ANTOLOGIA MILITARE PREMIATA
DAL MINISTERO DELLA GUERRA
PARTE
l.
NARRAZIONI
SAVONA
1870
Tip. della Reclusione Militare.
Proprietà Letteraria.
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Un
libro di lettura pei soldati serve
a questi che
all’uflfiziale,
non meno
quand’anche esso non
l’adoprasse che per insegnare ai soldati: serve
a chi entra al servizio già sapendo leggere, come sono specialmente
i
volontarj.
Dato
parve
ciò,
e savio patriotismo e profittevole esercizio miliarizzarli coi buoni scrittori nazionali.
lere dalla
mente
giudizio che
faè
nome d’Italia quando politicamente? Non è giusto svel-
da essi che fu tenuto vivo
non esisteva
il
Non
la
il
dei difensori della patria
letteratura
il
pre-
nostra sia sempre
stata accademica, clericale, arcadica, segregata
dal
movimento
sociale ?
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Per
tale concetto
,
da
scrittori
liani si scelsero passi relativi
quasi
tutti ita-
a cose militari e
a qualità desiderabili nel militare; e passi che lustrino e sviluppino quel che
il-
compendiosamente
s’avrà nel libro di storia.
Sono disposte
nella
prima parte
le
narrazioni;
nella seconda dottrine strategiche^ morali; nella
terza descrizioni, proclami, rapporti, lettere, e fin
poesie.
Qual cosa è estrania
al
soldato?
L’istruttore potrà farli leggere nell’ordine che gli
paja meglio proporzionato alla capacità dei
singoli, e aH’opportunità,
che è sempre contin-
gente.
Alcuni pezzi parranno superiori all’ intelligenza del soldato?
L’insegnamento è uno sforzo, come
ogni bene; e
la
ginnastica intellettuale, non al-
trimenti che la corporea, deve abituar F allievo
a qualcosa
di diffìcile, di
nuovo. Alla prova
si
riconosce spesso che la capacità è maggiore che
non
si
fosse supposto. Poi conviene elevare l’al-
lievo all’altezza dell’insegnamento, anziché
bassar questo
al livello
ab-
dell’imparante. Inoltre
un
libro di lettura si ripassa più volte; e alla se-
conda e
non
alla terza si capisce quel
erasi che intravisto.
d’una sinfonia che vede
la
si
Non
che
alla
succede
prima
lo stesso
ode, d’un quadro che
si
prima volta?
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,
L’istruttore avrà esso stesso
un buon
esercizio,
facendo scuola sopra buoni autori; avrà dove
mostrare
l’abilità
sua collo spiegar
le
cose che
eccedessero l’intelligenza del soldato, e cosi far-
sene stimare
;
avrà
compiacenza
la
di far
cono-
scere ai suoi allievi gli scrittori il lustri della patria, e dare insieme precetti ed
esempj del ben operare
e modelli del bello scrivere.
Possa
tutto ciò crescere quel fraterno
che deve legare
tutti
i
figli di
amore
questa nostra cara
Italia.
Milano, Luglio 1870.
Cesare Cantù
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ANTOLOGIA PEI
SOLDATI ITALIANI
PARTE
r
NARRAZIONI
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PARTE
1*
NARRAZIONI
Origine delle fazioni de'Guelfi e Ghibellini. Dino Compagni.
Dopo
molti antichi mali ricevuti per le discordie dei suoi
cittadini, i
una ne
fu generata in Firenze
,
la
quale divise
tutti
suoi cittadini in tal modo, che le due parti nimiche s'appel-
larono con due nuovi nomi, cioè Guelfi e Ghibellini.
E
di ciò
un nobile giovane cittadino, chiamato Buondelmonte de’Buondelmonti, avea promesso tórre per sua fu cagiono, che
donna una figliuola di Oderigo Giantrufetti. Passando di poi Donati, una gentildonna chiamata Aiun giorno da casa druda, donna di Forteguerra Donati, che avea due figliuole i
molto
belle, stando
ai
balconi del suo palagio, chiamollo, e
mostrogli una delle dette figliuole, e dissegli: Chi hai tv tolta
per moglie ì
molto
avea
gli
io ti
La
serbata questa.
piacque e tolsela per moglie
tolta e giurata.
.
quale guardando,
lasciando quella che
Onde Oderigo dolendosene
coi parenti
e amici suoi, deliberarono di vendicarsi, e di batterlo, e fargli
vergogna.
Il
e potente, e
i
che sentendo gli Uberti, nobilissima famiglia suoi parenti, dissero che voleano fosse morto:
che così sarebbe grande l’odio della morte come delle
ferite:
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.
4 cosa fatta capo ha, O) la
E
ordinarono ucciderlo
donna, e così fecero. Di
e trassersi insieme
i
morte
parentadi e
modo che
per
parti,
tal
i
le
dì
il
cittadini se
che menasse ne divisero:
d’ambedue le mai non finì. Onde
amistà
la detta divisione
i-
1
nacquero molti scandali e omicidj e battaglie cittadinesche. (Il
buon cronista narrati gli scandali della
città divisa,
con generoso sdegno prorompe :) Levatevi, o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il
ferro e
il
fuoco colle vostre mani; e distendete
malizie; palesate le vostre inique volontà e
ponimenti. Andate e mettete in rima
i
le
vostre
pessimi pro-
le bellezze della
vostra
il sangue dei vostri fratelli; spogliatevi della amore: nieghi l'uno all’altro ajuto e servigio. Seminate le vostre menzogne, le quali empiranno i granaj dei vostri figliuoli Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende uno per uno. Non v’in-
città;
spandete
fede e dello
:
si consuma un dì nella guerra, che guadagna di pace e piccola è quella favilla
dugiate, miseri, che più
molti anni non
si
;
che a distruzione mena un gran regno
Farinata
liberti. .
Farinata Liberti fu della nobile stirpe
Filippo Villani.
fiorentina degli
Uberti. Nella sua adolescenza fu nelle arti liberali esercitato, dove dette speranza di grande uomo; e pervenuto alla
gioventù, scorrendo spesso. i nemici infìno presso alla terra per le divisioni che in que’ tempi regnavano, era quasi
sempre capitano vinse
i
(1)
dell’esercito, e spesse volte
con prestezza
superbi nemici, donde la sua fama diventò celebre
per tutta
Italia.
Come a
dire:
Ma fidandosi egli troppo del riso della fortuna. quand'è fatto è fatto; proverbio proferito da Mosca che
consiglici quell'assassinio. (2)
1
parenti e gli amici.
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5 e volendo quasi solo governare la repubblica, fu cacciato dalla parte contraria,
sbanditi
si
onde a Siena, dove gran copia di essendo da ciascuno
trovava, n’andò: e quivi
,
tenuto per capitano e principale consiglio, fu autore che al
re Manfredi
,
quale allora reggeva nel reame di Puglia
il
addimandasse
e Sicilia, si
ajuto,
avendo con alcuni segreti
mandatarj fatto dare speranza a’ Fiorentini
di pigliare Siena,
perchè loro avesscr cagione d’entrare alla difesa, sperando
modo o
in questo
vittoria o gloriosa morte.
Tenne alquanto tempo Manfredi la loro domanda sospesa, non la curasse: alfine poi offerse loro cento cavalieri;
quasi la
qual cosa gli
ma
fiutare,
ambasciadori sdegnando volevano ri-
altri
per consiglio di Farinata faccettarono; solo ad-
dimandando che
militare, la qual cosa loro fu conceduta.
avvisati sé
sua reale insegna Fece allora Farinata
quelli potessero sotto la
Sanesi che la piccola schiera del re ricevessero, in
i
tenendo occulto
valieri del re,
il
suo pensiero; donde- avvenne, che
da quell’onore
e
da molta lode
i
ca-
sollevati, spesso
domandavano d’uscire alla battaglia. Alla fine, quando gli parve, ordinò loro un gran convito, nel quale a ciascun cavaliere pose allato una bella dama, colle quali aveva ordinato che ciascuna facesse assai bere, e molto favellando riscaldare, e
quando
dame
addimandasse
così fossero caldi, gli
amore contro
portarsi bene per suo gli riuscì
appunto.
Ed
essendo
i
volenterosi di combattere,
nemici, dove, non la loro
li
seguitando
a’
li
mise
lui,
di grazia di
nemici; la qual cosa
cavalieri per
amore
delle
in fretta contro ai
furono
tutti
morti, e
insegna presa, e da’ Fiorentini strascinata e molto
vilipesa.
La
qual cosa dagli usciti a Manfredi fu riferita,
dolendosi più dell’offesa reale che di sè; onde
il
re solle-
vato e adirato, dette loro ajuto d’ottocento cavalieri, coi quali poi allato a Monteaperti furono sconfitti.
Per
la
i
Fiorentini vinti e
qual cosa fu tanto dagli avversarj temuto,
che spontaneamente cedendogli, quale egli aveva tanto
afflitta,
gli
lasciarono la patria, la
e così vi tornò.
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6
Fu Farinata
statura grande, faccia virile,
di
membra
continenza grave, eleganza soldatesca, parlare civile,
forti,
sagacissimo, audace, pronto e industrioso in
di consiglio
d’arme. Di nuovo cacciato e
fatti
fatto
rubello, morì in
esiglio.
Il Carroccio
Ricordano Malespini.
Il
Carroccio era un carro in su quattro ruote, tutto dipinto
vermiglio, ed eravi suso due grandi antenne vermiglie, in sulle quali stava e ventolava
del
Comune
e tiravaio
il
di Fiorenza, ch’era
un gran pajo
di
che solamente erano destinati a
vano
gli antichi
in oste, CI
i
grande stendale dell’arma
dimezzata bianca e vermiglio
:
buoi coperti di panno vermiglio, ciò.
Questo Carroccio usa-
per trionfo e dignità, e quando s’andava
conti vicini e’ cavalieri
il
traevano dall'opera
di
San Giovanni, e conducevanlo in sulla piazza di Mercato Nuovo, e lo raccomandavano al popolo e i popolari il guidavano nell’oste; e a tal guardia erano diputati dei migliori .
e più perfetti e più forti e vertuosi popolari della città, e a
E quando era bandita, un mese innanzi che dovesse andare, ponea una campana in sull’arco di Porta Santa Maria, ch’era in sul capo di Mercato Nuovo, e quella era sonata
quello s’ammassava tutta la forza del popolo l’oste si
al
continuo di dì e di notte; e ciò era per grandigia di dare
campo
iil
nemico contro cui era bandita l'oste, che si appachiamava Martinella, e chi la campana
recchiasse; e chi la degli Asini.
E
quando
l’oste
andava,
si
levava dell'arco, e ponevasi in
su un castello di legname, fatto s'un carro: e
il
suono
di
quello guidava l’oste.
(1) In
campo,
all*
esercito.
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7
Lega
Della
Lombardia contro Federico
di
I
:
battaglia di Legnano. Carlo
Destina.
Nel tornar che fece la terza volta in Italia Federico augusto nel 1166
6),
i
popoli di Lombardia, che infiniti aggravj aveano
pazientemente sostenuto da’ suoi ministri, lusingandosi che la condotta di costoro dovesse essere disapprovata o punita
mandarono ciascuno ambasciadori a mano, siccome allora si costumava
e corretta dal principe,
trovarlo, e con la croce in
di fare, gli esposero supplichevoli le loro querele e le miserie
a cui erano condotti dalla crudeltà ed avarizia degli
uffiziali
che avea lasciato per governarli. Appena fece egli segno di
com moversi
a
Roma
s’avviò a
tali
,
querele; e senza porvi altro ordine,
dove
premeva di abbattere affatto Prima però di passare a Roma
gli
partito di Alessandro III.
voltò le
a tentare Ancona,
porte
a’
la
il
si
quale città, non volle aprir
Tedeschi, che furon costretti
di
porvi assedio.
Lombardia, i popoli, ultimamente dalla superba
In questa lontananza di Federico dalla
stanchi de’ lunghi mali e irritati
trascuranza ond’
ei
mostrava
di
prendersi a giuoco le lor
doglianze, cominciarono per via di segreti messaggi a trattar fra loro, ed esplorare gli
animi l’uno
dell’altro.
Per ultimo
convenuti insieme nel monastero di Pontida, che è tra Milano e Bergamo,
i
deputati Veronesi, Vicentini, Padovani, Trivi-
giani e Milanesi con quelli di
Ferrara; e narratisi
ciascuno della propria la
Cremona. Bergamo, Brescia.
vicendevolmente città ,
i
travagli e
ed esagerata con
i
mali
forti invettive
barbarie de’ Tedeschi, risolvettero che fosse da cercare
nell’
armi
la salvezza delle lor patrie, e
con reciproco giura-
mento s’obbligarono di travagliare le une contro chiunque cercasse in avvenire li)
alla difesa dell’altre
di offendere. In parti-
Federico di Svevia. detto Barbarossa, imperatore
di
Germania, che
uvea distrutto Milano.
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8 colare fu in quel congresso convenuto, che
comuni spese i
si
dovessero a
e pericolo restituire nell’antico suolo natio
come
dispersi Milanesi,
quelli che sopra tutti avrebbero
fatta resistenza valida agl’ Imperiali, e
dissimo che erano, e per essere
piti
per lo numero gran-
che
gli altri
amareggiati
e cruciati contro Federico.Vero h che, per l'incertezza del
successo ed a fine di non romperla troppo crudamente con lui,
posero negli
peratore.
della confederazione questa clausula.
atti
di volersi difendere
senza però violare la fedeltà verso
Ma quando negli
primi confederati
ai
poi
il
il
l'iuo-
anni seguenti, per essersi aggiunto
marchese Obizo Malaspina
(
che fu
consigliere eia guida principale di questa cospirazione
delle città
lombarde
),
e poco appresso le città di Novara.
Vercelli, Àsti, Tortona e la
nuova Alessandria;
allora
si
vide la lega per sé bastante a resistere ad ogni sforzo di
forma
partito contrario: e senz'altro rispetto espressero nella
giuramento di voler far guerra aH'imperadore. Rimessi nella rovinata città i Milanesi, ed espugnato coll’armi il forte castello di Trezzo che tenevasi per l’imperadore. la Lega Lombarda divenne tutto ad un tratto terribile
del
a’ suoi
nemici; talché Federico, perduto assai tempo nella
Romagna, e assediato (an. 1 168) inutilmente Milano, che pur era solamente cinto d’argini e fossi, prese consiglio di fuggire sconosciuto in Germania. Quivi per alcuni anni attese ad in-
grandire in
i
suoi figliuoli, e
quando
gli
parve d’aver rimesso
piede sufficiente esercito da rinnovare la guerra,
da capo contro di Susa,
l’Italia,
si
voltò
e cominciò a far vendetta della città
che nella sua fuga precipitosa,
sei
anni avanti, l’aveva
insultato e posto in gran rischio di sua persona.
Portatosi poi a campeggiare Alessandria, il
tempo, e
vi
consumò
quivi
perde quasi affatto la riputazione e l’autorità.
Non contava ancora
quella città più che sei anni
d^kùe.
avendo essa avuto principio nel 1168, secondo nn^^Ha Lega Lombarda; e qualunque grande monarca ne a\jH^itrapresa la fondazione, appena avrebbe potuto eondum stale
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,
9 stato,
che potesse far mediocre difesa.
Or che
potea fare una
moltitudine d'uomini che da diversi borghi colà vicini, costretti
dal volere de’ collegati, s’erano uniti in quel luogo?
Certo è che non avean potuto coprir di tegole abituri; e invece di muraglie, e d’argini,
avean cinta
poveri loro
i
la terra di soli fossi
naturalmente formati colla terra scavata da questi.
Ciò non ostante tanto potè l’ardore e la pertinacia di gente indurata alla fatica ed animata da fervente amore di libertà,
che l’esercito d’un imperador bellicoso, sagace ed attento
consumò inutilmente molti mesi dattorno. Pur
vi
credette
si
una volta di venire a capo di quella impresa per via di una mina praticata sotto ai fossi, e che riusciva nella città; ma scoperta la cosa per tempo, andò a vóto l’arte e l’ingegno degli assedinoti, quantunque l’imperador cercasse d'ingannare gli Alessandrini con una sospensione d’armi che avea spontaneamente accordata, come per riverenza della passione e della solennità pasquale che correva a quei giorni.
sopravvennero gagliardi soccorsi de’ collegati città,
che già pativa disagio
quel tempo
avea
fatto
di viveri.
assaltare
una
navale, vedendosi vicino ad
Frattanto
all’
assediata
Federico, che pur di
Ancóna con
un’ armata
battaglia che lo metteva
a pericolo non solo di perdere affatto ogni dominio in
ma
ancora
pace, che
il
Italia,
Alemagna, diede orecchio
di potersi salvare in
alle proposizioni di
lunedì di pasqua cominciò
a portargli qualche religioso, secondato da persone non sospette, che consigliavano l'imperadore a non ispargere in sì
santi giorni
Cedendo
gli
il
sangue
ambe
le parti
di
due
eserciti cristiani.
uni e gli altri a questi primi impulsi che
portavano alla pace
,
fu
per trattarne
che non vi era portato
por^j^mgio alle forzi
di
li
finalmente fatto compromesso da le condizioni.
buona fede,
fazioni della
Ma
il
Barbarossa
ma solamente per
frap-
guerra finché venissero d’Ale-
che no aspettava, motto,a
in
campo preten-
sio^P^, collegati.
che in niun conto potevano essere ammesse dai Però raffreddatosi il negozio della pace, ripigliaronsi
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10 da’ Tedeschi le armi ad infestare gli Alessandrini. I collegati,
che intesero
il
disegno di Federico, e che sapevano com’egli
aspettasse ajuti di Germania, s’ingegnavano di preoccupare passi, ed
i
impedirne l’unione col resto dell’armata imperiale.
Furono perciò le nuove truppe costrette di scendere per alpestri cammini al lago di Como, dove Federico andò a riceverle sconosciuto.Di là avanzandosi verso Pavia, fu incontrato dall’esercito della
gnano e vincitori di
i
Lega, e ne seguì
Ticino,
il
ai
ventinove
Lombardi, e
la
famosa battaglia
di
le forze della
fra Lemaggio 1176. Rimasero Lega superiori a quelle
Federico in modo, che non era più dubbio a qual delle parti
spettasse di dar legge all’altra.
Ancora
della
guerra contro Federico Barbarossa. C.
Memorabile
lotta, nel secolo
XII, sostennero
liane contro Federico Barbarossa imperatore di
Cantò.
le città ita-
Germania, il
quale voleva toglier ad esse la libertà di darsi leggi e magi-
Tornò
strati proprj.
egli più volte
ad assalirle con sempre
nuovi eserciti spesso fu respinto, e quando prevalesse, deva:
stavaicampi, ammazzava Ingente, distruggevale fece
con Milano e Cremq.
A
città,
come
questa pose assedio nel 1159, e
v’avvicinò un gran castello di legno per diroccarne le mura. Gli assediati con fuoco e projettili la tenevano discosta; ond’egli,
avendo
cólti
alcuni giovinetti cremaschi,
legare alla macchina, sperando che
bero percossa, per timore di colpire
Ma quei
genitori,
i
i
cittadini
la patria
ai loro
padri
:
«
Saettate pure a
moriamo
salvata la patria»,
I
volentieri,
cadrebbe
bene comune, e
seguitarono a slanciar colpi controdi quel castello.
v’incresca di noi: noi
fece
loro figliuoli.
vedendo che altrimenti
vinta, sacrificarono le affezioni private al
gridavano
li
non l’avreb-
man
I
figliuoli
salva,
non
purché cosi rimanga
genitori ripetevano a quegli infelici:
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11
— Addio per di
nostra vecchiaja. Felice però chi
speravamo sostegno muore per la salvezza di
Vivendo, potreste vedere
disonore nostro o vostro.
tutti!
l’ultima volta, o diletti, che
il
Morite contenti: noi v’invidiamo, perchè sfuggite a tanti
sempre sarete
mali, e perciò
ricordati con lode»
Ancona
Altra volta, assediate
(*).
e ridottela in angustie e-
streme, Federico accostò le macchine e diede l’assalto. Intrepidi gli
perché difendevano
le
Anconitani respinsero
case
.
le chiese
gli assalitori.
,
le famiglie
Ma
assalir le
loro,
mac-
chine e bruciarle non ardivano, finché una donna, chiamate
Stamura. afferrò un tizzone, e lanciatesi appiccò
fuocoaquegli
il
di molti
liberatrice della
Ma
i
edifizj.
Rovinate
in in
mezzo alle frecce, un tratto leopere
mesi, Ancona respirò, e Stamura fu proclamate
sua patria
nemici crescevano di numero, e dentro non v’era più
pensavano di arrendersi: allorché un vecchione, quasi cento anni e cieco, si alzò in mezzo all’assemblea
cibo, talché di
de’ cittadini, ed i
vecchi
,
appoggiandosi al bastone, parlò, come sogliono
dei tempi di
sua gioventù degli eroi che aveva co,
nosciuti, d’altre imprese sostenute
con gran valore dagli An-
conitani; ed esortò a resistere ancora, e più, gettare in
mare
le ricchezze,
quando non
si
potesse
perchè non restassero preda
dei nemici; poi sortire valorosamente per morire combattendo.
In fatto gli Anconitani decretarono resistere
Logorati sozzi...
i
cibi sani,
fin all’estremo.
mangiavano cuoi, erbe selvatiche, animali
eppure quando la campana toccava a martello, in-
(1) Anche nella guerra italica. un secolo avanti Cristo, il piovane Fiuto custodiva una porta della città di Pisa assediata dai Romani: quando questi le si avvicinarono, tenendo in mezzo a loro il padre di lui, e minacciando trafig-
gerlo s'egli non aprisse loro quella porta. Fiuto s'avventò contro e riuscì a strappar dalle loro mani il vecchio padre.
Nella guerra del 1HÒ9,
i
nemici,
Piemontesi s'accorsero che gli Austriaci aveano adunato moltissimo materiale sulla riva del Po presso Frassineti per varcar questo fiume. Quattro bersaglieri, Saino. Vitalini, Marino, Chappaz, si offrirono d'andare a mettervi fuoco, passando il fiume a nuoto. Avutone licenza, legaronsi al capo materie incendiarie, e si lanciarono a nuoto. Il Saino peri: il Vitalini non resse all'impeto del fiume; ma due altri riuscirono. e mandarono in fiamme il preparato legname. (2)
i
i
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12 vocato il Dio delle battaglie,
tutti
egualmente giovani e vecchi,
donne, correvano sulle mura, chi a combattere,
fanciulli e
chi a portar armi ai guerrieri, chi a ristorarli con acqua, chi a
medicare
Una
feriti,
i
a confortare
moribondi.
quando vide uno
in collo, versogli spaldi,
un bambinello
de' guerrieri starsi
per terra.
in disparte sdrajato
Che
i
bella cittadina traeva anch’essa, con
fai tu costà, gli
domandò, inoperoso mentre
i
tuoi
fratelli faticano nella battagliai
Non mi
reggono più
giorni non assaggio
E
la bella replicò:
bambino;
ma pure
A
ti
quelle parole
il
valoroso.
Dà
mi manca
il
latte per nutrire questo
sorgi, e se ancora resta latte nel
ristora, il
tre
cibo.
Anch’io da quindici giorni non mangio
che cuojo bollito, e già seno, suggilo e
rispose
le forze,
per combattere a difesa di
soldato sente rinascere
il
mio
tutti.
vigore: ripiglia
scudo e lancia, corre nella mischia con tanto impeto, che uccide quattro nemici, prima di cadere anch'esso sotto
Tanta generosità
fu coronata, poiché
i
i
loro colpi.
nemici alfine do-
vettero ritirarsi. Intanto gli Italiani, veduto quanto nuociano le
dissensioni civili, erano tornati amici, e strinsero la
Lombarda
Lega
sotto la protezione del papa, per ristorare colla
concordia i mali cagionati della disunione. Tutti avevano dato ajuto a distruggere Milano, e tutti diedero ajuto a rifabbricarlo.
Federico,
il
vinto allorché
quale li
gli
aveva
vinti sinché erano disuniti, fu
trovò concordi. 1129 maggio. 1176, presso
borgo di Legnano, égli affrontò l’esercito dei confederati bardi. Questi,
prima d’attaccare
al
Lom-
la zuffa, s’inginocchiarono.
Egli credeva che intimoriti chiedessero pietà. No: erano prodi,
non tremavano: ma erano cristiani, e sapevano che il valore viene da Dio, e che sta in sua mano l'esito delle battaglie. A Dio ed ai santi si raccomandavano dunque, ed ebbe vittoria il valore. Le donne milanesi offersero gli anelli e gli altri ornamenti d’oro per rialzare il tempio di Dio, il quale gli aveva richiamati dalla servitù.
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13 Castruccio, signore di Lucca (1281-1330.) Nicolò Machiavelli.
Fu suoi,
un uomo non solamente raro ne’ tempi molti dei tempi passati. Fu di persona più
C.'istruccio
ma
in
che l’ordinario di altezza;
ed era
rispondente, tanta
parlò alcuno che
pendevano
suoi
partisse
si
gli
membro ,
era all’altro
aspetto, e con
nello
uomini
che non mai gli
da quello mal contento.
rosso;
in
e ogni
di tanta grazia
umanità raccoglieva
e
porta vali tonduti
capelli
I
sopra
gli
come che piovesse o nevicapo scoperto. Era grato agli amici,
orecchi: e sempre d’ogni tempo, casse,
andava con
niimci
ai
esterni:
il
terribile; giusto
con
i
con
sudditi, infedele
gli
nè mai potette vincere per fraude, che cercasse
vincere per forza; perchè diceva che la vittoria, non della vittoria
il
di
modo
arrecava gloria () Niuno fu mai più audace
ti
ad entrare ne’ pericoli, nè più cauto ad uscirne: e usava
uomini debbono tentare ogni cosa, nè
dire che gli
sbigottirsi; e
che Dio è amatore degli uomini
vede che sempre castiga
gli
impotenti con
forti, i
di
alcuna
perchè si
potenti.
Era
ancora mirabile nel rispondere o mordere o acutamente o urbanamente: e come non perdonava in questo modo di parlare ad alcuno, così
a
lui.
Donde
si
non
si
adirava quando non era perdonato
trovano molte cose dette da
lui
acutamente,
e molte udite pazientemente.
Visse quarantaquattro anni; e fu in ogni fortuna principe.
E come della sua buona fortunane appariscono assai memorie, cosi volle che
ancora della cattiva apparissero: perchè
nette con le quali stette incatenato in prigione
ancora oggi lui
fitte
si
le maveggono da
nella torre della sua abitazione, dove
furono messe, acciocché facessero sempre fede della sua
avversità. (2
)
meno male
[1)
Massima
(21
Anche Cristoforo Colombo, scopritore dell'America, serbò sempre, e
falsa,
espressa
daU'Ariosto, C. XIV.
il vincer tempre mai Uudahil cosa. Vincasi o per fortuna « per In egno.
Ko
voi io sepolte
con sè
le
catene, eolie quali l'aveano ricondotto in Europa.
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14
Lodi di Giovanni de" Medici (1429). Nicolò Machiavelli.
Giovanni de’Medici ammalò, mortale, chiamò
—
Cosimo
e
o.
Lorenzo
conoscendo
il
male suo
sui figliuoli e disse loro
:
tempo che da Dio e dalla namio nascimento consegnato. Muojo contento,
lo credo esser vivuto quel
tura (0
mi fu al
poiché io vi lascio ricchi, sani, e di qualità che voi potrete,
quando voi
seguitiate le
mie pedate, vivere in Firenze onorati, Perchè niuna cosa mi fa tanto di non aver mai offeso secondo ch’io ho potuto, beneficato
e con la grazia di ciascuno.
morir contento, quanto ricordarmi alcuno; anzi piuttosto,
ognuno. Così conforto a
far voi. Dello stato 2 ), se voi volete (
vivere sicuri, toglietene quanto ve ne è dato dalle leggi, e dagli uomini
;
il
che non
vi
recherà mai nè invidie, nè pericolo;
si toglie, non quello che all’uomo sempre ne avrete molto più di coloro
perchè quello» che l’uomo è dato,
ci fa odiare;
e
che, volendola parte d’altri, pèrdono la loro, e avanti che la
perdano vivono in continui affanni. Con queste fra tanti nimici. fra
tenuta,
ma
tanti dispareri,
arti io
ho,
non solamente man-
accresciuta la riputazione mia in questa
città.
quando seguitiate le pedate mie, manterrete ed accrema quando faceste altrimenti, pensate che il fine non ha a essere altrimenti felice, che sia stato di coloro, che hanno rovinato sè e distrutta la casa loro ». Morì poco dipoi e nell’ universale della città lasciò di sè un grandissimo desiderio, secondoehè meritavano le sue ottime qualità. Fu Giovanni misericordioso, e non solamente dava elemosine a chi le domandava, ma molte volte al bisogno de 'poveri senz'essere domandato soccorreva. Amava ognuno: buoni lodava ede'cattivi aveva compassione. Non domandò mai onori, ed ebbeli tutti. Non andò mai in palagio se non chiamato. Amava la pace, e fuggiva la guerra. Alle Così,
scerete voi;
vostro
.
i
(1)
Distinzione impropria.
(2)
Cioè del governo, della podestà pubblica.
i
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15 avversità degli uomini sovveniva, le prosperità ajutava. Era
comune aumentaNe’ magistrati grazioso, non di molta eloquenza, ma di prudenza grandissima. Mostravasi nella presenza melanco-
alieno dalle rapine pubbliche, e del bene tore.
ma
nico,
era poi nella conversazione piacevole e faceto. Mori
ricchissimo di tesoro,
ma più
di
buona fama e
di benevolenza.
Esortazione a Lorenzo de’ Medici duca d’ Urbino
a liberar
l’Italia.
Nicolò Machiavelli.
Pensando meco medesimo se al presente tempi da onorare un principe nuovo, e se
correvano
in Italia ci
era materia che
desse occasione a uno prudente e virtuoso d’introdurvi nuova lui e bene alla università degli di quella, mi pare concorrano tante cose in benefizio un principe nuovo, che non so qual mai tempo fosse più atto a questo. H) Volendo conoscere la virtù di uno spirito
forma, che facesse onore a
uomini di
italiano, era necessario
che
l’Italia si
conducesse ne’termini
presenti, e che la fosse senza capo, senz’ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa,
E
ed avesse sopportato di ogni sorta rovine.
benché intìno a qui
si
sia
mostro qualcuno da parer
ordinato da Dio per sua redenzione: nientediraanco
come dipoi,
s’
é visto
nel corso delle azioni, é stato dalla fortuna ripro-
vato in modo, che, rimasa come senza vita, aspetta qual possa esser quello che sani le sue ferite
,
sue piaghe, già perii lungo tempo ella
prega Dio che
le
e la guarisca di quelle infistolite.
mandi qualcuno che
Vedesi come
la
redima da
queste crudeltà ed insolenze barbare: vedesi ancora tutta
prona e disposta a seguire una bandiera, purché
ci
sia alcuno
(1) Il tempo dell'autore, attorno al 1516, quando Italia era sbranata fra molti principotti e popoletti, gli uni in guerra cogli altri, e tutti malmenati da Francesi, Tedeschi, Spaglinoli, Svizzeri, agognanti alle nostre ric-
chezze. allora,
11 Machiavelli si mette il problema se e come sariastato possibile, a un principe, far grande sé, e indipendente (a nazione.
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16 che la
pigli.
Nè
si
vede
al
presente in quale la possa più
sperare, che nella illustre Casa vostra, la quale con la sua virtù e fortuna favorita
è principe i
(*),
da Dio e dalla Chiesa, della quale ora
possa farsi capo di questa redenzione.
E benché
grandi uomini siano rari e maravigliosi, nondimeno furono
uomini, ed ebbe ciascuno di loro minore occasione chela presente; perchè l’impresa loro non fu più giusta di questa
nè
nè fu Dio più a loro amico che a
facile;
Qui è
voi.
grande perchè quella guerra è giusta che è nearmi sono pietose, dove non si spera in
giustizia
cessaria, e quelle
altro che in elle.
Qui è disposizione grandissima; nè può
essere grande difficoltà dove è grande disposizione.
E
non
far quello
E
non ha potuto Casa vostra. maneggi di
è maraviglia se alcuno degl’italiani
che
si
può sperare faccia
la illustre
se in tante rivoluzioni d’Italia ed in tanti
guerra,
e’
pare sempre che in quella la virtù militare sia
spenta: questo nasce, perchè
ordini antichi
gli
di
quella
non erano buoni, e non ci è stato alcuno che abbia saputo trovare de’nuovi. Nessuna cosa fa tanto onore ad un uomo che di nuovo sorga quanto fanno le nuove leggi e nuovi ordini trovati daini. Queste cose, quando sono ben fondate, ed abbiano in loro grandezza, lo fanno reverendo e mirabile; ed in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma. Qui è virtù grande nelle membra, quando ella non mancasse ,
ne’capi. Specchiatevi ne’duelli e dei combattimenti de’ pochi
quanto
gl’italiani siano superiori
strezza,
con l'ingegno.
Ma come
con
si
le forze
,
con la de-
viene agli eserciti, non
compariscono, e tutto procede dalla debolezza dei capi, perchè quelli che
non
ci
sanno non sono ubbidienti, ed a ciascuno par sapere;
essendo intìno a qui stato alcuno che
si sia
rilevato
tanto e per virtù e per fortuna che gli altri cedano. Di qui
nasce che, in tanto tempo, in tante guerre
quando è stato un mala prova.
venti anni, fatto (1)
fatte ne’passati
esercito tutto italiano,
Allora sedea papa Clemente VII,
ile’
Medici come
il
sempre ha
duca d'Urbìno.
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17
Volendo dunque uomini
eccellenti
Casa vostra seguitare quegli che redimerono le provincie loro è
l’illustre
,
necessario innanzi
,
a tutte
le altre
cose,
come vero fon-
damento di ogni impresa, provvedersi di armi proprie; perchè non si può avere nè più fidi, nè più veri, nè migliori soldati. E benché ciascuno di essi sia buono, tutti insieme diventeranno migliori quando si vedranno comandare dal loro principe e da quello onorare e intrattenere ( ). È necessario pertanto prepararsi a queste armi per potersi con virtù italiana difendere diigli esterni e ordinare una milizia la quale resista a’ cavalli, e non abbia paura de’ fanti ; il che lo farà non ,
,
il
genere delle armi,
ma
variazione degli ordini.
la
E
queste
sono di quelle cose che, di nuovo ordinate, danno riputazione
grandezza a un principe nuovo. Non
deve dunque lasciar passare questa occasione, acciocché l’Italia vegga, dopo tante e
tempo, apparire un suo redentore. quale amore
hanno
ei
si
Nè
posso esprimere con
sarebbe ricevuto in tutte quelle provincie che
patito per queste illuvioni esterne, con qual sete di
vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime.
Quali porte se
gli
serrerebhono ? quali popoli
bono la ubbidienza? quale invidia se Italiano gli negherebbe l’ossequio?
barbaro dominio. Pigli adunque
gli
gli
l’illustre
neghereb-
opporrebbe? quale
Ad ognuno
puzza questo
Casa vostra questo
assunto, con quell’animo e con quelle speranze che
si
pigliano
imprese giuste, acciocché sotto la sua insegna questa patria ne sia nobilitata, e sotto sui auspicj si verifichi quel le
i
detto del Petrarca: Virtù oontra furore
Prenderà l'arme; e
Chò .
fla
il
combatter corto;
l'antico valore
Nell' italici
cor non è ancor morto.
(1) Vuol dire che, individualmente, gli Italiani erano valorosi più che ma non avcano nè buoni ordinamenti militari, nè chi li capitanasse per una causa nobile, anziché per guadagno, come allora si faceva.
gli stranieri:
Clfttv - A'iloloyui ililìtur* - Pari*
I.
*
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18
Alfonso
re di Napoli.
I,
COLLBNUOCIO.
Fu amicissimo
allo studio delle lettere: e maravigliosa
cosa è a pensare come, in tante agitazioni e perturbazioni di
guerre e varietà di fortuna quali ebbe, e tra tanti negozj
alli gran signori occorrono, mai non intermise il mai l’udire deputazioni, mai il confabulare delle letmai non lasciò la dottrina, nè lo studio. Ancora negli ultimi suoi anni un vecchio grammatico, che era chiamato
quanti
leggere, tere,
maestro Martino, mai non volle che da se partisse: anzi seco in ogni esercizio, stando e cavalcando, ancor nel
menava, sempre
delle occupazioni, lo
di
lettere
mezzo
con
lui
conferendo.
Tanto
gli
piacque, che molte volte
quattordici volte
il
si
gloriò aver letto
Testamento vecchio e nuovo, con
tutte le
sue chiose e commenti: in modo, che non solo le sentenze,
ma
spesse volte
più ardue e
le
difficili
E
parole proprie del testo riferiva. questioni che da’ teologi
si
delle
trattano, se
qualche volta era domandato, subito e gravemente e da teologo rispondeva: sebbene in lingua latina poche volte parlasse.
Per amor singolare che portava alle dottrine, e per denomassimamente alli principi conveniva, per insegna portava un libro aperto. Ed era usato di dire che migliori consiglieri non aveva che morti
tare che la cognizione delle lettere
i
(intendendo dei
libri); perocché quelli senza paura, o vergogna, o grazia, o alcun rispetto, quello che aveva a fare gli dimostravano. Per questo in molti luoghi fece riparare ed
ornare
gli auditorj
(*)
e scuole pubbliche: ed a molti poveri
studiosi costituì provvisioni
,
e spesso ancor fuora del regno,
acciocché potessero studiare.
(1)
Luoghi dove
si
radunavano
gli
uomini a udir
le lezioni de'dotti.
Digitìzed by
,
19 Generosità di Alfonso
I.
Angelo
La il
re,
vittoria sopra
il
ribello
di
Costanzo.
Caldèra usò con tanta clemenza
che parve volesse emulare Cesare dittatore. Perchè
subito che baciargli gli disse:
il
il
Caldèra fu reso, e che scese da cavallo per
piede,
il
— Conte,
Andiamo stanco».
fe’
cavalcare,
e,
con volto benignissimo
voi m’avete fatto travagliare molto oggi.
in casa vostra, e fatemi carezze: Il
Caldèra confuso di vergogna,
ch’io sono
disse:
nel veder tanta benignità nella maestà vostra,
già
— Signore
mi pare aver
vinto avendo perduto».
Giunti che furono a Carpenone, ch’era l’ora tarda, fu apparecchiato
il
desinare
al
re: e poi levata la tavola, essendo
intorno una corona di signori, di cavalieri e di capitani, il
re disse al Caldèra che voleva vedere quelle cose ch’avea
guadagnate
in quella giornata, cioè le suppellettili ch’erano
in quel castello.
Ed
in
un momento furono portate nella una cassa di cristallo,
sala tutte le cose più belle: etra le altre,
dove erano ventiquattromila ducati d’oro
un numero infinito di
bellissimi vasi, e
ed oltre la cassa,
;
una grande argenteria,
più tosto reale che di barone semplice: un gran canestro di gioje di gran valore; gran quantità di tappezzerie ed armi
ed infinite cose belle e preziose. 1
circostanti stavano ad aspettare che
il
re le scompartisse
— Conte,
tra loro;
quando
la virtù è
cosa tanto bella che, a mio giudizio, deve ancora
si
voltò al Caldèra e gli disse:
lodarsi ed onorarsi dai nemici. Io
e tutte queste cose (fuor che
ma
ti
dono ancora
tutto
il
non solo
un vaso
ti
dono
di cristallo
la libertà
che voglio)
tuo stato antico paterno e materno:
me abbi sempre onorato luogo. aveva acquistate tuo padre in terra di non posso donarti perchè
e voglio che appresso di
Le molte
terre che
Bari, in Capitanata ed in Abruzzo,
voglio restituirle ai padroni antichi, che
m’hanno
servito.
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*20
Le
genti U) non posso darti
che
il
,
perchè, finita la guerra, voglio
regno respiri dagli alloggiamenti: e bastano le ordinarie
che tiene
principe di Taranto, gran contestabile del regno.
il
Condòno a
te ed
a
attendano,
tua famiglia
tutti gli altri della
che godano ancora
di tutte le offese; e voglio
come son
il
la
memoria
lor bene; ed
ad essere quieti e
tutti valorosi,
fedeli,
e ricordevoli di questi benefìej».
Caldèra, inginocchiato in terra, dopo avergli
Il i
E
piedi, gli rese quelle
perchè all’ultimo
fedeltà,
il
grazie che
si
baciati
potevano in parole,
re parea che l’avesse notato d'in-
cominciò a scusarsi, e dirgli ch’egli sempre ebbe ma che da
pensiero e desiderio di servire la maestà sua: molti iuimici
di quella
che la maestà
era stato avvisato
sua teneva tanto intenso odio con la memoria e col seme di
Giacomo Caldèra suo padre che desiderava
casa Caldèra, e questa era stata
venuto a servirla.
E
si
offerse di
venire una cassetta di scritture.
la
Ma
estirpare tutta
cagione che non era
mostrare
le lettere; e fé
quel gran re in questo
ancora volse imitare Giulio Cesare dittatore, e comandò che dinanzi a lui si ardessero tutte le scritture.
Scoperta di nuove terre. Francesco Guicciardini.
Hanno
cominciato, già molti anni sono,
i
re di Portogallo
a costeggiare, per cupidità di guadagni mercantili, l’Africa: e condottisi a poco a poco infìno all’isole del capo Verde,
preso di circuito
mano
in
mano maggior animo, 'venuti con lungo il mezzodì al capo di Buona Spe-
navigando verso
ranza, promontorio più distante che alcun altro dell’Africa
da quello volgendosi all'oriente, hanno navigato per l’Oceano insino al seno Arabico e al
dalla linea equinoziale; e
seno Persico. Nei quali luoghi solevano comperare li)
I
le
i
mercatanti
d’
Alessandria
spezierie (parte nato quivi,
ma
che
soldati.
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,
21 per la maggior parte vi sono condotte dalle isole Molucche
lungo e pieno d’incomodità e in Alessandria, e quivi I
cammino
per
e altre parti dell'India, e di poi per terra,
molte spese) per condurle
di
venderle ai mercatanti Veneziani.
quali, condottele a Venezia,
ne fornivano tutta la cri-
stianità, ritornandone loro grandissimi guadagni. Perchè,
avendo
soli
mano
in
arbitrio loro: e coi
le
medesimi legni
coi quali
d’Alessandria, vi conducevano moltissime
medesimi
legni,
i
desimamente a Venezia carichi negoziazione aumentava molto gabelle e
Ma parti
i
i
prezzi ad
levavano
mercanzie; e
i
quali portavano in Francia, in Fiandra,
in Inghilterra e in altri luoghi le spezierie,
le
i
le
spezierie , costituivano
tornavano me-
altre mercanzie.
di
La
quale
l’entrata della repubblica per
passaggi.
Portoghesi, condottisi per mare da Lisbona in quelle
remote, e
fatto amicizia
Calicut e di altre terre
nel
mare Indico
penetrati nei luoghi più intimi
,
coi re di
mano
vicine; e poi di
in
mano
ed edificate fortezze nei luoghi
opportuni, e con alcune città del paese confederatisi, altre fattesi
mercio i
con l’armi suddite, hanno trasferito in sè quel comdi
comperare
le spezierie
Portogallo, le
,
che prima solevano avere
conducendole per mare in mandano poi, eziandio per mare, in quei luoghi
mercanti di Alessandria;
medesimi nei quali
le
e,
mandavano prima
i
Veneziani.
Na-
vigazione certamente maravigliosa e di spazio di miglia sedicimila, per mari al tutto incogniti, sotto altre stelle, sotto altri cieli, con altri istrumenti (perchè passata, la linea
non hanno più per guida la tramontana, e rimangono privati dell’uso della calamita), nè potendo per tanto cammino toccare se non a terre non conosciute, diverse di equinoziale,
lingue, di religioni e di costumi e del tutto barbare e inimi-
cissime dei forestieri. E nondimeno, non ostante tante di (lìcoltà,
hanno fatta questa navigazione tonto familiare che, ove prima consumavano dieci mesi di tempo la finiscono oggi comunemente in sei mesi con pericoli molto minori. si
,
,
Digitized by
22
Ma
più maravigliosa ancora è stata la navigazione degli
Spagnuoli, cominciata per invenzione di Cristoforo Colombo genovese,
il
avendo molte volte navigato per
quale,
il
mare
Oceano, e congetturando per l’osservazione di certi venti quello che poi veramente gli succedette, impetrati dal re di
Spagna certi legni, e navigando verso l’Occidente, scoperse,
in
capo di trentatrè
dì,
neU’ultime estremità del nostro
emisfero, alcune isole, delle quali prima niuna notizia
si
aveva.
Navigazione intorno all’Africa. Daniele Bartoli.
Il
mare Oceano
che, fuor dello stretto di Gibilterra, s'incon-
trae scende a mezzodì lungo la costa occidentale dell’ Africa,
ab antico
fino
si
credè essere impraticabile a navigare; im-
perocché chiunque
si
era ardito a imprenderne
il
passaggio,
o rotto dalle tempeste non era mai più tornato a recarne, novella, o dopo breve spazio risospinto da furiose maree,
aveva tolto
a’
di tentarlo.
più animosi la speranza e
11
primo e
alla rozza e
a’
più avidi
il
desiderio
poco sperimentata arte
marinesca d'allora insuperabile incontro erano le radici del
monte Atlante, che ne’ confini del regno di Marocco mettono in mare con un celebre promontorio, detto volgarmente il capo Non: infame per tanti naufragi fattivi da famosi piloti: talché ormai si aveva per d’impossibile nascimento navigarvi d’intorno e non rompere o affondare; e sopra ciò Chi passa il capo Non, correva fra’marinaj un cotal detto: o tornerà indietro o non». Quando finalmente a Dio, che
—
avea tenute già da
tanti
secoli chiuse
le
porte di quello
incognito mare, piacque aprirle (avrà intorno a ducente anni) alla
cavaliere d’alti e di
dell" infante don Arrigo Giovanni I re di Portogallo quanto ne cape in cuor
generosa e fortunata pietà
quinto genito degli otto figliuoli
magnanimi
principe, per virtù non
di
:
spiriti,
meno che per
reale nascimento
Digitìzed by
23 illustre.
Questi
,
fin dalla
giò vanezza acceso d’un generoso
desiderio di stendere l’imperio della Chiesa agli ultimi termini
primo
della terra,
di tutti s’accinse alla tanto
malagevole,
E benché
e fino a quei tempi disperata navigazione dell’India. in quaranta e più anni che in cotale gli venisse fatto di
giungere
disegnava, pur nondimeno
fin
gli
impresa
dove
il
faticò, non grande suo animo si
riuscì di spiantare
termini,
i
che ritenevano l’arte del navigare poco più che a’
dell’Europa: e con ciò
brevi confini
a’
re
dentro
discendenti
suo lignaggio, e della sua medesima generosità eredi,
del
aperse e spianò la strada prima agli scoprimenti, poscia indi al conquisto dell’Asia.
al traffico, I
primi pensieri che a cotale impresa condussero don
Arrigo, gli
si
svegliaron nel cuore all’assedio di Ceuta, città
Mori rimpetto a Gibilterra, guadagnata a forza d’armi don Giovanni suo padre l'anno 1415. Fatto quivi anch’egli, sotto la disciplina del padre, cose memorabili in guerra, ne riportò un nobile desiderio d’abbassare l’ orgode’
dal re
glio, e
rompere
perciocché
il
la forza dei
nemici del
nome
cristiano.
Ma
passaggio in Africa contro dei Saraceni a guerra
formata richiedeva troppo più ch’egli da sé non poteva, rivolse
i
pensieri alla navigazione, e al conquisto di qualche
regno, o almeno di qualche porto nell’India.
Così seco medesimo stabilito,
si
diede a far grande studio
nella geografia: nè veniva in Portogallo barbaro d’ Africa, da cui sollecitamente non ispiasse delle spiaggia, de’pro-
montorj, de’ porti, delle terre marittime di que’ regni: e assicurandolo tutti concordemente del correre non interrotto
ohe fa la costa- di Barberia fuori dello stretto fino a volgersi alla Ghinea, che tutto a lungo al
mezzodì;
egli
luogo opportunissimo agli
navigazione
E
al di
si
ri-
stende incontro
elesse per abitarvi la terra di Sangres, studj e
ad inviar di quivi la
fuori dell’Africa.
piacque a Dio dargli,
fin
da principio, una non picciola
ricompensa del merito de’suoi desiderj. offerendogli
in
pegno
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24 dell’avvenire due isole fino allora
non cerche nè
risapute.
Ciò fu verso l’anno 1420; presso al quale inviò Giovan Gonzalo Zarco e Tristan Vaz con due caravelle ben corredate scoprimento delle costiere oltre a Marocco: e questi
allo
appena furono sul voltare all’incontro di Fez, che si levò una furiosa burrasca, che gli ebbe a mettere in fondo: onde, veggendosi mal parati a reggerle contro, si diedero a correre a fortuna rotta sempre più dentro mare. Dove la tempesta e il vento li portarono ad un’isola, fino a que’ tempi incognita, situata nel meridiano delle Canarie più sopra a settentrione ^ la quale essi nominarono Porto Santo, perchè quivi ebbero scampo dal naufragio e riparo dalla tempesta. Poscia rabbonacciato i
legni, si fecero
il
mare, e
animo
di
riforniti e rimessi in assetto
navigar più avanti,
un’ altra isola maggiore, non
e.
riconoscere
molto da lungi, e questa,
perocché tutta era piantata di densissime selve, chiamaron
Madera, cioè del Legname. L’una e
l'altra di
queste isole
si
aggiunsero alla corona di Portogallo con quel grande utile
che cominciò subito a renderne
la
Madera, arsevi
che l’ingombravano inutilmente, e messo a lavorio cheri
selve
di
zuc-
terreno.
il
Con
le
pegno della divina protezione animato, l’infante non cessò per molti anni appresso di cimentar nuovi legni allo scoprimento, finché il 1133 vi destinò Gileanes, natio di
tal
Lagos, capitano e nocchiero pratico e arrischiato.
tato oltre
terribile
il
Mon-
promontorio Non, cent’ottanta miglia più
giunse fino ad un altro, a cui in sua lingua diè
nome
capo Bogiadore, che è quanto dire Volteggiante, per li molti raggiri e torcimenti che fa, dove la spiaggia rientra
di
Quivi egli ristette; di gran cuore che fosse, ebbe animo di spingere nave più avanti. Perciocché non essendo costumati di ingolfarsi a mare aperto, nè avendo l’uso dell’astrolabio nautico per guidarsi con l’altezza del sole e delle stelle, andavano lungo il lito costeggiando sempre a veduta di terra:
in sè stessa, e si rivolge in varj seni.
nè, pei
1
la
Digìtìzed by
25 e quivi al capo Bogiadore, dove
una punta
di venti
miglia
entra in mare, incontrarono un tal ribollimento di acque
con onde sconcertate, oltre che grandi come in tempesta, che più avanti non
0
si
ardirono, per tema di non affondare.
fosse di ciò cagione
il
poco fondo che v’è; o rincontro
d’una velocissima corrente che va a libeccio de’ due
(0
;
o
il
conflitto
mari che urtandosi rompono e bevano onde; o
maestrale che vi può alla distesa ricolosa marea, che
il
;
infine v’era
una
sì
il
pe-
Gileanes disperato e pieno di terrore
diè volta, e tornossene a Portogallo.
Con questo
la
navigazione
ristette
parecchi anni
a tanto che Iddio nuovi stimoli aggiunse al cuor
;
fino
dell’ infante;
e l’animò a proseguire l’incominciato. Ciò che subitamente
adempiè, inviando, l’anno 1443, Tristan Nugnez dietro alle orme di Gileanes: ma con più felice riuscimento, siccome egli altresì
navigò con più savio avvedimento, tenendosi
alquanto più dentro mare fuor degli scompigli del Bogiadore fino
a scoprire un nuovo promontorio, a cui, dal colore
che da lungi mostrava, diè nome di capo Bianco. Indi a due anni Dionigi Fernandez passò oltre a capo Verde, rimpetto aH’ultima deH’isoleGorgadi, in quattordici gradi d’altezza settentrionale IM. Finalmente della Serra Liona, che è
tono in mare presso oltre di
si
proseguì fino al promontorio
una lunga catena
a’ confini
capo Verde.
E
della
di monti che metGhinea, sei gradi più
quivi terminarono gli scoprimenti
che, nel corso di quarant’ anni, si fecero dall’infante:
Iddio chiamò l’anno 1460 a prendere in cielo
il
cui
porto delle
sue gloriose navigazioni. Principe di rare virtù e d'immortale
memoria, degno
di
quel celebre detto, che fin da’ primi anni
levò per suo proprio motto, e
i
capitani e
i
nocchieri suoi
solevano inciderlo nelle pietre e nelle cortecce degli arbori,
dovunque giungevano a riconoscere nuovi paesi, ed
era:
Talento dì ben fare. (1) (2)
Libeccio è il vento di sud-ovest: maestrale il vento di noni-ovest. Cioè di latitudine, ossia elevazione sopra la linea equatoriale.
Dìgitized by
26
di
Su le vestigie d’ un così avventuroso principio seguirono tempo in tempo Alfonso, Giovanni e Manuello, che l’un
dopo l’ altro succedettero nella corona di Portogallo ad Odoardo, il quale, morto Giovanni I, regnò solo cinque anni. E ne’ tempi di Alfonso V, l’anno 1471, Fernando Gomez navigò fino
al
capo delle Tre Punte verso
Ghinea, presso dove, indi a dieci anni, della
Mina
che quivi
di
si
si
mezzo
il
permute,
delle
fanno principalmente coll’oro, di che
fiumi di
i
quel paese abbondano a gran dovizia. Più avanti sotto
Giovanni
II,
Diego Can
si
pico fino
all’
il
anno 1487, Bartolommeo Diaz uscì dal tro-
ultimo capo dell’Africa; e quivi rizzato
Santa Croce una colonna (ciò che parimenti avea
Can
portò,
fin di là dell’equinoziale, sei-
cento miglia di costa oltre al regno di Congo. Poscia
seguente, che fu
della
fabbricò la fortezza
San Giorgio per assicurazione
l’
nell’ isola
fatto
Diego una
nelle spiaggie da lui riconosciute) con in testa
croce e nel fusto intagliata in lingua portoghese e latina
una
breve nota in memoria del tempo, dello scopritore e del
don Giovanni, per cui servigio era
re
Dove contando
Portogallo.
zione e’1 termine
al re
i
fatti
tornossene a
ito,
della sua naviga-
perchè in quell’estremo capo
d’essa,
dell’Africa trovò che vi facevano mari altissimi, a cagione dei
due oceani che quivi
l’altro, disse
Ma
pestoso.
smarriti
si
i
terrori del
capo
il
capo Non, onde
i
Tem-
marina)
«Non (disse) anzi in avvenire si Buona Speranza »; e tal nome, tuttavia
avvilirebbono,
capo
ritiene: e
affrontano e frangono l’uncontra
re più accortamente, acciocché quell’ odioso
nome non rinnovasse chiami
si
che perciò l'avea soprannomato il
di
trovasi
in
gradi
trentaquattro e due terzi di
latitudine verso l’antartico.
Non vedere
però avea Iddio destinata a questo re la al
suo tempo adempiuto
trovamento dellTndie, Manuello. Iddio
sì
ma
il
felicità di
lungo desiderio del
ri-
riserbatala al suo successore re
fattamente
il
prosperò, che oon
navi che mise in mare, trovò egli quello che
i
le
prime
suoi anti-
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27 passati
nel
corso di
settantacinque anni aveano cercato
indarno. Nè minor gloria dovrassene allo scopritore, che fu Vasco Gama, cavalier portoghese, di sangue illustre e d’animo coraggioso. Questi avuti da Manuello quattro legni, tre armati a corso e uno da vittovaglia, e con essi titolo di ammiraglio, si pose in apparecchio di gente e d’armi per mettersi in mare il luglio del 1497; tempo (come po,
scia la sperienza insegnò)
il
più disacconcio che fosse per
la navigazione dell’Indie; perciocché al proseguire del viaggio
non
si
avviene
in quella
generali e distesi
avea disposto, a
che chiamano mozione de’ venti
che portano a quelle
,
lin
che da Lui solo
parti.
Ma
Iddio così
riconoscesse in dono
si
quello, a che nè l’industria dell’arte nè
favore della natura
il
le cose di prima invenzione e di gran fare formano a un tempo medesimo tutte intere, ma a poco a non errare. Or Vasco, già ben fornito di quanto gli bisognava a naviprima di mettere vela andò con un dì gli gare, altri capitani
concorsero. Oltre che
non
si
poco, e spesso prendendo dagli errori regola per
di
quel piccolo stuolo a vegghiar la notte avanti la Reina
del cielo nella casa di Betlem, eh’ è nel serraglio
navi s’adunano e
muovono
alla partenza. Indi egli,
dove con
le
tutti
appresso soldati e marinaj dell’armata, comparvero spediti per mettersi nel naviglio. Intanto una numerosa moltitudine del
gran popolo
di
Lisbona e nobiltà, e Corte erano
usciti,
chi a vedere la solennità di quell’ ultima dipartenza, chi ad
accompagnare gli amici e parenti, i quali quel periglioso rischio d’una sì dubbiosa, e la più parte al tutto incognita navigazione a un altro mondo, facea mirare con istraordinaria tenerezza di affetto, come mai più non si avessero i
a rivedere: e nello scambievole abbracciarsi e darsi l’ultimo
addio facevasi un pianger dirotto d’ambedue più,
quando
i
processione al
religiosi del romitorio di lito,
targli alld navi,
li
dove
gli
le parti: e allora
Betlem, condottisi in
aspettavano
i
battelli
per tragit-
fecero por ginocchioni, e raccomandatili a Dio
e alla sua Madre, diedero loro una generale assoluzione e indul-
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28 genza in caso di morte. Ciò fatto, salirono sopra le navi: e date le vele a tramontana, usciron del porto ai nove di luglio del 1497, seguendoli lungamente
pregando ad alta voce un
Era
in que’
il
felice
popolo con occhi
tempi migliorata d’assai
e loro
navigare
l’arte del
come regolatrice
per iscienza, osservando
fissi,
viaggio e un più felice ritorno.
l’altezza
meridiana
qua e di là dal cerchio equinoziale si compilarono tavole. Vasco e i piloti delle sue navi, con sì buono indirizzamento assicurati, miser le prode ad alto mare; e dopo gran pericoli di burrasche toccarono l'isola San Jacopo, eh’ è la maggiore delle dieci di capo Verde; e del sole
:
delle cui declinazioni di
quivi dato porto alle navi, e rinfrescatisi di ciò che lor faceva
bisogno, s’avviarono al il
trovarono, secondo
Capo di Buona Speranza. E in
il
nome che
gli
avea posto
verità
il
Diaz,
estremamente tempestoso e miracolo fu che ne campasser la vita: onde si levò contro al Gama una tempesta de’marinaj, ;
assai peggiore di quella del mare: perocché questi, atterriti dal
presente pericolo , e più temendo, se andavano oltre volta indietro,
si
congiurarono
di gittarlo in
per dar mare, e con la ,
morte sua riscattare a sè e a’ compagni la vita. Di che il Gama avvedutosi, mise i capi della cospirazione in ferri: e postosi egli medesimo al governo della nave, fece il timoniero e il
piloto, fin che diè volta al
di
quel mare. Indi messe
le
Capo, e
tutti
seco uscirono
prode fra tramontana e levante,
sempre lungo le costiere dell’Africa, afferrarono all'isola Mozambiche , poscia a Melinde , città metropoli di quel regno ; e quivi avuto un piloto usato a quei mari, si misero a traverso d’un golfo di due mila e cinquecento miglia; e a’ diciotto di maggio del 1498, dieci mesi da che si partirono di Lisbona, dieder fondo nell’India sopra un porto trenta miglia lungi daCalecut, città del Malabar, popolatissima in que’ tempi
per lo traffico delle spezierie, parte natie di
quelle contrade, parte recatevi da Zeilan, onde perciò
i
mer-
catanti del rimanente dell’India e d’altri regni più oltre,
quivi approdavano e facevano scala.
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29 Lodovico Sforza persuase Carlo Vili di Francia a venir a
conquistare il napoletano: e in tale occasione si fece egli stesso
duca di Milano: poi venne in rotta coi Francesi, e fu assedialo in Novara cogli Svizzeri suoi stipendiati, l’anno 1500. Guicciardini.
I
capitani svizzeri che erano con Lodovico, benché nell’e-
di Novara avessero dimostrata fede e virtù, si erano, per mezzo de’ capitani svizzeri che erano nell’esercito
spugnazione
dei Francesi, convenuti occultamente con loro. Dellaqual cosa
cominciando per alcune congetture Lodovico a sospettare, sollecitava che quattrocento cavalli e ottomila fanti che
or-
si
dinavano a Milano, si unissero seco. Cominciarono a tumultuare in Novara gli Svizzeri, istigati da’ capitani, pigliando per occasione, che il dì destinato al pagamento non si numeravano i denari. Ma il Duca, correndo subito al tumulto, con benignissime parole e con tali preghi che generavano non mediocre compassione, donati ancora loro tutti i suoi argenti, li fece stare pazienti ad aspettare che da Milano venissero denari. Ma i capitani loro, temendo che, se col duca si unissero le genti che si preparavano a Milano, s’impedisse il mettere a i
esecuzione
il
tradimento disegnato, operarono che l’esercito
francese, messosi in arme,
si
accostò innanzi alle
mura
di
Novara, attorniandone una gran parte, mandati alcuni cavalli tra la città e
il
fiume del Ticino, per tórre
facoltà di fuggirsi verso Milano.
Il
al
duca e agli
altri la
quale, sospettando ognora
più del suo male, volle uscire con l’esercito di
Novara per
combattere con gl’inimici avendo già mandati fuora i cavalli ;
Borgognoni a cominciar la battaglia. Alla qual cosa fu apertamente contraddetto dai capitani degli Svizzeri;
leggieri e gli
i
allegando che, senza licenza dei suoi signori venire alle
mani
co’ parenti proprj, e
con
,
non volevano
gli altri della
sua
coi quali poco dipoi mescolatisi, come se fossero di un esercito medesimo, dissero volersi partire subito per andarsene alle lor case. Nè potendo li duca, nè con preghi nè
nazione
:
Digitlzed by
30 con
lagrime nè con infinite promesse, piegare la loro bar-
le
bara perfidia,
si
raccomandò loro efficacemente che almeno
conducessero lui in luogo sicuro. co’ capitani francesi di partirsi e di
abito d'uno de’ loro fanti
in
non
erano convenuti
non menarlo seco
concedergli la sua dimanda, consentirono
essi,
se
Ma perchè
si
,
negato
mescolasse tra
per istare alla fortuna,
,
La qual condizione ac-
fosse riconosciuto, di salvarsi.
da lui per ultima necessità, non fu sufficiente alla sua Perchè, camminando essi in ordinanza per mezzo
cettata salute.
dell’esercito francese , fu riconosciuto
.
mentre che mescolato ,
nellosquadrone,camminavaapiede,vestitoearmato come svizzero; e subitamente ritenuto prigione. Spettacolo
che mosse
le
sì
miserabile,
lacrime insino a molti degli inimici. Fu condotto a
Lione, dove allora era
il
re, e introdotto in
quella città in sul
mezzodì; concorrendo infinita moltitudine a vedere un principe,
poco innanzi
licità invidiato
di tanta
grandezza e maestà, e per
da molti, ora caduto
la
in tanta miseria.
sua feDonde,
non ottenuta grazia d’essere, come sommamente desiderava, intromesso al cospetto del re, dopo due dì fu menato nella torre di Locces: nella quale stette circa dieci anni, e insino alla fine della vita, prigione, rinchiudendosi in
carcere
pivano
i
una angusta
pensieri e l’ambizione di colui, che prima appena ca-
(*)i
termini di tutta
l’Italia.
Bartolomeo di Alviano. Ariodante Fabrbtti.
Bartolomeo
di
Alviano. nacque nel 1445 da Francesco
(signore di alcune terre
nelle circostanze di Todi
e spe-
cialmente di quella che distinse la sua famiglia) e da Isabella
de’ Conti
degli
Atti.
Alla carriera delle armi diede
principio sotto le bandiere di Napoleone Orsini, cui servì
come paggio, (1)
poi di Virginio Orsini:
il
quale, riconoscendo
Contenevano
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31
molte preclare disposizioni, conferivagli
lui
in
e
lo
stemma
sua casa; e compiacquesi
di
sangue
vincoli di
agli
Orsini
.
nome
il
legarlo
coi
dandogli a sposa una sua
figliuola.
Ed
eccolo far prove
valore,
di
dando opera per
la libe-
razione del padre, tenuto prigione da Paolo II: poi coll’Orsino nell’assedio di
Rimini contro
i
Malatesti. Nel 1491. es-
al servizio de’ Fiorentini, venne a Perugia con Paolo e Camillo Vitelli per fortificare la potenza dei Ba-
sendo già entrato
glioni, usciti allora vincenti di
Da
indi innanzi
sanguinosa lotta con
Giampaolo Buglioni
e
gli
Bartolomeo
viano fecero causa comune, e di concerto
il
Oddi.
di
Al-
mestiero di ca-
pitani di guerra esercitarono in Italia. Pantasilea Buglioni, figlia di
Ridolfo e sorella di Giampaolo, fu sposata all’Alviano
nel 1494: rassodata così viemeglio la concordia de’ lorosi, dirizzate
a
comune vantaggio
le
due va-
armi. Nel qual tempo
i’Alviano, pigliando parte nelle calamità del suo paese, ripristinò in vallesi,
Todi per
la
le
potenza degli Atti, avversata dai Chiara-
sciagurate rivalità de' quali molto sangue con-
tinuamente spargevasi. Ritornato dappoi nell’esercito di Virginio Orsini, seguì le insegne del re di Francia: abbandonato dalla buona fortuna, fu prigioniero di Ferdinando re di Napoli,
mentre Alessandro VI faceva svaligiare e spogliare
di tutto le
sue soldatesche.
Ma
presto usciva dal carcere
;
e,
raccolto ogni maniera di soldati, marciò all'assedio di Brac-
ciano e dell’ Angu iliaca, e ottenne segnalata vittoria sopra popoli; e oltre le lodi di molti,
guadagnò
il
i
favore e la stima
di varie signorìe italiane.
La
patria sua lo rivedeva nel 1495, difensore degli Atti.
Grave perdita
di soldati
e stragi e patimenti costò l’assedio
Monteechio e della rócca di Todi, ove Altobello dei Chiaravellesi si difendeva con un valore più che feroce. Si quietavano per poco le ire dei pateggianti, venuto l’Alviano a
di
spalleggiare gli Atti
contenere
i
;
ma
al partir
suo non v’era modo
di
Chiara vellesi.
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32 Frattanto gli
si
era condotto al soldo di Piero de’ Medici 9)
che preparavasi a marciare sopra Firenze (agosto 1497); poi, a persuasione dello stesso Medici, andò nel campo de’ Vene-
Contro
ziani.
i
Fiorentini
forbivano
si
ziani e dei Medici fuorusciti;
gimai
sopr’altri condottieri in
certamente superiore a
le
armi dei Vene-
duce principale l’Alviano, oggrande riputazione di ardito, e
tutti nella rapidità delle
imprese, e
nel cominciare che nel condurre a fine le guerre. di
Cesena e
di
Per
sì
la via
Sogliano giunse di mattino alla Badia dei Ca-
maldoli: spacciatosi per soldato de’ fiorentini, v’entrò
come
vi si fortificò. Con uno stratagemma occupò in pari tempo Bibiena; e tantosto in quelle terre, che lo avevan salutato amico e difensore di Fiorenza, si piantò il governo mi-
padrone e
litare del venturiero.
Gli sbigottiti Fiorentini la via di
mandarono Paolo
Vitelli
Arezzo e del Valdarno. Pari erano
a chieder
le forze dei
combattenti: le armi dell’Alviano non andavano più oltre nelle toscane terre.
Continuò
egli
Borgia, finché
si
nella
condotta co’ Veneziani e contro
accostò alla causa del re di
il
Spagna con
quei prodi di casa Orsina. Nel reame napolitano, quando più inferociva la guerra tra Ferdinando
Francia, dispiegò
le ali del
mandò
Cattolico e Luigi di
il
valor suo. sia nel consiglio, sia
nell’opera dèlie armi, e sorprendeva
il
campo
francese.
a tutto
Nel giorno seguente (28 dicembre 1503)
l’esercito spagnuolo. il
supremo capitano
Consalvo Còrdova ordinò alla retroguardia movesse salto
Co-
e diresse la costruzione d’un ponte di barche e gitta-
tolo sul Garigliano, aprì la strada
del
campo
francese.
Bartolomeo
di
Alviano
all’as-
colla
(1) Nel quattrocento la guerra più non faceasi che per opera di capitani di ventura, i quali formavano per proprio conto delle bande, poi le menavano a combattere ora per questo, ora per quello, senza altro sentimento che del guadagno e dell'ambizione ; neppure consideravasi tradimento il passare da una potenza alla nemica, e i soldati non cercavano che la paga e il bottino; eprocuravasi non di ammazzare i nemici, ma di farli prigionieri per averne grossi riscatti. Se ne ragiona distesamente più avanti.
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e
33 vanguardia e
il
grosso dell’esercito spagnuolo passarono
fiume, innanzi che
i
nemici fossero capaci
passaggio. Si ritiravano
scaramucciando nella
i
di arrestar loro
il
il
Francesi a Gaeta, combattendo e
ritirata,
mal
difesi
dalla cavalleria,
combattuti al ponte di Mola, e costantemente inseguiti e percossi
a tergo dall’Al viano;
rotti e sfiniti,
a stento sè colla fuga
salvavano. Di che cresceva a ridoppio, appetto ai Francesi, l’onore degli Italiani
Da tutte parti
,
vincitori della sfida di Barletta.
piovver lodi a Bartolomeo di Alviano, autore
principale della memorabil e
vittoria,
per la quale e tregua
pace risultò tra Francia e Spagna, e quiete nel reame
Ma quando
di
degna ricompensa dal sire spagnuolo o dal viceré intese (die nel camposi pigliavano economiche disposizioni, diminuendo a ciascun condottiero indistintamente gli stipedj convenuti. Sparlò contro il ConNapoli.
egli aspettava ,
salvo perla disgraziata risoluzione; e inascoltate
le
ragioni sue
e sin le minacce, rinunziò alla condotta del re di Spagna.
Sem-
pre aperta era però la via alle imprese di guerra in Italia; e
assunse un’altra volta l’incarico
di
rendere Fiorenza a Piero
de’ Medici.
Approssimavasi
colle sue
armate schiere
ai confini
della
Toscana; e sicuro nell’appoggio del Petrucei. del Baglioni, dei Vitelli e degli Orsini entrava animoso nel piano di Scarlino, tenutala via di Maremma (2 agosto 1501) Ma è lunga e scabra la via per correre a Firenze: malagevol cosa daresovr’essala vittoria ai Pisani. Dippiù il Baglioni e il Petrucei non aprivano l’animo manifestamente in favore di lui; solo in secreto soccorrevamo, attendendo prima un chiaro avviso di prospera e decisiva fortuna. Intanto la signorìa di Firenze, conoscendo quali fossero le voglie e le disposizioni dell'Alviano, sceglieva riraedj op.
portuni, pronta la
al sacrificio di sè
per dissipare ad ogni costo
minacciante procella.
Per
questi preparativi dei nemici non rimase sgomentato
l’Alviano; ben forte di uomini d’arme, di cavalleggeri, di stopMilitar
- Furto
I.
3
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34 piettieri, di lancio spezzate, si
dispose a marciar verso Pisa;
giorno 17 agosto (1504) mosse in ordine di battaglia alla Torre di San Vincenzo. Due ore di ferocissima pugna diedero
e
il
l’onore della presagita vittoria al Benti vogli
sangue per le
di
ferite, si ritrasse.
:
e l'Alviano, pien
Esultarono
i
Fiorentini per
questa vittoria, tanto più che l’Alviano, confidando assai nelle secrete sue intelligenze, orasi vantato di voler abbattere la re-
pubblica di Firenze ed ogni suo difensore: ed abbandonaronsi
ad allegrezze poi che nella sala del gran consiglio videro le
nimiche bandiere.
La guerra de’ Veneziani con Massimiliano imperatore chiamava l’Alviano ad altri, ma più gloriosi esperimenti (•'. Andò prima
alla difesa del Friuli, allorché l’armata straniera
vo-
leva penetrare nelle terre venete ; e vide mille tedeschi morti sul
campo,
e più di mille prigioni. Più avanti spingendosi,
entrò nella valle di Cadòre, e
il
castello di questo
nome occupò
per patto (febbrajo 1503). Maravigliose furono la rapidità eia
prodezza dell’Alviano in questa guerra, così disastrosa per Massimiliano. Voleva ad ogni suoi possedimenti.
Dopo
Cormons, cui, per rifiuto
la
modo
ferire
il
Tedesco sin nei
presa di Cadòre venne a
di arrendersi,
consegnò
campo a
alla
rapace
voglia de’ soldati: alla guarnigione di Gorizia intimò la resa,
eaciòcostrinselaa colpi
di artiglieria,
designandola fortezza
contro alla ferocia dei Turchi.
Non fastidito
impraticabili a corpi armati,
si
sacco
le
dalle strade quasi
reca a Trieste; ne
manda a
circostanze : impaurisce la città con assedio di terraedi patti, poi le
impone grossa taglia. Por-
sui confini della
Schiavonia, obbediscono
mare: l’obbliga venire a
denone e Fiume,
subitamente alla fortuna dell’Alviano. Presidiata ogni terra e fortezza, va a Venezia il sedicesimo giorno di luglio: gli si fanno incontro
il
Doge
e trecento gentiluomini tutti con le
vesti di cremixi sino ni piedi, insieme da una gran nave dorata portati (la quale si dice il Bucintoro) con
(1)
di
Lo principali potenze
Cambray per diminuire
l'Italia e
ili
fuori
arcano fatto tra loro
la
Lega
o distruggere la repubblica di Venezia.
Digìtìzed by
35 tanta festa
et
leticia
di quella città, che proprio parca la
fortuna non pio poterli assistere. Succede per
instabile
breve intervallo la pace ; nella quale trattasi secretamele una formidabil lega contro Venezia, segnata a
Cambray
il
10
dicembre 1508. Apparecchiati erano eserciti numerosi e
per lanciare
colpo alla vetusta repubblica di Venezia: sventolavano
il
fatai
le
insegne
di
forti
di Massimiliano d’Austria, di Lodovico di Francia, Ferdinando d’Aragona: papa Giulio aveva benedette le
armi. Risonava adunque cata la
un alto grido di guerra, poi notifiLega nel marzo del seguente anno (1509). Certo non fu Primamente senatori
allora straniero lo spavento a Venezia.
cercavan placare gli sdegni offerte e concessioni
di tali
i
aggressori potentissimi con
dominio:
di
ma
inutile ogni mezzo,
entrarono anch’essi nel pericoloso travaglio della guerra.
Una
poderosa armata misero in punto, duci principali Bartolomeo di
Alvianoe il conte di
Pitigliano,
sala senatoria, sposero
i
i
quali, chiamati tosto nella
propri consigli. Più maturo di anni
e di senno, disse l’Orsini « doversi guarnire di bastante presi-
una Lega formata da non poter durare lungamente;
dio la terra ferma e stare sulle difese; varj principi, gelosi tra loro, si
vinceva temporeggiando». L’Alviano, manifestò contraria
in campo prima che il sire di Francia sopraggiungesse non attenderli in casa propria; sconvolgere gli stati milanesi. I padri abbracciaron il medio
sentenza; convenire di mettersi ;
partito.
Andava a Venezia
la
fama delle considerabili
forze adunate
dagli stranieri. Sovr’essi pareva cumularsi tutta l’ira del cielo
tempo la Reognuno certezza di evento disperato
e degli uomini, tanti furono
pubblica colpirono. Era per
in
i
disastri che in quel
lei.
Mentre a Franceso Gonzaga opponevasi il nostro Bartolomeo nelle veronesi campagne, il conte di Pitigliano rincacciava nemici di là dall’Adda; e non poche terre prese dai F rancesi ricuperò colla cattività della guarnigione (8 maggio i
,
Digitized by
Googfe
Ma
1509).
Lodovico
ninno discese a campai battaglia. Desideravate Francia:
di
desiderava e consigliava l'animoso
la
ma il contedi Pitigliano, duce principale dell’emaggior credito e riputazione nel veneto senato, durava nel primo suo consiglio di aspettar la buona ventura, Bartolomeo;
sercito e in
vincere colla spada nel fodero.
Ad
modo
ogni
egli
vi si
preparava Lodovico XII;
e,
mentre
i
Repubblica guazzano nel saccheggio di Treviglio,
soldati della
ordina la costruzione di tre ponti sull’Adda, e conducei
Francesi all’altra riva, cui non avrebbe giammai stimato toccare senza incontrar resistenza. Questo aveva presagito l’Al— viano, e consigliato condurre l’esercito presso al fiume ; ed ora
non potendo
colle parole
rimuovere
i
soldati dalla preda, gli
le fiamme. Ma nè tempo a’ suoi di rompere la marcia ai nemici. Per la qual cosa sì fortificarono di nuovo Veneti a Treviglio: e Francesi accamparono dappresso. Lunga pezza non vi dimorò Lodovico: fu suo pensiero di segregare l’armata nemica dalla città di Cremona e di Crema, ove erano
obbligò a lasciar Treviglio coH’appiccarvi
pure
il
feroce consiglio diè
1
i
le
prigioni della Repubblica;
volta. prese la strada di
Che fanno Crema per giunga.
Il
vegnente;
allora
i
e,
dato fuoco al villaggio di Ri-
Pandino
in bell’ordine di battaglia
duci della signorìa i Vogliono correre a
la via più breve, e
prima che
conte di Pitigliano dispone
ma
i
l'oste francese vi
suoi a partire
dimore, e forse meglio previdente, tien fermo sull’istante. la
il
giorno
l’Alviano, di spirito caldo e fastidioso delle
Vinse il
marciare consiglio dell’Alviano. L'avanguardia e di
retroguardia veneta, guidate da lui e da Antonio de’ Pii, e
l’avanguardia francese condotta da Carlo Amboise e Gian-
Giacomo Trivulzio, trovavansi di quelle e di
vicinissime, innanzi che
i
duci
il credessero. Era inevitabile per Luna pugna o l'incerta fuga.
questa
e per l'altra parte la
Ma non pari
di condizione gli eserciti.
fidare nell’ajuto dell'intiera armata,
I
Francesi potevano
che loro passo passo se-
guiva; l’Alviano sapeva che ogni ora più
gli si
faceva dalunge
Digitized by
37 l’Orsini, condottiero del grosso dell’esercito, l/impaziente
prode Bartolomeo non fugge dinanzi
anche fa
può
volesse,
il
al
ma
nemico; nè, quando
ricusarsi al combattere.
Subitamente
intendere alFOrsini essere egli presso a cozzare coll’avan-
guardia francese; impossibile delle sue colonne; ziani.
il
vincerla senza
il
il
concorso
ritardo sarebbe fatale alla salute dei Vene-
Nè il Conte apprezzò le parole dcll’Alviano; e credendole
un’altra manifestazione dell’animo suo violento ed ardito, lo
consigliò a ritirarsi: tale essere
il
comando de’senatori. 11 comil giorno 11 maggio 1509
battimento era però incominciato
presso Pandi no, ad Agnadello, nella Ghiaradadda. L’Alviano attaccò la cavalleria francese con tanto vigore, che presto in-
dietreggiare la fece; nè s'arrestò finché inseguita e scompigliata
non
l’ebbe
Sopravvenne
in quel
punto l'armata
Lodovico. Più accanito e fiero, più pericoloso allora
Furon
battere.
que’ tempi per
tre ore di
numero
di
pugna; una
il
di
com-
delle più clamorose a
morti e per valore e militari esperi-
menti. L’Alviano combattè col vigore suo proprio, raddoppiato
allorquando la speranza ne’ soccorsi del Conte mancavagli affatto fanti romagnuoli. da ogni altra fanteria distinti, spiegarono una fermezza e una gagliardia maravigliosa, e mor:
i
talmente ili
feriti
battaglia.
E
il campo numero, non
od uccisi, coprirono dei loro corpi tanti
prodi soccombettero al
all’impeto solo e alla prodezza de’ Francesi, la cui vittoria fu coronata dalla prigionìa dell’Al viano, ferito in volto, c
trascinato nel padiglione del sire.
L’agitazione, foriera d’altre disgrazie, entrò nel de’ Veneziani. Vacillarono
i
cuore
senatori, sconfortati dal sinistro
caso e dalla conseguente superiorità de’ Francesi che rapidi distesero
meno
i
loro dominj,
le ostilità
occupando
liani
città e fortezze.
Niente di
continuarono, vigorosissime e ostinate, fra
soldati stranieri, venuti di
Francia e
rii
Germania, e
gl’ita-
per la regina dell’Adriatico.
Eran
Barvergognosamente da
degni questi prodi di militare sotto gli ordini di
tolomeo d’Alviano per causa
italiana,
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38 italiani principi per
matte gelosie disertata. Niuna speranza
di
vicina liberazione avevasi per quel valoroso, che quattro anni fu prigioniero sino alla
pace dei Veneziani col re di Francia.
La qual pace ed alleanza tra’ Veneziani e Lodovico XII (maggio 1513), non lontanò dall’Italia nè dalle terre venete la guerra. Se il re di Francia univasi a Venezia, erano dall’altra parte Massimiliano e Leone X colle bande svizzere: neutrale
il
re d 'Aragona.
L’Alviano corse a Venezia, riacquistò la stima, e furongli destinati cinquantamila ducati all'anno, perchè tenesse a servizio della
Repubblica cinquecento balestrieri a cavallo e tre-
cento uomini d'arme. Di un esercito novamente ordinato nel
veronese andò
al
nelle rapide corse co’ nemici della
comando. Pieno di quella sua confidenza con ardire sempre maggiore entrò in lizza ,
Repubblica. Di intelligenza col maresciallo
Trivulzio, tentò da principio
un
assalto sopra Verona, ben
guarnita di militi tedeschi: poi marciò a Valeggio e Peschiera, e di là trasse vincitore a
Cremona.
Sin a Lodi era corso colle venete schiere l’Alviano per
congiungerle a quelle di Lodovico; allorquando, chiusagli
la
via da alcune colonne spagnuole, udì la improvvisa disfatta de’ Francesi
a Novara (giugno 1513) Lasciata Cremona in.
difesa e in preda dell’avarizia spagnuola,
nè tardò a serrarsi
in
Crema Renzo da
Padova, siccome
il
si
ritrasse a Ghedi:
Baglioni in Treviso
campagna in tanta furia e fortuna de’ nemici svizzeri che scorrevano a ferro e fuoco le possessioni della signorìa. Stava TA1viano alle Tombe, inquieto della sinistra fortuna, impaziente di non poter rovesciare sugli avversarj Tira sua. Istigavanlo
e in
Ceri; deboli tutti a mantenere la
molti Veronesi, andati a lui coll’odio al giogo tedesco, di
marciar sopra Verona, tenuta da duemila cavalli.
Non
fanti e
cinquecento
fu mestieri d’esortazioni: egli vi corse a
spron
battuto, e più arditamente poi ch'ebbe certezza dell’entrare di
Giampaolo
de’ soldati e
i
Legnago. La rapidità della marcia, l'energìa colpi delle artiglierie non gli produssero il dein
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39 siderato effetto; e la necessità strinselo a riporre
La medesima
resistenza trovata a
Verona
dai Tedeschi, or
oppose all’esercito spagnuolo. Lasciò un presidio a Trevigi
sotto gli ordini di
Giampaolo
altrettante e più singolari
ivi
:
diresse lo fortificazioni
ne fece a Padova, capaci
diciotto giorni di assedio. Spagnuoli* e
ripigliavano alle
piede nel
padovano.
territorio
egli
il
Bergamo,
taglieggiata sempre: poi avvicinatisi
lagune, facevan giungere
vento nuovo
ai
:
di resistere
Tedeschi pigliavano e
le palle fin
dentro Venezia; spa-
Spagnuoli, tedeschi e pontifirj
cittadini.
saccheggiavano e bruciavano villaggi e
castelli, guastavano campagne, uccidevano e straziavano uomini e donne, ovunque passavano manifestando una ferocia e una barbarie
da gente indegna del
Nè
nome
cristiano.
l’Alviano poteva soffrir senza sdegno e sotto agli occhi
suoi gl’insulti dei nemici, serrato in
spose
ai senatori
.
che ben
quella ribaldaglia di stranieri il
Padova. Riboceanted’ira
potevano spazzare
si
:
gli
i
campi da
persuase ad accogliere
campagna, comechè di genti d'armi nemici. Ninno indugio interpone: ai cam-
partito di uscire in
forse inferiore ai
pagnuoli, profughi e dispersi
comanda delle
di tener
fermo
montagne, ove
per
le
alle rive del
al certo
violenze de’soldati,
fiume e negli
passerebbero
i
stretti
nemici, atteso
che le comuni strade fossero rotte o barricate da
lui.
Oltre-
passano gli Spagnuoli la Brenta, dirizzati allavoltadi Vicenza. Allora
l’
Alviano, dato ordine a Giampaolo Baglioni di entrare
in
Monteeehio,
si
fortificò
le artiglierie collocò sulle alture, e coll’
armata
all’Olmo sur un punto elevato, non più che due
miglia lontano da Vicenza. Pareva che arridesse
il
successo
impeto del condottiero; imperciocché l'esercito tedesco spagnuolo non solo rifuggì all’impresa d’un assalto nel
all’
e
campo
de’ Veneti all’Olmo;
ma
rinunciando anche agli equi-
paggi senza suono di tamburi e di trombe per la via de’monti ,
volsero
,
il
cammino a Bussano.
Videli tardi
l’
Alviano passar
silenziosi rimpetto alle sue artiglierie: a raggiungerli
mandò
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40 un corpo
La
ai
,
il
quale cacciò
fuga e disperse
in
Spagnuola rannodò
fanteria
fermo
due cannoni per Bernardino
cavalleggieri c
di
Antignolla
di
i
fuggenti
i
Tedeschi.
e volle tener
Veneziani.
Era imbarazzante la situazione degli vie, rese
.
a dismisura
per
difficili
stranieri : per anguste
gli ostacoli degli
avversarj,
procedevano incontro a pericoli nuovi e maggiori. Feriti di fianco dagli Stradiotti e dai contadini, che a migliaja scen-
devano precipitosi dalle montagne , terribili archibusieri medesimi erano d’ impaccio e confusione alla fanteria. Oggi l'Alviano non si lascia vincere dall'indole sua precipitosa: non parla di battaglia non vuole avventurarla incontro :
i
carri
;
ari
uomini, sospinti a partito estremo e disperato, contento
di
aver seminato ne’ loro corpi la confusione, averli obbli-
gati alle la
montagne,
in luoghi infecondi
fame, forzerebbegli ad umili patti
ove
,
gli
stancherebbe
digiuno.
il
Era d’uomo
avveduto e saggio il consiglio; e più vero, in quanto che d’ordinario egli non sapeva contenere il naturale ardire. Se non che il provveditore del campo, Andrea Loredano, si avvisa clic l'ora di sterminar gli Spagnuoli, e tante ver-
gogne
patite cancellare, sia sonata:
nell’Alviano
il
facile
impeto risveglia, lo anima ad afferrare la bella occasione. Bastarono al duce le parole prime per dimenticare ogni avviso riposato e prudente. Disposte in regolate colonne truppe, col
le
condusse contro
al
nemico. L’Alviano
si
le
lancia
coraggio suo proprio innanzi agli Spagnuoli: è anima e
ma vede presto
corpo della battaglia;
non reggere
la fanteria
alla forza de’ fanti spagnuoli
,
romagnuola
gittare le picche,
fuggire: e questa vergogna seguitare tutta l’armata italiana.
Coi fuggenti andò l’Alviano salvo a Padova:
chiusele porte
di
Vicenza, e quali
in
altri
trovarono
que’ dintorni incon-
traron la morte, quali annegati sul Bacchigliene, per ogni
banda inseguiti dalle spade straniere. Degli equipaggi e dell'artiglieria nulla
rimase
Spagnuoli.
morti.
altri
ai
Veneziani
;
e prigioni molti degli
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»
41
Non conseguitarono
funesti effetti a quella rotta
:
venne
una quasi generai sospensione di armi. L’Alviano non avea perduto la stima dei Veneti; ebbe anzi conforti a sperare nelle armi, denari per rinverdire l’esercito. Seguivano trattati di pace tra principi e principi per dar riposo alla cristianità commossa: solo Massimiliano imperatore colla sua ambizione rimaneva inconciliabile e ostile a’ Veneziani. I suoi Tedeschi non lasciavano mai di
porre a soqquadro castelli e villaggi nella Marca Tri-
visana e nel Friuli: guerra di odj, di violenze, di rapine.
tempo
Di alla
tempo usciva di Padova l’Àlviano, li vinceva decimandone il numero; e soldati nuovi
in
spicciolata
istruiva nelle armi, ne’ travagli della guerra, nell' affrontare impavidi ogni di loro,
maniera
di pericoli.
entrò nel Friuli e sbaragliò
Quando
fu sicuro
le schiere di
Cristo-
maggior ribaldo che Massimiliano avesse per ministro dell’ira sua ostinata e bestiale. Fermo di non foro Frangipane,
il
venire a generai battaglia, obediente
al
volere del senato,
scioglieva l’assedio di Osopo (marzo 1511), e ritirandosi a
Padova preveniva un volta scendeva
ad Este
assalto degli Spagnuoli e alla sua improvvisamente sovra un presidio spagnuolo ;
ove piantava la insegna di san Marco.
,
armi francesi, la perdita del ducato di Genova, non disanimarono mai i Veneziani, insensibili alle iniziative di pace, quando ne scapitasse il dominio della terra ferma. Renzo da Ceri faceva rispettato il nome della Repubblica, ma tra l’Alviano e lui nacquero querele interminate; e nell’ anno 1
disastri novelli delle
milanese e della Lanterna
seguente (1515), quando calava in Italia un altro esercito francese condotto da re Francesco I, la signorìa di Venezia disgiunse
i
dell’ esercito
due condottieri eleggendo ,
,
s’introdusse in ricchì re di
i
il
primo governatore
generale l’altro della fanteria. Renzo da Ceri
Crema: l’Alviano stette
soldati colle
sul
Cremonese: ar-
spoglie di alcune terre: a
Francia prese Cremona: non tardò quindi
nome
del
a passar
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Googte
42 l’
Adda e
impodestarsi di Lodi, e di làimpediva all’armata spa-
gnuola l’unirsi agli Svizzeri. Svizzeri e Francesi vennero finalmente allarmi a
gnano (settembre 1515); ove
ma
più
non
avviliti
Mele-
gli uni e gli altri
ferocia e mirabil valore, con molta strage
con molta da ambe le parti,
combatterono. Nel giorno seguente,
de’ Francesi
nè stanchi, tornarono
combattimento. Sul
al
pugna sopraggiunge l’Alviano colla più eletta parte de’ cavalieri: v’entra con un ardire veramente singolare. « Marco, Marco! > gridarono i Veneziani con giubilo bollore della
:
ne ripeterono
il
nome
i
Francesi, rinfrancati dal loro arrivo:
cadde l’entusiasmo vendereccio degli Svizzeri, che presto
sonando a
ritirata,
fuggirono disordinati a Milano,
feriti,
mutilati, guasti dalle artiglierie.
Fu certamente opera dell’Alviano se Francesco I citore degli Svizzeri,
Gravi erano state
ma
fu l’ultima
le fatiche di lui
restò vin-
opera sua gloriosa!
per accorrervi in tempo,
superiori alle forze della sua persona.
Debole del corpo,
ma tuttavia indomato
dell’animo, vide ancora amica la sorte
nella occupazione di
Bergamo. Non avvertendo l’ora finale, Brescia, mentre Francesco I dispo-
ordinava l'assedio
di
nevasi ad un trionfale ingresso in Milano; quando infermatosi,
morì il 7 ottobre 1515 nel sessantesimo anno di età, pianto quali rimasero vedovati da suoi militi e dai Veneziani, i
di
un prode e L’amore dei
condottiero.
leale
soldati
vere, e rendere a lui,
apparve
nell’
imbalsamarne
come ad uom vivo, per
giorni gli onori militari, illuminato
il
il
cada-
ventisette
suo padiglione, e guar-
dato da uomini sempre in arme. L’amore de’ Veneziani fu testimoniato con funerali solenni, con un elogio detto da e con un monumento nella chiesa di Santo Stefano con latina iscrizione, e una provigione alla
Andrea Navagero: moglie ed
Nè
al
figlio,
la gloria
eredi della gloria paterna.
sua fu per tradimenti oscurata: dalla rapidall’ indole calda e bollente vennergli
dità delle risoluzioni
,
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.
43 disastri e sconfitte: incompatibile
ambidue
Pitigliano; necessari
La
pubblica.
con Nicola Orsini conte di
nelle vicissitudini della
Re-
scienza militare quanto altri del suo tempo
conosceva: per velocità delle marcie prodigioso, a niuno
secondo per coraggio, peritissimo nella militare architettura,
La
che sta memoria in Trevigi.
di i
gradi percorse
carriera delle armi in tutti
paggio d’un gentiluomo romano, genera-
,
lissimo de’Veneziani. Se in lui vedevi soverchia la piccolezza
ed
esilità del
grande
dell’
corpo, se ignobile l’aspetto, presto lo giudicavi
animo, schietto, generoso, informato a virtù.
Alla perizia militare accoppiò un amore per
le lettere
caldissimo; e fu detto che ne’ quattro anni di sua prigionia in Francia scrivesse
proprj commentarj, bastandogli una
i
cannuccia e poca polvere bagnata nel vino. Corrispondenza
di
mantenne con uomini egregi. Ed altrettanto onorevole è alla sua memoria un principio di accademia fondata da lui in Pordenone luogo che gli avea donato la Repubblica. affetto
,
Costanti furono in lui
le
eminenti
nelle
e le più
sin
:
uomini,
razione degli
virtù di
per la
conosceva pericoli, in mezzo percorrente
a’
uomo
sconfitte
forza di alle
e di soldato,
meritava l’ammi-
animo, che non
disgrazie
nuovi sperimenti. Grande per
indomabile,
E quando a Venezia,
il i
l’amore
lui
dei soldati, più grande la stima che ne facevano
i
nemici.
suo cadavere venne trasportato solennemente suoi soldati
passarono in armi sotto Verona,
nè permisero che a Marcantonio Colonna, capo della guarnigione in quella città,
si
gli storici dicessero,
lommeo
di
Alviano
richiedesse un salvocondotto; affinchè
che nè in vita nè in morte timido innanzi al nemico.
Barto-
fu
Cam iòta
Turi n ga Di
Costanzo.
Non mi
pare di lasciar addietro un atto notabile di una donna messinese, chiamata Corniòla Tnringa,. degnissima d’essere connumerata tra le più illustri donne ene siano
Digitìzed by
,
44 state
mai. Costei trovandosi molto
Goffredo
di
Marzano, conte
di
riera,
e
udendo che
Squillaee, tenea
prigione
Orlando d’ Aragona, e dimandava dodici mila ducati di taglia, e che re Piero (*) per sdegno che aveva concepito che Orlando era stato autore
dell' infelice battaglia
sopra Lipari
modo alcuno pagare Intaglia, spinta da animo generoso mandò in Napoli dove Orlando si trovava prigione, non volea
in
,
e gli offerse di pagar ella la taglia, purché volesse torla per le-
gittima moglie. E Orlando, che vedea preclusa ogni via ed ogni
speranza
di
libertà, accettò questa, e per
sua promise, giunto che fosse a Messina,
uno
per cara e legittima moglie: e con questo
andò a
trattar
il
matrimonio, trattò con
la libertà per dodici
mila
fiorini
scritto di
man
di sposarla e tenerla
il
il
medesimo che
conte di Squillaee,
di taglia.
I
quali
pagati
tempo, Orlando venuto a Messina libero, non ricordarsi più di Camiola, come l’avesse mai veduta; e richiesto da parte di lei, che volesse attendere quel che aveva promesso, rispose che non conveniva a uomo di sangue reale pigliare donna di sì basso affare. Della qual cosa sdegnata, Camiola il fe’ chiamare a corte, ed i consiglieri del re, ohe vedevano che alla povertà del in brevissimo
mostrò
di
re e al bisogno che avea, d'acquistar benevolenza per l'isola,
conveniva di lando a fare
far giustizia il
senza rispetto, condannarono Or-
matrimonio.
Ed
essendo apparecchiata la
casa della donna con molta splendidezza, e la persona di lei
bene addobbata di ricchissime vesti, quando venne Orlando
con gran compagnia per fare lo sposalizio, disse ch'ella, dacché lo conobbe tanto vile, che, venuto in Messina, non volle attendere la parola sua, avea deliberato di non volere per marito un uomo che con tanta dappocaggine ed ingratitudine
aveva offuscato lo splendore del sangue reale, ma che poi aveva voluto farlo convenire in giudizio, non già pentita del primo proposito, nè con animo di volerlo più. ma per (1) il
Pietro d'Anigona, allora regnante in Sicilia, mentri’ gli Angioini tenevano
regno
ili
Napoli.
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45 fare più nota la
a un
E
mala qualità
di lui, e
che
gli
donava, come
uomo
partito
pore di stero.
miserabile, la taglia che aveva pagata per lui Orlando con molto scorno suo, la donna, con istui circostanti, andò a farsi monaca in un monaquale diede gran parte delle sue ricchezze.
tutti al
Roma
saccheggiata nel 1527 dalle bande di Carlo V. OlUOOI AUDI Ni.
Alloggiò Borbone U) con l'esercito, nei prati presso a
Roma;
quinto dì di maggio,
e con insolenza militare
un trombetto a dimandare di
il
il
Roma, per andare con
mandò
passoni pontefice per la
l’esercito nel
reame
di
città
Napoli:
e la mattina seguente in sul far del giorno, deliberato o
morire o
di vincere (perchè certamente poca altra speaccostatosi al borgo dalla banda Monti e di Santo Spirito, cominciò un'aspra battaglia; avendolo favorito la fortuna nel fargli appresentare l’eserdi
ranza restava alle cose sue 1
,
dei
cito più
sicuramente per beneficio
di
una
folta
nebbia, che
levatasi innanzi al giorno, lo coperse insinoa tanto
costarono
al
si
ac-
luogo, dove fu cominciata la battaglia. Nel
principio della quale Borbone, spintosi innanzi a tuttala
gente per ultima disperazione, non solo perchè, non otte-
nendo
la
perchè
gli
non
vittoria,
parve
i
gli
restava più rifugio alcuno,
fanti tedeschi procedere
•
ma
con freddezza
a dare l’assalto, ferito, nel principio dell’assalto , di un archibuso, cadde in terra morto.
E
nondimeno
la
raffreddò, anzi accese l’ardore dei soldati.
I
morte sua non quali, combat-
tendo con grandissimo vigore per spazio di due ore, entrarono finalmente nel borgo, giovando loro non solamente la debolezza grandissima dei ripari,
ma
eziandio la mala resi-
stenza che fu fatta dalla gente; per la quale, (1)
Il
duca
ili
come molte
Borbone, francese, diserbilo a Carlo V, e da
nerale dell'esercito d'Italia.
lui fatto
ge-
•
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,
46 volte, si dimostrò a quegli, ohe per gliesempj antichi non hanno ancora imparato le cose presenti, quanto sia diffe-
altre
rente la virtù degli uomini esercitati, dalla turba collettizia e dalla moltitudine popolare.
romana
della gioventù
Perchè era
sotto
i
alla difesa
una parte
loro caporioni e bandiere del
popolo; benché molti Ghibellini e della fazione Colonnese desiderassero, o almanco
sperando per
riali,
non temessero la vittoria degl’impenon avere ad
rispetto della fazione di
il
essere offesi da loro; cosa che anche fece procedere la difesa
E nondimeno, perchè è pure difficile espusenza artiglieria, restarono morti circa mille
più freddamente.
gnare
le terre
fanti di quelli di fuora; di
i
quali,
comesi ebbero aperta la via
entrare dentro, mettendosi ciascuno in
fuga, e
concorrendo
molti
al
manifestissima
castello, restarono
totalmente abbandonati in preda dei vincitori.
che aspettava
Ed
il
i
borghi
pontefice,
successo nel palazzo di Vaticano, intesogli
il
inimici essere dentro, fuggì subito con molti cardinali nel castello;
dove consultando se era da fermarsi quivi, opure
per la via di
Roma, accompagnato dai cavalli leggieri della sua
guardia, ridursi in luogo sicuro, destinato ad essere esempio delle calamità
che possono sopravvenire
ai
pontefici
,
ed
anche quanto sia loro,
difficile a estinguere l’autorità e maestà avuto nuove della morte di Borbone, e che tutta la gente,
costernata per la morte del capitano, desiderava di fare accordo seco,
mandato fuora a parlare con
infelicemente capitani
il
manco
i
capi loro, lasciò indietro
consiglio di partirsi,
non stando egli e i suoi
irresoluti nelle provvisioni del
difendersi,
giorno medesimo gli non avendo trovato nè ordine nè consiglio di difendere il Trastevere, non avuto resistenza alcuna, vi entrarono dentro non trovando più difficultà donde la sera medesima a ore ventitré entrarono per ponte Sisto
che fossero nelle spedizioni. Però
Spagnuoli
,
;
nella città di città,
il
come
Roma
si fa
,
;
dove tutto
il
resto della corte e della
nei casi tanto spaventosi, era in fuga ed
in confusione.
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,,
47 Entrati dentro, cominciò ciascuno a correre tumultuosamente alla preda non avendo rispetto non solo al nome ,
ma
degli amici ed alla autorità e dignità dei prelati, ai
templi,
ai
eziandio
monasteri, alle reliquie, onorate dal concorso
mondo, ed
Però sarebbe impossibile non solo narrare, ma quasi immaginarsi le calamità di quella di tutto
città;
il
alle cose sacre.
impossibile a narrare la grandezza della preda, essen-
dovi accumulate tante ricchezze, e tante cose preziose e rare cortigiani e di mercanti.
e
il
numero grande
Ma la
fece ancora
dei prigioni, che
si
maggiore
con grossissime taglie: accumulando ancora famia, che molti prelati presi dai soldati , fanti tedeschi
di
la qualità
ebbero a ricomperare la miseria e la in-
massimamente dai
(che per odio del nome della Chiesa Romana
erano crudeli ed insolenti), erano in su bestie
con
vili
gli abiti
e con le insegne delle loro dignità menati attorno con gran-
dissimo vilipendio per tutta Roma; molti tormentati crudelissimamente, o morirono nei tormenti o trattati di sorte, che ,
pagata ch’ebbero la taglia, finirono fra pochi giorni la
vita.
Morirono tra nella battaglia e nell’impeto del sacco circa quattromila uomini. Furono saccheggiati
i
palazzi di tutti
cardinali eccetto quei palazzi che (per salvare
che vi erano rifuggiti con le
le
i
i
mercatanti
robe loro, e così le persone e
robe di molti altri) fecero grossissima imposizione in denari;
ed alcuni di quelli, che si composero con gli Spagnuoli, furono poi o saccheggiati dai Tedeschi, osi ebbero a ricomporre con loro.
Compose
la
marchesa
cinquantamila ducati
,
di
Mantova
altri che vi erano rifuggiti, dei quali fu
suo
figliolo
il
suo palazzo
in
che furono pagati dai mercanti e da
fama che don Ferrando
ne partecipasse di diecimila.
Il
cardinale di Siena
nome impecomposto sè e il suo palazzo con gli Spagnuoli, fu fatto prigione da’ Tedeschi; e si ebbe ( poiché gli fu saccheggiato da loro il palazzo, ed egli condotto in borgo col capo nudo con molte pugna) a riscuotere da loro con dedicato per antica eredità dei suoi maggiori al riale, poich’ebbe
cinquemila ducati. Quasi simile calamità patirono
i
cardinali
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.
,
.
V
48 4
Minerva ed il Ponzetta, i quali, fatti prigioni dai Tedepagarono la taglia, menati prima l'uno e l’altro di loro
della schi.
a processione vilmente per tutta Roma.
I
prelati e cortigiani
spagnuoli e tedeschi, riputandosi sicuri dalle ingiurie delle loro nazioni, furono presi e trattati
che
non manco acerbamente
gli altri.
Sentivansi
gridi, l'urla miserabili delle
i
monache
delle
rapite dai soldati, potendo
essere oscuri ai mortali
donne romane, e veramente dirsi
giudizj di Dio, che comportasse tanta
i
bruttezza e miseria. Udivansi per tutto infiniti lamenti di
quegli eh'erano miserabilmente tormentati, parte per astringergli a fare la taglia, parte per manifestare le robe ascoste.
Tutte
cose sacre,
le
i
sacramenti e
le reliquie dei santi, delle
quali erano piene tutte le chiese, spogliate dei loro ornamenti
erano gittate per terra
nesi,
cose più vili) tolsero poi
le
che
il
barbarie tedesca
villani dei
Colon-
sacco a più di un milione di ducati;
biglie avessero
di
maggiore. (I)
i
che vennero dentro: Fu fama che, tra denari, oro, argento
e gioje, fosse asceso
ma
la
Quello che avanzò alla preda dei soldati
infiniti vilependj.
(che furono
aggiungendovi
,
cavato ancora quantità molto
(*)
Di questo fatto, uno
ile'
più famosi o deplorati, cosi piangeva
Vorrei qui (dico) per esempio porre
Quel dì cui piu crudel non vide
il
Le tue vergini sacre a sole.
Piu crudele spettacolo e più fiero Della cittì del suceessor di Piero.
(Quando, correndo
gli
anni del Signore
Cinquecento appo mille e ventisette, Allo spaglinolo, al tedesco furore,
A quel d' Italia in preda Iddio la delle; Quando il vicario suo nostro pastore Nelle barbare man prigione slette; Nè fu a sesso, a grado alcuuo. a stato Ad 1
eli,
Dove Furon
Oh
nè a Dio pur perdonato
casti altari, ai
i
tempi sacrosanti.
cantan laudi e sparge incenso,
di
sangue picn
tutti e di pianti.
peccalo inaudito, mfando, immenso!
Per terra
tratte far
il
mille scorni tratte pe* capelli.
E
leggier cosa dir che
Fur pasto delle
fiere
i
Berni:
mille torli,
A
corpi morti
e degli uccelli;
Ma ben
grave a sentire esser
Ami Ami
tempo qno’fb eran negli avelli; suon dell'estrema orribil tromba
al al
Esser Occhi Fin (ìli
risorti
stali cavali della tomba.
come
Si
in molli
looghi voler questi
infelici miei per
all*
pena loro,
ossa sepolte fur molesti
scellerati per trovar tesoro.
Ah Tevere crudel, che sostenesti, E tu, Sol, di veder si rio lavoro, Come non li fuggisti all oricronle E tu non ritornasti verso il fonte
f
Tossa de* santi,
E «quel eh' io tremo dir, quanto più penso, Vengo bianco, Signor, agghiaccio e turpe, Fu ia tua carne calpesta e il (no corpo.
Orlando Innamoralo. XIV.
Sfl.
17.
Digitìzed by
49 Sfida di Barletta
.
Guicciardini.
Essendo per
andato un
la ricuperazione di certi soldati,
trombetto a Barletta per trattare, furono- dette contro a’Franzesi
da alcuni uomini d’arme
che ripor-
italiani certe parole,
trombetto nel campo franzese, e daquelli fatto risposta
tate dal
agl’italiani, accesero tanto ciascuno di loro, che, per soste-
nere l’onore della propria nazione,
si
convennero che
campo
in
sicuro a battaglia finita combattessero insieme tredici uomini
d’arme franzesi e tredici uomini d’arme
italiani
,
e
il
luogo
combattere fosse statuito in una campagna tra Barletta, Andria e Quadrato dove si conducessero accompagnati da
del
,
determinato numero di genti. Nondimeno per assicurarsi dall’insidie,
ciascuno de’ capitani con la maggior parte dell’eser-
cito accompagnò
i
suoi tino a mezzo del
che, essendo stati scelti di tutto
con l’animo e con
l’
l’
cammino, confortandoli
esercito, corrispondessero
opere all’aspettazione conceputa che ,
era tale, che nelle loro mani e nel loro valore
comune consentimento
si
con
fosse
tutti collocato l’onore di sì nobili
«li
Ricordava il viceré franzese ai suoi, questi essere quegli medesimi Italiani, che, non avendo ardire di sostenere il nome de’ Franzesi, avevano, senza fare mai esperienza della loro virtù, dato loro sempre la via, quante volte dall’Alpi avevano corso insino all’ultima punta d’Italia; né ora accendergli nuova generosità d’animo o nuovo vigore; ma trovandosi agli stipendj degli Spagnuoli e sottoposti a’ loro comandamenti, non avere potuto contraddire alla volontà di essi, i quali, assueti a combattere non con virtù ma con nazioni.
,
insidie e
datori
con fraudo,
degli
condotti
altrui
in sul
si
facevano volentieri oziosi riguar-
pericoli
campo, e
la ferocia di coloro, da’
;
si
tornati al consueto timore
,
gl’ Italiani
fossero
l’armi e
o non ardirebbero combattere,
o combattendo timidamente, CtXTÙ - Antologia Militare
ma come
vedessero a fronte
quali erano stati sempre battuti, ri-
- Parta
I.
sarebbero
facile
preda
loro, 4
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50
non essendo sufficiente scudo contro al ferro dei vincitori il fondamento fatto in sulle parole e braverie vane degli Spagnuoli.
Da
altra parte Consalvo
pungenti stimoli
(•)
gl’ Italiani,
infiammava con non meno
riducendo loro in memoria gli
antichi onori di quella nazione e la gloria dell’armi loro,
con
le quali
già tutto
il
mondo domato avevano;
essere
ora in potestà di questi pochi, non inferiori alla virtù de’ loro
maggiori, fare manifesto a ciascun che.se di tutti gli altri era da
pochi anni in qua stata corsa da eserciti
forestieri, esserne stata
de’ suoi principi,
i
Italia vincitrice
cagione non altro che la imprudenza
quali, per ambizioni discordanti fra loro
medesimi, per battere l’un l’altro l’armi straniere chiamate
avevano
;
non avere
i
alcuna per vera virtù,
Franzesi ottenuto in
ma, o
Italia
vittoria
ajutati dal consiglio o daH’arini
degl’italiani, o per essere stato ceduto alle loro artiglierie
con
lo
Italia,
spavento delle quali, per essere stata cosa nuova in
non per
la strada;
il
timore delle loro armi, essergli stata data
avere ora occasione
di
combattere col ferro e con ,
la virtù delle proprie persone, trovandosi pi-esenti a sì glo-
rioso spettacolo le principali nazioni de’ Cristiani e tanta
nobiltà de’ suoi medesimi, dall’ altra
i
quali così dall’
una parte come
avere estremo desiderio della vittoria loro; ricor-
dassinsi essere stati tutti allievi dei più famosi capitani d’Italia, nutriti
continuamente sotto
fatto in varj
l’
armi, e avere ciascuno d’essi
luoghi onorevoli esperienze della sua virtù, e
palma di rimettere il nome* non solo a tempo essi medesimi, o non si conseguendo per queste mani tanto onore, aversi a disperare che Italia potesse rimanere in altro grado, che
però, o essere destinata a questi la
italiano in quella gloria, nella quale era stato de’ loro maggiori,
d’
ma
ve l’aveano veduto
ignominiosa e perpetua servitù. Nè erano minori gli stimoli,
che dagli
altri
capitani e da’ soldati
(1)
uno e accenden-
particolari dell'
dell’altro esercito erano dati a ciascuno di loro, Consalvo Cùrdova. generale spaglinolo, dotto
il
Gran Capitano.
Dìgitized by
,
51 dogli a essere simili di sè
medesimi, a esaltare con
virtù lo splendore e la gloria della
la propria
sua nazione.
Co’ quali conforti condotti al campo, pieni ciascuno d’animo
una delle parti fermatasi da una banda dello steccato opposita al luogo dove s’ era fermata l’ altra parte, come fu dato il segno, corsero ferocemente scontrarsi con le lancie nel quale scontro non essendo apparito vantaggio alcuno messo mano all' altre armi con grandissima e d’ardore, essendo
l’
:
,
animosità e impeto, dimostrava ciascuno di loro egregia-
mente
la
spettatori
sua virtù, confessandosi tacitamente per ,
che
di tutti gli eserciti
soldati più valorosi,
Ma
essendosi
tutti gli
non potevano esser
eletti
nò più degni a fare sì glorioso paragone.
già combattuto per non piccolo spazio
coperta
la terra di
di feriti
da ogni
,
e
molti pezzi d’ armature, di molto sangue
parte, e
ambiguo ancora l’evento
taglia, riguardati da’ circostanti
della bat-
con grandissimo silenzio,
ma quasi con non minore ansietà e travaglio d’animo che avessero eglino, accadde che Guglielmo Albiinonte, taliani
,
fu gittate
che ferocemente
da cavallo da un Franzese gli corre
,
il
uno degl’i-
quale, mentre
col cavallo addosso per
ammaz-
Francesco Salaraone correndo al pericolo del compagno,
zarlo,
ammazzò con un grandissimo a opprimere
l’
insieme con
l’
colpo
il
Albiinonte, da lui non
che
Franzese, che intento si
guardava, e
era sollevato
di poi
e col Miale che era in terra ferito, presi in mano spiedi che a questo effetto portati avevano, ammazzarono più cavalli degl’inimici.
Albiinonte
,
s’
,
Donde Franzesi, cominciati a restare inferiori, furono chi da uno chi da un altro degl’ Italiani fatti tutti prigioni. I i
,
quali raccolti con grandissima letizia da’ suoi, e rincontrando poi Consalvo che gli aspettava a mezzo
vuti con incredibile festa e onore
,
il
cammino,
restitutori della gloria italiana, entrarono
fanti
conducendosi
,
bando
i
prigioni innanzi, in
l’aria di suono di
rice-
ringraziandoli ciascuno
come
trombe e
di
come trionBarletta rimbom-
tamburi,
di
tuoni
d’artiglierie, e di plauso e grida militari: degni che ogni
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,
Italiano procuri quanto è in sè, che i nomi loro trapassino mediante l' istrumento delle lettere. Furono adunque Ettore Fieramosca capuano Giovanni Capoccio Giovanni Bracalone ed Ettore Giovenale romani Marco Barrellario da Napoli. Mariano da Sarni Romanello da Forlì. Lodovico Aniinale da Terni, Francesco Salamone e Guglielmo Albimonte siciliani. Miale da Troja, e il Riccio e Fanfulla parmigiani, nutriti tutti nell’armi o sotto i re d’Aragona o sotto Colonnesi. Ed è cosa incredibile quanto animo togliesse questo abbattimento all’esercito francese, e quanto ne accrescesse all’esercito spagnuolo, facendo ciascuno presagio da questa ,
alla posterità
,
,
,
i
esperienza di pochi del fine universale di tutta la guerra.
Di Antonio Giacomini
fiorentino. JaCoho Narui.
La
generosità dell’animo e la severità lo fecero parimente
ragguardevole e ammirabile negli
uffizj
della guerra e della
pace. Sicché quanto alla generosità, di che parleremo prima,
e quanto a quella parte che più
si
considera in una persona
congiungeva in maniera l'ardire con la prudenza, poteva più ragionevolmente, in ogni caso che avveuomo forte e costante, che troppo corag-
militare, egli
che
si
nuto fosse, chiamar
pericoli della guerra non cercava : Toner suo o della Repubblica lo richiedeva,
gioso e ardito. Perciocché
ma dove l’utilità e non
gli
i
schifava punto. Nondimeno, quantunque egli non
spaventasse de’ pericoli, non e lodevoli rispetti che
si
dimenticava però
convengono
al
di
si
que’savj
capitano, secondo
il
debito decoro di sua persona; sapendo molto bene che al ca-
pitano è cosa convenevole
dato
come
Ma
il
morire come capitano, e al sol-
soldato.
negli
uffizj
civili,
i
quali appartengono dentro al
go-
verno della Repubblica, non fu egli punto di minore grandezza e generosità d’animo: anzi fu molto sua speciale proprietà di natura, in ogni sua pubblica o privata azione, mostrarsi
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Googl
53 tutto intero e libero nel consigliare
e,
parlare: e anche non
di questa parte una singolare proCosì confessava ingenuamente di mancare di quelle
dissimulava punto di fare fessione.
che sogliono nelle
parti
città procacciare a’ cittadini favore
e grazia popolare. Perciocché ei non sapeva per natura, e
non voleva mai per arte simulare o dissimulare: e così sopportava mal volentieri e con fatica grandissima ne’ magistrati e le doppiezze e le simulazioni de’ suoi compagni, e l’audacia sopra tutto e l’arroganza in quelle persone nelle quali appariva grande l’ignoranza e l’imperizia;
E
come molte
avvenire suole.
fiate
massimamente
se ne conturbava dove
si
trattasse delle
cose di guerra: sopra le quali veramente egli parlava e
discorreva meglio che altro
cittadino.
Onde
sua com-
la
pagnia, ne’ collegi de’ magistrati, fu qualche volte ad alcuni
non molto gioconda. Nondimeno prevaleva agli
suo parere
il
le
più volte
specialmente nel Consiglio degli Ot-
altri e
tanta e de’ Richiesti e pratiche; nelle quali più larghe consultazioni,
luogo
allo
l'autorità
dei
particolari
cittadini
cade e dà
vere o ferme ragioni molto più facilmente, che
minor numero d’uomini. Il modo del parlare d’Antonio era tutto naturale e non punto ricercato; e piuttosto con una certe eloquenza militare che
non
fa ne’ magistrati di
civile. Era quando era si
nel parlar breve: la voce grave e sonora;
ma
sopraffatto dalla collera (che assai in lui poteva)
convertiva
in
acute, e
agli
orecchi
degli
ascoltanti
era poco grate.
Aveva
perseguitava
in odio e
scandali infiniti e pertubatori
per ispegnerli
,
i
ladri
della
come cagione
similmente in odio
le
bestemmie, e
le
di
umana compagnia: e, furti. Aveva
con gran diligenza ricercava
i
puniva aspramente
l
1
),
dico le parole contumeliose e disoneste, usate in disonore di
Dio e de’ santi:
ma
delle villanìe che si dicessero verso
(1) Non colla pena, ma con la correzione, col consiglio, coll'educazione, coll'esempio efficacemente s'insegnano i doveri religiosi.
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54 uomini teneva poco conto. Bene operava che offenditori si pacificassero. Molto manco
gli
e
gli
gli offesi
stimava
quelle parole che, dette lungi di lui, tornassero contro di
massimamente quando ei poteva dissimulare la ingiuria. Onde, avendo udito con le proprie orecchie uno che, giocando dietro al suo padiglione, aveva detto in collera una parola ignominiosa verso di lui, se ne rise: ma, essendo instigato sè
;
—
da qualcuno de’ suoi, che lo dovesse castigare, rispose: Se io posso dissimulare di aver ricevuto questa ingiuria, per-
me
chè vuoi tu che Servivasi in
l’addossi e riconosca
campo
come cosa mia?
»
volentieri, nelle cure e ne’ governi
particolari de’ suoi cittadini,
i
quali
non
fossero, e
non faccs-
seno, per loro spontanea volontà ed elezione, professione di
parendogli che gli uomini, in quanto soldati, di citta-
soldati,
dini diventassero mercenarj. ni
E perciò solevadire che gli uomi-
da guerra erano propriamente quelli cose
l’ altre
amavano
i
quali
non sopra tutte
e desideravano, e che sopra tutte le
cose temevano e aborrivano la guerra;
ma
quelli soli che.
e per la guerra e per la pace, erano volontarj e atti stru-
menti, secondo che alla patria accadeva servirsene ne’ bisogni.
Ma
tornando alla considerazione della severità
uomo
di
questo
era di grandissima maraviglia che egli fosse amato
,
e desiderato, riverito e temuto da’ suoi soldati: conciossial’odio. Ma il nostro Antonio, o sì fatta maniera la severità con umanità e piacevolezza congiunte, che la qualità che di così
cosaché dal timore nasca
per natura o per arte, aveva in la
fatta
composizione risultava
bile, e,
Ma
all’altre
che
lo
faceva senza dispregio,
ama-
senza odio, terribile.
il
egli
condimento efficacissimo
,
e potentissimo che, oltre
sue doti,
gli recava favore e grazia, era la liberalità usava sempre con ogni qualità di persone, non però di meriti ma con dritto giudicio e con somma
senza elezione
discrezione, spendendo e dispensando, e
scialacquando il
il
non dispergendo
e
suo. Avvegnach’ei fu povero, e nulla accrebbe
suo patrimonio
:
segno certissimo c argomento
infallibile
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55 del l’innocenza e lealtà sua
avendo avuto occasione e mezzo guadagni,
;
facilissimo di far molti ordinarj e straordinarj
per
li
commis-
molti magistrati da lui esercitati, e per le
che ne' maneggi delle guerre,
sioni generali
ne’ più travagliosi tempi che forse
Fu Antonio busto e in
statura più che
di
tutti
mai corresse
i
membri
assai
gli
la
furono date
nostra
città.
mediocre, di corpo ro-
bene proporzionato,
di
colore ulivigno, e di complessione collerica, declinante alla
melanconia.
Profondo e
meno in tutte le sue efficace, e
fermava
fisso
meditazioni
nelle
:
nondi-
azioni presto e risoluto, e molto pronto ed
impaziente dell’indugio: perchè credeva e af-
la pigrizia e la tardità, esser
nimica delle occasioni.
Nella gioventù e mentre era sano, paziente de’ disagi. eziandio parco nel vestire; e
ri de vasi
che
di quelli
Fu
si
di-
lettavano de’ soverchi ornamenti delle vesti, quasi che
non
avessero altra parte onde cospetto degli uomini.
si
rendessero riguardevoli
Fu similmente parco
privato, quanto alla delicatezza delle vivande
nel
nel suo vivere ;
ma la mensa
voleva che fosse abbondante, così nella vita domestica e privata, come quando era ne’ governi e negli eserciti.
Perchè era molto ospitale e largo nel ricevere gli amici; medesimi ai quali ei comandava in campo, trattandoli secondo la dignità del grado suo, intratteneva poi e accarezzava umanissimamente in casa secondo la loro qualità
e
i
come si conveniva a privato cittadino. Sicché la faminon lo faceva disprezzabile, ma amabile, come la maestà dei magistrati da lui esercitati non lo aveva fatto e
gliarità
odioso,
ma
venerabile.
Con l’astinenza e sobrietà del mangiare e del bere, come che non fosse perfettamente sano, si rendeva bastante a sopportare
le vigilie,
che nella guerra e ne’ tempi pericolosi
erano quasi eonfinove, andando egli spesse volte per il campo, sconosciuto e poco accompagnato, per vedere come facevano le guardie e per correggere punir quelli era rigidissimo: dicendo che
si
gli i
errori.
Nel
della
mi-
falli
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56 portano
lizia
congiunta troppo tosto la pena; della
seco
meno
quale ne sento non
Ma
mamente
delle cose gli
onori,
cavalli;
ma
che
alla fine la
e
il
che
delinquente.
il
il
valorosamente dai soldati: e difacevano correre come gli sproni
fatte
ceva che i
l'innocento
molto più fu egli larghissimo rimuneratore, e massi-
li
premio di questi era il palio, e tale possiamo dire che fosse
E
morte.
insieme delle opere
fine
di
di quelli
premio
il
quest’ egregio cittadino,
poiché egli ebbe speso la maggior parte de’ migliori anni suoi, e la
sua sanità ne’ servigi della patria.
Fine
della Repubblica di Firenze. Il
il
Ferruccio
0)
Varchi mio onorando, lo non vi so dire del Ferruccio tempo della natività; so bene che quando egli morì aveva
da 45 in 50 anni. L’educazione e la vita ch’egli tenne insinoa che egli andò a Napoli, non fu molto dissimile a quello che fanno
i
più, perchè non attese a lettere nè a discipline,
dalle quali egli avesse a trarre quell’appetito della libertà
e vita civile che egli mostrò poi essere in lui stette in bottega,
come
ignobili.
come fanno
Nè anche
in
la
,
maggior parte
perchè egli così nobili
questo esercizio consumò molto
tempo, perchè dilettandosi della caccia, volentieri stava in villa, la quale essendo lontana dalla città, gli toglieva il poterla
frequentare
,
e
perciò
si
ritrasse
dalla
bottega.
Dilettavasi nei primi tempi della sua giovinezza conversare
con uomini
maneschi; e ho sentito dire, che trovandosi un tratto alla taverna con Cajo e con altri bravi , venne a parole con Cajo, le quali moltiplicate, gli disse il Ferruccio < Taci, poltrone, che ti mostrerò che la tua spada :
il)
K una
lettera elle
il
Giannotti scriveva a Benedetto Varchi,
il
quale,
dovendo scriver la storia del suo tempo, ne chiedeva informazione ai testimonj oculari. Essendo lettera, è alquanto trascurata, come prova la frequente ripetizione dello stesse parole.
Dìgitized by
57 è di paglia». Cajo, sentendosi ingiuriare di questa sorta,
venuto in collera rispose: bravi ?»
E
gli altri
vi si
«0
poltrone pennaiuolo, che tu
ambedue cacciarono mano alla spada, ma di mezzo e li divisero, e tra non
così
messero
molti giorni fecero fare loro la pace.
Insomma il Ferruccio si dilettò dell’armi assai e fu tenuto uomo che avesse animosità; ma non fu di quella sorta d’a,
nimosi che spaccano le
pentole ed
il
piattelli
squartano
,
ma tenne
;
i
sarti
,
rompono
e
più gravità, e
dilettò
si
con persone d’edificazione e riguardevoli.
di praticare
Visse
i
gli osti
modo che abbiamo
Ferruccio nel
all’anno 1527. Nel qual
tempo essendo
detto, infino
stato creato dalla
Repubblica fiorentina commissario Giovambattista Soderini
per condurre
le
genti fiorentine (le quali erano trecento
cavalli e cinquecento fanti
)
a monsignore di Lautrech,
il
quale andava a Napoli con l’esercito francese per tórre quel
regno, andò
il
Ferruccio seco, e
si
le azioni
militari, delle quali egli prese tanta sperienza sotto
commissario
,
tempo
valse, tutto quel
che durò l’assedio di Napoli, dell’opera sua in tutte
detto
il
che egli potette poi fare quell’onorate prove
che noi racconteremo.
Monsignore di Lautrech si morì, e non dopo molti giorni con che assediava Napoli restò al governo di marchese di Saluzzo; fu nel 1528 rotto dagl’imperiali senza fatica alcuna, per essere, per le frequenti morti e malattie, in gran parte diminuito; dove
l’esercito
quel matto del
furono rotte ancora
mavano
le
le
genti
Bande Nere; per
fiorentine, le quali .la
ruccio
essendosi
prigione ancora
molti lui,
e
chia-
si
qual rotta rimase prigione
Ed
Fergiorni avanti ammalato, rimase dopo alquanto tempo riscattatosi, si
e ferito Giovambattista Soderini commissario.
il
liberò o tornò a Firenze.
Dopo la rotta Renzo da Ceri
dell’esercito di
Lautrech a Napoli,
il
signor
inteso che egli ebbe la rotta dei Francesi,
con quella gente uscito poi di quivi
fece alcune prede e
Digitized by
58 riaprii
agl’imperiali, ondechè parendogli luogo atto per far
testa, e
da poter poi procedere più
oltre,
persuase
Francia a mantenere quelle genti in quel luogo
,
il
re di
ed a cre-
un esercito da poter uscir fuora alla campagna, e combattere con gl’imperiali, se l’occasione e massimamente perchè i Veneziani tese ne mostrasse nevano Trani e Monopoli. Al re parve cosa da non disprezzare, scerle tanto, che
si
facesse
,
e giudicò che bastasse tenere quella terra, acciocché gl’imperiali
avessero nel regno quella molestia, talché non
si
potessero indirizzare ad altra impresa che alla pace, alla quale
dopo tante rovine s’era tutto inclinato e mentre che Lautrech venne a Napoli, se ne tenne sempre qualche pratica, ma volle ;
ben
far forza
che
i
Fiorentini concorressero a quella spesa.
per dar ordine a tutta questa cosa
mandò in
Italia
il
E
visconte di
Turena, capitano dei gentiluomini, il quale quando fu stato in Venezia per ragionare con quelli illustrissimi signori del modo e dell’ordine del fare e mantenere quella guerra, venne a Firenze, dove parlò a quei signori dell’utilità e comodo che si traeva nel mantenere il signor Renzo in
ma
che il re rimetteva prudenza loro. Fu giudicato che il re facesse tento onore ai Fiorentini, acciocché, se essi consigliassero, che tele impresa si facesse, Barletta con accrescergli le forze;
tutta questa cosa al giudizio ed alla
eglino ancora ne avessero tutte la spesa, e la cura dei disordini che potessero nascere
:
onde nacque che consultata
cosa, fu risposto che alla Signorìa
,
la
non stava a deliberare
e consigliare così fatta impresa, ina che
il
re deliberasse
da fare; e quando avrebbe deliberato di che la Signoria di Firenze concorrerebbe a quella porfosse convenevole allo stato loro. della spesa, che zione Parve finalmente a quegli agenti del re che l’impresa egli, se ella fosse farla,
si
facesse, e
che
i
Fiorentini concorressero alla spesa per
E così bisognò molte volte mandar uomini e denari a Barletta, e l’ultima mandate fu per le mani del certa rata.
Ferruccio,
il
quale fu mandato con seimila scudi fra denari
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59 e panni a Pesaro, dove erano
signor Renzo:
o
i
danari
i
ma innanzi che egli
consegnasse loro i panni,
venne nuova come l'accordo
,
conchiuso; la quale nuova sentendo tornò con
le
robe e con
i
per conto del
ricevitori
il
di
Cambray
era
Ferruccio, se ne
denari a Firenze, facendosi beffe
dell’importunità dei ricevitori del signor Renzo,
i
quali ne
avrebbero voluto portare quei denari. Successe poi la guerra di Firenze, nel principio della quale, fu
Soderini,
mandato commissario in vai di Chiana Tommaso quale avendo bisogno d’uno che lo servisse in
il
molte azioni
di
guerra, come a pagar soldati, rassegnarli,
ed altre cose, fu consigliato che menasse seco Egli indotto da
il
Ferruccio.
persuasioni lo ricercò, ed avvegnaché al
tali
Ferruccio non paresse che la cosa fosse secondo
il
suo grado,
essendo ancor egli nobil fiorentino, nondimeno per far servizio alla patria
Servissi
il
non ricusò
commissario
tale andata.
di lui in
ogni che fosse d’impor-
tanza, ed egli eseguiva tutte le commissioni con quella dili-
genza e prontezza che si può desiderare. Successo poi Zanobi Bartolini si servì dell’opera sua in quel modo che aveva fatto Tommaso: e per l’occorrenze della guerra lo mandò a Perugia al signor Malatesta Baglioni. e da lui fu mandato a Firenze, dove, eseguite le commis,
sioni di quel signore, ritornò al commissario, e poi a Perugia.
Fu
poi fatto successore di Zanobi Bartolini
cesco degli Alberti
,
al
tempo
Anton Fran-
del quale, Malatesta s’accordò
con grimperiali, e uscito di Perugia venne con tutte le genti che aveva seco mandategli dai Fiorentini, e l’altre che erano in Val di Chiana. 11 Ferruccio venne ancor egli
con Malatesta, che fu nel mese di ottobre 1529. Amministravansi le cose per ordine del Malatesta e dei cittadini che erano al governo e non era adoprato il Ferruccio in cosa alcuna, ed egli
si
stava quieto, e senza intro-
mettersi nelle faccende pubbliche, perchè
non era chiamato.
Pure, avvenne che, essendo commissario
in
Prato messer
Digitized by
,
60 Lorenzo Soderini il quale governava in modo la terra che soldati che v’erano alla guardia se n’erano insignoriti parve ai Dieci ( per le molte querele che avevano del suo cattivo governo) di mandargli un compagno, col quale di ,
i
pari consenso governasse la terra, e
Ferruccio,
il
il
venne
in considerazione
quale approvato da ciascuno
Prato, dove in maniera
si
si
trasferì
portò, che egli ridusse
i
a
soldati
all’ubbidienza, ed altre azioni di guerra amministrò di sorta,
che molto fu commendato.
Ma
venuto poi in discordia con
commissario, parve ai Dieci di cavarli
l'altro
darono
il
due;
tutti e
mandare un commissario a Empoli,
e bisognando
vi
man-
Ferruccio.
Arrivato dunque in Empoli, la prima cosa alla quale egli diligentemente attese, fu
il
ma-
fortificare la terra in
niera, che con poca guardia di soldati la potesse difendere
da ogni moltitudine, ed assai per tempo a quest'effetto spianò la terra aveva assai grandi e belli, e fece bai borghi che stioni
ovunque bisognava; ed alcuni mulini
messe contro ripari dentro; e tutte lunque sorta fece metter dentro. Nel governare la terra si portò i
così dai soldati
come
le
eh’ erano fuori,
vettovaglie di
qua-
che da
tutti,
di sorta
dai terrazzani, era
amato e temuto,
perchè non permetteva ai soldati che usassero violenza alcuna; e quando in questa peccavano li castigava severamente, ed
i
soldati
debiti premj,
pagava bene ristorando a chi accrescendo
le
fatiche
lo stipendio,
loro con
ed a chi dando
un grado ed a chi un altro.
Era
la
guardia
di quella terra
intorno a 500 fanti con
alcuni pochi cavalli, tanto che, per pagarli, ogni
sognava intorno a duemila scudi.
E perchè
mese
la spesa
bi-
che
si
faceva in Firenze era grande, e con difficultà potevano
provveder facesse
fuori,
però dettero commissione
una nuova annona
11
)
al
Ferruccio che
di tutte le vettovaglie, cioè
vino, grano, olio e biade, di sorta che di quella traesse (1)
Provvista.
Digìtìzed by
61 tanti danari
che potesse pagare
le genti; la
qual cosa egli
eseguì con tanta diligenza che non ebbe mai più bisogno di dar molestie a Firenze.
Ma mentre egli era occupato in questi mestieri fastidiosi, non mancava a quel che si richiedeva; laonde trascorrendo i nemici per quel paese, mandava spesso fuori le sue genti a combattere e scaramucciare e quando avveniva
assai spesso
;
che
suoi
i
rimanevano
quando
al di sotto, e
siccome la fortuna della guerra.
Ma
al di sopra,
perchè in
tutti
i
com-
battimenti non successe cosa notabile, però gli lasciava andare e dirò come, insignoritisi gli Spagn-uoli di
San Miniato,
avean
pel paese scor-
lasciati
200
fanti
,
i
quali
andavano
rendo, facendo danni, e tenevano infestato la qual cosa era
molto dannosa; laonde
il
il
cammino di
Pisa,
Ferruccio deliberò
levarsi quella molestia d’in su gli occhi, ed assicurare
detto
cammino
vi
il
e per questo uscì egli con parte delle genti che
aveva in Empoli, ed andò a combattere detto castello. L’assalto fu gagliardo, e la difesa non minore: pure il Ferruccio entrò per forza dentro, e tagliò in pezzi quelli che l’aspettarono; e così ricuperò
il
castello, e vi lasciò Giuliano
scobaldi a guardia con tanta gente
Fre-
che era sufficiente a
tener quel luogo, ed egli col resto se ne tornò a Empoli.
Avendo Piero,
poi inteso che il signor Piero da Castel San doveva passare col suo colonnello di fanti tra MonSan Romano, deliberato di tagliargli
topoli e la torre di ii
passo e combatter seco,
mandò
a chieder gente a
poli, e far quella fazione: e perciò fu
missario di Prato che gli mandasse cinquecento
fanti,
Emcom-
dato ordine al i
quali
mandò con gli altri di quelli di Empoli a fare un' imboscate in quel luogo, dove quel signore aveva a passare. La cosa fu ordinata dal Ferruccio prudentemente, e arrivati che furono, gli
gli esecutori
che
il
usarono ogni diligenza che fu loro possibile, tento
signor Piero dette nell'imboscata, e senza aver rimedio
alcuno fu rotto intieramente, eon
la
morte di molti dei suoi. In ed egli con
queste notte rimasero prigioni sette capitani
,
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62 fatica fuggì dalle inani dei nemici.
genti del Ferruccio tornarono in
Avuta questa vittoria, le Empoli con grande alle-
grezza di ciascheduno.
Già cominciava
la città
quale cosa sentendo
la
il
a patire per mancamento di carne, Ferruccio, messe in ordine cento
buoi, e la notte del venerdì gli avviò verso Firenze con
una scorta
cinquecento fanti ed alcuni cavalli e buone
di
guide, talché la mattina seguente arrivarono a Firenze a sal-
vamento, con gran copia di salnitri che aveva in sacelli distribuiti ai fanti, la qual cosa riempie d’allegrezza tutta la città.
Era
in
Volterra commissario Bartolomeo Tebaldi, dove
s’erano rifuggiti Bartolomeo Acciajuoli e i
quali,
veduta
la
si
ribellò, e
importanza, deliberarono
gli
parendo
il
luogo
sei
di
qualche
avversarj di far prova d’avere
fortezze; e per questo effetto fecero venire
le
e
Taddeo Guiducci,
dappocaggine del commissario, operarono
sorta che la terra
di
di
Genova
pezzi d’artiglieria grossa, con molte palle e munizioni,
davano ordine
di
combatterla.
La qual
cosa intesa in
Firenze, fu giudicato che fosse da far opera che elle non si
perdessero; e perciò
quecento
fanti e
mandarono
cencinquanta cavalli
Ferruccio con cin-
il
,
ed a lui commessero
che con quanto maggior prontezza potesse Volterra, e fornisse
le
si
trasferisse a
fortezze di quello che bisognava, e
Empoli con le dette genti. Partissi un giorno da mattina il Ferruccio senza aver comunicato il disegno suo a persona e alle 22 ore con prestezza arrivò, di modo che quelli che avevano occupata la terra non intesero la venuta sua se non quando egli fu nelle fortezze, dove non trovò neppure da poter rinfrescare le genti che aveva menate; però, per non dar tempo ritornasse a
,
ai
nemici di metter nella terra più gente, deliberò d’uscir
fuora a combatterla.
Era
nella terra
Taddeo Guiducci commissario
del papa,
e Giovambattista Borghesi con trecento fanti con tutti quelli della terra,
i
quali avevano preso Tarmi per difenderla dal
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.
63 Ferruccio; e prima avevan fatto certi ripari contro a quelli
che dalle fortezze uscissero, dove avevano piantata l’arche avevano condotta, e
tiglieria
si
facevano
guardie
le
convenienti continuamente.
Ferruccio dunque, uscito fuori a 23 ore, assaltò quei
Il
dove trovò assai buona resistenza; nondimeno
ripari
con
morte
la
di molti de’ suoi e dei
nemici,
li
superò
quali, ve-
i
dendosi vinti, cominciarono a mover qualche pratica d’accordo, la quale
il
venuta la notte, e
Ferruccio non ricusò; il
ma
combattimento partito
essendo già fece
,
Fer-
il
ruccio tirar l’artiglierie clic aveva tolto agli avversarj sotto le
mura
delle fortezze, poi
conchiuse l’accordo
terrani con queste condizioni
.
Vol-
coi
che Volterra fosse data a
discrezione, e che ai soldati fosse concesso l’andarsene.
In questo tempo arrivò Fabrizio Maramaldo, con un colonnello
t
1
)
di diecimila fanti per
trovando
la terra
perduta,
d’Oranges venisse ordine
modo che
si
combattere
fortezze;
le
ma
fermò tanto, che dal principe
di quello
che s’avesse a fare;
di
non potette fornire le fortezze e tornarsene a Empoli, e massime che, dopo la partiti sua di quivi, il marchese del Vasto con gli Spagnuoli e molta gente italiana e con artiglieria era venuto a combattere Empoli, il quale poi per tradimento prese e saccheggiò. Dopo il qual sacco, il marchese si condusse a Volterra con tutti quella gente e con l’artiglierie e congiuntosi con Fabrizio Maramaldo dette ordine a far Ja batteria! 2 ), la quale fu assai grande, non facendo le mura resistenza alcuna. La qual cosa vedendo il Ferruccio con grandissima celerità fece fare il riparo, dove la batteria si faceva, togliendo però tutte quelle masserizie e cose che dai il
Ferruccio, essendo questi gente
fuori,
,
,
luoghi vicini potette trarre; e così provvedutosi tutte le cose fu dato
opportune per
,
ed ordinate
la difesa, aspettava l’assalto,
il
qual
due volte dagli Spagnuoli animoso e grande, e quelli
(1)
reggimento.
(2)
la breccia.
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64 del Ferruccio
si
portarono
valorosamente, che gl’inimici
sì
senza aver fatto frutto alcuno vi lasciarono morte meglio
che mille persone. In questo combattimento fu percosso
da un sasso
di
il Ferruccio modo, che, non potendo stare una seggiola dovunque bi-
in piedi, si faceva portare in
sognava, e così non toglieva
la
che la ricercava. Finalmente poter
far
tornarono
frutto al
alcuno,
campo
si
presenza sua a quell’azione
gli
avversarj vedendo di
sotto Firenze e nel contado di
Pisa.
Ferruccio, ingrossato di gente e lasciate buone guardie
Il
Volterra, se ne andò per la via di
in
non
levarono dalla terra e se ne
Livorno a Pisa,
dove entrando con quella gente, tutta in ordinanza incontrato dai commissarj e da tutte le persone di qualità che erano in quel luogo, dette magnifico spettacolo a tutta quella terra. Già cominciava la città di Firenze a patire grandemente per mancamento di tutte le vettovaglie, ed anche si cominciava ad aver difficoltà nelle provvisioni dei denari per pagare i soldati, di modo che tutta la città si stava di mala voglia, e tutta la speranza che aveva di bene era collocata nell’ajuto del Ferruccio, perchè nei capitani che erano dentro (cioè il signor Malatesta ed il signor Stefano) non avevano .
fidanza alcuna, giudicando che l’uno fosse corrotto dal papa,
non potendo disporre l’altro a far cosa alcuna che piacesse per essere egli di natura poco persuadibile, e non si curando più che l’impresasi vincesse, vedendo che la cosa era ridotti a termine, che, vincendosi, tutti la gloria era del Ferruccio e non sua: e perciò s’era unito con Malatesta per farla
e
loro,
mal capitare, laddove prima
egli
infino al cielo , e perseguitava
il
1
commendava
il
Ferruccio
Malatesta.
Fiorentini adunque sollecitavano
il
Ferruccio che ne an-
dasse a Firenze con più genti che egli potesse, e l'animo loro era di combattere con gli avversarj aprisse.
ma
.
Ma il Ferruccio s’ammalò per
e far sì che l’assedio i
si
tanti disagi sopportati
:
guarito a capo a quindici giorni, ed accresciuto di genti e
denari
,
che avevano
i
mercanti fiorentini
di
Lione mandati
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65 a Pisa, per opera e diligenza
di
Luigi Alamanni, con tremila
tanti e trecento cavalli, e col signor
Giampagolo Orsini che era
poco innanzi arrivato da Venezia a Pisa, il
Lucchese, e poi per
tagne
di Pistoja,
maldo
il
partì
da quivi, e per
salì in sulle
mon-
Maranon volle
tenendogli sempre dietro Fabrizio
col quale egli
,
si
contado di Pescia,
,
per non perder tempo
,
combattere, non ostante che da molti fosse consigliato a combatter seco; ma egli s’affrettava tanto d’essere a Firenze presto, sapendo che la
città si
ritrovava in grande il cammino. San Marcello riposò
strettezza; e senza tener conto di lui, seguitò
E
montagna
così arrivato in su la
alquanto
i
soldati,
i
di
,
quali s’erano tutti bagnati per un’ acqua
luogo era piovuta; e poi che alche quanto ivi ebbe dimorato, seguitò il cammino verso Gavinana, lontano da San Marcello quattro miglia, dove già neH’arrivare in quel
le genti del
principe d’Oranges erano arrivate, talché l’una
parte e l’altra entrarono nel castello. Il principe d'Oranges, avendo inteso che i Fiorentini solil Ferruccio a venire a Firenze, pensò che fosse meglio incontrarlo e combatter seco discosto dalla città, che, aver poi a combatter con tutti, ed anche giudicava che
lecitavano
se
il
Ferruccio arrivava a Firenze, gli conveniva ristringere
campo
insieme, onde
si
veniva l’assedio a dissolvere
menar seco
assai gente, senza
,
il
e per
E per poter
questo deliberò di andargli incontro e combatterlo.
temere che il campo avesse ad
esser assaltato da quelli di dentro, operò con Malatesta di sorta il
,
che egli
gli
promesse, per una cedola di sua
campo non sarebbe da
fu poi ritrovata in petto.
mano che ,
lui molestato; la qual cedola gli
Ma
se ne videro
anché
gli effetti
;
perchè, stimolando i magistrati Malatesta che facesse qualche
opra,
per la quale tutto
al Ferruccio, egli
che il
il
il
non volle
campo mai cosa
far
non andasse incontro alcuna, affermando
principe avea menato seco pochissime genti, e che
campo era benissimo
fornito, e
che non
si
poteva fare
cosa alcuna, consentendo seco ancora in questa opinione C*NTtf - Antologia Militare - Parte
I.
5
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66 signore Stefano
il
:
che era falsissimo perchè
il
il
principe
aveva menato seco tutto il nervo dell’esercito, così de’Lanzi,! come degl’italiani e Spagnuoli e tutta la cavalleria. Arrivarono dunque quasi in un medesimo tempo aOavinana, dove il Ferruccio, ordinate le genti il meglio che 1
potette per la brevità del tempo, s’appiccò
La
cavalleria dei nemici dette in
maniera
dalla quale fu in
rotta,
Il
i
ma
il
cavalli
,
si
fuggirono
principe fosse rotto.
principe, veduta la cavalleria rotta, e vi
d’arme.
una banda d’archibusieri
che
sbandati sino a Pistoja, e dette voce che
archibusieri
fatto
il
)
si
mosse tra
quelli
rimase morto d’una archibusata nel petto;
giungevano a otdel Ferruccio non erano più che
la moltitudine degli avversar)
tomila persone) e quelli
(
i
quali
tremila, vinse. Il
Ferruccio rimase prigione
quale
,
dopo che l’ebbe
fatto
di
Questo fu
il
fine di
Fabrizio Maramaldo,
disarmare
gnalata nel viso, e poi comandò
a’
,
gli
Francesco Ferruccio,
dubbio è stato ne’ suoi tempi
dette
il
una pu-
suoi che l’ammazzassero. il
quale senza
uomo memorabile
d’essere celebrato da tutti quelli che
hanno
e
degno
in odio la ti-
rannide e sono amici della libertà della patria loro,
come
fu egli, che oltre a tante fatiche e disagi sopportati,
messe
finalmente per quella la propria vita, ecc.
La battaglia di Goti nana raccontata da due soldati. Massimo
L'aspetto de' due
IV
Azeglio.
mostrava assai eh’ essi avean di fresco avuto parte ad un’aspra ed accanita battaglia. L’armatura a strisce d’oro di Lamberto, già così tersa e lucente , era appannata dalla ruggine e da un velo di polvere delle penne che ornavan l’elmo non vi era rimasta neppur una, ed appena n’avanzava il segno di due o tre fusti rotti soldati
:
U) Lanzichinevlii:
fanti tedeschi
armati di lancia.
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67 e spogliati.
bracciale sinistro era rotto, e tenuto insieme
Il
provvisoriamente da una funicella
sul petto poi e sui co-
;
scorgea l’ impronta di cento colpi e sul fianco destro l’ammaccatura profonda d'una palla. Fanfulla anch’esso era conciato, Dio lo sa! non avea elmo
sciali si
.
capo, ed invece un cappello, di sotto
in
panno che
capi d’un
che
pelli bigi
cagliato.
si
Avea
maltrattato
e
gli fasciava le
vedessero eran fasciato la l’
quale uscivano
il
tempie, ed
i
tutti impiastricciati
mano
sinistra
,
i
pochi ca-
disangue
e tanto sconnesso
arnese, che nel moversi crocchiava tutto
come una canna
fessa.
Ma alla momentanea, benché vivissima allegrezza,
prodotta
dal ritorno de’ due uomini d’arme, prevalse ben presto nel
cuor degli astanti del
il
doloroso e dominante pensiero della rotta
commissario Ferruccio. Cosi
abbujandosi di nuovo a
poco a poco gli aspetti, oran tornati
al
primo
silenzio, e
soltanto mentre Lamberto e Fanfulla si disarmavano, venivan
dicendo qualche interrotta parola, tutta piena di rammarico, di maraviglia e di lodi grandissime sulla terribile fazione di Gavinana; ed appena disarmati, deceva Niccolò con un sospiro, nel quale il dolore appariva temperato da virile fermezza:
— Ora, dacché a Dio piacque Lamberto
allora battendo
così, narrateci tutto
insieme
le
almeno!»
palme, e alzandole
congiunte insieme, esclamava, tutto infiammato in viso
— Ah! un eroe come mondo
il
Ferruccio non vi
fu,
non
vi sarà
:
mai più
non era degna d’un tal mani di quel E non aver potuto nè impedirlo nè farne vendetta ?... Eh, ma saprà ben farla Iddio la faranno gli uomini finché dura il mondo, finché la virtù, l’onore, l’amor di patria varranno più che la co-
al
uomo.
E
e l'età nostra sciagurata
!
pensar che tanta virtù sia
disonorato marrano traditore di
finita alle
Maramaldo
!
!
dardìa e
il
tradimento
!
»
Dette queste parole con impeto grandissimo, a un tratto,
mutando voce ed aspetto, proseguiva con amaro Oh, appunto, egli ha mestieri delle mie lodi »
—
sorriso:
!
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Googfe
(58
un momento a pensare, come per raccoglier
Poi, rimasto le idee,
diceva con voce bassa e dolorosa
— Ecco dunque come s’
ammalò a Pisa
Governo
di
muoverle
giorni, chò tanto
nostra rovina
andò
:
Avrete saputo ch’egli
la cosa.
(piando appunto avea avuto l'ordine dal genti verso Firenze.
Perdemmo tredici
penò a risanare. E quella, per dio fu la come a Dio piacque, uscimmo una ,
!...
Basta
;
notte per la porto di Lucca.
Eravam
venticinque bandiere.
fanti, e non si giungeva a 500 cavalli. gente che ... e poi s’è vepuò dir Fanfulla duto a Gavinana che genti erano ma sotto il Ferruccio chi non sarebbe stato soldato !... Di munizioni poi non se ne discorre, egli avea provveduto a tutto: polvere, scale, ferramenti, biscotto: V' eran trombe da fuoco, moschetti da
Intorno a tremila
Ma
gente
... lo
.
.
.
.
.
.
.
.
porsi sui cavalletti, e mille cose... Si prese verso Pescia. e
per istrada un ordine! una disciplina! parevan una regola di frati...
Dicon delle Bande nere!
... Fanfulla,
l’abbiam ve-
dute... Di un po’ tu se queste avean loro invidia?»
Fanfulla rispose
bocca, che significa gran-
coll' atto della
dissima affermazione.
— Dunque
prese verso Pescia,
si
e,
come costoro
della terra
negarono il passo, ci volgemmo al castello di Medicina, ove s’alloggiò. E il domani a Calamecca. La mattina di S.'“ Stefano poi, che l’ultimo giorno di quel grand’uomo fu, ci
sul poggio, e
si salì
che
fummo
si
dovea andare al Montale. Ma arrivati due ribaldi cancellieri, il capitan
alle Lari, quei
Pazzagliae'l Melocchi gli si
... quello
i
che chiamano
Panciatiehi
diritto,
come
)
ma
valersi di noi per disfare
e tonti gliene dissero, che,
dicevo, al Montale, egli
a San Marcello
,
si
invece d’andar
lasciò
pur condurre
e sappiate che della rovina dell’ impresa
furon cagione quei due vituperati ribaldi, e non starò a paragone con chi della
bravetto,
il
misero attorno pe* nostri peccati (che non pensava»
costoro al servizio della città,
montagna
si
di Pistoja
altri,
e m»
vorrà !... che quegli arrabbiati
non
si
curano che rovini
il
mondo,
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.
.,
69 purché riescano a scannare uno della parte nemica emesser Francesco, Dio gliel perdoni, non dovea mai prestar il suo ;
ajuto a que’ pazzi furibondi ... Basta,
dicare quella grand’
anima
.
.
.
non tocca a me
il
giu-
avrà avuto suoi motivi. Egli, i
mostravan nemici e gli negavan vettovaglie, disse colFArsoli: E ci converrà alla fine forzar dolendosi che
i
popoli gli
si
—
qualche terra!»
Ed
anco, bisogna dire che que’ Cancellieri
avean promesso un ajuto di mille uomini, che mai si videro. In somma, in un pajo d' ore fummo a San Marcello. Quei della terra, veduto venirsi addosso quella rovina, avean sollecitato chi a sgombrar le loro robe chi a chiudersi e ,
fortificarsi nelle case, e molti
s’eran ridotti nel campanile.
E
su per la costa del Cerreto
dall' altra parte della terra,
era una processione di donne, s’
di
fanciulli, di
vecchi che
ingegnavano campar da quella rabbia , e tutti con qualche
fagotto in capo, carichi de’ loro faneiullini e di quante serizie di casa
mas-
avean potuto raccòrrò e portare, e tirandosi
dietro qualche asinelio, pur carico, o qualche loro vaccarella
od altro bestiame de’castagni, e
si
,
vedevano ora
si
sentivan insino
le
sì
voci e
ora no tra i
i
pianti delle
gruppi
donne
e de’ bimbi ... ed io venivo poco indietro da que’ duo ribaldi Cancellieri
e
,
vedevo che ridevano tra loro
biosa allegrezza negli
occhi
,
pascendosi
,
con una rab-
di quel
doloroso
spettacolo, e venivano instando onde sollecitasse, e dieevan
— Presto,
non ci fuggan tutti!... Ah! vi giuro eh’ io non so che santo m'ha tenuto di non dar loro della spada in sul capo che avrei tolto un gran puzzo dal mondo ... e, dipresto, che
,
cevo
io,
pensare che stiamo con tanti nemici addosso
Dio
lo sa!
contadini
E pel
E
con chi
la
. .
chi son essi
...
.
pigliamo? con que’ poveri disgraziati
?
Italiani ...
vero Dio, che s'egli
dovere
e
,
Tedeschi, e Spagnuoli, e mille diavoli, che anderà a finire.
ci
E
chisiamnoi? Italiani. Ah! molto bene il
flagella, e’ ci fa
e lo può dir Fanfulla, che gliene dissi subito
sto principio
— Que-
poco mi piace; invece di pregar Dio che ci dia
Digitized by
.
70 vittoria, far questi brutti
che troppo In
fui profeta
somma, che
casa per casa a sfondar e dalle finestre tutto,
per
camera
l’
assassinamenti !...
?
appena nella
le porte,
terra,
Non dubitate, addosso
tutti,
ammazzar quanti potevano
archibusate fioccavano, e
le strade, nell’
si
combatteva per
interno delle case, per le scale, di
camera che que’ miseri
in
»
!
volete
disperati d’ ogni pietà,
,
,
volevan almen morire vendicati; e que’ due maladetti parevan
non potevo voltar
diventati cento;
non ve
vedessi, e facean cose che
li
occhio in un luogo che
l’
non so come la terra non
il Melocchi, che d’un suo particolar nemico avea trovato un bimbo venne in piazza ... l’ avea per una gamba ... e rideva all’ impazzata; lo rotò due volte e lo scagliò in una
s’
aprisse ... L'ho veduto io con quest’ occhi
nella casa di pochi
mesi
. . .
casa che ardeva! ...ancora sento l’acuto vagito di quell’ in-
nocente !
.
.
Oh
Dio
!
Dio! e potevi dar vittoria a cotali
non potendo impedire, e non volendo vedere mi tolsi di là eFanfulla meco, e andammo alla porta verso Gavinana ad aspettar che finissero quegli orrori ... A un tratto, chi vedo ? il Melocchi suddetto che veniva correndo con due altri, e mi dice Andiamo, andiamo,
assassini ?... Io,
cotali ribalderìe,
— arriveremo» ...Gli — Se non
:
presto, dietro quelli che fuggono, ci
che
avventammo come due mastini ...
qua sozzo ribaldo era morto. Così
si
!
» gli dissi
e
,
s’
li
tu
egli replicava
Intanto avean posto fine al loro furore, oliò le
campane di Gavinana sonare a
ruccio
,
avvisandosi fossero
i
Mezzalancia fuor della porta
,
levi di
scampare.
si
sentivan
furia a martello, ed
nemici
ordine le sue genti. Egli era, cogli de’
ti
una parola
ritrasse, e que’ poveretti poteron
Fer-
il
veniva mettendo in
altri capitani, nella
di Pistoja
,
e quel
casa
campo che
sorge dall’altra parte della strada su per la costa, era tanto
non si vedea che un ferro. un tempo scuro; ed acqua a bigonce: fu or-
stivato di soldati, che
S’era
fatto
dinato che
le
genti
si
ristorassero e mangiassero, ed
missario, uscito fuori coperto di tutte armi fuorché
il il
Comcapo.
Digìtìzed by
.
71 parlò ai soldati coni' egli sapeva parlare: e poi bevve, e siccome
pioveva sempre, disse ridendo: inacqua
E
il
—
Il
tempo
ajuta: e ci
ci
vino perchè non andiamo ubbriachi a combattere
pur troppo
fu
l’
»
ultimo ch’egli bevve.
Era costì apparecchiato quel suo cavallo bianco quel turco che comprò dall’Albanese: vi salse, e colla spada ignuda si mosse egli con quattordici bandiere e facea l’ antiguardo; il retroguardo eran quindici, guidati dal sig. Gian Paolo. ,
Io venivo
andava
con questi, e seguivo Amico d’Arsoli, e Fanfulla
col Ferruccio.
Venne
intanto di
molti più di noi, e
Gavinana l'avviso che gl’ Imperiali eran guidava il principe d’Orange in perli
sona. Dice Fanfulla che Ferruccio, udito questo, non potè
—
Ah traditor Malatesta » chè non esclamare: non si potea supporre volesse l’Orange lasciar cotanto sprovvisto il campo sotto Firenze se non fosse stato sicuro di non venir molestato da Malatesta. tenersi di
!
,
Forse in cuor suo dubitò nata,
ma al di
fuori
allora
Ferruccio della gior-
mostrandosi pieno di baldanza,
s'affrettò a
giungere a Gavinana.
Noi
altri
un po
intanto coi cavalli del retroguardo
al disotto
prendemmo
a destra della terra, per andar contro quelli
camminando quanto più si poteva veloci e udivamo nell’ interno del castello le archibugiate,
del principe, e serrati,
e
le
lora
grida della zuffa attaccata già dal Commissario. Al-
anche
noi. avanti ,
per venir
alle
mani
,
e
passammo
quel piccolo torrente che v’è. Di là tra castagni v’era un
po
di
largo, e così ci urtammo' coi cavalli del Iìicherini,
con Herrera e Rosciale, e l’Albanese
co’ suoi Stradiotti, e
non fummo mescolati mezz’ ora che, ajutati dagli archibusieri che avevam con noi, li cominciammo a ributtare ed essi non ,
troppo ordinatamente venivan perdendo terreno.
Non per
dir che
ci fossi aneli' io,
ma
s’è fatto
il
potere,
Amico, povero vecchio, combattè quel giorno com’avesse venticinqu’anni. Così sempre serrando nemici, ed
il
sig.
i
Digitized by
72
girammo
intorno alle mura, e
venimmo a riuscire
dall’altra
parte della terra, in quel luogo che si chiama Vecchietto, ove grimperiali cominciarono sparpagliati a fuggire. Il Principe vedendo
i
brutti portamenti de’ suoi
si
spinse innanzi
campi che dicon le Vergini: di qua, di là dal castello, da ogni parte veniva in quel luogo una grandine d’ archibugiate, ma egli, da quel franco signore eh’ egli era, niente, e avanti e in quella che s’ avventa al Masi colla spada in alto, lo vedo piegarsi da un lato, e poi giù disteso a terra. Sul primo pochi de’ suoi se ne avvidero, chè il fumo occupava ogni cosa . ma a un tratto, ecco il suo cavallo, un bel bajo. tutto coperto di cojame bianco, venir giù a salti sbuffando che parea un leone, e passar come un razzo, e sparir nel folto del castagneto rompendo e fracassando rami e quanto trovava ... Per que’suoi poltroni fu come avessero veduto il demonio, ed invece di scagliarsi alla vendetta, via tutti a rotta di collo verso Pistoja, e i nostri dietro e gridavan Vittoria da farsi scoppiar la canna, chè il Ferruccio udì in que’
!
.
.
grida di dentro, e credette aver vinto.
le
L’Arsoli allora tutto ansante, fulminando per gli occhi l’allegrezza della vittoria, disse a
me
addietro alla porta Papiniana, e se
50
cavalli, fateli passar qui
volessero girar la mura, e coglier io
il
i
—
Presto, e ad un altro Commissario può darmi
affinchè ributtino
che mentre
quelli
nostri alle spalle,
séguito costoro che fuggono» Diede di sproni e via di
cannerà, e noi addietro come saette; ben conoscevo quanto importasse far presto, chè vedevo comparir lontane molte bandiere di lanzi, intere e ordinate all’assalto. Mentre ga-
loppiamo per que’ greppi, fu a un tratto come Interrami sfondasse sotto, e’1 cavallo ed io sotto sopra, giù pel pendio tra i cespugli e le macchie finché ci fermammo in
si
un cavo, io sotto, lui addosso immobile, e la gamba ritti che avevo presa la sentii a un tratto tutta molle e calda: era
il
sangue del cavallo che. trapassato da una palla, credo E non mi potevo nè muovere, nè ajutare.
morisse per aria.
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73 e sentivo
mancarmi
l'anelito,
nè potevo capir perchè, avendo
una gamba presa sotto; riflettendovi dopo, credo che momento appunto ch’io caddi mi dovette passar dappresso
solo nel al
viso due dita,
una palla
di
cannone, c sapete che ciò basta
a levar il respiro per un pezzo. Io puntavo le mani qua e là, e mi sforzavo
di riaver la
mia gamba, ma tutto era inutile, e mi toccò aver pazienza. Intanto il mio compagno era giunto al Commissario, e Fanfalla venne comandato per guidar que’50 cavalli ch’aveva detto
l’
Arsoli. Li vidi venire, e formarsi in battaglia in
un largo che mi stava sopra a pochi passi, di dove eracaduto; loro non vedevan me, chè ero ficcato fra cespugli, e gridare non potevo; io gli osservavo, ed ho potuto allora i
conoscere che conto fa qui
il
nostro Fanfulla dell’archi-
busate. Figuratevi ch’egli era col de’ suoi uomini, e sentivo che, far
cavallo dinanzi
vedendo
la
fila
certi soldati giovani
—
gobbe le spalle al fischiar delle palle, diceva Animo non è nulla, quelle che fischiano son già passate» :
ragazzi,
e inforcato, ritto fra gli arcioni, pareva fosse sulla piazza a’ soldati, e non in battaglia, dando molti insegnamenti, ed in quella il suo cavallo toccò un’ archibusata di striscio in una spalla, e si piegò tutto da un lato, ed egli serio serio, senza scomporsi. diceva facendolo muover di passo Quand’un s’accorge che il cavallo è ferito, è regola di non lo lasciar fermo; sente più il dolore; se un nervo è offeso, si può irrigidire: si fa muovere pianamente, così, e venirlo toccando un po di sprone».
d’un alloggiamento a far scuola e veniva loro
!
—
—
A
queste parole Fanfulla disse sorridendo:
— Che
volete? vedevo certi
quel psst delle palle vicin
sentite tante io,
Niccolò e
gli
giovani di prima barba che
all’
orecchie pareva li disturbasse,
non
è da farne caso. N’ho eppur son qui ancora ». altri sorrisero cosi un poco, e Lam-
e volevo che capissero che
.
.
berto proseguiva:
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.
.
74
— In
somma, non
ci
che oramai mi doleva
fu
mai verso di riaver
forte, e la
la
mia gamba,
sentivo tutta intormentita,
e dubitavo fosse rotta; e
quando mi pareva mi tornasse in petto tanto flato da poter chiamare in mio ajuto, ecco venir di verso Gavinana un balestriere correndo, e richia-
mando
addietro Fanfulla e la sua gente in ajuto del
Commis-
che que’lanzi, veduti da noi poco prima, invece di prender di sotto, avean imboccata la porta Peciana, e rinnovata nella terra la battaglia colle genti del Ferruccio sario,
stanche dal lungo combattere con quelle del Maramaldo,
che aveano sconfitte. Io vidi partir Fanfulla. e dovetti ri-
maner
poco dopo sentii nel un tremendo grido, con tanto spesseggiar d’ archibusate che pareva un tuono continuo, e che Interra s’aprisse, ed io mi disperavo di non poter ajutar in nulla. Poi dopo un’ ora, a poco a poco si fecero meno spessi tiri, esempre più diradandosi, fìniron poi affatto, e solo sentivo nel castello un ronzio cupo come in un nido di calabroni a sera poi capitò Fanfulla, che mi ajutò; egli vi potrà dire cosi senza poter far altro, e
castello levarsi
i
:
come andassero
cose dentro la terra, chè vide tutto ».
le
— Così non avessi veduto!* richiamato addietro...
Eh!
disse Fanfulla.
— Quando venni
badate ch’io non so discorrere
Quando dunque come Lamberto, e ve la narro come posso giungemmo alla porta Papiniana, feci scavalcar ognuno per quelle vie torte e strette, meglio su due gambe che su quattro Dunque a piedi, colle picche innanzi, e ben serrati, dico io eccoci in piazza. Che volevate vedere? I morti a mucchi il sangue a rigàgnoli per tutto, come Tacque nc’temporali e dalla via che mette a porta Peciana era già sboccatala prima .
.
.
—
.
.
:
bandiera de’ lanzi
,
e tutta
la strada
che sale un poco,
si
di picche, e venivan avanti da maledetti. Commissario, tutto già ferito c pesto, che fa? La gente sua era in gran parte morta o ferita. Arrendersi? sì. lo zucche
vedea piena zeppa
11
fresche!.. Si fa
una
fila,
chiama attorno tutti capitani e caporali, ne a capo sotto, dentro in quella i
e tutti insieme
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75
E
battaglia di lanzi!
E
al capitan
lui vi s’era
buttato
il
primo, vedete!
Goro, che volle passargli innanzi per riparargli
un braccio ruggendo come una fiera, e lo un pezzo che vedo picchiare, e ho visto ma un cozzo come quello che diede il nostro squadrone (chè c’eramo uniti anche noi agli altri) nella tila dei lanzi, in quarantanni. perlaMadonna, è stato il primo E sotto! tutti co’ denti serrati, che quasi non si vedea lume,
la persona, afferrò tirò addietro.
Eh!
è
picchiar davvero più d’una volta,
!
si
lavorava co' pugnali e co'
lottare, e
ad afferrarsi e
coltelli, e talvolta
andar sottosopra, e
rialzarsi, e
più se n'ammazzava,
e più ne ricompariva, e tanto pensavo uscirne vivo,
esser fatto papa
.
.
Presto eran per mancarci proprio
.
di reggerci in piedi,
non che
di
combattere..
.
come
le forze
Era un
caldo!
e l’armatura parea fuoco espresso... Allora l’Orsino, che
sempre era accanto
al
Ferruccio, e
lo
vedeva ansante, pieno
di sudore, di polvere, e gocciolava sangue per tutto, sento
—
Non
che
vogliamo arrendere sig. Commissario? » No! «grida lui con un urlo strozzato, e parve che gli tornassero le forze a un tratto, e si caccia, più diavolo che mai, nel folto dei lanzi, che cominciano a tentennare. Figu-
gli dice:
—
ci
ratevi noi allora! Ci scagliamo
spingi, e avanti,
cadaveri, e tutti
tratto fiior di porta, e
avevam
come mastini,
ributtandoli a viva
vistomi
e
mena,
e
scavalcando
forza,
sangue, riuscimmo a un
imbrodolati di
all'
aperto,
m’ accòrsi che
rotti lanzi, chè, a dirvela. per quella via stretta vedevo più, e non sapevo dov’ero, e mi sentivo la testa intronata, chè n’avevo toccata una sul capo, e il sangue mi velava la vista. Basta! fuori che fummo si fece un po di largo, mi nettai un po gli occhi ed i nemici aprendosi alquanto, vidi il Commissario cacciarsi in una
non
i
ci
,
casetta vicino alla cappella delle
— Finché
vergini, e io dietrogli,
ne vuoi tu, ne voglio anch'io». da capo ricominciamo a sonare,... ma eramo rimasti una decina enon più, e ora ne cadeva uno, or un altro.
e dico:
E
così
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.
76
ma
senza rinculare un passo,
fine,
ci
la
combatteva sull’uscio:
montaron addosso, che ognun
quattro alla vita. Allora e.
si
eran più di cento che spingevano, e di peso
dentro, e
il
di
noi n’avea
Ferruccio, che pel sangue perduto
stanchezza era venuto a terra e non potea più
gambe nè
muover non parca vivo che dal fulminar degli
braccia, e
occhi e dal ruggito che
usciva tratto tratto di gola
gli
povero signore!... fu preso da uno spagnuolo, e
Eramo
altro, e cosi finì.
venne un ordine
di
il
casa sull’angolo
Maramaldo che
eh’ egli ebbe,
le
salivano
glielo buttarono
s’
della chiesa: uscì
l’uscio, al quale s'ascende per
punto
i
ai
da un
Ferruccio voleva nasconderlo,
misero a sedere su due picche in croce, e
Maramaldo, vinto
io
quattro vivi.
Quello spagnuolo che ebbe
ma
alla
portaron
ci
Lo
gli fosse condotto. lo
portarono in piazza.
era riparato in quella sul
ballatojo
innanzi
due gradinate, mentre apil Commissario,...
soldati che pòrtavano piedi,
rimase stramazzato, reggendosi
però su un braccio, colla fronte alta e più feroce che mai
Qui Fanfulla tacque per un momento. Poi,
fatto
».
grave
e
addolorato nell’aspetto (cosa tanto fuori della naturasua) disse, scrollando
il
capo:
— Darei quel poco sangue che m’avanza per non aver veduto per narrarvi che E dopo un’altra pausa, riprese: — Maramaldo — Ci una volta! mercante poltrone! accosta ciò
sto
!
»
gli
egli dice:
Ma
Ferruccio non
sei
si
»
finire la parola, e lo
gli lascia
mente
non ridotto com'era; e mentre si dicean villanìe, vedo Maramaldo colla destra venirsi frugando dietro le reni finché trova il manico del pugnale, lo sguaina, e l’alza a un tratto sul viso al Ferruccio: io lo guardavo proprio negli occhi... non li mosse, vedete! non li volse, com’ho da render l’anima a Dio! ed ebbe due volte la lama nella gola, e disse, morendo e borper
la
gola, coni’ egli fosse sano ed armato, e
bogliando pel sangue che tu
gli
usciva di bocca:
ammazzi un uomo morto
!
— Vii poltrone,
»
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Il 1
Io
peniioavea
la
inani legate da que 'marrani, che coH'ugne
eco’ denti l’avrei vendicato. Ecodesti soldati
di
fanno
il
capi d’ assassini piuttosto!
?
mestiere
si chiaman capitani vergogna di quanti
!
Io fui condotto in una casa poco discosto, e da quello che m' avea preso venni raffigurato, ed io riconobbi lui, chè fummo insieme nell’ esercito di Borbone: era un certo Velasco ... e mi dice: Oh, chi pensava mai che fossi qui! » e cominciamo a discorrere, e per dirla in breve, m'usò di. molta
—
cortesia, elicgli dissi
:
»
Vedi, che taglia vuoi tu che
ti
paghi
?
a scorticarmi tutto non ne caveresti un ducato».
Insamma, i
soldati
e pei’ l'antica amicizia, e perchè, a dirla, tutti
che da vent’ anni sono in sulle guerre d’Italia
conosco uno a uno, e non per merito mio, voglion bene,
mi
lasciò
andare: bensì
che, se potrò metter insieme
Ho
un po
gli
di denari,
ma ho
li
tutti mi promesso
qualche cosa
un pezzo. Allora pensai a Lamberto: Dio sa com’ è capitato !.. Era già fatto sera, e i soldati nella terra attendevano a far buona insomma, cera, bore e giocare, e metter a sacco le case gli darò.
paura però
clic aspetti
,
quel che
si
animo
suol far sempre. Io ine n’uscii zitto zitto, e misi
Lamberto vivo o morto. Comincio a cercare per que’ greppi (era uno stellato chiaro ) pieni di morti e moribondi, e chi si lagnava, chi bestemmiava Dio e Santi chi vedendomi passare si raccomandava ma che potevo io fare ? Dicevo Raccomàndati a Dio fratello » e passavo avanti, chè a voler dar retta a tutti non bastava un mese. Insomma dopo un par d’ore, che credetti più volte, tanto mi doleva la feriti! del capo e mi sentivo rotto e stracco, di cascar anch'io per non rizzarmi in
i
di trovar
. .
,
:
più zia,
;
—
alla line, dico, te lo trovo in quel fondo, e, la
vivo.
— Ajutiamoci,
.
,
Lamberto, chè
Dio gra-
la festa è
belle
terminata» egli racconto tutto. Ora, come riuscimmo tra tutt’e due a muovere quel cavallo morto, e poi a trovar
modo
di
condurci qui ,
poco importa
il
narrarlo;
il
fatto sta
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78 ci siamo, e che, se credevo riveder Firenze, possa rompere il collo ».
che
Emmanvele
Filiberto di Savoia.
Cesare Baibo.
Nel
XVI
Secolo, fra
decadimento
il
potenze
di tutte le
Casa Savoja sola continuava a crescere. Filiberto, non principe nuovo ma discendente d'una lunga serie di principi buoni, provato dalla cattiva fortuna, e salito alla buona per meriti proprj, riuniva i vantaggi de’principi antichi e nuovi. Se ne seppe valere; e gran capitano a riacquistar lo Stato, fu gran legislatore italiche.
Emmanuel
a riordinarlo, perchè
lo
riordinò secondo
restaurato ancora in tutti gli Stati suoi,
sua capitale, raunò
gli stati
generali in
farsene ajuto a' suoi riordinamenti tardo;
li
sciolse,
non
li
,
il
secol suo.
nemmeno
egli
despotismo.
virtù è a giudicare nel
Ma
nè nessuno
di noi
quasi principe illiberale, usurpatore de’ diritti «li
Non
Torino
trovolli ostacolo o ri-
convocò mai più, nè
de’successori. Quindi è vituperato da alcuni
costitutor
in
Ciani berv. Voleva
presenti,
popolani, e
se è certo che de’vizj e delle
medesimo modo
in tutti
i
tempi,
certo è pure che delle istituzioni è a giudicare diversissi-
mamente secondo
i
tempi.
E
di questa degli stati generali
assemblee deliberative,
e delle
bisogna ritenere che, a
que’ tempi, erano informi, indeterminate nella loro
com-
posizione di nobili e deputati delle città, indeterminate nelle
non servivano a o non servivano se non
loro attribuzioni; ondechè, quali erano, o nulla,
come
in Napoli e Sicilia,
a turbare, come in Francia e Inghilterra. E quanto a dire che Emmanuel Filiberto le avrebbe dovute o potute costituire coi
modi nuovi
in Inghilterra, e
sarebbe poco
più anni appresso Francia e altrove; questo che dire ch'egli avrebbe pur dovuto fare ,
trovati cento e
ducente e più
men
in
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79 ne’suoi Stati le strade ferrate. Io per ine credo che
manuel Filiberto avrebbe
ma
fatte le
tempi
da
Nel medesimo anno restituì
essi.
preme
;
eh’ ei fece a’suoi
di giustizia, e regolò
Em-
assemblee de’nostri tempi
a’ nostri
quello che era
tutto i
senati o corti su-
tribunali minori ne’suoi Stati.
i
Nel 1561 incominciò ad ordinare la milizia nazionale. Addì 17 novembre 1562 rientrò in Torino, e vi rimase poi quasi sempre, a differenza de’ suoi maggiori che prediligevano soggiorno
il
A Torino ricondusse l’università
al di Ih delle Alpi.
degli studj, chiusa durante l’occupazione straniera; e instaurata
vive prima a Mondovi. Nel 1563, estintasi la discendenza diretta degli antichi marchesi di
occupato da’ Francesi, e
fu
s’
Saluzzo,
il
marchesato
accrebbe così di
nuovo
potenza di essi nelle regioni subalpine. Nel 1564
incominciò
il
la
duca
Torino; ed altre fortezze fece
la cittadella di
ad imperio dentro, e difesa all'infuori. Nel medesimo anno incominciò ad ordinar le finanze. Nel 1565 ajutò Malta contro a’ Turchi, e nel 1572 mandò sue galee a Lépanto; poi,
ed ajutò poi de’suoi nuovi reggimenti or Francia or Austria contro gli eretici.
chi ne’suoi Stati,
i
Contra
Valdesi
che erano già anti-
quelli
dell’Alpi,
si
volse non senza
inopportunità, od anche crudeltà per qualche tempo; lasciolli si
in pace poi. Nel
;
pose nell’università di Torino letterati di Egli fu primo a dirozzare
vuotati di
qua e
di
là
l’usurpazione di Saluzzo.
rotti.
comprando Nel
altri paesi italiani.
suoi popoli, primo ad itatutti gli Stati suoi,
da Francesi e Spagnuoli; e questo
spiega e scusa come dieci
Stati,
i
Nel 1574 solamente riebbe
lianizzarli.
ma
1573 ordinò che gli atti pubblici e sempre chiamò, protesse,
facessero in lingua italiana
anni addietro avesse sofferta
Dal 1576
al
1579 accrebbe
gli
feudi imperiali dai Doria ed altri signo-
1579 ordinò
la zecca, e
nel
1580 morì;
fino
operando, legislatore, ordinatore, rinnovatore sua monarchia. Resta così spiegato il perchè, il
all’ultimo della
come Casa
di
Savoja crescesse
;
come
sola
forse fra le
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(
so europee, continuasse senza rivoluzioni o muta-
dinastie
zioni violente; fece ella le
medesima, via via, sempre indefessa, prima che violentata dai tempi. 1
ma
mutazioni volute,
tempi rnutan sempre; ondechè
chemutancon si
essi;
i
veri conservatori son quelli
non gl'immobili,
che, a forza di resistere,
fanno impossibili, e rovinano sè e
La
altrui.
Battaglia di Lepanto contro
[Si fìnge descritta
da un testimone
i
Turchi.
oculare).
Giandomenico Gubrrazzi.
La
Cristianità si era commossa profondamente (0; baroni
di alto lignaggio,
combattere
i
uomini plebei da tutte parti accorrevano a di Cristo, molti per ottenere la remis-
nemici
sione dei peccati e le indulgenze largite dal pontefice Pio V;
ma la
voglie dei combattenti prontissime,
immensa
cupidità di stringersi a mortale battaglia, così
non ac-
erano
le
cordavano
deravano
le
la
segrete intenzioni dei principi collegati. Desi-
giornata
i
Veneziani: la desiderava caldissi-
mamente il pontefice; ma Filippo II re di Spagna repugnava avventurarsi in impresa dove ne andavano tutte le forze del regno, e dove la vittoria forse avanzava meglio le cose degli altri collegati che le sue; nè in quel suo profondo e
ligno consiglio
amava che
gli italiani
come vuole
ma-
uomini acquistassero
una bella fama, temendo che non venissero a sentire la nostra natura, di acquistarne
il
bisogno,
una molto mag-
gran commendatore di Castiglia era stato imposto a don Giovanni d’Austria 2 come un freno da rodere, e non rifiniva mai di susurrargli negli orecchi, temperasse que'suoi spiriti bollenti; suprema gloria, suprema religione esser il vantaggio del re suo fratello: sicché l’anima grande di cotesto magnanimo pendeva contristata da incertezza affannosa. Ma giore.
11
)
oggi giorno accorreva nuova gente per combattere, non certi)
Par
(2)
Figlio di Curio V, e fratello naturale di Filippo
le vittorie
e conquiste dei Turchi. li.
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,
81
cando altro premio nò altra gloria tranne quella il
proprio sangue per la fede.
di
spargere
Don Giovanni mandava
cuore profondi sospiri, stava torbido, con
dal
gli occhi fissi al
pavimento;oradivampava vermiglio, ora pallidissimo allibiva. Ad aggiungere sproni a cotosta anima, di per sò focosa, si univano conforti di Gabrio Serbelloni generale delle artiglierie, di Aseanio Della Cornia maestro generale di campo, i
e di Sforza conte di Santafiore, generale degl'italiani pel re Filippo, sopratutto una cura misteriosa e profonda che gli prorompeva dal cuore, e che pure sapeva quel forte regalmente comprimere. E nonostante .pareva che la battaglia non <*
sarebbe accaduta, che
la fortuna, legata ai peggiori,
con ogni
sua possa attraversava l’impresa; e già una fama molesta spargeva, che, per essere la stagione tarda, fortunevoli
si
venti,
i
avrebbero in cotosto anno tentato senza più impadronirsi di di Durazzo, odi SantaMaura. Aggiungi che don Giovanni stesso, concitato di grandissimo sdegno contro Veneziani, per poco stette a perdere l’occa-
Castelnuovo, o della Valona.o
i
sione, per la quale
il
suo
nome perverrà immortale
ai
più
Le galee veneziane scarseggiando di soldati parve bene a don Giovanni di fornirle con le sue genti italiane e spagnuole; rimedio peggiore del male, eonciossiachè non passasse giorno che non ne nascessero tumulti e risse e zuffe sanguinose. Il capitano Muzio da Cortona, posto sopra la galea di Andrea Calergi nobile cretense, venuto a contesa con alcuni veneziani, messa mano alla spada ne ferì parecchi; tardi
nepoti.
onde
vi si fece tumulto, fu chiamato all’arme, e volgendoquanta accorse quivi gente veneziana allo incontro, malamente il conciavano ; ma il Veniero generale veneziano, come se ciò non bastasse, lo fece prendere, e così grondante sangue, senza misericordia impiccare. Don Giovanni estiglisi
,
mando
offesa la sua autorità, era deliberato a tórre
una so-
Veneziani, rigettando gli argomenti
lenne vendetta contro
i
co'quali Marcantonio
Colonna e
s’ingegnavano raumiliarlo. CiSTtf - Ant-jluffia ,1/i/ifuiv - Parlo
1.
Ma
il
provveditore Barbarigo
Dio, che vegliava alla sa®
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Googìe
.
82 operò sì che pervenisse, col mezzo di certa nave di Candia, la nuova infelice della perdita di Famagosta; ed aggiungeva la lama come Marcantonio Bragadino e Astorre Baglioni, di tesala valorosamente dieci mesi costretti per Iute nostra,
.
dittai ta di
munizioni e dalla impazienza dei cittadini, l’aves-
ma
sero resa a patti onorati:
ordinò prima che
la fede,
al
il
barbaro vincitore rompendo
Bragadino
si
mozzassero
chie. e poi fattolo trarre a vituperio sopra la
le
orec-
piazza,
dopo
inenarrabili strazj volle che lo scorticassero vivo; nè di ciò
ancora contento, riempita tenna
una
di
galeotta,
la pelle di tieno. la sospese all’an-
mostrando per
la Soria e per le altre
contrade del Turco l’infame trofeo.
come per
Allora don Giovanni, diventato pallido in volto morte, parve
sopra
il
uomo che avesse
ricevuta una percossa fortissima
capo; e così stette alcun
a regale atteggiamento, stendendo, gli disse:
si
volse al
tempo: poi componendosi Veniero pacato, e la mano
— Pace! noi non abbiamo nemici
Turchi » Quel sembiante, quelle parole, e
che
altri
i
modo
il
col quale fu-
rono profferite, fecero raccapricciare gli amici che gli stavano attorno pensate quale effetto avrebbero sortito sopra :
i
nemici!
Il
potè ristarsi
Yeniero strinse la invitta destra e la baciò, e non Disgraziato Brada esclamare fra singulti i
:
—
gadin! povero Baglioni » Spaglinoli, Tedeschi e Italiani, !
deposta ogni si
ira, si
gettarono lacrimandole braccia
baciarono in bocca, e
si
dissero:
subita vicenda cacciandosi le
»
mano
la
— Pace!»
fra
i
Ed arme
al collo,
Quindi con
capelli, porco tendo
con orribilissimo grido urlarono
dei piedi la terra,
arme!
mani
:
— Arme,
sia!» rispose don Giovanni recandosi in
spada nuda, che agitata traverso
ai
raggi del sole,
parve mandare, e mandò certo, vivissimi lampi di luce divina: ed ordinò che sopra la sua galera spiegassero il gonfalone della
Lega mandato
dal pontefice, ov’era dipinto
crocifisso
il
con l’arme dei collegati sotto, nel mezzo quella del papa, a mano destra quella del re. e a sinistra quella dei Veneziani, Il
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83 vento, e non fu lieve auspicio di vittoria, distese per l’aria il
modo che pareva mani
glorioso vessillo, per
tenessero tirato pei quattro
lati
e
;
invisibili lo
don Giovanni, fissandovi
con pietosissimo affetto esclamò In hoc signo In hoc signo vincesf » esclamarono prossimi vinces ! «
gli
occhi
:
—
i
;
e queste sacre parole, con prestezza prodigiosa propalate,
vennero
Un lese la
un momento
in
vedemmo
altro successo, nel quale
mano
di Dio, fu questo, che,
potendo schivare
e
dai più remoti legni ripetute.
manifestarsi pa-
essendo
i
nemici lontani,
giornata, e qualcheduno
venire a
di
dei caporali loro avendolo con moltissimi ragionari persuaso,
all’improvviso giunsero le spie, le quali avvisarono esser
rimasto indietro
che
le ventisei il
si
nerbo dell'armata cristiana. Notizia che
il
in parte era vera,
atteso
ma
accresciuta di mille doppi dalla fama,
movesse
non arrivassero
tardi e
in
tempo
navi capitanate da don Cesare Davalo d’Arragona,
quale insieme con don Giovanni era stato posto a capo di
tutta l’impresa.
Sopra queste navi andarono le fanterìe tededa Godrone e Vinciguerra
sche, condotte dai conti Alberigo
d’Arco, per
mente per
modo che
essendosi vinta l’impresa massima-
lo sforzo degl’italiani,
diminuzione
a cagione loro non c'incolse
di gloria.
Nel medesimo errore condussero noi
le
nostre spie, rife-
rendoci con false notizie mancare nell’ armata turchesca Aluccialì con ottanta galee. Così da una parto e dall’altra
maravigliosó era
il
desiderio
ognuno doverne avere
la
di
combattere, parendo ad
meglio. Alì
considerando spirargli prosperevole
,
pascià del mare,
vento,
il
senza frap-
porre altro indugio mosse tutta l’armata con fretta molta e ordine poco, dal golfo di Lepanto.
Il
cavaliere Gildan-
drada, mandato innanzi a specolare, tornava il
che fu sabato, nel cupo delle tenebre, a l’approssimarsi dei nemici la
:
navigammo
sei di ottobre,
farci avvertiti del-
tutta la notte
;
e
mattina all’alba sette ottobre, giorno della festa di santa
Giustina vergine, attingemmo
le
Curzolari,
anticamente
Digitìzed by
8-1
chiamate Echinadi
distanti circa trentacinque miglia eia Lepanto. In questa ecco tornare Giovanni Andrea Doria.
avvisando
,
disponessero a combattere, giacché Farinata
si
turchese», secondata dal
addosso.
stava per giungere loro
vento,
Allora don Giovanni
mandò che l’armata
con mirabile serenità co-
mettesse
si
in
ordinanza,
la quale vanguar-
fu questa: le galee si divisero in centro, in corni, in
dia e in dietroguardia. in maniera clic parevano disegnare la il
forma di un’aquila. Giovanni Andrea Doria capitanava corno destro con cinquantatrè galee, ed ebbe insegna
verde attaccata alla punta dell'antenna. Agostino Barbarigo
condusse
corno sinistro con altrettante galee, spiegando
il
0). Fu preposto alla retroguardia Baxan marchese di Santacroce, con trenta
bandiere gialle dal calcese
don Alvaro
di
galee e bandiera bianca sopra la poppa, disposto a soc-
correre dove meglio ne apparisse
il
bisogno. Guidò la van-
guardia con otto galee don Giovanni di Cordona, portante
La
anch’egli insegna bianca. galea,
cima
battaglia poi.
sessantuna
ili
governava don Giovanni con bandiera azzurra all’albero; c
sperato
si
siccome presagivano che
lo
in
sforzo di-
sarebbe vólto da questa parte, così posero a difesa
a mano destra la capitana del papa con Marcantonio Colonna generale. Romagasso ed altri cavalieri; a sinistrala capitana veneziana con Sebastiano Veniero
della galea reale
,
generale, appresso la quale era la capitana di
Alessandro Farnese principe
di
Parma,
Genova con
e dall’altra parte la
capitana di Savoja con Francesco Maria della Ròvere duca
d'Urbino;
i
lati di
questa battaglia venivano chiusi a destra
dalla capitana di Malta, a sinistra dalla capitana Lomellina.
dove combattevo
io stesso
:
avanti alla poppa della Reale
comcome dimostrò ognuna di
stavano la capitana c la padrona di Spagna col gran
mendatore. Ottimo accorgimento l’effetto, di
porre
le sci
poi
fu,
galeazze veneziane, munite
quattrocento archibusieri elettissimi, di sessanta cannoni di (l)
La cima
dell'albero,
ove
i
marinaj salgono per fare
le
scoperto.
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.
85 bronzo, di tormentiti di fuochi artificiali da offendere, davanti
un mezzo miglio ai corni e alla battaglia. Ahimè! perchè non mi arride un genio amico,
forse
chè non m’ascolta tutta
e per-
Cristianità, per celebrare quei
la
magnanimi che accorsero
volontarj a prendere parte nella
memoranda giornata?
pregherei
lo
richiamarmi alla memoria
nomi
i
madre
la
Dio, a
di
tutti degl’incliti
che vin-
sero vivendo e de’martiri che vinsero morendo; e principal-
mente
dacché, sebbene
di questi,
nelle sedi beate, pure
il
io
creda
deliziino adesso
si
suono della laude torna più degl’in-
censi gradito anche ai celesti.
Dalla parte opposta, condotta dal vento grecolevante, che le spirava secondo, si avanza l’armata nemica, occu-
pando largo spazio
mare, frettolosa c scomposta, come
di
temeva
quella cui tardava sterminarci, e certissima. Descriveva la
vittoria
trecento e più erano le vele. Ali e Pertau generale
mezza luna: mare
di
pascià generale di
guidavano
di terra
sfuggisse una
le
forma
la battaglia; Siroc
governatore
d’
Alessandria e
Meemetbeg governatore
Negroponte,
il
corno destro;
il
La Reale
d’Algeri.
damente veduta
in
qua e
tre di là.
ordine l'armata, sceso dentro un agile legnetto
trasvolava di galea
in
galea, confortando a combattere va-
lorosamente con brevissime e fortissime parole, ehè il
gagliar-
avendo ai lati sei galee prinDon Giovanni, poiché ebbe
difesa della nostra,
cipali, tre di
meno
di
viceré
sinistro Aluccialì
turehesca non appariva
il
tempo,
luogo e l'indole doU'uomo non consentivano lunghe dicerìe.
Corre fama che, giunto sotto la capitana di Venezia, nel vedere Sebastiano Yeniero, vecchio
di scttantasei
di elette e splendide armi, col
anni, tutto cinto
capo scoperto per canizie ve-
nerabile, acceso in volto di stupendo ardore, confortare
suoi
mo,
ail
i
operare virtuosamente, ammirando la bontà dell'uo-
gli gridasse :
— Padre! padre!
Yeniero guardando
il
cielo, quasi
coltà di benedire, stese
il
benediteci
impetrando
braccio, e fece
il
tutti!
»
E
il
dall'alto la fa-
segno della salute
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.
86 esclamando:
— Siate benedetti
in
nome del Padre, del Figliuolo
e dello Spirito Santo »
Dalle galee usciva un fremito, annunzio di prossima strage. I
Cappuccini e i Gesuiti,
ardenti sopra
col erocifissoin
mano e, con parole
paura del pericolo imminente, di
labbri, senza
i
su, di giù trascorrevano suscitandole ire, aizzando
il
furore,
à tutti concedendo remissione di peccati, e indulgenze amplis-
Quando
sime. e speranza certa di vincere, o preda infinita.
don Giovanni
al bordo della sua galea, gli una fregatina, piena di vigorosi real governatore
ridusse,
si
occhi
occorse agli
matori in atto di aspettare: ne domandava della sua galea,
il
quale, rispose,
ogni evento, perchè
averla apparecchiata ad
principe potesse mettersi in salvo.
il
—
E
don Giovanni fieramente: Affondatela; fovoto a Dio di volere piuttosto morire combattendo per Cristo, che campare con vergogna». Al commendatore, che per debito di ufficio lo
ammoniva ad
— Orsù spande
avvertire meglio sopra
(disse)
ad operare il
il
il
tempo della consulta è
fatto del
combattere.
passato; ora attendete
consultato». Ecco balena la Reale turchesca;
il
rimbombo deH’artiglierìe: il segnale
è dato la .
si
Reale
nostra risponde; la battaglia è ingaggiata. Disegno dei nemici fu,
spingendosi innanzi a forma
poppa, insinuarsi nei nostri
un cerchio
parci dentro
di
lati,
mezza luna
di
col
vento
in
passare alle spalle, e invilup-
morte. Le sei galeazze poco cura-
rono. equei prestanti Veneziani imperterriti e fermi non fecero atto finché
non
gli
lora di subito e in
ebbero a mezzo tiro di archibugio; alun medesimo punto spararono trecen-
tosessanta cannonate e duemilaquattrocento arehibugiate !
medesimi che lo avevano commosse come per burrasca, e le galee
L'orribile fragore sbigottì quei
suscitato:
il
inare
si
sospinte da urto violentissimo, presero a vacillare incapaci di
governo;
ma
presto
i
nostri
si
confortarono notando
i
danni
del nemico, c caricati con maravigliosa velocità gliarcobugi. continuarono a trarre disperatamente. E io vo’chc sappiate*
come
in
questa bisogna giovassero
i
nuovi arcobugi a ruota.
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87 ch’essendo piccoli c a maneggiarsi accomodati
non isparasse almeno
tre volte
prima che
i
,
non era
momento i
della splendida vittoria.
La
chi
nemici avessero
sparato una sola con quei loro gravissimi: e tale fu virtù vinse
il
il
primo
furore
e
;
Turchi, mai più avvezzi a simili incontri, ebbero ad allar-
garsi laceri e sanguinosi, a mutare ordine di battaglia, e a
come la nostra armata. Quantunque grande apparisse la prestanza
dividersi in tre schiere
dei nostri,
la
quale pure è dono prezioso dell’alto, volle nonostante il Signore
con segno più visibile della grazia sua palesarci come per noi combattesse, dacché in quel punto accadde notabile mutazione di vento; cessò
il
greco-levante favorevole ai Turchi, e mosse
un ponente-maestro propizio
ai
Cristiani, portando
il
fumo
controdi loro, e privandoli del vedere. Sciroc intanto, non ismarritosi nell’animo, ordinava alle sue galee schifassero
galeazze, e rasentando
sbocca in mare,
si
il
lido colà
cacciassero fra
la
dove
il
le
fiume Acheloo
terra e le galee del Bar-
barigo, e facessero prova di assalirlo alle spallo. Barbarigo
però, punto
meno
approssimino alla diagonale,
astuto capitano, le estreme galee fa che terra, e descrivano
con
componendo un angolo acuto di
formato dalla terra,
l’altro dalle
le altre
cui
un
una
si
linea
lato veniva
sue galee; e tolto in mezzo
Sciroc, usando del vento propizio lo spingo contro l’isola.
Aspramente
si
combatte per ambe
le parti;
ma
le
galee
turchesche perdendo sempre più mare, investono nel lido;
i
Cristiani le seguono, le raggiungono, sopra quanti Turchi
mettono le mani addosso tanti tagliano a pezzi, le galee parte vengono in nostro potere, parte con lo artiglierìe affondano, parte finalmente abbruciano. Ma non senza sangue da questo lato acquistammo vittoria; dacché, per tacere delle altre morti, mentre più infuria la mischia tra Sciroc e Barbarigo. quasi nell’istante medesimo cadono quegli morto, questi ferito mortalmente rii una freccia in un occhio, mentre, allonta-
nando
lo
scudo dalla faccia, si affatica a concitare i combattenti
agli estremi conati, Barbarigo, sentendosi percosso a
morte
,
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88 mentre vacillando indietreggia, deputa in luogo suo Marco Quirini,che secondato da Antonio Canale e dal Cicogna.) quali tutti fecero in quel giorno testimonianza amplissima di onorata virtù, seguita il corso della vittoria, distruggendo le reliquie di cotesta squadra governata da Meemetbeg pascià di Jfegroponte e da Ali rinnegato corsale. E in questa fazione furono visti il Cicogna, che guasto per la faccia e per le mani da una pignatta di fuoco artificiato, sopportando inenarrabili spasimi, non volle mai ritirarsi se prima non ebbe vinta la galea nemica, la quale adesso come trofeo nobilissimo è conservata nell’arsenale di Venezia; e il proveditore Antonio Canale, ohe vestito di una veste lunga e bianca imbottita di cotone, con cappello simile in testa, e in piedi scarpe di corda
menando uno spadone a due mani,
per non isdrucciolare ,
empiva
di terrore e di
strage le galee nemiche, sopra le quali
balzava con agilità e destrezza maravigliosa. Giovanni
Con-
tarmi dei conti di Zaffo però ebbe la gloria di prendere
la
galea di Sciroc, e trovatovi sopra morto questo nemico del
nome
crist iano, gli fece
troncare la testa, e conficcatala sopra
—
Ecco la testa di Sciroc! » per connemici. Presso al timone giaceva moribondo Barbarigo, e ad ora ad ora domandava ai cirAbitiamo anche vinto ! » Quando, strappata dalla costanti poppa nemica la insegna, il Quirino accorse alla volta del Vittoria! », il morente si torse il sangue Barbarigo gridando dagli occhi gravi ormai del sonno della morti', vide l'odiata insegna e rise, poi pregò che gliela porgessero, e recatasela in mano, vi si ravviluppò dentro come nel suo lenzuolo sepolcrale e non osando noi separarlo dal trofeo sul quale esalava l’anima gloriosa, con la bandiera medesima lo sotterrammo a grande onoranza in terra benedetta. Ma lo sforzo disperato accadeva intorno alla battaglia. Ali pascià si era spinto innanzi animosamente, e come Turchi costumano, con immenso fragore di tamburi, di trombe, ili ceramelle odi altri strumenti guerreschi; nè presumevano
una picca gridò tre volte: fortare
suoi, e atterrire
i
i
il
:
—
—
,
;
i
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89 atterrirci
percosse
meno con urli di minaccia e scede o strepito di arme tra loro. Don Giovanni, armato di piastra e maglia,
si loca sublime con la persona scoperta sopra il castello da poppa, ed ordina a Lopez di Figheroa capo degli archibusieri, che, per cosa dicano i nemici o facciano, nessuno ardisca porre mano a ferire se prima egli non ne desse il segnale alzando l'azza. I Turchi sempre e più sempre si accostano, e sparano archibugi, (‘scoccano treccie sopra nostri con danno non piccolo; e molto ancora lo quali ci ci portavano angustia due colubrine da prora
stringendo nella destra un’ azza pesante,
i
,
avrebbero deserti se più pronti fossero
stati
a caricarle e a
spararle. Ci pareva duro dovere stare fermi a tanto strazio,
molto più che
di tratto in tratto
vedevamo onderei
al
fianco
qualche amico o congiunto, e lacero rimoverlo dal ponte, e calarlo di sotto.
Avremmo quasi tacciato di viltàdon Giovanni,
ove noi non sapessimo qual uomo ei si fosse, e volgendogli lo sguardo addosso, ci pareva una statua di bronzo in mezzo alle freccio calle palle
che
gli
fischiavano attorno, di cui egli
faceva caso quanto del vento che gli agitavate chiome. Quando
Reale turchesea ci venne sotto, a meno che a mezzo tiro d’archibugio, don Giovanni leva l'azza, e l’agita impetuoso a mulinello: nostri colpi parvero un colpo solo: il fumo sospinto verso nemici ci tolse la vista del danno che avevano ricevuto; allorché si dileguava, il ponte avverso ci apparve quasi abbandonato. Prima però che il fumo passasse via, don Giovanni ordina dare di forza nei remi, e la galea sospinta ancora dal vento scorreva come un uccello. Un altro accorgimento aveva preparato don Giovanni, e fu questo, di far rostri o speroni alla sua galea, troncare all’improvviso perchè accostandosi meglio alla nemica, gli fosse fatta maggiore comodità di potervi saltare sopra. Cotesto esempio da noi tutti immediatamente imitato, fu un altro motivo di la
i
i
i
vittoria. 11
fumo passa,
ponte.
e la galea di Ali
Don Giovanni,
cólto
il
apparve quasi deserta
destro, gridava:
sul
— Avanti, ca-
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90
andiamo
valieri,
vittoria... noi
alla
vincere, perocché
morendo
ci aspetti
vivendo, un lauro sopra la terra
».
ardore alla prora ; lo seguitano gl i in
meno che non
balena,
si
nella Reale turchesca. Alì
non possiamo se non una palma in paradiso;
E corre con
maraviglioso
altri volenterosi,
ed ecco,
arrampicano, saliscono, e stanno ,
provido capitano, intanto dalle
galee circostanti aveva domandato soccorso, che movendosi subito per via di scale e di corde saliva da poppa, mentre nostri
penetravano da prua: per
la
qual cosa
la
stro,
nè
i
i
battaglia rin-
frescata s’inacerbiva, e ridottasi tutta intorno all’albero
mae-
Turchi valevano a cacciarei Cristiani, nei Cristiani
a conq uistare intera la galea mezzo occupata. Tanto era grande
che nessuna arnie giovava,
la calca, così stipate le schiere,
tranne
pugnali; e
i
i
combattenti, come
adoperavano
rore, vi
li
trasportava
il
fu-
morsi non altrimenti che se belve
i
si
vedevi quella foresta di capi ora piegare da queora dall’altro lato, come campodi biade mature agitato da
fossero: e tu sto,
Non domandavano
venti eontrarj.
quartiere, nè lo desidera-
Ma ecco, quale che ne prendono a balenare, lasciano piede indietreggiano, egli awersarj dove i nostri levano l'orma pongono incalzando laloro, e crescono in ardimento quanto vano: guerra di esterminio fu quella.
fosse la cagione,
i
Cristiani
sospinti dal
i
Cristiani
degradano in vilezza: già molti degli attergati, moto irresistibile, cadono riversi nel mare, altri
più fortunati saltano sopra la Reale di
Spagna .... Che più?
don Giovanni stesso è travolto dai suoi nei passi dolorosi della fuga.
Non meno di
nuove
pedirono
providi,
milizie, ai
i
trattennero sopra l’orlo li
rincalzarono indietro,
sopra
la
nuova nè
si
avevano già munita la Realt* alla riscossa, non solo imnostra galea, non solo li estremo della prua, ma duramente e ai nostri fu dato salire di nuovo
nostri
che arrivando
Turchi invadere
Reale
zuffa, e
ilei
la
Turchi. Sul ponte della galea s’ingaggia
ormai da più
sapeva da qual parte
si
di
un'ora versavasi sangue,
sarebbe inclinati»
la
vittoria:
Digìtìzed by
91
sangue era
la eoperta;
giù dalle pavesate lungo
fianchi della
i
il mare sollevando la spuma orrendamente vermiglia, pareva che ribollisse di sangue. Ahi! truce
galea colava sangue, e
vino, che dispensa ne’suoi conviti la guerra.
Quattro volte nella
fummo
Reale dei Turchi
:
respinti, quattro volte laceri da
ambe
le parti
penetrammo da ambe le ,
parti per morti illustri dolentissimi: e dei superstiti quale ferito,
quale spossato
L 'ultima
volta che
gì, chela mano non reggeva più l’arme. don Giovanni fu respinto successe un
caso notabile, che, indietreggiando egli, senza mai voltare la faccia dal nemico, sia che
il
piede sopra rintavolato
lubrico gli sdrucciolasse, o quale altra ne
fosse la cagio-
ne, cade, ed accenna precipitare supino nell’acqua; se non
che un soldato spagnuolo, che non
gli si
era mai dipartito
dal fianco, lo abbrancò forte con la destra per la cintura,
mentre con la mancasi atteneva al sarchiarne: all’improvviso il soldato prorompe in un grido; il braccio manco gli ciondola giù cionco; egli e don Giovanni senza rimedio precipitavano, quando allo Spagnuolo venne fatto afferrare co’dentiun cavo, e quivi salvi si
si
tenne finche, accorso prontissimo l’ajuto, furono
ambedue. Don Giovanni
illeso
apparecchiatigli estremi conati.
da qualunque percossa
— Prodi uomini
(grida),
anche uno sforzo, e abbiam vinto». Mentre però attende a riordinare suoi Spagnuoli che in quel giorno mostrarono davvero virtù romana, avvennero due successi pei quali ci fu data vinta l'impresa. La galea comandata dal signore Alfonso d’Appiano sfolgoreggiava con le artiglierìe la Reale i
,
turchesca, ed essendo bassa di prora, portava tutti
i
suoi colpi
nel corpo della galea nemica, fracassando quanto incontrava;
andammo pure delatori di un altro motivo di vittoria. Una palla sbalza un
e a questa bassezza
cipalissimo
immane, o troncone, Alì,
che rotto
prinfusto
e lo sbalestra con tanta violenza contro
in più parti della
persona, dà con le spalle
dentro l’albero maestro, e schizzatolo del suo sangue, cade giti
moribondo.
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92
Oche la
fargli Marcantonio Colonna?
memoria
Il
valore dell’uomo,
delle imprese passate, la caldezza con la quale
quest'impresa aveva promossa, ad un tratto e
uopo vennero meno?
Come
maggiore
al
stargli irresoluto? Com’egli,
generale del pontefice, vede impassibilmente scorrere tanto
sangue cristiano ? Egli si talenta spaziare pei mari come se andasse a diporto in barca a godersi il ventolino della sera; anzi pure sparisce dal ponte, e non sanno più ove siasi cacciato. Questo uomo singolarissimo aveva avuto la costanza di starsi in mezzo agli scoppj delle artiglierie, agli sbalzi dei fusti, al precipitare degli alberi e delle
corde, fra
i
varj e orribili
aspetti della morte, fra tante cause di pietà e di furore, senza
commoversi punto, aspettando tempo opportuno a sterminare il nemico quando conobbe la fortuna parargli davanti l’occasione, andò sotto il ponte, e volgendosi con gran voce ai condannati al remo, così favellò: Gente! voi vi siete resi indegni del riscatto. In questo mondo quando profferiscono il vostro nome, le vostre madri, le vostre mogli, ole vostre figlie declinano vergognando la faccia cittadini vi tengono come bestie feroci. 11 cielo vi rifiuta, e la terra vi aborre. Ebbene, io vi riconcilierò con Dio e con :
—
;
gli
uomini:
dato
il
io
si
posso farsi che dai vostri parenti sia ricor-
noine vostro con orgoglio
niera, che la
i
mano
stenda verso
:
io
ma-
posso operare in
del più cortese cavaliere della cristianità
vostra senza tenerla per disonorata
la
—
».
Deh signor nostro, Equei miseri ad una vocedicevano: Dateci almeno comodità di morire combattendo». Ebbene (rispose Marcantonio), io vi dono la libertà: non vi movete dagli scanni; io torno sopra il ponte, quando udirete uno squillo di tromba, riunitevi; e al secondo: misericordia di noi
!
!
—
con quante maggiore forza vi concede la natura, adopeultimi sforzi, puntate
remi.
randovi
gli
Quando
sentirete avere noi investito la galea nemica, saltate
fuori, e combattete
e atterralo
il
timone, indirizzò
la
i
piedi, e agitate
i
Tornò sul ponte, prua contro la poppa di Alì.
come l*anima
v’ispira».
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93 primo squillo di tromba fece sentire, poco dopo il secondo. La galea dava un balzo come foca ferita: l'acqua flagellata ribolle, e mugghia fremente e spumosa fuggendo via. La galea, percorso un breve tratto di mare, con urto irresistibile investe il luogo designato. La Reale turchesca per poco non capovolta, con l’orlo della pavesata si tuffa in mare da un fianco, dall’altro mostra scoperta la carena: la più parte dei difensori rimane con impeto irresistibile balestrata lontano nell’acqua, e così pure avveniva deH’ammiraglio, se non si Il
ambe
appigliava all’albero maestro con tornò diritta,
il
le braccia.
Quando
Colonna, prevalendosi dello sbigottimento dei
nemici, saltò sopra la galea accompagnato dai suoi, e se ne rese padrone. Riarse l’ira dei comandanti turcheschi le galee
messe
in custodia della Reale, e sette
nuove se ne mossero ad
un tratto per condurre don Giovanni a pessimo partito. 11 Veniero solo si fece contro a tutte, sostenendone l’impeto con prodigioso valore; ma quel fiero vecchio sopraffatto dal numero, vedeva scemare de 'suoi
:
una
freccia gli
di
momento
in
momento
il
numero
aveva trapassato un piede, e un poco
per l’acerbità del dolore, un poco per la perdita del sangue sentiva non potere più reggere: urgeva corso, e
il
bisogno del soc-
non sapeva piegarsi a domandarlo. Giovanni Lore-
dano cCatarino Malipiero videro
il
pericolo dell’inclito vec-
potevano non glielo consentiva la egregia mostrano scoperti, e mentre com-
chio, e accorsero a sovvenirlo; questi prodigiovani starsi dietro le pavesate
ma
natura; dalla cintola in su
si
battono da veraci campioni di Cristo, percossi di arcobugio
cadono entrambi morti nelle corsìe. Il marchesedi santaCroce, che già si era mosso, giunse, se non a tempo per salvare la vita {il Malipiero ealLoredano, opportuno almeno a vendiTurchi furono tagliati a pezzi, e le galee carne la morte; i
caddero in nostro potere.
La
Lomellina, soccorsa da Vincenzo Querini, delle sette
galee che la combattevano ne prese cinque. Pertau, gittatosi
dentro un eaicco. a furia
di
remi
si
allontana: e noi
vedemmo
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94 le spalle di
quel feroce, vòlte in amarissima fuga.
1
Cristiani
schiavi sopra le galeeturche, accortisi dallo scompiglio
fortuna abbandonava gli aborriti padroni, e afferrate quelle
armi che
il
furore e
il
che
la
rompono le catene,
caso ministrano, fanno
acerba vendetta dei lunghi patimenti, e assicurano la vittoria.
Mentre queste cose succedono nella battaglia e nel corno procedeva alquanto avversa la Giovanni Andrea Doria, il quale doveva scostarsi dalla battaglia soltanto quattro corpi di galea, trasgredì il comando, e si distese pel mare. Dicono che il facesse con buono intendimento, sia per dare campo alla battaglia e al corno sinistro che si allargassero, e si ponessero con agio in ordinanza; sia per sospetto di non rimanere avviluppato da Uccialì, che gli veniva incontro con molto maggiore numero di galee che non erano le sue; sia finalmente per prendere il vento in poppa onde dare dentro con sinistro dell'armata cristiana,
sorte nel corno destro.
impeto
ai legni
nemici.
mare, quando conobbe gliate e lontane,
Ma Uccialì,
le
espertissimo capitano di
galee del corno destro, così sparpa-
non potere di
leggieri l’una l’altra soccorrere,
senza punto curarsi di essere sotto vento,
si strinse addosso smembrale, con forze di gran lunga superiori, e uccisi principali capitani, ne prende dodici. Qui apparve la virtù di Benedetto Soranzo, da paragonarsi piuttosto all’antica che preporre alla moderna; imperciocché, visti morti o feriti incompagni, ed egli stesso essendo in più torno a sè tutti
alle i
i
parti della
persona impiagato, non
patire che, rassettata,
un giorno
gli bastò
l’animo di con-
orme turchesche, nè potè
siderare la sua galea calcata da i
nemici se ne valessero
ai
danni della patria dolcissima onde strascinatosi al luogo dove si conserva la munizione della polvere, vi appiccò il ;
fuoco, e sè, la galea e tutti
i
nemici che
vi
stavano sopra con
orribile scoppio slanciò rotti e mutilati per l’aria.
per
somma
ventura campava; e
fu
Uno
solo
Giacomo Giustiniani, che
sospinto senza offesa lontano nel mare, potè per miracolo salvarsi a nuoto.
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,
95
Nè certo
vuoisi tacere
il
scontro della capitana
fiero
di
Malta, la quale, investita da tre galee turchesche, combatteva
intrepidamente mostrando dura fronte alla fortuna; se non
che Uccialì, ravvisando colui che
si
lo
stendardo
di
San Giovanni, come
professava capitale nemico della religione
di
Malta, non vergognò spingerle contra altre tre galee per
averla ad ogni modo. Fra Pietro Giustiniano, generale, con-
siderando soprastare a sè e ai suoi l’ultimo
fato, gli
esortò a
morire animosamente, dacché del vincere non v'era speranza, e del rendersi
non parlava nemmeno. Durò
la
mischia
galee contro una, gloriosa pei Cristiani, infame
ai
di sei
Turchi,
due terzi della gente giaceva uccisa, l’altro terzo grondante sangue il generale per tre immani piaghe versava la vita; cinquanta cavalieri nobilissimi avevano spirato tre ore;
;
l’anima; la galea fino al castello occupata; lo stendardo caduto in potere dei nemici; e
nonostante faceva prova di difendersi.
Frate Agnolo Martellini, cavaliere fiorentino, ridotto a tristo partito degli altri,
men
sosteneva la onorata agonìa. Ucciali,
compreso di rabbia, ordinava si mettesse fuoco alla galea, ma il Doria facendo forza di remi sopraggiunse alla vendetta, e la fece; imperciocché, urtando
combattimento, ne gialì,
menò
capitano di
i
nemici stanchi dall’aspro
orribile strage,
Algeri,
ammazzando Cara-
con moltissimi
altri
caporali
turchesehi.
E
fama e di sventura furono le galee toscane, le quali per mala sorte seguitarono il Doria. La Fiorentina combattuta da sette galeotte, rimase vuota di soldati e di ciurma; sopravisse ferito gravemente Tommaso dei Medici: la più parte dei cavalieri di Santo Stefano combattendo fino all’ultimo sospiro compiva la vita. La galea di San Giovanni, guidata dal cavaliere Agnolo Biffoli, patì una stretta punto belle di
meno
dolente, ehò
il
capitano vi fu ferito diduearehibugiate
nella gola, ed oltre al cavaliere
Simone Tornabuoni
e Luigi
Ciacchi, vi morirono sessanta uomini di valore. Peggio ca-
pitava la galea sopra la quale
combatteva Ascanio della
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96 Cornia, circondata da quattro nemiche, so
geva
Alfonso
al soccorso
meno pronto giun-
Appiano, capo
eli
galee
delle
fiorentine.
Ma
ormai da ogni lato sonava il grido della vittoria: e Ucoiali, vedendo movergli contro tutta l'armata nemica per invilupparlo e prostrarlo, deliberò partire. Don Giovanni di Tardona si avvisò contrastargli la fuga con le otto galee di Sicilia,
ma
piccoli danni,
e Quirini
stanchi
i
si
scompigliato da forze maggiori, riportati non
ebbe a cedere
il
misero a dargli
passo.
I
provveditori Canale
la caccia;
galeotti per le durate fatiche,
senonchè avendo con infinita
ama-
rezza lo contemplarono ridursi a salvamento con quaranta
San Giomemoria,
legni, colla nostra galea corliota e collo stendardo di
vanni. In questa fuga accaddero due casi degni di
quali furono, che Giovambattista Mastrillo nolano e Giulio
i
Caraffa napoletano, mentre sono con
stesso la si
medesima audacia come se
sollevano contro
altri fecero
i
altri
coni pugni condotti
mostrando nel momento
prigioni sopra due diversi brigantini,
si
fossero data la intesa,
Turchi, accoltellano
sembianza
i
Rays
e quanti
di resistere, e di schiavi e vinti di-
ventati liberi e vincitori, tornarono a noi. che a
braccia
aperte gli accogliemmo, eo'brigantini nemici pieni di schiavi e di ricchissima preda.
Circondato da nere nuvole, gittando lungo per
avveniva che
la
le
il sole declinava al tramonto, onde uno sguardo obliquo, per cui
parte rischiarata mandasse vivida luce, e
mare fosse ingombro di tenebre: al fiotto dei marosi accompagnavano gli urli, le imprecazioni, le supplicazioni singulti, e da lontano parevano un pianto solo; il
l’altro si
e
—
i
pianto della natura sopra lo strazio de’suoi figliuoli, certo
da lei non creati per lacerarsi così. Per la striscia di luce comparivano casi da far piangere gli angioli, e taluni, ma pochi, degni affatto della origine celeste dell’uomo.
una gente chiusa
Vedevi sopra le galee che abfiamme, senza sospetto che.
al terrore, salire
bruciavano, cacciarsi tra
le
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97 in
quel punto ardendo le polveri, preda e
rompessero in frammenti minutissimi di
;
altri,
combattere, siccome l’odio implacabile
ciuffano pei capelli
o per
li
barbe, e in
le
eo’pugni percuotonsi, eo'denti
si
predatori di-
non
sazj
ancora
flagella, si
difetto di
ac-
arme
lacerano, ed ora la lesta
dell'uno or la testa dell’altro con infelice vicenda sparisce sotto le onde, finché queste,
sdegnose quasi che durasse
tanta ira in creature così fragili e caduche, le avviluppano
nell’immenso seno, e non compariscono più, si
contendono un albero, o
mentre,
fusto, o
pili
caritativi e
— Poc’
oltre
troncone, per appi-
rimanervi tanto che giunga
gliarvisi e
meglio assennati
il
,
ma
soccorso;
poteva bastare
consumando le forze estreme ognuno esclusivamente per sé, gli opprime comune. Tale altro stupido di paura, aborrendo annegare, afferra un frammento di galea che arde, e fuggendo T acqua, perisco per dolorose bruciature. Infiniti palischermi guizzavano di qua e di là pieni di gente ebbra di vittoria, che le teste dei Turchi natanti toglievano a bersaglio, come il cacciatore costuma delle anitre per gli stagni e a quale si accostava supplicando la vita, lasciavano che mettesse le mani sopra la banda del caicco. oppure gli porgevano il remo quasi per ajuto, poi a colpi di accetta tagliavano le mani, o fendevano loro la testa con disoneste ed infami ferite. Pochi di questi burchi andavano in traccia dei cari parenti e dei compagni vivi o morti ch’e’fossero; pietosa cura, perocché a qualcheduno venisse fatto trovare quello che andava cercando, e lo amato capo dalle onde estraeva: se speranza di salvarlo in vita balenava, con ogni maniera di ufficio lo proseguiva: morto poi, lo rivestiva . lo armava, nella destra gli poneva stocco o zagaglia, lo faceva onorevole, e come vivo e ascoltante lo lodava. Questa battaglia, dove combatterono assai più di cinquecento vascelli, durò da mezzogiorno fin presso alle ventidue ore: vi morirono dei nemici, chi dice ventimila, a tutti la tavola della salute, per possederla
un
fato
;
C«*tù -
Antologia Militare
- Parto
I.
7
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by
Googte
98 chi trentamila e chi
un numero maggiore: su
stringo a dire, che molti certamente furono,
di
che mi
ma nessuno
mancarono alla chiamata settemila seicento cinquantasei; liberammo dodicimila schiavi cristiani; f
Dei
contò.
li
vascelli presi
nostri
sommarono
a dugento: noi
perdemmo
la
sola galea eorfiota: degli altri legni nemici, se togli qua-
ranta scampati con Ucciali. quale rimase sommerso, quale arso;
acquistammo centodiciassette cannoni, dugentocin-
quantotto pezzi d’artiglieria minore e diciassette petriere: prigioni circa quattromila, tra
i
quali, per tacere degli altri,
comparivano notabilissimi figliuoli di Ali, di cui il maggiore moriva di angoscia a Napoli, e l'altro fu trattenuto in prigione i
Immensa
cortese dal papa.
la preda, così di
pecunia come
di armi, di arnesi e di vesti doviziose, eonciossiachè
estimando mettere
fuga
in
i
i
Turchi,
Cristiani, e di girsene, piut-
tosto che a battaglia, a giocondo ritrovo, procedevano ornati, di magnifici
delizie cui città;
abbigliamenti
vestiti, circondati
di tutte quelle
erano costumati a godersi nella sicurezza della
oltreché seco apportavano
le
spoglie nobilissime
di
Cipro e delle riviere cristiane, che nel lungo corso ave-
vano
Ma
lasciato deserte. il
generale Veniero, come colui che, avendo consu-
mato gran parte
della sua vita sul mare, era sottile
specudon Giovanni, il quale, deposto lui onorava unicamente, lui padre chiamava, e a modo di padre con reverenza filiale proseguiva, a ripararsi, senza mettere tempo di mezzo, in qualche porto vicino, ed indicò Petalà sopra la riviera della Natòlia, dacché il tempo minacciasse fortuna. L’armata assentiva al comando, e adoperandovi forza di vele e di remi, latore dei venti, persuase a
ogni altro
verso sei
le
affetto, lui
quattro
ori»
abbracciava,
di notte gittò
miglia dal luogo del conflitto.
l'àncora in Petalà, lungi
Don Giovanni,
consigliato
prima di tutto si provvedesse fei'iti, e quanto meglio fu dato con aniino prontissimo obbedimmo; ed egli stesso non risparmiando fatica,
dall’egregia sua indole, volle ai
gli
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Googfe
99 così senza prendere cibo si recò a visitare
invero poteva egli giovare effettualmente
ma
la
la maestà qualcheduno
presenza amica,
di refrigerio rese a
giacenti.
i
quei miseri;
a
una parola
dell’aspetto,
loro
di
spasimo delle piaghe, più tolleranda
Poco
meno acerbo
lo
la morte.*
Ora accadde, che passando presso a un giacente sopra un mucchio di paglia, don Giovanni sentisse con molta familiarità salutarsi
— Buona E
sera,
questi, a cui
:
don Giovanni non giungeva nuova !
la voce,
ma
su quel
subito non ricordava di quale si fosse, rispose nel paterno sermone come appunto favellava il giacente: Dio vi guardi, prode uomo, e la santa Vergine. Voi,
—
a quando pare, siete rimasto offeso:
mente:
fo
voto a Dio per
la
sopportate paziente-
vostra salute...
A
poco prezzo
avete acquistato una fama immortale...
—
—
ma non importa, don Gioprezzo non è poco; vanni. voi avete sembiante di non ravvisarmi... Il
— Mi sembra! ma sarebbe possibile!.. Don Michele?... — Cervantes Saavedra tutto vostro per la vita e per ...
d)
•
la morte.
— Ah! don — ve Io
nuovo,
di
E
il
Michele mio, datemi la mano....
don Giovanni nuovo ve la darei,
l’ho data,
io di
;
se potesse crescermi in fede di
giacente mostrava per l’aria scura
il
Dio
».
braccio mutilato,
involto di panni sanguinosi.
Don Giovanni allora riconobbe ne precipitante in pericolo di noi
vedevamo piangere
in lui
il
soldato che lo sosten-
vita: tacque, e se
lo invitto capitano.
il
bujo non era,
Scorso un lieve
spazio di tempo, don Gio van ni ri prese con voce tuttacommossa:
— E quando arrivato? E perchè non mostraste?» Don Michele — Tardi venni, perchè da Genova a Napoli non mi siete
vi
rispose:
trovai
(i)
Don
Cervantes, insigne poeta, autore d'uno de' più divulgati romanzi, d Chisciotte. In latto combattè a Lepanto, e vi perette una mano.
/
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100 denaro sufficiente da
pagare cavallo o vettura, e Dio sa me ne affliggeva, timoroso di giungere intempestivo; ma, come piacque alla nostra Signora, mi trovai alla mostra che faceste alle Gomenizze. Aveva stabilito mettermi nella se io
disposto a difendere con la mia campione della Cristianità, e il sangue più nobile di Spagna; la fortuna, amica per questa volta, mi assentiva pieno il disegno, ed io devo ringraziarla se, avendole data la vita, me la ritorna indietro con una mano di meno. Mi parve poi bene non farmi conoscere, perchè battaglia al vostro fianco vita
se, la
il
,
fortissimo
morte mi risparmiava, avrei potuto stringere
destra onorata, e rallegrarmi della vostra gloria sto era destinato
;
ne avrebbe sentito cordoglio l'animo vostro, per sissimo;
e se
la vostra
se all’oppo-
ch’io soccombessi, ignorandolo voi.
finalmente dovevamo morire
troveremmo adesso
presenza
alla
di
Dio
non
me amoro-
ambedue,
ci
».
Queste parole semplici, e nonostante maestose di gran-
empivano
quando uno Spagnuolo Chi mai avrebbe creduto incontrare tra guerrieri di Lepanto il nostro poeta !» Alla quale considerazione don Michele sempre pacato rispose dezza,
ci
di meraviglia,
interruppe il silenzio religioso, osservando:
—
i
:
— Cavaliere,
voi cessereste dallo stupore, ove
poneste
mente Don Giovanni nostro deve salutarsi come l'altissimo poeta della Spagna. Di due ragioni vi hanno poeti: quelli che operano le cose belle, e gli altri che le cantano. Don Giovanni ci ha dato l’argomento del poema: adesso che tutto
quanto apparisce grande,
forte e magnifico,
è poesia.
comporrà per lui la nobile epopea? Ah! Signore... non che non mi sento da tanto». Così s’incontravano due più eletti spiriti che abbia mai partorito la Spagna: entrambi grandissimi e infelicissimi,
chi
io...
i
e tenuti in piccolo conto in quella contrada, che tra
avrà fama principalmente perchè patria
Come
troppo bene aveva preveduto
il
di
i
posteri
loro.
Vernerò, imper-
versò nella notte una spaventevole procella. Le galee rimaste
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Coogfe
,
101
mai divampanti di fiamme, ora apparivano sopra la sommità dei marosi, ora sparivano, o sbattute trasversalmente volavano per la superfiee delle acque. Davvero avevano sembianza di demonj, che sbucati dall'inferno, fossero accorsi a raccogliere lo anime, ad esultare della Al domani miimmensa strage nel luogo del conflitto! lidi, e il mare roteava gliaja di cadaveri ingombravano le azzurre sue onde come nei primi giorni della creazione. accese, più che
—
i
Come
il
mondo
cristiano esultasse, voi sapete.
sommo
11
mura
pontefice volle che, abbattuto lungo tratto di
presso
a porta Capena. per quella breccia Marcantonio Colonna entrasse in al
Roma,
Campidoglio
un grosso dono prima il papa, la
si
modo
e a
degli antichi Cesari trionfando
riducesse; dove giunto, gli fu presentato
di denari,
che da
lui accettato,
ne ringraziò
e poi subito depositò affinchè ne facessero
dote a molte orfane e povere donzelle. Così, ricco non
di altro tesoro
alle
che
di
fama accresciuta, tornava Marcantonio
sue case, tanto più grande quanto
veramente romana!
Veneziani,
I
ai
dei caduti in battaglia spettavano,
morti
si
più solo:
quali pure
i
anima
due
terzi
non patirono che come
piangessero quei valorosi che, caduti combattendo
con Tarme alla mano, riviveano a secolo immortale, e loro più stretti parenti comparvero nelle pubbliche grazie
i
che
si
resero
a
Dio
vestiti
di
broccato e di altre stoffe
non Spagna
preziose: sangue anch’essi latino! Quello però che voi
potete avere inteso,
acerbamente di
si
è
questo, che
sofferse la vittoria,
avere posto in avventura
Filippo di
rampognando
le forze della
il
fratello
monarchia, senza
che la vittoria valesse a produrgli vantaggio ; e mentre
sommo
il
don Gioparole dell'Evangelista Fuit homo missus o
pontefice saluta nella effusione del cuore
vanni con
le
Deo , cui nomen
erat .Toannes
che non rifuggì da proporre
si
vi
fu
tale
in
consultasse se gli
Consiglio, si
dovesse
tagliare la testa. Vergognò Filippo medesimo della tremenda viltà de’suoi consiglieri.
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102 Quale ne venne da tante morti cosi prodigiosa vittoria,
manza in oh come
comodo
fuori, nulla. Gloria,
,
ai
da tanto valore, e da Cristiani? Dalla rino-
ebbrezza dèlie anime grandi,
scadi dalla estimazione e
dal desiderio
,
quando
Ognu-
sei fatta traffico dei calcolatori delle nobili passioni!
no pensa a
e per oggi
sè,
cura. Venezia in mare, la
domani non conosce o non Polonia in terra, rimangono ab;
il
bandonate come due vedette perdute dei nemici
incontra agli
sforzi
della fede.
generale Morsigli.
[I
Ricotti.
In nessun Italiano
fortuna
,
fu più
manifesta
e la costanza e l'alacrità
la
bizzarrìa
della
dell’animo a superarla
e trarne profitto, che nel conte Luigi Ferdinando Marsiglia
Nacque le scienze
nel
1658
fisiche
Bolgna: passò
in
la storia
la
gioventù a studiare
ed esatte. Di 21 anni era a Costantinopoli,
occupato ad osservare e descrivere
lo stato fìsico e
politica e la naturale di quell’impero.
morale,
Tre anni
appresso, trovandosi privo del padre, cadetto di famigliascarso di avere e contrariato in amore, entrò volontario nel
reggimento a cavallo
Caprara, che militava in
del conte
Ungheria.
Alcuni suoi disegni
di
fortificazione, alcuni suoi pareri
e osservazioni militari l’elevarono prestamente al grado di
capitano nel reggimento stato
al
Dieffenthal.
abbandonato dalla sua gente, cadde
che dopo averlo per
campo
loro,
il
Ma
vendettero per sette
un
dì
,
in potere dei
tre giorni trascinato
nudo
talleri
essendo Turchi,
e ferito fino
a
un
bascià.
suoi ulficj Furono dapprima più vili: quindi passò ai una bottega da caffè. Sotto Vienna lavorava costretto alle trincere, quando Turchi, sentendo che un i
i
servigi di
i
esercito guidato dal re di Polonia
si
avvicinava in soccorso
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by
103 della città, risolvettero di uccidere tutti gli schiavi cristiani. Il
sorgere dell'alba doveva segnare
Lo seppe rossi, e si
aveva oltrepassato
campo turco
il
lo scopriva e
per
sperando di
di far
schiavi
I
una
sentinella
suoi padroni lo
catene.
e
le
Vienna. Già
Bentosto
carrette fatali,
man-
morte.
Egli
destinati
alla
perduto; se non che due soldati turchi,
tenne
si
allorché
battiture
alloggiamenti
gli
date a raccogliere gli allora
;
di
ultime guardie, e
e le
respingeva addietro.
ricevettero crudelmente, con vidercji girare
mura
le
giubilava credendosi salvo e libero
morta
principio della strage.
il
Marsigli, e tanto fece nella notte, che sfer-
il
avviò carpone verso
guadagno sopra
la sua persona, deliberarono
comprarlo e trafugarlo. Messagli pertanto una corda
al
obbligarono colle sferzate a seguitare a piè nudi
il
collo,
corso dei loro cavalli.
poco sigli
di
Durò 18 ore
biscotto fritto nel grasso di
un Mar-
barbaro viaggio
il
una candela
fu al
:
unico refrigerio in tanto travaglio.
Giunse
così,
mortalmente ammalato,
droni, che lo serrarono in
una
al
paese de’ suoi pa-
stalla, e l'attaccarono,
come
giumento, alla catena; una povera donna turca per compassione
gli
fece
un
giaciglio di paglia. Quivi stette molto
tempo lottando
colla morte, e non sapendo desiderare la mai più da quello aggiungeva dolori a dolori. Pure, come Dio volle, la bontà della sua complessione superò la violenza dei mali; e tosto egli col succo di erbe si ingegnava di delineare le fortificazioni fatte dai Turchi al ponte di Esseck e la disposizione del loro campo sotto Buda, e ne spediva segrevita; posciachè la disperazione di uscire
stato gli
tamente
i
disegni ai generali dell’esercito imperiale. Tale
era quell'anima, benché inferma, e tra
Dopo
le
catene da schiavo
molti e vani tentativi, finalmente
pervenne a Venezia, e non molto poi gli di prossima liberazione.
risposta, annunziatriee
ostacoli si attraversarono trattative
vennero
rotte, e
all’effettuazione di i
!
una sua lettera giungeva una
Ma
tanti
essa, che le
suoi padroni, per levarsi qual-
Digitized
by
104
vendere
noja e sospetto, gli protestarono di volerlo
siasi
altrove. Ciò gli
avrebbbe chiuso forse per sempre ogni via
se fortunatamente alcuni Turchi, guadagnati a
di salute,
prezzo d'oro, non avessero trovato
modo
di rapirlo e
con-
durlo a Venezia.
Quasi altro
uomo
conte Marsigli arrivò tra
il
a non molte settimane combatteva sotto
Essendo poscia
della sua compagnia.
i
Buda
suoi. Indi alla testa
Vienna
stato spedito a
per sopravvedervi la fonderia dei cannoni, vi intraprendeva utili
ricerche intorno l’accensione e la forza della polvere, e
proponeva
al
governo parecchi miglioramenti circa
la
forma
cannoni e il modo di gittarli. Nel 1685 la diligenza da lui usata nel ridurre a difesa la città di Gran nell’Ungheria inferiore, gli fruttò il grado di lenente colonnello. All’assedio di Buda il suo ingegno e il suo coraggio riuscirono molto proficui. Fu anche suo il parere di darle un assalto generale; il che venne esegui-
dei
Avresti allora mirato
to felicemente. il
dolore di
una grave
la strada alla biblioteca dici.
Fu
di
cui
più
quindi a
ferita, e fra
macerie,
tenti, di sotto alle
di
nella guerra contro
a i
Marsigli superare
il
tumulto dei combat-
fiamme aprirsi
alle
Corvina per salvare
tordi arricchiva
mano
il
mezzo il
i
preziosi co-
patrio Istituto.
mano compagno
del
duca
di
Lorena
Turchi, ambasciatore al papa, inge-
gnere, segretario di ambasciata a Costantinopoli, e nova-
mente
svaligiato, e
novamente
ferito e lasciato
per morto.
il più sottile ritaglio di tempo; ma spada nella penna oppure nel coltello anatomie sotto le batterìe co, nemiche, e fra i politici negoziati, e nelle maggiori strettezze della fort una, o preparava la grande
Tuttavia non trascurava
cambiato
la
opera intorno al Danubio, o scriveva preziose memorie circa l’idrografia,
i
monumenti,
la storia, la statistica, la
botanica, la meteorologia dei luoghi da
lui
visitati;
ov-
vero raccoglieva e illustrava anticaglie, e di tratto in tratto insieme colle code da bascià e cogli altri trofei della guerra.
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105 spediva a Bologna, mappe, disegni, curiosità, statue, antichi, e libri, e oggetti di storia naturale. Nel
tempo faceva fabbricare strumenti
in patria
una
gli
ottici.
ma
Marsigli rifiutò
il
la caldezza dell’animo
procacciò nemici, e la qualità sua di straniero glieli
rese pericolosi. Cominciarono ad accusare lato; egli si difese
il
Marsigli di pecu-
davanti ad una deputazione straordinaria di
giudici, e ne uscì assolto
ma non
;
potò per allora impe-
trare che la sua innocenza venisse legalmente
da un consiglio
quel colpo,
di guerra. Fallito
tentarono di toglierlo di mezzo mediante sassino: lasciovvi la vita il
medesimo
specola, e la dotava di
Generoso, benché scarso di sostanze, doni quando l'accettarli era onesto;
suo
rilievi
il
acclamata
suoi nemici
i
pugnale d'un as-
cuoco, preso in iscambio di
il
Marsigli ferito e malconcio rimase
al
utilissimo.
Venne egli
infatti,
dopo
rendevano
la conclusione della pace,
eletto plenipotenziario a segnare
Polonia,
quando
i
lui;
congresso di Carlo-
witz, ove le sue profonde cognizioni dei luoghi lo
confini tra
i
il
Turco,
la
Veneziani e l’Austria. Eseguiva questo carico,
gli si affacciarono
i
monti
di
Rama,
tra
i
quali era
stato schiavo 15 anni avanti. Tosto fece fare ricerca degli
antichi suoi padroni, gli accolse cortesemente,
parecchi
nel congedarli
dì, e
zecchini, oltre ad
un pingue
li
tenne seco
donò loro mille agnelli
e
300
benefizio militare, che ottenne
in loro favore dalla Porta.
Più che
grado
il
di generale, gli fu caro
premio per que-
ste fatiche la facoltà concessagli dall'imperatore di
provare
innanzi ad un consiglio di guerra la falsità delle antiche imputazioni.
Ma
più dolorose ferite
gli
apparecchiava
la
per-
fidia de’suoi avversarj.
Avevano gli di
Landau, e
il
Imperiali nel 1702 messo l'assedio alla fortezza
principe di
venuto a rafforzare parvero
le
Baden
gli assedianti
lo
guidava. Al Marsigli,
con cinquemila uomini,
linee dell’oppugnazione troppo larghe.
Ne
fece
parola con un Garelli bolognese, medico dell’arciduca Giu-
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106 seppe, sotto
il
cui
messe e con doni
nome
lo
si
trattava la guerra; e con pro-
indusse a persuadere
suo signore della
il
necessità di avanzare le artiglierìe e le trinciere, ed avvicinarsi al fosso. L’arciduca restò capace delle ragioni allegategli dal
suo medico:
Marsigli fu sostituito neH’ufficio di
il
primo ingegnere all'italiano Fontana,
il
quale era stato ucciso
nelle trinciere. e in quattro giorni la piazza fu astretta a
capitolare.
principe di Baden ne sdegnasse e pensasse a vendinon è adire. Sapeva che il Marsigli era amico del conte d’Arco tenente maresciallo: mandollo perciò sotto i costui ordini a difendere Brissach. Era la città mal guernita di mura, di artiglierìe e di gente; ed alcuni traditori accrescevano difficoltà alla difesa. Il Marsigli instò presso il conte d’Arco acciocché facesse venire quanto era duopo: non veggendo effetto dalle sue istanze, ne scrisse al principe stesso di Baden, ma non ne ricevette risposta. Allora di per sé provvide ai primi bisogni, chiamò nella città 700 uomini del suo reggimento , impegnò per pagarli proprj beni e le
Se
il
carsi,
i
proprie argenterìe, rescrisse a Vienna, protestò, chiese
miato;
insomma
mandò
agli arresti.
tanto
si
infervorò,
che
il
com-
conte d’Arco lo
L’imperatore, ingannato intorno a queste faccende, rispondeva imponendo che badassero bene, e che la piazza di Brissach resistesse sino all’ultimo.
vano troppe attaccò
il
cose. Giusta
il
Ma
a difenderla
presagio del Marsigli,
bastione di San Giovanni, e sforzò la
il
città
mancanemico a capi-
Ciò venne attribuito a tradimento o codardìa; e per sentenza di un consiglio di guerra il conte d’Arco perdette la
tolare.
testa, al Marsigli fu dal carnefice spezzata la
nero
tolti
i
spada, e ven-
gradi, le bagaglie e l’onore.
L’inaspettato e indegnissimo colpo sconvolse sulle prime
l’animo di
lui
:
ed a mostrare
non tardò il
egli tuttavia a riprendere spirito
viso alla fortuna. Si presentò in abito di
abbate all'imperatore, e
gli
chiese giustizia;
ma
indarno. Al-
Digilized by
107
mandò
d’Europa la narrazione sincera della sua disgrazia, fece ritrarre in un quadro la scena della sua condanna, e formossi un nuovo stemma di una catena, di una spada rotta e di una mezza luna rivolta a terra e grondante
lora
ai dotti
sangue.
Congedatosi in
tal
modo
pubblica vita,
dalla
ritirossi
presso la piccola terra di Cassis nella Provenza in una villetta
a riva del mare. Quivi, ignoto
medesimo, passava
mano un
il
al
mondo
a
e quasi
tempo a pescare, a coltivare
se
di sua
giardinetto, ed a studiare e descrivere la natura
de’pesci e di alcuni zoofiti.
Una
volta bensì ebbe a sdegno
la
e fu quando giunse a Marsiglia schiavo sopra una nave francese un cugino de 'suoi antichi padroni, e gli mancò il denaro per riscattarlo. Pure tanto si adoperò presso
sua povertà
il
,
re di Francia, che al fine lo vide restituito in libertà.
Il papa mandolo
al
ritrovò
suoi beni rovinati
tolse
il
Morsigli dalla solitudine di Cassis, chia-
delle sue armi. Tornando in patria, o rapiti: ciò nullameno perBologna l'Istituto, ove riunivansi ad incremento delle scienze un padre Grandi, un Eustachio Manfredi un Vallisnieri, un Guglielmini e un Yalsalva. A questo Istituto il Morsigli donò tutte le rarità da lui raccolte col patto espresso che non se ne facesse mai menzione. Sarebbe anche stato suo desiderio di riunirvi grami
comando
venne a fondare
in
,
,
matiche e
lessici di tutte le lingue,
materiali per tutte le scienze;
medaglie
ma
le forze
di tutti
i
tempi,
mancarono
alla
grandezza del concetto. Ciò
fatto,
nascente famosi.
e
visitò
l'Europa ad oggetto
Istituto, e legarlo colle
di arricchire
accademie e
il
coi dotti più
Al suo ritorno gli regalò manoscritti, incisioni valore di 12 mila zecchini, e perfino caratteri di
libri pel
stampa
orientali,
poligotta.
che servissero introdurvi una tipografia
Questi magnanimi sforzi avrebbero dovuto
mo-
vere la pubblica gratitudine aeoronaredi onoreedi riverenza gli ultimi giorni di
un tanto uomo;
ma
fu altrimenti.
Con-
Digitized
by
108 sempre,
trariato, invidiato
si
trovò egli costretto a viverli
Como, parte nel fido ricetto presso Bologna non ne ebbe che l’estremo sospiro.
altrove, parte sul lago di
Cassis.
Nato
imprese, più vasto che profondo nel
alle più nobili
concepirle, più ostinato che felice nell 'effettuarle, impetuoso,
seppe aprirsi una carriera di gloria là dove l’invidia stimava disonorarlo per sempre. Dal palco infame della sua condanna gettava egli, per così dire, attivo, franco, severo,
basi della ittiologia dei fiumi nell’opera danubiale rispet-
le
tata
ancora oggidì, e additava
naturali.
Queste ignote
sannò ancora trovare
vere basi delle scienze
le
vie, fuori di
gli
ogni regola ordinaria,
ingegni italiani
Immagine stampala
!
dell' Italia.
I
1
)
Lance i.lotti.
Venne un
foglio
scrivendo
fuori, nel 1617,
stampato il
con l’occasione de’rumori di guerra
in Venezia,
me
meglio che da
il
quale andrò brevemente de-
si
possa e sappia. Vedresti in
quel foglio una figura principale e molte altre minori attorno in
ogni parte.
La
figura principale si è
addolorata e mesta dritta
la.
una donna a sedere
toccando o sostenendo
con
la
guancia, e sopra la sinistra appoggiando
mano il
go-
mito, in atto lagrimevole ed infelice. Ai piedi una corona
come caduta
reale
così alla peggio,
con queste parole: Cecidit
corona capitis mei.
E
che donna credi tu che sia questa? sopra il capo
scritto Italia fui. Volle in
di lei è
dunque l’inventore di quanto si vede mondo un'immagine della miseria,
quel foglio proporre al
nella quale l’Italia oggidì
si
trova
Nel seicento, come sempre, diceasi che era il tempo più infelice dele che una volta si stava ben meglio. Il Lancellotti scrisse L'Oggirti per dimostrare che oggi non si sta peggio che in passato: o (trista consolazione) che sempre ci furono guai e ride degli oogidiani. dell ’ oggidianare ecc. Fral'altre adduce una caricatura, che allora si stampò come usa adesso, ov'era effigiata l'Italia con tutti i mali che soffre. (1)
l'Italia,
;
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,.
109
Proseguiremo a dire
dell'altre
figure più piccole che vi
sono, tutte indirizzate a questo fine. Quinci e quindi contro la faccia di lei soffiano ribil
due gran
venti.
Sopra
mano
Dalla
dritta alcuni
monti
de 'quali escono e volano verso
con
il
capo un ter-
dragone, ch’apre la bocca e vibrala lingua per divorarla,
son queste parole: Discordia principimi
le
tandem vorabo. cima
e scoscesi, dalla
l'Italia
non so quanti
galli
parole In sepulcrum. Più giù d’essi monti alquanti
cani, con le parole
parecchi orsi, con
ramente filia
alti
te
Venimus. Alla radice de’medesimi monti le
parole
Non
reditur.
Una città, che chia-
vede che rappresenta Venezia, con
si
intacta
ma net ;
sotto gli artigli.
Una
le
parole Sola
ed appresso un’aquila che tien tre città
che significa Ragusi, dalle
città
mura
una donna che getta danari ad un pescatore, ad un dragone, ad un’aquila e ad un gallo. Una montagna dalla
della quale
come di città o castella Quo Etrvria ? Un’arma di
quale precipitano abbasso fabbriche diroccate e guaste, con le parole
casa Medici, dietro alla quale cade una catena, raddoppiandosi, e facendo
un gran cerchio a un leone, che dentro vi una branca; il capo della catena è in bocca
tiene la testa ed
d’un gallo, ed un’aquila poco più giù tenta di spezzarla; parole all’arme sono
:
Laqueus
le
forlis, fortis et leo ; al gallo
Invenies ; all’aquila, Abscindam. Dietro al leone sta una città,
sopra la quale, come per isferzarla, egli alza la coda
dov’è scritto, Videbimus.
Una
lupa con due bambini
poppe, con un’aquila ed un giglio, l’uno e corpo, rivolta indietro verso colle parole Qucero
prostrati
il
alle
l’altro dipinti nel
leone, che pare la perseguiti
requiem. .. Tre uomini nudi giacciono
in terra, ed un’aquila di sopra sostiene tre scet-
e tre corone, come cose rapile a quelli, ciascheduno una di queste parole: Insubrum, Siciliarum, Parthenopeorum, ed alcuni cani, segnati con l’aquila e con stanno alla guardia loro intorno... E finalmente un la spada, uomo per terra appoggiato sopra un’arme coronata, e diviso in tre parti da un’aquila alla quale porge a divorare il cuore,
tri
de’quali ha
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by
Googfe
110 da una
fiera
che
gli porta via
una gamba,
un
e da
gallo che,
per quanto può, lo va beccando e consumando.
Tutto questo mucchio d’immagini goffamente
fatte, e
sparse attorno all’Italia, fu posto insieme per dichiarare e
porre negli occhi de’ riguardanti è condotta oggidì questa
meschina
il
misero stato,
Italia; e così è
al
quale
avvenuto,
perchè, dispensato qua e là per le città quel foglio, ha trovato
luogo ed è stato ricevuto dentro alle case più
particolarmente a quei d’oggidì
mostra appeso
alle pareti, quasi
,
botteghe
,
e
dove
avrà piaciuto, ed in
vivo simulacro dell’afflitta
come più volte io medesimo ho veduto. io che uno de’maggiori spropositi che vedessi o mai d’aleuno d'oggidì è quello o dell’ inventore chi che fosse, o più assai dello stampatore di quella carta. Volle e sconsolata Italia,
Ora dico
sentissi
questi rappresentare a colpo d’occhio agli Italiani
mali che. nel anno 1617, opprimevano
l’Italia;
i
tanti
e che fece quel
buono oggidiano? Andossene a trovare l'istessa figura ed invenzione mandata in luce sessantatrè anni prima; e così di peso,
senza levarne o aggiungervi niente,
la
diede fuori
per mezzo delle stampe, e quel ch’è peggio, confessando
li-
il fatto con queste parole, cioè: « Fu stampata nel 1554 ed ora si ristampa l’anno 1617 ». Quanti e quanti di quelli che la videro e la veggono, e tengono appesa al muro delle loro stanze, avranno e devon dire (parmi di sentirli): « Povera Italia! Eccola qui la sfortunata ... Com’ella è ridotta oggidì, com’ella è concia bene! Ti 'so dire che non è più oggidì, come già era. signora e regina
beramente
dell’universo.
Non
poteva dir meglio, non poteva trovar
parole, che più le quadrassero, che più vivace e
brevemente
spiegassero l’infelice sorte alla quale oggidì è giunta questa sfortunata Italia, che quelle che il bell’ingegno quasi dalla
bocca di
lei uscite,
scrisse soprala sua
immagine, Italia fui,
perchè può bene con ogni verità ella e chi l’ama e la contempla oggidì, sospirando e lagrimando alzar le grida fino al cielo, e dir con colui Fuit Ilium, et ingens Troja fuit. :
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.
Ili
Povera
Italia oggidì
,
povera
Italia!
Mai più
si
vide cotanto
come
insidiata, lacerata, calpestata, assassinata dai forestieri
oggidì
si
vede. Dicalo dunque, dicalo purè che n’ha ben ra-
gione. Italia f ai
»
Queste sonale querele, ch'io giurerei hanno migliaja di persone,
mosse dalla
fatto e
fanno
vista di quella figura;
perchè? se tuttodì sentono farsi caso per ogni cosa che di contrario avvenga a questa benedetta Italia, quanto più por-
gendosi lor occasione di mirare tanti mali, da
quel
lei in
poco spazio rappresentati? Senza punto avvertir che con quelle parole <
1617» l’autore
Fu stampata di sì bell’
nel 155-4 ed ora
opera
si
dà con
la
si
ristampa nel
zappa su
i
piedi;
bisogna ben credere ch'egli fosse oggidianissimo, e che quelli
che considerarono qualche poco quelle parole, e non
si
sve-
gliarono a pensare che quella era una semplice copia di cose
ma
succedute 63 anni prima,
precipitaronsi ad oggidianare
anch'eglino con quell'oggidianissimo stampatore, fossero oggidiani del primo bussolo.
Come domine non
pensò egli
lo
stampatore del 1617. e molto più non pensano quelli ai quali piace quel foglio di maniera che pare ben loro vada
a
non pensano, dico, che il corso maggior parte avversità, guerre ed insidie che vanno quivi dipingen-
ferire giusto l'Italia,
delle cose, le azioni dei principi d’oggidì e la delle
dosi o
come
presenti o
come già
soprastanti oggidì, all’Italia,
sono oggidì da essa, per grazia ed insomma non calzano
del 1623, nella quale noi siamo Io
non istimo
sì
quell’ Italia fui,
prender occasione gli
la
Mi
Dio,
di
all'Italia del
non poco lontani,
1617, ed alla presente
?
poco colui che fece uscire in pubblico
o l'istessa Italia fui, ch’io non ne possa di fin’ contra di lui, lei e contra tutti
oggidiani qualche risentimento, e tanto più quanto che
prima
volta, o egli, o ella
rido bene di chi nel
giudizio,
1617
non
si
doleva forse a torto.
la fece; uscire
con
sì
come abbiamo mostrato, a dolersi del medesimo
poco che,
più di sessant’anni prima per appunto, e con le precise
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112 parole chi
si
si
Ma
doleva nella grande scena dell’universo.
voglia colui, che o
allora o
comparire nel teatro del mondo
sì
ultimamente
sia
la fece
sconsolata e mesta, ac-
suoi Stati condotti a sì mal termine, compagnata da tutti me non importa. Per me fa il saper di certo, e i
chè a il
vedere che a quell’/to/ta fui è stato dato ricetto da tanti riputata
e tanti nelle case loro, è stata
vivo dell’Italia quale oggidì
si
un'immagine
al
trova; e l’aver io udito le
mille volte or questo or quello nel fissare gli occhi e la
mente
in essa,
prorompere a parole
marico: «Povera giusto dovevano
Italia
!
di tristezza e di
vedete eom’ella sta oggidì *
,
ramcome
esclamare quando la prima volta, ses-
santatrè anni sono, fu veduta, e che per conseguenza sia stata ricevuta
con
l'istesso
consentimento ed applauso uni-
versale dagli oggidiani ultimamente
Non può
come
allora.
negarsi già che, senza quella figura,
senta ogni giorno e quasi
ogni
momento
non
si
intonare nelle
nostre orecchie quelle meste e lagrimevoli voci. Italia fui. Porgile pure nelle radunanze che si fanno per le città grosse, in particolare d’uomini
ancorché dotti e
udrai, se punto s’entra a ragionar delle cose del
pratici,
mondo
,
e di
Francia e Spagna, di qualche soldatesca che debba passare o svernare in questo o quel territorio, d’alcuno aggravio
imposto di nuovo a’sudditi da qualche principe, e d'altre o più gravi, come sono
tali
fuori
i
le
guerre udrai, dico, sboccar
più belli oggidì del mondo, e farassi sentire, qualche
Italia fui. Vorrei pure io una volta sapere dagli oggidiani dell’Italia questo fui quando fu. Quanto a me non so trovarlo,
e se pure pensando e ripensando ne rintraccio qualche contezza,
mi par che
il
fui di
lei
sia tanto antico
,
che gran
ma-
raviglia è ch'ella co’suoi oggidiani se ne ricordi più, e che
per ancora nelle avversità d’ogni sorte non abbia fatto
il
callo e l’osso.
A che dunque tante grida, mia
signora Italia fui? Cara signora
Italia (dico signora, perchè,
a dispetto di chi non vuole.
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113 sei
stata, sei e sarai
per mille rispetti e
bella, la più nobile, la più
signora la più
titoli,
degna dell’universo); quando,
dimmi di grazia, quando fu mai cotesto fui ? Se non intendi al tempo che fioriva l’impero romano, io non so immaginarmi
Sul quale potrei risponder molte cose; dirò
altro.
solamente e pregherotti che
ti
contenti, e anzi ringrazi i
Cielo di questo stato nel quale ora
comandare
mondo per mezzo
al
ti
trovi
,
che
il
di vederti
de’Neroni, de’Diocleziani,
de’Massimiani, de’Caligoli, de’Valenti, de'Giuliani apòstati e d’altri mostri di crudeltà e d’ogni male. Se pure ti
quando
lamenti e gridi Italia fui stendi la mira tanto addietro,
memoria, che per ogni picciolo travaglio che vien sopra di te, ti vada subito ricordando dell’antichità tua sì grande; anzi tengo che (perdonami di grazia) la dimenticanza di tanti patimenti tuoi sia cagione che tu ti mostri oggidiana a più potere. Italia fui Italia ftii! Che fosti mai { fosti mai com’ogni altra parte del mondo, netta, monda da mille imperfezioni e vizj ? fosti mai felice, beata in modo che ogni cosa passasse appunto conforme al tuo volere, che non sapessi che cosa fosse aver io
non credo che
in te sia sì tenace
,
insidie,
A
nimicizie,
persecuzioni e
cento
che dunque tanto rammaricarsi che
eh 'oggidì
stai
peggio che
stessi
mai
,
mille
incontri
?
fosti,
Italia fidi
s’ogni
avversità e
disgrazia e servitù che oggidì provi è poco più quasi che
ombra
dell 'avversità, delle disgrazie e delle servitù antiche?
San Gotardo
Battaglia di
tra Austriaci e Turchi. Agostino Paradisi.
Niuno imperio
mai così vicino a perire come l’austriaco a quella occasione, avvegnaché tonta fosse la sua strettezza che a centomila nimiei potè appena contrapporre seimila combattenti.
E
fu
qual
potuto della salute Camu -
uomo
senza nota di temerità avrebbe
dell’Austria
Antologia Militari - Parte
1.
non disperare, salvo un 8
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114 Montecuccoli
al
<*),
provvidenza e
quale fidata l’avea l’ordine eterno della
la superior tutela della cristianità?
modo con
narrerà per qual
sì
tanto nemico l'intiero tratto di
prenderà faccia lasciando che
i
La
storia
tenui forze, tenesse fronte a
una campagna:
di favola e di esagerazione.
e la verità
Narrerà come,
Barbari spaziassero per ampio paese,
ei le
an-
guste forze in angusto territorio restrinse; come accampò, dove
nè per moltitudine poteva circondarsi, nè per alcuna parte venire esplorato
;
dove riferendosi a città forti e munite, e il Danubio, non potevansi al campo
per navi signoreggiando proibire
i
tamente com’egli, facendo fronte stò
la storia
minu-
alle ripe dei fiumi,
acqui-
sussidj e le vettovaglie.
tempo, indugiandone
intrattenne
il
i
Narrerà
passaggi, e
Turco lentissimo
in
come finalmente
un assedio,
in fino
la rigida stagione lo ritraesse ai quartieri c all’ozio
egli
a che
inope-
roso del verno.
Nel qual tratto
riposo ebbero
di
e spazio di ristorarsi
,
le
armi cesaree tempo
e all’imminente ruina
dell’Austria
non mancò di sussidj la Francia e l’Alemagna. Già il Raab. angusto fiume, è il solo limite che sèpari le due nazioni, e tutto lo sforzo e il furore di quella lunga guerra, e gli timori le animi e l'attenzione dell’Asia e dell’Europa, speranze, la libertà, la gloria di cristianità sono ridotti a quel varco, utilissimo ai Turchi se lo tragittano, fatale ai Cesarei se noi difendano. Fida il visir nella moltitudine i
e nel barbarico lusso
.
delle artiglierie e de’ cavalli; fidano
Le prime lor linee lo estreme de’ moschetti, mescoarme opportunissimo, aprendo quelle la via all’urto, queste sgombrandole col fuoco. Riempiono il centro le genti nuove e colletizie deH'Imperio, e le ale son tenute dai veterani. Son primi gli Ottomani ad assalire: condotti dal i
Cristiani nella fermezza e nell’ordine.
son munite delle picche,
lamento
di
Visir varcano il
centro
si
il
fiume,
rompe,
si
si
gittan sul centro de’ Cesarei, e
disordina.
(I) Generale italiano dell'esercito
Vince
il
condottiero
il
Germanico. So ne parla piò avanti.
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115
panico timore nato
da quel primo
fra’ suoi
assalto,
gridando
magnanimamente, ìndia doversi paventare, quando ancor non s’era tratta la spada; e raccolte genti dalle riserve, percuote di fianco
Barbari, e
i
supplendo
la moltitudine,
respinge nel fiume.
li
della
a’ difetti
somministra nuovo esercito a’nimici, e
minor
Ma
disciplina,
la battaglia in
un
luogo fornita, ripullula nell’altro più fiera e più sanguinosa.
Non giova fermi
a’
resistere e servare
luoghi occupati, non
gl’infedeli,
rimuovono; intanto che
si
opera de’ guastatori
la sollecita
campo quando
il
ripara col presidio delle
li
trincee; intanto che interminabili squadroni di cavalli tra-
gittano chiusi
il
e
guado, e poco manca circondati
l’uscire, e certo
derati
consiglia
prudenza del spada e nella
il
;
terribil
perdere.
che
si
a’
Cristiani
situazione
il
che non sien dove dubbio è
La timida prudenza de’ Confea raccolta; a la generosa non vede scampo ohe nella
suoni
condottiero vittoria. Si
ricurva a foggia d’arco l’esercito
cristiano, c con generale battaglia, di
investe
,
nemico per la fronte e per
assalito li
assalitore,
fianchi:
il
furor
suo vien lungamente ributtato dal maggior furore de’Gia-
lungamente dubbiosa è la sorte del cimento, ma le migliori arme prevalgono alle molte? prevalgono alle stesse trincee. Finalmente il Visir si denizzeri e degli Albanesi, e
libera di retrocedere e ricoverarsi sull’altra ripa; il
segno
e
fanti, si
di ritirarsi, le genti, rotto
addensano
al letto del
ma
dato
ogni ordine, misti cavalli fiume, troppo angusto a
tanta moltitudine; impacciati, nè posson rispondere al fuoco de’ Cristiani
,
nè salvarsi col nuoto; e
i
gorghi del Raab,
traendo! a fonilo, compiono quella vittoria clic, le spade non avean ancora pienamente maturata. Tal fu l’esito della giornata di San Gotardo, così detta i
dal luogo del combattimento; giornata illustre ed eterna-
mente memorabile, le
se, considerati
i
pericoli, le difficoltà e
conseguenze, ella fu alla Cristianità quello che
Zama
ai
#
Romani, quello che Maratona
agli Ateniesi.
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Googte
116 Parallelo fra e
il
il
generale italiano Raimondo Montecuccoli
maresciallo francese
Turenna AV A. Paradisi.
L’Europa, quasi d’ogni altro pensiero dimentica, stette, attonita e sospesa, ad osservare la fortuna, dubbia in egual
due maggiori capitani del secolo, Montecuccoli Turenna. La scuola del guerreggiare non ha forse alcun nè più fecondo di ammaestramenti, siccome quella campagna: ed io non dubiterò di reputarla maravigliosa, quando ella parve tale all'oracolo della scienza militare, a Federico. Posso io tacere com’egli, agguagliando virtù, fra’
e
tratto più eccellente,
Raimondo
al
vincitore di
Pompeo,
inviti
i
giovani guer-
a riguardarlo sul Reno, o se per la scelta del campo preserva la Alemagna, o se, mutando spesso di luoghi,
rieri ei
è presente a’ Francesi, dovunque rende infruttuosi loro progressi; o se, antiveggendo sempre, le azioni sue
dovunque i
misura colle intenzioni del nemico; se animoso approssima: accennando sempre nuovi disegni, disegni dell’avversario debilita ed interrompe l Per tali atti d’incomparabile prudenza si conduceva il sagacissimo italiano; quando la morte immatura e mose cauto retrocede; se, i
mentanea del Turenna cangiò di aspetto le coso; e il pubblico pendeva dallo sperimento di una battaglia, rimase incerto a qual de’ due competitori convenisse a giudicarsi la preferenza. Certificato della morte dell’avversario Raimondo lo pianse con lagrime sincere e generose; parendogli che non potesse giammai bastevolmente deplorarsi la perdita del maggiore degli uomini, sic-
giudizio, che si
,
come
ei
si
espresse, e di colui che parve
dell'uman genere: parole nelle quali è
il
nato per onore
senso del più
(1) Luigi XIV ili Francia colle sue ambizioni aveva eccitato l'Europa a frenarlo colla guerra. L'impero ili Germania si mosso in soccorso dell’Olamla, mandandovi le sue truppe col Montecuccoli. mentre le francesi erano
Turenna, che a Saltzbacb avendo 64 anni
capitanati dal luglio 1675
fu colpito d'una
cannonata
il
27
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,
117
ampio elogio e più fecondo; e delle quali può nascere dubbio se maggiormente il lodato onorino o il lodatore: parole piene di equità, che non furono con pari gratitudine dagli scrittori francesi ricambiate. Certo coloro che non temerono di asserire essere allora il Turenna pervenuto al vantaggio, ed aver la morte sua preservato di
il
soccombere, hanno dimenticato
Montecuccoli dal rossor
il
Montecuccoli, nell’an-
campagna, espugnatore in faccia a’ nemici della munitissima città di Bona; il tragitto del Reno, lungamente
terior
conteso e nobilmente superato, e l’emulo suo condotto alla necessità di cese,
una
hanno dimenticato che
battaglia; e
assalitore
deliberato di
il
Fran-
spaziare largamente per
l’Alemagna, fu represso nella frontiera, e contenuto nell’angusto circolo di poche leghe; hanno dimenticato che l’Italiano
egregiamente sostenne
erano
le
colui che
le
difesa,
della
parti
sue per allora; di che no seguita ch'ei potò
ritamente arrogarsi quel
titolo di vincitore,
ha soddisfatto all’intento
Io però,
al
quale
non dissentirò dalla opinione
che ci
si
che
me-
compete a
guerreggiava.
di chi
reputò essere
que’due chiarissimi condottieri lineamenti della più evidente somiglianza. Àmendue nipoti di due grandissimi stati tra
i
capitani (l’uno del principe Maurizio, l’altro di Ernesto)
e loro discepoli; amendue dagli infimi gradi, pervenuti
premi; amendue e
non
di elevato
a’
su-
ingegno, di rettissimo giudizio,
per alcuna passione; valorosi abbastanza
alterabili
perchè niunanota moderati perchè
di timidezza
non
fosse
li
contaminasse, e abbastanza
loro
rimproverato
giammai
alcun eccesso di temerità. Assuefatti a combattere e a vincere per istudio, reggendosi tutto per la ragione, e nulla
per la fortuna:
solleciti dell’esito e della
molto più che della privata loro gloria:
pubblica salute
solleciti del
sangue
de’Ior soldati e delle ricompense, c degnissimi dell’egregio titolo di padri dell’esercito. a' quali
siami lecito, per
Tali sono
amor
i
rapporti comuni:
della verità,
alcune dissiraigliànze. La predilezione dei
contrapporre
soldati,
moderata
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Coogle
118 nel Montecuecoli, spesso diveniva eccedente nel
Turenna.
quale insolito non era rallegrare l’esercito colle sostanze
al
de’ popoli disarmati ed innocenti.
ma
tra le
La
severità, virtù funesta,
armi necessaria, nel Turenna qualche volta prese si odono tuttavia con ribrezzo della
colore d’inumanità; e storia gli scherni
onde
egli
rispondeva
alle strida de’ popoli
e alle querele de’ principi.
Turenna finalmente cessò
vare alla patria dacché
cessò di vivere; e Montecuecoli.
ei
di
gio-
perpetuando nelle auree sue Memorie la dottrina ch'ei praticò
con
potò dalla tomba ancora vincere, impero la sua futura grandezza.
tanto, lode e utilità,
e preparar all’austriaco
Pietro Mirro. Botta.
All’assedio di Torino nel
1700.
Francesi ordinarono
i
un nuovo assalto pei trenta d’agosto ma ai ventinove poco mancò che per sorpresa non conseguissero ciò, che colle armi procurare agognavano. Un’azione rara fra le più rare, ;
virtuosa fra
le
più virtuose, meritoria fra le più meritorie,
e degna di essere con
ogni
onore per
tutti
i
secoli cele-
brata, fu della loro ingannata speranza bella ed alta cagione.
Uomo
plebeo la fece, perciò non fu stimata, nò premiata
come e quanto valse. Essendo le mura lacere pei passati assalti, gli assediati temevano di qualche sorpresa notturna; onde grandi fuochi la notte nel fosso ed innanzi alle brecce accendevano; il che serviva eziandio ad impedire in quei luoghi l’opere dei minatori nemici, sotto terreni da tanti inccndj affocati. Ma tale cautelarsi
non giovò tanto, che la notte dei ventinove non riuscissero nel fosso
d’agosto, cento granatieri francesi della
piazza
senza essere veduti nò
della muraglia, e
cortina l'entrata.
non s’accostassero
per opprimervi Il
sentiti dalle
guardie
alla porticciuola della
guardia esterna ed occuparne luogo era stato minato prima, pel caso di un la
Digìtized
by
Googte
119
ma
assalto generale,
cora munita
la
mina, benché carica, non era an-
del necessario
avesse tempo di salvarsi. nenfe.
Un
Il
artifizio,
onde l’accenditore
pericolo
era grave e imrni-
un soldato minatore, per nome terra d’Andorno nel Biellese, intenti al-
ufficiale, ed
Pietro Micca, della
l'opere stavano nella galleria della mina, nell’atto stesso che
F rancesi minacciavano se
i
la porta. Credettero
nemici s’impadronivano
i
perduta la piazza
di quell’entrata; perciocché
veramente per lei nell’interno del recinto si apriva l’adito. Già la guardia, sorpresa e dal numero sopraffatta, era andata dispersa, e già e di
i
numero,
granatieri di Francia, cresciuti
rotta la
prima porta o cancello
d’ardire di quella
sotteranea via, contro la seconda, ultimo c solo
ostacolo
con
che restava,
si
travagliavano, e
scuri, e
con
le
leve e con conj, di schiantare s’argomen-
tavano;
ma non
Pietro Micca
momento. Salvatevi, saltatevi, e
me
e
le
quell’estremo
In
disse all'ufficiale, che gli era vicino,
perchè abbia per raccomandati i
scotevano,
stette.
solo qui lasciate, che questa
patria consacro; solo vi prego moglie,
lei
si
rii i
pregare
il
mia
vita alla
governatore
miei figliuoli e la mia
quali più padre nè marito avranno. L’ufficiale,
l’eroica risoluzione
voto minatore
mandò
ammirando,
in sicuro
il
si
allontanò. Poiché
il
de-
vide, diede fuoco alla mina, ed
terreno soprapposto, e se stesso, é parecchie centinaja di granatieri francesi, che già l’avevano occuin aria
pato. in
Micca
il
fu trovato
morto sotto
le
rovine della mina, ed
poca distanza del fornello.
Micca
felice
per avere salvato la patria, piò
felice
se piò libera e più riconoscente patria trovato avesse il
mirabil caso per voce dello scampato ufficiale
:
!
ancora Seppesi
le
ruine
stesse coll’esposto cadavere parlarono. Al remore, la città tutta destossi e
pigliato
si
muro con
scosse: accorsero
le
guardie, lo scom-
più soldati assicurarono. Torino fu salvo
quel giorno; perchè, se
non era
del
nissun Eugenio, nè nissun Vittorio
generoso Biellese.
Amedeo
il
salvavano,
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120
Da
e l’opera loro veniva indarno.
lui la
corona ducale fu
conservata, e la regia posta in capo ai principi di Savoja.
A
questo passo, esito ed ho vergogna al dire
come
la fa-
preservatore sia stata ricompensata:
miglia dell’eroico
se
il
nobilissimo
una nobilissima ricompensa non
fatto
avesse meritato, e qui
fame
di chi
portava
le
come
furono statuite due rate di pane militare in perpetuo, trattasse solamente di
si
nome
il
di
un
La monarchia doveva premiare gli onori che essa dà, come
discendenti di Micca
i
con
saziar la
eroe.
le
repubbliche antiche
premiavano cogli onori ch’esse davano. 11 pane si dà ai poveri, non ai gloriosi. Che pane, che pane Ripeto, che ho vergogna. Ma Micca era plebeo; la ricompensa data, !
o piuttosto l'oltraggio fatto a
denota
caso che
il
chi
suo
il
nome portava,
facea in Piemonte, a quei tempi, dei
si
popolani. Ai giorni nostri
si
(miserabil caso, che cercare della famiglia del Micca,
conobbe l’indecenza. Cercossi si
dovesse!) l’ultimo rampollo
un vecchio
assai di tempo,
che
se ne viveva, a se medesimo ed agli altri sconosciuto, nelle
sue montagne.
Il
sergente artigliere volessero
;
il
fecero venire a Torino, e d’un abito di il
vestirono.
Poco capiva quel
che
si
suo idiotismo provava l’antica ingratitudine.
Il
corpo degl'ingegneri fece coniare una medaglia in onore
di
Pietro Micca, tardo
testimonio
di
una virtù che ha
poche pari. La data della medaglia onora chi la procurò, disonora chi tardò. Ahi pur troppo freddi furono tori
contemporanei ed
i
moderni, che
gli scrit-
di codesto fatto
par-
larono ahi troppo restii sonogli uomini alla gratitudine! h) !
Buonapartc: prima campagna d’ Italia. CantIt. Il
gran nemico della Rivoluzione era l’Austria, prede-
stinata dalla postura, dall’indole, dalle
tradizioni a
rap-
presentare nella società europea l’elemento della resistenza; (1)
Ora
al
Miceafu eretta una statua ilov'era l'antica cittadella
di Torino.
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,
121 allora poi,
animata particolarmente da esecrazione contro
Maria Antonietta,
uccisori di
gli
posta a capo d’una gran
mezza
di perseverare.
della
mancò
gran guerra, aveva tracciato
alle operazioni della
gno
zia dell’ imperatore, erasi
coalizione, a cui
campagna, ove
in offensiva, e invadere
si
finire
ravvisavano un
convenisse marciare
parea
d’un colpo la guerra; sogno. Buonaparte,
ma
si
messe d’amici e
potrebbe penetrar nel
di
sopra
difilato i
po-
non bada
prudenti
lo
consultato, propose
d’andarvi per la via d’Italia; qui s’avrebbe torie sicure, qui
dise-
vestiti e denari,
tessero vivervi a spese altrui. In quell'impeto che
Vienna, e
il
trattava di mutare la difensiva territorio austriaco, affinchè le
il
truppe repubblicane, sprovvedute di alle possibilità,
la fer-
Carnot, iniziato dallo studiodi Vauban
campo
denari; indi per
di vitle
Alpi
cuore dell’Austria, e obbligarla
dopo avere acquistato provincie, che si cederebbero in cambio de’Paesi Bassi, arrotondamento necessario alla Francia. Secondo tale concetto, il generale Scherer era stato spedito verso le Alpi e respingendo i Piemontesi
alla pace,
,
ne aveva raggiunto
le vette.
Ma
le
costui
campagne
siste-
matiche non soddisfaceano l’impetuosità d'allora; fors 'anche
ne esageravano l’inettitudine coloro chevoleano succedergli; fatto è
che Buonaparte
capo.
11
di essa «
Fra
gli fu
surrogato col titolo di generale in
quale partendo prometteva di ardire assai; colpire
l’Austria, il
tre
anima
di tutti
i
principi d’Italia; eccitare contro
sentimento nazionale italiano, e cosi schiacciarla.
mesi (conchiudeva) o sarò
di ritorno
a Parigi, o
vincitore a Milano*.
A
Nizza trovò 36,000 Francesi, o come allora chiamavansi
Giacobini, in condizione deplorabile, senza cavalli, nè vesti,
nè denaro, nè provvigioni, ma coraggio, costanza, ardore repubblicano, con valenti capitani quali Massena, Augereau. Serrurier, Bertier, Miollis, Lannes, Murat, Junot, tutti destinati
Marmont,
a vivere nella storia quanto gli eroi dcll’lliade.
Buonaparte smette con
essi le famigliarità
repubblicane e
il
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Googte
122 tu caratteristico;
si
atteggia qual capo, benché sia
giovane; distribuisce ai soldati
dice:
pasciuti, voi
verno che tutto deve a voi, nulla nel paradiso terrestre
il
più
generali quattro luigi ciascuno, e
ai
— Voi mal
fa
mal
per voi.
vestiti: e
Io, io vi
il
Go-
condurrò
colà piani ubertosi, grandi città, laute
;
provincie; colà v’aspettano onore, gloria, amori, ricchezze».
primo nemico che s’incontrasse erano
Il i
quali serragliavano
i
Piemontesi,
varchi delle Alpi con 22.000 uomini,
i
comandati dal generale Colli, e sostenuti da 36,000 Austriaci sotto Beaulieu. Ma guardandosi con gelosia, i due generali
non operavano d’accordo
,
sicché
Buonaparte,
moderato
nell’ardimento, mentr’essi aspettavamo per Genova, procede
per la vai della Bòrmida;
rottili
a Montenotte e Mondovì.
pel passo di Millesimo (11-14 aprile 1796) sbocca sopra il centro nemico, separa gli Austriaci dai Piemontesi, e questi sbaraglia.
re di
Il
austriaca e
Sardegna, vedendo che, tra la servitù
meno
francese, questa era
servitù
la
anche perchè nuova,
odiata
rassegna ad accordi, e in un ar-
si
mistizio (28 aprile) cede le fortezze di Cova,
Cuneo, Alessandria, Tortona, il che apriva la strada alla Lombardia. Quanto colle armi, altrettanto soleva Buonaparte guerreggiare
colle
conquistato
parole e coi sentimenti. Capì che, se avesse il
Piemonte seminandovi
avrebbe sollevato
il
le
idee repubblicane,
popolo contro nobili e i preti, e i
si
sarebbe
così reso responsale degli eccessi inevitabili in simili conflitti.
Se
al
rebbe
contrario giungesse sul Ticino e sull’Adige, sciorinela
italiano
magica parola d’indipendenza, sicché si
concentrerebbe contro
il
patriottismo
gli Austriaci, le
varie classi
accordandosi nel respingere questi e nelTinnalzare
nome
d’Italia.
diceva:
—
Da
Italiani, l'esercito di
vostre catene.
Il
il
sacro
un proclamò ove Francia viene a spezzare le
Cherasco avea lanciato
popolo francese è amico
di tutti
popoli:
i
corretegli incontro: le proprietà, le consuetudini, la religione
vostra saranno rispettate. rosi,
e soltanto contro
i
Faremo la guerra da nemici gene-
tiranni che vi
tengono servi
».
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.
123 Eccolo allora, con esercito pasciuto, coll’artiglieria presa
da tante fortezze, e ingrossando de* volontari che non mancano mai ai fortunati, calare nelle pingui valli sulla destra del Po, in un terreno proporzionato all’esercito. Abbiamo
—
riportato sei vascelli,
vittorie
giorni
quindici
in
preso
,
ventisei
cinquantacinque cannoni, molte piazze, quindici
mila prigionieri; abbiam guadagnato battaglie senza artiglieria, passato fiumi
senza ponti, marciato senza scarpe,
serenato senz’acquavite e talora senza pane», diceva ne’suoi bullettini, al legger
i
quali la Francia smiracolava d'ap-
plausi all’eroe, testò sconosciuto; l’Italia poneasi in ascolto fra ansietà e
meraviglia; e come tutte
padroni, fantasticava liberazione e
le volte
felicità.
che cambia
La
credeano
o almeno la prometteano quelli che aveano letto gli Enciclopedisti, seguito nelle gazzette la rivoluzione di Francia,
cenato
alle,
loggie massoniche; e quelli più
gheggiavano
la
nazionalità italiana,
repubblicani, non ambiziosi italiano.
non
La
turba, ubriaca
come
i
e
la
serj
che va-
speravano da
re, e da un generale
sempre d’entusiasmo per la forza, Tremarono invece
finiva d’applaudire al giovine eroe.
quelli attaccati all’ordine antico, alla quiete, alla religione, alle ricchezze,
prevedendo come tutto sarebbe messo
in
subbuglio da una nazione che aveva dichiarato volere strozzare l’ultimo re colle budella dell'ultimo prete. Intanto per Buonaparte attaccare
era
vincere, vincere
era conquistare, e subito doveva organizzare ai
Governi antichi sostituendo
Stati di
Parma
lire,
E
:
dappertutto
municipali. Entrato negli
duca concesse un armistizio
e Piacenza, al
per due milioni di quadri de’migliori.
Po
i
milleseicento cavalli, grano, venti
mentre
i
Tedeschi l’aspettavano sul
a Valenza, egli passa quel fiume obliquamente a Pia-
cenza; batte Beaulieu. tardi accorso; vince
di
nuovo
gli
Austriaci al ponte di Lodi sull’Adda (9 maggio) e arriva
a Milano (31 maggio) colla campagna più poetica che mai si
fosse fatta.
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.
124
Comandanti
prepone a tutte
militari
municipalità;
le
Pavia, che osò far movimento, abbandona al fuoco e al saccheggio; dappertutto mette imposizioni di guerra, toglie gli argenti dalle chiese,
vede
e
i
i
pegni dai monti di pietà;
suoi cenciosi soldati, rivestiti,
pingui, danarosi,
carezzati dagli uomini, e più dalle donne.
Imposti
altri dieci
Modena, spedisce di
milioni
al Direttorio trenta milioni,
somme
lusso, e altre
ai
Reno
duca
di
cento cavalli
prima volta moderna, che un esercito prov-
all’esercito del
(scrive egli) nella storia
vedesse
e viveri e quadri al
«
bisogni della patria, anziché esserle d’aggravio >.
—
A’suoi proclama: Altre raarcie forzate ci restano, nemici a sottomettere, allori a cogliere, ingiurie a vendicare; in quei che Francia aguzzarono i pugnali fratricidi, tremino; popoli tengansi sicuri; noi siamo amici dei popoli. Ripristinare il Campidoglio, resuscitare il popolo romano dalla lunga schiavitù, sarà frutto delle nostre vittorie. Il popolo i
francese, libero e rispettato da tutti, darà all’Europa
una
pace gloriosa, che la compenserà de’sagrifìzj di questi sei anni. Allora voi tornerete ai vostri focolari, e
i
cittadini
additandovi diranno; Egli era nell’esercito d’Italia ». E le sue parole erano sempre di libertà, d’indipendenza, del suo
grande amore pei popoli, e massime
pei
figli
dei
Bruti e degli Scipioni. Eppure esso gli sprezzava; liani son una gente fiacca, pantalona, superstiziosa,
vile.
Nel
mio
esercito
non
c’è
— Gl’Ita-
neppure un Italiano, salvo 1500 arnesi, non buoni che a saccheggiare »
raccolti per le vie della città,
Così lasciava trapelare quel vilipendio de’ popoli, che fu la colpa eterna della sua politica; nella quale
non
di
uniformarsi
ai
sentimenti e
.olle
si
prefisse
sempre
credenze loro,
d’adoprarli a suo servizio. In ciò secondavaio
—
il
ma
Direttorio
Alla prima occasione, spremete dai Lombardi quanto potete; fate di guastare loro canali e le che gli scriveva:
i
altre opere pubbliche;
vasi
bene
ma
prudenza
— Buonaparte guarda-
dal lasciar trapelare questi ordini.
Sapeva che
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Googte
125 il
Direttorio volea conquistar la Lombardia, per potere poi
di liberazione; protestava
ne’Francesi. ne'Tedeschi,
ma
appaltatori di dimostrazioni, trescare
ziosi,
rubar
gli abbondazieri,
ma
egli
non sarebbero
Italiani; lasciava
soliti
Insomma
ma
Austriaci in baratto de’Paesi Bassi,
restituirla agli
non parlava che
i
sbaccanare soliti
i
ambi-
ordine, obbedienza, o guai.
della rivoluzione voleva quel tanto solo che gli
giovasse e servisse; sdegnava quei che lo intitolavano cittadino generale, e lasciavasi nobili,
sprezzava
gli arruffa
Eccellenza; blandiva
dire
Il
i
popolo: ha troppo veduto che la
violazione delle leggi porta la frenesìa degli
atti.
suo concetto era di voltare nel Tirolo. e per la valle
dell’Inn e del
Danubio congiungersi
comandati da Moreau e Jourdan;
agli eserciti sul
ma
Reno,
Carnot, che riguar-
dava come chimerico e pericoloso questo divisamente,
e
d’altra parte voleva blandire le idee rivoluzionarie contro i
re e papi, suggerivagli di lasciar
metà
dell’esercito in
Lombardia, e col resto difilarsi sopra Roma e Napoli. Era appunto il piano che rovinò Carlo Vili, e Buonaparte che se n’accorse, osò disobbedire, e porre assedio a Mantova, ultimo rifugio dell'aquila bicipite; indi avviossi a ritroso dell’Adige.
Non
potea farlo senza violare
il
territorio della
repubblica veneta, opportunamente frapposto; ed egli non vi bada;
varca
il
Mincio a Borghetto;
si
stabilisce in Peschiera ;
occupa Verona, e assedia Mantova (3 giugno). L’Austria allora dovette sméttere la
il
pensiero d’invader
Francia e vedendo che, perduta Mantova,
rebbe scoperta da quel fianco,
Wurmser con 00,000
mandò
pel Tirolo
si il
trove-
generale
combattenti, coi quali, secondati dai
10,000 chiusi in Mantova e dai devoti Tirolesi, sperava Giacobini. Buonaparte non esita ad ab-
prender in mezzo
i
bandonar l’assedio,
si
Garda; nella battaglia
punte del lago di Lonato rintegra la sua fortuna
concentra alla di
(3 agosto) , poi in quella di Castiglione compie la
(5 agosto), dove 30,000 uomini ne
campagna
aveano superato 60,000.
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L'Austria inesauribile,
che
lo
manda Wurmser
respinge dal Tirolo,
ma
un'altra volta,
che poi battuto a Lassano
(13 settembre), può a fatica gettarsi in Mantova, di cui vien
rinnovato l’assedio.
Vedendo
instancabile
il
nemico, e scarsi sussidj venire
Buonaparte consigliava ili far la paco cogli Stati più robusti d'Italia, e proclamare l’indipendenza degli altri. In fatto concesse armistizio al re di Napoli (11 ottobre), pace al re di Sardegna, facendosi cedere Nizza, la Savoja e liberi a
i
sò,
passi; intanto incaloriva lo spirito democratico, col che
faceva dapertutto amici, le
conquiste: Reggio e
i
quali colle
si
traine spianavangli
Modena s’accordano
Cisalpini:
coi
Livorno e le fortezze Toscane vengono occupate insorgono Lunigiana Massa. Carrara; in Corsica è rialzata la ;
la
,
bandiera francese.
Buonaparte
fa
una corsa
sulle terre della Chiesa per co-
gliervi denari coi quali difìlarsi sopra Vienna. In fatti spoglia
santuario di Loreto, e a Tolentino detta al papaia pace (19 febbrajo 1797), costringendolo a ceder il contado Venesino e il
la
Romagna, pagare
trenta milioni
,
oltre preziosità d’arte.
e Buonovembre
L’Austria intanto uvea mandato nuovi soldati naparte 1796);
rincacciò a Caldiero ed Arcole (15-17
li
ma
dopo la
1
(attaglia di
.
Rivoli (2 febbrajo
1897)
Mantova capitolò, restando cosi sgombra da Austriaci l’ItaMosso allora verso l’Alpi per assalir Vienna (IO marzo),
lia.
Buonaparte
al
Noriche;
ma
suaso che
la
'ragliamento vince e passa; acquista le Alpi
veduto che il Direttorio non uvea mezzi sufficienti onde mandare l’esercito del Reno a congiungersi all’italico, Buonaparte propone la pace all’arciduca Carlo, e ne segna i preliminari a Leoben. aria di forza sotto una gran Il Direttorio, che (lavasi fiacchezza, pretendeva dirigere da Parigi le imprese di Buonaparte, e la situazione dei nuovi paesi; Buonaparte mostrava secondarlo, ma realmente faceva quel che gli paresse, pervittoria lo giustificherebbe.
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127
Più che vincere è dillicile il sistemare la vittoria; e il genio di Buonaparte manifestavasi nel costituire la repubblica Cispadana e la Cisalpina, nel raccomandare ai popoli nuovi d’armarsi, nel conservar la quiete, nel carezzare di
qualunque fossero
partito.
gli scienziati
Nel Piemonte sommosso par-
teggiava per la Corte, e forse sin d’ allora faceva calcolo sulla Lombardia per farsene sgabello a suprema altezza. Carnot prendeva sempre maggior sospetto di costui, che
come indipendente faceva guerra, stituzioni,
adunava
tesori,
E
Buonaparte, sentendosi forte
rava senza e
Aveva
contro
fin
egli
,
le istruzioni del Direttorio.
preso affetto per la Lombardia, sua
zione, e cercando qualche altro
cambio
tregue, pace, dettava co-
ma come disun esercito che l’idolatrava? in mezzo ai mediocri ope-
decretava strade:
farsene quando stava in mezzo ad
compenso da dare
crea-
all’Austria
parvegli opportuna Venezia. Quest’ antica e gloriosa repubblica avea sperato assicuin
dei Paesi
Bassi
,
rarsi l’amicizia della repubblica zarsi.
Le trame
fatte
francese col
democratiz-
per ciò, le violente invettive lanciatele
dalla sciagurata propensione
degli
Italiani
a vilipendere
le proprie glorie e sconoscere le indigene grandezze,
ven-
nero secondate dalle armi francesi, sicché l’antico governo fu abbattuto, e
Venezia anch’ella gavazzò d’inni
al liberatore
straniero, che la salvava dall’oppressione della patria aristocrazia. Ciechi
a Campoformio
!
Appunto
la
allora Buonaparte conchiudeva
pace (16-17 ottobre), per la quale lo
Stato veneto sino all'Adige era dato
all’Austria.
Rimarrà
questa sempre come la più indegna azione di Buonaparte. Egli la compiva con arti da volpe, e contro ordini del Direttorio;
ma
i
Parigini
gioja della conclusa pace, che
il
gli
espressi
manifestarono tanta
Direttorio
non ardi mo-
strarsene scontento.
Quando Buonaparte tornò in Francia ( 9 dicembre ),
le
acco-
glienze furono splendidissime, ridestandosi l’entusiasmo del1
ammirazione ove da lungo tempo non conosceasi che
l’en-
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Googlc
128 tusiasmo del furore
:
il
una bandiera
Direttorio gli presentò
dov’erano noverate tutte le sue vittorie; e giornali a celebrar-
non mai terminati trionfi. Eppure la pace di Campoformio era germe di non più terminabili guerre. Nè già tutti applaudivano al giovane vincente. I Giacobini temevano d’un generale fortunato e silenzioso. 1 liberali rammentavano che, passando le Alpi, avea promesso lo
il
;
e poeti a cantarlo, e
saccheggio come Alboino; corrotto lo spirito dell'esercito
coll’eccitarne grossolane cupidigie, fin allora ignote; svogliato della civiltà e tiranna,
i
popoli col trasmutarla in conquistatrice
qual erasi
mostrata cogli
odiosa
col
vile
Valois nelle
ultimi
guerre d’Italia che esso sciaguratamente
ridestò;
tradimento di Venezia, col rapire
d’arte, e colle espilazioni regolari.
Dati
tali
resala i
capi
esempj aveva
ragione di dolersi del rubare che faceano generali, uf-
egli
fiziali, Il
abbondanzieri, commissarj
?
generale (come allora chiamavasi
disarmava
per antonomasia)
awersarj affettando umiltà.
gli
— Non mi resta
(diceva) che rientrar nella folla, riprendere l'aratro di Cin-
cinnato e dar esempio di rispetto pe’ magistrati
e d’avver-
,
sione pel governo militare, che distrusse tante repubbliche»;
una modesta abitazione d’una via che subito fu detta Vittoria, e colà vivea privato con Giuseppina la Pagérie, bella creola, vedova del conte Beauharnais, morto sotto la ghigliottina: interveniva alle adunanze ebbe
l'arte di ritirarsi in
dell’Istituto di
arcadici,
Il
Il
l’aveano eletto
membro
:
coi
Franceschi all’assedio di Genova.
Inglesi
in
Genova, dove
si
Uscente
Au-
sopportarono
estremi della fame e dei morbi senza perdere
dopo
costumi
l'invidia.
generale Massena coi Francesi era assediato dagli
striaci e dagli gli
cui
procurava rimuovere
il
coraggio.
1800 mancavano i viveri a segno, che, vivanda d’ogni corpo anche più schifo, prevedeasi
l’aprile del
fatto
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129
non poter più resistere che qualche settimana. Erasi però saputo che
il
generale Buonaparte, allestito un esercito
Era
nova.
suprema importanza
di
il
in
Ge-
Francia, preparavasi a scender dalle Alpi, e bloccare
sapere anche quanti
armamenti, e far conoscere a Buonaparte lo di Genova. Ma come farlo se ogni comunicazione per mare e per terra era impedita?
fossero quegli stato
Un tal Franceschi,
già cavallerizzo a Milano, poi divenuto
capo squadrone degli usseri cisalpini,
si
offerse alla peri-
colosissima impresa di trovar Buonaparte portargli
fragile barchetta
un
dovunque
fosse,
dispacci di Massena, e riportarne la risposta.
i
sguizza tra le navi
Su
inglesi; -piglia terra
piccol seno della riviera, e raggiunge
il Buonaparte. il gran San Bernardo. Avutane medesima, e sopra un guscio con tre soli rematori viene radendo la sponda vei-so Genova. Era già in vista del porto quando, al chiaror dell'aurora, le navi inglesi scorsero il battello, c gli spararono per af-
in
che preparavasi a varcare
la risposta, ritesse la via
Uno
fondarlo. altri,
non
il
dei rematori fu còlto e ucciso; sbigottiti gli
Franceschi.
quale, allacciatosi
11
capo, gettossi a nuoto. Allora
si
i
dispacci sul
accorge dì avere dimenticata
nel legno la spada: vi torna; la piglia in bocca, e così nuotando
con disperato coraggio
fra
dati e
i
cittadini a
di
reggere
/ Francesi passano
approda al molo. Buonaparte incoraggiò sol-
colpi de’nemici,
i
L’avviso della vicina calata
alle
i
più orribili prove.
San Bernardo
il.
nel 1800. U1 Rotta.
Erano Ródano,
le
-truppe francesi adunate tutte a Martigny sul
terra posta alle falde estreme del gran
San Ber-
nardo. Guardavano con meraviglia e con desiderio quelle cime, e partivano il dì 17 maggio da Martigny per
alte
(1) L'Italia. conquistata dai Francesi, comesi disse nel pezzo antecedente, era stata ripresa dagli Austriaci. Buonaparte, tornato dall'Egitto e fatto primo Console, veniva a ricuperarla.
Casto - Antologia
Militare
-
P*rt«
I.
9
•
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130
andarne a conquistar
Maraviglioso l’ardore loro,
l’Italia.
ravigliosa l'allegria, maraviglioso ancora
il
moto e
ma-
fervore
il
delle opere. Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotanti, carretti sdrucciolevoli, valli.
carrette, lettighe, ca-
muli, bardature, arcioni, basti da bagaglio, basti da
artiglierie,
impedimenti
ogni serte, e fra tutto questo,
di
soldati affaticantisi, ed ufficiali atfaticantisi al par dei solterribile ma a festa, non a casi dubbj, pareva che andassero. 11 rumore si pro-
dati.
Non a guerra
ma a
vittoria celta
pagava da ogni banda: quei luoghi ermi,
solitarj e
da tanti
risuonavano insolitamente e ad un tratto per
secoli muti,
voci liete e guerriere. L’esercito, strano e stranamente provvisto al malagevole viaggio, saliva per l’erta alla volta di
San
giunge
Pietro, fin dove
la strada carreggiabile.
Pure
spesso erte ripidissime, forre sassose, capi di valli sdrueciolenti
si
apprestavano
carri
i
;
pericolavano. Accorrevano presti
i
,
i
carretti
soldati:
,
carrette
le
a braccia soste-
nevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano e più mettevano fuori motti, facezie e concetti; parte arguti, parte graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I tardi Valesani, che erano accorsi in folla dalle case o piuttosto dai tugurj e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì allegra, non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altro mondo. Invitati, e pagati per ajuto,
cevano volentieri. tre Valesani.
Ma
il
fa-
più bisogno faceva un Francese, che
Le parole
e
i
motti che
i
soldati
dicevano a
quella buona gente per la tardità delle opere e per le foggio #
del vestire, io
non
li
voglio dire. Così arrivavano
pubblicani a San Pietro, Lannes colla sua schiera
siccome quello che, per l’incredibile ardimento,
il
il
i
re-
primo,
Console
Buonaparte sempre mandava, lui non solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e più pericolose. Quivi si è arrivato ad un luogo in cui pareva che la natura molto più potesse che
San Pietro
alla
l’arte
ed
il
coraggio; perciocché da
cima del gran San Bernardo, dove é fondato
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131
Feremo
dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi
non
d’eternale inverno, solo
si
vedono
apre più strada alcuna battuta;
si
sentieri stretti e pieghevoli su per
i
monti
scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia del volere e la po-
tenza dell’umano ingegno. Quanto esser tirato; quanto
si
si
rotolava fu posto ad
tirava ad esser portato. Posersi
artiglierie grosse nei truogoli,
le
truogoli sugli sdruccioli,
i
e dei soldati chi tirava, ehi puntellava, chi spingeva: le
minute
sui robusti e pratici
muli
medesimo modo
caricarono. Seguitavano
si
Era una tratta immensa, in quelle svolte di ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti; chi era pervenuto all’alto, vedeva compagni in fondo, e con rallegratriei voci gl’incoraggiava.
le salmerie al
tirate e portate.
i
Questi rispondevano; ed
Tutte
le valli all’intorno
bie, fra le
al
difficile.
cammino
risonavano, fra
nubi apparivano
le
gli abiti coloriti dei soldati; e
le
,
neb-
apparivano
quel miscuglio di natura morta,
e di natura viva era spettacolo mirabile.
che vedeva andar
s’incitavano.
le nevi, fra le
armi risplendenti
Godeva
cose a seconda dei suoi
Consolo,
il
pensieri
,
e
soldatescamcnte parlando a questo e a quello, che in ciò
aveva un’arte eccelente, gl'induceva a facile quello
vano
che era giudicato impossibile. Già s’avvicina-
sommo
al
che, in
star forti, ed a trovar
giogo, ed incominciavano a scorgere l’àdito
mozzo a due monti
altissimi aprendosi,
dà
il
varco
sublime cima. Salutaronlo, qual fine delle fatiche
verso
la più
loro,
con giojose voci
i
soldati, e
con
isforzi
maggiori in-
tendevano a salire. Voleva il Consolo che riposassero alquanto: Di cotesto non vi caf/lia, rispondevano, badate a salir voi, e lasciate fare a noi. Stanchi, facevano dar nei
tamburri, e al militare suono
si
rinfrancavano e
mavano.
la
cima, dove non così tosto
Infine
furono giunti, di
compiuta
guadagnarono
clic
l'uno con l’altro
vittoria.
si
si
rallegrarono,
Accrebbe l’allegrezza
il
riani-
come
vedere mense
appresso aìl’eremo, rusticamente imbandite per l’opera dei religiosi,
provvidenza del Consolo che aveva loro mandato
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132 denari all’uopo. Ebbero vino, pane e cacio; riposaronsi fra
cannoni e bagaglie. sparse fra ghiacci e nevi agglomerate. I religiosi s’aggiravano fra i soldati con volti dipinti di
monte
sedata allegrezza; bontà con forza su quel supremo s’accoppiava. Parlò Buonaparte di voler dare
ai
religiosi della pietà loro,
seggio al papa, quiete e sostanze
il
ai
preti,
autorità alla religione; parlò di sè e dei re modestamente, della pace
bramosamente.
I
romiti buoni, che non avevano
nè cognizione, nè uso, nè modo, nè necessità gere,
gli
dell’ intìn-
credevano ogni cosa. Fermossi a riposare nel be-
nigno ospizio un'ora.
Quando parve tempo comandava ,
i
passi
Fu
là
difficile
dove
e pericolosa la
più
aria
Voltavano
partisse.
si
incominciava a comparire.
l’italico cielo
e pericolosa la salita,
ma
ancor più
discesa; conciossiachè
vano mal fermo sostegno. Oltre a
difficile
nevi, tocche
le
benigna, incominciavano ad
intenerirsi,
e
da
da-
ciò la china vi era più
ripida che dalla parte settentrionale. Quindi accadeva che
era lento lo scendere, e che spesso uomini e cavalli loro,
sfuggendo loro
di sotto
le
con
nevi, nelle profonde valli
erano precipitati, prima sepolti che morti. Incredibili furono
le
ed
fatiche
pericoli
i
;
Impazienti del tardo procedere, stesso,
scegliendo
precipitosamente
Era un
i
si
avvantaggiavano. soldati,
il
Consolo
calavano sdrucciolando fino a Etrubles.
si
pericolo,, e
poco
ufficiali»
gioghi dove la neve era più soda,
pure era una festa: tanto diletto prendi quel volare e di quell’essere
devano, tante risa facevano involti chi in
neve grossa e chi in polverio di neve. Quelli al governo delle salmerie, arrivarono più a Etrubles, gli uni rallegravano dell’essere riusciti a salvamento,
che erano rimasti
tardi per gl’incontrati ostacoli. Riuniti
con
gli altri si
cime
,
che testé
passato avevano, non potevano restar capaci del
come un
e guardando verso
esercito intiero
con
le
tutti
gelate
e scoscese
gl’impedimenti avesse potuto farsi
strada per luoghi orribilmente disordinati da sconvolgimenti
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Googte
133 antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori d’inverno.
Ammiravano
la costanza e la mente del Consolo, delle future imprese felicemente auguravano. Pareva loro che, a chi
aveva superato
il
San Bernardo, ogni cosa avesse a
facile e piana. Intanto le
a soffiare; le
le
nevi
morte rupi
si
si
ravvivavano e
si
i
torrenti s’ingrossavano,
rinverdivano.
conquistatori riconoscevano quel dolce spirare Italia;
con discorsi espressivi
veterani
si
riuscire
aure soavi d'Italia incominciavano
squagliavano,
nuovi
ai
riaccendeva, nei nuovi
si
la
;
I
veterani
gridavano
descrivevano; nei
accendeva un mirabile
desiderio di rivederla e di vederla; l'esperienza ricordava vero, l’immaginazione
rappresentava e l'ingrandiva:
il
le
il
vo-
lontà diventavano efficacissime; già pareva a quegli animi forti
ed invaghiti che
vano
alle vittorie
La
l’Italia fosse
non
conquistata; solo pensa-
alle battaglie.
vittoria consisteva nella celerità, perciocché quegli
alpestri
luoghi erano sterili,
il
passo del San Bernardo
dovea dar tempo a Melas (generale degli Auprima che l’esercito vi arrivasse. Importava altresi che il rumore già sparso della ritornata dei Francesi non si rallentasse. Perciò il Consolo si calava tostamente per le sponde della Dora, e con assalti di poca importanza dati dall'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il paese, s’impadroniva facilmente della città d’Aosta e della terra di C’hatillon. Ma un duro difficile,
nè
si
striaci) di arrivare al piano
intoppo era per trovare nel forte di Bard, posto sopra un sasso eminente, che serra la strada in quella stretta gola,
che quivi forma, restringendosi,
la valle. 11 fatto
provò che
;
un umile sasso poteva divenire os acolo ad una gran fortuna. il Tedesco, non
Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente voler dare la fortezza. S’avvicinarono
i
Francesi, entrarono
facilmente nella terra di Bard, posta sotto
il
forte; poi
anda-
con ferocia, abbandonarono l’imRinnovarono parecchie volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano capi, e di un'infinita imrono
all’assalto; ricevuti
presa.
i
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134 pazienza di
si
travagliavano nel vedere ehe una piccola presa
gente., poiché
soldati, ed
il
presidio non
sommava che
a quattrocento
un’angusta roccia interrompessero
corso a
il
tante vittorie.
Pareva loro troppo grave ed insopportabil cosa, che un piccolo Bard arrestasse coloro, cui non avevano potuto arrestare nè la poderosa Mantova, nè i ghiacci eterni dell’enorme San Bernardo. Sapevano che il loro movimento era presene che Melas con presti passi accorreva per tito al piano ,
Nè
puntellare la fortuna pericolante.
la valle d'Aosta, stenle e
povero paese, era abile a pascere tante genti, massime quel caso non preveduto; già sorgevano
i
in
primi segni della
penuria. Pensavano al rimedio e noi trovavano. Batterono la
ròcca dalle case della terra, batteronla con un cannone tirato
Ma essendo il luogo ben difeso e di macigno, non facevano frutto. Avvisarono se potessero passare continuando il forte in possessione del nemico. S'innalza con irregolari gioghi a sinistra della terra di Bard il monte Alba-
sul campanile.
redo. che dai superiori inferiori
domina
luoghi
ne è dominata. Fecero
i
fortezza, negli
la
Francesi, pensiero
di tro-
var passo per questo monte. In menclie due giorni, cavarono gradi nei
siti
più duri ed erti, alzarono parapetti sugli orli
dei precipitosi, gittaron ponti fu loro
della fortezza. di
sui precipizj, per
aperta la strada al passare oltre
essere
Fu
il
modo che cannoni
tiro dei
quest’opera molto maravigliosa e degna
raccontata nelle storie. Gli uomini sicuramente
varcavano. Restavano le artiglierie e gl’impedimenti che non potevano avviarsi per una strada tanto rapida e stretCannes, che già era arrivato sino ad Ivrea, correva ,
te.
pericolo di essere assalito dagli
era privo
delle, artiglierie,
taglie dei
nostri tempi.
Alemanni, mentre ancora
armi tanto necessarie nelle bat-
Un nuovo
assalto dato al forte dal
pertinace Consolo aveva avuto sinistro
sovrastava, perchè
Marmont
si
i
line.'
Grave pericolo quando
tempi non pativano indugio
avvisava
di
.
un nuovo stratagemma.
A
fine
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135 d’impedir
romore
il
dei carretti, distendeva letame per la
contrada principale di Bard, avviluppava con istrame delle ruote, e tirando alla dilunga,
velocemente e
i
cerchi
di notte-
tempo operava che le artiglierie riuscissero felicemente oltre alla terra. S’accorgeva il castellano dell’arte usata dagli avversarj
e folgorava con grandissimo furore fra
,
della notte;
ma
da una parte,
l’oscurità
furono cagione che
i
questa straordinaria passata; con tutte pronte
si
il
bujo
la celerità dall’altra,
repubblicani patirono poco danno in
apprestavano ad innondare
Spirito pubblico nel
le
armi
allestite e
piemontese dominio.
il
primo regno
d’Italia.
Giuseppe Pecchio.
Una massa
d’imposte di cencinquanta milioni, ogni anno
gettata in circolazione, se tendeva a distribuire le ricchezze
e gli agi fra le classi inferiori dello Stato, tendeva anche a
diffondere
i
compagni
lumi, sempre
dell’ozio IM e dei
co-
modi. L’istruzione adunque era divenuta più facile e generale.
numerosi impieghi
I
civili e militari, la
creazione del corpo
d'ingegneri d’acque e strade, un migliajo e più di geometri impiegati nelle operazioni del nuovo censo, finalmente
la
legge delle successioni, più equa distributrice dei beni, ave-
vano accresciuto
il
numero,
l’istruzione e l’influenza del terzo
stato (2 ) la sola base d’una libertà
provero di prodigalità che
regno deve tacere
del
costituzionale.
Ogni rim-
dirige contro l’amministrazione
si
in
confronto d’un vantaggio cosi
Le due cariatidi del dispotismo sono la miseria Ogni volta che il terzo stato sarà potente di il trionfo del regime costituzionale sarà
eminente.
e l’ignoranza.
numero
e di lumi,
assicurato. II
cambiamento
di tante fortune, le
metamorfosi
di tante
persone avevano generato una inquietudine e una voglia Ozio è parola impropria posta, avvivando la circolazione (1)
(2)
Cioè
il
malo espresso denaro, diffonda l’agiatezza.
affatto; corno ó del
in
elio l’im-
coto medio.
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.
136 ciascuno di lanciarsi fuori della sua classe. Ciascuno voleva migliorai- sorte. di
Non
v’era padre quindi che, nella speranza
avere nella famiglia un giudice, un magistrato, un ge-
non procacciasse
nerale.
Questa nuova specie
di
a' suoi
figli
una
colta educazione.
speculazione era fomentata dalla
prospettiva dei tanti gradi dell’esercito, delle tante cariche
amministrative
prodigava
.
e degli onori e guiderdoni che
ai dotti
il
Governo
e ai corpi scientifici.
La successione degli avvenimenti politici suscitò la cumanìa della letteratura in tutte le classi, molti
riosità, e la
giornali politici, letterarj, scientifici, gli opuscoli che circo-
lavano pe’ caffè, per
comodo,
le bettole,
erano una prova del maggior
dell'ozio, della vanità e
insieme della propagazione
lumi in tutti i ceti. Bodoni U) aveva già da gran tempo procacciato all’Italia il vanto che ancora le mancava di eleganti caratteri nella stampa. Senza il sentimento del hello generalmente sparso de’
in quest’ultimo periodo di vent’anni. senza lettura, questo tatori.
prurito della
il
perfezionamento sarebbe rimasto senza imi-
Era duopo che
l'affluenza dei lettori,
come
quella dei
consumatori riguardo alle manifatture convertisse quest’o.
nore
in
amor
un piacere ed
proprio
.
'
in
una eleganza comune.
nostro
Il
già irritato dalle millanterie oltremontane
pensò a far mostra dei tesori del nostro sapere. La collezione torchi naziode’ Classici Italiani cominciò ad esercitare i
nali
(
2 ).
A
questo museo dello spirito italiano, che annunciava
la nostra ricchezza nella storia, nella poesia e in
verbosità,
ma
una elegante
altrettanta indigenza in filosofia ed in opere
morali, successe la stampa degli Economisti Italiani. 3 L’ap(
)
parato della nostra scienza economica diveniva utile ne’ pri-
mardi d un nuovo Stato, e necessario a nostra giustificazione ;i) G. B. Botuni ila Sul uzzo (1740-1818), elegante tipografo a Parma. (2) Fatta a Milano dal 1804 al 1814 in 250 volumi in 8° con scarso gusto e con migliore continuata pei Classici del secolo XVIII dal Fusi (3)
Fatta puro a Milano, per cura di Pietro Custodi.
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Google,
137 contro quegli stranieri, che
insultavano come fanciulli
ci
nella grand'arte dell’uomo di Stato. Molte altre opere che
tennero dietro a queste, e l’ardore ognor crescente d’istruirsi, diedero vita ed alimento a molte tipografie. Bettoni in Brescia,
Mussi
in
Milano,
si
distinsero fra
per la bellezzae pel lusso de’
tipi. Il
i
molti
altri tipografi
Governo stabilì una stam-
peria reale, che vinceva tutte le altre in diligenza e correzione.
L’uso delle pubbliche arringhe nei processi
civili
e cri-
minali, mentre prometteva allo Stato degli oratori, purgava la
lingua barbara del Foro, e infiammava l’amor proprio
de’ giovani, contribuiva altresì ad istruire nella legiskizione la moltitudine ascoltante, a far mescere l’amor dell’esame e
Lo
della discussione.
spirito della critica era così indefesso,
che non v’era notizia, legge, proclama del Governo, a cui non fossero fatte chiose e
Se
il
Governo
commenti ne’varj crocchi de’ cittadini.
fosse stato
meno
prepotente, avrebbe molte
volte potuto approfittare della censura popolare,
giusta ed imparziale di tutte Il
le
ritte la
sola
censure.
clero (eccettuato lo scandalo di pochi apòstati)
si
impose
una condotta più severa. Gli scritti della rivoluzione, non la guerra muta che il governo fece per qualche tempo
che al
suo potere,
lo
posero nella necessità di confondere colla
modestia e integrità de’ costumi
Le provincie componenti gli antichi
il
i
suoi nemici.
regno
d’Italia
avevano, sotto
Governi, perduto l’abitudine delle armi e con essa
il
sentimento della gloria. L’oligarchia veneta, temendo più
il
risentimento de’proprj sudditi che un’estera invasione,
aveva
lasciato estinguere lo spirito militare nelle provincie
gli Schiavoni costituivano quasi soli la sua potenza militare. L’esercito del papa da due secoli era ai
di
terraferma;
quartieri d’inverno.
La Lombardia
Austriaca, esente per un
funesto privilegio dal servizio militare,
che poche reclute
di
non forniva all’Austria
malviventi, organizzati in due reggi-
menti o per meglio dire, in dùe ergastoli ambulanti. Come mai potevano gl’italiani superar il terrore delle armi stra,
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by
niere
non
se
operarono
il
colla
La
La guerra
guerra?
coscrizione
e la
prodigio di persuadere agl’italiani che
della loro indipendenza
non erano ad
i
nemici
essi superiori in valore.
coscrizione aveva in pochi anni creato nel regno d’Italia
un'armata
ottantamila soldati. Educata dall’esempio dpi
di
valor francese, n’ora divenuta la rivale. L’istruzione, che
ammansa
animi, ed è
gli
ogni tirannia, persuase finalmente i
padroni,
ma
i
la
nemica
di
padri ch’essi non sono
soltanto gli amici e gl’istitutori de’ loro
figli.
Abdicarono il dispotismo, deposero la sferza, l'irto sopracil tuono burbero, e sostituirono la dolcezza e l’affabilità. Noi erevamo però ancora lungi dalla tenera bene-
ciglio,
volenza e dagli affettuosi riguardi che
i
Francesi e gl’inglesi
tributano alla sensibilità e aH’ainor proprio de’ fanciulli.
La vaccinazione, generalmente propagata per veranti cure del Governo, riempi largamente
i
le
perse-
vuoti che
le
frequenti coscrizioni producevano.
L’educazione dei nuovi
era più feconda di cognizioni
licei
di quella degli antichi collegi.
un’uniforme militare
come
I
convittori furono vestiti di
Governo
Si censurò l’educazione del
quella che tendea troppo di buon’ora ad infondere nei
giovani l’amore delle armi. Questo rimprovero sarebbe ben applicato alla Francia, alla Germania, all’Inghilterra, dove le lettere, le
abbellito
il
imprese militari,
il
carattere nazionale.
Governo hanno già creato e in Italia, che mai poteva
Ma
accelerare di più lo sviluppo d’un carattere nazionale, se
non se
lo spirito guerriero?
Non
ò forse la comunione de’pe-
ricoli e della gloria, la fratellanza contratta sotto le
che estingue l’egoismo, la diffidenza, l’amor gelosie,
il
timido e vile machiavellismo,
rinfacciavano agl’italiani I
di
di
difetti
insegne,
fazione,
le
che
si
tutti
vent’anni fa?
giovani, creati uomini più presto dalla legge che accor-
ciava la minorità, lodati nei bollettini militari, onorati,
ri-
compensati ne’ ministeri, avevano preso un portamento, uno sguardo, un linguaggio di cittadini intraprendenti.
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139
La soppressione
de’ monasteri
indusse
il
Governo
nella
necessità di aprire collegi per l’educazione delle fanciulle e di affidare
molte rase d’educazione ad
parte Francesi.
Il
bel sesso italiano
istitutrici, per la
avrebbe reso
maggior tempo
col
più amabile la sua vivacità rattemprandola col contegno e
comune
colla
La
istruzione al bel sesso francese.
carriera civile e militare occupando l’ozio della gio-
ventù. aveva estirpata un’usanza che aveva
scherno degli
e
stranieri,
la
razza
fatto l’Italia
de’ cavalieri
serventi
era quasi estinta.
La
nobiltà,
che da secoli più non brandiva
sollecita dell’istruzione de’ viaggi,
la
nòdi quella
spada, poco delle lettere,
confidava in passato la sua primazia nella società titoli
e al suo fasto.
1
a'
suoi
giovani di oscuri natali, che aveano
nel corso delle ultime vicende, ricevuta
una colta educazione,
eransi aperto l’adito ne’ circoli, e con la seduzione de’ lumi
minacciavano d’usurpare
patrizj l’applauso delle brigate
ai
e gli onori delle cariche. L’orgoglio allora di questi ultimi si
scosse, e
rivali,
diabili
conobbero
I
necessità di far fronte ai nuovi
abbellendo la cortesia de’ modi e rendendo più invii
doni della fortuna coi pregi dello spirito. Questa
nobiltà, consecrata alle
ormai
la
il
armi e alla magistratura, sosteneva
confronto della nobiltà francese e britannica.
ricchi già provetti in età,
penso
de’ tributi
mirando a ritrovare un com-
che pagavano
allo Stato,
rinunciarono agli
antichi pregiudizi, 0 non disdegnarono più di commerciare
o dedicare
i
loro lumi e la loro probità all’amministrazione
pubblica.
Così l’individuo cominciava a riscuotere rispetto dallo straniero; e
i
viaggiatori transalpini che ci adulano in viso,
e appena rivalicatele Alpi
ci
mandano
calci,
non avevano
più diritto di stampare, che gl’italiani non hanno nè forza, nè energia, nè dignità, e che
nerato in Italia
si
il
solo vegetabile che abbia dege-
è l’uomo.
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140 Carattere di Napoleone Buonaparte. Pati Lazaro.
Quest’uomo nacque
in Ajaccio, di
Carlo Buonaparte asses-
sore nel tribunale di quella città, e di Letizia Ramolini, e fu
il
secondo di otto loro
figli,
cinque maschi, che furono
Giuseppe, Napoleone stesso, Luciano, Luigi e Girolamo, e tre
femmine. Maria Anna Elisa, Paolina e Carolina. Venne
il 15 di agosto del 1709. In età di nove o dieci anni, raccomandato dalla madre Letizia al Marboeuf governatore ammesso, a istanza di questo, nella scuola
in luce
della Corsica, fu
militare di Brienna a-spese dello Stato, e indi in quella di Parigi, ove
si
della storia,
ma
mostrò molto studioso delle matematiche e poco profitto fece nelle lettere, cosicché non
seppe mai correttamente scrivere nè la lingua sua naturale nè francese.
Era per natura più taciturno
sogliono essere
i
e pensieroso che
non
giovinetti, faticante, sprezzante, caparbio:
breve e spesso aspro nelle risposte; e non trovando diletto nella
compagnia
e ne’ diporti de’ suoi
condiscepoli, se ne
stava per lo più appartato da loro. Dicono che molto leggeva Plutarco, e cercava imitare quegli antichi grandi
cose intorno all'adolescenza di lui
avvenire di ciascuno che sale
un detto che
in
si
raccontano,
;
e molte
come
suole
fama. Parmi assai notabile
dicesi sfuggitogli di
bocca
in
una conver-
sazione; dal quale può facilmente arguirsi quali fin d’allora fossero quelle opinioni sue,
che poi nel corso di sua
doveano regolarne le opere. Commendavasi in quella compagnia il maresciallo di Turena, quando una certa dama avendo detto ch’ella terrebbe anche in maggiore stima quel famoso capitano, se egli non avesse messo in fiamme il Palatinato, Che importa ciò ( riprese tosto e con qualche sdegno il giovine Buonaparte), se quell' incendio era a’suoi disegni necessario ? » Quindi egli tenne sempre suoi pensieri rivolti allo scopo del suo avanzamento, c purché il conseguisse, non molto gli importava del modo. vita
—
i
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141
Scoppiò intanto la rivoluzione, feconda nutrice di ambizioni, e tutta la famiglia Buonaparte abbracciò con molto ardore le
rivoluzionarie e repubblicane dottrine, che indi a non
molti anni per un suo contrario interesse doveva prendere in odio; e Napoleone, colla
mente accesa
in quelle idee di
libertà che allora correvano, gittossi o finse
parte di quelli che professavano fiere,
ma
gittarsi
alla
massime più smoderate
e
nulla curò di loro dopo che furon caduti, sempre
colà volgendosi donde sperava
opuscolo da
lui
maggior vantaggio. Avvi un
pubblicato col titolo
La cena
di Beaucaire,
contenente opinioni molto diverse da quelle che di poi professò, e
che egli perciò,
benché invano,
di
al
cambiarsi di sua sorte, studiossi,
distruggere affatto, comprandone a caro
prezzo gli esemplari.
Dopo
il
riacquisto di Tolone fu spedito
in Corsica, la quale, per opera del
famoso Paoli,
era data
si
Gran Bretagna, e tentò, ma invano, scacciare gTinglesi da Ajaccio. Mandato comandante deH'artiglieria nell’esercito
alla
d’Italia sottoposto al
in arresto,
ma
Kellermann, per alcuni
sospetti fu
messo
essendosi giustificato, riebbe, dopo una quin-
dicina di giorni, la libertà. Chiamato indi a poco
a
Parigi,
venne rimosso dal servigio dell’artiglieria, e destinato all’eYandea, in qualità di generale di brigata nella infanteria; al che ripugnando egli, il comitato di Pubblica sercito della
Salute
il
cancellò dalla lista degli uffiziali generali impiegati.
Cruccioso, afflitto, cercando invano di essere rimesso nel ^ primo posto, e rivolgendo in mente mille stravaganti pensieri, offerse al Governo di far passaggio in Turchia per istruire, insieme con alcuni altri uffiziali francesi eh’ egli disegnava condur con sè, le milizie della Porta nel maneggio dell’artiglieria e nella difesa e costruzione delle fortezze, abilitandole
così a fare più efficacemente la guerra alla Russia, e ren-
dendo perciò un indiretto servigio alla Francia. Ma neppur questo gli fu conceduto; onde egli si vide ridotto a mancar delle cose più necessarie, egli che indi a pochi anni
non doveva esser pago
di
regnare sopra
la
Francia e
l’Italia:
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142
,
tanto è vasta e profonda e fiera la
minore strettezza
umana
Nè
cupidigia.
trovava la madre sua colle tre
si
in
figlie ri-
fuggite di Corsica in Marsiglia, le quali rieeveano pel loro
sostentamento que’ soccorsi
che la Repubblica soleva
in
que’ tempi concedere a coloro che, per la causa della libertà,
erano costretti a lasciar la patria.
Queste cose si
si
raccontano da me soltanto perchè sempre più
conosca quanto sia
il
potere della fortuna, che
«la sì
rono
che superar dovette questo
le difficoltà
stupendo arringo da
Dopo avere
i
nomo
nello
lui percorso.
renduto un segnalato servigio alla Con-
egli
venzione contro
vendemmiale
umile
quante fu-
stato levò poi tant'alto questa famiglia, e quali e
sollevati quartieri di Parigi
(5 ottobre), fu
dell’esereito interno, e indi
il
giorno 13
nominato secondo generale
a poco, per la rinunzia del Barras.
ne fu generale in capo. Per sollecitazione di lui si ammogliò con Giuseppina Tascher della Pagerie, nata nella Martinica, maggiore di lui di alcuni anni e vedova del generale Beauharnais, ch’era stato condannato a morire sotto la mannaja.
Poco
dipoi ottenne
il
comando
dell’esercito d’Italia,
che con
ripetute instanze e perseverante fervore addimandava. Egli
era allora in età di circa ventisette anni
;
e benché avesse
studiato l’arte militare, poteva dirsi in quella tuttora inesperto, mentre « l’Augereau,
il
non pochi generali a lui sottoposti come il Massena ed alcuni altri, erano Ma gli soprabbondava una cotale gio,
Serrurier,
già in armi famosi.
vanile baldanza, ardore di animo, fiducia nelle proprie forze e prontezza nell’operare.
Aveva mezzana statura, avvenente
aspetto, occhi vivi penetranti, corpo tollerante delle fatiche,
mente astuta
e veloce a conoscere le propensioni, le
mire
debolezze di coloro ch’egli dovea reggere o soggiogare,
e
le
le
opportunità delle occasioni,
si
possono prendere alla contraria fortuna, e
taggi che
si
tutti
que’ provvedimenti che
tutti que’ vanpossono trarre dalla buona. Con una certa sua
naturale facondia, che nasceva da forte e ardente imniagi-
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143 nazione, sapeva dare alle cose quell'aspetto ch’ei desiderava:
era talora anche eloquente, ina di
una eloquenza, per bevanda e nel
dire, soldatesca, brusca e rotta. Nella
contentavasi di poco: univa in sè
le
cosi
cibo
cognizioni politiche alle
guerriere, l’ardimento della giovinezza alla circospezione
matura, e per le qualità sue, per le disposizioni degli animi e per quelle de’ tempi che correvano, era attissimo a dell'età
sconvolgere
gli ordini antichi e
fondarne
di
nuovi. Benché
tenace de’ suoi proponimenti, sapeva piegarsi mirabilmente
per meglio riuscirvi. Altiero e violento per natura, era non-
dimeno per secondochè
riflessione e per politica
,
per impaurire, sorprendere e sbalordire co-
loro co’ quali trattava. i
moderato e tranquillo,
bisogno richiedeva; anzi spesso fingevasi tutto
il
preso dall’ira
Animoso
pericoli, severo e indulgente
e insieme cauto a schivare
a tempo, e soprattutto abilis-
simo a cattivarsi l’amore de’ soldati; era suo costume non mai affidarsi alla fortuna ove il consiglio valesse, e dove questo era inutile, tutto sperare dall’audacia; magnificare i
suoi prosperi successi, coprire o scemare quelli del nemico:
mostrar sempre sicurezza di perdere: fingersi
di vincere,
molto religioso
niun minimo dubbio
co' religiosi, e ridersi poi
co’più scaltri della simulazione usata coi semplici; nascon-
dere spesso
i
suoi pensieri sotto le apparenze d’una franca
e, tranne que’ soli a cui fosse necessario il fidare un segreto, essere impenetrabile per ogni altro; pro-
schiettezza;
porre vasti disegni come
facili
ad
eseguirsi
procacciarsi ,
la benevolenza di ciascuno, e farsi temere a quelli ch’e’non
potea guadagnare.
Ambizione di Napoleone imperatore. Balbo.
Dopo
pace di Tilsit (luglio 1808) s’avventò, s’innebriò peggio che mai il conquistatore nella politica stoltamente la
iuvaditrice. Egli
imperava
in Francia, Italia e
Germania,
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144
non gli bastarono. Volle Spagna e un gran regno di più; ma volle essendo così poca cosa materialmente rispetto all’imperio che egli aveva, ma cosi grande rispetto al pericolo alla perdita d’ opinione a cui andava incontro. Fatto sta ch’ei non faceva caso di questa opinione; non di Spagna, nè di Roma che credeva avvilite, impotenti a resistere. Ma, come volle Iddio, Napoleone s’ingannò; Dio non vuol sovente che s’ingannino i prepotenti. Incominciò a metter truppe francesi in Ispagna sotincontrastabilmente
almen
si
Roma,
e
;
,
capisce, era
non
si
capisce,
,
t’ombra
una
di
conquistar Portogallo; e conquistatolo, entrò in
serie di negoziati e perfidie e violenze, per cui tutta la
casa di Borbone rimase spoglia degli antichi regni di Spagna e del
nuovo d’Etruria. Fece occupar Toscana (12dicembre).
Poi in breve, inasprito già contro al papa per molte contese, e principalmente
perchè questi ricusava entrar nella lega
continentale contro ad Inghilterra, fece pur occupare gli Stati di lui. e
Roma
stessa (1
febbrajo 1808). Poi riunì le
Marche al regno d'Italia (2 aprile), e Parma, Piacenza e Toscana a Francia (21 maggio); fece passar Giuseppe re di Napoli a re di Spagna (come mutava prefetti da un dipari
aMurat suo cognato, prode
timento all’altro; e diede Napoli
generale di cavalleria (15 luglio). Tuttoeiò ridestava
le costanti ire
d’Austria
;
e la resistenza
incontrata dagli eserciti francesi, da Giuseppe e da
Napo-
leone stesso in Ispagna, ridestarono le speranze di
Rico-
minciò la guerra. Era la quarta,
fatta,
lei.
e sempre infelicemente
da quella potenza contra Napoleone generale, primo consolo
Vergogna militare, ma gloria politica di quel Governo così perdurante. In aprile 1809 gli eserciti austriaci invasero a un tratto Baviera in mezzo, il nuovo granducato # o imperatore.
di
Varsavia a settentrione,
Italia
a mezzodì dall’Isonzo. Na-
poleone accorse da Spagna, a Parigi,
Ed
al solito
al
Reno
a Germania.
ruppe, sbaragliò, vinse l’esercito nemico dell’ar-
ciduca Carlo in varj combattimenti e in uno grande ad
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;
145
Eckmùll (22
Vienna (13 maggio). E intanto l’armata d’Italia, più che mai grossa d’italiani misti con Francesi, e capitanata questa volta da Eugenio Beauharnais figlio adottivo di Napoleone, viceré e dichiarato erede del regno d’Italia, indietreggiava dapprima dall’Isonzo fin presso all’Adige; ma si fermava a Caldiero, ed ivi, dove avea vinto poc’anni innanzi, rivinse ora (29 aprile). Quindi riavanzando avea passato combattendo Brenta, Piave, Tagliamento, Isonzo; presa Trieste (17 maggio), passate l’Alpi, dato mano al grande esercito francese, e poi vinta da sé una bella e gran battaglia a llaab (I l giugno). Quindi si vede quanto sia pur vero, che vi fossero consolazioni alla servitù di que'tempi. E allora e poi non poche divisioni italiane, non pochi capitani nostri s’illustrarono nelle guerre di Spagna: ma questi combatterono per fai compagna nella servitù una generosa nazione; e perciò noi contiamo tali aprile); e passò l’Inn (26) e prese
1
come sfortune. Da Vienna poi Napoleone consumava quelTusurpaziòne di Roma, che fu la più leggera al profitto, la più grave allo scandalo e forse al danno di quante avesse fatte. Un decreto
glorie
imperiale (17 maggio) riuniva
a Francia. stolta
E
al
Roma
e
il
resto dello Stato
10 giugno era proclamata a
Roma
quella
riunione da Miollis e da una consulta governativa
composta
di
Francesi
ed Italiani.
Fu
la resistenza di quei preti disprezzati
stenza italiana di quegli anni.
;
colà
meravigliosa
fu la sola bella resi-
Una scomunica *fu
affissa
il
Roma a malgrado le truppe, il Governo, la polizia che l’occupavano; e quindi si sparse in Francia e tutta Europa; scemò molto in Italia e Francia
dì appresso in tutta
e
Spagna
gli
aderenti a Napoleone; fu
al piò dell’idolo universale.
luglio
Fu
il
sassolino gettato
portato poi via
il
papa (6
1809) da un generai di gendarmi a Toscana; e
di
a Francia, a Savona, a Fontainebleau mentre succedevansi in Roma co’poteri di lui i vicarj ponlà
fatto errare
tificj
;
e portato via l’uno, seoprivasene
CtMÙ -
Antoli>yia Militare - l*arl«
I
uno nuovo:
e porta10
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146 vansi via cardinali e prelati,
stancò
così
unanime
ninno cedente, finché se ne
Non
la polizia francese.
un esempio
credo sia stato dato mai
e costante di quel coraggio civile
e disarmato, che più d 'ogni altro forse tira a sé l’opinione
uomini e la toglie Ma, come succede, non
degli
pale, tra
Wagram
i
opprimenti.
agli
se
n’avvedeva l’oppressor princi-
successi crescenti. Passato
(5, 6,
7
luglio), e dettò
brunn (14 ottobre); per cui nia, ei fece quelli
ed una nuova
il
Danubio, vinse a
una nuova pace a Schoen-
oltre a
nuovi acquisti in Germa-
d'una parte di Galizia o Polonia austriaca,
d’Illiria.
S’egli avesse
presa invece Galizia
gran ducato di Varsavia, e fattone
intiera, e riunitala al
un bel regno di Polonia, egli l’avrebbe avuto a potentissimo ajuto due anni appresso. Ma il fatto sta, e si conferma ad ogni tratto, che egli non concepì mai la più bella delle ambizioni e delle politiche, quella di nazioni.
Due n’ebbe
nulla; e
quando
mente
le
liberare
e
fondar
non ne fece ruminò dolorosa-
nella potente destra, e
poi, spoglio di
glorie e gli errori
di
tutto, ei
sua potenza per iseemar
non seppe recarne non quella troppo sovente recata da chi non vuole dare, non essere ancor tempo di dare. Il fatto sta che scemava già il grand’uomo, s’impiccolivano più che mai le ambizioni di lui. Ebbe quelle due piccole e da uomo nuovo, di nobilitarsi con un matrimonio, e di lasciar al proprio sangue la fortuna fatta. Repudiò la donna, strumento già di suo primo innalzamento la compagna di sue glorie giovanili e maggiori quella che, non per vani influssi, ma colla dolce compagnia dava forse il temperamento giusto e necessario al suo animo eccedente, ed era così cooperatrice di sua fortuna. Sposò invece Maria Luisa d' Austria (2 aprile 1810); n’ebbe un figliuolo che intitolò re di Roma (20 marzo 181 1). E, precipitando nella politica sfrenata, e questi colle spiegazioni e le scuse, ei altra qui, se
,
,
nelle riunioni innaturali, riunì l’Olanda,
riunì
settentrionale a Francia. Dall'Elba al Tevere, da
Germania
Amburgo
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,
147 a
Roma
chiamaronsi francesi tre schiatte,
tre lingue, tre
nazioni diverse; e ne rimasero confuse, scemate, quasi distrutte tre nazionalità;
E
due vinte, una quantunque vincitrice.
già meditava ed apparecchiava un’altra riunione, degli
Spagnuoli fino all’Ebro.
Ma
gli
Spagnuoli ebbero allora
la
gloria di resistere soli sul continente a tutto ciò; gl’inglesi ajutarveli, essi che
di
non correan pericolo dalla
lor isola
:
Wellington d’esser capo militare a tale unica e bella resistenza.
E
i
perduranti in questa ebbero poi l’ajutoche non
inai, le occasioni
;
ebbero l’occasione che
men
di rado
manca manca,
l'esagerarsi nella prepotenza, lo stultizzare de’prepotenti.
Tra mente
il
1811 e
Egli aveva ed ora
1812
il
nello scopo,
Napoleone, non sola-
stultizzò poi
ma ne’mezzi
stessi
fino allora corteggiata
oramai
di
sua politica.
Russia ed Alessandro;
ei sagrifieò quell’alleanza e quell’amicizia alla stol-
tezza del suo sistema continentale contro ad Inghilterra volle sforzarvi Alessandro, che
e ne seguì la guerra.
ed oraci
li
sacrificò,
Ed non
egli li
si
ribellò alla prepotenza,
avea corteggiati
i
Polacchi
:
restaurò per riguardi all’Austria
posseditrice d’una lor provincia. Poi
aggiugnendo errori
ad errori, fece (24 febb. 14 marzo) due trattati d’alleanza con Prussia ed Austria, prendendo un trentamila uomini soli a ciascuna, e così lasciandosele
e
mal
affette, anzi
stoltezza di
a spalle quasi intiere
frementi. Tuttociò fu
non tener conto
il
colmo
degli affetti, delle
degli interessi, delle opinioni altrui.
di quella
passioni,
Che più? Ei
disse, e
credette, far un'irruzione dell’Europa occidentale contro all’orientale, della civiltà contro la barbarie:
ma
la civiltà,
l’indipendenza stavano allora per Russia: e cosi
questa
vinse.
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148 Il
granatiere Bianchini di Bologna alla presa
Taragona in Spagna.
di
Camillo Vacami.
Erano due ore innanzi
un
notte, e già tutto e per
lato
e per l’altro era disposto per l’attacco e la difesa, quando il
cavaliere Bianchini
,
avendo dai suoi capi
sollecitato
e,
non senza loro ripugnanza, conseguito di recarsi dai campi spontaneo nel sobborgo
italiani al sito dell’assalto, si offrì al
Suchet,
generale
promessa da
lui
ricordandogli
avuta
all’assalto della città.
di potere
Ebbe
il
tono dignitoso
in
in fatti essere
comando
dei
la
primo
il
30 granatieri
francesi, incaricati di aprire agli altri la strada sulla breccia.
E
bello fu a vedersi
natiere italiano,
a
tutti
decisivo.
sono
il
da più migliaja d’uomini quel gra-
solo in veste bianca fra le azzurre , segnare
arditamente la strada
Non appena
tirati,
rompere
i
all’alto delle
all’assalto,
il
mura
nell’istante
quattro colpi simultanei di mortaj
per indizio che giunto era
Bianchini salta
il
il
momento
parapetto,
di pro-
si
slancia
dall’ultima trincea alla testa del suo drappello, e seguito
con non dissimile ardore da
uffizioli
e soldati francesi della
prima colonna, rapidissimamente lascia addietro 80 di
cammino
discoperto, e tocca
il
questo celere intervallo però con uguale prontezza visti
la
gli
sommità
della
breccia,
sulla sorte
sicché
si
difesa,
ebbe gran motivo
dell’assalto,
da che
il
In
furono
Spagnuoli coronare, con animo deciso alla
stare ansanti
tese
piede della breccia.
di
nemico,
momento
a
suo favore, e posizione e forza e mezzi per offendere,
e
non trovandosi sorpreso, aveva
tutto in quel
lena onde adoperarli. Ai primi fuochi delle batterie dei
fianchi, alcuni
di
assalitori
quella
linea e
caddero
feriti,
altri uccisi. Non si sgomenta il Bianchini e con quella calma che è propria d’uora che sente, ed apprezza l’onor nazionale, ascende in mezzo a quella siepe di spade ed a il primo a tutti sulla breccia; quel tempestare di sassi ,
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,
149 segue a pochi passi
il
dietro in grossa
f.ien
ma
gli
Spagnuoli
il
suo drappello di granatieri, cui
massa
il
restante della
prima colonna
fanno bersaglio de’loro colpi
il
;
l’urtano
,
delle lance, e ferendolo nel petto, in volto e nella gola, 10 squilibrano
solo, gli
fattosi
altri
,
su quel terreno arrendevole, su
poscia più saldo nei piedi,
prevedendo sciagura
,
sinistra del bastione, incerti se
Tutti gli occhi erano in
piedi
egli
solo
fissi
egli
mentre
armento dietro
la faccia
avanzare o retrocedere. rimasto
in quel soldato italiano,
mezzo
sul
cui
rista,
lasciano sdrucciolare
si
all’indietro, e s 'agglomerano quale
si
del
pendio della breccia
e da lui solo facevasi dipendere la sorte dell’assalto; poiché,
o cedesse terreno o
il
guadagnasse,
gli altri lo
avrebbero
E
seguito sempre o nel disastro o nella vittoria.
appunto
questo istante brevissimo di esitazione fu per riuscire funesto all’esercito assediante. Di già molti sospettavano dell’esito,
in vedendo la truppa appartarsi dal piede della breccia, non salire, occuparsi in rispondere al fuoco dei difensori, muro del bastione. Già lo stesso ge-
o coprirsi appiè del
ne accorava; già
nerale Suchet se 11
tristo spettacolo di
gli
offriva dinanzi
si
un’armata, costretta, dopo immensi
lavori, a levarsi dall’assedio;
quando
il
generale Rogniat,
ch'era accanto di lui sopra una torre del sobborgo, della breccia superata al vedere distintamente sollevarsi
tutt’a
un
il
si
allegra
Bianchini
tratto, salir sull’alto, introdursi tra le
lance nemiche, ed attirare dietro a sé tutta quanta la co-
lonna, già inoperosa
al
suo
ritirarsi, ed
ora resa mobile
animata al suo muoversi ed avventarsi tra nemici. Invocare qual premio il primo posto nell* assalto , lanciarsi innanzi, più volte ferito sulla breccia ascendere ed
con calma, invitando gli altri a seguirlo è tratto degno, (così Suchet scriveva) di figurare fra le più eroiche rimembranze. Gli Spagnuoli per più lati si sbandano: al,
cuni più ostinati
,
sopratutto
ufficiali
e
sono donde tuttavia
cannonieri
uccisi sulla breccia e nelle attigue batterie,
,
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by
150 fanno fuoco sulle riserve, che battono
Ma
assalitori.
seco
,
il
primi
le tracce dei
nemico, sbaragliato sulla breccia,
attrae
nel discendere a precipizio dal terrapieno per rag-
giungere gl’interni spalleggiamenti, l’audacissimo Bianchini, impaziente di nuova gloria e tutto livido
di sangue pelonde era colpito e questi correndo sui nuovo labirinto di difesa, c indicando alla massa, che lui solo seguiva, il più sicuro cammino ad una compiuta vittoria salile tracce del disordine e del sangue degli Spagnuoli, ebbe nuova e profonda ferita nel petto la le sette
ferite
.
:
,
fuggitivi in quel
,
quale, malgrado di
lì
le
molte cure a
prodigate,
lui
trasse
il
a poco a dura morte, ch’egli sostenne con altezza,
compagna
indivisibile
degli eroi.
Preso di Gero ria. C. Vacasi.
Fu
spettacolo ben tristo l'aspetto della piazza, allorché
usciva il presidio spagnuolo.evi entrava
Tutto era posto
in
il
presidio straniero.
abbandono; seminate qua e
là alla rin-
fusa vedevansi per le contrade le armi spezzate dagli arditi
combattenti; sconciate ed
immonde le contrade;
levatoj; sconnesse le imposte delle porte; a
rotti
i
alla scoperta terrazza della cattedrale
divenuta
l’asilo
d’infermi e di
;
palesare le ruine crollati,
in
quel
non
per lo stre-
pito continuo delle artiglierie, varj gruppi di case,
tare
cima
ogni casa, ogni chiesa,
feriti,
anco riparate delle bombe nemiche;
ponti
soqquadro le
batterie; abbandonati e giù dai carri alcuni pezzi in
presen-
punto una nuova frattura nel recinto della quanta diroccata quella parte della città che
piazza, e tutta
guarda
ai
fetto delle
bastioni di Francia ed al forte
ultime batterie
di
Monjoui per ef-
breccia stabilite alle falde di
quel monte o intorno a Pons di là dal Ter; starsi molti tetti
di case
pendenti per la ruina dei muri laterali: starsi
appese per un canto grosse travi, penzoloni
i
pilastri,
scre-
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Googte
151 polate in più parti le volte de’ magazzini e delle chiese;
insomma
tutto
lasciar dubbio
ma
seguire non la difesa, quelle ruine, senza
la
come
possibile fosse
dimora soltanto
pro-
il
mezzo a
in
pericolo imminente di soggiacervi
il
;
esser ridotta inabitabile del tutto quella parte che congiu-
gnesi alla torre Gironella ed alla porta San Cristoforo
zamente intersecate da
;
roz-
moltipliei e deformi spalleggiamenti
quelle anguste contrade, che vi guidano salendo dal piano della città
onde, pervenuto che fosse
;
l’
inimico fra
i
rot-
tami, vi avesse ritrovato e asilo non sicuro e non preveduti ostacoli al progresso della marcia. Se a tutto ciò s’ag-
giungano e
il
fetore
lagrimevole
di
membra
che usciva da ogni parte, e
la vista
in varie guise
dilaniate, di corpi
lacerati e abbandonati fra la polve delle case diroccate, o a
mezzo di
seppelliti in
non di
fu
da cannone frantumati
insanguinati
,
cosa meravigliosa lo aver
tanto la difesa. Quivi ben
possono onore e disciplina tadine.
Ed
bombe, sucidume ognuno se
terrapieni sparsi di squarci di
rotti e carri
fucili
e lembi di vestiti
si
il
gli
dica
,
di
pure
Spagnuoli prolungata
tolse
misura
di
la piazza ed in
ciò
che
in esercizio colle altre virtù cit-
era pur bello l’udire tuttavia, all’atto
cedere
di
mezzo a tanto squallore, gli ufficiali spaal nemico se più il vinto o il vincitore
gnuoli chieder conto gloriar
si
da taluno disse
del
dovesse dell’evento. Qui ancora avrebbesi potuto ridire ciò
presidio
— Dobbiam nel vincere
che tanto generosamente il re de’ Romani di
Landau, comandato da Laubanie: ci ha veramente molta gloria
confessare che siffatti
nemici.
»
Napoleone in Russia {IH 12). Cantù.
Disponendosi a mettere in movimento tutto cito,
Napoleone nell’impero riduce
in
guardia
quei che la coscrizione non avea colpiti, con e soldo: che
il
suo eserNazionale
uffizioli
proprj
formavano un’immensa riserva, divisa
in tre
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,
152 bandi secondo
vittime predestinate. Intanto
l'età;
egli fa
bugiardi messaggi al senato, e nè tampoco brigandosi di palliare con altri motivi
con
nuovi
i
che domanda
sagritìzj
vaghe ed aeree dispone di torrenti di sangue. commette gli affari esteri a Marct, suo devo-
frasi
In Parigi
tissimo, acciocché neppure versi
;
ma
Polizia.
E
Mosca
e sono a
molto
E
sovratutto
diceva:
il
minimo
confida
ostacolo se gli attra-
Savary
in
ministro della
,
— Yo a domare Alessandro: Là
e a Pietroburgo.
mesi
zelo, e fra tre
io vi
due
vittorie
detterò la pace. Zelo,
reco la pace».
marcia verso la Russia, lasciando
alle spalle
popo-
lazioni scontente; là sinistra scoperta por le esitanze della
Svezia, ed esposta agli Inglesi; una colonna deH’esercito
invade la Germania, arresta impiegati e contribuzioni; onde
il
furore; de’ Prussiani
,
militari,
metto
rancore de'Tedeschi prorompe gli
uffiziali
prodi
piò
in
spezzano
le
spade, anziché subir l’oltraggio di ubbedire allo straniero
Macdonald:
il
re di Svezia
si
mette francamente coll'In-
ghilterra.
A
Dresda Napoleone avea dato la posta ai re vassalli e comparvero Francesco II d’Austria colla terza moglie. l’ umiliato Federico Guglielmo di Prussia, re di Baviera e di Wurtenberg, Girolamo di Westfalia. granduchi della ;
vi
i
i
al nuovo sole, guardava come creature sue, e che, quando gli erano
Confederazione: plejade sfolgorante attorno
che
li
annunziati dei
Menava cesi
,
il
re,
diceva:
—
Aspettino».
seco cinquecento mila soldati
resto, gente
d’interessi
e
di
;
ma
solo
passioni
metà
fran-
diverse;
i
Polacchi con Poniatowsk, speranti meritare la nazionalità; Sassoni. Austriaci, Bavaresi, Prussi, Westfalici, Wiirten-
burghesi, Badesi e dei varj principati; Spaglinoli, Portoghesi. Svizzeri: Italiani con
Eugenio, Lecchi e Pino; sessantaal teatrale Murai; Berthier, atten-
mila cavalli obbediscono
tissimo capo dello stato maggiore, sa mirabilmente attuare i
concetti del padrone, superando le difficoltà, disponendo
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153 ogni occorrenza. Questa campagna di gigantesche proporzioni
lusingava la vanità
di
Napoleone.
— Castighiamo (diceva)
non vuol esser nemico andiamo a farci dare spiegazione del suo proil Niemen, attonito di non trovar resistenza. Alessandro comprese che ad una tale invasione bisognava opporre la guerra nazionale e lo spirito religioso, onde parla da mistico e da profeta. Alla nostra lealtà ha ri-
questo czar nostro amico, e che dell’Inghilterra;
cedere
»
:
e passa
—
con
sposto alle 11
questo
perfidia
ambizioso;
insaziabile
sordo
proposte più moderate, vien in casa nostra di sorpresa.
mio popolo difenderà
le
sue famiglie, la patria, l'indi-
pendenza russa; e la Providenza favorirà la nostra causa». E più non dando l'impulso, ma seguendolo, ad un esercito ubriaco di gloria oppone un popolo ubriaco d’obbedienza; e
seconda il fervore di
col dare capi alla
uomo temuto
Tolly, Bagration
guerra
cipalmente Kutusof, eroe popolare per Turchi. costi,
Proposto
dalle
città
di
il
lituano Barclay
dai Francesi, e prin-
fin
le
sue vittorie sui
che che ne
distruggere l’invasore,
sante risuona
il
grido
crociata;
della
portansi reliquie in processione; l’archimandrita Platone, di
centun anno impreca
al
Golìa che invade
all* effìgie di
tende d’I-
nel disordine, e fa gara
sraele; la nobiltà ricupera lena
d’armare; vengono Tartari,
le
Baskiri
,
Cosacchi,
attorno
san Sergio, e ai rintocchi della campana
di
Mosca. Sui quadri figuravano un milione e cendieeimila combattenti; assai
meno
in effetto,
ma
bravi
e costanti;
molta cavalleria, terribile artiglieria, e lo sgomento dei Cosacchi leggieri.
Il
teatro poi della
friva che rare città, e fra queste
il
nuova guerra non
Alessandro a non avventurarsi a una battaglia,
guerra
di
posizioni,
bezzicare
of-
deserto. Tutti consigliavano
i
ma
far
Francesi coi Cosacchi,
sempre la ritirata, e resistere, resistere. Napoleone è focoso, e soccomberà qui come, in Egitto, come in assicurarsi
Ispagna. Intanto Alessandro moltiplicale negoziazioni; allea coll’Inghilterra, e avutala mediatrice di
si
pace colla
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154 Porta, d’altri ottantamila uomini ingrossa l’esercito; ri-
conosce
cortes spagnuole
le
;
in
luogo della Pomerania
offrendole la Norvegia, fa alleanza
invasa da Napoleone colla Svezia.
Napoleone corre innanzi per cercare Russi e una batma invece d'una battaglia trova un clima instabii
taglia;
Che importa? avanti sempre. Carlo XII di Svezia non v’ era potuto vivere con 24000 soldati come vi sarebbe vissuto Napoleone con un mezzo milione ? Muojano dunque; ed egli non sa che dire: Impossibile soldati ben comandati non muojono mai di fame ». lissimo, malattie, scarsi viveri.
;
—
!
designa
marcie colla grandiosa sua strategia,
le
e renacci lo ritardano
;
questi generali
ma
pantani
non sempre vogliono
obbedire dacché sono re; egli medesimo mostra una spossata lentezza, che
i
suoi panegiristi
non sanno spiegare se non
con una malattia. Intanto
i
Russi scompajono davanti
all’esercito proce-
dente; sempre solitudine, fatiche inaudite prima di giungere a Witepsk I
egli
:
ma
questa pure è vuota
!
marescialli consigliano Napoleone a svernarvi
favolosi, di cui egli
San Bernardo.
Ma
si
modo
poche
;
difficile
lo
le
compiaceva, come
le
ma
no;
Piramidi e
Napoleone ha disimparato
de’ primi suoi tempi.
La guerra le
il
la rapidità
stessa era di ben altro
grandi strade, minati
spionaggio o
ponti importanti,
i
ricognizioni traverso a
golo di Cosacchi; stranamente imperfette zioni suiteatro della guerra: sovente
le carte
un nu-
eie istru-
percento miglia dovea
medesima direzione, non avendo altre strade e nemico accostarsi di fronte, e non per molteplici sbocchi
seguirsi la al
:
vuol essere a Mosca; Mosca, uno ancora di quei nomi
come
in
Germania
,
e
in
Italia;
divisato
vimento, dai primi passi era indovinato possibili
Le
;
appena un moonde erano im-
grandi piani strategici.
frequenti avvisaglie portano perdite e vittorie reci-
proche. L’esercito a Smolensko trova resistenza;
ma entrato.
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155 Avanti
eccola vuota e in fuoco.
dunque ancora,
sotto
il
sole d’agosto, fra polvere rodente, e continue scaramuccie,
che stancheggiavano senza mai un risultato, senza che mai il
coraggio venisse rialzato dalla fiera gioja d’una battaglia.
Già centomila sono
periti, gli
soffrono
altri
Mosca, dove
sta a ottanta leghe;
il
riposo,
fame e Mosca ;
l’
abbondanza,
e la pace dettata dalla città santa.
Anche
i
Russi però agognavano una battaglia, e
il
loro ge-
nome dei santi e della paMoskowa centrentaduemila Russi,
nerale Kutusof vi s’accingea nel tria.
A
Borodino sulla
con seicenquaranta cannoni Francesi
,
,
affrontarono centrentatremila
con cinquecentottantasette cannoni
rono settantamila morti o
feriti
,
dunque dopo la
di
tenda in tenda
vittoria;
Napoleone
cito; e Alessandro altri
sacrifizj
vi
si
i
si
:
e vi resta-
ventisette generali francesi;
Non esultavano
molti anche dei Russi, fra cui Bagration. cantici
soldateschi, consueti
trovava appena metà dell’eser-
Mosca, dicendo che
raccoglieva su
voleano per domare l’Anticristo. Di questa
città era governatore
misto di civile e
di
FedorRostopcin, vero carattere russo, fiero, motteggiatore arguto, e devoto
alla causa patria quanto Kutusof, e coi mezzi e la risolu-
zionestessa.
Aveano
essi
e castello dove potessero
rono
far lo stesso di
mila appena, rimasero; de’ I
proposto incendiare ogni villaggio i
Francesi tranquillare: non esita-
Mosca. Dei trecentomila cittadini, venti-
nomadi quando
il
gli
altri
sciamarono,
alla
guisa
nemico s’avvicina.
Francesi v’entrarono in gran parata, quasi rivedessero
la patria, allegri di trovarsi al fine in
e l’abbondanza, fra la gente.
nessuno sta
di
Ma
una
città,
fra gli agi
che ? nessuno viene incontro;
guardia; un vuoto, un silenzio, come quando
traversi Pompei.
La
sera gozzovigliano
alla vigilia della morte.
La manìa
i
soldati famabondi;
di entrare nelle capitali
nemiche avea portato Napoleone ad un vano un esercito e l’impero.
trionfo,
che
gli costò
Mentr’egli s’orgoglia nel Kremlin, fortezza le cui
mura
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,
156 sono montagne, e di là detta regolamenti pei i
Russi dicono
la
— Eccolo preso
»
:
;
ad Alessandro:
—
teatri parigini,
pensa che qui finisca
egli
campagna Kutusof crede che cominci,
e
ministro dice
il
Sire, ringraziate la Providenza; la
Russia
è salva». Deliberati di tagliare la ritirata all’esercito francese,
talché l'inverno
disfacesse,
il
i
Russi, che a Smolensko gli
Mosca la ricusano. Ed Alessandro nemico entrò a Mosca; ma la gloria dell'impero non è offuscata. Egli possiede solo mura, in cui nè abitanti, nè provigioni. Erasi immaginato il superbo, diventarvi arbitro dell'impero, e dettargli una pace rumosa. Speranze fallite! Le truppe che ogni di si raccolgono dallo vicine provincie, custodiranno ogni shocco, c distruggeranno drapaveano
offerto la pace, a
proclama:
—
11
i
pelli
che escano a foraggiare.
11
nemico, entrando
metà sono
contava cinquecenti (mila uomini; disertati; col resto
occupò Mosca:
n'è soddisfatto,
gli
effetti
curva
e verserà
al
giogo
:
leggi, religione, libertà.
tutto
il
cendj
;
vanno
in
i
1
Francesi, cominciano in
un luogo, scoppiano
fiamme, e
rire di fuori.
superbo che l’attaccò
;
e
re e le nazioni oppresse».
entrativi
estinti in
coraggio e la pazienza
il
una causa giusta e possente;
col tuo ajuto possa trionfare del i
ma se l’orgoglio suo La Russia non si sangue per difendere
Dio onnipotente, guarda misericor-
del tuo popolo, che combatte per
Appena
Russia
appariranno.
dioso sulla Chiesa russa; sostieni
trionfando liberi
in
distrutti o
i
feriti
a stento
Mosca
in dieci si
;
gl' in-
gli spedali
trascinano per
mo-
soldati, stancati nello spegnere, ritornano ai
non trovano che carboni. Fra tre giorni, la città santa è una fornace, da cui non sorgo che il Kremlin. L’esercito vincitore accampa attorno ad una città di fuoco, in loro quartieri, e
campagna
allagata dalle pioggia;
fuoco de’ bivacchi ali-
il
mentasi con quadri e mobili preziosi, e attorno ad essi uftìziali e soldati, laceri,
di il
bruciacchiati
,
sdrajansi sopra scialli
caseemir, pelliccio di Siberia, tappeti
vasellame d’argento;
il
di
Persia; profuso
velites’è forse vestito
da Cosacco,
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^
157
da Baskiro,
Piemontese porta il berretto persiano, il Romagnuolo la zimarra cinese; e toccando cembali e stromenti di gran prezzo, mal si consolano della lame e della
l’Italiano
il
disperazione. I disastri si
tagliano
danno spirito corpi
i
,
alle secreto società,
lasciati
mentre
di fianco
per proteggere la ritirata. Invano
almeno il furore di una guerra popolare: Da quando in qua (gli risponde Kutusof) sarà troppo l’ardore che un popolo mette Napoleone esibisce
la pace;
invano cerca
si
cessi
—
a difendere casa sua dallo straniero ?
Vedendo un altro
»
Napoleone vorrebbe sempre diretta innanzi assalire Pietroburgo, e colà svernare, avendo aperte per acqua le comunicazioni con Francia. I generali del grande esercito, cui i disastri restituivano la franchezza che aveano folta le vittorie, professavansi stanchi essi che non aveano più da acquistar gloria, ma da goderla a Parigi. Si cominciò dunque la ritirata sopra Smolensko con carrozze e treni l’estensione del pericolo. atto della sua strategia,
far
;
;
carichi di tesori, di argenti, di pelliccie, cogli zaini gonfi di sete, di gioje, di
preziose inezie, consolàti
ravvicina alla patria; e Napoleone ordina
Mosca
era rimasto in veri. Così
il
e delle armi
,
mastino addenta
Aveva ancora centomila
il
fanti
,
il
sasso che lo ,
come
chi
si
guasto di quanto
della polvere, dei vi-
con
ferì.
cinquecensessan-
tanove cannoni e duemilasettanta carriaggi, ricchi,
forti,
i Russi raddoppiano di Dio comincia; Kutusof ali-
sebbene scarsi di cavalleria. Però sforzi
barra valore I
quando il
la vendetta di
passo alla grand’armata a Malojaroslavetz
massimamente
degl’italiani
,
ma
il
protegge quel tragitto.
Francesi volgono sopra la Beresina, paese già devastato nel
primo
tragitto
;
traversano
il
campo
di
Moskowa, dove an-
cora dopo cinquanta giorni qualche ferito invoca soccorso o la morte.
E
dappertutto
si
trovano furate
le
mosse dai Russi,
più pratici, meglio provveduti, serviti dai paesani , esaltati da Kutusof, che parla di Buonaparte come del tiranno del
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.
158
mondo, da Alessandro che eccita a spegnere gl’incendj di Mosca nel sangue francese. I Cosacchi sono lo sgomento dell’esercito, nè dì nè notte lasciandolo quietare.
La
confusione, che già nell’andare
si
era mostrata in un esercito improvvisato e di tante favelle,
giunge
al
colmo; disertano, gettano
armi,
le
si
scompi-
gliano, e la morte fa stragi. Degli ottantamila cavalli, do-
appena rimanevano in novembre: de’ centomila usciti di Mosca, appena cinquantottomila arrivarono
dicimila fanti
a
M iasma. Allora sopraggiunse
il
freddo stridente, che doveva, non
produrre,
ma
vembre a
fioccare, cancellando ogni
esacerbare quel disastro. Cominciò in no-
segno di strade; talché
mareiavasi colla neve negl occhi e acaso, cadendo nei pantani: i
un tronco li fa innon sono capaci di rialzarsi, e tosto la neve fucili le mani aggranchite cascano estremità gelano e incancreniscono; chi s’addormenta, non si sveglia più. Alcuni scoprono un sentiero, e vi s’avviano speranti ma ecco i paesani e i Cosacchi in agguato soffocati dal vento, intirizziti,
un
sasso,
cespicare, e più
ha sepolti
gli
dalle
;
i
;
;
che
li
straziano, poi
li
lasciano a spirare lentamente sulla
non ferrati a ghiaccio, scivolano, pestano il un poco d’acqua, rosicchiano le gelate scorze degli alberi poi quando cadono sfiniti si fa ressa di scannarli per mangiar qualche spicchio, e per intiepidire nelle loro visceri le mani e piedi. Ogni bivacco, per mancanza di fuoco, diveniva un cimitero vi si coricavano col sacco in neve.
I
cavalli,
gelo per trovare
,
;
i
:
spalla, colla briglia del cavallo al braccio
;
o per intiepidirsi
la mattina non abbracciavano più che un cadavere, e l'abbandonavano senza compiangerlo. Se si trovasse qualche poco di legna, mettevasi
tenevansi abbracciati l'un l’altro
al
;
fuoco la pentola, preziosamente conservata
scusava
di
;
e la polvere
un pugno di farina di segale, egoismo sottentrava a quella propria de’ soldati, e niuno più prove-
sale per condire
o un brano di cavallo. generosità eh’ è
sì
Un
fiero
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159
deva che asti;
colle spade disputavansi l’ultimo tozzo
fin
o un manipolo di paglino di legna; se
non
stendea la
gli si
gelato,
mano
strappava
si
tiepida ancora. Invano
i
camerati! cascava,
il
prima che restasse
altro,
caduti o
per porla a sè
stringeano
feriti
gi-
le
padri, perla patria, per l’ amante non essere abbandonati e quando si battea marciata, strascinavansi carponi ululando, mostrando
nocchia dei
fratelli, pei
supplicando
di
la
ad un
;
dosso la pelliccia
di
;
i
Cosacchi che sopravenivano, cercando un sorso d’acqua, se
non
una
altro
selvaggi.
La
fucilata per
non cadere
pazzia prendeva molti
mano
in
di
quei
ed una feroce serietà
;
fra ridicoli cenci.
Un
inverno
rigido
si
non
calcolare da
potuto
sariasi
un generale; ma bensì il disordine, bensì la fame che seminò di cadaveri la via, e diò centrcntacinquemila prigionieri ai Russi. zini,
che così
Napoleone
si
I
fuggiaschi derubano e sperperano
mancano
ai
bisogni. Solo
tenne unita, e fu salvezza di
i
magaz-
guardia
la
di
lui.
Sulla Beresina eoncentravansi gli eserciti russi dal Da-
nubio e dalla Finlandia per tener fronte
ai
Francesi, che
Kutusof inseguiva, che Miloradowic e Piatoti’ bersagliavano Napoleonici avevano invocata, giungeva quando si trovavano incapaci di più coriibattere. Ivi soprarrivarono Oudinot e Victor con due corpi che erano rimasti in Lituania, e che dagli attacchi di senza posa; e la battaglia, che tanto
i
Wittgenstein, e Ciciakof potevano proteggere
quei miseri avanzi
;
lusingati di trovare
il
tragitto di
ma mentre nelle bugiarde relazioni un esercito baldo
di vittoria,
erano
non riscon-
trano che ombre di schifo e di paura, ferocemente severe,
senza salmerie, senza armi, senza scarpe, col naso e orecchi incancreniti, lividi
il
resto, gonfi gli occhi
gli
immobili
o ciechi, stupidi, dissennati, cascanti loro a'piedi per implorar pane. Confusissimo fu ritirata; la
il
passo del fiume
;
Ney protegge
la
guardia reale italiana prodiga eroicamente la
vita per difendere
una gloria non sua
.
e cinquemila sol-
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Googfe
,
160 dati
ne rimasero
là: all’appello
non risposero che ottomila-
ottocento.
Sulla via. nulla avevano preparato nati dai bullettini
commissarj, ingan-
i
che mentivano continue vittorie. Anche in
Francia, in Germania, la mesta taciturnità
Italia, in
di
ripetuto annunzio di trionfi,
tanti orbati era addolcita col
quando repente tutto è smentito nel XXIX bullettino, ove Napoleone annunzia il disastro. Perchè gli uomini non ne avessero
vanto, lo attribuiva al freddo;
il
patimenti dicendo: si
—
robusta da superar
legria e
il
Qu'elli cui le
insultava ai
l’al-
gajo umore, e non pensavano che a disgrazie è
ad ogni evento,
catastrofi; quelli che essa creò superiori
conservarono la vivacità e
nuova gloria
le
guise consuete, e videro una
nelle difficoltà che
Poi conchiudeva: migliore.
ma
natura non avea dato tempra
vicende della fortuna, perdettero
— La
si
doveano sormontare
salute di sua maestà
non
».
mai
fu
»
Se ne consolino un milione di vedove e d’amanti! egli sano ; e non ha un motto di compassione pei tonti morti non una consolazione pei sopravissuti. QueU’inumana frase gli era dettata dal sentire che la grandezza sua fondavasi solo su lui, e che la sua stirpe era niente. Una congiura scoppiava a Parigi, e che non trova ostacoli, mostrava che nessuno credeva alla stabilità dinastica. Ben avea di che sgomentarsi Napoleone a sintomi cosiffatti. Inoltre echeggiano pure in Francia le grida nazionali della Germania e della Spagna; gl’inglesi fomentano le idee è
liberali,
e molti repubblicani sono fucilati nel mezzodì.
Napoleone sente dunque
la
necessità di
centro d’una macchina che solo per lui
primere
le
speranze che potesse dare
il
si
preparare un nuovo esercito. Cede a Murat
perchè migliore rigi.
Non
ma
perche
re,
ritornare
muove,
di
nel
com-
suo disastro, e il
di
comando, non
e rapidamente arriva a Pa-
lasciato indietro che quattrocentomila vite.
lui
0
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by
,
161
Battaglia di Curtatone. Bresciani.
29 maggio 1848 sorgea sinistro allo armi federato d’Italia; imperocché in sui campi di Curtatone e di Mon11
tanara presso Mantova, venuti ad oste gli Austriaci contro
quattromila
Italici,
la
maggior parte Toscani, s’accese la non s’era ancor veduta Benedek e di
battaglia feroce, e così animata qual
Le
in quella guerra.
brigate austriache di
Wihlgemuth erano assembrate contro Curtatone; generali Ciani e Strasoldo sopra Montanara, di Lichtenstien
sopra Buscaldo.
La gioventù
quelle dei
e la quinta
toscana, parte
s'asserragliò nelle case sbarrando con grosse travi, e stabbio
e piote
le porte,
Àvevan
il cannone non le schiantasse. muri archibusiere, troniere e feri-
acciocché
fatto ne’ bassi
toje cogli
smussi delle gole ad ogni direzione, e nelle gronde
piombatoj e cateratte per difendere l’assalto delle porte la scalata delle finestre.
eonj
e
pei-
Parte s’attestò
e
campagna per
in
quadrati a romper T impeto
della cavalleria
tedesca, che la caricava furiosamente in quella distesa di
piano;
altri
diritto
il
per drappelli a scaglioni infestavan dal lato
corno sinistro della battaglia; assai
,
fattoridotto
e sponda dietro ai risciacqui e le gore dei campi, destri ber-
sagliavano glieria
le
colonne di fronte; quattro
da un’ alturetta davano a mitraglia
de’cavalli, e spazzavano a saltarello
venian
i
;
ma
gli
pezzi d’arti-
fra
le
gambe
gruppi di massa, che
serrati all’assalto dell’argine di quel
cierà di cannoni
poco
di
trin-
Austriaci tonavano con cinquanta
bocche ben gabbionate, e poste, parte
per
di fronte e parte
con obici e pezzi corti di gran portata, sotto diradavano le file toscane, e saltavano per aria
lato, si
soli
i
le
quali
mu-
e terribile. Quella
campo con una ruina paventosa prode gioventù, non atterrito a tanto
smisurato percossa
di
nizioni e
i
ricettacoli del
morte,
si
batteva intrepida e ferma
opponendo per ben cinque ore a quell’impetuoso torrente Coiv
- Antologia Militare - Parie
1
il
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162 diga de' saldi petti e dell’ostinata volontà
la
vincere o
di
morire.
Oh
quante giovinette e delicate vite mieteva quel giorno sui sanguinosi campi di Montanara e Cortatone la scimitarra degli ussari, la picca degli ulani, e
il
fuoco vivissimo
de’moschetti e delle artiglierie! Quante lacrime di genitori
seminavano
infelici
di quei ruscelli
sai: voi
tei
sulle zolle di quei prati e sulle
fieri
i
madri aretine, pisane, fiorentine e sanesi ne testimonj chè vostri pianti non sono
pubblici
siete
rive
sdegni di guerra! Tu, bella Toscana
ancora asciutti
i
,
,
e le ferite de’vostri cuori
non son per anco
rammarginate.
Morte del Morosi ni
Manata.
e del
Emilio Dandolo.
I volontarj lombardi, di cui era capitano Luciano
Ma-
Morosini ed Enrico ed Emilio Danmilanese andarono a combattere a Roma, dove erosi proclamata la repubblica. Un corpo di Francesi ventre a sottomettere i rivoltosi,
nata dolo
,
,
e uffizioli
assediò
Roma
s’
la rivoluzione
e alfine la prese.
In pochi minuti e
il
dopo caduta
i
Francesi avevano rovesciato ogni ostacolo,
erano inoltrati fino alla barricata di gabbioni che sta al
cancello a pochi passi da villa Spada.
A
quella vista
i
nostri
presero animo, cominciò la fucilata, e la barricata fu or presa e ora perduta, mentre lo
scoppio delle
empivano
atterrita possa II
e
il
le
intese
i
colpi, le
le
strane grida, quell'am mirabile giovane
era slanciato solo, onde osservar che cosa
d’
cannonate,
immaginare.
nuovo, quando ad un tratto sì
grida,
rovinare dei ripari e dei tetti,
spaventoso fracasso che mai mente
posto di Morosini fu dei primi ad essere circondato.
Appena si
bombe
l’aere del più
improvviso, che ogni
si
ci
fosse
di
vide attorniato ed assalito
soccorso tornava inutile. Egli
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,
103 colla sciabola
e colle pistole
si
difese per alcuni minuti,
mentre incoraggiava suoi. Colpito nel ventre da una palla un colpo di bajonetta, egli cadde, e il nemico passò oltre. Quei pochi bersaglieri, dopo un’ostinata resistenza i
e da
presi ai fianchi, alle spalle, circondati, decimati, gettarono le
armi. Quattro di essi però erano già accorsi a raccogliere
il
caduto Morosini, che da tutti
i
suoi era
grandemente amato,
e postolo su d’una barella, favoriti dalla confusione, s’av-
Ma
viarono correndo verso villa Spada.
questa era
già
circondata; s’imbatterono quindi nei Francesi che grida-
rono da lungi: Qui vive? con voce
fioca.
Ma
i
— Prisonniers; rispose Morosini
nemici temendo forse d’una frode
s’avventarono colla bajonetta calata. Raccontò alcuno dei bersaglieri
quali
i
circondati
.
trovandosi
la barella e tentato di sal-
e che allora fu veduto quel povero giovinetto alzarsi
sulla barella gli
che
.
dal nemico, inferocito
nella vita
avevano deposto
dalla pugna, varsi
portavano Morosini
minacciati
e
insanguinata
giaceva a lato
,
,
mano
e posta
alla
spada ehe
continuare già morente a difendere la
propria vita, finché colpito una seconda volta nel ventre, ei
cadde
di
nuovo. Commossi a tanto e
raggio, quei Francesi
lo
si
sventurato co-
raccolsero e portarono all’ambu-
lanza di trincea. Moltipliei e variatissime narrazioni
morte
di
lui.
egli visse
vennero
Questo solo potei raccogliere
fatte
sulla
di sicuro,
30 ore rassegnato, pregando, parlando
che
della sua
famiglia, e strappando le lagrime ai nemici stessi che ac-
correvano a vederlo per meraviglia. luglio spirò serenamente senza
Il
soffrire.
mattino del primo
Oh! mi
sia
qui
concessa una parola su quell’ impareggiabile giovinetto, oggetto
di
tenerezza e di ammirazione e di stupore a quanti
l’hanno conosciuto, e che ha gettate tante anime nel lutto col suo
crudelissimo
fine.
Non arrivando ancora
ciott’anni. egli era l’esempio, battaglione per
la
la
sua angelica o
ai
di-
meraviglia di tutto simpatica
bontà.
il
Più
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,
m fanciullo di tutti noi, era quasi nostro Mentore, e noi lo
chiamavamo
l’angelo nostro custode; tanta era l’illibatezza
verginale della sua condotta, e la severità inalterabile dei
una forza, di cui spesso anime più elette, di mantenere incontaminata Era commovente il vederlo sotto il fuoco nemico, ritto sempre ove più incalzava il pericolo, mantenersi tranquillo recitando sommessamente le sue preghiere e comandando ai soldati col sangue freddo d’un provetto principj suoi, che egli cercava, con
difettano le
negli amici suoi.
capitano.
Egli è morto! Ma il suo nome, la sua memoria vivranno eternamente nell’anima addolorata non solo de’genitori ,
de’congiunti ed amici ma di tutti coloro che. avendolo appena conosciuto, il proclamavano esempio e modelle sorelle
,
,
dello di angelica soavità, di coraggio, di ingegno e di virtù!
Dopo
la presa delle varie breccie,
si
combattè* su tutti
i
occupavano tutti i bastioni, le nostre strade, le barricate: avevano preso molti nostri cannoni, la maggior parte dei quali però era stata d;igli artiglieri inchiodata. Furono visti molti di quei cannonieri avviticchiarsi morenti al loro cannone, e più d’un pezzo non venne preso che dopo averne uccisi tutti difensori. Spuntava il giorno, e colla luce tornava l’animo ai nostri, quali si raccoglievano, e cercavano di spingersi coll’usato ardire sul nemico irrompente. Ma ogni ordine era rotto, punti.
I
Francesi
i
i
e ad ogni
momento
i
Francesi ingrossavano;
nostri si riunivano a villa
nella strada e frale
Savorelli,
bersaglieri
i
quei di
Garibaldi
vigne; fu sonato l’assalto;
lanciarono con un ultimo impeto di coraggio, e
il
tutti
si
nemico,
davanti a quel disperato sforzo d’una gente già vinta, dovette arretrarsi su tutti
i
punti.
Il
cannone tonava con-
tinuamente. Le nostre batterie rovinate, senza artiglieri
non sapevano
(erano quasi tutti
stati colpiti sui loro pezzi)
rispondere; fra
nostri soldati, numerosissimi
la
i
più parte mortalmente
i
caduti, e
feriti.
Digitized by
165
eravamo
Villa Spada era circondata: noi
stati costretti
rinchiuderci entro, barricare la porta, e difenderci dalle
di
finestre.
Le
cannone cadevano
palle di
e uccidendo
dei cacciatori francesi
È
terribile
il
cannone,
frequenti, devastando
entravano dalle sghangherate finestre
;
e ben
,
rado
di
palle
le
fallivano la meta.
combattere entro una casa, dove ogni parete può rimandare di rimbalzo una palla; dove, se non colpisce
l’aere
il
le pietre
s'impregna
fanno udire più
si
ciola sotto
i
piedi
,
che rovinano possono schiacciare; dove
fumo,
di
forti;
il
di
polvere;
i
gemiti dei
feriti
pavimento insanguinato sdruc-
e l'intiera casa vacilla sotto
1*
urto cre-
si
aggirava
scente delle cannonate
Già da due ore durava questa
difesa.
Manara
continuamente per le camere, onde rianimare colla presenza combattenti. Io lo seguiva coll’animo ane colle parole i
gosciato,
non avendo alcuna
rimbalzo mi
di
ferì
il
notizia di Morosini.
braccio destro.
—
— Perdio
Una «
palla
sciamò
hai sempre da esser tu il Manara che mi stava presso ferito? io non devo portar via nulla da Roma? » Pochi momenti dopo egli stava guardando col cannocchiale dalla finestra alcuni Francesi che stavano appostando un cannone, quando un colpo di carabina lo passò da parte a ;
parte.
Fece
tre passi, poi
cadde boccone senza che
braccio che mi rimaneva sano, potessi sostenerlo.
io col
—
Son morto (mi disse egli cadendo) ti raccomando miei figli». Accorse il medico; io lo interrogava ansiosamente collo i
sguardo, e nel vederlo impallidire, perdetti ogni speranza.
Fu
posto sopra d’una barella; e per una finestra rovinato,
cogliendo un
momento
di quiete, ci
gettammo
nella
cam-
pagna. Manara, lasciando cadere una delle sue mani nelle
me». Ed
io lo seguii col
fino all’ultimo
a compiere
il
Dopo molto
il
— Non
abbandonarmi, resto con cuore straziato; io aveva compiuto
mie, mi andava ripetendo:
mio dovere
doloroso uffizio aggirarsi,
di di
soldato, ora
mi rimaneva
amico.
arrivammo all’ambulanza
di
San
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,
166
Mario della Scala, dove già stava raccolto un centinajo di feriti più gravemente, che non potevano essere trasportati più oltre. Appena giunto, Manara mi disse di mandar a chiamare il dottore Agostino Bertani suo amico milanese. Intanto tutti
i
medici s'affaccendavano intorno lui;
— Lasciatemi morire
ma
egli
non mi movete. » Dietro l’assicurazione dei medici che egli aveva Pensa poche ore di vita, io mi chinai al suo orecchio, e, Oh ci penso! e molto» mi rispose. al Signore «gli dissi. Allora feci cenno ad un cappuccino che si avvicinò e che continuava dicendo:
in pace;
—
—
dopo
accolti
segni di contrizione del morente, gl’imparti
i
Manara volle eziandio esser confortato dal mi studiava di prepararlo meglio che potessi al gran passaggio; una soave dolcezza m’entrava nell’animo in vedere quel mio povero e carissimo amico così cristianamente affrontare la morte. Dopo essersi comunicato, non parlò suoi per qualche tempo. Mi raccomandò poscia di nuovo
l’
assoluzione.
Viatico, ed
io
i
figliuoli.
— Allevali tu (mi
disse) neU’araore della religione
Mi pregò
Lombardia il suo corpo insieme con quello di mio fratello. Scorgendomi Ti rincresce che io muoja? » E piangere mi domandò: vedendo che io non rispondeva perchè soffocato da’ singhiozzi aggiunse sommessamente, ma colla più santa » rassegnazione: Anche a me dispiace e della patria».
di portare in
—
,
Chiamò
—
vicino a sè
Poi mi richiese notizia era prigioniero
,
nandolo fuori
di
troppo egli lo
che morisse
me
ló
—
mise
e
me .
mostrando desiderio
,
sapeva già da vaghe voci che egli
ne era tutto racconsolato, immagi-
pericolo.
amava
si
Morosini
di
di averlo presso di sè. lo
sè,
soldato che fu sua ordinanza, e
il
chiese perdono se l’aveva alcuna volta fatto impazzire.
gli
Non
gliel
dissi
però, perchè
Poco prima aveva carissimo, e
e poteva spaventarsene.
levò un anello che
in dito egli stesso, poi
Saluterò tuo fratello per
Quando sopravvennero
le
te,
si
attirandomi verso di
n’è vero?
»
convulsioni dell’agonia, e co-
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167 minciò a scuotersi e ad aggrapparsi a chi torno. io i
mi
sentii venir
meno, e
fui portato
potevano accrescer
miei singhiozzi
bondo. Allorché rinvenni e tornai
immobile e freddo.
A
cuore
Il
lontano perchè
patimento letto
al
di
che noi dividevamo
e i
con lui!.
.
Erano
.
finito
Manara
stringermi fra
un amico. Oh quanto ho
le
amici
da una simpatia che io perdeva in
a mutarsi in affetto fraterno
più che
gli
quindici mesi
pericoli, legioje, le speranze; senza
secreti fra noi, senza gelosia, animati
aveva
mori-
l'anima di
cessò, e
vita
quel giovane eroe volò in cielo a raggiungere caduti prima di lui
al
trovai già
lo
,
batteva ancora con lentezza.
gli
poco a poco ogni calore
stava d’at-
gli
:
sofferto
mai nello
braccia quella spoglia fredda, e
si
bella
ancora nella sua pallidezza!
Campagna
del
1859. Belvic.lieri.
Se l’imperator d’Austria Francesco Giuseppe, cercava destar
l’ire
germaniche, associate
al
nome
ri-
Napoleone,
di
il
conte Giulay, duce supremo dell’esercito in Italia, evocava
l’ombra del poc’anzi morto Radetsky
,
onde scorgesse
gli
Imperiali sui memori campi alla vittoria. Aveva sotto il suo comando (comprese le guarnigioni nelle fortezze da Pavia e Piacenza, sino a Palmanova ed Ancona) non meno di ducentottantamila uomini, de’ quali metà campeggiava in
Lombardia; armati, addestrati, provvedutissimi esercito più bello e numeroso l’Austria non aveva mai veduto al di ;
qua
delle Alpi. Al principio della
otto corpi d’armata, formati di
campagna
due o
componevano
lo
tre divisioni ciascuno,
e comandati da generali esperti nell’ultima guerra, Stadion, Zobel, Benedek, Clam-Gallas,Lichtenstein, Schwarzenberg...
più un corpo volante sotto
il
croato maresciallo Urban, che
davasi vanto di contrapporsi a Garibaldi;
luogotenente
il
maresciallo Zedwitzt capitanava la cavalleria
,
il
colonnello
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Googtc
.
168
Khun
era alla testa dello stato maggiore. Al 29 aprile gli
Imperiali varcarono
Vige-
l'indifeso Ticino a Buffalora, a
vano, a Pavia, ed alle due estremità occuparono Arona alla destra, ed ingrossarono sul Piacentino, spingendo
centro
il
con moltissimo stento, sopra un terreno, per istemperato pioggiee per argini guasti, tutto quanto allagato, a Mortara a Novara, a Vercelli, nelle quali città Giulay fece affiggere
un proclama, vantandosi liberatore del Piemonte. Quante speranze, quant'ansia negli Italiani in quei
giorni!
L’esercito piemontese stava concentrato alla sua base d’ope-
razione nell’angolo formato dal tezze di Casale si
spiegasse
il
ed 'Alessandria,
Po
e dal
Tànaro
tra le for-
atteggiato a difesa fino a che
piano del nemico ed arrivassero gli
alleati.
Era diviso in cinque divisioni sotto i generali Cialdini, Fanti. Durando Giovanni, Cucchiari e Castelborgo; bersaglieri, artiglierie
cavalleggieri e genio erano egualmente ripartiti
,
per ogni divisione. l’artiglieria
sistemi) ed
il
(
La
cavalleria greve, formante la riserva,
molte delle quali perfezionate secondo
i
nuovi
genio dipendevano dai generali Sonnaz, Pastore.
Menabrea; Garibaldi comandavai volontarj Coccia lori Alpi
.
delle
gioventù spigliata ed animatissima. Della Rocca fu
capo dello sfato maggiore ; Lamarmora ministro della guerra al campo Vittorio Emanuele duce supremo La invasione austriaca nel Piemonte porgeva all’impera-
seguitò
tore dei Francesi giusto al 1’avvicinarsi
motivo a scendere in campo. E già aveva fatto mutare
del preveduto istante,
tono alla stampa da lui dominata, tratto
si
cese, cui
stimolo
in
guisa che, tutt’un
pose ad inneggiare alla guerra; e la nazione fran-
non della
si
fa
invano sentire
il
suono dell’armi e
gloria, s’infiammò al pensiero di
lo
scendere
liberatrice invocata sui campi, già testimonj di tante vittorie dc'padri
e degli avi.
Al denunziarsi delle
.
ostilità, l'esercito francese,
ditato divisamente, o perchè
non
si
o per
me-
credesse la guerra im-
minente, stava ancora disperso. Gli ordini per concentrarlo
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Googte
169 furono dati ed eseguiti con rapidità prodigiosa.
Le
vie del
Cenisio erano tuttora ingombre di neve ed impraticabili cavalli.;
il
ai
trasporto per mare, lungo e faticoso; pure ogni
ostacolo fu superato; alcune colonne,
vantaggiandosi del
tempo che Giulay perdette per aderire all’ambasciatore inglese, entrarono in Torino il 30 aprile, cioè il domani dell’ingresso degli Imperiali in Piemonte; ed in quel mentre anche a
Genova incominciavano gli sbarchi. Quanti applausi quanta commozione sui passi dei soldati francesi, all’apparire di quella !
insegna scesa già conquistatrice temuta, scomparsa senza
compianto, tante volte con amara delusione invocata! Nes-
suno ormai dubitava della
vittoria;
ma
dell’esercito piemontese,
non già che
si
perchè, di fronte alle
diffidasse
immani
forze dell’Austria, era follìa sperare che solo vincer potesse.
Pure
di tanto gli fu benigna la sorte, da lasciargli indiviso
l’onore delle prime
pugne
e di contenere per ben quindici
giorni la baldanza nemica.
Penetrato in Piemonte, e disposte
le
sue truppe sopra
linea prolungatissima, sensibilmente parallela al Ticino,
il
duce austriaco avrebbe dovuto (ed era quanto dagli Italiani si paventava) spingersi alla sinistra su Novi eGavi, dominare
la
via della Bocchetta, per impedire ai Regj la con-
giunzione co’Francesi che venivano dalla Liguria; ed a simile intento avanzare la destra a
Susa
,
ed intercettare
il
passo
delle Alpi; tra le quali operazioni poteva occupare Torino,
avvolgere, se fosse rimasto concentrato, l’esercito piemontese, in
modo che
la
sua stessa linea di
gli riuscisse fatale; batterlo se si
difesa,
non che salvarlo
fosse diviso.
Invece ten-
tennò, ed esitò, dove la rapidità era condizione di vittoria. Si disse che lo impedissero le pioggia, gli allagamenti; che lo
vincolassero istruzioni e comandi da Vienna; che volesse
per la più breve,
tamente
come avea
l’esercito regio
,
fatto
Radetzky, assalire diret-
annientarlo
,
astringere Vittorio a
prima che l’alleato fosse in grado di tener la campagna. Ed a questo parve che veramente Giulay accennasse nei
patti,
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170 giorni tre, quattro e cinque maggio, quando, portato
il
quartier
generale a Lomello, spinse molte truppe sulla sinistra del
Po, fra Sannazzaro e Candia, facendo apprestamenti di passaggio a Frasi netto, a Valenza ed a Cornale:
somma l’importanza,
primi luoghi, dei quali era
ma i
nei
due
Piemontesi
contrastarono colle artiglierie tanto strenuamente, da rendere
vano ogni tentativo. tamente
,
A
costringendo
popolazioni
Cornale gli Austriaci passarono checon
,
a costruire
compariva. Tentare era cosa la
il
Po guasto
il
;
si
minacce spinsero
le
grame
lungo la
cercato esercito regio non
passo del Tanaro sotto Alessandria
folle; aspettarlo,
piena del
bestiali
ponte
il
ma
Scrivia fino a Tortona,
il
vana e pericolosa poiché avendo ,
ponte a Cornale, minacciava di
trascinarlo tutto nella sua rapina; nel quale timore,
avere vessato orridamente concluso, distruggendo
il
il
dopo
paese, quel corpo ritirossi dis-
ponte.
Allora Giulay, mutato consiglio, divisò d’operare coll’ala destra, e di avanzarsi sulla linea della
Dora Baltea tramutò ;
il
quartier generale a Mortara, indi a Vercelli; e per coprire
il
suo divisamente e
contro la testa
di
le
mosse che
vi
si
riferivano, ordinò
ponte a Casale una ricognizione, che fu
il giorno 9. di maggio aveva Germano, donde a destra si spinsero a Biella e fin verso Ivrea, a manca occuparono Trino, e di fronte scorrazzarono fino a Livorno dai quali movimenti s’argomentava che Giulay approntasse un colpo sopra Torino. Aveva il re affidato la capitale ad Ettore De Sonnaz, che l’avrebbe certo valorosamente, ma non felicemente difesa e già sembrava chiaro che se l’Austriaco si fosse impadronito di Ivrea, Torino sarebbe stata facile preda; grande quindi vi era il timore de’ cittadini, ed il Governo ordinava il trasporto delle piò gelose carte. De Sonnaz non attese, ma con quante forze potè riunire deH'esercito e dei
con lieve sforzo respinta, ed
già effettuato grosso concentramento di truppe a San
;
;
cacciatori delle Alpi, stringevasi alla destra della Dora,
mu-
Digitìzed
by
171 nita con improvvisati fortilizj. o tenne
nemico
il
vazione minacciosa; perchè, se quegli, forzato
osser-
in il
passo,
si
fosse spinto addirittura verso la capitale, arrischiava d’es-
sere assalito
di
da Vercelli
tianco e tagliato fuori
e dalla
Sesia, che erano la sua base d’operazione; tutta volta la superiorità delle sue forze gli faceva dovere di osare, e da
un
istante all’altro temevasi qualche dolente novella.
invece
i
corpi
da San Germano
distaccati
si
t.ier
generale a Mortara. Qualunque fosse
a battaglia
i
Quando
richiamano a
precipizio; l'esercito austriaco si riduce alla Sesia ed
il
quar-
progetto, o tirare
il
Piemontesi, o entrare in Torino, era per la se-
conda volta fallito. Giulay, entrato da dodici giorni campagna, non aveva occupato terreno so non quanto era stato permesso: due piani
gli
orano
stati sventati,
in gli
e le
sue soldatesche nelle piccole fazioni che s’erano impegnate
avevano sempre avuto
peggio
la
L’Imperatore Napoleone, giungeva di
Genova. La superba e
fremito
immenso
il
12 maggio nel porto
bella città repubblicana accolse
di gioja
il
con
coronato, che scendeva vindice
della nazionale indipendenza. Dalle innumerevoli barche, le
quali solcavano la quieta e lucente marina; dai navigli ancorati, dalle loggie, dai veroni era
francesi ed italiane, plausi, di 11
una pioggia
un ondeggiar di bandiere un sollevarsi d'ap-
di fiori,
viva in quei luoghi da gran tempo inusati.
Napoleone fermò suo quartier generale
14,
in
Ales-
sandria. L’esercito francese ripartivasi in cinque corpi, for-
mati da numero ineguale di divisioni,
Baraguay-d' e Niel; in
il
Hilliers,
ed
ai
generali
affidati al
maresciallo
MacMahon, Canrobert
quinto col principe Napoleone doveva organizzarsi
Genova ed
attendervi la propria destinazione. V’erano
poi tre legioni di guardia imperiale sotto
il
comando diRe-
gnault-de-Saint-Jean d’Angelv. Contava 520 cannoni, la più parte rigati, in
26
batterie, ripartite
proporzionalmente
ad ogni corpo. L'imperatore volle essere duce supremo, ed
a
lui
anche Vittorio Emanuele
si
sottomise.
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172
Erano ed
il
Austriaci ridotti novainente tra il Po, la Sesia,
gli
Ticino, posizione opportuna per sè stessa, e per
fortilizj
improvvisati, e per l’appuntarsi a Pavia ed a Piacenza di recente munite, e difensiva oggimai essendo divenuta pel
Dopo
capitano tedesco la guerra. subito si
moto manifestossi nel campo
spinge a Voghera;
Austriaci,
gli altri
Napoleone,
l’arrivo di
degli alleati;
un corpo
mano mano fronteggiando gli
affacciarono alla riva del Po, senza dare indizio
si
dove intendessero valicarlo. Dalle quali mosse, eseguite, giuste il
consiglio
Canrobert, per distogliere da Torino l’austriaca
ili
minaccia, Giulay
persuase che
si
Alleati intendessero
gli
operare contro Piacenza, e sperò di venire alla sospirate battaglia. In quel pensiero assottigliò di tratto le sue schiere alla destra sulla Sesia, ed
Pavia; sotto la quale, assicurava
il
passaggio.
il
care gli Alleati colla divisione
addensolle sulla sinistra verso
Po a Varcar izza appunto incaricato a provo-
ponte costruito sul
E
di là
19 di maggio mosse
il
Baumgarten ed
cavalleria, che toccavano
i
altre
il
generale Stadion
truppe
di
fanteria e
trentamila uomini, e procedendo
su Casteggio, Casatisma e Brandizzo, la mattina successiva si
trovò
di fronte alla
divisione Forey, appartenente al 1°
corpo d’armata francese, cui afforzavano dieci squadroni piemontesi de’reggimenti Aosta, Novara e Monferrato, co-
mandati da Maurizio De Sonnaz. Impegnossi il combattimento ed ebbe nome da Montebello terra dagli Austriaci occupate al principiar dell’azione, dove s'erano fortificati, e donde fu,
rono dopo sette ore respinti in guisa, che senz’altro .tentare ripassarono
il
Po
pugnò con valore
e ritornarono ;
ma
a Pavia. L'ima e
l'altra
parte
brillò l’impeto de’Francesi negli at-
Napoleone aveva raccomandate come l'arma del soldato francese; e la cavalleria piemontese diede prove novelle di fermezza e di coraggio. In questo primo fatto campale da parte degli Austriaci furono ottocento feriti, trecento prigionieri, altrettanti morti; da quella degli Alleati
tacchi alla bajonetta, che
seicento tra
feriti
e morti e tra questi
il
generale di brigate
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173 Bueret, parecchi cieri
officiali superiori,
Monferrato, Morelli
di
ed
il
colonnello dei lan-
Popolo, che cadde alla testa del
suo squadróne, confortato nei supremi
istanti
dal grido
della vittoria.
La
resistenza trovata dagli
Austriaci a Montebello, fece
che Giulay s’ingannasse nello estimare forze ed intenzioni
sì
neTranco-Sardi, e persistesse nel credere minacciate Pavia e Piacenza; laonde, richiamate le sue genti tutte a sinistra della Sesia, fissò quartier generale a Garlasco. dal canto proprio,
onde raffermarlo
E
Napoleone
in quel sospetto e trarne
vantaggio all'esecuzione della grande manovra ch’aveva ideata,
concentrò
il
proprio esercito intorno ad Alessandria sulla
via di Voghera, e sul in
su
i
Piemontesi
in
Po
sotto Valenza; e lasciati da Valenza
guardia del fiume e della Sesia che
vi
confluisce, ordinò mosse, esplorazioni, palesi apprestamenti
ingannò riuscisse completo; e lo fu. Giulay, colla sinistra appoggiato al Po ed alle fortezze, colla fronte difesa dalla Sesia, vantavasi d'essere in un secondo quadri-
di ponti, affinchè lo
latero strategico, al paro del veneto inspugnabile di guardarsi ;
a destra sembra che
nemmanco
pensasse. Allo incontro
Na-
poleone, volendo evitare la guerra d’assedj, rendere inutili i
mezzi poderosi di difesa accumulati dagli Austriaci a Stra-
della,
Pavia, Piacenza e
Cremona risparmiare il molto sangue ;
che sarebbesi versato cercando
di sfondare
il
centro della
una grande conversione di Novara e sul Ticino; girare
linea nemica, divisò di operare fronte: trasportare l’esercito a la destra
dell’Austriaco, e piombare diritto sopra Milano.
Concetto bellissimo, ad eseguire
il
quale riehiedevasi pron-
movimento cominciò col 28, ed ampio semicerchio da Voghera, Valenza, Casale, Vercelli, Novara, alle spalle dell’esercito tezza, precisione e segreto. Il
in cinque dì fu
compito
sull’
Sardo destinato a mascherarlo e proteggerlo. Sino dal giorno 20, il generale Cialdini, entrato col suo corpo nell’abbandonata Vercelli, a destra e a manca della strada regia spingeva con direzione divergente versola Sesia
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174
due colonne, che passate a guado con fortuna pari all’audacia, sebbene avessero guaste agli Austriaci, la
i
sinistra sponda,
combattimenti,
li
munizioni,
si
buttarono addosso
campeggiavano
oltre
e fattone scempio in molti spicciolati
spinsero disordinati ad Orfenengo. Nel
tempo medesimo Fanti lo
le
quali senza sospetto
Durando, accampati più basso, verso
e
sbocco tenevano con frequenti e non gravi fazioni distratto
e molestato
il
nemico,
il
quale per tutte queste cose s’ap-
prontava a dar o ricevere battaglia a Mortara
,
quando
Vittorio Emanuele, che era colla divisione di Durando, ri-
—
Il 30 maggio l’esercito del re si stabilirà davanti a Palestra». Ardua l’impresa. Tutta quella campagna è coperta di risaje, intersecata da canali, e da fitti filari di piante gli Austriaci, poderosi per numero, sui declivi avevano moltiplicato l’opere
cevette ordine dal quartier generale di Napoleone:
:
di difesa del piccolo altipiano-
cupati
i
dov’è situata Palestra, ed oc-
villaggi di Vinzaglio,
Confienza e Casalino che
lo
fronteggiano a piccola distanza verso la regia via da Vercelli a Novara. Le divisioni Durando. Fanti e Castelborgo, varcata la Sesia, doveano
muovere contro
nemico, ed agevolare aCialdini Vittorio la
Emanuele dirigeva
giornata:
le
la
quelli, snidarne
espugnazione
il
di Palestra:
l’azione. Combattessi per tutta
posizioni furono espugnate, ed
i
nemici
si
a Robbio sanguinosi e disordinati onde al tramontare di quel giorno (fausto novamente all’armi italiane, giacché undici anni addietro trionfavano a Goito ed entravano ritirarono
;
nell 'espugnata Peschiera)
il
re poteva dire a’ soldati:
prima nostra battaglia segnò la prima
vittoria...
La
— La
patria
esultante vi esprime per mezzo mio la sua riconoscenza, e
superba figli;
di voi, addita alla storia,
che per
la
il
nome
degli eroici suoi
seconda volta nel memorabile 30 maggio
hanno valorosamente pugnato per lei». Più splendido fu il fatto del dì successivo. L’Austriaco anelando a rivendicarsi della perdita e dello smacco, riuniti sotto il comando del feld-maresciallo Zobel, circa trenta-
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by
175 mila combattenti
(e fu errore
non farne avanzare
come poteva), mosse da Robbio a
doppio,
il
riacquistare Palestro
ma
;
nonché posar sugli allori, modo da poterlo con efficacia sostenere e respingere. Poco inferiori di numero erano Piemontesi, ai quali crasi aggiunto il reggimento di zuavi, posti sotto il comando deire: laonde, quando le colonne di Zobel, sostenute da numerosa artiglieria, si prepreveduto l’assalto,
Cialdini,
lungo
la
notte riunì le posizioni in
i
sentarono all’attacco, fu per questo
come
il
nostri erano pronti a riceverle; nè
i
men
conflitto
il
fiero; giacché l’offesa
ma
giorno precedente, sparsa e divisa,
non
era,
tutta s’ag-
girava intorno e convergeva a Palestro. Si pugnò per quattr’ore; gli
Austriaci respinti ripeterono
senza però poter sforzare
i
micidiali assalti,
contrastato paesello:
gli aditi del
zuavi e bersaglieri gareggiarono d’audacia, rigando larga-
mente
sangue
del lor
le zolle,
ma
pronti colle fulminee
bajonette ne’ luoghi del maggiore periglio, ne* quali pure, lasciate le parti di capitano, Vittorio
Emanuele accorreva.
Chiarivasi già pei nostri la sorte dell'armi, ed
i
nemici, re-
dopo molti cimenti s'affollavano sugli erti margini d’un canale, donde incalzandosi ruzzolavano giù
spinti in basso
ed affogavano.
,
Ma le lor batterie
oltre quello si riordinano le
occupano ancora il ponte ed ,
colonne alla riscossa. Colà
volge Tini peto de’zuavi, s’avventano
si
ed intorno a
ai pezzi,
morti rimans’impegna sul ponte mischia feroce; gono orridamente ritti, i combattenti avviticchiati piomquelli
i
bano nell’acqua. Verso quel punto lo spesseggiar de’projetti
fianco
slanciasi re Vittorio tra
dall’opposta riva, sicché al suo
Lamarmora ebbe morto da una cannonata
Invano Chabron
,
colonnello de’ zuavi
,
(gli disse)
non è codesto
il
vostro luogo».
il
cavallo.
mostrando
reno coperto di giacenti, sforzandosi a trarlo
di là,
il
ter-
— Sire
— Non temete co-
lonnello (egli risponde); qui v’ò gloria per tutti:» e spro-
nato
il
destriero,
perato infine
il
si
slancia tra
il
fitto
de’ combattenti.
ponte, assalite e sgominate
le
Su-
truppe che
Digìtized
by
Googte
.
176 stavano oltre, respinti infallibili
medesimo
nelle
altre
gli attacchi
parti
il
dopo
dalle
mezzotempo generale Fanti batteva un corpo che minacciava
artiglierie, gli Austriaci, due, ore
su Robbio e Rossasco
giorno, ripiegarono
;
il
e nel
Confienza. Mille prigionieri, otto cannoni, bagagli
furono
trofeo della giornata, al cader della quale soltanto
fu dato
fine allo inseguir de’ fuggitivi.
e re Vittorio passarono sul
celli,
le ili
L’imperatore, giunto da Ver-
campo cruento
in
rassegna
schiere, salutati con entusiastiche acclamazioni, presagio
nuove
vittorie.
Batta gii a di Solferino (21 giugno 1859). Bblviglikri.
E
potere degli Alleati, il
Magenta diede Milano iti quali di là mossero ad inseguire
noto che la battaglia di
nemico verso
il
i
Mincio.
Sull’orme degli Austriaci, l’esercito franco-sardo, non soffermato dai ponti minati e guasti, aveva proseguito
cammino, verso
i
distribuito
monti,
in
modo che
i
Tenuto consiglio
di
il
suo
Piemontesi stavano
Francesi stendevansi al piano verso
i
il
Po.
guerra
in Brescia, varcato il Chiese ed Napoleone III divisò d'occupare sialture che sorgono al mezzogiorno del
affacciatosi al Mincio,
multaneamente le lago di Garda, fra San Martino e Volta, delle quali Solferino, e Cavriana, soprastanti alla pianura di Medole, sono punti centrali e più avanzati. Epperciò pel mattino del 24 giugno le divisioni piemontesi Durando, Fanti, Cucchiari e Mollard accampate tra Donato San Paolo e Desenzano, dovevano portarsi a Pozzolengo e via via alla
San Cassiano i
,
,
:
Mac-Mahon zòlo
Ma
Baraguay-d’IIilliers
destra:
loro
.
il
stabilirsi
a
Solferino.
a Cavriana, Canrobert a Medole, NielaGuidiz-
quartier generale e la guardia imperiale a
C listigliene.
per eseguire questi ordini fu necessario superare un’oste
poderosa, che
si
vantaggiava pel numero
,
per
le
posizioni
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177 per la conoscenza de’luoghi, per doppia artiglieria, per l’ap-
poggio di due fortezze.
L’abbandono di tutte le forze
totale della
Lombardia ed
il
concentramento
austriache al di là Mincio, non tanto erano
imposti dai' campali disastri, quanto da meditato con-
stati
siglio del generale Hess.
Giunto era questi a Verona con
Francesco Giuseppe nel giorno istesso della battaglia genta con tutti la
i
di
Ma-
mezzi disponibili di potere a un tratto ristorare
fortuna dell’armi imperiali: dissero anzi che simil concetto
campagna;
egli mettesse avanti fino all’aprirsi della
modo
fu questo che prevalse alla Stavano adunque riuniti, sotto
Wimpffen, due
in
ogni
fine. il
comando
eserciti dei quattro cheallor
di
Schlick e
di
teneva l’impero,
Smesso Giulay l’imperatore stesso supremo aveva ai fianchi generali antichi Frandi Modena ed il primogenito di Leopoldo li di Tocomandanti dei corpi non furono mutati, ma venne
circa ducentomila soldati. volle essere duce
e sperimentati, e nel suo militare corteo figuravano
cesco scana.
V I
sciolto quello d’Urban.
Compiuti
gli
allora inusata,
apprestamenti, gli Austriaci, con celerità in
numero
giornata del 23 aveano senza contrasto rioccupato
Pozzolengo non solo sino a Volta, sul piano di Guidizzolo e da
fin
180 mila uomini passato
di
Mincio su otto ponti gettati tra Salionze e Ferri, lungo
Medole
ma ancora si
i
il
la
colli di
erano estesi
colla poderosa cavalleria.
Dubbioso poi se gli Alleati avessero varcato il Chiese, Francesco
Giuseppe dava alle sue forze doppia destinazione; alla destra dovevano impadronirsi di Castiglione e Lonato, investire Piemontesi, rovesciarli nel lago, o cacciarli per le valli dove i
,
sarebbero
stati
assaliti e distrutti
dal
corpo appostato sul
confine del Tirolo; il centro e la sinistra dovevano far impeto nella direzione di Montechiari
,
ributtare
i
Francesi oltre
Chiese, dopo averne schiacciata l’avanguardia
,
il
e proseguir
diritto alla vittoria, della quale, ed al quartier generale ed
a Vienna erano affatto fidenti. Cajtv - Antologia Militare - Parie
I.
li
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178
Le ricognizioni
fatte dalle due parti la sera del 23, palesarono all'ima ed all’altra la presenza dell’ avversaria, non i
divisamenti; e gli ordini previamente impartiti, rimasero.
Appena
i
marescialli Baraguay-d'Hilliers e
Mac Mahon
oltrepassarono Castiglione, mici;
si trovarono in presenza de' neben tosto fu impegnato anche Niel verso Medole; l’eser-
il piemontese sopra Rivoltella maresciallo Canrobert aveva di fronte Castel Goffedro. occupato dalla cavalleria nemica. Essendo diversi corpi separati gli uni dagli altri da grandi distanze. Napoleone, giunto al romoreggiare del cannone affrettossi a disporre le cose in modo, che quelli avessero ad avvicinarsi ed a sostenersi a vicenda, ed avvedutamente ordinò al maresciallo Canrobert di tenere osservata la strada di Mantova, donde poteva attendersi una sortita della guarnigione non perdendo nel tempo stesso di vista il corpo di Niel, che poteva abbisognare del suo soccorso. Fino da principio si combattè su tutta la linea, con vigore ed accanimento straordinario; l’una parte e l’altra comprendeva trattarsi d’ una battaglia che poteva decidere la sorte d’un grande impero. Le alture di Solferino e di Cavriana,
cito
;
i
,
,
,
centro della linea di battaglia, e delle quali riconosciuto decisivo,
costanza assalite e difese. ale, che,
il
possesso era
furono con ammirevole bravura e
Nè minore
fu lo sforzo sulle
due
rattenute indietro da forze ogni tratto crescenti e
rinnovantisi, ebbero istanti pieni di periglio;
il
quarto corpo
Medole, fu al punto di vedersi girato non solo con indomita costanza seppe sostenere la vacillante fortuna, ma con una manovra su Rebecco e Guidizzolo sarebbe riuscito ad avviluppare nella in ispecialità presso
dal nemico. Tuttavia Niel,
ritirata parte dell’esercito
nemico, se Canrobert avesse potuto
o voluto appoggiare quel movimento. la vittoria
con largo
fiotto di
Il
quarto corpo comperò
sangue, ed
il
suo capo ebbe
il
bastone di maresciallo.
Finalmente, intorno alle quattro ore pomeridiane, la guardia imperiale
si
impadronì della tanto contrastata vetta di
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Googl
179 Solferino, rovesciandone
Austriaci con impeto pari alla
gli
comandò l’ultimo nome accanto a quelli dei ge-
resistenza provata. Napoleone in persona assalto
;
collocando
proprio
il
Buonaparte ed Augerau. che vincevano lo stesso nemico, ma di
nerali
denza e
in quei luoghi
libertà
medesimi
erano d'indipen-
all’Italia promettitori infedeli.
Nel tempo medesimo un’ altra battaglia sostenevano Italiani
gli
I generali Cucaveano inviato leggieri
alla sinistra dell’esercito francese.
prima
chiari e Mollard, alla
distaccamenti a riconoscere
il
luce,
terreno. Quelli, oltrepassate le
alture (l’occupazione delle quali era oggettivo della giornata),
ed accolti a fucilate, sulle prime credettero d’essere imbattuti in drappelli
vaganti
;
ma
ben presto s’accorsero d’avere
Erano in fatti cinquantamila uomini che, condotti daBenedek eda Stadion, s’avanzarono irresistibilmente, occuparono San Martino, e si spinsero alla
di fronte forze imponenti.
Madonna
Scoperta,
della
s’appoggiavano
i
due
importantissima posizione, cui
eserciti alleati,
superata la quale,
Piemontesi correvano rischio d’essere ributtati i
al
i
lago, e
Francesi rimanendo col fianco indifeso, non avrebbero
avuto probabile salvezza che
Fu adunque ostinato
in
una rapida
ritirata.
intorno questi due luoghi vario di accidenti,
sanguinoso
il
contlitto.
Nella prima metà della
giornata difesero la Scoperta Giovanni Durando e Fanti; delle quali divisioni
riunite
più tardi, prese la direzione
Alfonso Lamarraora, affinchè la unità del comando imprimesse maggiore efficacia all’azione. Di là respinto il nemico, tutti gli sforzi furono vólti a San Martino ed alla villa Trecagni, ai quali luoghi Cuccbiari e Mollard avevano dato parecchi
assalti,
guadagnando ripetutamente
le
cime
senza potervisi stabilire, per difetto d’artiglieria; mentre, gli Austriaci, potenti
pendìo del
per truppe fresche, ed agevolati dal
colle, dolcissimo dalla lor parte e
poco meno
che dirupato da quella de’Piemontesi, tornavano alla riscossa,
li
-«spingevano
in basso.
Durassi in tale aspra vi-
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180
dopo il meriggio, fra tormentosferza di un sole cocente. La pendeva ancora dubbiosa, quando improvviso dal ciglione dei monti bresciani sorge e si
cenda
fino a quattr’ore
sissima arsura e sotto la
sorte
battaglia
della
spaventevol bufera, che
scatena
Ma
combattenti.
giorno,
Piemontesi
i
per breve ora
quella calmata, si
ed
accinsero
San Martino. Tonavano furiosamente d’alto
ornai
ad
divise
declinando
i
il
ultimo disperato
sforzo contro
in
basso
artiglierie
le
nemiche, e facevano profondi squarci nelle colonne piemontesi. alle quali
il
terreno
pioggia rendeva più incerto
molliccio e passo.
il
lubrico per la
— Figliuoli,
(gridano
prendiamo San Martino siamo perduti Francesi vincono; sarete voi da meno? A San Martino! i
duci) se non
Si i
vuole!
re lo
il
stringono
tamburi,
le
grido Savoja
!
,
le file, squillano tutte le trombe, rullano musiche intuonano inni marziali; s’alza il
Viva
abbattono ostacoli, ridotti;
loro cello.
il
si
Re!
e con
snidano
i
uno slancio
irresistibile si
difensori dagli improvvisati
nemici sono fulminati e rigettati a tergo dalle
i
medesime
A
i
>
le offese
della ritirata:
1
non più combattimento, è maBenedek la speranza di rinnovar con giungeva colla notte l'ordine imperiale
artiglierie;
togliere a
vantaggio
vincitori bivaccarono sul
campo conquistato
a prezzo di eroici sforzi e di vittime, ahi! quante.
Così l’esercito piemontese, che da Carlo in
poi, vincitore o vinto,
solo
Emanuele
111
aveva conservato l’onore
deiformi italiane, segnava a San Martino l’ultima pagina della sua storia.
Dalla
parte dei
razzieri in
mezzo
Francesi una terribile al
turbinar della
del vento ed allo schianto del tuono,
carica
di
co-
pioggia, al crosciare
inseguendo lungo tratto
fuggenti, avea chiuso con una scena fiera e pittoresca la sanguinosa giornata. L’imperatore d'Austria, che impavido i
al
fuoco fino alle due ore dopo
il
meriggio, erasi lusingato
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.
181 d’esser vincitore, travolto dall’onda dei fuggenti,
si
ridusse
a Verona.
Le
perdite dell'esercito francese
uomini uccisi o
feriti,
dei
piemontese
nell’esercito
quali
sommarono a dodicimila settecentoventi ufficiali
cinquemila
uomini
mano
all’appello. Gli Austriaci lasciarono in
;
mancarono degli Alleati
quattro bandiere, trenta cannoni, seimila
prigionieri, ed
ebbero tra
nove generali,
feriti
ed
uccisi tre marescialli,
milleeinquecensessantasei
ufficiali,
quarantamila soldati,
strage che collocava questa battaglia con Borodino, Lipsia e Waterloo, tra le più cruente del secolo.
Ben a
diritto
d’arme diceva:
adunque
— La
re parlando a’ suoi
il
compagni
vittoria costò gravi sacrifìzj;
ma
da
quel nobile sangue, largamente sparso per la più santa delle
come
cause, imparerà l’Europa
l’Italia sia
degna
di sedere
fra le nazioni. Soldati! nelle precedenti battaglie
occasione di segnalare all’ordine del giorno
i
nomi
io
ebbi
di molti
Oggi porto all’ordine del giorno l’esercito intero » Napoleone III in quella sera stessa poteva annunziare
di voi.
E
alla imperatrice,
alla
giornata colle famose
Francia e all’Europa parole,
Grande
l’esito della
battaglia,
grande
vittoria.
Ingresso delle truppe italiane in
Venezia
(19 ottobre 1866). Corriere
di
Venezia
Come è bella Venezia con le sue mille bandiere tricolori! Come bello questo grido di entusiasmo che parte da tutti i
cuori, questo fremito che
si
diffonde per gli animi tutti,
vi commuove; insomma che come fanciulli Sulle antenne di Cipro Candia e di Morea sventola la bandiera d’Italia. È dappertutto una festa che vi spreme dagli occhi
che vi scuote, vi agita, fa piangere
lagrime, che raddoppia
!
i
palpiti del
,
vi
di
le
cuor vostro, che vi
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182 rinnova, che vi rende la gioja d’un tempo che credevate
perduto per sempre!
Là
nell'antichissima piazza
San Marco che ,
tutte vide le
antiche glorie della patria nostra, questa mattina c’erano
ne avevano vedutele sventure, e che ora finalmente salutano il giorno del vero riscatto. C’erano i veterani e i coscritti di questa santa e lunga tre generazioni che
guerra di indipendenza; c’erano piansero quando
amanti
E un
le
madri nostre, che non
videro partire per la guerra; c’erano
ci
le nostre fanciulle che
vollero soldati innanzi d’averci
ci
!
tutti
erano egualmente commossi!
E
tutti
gridavano
solo evviva, tutti salutavano con la stessa gioja questa
aura di libertà, benedetta fino dall’azzurro
cielo
d'Italia,
mai più così splendido. Salve
,
o bella redenta
!
salve vezzosissima regina della
Laguna! Molto soffristi, molto attendesti; ma molto fosti compensata in un’ora. Nessuno descriverà mai quell’ora nessuno ridirà con che grido d’entusiasmo salutasti l’ultima fine de’ tuoi dolori ma quanti l’ udirono quel tuo grido, quanti videro quella tua gioja, ne conserveranno la ;
—
memoria i
gli
—
I .re arrivai! !! Gli ababbiamo abbracciati, sono con noi
fino che vivranno.
biamo veduti, sono
—
nostri fratelli!
Combatterono per gioja e di libertà
;
avessimo questo giorno
noi, perchè
sparsero
il
di
loro sangue, sudarono le fati-
che della guerra, ne sopportarono
le
privazioni e gli stenti.
Mentre noi ogni giorno rimirando alle nostre catene, con ansioso desiderio affrettavamo la loro venuta, essi generosissimi guardavano alle armi loro e dicevano con ansia pari alla nostra: Quando, quando a Venezia? .
,
—
Hanno
sofferto delle nostre sciagure
perchè fossero finite; ed eccoli, dati
d’Italia,
i
nostri
soldati
;
si
sono
fatti
eccoli finalmente
che sarebbero
tutti
i
forti
sol-
morti
piuttosto che lasciare Venezia nelle lagrime del servaggio
!
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183
Oh luta
È
benedetti da Dio!!
il
È
nostro popolo.
la parola
con
la parola che
la quale vi sa-
a voi
si
conveniva!
Benedetti mille volte benedetti, benedetta l’opera vostra, benedetta la vostra memoria!
Avete veduto con che fraterno entusiasmo i figli di Vevenuti incontro avete veduto la Laguna veneta come si è adornata a festa per ricevervi per sanezia vi sono
:
,
lutarvi, per gridare evviva
a voi
tutti,
o generosi
com-
battenti delle patrie battaglie!
Nessuno mai prima ad ora
le
di tante
mai
a festa
Mai
fino
acque del vaghissimo Canale furono popolate
gondole; mai udirono tante grida di esultanza!
severi balconi degli antichi palazzi
i
,
di voi la vide così bella.
come oggi; ne mai
le
si
Nè
vestirono così
vaghissime donne di Venezia
tanto esultarono, quanto oggi alla vostra venuta.
La
gioja d’avervi veduti, d’aver salutato le vostre lacere
e gloriose bandiere;
d’avervi
accompagnati lungo
la via
con un solo grido d’applauso, con un solo abbraccio fratellanza;
il
pensiero che voi , voi soli siete
i
di
nostri sol-
hanno trasformato hanno infuso negli animi nostri una vita nuova, una gioja novissima e purissima. Tutto si è compreso tutto si è sentito; nulla si può dire. San Marco, dove s’era rovesciata mezza Venezia, San Marco dove una folla v’ attendeva impaziente vi salutò con frenesia appena voi giungeste. Quanti erano presenti e tanti si commossero. tutti ordinati Allorché, tutti raccolti al suono delle vostre e delle nostre musiche sfilaste dinanzi agli occhi di una popolazione che vi vedeva per la prima volta, ma che vi adora come suo sangue, come sua vita, come suo orgoglio e come sua speranza, sgorgarono le lagrime di gioja dati, ci
,
;
,
,
—
proruppero grida letti,
che
E
e non in
si
una
di
popolo festante
udì più che
un
si
agitarono fazzo-
solo urlo di migliaja di voci,
—
acclamarono: Viva l’Italia! come, appena potè farlo, corse incontro
sola
voi vedeste
—
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184 a voi tutto un popolo, e vi circondò da ogni parte e affollò
su tutta la piazza, e seguì
plaudì ancora,
—
Mille volte felice Venezia di possedervi lici
si
vostri drappelli e ap-
i
ancora commosso. ,
e mille voi fe-
di possedere Venezia!
La memoria di questo giorno durerà lontana nei secoli. La storia di questa festa di oggi per voi celebrata, resterà scritta negli annali d’Italia, e coloro di noi la
A
noi
che verranno dopo
leggeranno anch’essi commossi. si
è scolpito
nel cuore,
e
nessuno potrà can-
cellarlo.
Fine della Parte Prima
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INDICE DELLA PARTE PRIMA
Origine delle fazioni de’Guelfi e Ghibellini
.
Pag.
.
Farinata liberti Il
Carroccio
Della di
Lega
di
Lombardia contro Federico
I:
Legnano
Lodi di Giovanni de'Medici (1429)
.
.
.
.
4
6
battaglia
Ancora della guerra contro Federico Barbarossa Castruccio, signore di Lucca (1281-1330)
3
» »
.
.
»
7
»
10
»
13
»
14
»
15
»
18
Esortazione a Lorenzo de’Medici duca d’Urbino a liberar l’Italia
Alfonso
I,
re di Napoli
Generosità
di
Alfonso
.
...
.
I
Scoperta di nuove terre
Navigazione intorno all’Africa
.....
Lodovico Sforza persuase Carlo Vili a conquistare
il
fece egli stesso
di
Milano
coi Francesi, e fu assediato in
poi
:
di
venne
Novara
zeri suoi stipendiati, l’anno 1500
Bartolomeo
20
»
22
»
8
»
SS
si
in rotta
cogli Sviz-
...
Alviano
Camiòla Turinga
Roma saccheggiata
19
»
Francia a venir
di
napoletano: e in tale occasione
duca
j
»
1527 dalle bande di Carlo V.
43
#
45
Sfida di Barletta
»
49
Di Antonio Giacomini fiorentino
.
»
52
.
n
56
nel
Fine della Repubblica
di Firenze.
.
Il
.
.
Ferruccio
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La battaglia Emmanuele La Il
di
Gavinana raccontata da due
i
Turchi.
.
Parallelo
fra
il
cuccoli e
il
Pietro Micca
generale
italiano
.
.
d’Italia
Franceschi all'Assedio di Genova Francesi passano
il
Spirito Pubblico nel
Ambizione
di
66
78
»
80
»
102
>
108
.
»
113
.
.
... ...
San Bernardo nel 1800
primo Regno d'Italia
Carattere di Napoleone Buonaparte
II
e Turchi
®
Raimondo Monte-
Maresciallo francese Turenna
Buonaparte: prima campagna Il
.
.
Pag.
.
.
generale Marsigli
Immagine stampata dell’Italia Battaglia di San Gottardo tra Austriaci
I
soldati
....
Filiberto di Savoia
Battaglia di Lepanto contro
.
....
Napoleone imperatore
.
.
.
.
.
»
116
»
118
»
120
»
128
»
129
»
135
»
140
»
143
»
148
»
150
granatiere Bianchini di Bologna alla presa di Tara-
gona Presa
di
in
Spagna
Gerona
Napoleone in Russia (1812) Battaglia di Curtatone
.
» .
Morte del Morosini e del Manara
Campagna
....
.
del 1859
Battaglia di Solferino (24 giugno 1859)
.
ni
tSt -Maof
.
...
Ingresso delle truppe italiane in Venezia 1866)
.
(
151
*161 »
162
»
167
»
176
»
181
19 ottobre
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