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ANTOLOGIA MILITARE PARTE I

Page 1

ANTOLOGIA MILITARE PREMIATA

DAL MINISTERO DELLA GUERRA

PARTE

l.

NARRAZIONI

SAVONA

1870

Tip. della Reclusione Militare.


Proprietà Letteraria.

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Un

libro di lettura pei soldati serve

a questi che

all’uflfiziale,

non meno

quand’anche esso non

l’adoprasse che per insegnare ai soldati: serve

a chi entra al servizio già sapendo leggere, come sono specialmente

i

volontarj.

Dato

parve

ciò,

e savio patriotismo e profittevole esercizio miliarizzarli coi buoni scrittori nazionali.

lere dalla

mente

giudizio che

faè

nome d’Italia quando politicamente? Non è giusto svel-

da essi che fu tenuto vivo

non esisteva

il

Non

la

il

dei difensori della patria

letteratura

il

pre-

nostra sia sempre

stata accademica, clericale, arcadica, segregata

dal

movimento

sociale ?

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Per

tale concetto

,

da

scrittori

liani si scelsero passi relativi

quasi

tutti ita-

a cose militari e

a qualità desiderabili nel militare; e passi che lustrino e sviluppino quel che

il-

compendiosamente

s’avrà nel libro di storia.

Sono disposte

nella

prima parte

le

narrazioni;

nella seconda dottrine strategiche^ morali; nella

terza descrizioni, proclami, rapporti, lettere, e fin

poesie.

Qual cosa è estrania

al

soldato?

L’istruttore potrà farli leggere nell’ordine che gli

paja meglio proporzionato alla capacità dei

singoli, e aH’opportunità,

che è sempre contin-

gente.

Alcuni pezzi parranno superiori all’ intelligenza del soldato?

L’insegnamento è uno sforzo, come

ogni bene; e

la

ginnastica intellettuale, non al-

trimenti che la corporea, deve abituar F allievo

a qualcosa

di diffìcile, di

nuovo. Alla prova

si

riconosce spesso che la capacità è maggiore che

non

si

fosse supposto. Poi conviene elevare l’al-

lievo all’altezza dell’insegnamento, anziché

bassar questo

al livello

ab-

dell’imparante. Inoltre

un

libro di lettura si ripassa più volte; e alla se-

conda e

non

alla terza si capisce quel

erasi che intravisto.

d’una sinfonia che vede

la

si

Non

che

alla

succede

prima

lo stesso

ode, d’un quadro che

si

prima volta?

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,

L’istruttore avrà esso stesso

un buon

esercizio,

facendo scuola sopra buoni autori; avrà dove

mostrare

l’abilità

sua collo spiegar

le

cose che

eccedessero l’intelligenza del soldato, e cosi far-

sene stimare

;

avrà

compiacenza

la

di far

cono-

scere ai suoi allievi gli scrittori il lustri della patria, e dare insieme precetti ed

esempj del ben operare

e modelli del bello scrivere.

Possa

tutto ciò crescere quel fraterno

che deve legare

tutti

i

figli di

amore

questa nostra cara

Italia.

Milano, Luglio 1870.

Cesare Cantù


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ANTOLOGIA PEI

SOLDATI ITALIANI

PARTE

r

NARRAZIONI

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PARTE

1*

NARRAZIONI

Origine delle fazioni de'Guelfi e Ghibellini. Dino Compagni.

Dopo

molti antichi mali ricevuti per le discordie dei suoi

cittadini, i

una ne

fu generata in Firenze

,

la

quale divise

tutti

suoi cittadini in tal modo, che le due parti nimiche s'appel-

larono con due nuovi nomi, cioè Guelfi e Ghibellini.

E

di ciò

un nobile giovane cittadino, chiamato Buondelmonte de’Buondelmonti, avea promesso tórre per sua fu cagiono, che

donna una figliuola di Oderigo Giantrufetti. Passando di poi Donati, una gentildonna chiamata Aiun giorno da casa druda, donna di Forteguerra Donati, che avea due figliuole i

molto

belle, stando

ai

balconi del suo palagio, chiamollo, e

mostrogli una delle dette figliuole, e dissegli: Chi hai tv tolta

per moglie ì

molto

avea

gli

io ti

La

serbata questa.

piacque e tolsela per moglie

tolta e giurata.

.

quale guardando,

lasciando quella che

Onde Oderigo dolendosene

coi parenti

e amici suoi, deliberarono di vendicarsi, e di batterlo, e fargli

vergogna.

Il

e potente, e

i

che sentendo gli Uberti, nobilissima famiglia suoi parenti, dissero che voleano fosse morto:

che così sarebbe grande l’odio della morte come delle

ferite:

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.

4 cosa fatta capo ha, O) la

E

ordinarono ucciderlo

donna, e così fecero. Di

e trassersi insieme

i

morte

parentadi e

modo che

per

parti,

tal

i

le

dì

il

cittadini se

che menasse ne divisero:

d’ambedue le mai non finì. Onde

amistà

la detta divisione

i-

1

nacquero molti scandali e omicidj e battaglie cittadinesche. (Il

buon cronista narrati gli scandali della

città divisa,

con generoso sdegno prorompe :) Levatevi, o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il

ferro e

il

fuoco colle vostre mani; e distendete

malizie; palesate le vostre inique volontà e

ponimenti. Andate e mettete in rima

i

le

vostre

pessimi pro-

le bellezze della

vostra

il sangue dei vostri fratelli; spogliatevi della amore: nieghi l'uno all’altro ajuto e servigio. Seminate le vostre menzogne, le quali empiranno i granaj dei vostri figliuoli Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende uno per uno. Non v’in-

città;

spandete

fede e dello

:

si consuma un dì nella guerra, che guadagna di pace e piccola è quella favilla

dugiate, miseri, che più

molti anni non

si

;

che a distruzione mena un gran regno

Farinata

liberti. .

Farinata Liberti fu della nobile stirpe

Filippo Villani.

fiorentina degli

Uberti. Nella sua adolescenza fu nelle arti liberali esercitato, dove dette speranza di grande uomo; e pervenuto alla

gioventù, scorrendo spesso. i nemici infìno presso alla terra per le divisioni che in que’ tempi regnavano, era quasi

sempre capitano vinse

i

(1)

dell’esercito, e spesse volte

con prestezza

superbi nemici, donde la sua fama diventò celebre

per tutta

Italia.

Come a

dire:

Ma fidandosi egli troppo del riso della fortuna. quand'è fatto è fatto; proverbio proferito da Mosca che

consiglici quell'assassinio. (2)

1

parenti e gli amici.

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5 e volendo quasi solo governare la repubblica, fu cacciato dalla parte contraria,

sbanditi

si

onde a Siena, dove gran copia di essendo da ciascuno

trovava, n’andò: e quivi

,

tenuto per capitano e principale consiglio, fu autore che al

re Manfredi

,

quale allora reggeva nel reame di Puglia

il

addimandasse

e Sicilia, si

ajuto,

avendo con alcuni segreti

mandatarj fatto dare speranza a’ Fiorentini

di pigliare Siena,

perchè loro avesscr cagione d’entrare alla difesa, sperando

modo o

in questo

vittoria o gloriosa morte.

Tenne alquanto tempo Manfredi la loro domanda sospesa, non la curasse: alfine poi offerse loro cento cavalieri;

quasi la

qual cosa gli

ma

fiutare,

ambasciadori sdegnando volevano ri-

altri

per consiglio di Farinata faccettarono; solo ad-

dimandando che

militare, la qual cosa loro fu conceduta.

avvisati sé

sua reale insegna Fece allora Farinata

quelli potessero sotto la

Sanesi che la piccola schiera del re ricevessero, in

i

tenendo occulto

valieri del re,

il

suo pensiero; donde- avvenne, che

da quell’onore

e

da molta lode

i

ca-

sollevati, spesso

domandavano d’uscire alla battaglia. Alla fine, quando gli parve, ordinò loro un gran convito, nel quale a ciascun cavaliere pose allato una bella dama, colle quali aveva ordinato che ciascuna facesse assai bere, e molto favellando riscaldare, e

quando

dame

addimandasse

così fossero caldi, gli

amore contro

portarsi bene per suo gli riuscì

appunto.

Ed

essendo

i

volenterosi di combattere,

nemici, dove, non la loro

li

seguitando

a’

li

mise

lui,

di grazia di

nemici; la qual cosa

cavalieri per

amore

delle

in fretta contro ai

furono

tutti

morti, e

insegna presa, e da’ Fiorentini strascinata e molto

vilipesa.

La

qual cosa dagli usciti a Manfredi fu riferita,

dolendosi più dell’offesa reale che di sè; onde

il

re solle-

vato e adirato, dette loro ajuto d’ottocento cavalieri, coi quali poi allato a Monteaperti furono sconfitti.

Per

la

i

Fiorentini vinti e

qual cosa fu tanto dagli avversarj temuto,

che spontaneamente cedendogli, quale egli aveva tanto

afflitta,

gli

lasciarono la patria, la

e così vi tornò.

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6

Fu Farinata

statura grande, faccia virile,

di

membra

continenza grave, eleganza soldatesca, parlare civile,

forti,

sagacissimo, audace, pronto e industrioso in

di consiglio

d’arme. Di nuovo cacciato e

fatti

fatto

rubello, morì in

esiglio.

Il Carroccio

Ricordano Malespini.

Il

Carroccio era un carro in su quattro ruote, tutto dipinto

vermiglio, ed eravi suso due grandi antenne vermiglie, in sulle quali stava e ventolava

del

Comune

e tiravaio

il

di Fiorenza, ch’era

un gran pajo

di

che solamente erano destinati a

vano

gli antichi

in oste, CI

i

grande stendale dell’arma

dimezzata bianca e vermiglio

:

buoi coperti di panno vermiglio, ciò.

Questo Carroccio usa-

per trionfo e dignità, e quando s’andava

conti vicini e’ cavalieri

il

traevano dall'opera

di

San Giovanni, e conducevanlo in sulla piazza di Mercato Nuovo, e lo raccomandavano al popolo e i popolari il guidavano nell’oste; e a tal guardia erano diputati dei migliori .

e più perfetti e più forti e vertuosi popolari della città, e a

E quando era bandita, un mese innanzi che dovesse andare, ponea una campana in sull’arco di Porta Santa Maria, ch’era in sul capo di Mercato Nuovo, e quella era sonata

quello s’ammassava tutta la forza del popolo l’oste si

al

continuo di dì e di notte; e ciò era per grandigia di dare

campo

iil

nemico contro cui era bandita l'oste, che si appachiamava Martinella, e chi la campana

recchiasse; e chi la degli Asini.

E

quando

l’oste

andava,

si

levava dell'arco, e ponevasi in

su un castello di legname, fatto s'un carro: e

il

suono

di

quello guidava l’oste.

(1) In

campo,

all*

esercito.

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7

Lega

Della

Lombardia contro Federico

di

I

:

battaglia di Legnano. Carlo

Destina.

Nel tornar che fece la terza volta in Italia Federico augusto nel 1166

6),

i

popoli di Lombardia, che infiniti aggravj aveano

pazientemente sostenuto da’ suoi ministri, lusingandosi che la condotta di costoro dovesse essere disapprovata o punita

mandarono ciascuno ambasciadori a mano, siccome allora si costumava

e corretta dal principe,

trovarlo, e con la croce in

di fare, gli esposero supplichevoli le loro querele e le miserie

a cui erano condotti dalla crudeltà ed avarizia degli

uffiziali

che avea lasciato per governarli. Appena fece egli segno di

com moversi

a

Roma

s’avviò a

tali

,

querele; e senza porvi altro ordine,

dove

premeva di abbattere affatto Prima però di passare a Roma

gli

partito di Alessandro III.

voltò le

a tentare Ancona,

porte

a’

la

il

si

quale città, non volle aprir

Tedeschi, che furon costretti

di

porvi assedio.

Lombardia, i popoli, ultimamente dalla superba

In questa lontananza di Federico dalla

stanchi de’ lunghi mali e irritati

trascuranza ond’

ei

mostrava

di

prendersi a giuoco le lor

doglianze, cominciarono per via di segreti messaggi a trattar fra loro, ed esplorare gli

animi l’uno

dell’altro.

Per ultimo

convenuti insieme nel monastero di Pontida, che è tra Milano e Bergamo,

i

deputati Veronesi, Vicentini, Padovani, Trivi-

giani e Milanesi con quelli di

Ferrara; e narratisi

ciascuno della propria la

Cremona. Bergamo, Brescia.

vicendevolmente città ,

i

travagli e

ed esagerata con

i

mali

forti invettive

barbarie de’ Tedeschi, risolvettero che fosse da cercare

nell’

armi

la salvezza delle lor patrie, e

con reciproco giura-

mento s’obbligarono di travagliare le une contro chiunque cercasse in avvenire li)

alla difesa dell’altre

di offendere. In parti-

Federico di Svevia. detto Barbarossa, imperatore

di

Germania, che

uvea distrutto Milano.

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8 colare fu in quel congresso convenuto, che

comuni spese i

si

dovessero a

e pericolo restituire nell’antico suolo natio

come

dispersi Milanesi,

quelli che sopra tutti avrebbero

fatta resistenza valida agl’ Imperiali, e

dissimo che erano, e per essere

piti

per lo numero gran-

che

gli altri

amareggiati

e cruciati contro Federico.Vero h che, per l'incertezza del

successo ed a fine di non romperla troppo crudamente con lui,

posero negli

peratore.

della confederazione questa clausula.

atti

di volersi difendere

senza però violare la fedeltà verso

Ma quando negli

primi confederati

ai

poi

il

il

l'iuo-

anni seguenti, per essersi aggiunto

marchese Obizo Malaspina

(

che fu

consigliere eia guida principale di questa cospirazione

delle città

lombarde

),

e poco appresso le città di Novara.

Vercelli, Àsti, Tortona e la

nuova Alessandria;

allora

si

vide la lega per sé bastante a resistere ad ogni sforzo di

forma

partito contrario: e senz'altro rispetto espressero nella

giuramento di voler far guerra aH'imperadore. Rimessi nella rovinata città i Milanesi, ed espugnato coll’armi il forte castello di Trezzo che tenevasi per l’imperadore. la Lega Lombarda divenne tutto ad un tratto terribile

del

a’ suoi

nemici; talché Federico, perduto assai tempo nella

Romagna, e assediato (an. 1 168) inutilmente Milano, che pur era solamente cinto d’argini e fossi, prese consiglio di fuggire sconosciuto in Germania. Quivi per alcuni anni attese ad in-

grandire in

i

suoi figliuoli, e

quando

gli

parve d’aver rimesso

piede sufficiente esercito da rinnovare la guerra,

da capo contro di Susa,

l’Italia,

si

voltò

e cominciò a far vendetta della città

che nella sua fuga precipitosa,

sei

anni avanti, l’aveva

insultato e posto in gran rischio di sua persona.

Portatosi poi a campeggiare Alessandria, il

tempo, e

vi

consumò

quivi

perde quasi affatto la riputazione e l’autorità.

Non contava ancora

quella città più che sei anni

d^kùe.

avendo essa avuto principio nel 1168, secondo nn^^Ha Lega Lombarda; e qualunque grande monarca ne a\jH^itrapresa la fondazione, appena avrebbe potuto eondum stale

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,

9 stato,

che potesse far mediocre difesa.

Or che

potea fare una

moltitudine d'uomini che da diversi borghi colà vicini, costretti

dal volere de’ collegati, s’erano uniti in quel luogo?

Certo è che non avean potuto coprir di tegole abituri; e invece di muraglie, e d’argini,

avean cinta

poveri loro

i

la terra di soli fossi

naturalmente formati colla terra scavata da questi.

Ciò non ostante tanto potè l’ardore e la pertinacia di gente indurata alla fatica ed animata da fervente amore di libertà,

che l’esercito d’un imperador bellicoso, sagace ed attento

consumò inutilmente molti mesi dattorno. Pur

vi

credette

si

una volta di venire a capo di quella impresa per via di una mina praticata sotto ai fossi, e che riusciva nella città; ma scoperta la cosa per tempo, andò a vóto l’arte e l’ingegno degli assedinoti, quantunque l’imperador cercasse d'ingannare gli Alessandrini con una sospensione d’armi che avea spontaneamente accordata, come per riverenza della passione e della solennità pasquale che correva a quei giorni.

sopravvennero gagliardi soccorsi de’ collegati città,

che già pativa disagio

quel tempo

avea

fatto

di viveri.

assaltare

una

navale, vedendosi vicino ad

Frattanto

all’

assediata

Federico, che pur di

Ancóna con

un’ armata

battaglia che lo metteva

a pericolo non solo di perdere affatto ogni dominio in

ma

ancora

pace, che

il

Italia,

Alemagna, diede orecchio

di potersi salvare in

alle proposizioni di

lunedì di pasqua cominciò

a portargli qualche religioso, secondato da persone non sospette, che consigliavano l'imperadore a non ispargere in sì

santi giorni

Cedendo

gli

il

sangue

ambe

le parti

di

due

eserciti cristiani.

uni e gli altri a questi primi impulsi che

portavano alla pace

,

fu

per trattarne

che non vi era portato

por^j^mgio alle forzi

di

li

finalmente fatto compromesso da le condizioni.

buona fede,

fazioni della

Ma

il

Barbarossa

ma solamente per

frap-

guerra finché venissero d’Ale-

che no aspettava, motto,a

in

campo preten-

sio^P^, collegati.

che in niun conto potevano essere ammesse dai Però raffreddatosi il negozio della pace, ripigliaronsi

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10 da’ Tedeschi le armi ad infestare gli Alessandrini. I collegati,

che intesero

il

disegno di Federico, e che sapevano com’egli

aspettasse ajuti di Germania, s’ingegnavano di preoccupare passi, ed

i

impedirne l’unione col resto dell’armata imperiale.

Furono perciò le nuove truppe costrette di scendere per alpestri cammini al lago di Como, dove Federico andò a riceverle sconosciuto.Di là avanzandosi verso Pavia, fu incontrato dall’esercito della

gnano e vincitori di

i

Lega, e ne seguì

Ticino,

il

ai

ventinove

Lombardi, e

la

famosa battaglia

di

le forze della

fra Lemaggio 1176. Rimasero Lega superiori a quelle

Federico in modo, che non era più dubbio a qual delle parti

spettasse di dar legge all’altra.

Ancora

della

guerra contro Federico Barbarossa. C.

Memorabile

lotta, nel secolo

XII, sostennero

liane contro Federico Barbarossa imperatore di

Cantò.

le città ita-

Germania, il

quale voleva toglier ad esse la libertà di darsi leggi e magi-

Tornò

strati proprj.

egli più volte

ad assalirle con sempre

nuovi eserciti spesso fu respinto, e quando prevalesse, deva:

stavaicampi, ammazzava Ingente, distruggevale fece

con Milano e Cremq.

A

città,

come

questa pose assedio nel 1159, e

v’avvicinò un gran castello di legno per diroccarne le mura. Gli assediati con fuoco e projettili la tenevano discosta; ond’egli,

avendo

cólti

alcuni giovinetti cremaschi,

legare alla macchina, sperando che

bero percossa, per timore di colpire

Ma quei

genitori,

i

i

cittadini

la patria

ai loro

padri

:

«

Saettate pure a

moriamo

salvata la patria»,

I

volentieri,

cadrebbe

bene comune, e

seguitarono a slanciar colpi controdi quel castello.

v’incresca di noi: noi

fece

loro figliuoli.

vedendo che altrimenti

vinta, sacrificarono le affezioni private al

gridavano

li

non l’avreb-

man

I

figliuoli

salva,

non

purché cosi rimanga

genitori ripetevano a quegli infelici:

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11

— Addio per di

nostra vecchiaja. Felice però chi

speravamo sostegno muore per la salvezza di

Vivendo, potreste vedere

disonore nostro o vostro.

tutti!

l’ultima volta, o diletti, che

il

Morite contenti: noi v’invidiamo, perchè sfuggite a tanti

sempre sarete

mali, e perciò

ricordati con lode»

Ancona

Altra volta, assediate

(*).

e ridottela in angustie e-

streme, Federico accostò le macchine e diede l’assalto. Intrepidi gli

perché difendevano

le

Anconitani respinsero

case

.

le chiese

gli assalitori.

,

le famiglie

Ma

assalir le

loro,

mac-

chine e bruciarle non ardivano, finché una donna, chiamate

Stamura. afferrò un tizzone, e lanciatesi appiccò

fuocoaquegli

il

di molti

liberatrice della

Ma

i

edifizj.

Rovinate

in in

mezzo alle frecce, un tratto leopere

mesi, Ancona respirò, e Stamura fu proclamate

sua patria

nemici crescevano di numero, e dentro non v’era più

pensavano di arrendersi: allorché un vecchione, quasi cento anni e cieco, si alzò in mezzo all’assemblea

cibo, talché di

de’ cittadini, ed i

vecchi

,

appoggiandosi al bastone, parlò, come sogliono

dei tempi di

sua gioventù degli eroi che aveva co,

nosciuti, d’altre imprese sostenute

con gran valore dagli An-

conitani; ed esortò a resistere ancora, e più, gettare in

mare

le ricchezze,

quando non

si

potesse

perchè non restassero preda

dei nemici; poi sortire valorosamente per morire combattendo.

In fatto gli Anconitani decretarono resistere

Logorati sozzi...

i

cibi sani,

fin all’estremo.

mangiavano cuoi, erbe selvatiche, animali

eppure quando la campana toccava a martello, in-

(1) Anche nella guerra italica. un secolo avanti Cristo, il piovane Fiuto custodiva una porta della città di Pisa assediata dai Romani: quando questi le si avvicinarono, tenendo in mezzo a loro il padre di lui, e minacciando trafig-

gerlo s'egli non aprisse loro quella porta. Fiuto s'avventò contro e riuscì a strappar dalle loro mani il vecchio padre.

Nella guerra del 1HÒ9,

i

nemici,

Piemontesi s'accorsero che gli Austriaci aveano adunato moltissimo materiale sulla riva del Po presso Frassineti per varcar questo fiume. Quattro bersaglieri, Saino. Vitalini, Marino, Chappaz, si offrirono d'andare a mettervi fuoco, passando il fiume a nuoto. Avutone licenza, legaronsi al capo materie incendiarie, e si lanciarono a nuoto. Il Saino peri: il Vitalini non resse all'impeto del fiume; ma due altri riuscirono. e mandarono in fiamme il preparato legname. (2)

i

i

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12 vocato il Dio delle battaglie,

tutti

egualmente giovani e vecchi,

donne, correvano sulle mura, chi a combattere,

fanciulli e

chi a portar armi ai guerrieri, chi a ristorarli con acqua, chi a

medicare

Una

feriti,

i

a confortare

moribondi.

quando vide uno

in collo, versogli spaldi,

un bambinello

de' guerrieri starsi

per terra.

in disparte sdrajato

Che

i

bella cittadina traeva anch’essa, con

fai tu costà, gli

domandò, inoperoso mentre

i

tuoi

fratelli faticano nella battagliai

Non mi

reggono più

giorni non assaggio

E

la bella replicò:

bambino;

ma pure

A

ti

quelle parole

il

valoroso.

Dà

mi manca

il

latte per nutrire questo

sorgi, e se ancora resta latte nel

ristora, il

tre

cibo.

Anch’io da quindici giorni non mangio

che cuojo bollito, e già seno, suggilo e

rispose

le forze,

per combattere a difesa di

soldato sente rinascere

il

mio

tutti.

vigore: ripiglia

scudo e lancia, corre nella mischia con tanto impeto, che uccide quattro nemici, prima di cadere anch'esso sotto

Tanta generosità

fu coronata, poiché

i

i

loro colpi.

nemici alfine do-

vettero ritirarsi. Intanto gli Italiani, veduto quanto nuociano le

dissensioni civili, erano tornati amici, e strinsero la

Lombarda

Lega

sotto la protezione del papa, per ristorare colla

concordia i mali cagionati della disunione. Tutti avevano dato ajuto a distruggere Milano, e tutti diedero ajuto a rifabbricarlo.

Federico,

il

vinto allorché

quale li

gli

aveva

vinti sinché erano disuniti, fu

trovò concordi. 1129 maggio. 1176, presso

borgo di Legnano, égli affrontò l’esercito dei confederati bardi. Questi,

prima d’attaccare

al

Lom-

la zuffa, s’inginocchiarono.

Egli credeva che intimoriti chiedessero pietà. No: erano prodi,

non tremavano: ma erano cristiani, e sapevano che il valore viene da Dio, e che sta in sua mano l'esito delle battaglie. A Dio ed ai santi si raccomandavano dunque, ed ebbe vittoria il valore. Le donne milanesi offersero gli anelli e gli altri ornamenti d’oro per rialzare il tempio di Dio, il quale gli aveva richiamati dalla servitù.

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13 Castruccio, signore di Lucca (1281-1330.) Nicolò Machiavelli.

Fu suoi,

un uomo non solamente raro ne’ tempi molti dei tempi passati. Fu di persona più

C.'istruccio

ma

in

che l’ordinario di altezza;

ed era

rispondente, tanta

parlò alcuno che

pendevano

suoi

partisse

si

gli

membro ,

era all’altro

aspetto, e con

nello

uomini

che non mai gli

da quello mal contento.

rosso;

in

e ogni

di tanta grazia

umanità raccoglieva

e

porta vali tonduti

capelli

I

sopra

gli

come che piovesse o nevicapo scoperto. Era grato agli amici,

orecchi: e sempre d’ogni tempo, casse,

andava con

niimci

ai

esterni:

il

terribile; giusto

con

i

con

sudditi, infedele

gli

nè mai potette vincere per fraude, che cercasse

vincere per forza; perchè diceva che la vittoria, non della vittoria

il

di

modo

arrecava gloria () Niuno fu mai più audace

ti

ad entrare ne’ pericoli, nè più cauto ad uscirne: e usava

uomini debbono tentare ogni cosa, nè

dire che gli

sbigottirsi; e

che Dio è amatore degli uomini

vede che sempre castiga

gli

impotenti con

forti, i

di

alcuna

perchè si

potenti.

Era

ancora mirabile nel rispondere o mordere o acutamente o urbanamente: e come non perdonava in questo modo di parlare ad alcuno, così

a

lui.

Donde

si

non

si

adirava quando non era perdonato

trovano molte cose dette da

lui

acutamente,

e molte udite pazientemente.

Visse quarantaquattro anni; e fu in ogni fortuna principe.

E come della sua buona fortunane appariscono assai memorie, cosi volle che

ancora della cattiva apparissero: perchè

nette con le quali stette incatenato in prigione

ancora oggi lui

fitte

si

le maveggono da

nella torre della sua abitazione, dove

furono messe, acciocché facessero sempre fede della sua

avversità. (2

)

meno male

[1)

Massima

(21

Anche Cristoforo Colombo, scopritore dell'America, serbò sempre, e

falsa,

espressa

daU'Ariosto, C. XIV.

il vincer tempre mai Uudahil cosa. Vincasi o per fortuna « per In egno.

Ko

voi io sepolte

con sè

le

catene, eolie quali l'aveano ricondotto in Europa.

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14

Lodi di Giovanni de" Medici (1429). Nicolò Machiavelli.

Giovanni de’Medici ammalò, mortale, chiamò

—

Cosimo

e

o.

Lorenzo

conoscendo

il

male suo

sui figliuoli e disse loro

:

tempo che da Dio e dalla namio nascimento consegnato. Muojo contento,

lo credo esser vivuto quel

tura (0

mi fu al

poiché io vi lascio ricchi, sani, e di qualità che voi potrete,

quando voi

seguitiate le

mie pedate, vivere in Firenze onorati, Perchè niuna cosa mi fa tanto di non aver mai offeso secondo ch’io ho potuto, beneficato

e con la grazia di ciascuno.

morir contento, quanto ricordarmi alcuno; anzi piuttosto,

ognuno. Così conforto a

far voi. Dello stato 2 ), se voi volete (

vivere sicuri, toglietene quanto ve ne è dato dalle leggi, e dagli uomini

;

il

che non

vi

recherà mai nè invidie, nè pericolo;

si toglie, non quello che all’uomo sempre ne avrete molto più di coloro

perchè quello» che l’uomo è dato,

ci fa odiare;

e

che, volendola parte d’altri, pèrdono la loro, e avanti che la

perdano vivono in continui affanni. Con queste fra tanti nimici. fra

tenuta,

ma

tanti dispareri,

arti io

ho,

non solamente man-

accresciuta la riputazione mia in questa

città.

quando seguitiate le pedate mie, manterrete ed accrema quando faceste altrimenti, pensate che il fine non ha a essere altrimenti felice, che sia stato di coloro, che hanno rovinato sè e distrutta la casa loro ». Morì poco dipoi e nell’ universale della città lasciò di sè un grandissimo desiderio, secondoehè meritavano le sue ottime qualità. Fu Giovanni misericordioso, e non solamente dava elemosine a chi le domandava, ma molte volte al bisogno de 'poveri senz'essere domandato soccorreva. Amava ognuno: buoni lodava ede'cattivi aveva compassione. Non domandò mai onori, ed ebbeli tutti. Non andò mai in palagio se non chiamato. Amava la pace, e fuggiva la guerra. Alle Così,

scerete voi;

vostro

.

i

(1)

Distinzione impropria.

(2)

Cioè del governo, della podestà pubblica.

i

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15 avversità degli uomini sovveniva, le prosperità ajutava. Era

comune aumentaNe’ magistrati grazioso, non di molta eloquenza, ma di prudenza grandissima. Mostravasi nella presenza melanco-

alieno dalle rapine pubbliche, e del bene tore.

ma

nico,

era poi nella conversazione piacevole e faceto. Mori

ricchissimo di tesoro,

ma più

di

buona fama e

di benevolenza.

Esortazione a Lorenzo de’ Medici duca d’ Urbino

a liberar

l’Italia.

Nicolò Machiavelli.

Pensando meco medesimo se al presente tempi da onorare un principe nuovo, e se

correvano

in Italia ci

era materia che

desse occasione a uno prudente e virtuoso d’introdurvi nuova lui e bene alla università degli di quella, mi pare concorrano tante cose in benefizio un principe nuovo, che non so qual mai tempo fosse più atto a questo. H) Volendo conoscere la virtù di uno spirito

forma, che facesse onore a

uomini di

italiano, era necessario

che

l’Italia si

conducesse ne’termini

presenti, e che la fosse senza capo, senz’ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa,

E

ed avesse sopportato di ogni sorta rovine.

benché intìno a qui

si

sia

mostro qualcuno da parer

ordinato da Dio per sua redenzione: nientediraanco

come dipoi,

s’

é visto

nel corso delle azioni, é stato dalla fortuna ripro-

vato in modo, che, rimasa come senza vita, aspetta qual possa esser quello che sani le sue ferite

,

sue piaghe, già perii lungo tempo ella

prega Dio che

le

e la guarisca di quelle infistolite.

mandi qualcuno che

Vedesi come

la

redima da

queste crudeltà ed insolenze barbare: vedesi ancora tutta

prona e disposta a seguire una bandiera, purché

ci

sia alcuno

(1) Il tempo dell'autore, attorno al 1516, quando Italia era sbranata fra molti principotti e popoletti, gli uni in guerra cogli altri, e tutti malmenati da Francesi, Tedeschi, Spaglinoli, Svizzeri, agognanti alle nostre ric-

chezze. allora,

11 Machiavelli si mette il problema se e come sariastato possibile, a un principe, far grande sé, e indipendente (a nazione.

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16 che la

pigli.

Nè

si

vede

al

presente in quale la possa più

sperare, che nella illustre Casa vostra, la quale con la sua virtù e fortuna favorita

è principe i

(*),

da Dio e dalla Chiesa, della quale ora

possa farsi capo di questa redenzione.

E benché

grandi uomini siano rari e maravigliosi, nondimeno furono

uomini, ed ebbe ciascuno di loro minore occasione chela presente; perchè l’impresa loro non fu più giusta di questa

nè

nè fu Dio più a loro amico che a

facile;

Qui è

voi.

grande perchè quella guerra è giusta che è nearmi sono pietose, dove non si spera in

giustizia

cessaria, e quelle

altro che in elle.

Qui è disposizione grandissima; nè può

essere grande difficoltà dove è grande disposizione.

E

non

far quello

E

non ha potuto Casa vostra. maneggi di

è maraviglia se alcuno degl’italiani

che

si

può sperare faccia

la illustre

se in tante rivoluzioni d’Italia ed in tanti

guerra,

e’

pare sempre che in quella la virtù militare sia

spenta: questo nasce, perchè

ordini antichi

gli

di

quella

non erano buoni, e non ci è stato alcuno che abbia saputo trovare de’nuovi. Nessuna cosa fa tanto onore ad un uomo che di nuovo sorga quanto fanno le nuove leggi e nuovi ordini trovati daini. Queste cose, quando sono ben fondate, ed abbiano in loro grandezza, lo fanno reverendo e mirabile; ed in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma. Qui è virtù grande nelle membra, quando ella non mancasse ,

ne’capi. Specchiatevi ne’duelli e dei combattimenti de’ pochi

quanto

gl’italiani siano superiori

strezza,

con l'ingegno.

Ma come

con

si

le forze

,

con la de-

viene agli eserciti, non

compariscono, e tutto procede dalla debolezza dei capi, perchè quelli che

non

ci

sanno non sono ubbidienti, ed a ciascuno par sapere;

essendo intìno a qui stato alcuno che

si sia

rilevato

tanto e per virtù e per fortuna che gli altri cedano. Di qui

nasce che, in tanto tempo, in tante guerre

quando è stato un mala prova.

venti anni, fatto (1)

fatte ne’passati

esercito tutto italiano,

Allora sedea papa Clemente VII,

ile’

Medici come

il

sempre ha

duca d'Urbìno.

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17

Volendo dunque uomini

eccellenti

Casa vostra seguitare quegli che redimerono le provincie loro è

l’illustre

,

necessario innanzi

,

a tutte

le altre

cose,

come vero fon-

damento di ogni impresa, provvedersi di armi proprie; perchè non si può avere nè più fidi, nè più veri, nè migliori soldati. E benché ciascuno di essi sia buono, tutti insieme diventeranno migliori quando si vedranno comandare dal loro principe e da quello onorare e intrattenere ( ). È necessario pertanto prepararsi a queste armi per potersi con virtù italiana difendere diigli esterni e ordinare una milizia la quale resista a’ cavalli, e non abbia paura de’ fanti ; il che lo farà non ,

,

il

genere delle armi,

ma

variazione degli ordini.

la

E

queste

sono di quelle cose che, di nuovo ordinate, danno riputazione

grandezza a un principe nuovo. Non

deve dunque lasciar passare questa occasione, acciocché l’Italia vegga, dopo tante e

tempo, apparire un suo redentore. quale amore

hanno

ei

si

Nè

posso esprimere con

sarebbe ricevuto in tutte quelle provincie che

patito per queste illuvioni esterne, con qual sete di

vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime.

Quali porte se

gli

serrerebhono ? quali popoli

bono la ubbidienza? quale invidia se Italiano gli negherebbe l’ossequio?

barbaro dominio. Pigli adunque

gli

gli

l’illustre

neghereb-

opporrebbe? quale

Ad ognuno

puzza questo

Casa vostra questo

assunto, con quell’animo e con quelle speranze che

si

pigliano

imprese giuste, acciocché sotto la sua insegna questa patria ne sia nobilitata, e sotto sui auspicj si verifichi quel le

i

detto del Petrarca: Virtù oontra furore

Prenderà l'arme; e

Chò .

fla

il

combatter corto;

l'antico valore

Nell' italici

cor non è ancor morto.

(1) Vuol dire che, individualmente, gli Italiani erano valorosi più che ma non avcano nè buoni ordinamenti militari, nè chi li capitanasse per una causa nobile, anziché per guadagno, come allora si faceva.

gli stranieri:

Clfttv - A'iloloyui ililìtur* - Pari*

I.

*

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18

Alfonso

re di Napoli.

I,

COLLBNUOCIO.

Fu amicissimo

allo studio delle lettere: e maravigliosa

cosa è a pensare come, in tante agitazioni e perturbazioni di

guerre e varietà di fortuna quali ebbe, e tra tanti negozj

alli gran signori occorrono, mai non intermise il mai l’udire deputazioni, mai il confabulare delle letmai non lasciò la dottrina, nè lo studio. Ancora negli ultimi suoi anni un vecchio grammatico, che era chiamato

quanti

leggere, tere,

maestro Martino, mai non volle che da se partisse: anzi seco in ogni esercizio, stando e cavalcando, ancor nel

menava, sempre

delle occupazioni, lo

di

lettere

mezzo

con

lui

conferendo.

Tanto

gli

piacque, che molte volte

quattordici volte

il

si

gloriò aver letto

Testamento vecchio e nuovo, con

tutte le

sue chiose e commenti: in modo, che non solo le sentenze,

ma

spesse volte

più ardue e

le

difficili

E

parole proprie del testo riferiva. questioni che da’ teologi

si

delle

trattano, se

qualche volta era domandato, subito e gravemente e da teologo rispondeva: sebbene in lingua latina poche volte parlasse.

Per amor singolare che portava alle dottrine, e per denomassimamente alli principi conveniva, per insegna portava un libro aperto. Ed era usato di dire che migliori consiglieri non aveva che morti

tare che la cognizione delle lettere

i

(intendendo dei

libri); perocché quelli senza paura, o vergogna, o grazia, o alcun rispetto, quello che aveva a fare gli dimostravano. Per questo in molti luoghi fece riparare ed

ornare

gli auditorj

(*)

e scuole pubbliche: ed a molti poveri

studiosi costituì provvisioni

,

e spesso ancor fuora del regno,

acciocché potessero studiare.

(1)

Luoghi dove

si

radunavano

gli

uomini a udir

le lezioni de'dotti.

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,

19 Generosità di Alfonso

I.

Angelo

La il

re,

vittoria sopra

il

ribello

di

Costanzo.

Caldèra usò con tanta clemenza

che parve volesse emulare Cesare dittatore. Perchè

subito che baciargli gli disse:

il

il

Caldèra fu reso, e che scese da cavallo per

piede,

il

— Conte,

Andiamo stanco».

fe’

cavalcare,

e,

con volto benignissimo

voi m’avete fatto travagliare molto oggi.

in casa vostra, e fatemi carezze: Il

Caldèra confuso di vergogna,

ch’io sono

disse:

nel veder tanta benignità nella maestà vostra,

già

— Signore

mi pare aver

vinto avendo perduto».

Giunti che furono a Carpenone, ch’era l’ora tarda, fu apparecchiato

il

desinare

al

re: e poi levata la tavola, essendo

intorno una corona di signori, di cavalieri e di capitani, il

re disse al Caldèra che voleva vedere quelle cose ch’avea

guadagnate

in quella giornata, cioè le suppellettili ch’erano

in quel castello.

Ed

in

un momento furono portate nella una cassa di cristallo,

sala tutte le cose più belle: etra le altre,

dove erano ventiquattromila ducati d’oro

un numero infinito di

bellissimi vasi, e

ed oltre la cassa,

;

una grande argenteria,

più tosto reale che di barone semplice: un gran canestro di gioje di gran valore; gran quantità di tappezzerie ed armi

ed infinite cose belle e preziose. 1

circostanti stavano ad aspettare che

il

re le scompartisse

— Conte,

tra loro;

quando

la virtù è

cosa tanto bella che, a mio giudizio, deve ancora

si

voltò al Caldèra e gli disse:

lodarsi ed onorarsi dai nemici. Io

e tutte queste cose (fuor che

ma

ti

dono ancora

tutto

il

non solo

un vaso

ti

dono

di cristallo

la libertà

che voglio)

tuo stato antico paterno e materno:

me abbi sempre onorato luogo. aveva acquistate tuo padre in terra di non posso donarti perchè

e voglio che appresso di

Le molte

terre che

Bari, in Capitanata ed in Abruzzo,

voglio restituirle ai padroni antichi, che

m’hanno

servito.

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*20

Le

genti U) non posso darti

che

il

,

perchè, finita la guerra, voglio

regno respiri dagli alloggiamenti: e bastano le ordinarie

che tiene

principe di Taranto, gran contestabile del regno.

il

Condòno a

te ed

a

attendano,

tua famiglia

tutti gli altri della

che godano ancora

di tutte le offese; e voglio

come son

il

la

memoria

lor bene; ed

ad essere quieti e

tutti valorosi,

fedeli,

e ricordevoli di questi benefìej».

Caldèra, inginocchiato in terra, dopo avergli

Il i

E

piedi, gli rese quelle

perchè all’ultimo

fedeltà,

il

grazie che

si

baciati

potevano in parole,

re parea che l’avesse notato d'in-

cominciò a scusarsi, e dirgli ch’egli sempre ebbe ma che da

pensiero e desiderio di servire la maestà sua: molti iuimici

di quella

che la maestà

era stato avvisato

sua teneva tanto intenso odio con la memoria e col seme di

Giacomo Caldèra suo padre che desiderava

casa Caldèra, e questa era stata

venuto a servirla.

E

si

offerse di

venire una cassetta di scritture.

la

Ma

estirpare tutta

cagione che non era

mostrare

le lettere; e fé

quel gran re in questo

ancora volse imitare Giulio Cesare dittatore, e comandò che dinanzi a lui si ardessero tutte le scritture.

Scoperta di nuove terre. Francesco Guicciardini.

Hanno

cominciato, già molti anni sono,

i

re di Portogallo

a costeggiare, per cupidità di guadagni mercantili, l’Africa: e condottisi a poco a poco infìno all’isole del capo Verde,

preso di circuito

mano

in

mano maggior animo, 'venuti con lungo il mezzodì al capo di Buona Spe-

navigando verso

ranza, promontorio più distante che alcun altro dell’Africa

da quello volgendosi all'oriente, hanno navigato per l’Oceano insino al seno Arabico e al

dalla linea equinoziale; e

seno Persico. Nei quali luoghi solevano comperare li)

I

le

i

mercatanti

d’

Alessandria

spezierie (parte nato quivi,

ma

che

soldati.

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,

21 per la maggior parte vi sono condotte dalle isole Molucche

lungo e pieno d’incomodità e in Alessandria, e quivi I

cammino

per

e altre parti dell'India, e di poi per terra,

molte spese) per condurle

di

venderle ai mercatanti Veneziani.

quali, condottele a Venezia,

ne fornivano tutta la cri-

stianità, ritornandone loro grandissimi guadagni. Perchè,

avendo

soli

mano

in

arbitrio loro: e coi

le

medesimi legni

coi quali

d’Alessandria, vi conducevano moltissime

medesimi

legni,

i

desimamente a Venezia carichi negoziazione aumentava molto gabelle e

Ma parti

i

i

prezzi ad

levavano

mercanzie; e

i

quali portavano in Francia, in Fiandra,

in Inghilterra e in altri luoghi le spezierie,

le

i

le

spezierie , costituivano

tornavano me-

altre mercanzie.

di

La

quale

l’entrata della repubblica per

passaggi.

Portoghesi, condottisi per mare da Lisbona in quelle

remote, e

fatto amicizia

Calicut e di altre terre

nel

mare Indico

penetrati nei luoghi più intimi

,

coi re di

mano

vicine; e poi di

in

mano

ed edificate fortezze nei luoghi

opportuni, e con alcune città del paese confederatisi, altre fattesi

mercio i

con l’armi suddite, hanno trasferito in sè quel comdi

comperare

le spezierie

Portogallo, le

,

che prima solevano avere

conducendole per mare in mandano poi, eziandio per mare, in quei luoghi

mercanti di Alessandria;

medesimi nei quali

le

e,

mandavano prima

i

Veneziani.

Na-

vigazione certamente maravigliosa e di spazio di miglia sedicimila, per mari al tutto incogniti, sotto altre stelle, sotto altri cieli, con altri istrumenti (perchè passata, la linea

non hanno più per guida la tramontana, e rimangono privati dell’uso della calamita), nè potendo per tanto cammino toccare se non a terre non conosciute, diverse di equinoziale,

lingue, di religioni e di costumi e del tutto barbare e inimi-

cissime dei forestieri. E nondimeno, non ostante tante di (lìcoltà,

hanno fatta questa navigazione tonto familiare che, ove prima consumavano dieci mesi di tempo la finiscono oggi comunemente in sei mesi con pericoli molto minori. si

,

,

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22

Ma

più maravigliosa ancora è stata la navigazione degli

Spagnuoli, cominciata per invenzione di Cristoforo Colombo genovese,

il

avendo molte volte navigato per

quale,

il

mare

Oceano, e congetturando per l’osservazione di certi venti quello che poi veramente gli succedette, impetrati dal re di

Spagna certi legni, e navigando verso l’Occidente, scoperse,

in

capo di trentatrè

dì,

neU’ultime estremità del nostro

emisfero, alcune isole, delle quali prima niuna notizia

si

aveva.

Navigazione intorno all’Africa. Daniele Bartoli.

Il

mare Oceano

che, fuor dello stretto di Gibilterra, s'incon-

trae scende a mezzodì lungo la costa occidentale dell’ Africa,

ab antico

fino

si

credè essere impraticabile a navigare; im-

perocché chiunque

si

era ardito a imprenderne

il

passaggio,

o rotto dalle tempeste non era mai più tornato a recarne, novella, o dopo breve spazio risospinto da furiose maree,

aveva tolto

a’

di tentarlo.

più animosi la speranza e

11

primo e

alla rozza e

a’

più avidi

il

desiderio

poco sperimentata arte

marinesca d'allora insuperabile incontro erano le radici del

monte Atlante, che ne’ confini del regno di Marocco mettono in mare con un celebre promontorio, detto volgarmente il capo Non: infame per tanti naufragi fattivi da famosi piloti: talché ormai si aveva per d’impossibile nascimento navigarvi d’intorno e non rompere o affondare; e sopra ciò Chi passa il capo Non, correva fra’marinaj un cotal detto: o tornerà indietro o non». Quando finalmente a Dio, che

—

avea tenute già da

tanti

secoli chiuse

le

porte di quello

incognito mare, piacque aprirle (avrà intorno a ducente anni) alla

cavaliere d’alti e di

dell" infante don Arrigo Giovanni I re di Portogallo quanto ne cape in cuor

generosa e fortunata pietà

quinto genito degli otto figliuoli

magnanimi

principe, per virtù non

di

:

spiriti,

meno che per

reale nascimento

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23 illustre.

Questi

,

fin dalla

giò vanezza acceso d’un generoso

desiderio di stendere l’imperio della Chiesa agli ultimi termini

primo

della terra,

di tutti s’accinse alla tanto

malagevole,

E benché

e fino a quei tempi disperata navigazione dell’India. in quaranta e più anni che in cotale gli venisse fatto di

giungere

disegnava, pur nondimeno

fin

gli

impresa

dove

il

faticò, non grande suo animo si

riuscì di spiantare

termini,

i

che ritenevano l’arte del navigare poco più che a’

dell’Europa: e con ciò

brevi confini

a’

re

dentro

discendenti

suo lignaggio, e della sua medesima generosità eredi,

del

aperse e spianò la strada prima agli scoprimenti, poscia indi al conquisto dell’Asia.

al traffico, I

primi pensieri che a cotale impresa condussero don

Arrigo, gli

si

svegliaron nel cuore all’assedio di Ceuta, città

Mori rimpetto a Gibilterra, guadagnata a forza d’armi don Giovanni suo padre l'anno 1415. Fatto quivi anch’egli, sotto la disciplina del padre, cose memorabili in guerra, ne riportò un nobile desiderio d’abbassare l’ orgode’

dal re

glio, e

rompere

perciocché

il

la forza dei

nemici del

nome

cristiano.

Ma

passaggio in Africa contro dei Saraceni a guerra

formata richiedeva troppo più ch’egli da sé non poteva, rivolse

i

pensieri alla navigazione, e al conquisto di qualche

regno, o almeno di qualche porto nell’India.

Così seco medesimo stabilito,

si

diede a far grande studio

nella geografia: nè veniva in Portogallo barbaro d’ Africa, da cui sollecitamente non ispiasse delle spiaggia, de’pro-

montorj, de’ porti, delle terre marittime di que’ regni: e assicurandolo tutti concordemente del correre non interrotto

ohe fa la costa- di Barberia fuori dello stretto fino a volgersi alla Ghinea, che tutto a lungo al

mezzodì;

egli

luogo opportunissimo agli

navigazione

E

al di

si

ri-

stende incontro

elesse per abitarvi la terra di Sangres, studj e

ad inviar di quivi la

fuori dell’Africa.

piacque a Dio dargli,

fin

da principio, una non picciola

ricompensa del merito de’suoi desiderj. offerendogli

in

pegno

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24 dell’avvenire due isole fino allora

non cerche nè

risapute.

Ciò fu verso l’anno 1420; presso al quale inviò Giovan Gonzalo Zarco e Tristan Vaz con due caravelle ben corredate scoprimento delle costiere oltre a Marocco: e questi

allo

appena furono sul voltare all’incontro di Fez, che si levò una furiosa burrasca, che gli ebbe a mettere in fondo: onde, veggendosi mal parati a reggerle contro, si diedero a correre a fortuna rotta sempre più dentro mare. Dove la tempesta e il vento li portarono ad un’isola, fino a que’ tempi incognita, situata nel meridiano delle Canarie più sopra a settentrione ^ la quale essi nominarono Porto Santo, perchè quivi ebbero scampo dal naufragio e riparo dalla tempesta. Poscia rabbonacciato i

legni, si fecero

il

mare, e

animo

di

riforniti e rimessi in assetto

navigar più avanti,

un’ altra isola maggiore, non

e.

riconoscere

molto da lungi, e questa,

perocché tutta era piantata di densissime selve, chiamaron

Madera, cioè del Legname. L’una e

l'altra di

queste isole

si

aggiunsero alla corona di Portogallo con quel grande utile

che cominciò subito a renderne

la

Madera, arsevi

che l’ingombravano inutilmente, e messo a lavorio cheri

selve

di

zuc-

terreno.

il

Con

le

pegno della divina protezione animato, l’infante non cessò per molti anni appresso di cimentar nuovi legni allo scoprimento, finché il 1133 vi destinò Gileanes, natio di

tal

Lagos, capitano e nocchiero pratico e arrischiato.

tato oltre

terribile

il

Mon-

promontorio Non, cent’ottanta miglia più

giunse fino ad un altro, a cui in sua lingua diè

nome

capo Bogiadore, che è quanto dire Volteggiante, per li molti raggiri e torcimenti che fa, dove la spiaggia rientra

di

Quivi egli ristette; di gran cuore che fosse, ebbe animo di spingere nave più avanti. Perciocché non essendo costumati di ingolfarsi a mare aperto, nè avendo l’uso dell’astrolabio nautico per guidarsi con l’altezza del sole e delle stelle, andavano lungo il lito costeggiando sempre a veduta di terra:

in sè stessa, e si rivolge in varj seni.

nè, pei

1

la

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25 e quivi al capo Bogiadore, dove

una punta

di venti

miglia

entra in mare, incontrarono un tal ribollimento di acque

con onde sconcertate, oltre che grandi come in tempesta, che più avanti non

0

si

ardirono, per tema di non affondare.

fosse di ciò cagione

il

poco fondo che v’è; o rincontro

d’una velocissima corrente che va a libeccio de’ due

(0

;

o

il

conflitto

mari che urtandosi rompono e bevano onde; o

maestrale che vi può alla distesa ricolosa marea, che

il

;

infine v’era

una

sì

il

pe-

Gileanes disperato e pieno di terrore

diè volta, e tornossene a Portogallo.

Con questo

la

navigazione

ristette

parecchi anni

a tanto che Iddio nuovi stimoli aggiunse al cuor

;

fino

dell’ infante;

e l’animò a proseguire l’incominciato. Ciò che subitamente

adempiè, inviando, l’anno 1443, Tristan Nugnez dietro alle orme di Gileanes: ma con più felice riuscimento, siccome egli altresì

navigò con più savio avvedimento, tenendosi

alquanto più dentro mare fuor degli scompigli del Bogiadore fino

a scoprire un nuovo promontorio, a cui, dal colore

che da lungi mostrava, diè nome di capo Bianco. Indi a due anni Dionigi Fernandez passò oltre a capo Verde, rimpetto aH’ultima deH’isoleGorgadi, in quattordici gradi d’altezza settentrionale IM. Finalmente della Serra Liona, che è

tono in mare presso oltre di

si

proseguì fino al promontorio

una lunga catena

a’ confini

capo Verde.

E

della

di monti che metGhinea, sei gradi più

quivi terminarono gli scoprimenti

che, nel corso di quarant’ anni, si fecero dall’infante:

Iddio chiamò l’anno 1460 a prendere in cielo

il

cui

porto delle

sue gloriose navigazioni. Principe di rare virtù e d'immortale

memoria, degno

di

quel celebre detto, che fin da’ primi anni

levò per suo proprio motto, e

i

capitani e

i

nocchieri suoi

solevano inciderlo nelle pietre e nelle cortecce degli arbori,

dovunque giungevano a riconoscere nuovi paesi, ed

era:

Talento dì ben fare. (1) (2)

Libeccio è il vento di sud-ovest: maestrale il vento di noni-ovest. Cioè di latitudine, ossia elevazione sopra la linea equatoriale.

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26

di

Su le vestigie d’ un così avventuroso principio seguirono tempo in tempo Alfonso, Giovanni e Manuello, che l’un

dopo l’ altro succedettero nella corona di Portogallo ad Odoardo, il quale, morto Giovanni I, regnò solo cinque anni. E ne’ tempi di Alfonso V, l’anno 1471, Fernando Gomez navigò fino

al

capo delle Tre Punte verso

Ghinea, presso dove, indi a dieci anni, della

Mina

che quivi

di

si

si

mezzo

il

permute,

delle

fanno principalmente coll’oro, di che

fiumi di

i

quel paese abbondano a gran dovizia. Più avanti sotto

Giovanni

II,

Diego Can

si

pico fino

all’

il

anno 1487, Bartolommeo Diaz uscì dal tro-

ultimo capo dell’Africa; e quivi rizzato

Santa Croce una colonna (ciò che parimenti avea

Can

portò,

fin di là dell’equinoziale, sei-

cento miglia di costa oltre al regno di Congo. Poscia

seguente, che fu

della

fabbricò la fortezza

San Giorgio per assicurazione

l’

nell’ isola

fatto

Diego una

nelle spiaggie da lui riconosciute) con in testa

croce e nel fusto intagliata in lingua portoghese e latina

una

breve nota in memoria del tempo, dello scopritore e del

don Giovanni, per cui servigio era

re

Dove contando

Portogallo.

zione e’1 termine

al re

i

fatti

tornossene a

ito,

della sua naviga-

perchè in quell’estremo capo

d’essa,

dell’Africa trovò che vi facevano mari altissimi, a cagione dei

due oceani che quivi

l’altro, disse

Ma

pestoso.

smarriti

si

i

terrori del

capo

il

capo Non, onde

i

Tem-

marina)

«Non (disse) anzi in avvenire si Buona Speranza »; e tal nome, tuttavia

avvilirebbono,

capo

ritiene: e

affrontano e frangono l’uncontra

re più accortamente, acciocché quell’ odioso

nome non rinnovasse chiami

si

che perciò l'avea soprannomato il

di

trovasi

in

gradi

trentaquattro e due terzi di

latitudine verso l’antartico.

Non vedere

però avea Iddio destinata a questo re la al

suo tempo adempiuto

trovamento dellTndie, Manuello. Iddio

sì

ma

il

felicità di

lungo desiderio del

ri-

riserbatala al suo successore re

fattamente

il

prosperò, che oon

navi che mise in mare, trovò egli quello che

i

le

prime

suoi anti-

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27 passati

nel

corso di

settantacinque anni aveano cercato

indarno. Nè minor gloria dovrassene allo scopritore, che fu Vasco Gama, cavalier portoghese, di sangue illustre e d’animo coraggioso. Questi avuti da Manuello quattro legni, tre armati a corso e uno da vittovaglia, e con essi titolo di ammiraglio, si pose in apparecchio di gente e d’armi per mettersi in mare il luglio del 1497; tempo (come po,

scia la sperienza insegnò)

il

più disacconcio che fosse per

la navigazione dell’Indie; perciocché al proseguire del viaggio

non

si

avviene

in quella

generali e distesi

avea disposto, a

che chiamano mozione de’ venti

che portano a quelle

,

lin

che da Lui solo

parti.

Ma

Iddio così

riconoscesse in dono

si

quello, a che nè l’industria dell’arte nè

favore della natura

il

le cose di prima invenzione e di gran fare formano a un tempo medesimo tutte intere, ma a poco a non errare. Or Vasco, già ben fornito di quanto gli bisognava a naviprima di mettere vela andò con un dì gli gare, altri capitani

concorsero. Oltre che

non

si

poco, e spesso prendendo dagli errori regola per

di

quel piccolo stuolo a vegghiar la notte avanti la Reina

del cielo nella casa di Betlem, eh’ è nel serraglio

navi s’adunano e

muovono

alla partenza. Indi egli,

dove con

le

tutti

appresso soldati e marinaj dell’armata, comparvero spediti per mettersi nel naviglio. Intanto una numerosa moltitudine del

gran popolo

di

Lisbona e nobiltà, e Corte erano

usciti,

chi a vedere la solennità di quell’ ultima dipartenza, chi ad

accompagnare gli amici e parenti, i quali quel periglioso rischio d’una sì dubbiosa, e la più parte al tutto incognita navigazione a un altro mondo, facea mirare con istraordinaria tenerezza di affetto, come mai più non si avessero i

a rivedere: e nello scambievole abbracciarsi e darsi l’ultimo

addio facevasi un pianger dirotto d’ambedue più,

quando

i

processione al

religiosi del romitorio di lito,

targli alld navi,

li

dove

gli

le parti: e allora

Betlem, condottisi in

aspettavano

i

battelli

per tragit-

fecero por ginocchioni, e raccomandatili a Dio

e alla sua Madre, diedero loro una generale assoluzione e indul-

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28 genza in caso di morte. Ciò fatto, salirono sopra le navi: e date le vele a tramontana, usciron del porto ai nove di luglio del 1497, seguendoli lungamente

pregando ad alta voce un

Era

in que’

il

felice

popolo con occhi

tempi migliorata d’assai

e loro

navigare

l’arte del

come regolatrice

per iscienza, osservando

fissi,

viaggio e un più felice ritorno.

l’altezza

meridiana

qua e di là dal cerchio equinoziale si compilarono tavole. Vasco e i piloti delle sue navi, con sì buono indirizzamento assicurati, miser le prode ad alto mare; e dopo gran pericoli di burrasche toccarono l'isola San Jacopo, eh’ è la maggiore delle dieci di capo Verde; e del sole

:

delle cui declinazioni di

quivi dato porto alle navi, e rinfrescatisi di ciò che lor faceva

bisogno, s’avviarono al il

trovarono, secondo

Capo di Buona Speranza. E in

il

nome che

gli

avea posto

verità

il

Diaz,

estremamente tempestoso e miracolo fu che ne campasser la vita: onde si levò contro al Gama una tempesta de’marinaj, ;

assai peggiore di quella del mare: perocché questi, atterriti dal

presente pericolo , e più temendo, se andavano oltre volta indietro,

si

congiurarono

di gittarlo in

per dar mare, e con la ,

morte sua riscattare a sè e a’ compagni la vita. Di che il Gama avvedutosi, mise i capi della cospirazione in ferri: e postosi egli medesimo al governo della nave, fece il timoniero e il

piloto, fin che diè volta al

di

quel mare. Indi messe

le

Capo, e

tutti

seco uscirono

prode fra tramontana e levante,

sempre lungo le costiere dell’Africa, afferrarono all'isola Mozambiche , poscia a Melinde , città metropoli di quel regno ; e quivi avuto un piloto usato a quei mari, si misero a traverso d’un golfo di due mila e cinquecento miglia; e a’ diciotto di maggio del 1498, dieci mesi da che si partirono di Lisbona, dieder fondo nell’India sopra un porto trenta miglia lungi daCalecut, città del Malabar, popolatissima in que’ tempi

per lo traffico delle spezierie, parte natie di

quelle contrade, parte recatevi da Zeilan, onde perciò

i

mer-

catanti del rimanente dell’India e d’altri regni più oltre,

quivi approdavano e facevano scala.

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29 Lodovico Sforza persuase Carlo Vili di Francia a venir a

conquistare il napoletano: e in tale occasione si fece egli stesso

duca di Milano: poi venne in rotta coi Francesi, e fu assedialo in Novara cogli Svizzeri suoi stipendiati, l’anno 1500. Guicciardini.

I

capitani svizzeri che erano con Lodovico, benché nell’e-

di Novara avessero dimostrata fede e virtù, si erano, per mezzo de’ capitani svizzeri che erano nell’esercito

spugnazione

dei Francesi, convenuti occultamente con loro. Dellaqual cosa

cominciando per alcune congetture Lodovico a sospettare, sollecitava che quattrocento cavalli e ottomila fanti che

or-

si

dinavano a Milano, si unissero seco. Cominciarono a tumultuare in Novara gli Svizzeri, istigati da’ capitani, pigliando per occasione, che il dì destinato al pagamento non si numeravano i denari. Ma il Duca, correndo subito al tumulto, con benignissime parole e con tali preghi che generavano non mediocre compassione, donati ancora loro tutti i suoi argenti, li fece stare pazienti ad aspettare che da Milano venissero denari. Ma i capitani loro, temendo che, se col duca si unissero le genti che si preparavano a Milano, s’impedisse il mettere a i

esecuzione

il

tradimento disegnato, operarono che l’esercito

francese, messosi in arme,

si

accostò innanzi alle

mura

di

Novara, attorniandone una gran parte, mandati alcuni cavalli tra la città e

il

fiume del Ticino, per tórre

facoltà di fuggirsi verso Milano.

Il

al

duca e agli

altri la

quale, sospettando ognora

più del suo male, volle uscire con l’esercito di

Novara per

combattere con gl’inimici avendo già mandati fuora i cavalli ;

Borgognoni a cominciar la battaglia. Alla qual cosa fu apertamente contraddetto dai capitani degli Svizzeri;

leggieri e gli

i

allegando che, senza licenza dei suoi signori venire alle

mani

co’ parenti proprj, e

con

,

non volevano

gli altri della

sua

coi quali poco dipoi mescolatisi, come se fossero di un esercito medesimo, dissero volersi partire subito per andarsene alle lor case. Nè potendo li duca, nè con preghi nè

nazione

:

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30 con

lagrime nè con infinite promesse, piegare la loro bar-

le

bara perfidia,

si

raccomandò loro efficacemente che almeno

conducessero lui in luogo sicuro. co’ capitani francesi di partirsi e di

abito d'uno de’ loro fanti

in

non

erano convenuti

non menarlo seco

concedergli la sua dimanda, consentirono

essi,

se

Ma perchè

si

,

negato

mescolasse tra

per istare alla fortuna,

,

La qual condizione ac-

fosse riconosciuto, di salvarsi.

da lui per ultima necessità, non fu sufficiente alla sua Perchè, camminando essi in ordinanza per mezzo

cettata salute.

dell’esercito francese , fu riconosciuto

.

mentre che mescolato ,

nellosquadrone,camminavaapiede,vestitoearmato come svizzero; e subitamente ritenuto prigione. Spettacolo

che mosse

le

sì

miserabile,

lacrime insino a molti degli inimici. Fu condotto a

Lione, dove allora era

il

re, e introdotto in

quella città in sul

mezzodì; concorrendo infinita moltitudine a vedere un principe,

poco innanzi

licità invidiato

di tanta

grandezza e maestà, e per

da molti, ora caduto

la

in tanta miseria.

sua feDonde,

non ottenuta grazia d’essere, come sommamente desiderava, intromesso al cospetto del re, dopo due dì fu menato nella torre di Locces: nella quale stette circa dieci anni, e insino alla fine della vita, prigione, rinchiudendosi in

carcere

pivano

i

una angusta

pensieri e l’ambizione di colui, che prima appena ca-

(*)i

termini di tutta

l’Italia.

Bartolomeo di Alviano. Ariodante Fabrbtti.

Bartolomeo

di

Alviano. nacque nel 1445 da Francesco

(signore di alcune terre

nelle circostanze di Todi

e spe-

cialmente di quella che distinse la sua famiglia) e da Isabella

de’ Conti

degli

Atti.

Alla carriera delle armi diede

principio sotto le bandiere di Napoleone Orsini, cui servì

come paggio, (1)

poi di Virginio Orsini:

il

quale, riconoscendo

Contenevano

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31

molte preclare disposizioni, conferivagli

lui

in

e

lo

stemma

sua casa; e compiacquesi

di

sangue

vincoli di

agli

Orsini

.

nome

il

legarlo

coi

dandogli a sposa una sua

figliuola.

Ed

eccolo far prove

valore,

di

dando opera per

la libe-

razione del padre, tenuto prigione da Paolo II: poi coll’Orsino nell’assedio di

Rimini contro

i

Malatesti. Nel 1491. es-

al servizio de’ Fiorentini, venne a Perugia con Paolo e Camillo Vitelli per fortificare la potenza dei Ba-

sendo già entrato

glioni, usciti allora vincenti di

Da

indi innanzi

sanguinosa lotta con

Giampaolo Buglioni

e

gli

Bartolomeo

viano fecero causa comune, e di concerto

il

Oddi.

di

Al-

mestiero di ca-

pitani di guerra esercitarono in Italia. Pantasilea Buglioni, figlia di

Ridolfo e sorella di Giampaolo, fu sposata all’Alviano

nel 1494: rassodata così viemeglio la concordia de’ lorosi, dirizzate

a

comune vantaggio

le

due va-

armi. Nel qual tempo

i’Alviano, pigliando parte nelle calamità del suo paese, ripristinò in vallesi,

Todi per

la

le

potenza degli Atti, avversata dai Chiara-

sciagurate rivalità de' quali molto sangue con-

tinuamente spargevasi. Ritornato dappoi nell’esercito di Virginio Orsini, seguì le insegne del re di Francia: abbandonato dalla buona fortuna, fu prigioniero di Ferdinando re di Napoli,

mentre Alessandro VI faceva svaligiare e spogliare

di tutto le

sue soldatesche.

Ma

presto usciva dal carcere

;

e,

raccolto ogni maniera di soldati, marciò all'assedio di Brac-

ciano e dell’ Angu iliaca, e ottenne segnalata vittoria sopra popoli; e oltre le lodi di molti,

guadagnò

il

i

favore e la stima

di varie signorìe italiane.

La

patria sua lo rivedeva nel 1495, difensore degli Atti.

Grave perdita

di soldati

e stragi e patimenti costò l’assedio

Monteechio e della rócca di Todi, ove Altobello dei Chiaravellesi si difendeva con un valore più che feroce. Si quietavano per poco le ire dei pateggianti, venuto l’Alviano a

di

spalleggiare gli Atti

contenere

i

;

ma

al partir

suo non v’era modo

di

Chiara vellesi.

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32 Frattanto gli

si

era condotto al soldo di Piero de’ Medici 9)

che preparavasi a marciare sopra Firenze (agosto 1497); poi, a persuasione dello stesso Medici, andò nel campo de’ Vene-

Contro

ziani.

i

Fiorentini

forbivano

si

ziani e dei Medici fuorusciti;

gimai

sopr’altri condottieri in

certamente superiore a

le

armi dei Vene-

duce principale l’Alviano, oggrande riputazione di ardito, e

tutti nella rapidità delle

imprese, e

nel cominciare che nel condurre a fine le guerre. di

Cesena e

di

Per

sì

la via

Sogliano giunse di mattino alla Badia dei Ca-

maldoli: spacciatosi per soldato de’ fiorentini, v’entrò

come

vi si fortificò. Con uno stratagemma occupò in pari tempo Bibiena; e tantosto in quelle terre, che lo avevan salutato amico e difensore di Fiorenza, si piantò il governo mi-

padrone e

litare del venturiero.

Gli sbigottiti Fiorentini la via di

mandarono Paolo

Vitelli

Arezzo e del Valdarno. Pari erano

a chieder

le forze dei

combattenti: le armi dell’Alviano non andavano più oltre nelle toscane terre.

Continuò

egli

Borgia, finché

si

nella

condotta co’ Veneziani e contro

accostò alla causa del re di

il

Spagna con

quei prodi di casa Orsina. Nel reame napolitano, quando più inferociva la guerra tra Ferdinando

Francia, dispiegò

le ali del

mandò

Cattolico e Luigi di

il

valor suo. sia nel consiglio, sia

nell’opera dèlie armi, e sorprendeva

il

campo

francese.

a tutto

Nel giorno seguente (28 dicembre 1503)

l’esercito spagnuolo. il

supremo capitano

Consalvo Còrdova ordinò alla retroguardia movesse salto

Co-

e diresse la costruzione d’un ponte di barche e gitta-

tolo sul Garigliano, aprì la strada

del

campo

francese.

Bartolomeo

di

Alviano

all’as-

colla

(1) Nel quattrocento la guerra più non faceasi che per opera di capitani di ventura, i quali formavano per proprio conto delle bande, poi le menavano a combattere ora per questo, ora per quello, senza altro sentimento che del guadagno e dell'ambizione ; neppure consideravasi tradimento il passare da una potenza alla nemica, e i soldati non cercavano che la paga e il bottino; eprocuravasi non di ammazzare i nemici, ma di farli prigionieri per averne grossi riscatti. Se ne ragiona distesamente più avanti.

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e

33 vanguardia e

il

grosso dell’esercito spagnuolo passarono

fiume, innanzi che

i

nemici fossero capaci

passaggio. Si ritiravano

scaramucciando nella

i

di arrestar loro

il

il

Francesi a Gaeta, combattendo e

ritirata,

mal

difesi

dalla cavalleria,

combattuti al ponte di Mola, e costantemente inseguiti e percossi

a tergo dall’Al viano;

rotti e sfiniti,

a stento sè colla fuga

salvavano. Di che cresceva a ridoppio, appetto ai Francesi, l’onore degli Italiani

Da tutte parti

,

vincitori della sfida di Barletta.

piovver lodi a Bartolomeo di Alviano, autore

principale della memorabil e

vittoria,

per la quale e tregua

pace risultò tra Francia e Spagna, e quiete nel reame

Ma quando

di

degna ricompensa dal sire spagnuolo o dal viceré intese (die nel camposi pigliavano economiche disposizioni, diminuendo a ciascun condottiero indistintamente gli stipedj convenuti. Sparlò contro il ConNapoli.

egli aspettava ,

salvo perla disgraziata risoluzione; e inascoltate

le

ragioni sue

e sin le minacce, rinunziò alla condotta del re di Spagna.

Sem-

pre aperta era però la via alle imprese di guerra in Italia; e

assunse un’altra volta l’incarico

di

rendere Fiorenza a Piero

de’ Medici.

Approssimavasi

colle sue

armate schiere

ai confini

della

Toscana; e sicuro nell’appoggio del Petrucei. del Baglioni, dei Vitelli e degli Orsini entrava animoso nel piano di Scarlino, tenutala via di Maremma (2 agosto 1501) Ma è lunga e scabra la via per correre a Firenze: malagevol cosa daresovr’essala vittoria ai Pisani. Dippiù il Baglioni e il Petrucei non aprivano l’animo manifestamente in favore di lui; solo in secreto soccorrevamo, attendendo prima un chiaro avviso di prospera e decisiva fortuna. Intanto la signorìa di Firenze, conoscendo quali fossero le voglie e le disposizioni dell'Alviano, sceglieva riraedj op.

portuni, pronta la

al sacrificio di sè

per dissipare ad ogni costo

minacciante procella.

Per

questi preparativi dei nemici non rimase sgomentato

l’Alviano; ben forte di uomini d’arme, di cavalleggeri, di stopMilitar

- Furto

I.

3

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34 piettieri, di lancio spezzate, si

dispose a marciar verso Pisa;

giorno 17 agosto (1504) mosse in ordine di battaglia alla Torre di San Vincenzo. Due ore di ferocissima pugna diedero

e

il

l’onore della presagita vittoria al Benti vogli

sangue per le

di

ferite, si ritrasse.

:

e l'Alviano, pien

Esultarono

i

Fiorentini per

questa vittoria, tanto più che l’Alviano, confidando assai nelle secrete sue intelligenze, orasi vantato di voler abbattere la re-

pubblica di Firenze ed ogni suo difensore: ed abbandonaronsi

ad allegrezze poi che nella sala del gran consiglio videro le

nimiche bandiere.

La guerra de’ Veneziani con Massimiliano imperatore chiamava l’Alviano ad altri, ma più gloriosi esperimenti (•'. Andò prima

alla difesa del Friuli, allorché l’armata straniera

vo-

leva penetrare nelle terre venete ; e vide mille tedeschi morti sul

campo,

e più di mille prigioni. Più avanti spingendosi,

entrò nella valle di Cadòre, e

il

castello di questo

nome occupò

per patto (febbrajo 1503). Maravigliose furono la rapidità eia

prodezza dell’Alviano in questa guerra, così disastrosa per Massimiliano. Voleva ad ogni suoi possedimenti.

Dopo

Cormons, cui, per rifiuto

la

modo

ferire

il

Tedesco sin nei

presa di Cadòre venne a

di arrendersi,

consegnò

campo a

alla

rapace

voglia de’ soldati: alla guarnigione di Gorizia intimò la resa,

eaciòcostrinselaa colpi

di artiglieria,

designandola fortezza

contro alla ferocia dei Turchi.

Non fastidito

impraticabili a corpi armati,

si

sacco

le

dalle strade quasi

reca a Trieste; ne

manda a

circostanze : impaurisce la città con assedio di terraedi patti, poi le

impone grossa taglia. Por-

sui confini della

Schiavonia, obbediscono

mare: l’obbliga venire a

denone e Fiume,

subitamente alla fortuna dell’Alviano. Presidiata ogni terra e fortezza, va a Venezia il sedicesimo giorno di luglio: gli si fanno incontro

il

Doge

e trecento gentiluomini tutti con le

vesti di cremixi sino ni piedi, insieme da una gran nave dorata portati (la quale si dice il Bucintoro) con

(1)

di

Lo principali potenze

Cambray per diminuire

l'Italia e

ili

fuori

arcano fatto tra loro

la

Lega

o distruggere la repubblica di Venezia.

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35 tanta festa

et

leticia

di quella città, che proprio parca la

fortuna non pio poterli assistere. Succede per

instabile

breve intervallo la pace ; nella quale trattasi secretamele una formidabil lega contro Venezia, segnata a

Cambray

il

10

dicembre 1508. Apparecchiati erano eserciti numerosi e

per lanciare

colpo alla vetusta repubblica di Venezia: sventolavano

il

fatai

le

insegne

di

forti

di Massimiliano d’Austria, di Lodovico di Francia, Ferdinando d’Aragona: papa Giulio aveva benedette le

armi. Risonava adunque cata la

un alto grido di guerra, poi notifiLega nel marzo del seguente anno (1509). Certo non fu Primamente senatori

allora straniero lo spavento a Venezia.

cercavan placare gli sdegni offerte e concessioni

di tali

i

aggressori potentissimi con

dominio:

di

ma

inutile ogni mezzo,

entrarono anch’essi nel pericoloso travaglio della guerra.

Una

poderosa armata misero in punto, duci principali Bartolomeo di

Alvianoe il conte di

Pitigliano,

sala senatoria, sposero

i

i

quali, chiamati tosto nella

propri consigli. Più maturo di anni

e di senno, disse l’Orsini « doversi guarnire di bastante presi-

una Lega formata da non poter durare lungamente;

dio la terra ferma e stare sulle difese; varj principi, gelosi tra loro, si

vinceva temporeggiando». L’Alviano, manifestò contraria

in campo prima che il sire di Francia sopraggiungesse non attenderli in casa propria; sconvolgere gli stati milanesi. I padri abbracciaron il medio

sentenza; convenire di mettersi ;

partito.

Andava a Venezia

la

fama delle considerabili

forze adunate

dagli stranieri. Sovr’essi pareva cumularsi tutta l’ira del cielo

tempo la Reognuno certezza di evento disperato

e degli uomini, tanti furono

pubblica colpirono. Era per

in

i

disastri che in quel

lei.

Mentre a Franceso Gonzaga opponevasi il nostro Bartolomeo nelle veronesi campagne, il conte di Pitigliano rincacciava nemici di là dall’Adda; e non poche terre prese dai F rancesi ricuperò colla cattività della guarnigione (8 maggio i

,

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Ma

1509).

Lodovico

ninno discese a campai battaglia. Desideravate Francia:

di

desiderava e consigliava l'animoso

la

ma il contedi Pitigliano, duce principale dell’emaggior credito e riputazione nel veneto senato, durava nel primo suo consiglio di aspettar la buona ventura, Bartolomeo;

sercito e in

vincere colla spada nel fodero.

Ad

modo

ogni

egli

vi si

preparava Lodovico XII;

e,

mentre

i

Repubblica guazzano nel saccheggio di Treviglio,

soldati della

ordina la costruzione di tre ponti sull’Adda, e conducei

Francesi all’altra riva, cui non avrebbe giammai stimato toccare senza incontrar resistenza. Questo aveva presagito l’Al— viano, e consigliato condurre l’esercito presso al fiume ; ed ora

non potendo

colle parole

rimuovere

i

soldati dalla preda, gli

le fiamme. Ma nè tempo a’ suoi di rompere la marcia ai nemici. Per la qual cosa sì fortificarono di nuovo Veneti a Treviglio: e Francesi accamparono dappresso. Lunga pezza non vi dimorò Lodovico: fu suo pensiero di segregare l’armata nemica dalla città di Cremona e di Crema, ove erano

obbligò a lasciar Treviglio coH’appiccarvi

pure

il

feroce consiglio diè

1

i

le

prigioni della Repubblica;

volta. prese la strada di

Che fanno Crema per giunga.

Il

vegnente;

allora

i

e,

dato fuoco al villaggio di Ri-

Pandino

in bell’ordine di battaglia

duci della signorìa i Vogliono correre a

la via più breve, e

prima che

conte di Pitigliano dispone

ma

i

l'oste francese vi

suoi a partire

dimore, e forse meglio previdente, tien fermo sull’istante. la

il

giorno

l’Alviano, di spirito caldo e fastidioso delle

Vinse il

marciare consiglio dell’Alviano. L'avanguardia e di

retroguardia veneta, guidate da lui e da Antonio de’ Pii, e

l’avanguardia francese condotta da Carlo Amboise e Gian-

Giacomo Trivulzio, trovavansi di quelle e di

vicinissime, innanzi che

i

duci

il credessero. Era inevitabile per Luna pugna o l'incerta fuga.

questa

e per l'altra parte la

Ma non pari

di condizione gli eserciti.

fidare nell’ajuto dell'intiera armata,

I

Francesi potevano

che loro passo passo se-

guiva; l’Alviano sapeva che ogni ora più

gli si

faceva dalunge

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37 l’Orsini, condottiero del grosso dell’esercito, l/impaziente

prode Bartolomeo non fugge dinanzi

anche fa

può

volesse,

il

al

ma

nemico; nè, quando

ricusarsi al combattere.

Subitamente

intendere alFOrsini essere egli presso a cozzare coll’avan-

guardia francese; impossibile delle sue colonne; ziani.

il

vincerla senza

il

il

concorso

ritardo sarebbe fatale alla salute dei Vene-

Nè il Conte apprezzò le parole dcll’Alviano; e credendole

un’altra manifestazione dell’animo suo violento ed ardito, lo

consigliò a ritirarsi: tale essere

il

comando de’senatori. 11 comil giorno 11 maggio 1509

battimento era però incominciato

presso Pandi no, ad Agnadello, nella Ghiaradadda. L’Alviano attaccò la cavalleria francese con tanto vigore, che presto in-

dietreggiare la fece; nè s'arrestò finché inseguita e scompigliata

non

l’ebbe

Sopravvenne

in quel

punto l'armata

Lodovico. Più accanito e fiero, più pericoloso allora

Furon

battere.

que’ tempi per

tre ore di

numero

di

pugna; una

il

di

com-

delle più clamorose a

morti e per valore e militari esperi-

menti. L’Alviano combattè col vigore suo proprio, raddoppiato

allorquando la speranza ne’ soccorsi del Conte mancavagli affatto fanti romagnuoli. da ogni altra fanteria distinti, spiegarono una fermezza e una gagliardia maravigliosa, e mor:

i

talmente ili

feriti

battaglia.

E

il campo numero, non

od uccisi, coprirono dei loro corpi tanti

prodi soccombettero al

all’impeto solo e alla prodezza de’ Francesi, la cui vittoria fu coronata dalla prigionìa dell’Al viano, ferito in volto, c

trascinato nel padiglione del sire.

L’agitazione, foriera d’altre disgrazie, entrò nel de’ Veneziani. Vacillarono

i

cuore

senatori, sconfortati dal sinistro

caso e dalla conseguente superiorità de’ Francesi che rapidi distesero

meno

i

loro dominj,

le ostilità

occupando

liani

città e fortezze.

Niente di

continuarono, vigorosissime e ostinate, fra

soldati stranieri, venuti di

Francia e

rii

Germania, e

gl’ita-

per la regina dell’Adriatico.

Eran

Barvergognosamente da

degni questi prodi di militare sotto gli ordini di

tolomeo d’Alviano per causa

italiana,

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38 italiani principi per

matte gelosie disertata. Niuna speranza

di

vicina liberazione avevasi per quel valoroso, che quattro anni fu prigioniero sino alla

pace dei Veneziani col re di Francia.

La qual pace ed alleanza tra’ Veneziani e Lodovico XII (maggio 1513), non lontanò dall’Italia nè dalle terre venete la guerra. Se il re di Francia univasi a Venezia, erano dall’altra parte Massimiliano e Leone X colle bande svizzere: neutrale

il

re d 'Aragona.

L’Alviano corse a Venezia, riacquistò la stima, e furongli destinati cinquantamila ducati all'anno, perchè tenesse a servizio della

Repubblica cinquecento balestrieri a cavallo e tre-

cento uomini d'arme. Di un esercito novamente ordinato nel

veronese andò

al

nelle rapide corse co’ nemici della

comando. Pieno di quella sua confidenza con ardire sempre maggiore entrò in lizza ,

Repubblica. Di intelligenza col maresciallo

Trivulzio, tentò da principio

un

assalto sopra Verona, ben

guarnita di militi tedeschi: poi marciò a Valeggio e Peschiera, e di là trasse vincitore a

Cremona.

Sin a Lodi era corso colle venete schiere l’Alviano per

congiungerle a quelle di Lodovico; allorquando, chiusagli

la

via da alcune colonne spagnuole, udì la improvvisa disfatta de’ Francesi

a Novara (giugno 1513) Lasciata Cremona in.

difesa e in preda dell’avarizia spagnuola,

nè tardò a serrarsi

in

Crema Renzo da

Padova, siccome

il

si

ritrasse a Ghedi:

Baglioni in Treviso

campagna in tanta furia e fortuna de’ nemici svizzeri che scorrevano a ferro e fuoco le possessioni della signorìa. Stava TA1viano alle Tombe, inquieto della sinistra fortuna, impaziente di non poter rovesciare sugli avversarj Tira sua. Istigavanlo

e in

Ceri; deboli tutti a mantenere la

molti Veronesi, andati a lui coll’odio al giogo tedesco, di

marciar sopra Verona, tenuta da duemila cavalli.

Non

fanti e

cinquecento

fu mestieri d’esortazioni: egli vi corse a

spron

battuto, e più arditamente poi ch'ebbe certezza dell’entrare di

Giampaolo

de’ soldati e

i

Legnago. La rapidità della marcia, l'energìa colpi delle artiglierie non gli produssero il dein

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39 siderato effetto; e la necessità strinselo a riporre

La medesima

resistenza trovata a

Verona

dai Tedeschi, or

oppose all’esercito spagnuolo. Lasciò un presidio a Trevigi

sotto gli ordini di

Giampaolo

altrettante e più singolari

ivi

:

diresse lo fortificazioni

ne fece a Padova, capaci

diciotto giorni di assedio. Spagnuoli* e

ripigliavano alle

piede nel

padovano.

territorio

egli

il

Bergamo,

taglieggiata sempre: poi avvicinatisi

lagune, facevan giungere

vento nuovo

ai

:

di resistere

Tedeschi pigliavano e

le palle fin

dentro Venezia; spa-

Spagnuoli, tedeschi e pontifirj

cittadini.

saccheggiavano e bruciavano villaggi e

castelli, guastavano campagne, uccidevano e straziavano uomini e donne, ovunque passavano manifestando una ferocia e una barbarie

da gente indegna del

Nè

nome

cristiano.

l’Alviano poteva soffrir senza sdegno e sotto agli occhi

suoi gl’insulti dei nemici, serrato in

spose

ai senatori

.

che ben

quella ribaldaglia di stranieri il

Padova. Riboceanted’ira

potevano spazzare

si

:

gli

i

campi da

persuase ad accogliere

campagna, comechè di genti d'armi nemici. Ninno indugio interpone: ai cam-

partito di uscire in

forse inferiore ai

pagnuoli, profughi e dispersi

comanda delle

di tener

fermo

montagne, ove

per

le

alle rive del

al certo

violenze de’soldati,

fiume e negli

passerebbero

i

stretti

nemici, atteso

che le comuni strade fossero rotte o barricate da

lui.

Oltre-

passano gli Spagnuoli la Brenta, dirizzati allavoltadi Vicenza. Allora

l’

Alviano, dato ordine a Giampaolo Baglioni di entrare

in

Monteeehio,

si

fortificò

le artiglierie collocò sulle alture, e coll’

armata

all’Olmo sur un punto elevato, non più che due

miglia lontano da Vicenza. Pareva che arridesse

il

successo

impeto del condottiero; imperciocché l'esercito tedesco spagnuolo non solo rifuggì all’impresa d’un assalto nel

all’

e

campo

de’ Veneti all’Olmo;

ma

rinunciando anche agli equi-

paggi senza suono di tamburi e di trombe per la via de’monti ,

volsero

,

il

cammino a Bussano.

Videli tardi

l’

Alviano passar

silenziosi rimpetto alle sue artiglierie: a raggiungerli

mandò

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40 un corpo

La

ai

,

il

quale cacciò

fuga e disperse

in

Spagnuola rannodò

fanteria

fermo

due cannoni per Bernardino

cavalleggieri c

di

Antignolla

di

i

fuggenti

i

Tedeschi.

e volle tener

Veneziani.

Era imbarazzante la situazione degli vie, rese

.

a dismisura

per

difficili

stranieri : per anguste

gli ostacoli degli

avversarj,

procedevano incontro a pericoli nuovi e maggiori. Feriti di fianco dagli Stradiotti e dai contadini, che a migliaja scen-

devano precipitosi dalle montagne , terribili archibusieri medesimi erano d’ impaccio e confusione alla fanteria. Oggi l'Alviano non si lascia vincere dall'indole sua precipitosa: non parla di battaglia non vuole avventurarla incontro :

i

carri

;

ari

uomini, sospinti a partito estremo e disperato, contento

di

aver seminato ne’ loro corpi la confusione, averli obbli-

gati alle la

montagne,

in luoghi infecondi

fame, forzerebbegli ad umili patti

ove

,

gli

stancherebbe

digiuno.

il

Era d’uomo

avveduto e saggio il consiglio; e più vero, in quanto che d’ordinario egli non sapeva contenere il naturale ardire. Se non che il provveditore del campo, Andrea Loredano, si avvisa clic l'ora di sterminar gli Spagnuoli, e tante ver-

gogne

patite cancellare, sia sonata:

nell’Alviano

il

facile

impeto risveglia, lo anima ad afferrare la bella occasione. Bastarono al duce le parole prime per dimenticare ogni avviso riposato e prudente. Disposte in regolate colonne truppe, col

le

condusse contro

al

nemico. L’Alviano

si

le

lancia

coraggio suo proprio innanzi agli Spagnuoli: è anima e

ma vede presto

corpo della battaglia;

non reggere

la fanteria

alla forza de’ fanti spagnuoli

,

romagnuola

gittare le picche,

fuggire: e questa vergogna seguitare tutta l’armata italiana.

Coi fuggenti andò l’Alviano salvo a Padova:

chiusele porte

di

Vicenza, e quali

in

altri

trovarono

que’ dintorni incon-

traron la morte, quali annegati sul Bacchigliene, per ogni

banda inseguiti dalle spade straniere. Degli equipaggi e dell'artiglieria nulla

rimase

Spagnuoli.

morti.

altri

ai

Veneziani

;

e prigioni molti degli

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41

Non conseguitarono

funesti effetti a quella rotta

:

venne

una quasi generai sospensione di armi. L’Alviano non avea perduto la stima dei Veneti; ebbe anzi conforti a sperare nelle armi, denari per rinverdire l’esercito. Seguivano trattati di pace tra principi e principi per dar riposo alla cristianità commossa: solo Massimiliano imperatore colla sua ambizione rimaneva inconciliabile e ostile a’ Veneziani. I suoi Tedeschi non lasciavano mai di

porre a soqquadro castelli e villaggi nella Marca Tri-

visana e nel Friuli: guerra di odj, di violenze, di rapine.

tempo

Di alla

tempo usciva di Padova l’Àlviano, li vinceva decimandone il numero; e soldati nuovi

in

spicciolata

istruiva nelle armi, ne’ travagli della guerra, nell' affrontare impavidi ogni di loro,

maniera

di pericoli.

entrò nel Friuli e sbaragliò

Quando

fu sicuro

le schiere di

Cristo-

maggior ribaldo che Massimiliano avesse per ministro dell’ira sua ostinata e bestiale. Fermo di non foro Frangipane,

il

venire a generai battaglia, obediente

al

volere del senato,

scioglieva l’assedio di Osopo (marzo 1511), e ritirandosi a

Padova preveniva un volta scendeva

ad Este

assalto degli Spagnuoli e alla sua improvvisamente sovra un presidio spagnuolo ;

ove piantava la insegna di san Marco.

,

armi francesi, la perdita del ducato di Genova, non disanimarono mai i Veneziani, insensibili alle iniziative di pace, quando ne scapitasse il dominio della terra ferma. Renzo da Ceri faceva rispettato il nome della Repubblica, ma tra l’Alviano e lui nacquero querele interminate; e nell’ anno 1

disastri novelli delle

milanese e della Lanterna

seguente (1515), quando calava in Italia un altro esercito francese condotto da re Francesco I, la signorìa di Venezia disgiunse

i

dell’ esercito

due condottieri eleggendo ,

,

s’introdusse in ricchì re di

i

il

primo governatore

generale l’altro della fanteria. Renzo da Ceri

Crema: l’Alviano stette

soldati colle

sul

Cremonese: ar-

spoglie di alcune terre: a

Francia prese Cremona: non tardò quindi

nome

del

a passar

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42 l’

Adda e

impodestarsi di Lodi, e di làimpediva all’armata spa-

gnuola l’unirsi agli Svizzeri. Svizzeri e Francesi vennero finalmente allarmi a

gnano (settembre 1515); ove

ma

più

non

avviliti

Mele-

gli uni e gli altri

ferocia e mirabil valore, con molta strage

con molta da ambe le parti,

combatterono. Nel giorno seguente,

de’ Francesi

nè stanchi, tornarono

combattimento. Sul

al

pugna sopraggiunge l’Alviano colla più eletta parte de’ cavalieri: v’entra con un ardire veramente singolare. « Marco, Marco! > gridarono i Veneziani con giubilo bollore della

:

ne ripeterono

il

nome

i

Francesi, rinfrancati dal loro arrivo:

cadde l’entusiasmo vendereccio degli Svizzeri, che presto

sonando a

ritirata,

fuggirono disordinati a Milano,

feriti,

mutilati, guasti dalle artiglierie.

Fu certamente opera dell’Alviano se Francesco I citore degli Svizzeri,

Gravi erano state

ma

fu l’ultima

le fatiche di lui

restò vin-

opera sua gloriosa!

per accorrervi in tempo,

superiori alle forze della sua persona.

Debole del corpo,

ma tuttavia indomato

dell’animo, vide ancora amica la sorte

nella occupazione di

Bergamo. Non avvertendo l’ora finale, Brescia, mentre Francesco I dispo-

ordinava l'assedio

di

nevasi ad un trionfale ingresso in Milano; quando infermatosi,

morì il 7 ottobre 1515 nel sessantesimo anno di età, pianto quali rimasero vedovati da suoi militi e dai Veneziani, i

di

un prode e L’amore dei

condottiero.

leale

soldati

vere, e rendere a lui,

apparve

nell’

imbalsamarne

come ad uom vivo, per

giorni gli onori militari, illuminato

il

il

cada-

ventisette

suo padiglione, e guar-

dato da uomini sempre in arme. L’amore de’ Veneziani fu testimoniato con funerali solenni, con un elogio detto da e con un monumento nella chiesa di Santo Stefano con latina iscrizione, e una provigione alla

Andrea Navagero: moglie ed

Nè

al

figlio,

la gloria

eredi della gloria paterna.

sua fu per tradimenti oscurata: dalla rapidall’ indole calda e bollente vennergli

dità delle risoluzioni

,

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.

43 disastri e sconfitte: incompatibile

ambidue

Pitigliano; necessari

La

pubblica.

con Nicola Orsini conte di

nelle vicissitudini della

Re-

scienza militare quanto altri del suo tempo

conosceva: per velocità delle marcie prodigioso, a niuno

secondo per coraggio, peritissimo nella militare architettura,

La

che sta memoria in Trevigi.

di i

gradi percorse

carriera delle armi in tutti

paggio d’un gentiluomo romano, genera-

,

lissimo de’Veneziani. Se in lui vedevi soverchia la piccolezza

ed

esilità del

grande

dell’

corpo, se ignobile l’aspetto, presto lo giudicavi

animo, schietto, generoso, informato a virtù.

Alla perizia militare accoppiò un amore per

le lettere

caldissimo; e fu detto che ne’ quattro anni di sua prigionia in Francia scrivesse

proprj commentarj, bastandogli una

i

cannuccia e poca polvere bagnata nel vino. Corrispondenza

di

mantenne con uomini egregi. Ed altrettanto onorevole è alla sua memoria un principio di accademia fondata da lui in Pordenone luogo che gli avea donato la Repubblica. affetto

,

Costanti furono in lui

le

eminenti

nelle

e le più

sin

:

uomini,

razione degli

virtù di

per la

conosceva pericoli, in mezzo percorrente

a’

uomo

sconfitte

forza di alle

e di soldato,

meritava l’ammi-

animo, che non

disgrazie

nuovi sperimenti. Grande per

indomabile,

E quando a Venezia,

il i

l’amore

lui

dei soldati, più grande la stima che ne facevano

i

nemici.

suo cadavere venne trasportato solennemente suoi soldati

passarono in armi sotto Verona,

nè permisero che a Marcantonio Colonna, capo della guarnigione in quella città,

si

gli storici dicessero,

lommeo

di

Alviano

richiedesse un salvocondotto; affinchè

che nè in vita nè in morte timido innanzi al nemico.

Barto-

fu

Cam iòta

Turi n ga Di

Costanzo.

Non mi

pare di lasciar addietro un atto notabile di una donna messinese, chiamata Corniòla Tnringa,. degnissima d’essere connumerata tra le più illustri donne ene siano

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,

44 state

mai. Costei trovandosi molto

Goffredo

di

Marzano, conte

di

riera,

e

udendo che

Squillaee, tenea

prigione

Orlando d’ Aragona, e dimandava dodici mila ducati di taglia, e che re Piero (*) per sdegno che aveva concepito che Orlando era stato autore

dell' infelice battaglia

sopra Lipari

modo alcuno pagare Intaglia, spinta da animo generoso mandò in Napoli dove Orlando si trovava prigione, non volea

in

,

e gli offerse di pagar ella la taglia, purché volesse torla per le-

gittima moglie. E Orlando, che vedea preclusa ogni via ed ogni

speranza

di

libertà, accettò questa, e per

sua promise, giunto che fosse a Messina,

uno

per cara e legittima moglie: e con questo

andò a

trattar

il

matrimonio, trattò con

la libertà per dodici

mila

fiorini

scritto di

man

di sposarla e tenerla

il

il

medesimo che

conte di Squillaee,

di taglia.

I

quali

pagati

tempo, Orlando venuto a Messina libero, non ricordarsi più di Camiola, come l’avesse mai veduta; e richiesto da parte di lei, che volesse attendere quel che aveva promesso, rispose che non conveniva a uomo di sangue reale pigliare donna di sì basso affare. Della qual cosa sdegnata, Camiola il fe’ chiamare a corte, ed i consiglieri del re, ohe vedevano che alla povertà del in brevissimo

mostrò

di

re e al bisogno che avea, d'acquistar benevolenza per l'isola,

conveniva di lando a fare

far giustizia il

senza rispetto, condannarono Or-

matrimonio.

Ed

essendo apparecchiata la

casa della donna con molta splendidezza, e la persona di lei

bene addobbata di ricchissime vesti, quando venne Orlando

con gran compagnia per fare lo sposalizio, disse ch'ella, dacché lo conobbe tanto vile, che, venuto in Messina, non volle attendere la parola sua, avea deliberato di non volere per marito un uomo che con tanta dappocaggine ed ingratitudine

aveva offuscato lo splendore del sangue reale, ma che poi aveva voluto farlo convenire in giudizio, non già pentita del primo proposito, nè con animo di volerlo più. ma per (1) il

Pietro d'Anigona, allora regnante in Sicilia, mentri’ gli Angioini tenevano

regno

ili

Napoli.

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45 fare più nota la

a un

E

mala qualità

di lui, e

che

gli

donava, come

uomo

partito

pore di stero.

miserabile, la taglia che aveva pagata per lui Orlando con molto scorno suo, la donna, con istui circostanti, andò a farsi monaca in un monaquale diede gran parte delle sue ricchezze.

tutti al

Roma

saccheggiata nel 1527 dalle bande di Carlo V. OlUOOI AUDI Ni.

Alloggiò Borbone U) con l'esercito, nei prati presso a

Roma;

quinto dì di maggio,

e con insolenza militare

un trombetto a dimandare di

il

il

Roma, per andare con

mandò

passoni pontefice per la

l’esercito nel

reame

di

città

Napoli:

e la mattina seguente in sul far del giorno, deliberato o

morire o

di vincere (perchè certamente poca altra speaccostatosi al borgo dalla banda Monti e di Santo Spirito, cominciò un'aspra battaglia; avendolo favorito la fortuna nel fargli appresentare l’eserdi

ranza restava alle cose sue 1

,

dei

cito più

sicuramente per beneficio

di

una

folta

nebbia, che

levatasi innanzi al giorno, lo coperse insinoa tanto

costarono

al

si

ac-

luogo, dove fu cominciata la battaglia. Nel

principio della quale Borbone, spintosi innanzi a tuttala

gente per ultima disperazione, non solo perchè, non otte-

nendo

la

perchè

gli

non

vittoria,

parve

i

gli

restava più rifugio alcuno,

fanti tedeschi procedere

•

ma

con freddezza

a dare l’assalto, ferito, nel principio dell’assalto , di un archibuso, cadde in terra morto.

E

nondimeno

la

raffreddò, anzi accese l’ardore dei soldati.

I

morte sua non quali, combat-

tendo con grandissimo vigore per spazio di due ore, entrarono finalmente nel borgo, giovando loro non solamente la debolezza grandissima dei ripari,

ma

eziandio la mala resi-

stenza che fu fatta dalla gente; per la quale, (1)

Il

duca

ili

come molte

Borbone, francese, diserbilo a Carlo V, e da

nerale dell'esercito d'Italia.

lui fatto

ge-

•

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,

46 volte, si dimostrò a quegli, ohe per gliesempj antichi non hanno ancora imparato le cose presenti, quanto sia diffe-

altre

rente la virtù degli uomini esercitati, dalla turba collettizia e dalla moltitudine popolare.

romana

della gioventù

Perchè era

sotto

i

alla difesa

una parte

loro caporioni e bandiere del

popolo; benché molti Ghibellini e della fazione Colonnese desiderassero, o almanco

sperando per

riali,

non temessero la vittoria degl’impenon avere ad

rispetto della fazione di

il

essere offesi da loro; cosa che anche fece procedere la difesa

E nondimeno, perchè è pure difficile espusenza artiglieria, restarono morti circa mille

più freddamente.

gnare

le terre

fanti di quelli di fuora; di

i

quali,

comesi ebbero aperta la via

entrare dentro, mettendosi ciascuno in

fuga, e

concorrendo

molti

al

manifestissima

castello, restarono

totalmente abbandonati in preda dei vincitori.

che aspettava

Ed

il

i

borghi

pontefice,

successo nel palazzo di Vaticano, intesogli

il

inimici essere dentro, fuggì subito con molti cardinali nel castello;

dove consultando se era da fermarsi quivi, opure

per la via di

Roma, accompagnato dai cavalli leggieri della sua

guardia, ridursi in luogo sicuro, destinato ad essere esempio delle calamità

che possono sopravvenire

ai

pontefici

,

ed

anche quanto sia loro,

difficile a estinguere l’autorità e maestà avuto nuove della morte di Borbone, e che tutta la gente,

costernata per la morte del capitano, desiderava di fare accordo seco,

mandato fuora a parlare con

infelicemente capitani

il

manco

i

capi loro, lasciò indietro

consiglio di partirsi,

non stando egli e i suoi

irresoluti nelle provvisioni del

difendersi,

giorno medesimo gli non avendo trovato nè ordine nè consiglio di difendere il Trastevere, non avuto resistenza alcuna, vi entrarono dentro non trovando più difficultà donde la sera medesima a ore ventitré entrarono per ponte Sisto

che fossero nelle spedizioni. Però

Spagnuoli

,

;

nella città di città,

il

come

Roma

si fa

,

;

dove tutto

il

resto della corte e della

nei casi tanto spaventosi, era in fuga ed

in confusione.

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,,

47 Entrati dentro, cominciò ciascuno a correre tumultuosamente alla preda non avendo rispetto non solo al nome ,

ma

degli amici ed alla autorità e dignità dei prelati, ai

templi,

ai

eziandio

monasteri, alle reliquie, onorate dal concorso

mondo, ed

Però sarebbe impossibile non solo narrare, ma quasi immaginarsi le calamità di quella di tutto

città;

il

alle cose sacre.

impossibile a narrare la grandezza della preda, essen-

dovi accumulate tante ricchezze, e tante cose preziose e rare cortigiani e di mercanti.

e

il

numero grande

Ma la

fece ancora

dei prigioni, che

si

maggiore

con grossissime taglie: accumulando ancora famia, che molti prelati presi dai soldati , fanti tedeschi

di

la qualità

ebbero a ricomperare la miseria e la in-

massimamente dai

(che per odio del nome della Chiesa Romana

erano crudeli ed insolenti), erano in su bestie

con

vili

gli abiti

e con le insegne delle loro dignità menati attorno con gran-

dissimo vilipendio per tutta Roma; molti tormentati crudelissimamente, o morirono nei tormenti o trattati di sorte, che ,

pagata ch’ebbero la taglia, finirono fra pochi giorni la

vita.

Morirono tra nella battaglia e nell’impeto del sacco circa quattromila uomini. Furono saccheggiati

i

palazzi di tutti

cardinali eccetto quei palazzi che (per salvare

che vi erano rifuggiti con le

le

i

i

mercatanti

robe loro, e così le persone e

robe di molti altri) fecero grossissima imposizione in denari;

ed alcuni di quelli, che si composero con gli Spagnuoli, furono poi o saccheggiati dai Tedeschi, osi ebbero a ricomporre con loro.

Compose

la

marchesa

cinquantamila ducati

,

di

Mantova

altri che vi erano rifuggiti, dei quali fu

suo

figliolo

il

suo palazzo

in

che furono pagati dai mercanti e da

fama che don Ferrando

ne partecipasse di diecimila.

Il

cardinale di Siena

nome impecomposto sè e il suo palazzo con gli Spagnuoli, fu fatto prigione da’ Tedeschi; e si ebbe ( poiché gli fu saccheggiato da loro il palazzo, ed egli condotto in borgo col capo nudo con molte pugna) a riscuotere da loro con dedicato per antica eredità dei suoi maggiori al riale, poich’ebbe

cinquemila ducati. Quasi simile calamità patirono

i

cardinali

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.

,

.

V

48 4

Minerva ed il Ponzetta, i quali, fatti prigioni dai Tedepagarono la taglia, menati prima l'uno e l’altro di loro

della schi.

a processione vilmente per tutta Roma.

I

prelati e cortigiani

spagnuoli e tedeschi, riputandosi sicuri dalle ingiurie delle loro nazioni, furono presi e trattati

che

non manco acerbamente

gli altri.

Sentivansi

gridi, l'urla miserabili delle

i

monache

delle

rapite dai soldati, potendo

essere oscuri ai mortali

donne romane, e veramente dirsi

giudizj di Dio, che comportasse tanta

i

bruttezza e miseria. Udivansi per tutto infiniti lamenti di

quegli eh'erano miserabilmente tormentati, parte per astringergli a fare la taglia, parte per manifestare le robe ascoste.

Tutte

cose sacre,

le

i

sacramenti e

le reliquie dei santi, delle

quali erano piene tutte le chiese, spogliate dei loro ornamenti

erano gittate per terra

nesi,

cose più vili) tolsero poi

le

che

il

barbarie tedesca

villani dei

Colon-

sacco a più di un milione di ducati;

biglie avessero

di

maggiore. (I)

i

che vennero dentro: Fu fama che, tra denari, oro, argento

e gioje, fosse asceso

ma

la

Quello che avanzò alla preda dei soldati

infiniti vilependj.

(che furono

aggiungendovi

,

cavato ancora quantità molto

(*)

Di questo fatto, uno

ile'

più famosi o deplorati, cosi piangeva

Vorrei qui (dico) per esempio porre

Quel dì cui piu crudel non vide

il

Le tue vergini sacre a sole.

Piu crudele spettacolo e più fiero Della cittì del suceessor di Piero.

(Quando, correndo

gli

anni del Signore

Cinquecento appo mille e ventisette, Allo spaglinolo, al tedesco furore,

A quel d' Italia in preda Iddio la delle; Quando il vicario suo nostro pastore Nelle barbare man prigione slette; Nè fu a sesso, a grado alcuuo. a stato Ad 1

eli,

Dove Furon

Oh

nè a Dio pur perdonato

casti altari, ai

i

tempi sacrosanti.

cantan laudi e sparge incenso,

di

sangue picn

tutti e di pianti.

peccalo inaudito, mfando, immenso!

Per terra

tratte far

il

mille scorni tratte pe* capelli.

E

leggier cosa dir che

Fur pasto delle

fiere

i

Berni:

mille torli,

A

corpi morti

e degli uccelli;

Ma ben

grave a sentire esser

Ami Ami

tempo qno’fb eran negli avelli; suon dell'estrema orribil tromba

al al

Esser Occhi Fin (ìli

risorti

stali cavali della tomba.

come

Si

in molli

looghi voler questi

infelici miei per

all*

pena loro,

ossa sepolte fur molesti

scellerati per trovar tesoro.

Ah Tevere crudel, che sostenesti, E tu, Sol, di veder si rio lavoro, Come non li fuggisti all oricronle E tu non ritornasti verso il fonte

f

Tossa de* santi,

E «quel eh' io tremo dir, quanto più penso, Vengo bianco, Signor, agghiaccio e turpe, Fu ia tua carne calpesta e il (no corpo.

Orlando Innamoralo. XIV.

Sfl.

17.

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49 Sfida di Barletta

.

Guicciardini.

Essendo per

andato un

la ricuperazione di certi soldati,

trombetto a Barletta per trattare, furono- dette contro a’Franzesi

da alcuni uomini d’arme

che ripor-

italiani certe parole,

trombetto nel campo franzese, e daquelli fatto risposta

tate dal

agl’italiani, accesero tanto ciascuno di loro, che, per soste-

nere l’onore della propria nazione,

si

convennero che

campo

in

sicuro a battaglia finita combattessero insieme tredici uomini

d’arme franzesi e tredici uomini d’arme

italiani

,

e

il

luogo

combattere fosse statuito in una campagna tra Barletta, Andria e Quadrato dove si conducessero accompagnati da

del

,

determinato numero di genti. Nondimeno per assicurarsi dall’insidie,

ciascuno de’ capitani con la maggior parte dell’eser-

cito accompagnò

i

suoi tino a mezzo del

che, essendo stati scelti di tutto

con l’animo e con

l’

l’

cammino, confortandoli

esercito, corrispondessero

opere all’aspettazione conceputa che ,

era tale, che nelle loro mani e nel loro valore

comune consentimento

si

con

fosse

tutti collocato l’onore di sì nobili

«li

Ricordava il viceré franzese ai suoi, questi essere quegli medesimi Italiani, che, non avendo ardire di sostenere il nome de’ Franzesi, avevano, senza fare mai esperienza della loro virtù, dato loro sempre la via, quante volte dall’Alpi avevano corso insino all’ultima punta d’Italia; né ora accendergli nuova generosità d’animo o nuovo vigore; ma trovandosi agli stipendj degli Spagnuoli e sottoposti a’ loro comandamenti, non avere potuto contraddire alla volontà di essi, i quali, assueti a combattere non con virtù ma con nazioni.

,

insidie e

datori

con fraudo,

degli

condotti

altrui

in sul

si

facevano volentieri oziosi riguar-

pericoli

campo, e

la ferocia di coloro, da’

;

si

tornati al consueto timore

,

gl’ Italiani

fossero

l’armi e

o non ardirebbero combattere,

o combattendo timidamente, CtXTÙ - Antologia Militare

ma come

vedessero a fronte

quali erano stati sempre battuti, ri-

- Parta

I.

sarebbero

facile

preda

loro, 4

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50

non essendo sufficiente scudo contro al ferro dei vincitori il fondamento fatto in sulle parole e braverie vane degli Spagnuoli.

Da

altra parte Consalvo

pungenti stimoli

(•)

gl’ Italiani,

infiammava con non meno

riducendo loro in memoria gli

antichi onori di quella nazione e la gloria dell’armi loro,

con

le quali

già tutto

il

mondo domato avevano;

essere

ora in potestà di questi pochi, non inferiori alla virtù de’ loro

maggiori, fare manifesto a ciascun che.se di tutti gli altri era da

pochi anni in qua stata corsa da eserciti

forestieri, esserne stata

de’ suoi principi,

i

Italia vincitrice

cagione non altro che la imprudenza

quali, per ambizioni discordanti fra loro

medesimi, per battere l’un l’altro l’armi straniere chiamate

avevano

;

non avere

i

alcuna per vera virtù,

Franzesi ottenuto in

ma, o

Italia

vittoria

ajutati dal consiglio o daH’arini

degl’italiani, o per essere stato ceduto alle loro artiglierie

con

lo

Italia,

spavento delle quali, per essere stata cosa nuova in

non per

la strada;

il

timore delle loro armi, essergli stata data

avere ora occasione

di

combattere col ferro e con ,

la virtù delle proprie persone, trovandosi pi-esenti a sì glo-

rioso spettacolo le principali nazioni de’ Cristiani e tanta

nobiltà de’ suoi medesimi, dall’ altra

i

quali così dall’

una parte come

avere estremo desiderio della vittoria loro; ricor-

dassinsi essere stati tutti allievi dei più famosi capitani d’Italia, nutriti

continuamente sotto

fatto in varj

l’

armi, e avere ciascuno d’essi

luoghi onorevoli esperienze della sua virtù, e

palma di rimettere il nome* non solo a tempo essi medesimi, o non si conseguendo per queste mani tanto onore, aversi a disperare che Italia potesse rimanere in altro grado, che

però, o essere destinata a questi la

italiano in quella gloria, nella quale era stato de’ loro maggiori,

d’

ma

ve l’aveano veduto

ignominiosa e perpetua servitù. Nè erano minori gli stimoli,

che dagli

altri

capitani e da’ soldati

(1)

uno e accenden-

particolari dell'

dell’altro esercito erano dati a ciascuno di loro, Consalvo Cùrdova. generale spaglinolo, dotto

il

Gran Capitano.

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,

51 dogli a essere simili di sè

medesimi, a esaltare con

virtù lo splendore e la gloria della

la propria

sua nazione.

Co’ quali conforti condotti al campo, pieni ciascuno d’animo

una delle parti fermatasi da una banda dello steccato opposita al luogo dove s’ era fermata l’ altra parte, come fu dato il segno, corsero ferocemente scontrarsi con le lancie nel quale scontro non essendo apparito vantaggio alcuno messo mano all' altre armi con grandissima e d’ardore, essendo

l’

:

,

animosità e impeto, dimostrava ciascuno di loro egregia-

mente

la

spettatori

sua virtù, confessandosi tacitamente per ,

che

di tutti gli eserciti

soldati più valorosi,

Ma

essendosi

tutti gli

non potevano esser

eletti

nò più degni a fare sì glorioso paragone.

già combattuto per non piccolo spazio

coperta

la terra di

di feriti

da ogni

,

e

molti pezzi d’ armature, di molto sangue

parte, e

ambiguo ancora l’evento

taglia, riguardati da’ circostanti

della bat-

con grandissimo silenzio,

ma quasi con non minore ansietà e travaglio d’animo che avessero eglino, accadde che Guglielmo Albiinonte, taliani

,

fu gittate

che ferocemente

da cavallo da un Franzese gli corre

,

il

uno degl’i-

quale, mentre

col cavallo addosso per

ammaz-

Francesco Salaraone correndo al pericolo del compagno,

zarlo,

ammazzò con un grandissimo a opprimere

l’

insieme con

l’

colpo

il

Albiinonte, da lui non

che

Franzese, che intento si

guardava, e

era sollevato

di poi

e col Miale che era in terra ferito, presi in mano spiedi che a questo effetto portati avevano, ammazzarono più cavalli degl’inimici.

Albiinonte

,

s’

,

Donde Franzesi, cominciati a restare inferiori, furono chi da uno chi da un altro degl’ Italiani fatti tutti prigioni. I i

,

quali raccolti con grandissima letizia da’ suoi, e rincontrando poi Consalvo che gli aspettava a mezzo

vuti con incredibile festa e onore

,

il

cammino,

restitutori della gloria italiana, entrarono

fanti

conducendosi

,

bando

i

prigioni innanzi, in

l’aria di suono di

rice-

ringraziandoli ciascuno

come

trombe e

di

come trionBarletta rimbom-

tamburi,

di

tuoni

d’artiglierie, e di plauso e grida militari: degni che ogni

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,

Italiano procuri quanto è in sè, che i nomi loro trapassino mediante l' istrumento delle lettere. Furono adunque Ettore Fieramosca capuano Giovanni Capoccio Giovanni Bracalone ed Ettore Giovenale romani Marco Barrellario da Napoli. Mariano da Sarni Romanello da Forlì. Lodovico Aniinale da Terni, Francesco Salamone e Guglielmo Albimonte siciliani. Miale da Troja, e il Riccio e Fanfulla parmigiani, nutriti tutti nell’armi o sotto i re d’Aragona o sotto Colonnesi. Ed è cosa incredibile quanto animo togliesse questo abbattimento all’esercito francese, e quanto ne accrescesse all’esercito spagnuolo, facendo ciascuno presagio da questa ,

alla posterità

,

,

,

i

esperienza di pochi del fine universale di tutta la guerra.

Di Antonio Giacomini

fiorentino. JaCoho Narui.

La

generosità dell’animo e la severità lo fecero parimente

ragguardevole e ammirabile negli

uffizj

della guerra e della

pace. Sicché quanto alla generosità, di che parleremo prima,

e quanto a quella parte che più

si

considera in una persona

congiungeva in maniera l'ardire con la prudenza, poteva più ragionevolmente, in ogni caso che avveuomo forte e costante, che troppo corag-

militare, egli

che

si

nuto fosse, chiamar

pericoli della guerra non cercava : Toner suo o della Repubblica lo richiedeva,

gioso e ardito. Perciocché

ma dove l’utilità e non

gli

i

schifava punto. Nondimeno, quantunque egli non

spaventasse de’ pericoli, non e lodevoli rispetti che

si

dimenticava però

convengono

al

di

si

que’savj

capitano, secondo

il

debito decoro di sua persona; sapendo molto bene che al ca-

pitano è cosa convenevole

dato

come

Ma

il

morire come capitano, e al sol-

soldato.

negli

uffizj

civili,

i

quali appartengono dentro al

go-

verno della Repubblica, non fu egli punto di minore grandezza e generosità d’animo: anzi fu molto sua speciale proprietà di natura, in ogni sua pubblica o privata azione, mostrarsi

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53 tutto intero e libero nel consigliare

e,

parlare: e anche non

di questa parte una singolare proCosì confessava ingenuamente di mancare di quelle

dissimulava punto di fare fessione.

che sogliono nelle

parti

città procacciare a’ cittadini favore

e grazia popolare. Perciocché ei non sapeva per natura, e

non voleva mai per arte simulare o dissimulare: e così sopportava mal volentieri e con fatica grandissima ne’ magistrati e le doppiezze e le simulazioni de’ suoi compagni, e l’audacia sopra tutto e l’arroganza in quelle persone nelle quali appariva grande l’ignoranza e l’imperizia;

E

come molte

avvenire suole.

fiate

massimamente

se ne conturbava dove

si

trattasse delle

cose di guerra: sopra le quali veramente egli parlava e

discorreva meglio che altro

cittadino.

Onde

sua com-

la

pagnia, ne’ collegi de’ magistrati, fu qualche volte ad alcuni

non molto gioconda. Nondimeno prevaleva agli

suo parere

il

le

più volte

specialmente nel Consiglio degli Ot-

altri e

tanta e de’ Richiesti e pratiche; nelle quali più larghe consultazioni,

luogo

allo

l'autorità

dei

particolari

cittadini

cade e dà

vere o ferme ragioni molto più facilmente, che

minor numero d’uomini. Il modo del parlare d’Antonio era tutto naturale e non punto ricercato; e piuttosto con una certe eloquenza militare che

non

fa ne’ magistrati di

civile. Era quando era si

nel parlar breve: la voce grave e sonora;

ma

sopraffatto dalla collera (che assai in lui poteva)

convertiva

in

acute, e

agli

orecchi

degli

ascoltanti

era poco grate.

Aveva

perseguitava

in odio e

scandali infiniti e pertubatori

per ispegnerli

,

i

ladri

della

come cagione

similmente in odio

le

bestemmie, e

le

di

umana compagnia: e, furti. Aveva

con gran diligenza ricercava

i

puniva aspramente

l

1

),

dico le parole contumeliose e disoneste, usate in disonore di

Dio e de’ santi:

ma

delle villanìe che si dicessero verso

(1) Non colla pena, ma con la correzione, col consiglio, coll'educazione, coll'esempio efficacemente s'insegnano i doveri religiosi.

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54 uomini teneva poco conto. Bene operava che offenditori si pacificassero. Molto manco

gli

e

gli

gli offesi

stimava

quelle parole che, dette lungi di lui, tornassero contro di

massimamente quando ei poteva dissimulare la ingiuria. Onde, avendo udito con le proprie orecchie uno che, giocando dietro al suo padiglione, aveva detto in collera una parola ignominiosa verso di lui, se ne rise: ma, essendo instigato sè

;

—

da qualcuno de’ suoi, che lo dovesse castigare, rispose: Se io posso dissimulare di aver ricevuto questa ingiuria, per-

me

chè vuoi tu che Servivasi in

l’addossi e riconosca

campo

come cosa mia?

»

volentieri, nelle cure e ne’ governi

particolari de’ suoi cittadini,

i

quali

non

fossero, e

non faccs-

seno, per loro spontanea volontà ed elezione, professione di

parendogli che gli uomini, in quanto soldati, di citta-

soldati,

dini diventassero mercenarj. ni

E perciò solevadire che gli uomi-

da guerra erano propriamente quelli cose

l’ altre

amavano

i

quali

non sopra tutte

e desideravano, e che sopra tutte le

cose temevano e aborrivano la guerra;

ma

quelli soli che.

e per la guerra e per la pace, erano volontarj e atti stru-

menti, secondo che alla patria accadeva servirsene ne’ bisogni.

Ma

tornando alla considerazione della severità

uomo

di

questo

era di grandissima maraviglia che egli fosse amato

,

e desiderato, riverito e temuto da’ suoi soldati: conciossial’odio. Ma il nostro Antonio, o sì fatta maniera la severità con umanità e piacevolezza congiunte, che la qualità che di così

cosaché dal timore nasca

per natura o per arte, aveva in la

fatta

composizione risultava

bile, e,

Ma

all’altre

che

lo

faceva senza dispregio,

ama-

senza odio, terribile.

il

egli

condimento efficacissimo

,

e potentissimo che, oltre

sue doti,

gli recava favore e grazia, era la liberalità usava sempre con ogni qualità di persone, non però di meriti ma con dritto giudicio e con somma

senza elezione

discrezione, spendendo e dispensando, e

scialacquando il

il

non dispergendo

e

suo. Avvegnach’ei fu povero, e nulla accrebbe

suo patrimonio

:

segno certissimo c argomento

infallibile

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55 del l’innocenza e lealtà sua

avendo avuto occasione e mezzo guadagni,

;

facilissimo di far molti ordinarj e straordinarj

per

li

commis-

molti magistrati da lui esercitati, e per le

che ne' maneggi delle guerre,

sioni generali

ne’ più travagliosi tempi che forse

Fu Antonio busto e in

statura più che

di

tutti

mai corresse

i

membri

assai

gli

la

furono date

nostra

città.

mediocre, di corpo ro-

bene proporzionato,

di

colore ulivigno, e di complessione collerica, declinante alla

melanconia.

Profondo e

meno in tutte le sue efficace, e

fermava

fisso

meditazioni

nelle

:

nondi-

azioni presto e risoluto, e molto pronto ed

impaziente dell’indugio: perchè credeva e af-

la pigrizia e la tardità, esser

nimica delle occasioni.

Nella gioventù e mentre era sano, paziente de’ disagi. eziandio parco nel vestire; e

ri de vasi

che

di quelli

Fu

si

di-

lettavano de’ soverchi ornamenti delle vesti, quasi che

non

avessero altra parte onde cospetto degli uomini.

si

rendessero riguardevoli

Fu similmente parco

privato, quanto alla delicatezza delle vivande

nel

nel suo vivere ;

ma la mensa

voleva che fosse abbondante, così nella vita domestica e privata, come quando era ne’ governi e negli eserciti.

Perchè era molto ospitale e largo nel ricevere gli amici; medesimi ai quali ei comandava in campo, trattandoli secondo la dignità del grado suo, intratteneva poi e accarezzava umanissimamente in casa secondo la loro qualità

e

i

come si conveniva a privato cittadino. Sicché la faminon lo faceva disprezzabile, ma amabile, come la maestà dei magistrati da lui esercitati non lo aveva fatto e

gliarità

odioso,

ma

venerabile.

Con l’astinenza e sobrietà del mangiare e del bere, come che non fosse perfettamente sano, si rendeva bastante a sopportare

le vigilie,

che nella guerra e ne’ tempi pericolosi

erano quasi eonfinove, andando egli spesse volte per il campo, sconosciuto e poco accompagnato, per vedere come facevano le guardie e per correggere punir quelli era rigidissimo: dicendo che

si

gli i

errori.

Nel

della

mi-

falli

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56 portano

lizia

congiunta troppo tosto la pena; della

seco

meno

quale ne sento non

Ma

mamente

delle cose gli

onori,

cavalli;

ma

che

alla fine la

e

il

che

delinquente.

il

il

valorosamente dai soldati: e difacevano correre come gli sproni

fatte

ceva che i

l'innocento

molto più fu egli larghissimo rimuneratore, e massi-

li

premio di questi era il palio, e tale possiamo dire che fosse

E

morte.

insieme delle opere

fine

di

di quelli

premio

il

quest’ egregio cittadino,

poiché egli ebbe speso la maggior parte de’ migliori anni suoi, e la

sua sanità ne’ servigi della patria.

Fine

della Repubblica di Firenze. Il

il

Ferruccio

0)

Varchi mio onorando, lo non vi so dire del Ferruccio tempo della natività; so bene che quando egli morì aveva

da 45 in 50 anni. L’educazione e la vita ch’egli tenne insinoa che egli andò a Napoli, non fu molto dissimile a quello che fanno

i

più, perchè non attese a lettere nè a discipline,

dalle quali egli avesse a trarre quell’appetito della libertà

e vita civile che egli mostrò poi essere in lui stette in bottega,

come

ignobili.

come fanno

Nè anche

in

la

,

maggior parte

perchè egli così nobili

questo esercizio consumò molto

tempo, perchè dilettandosi della caccia, volentieri stava in villa, la quale essendo lontana dalla città, gli toglieva il poterla

frequentare

,

e

perciò

si

ritrasse

dalla

bottega.

Dilettavasi nei primi tempi della sua giovinezza conversare

con uomini

maneschi; e ho sentito dire, che trovandosi un tratto alla taverna con Cajo e con altri bravi , venne a parole con Cajo, le quali moltiplicate, gli disse il Ferruccio < Taci, poltrone, che ti mostrerò che la tua spada :

il)

K una

lettera elle

il

Giannotti scriveva a Benedetto Varchi,

il

quale,

dovendo scriver la storia del suo tempo, ne chiedeva informazione ai testimonj oculari. Essendo lettera, è alquanto trascurata, come prova la frequente ripetizione dello stesse parole.

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57 è di paglia». Cajo, sentendosi ingiuriare di questa sorta,

venuto in collera rispose: bravi ?»

E

gli altri

vi si

«0

poltrone pennaiuolo, che tu

ambedue cacciarono mano alla spada, ma di mezzo e li divisero, e tra non

così

messero

molti giorni fecero fare loro la pace.

Insomma il Ferruccio si dilettò dell’armi assai e fu tenuto uomo che avesse animosità; ma non fu di quella sorta d’a,

nimosi che spaccano le

pentole ed

il

piattelli

squartano

,

ma tenne

;

i

sarti

,

rompono

e

più gravità, e

dilettò

si

con persone d’edificazione e riguardevoli.

di praticare

Visse

i

gli osti

modo che abbiamo

Ferruccio nel

all’anno 1527. Nel qual

tempo essendo

detto, infino

stato creato dalla

Repubblica fiorentina commissario Giovambattista Soderini

per condurre

le

genti fiorentine (le quali erano trecento

cavalli e cinquecento fanti

)

a monsignore di Lautrech,

il

quale andava a Napoli con l’esercito francese per tórre quel

regno, andò

il

Ferruccio seco, e

si

le azioni

militari, delle quali egli prese tanta sperienza sotto

commissario

,

tempo

valse, tutto quel

che durò l’assedio di Napoli, dell’opera sua in tutte

detto

il

che egli potette poi fare quell’onorate prove

che noi racconteremo.

Monsignore di Lautrech si morì, e non dopo molti giorni con che assediava Napoli restò al governo di marchese di Saluzzo; fu nel 1528 rotto dagl’imperiali senza fatica alcuna, per essere, per le frequenti morti e malattie, in gran parte diminuito; dove

l’esercito

quel matto del

furono rotte ancora

mavano

le

le

genti

Bande Nere; per

fiorentine, le quali .la

ruccio

essendosi

prigione ancora

molti lui,

e

chia-

si

qual rotta rimase prigione

Ed

Fergiorni avanti ammalato, rimase dopo alquanto tempo riscattatosi, si

e ferito Giovambattista Soderini commissario.

il

liberò o tornò a Firenze.

Dopo la rotta Renzo da Ceri

dell’esercito di

Lautrech a Napoli,

il

signor

inteso che egli ebbe la rotta dei Francesi,

con quella gente uscito poi di quivi

fece alcune prede e

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58 riaprii

agl’imperiali, ondechè parendogli luogo atto per far

testa, e

da poter poi procedere più

oltre,

persuase

Francia a mantenere quelle genti in quel luogo

,

il

re di

ed a cre-

un esercito da poter uscir fuora alla campagna, e combattere con gl’imperiali, se l’occasione e massimamente perchè i Veneziani tese ne mostrasse nevano Trani e Monopoli. Al re parve cosa da non disprezzare, scerle tanto, che

si

facesse

,

e giudicò che bastasse tenere quella terra, acciocché gl’imperiali

avessero nel regno quella molestia, talché non

si

potessero indirizzare ad altra impresa che alla pace, alla quale

dopo tante rovine s’era tutto inclinato e mentre che Lautrech venne a Napoli, se ne tenne sempre qualche pratica, ma volle ;

ben

far forza

che

i

Fiorentini concorressero a quella spesa.

per dar ordine a tutta questa cosa

mandò in

Italia

il

E

visconte di

Turena, capitano dei gentiluomini, il quale quando fu stato in Venezia per ragionare con quelli illustrissimi signori del modo e dell’ordine del fare e mantenere quella guerra, venne a Firenze, dove parlò a quei signori dell’utilità e comodo che si traeva nel mantenere il signor Renzo in

ma

che il re rimetteva prudenza loro. Fu giudicato che il re facesse tento onore ai Fiorentini, acciocché, se essi consigliassero, che tele impresa si facesse, Barletta con accrescergli le forze;

tutta questa cosa al giudizio ed alla

eglino ancora ne avessero tutte la spesa, e la cura dei disordini che potessero nascere

:

onde nacque che consultata

cosa, fu risposto che alla Signorìa

,

la

non stava a deliberare

e consigliare così fatta impresa, ina che

il

re deliberasse

da fare; e quando avrebbe deliberato di che la Signoria di Firenze concorrerebbe a quella porfosse convenevole allo stato loro. della spesa, che zione Parve finalmente a quegli agenti del re che l’impresa egli, se ella fosse farla,

si

facesse, e

che

i

Fiorentini concorressero alla spesa per

E così bisognò molte volte mandar uomini e denari a Barletta, e l’ultima mandate fu per le mani del certa rata.

Ferruccio,

il

quale fu mandato con seimila scudi fra denari

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59 e panni a Pesaro, dove erano

signor Renzo:

o

i

danari

i

ma innanzi che egli

consegnasse loro i panni,

venne nuova come l'accordo

,

conchiuso; la quale nuova sentendo tornò con

le

robe e con

i

per conto del

ricevitori

il

di

Cambray

era

Ferruccio, se ne

denari a Firenze, facendosi beffe

dell’importunità dei ricevitori del signor Renzo,

i

quali ne

avrebbero voluto portare quei denari. Successe poi la guerra di Firenze, nel principio della quale, fu

Soderini,

mandato commissario in vai di Chiana Tommaso quale avendo bisogno d’uno che lo servisse in

il

molte azioni

di

guerra, come a pagar soldati, rassegnarli,

ed altre cose, fu consigliato che menasse seco Egli indotto da

il

Ferruccio.

persuasioni lo ricercò, ed avvegnaché al

tali

Ferruccio non paresse che la cosa fosse secondo

il

suo grado,

essendo ancor egli nobil fiorentino, nondimeno per far servizio alla patria

Servissi

il

non ricusò

commissario

tale andata.

di lui in

ogni che fosse d’impor-

tanza, ed egli eseguiva tutte le commissioni con quella dili-

genza e prontezza che si può desiderare. Successo poi Zanobi Bartolini si servì dell’opera sua in quel modo che aveva fatto Tommaso: e per l’occorrenze della guerra lo mandò a Perugia al signor Malatesta Baglioni. e da lui fu mandato a Firenze, dove, eseguite le commis,

sioni di quel signore, ritornò al commissario, e poi a Perugia.

Fu

poi fatto successore di Zanobi Bartolini

cesco degli Alberti

,

al

tempo

Anton Fran-

del quale, Malatesta s’accordò

con grimperiali, e uscito di Perugia venne con tutte le genti che aveva seco mandategli dai Fiorentini, e l’altre che erano in Val di Chiana. 11 Ferruccio venne ancor egli

con Malatesta, che fu nel mese di ottobre 1529. Amministravansi le cose per ordine del Malatesta e dei cittadini che erano al governo e non era adoprato il Ferruccio in cosa alcuna, ed egli

si

stava quieto, e senza intro-

mettersi nelle faccende pubbliche, perchè

non era chiamato.

Pure, avvenne che, essendo commissario

in

Prato messer

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,

60 Lorenzo Soderini il quale governava in modo la terra che soldati che v’erano alla guardia se n’erano insignoriti parve ai Dieci ( per le molte querele che avevano del suo cattivo governo) di mandargli un compagno, col quale di ,

i

pari consenso governasse la terra, e

Ferruccio,

il

il

venne

in considerazione

quale approvato da ciascuno

Prato, dove in maniera

si

si

trasferì

portò, che egli ridusse

i

a

soldati

all’ubbidienza, ed altre azioni di guerra amministrò di sorta,

che molto fu commendato.

Ma

venuto poi in discordia con

commissario, parve ai Dieci di cavarli

l'altro

darono

il

due;

tutti e

mandare un commissario a Empoli,

e bisognando

vi

man-

Ferruccio.

Arrivato dunque in Empoli, la prima cosa alla quale egli diligentemente attese, fu

il

ma-

fortificare la terra in

niera, che con poca guardia di soldati la potesse difendere

da ogni moltitudine, ed assai per tempo a quest'effetto spianò la terra aveva assai grandi e belli, e fece bai borghi che stioni

ovunque bisognava; ed alcuni mulini

messe contro ripari dentro; e tutte lunque sorta fece metter dentro. Nel governare la terra si portò i

così dai soldati

come

le

eh’ erano fuori,

vettovaglie di

qua-

che da

tutti,

di sorta

dai terrazzani, era

amato e temuto,

perchè non permetteva ai soldati che usassero violenza alcuna; e quando in questa peccavano li castigava severamente, ed

i

soldati

debiti premj,

pagava bene ristorando a chi accrescendo

le

fatiche

lo stipendio,

loro con

ed a chi dando

un grado ed a chi un altro.

Era

la

guardia

di quella terra

intorno a 500 fanti con

alcuni pochi cavalli, tanto che, per pagarli, ogni

sognava intorno a duemila scudi.

E perchè

mese

la spesa

bi-

che

si

faceva in Firenze era grande, e con difficultà potevano

provveder facesse

fuori,

però dettero commissione

una nuova annona

11

)

al

Ferruccio che

di tutte le vettovaglie, cioè

vino, grano, olio e biade, di sorta che di quella traesse (1)

Provvista.

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61 tanti danari

che potesse pagare

le genti; la

qual cosa egli

eseguì con tanta diligenza che non ebbe mai più bisogno di dar molestie a Firenze.

Ma mentre egli era occupato in questi mestieri fastidiosi, non mancava a quel che si richiedeva; laonde trascorrendo i nemici per quel paese, mandava spesso fuori le sue genti a combattere e scaramucciare e quando avveniva

assai spesso

;

che

suoi

i

rimanevano

quando

al di sotto, e

siccome la fortuna della guerra.

Ma

al di sopra,

perchè in

tutti

i

com-

battimenti non successe cosa notabile, però gli lasciava andare e dirò come, insignoritisi gli Spagn-uoli di

San Miniato,

avean

pel paese scor-

lasciati

200

fanti

,

i

quali

andavano

rendo, facendo danni, e tenevano infestato la qual cosa era

molto dannosa; laonde

il

il

cammino di

Pisa,

Ferruccio deliberò

levarsi quella molestia d’in su gli occhi, ed assicurare

detto

cammino

vi

il

e per questo uscì egli con parte delle genti che

aveva in Empoli, ed andò a combattere detto castello. L’assalto fu gagliardo, e la difesa non minore: pure il Ferruccio entrò per forza dentro, e tagliò in pezzi quelli che l’aspettarono; e così ricuperò

il

castello, e vi lasciò Giuliano

scobaldi a guardia con tanta gente

Fre-

che era sufficiente a

tener quel luogo, ed egli col resto se ne tornò a Empoli.

Avendo Piero,

poi inteso che il signor Piero da Castel San doveva passare col suo colonnello di fanti tra MonSan Romano, deliberato di tagliargli

topoli e la torre di ii

passo e combatter seco,

mandò

a chieder gente a

poli, e far quella fazione: e perciò fu

missario di Prato che gli mandasse cinquecento

fanti,

Emcom-

dato ordine al i

quali

mandò con gli altri di quelli di Empoli a fare un' imboscate in quel luogo, dove quel signore aveva a passare. La cosa fu ordinata dal Ferruccio prudentemente, e arrivati che furono, gli

gli esecutori

che

il

usarono ogni diligenza che fu loro possibile, tento

signor Piero dette nell'imboscata, e senza aver rimedio

alcuno fu rotto intieramente, eon

la

morte di molti dei suoi. In ed egli con

queste notte rimasero prigioni sette capitani

,

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62 fatica fuggì dalle inani dei nemici.

genti del Ferruccio tornarono in

Avuta questa vittoria, le Empoli con grande alle-

grezza di ciascheduno.

Già cominciava

la città

quale cosa sentendo

la

il

a patire per mancamento di carne, Ferruccio, messe in ordine cento

buoi, e la notte del venerdì gli avviò verso Firenze con

una scorta

cinquecento fanti ed alcuni cavalli e buone

di

guide, talché la mattina seguente arrivarono a Firenze a sal-

vamento, con gran copia di salnitri che aveva in sacelli distribuiti ai fanti, la qual cosa riempie d’allegrezza tutta la città.

Era

in

Volterra commissario Bartolomeo Tebaldi, dove

s’erano rifuggiti Bartolomeo Acciajuoli e i

quali,

veduta

la

si

ribellò, e

importanza, deliberarono

gli

parendo

il

luogo

sei

di

qualche

avversarj di far prova d’avere

fortezze; e per questo effetto fecero venire

le

e

Taddeo Guiducci,

dappocaggine del commissario, operarono

sorta che la terra

di

di

Genova

pezzi d’artiglieria grossa, con molte palle e munizioni,

davano ordine

di

combatterla.

La qual

cosa intesa in

Firenze, fu giudicato che fosse da far opera che elle non si

perdessero; e perciò

quecento

fanti e

mandarono

cencinquanta cavalli

Ferruccio con cin-

il

,

ed a lui commessero

che con quanto maggior prontezza potesse Volterra, e fornisse

le

si

trasferisse a

fortezze di quello che bisognava, e

Empoli con le dette genti. Partissi un giorno da mattina il Ferruccio senza aver comunicato il disegno suo a persona e alle 22 ore con prestezza arrivò, di modo che quelli che avevano occupata la terra non intesero la venuta sua se non quando egli fu nelle fortezze, dove non trovò neppure da poter rinfrescare le genti che aveva menate; però, per non dar tempo ritornasse a

,

ai

nemici di metter nella terra più gente, deliberò d’uscir

fuora a combatterla.

Era

nella terra

Taddeo Guiducci commissario

del papa,

e Giovambattista Borghesi con trecento fanti con tutti quelli della terra,

i

quali avevano preso Tarmi per difenderla dal

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.

63 Ferruccio; e prima avevan fatto certi ripari contro a quelli

che dalle fortezze uscissero, dove avevano piantata l’arche avevano condotta, e

tiglieria

si

facevano

guardie

le

convenienti continuamente.

Ferruccio dunque, uscito fuori a 23 ore, assaltò quei

Il

dove trovò assai buona resistenza; nondimeno

ripari

con

morte

la

di molti de’ suoi e dei

nemici,

li

superò

quali, ve-

i

dendosi vinti, cominciarono a mover qualche pratica d’accordo, la quale

il

venuta la notte, e

Ferruccio non ricusò; il

ma

combattimento partito

essendo già fece

,

Fer-

il

ruccio tirar l’artiglierie clic aveva tolto agli avversarj sotto le

mura

delle fortezze, poi

conchiuse l’accordo

terrani con queste condizioni

.

Vol-

coi

che Volterra fosse data a

discrezione, e che ai soldati fosse concesso l’andarsene.

In questo tempo arrivò Fabrizio Maramaldo, con un colonnello

t

1

)

di diecimila fanti per

trovando

la terra

perduta,

d’Oranges venisse ordine

modo che

si

combattere

fortezze;

le

ma

fermò tanto, che dal principe

di quello

che s’avesse a fare;

di

non potette fornire le fortezze e tornarsene a Empoli, e massime che, dopo la partiti sua di quivi, il marchese del Vasto con gli Spagnuoli e molta gente italiana e con artiglieria era venuto a combattere Empoli, il quale poi per tradimento prese e saccheggiò. Dopo il qual sacco, il marchese si condusse a Volterra con tutti quella gente e con l’artiglierie e congiuntosi con Fabrizio Maramaldo dette ordine a far Ja batteria! 2 ), la quale fu assai grande, non facendo le mura resistenza alcuna. La qual cosa vedendo il Ferruccio con grandissima celerità fece fare il riparo, dove la batteria si faceva, togliendo però tutte quelle masserizie e cose che dai il

Ferruccio, essendo questi gente

fuori,

,

,

luoghi vicini potette trarre; e così provvedutosi tutte le cose fu dato

opportune per

,

ed ordinate

la difesa, aspettava l’assalto,

il

qual

due volte dagli Spagnuoli animoso e grande, e quelli

(1)

reggimento.

(2)

la breccia.

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64 del Ferruccio

si

portarono

valorosamente, che gl’inimici

sì

senza aver fatto frutto alcuno vi lasciarono morte meglio

che mille persone. In questo combattimento fu percosso

da un sasso

di

il Ferruccio modo, che, non potendo stare una seggiola dovunque bi-

in piedi, si faceva portare in

sognava, e così non toglieva

la

che la ricercava. Finalmente poter

far

tornarono

frutto al

alcuno,

campo

si

presenza sua a quell’azione

gli

avversarj vedendo di

sotto Firenze e nel contado di

Pisa.

Ferruccio, ingrossato di gente e lasciate buone guardie

Il

Volterra, se ne andò per la via di

in

non

levarono dalla terra e se ne

Livorno a Pisa,

dove entrando con quella gente, tutta in ordinanza incontrato dai commissarj e da tutte le persone di qualità che erano in quel luogo, dette magnifico spettacolo a tutta quella terra. Già cominciava la città di Firenze a patire grandemente per mancamento di tutte le vettovaglie, ed anche si cominciava ad aver difficoltà nelle provvisioni dei denari per pagare i soldati, di modo che tutta la città si stava di mala voglia, e tutta la speranza che aveva di bene era collocata nell’ajuto del Ferruccio, perchè nei capitani che erano dentro (cioè il signor Malatesta ed il signor Stefano) non avevano .

fidanza alcuna, giudicando che l’uno fosse corrotto dal papa,

non potendo disporre l’altro a far cosa alcuna che piacesse per essere egli di natura poco persuadibile, e non si curando più che l’impresasi vincesse, vedendo che la cosa era ridotti a termine, che, vincendosi, tutti la gloria era del Ferruccio e non sua: e perciò s’era unito con Malatesta per farla

e

loro,

mal capitare, laddove prima

egli

infino al cielo , e perseguitava

il

1

commendava

il

Ferruccio

Malatesta.

Fiorentini adunque sollecitavano

il

Ferruccio che ne an-

dasse a Firenze con più genti che egli potesse, e l'animo loro era di combattere con gli avversarj aprisse.

ma

.

Ma il Ferruccio s’ammalò per

e far sì che l’assedio i

si

tanti disagi sopportati

:

guarito a capo a quindici giorni, ed accresciuto di genti e

denari

,

che avevano

i

mercanti fiorentini

di

Lione mandati

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65 a Pisa, per opera e diligenza

di

Luigi Alamanni, con tremila

tanti e trecento cavalli, e col signor

Giampagolo Orsini che era

poco innanzi arrivato da Venezia a Pisa, il

Lucchese, e poi per

tagne

di Pistoja,

maldo

il

partì

da quivi, e per

salì in sulle

mon-

Maranon volle

tenendogli sempre dietro Fabrizio

col quale egli

,

si

contado di Pescia,

,

per non perder tempo

,

combattere, non ostante che da molti fosse consigliato a combatter seco; ma egli s’affrettava tanto d’essere a Firenze presto, sapendo che la

città si

ritrovava in grande il cammino. San Marcello riposò

strettezza; e senza tener conto di lui, seguitò

E

montagna

così arrivato in su la

alquanto

i

soldati,

i

di

,

quali s’erano tutti bagnati per un’ acqua

luogo era piovuta; e poi che alche quanto ivi ebbe dimorato, seguitò il cammino verso Gavinana, lontano da San Marcello quattro miglia, dove già neH’arrivare in quel

le genti del

principe d’Oranges erano arrivate, talché l’una

parte e l’altra entrarono nel castello. Il principe d'Oranges, avendo inteso che i Fiorentini solil Ferruccio a venire a Firenze, pensò che fosse meglio incontrarlo e combatter seco discosto dalla città, che, aver poi a combatter con tutti, ed anche giudicava che

lecitavano

se

il

Ferruccio arrivava a Firenze, gli conveniva ristringere

campo

insieme, onde

si

veniva l’assedio a dissolvere

menar seco

assai gente, senza

,

il

e per

E per poter

questo deliberò di andargli incontro e combatterlo.

temere che il campo avesse ad

esser assaltato da quelli di dentro, operò con Malatesta di sorta il

,

che egli

gli

promesse, per una cedola di sua

campo non sarebbe da

fu poi ritrovata in petto.

mano che ,

lui molestato; la qual cedola gli

Ma

se ne videro

anché

gli effetti

;

perchè, stimolando i magistrati Malatesta che facesse qualche

opra,

per la quale tutto

al Ferruccio, egli

che il

il

il

non volle

campo mai cosa

far

non andasse incontro alcuna, affermando

principe avea menato seco pochissime genti, e che

campo era benissimo

fornito, e

che non

si

poteva fare

cosa alcuna, consentendo seco ancora in questa opinione C*NTtf - Antologia Militare - Parte

I.

5

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66 signore Stefano

il

:

che era falsissimo perchè

il

il

principe

aveva menato seco tutto il nervo dell’esercito, così de’Lanzi,! come degl’italiani e Spagnuoli e tutta la cavalleria. Arrivarono dunque quasi in un medesimo tempo aOavinana, dove il Ferruccio, ordinate le genti il meglio che 1

potette per la brevità del tempo, s’appiccò

La

cavalleria dei nemici dette in

maniera

dalla quale fu in

rotta,

Il

i

ma

il

cavalli

,

si

fuggirono

principe fosse rotto.

principe, veduta la cavalleria rotta, e vi

d’arme.

una banda d’archibusieri

che

sbandati sino a Pistoja, e dette voce che

archibusieri

fatto

il

)

si

mosse tra

quelli

rimase morto d’una archibusata nel petto;

giungevano a otdel Ferruccio non erano più che

la moltitudine degli avversar)

tomila persone) e quelli

(

i

quali

tremila, vinse. Il

Ferruccio rimase prigione

quale

,

dopo che l’ebbe

fatto

di

Questo fu

il

fine di

Fabrizio Maramaldo,

disarmare

gnalata nel viso, e poi comandò

a’

,

gli

Francesco Ferruccio,

dubbio è stato ne’ suoi tempi

dette

il

una pu-

suoi che l’ammazzassero. il

quale senza

uomo memorabile

d’essere celebrato da tutti quelli che

hanno

e

degno

in odio la ti-

rannide e sono amici della libertà della patria loro,

come

fu egli, che oltre a tante fatiche e disagi sopportati,

messe

finalmente per quella la propria vita, ecc.

La battaglia di Goti nana raccontata da due soldati. Massimo

L'aspetto de' due

IV

Azeglio.

mostrava assai eh’ essi avean di fresco avuto parte ad un’aspra ed accanita battaglia. L’armatura a strisce d’oro di Lamberto, già così tersa e lucente , era appannata dalla ruggine e da un velo di polvere delle penne che ornavan l’elmo non vi era rimasta neppur una, ed appena n’avanzava il segno di due o tre fusti rotti soldati

:

U) Lanzichinevlii:

fanti tedeschi

armati di lancia.

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67 e spogliati.

bracciale sinistro era rotto, e tenuto insieme

Il

provvisoriamente da una funicella

sul petto poi e sui co-

;

scorgea l’ impronta di cento colpi e sul fianco destro l’ammaccatura profonda d'una palla. Fanfulla anch’esso era conciato, Dio lo sa! non avea elmo

sciali si

.

capo, ed invece un cappello, di sotto

in

panno che

capi d’un

che

pelli bigi

cagliato.

si

Avea

maltrattato

e

gli fasciava le

vedessero eran fasciato la l’

quale uscivano

il

tempie, ed

i

tutti impiastricciati

mano

sinistra

,

i

pochi ca-

disangue

e tanto sconnesso

arnese, che nel moversi crocchiava tutto

come una canna

fessa.

Ma alla momentanea, benché vivissima allegrezza,

prodotta

dal ritorno de’ due uomini d’arme, prevalse ben presto nel

cuor degli astanti del

il

doloroso e dominante pensiero della rotta

commissario Ferruccio. Cosi

abbujandosi di nuovo a

poco a poco gli aspetti, oran tornati

al

primo

silenzio, e

soltanto mentre Lamberto e Fanfulla si disarmavano, venivan

dicendo qualche interrotta parola, tutta piena di rammarico, di maraviglia e di lodi grandissime sulla terribile fazione di Gavinana; ed appena disarmati, deceva Niccolò con un sospiro, nel quale il dolore appariva temperato da virile fermezza:

— Ora, dacché a Dio piacque Lamberto

allora battendo

così, narrateci tutto

insieme

le

almeno!»

palme, e alzandole

congiunte insieme, esclamava, tutto infiammato in viso

— Ah! un eroe come mondo

il

Ferruccio non vi

fu,

non

vi sarà

:

mai più

non era degna d’un tal mani di quel E non aver potuto nè impedirlo nè farne vendetta ?... Eh, ma saprà ben farla Iddio la faranno gli uomini finché dura il mondo, finché la virtù, l’onore, l’amor di patria varranno più che la co-

al

uomo.

E

e l'età nostra sciagurata

!

pensar che tanta virtù sia

disonorato marrano traditore di

finita alle

Maramaldo

!

!

dardìa e

il

tradimento

!

»

Dette queste parole con impeto grandissimo, a un tratto,

mutando voce ed aspetto, proseguiva con amaro Oh, appunto, egli ha mestieri delle mie lodi »

—

sorriso:

!

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(58

un momento a pensare, come per raccoglier

Poi, rimasto le idee,

diceva con voce bassa e dolorosa

— Ecco dunque come s’

ammalò a Pisa

Governo

di

muoverle

giorni, chò tanto

nostra rovina

andò

:

Avrete saputo ch’egli

la cosa.

(piando appunto avea avuto l'ordine dal genti verso Firenze.

Perdemmo tredici

penò a risanare. E quella, per dio fu la come a Dio piacque, uscimmo una ,

!...

Basta

;

notte per la porto di Lucca.

Eravam

venticinque bandiere.

fanti, e non si giungeva a 500 cavalli. gente che ... e poi s’è vepuò dir Fanfulla duto a Gavinana che genti erano ma sotto il Ferruccio chi non sarebbe stato soldato !... Di munizioni poi non se ne discorre, egli avea provveduto a tutto: polvere, scale, ferramenti, biscotto: V' eran trombe da fuoco, moschetti da

Intorno a tremila

Ma

gente

... lo

.

.

.

.

.

.

.

.

porsi sui cavalletti, e mille cose... Si prese verso Pescia. e

per istrada un ordine! una disciplina! parevan una regola di frati...

Dicon delle Bande nere!

... Fanfulla,

l’abbiam ve-

dute... Di un po’ tu se queste avean loro invidia?»

Fanfulla rispose

bocca, che significa gran-

coll' atto della

dissima affermazione.

— Dunque

prese verso Pescia,

si

e,

come costoro

della terra

negarono il passo, ci volgemmo al castello di Medicina, ove s’alloggiò. E il domani a Calamecca. La mattina di S.'“ Stefano poi, che l’ultimo giorno di quel grand’uomo fu, ci

sul poggio, e

si salì

che

fummo

si

dovea andare al Montale. Ma arrivati due ribaldi cancellieri, il capitan

alle Lari, quei

Pazzagliae'l Melocchi gli si

... quello

i

che chiamano

Panciatiehi

diritto,

come

)

ma

valersi di noi per disfare

e tonti gliene dissero, che,

dicevo, al Montale, egli

a San Marcello

,

si

invece d’andar

lasciò

pur condurre

e sappiate che della rovina dell’ impresa

furon cagione quei due vituperati ribaldi, e non starò a paragone con chi della

bravetto,

il

misero attorno pe* nostri peccati (che non pensava»

costoro al servizio della città,

montagna

si

di Pistoja

altri,

e m»

vorrà !... che quegli arrabbiati

non

si

curano che rovini

il

mondo,

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.

.,

69 purché riescano a scannare uno della parte nemica emesser Francesco, Dio gliel perdoni, non dovea mai prestar il suo ;

ajuto a que’ pazzi furibondi ... Basta,

dicare quella grand’

anima

.

.

.

non tocca a me

il

giu-

avrà avuto suoi motivi. Egli, i

mostravan nemici e gli negavan vettovaglie, disse colFArsoli: E ci converrà alla fine forzar dolendosi che

i

popoli gli

si

—

qualche terra!»

Ed

anco, bisogna dire che que’ Cancellieri

avean promesso un ajuto di mille uomini, che mai si videro. In somma, in un pajo d' ore fummo a San Marcello. Quei della terra, veduto venirsi addosso quella rovina, avean sollecitato chi a sgombrar le loro robe chi a chiudersi e ,

fortificarsi nelle case, e molti

s’eran ridotti nel campanile.

E

su per la costa del Cerreto

dall' altra parte della terra,

era una processione di donne, s’

di

fanciulli, di

vecchi che

ingegnavano campar da quella rabbia , e tutti con qualche

fagotto in capo, carichi de’ loro faneiullini e di quante serizie di casa

mas-

avean potuto raccòrrò e portare, e tirandosi

dietro qualche asinelio, pur carico, o qualche loro vaccarella

od altro bestiame de’castagni, e

si

,

vedevano ora

si

sentivan insino

le

sì

voci e

ora no tra i

i

pianti delle

gruppi

donne

e de’ bimbi ... ed io venivo poco indietro da que’ duo ribaldi Cancellieri

e

,

vedevo che ridevano tra loro

biosa allegrezza negli

occhi

,

pascendosi

,

con una rab-

di quel

doloroso

spettacolo, e venivano instando onde sollecitasse, e dieevan

— Presto,

non ci fuggan tutti!... Ah! vi giuro eh’ io non so che santo m'ha tenuto di non dar loro della spada in sul capo che avrei tolto un gran puzzo dal mondo ... e, dipresto, che

,

cevo

io,

pensare che stiamo con tanti nemici addosso

Dio

lo sa!

contadini

E pel

E

con chi

la

. .

chi son essi

...

.

pigliamo? con que’ poveri disgraziati

?

Italiani ...

vero Dio, che s'egli

dovere

e

,

Tedeschi, e Spagnuoli, e mille diavoli, che anderà a finire.

ci

E

chisiamnoi? Italiani. Ah! molto bene il

flagella, e’ ci fa

e lo può dir Fanfulla, che gliene dissi subito

sto principio

— Que-

poco mi piace; invece di pregar Dio che ci dia

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.

70 vittoria, far questi brutti

che troppo In

fui profeta

somma, che

casa per casa a sfondar e dalle finestre tutto,

per

camera

l’

assassinamenti !...

?

appena nella

le porte,

terra,

Non dubitate, addosso

tutti,

ammazzar quanti potevano

archibusate fioccavano, e

le strade, nell’

si

combatteva per

interno delle case, per le scale, di

camera che que’ miseri

in

»

!

volete

disperati d’ ogni pietà,

,

,

volevan almen morire vendicati; e que’ due maladetti parevan

non potevo voltar

diventati cento;

non ve

vedessi, e facean cose che

li

occhio in un luogo che

l’

non so come la terra non

il Melocchi, che d’un suo particolar nemico avea trovato un bimbo venne in piazza ... l’ avea per una gamba ... e rideva all’ impazzata; lo rotò due volte e lo scagliò in una

s’

aprisse ... L'ho veduto io con quest’ occhi

nella casa di pochi

mesi

. . .

casa che ardeva! ...ancora sento l’acuto vagito di quell’ in-

nocente !

.

.

Oh

Dio

!

Dio! e potevi dar vittoria a cotali

non potendo impedire, e non volendo vedere mi tolsi di là eFanfulla meco, e andammo alla porta verso Gavinana ad aspettar che finissero quegli orrori ... A un tratto, chi vedo ? il Melocchi suddetto che veniva correndo con due altri, e mi dice Andiamo, andiamo,

assassini ?... Io,

cotali ribalderìe,

— arriveremo» ...Gli — Se non

:

presto, dietro quelli che fuggono, ci

che

avventammo come due mastini ...

qua sozzo ribaldo era morto. Così

si

!

» gli dissi

e

,

s’

li

tu

egli replicava

Intanto avean posto fine al loro furore, oliò le

campane di Gavinana sonare a

ruccio

,

avvisandosi fossero

i

Mezzalancia fuor della porta

,

levi di

scampare.

si

sentivan

furia a martello, ed

nemici

ordine le sue genti. Egli era, cogli de’

ti

una parola

ritrasse, e que’ poveretti poteron

Fer-

il

veniva mettendo in

altri capitani, nella

di Pistoja

,

e quel

casa

campo che

sorge dall’altra parte della strada su per la costa, era tanto

non si vedea che un ferro. un tempo scuro; ed acqua a bigonce: fu or-

stivato di soldati, che

S’era

fatto

dinato che

le

genti

si

ristorassero e mangiassero, ed

missario, uscito fuori coperto di tutte armi fuorché

il il

Comcapo.

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.

71 parlò ai soldati coni' egli sapeva parlare: e poi bevve, e siccome

pioveva sempre, disse ridendo: inacqua

E

il

—

Il

tempo

ajuta: e ci

ci

vino perchè non andiamo ubbriachi a combattere

pur troppo

fu

l’

»

ultimo ch’egli bevve.

Era costì apparecchiato quel suo cavallo bianco quel turco che comprò dall’Albanese: vi salse, e colla spada ignuda si mosse egli con quattordici bandiere e facea l’ antiguardo; il retroguardo eran quindici, guidati dal sig. Gian Paolo. ,

Io venivo

andava

con questi, e seguivo Amico d’Arsoli, e Fanfulla

col Ferruccio.

Venne

intanto di

molti più di noi, e

Gavinana l'avviso che gl’ Imperiali eran guidava il principe d’Orange in perli

sona. Dice Fanfulla che Ferruccio, udito questo, non potè

—

Ah traditor Malatesta » chè non esclamare: non si potea supporre volesse l’Orange lasciar cotanto sprovvisto il campo sotto Firenze se non fosse stato sicuro di non venir molestato da Malatesta. tenersi di

!

,

Forse in cuor suo dubitò nata,

ma al di

fuori

allora

Ferruccio della gior-

mostrandosi pieno di baldanza,

s'affrettò a

giungere a Gavinana.

Noi

altri

un po

intanto coi cavalli del retroguardo

al disotto

prendemmo

a destra della terra, per andar contro quelli

camminando quanto più si poteva veloci e udivamo nell’ interno del castello le archibugiate,

del principe, e serrati,

e

le

lora

grida della zuffa attaccata già dal Commissario. Al-

anche

noi. avanti ,

per venir

alle

mani

,

e

passammo

quel piccolo torrente che v’è. Di là tra castagni v’era un

po

di

largo, e così ci urtammo' coi cavalli del Iìicherini,

con Herrera e Rosciale, e l’Albanese

co’ suoi Stradiotti, e

non fummo mescolati mezz’ ora che, ajutati dagli archibusieri che avevam con noi, li cominciammo a ributtare ed essi non ,

troppo ordinatamente venivan perdendo terreno.

Non per

dir che

ci fossi aneli' io,

ma

s’è fatto

il

potere,

Amico, povero vecchio, combattè quel giorno com’avesse venticinqu’anni. Così sempre serrando nemici, ed

il

sig.

i

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72

girammo

intorno alle mura, e

venimmo a riuscire

dall’altra

parte della terra, in quel luogo che si chiama Vecchietto, ove grimperiali cominciarono sparpagliati a fuggire. Il Principe vedendo

i

brutti portamenti de’ suoi

si

spinse innanzi

campi che dicon le Vergini: di qua, di là dal castello, da ogni parte veniva in quel luogo una grandine d’ archibugiate, ma egli, da quel franco signore eh’ egli era, niente, e avanti e in quella che s’ avventa al Masi colla spada in alto, lo vedo piegarsi da un lato, e poi giù disteso a terra. Sul primo pochi de’ suoi se ne avvidero, chè il fumo occupava ogni cosa . ma a un tratto, ecco il suo cavallo, un bel bajo. tutto coperto di cojame bianco, venir giù a salti sbuffando che parea un leone, e passar come un razzo, e sparir nel folto del castagneto rompendo e fracassando rami e quanto trovava ... Per que’suoi poltroni fu come avessero veduto il demonio, ed invece di scagliarsi alla vendetta, via tutti a rotta di collo verso Pistoja, e i nostri dietro e gridavan Vittoria da farsi scoppiar la canna, chè il Ferruccio udì in que’

!

.

.

grida di dentro, e credette aver vinto.

le

L’Arsoli allora tutto ansante, fulminando per gli occhi l’allegrezza della vittoria, disse a

me

addietro alla porta Papiniana, e se

50

cavalli, fateli passar qui

volessero girar la mura, e coglier io

il

i

—

Presto, e ad un altro Commissario può darmi

affinchè ributtino

che mentre

quelli

nostri alle spalle,

séguito costoro che fuggono» Diede di sproni e via di

cannerà, e noi addietro come saette; ben conoscevo quanto importasse far presto, chè vedevo comparir lontane molte bandiere di lanzi, intere e ordinate all’assalto. Mentre ga-

loppiamo per que’ greppi, fu a un tratto come Interrami sfondasse sotto, e’1 cavallo ed io sotto sopra, giù pel pendio tra i cespugli e le macchie finché ci fermammo in

si

un cavo, io sotto, lui addosso immobile, e la gamba ritti che avevo presa la sentii a un tratto tutta molle e calda: era

il

sangue del cavallo che. trapassato da una palla, credo E non mi potevo nè muovere, nè ajutare.

morisse per aria.

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73 e sentivo

mancarmi

l'anelito,

nè potevo capir perchè, avendo

una gamba presa sotto; riflettendovi dopo, credo che momento appunto ch’io caddi mi dovette passar dappresso

solo nel al

viso due dita,

una palla

di

cannone, c sapete che ciò basta

a levar il respiro per un pezzo. Io puntavo le mani qua e là, e mi sforzavo

di riaver la

mia gamba, ma tutto era inutile, e mi toccò aver pazienza. Intanto il mio compagno era giunto al Commissario, e Fanfalla venne comandato per guidar que’50 cavalli ch’aveva detto

l’

Arsoli. Li vidi venire, e formarsi in battaglia in

un largo che mi stava sopra a pochi passi, di dove eracaduto; loro non vedevan me, chè ero ficcato fra cespugli, e gridare non potevo; io gli osservavo, ed ho potuto allora i

conoscere che conto fa qui

il

nostro Fanfulla dell’archi-

busate. Figuratevi ch’egli era col de’ suoi uomini, e sentivo che, far

cavallo dinanzi

vedendo

la

fila

certi soldati giovani

—

gobbe le spalle al fischiar delle palle, diceva Animo non è nulla, quelle che fischiano son già passate» :

ragazzi,

e inforcato, ritto fra gli arcioni, pareva fosse sulla piazza a’ soldati, e non in battaglia, dando molti insegnamenti, ed in quella il suo cavallo toccò un’ archibusata di striscio in una spalla, e si piegò tutto da un lato, ed egli serio serio, senza scomporsi. diceva facendolo muover di passo Quand’un s’accorge che il cavallo è ferito, è regola di non lo lasciar fermo; sente più il dolore; se un nervo è offeso, si può irrigidire: si fa muovere pianamente, così, e venirlo toccando un po di sprone».

d’un alloggiamento a far scuola e veniva loro

!

—

—

A

queste parole Fanfulla disse sorridendo:

— Che

volete? vedevo certi

quel psst delle palle vicin

sentite tante io,

Niccolò e

gli

giovani di prima barba che

all’

orecchie pareva li disturbasse,

non

è da farne caso. N’ho eppur son qui ancora ». altri sorrisero cosi un poco, e Lam-

e volevo che capissero che

.

.

berto proseguiva:

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.

.

74

— In

somma, non

ci

che oramai mi doleva

fu

mai verso di riaver

forte, e la

la

mia gamba,

sentivo tutta intormentita,

e dubitavo fosse rotta; e

quando mi pareva mi tornasse in petto tanto flato da poter chiamare in mio ajuto, ecco venir di verso Gavinana un balestriere correndo, e richia-

mando

addietro Fanfulla e la sua gente in ajuto del

Commis-

che que’lanzi, veduti da noi poco prima, invece di prender di sotto, avean imboccata la porta Peciana, e rinnovata nella terra la battaglia colle genti del Ferruccio sario,

stanche dal lungo combattere con quelle del Maramaldo,

che aveano sconfitte. Io vidi partir Fanfulla. e dovetti ri-

maner

poco dopo sentii nel un tremendo grido, con tanto spesseggiar d’ archibusate che pareva un tuono continuo, e che Interra s’aprisse, ed io mi disperavo di non poter ajutar in nulla. Poi dopo un’ ora, a poco a poco si fecero meno spessi tiri, esempre più diradandosi, fìniron poi affatto, e solo sentivo nel castello un ronzio cupo come in un nido di calabroni a sera poi capitò Fanfulla, che mi ajutò; egli vi potrà dire cosi senza poter far altro, e

castello levarsi

i

:

come andassero

cose dentro la terra, chè vide tutto ».

le

— Così non avessi veduto!* richiamato addietro...

Eh!

disse Fanfulla.

— Quando venni

badate ch’io non so discorrere

Quando dunque come Lamberto, e ve la narro come posso giungemmo alla porta Papiniana, feci scavalcar ognuno per quelle vie torte e strette, meglio su due gambe che su quattro Dunque a piedi, colle picche innanzi, e ben serrati, dico io eccoci in piazza. Che volevate vedere? I morti a mucchi il sangue a rigàgnoli per tutto, come Tacque nc’temporali e dalla via che mette a porta Peciana era già sboccatala prima .

.

.

—

.

.

:

bandiera de’ lanzi

,

e tutta

la strada

che sale un poco,

si

di picche, e venivan avanti da maledetti. Commissario, tutto già ferito c pesto, che fa? La gente sua era in gran parte morta o ferita. Arrendersi? sì. lo zucche

vedea piena zeppa

11

fresche!.. Si fa

una

fila,

chiama attorno tutti capitani e caporali, ne a capo sotto, dentro in quella i

e tutti insieme

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75

E

battaglia di lanzi!

E

al capitan

lui vi s’era

buttato

il

primo, vedete!

Goro, che volle passargli innanzi per riparargli

un braccio ruggendo come una fiera, e lo un pezzo che vedo picchiare, e ho visto ma un cozzo come quello che diede il nostro squadrone (chè c’eramo uniti anche noi agli altri) nella tila dei lanzi, in quarantanni. perlaMadonna, è stato il primo E sotto! tutti co’ denti serrati, che quasi non si vedea lume,

la persona, afferrò tirò addietro.

Eh!

è

picchiar davvero più d’una volta,

!

si

lavorava co' pugnali e co'

lottare, e

ad afferrarsi e

coltelli, e talvolta

andar sottosopra, e

rialzarsi, e

più se n'ammazzava,

e più ne ricompariva, e tanto pensavo uscirne vivo,

esser fatto papa

.

.

Presto eran per mancarci proprio

.

di reggerci in piedi,

non che

di

combattere..

.

come

le forze

Era un

caldo!

e l’armatura parea fuoco espresso... Allora l’Orsino, che

sempre era accanto

al

Ferruccio, e

lo

vedeva ansante, pieno

di sudore, di polvere, e gocciolava sangue per tutto, sento

—

Non

che

vogliamo arrendere sig. Commissario? » No! «grida lui con un urlo strozzato, e parve che gli tornassero le forze a un tratto, e si caccia, più diavolo che mai, nel folto dei lanzi, che cominciano a tentennare. Figu-

gli dice:

—

ci

ratevi noi allora! Ci scagliamo

spingi, e avanti,

cadaveri, e tutti

tratto fiior di porta, e

avevam

come mastini,

ributtandoli a viva

vistomi

e

mena,

e

scavalcando

forza,

sangue, riuscimmo a un

imbrodolati di

all'

aperto,

m’ accòrsi che

rotti lanzi, chè, a dirvela. per quella via stretta vedevo più, e non sapevo dov’ero, e mi sentivo la testa intronata, chè n’avevo toccata una sul capo, e il sangue mi velava la vista. Basta! fuori che fummo si fece un po di largo, mi nettai un po gli occhi ed i nemici aprendosi alquanto, vidi il Commissario cacciarsi in una

non

i

ci

,

casetta vicino alla cappella delle

— Finché

vergini, e io dietrogli,

ne vuoi tu, ne voglio anch'io». da capo ricominciamo a sonare,... ma eramo rimasti una decina enon più, e ora ne cadeva uno, or un altro.

e dico:

E

così

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.

76

ma

senza rinculare un passo,

fine,

ci

la

combatteva sull’uscio:

montaron addosso, che ognun

quattro alla vita. Allora e.

si

eran più di cento che spingevano, e di peso

dentro, e

il

di

noi n’avea

Ferruccio, che pel sangue perduto

stanchezza era venuto a terra e non potea più

gambe nè

muover non parca vivo che dal fulminar degli

braccia, e

occhi e dal ruggito che

usciva tratto tratto di gola

gli

povero signore!... fu preso da uno spagnuolo, e

Eramo

altro, e cosi finì.

venne un ordine

di

il

casa sull’angolo

Maramaldo che

eh’ egli ebbe,

le

salivano

glielo buttarono

s’

della chiesa: uscì

l’uscio, al quale s'ascende per

punto

i

ai

da un

Ferruccio voleva nasconderlo,

misero a sedere su due picche in croce, e

Maramaldo, vinto

io

quattro vivi.

Quello spagnuolo che ebbe

ma

alla

portaron

ci

Lo

gli fosse condotto. lo

portarono in piazza.

era riparato in quella sul

ballatojo

innanzi

due gradinate, mentre apil Commissario,...

soldati che pòrtavano piedi,

rimase stramazzato, reggendosi

però su un braccio, colla fronte alta e più feroce che mai

Qui Fanfulla tacque per un momento. Poi,

fatto

».

grave

e

addolorato nell’aspetto (cosa tanto fuori della naturasua) disse, scrollando

il

capo:

— Darei quel poco sangue che m’avanza per non aver veduto per narrarvi che E dopo un’altra pausa, riprese: — Maramaldo — Ci una volta! mercante poltrone! accosta ciò

sto

!

»

gli

egli dice:

Ma

Ferruccio non

sei

si

»

finire la parola, e lo

gli lascia

mente

non ridotto com'era; e mentre si dicean villanìe, vedo Maramaldo colla destra venirsi frugando dietro le reni finché trova il manico del pugnale, lo sguaina, e l’alza a un tratto sul viso al Ferruccio: io lo guardavo proprio negli occhi... non li mosse, vedete! non li volse, com’ho da render l’anima a Dio! ed ebbe due volte la lama nella gola, e disse, morendo e borper

la

gola, coni’ egli fosse sano ed armato, e

bogliando pel sangue che tu

gli

usciva di bocca:

ammazzi un uomo morto

!

— Vii poltrone,

»

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Il 1

Io

peniioavea

la

inani legate da que 'marrani, che coH'ugne

eco’ denti l’avrei vendicato. Ecodesti soldati

di

fanno

il

capi d’ assassini piuttosto!

?

mestiere

si chiaman capitani vergogna di quanti

!

Io fui condotto in una casa poco discosto, e da quello che m' avea preso venni raffigurato, ed io riconobbi lui, chè fummo insieme nell’ esercito di Borbone: era un certo Velasco ... e mi dice: Oh, chi pensava mai che fossi qui! » e cominciamo a discorrere, e per dirla in breve, m'usò di. molta

—

cortesia, elicgli dissi

:

»

Vedi, che taglia vuoi tu che

ti

paghi

?

a scorticarmi tutto non ne caveresti un ducato».

Insamma, i

soldati

e pei’ l'antica amicizia, e perchè, a dirla, tutti

che da vent’ anni sono in sulle guerre d’Italia

conosco uno a uno, e non per merito mio, voglion bene,

mi

lasciò

andare: bensì

che, se potrò metter insieme

Ho

un po

gli

di denari,

ma ho

li

tutti mi promesso

qualche cosa

un pezzo. Allora pensai a Lamberto: Dio sa com’ è capitato !.. Era già fatto sera, e i soldati nella terra attendevano a far buona insomma, cera, bore e giocare, e metter a sacco le case gli darò.

paura però

clic aspetti

,

quel che

si

animo

suol far sempre. Io ine n’uscii zitto zitto, e misi

Lamberto vivo o morto. Comincio a cercare per que’ greppi (era uno stellato chiaro ) pieni di morti e moribondi, e chi si lagnava, chi bestemmiava Dio e Santi chi vedendomi passare si raccomandava ma che potevo io fare ? Dicevo Raccomàndati a Dio fratello » e passavo avanti, chè a voler dar retta a tutti non bastava un mese. Insomma dopo un par d’ore, che credetti più volte, tanto mi doleva la feriti! del capo e mi sentivo rotto e stracco, di cascar anch'io per non rizzarmi in

i

di trovar

. .

,

:

più zia,

;

—

alla line, dico, te lo trovo in quel fondo, e, la

vivo.

— Ajutiamoci,

.

,

Lamberto, chè

Dio gra-

la festa è

belle

terminata» egli racconto tutto. Ora, come riuscimmo tra tutt’e due a muovere quel cavallo morto, e poi a trovar

modo

di

condurci qui ,

poco importa

il

narrarlo;

il

fatto sta

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78 ci siamo, e che, se credevo riveder Firenze, possa rompere il collo ».

che

Emmanvele

Filiberto di Savoia.

Cesare Baibo.

Nel

XVI

Secolo, fra

decadimento

il

potenze

di tutte le

Casa Savoja sola continuava a crescere. Filiberto, non principe nuovo ma discendente d'una lunga serie di principi buoni, provato dalla cattiva fortuna, e salito alla buona per meriti proprj, riuniva i vantaggi de’principi antichi e nuovi. Se ne seppe valere; e gran capitano a riacquistar lo Stato, fu gran legislatore italiche.

Emmanuel

a riordinarlo, perchè

lo

riordinò secondo

restaurato ancora in tutti gli Stati suoi,

sua capitale, raunò

gli stati

generali in

farsene ajuto a' suoi riordinamenti tardo;

li

sciolse,

non

li

,

il

secol suo.

nemmeno

egli

despotismo.

virtù è a giudicare nel

Ma

nè nessuno

di noi

quasi principe illiberale, usurpatore de’ diritti «li

Non

Torino

trovolli ostacolo o ri-

convocò mai più, nè

de’successori. Quindi è vituperato da alcuni

costitutor

in

Ciani berv. Voleva

presenti,

popolani, e

se è certo che de’vizj e delle

medesimo modo

in tutti

i

tempi,

certo è pure che delle istituzioni è a giudicare diversissi-

mamente secondo

i

tempi.

E

di questa degli stati generali

assemblee deliberative,

e delle

bisogna ritenere che, a

que’ tempi, erano informi, indeterminate nella loro

com-

posizione di nobili e deputati delle città, indeterminate nelle

non servivano a o non servivano se non

loro attribuzioni; ondechè, quali erano, o nulla,

come

in Napoli e Sicilia,

a turbare, come in Francia e Inghilterra. E quanto a dire che Emmanuel Filiberto le avrebbe dovute o potute costituire coi

modi nuovi

in Inghilterra, e

sarebbe poco

più anni appresso Francia e altrove; questo che dire ch'egli avrebbe pur dovuto fare ,

trovati cento e

ducente e più

men

in

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79 ne’suoi Stati le strade ferrate. Io per ine credo che

manuel Filiberto avrebbe

ma

fatte le

tempi

da

Nel medesimo anno restituì

essi.

preme

;

eh’ ei fece a’suoi

di giustizia, e regolò

Em-

assemblee de’nostri tempi

a’ nostri

quello che era

tutto i

senati o corti su-

tribunali minori ne’suoi Stati.

i

Nel 1561 incominciò ad ordinare la milizia nazionale. Addì 17 novembre 1562 rientrò in Torino, e vi rimase poi quasi sempre, a differenza de’ suoi maggiori che prediligevano soggiorno

il

A Torino ricondusse l’università

al di Ih delle Alpi.

degli studj, chiusa durante l’occupazione straniera; e instaurata

vive prima a Mondovi. Nel 1563, estintasi la discendenza diretta degli antichi marchesi di

occupato da’ Francesi, e

fu

s’

Saluzzo,

il

marchesato

accrebbe così di

nuovo

potenza di essi nelle regioni subalpine. Nel 1564

incominciò

il

la

duca

Torino; ed altre fortezze fece

la cittadella di

ad imperio dentro, e difesa all'infuori. Nel medesimo anno incominciò ad ordinar le finanze. Nel 1565 ajutò Malta contro a’ Turchi, e nel 1572 mandò sue galee a Lépanto; poi,

ed ajutò poi de’suoi nuovi reggimenti or Francia or Austria contro gli eretici.

chi ne’suoi Stati,

i

Contra

Valdesi

che erano già anti-

quelli

dell’Alpi,

si

volse non senza

inopportunità, od anche crudeltà per qualche tempo; lasciolli si

in pace poi. Nel

;

pose nell’università di Torino letterati di Egli fu primo a dirozzare

vuotati di

qua e

di

là

l’usurpazione di Saluzzo.

rotti.

comprando Nel

altri paesi italiani.

suoi popoli, primo ad itatutti gli Stati suoi,

da Francesi e Spagnuoli; e questo

spiega e scusa come dieci

Stati,

i

Nel 1574 solamente riebbe

lianizzarli.

ma

1573 ordinò che gli atti pubblici e sempre chiamò, protesse,

facessero in lingua italiana

anni addietro avesse sofferta

Dal 1576

al

1579 accrebbe

gli

feudi imperiali dai Doria ed altri signo-

1579 ordinò

la zecca, e

nel

1580 morì;

fino

operando, legislatore, ordinatore, rinnovatore sua monarchia. Resta così spiegato il perchè, il

all’ultimo della

come Casa

di

Savoja crescesse

;

come

sola

forse fra le

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(

so europee, continuasse senza rivoluzioni o muta-

dinastie

zioni violente; fece ella le

medesima, via via, sempre indefessa, prima che violentata dai tempi. 1

ma

mutazioni volute,

tempi rnutan sempre; ondechè

chemutancon si

essi;

i

veri conservatori son quelli

non gl'immobili,

che, a forza di resistere,

fanno impossibili, e rovinano sè e

La

altrui.

Battaglia di Lepanto contro

[Si fìnge descritta

da un testimone

i

Turchi.

oculare).

Giandomenico Gubrrazzi.

La

Cristianità si era commossa profondamente (0; baroni

di alto lignaggio,

combattere

i

uomini plebei da tutte parti accorrevano a di Cristo, molti per ottenere la remis-

nemici

sione dei peccati e le indulgenze largite dal pontefice Pio V;

ma la

voglie dei combattenti prontissime,

immensa

cupidità di stringersi a mortale battaglia, così

non ac-

erano

le

cordavano

deravano

le

la

segrete intenzioni dei principi collegati. Desi-

giornata

i

Veneziani: la desiderava caldissi-

mamente il pontefice; ma Filippo II re di Spagna repugnava avventurarsi in impresa dove ne andavano tutte le forze del regno, e dove la vittoria forse avanzava meglio le cose degli altri collegati che le sue; nè in quel suo profondo e

ligno consiglio

amava che

gli italiani

come vuole

ma-

uomini acquistassero

una bella fama, temendo che non venissero a sentire la nostra natura, di acquistarne

il

bisogno,

una molto mag-

gran commendatore di Castiglia era stato imposto a don Giovanni d’Austria 2 come un freno da rodere, e non rifiniva mai di susurrargli negli orecchi, temperasse que'suoi spiriti bollenti; suprema gloria, suprema religione esser il vantaggio del re suo fratello: sicché l’anima grande di cotesto magnanimo pendeva contristata da incertezza affannosa. Ma giore.

11

)

oggi giorno accorreva nuova gente per combattere, non certi)

Par

(2)

Figlio di Curio V, e fratello naturale di Filippo

le vittorie

e conquiste dei Turchi. li.

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,

81

cando altro premio nò altra gloria tranne quella il

proprio sangue per la fede.

di

spargere

Don Giovanni mandava

cuore profondi sospiri, stava torbido, con

dal

gli occhi fissi al

pavimento;oradivampava vermiglio, ora pallidissimo allibiva. Ad aggiungere sproni a cotosta anima, di per sò focosa, si univano conforti di Gabrio Serbelloni generale delle artiglierie, di Aseanio Della Cornia maestro generale di campo, i

e di Sforza conte di Santafiore, generale degl'italiani pel re Filippo, sopratutto una cura misteriosa e profonda che gli prorompeva dal cuore, e che pure sapeva quel forte regalmente comprimere. E nonostante .pareva che la battaglia non <*

sarebbe accaduta, che

la fortuna, legata ai peggiori,

con ogni

sua possa attraversava l’impresa; e già una fama molesta spargeva, che, per essere la stagione tarda, fortunevoli

si

venti,

i

avrebbero in cotosto anno tentato senza più impadronirsi di di Durazzo, odi SantaMaura. Aggiungi che don Giovanni stesso, concitato di grandissimo sdegno contro Veneziani, per poco stette a perdere l’occa-

Castelnuovo, o della Valona.o

i

sione, per la quale

il

suo

nome perverrà immortale

ai

più

Le galee veneziane scarseggiando di soldati parve bene a don Giovanni di fornirle con le sue genti italiane e spagnuole; rimedio peggiore del male, eonciossiachè non passasse giorno che non ne nascessero tumulti e risse e zuffe sanguinose. Il capitano Muzio da Cortona, posto sopra la galea di Andrea Calergi nobile cretense, venuto a contesa con alcuni veneziani, messa mano alla spada ne ferì parecchi; tardi

nepoti.

onde

vi si fece tumulto, fu chiamato all’arme, e volgendoquanta accorse quivi gente veneziana allo incontro, malamente il conciavano ; ma il Veniero generale veneziano, come se ciò non bastasse, lo fece prendere, e così grondante sangue, senza misericordia impiccare. Don Giovanni estiglisi

,

mando

offesa la sua autorità, era deliberato a tórre

una so-

Veneziani, rigettando gli argomenti

lenne vendetta contro

i

co'quali Marcantonio

Colonna e

s’ingegnavano raumiliarlo. CiSTtf - Ant-jluffia ,1/i/ifuiv - Parlo

1.

Ma

il

provveditore Barbarigo

Dio, che vegliava alla sa®

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.

82 operò sì che pervenisse, col mezzo di certa nave di Candia, la nuova infelice della perdita di Famagosta; ed aggiungeva la lama come Marcantonio Bragadino e Astorre Baglioni, di tesala valorosamente dieci mesi costretti per Iute nostra,

.

dittai ta di

munizioni e dalla impazienza dei cittadini, l’aves-

ma

sero resa a patti onorati:

ordinò prima che

la fede,

al

il

barbaro vincitore rompendo

Bragadino

si

mozzassero

chie. e poi fattolo trarre a vituperio sopra la

le

orec-

piazza,

dopo

inenarrabili strazj volle che lo scorticassero vivo; nè di ciò

ancora contento, riempita tenna

una

di

galeotta,

la pelle di tieno. la sospese all’an-

mostrando per

la Soria e per le altre

contrade del Turco l’infame trofeo.

come per

Allora don Giovanni, diventato pallido in volto morte, parve

sopra

il

uomo che avesse

ricevuta una percossa fortissima

capo; e così stette alcun

a regale atteggiamento, stendendo, gli disse:

si

volse al

tempo: poi componendosi Veniero pacato, e la mano

— Pace! noi non abbiamo nemici

Turchi » Quel sembiante, quelle parole, e

che

altri

i

modo

il

col quale fu-

rono profferite, fecero raccapricciare gli amici che gli stavano attorno pensate quale effetto avrebbero sortito sopra :

i

nemici!

Il

potè ristarsi

Yeniero strinse la invitta destra e la baciò, e non Disgraziato Brada esclamare fra singulti i

:

—

gadin! povero Baglioni » Spaglinoli, Tedeschi e Italiani, !

deposta ogni si

ira, si

gettarono lacrimandole braccia

baciarono in bocca, e

si

dissero:

subita vicenda cacciandosi le

»

mano

la

— Pace!»

fra

i

Ed arme

al collo,

Quindi con

capelli, porco tendo

con orribilissimo grido urlarono

dei piedi la terra,

arme!

mani

:

— Arme,

sia!» rispose don Giovanni recandosi in

spada nuda, che agitata traverso

ai

raggi del sole,

parve mandare, e mandò certo, vivissimi lampi di luce divina: ed ordinò che sopra la sua galera spiegassero il gonfalone della

Lega mandato

dal pontefice, ov’era dipinto

crocifisso

il

con l’arme dei collegati sotto, nel mezzo quella del papa, a mano destra quella del re. e a sinistra quella dei Veneziani, Il

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83 vento, e non fu lieve auspicio di vittoria, distese per l’aria il

modo che pareva mani

glorioso vessillo, per

tenessero tirato pei quattro

lati

e

;

invisibili lo

don Giovanni, fissandovi

con pietosissimo affetto esclamò In hoc signo In hoc signo vincesf » esclamarono prossimi vinces ! «

gli

occhi

:

—

i

;

e queste sacre parole, con prestezza prodigiosa propalate,

vennero

Un lese la

un momento

in

vedemmo

altro successo, nel quale

mano

di Dio, fu questo, che,

potendo schivare

e

dai più remoti legni ripetute.

manifestarsi pa-

essendo

i

nemici lontani,

giornata, e qualcheduno

venire a

di

dei caporali loro avendolo con moltissimi ragionari persuaso,

all’improvviso giunsero le spie, le quali avvisarono esser

rimasto indietro

che

le ventisei il

si

nerbo dell'armata cristiana. Notizia che

il

in parte era vera,

atteso

ma

accresciuta di mille doppi dalla fama,

movesse

non arrivassero

tardi e

in

tempo

navi capitanate da don Cesare Davalo d’Arragona,

quale insieme con don Giovanni era stato posto a capo di

tutta l’impresa.

Sopra queste navi andarono le fanterìe tededa Godrone e Vinciguerra

sche, condotte dai conti Alberigo

d’Arco, per

mente per

modo che

essendosi vinta l’impresa massima-

lo sforzo degl’italiani,

diminuzione

a cagione loro non c'incolse

di gloria.

Nel medesimo errore condussero noi

le

nostre spie, rife-

rendoci con false notizie mancare nell’ armata turchesca Aluccialì con ottanta galee. Così da una parto e dall’altra

maravigliosó era

il

desiderio

ognuno doverne avere

la

di

combattere, parendo ad

meglio. Alì

considerando spirargli prosperevole

,

pascià del mare,

vento,

il

senza frap-

porre altro indugio mosse tutta l’armata con fretta molta e ordine poco, dal golfo di Lepanto.

Il

cavaliere Gildan-

drada, mandato innanzi a specolare, tornava il

che fu sabato, nel cupo delle tenebre, a l’approssimarsi dei nemici la

:

navigammo

sei di ottobre,

farci avvertiti del-

tutta la notte

;

e

mattina all’alba sette ottobre, giorno della festa di santa

Giustina vergine, attingemmo

le

Curzolari,

anticamente

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8-1

chiamate Echinadi

distanti circa trentacinque miglia eia Lepanto. In questa ecco tornare Giovanni Andrea Doria.

avvisando

,

disponessero a combattere, giacché Farinata

si

turchese», secondata dal

addosso.

stava per giungere loro

vento,

Allora don Giovanni

mandò che l’armata

con mirabile serenità co-

mettesse

si

in

ordinanza,

la quale vanguar-

fu questa: le galee si divisero in centro, in corni, in

dia e in dietroguardia. in maniera clic parevano disegnare la il

forma di un’aquila. Giovanni Andrea Doria capitanava corno destro con cinquantatrè galee, ed ebbe insegna

verde attaccata alla punta dell'antenna. Agostino Barbarigo

condusse

corno sinistro con altrettante galee, spiegando

il

0). Fu preposto alla retroguardia Baxan marchese di Santacroce, con trenta

bandiere gialle dal calcese

don Alvaro

di

galee e bandiera bianca sopra la poppa, disposto a soc-

correre dove meglio ne apparisse

il

bisogno. Guidò la van-

guardia con otto galee don Giovanni di Cordona, portante

La

anch’egli insegna bianca. galea,

cima

battaglia poi.

sessantuna

ili

governava don Giovanni con bandiera azzurra all’albero; c

sperato

si

siccome presagivano che

lo

in

sforzo di-

sarebbe vólto da questa parte, così posero a difesa

a mano destra la capitana del papa con Marcantonio Colonna generale. Romagasso ed altri cavalieri; a sinistrala capitana veneziana con Sebastiano Veniero

della galea reale

,

generale, appresso la quale era la capitana di

Alessandro Farnese principe

di

Parma,

Genova con

e dall’altra parte la

capitana di Savoja con Francesco Maria della Ròvere duca

d'Urbino;

i

lati di

questa battaglia venivano chiusi a destra

dalla capitana di Malta, a sinistra dalla capitana Lomellina.

dove combattevo

io stesso

:

avanti alla poppa della Reale

comcome dimostrò ognuna di

stavano la capitana c la padrona di Spagna col gran

mendatore. Ottimo accorgimento l’effetto, di

porre

le sci

poi

fu,

galeazze veneziane, munite

quattrocento archibusieri elettissimi, di sessanta cannoni di (l)

La cima

dell'albero,

ove

i

marinaj salgono per fare

le

scoperto.

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.

85 bronzo, di tormentiti di fuochi artificiali da offendere, davanti

un mezzo miglio ai corni e alla battaglia. Ahimè! perchè non mi arride un genio amico,

forse

chè non m’ascolta tutta

e per-

Cristianità, per celebrare quei

la

magnanimi che accorsero

volontarj a prendere parte nella

memoranda giornata?

pregherei

lo

richiamarmi alla memoria

nomi

i

madre

la

Dio, a

di

tutti degl’incliti

che vin-

sero vivendo e de’martiri che vinsero morendo; e principal-

mente

dacché, sebbene

di questi,

nelle sedi beate, pure

il

io

creda

deliziino adesso

si

suono della laude torna più degl’in-

censi gradito anche ai celesti.

Dalla parte opposta, condotta dal vento grecolevante, che le spirava secondo, si avanza l’armata nemica, occu-

pando largo spazio

mare, frettolosa c scomposta, come

di

temeva

quella cui tardava sterminarci, e certissima. Descriveva la

vittoria

trecento e più erano le vele. Ali e Pertau generale

mezza luna: mare

di

pascià generale di

guidavano

di terra

sfuggisse una

le

forma

la battaglia; Siroc

governatore

d’

Alessandria e

Meemetbeg governatore

Negroponte,

il

corno destro;

il

La Reale

d’Algeri.

damente veduta

in

qua e

tre di là.

ordine l'armata, sceso dentro un agile legnetto

trasvolava di galea

in

galea, confortando a combattere va-

lorosamente con brevissime e fortissime parole, ehè il

gagliar-

avendo ai lati sei galee prinDon Giovanni, poiché ebbe

difesa della nostra,

cipali, tre di

meno

di

viceré

sinistro Aluccialì

turehesca non appariva

il

tempo,

luogo e l'indole doU'uomo non consentivano lunghe dicerìe.

Corre fama che, giunto sotto la capitana di Venezia, nel vedere Sebastiano Yeniero, vecchio

di scttantasei

di elette e splendide armi, col

anni, tutto cinto

capo scoperto per canizie ve-

nerabile, acceso in volto di stupendo ardore, confortare

suoi

mo,

ail

i

operare virtuosamente, ammirando la bontà dell'uo-

gli gridasse :

— Padre! padre!

Yeniero guardando

il

cielo, quasi

coltà di benedire, stese

il

benediteci

impetrando

braccio, e fece

il

tutti!

»

E

il

dall'alto la fa-

segno della salute

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.

86 esclamando:

— Siate benedetti

in

nome del Padre, del Figliuolo

e dello Spirito Santo »

Dalle galee usciva un fremito, annunzio di prossima strage. I

Cappuccini e i Gesuiti,

ardenti sopra

col erocifissoin

mano e, con parole

paura del pericolo imminente, di

labbri, senza

i

su, di giù trascorrevano suscitandole ire, aizzando

il

furore,

à tutti concedendo remissione di peccati, e indulgenze amplis-

Quando

sime. e speranza certa di vincere, o preda infinita.

don Giovanni

al bordo della sua galea, gli una fregatina, piena di vigorosi real governatore

ridusse,

si

occhi

occorse agli

matori in atto di aspettare: ne domandava della sua galea,

il

quale, rispose,

ogni evento, perchè

averla apparecchiata ad

principe potesse mettersi in salvo.

il

—

E

don Giovanni fieramente: Affondatela; fovoto a Dio di volere piuttosto morire combattendo per Cristo, che campare con vergogna». Al commendatore, che per debito di ufficio lo

ammoniva ad

— Orsù spande

avvertire meglio sopra

(disse)

ad operare il

il

il

tempo della consulta è

fatto del

combattere.

passato; ora attendete

consultato». Ecco balena la Reale turchesca;

il

rimbombo deH’artiglierìe: il segnale

è dato la .

si

Reale

nostra risponde; la battaglia è ingaggiata. Disegno dei nemici fu,

spingendosi innanzi a forma

poppa, insinuarsi nei nostri

un cerchio

parci dentro

di

lati,

mezza luna

di

col

vento

in

passare alle spalle, e invilup-

morte. Le sei galeazze poco cura-

rono. equei prestanti Veneziani imperterriti e fermi non fecero atto finché

non

gli

lora di subito e in

ebbero a mezzo tiro di archibugio; alun medesimo punto spararono trecen-

tosessanta cannonate e duemilaquattrocento arehibugiate !

medesimi che lo avevano commosse come per burrasca, e le galee

L'orribile fragore sbigottì quei

suscitato:

il

inare

si

sospinte da urto violentissimo, presero a vacillare incapaci di

governo;

ma

presto

i

nostri

si

confortarono notando

i

danni

del nemico, c caricati con maravigliosa velocità gliarcobugi. continuarono a trarre disperatamente. E io vo’chc sappiate*

come

in

questa bisogna giovassero

i

nuovi arcobugi a ruota.

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87 ch’essendo piccoli c a maneggiarsi accomodati

non isparasse almeno

tre volte

prima che

i

,

non era

momento i

della splendida vittoria.

La

chi

nemici avessero

sparato una sola con quei loro gravissimi: e tale fu virtù vinse

il

il

primo

furore

e

;

Turchi, mai più avvezzi a simili incontri, ebbero ad allar-

garsi laceri e sanguinosi, a mutare ordine di battaglia, e a

come la nostra armata. Quantunque grande apparisse la prestanza

dividersi in tre schiere

dei nostri,

la

quale pure è dono prezioso dell’alto, volle nonostante il Signore

con segno più visibile della grazia sua palesarci come per noi combattesse, dacché in quel punto accadde notabile mutazione di vento; cessò

il

greco-levante favorevole ai Turchi, e mosse

un ponente-maestro propizio

ai

Cristiani, portando

il

fumo

controdi loro, e privandoli del vedere. Sciroc intanto, non ismarritosi nell’animo, ordinava alle sue galee schifassero

galeazze, e rasentando

sbocca in mare,

si

il

lido colà

cacciassero fra

la

dove

il

le

fiume Acheloo

terra e le galee del Bar-

barigo, e facessero prova di assalirlo alle spallo. Barbarigo

però, punto

meno

approssimino alla diagonale,

astuto capitano, le estreme galee fa che terra, e descrivano

con

componendo un angolo acuto di

formato dalla terra,

l’altro dalle

le altre

cui

un

una

si

linea

lato veniva

sue galee; e tolto in mezzo

Sciroc, usando del vento propizio lo spingo contro l’isola.

Aspramente

si

combatte per ambe

le parti;

ma

le

galee

turchesche perdendo sempre più mare, investono nel lido;

i

Cristiani le seguono, le raggiungono, sopra quanti Turchi

mettono le mani addosso tanti tagliano a pezzi, le galee parte vengono in nostro potere, parte con lo artiglierìe affondano, parte finalmente abbruciano. Ma non senza sangue da questo lato acquistammo vittoria; dacché, per tacere delle altre morti, mentre più infuria la mischia tra Sciroc e Barbarigo. quasi nell’istante medesimo cadono quegli morto, questi ferito mortalmente rii una freccia in un occhio, mentre, allonta-

nando

lo

scudo dalla faccia, si affatica a concitare i combattenti

agli estremi conati, Barbarigo, sentendosi percosso a

morte

,

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88 mentre vacillando indietreggia, deputa in luogo suo Marco Quirini,che secondato da Antonio Canale e dal Cicogna.) quali tutti fecero in quel giorno testimonianza amplissima di onorata virtù, seguita il corso della vittoria, distruggendo le reliquie di cotesta squadra governata da Meemetbeg pascià di Jfegroponte e da Ali rinnegato corsale. E in questa fazione furono visti il Cicogna, che guasto per la faccia e per le mani da una pignatta di fuoco artificiato, sopportando inenarrabili spasimi, non volle mai ritirarsi se prima non ebbe vinta la galea nemica, la quale adesso come trofeo nobilissimo è conservata nell’arsenale di Venezia; e il proveditore Antonio Canale, ohe vestito di una veste lunga e bianca imbottita di cotone, con cappello simile in testa, e in piedi scarpe di corda

menando uno spadone a due mani,

per non isdrucciolare ,

empiva

di terrore e di

strage le galee nemiche, sopra le quali

balzava con agilità e destrezza maravigliosa. Giovanni

Con-

tarmi dei conti di Zaffo però ebbe la gloria di prendere

la

galea di Sciroc, e trovatovi sopra morto questo nemico del

nome

crist iano, gli fece

troncare la testa, e conficcatala sopra

—

Ecco la testa di Sciroc! » per connemici. Presso al timone giaceva moribondo Barbarigo, e ad ora ad ora domandava ai cirAbitiamo anche vinto ! » Quando, strappata dalla costanti poppa nemica la insegna, il Quirino accorse alla volta del Vittoria! », il morente si torse il sangue Barbarigo gridando dagli occhi gravi ormai del sonno della morti', vide l'odiata insegna e rise, poi pregò che gliela porgessero, e recatasela in mano, vi si ravviluppò dentro come nel suo lenzuolo sepolcrale e non osando noi separarlo dal trofeo sul quale esalava l’anima gloriosa, con la bandiera medesima lo sotterrammo a grande onoranza in terra benedetta. Ma lo sforzo disperato accadeva intorno alla battaglia. Ali pascià si era spinto innanzi animosamente, e come Turchi costumano, con immenso fragore di tamburi, di trombe, ili ceramelle odi altri strumenti guerreschi; nè presumevano

una picca gridò tre volte: fortare

suoi, e atterrire

i

i

il

:

—

—

,

;

i

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89 atterrirci

percosse

meno con urli di minaccia e scede o strepito di arme tra loro. Don Giovanni, armato di piastra e maglia,

si loca sublime con la persona scoperta sopra il castello da poppa, ed ordina a Lopez di Figheroa capo degli archibusieri, che, per cosa dicano i nemici o facciano, nessuno ardisca porre mano a ferire se prima egli non ne desse il segnale alzando l'azza. I Turchi sempre e più sempre si accostano, e sparano archibugi, (‘scoccano treccie sopra nostri con danno non piccolo; e molto ancora lo quali ci ci portavano angustia due colubrine da prora

stringendo nella destra un’ azza pesante,

i

,

avrebbero deserti se più pronti fossero

stati

a caricarle e a

spararle. Ci pareva duro dovere stare fermi a tanto strazio,

molto più che

di tratto in tratto

vedevamo onderei

al

fianco

qualche amico o congiunto, e lacero rimoverlo dal ponte, e calarlo di sotto.

Avremmo quasi tacciato di viltàdon Giovanni,

ove noi non sapessimo qual uomo ei si fosse, e volgendogli lo sguardo addosso, ci pareva una statua di bronzo in mezzo alle freccio calle palle

che

gli

fischiavano attorno, di cui egli

faceva caso quanto del vento che gli agitavate chiome. Quando

Reale turchesea ci venne sotto, a meno che a mezzo tiro d’archibugio, don Giovanni leva l'azza, e l’agita impetuoso a mulinello: nostri colpi parvero un colpo solo: il fumo sospinto verso nemici ci tolse la vista del danno che avevano ricevuto; allorché si dileguava, il ponte avverso ci apparve quasi abbandonato. Prima però che il fumo passasse via, don Giovanni ordina dare di forza nei remi, e la galea sospinta ancora dal vento scorreva come un uccello. Un altro accorgimento aveva preparato don Giovanni, e fu questo, di far rostri o speroni alla sua galea, troncare all’improvviso perchè accostandosi meglio alla nemica, gli fosse fatta maggiore comodità di potervi saltare sopra. Cotesto esempio da noi tutti immediatamente imitato, fu un altro motivo di la

i

i

i

vittoria. 11

fumo passa,

ponte.

e la galea di Ali

Don Giovanni,

cólto

il

apparve quasi deserta

destro, gridava:

sul

— Avanti, ca-

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90

andiamo

valieri,

vittoria... noi

alla

vincere, perocché

morendo

ci aspetti

vivendo, un lauro sopra la terra

».

ardore alla prora ; lo seguitano gl i in

meno che non

balena,

si

nella Reale turchesca. Alì

non possiamo se non una palma in paradiso;

E corre con

maraviglioso

altri volenterosi,

ed ecco,

arrampicano, saliscono, e stanno ,

provido capitano, intanto dalle

galee circostanti aveva domandato soccorso, che movendosi subito per via di scale e di corde saliva da poppa, mentre nostri

penetravano da prua: per

la

qual cosa

la

stro,

nè

i

i

battaglia rin-

frescata s’inacerbiva, e ridottasi tutta intorno all’albero

mae-

Turchi valevano a cacciarei Cristiani, nei Cristiani

a conq uistare intera la galea mezzo occupata. Tanto era grande

che nessuna arnie giovava,

la calca, così stipate le schiere,

tranne

pugnali; e

i

i

combattenti, come

adoperavano

rore, vi

li

trasportava

il

fu-

morsi non altrimenti che se belve

i

si

vedevi quella foresta di capi ora piegare da queora dall’altro lato, come campodi biade mature agitato da

fossero: e tu sto,

Non domandavano

venti eontrarj.

quartiere, nè lo desidera-

Ma ecco, quale che ne prendono a balenare, lasciano piede indietreggiano, egli awersarj dove i nostri levano l'orma pongono incalzando laloro, e crescono in ardimento quanto vano: guerra di esterminio fu quella.

fosse la cagione,

i

Cristiani

sospinti dal

i

Cristiani

degradano in vilezza: già molti degli attergati, moto irresistibile, cadono riversi nel mare, altri

più fortunati saltano sopra la Reale di

Spagna .... Che più?

don Giovanni stesso è travolto dai suoi nei passi dolorosi della fuga.

Non meno di

nuove

pedirono

providi,

milizie, ai

i

trattennero sopra l’orlo li

rincalzarono indietro,

sopra

la

nuova nè

si

avevano già munita la Realt* alla riscossa, non solo imnostra galea, non solo li estremo della prua, ma duramente e ai nostri fu dato salire di nuovo

nostri

che arrivando

Turchi invadere

Reale

zuffa, e

ilei

la

Turchi. Sul ponte della galea s’ingaggia

ormai da più

sapeva da qual parte

si

di

un'ora versavasi sangue,

sarebbe inclinati»

la

vittoria:

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91

sangue era

la eoperta;

giù dalle pavesate lungo

fianchi della

i

il mare sollevando la spuma orrendamente vermiglia, pareva che ribollisse di sangue. Ahi! truce

galea colava sangue, e

vino, che dispensa ne’suoi conviti la guerra.

Quattro volte nella

fummo

Reale dei Turchi

:

respinti, quattro volte laceri da

ambe

le parti

penetrammo da ambe le ,

parti per morti illustri dolentissimi: e dei superstiti quale ferito,

quale spossato

L 'ultima

volta che

gì, chela mano non reggeva più l’arme. don Giovanni fu respinto successe un

caso notabile, che, indietreggiando egli, senza mai voltare la faccia dal nemico, sia che

il

piede sopra rintavolato

lubrico gli sdrucciolasse, o quale altra ne

fosse la cagio-

ne, cade, ed accenna precipitare supino nell’acqua; se non

che un soldato spagnuolo, che non

gli si

era mai dipartito

dal fianco, lo abbrancò forte con la destra per la cintura,

mentre con la mancasi atteneva al sarchiarne: all’improvviso il soldato prorompe in un grido; il braccio manco gli ciondola giù cionco; egli e don Giovanni senza rimedio precipitavano, quando allo Spagnuolo venne fatto afferrare co’dentiun cavo, e quivi salvi si

si

tenne finche, accorso prontissimo l’ajuto, furono

ambedue. Don Giovanni

illeso

apparecchiatigli estremi conati.

da qualunque percossa

— Prodi uomini

(grida),

anche uno sforzo, e abbiam vinto». Mentre però attende a riordinare suoi Spagnuoli che in quel giorno mostrarono davvero virtù romana, avvennero due successi pei quali ci fu data vinta l'impresa. La galea comandata dal signore Alfonso d’Appiano sfolgoreggiava con le artiglierìe la Reale i

,

turchesca, ed essendo bassa di prora, portava tutti

i

suoi colpi

nel corpo della galea nemica, fracassando quanto incontrava;

andammo pure delatori di un altro motivo di vittoria. Una palla sbalza un

e a questa bassezza

cipalissimo

immane, o troncone, Alì,

che rotto

prinfusto

e lo sbalestra con tanta violenza contro

in più parti della

persona, dà con le spalle

dentro l’albero maestro, e schizzatolo del suo sangue, cade giti

moribondo.

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92

Oche la

fargli Marcantonio Colonna?

memoria

Il

valore dell’uomo,

delle imprese passate, la caldezza con la quale

quest'impresa aveva promossa, ad un tratto e

uopo vennero meno?

Come

maggiore

al

stargli irresoluto? Com’egli,

generale del pontefice, vede impassibilmente scorrere tanto

sangue cristiano ? Egli si talenta spaziare pei mari come se andasse a diporto in barca a godersi il ventolino della sera; anzi pure sparisce dal ponte, e non sanno più ove siasi cacciato. Questo uomo singolarissimo aveva avuto la costanza di starsi in mezzo agli scoppj delle artiglierie, agli sbalzi dei fusti, al precipitare degli alberi e delle

corde, fra

i

varj e orribili

aspetti della morte, fra tante cause di pietà e di furore, senza

commoversi punto, aspettando tempo opportuno a sterminare il nemico quando conobbe la fortuna parargli davanti l’occasione, andò sotto il ponte, e volgendosi con gran voce ai condannati al remo, così favellò: Gente! voi vi siete resi indegni del riscatto. In questo mondo quando profferiscono il vostro nome, le vostre madri, le vostre mogli, ole vostre figlie declinano vergognando la faccia cittadini vi tengono come bestie feroci. 11 cielo vi rifiuta, e la terra vi aborre. Ebbene, io vi riconcilierò con Dio e con :

—

;

gli

uomini:

dato

il

io

si

posso farsi che dai vostri parenti sia ricor-

noine vostro con orgoglio

niera, che la

i

mano

stenda verso

:

io

ma-

posso operare in

del più cortese cavaliere della cristianità

vostra senza tenerla per disonorata

la

—

».

Deh signor nostro, Equei miseri ad una vocedicevano: Dateci almeno comodità di morire combattendo». Ebbene (rispose Marcantonio), io vi dono la libertà: non vi movete dagli scanni; io torno sopra il ponte, quando udirete uno squillo di tromba, riunitevi; e al secondo: misericordia di noi

!

!

—

con quante maggiore forza vi concede la natura, adopeultimi sforzi, puntate

remi.

randovi

gli

Quando

sentirete avere noi investito la galea nemica, saltate

fuori, e combattete

e atterralo

il

timone, indirizzò

la

i

piedi, e agitate

i

Tornò sul ponte, prua contro la poppa di Alì.

come l*anima

v’ispira».

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93 primo squillo di tromba fece sentire, poco dopo il secondo. La galea dava un balzo come foca ferita: l'acqua flagellata ribolle, e mugghia fremente e spumosa fuggendo via. La galea, percorso un breve tratto di mare, con urto irresistibile investe il luogo designato. La Reale turchesca per poco non capovolta, con l’orlo della pavesata si tuffa in mare da un fianco, dall’altro mostra scoperta la carena: la più parte dei difensori rimane con impeto irresistibile balestrata lontano nell’acqua, e così pure avveniva deH’ammiraglio, se non si Il

ambe

appigliava all’albero maestro con tornò diritta,

il

le braccia.

Quando

Colonna, prevalendosi dello sbigottimento dei

nemici, saltò sopra la galea accompagnato dai suoi, e se ne rese padrone. Riarse l’ira dei comandanti turcheschi le galee

messe

in custodia della Reale, e sette

nuove se ne mossero ad

un tratto per condurre don Giovanni a pessimo partito. 11 Veniero solo si fece contro a tutte, sostenendone l’impeto con prodigioso valore; ma quel fiero vecchio sopraffatto dal numero, vedeva scemare de 'suoi

:

una

freccia gli

di

momento

in

momento

il

numero

aveva trapassato un piede, e un poco

per l’acerbità del dolore, un poco per la perdita del sangue sentiva non potere più reggere: urgeva corso, e

il

bisogno del soc-

non sapeva piegarsi a domandarlo. Giovanni Lore-

dano cCatarino Malipiero videro

il

pericolo dell’inclito vec-

potevano non glielo consentiva la egregia mostrano scoperti, e mentre com-

chio, e accorsero a sovvenirlo; questi prodigiovani starsi dietro le pavesate

ma

natura; dalla cintola in su

si

battono da veraci campioni di Cristo, percossi di arcobugio

cadono entrambi morti nelle corsìe. Il marchesedi santaCroce, che già si era mosso, giunse, se non a tempo per salvare la vita {il Malipiero ealLoredano, opportuno almeno a vendiTurchi furono tagliati a pezzi, e le galee carne la morte; i

caddero in nostro potere.

La

Lomellina, soccorsa da Vincenzo Querini, delle sette

galee che la combattevano ne prese cinque. Pertau, gittatosi

dentro un eaicco. a furia

di

remi

si

allontana: e noi

vedemmo

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94 le spalle di

quel feroce, vòlte in amarissima fuga.

1

Cristiani

schiavi sopra le galeeturche, accortisi dallo scompiglio

fortuna abbandonava gli aborriti padroni, e afferrate quelle

armi che

il

furore e

il

che

la

rompono le catene,

caso ministrano, fanno

acerba vendetta dei lunghi patimenti, e assicurano la vittoria.

Mentre queste cose succedono nella battaglia e nel corno procedeva alquanto avversa la Giovanni Andrea Doria, il quale doveva scostarsi dalla battaglia soltanto quattro corpi di galea, trasgredì il comando, e si distese pel mare. Dicono che il facesse con buono intendimento, sia per dare campo alla battaglia e al corno sinistro che si allargassero, e si ponessero con agio in ordinanza; sia per sospetto di non rimanere avviluppato da Uccialì, che gli veniva incontro con molto maggiore numero di galee che non erano le sue; sia finalmente per prendere il vento in poppa onde dare dentro con sinistro dell'armata cristiana,

sorte nel corno destro.

impeto

ai legni

nemici.

mare, quando conobbe gliate e lontane,

Ma Uccialì,

le

espertissimo capitano di

galee del corno destro, così sparpa-

non potere di

leggieri l’una l’altra soccorrere,

senza punto curarsi di essere sotto vento,

si strinse addosso smembrale, con forze di gran lunga superiori, e uccisi principali capitani, ne prende dodici. Qui apparve la virtù di Benedetto Soranzo, da paragonarsi piuttosto all’antica che preporre alla moderna; imperciocché, visti morti o feriti incompagni, ed egli stesso essendo in più torno a sè tutti

alle i

i

parti della

persona impiagato, non

patire che, rassettata,

un giorno

gli bastò

l’animo di con-

orme turchesche, nè potè

siderare la sua galea calcata da i

nemici se ne valessero

ai

danni della patria dolcissima onde strascinatosi al luogo dove si conserva la munizione della polvere, vi appiccò il ;

fuoco, e sè, la galea e tutti

i

nemici che

vi

stavano sopra con

orribile scoppio slanciò rotti e mutilati per l’aria.

per

somma

ventura campava; e

fu

Uno

solo

Giacomo Giustiniani, che

sospinto senza offesa lontano nel mare, potè per miracolo salvarsi a nuoto.

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,

95

Nè certo

vuoisi tacere

il

scontro della capitana

fiero

di

Malta, la quale, investita da tre galee turchesche, combatteva

intrepidamente mostrando dura fronte alla fortuna; se non

che Uccialì, ravvisando colui che

si

lo

stendardo

di

San Giovanni, come

professava capitale nemico della religione

di

Malta, non vergognò spingerle contra altre tre galee per

averla ad ogni modo. Fra Pietro Giustiniano, generale, con-

siderando soprastare a sè e ai suoi l’ultimo

fato, gli

esortò a

morire animosamente, dacché del vincere non v'era speranza, e del rendersi

non parlava nemmeno. Durò

la

mischia

galee contro una, gloriosa pei Cristiani, infame

ai

di sei

Turchi,

due terzi della gente giaceva uccisa, l’altro terzo grondante sangue il generale per tre immani piaghe versava la vita; cinquanta cavalieri nobilissimi avevano spirato tre ore;

;

l’anima; la galea fino al castello occupata; lo stendardo caduto in potere dei nemici; e

nonostante faceva prova di difendersi.

Frate Agnolo Martellini, cavaliere fiorentino, ridotto a tristo partito degli altri,

men

sosteneva la onorata agonìa. Ucciali,

compreso di rabbia, ordinava si mettesse fuoco alla galea, ma il Doria facendo forza di remi sopraggiunse alla vendetta, e la fece; imperciocché, urtando

combattimento, ne gialì,

menò

capitano di

i

nemici stanchi dall’aspro

orribile strage,

Algeri,

ammazzando Cara-

con moltissimi

altri

caporali

turchesehi.

E

fama e di sventura furono le galee toscane, le quali per mala sorte seguitarono il Doria. La Fiorentina combattuta da sette galeotte, rimase vuota di soldati e di ciurma; sopravisse ferito gravemente Tommaso dei Medici: la più parte dei cavalieri di Santo Stefano combattendo fino all’ultimo sospiro compiva la vita. La galea di San Giovanni, guidata dal cavaliere Agnolo Biffoli, patì una stretta punto belle di

meno

dolente, ehò

il

capitano vi fu ferito diduearehibugiate

nella gola, ed oltre al cavaliere

Simone Tornabuoni

e Luigi

Ciacchi, vi morirono sessanta uomini di valore. Peggio ca-

pitava la galea sopra la quale

combatteva Ascanio della

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96 Cornia, circondata da quattro nemiche, so

geva

Alfonso

al soccorso

meno pronto giun-

Appiano, capo

eli

galee

delle

fiorentine.

Ma

ormai da ogni lato sonava il grido della vittoria: e Ucoiali, vedendo movergli contro tutta l'armata nemica per invilupparlo e prostrarlo, deliberò partire. Don Giovanni di Tardona si avvisò contrastargli la fuga con le otto galee di Sicilia,

ma

piccoli danni,

e Quirini

stanchi

i

si

scompigliato da forze maggiori, riportati non

ebbe a cedere

il

misero a dargli

passo.

I

provveditori Canale

la caccia;

galeotti per le durate fatiche,

senonchè avendo con infinita

ama-

rezza lo contemplarono ridursi a salvamento con quaranta

San Giomemoria,

legni, colla nostra galea corliota e collo stendardo di

vanni. In questa fuga accaddero due casi degni di

quali furono, che Giovambattista Mastrillo nolano e Giulio

i

Caraffa napoletano, mentre sono con

stesso la si

medesima audacia come se

sollevano contro

altri fecero

i

altri

coni pugni condotti

mostrando nel momento

prigioni sopra due diversi brigantini,

si

fossero data la intesa,

Turchi, accoltellano

sembianza

i

Rays

e quanti

di resistere, e di schiavi e vinti di-

ventati liberi e vincitori, tornarono a noi. che a

braccia

aperte gli accogliemmo, eo'brigantini nemici pieni di schiavi e di ricchissima preda.

Circondato da nere nuvole, gittando lungo per

avveniva che

la

le

il sole declinava al tramonto, onde uno sguardo obliquo, per cui

parte rischiarata mandasse vivida luce, e

mare fosse ingombro di tenebre: al fiotto dei marosi accompagnavano gli urli, le imprecazioni, le supplicazioni singulti, e da lontano parevano un pianto solo; il

l’altro si

e

—

i

pianto della natura sopra lo strazio de’suoi figliuoli, certo

da lei non creati per lacerarsi così. Per la striscia di luce comparivano casi da far piangere gli angioli, e taluni, ma pochi, degni affatto della origine celeste dell’uomo.

una gente chiusa

Vedevi sopra le galee che abfiamme, senza sospetto che.

al terrore, salire

bruciavano, cacciarsi tra

le

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97 in

quel punto ardendo le polveri, preda e

rompessero in frammenti minutissimi di

;

altri,

combattere, siccome l’odio implacabile

ciuffano pei capelli

o per

li

barbe, e in

le

eo’pugni percuotonsi, eo'denti

si

predatori di-

non

sazj

ancora

flagella, si

difetto di

ac-

arme

lacerano, ed ora la lesta

dell'uno or la testa dell’altro con infelice vicenda sparisce sotto le onde, finché queste,

sdegnose quasi che durasse

tanta ira in creature così fragili e caduche, le avviluppano

nell’immenso seno, e non compariscono più, si

contendono un albero, o

mentre,

fusto, o

pili

caritativi e

— Poc’

oltre

troncone, per appi-

rimanervi tanto che giunga

gliarvisi e

meglio assennati

il

,

ma

soccorso;

poteva bastare

consumando le forze estreme ognuno esclusivamente per sé, gli opprime comune. Tale altro stupido di paura, aborrendo annegare, afferra un frammento di galea che arde, e fuggendo T acqua, perisco per dolorose bruciature. Infiniti palischermi guizzavano di qua e di là pieni di gente ebbra di vittoria, che le teste dei Turchi natanti toglievano a bersaglio, come il cacciatore costuma delle anitre per gli stagni e a quale si accostava supplicando la vita, lasciavano che mettesse le mani sopra la banda del caicco. oppure gli porgevano il remo quasi per ajuto, poi a colpi di accetta tagliavano le mani, o fendevano loro la testa con disoneste ed infami ferite. Pochi di questi burchi andavano in traccia dei cari parenti e dei compagni vivi o morti ch’e’fossero; pietosa cura, perocché a qualcheduno venisse fatto trovare quello che andava cercando, e lo amato capo dalle onde estraeva: se speranza di salvarlo in vita balenava, con ogni maniera di ufficio lo proseguiva: morto poi, lo rivestiva . lo armava, nella destra gli poneva stocco o zagaglia, lo faceva onorevole, e come vivo e ascoltante lo lodava. Questa battaglia, dove combatterono assai più di cinquecento vascelli, durò da mezzogiorno fin presso alle ventidue ore: vi morirono dei nemici, chi dice ventimila, a tutti la tavola della salute, per possederla

un

fato

;

C«*tù -

Antologia Militare

- Parto

I.

7

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98 chi trentamila e chi

un numero maggiore: su

stringo a dire, che molti certamente furono,

di

che mi

ma nessuno

mancarono alla chiamata settemila seicento cinquantasei; liberammo dodicimila schiavi cristiani; f

Dei

contò.

li

vascelli presi

nostri

sommarono

a dugento: noi

perdemmo

la

sola galea eorfiota: degli altri legni nemici, se togli qua-

ranta scampati con Ucciali. quale rimase sommerso, quale arso;

acquistammo centodiciassette cannoni, dugentocin-

quantotto pezzi d’artiglieria minore e diciassette petriere: prigioni circa quattromila, tra

i

quali, per tacere degli altri,

comparivano notabilissimi figliuoli di Ali, di cui il maggiore moriva di angoscia a Napoli, e l'altro fu trattenuto in prigione i

Immensa

cortese dal papa.

la preda, così di

pecunia come

di armi, di arnesi e di vesti doviziose, eonciossiachè

estimando mettere

fuga

in

i

i

Turchi,

Cristiani, e di girsene, piut-

tosto che a battaglia, a giocondo ritrovo, procedevano ornati, di magnifici

delizie cui città;

abbigliamenti

vestiti, circondati

di tutte quelle

erano costumati a godersi nella sicurezza della

oltreché seco apportavano

le

spoglie nobilissime

di

Cipro e delle riviere cristiane, che nel lungo corso ave-

vano

Ma

lasciato deserte. il

generale Veniero, come colui che, avendo consu-

mato gran parte

della sua vita sul mare, era sottile

specudon Giovanni, il quale, deposto lui onorava unicamente, lui padre chiamava, e a modo di padre con reverenza filiale proseguiva, a ripararsi, senza mettere tempo di mezzo, in qualche porto vicino, ed indicò Petalà sopra la riviera della Natòlia, dacché il tempo minacciasse fortuna. L’armata assentiva al comando, e adoperandovi forza di vele e di remi, latore dei venti, persuase a

ogni altro

verso sei

le

affetto, lui

quattro

ori»

abbracciava,

di notte gittò

miglia dal luogo del conflitto.

l'àncora in Petalà, lungi

Don Giovanni,

consigliato

prima di tutto si provvedesse fei'iti, e quanto meglio fu dato con aniino prontissimo obbedimmo; ed egli stesso non risparmiando fatica,

dall’egregia sua indole, volle ai

gli

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99 così senza prendere cibo si recò a visitare

invero poteva egli giovare effettualmente

ma

la

la maestà qualcheduno

presenza amica,

di refrigerio rese a

giacenti.

i

quei miseri;

a

una parola

dell’aspetto,

loro

di

spasimo delle piaghe, più tolleranda

Poco

meno acerbo

lo

la morte.*

Ora accadde, che passando presso a un giacente sopra un mucchio di paglia, don Giovanni sentisse con molta familiarità salutarsi

— Buona E

sera,

questi, a cui

:

don Giovanni non giungeva nuova !

la voce,

ma

su quel

subito non ricordava di quale si fosse, rispose nel paterno sermone come appunto favellava il giacente: Dio vi guardi, prode uomo, e la santa Vergine. Voi,

—

a quando pare, siete rimasto offeso:

mente:

fo

voto a Dio per

la

sopportate paziente-

vostra salute...

A

poco prezzo

avete acquistato una fama immortale...

—

—

ma non importa, don Gioprezzo non è poco; vanni. voi avete sembiante di non ravvisarmi... Il

— Mi sembra! ma sarebbe possibile!.. Don Michele?... — Cervantes Saavedra tutto vostro per la vita e per ...

d)

•

la morte.

— Ah! don — ve Io

nuovo,

di

E

il

Michele mio, datemi la mano....

don Giovanni nuovo ve la darei,

l’ho data,

io di

;

se potesse crescermi in fede di

giacente mostrava per l’aria scura

il

Dio

».

braccio mutilato,

involto di panni sanguinosi.

Don Giovanni allora riconobbe ne precipitante in pericolo di noi

vedevamo piangere

in lui

il

soldato che lo sosten-

vita: tacque, e se

lo invitto capitano.

il

bujo non era,

Scorso un lieve

spazio di tempo, don Gio van ni ri prese con voce tuttacommossa:

— E quando arrivato? E perchè non mostraste?» Don Michele — Tardi venni, perchè da Genova a Napoli non mi siete

vi

rispose:

trovai

(i)

Don

Cervantes, insigne poeta, autore d'uno de' più divulgati romanzi, d Chisciotte. In latto combattè a Lepanto, e vi perette una mano.

/

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100 denaro sufficiente da

pagare cavallo o vettura, e Dio sa me ne affliggeva, timoroso di giungere intempestivo; ma, come piacque alla nostra Signora, mi trovai alla mostra che faceste alle Gomenizze. Aveva stabilito mettermi nella se io

disposto a difendere con la mia campione della Cristianità, e il sangue più nobile di Spagna; la fortuna, amica per questa volta, mi assentiva pieno il disegno, ed io devo ringraziarla se, avendole data la vita, me la ritorna indietro con una mano di meno. Mi parve poi bene non farmi conoscere, perchè battaglia al vostro fianco vita

se, la

il

,

fortissimo

morte mi risparmiava, avrei potuto stringere

destra onorata, e rallegrarmi della vostra gloria sto era destinato

;

ne avrebbe sentito cordoglio l'animo vostro, per sissimo;

e se

la vostra

se all’oppo-

ch’io soccombessi, ignorandolo voi.

finalmente dovevamo morire

troveremmo adesso

presenza

alla

di

Dio

non

me amoro-

ambedue,

ci

».

Queste parole semplici, e nonostante maestose di gran-

empivano

quando uno Spagnuolo Chi mai avrebbe creduto incontrare tra guerrieri di Lepanto il nostro poeta !» Alla quale considerazione don Michele sempre pacato rispose dezza,

ci

di meraviglia,

interruppe il silenzio religioso, osservando:

—

i

:

— Cavaliere,

voi cessereste dallo stupore, ove

poneste

mente Don Giovanni nostro deve salutarsi come l'altissimo poeta della Spagna. Di due ragioni vi hanno poeti: quelli che operano le cose belle, e gli altri che le cantano. Don Giovanni ci ha dato l’argomento del poema: adesso che tutto

quanto apparisce grande,

forte e magnifico,

è poesia.

comporrà per lui la nobile epopea? Ah! Signore... non che non mi sento da tanto». Così s’incontravano due più eletti spiriti che abbia mai partorito la Spagna: entrambi grandissimi e infelicissimi,

chi

io...

i

e tenuti in piccolo conto in quella contrada, che tra

avrà fama principalmente perchè patria

Come

troppo bene aveva preveduto

il

di

i

posteri

loro.

Vernerò, imper-

versò nella notte una spaventevole procella. Le galee rimaste

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,

101

mai divampanti di fiamme, ora apparivano sopra la sommità dei marosi, ora sparivano, o sbattute trasversalmente volavano per la superfiee delle acque. Davvero avevano sembianza di demonj, che sbucati dall'inferno, fossero accorsi a raccogliere lo anime, ad esultare della Al domani miimmensa strage nel luogo del conflitto! lidi, e il mare roteava gliaja di cadaveri ingombravano le azzurre sue onde come nei primi giorni della creazione. accese, più che

—

i

Come

il

mondo

cristiano esultasse, voi sapete.

sommo

11

mura

pontefice volle che, abbattuto lungo tratto di

presso

a porta Capena. per quella breccia Marcantonio Colonna entrasse in al

Roma,

Campidoglio

un grosso dono prima il papa, la

si

modo

e a

degli antichi Cesari trionfando

riducesse; dove giunto, gli fu presentato

di denari,

che da

lui accettato,

ne ringraziò

e poi subito depositò affinchè ne facessero

dote a molte orfane e povere donzelle. Così, ricco non

di altro tesoro

alle

che

di

fama accresciuta, tornava Marcantonio

sue case, tanto più grande quanto

veramente romana!

Veneziani,

I

ai

dei caduti in battaglia spettavano,

morti

si

più solo:

quali pure

i

anima

due

terzi

non patirono che come

piangessero quei valorosi che, caduti combattendo

con Tarme alla mano, riviveano a secolo immortale, e loro più stretti parenti comparvero nelle pubbliche grazie

i

che

si

resero

a

Dio

vestiti

di

broccato e di altre stoffe

non Spagna

preziose: sangue anch’essi latino! Quello però che voi

potete avere inteso,

acerbamente di

si

è

questo, che

sofferse la vittoria,

avere posto in avventura

Filippo di

rampognando

le forze della

il

fratello

monarchia, senza

che la vittoria valesse a produrgli vantaggio ; e mentre

sommo

il

don Gioparole dell'Evangelista Fuit homo missus o

pontefice saluta nella effusione del cuore

vanni con

le

Deo , cui nomen

erat .Toannes

che non rifuggì da proporre

si

vi

fu

tale

in

consultasse se gli

Consiglio, si

dovesse

tagliare la testa. Vergognò Filippo medesimo della tremenda viltà de’suoi consiglieri.

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102 Quale ne venne da tante morti cosi prodigiosa vittoria,

manza in oh come

comodo

fuori, nulla. Gloria,

,

ai

da tanto valore, e da Cristiani? Dalla rino-

ebbrezza dèlie anime grandi,

scadi dalla estimazione e

dal desiderio

,

quando

Ognu-

sei fatta traffico dei calcolatori delle nobili passioni!

no pensa a

e per oggi

sè,

cura. Venezia in mare, la

domani non conosce o non Polonia in terra, rimangono ab;

il

bandonate come due vedette perdute dei nemici

incontra agli

sforzi

della fede.

generale Morsigli.

[I

Ricotti.

In nessun Italiano

fortuna

,

fu più

manifesta

e la costanza e l'alacrità

la

bizzarrìa

della

dell’animo a superarla

e trarne profitto, che nel conte Luigi Ferdinando Marsiglia

Nacque le scienze

nel

1658

fisiche

Bolgna: passò

in

la storia

la

gioventù a studiare

ed esatte. Di 21 anni era a Costantinopoli,

occupato ad osservare e descrivere

lo stato fìsico e

politica e la naturale di quell’impero.

morale,

Tre anni

appresso, trovandosi privo del padre, cadetto di famigliascarso di avere e contrariato in amore, entrò volontario nel

reggimento a cavallo

Caprara, che militava in

del conte

Ungheria.

Alcuni suoi disegni

di

fortificazione, alcuni suoi pareri

e osservazioni militari l’elevarono prestamente al grado di

capitano nel reggimento stato

al

Dieffenthal.

abbandonato dalla sua gente, cadde

che dopo averlo per

campo

loro,

il

Ma

vendettero per sette

un

dì

,

in potere dei

tre giorni trascinato

nudo

talleri

essendo Turchi,

e ferito fino

a

un

bascià.

suoi ulficj Furono dapprima più vili: quindi passò ai una bottega da caffè. Sotto Vienna lavorava costretto alle trincere, quando Turchi, sentendo che un i

i

servigi di

i

esercito guidato dal re di Polonia

si

avvicinava in soccorso

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103 della città, risolvettero di uccidere tutti gli schiavi cristiani. Il

sorgere dell'alba doveva segnare

Lo seppe rossi, e si

aveva oltrepassato

campo turco

il

lo scopriva e

per

sperando di

di far

schiavi

I

una

sentinella

suoi padroni lo

catene.

e

le

Vienna. Già

Bentosto

carrette fatali,

man-

morte.

Egli

destinati

alla

perduto; se non che due soldati turchi,

tenne

si

allorché

battiture

alloggiamenti

gli

date a raccogliere gli allora

;

di

ultime guardie, e

e le

respingeva addietro.

ricevettero crudelmente, con vidercji girare

mura

le

giubilava credendosi salvo e libero

morta

principio della strage.

il

Marsigli, e tanto fece nella notte, che sfer-

il

avviò carpone verso

guadagno sopra

la sua persona, deliberarono

comprarlo e trafugarlo. Messagli pertanto una corda

al

obbligarono colle sferzate a seguitare a piè nudi

il

collo,

corso dei loro cavalli.

poco sigli

di

Durò 18 ore

biscotto fritto nel grasso di

un Mar-

barbaro viaggio

il

una candela

fu al

:

unico refrigerio in tanto travaglio.

Giunse

così,

mortalmente ammalato,

droni, che lo serrarono in

una

al

paese de’ suoi pa-

stalla, e l'attaccarono,

come

giumento, alla catena; una povera donna turca per compassione

gli

fece

un

giaciglio di paglia. Quivi stette molto

tempo lottando

colla morte, e non sapendo desiderare la mai più da quello aggiungeva dolori a dolori. Pure, come Dio volle, la bontà della sua complessione superò la violenza dei mali; e tosto egli col succo di erbe si ingegnava di delineare le fortificazioni fatte dai Turchi al ponte di Esseck e la disposizione del loro campo sotto Buda, e ne spediva segrevita; posciachè la disperazione di uscire

stato gli

tamente

i

disegni ai generali dell’esercito imperiale. Tale

era quell'anima, benché inferma, e tra

Dopo

le

catene da schiavo

molti e vani tentativi, finalmente

pervenne a Venezia, e non molto poi gli di prossima liberazione.

risposta, annunziatriee

ostacoli si attraversarono trattative

vennero

rotte, e

all’effettuazione di i

!

una sua lettera giungeva una

Ma

tanti

essa, che le

suoi padroni, per levarsi qual-

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104

vendere

noja e sospetto, gli protestarono di volerlo

siasi

altrove. Ciò gli

avrebbbe chiuso forse per sempre ogni via

se fortunatamente alcuni Turchi, guadagnati a

di salute,

prezzo d'oro, non avessero trovato

modo

di rapirlo e

con-

durlo a Venezia.

Quasi altro

uomo

conte Marsigli arrivò tra

il

a non molte settimane combatteva sotto

Essendo poscia

della sua compagnia.

i

Buda

suoi. Indi alla testa

Vienna

stato spedito a

per sopravvedervi la fonderia dei cannoni, vi intraprendeva utili

ricerche intorno l’accensione e la forza della polvere, e

proponeva

al

governo parecchi miglioramenti circa

la

forma

cannoni e il modo di gittarli. Nel 1685 la diligenza da lui usata nel ridurre a difesa la città di Gran nell’Ungheria inferiore, gli fruttò il grado di lenente colonnello. All’assedio di Buda il suo ingegno e il suo coraggio riuscirono molto proficui. Fu anche suo il parere di darle un assalto generale; il che venne esegui-

dei

Avresti allora mirato

to felicemente. il

dolore di

una grave

la strada alla biblioteca dici.

Fu

di

cui

più

quindi a

ferita, e fra

macerie,

tenti, di sotto alle

di

nella guerra contro

a i

Marsigli superare

il

tumulto dei combat-

fiamme aprirsi

alle

Corvina per salvare

tordi arricchiva

mano

il

mezzo il

i

preziosi co-

patrio Istituto.

mano compagno

del

duca

di

Lorena

Turchi, ambasciatore al papa, inge-

gnere, segretario di ambasciata a Costantinopoli, e nova-

mente

svaligiato, e

novamente

ferito e lasciato

per morto.

il più sottile ritaglio di tempo; ma spada nella penna oppure nel coltello anatomie sotto le batterìe co, nemiche, e fra i politici negoziati, e nelle maggiori strettezze della fort una, o preparava la grande

Tuttavia non trascurava

cambiato

la

opera intorno al Danubio, o scriveva preziose memorie circa l’idrografia,

i

monumenti,

la storia, la statistica, la

botanica, la meteorologia dei luoghi da

lui

visitati;

ov-

vero raccoglieva e illustrava anticaglie, e di tratto in tratto insieme colle code da bascià e cogli altri trofei della guerra.

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105 spediva a Bologna, mappe, disegni, curiosità, statue, antichi, e libri, e oggetti di storia naturale. Nel

tempo faceva fabbricare strumenti

in patria

una

gli

ottici.

ma

Marsigli rifiutò

il

la caldezza dell’animo

procacciò nemici, e la qualità sua di straniero glieli

rese pericolosi. Cominciarono ad accusare lato; egli si difese

il

Marsigli di pecu-

davanti ad una deputazione straordinaria di

giudici, e ne uscì assolto

ma non

;

potò per allora impe-

trare che la sua innocenza venisse legalmente

da un consiglio

quel colpo,

di guerra. Fallito

tentarono di toglierlo di mezzo mediante sassino: lasciovvi la vita il

medesimo

specola, e la dotava di

Generoso, benché scarso di sostanze, doni quando l'accettarli era onesto;

suo

rilievi

il

acclamata

suoi nemici

i

pugnale d'un as-

cuoco, preso in iscambio di

il

Marsigli ferito e malconcio rimase

al

utilissimo.

Venne egli

infatti,

dopo

rendevano

la conclusione della pace,

eletto plenipotenziario a segnare

Polonia,

quando

i

lui;

congresso di Carlo-

witz, ove le sue profonde cognizioni dei luoghi lo

confini tra

i

il

Turco,

la

Veneziani e l’Austria. Eseguiva questo carico,

gli si affacciarono

i

monti

di

Rama,

tra

i

quali era

stato schiavo 15 anni avanti. Tosto fece fare ricerca degli

antichi suoi padroni, gli accolse cortesemente,

parecchi

nel congedarli

dì, e

zecchini, oltre ad

un pingue

li

tenne seco

donò loro mille agnelli

e

300

benefizio militare, che ottenne

in loro favore dalla Porta.

Più che

grado

il

di generale, gli fu caro

premio per que-

ste fatiche la facoltà concessagli dall'imperatore di

provare

innanzi ad un consiglio di guerra la falsità delle antiche imputazioni.

Ma

più dolorose ferite

gli

apparecchiava

la

per-

fidia de’suoi avversarj.

Avevano gli di

Landau, e

il

Imperiali nel 1702 messo l'assedio alla fortezza

principe di

venuto a rafforzare parvero

le

Baden

gli assedianti

lo

guidava. Al Marsigli,

con cinquemila uomini,

linee dell’oppugnazione troppo larghe.

Ne

fece

parola con un Garelli bolognese, medico dell’arciduca Giu-

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106 seppe, sotto

il

cui

messe e con doni

nome

lo

si

trattava la guerra; e con pro-

indusse a persuadere

suo signore della

il

necessità di avanzare le artiglierìe e le trinciere, ed avvicinarsi al fosso. L’arciduca restò capace delle ragioni allegategli dal

suo medico:

Marsigli fu sostituito neH’ufficio di

il

primo ingegnere all'italiano Fontana,

il

quale era stato ucciso

nelle trinciere. e in quattro giorni la piazza fu astretta a

capitolare.

principe di Baden ne sdegnasse e pensasse a vendinon è adire. Sapeva che il Marsigli era amico del conte d’Arco tenente maresciallo: mandollo perciò sotto i costui ordini a difendere Brissach. Era la città mal guernita di mura, di artiglierìe e di gente; ed alcuni traditori accrescevano difficoltà alla difesa. Il Marsigli instò presso il conte d’Arco acciocché facesse venire quanto era duopo: non veggendo effetto dalle sue istanze, ne scrisse al principe stesso di Baden, ma non ne ricevette risposta. Allora di per sé provvide ai primi bisogni, chiamò nella città 700 uomini del suo reggimento , impegnò per pagarli proprj beni e le

Se

il

carsi,

i

proprie argenterìe, rescrisse a Vienna, protestò, chiese

miato;

insomma

mandò

agli arresti.

tanto

si

infervorò,

che

il

com-

conte d’Arco lo

L’imperatore, ingannato intorno a queste faccende, rispondeva imponendo che badassero bene, e che la piazza di Brissach resistesse sino all’ultimo.

vano troppe attaccò

il

cose. Giusta

il

Ma

a difenderla

presagio del Marsigli,

bastione di San Giovanni, e sforzò la

il

città

mancanemico a capi-

Ciò venne attribuito a tradimento o codardìa; e per sentenza di un consiglio di guerra il conte d’Arco perdette la

tolare.

testa, al Marsigli fu dal carnefice spezzata la

nero

tolti

i

spada, e ven-

gradi, le bagaglie e l’onore.

L’inaspettato e indegnissimo colpo sconvolse sulle prime

l’animo di

lui

:

ed a mostrare

non tardò il

egli tuttavia a riprendere spirito

viso alla fortuna. Si presentò in abito di

abbate all'imperatore, e

gli

chiese giustizia;

ma

indarno. Al-

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107

mandò

d’Europa la narrazione sincera della sua disgrazia, fece ritrarre in un quadro la scena della sua condanna, e formossi un nuovo stemma di una catena, di una spada rotta e di una mezza luna rivolta a terra e grondante

lora

ai dotti

sangue.

Congedatosi in

tal

modo

pubblica vita,

dalla

ritirossi

presso la piccola terra di Cassis nella Provenza in una villetta

a riva del mare. Quivi, ignoto

medesimo, passava

mano un

il

al

mondo

a

e quasi

tempo a pescare, a coltivare

se

di sua

giardinetto, ed a studiare e descrivere la natura

de’pesci e di alcuni zoofiti.

Una

volta bensì ebbe a sdegno

la

e fu quando giunse a Marsiglia schiavo sopra una nave francese un cugino de 'suoi antichi padroni, e gli mancò il denaro per riscattarlo. Pure tanto si adoperò presso

sua povertà

il

,

re di Francia, che al fine lo vide restituito in libertà.

Il papa mandolo

al

ritrovò

suoi beni rovinati

tolse

il

Morsigli dalla solitudine di Cassis, chia-

delle sue armi. Tornando in patria, o rapiti: ciò nullameno perBologna l'Istituto, ove riunivansi ad incremento delle scienze un padre Grandi, un Eustachio Manfredi un Vallisnieri, un Guglielmini e un Yalsalva. A questo Istituto il Morsigli donò tutte le rarità da lui raccolte col patto espresso che non se ne facesse mai menzione. Sarebbe anche stato suo desiderio di riunirvi grami

comando

venne a fondare

in

,

,

matiche e

lessici di tutte le lingue,

materiali per tutte le scienze;

medaglie

ma

le forze

di tutti

i

tempi,

mancarono

alla

grandezza del concetto. Ciò

fatto,

nascente famosi.

e

visitò

l'Europa ad oggetto

Istituto, e legarlo colle

di arricchire

accademie e

il

coi dotti più

Al suo ritorno gli regalò manoscritti, incisioni valore di 12 mila zecchini, e perfino caratteri di

libri pel

stampa

orientali,

poligotta.

che servissero introdurvi una tipografia

Questi magnanimi sforzi avrebbero dovuto

mo-

vere la pubblica gratitudine aeoronaredi onoreedi riverenza gli ultimi giorni di

un tanto uomo;

ma

fu altrimenti.

Con-

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108 sempre,

trariato, invidiato

si

trovò egli costretto a viverli

Como, parte nel fido ricetto presso Bologna non ne ebbe che l’estremo sospiro.

altrove, parte sul lago di

Cassis.

Nato

imprese, più vasto che profondo nel

alle più nobili

concepirle, più ostinato che felice nell 'effettuarle, impetuoso,

seppe aprirsi una carriera di gloria là dove l’invidia stimava disonorarlo per sempre. Dal palco infame della sua condanna gettava egli, per così dire, attivo, franco, severo,

basi della ittiologia dei fiumi nell’opera danubiale rispet-

le

tata

ancora oggidì, e additava

naturali.

Queste ignote

sannò ancora trovare

vere basi delle scienze

le

vie, fuori di

gli

ogni regola ordinaria,

ingegni italiani

Immagine stampala

!

dell' Italia.

I

1

)

Lance i.lotti.

Venne un

foglio

scrivendo

fuori, nel 1617,

stampato il

con l’occasione de’rumori di guerra

in Venezia,

me

meglio che da

il

quale andrò brevemente de-

si

possa e sappia. Vedresti in

quel foglio una figura principale e molte altre minori attorno in

ogni parte.

La

figura principale si è

addolorata e mesta dritta

la.

una donna a sedere

toccando o sostenendo

con

la

guancia, e sopra la sinistra appoggiando

mano il

go-

mito, in atto lagrimevole ed infelice. Ai piedi una corona

come caduta

reale

così alla peggio,

con queste parole: Cecidit

corona capitis mei.

E

che donna credi tu che sia questa? sopra il capo

scritto Italia fui. Volle in

di lei è

dunque l’inventore di quanto si vede mondo un'immagine della miseria,

quel foglio proporre al

nella quale l’Italia oggidì

si

trova

Nel seicento, come sempre, diceasi che era il tempo più infelice dele che una volta si stava ben meglio. Il Lancellotti scrisse L'Oggirti per dimostrare che oggi non si sta peggio che in passato: o (trista consolazione) che sempre ci furono guai e ride degli oogidiani. dell ’ oggidianare ecc. Fral'altre adduce una caricatura, che allora si stampò come usa adesso, ov'era effigiata l'Italia con tutti i mali che soffre. (1)

l'Italia,

;

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,.

109

Proseguiremo a dire

dell'altre

figure più piccole che vi

sono, tutte indirizzate a questo fine. Quinci e quindi contro la faccia di lei soffiano ribil

due gran

venti.

Sopra

mano

Dalla

dritta alcuni

monti

de 'quali escono e volano verso

con

il

capo un ter-

dragone, ch’apre la bocca e vibrala lingua per divorarla,

son queste parole: Discordia principimi

le

tandem vorabo. cima

e scoscesi, dalla

l'Italia

non so quanti

galli

parole In sepulcrum. Più giù d’essi monti alquanti

cani, con le parole

parecchi orsi, con

ramente filia

alti

te

Venimus. Alla radice de’medesimi monti le

parole

Non

reditur.

Una città, che chia-

vede che rappresenta Venezia, con

si

intacta

ma net ;

sotto gli artigli.

Una

le

parole Sola

ed appresso un’aquila che tien tre città

che significa Ragusi, dalle

città

mura

una donna che getta danari ad un pescatore, ad un dragone, ad un’aquila e ad un gallo. Una montagna dalla

della quale

come di città o castella Quo Etrvria ? Un’arma di

quale precipitano abbasso fabbriche diroccate e guaste, con le parole

casa Medici, dietro alla quale cade una catena, raddoppiandosi, e facendo

un gran cerchio a un leone, che dentro vi una branca; il capo della catena è in bocca

tiene la testa ed

d’un gallo, ed un’aquila poco più giù tenta di spezzarla; parole all’arme sono

:

Laqueus

le

forlis, fortis et leo ; al gallo

Invenies ; all’aquila, Abscindam. Dietro al leone sta una città,

sopra la quale, come per isferzarla, egli alza la coda

dov’è scritto, Videbimus.

Una

lupa con due bambini

poppe, con un’aquila ed un giglio, l’uno e corpo, rivolta indietro verso colle parole Qucero

prostrati

il

alle

l’altro dipinti nel

leone, che pare la perseguiti

requiem. .. Tre uomini nudi giacciono

in terra, ed un’aquila di sopra sostiene tre scet-

e tre corone, come cose rapile a quelli, ciascheduno una di queste parole: Insubrum, Siciliarum, Parthenopeorum, ed alcuni cani, segnati con l’aquila e con stanno alla guardia loro intorno... E finalmente un la spada, uomo per terra appoggiato sopra un’arme coronata, e diviso in tre parti da un’aquila alla quale porge a divorare il cuore,

tri

de’quali ha

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110 da una

fiera

che

gli porta via

una gamba,

un

e da

gallo che,

per quanto può, lo va beccando e consumando.

Tutto questo mucchio d’immagini goffamente

fatte, e

sparse attorno all’Italia, fu posto insieme per dichiarare e

porre negli occhi de’ riguardanti è condotta oggidì questa

meschina

il

misero stato,

Italia; e così è

al

quale

avvenuto,

perchè, dispensato qua e là per le città quel foglio, ha trovato

luogo ed è stato ricevuto dentro alle case più

particolarmente a quei d’oggidì

mostra appeso

alle pareti, quasi

,

botteghe

,

e

dove

avrà piaciuto, ed in

vivo simulacro dell’afflitta

come più volte io medesimo ho veduto. io che uno de’maggiori spropositi che vedessi o mai d’aleuno d'oggidì è quello o dell’ inventore chi che fosse, o più assai dello stampatore di quella carta. Volle e sconsolata Italia,

Ora dico

sentissi

questi rappresentare a colpo d’occhio agli Italiani

mali che. nel anno 1617, opprimevano

l’Italia;

i

tanti

e che fece quel

buono oggidiano? Andossene a trovare l'istessa figura ed invenzione mandata in luce sessantatrè anni prima; e così di peso,

senza levarne o aggiungervi niente,

la

diede fuori

per mezzo delle stampe, e quel ch’è peggio, confessando

li-

il fatto con queste parole, cioè: « Fu stampata nel 1554 ed ora si ristampa l’anno 1617 ». Quanti e quanti di quelli che la videro e la veggono, e tengono appesa al muro delle loro stanze, avranno e devon dire (parmi di sentirli): « Povera Italia! Eccola qui la sfortunata ... Com’ella è ridotta oggidì, com’ella è concia bene! Ti 'so dire che non è più oggidì, come già era. signora e regina

beramente

dell’universo.

Non

poteva dir meglio, non poteva trovar

parole, che più le quadrassero, che più vivace e

brevemente

spiegassero l’infelice sorte alla quale oggidì è giunta questa sfortunata Italia, che quelle che il bell’ingegno quasi dalla

bocca di

lei uscite,

scrisse soprala sua

immagine, Italia fui,

perchè può bene con ogni verità ella e chi l’ama e la contempla oggidì, sospirando e lagrimando alzar le grida fino al cielo, e dir con colui Fuit Ilium, et ingens Troja fuit. :

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.

Ili

Povera

Italia oggidì

,

povera

Italia!

Mai più

si

vide cotanto

come

insidiata, lacerata, calpestata, assassinata dai forestieri

oggidì

si

vede. Dicalo dunque, dicalo purè che n’ha ben ra-

gione. Italia f ai

»

Queste sonale querele, ch'io giurerei hanno migliaja di persone,

mosse dalla

fatto e

fanno

vista di quella figura;

perchè? se tuttodì sentono farsi caso per ogni cosa che di contrario avvenga a questa benedetta Italia, quanto più por-

gendosi lor occasione di mirare tanti mali, da

quel

lei in

poco spazio rappresentati? Senza punto avvertir che con quelle parole <

1617» l’autore

Fu stampata di sì bell’

nel 155-4 ed ora

opera

si

dà con

la

si

ristampa nel

zappa su

i

piedi;

bisogna ben credere ch'egli fosse oggidianissimo, e che quelli

che considerarono qualche poco quelle parole, e non

si

sve-

gliarono a pensare che quella era una semplice copia di cose

ma

succedute 63 anni prima,

precipitaronsi ad oggidianare

anch'eglino con quell'oggidianissimo stampatore, fossero oggidiani del primo bussolo.

Come domine non

pensò egli

lo

stampatore del 1617. e molto più non pensano quelli ai quali piace quel foglio di maniera che pare ben loro vada

a

non pensano, dico, che il corso maggior parte avversità, guerre ed insidie che vanno quivi dipingen-

ferire giusto l'Italia,

delle cose, le azioni dei principi d’oggidì e la delle

dosi o

come

presenti o

come già

soprastanti oggidì, all’Italia,

sono oggidì da essa, per grazia ed insomma non calzano

del 1623, nella quale noi siamo Io

non istimo

sì

quell’ Italia fui,

prender occasione gli

la

Mi

Dio,

di

all'Italia del

non poco lontani,

1617, ed alla presente

?

poco colui che fece uscire in pubblico

o l'istessa Italia fui, ch’io non ne possa di fin’ contra di lui, lei e contra tutti

oggidiani qualche risentimento, e tanto più quanto che

prima

volta, o egli, o ella

rido bene di chi nel

giudizio,

1617

non

si

doleva forse a torto.

la fece; uscire

con

sì

come abbiamo mostrato, a dolersi del medesimo

poco che,

più di sessant’anni prima per appunto, e con le precise

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112 parole chi

si

si

Ma

doleva nella grande scena dell’universo.

voglia colui, che o

allora o

comparire nel teatro del mondo

sì

ultimamente

sia

la fece

sconsolata e mesta, ac-

suoi Stati condotti a sì mal termine, compagnata da tutti me non importa. Per me fa il saper di certo, e i

chè a il

vedere che a quell’/to/ta fui è stato dato ricetto da tanti riputata

e tanti nelle case loro, è stata

vivo dell’Italia quale oggidì

si

un'immagine

al

trova; e l’aver io udito le

mille volte or questo or quello nel fissare gli occhi e la

mente

in essa,

prorompere a parole

marico: «Povera giusto dovevano

Italia

!

di tristezza e di

vedete eom’ella sta oggidì *

,

ramcome

esclamare quando la prima volta, ses-

santatrè anni sono, fu veduta, e che per conseguenza sia stata ricevuta

con

l'istesso

consentimento ed applauso uni-

versale dagli oggidiani ultimamente

Non può

come

allora.

negarsi già che, senza quella figura,

senta ogni giorno e quasi

ogni

momento

non

si

intonare nelle

nostre orecchie quelle meste e lagrimevoli voci. Italia fui. Porgile pure nelle radunanze che si fanno per le città grosse, in particolare d’uomini

ancorché dotti e

udrai, se punto s’entra a ragionar delle cose del

pratici,

mondo

,

e di

Francia e Spagna, di qualche soldatesca che debba passare o svernare in questo o quel territorio, d’alcuno aggravio

imposto di nuovo a’sudditi da qualche principe, e d'altre o più gravi, come sono

tali

fuori

i

le

guerre udrai, dico, sboccar

più belli oggidì del mondo, e farassi sentire, qualche

Italia fui. Vorrei pure io una volta sapere dagli oggidiani dell’Italia questo fui quando fu. Quanto a me non so trovarlo,

e se pure pensando e ripensando ne rintraccio qualche contezza,

mi par che

il

fui di

lei

sia tanto antico

,

che gran

ma-

raviglia è ch'ella co’suoi oggidiani se ne ricordi più, e che

per ancora nelle avversità d’ogni sorte non abbia fatto

il

callo e l’osso.

A che dunque tante grida, mia

signora Italia fui? Cara signora

Italia (dico signora, perchè,

a dispetto di chi non vuole.

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113 sei

stata, sei e sarai

per mille rispetti e

bella, la più nobile, la più

signora la più

titoli,

degna dell’universo); quando,

dimmi di grazia, quando fu mai cotesto fui ? Se non intendi al tempo che fioriva l’impero romano, io non so immaginarmi

Sul quale potrei risponder molte cose; dirò

altro.

solamente e pregherotti che

ti

contenti, e anzi ringrazi i

Cielo di questo stato nel quale ora

comandare

mondo per mezzo

al

ti

trovi

,

che

il

di vederti

de’Neroni, de’Diocleziani,

de’Massimiani, de’Caligoli, de’Valenti, de'Giuliani apòstati e d’altri mostri di crudeltà e d’ogni male. Se pure ti

quando

lamenti e gridi Italia fui stendi la mira tanto addietro,

memoria, che per ogni picciolo travaglio che vien sopra di te, ti vada subito ricordando dell’antichità tua sì grande; anzi tengo che (perdonami di grazia) la dimenticanza di tanti patimenti tuoi sia cagione che tu ti mostri oggidiana a più potere. Italia fui Italia ftii! Che fosti mai { fosti mai com’ogni altra parte del mondo, netta, monda da mille imperfezioni e vizj ? fosti mai felice, beata in modo che ogni cosa passasse appunto conforme al tuo volere, che non sapessi che cosa fosse aver io

non credo che

in te sia sì tenace

,

insidie,

A

nimicizie,

persecuzioni e

cento

che dunque tanto rammaricarsi che

eh 'oggidì

stai

peggio che

stessi

mai

,

mille

incontri

?

fosti,

Italia fidi

s’ogni

avversità e

disgrazia e servitù che oggidì provi è poco più quasi che

ombra

dell 'avversità, delle disgrazie e delle servitù antiche?

San Gotardo

Battaglia di

tra Austriaci e Turchi. Agostino Paradisi.

Niuno imperio

mai così vicino a perire come l’austriaco a quella occasione, avvegnaché tonta fosse la sua strettezza che a centomila nimiei potè appena contrapporre seimila combattenti.

E

fu

qual

potuto della salute Camu -

uomo

senza nota di temerità avrebbe

dell’Austria

Antologia Militari - Parte

1.

non disperare, salvo un 8

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114 Montecuccoli

al

<*),

provvidenza e

quale fidata l’avea l’ordine eterno della

la superior tutela della cristianità?

modo con

narrerà per qual

sì

tanto nemico l'intiero tratto di

prenderà faccia lasciando che

i

La

storia

tenui forze, tenesse fronte a

una campagna:

di favola e di esagerazione.

e la verità

Narrerà come,

Barbari spaziassero per ampio paese,

ei le

an-

guste forze in angusto territorio restrinse; come accampò, dove

nè per moltitudine poteva circondarsi, nè per alcuna parte venire esplorato

;

dove riferendosi a città forti e munite, e il Danubio, non potevansi al campo

per navi signoreggiando proibire

i

tamente com’egli, facendo fronte stò

la storia

minu-

alle ripe dei fiumi,

acqui-

sussidj e le vettovaglie.

tempo, indugiandone

intrattenne

il

i

Narrerà

passaggi, e

Turco lentissimo

in

come finalmente

un assedio,

in fino

la rigida stagione lo ritraesse ai quartieri c all’ozio

egli

a che

inope-

roso del verno.

Nel qual tratto

riposo ebbero

di

e spazio di ristorarsi

,

le

armi cesaree tempo

e all’imminente ruina

dell’Austria

non mancò di sussidj la Francia e l’Alemagna. Già il Raab. angusto fiume, è il solo limite che sèpari le due nazioni, e tutto lo sforzo e il furore di quella lunga guerra, e gli timori le animi e l'attenzione dell’Asia e dell’Europa, speranze, la libertà, la gloria di cristianità sono ridotti a quel varco, utilissimo ai Turchi se lo tragittano, fatale ai Cesarei se noi difendano. Fida il visir nella moltitudine i

e nel barbarico lusso

.

delle artiglierie e de’ cavalli; fidano

Le prime lor linee lo estreme de’ moschetti, mescoarme opportunissimo, aprendo quelle la via all’urto, queste sgombrandole col fuoco. Riempiono il centro le genti nuove e colletizie deH'Imperio, e le ale son tenute dai veterani. Son primi gli Ottomani ad assalire: condotti dal i

Cristiani nella fermezza e nell’ordine.

son munite delle picche,

lamento

di

Visir varcano il

centro

si

il

fiume,

rompe,

si

si

gittan sul centro de’ Cesarei, e

disordina.

(I) Generale italiano dell'esercito

Vince

il

condottiero

il

Germanico. So ne parla piò avanti.

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115

panico timore nato

da quel primo

fra’ suoi

assalto,

gridando

magnanimamente, ìndia doversi paventare, quando ancor non s’era tratta la spada; e raccolte genti dalle riserve, percuote di fianco

Barbari, e

i

supplendo

la moltitudine,

respinge nel fiume.

li

della

a’ difetti

somministra nuovo esercito a’nimici, e

minor

Ma

disciplina,

la battaglia in

un

luogo fornita, ripullula nell’altro più fiera e più sanguinosa.

Non giova fermi

a’

resistere e servare

luoghi occupati, non

gl’infedeli,

rimuovono; intanto che

si

opera de’ guastatori

la sollecita

campo quando

il

ripara col presidio delle

li

trincee; intanto che interminabili squadroni di cavalli tra-

gittano chiusi

il

e

guado, e poco manca circondati

l’uscire, e certo

derati

consiglia

prudenza del spada e nella

il

;

terribil

perdere.

che

si

a’

Cristiani

situazione

il

che non sien dove dubbio è

La timida prudenza de’ Confea raccolta; a la generosa non vede scampo ohe nella

suoni

condottiero vittoria. Si

ricurva a foggia d’arco l’esercito

cristiano, c con generale battaglia, di

investe

,

nemico per la fronte e per

assalito li

assalitore,

fianchi:

il

furor

suo vien lungamente ributtato dal maggior furore de’Gia-

lungamente dubbiosa è la sorte del cimento, ma le migliori arme prevalgono alle molte? prevalgono alle stesse trincee. Finalmente il Visir si denizzeri e degli Albanesi, e

libera di retrocedere e ricoverarsi sull’altra ripa; il

segno

e

fanti, si

di ritirarsi, le genti, rotto

addensano

al letto del

ma

dato

ogni ordine, misti cavalli fiume, troppo angusto a

tanta moltitudine; impacciati, nè posson rispondere al fuoco de’ Cristiani

,

nè salvarsi col nuoto; e

i

gorghi del Raab,

traendo! a fonilo, compiono quella vittoria clic, le spade non avean ancora pienamente maturata. Tal fu l’esito della giornata di San Gotardo, così detta i

dal luogo del combattimento; giornata illustre ed eterna-

mente memorabile, le

se, considerati

i

pericoli, le difficoltà e

conseguenze, ella fu alla Cristianità quello che

Zama

ai

#

Romani, quello che Maratona

agli Ateniesi.

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116 Parallelo fra e

il

il

generale italiano Raimondo Montecuccoli

maresciallo francese

Turenna AV A. Paradisi.

L’Europa, quasi d’ogni altro pensiero dimentica, stette, attonita e sospesa, ad osservare la fortuna, dubbia in egual

due maggiori capitani del secolo, Montecuccoli Turenna. La scuola del guerreggiare non ha forse alcun nè più fecondo di ammaestramenti, siccome quella campagna: ed io non dubiterò di reputarla maravigliosa, quando ella parve tale all'oracolo della scienza militare, a Federico. Posso io tacere com’egli, agguagliando virtù, fra’

e

tratto più eccellente,

Raimondo

al

vincitore di

Pompeo,

inviti

i

giovani guer-

a riguardarlo sul Reno, o se per la scelta del campo preserva la Alemagna, o se, mutando spesso di luoghi,

rieri ei

è presente a’ Francesi, dovunque rende infruttuosi loro progressi; o se, antiveggendo sempre, le azioni sue

dovunque i

misura colle intenzioni del nemico; se animoso approssima: accennando sempre nuovi disegni, disegni dell’avversario debilita ed interrompe l Per tali atti d’incomparabile prudenza si conduceva il sagacissimo italiano; quando la morte immatura e mose cauto retrocede; se, i

mentanea del Turenna cangiò di aspetto le coso; e il pubblico pendeva dallo sperimento di una battaglia, rimase incerto a qual de’ due competitori convenisse a giudicarsi la preferenza. Certificato della morte dell’avversario Raimondo lo pianse con lagrime sincere e generose; parendogli che non potesse giammai bastevolmente deplorarsi la perdita del maggiore degli uomini, sic-

giudizio, che si

,

come

ei

si

espresse, e di colui che parve

dell'uman genere: parole nelle quali è

il

nato per onore

senso del più

(1) Luigi XIV ili Francia colle sue ambizioni aveva eccitato l'Europa a frenarlo colla guerra. L'impero ili Germania si mosso in soccorso dell’Olamla, mandandovi le sue truppe col Montecuccoli. mentre le francesi erano

Turenna, che a Saltzbacb avendo 64 anni

capitanati dal luglio 1675

fu colpito d'una

cannonata

il

27

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,

117

ampio elogio e più fecondo; e delle quali può nascere dubbio se maggiormente il lodato onorino o il lodatore: parole piene di equità, che non furono con pari gratitudine dagli scrittori francesi ricambiate. Certo coloro che non temerono di asserire essere allora il Turenna pervenuto al vantaggio, ed aver la morte sua preservato di

il

soccombere, hanno dimenticato

Montecuccoli dal rossor

il

Montecuccoli, nell’an-

campagna, espugnatore in faccia a’ nemici della munitissima città di Bona; il tragitto del Reno, lungamente

terior

conteso e nobilmente superato, e l’emulo suo condotto alla necessità di cese,

una

hanno dimenticato che

battaglia; e

assalitore

deliberato di

il

Fran-

spaziare largamente per

l’Alemagna, fu represso nella frontiera, e contenuto nell’angusto circolo di poche leghe; hanno dimenticato che l’Italiano

egregiamente sostenne

erano

le

colui che

le

difesa,

della

parti

sue per allora; di che no seguita ch'ei potò

ritamente arrogarsi quel

titolo di vincitore,

ha soddisfatto all’intento

Io però,

al

quale

non dissentirò dalla opinione

che ci

si

che

me-

compete a

guerreggiava.

di chi

reputò essere

que’due chiarissimi condottieri lineamenti della più evidente somiglianza. Àmendue nipoti di due grandissimi stati tra

i

capitani (l’uno del principe Maurizio, l’altro di Ernesto)

e loro discepoli; amendue dagli infimi gradi, pervenuti

premi; amendue e

non

di elevato

a’

su-

ingegno, di rettissimo giudizio,

per alcuna passione; valorosi abbastanza

alterabili

perchè niunanota moderati perchè

di timidezza

non

fosse

li

contaminasse, e abbastanza

loro

rimproverato

giammai

alcun eccesso di temerità. Assuefatti a combattere e a vincere per istudio, reggendosi tutto per la ragione, e nulla

per la fortuna:

solleciti dell’esito e della

molto più che della privata loro gloria:

pubblica salute

solleciti del

sangue

de’Ior soldati e delle ricompense, c degnissimi dell’egregio titolo di padri dell’esercito. a' quali

siami lecito, per

Tali sono

amor

i

rapporti comuni:

della verità,

alcune dissiraigliànze. La predilezione dei

contrapporre

soldati,

moderata

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118 nel Montecuecoli, spesso diveniva eccedente nel

Turenna.

quale insolito non era rallegrare l’esercito colle sostanze

al

de’ popoli disarmati ed innocenti.

ma

tra le

La

severità, virtù funesta,

armi necessaria, nel Turenna qualche volta prese si odono tuttavia con ribrezzo della

colore d’inumanità; e storia gli scherni

onde

egli

rispondeva

alle strida de’ popoli

e alle querele de’ principi.

Turenna finalmente cessò

vare alla patria dacché

cessò di vivere; e Montecuecoli.

ei

di

gio-

perpetuando nelle auree sue Memorie la dottrina ch'ei praticò

con

potò dalla tomba ancora vincere, impero la sua futura grandezza.

tanto, lode e utilità,

e preparar all’austriaco

Pietro Mirro. Botta.

All’assedio di Torino nel

1700.

Francesi ordinarono

i

un nuovo assalto pei trenta d’agosto ma ai ventinove poco mancò che per sorpresa non conseguissero ciò, che colle armi procurare agognavano. Un’azione rara fra le più rare, ;

virtuosa fra

le

più virtuose, meritoria fra le più meritorie,

e degna di essere con

ogni

onore per

tutti

i

secoli cele-

brata, fu della loro ingannata speranza bella ed alta cagione.

Uomo

plebeo la fece, perciò non fu stimata, nò premiata

come e quanto valse. Essendo le mura lacere pei passati assalti, gli assediati temevano di qualche sorpresa notturna; onde grandi fuochi la notte nel fosso ed innanzi alle brecce accendevano; il che serviva eziandio ad impedire in quei luoghi l’opere dei minatori nemici, sotto terreni da tanti inccndj affocati. Ma tale cautelarsi

non giovò tanto, che la notte dei ventinove non riuscissero nel fosso

d’agosto, cento granatieri francesi della

piazza

senza essere veduti nò

della muraglia, e

cortina l'entrata.

non s’accostassero

per opprimervi Il

sentiti dalle

guardie

alla porticciuola della

guardia esterna ed occuparne luogo era stato minato prima, pel caso di un la

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119

ma

assalto generale,

cora munita

la

mina, benché carica, non era an-

del necessario

avesse tempo di salvarsi. nenfe.

Un

Il

artifizio,

onde l’accenditore

pericolo

era grave e imrni-

un soldato minatore, per nome terra d’Andorno nel Biellese, intenti al-

ufficiale, ed

Pietro Micca, della

l'opere stavano nella galleria della mina, nell’atto stesso che

F rancesi minacciavano se

i

la porta. Credettero

nemici s’impadronivano

i

perduta la piazza

di quell’entrata; perciocché

veramente per lei nell’interno del recinto si apriva l’adito. Già la guardia, sorpresa e dal numero sopraffatta, era andata dispersa, e già e di

i

numero,

granatieri di Francia, cresciuti

rotta la

prima porta o cancello

d’ardire di quella

sotteranea via, contro la seconda, ultimo c solo

ostacolo

con

che restava,

si

travagliavano, e

scuri, e

con

le

leve e con conj, di schiantare s’argomen-

tavano;

ma non

Pietro Micca

momento. Salvatevi, saltatevi, e

me

e

le

quell’estremo

In

disse all'ufficiale, che gli era vicino,

perchè abbia per raccomandati i

scotevano,

stette.

solo qui lasciate, che questa

patria consacro; solo vi prego moglie,

lei

si

rii i

pregare

il

mia

vita alla

governatore

miei figliuoli e la mia

quali più padre nè marito avranno. L’ufficiale,

l’eroica risoluzione

voto minatore

mandò

ammirando,

in sicuro

il

si

allontanò. Poiché

il

de-

vide, diede fuoco alla mina, ed

terreno soprapposto, e se stesso, é parecchie centinaja di granatieri francesi, che già l’avevano occuin aria

pato. in

Micca

il

fu trovato

morto sotto

le

rovine della mina, ed

poca distanza del fornello.

Micca

felice

per avere salvato la patria, piò

felice

se piò libera e più riconoscente patria trovato avesse il

mirabil caso per voce dello scampato ufficiale

:

!

ancora Seppesi

le

ruine

stesse coll’esposto cadavere parlarono. Al remore, la città tutta destossi e

pigliato

si

muro con

scosse: accorsero

le

guardie, lo scom-

più soldati assicurarono. Torino fu salvo

quel giorno; perchè, se

non era

del

nissun Eugenio, nè nissun Vittorio

generoso Biellese.

Amedeo

il

salvavano,

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120

Da

e l’opera loro veniva indarno.

lui la

corona ducale fu

conservata, e la regia posta in capo ai principi di Savoja.

A

questo passo, esito ed ho vergogna al dire

come

la fa-

preservatore sia stata ricompensata:

miglia dell’eroico

se

il

nobilissimo

una nobilissima ricompensa non

fatto

avesse meritato, e qui

fame

di chi

portava

le

come

furono statuite due rate di pane militare in perpetuo, trattasse solamente di

si

nome

il

di

un

La monarchia doveva premiare gli onori che essa dà, come

discendenti di Micca

i

con

saziar la

eroe.

le

repubbliche antiche

premiavano cogli onori ch’esse davano. 11 pane si dà ai poveri, non ai gloriosi. Che pane, che pane Ripeto, che ho vergogna. Ma Micca era plebeo; la ricompensa data, !

o piuttosto l'oltraggio fatto a

denota

caso che

il

chi

suo

il

nome portava,

facea in Piemonte, a quei tempi, dei

si

popolani. Ai giorni nostri

si

(miserabil caso, che cercare della famiglia del Micca,

conobbe l’indecenza. Cercossi si

dovesse!) l’ultimo rampollo

un vecchio

assai di tempo,

che

se ne viveva, a se medesimo ed agli altri sconosciuto, nelle

sue montagne.

Il

sergente artigliere volessero

;

il

fecero venire a Torino, e d’un abito di il

vestirono.

Poco capiva quel

che

si

suo idiotismo provava l’antica ingratitudine.

Il

corpo degl'ingegneri fece coniare una medaglia in onore

di

Pietro Micca, tardo

testimonio

di

una virtù che ha

poche pari. La data della medaglia onora chi la procurò, disonora chi tardò. Ahi pur troppo freddi furono tori

contemporanei ed

i

moderni, che

gli scrit-

di codesto fatto

par-

larono ahi troppo restii sonogli uomini alla gratitudine! h) !

Buonapartc: prima campagna d’ Italia. CantIt. Il

gran nemico della Rivoluzione era l’Austria, prede-

stinata dalla postura, dall’indole, dalle

tradizioni a

rap-

presentare nella società europea l’elemento della resistenza; (1)

Ora

al

Miceafu eretta una statua ilov'era l'antica cittadella

di Torino.

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,

121 allora poi,

animata particolarmente da esecrazione contro

Maria Antonietta,

uccisori di

gli

posta a capo d’una gran

mezza

di perseverare.

della

mancò

gran guerra, aveva tracciato

alle operazioni della

gno

zia dell’ imperatore, erasi

coalizione, a cui

campagna, ove

in offensiva, e invadere

si

finire

ravvisavano un

convenisse marciare

parea

d’un colpo la guerra; sogno. Buonaparte,

ma

si

messe d’amici e

potrebbe penetrar nel

di

sopra

difilato i

po-

non bada

prudenti

lo

consultato, propose

d’andarvi per la via d’Italia; qui s’avrebbe torie sicure, qui

dise-

vestiti e denari,

tessero vivervi a spese altrui. In quell'impeto che

Vienna, e

il

trattava di mutare la difensiva territorio austriaco, affinchè le

il

truppe repubblicane, sprovvedute di alle possibilità,

la fer-

Carnot, iniziato dallo studiodi Vauban

campo

denari; indi per

di vitle

Alpi

cuore dell’Austria, e obbligarla

dopo avere acquistato provincie, che si cederebbero in cambio de’Paesi Bassi, arrotondamento necessario alla Francia. Secondo tale concetto, il generale Scherer era stato spedito verso le Alpi e respingendo i Piemontesi

alla pace,

,

ne aveva raggiunto

le vette.

Ma

le

costui

campagne

siste-

matiche non soddisfaceano l’impetuosità d'allora; fors 'anche

ne esageravano l’inettitudine coloro chevoleano succedergli; fatto è

che Buonaparte

capo.

11

di essa «

Fra

gli fu

surrogato col titolo di generale in

quale partendo prometteva di ardire assai; colpire

l’Austria, il

tre

anima

di tutti

i

principi d’Italia; eccitare contro

sentimento nazionale italiano, e cosi schiacciarla.

mesi (conchiudeva) o sarò

di ritorno

a Parigi, o

vincitore a Milano*.

A

Nizza trovò 36,000 Francesi, o come allora chiamavansi

Giacobini, in condizione deplorabile, senza cavalli, nè vesti,

nè denaro, nè provvigioni, ma coraggio, costanza, ardore repubblicano, con valenti capitani quali Massena, Augereau. Serrurier, Bertier, Miollis, Lannes, Murat, Junot, tutti destinati

Marmont,

a vivere nella storia quanto gli eroi dcll’lliade.

Buonaparte smette con

essi le famigliarità

repubblicane e

il

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122 tu caratteristico;

si

atteggia qual capo, benché sia

giovane; distribuisce ai soldati

dice:

pasciuti, voi

verno che tutto deve a voi, nulla nel paradiso terrestre

il

più

generali quattro luigi ciascuno, e

ai

— Voi mal

fa

mal

per voi.

vestiti: e

Io, io vi

il

Go-

condurrò

colà piani ubertosi, grandi città, laute

;

provincie; colà v’aspettano onore, gloria, amori, ricchezze».

primo nemico che s’incontrasse erano

Il i

quali serragliavano

i

Piemontesi,

varchi delle Alpi con 22.000 uomini,

i

comandati dal generale Colli, e sostenuti da 36,000 Austriaci sotto Beaulieu. Ma guardandosi con gelosia, i due generali

non operavano d’accordo

,

sicché

Buonaparte,

moderato

nell’ardimento, mentr’essi aspettavamo per Genova, procede

per la vai della Bòrmida;

rottili

a Montenotte e Mondovì.

pel passo di Millesimo (11-14 aprile 1796) sbocca sopra il centro nemico, separa gli Austriaci dai Piemontesi, e questi sbaraglia.

re di

Il

austriaca e

Sardegna, vedendo che, tra la servitù

meno

francese, questa era

servitù

la

anche perchè nuova,

odiata

rassegna ad accordi, e in un ar-

si

mistizio (28 aprile) cede le fortezze di Cova,

Cuneo, Alessandria, Tortona, il che apriva la strada alla Lombardia. Quanto colle armi, altrettanto soleva Buonaparte guerreggiare

colle

conquistato

parole e coi sentimenti. Capì che, se avesse il

Piemonte seminandovi

avrebbe sollevato

il

le

idee repubblicane,

popolo contro nobili e i preti, e i

si

sarebbe

così reso responsale degli eccessi inevitabili in simili conflitti.

Se

al

rebbe

contrario giungesse sul Ticino e sull’Adige, sciorinela

italiano

magica parola d’indipendenza, sicché si

concentrerebbe contro

il

patriottismo

gli Austriaci, le

varie classi

accordandosi nel respingere questi e nelTinnalzare

nome

d’Italia.

diceva:

—

Da

Italiani, l'esercito di

vostre catene.

Il

il

sacro

un proclamò ove Francia viene a spezzare le

Cherasco avea lanciato

popolo francese è amico

di tutti

popoli:

i

corretegli incontro: le proprietà, le consuetudini, la religione

vostra saranno rispettate. rosi,

e soltanto contro

i

Faremo la guerra da nemici gene-

tiranni che vi

tengono servi

».

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.

123 Eccolo allora, con esercito pasciuto, coll’artiglieria presa

da tante fortezze, e ingrossando de* volontari che non mancano mai ai fortunati, calare nelle pingui valli sulla destra del Po, in un terreno proporzionato all’esercito. Abbiamo

—

riportato sei vascelli,

vittorie

giorni

quindici

in

preso

,

ventisei

cinquantacinque cannoni, molte piazze, quindici

mila prigionieri; abbiam guadagnato battaglie senza artiglieria, passato fiumi

senza ponti, marciato senza scarpe,

serenato senz’acquavite e talora senza pane», diceva ne’suoi bullettini, al legger

i

quali la Francia smiracolava d'ap-

plausi all’eroe, testò sconosciuto; l’Italia poneasi in ascolto fra ansietà e

meraviglia; e come tutte

padroni, fantasticava liberazione e

le volte

felicità.

che cambia

La

credeano

o almeno la prometteano quelli che aveano letto gli Enciclopedisti, seguito nelle gazzette la rivoluzione di Francia,

cenato

alle,

loggie massoniche; e quelli più

gheggiavano

la

nazionalità italiana,

repubblicani, non ambiziosi italiano.

non

La

turba, ubriaca

come

i

e

la

serj

che va-

speravano da

re, e da un generale

sempre d’entusiasmo per la forza, Tremarono invece

finiva d’applaudire al giovine eroe.

quelli attaccati all’ordine antico, alla quiete, alla religione, alle ricchezze,

prevedendo come tutto sarebbe messo

in

subbuglio da una nazione che aveva dichiarato volere strozzare l’ultimo re colle budella dell'ultimo prete. Intanto per Buonaparte attaccare

era

vincere, vincere

era conquistare, e subito doveva organizzare ai

Governi antichi sostituendo

Stati di

Parma

lire,

E

:

dappertutto

municipali. Entrato negli

duca concesse un armistizio

e Piacenza, al

per due milioni di quadri de’migliori.

Po

i

milleseicento cavalli, grano, venti

mentre

i

Tedeschi l’aspettavano sul

a Valenza, egli passa quel fiume obliquamente a Pia-

cenza; batte Beaulieu. tardi accorso; vince

di

nuovo

gli

Austriaci al ponte di Lodi sull’Adda (9 maggio) e arriva

a Milano (31 maggio) colla campagna più poetica che mai si

fosse fatta.

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.

124

Comandanti

prepone a tutte

militari

municipalità;

le

Pavia, che osò far movimento, abbandona al fuoco e al saccheggio; dappertutto mette imposizioni di guerra, toglie gli argenti dalle chiese,

vede

e

i

i

pegni dai monti di pietà;

suoi cenciosi soldati, rivestiti,

pingui, danarosi,

carezzati dagli uomini, e più dalle donne.

Imposti

altri dieci

Modena, spedisce di

milioni

al Direttorio trenta milioni,

somme

lusso, e altre

ai

Reno

duca

di

cento cavalli

prima volta moderna, che un esercito prov-

all’esercito del

(scrive egli) nella storia

vedesse

e viveri e quadri al

«

bisogni della patria, anziché esserle d’aggravio >.

—

A’suoi proclama: Altre raarcie forzate ci restano, nemici a sottomettere, allori a cogliere, ingiurie a vendicare; in quei che Francia aguzzarono i pugnali fratricidi, tremino; popoli tengansi sicuri; noi siamo amici dei popoli. Ripristinare il Campidoglio, resuscitare il popolo romano dalla lunga schiavitù, sarà frutto delle nostre vittorie. Il popolo i

francese, libero e rispettato da tutti, darà all’Europa

una

pace gloriosa, che la compenserà de’sagrifìzj di questi sei anni. Allora voi tornerete ai vostri focolari, e

i

cittadini

additandovi diranno; Egli era nell’esercito d’Italia ». E le sue parole erano sempre di libertà, d’indipendenza, del suo

grande amore pei popoli, e massime

pei

figli

dei

Bruti e degli Scipioni. Eppure esso gli sprezzava; liani son una gente fiacca, pantalona, superstiziosa,

vile.

Nel

mio

esercito

non

c’è

— Gl’Ita-

neppure un Italiano, salvo 1500 arnesi, non buoni che a saccheggiare »

raccolti per le vie della città,

Così lasciava trapelare quel vilipendio de’ popoli, che fu la colpa eterna della sua politica; nella quale

non

di

uniformarsi

ai

sentimenti e

.olle

si

prefisse

sempre

credenze loro,

d’adoprarli a suo servizio. In ciò secondavaio

—

il

ma

Direttorio

Alla prima occasione, spremete dai Lombardi quanto potete; fate di guastare loro canali e le che gli scriveva:

i

altre opere pubbliche;

vasi

bene

ma

prudenza

— Buonaparte guarda-

dal lasciar trapelare questi ordini.

Sapeva che

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125 il

Direttorio volea conquistar la Lombardia, per potere poi

di liberazione; protestava

ne’Francesi. ne'Tedeschi,

ma

appaltatori di dimostrazioni, trescare

ziosi,

rubar

gli abbondazieri,

ma

egli

non sarebbero

Italiani; lasciava

soliti

Insomma

ma

Austriaci in baratto de’Paesi Bassi,

restituirla agli

non parlava che

i

sbaccanare soliti

i

ambi-

ordine, obbedienza, o guai.

della rivoluzione voleva quel tanto solo che gli

giovasse e servisse; sdegnava quei che lo intitolavano cittadino generale, e lasciavasi nobili,

sprezzava

gli arruffa

Eccellenza; blandiva

dire

Il

i

popolo: ha troppo veduto che la

violazione delle leggi porta la frenesìa degli

atti.

suo concetto era di voltare nel Tirolo. e per la valle

dell’Inn e del

Danubio congiungersi

comandati da Moreau e Jourdan;

agli eserciti sul

ma

Reno,

Carnot, che riguar-

dava come chimerico e pericoloso questo divisamente,

e

d’altra parte voleva blandire le idee rivoluzionarie contro i

re e papi, suggerivagli di lasciar

metà

dell’esercito in

Lombardia, e col resto difilarsi sopra Roma e Napoli. Era appunto il piano che rovinò Carlo Vili, e Buonaparte che se n’accorse, osò disobbedire, e porre assedio a Mantova, ultimo rifugio dell'aquila bicipite; indi avviossi a ritroso dell’Adige.

Non

potea farlo senza violare

il

territorio della

repubblica veneta, opportunamente frapposto; ed egli non vi bada;

varca

il

Mincio a Borghetto;

si

stabilisce in Peschiera ;

occupa Verona, e assedia Mantova (3 giugno). L’Austria allora dovette sméttere la

il

pensiero d’invader

Francia e vedendo che, perduta Mantova,

rebbe scoperta da quel fianco,

Wurmser con 00,000

mandò

pel Tirolo

si il

trove-

generale

combattenti, coi quali, secondati dai

10,000 chiusi in Mantova e dai devoti Tirolesi, sperava Giacobini. Buonaparte non esita ad ab-

prender in mezzo

i

bandonar l’assedio,

si

Garda; nella battaglia

punte del lago di Lonato rintegra la sua fortuna

concentra alla di

(3 agosto) , poi in quella di Castiglione compie la

(5 agosto), dove 30,000 uomini ne

campagna

aveano superato 60,000.

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L'Austria inesauribile,

che

lo

manda Wurmser

respinge dal Tirolo,

ma

un'altra volta,

che poi battuto a Lassano

(13 settembre), può a fatica gettarsi in Mantova, di cui vien

rinnovato l’assedio.

Vedendo

instancabile

il

nemico, e scarsi sussidj venire

Buonaparte consigliava ili far la paco cogli Stati più robusti d'Italia, e proclamare l’indipendenza degli altri. In fatto concesse armistizio al re di Napoli (11 ottobre), pace al re di Sardegna, facendosi cedere Nizza, la Savoja e liberi a

i

sò,

passi; intanto incaloriva lo spirito democratico, col che

faceva dapertutto amici, le

conquiste: Reggio e

i

quali colle

si

traine spianavangli

Modena s’accordano

Cisalpini:

coi

Livorno e le fortezze Toscane vengono occupate insorgono Lunigiana Massa. Carrara; in Corsica è rialzata la ;

la

,

bandiera francese.

Buonaparte

fa

una corsa

sulle terre della Chiesa per co-

gliervi denari coi quali difìlarsi sopra Vienna. In fatti spoglia

santuario di Loreto, e a Tolentino detta al papaia pace (19 febbrajo 1797), costringendolo a ceder il contado Venesino e il

la

Romagna, pagare

trenta milioni

,

oltre preziosità d’arte.

e Buonovembre

L’Austria intanto uvea mandato nuovi soldati naparte 1796);

rincacciò a Caldiero ed Arcole (15-17

li

ma

dopo la

1

(attaglia di

.

Rivoli (2 febbrajo

1897)

Mantova capitolò, restando cosi sgombra da Austriaci l’ItaMosso allora verso l’Alpi per assalir Vienna (IO marzo),

lia.

Buonaparte

al

Noriche;

ma

suaso che

la

'ragliamento vince e passa; acquista le Alpi

veduto che il Direttorio non uvea mezzi sufficienti onde mandare l’esercito del Reno a congiungersi all’italico, Buonaparte propone la pace all’arciduca Carlo, e ne segna i preliminari a Leoben. aria di forza sotto una gran Il Direttorio, che (lavasi fiacchezza, pretendeva dirigere da Parigi le imprese di Buonaparte, e la situazione dei nuovi paesi; Buonaparte mostrava secondarlo, ma realmente faceva quel che gli paresse, pervittoria lo giustificherebbe.

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127

Più che vincere è dillicile il sistemare la vittoria; e il genio di Buonaparte manifestavasi nel costituire la repubblica Cispadana e la Cisalpina, nel raccomandare ai popoli nuovi d’armarsi, nel conservar la quiete, nel carezzare di

qualunque fossero

partito.

gli scienziati

Nel Piemonte sommosso par-

teggiava per la Corte, e forse sin d’ allora faceva calcolo sulla Lombardia per farsene sgabello a suprema altezza. Carnot prendeva sempre maggior sospetto di costui, che

come indipendente faceva guerra, stituzioni,

adunava

tesori,

E

Buonaparte, sentendosi forte

rava senza e

Aveva

contro

fin

egli

,

le istruzioni del Direttorio.

preso affetto per la Lombardia, sua

zione, e cercando qualche altro

cambio

tregue, pace, dettava co-

ma come disun esercito che l’idolatrava? in mezzo ai mediocri ope-

decretava strade:

farsene quando stava in mezzo ad

compenso da dare

crea-

all’Austria

parvegli opportuna Venezia. Quest’ antica e gloriosa repubblica avea sperato assicuin

dei Paesi

Bassi

,

rarsi l’amicizia della repubblica zarsi.

Le trame

fatte

francese col

democratiz-

per ciò, le violente invettive lanciatele

dalla sciagurata propensione

degli

Italiani

a vilipendere

le proprie glorie e sconoscere le indigene grandezze,

ven-

nero secondate dalle armi francesi, sicché l’antico governo fu abbattuto, e

Venezia anch’ella gavazzò d’inni

al liberatore

straniero, che la salvava dall’oppressione della patria aristocrazia. Ciechi

a Campoformio

!

Appunto

la

allora Buonaparte conchiudeva

pace (16-17 ottobre), per la quale lo

Stato veneto sino all'Adige era dato

all’Austria.

Rimarrà

questa sempre come la più indegna azione di Buonaparte. Egli la compiva con arti da volpe, e contro ordini del Direttorio;

ma

i

Parigini

gioja della conclusa pace, che

il

gli

espressi

manifestarono tanta

Direttorio

non ardi mo-

strarsene scontento.

Quando Buonaparte tornò in Francia ( 9 dicembre ),

le

acco-

glienze furono splendidissime, ridestandosi l’entusiasmo del1

ammirazione ove da lungo tempo non conosceasi che

l’en-

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128 tusiasmo del furore

:

il

una bandiera

Direttorio gli presentò

dov’erano noverate tutte le sue vittorie; e giornali a celebrar-

non mai terminati trionfi. Eppure la pace di Campoformio era germe di non più terminabili guerre. Nè già tutti applaudivano al giovane vincente. I Giacobini temevano d’un generale fortunato e silenzioso. 1 liberali rammentavano che, passando le Alpi, avea promesso lo

il

;

e poeti a cantarlo, e

saccheggio come Alboino; corrotto lo spirito dell'esercito

coll’eccitarne grossolane cupidigie, fin allora ignote; svogliato della civiltà e tiranna,

i

popoli col trasmutarla in conquistatrice

qual erasi

mostrata cogli

odiosa

col

vile

Valois nelle

ultimi

guerre d’Italia che esso sciaguratamente

ridestò;

tradimento di Venezia, col rapire

d’arte, e colle espilazioni regolari.

Dati

tali

resala i

capi

esempj aveva

ragione di dolersi del rubare che faceano generali, uf-

egli

fiziali, Il

abbondanzieri, commissarj

?

generale (come allora chiamavasi

disarmava

per antonomasia)

awersarj affettando umiltà.

gli

— Non mi resta

(diceva) che rientrar nella folla, riprendere l'aratro di Cin-

cinnato e dar esempio di rispetto pe’ magistrati

e d’avver-

,

sione pel governo militare, che distrusse tante repubbliche»;

una modesta abitazione d’una via che subito fu detta Vittoria, e colà vivea privato con Giuseppina la Pagérie, bella creola, vedova del conte Beauharnais, morto sotto la ghigliottina: interveniva alle adunanze ebbe

l'arte di ritirarsi in

dell’Istituto di

arcadici,

Il

Il

l’aveano eletto

membro

:

coi

Franceschi all’assedio di Genova.

Inglesi

in

Genova, dove

si

Uscente

Au-

sopportarono

estremi della fame e dei morbi senza perdere

dopo

costumi

l'invidia.

generale Massena coi Francesi era assediato dagli

striaci e dagli gli

cui

procurava rimuovere

il

coraggio.

1800 mancavano i viveri a segno, che, vivanda d’ogni corpo anche più schifo, prevedeasi

l’aprile del

fatto

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129

non poter più resistere che qualche settimana. Erasi però saputo che

il

generale Buonaparte, allestito un esercito

Era

nova.

suprema importanza

di

il

in

Ge-

Francia, preparavasi a scender dalle Alpi, e bloccare

sapere anche quanti

armamenti, e far conoscere a Buonaparte lo di Genova. Ma come farlo se ogni comunicazione per mare e per terra era impedita?

fossero quegli stato

Un tal Franceschi,

già cavallerizzo a Milano, poi divenuto

capo squadrone degli usseri cisalpini,

si

offerse alla peri-

colosissima impresa di trovar Buonaparte portargli

fragile barchetta

un

dovunque

fosse,

dispacci di Massena, e riportarne la risposta.

i

sguizza tra le navi

Su

inglesi; -piglia terra

piccol seno della riviera, e raggiunge

il Buonaparte. il gran San Bernardo. Avutane medesima, e sopra un guscio con tre soli rematori viene radendo la sponda vei-so Genova. Era già in vista del porto quando, al chiaror dell'aurora, le navi inglesi scorsero il battello, c gli spararono per af-

in

che preparavasi a varcare

la risposta, ritesse la via

Uno

fondarlo. altri,

non

il

dei rematori fu còlto e ucciso; sbigottiti gli

Franceschi.

quale, allacciatosi

11

capo, gettossi a nuoto. Allora

si

i

dispacci sul

accorge dì avere dimenticata

nel legno la spada: vi torna; la piglia in bocca, e così nuotando

con disperato coraggio

fra

dati e

i

cittadini a

di

reggere

/ Francesi passano

approda al molo. Buonaparte incoraggiò sol-

colpi de’nemici,

i

L’avviso della vicina calata

alle

i

più orribili prove.

San Bernardo

il.

nel 1800. U1 Rotta.

Erano Ródano,

le

-truppe francesi adunate tutte a Martigny sul

terra posta alle falde estreme del gran

San Ber-

nardo. Guardavano con meraviglia e con desiderio quelle cime, e partivano il dì 17 maggio da Martigny per

alte

(1) L'Italia. conquistata dai Francesi, comesi disse nel pezzo antecedente, era stata ripresa dagli Austriaci. Buonaparte, tornato dall'Egitto e fatto primo Console, veniva a ricuperarla.

Casto - Antologia

Militare

-

P*rt«

I.

9

•

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130

andarne a conquistar

Maraviglioso l’ardore loro,

l’Italia.

ravigliosa l'allegria, maraviglioso ancora

il

moto e

ma-

fervore

il

delle opere. Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotanti, carretti sdrucciolevoli, valli.

carrette, lettighe, ca-

muli, bardature, arcioni, basti da bagaglio, basti da

artiglierie,

impedimenti

ogni serte, e fra tutto questo,

di

soldati affaticantisi, ed ufficiali atfaticantisi al par dei solterribile ma a festa, non a casi dubbj, pareva che andassero. 11 rumore si pro-

dati.

Non a guerra

ma a

vittoria celta

pagava da ogni banda: quei luoghi ermi,

solitarj e

da tanti

risuonavano insolitamente e ad un tratto per

secoli muti,

voci liete e guerriere. L’esercito, strano e stranamente provvisto al malagevole viaggio, saliva per l’erta alla volta di

San

giunge

Pietro, fin dove

la strada carreggiabile.

Pure

spesso erte ripidissime, forre sassose, capi di valli sdrueciolenti

si

apprestavano

carri

i

;

pericolavano. Accorrevano presti

i

,

i

carretti

soldati:

,

carrette

le

a braccia soste-

nevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano e più mettevano fuori motti, facezie e concetti; parte arguti, parte graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I tardi Valesani, che erano accorsi in folla dalle case o piuttosto dai tugurj e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì allegra, non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altro mondo. Invitati, e pagati per ajuto,

cevano volentieri. tre Valesani.

Ma

il

fa-

più bisogno faceva un Francese, che

Le parole

e

i

motti che

i

soldati

dicevano a

quella buona gente per la tardità delle opere e per le foggio #

del vestire, io

non

li

voglio dire. Così arrivavano

pubblicani a San Pietro, Lannes colla sua schiera

siccome quello che, per l’incredibile ardimento,

il

il

i

re-

primo,

Console

Buonaparte sempre mandava, lui non solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e più pericolose. Quivi si è arrivato ad un luogo in cui pareva che la natura molto più potesse che

San Pietro

alla

l’arte

ed

il

coraggio; perciocché da

cima del gran San Bernardo, dove é fondato

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131

Feremo

dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi

non

d’eternale inverno, solo

si

vedono

apre più strada alcuna battuta;

si

sentieri stretti e pieghevoli su per

i

monti

scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia del volere e la po-

tenza dell’umano ingegno. Quanto esser tirato; quanto

si

si

rotolava fu posto ad

tirava ad esser portato. Posersi

artiglierie grosse nei truogoli,

le

truogoli sugli sdruccioli,

i

e dei soldati chi tirava, ehi puntellava, chi spingeva: le

minute

sui robusti e pratici

muli

medesimo modo

caricarono. Seguitavano

si

Era una tratta immensa, in quelle svolte di ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti; chi era pervenuto all’alto, vedeva compagni in fondo, e con rallegratriei voci gl’incoraggiava.

le salmerie al

tirate e portate.

i

Questi rispondevano; ed

Tutte

le valli all’intorno

bie, fra le

al

difficile.

cammino

risonavano, fra

nubi apparivano

le

gli abiti coloriti dei soldati; e

le

,

neb-

apparivano

quel miscuglio di natura morta,

e di natura viva era spettacolo mirabile.

che vedeva andar

s’incitavano.

le nevi, fra le

armi risplendenti

Godeva

cose a seconda dei suoi

Consolo,

il

pensieri

,

e

soldatescamcnte parlando a questo e a quello, che in ciò

aveva un’arte eccelente, gl'induceva a facile quello

vano

che era giudicato impossibile. Già s’avvicina-

sommo

al

che, in

star forti, ed a trovar

giogo, ed incominciavano a scorgere l’àdito

mozzo a due monti

altissimi aprendosi,

dà

il

varco

sublime cima. Salutaronlo, qual fine delle fatiche

verso

la più

loro,

con giojose voci

i

soldati, e

con

isforzi

maggiori in-

tendevano a salire. Voleva il Consolo che riposassero alquanto: Di cotesto non vi caf/lia, rispondevano, badate a salir voi, e lasciate fare a noi. Stanchi, facevano dar nei

tamburri, e al militare suono

si

rinfrancavano e

mavano.

la

cima, dove non così tosto

Infine

furono giunti, di

compiuta

guadagnarono

clic

l'uno con l’altro

vittoria.

si

si

rallegrarono,

Accrebbe l’allegrezza

il

riani-

come

vedere mense

appresso aìl’eremo, rusticamente imbandite per l’opera dei religiosi,

provvidenza del Consolo che aveva loro mandato

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132 denari all’uopo. Ebbero vino, pane e cacio; riposaronsi fra

cannoni e bagaglie. sparse fra ghiacci e nevi agglomerate. I religiosi s’aggiravano fra i soldati con volti dipinti di

monte

sedata allegrezza; bontà con forza su quel supremo s’accoppiava. Parlò Buonaparte di voler dare

ai

religiosi della pietà loro,

seggio al papa, quiete e sostanze

il

ai

preti,

autorità alla religione; parlò di sè e dei re modestamente, della pace

bramosamente.

I

romiti buoni, che non avevano

nè cognizione, nè uso, nè modo, nè necessità gere,

gli

dell’ intìn-

credevano ogni cosa. Fermossi a riposare nel be-

nigno ospizio un'ora.

Quando parve tempo comandava ,

i

passi

Fu

là

difficile

dove

e pericolosa la

più

aria

Voltavano

partisse.

si

incominciava a comparire.

l’italico cielo

e pericolosa la salita,

ma

ancor più

discesa; conciossiachè

vano mal fermo sostegno. Oltre a

difficile

nevi, tocche

le

benigna, incominciavano ad

intenerirsi,

e

da

da-

ciò la china vi era più

ripida che dalla parte settentrionale. Quindi accadeva che

era lento lo scendere, e che spesso uomini e cavalli loro,

sfuggendo loro

di sotto

le

con

nevi, nelle profonde valli

erano precipitati, prima sepolti che morti. Incredibili furono

le

ed

fatiche

pericoli

i

;

Impazienti del tardo procedere, stesso,

scegliendo

precipitosamente

Era un

i

si

avvantaggiavano. soldati,

il

Consolo

calavano sdrucciolando fino a Etrubles.

si

pericolo,, e

poco

ufficiali»

gioghi dove la neve era più soda,

pure era una festa: tanto diletto prendi quel volare e di quell’essere

devano, tante risa facevano involti chi in

neve grossa e chi in polverio di neve. Quelli al governo delle salmerie, arrivarono più a Etrubles, gli uni rallegravano dell’essere riusciti a salvamento,

che erano rimasti

tardi per gl’incontrati ostacoli. Riuniti

con

gli altri si

cime

,

che testé

passato avevano, non potevano restar capaci del

come un

e guardando verso

esercito intiero

con

le

tutti

gelate

e scoscese

gl’impedimenti avesse potuto farsi

strada per luoghi orribilmente disordinati da sconvolgimenti

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133 antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori d’inverno.

Ammiravano

la costanza e la mente del Consolo, delle future imprese felicemente auguravano. Pareva loro che, a chi

aveva superato

il

San Bernardo, ogni cosa avesse a

facile e piana. Intanto le

a soffiare; le

le

nevi

morte rupi

si

si

ravvivavano e

si

i

torrenti s’ingrossavano,

rinverdivano.

conquistatori riconoscevano quel dolce spirare Italia;

con discorsi espressivi

veterani

si

riuscire

aure soavi d'Italia incominciavano

squagliavano,

nuovi

ai

riaccendeva, nei nuovi

si

la

;

I

veterani

gridavano

descrivevano; nei

accendeva un mirabile

desiderio di rivederla e di vederla; l'esperienza ricordava vero, l’immaginazione

rappresentava e l'ingrandiva:

il

le

il

vo-

lontà diventavano efficacissime; già pareva a quegli animi forti

ed invaghiti che

vano

alle vittorie

La

l’Italia fosse

non

conquistata; solo pensa-

alle battaglie.

vittoria consisteva nella celerità, perciocché quegli

alpestri

luoghi erano sterili,

il

passo del San Bernardo

dovea dar tempo a Melas (generale degli Auprima che l’esercito vi arrivasse. Importava altresi che il rumore già sparso della ritornata dei Francesi non si rallentasse. Perciò il Consolo si calava tostamente per le sponde della Dora, e con assalti di poca importanza dati dall'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il paese, s’impadroniva facilmente della città d’Aosta e della terra di C’hatillon. Ma un duro difficile,

nè

si

striaci) di arrivare al piano

intoppo era per trovare nel forte di Bard, posto sopra un sasso eminente, che serra la strada in quella stretta gola,

che quivi forma, restringendosi,

la valle. 11 fatto

provò che

;

un umile sasso poteva divenire os acolo ad una gran fortuna. il Tedesco, non

Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente voler dare la fortezza. S’avvicinarono

i

Francesi, entrarono

facilmente nella terra di Bard, posta sotto

il

forte; poi

anda-

con ferocia, abbandonarono l’imRinnovarono parecchie volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano capi, e di un'infinita imrono

all’assalto; ricevuti

presa.

i

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134 pazienza di

si

travagliavano nel vedere ehe una piccola presa

gente., poiché

soldati, ed

il

presidio non

sommava che

a quattrocento

un’angusta roccia interrompessero

corso a

il

tante vittorie.

Pareva loro troppo grave ed insopportabil cosa, che un piccolo Bard arrestasse coloro, cui non avevano potuto arrestare nè la poderosa Mantova, nè i ghiacci eterni dell’enorme San Bernardo. Sapevano che il loro movimento era presene che Melas con presti passi accorreva per tito al piano ,

Nè

puntellare la fortuna pericolante.

la valle d'Aosta, stenle e

povero paese, era abile a pascere tante genti, massime quel caso non preveduto; già sorgevano

i

in

primi segni della

penuria. Pensavano al rimedio e noi trovavano. Batterono la

ròcca dalle case della terra, batteronla con un cannone tirato

Ma essendo il luogo ben difeso e di macigno, non facevano frutto. Avvisarono se potessero passare continuando il forte in possessione del nemico. S'innalza con irregolari gioghi a sinistra della terra di Bard il monte Alba-

sul campanile.

redo. che dai superiori inferiori

domina

luoghi

ne è dominata. Fecero

i

fortezza, negli

la

Francesi, pensiero

di tro-

var passo per questo monte. In menclie due giorni, cavarono gradi nei

siti

più duri ed erti, alzarono parapetti sugli orli

dei precipitosi, gittaron ponti fu loro

della fortezza. di

sui precipizj, per

aperta la strada al passare oltre

essere

Fu

il

modo che cannoni

tiro dei

quest’opera molto maravigliosa e degna

raccontata nelle storie. Gli uomini sicuramente

varcavano. Restavano le artiglierie e gl’impedimenti che non potevano avviarsi per una strada tanto rapida e stretCannes, che già era arrivato sino ad Ivrea, correva ,

te.

pericolo di essere assalito dagli

era privo

delle, artiglierie,

taglie dei

nostri tempi.

Alemanni, mentre ancora

armi tanto necessarie nelle bat-

Un nuovo

assalto dato al forte dal

pertinace Consolo aveva avuto sinistro

sovrastava, perchè

Marmont

si

i

line.'

Grave pericolo quando

tempi non pativano indugio

avvisava

di

.

un nuovo stratagemma.

A

fine

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135 d’impedir

romore

il

dei carretti, distendeva letame per la

contrada principale di Bard, avviluppava con istrame delle ruote, e tirando alla dilunga,

velocemente e

i

cerchi

di notte-

tempo operava che le artiglierie riuscissero felicemente oltre alla terra. S’accorgeva il castellano dell’arte usata dagli avversarj

e folgorava con grandissimo furore fra

,

della notte;

ma

da una parte,

l’oscurità

furono cagione che

i

questa straordinaria passata; con tutte pronte

si

il

bujo

la celerità dall’altra,

repubblicani patirono poco danno in

apprestavano ad innondare

Spirito pubblico nel

le

armi

allestite e

piemontese dominio.

il

primo regno

d’Italia.

Giuseppe Pecchio.

Una massa

d’imposte di cencinquanta milioni, ogni anno

gettata in circolazione, se tendeva a distribuire le ricchezze

e gli agi fra le classi inferiori dello Stato, tendeva anche a

diffondere

i

compagni

lumi, sempre

dell’ozio IM e dei

co-

modi. L’istruzione adunque era divenuta più facile e generale.

numerosi impieghi

I

civili e militari, la

creazione del corpo

d'ingegneri d’acque e strade, un migliajo e più di geometri impiegati nelle operazioni del nuovo censo, finalmente

la

legge delle successioni, più equa distributrice dei beni, ave-

vano accresciuto

il

numero,

l’istruzione e l’influenza del terzo

stato (2 ) la sola base d’una libertà

provero di prodigalità che

regno deve tacere

del

costituzionale.

Ogni rim-

dirige contro l’amministrazione

si

in

confronto d’un vantaggio cosi

Le due cariatidi del dispotismo sono la miseria Ogni volta che il terzo stato sarà potente di il trionfo del regime costituzionale sarà

eminente.

e l’ignoranza.

numero

e di lumi,

assicurato. II

cambiamento

di tante fortune, le

metamorfosi

di tante

persone avevano generato una inquietudine e una voglia Ozio è parola impropria posta, avvivando la circolazione (1)

(2)

Cioè

il

malo espresso denaro, diffonda l’agiatezza.

affatto; corno ó del

in

elio l’im-

coto medio.

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.

136 ciascuno di lanciarsi fuori della sua classe. Ciascuno voleva migliorai- sorte. di

Non

v’era padre quindi che, nella speranza

avere nella famiglia un giudice, un magistrato, un ge-

non procacciasse

nerale.

Questa nuova specie

di

a' suoi

figli

una

colta educazione.

speculazione era fomentata dalla

prospettiva dei tanti gradi dell’esercito, delle tante cariche

amministrative

prodigava

.

e degli onori e guiderdoni che

ai dotti

il

Governo

e ai corpi scientifici.

La successione degli avvenimenti politici suscitò la cumanìa della letteratura in tutte le classi, molti

riosità, e la

giornali politici, letterarj, scientifici, gli opuscoli che circo-

lavano pe’ caffè, per

comodo,

le bettole,

erano una prova del maggior

dell'ozio, della vanità e

insieme della propagazione

lumi in tutti i ceti. Bodoni U) aveva già da gran tempo procacciato all’Italia il vanto che ancora le mancava di eleganti caratteri nella stampa. Senza il sentimento del hello generalmente sparso de’

in quest’ultimo periodo di vent’anni. senza lettura, questo tatori.

prurito della

il

perfezionamento sarebbe rimasto senza imi-

Era duopo che

l'affluenza dei lettori,

come

quella dei

consumatori riguardo alle manifatture convertisse quest’o.

nore

in

amor

un piacere ed

proprio

.

'

in

una eleganza comune.

nostro

Il

già irritato dalle millanterie oltremontane

pensò a far mostra dei tesori del nostro sapere. La collezione torchi naziode’ Classici Italiani cominciò ad esercitare i

nali

(

2 ).

A

questo museo dello spirito italiano, che annunciava

la nostra ricchezza nella storia, nella poesia e in

verbosità,

ma

una elegante

altrettanta indigenza in filosofia ed in opere

morali, successe la stampa degli Economisti Italiani. 3 L’ap(

)

parato della nostra scienza economica diveniva utile ne’ pri-

mardi d un nuovo Stato, e necessario a nostra giustificazione ;i) G. B. Botuni ila Sul uzzo (1740-1818), elegante tipografo a Parma. (2) Fatta a Milano dal 1804 al 1814 in 250 volumi in 8° con scarso gusto e con migliore continuata pei Classici del secolo XVIII dal Fusi (3)

Fatta puro a Milano, per cura di Pietro Custodi.

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137 contro quegli stranieri, che

insultavano come fanciulli

ci

nella grand'arte dell’uomo di Stato. Molte altre opere che

tennero dietro a queste, e l’ardore ognor crescente d’istruirsi, diedero vita ed alimento a molte tipografie. Bettoni in Brescia,

Mussi

in

Milano,

si

distinsero fra

per la bellezzae pel lusso de’

tipi. Il

i

molti

altri tipografi

Governo stabilì una stam-

peria reale, che vinceva tutte le altre in diligenza e correzione.

L’uso delle pubbliche arringhe nei processi

civili

e cri-

minali, mentre prometteva allo Stato degli oratori, purgava la

lingua barbara del Foro, e infiammava l’amor proprio

de’ giovani, contribuiva altresì ad istruire nella legiskizione la moltitudine ascoltante, a far mescere l’amor dell’esame e

Lo

della discussione.

spirito della critica era così indefesso,

che non v’era notizia, legge, proclama del Governo, a cui non fossero fatte chiose e

Se

il

Governo

commenti ne’varj crocchi de’ cittadini.

fosse stato

meno

prepotente, avrebbe molte

volte potuto approfittare della censura popolare,

giusta ed imparziale di tutte Il

le

ritte la

sola

censure.

clero (eccettuato lo scandalo di pochi apòstati)

si

impose

una condotta più severa. Gli scritti della rivoluzione, non la guerra muta che il governo fece per qualche tempo

che al

suo potere,

lo

posero nella necessità di confondere colla

modestia e integrità de’ costumi

Le provincie componenti gli antichi

il

i

suoi nemici.

regno

d’Italia

avevano, sotto

Governi, perduto l’abitudine delle armi e con essa

il

sentimento della gloria. L’oligarchia veneta, temendo più

il

risentimento de’proprj sudditi che un’estera invasione,

aveva

lasciato estinguere lo spirito militare nelle provincie

gli Schiavoni costituivano quasi soli la sua potenza militare. L’esercito del papa da due secoli era ai

di

terraferma;

quartieri d’inverno.

La Lombardia

Austriaca, esente per un

funesto privilegio dal servizio militare,

che poche reclute

di

non forniva all’Austria

malviventi, organizzati in due reggi-

menti o per meglio dire, in dùe ergastoli ambulanti. Come mai potevano gl’italiani superar il terrore delle armi stra,

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niere

non

se

operarono

il

colla

La

La guerra

guerra?

coscrizione

e la

prodigio di persuadere agl’italiani che

della loro indipendenza

non erano ad

i

nemici

essi superiori in valore.

coscrizione aveva in pochi anni creato nel regno d’Italia

un'armata

ottantamila soldati. Educata dall’esempio dpi

di

valor francese, n’ora divenuta la rivale. L’istruzione, che

ammansa

animi, ed è

gli

ogni tirannia, persuase finalmente i

padroni,

ma

i

la

nemica

di

padri ch’essi non sono

soltanto gli amici e gl’istitutori de’ loro

figli.

Abdicarono il dispotismo, deposero la sferza, l'irto sopracil tuono burbero, e sostituirono la dolcezza e l’affabilità. Noi erevamo però ancora lungi dalla tenera bene-

ciglio,

volenza e dagli affettuosi riguardi che

i

Francesi e gl’inglesi

tributano alla sensibilità e aH’ainor proprio de’ fanciulli.

La vaccinazione, generalmente propagata per veranti cure del Governo, riempi largamente

i

le

perse-

vuoti che

le

frequenti coscrizioni producevano.

L’educazione dei nuovi

era più feconda di cognizioni

licei

di quella degli antichi collegi.

un’uniforme militare

come

I

convittori furono vestiti di

Governo

Si censurò l’educazione del

quella che tendea troppo di buon’ora ad infondere nei

giovani l’amore delle armi. Questo rimprovero sarebbe ben applicato alla Francia, alla Germania, all’Inghilterra, dove le lettere, le

abbellito

il

imprese militari,

il

carattere nazionale.

Governo hanno già creato e in Italia, che mai poteva

Ma

accelerare di più lo sviluppo d’un carattere nazionale, se

non se

lo spirito guerriero?

Non

ò forse la comunione de’pe-

ricoli e della gloria, la fratellanza contratta sotto le

che estingue l’egoismo, la diffidenza, l’amor gelosie,

il

timido e vile machiavellismo,

rinfacciavano agl’italiani I

di

di

difetti

insegne,

fazione,

le

che

si

tutti

vent’anni fa?

giovani, creati uomini più presto dalla legge che accor-

ciava la minorità, lodati nei bollettini militari, onorati,

ri-

compensati ne’ ministeri, avevano preso un portamento, uno sguardo, un linguaggio di cittadini intraprendenti.

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139

La soppressione

de’ monasteri

indusse

il

Governo

nella

necessità di aprire collegi per l’educazione delle fanciulle e di affidare

molte rase d’educazione ad

parte Francesi.

Il

bel sesso italiano

istitutrici, per la

avrebbe reso

maggior tempo

col

più amabile la sua vivacità rattemprandola col contegno e

comune

colla

La

istruzione al bel sesso francese.

carriera civile e militare occupando l’ozio della gio-

ventù. aveva estirpata un’usanza che aveva

scherno degli

e

stranieri,

la

razza

fatto l’Italia

de’ cavalieri

serventi

era quasi estinta.

La

nobiltà,

che da secoli più non brandiva

sollecita dell’istruzione de’ viaggi,

la

nòdi quella

spada, poco delle lettere,

confidava in passato la sua primazia nella società titoli

e al suo fasto.

1

a'

suoi

giovani di oscuri natali, che aveano

nel corso delle ultime vicende, ricevuta

una colta educazione,

eransi aperto l’adito ne’ circoli, e con la seduzione de’ lumi

minacciavano d’usurpare

patrizj l’applauso delle brigate

ai

e gli onori delle cariche. L’orgoglio allora di questi ultimi si

scosse, e

rivali,

diabili

conobbero

I

necessità di far fronte ai nuovi

abbellendo la cortesia de’ modi e rendendo più invii

doni della fortuna coi pregi dello spirito. Questa

nobiltà, consecrata alle

ormai

la

il

armi e alla magistratura, sosteneva

confronto della nobiltà francese e britannica.

ricchi già provetti in età,

penso

de’ tributi

mirando a ritrovare un com-

che pagavano

allo Stato,

rinunciarono agli

antichi pregiudizi, 0 non disdegnarono più di commerciare

o dedicare

i

loro lumi e la loro probità all’amministrazione

pubblica.

Così l’individuo cominciava a riscuotere rispetto dallo straniero; e

i

viaggiatori transalpini che ci adulano in viso,

e appena rivalicatele Alpi

ci

mandano

calci,

non avevano

più diritto di stampare, che gl’italiani non hanno nè forza, nè energia, nè dignità, e che

nerato in Italia

si

il

solo vegetabile che abbia dege-

è l’uomo.

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140 Carattere di Napoleone Buonaparte. Pati Lazaro.

Quest’uomo nacque

in Ajaccio, di

Carlo Buonaparte asses-

sore nel tribunale di quella città, e di Letizia Ramolini, e fu

il

secondo di otto loro

figli,

cinque maschi, che furono

Giuseppe, Napoleone stesso, Luciano, Luigi e Girolamo, e tre

femmine. Maria Anna Elisa, Paolina e Carolina. Venne

il 15 di agosto del 1709. In età di nove o dieci anni, raccomandato dalla madre Letizia al Marboeuf governatore ammesso, a istanza di questo, nella scuola

in luce

della Corsica, fu

militare di Brienna a-spese dello Stato, e indi in quella di Parigi, ove

si

della storia,

ma

mostrò molto studioso delle matematiche e poco profitto fece nelle lettere, cosicché non

seppe mai correttamente scrivere nè la lingua sua naturale nè francese.

Era per natura più taciturno

sogliono essere

i

e pensieroso che

non

giovinetti, faticante, sprezzante, caparbio:

breve e spesso aspro nelle risposte; e non trovando diletto nella

compagnia

e ne’ diporti de’ suoi

condiscepoli, se ne

stava per lo più appartato da loro. Dicono che molto leggeva Plutarco, e cercava imitare quegli antichi grandi

cose intorno all'adolescenza di lui

avvenire di ciascuno che sale

un detto che

in

si

raccontano,

;

e molte

come

suole

fama. Parmi assai notabile

dicesi sfuggitogli di

bocca

in

una conver-

sazione; dal quale può facilmente arguirsi quali fin d’allora fossero quelle opinioni sue,

che poi nel corso di sua

doveano regolarne le opere. Commendavasi in quella compagnia il maresciallo di Turena, quando una certa dama avendo detto ch’ella terrebbe anche in maggiore stima quel famoso capitano, se egli non avesse messo in fiamme il Palatinato, Che importa ciò ( riprese tosto e con qualche sdegno il giovine Buonaparte), se quell' incendio era a’suoi disegni necessario ? » Quindi egli tenne sempre suoi pensieri rivolti allo scopo del suo avanzamento, c purché il conseguisse, non molto gli importava del modo. vita

—

i

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141

Scoppiò intanto la rivoluzione, feconda nutrice di ambizioni, e tutta la famiglia Buonaparte abbracciò con molto ardore le

rivoluzionarie e repubblicane dottrine, che indi a non

molti anni per un suo contrario interesse doveva prendere in odio; e Napoleone, colla

mente accesa

in quelle idee di

libertà che allora correvano, gittossi o finse

parte di quelli che professavano fiere,

ma

gittarsi

alla

massime più smoderate

e

nulla curò di loro dopo che furon caduti, sempre

colà volgendosi donde sperava

opuscolo da

lui

maggior vantaggio. Avvi un

pubblicato col titolo

La cena

di Beaucaire,

contenente opinioni molto diverse da quelle che di poi professò, e

che egli perciò,

benché invano,

di

al

cambiarsi di sua sorte, studiossi,

distruggere affatto, comprandone a caro

prezzo gli esemplari.

Dopo

il

riacquisto di Tolone fu spedito

in Corsica, la quale, per opera del

famoso Paoli,

era data

si

Gran Bretagna, e tentò, ma invano, scacciare gTinglesi da Ajaccio. Mandato comandante deH'artiglieria nell’esercito

alla

d’Italia sottoposto al

in arresto,

ma

Kellermann, per alcuni

sospetti fu

messo

essendosi giustificato, riebbe, dopo una quin-

dicina di giorni, la libertà. Chiamato indi a poco

a

Parigi,

venne rimosso dal servigio dell’artiglieria, e destinato all’eYandea, in qualità di generale di brigata nella infanteria; al che ripugnando egli, il comitato di Pubblica sercito della

Salute

il

cancellò dalla lista degli uffiziali generali impiegati.

Cruccioso, afflitto, cercando invano di essere rimesso nel ^ primo posto, e rivolgendo in mente mille stravaganti pensieri, offerse al Governo di far passaggio in Turchia per istruire, insieme con alcuni altri uffiziali francesi eh’ egli disegnava condur con sè, le milizie della Porta nel maneggio dell’artiglieria e nella difesa e costruzione delle fortezze, abilitandole

così a fare più efficacemente la guerra alla Russia, e ren-

dendo perciò un indiretto servigio alla Francia. Ma neppur questo gli fu conceduto; onde egli si vide ridotto a mancar delle cose più necessarie, egli che indi a pochi anni

non doveva esser pago

di

regnare sopra

la

Francia e

l’Italia:

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142

,

tanto è vasta e profonda e fiera la

minore strettezza

umana

Nè

cupidigia.

trovava la madre sua colle tre

si

in

figlie ri-

fuggite di Corsica in Marsiglia, le quali rieeveano pel loro

sostentamento que’ soccorsi

che la Repubblica soleva

in

que’ tempi concedere a coloro che, per la causa della libertà,

erano costretti a lasciar la patria.

Queste cose si

si

raccontano da me soltanto perchè sempre più

conosca quanto sia

il

potere della fortuna, che

«la sì

rono

che superar dovette questo

le difficoltà

stupendo arringo da

Dopo avere

i

nomo

nello

lui percorso.

renduto un segnalato servigio alla Con-

egli

venzione contro

vendemmiale

umile

quante fu-

stato levò poi tant'alto questa famiglia, e quali e

sollevati quartieri di Parigi

(5 ottobre), fu

dell’esereito interno, e indi

il

giorno 13

nominato secondo generale

a poco, per la rinunzia del Barras.

ne fu generale in capo. Per sollecitazione di lui si ammogliò con Giuseppina Tascher della Pagerie, nata nella Martinica, maggiore di lui di alcuni anni e vedova del generale Beauharnais, ch’era stato condannato a morire sotto la mannaja.

Poco

dipoi ottenne

il

comando

dell’esercito d’Italia,

che con

ripetute instanze e perseverante fervore addimandava. Egli

era allora in età di circa ventisette anni

;

e benché avesse

studiato l’arte militare, poteva dirsi in quella tuttora inesperto, mentre « l’Augereau,

il

non pochi generali a lui sottoposti come il Massena ed alcuni altri, erano Ma gli soprabbondava una cotale gio,

Serrurier,

già in armi famosi.

vanile baldanza, ardore di animo, fiducia nelle proprie forze e prontezza nell’operare.

Aveva mezzana statura, avvenente

aspetto, occhi vivi penetranti, corpo tollerante delle fatiche,

mente astuta

e veloce a conoscere le propensioni, le

mire

debolezze di coloro ch’egli dovea reggere o soggiogare,

e

le

le

opportunità delle occasioni,

si

possono prendere alla contraria fortuna, e

taggi che

si

tutti

que’ provvedimenti che

tutti que’ vanpossono trarre dalla buona. Con una certa sua

naturale facondia, che nasceva da forte e ardente imniagi-

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143 nazione, sapeva dare alle cose quell'aspetto ch’ei desiderava:

era talora anche eloquente, ina di

una eloquenza, per bevanda e nel

dire, soldatesca, brusca e rotta. Nella

contentavasi di poco: univa in sè

le

cosi

cibo

cognizioni politiche alle

guerriere, l’ardimento della giovinezza alla circospezione

matura, e per le qualità sue, per le disposizioni degli animi e per quelle de’ tempi che correvano, era attissimo a dell'età

sconvolgere

gli ordini antichi e

fondarne

di

nuovi. Benché

tenace de’ suoi proponimenti, sapeva piegarsi mirabilmente

per meglio riuscirvi. Altiero e violento per natura, era non-

dimeno per secondochè

riflessione e per politica

,

per impaurire, sorprendere e sbalordire co-

loro co’ quali trattava. i

moderato e tranquillo,

bisogno richiedeva; anzi spesso fingevasi tutto

il

preso dall’ira

Animoso

pericoli, severo e indulgente

e insieme cauto a schivare

a tempo, e soprattutto abilis-

simo a cattivarsi l’amore de’ soldati; era suo costume non mai affidarsi alla fortuna ove il consiglio valesse, e dove questo era inutile, tutto sperare dall’audacia; magnificare i

suoi prosperi successi, coprire o scemare quelli del nemico:

mostrar sempre sicurezza di perdere: fingersi

di vincere,

molto religioso

niun minimo dubbio

co' religiosi, e ridersi poi

co’più scaltri della simulazione usata coi semplici; nascon-

dere spesso

i

suoi pensieri sotto le apparenze d’una franca

e, tranne que’ soli a cui fosse necessario il fidare un segreto, essere impenetrabile per ogni altro; pro-

schiettezza;

porre vasti disegni come

facili

ad

eseguirsi

procacciarsi ,

la benevolenza di ciascuno, e farsi temere a quelli ch’e’non

potea guadagnare.

Ambizione di Napoleone imperatore. Balbo.

Dopo

pace di Tilsit (luglio 1808) s’avventò, s’innebriò peggio che mai il conquistatore nella politica stoltamente la

iuvaditrice. Egli

imperava

in Francia, Italia e

Germania,

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144

non gli bastarono. Volle Spagna e un gran regno di più; ma volle essendo così poca cosa materialmente rispetto all’imperio che egli aveva, ma cosi grande rispetto al pericolo alla perdita d’ opinione a cui andava incontro. Fatto sta ch’ei non faceva caso di questa opinione; non di Spagna, nè di Roma che credeva avvilite, impotenti a resistere. Ma, come volle Iddio, Napoleone s’ingannò; Dio non vuol sovente che s’ingannino i prepotenti. Incominciò a metter truppe francesi in Ispagna sotincontrastabilmente

almen

si

Roma,

e

;

,

capisce, era

non

si

capisce,

,

t’ombra

una

di

conquistar Portogallo; e conquistatolo, entrò in

serie di negoziati e perfidie e violenze, per cui tutta la

casa di Borbone rimase spoglia degli antichi regni di Spagna e del

nuovo d’Etruria. Fece occupar Toscana (12dicembre).

Poi in breve, inasprito già contro al papa per molte contese, e principalmente

perchè questi ricusava entrar nella lega

continentale contro ad Inghilterra, fece pur occupare gli Stati di lui. e

Roma

stessa (1

febbrajo 1808). Poi riunì le

Marche al regno d'Italia (2 aprile), e Parma, Piacenza e Toscana a Francia (21 maggio); fece passar Giuseppe re di Napoli a re di Spagna (come mutava prefetti da un dipari

aMurat suo cognato, prode

timento all’altro; e diede Napoli

generale di cavalleria (15 luglio). Tuttoeiò ridestava

le costanti ire

d’Austria

;

e la resistenza

incontrata dagli eserciti francesi, da Giuseppe e da

Napo-

leone stesso in Ispagna, ridestarono le speranze di

Rico-

minciò la guerra. Era la quarta,

fatta,

lei.

e sempre infelicemente

da quella potenza contra Napoleone generale, primo consolo

Vergogna militare, ma gloria politica di quel Governo così perdurante. In aprile 1809 gli eserciti austriaci invasero a un tratto Baviera in mezzo, il nuovo granducato # o imperatore.

di

Varsavia a settentrione,

Italia

a mezzodì dall’Isonzo. Na-

poleone accorse da Spagna, a Parigi,

Ed

al solito

al

Reno

a Germania.

ruppe, sbaragliò, vinse l’esercito nemico dell’ar-

ciduca Carlo in varj combattimenti e in uno grande ad

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;

145

Eckmùll (22

Vienna (13 maggio). E intanto l’armata d’Italia, più che mai grossa d’italiani misti con Francesi, e capitanata questa volta da Eugenio Beauharnais figlio adottivo di Napoleone, viceré e dichiarato erede del regno d’Italia, indietreggiava dapprima dall’Isonzo fin presso all’Adige; ma si fermava a Caldiero, ed ivi, dove avea vinto poc’anni innanzi, rivinse ora (29 aprile). Quindi riavanzando avea passato combattendo Brenta, Piave, Tagliamento, Isonzo; presa Trieste (17 maggio), passate l’Alpi, dato mano al grande esercito francese, e poi vinta da sé una bella e gran battaglia a llaab (I l giugno). Quindi si vede quanto sia pur vero, che vi fossero consolazioni alla servitù di que'tempi. E allora e poi non poche divisioni italiane, non pochi capitani nostri s’illustrarono nelle guerre di Spagna: ma questi combatterono per fai compagna nella servitù una generosa nazione; e perciò noi contiamo tali aprile); e passò l’Inn (26) e prese

1

come sfortune. Da Vienna poi Napoleone consumava quelTusurpaziòne di Roma, che fu la più leggera al profitto, la più grave allo scandalo e forse al danno di quante avesse fatte. Un decreto

glorie

imperiale (17 maggio) riuniva

a Francia. stolta

E

al

Roma

e

il

resto dello Stato

10 giugno era proclamata a

Roma

quella

riunione da Miollis e da una consulta governativa

composta

di

Francesi

ed Italiani.

Fu

la resistenza di quei preti disprezzati

stenza italiana di quegli anni.

;

colà

meravigliosa

fu la sola bella resi-

Una scomunica *fu

affissa

il

Roma a malgrado le truppe, il Governo, la polizia che l’occupavano; e quindi si sparse in Francia e tutta Europa; scemò molto in Italia e Francia

dì appresso in tutta

e

Spagna

gli

aderenti a Napoleone; fu

al piò dell’idolo universale.

luglio

Fu

il

sassolino gettato

portato poi via

il

papa (6

1809) da un generai di gendarmi a Toscana; e

di

a Francia, a Savona, a Fontainebleau mentre succedevansi in Roma co’poteri di lui i vicarj ponlà

fatto errare

tificj

;

e portato via l’uno, seoprivasene

CtMÙ -

Antoli>yia Militare - l*arl«

I

uno nuovo:

e porta10

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146 vansi via cardinali e prelati,

stancò

così

unanime

ninno cedente, finché se ne

Non

la polizia francese.

un esempio

credo sia stato dato mai

e costante di quel coraggio civile

e disarmato, che più d 'ogni altro forse tira a sé l’opinione

uomini e la toglie Ma, come succede, non

degli

pale, tra

Wagram

i

opprimenti.

agli

se

n’avvedeva l’oppressor princi-

successi crescenti. Passato

(5, 6,

7

luglio), e dettò

brunn (14 ottobre); per cui nia, ei fece quelli

ed una nuova

il

Danubio, vinse a

una nuova pace a Schoen-

oltre a

nuovi acquisti in Germa-

d'una parte di Galizia o Polonia austriaca,

d’Illiria.

S’egli avesse

presa invece Galizia

gran ducato di Varsavia, e fattone

intiera, e riunitala al

un bel regno di Polonia, egli l’avrebbe avuto a potentissimo ajuto due anni appresso. Ma il fatto sta, e si conferma ad ogni tratto, che egli non concepì mai la più bella delle ambizioni e delle politiche, quella di nazioni.

Due n’ebbe

nulla; e

quando

mente

le

liberare

e

fondar

non ne fece ruminò dolorosa-

nella potente destra, e

poi, spoglio di

glorie e gli errori

di

tutto, ei

sua potenza per iseemar

non seppe recarne non quella troppo sovente recata da chi non vuole dare, non essere ancor tempo di dare. Il fatto sta che scemava già il grand’uomo, s’impiccolivano più che mai le ambizioni di lui. Ebbe quelle due piccole e da uomo nuovo, di nobilitarsi con un matrimonio, e di lasciar al proprio sangue la fortuna fatta. Repudiò la donna, strumento già di suo primo innalzamento la compagna di sue glorie giovanili e maggiori quella che, non per vani influssi, ma colla dolce compagnia dava forse il temperamento giusto e necessario al suo animo eccedente, ed era così cooperatrice di sua fortuna. Sposò invece Maria Luisa d' Austria (2 aprile 1810); n’ebbe un figliuolo che intitolò re di Roma (20 marzo 181 1). E, precipitando nella politica sfrenata, e questi colle spiegazioni e le scuse, ei altra qui, se

,

,

nelle riunioni innaturali, riunì l’Olanda,

riunì

settentrionale a Francia. Dall'Elba al Tevere, da

Germania

Amburgo

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,

147 a

Roma

chiamaronsi francesi tre schiatte,

tre lingue, tre

nazioni diverse; e ne rimasero confuse, scemate, quasi distrutte tre nazionalità;

E

due vinte, una quantunque vincitrice.

già meditava ed apparecchiava un’altra riunione, degli

Spagnuoli fino all’Ebro.

Ma

gli

Spagnuoli ebbero allora

la

gloria di resistere soli sul continente a tutto ciò; gl’inglesi ajutarveli, essi che

di

non correan pericolo dalla

lor isola

:

Wellington d’esser capo militare a tale unica e bella resistenza.

E

i

perduranti in questa ebbero poi l’ajutoche non

inai, le occasioni

;

ebbero l’occasione che

men

di rado

manca manca,

l'esagerarsi nella prepotenza, lo stultizzare de’prepotenti.

Tra mente

il

1811 e

Egli aveva ed ora

1812

il

nello scopo,

Napoleone, non sola-

stultizzò poi

ma ne’mezzi

stessi

fino allora corteggiata

oramai

di

sua politica.

Russia ed Alessandro;

ei sagrifieò quell’alleanza e quell’amicizia alla stol-

tezza del suo sistema continentale contro ad Inghilterra volle sforzarvi Alessandro, che

e ne seguì la guerra.

ed oraci

li

sacrificò,

Ed non

egli li

si

ribellò alla prepotenza,

avea corteggiati

i

Polacchi

:

restaurò per riguardi all’Austria

posseditrice d’una lor provincia. Poi

aggiugnendo errori

ad errori, fece (24 febb. 14 marzo) due trattati d’alleanza con Prussia ed Austria, prendendo un trentamila uomini soli a ciascuna, e così lasciandosele

e

mal

affette, anzi

stoltezza di

a spalle quasi intiere

frementi. Tuttociò fu

non tener conto

il

colmo

degli affetti, delle

degli interessi, delle opinioni altrui.

di quella

passioni,

Che più? Ei

disse, e

credette, far un'irruzione dell’Europa occidentale contro all’orientale, della civiltà contro la barbarie:

ma

la civiltà,

l’indipendenza stavano allora per Russia: e cosi

questa

vinse.

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148 Il

granatiere Bianchini di Bologna alla presa

Taragona in Spagna.

di

Camillo Vacami.

Erano due ore innanzi

un

notte, e già tutto e per

lato

e per l’altro era disposto per l’attacco e la difesa, quando il

cavaliere Bianchini

,

avendo dai suoi capi

sollecitato

e,

non senza loro ripugnanza, conseguito di recarsi dai campi spontaneo nel sobborgo

italiani al sito dell’assalto, si offrì al

Suchet,

generale

promessa da

lui

ricordandogli

avuta

all’assalto della città.

di potere

Ebbe

il

tono dignitoso

in

in fatti essere

comando

dei

la

primo

il

30 granatieri

francesi, incaricati di aprire agli altri la strada sulla breccia.

E

bello fu a vedersi

natiere italiano,

a

tutti

decisivo.

sono

il

da più migliaja d’uomini quel gra-

solo in veste bianca fra le azzurre , segnare

arditamente la strada

Non appena

tirati,

rompere

i

all’alto delle

all’assalto,

il

mura

nell’istante

quattro colpi simultanei di mortaj

per indizio che giunto era

Bianchini salta

il

il

momento

parapetto,

di pro-

si

slancia

dall’ultima trincea alla testa del suo drappello, e seguito

con non dissimile ardore da

uffizioli

e soldati francesi della

prima colonna, rapidissimamente lascia addietro 80 di

cammino

discoperto, e tocca

il

questo celere intervallo però con uguale prontezza visti

la

gli

sommità

della

breccia,

sulla sorte

sicché

si

difesa,

ebbe gran motivo

dell’assalto,

da che

il

In

furono

Spagnuoli coronare, con animo deciso alla

stare ansanti

tese

piede della breccia.

di

nemico,

momento

a

suo favore, e posizione e forza e mezzi per offendere,

e

non trovandosi sorpreso, aveva

tutto in quel

lena onde adoperarli. Ai primi fuochi delle batterie dei

fianchi, alcuni

di

assalitori

quella

linea e

caddero

feriti,

altri uccisi. Non si sgomenta il Bianchini e con quella calma che è propria d’uora che sente, ed apprezza l’onor nazionale, ascende in mezzo a quella siepe di spade ed a il primo a tutti sulla breccia; quel tempestare di sassi ,

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,

149 segue a pochi passi

il

dietro in grossa

f.ien

ma

gli

Spagnuoli

il

suo drappello di granatieri, cui

massa

il

restante della

prima colonna

fanno bersaglio de’loro colpi

il

;

l’urtano

,

delle lance, e ferendolo nel petto, in volto e nella gola, 10 squilibrano

solo, gli

fattosi

altri

,

su quel terreno arrendevole, su

poscia più saldo nei piedi,

prevedendo sciagura

,

sinistra del bastione, incerti se

Tutti gli occhi erano in

piedi

egli

solo

fissi

egli

mentre

armento dietro

la faccia

avanzare o retrocedere. rimasto

in quel soldato italiano,

mezzo

sul

cui

rista,

lasciano sdrucciolare

si

all’indietro, e s 'agglomerano quale

si

del

pendio della breccia

e da lui solo facevasi dipendere la sorte dell’assalto; poiché,

o cedesse terreno o

il

guadagnasse,

gli altri lo

avrebbero

E

seguito sempre o nel disastro o nella vittoria.

appunto

questo istante brevissimo di esitazione fu per riuscire funesto all’esercito assediante. Di già molti sospettavano dell’esito,

in vedendo la truppa appartarsi dal piede della breccia, non salire, occuparsi in rispondere al fuoco dei difensori, muro del bastione. Già lo stesso ge-

o coprirsi appiè del

ne accorava; già

nerale Suchet se 11

tristo spettacolo di

gli

offriva dinanzi

si

un’armata, costretta, dopo immensi

lavori, a levarsi dall’assedio;

quando

il

generale Rogniat,

ch'era accanto di lui sopra una torre del sobborgo, della breccia superata al vedere distintamente sollevarsi

tutt’a

un

il

si

allegra

Bianchini

tratto, salir sull’alto, introdursi tra le

lance nemiche, ed attirare dietro a sé tutta quanta la co-

lonna, già inoperosa

al

suo

ritirarsi, ed

ora resa mobile

animata al suo muoversi ed avventarsi tra nemici. Invocare qual premio il primo posto nell* assalto , lanciarsi innanzi, più volte ferito sulla breccia ascendere ed

con calma, invitando gli altri a seguirlo è tratto degno, (così Suchet scriveva) di figurare fra le più eroiche rimembranze. Gli Spagnuoli per più lati si sbandano: al,

cuni più ostinati

,

sopratutto

ufficiali

e

sono donde tuttavia

cannonieri

uccisi sulla breccia e nelle attigue batterie,

,

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150 fanno fuoco sulle riserve, che battono

Ma

assalitori.

seco

,

il

primi

le tracce dei

nemico, sbaragliato sulla breccia,

attrae

nel discendere a precipizio dal terrapieno per rag-

giungere gl’interni spalleggiamenti, l’audacissimo Bianchini, impaziente di nuova gloria e tutto livido

di sangue pelonde era colpito e questi correndo sui nuovo labirinto di difesa, c indicando alla massa, che lui solo seguiva, il più sicuro cammino ad una compiuta vittoria salile tracce del disordine e del sangue degli Spagnuoli, ebbe nuova e profonda ferita nel petto la le sette

ferite

.

:

,

fuggitivi in quel

,

quale, malgrado di

lì

le

molte cure a

prodigate,

lui

trasse

il

a poco a dura morte, ch’egli sostenne con altezza,

compagna

indivisibile

degli eroi.

Preso di Gero ria. C. Vacasi.

Fu

spettacolo ben tristo l'aspetto della piazza, allorché

usciva il presidio spagnuolo.evi entrava

Tutto era posto

in

il

presidio straniero.

abbandono; seminate qua e

là alla rin-

fusa vedevansi per le contrade le armi spezzate dagli arditi

combattenti; sconciate ed

immonde le contrade;

levatoj; sconnesse le imposte delle porte; a

rotti

i

alla scoperta terrazza della cattedrale

divenuta

l’asilo

d’infermi e di

;

palesare le ruine crollati,

in

quel

non

per lo stre-

pito continuo delle artiglierie, varj gruppi di case,

tare

cima

ogni casa, ogni chiesa,

feriti,

anco riparate delle bombe nemiche;

ponti

soqquadro le

batterie; abbandonati e giù dai carri alcuni pezzi in

presen-

punto una nuova frattura nel recinto della quanta diroccata quella parte della città che

piazza, e tutta

guarda

ai

fetto delle

bastioni di Francia ed al forte

ultime batterie

di

Monjoui per ef-

breccia stabilite alle falde di

quel monte o intorno a Pons di là dal Ter; starsi molti tetti

di case

pendenti per la ruina dei muri laterali: starsi

appese per un canto grosse travi, penzoloni

i

pilastri,

scre-

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151 polate in più parti le volte de’ magazzini e delle chiese;

insomma

tutto

lasciar dubbio

ma

seguire non la difesa, quelle ruine, senza

la

come

possibile fosse

dimora soltanto

pro-

il

mezzo a

in

pericolo imminente di soggiacervi

il

;

esser ridotta inabitabile del tutto quella parte che congiu-

gnesi alla torre Gironella ed alla porta San Cristoforo

zamente intersecate da

;

roz-

moltipliei e deformi spalleggiamenti

quelle anguste contrade, che vi guidano salendo dal piano della città

onde, pervenuto che fosse

;

l’

inimico fra

i

rot-

tami, vi avesse ritrovato e asilo non sicuro e non preveduti ostacoli al progresso della marcia. Se a tutto ciò s’ag-

giungano e

il

fetore

lagrimevole

di

membra

che usciva da ogni parte, e

la vista

in varie guise

dilaniate, di corpi

lacerati e abbandonati fra la polve delle case diroccate, o a

mezzo di

seppelliti in

non di

fu

da cannone frantumati

insanguinati

,

cosa meravigliosa lo aver

tanto la difesa. Quivi ben

possono onore e disciplina tadine.

Ed

bombe, sucidume ognuno se

terrapieni sparsi di squarci di

rotti e carri

fucili

e lembi di vestiti

si

il

gli

dica

,

di

pure

Spagnuoli prolungata

tolse

misura

di

la piazza ed in

ciò

che

in esercizio colle altre virtù cit-

era pur bello l’udire tuttavia, all’atto

cedere

di

mezzo a tanto squallore, gli ufficiali spaal nemico se più il vinto o il vincitore

gnuoli chieder conto gloriar

si

da taluno disse

del

dovesse dell’evento. Qui ancora avrebbesi potuto ridire ciò

presidio

— Dobbiam nel vincere

che tanto generosamente il re de’ Romani di

Landau, comandato da Laubanie: ci ha veramente molta gloria

confessare che siffatti

nemici.

»

Napoleone in Russia {IH 12). Cantù.

Disponendosi a mettere in movimento tutto cito,

Napoleone nell’impero riduce

in

guardia

quei che la coscrizione non avea colpiti, con e soldo: che

il

suo eserNazionale

uffizioli

proprj

formavano un’immensa riserva, divisa

in tre

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,

152 bandi secondo

vittime predestinate. Intanto

l'età;

egli fa

bugiardi messaggi al senato, e nè tampoco brigandosi di palliare con altri motivi

con

nuovi

i

che domanda

sagritìzj

vaghe ed aeree dispone di torrenti di sangue. commette gli affari esteri a Marct, suo devo-

frasi

In Parigi

tissimo, acciocché neppure versi

;

ma

Polizia.

E

Mosca

e sono a

molto

E

sovratutto

diceva:

il

minimo

confida

ostacolo se gli attra-

Savary

in

ministro della

,

— Yo a domare Alessandro: Là

e a Pietroburgo.

mesi

zelo, e fra tre

io vi

due

vittorie

detterò la pace. Zelo,

reco la pace».

marcia verso la Russia, lasciando

alle spalle

popo-

lazioni scontente; là sinistra scoperta por le esitanze della

Svezia, ed esposta agli Inglesi; una colonna deH’esercito

invade la Germania, arresta impiegati e contribuzioni; onde

il

furore; de’ Prussiani

,

militari,

metto

rancore de'Tedeschi prorompe gli

uffiziali

prodi

piò

in

spezzano

le

spade, anziché subir l’oltraggio di ubbedire allo straniero

Macdonald:

il

re di Svezia

si

mette francamente coll'In-

ghilterra.

A

Dresda Napoleone avea dato la posta ai re vassalli e comparvero Francesco II d’Austria colla terza moglie. l’ umiliato Federico Guglielmo di Prussia, re di Baviera e di Wurtenberg, Girolamo di Westfalia. granduchi della ;

vi

i

i

al nuovo sole, guardava come creature sue, e che, quando gli erano

Confederazione: plejade sfolgorante attorno

che

li

annunziati dei

Menava cesi

,

il

re,

diceva:

—

Aspettino».

seco cinquecento mila soldati

resto, gente

d’interessi

e

di

;

ma

solo

passioni

metà

fran-

diverse;

i

Polacchi con Poniatowsk, speranti meritare la nazionalità; Sassoni. Austriaci, Bavaresi, Prussi, Westfalici, Wiirten-

burghesi, Badesi e dei varj principati; Spaglinoli, Portoghesi. Svizzeri: Italiani con

Eugenio, Lecchi e Pino; sessantaal teatrale Murai; Berthier, atten-

mila cavalli obbediscono

tissimo capo dello stato maggiore, sa mirabilmente attuare i

concetti del padrone, superando le difficoltà, disponendo

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153 ogni occorrenza. Questa campagna di gigantesche proporzioni

lusingava la vanità

di

Napoleone.

— Castighiamo (diceva)

non vuol esser nemico andiamo a farci dare spiegazione del suo proil Niemen, attonito di non trovar resistenza. Alessandro comprese che ad una tale invasione bisognava opporre la guerra nazionale e lo spirito religioso, onde parla da mistico e da profeta. Alla nostra lealtà ha ri-

questo czar nostro amico, e che dell’Inghilterra;

cedere

»

:

e passa

—

con

sposto alle 11

questo

perfidia

ambizioso;

insaziabile

sordo

proposte più moderate, vien in casa nostra di sorpresa.

mio popolo difenderà

le

sue famiglie, la patria, l'indi-

pendenza russa; e la Providenza favorirà la nostra causa». E più non dando l'impulso, ma seguendolo, ad un esercito ubriaco di gloria oppone un popolo ubriaco d’obbedienza; e

seconda il fervore di

col dare capi alla

uomo temuto

Tolly, Bagration

guerra

cipalmente Kutusof, eroe popolare per Turchi. costi,

Proposto

dalle

città

di

il

lituano Barclay

dai Francesi, e prin-

fin

le

sue vittorie sui

che che ne

distruggere l’invasore,

sante risuona

il

grido

crociata;

della

portansi reliquie in processione; l’archimandrita Platone, di

centun anno impreca

al

Golìa che invade

all* effìgie di

tende d’I-

nel disordine, e fa gara

sraele; la nobiltà ricupera lena

d’armare; vengono Tartari,

le

Baskiri

,

Cosacchi,

attorno

san Sergio, e ai rintocchi della campana

di

Mosca. Sui quadri figuravano un milione e cendieeimila combattenti; assai

meno

in effetto,

ma

bravi

e costanti;

molta cavalleria, terribile artiglieria, e lo sgomento dei Cosacchi leggieri.

Il

teatro poi della

friva che rare città, e fra queste

il

nuova guerra non

Alessandro a non avventurarsi a una battaglia,

guerra

di

posizioni,

bezzicare

of-

deserto. Tutti consigliavano

i

ma

far

Francesi coi Cosacchi,

sempre la ritirata, e resistere, resistere. Napoleone è focoso, e soccomberà qui come, in Egitto, come in assicurarsi

Ispagna. Intanto Alessandro moltiplicale negoziazioni; allea coll’Inghilterra, e avutala mediatrice di

si

pace colla

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154 Porta, d’altri ottantamila uomini ingrossa l’esercito; ri-

conosce

cortes spagnuole

le

;

in

luogo della Pomerania

offrendole la Norvegia, fa alleanza

invasa da Napoleone colla Svezia.

Napoleone corre innanzi per cercare Russi e una batma invece d'una battaglia trova un clima instabii

taglia;

Che importa? avanti sempre. Carlo XII di Svezia non v’ era potuto vivere con 24000 soldati come vi sarebbe vissuto Napoleone con un mezzo milione ? Muojano dunque; ed egli non sa che dire: Impossibile soldati ben comandati non muojono mai di fame ». lissimo, malattie, scarsi viveri.

;

—

!

designa

marcie colla grandiosa sua strategia,

le

e renacci lo ritardano

;

questi generali

ma

pantani

non sempre vogliono

obbedire dacché sono re; egli medesimo mostra una spossata lentezza, che

i

suoi panegiristi

non sanno spiegare se non

con una malattia. Intanto

i

Russi scompajono davanti

all’esercito proce-

dente; sempre solitudine, fatiche inaudite prima di giungere a Witepsk I

egli

:

ma

questa pure è vuota

!

marescialli consigliano Napoleone a svernarvi

favolosi, di cui egli

San Bernardo.

Ma

si

modo

poche

;

difficile

lo

le

compiaceva, come

le

ma

no;

Piramidi e

Napoleone ha disimparato

de’ primi suoi tempi.

La guerra le

il

la rapidità

stessa era di ben altro

grandi strade, minati

spionaggio o

ponti importanti,

i

ricognizioni traverso a

golo di Cosacchi; stranamente imperfette zioni suiteatro della guerra: sovente

le carte

un nu-

eie istru-

percento miglia dovea

medesima direzione, non avendo altre strade e nemico accostarsi di fronte, e non per molteplici sbocchi

seguirsi la al

:

vuol essere a Mosca; Mosca, uno ancora di quei nomi

come

in

Germania

,

e

in

Italia;

divisato

vimento, dai primi passi era indovinato possibili

Le

;

appena un moonde erano im-

grandi piani strategici.

frequenti avvisaglie portano perdite e vittorie reci-

proche. L’esercito a Smolensko trova resistenza;

ma entrato.

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155 Avanti

eccola vuota e in fuoco.

dunque ancora,

sotto

il

sole d’agosto, fra polvere rodente, e continue scaramuccie,

che stancheggiavano senza mai un risultato, senza che mai il

coraggio venisse rialzato dalla fiera gioja d’una battaglia.

Già centomila sono

periti, gli

soffrono

altri

Mosca, dove

sta a ottanta leghe;

il

riposo,

fame e Mosca ;

l’

abbondanza,

e la pace dettata dalla città santa.

Anche

i

Russi però agognavano una battaglia, e

il

loro ge-

nome dei santi e della paMoskowa centrentaduemila Russi,

nerale Kutusof vi s’accingea nel tria.

A

Borodino sulla

con seicenquaranta cannoni Francesi

,

,

affrontarono centrentatremila

con cinquecentottantasette cannoni

rono settantamila morti o

feriti

,

dunque dopo la

di

tenda in tenda

vittoria;

Napoleone

cito; e Alessandro altri

sacrifizj

vi

si

i

si

:

e vi resta-

ventisette generali francesi;

Non esultavano

molti anche dei Russi, fra cui Bagration. cantici

soldateschi, consueti

trovava appena metà dell’eser-

Mosca, dicendo che

raccoglieva su

voleano per domare l’Anticristo. Di questa

città era governatore

misto di civile e

di

FedorRostopcin, vero carattere russo, fiero, motteggiatore arguto, e devoto

alla causa patria quanto Kutusof, e coi mezzi e la risolu-

zionestessa.

Aveano

essi

e castello dove potessero

rono

far lo stesso di

mila appena, rimasero; de’ I

proposto incendiare ogni villaggio i

Francesi tranquillare: non esita-

Mosca. Dei trecentomila cittadini, venti-

nomadi quando

il

gli

altri

sciamarono,

alla

guisa

nemico s’avvicina.

Francesi v’entrarono in gran parata, quasi rivedessero

la patria, allegri di trovarsi al fine in

e l’abbondanza, fra la gente.

nessuno sta

di

Ma

una

città,

fra gli agi

che ? nessuno viene incontro;

guardia; un vuoto, un silenzio, come quando

traversi Pompei.

La

sera gozzovigliano

alla vigilia della morte.

La manìa

i

soldati famabondi;

di entrare nelle capitali

nemiche avea portato Napoleone ad un vano un esercito e l’impero.

trionfo,

che

gli costò

Mentr’egli s’orgoglia nel Kremlin, fortezza le cui

mura

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,

156 sono montagne, e di là detta regolamenti pei i

Russi dicono

la

— Eccolo preso

»

:

;

ad Alessandro:

—

teatri parigini,

pensa che qui finisca

egli

campagna Kutusof crede che cominci,

e

ministro dice

il

Sire, ringraziate la Providenza; la

Russia

è salva». Deliberati di tagliare la ritirata all’esercito francese,

talché l'inverno

disfacesse,

il

i

Russi, che a Smolensko gli

Mosca la ricusano. Ed Alessandro nemico entrò a Mosca; ma la gloria dell'impero non è offuscata. Egli possiede solo mura, in cui nè abitanti, nè provigioni. Erasi immaginato il superbo, diventarvi arbitro dell'impero, e dettargli una pace rumosa. Speranze fallite! Le truppe che ogni di si raccolgono dallo vicine provincie, custodiranno ogni shocco, c distruggeranno drapaveano

offerto la pace, a

proclama:

—

11

i

pelli

che escano a foraggiare.

11

nemico, entrando

metà sono

contava cinquecenti (mila uomini; disertati; col resto

occupò Mosca:

n'è soddisfatto,

gli

effetti

curva

e verserà

al

giogo

:

leggi, religione, libertà.

tutto

il

cendj

;

vanno

in

i

1

Francesi, cominciano in

un luogo, scoppiano

fiamme, e

rire di fuori.

superbo che l’attaccò

;

e

re e le nazioni oppresse».

entrativi

estinti in

coraggio e la pazienza

il

una causa giusta e possente;

col tuo ajuto possa trionfare del i

ma se l’orgoglio suo La Russia non si sangue per difendere

Dio onnipotente, guarda misericor-

del tuo popolo, che combatte per

Appena

Russia

appariranno.

dioso sulla Chiesa russa; sostieni

trionfando liberi

in

distrutti o

i

feriti

a stento

Mosca

in dieci si

;

gl' in-

gli spedali

trascinano per

mo-

soldati, stancati nello spegnere, ritornano ai

non trovano che carboni. Fra tre giorni, la città santa è una fornace, da cui non sorgo che il Kremlin. L’esercito vincitore accampa attorno ad una città di fuoco, in loro quartieri, e

campagna

allagata dalle pioggia;

fuoco de’ bivacchi ali-

il

mentasi con quadri e mobili preziosi, e attorno ad essi uftìziali e soldati, laceri,

di il

bruciacchiati

,

sdrajansi sopra scialli

caseemir, pelliccio di Siberia, tappeti

vasellame d’argento;

il

di

Persia; profuso

velites’è forse vestito

da Cosacco,

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^


157

da Baskiro,

Piemontese porta il berretto persiano, il Romagnuolo la zimarra cinese; e toccando cembali e stromenti di gran prezzo, mal si consolano della lame e della

l’Italiano

il

disperazione. I disastri si

tagliano

danno spirito corpi

i

,

alle secreto società,

lasciati

mentre

di fianco

per proteggere la ritirata. Invano

almeno il furore di una guerra popolare: Da quando in qua (gli risponde Kutusof) sarà troppo l’ardore che un popolo mette Napoleone esibisce

la pace;

invano cerca

si

cessi

—

a difendere casa sua dallo straniero ?

Vedendo un altro

»

Napoleone vorrebbe sempre diretta innanzi assalire Pietroburgo, e colà svernare, avendo aperte per acqua le comunicazioni con Francia. I generali del grande esercito, cui i disastri restituivano la franchezza che aveano folta le vittorie, professavansi stanchi essi che non aveano più da acquistar gloria, ma da goderla a Parigi. Si cominciò dunque la ritirata sopra Smolensko con carrozze e treni l’estensione del pericolo. atto della sua strategia,

far

;

;

carichi di tesori, di argenti, di pelliccie, cogli zaini gonfi di sete, di gioje, di

preziose inezie, consolàti

ravvicina alla patria; e Napoleone ordina

Mosca

era rimasto in veri. Così

il

e delle armi

,

mastino addenta

Aveva ancora centomila

il

fanti

,

il

sasso che lo ,

come

chi

si

guasto di quanto

della polvere, dei vi-

con

ferì.

cinquecensessan-

tanove cannoni e duemilasettanta carriaggi, ricchi,

forti,

i Russi raddoppiano di Dio comincia; Kutusof ali-

sebbene scarsi di cavalleria. Però sforzi

barra valore I

quando il

la vendetta di

passo alla grand’armata a Malojaroslavetz

massimamente

degl’italiani

,

ma

il

protegge quel tragitto.

Francesi volgono sopra la Beresina, paese già devastato nel

primo

tragitto

;

traversano

il

campo

di

Moskowa, dove an-

cora dopo cinquanta giorni qualche ferito invoca soccorso o la morte.

E

dappertutto

si

trovano furate

le

mosse dai Russi,

più pratici, meglio provveduti, serviti dai paesani , esaltati da Kutusof, che parla di Buonaparte come del tiranno del

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.

158

mondo, da Alessandro che eccita a spegnere gl’incendj di Mosca nel sangue francese. I Cosacchi sono lo sgomento dell’esercito, nè dì nè notte lasciandolo quietare.

La

confusione, che già nell’andare

si

era mostrata in un esercito improvvisato e di tante favelle,

giunge

al

colmo; disertano, gettano

armi,

le

si

scompi-

gliano, e la morte fa stragi. Degli ottantamila cavalli, do-

appena rimanevano in novembre: de’ centomila usciti di Mosca, appena cinquantottomila arrivarono

dicimila fanti

a

M iasma. Allora sopraggiunse

il

freddo stridente, che doveva, non

produrre,

ma

vembre a

fioccare, cancellando ogni

esacerbare quel disastro. Cominciò in no-

segno di strade; talché

mareiavasi colla neve negl occhi e acaso, cadendo nei pantani: i

un tronco li fa innon sono capaci di rialzarsi, e tosto la neve fucili le mani aggranchite cascano estremità gelano e incancreniscono; chi s’addormenta, non si sveglia più. Alcuni scoprono un sentiero, e vi s’avviano speranti ma ecco i paesani e i Cosacchi in agguato soffocati dal vento, intirizziti,

un

sasso,

cespicare, e più

ha sepolti

gli

dalle

;

i

;

;

che

li

straziano, poi

li

lasciano a spirare lentamente sulla

non ferrati a ghiaccio, scivolano, pestano il un poco d’acqua, rosicchiano le gelate scorze degli alberi poi quando cadono sfiniti si fa ressa di scannarli per mangiar qualche spicchio, e per intiepidire nelle loro visceri le mani e piedi. Ogni bivacco, per mancanza di fuoco, diveniva un cimitero vi si coricavano col sacco in neve.

I

cavalli,

gelo per trovare

,

;

i

:

spalla, colla briglia del cavallo al braccio

;

o per intiepidirsi

la mattina non abbracciavano più che un cadavere, e l'abbandonavano senza compiangerlo. Se si trovasse qualche poco di legna, mettevasi

tenevansi abbracciati l'un l’altro

al

;

fuoco la pentola, preziosamente conservata

scusava

di

;

e la polvere

un pugno di farina di segale, egoismo sottentrava a quella propria de’ soldati, e niuno più prove-

sale per condire

o un brano di cavallo. generosità eh’ è

sì

Un

fiero

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159

deva che asti;

colle spade disputavansi l’ultimo tozzo

fin

o un manipolo di paglino di legna; se

non

stendea la

gli si

gelato,

mano

strappava

si

tiepida ancora. Invano

i

camerati! cascava,

il

prima che restasse

altro,

caduti o

per porla a sè

stringeano

feriti

gi-

le

padri, perla patria, per l’ amante non essere abbandonati e quando si battea marciata, strascinavansi carponi ululando, mostrando

nocchia dei

fratelli, pei

supplicando

di

la

ad un

;

dosso la pelliccia

di

;

i

Cosacchi che sopravenivano, cercando un sorso d’acqua, se

non

una

altro

selvaggi.

La

fucilata per

non cadere

pazzia prendeva molti

mano

in

di

quei

ed una feroce serietà

;

fra ridicoli cenci.

Un

inverno

rigido

si

non

calcolare da

potuto

sariasi

un generale; ma bensì il disordine, bensì la fame che seminò di cadaveri la via, e diò centrcntacinquemila prigionieri ai Russi. zini,

che così

Napoleone

si

I

fuggiaschi derubano e sperperano

mancano

ai

bisogni. Solo

tenne unita, e fu salvezza di

i

magaz-

guardia

la

di

lui.

Sulla Beresina eoncentravansi gli eserciti russi dal Da-

nubio e dalla Finlandia per tener fronte

ai

Francesi, che

Kutusof inseguiva, che Miloradowic e Piatoti’ bersagliavano Napoleonici avevano invocata, giungeva quando si trovavano incapaci di più coriibattere. Ivi soprarrivarono Oudinot e Victor con due corpi che erano rimasti in Lituania, e che dagli attacchi di senza posa; e la battaglia, che tanto

i

Wittgenstein, e Ciciakof potevano proteggere

quei miseri avanzi

;

lusingati di trovare

il

tragitto di

ma mentre nelle bugiarde relazioni un esercito baldo

di vittoria,

erano

non riscon-

trano che ombre di schifo e di paura, ferocemente severe,

senza salmerie, senza armi, senza scarpe, col naso e orecchi incancreniti, lividi

il

resto, gonfi gli occhi

gli

immobili

o ciechi, stupidi, dissennati, cascanti loro a'piedi per implorar pane. Confusissimo fu ritirata; la

il

passo del fiume

;

Ney protegge

la

guardia reale italiana prodiga eroicamente la

vita per difendere

una gloria non sua

.

e cinquemila sol-

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,

160 dati

ne rimasero

là: all’appello

non risposero che ottomila-

ottocento.

Sulla via. nulla avevano preparato nati dai bullettini

commissarj, ingan-

i

che mentivano continue vittorie. Anche in

Francia, in Germania, la mesta taciturnità

Italia, in

di

ripetuto annunzio di trionfi,

tanti orbati era addolcita col

quando repente tutto è smentito nel XXIX bullettino, ove Napoleone annunzia il disastro. Perchè gli uomini non ne avessero

vanto, lo attribuiva al freddo;

il

patimenti dicendo: si

—

robusta da superar

legria e

il

Qu'elli cui le

insultava ai

l’al-

gajo umore, e non pensavano che a disgrazie è

ad ogni evento,

catastrofi; quelli che essa creò superiori

conservarono la vivacità e

nuova gloria

le

guise consuete, e videro una

nelle difficoltà che

Poi conchiudeva: migliore.

ma

natura non avea dato tempra

vicende della fortuna, perdettero

— La

si

doveano sormontare

salute di sua maestà

non

».

mai

fu

»

Se ne consolino un milione di vedove e d’amanti! egli sano ; e non ha un motto di compassione pei tonti morti non una consolazione pei sopravissuti. QueU’inumana frase gli era dettata dal sentire che la grandezza sua fondavasi solo su lui, e che la sua stirpe era niente. Una congiura scoppiava a Parigi, e che non trova ostacoli, mostrava che nessuno credeva alla stabilità dinastica. Ben avea di che sgomentarsi Napoleone a sintomi cosiffatti. Inoltre echeggiano pure in Francia le grida nazionali della Germania e della Spagna; gl’inglesi fomentano le idee è

liberali,

e molti repubblicani sono fucilati nel mezzodì.

Napoleone sente dunque

la

necessità di

centro d’una macchina che solo per lui

primere

le

speranze che potesse dare

il

si

preparare un nuovo esercito. Cede a Murat

perchè migliore rigi.

Non

ma

perche

re,

ritornare

muove,

di

nel

com-

suo disastro, e il

di

comando, non

e rapidamente arriva a Pa-

lasciato indietro che quattrocentomila vite.

lui

0

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,

161

Battaglia di Curtatone. Bresciani.

29 maggio 1848 sorgea sinistro allo armi federato d’Italia; imperocché in sui campi di Curtatone e di Mon11

tanara presso Mantova, venuti ad oste gli Austriaci contro

quattromila

Italici,

la

maggior parte Toscani, s’accese la non s’era ancor veduta Benedek e di

battaglia feroce, e così animata qual

Le

in quella guerra.

brigate austriache di

Wihlgemuth erano assembrate contro Curtatone; generali Ciani e Strasoldo sopra Montanara, di Lichtenstien

sopra Buscaldo.

La gioventù

quelle dei

e la quinta

toscana, parte

s'asserragliò nelle case sbarrando con grosse travi, e stabbio

e piote

le porte,

Àvevan

il cannone non le schiantasse. muri archibusiere, troniere e feri-

acciocché

fatto ne’ bassi

toje cogli

smussi delle gole ad ogni direzione, e nelle gronde

piombatoj e cateratte per difendere l’assalto delle porte la scalata delle finestre.

eonj

e

pei-

Parte s’attestò

e

campagna per

in

quadrati a romper T impeto

della cavalleria

tedesca, che la caricava furiosamente in quella distesa di

piano;

altri

diritto

il

per drappelli a scaglioni infestavan dal lato

corno sinistro della battaglia; assai

,

fattoridotto

e sponda dietro ai risciacqui e le gore dei campi, destri ber-

sagliavano glieria

le

colonne di fronte; quattro

da un’ alturetta davano a mitraglia

de’cavalli, e spazzavano a saltarello

venian

i

;

ma

gli

pezzi d’arti-

fra

le

gambe

gruppi di massa, che

serrati all’assalto dell’argine di quel

cierà di cannoni

poco

di

trin-

Austriaci tonavano con cinquanta

bocche ben gabbionate, e poste, parte

per

di fronte e parte

con obici e pezzi corti di gran portata, sotto diradavano le file toscane, e saltavano per aria

lato, si

soli

i

le

quali

mu-

e terribile. Quella

campo con una ruina paventosa prode gioventù, non atterrito a tanto

smisurato percossa

di

nizioni e

i

ricettacoli del

morte,

si

batteva intrepida e ferma

opponendo per ben cinque ore a quell’impetuoso torrente Coiv

- Antologia Militare - Parie

1

il

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162 diga de' saldi petti e dell’ostinata volontà

la

vincere o

di

morire.

Oh

quante giovinette e delicate vite mieteva quel giorno sui sanguinosi campi di Montanara e Cortatone la scimitarra degli ussari, la picca degli ulani, e

il

fuoco vivissimo

de’moschetti e delle artiglierie! Quante lacrime di genitori

seminavano

infelici

di quei ruscelli

sai: voi

tei

sulle zolle di quei prati e sulle

fieri

i

madri aretine, pisane, fiorentine e sanesi ne testimonj chè vostri pianti non sono

pubblici

siete

rive

sdegni di guerra! Tu, bella Toscana

ancora asciutti

i

,

,

e le ferite de’vostri cuori

non son per anco

rammarginate.

Morte del Morosi ni

Manata.

e del

Emilio Dandolo.

I volontarj lombardi, di cui era capitano Luciano

Ma-

Morosini ed Enrico ed Emilio Danmilanese andarono a combattere a Roma, dove erosi proclamata la repubblica. Un corpo di Francesi ventre a sottomettere i rivoltosi,

nata dolo

,

,

e uffizioli

assediò

Roma

s’

la rivoluzione

e alfine la prese.

In pochi minuti e

il

dopo caduta

i

Francesi avevano rovesciato ogni ostacolo,

erano inoltrati fino alla barricata di gabbioni che sta al

cancello a pochi passi da villa Spada.

A

quella vista

i

nostri

presero animo, cominciò la fucilata, e la barricata fu or presa e ora perduta, mentre lo

scoppio delle

empivano

atterrita possa II

e

il

le

intese

i

colpi, le

le

strane grida, quell'am mirabile giovane

era slanciato solo, onde osservar che cosa

d’

cannonate,

immaginare.

nuovo, quando ad un tratto sì

grida,

rovinare dei ripari e dei tetti,

spaventoso fracasso che mai mente

posto di Morosini fu dei primi ad essere circondato.

Appena si

bombe

l’aere del più

improvviso, che ogni

si

ci

fosse

di

vide attorniato ed assalito

soccorso tornava inutile. Egli

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,

103 colla sciabola

e colle pistole

si

difese per alcuni minuti,

mentre incoraggiava suoi. Colpito nel ventre da una palla un colpo di bajonetta, egli cadde, e il nemico passò oltre. Quei pochi bersaglieri, dopo un’ostinata resistenza i

e da

presi ai fianchi, alle spalle, circondati, decimati, gettarono le

armi. Quattro di essi però erano già accorsi a raccogliere

il

caduto Morosini, che da tutti

i

suoi era

grandemente amato,

e postolo su d’una barella, favoriti dalla confusione, s’av-

Ma

viarono correndo verso villa Spada.

questa era

già

circondata; s’imbatterono quindi nei Francesi che grida-

rono da lungi: Qui vive? con voce

fioca.

Ma

i

— Prisonniers; rispose Morosini

nemici temendo forse d’una frode

s’avventarono colla bajonetta calata. Raccontò alcuno dei bersaglieri

quali

i

circondati

.

trovandosi

la barella e tentato di sal-

e che allora fu veduto quel povero giovinetto alzarsi

sulla barella gli

che

.

dal nemico, inferocito

nella vita

avevano deposto

dalla pugna, varsi

portavano Morosini

minacciati

e

insanguinata

giaceva a lato

,

,

mano

e posta

alla

spada ehe

continuare già morente a difendere la

propria vita, finché colpito una seconda volta nel ventre, ei

cadde

di

nuovo. Commossi a tanto e

raggio, quei Francesi

lo

si

sventurato co-

raccolsero e portarono all’ambu-

lanza di trincea. Moltipliei e variatissime narrazioni

morte

di

lui.

egli visse

vennero

Questo solo potei raccogliere

fatte

sulla

di sicuro,

30 ore rassegnato, pregando, parlando

che

della sua

famiglia, e strappando le lagrime ai nemici stessi che ac-

correvano a vederlo per meraviglia. luglio spirò serenamente senza

Il

soffrire.

mattino del primo

Oh! mi

sia

qui

concessa una parola su quell’ impareggiabile giovinetto, oggetto

di

tenerezza e di ammirazione e di stupore a quanti

l’hanno conosciuto, e che ha gettate tante anime nel lutto col suo

crudelissimo

fine.

Non arrivando ancora

ciott’anni. egli era l’esempio, battaglione per

la

la

sua angelica o

ai

di-

meraviglia di tutto simpatica

bontà.

il

Più

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,

m fanciullo di tutti noi, era quasi nostro Mentore, e noi lo

chiamavamo

l’angelo nostro custode; tanta era l’illibatezza

verginale della sua condotta, e la severità inalterabile dei

una forza, di cui spesso anime più elette, di mantenere incontaminata Era commovente il vederlo sotto il fuoco nemico, ritto sempre ove più incalzava il pericolo, mantenersi tranquillo recitando sommessamente le sue preghiere e comandando ai soldati col sangue freddo d’un provetto principj suoi, che egli cercava, con

difettano le

negli amici suoi.

capitano.

Egli è morto! Ma il suo nome, la sua memoria vivranno eternamente nell’anima addolorata non solo de’genitori ,

de’congiunti ed amici ma di tutti coloro che. avendolo appena conosciuto, il proclamavano esempio e modelle sorelle

,

,

dello di angelica soavità, di coraggio, di ingegno e di virtù!

Dopo

la presa delle varie breccie,

si

combattè* su tutti

i

occupavano tutti i bastioni, le nostre strade, le barricate: avevano preso molti nostri cannoni, la maggior parte dei quali però era stata d;igli artiglieri inchiodata. Furono visti molti di quei cannonieri avviticchiarsi morenti al loro cannone, e più d’un pezzo non venne preso che dopo averne uccisi tutti difensori. Spuntava il giorno, e colla luce tornava l’animo ai nostri, quali si raccoglievano, e cercavano di spingersi coll’usato ardire sul nemico irrompente. Ma ogni ordine era rotto, punti.

I

Francesi

i

i

e ad ogni

momento

i

Francesi ingrossavano;

nostri si riunivano a villa

nella strada e frale

Savorelli,

bersaglieri

i

quei di

Garibaldi

vigne; fu sonato l’assalto;

lanciarono con un ultimo impeto di coraggio, e

il

tutti

si

nemico,

davanti a quel disperato sforzo d’una gente già vinta, dovette arretrarsi su tutti

i

punti.

Il

cannone tonava con-

tinuamente. Le nostre batterie rovinate, senza artiglieri

non sapevano

(erano quasi tutti

stati colpiti sui loro pezzi)

rispondere; fra

nostri soldati, numerosissimi

la

i

più parte mortalmente

i

caduti, e

feriti.

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165

eravamo

Villa Spada era circondata: noi

stati costretti

rinchiuderci entro, barricare la porta, e difenderci dalle

di

finestre.

Le

cannone cadevano

palle di

e uccidendo

dei cacciatori francesi

È

terribile

il

cannone,

frequenti, devastando

entravano dalle sghangherate finestre

;

e ben

,

rado

di

palle

le

fallivano la meta.

combattere entro una casa, dove ogni parete può rimandare di rimbalzo una palla; dove, se non colpisce

l’aere

il

le pietre

s'impregna

fanno udire più

si

ciola sotto

i

piedi

,

che rovinano possono schiacciare; dove

fumo,

di

forti;

il

di

polvere;

i

gemiti dei

feriti

pavimento insanguinato sdruc-

e l'intiera casa vacilla sotto

1*

urto cre-

si

aggirava

scente delle cannonate

Già da due ore durava questa

difesa.

Manara

continuamente per le camere, onde rianimare colla presenza combattenti. Io lo seguiva coll’animo ane colle parole i

gosciato,

non avendo alcuna

rimbalzo mi

di

ferì

il

notizia di Morosini.

braccio destro.

—

— Perdio

Una «

palla

sciamò

hai sempre da esser tu il Manara che mi stava presso ferito? io non devo portar via nulla da Roma? » Pochi momenti dopo egli stava guardando col cannocchiale dalla finestra alcuni Francesi che stavano appostando un cannone, quando un colpo di carabina lo passò da parte a ;

parte.

Fece

tre passi, poi

cadde boccone senza che

braccio che mi rimaneva sano, potessi sostenerlo.

io col

—

Son morto (mi disse egli cadendo) ti raccomando miei figli». Accorse il medico; io lo interrogava ansiosamente collo i

sguardo, e nel vederlo impallidire, perdetti ogni speranza.

Fu

posto sopra d’una barella; e per una finestra rovinato,

cogliendo un

momento

di quiete, ci

gettammo

nella

cam-

pagna. Manara, lasciando cadere una delle sue mani nelle

me». Ed

io lo seguii col

fino all’ultimo

a compiere

il

Dopo molto

il

— Non

abbandonarmi, resto con cuore straziato; io aveva compiuto

mie, mi andava ripetendo:

mio dovere

doloroso uffizio aggirarsi,

di di

soldato, ora

mi rimaneva

amico.

arrivammo all’ambulanza

di

San

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,

166

Mario della Scala, dove già stava raccolto un centinajo di feriti più gravemente, che non potevano essere trasportati più oltre. Appena giunto, Manara mi disse di mandar a chiamare il dottore Agostino Bertani suo amico milanese. Intanto tutti

i

medici s'affaccendavano intorno lui;

— Lasciatemi morire

ma

egli

non mi movete. » Dietro l’assicurazione dei medici che egli aveva Pensa poche ore di vita, io mi chinai al suo orecchio, e, Oh ci penso! e molto» mi rispose. al Signore «gli dissi. Allora feci cenno ad un cappuccino che si avvicinò e che continuava dicendo:

in pace;

—

—

dopo

accolti

segni di contrizione del morente, gl’imparti

i

Manara volle eziandio esser confortato dal mi studiava di prepararlo meglio che potessi al gran passaggio; una soave dolcezza m’entrava nell’animo in vedere quel mio povero e carissimo amico così cristianamente affrontare la morte. Dopo essersi comunicato, non parlò suoi per qualche tempo. Mi raccomandò poscia di nuovo

l’

assoluzione.

Viatico, ed

io

i

figliuoli.

— Allevali tu (mi

disse) neU’araore della religione

Mi pregò

Lombardia il suo corpo insieme con quello di mio fratello. Scorgendomi Ti rincresce che io muoja? » E piangere mi domandò: vedendo che io non rispondeva perchè soffocato da’ singhiozzi aggiunse sommessamente, ma colla più santa » rassegnazione: Anche a me dispiace e della patria».

di portare in

—

,

Chiamò

—

vicino a sè

Poi mi richiese notizia era prigioniero

,

nandolo fuori

di

troppo egli lo

che morisse

me

ló

—

mise

e

me .

mostrando desiderio

,

sapeva già da vaghe voci che egli

ne era tutto racconsolato, immagi-

pericolo.

amava

si

Morosini

di

di averlo presso di sè. lo

sè,

soldato che fu sua ordinanza, e

il

chiese perdono se l’aveva alcuna volta fatto impazzire.

gli

Non

gliel

dissi

però, perchè

Poco prima aveva carissimo, e

e poteva spaventarsene.

levò un anello che

in dito egli stesso, poi

Saluterò tuo fratello per

Quando sopravvennero

le

te,

si

attirandomi verso di

n’è vero?

»

convulsioni dell’agonia, e co-

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167 minciò a scuotersi e ad aggrapparsi a chi torno. io i

mi

sentii venir

meno, e

fui portato

potevano accrescer

miei singhiozzi

bondo. Allorché rinvenni e tornai

immobile e freddo.

A

cuore

Il

lontano perchè

patimento letto

al

di

che noi dividevamo

e i

con lui!.

.

Erano

.

finito

Manara

stringermi fra

un amico. Oh quanto ho

le

amici

da una simpatia che io perdeva in

a mutarsi in affetto fraterno

più che

gli

quindici mesi

pericoli, legioje, le speranze; senza

secreti fra noi, senza gelosia, animati

aveva

mori-

l'anima di

cessò, e

vita

quel giovane eroe volò in cielo a raggiungere caduti prima di lui

al

trovai già

lo

,

batteva ancora con lentezza.

gli

poco a poco ogni calore

stava d’at-

gli

:

sofferto

mai nello

braccia quella spoglia fredda, e

si

bella

ancora nella sua pallidezza!

Campagna

del

1859. Belvic.lieri.

Se l’imperator d’Austria Francesco Giuseppe, cercava destar

l’ire

germaniche, associate

al

nome

ri-

Napoleone,

di

il

conte Giulay, duce supremo dell’esercito in Italia, evocava

l’ombra del poc’anzi morto Radetsky

,

onde scorgesse

gli

Imperiali sui memori campi alla vittoria. Aveva sotto il suo comando (comprese le guarnigioni nelle fortezze da Pavia e Piacenza, sino a Palmanova ed Ancona) non meno di ducentottantamila uomini, de’ quali metà campeggiava in

Lombardia; armati, addestrati, provvedutissimi esercito più bello e numeroso l’Austria non aveva mai veduto al di ;

qua

delle Alpi. Al principio della

otto corpi d’armata, formati di

campagna

due o

componevano

lo

tre divisioni ciascuno,

e comandati da generali esperti nell’ultima guerra, Stadion, Zobel, Benedek, Clam-Gallas,Lichtenstein, Schwarzenberg...

più un corpo volante sotto

il

croato maresciallo Urban, che

davasi vanto di contrapporsi a Garibaldi;

luogotenente

il

maresciallo Zedwitzt capitanava la cavalleria

,

il

colonnello

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.

168

Khun

era alla testa dello stato maggiore. Al 29 aprile gli

Imperiali varcarono

Vige-

l'indifeso Ticino a Buffalora, a

vano, a Pavia, ed alle due estremità occuparono Arona alla destra, ed ingrossarono sul Piacentino, spingendo

centro

il

con moltissimo stento, sopra un terreno, per istemperato pioggiee per argini guasti, tutto quanto allagato, a Mortara a Novara, a Vercelli, nelle quali città Giulay fece affiggere

un proclama, vantandosi liberatore del Piemonte. Quante speranze, quant'ansia negli Italiani in quei

giorni!

L’esercito piemontese stava concentrato alla sua base d’ope-

razione nell’angolo formato dal tezze di Casale si

spiegasse

il

ed 'Alessandria,

Po

e dal

Tànaro

tra le for-

atteggiato a difesa fino a che

piano del nemico ed arrivassero gli

alleati.

Era diviso in cinque divisioni sotto i generali Cialdini, Fanti. Durando Giovanni, Cucchiari e Castelborgo; bersaglieri, artiglierie

cavalleggieri e genio erano egualmente ripartiti

,

per ogni divisione. l’artiglieria

sistemi) ed

il

(

La

cavalleria greve, formante la riserva,

molte delle quali perfezionate secondo

i

nuovi

genio dipendevano dai generali Sonnaz, Pastore.

Menabrea; Garibaldi comandavai volontarj Coccia lori Alpi

.

delle

gioventù spigliata ed animatissima. Della Rocca fu

capo dello sfato maggiore ; Lamarmora ministro della guerra al campo Vittorio Emanuele duce supremo La invasione austriaca nel Piemonte porgeva all’impera-

seguitò

tore dei Francesi giusto al 1’avvicinarsi

motivo a scendere in campo. E già aveva fatto mutare

del preveduto istante,

tono alla stampa da lui dominata, tratto

si

cese, cui

stimolo

in

guisa che, tutt’un

pose ad inneggiare alla guerra; e la nazione fran-

non della

si

fa

invano sentire

il

suono dell’armi e

gloria, s’infiammò al pensiero di

lo

scendere

liberatrice invocata sui campi, già testimonj di tante vittorie dc'padri

e degli avi.

Al denunziarsi delle

.

ostilità, l'esercito francese,

ditato divisamente, o perchè

non

si

o per

me-

credesse la guerra im-

minente, stava ancora disperso. Gli ordini per concentrarlo

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169 furono dati ed eseguiti con rapidità prodigiosa.

Le

vie del

Cenisio erano tuttora ingombre di neve ed impraticabili cavalli.;

il

ai

trasporto per mare, lungo e faticoso; pure ogni

ostacolo fu superato; alcune colonne,

vantaggiandosi del

tempo che Giulay perdette per aderire all’ambasciatore inglese, entrarono in Torino il 30 aprile, cioè il domani dell’ingresso degli Imperiali in Piemonte; ed in quel mentre anche a

Genova incominciavano gli sbarchi. Quanti applausi quanta commozione sui passi dei soldati francesi, all’apparire di quella !

insegna scesa già conquistatrice temuta, scomparsa senza

compianto, tante volte con amara delusione invocata! Nes-

suno ormai dubitava della

vittoria;

ma

dell’esercito piemontese,

non già che

si

perchè, di fronte alle

diffidasse

immani

forze dell’Austria, era follìa sperare che solo vincer potesse.

Pure

di tanto gli fu benigna la sorte, da lasciargli indiviso

l’onore delle prime

pugne

e di contenere per ben quindici

giorni la baldanza nemica.

Penetrato in Piemonte, e disposte

le

sue truppe sopra

linea prolungatissima, sensibilmente parallela al Ticino,

il

duce austriaco avrebbe dovuto (ed era quanto dagli Italiani si paventava) spingersi alla sinistra su Novi eGavi, dominare

la

via della Bocchetta, per impedire ai Regj la con-

giunzione co’Francesi che venivano dalla Liguria; ed a simile intento avanzare la destra a

Susa

,

ed intercettare

il

passo

delle Alpi; tra le quali operazioni poteva occupare Torino,

avvolgere, se fosse rimasto concentrato, l’esercito piemontese, in

modo che

la

sua stessa linea di

gli riuscisse fatale; batterlo se si

difesa,

non che salvarlo

fosse diviso.

Invece ten-

tennò, ed esitò, dove la rapidità era condizione di vittoria. Si disse che lo impedissero le pioggia, gli allagamenti; che lo

vincolassero istruzioni e comandi da Vienna; che volesse

per la più breve,

tamente

come avea

l’esercito regio

,

fatto

Radetzky, assalire diret-

annientarlo

,

astringere Vittorio a

prima che l’alleato fosse in grado di tener la campagna. Ed a questo parve che veramente Giulay accennasse nei

patti,

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170 giorni tre, quattro e cinque maggio, quando, portato

il

quartier

generale a Lomello, spinse molte truppe sulla sinistra del

Po, fra Sannazzaro e Candia, facendo apprestamenti di passaggio a Frasi netto, a Valenza ed a Cornale:

somma l’importanza,

primi luoghi, dei quali era

ma i

nei

due

Piemontesi

contrastarono colle artiglierie tanto strenuamente, da rendere

vano ogni tentativo. tamente

,

A

costringendo

popolazioni

Cornale gli Austriaci passarono checon

,

a costruire

compariva. Tentare era cosa la

il

Po guasto

il

;

si

minacce spinsero

le

grame

lungo la

cercato esercito regio non

passo del Tanaro sotto Alessandria

folle; aspettarlo,

piena del

bestiali

ponte

il

ma

Scrivia fino a Tortona,

il

vana e pericolosa poiché avendo ,

ponte a Cornale, minacciava di

trascinarlo tutto nella sua rapina; nel quale timore,

avere vessato orridamente concluso, distruggendo

il

il

dopo

paese, quel corpo ritirossi dis-

ponte.

Allora Giulay, mutato consiglio, divisò d’operare coll’ala destra, e di avanzarsi sulla linea della

Dora Baltea tramutò ;

il

quartier generale a Mortara, indi a Vercelli; e per coprire

il

suo divisamente e

contro la testa

di

le

mosse che

vi

si

riferivano, ordinò

ponte a Casale una ricognizione, che fu

il giorno 9. di maggio aveva Germano, donde a destra si spinsero a Biella e fin verso Ivrea, a manca occuparono Trino, e di fronte scorrazzarono fino a Livorno dai quali movimenti s’argomentava che Giulay approntasse un colpo sopra Torino. Aveva il re affidato la capitale ad Ettore De Sonnaz, che l’avrebbe certo valorosamente, ma non felicemente difesa e già sembrava chiaro che se l’Austriaco si fosse impadronito di Ivrea, Torino sarebbe stata facile preda; grande quindi vi era il timore de’ cittadini, ed il Governo ordinava il trasporto delle piò gelose carte. De Sonnaz non attese, ma con quante forze potè riunire deH'esercito e dei

con lieve sforzo respinta, ed

già effettuato grosso concentramento di truppe a San

;

;

cacciatori delle Alpi, stringevasi alla destra della Dora,

mu-

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171 nita con improvvisati fortilizj. o tenne

nemico

il

vazione minacciosa; perchè, se quegli, forzato

osser-

in il

passo,

si

fosse spinto addirittura verso la capitale, arrischiava d’es-

sere assalito

di

da Vercelli

tianco e tagliato fuori

e dalla

Sesia, che erano la sua base d’operazione; tutta volta la superiorità delle sue forze gli faceva dovere di osare, e da

un

istante all’altro temevasi qualche dolente novella.

invece

i

corpi

da San Germano

distaccati

si

t.ier

generale a Mortara. Qualunque fosse

a battaglia

i

Quando

richiamano a

precipizio; l'esercito austriaco si riduce alla Sesia ed

il

quar-

progetto, o tirare

il

Piemontesi, o entrare in Torino, era per la se-

conda volta fallito. Giulay, entrato da dodici giorni campagna, non aveva occupato terreno so non quanto era stato permesso: due piani

gli

orano

stati sventati,

in gli

e le

sue soldatesche nelle piccole fazioni che s’erano impegnate

avevano sempre avuto

peggio

la

L’Imperatore Napoleone, giungeva di

Genova. La superba e

fremito

immenso

il

12 maggio nel porto

bella città repubblicana accolse

di gioja

il

con

coronato, che scendeva vindice

della nazionale indipendenza. Dalle innumerevoli barche, le

quali solcavano la quieta e lucente marina; dai navigli ancorati, dalle loggie, dai veroni era

francesi ed italiane, plausi, di 11

una pioggia

un ondeggiar di bandiere un sollevarsi d'ap-

di fiori,

viva in quei luoghi da gran tempo inusati.

Napoleone fermò suo quartier generale

14,

in

Ales-

sandria. L’esercito francese ripartivasi in cinque corpi, for-

mati da numero ineguale di divisioni,

Baraguay-d' e Niel; in

il

Hilliers,

ed

ai

generali

affidati al

maresciallo

MacMahon, Canrobert

quinto col principe Napoleone doveva organizzarsi

Genova ed

attendervi la propria destinazione. V’erano

poi tre legioni di guardia imperiale sotto

il

comando diRe-

gnault-de-Saint-Jean d’Angelv. Contava 520 cannoni, la più parte rigati, in

26

batterie, ripartite

proporzionalmente

ad ogni corpo. L'imperatore volle essere duce supremo, ed

a

lui

anche Vittorio Emanuele

si

sottomise.

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172

Erano ed

il

Austriaci ridotti novainente tra il Po, la Sesia,

gli

Ticino, posizione opportuna per sè stessa, e per

fortilizj

improvvisati, e per l’appuntarsi a Pavia ed a Piacenza di recente munite, e difensiva oggimai essendo divenuta pel

Dopo

capitano tedesco la guerra. subito si

moto manifestossi nel campo

spinge a Voghera;

Austriaci,

gli altri

Napoleone,

l’arrivo di

degli alleati;

un corpo

mano mano fronteggiando gli

affacciarono alla riva del Po, senza dare indizio

si

dove intendessero valicarlo. Dalle quali mosse, eseguite, giuste il

consiglio

Canrobert, per distogliere da Torino l’austriaca

ili

minaccia, Giulay

persuase che

si

Alleati intendessero

gli

operare contro Piacenza, e sperò di venire alla sospirate battaglia. In quel pensiero assottigliò di tratto le sue schiere alla destra sulla Sesia, ed

Pavia; sotto la quale, assicurava

il

passaggio.

il

care gli Alleati colla divisione

addensolle sulla sinistra verso

Po a Varcar izza appunto incaricato a provo-

ponte costruito sul

E

di là

19 di maggio mosse

il

Baumgarten ed

cavalleria, che toccavano

i

altre

il

generale Stadion

truppe

di

fanteria e

trentamila uomini, e procedendo

su Casteggio, Casatisma e Brandizzo, la mattina successiva si

trovò

di fronte alla

divisione Forey, appartenente al 1°

corpo d’armata francese, cui afforzavano dieci squadroni piemontesi de’reggimenti Aosta, Novara e Monferrato, co-

mandati da Maurizio De Sonnaz. Impegnossi il combattimento ed ebbe nome da Montebello terra dagli Austriaci occupate al principiar dell’azione, dove s'erano fortificati, e donde fu,

rono dopo sette ore respinti in guisa, che senz’altro .tentare ripassarono

il

Po

pugnò con valore

e ritornarono ;

ma

a Pavia. L'ima e

l'altra

parte

brillò l’impeto de’Francesi negli at-

Napoleone aveva raccomandate come l'arma del soldato francese; e la cavalleria piemontese diede prove novelle di fermezza e di coraggio. In questo primo fatto campale da parte degli Austriaci furono ottocento feriti, trecento prigionieri, altrettanti morti; da quella degli Alleati

tacchi alla bajonetta, che

seicento tra

feriti

e morti e tra questi

il

generale di brigate

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173 Bueret, parecchi cieri

officiali superiori,

Monferrato, Morelli

di

ed

il

colonnello dei lan-

Popolo, che cadde alla testa del

suo squadróne, confortato nei supremi

istanti

dal grido

della vittoria.

La

resistenza trovata dagli

Austriaci a Montebello, fece

che Giulay s’ingannasse nello estimare forze ed intenzioni

sì

neTranco-Sardi, e persistesse nel credere minacciate Pavia e Piacenza; laonde, richiamate le sue genti tutte a sinistra della Sesia, fissò quartier generale a Garlasco. dal canto proprio,

onde raffermarlo

E

Napoleone

in quel sospetto e trarne

vantaggio all'esecuzione della grande manovra ch’aveva ideata,

concentrò

il

proprio esercito intorno ad Alessandria sulla

via di Voghera, e sul in

su

i

Piemontesi

in

Po

sotto Valenza; e lasciati da Valenza

guardia del fiume e della Sesia che

vi

confluisce, ordinò mosse, esplorazioni, palesi apprestamenti

ingannò riuscisse completo; e lo fu. Giulay, colla sinistra appoggiato al Po ed alle fortezze, colla fronte difesa dalla Sesia, vantavasi d'essere in un secondo quadri-

di ponti, affinchè lo

latero strategico, al paro del veneto inspugnabile di guardarsi ;

a destra sembra che

nemmanco

pensasse. Allo incontro

Na-

poleone, volendo evitare la guerra d’assedj, rendere inutili i

mezzi poderosi di difesa accumulati dagli Austriaci a Stra-

della,

Pavia, Piacenza e

Cremona risparmiare il molto sangue ;

che sarebbesi versato cercando

di sfondare

il

centro della

una grande conversione di Novara e sul Ticino; girare

linea nemica, divisò di operare fronte: trasportare l’esercito a la destra

dell’Austriaco, e piombare diritto sopra Milano.

Concetto bellissimo, ad eseguire

il

quale riehiedevasi pron-

movimento cominciò col 28, ed ampio semicerchio da Voghera, Valenza, Casale, Vercelli, Novara, alle spalle dell’esercito tezza, precisione e segreto. Il

in cinque dì fu

compito

sull’

Sardo destinato a mascherarlo e proteggerlo. Sino dal giorno 20, il generale Cialdini, entrato col suo corpo nell’abbandonata Vercelli, a destra e a manca della strada regia spingeva con direzione divergente versola Sesia

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174

due colonne, che passate a guado con fortuna pari all’audacia, sebbene avessero guaste agli Austriaci, la

i

sinistra sponda,

combattimenti,

li

munizioni,

si

buttarono addosso

campeggiavano

oltre

e fattone scempio in molti spicciolati

spinsero disordinati ad Orfenengo. Nel

tempo medesimo Fanti lo

le

quali senza sospetto

Durando, accampati più basso, verso

e

sbocco tenevano con frequenti e non gravi fazioni distratto

e molestato

il

nemico,

il

quale per tutte queste cose s’ap-

prontava a dar o ricevere battaglia a Mortara

,

quando

Vittorio Emanuele, che era colla divisione di Durando, ri-

—

Il 30 maggio l’esercito del re si stabilirà davanti a Palestra». Ardua l’impresa. Tutta quella campagna è coperta di risaje, intersecata da canali, e da fitti filari di piante gli Austriaci, poderosi per numero, sui declivi avevano moltiplicato l’opere

cevette ordine dal quartier generale di Napoleone:

:

di difesa del piccolo altipiano-

cupati

i

dov’è situata Palestra, ed oc-

villaggi di Vinzaglio,

Confienza e Casalino che

lo

fronteggiano a piccola distanza verso la regia via da Vercelli a Novara. Le divisioni Durando. Fanti e Castelborgo, varcata la Sesia, doveano

muovere contro

nemico, ed agevolare aCialdini Vittorio la

Emanuele dirigeva

giornata:

le

la

quelli, snidarne

espugnazione

il

di Palestra:

l’azione. Combattessi per tutta

posizioni furono espugnate, ed

i

nemici

si

a Robbio sanguinosi e disordinati onde al tramontare di quel giorno (fausto novamente all’armi italiane, giacché undici anni addietro trionfavano a Goito ed entravano ritirarono

;

nell 'espugnata Peschiera)

il

re poteva dire a’ soldati:

prima nostra battaglia segnò la prima

vittoria...

La

— La

patria

esultante vi esprime per mezzo mio la sua riconoscenza, e

superba figli;

di voi, addita alla storia,

che per

la

il

nome

degli eroici suoi

seconda volta nel memorabile 30 maggio

hanno valorosamente pugnato per lei». Più splendido fu il fatto del dì successivo. L’Austriaco anelando a rivendicarsi della perdita e dello smacco, riuniti sotto il comando del feld-maresciallo Zobel, circa trenta-

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175 mila combattenti

(e fu errore

non farne avanzare

come poteva), mosse da Robbio a

doppio,

il

riacquistare Palestro

ma

;

nonché posar sugli allori, modo da poterlo con efficacia sostenere e respingere. Poco inferiori di numero erano Piemontesi, ai quali crasi aggiunto il reggimento di zuavi, posti sotto il comando deire: laonde, quando le colonne di Zobel, sostenute da numerosa artiglieria, si prepreveduto l’assalto,

Cialdini,

lungo

la

notte riunì le posizioni in

i

sentarono all’attacco, fu per questo

come

il

nostri erano pronti a riceverle; nè

i

men

conflitto

il

fiero; giacché l’offesa

ma

giorno precedente, sparsa e divisa,

non

era,

tutta s’ag-

girava intorno e convergeva a Palestro. Si pugnò per quattr’ore; gli

Austriaci respinti ripeterono

senza però poter sforzare

i

micidiali assalti,

contrastato paesello:

gli aditi del

zuavi e bersaglieri gareggiarono d’audacia, rigando larga-

mente

sangue

del lor

le zolle,

ma

pronti colle fulminee

bajonette ne’ luoghi del maggiore periglio, ne* quali pure, lasciate le parti di capitano, Vittorio

Emanuele accorreva.

Chiarivasi già pei nostri la sorte dell'armi, ed

i

nemici, re-

dopo molti cimenti s'affollavano sugli erti margini d’un canale, donde incalzandosi ruzzolavano giù

spinti in basso

ed affogavano.

,

Ma le lor batterie

oltre quello si riordinano le

occupano ancora il ponte ed ,

colonne alla riscossa. Colà

volge Tini peto de’zuavi, s’avventano

si

ed intorno a

ai pezzi,

morti rimans’impegna sul ponte mischia feroce; gono orridamente ritti, i combattenti avviticchiati piomquelli

i

bano nell’acqua. Verso quel punto lo spesseggiar de’projetti

fianco

slanciasi re Vittorio tra

dall’opposta riva, sicché al suo

Lamarmora ebbe morto da una cannonata

Invano Chabron

,

colonnello de’ zuavi

,

(gli disse)

non è codesto

il

vostro luogo».

il

cavallo.

mostrando

reno coperto di giacenti, sforzandosi a trarlo

di là,

il

ter-

— Sire

— Non temete co-

lonnello (egli risponde); qui v’ò gloria per tutti:» e spro-

nato

il

destriero,

perato infine

il

si

slancia tra

il

fitto

de’ combattenti.

ponte, assalite e sgominate

le

Su-

truppe che

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Googte


.

176 stavano oltre, respinti infallibili

medesimo

nelle

altre

gli attacchi

parti

il

dopo

dalle

mezzotempo generale Fanti batteva un corpo che minacciava

artiglierie, gli Austriaci, due, ore

su Robbio e Rossasco

giorno, ripiegarono

;

il

e nel

Confienza. Mille prigionieri, otto cannoni, bagagli

furono

trofeo della giornata, al cader della quale soltanto

fu dato

fine allo inseguir de’ fuggitivi.

e re Vittorio passarono sul

celli,

le ili

L’imperatore, giunto da Ver-

campo cruento

in

rassegna

schiere, salutati con entusiastiche acclamazioni, presagio

nuove

vittorie.

Batta gii a di Solferino (21 giugno 1859). Bblviglikri.

E

potere degli Alleati, il

Magenta diede Milano iti quali di là mossero ad inseguire

noto che la battaglia di

nemico verso

il

i

Mincio.

Sull’orme degli Austriaci, l’esercito franco-sardo, non soffermato dai ponti minati e guasti, aveva proseguito

cammino, verso

i

distribuito

monti,

in

modo che

i

Tenuto consiglio

di

il

suo

Piemontesi stavano

Francesi stendevansi al piano verso

i

il

Po.

guerra

in Brescia, varcato il Chiese ed Napoleone III divisò d'occupare sialture che sorgono al mezzogiorno del

affacciatosi al Mincio,

multaneamente le lago di Garda, fra San Martino e Volta, delle quali Solferino, e Cavriana, soprastanti alla pianura di Medole, sono punti centrali e più avanzati. Epperciò pel mattino del 24 giugno le divisioni piemontesi Durando, Fanti, Cucchiari e Mollard accampate tra Donato San Paolo e Desenzano, dovevano portarsi a Pozzolengo e via via alla

San Cassiano i

,

,

:

Mac-Mahon zòlo

Ma

Baraguay-d’IIilliers

destra:

loro

.

il

stabilirsi

a

Solferino.

a Cavriana, Canrobert a Medole, NielaGuidiz-

quartier generale e la guardia imperiale a

C listigliene.

per eseguire questi ordini fu necessario superare un’oste

poderosa, che

si

vantaggiava pel numero

,

per

le

posizioni

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177 per la conoscenza de’luoghi, per doppia artiglieria, per l’ap-

poggio di due fortezze.

L’abbandono di tutte le forze

totale della

Lombardia ed

il

concentramento

austriache al di là Mincio, non tanto erano

imposti dai' campali disastri, quanto da meditato con-

stati

siglio del generale Hess.

Giunto era questi a Verona con

Francesco Giuseppe nel giorno istesso della battaglia genta con tutti la

i

di

Ma-

mezzi disponibili di potere a un tratto ristorare

fortuna dell’armi imperiali: dissero anzi che simil concetto

campagna;

egli mettesse avanti fino all’aprirsi della

modo

fu questo che prevalse alla Stavano adunque riuniti, sotto

Wimpffen, due

in

ogni

fine. il

comando

eserciti dei quattro cheallor

di

Schlick e

di

teneva l’impero,

Smesso Giulay l’imperatore stesso supremo aveva ai fianchi generali antichi Frandi Modena ed il primogenito di Leopoldo li di Tocomandanti dei corpi non furono mutati, ma venne

circa ducentomila soldati. volle essere duce

e sperimentati, e nel suo militare corteo figuravano

cesco scana.

V I

sciolto quello d’Urban.

Compiuti

gli

allora inusata,

apprestamenti, gli Austriaci, con celerità in

numero

giornata del 23 aveano senza contrasto rioccupato

Pozzolengo non solo sino a Volta, sul piano di Guidizzolo e da

fin

180 mila uomini passato

di

Mincio su otto ponti gettati tra Salionze e Ferri, lungo

Medole

ma ancora si

i

il

la

colli di

erano estesi

colla poderosa cavalleria.

Dubbioso poi se gli Alleati avessero varcato il Chiese, Francesco

Giuseppe dava alle sue forze doppia destinazione; alla destra dovevano impadronirsi di Castiglione e Lonato, investire Piemontesi, rovesciarli nel lago, o cacciarli per le valli dove i

,

sarebbero

stati

assaliti e distrutti

dal

corpo appostato sul

confine del Tirolo; il centro e la sinistra dovevano far impeto nella direzione di Montechiari

,

ributtare

i

Francesi oltre

Chiese, dopo averne schiacciata l’avanguardia

,

il

e proseguir

diritto alla vittoria, della quale, ed al quartier generale ed

a Vienna erano affatto fidenti. Cajtv - Antologia Militare - Parie

I.

li

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178

Le ricognizioni

fatte dalle due parti la sera del 23, palesarono all'ima ed all’altra la presenza dell’ avversaria, non i

divisamenti; e gli ordini previamente impartiti, rimasero.

Appena

i

marescialli Baraguay-d'Hilliers e

Mac Mahon

oltrepassarono Castiglione, mici;

si trovarono in presenza de' neben tosto fu impegnato anche Niel verso Medole; l’eser-

il piemontese sopra Rivoltella maresciallo Canrobert aveva di fronte Castel Goffedro. occupato dalla cavalleria nemica. Essendo diversi corpi separati gli uni dagli altri da grandi distanze. Napoleone, giunto al romoreggiare del cannone affrettossi a disporre le cose in modo, che quelli avessero ad avvicinarsi ed a sostenersi a vicenda, ed avvedutamente ordinò al maresciallo Canrobert di tenere osservata la strada di Mantova, donde poteva attendersi una sortita della guarnigione non perdendo nel tempo stesso di vista il corpo di Niel, che poteva abbisognare del suo soccorso. Fino da principio si combattè su tutta la linea, con vigore ed accanimento straordinario; l’una parte e l’altra comprendeva trattarsi d’ una battaglia che poteva decidere la sorte d’un grande impero. Le alture di Solferino e di Cavriana,

cito

;

i

,

,

,

centro della linea di battaglia, e delle quali riconosciuto decisivo,

costanza assalite e difese. ale, che,

il

possesso era

furono con ammirevole bravura e

Nè minore

fu lo sforzo sulle

due

rattenute indietro da forze ogni tratto crescenti e

rinnovantisi, ebbero istanti pieni di periglio;

il

quarto corpo

Medole, fu al punto di vedersi girato non solo con indomita costanza seppe sostenere la vacillante fortuna, ma con una manovra su Rebecco e Guidizzolo sarebbe riuscito ad avviluppare nella in ispecialità presso

dal nemico. Tuttavia Niel,

ritirata parte dell’esercito

nemico, se Canrobert avesse potuto

o voluto appoggiare quel movimento. la vittoria

con largo

fiotto di

Il

quarto corpo comperò

sangue, ed

il

suo capo ebbe

il

bastone di maresciallo.

Finalmente, intorno alle quattro ore pomeridiane, la guardia imperiale

si

impadronì della tanto contrastata vetta di

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179 Solferino, rovesciandone

Austriaci con impeto pari alla

gli

comandò l’ultimo nome accanto a quelli dei ge-

resistenza provata. Napoleone in persona assalto

;

collocando

proprio

il

Buonaparte ed Augerau. che vincevano lo stesso nemico, ma di

nerali

denza e

in quei luoghi

libertà

medesimi

erano d'indipen-

all’Italia promettitori infedeli.

Nel tempo medesimo un’ altra battaglia sostenevano Italiani

gli

I generali Cucaveano inviato leggieri

alla sinistra dell’esercito francese.

prima

chiari e Mollard, alla

distaccamenti a riconoscere

il

luce,

terreno. Quelli, oltrepassate le

alture (l’occupazione delle quali era oggettivo della giornata),

ed accolti a fucilate, sulle prime credettero d’essere imbattuti in drappelli

vaganti

;

ma

ben presto s’accorsero d’avere

Erano in fatti cinquantamila uomini che, condotti daBenedek eda Stadion, s’avanzarono irresistibilmente, occuparono San Martino, e si spinsero alla

di fronte forze imponenti.

Madonna

Scoperta,

della

s’appoggiavano

i

due

importantissima posizione, cui

eserciti alleati,

superata la quale,

Piemontesi correvano rischio d’essere ributtati i

al

i

lago, e

Francesi rimanendo col fianco indifeso, non avrebbero

avuto probabile salvezza che

Fu adunque ostinato

in

una rapida

ritirata.

intorno questi due luoghi vario di accidenti,

sanguinoso

il

contlitto.

Nella prima metà della

giornata difesero la Scoperta Giovanni Durando e Fanti; delle quali divisioni

riunite

più tardi, prese la direzione

Alfonso Lamarraora, affinchè la unità del comando imprimesse maggiore efficacia all’azione. Di là respinto il nemico, tutti gli sforzi furono vólti a San Martino ed alla villa Trecagni, ai quali luoghi Cuccbiari e Mollard avevano dato parecchi

assalti,

guadagnando ripetutamente

le

cime

senza potervisi stabilire, per difetto d’artiglieria; mentre, gli Austriaci, potenti

pendìo del

per truppe fresche, ed agevolati dal

colle, dolcissimo dalla lor parte e

poco meno

che dirupato da quella de’Piemontesi, tornavano alla riscossa,

li

-«spingevano

in basso.

Durassi in tale aspra vi-

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180

dopo il meriggio, fra tormentosferza di un sole cocente. La pendeva ancora dubbiosa, quando improvviso dal ciglione dei monti bresciani sorge e si

cenda

fino a quattr’ore

sissima arsura e sotto la

sorte

battaglia

della

spaventevol bufera, che

scatena

Ma

combattenti.

giorno,

Piemontesi

i

per breve ora

quella calmata, si

ed

accinsero

San Martino. Tonavano furiosamente d’alto

ornai

ad

divise

declinando

i

il

ultimo disperato

sforzo contro

in

basso

artiglierie

le

nemiche, e facevano profondi squarci nelle colonne piemontesi. alle quali

il

terreno

pioggia rendeva più incerto

molliccio e passo.

il

lubrico per la

— Figliuoli,

(gridano

prendiamo San Martino siamo perduti Francesi vincono; sarete voi da meno? A San Martino! i

duci) se non

Si i

vuole!

re lo

il

stringono

tamburi,

le

grido Savoja

!

,

le file, squillano tutte le trombe, rullano musiche intuonano inni marziali; s’alza il

Viva

abbattono ostacoli, ridotti;

loro cello.

il

si

Re!

e con

snidano

i

uno slancio

irresistibile si

difensori dagli improvvisati

nemici sono fulminati e rigettati a tergo dalle

i

medesime

A

i

>

le offese

della ritirata:

1

non più combattimento, è maBenedek la speranza di rinnovar con giungeva colla notte l'ordine imperiale

artiglierie;

togliere a

vantaggio

vincitori bivaccarono sul

campo conquistato

a prezzo di eroici sforzi e di vittime, ahi! quante.

Così l’esercito piemontese, che da Carlo in

poi, vincitore o vinto,

solo

Emanuele

111

aveva conservato l’onore

deiformi italiane, segnava a San Martino l’ultima pagina della sua storia.

Dalla

parte dei

razzieri in

mezzo

Francesi una terribile al

turbinar della

del vento ed allo schianto del tuono,

carica

di

co-

pioggia, al crosciare

inseguendo lungo tratto

fuggenti, avea chiuso con una scena fiera e pittoresca la sanguinosa giornata. L’imperatore d'Austria, che impavido i

al

fuoco fino alle due ore dopo

il

meriggio, erasi lusingato

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.

181 d’esser vincitore, travolto dall’onda dei fuggenti,

si

ridusse

a Verona.

Le

perdite dell'esercito francese

uomini uccisi o

feriti,

dei

piemontese

nell’esercito

quali

sommarono a dodicimila settecentoventi ufficiali

cinquemila

uomini

mano

all’appello. Gli Austriaci lasciarono in

;

mancarono degli Alleati

quattro bandiere, trenta cannoni, seimila

prigionieri, ed

ebbero tra

nove generali,

feriti

ed

uccisi tre marescialli,

milleeinquecensessantasei

ufficiali,

quarantamila soldati,

strage che collocava questa battaglia con Borodino, Lipsia e Waterloo, tra le più cruente del secolo.

Ben a

diritto

d’arme diceva:

adunque

— La

re parlando a’ suoi

il

compagni

vittoria costò gravi sacrifìzj;

ma

da

quel nobile sangue, largamente sparso per la più santa delle

come

cause, imparerà l’Europa

l’Italia sia

degna

di sedere

fra le nazioni. Soldati! nelle precedenti battaglie

occasione di segnalare all’ordine del giorno

i

nomi

io

ebbi

di molti

Oggi porto all’ordine del giorno l’esercito intero » Napoleone III in quella sera stessa poteva annunziare

di voi.

E

alla imperatrice,

alla

giornata colle famose

Francia e all’Europa parole,

Grande

l’esito della

battaglia,

grande

vittoria.

Ingresso delle truppe italiane in

Venezia

(19 ottobre 1866). Corriere

di

Venezia

Come è bella Venezia con le sue mille bandiere tricolori! Come bello questo grido di entusiasmo che parte da tutti i

cuori, questo fremito che

si

diffonde per gli animi tutti,

vi commuove; insomma che come fanciulli Sulle antenne di Cipro Candia e di Morea sventola la bandiera d’Italia. È dappertutto una festa che vi spreme dagli occhi

che vi scuote, vi agita, fa piangere

lagrime, che raddoppia

!

i

palpiti del

,

vi

di

le

cuor vostro, che vi

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182 rinnova, che vi rende la gioja d’un tempo che credevate

perduto per sempre!

Là

nell'antichissima piazza

San Marco che ,

tutte vide le

antiche glorie della patria nostra, questa mattina c’erano

ne avevano vedutele sventure, e che ora finalmente salutano il giorno del vero riscatto. C’erano i veterani e i coscritti di questa santa e lunga tre generazioni che

guerra di indipendenza; c’erano piansero quando

amanti

E un

le

madri nostre, che non

videro partire per la guerra; c’erano

ci

le nostre fanciulle che

vollero soldati innanzi d’averci

ci

!

tutti

erano egualmente commossi!

E

tutti

gridavano

solo evviva, tutti salutavano con la stessa gioja questa

aura di libertà, benedetta fino dall’azzurro

cielo

d'Italia,

mai più così splendido. Salve

,

o bella redenta

!

salve vezzosissima regina della

Laguna! Molto soffristi, molto attendesti; ma molto fosti compensata in un’ora. Nessuno descriverà mai quell’ora nessuno ridirà con che grido d’entusiasmo salutasti l’ultima fine de’ tuoi dolori ma quanti l’ udirono quel tuo grido, quanti videro quella tua gioja, ne conserveranno la ;

—

memoria i

gli

—

I .re arrivai! !! Gli ababbiamo abbracciati, sono con noi

fino che vivranno.

biamo veduti, sono

—

nostri fratelli!

Combatterono per gioja e di libertà

;

avessimo questo giorno

noi, perchè

sparsero

il

di

loro sangue, sudarono le fati-

che della guerra, ne sopportarono

le

privazioni e gli stenti.

Mentre noi ogni giorno rimirando alle nostre catene, con ansioso desiderio affrettavamo la loro venuta, essi generosissimi guardavano alle armi loro e dicevano con ansia pari alla nostra: Quando, quando a Venezia? .

,

—

Hanno

sofferto delle nostre sciagure

perchè fossero finite; ed eccoli, dati

d’Italia,

i

nostri

soldati

;

si

sono

fatti

eccoli finalmente

che sarebbero

tutti

i

forti

sol-

morti

piuttosto che lasciare Venezia nelle lagrime del servaggio

!

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183

Oh luta

È

benedetti da Dio!!

il

È

nostro popolo.

la parola

con

la parola che

la quale vi sa-

a voi

si

conveniva!

Benedetti mille volte benedetti, benedetta l’opera vostra, benedetta la vostra memoria!

Avete veduto con che fraterno entusiasmo i figli di Vevenuti incontro avete veduto la Laguna veneta come si è adornata a festa per ricevervi per sanezia vi sono

:

,

lutarvi, per gridare evviva

a voi

tutti,

o generosi

com-

battenti delle patrie battaglie!

Nessuno mai prima ad ora

le

di tante

mai

a festa

Mai

fino

acque del vaghissimo Canale furono popolate

gondole; mai udirono tante grida di esultanza!

severi balconi degli antichi palazzi

i

,

di voi la vide così bella.

come oggi; ne mai

le

si

Nè

vestirono così

vaghissime donne di Venezia

tanto esultarono, quanto oggi alla vostra venuta.

La

gioja d’avervi veduti, d’aver salutato le vostre lacere

e gloriose bandiere;

d’avervi

accompagnati lungo

la via

con un solo grido d’applauso, con un solo abbraccio fratellanza;

il

pensiero che voi , voi soli siete

i

di

nostri sol-

hanno trasformato hanno infuso negli animi nostri una vita nuova, una gioja novissima e purissima. Tutto si è compreso tutto si è sentito; nulla si può dire. San Marco, dove s’era rovesciata mezza Venezia, San Marco dove una folla v’ attendeva impaziente vi salutò con frenesia appena voi giungeste. Quanti erano presenti e tanti si commossero. tutti ordinati Allorché, tutti raccolti al suono delle vostre e delle nostre musiche sfilaste dinanzi agli occhi di una popolazione che vi vedeva per la prima volta, ma che vi adora come suo sangue, come sua vita, come suo orgoglio e come sua speranza, sgorgarono le lagrime di gioja dati, ci

,

;

,

,

—

proruppero grida letti,

che

E

e non in

si

una

di

popolo festante

udì più che

un

si

agitarono fazzo-

solo urlo di migliaja di voci,

—

acclamarono: Viva l’Italia! come, appena potè farlo, corse incontro

sola

voi vedeste

—

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184 a voi tutto un popolo, e vi circondò da ogni parte e affollò

su tutta la piazza, e seguì

plaudì ancora,

—

Mille volte felice Venezia di possedervi lici

si

vostri drappelli e ap-

i

ancora commosso. ,

e mille voi fe-

di possedere Venezia!

La memoria di questo giorno durerà lontana nei secoli. La storia di questa festa di oggi per voi celebrata, resterà scritta negli annali d’Italia, e coloro di noi la

A

noi

che verranno dopo

leggeranno anch’essi commossi. si

è scolpito

nel cuore,

e

nessuno potrà can-

cellarlo.

Fine della Parte Prima

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INDICE DELLA PARTE PRIMA

Origine delle fazioni de’Guelfi e Ghibellini

.

Pag.

.

Farinata liberti Il

Carroccio

Della di

Lega

di

Lombardia contro Federico

I:

Legnano

Lodi di Giovanni de'Medici (1429)

.

.

.

.

4

6

battaglia

Ancora della guerra contro Federico Barbarossa Castruccio, signore di Lucca (1281-1330)

3

» »

.

.

»

7

»

10

»

13

»

14

»

15

»

18

Esortazione a Lorenzo de’Medici duca d’Urbino a liberar l’Italia

Alfonso

I,

re di Napoli

Generosità

di

Alfonso

.

...

.

I

Scoperta di nuove terre

Navigazione intorno all’Africa

.....

Lodovico Sforza persuase Carlo Vili a conquistare

il

fece egli stesso

di

Milano

coi Francesi, e fu assediato in

poi

:

di

venne

Novara

zeri suoi stipendiati, l’anno 1500

Bartolomeo

20

»

22

»

8

»

SS

si

in rotta

cogli Sviz-

...

Alviano

Camiòla Turinga

Roma saccheggiata

19

»

Francia a venir

di

napoletano: e in tale occasione

duca

j

»

1527 dalle bande di Carlo V.

43

#

45

Sfida di Barletta

»

49

Di Antonio Giacomini fiorentino

.

»

52

.

n

56

nel

Fine della Repubblica

di Firenze.

.

Il

.

.

Ferruccio

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La battaglia Emmanuele La Il

di

Gavinana raccontata da due

i

Turchi.

.

Parallelo

fra

il

cuccoli e

il

Pietro Micca

generale

italiano

.

.

d’Italia

Franceschi all'Assedio di Genova Francesi passano

il

Spirito Pubblico nel

Ambizione

di

66

78

»

80

»

102

>

108

.

»

113

.

.

... ...

San Bernardo nel 1800

primo Regno d'Italia

Carattere di Napoleone Buonaparte

II

e Turchi

®

Raimondo Monte-

Maresciallo francese Turenna

Buonaparte: prima campagna Il

.

.

Pag.

.

.

generale Marsigli

Immagine stampata dell’Italia Battaglia di San Gottardo tra Austriaci

I

soldati

....

Filiberto di Savoia

Battaglia di Lepanto contro

.

....

Napoleone imperatore

.

.

.

.

.

»

116

»

118

»

120

»

128

»

129

»

135

»

140

»

143

»

148

»

150

granatiere Bianchini di Bologna alla presa di Tara-

gona Presa

di

in

Spagna

Gerona

Napoleone in Russia (1812) Battaglia di Curtatone

.

» .

Morte del Morosini e del Manara

Campagna

....

.

del 1859

Battaglia di Solferino (24 giugno 1859)

.

ni

tSt -Maof

.

...

Ingresso delle truppe italiane in Venezia 1866)

.

(

151

*161 »

162

»

167

»

176

»

181

19 ottobre

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ANTOLOGIA MILITARE PARTE I by Biblioteca Militare - Issuu