichi in quanto agli elefanti, egli è certo che quella dalla fronte fu la più usitata e la ricevuta più comunemente in ogni

Ci) V. Rafeiius , in notis ad Arriannm , p. S70 ; (a) A ppiano, Storia detta guerra ispanica ; ( 5) Hirt. do Bello afr. p. 7S6 j ( 4 ) Le Storie , t. a , 1. S , S 7* * P * *•

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ALL’ ARTE TATTICA.

3 i7

tempo, e presso qualsiasi nazione. Di ciò fanno fede i m olti esempi sopraccitati, ed altri moltissimi che addurre se ne potrebbono , ma che si ommettono per brevità. Una particolarità singolare, in quanto agli usi degli elefanti in guerra, quella era di sovrapporre loro sul dorso certe to rri, capaci a sostenere parecchi armati nella lor sommità, d’ onde questi com­ battevano dappresso con le sarisse.

Frequenti sono gli eseinpj,

che s’ incontrano negli storici sì greci che latin i, di elefanti detti turriti da siffatte m acchine, eh' essi portavano ; e benché, p er poco che vi si rifletta, veggasi manifesto che una simile maniera di armar queste fiere , viziosa per sè medesima, doveva riuscire spesso imbarazzante e talvolta nociva; pure sulla realità del fatto non vuoisi muover dubbio, avvegnaché irrefragabili sieno i monumenti, che lo com provano;

fra i quali è insigne quello

di P o lib io , ove descrive la battaglia di Tolom eo con Antioco a Rafia. Qui veggonsi settantadue elefanti dall’ ima parte, a settantacinque dall’ altra azzuffarsi tra loro con impeto violento, e gli armati dalle torri fare atroce battaglia , e ferirsi con 1’ aste driz­ zate all' avan ti,

si può dir petto a petto. Scorgesi eziandio qual

maniera tenessero gli elefanti in combattere tra di lo r o , condenti lacerandosi, e respingendosi colla proboscide ed investendosi ai fianchi ; procacciando così ciascuno di ri mover dal p o sto , e di rovesciare il suo avversario (i). E

poiché una delle maggiori

forze d’ offesa degli elefanti era ne' denti riposta ; così é uopo qui ricordarsi di ciò che afferma A rrian o, che loro armavansi a questo fine i denti di ferro acutissimo, e perché fossero più atti al ferire, e perchè non ne venissero di leggieri recisi (2). A nche gli elefanti di Pirro portavano torri sul dorso; il che afferma Floro sparlando della seconda battaglia, che i

Romani

diedero a questo re con esito della prima ben più felice (3). Guerniti egualmente di torri ci si dipingono da L ivio gli elefanti di Antioco contro ai Romani (4)* E

c.

1’ uso delle torri si sostenne

(«) L » Storie , t. 3 , l. 5 , $ 84, p. g4 e | tg .| (a) § S , p. u 9 i (5)LU>. 1, 18 1 ( t ) L. 3 7 , d . 4 o .

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V 3i8

NOTE

anche in lardi tempi ; mentre se ne trova esempio nella guerra di Cesare in A frica , ove Scipione mosse lui contro torriti elefanti (1). Lo

storico di questa guerra attesta eziandio che torriti erano

parimenti que’ sessantaquattro elefan ti, i quali Cesare, sconfitto Scipione, prese presso a Tapso (2). Nè cade dubbio

che gli

elefanti presi iu guerra venivano dai vincitori trascinati in trionfo con le loro torri sul dorso ; del quale spettacolo ebbero a godere i Romani dopo la sconfitta di Pirro ne’ campi arusini in L i ircania (3). L ’ ordine del discorso richiede in adesso che si discenda a par­ lare degli espedienti trovati dai capitani greci e romani per ren­ der vano 1* impeto degli elefanti, e per volgerlo in

danno di

que’ medesimi, che li mettevano in battaglia. Ma poiché non si

t venne a capo di tale intento se non se studiando il debole di queste fiere, cosi è uopo investigar prima qual vizio fosse loro inerente e proprio p er natura; mentre in tal modo si compre­ derà ragione, perchè non sempre riuscissero in guerra profitte­ vo li , e perchè a fin di fazio n e, piuttosto che ai nem ici, recas­ sero ai suoi rovina e scompiglio. L ’ essenziale difetto degli elefanti consisteva dunque nella naturale loro

ferocia. Una volta infatti

che o dall1 armi o dalle strida degli avversar], o per il calor medesimo della mischia venissero posti in furore, essi non co­ noscevano pii! nè amici nè n em ici, e respinti da questi infieri­ vano atrocemente contra i su o i, e ne facevano irreparabile ster­ m inio (4)* Perciò commune malum li chiamò Lucrezio (5) : e Plinio ne rese ragione dicendo ; minimo suis stridore terrentur, vulneratique et territi retro semper ced unt , haud minore par­ tium suarum pernicie (6). Per quanta docilità infatti attribuissero gli antichi agli elefanti, e per quanti prodigj di questa si vantino nelle loro opere (7); ciò non di meno ferma rimane la regola: (1) HIrt. da Bello afr. p. fi8 j (a) Id. ibld. p. 7661 (I) Flor. 1. v , e. 18; (4) Appieno , St. della guerra ispanica f (8) I*. 5 , 15(9 ì (8) L. 8 , c. 9; (f) V. Plin. 1. 8‘. • Plot. Vita d* Alesa, t. 4 ♦ p- S58. - Cast. 1. 8, 0. »4 , g 99 . - Ælien. Hist. enim. 1. 8 , t. 40. - Stnee. Bpist. 85. » Lfps. Cent. t , Kpist. 5o. - Buteo get. de Vcout. etc.

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ALL’ ARTE TATTICA,

3 19

Elephanti multorum annorum doctrina usuque vetusto vix edocti, tamen communi periculo in aciem producuntur (x). E L ivio a tal proposito osserva saviam ente, parlando della battaglia tra Marcello ed A nn ibaie, che 6ugli elefanti, una volta che venuti sieno in ispavenlo, ha assai più di forza il terrore nello spingerli furiosamente all' indietro fra ’ i suoi, che non l ’ impeto di chi li regge nel mandarli all9 innanzi (a). Alessandro , che il primo tra i capitani greci

si misurò in

battaglia contro agli elefanti degl' In d ia n i, ebbe dunque ragione di non temer gran fatto d ' un tal genere d' a rm e , travedutone già il debole prima ancor della zuffa : Anceps

auxilii genus ,

egli d ice va , parlando ai suoi atterriti dall'aspetto di queste fiere,

et in suos acrius fu rit. In hostem enim imperio 9 in suos pa­ vore agitur (3). Prima , a quanto ne dice C u rzio , s ' era egli av­ visato di fare investir gli elefanti da' suoi falangiti, che avevano le aste a tal uopo a cco n ce, perchè sode e lunghissime (4) : il successo non corrispose all* in ten to , perchè la

falange , urtata

dagli elefanti , quasi cedeva il campo (5). Quinci Alessandro mosse lor contro gli armati alla leggiera, i quali infestandoli col saettar copiosissimo, li turbarono al seg n o , che potè la falange tenersi ferma (6). È poi singolare il modo con c u i, giusta 1' Autore , riuscirono i Macedoni a respinger pienamente g li elefanti, feren­ doli cioè ne* piedi con scuri a ciò p reparate, e nella proboscide con spade adunche a guisa di f a lc i, dette copide (7). Conferma Diodoro il fatto , e narra come gli elefanti, posti in furore per le fe rite , ricalcitrarono gettandosi con impeto enorme addosso ai suoi ; dal che gl' Indiani turbati ruppero ogni ordine di batta­ g lia , onde furono dai Macedoni tostamente sconfitti (8). A m a n o flcrittor m ilitare, e p er conseguenza più diligente nell’ indagar le cause dell’ esito delle b attaglie, mostra dapprima come per ©erto tempo venisse fatto agl9 In d ia n i, investiti dalla cavalleria

(1) Hirt. do Bello afr. c. 07 ; (s) L * *7 , e. iC ; ( 3) Cari. 1. 8 , c. «4 , S 16 ; ( 4 ) Lib. 8 , c. .4 , S »6 , <S) Ibid. $ *4 ; (6) Ibid. $ 11S ; (7) Oart. 1. c. J 18 . . . Si i (8) Bfb!. St. t. S , 1. 17 , e. iS # p. tsg • otg.

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NOTE

3 qo

nem ica, di ricovrarsi presso agli elefanti, quasi sotto ad un muro di difesa ; e come se ne staccassero , all’ atto che i Macedoui cedevan terreno , rifuggendo di bel nuovo al parapetto delle fiere tostochè venivano da questi incalzati (i). Dal rimanente della nar­ razione vi si scorge , che questa vicenda di retrocedere c di an­ dar innanzi dall’ una e dall’ altra parte con reciproca strage d u rò , dubbia pendendo sempre la battaglia , fino a tanto che i Mace­ doni non riuscirono a stringer talmente gl’ In d ia n i, che gli ele­ fanti non ebbero piò campo al muoversi. Allora cominciarono questi a sterminare i su o i, egualmente che i nemici (2). Cosi non fu de’ M acedoni, che avendo libero il campo all’ indietro, riu­ sciva lor facile il ritirarsi allorché venivano urtati dagli elefanti, e l ’ infestarli col saettume quando

davano all’ indietro (3).

tal guisa Alessandro ebbe dagli elefanti medesimi si può

In

dir la

vittoria. Venendo ai Rom ani, uopo è rimontare alla guerra di Taranto, loro mossa da

Pirro ; in c u i, a quanto ne dicono gli scrittori

t latini, ed essendo stati v in t i, ed avendo vinto egualmente per gli elefanti, viensi a comprender ragione e del sinistro che n’ ebbero dapp rim a, e della vittoria, che ne riportaron di poi. Vedemmo £Ìà sopra

che il terrore concepito all’ aspetto di queste fiere,

contribuì c e rto , non di poco alla loro sconfitta presso Eraclea. Non è raro infatti il trovar nelle storie che una nuova maniera di battaglia metta in ispavento anche gli eserciti piò valorosi. Ed il timore

che viene dalla sorpresa è il piu delle volte fondato

non su giuste cause, ma sopra vane ed apparenti. Onde Curzio disse a ragio n e, vanis et inanibus militem magis , quam justis formidinis causis moveri (4). I Romani esperìmentarono più d’ una volta il vero di questa massima ; come allor quando vedendo i Fidenati muoversi lor contro armati di faci; form a inusitatae pugnae romanos milites

terruit (5). Cosi egualmente nella guerra e tn isca , pugnando De­

ci) St. sa U spedir. dk Alesi. 1. 6 , $ 11, p. a ia ; (a) Ibid. p. s ì ; (S )Ib id ; (t) L. I , c. «5 , 5 * ; ( 5) L ir. I. 4 , c. 3 3 .

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ALL’ ARTE TATTICA.

3ai

ciò con i G a lli, novum pugnae conterruit genus (v); il che av­ venne eziandio de9 soldati di C esare, combattendo coi Britanni,

novo genere pugnae territi (a). Nè io adduco questi esempi per provare

che gli elefanti fossero vani presidj di gu erra , poiché

in mano di Santippo contro

a Regolo

essi valsero assaissimo ;

ma solo per render ragione del m o lto , che n* ebbero i Romani a soffrire al primo aprirsi della guerra di Taranto. E per vero nella seconda battaglia data presso A scoli, se cre­ diamo agli scrittori latin i, poco valsero a Pirro gli elefanti; im­ perocché pretendesi che i soldati non più temendo il loro terri­ bile aspetto si accostumassero a fe rirli, e lanciassero lor contro que* loro

giavellotti detti p i l i , e sulle torri che portavan sul

dorso gettassero faci incendiarie ; infestando cosi col fuoco e coll* armi quella terribile schiera (3).

'

Nella terza battaglia poi della guerra medesima di Taranto , pretendono gli storici latin i, che Pirro avesse piena sconfitta in causa de’ medesimi* elefanti ; attesoché uno di questi, ferito con grave giavellotto nel capo , cominciò la costui

a gridare ferocem ente, e

madre venutane in fu ro re , scompigliò gli a ltr i, che

spaventati ed inferociti trattarono al solito i suoi da nemici (4). Giusta dunque sarebbe in tutto la conseguenza di Floro : ac sic eaedem fera e , quae primam victoriam abstulemnt , secun­ dam parem fecerant , tertiam sine controversia tradidere (5) , se Plutarco non mettesse alquanto in dubbio la verità dell’ espo­ sto. Egli infatti ci dipinge in

quest* ultima battaglia

la

forza

degli elefanti come irresistibile , da cui respinti i Romani ebbero molta strage, abbenchè non minore essi ne facessero del ne­ mico (6). Quest* impeto enorme della schiera degli elefanti, che Plutarco paragona all’ urtar d’ un flutto o allo scuotersi d’ un terremoto , contro al quale non v’ ha forza che vaglia a resistere, suggerì

(i) L i*. ]. io , c. a 8 ; ( 2) De Bello gali. 1. (5 ; (3) Hor. 1 . 1 , c. 18 , 0 , 9 . V. Veget. I. 3 , c. a 4 , aû j ( 4 ) ïlo r. 1 . 1, c. 18 , n. i t , ia ; ( 5) Ibid. n. (€) Vita di Pirro , t. 3 , p. 124 è aeg. A

rsi d s o .

42

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NOTE

372

agli antichi il pensiero di divider l ' esercito, tostocbè fosse da tali fiere investito , e di ceder loro terranno alla fronte» riceven­ dole nel mezzo della battaglia; ove assalite dai fianchi venivano prese esse non meno che quelli che le reggevano senza che si avessero tampoco a ferire (i). A ltro presidio inoltre

adoperato dagli antichi per romper la

schiera degli elefanti si era

quello di

muover lor contro gli

armati alla leggiera, arcieri a ca va llo , e lanciatoli d’ ogni specie a piedi.

Questi veloci al co rso , tenendosi sparsi e r a d i, senza

serbare ordinanza di sorta , erano pronti a schivar l’ urto di fiere naturalmente tardigrade, e ben a cco n ci, infestandole col saettu m e , a ributtarle furiosamente addosso ai suoi ; il che se ac­ cadeva , facile riusciva di disfare un n em ico , che aveva già p er­ duto e sconvolto, per il dar addietro di tali bestie, T ordine suo di battaglia (a). Questi sono i due modi che trovansi nelle storie comunemente adoperati contro agli elefanti ; trascurandone alcuni pochi singo­ la ri e speciosi, che accennano i tattici : qual sarebbe quello dei

clibanarii , ossia di speciali soldati coperti d’ armadura di fer­ ro , posti su certi carri all* oggetto di ferirli con lunghissime a­ ste ; e 1’ altro stranissimo de’ catafratti muniti di punte di fer­ ro sporgenti dalla ce lata , non che dall’ armadura delle spalle e delle b ra ccia ,

al fine che gli elefanti non potessero afferrarli

con la proboscide ; e quello pure delle carrobaliste , macchine poste sui c a r r i, da cui lanciavansi grandi frecce loro addosso, tostochè fossero a tiro : ed altri consim ili, citati da Yegezio (3 ) e da a l t r i, i quali come rarissimo o forse non mai adoperati, non voglionsi accennare che di passaggio (4)* Fermandoci dunque sui due p rim i, giudico prezzo

d’ opera

l’ illustrarli alquanto con esempj tratti dalle guerre puniche ; poi­ ch é in queste non rinviensi quasi mai battaglia, il cui esito fa­ vorevole per i Cartaginesi non dipendesse in tu tto , o per gran p arte, dall’ ordinanza degli elefanti.

( 0 Vaget. I. f , o. >4 » (*) Ibid ; (5) L. S , o. »4

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>

(4)

là *

Goo

ibid.


ALL* ÀRTR TÀTTICA.

3 a3

À i blocco d’ Agrigento in Sicilia 9 la battaglia d i Annone col console Postumio fu da quello perduta per l ’ insensata disposi­ zione degli elefanti. Benché Polibio non descriva l’ ordinanza ri­ spettiva de’ due eserciti, rimarca egli la circostanza, che portò la sconfitta ai Cartaginesi

11 lor capitano, col disegno forse d i

coprire la schiera degli elefanti, affinchè non venissero dai ve­ liti romani

assaliti al solito e

respin ti, ordinò all’ avanti delle

fie re , e nella prima fronte in battaglia, i

suoi mercenarj. E i

non s’ avvide che nel caso che questi fossero ributtati

indie­

tro , in vece di trovar negli elefanti un appoggio, uè sareb­ bero stati impediti al ritirarsi,

ed avrebbero eccitato

in essi

quel terrore medesimo e quella confusione, da cui erano eglino medesimi compresi. Così avvenne difatti ed il disordine prodottosi nella schiera degli elefanti, pel fuggire precipitosa de’ m ercenarj, fu tale che propagatosi per tutto 1’ esercito, ne restò inevita­ bilmente sconfitto (f). Questo fatto prova che gli elefanti sono un genere d’ arme che vuol collocarsi isolato, perchè non è atto nè a sostenere altro genere di combattenti > nè ad esserne sostenuto. L ’ ordine cronologico offre qui da citarsi il fatto di Santippo con Regolo , nel quale i Romani restarono pienamente sconfitti. M a siccome questa è una delle pochissime battaglie, in

cui la

forza degli elefanti, saviamente posta in azione, se non in tutto, p er gran parte almeno decise della vittoria ; cosi giudico oppor­ tuno a maggior luce di quest’ argomento d’ invitare i miei lettori a riandarne la elegante descrizione lasciataci da Polibio (a). ' R i­ tengasi che i Rom ani concepirono in quest' occasione si grave terrore dagli elefanti, che non ardivano quasi più misurarsi coi C artagin esi, come forniti perciò d’ una forza alla loro di

gran

lunga superiore (3). L a battaglia di Panorma

e la sconfitta che v ’ ebbero i Car­

taginesi , tolsero di mente ai Romani questa timidità all’ azzuf­ farsi con gli

elefanti. Mentre il proconsole

(«> Polib. lo 8t. t. « . 1 . ■ , 5 *9 » p. •e*. ) (I) Id. ibid. S >e, p. SI • Mg*

Cecilio ; fingendosi

<*) là . !Md. $S SS, 14 , p< 9* e

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3*4

NOTE

debole» tenevasi ritirato col grosso delle sue forze nella c ittà , e fuor ne mandava i leggieri ad appiccar la zuffe, preveduto che Asdrubale si sarebbe mosso

lui contro con la fronte degli

elefanti, ordinò che al primo appressarsi fossero questi investiti col saettume ; e che i suoi v e liti, quando pure venissero dalla forza delle fiere respin ti, ritiratisi nella fossa di qui continuas­ sero a saettare. Cosi avvenne difatti ; e quando ardeva la pugna, l’ intempestivo gettarsi de* reggitori degli elefanti addosso ai ne­ m ici fu causa ‘ che quegli atterriti dal saettar di questi, dassero tosto addietro con tal disordine e

sterminio de’ su o i, che riu­

scì facile a Cecilio il metter 1- esercito. intero in piena .rotta. fatto è narrato

da

Il

Polibio d’ una maniera assai.,istruttiva (i).

L ’ esito di questa battaglia prova quanto fosse imprudente con­ siglio l’ appressar gli elefanti a luoghi muniti, dai quali il ne­ mico potesse ferirli e buttarli all’ indietro senza rimanerne egli offeso. Havvi di. ciò argomento più evidente nel fatto di N obilio pressò a Numanzia (*).

;

Nella secónda guerra punica non molto ebbero a soffrire i Rom ani dagli elefanti de’ Cartaginesi ; imperocché per una volta che Annibaie se ne valse con successo alla ‘ battaglia della T re b » Ì>ia , altre fiate nè ' riportò grave dannò,* speciàlmepte in quella datagli da M arcello,

nella

quale rimase per colpa de’ proprj

elefanti pienamente sconfitto (3). Annibaie da principio ottenne il suo intento ; e qui si vede manifesto tutto il vantaggio, che si può trarre dagli elefanti. Ma tosto che Decimio ordinò ad un manipolo de’ suoi di gettare i pili contro alle fiere, all’ im­ provviso cambiò la scena. Cosi dall’ impeto retrogrado- delle fiere turbati i Cartaginesi, e P ordinanza loro perduta, Marcello fu loro addosso colla fanteria, e li pose in piena fuga ; aggiungen­ dosi a danno di quelli, oltre all’ esser di g ià . inseguiti dalla ca­ valleria nemica , il non poter ricovrarsi liberamente negli allog­ giamenti', perchè due elefanti ne avevano a caso occupata la

(i) Polib. le St. t. ■ , 1. v , S k o ; p. 86 • eeg.j (e) Appiano, Della guerra Ispenica j (5) Dît. 1. , c. 16.

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ALL’ ARTE TATTICA.

3*5

porta (i). Nemmeno dunque il genio d i Annibaie prevenir teppe il disordine e la strage,

che gli elefanti sogliono d’ ordinario

portare ai suoi. ^ sdrubale, degno fratello di questo eroe, egli pure fu vittima del furore de’ suoi elefanti nella battaglia , che a lui diedero i R om ani alle rive del t Metauro.

Polibio

osserva che in questo

fatto d’ arme tali fiere tenevan luogo di nemico com un e, riu« scendo infeste ai sqoi non meno che ai Romani (2). L ivio par­ lando di questo medesimo fatto d’ arme paragona gli elefanti di già inferociti ed inobbedienti al comando, a navi senza timone agitate dalle tempesta, e rimarca come Asdrubale avesse ritrovato l ’ espediente, nel caso che gli elefanti furiosi ed indomabili mi­ nacciassero strage ai su o i, di farli uccidere al momento dai lor reggitori col mezzo a ciò valente di uno scalpello lor fitto fra le orecchie (3). . Nella battaglia di Zama , celebre per la disfatta di A n n ibaie, parve questi confidar molto nella forza degli elefanti ; ragion per cui ne mosse in gran numero contro ai Romani (4). Ma un tal tentativo andò a vuoto, perchè a principio d’ azione queste fiere furono in parte ributtate all’ indietro ; onde Massinissa riuscì far .cilmente a nudar di cavalleria 1’ ala sinistra dell’ esercito carta­ ginese ; e le altre che si tennero nel mezzo rimasero in parte p re se , ed in parte cacciate fuor xdi b attaglia, essendone turbata e scomposta l’ ordinanza cartaginese (5). Qui si conosce manifesta­ m ente , che valsero ai Romani entrambi i m etodi, e di ributtar g li elefanti addosso ai suoi coll’ armi dei le g g ie ri, e di aprir gl’ intervalli e .ricever nel mezzo della battaglia quelli 9 che si spingessero all’ avanti. Inoltre

è da notarsi che il primo espe­

diente tornò loro assai b e n e , p erch è , forte del sussidio di Mas­ sinissa , saviamente avverti Scipione

di collocar sulle

a le 9 alla

fronte dell’ esercito , la costui cavalleria numida ; come quella che avvezza all’ aspetto ed al fetore degli elefanti 9 non poteva 1

( 1) L ir. |. ij , 0. i O e Seg. $ (a) Le Sf. 1. u , $ t # ( 5 ) Lib. t j , e. So ; (4) Appiano , Della guerra cartaginese ; (S) l’otib. le Sf. I. i l , $ n .

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3 *6

NOTE

soffrirne spavento, t la romana in vece, perchè non ne (base atterrita, fa' stare all’ indietro (1). Il secondo espediente riuscì pur bene a’ Rom ani, in quanto Scipione aveva di già provveduto colla sua prudenza che in veoo che ostinarsi a resistere agli ele­ fanti , dovessero i soldati riceverli intramezzo agli ordini, e cori presigli dai fianchi, metterli fiior di stato di offendere col loro urto. Fin qui della storia degli elefanti nel corso delle guerre puni­ che; dalla quale si scorge che sebbene riuscissero questi il più. delle volte a fin di fazione infesti ai suoi, portando.però sempre a principio enorme strage al nemico, incussero di sè grave ter­ rore ai Romani, il che vuoisi avvertire per non aderir ciecamente agli scrittori latini, ovunque essi, per coprire le perdite pro­ prie , e quelle magnificare delle nemiche nazioni, partano degli elefanti come d’ uno scherzo, o d’ un giuoco da guerra. Polibio più sìncero, abbenchè egli medesimo adulator de’ Romani, at­ testò in più d* un luogo della sua storia che essi temettero sempre forte degli elefanti de’ Cartaginesi, e che vinto Asdrubale alla battaglia di Panorma, a Roma si eccitò immensa allegrezza, sì per aver tolto ai nemici molto delle loro forze, e si per aver ripreso i soldati, contro a queste fiere, il coraggio in tutto per­ duto dopo la sconfitta avutane da Sanlippo (2). E vaglia il ve­ ro , qual prova più convincente che i Romani in vece che farsi beffe temettero anzi assaissimo della forza di tal genere d’ arme , di quella ci fornisce il trattato di pace onde fu terminata la se­ conda guerra punica ? Qui lo stesso articolo, il quale portava che i Cartaginesi non potessero aver più marina, esigeva egual­ mente , che non avessero a tener mai più elefanti ad uso di guerra (3). Vero è che contro agli elefanti si narrano dei Romani prodigj di valore; come di quel veterano di Cesare alla guerra d’ Africa , il quale avvinghiato dalla proboscide d’ un elefante e 1

(1) Appiano, Dtìla guerra cartaginese; (a) Le St. t. t , 1. ( , SS p. 87 e «eg. ; (I) Ibid. 1. iS , $ iS.

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4o

, A »,


ALL’ ARTE TATTICA.

h 7

sostenuto cosi in aria con tutta V armadura , non perdettcst di coraggio, ma sguainata la spada cominciò a frastagliare con tutte le sue forze quell* enorme legame. E tanto dolore n* ebbe 1* ele­ fante, che gettata la preda con profondissimi barriti e con violenta carriera riparossi tra suoi ( i ). Ma questi cd altri simili esempi (a) se provano che qualche soldato era assai valoroso e fermo d* ani­ mo , non ci manifestano perciò che tutti lo fossero egualmente. Infatti Cesare pensò seriamente a prevenire i tristi effetti della paura e della sorpresa, che 1* aspetto di queste fiere poteva eccitar nei soldati non meno, che ne’ cavalli (5). Dione a tal proposito afferma che non per avere elefanti, sui quali poco contava, ma per accostumare al lor fetore e barrilo la propria cavalleria ne voleva Cesare nel suo esercito (4)- E qui mi risovviene di Per­ seo , il quale nella vista medesima di prevenire gli effetti della paura, che l’ aspetto degli elefanti nemici eccitar potesse nella sua cavalleria, non avendo egli alcuna di queste fiere, ne finse di artificiali, imitandone la

figura ; ed accostumò i cavalli a

guardarle senza ribrezzo, sull’ esempio di Sem iram ide, che un simile stratagemma aveva praticato nella

guerra dell’ Indie (5).

Scipione nella guerra d*Africa con C esare, conosciuto il de­ bole degli elefanti , che ributtati dai nemici gettansi addosso ai su o i, pensò di correggere in questa guisa tal loro difetto, spesso fatale. G li ammaestrò egli coll’ uso a trovarsi di mezzo a due opposte battaglie: 1’ una di from bolicri, i quali stando loro dalla fro n te, come se fossero gli avversarj , li facessero dar addietro col gettar delle pietre; e 1’ altra di soldati^ che stando loro da terg o , alla guisa stessa che l’ esercito de*su oi, al primo rivol­ tarsi clic facessero, percuotendogli essi pur

colle pietre,

li av­

ventassero di bel nuovo addosso ai nemici (6).

Cosi condotta a termine la stona bellica degli elefanti dai più antichi tempi fino quasi all’ era volgare, sembrami di poter con(i) H irl. De bello «Ir. (a) V. Flor* 1. i , e. i8* - Veget. 1. 5 , c. %L ; (S) V. Hirt. De bello afe. p. 7S7 j ( 4 ) SL Rom. t. a , I. 4 $ 1 «• * » P* *3 6 * ( 5 ) Diod. Bibl. St. t. 1 , 1 . a , c. 6 , p. a$7 e lag. ; (6) Hirt. De bello afr. p. 7*6.

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3 ?8

NOTE

chiudere dall’ esame delle molte su descritte battaglie clie gli ele­ fanti per offendere gravemente il nemico , e non portar danno ai suoi hanno uopo di tre condicioni ; delle quali la prima è lo spazio. Per poco che si mediti il fatto di Alessandro con Poro vi si conosce manifestamente che gl* Indiani furono dai proprj ele­ fanti sconfìtti, perchè mancò loro sufficiente spazio, per il quale queste bestie, ributtate dai nemici, potessero liberamente ritirarsi. Ecco ragione onde Santippo, conoscendo il debole delle fiere, poste che l ' ebbe alla fronte, vi collocò molto all9 indietro la propria falange, lasciandovi di mezzo capace intervallo. Egli si prefisse con questo modo di ordinanza di evitare la rovina dei suoi nel caso, facilissimo ad accadere, che i Romani riuscissero a ributtare gli elefanti all*indietro. In simile evento infatti, tro­ vandosi la falange da questi discosta, si poteva tentare di cal­ marli e frenarli prima . che le si gettassero addosso ; o in caso che ciò non fosse possibile, la capacità medesima, dello spazio dava tempo sufficiente a far aprire ordinatamente la falange, a lasciarli trapassare senza intoppo, per metterli fuor di battaglia, ed anclte fuor di stato di offendere. La seconda condizione per gli elefanti si è che combattano isolati, cioè senza essere frammisti a nessun altro genere d’ ar­ mati; e quest’ errore comune all’ ordinanza di Staurobate , di Poro, di Antioco, e d’ altri, e che sempre riuscì fatàle, vedesi eviden­ temente decidere della totale sconfìtta di Annone nella battaglia data ai Romani al blocco d’ Agrigento. Santippo l’ evitò col met­ tere gli elefanti in una sol riga, prossimi gli uni agli altri, senza intervalli di sorta per i quali dovessero scorrere i com­ battenti. . • ' Una terza condizione si è pur quella che all’ atto che gli d e­ fanti urtano l’ intpiico, non sieno soli lasciati alle prese; ma in­ comincino tosto i combattenti, i leggieri specialmente e la ca­ valleria , ad attaccarlo nel punto suo più debole ; qual era il fianco de’ Rom ani, ampiamente esteso e quasi nudo di caval­ leria. Ed ecco perchè Santippo, all’ atto medesimo che comandò

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ALL’ ARTE TATTICA.

3a9

«gli elefanti d’ andare innanzi, fé' muover tostamente la cavalleria per investire gli avversari dai.fianchi. Se infatti il nemico non: si trova contro che i soli elefanti, egli ha tutto l’ agio d’ impie­ gare ogni suo sfòrzo a ributtarli ; ma se al momento che ha le fiere addosso, si sente assalito d’ altra parte con vigore, il tu­ multo e lo scompiglio che si eccita nella sua ordinanza è tale, che ne rimane facilmente sconfitto. Qui terminano le mie ricerche sugli elefanti. Se mi si facesse colpa dell’ averne trattato troppo ampiamente, riflettasi che io in ciò ho dovuto supplire al difetto dell’ Autore che non ne dice parola, e che è stato mio scopo il ritrovare alcune massime, le quali rendessero ragione della somma influenza , che questo ringoiar genere d’ arm e, pochissimo conosciuto dai filologi, ebbe sempre in determinar la vittoria o la sconfitta nelle battaglie degli antichi : ragion per cui mi fu necessità l’ esaminare un gran numero di fatti onde risalire ai ricercati principi. Nè io credo che in un’ opera, la quale ha per oggetto l’ illustrare le storie antiche in genere, e gli autori che ne hanno scritto, la copia delle memorie, e 1’ abbondanza dell’ erudizione si possa ascriver giammai a difetto. (126) È uopo f a r menzione delle evoluzioni e de’ loro nomi. L ' À. entra a dichiarare le speciali evoluzioni dell’ esercito, ossia i differenti modi di metterlo in battaglia, che erano in uso fra i Greci. Egli le accenna prima coi rispettivi loro nomi; quinci passa a trattar di ciascuna in particolare. Per conformarmi adun­ que all’ ordine da lui tenuto, io riporterò nel tratto successivo le osservazioni, che crederò necessarie alla piena intelligenza del1’ argomento. * (127) Declinazione. KAmr , cosi 1’ Enciclopedia , étoient les évolutions prises ’ en général (1). Dubito se ciò sia vero , per­ chè solo nel linguaggio de’ moderni il nome evoluzione significa tutta sorta di movimenti. 1 Greci in vece chiamavano prò- 1

(1) A rtiglc, Armées grecq.

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33 o

NOTE

priamente evoluzioni le cootromarde ; ma queste non hanno punto a fare ool movimento di elisi , ond’ è qui discorso. Ritenuta la definizione di À rdano, clisis aX /nr significa quel primo semplicissimo movimento , che fa il soldato girandosi , fatto d*un piede centro, sull'uno o sull’ altro fianco. Questo vo­ cabolo deriva dal verbo « X / r * , il quale presso noi suona piego, declino, propendo 9 volgo ec. ; d’ onde i traduttori latini dai greci tattici hanno tratte le voci declinatio 9 inclinatio. Clisis f o declinazione è dunque la dizione che esprime in genere il movimento di fianco; ma poiché questo può farsi sì dal lato destro che dal sinistro, così chiamavano i Greci aX/Vir i v i èifv il piegare dalla parte deir asta ; e %x(<rit i tr àrwrfJ* il piegare dalla parte dello scudo ; ciò che noi volgarmente diciamo fa r a diritta , fa r a sinistra. (128, 129) Declinazione è semplice 9 . . se doppia. La elisi, 0 declinazione dicevasi semplice «s-Xif «x/trir quando non ec­ cedeva il quarto di giro ; e doppia inrXti allorché ripe­ tendosi dallo stesso lato il movimento , si veniva a compiere il mezzo giro. In questo Taso il soldato volgevasi dalla fronte alle spalle, e tal movimento denominavasi propriamente metabole l*t r « £ « x ì, che é quanto dire capovolgere 9 o mutazione. Tal voce viene dal verbo /*sr«/3«AX* che significa muto , tramuto; il quale ha per radice £«X X « tiro9 getto, butto, lancio. Di qui le voci dei traduttori latini, mutatio , immutatio, transmutatio. L a metabole, 0 elisi doppia facevasi, alla stessa maniera che la elisi semplice , da entrambi i lati ; dalla parte cioè dell’ asta egualmente che dello scudo (1). ^ ( i 3 o) Metabole. Questo movimento di capovolgere si fa o per partirsi dall* inimico , che si ha a fronte 9 o per volgersi al medesimo, che si ha dalle spalle. Nei primo caso praticavano i Greci di piegar due volte alla diritta, ossia dalla parte dell’ asta;

(0

JElian. Tact. ▼ . » 5 .


V t.

A L L ’ A R TE TATTICA .

33i

e nel secondo di piegar egualmente due Tolte dalla sinistra, cioè dalla parte dello scudo. Così distinguerano due specie di metab o le , una con cui facetasi della fronte spalle, e che dicevasi capovolgere alla coda pitta fit x ì iV ivpìtv j l’ altra con cui facevasi delle spalle fronte, e la quale denominatasi capovolgere dalla coda p itra fléli * x

ivpSs (i). •

Resta a sapersi ragione di questo uso di partirsi dalla fronte avversaria per la diritta, e di volgervisi per la sinistra. Palmieri ne assegna una assai probabile. « Il motivo della pratica dei » G reci, die’ e g li, derivava per avventura dagli scudi, i quali » coprivano quella parte del corpo, che per la divisata maniera *> nelle declinazioni restava sola esposta al nemico ; e nelle im­ » mutazioni, se verso P asta, era 1’ ultima a dipartirsi ; se verso » lo scudo, la prima ad opporglisi ; cosicché la parte più esposta » rimaneva sempre la più difesa. Ma lo scudo essendo un arme » già disusata, non può aver più luogo Tistessa ragione (a). ( i 3 1) Epistrofe. La voce epistrofe o conversione ha doppio Senso nell’ opere de' Greci ; V uno generico che esprime il mo­ vimento circolare d’ nn dato corpo di soldati, e 1’ altro che determina una particolar specie di questo movimento medesimo. Nel primo senso la conversione viene definita da Ebano come qui segue. 'E xtrrpitpn cP irr)t ec. Conversio e s t , ctan conden­ sata fu erit acies , neque potest viritim aut declinatio , aut mu­ tatio f e r ì propter nimiam densitatem 9 et ideo tota acies se simul vertit, sicuti navis solet , aut aliud quodvis corpus com­ pactum quidem e x multis partibus, nec dissolutis quidem ipsis , sed remanente compage et ordine partium inter se juncta­ rum (3 ). Questa definizione è a un di presso la f medesima che

si » » a

dà dai moderni dicendosi: « Conversione è quando un corpo ordinato di soldati , serrate le file e righe come se fosse un uomo so lo , facendo d’ un de’ suoi termini centro descriva con 1’ altro un cerchio a. Affermò dunque falsamente Palmieri

(0

JElìan. T«ct. c. aS ; (*) Arte delle guerra, 1. » , c. yi (S; Tact. c. » 5 ,-

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33 a

NOTE

che la voco di conversione nel senso dei Greci, non altro Com­ prendeva che quello che noi diciamo quarto di conversione , e che l’ antica definizione non è più propria per noi (i). Infatti , sebbene tal voce esprimesse particolarmente quest’ ultimo special movimento, come si vedrà qui tosto , dubbio non cade dall’ al­ legata definizione di Eliano , che significava pur anche il movi­ mento generico su definito. ( i 3 a) Conversione. Considerata dunque la conversione come nn movimento circolare, siccome il corpo de’ soldati che lo fa , fisso il centro all’ uno de’ suoi termini, può con l’ altro descri­ vere un quarto, una metà, tre quarti di cerchio, o anche com­ piere il cerchio intero ; così la conversione d’ un quarto dicevasi dai Greci propriamente epistrofe , quella d’ una metà perispasmos , quella di tre quarti ecperispasmos, e quella del cerchio intero non aveva nessun nome, in quanto forse non si praticava come aiTatto inutile. (133 ) Anastrofe. Era questo un movimento contrario all’ epi­ strofe ; per il quale, con un quarto di conversione opposto, si rimetteva la battaglia alla sua prima fronte. La radice di en­ trambe queste voci è il verbo rrfiQm che significa verto, verso, Jlecto , voluto ; dal quale viene la voce rrpoQi versio , fle x u r a , fle x u s ; d’ onde, colle proposizioni i v i ed *v # , le voci iwt*rp*<pì, ed mitMsrfpì conversio , reversio. (134 ) Perispasmos. Le dizioni perispasmos , ecperispasmos derivano dal radicale rvrnm, che significa traho , vello, ex ­ traho , educo , divello , convello ec. ; d’ onde viene la parola eirmrfiêç extractio , educiio ; quindi xtptrrmrpot circumductio, inflexio , circumflexio ; ed iiiirtptnrmrpes reflexio , dq/lexio. (135 ) Ecperispasmos. Qui vuoisi notare un errore di Ernesti nel suo lexicon alla voce t %7rtfvrmm.<rplt ; la quale traduce re­ versio militum in pristinum locum post perispasmon. Questa spiegazione, almeno in senso dei Tattici, è falsa evidentemente.

(i) Arte dulia guerra ,

1.

a , e. 9.

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ALL’ ARTE TATTICA.

333

Buddeo (i) non ha commesso lo stesso errore attenendosi nella sua definizione ad Eliano. Per co lo ro , che poco conoscono i cessiti» l ’ avvertire

movimenti militari è ne­

che quelli de* quali si parla

a questo luogo

voglionsi ben distinguere dagli a lt r i, onde fu discorso nel para­ grafo antecedente. L a declinazione infatti e la mutazione, di cui - venne sopra trattato, si fanno individualm ente, ed in vece le diverse maniere di conversione , ond* è ora quistione, si effet­ tuano da un* intera banda

o schiera. Converrà abituarsi per

maggior chiarezza ai nomi g r e c i, i quali non ammettono equi­ voco , e tener fermo in mente che le voci elisis e metabo le esprimono movimenti speciali da eseguirsi da ogni soldato sepa­

epistrofe , anastrofe , perispasmos , ecperispasmos significano movimenti comuni a tutta una schiera

ratamente , e che le voci

di soldati, stretti insieme e serrati come se fossero un corpo solo. D e l resto, qualunque siasi la specie di conversione, fra le qui dichiarate, è sempre essenziale per ben eseguirle che gli ordini sieno molto stretti nella serie delle righe

non meno

che delle

file. T ale strettezza infatti si esige dai Tattici greci come qualità alle conversioni essenziale. Si possono vedere in Eliano i movi­ m enti, che si richieggono per chiudere le distanze tra le righe e le file, tanto nella fronte come n el fondo della falange, prima di fare la conversione, e quegli altri che sono necessarj al ria­ prirle dopo fatta questa (2). Infatti, senza condensamento degli ordini la conversione non si può effettuare nè con uniform ità, nè con precisione, nè con celerità : condizioni tutte indispensa­ bili alla giustezza di questo movimento

il più usitato d ’ altro

qualsiasi in T attica, perchè ogni qualvolta una banda di soldati ordinata dee mutar figura, sia per combattere sia per marciare, importa il ricorrere alla conversione. creto della lor

Tattica

1. G reci mettevano il se­

nell’ esercizio ; e

questo è ancora il

mezzo più sicuro onde accostumare i soldati a ben effettuare ogni maniera di movimento.1

(1) Lexicon 9 (») Tact. c. Ss.

.

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NOTE

334

Esem pio nelle storie assai celebre de* movimenti tutti qui sa d escritti, e riferiti in genere alla conversione, ci fornisce Polibio nella battaglia,* cbe sommariamente descrive di Amilcare Barca contro ai ribelli d’ Àfrica (i). V ero è che questo fatto d’ arm i non riguarda la Tattica greca , ma può servire bellissimo ad il­ lustrarla, specialmente in quanto al soggetto in quistione. ( i 3 6 , 137) Star diritto in fila - Star diritto in riga. Qui l’ A* non fa che ripetere ciò che ha già dichiarato bastevolmente al-» tro v e , intorno al significato di queste due dizioni (a). Aggiun­ gerò

a maggior chiarezza, che

equivale precisamente

a quel che chiamano i Francesi dresser les file s ; e che tal voce deriva da *rùt%ts , che in genere significa ordine , serie , s u o

cessione diritta; ma che a questo luogo esprime propriamente quella maniera di serie, che formano i soldati succedendosi di petto a schiena l’ uno dopo l ’ altro in retta linea. Cosi la voce

tyyiir si rende benissimo col dresser les rangs de’ Francesi. Questa deriva da

ÿ > y t giogo , paio ; ed esprime benissimo

quella maniera di se rie , che fanno i soldati da spalla a sp alla, stando l’ uno in retta linea a fianco all’ altro. In

quanto poi al giusto ordine delle righe e delle file, io

credo che a questo si riferisse il gran precetto degli antichi:

f i t t u t ir r«£i< in aciem stare , ordines servare , il quale cre­ devano esser il primo c più essenziale d’ ogni Tattica (3). ( i 38) Rimettere per diritto. Questa maniera di movimento , per la quale nemmeno i G reci avevano nome proprio , perchè colla frase ir * ipêor «g-acfeorai, oppure t r ip 6 or àvK*TOLrrn*ou in recium dare , reddere in arrectum ,

l ’ esprimevano

faceva rimettere il soldato alla prima p osizione, cioè alla fronte^ da cui si era mosso per piegare sul fia n co , o alle spalle. Dalla '

definizione, che dà l’ A . si rileva che tal movimento effettuavasi individualmente, cioè ogni soldato l ’ eseguiva da sé; d ’ onde ma­ nifesto appare che era opposto agli altri due di elisi e di mo­ t o vLe St. t. 1 , 1 . 1 , $9 f i , 76, p. «*8 e *eg. f (s) 9 9 I (5) Onoiandr. Strategie, e. »f.

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ALL’ ARTE TATTICA.

335

tabole ; poiché con esso venivasi a disfare si Ia declinatione di fianco che quella da tergo. Nè può nascer dubbio che individuale il movimento in questione

fosse

9 quando si rifletta che

per disfare sia il quarto sia la metà di conversione , volgimento comune a tutta una schiera, il comando si esprimeva colla voce particolare di anastrofe , già sopra bastevolmente dichiarata. (139) V una di file* L a contromarcia di file era un* evoluzione ai G reci famigliarissitna , mercè la quale si faceva fronte alla coda ; ma con tali determinate maniere di m ovim enti, che le righe medesime , le quali erano prime dalla fro n te, riuscissero ad essere le prime egualmente» che da tergo facessero faccia al nemico. P er questo punto la Tattica dei moderni è diversissima da quella degli a n tich i, e specialmente dei G reci. Siccome infatti tutto lo scopo delle contromarcie consiste nel far fronte al ne* mico » che si scuopre dalle spalle , per noi a questo

fine basta

la sola declinazione di mezzo giro a diritta; ma per i G reci non era così. E d in vero » atteso il loro istituto di mettere sempre alla testa dell1 esercito, cioè di stabilir primi d* ogni f ila , i più valorosi e robu sti, perchè nella prima riga risguardavano come concentrata la forza della falange tutt’ intera ( 1 ) , riusciva per essi impossibile il volger la fronte dalle spalle col mezzo giro in quistione senza presentare al nemico un9 ordinanza stravolta e debole ; perchè inversa di quella richiesta dell’ arme d’ offesa , di cui si

dal tenor medesimo

valevano. Ecco

ragione

onde i

G reci avevano sommo uopo delle controm arcie, cioè di ampie evoluzion i, per ottenere quel medesimo intento , che da noi si ottiene mediante un semplicissimo movimento. * (i4o) V altra di righe. L a contromarcia di righe è utile in un esercito al rendere vie più forte una sua parte che l ' a ltra , o p er soccorrere alla più debole, o per portare un tal dato corpo d i truppe a combattere in un dato luogo più utilmente

che in

altro. Simili occorrenze potevano nella Tattica dei G reci accadere

(«) V. S S , nota j i . - S *5 » note 97 • 98.

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NOTE

336

egualm ente, che nella nostra ; ma non tenendo per nulla , sic­ come paramento accidentali, al principio fondamentale della loro ordinanza , si dee inferirne che 1' uso delle contromarcie di ri­ ghe fosse per essi di gran lunga

minore che non quello delle

contromarcie di file. (

i

4

ì

, i 4? , i 43) Macedone. - Laconica . - Cretese. L ’ A . ha

rettamente contrassegnate le differenti specie di contromarcie dal terreno che si p erde, o si acquista, o si conserva ne9tre diversi modi di effettuarle qui accennati. Convengo nondimeno che le sue definizioni sieno piuttosto oscure , forse per troppa brevità ; ma siccome nel paragrafo seguente si tratta de’ modi •d i eseguire le contromarcie ; cosi penso colà riportare le dilucidazioni, che credo necessarie alla piena intelligenza del soggetto. G iova frattanto il sapere intorno alle particolari denominazioni di ciascheduna di queste evoluzioni, che tali vennero loro date dai popoli , i quali le hanno i primi imaginate (i). L a laconica fu però molto più in uso A lessandro, benché

che

le

altre

due ;

anzi Filippo ed

m acedon i, la propria dimenticarono per

valersi di questa (a). Di ciò si vedrà ragione qui sotto. Questa è una circostanza, che rende assai pericolose le evolu­ zioni , specialmente quando sono grandi e complicate. Infatti il momento d’ un’ evoluzione è il più debole per la truppa che 1» f a , ed il più favorevole conseguentemente ai disegni del nemico. Ecco perché in questo caso suggerisca contromarcie a picciole sezioni.

Arriano di effettuare le

( i 44) Contromarcia macedone. E gli è evidente che la co n ­ tromarcia eseguita nel modo qui indicato, faceva prender terreno al davanti della prima stazione della battaglia; e questa, benché volta la fronte al nemico , veniva a perdere rispetto a lui tanto s p a zio , quanto ne occupava colla sua altezza. Infatti i prim i d’ ogni fila effettuavano il mezzo giro senza però

dalla fronte alle spalle

moversi punto dal loro posto ;

dunque la fronte

cambiava solo di direzione, mentre il corpo della battaglia si

(f) Æli*n. Tact. c.

j (a) Id. ibid.

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ALL’ ARTE TATTICA.

337

tramutava di sito, scostandosi realmente dal nemico, e lasciando a questo un tratto libero , onde avanzarsi. Perciò simile evolu­ zione rassomigliava ad una fu g a , il che ispirava agli avversar] coraggio ed ardire (i).

,

(1 45) Sì denomina laconica. Eranvi due maniere di eseguire la contromarcia in quistione ; cominciandola cioè dalla fronte, o dalla coda. Se d a lla.fro gie, il caposquadra faceva il mezzo giro, e marciava alle spalle , facendosi ripiegar dietro tutta la fila , e trasportandola seco contro al nem ico, che stava da tergo. È fa ­ cile avvedersi

che per siffatta maniera di evoluzione si acqui­

stava terreno , quanto il permetteva più o la prossimità della battaglia avversaria.

meno la distanza o

Che se la contromarcia si cominciava dalla coda, il retrogujda faceva egli il mezzo giro, e gli altri tutti gli andavano marciando all’ avanti successivamente , e collocandosi per filo nell’ ordine dall’ A. descritto ; fino a che il

caposquadra riusciva ad essere

primo. Per questa seconda maniera di movimento la battaglia si tramutava all’ indietro della sua prima stazione per un tratto eguale al fondo dalla medesima occupato , ed altrettanto terreno veniva conseguentemente a guadagnare sopra il nemico , che le era dalle spalle; il quale perciò ne rimaneva facilmente atterrito e respinto (a).

•

Ecco palese ragione perchè Filippo ed Alessandro ,

quantun­

que m acedoni, alla contromarcia macedone la laconica preferis­ sero nelle g u erre, onde 1’ uno domò la G re c ia , e 1’ altro s* as­ soggettò 1’ Oriente (3). (146) Contromarcia coria. Questa terza specie di contromarcia faceva volgere come le altre la fronte dalle spalle ; ma in n iera

ma­

che la battaglia veniva precisamente a conservare il pro­

prio terren o , cioè

senza perderne nè guadagnarne rispettiva^

mente al nemico. DifTatti la maniera di volgim ento, per il quale $i effettuava , era ta le , che il caposquadra tramutavasi nel luogo del retroguida, ed il retroguida in quello del caposquadra. Con­ ci) Ælian. Tact, c- 3& ; (a) Id. ibid ; (5) Id. Ibid.

A rriàtro.

43

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NOTE

338

seguentemente la battaglia cambiava solo di d ice iio n e , e mente di sito. Siffatta contromarcia, dai popoli che 1*ebbero in uso, fu detta

cretese e persiana» Qui è nominata corta dalla voce la rassomiglianxa che aveva coi movimenti dei

cori

p er sul teatro

de’ G reci (i). Per la più facile intelligenza degli scrittori greci giova avver­ tire quanto segue intorno alla denominazione delle contromarcie. Queste si dinotano in genere con la voce i { i Xtyfêêt evolutio ,

explicatio ; la quale viene dal verbo i{«A/W* evolvo , explico . L e contromarcie d i f ile diconsi i£ tXiypé)

A egevr.

L e contromarcie di righe: i£tXtypo) %*t* Entram bi poi questi generi si suddividono in tre specie.

1. Contromarcia macedone : i£t\iypor paxiJur* I L Contromarcia laconica:

A « x*r.

III. Contromarcia persiana, cretese , o coria : f wì

, xfnrixì f , oppur %aptt'êç. (147) D eir addoppiare ( diplasiasmos). L a voce SixXaTtxrpos

esprime in Tattica qualsiasi genere di raddoppiamento, e deriva dal radicale itw xiùt d u p le x , duplus. A <srA« r ia r m a r » a r * & y * , • x»rm pn*of

duplicatio per

fuga, egli era precisamente il raddoppiar di fronte: Stwìaetmvpìs K«r« flaêês, • xa.ru Xt%+vs duplicatio in latitudinem , il rad­ doppiar di fondo.

t

Siccome poi entrambi questi raddoppiamenti possono essere relativi o al numero degli uom ini, o all’ estensione del terreno, così si esprìmevano con due diverse denominazioni. Quinci JtwXanxepos rS aptépZ duplicatio quo ad nume­

rum, significava il raddoppiar di numero: StrrXarturpùs r f v i x f duplicatio quo ad locum , il raddoppiar di luogo. Queste nozioni sono più che necessarie alla piena intelligenza 1

( 1) V. Potter , Archeolog. griec. 1. 5 , c 6.

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/

ALL’ ARTE TATTICA.

33g

degli scrittori g re c i, specialmente dei molti fra essi, i quali af­ fettano il linguaggio militare. ( i 48y Raddoppiamento di numero. Per ben comprendere d e ­ voluzione qui descritta dall9 A . , uopo è richiamarsi a

memoria

che la falange de’ gravemente arm ati, ordinata giusta il prescritto nel § X l l l , comprendeva in tutto mille ventiquattro file dì sedici uomini per ciascheduna. Volendosi adunque raddoppiar di numero la fronte della battaglia era uopo fare un tal movimento, per cni le file riuscissero ad esser in doppio numero di p rim a, tutte insieme prese, ed in metà numero di soldati per ciasche­ duna. C iò si effettuava facendo proceder

innanzi gli epistati fra

gl’ intervalli dei protostati con tal ordine, che le distanze cf uo­ mo ad uomo della prima riga

si riempissero con intramettervi

i soldati della seconda, e così alternativamente quelle della terza, coll’ interposizione de’ soldati della quarta, e cosi fino all’ ultima. A questo modo venivansi ad avere due mila quarantotto file in vece che mille ventiquattro: ma queste di soli otto uomini per ciascheduna;

ragion per cui il fondo della battaglia

m inore d ’ una metà.

diventava

Cosi la falange riusciva bensì serrata del

dop pio, ma non contava più che otto righe in luogo di sedici. E gli è evidente che per effettuare tal maniera di raddoppia­ mento la falange doveva essere, ordinata con una certa distanza tra le file, senza di che la seconda riga non avrebbe potuto penetrar nella prima al mòdo anzidetto. Pare

dunque che

il

raddoppiamento di numero alla fronte fosse richiesto dalla c ir­ costanza, che per agguagliare la fronte nemica

uopo

si avesse

di tener i soldati tanto discosti da spalla a sp alla , che non si potessero serrar le file al grado richiesto per il maneggio unito c * l’ asta, senza accorciar di troppo la fronte propria, e dar campo al nemico di circondare dall’ uno o da

entrambi i

fian ch i Si

vedrà però qui presso come tale raddoppiamento fosse azzardoso e non opportuno all’ intento.

049 ) Raddoppiare eziandio V estensione della fronte . Questa dilatazione degli ordini si può credere che fosse di pochissimo o di nessun uso ai G reci;

attesoché per

essa toglievasi quella

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34o

NOTE

serrata o strettezza, senza di cui l’ asta non poteva sortire suo pieno effetto. Di ciò conviene qui tosto Arriano medesimo. (1 50) Siffatti raddoppiamenti non tornano bene qualora i nemici sono dappresso. Eccone manifesta ragione. Se parlasi dei raddoppiamenti di luogo, sconnettendosi per questi l’ unione delle parti tanto essenziale alla greca ordinanza, doveva la falange es* sem e posta in istato di debolezza e d i disordine.

S ' è poi qui-

stione de’ raddoppiamenti di numero, bisogna distinguere se questi si facevano alla fro n te , o nel fondo. Nel primo caso potevano riuscir utili per serrare gli ordini senza che la fronte si accor­ ciasse ; ma siccome a tal effetto era necessità il diminuire d’ una metà il fondo della battaglia, cosi venivasi pure a detrarre alle falange metà del suo impeto. In quanto poi al raddoppiaménto di fo n d o , vero è che si ac­ cresceva per esso la forza della battaglia all’ a va n ti, e di molto si aumentava l’ effetto dell’ asta; ma a

ben considerarlo

aveva

pure il difetto di metter la falange nell’ in azio n e,'e fuor di stato di combattere per tutto quel tem p o , che si richiedeva ad effet­ tuarlo; il che in vicinanza al nemico importava grave perìcolo. (1 5 1) Perciò è assai miglior consiglio il distendere ai fia n ch i

i

leggieri e la cavalleria*

Quali erano i casi ne’ quali uopo

veniva de’ raddoppiamenti ? A llorquando, giusta Arriano e gli altri Tattici in genere, o si tentava d’ intorniare il nem ico, o impedir si voleva d’ essere da essolui circondati (i). A

tal ef­

fetto rende vasi dunque necessario l’ addoppiare di fronte, e di­ minuire conseguentemente il fondo della falange. Ma su questo punto ascoltisi Onosandro.

<

« Nel voler evitare d’ essere oircoudati dal n em ico, uopo è » guardarsi dall’ estender di tanto la fronte della falan ge, <#> » diminuitosi

di troppo il fondo, questa ne rimanga debole e

» mal soda; perchè allora

gli avversarj, in vece che prenderla

» ai fianchi potrebbero investirla al centro, e trapassando al­ » l’ avanti attaccarla beu anche dalle spalle. 11 capitano dee non

( 0 V* Mauric. p. 3*5. - Leon. c. 7 , $ 83, c. *4 , $ 108.

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ALL' ARTE TATTICA. » solo evitar questo sbaglio;

34 1

ma approfittarne, se il commet­

» tesse il nemico (i) ». Qual più manifesto argomento dell’ inuti­ lità , anzi del pericolo de* raddoppiamenti di fronte ? Savissimo dùnque è il consiglio d ’ A m an o che quando accade di estender la battaglia in lunghezza, piuttosto che addoppiar la fro n te, abbiansi a metter sulle ale i leggieri e la cavalleria ; poiché cosi facendo si ottiene l’ intento medesimo senza punto smuovere, sconvolgere ed indebolire la propria ordinanza. ( i 5 a) I l fondo della battaglia si raddoppia. Il metodo che a questo luogo indica 1’ A . per effettuare il raddoppiamento di fondo è chiaro in modo che non ha uopo di dichiarazione. Tutto in­ fatti Consiste nell’ inserire le

file alternativamente l’ una entro

T a ltra , secondo l’ ordine delle rig h e , di maniera che i capi delle file che raddoppiano, vengano a collocarsi dietro ai capi delle file che stanno ferm e; il secondo

e il terzo

della se­

conda fila si mettono egualmente dietro a quelli che sono loro a ; fianco nella prim a, e cosi di seguito in tutte le file ; le quali acquistano a questo m o d o , diminuendosi l ’ intero loro numero d ’ una metà , un fondo doppio di p rim a, vale a dire di trentadue uomini invece che di sedici.

,

,

Credo utilp il far parola d’ un’ altra maniera di

raddoppia­

mento ydi fo n d o , dal nostro A . non nominata : ma che Eliano accenna con questi brevi term ini: His eisdem decuriis paribus per evolutionem adjunctis tergo imparium (i). Questa dovevasi effettuare per contromarcia di file alternativamente. A

tal fine

perciò, contrassegnate tutte le file per prime e seconde, avevano le prime a procedere all’ avanti, e ie seconde, fatto il mezzo g iro , marciare alla

coda fino a trovarsi

poste da

tergo

Egli è evidente che tal maniera di raddoppiamento

alle prime. importava

che tutti i soldati percorressero uno spazio di terreno eguale a quello occupato dalla metà del fondo della falange. ( i 53) Come egualmente si raddoppi di luogo il fo n d o della battaglia, Eliano cosi descrive questo raddoppiamento da Arriano

(i) Strategie, c. »i ; (a) Tact. c. 99.

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3<a

NOTE

appena accennato. Aut igitur ita duplanda est altitudo ,

aut numero eorum servato , milites se se longius porrigent , quate­ nus suae versum et spacium altitudinis duplicent: cum autem restitui oportuerit y aut interjectos adjunctosve tergo milites illos y in suas decurias revocabimus, aut spacia coarctabimus9 quaeque intervallo auximus laxiore (i). Bastano questi tratti a ben comprendere lo spirito della Tat­ tica greca in quanto ai raddoppiamenti. ( i 54)

Falange traversa , diritta ed obliqua . In quanto alle tre

diverse maniere di battaglia qui descritte dall’ A . giova il fa re , rispetto al significato delle vo ci, le seguenti avvertenze.

TtXayU

phalanx transversa dei traduttori la tin i,

è precisamente la falange nella sua posizion di battaglia; allorché avendo un maggior numero di file che non di righe (com e h a naturalmente) vien a formare un quadrilungo, il cui lato mag­ giore è quello che sta rivolto al nemico. Quésta posizione chia­ mano consuetamente i Francesi en ordre de bataille. In italiano ho io amato meglio di dirla battaglia traversa, per attenermi al significato della voce

greca ; avvegnaché

r A s ^ / if

esprima

precisamente una serie disposta in ordine traverso.

Ò fét*

phalanx recta , seu arrecta , è quella po­

sizion di battaglia, in cui la falange, al contrano di avendo un maggior numero di righe che non di file ,

p rim a , forma

bensì un quadrilungo, ma o nel marciare o nel far fronte al n e­ mico

porta all* innanzi il lato minore: ed ecco il vero

ordine

in colonna ordre en colonne dei Francesi. Questo chiamavano

diritto i G reci ; dalla voce è } 6 /»t che esprime propriamente una serie dirittamente disposta.

A » |ì

phalanx ‘ obliqua ; significa quella posiztòn

di battaglia , in cui T un’ ala essendo posta

innanzi rimpetto al

n em ico, l’ altra sta indietro in riserva, e così tutto il corpo della battaglia trovasi obliquamente disposto;

il che significavano i

( 0 Tact c. *9.

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ALL’ ARTE TATTICA. G reci colla voce A i ( ì r

*43

aggiunto dinotante* 1’ obliquità di una

serie. T ale propriamente è P ordre biaisé, o en biaisant dei Francesi., v

.

'

................

• Çieno però ben cauti quelli ch e si dedicano allo studio dògli scrittóri g reci, e degli storiti specialmente, di noti confóndere la'disposizione di falange , che dicesi wXayfa con

l’ altra

«nata * « { « ; il che potrebbe accader ffecHmente se

sì attendesse

chiar

aA significato di queste due yoci in tutte altre materie òhe 'd i Tkttiòe.

Stando infatti al senso generico di tali dizioni, le dnè

disposizioni, della falange, che sopra furono dette traversa ed

'obliquai ben ch é diversissime fra di lo r ò , potrebbono esser prese pCótrtisCOamente ; poiché tanto la voce A • { ar significa’ trans* versus , quanto l’ altra irXayUt vuol dire obliquus. Entrambe infatti vogliono 1* una per l’ altra.

Non

Còsi

in

Tattica ,

lina slmile confusione farébbe cederò1 inevitabilmente

ove

nel falso.

N ë dai questi erróri si guardano sempré anche i più consumati A llenisti, in ciò traditi appunto dall* ampia lo r medesima cogni­ zione deïïa greca Anonimia.

Quinci lo sfiguramento deplorabile

d i ftìlte te più telle descrizioni di battaglie, che /in contran o netle traduzioni di P o lib io , di Senofonte } di A rriano, di Plutarco ccl; sfiguram ento, il quale rende quasi tempre oscuro ed impenetra­ bile il senso tattico delle lóro

opere ;

parte pregevolissime.

*

( i 55)

certo anche pei* questa

Parembole . Tl&ftftfitkn è voce che significa propriamente

'inserzione', derivando da xa p tp fia W * immitto , interjicio , in­ tercalo ec. Avvertasi che parembole in Tattica significa ezian­ dio alloggiamento. . ( i 56) Prostaxis . U^§rru^t( vuot dire metter avanti dal verbo irptrrier*

e viene

praeficio aliquem . T a l voce ha anche il

significato, di comando. ( i 5 -j) Èntaxis.

esprime precisamente inserzione ,

e

deriva da c trarr* interjicio , interpono. In che di (Ferisca da parembole si vedrà in appresso. ‘ ' ( i 58) Ypotaxis . è il mettere alP indietro , e pro­ viene tal voce dal verbo

su b d o , suppo/to , Subjicio,

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544

-

NOTE

MêbjiéQOi subigo, in potestate* ■ redigo ; ragion per cui jrpotitjcis si traduce, pur anche imperium , potestas in tfuetis, . .G : Presso ai traduttori latini dei greci Tattici insertio , interca­ latio corrisponde a paremboìe; adposkio , adstrkcéio , praepo­ sitio ip r o sta x is ; impositio , interstnufào , injunctio ad entends ; pùitpositio , subjectio i substructio f sub junctio bHypotame* N a é s i può negare che queste, varie voci dieno occasione a gravi equivoci»per la loro am biguità; il che deriva>d*U’ essersi perduto i l l i n g u a i o tattico dei.Rpm ani» almeno par W pwfte che x iguarda fa particolarità (fai movimenti e degli «sercizj; ; ,

F in

qui del significato delIer voci in quistion e,

Resta a farsi

b reve cenno del tenore 4e’ v o l g e n t i q u e s t e , : djzfaul fÇQWj spondenti.

.„

. v r

\

^ -, •'

- ;

-

Parembolf n^la Tattica greca era una specie d i volgjtqpntQ;» per i l -qualç,fra gl’ intervalli delle sezioni anteriori della falange ^intromettevano alcune sezioni, che stavano all’ fadietrp, proba­ bilmente in riserva. Tale inserzione era dunque di corpi entro a c o rp i DiiTerçn^mç^te, Y eplctxù ^benché,, fesse p pr questo un i^o vimen tp d’ inserzione) si effettuava inframettendo iudiv^ u p ,<a individuo. , r , ; , ; t ■ * Ç n ’ altra diversità essenziale vuoisi • rimarcare fra queste due specie di volgim enti ì ed è , che nella pçircmbôlç, q on ai frappo­ nevano che corpi d’ una stessa sp ecie , cioè falangiti a falangiti ; quando in v e c e nell’ en taxis mettevansi insieme soldati di sp^ciè affatto diversa, cioè armati gravemente con leggieri (i). Quando però si considerino bene i prineipj sui quali era fondata la Tattica greca, deesi credere che di poco o di quasi niun uso fosse tra i G reci il movimento d’ entaxis.

... . . Prostaxis dicevasi allorché la falange si rinforzava con corpi

staccali di truppe, i quali si collocavano nella medesima fron te, o sull’ una , o sull’ altra , o su entrambe delle due ale. jjer questa ordinanza dovevasi

aver in mira di estender la fron te,

s c ila *

esporsi al pericolo dei raddoppiaménti. \

' .

(i) V. Snid. in voce KaUxit.

,

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,


ALL’ ARTE TATTICA.

3*5

L ’ y p o t a x i s poi spettava particolarmente ai leggieri; inquanto chiamavasi con questo nome l’ ordinanza formata col mettere tali soldati sui fianchi della falange all’ indietro. Eliano esprime simile disposizione coli’ imagine dTuna triplice porta (i).

'

Questo medesimo autore riporta due altre dizioni relative alV ordinanza dei leggieri , ô alla fro n te ,

o

da tergo,

P r a e s tr u c tio a id e n t e s t c u m v e lite s c o llo c a m u s a n te p h a la n g e m p e d i t u m g r a v i s 'a r m a t u r a e . , s u b s tr u c tio e c o n tr a r io d i c i t u r c u m a t e r g o c o l l o c a n t u r (a). (1 5 9 ) È n e c e s s a r i o a c c o s t u m a r f e s e r c i t o

a

c o m a n d o . Non v ’ ha cosà infatti tanto alla quanto V obbedire ai segnali prescritti (3).

com p ren d ere

vittoria

il

essenziale, ’

( 1 6 0 ) S ì a c h e d i a s i a v o t e . 11' comando deve partir dal capi­ tano generale , ed annunciarsi a tutto 1’ esercito o con la voce , b per segnali, o col suono della tromba. Rispetto alla voce si osservi che

1’ averla forte e robusta ri-

putavasi dagli antichi dote essenziale di un condottier d’ eserciti. Ed in vero Omero celebra per questo'titolo molti de’ suoi etói ; e n’ adduce Eustazio per rag iorie , che’ il tuon vigoroso della voce serve non meno a far comprendere più chiaramente il Cim ando, che ad atterrire il nemico (4). Similmente Plutarco > appoggiato* all’ autorità di C atone, dice di Coriolano : « Imperciocché egli » era appunto tale qual voleva Catone c b f riL guerriero si fosse, » terribile cio è, e da non potersi sostenete. dal nemico non sola-* i> meute al muover della mano e al ferire , ina al tuono ancora

»' dqlla vóce «d al; Sembiante >(5) ». Ma d ò vuoisi intendere Soia b ie o te d e ’ tempi , ne’ quali l’arte tioittâça èra affatto rozza , e per dosi dir nascente. « Spetta i al .generale, dice Onosandro , il dare » il co n an d o , la parola di campion e fissare i segnali militari.. Un »J générale sarebbe ben id io ta,

e poco sperimentato se volesse

w> egli tstèssè particolarmente comunicare i

suoi ordini all’ eser-»

» cito. E i getterebbe il tempo, mettendo confusione fra iso ld ati, 1 ( 1) Tact. c. Si ; (a) Id. ibid $ (5) V . Veget. 1. 5 , c. 5 ; (4) Ad Iliad. 1. a , 5 ; (5) Vita di Coriolaào , t. a , p. 194 *

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3*6 mi

NOTE quali s’ interrogherebbero 1* un l’ altro di c i ò , che avesse

a detto. A lcuni d ’ altronde aggiungerebbero qualche cosa al di » lui com ando, ed altri ne detrarrebbotoo per ignoranza» È <jUu*» » que necessario, che egli dia i * w i ordini ai luogotenenti, i » quali li comunichino agli u fficiali, e questi a iiq r o subalterni; » u cosi di seguito fino agli ultimi. In tal guisa il comando sarà

p compreso con egual. prontezza, precisione e ra p id ità, obe se » fosse dato col seguale del fuoco;

p e r i i cui mezzo le

truppe

» disperse iu ispazio assai ampio di terreno, sqno avvertite in V un istante d’ ira avviso conycnuto. (i) ». E che gli a n tich i eres­ i o ufficiali, che lor tenessero luogo dq’ nostri aiutanti di cam po, si può conghietturare da quanto diqç nelie'.sue storne, ^ rria n o » pve descrive la battaglia di A rbela {a), .

t

>

,

L a voce in .guerra non valu solo al cpmandp, ma ezjuuuçlip ad esprimere un dato segnale di riconoscimento,.o d’ ahra spccie; il che diccsi volgarmente parola. Yegezio suggerisce t intprop a ciò Ottiini avvisi (3). , , , , i'; ' ,, ; .Questi segni vocafi f c^e i G reci dicevano

tl trovato®

adoperali da antichissimo tempo nelle loro battaglie. Senofonte e* riporta Uh parola di

Afa

campo di Ciro.

* iytpc+r#

oppur r * jïp * (4). A ragione però .avverte Yegezio

che ttli fbSr-

mple vogliònst spesso cambiaré; avvegnaché sia facile che ?ro. per tradim ento, o p e r sorpresa *passino a cognizione del nemico* Cosi accadde infatti in unæ battaglia ! notturna fra gli Ateniesi èd. i S iraonsani, narrata da Tucidide (5).

:

.

<>'

•

. Questa pratica inoltre dava luogo tt molti stratagemmi pei1.parte degli avversar) ; qual fu quello di un certo capitano*tarbade, che attaccato di notte dai Lacedem oni, diede ai suoi per seguale di ammazzar incontanente tutti q u e lli, che cercassero la parolài: cercarla nou potevano

A

che i; soli Spartani ; mentre, i suoi : ffat»

tanto li trucidavano im punem ente, riconoscendoli *: al dom andar del segno (6).

.

•

' .<» .

( 0 Strateg. c. a5 ; (a) St. salta spedii, di Aless. ,1. 3 , S *4 » P- »*S i (S) L. 3 , c. 5 ; (4) Clropad. t. a , 1. 7 , p. io a; (5) L . 7 , c. 44; (6 ) Polieoo, Stratag. 1 1 , p. ia , Acues.

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ALL’ ARTE TATTICA.

347

(161) Segni, che scargonsi a vista. I più antichi che usassero i G reci furono le faci accese , che lanciavansi da entrambi gli eser­ citi per mano di certi tediferi w e f Q i f t sacerdoti d i Marte (1). Quinci l’ immagine famigliare a i poeti di veder le £pci agitarsi ha fronte agli eserciti Licofìrone le dipinge accese sulle due rive di A sia , e d’ E u ro p a , dappoiché i F e n ic i, rapita» I o , furono i. prim i

a

suscitar le guerre im placabili, che ebbero luogo

tra i G r e c i,

e i barbari (a). Ma i ségni, di cui qui parla A m a n o , sono di tutt*altra specie; Questi dieonsi m uti da Vegezio muta signa ; dicare particolari operazioni di guerra (3 ).

e servono a ' in* :

* *

1' uso di questi segni fosée primamente ritro­ vato da Palamede alla.guerra di Troia (4). Che poi passassero P retendesi, che

in costume di Tattica fra i G reci ricavasi manifestamente da P o ­ lib io , che raccomanda di' valersene ali’ uòpo (5). E gli òi narra infatti come Antigono alla battaglia di Sdasia d i particolari segni si valesse per diriggere i movimenti delle diverse; sue troppe (6). L a stesse cosa narra Plutarco parlando di questo medesimo fattó d’ armi (7). Narra Curtio di Alessandro il G ra n d e , che i suo» soldati non ben sentendo la trom ba, ebbe egli ricorso atto spòdiente di'alzare una pertica con sopra un segno visibile a tutto L’esercito (8). Q n * sto era il segnale del partire. Il pallio rosso sospeso in cima d' un’ a sta , scorgesi adoperato come segnale da Conone

(9) ; il che prova ch e questa pratica

era in1 costume presso i più celebri capitani della Grecia. Inutile sarebbe il moltiplicare esempj di un uso comune a tutte le nazioni, e di cui si trovano tracce nelle guerre di tuli’ i tempia In quanto alla téoria de’ segni della Tattica g reca , si osservi que-

( 0 SchoJiast. Euripid. Phaenitils. ▼ . 1S88. - 8cbolinr. Lyeophrbn. Cafaandr. ▼ . 1296; (2) Erodoto, la Clio , t. 1, p. 5 e aeg. ; - Caasandr. ▼ . 1296 ; (S) L. 3 , c. 5 ; ( 4 ) Plin. 1. 7 , c. 5 6 1 ( 5 ) L. 9 ; (6) Lo St. t. 1, l a , $ 6 6 , p. S ii ; (7) Vita di Pilopémene , t. 5 , p. 1* $ (8) L. 5 , c. 2 , $ 7 ; (9) Po­ lieoo , Stratag 1. 1 , p. 5a , Cooono.

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.


348

NOTE 11 segno noti si dà Solo a Voce* .m a

sto tratto dì Onosartdro, «

a eziandio con un dato gesto; mettendo a cagion d’ esempio là a ' mano o 1’ arme in -una. posizion convenuta , o abbassando l7asta> & portando a vinati la spada ^affinché nella .confusion a della mischia il soldato abbia a'distinguere i,suoi* anche indi­ a pendentemente daHa parola ; la quale p uò accadere che sin » nota ai nemici. Questa pratica riesce Utilissima ad un’ armata » composta di diverse nazioni alleate, perchè non intendendo » esse le reciproche loro lin gu e, verrà loro fatto di distinguere » a l segno/gli amici dai nemici. T ali segni debbonsi render pur a noti ai soldati che rimangono nel campo* ancorché, non oon*» battano, e ciò al fine di premunirli contre ad ogni sorpresa » ostile (i).n t

■

. ,

!

i

^

/

I segnali .visibili: di. lontano sono d ’ usò essenziale nella Tattica di uaarcj E d in ciò

la pratica degli antichi non era da quella

dei modèrni punto diversa (a). ,

;

.( Arriand in questo articolo non ha fatto parola delle bandiere, le q u a lip e r ò voglionsi riferire ai segnali di guerra. Io non de* scriverò le tante e diversissime specie di queste, adoperate in combattere dai differenti popoli dell’ antichità, restringendomi ad accennarne solo alcune di quelle dei Greci. Essi chiamavano i vessili ; e non. cade dubbio ebe l’ alzar di : questi in ­ dicava di dar principio all’ a tt a c c o c ò m e l’ abbassarli di cessar dal combattere (3). Decoravansi le bandiere di pitture e di sim­ boli relativi alle nazioni, alle quali spettavano. Così i T e ta n i v i avevano dipinta una.sfinge in memoria del celebre mostro vinto da Edipo (4)« Egualmente gli Ateniesi portavano sulle loro ban­ diere effigiata una nottola in. onor di Minerva lor protettrice. E i Persiani adoratori dei sole della suà imagine rendevano in s ig n ii loro vessilli (5). ( i 6 ‘ì ) Tromba, L a tromba è strumento guerresco antichissimo, e ch i ne fosse l’ inventore si vedrà in appresso. Prima però che

(0 Strategie, c. a6; (a) V. Leon. Tact» c; i<)> SS 4 o» 4 « ; ( 3 ) Snid. Thacyd. Scholiast ; ( 4 ) Prob. in Epamiuon. ; ( 5 ) Curt. 1. 5 .

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ALL’ ARTE TATTICA-

34g

venisse questa ritrovata si usava di sonare in vece sua per se­ gnale di guerra la conca marina ; e di ciò sonovi memorie in­ contestabili negli antichi scrittori (i). Q uinci il costume ne’ poeti di descrivere le vetuste guerre incominciate a suon di conca (a). Ma venendo alla tromba, üopo è avvertire che questa si trova citata da Omero (3). E dalle sue parole hanno alcuni inferito che alla guerra di Troia fosse già hi uso tale strumento ; ma senza fondata ragione, mentre il Poeta lo nomina solo in via di simili­ tudin e, e probabilmente za r* trpoAinJ/i*

con anticipazion d i

tempo. Infatti la tromba poteva esser nota a tempo s u o , e non all* epoca della guerra eh* egli descrisse. E benché sia dubbio quando fiorisse O m ero , giudico assai probabile 1* opinion di Patercolo. Hic ( Homerus) longius a temporibus b elli quod compo­

suit , Iro ic i , quam quidam rentur, abfuit (4)* Eustazio sostiene infatti che ai tempi eroici la tromba non era ancor conosciuta (5). E qui giova il riportare insigné tratto di questo Scoliaste intorno

a

parecchie specie di trombe usate

dagli antichi. Egli ne distingue sei diverse ; la prima delle quali

Minerva invenit, quœ etiam Argivis colitur hoc cognomento ro A irjv t Alteram apud Æ gyptios, quam Osiris repp erit , quœ *?«£* chnoue dicitur ip sis , utunturque ad sacrifi­ cia, Tertiam gallteam , conflatilem , haud nimis magnam , quœ os habeat deformatum in bestias , et canalem ipsum plumbeum, in quem inspirant tubicines: atque esse eam acuti sonL V o­ catur autem ab ipsis G allis carnyx » a p f v Q u a r t a m paphlagonicam , cujus os effigie bovis , gravi m ugitu. sursum inflan­ dam, Quintam m edicam, e calamo tubum habentem, gravi sonof Sextam tyrrhenicam , cujus inventores Tyrrheni, quœ sim ilis tybiae phrygiae, habens orificium scissum autfractum . Ea valde acuta est.

( i ) V. Tzetsem in Lycopbr. Casfandr. ▼ . »5o ; (a) Ly cophr. Cuaandr. ▼ . a4<V • Teocrit. A t é f x l v f H , *eu Idyll. aJ, t . 75 ; (3) 11. 1. 18 , ▼ . 319 ; (4) L 1 , e. 5 ; (5) Ad. lliad. 1. i4<

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35o

NOTE

Quest’ ultima sp ecie, come la più acconcia agli usi guerreschi» vogliono gli scrittori che fosse 1’ adottata in guerra dai

Greci»

e che venisse loro portata da un certo Arconda tirren o , che si mosse in soccorso degli E raclidi». probabilmente l’anno ottantesimo dopo la caduta di T ro ia (i). • L ’ uso dd la tromba in battaglia è benissimo determinato da Vegezio. Egli chiama semivocali i segni enunciati con questo stru* mento (a). Varie specie di segni davansi con la tromba : quello del marciare alla battaglia, quello del ritirarsi » e quello pure di far tutta sorta di movimenti \q di operazioni convenute; ed esempi di simil fatta sono frequenti nelle guerre dei Greci. Alessandro vedesi gettarsi nel Granico ed avventurarsi al nemico a suon

di

tromba (3). Similmente contro agli Sciti al Tanai (4)* Questi fatti ed altri consimili che si potrebbono citar num erosi, provano come fosse in costume il suonar con la tromba a battaglia; ciò che di­ cevano i Latini classicum canere. In quanto poi a segni particolari con la tromba enunciati, ec­ cone alcuni esempj. Alessandro alle Pile di Persia dò ordine a Cratero che tosto che sentisse il segnale della tromba » assalisse il muro» con cui Ariobarzane aveva chiuso il passaggio (5). Que­ sto medesimo R e a Sangala ordina che Tolomeo dia il segno con la tromba del primo sortir de’barbari, e che gli altri capitani ac­ corrano tosto dove fossero dal suono di quella chiamati (6). 11 Monarca macedone » deliberato di veder V Oceano » dà pure col suon della tromba il segnale del partire alle navi (7). A nche dei Lacedemoni trovasi che erano usati ad annunciare a suon di tromba all’ esercito gli ordini del capitano. Nella battaglia 1

(1) Said. Lexicon. - Diod. Sic. Bibi. St. t. a , c. i 5 , p. S4S* Sophool. SchoUast. ad Aiacem. 17. - Plin. 1. 1, c. 56. - Higyn. fabaia - Stat. 1. 7. - Theodoret. Serm. 1. 1, p. 7. • Isid. Origin. 1. 18, c. 4* - Clam* Alex. Stromatum , 1. 1. - SchoUast. Lycophr. p. So ec< ; (a) L. 5 , fc. 5 ; (S) Arr. St. sa la spedii, d* Alesa. I, 1 , $ 17» P* >9$ (4) Id. ibid. 1. 4 » S 4 > p- »*7 e seg ) (5) Id. ibid 1. 3 , S 19 , p. 119 e seg. ; (6) Id. ibid. 1. 5 , S *7 * p. *35

i (7)

Id. ibid. 1. 6 , $ * » P* *45 e seg.

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_

ALL’ ARTE TATTICA.

351

di Selasia tra Cleomene ed Antigono si scorge infatti dato con la tromba ai leggieri il segna del ritirarsi (1). Resta a farsi parola dei diversi strumenti, cbe oltre alla trom­ b a , usavano di adoperare in combattere i varj popoli della G re ­ cia. Questi erano di parecchie sp ecie , ma per lo più atti a ren­ dere un suono dolce e piacevole; non il fragoroso, che pare con­ venirsi al furor dell’ attacco. G li Arcadi infatti sonavano a bat­ taglia con la zampogna (2) ; gli JSraclidi con i flauti (3) ; pure coi flau ti, o con la cetra i Cretesi (4); ed altri eziandio con la lira (5). L ’ uso de* pifferi e delle zam pogne, come istrumenti di guerra, risale fino ai tempi eroici ; perciocché Omero attesta che Agamen­ none sentiva con ribrezzo alzarsi il suono di questi nel campo troiano (6). E per incidenza siami lecito il rimarcare , che si hanno pure esemp) di simili strumenti usati nelle lor guerre dai barbari in epoca antichissima, e per tutti vaglia quello di Aliatte re dei L id j, il quale spingendosi contro Mileto « marciava al suono di sirin» g h e , cetere, e flauto muliebre e virile (7) ». Aulo Gellio ri­ conosce in tal costumanza il lusso dei barbari popoli (8). Ma si potrà egli attribuire a lusso e ad effeminatezza il

sonar

degli Spartani a battaglia con questi medesimi strumenti? F er­ mandoci ad esaminar tal uso di un p o p o lo , più d’ altro qualsiasi celebre per militare valo re, ci verrà fatto di comprendere qual fosse il vero oggetto, che si prefiggevano i G reci in guerra colla dolcezza dell’ armonia. Che gli Spartani avessero in costume di marciar non m eno, che di combattere a suon di flauto, è fatto certo ed indubitato nelle memorie dell’ antichità (9). 11 vero spirito di questa pratica 1 ( 1) Polib. le St. t. 1 , 1. a , § 69, p. S 17 ; (a) Clem. Paedagog. 1. 1 , c. 4 ; (3) Polieoo , Stratag. 1. 1 , p. 11 e «eg. P ro d e; (4) Polib. le St. t. a , 1. 4- Ani. Geli. Voctinm attic. 1. 1 , c. 11 j (5) Athenae. Dèipnosoph. 1. t a , i4 »Eoatath ad Iliad. 1. a3 ; (6) IL 1. 10 , ▼ . i3 ; ( 7) Erodoto, la Clio , t. t , p. 11 1 (8) L . 1 , c. 11 ; (9) Senofonte , Repub. dei Lacedem. Opuse. t. a , $ i3 , p. 64 e seg. - Lncian. De saltat. - Val. Max. L a , c. 6. - Quintii. 1. 1 , c. iG - Maxim. T yr. Dissert, i a , aj , etc.

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35a

NOTE

si Booopre dafle cause che -vi hanno dato orìgine. Polieno ne cita ima assai probabile che il ottono del piffero « cioè ha forza e fa altrui animo nelle battaglie (i).

E quando pure sospettar si Vo­

lesse che qnesto •lor uso , come altri m o lti, avessero tratto gli Spartani di G re ta , e non dagli E ra clid i,

sempre si dovrebbe

credere che sonando co* flauti a battaglia, essi avessero in mira d i tener ben fermi i soldati negli ordini ; tale essendo pur stato lo scopo dei Cretesi nel valersi della , cetera in combattere (2). T u d d id e d ich ia ra , apertamente che pe’ Lacedemoni il vero scopo della musica bellica era solo di regolare a suon di cadenza

i movimenti e le evoluzioni di guerra, e di fare che i soldati adattassero nel combattere

quelli

e queste al metro dell* ar­

monia (3). T en ta era poi la fermezza d’ animo che richiedevasi per uni­ formarsi , com battendo, al metro musicale, qual si suole nel dan­ zare , che Agesilao, interrogato della ragione di questa pratica , rispose che ciò si faceva dagli Spartani all1 oggetto di distinguere in guerra gl'intrepidi dai vigliacchi; attesoché quelli procedevano di passo fermo» e questi noi potevano pel vacillare delle ginocchia (4)* Convien dire , che il maresciallo di Sassonia o avesse in mira questa pratica dei Lacedem oni, o colpisse nello spirito della lor tattica, allorché gli suggerì l’ idea di dirigere i movimenti e l'evo-' luzioni delle truppe colla cadenza e col ritmo musicale. ( i 63) Epagoge. Questa voce i r a y e y ì deriva dal verbo t w iy a , i cui significati sono molti: fra i quali v'ha quello dell' aggiunger

P una cosa presso P altra in serie , e che i glossografi rendono adduco , adfero, post aliud adjicio. Qninct la parola ijta y a y ì ai rende ordinum series ; frequentia rerum , cum alia super aliam cumulatur : e questo n' è il preciso senso in Tattica : at­ tesoché , come si vedrà in appresso , marciare al modo di epa- (i)

(i) Stratag. 1. t , p. n , Proci©; (a) Ani. Geli. 1. 1 , 0. taf (S) Le Otarie, L J. ■ V. A. Geli. Noct. ettlo. I. 1 , e. 11. - Plutarco , Vita di Licurgo , t. > , p. 1S0 e seg. ; (k) Plutarco , Apoftegmi de' Lacedemoni, Opuac. • * » p. 116, Agesilao. - V. Aristot. m lib. de probleout.

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ALL’ ARTE TATTICA.

353

goge , egli 4 , propriamente il metter in cammino più sezióni di truppa T una dopo 1* altra ordinatamente disposte. * ( i 64) Paragoge. Il etpctyaryìt è voce , che deriva dal verbo w*p*y* , il quale si traduce produco, profero , deduco , tra­

duco. Questi significati non corrispondono chiaramente al senso tattico della dizione ond’ è discorso. Si osservi ciò nondimeno che

w *f*y ut

dicesi dei

cammino , ma vanno

navigatori,

allorché

nòn

tengono retto

di traverso o di fianco, cedendo all’ im ­

pulso del vento ; il che rende io qualche modo ragione del perchè la voce ir mpayayì si adoperi in tattica per esprimere quella maniera di marciare, che propriamente dicesi di fianco . Notisi che il verbo *•ttpkym ha pure il significato del dispie­ gare in largo la battaglia e rimetterla nella prima sua fronte; nel qual senso trovasi usato spesso da Àrriano (i) ed anche da Se­ nofonte (a). 11 marciare in ordine di battaglia è di tutte le specie di mareie la più perfetta; imperocché l’ esercito conserva per tal modo la sua attitudine a com battere, e si trova ad ogni momento in istato di agire. Quinci si tiene dai Tattici che le altre specie di marcie sieno più o meno profìcue e sicure , secondo che con più o meno di speditezza e di facilità può l ’ esercito riprenderò la sua forma di battaglia. Certamente i G re c i, tanto nelle marcie eccellenti, dovevano considerare come primo ed essenziale quel1’ ordine di m arcia, secondo cui la falange si tenesse disposta, quale in atto di combattere; ma dubito, contro all’ avviso di G uischardt (3) se ciò dinotassero con la vo<¥ di epagoge ; imperoc­ ché nè Eliano, nè A rriano, di quello certamente più accurato, ne fanno in tal senso alcun cenno. Eoco la definizione, che dà il primo dell’ epagoge. A t inductio recta est ycum ordo ordinem sequitur , ut si xenagia iiha praecedat, hanc subsequatur al­ tera , et sic deinceps : vel si praeeat tetrarchia , itidem reliquae subsequantur. Vocatur autem inductio recta cum contra cornu ( 0 Si. so la spedi*, d’ Al«*ss. I. s , S 9 , p. 69 ; (a, Ciropedia, t. c 4 . p. 94 » (5; Meraoir. militair. t. », p 17a.

A RM.1HO.

1,

1

1,

44

'

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354

NOTE

hostium progrediente acie , multis partibus major fuerit latitudo aciei ipsa longitudine (i). A rdano la definisce' egualm ente, come si può vedere qui sopra , benché con qualche maggior esattezza. Non

cade* adunque dubbio che la dizione epagoge

fosse propria e particolare del marciare in colonna / forman­ dosi questa con

dividere la falange in

tante sezioni

eguali,

piu o meno grandi giusta 1’ uopo; e queste facendosi procedere l ’ una successivamente all’ altra con un

tal ordine., che i capi-

squadre delle sezioni susseguenti corrispondessero al* retroguida delle precedenti. E facilissimo il comprendere di qual tenore (ossa la maniera di marciare in quistione, e quali volgimenti si richie­ dessero tanto a convertir la battaglia in colonna, quanto a ri­ metter questa in ordine di battaglia. Veniamo4alla parogoge. Due qualità attribuisce A rdano nella sua definizione a tale specie di marcia : 1’ unione di tutta intera la falange,

la quale non veniva in tal caso ad esser divisa in

varie sezioni come nell1epagoge, e T esseri capi ordinati sull’ uno o sull’ altro lato della medesima. A questo fine si richiedeva dun­ que che la falange facesse del fondo fronte, t cosi marciasse di fianco. E poiché il foudo era di soli sedici uom ini, perciò la fronte ne risultava molto piccola, e la falange dovea presentare il vero aspetto d’ una colonn'a. A ben osservare, tal specie di marcia aveva a riuscire assai facile, ed esser la più frequente nell’ uso dei Greci. T re maniere essi praticavano di ordinarsi in battaglia; dug delle quali lascia­ vano certi determinati intervalli tra le file non meno che tra le righe (?). Supposto dunque che intraprendessero la marcia, or­ dinando la falange nel primo m odo, che lasciava

il più ampio

intervallo da spalla a spalla tra uomo ed uom o; fatto che aves­ sero del fianco fronte con un mezzo giro e le righe trasformate in file , lo spazio che rimaneva tra riga e riga doveva esser suf­ ficiente al libero marciare della colonna, senza che necessità vi fosse di prolungarsi e perder tempo in evoluzioni. Il tramutavo

(O Tact, r 56 ; (a* V. S aC. nota »Jy.

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ALL’ ARTE TATTICA.

555

inoltre le file della colonna in righe all* alto di far alto

per

rimettersi in ordine di battaglia, non aveva a produr confusione; perchè i soldati dovevano essere esercitati assaissimo a riordinarsi nella propria stabile fila di sedici ; perchè questa era T elemento d’ ogni qualsiasi ordinanza, dalla cui unione risultavano le righe; finalmente perchè formavasi di dati individui guidati stabilmente da due capi , il locago e 1’ tango , e prontissimi conseguente­ mente a riconoscere ad uno ad uno i soldati loro soggetti.

11 movimento , che fece Alessandro alla battaglia di Arbela v per schivare il centro di Dario , e rapprossimarsi alla di lui si­ nistra , la quale aveva intenzione di attaccare , non cade dubbio essere stato una marcia in paragoge, cioè di fianco ; effettuata con somma maestri^, in presenza

dell’ inimico (i). Siçcpi^e poi nel

marciare al modo anzidetto spingeva egli all* innanzi la sua ala destra , ossia la testa della colonna , e Con la coda- di questa , ossia con l’ ala sua sinistra, si teneva all’ indietro discosto dal centro avversario ; cosi tutta V armata dirigevasi in marciando ( per una linea obliqua (a). Fu poi con la testa di questa colonna medesima, che penetrando Alessandro per

un

intervallo tra

mezzo alla fanteria t nemica , e presala di «fianco riportò dell’ iin*menso esercito persiano completa vittoria. Filopemene nella sua battaglia di Mantinea nida

ci fornisce evidente esempio di consimile

contro a Macamarcia di fian*-

co (5). Il movimento laterale, con cui le prime file dei falangiti ripiegaronsi in órdine portandosi ad occupare il luogo rimasto vuoto alla sinistra per la fuga dei roercenarj, effettuato

non può essersi

che mediante tuia marcia in paragoge rimpetto al

nemico. ' Nel trattar delle marcie è conveniente il notare nella storia greca qualche esempio di tramutazioue dell’ ordine di battaglia in colonna, e viceversa. Eccone un evidente fornitoci da Senofonte: G iro , conducendo le sue truppe a G assare, le aveva ordinate in

( 0 Vedi Arriano , St. sa la spadiz. d* Ale ss. I. 5 , »3 , p. iao ; (i) V. Cari. i5 , j i ; (3) Polibio, la St. 1. iv , $ t3-

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KOTE

5.>fi

ballagli;! a duecento di fronte, e cento di foudo; ma incontratosi iu una strada augusta prese il partito di dividere 1* esercito iu taute sezioni di mille uomini per ciascheduna , facendole proce­ dere ordinatamente l’ una dopo l’ altra (i). Non cade dubbio che questa maniera di marcia fosse una vera epagoge.

/

In quanto al tramutare la colonna in ordine di battaglia, -in­ signe è il tratto

di Airiatib

in cui narra

come Alessandro ,

muovendo dalle Pile per una strada assai stretta, facea marciare sopra V un ala V esercito ( siami permesso di cosi rendere Y esprcssion greca tari Kipis Hytt ) ; ma appena tra i monti co­ minciò ad aprirsi il piano , egli dispiegò sezion per

sezione la

falange nella sua piena fronte ; il che induce a credere , che la marcia an tepore si fosse effettuata per epagoge (?). ( 165) Si va in ordinanza da un lato solo , o da d u e , o ila trey o da quattro lati. Queste maniere di marcia ordinate in battaglia si reudono necessarie, o allorché cammina l’ esercito per un paese occupato dal nem ico, e della cui irruzione temesi da ogni parte; o quando si tratti di aprirsi a lui tramezzo una stra­ da, facendo egli ogni sforzo onde impedire la ritirata. Nel primo caso s incontrò Agesilao in Tessaglia, allorché di ritorno dal­ l’ Asia attraversando egli per questa regione trovò infestato il cam m ino, e contesogli da molto numero di barbari popÒii (3) ; nel secondo s’ abbattè Nicia in Sicilia, dopo la grave sconfìtta avuta dai Siracusani (i). Tali marqie vennero entrambe risguardale a ragione dar Tattici conte prodigj d’ arte; ed ora cadrebbe in acconcio il parlarne, se per seguire l’ ordiqe dell’ A. non co n ­ venisse meglio tenerne discorso dove si parlerà del quadro e del qua*» driluugo, d ie seguirà qui presso; poiché furouo cifettuate secondo questa figura. . ( i 6<3) Ordine di monophalangia. Diphalangìa , triphalangia ,

O) Ciroped a, t. i , 1. 2 , c. 4 , p. $4 ; (*) Storia sa la spedi*. <T AI-js . S 9* ? ( 5 > Senofwute, St. gr. 1. 4 , p. i4 ;. - Opuscoli, i. Ora... Sa lode del re Agesilao , p. i*. - Plutarco , Vita di Agesilao , t. 4 , p. 95 j (4 ) Tucidide, 17. - piodcrq Siculo, B b l. Se 1 4 , 1. i 3 , c. 5, p. 5« a s*g,

1-

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ALL’ AUTE TATTICA.

35?

tetmphalaitfjbh II senso d’ Arriano a questo luogo

è oscuro e

dubbioso per troppa brevità, lo confesso di non 'saper forse dithiararlo all’ èvidenza. Nasce dubbio infatti se nella dtphalangìn,

marcia di due falangi $ 1’ una di queste procedesse alt’ avanti, c l’ altra Te venisse appresso, o se camminassero di fianco insieme Unite, l’ una lateralmente all’ altra.;

in guisa Ohe la fronte della

colonna, in vece che di sedici, risultasse di trentadue. Lo stesso dicasi della triphalang)ny e della (etraphalangìa. A l primo senso si è attenuto Guischardt

nella sua , che dirò

parafrasi piuttosto che traduzione di Arriano (i). Piacerebbero! che avesse addotta qualche Cagione del voler egli che si ani metta per sola e vera questa sua spiegazione. L ' esempio che cita di Alessandro al Granico niente prova in proposito ; perchè qui si parla bensì di doppia falange e di esercito ordinato , ma non si specifica per nulla nè il tenore dell’ ordinanza, nè la disposizioti della marciar anzi nemmeno vi si nomina la voce èt 0 à Aa yy Polibio definisce la diphaìangìa l’ unione di due falangi : non già insieme unite lateralmente, ma bensì in serie successiva, T una cioè dopo l’ altra (3;. O r siccome alla giornata di Sclasia, battaglia così

di cui qui

si tratta , la

fu data in questa stessa disposizione di diphalangìn ,

v ’ ha luogo a credere che tal nome significasse non già

1’ ordine del marciare di fianco in colonna , ma bensì quello del procedere al nemico in piena fronte con due falangi l’ una dopo

V altra collocate nell’ ordinaria lor posizione! di maniera che il fondo dell’ intero esercito ricscisse doppio del consueto, cioè di trentadue invece che di sedici.

La battaglia

in quistione fu in*

fatti vinta da’ Macedoni per l’ impeto irresistibile, ehc acquistò la loro ordinanza dall’ ampiezza del fondo (4)* In altro luogo definisce Polibio la diphaìangìa, e la tethxphalangià ^per due o quattro corpi d* armata * che si seguono succes­ sivamente l’ un dopo all’ altro (5). E che la voce phalanx signi(i) Mémoire mil ir» ir , t. a . p. 19S; (9) Storia so ta tpedi*. d* Alesi. I. 1 « S 16 , p- »7 ; ( 5 ) Le çt. t. • . 1. $ CO, p 3 i 4 ; (k) Id. ibid. $ 60, p. SiJ j ( 5 ) Id Ibid. I. a « J 66 , p 3 « 4 c noia n 3 .

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NOTE

5ô3

fìcasM presso ai G reci una data parte o .divisione delF esercito, si è già provato altrove ampiamente (i). Se queste osservazioni non bastano a dilucidare pienamente il ^oggetto in questione, credo miglior consiglio il lasciar luogo su ciò a qualche dubbiezza, piuttosto che

ammettere una spiega­

zione decisiva, qual* è quella di Guischardt, senz’ appoggiarla ad evidenti prove ; tanto pyà che I’ autorità

di P o lib io , al certo

gravissima , sembra, contraddirla manifestamente.È da dolersi che A m a n o , in trattar delle marcie, abbia tras­ curato di suggerire alcuno di que*precetti o regole generali » che in siffatta materia si reputano dai Tattici

essenziali ed impor­

tantissime. T rovo adunque necessario il supplirvi col ridurre a questo luogo le massime piò rimarchevoli, che intorno a tale argomento s’ incontrano sparse ne* greci

scrittori , ed in quelli

tra i Latini , che le teorie di Tattica hanno dai G reci derivate, e riprodotte sotto varj aspetti nell'opere loro. In quanto alle regole del marciare si distinguono fra i G reci Onosandro, e tra i Latini V egezio;

ma per non trascriver di

entrambi gl’ interi capitoli, gioverà il ridurli in epilogo per mag­ gior brevità. « L'esercito deve sempre marciare in giusta

ordinanza, sia

a discosto dal nem ico, o lui dappresso: ciò riesce utile nel pri» mo caso per assuefare il soldato

all’ esattezza dell' esercizio,

» nel secondo rendesi necessario, perchè si trovi ad ogni moa mento pronto a combattere (2) ». Infatti, al dir di V egezio , sovrasta quasi più pericolo all'esercito nel m arciare, che non nel far battaglia; e ciò in causa che nel conflitto la sorpresa ha luogo difficilmente, tutti essendo armati, e preparati, e decisi di misurarsi con un nem ico, che si veggono star a fronte: non cosi marciando,

attesoché un’ improvvisa aggressione, o un fraudo­

lento attacco può metter in iscompiglio ogni più g itila ordinarìza. Ideoque omni cu ra , omnique diligentia providere debet

.

d u x , ne proficiscens (m iles) patiatur incursum , vel fa cile ac (0 S

8

, «olà j$ ; (*) O roi-ndro, Strategie.

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ALL’ ARTE TATTICA. sine damno repellat illatum (t).

S5g

A gesilao, le cui marcie sono

riputate un capo d’ opera da quanti scrittori ne parlano, ai con­ formava pienamente alla regola qui citata, é Senofonte gliene fa insigne encomio (a). « Si studierà il capitano generale di procacciarsi

ogni

più

» esatta conoscenza dei luoghi per i quali dee marciar Y eser» cito ». Questa è regola inculcata da tutt’ i Tattici antichi c m oderni; e per attenérmi ai p rim i, giusta lo spirito di quest’ o­ p era, farò osservar che Polibio fra gli attributi essenziali (Fogni condo(tier d’ armata

annovera la topografica scienza (3). E qui

si riferiscono tutti i suggerimenti, che dannosi intorno all’ esplo­ rare le qualità, il num ero, la lunghezza , l’ ampiezza delle strade; intorno al valersi di buone e sicure guide ; al far precedere da ogni parte attenti e fedeli perlustratoli, per iscoprir le imbo­ scate, gli agguati, la posizione, la direzion del nemico ec.; dei quali oggetti non essendo di mio istituto il trattare minutamente, mi circoscriverò a riportare,

intorno a questi,

due importanti

regole di Onosandro. « Si faranno marciare degli appositi drappelli di cavalleria al­ » 1' avanti della colonn a, ad esplorar il tenore de’ luoghi ;

spe­

» cialmente se accada d’ attraversar foreste, e di far cammino » per paesi intralciati da varie specie d’ ingombri ; il che pre» viene le imboscate che potrebbe farvi il nem ico,

il qu ale,

» vedendo i suoi disegni palesi, non avrà più ardire di' tendere » quelle solite insidie, che prima » grave disonore ad un capitano. »

non discoperte arrecano sì .

Successivamente l’ Autore: « se avvenga di marciare per una » région montagnosa , e per strade auguste, dovrà » mandar de’ distaccamenti

il generale

all’ innanzi, per impossessarsi delle

» strette e delle alture; senza il quale p revedim en e, venendo ad » occuparle il nem ico, potrebbe disputarne il passaggio all’ eser» c ito , e rendergli difficile o anche impedirgli lo sboccare nel » piano (4) ». (O Vfget- I. c. i (a) Ora* fa lode del re AgesÜao, (5) Le St. 1. g i (4) V. similmente Ve^ezio , I. e.

Opus. t. a , p* a f $

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.


36q

HOTE

In quanto alla quantità di cam m ino, che (idò (are un esercito, raccomanda Onosandro

« che il marciare sia lento, quando si

a è per raggiungeré il n em ico, specialmente in ordine di battà» glia ; attesoché affaticando il soldato col troppo co rrere, egli » si trova snervato e debole all’ atto dell’ attacco ». Ciò

torna

■ allo stesso che il d ir e , che la quantità del cammino non dee mai eccedere la forza del soldato al marciare. Ma chi crederebbe che il determinare questa forza sia d’ un estrema difficoltà ? Sic* come infatti dia dipende.dalla nativa costituzion del soldato, dall’ abitudine, dall’ esercizio, e da molte altre circostanze, le quali non possono venir calcolate, che da ehi la scienza non meno che la pratica di guerra possiede in esimio grado; cosi e sublimità di talenti, e lunga esperienza nell’ armi richieggonsi del pari al generale onde poter egli francamente decidere quanto spazio di cammino sia capace a percorrere giornalmente uu eser­ cito per kmgo tratto di tem po, conservandosi nel suo pieno vigore. E sì che da questo calcolo dipende quasi sempre l’ esito d’ una campagna ; imperocché se la marcia è eccessiva e supe■ riore alle forze, 1’ esercito, raggiunto il nemico, non si troverà' più in istato chfc di combattere debolmente; moi richiederebbe la naturale capacità

e se lenta più che

del soldato al marciare ,

si avrà perduto inutilmente un tempo prezioso, lasciandosi sfuggir «di mano l’ occasione della vittoria. L a storia cita con

ammira-

Yiooe pochi esempj di capitani a questo titolo insigni. Agesilao , il quale al certo le parti de’ suoi Lacedemoni aveva ' tutte in guerra profondamente esperimcnlate, ritornando d’ Asia in patria 4 fe’ loro percorrere in un m ese. quella stessa estension di cammino * nel quale il Re persiano aveva tra anno intero im­ piegato ; ed i suoi soldati, dopo una marcia di questa fatta, con'dusse a riportar sui Tebatii la strepitosa vittoria di Chcrqnea (1). ■

Ma ritornando alle rnarcie degli antichi è prezzo d’ opera il sapere qnali fossero le loro massime

intorno all’ ordinanza da

tenersi in marciare. Ecco ciò che ne dice Onosandro. « Si mar­

ci) Senofonte, O r**, in lode del re Ageiilao , Opu»coU , I.

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1,

p it.


56 t.

A U / A R T E T A T T IC A ,

* ciefcà con tenere piò estesa, che si potrà IsT fronte, per diminuirà » così la lunghezza della colonna. Si preferirà il terreno più » praticabile, ed in cui meno occorra di defilare ; il che porta » sempre ritardo, e disordine nelle truppe. La lunghezza d’ una tf colonna, che marcia sopra una fronte troppo corta, » di presa al nem ico, perchè attaccandola con

dà assai

una fronte

à estesa , potrà facilmente intorniarla dai fianchi.

A vrà

» questo caso i medésimi vantaggi, che ha un’ armata

più

egli in ordinata

a in battaglia sopra un’ altra più ristretta , i cui fianchi

meno

a estesi sietio facili ad essere investiti. Che se il nemico attacchi » la colonna di fianco , non gli riescirà diffìcile lo spezzarla e >i dividerla;

m entre, ancorché questa volesse fare del

fianco

w fronte, non potrà opporre all’ impeto avversario che un fondo » assai debole. L* attacco della colonna m coda ha per il nemico » i medesimi vantaggi che quello della fronte. La gran distanza

» fra quella e questa frapposta, impedisce il pronto e reciproco » soccorso di entrambe; ed a ciò manca di spesso il tempo. « dunque sempre utile il far che m

l’ armata in marciando

È

abbia

il più possibile estesa la fronte (i) ». lo interpreto che O no-

sandro con ciò consigli di attenersi sempre in marciare a un tal ordine, che sia il più prossimo a quello di battaglia,, cd il più facile a tramutarsi nel medesimo. Ma il tenore del luogo rende d i spesso impossibile il conformarsi a questa regola ; e siccome le diversità del terreno, e conseguentemente le posizioni di un eser­ cito sono numerosissime e pressoché indeterminabili, trovare ne’ rispettici casi 1’ ordinanza più

còsi il

utile e meno soggetta

ad inconvenienti, dipende spesso in lutto, più che dalle regole, dal genio e dall* esperienza del generale. Senofonte, gura in Ciro

che raffi­

1’ imagine del perfetto capitano, in quanto alla

scienza delle evoluzioni così si esprime : « Nè stimava già

che

» alla scienza di ordinare i soldati si richiedesse solo che uno » potesse agevolmente allargare un esercito, o ristringerlo, o di » punta ridurlo in falange, o , conforme si lascino vedere i ne-

( 0 Strategie, 1. c.

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36a

NOTE

» m ic i, volgerlo bene

o

a destra, o a sinistra,

o

alle «polles

» ma pensava essere in oltre richiesto spezzare al bisogno l’ or­ a dm anza, c il collocarne ciascuna parte dove torni, ben soprat» tutto, e lo

affrettare ove faccia d’ uopo prevenire ». Ma in

quanto all' ordine del marciare non fa egli tenere a Ciro fissa, dicendo che diversamente

regola

disponeva l ' esercito, secondo

che il richiedeva la diversità dell’ emergenti circostanze (i). Questo tratto di Senofonte è decisivo nell'attuai quistione. * (167) Falange amphistome. La * voce à p Q 'srtp.it

significa

acuminato d a lt una è d alt altra parie , utrimque acutus ; de­ circum , circa , ju xta ; e da errifi* acies ;

rivando da

onde QaXvyl à p ^ I m p t t vien propriamente ad esprimere una falange ordinata a doppia fronte. Ebano distingue falange antistome falange amphistopic , e tratta

àtr/ertpes ç ix a y Ç

da

di ciascheduna in due separati

capitoli (a). Egli f* consistere la differenza fra l ’ una e l’ altra in • c iò , che 1’ antistohie combatte da fronte e da tergo, e Y amphi­

stome da entrambi i lati (3). Ma tale distinzione tien forse, alle sottigliezze scolastiche di Eliano, non trovandosi

rimarcata da

altri più insigni scrittori. Nelle guerre di Alessandro, descritte da A rrian o, rinvengono due esempi di falange amphistome. A l fallo di Arbela quegli se ne valse per impedire che la

sua battaglia

non potesse venir

assalita dai nemici nè di f i a n c o n è dalle spalle; oggetto di tale ordinanza essendo precisamente il far fronte da tutte le parti (4). Egualmente nel fatto d’ armi tra Poro cd Alessandro all’ ldaspe, la cavalleria indiana presa alle spalle da C en o , mentre aveva di fronte A lessandro, si ordinò in l'schiera amphistome per potere resistere ad entrambi. Ma qui si vede che gl’ Indiani, nel pren­ dere quest’ ordinanza

vennero

in tale Scompiglio, che diedero

opportunità al secondo di urtarli con successo e ributtarli al-

(0

Ciroped. t. a , 1 . 8 , p. ig t ; (*) Tact. c. S8 j (S) Ibid. e. $g ; ({) S f.

an la «ptdis. df A Im i . I. I , $ ia , p. 119. - V. Cvtf. 1. 4 , c- iS, $ lo.

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ALL’ ARTE TATTICA.

3(3

T indietro , mentre Ceno li premerà da tergo; il che fu poi loro cagion di aconfìtta (i). . Senofonte ai valse egli pure della falange amphislome per ren­ der sicuro il suo esercito tramezzo ai barbari (a). S’ incontra in Polibio un tratto assai rimarchevole intorno alla battaglia amphislome, di cui narra come valorosamente si pre­ valessero i G alli contro ai Romani. « L vesercito de’ Galli in due'

» fronti schierato, riuscì non solo di terribil aspetto, ma eziandio » di molta efficacia (3) a. «Merita d’ essere considerata la teoria di tale ordinanza, che dà questo insigne Tattico. « In secondo » lu o g o , chi o al presente, o a quel tempo qon avrebbe du­ i» bitato se più pericolosa fosse la posizione de’ G a lli, cui da » amendue le parti stringevano i nem ici, o all’ opposto più ac­ » concia alla vitto ria, m ercechè. combattevano ad un’ ora con a amendue gli eserciti, ed insieme salvavansi le spalle dalle ag­

» gressioni di ciascheduno ? Ma ciò che più monta si è, che chiusa » era loro ogni via alla ritirata così in avanti, come indietro, a e tolto ogni scampo ove fossero vinti (4) : a che tal proprietà ha 1’ uso dello schieramento a due fronti. Onosandro suggerisce questa maniera di battaglia , nella vista medesima di far fronte da tergo (5). Leone trova egli pur necessario

uèf

il movimento amphislome

x ut a** t quando i nemici sopravvengono all’ im­

proviso da fronte e da tergo (6). ( j 68) Diphalangta amphislome. Chiaro è il significato di que­ ste due vo ci, atteso l'essere state altrove già dichiarale. In quanto t poi al modo di ordinanza in quistione uopo è avvertire che la definizione, che ne dà A rrian o , non sarebbe punto intelligibile, se supporre non si volesse corrotto il testo ove dice:. rtvt S\ • ffx y a tf

irrpaf t ft if vt

itragos autem extra collocatos.

Com e infatti possono i retroguide esser collocati al di fuori iu

( 0 Storie tu la spedii, d* Aleis. 1. 5 , g s i , p. asa. - Cnrt. 1. 8 , c. t£ , S (*) polie». Siratsg. 1. i , p. 54 , Sencf. ; (S) Le St. t. i , 1 , a. g a *» P- *7 * J (4) M* S *<h P ay* ; (5) Strategie. 9 . a t ; (6 ) Tact. «. y, $ I * .

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paragoge in un* ordinanza, la quale importa che stiano pur E chi non sA

egualmente disposti al di fuori li capisquadre'?

òhe i capisquadre, e li retroguide sono fra loro direttamente op­ posti ? Non disputerò io della maniera di correggere il

testo.;

intorno al che si possouo vedere le dotte conghietture di Scheffero ( i) , bastandomi^il rimarcare che ritenendosi l’ anterior parte della definizione , gli uraghi si debbono intendere, in vece che al di fuori, collocati al centro. Ciò determinato me segue adunque che diphalangìa amphistome era propriamente l’ unione di due falangi , le quali appoggiate tergo a tergo marciavano di fianco con

tal ordine,

che i capi-

squadre costeggiavano i due lati della coloftna, stando li retro* guide riuniti al echtfo. N è*qui si creda che il significato della voce diphaldrtgka y presa nel sertso dell* unione venerale di due falangi, contraddica punto alla spiegazione datasi altrove di questa

medesima voce ,

la quale si è provato esprimere, nel senso di Polibio e d’ altri, il movimento di due falangi, non già

lateralmente u n ite , ma

bensì 1' nna dopo I' altra successivamente disposte : perciocché io

i

sono d’ avviso che

diphalangìa iter si­

gnificasse il marciare in genere di due falangi ancorché di se­ guito P uno .all’ altra ;

e che per specificare più

chiaramente il

marciare di fianco di due falan gi, lateralmente riunite , valesse l’ espressione ètpa'kmyytA à p 0 lare (169)

diphalangìa amphistomosP

Falange eterostome. L a parola trtpiereptf vien resa

dai glossografi altera tantum parte atiem habens ; e x

altera tantum parie acutus ; senso che emerge dalle voci medésime onde componesi frsper alter ; e erepet actes» Ma dalla definizione

di Arriano scorgesi mahifcstamenle che

in Tattica tale dizione

significava propriamente uoa falange ordinata in maniera , che i suoi capitani , o capisquadre avesse per una metà disposti dal*l ’ uno de’ fianchi, e per

1’ altra metà dall’ altro, in paragoge. SI

(»} Ad Arr. Tactic p G8

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ALL’ ARTE TATTICA.

365

fatta maniera di ordinanza, per la ragioni anzidette ft) importa che li retroguide

o gli uraghi sieno riuniti al centro. Dunque

non pare dubbioso che la diphalangìa amphistome, e la falange

eterostorne fossero una sola e medesima ordinanza; con quest’ unica differenza, che la prima denominazione si riferiva all’ unione delle due falangi, tergo a tergo appoggiate, e moventesi di fianco; quando

in vece la seconda espressione valeva

a significare più

propriamente quest’ unione medesima, rappresentante un tulio in­ sieme in uua sola figura. (170) Diphalangìa omiostome. La voce opoiortofiot si risolve in opotos similis , e evop a .acies ; onde

o/tuó-

rrofioi dee rendersi duplex phalanx, acie similis: cioè a dire, unione di due falangi , T una e T altra in egual modo ordi­ nate. Questa uniformità di ordine in entrambe era rispettiva al luogo occupato dai capitani. Infatti si scorge evidentemente dalla definizione di Arriano , che nell’ ordinanza in quistione i capisquadre e li retroguide stavano posti al proprio naturale lor sito , tanto nell’ una che nell’ altra falange. Dirò chiaram ente, che diphalangìa

per

ispiegarmi più

omiostome significava appo i

Greci 1’ unione di due falangi in marcia , il centro delle quali riuniva li retroguide della prima ai capisquadre della seconda falange ; per lo che i capisquadre restavano tutti posti sulla di­ ritta, o spila sinistra di ciascheduna falange, disposti in ambedue giusta il lor consueto. . (171) Emholon. Il senso letterale della voce di cuneo ; quinci 1* espressione cuneata acies ,

è quello che

in

Tattica

s’ incontra frequentemente. Ma in quanto al senso reale di questa dizione negli usi di guerra, io dubito

assaissimo se 1’ emholon

consistesse in un’ ordinanza triangolare , come vien

descritta da

A rrian o; il quale, trattando in questo scritto dell’ arte militare dogmaticamente, non 1’ ha forse in tutto purgata dai pregiudizj delle scuole. In descriver già sopra le battaglie di Leuttra e di Mantinea, date da Epaminonda agli Spartani, io credomi d’ aver ( 0 V noli 1G8.

.

p

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NOTE

266

chiaramente dimostrato ohe nella mente dei G reci cu n eo , od embolon , non altro significasse che 1’ ordimmza in colonna (i). Ma qui giovami addurre qualche nuovo argomento in conferma del primo assunto. •Embolon è v o c e , che deriva da Tattica esprime propriaménte 1’ azione

, , verbo del gettarsi

addosso al nemico per romperlo e rovesciarlo;

che in

con impeto

onde si rende

dai glossografi jaculor in aliquem , immitto , injicio ; hostiliter

irruo ; impetum in aliquem facio . E per non scostarmi da A rriano istcsso , osservo io

che nell* o p era , in cui egli descrive

ampiamente le guerresche imprese <T Alessandro , sempre

usa

questa dizione nel senso qui citato; ipf&aXut is 0p««a» irrupisse

in Tractam (a): ipfitâXnKtt «V ri»

ynf

* vt* p tari

fi n

invaserat regionem eorum hostiliter : mç jrpxiif t»i,â«AAs»‘ tr avreiç ifp*p'u»ç

ri

simulae vero densa

phalanx Valido in eos' (Triballos) impetu ruit (3); e eosì dicasi d'altri infiniti esempj, che addurre si potrebbono di questa fattal Egualmente la voce

Ai non altro significa presso d’ A r-

riano , che 1* impressione violenta

che si fa contro al nemico

nell* assalirlo : iw i r i r sr)mrnt ipfieXnt primo impetu. Quest’ espressioni ho riportate per rapprossimarmi al significalo dell* ordinanza embolon , la quale non si trova pressoché mai adoperata da Alessandro , nè conseguentemente citata A rria n o , più che una volta. Ciò

accadde

forse da

in occasione che il

Monarca guerriero ordinò la sua falange a cento venti di fondo ; e dopo varie evoluzioni investi il nemico dalla sinistra parte con un tal mòdo di battaglia , che lo storico denomina in figura di cuneo. Notisi il gran fondo di questa ordinanza, e Tenorme impeto con cui assali i n em ici, i quali non valsero

a

tenersi saldi un

momento, e si avrà di che convincersi ad evidenza, che l’ ordine di battaglia in quistione fu il vero in colonna.

I.

(i) y 1 » $

6

Quanto infatti

S *5 , nota ; (9) Stor'e la la «pedi*. d‘ Alesi. 1. , p. 9 ed altro re -, Id ibid. 1. • , S 4 , P*

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, S 5 > P 5;


ALL’ ARTE TATTICA.

367

una simila disposizione avèva a riuscir conforme a tutl’ i principi della greca T attica , se si consideri, che le armi in asta ogni lor forza dal fondo ricevon o , altrettanto doveva esservi in tutto contraria un’ ordinanza triangolare, diretta colla punta contro al nemico. Chi non vede

che questa è

affatto

mcompatibilevcon

quella giusta un ione, sia tra le file , sia tra le righe ,

la quale

fu riconosciuta tanto essenziale al pieno effetto dell’ asta ? Quanto a tal proposito non è assurda e ridicola 1’ asserzione d’ Eliano intorno alla maniera di formare il cuneo ? Egli pre­ tende che la punta di questo , nella qu ale, perchè 1’ ordinanza sorta il suo effetto , tutta debb' essere concentrata la forza del­ l ’ intera battaglia, sia formata , per la cavalleria , da

un solo

cavallo che si trova in apice alla schiera , e per la fanteria , da tre individui, che soli stanno alla fronte (1). Ma qual impressione può fare contro ad una fronte nemica una battaglia sì strana­ mente ordinata f Risum teneatis amici ? Pure questo errore gros-* solano di E lian o, prodotto dal falso credere che in guerra fos­ sero praticabili le capricciose evoluzioni di parata , non

si può

imaginare di quanti gravissimi errori sia stato fecondo per la maggior parte dei filologi, traduttori e commentatori, che i loro studj grammaticali hanno esauriti nell* illustrare i greci storici o tattici ! • (172)

Coelcmbolon. KciAip/SaAcv significa una battaglia in­

cavata ; derivaudo tal dizione dalle voci «?<A«f cavo concavo , ed tfê&êXêf cuneo ; il che torna ad uu cuneo cavo. Anche sì fatta ordinanza a foggia di A , o fo rb ice , che dir si voglia, deesi risguardare come impraticabile in guerra;nè m’ in­ duco a credere che

i Greci 1’ adoperassero giammai. L ’ errore

del cuneo ha tratto con seco eziandio-quello di un’ ordinanza al cuneo opposta. In ciò differiscono Eliano

da Arriano , che il

primo parla d’ entrambi questi ordini di proposito, e li consiglia come proprj

occorrenze di guerra ;

ed

il secondo

non fa (l)

(l) Tact. «.

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3ti8

NOTE

quasi che n om inar^ , credo per ispiegare il tiguifkato di voei » che forse avevano qualche uso negli esercizj

di parata de 1suoi

tempi. . (173 , 17Ì) P lesio - Plinthio . Convengo che in queste defilicio n i non siavi precisione di linguaggio geometrico ;

ma dalle

medesime si arguisce chiaramente che Arriauo intende chiamar

plesio

il rettangolo , volgarmente detto quadrilungo ;

e plinthio irA/vLav il quadrato propriameote denominato. Nelle imprese militari dei Greci tali ordinanze si trovano non di rado praticate da insigni capitani, quali sono al certo Nicia , A gesilao, Senofonte , ed altri ; e sempre nella v&ta di premu­ nirsi , in marciando , contro all’ irruzione di un nemico , di cui temasi da tutt’ i lati, lo però sono d* avviso che la distinzione, che mette Arriano fra plesio e plinthio , debba calcolarsi come importante nell* attuai soggetto. La celebre ritirata di Nicia in S icilia , che m amerebbe veder descritta da Tucidide, non è da lui che oitata, almeno iu quauto all* ordinanza , che col solo nome di plesio (1). Da Diodoro si rileva

che i’ esercito fu diviso in due massime p a r t i, fra le

quali si compresero le bagaglio, i fe r iti, i malati ; e che scelti i più forti e valorosi, vennero essi posti parte all’ avanti e parte da tergo; cosicché pare, che la figura di questa battaglia dovesse riuscire rettangolare (a). Tale ordinanza non valse però tanto ai capitani ateniesi, che potessero schivare d* impeguarsi iu azione, essendovi stati dal nemico contro lor voglia costretti (3). Agesilao in Tessaglia

temendo di molti nemici

popoli , che

gl* infestavano il cammino , s’ era ordinato in figura quadrango­ lare iv TXxuri'm } ma assalito alle spalle dai Tessali fu costretto tramutar la battaglia e trasportar da tergo molte delle truppe , che erano all* avanti (4). V ero \ , che Agesilao sorti vincitore da questa , che non fu quasi che scaramuccia ;

ma non si può

credere che gli

prima ordinanza

( 1) r,ih

7

, c

riuscisse gran (atto utile la

; (a) B ill. St. r. £ , c. S , p So ; (S) Ibid. c 4 , p. Si ; m lede 1 re A^eiilao , Opase t. % , p. tt-

(k) Scu oltcìe , O r t i ,

/

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ALL’ ARTE TATTICA.

36$

quadrangolare , se un debole nem ico, solo col pizzicargli-1’ eser­ cito , T obbligò a prendere nuova forma ; perché il cambiar or­ dine di battaglia col nemico addosso, per poco

che questo sia

fo rte, élla è rSempre operazione difficile e pericolosa. D i Tim oteo, valoroso generale ateniese, si narra come temendo egli la numerosa cavalleria degli O lia t i, avesse ricorso all1 ordi­ nanza quadrangolare ; ma hemmeno questo fatto prova ' gran cosa in favore dei quadro , se si osservi che

egli fu

debitore del

non essere stato offeso allo schermo che si fece dei molti carri, che seco aveva ; t quali da lui a bello studio rapprossimati e connessi, impedirono al(a cavalleria nemica di rompere il suo ordine di battaglia (i).

■

Senofonte specifica il vero quadrato ,

.

.

chiamandolo plaea(o a

lati eguali srA«/<r<er I r i wXt vf f j ma dichiara apertamente qger «sperimentata tale ordinanza ed avella trovata inutile allo sobpo di difesa, e da schifarsi curue pericolosa,quando si.ha dappresso il nemico* E gli ne adduce p er ragione che la figura quadrata difficilmente si adatta al tenore de’ luoghi per i qpali marcia F esercito : che occorrendò di ristringerne i lati , qualora s’ in­ contri una strada angusta, una gola d i m ontagna, o un ponte, i soldati traggonsi fuor di sito , e camminano in

disordine ur­

tandosi e spingendosi mutuamente; onde scompigliati g li ordini, 1*esercito perde ogni soa forza-: in o ltre , che passate le strette., nel dispiegar di bel nuovo i la ti, i soldati che erano prima sti­ vati , vengonsi dopo a sbandare confusamente, e lasciano quinci de’ vuoti e degl’ intervalli ; il che ,dà campo ai nemici d’ assalire su molti punti con successo. ( 1 7 5 , 176) Iperphalangisis - Ip e ree rasis. Nel trasportar greco questo capitolo non mi sono io

dal

attenuto letteralmente al

testo , poiché così facendo , il senso deü’ A . sarebbe

riuscito

oscuro ; il ohe avrebbe tradito il fine della traduzione. Elisno m i ha servito di scorta nell’ interpretarne

1’ ultimo tratto. Ecco

come questi si esprime intorno alle due ordinanze in quistionc. ; ( 1 ) Folieno , Strttag. L 3 , p. i38 , Timoteo. , A

rriàUO.

45

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(

570

NOTE

‘

'Tmpq*hmyyi*iS ipefphalangesis est cum%ab

utroque cornu

hostium phalangem circumvenire conamur. Ipercetasis autem est cum alterum tantum, cornu hostiunt circumvenimus: et illa prior veluti genus est ; haec de qua loquimur , tamqupm spe­ cies. Omnis enim , qui phalange circumvenit, etiam cornu cir­ cumvenire dicitur. Sed \non omnis qui cornu circumvenit , pha^ langem poterit circumvenire ; nam paucioribus cornu circum­ venire possumus (i). ■ 11 significato delle due d iz io n i, in quanto almeno alle voci onde si compongono è chiaro; poiché vw%pQa\ayyfa* formasi da ithp su p ra , trans , praeter , e da

phalanx ; ed

iwtpatparis dalla stessa preposizione »wkp , e da »ipas cofnià.

1 Francesi dicono déborder Vennemi à ses deux eUles, ou seu­ lement à une. A m a n o , nella storia delle guerre d’ Alessandro ,

adopera fi

vert>o tnrtp$M\myyt* per indicare il frequente pericolo

in

che

erano- i Macedoni d* essere circondati dalle immense truppe dai barbari (a).

>

In quanto a lf ipercerasi osserro in P o lib io , ohe 1' espressione IwipKìpZf Tale in genere accerchiare dai fia nchi il nemico ; n el quale senso egli usa eziandio la voce iw*px'ipaeii ; ed in una battaglia tra Asdrubale e Scipione vedesi adoperata tale ordinanza dai Romani per circondare i Cartaginesi (5).

-

A ltre particolarità Intorno alle ordinanze qui citate si possono vedere in Budeo alla voce

{ (4)*

'

>

( 177) Bagaglie. Il mo(Jo di condurre le bagaglio tiene alla teoria delle marcie. A l passaggio del Granico queste veggonsi collo­ cate da Alessandro in coda all’ esercito. Equites ad cornua co l­ locat ; impedimenta extrema subsequi jubet (5). E gli infiliti procedeva all’ avanti invadendo paese nemico. Nicia e Demostene in S ic ilia , marciando, nel ritirarsi, per 1 (1) Tact. e. (9 ; (1) Storie «a la spedii, d* Alesi. 1. a , S 9* P* (*) £* Storie, I. 11 ; (4) Commentar, in graeo. ling. ; ($) Arriano , la Storie, 1. « , $ , p. a j.

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‘


ALL’ ARTE TATTICA.

37 i

paese nemico , e temendo da ogni parte d’ essere assaliti, ave­ vano poste per maggior sicurezza le bagaglio nel mezzo d e lF esercito : impedimenta in medium agmen disponunt (t). In genere p a re , che i G reci facessero poco conto delle b a ga glie, e che tendessero d’ esserne imbarazzati ne* fatti d’ arme. Alessandro, procedendo alla battaglia di Arbela , stabili di la­ sciare indietro tutti gl’ im pedimenti, insieme con i soldati non capaci a combattere (?). E se vogliamo prestar fede a P o lien o , deesi credere, che il guerriero Monarca trascurasse interamente le bagaglie in questo fatto d’ armi (3). Senofonte nella ritirata de’ diecimila trovò necessario alla sa­ lute dell’ esercito

1’ abbruciar le bagaglie. Quindi il trascurar di

esse riportò Pollano tra gli stratagemmi militari di Senofonte (4). F in qui del conto che facevano delle bagaglie in guerra gli antichi

Greci. Diversa dottrina rinviensi nelle opere de’ G reci

m o d ern i, e specialmente in L e o n e , che un intiero capitolo im­ piega a dichiarar la maniera , on^f provvedere alla sicurezza di quelle nelle varie circostanze di guerra (5). Ma le pratiche dei medj tempi non debbonsi calcolar punto nell’ investigar lo spirito delia Tattica greca

nell’ epoche felici , eh’ ella sali al pi,ù allo

grado di sua perfezione. (178) Omero. { versi del divino Poeta riportati da Arriano in questo capitolo , sono trascritti dall’ Iliade (6). In quanto al silenzio nel combattere uopo è rimarcare che ebbero in costume di osservarlo i più valorosi popoli della G re­ cia. È noto degli Spartani che p ir a e ty if *mì *Up*vr silen­

ziosi , e ordinati procedevano in battaglia, ad effetto di poter più facilmente

comprendere il com ando; barrando

Tucidide come

fossero scoraggiti dallo schiamazzo degli Ateniesi fn com battere;

( 1) Diodoro Siculo , Bibl. St. t. 4 , 1. t5 , e. S , p. So ì (») Arriano , Si. ia la «pedis, d’ Alessandro, 1. S , S 9 » P* *«A- - Cori. 1. 4 > c. i» , S * ; (S) Stratagemmi, I. 4 » *61, Alessandro | (4) llsid. 1. 1, p. 54* Senofonte ; (5) Tact. 0. 7, de «aldo, se a impedimentis ; (6; Lib. %, ▼. 45? - 1 „ 5 , t . 1 1. 4 , v. 4*3 ad 496.

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37*

NOTE

.

attesoché per questo s’ impediva loro di ben <séntire la voce dei capitani (i).

*

L a celebre battaglia di Gheronea fra i Lacedemone ed i Tebani ih incominciata in silenzio (a). E benché i T eban i, ad un certo p un to , fuor mettcssèro degti urli, afferma però Senofonte che nel maino trucidarsi def due eserciti non altro rum or ’ senti vasi che un basso fremito di rtmeòre (3).

.

Pare che lo strepitar forte in Combattere fosse più proprio dei barbari. Perciò Festo chiamò barbarico lo schiamazzo di guerra. L ivio attribuisce ai G alli un urlar loro proprio ululatam et can * tum moris sui (4); e Curzio ai Persiani un truce e , disordinato gridare trucem ed incondtiu/n clamorem (5). Dopo ciò che diremo noi di quel veementissimo

schiamazzo

de’ Romani nell’ azzuffarsi col nemico? À i G ellio si attenta di sciogliere questa difficoltà. Quid iHè vult ardentissima* clamor

militum romanorum , quem in congressibus proeliçrum Jieri solitum scriptores annalium wmmoravere ? Contra ne institutum fiebat antiquae disciplinae tum probabile? A n tum etiam gradu elem entii et silentio est opus , cum ad hostem itur in conspectu longiqpo procul distantem ? Cum vero prope ad munus ventum est 9 tum ja m a propinquo hostis et impetu propulsandus, clamore terrendus est ? ' . ' (179) Maniere, dèi -comandare. Quéste medesime (formé di comaudp specificano o in tutto, o in parte anche altri greci T at­ tici , le cui opere a tale proposito sarà ben fólto di consultare. & ian o ne annovera alquante di più che non ne abbia fatto il nostro Autore (6). Leone cita

(7)-

‘

egli pure fra queste le princi-

. . . .

v Pervenuto al fine delle mie ricerche intorno alla milizia dei G reci antichi, avviso sia prezzo d’ opera T unire qui in epilogo que’ pochi sublimi p rin cipj, sui quali il sistema essi fondarono

( 1 ) Lib. 4 ; (a) Senofonte , le Storie, 1. 4 » P» *5ò j (3) O re*, in ìode del re Agesilao, Opale. t. * , p. ì4 e seg. ; (4) L. 1 » 0« ; (5) L. 5 , c. 10 » S 1 ; (6) Tact. c. SS ; (7) Tact. c. 1 , § 85. ’ *


373

A L L ’ A R T E T A T T IC A .

della lor Tattica. Vivamente animati, da quello spirito p u b b lico , che (a che si ami la patria più che i beni e la vita , teresse d i nazione ad essi la forza nel

altro

e 1’ in­

qualsivoglia si preferisca, riposero

valore regolato é diretto dalla scienza e dal­

l ’ esperienza; quinci riputarono che il combatter dappresso fosse 1’ unico mezzo onde dare a questo valore tutto 1’ impulso di cui era capace, e trarne così un effetto, che controbilanciasse la su­ periorità in numero dei nemici. Ma per escluder dai loro eserciti il tim ore, ed impedire insieme il vano cd improvvido sacrifìcio della v it a , unitamente alle armi d’ offesa ne accoppiarono delle gravissime di difesa; le quali aumentarono di tanto il valore, di quanto i soldati si trovarono più dappresso ai n em ici, e meno esposti ai suoi colpi. Considerato inoltre che le

forze

individue

associate con certe leggi, moltiplicano il proprio impulso, imaginaronoquella strettezza d’ ordini, e quell’ union di battaglia, merce cui le armi acquistano un momento d’ offesa, per valermi d’ un termine di Meccanica, che non avrebbono in vermi modo da sè medesime. Ora applicando questi principi ai tre generi di truppe, de’ quali il greco esercito cotnponevasi, degli o p liti, in­ tendo, dei peltati e dei leggieri, scorgesi ad evidenza che solo i primi in tutto, i secondi in proporzion sufficiente, c per minima i terzi corrisponder potevano al gran fine della Tattica greca ; ed ecco ragione perchè gli opliti fossero

assaissimo ri­

putati,, mediocremente i peltati, e negletti e tenuti in niun conto i leggieri. Quinci i Greci, tutti intenti al combatter di piede fermo cd m giusta

ordinanza, tennero

dappoco la cavalleria, con­

siderandola come arma debo le, e che (niente fruttava in inano dei barbari, che ne avevano immensa. Fissi nella massima dell ’ union delle forze,

in ogni maniera di movimenti c di evo­

luzioni studiarono la composizion delle parti nel tutto, e la forza di questo tutto procacciarono di conservare egualmente in qual­ sivoglia possibile combinazione di che il carattere più insigne della

ordinanza. Finirò con dire greca Tattica

consiste

in tra

profondo spirito geom etrico, che dappertutto vi dom ina, che re­ gola sugli stessi principi l’ unione di due file, come quella dell’ in-


374

N O T E A L L ’ A R T lf T A T T I C A ,

tera falange ; che riduce

a

preciso calcolo il te m p ç , il p asso, il

terreno, gli spazj: spirito veramente sublime, che questa invitta nazione seppe, forse più che altra qualsiasi, trasportar dalle scuole al ca m p o , renderlo scevro da vane speculazioni, e farne sicuro stromento di sua militare gran d em .

FINE DELLE NOTE ALL’ ARTE TATTICA.

1


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OPERE DI ARRIANO NICOMEDIESE LA TATTICA by Biblioteca Militare - Issuu