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Anni 1764-1769 L’epilogo Le lettere inviate dal console Régny al Ministro diventano più rare e si potrebbe pensare che gli «Affari di Corsica» siano giunti a conclusione: nel periodo compreso tra l’ottobre 1764 e l’aprile 1765 non si trova nessuna notizia concernente l’isola nella corrispondenza diplomatica francese. Ma la lenta degradazione della situazione prosegue: nel febbraio 1764 i sostenitori e gli avversari della cessione si affrontano con asprezza nei Consigli del Serenissimo Governo. Il console francese rievoca la selvaggia presa di posizione di coloro che, a Genova, cercavano degli espedienti per conservare la Corsica alla Repubblica e sottolinea l’ostinazione delle due fazioni nel difendere il loro rispettivo punto di vista, nonostante fosse evidente che, un giorno o l’altro, avrebbe trionfato il partito favorevole alla cessione dell’isola ad una potenza straniera. Ma le voci continuano a circolare e le lettere di Régny ne fanno eco: nel maggio 1768, si afferma che Paoli sarebbe favorevole ad un accordo con Genova, consentendo ad una sottomissione formale alla Repubblica per aumentare i suffragi del partito contrario alla cessione; ma gli avversari di questa soluzione conservavano la maggioranza nei Consigli, e Paoli non doveva farsi troppe illusioni su un «accomodamento» con Genova. I francesi sono, una volta ancora, presenti nell’isola: proprio all’inizio del 1765, sbarcano a San Fiorenzo ed in altre piazzeforti. Il console fa ancora allusione alle possibilità di un accordo, e, com’era consuetudine, assicura «che secondo i propositi tenuti da parecchi ufficiali che hanno partecipato alla conferenza tenuta il 13 giugno, da Paoli e Marbeuf, capo della spedizione francese, la guerra era finita...». Ma questa mediazione era fallita come la conferenza citata. In compenso, i progressi realizzati da Paoli per unificare la «Nazione corsa» erano sempre maggiori. Gli abitanti delle piazzeforti che Genova teneva ancora in suo possesso assicuravano il proprio attaccamento al Generale e si auguravano di vederlo entrare al più presto a Bastia, Calvi e Bonifacio. All’inizio del 1766, si ricomincia a parlare delle possibilità di un «acquietamento» e di una possibile riconciliazione tra le due Nazioni. Il console ricorda le rovine causate da questa disgraziata guerra alla capitale genovese ed al suo porto. Si avvicina l’epilogo, 1
ma le scaramucce tra corsi e genovesi, sotto gli occhi dei francesi, continuano: alla data del 18 aprile 1768, il cancelliere del Consolato, Ribiès, scriveva al Ministro per fargli sapere «che si dava qui per certa una convenzione tra Sua Maestà e questo Governo, relativamente all’isola della Corsica». Il Trattato di Versailles, ormai firmato, non impediva a certi patrioti corsi, come ad un membro della famiglia d’Ornano, di pensare di rapire ad Albissola il vecchio Doge Di Mari o di avere dei complici tra la popolazione di Savona (tra cui Boselli, Lamberti e Pornezza). Fortunatamente per l’interessato. il progetto venne sventato, nonostante fosse pronto già nell’agosto del 1768. Probabilmente anche le città di San Remo e di Savona non si consideravano più fedeli al territorio di Terraferma, che i genovesi amavano contrapporre al Regno di Corsica. Le cause di questa disaffezione e di questo odio devono essere ricercate nei metodi adoperati da Genova nell’amministrazione dei suoi Stati e queste due città ne avevano fatto la dura esperienza in un recente passato. Niente di sorprendente, dunque, se una di esse fece causa comune con i corsi per vendicarsi di un personaggio particolarmente detestato dalla popolazione dell’isola. Nel 1769, infine, con la battaglia di Pontenovo e la sconfitta di Paoli, la Corsica entrava ufficialmente nel novero delle province francesi.1 Le 10 janvier 1764. Le consul Régny au Ministre.2 ... La garnison de Calvi est prête à se rendre au Général Paoli, faute de vivres. La République lui a envoyé des secours en vivres et en hommes par des pinques. Un corsaire génois a pu fort heureusement lui porter tout ce qu’il pouvait comme vivres pour lui permettre d’attendre.3
1 Fonti: Archives Nationales, Paris, Corréspondance Consulaire, fond B – Archivio di Stato di Genova, fondo Archivio Segreto, filze 2111, 2112, 2158 – Archivio Segreto Vaticano, fondo Segreteria di Stato, Corsica, buste 8 e 9. 2 Il 10 gennaio 1764. Il console Régny al Ministro. …La guarnigione di Calvi è sul punto di arrendersi al Generale Paoli, priva di viveri. La Repubblica gli ha inviato dei soccorsi in viveri ed uomini con delle pinche. Un corsaro genovese ha potuto felicemente portare tutto quello che poteva come viveri per permettergli di attendere. 3 La fame e la carestia imperversarono crudelmente nel 1763 e nel 1764. non solo nelle piazze marittime occupate da Genova, ma in tutta l'isola. Le guarnigioni genovesi, in periodi ordinari, contavano sul rifornimento delle campagne circostanti, ma in periodo di carestia solo Genova poteva garantire l’approvvigionamento dei soldati. D’altra parte, quando le carestie si estendevano all’Europa intera, le navi commerciali erano spesso intercettate e saccheggiate dai corsari. Unica salvezza per i corsi era la raccolta delle castagne, che alleggeriva la miseria dell’isola. Vedi su questo punto VENTURI F., Pasquale Paoli e la Rivoluzione di Corsica, Rivista Storica Italiana, Vol. LXXXVI, fascicolo I, Marzo 1974.
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Le 20 février 1764. Le consul Coutlet au Ministre.4 Les Corses mettent à la mer un gros felouquon armé, de 50 hommes d’équipage, de 16 pierriers d’espingardes et deux petites pièces de canon. Cet armement joint à quatre ou cinq autres corsaires est en état d’intercepter toute la navigation génoise. Il s’est empare tout nouvellement près de l’île d’Elbe, d’un bâtiment d’Alassio de la portée de 2.000 misnes qui s’est défendu pendant deux heures. Le sieur Pérez ci-devant officier au Régiment Royal Italien qu’il quitta après une dispute qu’il eut avec M. de Belval, ci-devant lieutenant-colonel de ce régiment, doit commander la demi-galère armée en course actuellement en Corse. On continue ici à tenir de très fréquentes assemblées du Petit Conseil dans lesquelles on m’a assuré qu’il y a deux partis, l’un est d’avis d’abandonner la Corse, et l’autre de trouver des expédients pour la conserver. La difficulté de trouver ces expédients et l’obstination des deux partis fait qu’on ne décide rien. En attendant, on travaille, non sans peine à faire entrer dans les caisses de la République, le produit de la nouvelle taxe qui occasionne bien des clameurs. Je prévois qu’il y aura beaucoup de difficultés dans le bas-peuple qui vit très misérablement au jour de la journée. Les rebelles se sont emparés par surprise de la Tour de Figari près Bonifacio. Cette ville se trouve par cet événement, resserrée d’un côté par Porto-Vecchio et de l’autre par cette tour. Le capitaine qui y commandait a été tué d’un coup de fusil et les soldats de la garnison se sont rendus et il leur a été accordé de se retirer où ils voudront. Le 16 avril 1764. Le consul Régny au Ministre.5 4
Il 20 febbraio 1764. Il console Coutlet al Ministro. I corsi mettono in mare un grande felucone armato, con un equipaggio di 50 uomini, 16 cassoni di fucili e due piccoli pezzi di cannone. Questo armamento si unisce a quattro o cinque altri corsari in condizione di intercettare tutta la navigazione genovese. [Questo armamento] si è impadronito nuovamente vicino all’isola d’Elba di un bastimento d’Alassio della portata di 2.000 mine che si è difeso per due ore. Il signor Perez attualmente ufficiale del Reggimento Reale Italiano che ha lasciato a seguito di una disputa avuta con il Signor de Belval, luogotenente colonnello di questo Reggimento, deve comandare la mezza galera armata di corsa attualmente in Corsica. Si continuano qui a tenere frequenti assemblee del Piccolo Consiglio in cui mi è stato assicurato esserci due partiti, uno che è dell’avviso di abbandonare la Corsica, e l’altro di trovare degli espedienti per conservarla. La difficoltà di trovare questi espedienti e l’ostinazione dei due partiti fa sì che non si decida niente. Nell’attesa si lavora, non senza pena, per far entrare nelle casse della Repubblica il prodotto della nuova tassa che ha generato molti clamori. Io prevedo che ci saranno molte difficoltà nel basso popolo, che vive assai miseramente alla giornata. I ribelli si sono impadroniti a sorpresa della Torre di Figari vicino a Bonifacio. Questa città si trova dopo questo avvenimento rinserrata da un lato da Porto vecchio e dall’altra da questa torre. Il capitano che comandava qui è stato ucciso con un colpo di fucile ed i soldati della guarnigione si sono arresi ed è stato loro accordato di ritirarsi dove volevano.
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... Il est arrivé hier une expédition de Corse par laquelle on a appris que les rebelles avaient attaqué et s’étaient emparés du poste des Capucins près de Bastia, d’où ils pouvaient harceler la ville et l’inquiéter par leur artillerie. M. Sauli, Commissaire général fit inutilement intimer à tous les habitants de prendre les armes pour chasser les rebelles de ce poste, personne ne se mit en devoir de lui obéir. Alors il fit convoquer l’Assemblée des Anciens pour leur représenter le danger où ils se trouvaient, ceux-ci lui dirent que, pressés d’un côté par le manque de vivres et de l’autre par les Corses il ne savait auquel des deux dangers ils devaient s’opposer, que cependant, pour animer le peuple, ils ne voyaient d’autre parti à prendre que lui faire fournir des farines et quelques secours d’argent. M. Sauli ayant pris le parti de suivre le conseil salutaire de ces Anciens, les peuples sont sortis de la ville et ont attaqué, avec vigueur, les rebelles dans le poste dont ils s’étaient emparés, les en ont chassés et leur ont fait dix à douze prisonniers. Ils ont ensuite envoyé à M. Sauli toute la troupe, s’obligeant de garder eux-mêmes les dehors de la ville. On a appris que le général De Paoli a donné la liberté à tous les Corses qui étaient dans Brando quand il s’en est emparé. Le 14 mai 1764. Le consul Régny au Ministre.6
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Il 16 aprile 1764. Il console Régny al Ministro. …E’ giunta ieri una spedizione dalla Corsica con la quale si apprende che i ribelli avevano attaccato e si erano impadroniti della posta dei Cappuccini vicino a Bastia, da dove essi potevano tormentare la città ed inquietarla con la loro artiglieria. Il Signor Sauli, commissario generale ha fatto inutilmente intimare a tutti gli abitanti di prendere le armi per cacciare i ribelli da questo luogo, ma nessuno si è messo in dovere di obbedirgli. Allora ha fatto convocare l’Assemblea degli Anziani per rappresentare loro il pericolo in cui si trovavano, dicendogli che, pressati da un lato dalla mancanza di viveri e dall’altro dai corsi egli non sapeva a quale dei due pericoli essi si sarebbero dovuti opporre e che tuttavia, per animare il popolo, essi non avevano altro partito da prendere se non quello di fornirgli le farine e un aiuto in denaro. Mentre il Signor Sauli prendeva il partito di seguire il consiglio salutare di questi Anziani, i popoli sono usciti dalla città ed hanno attaccato, con vigore, i ribelli nella posta di cui si erano impadroniti, li hanno cacciati ed hanno fatto 10-12 prigionieri. Essi hanno in seguito inviato al Signor Sauli tutta la truppa, obbligandosi a guardare da soli l’esterno della città. Si apprende che il generale De Paoli ha concesso la libertà a tutti i corsi che si trovavano a Brando quando se ne è impadronito. 6 Il 14 maggio 1764. Il console Régny al Ministro. …Un fatto che è accaduto da poco fa troppo orrore perché il Governo osi pubblicarlo: dopo che i ribelli si sono impadroniti del ponte di Erbalunga, gli abitanti di Brando si sono trovati fuori dalla condizione di opporsi alle loro imprese per la mancanza di provvigioni di guerra e di alimenti. Il Signor Sauli, Commissario Generale, non potendo cacciare i ribelli, ha preso il partito di far saccheggiare i due miserabili paesi di Porzo e Porretto che non avevano mai preso partito contro la Repubblica. Egli ha incaricato di questa spedizione il citato Chalebret, aiutante in campo ed uomo di fiducia ed il luogotenente colonnello Matra, alla testa di 400 soldati ed altrettanti volontari. Essi hanno trovato una dozzina di ribelli fortificati in una piccola torre. Essi li hanno aggrediti ed hanno commesso le più grandi crudeltà senza riguardo per le donne, fanciulle e bambini che sono state spogliate e lasciate in camicia, dopo aver esercitato sulle prime ogni sorta di brutalità, non hanno risparmiato le chiese, di cui hanno rubato tutto ciò che c’era di prezioso, perfino due corone d’argento che
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... Un fait qui est arrivé depuis peu fait trop d’horreur pour que le Gouvernement ose le publier: après que les rebelles se sont emparés du pont d’Erbalunga, les habitants de Brando se sont trouvés hors d’état de s’opposer à leurs entreprises par le défaut de provisions de guerre et de bouche. M. Sauli, Commissaire Général, ne pouvant en chasser les rebelles, a pris le parti d’envoyer saccager les deux misérables pays de Porzo et Porretto qui n’avaient jamais pris parti contre la République. Il a chargé de cette expédition le nommé Chalabret, son aide de camp et son homme de confiance et le lieutenant-colonel Matra, à la tête de 400 soldats et autant de volontaires. Ils y ont trouvé une douzaine de rebelles fortifiés dans une petite tour. Ils les ont ravagés et ont commis les plus grandes cruautés sans égard pour les femmes, filles et enfants qu’ils ont dépouillés et laissés en chemises, après avoir exercé sur les premières toutes sortes de brutalités, ils n’ont pas épargné les églises, dont ils ont enlevé tout ce qu’il y avait de plus précieux, jusqu’à deux couronnes d’argent qui étaient sur la tête d’un tableau à l’Enfant Jésus et de la Vierge. Quelques-uns de ces misérables habitants s’étant réfugiés à Bastia, pour mendier des secours, dans l’état affreux où ils se trouvaient en furent inhumainement chassés, plusieurs de ces misérables sont morts de faim, et entre autres quelques femmes ayant leur enfant à la mamelle. Les Pères Lazaristes de Bastia ont accouru dans les environs pour soulager autant qu’ils ont pu ces misérables et les enlever à la mort. Le 26 mai 1764. Le consul Régny au Ministre.7 ... Le Gouvernement serait sur le point de conclure un traité d’accommodement avec les Corses et en conséquences des bonnes dispositions qu’il y a de part et d’autre, le général Paoli a rappelé tous les Corsaires et a intimé une consulte générale de tous les chefs des pièves pour y prendre des délibérations relatives à la nouvelle forme de Gouvernement qu’il leur conviendra d’adopter pour n’avoir dorénavant qu’une soumission apparente à la République. Il serait à souhaiter
erano sulla testa di una pala dedicata al bambino Gesù ed alla Vergine. Qualcuno di questi miserabili abitanti si è rifugiato a Bastia per supplicare degli aiuti, ma nello stato terribile in cui si trovavano furono disumanamente cacciati, numerosi miserabili sono morti di fame, e tra gli altri alcune donne con i figli in braccio. I Padri Lazzaristi di Bastia sono accorsi nei dintorni per soccorrere quanto potevano questi miserabili e alleviarne la morte. 7 Il 26 maggio 1764. Il console Régny al Ministro. … Il Governo è sul punto di concludere un trattato di accomodamento con i corsi e in conseguenza delle buone disposizioni che ci sono da una parte e dall’altra, il generale Paoli ha richiamato tutti i corsari ed ha intimato una consulta generale di tutti i capi delle pievi per prendere delle deliberazioni relative a delle nuove forme di Governo che a loro converrà d’adottare per non avere da ora in avanti che una sottomissione apparente alla Repubblica. Bisognerà sperare che questo accomodamento prenda luogo.
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que cet accommodement eût lieu.8 1764 CESARE CRESCENZIO DE ANGELIS PER LA DIO GRAZIA, E DELLA S. SEDE APOSTOLICA VESCOVO DI SEGNI PRELATO
DOMESTICO
DELLA SANTITA’ DI
N.
S.
VESCOVO
ASSISTENTE AL SOGLIO PONTIFICIO E VISITATORE APOSTOLICO DI TUTTE LE DIOCESI DEL REGNO DI CORSICA.9 Ai Signori Viceregenti, Vicari Foranei, Pievani, Parrochi e Vicari Curati delle Diocesi di Corsica. Intrapreso da Noi l’arduo incarico, impostoci dalla Suprema Autorità di N. S. Papa Clemente XIII di governare ancora le due diocesi di Ajaccio e Sagona, oltre a quelle di Mariana ed Accia, Aleria e Nebbio; e date a queste alcune provvidenze coerenti allo scarso nostro discernimento: è piaciuto all’Altissimo di rendere così cagionevole la nostra salute, che siamo nella dura necessità di ricorrere ai mezzi che in simili casi somministra l’umana prudenza. Condiscende il S. Padre a permetterci di andare personalmente in Roma, e a tentar ivi, se sia possibile, la nostra guarigione, ma non vuole né che da Noi si abbandoni l’impiego, né che le Diocesi rimangano prive di un capo, che intanto le governi, e le diriga per la via dell’eterna salute; onde ci permette di eleggere un Vicario Generale, che in questo frattempo faccia le nostre veci, e di prescegliere il P. Tommaso Struzzieri di famiglia nobile patrizia della città di Sinigaglia nello Stato Ecclesiastico, e fornito di quelle qualità, che formano un uomo veramente apostolico. La scienza e la pietà di questo degno soggetto ripromettono un esito uniforme alla nostra Aspettativa, e molto più se, come noi speriamo, non tralascerete di alzare al cielo le vostre mani per implorargli l’abbondanza dei lumi divini; e vi farete carico di prestare alle di lui insinuazioni una esatta obbidienza. Perché poi possa ciò avere il bramato successo, vogliamo, che ognuno dei Sigg.
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Si ha la certezza di un tentativo di accordo: Paoli, inquieto del ritorno dei francesi nell'isola e stanco della guerra, avrebbe accettato forse una formale sovranità genovese. Gli storici genovesi, Vito Vitale in particolare, stimano che «questo compromesso avrebbe potuto essere firmato dalle due parti se la Francia non si fosse opposta con tutte le sue forze e con tutti i mezzi» VITALE V., op. cit., p. 96. 9 Archivio Segreto Vaticano, fondo Segreteria di Stato, Corsica, busta 8.
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Parrochi faccia ogni quindici giorni una piena relazione in scritto dello Stato della Parrocchia al Sig. Vicario Foraneo della Pieve, oppure al reverendissimo Sig. Viceregente della Provincia, come riuscirà più comodo, e che in seguito i sigg. Vicari Foranei, e rispettivamente i Sigg. Viceregenti ogni bimestre riferiscano similmente in scritto a detto nostro Vicario Generale lo stato delle loro Vicarie, e distretti, specialmente sopra i seguenti capi. I.
Se i curati e Vicecurati risiedano continuamente nelle loro rispettive
parrocchie e Vicecure: facciano nei giorni festivi la dottrina cristiana: spieghino il Vangelo: amministrino con puntualità i Sacramenti massimamente ai moribondi, prestando loro la dovuta assistenza: e se ne sia alcuno di mal odore, e cattivo esempio. II.
Se i chierici e sacerdoti incedino in abito, e tonsura, e se osservino
quanto da Noi è stato ingiunto colla lettera circolare segnata il primo scorso Maggio: se assistano alle Sagre funzioni: se diano qualche scandalo: se attendano pubblicamente ai giuochi particolarmente di carte, e dadi; se impieghino in negozi secolareschi; se i primi frequentano i sacramenti, e i secondi celebrino con devozione la S. Messa, osservando fedelmente le rubriche. III.
Se gli Ecclesiastici coabitino con donne giovani, e non strette
parenti: se frequentino le conferenze dei casi di morale: sopradiché si doverà trasmettere ogni volta la nota dei negligenti. IV.
Se i procuratori delle chiese, e luoghi pii amministrino con fedeltà
l’elemosine, e l’entrate: se a suo tempo si rivedano e si saldino i conti: e se vi sia abuso alcuno da togliersi. V.
Se si adempino i Legati Pii: si paghino le decime: e se vi siano
debitori morosi in pregiudizio delle dette Chiese e Confraternite. VI.
Se le chiese si tenghino pulite, mondi i sagri vasi e le sagre
suppellettili e se i sacramenti e sacramentali siano ben custoditi sotto chiave. VII.
Finalmente se vi siano publici peccatori, cioè concubinari,
incestuosj, fattuchierj, coniugi separati o divisi, trasgressori del Precetto Pasquale, scandalosi, onde mantenghino ostinate amicizie, o sparghino dottrine erronee, e false e condannate dalla S. Romana Chiesa. Non lasciamo però di avvertirvi, che dovranno individualmente nominarsi le persone, ed esprimersi ancora le qualità dei delitti colle di loro circostanze, senza verun rispetto umano, e particolamente senza timore, che vengano propolate le reazioni, mentre vi assicuriamo, che non passeranno nelle nostre pubbliche 7
cancellerie ma saranno con segretezza conservate, e con gelosia custodite. Nella diligente esecuzione di quanto vi ingiungiamo, oltreché risplenderà la pietà e lo zelo, che avete per la gloria divina, e anche l’amore, che ci avete finora rimostrato: avrà un gran conforto il nostro cuore per soffrire pazientemente la pena di vederci astretti dal male ad interRompere il personale esercizio di questo santo ministero. Noi patiamo col corpo, ma coll’ardente e vivo desiderio di rivederci e di riabbracciarvi con quello spirito, che non sa distaccarsi da voi, e che avrà sempre in vista il bene delle anime vostre, e di quello di tuta la nazione da noi teneramente amata nel Signore, che non è il nostro amore sottoposto a vicende, ma è sempre uguale o in assenza, o in presenza o sano o infermo, che siamo. E sebbene per riacquistare la perduta salute, e secondare il Divino Beneplacito, siam disposti a porre in uso ogni mezzo umano, e qualunque diligenza, ben potete assicurarvi però, che non collochiamo in essi la nostra fiducia. Sono, e saranno le nostre speranze rivolte alla beneficenza onnipotente di quel Dio, che richiama i morti in vita, e che avendoci preservati da tanti pericoli, vorrà pur ora far lo stesso coll’aiuto delle vostre orazioni, affinché poi tutti insieme possiamo ringraziarlo nel dono, che si degnerà concederci: Non sumus fidentes in nobis, sed in Deo, qui suscitas mortuos, qui de tantis periculis nos eripuit, eruit, in quem speramus, quondam ad huc eripiet, ad iuvantibus, vobis in oratione pro nobis, ut ex multorum personis eius, qui in nobis est donationis per multos gratiae agantur pro nobis, ad Corint. “, c. 1. E la benedizione di Dio Onnipotente scenda su di voi, e in voi rimanga per sempre. Campoloro, 1 giugno 1764. Le 18 juin 1764. Le consul Régny au Ministre.10 Il est faux que le général De Paoli se soit fait nommer Doge dans la Consulta générale, de même que l’élection de 12 sénateurs. Les rebelles, par contre, ont attaqué le fort de San Fiorenzo avec de la grosse artillerie dont ils ont reçu une provision de 36 pièces de différents calibres par un
10 Il 18 giugno 1764. Il console Régny al Ministro. E’ falso il fatto che il generale De Paoli si sia fatto nominare Doge nella Consulta generale, così come l’elezione di 12 senatori. I ribelli, per contro, hanno attaccato il forte di San Fiorenzo con della grossa artiglieria di cui hanno ricevuto una provvigione di 36 pezzi di diverso calibro da un vascello olandese che li ha sbarcati, così come una quantità di palle e di polvere al porto di Centuri.
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vaisseau hollandais qui les a débarquées, de même qu’une quantité de boulets et de poudre au port de Centuri.11 Le 25 juin 1764. Le consul Régny au Ministre.12 Les canons qui sont parvenus aux Corses sous pavillon anglais continuent à battre San Fiorenzo et on dit que les batteries s’approchent journellement. Le Visiteur apostolique est parti de Corse, salué par le canon des Prunette. Paoli lui a donné deux députés corses pour l’accompagner. Il a laissé pour Vicaire général le Père Thomas Strozzieri, son théologien. Ainsi la Visite reste ouverte mais on croit que le Visiteur ne retournera plus. On mande qu’il est arrivé à Portoferraio où il attend les deux galères du Pape pour passer à Civita-Vecchia et de là à Rome. Le 23 juillet 1764. Le consul Régny au Ministre.13 ... J’ai appris que la tour de l’île de Giraglia, à la pointe du Cap corse est tombée par trahison aux mains des rebelles. Elle était gardée par 10 soldats qui ont profité d’un moment où l’officier qui les commandait était sorti pour prendre l’air pour lui fermer la porte. Cet officier se voyant seul dans l’île, sans espérance de secours, a profité d’un petit bateau qui a passé, pour se faire transporter à Macinaggio. En attendant, les soldats ont fait des signaux pour appeler les Corses et leur ont remis cette tour dont la perte est essentielle, puisque cette petite île servait d’abri aux bâtiments génois de toute espèce, particulièrement dans le trajet de Bastia à S. Fiorenzo. Le 6 août 1764. Le consul Régny au Ministre.14
11 Una nota aggiuntiva segnala che questi cannoni sono giunti ai corsi sotto bandiera inglese e non danese. 12 Il 25 giugno 1764. Il console Régny al Ministro. I cannoni che sono giunti ai corsi sotto bandiera inglese continuano a bombardare San Fiorenzo e si dice che le batterie si avvicinino di giorno in giorno. Il Visitatore apostolico è andato via dalla Corsica, salutato dal cannone delle Prunette. Paoli gli ha fornito due deputati corsi per accompagnarlo. Egli ha lasciato come Vicario generale il padre Tomaso Strozzieri, suo teologo. Così la Visita resta aperta ma si crede che il Visitatore non ritornerà più. Si dice che sia arrivato a Portoferraio dove lo attendono due galere del Papa per passare a Civitavecchia e da lì a Roma. 13 Il 23 luglio 1764. Il console Régny al Ministro. …Ho saputo che la torre dell’isola di Giraglia, sulla punta del Capo Corso è caduta per tradimento nelle mani dei ribelli. Essa era guardata da 10 soldati che hanno approfittato di un momento in cui l’ufficiale che li comandava era uscito per prendere aria per bloccare la porta. Questo ufficiale vedendosi solo sull’isola, senza speranza di aiuto, ha approfittato di un piccolo battello che passava per farsi trasportare a Macinaggio. Nel frattempo, i soldati hanno fatto dei segnali per chiamare i corsi e loro hanno preso possesso di questa torre la cui perdita è essenziale, dato che questa piccola isola serviva da rifugio ai bastimenti genovesi di ogni specie, particolarmente nel tragitto da Bastia a San Fiorenzo.
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Les rebelles se sont emparés par trahison du lieu de Brando et successivement des pays de Pozzo et Porretto et du couvent des capucins; ils ont fait rechange d’un capitaine et d’un lieutenant faits prisonniers, avec les femmes des auteurs de la trahison que le Commissaire de Bastia avait fait arrêter. La perte de ces pays si voisins de Bastia y a jeté la consternation, les habitants ne pouvant plus se flatter d’aller hors de la ville recueillir leurs denrées. Dispaccio del M. Sorba 6 ag.to 1764 Doglianza per il silenzio praticato coll. De Boyer, con essersi spiegato il Duca di Praslin, che se ciò accadesse un’altra volta egli avrebbe ritirato da Genova il Ministro di Francia; Che il M.co Segretario nell’ultima Conferenza si era spiegato troppo misteriosamente, p. non sorprendere, ed indisporre il Sr. Boyer contro di un tal metodo. Sorba scrisse ad un intimo amico di Boyer, il quale gli ha scritto, sforzandolo a non dar corpo ulteriormente à questa lamenta, in vista anche di non indisporre il Ser.mo Governo contro di lui, per aver attirata si fatta doglianza. Sorba lascia al giudizio del Gov.e, se apprenda più semplice di passarla sotto silenzio, o se volendo dargli qualche contrassegno di sorpresa dal discorso del Regio Ministro, stimasse bene di fargli notificare p. iscritto, prescindendo dalla d.a lamenta, che in vista di avere egli accompagnato il secondo progetto della Convenzione coll’osservanza di non potervi mutar nulla, e non trattarsi più di negoziare ma di accettarlo, o vedere sciolta la Trattativa egli non sarà stato certamente sorpreso dell’occorso, per non comprometterlo nell’intenzione in cui erano tuttavia di fare gli ultimi sforzi, per ottenere dalla illuminata propensione dei Regi Ministri verso della Rep.ca quelle variazioni; ed aggiunta che si rendevano indispensabili all’invio delle truppe francesi in Corsica. Suggerisce pure, quando si adottasse il piano di pacificazione che sarebbe forse il caso di conformare D.o Boyer nell’esposizione dei sud.i motivi, e consolarlo colla consegna di un tal qual piano di pacificazione, per corrispondere alla sua impazienza e che sarebbe molto lusingato d.o Boyer, se vi di unisse il progetto di editto, segnando soprattutto per iscritto, che la communicaz.e dell’uno, e 14 Il 6 agosto 1764. Il console Régny al Ministro. I ribelli si sono impadroniti per tradimento di Brando e successivamente dei paesi di Pozzo e Porretto e del convento dei cappuccini; essi hanno fatto scambio di un capitano e di un luogotenente fatti prigionieri, con le donne degli autori del tradimento che il Commissario di Bastia aveva fatto arrestare. La perdita di questi paesi così vicini a Bastia ha gettato la costernazione, gli abitanti non possono più vantarsi di andare fuori dalla città per raccogliere le loro derrate.
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dell’altro, è diretta soltanto a consultare la sua Corte, e conseguire il di lei amichevole parere, e adottandosi quest’ultimo sentimento, lascia che si rifletta se nel med.mo scritto potesse aggiungervi una qualche insinuazione, per ottenere similmente la communicaz.e della reciproca notificaz.e dei sentimenti regi per la pacificaz.e che viene in tal modo fatta sperare nell’artic.o 13. 8A Il Regio Ministro disse a Sorba che il congresso del duca di Choiseul aveva durato due o tre ore; che l’Ufficiale desinato all’impiego di Maresciallo Generale degli alloggi ha fatta la più deplorabile pittura delle piazze, dell’aria di alcune di esse, della penuria degli abitanti, della difficoltà di provvedersi la legna altrimenti sopra i ribelli, e dei miserabili alloggi. In vista della Bastia ha insistito per ottenere parecchi Battaglioni di più, ed avea ottenuto un settimo, invece della truppa leggiera. Che la sua idea sarà d’impiegarne forse quattro tra Bastia e S. Fiorenzo, uno tra Calvi e l’Algajola e due in Ajaccio. Essersi in d.o congresso fissato di nolleggiare dei bastimenti e di farli scortare da due fregate e da due sciabechi armati in guerra. Che i battaglioni si porteranno immediatamente in Tolone, ove si farà l’imbarco, ma che esigendo questa spedizione il concorso di una quantità immensa di oggetti non era possibile di riunirli tutti presto abbastanza perché il trasporto ponesse alla vela /scappò dalla bocca del R.o Ministro nanti li 15 di 7mbre, ma ripresosi disse in tutto settembre. Premura fatta da Choiseul e Praslin per la possibile maggior spedizione: avuta al d.o effetto a gran stento dal Ministro delle finanze qualche porzione di danaro straordinario. Proseguì il Duca di Praslin che in vista di tali divise, dovea il Gov.o procurare di superare l’odierna crisi delle piazze e specialmente di S. Fiorenzo, e sperar quindi che il tutto si farà per il meglio, ed anderà bene. Qualche idea nel Duca di Choiseul di fare il convoglio in due volte, se ciò potrà guadagnar tempo, cominciando da Bastia e S. Fiorenzo, e se potrà congetturarsi non ne possa seguir del danno frattanto alle altre piazze di che veram.te potrebbe andarsi forse al riparo, facendo passare nelle seconde i presidi delle prime; ma il R.o Ministro pregò di non farne menzione al Gov.o mentre ciò non era fissato. Sorba dimandò a Praslin se pensasse che il Gov.o dovesse mandare direttamente 11
in Tolone gli ordini della rimessa, e farli consegnare se non altro al Commandante della Città, ma il Regio Ministro non l’ha saputo decidere e ha detto, che il Conte di Marbeuf sarà verisimilmente ancora in Parigi al ritorno della spedizione se il Gov.o stimerà di farlo seguire immediatamente colle ratifiche e con i d.i ordini della consegna concepiti /crede Sorba naturalmente/ come quelli che furono dati nell’altra simile ultima epoca. Per il ritorno della spedizione prega si mandi Capurro che raccomanda: lascia però se stimassero di spedirgli un corriere in sua vece, e valersi di Capurro per mandarlo al tempo dell’imbarco a Tolone a portare i prefati ordini e recarne quindi i più sicuri riscontri alla Rep.ca in iscritto e a lui Sorba verbalmente. Le 20 août 1764. Le consul Régny au Ministre.15 Le général Paoli ayant assemblé un gros corps de ses troupes s’est avancé vers Bastia. Il a intimé à cette ville l’ordre de se rendre et de payer une contribution de 15.000 livres, avec la menace, en cas de refus, de faire couper tous les vignobles des environs. Les Corses poussent toujours le siège de Saint-Florent. La barque armée que le Gouvernement y avait expédiée pour porter quelques secours dans cette place, n’ayant pas pu pénétrer à cause des bâtiments corsaires qui croisent à l’embouchure du golfe, M. le Commissaire de Bastia y a envoyé deux felouques chargées de vivres avec ordre de tenter de passer à la faveur de la nuit. On ignore si elles sont arrivées. Le Gouvernement a fait partir, il y a deux jours, un second pinque bien armé avec quelques troupes et des vivres pour se joindre au premier. On en arme actuellement un troisième qui partira sous peu de jours. Si cette petite escadre arrive à temps pour porter à cette place le secours dont elle a besoin, elle se soutiendra contre toutes les tentatives des rebelles.
15 Il 20 agosto 1764. Il console Régny al Ministro. Il Generale Paoli ha assemblato un grosso corpo delle sue truppe ed è avanzato verso Bastia. Egli ha intimato a questa città l’ordine di arrendersi e di pagare una contribuzione di 15.000 lire, con la minaccia, in caso di rifiuto, di far tagliare tutti i vigneti dei dintorni. I corsi spingono sempre la sede di San Fiorenzo. Dato che la barca armata che il Governo aveva spedito per portare alcuni soccorsi in questa piazza non è potuta penetrare a causa dei bastimenti corsari che incrociavano all’imboccatura del golfo, il signor Commissario di Bastia ha inviato due feluche cariche di viveri con ordine di tentare di passare con il favore della notte. Si ignora se esse siano arrivate. Il Governo ha fatto partire, da due giorni, una seconda pinca ben armata con alcune truppe e dei viveri per unirsi alla prima. Se ne sta armando al momento una terza che partirà in pochi giorni. Se questa piccola squadra arriva in tempo per portare a questa piazza il soccorso di cui ha bisogno, essa si sosterrà contro tutti i tentativi dei ribelli.
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Le 1er octobre 1764. Le consul Régny au Ministre.16 ... Jai l’honneur de Vous envoyer. Monseigneur, deux lettres que je viens de recevoir du sieur d’Angelo qui, en me les adressant, me marque que le général Paoli a fait arrêter dans le château de Corte, M. Costa, chevalier de Saint-Louis, ci-devant officier au service du Roi. Lettera 13 agosto 1764 Si faccia presente all’Em.ma e M.ca Deputazione di Corsica la somma premura che vi è di provvedere ed assicurare che tra qui e l’arrivo in Corsica delle truppe francesi non cada in mano dei ribelli alcuna di quelle Piazze, e particolarmente la Bastia e San Fiorenzo, che si trovano maggiormente minacciati, e soprattutto l’ultima. Rendersi perciò indispensabile che l’Em.ma e M.ca Deputazione s’impieghi al d.o fine colla sollecitudine sua propria, spedendo tutti i possibili e maggiori rinforzi e le proviste necessarie al più presto che sarà possibile, con valersi di quel numero di Galee che stimerà e della Barca da Corso. Et al d.o fine si confere alla p.te Em.ma e M.ca Deputaz.ne qualunque più ampia facoltà di poter dare tutti gli ordini anche in nome d. Lor Sig.rie Ser.me, e di fare le ingiunzioni plene in nome di Lor Sig.rie Ser.me alla m.ca Deputaz.ne all’armamento mediante quella corresponsione, che sarà giusta e l’obbligo di reintegrare per i contingibili danni. Stato Delle finanze della Corsica17 e suoi annessi sull’Introito dell’ Anno 1764: in corrispondenza di quello del 1763: Delle Gabelle in Affitto: £ 14000___
Da quelle della Mercanzia e porto di Calvi e Diritti della Pesca ed Ancoraggio della Giurisdizione dello Stesso
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Il 1° ottobre 1764. Il console Régny al Ministro. …Ho l’onore di inviarvi, Monsignore, due lettere che vengo a ricevere dal Signor D’Angelo che, indirizzandomele, mi rimarca che il generale Paoli ha fatto imprigionare nel castello di Corte il Signor Costa, cavaliere di San Luigi, attualmente ufficiale al servizio del Re. 17 Ecco un interessante documento sulle spese della Repubblica di Genova per l’approvvigionamento, il mantenimento ed il bilancio delle piazzeforti in Corsica: inutile dire che il sussidio dei francesi copriva la maggior parte del disavanzo. Vd. Archivio di Stato di Genova, fondo Archivio Segreto, filze 2111-2112.
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£ 300_____
Dal diritto d’ancoraggio nel Golfo d’Ajaccio
£ 861_____
Dalla Gabella del ferro ed acciaio
£ 475_____
Da quella della legna e Mortina
£ 430_____
Dalli stagni di Golo et Urbino
£ 5350____
Da quello di Piorlino
£ 1560____
Dalla gabella della Pinta ♦
£ 580_____
Da quella della Grasia
£ 4:R______
Dal canone del Giardino ♦
£ 2250____
Dai terreni della Confina
£ 41_______
Da quelli delle Sanguinare ♣ In Ajaccio
£ 15:7:6___
Da quelli del Golfo
£ 100_____
Da quelli d’Erbaiolo in Bastia
£ 145_____
Dall’Isola del Cavallo in Bonifacio
£ 728_____
Da terreni in Genova, e Chiavari
£ 26789:9:6
…………………………………………£ 26789:9:6
♦ In Bastia
♣
Somma dell’addietro Introito………………………… …£ 26789:9:6 Dalle Gabelle disaffittate, ed in amministrazione p. conto pub.co £ 23156:11:10
Prodotto di quella della Dogana di Bastia, e suoi Membri di Porto Cardo
£ 1670: 15
Prodotto del Diritto sopra la pesca de Coralli
£ 215: 8
Prodotto di quello dell’Ancoraggio in Bonif.o
£ 25741: 12
Metà del netto prodotto dalla vendita de Sali in un anno spettante alla Ser.ma Rep.ca
£ 894
Prodotto dei Beni confiscati ed esistenti entro la Piazza
£ 500
Prodotto in Assegnazione della gabella del pesce salato, ed
della Corsica ancoraggi della Capraia £ 52178:6:10
…………………………………………£ 52178:6:10
Diritti Che attualmente ritrovansi fuori di riscossione Sopra il taglio di legname ne boschi di Lonca e Stenica nell’ultimo £ 420 14
affitto p. annui Sopra l’estrazione dell’Ostriche p. annuo
£ 250 £ 670
Somma dell’addietro introito…………………………………… £ 78967:16:4 Metà dell’Importare della vendita de’ sali in Corsica spettante all’Ill.ma Casa di S. Giorgio, che si deduce da di sotto conto dell’annuali £ 75: numerato…£ 25741:12 Conto Delle £ 75 numerato dell’assegnazione annuale della casa Ill.ma di S. Giorgio p. il contratto nella retrocessione della retrocessione della Corsica alla Ser.ma Repub.ca £ 75000___
Assegnate come Sopra
£ 40862:16:2
Si deducono come sotto:
£ 4467:2:7___
che si girano all’ Ecc.mo Mag.to di Corsica p. li frutti a’ Montisti
£ 282_____
Che si trattiene annualmente l’Ill.ma Casa di S. Giorgio p. la Stagia di Bonifacio e Calvi
£ 360_____ £ 22500
Metà di £ 720: Salarii delli quattro Chiavatteri p. provento delli Ill.mi Scritti dell’Ill.mi protettori della Casa Ill.ma di S. Giorgio nel cartulario P. L. in Colonna del Ser.mo Doge, e C.i.: nel 1745 in 1746
£ 13253:13:7
Metà Spettante alla Pref.ta Ill.ma Casa di S. Giorgio della vendita de Sali in Corsica
£ 40862:16:2
Sudette
£ 34137:3:10
Numerato resto di Sud.te £ 75 m. che con aggio @15: p. 100: sono in metà F.i Geo £ 66302:0:2 In Tutto
£ 171011:8:6
Spesa annuale p. la Corsica sull’odierno piede d’Economico Stato Civile in Bastia £ 3200
Onorario del M.co Com.rio Vigeregente
£ 300
Del Cancelliere Cassese
£ 204
Stipendio d’una ordinanza 15
£ 2580
Detto d’un Bargello, e n° 11 Famegli
£ 300
Pane miserabile a’ carcerati
£ 6580_______
£ 6580
In S. Fiorenzo Stipendio d’un Famiglio
£ 216
In Algaiola Stipendio d’un Bargello, e due Famegli
£ 672
In Calvi £ 2000
Onorario del M.co Com.rio Giudicante
£ 204
Stipendio d’una ordinanza
£ 1104
Detto d’un Bargello, e quattro Famegli
£ 200
Pane miserabile a’ carcerati
£ 3508
£ 3508
In Ajaccio £ 2600
Onorario del M.co Com.rio Giudicante
£ 70
Stipendio del Capellano delle carceri
£ 204
Detto d’una ordinanza
£ 1320
Detto d’un Bargello, e cinque Famegli
£ 280
Pigione di casa del M.co Commissario
£ 200
Pane miserabile a’ carcerati
£ 4674
.£ 4674 .£ 15654 Somma dell’addietro Introito £ 171011:8:6 Somma dell’addietro Spesa £ 15654
In Bonifacio £ 3000
Onorario del M.co Com.rio Giudicante
£ 1104
Stipendio d’un Bargello, e n° 4 Famegli
£ 150
Pane miserabile a’ Carcerati
£ 4254
£ 4254 16
In Capraia £ 1200
Onorario del M.co Commissario
£ 424
Del Cancelliere, e Munizioniere
£ 672
Stipendio d’un Bargello, e due Famegli
£ 2296
£ 2296
In Genova £ 8190:7:4
Onorari de Ministri, che servono all’Ecc.mo Mag.to sopra la Corsica
£ 1030:18
Spesa p. la Cancellaria, e servizio d’esso Ecc.mo Mag.to
£ 9221:5:4
£ 9221:5:4 £ 31425:5:4
Somma dell’addietro Introito £ 171011:8:6 Ristretto della Spesa Militare £ 55620
In Bonifacio
£ 13680
In Capraia
£ 10000
In Genova
£ 79300
In tutto Militare
£ 31425:5:4
Spesa Civile
£ 110725:5:4
In tutto fra’ Militare, e Civile, come dicontro
Somma dell’addietro Spesa £ 31425:5:4 Spesa Militare in Bonifacio £ 48000
Paghe a’ Calcolo di n° 200: Uomini di Truppa Regolata
£ 144
Stipendio del Re.do Capellano
£ 204
Detto del Chirurgo
£ 2592
Detto di n° 20 Artiglieri
£ 2880
Detto della Squadra Antica di n°20 Bonifacini
£ 1800
Detto del Ten.e Col.o Peretti
£ 55620
£ 55620
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Spesa Militare in Capraia £ 12000
Paghe a’ Calcolo di n° 50: Uomini di Truppa Regolata
£ 288
Stipendio del Capellano della Truppa
£ 336
Del Chirurgo
£ 1056
Di n° 6: Artiglieri
£ 13680
£ 13680
Spesa Militare in Genova Spesa del M.co Maresciallo Matra……………………………….£ 10000 Spesa Civile, e Militare in tutto……………………………£ 110725:5:4 Lettera 17 9bre 1764 Dalla m.a residenza (Dom.co Arrighi, Saverio Marini, Giovannante Orticoni Can.re) Mag.ci Sig.ri Sindico, Consoli e Cittadini della Magnifica Comunità di Calvi Benché fosse precisa incombenza del nostro Ministero il dare un pronto riparo ai furti, che commettono alcuni de’ vostri ne’ territori d’Olmia, Pino e Lumio noi nondimeno l’abbiamo trascurato sulla lusinga che la nostra onestà e prudenza reflettendo non meno all’indegnità dell’azzione, che alla rovina che poteva tirarvi addosso avrebbe di proprio moto impediti sì fatti disordini. Ma vedendo che questi non cessano e che voi ve ne mostrate affatto indolenti, se pure alcuno di voi non si fomenta non possiamo dispensarci più oltre, senza incorrer la taccia del Publico e mancare agl’ordini del Supr.mo Governo, che ci pressa con una Sua lettera dall’intimarci la devastazione totale del vostro territorio, quando nel termine di giorni quindici dopo la licenza di questa, non abbiate indennizzati tutti i danni patiti dagl’abitanti delle sud. Due pievi, e Lumio nei Padronecci del bestiame grosso, e minuto commessi dagl’abitanti di Calvi; e non diate le sicurezze opportune che più non ne seguiranno per l’avvenire. Spirato il termine prefisso senza che segua la sud.ta indennizzazione, noi spediremo a cotesta volta una marcia di mille e più uomini, la quale col fatto vi farà conoscere fin dove si tenda la legge del più forte, quanto sia perniciosa e ridicola la temerità d’una semplice Comunità nel voler contrattare contro le forze di un Regno e come si faccia sentire il peso d’una giusta indignazione provocata dall’insolenza. Noi speriamo che la vostra saviezza ci toglierà dall’impegno di venire a 18
cotesta estremità contro un Popolo, che invece di trattar come Nemico, desideriamo di abbracciare come Fratello, per metterlo a parte di quella gloria e di quei vantaggi che gode il rimanente dell’Isola; al che dovreste seriamente pensare, se nella vile abbiezzione in cui siete sommersi e nell’orribile cecità che vi affascina per non vedere il precipizio che vi sovrasta, conservaste qualche stimolo di onore e conosceste i vostri veri interessi. Noi nutriamo un vivo desiderio di esser sempre tali quali ora ci promettiamo. ORDONNANCE [20 JANVIER 1765] fait à Bastia le vingt janvier mil sept cens soiseante cinq par le C.te de Marbeuf.18
18 Ordinanza del 20 gennaio 1765, fatta a Bastia il 20 gennaio millesettecento sessantacinque dal Conte di Marbeuf. Luigi Carlo Renato Conte di Marbeuf Primo Gentiluomo della camera del Re di Polonia, Duca di Lorena e di Barry, Luogotenente del Re nei quattro vescovati dell’Alta Bretagna, Maresciallo di campo e d’armata del Re Cristianissimo, comandante in capo di un corpo di truppe francesi in Corsica. Essendo stato incaricato dal trattato fatto tra Sua Maestà Cristianissima e la Serenissima Repubblica di Genova, di vigilare su tutto ciò che può mantenere la tranquillità ed il buon ordine nelle Piazze ed altri luoghi della Corsica affidati al nostro Comando, e volendo apporre tutte le nostre adesioni per adempiere pienamente all’intenzione delle due Potenze, noi abbiamo ordinato ed ordiniamo ciò che segue. Seguito. Articolo 1. La Serenissima Repubblica di Genova prende il partito di congedare i contadini che ella ha assoldato per la guardia dell’Isola nello stesso tempo in cui ella ritira le sue truppe, le une e le altre non avendo avuto alcuna utilità nei luoghi in cui Sua Maestà Cristianissima ha preso sotto la sua protezione, e pensando che un numero così considerevole di uomini non possa più restare armato senza scopo, noi ordiniamo che al più presto, dopo il licenziamento, tutti i Contadini depongano le loro armi alla terra nuova, tanto quelli che portano le armi della Repubblica che essi devono rendere che quelli che si trovassero armati a loro proprie spese, salvo a loro restituirle, fino a quando si sarà potuta giudicare dalla loro condotta, che essi non abbiano fatto alcun cattivo uso, sarà tenuto, a questo scopo, un Registro esatto del nome degli individui a cui appartenevano le armi e vi si metteranno delle etichette per non confonderle. Articolo 2. Fino al Licenziamento, ogni contadino sarà tenuto a fornire il suo nome per iscritto, di dire il luogo in cui vuole andare a d abitare, ed i mezzi che può avere per sostenersi; quindici giorni dopo, verrà fatta una verifica esatta in tutti i luoghi che essi avranno indicato da alcune persone impegnate a questo scopo, e tutti coloro che avessero dato una falsa esposizione o che si fossero esposti ad una condotta reprensibile, saranno arrestati e condotti nella prigione di questa città per subire le pene che meriterà la loro disobbedienza. Articolo 3. Tutti i contadini che vorranno ritirarsi all’interno del paese, saranno i padroni; ma essi non potranno più tornare nella dipendenza delle Luoghi Franchi se non con un certificato ufficiale dei superiori e magistrati dell’interiore che prova che essi siano effettivamente stabili e domiciliati nei villaggi dell’interno dell’Isola: senza di ciò, essi saranno arrestati e trattati come vagabondi, come si pratica in tutti i Regni civili. Articolo 4. Toccati dalla miserevole situazione della maggior parte dei contadini che non hanno né professione, né sussistenze, e credendo che alla Bontà Reale spetti il soccorso a coloro che volessero approfittarne, noi dichiariamo che tutti i contadini che si trovassero adatti al servizio del Re e che volessero impegnarsi per servire nel Reggimento Reale Italiano in cui è incorporato quello del Reale Corso, usufruiranno della paga ordinaria del soldato, attendendo gli ordini ulteriori della corte sulla loro destinazione, e fino a quando essi non siano arrivati, si sposteranno alla terranuova, per fare il servizio nella maniera che sarà loro ordinata. Coloro che prenderanno questo partito, si indirizzeranno a M. Jadart commissario delle guerre, e si consegneranno loro, fino alla partenza per la Francia, le armi che avranno depositato in magazzino, per venderle a loro profitto, se erano di loro appartenenza. Articolo 5. Dato che è intenzione delle due Potenze di reprimere con severità ogni sorta di assassinio sotto pretesto di vendetta o altrimenti, di concerto con il Signor vice-gerente, noi avvertiamo e rendiamo noto, con questa presente, che chiunque si
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Louis Charles-Renée Comte de Marbeuf Premier Gentil-homme de la chambre du Roy de Pologne Duc de Lorraine et de Barry, Lieutenant de Roy des quatre Eveches de la Haute Bretagne Marechal des Camps et armees du Roy tres chretien, commandant en Chef un corps de troupes francoises en Corse. Étant chargé par le traité fait entre Sa majesté très chrétienne, et la Sérénissime République de Gênes, de veiller à tout cequi peut maintenir la tranquillité et le bon ordre dans les Places et autres lieux de la Corse confiés à notre Commandement, et voulant apporte tous nos Joins à remplir pleinement l’intention des deux Puissances, nous avons ordonné et ordonnons cequi suit. Savoir Article 1.ere La Sérénissime République de Gênes prenant le parti de congédier les paysans qu’elle soldoir pour la garde de l’Isle en même tems qu’elle retire ses troupes, les uns et les autres ne luy étant d’aucun utilité dans les lieux que Sa Majesté très Chrétienne a pris sous sa protection, et pensant qu’un nombre aussi considérable d’hommes ne peut plus rester armé sans objet, nous ordonnons qu’aussitôt, après le licentiement, tous les Paysans déponent leurs armes à la terra-nuova, tant ceux qui portent les armes de la République qu’ils doivent rendre que ceux qui se trouveront armés a leurs propres dépens, sauf à les leur restituer, lorsq’on aura pu juger par leur conduite, qu’ils n’en ferons aucun mauvais usage, il sera tenu, à cet Effet, un Registre exact du nom des particuliers à qui les armes appartieneront, et on y mettra des étiquettes pour ne pas les confondre. Article 2.e Lors du Licentiement, chaque Paysan sera tenu de donner son nome par écrit, de dire le lieu qu’il veut habiter, et les moyens qu’il peut avoir pour subsister; quinze jours après, on sera faite une vérification exacte dans tous les lieux qu’ils auront indiques par des Gens commis a cet effet, et tous ceux qui auront donné un faux exposé ou qui se ferons conduits d’une façon répréhensible, seront arrêtes et conduits dans les prisons de cette ville pour y subir les peines que méritera leur désobéissance. troverà nel caso sarà punito con la morte, conformemente a tutte le ordinanze criminali ricevute da tutte le Potenze. E’ ordinato a tutti gli ufficiali incaricati della Polizia di questa città di tenere la mano all’esecuzione della Presente ordinanza e di farla pubblicare ovunque ci sarà bisogno; al fine che nessuno pretenda la causa di ignoranza.
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Article 3.e Tous les Paysans qui voudront se ritirer dans l’intérieur du Pays, en seront les maîtres; mais ils ne pourront plus revenir dans la dépendance des Postes François qu’avec un certificat bien en forme des supérieurs et magistrats de l’intérieur qui prouve qu’ils sont effectivement établis et domicilies dans des villages de l’intérieur de l’Isle: sans quoy, ils seront arrêtés et traités comme vagabonds, ainsi que cela se pratique dans tous les Royaumes policés. Article 4.e Touché de la situation malheureuse de la plupart de Paysans qui n’ont ni profession, ni subsistances, et croyant qu’il est la Bonté Royale de procurer des secours à ceux qui voudront en profiter, nous déclarons que tous les Paysans qui se trouveront propres au service du Roy, et qui voudront s’engager pour servir dans le Régiment Royal Italien dans lequel est incorporé celuy de Royal Corse, jouiront de la paye ordinaire du soldat, en attendant les ordres ultérieurs de la cour sur leur destination, et jusq’a ce qu’ils soient arrivées, ils demeuveront à la terra-nuova, pour y faire le service de la manière qui leur sera ordonnée. Ceux qui prendront ce parti, s’adresseront à M. Jadart commissaire des guerres, et on leur remettra, lors de leur départ pour la France, les armes qu’ils auront déposés en magazin, pour les vendre à leur profit, si elles leur appartiennent. Article 5.e L’intention des deux Puissances étant de réprimer avec sévérité toute espèce d’assassinats sous prétexte de vengeance ou autrement, de concert avec M. Le vice-gerent, nous avertissons en faisons savoir, par cette présente, que quiconque se trouvera dans le cas, sera puni de mort, conformément à toutes les ordonnances criminelles reçues chez toutes les Puissances. Il est ordonné à tous les officiens chargés de la Police de cette ville de tenir la main à l’exécution de la Présente ordonnance, et de la faire publier partout où besoin sera; afin que personne n’en prétende cause d’ignorance. Lettera da Calvi, 24 Gennaio 1765 Filippo Filippi Capitano del Popolo, Giovanni Gropallo Capo del Popolo, Giovanni Rossi Capo del Popolo. 21
Gionte le truppe francesi in Calvi, Questo Ill.mo Sig.r Commis.o ad instanza de comandanti francesi depista otto cittadini che sono il Medico, Damiano Giubega, Antonio Pattero, Fran.co Liavatti, Piomb.a Piccardi, Felice Giuliani, Angelo Francesco Franciosi, Felice Paciosa, Giuseppe Ma. Brunnella, ad effetto di por rimedio alli pretesi accordi nella vendita de commestibili. Questi uniti al Dr. Gian’Andrea Castelli produssero nanti il prefato Ill.mo Sig.r Commiss.o un regolamento per tutti i commestibili ed assegnarono un sito nella publica piazza, ove tutti dovessero portarsi a vendere i med.mi sotto pene arbitrarie a contravventori, oltre le fissate, con una fissazione di prezzi al’istessi quali come furono dal pred.to Ill.mo Commiss. accordati con l’eccettuazione però di quello che spetta all’affittuario, o sia affittuari della Cala Piscatoria per essere la stessa di conto Publico. Furono affisse in Francese, e nel n.ro idioma sud.ti ordini, e messo e comandato un Famiglio, quale dovesse assistere i Deputati ed esecutore coloro che fossero stati disubbidienti. Questa provigionale che sembrava dover esser di giovam.to nelle p.ti penurie al Publico, non da servito ad altro, che di manto a vari di sud.ti dep.ti di sfogare l’odi e passioni antiche che anno contro i buoni vassalli di VV.SS. Ser.me, Poiché valendosi del favore de Comand.ti francesi hanno fatti in maniera di far levare il fameglio che era stato posto in sud.ta Piazza dal n.ro Giudice, come pure l’a.ttuaro, e fanno esigere le condanne dalla Truppa e passare il danaro delle stesse in mano del Maggiore Francese; e perciò si sono fatti lecito di condannare senza intervento di Giudice, ne di Not.o, il sud.o Affittuario della Cala Piscatoria del’Ecc.mo Mag.to di Corsica, quantunque condannato in lire venticinque per essersi fatto portare nel suo Magazzino libre otto e mezza di pesci presi a sud.ta Cala per dividerli secondo il consueto fra la Mag.ca Com.tà e Pescatori, ed esso della d.a Cala. Ricorre l’affittuario dal Rapresentante di VV. SS. Ser.me, che si portò dal Comandante Francese, dal quale rilevò, che d.a condanna era stata fatta dal Medico Giubega, e da Antonio Panattero, come diputati al’assistenza della vendita de commestibili, e che quantunque avesse egli firmato la condanna non intendeva di far ingiustizia ad alcuno, che perciò non mancassero d. affittuario di portarsi da medesimi a dedurre le sue ragioni; Ma nulla giovò Poiché sotto il pretesto che d.o comand.te risolvesse che tutto andasse vendersi in Piazza, vollero sud.ti due dar sfogo al livore che anno col d.o Affittuario onde per 22
esimersi da ulteriori strapazzi fu obligato di sborsare la pred.ta partita. Similmente fu condannato da Dep.ti Andrea Presagiti bottegaio alla Marina in lire quindici perché avendosi nel’assegnato luogo, comprato un pesce e recatoselo sulla sua bottega, lo divise con una sua vicina, che glie lo dimandò, e per questo bisognò pagare sud.ta condanna il danaro della quale presto in sud.te mani ne vale il lamentarsi dal nostro vero Giudice, il quale fa le sue parti, ma stando la forza in mano de francesi, non può por riparo a questi inconvenienti, e fra gli altri il Medico Giubega, Antonio Panatteri, Francesco Ciaccaldi e Giamb.a Piccardi assessori de due primi unitamente al Dottor Castelli loro Consultore sono quelli che per il favore de Comand.ti francesi dispongono il tutto, e si ridono de’ torti che procurano al Pubblico Rappresentante continuando a molestare i veri, e fedeli sudditi di VV.SS. Ser.me, come quelli che in ogni tempo han fatto sempre argine a loro pravi dissegni. Essi godono le grazie de pred.ti comand.ti perché li istruiscono di ciò devono operare per tirare a loro il comando del tutto, ed ogni matina sud.ti Giubega, Castelli e Panattero vanno a riferire a medesimi tutto quello è corso per la città, conducendoli poi nel territorio a Parlamento co’ Ribelli, e giorni sono si abboccarono à Cappuccini con un certo Vincenzo Miloni e Caporale Matteo Capi delle squadriglie de Ribelli che stanno in osservazione che non gionghino viveri in Calvi. Ha il Sud.to Giubega fatto venire in questo Territorio varie bande di Pecore et altri bestiami che lo devastano senza licenza del nostro Giudice ne de Proprietari de stabili; qualcuno de quali si è lamentato dell’invasione di sud.te bestie col Comandante Francese, che li ha indirizzati dal pred.to Giubega infruttuosamente, però perché essendo quello che ne ha dato la permissione a Corti Giamb.a e Antonio Fratelli Padovani, il primo de quali è bandito di Forca da questo fisco e compare di d.o Dottor Giubega, non si cura del’altrui interesse e se lo attende a i presenti, che d.o suo compare lo fa per il d.o motivo; anzi, lo fa venire in questo Presidio armato di notte con i Compagni. Li pastori di d.i bestiami dicono pagar essi l’erbaggi alla camera del Ribelle de’Paoli per esser del’istesso stato confiscato questo territorio, e Noi non possiamo come faressimo ed abbiam sempre fatto scacciarli, stante la proibizione fattasi da francesi di non molestare alcuno de Paesani Ribelli. Giorni sono arrivò qui un Bastimento con Bandiera Savoiarda prov.te dal Capo Corso con Patente del pred.to de’Paoli e siccome il n.o Ill.mo Com.io non volle 23
le si dasse pratica, se prima non purgava la solita contumacia; Questo Sig.r Comand.te Francese volle che fusse subito amesso e fece divieto a Capi della Sanità e Cancelliere di riconoscere in avanti il il P. Com. per Capo sotto gravi pene. Ora dalle permesse cose potranno VV.SS.Ser.me riflettere il lacrimevole stato di questo lor fedelissimo Popolo, sogetto a soffrire tutte le prepotenze degli ambiziosi deputati solo intenti a far pompa del loro potere, ed a sfogare con ingiuste vendette il livore che anno contro li più innocenti e particolarmente il Giubega, che essendo per comune disgrazia sindico della città, sotto colore di giovarlo va facendo tutto il danno che può a tutti coloro che non sono a sua devozione l’ambizione del quale, dal Carrico del quale si abusa, sarebbe un bel sollievo alla povera gente, e forse fermerebbe in parte i suoi mali sentimenti. Noi a nome di sud.to Povero Popolo prostrati a piedi di VV.SS.Ser.me umilissimamente imploriamo un adeguato soccorso e provedimento che ci empari dalle continue molestie, che dalli pred.ti soffriamo, e profondamente inchinandole ci confermiamo. Esposizione del M.to Commissario di Corsica, 1° aprile 1765.19 Serenissimi Signori, Al riempimento della rimanente parte della Commissione dell’Ecc.mo Mag.to di Corsica sul particolare de Benemeriti stipendiati, e col riguardo all’effettivo Introito delle Finanze di quel Regno, si presenta ora a VV. SS.me lo Stato delli diversi capi di esso Introito, unitamente ai distinti articoli della spesa regolata dal nuovo sistema di economia, e che nella p.ma sua veduta lascerebbe persuaso della sufficienza dello stesso anche per più larghe spese, se dall’Ecc.mo Mag.to fussero ammesse le intrinseche circostanze di tale conto, che và a sottoponete alle superiori considerazioni di VV. SS. Ser.me Le gabelle in affitto, e con obbligazione di contratto dovrebbero corrispondere l’annua somma di lire 16 mila 789:9:6, ma l’affittuario dello Stagno di Piorlino, computatomi per £ 5350: non paga già da sei anni sull’assesto, motivo di essergli da Ribelli continuato l’impedimento della libera pesca; siccome si vale dello stesso titolo l’Affittuario degli altri stagni di Palo ed Urbino, per dimandare lo scioglimento del Contratto e non compire alla pigione.
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Archivio di Stato di Genova, fondo Archivio Segreto, filza 2112.
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Il Conduttore de terreni della Confina del Distretto di Ajaccio, non ha nemmeno dal p.mo anno soddisfatto al canone di £ 2250: sulla pretesa ragione di non esserne ricevuto il possesso impeditogli tuttora dalla violenza de sollevati; l’affittuario poi delle Gabelle del Porto e Giurisdizione di Calvi, dopo avere corrisposto la p.ma annualità di £ 14:mila, pretende di non restare più tenuto al seguito, per esservi cessato nella rivolta di Calenzana ogni commercio, e per farsi tutte le imbarcazioni degli Olj nello scalo dell’Isola Rossa, in cui non poteva egli esercitare la riscossione de Diritti contrastatagli da Ribelli. Dimostrano quindi tali circostanze assai chiaramente quanto meno sia a contrarsi sulla p.ma divisione delle d:e finanze; e purtroppo vi si aggiunge poi dal fatto che nella continuazione delle medesime non resta a lusingarsi di vantaggio sulli nuovi affitti, mentre nell’attuale incanto dell’anzidetto Stagno di Piorlino non si era sinora presentata magior offerta di £ 1600:; Siccome niuno esibisca alli Terreni della Confina; e poco potrebbe altresì attendersi dal nuovo incanto delle stesse Gabelle di Calvi, che si deliberasse a risico dell’odierno affittuario, quando non sieno per diversificare le caose intrinseche che rendono tanto meno valutabile l’Introito di tale conto. Il secondo capo delle stesse finanze viene costituito dalla metà del prodotto della vendita dei sali; dalle Gabelle della Dogana di Bastia, e da pochi altri Diritti di Pescaggio che rimasti in amministrazione hanno riunitamene reso nell’anno precedente la somma di lire 52:milla 178:6:10; Ma qui pure conviene seguitare l’osservazione di altre circostanze, e per le quali era di già minorato detto Introito nell’avere li Pirati ribelli sino dell’anno scorso fatto ritirare da quei mari li Pescatori di corallo, e dopocché li P.roni de Bastim.ti perante nazionali provveduti di Bandiera estera, ricusano la denuncia e sbarco in sud.a Dogana del loro carico, ne ammettere vogliono la visita sopra del bastimento; Con essere poi gli stessi sostenuti con vigore da loro Consoli in tali innovazioni pregiudizievoliss.me e dall’esempio alle pubb.ce Gabelle; avendo alcuni persin ricusato di soddisfarle, com’ha esso Ecc.mo Mag.to replicatam.te rimostrato ad VV.SS.Me colle precedenti sue esposizioni de 22 aprile 1762 e del 4 Gennaio venduto. Proseguiscono similmente gli stessi svantaggi sull’Articolo dei Sali per la proibizione fatta da Ribelli a corsi di non commerciare colle Piazze e che si pressente divenuta anche più rigorosa dopo l’ingresso nelle stesse delle Truppe francesi; Lande al caso mai che il soggiorno e contegno delli med.mi non fusse per produrre una variazione nell’universale delle segnate circostanze, non 25
sarebbe più a ontarsi neppure sull’ultimo ristretto introito di ognuna delle sucennate Gabelle; imperocché nella cessazione di commercio coll’interiore dell’Isola si ridurrebbe l’esito de Generi fra li soli pochi ed impoveriti abitanti delle Piazze; coll’aggionta poi ora delle Frodi, tanto più facili a commettersi sotto l’amparo delle Franchigie accordate alle D. Regie Truppe; neppure maggior fondamento potrebbe farsi sopra de’ sali, mentre per li facili contrabbandi di essi alle spiagge dell’isola e provveduti che se ne fusero li corsi, si restringerebbe il consumo di quello del cono pub.co, alla poca quantità necessaria per gli abitanti delle sole piazze; perloché conclude il Ma.to Ec.mo che in concorso di si diversi pregiudizi sembrerebbe che fusero tanto più a misurarsi le gratificazioni de benemeriti, sino al realizzarsi li vantaggiosi effetti, di cui poteva lusingar il soggiorno colà di esse Regie Truppe = le spese poi dello Stato Civile sulla limitazione dell’anzidetto nuovo sistema importano nel totale la somma di lire 31:mila425:5:4, da compirsi queste coll’introito delle sovradistinte finanze e quelle dello Stato Militare sul piede di 270: Uomini, compresane la squadra de Locali Bonifacini, gli Artiglieri, ed il Maresciallo Matra rilevano a lire 79:mila300; per le quali con molto più di sicurezza si ha per supplirvi il libero residuo delle annue lire 75:mila num.to, che si corrispondono dalla Casa Ill.ma di S. Giorgio in assegnazione del mantenimento della Corsica, dandosene paranco dalle stesse il distinto conto nel sud.to Stato e da cui verranno anche ad avvanzar da circa annue £ 13 m.; Siccome poi esso Ecc.mo Mag.to ove trova la forma da poter compire alle spese date alla di lui direzione si fa ben un piacere di declinar dalle riflessioni di angustie a cui lo hanno obbligato le circostanze sopra de precedenti articoli, affin di non divenire responsabile di quegli eventi che potrebbero far mancare il bisognevole anche per la spesa di minore rilievo= Sarà egualm.te costante impegno del Mag.to Ecc.mo di applicarsi all’uso di quei mezzi che potranno avvantaggiare l’introito delle anzidette finanze e quando a buon ordine sia per concorrervi l’intelligenza di chi riunisce ad un punto il pub:co interesse, avendo ciò esso Ecc.mo Mag.to inviolabilm.te osservata la massima di prendere nelle importanti pratiche li necessari lumi da VV.SS.Ser.me e di rendergli conto di quell’economica amministraz.ne di cui non è già mai stato in gelosia di farne una piena manifestazione e sulla quale potranno VV.SS.Ser.me sempre contar che sarà rimesso in pub.co profitto tutto il dappiù che si risparmiasse dalle spese regolate nel sud.o nuovo sistema. Ita referti Ser.mi Collegii per pref. in Ecc.mum Mag.um ad c. S. 26
Hoc die p.ma Aprilis 1765, Petrus Maria Le 8 avril 1765. Le consul Régny au Ministre.20 Le Gouvernement fit arrêter dans la nuit du 1er au 2 de ce mois, le lieutenantcolonel Cottoni, au service de la République à qui la garde de la porte de la ville dite de “la Lanterne” était confiée. Cette exécution fut faite par des grenadiers accompagnés de plusieurs escouades de sbires. On arrêta, la même nuit, 3 autres officiers corses et 4 soldats qui étaient de garde dans un poste éloigné, près des grandes enceintes. Ils ont tous été transportés à la Tour de cette ville. On y transporta aussi le lieutenant Negretti, corse, qui était de garde à Sestri. Le public ignore le motif de l’arrestation de ces officiers et soldats corses. Quelqu’un l’attribue à un complot de mettre le feu à un magasin de poudre, mais ce n’est qu’une conjecture avancée. Je viens de recevoir une lettre par laquelle on me marque qu’il n’a pas été question d’entrevue entre M. le comte de Marbeuf et le général Paoli et que l’on ne prévoyait pas que cette entrevue dût avoir lieu. Cependant on a établi des marchés dans les environs des places gardées par les troupes du Roi, pour les Français seulement. J’apprends de Livourne que les frères Abbatucci qui ont quitté la Corse par capitulation faite avec le général Paoli y sont arrivés avec plusieurs partisans du frère aîné, le 22 du mois et qu’ils en sont partis le 3 pour Venise.21
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L’8 aprile 1765. Il console Régny al Ministro. Il Governo ha fatto arrestare nella notte tra il 1° ed il 2 di questo mese, il luogotenente-colonnello Cottoni, al servizio della Repubblica a cui era stata affidata la guardia della porta della città chiamata “la Lanterna”. Questa esecuzione è stata fatta da alcuni granatieri accompagnati da numerose squadre di sbirri. Sono stati arrestati, la stessa notte, 3 altri ufficiali corsi e 4 soldati che erano di guardia in un avamposto vicino a delle grandi recinzioni. Essi sono stati tutti trasportati alla Torre di questa città. E’ stato trasportato anche il luogotenente Negretti, corso, che era di guardia a Sestri. Il pubblico ignora il motivo dell’arresto di questi ufficiali e soldati corsi. Qualcuno l’attribuisce ad una congiura per dar fuoco ad un magazzino di polvere, ma non è che una congettura. Vengo a ricevere una lettera con la quale mi si evidenzia che non c’è stata domanda di colloquio tra il Signor conte di Marbeuf ed il generale Paoli e che non era previsto che questo incontro avesse dovuto avere luogo. Tuttavia sono stati stabiliti dei mercati nei dintorni delle piazze guardate dalle truppe del Re, solamente per i francesi. Apprendo da Livorno che i fratelli Abbatucci che hanno lasciato la Corsica con la capitolazione fatta con il generale Paoli sono giunti con numerosi partigiani del fratello maggiore, il 22 del mese e che sono partiti il 3 per Venezia. 21 Si tratta della prima allusione al ritorno in Corsica delle truppe francesi. Marbeuf era sbarcato a Bastia il 15 gennaio dello stesso anno, ma il Console non ne parla. Il corso Giacomo Pietro Abbatucci era conosciuto per avere difeso l'indipendenza corsa contro gli inglesi ed essere entrato in conflitto con Paoli.
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Le 22 avril 1765. Le consul Régny au Ministre.22 Le Gouvernement a envoyé des perquisitions dans le couvent des religieux observantins de Moneglia, petit pays sur la côte orientale, on y a trouvé des poudres et autres munitions de guerre destinées probablement aux Corses: on les a fait enlever et mettre en sûreté. On mande de Bastia que l’on a arboré sur le fort de la dite ville dans les fêtes de Pâques, le pavillon génois, et que probablement il en aura été fait de même dans les autres places gardées par les troupes du Roi et que l’on craint que l’harmonie des dites troupes et des Corses ne soit pas durable... Lettera del Conte di Marbeuf da Bastia, 26 aprile 1765.23 J’ai reçu, Monsieur, la lettre que vous m’avez fait l’honneur de m’écrire. Je vois avec peine que, dans l’intérieur, on ait pris le parti de faire un établissement pour la vente du sel dont vous croyés que la Sérénissime République peut être fâchée. Je voudrais avoir un moyen pour faire ensorte qu’elle peut être satisfaite sur ce point, mais sur quel fondement, pourvois je faire une demande pour une chose à laquelle la Serenissime République n’avoit pas été en etat de s’opposer dans le tems que ses troupes occupoient les Places. Je ne pense tout au plus, que travailler à Éloigner le dépôt, si vous pensés que son trop grand voisinage soit désavantageuse à la Sérénissime République. Voyés fin cela, ceque vous pensés. Pour moi, je crois que ne pouvait pas empêcher cet établissement, qu’il soit un
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Il 22 aprile 1765. Il console Régny al Ministro. Il Governo ha inviato delle perquisizioni nel convento dei religiosi osservantini di Moneglia, piccolo paese sulla costa orientale, sono state trovate delle polveri ed altre munizioni di guerra destinate probabilmente ai corsi: sono stati fatti prelevare e mettere in sicurezza. Si riporta da Bastia che sia stato inalberato sul forte della detta città durante le feste di Pasqua, la bandiera genovese, e che probabilmente sarà fatto lo stesso nelle altre piazze guardate dalle truppe del Re e che si teme che l’armonia delle dette truppe e dei corsi non sia affatto durevole… 23 Lettera del Conte di Marbeuf da Bastia, 26 aprile 1765. Ho ricevuto, Signore, la lettera che voi mi avete fatto l’onore di scrivere. Io vedo con pena che, nell’interno [dell’isola], è stato preso il partito di fare uno stabilimento per la vendita del sale per cui voi credete che la Serenissima Repubblica possa essere in collera. Io vorrei avere un modo per far notare che ella potrebbe essere soddisfatta su questo punto, e su tale fondamento, potrei far osservare che la Serenissima Repubblica non era in condizione di opporsi nel periodo in cui le sue truppe occupavano le Piazze. Io non penso tuttavia, che a lavorare per allontanare il deposito se voi pensate che la sua eccessiva vicinanza sia svantaggiosa per la Serenissima Repubblica. Considerate su quel punto, ciò che pensate meglio. Per quanto mi riguarda, io credo che non possa danneggiare questo stabilimento, sia che sia più lontano o più vicino, e che non reca grandi conseguenze. Tuttavia, fino a quando voi me lo domanderete, agirò con i miei mezzi conformemente a quello che voi sembriate desiderare, non avendo altro scopo che di fare il bene in tutto ciò che potrà dipendere da me. Il ritardo delle risposte della corte riguardo alle affissioni mi impedisce di poter fissare il mio viaggio, cosa che mi fa temere di non potervi trovare ad Ajaccio. Ne sarò molto seccato, dato che sarei felice di vedervi e dirvi di persona come io rimpianga la decisione che voi avete preso di chiedere il vostro richiamo. Ho l’onore di essere con una perfetta considerazione, Signore, il vostro umile ed obbediente servitore.
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peu plus loin, ou un peu plus près, n’en pas d’une grande conséquence. Cependant, fin ceque vous me manderés, j’agirai de mon mieux conformément à ceque vous paraîtres désirer, n’ayant d’autre projet que de faire le bien en tout cequi pourra dépendre de moi. Le retardement des réponses de la cour sur l’objet des revues, m’empêche de pouvoir fixer mon voyage; ce qui me fait craindre de ne vous plus trouver à Ajacio. J’en serois très fâché; car je me farois fête du plaisir de vous y voir, et de vous dire moi-même combien j’ai de regret du parti que vous avés pris de demander votre rappel. J’ai l’honneur d’être avec une parfaite considération, Monsieur, votre très humble et très obéissant serviteur. Lettera da Bastia, 10 maggio 1765, Agostino Speroni Com.rio Vicer.te Serenissimi Signori, Fino del scorso aprile scrissi all’Ill.mo Commissario di Caprara, che dovesse far prestare la più esatt’attenzione in quell’isola, affine di prevenire ogni attentato, che per avventura puotesse fare il Dè Paoli, e sebbene allora credei che l’idea di sorprendere la Caprara fosse un discorso promosso dalle azioni, ritrovo in oggi da relazione di persona di tutto il merito, che il detto de Paoli se ne va procacciando il maneggio; sicché replico al d.o Ill.mo Commissario, che dia le più esatte provvidenze, onde dalla pubblicità di queste venga delusa ogni di lui speranza. Stimarei intanto necessarie qualche provviste più dell’ordinario, e che rinforzare la Guarnigione diretta da qualche ufficiale dello Stato Maggiore, avvedendosi che al Macinaggio assai prossimo alla Caprara non mancano Pinchi capicorsini p. un simile attentato. Il de’ Paoli ha fatto passare né giorni scorsi uno scampavia in Erbalunga paese distante dalla Bastia sei miglia: questi, due giorni fa, ha arrestate sulle alture di questo porto un Pinco con bandiera francese carrica di vino diretto per Tunisi, e di mercanzie diverse, da sbarcarsi in Sardegna di spettanza di mercanti genovesi, è stato trasportato al Macinaggio, e dicese che sarà rilasciato, riottenute però le mercanzie dè proprietarij genovesi. Di tali disordini se ne vedrann’ogni giorno specialmente contro dè bastimenti de sudditi di VV.SS. Ser.me quando quasi impossibile che possa approdare alla Bastia vascello che non sia visitato dal d.o Scampavia. Al venti del corrente maggio sarà la consulta generale, alla quale sono 29
chiamati tutti li Podestà e PP. Di Comune delli paesi, li religiosi regolari e secolari e la gente più qualificata del Regno. Procurerò p. quanto mi sarà possibile d’averne il risultato p. umiliarlo a VV.Ss. Ser.me. Parlando ieri d’altro col Conte de Marbeuf sopra la assenza delle Gabelle, mi disse per se stesso che dalle ultime lettere ricevute da Francia riconosceva essere dall’incombenza a rispondere alli di lui dispacci preso un abbaglio di chi egli dolendo si fosse che in Corsica si pretendesse il pagamento della Gabella p. la robba appartenente alli francesi et alle persone di loro seguito, quando egli non aveva par loro se non che di quelle Gabelle che si pretendono essiggere in Francia nella Partenza da quei porti de’ Bastimenti colle robbe e Generi destinati p. la truppa di Francia in Corsica; e che però con quest’ordinario andava a spiegarsene più chi avanzava col Ministro, dimostrando p. una tale mala intelligenza sommo rincrescimento. Non sono per anco passato a’ trattare con d.o Conde sopra il rilascio de’ prigionieri, perché sopraggiunse altr’affare al D. Sr. Condè, ma vi entrerò a discorere conformemente. VV.Ss.Ser.me mi segnano domenica prossima. E col somm’ossequio profondamente m’inchino. Le 1er juillet 1765. Le consul Régny au Ministre.24 Je viens de recevoir une lettre particulière de Bastia par laquelle on me mande que M. de Marbeuf alla le 13 du mois passé à Vescovado, en Casinca où il passa presque toute la journée avec le général Paoli et quelques autres chefs de son parti et que le 22, M. de Marbeuf fit changer la garnison de San Fiorenzo par terre, sans que les troupes du Roi aient trouvé une opposition quelconque en allant et venant, quoique la province de Nebbio fût à cette occasion toute sous les armes. Beaucoup de gens pensent que M. de Marbeuf est parvenu à inspirer des idées
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Il 1° luglio 1765. Il console Régny al Ministro. Vengo a ricevere una lettera particolare da Bastia con la quale mi si comunica che il Signor de Marbeuf si è recato il 13 del mese passato a Vescovado, in Casinca, dove ha trascorso quasi tutta la giornata con il generale Paoli e qualche altro capo del suo partito e che il 22, il Signor de Marbeuf ha fatto cambiare la guarnigione di San Fiorenzo per via di terra, senza che le truppe del Re avessero trovato una qualsiasi opposizione in entrata e in uscita, nonostante la provincia del Nebbio fosse in questa occasione completamente sotto alle armi. Molte persone pensano che il Signor de Marbeuf sia arrivato ad ispirare delle idee pacifiche al generale Paoli e lo abbia fatto pervenire ad un trattato di accomodamento con la Repubblica. Si congettura a riguardo di questo generale, come anche dei numerosi capi che furono in conferenza con il Signor de Marbeuf il 13, e si dice che la guerra sia finita. Per quanto avventurosa sia questa notizia, io spero vivamente che sia veritiera.
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pacifiques au général Paoli et à le faire accéder à un traité d’accommodement avec la République. On le conjecture sur ce qu’on assure que ce général, de même que plusieurs des chefs qui furent le 13 en conférence avec M. de Marbeuf, ont dit que la guerre était finie. Quelque aventurée que soit cette nouvelle, je souhaite vivement qu’elle se vérifie.25 Relazione del Minor Consiglio 28 agosto 1765 Signori, avendo i Ser.mi Collegi seriamente esaminato il dispaccio del M.co Sorba di Parigi in data dei 29 luglio passato, in cui rapporta la lunga conferenza, ch’egli aveva avuta con i Regi Ministri relativa alla pratica di Corsica, ed avendo pure attentamente applicato alla consulta tenutasi nel Minore Consiglio, ha ne appreso che la proposizione avanzata dai ribelli di doversi escludere dall’isola qualunque genovese con un semplice omaggio alla Repubblica in segno della di lei Sovranità, per quanto sia stravagante ed assolutamente inaccettabile, non è però nuova, mentre altre volte e particolarmente nel 1761 fu da loro indicata. Considerato però da lor Sig.rie Ser.me il riferito dispaccio del M.co Sorba, ne risulta altro essere quello. Che i corsi vorrebbero e propongono, ed altro essere il discorso dei Regi Ministri, domandando anzi essi un piano per parte della Rep.ca con spiegarsi che il mediatore deve essere al fatto delle intenzioni e dei progetti delle due parti; prevenendo bensì ad un tempo che nel piano da darsi possa vedersi ciò, che la Rep.ca vuol fare della Corsica, e come intende di goderla all’avvenire e soggiungendo essere vano di proporre qualsivoglia editto, regolamento di paesi di Stato ed altri simili progetti, giacché non è più il tempo di tali mezzi per contenerli. Affine dunque di eseguire quanto disse il Sig.r Duca di Choiseul e sostenne alzando la voce il Sig.r Duca di Praslin, converrebbe formare un piano da comunicare ai Regi Ministri; ma riflettono i Ser.mi Colleggi essere in primo luogo difficilissimo l’estenderlo di una maniera che convenire possa a tutti gli interessi della Rep.ca; e che ancora quando le Sig.rie loro si prestassero alla formazione di tale piano, gli articoli di esso che fossero in favore dei corsi, si riguarderebbero come punti accordati e ciò che il Governo stimasse di aggiungere in suo favore, farebbe sempre l’oggetto di una nuova diminuz.e.
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Marbeuf aveva concluso effettivamente con Paoli un accordo per il rifornimento delle truppe francesi in guarnigione a Bastia.
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Considerano inoltre lor Sig.rie Ser.me due essere relativamente alla Corsica le circostanze più rovinose per la Rep.ca, e quelle per conseguenza che devono ad ogni costo evitarsi; una cioè se la Corsica rimanesse intieramente in mano dei Ribelli, e divenissero questi una nuova Potenza in mezzo del Mediterraneo, ed in tanta vicinanza dei Stati di Terraferma; L’altra se il Ser.mo Governo tra qui e tre anni fosse nuovam.te costituito nella necessità di difendere con i propri mezzi le Piazze, e di ritornare quindi in quelle spese immense, che le Sig.rie loro ben sanno se sono ormai più sopportabili a questa nazione. Né forse minori sarebbero i danni e pregiudizi della Rep.ca se le Piazze sud.e cadessero in mano o del Ré di Sardegna, o del Gran Duca di Toscana. Premesso quanto sopra hanno appreso i Ser.mi Collegi, che nella combinaz.ne delle circostanze presenti fosse più opportuno di comunicare quest’istessi sentimenti con altre uniformi considerazioni in Linea di massime invariabili ai Regi Ministri, e di lasciar loro in qualche modo la cura di proporre un piano, il quale quando sarà da loro proposto, potranno le Sig.rie Loro aggiungervi o diminuirvi alcuno di quegli articoli, che ritrovassero o più adattati, o non accettabili. Non sembra possa da ciò temersi quella dilazione la quale anch’essa sarebbe molto dannosa, mentre al contrario dal più volte detto Dispaccio si ricava la premura dei prefati Regi Ministri di dare un pronto incamminamento à questa pratica in vista del segnato timore, che fra tre mesi al più non fossero i ribelli per esigere da S.M. di evacuare le Piazze, o di procurar loro un aggiustamento; quale cenno sebbene abbiasi luogo di credere che sia più tosto l’effetto del desiderio che ha la Regia Corte di determinare la Rep.ca alla definizione di questo affare, pure non lascia anch’esso di esser meritevole delle sue considerazioni. Apprendevano quindi lor Sig.rie Ser.me, che potesse istruirsi il M.o Sorba nella sostanza Seg.te. Essere il Ser.mo Governo disposto ad entrare in quelle divise, che siano adattabili nelle odierne circostanze, purché gli siano innocue in riguardo agli indispensabili suoi interessi, e vedute massime per lo Stato di terraferma. Non potere quindi la Rep.ca prescindere da alcuni principj e massime che la penetrazione del Regio Ministero troverà certam.te della maggiore solidità, et importanza. Che le Piazze della Corsica non restino mai in potere dei corsi; ne deriverebbe altrimenti una nuova Potenza sommamente dannosa alla Rep.ca, e che potrebbe 32
ancora interessare molto le convenienze della Francia medesima particolarmente in evento di guerra, trattandosi di nazione volubile et intraprendente e che situata in un’Isola, si troverebbe alle occasioni nel caso di cagionare non poco imbarazzo anche alla Potenze più confidabili. Non potersi tampoco acconsentire dal Governo che alcuna delle Piazze di quell’Isola confidata sia alle truppe del Ré di Sardegna o della Toscana, la posizione dei dominj del primo circonda quasi da ogni lato il territorio della Rep.ca e mediante la Corsica resterebbe ancora quasi rinchiuso dalla parte di mare; e relativ.te alla Toscana, le di cui viste sono tanto rivolte al commercio, onde quello dei genovesi ne rimarrebbe totalmente distrutto. Ne potersi perdere di vista i riguardi che militano per la magior parte dei Principi d’Italia, li di cui interessi potrebbero colla Corsica risultare di gravis.mo pregiudizio à quelli della Rep.ca. Dovere inoltre il Governo mettere sotto la riflessione del regio Ministero la giusta sua delicatezza di non opporsi al risentimento di altre Potenze sul destino della Corsica. Con questi principj che sono assolutamente indispensabili al Governo, tale essere la confidenza sua nella propensione del Ré che prima di proporre alcun piano desidera ed espressamente richiede i Lumi della Regia Corte; tanto più che il Sistema da fissarsi deve essere stabile, e fermo e senza che ne risulti alla Rep.ca alcun aggravio di spesa. E per fine confidare il Senato che questa sincera sua apertura persuaderà non solo la Regia Corte della prima ingenuità dei suoi sentimenti, ma impegnerà ancora il Ré, ed il Regio Ministero a riguardare questo importantissimo affare con quella propensione, ed efficace interessamento per la rep.ca, di cui se in altre occasioni ha auto le prove, questa certamente da cui dipende la propria sicurezza farà sempre l’oggetto della maggiore sua riconoscenza. Relazione degli Em.mi Tre Togati comm.ti sulla Corsica, Genova 26 agosto 1765. …omissis… Non doversi impiegare inutilm.te il tempo che ci rimane nel consultare piani di pacificazione da proporre. Non giova il far ricorso ad altri principi, poiche persuaso che la Francia non vi vuole prendere interesse, non hanno motivo di ingelosirsene. 33
E’ vano di proporre ai corsi, popoli indomabili e nati nella ribellione, alcun piano a meno che non sia quello proposto nelle Lettere lette. Appurando dunque non rimanere altro patito da prendere che di fa presente alle corti di Francia e di Spagna che la Rep.ca non può più sostenere la Corsica, e che è disposta a farne tutto quello che può salvarla dal fare un convegno indecoroso con i ribelli. Insomma l’esame di questa pratica deve essere di pensare come convenga perder la meno indecorosamente e meno male che sia possibile. M.co Pietro Franc.co Grimaldo Memoria di Sorba 1765 [Sorba] Parlerà malamente perché confuso e per eccitar altri à parlare. Da quanto è stato letto apprende, che la Francia intende che la Rep.ca progetti un piano, ma che contenga in sostanza di evacuare del tutto la Corsica. Con questa unita poteva bene la Corte di Francia risparmiasi di spedire le sue truppe in quel Regno, poiche poteva la Rep.ca indipendentemente da essa convenire direttamente con i corsi una simile pacificazione. Dalla condotta tenuta dalla Francia nella missione delle sue truppe, confessa di avervi sin di quel tempo appreso ciò, che ne è risultato in oggi. E’ persuaso che la Corsica non è più per la Rep.ca, e che conviene accomodarsi a perderla, ma che convenga bensi procurare di perderla meno svantaggiosam.te che sia possibile; guardandosi però di non darla mai à i corsi: anzi in proposito del progetto della Francia vorrebbe rispondere in scritto nella sostanza che avendo il Governo Ser.mo avuta considerazione al d.o prog.o non può accondiscendere à quanto le viene proposto di darla si corsi senza prima interpellare quei principi che possono avervi interesse sul destino di quell’isola. Per continuarne, poi, il discorso, apprenderebbe che si dovesse presentare un piano à poco presso sul tenore di quello app.to l’anno 1761: Del progetto della Francia vorrebbe informarne le corti di Spagna, ed Inghilterra poiche quando queste o alcuna di esse ne dimostrasse qualche gelosia, allora vi sarebbe luogo ad avere qualche speranza che l’affare non sortisse un esito tanto infelice oltre di che potrebbe venire il caso di cederla à qualche Principe con qualche compenso. Si dirà che la Rep.ca attesi i trattati non può farlo indipendentem.te dalla Francia: ma egli risponde e perché non potrà la Rep.ca cederla à qualche principe, quando i corsi ridotti in libertà come in oggi si 34
vogliono dalla Francia, potranno darsi da loro medesimi. Appunto dei Serenissimi Collegi, 30 agosto 1765 Ser.mi Sig.ri, Sono due verità eterne, l’una che la Rep.ca non può, né potrà mai ridurre la Corsica, e l’altra, che ancora quando si accordassero ai corsi tutte le imaginabili concessioni, mai si presteranno ad una pacificazione, ne à sottomettersi in alcuna maniera al dominio genovese. Per disporre della Corsica puonno esservi dei rischi in vista dello Stato di Terraferma della Capitale, Commercio e manifatture. I corsi dicono di essere pronti a riconoscere la Rep.ca per Sovrana, ma che intendono e vogliono governarsi da per loro. Dunque potrebbe essere più espediente di promovere una specie di piano, che portasse l’erezione della Corsica in una specie di provincia unita alla rep.ca, concertando il sistema della legislazione, la qualità e il metodo del pagam.to delle truppe, la nomina dei Gov.ri e Giudici, esigenza delle vendite e tasse. Per questo Piano si richiede l’opp.no esame, ma certamente non potrebbe non riuscire che gradevole ai corsi ed innocuo alla Terraferma, siccome meno indecoroso per la Rep.ca. Copia di lettera del M.co M. Ministro Plenipotenziario Sorba di Parigi scritta a’ Ser.mi Colleggi in data dè 30 7mbre 1765. Ser.mi Sig.ri Martedì scorso in Versaglies il Sig.r Duca di Praslin mi disse che in seguito della lettera da me scritta in Compiégne li 27 luglio prossimo passato, trasmessa a VV. SS. Ser.me coll’ordinario dè 29 detto, per conseguire i buoni ufficij di Sua Maestà Xma presso sua Santità nella futura nomina al Vescovato di Sagona in Corsica l’Imbasciator di Francia aveva prestati i bramati Ufficij con ogni più ampio zelo e premura, che il Ministero Pontificio ne aveva riconosciuta l’efficacia a segno che confessando la propria propensione a portare Sua Santità a nominare al prestato vescovato indipendentemente dalla solita doverosa formalità di riguardo avuto dovuto della Ser.ma Rep.ca, avea tentato di giustificarsene sulla torbida situazione dell’Isola, la quale esistendo da trent’anni, e più, dava a credere che la Rep.ca non ci avesse più se non un’autorità precaria ed incapace di presentare ai vescovi il braccio necess.o per trattenerli contro gli ostacoli, che incontravano per parte dei Ribelli, quall’ora non sono loro gradevoli 35
e sulla certezza che non saranno mai contenti di quelli presentati da VV. SS. Ser.me: Che l’Imbasciatore di Francia aveva risposto tutto ciò, che conveniva rispondere in favore d’ogni sovrano in generale, e della Ser.ma Rep.ca in particolare per respingere la pretesa sudetta giustificazione, ma che non aveva potuto sormontare il ribrezzo del Ministro Pontificio a ricevere la solita p.ntazione da VV. SS. Ser.me di oggetti i quali certamente non sarebbero stati sofferti dai ribelli nella vacante Diocesi. Che il Nunzio Apostolico aveva avuto ordine di parlare ad esso Duca di Praslin nel medesimo senso e che infatti questi veniva di eseguirne un momento inanzi l’incombenza. Che questa era stata accompagnata di una longa informazione dè motivi per cui Sua Santità si era stimata nell’obbligo di spedire in Corsica il noto preteso Visitatore, e di varie espressioni dirette a dissuadere chi supponesse nella Santa Sede il progetto d’impadronirsi della Corsica, che i genovesi si erano trovati interessati a spandere nel mondo per cuoprirne il vero, ed unico motivo di detto Visitatore, di soccorrere cioè tanti fedeli, che rimanevano privi d’ogni assistenza spirituale. Rimetto qui il Sig.r Duca di Praslin in aria di voler sentire quel che in tal proposito avessi potuto rispondere: Io dissi essere destituito di ogni fondamento il pretesto con cui il Ministero Pontificio avea indotta Sua Santità alla missione del preteso Visitatore, mentre non potevano dirsi privi di soccorsi spirituali, quelli che volendo di godere avevano le Chiese libere, i sacerdoti approvati ed i Vescovi, a cui potevano indirizzarsi per conseguirli; essere invece un passo poco degno della prudenza dell’aotore quello di dare a chi per mero spirito di Ribellione non vi si vuole indirizzare la maniera di appartarsene, e di partecipare alli santi Sacramenti colla macula di un delitto, che non può negarsi essere un peccato mortale: essere tutti i Sovrani interessati nella caosa della Ser.ma Rep.ca, non dovendo egli permettere che il Papa torni ad usurpare la facoltà di sciogliere i sudditi dal giuramento fatto al Sovrano, e di crederli in istato di grazia, malgrado la più notoria e potente fellonia. Il Regio Ministro replicò che io volevo entrare in una troppo vasta questione, e che appunto per richiamarla colla Corte di Roma, egli aveva preso un ispediente, che gli sembrava adattato alla presente congiuntura: che si era espresso col Nunzio Apostolico che prescindendo detta questione se possa o non possa il Papa procedere alla nomina del Vescovo di Sagona colla temuta 36
innovazione di non ricevere la solita presentazione del Sovrano, sua Santità doveva considerare quanto malvolentieri vedrebbe sua Maestà Xma una simile innovazione in Corsica, durante il soggiorno delle truppe francesi. Che il Nunzio Apostolico aveva replicato essere ciò appunto il pensiero di sua Santità, tanto per il Vescovato di Sagona, quanto per alcuni altri Vescovati vacanti ancora in Corsica. Non volendo io approvar attivamente il suddetto espediente, risposi al Regio Ministro essere tanto più essenziale di ascoltare sin d’ora la solita presentazione dè Soggetti dà farsi da VV.SS.Ser.me quanto che oltre la regolarità nel fato, sua Santità avrebbe altresì la consolazione di giovar molto in tal modo alla Pacificazione, mediante il disinganno che ne risulterebbe ai semplici presso di cui i Capi si prevalsero del passato contegno della Corte di Roma, per dar loro a intendere che quello che hanno col Sovrano è intieramente approvato da Sua Santità e conseguentemente non solo lecito, ma forse sacrosanto. Il Sig.r Duca di Praslin ripigliò nuovamente non aver saputo far meglio per non assumere nelle presenti congiunture qualche formale impegno colla Corte di Roma e che non poteva la Francia che ringraziarla della palesata moderazione in aspettare che la pacificazione fosse terminata e le truppe francesi fuori della Corsica per nominare ai Vescovati sia dipendentemente dalla solita presentazione della Ser.ma Rep.ca nel primo caso sia in quell’altro modo, che nel secondo caso potrà esser fissato fra essa e la Corte di Roma. Soggiunse quindi il Regio Ministro=quello che vi è di peggio in ciò si è che un anno è già passato senza che la pacificazione abbia fatto ancora alcun progresso. Io non ne ho più sentito parlare dopo Compiegne e però non so dove ne stiamo: Cosa si è fatto poi sul consaputo cambio dè prigionieri, mi sembra, che egli fosse allora assai vicino ad effettuarsi. Io risposi esser pur troppo vero, che la pacificazione non avea paranco fatto alcun progresso, ma essere altresì vero che VV. SS. Ser.me erano ben lontane dall’avervi alcuna colpa, essendosi elleno mostrate disposte à prestarsi alla cessazione delle ostilità, che vi guardano come un’istradamento indispensabile alla Pacificazione, ed essendo altresì disposte a sentire tutte quelle decenti a ragione di proposiz.ni su cui si crederà possibile di stabilire una durevole pacificazione, che VV. SS. Ser.me avevano già date più prove della sincerità di questi loro sentimenti specialmente nell’affare de priggionieri, in cui 37
elleno si erano prestate à tutte le insinuazioni promosse dal Sig. Conte di Marbeuf, come di rilasciare esse indistintamente tutti i loro prigionieri, ben che più numerosi che tutti quelli de’ ribelli e di rimettersi alla prudenza di quell’Ufficiale generale nelle precauzioni da prendere per impedirli di commettere delle ostilità dopo il rilascio. […omissis…] Tempo di riprendere il discorso se d.a nomina se VV.SS. Ser.me lo stimassero a proposito ma posso aggiungere che non penserei neppure di combattere apertamente la sud.ta opinione con ogni buon esito, se potessi lusingarmi che non ne fosse pertanto tra i due figli cugini che in mia presenza. Per questo appunto sono quieto sopra quanto concerne la Pacificazione di chi ha l’onore di servire VV. SS. Ser.me e però la rettitudine del Sig. Duca di Choiseul mi è così ben nota che sono garante che qualunque sia l’impegno che gli interessati gli avranno inspirato per qualche sistema della tempra, che abbiamo già più volte subodorato, e qualunque sia l’indifferenza si dovrebbe travagliare ed eluderne l’effetto all’occorrenza, ciò non ostante il Sig.r Duca di Choiseul facilmente ne riverrà, tosto che sarà tempo di fargliene considerare il falso e le cattive conseguenze: E’ bensì vero, che frattanto i ribelli guadagnano forze del terreno e così debbo crederlo, se presto fede alle relazioni degli stessi ufficiali francesi già a portata di saperlo, ma essendo un ponto principale delle mie interpretazioni di non portar la mente anche su di ciò, così resterei nella maggior risserva anche su di esso, sinché VV.SS. Ser.me non mi ordineranno diversamente. Mi rinviene la parte sicura in questo ordinario, che il Reggimento Real Corso non tarderà molto a essere incorporato dal Regim.to Reale Italiano, le continue reiterate fisse? Tra essi due vi possono molto contribuire ma veggo che si pala ad un tempo della prossima venuta del Buttafuoco della Corsica e questo sta cogli occhi aperti sopra di ciò, a norma specialm.te delle ultime veneratissime vacanti istruzioni. Bastia 13 luglio 1765, Agostino Spinoni.26 In esecuzione de’ generabilissimi fogli di V.V. I.I. Ser.me del 23, e 26 Giugno passato, mi sono procurato la nota de’ Prigionieri che si ritrovano nelle carceri di Corti, che qui ritroveranno compiegata. Io credo che possa essere esatta perché li 26
Archivio di Stato di Genova, fondo Archivio Segreto, filza 2111.
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ho fatta estraere da due note provistemi da due differenti soggetti, a quali hò appoggiato tale incarico. Da Pietro Poggi stapoliere de’ sali, non meno che da Giacomo Ant.o Piantanida hò preso le opportune informazioni riguardo alli sali arrestati sopra de’ bastimenti toscani, e ritrovo che il sale fatto sbarcar dalli due Pinche guidati dal Fran.co Arena, e riposto in quegli pubblici magazeni ascende a mene 84317, di rubbi 12:18:8, et il sale fatto sbarcare dal bastimento del Pron Gio: Batt.a Lotti e riposto come sopra in questi magazeni ascende come a mene 143 di rubbi 12:18:8 di sopra. E perché VV. SS. Ser.me possano riconoscerne la qualità ne umilio le mostre racchiuse in due scodelle colla loro rispettiva iscrizione, et improntate col mio sigillo. Questo è quanto ho l’onore di partecipare a VV. SS. Serenissime, alle quali col somm’ossequio, umilmente m’inchino Di VV. SS. Ser.me Bastia 13 luglio 1765, Nota del M.re Viceregente sui prigionieri che sono nel castello di Corti. Nota de’ prigionieri che si ritrovano nel castello di Corte. -CorteRelò Dottor Giuseppe Maria Antonetti per esser ben affetto alla Ser.ma Repubblica. -MurianiIl Cavaliere Filippo Maria Costa della castellana per essere sospetto al de Paoli di intelligenza col Maresciallo Matra. -TavagnaSr. Giacomo Francesco Pieri, e figlio sacerdote p. sospetto c.sa [come sopra] Sr. Angelo Vivo corsi p. sospetto come sopra. Giacomo Santo di Talavani p. sospetto come sopra. Sr. Giovanni del Poggio per sospetto come sopra. -SerraSig.r D. Paolo Zuani Parroco di d. luogo per sospetto come sopra Sig.r Cosma Zalana Marchetti p. sospetto c. sopra. Sr. Ipolito Marchetti di Zalana per sospetto c. sopra. -Verde39
Cap. Paolo Felice Durandante con un suo cugino, e figlio di Tazzino stati al servigio della sr.ma Repubblica p. sospetto come sopra. -OrezzaSig.r Cap. Gio: Carlo Ciavalchini p. sospetto come sopra. -TalciniLazarino Calvani di S. Lucia p. sospetto c.sa. -RognaTomaso Cremoni d’Erbajolo p. sospetto c.sa. -Di là da MontiColon.o Lillo Peretti con n° 23 persone p. sigortà fatta che l’Abbatucci vi debba imbarcare per terraferma. Sr. Giulio Panzani p. sospetto d’intelligenza col M. Matra. Cap. Batt.a Pianello p. sospetto c.sa. -AlgajolaFrancesco Giuliani Gio: Santo Ambrosiani Dimesso – Gregorio Graziani
Fatti prigionieri in mare
Giovanni Rubbia Luigi Padrone Giuseppe Ambrosiani -LinguegliaAntonio Lemeriva= fatto prigioniero c. sa. Uno dell’equipaggio delle barche da corso naufragate. -GenovaM. Capo Defranchi Cap. Monde Tenente Lega
Fatti prigionieri in terra
Ten. Costa Tenente Tiboldi Gio: Batt.a Sauco Le 5 août 1765. Le consul Régny au Ministre.27
27 Il 5 agosto 1765. Il console Régny al Ministro. …Mi si fa notare dalla Toscana che l’arrivo del Signor Stanley, che era a Firenze da dove è dovuto passare a Livorno per imbarcarsi per Napoli o la Sicilia, aveva fatto tenere numerose proposte relative alla Corsica, nella supposizione che gli
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... L’on me marque de Toscane que l’arrivée de M. Stanley qui était à Florence d’où il devait passer à Livourne pour s’y embarquer pour Naples ou la Sicile, avait fait tenir plusieurs propos relatifs à la Corse, dans la supposition que les Anglais ne voient pas avec plaisir la bonne harmonie qui règne entre les troupes du Roi et les rebelles quoique je croie que cette supposition soit dépourvue de tout fondement, je crois devoir Vous informer Monseigneur, de ce qui se débite à ce sujet. Le 2 septembre 1765. Le consul Régny au Ministre.28 Le Gouvernement, informé que quelques corsaires corses s’étaient approchés des deux rivières, on a envoyé immédiatement deux galères l’une sur la côte orientale, l’autre sur l’occidentale. Ces galères partirent à cet effet hier pour protéger la navigation et mettre à l’abri les nobles qui sont à leur campagne contre les entreprises de ces corsaires qu’on suppose déterminés d’y faire des descentes dans l’espoir de tirer bon parti des prises qu’ils se proposaient de faire.29 Sessione del Minor Consiglio 6 7mbre 1765. […] Che le Piazze della Corsica non restino mai in potere dei corsi; ne deriverebbe altrimenti una nuova Potenza sommamente dannosa alla Rep.ca, e che potrebbe ancora interessare molto le convenienze della Francia medesima, particolarmente in evento di guerra, trattandosi di Nazione volubile et intraprendente e che situata in un’isola, si troverebbe alle occasioni nel caso di cagionare non poco imbarazzo anche alle potenze più considerabili. Non potersi tampoco acconsentire dal Governo che alcuna delle Piazze di quell’isola confidata sia alle truppe di alcun Principe, particolarmente di Italia, di cui interessi e vedute potessero risultare pregiudiziali a quelle della rep.ca, o ai di Lei Stati di terraferma; dovendo ad un tempo il Governo esporre la Inglesi non vedano con piacere la buona armonia che regna tra le truppe del Re ed i ribelli nonostante io credo che questa supposizione sia sprovvista di ogni fondamento, io credo di doverVi informare, Monsignore, di ciò che viene dibattuto su questo argomento. 28 Il 2 settembre 1765. Il console Régny al Ministro. Il Governo, informato che qualche corsaro corso si era avvicinato alle due riviere, ha inviato immediatamente due galere, una sulla costa orientale, l’altra su quella occidentale. Queste galere sono partite a questo scopo ieri per proteggere la navigazione e mettere al sicuro i nobili che sono nelle loro campagne contro le imprese di questi corsari che si suppone intenzionati a fare discetta nella speranza di trarre vantaggio dalle prese che si propongono di compiere. 29 Tentativi di questo genere furono sventati prima della loro esecuzione.
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giusta sua delicatezza di non attirarsi per il destino della Corsica il risentimento delle altre Potenze. Con questi principi che sono assolutamente indispensabili al Governo, tale essere la confidenza sua nella propensione del Rè, che prima di proporre alcun piano desidera ed espressamente richiede i Lumi della Regia Corte; tanto più che il sistema de fissarsi deve essere stabile, e fermo e senza che ne risulti alla Rep.ca alcun aggravio di spesa. E per fine confidare il Senato che questa sincera sua apertura persuaderà non solo la Regia Corte della piena ingenuità dei suoi sentimenti, ma impegnerà ancora il Rè, ed il Regio Ministero a riguardare questo importantissimo affare con quella propensione ed efficace interessamento per la Rep.ca, di cui se in altre occasioni ha avute le prove, questa certamente, da cui dipende la propria sicurezza farà sempre l’oggetto della maggiore sua riconoscenza. Relazione degli Em.mi Tre Togati Com.mti sulla Corsica Signori, Avendo i Ser.mi Colleggi seriamente esaminato il dispaccio del M.co Sorba di Parigi in data dei 29 Luglio passato, in cui rapporta la lunga conferenza ch’egli aveva avuta con i Regj Ministri relativa alla Pratica di Corsica, ed avendo pure attentamente applicato alla Consulta tenutasi nel Minore Consiglio, hanno appreso che la proposizione avanzata dai ribelli di doversi escludere dall’isola qualunque genovese con un semplice omaggio alla Rep.ca in segno della di lei sovranità, per quanto sia stravagante, ed assolutamente inaccettabile, non è però nuova, mentre altre volte e particolarmente nel 1761 fu da loro indicata. Considerato però da lor Sig.rie Ser.me il riferito dispaccio del M.co Sorba, ne risulta altro essere quello che i corsi vorrebbero e propongono, ed altro essere il discorso dei Regi Ministri, domandando anzi essi un piano per parte della Rep.ca con spiegarsi che il mediatore deve essere al fatto delle intenzioni e dei progetti delle due parti; prevedendo bensì ad un tempo, che nel piano da darsi possa vedersi ciò che la Rep.ca vuol fare della Corsica, e come intende di goderla all’avvenire e soggiungendo essere vano di proporre qualsivoglia editto, regolamento di paesi di stato, ed altri simili progetti, giacché non è più il tempo di tali mezzi per contenerli. Affine dunque di eseguire quanto disse il Sr. Duca di Choiseul e 42
sostenne alzando la voce il Sig.r Duca di Praslin, converrebbe formare un piano da comunicare ai Regi Ministri; ma riflettono i Ser.mi Colleggi essere in primo luogo difficilissimo l’estenderlo di una maniera che convenire possa a tutti gli interessi della Rep.ca; e che ancora quando le Signorie loro si prestassero alla formazione di tale piano, gli articoli di esso che fossero in favore dei corsi, si riguarderebbero come punti accordati, e ciò che il Governo stimasse di aggiungere in suo favore, farebbe sempre l’oggetto di una nuova diminuzione. Consideravano inoltre lor Sig.rie Ser.me due essere relativamente alla Corsica le circostanze più rovinose per la Rep.ca, e quelle per conseguenza che devono ad ogni costo evitarsi; una cioè se la Corsica rimanesse intieramente in mano dei ribelli, e divenissero questi una nuova Potenza in mezzo del Mediterraneo, ed intanta vicinanza dei Stati di terraferma; l’altra se il Ser.mo Governo tra qui e tre anni fosse nuovamente costituito nella necessità di difendere con i propri mezzi le Piazze e di ritornare quindi in quelle spese immense che le Signorie Loro ben sanno se sono ormai più sopportabili a questa Nazione. Premesso quanto sopra hanno appreso i Ser.mi colleggi, che nella combinaz.ne delle circostanze presenti fosse più opportuno di comunicare quest’istessi sentimenti con altre uniformi considerazioni in linea di massime invariabili ai Regj Ministri, e di lasciar loro in qualche modo la cura di proporre un piano, il quale quando sarà da loro proposto, potranno le signorie loro aggiungervi o diminuirvi alcuno di quegli articoli, che ritrovassero o più addattati o non accettabili. Ne sembra possa da ciò temersi quella delaz.ne la quale anch’essa sarebbe molto dannosa, mentre al contrario dal più volte detto dispaccio si ricava la premura dei prestati Regj Ministri di dare un pronto incamminamento a questa pratica, in vista del segnato timore, che frà tre mesi al più non fossero i ribelli per esigere da S.M. di evacuare le Piazze, o di procurar loro un aggiustamento; quale cenno sebbene abbiasi luogo di credere che sia più tosto l’effetto del desiderio che ha la Regia Corte di determinare la Rep.ca alla definizione di questo affare, pure non lascia anch’esso di esser meritevole delle sue considerazioni. Apprendevano quindi lor Sig.rie Ser.me che potesse istruirsi il M.co Sorba nella sostanza seguente: Essere il Ser.mo Governo disposto ad entrare in quelle divise, che siano adattabili nelle odierne circostanze, purché gli siano innocue in riguardo 43
agli indispensabili suoi interessi e vedute massime per lo Stato di Terraferma. Non potere quindi la Rep.ca prescindere da alcuni principj e massime che la penetrazione del Regio Ministro troverà certamente della maggiore solidità et importanza. Lettera 8 ottobre 1765 da Calvi. Pietro Angelo Maria Grosso Sonomi contemporaneamente pervenuti tre venerat.mi fogli di VV.SS. Ser.me sotto data dè 15 e 22 agosto, e 25=sett.e scaduti, relativam.te al primo devo costantem.te assicurarle, che la voce sparsa nella Città di Bastia comunicatagli da qual Mag.co Vigeg.te sulle divise col dè Paoli di convocare alla di lui consulta i Soggetti componenti i Mag.ti dè rispettivi Presidii, ebbe qui sol tanta un qualche luogho dà sospicarne su quello variam.te né raggionavano i Paesani, che capitavano alla giornata prima dell’ultima consulta assemblata dal medesimo nella Terra di Corti, poscia però non si è inteso più favellare in benché menoma cosa su tale punto, né starò non di meno nella mag.re attem.ne e diligenza p. quanto puotesse nascere in appresso, e nel caso, che ciò si avveri, contenerò nelle forme prescrittemi chiunque fosse p. essere audace di volervi accedere, ed intervenire, come in coerenza hò partecipato al P. d’Alg.a [Algajola]. Rapporto poi al secondo sulla Gabella dovuta p. l’estraz.ne dè denari da beni e spiagge invase dà ribelli, che in oggi unicam.te riduconsi all’oglio, di cui è il pieno totale commercio nel Scalo dell’Isola Rossa giacché p. ordini recentem.te emanai dal Capo anzid.o, resta rigorosam.te vietato ogni imbarco di vettovaglia, Siasi la terraferma, che p. i Presidij, come p. tale causa non meno questa Comm.tà, che altre locali sono rimasti defraudati d’un centinaio, e più di mine di grano convenuto con capara nel Sommante, in quali estr.ni servendo il Regno non cade il dritto della Gabella, riguardo dissi all’oglio, à me consta che l’Amministratore della presente Gabella di Corti e mercantia quall’ora (non da che godo l’onore di servire VV.SS. Ser.me) ma precedentem.te è capitata qualche gondola d’Ajaccio p. trasferirsi nel succitato scalo a far carrico d’oglio in uso di quel Comune, gli ha usata dell’indulgenzia, con rilascio sulla tratta dovuta pagarsi, ma non così essi puotuto, né si può regolare co’ P.roni dè Bastimenti d’estera bandiera, poicché senza affatto riconoscere l’Appaltatore, ò vanno direttam.te in d.o Scalo, incontrando propizio il vento, e fatto il Carrico, partono al prefisso loro destino, ò essendo obbligati dal tempo ad ancorarsi in questo corso, simulano d’essere altrove diretti, e poscia collà si portano al d.o oggetto, 44
come né giorni addietro ha praticato P.rone di Tartana Francese proced.e da Tolone con pieno di giare p. ivi esitare, e fusti vacanti da riempire ed è certo, che i bastim.ti francesi in buona parte della riviera di Ponente forniti dalla bandiera, hanno fatta la più forte estraz.ne di d.o genere da quel scalo, p. cui dà corsi esigesi il cinque p. cento sul valore, e prezzo dell’oglio, ed ugualm.te sull’ammontare delle merci che ivi vendono i rispettivi P.roni, e secondo il bisogno che tiene il Capo dè Pauli di far coniare Lire e mezze lire nella sua zecca, fa ritirare dà P.roni e sia Mercanti tutti i scudi di Francia recati p. l’impiego dell’oglio, dando à medesimi l’equivalente in Corsa moneta, con la quale religiosam.te accettata, effettuano sud.a compra. Non ostante però quanto ho stimmato di premettere sull’esistenza del fatto, farò uso di quanto mi commandano col d.o Gabellotto, aciò con le prefisse circospez.ni si maneggi in ogni occorrenza e di quello sarà p. accadere, né sarà raguag.to l’Ecc.mo Mag.to di Corsica, siccome di conformità sarà osservato in ogni con tingibile estraz.ne di grano, ò altra vettovaglia, dipendendone da me la riscossione del dritto attualm.te p. conto pubblico. Cessando poscia all’ultimo confesso a VV. SS. Ser.me la mancanza da me commessa nella nota lettera avanzata a S:E: il Sr. Conte de Marbeuf, cui non diedi il titolo dell’Eccellenza prescrittomi nelle mie istruzioni, ed invece mi valsi del stile francese, di che unica ne fu la cagione la sollecitudine ebbi di prevenirlo con d.a mia appena posto piede in questo Presidio, giacché riseppi essere a momenti sulle mosse p. l’eseguito suo giro. Sud.o Sig.r Conte quando fui a complimentarlo nel suo qui breve soggiorno, intinse meco la ricevuta di d.a mia, allorché in acconcio gli ne diedi un lieve motivo, ma poco dopo da questo Sig. de Pierual Comman.e Francese, come di proprio moto, non già di commessione, fummi spiegato avere il nominato sig.re ricevuta sud.a mia, cui non aveva data risposta p. l’ommessione appunto del segnato dovutogli titolo, onde ritornato prontam.te dal medesimo, mi sincerai nella meg.r forma a me possibile di tale inavertita mancanza e parsemi che stasse appagato di mie discolpe, mentre non una volta replicommi a non prendermi cura di ciò la menoma pena, onde tal motivo ho stimmato inopportuno d’innoltrarle altro officio di scusa, conforme emmi commandato da VV.SS. Ser.me a cagione principalm.te che prima di ricevere i venerati loro ordini gli avessi inoltrata altra mia gratulatoria, p. il di lui ritorno in Bastia, di cui né umiliò la copia p. sentire a mio governo, se abbia compito o mancato convenevoli. 45
Vane sono riuscite le più vive insistenze dè Paesani presso il Capo dè Pauli p. ottenere di condurre qui le loro cose a vendere secondo il solito, e giammai, come di presente ha egli goduto il piacere d’allontanare ogni genere ed ogni persona da questo presidio, ed in sole due mine di grano la settimana, è stata ristretta la quota di mine sei accordata p. il pane in provista dè Sig.ri Ufficiali francesi; comprendo che l’oltremodo severa proibiz.ne di portar veruna sorta di viveri alle piazze, ha di molto l’origine dal sterile racolta di Biade stato generalm.te nella Corsica, quindi non essendovi adito dà sperare da con vicini Paesi la menoma sussistenza, ho dati tutti i maggiori impulsi a Deputati di questo comune, acciò prendano le divise più opportune p. procedersi altronde. Constarà credo prima d’ora a VV. SS. Ser.me essere di qui passati a domiciliare nella Balagna i due fratelli Giuliani con le proprie famiglie sulla vana lusinga di percepire i frutti dè loro beni occupati sin qui però non han puotuto superare un tal punto, ed al più conseguiranno la prolazione d’averli in affitto in concorso d’altri offerenti, siccome ugualm.te potrà esserle noto, che il Dr. Castelli si è quasi fissato nella Balagna ad esercitare la propria professione e che similm.te frequentano né Paesi i due fratelli Edoardi della Bastia qui abitanti da qualche anno, e li locali Gio: Tommaso Ciacaldi, e medico Damiano Giubega ambedue nel scaduto agosto andati in Corte a presentarsi nanti il Dé Pauli, non so però a qual oggetto, so bensì che qui resosi d.o Giubega, non ha avuto ribrezzo in asserire d’essere stato di lui commensale e di fare encomij delle particolari prerogative del medesimo. Né giorni scorsi questo Antonio Panatero alteratosi nella propria casa con la moglie, la ferì col coltello in un braccio, e medicata la stessa da chirurgo francese non fu presentata in Curia alcuna relazione, tampoco alcuna querela p. parte della ferita, e d’alcuno dè suoi congiunti. Apprendo, che la notorietà del fatto dona campo al fisco di puoter procedere ex officio, ma non ho stimmato di sollecitarlo sì perché la ferita quantunque p. comune voce transverberante, non era di pericolo, p. non aver preso letto sud.a femina, sì perché la stessa rappacificatasi ben tosto col marito, avrebbe costantem.te negato il fatto, ed attribuitane la causa a qualche altro verisimile accidente e molto più sonomi a ciò indotto a cagione che essendo d.o Panato fratello della moglie di questo sotto Console di Francia, con la quale passa la sua conversatione il Sig. Comm.te dè Pierual, nel caso avessi fatto dar principio a procedare mi avesse puotuto impegnar ad ommetterne il corso, di che 46
a sola contemplatione, che diversam.te non sia esposto a SS. VV. Ser.me ne ho fatta la narrativa, giacché non mancano veri appassionati ricoperti da falso velo di giustizia, e profondam.te mi inchino. Registro de’ Postamenti occupati da Signori francesi e dell’altri lasciati in abbandono 1765 @ 15 Gen=o Bastia Corpi di guardia in Terranuova, e Terravecchia consegnati dalle truppe della Ser.ma Rep.ca à a quelle di Sua Maesta Xma. Terranuova
Terravecchia
Tenaglia
Marina
Porta
Molo
Cittadella
S.Cosmo
S.ta Maria
Barriera di S.Nicolò
Chiostro
Barriera Misericordia
Batteria Nuova
Barriera Filippina
Dragoni
Barriera S.Giuseppe Scalo Portovecchio
1765 @ 21 Genaro, Bastia Postamenti esteriori consegnati dalle truppe della Serenis.ma= Rep.ca = a quelle di S.M.Xma Torre di Toga Torre di Miomo Ridotta al Cottoggio Ridotta al Castelaccio S.ta M.a di Lota S. Martino di Lota S.ta Lucia e Ville Cardo e torre di Vetrica Ridotta S. Gaetano Forte Strafforello Forte della Croce 47
Forte di Monserato Ponteprato Ridotta Sansonetti Isolotto del Stagno Postamenti esteriori non occupati dalle Truppe francesi e che erano guardati da Paesani Cappuccini Torre Falconara Torre Metroccolo Casa Zigo Casa Pellegrini Aia di becco Tombolo Postamenti esteriori non occupati dalle Truppe francesi e che venivano guardati da Truppa Regolata Ridotta S.Francesco Magazeni di Miomo Colombara Capitolo di lettera del MM. Mi.tro Sorba di Parigi in data de 22 aprile 1765. Ho l’onore di segnare a VV. SS. Ser.me di aver letta una lettera di un Ufficiale Corso da Perpignano, il quale riferisce che il Secondo battaglione di Reale Italiano passa in quartiere a Collioure luogo più indentro della Francia, dà il nome di un Ufficiale suo compagno destinato a ricevere in Antibbo i sogetti del noto nuovo reggimento, suppone, che quaranta di essi siano già arrivati ind.o Antibbo, e che il noto Pasquale de Paoli ne debba essere il Comandante Proprietario, facendo egli di già secondo d.a lettera la distribuzione degl’impieghi. Questi ufficiali corsi, à cui viene scritto tal cosa la sentono malvolentieri, l’Ornano, cioè, à motivo della pretenzione, in cui era di essere Egli med.mo proprietario di quel Reggimento, e gli altri che sono due fratelli Rossi, per l’aderenza che secondo l’uso del loro Paese tengono per esso luj. 48
Da ciò accade, che essi si esprimono competentemente bene verso della Ser.ma Rep.ca, molto male contro quei loro Patrioti, che continuano ad intorbidare il Regno e senza nascondere il loro privato pensiere sul progetto che essi suppongono nel Sig.r Duca di Choiseul di pacificare la Corsica per l’opera dello stesso Capo Ribelle, mediante l’allettativo del pref.to Reggimento, ed anche del grado di Mar.llo di campo, siccome altro non può vedersi per ora nel sud.o preteso progetto, che l’effetto delle buone intenzioni del Sig. Duce di Choiseul, cosi sono a sentire con aria indifferente quelli che vengono a parlarmene, qualunque possa saperne il vero e non certo neppure di approfondire maggior.e per non indisporre chi si sia con una soverchia curiosità, tanto più non potendo attutto andare, ricavarne altro di più di quello che ne so, e non essendo nel Capo di farne alto uso, che di renderne consapevoli VV. SS. Ser.me, come ho l’onore di fare. Le 20 janvier 1766. Le consul Régny au Ministre.30 Quoique Vous soyez, Monseigneur, très informé des nouvelles de Corse, je prends la liberté de Vous communiquer ce que j’en ai appris en dernier lieu au sujet de l’accueil que les habitants de San Fiorenzo et de Bastia ont fait au général Paoli à son arrivée à Patrimonio. Les habitants de San Fiorenzo ayant à leur tête le chef du lieu appelé le Père du Commun, sont allés complimenter le général et lui faire les plus vives protestations d’attachement au Gouvernement de la Nation.31 Il n’y eut que cinq particuliers qui ne se joignirent pas à la totalité, quatre desquels s’étant ravisés y allèrent le lendemain. Le sieur Bizarelli qui fait les fonctions de lieutenant pour la République, est le seul qui n’ait pas été 30
Il 20 gennaio 1766. Il console Régny al Ministro. Nonostante Voi siate, Monsignore, ben informato delle notizie della Corsica, io mi prendo la libertà di comunicarVi ciò che ho appreso in ultimo luogo riguardo all’accoglienza che gli abitanti di San Fiorenzo e di Bastia hanno fatto al generale Paoli al suo arrivo a Patrimonio. Gli abitanti di San Fiorenzo avevano alla loro testa il capo del luogo chiamato il Padre di Comune, sono andati a complimentarsi con il generale ed a fargli le più vive manifestazioni di attaccamento al Governo della Nazione. Ci sono state solo cinque persone che non si sono unite alla totalità, quattro dei quali si erano ricreduti e sono andati il giorno seguente. Il signor Bizarelli che svolge le funzioni di luogotenente per la Repubblica, è il solo che non si è complimentato con il generale. La distanza di due ore e mezza circa ed il pessimo tragitto coperto di neve e di ghiaccio non hanno trattenuto gli abitanti di Bastia che vanno tutti i giorni a dare coraggio al generale ed a manifestargli attaccamento e rispetto. Mi si evidenzia che ci sono dei forti contrasti in questa città tra coloro che hanno portato questo segno di rispetto per il generale e coloro che, attaccati al partito della Repubblica, hanno deciso si non uscire dalla città. I primi protestano che non obbediranno più al Vice-Gerente per la Repubblica ed, in effetti, questo ministro che aveva fatto una richiesta, si è rifiutato di andare ed ha protestato che se lo avessero inviato con la forza avrebbe fatto fuoco sugli sbirri. 31 I «Padri del Comune» hanno esercitato in Corsica, come a Genova, le funzioni di amministratori municipali.
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complimenté le Général. L’éloignement de deux heures et demie environ et les mauvais chemins couverts de neige et de glace n’ont pas retenu les habitants de Bastia qui vont tous les jours faire leur cour à ce Général et lui faire toutes les protestations d’attachement et de respect. On me marque qu’il y a de grands contrastes dans cette ville entre ceux qui ont donné cette marque de respect à ce Général et ceux qui, attachés au parti de la République, ont affecté de ne pas sortir de la ville. Les premiers protestent qu’ils n’obéiront pas au Vice-Gérant pour la République et, en effet, ce ministre en ayant envoyé appeler un, il refusa d’y aller et protesta que s’il l’envoyait prendre par force, il ferait feu sur les sbires. Le 27 janvier 1766. Le consul Régny au Ministre.32 ... Tous les habitants de Bastia ont été rendre leurs hommages au général Paoli qui leur a fait l’accueil le plus gracieux. Le syndic du “Magistrato” de Calvi joint à trois autres des principaux bourgeois ont été trouver ce Général pour le supplier de s’approcher de leur ville, l’assurant que tous les habitants l’y attendaient avec la plus grande impatience pour lui aller faire les protestations les plus vives de leur attachement au Gouvernement de la Nation.33 Le 10 février 1766. Le consul Régny au Ministre.34 ... Cinquante-six Corses sont renvoyés à Bastia. Le public espère que cet échange sera l’époque de la réconciliation des deux nations et que l’on ne tardera pas à voir la fin d’une guerre trop ruineuse pour cette ville et son commerce... Le 24 mars 1766. Le consul Régny au Ministre.35
32 Il 27 gennaio 1766. Il console Régny al Ministro. … Tutti gli abitanti di Bastia sono andati a rendere i loro omaggi al generale Paoli che gli ha fatto l’accoglienza più graziosa. Il sindaco del «Magistrato» di Calvi insieme a tre altri dei principali borghesi sono andati a trovare questo generale per supplicarlo di avvicinarsi alla loro città, lo hanno assicurato che tutti gli abitanti lo attendevano con la più grande impazienza per fargli le più vive manifestazioni di attaccamento al Governo della Nazione. 33 Il Magistrato ha anche la funzione di “Giunta” per la gestione degli affari della Città. 34 Il 10 febbraio 1766. Il console Régny al Ministro. …Cinquantasei corsi sono stati rinviati a Bastia. La gente spera che questo scambio sarà l’inizio della riconciliazione tra le due nazioni e che non si tarderà a vedere la fine di una guerra troppo rovinosa per questa città ed il suo commercio… 35 Il 24 marzo 1766. Il console Régny al Ministro. Mi si riferisce dalla Corsica che il generale Paoli è stato nel Capo Corso e che le comunità di questa regione siano andate da lui per presentare le loro lamentele circa le imposizioni di cui erano stati caricati con il pregiudizio dei loro antichi privilegi, cosa che lui ha ascoltato favorevolmente assicurando il dispiacere che aveva di non poterli esimere al momento, ma che conoscendo le scarse risorse dovute al Governo
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On me mande de Corse que le général Paoli était au Cap corse où les communautés de ce ressort étaient allées lui présenter leurs plaintes par rapport aux impositions dont elles ont été chargées au préjudice de leurs anciens privilèges, qu’il les a écoutées favorablement en les assurant du chagrin qu’il avait de ne pas pouvoir les décharger dès à présent, mais que connaissant le peu de ressources du’ Gouvernement de la Nation pour suppléer aux dépenses considérables qu’il était obligé défaire pour secouer le joug de la République, ce Gouvernement ne pouvait se dispenser de prendre les mesures les plus propres pour se mettre en état de s’opposer virilement aux entreprises des Génois qui profitent du séjour des troupes françaises pour faire des économies suffisantes pour opprimer la liberté naissante de la Nation, que tous les bons patriotes doivent contribuer volontiers à une dépense nécessaire, de laquelle on pouvait espérer les succès les plus heureux. L’on mande que ce Général se disposait à partir du Cap Corse pour passer dans la province de Balagna. On a appris par le rapport de quelques mariniers venus d’Ajaccio que cette ville était en trouble, sur la nouvelle qui s’y est débitée que le Commissaire pour la République avait condamné à mort les deux habitants de la dite ville qui après s’être défendus contre les sbires, n’avaient été arrêtés que par les soldats français dont le dit Commissaire avait dès lors demandé le secours et que l’on attendait pour l’exécution, le ministre de la justice que l’on avait envoyé, à cet effet, de Bastia. Il semble, d’après le rapport de ces mariniers, que les habitants de la dite ville sont disposés à prendre les plus cruelles déterminations si on en vient à l’exécution de la sentence... Le 8 juillet 1766. Le consul Régny au Ministre.36 della Nazione per supplire alle spese notevoli che era obbligato a fare per sciogliere il giogo della Repubblica, questo Governo non poteva dispensarsi dal prendere le misure più adatte per mettersi nella condizione di opporsi virilmente alle imprese dei Genovesi che approfittavano del soggiorno delle truppe francesi per fare delle economie sufficienti per opprimere la libertà nascente della Nazione, che tutti i buoni patrioti dovevano contribuire volentieri a una spesa necessaria, da cui si poteva sperare nel successo più felice. Si dice che questo Generale si sia disposto a partire dal Capo Corso per passare nella provincia di Balagna. Si apprende dal rapporto di qualche marinaio venuto da Ajaccio che questa città era in difficoltà, sulla notizia che si era ufficializzato che il Commissario della Repubblica aveva condannato a morte i due abitanti della citata città che dopo essersi difesi contro gli sbirri, non erano stati arrestati che da alcuni soldati francesi di cui il detto Commissario aveva chiesto il soccorso e che si attendeva per l’esecuzione il ministro della giustizia che era stato inviato, a questo scopo, da Bastia. Sembra, dopo il rapporto di questi marinai, che gli abitanti della detta città siano disposti a prendere le più crudeli determinazioni se si giungesse a far eseguire la sentenza… 36 L’8 luglio 1766. Il console Régny al Ministro. …Voi siete senza dubbio informato, Monsignore, che il signor marchese d’Archambal, colonnello del reggimento di Rouergue, in
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... Vous êtes sans doute informé, Monseigneur, que M. le marquis d’Archambal, colonel du Régiment de Rouergue, en garnison à Bastia, est venu passer quelques jours à Gênes pour jouir du spectacle qu’on a préparé pour les princesses. Le Doge ayant été informé de l’arrivée de cet officier, M. le marquis de Chauvelin m’a témoigné souhaiter que j’eusse l’honneur de le présenter à Sa Sérénité. J’allai, à cet effet, hier, prendre une heure. Il me l’a donnée pour ce soir. INSTRUZIONI PER IL N.o SEG.o PER RISPONDERE ALL’INVIATO DI FRANCIA RIGUARDO LA CORSICA.37 6 Gennaio 1767 II Seg.rio si regola in rispondere al Sig. Inviato nei seguenti termini. Che il pensiero del Regio Ministro sulla pratica di Corsica è riuscito assai grato al Governo, come un nuovo contrasegno del di lui interessam.to e premura in un affare di tanta conseguenza a la Rep.ca, ed averne con la Maggiore compiacenza inteso il riscontro per il Canale del Sig. Inviato di Francia soggetto così ben accetto alla Regia Corte, è che per le personali sue qualità, ed attaccamento alla Rep.ca si è meritata la stima e la confidenza di tutto il Governo. Essere il Sg.o incaricato ad esporre allo stesso Sg.o inviato l’imbarazzo e l’agitazione, in cui si ritrova il Senato nel vedersi accennare l’epoca del ritiro delle Regie Truppe dalla Corsica, senza che precedentemente siansi concertate, e stabilite le misure, che sono indispensabili per la sicurezza della Rep.ca. Che il Re in seguito degli antichi, e del vigente Trattato si è degnato di palesare il suo impegno a favore della medesima, particolarmente in rapporto alla Corsica, ed il Senato prescendendo ancora da qualsivoglia Trattato, lo ha con fiducia sperato e tuttavia lo spera dalla Reale propensione, e benevolenza di S. M. Che sulle Traccie del riferito ultimo Trattato il Governo non ha omesso dal suo canto di rappresentare a S. M. quali siano le circostanze e gli interessi essenziali della Rep.ca in questa pratica. Che particolarmente sopra i fogli venuti di Corsica, che il Sig. Duca di Choiseul comunicò al Ministro Sorba sino degli 8 giugno passato dopo la più seria considerazione il Ser.mo Governo si fece carico di rappresentare la totale guarnigione a Bastia, è venuto a passare qualche giorno a Genova per godere dello spettacolo che è stato preparato per le principesse. Il Doge era stato informato dell’arrivo di questo ufficiale, ed il Signor marchese de Chauvelin mi ha testimoniato di sperare che io abbia l’onore di presentarlo a Sua Serenità. Sono andato per questo scopo ieri, per chiedere un appuntamento. Egli me l’ha concesso per questa sera. 37 Arch. Stato – Genova, Diversorum Corsicae. F. 2109.
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inamissibilita delle proposiz.ni in essi fogli contenute, come tendenti a conseguire dalla Rep.ca in favore dei corsi la cessione, e rinonzia di qualunque esercizio di Sovranità, l’espulsione di ogni individuo Genovese dalle Piazze, l’intiero abbandono delle medesime in favore dei corsi e la ricognizione e stabilimento di un nuovo Principato in mezzo al Mediterraneo. E siccome il Pref.o Regio Ministro Sig. Duca di Choiseul nel discorso che tenne dei sudd.i fogli col Sig. Sorba per effetto della propria rettitudine, Gli significò altresì che se dal Progetto che esiggevano i corsi ne fosse potuta risultare la rovina della Rep.ca S. M. non lo avrebbe adottato giammai; cosi il Ser.mo Governo rappresentò li fondamenti per i quali era persuaso, e convinto che dall’ammissione delle suddette proposiz.ni ne sarebbe appunto risultata la rovina della Rep.ca, quali fondamenti si dettagliarono nella instruzione trasmessa dal Sig. Sorba li 28 luglio passato e che lo stesso mediante l’intiera comunicazione di essa sottopose alla consideraz.ne del Regio Ministro. Che il Governo ebbe nel tempo medesimo la cura di aprirsi con intiera fiducia col Regio Ministro, e di palesargli le sue intenzioni in rapporto alla Corsica cioè che la Rep.ca non sarebbe mai entrata in qualunque trattato coi corsi per dimettersi in loro favore della Sovranità di quell’Isola e per prestare il suo consenso a lasciare in loro mano le Piazze; che era pronta e è dispostissima ad entrare direttamente con la Corte di Parigi in qualunque altra Trattativa, che fosse stata più conforme alla gloria del Re, alla penetrazione del Rg.o Ministro, ed alla sicurezza della Rep.ca, e che per coltivare e promuovere le Trattative med.me richiedeva che le fossero comunicate le ulteriori intenzioni della Corte. Il Sig. Duca di Choiseul si spiegò col Ministro Sorba di avere ritrovata la suddetta instruzione estesa in un modo assai interessante, e persuasivo, che egli era veramente stato penetrato dalle dimostrazioni in essa contenute, e assai sensibile alla situazione delle cose, mostrando di riconoscere che particolarmente il paragrafo di non abbandonare le Piazze in mano dei corsi, e l’altro della prontezza del Governo ad entrare in qualunque altra Trattativa direttamente con la Corte erano quelli, su cui fosse d’uopo di fare la maggiore attenzione. Non essendosi sin ora avuta alcuna positiva risposta sopra d.ta ultima instruzione potere il Sig. Inviato facil.te comprendere con quanta pena senta il Governo annunziarsi l’epoca del ritiro delle Regie Truppe. Non vedere il Senato cosa gli rimanga più ad esporre alla Regia Corte dopo quanto ha già palesato particolarm.te della sua prontezza, e disposiz.ne ad entrare 53
direttam.te con essa in qualunque altra Trattativa in riguardo alla Corsica ove rimanga provvisto alla sicurezza della Rep.ca, e quindi non potere che insistere e nuovam. te richiedere, che communicate le siano le intenzioni ulteriori della Corte anzidetta, per prontam.te coltivare e promuovere le med. Trattative. Ed essere il Segr. incaricato di domandare al Sig. Inviato tutte quelle nozioni, e lumi, che per sventura potesse avere e di pregarlo altresì a voler informare la sua Corte di sentimenti del Ser.mo Governo e procurare dalla med.ma la comunicazione delle Regie Intenzioni. Le 9 mars 1767. Le consul Régny au Ministre.38 ... J’ai l’honneur de Vous informer, Monseigneur, par ma précédente que le Gouvernement avait déterminé d’envoyer un renfort capable de chasser les Corses de Capraia et qu’on avait assemblé un petit conseil extraordinaire pour faire sortir les 4 galères, mais s’en étant trouvée une hors d’état de naviguer, on s’est borné à en expédier 3 avec 5 gros pinques et 6 felouques chargés de troupes et de munitions de guerre et de bouche sous les ordres de M. le Sénateur Pinelli à qui le Gouvernement a donné pleins pouvoirs. Cette escadre transporte 500 hommes des meilleures troupes de la République et elle a fait voile jeudi, en manquait quelques matelots que l’on a rassemblés dans la Rivière de Levant et qui se sont embarqués chemin faisant. Si cette escadre arrive avant que la forteresse se soit rendue aux Corses, il y a apparence que son expédition ne sera pas infructueuse... INSTRUZIONI PER IL MINISTRO SORBA DI PARIGI.39 9 Febbraio 1767. D. G. P. M/to M/co nostro M.tro Plenipotenziario dalla V.ra dei 13 del corr. in cifra osserviamo quanto vi ha accennato il Signor Duca di Choiseul sull’importante pratica di Corsica dopo avervi letta la lettera
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Il 9 marzo 1767. Il console Régny al Ministro. …ho l’onore di informarvi, Monsignore, dalla mia [lettera] precedente, che il Governo ha determinato di inviare un rinforzo capace di cacciare i corsi da Capraia e che era stato assemblato un piccolo consiglio straordinario per far uscire le 4 galere, ma dato che ne è stata trovata una in cattive condizioni per navigare, si è stabilito di spedirne 3 con 5 grosse pinche e 6 feluche cariche di truppe e di munizioni da guerra e di cannoni sotto gli ordini del signor Senatore Pinelli a cui il Governo ha dato pieni poteri. Questa squadra trasporta 500 uomini delle migliori truppe della Repubblica ed ha fatto vela giovedì, mancando alcuni marinai che sono stati presi nella Riviera di Levante e che si sono imbarcati cammin facendo. Se questa squadra arriva prima che la fortezza si sia resa ai corsi, è evidente che la sua spedizione non sarà stata infruttuosa… 39 Arch. Stato Genova - Diversorum Corsicae F. 2109.
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responsiva del De Paoli e quella del Sig. De Boyer, essendosi il detto Signor Duca spiegato, che la permanenza delle RR. Truppe in quest’Isola non avrebbe oltrepassato di due giorni li quattro anni stabiliti, con avere ad un tempo palesato il di lui dispiacere, perché non si fosse dalla n.ra parte mandato un controprogetto, e che nel poscritto del vostro dispaccio supponete indispensabile. Averessimo per verità desiderato, che profittando Voi di una tale apertura avreste procurato di spingere e oltre il discorso e farvi strada a ricavare, per quanto fosse stato possibile le più positive intenzioni del R. Ministro, come ve ne somministrano ben ampia materia la n.ra Instruzione dei 28 luglio passato. Dal complesso di tutti i dispacci, che da molto a questa parte siamo andato scrivendoli, sulla pratica di Corsica, Voi avete ben dovuto ricavare alcuni punti già decisi, e determinati i quali debbono sempre e costantemente ritenersi in ogni passò, e in ogni discorso sopra di questa medesima pratica. Sappiamo che la Repubblica non vuole altrimenti assumersi Incarico della guarnigione dei Presidii dell’Isola, e che quindi è di precisa necessità, che nel restante tratto del tempo, che ancor rimane al compimento dei quattro anni, conchiusa sia quella trattativa, che sino dai 28 luglio passato si palesarono disposti a promuovere e coltivare direttamente con codesta R. Corte, senza di quale conclusione è inevitabile la conseguenza, che al partire delle RR. Truppe le Piazze immancabilmente sarebbero occupate dai Ribelli. Questo punto non ammette alcuna lusinga in contrario, ed è quello, che ci tenne seriamente occupati, in guisa che ogni giorno che passa senza l’inoltramento di sudd.a indispensabile trattativa, ci presenta sempre più da vicino la disgustosissima idea del passaggio della Corsica in mano e potere del De Paoli, con tutto il seguito doloroso e fatale che ne risulterebbe, e che abbiamo previsto nella riferita n.ra Instruzione di Luglio passato. Nella gravissima circostanza di quest’affare Noi crediamo di non potervi nascondere il forte dubbio in cui siamo di che non siate ancora voi medesimo quanto basta fermato della totale N.ra impossibilità di poter più provvedere, né subentrare neanche per brevissimo tempo al mantenimento delle Piazze; e questo N.ro dubbio si conferma ancora più da vari tratti che siamo andati osservando di tempo in tempo nei vari dispacci e che si suppongono in Noi quella forza e quelli mezzi che effettivamente non abbiamo; quindi crediamo dell’ultima importanza di dovervi sopra di ciò disingannare e di dichiararvi, che appunto perché abbiamo potuto in passato profondere immensi tesori per la Corsica, e perché 1i 55
abbiamo profusi, non ci rimane più mezzo o risorsa dentro di Noi medesimi per assumerne ora alcun minimo impegno; egli è vano di immaginare sforzi straordinari, di supporre possibile la leva di qualche Reggimento, di credere che possa ancora trovarsi qualche somma di danaro; consimili immaginazioni e supposti sono pure chimère e bisogna bene avvertire, che non ci allontanino da quel solo ed unico tentativo per cui ci siamo incamminati, cioè della trattativa direttamente con codesta R. Corte. Un secondo punto nientemeno interessante deve essenzialmente aversi in vista, cioè che le idee di pacificazione con i corsi, sono tutte di pochissima e niuna lusinga; vi è noto come pensino i Ribelli; vi è presente, che codesta Regia Corte non crede di impiegare la forza per costringerli al dovere, e non lo ignorano i corsi, e quindi deve inferirsi che essi o non si presteranno mai ad una equa pacificazione, o maliziosamente l’adotteranno sino a che le Regie Truppe sortano dalla Corsica, per fare immediatamente rinascere la rivolta, colla sicurezza di impadronirsi delle Piazze, e del rimanente dell’Isola. Egli è perciò necessario di non lasciarsi divagare in progetti di pacificazione, ma tener ben fermo il contenuto nella più volte detta Instruzione dei 28 luglio, e cioè di una trattativa direttamente con cod.a Regia Corte. Voi vi rammentate, che questa stessa Instruzione fu molto applaudita nel Regio Consiglio, ed il Signor Duca di Choiseul ci spiegò, che era estesa in un modo assai interessante e persuasivo, mostrandosi penetrato dalle dimostrazioni in essa contenute, e di riconoscere, che particolarmente il paragrafo di non abbandonare le Piazze in mano dei corsi e l’altro della prontezza del Governo ad entrare in qualunque altra trattativa direttamente con la Corte erano quelli, su cui fosse d’uopo di fare la maggior attenzione. E quindi allora quando lo stesso Signor Duca di Choiseul, come ci segnate nel dispaccio dèi 13 dello scaduto, vedesse, che non gli era piaciuto, che non gli avessimo mandato un Controprogetto, avevate, con detta Instruzione, bastante materia per portare il R. Ministro a riconoscere, che, dalla stessa Instruzione non era escluso alcun progetto combinabile con la sicurezza della Rep.ca, e coerente alla massima di non autorizzare mai l’indipendenza dei corsi, ne di aderire alla consegna delle Piazze nelle loro mani. Almeno avrebbe ciò giovato a ricavare cosa pensi il R. Ministro; non è possibile che non abbia Egli già formato una qualche idea sul destino della Corsica, passati li quattro anni e che tra le divise delle quali può essere suscettibile questo 56
affare, non ve ne siano di quelle, che egli fosse per escludere e delle altre che egli fosse per adottare, e naturalmente nel tratto dei discorsi qualche cosa avereste potuto travedere dei di lui sentimenti: Voi conoscete bene quanto più utilmente si potrebbe da noi bisognando promuovere quei progetti, a cui credete che la Ser. Rep.ca dovesse poi attivamente determinarsi, e quanto nell’ignoranza. in cui siamo delle instruzioni e delle viste del Regio Ministro si rendono difficili non ostante l’ampiezza delle disposizioni da Noi palesate nella già detta Instruzione. A questo fine è diretta la pres.te n.ra, cioè ad incaricarvi di procurare per quanto mai vi sarà possibile, di penetrare quali siano le intenzioni e le viste del R.° Ministro, e di codesta Corte, affine di prontamente informarci di tutto quanto vi riuscirà di indagare, e ciò per nostra regola, e per il caso, che per altro non possiamo prevedere, che cod.a R. Corte intendesse, che si proponesse da Noi attivamente qualche Piano o Progetto ancora più specifico per dette trattative. Dopo avere noi deliberato le sudd.e Instruzioni ci è pervenuto il Vr. dispaccio in cifra dei 22 dello scad.o che abb.o inteso con piena lode e grad.to della v.ra attenz.e. Nell’atto di chiudere il pres.te dispaccio ci arriva lett.a del n.ro Vice Gerente di Bastia dei 29 dello scad.o, nella quale ci avvisa, che era rimasto total.te sciolta la Consulta tenuta costì del De Paoli; che non le era stato possibile di penetrare sino allora le proposizioni segrete in detta Consulta trattate e di avere soltanto avuta la stampa di cui Vi acchiudiamo annessa copia». COPIE DE LETTRE DE M. LE DUC DE CHOISEUL A M. PASCAL PAOLI GENERAL EN CORSE - 23 Mars 1767.40 J’ai mis sous l’es yeux du Roy, Monsieur, la lettre dont vous, m’avez honore le 31 janvier de cette année, avec toutes les Pièces qui y etoient jointes. Sa Majesté a trouvé que vous escaliez un peu trop les facilites que la Nation Corse a apportée à la Conclusion de la Paix avec la République de Gênes, ainsi que l’obstination de la Republique a s’y refuser; Car ou ne peut pas disconvenir qu’il ne peut arriver rien de plus fâcheux en Corse a la République de consentir a n’avoir ni Possessions ni Droits dans ce Royaume. Effectivement on possède des Etats par droit, et par occupation, il reste le droit qui est beaucoup et qui nourrit l’espérance de le faire valoir selon les circonstances; si le Souverain qui a perdu
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l’occupation de ses Etats par la force abandonne son droit par un Traité, il ne lui reste plus rien a jamais. Or la République a fait la réflexion que par le Traité propose, elle se trouveroit dans ce cas, sans indemnité quelconque, et elle a observé que la perte des Places de Corse attivaut, et après que les François en seroient sortis, il Lui resteroit toujours son redroit soit à faire valoir dans l’avenir, soit à disposer pour ses avantages et pour se procurer une indemnité. En examinant l’affaire avec Impartialité, ce qui est la manière la plus juste de la voir, et en posant le droit de la République pour certain, parce que des troubles même mérités ne prescrivent pas un droit souverain, il faut convenir de bonne foi que le raisonnement de la République est sans Réplique, et que sa répugnance a conclure un Traité qui lui ôte un Royaume sans dédommagement, ne peut pas être taxée d’une obstination soutenue et extraordinaire; Je dois même dire à la louange de la République que sa réponse au Roy sur les propositions de la Nation Corse, a été on ne peut pas plus mesures, e que les motifs de la répugnance ont été exposés avec sagesse dans les principes ordinaires de la justice et de la modération. Si la Nation Corse veut par un Traité obtenir l’abbandonement du Droit de souveraineté de la République, sans offrir des compensations a la cession de ce droit, il n’est pas possible d’espérer aucun succès de la Négociation, car la République ne consentira jamais a perdre volontairement un Droit que l’on ne peut pas lui òter et le Roy n’est pas dans le cas de pouvoir la forcer a un pareil sacrilège en pure perte pour elle. Si au contraire la Nation Corse croyoit qu’il fut de son intérêt pour le bien de l’humanité et celui du Royaume de faire goûter la tranquillité a la Corse, il reste deux moyens a employer, et je le soumets, Monsieur, de la parte du Roy a votre jugement, le premier de proposer à la République de Gènes une compensation au Droit de souveraineté qu’elle cedoroit a la Nation Corse. Cette compensation, je le sais, est difficile a trouver; Mais 1°en Lui laissant le titre de Roy de Corse; 2° en admettant que la République conservat quelques Places en Corse; 3° en se soumettant a Lui rendre un hommage cheque année, comme le Roy de Naples en rend un au Pape; ces trois conditions seroient un dédommagement de son Droit, et sa Majesté feroit des instances nouvelles auprès de la République, a fin de l’amener au but si nécessaire au rétablissement du repos public en Corse ce moyen me paroit le seul qui puisse conduire a l’abandon des droits de la République, mis si, de part où d’autre il n’etoit pas envisagé comme le Roy le consedere, il me semble que l’on 58
pourroit y substituer celui de la sospension d’armes pour 10-15 années plus où moins, ainsi que l’on conviendra, mais les Corses pouvant croire que cette suspension leur seroit nuisible en ce que les Génois ne seroient pas en état après les 4 ans d’occupation des places par les francois de défendre ces Places contre leurs attaques, il sembre qu’en Cas de Convention de suspension, il seroit juste de partager les Places, que les Génois en conservassent une partie et les Corses l’autre, bien entendu que dans l’un et l’autre moyen propose, le Roy comme garant de l’arrangement qui seroit fait garderoit une Place dans le Royaume de Corse pendant qualques années, si le premier moyen étoit adopté et pendant la suspension d’armes si c’étoit le second. Il me reste a discuter visavis de vous ces deux propositions. Je dois d’abord vous assurer, Monsieur, qu’elles n’ont point été faites à Gênes, et que nous ignorons ici si elles plauroient a la République, mais pour conserver la Neutralité la plus scrupuleuse, le Roy, m’a chargé d’envoyer à Gênes un Mémoire qui les contiendra. Si j’etois Corse, le premier moyen est celui qui me conviendroit le mieux, car au fait c’est triompher que d’obtenir sans contestation et d’un consentement volontaire, sous la médiation d’une grande Puissance, une souveraineté en échange de quelques Places et d’une formalité d’hommage; l’autre moyen est un échelon a la souveraineté par le Traité de suspension qui a toujours l’apparence de puissance égale et indépendante. Voila les deux points de vue, c’est à vous. Monsieur, a les faire sentir à la Nation; vous étés plus capable qu’un autre de la déterminer a ce qui lui sera plus utile; mais je dois en finissant vous observer que si aucun de ces moyens ne réussit, il n’e reste plus a tenter: Les circostances et les temps détermineront les événements en Corse, et de même que la Nation corse s’adresse a tous les souverains de l’Europe pour les faire (juger?) de sa situation et sans doute pour les y intéresser, de même il est très fort a craindre que la République de Gênes ne s’accomode avec quelques puissances de son droit souveraineté qui n’est conteste par aucunes, et qu’alors la Nation Corse après bien des années de peine ne se trouve obligée a se soumettre a une autorité étrangère dont elle ne secueroit pas le joug aussi facilement qu’elle cherche a secouer celui de la République. Pour ce qui regarde le Roy, sa Majesté, m’a chargé de vous mander, après vous avoir fait de sa part les observations que vous trouverez, dans cette lettre, qu’elle a été infinement contente des expressions du Mémoire qui lui est adressé. Le Roy désire fort que sa Protection puisse être utile a la Nation Corse et vous 59
donner en particulier des Marques de ses bontés. Je vous prie aussi Monsieur de Rendre justice aux sentiments de considération avec les quels, j’ai l’honneur d’être. COPIA DELLA LETTERA DEL SIGNOR DUCA DI CHOISEUL AL SIGNOR PASQUALE PAOLI GENERALE IN CORSICA – 23 Marzo 1767. Ho messo sotto agli occhi del Re, Signore, la lettera di cui voi mi avete onorato il 31 gennaio di quest’anno, con tutte le Parti che ne erano allegate. Sua Maestà ha trovato che voi ingrandiate un po’ troppo le agevolazioni che la Nazione Corsa ha apportato alla conclusione della Pace con la Repubblica di Genova, così come l’ostinazione della Repubblica a rifiutarle, dato che non si possa sconvenire che non possa arrivare niente di più svantaggioso in Corsica alla Repubblica di consentire a non avere possessioni, né diritti in questo Regno. Effettivamente si possiedono gli Stati per diritto e per occupazione, resta il diritto che è molto e che nutre le speranze di farlo valere a seconda delle circostanze, se il Sovrano che ha perso l’occupazione degli Stati con la forza abbandona il suo diritto con un Trattato, non gli resta più nulla. Ora la Repubblica ha fatto la riflessione che in base al Trattato proposto, ella si troverebbe nel caso, senza alcuna indennità, ed ha osservato che la perdita delle Piazze della Corsica ormai attivata e dopo che i francesi ne fossero usciti, gli resterebbe sempre il suo diritto sia a fare valere nell’avvenire, sia a disporre per i suoi vantaggi e per procurarsi un’indennità. Esaminando l’affare con imparzialità, che è la maniera più giusta di vederlo, e mettendo il diritto della Repubblica per certo, perché dei problemi, anche se meritevoli [di attenzione] non prescrivono un diritto sovrano, bisogna convenire con buona fede che il ragionamento della Repubblica è senza Replica, e che la sua ripugnanza a concludere un trattato che le toglie un Regno senza compensazione, non può essere tacciato di una ostinazione sostenuta e straordinaria. Io devo altresì dire in lode della Repubblica che la sua risposta al Re sulle proposte della nazione Corsa, non sono state meno misurate e che i motivi della ripugnanza sono stati esposti con saggezza nei principi ordinari della giustizia e della moderazione. Se la Nazione Corsa vuole con un Trattato ottenere l’abbandono del Diritto di sovranità della Repubblica, senza offrire delle compensazioni per la cessione di questo diritto, non è possibile sperare alcun successo della Negoziazione, poiché la Repubblica non consentirà mai di perdere volontariamente un Diritto che non le si può togliere ed il re non è nelle 60
condizioni di poterla forzare ad un simile sacrilegio in pura perdita per essa. Se al contrario la Nazione Corsa credesse che sarà di suo interesse per il bene dell’umanità e quello del Regno di far godere la tranquillità alla Corsica, restano due mezzi da impiegare, ed io li sottometto, Signore, da parte del Re al vostro giudizio; il primo di proporre alla Repubblica di Genova una compensazione al Diritto di sovranità che essa dovesse cedere alla Nazione Corsa. Questa compensazione, lo so, è difficile da trovare, ma 1° lasciandole il titolo di Re di Corsica; 2° ammettendo che la Repubblica conservi qualche Piazza in Corsica; 3° sottomettendosi a renderLe un omaggio ogni anno, come il Re di Napoli fa con il Papa; queste tre condizioni sarebbero una compensazione al suo Diritto, e Sua Maestà farebbe delle nuove richieste presso la Repubblica ad uno scopo così necessario per il ristabilimento della quiete pubblica in Corsica; questo mezzo mi sembra il solo che possa condurre all’abbandono dei diritti della Repubblica, ma se, da una parte o dall’altra non fosse considerato come il Re lo considera, mi sembra che si potrebbe sostituire con quello di una sospensione delle armi per 10-15 anni circa, come si riterrà meglio, ma i Corsi possono credere che questa sospensione per loro sarebbe nociva per il fatto che i genovesi non sarebbero in grado dopo i 4 anni di occupazione delle piazze da parte dei francesi di difendere queste piazze contro i loro attacchi; sembra che in caso di convenzione per la sospensione, sarebbe giusto dividere le Piazze, che i genovesi ne conservassero una parte ed i corsi l’altra, ben inteso che nell’uno e l’altro modo proposto, il Re conserverebbe come garante della soluzione una Piazza nel Regno di Corsica per qualche anno, se il primo modo fosse adottato, e durante la sospensione delle armi se fosse il secondo [modo]. Mi resta di discutere dal vivo con voi di queste due proposte. Vi devo innanzitutto assicurare, Signore, che esse non sono state fatte a Genova, e che noi ignoriamo qui se esse piacerebbero alla Repubblica, ma per conservare la Neutralità più scrupolosa, il Re mi ha incaricato di inviare a Genova una Memoria che le conterrà. Se fossi corso, il primo modo sarebbe quello che mi converrebbe di più, perché significa trionfare, ottenere senza contestazioni e con consenso volontario, sotto la mediazione di una grande Potenza, una sovranità in cambio di qualche Piazza e di una formalità d’omaggio; l’altro modo è un passo verso la sovranità con il Trattato di sospensione che ha sempre l’apparenza di forza uguale ed indipendente. Ecco i due punti di vista, sta a voi, Signore, di farli sentire alla nazione, voi siete più capace di ogni altro a determinarla a ciò che sarà più utile, ma io devo in 61
conclusione farvi osservare che se nessuno di questi mezzi riuscisse, non c’è più altro da tentare: le circostanze e d i tempi determineranno gli avvenimenti in Corsica, e anche se la Nazione si indirizzasse a tutti i sovrani d’Europa per fargli giudicare la situazione e senza dubbio per obbligarli a sottomettersi ad una autorità straniera di cui essa non scioglierebbe affatto il giogo così facilmente come con la Repubblica. Per questo il Re, Sua Maestà, mi ha incaricato di inviarvi, dopo aver fatto da parte sua le osservazioni che troverete in questa lettera, ciò che è infinitamente felice dell’espressione di Memoria che le è stata data. Il Re desidera fortemente che la Sua protezione possa essere utile alla Nazione corsa e a voi dona dei segnali della sua bontà. Vi prego altresì signore di rendere giustizia ai sentimenti di considerazione con i quali ho l’onore di essere. Le 13 avril 1767. Le consul Régny au Ministre.41 On n’a encore aucune nouvelle du succès de l’armement que le Gouvernement a expédié pour secourir la forteresse de Capraia et tâcher d’en chasser les Corses. Un petit accident de deux des galères de la République qui ont heurté l’une contre l’autre et qui ont été endommagées, peut avoir causé du retardement. Une de ces galères est revenue à Gênes pour se faire radouber. Elle est repartie hier. On a fait partir samedi passé deux petits bâtiments pouvant contenir chacun une quarantaine de soldats qu’on a fait couvrir de manière à les mettre à l’abri des coups de fusil, de même que les matelots et soldats qui y sont embarqués. On se flatte que ces deux bâtiments soutenus par le canon des galères et des autres bâtiments de l’escadre pourront impunément s’approcher de terre et y débarquer les soldats qu’ils transportent. Je souhaite que le succès réponde aux espérances que l’on a sur cet armement.
41 Il 13 aprile 1767. Il console Régny al Ministro. Non si ha ancora alcuna notizia del successo dell’armata che il Governo ha spedito per soccorrere la fortezza di Capraia e tentare di cacciarne i corsi. Un piccolo incidente di due galere della Repubblica che si sono urtate l’una contro l’altra e che si sono danneggiate può aver causato dei ritardi. Una di queste galere è tornata a Genova per farsi riparare. E’ ripartita ieri. Sono stati fatti partire sabato scorso due piccoli bastimenti che potevano contenere ciascuno una quarantina di soldati che sono stati protetti in maniera tale da metterli al riparo dei colpi di fucile, così come i marinai ed i soldati che ne erano imbarcati. Ci si vanta che questi due bastimenti sostenuti dal cannone delle galere e da altri bastimenti della squadra possano impunemente avvicinarsi a terra e sbarcare i soldati che trasportano. Io dubito che il successo risponda alle speranze che si hanno su questo armamento.
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INSTRUZIONE PER IL MINISTRO SORBA DI PARIGI SULLA PRATICA DI CORSICA.42 6 Maggio 1767. Colla n.ra Instruzione del 16 Marzo passato vi partecipammo il Piano del Progetto, a cui si era determinato il Nostro Governo, e nella totalità del quale ci proposimo, e tuttavia ci persuadiamo, che codesta Regia Corte sia a ritrovarvi quanto possa desiderare a la piena definizione della pratica di Corsica tanto relativamente ai Popoli di quell’Isola, quanto in riguardo alla veduta della Corte med.ma. Due uniche condizioni trovammo indispensabili di apporre al n.ro Piano, l’esclusiva cioè della consegna delle Piazze in potere dei corsi, e della ricognizione per parte n.ra della loro totale indipendenza. Del resto ci dichiarammo pronti a qualunque divisa, con cui potesse combinarsi la sussistenza, e conservaz.ne della nostra Rep.ca; ed entrando più particolarmente del dettaglio del Progetto esposimo: Che relativam.te ai corsi saressimo disposi ad approvare col nostro consenso, che quelle parti dell’Isola, attualmente da loro occupate avessero essi l’esercizio di tutti gli atti della sovranità, sia per ciò che appartiene alla forma interna del loro Governo, sia per ciò che concerne all’imposizione, e riscossione de loro tributi, e regolam.to delle Finanze, sia per ciò che riguarda l’Amministrazione della giustizia civile, e cri.nale, purché la Nazione non potesse far pace, guerra, o aleanza senza il previo n.ro consenso, e dovessi di dieci in dieci anni, o altro termine da concertarsi spedire a Genova una Deputazione diretta a riconoscere la Rep.ca a cui dovessero i corsi pagare una specie di annuale tributo da concertarsi parimen.te con Sua Maestà Essendosi di più noi palesati pronti ad entrare nel dettaglio delle ulteriori spiegazioni relative a quanto sopra in un Trattato da farsene direttamente con la Regia Corte; Anzi per facilitare il consenso dei corsi alla pacificazione suddetta vi significammo, che qualora S. M. Io giudicasse necessario, saressimo anche disposti di lasciare al Governo, ed amministrazione della Nazione Corsa ugualmente come si è detto per l’interno dell’Isola anche la Città di Bastia, purché se ne ritirasse prima l’Artiglieria, e ne fossero demolite le fortificazioni. E dopo esservi in detta Nostra Instruzione rimarcato che i Beni di spettanza, e 42
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proprietà di particolari Cittadini o sudditi genovesi dovessero ritornare ai loro Padroni passammo ad instruirvi positivamente intorno alle Piazze dell’Isola cioè di manifestare la disposizione nostra di lasciare a sciolta di S. M. una di d.e Piazze o a titolo di deposito indefinito, o a qualunque altro meglio visto alla S. M. Rispetto poi alle altre Piazze attualmente presidiate dalle Regie Truppe vi incaricammo di esporre il desiderio n.ro nella permanenza delle med.me per un altro termine da concertarsi, con esercitarvisi l’autorità, e giustizia dei Deputati di S.M. in nome della nostra Repubblica, e come da essa delegati, ed incaricati, con dovere voi successivamente esporre la disposizione nostra di lasciare a S. M. anche più d’una di d.e Piazze ed eziandio tutta l’isola al d. titolo di deposito indefinito, o altro come sopra. Foste voi parim.te instruito di quanto dovevate ricavare in riguardo a qualche sussidio nel caso accennato in detta nostra Instruzione siccome pure d’insistere per la cessazione, di qualunque ulteriore ostilità, e perché S. M. s’impegnasse di far evacuare dai corsi la Caprara, e Bonifazio, quando riuscisse loro di occuparlo, e passammo quindi ad espressam.te incaricarvi che quallora il soprasegnato Progetto, e divise non avessero incontrato il gradimento del Re, richiedeste al Regio Ministero, quale altra divisa si potesse adottare per mettere la Corsica in mano di qualche Potenza già conosciuta, e tutto ciò nei termini contenuti in detta nostra Instruzione, alla quale nuovamente ci rimettiamo in ogni sua parte. Partito di qui quel n.ro dispaccio, e prima che vi fosse pervenuto; voi aveste col Regio Ministero nel giorno 24 marzo una conferenza, in cui vi partecipò di avere scritto al De Paoli una lettera in data dei 23 marzo, della quale vi segnò in voce il contenuto, di cui però avrete fatto, o potrete facilmente fare il confronto con il tenore in iscritto della lettera medesima e sopra della quale riserviamo qui appo a farvi presenti le n.re osservazioni. Dopo due giorni, cioè nel Giovedì 26 di Marzo vi pervenne la riferita nostra Instruzione del giorno 16, la quale a vero dire avevamo in vista, che voi doveste eseguire
in
una
positiva
conferenza,
dimandandola
per
ciò
anche
straordinariamente, mentre la gravezza della materia vi autorizzava a richiederla, e tanto più ce ne persuadevamo, quanto che trattandosi di un Piano da esporre gradatamente, la sola conferenza in voce poteva dar luogo alla graduazione a misura dell’impressione e del giudizio, che ne sarebbe andato formando il Regio Ministro; il che non è egualmente riuscibile per iscritto senza una infinita perdita di tempo, e senza esporsi al rischio, che il Regio Ministro apprendesse a nulla di 64
più essere voi autorizzato, e rimanere tutte le n.re disposizioni invariabilmente ristrette ai soli punti in iscritto comunicati. Infatti avendo v. consegnato al Sig. Duca di Choiseul il ristretto, che giudicaste di fare, non produsse questo altro effetto in quella Conferenza, se non di aspettare la risposta del De Paoli forse dopo Maggio come ci indicate col v.ro dispaccio del 8 marzo. Posteriormente ci sono pervenute le v.re due lettere delli 6, e 13, detto scaduto, sul contenuto delle quali stimiamo pure per un maggiore chiarimento della materia comunicarvi alcuni nostri riflessi. Ed in primo luogo rimarchiamo che trattandosi di una pratica, di cui per tutte le sue circostanze, e conseguenze gravissime non avete mai maneggiato la più seria e la più decisiva, troppo importa di assicurare, e fissarne di mano in mano per così dire i dati, ed i punti rispet.vi per non lasciarli sempre esposti ad equivoci, o alterazioni, che rendono poco meno che inutile ogni discorso, ed incerta qualunque apertura, e tanto più è indispensabile, che di questi dati, ossia punti possiamo esserne Noi sicuri per l’ulteriore direzione della pratica stessa, al fine di poter contare una volta su qualche cosa di deciso, e dì convenuto. Infatti v. ci accennate, che il Sig. Duca di Choiseul aveva trovato necessario il Capitolo, di che i corsi non possano fare guerra, pace o aleanza previo n.ro consenso; che gli era parso giusto l’altro dei Beni spettanti ai Particolari genovesi, e che poteva dirsi avere il progetto in sostanza incontrata l’approvazione del Regio Ministro: Donque possiamo Noi contare sulla Sicurezza di questi riscontri? Possono i detti punti riguardarsi come adottati, e stabiliti? Una osservazione abbiamo inoltre avuto bisogno di fare in quella parte del d.° V.ro dispaccio dei 6, in cui ci riferite, che il Regio Ministro vi accennò, che il Capo ribelle avrebbe potuto pensare, che nel numero delle Potenze, a cui la Rep.ca potrebbe indirizzarsi, la Francia potrebbe avere la preferenza di una maniera ancora meno delle altre pregiudiziali per noi; al che sembrava assai naturale la risposta vostra; cioè tale essere appunto, la ferma e costante disposiz.ne del n.ro Governo, e che assolutamente a nessuna altra Potenza si sarebbe in primo luogo indirizzata, se non a codesta Regia Corte come porta letteralmente il tenore della soprasegnata Instruzione dei 16 Marzo. Colla lettera dei 13 ci riferite quanto vi aveva di nuovo segnato il Signor Duca di Choiseul nella conferenza del Martedì precedente, la quale fu pure assai breve come per fatalità lo sono state le altre tenute in questi ultimi tempi sul 65
proposito della Corsica quando per altro la materia richiedeva lunga e posata sessione e di procurarla per tutti i modi possibili: Ci segnate dunque, che nel Regio Consiglio era stato unanimemente riflettuto, che il progetto contenuto nella lettera del Regio Ministro al De Paoli fosse molto meno vantaggioso per i ribelli, che quello contenuto nella nostra Instruzione dei 16 Marzo. Questo stesso discorso portava assai naturalmente l’utile apertura di domandare in che consisteva la appresa differenza di sudd.i vantaggi, e di far spiegare i motivi, per cui era stato così giudicato mentre da una tale spiegazione, si sarebbe indirettamente potuti ricavare dei lumi di molta conseguenza: Infatti il nostro Piano non lascia ai corsi, alcuna Piazza e per ultimo si acconsente la Bastia, ma smantellata e con ritirarne l’Artiglieria. Dove al contrario nel Progetto del Regio Ministro si dividono le Piazze tra la Rep.ca e i corsi, donque posto che l’articolo delle Piazze è il principale, non si capisce, come possa supporsi più vantaggioso per i corsi il n.ro che da quelle totalm.te li esclude. In oltre, e sul proposito pure delle Piazze, allora quando il Regio Ministro si spiegò, che intendendo la Repub.ca di dovere a lei restare le Piazze senza demolirne le Fortificazioni, potevano ricavarne i corsi un argomento da pretendere, che rimanessero altresì fortificate quelle che a loro si fossero consentite, si sarebbe potuta accennare la differenza del caso, giacché non si trattava di Piazze occupate, o possedute dai corsi, ma di Piazze il possesso delle quali attualmente, ed unitamente al diritto della Sovranità si trova presso della Repub.ca. Abbiamo bensì dovuto lodare ed approvare la v.ra condotta, allora quando insisteste, perché si estendesse un Progetto di Trattato tra S. M. e la Se.ma Repub.ca; mentre tale appunto è il metodo che apprendiamo più opportuno per fissare una volta quel sistema, che si riconoscesse il più giusto, senza che le condizioni di esso debbano farsi dipendere dal buon piacere, e dalla approvazione dei corsi, ai quali, stipulato che sia nei termini approvati dal Re non mancheranno alla M. S. li modi e le forme per farlo loro gustare ed eseguire. Premesse le riferite osservazioni, e discendendo all’esame del Progetto contenuto nella lettera del Regio Ministro al Pasquale de Paoli, due sono le divise, che in esso si apportano; la prima cioè di lasciare alla Repubblica il titolo di Re di Corsica; di conservare qualche Piazza nell’Isola; e di dovere i corsi prestargli annualm.te una specie di omaggio, come il Re di Napoli al Papa; e tutto ciò in 66
compenso del diritto di Sovranità, che la Repub.ca cede se, e trasferisse nella Nazione Corsa; l’altra divisa indicata in d.a lettera si è quella di una temporanea sospensione d’armi, con una parte delle Piazze ai genovesi, ed una parte ai corsi, e con che nell’uno, e nell’altro caso una delle Piazze di Corsica debba rimanere per il decorso di qualche anno, alle Truppe del Re come garante della tregua e della pacificazione. Qualunque delle due accennate divise o ammette o prescrive la consegna di una parte delle Piazze in potere dei corsi, locchè non solo è direttamente contrario alla massima da noi adottata, ma sembra ripugnare eziandio ai principii medesimi saviamente rilevati dal Regio Ministro nella sua, lettera al De Paoli; mentre siccome i corsi non hanno sulle Piazze di cui si tratta alcuno dei due titoli né di possesso, ne di diritto, così non può immaginarsi come alcune di dette Piazze debbano cedersi ai corsi in via di compenso oltre tutto ciò che loro si accorda. Quindi più particolarmente sul proposito della seconda divisa che riguarda l’armistizio, si rende pure osservabile il mutarsi colla sola sospensione d’armi lo stato attuale delle cose cioè di abbandonare fin d’ora ai corsi le Piazze che si trovano in potere della Repubblica, ripugnando questo a quanto ordinariamente sì pratica in linea di sospensione o armistizio, nei quali la base della trattativa si suole sempre fondare sulla regola dello stato quo. Rispetto poi alla prima divisa, cioè di una totale pacificazione, oltre il medesimo articolo della cessione delle Piazze, conviene sommamente ancora di assicurare, che nell’esercizio di quelle parti della sovranità, che si accordano ai corsi, non restino perciò i medesimi indipendenti e liberi, in guisa che, possano fare trattati di guerra, pace, ed aleanza, mentre una tale indipendenza anderebbe a produrre gravissimi pregiudizi alla n.ra Repub.ca e forse non converrebbe tampoco alle vedute di codesta Regia Corte: infatti un semplice trattato, che la Nazione Corsa conchiudesse con le Potenze barbaresche, come già si pretende, che lo abbia in vista esporrebbe lo Stato di terraferma e specialmente le due Riviere a continuare incursioni di piraterie e terminerebbe di rovinare il commercio dei genovesi; e così egualmente le altre contingibili alleanze in tempi di guerra o in circostanze ove la Repub.ca si trovasse impegnata, potrebbero divenire fatali alla tranquillità et alla sicurezza del nostro dominio. Sopra questo proposito abbiamo però con somma compiacenza rimarcato che il R. Ministro erasi persuaso quanto fosse giusto e necessario la cautela proposta 67
nel nostro piano di che non possano i corsi fare dei Trattati senza il previo n.ro consenso, ma siccome non rimarrebbe provvisto a questo gravissimo oggetto in alcuna delle due divise esposte nella lettera dei 23 marzo scritta dal Signor Duca di Choiseul al Pasquale De Paoli, così non dubitiamo che il contenuto di suddetta lettera sia tuttavia suscettibile, come deve esserlo, di tutte quelle spiegazioni, e schiarimenti,
che
rimangono
pur
troppo
indispensabili
nella
materia
importantissima di cui si tratta. Noi ci siamo proposti di terminare una buona volta e di assicurarci che la Corsica non possa in alcun tempo avvenire inquietare la nostra Repubblica; ma questa sicurezza non possiamo altrimenti riconoscerla nelle due segnate divise, nel modo che vengono espresse in detta lettera, poiché adottando alcuna delle medesime rimaressimo tuttavia esposti a gravissimi rischi e continui disturbi et ad inconvenienti irreparabili. L’oggetto poi che avevamo in vista e sopra cui, dobbiamo nuovamente insistere, egli è quello di non far dipendere le condizioni del Trattato dal buon piacere, dall’approvazione dei corsi. Noi abbiamo inteso ed intendiamo di indirizzarsi al Re, di esporgli sinceramente le nostre disposizioni, e di rimettere per così dire nelle Sue Mani i nostri interessi relativamente alla Corsica; ma di tutto quello che Sua Maestà trovasse necessario per la nostra conservazione e sicurezza equo e ragionevole per i popoli di quell’Isola, opportuno e conveniente per le vedute della Francia, non è poi possibile, che se ne faccia dipendere il concerto e l’adempimento dalla sola volontà dei corsi unicamente rivolti a pretendere arbitrariamente le .proprie convenienze; e deve invece trattarsene direttamente con codesta Regia Corte; onde fissate con essa le massime, e ridotte in forma di convenzione, venga questa stipulata tra il Re e la Repubblica per esigere poi dai corsi l’esecuzione di quanto sarà concordato e stabilito; e questa per vero dire si è la sola ed unica via con cui possa assicurarsi la definizione della pratica. Deve inoltre riflettersi sul proposito della anzidetto lettera del Regio Ministro al Pasquale De Paoli, che portandosi le divise in essa contenute all’esame e decisione della prossima assemblea dei corsi più dipendenti, come suole accadere, dalla volontà dei Capi; quindi o in questo Congresso verrà accettata alcune delle due divise accennate dal Sig. Duca di Choiseul, o verrà ricusata, col solito pretesto di non poter essi ricredere dai capitoli stabili nella Consulta di Casinca. 68
Nel primo caso essendo tanto evidenti le ragioni da noi più sopra esposte, si renderà indispensabile, di aggiungere per parte nostra quelle spiegazioni, condizioni, e schiarimenti che servano a rettificare quei punti i quali dal Regio Ministro sono stati assai strettamente indicati, onde invece della desiderata tranquillità e sicurezza non ne ridondi nella Repub.ca nostra l’effetto di sempre maggiori ed irreparabili pregiudizi. Nel secondo caso poi, e qualora i corsi rimangano fermi a volere che il Re e la Repub.ca si sottomettano alla Legge che piacque loro di dettare nella Consulta di Casinca; siccome resterebbe l’affare sempre più lontano dalla sua conclusione, così diviene sempre più urgente la necessità di sapere in fin d’ora, quali saranno in questo evento le intenzioni della Regia Corte per lume e buon regolamento della ulteriore nostra condotta. E quindi tanto nell’una, quanto nell’altra di queste contingibili alternative dovrete voi efficacemente procurarvi ed esattamente riferirci tutte le nozioni più precise che vi riuscirà di ricavare della maniera di pensare dei Regi Ministri; e dovrete pure dedurne un nuovo argomento per giustificarne la necessità di quel trattato, che venga a fissarsi e conchiudersi tra Sua Maestà e la Repub.ca direttamente; facendo anco valere le disposizioni e prontezza nostra di concorrervi con le immaginabili facilità, ritenuto l’indeclinabile punto della sicurezza della n.ra conservazione e di quella della terra ferma. Per questi riflessi avevamo appreso ed assolutamente giudichiamo che dobbiate trattare questo affare in una piena conferenza, nella quale facciate ampiamente uso di tutti i punti fissati nella nostra Instruzione dei 16 Marzo e siamo certi che se la Regia Corte averà per esteso presente tutto il contenuto della med.ma, declinerà dal pensiero di procurarsi il previo concorso dei corsi, ma adottando come si è più sopra accennato quei punti che si stimerà equi per la n.ra Repub.ca e di convenienza ai propri suoi interessi conoscerà l’importanza di stipulare un Trattato indipendentemente da ulteriori interpelli al Pasquale De Paoli. Infatti con detta nostra instruzione noi abbiamo inteso ed intendiamo che esponiate ai Regi Ministri la disposizione nostra di lasciare a S. M. tutta la Corsica o, quando tutta non la gradisse, di lasciargli più d’una delle Piazze di quell’Isola, oppure di lasciargliene una sola, come meglio giudicherà potergli convenire; scegliendo al suddetto oggetto qualunque titolo di deposito o altro che S. M. possa meglio desiderare. A questi termini apertamente e senza mistero esposti alla Regia Corte, noi non 69
possiamo immaginare che S. M. e il Regio Consiglio non debbi riconoscervi un piano e totale abbandono di fiducia sul destino della Corsica, e che non debba farsi un impegno positivo per concertare un Trattato in cui il Governo nostro non si propone senonchè la propria quiete, la sicurezza dei suoi Stati di terra ferma e che la Corsica non resti in mano dei corsi liberi ed indipendenti, ed in uno stato, in cui col possesso delle Piazze e per mezzo della pace o della guerra, di trattati o di leghe possano rendersi fatali alla Nazione Genovese, e capaci un giorno ad influire ancora negli interessi delle più grandi Potenze. In detta nostra Instruzione poi, sempre inerendo ai sentimenti della pienissima nostra confidenza verso di S. M. e per il caso ancora che non sappiamo supporre, in cui la Francia creda di non .profittare per su di dette nostre disposizioni, vi incarichiamo nuovamente, vi incarichiamo a richiedere al Regio Ministero quale altra divisa si potesse adottare per mettere la Corsica in mano di qualche Potenza già conosciuta. E siccome per le circostanze e vedute proprie di codesta Corte potrebbe forse essa giudicare che non le convenisse in riguardo alle altre Potenze il pieno stabilimento delle sue Truppe ed Autorità in tutta la Corsica, abbiamo perciò pensato di prevenirne il riparo e la difficoltà mediante le altre divise in detta nostra Instruzione rapportate, cioè con accordare a S. M. una o più Piazze a qualsiasi titolo ben visto alla M. S., e con aggiungere gli opportuni concerti per ulteriore soggiorno delle Regie Truppe nelle altre, Piazze dell’Isola sotto i modi e forme da concertarsi. In quanto poi ai corsi; facendo voi nuovamente uso di tutto ciò che in loro vantaggio si contiene nella mentovata nostra Instruzione dei 16 Marzo, farete anche comprendere ai Regi Ministri che le disposizioni nostre a favore di quei popoli furono allora e continuano ad essere le più uniformi alla loro quiète e felicità, ma non poter essi esiggere dalla rettitudine e giustizia di S. M., né dalla nostra condiscendenza quelle altre condizioni che essendo contrarie alla quiete e felicità nostra comprometterebbero la Repub.ca al sicuro rischio delle conseguenze le più rovinose. Quindi nei termini su riferiti ed in quelle conferenze che doverete senza ritardo procurarvi, esporrete estesamente alla Regia Corte tutte le suddette nostre intenzioni, cominciando da quella di lasciare al Re tutta la Corsica, passando quindi ad offerirgli una o più Piazze dell’Isola, e proseguendo per modo che tutto quanto sia presente al Regio Ministero, presso del quale farete altresì valere i vari riflessi ed oggetti di soprarimarcati a misura 70
del progresso delle conferenze medesime, nelle quali dovrete tenere ben presente questa Instruzione siccome l’altra dei 16 marzo per quel di più che in essa si contiene e senza perdere di vista quanto in detta Instruzione dei 16 marzo si espone circa la cessazione delle ostilità durante il tempo delle trattative di cui siete incaricato, et per quello che fosse indispensabile di promuovere qui presso il Grande Consiglio come già vi abbiamo prevenuto. Nel trattare di questa pratica ed a misura che alcun punto rimanesse fissato col Regio Ministro, doverete farne nota onde potersi sopra di esso contare con quella sicurezza e con quel fondamento che sono indispensabili in materia di tanta importanza per fissarne gli articoli e per accelerarne la totale conclusione. Servasi, che dal nostro M. Seg.rio Abb. fatto informare estesamente questo Signor inviato di Francia, il quale si è spiegato che ne renderebbe distinto ed esatto conto al Regio Ministro. Accus. La V.ra dei 17 dello scaduto. Le 18 mai 1767. Le consul Régny au Ministre.43 ... Mardi passé, les soldats volontaires corses au nombre de 316, non compris les officiers, sont partis sur 3 gros bâtiments et 10 felouques pour aller rejoindre M. Pinelli au golfe de La Spezia et passer ensemble vers l’île de Capraia pour tenter un autre débarquement. Depuis lors, les vents ont toujours été contraires. Ils sont encore dans le golfe, dans l’attente du temps favorable, pour cette expédition qui sera sans doute meurtrière et très difficile, s’il est vrai comme on l’assure, que les Corses ont fait passer dans cette rue un renfort de 300 hommes.44 Le 25 mai 1767. Le consul Régny au Ministre.45
43 Il 18 maggio 1767. Il console Régny al Ministro. …Martedì scorso, i soldati volontari corsi nel numero di 316, non compresi gli ufficiali, sono partiti su 3 grossi bastimento e 10 feluche per andare a riprendere il Signor Pinelli nel golfo della Spezia e passare insieme verso l’isola di Capraia per tentare un altro sbarco. Da quel momento i venti sono stati sempre contrari. Essi sono ancora nel golfo, nell’attesa del tempo favorevole, per questa spedizione che sarà senza dubbio mortale e molto difficile, se è vero come si dice, che i corsi hanno fatto passare per quel tragitto un rinforzo di 300 uomini. 44 Agostino Pinelli e le sue truppe non poterono venire a capo della resistenza corsa, mentre la guarnigione genovese della Capraia era ridicolmente debole e doveva capitolare dopo una lunga lotta. L'isoletta di Capraia controllava le comunicazioni tra le Riviere di Genova e la Corsica e, di conseguenza, facilitava il lavoro dei corsari corsi. 45 Il 25 maggio 1767. Il console Régny al Ministro. …Si è qui nell’attesa più impaziente di apprendere delle notizie dalla Capraia. Seguendo il rapporto di diversi marinai venuti dal quella parte, c’è stato un grande fuoco di artiglieria, giovedì scorso, ed il venerdì mattina. Si è sorpresi dal non ricevere alcuna notizia. E’ giunta ieri sera una feluca spedita da Bastia al Signor Cornero, ministro di Spagna, dalla quale si apprende che i 14 bastimenti scortati da due sciabecchi, che
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... On est ici dans l’attente la plus impatiente d’apprendre des nouvelles de Capraia. Suivant le rapport de plusieurs marins venus de cette partie, il y a eu un grand feu d’artillerie, jeudi passé, et le vendredi matin. On est surpris de n’en recevoir aucune nouvelle. Il vint hier soir une felouque expédiée de Bastia à M. Cornero, ministre d’Espagne, par laquelle on a appris que les 14 bâtiments escortés de deux chébecs, qui ont transporté 570 Jésuites espagnols qui n’ayant pu, selon les ordres que le Pape a donnés sur les instances de leur Général, les débarquer à Civita-Vecchia les avait passés à Bastia, où, à défaut de logement on ne leur avait pas permis de débarquer... COPIA DI LETTERA AL DUCA DI CHOISEUL DEL 22 LUGLIO.46 Compiegne, 22 luglio 1767. Perdonatemi Sig. Duca, questa terza importunità del giorno in uno stesso affare; ma mi è troppo importante di fare conoscere a V. E. il fine delle preghiere rispettose; e piene di confidenza in ogni genere, di cui voi ne siete testimone. Sarebbe dunque desiderabile che V. E. portasse il Re ad ordinare al C.te di Marbeuf di non far passare alcuna Truppa in Francia, se egli è ancora in tempo. Se le Truppe sono già di ritorno in Francia sarebbe desiderabile che il Sig. Conte di Marbeuf avesse ordine di mandare di picchetti per rimettere le piazze alla custodia del Re, e che aiutasse in tutti i casi li Rappresentanti della Repubblica a non lasciarle cadere nelle mani dei Ribelli, quali dall’altra parte mancherebbero direttamente al Re nell’attaccarle nel decorso del tempo che S. M. ha l’atto loro conoscere, che Essa le prendeva sotto la sua protezione. Ho l’onore. COPIA DI LETTERA AL DUCA DI CHOISEUL DEL 22 LUGLIO 1767.47 Compiégne Al mio ritorno di Soisson, o Sig. Duca, trovo un Corriere di Genova con un importantissimo dispaccio, e un piego indirizzato a V. E. Non posso far di meglio che supplicarla a leggerli in suo comodo essendo un poco voluminoso; Ella vedrà la confermaz.ne del Gov.no Ser.mo nell’idea di aver dispiaciuto a S. M. e li hanno trasportato 570 gesuiti spagnoli che non avevano potuto, secondo gli ordini che il Papa aveva dato su istanze del loro generale, sbarcare a Civitavecchia li aveva passati a Bastia, dove, per mancanza di alloggio non gli è stato permesso di sbarcare… 46 Arch. Stato Genova. Diversorum Corsicae F. 2110. 47 Arch. Stato Genova. Diversorum Corsicae F. 2110.
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motivi della di lui condotta tenuta raporto a Gesuiti. Nel didurre i sentimenti di confidenza in S. M. Ella osserverà, che non mi sono ingannato nella spiegaz.ne così estesa che ho dato sopra le precedenti mie Istruzioni riguardo alla Corsica, e la pena che cagiona il ritorno in Francia di una parte delle Truppe, e che finalmente la Rep.ca prende il partito di mandare un Min.o Espresso col Carattere di Inviato Straord.o a far comparire il più che gli sarà possibile il desiderio, che Ella ha di far conoscere al Re la sincerità delle sue intenzioni della condotta da Essa tenuta, e di vie più giustificarla presso della S. M. Avrò l’onore di venire da V. E. nel decorso di questo giorno in quel momento che crederà più conveniente a Ella. Ho l’onore. Risposta del Sig. Duca di Choiseul al M. Sorba (risposta al suddetto biglietto). Compiegne, 22 luglio. COPIA DI LETTERA AL CONTE MARBEUF DEL M.ro SORBA.48 Compiégne, 25 Luglio 1767. Vi ringrazio mio caro Generale, della obbligante lett.a che mi avete fatto l’onore di scrivermi riguardo al Sig. Cap. Grimaldi. Vi si sarà infinitamente obbligato dell’interesse, che avete dimostrato a di lui favore, e si sa che siete stato molto contento di quello, che il Re vi ha voluto prendere; siete troppo illuminato, perché non si abbia la più gran confidenza nella maniera, con cui lo maneggerete per riuscirvi. Vi si spedisce un’importante corriere, la Repub.ca crede essersi giustificata presso del Re, ed io con buona fede lo credo ancora. Non rimane più alcun motivo a S. M. da fargli una gran pena, quale sarebbe quella di lasciargli perdere alcuna delle Piazze; che vi sono state consegnate con l’espressa condiz.ne di guardarle nei quattro anni e di non darle, se non alle truppe della Repub.ca clausola dalla quale non si può sottrarre, che in seguito di una mancanza della Repub.ca che in grazia del di lei attaccamento al Re giammai arriverà. Adesso il Sig.Duca di Choiseul si è determinato a spedirsi un corriere nel minuto mede.o in cui gli ho fatto parte di quello della Repub.ca del 14 corr. Luglio. Son persuaso che Ella l’ha assai penetrato per il dispaccio che ho avuto l’onore di comunicargli, per avergli fatto desiderare che le truppe no. sieno ancora partite 48
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prima dell’arrivo del suo a Noi — e che egli ad un momento è stato tentato di rimandarle quando fossero arrivate in Provenza — Ma in questa supposizione, mio caro generale, sembra che il Sig. Duca di Choiseul conti che Paoli rispetterà le n.Re tre Piazze alla raccomandazione che gliene farà fare per mezzo v.ro o da qualche altro più a portata di persuaderlo. Confesso che non posso credere che si abbia simile potere sopra di Esso, ma sicuram.te qualonque sicurezza che egli ne dasse, sarà ancora più sicuro di legarlo d’avantaggio con mandar de pichetti a riprendere il comando delle piazze in questione. Se Egli le rispetta vuole non si corra (sic) alcun rischio di diminuire la guarnigione di Bastia. Inoltre voi ovierete cosi l’inconveniente di tutte le spese che la Repub.ca dovrà fare tutte le inquietudini e tutte le dicerie che potrebbero sembrar fondate se le Piazze pericolassero per gli effetti al di fuori, o intelligenze all’interno. Quindi come buon Francese vostro Ser.re o amico, senza sottrarmi perciò dall’interesse, che esigge il mio debito, e per il mio impiego, e per la mia patria, che trovo in ogni parte combinabile. Vi priego di estendere fin là, se ne avete, anche indirettamente la facoltà, le vostre premure per la conservazione, e difesa delle Piazze. Se vi dicessi, Mio Caro Generale, che il Sig. Duca di Choiseul, mi abbia mai data la minima speranza diretta a lasciar le Truppe in Corsica al di là dei quattro anni, mentirei. Ma egli è altrettanto vero che ciò sarebbe andare contro i principi della vera politica che deve avere la Corte, se si crede, che il Re esponesse la Repub.ca ad indirizzarsi a qualche altra potenza, per aiutarla a terminare definitivamente questo grande affare, in maniera tale che i corsi non possano giammai nuocerli. Sia per me, sia per i Ministri miei successori, noi avremo questa consolazione poiché Essa dipende da una località impossibile a cambiarsi, di una Repub.ca la di cui Confidenza e senza limite riposta in un Monarca ripieno di bontà, e di amicizia per una Nazione la più costante di tutti gli Alleati vicini e lontani, e di un illuminato Ministro, che non si dipartirà mai da un fondo invariabile di questo affare che conosce se è possibile meglio di Noi e che non sarà ritenuto con ragione che dalla forma in verità delicatissima e difficile a trovarsi. Io sono a Compiègne, e Voi vedete che penso sempre, come mi avete veduto parlare. Poso dirvi fra Noi, che le prove di confidenza nel Re che la Rcpub.ca da in ogni dispaccio, e fra gli altri dopo dodeci, o tredici mesi mi autorizza anche più, che non lo ero allora. Verrà un giorno in cui Voi stesso ne converrete; quindi esortandovi a q.nto s.pra 74
mio caro Generale cerco di evitare dell’inquietudine alla Repub.ca, ma sia detto per Voi solo, sotto la fede della Vostra probità, parlo per l’evento tanto per il Re che per la Repub.ca. Egli è troppo esenziale, e nessuno veda le due ultime linee venendo scritte da me. RISPOSTA DEL DUCA DI CHOISEUL AL BIGLIETTO DEL SORBA.49 Compiegne, 22 luglio 1767. Avrò l’onore, mio caro Sorba, di vedervi questa mattina fra una, e due ore, si ciò vi conviene e quindi pranzeremo insieme. L’Imba. di Inghilterra che deve essere qui questa mattina m’ impedisce di vedervi più presto. Vi rimando il dispaccio confidatomi; I rimedi arrivano dopo la morte. Ma vedremo ciò che si avrà a fare per il meglio sopra il tutto, Voi conoscerete, o mio caro Sorba, i sentimenti coi quali sono da molto tempo a voi attaccati con il Duca di Choiseul. P. S. - Questo inviato straordinario era perfettamente inutile. Le 10 août 1767. Le consul Régny au Ministre.50 Je viens de recevoir une lettre du sieur Croce, mon vice-consul à Calvi qui me donne avis, très à la hâte, qu’au départ de la troupe du Roy de cette place, il a été obligé de s’expatrier pour ne pas aventurer sa vie, ce qui me fait présumer qu’il s’était mêlé mal à propos des discussions entre la République et les Corses. En attendant, les bâtiments français qui seront dans le cas d’entrer dans ce port n’auront personne à qui s’adresser dans leur besoin, puisque je ne puis nommer aucun sujet pour le remplacer.51 COPIA DI LETTERA SCRITTA AL S. D. CHOISEUL.52 1° Agosto 1767.
Arch. Stato Genova, Diversorum Corsicae F. 2110. Il 10 agosto 1767. Il console Régny al Ministro. Vengo a ricevere una lettera del signor Croce, il mio vice-console a Calvi, che mi da avviso, in gran fretta, che alla partenza della truppa del Re da questa piazza egli è stato obbligato ad espatriare per non mettere a rischio la sua vita, cosa che mi fa presumere che si sia mal inserito a proposito delle discussioni tra la Repubblica ed i corsi. Nel frattempo, i bastimenti francesi che fossero nel caso di entrare in questo porto non avrebbero nessuno a cui indirizzarsi nel caso di bisogno, dato che non posso nominare alcun soggetto per rimpiazzarlo. 51 Sembra sia stato sempre molto difficile mantenere la carica di viceconsole a Calvi, “semper fidelis” a Genova; se si rammenta il caso del predecessore di Croce, il signor Brunelli si è costretti ad ammettere che i genovesi, per una oscura ragione, non abbiano mai accettato la presenza di un viceconsole francese senza aver tentato di farlo partire per futili motivi. 52 Arch. Stato Genova. Diversorum Corsicae F. 2110. 49 50
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Signore, Ricevo una piena approvazione alla lettera che ho avuto l’onore di scrivere a V. E. li 4 luglio in spiegazione delle istruzioni de 16 Marzo, e 11 Maggio concernente l’offerta di cedere la Corsica al Re nella maniera la più ampia e assoluta. Questa approvazione mi autorizza a supplicar V. E. di riprendere in consideraz.ne la mia lettera per accelerarne il risultato che non potrebbe essere ne più pressante, ne più esenziale. Il Sig. Cavag.re de Boyer rende senza dubbio conto a V. E. delli mostruosi effetti, di cui si è giornalm.te minacciati a Genova, per la notizia sparsasi, che i Ribelli sono già nelle Piazze, e che almeno senz’aspettare le Truppe della Rep.ca li Comandanti francesi hanno rimessi gli Inventarii a degli abitanti Fazionarii, o inclinati alla Rivolta. Nell’aspettare la risposta al Corriere del 14 il S.mo Governo va vagliando il pericolo con tutte le disposizioni, che dipendono da lui. Ma allorché si penetrerà ciò che vi è la confusione sarà enorme, il mormorio di cui sarà ripiena la città darà luogo a nuove lamente della Corte. E Dio sa se le cose non anderanno fino al più grande strepito. Mi getto dunque o Sig. ai vostri ginocchi, e imploro tutta vostra sagacità, e tutta la vostra penetrazione per frastornare una Catastrofe forse molto più da temersi, e molto più prossima se i nemici fossero alle porte di Genova. Il rimedio a un si grave male è ancora fra le mani di V. E. E’ dimostrato ad ogni Genovese che i ribelli non attaccheranno le Piazze fino a che saranno in mano del Re in qualonque modo Elleno sieno guardate ogni risoluzione sovra questo ponto sembrerà il solo effetto della volontà del Re, e non si cesserà di credere che da dopo che V. E. sarà suffìcientem.te riformata della facilità e necessità di guardare le spiaggie, il S. Conte di Marbeuf sarà immediatam.le aotorizzato a non dispossessarsene o ancora a riprenderne il Comando. Prìe.go V. E. di ottenerlo dalla bontà infinita di Sua M. e la prego per tuto che vi è di più sacro. Se la mia preghiera è esaudita, spedirò a Genova un espresso per portarne la noticia; poiché so che non vi è di più urgente, che di mandare questa prova di benevolenza da V. E. Si è penetrato dell’abbandono delle Piazze al di là di ogni espressione. Sembra annonciare le più grandi disgrazie e getta terrore, e turbamento in tutti i Stati. Ho l’onore. 76
RISPOSTA FATTA DAL DUCA DI CHOISEUL UN’ORA DOPO LA PROPOSTA DEL M.O SORBA.53 1° Agosto 1767. Vi ho comunicato o Sig. ciò che ho scritto a Genova per parte del Re sopra le proposizioni relative all’Isola di Corsica contenute nella lettera di cui mi avete fatto l’onore di scrivermi li 4 dello scorso. Scrivo al Sig. Boyer che queste proposizioni tutto nuove per il Re hanno attirato l’attenzione di S. M. che non vi può rispondere senza conoscere chiara m.te e precisam.te tutta l’estensione delle proposiz.ni della Rep.ca. Siccome ancora la condotta che il Governo Genovese si propone per la confezione di una convenzione così importante. Il Sig. Boyer è incaricato di dimandare sopra questa negoziazione una memoria aotentica al Senato; senza questa sono aotorizzato a scrivervi, o Sig. per parte del Re, che Sua M. non risponderà ad una proposizione vaga che può avere delle conseguenze. Ho avuto ancora l’onore di dirvi, che avevo spedito in Corsica ad ogetto che Marbeuf guardasse in forza le Città di Bastia e S. Fiorenzo, e la sicurezza della navigazione del Capo Corso. Quanto a quelle di Calvi, Ajaccio e Algajola io non posso rispondere della loro sorte attuale. Era certo, come il Re lo ha fatto esporre a Genova, che i Gesuiti spagnoli e le Truppe del Re non potevano abitare assieme in queste Piazze. Ciò era nel tempo che il Re faceva conoscere al Senato questa impossibilità, e che dimandando che si guardassero in deposito nelli stati di Terraferma i Gesuiti spagnoli, senza che fosse obbligato di ritirare le sue Truppe, che sarebbe stato prudente alla Rep.ca di sentire tutta la conseguenza del suo rifiuto; Ma attualmente o Sig. non riconosco alcun rimedio per parte della Francia, che ha eseguito ciò che aveva annonciato, e che non era più tenuta al trattato; poiché l’incidente dei Gesuiti non era stato preveduto in questo trattato. Tutto al più, Sig. il Re pensa, che la conservazione di Bastia, e di S. Fiorenzo produrrà lo stesso effetto che quello delle altre piazze. Ma se fosse altrimenti la Rep.ca dovrebbe rimproverare a se med.ma; e non già al Re che l’aveva fatta prevenire sopra questo evento; E oltre ciò, che il sig. Boyer a detto a Genova, voi vi ramenterete Sig. ciò che ho avuto l’onore di dichiararvi a più riprese a questo riguardo. Ho l’onore.
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COPIE DE LETTRE ECRITE A S. E. LE DUC DE CHOISEUL.54 8 Aout 1767. Les Dépêches du Ser.me Gouvernement en date du 27 Juillet ne presentent plus que l’expression de la douleur sur la nouvelle de la perte de l’Algajola avec quinze Pièces de Canon de Bronze et sur la nouvelle du risque qu’auroit courrù Calvi sans l’incident du Pain. Chacun se domande ce que le Ser.me Gouvernement peut avoir fait d’assez offencant contre Sa Majesté pour que M. le Conte de Marbeuf n’ait pas prise la plus légère précaution pour empêcher les Canons de l’Algajole de tomber entre les Mains des Rebelles, autrement du moins qu’. Si la même chose arrive a Ajaccio le S.me Gouvernement sera contraint par la pluralité d’envoyer députés sur députés pour calmer le Roy dont on croit le Cœur gravement indispose contre la République, et pour supplier Sa Majesté de vouloir bien apporter quelque Soulagement a la douleur publique. Cellecy, Monsieur, ne sauroit se diminuer par l’espoir du succès de la Négociation principale. On craindra toujours que les Places une fois perdues le
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Arch. Stato Genova. Diversorum Corsicae F. 2110. COPIA DI LETTERA SCRITTA A S.E. IL DUCA 8 agosto 1767. I dispacci del Ser.mo Governo in data del 27 luglio non presentano più che l’espressione del dolore sulla notizia della perdita di Algajola con quindici pezzi di cannone di bronzo e sulla notizia del rischio che avrebbe corso Calvi senza l’incidente del pane. Ognuno si domanda ciò che la Ser.ma Repubblica possa aver fatto di così offensivo contro Sua Maestà per cui il Conte di Marbeuf non abbia preso la più leggera precauzione per impedire ai cannoni dell’Algajola di cadere nelle mani dei ribelli. Se la stessa cosa succederà ad Ajaccio il Ser.mo Governatore sarà costretto dalla maggioranza ad inviare deputati su deputati per calmare il Re di cui si ritiene il cuore gravemente indisposto contro la Repubblica e per supplicare Sua Maestà di voler ben apportare qualche sollievo al dolore pubblico. Questi ultimi, Signore, non possono essere delusi dalla speranza del successo nella negoziazione principale. Si temerà sempre che una volta perdute le piazze il Re non sia tenuto all’articolo che getta le basi per non essere nella necessità di ritirarle dalle mani dei ribelli. Si temerà non meno che una volta perdute le basi il Re si rifiuti a farle ritornare alla Repubblica se l’evento della negoziazione si trovi in un punto tale che sua Maestà decida di ritirare tutte le sue truppe alla fine di quattro anni di incertezza in cui soggiace questo Ser.mo Governo, di difendere Calvi ed Ajaccio, costi quel che costi, durante il terzo del tempo stipulato per il soggiorno delle truppe del Re e minacci di riprendere l’Algajola e ci getterà nella più grande perplessità nella misura che questo diventi meno praticabile. Il Ser.mo Governo ha deciso di ricorrere alla bontà di Sua Maestà in circostanze così negative ed ha inviato un corriere a Madrid per ottenere i buoni uffici di Sua Maestà Cattolica nello stesso momento in cui destinava un inviato straordinario per giustificare la sua condotta presso il Re e far conoscere a Sua Maestà tutta la sensazione di dolore che si prova a Genova di averlo in malessere e di dispiacergli. La Corte di Madrid ha spedito un espresso qui in data 31 luglio in questa occasione, io lascio al Sig. Conte di Fuentes la cura di spiegarne l’esito a V.ra Ecc.za ma ho un motivo molto interessante da fargli osservare. Io la supplico di leggere la lettera qui allegata che mi scrive sotto la stessa data il signor Zoagli Ministro Plenipotenziario di Genova presso sua Maestà Cattolica in cui voi troverete, Signore, una prova convincente di ciò che ho l’onore di dire molte volte a V.ra Ecc.za che la Repubblica, non esprime il suo dolore a Madrid con altrettanta circospezione che qui e in una maniera così vera e così toccante che il Signor di Grimaldi non possa percepire la venerazione e la riconoscenza rispettosa di cui è pervasa verso il Re, così come la fiducia intera che ella mette nei suoi Lumi, nella dirittura ed il buon cuore di V.ra Ecc.za
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Roy ne soit retenu sur l’article qui dot en l’aire la base pour n’être pas dans la nécessité de les retirer des Mains des Rebelles. On ne craindra pas moins que les Places une fois perdues le Roy se refuse a les faire rendre à la République, si l’événement de la négociation se trouvoit tel quel Sa Majesté retirat toutes ses Trouppes au bout des quattre années cette incertitude constitue le Ser.me Gouvernement. dans la nécessité de deffendre Calvi et Ajaccio, coûte qui coûte, pendant le tiers du temps stipulé pour le séjour des Trouppes du Roy, et ménie de reprendre l’Algajola, et nous jettera dans la plus grande perplexité a mesure que cela deviendra moins praticable. Le Ser.me Gouvernement ayant resolù de recourrir a la bonté de Sa Majesté dans des Circostances aussi fâcheuses il avoit envoyé un Courrier a Madrid pour obtenir les bons offices de Sa Majesté Catholique en même tems qu’il destinoit un Envoyé Extraord.re pour justifier sa conduite auprès du Roy, et faire connoitre a Sa Majesté toute l’entendue de la douleur qu’on ressent a Gênes d’avoir eu le Malheur de lui déplaire. La Cour de Madrid a expédié un Expres icy en date du 31 juillet a cette occasion, Je laisse a M. le Comte de Fuentes le soin d’en expliquer le but a V.re Ec.ce mais j’ai un point tout aussi intéressant a lui faire observer. Je la supplie de lire la lettre cy jointe que m’écrit sous la même date M. le M. Zoagli Ministre Plenip. de Gênes auprès de sa Majesté Catholique vous y trouverez, Monsieur, une preuve couvainquante de ce que j’ai eu l’honneur de dire plusieurs fois a V.re E.ce que la République, ne exprime sa douleur a Madrid avec autant de circonspections qu’icy et d’une manière si vraie, et si touchante que M. le M. de Grimaldi ne peut jamais y appercevoir, que la vénération et reconnaissance respcteuse dont elle est pénétrée pour le Roy, ainsi que la confìance entière qu’elle met dans les Lumières, la droiture et le bon cœur de V.re E.ce. PROPOSIZIONE PER IL MINOR CONSIGLIO SULLA CORSICA.55 7 Settembre 1767. Proporre al Minor Cons. di deliberare, che s’instruisca il M. Sorba nella sostanza seguente: Avere il Ser.mo Governo preso in consideraz.ne il contenuto delle sue memorie del 12 giugno e 4 luglio, e delle precedenti instituzioni del 16 marzo, siccome 55
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pure la lettera che il M. Sorba scrisse al Sig. Duca di Choiseul il p.mo ag.to scaduto, e la risposta del Regio M.ro in data dello stesso giorno, e quanto ha comunicato il S. De Boyer al M. Seg.rio. Che in vista di tutto ciò e particolarmente in seguito dei discorsi passati tra il S. Duca di Choiseul, ed esso M. Sorba, ed anche della dimanda fatta per l’estensiva di un piano concernente la pratica di cui si tratta, credere il Governo Ser.mo che nell’atto di dare a S. M. le prove più decisive della piena sua confidenza nell’offerta fatta per parte della Rep.ca relativam.te alla Corsica, di non poter dispensarsi dall’esporre quegli oggetti, che si è necessariamente proposto, e sono: 1.° - La conservazione, indennità e sicurezza ad ogni riguardo dello Stato di Terraferma. 2.° - Che il destino della Corsica sia totalmente innocuo a la Rep.ca. 3.° - Che vi si combini il di lei interesse e decoro. Incaricare perciò detto M.ro Sorba a far pres.ti li riferiti tre oggetti alla Regia Corte, come a quella da cui molto più che dalla Rep.ca ne dipendono le proporzionate, ed opportune (opp.ne) misure, procurandosi a questo fine le necessarie conferenze col S. Duca di Choiseul per ricavare intorno a d.i punti le intenzioni e disposizioni di S. M. E perché il d.° M. Sorba abbia poste le viste del Governo relative ai medesimi, instruirlo per una regola dei seguenti riflessi: Accettandosi da S. M. l’offerta della Repubblica di lasciare al Re tutta l’isola a qualunque titolo, quali debbano essere i mezzi da concertarsi per la stabilità di un tale sistema e per la conservazione, sicurezza e indennità delli Stati della Rep.ca in Terraferma — onde prevenire quelle conseguenze ed impegni ai quali anche in vista del contenuto nell’articolo XV del Trattato di Aquisgrana, potrebbe dar luogo la gelosia delle altre Potenze, e venire gravem.te turbata la tranquillità della Rep.ca e compromessa la sua indennità e conservaz.ne, a riparo di quali conseguenze sembrerebbe il più adeguato espediente quello dell’accessione all’odierno Trattato delle Principali Potenze, che intervennero a quella d’Aix La-Chapelle, cioè di Vienna, Madrid e Londra. Lo stabilimento e concerto nelle forme più positive dell’altro oggetto importante, che riguarda la Nazione Corsa, cioè che essa non possa mai divenire Sovrana, e affatto indipendente, né possedere in quell’Isola alcuna Piazza, o stabilim.to marittimo ne essere in istato di pregiudicare, o inquietare in alcun modo e tempo la navigazione, commercio, e tranquillità di Terraferma. 80
L’esclusione dei bastimenti barbareschi dai Porti, seni e spiagge della Corsica. Un metodo certo e regolare per ovviare, alle frodi e contrabbandi, che i bastimenti di Nazione Corsa intraprendessero di conlettere sotto amparo della Bandiera del Re nel dominio e Porti di Terraferma. L’abolizione di qualunque particolari franchiggia, privileggi, o esenzioni di cui godevano appunto in Terraferma alcuni Popoli della Corsica, e nominatam.te quelli di Bonifacio, Calvi e S. Fiorenzo; i quali privileggi, e concessioni, essendo stati accordati per una speciale relazione di quegli abitanti col Ser.mo Governo devono quindi cessare tostochè cessa la relaz.ne med.ma. Dovere inoltre aversi in vista la corresponsione per parte della Francia di una somma di contante in consideraz.ne di quanto la Rep.ca ad ogni titolo possiede in Corsica, potendosi anche in questa parte desumere un motivo di più dalla somma dei nove millioni, di quali era in credito la Rep.ca in virtù del trattato del 1736. A riguardo dell’Artiglieria esistente nelle Piazze, quando non giudicasse S. M. che fosse trasportata in Terraferma per riconsegnarsi alla Rep.ca, e le convenisse di ritenerla in tutto, o in parte, dovrebbe concertarsene il prezzo, ed il compenso. L’Isola della Capraia non potendo secondo ciò, che più sopra si è espresso, rimanere in mano dei corsi, dovrebbe ritornare sotto il dominio della Rep.ca. La restituzione e reintegrazione a favor dei particolari dei beni situati in Corsica qualunque sia il titolo relativo ai passati torbidi per cui d.ti beni siano stati confiscati, come ancora il rilascio dei risp.vi detenuti. Se all’occasione del p.nte Trattato potesse convenirsi di liberare in avvenire la Rep.ca dalle pretensioni, che di tempo in tempo si risvegliano per parte della Corte di Vienna, dirette aIl estendere i pretesi diritti dell’Imperialità sopra alcune parti del Dominio Genovese. E siccome nel caso della separazione della Corsica dalla totalità delli Stati della Rep.ca si renderebbe necessaria una nuova espressa garanzia di S. M. dovrebbero quindi fissarsi i termini, ai quali questa garanzia potesse estendersi, e concertarsi gli altri oggetti, e vedute sempre dirette alla conservaz.ne e sicurezza della Rep.ca, e ad accrescere per parte di S. M. quell’interessamento, con cui vengono a compensarsi i vantaggi, che risultavano dall’unione e dipendenza di quell’Isola con gli Stati di Terraferma. E in sud.ta sostanza a detarne di lor SS. Ser.me. Incaricare innoltre il Min.ro Sorba a procurar di conseguire mediante l’efficace interessamento di S. M. che durante la presente Trattativa restino sospese 81
qualunque ostilità in Corsica, ed eziandio per Mare. E deliberare si tenga informata di tutta l’attuale Trattativa, e del successivo seguito di essa la Corte di Madrid. Con ordine al Ministro Sorba di non communicare il presente dispaccio, e con l’avvertenza di non valersi dei d.tti riflessi, che nella sola mira di ricavarne le intenzioni e disposizioni della Regia-Corte, e senza impegnarvi in alcun modo la Rep.ca. RISTRETTO DEL DISPACCIO DI SORBA DE I 3O SETTEMBRE 1767.56 Avendo Sorba rappresentato al Sig, S. R. Duca che era incaricato di esporre gli oggetti propostisi dal Sovrano, rispose il Regio M.ro che ciò si riguardava come un giuoco per parte della Rep.ca ma che essendosi del tutto indifferente al risultato di esso poteva la stessa continuarlo se voleva sino al termine dei quattro anni, cioè sino a 13 mesi, che le Regie Truppe devono restare in Corsica. Sorba espose li prefati oggetti: 1.) Conservazione, indennità e sicurezza ad ogni riguardo dello Stato di Terraferma; 2.) Che il destino della Corsica sia totalmente innocuo per la Repubblica; 3.) Che vi si combini il di lei interesse e decoro. Il Sig. Duca si sentì in aria di non ritrovarvi alcuna propos.ne che non dovesse il Governo avere in vista; avendo solamente alquanto inarcato i cigli al secondo, in vista di che soggiunse Sorba che si sarebbe dovuto andare a riparo idi due sorgenti di pregiudizio; una che accettando il Re l’offerta di lasciare tutta la Corsica a S. M., si stipulasse che la Nazione Corsa non possa mai divenire ne possedere in quell’Isola alcuna Piazza, o Stabilimento Marittimo, ne essere in stato di pregiudicare o inquietare in alcun modo o tempo la navigazione, commercio, e tranquillità di terra ferma; da che per la conservazione, sicurezza, et indennità della med.a era duopo prevenire con qualche espediente gli impegni ai quali anche in vista del contenuto nel Trattato di Acquisgrana potrebbe dar luogo la gelosia delle altre Potenze, e venire turbata la tranquillità della Rep.ca, e compromessa la sua indennità e conservazione. Choiseul disse subito che non era possibile d’intraprendere alcun negoziato con
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veruna delle Potenze intervenute al d.° Trattatto, e che non vi era altra forma per prevenire gli accennati impegni che quella di promettere il Re di soccorrere, e difendere la Repub.ca. E qui ebbe luogo il riscontro venuto al Sig. Duca per quanto crede Sorba, da Torino di avere quel Re posta in avvertenza la Corte di Londra della nuova distrib.ne delle Truppe francesi, come di un fatto molto osservabile al sistema del Mediterraneo; al che agionse Sorba rinvenirgli essere stato risposto dall’Inghilterra che non perdeva di vista questo oggetto, come indicando di volersi opporre un giorno ad alcuna divisa contraria al loro rispettivo sistema nel Mediterraneo. Rispose il Duca che ognuno ha la libertà di agire come vuole riguardo ai propri stati in Italia, malgrado il Trattato di Acquisgrana, e citò l’epoca del Trattato di Modena, stato promosso dall’Inghilterra poco dopo la penultima Guerra, rimarcando che quallora l’Inghilterra volesse rompere la pace per la Corsica conveniva cedere che non ne farebbe che un mero pretesto. Sorba si astenne dal parlare della accessione delle tre Potenze scorgendo che se se ne vorrà esigere una Trattativa prima della stipolazione del Trattato il Regio Ministro non vi consentirà e ne riguarderà di malocchio ogni insistenza; e pensando che volendo corrersene il rischio non sarebbe forse impossibile di rinovare più abilmente l’idea di d.a accessione, dopo che fissata l’estensiva del futuro Trattato si potrà riconoscere se sia di natura, e qualità da potersi introdurre l’articolo di invitazione ad accedervi le Potenze Estere. Intorno alla prima sorgente desegnato pregiudizi, il sig. Duca trattò a prima vista come impossibile il promettere che il destino della Corsica dovesse essere per sempre totalmente innocuo alla Repub.ca dicendo che il Re non pensava a farsi Re di Corsica, e che non poteva prevedersi ciò che dovesse accadere degli abitanti dopo 30 anni, e che tutto al più poteva promettersi di contenerli nei limiti di una giusta moderazione e di reprimere ogni eccesso, ed impresa che tentassero mai contro la med.a e discendendo nel dettaglio di ciò che pensava di fare dopo la cessione della Corsica, parve a Sorba che il Sig. Duca pensasse di poter lasciare i corsi in libertà di regolarsi internam.te, e di permettere loro un libero Stabilimento in Ajaccio, Calvi, forse, ed altrove con le precauzioni perché non possano nuocere alla Francia, ne alla Repub.ca. II Sig. Sorba rimarcò che il Governo avea sempre accompagnata la offerta con la massima che i corsi non possedessero Piazze e non restassero affatto liberi, e indipendenti; sopra di che Choiseul replicò che per stabilire una tale pretensione 83
bisognerebbe ridurre i corsi a forza aperta; che se il Re avesse voluto, o potuto farlo lo avrebbe fatto per la Repub.ca e che non lo intraprenderà per il proprio vantaggio. Intorno ai bastimenti barbareschi non vi è parsa dificoltà. Frodi e contrabandi dei corsi — articolo scordato da Sorba. Aboliz.ne delle franchigie e privileggi il R. M, ne convenne la corresponsione di una somma di contanti in considerazione di quanto la Repub.ca possiede in Corsica, considerato peraltro come beni demaniali, o camerali; e l’articolo della Artiglieria non hanno cagionato sorpresa. Capraia — non contrastava questo articolo dal Sig. Duca. Restituzione di beni confiscati, e prigionieri sembrava giusta. Per la liberazione delle pretensioni Imperiali il cenno ora è stato contrastato: ma stante l’esclusiva d’ogni trattativa con altre Potenze Sorba si figura che vi si provvederebbe con la sola garanzia della Francia per lo Stato di terraferma in termini generali. Choiseul contento del modo, con cui la Repub.ca si lusinga di accrescere col futuro Trattato l’interessam.to del Re in di lei preservazione e sicurezza per compensare i vantaggi della Corsica. Sospensione intanto delle ostilità in Corsica non esiggibile dai corsi. Risultato della conferenza — che Sorba consegnò la sostanza della sua esposizione per iscritto per rispondere in iscritto. Choiseul ha trovato giusto che Sorba aspetti questo scritto dalla Republica ed ha insistito perché sia esteso con ogni maggior chiarezza e che la Republica non manchi di spiegare schiettamente ciò che intende sul futuro destino della Corsica e in genere di compenso pecuniario, aggionto che ha sempre pensato non potersi conchiudere, questo affare senza la fissazione di uno scritto. Sentimento di Sorba. Crede che Choiseul abbia nell’animo di dare in Corsica una forma diversa da quella che la Repub.ca ha in mira con l’offerta della cessione; e che sino a che questa offerta non sia accompagnata con le più ampie specificazioni forse il Regio Ministro penserà ad un sistema assai consimile della di lui lettera di 23 marzo al Paoli, di modo che senza perdere di vista l’oggetto della Francia nella tal quale terminazione dell’affare si consiglierà di far trovare ai corsi di che soddisfare la loro ambizione e alla Repub.ca di che essere in guardia della loro successiva fellonia, e risarcirsi con qualche sussidio dal provento naturale che con la nuova forma della Corsica dovesse abbandonare. 84
In vista della probabilità di questo pensiero, e senza mostrarne veruna apprensione (pensa Sorba) che sarebbe necessario spiegare schiettamente nel memoriale che colla cessione si intende il trasporto della med.a sovranità della Corsica nella persona del Re di Francia per essere esso lui e suoi successori: inalienabilmente posseduta a perpetuità senza poterla abbandonare, ne concedere in totalità o in parte ad alcun altra potenza; e per possederla come ognuno degli altri feudi della Corona. Suppone che l’offerta debba continuare a fare ogni maggiore impressione sullo spirito dei Regi Ministri, malgrado ancora gli tre oggetti proposti, e si figura che saranno alla fine approvate e considerati come l’effetto del giusto sistema di volersi rendere sicuro che quello dei corsi non possa mai divenire nocivo alla Terra Ferma. Corresponsione di una somma in una volta non sperabile. In quanto al sussidio Sorba farebbe in modo di farlo andare in perpetuo, ma teme che verrebbe fissato molto tenue, in Garanzia di Terra Ferma e per concertare gli altri oggetti e sederle sempre dirette alla preservazione e sicurezza della Repub.ca; e ad accrescere per parte del Re l’interessamento con cui vengono a compensarsi i vantaggi della Corsica; se si tratta d’inserire, in un futuro Trattato delle clausole speciali per la difesa dello Stato di Terra Ferma sarà necessario indicarle distillamente nel memoriale ma difficilmente saranno ammesse dal R. M. il quale sembra riguardare come sufficiente l’espressione in generale di d.ta garanzia. Sorba dice che per disimprimere il R. M. dalla disposizione in cui era di credere che gli schiarimenti richiesti si aggirassero a bella posta sopra degli oggetti affatto impossibili a combinarli con l’offerta, aveagli fatto conoscere che da Giugno 1766 la Repub.ca aveva avuto a base d’ogni sua Instruzione ed offerta che il destino della Corsica sia totalm.te innocuo allo stato di Terra Ferma al quale effetto i corsi non potessero mai diventare Sovrani, e all’atto indipendenti, ne possedere alcuna Piazza, o Stabilimento Marittimo, ne essere in stato di pregiudicare o inquietare la navigazione, e tranquillità di Terra Ferma; che il R. M.ro è convenuto che il Governo era sempre stato fisso in quello asserto, e non l’ha nepure combattuto in modo da far credere che debba resistervi ulteriormente su dal med. asserto si farà insensibilmente nel memoriale, benché indeclinabilmente difendere la cessione della Corsica specificata come sopra, e l’abbandono delle Piazze; con l’aggionta di farsi consegnare il Re tutti i postamenti e fortificazioni dei Ribelli in Marina e la Caprara nel senso che si 85
stimerà di doverla esigere, e se si farà valere la facilità del Re di accordare ai di lui nuovi sudditi, quella Legge ed interna organizzazione che estimerà. Che insomma la buona maniera con cui fossero trattati nel memoriale l’abbandono di tutta l’Isola al Re, e l’indifferenza della Repub.ca all’ulteriore sosta dei corsi nell’interno dell’Isola darebbe molta forza alla giusta riserva delle condizioni relative alla tranquillità dello Stato di Terra Ferma farebbe cessare il sospetto sulle sincerità dell’offerta o depone l’idea d’ogni altro sistema. PROGETTO SULLA PRATICA DI CORSICA CONSEGNATO A ME SEG.rio DAL MAG.co AMBR.o D’ORIA .57 30 9mbre 1767. art. 1° — Fra la Ser.ma Rep.ca e la Nazione Corsa vi sarà una pace cristiana universale e perpetua tanto per mare che per terra. art. 2°—— Vi sarà una generale intiera dimenticanza di tutto ciò che e accaduto nel Regno per il passato, ed ogni Particolare tanto Genovese che Corso, ed in loro mancanza i Loro eredi e successori, rientreranno e saranno conservati in possesso di tutti i beni, dignità, benefizii e rendite che godevano nonostante qualunque sequestro, confisca e condanna accaduta per il passato. Per facilitare suddette restituzioni e reintegrazioni la Ser.ma Rep.ca cede a tal fine e rinuncia a perpetuità ai proprii diritti e possessi su tutti i beni stabili suoi proprii. più tenute, boschi, stagni, laghi e feudi tanto camerali che acquistati a qualunque titolo. art. 3° — La Ser.ma Rep.ca cede a perpetuità alla Nazione Corsa la Città e Cittadella, ossia Terranuova della Bastia, acciocché possa nella stessa stabilirvi e tenervi quella forma di Governo tanto per il politico ed economico, quanto per il civile e per il criminale, che giudicherà possa più convenire alla felicità dei popoli. Sarà lecito e potrà la Rep.ca ritirare l’Artiglierie e qualunque arma e munizione da guerra dalla detta città e cittadella e forti adiacenti, secondo l’inventario che se ne conservano. Rimarranno invece alla Nazione Corsa per difesa della Bastia, l’artiglieria e qualunque munizione da guerra ritrovate nella fortezza ed Isola della Capraia. art. 4° — Ad oggetto che la Nazione Corsa possa fare un più commodo eIl esteso commercio a vantaggio dei popoli, la Rep.ca cede a perpetuità alla stessa il Forte e Porto di S. Fiorenzo, con poterne ritirare, come si è detto sopra, l’Artiglierie e
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munizioni di guerra; e la Nazione Corsa restituirà nello stato o grado in cui ha ritrovato al tempo della resa risola e fortezza della Capraia alla Ser.ma Rep.ca per doverla tenere e possedere nella guisa e forma che la possedeva per l’addietro. art. 5° — La Ser.ma Rep.ca rimarrà in possesso delle Città e fortezze di Ajaccio, Calvi, e Bonifazio con quei territori ed adiacenze che saranno qui appresso fissati e la giustizia tanto civile che criminale vi sarà amministrata in nome e per autorità della Ser.ma Rep.ca. art. 6° — II territorio, ossia adiacenza d’Ajaccio si estenderanno dal fiume Laimone sino al Fiume Talavo, cioè dal detto nume Laimone verso la montagna fino a Calcatoggio, detto luogo escluso; da detto Calcatoggio sino ad Appiano, detto luogo escluso; e da detto Appiano per linea diretta, compreso nel territorio d’Ajaccio la Confina, ed il Campo dell’Oro sino al luogo di Cognocoli posto alla riva del Fiume Talavo e quindi per la riva del detto fiume al mare. Il territorio ed adiacenze di Calvi si estenderanno dalla foce del fiume Aregno al Convento di Marcasse e da questo al Convento di Arciprato per linea retta, passando il confine sotto Monte Maggiore detto luogo escluso e dal convento d’Arciprato su detti Conventi esclusi, sino al Procoggio del Fiumale, e da detto Procoggio per Cresta ossia Cima dei Monti, sino alla Torre della Mancherella posta al mare fra Capo Cavallo e Capo di Vela. Il territorio di Bonifazio si estenderà dalla ponta di Figari lungo la Fiumara sino alla cima dei monti, ed indi da dette cime sino al Procoggio di S. Giulia al Mare. Per maggior chiarezza e sicurezza di detti territorii e confini vi saranno apposti i termini in pietra da periti agrimensori. art. 7° —- Non potranno per qualunque raggione o pretesto di caccia od altro gli Uffìziali e Soldati e Abitanti di dette Città e Presidii oltrepassare i suddetti termini con alcuna sorta d’armi e principalmente da fuoco; e parimenti non potrà entrare in detti territorii, città e Presidii con armi come sopra veruno degli abitanti dell’Isola. Potranno però solamente gli uffìziali e tutte le persone di civile condizione tanto di dette città quanto dell’isola, uscirne ed entrarvi colla semplice spada. Ogni contravventore incorrerà la pena d’uno sino a due anni di arresto o di carcere. art. 8° — II Presidio ossia guarnigione di truppe regolata della Ser.ma Rep.ca, oltre i cannonieri ed altri inservienti in dette Piazze non potrà essere maggiore per la Città e Cittadella di Ajaccio di Uomini duecento: per la città e forti di 87
Calvi d’altri Uomini duecento e per il Presidio e luogo dì Bonifazio di Uomini cento con i corrispondenti loro uffìziali; e la Rep.ca Ser.ma non potrà aumentarne ne accrescervi il numero di detta Truppa regolata se non in tempo d’imminente pericolo di guerra e per particolari interni riguardi. art. 9° —La giustizia civile in suddetta città e Presidii sarà amministrata in nome e con l’autorità delegata dalla Repub.ca dagli Anziani delle medesime a vicenda. La giustizia criminale dal Governatore Genovese delle medesime, con quei Ministri subalterni onorari, ricompense e mercedi che stabilirà la Ser.ma Repubblica da corrispondersi da dette Città e Presidii e loro adiacenze come si dirà in appresso. L’appelli nelle cause civili che oltrepasseranno le lire 500, moneta fuori banco, si devolveranno alla Ruota Civile di Genova, che giudicherà perentoriamente senza ulteriore ricorso. Le sentenze criminali, ove si tratti di pena corporale o esilio, relegazione, o di pena pecuniaria oltre Lire 100, moneta fuori banco, dovranno essere reviste dalla Ruota Criminale di Genova dalla quale dovranno i Governatori richiedere il voto per uniformarsi alio stesso, prima di mandare qualunque sentenza ed esecuzione. I Governatori e loro Ministri subiranno il Sindacato nelle forme solite terminato il biennio del loro governo nanti il Tribunale delli Ill.mi Supremi Sindacatori prima di poter avere od essere ammessi a qualunque dignità, uffizio o carica della Rep.ca. Qualunque grazia in materia criminale potrà farsi da Ser.mi Collegi, letto il processo, colle quattro quinte parti dei voti favorevoli, e quando si tratti di reo di omicidio seguito colle sette ottave parti di detti voti favorevoli. Si procederà nelle dette città e Presidii come per l’addietro a tenore e secondo i proprii loro Statuti sociali ed in mancanza dei Medesimi secondo le leggi romane. art. 10°. — La giustizia civile e criminale e qualunque politico ed economico provvedimento dipenderà in tutte le altre parti della Isola da quelle leggi e regolamenti di giustizia che di grazia che la Nazione Corsa giudicherà di adottare e prefiggersi a se medesima per il maggiore buon andamento dei popoli. L’attore nelle cause civili dovrà seguire il Tribunale del Reo. I Rei di qualunque delitto criminale dovranno essere processati e puniti dai Giudici e secondo le Leggi e Statuti dei luoghi ove avessero commesso il delitto. I Rei o Banditi per qualunque delitto non potranno avere ricovero ne asilo nel Regno; se saranno stati processati e definitivamente o in contumacia condannati dai Tribunali delle 88
tre Città d’Ajaccio, Calvi e Bonifazio e della Capraia. Ne in dette città ed Isola della Capraia potranno avervi ricetto od asilo quei stati processati e definitivamente o in contumacia condannati dai Tribunali della Nazione: anzi nemmeno potranno avervi ricovero od asilo nell’Isola i condannati o banditi per delitto criminale dallo Stato di Terraferma della Ser.ma Rep.ca e similmente i condannati e banditi come sopra dai Tribunali della Nazione e di quelli della città ed Isola della Capraia non potranno aver ricovero od asilo nel detto Stato di Terraferma ne essere ammessi a stipendi e nelle Truppe della Ser.ma Rep.ca. art. 11° — Rimarranno per parte della Repubblica estinte e soppresse a perpetuità qualunque gabella, pedagio e taglia e qualunque imposizione a qualunque titolo, causa, e costume quantunque antichissimo, tanto nelle dette città di Ajaccio, Calvi, e Bonifazio e loro adiacenze, quanto in tutto il rimanente del Regno, ad esclusione del solo ancoraggio nei porti di dette tre città solito ovunque, e da qualunque Nazione pagarsi per il mantenimento dei porti medesimi: in considerazione di detto estinzione e soppressione di qualunque gabella ed imposizione in dette città e loro adiacenze, quanto in tutto il rimanente del Regno, rimarrà egualmente stinto e soppres.so ogni privilegio ed esenzione patti e Convenzioni che godesero nei domini della Ser.ma Rep.ca di Terraferma gli abitanti di dette città, ed i Sanfiorensi, indi dovendo tutta la Nazione Corsa essere egualmente trattata e considerata senza distinzione di luogo o di persona. Perciò detta Nazione goderà in Genova e negli altri Porti e Scali della Rep.ca Seren.ma tutti quei privilegi ed immunità accordate dalle leggi del Porto Franco alle altre Nazioni commercianti, ed i bastimenti e la bandiera della Ser.ma Rep.ca dovrà godere di tutti i riguardi ed essere trattata nei Porti e Scali che rimangono alla Nazione Corsa come saranno trattate tutte le altre Potenze commercianti nel Mediterraneo, anzi l’Individui di entrambe le Nazioni dovranno considerarsi come della stessa Nazione e goderanno i corsi rispettivamente dei privilegi e prerogative che competano a tenore delle leggi della Rep.ca ai nobili di Terraferma ed ai cittadini e Nazioni abitanti delle due Riviere. art. 12° — Dovranno i cittadini ed abitanti delle città d’Aiaccio, Calvi e Bonifazio
e
loro
adiacenze
supplire
al
mantenimento
e
spese
dell’Amministrazione della Giustizia e Governo politico delle dette loro città ed adiacenze, mediante una tassa equitativa da ripartirsi fra loro su ogni capo di famiglia, nobile, cittadino, ed abitante delle stesse a proporzione dei loro Beni stabili, negozio ed industria. 89
art. 13° — Tutti i Vescovati, Dignità, Prebende e Benefizi ecclesiastici, dovranno essere conferiti a Nazionali corsi secondo i concerti e concordati che la Nazione Corsa potrà prendere col Santo Padre e colla Corte di Roma. Al Vescovato di Ajaccio potrà essere promosso, com’è presentemente, un soggetto Genovese o un cittadino di Aiaccio in tutte le successive vacanze a tale dignità. art. 14°. — I Burò di Sanità dovranno in tutta l’Isola essere regolati e diretti a norma delle altre Nazioni e principalmente secondo gli usi e metodi che si praticano nel Mediterraneo. art. 15° — In segno del diritto di supremazia della Ser.ma Rep.ca sul Regno la Nazione Corsa dovrà inviare ogni due anni un presente delle produzioni dell’Isola al Ser.mo Doge per il giorno della solenne sua incoronazione ed ogni dieci anni una Deputazione alla Repubblica in segno di omaggio, e per ricevere dalla stessa le rimarche del pubblico gradimento e della costante volontà di tutto il Governo Serenissimo allo stabile perpetuo adempimento del presente trattato ed alla felicità dei popoli. In segno di tributo la regalia del Sale rimarrà in tutto il Regno di proprietà della Serenissima Rep.ca di Genova: nelle città d’Ajaccio, Calvi e Bonifazio e loro adiacenza e territorii e nell’Isola della Capraia dovrà continuarsi a vendere ed a fare ai prezzi, pesi e modi come si usa presentemente senza che ]a Repubblica o Casa di S. Giorgio possa accrescerne per l’avvenire il prezzo o diminuirne il peso. Il Regno poi dovrà provvedersene dall’Ufficio del Sale per mezzo di quel partito, contratti od a quei prezzi che si stabiliranno di reciproco compenso e convenienza. art. 16° — Non potrà quindi la Nazione Corsa far trattato o Lega con veruna potenza, ne senza l’intelligenza e permesso della Ser.ma Rep.ca pace o triegua colle Reggenze barbaresche, la quale nemmeno potrà far lega o trattato che possa essere contrario o portar pregiudizio al presente stato dell’Isola. Perciò non potranno chiamarsi ne introdursi nelle Piazze della Rep.ca o dalla Nazione Corsa nell’Isola Truppe di qualunque Principe straniero e per di più tutti i Porti, rade, baie ed ancoraggi del Regno rimarranno sempre aperti per il commercio a qualunque Nazione in caso di guerra che sopravvenisse nel Mediterraneo, secondo le Leggi ed usi marittimi, sino a che non venga la neutralità di dette Parti infranta dai nemici della Rep.ca, e perciò resta espressamente convenuto che i nemici della Ser.ma Rep.ca non potranno avere accesso, ne essere ammessi in detti Porti, rade ed ancoraggi, se non in caso d’imminente pericolo di naufragio conformemente alle leggi dell’umanità. 90
art. 17°— La Nazione Corsa alla richiesta della Ser.ma Repubblica, in caso di guerra o di disturbo nei propri Stati di Terraferma, somministrerà sino a sei mila Uomini d’Infanteria da ingaggiarsi e condursi a stipendi della stessa divisa in dodici battaglioni con essere comandati da ufficiali di detta Nazione da eleggersi e prescegliersi dalla Repubblica. L’ingaggio e paga tanto delli Uffiziali che de’ Soldati comuni dovrà essere la stessa di quella che corresponderà in suddette occasioni all’altre truppe italiane a suoi stipendi. In casi di riforma o di congedo gli uffiziali avranno la paga d’un mese anticipato e di più del tempo del loro servigio per poter ritornarsene alla loro Patria e la divisa e il basso vestiario dovranno rimanere in proprietà dì ciascheduno individuo e basso ufficiale. L’armi e munizioni, tende ed utensili di qualunque natura e qualità dovranno essere restituiti ai pubblici arsenali ed armerie. Similmente in caso di corso o di discesa nell’Isola di barbareschi, la Ser.ma Rep.ca odile sue forze marittime contribuirà alla difesa dell’Isola. art. 18°. — L’armi del Regno in tutte le bandiere, standardi tanto in terra che in mare saranno inquartati dall’armi della Rep.ca collo stemma della Croce Rossa in Campo bianco, e collo stemma ed arma della Nazione Corsa, ed in mezzo di dette armi vi sarà un piccolo scudo col motto “Libertas”. art. 19° — Riconoscendo tanto la Ser.ma Rep.ca di Genova quanto l’Illustre Nazione Corsa di riavere e ricevere il sommo Bene della Pace e Tranquillità da S. M. Crist.ma per mezzo dell’Il.mo suo ministero e dei suoi uffiziali, sarà S. Maestà riverentemente ed ossequiosamente pregata per parte della Rep.ca, e della Naz.ne Corsa a volersi degnare di garantire il presente trattato in ogni sua parte ed a far si che lo stesso sortisca ed abbia un pieno adempimento e totale esecuzione: A tal fine potrà S. M.sta lasciare presentemente in quella o in quelle piazze od altri luoghi dell’Isola che crederà opportuno, quel numero di sue Truppe che giudicherà necessario a tale oggetto; farle uscire dalle piazze e dalla Isola e rientrarvi nell’avvenire tutte quelle altre volte che a giudizio di S. Maestà le circostanze o la necessità lo richiedessero per sicurezza del Regno nel presente sistema di tranquillità. Potrà inoltre S. Maestà quando così le piaccia, invitare (quelle altre Potenze ad accedervi nei tempi e circostanze che crederà opportuno ad oggetto di vieppiù stabilire la presente unione fra le due Nazioni. art. 20° — Sarà il presente Trattato in ogni sua parte comprovato e ratificato fra il termine di ...... dai due Consigli della Ser.ma Repubblica e dall’Illustre 91
Nazione Corsa in una sua Generale Assemblea acciocché possa avere forza e vigore di legge per ambe le Nazioni. (Amelot) Piano deliberato dai Ser.mi Collegi li 21 feb.o 1768 Articolo primo La Ser.ma Rep.ca di Genova cederà a S.M. Xma tutti li diritti di sovranità e di proprietà, e tutti i possessi che alla stessa Rep.ca appartengono nell’isola di Corsica. Per un effetto di questa cessione la Nazione Corsa non potrà mai essere una Nazione Sovrana, ed indipendente, né possedere in Corsica alcuna Piazza, stabilim.to marittimo, ne essere in istato di pregiudicare o inquietare in alcun modo la navigazione e commercio e la tranquillità della Rep.ca e delli Stati che essa possiede in Terraferma. 2. S. M. si impegnerà di ricuperare l’isola della Caparra p. essere la med.ma presidiata dalle truppe della Rep.ca, o da quelle del Re. 3. Li bastim.ti barbareschi non potranno essere ammessi nei Porti, Seni e Spiaggie della Corsica. 4. Li Nazionali genovesi e gli individui corsi saranno restituiti, e reintegrati al possesso de’ loro beni, che fossero stati confiscati p. qualsiv.a titolo relativo ai passai torbidi di quell’Isola, e saranno pure rilasciati qualunque detenuti occasione dei med.mi torbidi. 5. Restaranno abolite qualunque particolari concessioni, esenzioni, franchigie o privileggi, di cui godevano in Terraferma alcuni popoli, o abitanti di quell’Isola, e particolarmente li Bonifacini, Calvesi, e S. Fiorencischi. 6. Si stabilirà un modo certo e regolare p. impedire le frodi e contrabbandi, che i Bastim.ti di Nazione Corsa sotto l’amparo della Bandiera del Ré potessero comettere nei Porti e Dominio di Terraferma. 7. L’artiglieria esistente nelle Piaze di Corsica sarà riconsegnata alla Rep.ca, a 92
meno che non convenisse a S. M. di ritenerla o in tutto, o in parte, nel quale caso se ne converterà il compenso. 8. S.M. garantirà a perpetuità li Stati, che la Ser.ma Rep.ca possiede in Terraferma sotto qualsiv.a titolo, o p. qualunque caosa, o maniera potessero eseere, o venissero turbati. 9. In seguito del generoso interessam.to che il Ré ha preso sempre nlla conservazione e tranquillità della Rep.ca, doveranno p.ma della stipulaz.ne del p.nte trattato concertarsi tra S. M. e la stessa rep.ca tutte le misure, che assicurino la di lei conservazione e tranquillità relativam.te all’odierna cessione. E finalm.te il Ministro della Rep.ca ha l’incarico di procurare, che in considerazione dei diritti di sovranità e di proprietà, e delle Piazze, che come sopra si cedono a S. M. venga concertata una somma di danaro da corrispondersi alla Rep.ca nei modi e tempi da stabilirsi. Ed ha altresì l’incarico di procurare, che venga adottato, che le proviste del Sale p. l’Isola di Corsica siano somministrate dall’Ufficio del Sale di Genova nella quantità, e prezzi da stabilirsi medianti gli opp.ni partiti o contratti di reciproca convenienza. BIGLIETTI DEI CALICI.58
58 Arch. Stato Genova. Diversorum Corsicae F. 2107. La Repubblica di Genova, retta da un governo oligarchico, aveva istituzionalizzato l'uso delle lettere anonime, definendole, nel Seicento lettere orbe e nel Settecento biglietti di calice o dei calici. Questi avvisi venivano davvero esaminati e le loro indicazioni utilizzate, come forma di partecipazione civile alla gestione della cosa pubblica: si può dire addirittura all'attività di Governo. Il sistema usato per dar corso a questa corrispondenza era il più rapido ed economico che si possa immaginare: a Palazzo Ducale, ma anche in altre sedi, erano sistemati dei recipienti che, per la loro forma, vennero più tardi, chiamati calici. Questi vasi erano esposti in luoghi accessibili a tutti, anche se protetti e appartati; in essi i cittadini deponevano le loro comunicazioni anonime dirette al Doge o ad uno dei tanti Magistrati, a cominciare dai Supremi Sindacatori: massima autorità di controllo dell'attività di Governo, dato che potevano sindacare anche l'operato del Doge. Per i Supremi Sindacatori, nel porticato adiacente al cortile minore del Palazzo Ducale (vicino all'ingresso della Società Ligure di Storia Patria) era prevista ed esiste tuttora, ricavata nel muro, la cassetta di impostazione con sportello per il prelievo della corrispondenza. Ogni magistrato faceva ritirare giornalmente il contenuto dei propri calici e lo utilizzava come informativa per l'attività d'ufficio. Nei biglietti di calice si leggevano i più veri e spontanei pensieri dei cittadini sull'attività del governo e sui fatti correnti: dalle denunce delle congiure antioligarchiche, ai problemi delle famiglie; dalle critiche politiche alle maldicenze, dai gravi fatti di cronaca ai segreti d'alcova, dai padri tirannici, alle soffiate sui colpevoli di reati non ancora scoperti dal braccio di giustizia: scritti che arrivavano non solo dalla città ma anche dal dominio. Lettere orbe e biglietti di calice, svolgevano, in un certo senso, la stessa funzione informativa che svolgono oggi i giornali con le rubriche di cronaca, che allora era affidata all'unico foglio patrio, gli Avvisi, con particolare riferimento a ciò che riguardava il commercio e il porto. L'Archivio di Stato di Genova conserva
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19 Gennaio 1768 Ser.mi Sig.ri, Permettino al zelo d’un nuovo Consigliere di segnare in scritto a V.V. S.S. Ser.me i sentimenti, che per la sua poca esperienza per l’affari politici, ed economici del Ser. Governo, non ardisce, palesare nell’assemblee del Minor Consiglio; giudicando a proposito di sottoporli ai Savii, e sempre prudenti riflessi di V. S.ma. Il Regno di Corsica è stato da VV. SS. Ser.me previa l’aprovazione (sic) del Minor Consiglio, con i quattro quinti dei voti favorevoli, offerto in cessione alla S. M. Cristianissima. Dopo un tale passo VV. SS. Ser.me credono, non essere in caso di poter retrocedere, e certamente credono bene. In seguito S. M. non ha accettato e neppure rifiutato l’offerta bensì dopo certe conferenze col M.o Sorba, il Regio Ministro ha dimandato un piano di VV. SS. S.me per detta cessione dichiarando però che il Re non aveva nisuna intenzione, di farsi Re di Corsica. VV. SS. Ser.me per le varie circostanze, hanno ritardato per molti mesi, di dare una risposta, e molte volte colle Lettere del M.o Sorba, si sono sentite le lamento del Sig. Duca di Choiseul, per il silenzio di VV. SS. Ser.me in una materia che doveva tanto renderle sollecite; e più volte si sono sentite l’espressione; per non dire le minacce del detto Regio Ministro, che predicevano il pentimento che avrebbe avuto in appresso la Ser.ma Repubblica, perché alla fine del contratto avrebbe ritirato le truppe del Re, e conseguentemente i corsi si sarebbero impossessati dei presidi, artiglierie, Ec. — La risposta che VV. SS. Ser.me dovevano dare, meritava veramente la magior attenzione, ed in fatti VV. SS. Ser.me hanno continuamente eccitato il zelo dei M.ci Consiglieri, per sugerire quel che avrebbero stimato meglio, per vantaggio della Ser.ma Repub.ca in una materia delicata tanto più dopo la cessione indefinita del Regno di Corsica offerta al Re Cristianissimo, dalla quale non potevano dipartirsi— V.V. S.S. Ser.me hanno finalmente stabilito di proporre al Minor Consiglio due piani, fra i quali uno ha riportato maggior applauso ed è appunto quello che VV. SS. Ser.me intere filze di biglietti di calice che risultano preziosi per la storia della città e del costume. Sono pezzetti di carta, talvolta minimi, delle più diverse provenienze, alcuni con poche righe, altri prolissi, dove si fa la storia di una famiglia, si chiarisce un caso di cronaca, si critica un provvedimento governativo. Attraverso i biglietti di calice sono venute alla luce clamorose vicende, che sarebbero rimaste altrimenti ignorate.
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hanno proposto continuamente, in queste ultime adunanze del Minor Consiglio senza che mai vi sia stato approvato dal numero necessario dei voti. Si vede chiaramente che i sentimenti dei Consiglieri son ripartiti in più pareri; in fatti; molti danno voto alla proposizione, perché la credono vantaggiosa alla Ser.ma Repub.ca in queste nostre circostanze, e perché giudicano che non si può prendere altro partito. Altri danno voto alla detta proposizione, non perché la credono vantaggiosa, ma perché temono, che il ritardo d’una risposta, da tanto tempo dovuta, al Re Cristianissimo, possa essere molto più pregiudiziale alla loro patria, che la proposizione in se. —- Altri non danno voto alla suddetta proposizione per il timore d’irritar contro di noi altre Corti, e particolarmente l’Inghilterra; ad altri dispiace e non sanno risolversi alla perdita d’un Regno; altri pure credono non poter cedere un Regno senza il consenso del Maggior Consiglio. Questi varii pensieri meritano l’attenzione di VV. SS. Ser.me ed il serio esame, per vedere se veramente non sia luogo dì poter combinare una qualche risposta, che venga ad uniformarsi in parte, con tutti quelli sentimenti di sopra espressi. Che sia necessario di dare ormai una risposta a S. M. Crist.ma ognuno ne conviene; anzi a tutti dispiace l’averla si longamente ritardata; Ma che la proposizione di VV. SS. Ser.me sia l’unica da potersi dare, non viene generalmente accordato, come disse benissimo il M.co Ambrogio Doria, in queste due ultime adunanze. Chi scrive è ben persuaso della sua insufficienza, e poco talento; tuttavia però, l’affetto per la sua Patria, ed il zelo di buon cittadino gli fa animo di umiliare a VV SS. Ser.me il suo sentimento. —- Non esamineremo se l’offerta fatta a S. M. Crist.ma era stata prudente, o no; VV. SS. Ser.me ed il Minor Consiglio, colla sua approvazione, l’hanno creduto vantagioso nelle nostre circostanze, pur troppo critiche; il passo è fatto, convien correre l’istessa carriera; però si vede che la maggior parte dei Consiglieri vorrebbe retrocedere; esaminiamo se siamo più in caso: pare assolutamente, che si possa, e si riceva il passo da farsi, dalle risposte del Regio Ministro. Il Re non o lontano di dare orecchio all’offerta della Repub.ca vedrà volentieri un piano della medesima; non credo però che S. M. voglia essere Re di Corsica; e dopo del longo nostro silenzio la Repub.ca si pentirà delle diffidenza che mostra presentemente, con un ostinato silenzio, giacche al1a line del contratto il Re ritirerà le sue truppe, e la Repub.ca si troverà nella necessità di perdere tutti i presidii, dei quali i corsi senza dubbio si impossesseranno. 95
La lettera del Sig. Duca di Choiseul scritta al De Paoli da anche alla Ser.ma Repub.ca adito per restringersi ad un piano, nel quale, combinando la medesima offerta venga a riparare al decoro del Ser.mo Governo, ai timori che abbiamo delle altre Corti, ed a consolare quei M.ci Cittadini che non sanno consentire, ad occhi asciutti (sic) alla perdita di un Regno si longamente posseduto dalla Ser.ma Repubblica. Sembrerebbe donque che in coerenza delle dette risposte del Regio Ministro si possa dare al M.ro Sorba, un’istruzione colla quale debba onninamente confirmare a S. M. Crist.ma l’offerta di VV. SS. Ser.me, della cessione del Regno di Corsica, facendo a S. M. le più vive proteste dell’intera fiducia che ha la Ser.ma Repubblica nella sua protezione, sia per il decoro che per l’indennità del Ser.mo Governo, e che rilevando che S. M. Crist.ma non ha intenzione di voler essere Re di Corsica, perciò gli da adito di far presente a S. M. che la Repub.ca sarebbe in caso di presidiare e conservare li suoi presidii di Calvi e Bonifazio, abbandonando il resto dell’Isola dopo aver ritirato la sua Artilleria dalle piazze; sempre quando ciò sia di piacere di S. M. ai voleri del quale la Repub.ca sarà costantemente rassegnata sottomettendosi a qualunque altra disposizione del Re nella protezione del quale interamente confida, non sapendo quale piano poter presentare a S. M. Crist.ma che di rimettersi in tutto alle di Lei deliberazioni, sia che voglia esserne possessore, o depositario, o pure voglia degnarsi d’esserne Mediatore. Da questa risposta piena di rassegnazione, e fiducia nel Re Cristianissimo, rilevar si deve dal Regio Ministro che, se il Re non ha intenzione di possedere il Regno di Corsica, VV. SS. Ser.me non hanno neppure intenzione d’abbandonare tutte le piazze della Isola ma bensì di conservare un piede in Corsica: che VV. SS. Ser.me hanno forza di poter sostenere contro i corsi, anche che la Francia volesse ritirarsi senza aver procurato nessun accomodamento. Che VV. SS. Ser.me abbino il mezzo di poter presidiare le dette due piazze, non meno che tutto il Stato della Ser.ma Repub.ca con la pochissima gionta di due cento in trecento uomini di più delle due mila cinquecento che VV. SS. Ser.me devono aver presentemente, sarà facile aprovarlo, ma non si può far adesso per la ristrettezza del tempo, che obbliga chi scrive o terminar il presente incommodo a VV. SS. Ser.me, sempre pronto però a fare il dettaglio della distribuzione delle truppe, quando che VV. SS. Ser.me giudichino che il suo debole sentimento possa meritar l’attenzione di VV. SS. Ser.me a cui fa profondissima riverenza. 96
BIGLIETTO DEI CALICI AL MINOR CONSIGLIO.59 25 Gennaio 1768. Miei Signori, è strana cosa, e fa piangere la nostra insensibilità e la indifferenza, colle quali noi stessi andiamo incontro quasi ridendo a tanti guai pur troppo vicini, gravissimi, irreparabili. A confusione nostra che doverebbe illuminarci, meritiam bene il concetto, con cui il Duca di Choiseul ci ha dipinto al M. Sorba; ma è anche peggior cosa questa nostra condotta che fa ridere i corsi, e giova tanto alle idee loro. Se il De Paoli e il Bottafoco a Parigi avessero a darci un piano di quanto può essere utile loro, e rovinoso a noi, quale altra condotta averebbe mai da prescriverci se non la nostra? Povero Paese! E perché ci frastorniamo fra di noi stessi a prendere quel partito che finalmente è l’unico, e l’innocuo, e il più coerente alle massime deliberazioni già prese, e in cui si sono conciliati per quanto è possibile i sentimenti della massima parte dei voti del Minor Consiglio? Timori varii, mendicati pretesti! Si teme in Inghilterra e si vuole che sia così perché così si pensa e piace di voler così figurarsi. Per altro è notorio all’Inghilterra e per quello che dicono i corsi e per quello che dice qui lo stesso Inviato, avere la Repubblica offerto alla Francia la Corsica a qualunque titolo. L’Inghilterra nulla dice, non ne fa caso, non ne mostra la menoma gelosia; ciò nonostante si vuole che l’Inghilterra non vi consenta e a prevenire cautamente questo pericolo possibile ed incerto, abbiam nel piano delle condizioni da proporsi alla Francia voluto apporre un Capitolo, in cui si faccia menzione delle Potenze che hanno influenza, e interesse nel Mediterraneo e nel commercio. Al sostenere presso la Francia codesto Capitolo, non potrà Il Ministro Sorba non far valere le nostre ragioni, i nostri timori, judicando espressamente le Potenze che intendiamo di contemplare. Con tutto ciò non siam contenti e sempre daccapo alla stessa difficoltà ed apprensione. Mendicati pretesti. E ciò o perché si teme quello che non ha luogo o si vuoi temere, per conseguire quello che si vorrebbe, cioè non spropriarsi di un Regno. Ottimi desideri di ritenere e di aver beni se sono reali; pessimi desideri al contrario se è di avere beni aerei, beni non ritenebili, non conseguibili. A ciò realizzare non basta il desiderio o la volontà sono necessari i mezzi che noi non abbiamo, e tanto più se
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Arch. Stato Genova. Diversorum Corsicae F. 2108.
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in altri vi siano realmente i mezzi distruttivi della nostra volontà, e nientemeno della nostra forza, se pur l’avessimo. Equivoci affettati. E sono il volere apprendere che in oggi si da la Corsica, e che poi si concerteranno le condizioni e le indennità: eppure il piano dice si darà... si concerterà... né potrà mai approvarsi il piano in una parte e non nelle altre tutte, che sono parti componenti del Piano medesimo. Si passa innanzi e dopo avere rilevato un multiloquio in cui dicesi non dee ritenersi inciampi in altro multiloquio forse peggiore, si citano tesi siano applicabili al caso nostro o no, poco importa. Altro rilievo si impone: approvato questo piano, in cui richiedonsi i quattro quinti, basteranno in atto i due terzi. E che mai vuoi dirsi con questo! O il piano sarà accettato senza mutazione di sostanza, e che importa, o nuoce che bastino i due terzi in ciò che già da quattro quinti fosse stato approvato. Non importando ne nuocendo, e perché variare le nostre leggi, e perturbar così l’ordine e la forma del Governo? o il Piano ritornerà con delle Mutazioni sostanziali ed allora si vorranno i quattro quinti, anzi dovrà esigersi da chi spetta, che vi intervengano: né potrà cader dubbio che ciò non sia, si perché starà a Sig.ti supremi di imporlo, sia perché non vi si opporranno neppure i Ser.mi Collegi, i quali nel presente caso si sono mostrati pieni assai di deferenza: per altro doveasi più tosto rapportarne al Minor Consiglio la decisione qualora venisse in realtà incagliata una deliberazione per mancanza di quei voti, che non fosser legittimi, o autorevoli a renderla vana. Danni gravi, irreparabili, che non si curano e fors’anco si sprezzano. Oh! si pensa ben leggermente a quello che fra breve ci sovrasta dai soli corsi, meno ancora si pensa a quanto ci sovrasterà da’ corsi e dalla Francia, alla partenza delle Truppe e Rappresentanti francesi. Vedrem’allora più da vicino, ma inutilmente, che vuol dire perduta la Corsica e con essa una Artiglieria, che servirà a farci la guerra, e perduto tutto con ludibrio del Forastiere e con indegnazione del Cittadino. Vedremo che vuoi dire questa perdita senza la menoma indennità, o sicurezza nostra, e senza esserne da verun garantiti, dalla Francia null’altro potendo aspettarci, come a chiare note ce lo ha palesato, cioè indignazione, discredito, indifferenza, abbandono. Allora si che ci voleva l’Inghilterra, quella le di cui massime furono già essere la Repub.ca un corpo morto un Principe inutile. Quale risorsa avrem noi da noi, e noi da altra Potenza, 98
onde opporci ai soli corsi, oppure ai corsi insieme alla Francia? Pensieri invero funesti, ma funesti più ancora a chi non se ne facesse un carico, e si rendesse responsabile (sic) di tanti guai alla Nazione ed alla Repub.ca della sorte di cui niun deve arbitrare a proprio talento con trasandare, o disprezzare conseguenze di tanta gravezza. Da un M. co Consigliere abbiamo inteso in queste Sale, quanto egli per le attuali occupazioni del Governo che ben si sanno ha inteso dì da un giornaliere; ma è pur troppo notorio ancora ciò che ne sente e ne dice tutta la Città, la Mercatura, la Piazza, i Giornalieri e persino nei Fondachi tutti dolendosi che non se ne può più e che vogliono vivere. Or che si dirà quando vedranno nuovamente cominciare le Piraterie o quando nel decorso compariranno impunemente i bastimenti e bandiere corse, e francesi in questo Porto, e nelle nostre Riviere, non saprem ove rivolgerci, non avrem forma da difenderci, si faranno ufficiature, si faranno Consulte, reclameranno i Ser.mi Collegi, l’indispensabilità di suggerir partiti, di fornire mezzi, ma mezzi sufficienti e reali. Che direm noi allora, quali previdenze sortiranno da queste sale? Ognun di noi può comprendere agevolmente quali saranno le angustie, e quali i successi cosi tutte che sin d’ora si manifestano persino dal silenzio di chi non sapesse in oggi suggerire il modo, e la forma di salvarci da tanti risici. PIANO PER LA PRATICA DI CORSICA.60 17 febbraio 1768. La Ser.ma Rep.ca di Genova cederà a S. M. S.ma tutti i diritti di Sovranità e di proprietà, e tutti i possessi, che alla stessa Rep.ca appartengono nell’Isola di Corsica a qualunque titolo di deposito indefinito, o altro, che S. M. possa meglio desiderare, con la condizione che la Nazione Corsa non possa mai essere una Nazione Sovrana, ed indipendente, e che non possa mai consegnarsi in potere dei corsi alcuna delle Piazze dell’Isola. S. M. s’impegnerà di ricuperare l’isola, e fortezza della Capraia per essere la medesima presidiata dalle Truppe della Rep.ca, o da quelle del Re. S. M. garantirà a perpetuità li stati, che la Rep.ca possiede in Terraferma; e per l’indennità dei suddetti Stati, e per la sicurezza della Rep.ca si concerterà con S. M. prima della stipulazione del presente Trattato, quali Potenze debbano invitarsi
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ad accedere al medesimo, e S. M. si farà carico della loro accessione. Li bastimenti Barbareschi non potranno essere ammessi nei Porti, Seni e Spiaggie della Corsica, ed in caso di essere inseguiti non goderanno della protezione delle Piazze. I Nazionali genovesi, e gli individui corsi saranno restituiti e reintegrati al possesso dei loro beni, che fossero stati confiscati per qualsivoglia titolo relativo ai passati torbidi di quell’Isola, e saranno pure rilasciati qualunque detenuti per occasione dei medesimi torbidi. Resteranno abolite qualunque particolari concessioni, esenzioni, franchìggie, o privileggi, di cui godevano in Terraferma alcuni Popoli, o abitanti di quell’Isola, e particolarmente li Bonifacini, Calvesi, e S. Fiorenzineschi. Si stabilirà un metodo certo, e regolare per ovviare alle frodi, e contrabandi, che i Bastimenti di Nazione Corsa sotto l’amparo della Bandiera del Re potessero commettere nei Porti, e Dominio di Terraferma. L’Artiglieria esistente nelle Piazze di Corsica sarà riconsegnata alla Rep.ca a menochè non convenisse a S. M, di ritenerla o in tutto, o in parte, nel quale caso se ne concerterà il compenso. Instruire inoltre il M.co Sorba, perché in considerazione dei diritti di Sovranità, e di proprietà, e delle Piazze, che la Rep.ca effettivamente possiede in Corsica, e che come sopra si cedono a S. M., ed anche in compenso dei considerabili beni allodiali di quell’Isola, procuri che venga concertata, una somma di danaro da corrispondersi alla Rep.ca nei modi e tempi, che dovranno stabilirsi. Ed instruirlo altresì a rappresentare, in caso, che le soprasegnate idee non incontrassero il necessario gradimento che la Rep.ca richiede, quali altre misure potessero addottarsi per mettere l’isola in mano di qualche Potenza già conosciuta, colla positiva sicurezza ad un tempo dell’indennità, e tranquillità della Terraferma in riguardo alla Corsica. E finalmente deliberare, che si tenga informata di tutto l’attuale Trattativa, e del successivo seguito di essa la Corte di Madrid. PIANO DELIBERATO DAI S.mi COLLEGI.61 21 Febbraio 1768. La Ser.ma Rep.ca di Genova cederà a S. M. S.ma tutti li diritti di Sovranità, e di 61
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proprietà, e tutti i possessi, che alla stessa Rep.ca appartengono nell’Isola di Corsica. Per un effetto di questa cessione la Nazione Corsa non potrà mai essere una Nazione sovrana, ed indipendente, ne possedere in Corsica alcuna Piazza, o Stabilimento Marittimo, ne essere in istato di pregiudicare, o inquietare in alcun modo la Navigazione e Commercio, e la tranquillità della Rep.ca e delli Stati, che essa possiede in Terraferma. 2. S. M. s’impegnerà di ricuperare l’Isola della Caprara per essere la medesima presidiata dalle Truppe della Rep.ca e da quelle del Re. 3. Li bastimenti Barbareschi non potranno essere ammessi nei Porti, seni e spiaggie della Corsica. 4. I Nazionali genovesi, e gli individui corsi saranno restituiti, e reintegrati al possesso dei loro beni, che fossero stati Confiscati per qualsivoglia titolo relativo ai passati torbidi di quell’Isola, e saranno pure rilasciati qualunque detenuti per occasione dei medesimi torbidi. 5. Resteranno abolite qualunque particolari concessioni, esenzioni, franchiggie, o privileggi, di cui godevano in terraferma alcuni popoli, o abitanti di quell’Isola, e particolarmente li Bonifacini, Calvesi, e Fiorensineschi. 6. Si stabilirà un metodo certo, e regolare per impedire le frodi, e contrabandi, che i Bastimenti di Nazione Corsa sotto l’amparo della Bandiera del Re potessero commettere nei Porti, e Dominio di Terraferma. 7. L’Artiglieria esistente nelle Piazze di Corsica sarà riconsegnata alla Rep.ca, a meno che non convenisse a S. M. di ritenerla o in tutto, o in parte, nel quale caso se ne concerterà il compenso. 8. S. M. garantirà a perpetuità li Stati, che la Ser.ma Rep.ca possiede in Terraferma sotto qualsivoglia titolo, o per qualunque cosa, o maniera potessero essere, o venissero turbati. 9. 101
In seguito del generoso interessamento che il Re ha preso sempre nella conservazione e tranquillità della Rep.ca doveranno p.ma della stipulazione del presente Trattato Concertarsi tra S. M. e la stessa Rep.ca tutte le misure, che assicurino la di lei conservazione, e tranquillità relativamente all’odierna cessione. E finalmente il Ministro della Rep.ca ha l’incarico di procurare, che in considerazione dei diritti di Sovranità, e di proprietà, e delle Piazze, che come sopra si cedono a S. M. venga concertata una somma di danaro da corrispondersi alla Rep.ca nei modi, e tempi da stabilirsi. Ed ha altresì l’incarico di procurare, che venga addottato, che le proviste del Sale per l’isola di Corsica siano somministrate dall’Ufficio del Sale di Genova nella quantità, e prezzi da stabilirsi mediante gli opportuni partiti, e contratti di reciproca convenienza. Risposta del Re al piano proposto intorno la Corsica dalla Rep.ca di Genova li 3 Marzo 1768. CONTROPROGETTO - le 3 Mars 1768.62 Le Roy a examiné avec les sentiments d’amitié que sa Majesté a constamment marqués pendant le cours de son Règne, a la sérénissime République de Gênes, le Plan que la dite République lui a propose relativement a la Corse; Sa Majesté connoit la presque impossibilité où se trouve la République de conserver par elle mème avec succés, les Places du Royaume de Corse; Elle connoit aussi et partage les dangers que la Republique auroit a craindre si la Nation Corse totalement indépendente pouvoit agir par elle méme, et s’appuyer d’Alliances Etrangeres; cette position de la République n’a point diminué la satisfaction que le Roy a sentie en voyant par les propositions qui lui ont été faites, que le Sérénissime Gouvernement étoit pénétré de la confiance qu’il doit avoir depuis si long tems dans l’amitié de Sa Majesté et dans le désir du Roy de venir a son secouns dans les occasions essentielles a la sûreté et a la dignité de la République. Le Roy n’avoit jamais songé a réunir l’Isle de Corse au Domaine de son Royaume, et Sa Majesté ne croit pas que cette réunion puisse être utile a Sa Couronne. Les vues du Roy se sont constamment dirigées sur un
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accommodement entre la République et la Nation Corse, de manière que, sous la protection de la France, le Gouvernement Génois n’eût rien a craindre de la Corse, et, que les Corses n’eussent plus de prétexte a troubler la tranquillité de l’Isle. Cet accomodement que Sa Majesté avoit ordonné que l’on négociât pendant les quatre années que les Troupes Francoisés gardent en dépost quelques Places de Corse, a été reconnu impratiquable par la différence eccessive des principes et desidées des deux parties; mais cette différence se trouve dans le moment présent encore plus forte de la part de la Nation Corse, que de celle de la République; et il y a lieu de croire que pour sommettre les Corses dans l’Etat où la République désire qu’ils soyent soumis, il sera nécessaire que la Puissance qui les soumettra employée la force. Il seroit contraire a la dignité du Roy, qu’usant de la force qui est entre ses mains pour soumetre cette Nation, il ne la déployait pas de manière a ne laisser aucun doute a la sommission des Corses; Mais en même tems il est sensible que l’employ de la force et le maintien de la sommission seroient très onéreux aux finances de Sa Majesté qui ne seroit pas dédommagée par la Souveraineté d’une Isle aussi pauvre. Dans cette position, il n’a pas paru possible au Roy d’accepter l’offre que la République lui a faite de la cession absolue de tous ses Droits sur l’Isle de Corse, avec le conditions qu’elle a indiquées comme une suite et un effet de cette cession. L’intention du Roy est de procurer à la République les avantages possibles qu’elle désire obtenir par le moyen de la Cession, sans que sa Majesté s’oblige d’accepter la Souveraineté publique d’une Isle dont le domaine lui est inutile, et pourroit lui être très onéreux. En conséquence Sa Majesté propose à la République: 1°. De faire occuper par ses Troupes les Places de Bastia, St. Florent, Algajola, Calvi, Ajaccio, et Bonifacio; de les garder en toute Souveraineté, et comme un nantissement visavis de la République, de e la dépense que le Roy séra obligé de faire pour la conservation de Ces Places. 2.° Le Roy s’obligera de ne remettre jamais les dites Places qu’entre les mains de la République lorsqu’elle aura soldé A la France la somme convenne pour la dépense de la Conservation des d. Places. 3.° Si dans la suite il se faisoit relativement à dites Places des arrangemens avec la Nation Corse, ils ne pourront s’effectuer que du consentement de la 103
République. 4.° Si par la succession du tems l’Intérieur de l’Isle se soumettoit a la Domination du Roy, la République consent dès présent que le dit Interieur reste sommis au Roy en totalité partie, de la même manière et aux mèmes conditions que les places y seront soumises. 5.° Comme la reprise de l’Isle de Capraia exige une expédition et des dispositions d’après une connoissance locale, le Roy ne peul pas s’obliger de remettre cette Isle entre les mains des Troupes de la République avant 1771; Mais soit avant, soit alors, le Roy s’engage a faire posseder tranquillement l’Isle de Capraia par la Serenissime Republique de Génes. 6.° Le Roy ayant des Traités avec les Puisances Barbaresques. Sa Majesté ne peut pas prendre un engagement prositif de ne pas laisser entrer les Batiments de ces Puissances, dans, le Cas d’incommodités où dans les Cas prévus par les Traités, dans les ports qui se trouveront pour le moment sous la domination du Roy; Sa Majesté pourvoira a ce que les relaches des Barbaresques dans les d. Ports de Corse, ne causent aucun prejudice a la Navigation Genoise, autant qu’il sera possible. 7.° L’Article 4.1 du Plan presente par la République aura son plein effet pour ce qui sera où privilèges, dont Jouishrahartion du Roy. 8.° Le Roy approuve qu’on abolisse toutes les Concessions particulières, exemption, franchises où privilèges, dont Jouissoient en terre ferme quelques Peuples où Habitants de l’Isle et sa Majesté prendra en considération les dédommagements qu’elle pourra accorder, spécialement aux Habitants de S. Boniface, de Calvy et de St. Florent. 9.° Sa Majesté s’engage d’établir une méthode assurée et régulière pour empêcher la fraude et la Contrebande que les Batiments Corses Purroient commettre sous le Pavillon du Roy dans les Ports de la Domination de Terre ferme de la République 10.° L’on fera un Inventaire de l’Artillerie Génoise qui se trouve dans les Places de Corse, le Roy le remettra en nature, où en Argent a la République selon l’estimation, bien entendu que dans cette estimation il n’entrera que les Pièces de Canon de fonte où de fer au dessus de quatre livres de Balle, ainsi que les Mortiers s’il y en a, avec les fers coulés. Tout le reste devant être remis sans estimation à la République. 11.° Le Roy s’engage de garantir authentiquement à perpétuité les Etats que la 104
Sérénissime République possède en Terre ferme, a quelque titre que ce soit, où pour quelque Cause que ce fut, qu’ils pussent être, o venir à être troubles. 12.° La Justice et Police générale et particulière, ainsi, que la Justice de l’Amirauté, seront éxcrcées au nom du Roy et par les officiers de Sa Majesté dans les Places, Terres et Pais qui seront occupés en son nom et sen nautissement, comme il est dit au 1er article de ce Projet. 13.° Le droit de Gabelle étant un droit Royal qui ne peut pas être alteré dans les lieux de la Domination de Sa Majesté, les Gabelles du Roy fourniront le sel dans les Places et Terres de Corse, aussi longtens qu’elles se trouveront sous la Domination de Sa Majesté. 14.° Sa Majesté insiste pour que la Sérénissime République faisse connoitre ses intentions sur les Propositions cy dessus, et surtout avant le mois de May si cela est possible, a fin qu’elle lasse les Dispositions nécessaires pour l’Envoy des Troupes, et afin d’éviter la commotion qu’une pareille négociation peut produire dans les Cabinets de l’Europe. Par Ordre du Roy Signé: LE DUC DE CHOISEUL Copiato dall’originale rimasto in mano di me sottoscritto. AGOSTINO SORBA. Traduzione Risposta del Re al piano proposto intorno la Corsica dalla Rep.ca di Genova li 3 Marzo 1768. CONTROPROGETTO Il Re ha esaminato con il sentimento di amicizia, che S. M. Ha costantemente dimostrato durante il corso del suo Regno alla Serenis.ma Rep.ca di Genova il piano, che la d.a Rep.ca li ha proposto relativamente alla Corsica; S. M. conosce la quasi impossibilità in cui si ritrova la Rep.ca di conservare da sé stessa con successo le Piazze del Regno di Corsica; ella conosce ancora, e si mette à parte dei danni, che la Rep.ca avrebbe a temere, se la Nazione Corsa totalmente indipendente potesse agire da sé stessa, e fare alleanze forestiere; questa situazione della Rep.ca non ha in alcun modo diminuito la soddisfazione, che il Re ha provato nel vedere medianti le proposizioni stategli fatte, che il Ser.me Governo era penetrano di quella fiducia che deve avere dà si longe tempo nella amicizia di S. M. Nel desiderio del Re di venire al suo soccorso nelle occasioni esenziali alla sicurezza ed alla dignità della Rep.ca. 105
Il Re non avea mai pensato a riunire l’Isola di Corsica al Dominio del suo Regno, e S. M. non crede, che questa unione possa esser utile alla sua Corona; le viste del re si sono costantemente dirette ad un accomodam.to fra la Rep.ca e la Nazione Corsa, di maniera che, sotto la protezione della Francia, il Governo Genovese non avesse niente a temere dalla parte della Corsica, che i corsi non avessero più alcun pretesto per intorbidare la tranquillità dell’Isola. Questo accomodamento, che Sua Maestà aveva ordinato, che si tratasse davanti i quattro anni, che le Truppe francesi custodiscono in deposito qualche piazza di Corsica si è riconosciuto impraticabile per l’eccessiva diversità dei principij e delle idee delle sue parti; ma questa diversità nel momento presente rinviene ancora più forte dalla parte della Nazione Corsa, che da quella della Rep.ca e vi ha luogo a credere, che per sottomettere i corsi nello stato in cui la rep.ca desidera, che siano sottomessi, sarà necessario che la Potenza, che li sottometterà impieghi la forza. Sarebbe contrario alla dignità del re, che usando della forza, che ha nelle sue mani, per sottomettere questa Nazione non l’impiegasse in forma da non lasciar alcun dubio alla sommissione dei corsi; Ma nel tempo istesso, egli è sensibile che l’impiego della forza ed il mantenere i corsi sottomessi sarebbero operosissimi alle finanze di sua M., la quale non ne sarebbe reintegrata con la Sovranità di un’isola così povera. In questa posizione non è sembrato possibile al Re di accettare l’offerta, che la Rep.ca gli ha fatta della cessione assoluta di tutti i suoi diritti sopra l’Isola di Corsica con le condizioni, che ella ha indicato come un seguito, ed un effetto di questa cessione. L’intenzione del re è di procurare alla Repubblica li vantaggi possibili, che essa desidera di ottenere per mezzo della cessione; senza, che S. M. Si obblighi di accettar la Sovranità pubblica di una Isola il Dominio della quale gli è inutile, e potrebbe esserle troppo oneroso. In conseguenza S. M. Propone alla Rep.ca: 1°. Di far occupare dalle sue truppe le Piazze di Bastia, S. Fiorenzo, Algajola, Calvi, Ajaccio e Bonifacio, e di guardarle in tutta sovranità, e come un pegno dirimpetto alla Rep.ca della spesa, che il Re sarà obbligato di fare per la conservazione di queste Piazze. 2° Il Re si obbligherà di non rimetter giammai le d.e Piazze che nelle mani della Rep.ca, allorché essa avrà pagato alla Francia la somma convenuta per la spesa della conservazione di dette Piazze. 106
3°.Se nel seguito si prendessero relativam.te a d.e Piazze delle misure con la Nazione Corsa, non potranno queste effettuarsi, che di consenso della Rep.ca. 4°. Se col decorso del tempo l’interiore dell’isola si sottomettesse alla Dominazione del Re, la Rep.ca consente fin d’ora, che il d.o interiore resti sottomesso al Re in totalità, o in parte, nella stessa forma e con le stesse condizioni con le quali vi saranno sottoposte le Piazze. 5°. Siccome la ripresa dell’Isola della Capraia esigge una spedizione, e delle disposizioni doppo una locale cognizione, il Re non si può obbligare di rimettere quest’isola nelle mani delle truppe della Rep.ca avanti il 1771 ma sia avanti, sia allora, il Re s’impegna a far possedere tranquillamente alla Ser.ma Rep.ca di Genova l’Isola della Capraia. 6°. Avendo il Re dei Trattati con le Potenza Barbaresche S. M. Non può prendere un positivo impegno di non lasciar entrare li Bastimenti di queste Potenze Barbaresche S. M. non può prendere un positivo impegno di non lasciar entrare li bastimenti di queste Potenze, nei casi d’incomodità e nei casi previsti dalli Trattati, nei porti, che saranno per il momento sotto il Dominio del Re; ma S. M. provederà perché la permissione di rilasciare li Barbareschi in detti porti di Corsica non causi alcun pregiudicio alla Navigazione Genovese per quanto sarà possibile. 7°. L’articolo quarto del Piano presentato dalla Ser.ma Rep.ca avrà il suo pieno effetto per tutto ciò, che sarà, o potrà essere in disposizione del Ré. 8°. Il Ré approva, che si aboliscano tutte le concessioni particolari, esenzioni, Franchigie e privileggi di cui godevano in Terra ferma qualche Popoli, o abitanti dell’Isola; e S. M. prenderà in considerazione le reintegrazioni che essa potrà loro accordare, e specialmente agli abitanti di Bonifacio, Calvi e S. Fiorenzo. 9°. S. M. si impegna di stabilire un metodo sicuro e regolare per impedire le frodi e contrabandi che li Bastimenti corsi potessero commettere sotto il Padiglione del Re nei porti di Terra ferma della Rep.ca. 10°. Si farà un inventario dell’artiglieria Genovese, che si ritrova nelle Piazze di Corsica, e il Re la rimetterà in natura, o in danaro alla Rep.ca secondo l’estimo; ben inteso, che in questo estimo non vi entreranno, che li pezzi di Canone di Bronzo, o di ferro al di sopra di quattro libbre di palla, come ancora i Mortai se ve ne sono, con les fers coulès dovendo tutto il rimanente esser rimesso alla Rep.ca senza alcuna estimazione. 11°. Il Re s’impegna di garantire autenticamente à perpetuità li Stati, che la 107
Ser.ma Rep.ca possiede in terra ferma à qualsivoglia titolo, e per qualunque caosa, che sia, che potessero essere, o venir ad esser turbati. 12°. La giustizia e Polizia generale, e particolare, come ancora la giustizia dell’Amiraglio saranno esercitate in nome del Re, e dalli Ufficiali si S. M. nelle Piazze, Terre e Paesi, che saranno occupati in suo nome, ed in pegno, come si è detto nel primo articolo di questo progetto. 13°. Il diritto di Gabella essendo un diritto Regio, che non può esser alterato nei luoghi della Dominazione di S.M.; le Gabelle del re provederanno il sale alle Piazze e terre di Corsica per tutto quel tempo, che le stesse resteranno sotto il Dominio di S. M. 14°. S. M. insiste per che la Ser.ma Rep.ca Li faccia conoscere le sue intenzioni sopra le sud.e proposizioni, e soprattutto avanti il mese di maggio se è possibile, ad oggetto che S. M. dia le necessarie disposizioni per l’invio delle Truppe, ed à fine di evitare la commozione, che una simile negoziazione può produrre nei Gabinetti di Europa per ordine del Re. C.a il Duca di Choiseul. Traduzione del Piano comunicato il 23 marzo 1768. La Ser.ma Rep.ca di Genova cederà a S.M. Xma tutti i diritti di Sovranità e di proprietà e tutti i possessi, che alla stessa Rep.ca appartengono nell’Isola di Corsica a qualunque titolo di deposito indefinito, o altro, che S.M. possa meglio desiderare, con la condizione, che la Nazione Corsa non possa mai essere una Nazione Sovrana, ed indipendente, e che non possa mai consegnarsi in potere dei corsi alcuna delle Piazze dell’Isola. S.M. s’impegnerà di recuperare l’Isola e Fortezza della Capraia p. essere la med.ma presidiata dalle truppe della Rep.ca, o da quelle del Re. S.M. garantirà a perpetuità li Stati, che la Rep.ca possiede in Terraferma, e p. l’indennità dei sudd.ti stati, e p. la sicurezza della Rep.ca si concentrerà con S.M. prima della stipulazione del p.nte Trattato, quali Potenze debbano incitarsi ad accedere al med.mo, e S.M. si farà carico della loro accessione. Li Bastim.ti Barbareschi non potranno essere ammessi nei Porti Seni e spiagge della Corsica, ed in caso di essere inseguiti non goderanno della protezione delle Piazze. I Nazionali genovesi, e gli Individui corsi saranno restituiti, e reintegrati al possesso dei loro beni, che fossero stati confiscati per qualsivoglia titolo relativo 108
ai passati torbidi di quell’Isola, e saranno pure rilasciati qualunque detenuti p. occasione dei med.mi torbidi. Resteranno abolite qualunque particolari concessioni, esenzioni, franchigie, o privileggi di cui godevano in Terraferma alcuni Popoli, o abitanti di quell’Isola, e particolarmente li Bonifacini, Calvesi e S. Fiorenzinchi. Si stabilirà un metodo certo, e regolare p. ovviare alle frodi, e contrabbandi, che i bastim.ti di Nazione Corsa sotto l’amparo della Bandiera del re, potessero commettere nei Porti e dominio di Terraferma. L’artiglieria esistente nelle Piazze di Corsica sarà riconsegnata alla Rep.ca, a meno che non convenisse a S.M. di ritenerla o in tutto, o in parte, nel quale caso se ne concerterà il compenso. Istruire inoltre il M.co Sorba perché in considerazione dei diritti di Sovranità e di proprietà e delle Piazze che la Rep.ca effettivam.te possiede in Corsica, e che come sopra si cedono a S.M., ed anche in compenso dei considerabili beni allodiali di quell’Isola, procuri, che venga concertata una somma di danaro da corrispondersi alla Rep.ca, nei modi, e tempi, che dovranno stabilirsi. Ed istruirlo altresì a rapp.ntare in caso, che le soprassegnate idee non incontrassero il Regio gradim.to che la Rep.ca richiede, quali altre misure potessero addottarsi p. mettere l’Isola in mano di qualche Potenza già conosciuta colla positiva sicurezza ad un tempo della indennità e tranquillità della Terraferma in riguardo alla Corsica. E finalm.te deliberare, che si tenga informata di tutta l’attuale trattativa e del successivo seguito di essa la Corte di Madrid. Seduta dei Ser.mi Collegi gennaio 1768 Signori, All’occasione di dover partire il M. Ageno p. il suo Ministero di Londra è occorso di riflettere, che non si possa in alcun modo prescindere dal dargli qualche istruzione intorno agli affari di Corsica, onde regolarsi nei discorsi, e rispondere agli interpelli, che naturalmente gliene saranno fatti da quei Regj Ministri; e lo stesso M. Ageno ha anche dimandata sopra di questo particolare una positiva Istruzione. Hanno inoltre considerato lor Sig.rie Ser.me, che si renderebbe troppo operabile presso di quella Corte, se il Ministro della Rep.ca, il quale parte al momento della conclusione del Trattato, arrivando colà fosse obbligato a rispondere di non 109
averne la menoma cognizione, lo che produrrebbe sicuram.te una impressione troppo svantaggiosa, ed una diffidenza troppo marcata e fertile di disgustare conseguenze. Per l’altra parte all’oggetto di regolare qui una opportuna istruzione, sembra indispensabile di sapere precisam.te quale sia p. essere il contegno della Francia dopo la stipulazione del Trattato, mentre se la Ser.ma rep.ca rispondesse alla Corte di Londra in un modo, e la Francia poi si regolasse in un altro potrebbe rimanere esposto il Governo a qualche impegno con alcuna delle due corti. In vista di ciò e di non esservi al momento pure alcun premuroso affare con la Corte d’Inghilterra, pensavano che potesse essere della previdenza del Governo di sospendere la missione del d.o Ministro Ageno per qualche tempo, onde potersi accertare l’istruzione da darsegli. E quindi hanno deliberato di proporre alle Sig.rie loro di sospendere la partenza del detto Ministro, purché non passino due mesi prossimi. Le 21 mars 1768. Le consul Régny au Ministre.63 Le retour de notre courrier de Rome nous a apporté la nouvelle de la prise de trois felouques et d’un bâtiment génois richement chargés, faite par les Corses. Ils ont renvoyé les équipages de ces bâtiments sur celui qu’ils montaient, qui ne vaut pas grand chose... Lettera di Don Giovanni Battista, commissario spagnolo, 8 aprile 1768 64 Señor Don Juan Bantista: El comisario Español, citava de un scritto y ha punto en mano al Rapresentante de Francia, cuanto p. sèr que vera V.15. Naturalmente las cosas quedaran en el credo que tenian, porque el Efeto amontar la Artilleria en toda la Isla, ha sc.do vecelos aque la España haga alcun intento por aca, porque en Barcelona ay algunos preparativos esto esercito, y que Jo deseo que ce
63 Il 21 marzo 1768. Il console Régny al Ministro. Il ritorno del nostro corriere da Roma ci ha portato la notizia della cattura di tre feluche e di un bastimento genovese riccamente carico, fatto dai corsi. Essi hanno rinviato gli equipaggi di questi bastimenti su quello che montavano loro, che non vale gran che… 64 [Tradotta dallo Spagnolo] Sig.r Don Giovanni Battista: Il commissario Spagnolo ritrovandosi scoperto, ed ha messo in mano del rappresentante di Francia, certo scritto che naturalmente V. Sa vedrà le cose resteranno nello Stato, in cui erano perché l’oggetto di montare l’artiglieria in tutta l’Isola, è stato un rumore, che la Spagna voglia qui tentare qualche cosa, perché in Barcellona vi sono alcuni preparativi. Questo è certo che io desidero che l’onore di V.Sa resti nel miglior stato, in cui vorrei il mio, e siccome dal rompimento di Ajaccio ne deve risultare quello di tuta l’Isola, e molto ciò che arrecasi, ed in tal caso si fa responsale al Garante, che dà motivo a principiare le ostilità.
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O non de V.S. quide tam bien punto, como el meo; y como ce compimento, en Ajaccio hade scultar ce de toda la Isla, en mucho lo que se aventura, y en tal caso se hace responsabile ac Garante de que empieva la Ostilidades. Lettera di Agostino Speroni ai Ser.mi Collegi (Bastia, 16 aprile 1768). Questa mattina è qui sbarcato il Colonnello Buttafuoco procedente dalla Corte di Francia, in questo doppo pranzo hà avuta una conferenza segreta di due ore col Sig.r Conte di Marbeuf, e dimani và a partire per Corti per abboccarsi col De Paoli, altri dicono per consegnargli le lettere del Duca di Sciosol. Dal detto Colonnello nulla si è potuto penetrare, solamente doppo il di lui sbarco si è sparsa voce per la Bastia, che li francesi continueranno à presidiare le Piazze del Regno p. altri quattr’anni, e che passeranno in Corsica altre Truppe francesi fino al 18° anno di sedeci battaglioni. E col somm’assegno profondamente m’inchino. Le 18 avril 1768. Le chancelier du Consulat Ribiès au Ministre. 65 On donne ici pour certaine la convention passée entre Sa Majesté et le Gouvernement, relativement à l’ile de Corse. Mercredi passé, une expédition venue de Corse a appris à ce Gouvernement qu’un bâtiment du parti des mécontents s’étant posté à l’embouchure du port d’Ajaccio, visitait tous les bâtiments qui en sortaient ou y entraient. Le commandant de cette place avait fait tirer sur lui 3 coups de canon dont il n’avait reçu aucun dommage mais que De Paoli en ayant été instruit avait fait élever une batterie pour battre la place et fait avancer une grande troupe de gens armés dans la ville. On est convenu d’une amnistie de 15 jours et le Gouvernement y a immédiatement envoyé une grosse felouque avec des renforts.66
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Il 18 aprile 1768. Il cancelliere del consolato Ribiès al Ministro. Si da qui per certa la convenzione trascorsa tra Sua Maestà ed il Governo, relativamente all’isola di Corsica. Mercoledì scorso, una spedizione venuta dalla Corsica ha informato questo governo che un bastimento del partito dei malcontenti si era posto all’imboccatura del porto di Ajaccio, esaminando tutti i bastimenti che ne uscivano ed entravano. Il comandante di questa piazza gli ha fatto lanciare contro tre colpi di cannone da cui non ha ricevuto alcun danno, ma De Paoli, che ne era stato informato, aveva fatto levare una batteria per colpire la piazza e far avanzare una grande truppa di persone armate nella città. Si è giunti ad un’amnistia di 15 giorni ed il Governo ha immediatamente inviato una grossa feluca con dei rinforzi. 66 Si usa il termine “amnistia” al posto di “tregua”. Da notare l'accanimento del Governo genovese nel combattere fino all'ultimo momento e contro ogni buonsenso.
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Notizie partecipate dal M.re Dip.to di Mese d. Ingr. Di Stato 67 (Copie d’un billet ecrit a S.E.M. le Duc de Choiseul 22 aprile 1768). Je ne diffère pas, Monsieur, à vous envoyer le Projet que j’ai rédigé du Traité, ou convention, à conclure entre la Roy et la Ser.me République de Gênes relativement a la Corse. Vous voudrez bien examiner ce projet et y faire vos observations si vous jugez qu’il en exige de votre part. Pour moi je pense sincèrement qu’il n’y a rien à y changer, et si vous étiez, Monsieur, du même avis, vous pourriez vous rendre ici ou nous signerions le Traité. J’ai l’honneur d’être très parfaitement, Monsieur, Votre très humble et très obéissant serviteur. [Le Duc de Choiseul] [di proprio pugno] Je crois que vous aurez peu d’observations à faire, mon cher Sorba, car si j’ai bien entendu celles de la République, je n’ai rien oublié pour la satisfaire. Ainsi je vous attends dimanche pour la signature, tout au plus tard lundi, je vous préviens que je vais demain à Paris. LETTERA DEL M.RO SORBA AL MINOR CONSIGLIO.68 Parigi, 17 Maggio 1768. Avendomi posto sin di Venerdì il Sig. Duca di Choiseul in avvertenza di un discorso interessante la Ser.ma Repubblica, che aveva da farmi prima della spedizione, che doveva seguire per il Trattato, ed avendo procurato, che non avesse luogo, che in tempo da non aver più da travagliare per la stipolazione del medesimo, tanto più abbiamo differito sino ad oggi il detto discorso, quanto che la solita Conferenza del Regio Ministro ha avuto luogo in Parigi, e che dovevo sospendere la spedizione per aspettare una Lettera privata del sig. Duca al sig. Cavalier Boyer, che poi non mi ha data. Principierò, da aver l’onore di segnare a VV. SS. Ser.me che il Sig. Duca mi ha ripetuto, ossia più distintamente spiegato, che il Maresciallo di Campo Conte di
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Copia di un biglietto scritto a S.E. il Signor Duca di Choiseul, 22 aprile 1768. Io mi affretto, Signore, ad inviarvi il Progetto che ho redatto di Trattato, o convenzione, da concludere tra il Re e la Serenissima Repubblica di Genova relativamente alla Corsica. Vogliate ben esaminare questo progetto e fare le vostre osservazioni se voi giudicate che sia necessario da parte vostra. Da parte mia penso sinceramente che non ci sia nulla da cambiare e se voi siete, Signore, del medesimo avviso, potreste raggiungermi qui per siglare il Trattato. Ho l’onore di essere perfettamente, Signore, il vostro umile ed obbediente servitore [Il Duca Di Choiseul]. [di proprio pugno] Credo che voi avrete poche osservazioni da fare, mio caro Sorba, dato che se ho ben inteso quelli della Repubblica, non ho dimenticato nulla per soddisfarli. Così vi aspetto domenica per la firma, al peggio lunedì, vi anticipo che vado domani a Parigi. 68 Arch. Stato Genova - Lettere Ministri - 2252
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Narbonne tiene ordine di non prendere per anco il possesso di Bonifacio, ma bensì quello di Aiaccio, e Calvi, facendo seguir quindi i propri Battelli da trasporto alle Truppe, Individui, ed effetti spettanti a VV. SS. S.me, che dovranno evaquare le due sudette Piazze. L’oggetto interessante, di cui aveva il Regio Ministro di intrattenermi è il seguente. Vi ricorderete, disse egli, che in vista delle giattanze dell’Imbasciator d’Inghilterra più ampie forse in Parigi, che quelle degli altri inglesi in Londra, ed in vista dell’Aria di curiosità dell’Imbasciator di Sardegna e forse d’alcuni Altri, ho parlato schiettamente al primo, senza celarlo al secondo, dopo di che non me ne è più stata fatta parola da veruno attivamente . Contemporaneamente informai l’Imbasciator di Francia in Londra a dover spiegare con ogni disinvoltura a Milord Schelbrunn la nuova progettata spedizione per la Corsica ne i medesimi termini, che avevo fatto qui con Milord Rochefort. Milord Schelbrunn ne ricevette la Spiegazione senza provarne alcuna osservabile sensazione, e mai più col nostro Imbasciatore se n’è parlato in Londra sino ad otto giorni sono, che con suono, ora. amichevole, ora altiero, e di mal umore, ed ora in aria di temere, che possa rissultarne della freddezza, e diffidenza tra le due Corti, disse Milord Schelbrunn al sig. Conte du Chatelet essersi riflettuto nel Regio Consiglio Brittanico al notabile pregiudizio che andava a rissultare al Commercio Inglese nel Mediterraneo dal possesso della Corsica, che la Rep.ca Ser.ma progettata abbandonare al Re C.mo. Ed esservisi fatte in tal proposito due altre fortissime Considerazioni, una cioè che l’occupazione della Francia in Corsica è del tutto simile a quella, che l’istessa Francia ha rimproverato recentemente all’Inghilterra nelle Isole chiamate Turche situate allo sboccamento dell’Isola San Domingo, le quali dovendo infatti rimanere senza veruno Stabilimento Militare, ha consentito recentemente il Ministro Brittannico, a far distrugere quello che vi aveva realmente formato Milord Seymour. E risultare l’altra non meno importante considerazione dall’obbligo di tutti i Trattati tra le più cospicue Potenze d’Europa specialmente dallo Articolo quindici del Trattato di Pace Generale del 1748, che tutti gli Stati, ed i Possessi d’Italia continueranno sotto la rispettiva dominazione, dove essi si ritrovavano in quel tempo, di modo che ogni altra divisa potesse essere reputata per una manifesta infrazione a tutti i più solenni trattati specialmente a quello di 113
Acquisgrana del 1748. L’Imbasciator di Francia ha debitamente contrastata le prima delle due osservazioni colla totale disparità degli oggetti ed in ordine alla Seconda ha risposto, non connoscere alcun Trattato in rigor del quale non possa Sua Maestà C.ma contrattare, come gli pare, e piace colle Nazioni di Lei Amiche, ed alleate, e se veruna Testa Coronata in Europa pensasse potersi arrogare la qualità di Dittatore sino a tal segno? E’ calato allora alquanto il Ministro Inglese, ma tornando sempre a lagnarsi, un poco di proprio moto, un poco menisterialmente, e tuttavia in aria di essere molto disgustato dell’osservazione, ossia della pretesa Impresa sulla Corsica, e contro le due Potenze che la stavano trattando. Giunta alla Cognizione di Sua Maestà nel Regio Consiglio il qui Sopra discorso del Ministro Brittanico, ha istrutto immediatamente il sig. Conte di Chatelet, a palesare a Milord Schelbrunn la giusta sorpresa, che reccherà ad ognuno l’insussistenza e niun fondamento delle due sudette osservazioni. Che le isole Turche erano situate relativamente a S. Domingo, appunto come la Corsica si vede situata relativamente alla Potenza. Che la loro rispettiva Località rendeva necessaria alla Francia di opporsi alla occupazione degli inglesi in esse tutte, e che gl’inglesi non sarebbero stati in diritto d’imitarla nell’opposizione alla occupazione alla Corsica, che nel caso che questa Isola fosse stata situata nella vicinanza dell’Inghilterra, dalla quale giace al contrario così discosta, e lontano. Che in ordine alla seconda osservazione in ogni tempo di pace, o di guerra anche generale, e di neutralità è stata la Ser.ma Repubblica nel più costante uso di ricchiedere, ed ottenere delle Truppe per la Corsica da una Potenza, senza che l’altra ne abbia mai fatta veruna doglianza. Che così era accaduto nel 1727 per parte dell’Imperatore Carlo Sesto, senza che la Francia si fosse sognata di averne neppure contro la Repubblica il minimo rissentimento: Che nel 1737, 52, 56 et 64, erano state palese tutte le Convenzioni da essa stipolate colla Francia per la Corsica, senza che se ne sia sentito il minimo rimprovero da veruna Potenza a cui erano state indistintamente communicate. Che nel tempo istessamente, che si travagliava alla Pace di Acquisgrana esistevano delle Truppe francesi in Corsica, senza che se ne fosse fatta menzione nel Trattato, ne tampoco durante gli anni, ch’Elleno vi sono successivamente rimaste e ritornate. 114
Che né lo Spirito, né la Lettera di quel Trattato avevano in vista di costringere i rispettivi Sovrani dell’Italia a soccombere alle vicende de’ tempi piuttosto che adoprare quelli spedienti che l’Amicizia, e l’Alleanze delle altre Potenze potevano loro supplire, che l’esempio di questo loro Arbitrio era stato troppo frequente, anche dopo il detto Trattato del 1748, perché l’Inghilterra ne potesse rilevare l’abuso; Che non avendo né la Francia, ne la Repubblica alcun Straniero legame, né impedimento sono libere le due sudette Potenze amiche, ed alleate di adoprare tutte quelle misure che loro sembrano più efficaci per il mantenimento de’ loro rispettivi Stati; E che insomma sua Maestà Ser.ma non declinerà mai da questa massima, né per l’onore della propria Corona, né per l’indennità e sicurezza della Ser.ma Repubblica, ed ogni altra potenza amica, ed alleata. In seguito di questo racconto mi ha incaricato il sig. Duca di prevenire VV. SS. Ser.me, che attesa l’interna ripugnanza che ha forse l’Inghilterra per il nuovo sistema di Corsica; Ma forse molto più ancora per l’effetto degl’Incredibili movimenti, che si dà in Londra il Ministro Sardo, per promuovere la gelosia, ed il rissentimento del Ministro Brittannico contro la Ser.ma Repubblica, è probabile che vengano portate, fortissime doglianze a VV. SS. Ser.me in nome di Sua Maestà Brittannica. Che in tal caso le esorta Egli Regio Ministro d’ordine di Sua Maestà Cr.ma di regolarsi nelle risposte colla giustizia dovuta a i sentimenti della di lei Costante Amicizia verso della Repubblica Ser.ma, senza punto sbigottirsi per le guittanze, su cui saranno probabilmente fondate le dette doglianze, dovendo innoltre VV. SS. Ser.me riposarsi ad ogni evento sulla buona fede, e potente efficacia del Re, a cui sarà sempre a Cuore la loro tranquillità e felicità, ed uno dei più gloriosi, e premurosi impegni quello di presservare la Ser.ma Repubblica da ogni Sinistro, proveniente, specialmente, da un sistema seco lei abbracciato. Ricevuto io un tale incarico con espressioni adeguate alla di lui importanza ed alla sincera cordialità con cui fu dettagliato dal Sig. Duca, aggiunse che VV. SS. Ser.me si regolassero con tutte le Corti secondo il solito, senza aver difficoltà neppure di rimandare al suo Impiego di Londra il Ministro, che dissi ritrovarsi in Genova per semplice congedo, ed osservò non essere d’uopo che VV. SS. Ser.me s’ingeriscano nella Communicazione del Trattato verso veruna Potenza, per non azzardarsi a che una tale attenzione venga ripetuta per un Atto di debito, e dipendenza; ch’egli vi supplisce abbastanza, avendo ripetuto questa mattina all’Imbasciatore Cesareo essere il Trattato cosi semplice ed innocente, che in 115
breve non avrà difficoltà a farglielo vedere, e che essendo onninamente libere, e padrone della loro volontà le due Potenze Contrattanti, ch’egli sarà sostenuto e diffeso sino all’ «ultima estremità, e sino a sostenere la Guerra se fosse bisogno», alludendo per altro unicamente agl’indiscreti discorsi degli inglesi. Questi fanno per verità, Ser.mi Signori, la maggiore impressione in Parigi, ed in tutta la Francia, dove mi vien detto essere cresciuto le assicuranze marittime, e bassati i pubblici effetti, tenendo ogn’uno per sicuro, che il Trattato per la Corsica debba far rimanere infallibilmente la Guerra generale. Del resto il tono con cui il Sig. Duca mi ha riferito il cenno di cui sopra, che ha dato all’Imbasciatore Cesareo, m’induce a pensare, che per privata paura o altro motivo si sia mostrato questa matteria il secondo meno indifferente alla Trattativa della Corsica, che nelle prime Settimane della medesima. Ciò mi ha portato naturalmente a presentire il Regio Ministro sulla pretensione nuovamente promossa in Vienna dal Re Sardo intorno a Pergola (sic). L’ho ritrovato intieramente al fatto della stessa persuaso che il Re di Sardegna abbia tuttavia molto di credito nei dicasteri Cesarei, e penetrato d’un sistema affatto uniforme a quello di VV. SS. Ser.me per frastornarne l’effetto il più che sarà possibile usando peraltro la maggiore circospezione e riserva. Il contenuto del presente umilissimo foglio ecciterà, come di ragione una più esatta vigilanza per indagarne il seguito ed informarne prontamente VV. SS. Ser.me. Frattanto siccome Egli avrebbe forse meritato un Corriere Straordinario, così mi lusingo di poter conseguire la loro clemenza, se la presente spedizione verrà ritardata sino a domani mattina, per estendere benché imperfettamente e farne al più presto la copia. Ho l’onore di protestarmi col più profondo rispetto Di VV. SS. Ser.me Umilissimo Servitore agostino sorba MEMOIRE
CONTENANT UN PRECIS DES AVANTAGES QUE LA
DE LA POSSESSION DE LA
PUISSANCES
CORSE,
FRANCE PEUT RETIRER
ET DE L'INTERET ESSENTIEL DE TOUTES LES
DE L'EUROPE ET DE L'ANGLETERRE EN PARTICULIER A S'Y OPPOSER.
16. JUILLET 1768. 69 Toutes les Puissances de l'Europe, et l'Angleterre en particulier, ont un intérêt
69 Mémoire contenant un précis des avantages que la France peut retirer de la possession de la Corse, et de l'intérêt essentiel de toutes les Puissances de l'Europe et de l'Angleterre en particulier à s'y opposer. 16 juillet 1768. Archivio di Stato di Torino, Negoziazioni colla Corsica, volume 93, mazzo 1, prima addizione, fascicolo 20. Di seguito la versione tradotta in Italiano.
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essentiel à s'opposer à ce que la Corse ne tombe au pouvoir de la France. L'acquisition de cette Isle, dont le terroir est très fertile, les habitants belliqueux, adroits dans la Marine, et avides de commerce donneroit à la France une augmentation de puissance très considerable par elle même, mais qui deviendroit encore beaucoup plus
importante par les
consequences qui doivent
necessairement en resulter. La Corse est presque au milieu de la Mediterrannée. Les côtes d'Italie forment autour d'elle une espece de demi cercle, et elle est placée comme au centre. La possession d'une Isle si avantageusement située rendroit infalliblement la France Maitresse absolue de toute la Mediterrannée, tant en tems de paix qu'en tems de guerre. Un Port franc que la France établiroit en Corse feroit tomber en tems de paix tout le commerce de Livourne et de Genes. Et en établissant un Arsenal en Corse elle en imposeroit à toute l'Italie et à toute la Medirerrannée. Un Port franc en Corse seroit beaucoup plus commode pour tous les Batimens Marchand, que Livourne et Genes; puisqu'il n'y a aucun Batiment venant du Ponent qui ne reconnoisse premierement le Cap Corse avant que de se rendre à Genes ou à Livourne; et tout Batiment qui vient du Levant doit necessairement cotoyer l'Isle depuis Portovecchio jusqu'au Cap Corse. De façon que s'il y avoit un Port franc en Corse les Batimens s'y arreteroient, ce Port franc deviendroit l'entrepôt general de la Mediterrannée, et le Commerce tomberoit dans tous les autres Ports d'Italie. Rien n'est plus aisé que de former un Arsenal à Portovecchio, il paroit même que la nature y a réuni exprès tous les avantages que l'on pouvoit desirer pour cette destination. Au milieu de l'entrée du Port il y a un écueil presque à fleur d'eau sur le quel on peut élever un fanal pour indiquer de loin de jour et de nuit l'entrée du port aux Batiments; et le passage est également bon et sûr à droite et à gauche de cet écueil. Les alentours du Port forment des emplacements très propres à y élever de bonnes fortifications. La Capacité du Port est très vaste, et l'eau y est si tranquille qu'un très grand nombre de Batiments peuvent y être en sureté en tout tems sans même jetter l'ancre. Les Montagnes voisines abondent de bois de construction. Non seulement elles peuvent en fournir pour tous les besoins de l'Arsenal, mais encore pour en exporter, puisque c'est à Portovecchio que l'on charge ordinairement tout celui qu'on tire de Corse. La Corse peut fournir actuellement 3. ou 4./m. Matelots, et plus de 10./m. Hommes de Troupes. Les Corses navigeant avec Pavillon de France la Marine 117
d'accroitroit extraordinairement et en très peu de tems. Il en seroit de même de la population de l'Isle. Dans la suite des tems on ne verroit presque dans la Mediterrannée que le Pavillon françois, et les Turcs et les Barbareques, qui n'en ont rien à craindre, infesteroient impunément les Côtes d'Espagne et de l'Italie. En temps de guerre, les avantages que la France pourroit retirer de la Corse seroient encore plus considerables. En établissant un Arsenal à Portovecchio elle tiendroit en sujettion toutes les Côtes d'Italie et de Barbarie; et au moyen de cet Arsenal, et de celui de Toulon elle tiendroit la Mediterrannée comme bloquée. On va en moins de trois heures de Portovecchio en Sardaigne: on ne met gueres plus de tems pour aller à Livourne et sur les côtes de Toscane. Dans 24. heures on peut aller à Malthe, en Sicile, et à l'embouchure de l'Adriatique; et dans moins de tems encore on peut aller à Naples, à Civitavecchia, à Genes, et à Villefranche. De Portovecchio, la France domineroit donc sur tout ce qui se trouve au Levant de la Corse. Quant à la partie de la Mediterranée qui se trouve au couchant, il y a trois routes pour y venir depuis Portovecchio. L'une en remontant au Cap Corse. La seconde en passant par les Bouches de Boniface; et la troisieme en cotoyant la Sardaigne. En prenant cette derniere toute, toute Escadre qui viendroit dans la Mediterrannée par le détroit se trouveroit necessairement entre deux feux: c'est à dire entre une Escadre qui sortiroit de Toulon, et une de Portovecchio. Le Port d'Ajaccio est très vaste, et peut contenir un grand nombre de Vaisseaux de guerre. Rien n'empécheroit que la France ne pût y tenir une autre Escadre pour former un troisième feu. Ces Escadres entretenues en Corse procureroient encore un autre avantage très considerable, elles garantiroient les côtes de Provence et de Languedoc et la France pourroit former de nouvelles entreprises avec les Troupes qu'elle emploit aujourd'hui à la garde de ces mêmes côtes. Enfin l'acquisition de la Corse rendroit la France entierement la maitresse de la Mediterrannée, des côtes d'Italie, et de Barbarie, et la mettroit en état d'assujetter ses Amis et ses ennemis à toutes ses volontés. Aucun Batiment ami ne pourroit eviter dans aucun tems d'etre visité par ceux de France. Toutes ces considerations et plusieurs autres qui se presentent naturellement, prouvent qu'outre l'interêt commun et general qu'ont toutes les Puissances de l'Europe de s'opposer à ce que la France n'acquiere une augmentation de forces aussi preponderante, il leur importe encore à chacune en particulier pour leur interêt propre, et pour le commerce de leurs sujets, que la Corse ne tombe pas au 118
pouvoir de la France, que la navigation demeure libre dans la Mediterrannée, et que les Ports de Corse soient ouverts à toutes les Nations. On ne sçauroit douter que le but de la France ne soit de mettre la Corse sous sa domination. Les dispositions qu'elle a données le montrent évidemment. Les troupes qu'elle a deja fait passer en Corse, et celles qui sont destinées à y être transportées montent ensemble à environ 20./m. Hommes. Elle y a fait passer aussi un Corps d'Ingenieurs, d'Officiers d'Artillerie, et une quantité prodigieuse de munitions de guerre en tout genre. Est il à presumer que dans le mauvais état où se trouvent ses finances, elle ait fait des preparatifs aussi considerables et aussi dispendieux sans être assurée d'un correspectif proportionné? et ce correspectif peut-il être autre chose que l'acquisition d'un pays qui lui procure tant d'avantages? La conduite qu'elle a tenue depuis qu'elle a traité sur cet objet avec la Republique de Genes ne peut aussi que confirmer les bruits qui se sont repandus de la cession de la Corse à la France. Lorsqu'elle envoya des Troupes dans cette Isle en l'année 1764, comme elle n'avoit alors aucune vue sur la Corse, elle eut soin de faire connoitre la pureté de ses intentions en communiquant aux autres Puissances les arrangements qu'elle avoit pris avec la Republique. Mais aujourd'hui qu'elle a fait le plus grand Mistere du Traité qu'elle vient de conclure, n'a-t-on pas lieu de penser qu'elle n'a empêché si soigneusement qu'il ne transpirât que dans la crainte qu'une cession de cette importance ne rencontrât des oppositions fondées sur le Statu quo etabli par l'Article 15 du Traité d'Aix la Chapelle? La France connoit très bien toute la force de cette article, puisqu'elle s'en prevalut dans l'affaire de St. Remo, et fit presenter en 1754 un Memoire à l'Empereur pour demander que les [choses] demeurassent dans l'état où elles étoient lors du Traité d'Aix la Chapelle. Il ne s'agissoit pourtant alors que de quelques droits litigieux entre Saint Remo et la Republique de Genes. Au lieu que l'acquisition de la Corse par la France feroit une innovation qui changeroit essentiellement l'état des choses, non seulement en Italie, mais encore en Europe. Mais une circonstance qui doit exciter les plus serieuses reflexions de la part de l'Angleterre, c'est que tandis que la France s'etudie de colorer auprès d'elle les motifs de son expedition en Corse, elle continue à presser l'éxécution de ses preparatifs, pour se mettre en état à tout évenement de soutenir par la force l'engagement qu'elle a pris. Et il faut bien que non obstant toutes les protestations qu'elle fait que ses Troupes ne passent en Corse que pour reduire les mécontents 119
sous l'obéissance de la Republique, elle compte pour sûr de conserver la Souveraineté de cette Isle, puisque les François ne gardent pour ainsi dire aucun menagement là dessus vis-à-vis des Corses: et même lorsque les Commandants des Troupes françoises ont celebré par des rejouissences publiques leur prise de possession de l'Isle, on a mis sur la porte de la Maison de Ville de Bastia, une inscription, où l'on a ajouté le titre de Roi de Corse à celui de Roi de France et de Navarre, que le Roi de France prend ordinairement. «MEMORIA
CONTENENTE UN COMPENDIO DEI VANTAGGI CHE LA
TRARRE DAL POSSESSO DELLA LE
POTENZE
CORSICA,
FRANCIA
PUÒ
E DELL'INTERESSE ESSENZIALE DI TUTTE
DELL'EUROPA E DELL'INGHILTERRA IN PARTICOLARE A OPPORVISI.
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LUGLIO 1768».
Tutte le Potenze europee e l'Inghilterra in particolare, hanno un interesse essenziale a opporsi al fatto che la Corsica cada sotto il potere della Francia. L'acquisizione di quest'Isola che ha un territorio molto fertile, abitanti bellicosi ed esperti nella Marina, ansiosi di darsi al commercio, darebbe alla Francia un incremento di potere già considerevole di per se stesso, ma che diventerebbe ancora più importante per le conseguenze che necessariamente ne risulterebbero. La Corsica è situata quasi al centro del Mediterraneo. Le coste dell'Italia le formano intorno una specie di semicerchio ed essa ne è praticamente al centro. Il possesso di un'Isola così favorevolmente situata renderebbe sicuramente la Francia Padrona assoluta di tutto il Mediterraneo, sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Se la Francia costruisse un Porto franco in Corsica, farebbe crollare in tempo di pace tutto il traffico commerciale di Livorno e di Genova. E se costruisse un Arsenale in Corsica, si imporrebbe a tutta l'Italia e a tutto il Mediterraneo. Un Porto franco in Corsica sarebbe molto più comodo di Livorno e Genova per tutti i Bastimenti mercantili; poiché non c'è nessun Bastimento che arrivi da Ponente che non avvisti il Capo Corso prima di giungere a Genova o a Livorno; e ogni Bastimento che arriva da Levante deve necessariamente costeggiare l'Isola da Portovecchio al Capo Corso. Di modo che, se ci fosse un Porto franco in Corsica, i Bastimenti vi sosterebbero, questo Porto franco diverrebbe il deposito generale del Mediterraneo e il Commercio decadrebbe in tutti gli altri porti d'Italia. Nulla sarebbe più facile che installare un Arsenale a Portovecchio; sembra addirittura che la natura vi abbia riunito appositamente tutti i vantaggi che si 120
possono desiderare per questa finalità. Al centro dell'entrata del Porto c'è uno scoglio a filo d'acqua sul quale si può costruire un faro per segnalare da lontano sia di giorno che di notte l'entrata del porto ai Bastimenti; il passaggio è ugualmente buono e sicuro tanto a destra che a sinistra di questo scoglio. I dintorni del Porto hanno una conformazione molto adatta a costruirvi delle buone fortificazioni. La Capacità del porto è vastissima e l'acqua è così tranquilla che un gran numero di Bastimenti vi potrebbe sostare in sicurezza in qualsiasi momento senza neanche gettare l'ancora. Le Montagne vicine abbondano di legname da costruzione. Non solo potrebbero fornirne per tutte le necessità dell'Arsenale, ma anche per l'esportazione, dato che a Portovecchio si carica tutto quello che si ricava dalla Corsica. La Corsica è attualmente in grado di fornire 3 o 4 mila Marinai e più di 10 mila Soldati. Se i Corsi navigassero sotto la bandiera francese, la Marina si accrescerebbe straordinariamente in brevissimo tempo. Lo stesso avverrebbe per la popolazione dell'Isola. Successivamente si vedrebbe quasi solo la Bandiera francese nel Mediterraneo e i Turchi e i Barbareschi, che non hanno nulla da temerne, infesterebbero impunemente le Coste spagnole e italiane. In tempo di guerra, i vantaggi che la Francia potrebbe trarre dalla Corsica sarebbero ancor più considerevoli. Realizzando un Arsenale a Portovecchio, terrebbe in soggezione tutte le Coste d'Italia e di Barbaria; per mezzo di questo Arsenale e di quello di Tolone, terrebbe praticamente bloccato il Mediterraneo. Occorrono meno di tre ore da Portovecchio alla Sardegna: non si impiega molto più tempo per raggiungere Livorno e le coste della Toscana. In 24 ore ri può arrivare a Malta, in Sicilia, e all'imbocco dell'Adriatico; e in meno tempo ancora si giunge a Napoli, a Civitavecchia, a Genova e a Villefranche. Da Portovecchio, la Francia dominerebbe su tutto ciò che si trova a Levante della Corsica. Quanto alla parte di Mediterraneo che si trova a occidente, ci sono tre rotte per arrivarvi da Portovecchio. La prima risale verso il Capo Corso, la seconda passa per le Bocche di Bonifacio e la terza costeggia la Sardegna. Prendendo quest'ultima rotta, qualunque Squadra [navale] che arrivasse nel Mediterraneo dallo stretto si troverebbe necessariamente tra due fuochi: una Squadra in partenza da Tolone e una da Portovecchio. Il Porto d'Ajaccio è molto ampio e può ospitare un gran numero di Vascelli da guerra. Nulla impedirebbe alla Francia di tenervi una terza Squadra per formare un terzo fuoco. Queste Squadre mantenute in Corsica presenterebbero un altro considerevole vantaggio: garantirebbero le coste della 121
Provenza e della Linguadoca e la Francia potrebbe progettare nuove imprese con le Squadre che attualmente impegna nella sorveglianza di queste stesse coste. Infine l'acquisizione della Corsica renderebbe la Francia totalmente padrona del Mediterraneo, delle coste italiane e barbaresche e le renderebbe possibile assoggettare ai suoi voleri sia gli Amici che i nemici. Nessun Bastimento amico potrebbe evitare di essere visitato da quelli francesi. Tutte queste considerazioni e molte altre che si presentano naturalmente provano che oltre all'interesse comune e generale che tutte le Potenze d'Europa hanno nell'opporsi a un così imponente aumento di forze della Francia, sta a cuore a ognuna in particolare nel suo interesse e per il commercio dei suoi sudditi che la Corsica non cada in potere della Francia, che la navigazione resti libera nel Mediterraneo e che i Porti della Corsica siano aperti a tutte le Nazioni. Non si può dubitare che il fine della Francia non sia quello di ridurre la Corsica sotto il suo dominio. Le disposizioni che essa ha dato lo mostrano con chiarezza. Le truppe che ha già introdotto in Corsica e quelle che devono esservi trasportate ammontano in tutto a circa 20 mila Uomini.Vi ha pure portato un Corpo del Genio, di Ufficiali d'Artiglieria e una quantità prodigiosa di munizioni da guerra di ogni genere. E bisognerebbe ritenere che pur avendo le finanze in cattivo stato, abbia fatto dei preparativi tanto imponenti e dispendiosi senza avere la certezza di un corrispettivo proporzionato? E quale potrebbe essere questo corrispettivo se non l'acquisizione di un paese che le procuri tanti vantaggi? Il comportamento che ha tenuto dopo che ha trattato su questo argomento con la Repubblica di Genova non può che confermare le voci che si sono diffuse riguardo alla cessione della Corsica alla Francia. Quando inviò le sue Truppe nell'Isola nel 1764, non aveva alcuna mira sulla Corsica, quindi ebbe cura di far conoscere la purezza delle sue intenzioni comunicando alle altre Potenze gli accordi che aveva concluso con la Repubblica. Ma oggi che avvolge nel più grande mistero il Trattato che ha appena concluso, non c'è forse motivo di ritenere che abbia impedito tanto accuratamente che trapelasse proprio nel timore che una cessione di tale importanza non avrebbe suscitato delle opposizioni basate sullo Statu quo fissato dall'Articolo 15 del Trattato di Acquisgrana? La Francia conosce benissimo tutta la forza di quest'articolo, visto che se ne avvalse nell'affare di Sanremo e nel 1754 fece presentare una Memoria all'Imperatore per chiedere che le [cose] rimanessero nello stato in cui erano all'epoca del Trattato di Acquisgrana. E allora si trattava solo di alcuni diritti controversi tra Sanremo e 122
la Repubblica di Genova. Mentre l'acquisizione della Corsica da parte della Francia costituirebbe un'innovazione che cambierebbe sostanzialmente lo stato delle cose, non solo in Italia, ma anche in Europa. Ma una circostanza che deve suscitare le più serie riflessioni da parte dell'Inghilterra è che, mentre la Francia cerca di dissimulare i motivi della sua spedizione in Corsica, continua ad affrettare l'attuazione dei suoi preparativi per mettersi nella condizione di sostenere con la forza di fronte a qualsiasi avvenimento l'impegno che ha preso. Nonostante affermi che le sue Truppe vengano portate in Corsica solo per ricondurre i malcontenti sotto l'autorità della Repubblica, ha necessariamente la certezza di conservare la Sovranità su quest'Isola, dal momento che i Francesi non hanno alcun riguardo, per così dire, su questo di fronte ai Corsi: e anzi quando i Comandanti delle Truppe francesi hanno celebrato con festeggiamenti pubblici la loro presa di possesso dell'Isola, sulla porta del Palazzo di Città di Bastia è stata posta un'iscrizione dove è stato aggiunto il titolo di Re di Corsica a quelli di Re di Francia e di Navarra, che vengono ordinariamente attribuiti al Re di Francia. LETTERA DEL MIN. SORBA AL MAGNIFICO CONSIGLIO.70 Sig. Serenissimi, Il Sign. Duca di Choiseul spedisce in oggi un espresso in Corsica per dare al conte di Marbeuf le Istruzioni necessarie e l’evacuazione delle Piazze, e mi promette che per tardi che arrivino al detto Comandante le cose saranno eseguite con ogni riguardo per tutto ciò che vi è di spettanza di VV. SS. Ser.me. II detto sig. Duca ha avuto con un espresso di Londra di 27, spirante il ragguaglio del discorso tenutosi dall’Imbasciatore di Francia col Ministro di Stato Mylord Shelbrunn in seguito degli ultimi ordini dati di qua al primo relativamente alla Corsica ed alle massime che ebbi l’onore di esporre a VV. SS. Ser. Colla spedizione di 18 p. Milord Shelbrunn ha continuato con tono altiero, ma non volendo attaccarsi colla Francia egli si è fortemente lagnato contro la S.ma Rep.ca ed ha rilevato con ammirazione: Che dite di quella Repubblica, la quale pensa di rimandar qua fra breve il di lei Ministro, Il sig. Conte di Chatelet ha risposto non vedere perché no, mentre certamente essa non pensa di aver fatto nulla di cui possa lagnarsi Sua Maestà Brittanica: l’Imbasciatore d’Inghilterra
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Arch. Stato Genova Diversorum Corsicae - F. 2111.
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essendo stato ammalato il sig. Duca di Choiseul lo invitò i giorni scorsi, ed egli proruppe alquanto contro l’impresa in generale, ed anche contro di me come se io avessi dato motivo alle ciarle che ne risultano. II sig. Duca ha corrisposto debitamente all’una e all’altra proposizione. In quanto a quella che mi riguarda, essa non è fondata osservando il maggior silenzio; ma comprendo che la doglianza non può essere originata da ciò. La somma di tutto ciò è che il sig. Duca di Choiseul conosce che il Trattato ha molto accesa la bile della Corte Brittanica, e che in seguito di esso sarà possibile ch’ella mediti qualche insulto contro VV. SS. Ser.me. Ma che il Sig. Duca mi ha incaricato di loro segnare che Elleno non mostrino d’averne alcun timore, e si acquietino sulla ferma rissoluzione in cui è Sua Maestà Ill.ma di riguardare ogni insulto, o torto come fatto a se stessa, consigliando loro soltanto di prendere dei pretesti per differire un altro paio di mesi il ritorno del loro ministro in Londra. Scrivo in tutta fretta per far giungere il presente mio foglio in Lione a tempo di prosseguire col Corriere Ordinario. Ho l’onore di protestarmi col più profondo rispetto. Di VV. SS. Ser.me Umilissimo servitore ag. sorba. Versaglies, 31 Mag. 1768. Le 8 août 1768. Le consul Régny au Ministre. 71 Je reçus jeudi passé une lettre qui me fut expédiée par mon vice-consul de San Remo pour me donner avis que le patron d’un pinque génois nommé Vallebona ayant rencontré un bateau corse décoré du pavillon du Roi et muni d’un passeport de M. le comte de Marbeuf, et ayant reconnu que c’était le même qui lui avait été enlevé par un corsaire corse s’en était emparé et l’avait conduit à San Remo. J’allai aussitôt trouver le Secrétaire d’État après en avoir pris l’avis de M. l’Envoyé, pour réclamer la restitution de ce bateau. Le Secrétaire d’État
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L’8 agosto 1768. Il console Régny al Ministro. Ho ricevuto lo scorso giovedì una lettera che mi è stata spedita dal mio vice console di San Remo per darmi avviso che il patrono di una pinca genovese chiamata Vallebona aveva incontrato un battello corso decorato con la bandiera del Re e munito di un passaporto del Signor Conte di Marbeuf, ed è stato riconosciuto che era lo stesso che gli era stato rubato da un corsaro corso che se ne era impadronito e l’aveva portato a San Remo. Sono andato subito a trovare il Segretario di Stato dopo averne preso l’avviso dal signor Inviato per reclamare la restituzione di questo battello. Il Segretario di Stato mi ha detto che il Governo era stato informato che dei corsi a cui il signor di Marbeuf aveva accordato questi passaporti ne abusano spesso e se ne servono per tutt’altro scopo che quello di portare denari per la truppa del Re per i quali egli li accorda e che effettivamente questi se ne servono per andare a vendere legname…
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m’a dit que le Gouvernement ayant été informé que des Corses à qui M. de Marbeuf accorde ces passeports en abusent souvent et s’en servent pour tout autre objet que celui d’aller se pourvoir des deniers pour la troupe du Roi pour lesquels il les leur accorde et qu’effectivement celui-ci ne s’en servait que pour aller vendre du bois... Le 8 août 1768. Le consul Régny au Ministre.72 ... Le bateau est arrivé à Gênes. Les matelots, tous Corses Ont été mis en prison. Je crus devoir réclamer la restitution du bateau pris avec le pavillon du Roi et l’élargissement des matelots. Le Secrétaire d’État m’a répondu que le Gouvernement ne pouvait pas se dispenser de faire remettre ce bateau à son véritable propriétaire, en me faisant entendre que si on le rendait aux Corses ça aurait été une approbation tacite de la guerre des Corses contre la République. Sur la représentation que je lui fis des égards que l’on devait avoir envers le pavillon du Roi dont ce bateau était décoré, il me répondit que le Gouvernement ne pouvait regarder ces passeports que comme abusifs et contraires aux ordonnances maritimes de toutes les nations et que ce bâtiment était chargé de bois pour son commerce et n’avait rien de relatif au service de la troupe. Tout ce que j’ai pu obtenir a été de faire relâcher le patron et les matelots... Le 8 août 1768. Le consul Régny au Ministre.73 ... Une tartane française arrivée à San Remo, commandée par le capitaine Ajeard de Six-Fours, venant d’Ajaccio, ayant à son bord 15 Jésuites que M. le comte de
72 L’8 agosto 1768. Il console Régny al Ministro. …Il battello è arrivato a Genova. I marinai, tutti corsi, sono stati messi in prigione. Io ho creduto di dover reclamare la restituzione del battello preso con la bandiera del re e il rilascio dei marinai. Il Segretario di Stato mi ha risposto che il Governo non poteva esimersi dal far rimettere questo battello al suo legittimo proprietario e mi ha fatto capire che se lo si rendeva ai corsi sarebbe stata un’approvazione tacita della guerra dei corsi contro la Repubblica. Sulla rappresentazione che gli ho fatto dei riguardi che si deve avere verso la bandiera del Re di cui questo battello era decorato, egli mi ha risposto che il Governo non poteva considerare questi passaporti che come abusivi e contrari alle ordinanze marittime di tutte le nazioni e che questo bastimento era carico di legname per il suo buon commercio e non aveva nulla di relativo al servizio della truppa. Tutto ciò che ho potuto ottenere è stato di far rilasciare il padrone e i marinai… 73 L’8 agosto 1768. Il console Régny al Ministro. …Una tartana francese arrivata a Sanremo, comandata dal capitano Ajeard de Six-Fours, proveniente da Ajaccio, aveva a bordo 15 gesuiti che il conte di Narbona e il Comandante di Ajaccio gli avevano ordinato di trasportare su terra ferma e di sbarcarli nel primo posto dello Stato di Genova dove poteva sbarcare. Il Governatore di San Remo non ha voluto lasciarli sbarcare, cosa che ha costretto il capitano a condurli a Genova. Ho rinviato il capitano al signor Cornejo, Ministro di Spagna che si è incaricato con premura di fare istanza a questo Governatore per far sbarcare questi gesuiti, per farli andare nella destinazione voluta….
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Narbonne et le Commandant d’Ajaccio lui avaient ordonné de transporter en terre ferme et de débarquer dans le premier endroit de l’État de Gênes où il pourrait aborder. Le Gouverneur de San Remo n’a pas voulu les laisser débarquer, ce qui a obligé le capitaine à les conduire à Gênes. J’ai renvoyé le capitaine à M. Cornejo, Ministre d’Espagne qui s’est chargé du soin de faire instance à ce Gouvernement pour faire débarquer ces Jésuites, pour les faire passer à leur destination... Le 29 août 1768. Le consul Régny au Ministre.74 Le nommé Ornano, corse, se disant officier au service de la République qui avait été longtemps en garnison dans la forteresse de Savone ayant été réformé, passa en Corse auprès du Général Paoli chez qui ayant rencontré un musicien qui avait été élevé à Savone et qui y avait des connaissances, ils formèrent ensemble le complot de tenter une descente à Albissola, près de Savone, destinée principalement à enlever M. Mari, ancien Doge qui y passe ordinairement l’automne. Pour faciliter le succès de cette entreprise qui devait se faire par le moyen de la demi-galère et des 4 felouques corses, ils mirent dans leur confidence, cinq des principaux bourgeois de Savone, Lamberti, Boselli, Lodi, Bruni et Pornezza, et ils les engagèrent à s’associer avec eux. Quand tout le complot fut arrangé, le nommé Ornano est venu à Gênes prendre l’impunité et en informer le Gouvernement qui a envoyé immédiatement le chancelier des Inquisiteurs d’État à Savone et il a fait arrêter Lamberti, Bruni et Panizza qui ont été transférés dans la Tour de cette ville. On s’est emparé de tous leurs papiers où l’on m’assure que l’on a trouvé la correspondance d’Ornano et du musicien. Boselli et Lodi ont eu le temps et le bonheur de se sauver...
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Il 29 agosto 1768. Il console Régny al Ministro. Il citato Ornano, corso, sedicente ufficiale al servizio della Repubblica che era stato per molto tempo in guarnigione nella fortezza di Savona essendo stato riformato, è passato in Corsica presso il Generale Paoli, presso il quale ha rincontrato un musicista che era cresciuto a Savona e che aveva delle conoscenze, essi hanno escogitato insieme un complotto per tentare una discesa ad Albissola, vicino a Savona, destinata principalmente a prelevare il signor Mari, antico Doge che qui passa normalmente l’autunno. Per facilitare il successo di questa impresa che doveva essere fatta attraverso una semi-galera e 4 feluche corse, essi confidavano nell’appoggio di cinque dei principali borghesi di Savona, Lamberti, Boselli, Lodi, Bruni e Pornezza e si erano impegnati ad associarsi con loro. Quando tutto il complotto fu predisposto, il citato Ornano è giunto a Genova per prendere l’impunità ed informare il Governatore, che ha immediatamente inviato il cancelliere degli Inquisitori di Stato a Savona ed ha fatto arrestare Lamberti, Bruni e Palizza che sono stati trasferiti nella Torre di questa città. Si sono impadroniti di tutte le loro carte e mi si assicura che è stata trovata la corrispondenza tra Ornano ed il musicista. Boselli e Lodi hanno avuto il tempo e la fortuna di salvarsi…
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Lettera del M. Girolamo Grimaldi, in data 30 ag.to 1768 da S. Ildefonso …omissis… Mi rallegro quasi, che i corsi abbiano predate le imbarcazioni francesi, p.che in questo mondo solo quando si sente il proprio male si giudica dell’altrui, ed è quindi sperabile, che ora si sveglino i francesi contro la Pirateria Corsa. Le 19 septembre 1768. Le consul Régny au Ministre.75 Une querelle a eu lieu sur le port entre des Corses qui frappaient des enfants en train de jouer avec des noix. Les enfants les injurièrent et la bagarre fut déclenchée. Il fallut, pour calmer la population, mettre les Corses aux arrêts. Je souhaite que cet exemple contienne les autres Corses, mais il est à craindre que la haine qui règne entre la populace des deux nations et la vanité que les Corses tirent de ce que leurs bâtiments sont décorés du pavillon du Roi n’occasionnent d’autres disputes de la même nature dont les suites soient plutôt meurtrières... Lettera ai Ser.mi Collegi da Francesco Camillo Bizarelli (Cancelliere di S. Fiorenzo, 10 8bre 1768) La scarsezza delle occasioni mi rendono impossibilitato a V.se Sig.rie Ser.me quelle notizie che sono a mia saggezza al presente per l’affanni di questo infelice regno. Nel mese scaduto li Sig.ri francesi occuparono alcuni Paesi della parte di Casinca, frà quali Pioveto, Venzolasca, il Borgo e altri circonvicini, li quali in pochi giorni furono necessitati a rilasciarli e si ritirorno in Bastia, bensì rimetterono e providero il Paese del Borgo Furiani e Biguglia: Li corsi ribelli si audaci si posero ad attaccare il Borgo sud.o, dove al presente vi sono e colà continua un granfoco e combattim.to, dove sia rimasto ferito leggierm.te il Sig.r Conte di Marbeuf, che ivi è concorso con rinforzo di fuceppa e munizioni e dicesi esservi successo danno non poco ad altra truppa con quantità di muorti e feriti di detti ribelli, e non cessano di battersi dove vi è da temere, se non viene ancora detta truppa da Francia, che si stà là l’aspettativa e possino essere
75 Il 19 settembre 1768. Il console Régny al Ministro. E’ sorta una questione sul porto tra i corsi che colpivano dei bambini mentre giocavano a dadi. I bambini li hanno ingiuriati e ne è sorta una bagarre. E’ stato necessario, per calmare la popolazione, mettere i corsi agli arresti. Io spero che questo esempio faccia contenere gli altri corsi, ma è da credere che l’odio che regna tra il popolaccio delle due nazioni e la vanità che i corsi mostrano per il fatto che i loro bastimenti sono decorati con il vessillo del Re occasioni altre dispute della stessa natura da cui potrebbero uscirne anche delle vittime.
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imbarcati, benché il capo ribelle Paoli assicura che covi la venuta di inglesi per suo assetto frà poco tempo e che non possi più venire altro nemmeno di d.a Truppa Francese in Corsica da quello che è già venuto, questo sino al giorno presente dal successo seguito nelle parti di Bastia. Nelle parti di Nebbio il Sig.r Maresciallo Lodalmesson nel mese presente scaduto diede d’attacco alli paesi del Poggio, ed Oletta, come già scrissi a sua Sig.ria Ser.ma con altra mia in data de otto P.nte scaduto, et impadronitosi di tutto il Nebbio rinforzò di truppa li sud.i Paesi del Poggio e Oletta con il convento dei Nebbio e formò il suo campo con il restauro di sua truppa a San Nicolò sopra la Pieve di nebbio, et ivi dimorandosi poco tempo li ribeli in numero non poco attaccarono il convento di Murato dove li riuscì di prenderlo con sorpresa sia di quella poca truppa et equipaggio et il campo sud.o che era formato a San Niccolò fu prima necessitato a ritirarsi con perdita solamente di equipaggi et accamparsi al convento d’Oletta, et in quella vicinanza lasciando in abbandono queli paesi soprani del Nebbio. Doppo la dimora di detta Truppa ali Paesi del Poggio d’Oletta a quel convento, giorni sono parim.te detta truppa si avanzò senza strepito ad impadronirsi de li Paesi d’Olmeta, Vale Cale, Murato et altri dimorandosi in quelle con due giorni, San Luca si vede inaspettatam.te, il ritiro di tutta detta truppa ad accamparsi in questo luogo, cioè sotto a questo fortino di San Fran.co, con l’abandono affatto di tutti gl’altri Pasi del Nebbio, ed esclusione del Paese di Barbaglio, Patrimonio e Favinola li quali si vogliono tenere bene muniti e provisti, per mantenere la comunicazione e passo libero da San Fiorenzo, che Bastia, come anche, che detti corsi non possino passare a riprendere altra volta la Provincia di Capo Corso, e nella parte di Balagna e di là da Monti, à quest’ora anche si sente. Si vede che stravaganza particolarm.te il pessimo trattamento de ribeli sudetti di voler soggiogare la truppa con fè così potente, se le sue forze potessero e dette truppe provocare danno et ignorare il tutto non avendo voluto bruggiare case in Nebbio, di alcuni famosi ribeli, né farne prigionieri di detti Capi, anzi lasciarli al comando cioè in Capo Corso, il medesimo loro preteso Magistrato fatto dal Caporibelle, cioè quelli soggetti l’Alesandrini, et altri, et il simile avevano fatto sul Magistrato del Nebbio. La sud.ta truppa francese si era munita e provista la Torre di Farinoli, Montila e quella del Paese di Nonza ma bensì tutte sprovviste di cannoni per averli quelli trasportati sotto a questo castelo in numero di 21, cioè bensì di ferro et uno di 128
bronzo piccolo et impalato a quelli di ferro, sono di portata uno dà 36, uno dà 25 et altri da 12 ed à 18 e altri due dè medesimi sono in nave sotto d. Torre della Montala, li quali sono rotti li Maniglioni et inchiodati. Sentesi la venuta della nostra Truppa fra poco tempo ad occupare l’Isola di Caprara, se però sussistesse come spero se io potessi avervi qualche impiego sugoso, cioè da Canceliere per sostentarmi sino a che Dio apprirà qualche strada. Ecco quanto per ora posso rendere intese sue Sig.rie Ser.me riservandomi in altre occasioni et in pressioni, notizie, supplicandole istantaneamente e per carità di qualche lettera raccomandatizia a favore d. q.cheduna persona presso del Sig.r Conte Schianclea o di Monsieur Poggioli, regio efficace acciò io potessi avere qualche stipendio mensuale per la carica che mi fanno esercitare da canceliere a questa sanità, solam.te con il lucro di soldi quattro per ogni patente e donativo, quali non ponno sostentare la mia numerosa famiglia, dove anno detto farsi stipendij in Bastia ad alcuni immeritevoli et ad alcuna persona tolto il maneggio della Gabella, ancoraggi et altro che tutto fanno loro medesimi, avendo per miracolo del cielo auto il rilascio pochi efetti, noi affatto. Da prestar e tagliar essendomi solam.te il terreno, tanto più fa sperare il Patrocinio di sua S.ria Ser.ma di ottenere la grazia con perdonare l’ardire del mio dimando quando non fosse lecito, e con il più distinto ossequio a capo chino possa a V. Servire. NOTA SULLA VENDITA DEL SALE IN BASTIA (10 agosto 1768) Nella trattativa occorsa con la Francia rispetto all’Isola di Corsica il Ser.mo Governo insistette con la maggiore efficacia perché i Sali si continuassero a vendere in detta Isola di conto della Ser.ma Rep.ca, e questo articolo occupò molto il Minore Consiglio, ma essendo riusciti inutili le insistenze del Ministro della Rep.ca a Parigi, e dall’altra parte le circostanze di quel tempo avendo consigliato il minore Conseglio ad anticipare gli ordini per la consegna delle Piazze alle truppe francesi anche prima della sottoscrizione, e ratifica del Trattato, perciò nelle lettere, che se ne spedirono a parigi per essere consegnate al Sig.r Duca di Choiseul, e datate dei 5 maggio 1768: si incaricarono li risp.mi Rappresentanti della rep.ca nelle Piazze di Corsica à ritirare e portare a Genova tutto il sale, Bilancioni, ed altri utensili, che servivano per gli strapolieri. Il Sig.r Sorba consegnò dette lettere d’ordine al Regio Ministro, ed in tale congiuntura gli parlò nuovam.te dell’articolo dei sali accennando la spesa e l’imbarazzo per il trasporto di essi a Genova, e sopra di ciò il Sig.r Duca di 129
Choiseul disse, che ordinerebbe al munizioniere Francese di farne l’aquisto. Intanto però prima di questo ordine essendo giunte in alcune Piazze le Truppe francesi furono le stesse Piazze consegnate loro, ed il sale nella maggior parte fu trasportato a Genova e qualche porzione acconsentita per l’uso delle Truppe Regie, e sino a che non fosse arrivata la provvista di loro conto. In Bastia ove li francesi giunsero poco dopo fu spedito il Sig. Colonello Arata con le instruzioni per trattare la vendita dei detti sali col munizioniere Francese, et essendo in appo pervenuta a Ser.mi Collegi una rap.nza degli Ill.mi Protettori del giorno 6 di Giug.o con la nota dei sali, utensili e magazini, ne fu immediatam.te rimessa copia al d.o M.. Arata, perché se ne valesse nella sua incombenza. Risulta, quindi, che dal Ser.mo Governo furono prese tutte quelle misure, che erano possibili rispetto a d.i Sali, e che erano pratticabbili per l’indennità publica. LETTERA
AI
SER.MI COLLEGI 26 8bre 1768 sulla vendita dei Sali in Corsica
(Luigi) Letta nuovam.te a Ser.mi Collegi la relazione degli Ill.mi Protettori di S. Giorgio de 19: 7mbre p.p. relativa ai Sali di Corsica. Inteso quanto hanno in voce riferito gli Ecc.mi Togati comis.ri sulle prattiche di Corsica. Si rimetta il ristretto dell’occorso in d.a prattica con la copia delle lettere del M. Arata, e di D.a opposiz.ne agli ecc.mi Camerali Dep.ti agli affari del Reale Palazzo con l’Ill.ma casa di S. Giorgio affinché facciano giungere la replica dà farsi a D.ti Ill.mi Protettori, valendosi delle raggioni seguenti, e di quelle altre, che stimeranno, e la facciano poi pervenire in nome di lor SS. Ser.me e per il solito mezzo a P.ti Ill.mi Protettori. Che nella trattativa colla Corte di Francia non si omise dal Governo l’articolo dei Sali, ma essendo riusciti inutili li progetti fatti, lor SS. Ser.me diedero gli ordini per il trasporto dei d.i sali a Genova; dopo i quali ordini il Regio Ministro disse, che il Monizioniere Francese ne farebbe la compra, che lor SS. Ser.me per la fissazione del prezzo communicarono agli Ill.mi Protettori le offerte del Com.rio Francese onde regolare le risposte ed instruzioni. Che il Prest.mo Ufficio del Sale ha in seguito rilevato la perdita e il pregiudicio con un esatto e minutis.mo conto di ogni mancam.to per cui, e per l’utensilij dovrebbero renderne conto li Deputati alla vendita dei Sali; che inoltre D.o P.mo 130
Ufficio parla di proprietà dei Magazeni senza darne la menoma prova, tanto più che d.i magazeni si è conosciuto essere di diritto della rep.ca, e ne tampoco sussiste, che nel trattato siasi fatta propriam.te alcuna alienazione. Rimarcarsi altresì, che il d.o P.mo Ufficio si spiega, che ordinerebbe di doversi dare debito di tutto al conto camerale riguardante la Rep.ca come liquidato et assolut.te tenuta per tutti d.i conti. Che i Ser.mi Collegi sono però troppo persuasi della giustizia e rettitudine degli Ill.mi protettori, et anche del p.mo Ufficio del Sale per promettersi, che richiamando a nuovo esame questa prattica saranno per riconoscere, che non possono a’ termini di giustizia mandarsi à debito camerale li rilevati articoli, e che combinando tutti i riguardi si potranno facilm.te determinare le instruzioni à darsi in d.a prattica, e specialm.te relativam.te al prezzo dei Sali aggiunti tuttavia in Corsica. Et in d.a sostanza à dettarne de P.ti Ecc.mi i quali come sopra ne facciano estendere il Decreto in nome di lor SS. Ser.me, e si compiacciano poi di riferire quello stimassero doversi rispondere al M.co Arada intorno a d.i Sali, et al prezzo di usi. Per Ser.ma Collegia. COSTO DEL SALE In BASTIA
Num.to
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£ 138:19:10
81:9:4
6 Can.ro In AJACCIO Per via di r.i 6442: che
sono
In via a V. 14:9 F.b.
can.ra £ 854:2:9 1658:18:5 delle
1073:4
£
dicntro
can.ra
3234:16:1 1073:4£_________
________ £791:6:9
0£
Differenza_________
_____
£ 1490:12:5
______£ 1658:18:5
867:11:8
£ 1744:4:5
così meno £ ø 16:1
£
£ 3234:16:10
– C. can.ro
1744:4:5
Rinvengono
a
£
1:10:10 C. cantaro e
In BASTIA
M: 273 di r.i 18_ sono r.i 4914 – a r.i 20 C. mina m. £ 466:14:7 245:14 a £ 1:18 num.to Sbarco in Genova a 10 C% sopra d.te mine 245:14 di 46:137 r.i 20 Imbarco in Genova C. Bastia sopra £ 732:9 via a £ 73:4:10 1:18 di m.: 385:1/2 di r.i 18:3 procedenti da d.ti r.i 4914, a 10C% Nolo da Genova in Bastia a ¥ 10:f:b:6 mina di r.i 18:3 69:16:4 che sono m. 271:4: ¾ Assicurazione a 3C% sopra £ 596:12:8 via a £. 2:4 di 17:17:11 d.te m. 271:4: ¾ di r.i 18:3 Consumo a ½ sopra d.te m. 273: ch sono m: 4 a £ 1:18
7:16
Sbarco, e Porto al Magazzino di Bastia e Trasporto alla Stapola, che si ragguaglia come quello di Calvi a £ 10:12: f::b C. ogni centenaro di mine di r.i 18:3, che 14:16 sono £ 5:9:2 di num.to e così sopra d.te mine 271:4:3:4 CALVI
Pesate 50 di r.i 6:1 – sono r.i 302 – a r.i 20 C. mina m: £ 28:13:9 15:2 a £ 1:18 Sbarco in Genova a 10 C% sopra d.te m. 15:2
2:17:4
Imbarco in Genova C. Calvi a 10C% s:a £ 44:19:4 via 4:9:11 a £ 1:18 di m.o 23 1/3 di V. 12:18:8 procedenti da d.ti r.i 302 Nolo da Genova in Calvi a 1510 – f:b C. mina di r.i 4:5:6 18:3 che sono m. 16 2/3 Assicuraz: a 3 C% s:a f: 36:13 a via a £ 2:4 di d.te m.o 1:2 16 2/3
132
£ 697:1:3
Consumo a 1 ½ C% s:a d.ti r.i 302, che sono m. 16:12 6:9:6 di r.i 18, e che risulta in m.o ¼ Sbarco, e Porto al magazino di Calvi, e trasporto alla Ø18:2 stapola al 10:12 f:b: C. ogni centinajo di mine di r.i 18:3, che sono £ 5:9:2 num.to s:a d.te mine 16 2/3 BONIFACIO
Pesate 75: di r.i 6:6 sono r.i 468 a r.i 20 C. mina m: 44:9:2
42:16:2
23:8 a £ 18 Sbarco in Genova a 10C% s:a d.te m: 23:8 di r.i 20
4:8:11
Imbarco in Genova p. Bonifacio a 0: C% s.a f. 69:16:6 6:19:7 via a £ 1:18 di m. 36 ¾ di r.i 12:18:8 procendenti da d.ti r.i 468 Nolo da Genova in Bonifacio a V. 15 f.b C. mina di r.i 10:7:6 18:3, che sono m. 25 4/5 Assicuraz: a 3 ½ C% a f:b 6:15: ø u.ta a £ 2:4 di d.te 1:19:10 m. 25 4/5 Consumo a 1: C% v:a d.te m. 36 ¾ di r.i 12:18:8, che Ø:12:8 sono m. ø ½ a f. 1:18 Sbarco, e Porto al Magazzino di Bonifacio a V. 2:1 num.to s.a d.te m. 25 4/5 di r.i 18:3, non comportandosi il porto sino alla stapola p. essere questa vicina al 2:13:9 magazzino AJACCIO
M. 350 che si calcolano di r.i 18:3 ø sono r.i 6442 – a 611:19
71:11:5
r.i 20 C. mina m. 322:2 a £ 1:18 Sbarco in Genova a 10C% s.a d.te m. 322:2 di r.i 20
61:3:10
Imbarco in Genova C. Ajaccio a 10C% s.a f. 960:2:8 9:12 uta a £ 1:18 di m. 505 1/3 di r.i 12:18:8 procedenti da d.ti r.i 6442 Nolo da Genova in Ajaccio a V. 12 F.B C. mina di r.i 108:2:3 18:3, che sono m. 350 Assicuraz: a 3C% s:a f. 770_uta a £ 2:4 di d.te m. 350_ 23:2 di r.i 18:3 Consumo a 1: ½ c% s:a d.te m. 505 ½ e che risulta in 13:16 m. 7_ a £ 1:18 Sbarco e Porto al magazzino di Ajaccio a V. 2: f:b s:a 18ø:4 d.te m. 350 Trasporto dal magazzino alla stapola a V. 1:4 f:b s:a 8:17:4 d.te d: 350 £854:2:9
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854:2:9
LETTERA DAL BARBAGGIO – 1769 su di uno scontro tra francesi e corsi. La notte de 13 febraro li corsi in numero di seicento hanno sorpreso li Paesi di Barbaggio, dove erano di guarnigione cinque compagnie di truppa francese, tré delle quali furono di subito fatte prigioniere, e l’altre due che si erano poste in difesa nella chiesa si resero la matina a condizione di potersene andare nel Presidio di S. Fiorenzo dove furono scortate da una compagnia di truppa corsa. Il Capitan Colonna comandante de corsi avendo sottomessi li Paesi spedi trecento uomini ad occupare la bocca di tighine sopra la montagna. Il Sig.r Conte di Marbeuf auta la notizia di questa sorpresa la sera de 14 parti con tutta la truppa che ritrovatasi in Bastia aventi lasciato la semplice guarnigione ed essendo arivato sopra la montagna divisa la truppa in varie alture in vicinanza di tighine. Il Sig.r Marchese d’Archimbald la notte de 14 parti dal paese d’Oletta alla testa di novecento uomini frà quali vi erano due compagnie di volontari corsi per attaccare quelli che occupavano tighine alle spalle arrivato la matina de 15 alla vista, ed in molta vicinanza, ma avendo li corsi questo nuovo distaccamento che assolutamente l’avrebbe posti in meno abbandonarono la bocca e si misero in fuga senza tirare un colpo di fucile credendo di potersi ritirar franchi ne Paesi del Nebbio, ma il Sig.r Marchese d’Archimbald, che li era molto vicino l’insegui di subito col suo distaccamento tagliandoli la ritirata per l’altura e li costrinse tutti nella spiaggia, accorse poi ad occupare tutta la venuta dalla stretta di S. Fiorenzo sino al fortino, che resta sotto Oletta avendo lasciati molti aquati per dove potevano ritirarsi li fugitivi. Intanto il Clemente de Paoli alla testa di mille corsi si avanzava dalla parte di Nebbio per soccorrere li paesi di Barbaglio, ed avendo trovata occupata tutta la venuta venne a fatto d’armi ma fu costretto ritirarsi con qualche perdita, essendo anche accorso da Oletta in rinforzo de francesi Monsieur d’Ampus con quattrocento uomini d’infanteria, e venti dragoni, nel tempo che il Sig.r Clemente combatteva per aprire la comunicazione a quelli che erano in Barbaglio, quelli che erano ristretti nella spiaggia hanno creduto di potersi ritirare, essendosi avanzati sono caduti nell’aguati, e ne mopri una gran quantità, l’altri si dissiparono a una altra volta per la spiaggia dove ne furono fatti prigionieri a discrezione centosedici compresi cinque capitani, quali sono Orazio di Rutoli, Mercurio d’Asco, Dazio di Vallerustia, Ignazio dalla Rocca di Rostino e Capocchia di Balagna. Il Sig.r Conte di Marbeuf dubitò che restò libera la bocca di tighine fece avanzare tutta la truppa, e la postò a tiro di fucile in vicinanza de Paesi, vi fece 134
piantare nella stessa vicinanza una batteria di piccoli cannoni, e montarvi a granate reali, onde li corsi soffersero trecento quatro canonate e lo scoppio di quantità di granate reali; la matina de 16 ritrovandosi li corsi circondati dalla truppa, privi di comunicazione e senza viveri richiesero di rendersi, e trattò la resa Capitan Gio:Carlo Guiducci di S.Lucia, li fù pertanto accordato nella capitolazione, che l’Uficiali solamente potessero uscire da paesi con le sue armi, e portarle sino in Bastia, che non l’avrebbero mandati prigionieri in francia, che l’Ufficiali avrebbero potuto passeggiare per tutta la Bastia dando parole d’onore di non fuggire e de li soldati non sarebbero andati nelle carceri, ma posi in qualche casa con sentinella di vista: li prigionieri compresi nella capitolazione furono condotti in Bastia la sera de 16 a ore 22 quali sono in numero di cento novanta compresi trentasei ufficiali, frà questi vi sono li Sig.ri Francesco Saliceti di Rustino, che era Presidente attuale del magistrato di Terra di Comune, Valentini di Rustino e Ferrandi della Pietra di Verde volontari, li capitani sono Domenico Bastioni della Venzolasca di Casina, Mario e Retrorso di Niolo, Canggione d’Ortiborio di Casacconi, Carlo Frabncesco Murati del Borgo, Agostinorso di Lavagna, Gio:Carlo Guiducci di S. Lucia, Don Francesco Colonna di Giovellina. La notte de 16 ne furono trovati trenta nascosti per la compagnia in vicinanza de paesi, e condotti prigione in Bastia la notte de 17 hanno portato altri prigionieri ed il giorno de 19 sono arivati quindici, che si erano nascosti nelle cantine ed altri luoghi de Paesi. Si pretende che li corsi trà morti feriti e Prigionieri abbiano perduto in questa azione cinquecento uomini. Le 17 juillet 1769. Le consul Régny au Ministre.76 ... Il est venu ce matin un patron corse se présenter à moi pour me demander la permission de vendre du vin au détail dans le port. Je lui ai dit que je ne pouvais ni le lui permettre ni le lui défendre. Je me suis borné à le prévenir du risque qu’il courait s’il mettait pied à terre d’être arrêté et condamné à une amende et je lui ai communiqué l’ordre qui est affiché dans ma chancellerie de ne recevoir à
76 Il 17 luglio 1769. Il console Régny al Ministro. … E’ giunto questa mattina un armatore corso per presentarsi a me per domandarmi il permesso di vendere del vino al dettaglio nel porto. Gli ho detto che non potevi né permetterlo, né difenderlo. Mi sono limitato a prevenirlo dal rischio che correva se avesse messo piede a terra di essere arrestato e condannato ad una ammenda e gli ho comunicato l’ordine che è affisso nella mia cancelleria di non ricevere a bordo alcun proscritto che volesse prendere asilo sotto la bandiera del Re. Io non dubito che con l’esempio di questo armatore, altri corsi non prendano lo stesso partito per procurarsi una vendita più vantaggiosa dei loro vini. Questa molteplicità farà torto ai provenzali ed ai linguadocini che fanno abitualmente questo commercio.
135
son bord aucun proscrit qui voudrait prendre asile sous le pavillon du Roi. Je ne doute pas qu’à l’exemple de ce patron, d’autres Corses ne prennent le même parti pour se procurer une vente plus avantageuse de leurs vins. Cette multiplicité fera tort aux Provençaux
et aux
Languedociens qui font ce commerce
77
habituellement.
PROJET DE CONVENTION ENTRE LA ROY ET LA RÉPUBLIQUE DE GÊNES.78 L’intérêt et l’Amitié que le Roy à constantement marqués depuis le commencement de son règne à la Sérénissime République de Gênes, ont été les motifs qui ont engagé S.M.E’ a conclure avec cette République différentes conventions dans les années 1737.1752.1755.1756 et 1764, pour la maintenir dans la possession risible de la Souveraineté sur cette Isle qu’il importait si essentiellement à la République de conserver, mais la Ser.me République ayant fait connaître au Roy que les moyens qui avoient été employé jusqu’à présent pour parvenir à un objet si salutaire, avoie été malheureusement insuffisants et que si à l’expiration de la Convention de 1764. Dans le terme q. est fixé au mois d’aouts prochain, Sa M.te jugeait à propos de retirer ses troupes des Places de Corse le trouble, la dissention et leurs effets seroient encore plus sensibles dans cette Isle, qu’ils ne l’etoient occuper avant; Le Roy touché de la vérité des représentations de la Sérénissime Gouvernement de Gênes et animé plus que jamais du désir de contribuer avec avantages et à la tranquillité de la République, son ancienne alliée, a concerté avec elle un Nouveau Plan relatif à la Corse, par le quel les deux puissances contrastantes se proposent de rétablir avec tems, l’ordre dans cette Isle, de manière que la République ne puisse souffrir aucun dommage des troubles qui eut existé ou qui pourroient y exister dans la suite, et
77 La questione della vendita del vino nel porto di Genova, a bordo di bastimenti francesi, aveva dato luogo, negli anni precedenti, a discussioni molto vivaci tra il console e le autorità genovesi, che non accettarono mai un simile commercio, pregiudizievole ai loro interessi. Esso si sommava all'imbarco clandestino dei disertori delle truppe della Repubblica, che erano di nazionalità francese. Nel 1769 parecchi di questi disertori si rifugiarono sui bastimenti che vendevano il vino nel porto di Genova; Régny chiese a Choiseul cosa si dovesse fare in tale frangente, ed il Ministro ordinò di imbarcarli clandestinamente sui bastimenti francesi per condurli, se possibile, in Corsica. 78 Archivio di Stato di Genova, fondo Archivio Segreto, filza 2158. Altra versione, in Italiano, presso l’Archivio di Stato di Torino, fondo Negoziazioni colla Corsica, volume 93, mazzo 1, prima addizione, fascicolo 18, Trattato conchiuso, e segnato a Versaglia tra il Re di Francia, e la Repubblica di Genova per la cessione della Corsica alla Francia. 15. maggio 1768 Si tratta della vera e propria bozza del Trattato di Versailles per la cessione dell’isola alla Francia.
136
qu’en même tous la nation corse acquière les avantages du retabilssement de la paix dans l’intérieur de son pais. En conséquence le Roy et la Sérénissime République ont nommé et muni de leur pleins pouvoirs, savoir, Sa Majesté le très illustre et très excellent Seigneur Etienne François de Choiseul Duc de Choiseul d’Amboise et la Ser.me République le S.r Augustin de Sorba Noble Génois lesquels : Article 1.ere Le Roy fera occuper par les troupes les Places de Bastia, St. Florent, l’Algajola, Calvi, Ajaccio, Bonifaccio, ainsi que les autres Places forts, Tours, ou ports situées dans l’Isle de Corse, et qui sont nécessaires à la Sûreté des Troupes de Sa M.té et au but que se proposent le Roy et la Ser.me République de Gênes d’ôter tout moyen aux Corses de nuire aux Sujets et aux cessassions de la République. Article 2 Les Places et Ports occupés par les Troupes du Roy seront possèdes en toute souveraineté par Sa M.té et Lui serviront de nantissement visavis de la République, de la réponse que le Roy sera obligé de faire soit pour occuper, soit pour conserver les dites Places et Ports. Article 3 Le Roy et la Sérénissime République sont convenus que la Souveraineté cédée au Roy par l’article précédent sera entière et absolue, mais que cependant, comme elle ne doit être que le gage des avances que Sa M.té fera pour l’intérêt de la République, la dite souveraineté dans les mains du Roy. Article 4 En conséquence le Roy s’engage à conserver sous son autorité et sa Domination toutes les parties de la Corse qui seront occupées par les Troupes jusqu’à ce que la Repub.que en demande à la France la restitution et en la demandant soit on État de solder la dépense que l’expédition actuelle des troupes, et les fraix de leur entretien en Corse pourront occasionner, Bienentendu que quelles que soient les sommes employées en Corse d’après les stipulations du présent traité, il ne pourra jamais y avoir que les Places de Corse qui rependront de ces sommes, et qu’au-delà de l’occupation souveraine par la France des dites Places et Ports, la 137
Sérénissime République dans aucun cas ne contractera et ne pourra contracter visavis du Roy ni dette, ni aucun obligation de dédommagement. Article 5 Si par la succession du tems l’Intérieur de l’Isle se soumetteroit à la Domination du Roy la République consent dès à présent que le dit Intérieur reste sommis à Sa M.té en totalité ou en partie, de la même manière et aux mêmes conditions stipulées par les articles precedens par rapport aux Places et Ports de la Corse. Article 6 Le Roy s’engage à remettre entre les mains de la République, le plus tôt qu’il sera possible, et au plus tard en 1771, L’Isle de Capraja actuellement possédée par les Corses. Article 7 Le Roy s’engage à faire tout ce qui sera en son pouvoir pour faire cesser après que les Places et Ports de Corse seront à sa disposition, les Hostilités des Corses contre la République; Mais comme il est impossible de statuer d’avance sur les efforts de cet engagement le Roy, promet à la République que des que ses Troupes seront établies en Corse Sa M.té traitera suivant toute la rigueur du droit de la Guerre tout Corse qui nuira aux Sujets de la République soit par terre soit par mer. La République de son coté s’engage à faire cesser les hostilités contre les Corses, lorsqu’elle en sera requise par le Roy. Article 8 Il à été convenu entre les deux Puissances contractantes que les navires Barbaresques ne pourront être admis dans les Ports, rades et Plages occupées par les Troupes du Roy en Corse, que dans le cas de détresse et de naufrage, conformément aux lois de l’humanité. Article 9 Le Roy procurera la justice civile aux génois et aux Corses à fin que d’après des jugements équitables les uns et les autres puissant rentrer en possession des biens patrimoniaux en autres qui leur auroient été confisqués et leur suiviens détenus pour quelque cause et à quelque Titre que ce doit à l’occasion des troubles de 138
Corse, et Sa Majesté aggiugerà de son autorité les jugements qui seront rendus dans cette matière. Le Roy s’oblige aussi à procurer la liberté aux individus de deux partis qui l’auroient perdue à l’occasion des mêmes troubles. Article 10 Le Roy approuve qu’on abolisse toutes les concessions particulières, exemptions, franchises, au privilèges tout jouissoient en terreferme quelques Peuples pu habitant de l’Isle, et Sa M.té prendra en considération les dédommagements qu’elle pourra accorder spécialement aux habitants de St. Bonifaccio, de Calvi, et de St. Florent. Article 11 Sa Majesté s’engage à établir une méthode assurée et régulière pour empêcher la fraude et la contrebande que les Bâtiments Corses pourroient faire sous le Pavillon du Roy dans les Ports, Golphes, Anses et Plages des États de la Sérénissime République en Terreferme. Article 12 On fera un inventaire de l’artillerie génoise qui se trouvera dans les Places de Corse, et le Roy la fera remettre à la République soit en nature, soit en argent suivant l’estimation; bien entendu que dans cette estimation on ne comprendra que les Bouches de Canon de feux ou de fer au dessus de 4 livres de balle, ainsi que les mortiers, s’il sera avec les fors poulés; tout le reste devait être remis à la république sans estimation. Article 13 Le Roy s’engage à garantir autentiquement et à perpétuité les États que la Ser.me République possède en Terreferme à quelque titre, et pour quelque cause que cedue qu’ils pussent être attaqués ou troublés. Article 14 La Justice et Police générale et particulière, ainsi que la Justice de l’Amirauté seront carrées au nom du Roy et par les officiers de Sa M.té dans les Places, Ports, Terres, et Pais qui seront occupés par les Troupes en Corse et en 139
nantissement, comme il a été stipulé par l’article 2 du présent Traité. Article 15 Sa M.té établira en Corse aussi longtems que les Places, Ports et Torres de l’Isle se trouveront sous la Domination, les droits de Gabelle, et d’aides et en général tous les droits de les fermes générales, ainsi que les impositions qu’elle jugera convenables, sans que le produit des dits droits et impositions puisse être précompté sur la forme des dépenses que la république sera obligée de rembourser au Roy, quand elle voudra rentrer en pouissance de la Souveraineté de la Corse. Article 16 Les ratifications du présent Traité, expédiés en bonne forme, seront échangées dans l’Espace d’un mois ou plustot s’il est possible à compter du jour de la signature du présent Traité. Articles separes et secrets Le Roy pour dédommager la Ser.me République de Gênes de la perte qu’elle a faite de quelques amenage des subsides, qui lui etoient dus en vertu des conventions antérieurs à celle de 1764 et pour lui donner une Marque de son amitié sincère, fera payer à la dite république une somme de deux cent mille livres par an pendant le cours de dix années, sauf de convenir après ce terme d’une continuation de subsides si la république le désire. La Ser.me République s’engage de son coté a exempter des droits de ses fermes les comestibles et autres effets qui seront transportés de ses États de Terre ferme pour l’approvisionnement des Troupes de Sa M.té en Corse. Article 2 Autre ce qui est stipulé à l’article trois du traité siglè aujourd’hui, il est entendu qu’aucun des Places de Corse que les Troupes de Sa M.té doivent occuper conformément à l’article premier du dit Traité ne pourrà jamais en aucun tems ni dans aucune circonstance être remises ou abandonnées aux Corses. Les présents articles séparés et secrets auront la même force que s’ils etoient insérés dans le Traité signe aujourd’hui. 140
Traduzione PROGETTO DI CONVENZIONE TRA IL RE E LA REPUBBLICA DI GENOVA. L'Interesse, e l'Amicizia, che il Re ha costantemente mostrato dal principio del suo Regno alla Serenissima Repubblica di Genova, sono stati li motivi, che hanno impegnato la Maestà Sua a conchiudere colla medesima differenti Trattati negli anni 1737, [1752], 1755, 1756, e 1764 per mantenerla in possessione pacifica della sua Sovranità dell'Isola di Corsica, che tanto essenzialmente ad essa importava di conservarsi. Ma la Ser. Repubblica avendo fatto osservare al Re, che i mezzi da essa finora impiegati per arrivare ad un oggetto tanto salutevole, per mala sua sorte sono stati insufficienti, e che, se alla spirazione del Trattato [del] 1764, il termine del quale è fissato al mese d'Agosto prossimo, S. M. stimava a proposito di ritirare le sue Truppe dalle Piazze di Corsica, li Tumulti, le Dissenzioni, e loro effetti sarebbero stati più sensibili di prima in quell'Isola. Il Re penetrato, e mosso dalla verità delle Rappresentazioni del Seren. Governo di Genova, e più che mai animato di contribuire alli vantaggi, ed alla Tranquillità della Repubblica sua antica Alliata; ha concertato con essa un nuovo piano relativo alla Corsica, per il quale le due Potenze Contrattanti si propongono di ristabilire col tempo l'ordine in quell'Isola, affinche la Repubblica non possa soffrire alcun danno dalli Tumulti, che vi sono stati, o potrebbero esservi in appresso; e nel medesimo tempo la Nazione Corsa acquisti li vantaggi dello ristabilimento della pace nell'Interiore del suo Paese. In conseguenza di ciò il Re, e la Ser. Repubblica hanno nominato, e munito delle loro respettive Plenipotenze, S. M. l'Illustriss. ed Eccellentiss. Sig. Stefano Francesco de Choiseuil Duca di Choiseuil d'Amboise, Pari di Francia, Cavaliere degli Ordini del Re, e di quello del Toson d'oro, Colonnello Generale de' Svizzeri, e Griscioni, Tenente Generale delle Armate di S. M., Governatore, e Tenente Generale della Provincia di Turena, Gran Baglì d'Haguenau, Governatore, e Gran Baglì del Paese di Verges [Vosges], e Mircour, Ministro, e Segretario di Stato per il dipartimento degli Affari Stranieri, e della Guerra, Gran Maestro, e Sopra-Intendente Generale dei Corrieri, Poste, e Straordinarj di Francia, e la Ser. Repubblica il Nobil Uomo Augustino Paolo Domenico Sorba suo Ministro Plenipotenziario presso il Re, li quali, dopo essersi debitamente, ed in buona forma comunicate le loro Plenipotenze, Copie delle quali saranno inserite al fine del presente Trattato; sono comvenuti negli Articoli del seguente tenore. 141
Articolo 1 Il Re farà occupare dalle sue Truppe le Piazze di Bastia, San Fiorenzo, Algajola, Ajaccio, Calvi, Bonifazio, e le altre Piazze, Forti, Torri, o Porti situati nell'Isola di Corsica, e che sono necessarj alla sicurezza delle Truppe di S. M. ed allo scopo, che si hanno proposto il Re, e la Repubblica di Genova di togliere alli Corsi ogni mezzo di nuocere ai Sudditi, ed alle Possessioni della Repubblica. Articolo 2 Le Piazze, e Porti occupati dalle Truppe del Re, saranno posseduti da S. M. che vi eserciterà tutti li diritti della Sovranità, e le dette Piazze, e Porti, come i detti diritti gli serviranno, come di Pegno, o Cauzione colla Repubblica per le spese, che il Re sarà obbligato di fare, tanto per occupare, che per conservare le dette Piazze, e Porti. Articolo 3 Il Re, e la Seren. Repubblica sono convenuti che l'esercizio della Sovranità ceduto al Re per l'Articolo precedente, sarà intero ed assoluto, ma che frattanto, non dovendosi considerare che come un Pegno per le spese che S. M. farà per l'interesse della Repubblica, la detta Sovranità nelle mani del Re, non autorizzerà S. M. a disporre delle Piazze o Porti di Corsica in favore di un Terzo, senza il consentimento della Repubblica. Articolo 4 In conseguenza di ciò il Re si obbliga di conservare sotto la sua Autorità e Dominio tutte le parti della Corsica, che saranno occupate dalle sue Truppe, fino a che la Repubblica ne domandi alla Francia la restituzione, e domandandola sia in istato di pagare le spese, che l'attuale spedizione delle Truppe, ed il loro mantenimento in Corsica potranno occasionare, ben-inteso, che per qualunque somma impiegata in Corsica, dopo le stipulazioni del primo Trattato, le sole Piazze dovranno risponderne, e che oltre l'occupazion Sovrana delle dette Piazze e Porti, la Seren. Repubblica non contrarrà, nè potra contrarre col Re nè debito, nè alcun obbligo di compensazione. Articolo 5 Se nella successione dei tempi l'Interiore dell'Isola si sottomettesse alla Dominazione del Re, la Repubblica acconsente fin d'ora, che l'interiore resti assoggettato a S. M. in tutto, o in parte nell'istesso modo, e colle istesse condizioni stipulate negli Articoli precedenti per rapporto alle Piazze e Porti della Corsica. 142
Articolo 6 Si obbliga il Re di rimettere a mani della Repubblica al più presto che sarà possibile, ed al più tardi nel 1771 l'Isola di Capraja, attualmente in possesso dei Corsi. Articolo 7 Dopo che le Piazze e Porti saranno a sua disposizione, si obbliga il Re di fare tuttociò che può per far cessare le ostilità dei Corsi contro la Repubblica. Ma come egli è impossibile di convenire avanti tempo sugli effetti di questa obbligazione, il Re promette alla Repubblica, che dal momento che le sue Truppe saranno in Corsica, S. M. tratterà con tutto il rigore del diritto della Guerra ogni Corso che nuocerà ai Sudditi della Repubblica tanto in mare, che per terra. La Repubblica per canto suo si obbliga di far cessare le ostilità contro dei Corsi, allorquando ne sarà ricercata dal Re. Articolo 8 E' stato convenuto fra le due Potenze Contrattanti, che li bastimenti Barbareschi non saranno ammessi nei Porti, Rade, e Spiagge occupate dalle Truppe del Re in Corsica, che nei casi di necessità e di naufragio conforme alle leggi dell'Umanità. Articolo 9 Li Nazionali Genovesi, e gli Individui Corsi saranno ristabiliti, e reintegrati nel possesso dei loro beni, che loro fossero stati confiscati, occupati, o detenuti a qualunque Titolo relativo ai passati Tumulti, per quanto sarà o ptrà essere a disposizione del Re, facendo in modo S. M. che questo, non meno che per la libertà degli Individui di quelli dell'una o l'altra parte i quali l'avessero perduta per motivo degli stessi tumulti, sia posto in esecuzione a tempo convenevole. Articolo 10 Tutte le Concessioni particolari, Esenzioni, Franchigie, delle quali godeano in Terraferma alcuni Popoli, o Abitanti dell'Isola saranno aboliti, e S. M. prenderà in considerazione le indennizzazioni che potrà accordare, specialmente agli abitanti di San Bonifazio, di Calvi, e San Fiorenzo. Articolo 11 Sua Masetà si obbliga di stabilire un metodo sicuro, e regolare per impedire la frode ed i Contrabandi, che i Bastimenti Corsi col Paviglione del Re potrebbero fare nei Porti, Golfi, Seni, e Spiagge della Ser. Repubblica in Terraferma. Articolo 12 Si farà un Inventario dell'Artiglieria Genovese, e Munizioni da Guerra, che si 143
ritroveranno di spettanza alla Repubblica nelle Piazze di Corsica, e sei mesi dopo che ne sarà entrato in possesso, il Re pagherà la somma alla quale ascenderà l'estimo di quei tali generi che ei vorrà ritenere per se. Tutti gli Effetti, le Artiglierie, e Munizioni che il Re non prenderà, a spese di S. M. saranno mandati a Genova; Si farà ancora un Inventario dei Protocolli degli atti Civili, e Criminali, affinchè ne possa constare in vista del convenuto nell'Articolo 4. Articolo 13 Il Re si impegna di garantire autenticamente, ed in perpetuo li Stati che la Seren. Repubblica possiede in Terraferma a qualunque Titolo, e per qualunque Causa potessero essere attaccati o inquietati, e S. M. s'impegna dell'istessa Garanzia per l'Isola di Capraja, quando sarà rimessa alla Repubblica, conforme all'artic. 6 del presente Trattato. Articolo 14 La Giustizia e Polizia generale e particolare, e la Giustizia dell'Ammiragliato saranno esercitate a nome del Re, e dagli Officiali di S. M. nelle Piazze, Porti, Terre, e Paesi, che saranno occupati dalle sue Truppe in Corsica a titolo di Pegno e Cauzione, come è stato convenuto nell'art. 2 del presente Trattato. Articolo 15 Sua Maestà stabilirà in Corsica in tutto il tempo che le Piazze, Porti e Terre dell'Isola si troveranno sotto il suo Dominio li Diritti di Gabelle, di Ajuti, ed in generale tutti li diritti delle sue Ferme Generali, come altresì quelle imposizioni che giudicherà convenevoli, ed il prodotto dei detti Diritti, ed Imposizioni, di cui si terrà esatto registro, sarà defalcato dalla somma che la Repubblica sarà obbligata di rimborsare al Re, quando Essa vorrà rientrare al Possesso della Corsica. Articolo 16 Le Ratificazioni del presente Trattato, spedite in buona forma, saranno Cambiate nello spazio di un mese, o al più presto che si può, contando dal giorno della sottoscrizione del presente Trattato. In fede di che Noi Ministri Plenipotenziarj ec. abbiamo firmato ec. Fatto a Versaglies li 15 giugno 1768. [a mano aggiunto: 15 maggio] Il Duca di Choiseuil. - Augustino Paolo Domenico Sorba I N C O R T E, MDCCLXIX Per Sebastiano Francesco Batini Impressore Camerale 144
Traduzione del foglio aggiunto alla copia manoscritta della versione francese: il trattato tra la Francia e la Repubblica di Genova riguardo alla Corsica ha due articoli segreti. Il primo riporta che la Francia si obbliga a non consegnare ai Corsi nessuna delle Piazze che possiederà nell'Isola. Il Secondo riporta che essa dovrà pagare ai Genovesi 200/m. Lire tornesi ogni anno per dieci anni, come compensazione degli arretrati di nove milioni che sembra dovere alla Repubblica a seguito dei primi impegni presi con essa; e una volta scaduto questo termine continuerà [a versare] questo sussidio se le circostanze lo renderanno necessario. Capitolo di lettera del Sig. Marchese Grimaldi all’ E.mo Ranieri (25 gennaio 1769). Essere assai nota la disgustosa serie della rivolta di Corsica, che da circa 40 anni a questa parte ha inquietato la Rep.ca con immenso danno, ed aggravio dei popoli, e con la distruzione del commercio. Essersi altresì il Governo appigliato all’espediente anche della missione in Corsica delle Truppe francesi, le quali dal 1737 à questa parte vi sono state in cinque differenti epoche, e per tanto tempo impiegate che intanto i corsi occupato l’interiore dell’Isola, e molti postamenti al mare, da dove esercitavano notoriamente la pirateria, si erano rivolti ad attaccare le principali Piazze dell’Isola. Che di questa situazione di cose la rep.ca nel 1763 ne informò varie delle principali Corti d’Europa ed espressamente quella di Londra per mezzo del Sig.r di Egremont Ministro e Seg.rio di Stato in quel tempo. Che da tale rapp.stanza nulla risultò di positivo, e solo generiche espressioni della soddisfazione con cui si sarebbe inteso tutto ciò, che potesse accadere di favorevole alla Rep.ca, con avere aggiunto il R.mo Regio M.ro Sig.r D’Egremont che il Re suo P.rone non era assolutamente disposto a caosare al Governo della sua parte alcuna inquietudine, e che S.M. mai si porterebbe a concorrere in alcuna misura, che potesse fare il minimo torto rispetto alle pendenze della Corsica. In queste circostanze essersi nel 1764 convenuto colla Corte di Francia della missione di un altro corpo delle sue Truppe per la conservazione, e diffesa delle Piazze durante il termine di quattro anni e per coltivare e promovere la pacificazione dell’isola. Che nel decorso di questo termine non si è punto avanzata la d.a pacificazione, avendo insistito i corsi sopra i ben noti preliminari di Casinca, cioè che 145
dovessero loro restare tutte le Piazze dell’Isola, sortirne ogni individuo genovese e riconoscere la loro indipendenza. Che i corsi si disponevano notoriamente ad intraprendere l’attacco delle piazze subito terminati i quattro anni e subito che sortite ne fossero le truppe francesi. Che quindi mancando la Rep.ca dei mezzi necessarij à reprimere i corsi, e a sostenere le d.e Piazze della Corsica, ha creduto onninamente indispensabile la continuazione delle Truppe francesi in quell’isola sempre all’unico oggetto di assicurarsi la tranquillità e la preservazione dei suoi popoli e commercio da què gravissimi danni, che di giorno in giorno sempre più andavansi rendendo intollerabili. Lettera ai Ser.mi Collegi (1769) In una ordinanza dei 24 xmbre pas.o all’articolo 2.13. viene prescritto che le manifatture procedenti dalla Francia saranno esenti da qualunque diritto per l’introduzione in Corsica; e per lo contrario quelle fabbricate altrove pagheranno 11. per % in guisa, che le Tele di Bombace, ed altri generi, che di qui andavano in Corsica, come sogiace a d.o pagam.to averanno l’esclusiva. Egli è vero, che il Trattato non ripugna alla d.a ordinanza, ma sarebbe troppo opportuno di fare qualche parte alla corte nella vista di riparare ad ogni pregiudizio ed i paesi da farsi più presto si arguiscono possono produrre migliore effetto. Biglietto de Calici sul Commercio di Corsica (11 marzo 1769) Ser.mi Sig.ri L’Ecc.mo Ranieri Grimaldi nel mandare a suo fratello, per incarico avutone da VV. SS. Ser.me la nota lettera del Ministro Ageno di Londra, lo pregò di confidargli ciò che sapesse e pensava sulla materia, che ne faceva il sogetto, e che tanto interessava il Ser.mo Governo. Coll’ultimo corriere ne ha ricevuta la risposta che rassegna ad VV. SS. Ser.me. Pardo 10. Gen.o 1769 Non è facile di soddisfarvi intieramente sulla vostra dimanda relativa agli affari di Corsica, dico, in quanto all’esito; è certo che gl’inglesi strepitano di tempo in tempo contro questo acquisto della Francia; che dispiace infinitamente al Rè di Sardegna, che soffia il fuoco in Londra e che dispiace ancora ai Toscani; un partito in Inghilterra, cioè quello della opposizione, si serve di questo pretesto 146
per gridare contro i Ministri, che non lo anno impedito, qualora questi veggano che il partito contrario ottiene superiorità, si lamentano, e si raccomandano perché la Francia non fornisca questo motivo di querela all’Inghilterra, che assicurano capace di suscitare una Guerra non voluta, né da Borboni, né dal presente ministero inglese. Gli Ambasciatori Borboni, che sono testimoni di questo stato di cose, non è strano, che timorosi della risposta si siano spiegati come dice il vostro ministro Ageno. In Francia che anno veduto, e vedono come loro và la cosa, con poco onore delle armi, e colla perdita, chi del Parente, chi dell’amico, gridano pur essi, e gridano ancora per disapprovare e condannare il Ministro, che ne fu l’autore. Questi però assicura, che non abbandonerà l’impresa; ma se poi Choiseul esce dal Ministero, se si inasprisce in Inghilterra, la cosa da far temere l’alternativa, o della guerra, o d’alcun espediente sulla Corsica, che contenti gli inglesi, non saprei dire qual sarebbe allora l’esito di questo affare. Se però mi persuado, che ne l’uno, ne l’altro caso debba succedere; e che gli inglesi occupati delle loro colonie americane, e forse della guerra del Turco colla Russia abbandoneranno il pensiere della Corsica. DECLARATION DU ROI DE FRANCE, LOUIS XV, SUR LA PRISE DE LA CORSE ET REPONSE DU ROI DE SARDAIGNE,
CARLO EMANUELE III DE SAVOIE 79 Le Roi ayant conclu le 18. du mois de May 1768. avec la Serenissime Republique de Genes un Traité par lequel la dite Republique depose entre les mains de Sa M.té suivant les conditions portées au dit Traité, la Souveraineté pleine et entiere de l'Isle de Corse; Sa Majesté après avoir fait sortir de la dite Isle ceux qui, précédamment rebelles à la Republique ont persisté dans leur rebellion depuis l'entrée des Troupes Françoises en Corse, a reçu la soumission et le serment de ses nouveaux sujets, a fait prendre possession, en son nom, de la dite Isle, e l'a réunie à sa Couronne.
79 Copia della Dichiarazione del Re di Francia a S. M. per parteciparle la presa di possesso, e la riunione alla sua Corona dell'Isola di Corsica, dipendentemente al Trattato conchiuso li 15. maggio 1768. colla Repubblica di Genova. 31. luglio 1769. Con copia della risposta di S. M. a detta Dichiarazione, e di quella dell'Inghilterra; ed un Dispaccio del Conte di Viry, Ministro di S. M. presso quella Corte, relativo. 1769 Archivio di Stato di Torino, Negoziazioni colla Corsica, volume 93, mazzo 1, prima addizione, fascicolo 23.
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Sa Majesté comptant sur l'amitié du Roi de Sardaigne n'a pas cru devoir différer de lui faire part de cet évenement, et de le prévenir que les Ports de l'Isle de Corse, ainsi que les habitations de la dite Isle seront gouvernés desormais comme ceux de France, en égard à la police vis-à-vis des etrangers, et que le premier ordre de Sa M.té est et sera toujours que l'Isle de Corse puisse contribuer à augmenter l'union et l'utilité reciproque entre la France, et les Etats du Roi de Sardaigne. D'aprés cette déclaration et l'expression des sentiments du Roi, sa Majesté est persuadée que, si par hazard il existoit encore quelques Batimens qui portassent le Pavillon Corse, Sa M.té Sarde les regardera comme forbans, donnera ses ordres pour qu'ils soient traités en consequence, et surtout vû l'amitié qui subsiste entre les deux Cours ne souffrira pas qu'ils puissent se refugier dans les ports de sa Domination; Les egards connus que les Souverains se doivent, et le droit des gens ne permettant pas que l'on favorise les Sujets rebelles d'une Couronne amie. [Réponse de Sa Majesté] La declaration touchant la Corse que M. le Baron de Choiseul a remise lundi dernier au chevalier Raiberti [1], pouvant être considerée comme contraire aux derniers traités et particulierément à celui d'Aix la Chapelle, et pouvant par conséquent intéresser ces mêmes Traités auxquels il y a d'autres Puissances qui ont concouru, S. M. [2] ne saurait se dispenser de communiquer aux mêmes Puissances la Declaration suscrite. Du reste Sa Majesté a vu avec une vraie satisfaction les expressions amicales et affectueuses employées de la part de S. M. T. C. [3] dans la susdire Declaration, et Elle se fait un plaisir de faire assurer S. M. T. C. qu'Elle repond à Ses sentiments par un Retour bien sincère, et ne souhaite rien tant que de continuer à entretenir avec Elle la plus parfaite correspondance, etant bien aise de lui faire ajouter que le ViceRoi de Sardaigne a déjà reçu ordre d'user de tous les egards possibles envers le Gouvernement François en Corse; S. M. étant persuadée que de la part de celui-ci on y correspondra de la Manière qui convient à la bonne amitié entre les deux Cours. Pour ce qui est des Batiments portant Pavillon Corse, s'il en existe encore, ce qu'on ne croit pas, S. M. T. C. peut compter pour sûr, qu'en égard à la situation présente, ils ne seront point reçus dans les Ports de S. M. au cas qu'ils y viennent. [1] Carlo Flaminio Raiberti (premier officier du Secrétairat d'Etat pour les Affaires Etrangères à Turin). 148
[2] Sa Majesté (le roi de Sardaigne, Charles Emmanuel III de Savoie) [3] Sa Majesté Très Chrétienne (titre du roi de France Louis XV). DICHIARAZIONE DEL RE DI FRANCIA, LUIGI XV, SULLA PRESA DELLA CORSICA E RISPOSTA AL RE DI SARDEGNA,
CARLO EMANUELE III DI SAVOIA «Avendo il Re concluso il 18 del mese di Maggio 1768 con la Serenissima Repubblica di Genova un Trattato con cui la Repubblica depone nelle mani di Sua Maestà secondo le condizioni riportate nel Trattato, la piena e intera Sovranità sull'Isola di Corsica, Sua Maestà, dopo aver fatto uscire dall'Isola quelli che, già ribelli alla Repubblica, hanno perseverato nella loro ribellione dopo l'ingresso delle Truppe Francesi in Corsica, ha ricevuto la sottomissione e il giuramento dei suoi nuovi sudditi, ha fatto prendere possesso in suo nome dell'Isola e l'ha riunita alla sua Corona. Sua Maestà contando sull'amicizia del Re di Sardegna ha ritenuto di dovergli partecipare senza indugio questo evento e di avvertirlo che i Porti dell'Isola di Corsica così come gli insediamenti dell'Isola saranno d'ora in poi governati come quelli di Francia per quanto riguarda le norme nei confronti degli stranieri, e che il primo ordine di Sua Maestà è e sarà sempre che l'Isola di Corsica possa contribuire ad accrescere l'unione e l'utilità reciproca tra la Francia e gli Stati del Re di Sardegna. Secondo questa dichiarazione e l'espressione dei sentimenti del Re, Sua Maestà è convinta che, se per caso esistesse ancora qualche Bastimento che porti la Bandiera Corsa, Sua Maestà Sarda li considererà come corsari, darà l'ordine che siano trattati di conseguenza e soprattutto, vista l'amicizia che esiste tra le due Corti, non accetterà che possano rifugiarsi nei porti dei suoi Territori. I noti riguardi che i Sovrani si devono, e il diritto delle genti non consentono che si favoriscano i Soggetti che si ribellano a una Corona amica. [Risposta] Ritenendo che la dichiarazione riguardante la Corsica che il Sig. Barone di Choiseul ha fatto avere lunedì scorso al cavalier Raiberti [1] possa essere considerata come contraria agli ultimi trattati e in particolare a quello di Aquisgrana, e che di conseguenza possa interessare quegli stessi Trattati ai quali hanno concorso altre Potenze, Sua Maestà [2] non può esimersi dal comunicare 149
alle stesse Potenze la succitata Dichiarazione. Per il resto Sua Maestà ha visto con vera soddisfazione le espressioni amichevoli e affettuose utilizzate da S.M. Cristianissima nella suddetta Dichiarazione, e ha il piacere di assicurare S.M.T.C. [3] che corrisponde ai Suoi sentimenti ricambiandoli sinceramente e non si augura null'altro che di continuare a mantenere con Essa il più perfetto accordo, essendogli gradito aggiungere che il Viceré di Sardegna ha già ricevuto l'ordine di usare tutti i riguardi possibili nei confronti del Governo Francese in Corsica, essendo Sua Maestà persuasa che da parte di quest'ultimo vi si corrisponderà nel Modo che si conviene alla buona amicizia tra le due Corti. Per quanto riguarda i Bastimenti battenti bandiera corsa, se ancora ne esistono, cosa che non si crede possibile, S.M.T.C. può tenere per certo che riguardo alla situazione attuale, non saranno accolti nei porti di Sua Maestà se mai vi giungessero.» [1] Carlo Flaminio Raiberti (primo ufficiale della Segreteria di Stato per gli Affari Esteri a Torino). [2] Sua Maestà (il re di Sardegna, Carlo Emanuele III di Savoia). [3] Sa Majesté Très Chrétienne (Sua Maestà Cristianissima), titolo del re di Francia, Luigi XV. Lettera del 9 agosto 1769 da Bastia ai Serenissimi Collegi sulle pratiche di Corsica. Agostino Speroni Com.o Viceg.te.80 Ser.mi Signori, Ho ricevuto ieri il venerabil.mo foglio di VV. SS. Ser.me del 13 luglio trascorso, ed immediatamente ho consegnato a questo Signor Conte di Marbeuf copia della memoria acclusami da me sottoscritta in forma di lettera giontam.e alla copia de’ Prigionieri così trattenuti. Il pred.o Sig.r Conte mi ha assicurato, che ne farà quello uso, che stimerà il più addatto in adempimento delle loro giustissime pie intenzioni, delle quali si professa volersi essere esattissimo fedel’esecutore. Corre voce per la Bastia, che il de Paoli primacche vada a terminare il corrente mese, voglia scrivere lettera non meno a questo magistrato della Bastia, che a tutti l’altri de’ rispettivi Presidij, alfine, dicono, d’invitare ed obbligare i sogetti
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Archivio di Stato di Genova, Fondo Archivio Segreto, filza 2146.
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che li compongono, d’intervenire alle di lui consulte, e di adoprare anch’essi una volta il pensiere di procurare i vantaggi della Padria, e cose simili. Ne prevengo in tempo VV. SS. Ser.me, afinche si compiacciano di dare quelle provvidenze che stimeranno più opportune p. li detti presidij, e nel tempo stesso additare a me come contener mi debba nel caso che capitasse sud.ta lettera, che secondo tutte le regole il mag.to della Bastia presenterà a me p. attendere il mio sentimento. Già sarà noto a VV. SS. Ser.me essere terminata la fabbrica della polvere, e che a tutto podere travagliano di questo genere i corsi, riuscendo la polvere d’ottima qualità, come riconosceranno dalla nostra, che trasmetto in piccola scatola. Avranno pure presente la fabbrica, che da detti corsi si và designando di costruire p. la formazione della Carta, siccome d’introdurre nel Regno le manifatture dè panni d’ogni genere. Il de Paoli ha deliberato l’appalti del sale come già ho fatto presente a VV. SS. Ser.me nel mio foglio del 20 giugno prossimo passato, e si sono già alzate le stapole in Erbalunga di Brando, in Furiani, et in altri luoghi del regno; siccome sono state deliberate le gabelle sopra l’introduzione ed estrazione di qualunque genere di mercanzie e vettovaglie, comprese quelle che si estraono p. terra dalla Bastia per uso dell’interiore del Regno, et oltre a ciò hanno pure deliberato l’affitto delli stagni. Tutti li Presidiani, non che quelli di S. Margherita, et altri sudditi di VV. SS. Ser.me si vanno provvedendo del Passaporto de de Paoli a ragione di lire £ 50 all’anno p. ciascun passaporto, alfine di poter resp.te pescare i coralli e di attendere con sicurezza alla navigazione. Con che a VV. SS. Ser.me Lettera della comunità greca di Isola Rossa ai Ser.mi Collegi Ill.mi Sig.ri Dalle notizie che si sentono, sembra che nelli Pressidij della Seriss:ma Repubblica debban rittornavi le truppe di S. M. X.ma e venendo ciò verificarsi, non ponno a meno li poveri Greci, che hanno avuto l’onore di entrare in cittadella con V. Ill.ma, per servire il Principe Ser.mo, in tutto quello che avessero potuto, far le presente la crittica loro situazione, ché da cittadini mede.mi le sarebbe sino negato quell’alogio, che mediante il loro denaro occupavano prima, e non avendo isuplicanti fatto alcun travalio, ne posto alcun semento come solevano per loro sostentamento, verebbero ritrovarsi in un statto 151
tutto afatto missile per loro, in un paese ove da tutti sarebbero odiati; siche invista di questa estrema loro necessità anno stimato consegnarle queste loro umili eriverenti supliche afine da V. Ill.ma le venissimo trasmesse al principe Ser.mo dal quale sperano odere di quelle grazie solite a farsi a quei sudditi che con fedeltà e zelo anno impiegato le loro povere persone in suo serviggio, e pronti sarebbero continuare in Genova, o dove meglio giudicasse nel dominio Ser.mo, o almeno graziarli di qualche sussidio per potersene andare ad’abitare sotto latro celo. Sperano che anche V. Ill.ma vorà acompagnare queste loro al Trono Ser.mo al quale potrà farle presente quanto pronti siano stati ad udire atutto quello lestato comandato, con farle umilissima riverenza sono… Detti suplicanti Le 4 décembre 1769. Le consul Régny au Ministre.81 ... J’ai l’honneur. Monseigneur, de Vous informer que j’ai reçu par le dernier courrier une dépêche de Mgr le Duc de Choiseul par laquelle il me donne ordre de recevoir et faire remettre aux arsenaux de la République les effets et munitions d’artillerie qui me seront adressés de Corse et d’en retirer des reconnaissances du Gouvernement pour les lui envoyer... RISTRETTO
DI TUTTA LA ARTIGLIERIA SIA DI FERRO, CHE DI BRONZO STATA
TRATTENUTA À CONTO DEL FIRMATI NELLE
PIAZZE
DI
RÈ
DI
FRANCIA,
CORSICA,
IL TUTTO COME CONSTA DA DETAGLI
DEÈ QUALI CANNONI E PALLE RESTA DA
CONVENIRSENE IL PREZZO FRÀA LA REPUBBLICA SER.MA E LA CORTE DI
FRANCIA.
(maggio 1769) Cannoni di bronzo
Cannoni di ferro e palla
Bastia
4
4
N°5404
Nostrani 2 S. Fiorenzo
3
2136
Calvi
6
4183
81
Il 4 dicembre 1769. Il console Régny al Ministro. …Ho l’onore, Monsignore, di informarVi che ho ricevuto dall’ultimo corriere un dispaccio del Signor Duca di Choiseul con cui mi da ordine di ricevere e far rimettere negli arsenali della Repubblica gli effetti e le munizioni d’artiglieria che mi saranno indirizzati dalla Corsica e di ricambiare le riconoscenze del Governo per averglieli inviati…
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Aiaccio
3
7
4351
Bonifaccio
4
3
722
Ristretto de cannoni, e palle Cannoni di bronzo compreso 22
C.ca 741
due mortari Cannoni di ferro
14
C.ca 726
Palle di ferro
16796
C.ca 3276.70
Bombe
176
C.ca 255.20
Denaro che importano le munizioni delle sopradette Piazze compresa tutta la Polvere, come da rispettivi detagli stata acettata a: Bastia
£ 35849.18.6
S. Fiorenzo
13490.5
Calvi
14768.7.4
Aiaccio
12950.17
Bonifaccio
2992
Totale della somma
80051.7.10
Ristretto de cannoni si di ferro, che di bronzo e palle di ferro che devono ritornare, il tutto come da detagli firmati: cannoni di bronzo 63
Cannoni di ferro 50
Mortari di bronzo 4
Palle 19871
Le 11 juin 1770. Le consul Régny au Ministre.82 Le sieur Christophe Orsini, corse, ci-devant officier au service de la République, m’a fait demander la place de vice-consul à Portofîno. Je n’ai pas pu avoir encore une entière connaissance de ce sujet, mais dans le cas où les informations que j’aurais de lui répondraient à la bonne idée qui m’en a été donnée, je
82
L’11 giugno 1770. Il console Régny al Ministro. Il signor Cristoforo Orsini, corso, qui presente ufficiale al servizio della Repubblica, mi ha richiesto il posto di vice-console a Portofino. Io non ho potuto avere ancora una conoscenza intera di questo individuo, ma nel caso in cui le informazioni che avessero di lui rispondessero alla buona idea che mi sono fatto, non esiterei a nominarlo per questo impiego che potrà adempiere con tutte le regole, senza difficoltà da parte del Governo, essendo suddito del Re.
153
n’hésiterais pas à le nommer à cet emploi qu’il pourra remplir dans toutes les règles, sans difficultés de la part du Gouvernement, étant sujet du Roi. Relazione de' manegj, contradizioni, irregolarità, e dispotismo usati dalla Corte di Francia per impadronirsi, come fece, dell'Isola della Corsica, contro il Convenuto ne' diversi Trattati, contro il diritto delle Genti, e contro l'equità naturale.83 LUIGI CARLO RENATO CONTE DI MARBEUF, Primo Gentiluomo della Camera del fu Re di Polonia Duca di Lorena, e di Bar, Luogotenente di Re dei quattro Vescovati dell'Alta Bretagna, Commendatore dell'Ordine Reale e Militare di S. Luigi, Luogotenente Generale delle Armate del Re, Comandante in Capite nell'Isola di Corsica, Capraya, ed altre. ISTRUZIONE
SULLA
CONDOTTA,
CHE
DEVONO
TENERE
LE
DIFFERENTI PIEVI DELL'ISOLA DI CORSICA. Si è cercato fin qui d'illuminare la Nazione sulli suoi veri vantaggi. Era da presumersi, che ognuno sentirebbe alla fine quanto il sostegno, che si dà alli banditi sia nocivo al riposo pubblico, poichè la vita, e li beni dei Cittadini non sono in sicuro, e quanto sarebbe interessante per la gloria della Nazione, di distruggere la prevenzione, che una protezione accordata a dei scelerati, deve naturalmente far nascere nello spirito delle Genti, le quali non approfondiscono bastevolmente li fatti per rendere giustizia alla parte che pensa bene. Non v'ha dubbio, che tutte le oneste Genti si conducono, ed agiscono conformemente a questo principio, ma ve n'è una specie poco propria ad essere guidata dai soli sentimenti di onore. E' dunque assolutamente necessario di impiegare la forza, e di venirne agli esempi penetranti, per far loro prendere il camino [cammino] calcato dalla onestà, e dall'amore del bene. Abbiamo risoluto in conseguenza di far marciare delle Truppe per metter ordine a tutti gli abusi, e far conoscere alle Persone male intenzionate, che un Principe possente può stabilire la regola con la forza, allora quando indarno si è valuto di tutti li mezzi, che gli suggeriva la sua bontà. Ordiniamo perciò a tutti li Podestà, Padri del Comune, e tutti gli altri Uffiziali
83
Archivio di Stato di Torino, Negoziazioni colla Corsica, volume 93, mazzo 1, prima addizione, fascicolo 88.
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municipali incaricati del buon ordine, e governo delle Pievi, di dare avviso ai Comandanti di ciascun Posto il più vicino, non solo delli andamenti dei Banditi, ma ancora della condotta degli Abitanti a questo riguardo, e di rimetter loro immediatamente dopo il loro arrivo nei Posti, che occupar devono, la lista di tutti li Pastori delle loro Pievi, con li loro segnalamenti, distinguendo quelli, dei quali rispondono, da quelli dei quali diffidano, e specificando i luoghi, nei quali ogni mandra deve pascolare, egualmente che il nome dei proprietarj delle dette mandre, o siano bande. Queste mandre non potranno scostarsi dal terreno, che sarà loro assegnato, sotto pena di confiscazione, e li Proprietarj dovranno invigilarvi, perchè ogni richiamo sarà inutile, allora che la mandra sarà presa in contravenzione. Viene proibito a tutti li Pastori di accendere dei fuochi sulle alture, nè altrove, che nei fondi. Si proibisce loro finalmente di fare alcun segnale, nè alcun grido alloraquando scuopriranno delle Genti armate, il tutto sotto le pene le più forti. Siccome la mala condotta delle Pievi, nelle quali si è obbligato portar delle Truppe, è la cagione che vi ne facciano marciare, queste Pievi devono aspettarsi di sopportare in castigo un'amenda, la quala [quale] sarà valutata giusta la condotta, che elleno terranno, non essendo giusto, che una Pieve, la quale mostrerà del zelo, e della buona volontà per lo stabilimento della tranquillità, e la distruzione dei banditi sia tanto gravata quanto quella, la quale persisterà nella sua ostinazione a sostenerli, ed a mantenere la turbolenza. In tutti gli avvisi, che saranno mandati ai Signori Comandanti delli differenti Posti, si calcolerà il tempo, che sarà bisognato per farli loro passare, e se li Podestà, e Padri del Comune non li hanno dati subito che avranno potuto, saranno puniti per la prima volta con tre lire di amenda, e con l'amenda doppia, e la prigione in caso di recidiva. Se l'Ordinanza, o sia Portatore degli avvisi è mancante, sarà punito di Prigione alla diligenza del Podestà che l'avrà fatto partire, e che a suo discarico avrà marcato sopra la sua lettera l'ora della partenza del Latore. Siccome si sa, che resta nelle differenti Pievi una grande quantità di armi da fuoco, di stiletti, spade, palozzi, o siamo pugnali, li Signori Comandanti saranno incaricati fare una visita esatta nelli loro cantoni rispettivi, e li particolari nelle case, o nel territorio dei quali ne sarà trovato, saranno puniti senza alcuna remissione secondo il rigore delle Ordinanze. 155
Si proibisce ad ognuno senza eccezione di portar bastoni offensivi, e proprj ad attaccare, sotto qualunque pretesto esser si voglia, alla pena di essere severamente punito. Ingiongiamo, ed ordiniamo a tutti li Podestà, e Padri del Comune, di leggere, e pubblicare la presente istruzione per tre Feste, o Domeniche consecutive al fine delle Messa della Parrocchia, affinchè alcuno non l'ignori, e di affiggerla in appresso alla Porta della Chiesa. Fatto in Bastia li 12 Maggio 1771. LE COMTE DE MARBEUF A BASTIA, Nella Stamperia di Sebastiano Francesco Batini, Impressore Regio, e del Consiglio Superiore. SENTIMENTI DE' NAZIONALI CORSI Contro L'invasione della loro Patria. 84 In vano lusingansi i nostri Nemici d'averci vinti, ed abbattuti. Noi protestiamo a tutte l'età presenti, e future, che vive in Noi lo spirito della libertà, e viverà ne i nostri Posteri ancora, finchè scorrerà il sangue corso per le loro vene. I tristi oggetti, che ora ci si presentano ad ogni passo, le selve incendiate, le famiglie desolate, i nostri patriotti altri carichi di catene, ed afflitti nelle più orride prigioni, altri trasportati in Francia, e nell'Isole del nuovo mondo, altri arrotati, e pendenti dalle forche; le nostre Donne in fine con barbaro decreto d'esilio esposte a i naufragi del mare, e alla dura condizione di vivere raminghe in terre straniere, lungi dal portarci alla disperazione di colui che uccide se stesso, ci rappresentano co i loro orrori più cara, ed amabile la libertà; e ce la fanno più ardentemente desiderare. Noi conserviamo la vita, ma per unicamente sagrificarla alla libertà della Patria. La nostra causa è giusta: imperocchè è dritto di natura obbligante in coscienza sostenere la libertà della Patria, No[i] l'abbiamo acquistata con tanto sangue, quanto se n'è da noi versato per quarantadue anni nella nostra giustissima guerra contro la Genovese tirannia. I Francesi per lo spazio di quattr'anni, che col carattere di Mediatori per la pace tra le due Nazioni Corsa,
e
Genovese
occupavano
li
nostri
Presidi,
anno
riconosciuto
l'independenza del nostro supremo Governo; e la libertà della nostra Patria. Li Rei, che rifugiavansi in quei Presidj, erano da i Comandanti Francesi rimandati a
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Archivio di Stato di Torino, Negoziazioni colla Corsica, vol. 93, mazzo 1, fascicolo 38.
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i nostri Tribunali, per essere puniti, o assoluti. Aveva ne' Presidj stessi tutti il suo valore la nostra moneta. La nostra Bandiera, i Passaporti, e Patenti e i Capitani di Mare erano riconosciuti anche ne i Porti francesi. All'arrivo in questo nostro Regno de i Gesuiti Spagnoli, vollero i Comandanti francesi cedere al nostro supremo Governo i Presidi da essi occupati; e fu il solo eroismo di rispetto, e di buona fede all'armi di Francia, che c'indusse a fidarci delle loro parole. Li sentimenti del primo Ministro della Corte di S. M. Cristianissima tendevano a promuovere la nostra libertà nel carteggio, che era continuo col nostro Sig. Generale de' Paoli. Qual Dritto dunque vi era d'invadere questa nostra Patria, e toglierci la libertà, da noi acquistata con tanto sangue, e da Francesi stessi riconosciuta? Ha forse luogo in questa invasione il dritto di conquista? Ma se questo dritto, qualora spogliato di queste valide ragioni, che lo giustifichino, come è nel caso nostro, deve valere, potrebbe invadersi ogn'altro Regno, benchè legittimamente posseduto dal proprio Sovrano, e si metterebbe in iscompiglio la sicurezza, e tranquillità di tutti gli stati. Per questo i Conquistatori di tal sorta sono sempre stati riputati mostri, e nemici del Genere umano. Riflettendo noi all'invasione della nostra Patria, ci siamo studiati di rintracciare qualche motivo, che potesse se non giustificarla, coonestarla almeno. Ma per verità non ne abbiamo ritrovato, ne può esservene alcuno. Non il motivo della Religione, che giustificò la conquista del nuovo Mondo. Poiché, grazie a Dio, la Religion Cattolica è tra noi sodamente stabilita. Non il motivo d'impedire, che non inquietiamo gli altri Stati, o Nazioni. Ma qual'è quella Nazione (eccettuata le Genovese) che sia a noi nemica, e verso di cui non abbiamo tutto il rispetto, e la buona amicizia? Forse gli antichi dritti della Francia sopra la Corsica giustificar potranno questa invasione? Ma se questi dritti, a quali la lunghezza del tempo, e latre ragioni han tolto ogni forza, bastassero, non vi sarebbe in tutta la terra Nazione, e stato, che fosse sicuro. Noi non vogliamo decidere, se siano, o no soggetti alla prescrizione i dritti del Principato, e in quali casi. Certo è, che la comune salute, e pubblica tranquillità toglie ogni dritto di conquistare quelli Stati, e Nazioni, a i quali o altro Re signoreggia, o in forma di Repubblica signoreggiano se stesse. Altri dunque saranno i motivi co quali pretenderanno giustificare in faccia al mondo l'invasione contro di noi, E in verità sentiamo opporci. Primo, Che la nostra Nazione nel decorso della guerra contro i Genovesi ha dichiarato il desiderio di soggettarsi alla Corona di Francia. Secondo, che molti 157
nostri Nazionali con li maneggi, e con le armi si sono uniti colla Truppa francese a soggiogare la nostra Patria. Terzo, che noi abbiamo ora riconosciuta la nuova dominazione fino a prestarne il solenne giuramento. Quarto, che la cessione d i Dritti sopra la Corsica fatta dalla Repubblica di Genova dà tutto il dritto di obbligarci anche colla forza di soggettarci. Ma ii [il] primo motivo è una tela di ragno, che si dissipa con un soffio. Concediamo, che angustiati dalle stragi, che tra noi succedevano per le guerre civili fomentate da i Genovesi, e molto più dal non conoscere noi le nostre forze, e la debolezza de' nostri nemici, aspirassemo non già alla libertà, ma unicamente a liberarci dalla loro tirannia. Dispose però il Grande Iddio, che il presente nostro Signor Generale richiamato alla Patria ne assumesse il Governo. Ci fece Egli chiaramente allora conoscere le nostre forze, e la debolezza della Repubblica, dissipò le fazioni, stabilì tra noi l'armonia, costituì la forma del nostro Governo, pose in somma la nostra Nazione in tale, e sì fortunata situazione, che tutto il Mondo scorgeva in Noi tutti i caratteri della libertà, e l'esercizio di tutti i dritti d'un Governo sovrano, ed indipendente. Si pubblicò poi in Corte nel 1764 con le stampe la risposta di un nostro Nazionale ad un Soggetto di considerazione. Questo dimandava per sapere, se la nostra Nazione era nelle disposizioni di soggettarsi ad un Principe, il quale a sue spese ci avesse liberati dalla tirannia Genovese. La ri[s]posta in sostanza fu: sembrarle molto difficile, che i Corsi fossero per cedere la loro libertà, acquistatasi con tanto sangue: e conchiudeva, che si sarebbe forse potuto dar luogo alla negoziazione su di tal punto qualora però il Principe pretendente si fosse immediatamente indirizzato al nostro Supremo Governo, con cui senz'altra straniera mediazione, o dipendenza avesse trattato. Ecco dunque dichiarato il desiderio de' Corsi per la loro libertà, che esclude quello di assogettarci alla Corona di Francia. Dopo una dichiarazione sì chiara e sì formalmente rivocata come si può giustificare l'invasione della nostra Patria? E perchè non profittare di quel tempo in cui nutrivamo questo genio, anzi che differire fino al tempo presente con sì orribili, e ingiuste stragi, per toglierci quella libertà con tanta ragione, e giustizia da noi acquistata, e in noi riconosciuta dalli stessi Francesi? Il nostro buon genio, e consenso gli averebbe reso allora legittimo il possesso di questo nostro Regno: ma la nostra giustissima resistenza glie lo rende ora iniqua, ed ingiusta, e li condanna. E' chiaro, che l'invasione si principiò con tutti i caratteri d'una iniquissima violenza. Alcuni giorni prima del termine de' quattr'anni stabiliti per procurar la pace tra le due Nazioni, si praticarono le 158
ostilità da i Francesi contro i patti, e le convenzioni, Non si volle neppure accordare pochi giorni di tempo, per convocare la nostra general Consulta ad oggetto di sentire le intenzioni de' nostri Popoli. Si indirizzarono gli editti Regi ai popoli di Corsica in generale; minacciando gli ultimi rigori di una guerra spietata, se non si ubbidiva alla cieca, e senza dilazione, e non lasciandoci né tempo, né arbitrio di chiedere alcuna convenzione, o privilegio avanti la commissione. Questo era lo stesso che non indrizzare gli editti ad alcuno. Impercioche, come mai potevano i Popoli risolvere, e determinare da se stessi su di tal punto senza l'auorità di quel Supremo Governo, a cui avevano giurato ubbidienza, e fedeltà? Chi doveva convocarlo? Chi far la proposizione di ciò che doveva farsi, e risolversi in un caso di tanta importanza? Oltredichè, se alcuni Popoli si fossero assemblati per fare una tal risoluzione, erano sicuri di essere rovinati dagli altri Popoli, i quali in ciò averebbero agito colla legittima auorità del Supremo Governo, e de i respettivi Magistrati provinciali. Sarebbe poi una stravolta chimera l'idearli, che tutti, e singoli Popoli fossero per convenire nello stesso sentimento di cedere alla loro libertà, e di assemblarsi. Finalmente gli Editti, o supponevano l'esistenza dei legittimi Magistrati, e Supremo Governo, o no. Se la supponevano; e perchè non indirizzarli ai Magistrati e Supremo Governo? Se non la supponevano, e perchè furono in tutti gli anni antecedenti riconosciuti da i Francesi? Ma se gli editti ciò non supponevano, non poteva però ignorarli, che esistevano e il Supremo Governo, e i Magistrati, e che tutti, e singoli i Popoli di Corsica riconoscevano in quelli tutta l'autorità legittima, e suprema: e in conseguenza che anche per una Massima di coscienza non si sarebbero mai senza l'antorità [autorità], e permissione di quelli assemblati, né mai indotti a prendere alcuna risoluzione su dital punto. Dunque avendo con tuttociò indrizzati gli editti a i Populi di Corsica in generale, fu lo stesso che indrizzarli a nessuno. Considerandosi dunque negli editti la nostra Nazione spogliata d'ogni suprema, e legittima Potestà, che la governasse, deve dirsi che il vero fine, e l'unico scopo degli editti sol tanto si fu di spargere ne i Popoli una orribile confusione, e costernarli in modo, che non potessero dar luogo alla riflessione, ed al consiglio. Ma se il desiderio di cui abbiamo parlato sinora non può giustificare l'invasione della nostra Patria, molto meno potrà giustificarla la perfidia di alcuni pochi nazionali, che si unirono all'armi nemiche per metterla in ischiavitù. E quando mai la perfidia ha coonestato le altrui imprese? E que tali pochi Nazionali non dovranno giudicarsi rei di perfidia, che fa orrore alla natura, 159
opponendosi all'amor della Patria, che è innato all'uomo? Questo è certamente un mettere in iscompiglio l'armonia della ragione, e de' sentimenti del nostro cuore. Sono in verità quelle della Patria le prime idee, che ci s'imprimono dalla Natura: e la Patria è il primo oggetto, che si affaccia a i nostri sensi. Con ciò la Provvidenza concilia l'armonie fra gli uomini, l'induce al amar quelle terre in cui son nati. La posterità non potrà rammentar senza orrore i nomi de' que pochi nostri sventurati Nazionali, che han cooperato a ridurre questa nostra Patria all'ultima desolazione. E a chi non farà orrore il vedere, o leggere nella Storia desolata congl'incendi quella terra anche per opera di quelli, che vi nacquero, afflitti colli esili, colle carceri, coi patiboli quelle Faniglie fra le queli gli stessi vissero, e molti ancora, co' quali erano legati con i vincoli della Patria, della amicizia, della Parentela? Si consolino pure fra lamenti, e fra i singhiozzi, e fra le lagrime dei loro fratelli, co' quali assordano l'aria. Trionfino pure in veder la loro Patria senza Magistrati, senza Bandiere, senza Università di Studj, senza monetazione. Sebbene noi crediamo, che è laverato il loro cuore da i rimorsi del commesso Parricidio. L'orrore del delitto, per quanto si studino di dissimularlo, li accompagna per ogni dove, e in ogni momento: e pur troppo sentono i giusti rimproveri, che loro fa l'istessa natura. Intendono ancora ben essi d'essere riputati per inumani traditori dalli stessi Francesi; i quali posponendo al bene della loro Patria, e Monarca ogni privato vantaggio, non ponno non abborrire que pochi nostri Nazionali, che a essi loro si unirono per soggiogare la Corsica. E poi, potrà asserirsi che una sì orrenda perfidia giustifichi la nostra invasione? Oltre di che quanti mai sono questi snaturati Nazionali? Noi ci vergognamo a numerarli. Basta solo osservare, che tutti i Popoli fecero resistenza nell'ultima guerra all'armi di Francia, e che sol tanto cedessimo alla forza. Ed ora che siamo soggiogati, ogni piccolo, e più lontano soffio basta a risvegliare lo spirito della perduta libertà. Ma per meglio giudicare, se il piccol numero di que pochi Nazionali basti, o no a giustificare l'invasione della nostra Patria, si finga, che dovendosi da una Nazione deliberare, se debba, o no difendersi anche col sangue contro una Potenza straniera la libertà della Patria, de i mille individui, che la compongono, duecento s'ostinino per la difesa, e ottocento si uniscono al Principe straniero per invaderla; domandiamo, se questo maggior numero ne giustifichi l'invasione, o anzi il piccol numero degli altri, avvalorato dalla giustizia della causa, (e qual causa più giusta v'è stata della nostra Guerra?) condanni quella invasione per 160
ingiusta? Nel Tribunale infallibile della ragione, e della virtù sarà sempre approvato il secondo, e con eterno orrore condannato il primo. Or se non può la perfidia autorizzare un'impresa; se è perfidia togliere alla propria Patria la libertà, se finalmente è sì piccolo, come abbiam dimostrato, il numero di quei snaturati Nazionali, che cospirarono a soggiogarla, come mai per questo capo [caso?] potrà esserne giustificata l'invasione? Ma ci si opporrà, di aver noi ora riconosciuta la nuova Dominazione, fino ad averne dato il solenne giuramento. Non crediamo però, che alcuno non si persuada, che questo motivo giustifichi l'invasione della nostra Patria. Imperocchè gli stessi Francesi sono persuasi, che la sola violenza c'indusse a piegar la testa al Vincitore: e che questa sola c'impedisce dal fare altri movimenti. Che poi questa violenza duri e che noi non rinoviamo una generale rivolta per solo motivo di una violenza che ci forza, e che è da noi insuperabile, si fa manifesto non tanto dalla multitudine, che passa il mare per vivere in Paesi stranieri, quanto da altri non pochi, i quali senza partirsi dalla Patria vivono coll'armi alla mano nelle selve piuttosto che riconoscere il nuovo Governo. Ora è cosa certa, che le azioni, fatte per violenze insuperabile,e per un timore, atto a costernare la costanza di un uomo, non hanno luogo tra quelle umane azioni, alle quali sole si deve il premio, e il castigo. Quindi sono di niun valore quelle azioni, che non si fanno con piena libertà: e perciò si giudicano nulli, e come non fatti i giuramenti, i patti, e le promesse. L'opporsi pertanto a questi principj sarebbe lo stesso che rovesciare tutto l'ordine della civile, e morale società. Ne qui abbiamo bisogno di dimostrare, che duri tuttavia contro di Noi una violenza insuperabile, sapendosi pur troppo, quanto in ogni genere eccede, alla nostra la forza del presente Governo, ed inoltre quanto sieno frequenti le stragi, che ci tocca vedere alla giornata per il più menomo, e alle volte anche falzo sospetto. Se dunque l'invazione della nostra Patria si appoggia alla nostra sommissione, e giuramento, siccome questi sono affatto nulli, così quella non potrà mai comparir giustificata all'età presente, e futura. Si ricorrerà dunque alla Cessione del nostro Regno fatta alla Francia dalla Serenissima Repubblica di Genova, per giustificarne l'invasione. Ma questa cessione ha più del ridicolo, che del sodo. Chi non riderebbe se l'Imperatore della Cina cedesse i suoi diritti sopra l'Italia a qualche principe? Ciò sarebbe lo stesso che cedere ciò che non è suo, ma di altri. Quali diritti aveva la Repubblica di Genova sopra la nostra Patria, avendola noi da gran tempo spogliata di quelli con tutta la giustizia: imperocchè i diritti della Sovranità nascono dalla volontà di chi 161
spontaneamente si soggetta, e cede tutte le sue forze e [a] colui che costituisce per suo Signore, acciò le impieghi per procurare la salute, e felicità del Popolo. Ne questi diritti si creano dia Dio dimodo che Lui li conferisca a chi vuole anche senza il consenso, e l'approvazione degli uomini, che si soggettano. E in vero questa creazione di Sovranità sarebbe un nuovo genere di produzioni, da ritrovarsi ne i corpi immaginari de i possidili [possibili] Favolosi. Ogni uomo nasce libero: e perciò nissuno può dalla natura vantare il dritto di comandare agli altri, se questi spontaneamente a lui non si soggettano. Anno quindi il dritto di ritornare alla primitiva libertà, se la comune salute, ed altre ragioni così richiedono, o con eleggersi altro Signore, o con signoreggiare a se stessi in forma di Repubblica. Or con quanta più ragione abbiamo noi tolti alla Repubblica di Genova i dritti di Sovranità sopra la nostra Patria? La nostra guerra contro di essa è giustissima:e le nostre ragioni sono state pubblicate cou [con] le stampe, e hanno meritato l'approvazione di tutto l'universo. E' superfluo di ripetere ciò, che in varj libri abbiamo con verità dimostrato fino all'evidenza. Quindi non può accordarsi la Sovranità della Repubblica su la nostra Patria colla giustizia della nostra Guerra contro la Repubblica stessa, La Repubblica dunque era goistamente decaduta dal dritto di Sovranità sopra di noi. Quali dritti dunque poteva cedere, se nessuni ne aveva? Noi ce li avevano ripigliati, e gli esercitavamo con tutti i contrasegni più positivi dell'indipendenza: con pronunziare, cioè, sentenze in ogni genere di cause anche di morte, con coniare monete, con dar Patenti, Passaporti, e Bandiere a i Capitani di Mare, con trattare e co' Ministri della Repubblica, e co i Supremi Uffiziali della Truppa di Francia per il cambio de i prigionieri. A tutto ciò aggiungasi, che le sentenze de' nostri Tribunali, le Patenti, i Passaporti, le Bandiere, e le monete si riconoscevano per legittime nelli Presidj occupati da' Francesi, e in tutti gli altri Tribunali, e Porti d'Europa. Chi dunque può neppur fingere, che la Repubblica di Genova possedesse alcun dritto sopra la nostra Patria? Come dunque cedere ciò che non aveva? Ci si dirà che possedeva i Presidj; Ma questo era un possesso assai languido, e diminuito; essendo notissimo, che le principali Città inviavano alle nostre generali Consulte i loro Rappresentanti, con dichiarare di essere uniti a tutto il Corpo della Nazione, e di non più riconoscere la Sovranità della Repubblica. Ma dato ancora, e non concesso, che i Genovesi possedessero i succennati Presidj, potevano dunque cedere alla Francia il dritto che avevano sopra di questi, ma non già far la cessione del nostro Regno, e de i dritti da' quali 162
erano da gran tempo giustamente decaduti, e de' quali in nessun modo ne avevano l'esercizio. Finalmente fa orrore che i dritti di Sovranità, che un uomo ha sopra gli altri uomini si cedano ad altro Sovrano senza il loro libero, e spontaneo consenso; Imperocchè ciò sarebbe un riputare le Nazioni come una mandra di bruti, che si vendono a chi vuol comprarli. Gli uomini a differenza de' bruti sono dalla natura dotati di ragione,e di libertà; e perciò Iddio diede all'uomo l'impero sopra le bestie, e non già sopra gli altrin uomini, se loro stessi non consentono di soggettarli. La cessione dunque della nostra Patria è affatto nulla: e per conseguenza non può giustificarsene l'invasione. Questi sono i nostri sentimenti: tanto più veri quanto più semplicemente espressi, e senza alcuno ornamento di eloquenza, e d'ingegno. IN TREVERI 1771, SUP. PER.
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CAPITOLO 1 LA STORIA VERIDICA DELLA CORSICA DI FRANCESCO MARIA ACCINELLI 1. Premessa Francesco Maria Accinelli fu un sacerdote genovese dallo spirito poliedrico vissuto nel Settecento. Egli fu infatti storico, cronista della sua epoca, geografo, cartografo, viaggiatore, erudito, pittore e combattente. Ma Accinelli fu soprattutto un patriota genovese, che criticò il regime oligarchico del suo tempo, ritenuto debole e incapace di governare la Superba e di difenderne l’indipendenza. Egli sosteneva la sovranità del popolo e, ripercorrendo la storia secolare della sua patria, glorificò — anche idealizzandolo — il Comune dei consoli, da lui ritenuto un’istituzione democratica che garantiva l’assenza di lotte intestine; le discordie sarebbero iniziate verso la fine del XII secolo, con l’usurpazione del potere da parte dei nobili. Il sacerdote genovese sentiva che ormai la vecchia Repubblica aristocratica era in una fase tale di decadenza da essere necessaria una riforma dello stato per conservare l’indipendenza. La crisi politica della Superba ebbe il suo epilogo nel 1797, vent’anni dopo la morte di Accinelli, quando Genova aderì alla Rivoluzione francese. Nel Settecento, l’oligarchia genovese mostrò sempre una totale chiusura a qualunque riforma dell’ordinamento politico, vessando gli autori di scritti contro l’establishment, come sperimentò Accinelli in prima persona.85 La maggior parte delle opere di Francesco Maria Accinelli sono rimaste inedite, sia per le sue posizioni antinobiliari — con la conseguente mancanza di appoggi politici — sia perché le sue condizioni economiche erano spesso precarie; inoltre la sua opera non fu molto considerata dai contemporanei, tanto che egli può essere ritenuto la personalità più sottovalutata del Settecento genovese. La sua patria non fece molto per ricordarlo, a parte intitolargli una via nel quartiere di Castelletto e porre una targa commemorativa nel vicolo dove era vissuto (in passato esisteva nel quartiere di Prè una scuola elementare a lui intitolata).
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Gli inquisitori genovesi decisero di bruciare il Compendio di Accinelli perché nei suoi scritti "parla in termini indecorosi ed offensivi dei Principi stranieri, e specialmente, e specialmente della Maestà Imperiale Clementissima e Sarda; dimostra viltà d'animo nei Nobili, esalta i popolari, rapporta di questi fatti non veri né degni di essere alle stampe. L'autore è un certo prete Francesco Accinelli che si ordinò la stampa per mezzo, si crede, di certo prete Varni, in Massa, da dove è stato per opera del medesimo prete Accinelli introdotto, senza che fin ora risulti con qual mezzo. Archivio di Stato di Genova, Diversorum collegi, a. 1751, filza I.
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2. Biografia Francesco Maria Accinelli nacque a Genova nel borgo di Prè il 23 aprile del 1700.86 Avviato agli studi letterari e teologici, venne ordinato sacerdote nel 1732.87 Fu un poligrafo: scrisse opere di carattere storico-geografico riguardanti la repubblica di Genova. Ricercò documenti negli archivi pubblici, privati, parrocchiali e monastici, ricavando una notevole mole di notizie su vari argomenti. Il suo interesse per la storia genovese si concentra in particolare sulle tematiche ecclesiastiche riguardanti la chiesa metropolitana: nelle sue opere, per esempio, si trovano le serie cronologiche dei presuli — affiancate a quelle dei dogi —, l’elenco dei Sinodi diocesani e provinciali, la storia sull’origine delle confraternite e la storia dell’insediamento degli ordini monastici in Liguria. Redisse opere di vario genere sulla storia locale: dalle congiure contro Genova, allo studio dell’araldica; dall’edificazione delle principali costruzioni della Superba, alle più importanti vittorie militari dei genovesi. Un’altra materia di suo interesse era la geografia, per la quale, come egli stesso scrisse, si sentiva “assai inclinato”.88 La sua formazione in questo campo fu da autodidatta: Accinelli asserì di non aver appreso “un’iota da alcuno Ingegnere o Professore d’Architettura”89 I suoi lavori comprendevano, oltre alla stesura di carte geografiche e alla realizzazione di planimetrie degli edifici più importanti, anche vedute dei principali centri abitati della Repubblica di San Giorgio. Nel 1732, ricevette l’incarico da parte del proprio governo di recarsi in missione in Corsica per compilare una mappa dell’isola — allora sotto il dominio della Superba — con lo scopo di essere utilizzata dalle truppe austriache che affiancavano quelle genovesi nella repressione di una grave rivolta nell’isola.90 Prese parte attiva alla
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Liber Baptizatorum Ecclesiae Partis S,ti Ioannis Burgis Praedis Genuae Rectore Ioe Bapta Verdura. Qui liber Incipit a die sexta Ianuarii 1692 usq. ad 1715 die 28 8.bris faccia 80. La maggior parte delle notizie sulla sua vita si ricavano, oltre che dai suoi stessi scritti, dallo storico ottocentesco Pasquale Antonio Sbertoli che si avvalse delle informazioni dategli da suo padre e da un anziano abitante di Prè i quali avevano conosciuto l’Accinelli; vedi SBERTOLI P.A., Prete Francesco Maria Accinelli del Borgo di Prè, Difensore della Patria negli anni 1746-1747, Genova, 1848; Idem, Francesco Maria Accinelli, in «Giornale degli Studiosi di Lettere, Scienze, Arti e Mestieri», II (26 marzo 1870), pp. 225-237; Idem (28 maggio 1870) pp. 401-402. 87 Vedi CAPACCI A., L’opera cartografica di Francesco Maria Accinelli, in «Cosmografi e cartografi nell’Età Moderna», Miscellanea storica ligure XII (Genova, 1980), pp. 128-129. 88 Vedi Lettera di Francesco Maria Accinelli a Matteo Vinzoni (18 giugno 1729), Archivio di Stato di Genova, Filze Vinzoni, n. 114. 89 Vedi Pianta di Genova di tutte le sue Strade, Piazze, e Fabbriche divisa in più tipi con moltissime annotazioni storiche (1752), Collezione Topografica del Comune di Genova. 90 Questa è l’opera che si riporta integralmente nel documento trascritto di seguito. Alcuni storici mettono in dubbio questa missione. Sull’argomento vedi CAPACCI A., L’opera cartografica di
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rivolta popolare, iniziata il 5 dicembre 1746, contro l’occupazione di Genova da parte delle truppe austro-piemontesi nel corso della guerra di successione austriaca; l’anno successivo disegnò delle mappe della Liguria per le milizie francesi, alleate della repubblica di San Giorgio durante questo conflitto.91 Nel 1751, Accinelli stampò — anonimo e fuori dai territori della Repubblica — un Compendio delle storie di Genova. Nell’opera il sacerdote mosse accuse sia contro l’imperatrice Maria Teresa d’Austria sia contro il re di Sardegna per la contesa sul marchesato del Finale.92 Accinelli ricordò che i Savoia erano ricorsi in passato anche alla congiura nel tentativo di sottomettere la Superba.93 A causa di ciò, l’opera suscitò le proteste del marchese di Sartirana, l’ambasciatore piemontese a Genova.94 Anche la classe dirigente della Repubblica non fu esente dalle critiche del religioso patriota: egli accusò di debolezza e viltà i patrizi, colpevoli di aver consegnato nel 1746 la città alle truppe austro-piemontesi senza neppure combattere. Dopo una breve indagine delle autorità locali, si scoprì che l’autore del Compendio era l’Accinelli; il governo genovese, infastidito dallo spirito antioligarchico e filopopolare dell’opera, ordinò che il 10 gennaio del 1752 ne fossero pubblicamente bruciate in piazza Banchi tutte le copie reperibili.95 In seguito a questo episodio, Accinelli si allontanò per alcuni anni dalla sua città, trovando riparo in Svizzera. Tuttavia, anche dopo il suo ritorno a Genova, il sacerdote continuò a denunciare la mancanza di coraggio e d’iniziativa del patriziato genovese, pubblicando un pamphlet, Artifizio con cui il Governo democratico di Genova passò all’aristocratico, col quale irrideva i privilegi dei nobili. Era stato il popolo a liberare la Repubblica dall’occupazione austriaca, ma a trarre vantaggio da quell’evento fu solo l’aristocrazia, considerata
Francesco Maria Accinelli, in «Cosmografi e cartografi nell’Età Moderna», Miscellanea storica ligure, XII (Genova, 1980), p. 129. Il titolo completo dell’opera è Storia veridica della Corsica di Francesco Maria Accinelli, dal principio che fu sotto la Repubblica Romana sino al presente, con la descrittione geografico-politica dell’isola e dei costumi dei suoi abitanti aggiuntavi una carta geografica della medema isola, li tipi di tutte le piazze e luoghi principali, golfi e strade della medema. 91 CELESIA E., Storie genovesi del XVIII secolo, Genova 1855, p. 182. 92 Genova aveva acquistato il Finale nel 1713. Il Trattato di Worms prevedeva l’esproprio di questo territorio in favore del regno sardo. Accinelli considerava questo trattato una vera e propria frode nei confronti di Genova, vedi ACCINELLI F. M., Atlante Ligustico, carta 116. 93 “(…) il Re Sardo, non ha mai ommesso di tutte le strade tentare, per opprimere la Repubblica di Genova (…)”, vedi ACCINELLI F. M., Compendio delle Storie di Genova, Lipsia, 1750 [ma Massa, 1751], tomo II, p. 28. 94 CELESIA E., Storie cit., p. 183. 95 Testimone dell’episodio fu lo studioso Agostino Della Cella, vedi DELLA CELLA A., Famiglie di Genova Antiche e Moderne, Estinte e Viventi, Nobili e Popolari, delle quali si trovi Memoria alcuna nelle Storie & c. con le rispettive loro arme, denominaz.e et origine e qualche uomini de più insigni, e graduati stati in esse, Genova, 1784, mrs, Biblioteca Universitaria di Genova.
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dal religioso incapace di governare. Accinelli difese l’indipendenza della Repubblica anche sul piano culturale. Polemizzò con lo storico tedesco Johann Jacob Reinhard, autore di una Diatriba de jure Imperatoris et Imperii in Rempublicam genuensem (1747), nella quale si affermava la soggezione della Repubblica all’impero
germanico.
Il sacerdote rispose con
un’opera,
dall’eloquente titolo in latino di De nullo Imperatoris et Imperii in Rempublicam Genuensem iuredeque originaria et omnimoda Genuae libertate tractatus, affermando l’assoluta indipendenza di Genova dall’impero. Pure il 1777, ultimo anno della sua vita, fu turbolento. La cessione della Corsica alla Francia nel 1768 fu da lui criticata con durezza. Anche se in via ufficiale Genova si era riservata il diritto di riscattare l’isola in un secondo momento, la situazione in Corsica era divenuta insostenibile per la Repubblica a causa delle continue ribellioni dell’ultimo quarantennio.96 Nella Cronologia dei Pontefici Genovesi, delli Dogi, Vescovi, ed Arcivescovi di Genova, Accinelli ironizzò su Marcello Durazzo — il doge sotto cui era avvenuta la cessione dell’isola — che si risentì a tal punto da minacciarli di rompergli le braccia.97 Il sacerdote dovette allora rifugiarsi sulle alture genovesi, nell’Oratorio di Nostra Signora della Provvidenza che a quel tempo godeva del diritto di asilo.98 Grazie all’intervento di comuni amici, il doge perdonò Accinelli il quale morì poco dopo, il 7 ottobre, nella sua abitazione sita in vico Tacconi, al numero 17, nel quartiere di Prè.99 Venne sepolto nella cattedrale di San Lorenzo, nella tomba comune della confraternita dei SS. Pietro e Paolo.100 3. Gli scritti di Accinelli. In vita il sacerdote genovese pubblicò solo due opere: il Compendio delle storie di Genova nel 1751 e le Memorie istoriche sacro-profane nel 1772 (quest’ultima opera comprende i primi 2 volumi della Liguria sacra). I suoi manoscritti sono datati per lo più all’ultimo ventennio della sua vita, questo perché Accinelli rivedeva spesso i suoi lavori, aggiornandoli fino a poco prima della morte. Parte di questi manoscritti possono essere reperiti presso la Biblioteca Civica Berio di
96 Lo stesso sacerdote genovese ricordò questa clausola, vedi ACCINELLI F. M., Memorie istoriche sacre e profane di Genova, Genova 1852, p. 39. 97 Cronologia dei Pontefici Genovesi, delli Dogi, Vescovi, ed Arcivescovi di Genova. Con le memorie del più rimarcabile succeduto né loro governi, 1777, mrs, Civica Biblioteca Berio, p. 223. Sulla minaccia del doge, vedi REVERE G., Marine e paesi, Genova, 1858, pp. 276-277. 98 CELESIA E., Storie cit., p. 182. 99 Liber Defunctorum (dal 1729 al 1792) della Chiesa di S. Giovanni di Prè. 100 SBERTOLI P.A, Francesco Maria, cit., pp. 233-234.
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Genova, la Biblioteca Universitaria di Genova e la Biblioteca Franzoniana. Le opere cartografiche si trovano, oltre che nelle precedenti istituzioni, anche presso l’Archivio Storico del Comune di Genova, l’Archivio Storico della Curia Arcivescovile di Genova e il Museo Navale di Genova-Pegli. Opere manoscritte Lettera di Francesco Maria Accinelli a Matteo Vinzoni (18 giugno 1729), Archivio di Stato di Genova (Filze Vinzoni, n. 114). Memorie istorico-geografiche-politiche della Corsica, Biblioteca Universitaria di Genova (C. V. 20). L’opera fu iniziata nel 1732 e completata intorno al 1746. Dizionario ecclesiastico di Genova, 1759, Civica Biblioteca Berio (cons. II.4.8) e Biblioteca Franzoniana. Arme o sia blasoni di tutti li Sovrani del mondo delle Repubbliche, etc…, 1760, Biblioteca Franzoniana, (Ms. Urb. cod. 183). Descrittione Geografo-Cronologica della Corsica, Biblioteca Universitaria di Genova. Il testo, che arriva fino al 1760, è un estratto aggiornato delle Memorie istorico-geografiche-politiche della Corsica. Cronaca dei Vescovi e Arcivescovi di Genova. Il testo arriva fino a Giovanni Lercari (1767). De nullo Imperatoris et Imperii in Rempublicam Genuensem Iure, 1767, 4 volumi, Civica Biblioteca Berio (m. r. II, 5, 1-4). Storia Veridica della Corsica, 2 volumi, 1768, Civica Biblioteca Berio (m. r. VIII.1.19-20). Questo manoscritto è una copia contemporanea del manoscritto originale – andato distrutto nell’ultimo conflitto mondiale – che si trovava nella Biblioteca delle Missioni Urbane. Un altro manoscritto si trova nell’Archivio Storico del Comune di Genova. Stato presente della Metropolitana di Genova, di tutte le Parrochie tanto in Città che nella Diocesi, 1768. Manoscritti dell’opera sono conservati presso la Biblioteca Franzoniana, l’Archivio Storico del Comune di Genova (ms. n. 116) e l’Archivio Diocesano di Genova. Alla Civica Biblioteca Berio si conserva un manoscritto, copia dell’originale, aggiornato fino al 1836. Sempre ottocentesco è un manoscritto conservato l’Archivio Storico del Comune di Genova (ms n.1138). Fondazione, antichità e governi della città di Genova e suo paragone colla Romana Repubblica, Civica Biblioteca Berio. Il manoscritto è dedicato a sua 168
eccellenza “Signor Gio Batta Cambiaso”. Costui venne eletto doge nel 1771, quindi Accinelli, per nominarlo così, lo scrisse prima della sua elezione. Atlante Ligustico, Biblioteca Universitaria di Genova. La data di compilazione dell’opera non è indicata nel manoscritto; si può tuttavia ipotizzare che nel 1773 l’atlante fosse già completato: nel gennaio del 1774 Accinelli scrisse una lettera citando la sua opera. L’atlante stesso serve come terminus post quem: Capraia è citata come genovese, e l’isola venne restituita alla Superba nel 1771. Alla Biblioteca Universitaria di Genova è conservato un manoscritto anonimo e senza data al cui interno, fra i vari scritti, si trova la trascrizione del testo illustrativo dell’Atlante Ligustico. Liguria sacra, o sia storia ecclesiastica, 1771. Manoscritto alla Bibliothèque Nationale di Parigi e alla Civica Biblioteca Berio; la Biblioteca Franzoniana conserva solo il secondo tomo. Il manoscritto del terzo tomo (1775) si trova alla Civica Biblioteca Berio e l’Archivio Storico del Comune di Genova. La verità risvegliata, con tre dissertazioni: della libertà ‘ di Genova; della decadenza dell’Impero; della soggezione di S. Remo alla Repubblica, Civica Biblioteca Berio. La cronologia dei dogi è aggiornata fino al 1777, ma l’opera è dedicata al doge Giovanni Battista Cambiaso il quale ricoprì tale carica dal 1771 al 1772. Dissertazione sopra l’origine delle confraternite et oratorii, dell’istituzione delle casacce in Genova, nei Borghi et Quartieri et in ispecie del Borgo di Prè compilata… l’anno 1773. Manoscritti dell’opera sono conservati presso la Biblioteca Franzoniana e la Civica Biblioteca Berio che conserva anche 2 copie ottocentesche. Artifizio con cui il Governo democratico di Genova passò all’aristocratico, 1775. Un manoscritto dell’opera si trova nella la Biblioteca Franzoniana, mentre la Civica Biblioteca Berio ne custodisce 3 esemplari. Compendio della storia di Genova fino al 1776, III volume, Biblioteca Franzoniana.
Cronologia dei Pontefici Genovesi, delli Dogi, Vescovi, ed
Arcivescovi di Genova. Con le memorie del più rimarcabile succeduto né loro governi, 1777, Civica Biblioteca Berio. Opere stampate Compendio delle storie di Genova dalla sua fondazione sino all’anno MDCCL, in Lipsia [ma Massa]: a spese de’ benefattori [ma Giovanni Battista Frediani], 169
1750 [ma 1751]. L’opera era stata stampata deliberatamente anonima. Prima di morire, Accinelli vi aggiunse un terzo volume che abbraccia gli avvenimenti dal 1751 fino ai primi mesi del 1777. Il III tomo venne stampato — insieme al resto dell’opera — a Genova nel 1851 dall’editore Angelo Lertora. Memorie istoriche sacro-profane di Genova, 1772. Opera stampata anonima e senza indicazioni tipografiche. Ristampata a Genova dalla tipografia Botto nel 1852. Lettera di Accinelli al Sig. Egidio Longhero (22 gennaio 1774), in «Giornale Ligustico di Archeologia, Storia Belle Arti» 1876, pp. 169-171. Artifizio con cui il governo democratico di Genova passò all’aristocratico. Opera del fu nostro Concittadino Prete Francesco Maria Accinelli, data in luce dal Cittadino Giuseppe Tubino con annotazioni Storico-Politiche, Genova, 1797. Atlante ligustico, edizione a cura di Gianni Claudio Bruzzone, Genova, Compagnia dei librai – Tolozzi, 1983. Opere di Accinelli andate perdute Lo storico Sbertoli riferisce che l’Atlante Ligustico sarebbe stato il successivo ampliamento di un atlante più piccolo, di cui non si è più trovata traccia.101 Il De nullo Imperatoris et Imperii in Rempublicam Genuensem Iure del 1767 sarebbe un ampliamento di un precedente scritto di Accinelli per replicare al Reinhard poco dopo l’uscita della sua opera (1747). Lo stesso sacerdote ricorda nel Compendio delle storie di Genova la stesura della prima confutazione.102 Opere attribuite ad Accinelli Viene attribuito all’Accinelli il Bellum Genuense, un poema in latino maccheronico sulla rivolta antiaustriaca genovese.103 Il manoscritto è conservato presso l’Archivio di Palazzo Rosso a Genova (ms.1160).
101
“Mancava a quei tempi una descrizione geografica e topografica della Liguria. Con improba fatica la compilò in un volumetto che intitolò Atlante Ligustico adorno di carte e tipi coloriti, tuttavia inedito. Ma questo non adeguava sufficientemente lo scopo; pensò dunque dare maggiore estensione al suo lavoro col compilare in un volume in foglio, anco questo tuttavia inedito, altro Atlante Ligustico”. Vedi SBERTOLI P. A., Francesco Maria Accinelli, in «Giornale degli Studiosi di Lettere, Scienze, Arti e Mestieri», II (26 marzo 1870), p. 232. Sull’argomento vedere anche ROVERETO G., Geografia della Storia Ligure, in DELLEPIANE G., Guida per le escursioni nelle Alpi e Apennini Liguri, Genova, 1924, p. XXI. 102 ACCINELLI F. M., Compendio delle Storie di Genova, Lipsia, 1750 [ma Massa 1751], tomo II, p. XVI. 103 Vedi ASSERETO G., Il mal della pietra. L’insurrezione genovese del 1746 e la controversia su Balilla, in «Studi settecenteschi», Volume 17 (1997), p. 355.
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Miscellanea storico-geografica, Biblioteca Universitaria di Genova. Nel manoscritto, mutilo di una parte, si trovano parti di opere del sacerdote genovese. Difficile la datazione. Notizie e documenti varj su Genova. Famiglie nobili genovesi. Cronologia gener. 1076-1649. Questo manoscritto non riporta alcuna indicazione sul suo autore, tuttavia per il contenuto è attribuito ad Accinelli. Il manoscritto è conservato presso la Biblioteca Universitaria di Genova (C.VIII.15). Genealogia dei Lomellini. Manoscritto anonimo conservato presso la Biblioteca Durazzo-Pallavicini di Genova. Memorie istoriche dell’insigne Colliggiata di Santa M.a delle Vigne e de Confini Territoriali della sua Parochia. Archivio della Parrocchia di N. S. delle Vigne di Genova. Memorie storiche di Genova cavate da diversi autori. Manoscritto anonimo conservato presso la Biblioteca Universitaria di Genova. Le notizie storiche giungono fino al 1750, le aggiunte successive sono di un’altra mano. Scielta di notizie della Chiesa di Genova e sua Diocesi. Manoscritto presso l’Archivio Diocesano di Genova. L’opera, aggiornata fino al 1774, è anonima. La presenza di una carta, in cui è riportato il nome dell’Accinelli, potrebbe far ipotizzare che l’autore sia il sacerdote. 4. La produzione cartografica Contorni di Luni, di Sarzana e del Golfo della Spetia. Descritta da Hercole Spina, sarzanese, 1724. Copia dell’Accinelli da un originale di Ettore Spina. Biblioteca Civica U. Mazzini di La Spezia (1.3.578). Carta di Genova, 1732. Il disegno è dell’Accinelli, mentre l’incisione all’acquaforte è di F. Ganzinotto. È conservata in due esemplari presso il Museo Navale di Genova-Pegli. Golfo della Spetia, contorni di Luni, Sarzana e Massa, 1732. La mappa è conservata presso la Biblioteca Civica U. Mazzini di La Spezia. Carta della Corsica, 1732. Di questa carta ne parla l’Accinelli stesso; ne sarebbero state fatte delle copie per nobili genovesi e francesi (gli studiosi hanno dei dubbi sulla sua stesura). Il sacerdote sostenne che la carta della Corsica pubblicata nel 1738 a Parigi da Jaillot fosse una copia di questa sua opera.104 104
ACCINELLI F. M., Storia Veridica della Corsica, mrs, Civica Biblioteca Berio, p. 44.
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Carta topografica de’ contorni di Genova e delle sue Valli di Polcevera e Bisagno con sue adiacenze. Stampata dal Campi in Genova nel 1749 e inserita nell’opera di Gianfrancesco Doria, Storia di Genova dal trattato di Worms alla pace di Aquisgrana, Leida [ma Modena], 1750. La mappa era stata disegnata nel 1747. Pianta di Genova di Tutte le sue Strade, Piazze, e Fabriche sia Publiche, che Private, Divisa In più Tipi con moltissime Annotazioni Historiche Delineata da N. N. 1752. Faceva parte di un piccolo volume conservato nella Collezione Topografica del Comune di Genova. Tra le ultime righe del titolo si trova scritto Accinelli, tuttavia la grafia differente e l’indicazione N. N. fanno pensare a un successivo integro. Carta della Diocesi di Genova (1757). Conservata presso la Curia arcivescovile, è dedicata all’arcivescovo genovese Giuseppe Saporiti. Attualmente si trova all’ingresso del Museo Diocesano di Genova. Pianta della città di Genova del suo recinto dalle porte di S. Tomaso a quelle di S. Stefano, e di tutte le chiese, et oratorij, piazze, strade, con la distinzione di tutte le parochie, e confini. La data non è certa (probabile degli anni ’50 del XVIII secolo), è dedicata all’arcivescovo genovese Giuseppe Saporiti. Si trova presso la Curia arcivescovile. Carta Geogro-Storica della Riviera di Genova cò suoi veri confini e strade delineata da Prete Accinelli. Conservata presso il Museo Navale di Genova-Pegli (dedicata al doge Gio Batta Negrone, è quindi datata fra il 1769 e il 1771). Carta Geografica Di Tutte le Parochie dell’Arcivescovato di Genova è
de
Luoghi ove sussistono con ordine Alfabetico, et indicatione de numeri. (1774). Si trova nell’Ufficio del Cancelliere della Curia Arcivescovile di Genova. Questa carta, ora sciolta, faceva parte del contemporaneo manoscritto, attribuito all’Accinelli, Scielta di notizie della Chiesa di Genova e sua Diocesi. 105
105 Sulla vita, le opere ed il periodo storico di Francesco Maria Accinelli si fornisce una breve bibliografia: ASSERETO G., Il mal della pietra. L’insurrezione genovese del 1746 e la controversia su Balilla, in «Studi settecenteschi», Volume 17, 1997, pp. 335-365. ASSERETO G., Storiografia e identità ligure tra Settecento e primo Ottocento, in Politica e cultura nel Risorgimento italiano. Genova 1857 e la fondazione della Società Ligure di Storia Patria, Atti del convegno (Genova 4-6 febbraio 2008), Genova, 2008, pp. 57-87. BITOSSI C., La repubblica è vecchia: patriziato e governo a Genova nel secondo Settecento. Con appendici di testi e documenti, Roma, 1995, p. 200. BITOSSI C., La cultura politica del Settecento, in Storia della cultura ligure, vol. 1, Genova, 2004, pp. 97-128. BRUNET P., Manuel du libraire et de l’amateur de livres, I, Paris 1820, p. 33. BRUZZONE G. L., Accinelli Francesco Maria, in Dizionario biografico dei Liguri, I, Genova, 1992, pp. 17-18. BRUZZONE G. C. (a cura di), Francesco Maria Accinelli, Atlante ligustico, Genova, 1983. BRUZZONE G. C., La corografia della Corsica in un
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STORIA VERIDICA DELLA CORSICA DI FRANCESCO MARIA ACCINELLI, DAL PRINCIPIO CHE FU SOTTO LA REPUBBLICA ROMANA SINO AL PRESENTE, CON LA DESCRITTIONE GEOGRAFICO-POLITICA DELL’ISOLA E DEI COSTUMI DEI SUOI ABITANTI AGGIUNTAVI UNA CARTA GEOGRAFICA DELLA MEDEMA ISOLA, LI TIPI DI TUTTE LE PIAZZE E LUOGHI PRINCIPALI, GOLFI E STRADE DELLA MEDEMA.
Proemio Assai rari sono gli Storici, che dell’Isola di Corsica, detta da molti Isola negra, abbino scritto. Il Filippini autore corso, hà troppo di partialità per li suoi Patriotti. La sua storia piena è di falsità, di romanzerie: e solo si conviene in accordare l’indole bestiale, inconstante, vendicativa, superstitiosa, e spergiura de suoi corsi. Pietro Cirneo, il di cui originale conservasi, come dice il Muratori nella Libreria del Cristianissimo, è un Romanzo effettivo, e niente si concorda con ciò, che ne dice il detto Filippini suo Patriota: Era questo Pietro uno de’ Ribelli, capace in seguito di tutte le imposture contro della Rep.ca: Raffaelle Merelli hà solamente scritta la guerra di Sampiero della Bastellica, e de francesi uniti, ma in altro non si diffonde. Noi al contrario avendo letti, e ben considerato quanto dicono questi autori, e altri manuscritti, abbiano combinato in succinto la pura storia dell’Isola,
manoscritto di Francesco Maria Accinelli, conservato presso la Biblioteca Berio, in «La Berio», 24/3, 1984, pp. 5-30. CALVINI N., Accinelli Francesco Maria, in «Dizionario biografico degli Italiani», 1, Roma 1960, p. 98. CALVINI N., La rivoluzione del 1753 a Sanremo, II, Bordighera 1953. CAMBIASO D., Sinodi genovesi antichi, Genova, 1939. CALVINI N., Le copie manoscritte del “Compendio” dell’Accinelli alla biblioteca Berio, in «La Berio» XIV/3 (1974), pp. 516.CAPACCI A, Un prezioso Atlante ligustico del secolo diciottesimo, in «Annali della Facoltà di Scienze politiche – Sezione economica geografica», VIII-X (1980-82), pp. 123-153. CAPACCI A., Documenti geocartografici nelle biblioteche e negli archivi privati e pubblici della Liguria, Firenze, 1990. CAPACCI A., L’opera cartografica di Francesco Maria Accinelli, in «Cosmografi e cartografi nell’Età Moderna», Miscellanea storica ligure, XII, (Genova, 1980), pp. 121224. CELESIA E., Storie genovesi del XVIII secolo, Genova, 1855. CIASCA R., Manoscritti della R. Biblioteca universitaria di Genova relativi alla storia di Corsica, in «Archivio storico di Corsica», 12 (1936), pp. 331-335. DE SIMONI L., Francesco M. Accinelli, Genova, 1950. DOLCINO M., Francesco Maria Accinelli lo storico “d’assalto” in «Enciclopedia dei liguri illustri», Genova, 1970, pp. 1-4. FERRO G. E GROSSO N., La Liguria nelle carte e nelle vedute antiche, Novara 1992. FONTANA P., “Genua a Iano”: genealogie immaginarie e storiografia afilologica nell’antiquaria genovese al servizio della gloria cittadina (secoli XIII-XVIII), in «Nuova Rivista Storica», 1998, LXXXII, pp. 105-126. FONZI F., Le relazioni fra Genova e Roma al tempo di Clemente XIII, in «Annuario dell’Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea», VIII (1956), pp. 7-196. GARIBBO L., La neutralità della repubblica di Genova, Milano, 1972. LEVRERO U., L’atlante ligustico di Francesco Maria Accinelli, in «Genova», XXXI (1954), n. 3, pp. 18-21. MAZZATINTI G., Inventario dei manoscritti italiani delle biblioteche di Francia, Roma, 1886-1888. MARCHINI G. e PIATTI R. (a cura di), Mostra di manoscritti e libri rari della Biblioteca Berio, Genova, 1969. MARTINI D. G., Genovesi malelingue, Genova, 1991. MELZI G., Dizionario di opere anonime e pseudonime di scrittori italiani o come che sia aventi relazione all’Italia, tomo I, Milano 1848, p. 232. MISCOSI G., I quartieri di Genova antica, Genova, 1935. Monitore bibliografico italiano (dal 5 luglio al 27 dicembre 1851), Torino, 1851. MUSI A., Alle origini di una nazione: antispagnolismo e identità italiana, Milano, 2003.
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di cui siam per parlare. Sono da 40 anni che si siamo rischiariti di tutte le cognitioni di questo Paese instabile, dato alle novità, alle rivolte. Fecimo d’ordine Publico nel 1732, una Carta distinta di quest’Isola longa palmi 10, e altra palmi 5 fù questa mandata all’Imperatore Carlo VI, prima che le Truppe Tedesche come ausiliare della Republica passasero nella medemma: Altra ne fecimo per il Generale Principe di Wittembergh che ivi passo al commando delle medesime truppe, e in seguito altre simili, già che la curiosità era molta nel principio della Ribellione, à molti Signori, cioè, à Gio: Fran.co Brignole, Domenico Orrero, Gio: Batt.a Carrega, Gio: Steffano Durazzo, Giacomo Filippo Durazzo, Agostino Imperiale, Steffano Mari q. Camillo, Alessandro Pallavicino, e molte altre à ministri de’ Principi Residenti in Genova, et in specie à M.r il Conte di Campredon Inviato di S.M. Cristianissima presso la Republica di Genova, et al Padre Giorgio Spinola della Congregazione dell’Oratorio. E dovendo passare per Inviato della Republica alla Corte di Pariggi detto Gio: Fran.co Brignole nell’1738 Ci incaricò di ridurre detta Carta in piccolo coll’anima di farla colà imprimere, come essegui vi fece però appore = Dedicata a Sua Eccellenza il Marchese Gio: Fran.co Brignole Sale Inviato Straordinario della Ser.ma Repub.a di Genuoa presso S.M. X.ma: ma dell’Autore il nome dimenticato. Il Sgi.r Bernardo Iallott Geografo del Rè vi hà apposto il suo nome con specificare d’averla cavata lui dal dissegno nel luogo proprio, quando che lo studio tutto era nostro, e non avea Monsiù de la Haje Intagliato che al essemplarla nel Rame. Onde possiamo ben dire col Poeta = Hos ego versiculos feci, tulit alter honores: Qualche errori ciò non ostante vi hà fatti: lasciati vi hà il luogo di Ziccavo il principale è il più popolato di là da monti: Hà formato Mariana e Sagone distrutte come se fossero duie Gran piazze senza considerare esservi in questa ultima una semplice Torre, e in altra una sola chiesa distrutta. Replica in oltre la Cala di Giralatta in due luoghi. Ciò non ostante emendati tali errori à questa la Carta più esatta e uniforme di quante ve ne siano. Molti han formate di quest’Isola Carte, ma piene di infiniti errori, di paesi, luoghi, fiumi, è Città imaginarie sendono quei che hanno le medeme formate affatto all’oscuro alla risalva della semplice circonferenza per che visibile dà marinari che vi hanno trafficato. Le carte di tal fatta sono quelle del famoso Padre Coronelli, le impresse in Germaria dall’incisore Matteo Sevvter: quelle stampate in Venetia à nostri tempi e annesse ad un’Atlante nuovo Geografico, un altra stampata in Lusana e inserita 174
in duie picoli Tomi che portano il titolo di memorie Istoriche politiche della medema Isola dall’anno 1738, all’anno 1741, e dedicate la M.se di Mallboi impresse dal Bousquet e fatta la detta Carta dal Uaugundù: non è questa meno piena di errori delle altre risaliva di quelle Costiere dove puoterono sussistere, mà nel di là dà mondi infiniti sono gli sbagli. Più di tutti si è reso attento il Capitan Woght all’orché le Truppe auxiliarie dell’Imperator Carlo VI passorono in Corsica: la Carta che ne fece un foglio, e impressa poi in Norimberga è molto distinta circa i luoghi dove esse Truppe campeggiorono, mà nel rimante tanto nel Capo Corso, che nel di là da monti, e nelli contorni di Aleria e Fiumorbo, come altressi delle Pievi, e Giurisdizioni d’Aiaccio patisce le medeme eccettioni della Altre, oltre l’essere di minutissima stampa e molti de luoghi non bene intesi dall’Intagliatore. Noi abbiamo qui annessa una Carta simile alla stampata in Pariggi mentre ne conservavamo l’originale simile al sonsegnato Sig.r Brignole. Li Ribelli corsi nel loro libello fatto imprimere ò in Pisa, ò in Lucca, stampato però alla macchia vi hanno annesso la Copia di detta Carta impressa in Pariggi, avendo mutati li nomi dal Francese nell’Italiano, e situata in la positura secondo la nostra cioè rivolta verso la Toscana, mentre la impressa in Pariggi rivoltata l’aveano verso la Provenza: Quindi se li stessi corsi nazionali si sono ancor’essi serviti della nostra Carta, ne siegue che più di tutte è giusta, e delineata. Circa la Storia poi noi non abbiamo aggionto ponto del nostro citiamo gli autori, e cavata l’abbiamo da altra più voluminosa che conserviamo assieme tutte le cognitioni del Redito dell’Isola delle spese vi faceva la Republ.ca della soldatesca de Presidij, e del vantaggio vi aveano i Popoli, delle Taglie pagavano, e in somma, che questa Nazione, ò siano questi Popoli sono come disse il Real profeta à Giudei = Sicut Patres eorum Generatio prava et exasperans (Psal.77.) mà molto meglio: S. Luca al Cap. III. Progenies Viperarum (Luc.III.V.7) Carta Geografica Generale della Corsica uniforme alla da noi mandata à M.r Iallot Ingegniere del Re Christianiss.o nell’anno 1738 (106)
106
Sulla storia della cartografia ligure si vedano anche PARETO L., Descrizione di Genova e del genovesato, Vol. II, Genova, 1846. PESCIO A., Settecento genovese, Napoli 1922. POLEGGI E., Paesaggio e immagine di Genova, Genova, 1982. POLONIO V., La storia ecclesiastica. Parte I (1867-1948), in «Atti della Società ligure di Storia Patria», n.s. , 50 (2010), 1, pp. 251-294. QUAINI M. (a cura di), Carte e cartografi in Liguria. Contributi di Josepha Costa Restagno… [et
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Dell’indole e costume dei Corsi La più antica notizia, che si abbia della Corsica è nell’anno di Roma 494, cioè 258 anni avanti la venuta di Christo in qual anno fù da Lucio Scipione Console Figlio di Barbato, presa, come si hà dall’Iconologia di Cesare Ripa Cart. 341.342. Caio Papirio trionfò de corsi in Monte Albano, dopo aver vinta e soggiogata detta Isola, il che segui l’anno 525 di Roma. Si ribellorono li corsi l’anno 569 di Roma, Marco Pinaro vi andò contro con 8000 fanti e 300 Cavalli, ne uccise 2000, li costrinse à dare ostagii, con 100 milla pondi di Cera. Livio dec.4.lib.10. Avvenne all’ora cio che scrive Strabone de medemi corsi, che i Romani cundussero di loro gran quantità prigioni à Roma e che faceva meraviglia il vederli, tanto era la loro effigie salvatica = cernere est simul, et mirari quam eorum agrestis videatur effigies, quamque bestiarum appareat duritas. Racconta lo stesso Strabone, che la Corsica era si poco coltivata, e difficile era andare da un luogo all’altro, che gli abitanti di que’ monti attendendo à Ladronecci, superavano con la loro ferocità le bestie istesse che in essa si trovavano. Aggionge Pomponio Mela che era abitata quest’isola da Barbari, e Tito Livio Dec.5. dice che combatte C. Cecilio Pretore Contro corsi sette milla ne trucidò, e 1700 ne fè prigionieri. Il Filippini Storico Corso, et Arcidiacono di Mariana, in la sua Storia di Corsica lib.2. carte 72, conferma quantasopra. Il P. Lubin Agostiniano Confessore e Geografo di Luigi XIV, il Grande Rè di Francia, dice che quest’Isola è piena di montagne, pochissimo abitata, e che li suoi abitanti, non si occupavano che ad assassinare, che i Romani vi portavano le loro armi, che per fare delli Schiavi che
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essi erano meno Uomini che Bestie, e che Roma ammirava la loro ferocità et il loro natural brutale, e meno docile, che gli animali, perche dove essi fugivano la vita, e la conversatione, ove essi venivano per la loro impatienza, e stupidità si dispiacevoli à loro Patroni, che quantonque li avessero avuti à buonissimo mercato, pure tamtosto si pentivano d’averli comprati. Provedevano ogn’anno li Romani in Corsica un Governatore: e gli Imperatori vi mandavano in esiglio i Criminali, e quei che avevano la disgratia di esserle in odio frà il numero di questi fù Seneca, dove fù rilegato da Claudio Imperatore successore di Caligola ad istanza di Messalina Augusta sua moglie, la dove scrisse questo Filosofo il libro delle Consolationi à sua Madre, ed à Polibio. Scorgesi anco al di d’oggi sopra la Terra di Sisco ne Capo Corso una Torre ove ebbe il suo soggiorno, detta Torre di Seneca: dalle opere di questo Grand’Uomo si hà in epilogo in un Epigramma de Costumi di questi Isolani. Undique prearuptis praecinta est Corsica saxis Hic duo solum sunt: Exul, et exilium Quattuor hic leges, sed hi fuge littus auarum Est etenim semper Gens inimica Deo. Lex prima ulcisci ; lex altra uiuere raptu, Tertia mentiri: Quarta negare Deum. Il Filippini autore Corso ci conferma quanto dice Strabone al lib.5. Che quei Popoli attendendo solamente à ladronecci, con la loro fierezza superavano le Bestie, che avendo i Romani Guerra contro di loro, le rovinavano le castella, menavano quantità di priggioni, e quando in Roma erano meraviglia pareva vederli, tanto era l’effigie loro salvatica, e tanto appariva in loro l’uso di Bestie (Filippini: libr.2.Pag.42.) Un storico Francese molto moderno che dato hà alle stampe un saggio della Storia di Corsica impresso nell’Haja 1738, chez Pierre Paupier conferma quanto dicono detti Autori dicendo La Lingua de corsi è un miscuglio di Greco=Latino, et Italiano, gli abitanti sono per lo più poveri, mal vestiti, mal nutriti à caggion della loro pigritia: questo vitio ne è caggione di molti altri, come i ladronecci, et Assassinamenti: Sono per altro i corsi spergiuri, vendicativi, di poca buona fede, et assai superstitiosi, indovinano certi avvenimenti dalle ventraglie delli animali: l’odio è implacabile, et immortale in certe famiglie, il che hà obligati li Genovesi à mantenervi sempre delle Guarniggioni à grosse spese loro. 177
Il detto di Filippini à Carte 15.lib.I., ci fà una descrittione minutissima de suoi compatriotti = li continui movimenti (dice egli) furon l’origine del volgar detto, che per antico infrà i Liguri avea che i corsi si erano nati per non posar mai, e per isturbare à tutti i tempi la tranquillità de’ Genovesi (et in detto libro à Cart.34) dice, che son ladri, e spergiuri, fanno poco conto della Giustizia, falsi, ripieni di odio, e che in essi è più che vero il proverbio, che mai perdonano. Vedendo i Romani la poca fede di quell’Isolani, e che rifiutavano di pagar le Tasse convenute, e prese più volte le Armi per scuotere il Giogo sino dell’anni 661 avanti la venuta di Cristo M. Iuventio Talma Console li soggiogò: Si ribellorono di nuovo: ma Tiberio Gracco, e poi Scipione Nasica nuovamente il debellorono, e li esterminorono. Mà continuando gli attestati, che ci fà di detta Isola, e de suoi Abitanti il detto Filippini come ben cognito de’ costumi de suoi Compatriotti, e che scrisse la Storia di Corsica in un Volume impresso in Turnon in Francia, e dedicata l’anno 1594 ad Alfonso di Ornano Colonello all’ora al Serviggio del Rè di Francia. Dice egli al libro I. Carte 34 = Si truova dunque in tutta l’Isola universalmente une grande ignoranza di lettere, e sempre vi è stata, e che anco al di d’oggi, almeno in tanto numero di Sacerdotti non vi ne sono una donzina, che abbino Grammatica, ne tal’ignoranza è meni ne Frati di S. Fran.co quali vi hanno 25 e più conventi, di quello sia nè Preti Secolari, perciochè in tanta quantità di Frati minori venè sono à pena 8 à 10 che hanno qualche lettura. I notari parimente sono ignari di grammatica, d’onde che malamente fanno l’officio loro, et è pur una cosa miseranda anzi miserandissima, che in un’Isula tanto abitata, non resti memoria alcuna. che per il passato, siano stati 3 à 4 al più, che abbino mandati il loro figlioli, e nipoti à studiare, è apprender lettere. Quanti mali procedono da questa ignoranza (prosiegue detto Autore) la quale regna in dette persone, ognuno puole immaginarselo, e longo sarebbe il dirlo. Da questa negligenza procede tanta povertà, come si vede nell’Isola, di denari, di Edificij, di vestire, e di mangiare, e perchè i paesani si trovano gravati di povertà, commettono e fanno de ladronecci, come si vede alla giornata, e niente può dirsi di peggio sono per questa causa molto avidi di robba, e per questa aquistare fanno di tutte le iniquità, de spergiurni, de giuramenti falsi. Le inimicitie, gli odij loro, il poco amore, e la poco fede insieme, sono quasi perpetui, d’onde si viene a verificare il proverbio = che il Corso mai perdona, e perciò nascono tanti mali portamenti e sceleraggini. 178
Sono i Popoli di Corsica (Filippini: lib II. Cart. 40: ) più degli altri popoli inclinati à novità et instabili, e soni molti dediti à superstitioni, che lor chiamano Magonie, cioè strigonerie, la virtù niente è stimata in quest’Isola, la dove frà molte barbare usanze e rozzissimi costumi, questo universale errore è caggione della maggiore parte de mali, i quali vi sono successi, e giornalmente vi succedono. Il celebre Giurisconsulte Geronimo Marigliano già Vicario generale in Corsica, e poi Governatore di Parma, dello stato Pallavicino, Borgo, S. Donino, e Novara esprime l’indole de corsi nella sua famosa (Repet. ad. 1. quoties de rei: uendie.) stampata in Pavia nel 1595 ove per extensum registransi li loro Tradimenti, vendette transversali, omocidij, et enormissimi misfatti, e dice = Nec alicui mirum videri debet, ilcet dixerim, me innumeros torqueri mandasse, tum quià nullus est Tudex in toto illo Regno, qui absque uoto vicarij Generalis, quo munere tunc fungebat, possit quaestioni subjcere, tum etiam quià Corsica est ex maioribus Insulis totius maris mediterranei, exceptisque Sicilia, Sardinia, Creta, reliquas magnitudine longe preaestat. Accedit etiam Corsorum prona natur ad uindictam sumendam de inimicis, quo fit, ut in dies infinita patrentur homicidia, quoniam raro, aut nunquam inimici simul reconcillientur, et inter se pacem ineant. Imò multoties uidi quamplures post initam pacem cum eorum inimicis, ab ijsdem sbu pace illinc ad paucos dies proditione occidi, quod sane uindictae genus, quam sit detestabile, ac infame, nedum apud Christianos, qui ex Dei praecepto tenentur inuiria condonare, iurum etiam apud Barbaros, nemò ingorat. Insuper sciendum est in ea Insula, usu, seu etiam potius diabolico, abusu receptum iamdiu esse, ut uindicta sumatur non tantum di ispo inimico, sed etiam de eius Consanguineis. usque in quartum proprinquitatis gradum. que fit, ut pueri, qui uix fari sciunt, optimè sciant, et calleant quoto gradu propinquitatis, quisque ab alio distet, illique sit coniunctus. Hinc etiam sequitur, ut sepissimè uidi, infelicissimos nepotes, uix puberes, de industrià interfici, ob inimicitias eorum proaui, quem nunquam uiderunt. Fà anco onorata memoria di corsi il Moreri autor francese, nel suo Dittionario, dicende = li corsi sono buoni soldati mà crudeli, mal politi, vindicativi, e si crede che le loro piraterie abbiano dato il nome à Corsari, et à Pirati, cioè assassini di mare, e ladri. La Barbara indole de corsi si riconosce ancora nel Breve scritto da Papa Martino V. à Martino Vescovo di Sagona nel 1425 all’orche le leggi Divine et umane 179
conculcate venivano in quell’Isola: eccone il Sistema. Venerab. Fratr. Ep.o Sagonen. d. Ins: Cors. Apsotolico Nuncio Salutem. Leuantes in circuitu nostrae mentis oculos et non absque maxima cordis amaritudine recensentes, quod in Insul: Corsicae Nonnuli dictam Insulam incolentes, neglecto Christianae Religionis ritu cunsuetudinibus, ac institutis Canon. u Sacrorum, iustum ab inuisto, et honestum ab honesto, ingorantia opressi minime discernentes, multo detestabiles excessus, continuo committant, inter coetera: Matrimonia cum ijs, cum quibus in 2°. 3° et 4°. Consanguinitatis gradu coniuncti sunt, sine aliqua dispensatione Apostolica contrahentes: Commatres per nefandissimum coitum cognoscentes, et quod execrabili odio dignum est nonnulli Presbiteri, ac Episcopi dictam Insulam incolentes, qui coeteris alijs exemplum hoestae uitae exhibere debent. Uxores seu comcubins decunt, et Filij, quos ex ijsdem generant beneficia, quasi haereditario iure intrant: concedentes etiam dignitates, et beneficia pueris statum idonea. non habentibus, quodque tam Clerici, quam laici, tempore quadragesimae lacticinia, atq; carnes comedant, et alios innumerabilis excessus contra Catholicam Fidem patrare non desinant in ipsorum animarum perniciem. che perciò intima à detto Vescovo inter alia mandata, ut sinodos, cum res exigat. Dat. Romae apud S.S. Apostolos 6°. Id, Ianuar. Pont. = an. 8° Il Rainado nella Continuatione degli Annali del Baronio (Hist. Eccl. Tom. IX. anno 1425. n°19) Obsosluerat adeo antiqvvs Pietatis cultus, praesertim Corsica, ut uetitato legibus canonicis nuptiae, non impetrata ab Apostolica sede uenia conficerentur ; Spurijs Filijs haereditaria conferrentur, Sacerdotia, aetate ad ea gerenda impares admitterentur, et quadragesimali tempore interdictis ab Ecclesia cibis non abstinerent, adque submouenda uitia, aliaque mala quae ex ijs pullurare consueuere Martinum Sagonensem Episcopum, cum amplissima adhibendae in Santes Seueritatis potestate in Corsicam legauit. Anco contro gli Vescovi esseguirono le loro scelleratezze li corsi: Un infame detto Brandolaccio delle montagna per opera del Pievano di Giovellina e di quello di Casaconi uccise alla Venzolasca Michele di Germani Vescovo di Mariana: mà li due Pievani autori della morte del Vescovo furono dal Governatore dell’Isola ottenuta licenza del Papa fatti impiccare per la Gola, come dice il detto Filippini lib. III. Cart. 142. E nel 1467 uccisero quà scelerati il Santo Vescovo di Mariana Leonardo di Fornari, che fù sepolto nella Parocchiale della Bastia come dice Ferdinando 180
Ughelli Tom.IV. Cart. 1001. Marianen Epi.: Is anno 1467 circum uentus ab inimicis miserè confossus occubuit: à questo Vescovo finalmente per li molti benefici fatti alla sua Cattedrale si mossero nel 1492 què Canonici ad apporvi lapida marmorea. Nel 1567 il Capo Ribelle Sampiero della Bastellica dopo infinite scelleraggini fatto scannare Florio da Corte sue famigliare, et uccisa con la propria sua Spada Vannina sua moglie, dalla quale avuto aveva ricca dote, e Territorio ; avuto nelle mani Ettore Ravaschiero uno de Capitani Genovesi priggioniere lo feci questo bello, e vivo sbranar da Mastini Cani, arrizandogliene un grosso storno all’intorno, e non ostante che Ettore à lui et agli altri, che con Sampiero erano, rimproverasse un cottal barbaro Costume indegno d’Uomini d’onore, e di chi la soldatesca professava, nulla però di meno senza punto moversi, feceronlo à questo modo, e con gran stento morire. Cosi scrive il Merelli Hist. di Corsica An.1567.Cart.534. La Fellonia, le Sceleraggini, e Sacrileggi fatti, e pratticati da corsi che erano al Servigio della Republica, le piazze che diffendevano date alli nemici della medema, e le armi prese contro di essa: li Genovesi da medemi corsi che erano al loro stipendio, traditi la fede à loro mancata: sono tutte le costumanze barbare di questa nazione composta di sangue derivato da Saraceni, da Esuli, e sbanditi, et in conseguenza capaci come ne erano rei di infinite iniquità, e però come dice il detto storico Merelli Traditori e spergiuri: come può leggersi in quest’Autore al libro. I.Carte 62.63. e prima di queste alle Carte 52.59. Al libro II.Cart.127.226.392.399.517.518. Noi per indicarne qualche particolarità rapporteremo quanto ne dice lo stesso Merelli à Carte 83 et 84 del I° libro parlando dell’Assedio di Calvi = Per tanto in questo assedio i Popoli si misero da per tutto à perseguitare in disumane Guise què Genovesi, che si abbatterono nelle loro mani, non solamente spogliandoli delli loro beni, ma etiandio con istrane morti uccidendoli, dandone altri ad isbranare à Cani, et altri mettendoli belli, e vivi nelle fiamme, e finalmente senza riguardo veruno, e fanciulli, e donne martirizando à voglia loro ogni raggione di tormento, onde i miseri duramente ape(na) nassero, ne usorono. E poco dopo soggionge = Altri capitando in mani d’uomini men crudeli furono ritenuti, come schiavi, e per vilissimi prezzo venduti à Turchi. Alle Carte 414 dice = quanto ecettati presso che tutti i corsi, che nel Campo della Republica tuttavia erano in un baleno da Sampiero ritiraronsi asselendo què 181
medesimi, cui collo spargimento del sangue erano tenuti di diffendere, per modo che da loro i Genovesi non guardandosi furono sforzati à cedere. Al libro VIII poi alle Carte 515 Deliberorono i Ribelli le divine, e le umane leggi in un medemo tempo violando, di riscuotere da Popoli, le Taglia alla Republica dovute, insieme con le decime de Vescovi, che tutte per due anni scorzi non erano per due anni per l’impedimento della Guerra, e della ribellione state riscosse = Parla in apresso dell’atto preditorio di dare la Bastia alli nemici de Genovesi alle Carte 354 : Da tutto questo si vede che combinatosi l’occorso nè tempi antichi con quel che si esseguisce ne tempi moderni sono sempre stati li corsi Gente pessima, inclinata alle vendette, à latrocinij ad assassinamenti, e che di loro dè dirsi con Alvaro = derivata Patris naturam uerba seqvvntur: e col Real Profeta Bestiae, et uniuersa pecora sicut Patres eorum Generatio prava, et exasperam. Psal.77.
Storia della Corsica con ordine cronologico Veduta de corsi l’Indole, e li Costumi, Daremo principio ad un Compendio Istorico di questa Isola. Fù dunque questa da Romani conquistata, si ribellorono què Isolani: furono più volte sottomessi: nella decadenza dell’Impero Romano: fù la Corsica invasa da Gothi. Totila, come dice Procopio (de Bello Goth.lib.III.) non trovandovi alcuna oppositione se nè rese Padrone: il suo capitano passatovi con armata l’occupò assieme colla Sardegna, e ambe furono dello stesso Rè Tributarie. Quando invasi dalli Saraceni di tutta l’Italia i littorali invasa anco la Corsica se nè reser padroni la tiranneggiorono per più anni ciò non ostante, come dice l’Ughelli, Papa Gregorio nel 596 vacato il Vescovato di Sagone incaricò il Vescovo Leone di Marina di aver cura di quella Diocesi. E nel 649 Donato Vescovo di Marina, Martino Vescovo di Nebbio, e Benedetto Vescovo d’Aiaccio si soscrissero al Concilio Lateranense, come dice detto Ughelli. Quando, et era l’anno 806: veggendo i Genovesi de Saraceni la perfidia e la Tirrania, apprestata grossa Armata sotto il Capitano Ademare, assaliti i Saraceni della Corsica li discacciarono, e posta à fil di spada la mag.r parte di Barbari, con la presa di 13 navi nemiche della Corsica si resero Padroni, come dice Paoli Emilio in la vita di Carlo Magno: il Sigonio, il Muratori, et infiniti altri Storici. Era anco in questi tempi detta Isola l’Ergasto delli Essuli, e delli Criminali, 182
mentre l’anno 824 come si hà delle Legge di Lotario I°. Imperatore sifatti iniqui, e rei si rilegavano in Corsica, come si hà del Muratori R.I.S. Tom.I.Parte.II. Li Genovesi ne erano tuttavia Padroni, come dicono li Annali di Carlo Magno et la Cronic. di Reginon. An.810.G.Cur.d.I.2. et anco il Belleforest Annal. di Francia en Charl. Le Grand Uocrsio Hist di Cheras.p.3.§.66. Era l’anno 847 in cui li Saraceni infestorono di nuovo la Sardegna e la Corsica invasero, molti de corsi si refugiorono à Roma. Papa Leone IV. gli accolse nella città di Ponto, ma temendo della loro infedeltà, gli intimò che in nel luogo loro dato star dovessero quousque S.Sedis Praesulibus, Populoq: Romano in cunctis obbedientes, et fideles existerent: cosi dice Anastasio Bibliotecario: Murat. Res.I.S.Tom.III. Quando impatronitisi di nuovo li Saraceni nel 1004 della Corsica li Genovesi di nuovo ne li discacciorono come dice il Sigonio: Questa impresa cundussero à fine affidatisi sul Diploma di Giovanni XVIII. Papa quale concedea quell’Isola à chi discaciati ne avesse i Saraceni. Onde esterminati da Genovesi furono què Barbari come di esso Sigonio sottu l’an: 1012. et il Tezauro de Reg: Ital.pag.372.n°567. Continuorono i Genovesi ad inseguire i Barbari, e nel 1017 Fecero Prigione Musatto Saraceno Rè di Sardegna e come un mostro mandoronlo per il Vescovo all’ora di Genova in rigalo all’Imperatore in Allemagna il Cafferio che vivea à què tempi nella sua Cronaca lo Contesta, et è registrata nel Muratori R.I.S. Tom.IV.Fol.294. Nel passare l’an: 1051 li Pisani all’ora anch’essi potenti in mare nella Sardegna, ocuporono parte di Corsica à Genovesi: Gli intimorono questi fiera Guerra ne li discaccio.o, e si impadronirono di Bonifacio da quelli occupato. Cederono alla fine nel 1120 li Pisani à Vincitori Genovesi tutte le loro presentioni. Incominciò dè corsi nuova fellonia ; radunatisi molti loro Capi in u Consiliabolo senza saputa del Governatore Genovese che risedeva in la parte più settentrionale dell’Isola, risolvetero di dare questa à Papa Gregorio l’accettò questi per le ragioni, che i Felloni le addussero: quindi due specie di Governo continuorono nell’Isola, mà pero interottamente mentre i Genovesi all’aperta, e quei intrusi secretamente vi stavano. Alla fine nel 1112 facendosi Capi di Ribellione alcuni de più benestanti dell’Isola tanto trà di loro si lacerono, e con sorprese, e con uccisioni, che oltre l’alto Dominio che vi avea la Republica, anco l’utile di què particolari ne 183
acquistasse. li primi à sottomettersi à Genovesi furono li Signori della Rocca, e di Cinerca il Baronio et il Filippini cosi ci dicono mentre Papa Gregorio ad altro avea à pensare che alli corsi. Gli intrichi che avea con l’Imperatore molto più l’occupavano. Li Pisani intanto, et era l’anno 1118, pretendeano, che de Vescovi corsi la Consecratione si facesse in Pisa, voleanlali Genovesi in Genova, onde guerra gli mossero. Si imposessorono di Bonifacio li Pisani: Gli Genovesi ne li discacciorono, et armate 80 Galee et altri bastimenti la loro Città le invasero, rotte le prigioni liberati li loro prigioneri Genovesi, obligorono i Pisani à rilasciarle ogni pretensione, et à ricevere da vincitori quelle leggi tutte che lor piacque prescriverle: Cosi il Sigonio lib: X: et il Giustiniano lib: 3.fol.67. Altra vittoria ottenero Genovesi contro Pisani nel 1124 quando nel 1123 Innocenzo II alzò in dignità Arcivescovile la Chiesa di Genova, et al di lui Arcivescovo Trè Vescovi di Corsica fè suffraganti, Accia, Mariana, e Nebbio, et altrettanti all’Arcivescovo di Pisa: Alleria, Aiaccio, e Sagone, onde rapacificò in si fatta guisa ambi i Popoli. Pretendeano i Papi di avere qualche Gius nell’Isola di Corsica, e che però Innocenzo II. nell’Alzare Genouva in Arcivescovato, avea annesso in la Bolla del 1132 che donava la metà della Corsica à Genovesi con che la pagassero ogn’anno una libra d’oro, mai gli pagorono un soldo, onde Papa Lucio II. fra gli altri privilegi rilasciò l’anno 1144 detto Censo della libra d’oro, già che vedea che Genovesi Padroni antichi dell’Isola niente pagar voleano. Presumevano i Pisani nel 1195 di imposessarsi della Corsica e Guerra di nuovo loro mossero li Genovesi, e gli abbaterono. Era l’anno 1245 e prevalendorsi li Pisani di Certo Giudice della Rocca, che da Genovesi ribellato si era, di questo Capo si prevalsero contro di loro emoli: suscitò quegli ribellione nell’Isola si die alle Crudeltà, et alle Barbarie fù più volte da Genovesi sconfitto Si procurò il Fellone da Genovesi la pace, et il perdono nel 1280 e l’ottenne: Molti Rivali si oposero à Ranuccio, et à Giudice sudetto la Rocca restò quasi spiantata questi tumulti intestini obligoron li maggioraschi dell’Isola à dar le sue terre patrimoniali alla Republica: il loro esempio fù da altri seguitato, onde la Republica gliene fece investitura il Filippino storico Corso ne enumera gli Istrumenti, e gli notari in la sua Storia di Corsica à Carte 71.83.84. Sicome anco in carte 78.79.80.85. Si ribellò di nuovo Giudice della Rocca nel 1293 li Pisani seco si unirono, mà furon questi da Genovesi obligati à soccombere, et à pagare della Guerra le 184
spese. Avevassi in questi Tumulti, e guerra della Republica Oberto Doria occupato il Castello di Calvi, ma nel 1294 ne fè da medemo Compra per lire 7000 cosi ricomprò il fatto suo come in notaro Lanfranco Vallaro. Mentre in si fatta guisa continuavano gli affari di Corsica. Papa Bonifacio VIII. Poco amico de Genovesi investi l’Isola di Corsica, e la Sardegna al Rè Giacomo d’Aragona, come dice Oderico Trivigiano continuatore degli Annali del Baronio nel 1295 la caggione fù che essendosi convenuto Carlo di Valois Rè di Francia, che dovesse cedere, e rinontiare in mano del Papa tutte le raggioni à se concedute dalla Sede Apostolica in Aragona, Valenza, e Cattalogna, e all’ora Bonifatio come supremo Signore di quei Regni li restitui al Rè Giacomo, et à compensare la perdita della Sicilia, che Giacomo cedeva le promise in Secreto la Sardegna e la Corsica, onde ebbero bensi li Aragonesi la Sardegna, e mai puotero ottenere la Corsica, perche Genovesi diffesero il suo Dominio coll’Armi anzi che dice detto Autore (An.1295.n°24) che oltre la Sardegna gli Aragonesi ebber quantità immensa di moneta, e ritennero con l’arti loro la Sicilia, et in ultimo i francesi, e Bonifacio si trovorono delusi. come dicono col Raimaldi, il Zurita, et il Mariana. La speranza che avea il Rè Giacobo d’Aragona di imposessarsi della Corsica, e della Sardegna, lo fece passare à Roma nel 1297 e di obbligarsi al Papa per detti due Regni à pagarle il Censo o Vasalagio di 2000 marche d’Argento l’anno: con questo obligo gliene die Papa Bonifacio l’investitura: mà aveva il Rè da levarle da mani de loro possessori: mentre gli Pisani la Sardegna, et i Genovesi la Corsica, diffendevano con l’armi, i loro Regni, e le loro Raggioni. Puotea ben scrivere Papa Bonifacio lettere à Genovesi per animarli al rilascio della Corsica, puotea, et esso Papa, e suoi successori dare investiture al detto Rè Giacomo, et ad altri Rè d’Aragona. come si legge nel Baronio, e nel Codice Italiz Diplomat. del Lunigh, mà li Genovesi continuavano nel Posesso: e faceano detti Rè giuramento di Fedeltà, e prestavano omaggio al Papa di ciò che non possedevano. Quando finalmente lasciato il Rè d’Aragona il pensiero di avere la Corsica alla sola Sardegna s’appigliò nel 1309 cosi dice il Rainaldo, che cita anco il S. Antonio: avvedudisi il Pisani dell’idea del Rè lo fecero per all’ora desistere dalla pretensione con mandarle grossa somma di denaro. Mori intanto in Genova in una Gabbia di legno nelle Carceri della Malapaga Giudice della Rocca Corso famoso Capo di Ribelli, stato fellone alla Republica 185
per ben trè volte, et altretante le avea perdonato, e di più beneficato, e che datosi all’impudicitia, era divenuto bestiale, e fatto priggione sino del 1294 dal Capitan Spinola mori Cieco in detta Gabbia nel 1310 Filipin. Car.79. et 87.Istor.Cors. Giacomo II. nel 1306 et Alfonzo nel 1335 persistendo nella pretensione di avere la Corsica e la Sardegna pagorono al Papa il Censo delle 2000 Marche d’Argento, mà sempre delusi. Insorse nell’anno 1340 ribellione nell’Isola, supressa dal Governatore della Republica: divenne l’Isola del tutto pacificata, e nell’intiero Dominio non tanto Diretto, e Sovrano, che utile della Republica, cosi Gian Villano, il Rainaldo, il Giustiniano. Giovanni Boccanegra Governatore di Corsica per la Republica face dal 1349 sino al 1359 resistenza alli Rè d’Aragona, et in specie al Rè D. Pietro che invasa l’avea coll’armi nel 1355 e 1361. Era l’anno 1362 quando incominciorono à ribellarsi dalla Republica insorte prima nell’isola fattioni, una di queste uccise a tradimento Tiridano della Torre, che ne era Governatore per la Republica: quale veggendo continuare i ribelli in la rivolta, et essendo essa applicata in le speditioni del Levante, e nella Guerra con Venetiani, si dispose di dare in affitto quell’Isola à Cittadini particolari con che il Dominio assoluto fosse tutto della Republica: Questo affitto, ò Impresa fù chiamata Mahona di Corsica: Questi Cittadini furono Cinque. La loro accortezza rintuzzò de corsi l’alteriggia, ne distrusse il Castella, fortificorono li loro subalterni Aiaccio, e nel 1390 fabricato il Castello della Bastia, mentre avanti risiedea la Corte in Biguglia. Molti de principali Isolani si ammutinorono nel 1401 nuova ribellione insorse Andrea Lomellino Governatore ridusseli all’obbidienza nel 1404 ma in un istanto Vincentello d’Istria eccittò assieme Giovanni da Omessa Vescovo di Marina Corso, nuovi tumulti che non ebber fine che nel 1420 Abramo da Campofregoso Governatore li supresse. Quando in questo istesso anno sendo Genova travagliata, e dalla Guerra col Duca di Milano, e dalle Fattioni di più famiglie che aspiravano al Ducato Dignità principale della Republica: Fecesi ardito di Genova nelle angustie Alfonso Rè d’Aragona, assediò Calvi, se ne rese Padrone, dopo la presa di questa piazza con 13 Grosse navi, e 23 Galee all’assedio di Bonifacio: il Duce di Genova Tomaso Fregoso, mandato suo Fratello Giovanni al soccorso dell’assediata Città ruppe il disegno del Rè Alfonso, mentre fatta investire furiosamente con una delle sue 186
navi contro il recinto, che con cattene, e grossi Travi di ferro fatto avea il Rè al porto, introdusse in Città il bramato soccorso, e fece pure investire altra nave piena di materie combustibili, solfo pece, e fuochi artificiali la regia armata la pose in scompiglio, onde dalle Batterie di terra bersagliata, e dall’armata di mare de Genovesi fù rotta: Abbandonò l’impresa Alfonso, e rittornò vittorioso l’Ammiraglio in Genova. Li Cittadini di Calvi ancora tagliato à pezzi il presidio Aragonese ivi lasciato dal Rè riconobero per lor Sovrana di nuovo la Republica. Il Giustiniano, il Foglietta, il Morisoto (Hist.orbis marit.lib.II.Car.24) descrivono à pieno questa Vittoria. Tentò mà in vano nel 1424 Giulio Fratello di esso Rè l’impresa di Bonifacio con 24 Galee ma ebbe contraria la Sorte, e ributtato da Bonifacini con grossa mortalità, et magior scorno. Nel 1433 nuova Ribellione tentorono i corsi Capi ne furono Vincentello da Istria, et il Vescovo di Mariana Giovanni da Omessa: Perdonato fù da Genovesi al Vescovo ma Vincentello da Istria condotto à Genova fu publicamente decapitato questo Vincentello e altro differente dal sopra digià memorato, mà bensi oriondo dalla stessa Casa d’Istria. Era questi un grande scelerato, le di lui iniquita tacciute dal Filippini, come suo Pattrioto sono appieno raccontate da Pietro Bizano. Annal.Genu.Lib.XI.Cart.244. Era l’anno 1435 in cui Biaggio Assereto Commandante dell’Armata Genovese in soccorso di Gaetta dalli Aragonesi assediata liberò questa Città, e fè perdere al Rè d’Aragona tutte le speranze sopra la Corsica, mentre investita la Regia Armata fece lo stesso Rè Alfonzo priggioniere, assieme il Rè di Navarra, e più di 300 Cavaglieri, con la presa di 13 navi compresa la Reale. Tutti li Storici sicome raccontano questa vittoria, cosi anco il modo con cui fà il Rè restituito in libertà. Nuova Ribellione intanto in la Corsica insorse nel 1437 ma presi dal Governatore della Rivolta in Capi furono fatti impiccare. Giovanni da Omessa Vescovo di Mariana con Giudice di Istria nipote di Vincentello altra Ribellione suscitorono nel 1444 Tiranni si fecero di più luoghi, et in specie de principali non vi mancorono de corsi, che ricorso fecero al Papa lamentandosi che detti Tiranni unitisi con altri Capi opprimevano quell’Isola. Onde Eugenio IV. non tanto per compiacere i falsi ricorrenti che mal’affetti alla Republica Sovrana cercavano di intorbidargliene il Dominio, come anco per aquistar terreno su dell’altrui, Stati, mandogli legato con titolo di Commissario la varietà con cui ne individuano gli Autori o corsi, e Romani il dà quello esseguito, molto sospetto reca, à che non si 187
riputi una Romanzeria. Il Filippini dice vi pasasse con 60 soldati cosi dice l’anno 1445 Car.127 e Pietro Cirneo (l’originale della cui storia, come dice il Muratori R.I.S. Tom.XXIV. conservasi nella Biblioteca del Xme Rè di Francia) vuole vi passasse prima con 16 milla Fanti in compagnia di 4 Vescovi e poi con 14 milla Armati: et alla fine della sua storia comprendesi, che questo Pietro Cirneo era nel numero de ribelli di que’ tempi. Le rotte date da corsi al Commissario del Papa, et agli altri che vi sucessero sono troppo note il Filippini le esagera: li corsi ciò non ostante dieron sempre segni della loro infedeltà, o di nuovo ribelloronsi anco dal Papa, cui si eran raccomandati. Era il 1446 quando veggendo il Papa che avvedutisi li Genovesi dell’invasione clandestina di nuovi ospiti si accingevano à dar di mano alle armi e che rotto aveano Monado de Terrani Commissario di esso Papa abbandonò l’impresa, et intanto Gregorio Adorno dell’Isola Governatore per la Republica obligò i corsi à far ricorso alla medema per aiuto contro tumultuanti. Continuò quindi la Republica à mandarvi suoi Governatori sino al 1453 in cui sendo Papa Nicolò V fù di Costantinopoli la Città assediata da 300 000 Turchi, e 200 navi, minacciando anco li luoghi, che possedeano in Genovesi nel mare Negro, et avendo guerra col Rè d’Aragona, che assediato avea S. Fiorenzo, trovandosi il Governo in turbulenze trasferi la Republica nell’officio di S. Giorgio il Dominio dell’Isola di Corsica, come in atti del notaro Giacomo Bracelli affine che sendo essa Republica ocupata nelle espeditioni del Levante, l’officio di S. Giorgio provedesse di Corsica alla Diffesa. Continuavano dunque, et era l’anno 1454 le ribellioni fomentate erano queste da esso Alfonzo Rè d’Aragona, ne rispinse il Duce Pietro Fregoso l’ardire, si conquistò per la Republica La Signoria d’Istria, et Ornano, e fù fabricato nuovo Castello in Calvi. L’officio di S. Giorgio dall’altra parte soldatesche provedeva nell’Isola, si cambiavano ogni anni gli Governatori e questi à misura de bisogni campeggiavano in tutte le Terre e castella per contenerle à l’ubbidienza, e soggettione sino al 1461 in cui insorgendo nuova Ribellione molte delle Castella furono distrutte: Intanto intrusosi nel Dugato della Republica Ludovico Fregoso, ò sia Campofregoso venuto in disparere con l’Officio di S. Giorgio mandò egli ad occupare la Corsica da Tomaso Fregoso suo Parente, durò qualche tempo il Dominio de Fregosi in Corsica, sebbene con varie difficultà, e contrasti, et in 188
specie de Duchi di Milano, sotto la cui prottezzione si era in què tempi posta la Republica. Ciò non ostante mandovi nel 1462 la Republica Governatore Francesco Spinola. Tanto il Fregoso quanto il Duca di Milano, ne usurporno in qualche parte il Dominio: le dissenzioni di què Isolani nelle turbolenze della Republica si essercitavano in rubberie sino al 1470. Era intanto l’anno 1477 in cui continuando de corsi le rapine, e le Sceleraggini poco conto e delli Capitani del Duca di Milano, e della soldatesca di Tomaso di Campofregoso, mà vedendo andar à male li loro affari in tanti sconcerti: veggendosi dal Fregosi tiranneggiati si sottomisero ad Ambrogio da Langasco Capitano, e Commissario della Republica: avea questo penetrato già con mano armata nell’interiore dell’Isola, et incominciava à fare la dovute militari essequtioni, onde non puoterono non fare volontariamente què Isolani ciò, à cui fare obligati l’averebbe la forza. Rittornò quindi la Corsica sotto il Dominio dell’Offitio di S. Giorgio in conformità della cessione lui fattane dalla Republica, onde dopo avere sino dell’anno 1480 Tomaso Fregoso fatta cingere di forti e ben intese mura il recinto di Terranuova della Bastia si vidde in quest’anno 1482 obligato à mancar di pensiere di sostenersi in quell’Isola: cosi dicono il Giustiniano, il Foglietta, et altri. Nuova ribellione insorse nel 1487 le gare Frà Paolo da Leca, e Ranuccio della Rocca de primarij Feudatarij della Republica ne furon le caggione: Ranuccio la vinse, mà non avendo potuto ottenere dalla Republica quanto bramava, Capo si fece di Ribelli, et il Giò ; Paolo da Leca in Sardegna rittirossi: Vi ritornò poco dopo et unitosi con Ranuccio nuova ribellione ambi tentarono, Onde ripigliò l’Isola gli antichi tumulti, s’all’armorono què Popoli: Ambrosio di negro speditovi dalla Republica con numerosa truppa li ridusse à dovere, presi li Capi mandolli priggione à Genova Gio: Paolo da Leca si scampò, e Ranuccio della Rocca mori in Torre ; cosi dice il Filippini an: 1488. Rovinate nel 1488 per ordine dell’Ufficio di S. Giorgio le Castella tolte à Ribelli di diè principio alla nuova Città d’Aiaccio sopra di pianura al mare, mentre era anticamente sù d’un Colle. Rittornò, et era il 1501 Gian Paolo da Leca in Corsica suscitò nuova Ribellione: Agostino di Negro di Nuovo la supresse ; Veggendosi quegli alle strette risolvette di partire da l’Isola, convenutosi prima con l’Ufficio di S. Giorgio, che 189
somma di denari le pagò, rimanendo all’Ufficio tutte le Castella del Gian Paolo gia confiscate pella ribellione. Era intanto il 1504 e dopo di avere nuovi tumulti eccittati nell’Isola: divenne aperta ribellione Ranuccio della Rocca discendente da alltro Ranuccio di tal cognome (che fabricato avea forte Castello sù del paese detto della Rocca sù di monte altissimo sopra Solinzara e di cui anco al di d’oggi se ne veggono le rovine) la fomentò, e con buon sucesso la continuava: Furon vinti i Ribelli e castigati: fuggi in Sardegna Ranuccio, decapitato il suo figlio maggiore, e Francesco della Rocca altro de Capi, rimase in quieta quell’Isola. Avendo nel 1507 Giacopo da Mare Signore di Capo Corso, e della Capraia: angariato di troppe contributioni i Capraiesi, con pretendere di fassi assoluto Padrone dell’Isola: fè ricorso il Pievano della medema alla Republica come Sovrana, ma rittornato al Paese feceli Giacopo dar molte ferite, e condurlo in priggione nel Castello di S. Colombano in Capo corsi: Intesa dall’Ufficio di S. Giorgio la scelaratezza privò Giacopo dell’Isola di Capraia e mandovvi al Governo un Podestà cosi rimase la Capraia onninamente oltre il Dominio diretto, anco nell’utile sotto di S. Giorgio, e della Republica. Quando dopo avere Ranuccio suscitate più volte ribellioni nell’Isola, ucciso Nicolò Pinello Capitano de Balestrieri di Aiaccio proditoriamente e caggionati tumulti assieme cò suoi per 42 anni fù da soldati del Governatore della Bastia inseguito et ucciso nel 1511. Essendo nel 1518 del’Isola Governatore Raffaele, Gio.Paolo da Lecca altro de Capi de Ribellione passò à Roma à chieder aiuto à Papa Leone X: per nuova ribellione eccittare. niente ottene, e mori di Ramarico in Roma. Cosi il Filippini Cart. 214. Calmate le cose dell’Isola rimasero sino all’anno 1553 in tutto questo tempo cuntinuò la Republica à mandarvi de Governatori: Sampiero della Bastellica tentato avendo de Tumulti in l’Isola, da questa si parti mal Contento, perchè sendo andato al riparo delle sue Idee il Governatore fatto questi avea gettar à terra un Palazzo in forma di fortezza per dare alle machine qualche principio. Passò egli in Francia, quanto questo colà gionto procurasse eseguire, il Merelli Storico che di dui scrisse il racconta, longo sarebbe il scriverne tutte le circonstanze: il certo n’è che intimatasi da Enrico II di Francia Rè contro di Filippo II Rè di Spagna la Guerra stimò opportuno dar principio dall’impresa di Corsica, come che attaccati fossero i Genovesi agli interessi della Casa 190
d’Austria: Onde Gionse ne mari d’Italia l’Armata Francese commandata da Ant. Pollino, e la Turchesca combinata commandata da Draghut Rais, e nello stesso tempo dalla Francia detto Sampiero Corso Colonello del Rè spedito al Maresciallo di Thermes per intraprender l’impresa di Corsica Quando intesa da principali dell’Isola la venuta di Sampiero si ribellorono dalla Republica, e si accompagnorono con gli agressori, fù presa la Bastia, e sacheggiata, si rese la Cittadella per l’infedeltà de soldati corsi, che erano allo stipendio della Republica (Casoni Annal.di Gen.Lib.6.) Si sollevorono in Seguito i Popoli tutti dell’Isola contro l’Ufficio di S. Giorgio, et unironsi al Maresciallo di Thermes, e contro de Genovesi si rivoltorono: Si sostennero Bonifacio, e Calvi, come Colonie de Genovesi. Fù preso Portovechio: Assediò il Campo Turchesco Bonifacio: Due Capi corsi Ribelli Giacobo Santo da Mare, et Altobello da Brando erano in quel Campo, consigliorono i Bonafacini à rendersi (eran à questi mancati i vieveri, e munitioni) gli accertorono di Salvar le persone, e gli averi, con facoltà di andarsene liberi in Terra ferma. Questi patti non furono punto osservati, mentre ne furono uccisi 200 riserbati alle Catene i più facoltosi, e gli altri mandati nudi alla Bastia. Fù posta dalla Republica à Sampiero la taglia di 5000 Scudi, e publicati Ribelli altri 15, Capi 5700 furono le canonate tirate contro Bonifacio prima che se rendesse. Giacopo Santo da mare sucennato Capo di Ribellione passò col General Polino all’impresa di Calvi, fù questo valorosamente diffeso da Presidiarij: ocupò intantu Sampiero e Saccheggiò Aiaccio, et il Maresciale di Thermes S. Fiorenzo: Tutte le Terre di là dà monti si dichiarorono per Sampiero. Grande fù la costernazzione in Genova sù tal novità. Deliberò l’Officio di S. Giorgio di procurarne dell’Isola la diffesa, tutti li Cittadini vi conttribuirono: Andrea Doria vi offeri tutte le sue costanze. Carlo V. Imperatore s’offerse per la metà della spesa, et ordinò ad Andrea Doria d’impiegare le sue forze maritime in favore della Republica. Per la fellonia de corsi, che de Genovesi erano al Serviggio, e contro di loro rivoltate avean quell’armi, che in lor diffesa impugnavano fù anco da Collegati presa la Bastia. Vi spedi la Republica oltre la Truppa che di già vi avea 8000 Pedoni, con 500 Cavalli sotto il commando di Agostino Spinola con 15 navi, e 36 Galee, di queste 27 erano dell’Imperatore: Andrea Doria ne fù il Generale, fù assediato S. Fiorenzo, e ricuperata la Bastia. 191
Cuntinuando di S. Fiorenzo l’assedio nel 1554 si rese dà Giovanni Orsino, 33 di Ribelli condannati alla Galera perche tali riconosciuti. Conquistado dallo Spinola tutto il Capo Corso, e gran parte delle Pievi di la dal Fiume Guolo, rimase ferito il Capo ribelle Sampiero, e condotto in Aiaccio. cosi dice il Casoni: aggiongo il Filippini Lib.VI.Cart.244.245. che nel tempo tennero i Francesci S. Fiorenzo fabricassero quella Fortezza, e Giacobo Santo da Mare Feudatario della Republica si ribellasse, et al Maresciale di Thermes giurasse fedeltà. Et alle Carte 265 in 267 aggionge detto Autore Corso = che il Gran Duca 2500 fanti
di sua truppa li mandasse auxiliarj alla Republica Sacheggiassero
i
Genovesi Biguglia e che il Principe di Spagna Filippo mandasse 4000 spagnuoli, e 9 navi in soccorso della Republica nell’Isola. Che si vantavano i corsi, e si gloriavano, ciò non ostante di essere esenti dalla soggettione de Mercadanti Genovesi per il favore d’un Rè di Francia cotanto potenze, e givano altieri di quel van nome della libertà, che i francesi per facilitar la loro Impresa aveano à bocca gonfia decantata. Ventisette Galee partesi da Antibo, e Marsiglia per soccorrere S. Fiorenzo soprafatte da Borasca di mare girorno l’Isola 5 si perderono alla Pianosa e 22 ad Antibo rittornorono scampate dalla Borasca. Le Pievi fatte Abruggiare da Agostino Spinola Rostino, Ampugnani Casaconi, e tante altre con le prodezze da lui fatte, e dalle sue genti si raccontono dal Merelli, e dal Filippini: Abruggiata anco quivi di Allessani, di Tavagna e di Moriani, ricuperò il Castello di Corte, e frà Ribelli restò morto un de lor Capi Giacobo Santo da Mare. Calmatesi alquanto ne loro progressi della Republica le Truppe, profittorono i Ribelli di questo intervallo, si riaccese la Ribellione nelle Pievi sottomesse. Li francesi intanto ripigliorono Corte Compagnie intiere di Soldati corsi al Serviggio della Republica disertorono, e contro de Genovesi voltorno le Armi / Merelli Hist. Cart.392. Ridurssesi questi ad esser Padroni delle sole trè Piazze: Bonifacio, Calvi, e Bastia, il rimanente tutto in potere de francesi. Rittorno intanto Gio: Andrea Doria con 24 Galee, et un Vascello con nuovo soccorso nell’Isola in S. Fiorenzo. ove gionto con sua Truppa Agostino Spinola presa fù la piazza, e demolita fatti priggioni i francesi, e condannati alla Cattena i corsi. Sostituito indi dal Rè di Francia al Generale Thermes colà richiamato Giordano Orsini: Unitisi i francesi con 32 Galee all’armata di Cassin Bassà Turchesca 192
numerosa di 100 vele, assediorono ambe Calvi, dieron un dopio assalto, mà occorsorvi opportunamente il Doria rispinti gli agressori fù liberata la Piazza, et era il 1555. Li colpi di canoni contro di questa tirati furono 11000: Un Crocifisso da gli assediati esposto sù di un bastione in cui era di già la brescia aperta, ò sia un stendardo con l’imagine del Crocifisso, come dicon gli storichi fù quello che die animo à Calvesi, che con li soli fucili tanta strage fecer degli ottomani, che staccati da francesi alla ritirata opportunamente si dierono. La Barbaria che usorono i corsi contro de Genovesi, che avean priggioni in si fatta contigenza vien descritta dal Merelli in a Stor. di Cors.lib.I. Cart. 83.84. Come altresi què Genovesi che in la difesa di Calvi si segnalorono. Insistendo indi i francesi di voler passare della Bastia all’assedio scongiurono il Commandante Turco come lor collegato ad esseguir seco loro l’impresa, l’essegui. Nicolò Pallavicino, e Francesco Sauli della Città Commisarij providero opportunamente e validamente alla diffesa: onde à gli aggressori convenne dopo avervi molta truppa sacrificata, levare l’assedio. La vana e dispendiosa riuscita di questi due Assedij di Calvi, e della Bastia, fatto avea abassar molto il concetto, che i corsi avean delle forze francesi, col di più, che con l’unione de Turchi niente gli era riuscito. Cosi molti di què popoli stracchi dalla calamità si restituirono all’obbedienza de Genovesi, come fecero gli abitanti del Nebbio, e Balagna seguiti furono da molti altri. Per tanto bene impedire rittornò di Francia, da dove era stato chiamato, nell’Isola Sampiero, onde prottetto dalla Regina fatto maestro di Campo, fe di nuovo rivoltare coloro, che alla Republica aderito aveano: Fù di nuovo assediato Calvi, ma in vano Cominciorono indi i Calvesi battuti gli aggressori à scorrere la Campagna: fecero li comissarij della Republica spianar di Algagliola le mura acciò i francesi non vi avesser ricetto. Tenevano però tuttavia Aiaccio. Era intanto l’anno 1556 in cui campeggiando della Republica le Truppe alla dovuta ubbidienza sottomettevano li Felloni fecesi frà le due Corone di Francia e di Spagna una Tregua con l’inclusione della Republica (Casoni Ann.1556. Cart.247.) ebbe secondo l’ordine l’effetto la sospensione delle armi nella Corsica: Quando in sorti sull’improviso torbidi in Italia, rotta fù la tregua, si riassonsero in Corsica pure le ostilità. Passato era Giordano Orsini in Francia. Li Capitani francesi, e li corsi Ribelli la Bastia bloccorono. In la vicinanza di Calvi diverse scaramuccie seguirono: li corsi della Balagna nè erano le Principali frà tulmutuanti. 193
Fortificorono i francesi S. Fiorenzo già da truppe della Republica demolito quali fatte circospette dalle occorse vicende sotto il Capitan Ladrona uomo assai esperto preso à stipendj dalla Republica, con sufficiente numero di soldatesca, i Ribelli et i francesi inseguirono: Li vantaggi sù di loro riporati, narrati sono da sovracennati scrittori. Annoiatisi della longhezza di tanti travagli gli corsi (era à tutti nota la nativa instabilità) conoscendo che di Francia il Rè, potentissimo in terraferma, forze sufficienti non avea per la Corsica cinquistare rallentare si incomiciarono dal serviggio della Francia (e questa era la seconda uolta) vedeano cosi sopportar non puoter si misera conditione (cosi dice il Filippini scrittore Corso, e nel numero de Ribelli sebene di Mariana Arcidiacono). Di questo avvidesi il Generale Orsini, quale poco buona passava la Corrispondenza con Sampiero, Questo uomo di natura Corso, et altiero sebbene subalterno presumeva superiorità: onde l’Orsini per i corsi cattivarsi alzar fece un Tribunale per la decisione delle Cause composto di 6 corsi, e 3 francesi questa rissoluzione rappatrimò in parte di quegli incostanti Isolani le orditure, e machine. Pareva loro in sifatta guisa di godere della propria libertà. Li Ribelli Intanto, à francesi congionti, mentre disuniti niente puoteano, delle scaramuccie contro de Genovesi si faceano. Fù in Francia richiamata S. Piero, e 21 Galea con qualche Barche in Corsica approdorono in Rinforzo della Regia Armata. Mà chè più, era l’anno 1558 in cui ritrovandosi in Angustie la Republica per essere in Corsica gionte 16 Galee francesi, vidde in quell’Isola comparire il Principe Gio. Andrea Doria con la sua squadra fù ricuperata l’Algagliola: darsi vollero di nuovo li corsi all’ubbidienza della Republica, questa poco se ne fidava la di loro instabilità gli era troppo nota: onde spedi essa al Rè Filippo in Ispagna per nuovi soccorsi affine di accertarsi de popoli tumultuosi, e di conquistare il rimanente dell’Isola. Quando, ed era l’anno 1559 doppo più desolationi seguite conchiuso fù il Trattato di Pace frà il Rè Enrico II di Francia, et il Rè di Spagna Filippo II e stabilito in Cambresis, e frà le Capitulationi annesso vi fù (Casoni Ann. 1559) che il Rè di Francia ritirerebbe le sue truppe dalla Toscana, e dalla Corsica, e quei del partito Francese cosi Sanesi, come corsi, sarebbero messi e restituitione beni loro, e che in detta pace Generale si intendesser compresi tutti i Prencipi e Republiche. 194
Scoperta fù in questo mentre Congiura in Bastia ordita da corsi, ma dissipata da Giorgio Doria Comissario, et impiccato Silvestro Romano Capo di tal congiura. Ritornato in Corsica l’Orsini tenne occulta la pace à Popoli per tema che contro di lui anticipatamente si rivoltassero, mandorono i corsi Ambasciatori in Francia al Rè, con supplicarlo non li abbandonasse, nulla ottennero. Le piazze intanto, e luoghi che tenevano i francesi consegnate furono dall’Orsini à Comissarij della Repu.ca e riceverono in Aiaccio il Giuramento di Fedeltà da Popoli, e nello stesso tempo publicorono un Generale perdono. Aggionge il Filippini al lib.IX.pag.368 della storia di Corsica: che come che il fine delle cose, che desideriamo venga spesso al contrario del desiderio nostro: sommamente à corsi, che già favorivano la parte di Francia dispiacque questa pace, parendo loro, che alle larghe offerte del Rè Arrigo, fossero sucessi strettissimi fatti, poi che avendole messe le Armi in mano contro de loro antichi Patroni, con si fallace riuscita gli avesse lasciati in abbandono: A questo racconto del Filippini concorda intieramente il Trattato fatto nel Castello di Cambresis trà detti due Rè, che si legge registrato nel Corpo Universale Diplomatico del Dù Mons. Par.I.Pag.37. Aggiogne il Filippini in seguito, che stimolava di molto i corsi la loro rea coscienza con le passate operationi, che usate aveano contro de Genovesi, che non ostante le fate in le 6 oltreppassati anni, frescamente ancora con animo ostinatissimo dopo la fatta pace aveano già mandati alla Reggia Corte nuovi Ambasciatori vedendosi all’antico modo restarli sudditi, di che più già mai non si persuadevano. Filipin. Lib.X.Cart.373 An.1559. Ristabilitassi nel suo Dominio la Republica, e preso di tutte le piazze della Corsica il posesso per meglio di questo assicurarsene, considerando il Senato, che non era conveniente, che continuasse al commando l’Ufficio di S. Giorgio, il quale in congiontura delle Guerre non puotea diffendere da sè ciò, che possedeva, mà obligato era à ricorrere alla medema Republica: Fù perciò stabilito, che questa riassumesse anco il Governo di tutta l’Isola, onde fù spedito in la medema Giuliano Sauli, e Fran.co Limellino. Fù dunque nel 1562 acettata dalla Republica dall’Ufficio di S. Giorgio l’Isola, e questi di più si obbligò di Sovverarla di lire.75 milla annue per la spesa, che convien fare per il mantenimento dell’Isola, quale trasferita fù di nuovo nella Republica assieme l’Isola di Capraia. Fù nello stesso anno istituito il Magistrato di Corsica, e colà speditovi per Governatore Andrea Imperiale: Quando veggendo Pio IV che il Vescovato di 195
Accia era di tenue redito, come che abbracciasse due sole Pievi, cioè Ampugnani, e Rostino, l’unì nel 1563 à quello di Mariana, da indi in apresso di questa il Vescovo portò il titoli di Accia e Mariana. Era Sampiero della Bastellica dopo la Pace passato in Francia con la sua familia, quando nel 1564 intento sempre à malvaggie machine tentò nuova sorpresa contro la Corsica, scongiurò più volte, non che il Rè, mà la Reggina Reggente del Regno di forze, bastimenti, e denari per di nuovo passare contro la Corsica: La Rivoluzione de Grandi, e la Ribellione degli Ugonotti fece scuzare la Regina; Passò Sampiero in Algieri, et in Costantinopoli per forze, et assistenza maritima, nulla ottenne. Rittornò dunque in Francia uccise in la Galeotta in cui era Teramo della Bastelica suo Parente, fece scannare Florio da Corte suo familiare, et uccise con la propria sua Spada Vannina sua moglie dalla quale avea avuto in dote tutto quello possedea con lo stato di Ornano: Chiese il Scelarato ciò non ostante di nuovi soccorsi dalla Regina, non li ottenne. Spedi Emissarij in Corsica furon fatti Schiavi dà Turchi: Passò egli stesso nel 1565 di nuovo nell’Isola con altri suoi aderenti. Sbarcò nel Golfo del Valinco: tardi non furono i corsi di quelle Comarche è favorire le sue idee: s’innaltrò il Fellone con questi sino à Corte. La Republica avvedutasi della malvaggia idea non tralasciò di provederne al riparo: Una squadra di Galee con non poca truppa Nicolò de Negri ne fù il Commandante fù investito Sampiero al Vescovato trovossi al partito de disperati: La fortuna fugli propitia scampò il periglio, e passato di là da monti indusse que popoli ad una Generale Ribellione. Ucciso proditoriamente da un Corso suo saldato Nicolò de Negri le fù per Commissario Andrea Centurione sotto la condotta di questo due rotte ebbero i Ribelli una all’Algagliola, à Petralba l’altra di modi che de suoi la perdita lò stesso Sampiero pianse publicamente come dice il Casoni Lib.VII.Car.275. Fù contro de Ribelli proseguita la Guerra con varietà di Fortuna Andrea Doria con 20 Galee il Rè di Spagna con 3000 fanti acrebbero della Republica le forze abruggiorono i Genovesi la maggior parte delle Pievi a Ribelli, e quantunque come dice il Merelli à Cart.427 molti anzi quasi tutti li corsi, che erano della Republica al serviggio contro di essa le armi voltassero, pure Stefano Doria delle Armi della Republica Generale fece tai progressi, che abruggiate le Castella tutte, e le Ville de ribelli, spianate la maggior parte delle Pievi, rovinar fece anco il forte di Portovecchio nido delli stessi ribelli. Era il 1566 quando mandati essi Ribelli de suoi Emissarij per soccorso in Francia 196
mandati gli furono 12 milla scuti, onde continuò le sue ribalderie e sceleraggini. Un fiero fulmine nel 1567 la Fortezza di Calvi incendio, le munizioni tutte andorono in aria, con 35 Case. Li Emissarij di S. Pietro furono fatti priggioni, e col dovuto supplicio ricompensati. Le buone, e sacrileghe azzioni di Sampiero indicate le abbiano sul principio: quando passato questo scelerato da Vico alla Rocca per castigare alcuni sospetti d’intelligenza cò Genovesi, colto fù in un imboscata da Raffaelle Giustiniano, e morto, trovato il suo corpo da Vittolo d’Ornano suo Parente, e suo Capitano, gli fù tronca la testa, e portata à Francesco de Fornari in Aiaccio. (cosi il Casoni et il Filippini succitati). Di questo Scelerato cè nè fà un bel rittrato il Casoni (Ann. di Genova. An.1567 Cart.294) la sua impazienza estrema nell’insofferenza delle ingiurie, Genio talmente vendicativo, che lo portava à scunvertire tutte le leggi Divine, per far male à chi supponeva l’avesse offeso: la crudeltà inaudita colla quale per sfogare la propria passione non perdonava, ne à merito di serviggio, ne all’amicitia, ne al Sangue proprio, lo fece riconoscere per un uomo violento, e Sanguinario, e l’aver fatti tanti tentativi contro il suo Prencipe naturale con grandissimo detrimento della Patria lò mostrò per un uomo senza religione, e senza fede, e solo da esse stimato frà barbari, appresso i quali la fierezza, e l’ardire occupano il luogo di virtù. Doppo di Sampiero la morte altri voleano de corsi sottomettersi alla Republica Sovrana, altri poi ellessero per loro Capo Alfonzo Figlio di Sampiero, fù questo da tutti riconosciuto: insorsero ciò non ostante delle fazzioni: formavano queste come una Guerra Civile. Pio V intanto il Santo Papa per compiacere alle richieste della Republica condonò à corsi le decime non pagate à Vescovi, come da suo Breve in forma di lettera scritta alla medema 14 9bre 1567 Dat. apud S.Petrum. Ciò non ostante nel 1568 Fomentavansi per anco nell’Isola delle fattioni la Clemenza che usavano verso di què popoli li Governatori che vi mandava la Republica molti di già ridotti nè avea all’obbidienza. Poca durò la quiete molti si ribellorono di nuovo annidati nel Centro dell’Isola Giorgio Doria Governatore fece assediar Corte mà inclinato sempre à vincere de corsi l’ostinatione colla Clemenza prucurò col mezzo di Giò Bat.ta de Bernardi Vescovo d’Aiaccio di disporre Alfonso alla pace. S’impegnò il Vescovo, fè vedere ad Alfonso il suo Periglio, e come i popoli annoiati da longhi travaglia 197
erano per abbandonarlo, e come già disposti erano à volontariamente sottomettersi all’antico Dominio della Republica. Quando nel 1569 Conchiuso fù con Alfonzo l’aggiustamento che partir dovesse cò sui Seguaci dalla Corsica provisto d’imbarcatione per l’andata in Francia, che non potessero ripatriare che per 8 anni prossimi e godete de loro beni, e feudi con Generale perdono. Parti Alfonso, e pacificata la Corsica i popoli tutti prestorono Giuramento di fedeltà al Governatore per Republica e mandorono Ambasciatori à Genova per la totale sommissione ringratiando il Senato del Concesso perdono. Della sommissione dell’Isola diè la Republica avviso al Santo Padre Papa Pio V le scrisse questo un Breve in cui li raccomandava què popoli incolti, et insiememente l’essortava à perdonarli: il Breve fù dato il 24 Aprile 1569. Scrisse parimente altro Breve sotto il 4 maggio al vescovo sudetto di Aiaccio acciò li facesse instruiti e in la dottrina Christiana, nel Cathechismo, e nella pietà da ambi questi Brevi comparisce che riconosce il Papa sovrana della Corsica la Republica, uno e raportato dal Baronio in l’ultimo Tomo de suoi Annal .Eccles. l’altro dal Ughelli Ital.Sacr.Tom.III. Ridotta alla prima tranquillità la Corsica fù nel 1570 fabricato un Forte in Alleria; in questo istess’anno mandò vi il Papa per Vescovo di detta Città seben distrutta il Beato Allessandro Sauli, quanto questo si impiegasse in la coltura di què Popoli si legge nella sua vita stampata dal Grazioli, da dove appaiono le sceleratezze, et iniquità, omicidij, e latrocinij, che facevano què Isolani / Graziol. Uit.B.Alex :Saul. Lib.2.Cap.I.Car.47.49. Fù fatto è vero, et era l’anno 1573 Sudetto Alfonzo figlio di Sampiero Colonello di un Regimento dal Rè di Francia Carlo IX. le permise la Republica di fare 800 soldati in Corsica. Anton Fran.co Filippini Arcidiacono di Mariana dedicò à questo Colonello La sua storia di Corsica stampata in Tournon in Francia. Giò Bat.ta Ornano figlio di Alfonzo dopo essersi segnalato anch’esso in serviggio della Francia, et impiegato nell’Educatione di Gastone Duca d’Orleans Secondo Figlio di Enrico IV. Abusandosi di tal fortuna, et avendo insinuato al Patrone cose contrarie alla Maestà del Rè suo Frattello, venuto in sospetto di indegne machinationi fù arrestato, e poi col veleno tolto di vita cosa conferma il detto Casoni. Conceduta dalla Republica nel 1574 una leva di 600 corsi al Papa: fortificò con un ben’inteso Castello la Bastia nel 1375 e fece fabricare più torri intorno 198
all’Isola per prohibire lo sbarco de Turchi, e Corsari, et in specie 19 ne fabricò nel Capo Corso. Insorgendo nel 1576 delle Inimicitie nell’Isola prohibi Tomaso Carbone Governatore le Armi à corsi, à rivalsa di coloro che militassero al stipendio della Republica. Quanto, ciò non ostante fossero à quell’Isola di danno gli Archibuggi ce lo indica il Filippini in la sua storia lib. XIII.Cart. 554 dell’anno 1591 dove dice che què isolani procuranvansi dalla Corte di Bastia delle Patenti per simili armi portare, e che inteso avea (mentre viveva à què tempi, et era ivi Canonico Arcidiacono di Mariana) che erano state date fuora da 7000 patenti: s’incontravano schiere di 20 à 30 Archibuggieri alla campagna, e che non si trovava alcuno si povero che al sommo avesse del suo 5 à 6 scudi, che si ne provedesse, oltre la spesa di mantenerli di munitione e colei, che non ne avea, vendeva la vigna, Castagne, ò altra possessione per comprarli: Veramente, diceva, e cosa d’ammirazione, che la magior parte di quei, che non hanno tanto di vestimento in dosso, e niente in casa per mangiare, parea esser egli vituperoso se non compariva con l’archibuggio, e che di qui viene, che più le vigne, e terreni non fruttavano restando macchiose, et inutili, e che que isolani costretti erano dal Bisogno darsi à latrocinij, agli assasinij, et alle violenze, e facean nascere occasioni per rubbare, il bue, vacca et altri bestiami à coloro che impiegati erano à fare le loro faccende: di qui (continua detto Autore) ne avviene tanta meschinità che l’agricoltura e sbandita di Corsica e che questi tali cosi mal vivono che meno far lasciano bene agli altri, e che ogni giorno si sentono omicidij, vendette, Assassinamenti per la commodità, che si trovano di poter nuocere con simili Armi da fuoco, e vi sarà uni, che averà poco di sdegno con altro, che con altra arma non l’ardirebbe à guardare in viso, che ora si caccia in un cespuglio, ò bosco e sema alcun riguardo, come se tirasse à un’animale l’ammazza, senza che poi cosa alcuna se nè sappia, che ne men la Giustizia puo fare il suo debito. E si sono tanto addestrati i corsi con questi Archibuggi, che Iddio ci guardi pur da pericoli di Guerra, che à quel si mostrassero aversarij non sarebbe di poco danno, che à pena possono quei portare, che tutto il giorno al bersaglio di quanto serebbe in segno di un scudo l’imbroccano. Siche essendo que Popoli mutabili di volere incorrono facilmente in novità è tumulti. Per à si fatti disordini trovar riparo publicò il Senato rigorosissima grida contro li Uccisori dolosi di detta Isola, contro chi ferisse con Archibuggio, e contro le 199
vendette come in atti del Cancell.e Secretario Nicolò Zovagli 1595. Anzi che in atti di questo istesso notaro Proibi lo stesso Senato tutti li Archibuggi à que Paesani, rivocò tutte le licenze e Patenti, concessioni fatte tanto dal medemo Senato, che da altri subalterni. Parlano di ciò anco molto Chiaro li statuti Criminali di Corsica fatti dalla Republica, come ne medemi à Corte 43 e 101. Aggravata nel 1605 la Republica da molte spese fatte nella Corsica, per non aggravare con ciò que Popoli ottenne del Magistrato di S. Giorgio oltre le lire 75 milla di numerato sovraccennate un sussidio annuale di lire 36 milla simili, onde furono intante fatte molte strade nell’Isola per commune Commodo: e per più pronta essequtione dare alla Causa, liti, Pleiti, condoglianze, e ricorsi de corsi ne deputò la Republica per Giudice il Magistrato detto di Corsica nel 1615 sino all’intiera decisione e determinatione. Fù questo Magistrato instituito 1562 in cui la Republica si fece retrocedere dall’Off.o di S. Giorgio la Corsica. Era l’anno 1635 in cui scorgendo la Republica le tanto frequenti vendette dette Tranversali, che si commettevano da que Popoli di Corsica, delitto de più essecrandi fece leggi rigorosissime contro coloro che uccidono in tal vendetta: quindi nel 1669 fece publicare altra grida, e concessa facoltà al Governatore del detto Regno di Corsica di condannare ex informata conscientia al Carcere con frusta, berlina, e relegatione per tutto quel tempo, e per tutte quelle volte che le parrà quelle donne che vi aiuteranno, ò cooperanno à vendette Transversali. Item dichiarati infami quelli, che faranno simili vendette, inabili anche ad avere alcune dignità nel Regno, et incapaci d’ogni altro officio compreso anco ogni carico militare, in maniera che, ne anco i suoi Figli puotessero esser promossi ad alcuna delle dette Cariche, et Item passate in Iudicatum dette sentenze contro delli Rei, si venissi le mogli, nuore, ò sudetti che pretendessero avere sopra de medemi raggioni, non giustificassero i loro crediti, e non riportassero sentenza diffinitiva, debbano subito devastarsi senza altra proroga come da dette Leggi del 1635. Memore la Republica della fedeltà degli abitanti di Calvi fece loro nel 1652 favorevole Decreto oltre le antiche Franchiggie e dichiaralli e dichiaralli come Cittadini nati in Genova, e che aspirar puotessero à tutti gli Ufficj, e cariche anco Militari tanto in Genova, Terraferma et in Corsica. Fù l’anno poi 1662 in cui fè colpo la Temerità de corsi in Roma all’orche sendo alla Guardia del Papa, violando il Gius delle Gienti fecero temerario insulto contro il Duca di Chrecqui Ambasciatore del Christianissimo facendo scarica di 200
Archibuggi contro la di lui Carozza, e contro le Finestre del suo Palazzo, onde oltre la sodisfattione che fù obligato dare Papa Alessandro VII al Rè di Francia fù innalzata una Colonna d’infamia contro dette Guardie Corse nel luogo dell’insulto. La gran Premura de Frati Capucini di fondar numerosi Conventi in Corsica, oltre già li fondati obligò Papa Clemente X nel 1673 ad ordinare con sua Bolla de 20 maggio che fondar non se ne puotessoro se non distanza di 12 miglia uno dell’altro. Fù convenuta nel 1675 la restitutione de Banditi frà la Sardegna e la Corsica e datta l’introduttione in quest’Isola dalla Republica nel 1576 à molte famiglie de Greci procedenti dalle parti del Levante con M.r Parthenio loro Vescovo: assegnati li furono li luoghi di Paomia, Salogna, e Rodunda in la Giurisdizione di Vico. Condannato nel 1481 à morte Fran.co Pollidoro Corso quantonque fosse minore di età per aver commessa Vendetta Trasversale. In Oletta piccola Villa del Nebio naque in quest’anno il famoso Giulio Matteo Natali, che vestitosi adulto da Chierico fù uno de Convittori del Collegio del Bene in Genova fattosi poi Pedante passò in tempo della Ribellione del 1728 in Corsica dove arrolatosi al partito de Ribelli fù fatto Canonico, passato poi Emissario de medemi in Roma diè fuori molti libelli essecrandi e pieni di malignità, e menzogne à favore de suoi Patriotti contro la Republica. Là di lui industria l’introdusse al Serviggio del Cardinal Ferroni dal quale per sua ampollosità procurò di farsi ottenere il titolo di vescuvo di Abbera in partibus. Fattosi da Raggionati della Republica, e del Magistrato sopra la Corsica il Bilancio del sommagistrato à Popoli di quell’Isola nelle sue Penurie tanto in danari, che vettovaglie la somma di lire 446719 :7 :2: qual somma mai più è stata rimborzata dalla Republica. Era intanto l’anno 1715 in Considerando i corsi essere state sempre le armi da fuoco in quell’Isola fomento per li omicidij, e vendette transversali, e che per longo Corso di anni resa avean la Corsica un ridotto d’iniquità, e di homocidiarij i più barbari, spedirono à Genova Marcello Mancini loro Oratore, acciò à nome di tutta l’Isola supplicasse il Senato à prohibire à quei suoi sudditi delle armi da fuoco l’uso: Acconsenti alle loro suppliche la Republica, o considerato quanto loro fosse salutare la prohibitione Spedi in Corsica Alessandro Pallavicino con due ferventissimi Padri Missionarij Cancellotti, e Costanzo della Compagnie di Gesù per togliere le Armi à corsi. Vi si fermorono per II. mesi continui, e trascorsa l’Isola tutta frà infiniti disaggi esseguirono l’incombenza, et ottennero 201
l’intento. Tolte le armi à corsi fù loro imposto l’obligo di pagar di più soldi 134 moneta di Genova per ogni fuoco l’anno, oltre la Taglia ordinaria, per l’indennità dell’errario publico, mentre le patenti per le quali era concesso il portar armi contribuivano per ognuna lire 6.168 detta moneta, e tal volta in una sola Casa vi erano più persone che prendevano tali patenti. In questo istesso anno come asserisce il Canonico Natali in un suo libello fù fatto il registro nelle Cancellerie di Corsica, e ritrovato che in 32 anni antecedenti erano stati commessi 28715 omicidij: da qui si scorge quanto proficua fosse sudetta prohibitione. Poco vollero profittarsi li corsi di si salutifera risolutione: il loro perfido destino alle vendette alli omicidij inclinato mai soffriva il vedersi privo di quelle armi che loro tanto erano necessarie per siffatte ribalderie. Il Maggior Salvatore Corso al Serviggio della republica, truffò (et era l’anno 1719) le paghe de subalterni, et à nome di què popoli passò ad offerire quell’Isola à più Prencipi nulla ottene speranza, mà questa svampò, è fù fatto solamente poco dopo Maggiore del Reggimento Toscana sotto il Colonello Roncalli in Sardegna: passò indi a Turino sulla speranza di profittarsi del Patrocinio della stessa Corte, quando pervenuta alla Republica di sue orditure la nuova: dimandòllo à quel Sovrano, e l’ottenne Salva la vita: Fini questi i suoi Giorni nella Torre Publica. Dà indi in apresso rimasero di quell’Isola i popoli di malo animo verso de Genovesi, veggendo sventata la mina della tramata orditura. Dalla investitura fatta da Papa Benedetto XIII della Sardegna al Duca all’ora di Savoia nel 1726 e dalli Brevi scritti alla Republica di Genova di S. Pio V. nel 1567 e 1569 in quali la riconosce Sovrana della Corsica, appare superflua la scomunica, che fulminavano i Papa nel Giovedì Santo contra detinentes Insulas Siciliae Sardiniae, et Corsicae. Era il 1727 quando mandato dalla Republica in Corsica per Governatore Felice Pinello: mandò questi li soliti deputati à scuodere le Taglie (Contributione cosi chiamata da quei Popoli) gli furono da qualche Pieve negate: le altre tutte in poco di Tempo ne seguitorono l’esempio, si ammutinarono gli abitanti di sotto la condotta di Certo Fabio Firlingheri: si fè questi loro Capo, e della ribellione: morto questi altri se nè sostituirono. Le insinuazione dè Vescovi: Della Republica le promesse le indulgenze usate per què Isolani, la diminutione delle Taglie, gli nuovi Privileggi loro accordati, non bastorono per placarli. La 202
speditione di soldatesche, la provista di munizioni da guerra, le minaccie, ponto non gli atterirono, anzi crescendo de ribelli il numero si avventorono sino all’assedio della Bastia Capitale dell’Isola. Mancato Fabio Capo ribelle, et ucciso da uno de suoi sostituito le fù Gio: Gavino uomo di non minore Sceleratezza quale fatta una scelta de maggiori Ribaldi dell’Isola continuò con vigore i Tumulti. Si resero intanto, et era il 1729 li Ribelli Padroni di Corte, si Ribellò tutta la Castagniccia, quando passato per Commissario della Republica nell’ Isola Gio: Fran.co Cropallo truvò què Popoli tanto infieriti che per fino il Franti animavangli alla ribellione, e seco loro si univano. A Ribelli si aggionsero Andrea Ciaccaldi, Luiggi Giafferi, Gio: Fran.co Lusinchi, Carlo Fran.co Allesandrini, Pier Simone Ginestra, Giò: Tommaso Giuliano, e Pietro Simone Fabbiano. Attirorono questi la mag.r parte dell’Isola al loro partito. Alle spese, alle quali oggi (…) la Republica per de Ribelli reprimere la Ribellione si aggionsero le violenze che essercitavano què popoli alla campagna. Richiamato dalla Republica il Governatore Pinelli sostituitole fù Geronimo Veneroso già stato Doge della Republica, e soggetto de più qualificati era già questi stato Governatore di essa Isola nel 1705 il di lui Governo era stato si amato da què Popoli che per loro Padre aclamato l’avevano, ma erano i tempi mutati, e mutato degli uomini il genio: li progressi de ribelli cotanto si avanzorono che si impatronirono di Corte, luogo de principali situato nel centro dell’Isola: gli stessi Ecclesiastici alla ribellione si aggionsero, e sparsero de libelli infamatorij, quasi che Genovesi Padroni non fossero dell’Isola mà usurpata l’avessero alla Chiesa, seminando falsità detestabili. Fece la Republica come vera Sovrana della medema publicare un manifesto per i corsi disingannare de pretesi aggravij, le contestò la partialità, et affetto, che per essi avuto avea in Sovvenirgli in ogni tempo, mà si parlava à Sordi. Fù in oltre publicato un Generale, et offerte à Ribelli le più loro vantaggiose propositioni, ma queste à nulla giovarno le Frati Zoccolanti de quali gran numeri ritrovassene nell’Isola colle loro prediche animavano i Popoli à più scandalosa rivolta: In vano si affaticorono i Vescovi per la sommissione in vano fù replicato un nuovo Generale perdono dal Veneroso, mà alla fine parti per Genova, e l’Isola abbandonò in la sua malvaggia ostinatione. Nuovo Commissario mandò in Corsica la Republica, fù questi Gian Francesco 203
Cropallo con sufficiente truppa, mà in vano Frà Bernardino da Casaconi Zoccolante sussuratore de Popoli si mise alla scoperta à loro insinuare la Ribellione, era questo nel suo dire si stomachevole, che li stessi ribelli l’aveano à nausea. Perseverando quindi què Popoli nell’ostinata rivolta più si infievolirono. Era il 1730 quando radunatisi al numero di circa 12000 minacciorono di sacco la Bastia: il Vescovo di Mariana vuolea pacificarli, mà sprezzate le di lui esortazioni continuorono nell’ attentato, e sorpresero Terravecchia (Terravecchia è una parte della Bastia che non è cinta di muraglie, mentre la parte cinta di mura, dove è oggi la Fortezza, Terranuova si chiama). Tormentati dal Cannone di essa Fortezza si ritirorono. In si fatte dispositioni mandò la Republica nell’Isola due nuovi Comissarij, et era il 1731 cioè Carlo de Fornari, e Gio: Bat.ta Grimaldi, niente più questi de loro predecessori far puotero: Filippo Euristo da Ciattra, si fece de Ribelli Capo: fù da questi spedito il Canonico Erasmo Orticoni pel loro Emissario al Papa ad offrirle la Corsica le specificò come i corsi eran suditi di S. Chiesa il papa non volle accettare l’offerta conoscendo l’astuzia delli offertori si specificò, che intromessosi sarebbe per mediatore à conciliarli con la Republica loro Sovrana: questo parlare non vollero intendere i corsi: offerirono questi ribelli l’isola ad altri Sovrani alla Spagna, alla Francia, à Maltesi, mà conoscendo questi, che offerivano quel d’altri li mandarono à spasso. Crebbe intanto nel 1731 de Ribelli il numero, divisi questi in 3 Corpi attaccò uno il luogo di Paomia de Greci che valorosamente si diffesero. Prese l’altro la Torre della Mortella con tutto il Golfo di S. Fiorenzo, et il 3° continuò il Blocco della Bastia. Teneva l’Imperatore Carlo VI accantonata nel Milanese numerosa Truppa, quando vedendo la Republica di non poter da sè sola i Ribelli reprimere, avvanzò per il suo Ministro istanza à Cesare, acciò gliene acconsentisse una parte come Truppa auxiliaria, e convenute le reciproche convenienze nè fù prescielto per Capo il Generale Vaktendonk, muni intanto Essa Repb.a di valido presidio le quattro Piazze principali dell’Isola Calvi, Aiaccio, Bastia, e Bonifacio: Inteso quindi, che un Vascello Inglese sbarcato avea munizioni per i Ribelli nell’Isola, fece istanza al Rè Britannico per la prohibitione de suoi sudditi da tal traffico S.M. per la pace, e buona amicitia teneva con la Republica, ne intimò il divieto, ed essa intanto armò il stuolo di sue Galee, ed altri bastimenti per impedire ogni sbarco: Gionsero intanto nello stesso tempo 3000 Tedeschi commandati dal 204
Generale Vaktendonk con Camillo Doria Commissario della Republica in Bastia: aveano già li Ribelli depretata la parte più debole della medema, denominata Terravecchia: Veduto il bisogno fè Istanza la Republica all’Imperat.r di maggior rinforzo, consiste questo in 2600 Uomini commandati dal Conte di Vinces, e Ca: di Lambergh: con 36 Barche 3 navi, ed una Galea sbarcarono in Corsica, e dato à Ribelli l’assalto furon rispinti. Presidiorono intanto la Bastia: fù ricuperato S. Fiorenzo, et impiccati i ritelli priggioneri. Prohibirono il Rè di Francia, et il Rè Sardo con rigoroso Editto à loro sudditi di dar soccorso à Ribelli Rinforzò la Republica i Tedeschi di 12 Compagnie trà Svizzeri, Grisoni, e Soldati veterani: Fece publicare alla testa della sua Truppa un Generale perdono à felloni, mà senza frutto, anzi scrissero lettere à loro patriotti tutti abitanti fuori dell’Isola ad accorrere alla Ribellione, à più possa con prontezza vi si inviorono: Fatta pagare intanto dalla Republica in Vienna grossa somma di Contanti, e veggendosi costretta à sostenere una guerra contro de proprij suddisti fù obligata à servissi non che de frutti mà anco di grandiosi Capitali, che la providenza de più Cittadini avea destinati ad usi publichi nella Casa ò sia Banco di S. Giorgio: Intimò Tasse tanto in Città, che nel dominio, e sopra individui d’ogni conditione ascrisse molti soggetti alla nobiltà per far denari. Vennero dopo la provista di 30 milla scudi d’Argento altre truppe Tedesche assieme molti Prencipi d’Allemagna volontarij, e numerosa Compagnia di Ussari. 3500 soldati commandava il Prencipe Luiggi di Wittembergh: 2000 il Generale Schmettau sbarcorno in S. Fiorenzo li secundi, e li primi alla Bastia Risedeva in questa per Generale commissario Pier Bat.ta Rivarola: Ritrovatasi in si strette angustie questa piazza assediata, che attendeva à momenti un generale sacheggio: quando fatta in tre staccamenti dal Generale Vitembergh marchiare la truppa assaltati da 3 parti i Ribelli sulle Colline che soprastavano la Città dieronsi alla fuga, abbandonato ogni Bottino al luogo del Vescovato di la dal fiume Guolo si ritirorono nella Casinca, et alla Torre di S. Pellegrino dove fattisi de ripari mandorono deputati al Generale Tedesco per la loro sommissione all’armi Cesaree (come essi dissero) mà non della Republica: Rispose quello, che, è le Cesaree, e quelle della Republica eran’unite assieme, onde essi le loro scorrerie continuorono, è Tumulti. Il Principe di Wittembergh prima di passare ad ulteriori ostilità fece publicare per parte della Republica un Generale perdono (la Republica glielo trasmise in 205
stampa con data de 4 agosto 1731) pur che consegnassero i Ribelli in termine di 15 giorni le armi in mano de Commissarj della Republica: ma quegli in la Ribellione più ostinati continuano ogni sceleratezza, e li più perversi attentati. Fece il Generale trè distaccamenti, uno sotto il Generale Pr.pe di Cutlembach con 4000 uomini in 3 Colonne per la Balagna. altro di 8000 commandati dal Baron Schemmethau sopra le alture di S. Fiorenzo. S’avvanzò egli col 3° numeroso di 8000 uomini in Vicinanza di Calvi per attacare i Ribelli da due parti e poi passare à Corte nel centro dell’Isola. Fè di nuovo prima di procedere alle eseqution militare publicar nuovamente un Generale perdono, con aggiongervi l’altra Garantia di Cesare: li Ribelli non ne profittorono, furono da tutte le parti investiti, et intannorono nelle Macchie (sono questi boschi assai folti di piccole piante) quei di Calenzana il più Grosso de Paesi della Balagna finsero di volersi sottomettere, et arrendere. Quando, et era l’anno 1732 pervenuto ivi, et aviandosi un Corpo di Tedeschi nel Paese ritruvò barricade tutte le strade, e colto da un improvisata fù da tutti i fianchi sorpreso e pochi colla ritiratasi salvorono. Vidde intanto una Galea della Republica ingolfarsi nella Cala di Giralatte Nave di Bandiera francese in atto di Sbarcare munizioni da guerra à Ribelli, vi spedi il Commissario della Republica Barca armata per impedirglielo: dà ribelli che faceano fuoco da terra fù obligata à retrocedere: Stimarono gli Ufficiali Allemani andarvi al Riparo: Armate 2 Barche con 100 Tedeschi per ogni una commandate dal Baron di Vintz, passorono in Girolatta, e non ostante de Ribelli il fuoco se nè reser padroni: Abrucciata la Nave, rilasciato l’equipaggio preso il rimanente delle munizioni non del tutto sbarcate. Nel mentre che il Baron di Vaktendonk con un Convoglio scortato da 2 Galee della Republica, e da un staccamento di Cavalli per terra, tentò ma in vano di sorprendere i Ribelli alla Padulella. Il Prencipe di Wittembergh staccata l’Armata in 2 Corpi gli fè attacare entro Terra nelle loro ritirate, mà, mà è chè fosse dall’astutezza de corsi prevenuto, ò che non fosse suo uso combattere con gente irregolata frà boschi, e dirupi fece publicare nella Balagna un’Amnistia sotto la Garantia dell’Imperatore per tutti quelli, che deposte avessero le armi, e sottumessisi alla Republica, ne mandò copia à Capi de Ribelli, con quali entrò frà breve in negotiato. Le conferenze si tennero in Corte sin dove s’erano inoltrate le Truppe Imperiali. Il Prencipe di Wittembergh, il Prencipe di Cullembach, il Prencipe di Valdek, il 206
Co. Di Ligneville, il Baron di Waktendonk vi assisterono per la mediatione dell’ Imperatore. Camillo Doria, Paoli Bat.ta Rivarola Commis.o Generale, e Francesco Grimaldi per parte della Republica: Luiggi Giafferi, Andrea Ciaccaldi, Pier Fran.co Allessandrini, Prete Simone Raffalli, ed Evarista da Ciattra, per i Ribelli. Fatto il Trattato, fissata l’Amnistia per trè mesi: ad altro questa non servi, che per dar campo à corsi di sempre più fissassi nell’ostinatione. E quando si attendeva la depositione delle armi, e si indagavano de Ribelli le correspondenze con què di Terraferma, il giorno dopo se nè fuggi Prete Raffalli, che non comparendo fù posta Taglia sopra di lui capo: Fissato à Ribelli un termine perentorio di 5 giorni della publicatione à rendere le armi et à dare gli ostaggi. Furon queste cerimonie. L’esito fece conoscere à questi Generali, de ribelli, e spergiuri la fede: poste questi in obblio le conferenze tenute: attaccorono il Corpo del Prencipe di Wittembergh, si contenne questi nella sola diffesa mà vedendo crescere de ribelli il numero, ordinò alla truppa d’inseguirli, abbruciarle il paese loro, e massacrarli. Il Console intanto di Francia Cottelett, che risedeva in Genova, ebbe dalla sua Corte risposta à suoi dispacci colà mandati concernenti il Vascello Francese stato abbrucciato in Corsica ed il Rè, oltre il pagamento de danni, e rimborzo degli interessati pretendea sodisfattione dell’insulto. Mandorono 8 Giorni dopo il termine della grazia, i Capi ribelli 4 deputati al Generale Schmittau in Rostino per ottenere la sospensione delle armi, le rispose che meritavano di essere impiccati alla testa della Truppa mà che compatendo la loro ignoranza, contestar le volea la Clemenza delle Armi Imperiali e della Republica e che in caso di recidiva, non vi sarebbe più grazia. Furono rimandato, ed intanto mandò un grosso distaccamento di Fucilieri sostenuto da tutti gli Granatieri, ed Ussardi da Rostino, nelle Pievi circonvicini per darle il sacco. Casinca, Casaconi, e Tavagna si sottomessero Ma i Capi Ribelli persistevano nella loro ostinatione: Mandato fù un staccamento di 30 Ussari ad inseguirli ed incontrati à S. Pellegrino gli tolsero la rittirata, ed obligati à rendersi al Corpo del Generale Schmettau, e da questo mandati al Prencipe di Wittembergh à Corte, da dove con altri prigionieri incaminati alla Bastia: furono con la scorta di 40 Tedeschi, dalla Galea Capitana condotti à Genova, e posti in la Torre del Palazzo del Governo. Percorse in breve una voce fossero questi Capi sotto la prottezione 207
dell’Imperatore, cagione ne fù il Prencipe di Wittembergh, che irritato, non si seppe à qual mottivo dalla condotta della Republica ò dalla poco buona intelligenza che avea cò di lui Rapresentanti scrisse in favore di essi 4 Capi al Conte Daum Governatore di Milano, et all’Imperatore. Mentre queste cose passavano comparve avanti il Porto di Genova squadra di 4 Vascelli francesi commandati dal Baillj di Vartan per dimandare sodisfattione alla Republica della Nave Francese abbrucciata nel Golfo di Girolatta, e dell’insulto fatto alla bandiera benche di questo colpevole non ne fosse la Republica, perche esseguito dalli Ufficiali Tedeschi cedere gli convenne. Il negoziato fù corto: Monsiù di Campredon Ministro di Francia dispose l’accomodamento, che la Republica pagasse lire 34600 agli interessati del Bastimento abrucciato, le dimande, e gli interessi al Capitano, e Marinari, una pensione ragionevole alle vedove dei trè marinari uccisi, e che si publicarse un Decreto, in cui il Governo dichiarata, che questo accidente, ed altro precedente erano arrivati senza sua saputa, e senza alcun’ordine della Republica, e che questa punisse i suoi Commandanti. ed uffiziali, e li Padroni delle Barche delle quali si erano serviti. Fù fatta una Deputazione à Monsiù di Vartan, e rigalato di rinfreschi si ricondusse in Provenza. Quando sperava la Republica di ottenere per mezzo delle istanze avaanzate dal suo Ministro in Vienna, di avere à sua dispositione li 4 Capi Ribelli priggioneri per dare un esempio, e punirli della loro rivolta ; interessatosi sempre più per il libero loro rilasciò il Prencipe di Wittembergh, et il Governatore di Milano, l’Imperatore rivocò l’ordine con far insinuare alla Republica di liberarli, e darli scorta sicura sino à Milano. A nulla valsero della Republica le raggioni contro de Felloni, sebbene presi 3 giorni doppo spirato il termine della Gratia. Il Prencipe di Wittembergh troppo impegnato (non se nè puotè penetrare il molti misteri) molti l’attribuirono al volersi sviluppare dall’impegno de ribelli che attorniavano la sua truppa, e per non mettersi in procinto di farsi cogliere da un’imboscata con poca riputazione. Il certo si è, che convenne alla Republica cedere, onde li mandò nella fortezza di Savona à dispositione dell’Imperatore: Convenuta in seguito l’amnistia, publicato il perdono, formato cò deputati il piano d’un nuovo Governo di què suoi sudditi dalla Republica, richiamò l’Imperatore le sue Truppe. Rittornò il Prencipe di Wittembergh à Genova ricevuto con molta di solennità, ed oltre squisitissimi rigali gli fù fatto dal Governo presente di spada con 208
impugnatura d’oro, e di canna d’India pure con pomo di oro e di diamanti guarnite della valuta di più di 3000 scudi. Dopo la partenza di questo Prencipe parve estinto della ribellione il fuoco, mà lascionrolo questi i Tedeschi di cenere coperto: la Republica spesi vi avea più di 30 millioni di lire. Avea il Governo permessa l’uscita à 4 Capi dalla fortezza di Savona, e libero permessole il passaggio per quella Città Fecero gli altri Capi ribelli ricorso con lettere al Prencipe Eugenio per una totale liberatione di detti quattro Capi di Ribaldi: s’impegnò à prottegerli, e nel mentre che l’inviato della Repub.a stava à nome di questa per porgerle inestimabili grandiosi presenti per i prestati soccorsi. Si senti dal di lui Gabinetto replicata l’insinuazione per il libero rilascio de 4 Felloni. Premurose furono le istanze, mà indurre non si puotè la Corte à cambiar massime Onde gli rimise la Republica in piena libertà. Passati quelli à Genova à piedi del Governo assemblatosi per la loro sommissione ricevere, gli esposero = il gran dolore, che avevano di quanto era successo in Corsica contro la Sereniss.a Republica e lo ringraziorono della loro concessa libertà. La Republica in seguito, in segno di averli Rintegrati nella publica grazia, consegnò loro una congrua pensione, ma le mire de Ribelli à tutt’altro tendevano. Ebbero dunque, et era il 1733 con il perdono la libertà Luiggi Giaferri, Pietro Aitelli, Prete Simon Raffalli, et Andrea Ciaccaldi, e passati due di loro à Milano, poco dopo in Corsica ritornorono, e egli più tardi. Richiamato Gio: Luca Pallavicino da Vienna, sostituitole fù Cesare Cattaneo: Intanto fù nelle Piazze principali della Corsica publicata dal Gen.le Vaktendonk per parte della Republica la Generale Amnistia sotto la Garantia dell’Imperatore, e principiava. Nos Carolus VI. Divina… notum testamq ;… cum compescendis motibus in Regno Corsicae exortis, tum nobis, tum Serenissimae quoque Reipub. haud aptuis medium iusum sit. quam, si ijs, qui à debiti osbequij uia illicito ausu deflectecbant. Commissi reatus pena, publicata plenaria Amnistia penitus dimitteretur: Corsique di ijs quae… ex gratia atque clementia legitimi Principis sui ipsis, indulgebuntur, interposita à nobis euictione… Diuino refauente Numine factum est, ut depositis armis hanc ipsam Principis sui gratiam, et Clementia omnes implorarint, ac sese fideles subditi imposterum, atque obbedientes semper Genuensium Reipublicae fori sanctè spoponderint….. uicissim uerò modo memoratae Reipublicae, nihil magis curae, cordique fuit, quam edito clementiae, indulgentiaeque documento, Corsorum animos sibi deuinceret, atque hi quantum 209
benignitati Reipublicae debeant re ispa experirentur, quam quidem in finem. Le principali frà le altre Gratie à corsi concesse con l’Amnistia furono un perdono Generale à tutti quei avessero commessi attentati, e ribellione à tutto Giugno 1732 esclusi quelli che avessero continuato in apresso (che nessuno chiamasse i corsi Ribelli) una remissione di tutte le Taglie, e di tutto ciò che non si fosse riscosso tanto per impositioni che per provisione di Grani, et altro per tutto il 1732 Il permesso di commettere à Vescovati dell’Isola nazionali corsi, quando ve ne fossero de meritevoli, e che non fossero in disgratia del Prencipe, e che tutte quelle Città luoghi, o particolari, che non si diportassero nell’avvenire verso la Republica, come sudditi obbedienti e fedeli s’intendano esclusi dal beneficio di predetta remissione. Vi fù espressa in seguito la Garantia dell’Imperatore, e terminava = quae omnia, tamen, tune demum locum obtinere intelligenda sunt: ubi corsi tales sese exhibere fideles, et obbedientes subditi tenentur. In quorum fidem Dat. Uiennae die 16 martij an. 1733 Cop. Carolus. Evacuarono le rimanenti Truppe Tedesche la Corsica col Gen.le Vaktendonk, mà non restò della Ribellione il fuoco estinto: fà questa di nuovo suscitata da Giacinto de Pauli. Continuò quindi, et era il 1734 de corsi l’infedeltà, fedeli solo nello spirito di ribellione. Molti de Capi ripassorono nell’Isola: di questi uno: Pier Francesco Allessandrini pervenne in le mani di Paolo Gerolamo Pallavicino Comissario della Republica. Mà nel mentre che questi passava con numerosi staccamenti in traccia de Sollevati Fù richiamato dalla Republica vi mandò questa due Togati Ugo Fieschi, e Pier Maria Giustiniani: non col rigore questi, mà con la dolcezza, avanzar fecero graziose Propositioni à Ribelli, mà vedendole da questi ò non accettate, ò non osservate, se nè rittornò. Infruttuosi à Genova. Ripassorono intanto nell’Isola Luiggi Giaferri, et altri di suo seguito, et ammassata da Ribelli, gran truppa si rese Padrone di Corte. Tendorono i Ribelli nel 1735 di Sorprendere Aiaccio: il Pievano Aitelli, et dottore Sebastian Costa, che avea essercitato longo tempo la cura di Avvucato in Genova vi si unirono, fù questo 2° fatto Auditore Generale dell’Isola, si resero di tutta la Campagna Padroni. Andrea Ciaccaldi, Giacinto de Pauli, e Luiggi Giaferri si assunsero il titolo di Primati del Regno ; mà mentre della Republica le soldatesche campeggiavano per l’Isola, e le Galere la Costa della marina per impedirle i soccorsi Spedirono i Ribelli il loro Emissario Canonico Orticoni à 210
Madrid per mettersi sotto la protezzione di quel Monarca delle Spagne, non stimò bene questi di proteggere un popolo suddito, e ribelle contro il suo Sovrano. Munite intanto di buon presidio e sufficienti munitioni la Bastia, Calvi, Aiaccio, e Bonifacio Piazze principali dell’Isola di queste stierono sulla pura diffesa le truppe della Republica. Fè comparsa in l’Isola nel 1736 del mese di Marzo un Vagabondo col nome di Teodoro Baron di Neuhoff (Barone imaginario) sbarcò con Bastimento picolo di Bandiera Inglese alle spiaggie di Alleria, era egli vestito all’Asiatica à modo di Franchi del levante, col seguito di 12 persone, e poche munizioni, et avea assai picole, e scarse monete prese egli il nome di Teodoro. Avvertiti i Capi Ribelli del suo arrivo furono subito à complimentarlo, con dargli il titolo di Eccellenza: la sua politica si insinuò in questi Isolani, distribui quegli le portate provisioni, e monete promise loro maggior soccorso: gli fù conferta tutta l’autorità militare: creò Colonelli, e Subalterni volle il titolo di Rè, e le fù permesso. Publicò Bandi, Ordinanze, Confiscationi di Beni, l’industria di questo vagabondo riempi di speranze li corsi bramosi di acclamarsi un Rè: quando intesa della Republica la comparsa di questo Arlichino, intimò la Taglia sul di lui Capo, come perturbatore de suoi Popoli. L’Editto dato dalla medema alle stampe, manifestò ben chiara la conditione di questo Truffatore vagabondo: Veduto il rittardo de soccorsi promessi, disfarsi voleano di quest’Uomo i corsi: li prevenne Teodoro colla partenza dall’Isola. Il Celebre Muratori, accorto per altro nello scrivere nel Tomo XVI. de suoi Annali d’Italia Ann.1736 fà elogij nel principio di quest’Uomo, mà alla fine nel medemo sotto l’an.1743 lo conosce, e conferma per un vagabondo: asserendo, che i corsi ricusorono un Rè venuto à sfamarsi à spese loro, e non già ad aiutarli. Era il 1737 et avvicinati quantità di Ribelli alla Bastia ne tentorono la sorpresa: per domare quegli ostinati meditò la Republica di far riccorso alla Corte di Pariggi: le spedi à quest’effetto Gio: Francesco Brignole, ne fù conchuiso il Trattato: Accordò il Rè alla Republica 3600 uomini delle sue Truppe. Fù altresi convenuta la spesa: douea sborzare per ogni 6 Battaglioni di 510 uomini per ognuno che fanno detti 3600 compreso il Commandante et Ufficiali lire 568366.10 ogni sei mesi, e se fosser stati di più, aumentata la spesa à proportione. La missione di queste truppe fù di concerto con l’intentione dell’Imperatore. 211
Gionti il francesi in Corsica, li Capi di Ribelli vestirosi, come Volpi di pelle di Capra. Era già il Conte dipassato con la sua Truppa nelle Alture delle montagne, quando prima di esseguire le ostilità fece avvanzate à ribelli propositione di aggiustamento con la Republica sperando di riuscirvi, mà protestorono quelli di più tosto volersi sottomettere à chi che sia potenza che à Genovesi. Per farli il Conte ravvedere gli accordo la grazia del Rè, purche deponessero le armi, e mandessero deputati per l’aggiustamento. Tutto questo si dilatava: scrissero due de Capi ribelli Erasimo Orticoni, e Pietro Gafforio lettera al Cardinale di Fleuri per impegnarle à sostenere le loro pretensioni. Le rispose il Cardinale che prima d’intavolare la negotiatione doveano stabilirsi di principij certi, su quale dovea esser fondata e li parlò in questi termi = Voi siete nati sudditi della Republica, e sono vostri Padroni legitimi i Genovesi: non si tratta di andare ruminando ne tempi antichi la costituzione prima del vostro Paese: basta che i Genovesi ne siano reconosciuti di più secoli pacifici posessori, perche non si possa più contrastare loro il Sovrano Dominio della Corsica: e dopo averle essagerate le loro rivolte contro de proprij loro Padroni, le contestò: Che la Religione ci insegna che non è mai lecito di resistere alle Potenze, che Dio ha stabilite per governarci, e che l’ubbidienza, che loro debbiamo si è un articolo fondamentale di nostra fede. Gli promise, che stabilito questo, e deposte le armi, si sarebbe impiegato per ristabilire la pace nel loro Paese. In questo mentre si seppe esser di nuovo sbarcato in Corsica Teodoro: ne curando i corsi più il trattato principiato col Conte di Boissieux, continuarono le loro scorrerie. Uno de Corrieri che il detto Conte mandava in diverse parti dell’Isola per essortare i Capi à rendersi al partito di Francia, fù da Ribelli preso, e bastonato, e rimandato alla Bastia con ordine di dire al Conte: che i corsi non hanno più trattati con la Francia, ma volevano il Rè si avevano elletto, e non erano quei sudditi della Republica che il Cardinal di Fleuri gli avea dichiarati. Rinforzato da 4 Battaglioni il Conte, fece marchiare diversi corpi per agire contro de Ribelli: provate questi le ostilità, si mostrorono pronti à rassegnarsi à voleri del Rè, e mandati 6 ostaggi per il compromesso furono questi incaminati à Marsiglia. La Flora Fregata Francese prese 2 Tartane, ed un Pinco con bandiera napolitana, le loro patenti le scopersero fece publicare un editto contro de medesimo assai rigoroso e contro quelli, che lo alloggiassero, ò chè vi avesser corrispondanza si in voce che in Scritto. 212
Quando nel mentre che i Ribelli dell’Isola parevano inclinati alla pacificatione, fù intercetto un dettaglio del numero di loro, che alla Campagna trovanvasi sotto diversi Capi, et erano in num°. di 14479 frà quali 3795 con l’armi, oltre 2389 Ufficiali in questi non compresi, e dopo fatti molti congressi trà i Ministri di Francia, della Republica, e de i Deputati de Ribelli, fù alla fina publicato il Grazioso Editto dal Co. Di Boissieux, et eccone il Ristretto Li torbidi, che da molto tempo agitano la Corsica, hanno sforzato S.M. Imperiale, e S.M. Christianissima tanto per essa, come à nome dell’Imperat.r à passare di concerto frà esse per conservare il possesso alla Sereniss.a Republica di Genova della medesima, e per l’essequtione S.M. Christianissima, tanto per esse, come à nome dell’Imperatore hà fatto un Trattato con la Ser.ma Republica li 10 no.bre 1737 per ridurre i popoli di detta Isola sotto l’obbedianza del loro legitimo Sovrano. La sommissione che i corsi hanno testificato à voleri di S.M. Christianissima, tanto in voce, come in scritto, ed altresi per gli ostaggi, che gli hanno mandato, rimettendosi assolutamente à Sua M. Christianissima, e di osservare da sua parte quanto gli hanno contestato, hà determinata la Seriniss.a Republica per facilitare il rittorno de suoi sudditi un’Amnistia Generale, piena ed intiera à tutti coloro, che hanno preso le Armi occordandole di più nuove grazie con l’Editto, che ci hà fatto avvanzare à detto Effetto, e la detta Republica, con altresi gli Abitanti della stessa Isola (puoteasi dir li Ribelli) avendo pregato S. M. Imperiale, e Christianissima di garantire l’essequtione, noi sottoscritti Min.ri Plenipotentiarij di S. M. Imperiale, e S. M. Christianissima dopo avere esaminato il predetto Editto (conteneva questo frà le altre cose, che atteso il ravvedimento, e sommissione di quei Popoli all’ubbidienza della Republica, come loro sovrana le concedeva un generale indulto, le condonava le spese fatte per ridurli all’obbedienza, le Taglie, e le Impositioni per tutto 7bre 1738 Che si puotesse stabilire in Corsica un ordine di nobiltà, la promozione di soggetti corsi à Vescovati dell’Isola, la pena di morte contro i Rei d’omicidio, e contro di chi avesse attentata la Morte altrui. Proibito à Giusdiscenti di condannare ex informata conscientia: il sindicato à tutti li sudetti Giusdicenti, à intimato un tempo limitato à tutti gli abitanti di portare le loro armi à Governatori delle Città, Piazze, e luoghi ; con la conferma, che quelle Città, luoghi, e particolari che non si diportassero come conviensi à sudditi obbedienti, e fedeli, s’intendessero affatto decaduti dal benefizio dell’indulto, remissioni e gratie concedute nel predetto Editto, fù questo confermato da i Ministri dell’Imp.e e del Xmo, e 213
firmati L.S. Giuseppe Prencipe di Litestein, L.S. Amelot, e dal Plenipotentiario della Republica Gio.Fran.co Brignole Sale. Fatt’in Fontanablò 18 o.bre 1738. Non tutti i Ribelli accettorono l’Amnistia, mà di loro una gran parte perseverò nella Ribellione, onde fù duopo della speditione di nuove Truppe per ridurli à dovere. Morto nel 1739 in Bastia il Conte di Boissieux: fù sostituito al Commando delle Truppe francesi il Marchese di Maillebuè, che partito con 75 bastimenti da Antibbo, con 13 Reggimenti, e 16 Battaglioni di truppa, e 2 Compagnie di Ussari, una di Cannonieri sbarcò alla Bastia. Divise questi le soldaresche in più corpi fece attaccare li Ribelli, sottomise la Balagna, et obligò quei abitanti à rendere le Armi. Prima di proseguire altre ostilità, fece il Malboè publicare un generale perdono per quelli che si ravvedessero. Li accettorono Luiggi Giaferri, Giacinto de Pauli, e Brandone di Tavagna, e con essi quasi i Popoli tutti di quà dà monti: più ritrosi furono quei di là da monti: passò il Marchese di Malboè intanto à Corte riceve la sommissione delle Pievi di Vico, e di Cinarca: Le pieve più ostinate furono quelle di Talavo: furono fatte più essecutioni contro li Contumaci occupata la Bastellica. Il Marchese di Malboè con 14 Compagnie di Granatieri, 150 Ussari, con tutti i Micheletti dispose sorprender Ziccavo da 4 parti, fù investito, si resero i Ribelli, deposero le Armi. Il Prevosto di quel luogo Capo de Banditi implorò la Clemenza del Commandante, sospese questi i progressi sul supposto della Sommissione, et intanto d’ordine della sua Corte formò un Reggimento in quell’Isola per serviggio del Rè, che nominò il Reggimento Real Corso: onde sù questo piede restò sopita, ma non estinta de corsi la Ribellione. Divampatasi nel 1740 Nella Germania la Guerra per la morte di Carlo VI Imperatore pervenne anco nell’Italia: onde richiamò la Francia le truppe dalla Corsica per farle altrove campeggiare: avvampò in un subito di nuovo la Ribellione in quell’Isola: presero dopo la partenza del Malboè le armi i felloni. li Capi loro che si erano partiti, vi rittornorono: si rinovorono i tumulti Continuorono indi de medemi Ribelli la scorrerie, le sorprese li assasinij. si reser padroni della Campagna. Non mancò nel 1742 la Republica di manifestare à que Popoli la sua clemenza fè publicare nuovo, e grazioso Editto, in conferma degli altri del 1733 e 1738 le perdonava non solo la ribellione, ma i delitti tutti commessi, con altre infinite 214
grazie, e privileggi, come dal med° editto date alle stampe in detto anno à nulla valsero queste indulgenze à nulla il perdono Della Republica i ministri residenti in Pariggi, e Vienna ebbero ordine dal Senato di reclamare à que Sovrani per l’essequtione della promessa Garantia, ma cantavano à sordi. Il Duca di Neucastle segretario di stato del Rè Britannico assicuro il Ministro della Republica il Sig.r Castaldi in Londra, che dato avrebbe gli ordini necessarij per impedire ogni soccorso à Ribelli. Era l’anno 1744 Quando più propensa la Republica in far constare à corsi la sua Clemenza quanto più erano essi ostinati nella ribellione mandò Comissario in l’Isola Pier Maria Giustiniani con proporre un nuovo Generalissimo perdono, con li più desiderabili Privileggi, e garantie: di questo alla comparsa frà di se si mostravano divisi li corsi, chi inclinava ad accetarlo, ma la maggior parte alla rivolta: Replicò il Commissario la conferma di tutti gli altri Gratiosi editti del 1738, e 1742 con aggiongervi l’abolitione di tutte le Taglie, e Tributi, la nuova concessione delle armi da fuoco li Vescovati dell’Isola dati à Sogetti nazionali corsi: perdonati tutti li delitti et istituito un ordinanza di nobiltà nell’Isola: mà si fiattava à venti gli ostinati perseverorono in la fellonia, et intanto Domenico Rivarola un de Capi de ribelli passato à Turino fù colà fatto Colonello. Conchiusosi indi nel Trattato di Uorms dalle potenze interessate di dare al Rè Sardo il Marchesato del Finale (fù questo concertato nel 1743 e la Regina d’Ungheria cedute avea le sue raggioni che avea sopra del Finale al Rè Sardo) senza che la Republica restasse reintegrada della somma di un millione, e 200 milla pezze pagate per esso Marchesato all’Imperatore Carlo VI. Padre di essa Regina. Onde fù obligata la Republica nel 1745 ad unirsi col trattato d’Aranquez colli Rè di Francia, Spagna, e Napoli, che li promissero di garantirle esso Marchesato: ciò, che segui per questa unione, e qual seguito avesse, et in fine quale esito, è tropo noto: Anco la Corsica si pose in scena: passorono à Turino Filippo Sarri, et Angelo de Bonis, e col Ribello Capo Rivarola promisero di dare la Bastia al Rè Sardo: die questi fuora un Editto in cui prometteva à ribelli ogni più valido soccorso e con poco riguardo lacerava la Sovranità della Republica. La Squadra Inglese, che avea bombardato in vano Savona, Genova, Finale e S. Remo, determinò di adocchiare la Bastia: Staccò il Capo Squadra Koper 4 navi di linea 5 Tende, e 4 Pallandre, e presentare innanzi la Bastia, in le alture di questa stava il Capo ribelle Rivarola con numeroso Corpo di ribelli, et attendendo che le navi, 215
e Pallandre bersagliessero la Città, come segui, et era l’anno 1746 del mese di 9bre, esso cò ribelli assali la medema Città dalla parte di terra, sacheggiò Terravecchia cioè quella parte che non è circondata di mura. Steffano Mari intanto fe col cannone della fortezza ritirare molto malconci li Vascelli, e Palandre et intesa in Genova sifatta novità provvide la Republica di numeroso rinforzo le altre Piazze per metterle assieme quella Capitale in valida difesa, e fe publicare il Taglione di 3000 sopra la testa di Rivarola. Quando scopertasi l’intelligenza di Mons.r Paolo M.a Mariotti Vescovo di Sagone con li Ribelli per darle l’ingresso in Calvi preseli le lettere con le quali corrispondeva fù da Stefano Mari fatto sorprendere, e condotto à Genova confinato in la Torre del Palazzo Publico dove dopo più mesi mori. Armarono i Ribelli duie Filuche contro de Bastimenti Genovesi, ne fù presa una, et impiccato Angelo M.a Midense che la commandava, all’antenna della medema filuca, e condannati tutti i marinari alla Galera. Canzonati intanto li Ribelli che stavano attendendo in Bastia dal Rè Sardo i soccorsi promessi loro per mezzo del Capo Ribelle Rivarola colonello di esso Rè, dierono animo agli abitanti di quella Città di discacciarli dal Blocco che formato aveano: Francesco Patrimonio ne fù il Promotore: fuggirono i Ribelli, mà in la loro fuga attrapati ne furono da Genovesi 26 frà quali diversi Capi: à 10 de quali fù esseguita sentenza di morte in Genova in le Carceri Criminali cioè à 5 troncata la Testa, e 5 impiccati, gli altri condannati alla Galera, à carcere perpetuo. Due lettere patenti furono sparse nell’Isola, et anco fuori, una sotto nome della Regina d’Ungheria, e da essa firmata, altra del Rè Sardo, erano queste piene di falsità di odio contro della Republica, e di indegni improperij, e di termini improprij, e che li medemi Sovrani per vendicarsi della Republica promettevano à corsi la sua prottezione, e tutto l’aiuto. A queste Patenti piene di calunnie e di iniquissime raggioni publicò una Scrittura la Republica per indennizarsi dalle imposture, et in cui manifestava di non poter credere che ne la Regina ne il Rè Sardo Sovrani di tutta Giustizia, e buontà puotessero trasportassi in si fatte invettive, e cottante inique. Die nello stesso tempo à conoscere che il Domenico Rivarola Capo di Ribelli, e fatto poi Colonello di un Regimento dal Rè Sardo per valersi delle di lui trame in Corsica era à pieno conosciuto per l’ignominia con cui fù deposto dalla Corsica di Vice Console di Spagna in Bastia per il disonore di aver rubbati i danari al Prencipe nell’amministrazione di certa carica, e per le indignità de più abominevoli costumi colà essercitate. 216
Lò stesso Rè Christianissimo in vista di detti due Editti detestabili, ò sia Patenti publicò una dichiarazione in diffesa della Republica, et in conferma delle di lui raggioni, tutto quanto sin ora detto abbiamo sù questi editti, e risposte è alle stampe et in specie nella storia de Tempi che si stampa annualmente dal Pitteri in Venetia. Dopo un Conventicolo tenuto da Capi de Ribelli in Ampugnani passorono nel 1747 con numeroso Corpo alla Bastia sorpresero di nuovo Terravecchia fecero una mina sotto un Baluardo di Terra nuova, mà la mina non ebbe effetto per l’imperitia de Felloni, quali attacati da una sortita di què della Fortezza, e da un soccorso mandati dal Commissario Steffano Mari da Calvi furono investiti, liberata la Bastia, sciolti i prigionieri, dissipati, e dati alla fuga i ribelli. Era l’anno 1748 quando continuando il rittardo de vantati soccorsi che non comparivano ne dalla Regina ne dal Rè Sardo: partirono per Turino li Capi Ribelli Giuliani, e Rivarola: il Rè Sardo intanto di questo rimunerò i Serviggi, et elesse per Console della nazione Piemontese, e Savoiarda in Livorono il Figlio di esso Rivarola, che anco al di d’oggi vi sussiste. Di due Capi ribelli di cognome Mattra, debbiam noi parlare uno à Alerio Fran.co Mattra, che fù mandato uno de 6 ostaggi in Francia da M.r di Malleboè nel 1739 all’orché li corsi si sottoposero di nuovo alla Republica fù poi questo Capitano del Regimento Real Corso al servitio del Xmo, mà partitosi frà breve rittornò in Corsica à seguitare la nuova insorta ribellione dove insieme col Gafforio l’essercitò, et ebbe il titolo di Capo de ribelli nel 1744 ve sposò la figlia di detto Rivarola. L’altro è Mario Mattra di cui se nè parlerà nel 1755 intanto il nominato Allerio Mattra partiti detti due Capi Rivarola, e Giuliani, rimase in Corsica alla sopraintendenza del Nebbio. Quando disccaciati da Genova i Tedeschi sino dell’anno 1746 Si era posta la Republica sin dall’ora à provedere al mantenersi nel posesso della Corsica, e continuava come abbiam veduto. Mà alla comparsa di un convoio di Bastimenti inglesi nel Golfo di S. Fiorenzo con circa 1500 piemontesi commandati dal Cavalier Cumiana usci in Campo detto Capo ribelle Mattra et affollati da 4000 e più corsi passò col Cumiana all’assedio della Bastia piantorono Batterie per battere Terranuova, ò sia la Fortezza, quale providamente soccorsa dal Commissario della Republica, e da un opportuno soccorso di Truppa Francese incaminatavi da Genova dal Duca di Richelieù, en furono li aggressori discacciati con grave loro perdita, inseguiti, e svalligiati, e fatto dalle 217
Truppe combinate della Republica grosso bottino. Gionto poco dopo levato l’assedio un altro cunvoio di Truppe Gallospane commandate dal M.se di Coursai fù fortificata la Bastia, e prese più Torri de ribelli, e snidati da loro postriboli. Spedi questo Marchese una lettera circolare à ribelli per la pace loro, e ravvedimento per parte di sua Maestà: furono frà se discordi
molti
volean
sottomettersi,
mà
la
maggior
parte
rimaner
nell’ostinazione. Venne intanto ordine al Marchese di publicare un’armistitio, sicome era di gia principiato in terraferma secondo le dispositioni delle rispettive Corti: Li francesi dunque, e li piemontesi sospesero le ostilità: et alla fine convenutosi la Pace frà le Potenze Belligeranti, e confederati nella Città di Aquisgrana, conchiusa fù la partanza delle Truppe francesi, e piemontesi dalla Corsica. Partite le Truppe, era l’anno 1749 tentorono que Popoli à continuare nello spirito di ribellione fecero i loro Capi de Congressi in Orezza: Il Marchese di Coursai, che fermato si era nell’Isola per pacificarli con la Republica loro Sovrana non puotè riuscirvi. Tenne questo Marchese à detto effetto cò medemi Capi un Congresso in Corte, quasi nel Centro dell’Isola parlò con molta di eloquenza mà le dimande de ribelli lo sorpresero furono queste troppo avvanzate, onde rimasero nel loro destino: Fece il Rè ciò inteso publicare chiara dichiarazione per la sommissione de medemi alla Republica: mà à nulla giovò: li ribelli continuorono le loro invasioni: il che veduto dal Marchese di Coursai, si protestò di rittornarsene in Francia. Mà prima volle procurare se con la dolcezza, e con la prottezione promessa loro del Rè li puotesse far ravvedere mà altro lui non riusci, che di convocare continui congressi, ora in una parte, ora nell’altra dell’Isola, ma senza alcuno effetto: era troppo fina de ribelli la politica, e l’astutia. Insorte nel 1751 continuava il Marchese nell’Isola qualche dissenzioni frà esso, et il Commissario della Republica, dierono luogo à ribelli di più valersi della loro pertinacia li pochi francesi che vi eran rimasti non seppero reprimerla. la poco buona corrispondanza che passava frà esso Marchese et il nuovo Commissario colà mandato dalla Republica, et era Gio: Giacomo Grimaldi, li incidenti poco gustosi che nascevano dierono motivò di porgerne qualche riclami alla Corte, che diede ordine al Cavaglier di Chevvelin suo Ministro in Genova di passare nell’Isola per convenire il raggionevole: Communicorono assieme il Marchese et il Cavaliere: intimorono à Ribelli la mente di S.M. di rimetterli sotto 218
l’ubbidienza della Republica, di riconoscerla come loro legitima Sovrana, e di ricevere da essa li promessi perdono, grazie, e privileggi come effetto del favore del Rè, che le prometteva la garantia di tutto ciò le fosse dalla lor sovrana: Tutti° li Deputati de ribelli si protestorono di sottomettersi à voleri di S.M. Xma et all’osservanza, sottoscrissero l’atto e giurarono sopra il Vangelo: che riconosceano la Republica di Genova come loro Sovrana, rittornando all’ubbidienza ad essa dovuta, come tale: fù steso da detti Ministri del Rè combinatamente con quelli della Republica il nuovo Regolamento l’indulto, le concessioni, le grazie: il tutto fù accettato in VIII. che sono alle stampe. Poco durò questa sommissione Partiti i deputati cominciossi à sussurare che le Pievi di là da monti non aveano approvata la condotta de loro Deputati, anco quei della Pieve di Niolo rincominciorono la ribellione. Il Marchese di Coursai vi andò al riparo quando insorte delle differenze frà questo Marchese, et il Commissario Grimaldi, mentre questi pretendea che il primo arrogata si fosse troppo di autorità sopra di lui, e della sua Truppa: fù d’ordine della Corte posto in arresto e condotto in Antibbo. Assonse della Truppa Francese il commando il Sig.r di Coursai, rinvigorirono in queste turbolenze le ribalderie de corsi, lottorono questi in diverse positure cò francesi, assassinorono in un’imboscata Monsiù di Castro: quando annoiato il Rè della longa dimora di sue Truppe nell’Isola, e mancata tante volte da Ribelli Isolani la Fede: diede ordine alla provista di un Convoio in quell’Isola per il trasporto in Francia della sua truppa, come segui nel 1753. Doppo dunque il soggiorno de francesi nell’Isola per 5 anni rimase quella nel suo perfido destino, et in la primiera ribellione. In si fatta crisi la Republica spedi soldatesche al suo Commiss.o Grimaldi per guernire le piazze. Riacquistò questi S. Fiorenzo, nè discacciò i Ribelli. Publicò ciò non ostante un nuovo Generale le perdono anco più ampio delli oltrepassati. Quando veggendosi què Popoli dalla sua Sovrana cotanto beneficati, e cotante promesse isperanziti à tediare s’incominciarono di tanti tumulti, che loro un atomo di quiete non le permettevano. Onde procurorono si stabilisse un Congresso in Allessani: mà combinata una memoria da presentarsi al Commissario della Republica troppo avanzata, e lesiva della di lei Sovranità, con la prosontione di volere un Visitatore Apostolico nell’Isola fù dal Commissario Grimaldi affatto riggettata. L’indecenza di questa memoria fù dà molti delli stessi ribelli stimata impropria, onde continuoronsi à costituire adunanze mà senza frutto. Li Greci che sino del 219
1669 eransi nell’Isola dal levante riffugiati dopo la presa de Turchi fatta di Candia, veggendosi minacciati, et assassinati da corsi se nè passorono nel 1754 nella Sardegna Si adunorono intanto molti de principali dell’Isola per disfarsi del Caporibelle Gafforio come che aspirasse al supremato sopra de ribelli. fù in Corte mentre passeggiava nel suo Giardino dà un suo Rivale della famiglia Romei, di sopranome detto il Biscaino ucciso: sù questo fù molto che dire. Quei del Capo Corso comincioronsi à levare la maschera, et à dichiararsi per li Ribelli. S’avvanzorono questi à Furiani 3 miglia distante dalla fù questa dal medemo ben provveduta e di munitioni e di truppa era questi il Commiss.o Grimaldi, et impedi ogni avvanzamento de ribelli, liberò dalla sorpresa di questi il Capocorso: e ciò ostante veggendosi superiore in le essuqutioni à Ribelli, volle di concerto della Rep.a publicare altro nuovo Editto, e delle taglie la conferma et essequtionne di quanto già era stato promulgato negli editi antecedenti nulla si conchiuse. Richiamato dalla Republica il Grimaldi, le fù sorrogato Giuseppe Doria per Commissario, visita le piazze vedute di ribelli le sorprese scrisse alla Republica, che necessità vi era di per mettersi sulla pura diffesa. Pascale intanto de Pauli figlio del Caporibelle Giacinto, che passato era à Napoli per salvare la vita contro de suoi emoli, si fece Capo e Presidente de ribelli, si avvidero altri Capi della di lui astuzia, non gliela puotero contradire, non si assonse egli il supremo Commando, ma fecesi Capo di Consulta. Fece il nuovo Commisario, come li suoi antecessori publicare nuovo, e Grazioso editto in favore di ribelli ogni volta che deposte le armi venuti fossero all’obbedienza della Republica, si divisero in due fattioni, prevalse l’inclinata alla ribellione, la quale incominciò ad occupare le rendite de Vescovi, e delle chiese e loro patrimonij. Mandò il Papa, et era l’anno 1755 in la Corsica il Padre Leonardo da Porto Moritio il più fervido, e Zelante Missionario per condurre nel diritto sentiere i ribelli. Inutili furon le di lui fatiche le massime evangeliche loro predicate furon date al vento: si aumentarono in vece i tumulti, e più si accese la ribellione. Proclamato generalmente da ribelli per Capo loro il de Pauli congregar fece questi in più luoghi delle conventicole per dissipare ogni idea di sommissione. Tenuto quindi un congresso in S.Ant° di Casabianca nella Castagniccia fù determinato il blocco della Bastia, e fù fatto: In questo mentre Mario Mattra da noi di sopra nominato e Capo anch’esso di Ribelli soffrir non puotè 220
l’innalzamento di Pasquale de Pauli si fece anch’esso un partito, e si pose in traccia ad inseguirlo, ne portò contro di esso vantaggi rimarcabili, rifuggiossi il de Pauli cò suoi che lo seguivano in un Convento in Campoloro. Altiero Mattra del felice sucesso, trascurò d’inseguire il suo Antagonista mà marchiò verso Corte per ivi stabilirsi: quando rinforzato il de Pauli da suoi seguaci, e da quei che il Mattra abbandonato aveano disfece il suo Emolo nelle vicinanze di Alleria e si salvò con la fuga, li suoi grandi effetti, la sua Casa, e beni rimasero alla discrettione del Vincitore. Riccorso fè il Mattra per ridursi in forze alla Republica: l’ardire, e la prosonzione lo fecero forte in le sue richieste Sovvenuto fù e di denari, e di gente e postosi alla Campagna, inteso che contro di lui veniva de Pauli numeroso di Ribelli rittirossi in Aiaccio con soli 300 de suoi: Per aumentare il suo Seguito die il perdono de Pauli à què che aveano Mattra seguito, mandò molti scritti in Terra ferma per le sue prodezza essagerare. Richiamato intanto la Republica il Commissario Doria, mandovvi di nuovo Gio: Giacomo Grimaldi: dispose questi tutto il necessario per diffesa della Bastia: et il de Pauli congregar fece in una conferenza tutto il Clero per usurpare li Beni delle Chiese, et imporre una Tassa straordinaria – e confermata la ritentione di tutti redditi non tanto de Vescovi, mà altresi delle Chiesi li 3 Vescovi di Corsica cioè quelli di Alleria, Accia e Mariana, e di Nebbio ne scrissero al Papa, le rispose con Breve diretto à Mons.r Saporiti Vescovo di Mariana, in cui le specificava fra le altre iniquità, che avea inteso che i ribelli assorto si aveano falsamente il nome de cardinali è Prelati per autorizare le proprie scelerate attioni, et intentione onde lui ordinò di fulminare contro de Sacrileghi la scomunica, e censure anco contro de Regolari complici, questo Breve in forma di lettera molto diffusa, e spiegante si conserva tuttavia da esso Vescovo, che restava incaricato di partecipare le intentioni di sua Santità agli altri Vescovi, et all’essequtione di quanto ordinavale. Furono affissi i Cedoloni del 1756 mà da Ribelli furono lacerati. Quando conquistato da francesi Porto Maone, acciò gli inglesi proffittanto della Ribellione de corsi non prendessero il partito di sorprendere il Porti della Corsica per ivi annidarsi. La Corte di Francia non tanto per impedire ogni improvisata, come per assistere la Republica sua alleata, determinò di consenso di questa di mandare nell’Isola un corpo di sue truppe per ridurre què Ribelli all’ubbidienza della sua Sovrana, et assieme à garantirsi dell’accesso degli inglesi. Il Marchese 221
di Castres nè fù il Commandante, che divise essa Truppa ne Presidij il Marchese Baldi presidiò S. Fiorenzo, et il M.se de Segur la Piazza di Aiaccio. Il Caporibelle Pasquale de Pauli intesa questa novità ordinato un Conciliabolo intimò à Ribelli una perfetta unione, e loro prohibi di somministrar viveri, ne biade, ne erba comestibile ò erbaggi à nuovi ospiti. Continuavano le emulationi frà Mario Mattra, et il de Pauli. Proviste il primo d’un Bastimento colmo di ogni munitione dalla Bastia, mentre come dicemmo si era appogiato al Serviggio della Republica contro de Pauli, si avvicinò con una truppa de suoi in Alleria, et indi à Fiurmorbo dove seguito da suoi Aderenti si pose in traccia del de Pauli l’assediò nel Convento di Bosio, quando sopragionto un gran stolo di seguaci di esso de Pauli fù il Mattra circondato, ne avendo scampo alla fuga fù ferito, e poi miseramente ucciso in età di 28 anni, li suoi seguaci furon dispersi, et in parte massacrati. Gonfio il de Pauli, et era l’anno 1757 della morte di Mattra passò alla sorpresa della Torre di S. Pellegrino, la trama urdita non le riusci: il Presidio Genovese la scoperse, e si tenne in diffesa. Vincentelli da Caccia un de Capi ribelli vi restò morto. Continuava tuttavia à Napoli il Padre del de Pauli ricevevano i Ribelli ben spesso de soccorsi di arme, e munitioni da essa Città, qualche Filuche ne faceano un continuo traffico. Intanto nel Paese di la dà monti tumultuato avea contro il de Pauli Anton Francesco Colonna, l’emulatione ebbe fine, che il de Pauli, et il Colonna si unirono contro della Republica. Passato nel 1758 il nuovo Vescovo Benedetto Andrea Doria per risedere in Aiaccio Capitale di sua Diocesi, passorono li Parochi, e Pievani di questa tutti à riconoscerlo il solo Abbate Prevosto di Ziccavo non vi passò, fù processato come uno de Capi Ribelli, quali andando poco doppo esso Vescovo sebben Corso nato in Rolliani alla visita di essa sua Diocesi non solo glielo impedirono, mà veggendosi anco insidiata la vita non fè poco à salvarsi con la fuga. Le truppe intanto francesi che erano nell’Isola, veggendo de corsi la pertinacia, e non essere niente succeduto di quanto temevano, rittornorono nella Provenza sù di Bastimenti nazionali nel 1759 Li ribelli all’incontro con tutta possa s’incaminorono al Blocco della Bastia, ma prima si fecero forti in Furiani con triplicate trinciere. Il Commissario della Republica con un Corpo di soldatesche Tedesche, Svizzere, et Italiane andò ad investirli in due Colonne, non riusci l’intento un’improvisa, e ben studiata imboscata le fè rittirare in Bastia senza 222
frutto, si tentò nuova sorpresa il Commissario Grimaldi non risparmiò la spesa, mà anco quella restò infruttuosa, e la truppa se ben con buon ordine si ritirò sotto il Cannone della Bastia: erano troppo felici in le loro imboscate i ribelli. Il progresso che vedevano fare questi on la loro astuzia sopra de Genovesi die loro animo di mandare à Roma Emissarij per impetrare un Visitatore Apostolico, e per procurarsi la collatione de Beneficj Ecclasiastici à nativi del Paese. Il Canonico Natali prima Spione de corsi in Genova nel principio della prima ribellione fatto dal Publico per tale carcerare, e poi rilasciato la faceva in Roma come Capo di detti Emisarij, et incaricato de loro affari il serviggio da lui prestato al Cardinal Ferroni gli fè agevolare presso del Cardinal Torreggiani Secretario del nuovo Papa Clemente XIII. tutta la propensione per li Ribelli. Là rea Idea del de Pauli era di formarsi con la ribellione dal legitimo Sovrano un Governo separato et indipendente, cosi di tentare di sottarsi da legittimi Pastori nell’Ecclesiastico perche questi l’ostinata ribellione disapprovavano, et aveano in orrore la violatione de diritti del Sacerdotio, e le massime inique, li spergiuri, la fede volte mancata non tanto alla Republica sovrana, che a Prencipi li più Potenti, e più rispettabili. Ordinò per principio della sua orditura il de Pauli al Padre Generale de Capucini di fare un Exprovinciale in Corsica, li propose Frà Paolo d’Altiani Predicante de Ribelli: fù esseguito dal Generale in pregiudicio del vero Provinciale che risedeva in Bastia. Il Carteggio di esso Padre Generale con li Capi de Ribelli die moto alla Republica di intimar l’essilio à tutti i Frati Capucini dallo suo stato: si ravvidele il Generale e si ritrattò, circoscrisse la Republica il decreto : Si intese nello stesso tempo et era l’anno 1759 le determinazione del Papa di voler mandare il Visitatore in Corsica et i Ribelli compiacere. Riclamò la Republica, e fè presentare à Sua Santità un ben inteso memoriale facendoli vedere l’inopportunità di tal missione, e li gravi disordine ne serebbero seguiti, oltre il fomento degli ostinati in la ribellione, che veggendosi favoriti dalla Corte di Roma in maggiori sceleraggini, e sacrileggi innoltrati si serrebbero come segui. Trasandò Roma della Republica le Raggioni: anzi che si intesero in Genova tutti li maneggi di 3 Cardinali Ferroni, Cavalchini, è Torregiani per dar mano alla Missione di detto Visitatore. Onde si lasciò il S. Padre indurre à Mandarvi Mons.r Crescentio de Angelis Vescovo di Segni (era questo oriondo di Corsica, come indica il Cognome, da dove come molti altri corsi era passato à vivere nella Romagna) spedi il Papa il 223
Breve al medemo per tale incombenza. La Republica intanto ritrovandosi in istato di vedere opressa la di lui Sovranità, e contrariata nelle sue rimostranze, con intendere volersi mandare in quel suo Regno Persona sospetta fè publicare un Editto in cui deliberò il premio di 6000 scuti à chionque avesse arrestato detto Visitatore, e condotto decetemente in alcuna delle Piazze, ò presidij del suo Dominio. Questo Editto fù publicato li 14 Aprile 1760 Oltre di che stabili, e fe spargere da suoi Ministri alle Corti la risoluzione della Corte di Roma, e come introdur si volea sotto la specie del Visitatore ad autenticare la ribellione de corsi, esprimeva in fine le raggioni che indotta l’aveano à porre la Taglia delli scuti 6000 contro tale Personaggio. Sendo le cose in questo sistema si fece partire da Roma la notte di lunedi 7 aprile del sudetto anno la 2.a festa di Pasqua travestito, e nella forma più occulta, e strana il detto Vescovo Segni: vestito da secolare, et il Padre Tomaso Strocieri della Religione de Passionanti con la divisa di levantino ò sia Armeno, imbarcato in Città vechia sopra una delle due Fregate Pontificie che ivi stavano preparate, et à 23 Aprile aprodorono alla Torre Prunetta in Corsica ivi accolti da gran numero de Ribelli che l’attendevano: e con la scorta di 300 de medemi ribelli condotti à Campoloro dove dissesi che il Visitatore fissasse il suo Soggiorno à spese di S.S. la quale assegnato di già le aveva 100 scudi romani al mese e di più somma sene avesse avuto bisogno: Due de Capi ribelle Barbagio, e Baldassari fecero una longa et ossequiosa arringa al Prelato loro gionto. Fece subito il Visitatore de Angelis publica in tutta l’Isola la sua comparsa con una Circolare. Gionta intanto in Roma la nuova della Taglia fatta publicare dalla Republica contro di esso. Impegnò il Cardinale Torregiani Secretario il Papa à far publiche le sue lamentele in un concistorio: le raggioni palliate in questo adotte, non poteano non far palese di què Isolani la fiera ostinata ribellione: cosi non la chiamava il Papa mà davole il nome di Anime e derelitte, e degne di compassione. Erano intanto li 10 maggio in cui la Republica fè abrucciare per mano del Publico ministro una stampa in data di Campoloro 1760 che contenea le risposte pretese date da corsi la Manifesto di essa Republica per essere tale stampa ingiuriosa alla medema, et à tutti i Sovrani. Abrogò e vero alli 15detto il Papa l’Editto della Republica contro del Visitatore: Protestò questa, nulla tale Abrogatione con altro suo Editto di 23 eso Mese in cui ne diè le raggioni, anzi 224
confermò di nuovo la Taglia sopra del Visitatore. La poco misurata condotta de Ministri della Corte di Roma per giustificarsi: diè fuori un Manifesto palliando la missione del Vescovo col bisogno che aveano quelle anime meschine (cioè li Ribelli, usurpatori de beni delle Chiese, e delli redditi, e Patrimonij de Vescovi) di essere assistite, commiserando lo stato loro. Ma mentre quella Corte sotto specie di Zelo copriva l’impegno. La Republica per mezzo di altro scritto, e con sode raggioni ne isvelava il mistero. Faceva questa comprendere al mondo tutto che sotto specie di Zelo per le anime, era lo scopo della Secretaria di Roma il compiacere i Ribelli à dispetto della Republica medesima. Scrisse à questa il S. Padre lettera essortatoria per farla desistere dall’impegno: la dittatura fù del Cardinal Torregiani Secretario: la Correttione del Canonico Vescovo Natali, se non si vuol dire fatta dal Papa, corretta, et abrasa in più luoghi, e di termini offensivi riempiuta da esso Secretario. Chiamava il Papa nell’originale Genova Patria de suoi Avi, e Padri (e ben puotea chiamarla, perche venuti dalle ville di Como facendo in questa mercimonio, et il mestiere di Banchieri passati poi erano à Venetia per impinguarsi in maggiori traffichi) questo originale pervenne sinceramente à mani della Republica (si fatta particolarità fù abrasa, assieme altri termini, che indicavano, che il S. Padre aveva qualche sorte di rispetto pè Genovesi) non erano si fatti termini gustodi al Secretario. Veduta questa lettera dalla Republica, alcun conto non ne fece, stimandola superflua contro l’evidente raggione, ne ritrattar si volle da quelle giuste raggioni, che con tutta l’equità si prendono da Prencipi, per la loro Sovranità indennizare, e tutta volta che dell’autorità loro da Dio concessa si prevalgono. Furono à favore della Republica pubblicati più scritti: Le più cospicue Università per essa s’interessorono. Convennero tutte in disapprovare la Condotta della Corte di Roma: Le Potenze d’Europa le più rispettabili convennero tutte in disapprovare della Corte di Roma la Condotta, mentre contro di Ribelli assistita aveano la Republica con truppa auxiliaria, e detestata di què Isolano la fellonia con Editti rigorosissimi, e più volte replicati. Stavano queste spettatrici delle differenze trà queste due Corti, ma sicome di una di queste, cioe della Republica la condotta interessata ancora la loro Sovranità: l’approvarono in vederla costante in diffendere quel Gius, che compete à Prencipi contro di chi clandestinamente s’introduce ne loro stati à sconvolgerli 225
con innovazioni innaspettate. Una Scrittura promulgata col titoli di discorso Teologico = Canonico = Politico Riguardante la Missione di Monsig.r de Angelis Visitatore in Corsica. Questa Scrittura parla tanto Chiaro, che li Principi tutti in apresso apriron tutti gli occhi in ciò che riguarda le procedure della Corte di Roma in intricarsi in ciò che e di spettanza alla Podestà laica ne suoi stati. Voleva il solo Rè delle due Sicilie volea convenire si fatte differenze: il piano estese di un accomodamento onorevole, e decoroso per il Papa, e per la Republica, lo propose per mezzo del Cardinale Orsini, al Cardinale Secretario. Il doppio parlare l’inofficiosità di questo Ministro, il poco rispetto che mostrava avere de Sovrani rese infruttuosi gli Ufficj del Rè, che si protestò di non voler più con esso trattare, e che vi era certo che S. Santità averebbe egli stessa diretto l’artificio scabroso della sua politica, che intorbidava i movimenti placidi, e puri del S. Padre e Vicario di Gesu Christo. Tutti questi termini sono della protesta data in risposta da esso Rè al Secretario in iscritto. Non davano l’anno 1761 l’affari di Corsica tanto da Caballirare alla Corte di Roma, quanto quei di Portogallo. Istudiava d’Algebra il Cardinal Torregiani Secretario. Non sepe però che repplicare al Cardinale Orsini, et intanto M.r Visitatore si faceva spettatore in quell’Isola delle ribaldene de corsi ribelli, e di tutto ciò che aggiogner puotano all’infame Pirateria, dopo l’arrivo di esso Visitatore suscittata dalla loro Crudeltà. Era compagno, Teologa, e Secretario del Visitatore de Angelis il P. Storcieri Passionante: aperta questi della sua comparsa la Scena faceva delle Missioni, mà dal frutto che ne fecero què Abitanti, si sparse la voce, e posto fù in dubio da Novellisti, se per più la ribellione fomentare, ò se al ravvedimento queste tendessero de Ribelli. Dopo la comparsa del Visitatore nell’Isola, e del detto Passionante suo Teologo accresciuta aveano i Ribelli à suoi misfatti la Pirateria: un liuto de medemi commandato da Agostino Langasco di Oneglia, Bandito dal Rè Sardo per sue enormità commesse, e decantato da Ribelli per il suo Eroe prese sopra S. Remo filuca Genovese con mercanti, et alcuni sacerdoti Genovesi pieni questi di vituperij e di minaccie conditti furono dal Caporibelle de Pauli, e posti in priggione nel Castello di Corte: il solo Priore Carozzino Paroco di S. Agnese, non fè poco à riscattarsi come se fosse stato in mano de Barbari, come infatti vi era per mezzo di un chierico conoscente, quale avea beneficato in Genova, e rappatumata la fame: ebbe la forma di ricattarsi con lo sborso di L 4000: che 226
furon prontamente pagate. L’Angelo della pace il Visitatore de Angelis stava ivi in Oletta à latere del Caporibelle de Paoli, senti la contrattatione, ne ponto si mosse à dissuaderla. Era già l’anno 1763 in cui detto M.r de Angelis in Corsica si usurpava un’autorità, che gli era stata dal Papa limitata: Si intese da lettere de medesimi Ribelli che conferiva Beneficij Ecclesiastici à suo piacere, e non puotendo ingerirsi nella Diocesi d’Aiaccio, in cui risiedeva M.r Doria attuale suo Vescovo: soffriva ad occhi chiusi, che fosse esseguito l’iniquo essecrando proclama fatto publicare dal Scelerato Santo Folacci Caporibelle di là dà monti, in cui prohibiva lo scommunicato à tutti li Parochi, Vice Parochi, e Preti di prestare ubidienza al loro Vescovo, e si ad essi che à raccoltarsi della Mensa Vescovile di pagare Decima, ò rediti di sorte alcuna al Vescovo sotto le più gravi pene questa Grida fù data alle stampe da Ribelli, impressa anco dal Pitteri in Venetia nella storia de Tempi. Spedi in quest’anno la Republica sei de più qualificati Patricij suoi Plenipotentiarij alla Bastia per essibire à Ribelli un generalissimo perdono ampijssime concessioni, con una Generale conferma di tutti li oltrepassati, e più volte reiterati Graziosi editti con anco facoltà ad essi Plenipotentiarij di loro concedere quanto desiderato avrebbero li ribelli. Fù questo Editto dato alle stampe, ne furono publicate molte copie nell’Isola, pervennero à mani del Visitatore, e del suo Teologo Passionante, non sorti alcuno effetto questa diputazione, non si prevalsero gli ostinati ribelli della clemenza della Republica: non si impegnò l’angelo della Pace: il Visitatore à conciliarli con la sua Sovrana e troncare la ribellione di tanti mali caggione, è di tante Sceleratezze: onde altro non si sparse per tutta l’Italia che se à questo avesse cooperato terminata per lui sarebbe la coltivatione dell’altrui vite, perche passati vi sarebbero li Proprij Pastori, li Vescovi. Era l’anno 1764 in cui fattasi dà Genovesi avvanzare propositione loro molto favorevole, cioè à Ribelli, L’astuzia di Pasquale de Pauli la scoperse et intimò un Conventicolo in Casinca il resultato fù che troppo altre erano de Felloni le propositioni, e frà queste il dominio, e la consegna delle 4 Piazze del Regno, non ostante che pronti fossero à riconoscere la Republica per ligitima Sovrana, con pagarle un annuo tributo di ricognitione. Ventilate queste propositioni, e nel mentre se ne concertava il positivo machinavano i Ribelli di nuovo la sorpresa della Bastia, e si affollavano nelle 227
vicinanze di Calvi con qualche intelligenza di alcuni malcontenti abitanti Inteso questo stimò bene la Republica di accettare l’offerta fattale dalla Corte di Francia di fornirle un congruo numero di Truppa per il presidio delle succenate piazze: il bisogno che ne avea la Republica per ischermirsi da ogni improvisata de ribelli era troppo urgente. Fù accertata per quanto si disse che con la trasmissione di essa Truppa in Corsica, si sarebbe anco con premura procurata nel termine fissato di 4 anni ridurre què abitanti al dovere, et alla dovuta sommissione alla Republica Sovrana. Passorono dunque nell’Isola da 4000 francesi: Si distribuirono in S. Fiorenzo, Bastia, Calvi, et Aiaccio, e le presidiorono: Li Ribelli considerandoli come di partito indifferenti, e venuti per garantire dette Piazze, e loro Golfi acciò non vi si annidassero gli inglesi commerciavano seco loro liberamente, ma se qualcheduno della Truppa Genovese, ò Paesano di dette Piazze si avvanzava fuori del Cannone delle medeme veniva da medemi ribelli ò massacrato, ò fatto priggione. Continuavano nel 1766 le poco Gustose vertenze trà la Corte di Roma e la Republica, non replicò più la prima alli manifesti, e proteste di questa perche non vi trovava la sua riputazione, e li Prencipi tutti approvavano della stessa Republica la condotta anzi che di molto illuminati rimasero dà suoi scritti in diffesa di qualonque Sovranità. Onde essendosi partito dalla Corsica il Visitatore M.r de Angelis, e lasciatovi ad adempiere le sue veci il Padre già mentovato Tommaso Storcieri suo Secretario. Gli Emissarij de Ribelli presso la Corte di Roma, secondati da succennati 3 Cardinali poco ben affetti alla Republica, e per li corsi propensi cioè Torregiani Secretario, Cavalchini, e Ferroni, indussero il S. Padre à far passare esso P. Storcieri in Sardegna, et ivi farsi consecrare da M.r Viantini Arcivescovo di Sassari in Vescovo di Tine, ò Tiene in partibus (e questa piccola Città nella Bosnia Dominio de Turchi Vescovato altre volte suffraganeo di Spalato) acciò agisse liberamente in la Corsica, e nelle Diocesi de 3 Vescovati rimasti vacanti Sagone, Nebbio et Alleria. per la morte de loro Prelati morti esuli dopo essere stati da Ribelli spogliati di tutti il loro Beni, Patrimonio, e redditi Ecclesiastici e non solo in questi 3 Vescovati mà ancora in quello di Mariana et Accia: il di cui Vescovo M.r Saporiti viveva tuttavia esule dalla sua Diocesi per detti incidenti. Si intese e in Roma, et in Genova che detto Padre Storcieri scritto avea à suoi 228
Passionanti in Romagna, che avrebbe egli de denari accumulati in Corsica alzata in Roma da fondamenti Chiesa, e Casa propria con sua sontuosità, e magnificenza, et indicava che era ben visto da ribelli, e favorito. Era l’anno 1768 in cui continuando i Ribelli le loro Piraterie faceano ben spesso uscire dal Macinaggio piccolo porto nel Capo Corso bastimenti armati contro de naviganti Genovesi, et inteso che gli abitanti di Capraia inclinavano ancor essi ad ammutinarsi contro de Genovesi spedirono i Ribelli in quest’Isolotto da 600 di loro con munizioni militari, et assediorono il Forte, era questo presidiato da non più che 40 soldati sotto l’Ufficiale Massarini: diffenderono questi con tutto l’impegno, et ardire attendendo à momenti da Genova soccorso, on puotè questo essere loro sbarcato per avere i Ribelli muniti di piccole Artiglierie li Scali, e l’entrata del picolo porto: alla fine privi affatto di munizione dopo essersi sostenuto il Commandante cò suoi dalli 17 febraio à 29 Maggio rese dopo 102 Giorni di assedio il forte con li patti del tutto onorifici salva la libertà e robba, cosi rimase de Ribelli in podere anco quell’Isola. Vennero li pochi soldati à Genova, et il Commandante Massarini fù beneficato col titolo di Maggiore, e colla paga di Lire 100 al mese. Veggendo intanti li francesi che tuttavia sussistevano in Corsica terminato li tempo delli 4 anni accordati per il presidio delle piazze, minacciavano di rilasciarle, che però fecero li loro Commandati istanza alla Republica di mandare truppa à rimpiazzarle Le angustie in cui questa si ritrovava la facevano dilatare: la poca soldatesca che avea col suo soldo, appena sufficiente per guardia della Città, e delle piazze di Terraferma la facevano impossibilitata à tal provista. Onde veggendosi estenuato il suo errario, minacciate le sue Piazze nell’Isola da Ribelli, che si affollavano in vicinanze della medema, e gli abitanti de Sobborghi di già ne provavano gli disgustosi effetti: Venne in risoluzione di consegnare col titolo di precario non solo detto Piazze, ma anco l’Isola tutta di Corsica alla Francia. Questa Isola, che hà anco il Titolo di Regno, e come tale lo chiamorono il Papi Gio: XXII. Eugenio IV. Bonifacio VIII. Pio V. Vittore III. Calisto III. Alessandro VI. Gregorio XIII. e Sisto V. Regnu.Corsicae: Insulam Uenetiarum Ducatu. Neapolis, et Calabriae: cosi Leone VIII. in sua Bolla del 964/ Melchior Gelstat. Fol.222. Cosi nel Cerimoniale antico Romano. Fù conquistato, come abbiam veduto dà Genovesi sino dell’anno 806. Onde dopo averlo posseduto 962 anni, e dopo avere sostenuta la ribellione di què Perversi, e Spergiure Isolani per 229
40 anni Continui, e dopo avervi profusi in spesa più di 300 millioni: il 2° Anno del Dogato di Marcello Durazzo q.Gio: Luca, et essendo di Genova Arcivescovo M.r Giovanni Lercaro l’anno X del Pontificato di Papa Clemente XIII e di Giuseppe II eletto Imperatore di Germania l’anno III e dallo discacciamento fatto dal Popolo di Genova dalla sua Metropoli il XXII Fù alla Francia ceduta la Corsica. Otto furono i Capitoli conchiusi in questa Cessione, le copie che se ne sono sparte, e l’estensiva fattane in tutte le Gazette publiche: ci obligano à qui anco segnarli per non mancare in ciò all’Epoca degli avvenimenti rimarcabili seguiti in la Ribellione di quest’Isola: con il seguente titolo farano palesi detti Capitoli.---------------Capitoli stati conchiusi dalle Seren.ma Republica di Genova per la cessione fatta di tutto il Regno di Corsica alla Francia.------------I.
La Republica di Genova cede alla Francia il Regno di Corsica comprese tutte le Fortezze, e per l’artiglieria, munizioni, et attrezzi militari esistenti nelle medeme sarà corrisposto dalla Francia il suo equivalente in dannaro secondo l’estimo ne sarà fatto inde à giudicio de Periti.
II. III.
La Republica aura sempre la Sovranità sopra detto Regno. Saranno resi à tutti li Particolari Genovesi tutti li loro Beni esistenti in detto Regno con obligo di produrre i documenti della loro indennità.
IV.
Li corsi dovranno esser sudditi alla Francia in tutto quel tempo che possedera la Corsica.
V.
La Francia Garantirà La Republica e da Turchi e da corsi, acciò possa trafficare liberamente ne suoi mari.
VI.
La Francia sarà obbligata di mantenere 16 Battaglioni di Truppa in detto Regno.
VII.
Nel caso che la Republica volesse di nuovo rientrare al posesso del Regno di Corsica, devera la stessa corrispondere à tutta la spesa, avera fatta la Francia in tutto il tempo del di lui posesso, delle quali spese ne sarà tenuto esatto conto, colla deduttione del frutto ne avera fatto in detto tempo la Francia.
VIII.
Sua Maestà Christianissima darà il libero posesso, et Dominio dell’Isola di Capraia alla Republica. 230
A questo passo fù ridotta la Republica già che l’Angelo della Pace Monsig.r Segni Visitatore, e dopo di lui M.r Storcieri suo Teologo, e Vescovo in partibus, mandati dalla Corte di Roma per assistere alle Anime de Ribelli, à questi non le aveano insegnato i doveri de sudditi al loro legitimo Prencipe, e la subordinazione alle Potenze che Dio loro date avea come Sovrane per Governarle, ne fattole comprendere (come doveano fare) ciò che commanda il Prencipe degli Apostoli = Subbiti estote in omni timore Dominis, non tantum bonis, et modestis, sed etiam discolis (Petr.II.Cap.17.) et il Dottor delle Genti à romani: omnis anima Potestatibus sublimioribus suddita sit, non est enim potestas, nisi à Deo, quae autem sunt à Deo, ordinatae sunt: Itaque qui resistit Potestati, Dei ordinationi resistiti: qui autem resistunt, ispi met damnationem acquirunt: nam Principes non sunt timori boni Operis, sed mali (ad Roman.XIII.u.2.3.) Uis autem non timere Podestatem: bonum fac, et habebis laudem: exilla Dei enim Minister est tibi in bonum, si autem malum feceris, time: non enim sine Causa Cladium portat. Dei enim Minister est uindex in iram ei, qui malum agit. Ideò necessitate sudditi estote, non solum propter iram, sed etiam propter conscientam, ideò enim tributa praestatis, ministri Dei sunt: Reddite ergò omnibus debita: cui tributum, tributum, cui Uectigal, Uectigal: cui timorem, timorem, cui honorem, honorem (Uersic.4.5.6.7.) Dovean ben sapere questi due Prelati Annociatori, et Angeli di Pace, e far conoscere à Ribelli, che chi si ribella al Prencipe si ribella à Dio: Dovean leggere, per bene, e santamente adempiere al loro obligo: giàche la ribellione di tutti i mali era l’origine, quanto dice il Gran Vescovo di Meaux M.r Bossuet nella prima parte della sua Politica tradotta dal Francese lib.VI.Art.2. Propos.V.nel tomo IV. delle sue opere dove prova la sogettione dovuta à Sovrani, e ciò che ne dicono gli stessi autori non Cattolici = Bellum in Superiores licitum non esse (nec Concessum lege Haebrea) minus etima lege Euangelica, quod probatur ex Sacris litteris (Grottius lib.I.Cap.4. de Bello subd. in super.) et factis Christianorum ueterum. Samuel Puffendorff Commentatore del Grotzio, lo conferma col Zeigler = non licere subditos adiversùs Principem, etiam pessimu, et iniquissimum Bellum movere, aut armis resistere, et dolendum plane est inventos nostro saeculo viros, qui contra sacras litteras, contra rectam rationem, contra piae antiquitatis sententiam, novo effuso dogmate, inferioribus Potestatibus adiversus summan, arma induunt (De Iur. maiest. lib.I. Cap.XXXII.§.XXX. Seguita poi à provarlo con più argomenti e raggioni: col 231
Puffendorff lib.VII.Cap.VIII.§.VI.VII.VIII.) Dovean ben aver ciò presente què due Zelanti delle povere anime de ribelli e procurare di estinguere prima il fuoco della ribellione, prima caggione di tutte le sceleraggini, e sacrileggi, che què popoli commettevano, e non essere forze frà il numeri di quei, che dice S. Bernardo al Vescovo Severo: sunt qui suggerunt subditis suis superioribus rebellare: Christus aliter iussit, et gessit. Cosi dice dà succenati autori tanto Sacri che profani. Se questa raggioni militano in favore della Republica, non v’hà dubio, che avendo ceduta dett’Isola alla Francia, e trasferito in essa il suo dominio, militare anche debbano di questa in favore: contro ogni impostura de Ribelli. Udita in Genova, et anco in tutta l’Italia detta cessione, non vi mancorono Curiosi di investigarne il fine, ne de Politici per caballizarvi quasi che dovessero i Prencipi e Sovrani scoprir loro gli arcani de proprie risoluzioni per dar ansa, e materia à Gazzettieri di impiguare con invenzioni ò ideali suppositioni li loro Fogli. Gionse intanto in Corsica il March.e di Chevvelin Commandante dell’Armata Francese in Corsica con 600 Cavalli della Legion di Soubise, e ricevuto in la Bastia alli 7.7bre sotto lo sparo di tutta l’Artiglieria, e fece publicare l’Editto del Rè de 5 Agosto dato in Compiegne 1768 in cui diceva che avendo la Republica di Genova ceduto à S.M. i diritti di Sovranità che possedeva sopra il Regno di Corsica, e rimesse alle sue truppe tutte le Piazze si dichiarata incaricato di volere essercitare la sua Sovranità sù del Regno per il bene di què popoli suoi nuovi sudditi, suoi cari, e di cooperare alla loro prosperità, e vantaggio: Con intimare ad ogni villaggio, e luogo chiuso di arrendersi alle sue truppe secondo l’intimazione gliene verrà fatta, e che troverà la stessa prottezzione che godono i Villaggi francesi: Che prendeva què nuovi sudditi sotto la sua prottezione, sperando che non dovesser ridurlo alla necessità di trattarli come sudditi ribelli, e che eviterà di perpetuare nell’Isola di Corsica torbidi, i quali non potrebbero à meno che distruggere un popolo da lui adottato con tanta di compiacenza nel numero de suoi sudditi. Altro editto ò sia ordine fece publicare esso M.r Chevvlin dato da lui da Tolone sino delli 22 agosto trascorso in cui reiterava à què popoli le promesse del Rè, e sicome questi era intento di procurare la prosperità, e li vantagii di sua prottezione paterna à què suddita, che si preggiavano di mostrarsi sottomessi, ed ubbidienti, cosi trattati come ribelli coloro, che animati da principij detestabili, 232
cercassero di prolongare i torbidi, dà quali è agitata dà tanti anni quell’Isola. Fù publicate pure altro Editto dato detto giorno de 22 Agosto in Tolone, in cui da esso M.se Generale Chevvelin si prohibiva agli Abitanti di Corsica di navigare sotto altra Bandiera che la Francese, e che questa sola si dovesse innalzare per tutta l’Isola sotto pena contro i delinquenti di essere inseguiti, come Pirati, e trattati come tali con promessa di somministrarle gratis le speditioni e licenze da navigare, ed intimato loro di provedersi di bandiera bianca che sarà loro conceduta in conformità degli ordini di esso Generale. Onde in seguito distribuitasi in le respettive Piazze guarniggione Francese incomminciò un Corpo di questa ad impossessarsi del Capo Corso: Nonza, Olmetta, Canari, Barettali, Luri, Meria, Pino, Sisco, Pietra Corbara, Lucciana, e Borgo, occupate ne furono: et in apresso li luoghi tutti che compongono la provincia di esso Capo Corso. Rimaneva per mantenersi libera la Communicatione da S. Fiorenzo con la Bastia da sorprendersi Barbaggio, e Patrimonio, anco questi luoghi furono occupati da francesi, il di cui valore in distacciarne i Ribelli che fortificati vi si erano, fù sorprendente, il vantaggio che ne riportorono i Capicorsini, non fù minore di quello ne puetesse à Genovesi risultare: mentre tolta la Provincia di Capo Corso à Ribelli fù anco libero il Piccolo porto del Maccinaggio dove li medemi armavano filuche, et altri piccoli bastimenti per essercitare la Pirateria contro de medemi Genovesi, sicome rimase libero l’ingresso dall’altra parte nel Golfo di S. Fiorenzo. Frà li priggioneri fatti da francesi nella presa di detta Villa di Barbaggio, e passo importante di Patrimonio vi furono il S.r Barbaggi nepote del Ribelle Capo de Pauli, Luca Ottavio, e Gio: Andrea Allessandrini Fratelli, et ambi della razza del Capo Ribelle Allessandrini: Gio: Antoni, et Ant° Gentili de principali tumultuanti, mandati furon tutti à Tolone. Invaso dal Fanatismo il Capo Generale de Ribelli Pasquale de Pauli, niun conto faccendo di detti Editti fatti publicare dal M.se Chevvelin, ne delle intimazioni in essi contenute quasi che non fosse egli, e que popoli ribelli sudditi del Rè incomminciò ad intimare Consulte, et à dar fuori de scritti infami, buggiardi, et offensivi di chi con tanta provvidenza li voleva accettare non per sudditi solamente, mà per figli, e che li prometteva una vera gloria per loro, e prosperità. Non crede, anzi non vuol credere il Capo Ribelle de Paoli ne suoi Conciliaboli, et in le scritture che fà publicare trasportata tutta nel Cristianissimo la Sovranità 233
che avea la Republica sopra la Corsica di cui ne era Padrona, e come tale riconosciuta da tutti li Potentati. Non crede, e non vuol persuadersi di essere egli tutto il suo Conciliabolo, tutti que popoli, che egli fomenta, e mantiene nella ribellione sudditi della Republica, et in forza della succennata Cessione Sudditi del Rè di Francia. Non comprende l’ostinato, che gionto è il fine della sua Tirannia, con la quale hà ingannati què popoli, rubbati i Beni delle Chiese, assasinati li Vescovi, impoverite tante famiglie et esseguite, e fatte esseguire le più orrende sceleratezze, li sacrileggi più enormi per far guerra alla Republica sua Sovrana con la più ostinata et essecranda fellonia nel 1761 il Priore di S. Agnesi, Carozzino, fatto da suoi Pirati prigione pagò al di Pauli per il riscatto 24000. Sarà dovere (e tutto il Mondo l’attende) di S.M. Cristianissima come Denominato Sovrano assoluto del Regno di Corsica e di què tutti popoli ribelli, sicome in caso di sommissione, e di ubbidienza di farle provare gli atti della sua Reale beneficienza, e prottezzione, cosi à Ribelli, e spergiuri un distruggi.to totale: Mentre il Sovrano come dice il Dottor delle Genti S. Paulo (ad Roman.XIII.V.4.) Time: non enim sine causa Gladium portat. E Ben con raggione Luiggio XIV. di Gloriosa memoria, e glorioso Avo del Regnante Monarca, non pare in vano l’Epigrafe memorabile nè suoi Bronzi, e tanto rinomata RATIO ULTIMA REGUM, e che con si fatti mezzi i nemici si abbatono, mà molto più i Ribelli come si legge nella di lui Vita. – Sebbene alla fine mori, e conobbe all’ora di esser mortale come tutti li altri monarchi che evitar non puonno quel Colpo che l’onnipotenza hà à tutti fissato… Annotazioni Prima di terminare questa Storia devesi fare un osservazione molto interessante. Trovavassi la Republica canzonata da francesi sino dell’anno 1737 (come abbiamo indicato poc’anzi in quest’opera à Carte 130:) sino all’anno 1768 avea la Francia dunque nel 1737 mandati 3600 uomini in Corsica per sottomettere i Ribelli la Republica si obligò pagarli con la spesa di lire 58475.15 al mese, e col di più à proportione se ve ne fossero andati di più: ma questa sussistenza de francesi nell’Isola s’intese, che ad altro fine non fù che per garantire da più vicino la Toscana stata ceduta all’Imperatore in vece della Lorena incorporata alla Francia, affine che la Spagna non si accingesse all’invasione di essa Toscana. Cosi provò il dispiacere la Republica dopo aver mantenuti i francesi in 234
Corsica sotto il specioso titolo di esser questi in quell’Isola à favore di essa Republica, di vedere, e provare li corsi ribelli sempre più infelloniti in la loro ostinazione: mentre li stesse Francessi con buone speranze li palpavano, commerciando con essi, e famigliarizandosi colle loro perverse intentioni: questa disgrazia provò la Republica negli altri due Trattati fatti colla Francia nel 1755 e 1756 li francesi in questi canzonavano la Republica, e bombardavano li ribelli all’or che con più tratti con essi fatti sotto specie di volerli sottomettere alla lor antica Sovrana, li accordavano tutto il di loro desiderabile, e diminuivano sempre più tacitamente la Sovranità della Republica medema… Et in fatti in quanti Diplomi sparsi di Ministri, ò Generali francesi tanto sotto specie di Amnistia, ò di perdono accordato à ribelli dalla Republica mai chiamano questi col nome di Ribelli, e la ribellione e fellonia, col proprio nome, ma sotti quello precisamente di corsi, di tumulti di dissenzioni. Che altra mira, altro fine avessero i francesi nel loro soggiorno in quell’Isola lo contestano, mà molto più gli effetti, che ne sono seguiti. Mons.r Iaussen (memor.Istor. di Corsica dedicate al Conte di Malboè impress.in Lusanna 1758.lib. II.Cart.145.Tom.I.) dice = Che le Truppe Francese non erano andate in Corsica per far le vendette de Genovesi, ma che effettivamente, non avesser quest’ordine dal Rè, et era tutto Contrario Ann.1737 e sotto l’anno 1756 contesta = che il Commandante Francese, e gli ufficiali tutti protestarono di non aver che fare ne con i corsi, ne con i Genovesi, che sendo venuti in Corsica solamente per prevenire le sorprese che disegnavano farvi gli inglesi loro nemici, volean osservare la più esatta neutralità. Cosi dunque delusa Rimaneva esse Republica dalle Belle inorpellate promesse della Francia mentre altro esprimeva ne trattati altro effettivamente operavano ne fatti, e tenevano vivo il fuoco della Ribellione per giongere à loro dissegni. Il Trattato conchiuso nel 1764 fù l’ultima della Canzonature fatte dal Gabinetto della Francia à Genovesi il limito fissato delli 4 anni della permanenza delle Truppa Francese in le Piazze della Corsica, la minaccia fatta di abandonarle al loro destino à tutto il mese di Agosto, se la Republica non le faceva rimpiazzare dalla sua Truppa, era un coltello, che stava per strangolarla, mentre avendo questa sulle buone speranze abellite dalle promesse de francesi, rifformato il migliore della sua soldatesca, e li più esperti ufficiali ritrovossi in istato di Sacrificarsi alla necessità: Fine prefissosi dal Gabinetto di Francia sino dal principio dell’anno 1737 mentre dopo avere cooperato all’evacuazione estrema dell’Errario della Republica, e di avere impegnati i suoi Patritij, et i Cittadini più bene stanti à 235
profondere il suo particolare contante negl’impieghi alzati dalle sue machine, ridotto insomma il publico, et il privato all’estremità, ritrovossi la Politica, del Gabinetto della Corte di Francia alla meta al conseguimento del meditato intento. Et in istato di travagliare PRO DOMO SUA: onde del 1769 in forza di un Trattato da noi già esteso in Compendio in questa Storia alle Carte 193.194. Vi spedi in fine in l’Isola Monsiù de Veaux con numerosa truppa, che asseguendo à pieno, e con impegno le premure della sua Corte, e con dettami della vera regola militare, e non con mascherate cerimonia, con un felice esito disperse i Ribelli, e si rese con l’intelligenza di più Capi de medemi Padrone dell’Isola, die in questo à dividere, che, quando la Francia voleva sposar l’impegno forze non le mancavano, sicome invenzione, pretesti, e fruole promesse quando sotto specie di protezzione canzonar voleva li Amici. Onde in una si fatta cessione, altro non vi hà avuto la Republica, che la Consolazione di sentire i Ribelli sottomessi, fuggiasco l’Eccell.mo, cosi da loro ampollosamente milantato Monsieur Pasquale de Pauli, roconosciuta in tal cessione la sua Sovranità dalla Francia in la restitutione da farsele dalla medema del suo Regno di Corsica ogni volta gliela dimandasse, con pagare al Rè le spese della spedizione delle Truppe, et il loro mantinimento in Corsica, con dedurre da queste il prodotto delli diritti, et impositioni che il Rè stabilirà nella medema, come nel Capitolo XV del Trattato conchiuso frà S.M. e la Republica nel 1768 16 giugno in Pariggi, o sia Versaglies, e firmato dal Duca di Choiseul per parte del Rè, e da Agost° Domenico Sorba per la Republica. Cosi doppo 962 anni, cioè doppo quasi nuove secoli che la Republica col sangue de suoi Cittadini conquistata avea la Corsica sopra Saraceni sino dal tempo di Carlo Magno, e diffesa contro tanti Potentati che invadere la voleano, supresse et estinte infinite Ribellioni: ridotti all’esterminio i Pisani, che il dominio ne ambivano, e fatto loro perdere con la speranza dell’acquisto, anco la libertà della loro Republica: doppo l’effusione di più, e più milliioni di cotanti spesi in 40 anni per i Ribelli supprimere costretta viddesi à fare volontario il sacrificio di un Regno, mostrandosi più prodiga, e liberale di un Allessandro il Grande, all’or che donava i Regni à Monarchi che ne erano Padroni, mà da esso vinti, e sconfitti, ma questa un Regno suo Proprio, e conquistatosi col sangue de suoi Cittadini ad un Monarca il di cui Gabinetto da tanti anni istudiato avea di ridurla à si fatta risoluzione, cosi riconobbe la Republica di Genova esser più che vero ciò che contesta della nazione Francese sino da suoi tempi Procopio, Polibrio, e 236
Flavio Vopisco nella vita di Proculo Imperatore, che disse = ipsis prodentibus Gallis, quibus familiare est ridendo fidem frangere, e Polibio Gens infida, Procopio però = Natio ad fidem prodendam ceterorum mortaliu. Longe promptissimam. Descrittione: Geografo = Politica della Corsica La Corsica dunque è situata sotto il V clima del XIII Paralello, restando secondo dice il P. Ricciolio la punta di Capo Corso alla latitudine di Gradi 44 e minuti 57. La Bastia à Gradi 44 e minuti 36. Aiaccio à Gradi 41.36 e Bonifazio à Gradi 39.77. Dà Tramontana à Ponente hà il mare di Genova, da levante quello di Toscana o’ Tirreno, à mezzogiorno lo stretto, che è frà la Sardegna, e la medema Corsica, detto le Bocche di Bonifacio. Dividono gli abitanti l’Isola in due parti l’Una di quà, l’altra di là da monti. La parte verso Tramontana dicesi di quà, l’altra di là da Monti quali sono altissimi, e traversano l’Isola, come fà per l’appunto l’Appenino l’Italia. Comminciano questi dalla banda di fuori, cioè al ponente sopra il Golfo di Porto, e stendendosi al Levante al primo de monti detto Focolagio, ivi resta un stretto passo detto da corsi la prima Fogata, o sia Bocca di Melza, da dove si passa al di là da monti, quali continuano da monte Asenino, che porge in mare frà Giralatte, e Porto, continuando al levante, declinano à sirocco, dividendo sempre l’Isola con una continuata Cattena. Siegue in appresso un’altra Fogata, ò sia passo detto di S. Maria della Stella, da dove continuando per dirupi sino della villa di Lozzipeo verso la fiumara di Chiomi giongesi in Evisa. Questi monti sono tutti aspri, ed incolti, e meglio descrivere non si possono che, con indicarne le Foci, ò sia passi, Stretti, che da luoghi vicini la denominazione ne prendono. La Terza Foce hà due passi, il più vicino è alla pieve di Niolo, che discende in Evisa: Vergio Visico si chiama, e l’altro Vergio di Pietro, e finisce verso le Christianacie Villa di là da monti. Un altro passo poi, mà pochissimo usitato per l’asprezza delle montagne: chiamasi Campotile Situato è questo Sentiero sù di un monte che con una Sdriscia continuata comincia dalla Pieve di Tralcini non longi da Corte, e va à terminare nella Villa di Socia di là da Monti nella Pieve di Vico. Sono in la Sommità di questa montagna due laghi: il lago di Creno, spaventoso à 237
Viandanti per essere in mezzo d’un assai folto Bosco, e quello d’Ino, due miglia lontano dal sudetto, che gira un mezzo miglio in un bellissimo piano. Un piacevole Colle è sopra questo lago, e chiamasi Monte Tavolato. Dà questo hà la Sorgente il maggiore delli 3 fiumi dell’Isola detto il fiume Guolo, che dividendo la Pieve di Niolo in due parti permezzo di alcuni ponti sopra di esso fiume collocati, rende commoda la Communicazione delle Provincie: Li primi cominciando dalla sua Sorgente sono la fontanella, e Pont’alto, indi passata la Valle di Niolo, si trovano li ponti di Castirla, è di Ommessa, ò sia di Suppietra, e scendendo à Grego e levante il ponte di Ommessa antico, ò sia Ponte della Leccia, il ponte rotto, ò di Camporoso, il ponte nuovo, et il più vicino al mare il Ponte al lago Benedetto, ove scende poi detto fiume Guolo alla pianura, e divide la pieve di Casinca da quella di Mariana non longi della Torre di Ponta d’Arco. Nasce pure indetto Giogo sopra Campotile il fiume Liamone, che passando per occulto sentiero di là da monti, dà in mare nel Golfo di Sagone. Siavesi anco le sue Sorgenti il fiume Tavignano, quale scendendo verso levante scarica nel mare vicino ad Alleria. Questi trè fiumi Guolo, Liamone, e Tavignano, e vanno in mare in 3 Vescovati, il Guolo in Marina, Liamone in Sagone, e Tavignano in Alleria. Due altri passi stretti, ò Bocche per andare di la dà monti sono in Vivario, uno detto di Grisomena per il quale si va nella Pieve di Crozini, mà non è più in uso, l’altro detto di Guizzavona, ò sia le foci di Bogognano che incominciandosi à salire dal fiume di Vivario, ascendesi alla Villa de Gatti et indi in la somità del Colle alla Villa di S. Pietro, si varca in drittura al luogo di Bogognano di là dà monti nella Pieve di Celavo. Dalla foce di Verde, che incominciandosi à salire dà levante, e sirocco in vicinanza della Villa di Ghissoni, conduce alle Giamanaccie paese di là da monti sono in questa foce li scoscesi passi detti di S. Pietro, e della Sorba: et ivi in poca distanza il monte detto Raparo, et un altro passo, ò sia foce detta di monte Azzano. la cui salita incomincia dal Solaro, ò sia Sollagio villa di Covasina, e scende à Quenza Villa della Pieve di Carbini di là da monti: continuano questi con monte Bavella, e Forca d’Asnao, con monte Coscione, dove pure vi sono foci, ò Bocche da passare ma poco in uso, perché molto Alpestri, e Scoscese. Nel monte Coscione vi sono i più belli pascoli dell’Isola, et altre volte vi si numeravano à què pascoli più di 350 mandre di Pastori con infinità di Bestiami. A Bavella si congionge il monte Argiavara, e Diamante, à questo il monte di 238
Conca con sotto un piano in vicinanza del fiume S. Lucia, in Conca scendono Le acque de monti di Cagna: viene in apresso il monte di Roccapina, che termina con una penta in mare frà Bonifacio, e Campomoro. Vicino al monte Bavella à quello di Roccatagliata, sù di cui si scorgono per anco le rovine del Castello di Ranuccio della Rocca. Tutto questo tratto di monti che dura più di 70 miglia, in cui le strade sono si disastrose, et impedite da dirupi, che in molti luoghi sono fatte à scalini nella viva Rocca à forza di Scalpello, come nel Calle di S. Regina in la pieve di Niolo. Sono detti monti pieni di legnami di Abeti, Pini, Elici, Tassi, Ginepri, Castagna, Rovere, e Faggi abbondantissimi di Caccie, di Salvaggiumi, Cervi, Cinghiali, e di una specie di Capri detti Muffoli, ò Muffi, specie di Cervi, che hanno la Corna, come i Montoni. Divedesi l’Isola in 10 Provincie, e 4 Feudi. Sei provincie sono da quà da monti. Capo Corso: Calvi, Bastia, Balagna, Alleria, e Corte: e 4 di là da monti Vico, Aiaccio, Sartene, e Bonifacio. Trè Feudi sono vicini al Capo Corso: Nonza, Brando, e Canari, et uno di là da monti, che è il feudo d’Istria, e confina con la provincia di Sartene. Calvi, Aiaccio, e Bonifacio erano governate ciascheduna da un Commissario nella Bastia vi risiedeva il Generale Governatore del’Isola: le altre Provincie erano governate da luogotenenti. Li Feudi ancor’essi governati da Luogotenenti, che si ellegevano da Condomini di medesimi Feudi. Il Capo Corso è la Provincia più settentrionale della Corsica abitata da persone dedite al travaglio si in mare, che in terra, Comincia questa da Capo Corso, che è una punta, che dira da 4 in 5 miglia, siegue poi à ponente Capo bianco dopo 2 miglia Centuri, con un Isolotto, la piaggia di Alissio, e dopo 7 miglia lo scalo di Pino, che fà da 500 Abitanti, siegue la ponta di Minerbo, la scalo di Giottani, e poi Canari Feudo Separato dalla Giurisdizione di Capo Corso, e qui principia il Golfo del Nebbio, ò sia di S. Fiorenzo. Dalla parte poi di Levante, partendo dal Capo Corso, ò sia dà Capo Bianco à 3 miglia circa ritrovasi un piccolo porto, la Cala dell’Agnello, dalla quale in distanza di un miglio, esce l’Isolotto della Giraglia, poi porto francese S. Maria della Ciapella, la ponta et Isolotto della Finichiarola, e dopo 2 miglia il Macinaggio. Macinaggio è lo Scalo di Rogliani in poco distanza da una ponta, ò scoglio detto la Coscia, e resta à mezzogiorno del Macinaggio una torre dove fabricato un piccolo fortino per diffesa del luogo. Segue in apresso Tomino, e la Torre di 239
Meria, il porto di S. Severa, Cagnano, Porticciolo, Casa, e Torre dell’Ampuria S. Cattarina, il fiume e la Torre di Sisco e poi con un Capo assai sorgente in mare la torre detta Testa di Sagio: Dopo 2 miglia Erbalonga Terra del feudo di Brando, dove termina da questa parte la Giurisdizione di Capo Corso. Gira questo Paese da 48 in 50 Miglia diviso in mezzo da una montagna continuata detta la Serra, che si estende da Tramontana à mezzogiorno per longhezza. Li Luoghi del Capo Corso verso Ponente sono Centuri colle Canelle, et altri 3 Villaggi, Morsiglia con diversi Casali, Pino con 7 ville, et un monistero di Frati Francescani, dove è il monte di Minerbo termine del Vescovato di Mariana. Minerbo fà da 30 in 40 fuochi, e Barettoli che contiene 10 Villaggi. Incontrasi in la medema Costiera il feudo di Canari, che contiene 13Villagi con 900 circa anime, et un monastero di Zoccolanti, et in apresso il Feudo, e luogo di Nonza ben coltivato, con 3 Ville, Olmetta, Olchani, Ogliastro, che fanno 1160 Anime. Li Luoghi del Capo Corso, dalla parte del levante sono Ersa, S. Colombano, Rolliani, ove risiede il Giusdicente, con 5 ville et un Convento di Francescani, e la torre Publica. Siegue in appresso la torre di Tomino con li piccoli Villaggi di S. Paulo, e Pastine, Meria, e Pieve di Luri con altre 5 piccole Ville S. Pietro, Suari, Ghiglione, Carbonaccie, et Oveglia con un Convento di Capuccini. Sopra detta Pieve, in una Collina scorgesi la Torre di Senaca, ove stette questo Filosofo esigliato per caggione di Messalina Augusta. Alla marina ritrovassi Occagnano, Pietra Corbara, e la valle di Sisco con 18 villaggi. Nella Pieve di Luri sono le ville di Piazze, Poggio, Castiglioni, Castello, Fieno, Castagneto, Spergame, S. Nicolao. Dopo Sisco in amene Colline si gionge al fiume Vasina, ove il tanto celebre Santuario di n.ra Signora nel Feudo di Brando, è questo assai popolato, e meglio coltivato, dove termina la Giurisditione di Capo Corso dal levante: Pietra Corbara, Sisco, e Brando con 34 Ville, col popolo di 2360 abitanti divisi in 300 e più fuoghi, formano detto Feudo distante 5 miglia della Bastia, sono in esse due Conventi uno de Zoccollanti, altro di Capuccini: e per impedire lo sbarco à Barbari, che per il passato saccheggiavano quella Costiera: e stato circondato il Capo Corso di più Torri sino al numero di 31 alla riva del Mare, et incomiciando dalla Bastia per andare à Tramontana in la continuazione di circa 50 miglia ve ne sono n° 17 sino à Dollari e Capo bianco: A 3 miglia dalla Bastia si incontra la Torre Toga, poi Torre Pietranegra, Torre Miomo, Torre Grisona, Vasina, Erbalonga, Sagro, Sisco, S. Cattarina, Perticciolo, Luri, Meria, 240
Macinaggio, S. Maria della Chiapella, l’Agnello, Barchaggio, Erza, Centuri, Morsiglia, Pino, S. Francesco, Minerbo, Barettoli, Marinca, Ogliastro, Castel di Nonza, Negro, Farinole, Vecchiaia e S. Fiorenzo. Dopo Capo Corso, e detti Feudi entrasi in la Giurisditione di Bastia: Contiene questa 19 Pieui, Comprese 5 della Giurisditione, e Provincia del Nebbio, e sono Otta, Petrabugno, Orto, Mariana, Bigorno, Caccia, Petralba, Casaconi Rostino, Casinca Tavagna, Ampugnani Orezza e Moriani. Le Cinque Pievi del Nebbio, sono Patrimonio, Olmetta, Oletta, Farinole, S. Pietro, e S. Quilico. La Pieve di Lotta, e Pietrabugno che, è à tramontana della Bastia faceva altre volte 470 Fuochi compresi in 20 Casali. Fà al presente anime 1320. Li suoi luoghi principali sono Petrabugno, Guaitella, Casevecchie, Casenove, Astima, Alzeto, Cardo, S. Maria, S. Martino di Lotta, che è il principale di tutti, abbonda questo Paese di vini esquisiti. La Pieve di Orto, ora quasi ruinata era avanti numerosa di 340 fuochi. Due soli luoghi Biguglia, e Furiani oggi la compongono con 500 abitanti in terreni coltivi. In questa Pieve è situata la Bastia Capitale di tutto il Regno, residenza del Governatore, e del Vescovo che porta il titolo di Accia, e Mariana Città ruinate. Dividesi la Bastia in Terravecchia, e Terranuova: la prima in sito molto aspro senza mura, la seconda in la maggior parte in Terreno piano con molte belle case fabricate alla moderna, cinta non solamente di ottime muraglie, mà di un largo, et alto fosso con ottimi bastioni, et una Cittadella assai buona. Sono nella Bastia due Conventi di minori uno nominato S.Ant° di Padova di Capuccini l’altro di S. Angelo di Frati Zoccolanti. Una Casa di Gesuiti dedicata à S. Ignatio, altra di Frati osservanti di S. Francesco, 3 Conventi di monache: cioè S. Chiara Agostiniane, SS.a Annontiata Turchine, e S. Orsola. Un publico spedale dedicato à S. Nicolò: il Convento di S. Giuseppe di Frati Serviti, altro de PP.Missionarij col titolo di S. Maria del Carmine: la Cattedrale dedicata à S. Maria: la Parochia di S.Gio.Ba.tta. Cinque oratorij, cioè S. Croce, S. Carlo, la SS.a Trinità, SS.a Concettione, e S. Rocco. Il di lui porto è molto angusto, con un molo fatto con arte, et hà l’entrata à Maestro, capace di pochi bastimenti: nell’entrare, à banda sinistra del medemo rimpetto al Palazzo del Governatore evvi un Scoglio detto il Leono. La Città è scarsa di acqua la quale per lo più si va à prendere ad una fontana detta Ficcagiola, introducendosene parte per un Acquedotto. Rendono abbondante questa Città i luoghi fruttiferi, che hà 241
all’intorno. Il Vescovo di Accia, e Mariana hà nella sua diocesi 92 Parocchie. 13 di queste sono nella Balagna, cioè quella di Novella S. Martino, quelle di Palasca, Ortaca, Lama, Petralba, Belgodere, S. Bartolomeo di Occhiatana, Costa, SS Simone, e Giuda delle Villa: S. Maria di Speloncato Collegiata, olim detta S. Michele, S. Cattarina altra Parochia di detto luogo, con un Convento di Capuccini, S. Pietro di Nessia, con le Parochie di Feliceto, e Muro. A mezzogiorno della Bastia, ove sbocca in mare il fiume Guolo, evvi la Pieve di Mariana, che prende la denominatione dalla Città di tal nomme distrutta. Si scorgono per anco le vestigia della di lui Cattedrale, dove il Vescovo di Bastia và à prendere il posesso del Vescovato, unitamente à quello di Accia. Trà soli Villaggi compongono questa Pieve, Locciana, Vignale, e Borgo con 500 Abitanti. Sopra detta Pieve evvi quella di Bigorno con 1060 abitanti distribuiti in 12 Ville, che sono Scolca, Erbagio, Volpagiola, Campitello, Teggie, S. Marcello, Poggio, Rolla, Ficcagiola, Lento, Trave, e Querceto. A questa contigua è la pieve di Casinca con 2630 Abitanti divisi in 650 fuoghi, confina questa à Tramontana col fiume Guolo, à mezzogiorno con Fiumalbo e Tavagna, à Ponente con la pieve di Casaconi, et hà 5 miglia di Pianura dal Guolo sino alla Torre di S. Pellegrino, sono i suoi villaggi tutti situati in Collina = Oretto, Sorbo, Occagnani, Penta, Porri, Venzolasca, Vescovato et il Castellare. Dà questa Pieve sino alla Torre della Solinzara vi sono più di 80 miglia di costiera, vien questa detta la Spiaggia di Alleria, quale spiagia ò pianura si estende alla montagna in qualche luogo 6 in altri 7, 10 e sino à 20 miglia, et in qualche parte poco meno di 15 miglia. Sopra essa Pieve continuando la Sponda del Fiume Guolo scorgesi quella di Casaconi con 1956 abitanti in 400 circa fuoghi: Principali frà questi luoghi sono = Ortiporio, Fornoli, Pertinaccie, Crociccia, Pianelli, Camere, Pietra, Piazze, Nicoria, Costa Vergaliesi, Canagia, Ferlagia, Lordo, Filette, Monte, Carogna, Divina Campile, Penta, Aquatella, Monte, Olmi, e Furnelli. La Pieve di Tavagna, che con Fium’alto hà la sua origine in Orezza, confina à mezzogiorno con quella di Moriani alla Torre della Padulella in longhezza di 5 miglia in faccia al mare. Era altre volte numerosa di 20 Casali con 320 fuoghi, mà per essere sempre stata patria de principali ribelli contro de Genovesi per le continue guerre, e tumulti è di molto diminuita e consta di soli 1327 abitanti 242
divisi in 12 principali Villagi Taglio, Isolaccia, Pero, Casevecchie, Poggio, Arenoso, Mezzana, Orneto, Carbonaccie, Velone, Villenove, e Tallesani Patria del Caporibelle Luiggi Giafferi. Dal Fiumicello Canapagio, e dalla Torre Padulella confini di Tavagna comincia la Pieve di Moriani per tratto di 5 miglia, continua al mezzogiorno sino al fiume Vocatogio alla torre Prunetta, contiene con 2127 abitanti 25 Villaggi, principali frà quali sono la Venzolasca, Bonaldi, Coccola, Piazze, Valle, Poggio, Pente, Forci, Pinzo, Serra, e Fieno. Continuando la sponda del Guolo sopra Casacconi, evvi la pieve di Rostino con 2160 abitanti in 650 fuochi, divisa in 26 Ville, principali delle quali sono Pastorecchia,
Savinaccie,
Castineta,
Valle,
Grati,
Casapiti,
Ferlagia,
Rischiamore, Saliceto, Vicinato, Bisinchi, Sevasi, Casanova, Erocca, e Morsaglia, con una gran pianura. Sotto detta Pieve al Levante trovasi quella di Ampugnani delle migliori di tutta l’Isola, che avendo à Tramontana quella di Casaconi, contiene 3580 abitanti. Evvi in questa una montagna con sopra l’antichissima chiesa nominata S. Pietro d’Accia, dove il Vescovo di Bastia prende il posesso del Vescovato di tal nome. Li suoi paesi sono 20 all’incirca, frà quali Porta, Poggiale, Quercitello, Stopianova, Giucatogio, Penta, Casteldacqua, Pruno, Ficaggia, Polveroso, Monte d’Olmi, Alzi, Bonifacio, Querceto, Casalta, Piano, Ficolaccie, Poggio, Marinaccie, Lutina, Melelli, Nepita, Penta al Tiave, Cassindo, Ficaggia, Ezavo, Casabianca, Silvareccio, Croce, e Scata: Principale però frà tutti, è Casabianca. Contigua à questa in poche miglie di salita è la pieve d’Orezza, che confina à mezzogiorno con quelle d’Allesani, e di Vallerustie: fà 3826 abitanti con 58 Villaggi frà questi i principali sono Tramica, Piazale, Piè della Croce, Rapagio, Grana, Erbaggio, Parata, Querrino, Pastorechia, Fontana, Bustico, Colle, Carpineto, Verdese, Fossetto, Piè d’Opartino, Nocaria, Campodenico, Stazzona, Piè d’Orezza, Carcheto, Castello, Sorbello, Campana, e Casanova ; in questa Pieve evvi un monastero di Frati minori. Per continuare la Giurisditione della Bastia, doppo la Provincia di Capo Corso verso Ponente, nel Golfo del Nebbio evvi la Pieve di Farinole che confina col feudo di Nonza, et arriva sino alla Terre di della Vecchiaia, distinta in più Casali, principali frà questi sono Farinole, Poggio, e Spargaggio con 500 Abitanti. A Farinole succede la Pieve di Patrimonio distante solo 5 miglia dalla Bastia distinta in sole 3 ville, la principale è Barbaggio. 243
La Provincia del Nebbio è separata dalle pievi di Orto, Lota, e Bigorno da una montagna, et alquanti Boschi frà quali quello della Stella, e di Giussani, ove sono legnami in gran copia. Dalla parte di Pietralba è separata dal monte Tenda sino alla costiera delle Egriate, quale dura 15 miglia: dove termina col fiume Ostricone. Gira la provincia del Nebbio circa miglie 70 compresa la Costiera della marina. Sotto la chiesa di S. Nicolao in poca distanza dal monte Tenda, nasce un fiume detto Bivinco da due piccoli laghi che passando per le pievi di Oletta, et Olmetta, sbocca vicino à Biguglia nello stagno di Chirulino. La pieve di Olmetta fà 706 Abitanti divisi in 3 Villaggi: Olmetta di Nebbio, Vallecale, e Rutali, che resta di là dal ponte sopra detto Fiume. Due ville Oletta propria, et il Poggio con 887 abitanti formano la Pieve di Oletta, e sopra il Golfo di S. Fiorenzo Scorgesi la Pieve di S. Quilico con 950 abitanti le di cui ville sono Morato soprano, Morato sottano, Rapale, Sorio, Croce, e Pieve. A Tramontana di questa evvi la Pieve di S. Pietro abitata da 970 persone compartite in 2 Ville, S. Gavino, e S. Pietro con un Convento di Frati Capuccini. S. Fiorenzo terra in fine del Golfo di tal nome, della Giurisditione di Nebbio, 5 miglia distante di Farinole, era né tempi andati assai forte perché munita di mura, e di forte Castello sendovi al presente qualche poche abitazioni con una forte Torre. La Terra è abitata da circa 150 persone, evvi in poca distanza verso ponente all’entrare del Golfo altra Torre della Mortella che serve per guardia del medeme Golfo. Dopo la Mortella, in costiera del mare trovasi la punta della Cavallata, Peralto, la Corsa, la piaggia di Sàlecia, la punta di Mignona, del Trave, del Timone, il Porticiuolo, di Malfalco, Piaggia di Alga, la ponta delle Solche, dell’Aciuolo, la Porragiola, e poi la foce del fiume Ostricone, ove termina la Giurisditione della Bastia. Tutto detto paese nominato delle Egriate, si connumera con il Nebbio, la di cui Cattedrale, et altre Parrochie di quella Giurisditione, vi scodono le entrate loro, e quantonque sia senza abitazioni, pure vi sono Tenute, ò pure come dicono què Paesani Prese di terreni di Biade da Balagnini, e Nebiscini coltivate. A tramontana di detto fiume, è situata la pieve di Petralba Giurisditione di Bastia, confina à mezzogiorno con la pieve di Caccia, fanno queste due Pievi Anime 1960 coiè 600 Petralba, e 1300 Caccia. Molto più ne facevano altre volte ma le Guerre, e le Ribellioni dell’Isola le hanno di molto diminuite. Le Ville di Caccia sono: Piazza, Petrera, Casesoprane, Castifalo, Moltifalo, Asco, 244
Canovaggie, Coste, Borgo, Torre, e Carpeneti. Quelle di Petralba sono Petralba, Tetto, Casenove, Lama et Ortaca. La Villa di Asco è situata alle falde di montagne altissime. In Caccia evvi un Convento di Frati minori, e con questa pieve termina la Giurisditione della Bastia Separata da quella di Balagna dal monte Tende, e dal fiume Ostricone. La Balagna: Provincia più fertile di tutte le altre di Corsica, sebbene non arriva à miglie 70 di ampiezza, e molto più ricca per l’abbondanza di oglio, di cui ne fà gran traffico: Cinque Pievi contiene questa Provincia = cioè Ostricone, Giussani, S. Andrea, Aregno, e Tavani. Palasca e Novella con 750 abitanti formano la Pieve d’Ostricone. Quella di Tavani con 7 ville principali frà quali Belgodere, Ochiatana, Costa, Speloncato, e Ville con un Convento di Franti minori di S. Francesco contiene 2030 abitanti, e n°16 Villaggi fra quali Occhi, Lavatogio, S. Reparata, Aregno, Cattari, Avapessa, Corbara, S. Antonino, e Monticello, compresa l’Argagliola principale di questa provincia fortificata da Ribelli, in questa vi soleva rissedere il Luogotenente, con 4050 anime formano la Pieve di Aregno. Era antiquitus l’Algagliola circondata di buone muraglie, situata alla sponda del mare in buona positura, ma in queste ultime Ribellioni è stata mezza rovinata: Hanno in detta Pieve i min: Osservanti un Convento in Aregno, li minori Riformati un altro d° di S. Cervone, ò sia di Marcaso, e li Capuccini il Convento di S. Riparata, le Parochi d’Algagliola porta il titolo di S. Giorgio. Muro, Feliceto, e Nessa con alcune altre ville con 900 circa abitanti formano la Pieve detta di S. Andrea. La pieve di Giussani con 6.Villaggi, Pogiolo, Porcoli, Mausoleo, Vallica, Olmi, e Capella, contiene 810 Abitanti. Dicesi, che un certo Officiale Genovese di Casa Doria costrinse in Paesani di Balagna à piantare un certo numero di Alberi di Olliva, et inestar gli alberi di Ollivastri, e che poi in questo modo si sono à dismisura moltiplicati, è gli obligò anco à piantarne tanti per ogni fuoco, et in tal fatta la Balagna si è resa assai fertile. Doppo la Balagna siegue la Giurisditione di Calvi, che contiene due Pievi Olmi, e Pino, la pria è composta di 3 Villaggi, Linghiniani, Ziglia, e Cassani, compreso anche Lumio confinante con la Pieve di Aregno, e fanno animo 1830 la 2.a parimente contiene 3 ville Montemaggione, Mocale, e Calenzana, che fanno anime 2416. Calenzana è il luogo più grosso, e popolato della Balagna. 245
E situato Calvi alla riva del mare in posto rilevante, circondato da 3 parti dal medemo mare, munito di assai forti muraglie, e Bastioni, et attesi li dirupi del monte, non può da alcuna parte esser battuto, se non dal Colle detto Mozello, sopra del quale è stato fatto nel 1756 un fortino per diffesa in ogni evento di guerra. Il circuito di Calvi è di un miglio in più, fà circa 400 fuochi, hà un porto buono, e sicuro per Galee: doppo Bonifacio è il Forte più considerato di tutta l’Isola per essere i suoi abitanti stati sempre fedeli alla Republica, godono essenzioni, e privilegi distinti. Comincia la di lui Giurisditione dalla parte del mare dal fiume di Mocale, e termina alla Torre di Porto in questo modo. Doppo Calvi siegue un Capo assai esposto in mare, che si dice Rilevata di Calvi: poi porto Cavallo, la Cala della mandurella: Capo di Vela, Corvani, e Giottani, il Porto di Galeria, dove è una Torre, et una fiumara detta delle Ripe, quivi dalle vicine montagne si portano gran quantità di legnami, de quali i Calvesi ne fanno un gran commercio. Passata una ponta che porge in mare, si trova piccola Cala detta Porto Elice, le Partiche, poi Punta bianca: Capo dell’imbuto con una Torre, Monte Gargano con un Isolotto, la Cala della Gartaggia, Capo Scandola, Cala Moretta: Cala vecchia, e poi Giralatte, che è buon porto, e gira più di 2 miglia, ricetto però, e nascondiglio di Corsari. Girando in appresso la Costiera trovasi la Tovara, monte Asenino, detto dagli Antichi Monte Sannico, che porge in mare à modo di Promontorio, seguono 3 altre piccole Cale, Radella, Caspi, e Basaggia, e finalmente la Torre di Porto, detto anticamente Porto di Scia, dove sbocca in mare un fiumetto nominato Gozzaia Da quivi stendesi una Cattena di monti che dividono la Giurisditione di Calvi da quella di Vico. Dalla foce di Calvi à Monte Asenino vi fanno miglie 40 e dal Capo Corso al detto monte per costiera di mare miglia 110. Doppo monte Asenino, quale come abbiam detto è il principio delle montagne, che dividono l’Isola, si trovano le foci, ò sia passi sopradescritti, che continuando in vicinanza de Laghi d’Ino, e Creno, situati quasi nel Centro dell’Isola, sino à Solenzara per costiera al piano di Conca, arrivano à Roccapina, dove è la Torre denominata di Roccapina. Frà la Torre di Porto, e quella di Giralatte nelle sopradette montagne evvi il Bosco di Lonca, e Stenica abbondante di Alberi per legnami d’ogni qualità, de quali se ne conducono gran copia al mare, e vicini scali. Doppo la Provincia di Calvi, siegue quella di Vico, la prima delle 4 che di là da monti s’incontrino. Comincia questa dalla detta Torre di Porto, e fiume delle 246
Ripe, e termina al fiume delle Ripe di sotto, ò sia Liamone nel Golfo di Sagone, confina à mezzogiorno con la Pieve di Ginerca della Giurisditione di Aiaccio, et à levante ha per confini li monti, che dividono l’Isola. Sei Pievi, cioè Vico, Sorunzù, Sevindentro, Cruzini, e Siasalogna con 4000 e più abitanti formano questa Giurisditione. Dette pievi à riserva di quella di Vico sono quasi distrutte. Li suoi Villaggi sono Otta, le Piane, e Paomia de Greci, hà il suo scalo nel principio del Golfo di Sagone, avendo annesso altro piccolo vilagio con chiesa dedicata à S. Martino La maggior parte però de Greci abitano in Paomia 450 abitanti fà la Pieve di Sevinentro formata da 5 Ville: Eviza, Marignano, Chidazzo, Cristinaccie, e Tasso. A tramontana sopra Evisa giace un vasto Bosco e spatioso, detto Bosco d’Aitone folto di grossi Alberi d’ogni genere, ma per la sua lontananza da Scali del mare, non se ne puol ricavare grandioso vantaggio, e profitto, attese le strade Alpestri, e dirupi. Al Levante di detta Pieve, e situata la pieve di Sorunzù sopra di incolti monti con 600 abitanti divisi in 4 Villaggi, Socia, Orto, Pogiolo, e Guagno, sopra della qual villa hanno origine li 3 Fiumi Guolo, Tavignano, è Liamone. A mezzogiorno di Sorunzù, e situata la pieve di Cruzini frà incolte montagne con soli 200 abitanti, e due Ville Rosatia, e Salice. La Pieve di Vico, il di cui Scalo al mare è Sagone, contiene 35 Paesi distinti in 26 Podestarie, ed è Governata da un Luogotenente, che risiede in Vico, e da il nome tanto alla Pieve, che à tutta la Provincia. Li suoi Principali Villaggi sono 17 cioè Vico, Alberi, Poggio, Pieve, Nessa, Ghigliaci, Albrecciani, Balogna, Cerasa, Chimiglia, Renno, Murzo, Porta, Carcheto, Letia, Piano, e Carogno, con tutto 1650 abitanti. Sagone, che oggi s’incontra per spiaggia, era il Sito dell’antica distrutta Città, di cui altro al presente non vi è, che il nome, et il Titolo del Vescovato, che però mantiene la Cattedrale, e il Clero in Vico. L’ultima pieve di questa Giurisditione, è la Capella, cosi detta di Coggia, con 409 abitanti compartiti in 4 Ville, Coggia, Casanova, Verdolaccie, e Marcolaccie. La costiera di questa Giurisditione per mare dalla torre di Porto, andando à mezzogiorno, si continua con incontrare il Capicciuolo, con torre, la Ficcagiola, li Cavi Rossi con un Isolotto, La punta d’Arone, Capo di Palo, la punta d’Orchino, e doppo 3 miglia la punta di Migne con una Torre poi il Calgese, o 247
sia punta, e Scalo de Greci, con altra torre. S. Perpetua, la piaggia di Menasi, la punta della Corsa, e Morzetta e distante di questa un miglio la Torre di Sagone, con un piccolo fiume, e quivi è lo scalo per andare à Vico, che resta lontano 7 miglia dal medemo Scalo, incontrandosi per camino sopra di un Colle un antica Chiesa di S. Antonio: due miglio lontano dal mare, et evvi in seguito la punta di S. Giuseppe, colla foce del fiume Liamone, circondata da fertile pianura, con circa 3 miglia di Spiaggia, che prende la denominatione del fiume. Doppo detta Spiaggia comincia la Giurisditione d’Aiaccio con la Pieve di Ginerca detta Giurisditione è la più cospicua frà tutte la altre. Vasta di situazione, e contiene 8.Grosse Pievi. La Città d’Aiaccio con li suburbj, non fà che 3750 abitanti circa cinta di muraglie in bella pianura, munita di forte cittadella, che la guarda all’entrare del Golfo: questo gira 30 miglia in circonferenza, largo all’entrata 10. Evvi nella Cittadella un Castello guarnito di molti pezzi, e buona armeria. Frà le altre Fabriche di consideratione, che sono nella Città, evvi quella, del Seminario fatta dal Vescovo Frà Pietro Spinola nel 1718 all’entrare del detto Golfo, alla parte sinistra, vi sono le Isole Sanguinare con Torre et altra in Terraferma, et in poca distanza la fertile villa detta Barbicaggia, dalla parte destra verso mezzogiorno, evvi la nuova Colonia de Cotti. in distanza di miglie 10 per Golfo dalla Città, con luoghi assai fertili. Li Vescovi prima delle Guerre non risiedevano in Città, mà nel 1578 andoronvi ad abitare, e non essendovi Chiesa nobile, che meritasse Titolo di Cattedrale, il Pontefice Gregorio XIII vi mandò l’anno 1584 un Vicario Apostolico, che la fabricò. Di là dalla colonia di Corti, restavi il distrutto Paese del Frasso, Contea del Vescovato di Aiaccio, in Terreni ben Coltivati. Uscendo dal Golfo à sinistra si trova la Torre detta della Castagna, e di Capo di muro, dove stanno guardie per diffesa del medemo Golfo. Sopra Aiaccio in Collina la prima che si trova è la pieve della Mezzana con 653 abitanti compartiti in 7 Ville: Carcopino, Sarola, Opapo, Pogiale, Suari, Lundella, e Casile: evvi in questa Pieve un Convento di Frati minori. A Tramontana di questa è la Pieve di Cinarca, tutta in Colline, composta di 1325 abitanti, le sue Ville, sono Ambiegna, Arro, Lopigna, S. Andrea, Calcatogio con la sua spiaggia, Canelle, e Casaglione. Alla Mezzana è contigua la Pieve di Cauro, che fà fuochi 250 con 1300 circa abitanti. Contiene questa Pieve 20 Ville, 248
principali frà queste sono Cauro, Sovarello, Eccica, Occana, Tolla, e Bastellica il principale de luoghi della Pieve lontano 20 miglia dal mare, ove sono alcuni pozzi in forma di stagni, in quali si pescano Tutte esquisitissime. Il Teritorio di questo suolo gira 8 miglia, et evvi un Convento di Frati minori di S. Francesco. Sulle montagne di questa pieve hà origine il fiume Gravone, che dalla Bastellica, arrazando tutta la pieve di Cauro, sbocca nel Golfo di Aiaccio vicino la Torre detta del Capitello. Contigua à detta Pieve à Tramontana, evvi quella di Celavo, che con 200 circa fuochi, ristretti in 27 Villaggi, fà 2460 anime, conta per luoghi principali Occhiani, Carbuccia, Tavera, Tavago, Bogognano, e Vero, frà questa Pieve, e Cauro restavi un fiuminale con territorij assai fertili che và ad unirsi al Gravone. Frà li fiuminali di Gravone, e Prunelli, evvi la Capella delli Peri, che resta anco frà la Mezana e Cauro: 4 Villagi. Peri, Salasca, Cottoli, e Corticato con 950 abitanti la compongono in Terreni fertili. A mezzogiorno incontrasi la Pieve di Ornano, delle più abitate di tutta la Corsica: fà ella da 1000 fuochi, compresi in 30 Villagi con 3300 Abitanti. frà gli altri luoghi, che restano in Collina et in valle, scorgesi in pianura quello di S. Maria d’Ornano, ove fra le memorie del tanto nomato Ribelle San Piero della Bastelica, scorgesi anche in oggidi il di lui forte Pallaggio passato in donativo per publica munificenza à SS.ri de Ornano: Gli altri suoi luoghi principali sono = Siche, Urbalacone, Grossetto, Prugna, Ronfdana, Zigliara, Arzillone, Ampasa, Quasquara, Cognocoli, Monticci, Forciolo, Campo, Frassetto, Guarguale, Arbitrecci, Pila, Canale, e Torgià. In Santa Maria, Zigliara, e Cognocoli, vi abitano li Signori d’Ornano, e di Bozi famiglie delle più qualificate di Corsica. Divisa in 10 Casali situati à falde di monti, composta di 4500 Abitanti siegue in appresso la Pieve di Talavo. Li suoi luoghi sono Zevaco, Corà, Ciamanaccie, Giuttera, Palneca, S. Paulo, Givvicacio, Tasso, Cozzà, e Ziccavo abitato doppo le Città più di ogni altro luogo del Regno: Era in questa Pieve un Castello detto Bozi, al presente rovinato, dal quale hanno presa denominatione li SS.ri di Bozzi. Li Pascoli del Monte Coscione, che communica con Quenza fanno riuscire intanto esquisiti formaggi, che ricavansi da bestiami, che vi pascolano, passa per questa Pieve il fiume di Taravo, detto dagli antichi Querco, che divide il Feudo d’Istria dalla Pieve di Ornano, e Bozi, e và in mare à Porto Pollo nel Golfo detto di Taravo, ò sia del Valinco. 249
Termina con questa Pieve la Giurisditione di Aiaccio, e li succede il Feudo d’Istria proprio de Feudatarij Colonna, che resta frà le Provincie di Sartene verso levante, e quella d’Aiaccio verso Ponente. Undeci Villaggi con 7 Podestarie, e 3200 Abitanti circa, lo compongono frà 25 miglie di giro: mantienvisi un luogotenente per amministrazione della Giustizia, che risiede nel luogo dell’Olmetto il principale di tutto il Feudo facendo da 1000 e più abitanti, situato longi 3 miglia circa del mare, alla cui spiaggia in poca distanza scorgesi il Piano di Baraci à piedi di dirupi, e Colli. Doppo l’Olmetto si incontrano Sollacaro, Casalabriva, Bechignano, Petreto con ville di molto amene, e doppo 4 miglia Mocà, Crocci, Argiustia, et Ollivese. Al mezzogiorno del fiume Valinco è la provincia di Sartene, contiene questa 4 Pievi, Viggiano, Attala, Scopamene, e Carbini, che compreso il luogo di Sartene fanno 6500 abitanti circa. Sartene è il luogo principale, che si vede per anco murato, situato sù d’una collina con Territorio grandioso, hà col mare il proprio scalo in distanza di 8 miglia nel Golfo di Valinco, detto Porticciolo, ò Scalo di Sartene, e da questo si gionge in poca distanza di Golgo à Campomoro. La più vicina al mare è la Pieve di Viggiano, che ha à Tramontana il piano di Baraci, et il feudo d’Istria. Cinque sono le sue Ville: Fezzano, Arbillara, Viggianello, Santa Maria, e Fichianelle con 638 Abitanti. Passato il Valinco sopra il ponte di Rizzanesi, vassi à Sartene. Frà due bracci del fiume Valinco è situata la Pieve di Attala, abitata da 1000 circa abitanti in terreni assai fertili. Le sue Ville sono S. Andrea, Altagne, Soza, S. Lucia, Olmiccia, Cargiacca, Loreto, Mela, e Poggio. Sopra alte Colline à Tramontana della suddetta, abitata da 2600 Anime frà terreni incolti, scorgesi la Pieve di Scopamene: Sorbola, Aulè, Zirubia, e Quenza sono i suoi luoghi abbondanti però di bestiami, et in particolare quello di Quenza, che ne manda grande esito fuori. Cinque Ville frà le quali le Vie, S. Gavino, e Sonza con 1400 Abitanti formano la Pieve di Carbini ultima di questa Giurisditione circondata da montagne, che la dividono da Portovechio, dal quale ne è distante 20 miglia. Continuando la Costiera del mare da Sartene à Bonifacio, doppo la piaggia di Liamone siegue la punta di Tivaccia, la spiaggia di Calcatogio, la piaggia di Alissia, doppo 5 miglia Porto Provemale, doppo altre 5 miglia Capo Fieno con una Torre, poi Cala di Fico, la piaggia di S. Antonio, e poi le Sanguinare con due Torri, una nell’Isola, et altra in Terraferma, doppo questi Isolotti per costiera 250
incontrasi le Fornaci e Barbicaggia, la ponta del Carmine, quella di S. Francesco, e 10 miglia doppo le Sanguinare trovasi Aiaccio. Indi siegue la Piaggia delle Canne, la ponta di Aspreto, le foci delli fiumi Gravone e Prunelle. Longhi 5 miglia da Aiaccio, evvi la Torre dell’Isolella indi Porticia e poi la torre della Castagna, la costa delle Gioselle, et alcuni scogli detti le 7 navi, che fanno un poco di riparo, e doppo 5 miglia Capo di muro con una Torre: da questa alle Sanguinare vi sono miglie 15 e tanta è l’entrata del Golfo d’Aiaccio da una ponta all’altra, da detta Torre parimente sino ad Aiaccio vi sono miglia 15. Passato Capo di muro, verso sirocco scorgesi per costiera Caponegro, Cala d’orzo, con una torre, Porto Pollo, con la Torre detta Capanella, Piaggia d’Aglio, Proprià, e la foce di Talavo con il piano di tal nome. frà questo, et il Valinco, vi è la fiumara, e piano di Baraci, tutti detti luoghi restano nel Golfo detto del Valinco: continuando da questo verso Bonifacio trovasi Porticcioli, ò sia lo scalo di Sartene, e doppo 4 miglie la Torre, e Porto di Campomoro. Alcune abitationi, con diverse tenute, coltivate à biade formano quivi un piccolo luogo spettante alla famiglia Fozzani Durazzo. Sieguono in appresso le Senetose con alcuni scogli, ò Isolotti, et in seguito altro Isolotto detto la Botte di Tizzano, et in Terra una Torre di tal nome, quale resta lontana 15 miglia da Campomoro, e doppo altre 10 miglia la Torre, e Porto di Roccapina, la Torre in appresso, e Porto dell’Olmetto, la Piaggia di Figari con altra Torre, il Golfo di Ventilegne, e doppo 15 miglia in vista di fertili pianure Capofieno, da dove col camino di altre 15 miglia al Presidio di Bonifacio. La più meridionale di tutte le Provincie è quella di Bonifacio, quale Città hà l’entrata del porto ben augusto, ma bello longo un miglio, ove hà in fine lo scalo: E situato questo Presidio sopra di Collina cinto di fortissime mura, con ponti levatori, gardato da più bastioni, il numeri degli abitanti, è di circa 2500 hà entro un bellissimo Bosco, con due Conventi, uno di PP. Donimicani, altro di PP. Osservanti. In quanto allo spirituale è Bonifacio sottoposto all’Arcivescovato di Genova immediatamente. Risiede in questo Presidio un Commissario, et è distante dalla Sardegna 10 miglia. Partendo per costiera del mare verso Tramontana, doppo 18 miglia da Bonifacio, si gionge al Presidio di Portovechio, benché distrutto. si incontra prima Capo Pertusato, la Piantarella, lo Sperone, Capo Santa Amanza, che gira circa 6 miglia, Capo Rondanana, la Torre della Sponzaglia, Portonuovo, che è della grandezza di quello della Bastia, poi la Cala S. Giulia, la Pinera, e la 251
Chiappa, rimpetto alla quale sono trè Isolotti detti la Cibricaglie. Si presenta in appresso Portovechio. Il Golfo è buono, e sicuro, ma con aria molto cattiva, che però è abitato da sole 200 circa persone. Nell’entrare del porto à parte dritta vi sono due Torri, una detta di S. Cipriano colla fiumara detta Fiume d’osso, l’altra col nome di Torre Benedetto col fiume Agoniello. Gira detto 8 in 10 miglia, et ha in fine un Isolotto detto il Giglio. Continuando in costiera verso Alleria incontrasi in primo luogo la piaggia di S. Cipriano, Capo delle acque, l’isola dette de corsi con una torre, gira questo Isolotto un miglio, ed è nido de Corsari Barbareschi, siegue in appresso il fiume di S. Lucia, il porto di Soracco, la Torre della Fautea, Favone, e Favoncino, con un piccolo Seno, siegue indi la piaggia dell’oro, la Torre della Solinzara, colla quale termina la Giurisditione di Bonifacio, dal quale Presidio ne è distante per 48 miglia di camino per terra in campagna tutta incolta, et aperta senza abitazioni di veruna sorte. Li primi Paesi, che vicino alla Solinzara s’incontrino, sono le Pievi di Corsa, e Covasina principio della Giurisditione di Alleria. Contiene la Giurisditione di Alleria che principia dalla detta Torre di Solinzara Sette Pievi, con 7607 abitanti, cioè Corsa, Covasina, Allessani, Opino, Serra, Verde, e Campoloro. La prima è quella di Covasina con 613 abitanti in 5 Ville, Solaro, ò Solagio, situato al fiume Trave, Ania, S. Gavino, Ventisari, et Ornaso: passa per questa Pieve il fiume Asbatesso, ò sia il Giunchitello. Siegue la Pieve di Corsa in due sole Ville: Prunelli, et Isolaccio con 800 Abitanti. Distante 3 miglia dalli Prunelli, vi sono li Pozzi, ò Bagni dell’Acque caldane assai salubri à tutte le malatie. Dà qui è poco distante il Procoio Fiesco, ò sia di Fiumorbo, chiamato il Milliaciaro già di Ugo Fiesco Patrizio Genovese, et è distante 4.miglia dallo Scalo: hà un Territorio di 20 miglia circa di longhezza con terreni Bellissimi, ed ameni: incommincia questo Territorio dalla Solinzara, ma in questi ultimi anni gli Eredi di Fiesco venduto l’hanno ad un Corso di casa Martinelli, attesa la Ribellione. Doppo 5 miglia entrasi in altro Procoio di Felice, e Domenico Spinoli, et è pure passato in altri possessori, ivi sono abitazioni in Terreni ameni, e fruttiferi, donde la scende lo stagno Orbino ricco di ostriche, con altre pescaggioni, si passa ad altro Stagno detto d’Anguillara dove è une bella salina prodotta dalla natura, e senza industria di arte: abbonda continuamente di Sali. Dette abitazioni chiamassi: Vadine e Casavianda. 252
Indi a 2 miglia giongesi alla fiumare della distrutta Città di Alleria: Capitale della Giurisditione di tal nome: Si vedono le di lui vestigia tra il fiume Tavignano e Tagnone, evvi per anco la chiesa tutta rovinata, con alcune abitazioni di persone provedute da Paesi vicini per coltivare quelle Pianure. Varcato il Tavignano scorgesi lo stagno di Diana del fù Geronimo Veneroso, ma al presente in mano di Ribelli. In mezzo di esso Stagno evvi un isolotto, che diconlo formato di corteccie di ostriche, e contiene le piccole abitazioni per le pesche, restando Alleria in mezzo di questi due Stagni vien stimata l’aria poco salubre. Continuando entro terra in pianura longhi 10 miglia circa, scorgesi la pieve di Opino con una sola villa detta Tallone con 150 abitanti. Succede à questa la pieve di Serra, che discende quasi alla marina. detto tratto di camino dicesi Spiaggi di Alleria, o sia piano di Alleria, le sue Ville sono Moita, Mattra, Zallana, Zuani, Amprimani, e Prunelli, e Pianello, facendo in tutto circa 1600 abitanti, discende da questa pieve il piccolo fiume Arena. Pietra, Monticci, Ciattra, Canale, Linguizetta, Monte, Tolsi, e Campi con 1450 abitanti formano la pieve di Verde situata frà due fiumi, Bravone à mezogiorno, et Allessani à Tramontana, avendo la Collina di S. Comisio, e la bocca di Muttari à ponente. Più Paesi compongono la Pieve di Campoloro, situato à Tramontana della sudetta con 1460 abitanti, è traversata da due fiumi Alessani, e Vocatoggio. Li principali suoi Villaggi sono Giglio, Cervione, Cottone, Gigliaci, Carregio, Teglie, S. Andrea, la Valle, Casalta, Reggio, e Favalello. Cervione è il più considerabile, che contenendo belle abitazioni, quivi risiede il Vescovo col titolo d’Alleria. Frà le altre Fabriche scorgevisi un bel Seminario con la Collegiata per li Canonici fattavi fabricare dal B. Allessandro Sauli, all’orche fù Vescovo di quella Diocesi. L’ultima pieve di questa Giurisditione è quella d’Allessani, che confina à ponente con la giurisditione di Corte, et al levante con la pieve di Campoloro, et è composta di 1700 abitanti in 27 Ville consisteva, ed ora in sole 11. In Questa Pieve le ville sono Annovale, Lozzi, Perelli, Castagneto, Ortale, Porta, Sorbello, Petricaggio, Vitolletto, e Piobetta, tutto in colline. In le montagne di questa Pieve hà la sua origine il fiume Bosso, che poi unito ad altro Canale verso la marina vien detto il fiume d’Allessani, e sbocca in mare alla Torre d’Alistro. Otto numerose Pievi con 14.470 abitanti formano la Provincia, e Giurisditione di 253
Corte, compartite in colline, e montagne assai aspre. Le Pievi sono Tralcini, Venaco, Castello, Bozio, Giovellina, Vallerustie, Niolo, e Rogna. La Pieve di Tralcini è situata quasi in mezzo dell’Isola, fà 2700 abitanti: Sono in questa 6. Paesi: Corte, Castirla, Soveria, Tralonca, Ommessa, e S. Lucia. Il luogo di Corte fertile sopra tutti gli altri della Pieve, vien giudicato il Centro, o sia il bel mezzo dell’Isola, abbonda di piante, e frutti, frà orti bellissimi, per l’abbondanza d’acqua perfetta proveduta da’Fiumi principali dell’Isola, cioè Guolo, Restonica, e Tavignano, che cascando da altissime pendici di monti, si aggirano al colle, sopra cui è piantato il luogo sudetto, nel quale, come il più riguardevole risiedeva il Giusdicente avuto riguardo alla Communicatione, che hà con tutte le Pievi della Provincia, colla vicinanza di detti fiumi, viene ad essere assai abbondante di frutte esquisite, anzi di Trutte (genere di pesci) esquisite, che non mancano pure alle altre Pievi, portando tutte nel seno i fiumi medemi. Prima di più avvanti innoltrarsi, resta à descrivere la costiera del mare dal fiume Tavignano sino alla torre d’Allistro, colla quale termina la Giurisditione d’Alleria. Verso Tramontana. Dalla Torre dunque del Tavignano, ò d’Alleria, si gionge allo Stagno di Diana abbandatissimo di esquisite ostriche, doppo al fiume Arena, da qui al fiume Bravone, dove è una Torre, e finalmento al fiume d’Alistro, o sia alla di lui torre, dalla quale và in mare il fiume d’Allessani. Incontrasi in appresso la Torre Prunetta, al fiume Vocatoggio, quale divide la Giurisditione d’Alleria da quella della Bastia. Le altre Pievi della Giurisditione di Corte sono: quella di Bozio, che in distanza di sole 8.miglia da Corte, benché numerosa di Villaggi conta solamente 1350 abitanti. Scarsa di oglio, e di vino, abbonda di Castagne, i suoi principali luoghi sono: Favalello, Sermano, Castellaro, Allando, Rebbia, Massola, Alzi, Pièdi Corte, Bustanico, et Arbitro, confina questa pieve con quelle di Tralcini, Rogna, Orezza, Serra, et Vallerustie, li Villaggi della quale scorgonsi in poca distanza, quasi à mezzogiorno. Contiene questa 1450 abitanti, i suoi luoghi principali sono Carticasi, Cambia, Borgo, Sermano, Forci, Pente, Corsoli, Russio, Errone, Tribbio, Cobiti, Aiti, Lano, Loriani, e S. Quilico. In mezzo di questa Pieve passa il fiume Casaluna, che entra poi nel Guolo frà il Ponte della leccia, e quello di Ommessa. Di là dal fiume Guolo à Tramontana è situata la Pieve Giovellina, che contiene 553 abitanti. il fiume Caccianinco la divida dal fiume di Caccia, et è situata frà 254
colline à piedi di montagna, li suoi Villaggi sono Popolasca, Casiglione, Prato, e Piè di griggio. A mezzogiorno, e ponente di questa, si scorge la Pieve di Niolo, meno abitata de tempi andati facendo ora soli 2670 abitanti hà i suoi Villaggi situati in una Valle, come in una Conca, e sono Albertacie, Calazima, Corsia, Casamacioli, Calacuccia, e Lozzi, con 15 ville principali fra di queste sono Aquale, Pietra, Sittamboli. Confina questa Pieve à tramontana con la Balagna, et à ponente con li monti, che dividono l’Isola. Produce questo Paese biade in gran copia, e molto pascolo per bestiami, de quali ne possedevano Niolinchi né tempi andati più di 10 milla, ma al di d'oggi per li continui tumulti di què Isolani, ne è di molto diminuito il numero: Entrasi in Niolo dalla Pieve Giovellina per una strade detta il Calle di S. Regina, tanto aspra, che in molti luoghi è scavato il passo nella viva pietra e fatto à gradini. Cinto è di aspre montagne il paese tutto, e sopra Calazima evvi altissimo monte detto dagli antichi Orba, dal quale si scorge il mare tutto all’intorno dell’Isola, non poco discosti dal sudetto ve ne sono degli altri, quasi inaccessibili, in li quali vegonsi schiere di muffoli con le corna assai dure che trescano insieme. Di là dal fiume Restonica, dove in poca distanza da Corte, col Tavignano congiongosi situata è la pieve di Venaco abitata da 1313 abitanti tanti in fertili colline, li suoi luoghi principali sono: Seragio, Riventaso, Maestraccie, Casanova, Logo, Capovecchio, e Poggio, che confina con li monti di Bogognano. Maggior numero di abitanti compongono la pieve di Castello, che distesa in longhisimo giro di Territorio, dalle Spiaggie di Alleria, e Fiumorbo, stendesi alle montagne di là da monti frà incolti terreni occupati da folte macchie abitata da 2070 anime, abbonda di Bestiami, li suoi luoghi sono, Ghizzoni, Vezzani, Petroso, Poggiolo, Logo di Nassa, e Poggio di Nazza, conta questa pieve 420 fuoghi all’incirca. L’ultima di questa Giurisditione è la pieve di Rogna con 2380 abitanti compartiti in 850 fuoghi, passa in mezzo di questa il fiume Tavignano, che avendo la sua Sorgente dal monte Gualango in vicinanza del lago Creno, scende al luogo di Corte, et in vista di un ponte e del Convento de Frati minori di S. Francesco, riceve nelle sue acque il fiume Restonica, e vicino al Ponte detto dell’Elice il fiuminale detto fiume, longhissima di Sito è questa Pieve, mentre ancora essa dalle spiagge della distrutta Alleria, continua sino à monti detti dell’oro. Li suoi 255
Villaggi sono Vivario, Moracciola, Peri, Catti, Noceta, Rospigliani, et Antisanti, in vicinanza del quale in longa pianura è il Procoio detta di SS.mi Scaglia Genovesi, gli altri luoghi sono Giucagio, Pancaraccia, Pietraserena, Piedicorte di grigio, Altiani, Fogiccia, Arbagiola, e Casanova: termina con questa Pieve la Giurisditione di Corte, e qui anco la descrittione Geografica dell’Isola. Non sono nella Corsica meno di 30 milla fuochi, frà quali in un suon di Tamburro, si puonno sciegliere più di 5 in 6000 fanti in ottima bontà: Se ne numeravano altre volte 22 milla, e 14 milla per altrettante Tavole delle Taglie, che altre volte riscotevansi, come dice il Filippini 7000 si pagaveno frà gli Esenti, e quei, che à signori particolari pagavano dritti. Frà gli Esenti, oltre al Presidio di Calvi, abitanti di S. Fiorenzo, Biguglia, e Bastia, che non pagavano Taglie, e computandovi ancora le donne vedove, che pagavano solo mezza Taglia, e frà gli esenti si computa, che in ogni Pieve ci hanno per ordinario 10 Uomini franchi, cioè 2 Ragionieri, 2 Podestà, e 2 che alloggiavano li Raccoltori delle Taglie, computandovi anco dette donne vedove, et i Caporali, che restavano ancora franchi, quei poi, che più di tutti godeano del Vantaggio erano li uomini di Capo Corso. Li detti 30 milla fuochi, compartiti sono in 66 Pievi, cioè 45, e 21 di là da monti, sottoposte à 6 Vescovati. Il primo è il Vescovato d’Accia, e Mariana Città distrutte facendo ore il Vescovo residenza nella Città di Bastia avendo sotto di se 16 Pievi: Capo Corso, Luri, Brando, Lota, Orto, Mariana, Bigorno, Caccia, Casinca, Tavagna, Moriani, Ostricone, Tavani, S. Andrea, Giussani, Casaconi, Ampugnani, e Rostino – Dice L’Ughelli T.IV contenere la Diocesi di Mariana 87 Parochie con 23 Conventi di Frati essere li abitanti di questa Diocesi Anime 40600, cioè compreso le due diocesi unite Accia, e Mariana. Il Vescovato del Nebbio hà sotto di se sole 5 Pievi: Canari, Nonza, Patrimonio, S. Quilico, e S. Pietro, et hà di redito circa lire quattromilla: il sudetto di Accia, e Mariana hà di redito circa L.10000. Il Vescovo di Sagone hà 500 ducati di redito che appena sono scudi 600 ò sia L.7000 circa, et hà la cura di 10 Pievi, cioè Pino, Olmi, in Balagna, Vico, Siasalogna, Paomia, Ginerca, Sorunzù, Crozini, e Sorunzù di sotto, cioè Sevindentro. Contiene la sua Diocesi 40 Parochie. Risiede il Vescovo al presente in Calvi in una pro-Cattedrale: cosi dichiarata da Papa urbano VIII. Porta la Cattedrale di Sagone il titolo di S.Gio: B.a. Le altre Parochie sono 55 parte nella Balagna e Parte di là da monti in la Pieve di Vico, e confinanti di Celavo, e 256
Cauro, et altre. Il Vescovato di Aiaccio, che rende da Scuti 1000 oro: cioè L. 9000: hà la cura di 12 Pievi, Celavo, et in Cauro, Ornano, Talavo, Istria, Viggiano, Atala, e Scopamene, con quasi tutto il di là da monti hà detto Vescovato in la sua Diocesi 65 Parochie la sua Cattedrale è dedicata à S. Maria Assonta et è suffraganeo di Pisa: in molte di queste Parochie il Paroco celebra due Messe in un giorno: dice però l’Ughelli (Italia Sacra Tom.III) che questo Vescovato rende 22000 Scuti Romani, con pagare però alla Corte di Roma 500 Fiorini. – Il Conte Polverello di Corsica nel 1126 donò al Vescovato d’Aiaccio la Contea del Frasso con tutte le sue Adiacense come di scrittura Autentica di 3 Aprile detto Anno. Gli abitanti di Portovechio nel tempo di estate per l’aria cattiva vanno ad abitare in Quenza, e poi di questo Paese vanno ad abitare in Portovechio: Li Parochi, che per indulto Apostolico celebrano due messe in un giorno: una la celebrano in un luogo ò sia in un Parochia, altra nell’altra. La maggior parte di queste sono situate in vicinanza della Rocca, luogo, ò sia Terrotorio cosi nominato da monti Alpestri, che vi sono: la Comarca però tuta si chiama da Paesani Verciaggia, come S. Vincente del Paese di Cognocoli di Verciaggia, S. Salvatore di Guargale di Verciaggi: il Feudo d’Istria dicesi anco Cruscaglie. Gli abitanti di Bognano uno de luoghi più alpestri della Pieve di Celavo per lo più sogliono andare ad abitare nella Spiaggia di Affa distante 5 miglia da Aiaccio, ove una chiesuola di S.Ant° Abbate, ove si celebra La Messa per loro Commodo. Sartene è il luogo principale della Pieve di Viggiano, col sopranome della Rocca la sua Plebana è S. Maria, dove gli abitanti di Ziccavo, e de suoi contorni vanno ad abitare per essere li loro luoghi resi quasi distrutti per le Guerre, e ribellioni, e pel le vendette transversali. Bonifacio Presidio, e Città sogetta in lo spirituale all’Arcivescovo di Genova, la sua Plebana ò Parochiale, e S. Maria maggiore, in detta Città vi sono in oltre le chiese di S. Giacomo, due Conventi uno di Dominicani, altro di Franciscani, 4 oratorij, e diverse Capelle, con un Borgo fuori del Presidio. Pretende il Vescovo d’Aiaccio, che la sua Diocesi si estenda sino alle Porte del Presidio: ma li Bonifacini per antica Compositione, non pagano decime al detto Vescovo, e sono franchi per quanto porta il distretto di 13 miglia principiando queste immediate dal detto Presidio, ben è vero, che in vesce di esse decime assegnorono li medesimi al Vescovo di Aiaccio pro tempore un annuo redito 257
nella Casa di S. Giorgio di Genova, quale viene riscosso da esso Vescovo pacificamente. Cioè Ducati 20 di Camera, come da Instrumento in notaro Matteo della Porta del 1516 li 19 Giugno: in essequtione di Bolla di Papa Leone X emanata detto anno, e registrata in notaro Gio: Bat.ta Vignale di Bonifacio. Il Vescovato di Alleria, che è il più di tutti pingue hà 2000 Scudi d’oro di entrata, e contiene 19 Pievi: Giovellina, Campoloro, Verde, Opino, Serra, Bozio, Allessani, Orezza, Vallerustie, Tralcini, Venaco, Rogna, Corsa, Covasina, Castello ò sia Vivario, Niolio, Carbini, et Aregno in la Balagna. L’Ughelli però dice (Ital.Sacr.Tom.III) contenere la sua Diocesi 60 Parochie con 14 conventi di Frati, e fruttare alla Camera di Roma 300 Fiorini, et avere di redito 4000 scudi Romani. Li Pontefici Romani hanno imposte sopra detti Vescovati le seguenti pensioni à favore delle Missioni da farsi nel Regno da Preti Missionarij di S. Vincenzo de Paoli esistenti in la Casa à loro eretta in la Bastia à detto effetto. Vescovo d’Alleria scuti Romani 150. Aiaccio scuti Romani simili 90. Accia e Mariana scuti 80. Sagone scuti Romani come S.a 40. Nebbio scuti Romani simili 36. E in quest’Isola si grande il numero degli Ecclesiastici, et in particolare de Frati che la maggior parte de Conventi sono poveri, et i Religiosi loro in tempo de tumulti si proffittano da loro insinuare quelle massime che le sembran profittevoli al proprio particolare vantaggio. Tutti detti Vescovati sono da 40 anni à questa parte molto deteriorati e non ostante la Republica di Genova li abbi fatti conferire à nazionali corsi pure tuttavia gli hanno li medemi corsi usurpati li Patrimonj, e le rendite. Soni tutti detti Vescovi consacrati in Roma. N° 2 sufraganei di Genova, cioè quel di Accia, e Mariana Uniti, e di Nebbio. N°3 dell’Arcivescovato di Pisa: Alleria, Aiaccio, e Sagone: secondo hà costituito Innocenzo II. l’anno 1132. Mandava la Republica al Governo dell’Isola un Generale Governatore ogni due anni, et avea sotto di se un Luogotenente, un Cancelliere nominato Secretario Generale, et un Fiscale. Il Commissario di Aiaccio era il primo in dignità doppo il Generale Governatore, et avea parimente sotto di lui un Cancelliere, et un Commandante della Cittadella. Bonifacio, e Calvi erano anco governate da Commissarij che aveano i 258
loro subalterni et in particolare la direzzione delle Truppe de loro Presidij. Le altre Provincie poi, di Balagna, Corte, Capo Corso, Alleria, Vico, Nebbio, erano governate da Luogotenenti, che vi mandava la Republica. Li Feudi di Nonza, Brando, Canari, e quello di Istria di là da monti: governati erano da un Luogotenente, che si eleggeva da Condomini del medemi Feudo.
Distintione Di quante Anime facci la Corsica, e di quante ne facci ciascheduna Pieve, e luogo ricalata dal Registro delle Parochie in loco. Giudisditione di Sartene Pievi I.
Sartene luogo principale Anime 879. Arbillara e Viggianello Anime 217. Fozzano 299. S.M.a e Fichianello 122.
II.
Pieve di Attala: S. Andrea, et Altagene 153. Lozza, ò Cozzà 106. S. Lucia 184. Olmiccia 191. Cargiacca, e Loreto 153. Mela 53. Poggio 130.
III.
Pieve di Scopamene, con 472. Sorbodà, Serra 525. Aule 520. Quenza 815. Zirubbia 252.
IV.
Pieve di Carbini: Levie con 3.Ville 897. S. Gavino 123. Zonza 174.
V.
Bonifacio fà anime 2404. Portovechio 198.
Giudisditione di Alleria I.
Pieve d Campoloro: Cervione 521. Cottone, Valle, Gigliaci, e Giglio con altre 7. Ville 917.
II.
Pieve di Verde: Pietra, e Monticci 450. Ciattra 248. Canale 223. Linguizetta, e Monte 267. Tolsi 121. Campi 120.
III.
Pieve di Serra: Moitta 338. Mattra 115. Zallana 297. Zuvani 244. Ampriani 73. Pianello 446.
IV.
Pieve di Opino: Tallone 142.
V.
Pieve di Allessani: Navale, Lozzi, Perelli, Piazzale 450. Castagneto, et Ortale con 6. ville 627. Porta, e Sorbello 239. Petricagio, Vitoletto, Piobetta 376.
VI.
Pieve di Corsa: Prunelli 266. Isolaccia 533.
VII.
Pieve di Covasina: Solaro, Ania, e S. Gavino, e Ventisari in tutto 259
218. Ornaso 395. Giurisditione di Corte I.
Pieve di Tralcini: Corte 1504. Castirla 156. Soveria 188. Tralonca 194. Ommessa 319. S. Lucia 329.
II.
Pieve
di
Venaco:
Serragio
Anime
472.
Riventosa
102.
Marestraccie, e S. Pietro 179. Casanova 116. Lugo 179. Capovecchio 33. Poggio 272. III.
Pieve di Bozio: Favalello 72. Sermano 149. Castirla 179. Allando 159. Rebbia 189. Casanova, e Castello 164. Alzi 82. Pie di Corte 168. Bustanico 199. Arbitro 89.
IV.
Pieve di Giovellina: Popolasca 115. Castiglione 190. Prato, e Pièdigrigio 248.
V.
Pieve di Castello: Ghissoni 1109. Vezzani 359. Petroso, e Poggiolo 210. Lugo di Nassa 202. Poggio di Nassa 188.
VI.
Pieve di Vallerustie: Carticasi III. Cambia 105. Borgo, e Sermano 64. Forci, e Pente 92. Corsoli 73. Russio, ed Errone 332. Aiti, e Lano 208. Tribio, e Cobiti con 2. Ville 267. Loriani e S. Quilico 180.
VII.
Pieve di Rogna: Vivario, Moraciola, Peri, e Gatti 553. Noceta 242. Rospiliani 72. Antisanti 109. Giuncaggio 99. Pancaraccia 121. Pietra Serena 141. Piedi Corte di Grigio 380. Altiani 295. Fogiccia 104. Erbagiolo, e Casanova 264.
VIII.
Pieve di Niolo: Albertaccie 572. Casamaccioli 360. Lozzi con 15. Ville 568. Calacuccia 619. Corcia 549.
Giudisditione della Bastia I.
Pieve di Lotta, e Petrabugno con le ville di Guaitella, Casevecchie, Estima et Alzate 400. Cardo 177. S. Martino di Lotta 413. S. Maria 320.
II.
Pieve di Orto: Furiani 346. Biguglia 159. La Bastia 6232.
III.
Pieve di Mariana: Borgo 174. Lucciana 193. Vignale 178.
IV.
Pieve di Bigorno: Scolca, et Erbaggio 166. Volpagiola 150. Campitello 164. Teggie, e S. Marcello, Poggio, e Ficagiola 186. Rolla, e Lento 388. 260
V.
Pieve di Caccia: Piazze, Petrera, Casesoprane, e Casesottane, con Castifalo 461. Moltifalo 374. Asco 532. Canovagie, e Coste 295.
VI.
Pieve di Petralba: Petralba, e Tetto 323. Lama 190. Ortaca 89.
VII.
Pieve di Casaconi: Ortiporio con Sette ville 425. Corticcia con 6 Ville 250. Campile con 3. 307. Penta Aquatella, e Monte con 5 Ville 591. Pruno, e Prunelli 260.
VIII.
Pieve di Rostino: Pastorecchia con 6 Ville 326. Savinaccie con 5. 360. Castineta con 2. 250. Valle, Grati, Casapiti, Ferlaggia, e Rischiamore 315. Saliceto, e Vicinato 172. Bisinchi con 4 Ville 334. Sevasi, Brocca, e Casanova 1757. Morosaglia 399.
IX.
Pieve di Casinca: Oretto 318. Vescovato 410. Venzolasca 460. Castellare 117. Sorbo 250. Occagnano, e Penta 640. Porri 158.
X.
Pieve di Ampugnani: Porta, e Poggiale 493. Quercitello, e Stoppianova 271. Giucatoggio, e Ponte 264. Castel d’acqua 260. Pruno 160. Polveroso 189. Monte d’Olmi, Alzi, e Bonifatio 235. Casabianca, e Querceto 202. Casalta, e Piano 196. Poggio con 3 ville 172. Silvareccio 317. Croce 352. Ascata 173. Ficaia 337.
XI.
Pieve di Orezza: Tramica con 4 Ville 299. Piazzale con 2. 275. Piè della Croce 374. Rapagio, e Grana: 156. Erbagio 163. Parata 115. Querrino 110. Pastorecchia 98. Fontana 57. Bustico, e Colle125. Carpineto con 3. ville 319. Piè d’Opartino 168. Verdese, e Fossato 222. Nocaria 84. Campodenico 85. Stazzona 165. Piè d’Orezza 213. Carcheto, Castello, e Sorbello 441. Campana, e Casanova 163.
XII.
Pieve di Tavagna: Taglio, e Isolaccia 240. Pero, e Casevecchie 425. Tallesani 254. Poggio, Renoso, Mezzana, Orneto, Carberaccie, Vellone, e Villenove 280.
XIII.
Pieve di Moriani: Venzolasca, Bonaldi, Coccola, e Piazze 466. Valle, Pente, Pinzo, e Forci 369. Serra con VI Ville 584. Poggio 280. Fieno, con 5 Ville 480.
XIV. S. Fiorenzo: 128. XV.
Pieve di Patrimonio: Patrimonio con 3. ville 331. Bargagio 215.
Provincia del Nebbio I.
Pieve di Olmetta: Olmetta di Nebbio con 3 Ville 264. Valle Calle 205. Ruttali 237. 261
II.
Pieve di Oletta: Poggio di Oletta 290. Olletta 587.
III.
Pieve di Farinole: Farinole, Spargagio, e Poggio 500.
IV.
Pieve de S. Pietro: S. Gavino 163. S. Pietro 504.
V.
Pieve di S. Quilico: Morato Soprano, e Sottano 311. Rapale 159. Sorio, e Croce 267. Pieve 185.
Feudo di NONZA: Nonza 378. Olmetta con 5 ville 384. Olcani con 3, 225. Ogliastro 169. Feudo di CANARI: Canari con 12 Ville 900. Feudo di BRANDO: Erbalunga, Pozze, Mausoleo, Poretto, e Castello con 5 ville 726. Sisco con Cinque ville, et altri 6 Villaggi 908. Pietra Corbara 718. Giurisditione di Algagliola e Calvi I.
Pieve di Ostricone: Algagliola 412. Novella 227. Ortaca, e Palasca 523.
II.
Pieve di Giussani: Poggiolo, e Porcili 303. Mausoleo 96. Vallica 68. Olmi, e Capella 344.
III.
Pieve di S. Andrea: Muro 423. Feliceto 228. Nessa 157.
IV.
Pieve di Aregno: Occhi 66. Lavataggio 263. Reparata 588. Aregno 439. Cattari 239. Avapessa 162. Corbara 1125. S. Antonino 276. Monticello 476.
V.
Pieve di Tavani: Belgodere 595. Occhiatana 334. Costa 103. Speloncato 594. Ville 402.
Giurisditione di Calvi Lumio 590. I.
Pieve di Olmi: Longhiniani 187. Ziglia 684. Cassani 368.
II.
Pieve di Pino: Moccale 249. Calenzana 1615. Monte maggiore 552.
Presidio di Calvi, e suo Borgo 1062. Giurisditione di Aiaccio Aiaccio, e Borgo 3000. Alata 310. Apietto 438. I.
Pieve della Mezzana: Carcopino 154. Sarola 261. Opapo, e Pogiale 124. Suari, Casanova, e Lundella 115.
II.
Pieve di Ginarca: Ambiegna 98. Arro 87. Calcatogio 323. S. Andrea, e Cannelle 194. Sarri 384. Casaglione 119. Lopigna 116. 262
III.
Pieve di Ornano: S.M.a d’ORNANO, e Siche 287. Urbalacone 178. Grossetto, e Prugna 388. Zigliara 210. Arzilone, et Ampasa 154. Quasquara 224. Arbitreccio 315. Pila, e Canale 360. Cardo, e Torgia 117.
Capella delle PERI: Peri 430. Salasca, Cottoli, e Corticato 503. IV.
Pieve di Celavo: Occhiani 428. Carbuccia 137. Bogognani 1130. Tavera 485. Vero 198. Tavvaco 78.
V.
Pieve di Cauro: Cauro 309. Sovarella, et Eccica 331. Occana 265. Tolla 287. Bastellica 1103.
VI.
Pieve di Talavo: Zevaco 275. Corra 216. Ziccavo 2275. Ciamanaccie 599. Guitera 147. Palneca 233. S. Paulo, e Givvicaccio 160. Tasso 216. Cozzà 275. -
Feudo d’ISTRIA: Olmetto 1049. Sollacaro, e Calvese 445. Casalabriva 208. Petreto, e Bechisano 557. Mocà, Crocci 457. Argiustra, e Muricci 169. Ollivese 264.
Giurisditione di Vico I.
Pieve di Vico: Vico 306. Alberi 114. Poggio d’Alberi 56. Pieve 57. Nessa 103. Chigliani 53. Albrecciani 84. Balogna 134. Cerasa, Chimiglia, e Renno 70. Murzo, Porta, Carcheto di Letia 86. Piana, e Carogna 128.
II.
Pieve di Sorunzù: Socia 118. Orto 114. Guagno 123. Poggiolo 62.
III.
Pieve di Sevindentro: Evisa 208. Marignana 117. Ghidazzo 32.
IV.
Pieve di Crozini: Salice 86. Rosatia 64.
Capella di COGGIA: Coggia, Casanova, e Cesari 409. V.
Pieve di Siasalogna distrutta: Otta 76. Piane 187. Paomia de Greci 626.
Provincia di Capo Corso Ersa 604. Centuri con 4. Ville 501. Rogliani con 5. 1705. Morsiglia 539. Tomino 624. Meria 405. Cagnano 535. Luri 996. Barettoli 533. Pino 489.
263
Ristretto Giurisditioni
Pievi
Anime
Capo Corso
1
6931
Feudo di Canari
1
900
Feudo di Nonza
1
1156
Feudo di Brando
1
2552
e 15
33752
Giurisditione di Corte
8
14474
Giurisditione di Alleria
7
7607
Algagliola, e Balagna
5
8446
Calvi, e suo Presidio
3
5316
Giurisditione di Vico
6
3989
Giurisditione di Aiaccio
8
19123
Feudo d’Istria
1
3140
Giurisditione di Sartene
5
6265
Bonifacio
1
2404
Porto Vecchio
1
198
Somma
69
116053
Provincia
di
Bastia
Nebbio
Il Capitan Woght Tedesco che girata hà tutta la Corsica, come Forastiero oltre altre Annotationi da noi annesse in la già notata descritione, ne ha ricavato essattamente il numero di uomini d’Arme dell’Isola, tanto nel di quà che nel di là da monti, come sotto Di quà da monti Pievi
Armati
Pievi
Armati
1. Capo Corso
4000
17. Tavagna
400
2. Lotta
200
18. Ampugnani
1000
3. Petrabugno
120
19. Orezza
1000
4. Orto
100
20. Vallerustie
400
5. Nebbio
1000
21. Moriani
450
6. Canale
150
22. Campoloro
460
264
7. Le Balagna
4000
23. Verde
200
8. Mariana
100
24. Serra
260
9. Costiera
340
25. Bozio
380
10. Caccia
100
26. Alesani
450
11. Giovellina
200
27. Fiumorbo
250
12. Niolo
600
28. Rogna
270
13. Casinca
400
29. Castello
300
14. Casaconi
500
30. Venaco
200
15. Rostino
700
31. Vico
600
16. Corti Tralcini
560
32. Ginarca
150
Vico, e Ginarca sono di là da monti con le seguenti 33. Celavo
350
37. Istria
250
34. Zevaco
500
38. La Rocca
650
35. Ornano
500
36. Taravo
500 Somma:
22490
Le sopradette Pievi notate col nome di Costiera si intendono la Pievi di Bigorno, e Patrimonio. La pieve col nome di Canale comprende Ostriconi, e Petralba. Fiumorbo le Pievi di Covasina e Corsa, à mezzo Giorno di Alleria. La Rocca di sopranominata la Pievi di Atala, Scopamene, e Carbini in vicinanza di Sartene. Armati di quà da monti
N° 19190
Armati di la dà monti
N° 3300
In tutto
N° 22490
Non convengono gli Autori Geografi in assegnare la Circonferenza all’Isola di Corsica Strabone nel Lib.I.dice essere longa 160 e larga 70 miglia et il suo circuito di 1200 stradij 8 di quali fanno un miglio Italiano. Plinio dice, che gira 332.miglia, et essere larga 50, e longa 150. Martiano Capella gliene assegna 325 di Circonferenza: Bottero 322, il Cluerio 280, di giro 120 di lunghezza, e 60 di larghezza. Crescentio nella sua Nautica 330 di circonferenza: il Morisoto 325 et il Filippini 400 e di larghezza 70 di longhezza 160 distante dalla Sardegna miglia 8. 265
Li medemi però, e gli stessi abitanti che di continuo ne fanno il giro gli assegnano miglie 360 di circonferenza 170 circa di longhezza, 60 in 70 di larghezza, computando il suo Giro secondo la distinzione che siegue. Da capo Corso alla Ponta Sagro
Miglie
23
Da Ponta di Sagro alla Bastia
“
7
Dà questo alla Padulella
5
Dalla Padulella alla Torre Pruneta
5
Dalla questa alla Torre d’Alistro
5
Da questa à Torre Bravone
5
Da Bravona alla Torre d’Alleria
20
Dalla T.d’Alleria alla T.Solinzara
30
Dalla Solinzara à Portovechio
30
Da Portovechio à Bonifacio
30
Da Bonifacio à Ventilegne
3
Da questa à Porto Figari
7
Da Figari à alla Torre di Tizzano
12
Da Tizzano à Campomoro
8
Da questo à Capo di Muro
15
Da Capo di Muro ad Aiaccio
15
Da Aiaccio alle Sanguinare
10
Da queste à Capo Fieno
3
Da Capo Fieno à Cala di Fico
2
Da questa alla Ponta di Migne
10
Da Migne à Cavi Rossi
6
Da Cavi Rossi al Gargano
10
Dal Gargano à Galleria
10
Da Galleria à Calvi
15
Da Calvi all’Algagliola
7
Da Algagliola à S. Fiorenzo
28
Da S. Fiorenzo à Capo Corso
30 Somma:
266
360
Da Capo Corso à Calvi
Migl.
60
Da Calvi in Aiaccio
“
60
Da Aiaccio à Bonifacio
60
Da
Bonifacio
à
Porto
30
Portovechio
alla
30
Dalla Solinzara in Alleria
30
Da Alleria alla Bastia
60
Dalla Bastia al Capo Corso
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Vecchio Da
Solinzara
Migl. Somma:
INDICE delle cose più notabile Aranquez Trattato conchiuso Alfonzo Rè d’Aragona in Corsica sua armata rotta da Genovesi Aiaccio città Rifabricata sacheggiato da Sampiero Algagliola ricuperata da Genovesi Animo de corsi ostinato Alfonzo dà Ornano figlio di Sampiero Armi da fuoco quanto nocive à corsi Prohibite loro Bastia fortificata Bonifacio VIII. investe là Corsica alli Rè d’Aragona Boccanegra Gio: Govern.e di Corsica Bonifacio assediato dal Rè d’Aragona Buggie delli Autori corsi Boissieux Generale de Franc.si in Cors: Chevvlin M.se Command.e in Corsica Congiura scoperta in Bastia 267
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Cirneo Pietro Scrittore suoi errori corsi: loro Costumi et indole Ladri, spergiuri, e Ribelli Descritti dal Filippini Scelerati, e Sacrileghi Corsica ridotto di esuli /Conquistata da Romani Da Genovesi Censo preteso da’ Papi per la Corsica Calvi ocupato da Oberto Doria Corsica trasferita nell’Officio di S. Giorgio dalla Republica Differenze frà Generali Doria Gio: Andrea socorre la Corsica Denari somministrati dalla Republica à corsi Dichiarazione del X.mo contro le lettere sparse da ribelli Doria Benedetto Vesc.o di Aiaccio Descrittione Geografica di Corsica Distruzione di suoi luoghi e Pievi Emissarij mandati da corsi in Frac. : Editti di Francia, Inghilterra, e del Rè Sardo contro Ribelli Editti di Perdono loro concesso Francia Ambasciat.e insultato dà corsi Filippini Scrittore Corso suoi elogij de corsi Francesi invadano la Corsica Fabricano fortezza in S. Fiorenzo Auxiliarij della Republica Loro manifesto à Ribelli Forte di Bonifacio si rende à Franc.si G. S. Giorgio rittorna alla Republica la Corsica come à Sovrana /sovviene alla medema per la spesa Greci introdotti in Corsica Garantia dell’Impratore circa la sommissione de Ribelli Giustiniani Pietro Comiss.o in Corsica Grimaldi Gio: Giacomo Com.o Giurisditione di Balagna è Calvi Giurisditione di Vico, Bastia, e Corte Istria Feudo Isola di Capraia confiscata Isola di Corsica ricuperata da Gen.si Institutione del Magistrato di Corsica Imperatore protegge 4.Capi ribelli 268
inglesi bombardano la Bastia Isola di Corsica ha titolo di Regno Ceduto il di lui Dom.o alla Francia Divisione de Guernì dell’Isola Leggi contro le Fendette Transversali Lettera del Cardinale di Fleuri à corsi Ribelli, e sua intentione Lettere della Regina d’Ungheria, e del Rè Sardo, quanto favorevoli à Ribelli Leonardo P. missionario in Corsica Laghi in la medema Isola Fiumi principali Merelli Istorico come parli de corsi Mahona istituita in Corsica Da mare Giacopo Ribelle Magistrato di Corsica Instituito Missionarij spediti in Corsica Mortella Torre presa da Ribelli Malboè March.e Gle de francesi in Corsica Mariotti Vescovo, trattato co Ribelli Mattra Ribelli, distinzione di nomi Marchese di Coursai in Corsica Monti che dividono l’Isola Macinaggio scalo di Capo Corso Moriani pieve Niolo Pieve, e suoi luoghi De Negri Nicolò Comand.te in Corsica Natali Canonico Emissario dei Ribelli, sua nascita Nomi di 4. Ribelli rilasciati Numero de ribelli armati Niolinchi incominciano nova Ribel.ne Numero delle Pievi di Corsica Distinzione delle medeme Nebbio Provincia Officio di S. Giorgio in Corsica Orticoni Canonico Emissario de Ribelli Ostaggi mandati da Ribelli Ornano Pieve Orezza e Oletta Pievi 269
Piraterie continuate da Ribelli De Pauli Capo di Ribelli Partenza de francesi dalla Corsica Primi Capi dell’ultima Ribellione Pisani discacciato dalla Corsica Papi in vano chiamati da corsi Portovecchio preso da francesi Pievi molte abruggiate da Sampiero Pace della Francia e Spagna del Cambresis Pio V. sue lettere alla Republica Pallavicino Allesandro in Corsica Pinello Felice Governatore in detta Perdoni più volte publicati à corsi Quanti governi faccia la Corsica Quanti luoghi nel Capo Corso Quante Pievi la Giurisdit.ne di Bastia Quanti Conventi, e Chiese in la medema Quante Anime facci l’Isola Romei detto il Biscaino uccide Gafforio Romani come trattassero i corsi Ravaschiero Ettore fatto sbranar da corsi Della Rocca Giudice Capo ribelle Ribelliioni in Corsica Ultime Ribellioni Roma sua condotta disapprovata Ribelli passati à Turino Seneca esigliato in Corsica Suo Elogio di detta Isola Sampiero della Bastellica Ribelle Sue sceleratezze, ivi: Chiamato in Francia Rittorna in Corsica, sue machine Ucciso da Vittolo suo parente Sauli B. Allesandro Vescovo d’Alleria Sardegna investita al Duca di Sau.a 270
Storcieri Frate sostit.o al Uisitatore Sartene luogo principale di la da M.I. Taglie abolite in favor de Ribelli Tiranni cosi detti in Corsica Tomaso Campofregoso in Corsica Termes Generale del Rè di Francia Turchi collegati à francesi Temerita de corsi in Roma Tedeschi in Corsica Auxiliarij Loro Generali Command.ti Evacuano la Corsica Teodoro Barone Birbo in Corsica Truffatore et acclamato Rè, ivi TORREGIANI Cardinale contrario à Genovesi Vescovi uccisi da corsi Vescovato d’Accia unito à quello di Mariana Veneroso Geronimo Commissario Wittembergh P.n.pr. in Corsica Vascello Francese abrug.to in Corsica Conventione e dichiaratione Visitatore mandato in Corsica Editto contro del medemo Come ricevuto da Ribelli Racconto di sue procedure Vescovi di Corsica Zoccolanti Frati eccitano ribellione Ziccavo investito da francesi
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CAPITOLO 2 LE «MEMOIRES» DI SIMÉON DE BUOCHBERG DALL’ANNO 1788 ALL’ANNO VIII Premessa I Buochberg si insediarono a Corte nel 1788 con Jean François Siméon (di Buochberg); quest’ultimo nacque a Lenz in Svizzera, nel 1765. Suo padre era originario di Draguignan. In qualità di ufficiale di ordinanza del duca di Rohan ed in occasione della spedizione della Valtellina, si stabilì in Svizzera, sposando una Buochberg e diventando cittadino elvetico. Impegnato nel Reggimento Svizzero di Salis-Grisons nel 1782, passò nel 1778 come ufficiale in Corsica durante la Rivoluzione come capitano e comandante della zona di Corte. Comandante del battaglione di Piombino, in guarnigione a Lucca, ritornò in Corsica nel 1817. Nominato sindaco di Corte per ordinanza reale nel 1820, divenne Cavaliere dell'ordine di Sant-Louis ed Ufficiale della Legione d’onore. Sposò in seconde nozze, alcuni mesi dopo il suo arrivo in Corsica, Marie Thérèse Arrighi, nipote del Generale Jean-Pierre Gaffory, appartenente ad una delle più importanti famiglie di Corte. Jean Francesco Siméon si trovava in una vasta e notevole rete familiare, forse la più importante dell’epoca, perché ne facevano parte i Boerio, i Casabianca, i Saliceti ecc. Anche il giovane Siméon risultava essere nipote di Biaggino Sauli, soprannominato il “Saint Théophile” di Corte. Ebbe parecchi figli tra cui Raphaël, vecchio alunno dell' “Expagorie imperiale”, morto come capitano a 21 anni; Antoine, morto come sergente nel ventesimo reggimento dei Leggeri; una figlia diventata moglie di Cilleus e NapoleoneFrancesco Siméon di Buochberg (1801-1876) che fu, come suo padre, Comandante della Piazza di Corte e Sindaco della città. Quest’ultimo sposò Théodora Grimaldi, figlia dell'avvocato Grimaldi di Calacuccia, membro del Consiglio Generale dell'Alta Corsica. Il Capitano Jean Francesco Siméon ha vissuto in Corsica ed in particolare a Corte degli avvenimenti storici importanti, assistendo personalmente alla devoluzione politica di Pasquale Paoli verso l'Inghilterra; Siméon ha conosciuto personalmente tutti i grandi personaggi dell'epoca: Clemente Paoli, Gaffory, Pasquale Paoli, Saliceti, Pozzo di Borgo. 272
Le Memorie di Siméon di Buochberg sono state trascritte a partire dalla copia del manoscritto originale; questo manoscritto è rimasto inedito, con l’esclusione dei 12 brani studiati da Paul Fontana nel 1940, che coprono circa un terzo del lavoro. Il testo originale è conservato in un archivio privato nella provincia di Vico. Le Memorie, ricche di aneddoti diversi, si snodano attraverso tre storie parallele: una prima storia, che serve come filo conduttore, è incentrata sulle vicende della Corsica durante la Rivoluzione francese ed il Terrore; una seconda storia affronta l'odissea di un gruppo di soldati svizzeri condotti da Siméon de Buochberg, che rimasero fedeli alla Francia, fuggirono da Corte, da Paoli e dagli inglesi, e cercarono di raggiungere Bastia in mano al Partito francese. La terza parte tratta infine la storia tragica di una Vendetta tra le famiglie Agostini e Donati nella regione di Corte. Capitolo Uno - L’arrivo in Corsica. Da Tolone, dove eravamo in guarnigione, ci siamo imbarcati, il 2 maggio 1778, in Corsica. Contrariati dai venti, siamo stati sette giorni in mare e fummo in vista di Ajaccio il 9 maggio successivo. Dopo lo sbarco in quella città, ho guardato con curiosità la folla tumultuosa che ci circonda, che parla fluentemente un dialetto italiano di intonazioni brevi e dure. I nostri soldati guardavano con stupore. Queste voci forti, chiare e nitide, questi movimenti febbrili, questi volti bruniti sembravano annunciare uomini litigiosi e violenti. Così è stata grande la nostra sorpresa nel vederli attorno offrendoci frutta, dolci e vino e dandoci il benvenuto. Uomini, donne e bambini si susseguivano all’imbarcadero e attraversammo il ponte levatoio tra le acclamazioni. Ajaccio si estende lungo il mare sul lato ovest di un grande e profondo golfo circondato da colline ricoperte di macchia. Qua e là compaiono tracce di coltivazioni. I vini sono eccellenti e crescono gli aranci come in Portogallo. Il mare è pieno di pesci e il mercato è fornito del miglior pesce del Mediterraneo. La città ha ottomila abitanti. Non ha monumenti. In lontananza, verso ovest, si innalzano cime innevate che mi ricordavano la Svizzera. Sono stato felice di mantenere un presidio in questa piccola città, bella e bianca, incorniciata dalle onde blu del sud, con il panorama mozzafiato delle montagne ricoperte di macchia e bosco. Ma il nostro generale non ci ha dato il tempo di fare la conoscenza con la città ei suoi luoghi pittoreschi. Dopo alcuni giorni di riposo, fu dato l’ordine di partire per Vico. Il resto del reggimento era sbarcato a Saint-Florent per arrivare a Corte, la città 273
centrale, dove ha sollevato il reggimento di Chateauvieux, ed abbiamo incontrato degli agricoltori dall’aria brusca, che indossano la berretta miggia, il lungo fucile a spalla, che ci hanno accolti improvvisamente, con la stessa aria di un ladro che chiede la borsa o la vita. Quanto eravamo lontani dalla verità! Questi contadini ci hanno offerto il loro cibo e le loro bottiglie d’acqua e ci siamo stretti la mano, come vecchi amici. Il giorno dopo la nostra partenza da Ajaccio, abbiamo fatto il nostro ingresso a Vico. Tra la folla, ho notato uomini con una dignità altezzosa e dei modi pacati che contrastavano con il resto della folla, molto familiare e rumorosa. Questi uomini, come ho appreso in seguito, erano i discendenti della famiglia Cinarca che aveva levato la spada contro Genova e preceduto Sampiero nelle rivendicazioni di libertà. Ardenti patrioti, ospitali, generosi, ben presto diventarono amici, con l’entusiasmo e la dedizione che caratterizza i Corsi nella loro ampia ospitalità. Vico villaggio di seicento abitanti, è dominato a ovest e a nord da alte montagne. Le case sono sparse nella vallata, accogliente e pulita e termina con la chiesa il cui campanile si erge orgogliosamente in aria. La povertà è rara in questo paese in cui i vigneti abbondano di coltivazioni e cereali. L’11 maggio 1779 siamo stati sostituiti a Vico dalla compagnia del signor Bonafous, del reggimento del Limosino, e ci siamo uniti al reggimento di Corte a cui mi ero iscritto due mesi dopo il mio arrivo. Capitolo Due - L’arrivo a Corte. Corte, città di 1100 abitanti, si trova nel centro della Corsica. Le montagne che la circondano fanno una corona di boschi, intervallati da rocce grigie e nude. La Natura ha voluto marciare di pari passo con gli uomini e testimoniare, con l’aspetto triste e minaccioso di quelle masse imponenti, che un’opera prodigiosa si è compiuta nel corso dei secoli per coprire queste masse rocciose di maestose foreste. Le radici hanno sofferto di più sul suolo spogliato e impoverito e, se il sangue potesse essere utilizzato come fertilizzante, questa terra magra e sterile sarebbe coperta di magnifici raccolti. A est, le montagne si abbassano e si susseguono colline senza alberi coperte di macchia, che ci avvolgono in un orizzonte pieno di tristezza e di malinconia. La città, con le sue case costruite senza regolarità, è dominata dal castello di Vincentello Istria. Una scala a chiocciola conduce attraverso la rocca. Si tratta di un vero e proprio nido d’aquila. Ai piedi del castello si trova il borgo di Castellacce. La Restonica si stende su un letto di sabbia e di blocchi lucidi e si mescola con il Tavignano, ai 274
piedi della città, a est. Tutti e due fanno una cintura abbondante di acqua che sostiene la coltivazione. L’Orta viene dal nord e si unisce al Tavignano appena al di sotto della confluenza del Restonica. Questi tre fiumi scendono attraverso varie valli, nella pianura di Corte, dopo aver viaggiato nella loro corsa rapida e rumorosa gole profonde e cime selvagge che si possono vedere in lontananza. La città non è ricca di monumenti. L’unica casa storica è quella del governo nella piazza in fondo a Castellacce. Molti cortenesi si sono distinti nella magistratura e nelle forze armate. Ogni passo qui è segnato dalla tradizione di qualcosa della sua storia e si può dire che se un politico venale ha spogliato Corte del suo titolo di capitale, sarà sempre prima nella memoria e nel cuore dei patrioti Corsi. I conventi meritano una menzione speciale. Quello di San Francesco era allora in tutta la sua prosperità. Secondo le abitudini dei buoni monaci, i conventi occupano posizioni favorite dall’abbondanza di acqua e dalla facilità della terra. Lontano dal trambusto della città, i monaci vanno tranquillamente in giro per le loro pie occupazioni. I fratelli serventi vanno di porta in porta per la raccolta di decime e di elemosine dei fedeli. La Pace ha dimenticato le loro criniere! Erano patrioti orgogliosi e Genova li aveva tra i nemici più acerrimi. I cappuccini spesso vagavano per la terra sotto l’umile sembiante di un santo, per dare il segnale dell’insurrezione. Così con il rosario in una mano e il moschetto, dall’altro, hanno combattuto dando coraggio agli insorti in nome di Dio e della Vergine Maria, sotto la cui protezione l’isola è stata posta. Il convento di San Francesco, che si trova sui pendii ripidi a nord del Monte Corbu, è famoso negli annali della nazione. A Paoli piaceva andare lì a meditare nel silenzio e nella preghiera. Il luogo che si affacciava sulla chiesa ha risuonato di accenti che chiedevano vendetta degli spiriti malvagi dei francesi. Pozzo di Borgo si è esposto in quello stesso luogo, energicamente in inglese, accusando i francesi di aver violato il patto di unione con l’assassinio del re e l’abolizione del culto. Migliaia di ascoltatori si alzarono e, tremarono alle grida dell’oratore, di non volere più la Francia. La reazione feroce, che è seguita alla nostra discordia civile, ha lasciato il convento di San Francesco come un ammasso di detriti rocciosi e una chiesa senza tetto, con le sue tombe scavate e le ossa gettate al vento. I nottambuli hanno preso la residenza nelle rovine e i cortili deserti sono coperti di spine. Questa è stata la città in cui ero di stanza, a cui avevo legato il mio giuramento. 275
Capitolo Tre – Il contenuto delle memorie. Ho visto svolgersi davanti ai miei occhi le varie fasi della rivoluzione e sorgere le nuove idee in un popolo che non aveva conosciuto altro odio politico se non la sua avversione verso Genova ed il suo governo. Io sto per ripercorrere le azioni di quegli uomini che, ai miei tempi, si sono scontrati nella mischia. Inglesi, francesi, russi si sono trovati in Corsica, faccia a faccia, per rinnovare l’eterna lotta delle supremazie e delle ambizioni. In questo crogiolo, surriscaldato, sono nate delle nuove idee. La Corsica, divenuta il punto di incontro di tre grandi potenze, fermenta nella confusione. Diversi partiti sono in agitazione in nome della religione, dell’autonomia, ecc. e in questa confusione delle rivendicazioni, il popolo corso non sa cosa fare. Gli è rimasto solo un uomo, Paoli. Lui verrà obbedito dalle masse e ogni sua parola sarà la verità del Vangelo. Capitolo Quattro – La Corsica alla metà del secolo XVIII. Prima di riprendere gli eventi accaduti quando Paoli comandava la 23° divisione militare, ritengo utile ricordare, in poche parole, quella che è stata la Corsica in quei tempi. Questo studio sarà interessante dal punto di vista dei costumi della vecchia Corsica, che è rimasta in piedi per 40 anni a combattere, armi in pugno, contro i genovesi, con l’aiuto straniero. Mentre erano ancora in vita le generazioni bellicose delle lotte nazionali, ho conosciuto dei vecchi che ricordavano l’inizio della santa insurrezione. Dal contatto continuo con questi uomini, mi sono potuto immergere nelle loro idee e conoscere le abitudini e i costumi che si apprezzano con difficoltà, secondo le leggi della storia, così come si conviene raccontare in maniera imparziale, con passione e senza odio, le vicende dei popoli. Sono ben convinto di volerlo fare, non con la bellezza dello stile, ma per la fedeltà ai ricordi. Straniero nel Paese, io rimasi freddo davanti alle passioni tumultuose che agitarono il popolo in diverse direzioni e sono stato contento di riunire, in silenzio, le tradizioni e i ricordi, ancora vivi, dei combattimenti e delle vendette. Si è formata attorno all’Isola di Corsica una leggenda creduta vera sia in Francia sia all’estero. I Corsi, si dice, sono pigri e vendicativi. Anche gli studiosi aggiungono un tono di ironia, “Ecco, i romani volevano fare un luogo per gli schiavi. “Attraverso i secoli, le famiglie dell’isola sono vissute nell’angoscia e nel martirio per la frequente comparsa dei Saraceni e dei corsari d’Algeri e di Salé sbarcati inaspettatamente sulle coste, massacrando 276
senza pietà uomini, donne e bambini. I sopravvissuti sono stati trascinati sulle navi per essere venduti sui mercati africani. Le belle ragazze sono state riservate agli harem dei pascià, degli Aghas o dei mori, che si arricchivano con questi traffici. Durante la notte, un messaggero arrivava nel villaggio sonnolento, calmo e dimenticato e la sua voce roca e graffiante svegliava la gente pacifica che, dopo la veglia, aveva recitato la preghiera della sera. In mezzo alla confusione e alle grida di allarme, la campana suonava cupa e solenne, nel bel mezzo della notte oscura. Le finestre si aprono: appaiono le luci e tutti vanno gridando: “Cosa ci è” E la voce ripeteva: “Li Turchi, li turchi”. Questa parola è stata sufficiente per cambiare la quiete della notte in un disturbo spaventoso. Tutti circondano il messaggero. Tutti parlano allo stesso tempo. Era un giovane uomo, ancora imberbe, i cui vestiti erano laceri ed impregnati di sangue. Egli ha detto con voce esausta,”i turchi sono sbarcati a Bravone e sorpreso i nostri lavoratori. “Improvvisamente i gemiti si trasformano in lunghe grida di rabbia. Il Colombo suona ovunque per svegliare gli abitanti della valle. Tutti gli uomini, giovani e vecchi, vanno armati, di corsa, seguiti dalle donne scarmigliate, agitando, anche loro, il moschetto e raggiungono il Bravone, ansimanti e coperti di sudore. Nei campi, i covoni sono stati calpestati, i buoi inferociti agitano la coda sulle ferite aperte. Ovunque sono visibili le tracce della lotta. Gli uomini muoiono sulla terra inondata di sangue; le donne, con i fianchi feriti dalle scimitarre, distese qua e là, alla rinfusa, con gli occhi vitrei, con gemiti soffocati mentre in lontananza, sul mare calmo ed azzurro, delle navi a vele spiegate vanno verso l’orizzonte. Le donne in preda al panico chiamano “O France, o Mari", ecc. Nessuna risposta arriva dai campi silenziosi. Attorno a una casa, come luogo di rifugio, si erano diretti degli sventurati sorpresi dai corsari. I cadaveri di bambini, uomini, donne, tagliati dalla scimitarra giacevano sanguinanti e silenziosi, con gli occhi spalancati e la bocca convulsa. Più sfortunati ancora i sopravvissuti a cui spettava una schiavitù crudele nelle città della Barberia, in mezzo a un popolo fanatico e spietato verso i cristiani. Questo è quello che un vecchio uomo di Tallone mi ha riferito: “Ho perso due figli e una figlia, che cosa sono ora?”. “Dio solo sa”, ha aggiunto. Lui mi ha detto: “Un bambino è venuto fuori, mezzo nudo, dalla macchia ed è corso da sua madre, che lo ha stretto al petto. “E tuo padre? Morto. E i tuoi fratelli? Non lo so.” Abbiamo proceduto al riconoscimento dei cadaveri. Dopo aver scavato una grande fossa, li abbiamo impilati e ricoperti di terra. Il sacerdote ha pronunciato le ultime preghiere e siamo tornati in serata a 277
Tallone. Tutta la notte abbiamo sentito gemiti e lamenti e le donne nei loro Voceri tristi, che chiamavano la maledizione di Dio sui Turchi. Capitolo Cinque - La Vendetta e le sue conseguenze. La scena cambia. Contro il crudele Saraceno, i cuori battono all’unisono. In una visita che ho fatto, per le condoglianze, di un omicidio, ho avuto lo spettacolo di una famiglia attaccata per vendetta. Nella stanza della casa, sdraiato sulla tola (tavola), le mani incrociate sul petto, con un crocifisso, un uomo dorme il sonno eterno. Una morte cruenta ha tagliato il filo dei suoi giorni. Al mattino si era alzato sorridente alla speranza e all’amore, e di notte, è stato portato senza vita su una barella. Intorno alla bara, donne, sorelle, mogli o figlie del defunto, con i capelli arruffati, i seni semiscoperti, sono scoppiate in imprecazioni fino a quando il vocero chiude con un lungo singhiozzo il dolore della vedova e degli orfani. All’angolo della stanza restano immobili, in piedi e in silenzio, i parenti del morto. Sono armati. Il loro cuore duro si muove agli accenti del vocero, che invita alla vendetta, se non vogliono cadere in disgrazia e combattere il sarcasmo (rimbecchi). Ho pensato alla sfortuna di quegli strani modi e mi sono lamentato dei Corsi con tutta la mia anima nel lasciarsi trascinare da abitudini atroci come la vendetta. Con lo sbarco dei pirati, l’odio era santo e giustificato. Dopo l’omicidio, la vendetta mi appariva come un crimine mostruoso, un disprezzo della giustizia umana, che non avrebbe avuto la sua ragion d’essere se ognuno avesse fatto giustizia per sé. Sì, con delle leggi eque e imparziali, la vendetta sarebbe criminale e meriterebbe la punizione finale, se lo stato sociale non lo incoraggiasse dall’impunità anche con i favori concessi dai bevitori di sangue umano. Così ha fatto Genova per secoli, mentre teneva sotto il suo tallone di ferro la Corsica, fremente per il suo giogo odioso. La giustizia era venale. Il ricco assassino pagava una somma concordata e restava tranquillamente a casa; il povero assassino prendeva l’impegno di servire la repubblica”in terra ferma”e sulle galere che correvano sui mari. Uccidere era un affare redditizio, senza rischi e danni, ed era preso in considerazione dai disgraziati come un’azione brillante che gettava nel dolore e nella desolazione le famiglie nemiche. Si sentiva quindi il bisogno di farsi giustizia da sé e di ricorrere alla forza, l’unica maniera per far sì che le famiglie trionfanti conoscessero i pianti con l’angoscia della morte violenta e inaspettata dell’assassino. Se costui era lontano, al di là dei mari, gli odi non cessavano e la vendetta raggiungeva per estensione i parenti 278
dell’assassino. Mentre le invasioni barbariche hanno reso la costa pericolosa per i lavoratori ed i pastori, la malaria ha decimato la popolazione attiva che li frequentava. Ne sussegue che le pianure rimasero quasi abbandonate e gli abitanti si ritirarono nei villaggi sparsi in montagna o nelle valli, così che i pirati genovesi o barbareschi conoscessero i rischi delle loro incursioni selvagge e non avessero agio nel sorprenderli. I sentieri rocciosi serpeggiavano nella macchia impenetrabile per i Genovesi che si fermavano, costernati dal suono del colombo che riecheggiava con energia. L’agricoltura resta in sofferenza. I Castagni ricoprono le colline e molti bovini vagano per le montagne durante l’estate. In inverno, le mandrie pascolano nei fondovalle e si nutrono di corbezzolo, di quercia e di foglie di faggio, cui si aggiungono raramente razioni di castagne. Coloro che si avventurano a percorrere le pianure, sono esposti agli attacchi dei ladri di bovini e al flagello delle febbri malariche. Più di cento mila ettari di terreno eccellente sono così abbandonati. Circa un nono delle zone dell’isola, che potrebbe essere chiamata terra promessa, se non vi si morisse prima. Nonostante la profusione delle inimicizie private, le frequenti apparizioni dei pirati e la malaria caratterizzino nella loro esistenza la maggior parte dei membri delle famiglie che frequentano le pianure di Aleria e Mariana, le secolari guerre dei Corsi contro gli invasori non si sono mai interrotte. Questa vitalità del popolo dell’isola stupisce lo storico e il filosofo e fa pensare che la razza sia stata segnata con il sigillo di Dio per resistere alle prove indicibili che li sovrastano da tutte le parti. E’ grazie alla macchia, ai boschi e alle montagne che il popolo corso ha trovato sempre rifugio nei momenti di prova. Hanno preferito alla vita facile, sedentaria che i genovesi facevano immaginare nelle loro false promesse, la dura vita dei boschi e quando il destino crudele li consegnò sotto il giogo di Genova, gridarono con il poeta
“servi, servi saremu ma servi ogn’onu
frementi”(saremo schiavi, ma sempre schiavi palpitanti). La giustizia venale ha armato le braccia dei banditi e si segnala che, tra il 1685 ed il 1715, vale a dire per 30 anni, gli omicidi commessi in Corsica hanno raggiunto il numero di ventottomila. Inoltre, la popolazione dell’isola è scesa a centoventimila abitanti, mentre, secondo Filippini essa aveva, quando pubblicò il suo notevole lavoro, Storia della Corsica nel XVI secolo, più di quattrocentomila abitanti. Queste cifre parlano da sole: la loro testimonianza mostra il volto esecrabile del governo genovese che, secondo uno storico di Genova, avrebbe voluto amministrare le spiagge e le montagne, dopo aver sterminato il popolo: “Vulevano i genovesi 279
signoreggiare le spiaggie e i monti sensa i popolani”. Una società afflitta dalla cattiveria degli uomini e dalla malaria non può che scomparire da sola. Bisognava diventare degli iloti e piegarsi sotto il giogo delle autorità genovesi dure e feroci o minacciare di irrigidirsi e morire. Questo è ciò che i Corsi hanno fatto e hanno superato la cattiva amministrazione dei genovesi, costringendoli a inginocchiarsi davanti a loro e chiedere la grazia e il perdono. In questi tempi marchiati da impronte di avvenimenti sanguinari e chiamate alle armi, i Corsi hanno allontanato l’amore per il lavoro e la vendetta è diventata il diritto e l’appello supremo contro la venalità della giustizia. La leggenda che addita i Corsi come pigri scomparirà attraverso la penna di scrittori che, un giorno, sapranno intraprendere il compito di lavare le calunnie dei genovesi. La Corsica, nobile martire, ha dato al mondo un esempio di virtù civiche. Agli occhi dei saggi e dei filosofi, la vendetta viene scusata, anche glorificata come un sintomo di una reazione selvaggia, implacabile, prodotta dalla assoluzione degli assassini. I potenti della terra non giudicano la vita preziosa se non nei casi riservati alla conservazione delle loro persone e lasciano il vulgum pecus lottare invano per sostenere i propri diritti e vendicare i debiti di sangue. Racconto queste parole che ho spesso sentito dire a dei corsi illuminati che godono della pubblica stima. Essi non troverebbero altra causa per la vendetta. La Corsica è rimasta sconosciuta nella sua prima essenza, come nella vita familiare e nei suoi diversi rapporti con le autorità civili e religiose. La gente non avrebbe mai potuto abituarsi alle basse sottomissioni, alla timidezza delle razze vinte. Avrebbe dovuto essere trattata su un piano di parità ed avere giustizia con degli arresti severi ed inflessibili. Al contrario, è stata lasciata ai capricci dei governatori, senza controllo, che hanno venduto la giustizia. Va notato che non è stato segnalato nessun atto di fanatismo nel periodo delle guerre nazionali. L’intero popolo si è sollevato al grido di “Viva la Libertà”. I Preti ed i monaci, erano dei buoni patrioti ed hanno incoraggiato la gente alla resistenza al grido di “morte ai genovesi”. La storia politica non ha ancora detto l’ultima parola sulle rivoluzioni della Corsica. Sono state pubblicate opere notevoli. Ma nessuna dà vera notizia degli eventi. Un francese, di nobili natali, sembra avere riassunto mirabilmente la situazione in una relazione al Cardinale Fleury del 1749 “Per sottomettere i Corsi, le sole armi sono inutili. La pace potrà essere raggiunta solo in un governo equo e imparziale che ispiri fiducia. L’impunità ha causato la rivolta e le uccisioni”. Più tardi, in una lettera al Duca di Noailles, il marchese de Cursay, 280
in seguito generale delle truppe di occupazione, ha scritto: “Ho chiesto informazioni sugli eventi che hanno segnato il passaggio in Corsica del principe di Württemberg ed ero convinto che la sola forza non solo fosse inutile, ma pericolosa e che un buon governo non poteva che richiamare i Corsi alla subordinazione. La cattiva amministrazione della giustizia è stata la causa della rivoluzione, la stessa repubblica di Genova lo riconosce”. Il marchese de Cursay ha detto la verità nel suo governo. Soldato pieno di onore e lealtà cavalleresca, il marchese era in contatto con uomini come Giafferi, Gafforio e Castineta e, colpito dalla magnanimità e dall’eroismo dei leader dell’isola, ha redatto un piano per pacificare il loro paese devastato dalle lotte di tirannia. Aveva considerato giustamente la situazione. Sarebbe stata troppo felice, la Corsica, se lo avesse ascoltato! La guerra fratricida tra la Corsica e la Francia avrebbe potuto essere evitata! La Corsica sarebbe diventata francese senza la vana pompa di una cessione genovese che ha suscitato l’ira dei corsi. Il marchese de Cursay fu richiamato in disgrazia. I Corsi compresero allora che Genova e la Francia perseguivano lo stesso obiettivo, di comune accordo. Alla partenza del marchese, Genova, che aveva sempre vantato e mai mantenuto le sue promesse, riprese il suo bastone di ferro per battere i corsi e trovandosi di fronte un illustre patriota, il generale Gafforio, lo fece assassinare. Con uno sforzo supremo, i corsi caddero su questi mercanteggiamenti senza legge. Paoli (Pasquale) ha preso il comando e ha fatto loro una guerra senza sosta. Essi hanno perso la Corsica lasciando all’isola il ricordo dell’esecrazione e di disprezzo. Capitolo Sei - La Storia delle guerre nazionali. La storia delle guerre nazionali del XVIII secolo è ancora da fare, come ho già detto. Anche se sono apparsi eccellenti lavori, in forma di libri o di memorie, è mancato ai nostri eminenti storici, per riassumere questo periodo eroico, lo spirito di imparzialità che consiste nel liberarsi del pregiudizio, dell’odio o dell’amore insito nella natura umana, soprattutto quando i fatti sono troppo recenti per essere raccontati nella loro vera luce. Lo storico, nella narrazione degli eventi, deve spogliarsi della sua nazionalità, soffocare le sue simpatie e gli odi e rivelare la verità così com’è. Sono stato in una posizione migliore rispetto a qualsiasi altro per scegliere gli eventi, tra cui quelli degli ultimi periodi. Nella mia situazione, ero in contatto quotidiano con Paoli, Pozzo di Borgo, Panattieri e spesso mi sono avvicinato ai Bonaparte, ai Saliceti, agli Arena, ai Gafforio. Mi 281
sono anche mescolato con gruppi di contadini, così le mie opinioni rispecchiano fedelmente le posizioni che si sono scontrate l’una contro l’altra, i partiti ancora agitati da un passato di guerre civili e di vendette terribili. Nel secolo scorso, la Corsica aveva il dono di far nascere nel mondo delle forti proteste per la stranezza dei fatti e la violenza sfrenata di uno stato di rivolta. Lo spettacolo incredibile di poche migliaia di uomini, che lottavano contro la potente Repubblica di Genova e l’hanno tenuta a bada, ha fatto nascere ovunque simpatie. Ogni volta che la Corsica e Genova hanno avuto uno scontro, Genova è bruscamente caduta sulla terra vendicatrice dell’ingiustizia e della tirannia. Ha implorato i re e gli imperatori con una costosa politica, favorita da regali, denaro e promesse, per superare le esitazioni dei gabinetti principeschi. Reggimenti disciplinati e agguerriti sono entrati in guerra in suo aiuto e non potevano ridurre questi gruppi mal armati, senza organizzazione, spinti alla lotta dall’amore di patria e dall’odio degli stranieri. Un giorno un capitano tedesco ha incontrato un uomo ferito che sanguinava dopo un infortunio terribile. Moribondo e ferito, si è trascinato sotto un albero di castagno. “Non avete un soccorso?” Chiese l’ufficiale. “No”, rispose il corso. “Non avete i medici?” “Non più”. “E che cosa fate allora?” “Moriamo”. E improvvisamente si stese sull’erba fresca, incrociò le braccia e sussurrò le parole “Gesù, Giuseppe, Maria”, e alzando la testa, gridò a gran voce: “Viva la libertà”. La sua testa cadde pesantemente, aveva cessato di vivere. Capitolo Sette - L’inizio della rivoluzione - Teodoro di Neuhoff. Nel 1729, nella Pieve di Bozio, a Bustanico, prese inizio la rivoluzione. Gli spiriti vivevano in un malcontento scuro, in attesa della decisione di un dio che vendicasse l’ingiustizia e l’iniquità. A volte basta una scintilla per accendere un grande fuoco in un’estate torrida che secca le erbe del prato e rende dura al tatto la boscaglia e dopo che le foglie verdi hanno preso il tono del giallo. Così la fiamma prende il suo corso, prima debole e indecisa, con crepitii sordi e poi improvvisamente appaiono le alte fiamme e le spirali di fuoco che avvolgono la foresta con il rombo del tuono e i rumori vivaci delle fucilate. Tale è stata la rivoluzione, senza precedenti nella storia dei popoli. Un vecchio, detto Defranchi Cardone, venne convocato dall’esattore genovese per pagare le tasse. Tra le sue monete, ce n’era una a cui mancava il valore di mezzo soldo: il collettore si rifiutò di ricevere il denaro. Invano il vecchio pregò il collettore vista la sua 282
estrema miseria di attendere il giorno seguente per pagare le tasse. Costui rifiutò e minacciò di sequestrare i suoi mobili. Cardone attraversò le vie del paese in preda alla più grande disperazione. “Gio Cardo, che cosa avete?” disse un giovane che si era alzato in piedi al suo avvicinarsi. “Ho vissuto troppo a lungo, le mie mani inerti non mi servono più, altrimenti il famigerato genovese avrebbe pagato con la vita i suoi insulti e il disprezzo.” E riferì come l’esattore lo avesse bruscamente buttato in strada e che agli sbirri era stato ordinato di pignorare i suoi mobili e di sequestrare la sua fornitura di frumento e di farina. Lui, Cardone, avrebbe mendicato il suo pane –“povero me”. “Aspetta Ziu Cardo, siamo giovani, siamo pronti alla vendetta” ripeterono in coro gli uomini che lo avevano avvicinato mentre stava raccontando la sua infelice avventura. Improvvisamente la grande campana della chiesa risuonò e lanciò l’allarme. Il Colombo risuonava nelle valli con le sue chiamate lugubri e guerriere che agitavano i Corsi all’ultima fibra. Il collettore, sorpreso, ne chiese la spiegazione. “Questo significa che noi moriremo”, disse la sua guida. Alla notizia dei disordini nel Bozio, un centinaio di uomini furono inviati nella Pieve, per ordine del governatore Felice Pinelli, accolti freddamente a Poggio di Tavagna per stare con la gente del posto. Mompiliani, originario di questo paese, concepì il progetto di sequestrare le armi; che avvenne sotto la copertura della notte; i soldati disarmati dovettero andare a Bastia. Mompiliani diventò uno dei leader degli insorti. Questi, che attaccarono il forte di Aleria, lo presero d’assalto, lasciarono il presidio in pezzi, si dotarono di armi e munizioni e senza indugio si diressero verso Bastia. Più di cinquemila uomini erano accampati fuori della villa (cittadella). Venne inviato un vescovo agli insorti per cercare un accordo con loro. Il vescovo ha ottenuto una tregua di 24 giorni, durante i quali gli insorti si sarebbero dovuti ritirare nelle loro montagne. Ingannati dai loro nemici, i Corsi scesero dalle montagne e in diecimila, posero l’assedio a Bastia. La rivolta era divenuta generale, anche se Genova aveva inviato i commissari per riprendere i negoziati. “Mi tradiresti per lasciarmi tra questi contadini feroci” “No, Signore, ho mangiato il vostro pane e io non vi tradirò. Presto, a cavallo.” I muli furono staccati e sellati in fretta. I pochi soldati genovesi di scorta, pallidi e silenziosi, seguivano a passo di corsa. Essi presero dei sentieri tortuosi nella macchia mediterranea. La guida conosceva tutti i passaggi. Originario di Corte, teneva le greggi nella Valle del Tavignano. Le campane delle parrocchie avevano risposto ai rintocchi di Bustanico. Le grida di “morte ai genovesi”si sollevavano in aria. I 283
primi insorti trovarono la sala del collettore abbandonata, la tavola ancora coperta con le registrazioni delle tasse. Venne fatto un falò. I fuggitivi furono salvati dal massacro con la comparsa dei militari che il governatore di Corte aveva inviato in loro soccorso. Questi fatti mi furono raccontati da un testimone oculare della famosa rivoluzione. Egli aveva allora 86 anni. Questo dunque fu il segnale. Ovunque nella Pieve, riverberavano i suoni del colombo. La Tavagna il Rostino, la Vellerustia, Corte si sollevarono i in massa e corsero alle armi. L’insurrezione aveva trovato i suoi capi: Ceccaldi e Giafferi, subito seguiti da Gafforio, Paoli, Castineta e Ciavaldini; L’Orezza non fu ultima alla rivolta. Disarmati, corsero con l’ascia e le falci sulle truppe nemiche, e dopo averle sorprese nelle marce notturne, le circondarono e le costrinsero ad abbandonare le loro armi e la loro polvere nelle mani dei patrioti. Così si è svolto il primo armamento delle milizie corse. Per il cibo, il sacchetto munito di pane, formaggio e lonza, era sufficiente per una quindicina di giorni, mentre per la sete c’era l’acqua dei torrenti. La mancanza di munizioni è stata la causa della tregua che gli insorti hanno concesso a Genova nella guerra inesorabile. Una nave inglese apparve alla foce del Golo con cinquantacinque quintali di polvere, pistole e proiettili. I Corsi furono felici di questo sostegno inaspettato e, più che mai, la lotta per cacciare lo straniero divenne nuovamente feroce. In quel momento di emergenza, Dio ha aggiunto il favore dell’apertura delle porte del Paradiso agli insorti morti per la Patria. Così aveva deciso il consesso di sacerdoti e teologi riuniti in consulta nel convento di Orezza. Fu proclamata la guerra santa ed i martiri della buona causa sarebbero andati dritti in Paradiso, mentre i genovesi nell’inferno, dove regna il pianto e lo stridore dei denti. Questa decisione, proclamata dal pulpito da una parte dei sacerdoti, esaltò il coraggio dei credenti. Uomini, donne e bambini, nonostante la santità del luogo, si alzarono eccitati e feroci gridando “guerra, guerra, morte ai Genovesi”. I primi stranieri ad intervenire per Genova furono i tedeschi, che arrivarono in Corsica il 10 Agosto 1735, in numero di quattromila. Essi erano comandati dal generale Wachtendank. Diversi scontri li misero di fronte ai Corsi. L’attacco di Calenzana è stata una vera e propria battaglia in cui morirono migliaia di tedeschi. La tattica dei generali imperiali fallì contro le bande armate che li hanno assaliti con la furia della disperazione e il disprezzo della morte. Il loro generale, stupendosi per questa resistenza, rifletté sulla doppiezza dei genovesi, che avevano rappresentato i Corsi come un branco precipitoso che si sarebbe volto alla fuga 284
non appena avesse udito il suono alla carica delle trombe tedesche. Egli era avanzato verso l’interno, sulla base dei rapporti dei genovesi. Attirato a San Pellegrino, in mezzo alle montagne e alle valli, dalle fughe simulate dalle bande corse, si è trovato all’improvviso circondato, a rischio del suo stesso onore militare. I guerriglieri hanno reso la marcia dolorosa e disastrosa. Ad ogni passo cadeva un tedesco colpito dal fuoco invisibile di un patriota, strisciando nella macchia. Il generale, perplesso, afflitto e scoraggiato, ordinò la ritirata. Ma era troppo tardi. Le masse corse non si vedevano. Si sentiva solo il mormorio confuso di una folla inferocita. I rumori delle sparatorie si succedevano, ad intervalli, con il suono del colombo. Il Generale Giafferi teneva l’esercito tedesco e il suo capo a sua discrezione. Egli non abusò della sua fortuna. Acconsentì ad un armistizio che durò due mesi. Ci fu un incontro tra i due generali. Wachtendank, colpito dalla magnanimità del capo dell’isola, ascoltò la spiegazione che aveva fatto chiarezza sulle cause della rivolta e promise di portare al consiglio dell’Impero le lamentele della Corsica. La tregua terminò due mesi prima dell’arrivo della risposta del gabinetto di Vienna, e la guerra riavvampò di nuovo. Quattromila tedeschi, la seconda metà fornita da truppe ausiliarie dell’imperatore Carlo VI, sbarcarono sull’isola. Dopo essere stati battuti in numerosi scontri, gli imperiali, comandati da Doria e De Vins, furono sterminati nella sanguinosa battaglia di Calenzana (2 febbraio 1752). Genova venne presa dal terrore e pregò l’imperatore di mandare altri quattromila soldati. Un nuovo esercito, comandato dal principe Luigi di Württemberg, partì per la Corsica. Questi promise un’amnistia generale se i Corsi avessero deposto le armi. Ma i Corsi rifiutarono di trattare su questa base. Württemberg, il principe Cuhnbach, il Waltendank generale Schmedman e Waldstein, prepararono insieme il loro piano operativo e immediatamente avanzarono verso l’interno. I Corsi si erano ritirati in montagna ed erano determinati a stancare il nemico con una guerra partigiana. Ma, agli ordini provenienti da Vienna, il principe di Württemberg ha dovuto risolvere in via amichevole con il popolo corso che venne riconosciuto come leso nei propri diritti. Le truppe tedesche vennero richiamate e imbarcate il 15 Giugno 1733. La pace intercorsa non poteva essere di lunga durata. Le condizioni dettate l’11 maggio 1732 non furono rispettate da Genova che fece arrestare i firmatari del trattato, Giafferi, Padre Aitelli, Ceccaldi, Raffalli e con il pretesto del tradimento li rinchiuse nelle prigioni da cui uscirono grazie all’intervento in loro favore del principe di Württemberg. 285
Giafferi, violando la promessa fatta a Genova di non tornare nel suo paese, lasciò Livorno e sbarcò nell’isola, in cui erano scoppiate diverse insurrezioni. Al suo arrivo in Corsica, Giafferi, insieme a Giacinto Paoli, convocò una consulta a Corte, la città nelle montagne. L’isola venne posta sotto la protezione della Beata Vergine Maria, la cui immagine è posta sulla bandiera nazionale, e Gesù Cristo è nominato Gonfaloniere o porta stendardo della Corsica. Tutto questo avviene nel mezzo dell’indifferenza dei monarchi che hanno lasciato un intero popolo al massacro senza forzare la mano. I Corsi hanno fatto ricorso all’intervento divino. Così come i martiri, quando sono in preda ai tormenti, sollevano i loro occhi ispirati al cielo e ritrovano la serenità in mezzo ai tormenti. Anche se Pinelli e Rivarola erano giunti in Corsica, con tutte le loro truppe a disposizione, tutto il paese, ad eccezione delle piazzeforti marittime, era stata strappato a Genova da Giafferi. Le preghiere dei patrioti sembravano essere state esaudite quando, mancando le munizioni, Théodore de Neuhoff sbarcò ad Aleria nel marzo 1736 con armi, cibo, munizioni, abbigliamento e denaro contante. I Corsi, entusiasti, lo proclamarono re e ne cinsero la testa bionda con una corona di alloro. Il nuovo re era un bell’uomo, alto, snello, con un volto pieno di dignità. Parlava italiano ei suoi nuovi sudditi erano entusiasti di sentirlo parlare in questa lingua con gesti nobili e lenti, in linea con la sua imponenza. La sua parola, ascoltata religiosamente, prometteva grandi aiuti per l’avvenire, con la futura alleanza dei re, suoi colleghi. Egli giurò fedeltà alla Costituzione. Non avrebbe mai deposto le armi fino a quando l’ultimo dei genovesi non fosse scomparso dal suo regno. Istituì un ordine cavalleresco “Provvidenza” battè moneta e nominò ambasciatori. Insomma portava con sè tutti gli attributi della sovranità. Ma il suo regno era un’isola di piccola portata ed i suoi sudditi non avevano l’elasticità necessaria per piegarsi ai capricci di un sovrano. Questo trono, improvvisato nel calore della lotta, era barcollante come i canneti. I nuovi sudditi erano poco sottomessi. La Costituzione cui aveva giurato fedeltà lo aveva posto sotto il controllo e la discrezione dei consiglieri di Stato, fieri e ribelli. Il successo giustifica tutto. Se fosse riuscito a mantenere i doni e la generosità, lo avrebbero sostenuto come un re travicello, ma dopo l’esaurimento del suo tesoro, il cattivo umore intorno a lui faceva intendere che il suo regno stava per finire ed il re diede le dimissioni. Navigò sotto bandiera francese, da Aleria il 11 novembre 1736 e sbarcò a Livorno, travestito da prete. Morì dimenticato in una prigione dove era stato rinchiuso per debiti. 286
Capitolo Otto - Il primo arrivo di Pasquale Paoli. Nel mese di gennaio 1738 arrivò il turno dei francesi. Quattro reggimenti, quelli di Saarland, in parte, e quello di Alvernia, sbarcarono a Bastia, composti da tremila uomini, al comando del marchese di Boissieux con la missione di costringere i Corsi liberi a sottomettersi al giogo odioso di Genova, della quale intervenivano in soccorso. I colloqui furono lunghi. Alla fine delle discussioni presero d’aceto e vennero alle mani. I francesi occuparono Borgo e Luciana. A questa notizia, i Corsi, riuniti a Orezza, chiamarono la popolazione alle armi e tre uomini attaccarono Borgo difesa dal capitano del Cortenese con cinquecento soldati dell’Alvernia. Questi, dopo tre giorni e due notti di combattimenti, furono salvati dall’arrivo di Boissieux che aveva duemila uomini al suo seguito. Stremati dalla fatica, i francesi tornarono a Bastia, quasi scoraggiati ed il generale chiese di essere sostituito a causa di una malattia. Lo rimpiazzò il marchese di Maillebois. Giunse in Corsica nel marzo 1739 con dodicimila rinforzi. Il colonnello d’Alvernia, il signor Sasselange, che dopo la morte di Boissieux avvenuta il 2 febbraio era a capo delle truppe, cedette il comando a Maillebois. I francesi non erano amati in Corsica. Il ricordo di Sampiero, abbandonato nella lotta contro i genovesi, le umiliazioni e le torture inflitte ai soldati della pontificia guardia corsa per un presunto insulto alla bandiera francese, erano ancora vivi. La tradizione, con il contributo dei conventi, manteneva in tutta la sua energia l’odio per la Francia, ricordando, nelle veglie serali, le rovine e gli incendi che i Genovesi portarono in Corsica dopo ogni partenza dei francesi come dono di ringraziamento. In diverse occasioni ho sentito parlare degli eventi di Roma e dei Corsi come questione ordinaria e straordinaria, come se fossero accaduti ieri, e la comparsa dei francesi in Corsica suscitava diffidenza e risentimento. Luigi XV aveva scritto alla Consulta che i Corsi, sudditi di Genova, dovevano sottomettersi ai loro legittimi padroni. Il marchese Maillebois, capo dell’esercito di occupazione, insinuò tra i capi corsi di avere istruzioni segrete che gli consentivano di trattare con loro e aveva dato la garanzia che non avrebbe mai fatto sparare le proprie munizioni e che ne avrebbe fatto dono ai genovesi. Con una politica abile e ferma, Maillebois riuscì a disarmare i ribelli che erano più felici che nella lotta con Boissieux. Per il generale è stato sufficiente promettere velatamente che la Corsica non sarebbe rimasta genovese per calmare i risentimenti e provocare una reazione a favore 287
della Francia. Purtroppo, la Corsica era un giocattolo di poco valore in mezzo ai conflitti del continente e venne respinta di nuovo nelle mani rapaci dell’oligarchia genovese da un trattato di pace garantito dalla Francia e dell’Austria. Alla partenza dei francesi, la rivolta riprese. Corsi e genovesi non potevano vivere in pace. Le truppe del re di Savoia agirono di concerto con la flotta inglese. Rivarola venne nominato capo della Nazione. La causa della Corsica sembrava trionfare con quest’uomo che era assistito dal patriottismo nazionale, ma proprio nel momento in cui Genova era esausta, il trattato di Aix la Chapelle cancellò con un tratto di penna la resistenza dei Corsi e li mise di nuovo sotto il dominio genovese. Negli ultimi anni, il dottor Gian Piero Gafforio era diventato popolare. La Corsica avrebbe trovato in lui un leader impareggiabile. Prudente come uomo di stato ed altrettanto coraggioso sul campo di battaglia, divenne ben presto l’idolo della nazione, che lo scelse come capo in una consulta. La sua energia fredda ed implacabile si manifestava con tratti aggraziati e spirituali, la sua parola aveva la morbidezza delle sirene. Calmò le discordie familiari indicando alle persone più feroci la libertà come fine glorioso ed immortale. Il sangue corso doveva essere riservato alla Patria e non a litigi inutili. Genova saltò tutte le furie: aveva trovato il suo oppositore. L’anima risuscitata di Sampiero le aveva annunciato che il termine della sua tirannia era già fissato. Le armi caddero dalle sue mani e, naturalmente, meditò l’omicidio. I suoi desideri furono esauditi perché il generale Gafforio venne assassinato proprio nel momento in cui stava per rendere immensi servigi alla Corsica, tali da aggiungere alla storia di questa isola delle pagine gloriose. I nomi di Gafforio, di Paoli e di Sampiero formano una trilogia che sopravviverà nella posterità. Un generale francese, Cursay, fu amico e ammiratore di Gafforio. Questi due nobili personaggi erano fatti per intendersi. Gafforio amava sinceramente la Francia. Lui e De Cursay prendevano piacere in intimità, nello scambiare opinioni su come far raggiungere alla Corsica la pace e la prosperità. Entrambi caddero vittime delle loro passioni generose e dell’amore per il bene pubblico. Genova, pallida e tremante davanti alla spada, non aveva uguali nella trama e nella ferocia. Gafforio fu assassinato e il marchese de Cursay venne inviato nelle prigioni del suo re con il reato di avere troppo ben servito. A questo punto apparve sulla scena rude e sanguinosa del suo paese infelice Pasquale Paoli. Rientrò dall’Italia, appena trentenne, all’appello del suo vecchio padre. Fu eletto capo dei Corsi il15 luglio 1755, nella Consulta svoltasi nel convento di 288
Sant’Antonio della Casabianca. Il debutto di Paoli venne contrastato da Matra. Scoppiò la guerra civile in diverse parti dell’isola, con una furia che travolse con gioia i genovesi, spettatori interessati in questi conflitti terribili. Al convento di Alando Paoli non riuscì a morire. Non appena il fuoco iniziò a lambire le porte anteriori della casa dove il capo dei corsi si era rifugiato, si sentì da lontano il suono del colombo e si videro arrivare degli uomini armati in soccorso di Paoli. Matra, che si rifiutò di scappare, incoraggiò la sua gente a combattere. Un colpo di moschetto lo fece morire. Gli occhi spalancati fissavano una finestra su cui apparve Paoli, suo rivale. Ai suoi che volevano salvarlo, disse, “E ‘finita, andate via perché io morirò.” Paoli, prima che il suo nemico morisse, disse: “Che disgrazia! Se fosse sopravvissuto, lo avrei perdonato e il paese avrebbe avuto un altro valoroso difensore”. Matra aveva un’alta statura e le forme di un paladino di un’altra epoca. Il suo valore nei combattimenti era reale. Dopo quarant’anni, ho chiacchierato con i sostenitori di Matra. Il loro odio contro Paoli era vivido come il primo giorno e lo maledicevano, con imprecazioni selvagge, per essere stato la causa, secondo loro, della guerra civile e dell’uccisione del loro leader. Il salvatore di Paoli al convento, che per primo corse in suo aiuto, con le milizie comunali, era Torne Cervoni, padre del famoso generale dallo stesso nome, Torne si era ritirato nella sua casa di Soveria e non aveva risposto alla chiamata di Paoli per marciare contro le armi di Matra nei paesi di Serra e Alesani! Si ignorano le cause che lo avevano separato da Paoli. Venne un messaggero che disse “Il generale Paoli è in pericolo nel convento di Bozio e perirà.” Torne rimase in silenzio. “Partite presto, Torne, altrimenti il generale soccomberà”. Lui non rispose e girò la testa con indifferenza. La madre venne e chiese: “Che cosa c’è?”. “Ecco, signora, Paoli è circondato nel convento di Bozio dalle bande di Matra e perirà se tuo figlio non si muoverà per andare in suo aiuto con la sua milizia”. “Va’, figlio mio, corri a salvare il generale”. Torne, impassibile, non disse nulla. La madre, irritata, gli si avvicinò e scoprendo i seni, disse: “Se non vai, da questo momento, io maledico questi seni che ti hanno dato il latte”. Torne, scosso e fuori di sè, si precipitò alla finestra e, a gran voce esclamò: “Soverioni, alle armi”. Uscì, armato di tutto punto. Le milizie lo seguirono. Salirono leggermente la montagna aspra a caddero improvvisamente su Matra. Paoli dopo la liberazione, cercò invano il suo salvatore: ma egli se ne era andato senza voler accettare lode o ringraziamento. Paoli non amava i francesi ed accolse con favore la partenza degli ultimi battaglioni richiamati in Francia per la 289
guerra dei sette anni. Sapeva che questa nazione, che aveva avuto sempre rapporti cordiali con Genova, non provava altro che disprezzo e indifferenza per le rivendicazioni dei corsi. I Re erano sempre rimasti insensibili alla parola magica di “libertà”e si stupivano che dei pastori e dei braccianti innalzassero lo stendardo della rivolta per rivendicare diritti e consulte. Il regime della consuetudine era sufficiente. Paoli rivolse le sue speranze verso l’Inghilterra, paese libero grazie alle sue istituzioni e al Parlamento. Per lui questa era l’unica forma di governo che sognava per il suo popolo emancipato. Con i francesi, c’era sempre da temere un ritorno a Genova, impossibile con gli inglesi che odiavano ed invidiavano questa repubblica. Eppure molti corsi avevano preso servizio negli eserciti della Francia e formato il nucleo di un partito che mostrava simpatie per i francesi. Nei giorni decisivi, la difesa si domandò perché non si sia trovata nella lotta unanime, la stessa forza ed energia che aveva colpito la bella Genova, la padrona dei mari. Paoli approfittò degli anni di tregua che avevano lasciato le guerre continentali, per organizzare il suo governo e dare al suo paese delle libere istituzioni, sempre onorate nella terra di Comune. Nel formare la sua piccola repubblica, Paoli ha voluto che tutte le competenze provenissero dal popolo e dal suo libero suffragio. Questa Costituzione, basata sulle tradizioni della terra di comune, ha concesso il suffragio universale al popolo con scrutinio palese. L’età di voto era stata fissata a venticinque anni. Virtù e merito personale guidavano la scelta dell’elettore e, sulla piazza della chiesa, i cittadini erano eletti con voto popolare per la carica di Podestà e Padre di comune. Queste funzioni si rinnovavano ogni anno. Creò a Corte, la capitale, una tipografia e un’università. In questa città, si riuniva ogni anno una Consulta generale. Si componeva dei rappresentanti delle pievi, del clero e delle autorità provinciali. Era necessaria una maggioranza dei due terzi per dare il voto di assenso alla legislazione. Ho visto, in prima persona, che le Consulte corse avevano una somiglianza con le assemblee in Svizzera. Erano notevoli per il sangue freddo e per come tutti parlassero, a loro turno, senza confusione. Fuori della vendetta, il corso, è l’uomo più ragionevole che io conosca. Paoli non è stato accecato dalle sue simpatie inglesi al punto di sacrificare l’indipendenza del suo paese. Non voleva essere suddito inglese, ma protetto dall’Inghilterra. Voleva mantenere l’autonomia per la Corsica, con le libertà commerciali necessarie al suo sviluppo. I vari lavori, le attribuzioni del potere giudiziario e del clero dovevano essere devolute agli indigeni. Tale rimase il suo costante sogno fino alla vecchiaia e 290
tornato nell’isola dopo un lungo esilio, ravvivò il pensiero della sua età giovanile. Cose su cui meditare e che potrebbero essere un esempio per i patrioti! Paoli, proscritto dai francesi, ben presto si insospettì ed andò in Inghilterra per finire i suoi giorni a Londra, la città della nebbia e dell’umidità, lontano dalla sua amata isola, dalla casa e dalle ombre di Morosaglia, in cui aveva passato la sua infanzia felice sotto l’egida di una madre che, nei suoi canti, aveva predetto questo comandamento “avrai il comando in mano”. Ha dato al suo paese i suoi ultimi pensieri. Nelle sue ore di malinconia, ha spesso ricordato la profezia fatidica: “Corsica, non avrai mai bene.” Paoli andò in esilio, cacciato dalla Corsica dai francesi, dopo il disastro di Ponte Nuovo. Si imbarcò nella notte tra il 12-13 Giugno 1769, con il fratello Clemente, suo segretario, il padre Andrei Antonio Francesco e alcuni devoti seguaci. Due mesi dopo si insediò in un albergo di Londra, vivendo della pensione concessa dal governo inglese. Lasciò la Corsica anche in seguito, nel 1795, durante l’occupazione inglese, come si dirà qui di seguito. Capitolo Nove - Il ritorno di Pasquale Paoli. Nel 1755 Paoli, tornando da Napoli, riprese la lotta contro Genova. I Genovesi, cacciati dall’interno dell’isola, chiesero aiuto ai francesi che avevano sostenuto finanziariamente nella guerra dei Sette Anni. Questa soddisfazione gli venne concessa e Marboeuf giunse in Corsica investito del comando della spedizione. I Genovesi, impossibilitati ormai a vincere, pensarono di cedere l’isola alla Francia. Choiseul, volendo aumentare il suo prestigio, dopo i disastri della guerra dei Sette Anni, accettò tali offerte e segretamente il 19 maggio 1768, l’isola fu venduta alla Francia. Le truppe di Paoli si rifiutarono di deporre le armi; si decise che sedici battaglioni, sotto il comando di Chauvelin, partissero per la Corsica. Il signor de Chauvelin non ebbe vita facile nei suoi primi attacchi. A Borgo, dopo un’azione dei corsi durata 35 giorni, la fanteria della legione reale, la compagnia di granatieri della Linguadoca e le truppe venute in loro aiuto furono sconfitte e le comunicazioni con il signor di Marboeuf tagliate. Nuovi rinforzi sotto il comando del signor de Vaux, sbarcarono nei primi giorni di aprile del 1769 a San Fiorenzo. Il maggio seguente i francesi occuparono Lento, Bigorno, Campitello, Valpajola, Scolca e l’esterno del Ponte Nuovo. I Corsi non furono in grado di rimuoverli da queste posizioni. Usando i suoi grandi battaglioni Vaux ottenne la vittoria finale a Ponte Nuovo. I destini stavano per compiersi. La Corsica, stanca 291
dopo quaranta anni di lotte non ha mostrato, in questa ultima battaglia, la decisione e l’energia che aveva caratterizzato lo scoppio delle ostilità. Numerosi suoi figli furono attratti in Francia dal richiamo dei gradi e delle pensioni. La battaglia di Ponte Nuovo fu micidiale, né si potrà mai sapere da dove partì la confusione delle truppe accorse al capo del ponte in disordine, sotto il fuoco dei francesi e - orribile a dirsi – perfino dalla guardia tedesca, al soldo di Paoli, a seguito di uno di quegli ordini confusi che sono i precursori delle grandi catastrofi. Il Golo trascinò, per lunghe ore, i cadaveri pieni di ferite di questi eroi. Il loro sangue arrossava le acque del fiume e, al calar della notte, i francesi cessarono i loro canti di vittoria alla vista di fantasmi vaganti sul campo di battaglia. Queste erano le donne che arrivavano da Rostino spettinate, cercando i loro uomini nella bruma, sulle rive del Golo, le cui onde scorrevano gialle e rosse per il sangue. All’improvviso, il silenzio della notte venne rotto dai pianti e dalle grida lugubri e la mattina, una lunga fila di vedove desolate e di ragazze orfane, salirono il sentiero di montagna tagliandosi i seni e strappandosi i capelli. I morti appartenevano quasi tutti a Rostino, paese di Paoli e le donne in lacrime non potevano dare loro sepoltura! Così perì per sempre la libertà della Corsica dopo una lunga lotta. Cinquantamila corsi morirono sui campi di battaglia. Diecimila, approssimativamente, caddero per mano di assassini e omicidi! Capitolo Dieci – Il vecchio Paoli e il suo ultimo ruolo politico. Venti anni erano passati dall’esilio di Paoli. La rivoluzione in Francia aveva scosso il vecchio mondo. Paoli, ricordato dalla Francia come il patriarca della libertà, giunse a Parigi il 3 aprile 1790, dove ricevette ovazioni popolari. A Versailles, il re e la regina lo accolsero con gentilezza. L’Assemblea nazionale gli concesse gli onori della sessione e Mirabeau, che in gioventù aveva fatto la campagna di Corsica del generale de Vaux, chiese perdono a Dio e gli uomini per aver combattuto un popolo libero. Il ruolo di Paoli, nell’ultimo periodo della sua vita, ha sollevato gli odi e le passioni di molte persone. A loro turno, i francesi e gli inglesi lo sospettarono di tradimento. Il suo crimine, è vero, è stato quello di andare oltre gli uomini del suo tempo con il carattere e il patriottismo. La Francia non seppe apprezzare il suo vero valore e dei demagoghi deliranti osarono chiamare a testimoniare nella Convenzione l’uomo che era l’incarnazione stessa della libertà. Per lui non esistevano in Corsica monarchici o repubblicani, ma cittadini dello stesso paese. La morte del re, ignominiosamente trascinato al 292
patibolo, ha scosso i suoi sentimenti di fedeltà alla Francia. L’abolizione del culto cattolico, la prescrizione del clero e delle congregazioni religiose gli hanno dato un assaggio della fine di un mondo in cui l’ateismo avrebbe fatto uscire una demagogia sfrenata per il godimento avido di beni terreni. Aveva orrore dell’ateismo e delle strane novità della Rivoluzione. Denunciato alla Convenzione Nazionale, venne messo fuori legge come un traditore e retrogradato, lui, cittadino modello, che aveva preceduto nelle vie della libertà i suoi pallidi accusatori, il cui unico merito era quello di distruggere, di accumulare rovine con la confisca, il patibolo e gli assegnati. La sua grande anima si alzò di rabbia. Si rifiutò di dare il suo venerabile capo all’affilata lama della ghigliottina. Chiamò gli inglesi sull’isola dopo una famosa Consulta tenutasi a Corte, in cui decretò la separazione della Corsica dalla Francia. Anche lui non credeva alla durata di questo governo demagogico che, nel suo delirio, aveva sfidato tutta l’Europa sul campo di battaglia. Secondo lui, Genova aspettava il momento della sconfitta per riconquistare la sua preda. Ciò sarebbe avvenuto sicuramente senza le vittorie di Bonaparte e il suo trionfo prodigioso su un’Europa scioccata e sconfitta. La generazione che ho conosciuto e in cui sono stato coinvolto, per molti anni, ha formato una miscela singolare di uomini pronti a combattere, profondamente divisi dalle loro opinioni e che cercavano, a loro modo, la felicità della Corsica. Bonaparte Cervoni, Saliceti, Sebastiani etc. formarono il partito francese; Paoli, Pozzo di Borgo, Panattieri etc. tenevano per gli inglesi. Hanno sofferto a loro turno le vicissitudini della politica fino a quando Bonaparte, con l’aureola della vittoria, ha fissato i destini della Corsica, ormai riunita alla Francia. Paoli e Pozzo di Borgo, prima alleati nel loro odio contro la Francia, furono presto in disaccordo quando gli inglesi misero piede sul suolo dell’isola. Pozzo di Borgo considerava Paoli come un uomo finito. Spirito superiore, sapeva nascondere il suo talento nel dominare con i modi morbidi e l’astuzia di un diplomatico consumato. Ben presto conquistò la fiducia del viceré Elliot, che gestiva a suo piacimento, con forme levigate di cortigiano, facendogli pensare di essere solo l’umile esecutore delle riforme del giorno, quando ‘in realtà era il motore principale dell’amministrazione britannica. Già è stato per l’Inghilterra un errore pesante non aver nominato viceré Paoli! In lui era incarnata l’anima della vecchia Corsica e delle generazioni che avevano combattuto nelle lotte nazionali. I cuori ancora pulsavano con i fermenti della sconfitta e i ricordi delle recenti umiliazioni di Marboeuf e Leonville. L’applauso 293
per l’Inghilterra sembrava unanime, ma si legava ad un solo uomo, Paoli. Scomparso lui, cadde un gran silenzio e i rumori di una prossima insurrezione cominciarono presto a far capire agli inglesi che era necessario lasciare la Corsica se volevano evitare i Vespri Siciliani. L’affermazione più grande per Paoli, nell’ammirazione dei posteri, fu certamente la scomparsa della vendetta, quando con mano esperta e costante organizzò il suo governo. Fu sempre intransigente con amici o parenti legati ai criminali. Gli assassini erano puniti con la pena di morte. Ne è rimasta memoria in mezzo alla gente. “Giustizia Paulina” significava giustizia inflessibile, senza perdono. Confische, case distrutte, castagni, uliveti, vigneti furono devastati dalle guardie quando il contumace si nascondeva nella macchia nonostante gli editti. Bisognava emigrare o morire. Ho avuto modo di apprezzare nei miei vari servizi, questo uomo (Paoli). Paoli aveva allora 70 anni. La sua statura era leggermente curva. I suoi capelli bianchi scendevano in riccioli sulle spalle. La sua carnagione, ancora fresca e colorita, con gli occhi azzurri sormontati da folte sopracciglia, di una luce intensa e penetrante; i suoi movimenti erano semplici e naturali non davano alcun segno di vecchiaia. La sua ampia fronte si ergeva potente e liscia. Il pensiero sereno donava alla persona un’aria maestosa. La parola era pulita ed abbondante. Nelle ore familiari, era un incantatore che attirava le simpatie e la devozione delle persone che lo avvicinavano. Spesso mi ha fatto l’onore di chiedermi della Svizzera, delle sue leggi, delle sue assemblee e mi congedò dicendo: “Vorrei che la mia gente conoscesse tali destini. Paese felice dove ogni petto batte all’unisono per la libertà.” Quale sarà l’uomo felice che scriverà la storia della Corsica, nel XVIII secolo? Questo lavoro non deve essere fatto da un contemporaneo, troppo appassionato dai ricordi di Genova, della Francia e dell’Inghilterra, ma da coloro che vivranno nel prossimo secolo, quando saranno scomparse le ultime vestigia della guerra civile. Giafferi, Gafforio, Paoli appariranno in successione come delle grandi figure, come gli eroi di Plutarco. Le varie nazionalità europee, tedesca, inglese e francese daranno spettacolo dei loro interventi armati sotto il colore del bene pubblico, per terminare solo nello spargimento di sangue per l’isola, mentre da Genova non è derivato alcun benessere per la Corsica. Sempre accanto e dietro ai battaglioni stranieri, si ergevano i silenziosi genovesi, che con parole dolci si gettavano sulla loro preda, rannicchiati come una tigre, con gli occhi feroci, in attesa del passaggio della vittima per balzare su di lei e lacerarla. 294
Capitolo Undici - Gli inizi della rivoluzione visti da Corte. Gli eventi presero una brutta piega in Francia e noi eravamo rimasti impressionati dal massacro degli Svizzeri, ai giardini delle Tuileries, il 10 agosto 1792, al punto in cui il servizio alla Francia, un tempo così invidiato, ci dava preoccupazioni per il futuro. Il 22 settembre dello stesso anno, la Convenzione nazionale proclamò la Repubblica e la deposizione del re. Il Signor Generale Paoli allora comandava la ventitreesima divisione militare. Io ho comandato il reggimento svizzero in assenza del colonnello, in congedo. A seguito di queste notizie, i soldati si riunirono in gruppi. Tutti sentivano necessario abbandonare il servizio alla Francia, ormai incompatibile con i loro sentimenti lealisti, che di secolo in secolo non erano mai stati smentiti. Questi rozzi montanari, allevati alla scuola della libertà, avevano lasciato i loro Cantoni per servire all’estero e la Francia è stata, fin dal regno di Luigi XI, il paese prescelto. Il giuramento alla bandiera era: “Noi giuriamo fedeltà alla nazione, alla legge, al re”. Ma in quel momento non c’era un re o una famiglia reale e si parlava addirittura di fare un processo al re come traditore della nazione. Le camerate erano piene di rumori e di voci. Noi le attraversavamo costantemente per placare i tumulti. Davanti a questi soldati coraggiosi che, con ogni ragione, ricordavano il giuramento, noi inchinavamo la testa, senza parole, approvando, con il silenzio, la loro volontà di lasciare in massa il servizio alla Francia. Il Generale Paoli venne informato dello stato d’animo nel rapporto che gli venne consegnato. Sul campo, mi ha convocato espressamente al Palazzo del Governo dove sono andato. “Bene! Capitano, è vero che il coraggioso reggimento svizzero vuole lasciarci nel momento del pericolo?”. “Sì, signore, è ormai quasi deciso”. “Sono i soldati così mal disposti nei nostri confronti?” “Generale”, dissi, “non si tratta di Voi, che siete amato e rispettato da tutti, alla pari di un padre. Il giuramento è la causa di tutto il rumore. Noi svizzeri riteniamo che la caduta del re, cui abbiamo prestato giuramento di fedeltà, impone l’obbligo di lasciare il servizio”. “Si sbagliano, i miei coraggiosi svizzeri, e spero che torneranno al partito migliore che è quello di continuare a servire la Francia. Lo sfortunato re li ha assolti dal giuramento di fedeltà, abbandonandoli, il 10 agosto, alla furia del popolo per pensare solo alla propria salvezza. Dopo il massacro dei vostri compatrioti, sarebbe sciocco mantenere anche il minimo scrupolo nei confronti di questo povero re.” Paoli parlò con animazione singolare ci aveva convinto, proprio noi che, entrando, 295
stavamo portando le nostre dimissioni. “Generale, credo sia utile che i miei soldati vi vedano in mezzo a loro e che parliate allo stesso modo. Essi vi ascolteranno. Quanto a me, ho esaurito tutti gli argomenti e li ho trovati decisi ad andarsene.” “Certo, io verrò subito in caserma. Ordinate i soldati”. Uscii e mi mescolai con i soldati che già avevano dato prova di insubordinazione rifiutando il servizio di alloggiamento. Ho ottenuto con difficoltà, che nessuno sarebbe stato assente durante la giornata per andare in città. Nel pomeriggio, il generale è venuto in caserma, seguito da tutti i membri del dipartimento. Tutti sembravano commossi dalla nostra prossima partenza. Con modi tranquilli, promesse, hanno vagato per la caserma e i soldati hanno mostrato il loro rammarico per la partenza di un così bel reggimento. I soldati silenziosamente li guardavano passare sotto gli “evviva”comuni per questi tipi di rassegne. Paoli riunì la piazza della caserma e là, a gran voce, ripeté gli stessi argomenti della mattina e visto che non aveva alcun potere su di loro, gli ha finalmente detto “Almeno, in nome della disciplina, promettete obbedienza per dieci giorni, dopo di che partirete. Per chi resta, dico loro che nulla verrà cambiato alla costituzione del reggimento: avranno gli stessi benefici e saranno mantenuti nello stesso numero. Saranno sempre il 95°.” I soldati alzarono le mani in segno di assenso. Andando via il Generale mi prese da parte e per parlarmi a voce bassa di alcuni affari di servizio. Durante questi dieci giorni di soggiorno, il servizio fu discontinuo. Tuttavia, c’erano alcuni chiacchieroni che, dalla sera alla mattina, si aggiravano per la caserma, promettendo forti novità per coloro che avrebbero lasciato il servizio. Il Generale Paoli non mancava di venire ogni giorno e Panattieri, Pozzo di Borgo, con molti altri, si succedevano come i santi del calendario. Io stesso ho mantenuto delle relazioni amichevoli, con questi valorosi soldati, dicendo loro: “miei buoni amici, restiamo al servizio della Francia. Il re, con la sua deposizione, non ha messo il 10 agosto gli svizzeri al macello?”. Mi rendevo conto della forza di questa argomentazione sui loro volti cupi. Ho finito per convincerli evidenziando gli svantaggi della partenza. Avrebbero dovuto abbandonare ogni speranza di ritorno per tornare a casa a picchiare la terra. “E dove vorreste andare? A cercare servizio a Napoli, in Piemonte, in Olanda? Non conta, perché sono invasi dagli eserciti francesi”. Tutte queste belle argomentazioni hanno avuto il loro pieno effetto. I soldati pungolati da tutte le direzioni dai membri del governo che venivano ogni giorno a mostrare la loro eloquenza, cedettero vedendo i loro ufficiali mettersi da parte. Più di trecento si 296
dichiararono pronti a continuare il servizio. Fu per convinzione e non per spirito di interesse che usai la mia influenza sui soldati per mantenerli al servizio della Francia. I costumi svizzeri sono rigorosi e non consentono l’ozio a nessuno, ricco o povero. I poveri, per necessità, si prestano di giorno in giorno. I ricchi non restano con le braccia conserte, a causa del pregiudizio del paese che disprezza i fannulloni. Come al tempo di Cincinnato a Roma, i migliori cittadini della Svizzera portavano l’aratro, a meno che non potessero tornare a casa loro dopo dieci o venti anni con degli onori o dei gradi. Soltanto a costoro era consentito il riposo, guadagnato a seguito di dure campagne nei diversi paesi europei. Su ordine dei miei superiori, ero andato a Huningue, dove si trovava il deposito del reggimento. Ho dovuto portare sessanta reclute per colmare le lacune del battaglione. Durante il mio viaggio, ho visto bruciare i castelli e maltrattare ricchi borghesi e nobili. Ad ogni fermata, abbiamo sentito grida e minacce e spesso siamo stati interrogati da uomini in berretti rossi, che facevano molta confusione. La mia discrezione e la calma sono riuscite, molte volte, a deviare questi cittadini fieri. I soldati svizzeri che si erano recati in Corsica, dopo aver lasciato Huningue, furono oggetto di innumerevoli vessazioni e ad Avignone, sarebbero stati fatti a pezzi senza l’intervento energico di un ospite. Questi ricordi infestano la mia mente. I francesi erano molto cambiati rispetto alle buone guarnigioni di Turenna e Bretagna. Non era più la stessa gente, ospitale, allegra, che ci accoglieva a braccia aperte. Divenne sarcastica, sfacciata, incline ai conflitti e alle uccisioni. Tutto quello che avevo visto era quasi insopportabile ed il cambiamento e il progresso fatto, in tali condizioni, non aveva il valore che aveva ricevuto prima. Nessuno era sicuro del domani. Nonostante le mie riflessioni scoraggianti, ho promesso, ho giurato di servire fedelmente e ho deciso di fare il mio dovere sotto tutti i governi della Francia, indipendentemente dall’origine e dalla durata. Il 14 dicembre 1792 ho ottenuto il permesso di andare in Italia. Presi un passaporto in cui mi fecero apparire come un commerciante con sede a Livorno, al fine di attraversare in sicurezza Mantova, dato che già si parlava di una prossima guerra tra la Francia e l’Austria. Con questo passaporto, sono stato accolto senza sospetti negli stati austriaci. Parlavo fluentemente tedesco e italiano, e avevo l’aspetto di un mercante coraggioso che viaggiava per affari all’ingrosso. Al mio ritorno a Livorno mio zio, Vincenzio Luiggi Arrighi mi condusse due volte nella casa di campagna dove risiedeva il generale Gafforio e la sua famiglia. Il generale, con il 297
suo squisito tatto, evitava di parlare con me di politica e mi ricevette in modo molto affettuoso. Realista, emigrato dopo le rivoluzioni di Parigi, era fuggito in Italia per mettersi al sicuro dalle persecuzioni. Non posso dimenticare come mi ha accolto gentilmente e mi staccai da lui con rammarico, maledicendo le discordie civili che avevano privato la Corsica di uno dei suoi migliori cittadini. Ho preso, per andare in Corsica, il primo bastimento in partenza, che attraccò a Bastia il10 febbraio 1793. L’11, di sera, ero a casa a Corte e anche se consumato dalla fatica, mi affrettai a visitare il signor Jeamme. Egli mi disse: “Simeone, io andrò, come al solito, a passare la serata dal generale Paoli. Gli dirò che siete venuto. Avete qualcosa di nuovo da comunicare?”- No- “Be’, siete stanco, vi esorto a tornare a casa.” Il tenente colonnello Jeamme, giunto ben presto dal generale, gli disse: “E’ tornato Simeone” “Lo so e molte altre cose ancora!” “Cosa! Generale, l’ho visto per poco, e mi ha detto che il suo viaggio è stato fatto come il tragitto di un mercante”. “Be’, colonnello, Simeone, quando vuole, sa come fare il gentiluomo. Sappiate che questo ufficiale è rimasto due giorni a Livorno e li ha usati per visitare la famiglia Gafforio.” “Davvero, signore, siete così ben informato?”. “Sì, degli amici mi tengono al corrente della sorte del generale Gafforio”. “E voi gliene volete, signore?” Paoli, fortemente: “No, è una nota positiva per lui. Non mi piace chi abbandona gli amici in disgrazia. Ha fatto il suo dovere. La sua signora è parente di Gafforio, è del tutto naturale fare visita ai parenti quando sono in disgrazia.” Paoli era il nemico politico del generale Gafforio. Sapevo che erano antagonisti, ma io cercavo invano di indovinare chi poteva essere la spia che aveva riportato, così fedelmente i nostri dialoghi. Il Generale Gafforio era circondato solo da pochi emigranti della sua stessa causa. Li ha ammessi nella sua vita privata. Forse Turri. Oppure Nico .... o Bia .... fanno attività di relatore. Capitolo Dodici - La convenzione convoca Paoli - un incidente a Corte. La legione marsigliese, rimbarcata per la Francia, a seguito di disordini che avevano segnato la sua presenza nelle principali città, aveva lasciato molti pazienti all’ospedale di Corte. Una volta guariti furono lasciati vivere nel Forte, da dove causarono spesso dei tumulti in città, per la loro arroganza. Di tanto in tanto, alcuni di loro risultavano assenti all’appello della sera e venivano trovati il giorno successivo agli angoli delle strade, con i corpi freddati dallo stilo. La paura è l’inizio della saggezza. I Marsigliesi, castigati, cominciarono a vivere in 298
maniera molto più tranquilla, fino a quando la notizia della morte del re, che chiamavano Capeto, li rimise in vena. Volevano celebrare con delle feste l’opera del boia e della Convenzione Nazionale. La mattina dell’8 aprile si trovarono tutti insieme in un osteria del mercato in cui ordinarono un pranzo sontuoso. I fiaschi di vino che avevano trangugiato li aveva riportati alla vecchia audacia e i cori di “Il panettiere e Madame Veto (Regina)”erano ripetuti ad alta voce dagli ospiti ubriachi. Di tanto in tanto gridavano “Viva la nazione, abbasso gli aristocratici”e a voce bassa “alla lanterna”. Nonostante la loro ubriachezza qualcosa li tratteneva: la paura. Sapevano per esperienza che le grida non erano appropriate in questa piccola città severa e poco tollerante. La città, in quei giorni, sembrava silenziosa e triste. Le strade erano deserte, le porte delle case chiuse, le finestre socchiuse. La popolazione valida stava coltivando o arando i vigneti. I pastori erano emigrati verso le pianure. Essi non avrebbero dovuto fare affidamento su questa calma ingannevole. Le donne restavano in casa. Casalinghe tranquille e pazienti, avevano degli impulsi improvvisi, spontanei, che le trasformavano in furie. I Marsigliesi a mezzogiorno, videro il passaggio sulla strada del mercato di un prete seguito da un giovane uomo alto e magro, emaciato, che aveva un’accetta in mano. Immediatamente gli venne l’idea di far ballare al sacerdote la Carmagnola. Essi lasciarono in gruppo l’osteria e sbarrarono la strada a queste due persone.- “Andiamo devoto, bevi in onore della libertà - un altro aggiunse - ti aggiusto la berretta e balleremo insieme la carmagnola - un altro ancora - non c’è bisogno di riabbigliarlo, va bene anche questo grande cappello rosso. Dato che lo indossa già, anche lui danzerà con noi - perché la “berretta mija”, che il giovane uomo indossava somigliava effettivamente al berretto rosso. Il sacerdote si fermò e guardò con sorpresa ed orrore questi soldati ubriachi la cui ampia spada batteva il marciapiede. Il giovane uomo impallidì e rimase immobile vicino al prete. Questo dolcemente disse: “Che cosa vuoi da noi?”- Bevi questo bicchiere e indossa il berretto rosso, dopodiché danzerai la Carmagnola - Il sacerdote rimase interdetto; ma poi comprese l’oltraggio e i suoi occhi divennero due lampi. - Per l’amor di Dio, lasciatemi andare - e quindi più debolmente, A diabulu, Libera me Domine (Signore, liberami dalle grinfie del diavolo). - Cosa sta dicendo? Ha invocato il diavolo? Disse ridendo quello più letterato della banda. – “Andiamo, andiamo, bevi velocemente per la morte del tiranno. Così periranno tutti i re”e si allungò, porgendo il bicchiere. Il giovane uomo brandendo l’ascia tagliò quel braccio fino 299
al gomito. Il prete tirò fuori un lungo stilo e trafisse al cuore quello che lo stava affrontando. Poi con una voce che non aveva nulla di umano “Aiuto, Memè, muoio per mano dei non credenti”. Ed essi si lanciarono con le armi in mano, in mezzo ai Marsigliesi storditi dalla imprevedibilità di quella scena cruenta. Essi erano spaventati e aprirono le loro fila per farli passare. Di corsa, il prete e suo nipote raggiunsero la casa all’angolo del mercato. Una volta entrati, chiusero la porta e si barricarono davanti allo stupore della padrona di casa, che si affrettò giù per il rumore. “Prete Settembri, sono forse tornati i genovesi perché voi volete sostenere una sede?” “Peggio ancora, Minico, si avvicina la fine del mondo. Ho già visto le bestie dell’Apocalisse”. Minicola, in silenzio, offrì i tavoli e il legno per la barricata. Conosceva da tempo il prete Settembrini, soprannome del sacerdote Gian Paolo Agostini, parroco di Borgo, dal momento in cui i francesi tentarono invano di impadronirsi del paese. Il sacerdote aveva sparato i colpi di fucile nel settembre del 1768. Finita la barricata Minicola chiese al sacerdote che cosa era successo di sconveniente. Il sacerdote distratto, ascoltava i rumori dall’esterno. “Senti, Minicola, tornano”. Provenivano dei rumori dal di fuori e si udivano le grida “A morte, a morte.”; - Cosa dicono? “Vogliono la nostra vita perché mi rifiuto di ballare la carmagnola. Presto, mettiamoci giù alla porta per riceverli con gli onori che meritano.” “Dove sono le armi?” “Ahimè! Prete Settembrini, Pedinellu è partito un paio di giorni fa per la pianura con Chiarina e non ha lasciato le armi in casa. Sembra che i ladri di bestiame vadano in giro per rapire le greggi e venderle ai macellai della città.” “Be’, allora faremo la guerra con lo stilo, l’ascia e gli spiedi ...” si trovavano accanto alla porta d’ingresso, con le armi in mano. Il rumore alla porta divenne più forte. I colpi finalmente scossero la porta. Una porta bassa la consolidava ed era alzata la barricata, minacciosa, di dentro, nel caso in cui la porta avesse ceduto. I Marsigliesi avevano portato picconi e martelli e le pareti stavano cedendo. Fino a quel momento Minicola, in ginocchio, recitava le preghiere “Madona, liberatecci di ogni male” Lei avrebbe continuato la sua preghiera se una pietra attraverso una finestra non chiusa non le avesse colpito il ginocchio. Allora saltò in piedi, li lasciò e sparì. Era corsa in soffitta, ricordando un vecchio fucile delle guerre nazionali, che giaceva dimenticato in un angolo. Aprì la finestra, e sparò. Il colpo risuonò fuori come un colpo di colubrina. Il rinculo la fece cadere all’indietro. In un primo momento ebbe le vertigini e vacillò un attimo, poi andò sul tetto. Raddrizzò i suoi fianchi esili, nonostante il pericolo, e 300
corse sul tetto gridando forte l’allarme. “Al fuoco, alle armi, cortenesi ..” spettinata, discinta, la sua voce divenne stridula, con lo stridore degli appelli disperati. La popolazione cominciò a muoversi; gruppi di donne e di bambini, cui si mescolavano diversi uomini domandarono “Cosa ci è Minico?”. Lei rispose: “I Marsigliesi vogliono bruciare la casa.” Era la verità. Dopo tanti sforzi, un aggressore aveva accumulato delle fascine sulla porta di casa e aveva dato fuoco al legno accatastato. Improvvisamente, la grande campana della chiesa fu messa in moto da una mano amica. La campana a martello suonava lentamente, con note scure e cupe. Corte, ben viva, venne agitata nel profondo dell’animo e da varie strade, si riunirono gruppi irritati, minacciando i marsigliesi di una strage imminente. Questi, sudando di paura, tremavano e imploravano pietà. Essi sarebbero morti sotto ai ferri delle donne infuriate, quando apparve la Guardia Svizzera. Io ero alla sua testa. Arringai il popolo. “Cortinesi, per ordine del generale Paoli, vi invito a tornare alle vostre case. La giustizia militare avrà il suo corso contro i Marsigliesi - andate.” Immediatamente, al nome di Paoli, la folle tacque e dopo qualche esitazione si mosse, la piazza si svuotò in un lampo. Io circondai i marsigliesi che mi seguirono senza opporre resistenza, ben felici di uscirne a così a buon mercato; furono consegnati alla successiva riunione del consiglio di guerra. Paoli, in quel giorno, teneva consiglio nella grande sala del Palazzo Nazionale. A questo consiglio partecipavano i membri del governo. Era un’assemblea degli dei; o almeno, ne aveva l’aspetto e la grandezza. I casi erano trattati con severità. Ognuno parlava, a turno, in questa bella lingua italiana, maestosa, ricordando l’antico foro della libertà romana. Tutti i notabili della vecchia Corsica erano stati accolti, presieduti dal veterano più illustre delle guerre nazionali. Nel Consiglio si stava trattando degli eventi della Sardegna, quando apparvi sulla soglia della porta. A un cenno di Paoli, sono avanzato. Generale, La città non è tranquilla sulla piazza d’armi e quella del mercato, che gridano “morte ai Marsigliesi”. Poi sentirono l’allarme e alcuni suoni chiassosi di colombo. I rumori dapprima flebili crescevano sempre di più e salivano al cielo sinistri brontolii. Paoli trasalì e disse ad alta voce: “Questi maledetti marsigliesi si credono alle Tuileries. Noi non siamo né degli Svizzeri, né di Luigi XVI, oh, scusate, Simeone, quello che ho appena detto, non è intenzionato a fare problemi a voi – Andate, mettetevi alla testa dei vostri soldati. Qui noi pretendiamo di comandare e non di obbedire agli ordini sommari ed insensati di questi 301
cosiddetti amici del popolo.”Andai ad eseguire l’ordine del Generale e, come si è detto prima, un’ora dopo la manifestazione venne dispersa e i Marsigliesi erano al sicuro nelle casematte della fortezza. “Ecco qua” disse con amarezza il generale Paoli, rivolgendosi al consiglio, il frutto dell’albero della libertà in questa Francia dalla fama gloriosa: stragi ed incendi”. “Generale”, lo interruppe Tome Cervoni, “pochi fanatici non sono la Francia”. “Hai ragione, mio caro Tome, sì, non sono la Francia, ma fanno subire alle autorità una serie di oltraggi, per diffamarle e screditarle. Io ancora non so i fatti di oggi, ma sono sicuro che la coraggiosa gente curtinese si è mossa in modo corretto”. “Generale, disse Pozzo di Borgo, che era appena tornato al Consiglio, mi è stato riferito che i marsigliesi volevano incoronare un sacerdote col berretto rosso e fargli ballare la carmagnola”. “Che cosa orribile e che follia” gridarono i membri del Consiglio. Paoli riprese “Povero prete! Egli si è sicuramente umiliato in nome di Dio ...” “Più di quello, generale, dovete lamentatervi per il povero prete, dato che ha ucciso un uomo con lo stiletto, senza contare che il nipote ha improvvisamente tranciato con l’ascia il polso dell’uomo che teneva il cappuccio rosso”. “Sempre sangue e guai”, e rivolgendosi a Gafforio “Generale Gafforio siete tornato dall’esilio con la speranza di pace e tranquillità; vedete bene dove siamo!”. “Generale Paoli, ho pensato che il fuoco fosse spento in Corsica, con il vostro comando”. “Infatti, generale Gafforio, potete contare su questo fatto. La Corsica non subirà disturbi e prenderò le misure necessarie per far rimbarcare i marsigliesi e con loro, alcune persone che vogliono scimmiottare i membri dei club rivoluzionari di Parigi”. “Siete sicuro, disse Panattieri di mantenere a lungo il potere, generale Paoli! Potreste essere sospettato di moderazione dal Comitato di Salute Pubblica. Presto vedrete questi club giacobini impadronirsi della spedizione in Sardegna che è appena fallita così miseramente, per l’incapacità dei comandanti. Essi prepareranno contro di Voi l’accusa di alto tradimento”. “Non oserebbero. Per una coincidenza veramente straordinaria un domestico in quel momento, annunciò la presenza di un corriere, che proveniva da Bastia, al galoppo. “Fatelo entrare”. Apparve un uomo impolverato che porse una busta sigillata al generale Paoli. Egli lesse “Con ordinanza del Comitato di Salute Pubblica, il generale Paoli, comandante della divisione militare della Corsica e il fiduciario procuratore generale, Pozzo di Borgo, devono recarsi subito a Parigi per riferire, in una riunione della Convenzione Nazionale, i seguenti fatti: Negligenza nei preparativi della 302
spedizione in Sardegna, concessioni criminali al partito monarchico, trattative segrete con Pitt e Coburgo”. Paoli lesse questo avviso ad alta voce, e, incapace nel contenere la sua emozione, si alzò in piedi, dicendo: “Io non sono un Luigi XVI, essi lo sapranno presto”. Capitolo Tredici – Il seguito dell’incidente di Corte. La figliastra di Paoli. All’indomani dei problemi di quel giorno, il generale fece prendere informazioni su questo sacerdote, così poco evangelico, e su questo giovane ragazzo così pronto a difenderlo. Ha appreso con sorpresa che il sacerdote compromesso in questo caso era il suo vecchio e fedele amico, il prete Settembrinu. Lo fece cercare invano in città e nei dintorni. La casa di Minicola era rimasta chiusa. Un vicino, che vegliava il fucone, mentre filava la rocca, aveva sentito un rumore intorno a mezzanotte. Si sporse alla finestra e vide uscire di casa Minicola e tre persone che non aveva riconosciuto a causa del buio. Avevano preso la direzione di Quattro Chiassi. Il resto della notte cominciò a cadere la neve e la città sembrava addormentata. Si teneva acceso Il caminetto parlando a bassa voce degli eventi. Il decreto del Comitato di Salute Pubblica non era così segreto come si desiderava. Qualcosa era trapelato in città della strana richiesta fatta al generale Paoli, obbligato a passare il mare. Forse queste indiscrezioni erano state fatte trapelare “a posta” per preparare il popolo all’insurrezione. Nonostante la neve pesante che cadde nella notte e per i due giorni successivi, alcuni residenti di Corte si erano diretti verso San Quilico, alla ricerca del loro bestiame. Essi incontrarono trenta contadini armati fino ai denti, che dovevano scortare una bella ragazza che montava su un cavallo bianco. Era avvolta in un panno nero, con l’abito, lo scialle e il mezzaro. Il pallore del suo viso assumeva i toni del bianco della neve. Il portamento del capo altero, gli occhi luminosi fissavano coloro che la circondavano e che, con dedizione, calpestavano la neve per farla passare. Ella disse “camminiamo più veloce, miei amici”. Alla vista dei Curtinesi, fece fermare la piccola colonna e chiese loro di dove fossero. “Di Corte”, risposero. “Sapete qualcosa delle sommosse di tre giorni fa? Ziu prete e la nonnina sono illesi?”. Sì. “Che la Vergine sia benedetta”, e rivolgendosi a uno dei suoi “France’, dai da bere a questi uomini per la buona notizia”. La ragazza punse il suo cavallo e si riavviò dicendo “Grazie, curtinesi coraggiosi e addio”. Al suo arrivo a Corte, andò al Palazzo del Governo, seguita dalla sua scorta, in marcia come i vecchi soldati. Ero al Palazzo, e fui stranamente sorpreso dalla 303
arrivo di questi contadini armati che marciavano in buon ordine, sotto il comando di un’ Amazzone, che portava, a mano, un fucile in legno riccamente intagliato, che gestiva con la facilità di un granatiere. Le guardie svizzere incrociarono le baionette dicendo “Non è possibile passare”. “Voglio vedere il Generale, disse in un tono imperioso”. Arrivai in mezzo ai miei uomini che misero i fucili a riposo, e a mia volta, le chiesi: “Che cosa volete, signora?”. “La prego di dire al generale che la sua figlioccia Dionisa Agostini lo vuole vedere”. Paoli, nonostante le difficoltà a cui era stato esposto, diede l’ordine di portarla e ospitò i contadini nella guardia. La ragazza salì rapidamente le scale e senza tante cerimonie si gettò tra le braccia del generale, al grido di “Padrino, la giustizia, la giustizia per mio fratello e mio zio, vecchio amico”. La sua bellezza era davvero superba nel disordine del suo abbigliamento, quando si evidenziarono, le forme sottili e arrotondate. “Cara figliola, la mia Dionisa, sembri Venere ma senza l’arco dell’amore che è stato sostituito con un fucile. Calmati, non accadrà loro nulla di sbagliato. Ho preso le informazioni; erano in caso di legittima difesa. Un ordine di non luogo a procedere sarà rilasciato domani.” “Grazie mio caro padrino, per questo voglio vederli e abbracciarli.” “Inutile, Dionisa, sono partiti per chissà quale destinazione. Ti farò sapere qualcosa tramite Anto France Cristiani che ti darà, per alcuni giorni, ospitalità”. “Sì, Padrino”. “E gli uomini che ti seguono?”. “Padrino, si tratta di parenti e amici”. “Congedali fino al giorno successivo in cui me li riporterai”. “Sì Padrino”. Paoli ha voluto egli stesso accompagnare giù la sua figlioccia fino al portone. Al suo arrivo in sala si mantenne un grande silenzio. Diversi contadini la conoscevano per aver combattuto accanto a lui nelle lotte nazionali. “Miei amici, disse, tutto va bene. Andate alle vostre case. Il Prete Settembrini e suo nipote sono sicuri e non hanno nulla da temere dalla giustizia, dato che hanno agito secondo la legge di autodifesa. Nisa rimarrà un paio di giorni a Corte per seguire le istruzioni; Addio”Le grida di “Evviva Paoli” risuonavano e gli uomini brandivano le loro carabine dicendo “Sempre pronti a morire per la patria e la santa causa”. Capitolo Quattordici - La fuga del prete Settembrinu. Il prete Settembrinu non ritenne opportuno attendere le decisioni della giustizia nelle casematte del Forte. Verso mezzanotte lasciò la casa con il nipote e Minicola. Questi lo guidavano attraverso i sentieri della macchia con guida ferma 304
e sicura. Sei ore di cammino per raggiungere la destinazione era solo un divertimento per i tre pedoni intrepidi che non conoscevano stanchezza. La vecchia Minicola, con le gambe sottili e la forma leggera quasi sembrava non toccare il suolo innevato. Essi non parlavano. La voce li avrebbe potuti tradire nel silenzio che regnava intorno a loro e, pieni di sospetto, si affrettarono ad arrivare all’alba alla destinazione del viaggio. Il Prete Settembrinu aveva degli scrupoli. Gli eventi del giorno gli avevano impedito di leggere il breviario e chiese perdono mentalmente al Signore. Per quanto riguarda il marsigliese spedito nell’altro mondo, è stato un peccatuccio, da rifare all’occasione. Lui, un sacerdote, indossare il berretto rosso! Mai. Bisognava piuttosto togliergli la sua vita. Il giovane Memè non aveva altra preoccupazione del ricordo della bella Chiarina, sua cugina; l’avrebbe rivista e il suo cuore tremava di gioia. Minicola avrebbe rivisto il suo cane Tediolu, il suo preferito, i nipoti, il fratello e la cognata. La sua immaginazione non si perdeva solo nel campo dei sogni. Ma aveva anche dei rimpianti. Nella colluttazione, aveva perso una medaglia benedetta che garantiva il paradiso a chi la possedeva. Tutto ha una fine in questo mondo, e Minicola si fermò dicendo: “Siamo arrivati”. Poi mise tre dita in bocca e diede un lungo fischio che risuonava nel profondo nella boscaglia. Improvvisamente il fogliame si mosse e tre cani apparvero vicino a Minicola, che guaivano confusi. “Piano, Pediolu, non baciare la mia faccia, tu, Serpente, non infilarti tra le gambe. Dai Martina, mi fai cadere. Mio Dio, questi cani sono fastidiosi”. Alla fine stettero tranquilli ma per indirizzarsi con occhi lampeggianti verso gli stranieri. “Ah! Brutte creature, è questo il modo con cui accogliete i parenti e gli amici”. Prendendoli uno dopo l’altro per l’orecchio, li portò vicino e gli fece toccare i loro vestiti. Questo fu sufficiente per calmarli; e come segno di riconciliazione si strofinavano con gioia alle gambe. Minicola e gli altri due viaggiatori partirono. I cani corsero via. Ora faranno annuncio del nostro arrivo; presto tutta la famiglia sarà pronta a riceverci. Il vecchio Ghiuvan Siliu Albertini si era alzato prima dell’alba, come al solito. Accovacciato sul suo pelone, riaccese il fuoco gettando ramoscelli. Improvvisamente si alzò e prese il buon vecchio archibugio che giaceva in un angolo della capanna. Un lungo fischio attraversò l’aria. Era una chiamata. “Che cosa significa questo! Andiamo cani, venite”. Invece di obbedire, i cani si precipitarono attraverso la macchia mediterranea ed abbaiarono festosi. “Oh! Sono amici che vengono, mia sorella Minicola. Le bestie villane non mi obbediscono, quando lei si mette a chiamarle. 305
Andiamo a vedere”. Accompagnato dal figlio, si era recato alle pianure aperte e alle terre coltivate, in un punto in cui non si vedevano più i cani saltare, e subito Pedinellu, che aveva una vista migliore esclamò: “Padre è zia Minicola, accompagnata da un sacerdote e da un giovane uomo senza armi”. Affrettarono i loro passi e furono ben presto in vista. “Té che viene a fare Settembrinu tra i pastori. E ‘successa una disgrazia a qualcuno dei suoi”. Dopo le strette di mano, e gli abbracci cordiali, hanno ripreso i tratturi di montagna a causa della neve e del freddo della notte. La Madre e Chiarina erano in piedi e in attesa del ritorno dei loro uomini. Qui ha gridato Chiarina di vedetta “guarda! è prete Settembrinu e zia Minicola”. “E questo giovane ragazzo, tu non dici nulla. E Memè, suo nipote. Ti ricordi, Chiara, che rimase con noi, due anni fa, è cresciuto Dio!”. “Sì, mi ricordo di lui, disse Chiarina arrossendo”. L’accoglienza fu cordiale e affettuosa. Memè aveva abbracciato la madre e i bambini e guardava Chiarina senza osare avvicinarsi. Non era più la bambina imbronciata che aveva preso in giro per la sua magrezza. La natura aveva continuato il suo lavoro creativo e trasformato la bambina capricciosa in una bella ragazza. Aveva sedici anni. Nel suo sviluppo precoce, la linea del corpo era diventata rotonda e ferma, i seni bianchi sollevavano la camicia con sospiri ed emozioni di tenerezza e di dolore. I capelli bruni coprivano le spalle con trecce arricciate. Era piccola, con i movimenti casti e semplici. Gli occhi grigi e penetranti erano velati di malinconia e dolcezza quando si abbassavano sulle sorelline, l’amata prole che si stringeva a lei per il minimo allarme. Il suo piccolo naso camuso, la bocca deliziosa con labbra rosa, il mento a fossette, dava al suo volto la parvenza di quei boccioli di rosa che sbocciano, sconosciuti, in montagna. La sua voce aveva una dolcezza penetrante che suscitava nei cuori il desiderio di vivere accanto a questa bella ragazza così pura, vera figlia della macchia, che non conosceva altro della vita se non la tenerezza familiare e l’invocazione alla Vergine nelle preghiere della sera. Lei e Memè si guardavano, senza parole, immobili. La madre sorridendo disse,”Memè, non sei gentile, non hai nemmeno baciato tua cugina” e li spinse uno verso l’altra. Lui allargò le braccia, la cugina si gettò tremante e si scambiarono un bacio, il loro primo bacio d’amore. Essi dimenticarono nel loro torpore il cielo e la terra e la madre fu costretta a ricordargli la decenza, dicendo: “Andiamo ragazzi, è sufficiente. Chiari, tuo padre ti chiama per mungere le capre”. Si allontanò lentamente, assaporando le delizie del suo amore casto, e trasferì nelle profondità dell’anima, la prima luce 306
della passione. Lui e lei si conoscevano perché avevano vissuto accanto l’uno all’altra per tre mesi in montagna. Erano ancora bambini, non conoscevano le cose d’amore. Lui faceva dei mazzi di fiori di campo che lei posava sul petto e in cambio, mangiava le fragole che la dolce compagna le porgeva sulla bocca con le sue mani fragili. Lei osservava curiosamente questo grande cugino, così audace nella caccia al muflone, che metteva ai suoi piedi i mazzi di quei fiori rari che crescono solo sulle montagne più alte. A volte lo vedeva triste e cercava di rincuorarlo con le sue canzoni piene di melodia. Una volta essa iniziò il vocero della sposa abbandonata. Si fermò subito alla vista del suo giovane cugino che si aggirava in piedi tra i rovi con il suo stilo. Ella ricordava Nisa sedotta dalle promesse di matrimonio, e tacque. Memè si era seduto, dopo il suo moto di delirio, e sembrava buio e cupo. Nulla poteva uscire dal suo silenzio e, quel giorno, le carezze di Chiarina non hanno avuto effetto. Due anni dopo il soggiorno di Memè in montagna, si incontrarono di nuovo in circostanze fortuite nella pianura, giusto il tempo per riaccendere il fuoco d’amore che ora consumava la loro vita. Memè era diventato grande e forte e il suo viso aveva un’aria marziale che si confondeva in un dolce sorriso quando lei lo guardava. Lei si rese conto ben presto che il peso di un’idea fissa, la vendetta, opprimeva i suoi ricordi dolorosi. L’amore non poteva calmare l’anima irritata dall’affronto subito da parte del seduttore della sorella, un odio inestinguibile, per un corso, che si estingue solo con la vita del nemico! “Maria disse Ghiuvan Siliu a sua moglie, portaci qualcosa per il pranzo, e non dimenticare il fiasco, i nostri parenti hanno bisogno di riprendere le forze dopo la fuga notturna”. Prosciutto, mijisca (carne affumicata), una frittata che Chiarina aveva fatto velocemente si stendevano sulla panca che poggiava su grandi pietre. Il broccio fresco della mattina era servito e tutti fecero l’onore alle pietanze genuine come facevano gli antichi. Finito il pranzo Ghiuvan Siliu disse: “Allora prete Settembri, dimmi la tua storia. Non è un viaggio di piacere che fai qui”. “Certo che no, se Ghiuvan” e ripetè la scena del mercato e l’insolenza dei Marsigliesi che volevano coprirlo con il cappello rosso e fargli ballare la carmagnola. “Ah, Santu Diu, che strana avventura. Fossi stato io lì con la mia buon ascia” E Pedinellu, fremente, esclamò: “gli avrei trafitto le viscere con il mio stilo”. La madre disse, “Misericordia! che tempi! È la venuta dell’anticristo?”. “E voi che avete fatto, poi disse Ghiuvan Siliu? Questo uomo vi ha spaventato?”. “No, lui è morto”. “E Memè è rimasto indifferente?”. “No, con la sua ascia ha tagliato in due il 307
braccio di quello che porgeva il cappello.”. “Allora, prete Settembri, mi rendo conto che il vecchio uomo delle antiche battaglie non ha perso nulla della sua forza. Non ci resta amici miei che ospitarvi nella nostra macchia per poche settimane. La vendetta non esiste più. Voi stessi l’avete fatta in maniera tempestiva e rapida. Gloria a Dio”. La vecchia Minicola si agitava e cercava di intervenire a sua volta; suo fratello la guardò sorridendo e disse: “Be’, Minicola, hai qualcosa da dire?” “Certo, disse il prete Settembrinu, il ruolo da protagonista appartiene a lei”. Minicola era arrabbiata con il fratello, che sembrava incline a mettere in ridicolo il suo ruolo nella vicenda, e rimase a bocca chiusa e distolse lo sguardo. “Sorella, disse suo fratello, mi perdoni? Tu sai che ti voglio bene? Finisci la storia”. Alla parola Sorella, la rabbia di Minicola si sciolse come neve al sole. La parola gli ricordava i dolci momenti della sua giovinezza, quando aveva il fratello sotto la sua cura. La loro madre morì giovane, lasciando alla figlia la cura della famiglia e dei bambini. Ma lei ha rifiutato il matrimonio per concentrarsi sulla loro educazione. Minicola riportò tutto, le scene della casa e del tetto, senza dimenticare il famoso colpo di archibugio. “Brava, la mia Minicola, hai scaricato la vecchia arma arrugginita distesa in soffitta da oltre venti anni. Deve aver fatto una forte detonazione perché aveva all’interno due proiettili e dei pallettoni”. “Sì, ha fatto un duro colpo, il rinculo mi ha stordito, poi mi sono buttata sul tetto, chiamando il popolo alle armi. Le strade erano piene di gente, i rintocchi della campana rumoreggiavano con l’eco del colombo. Questi infami marsigliesi erano, in quel momento, ben asserragliati anche se pochi. Sentivano che sarebbero morti e sarebbe accaduto di sicuro senza la guardia militare che ha disperso le donne, a nome di Paoli. Esse urlavano, frenetiche - Minica, sarai vendicata”. Prete Settembrinu ha confermato la storia della vecchia e ha aggiunto: “Ghiuvan si può vantare di avere una sorella senza pari. Ha buona lingua e buone gambe. Per mio nipote e me è stato difficile seguirla nei percorsi”. Uscendo dal rifugio, il vecchio pastore interrogò il prete Settembrinu sugli eventi che si dovevano prevedere nel caso dei corsi e dei marsigliesi. “Mio vecchio amico, ha detto quest’ultimo, la situazione è grave, pensi che sia aperta una denuncia contro di te?”. “Sì” .“I magistrati sono ben in grado, per compiacere ai terroristi, di condannarti a una pena severa”. “Sì, sono brutti tempi. La tonaca è vilipesa e sono piombati su di noi come belve nella campagna francese, ma io sono ottimista”. “Davvero, prete Settembri, ancora sperate nella venale giustizia 308
francese?” “Si lo spero. La loro distruzione è imminente. Paoli non vuole supportare questi decreti odiosi che disciplinano la Francia per coprirla di sangue. Egli chiamerà gli inglesi in nostro soccorso”. “Lui farà bene”. “Se Ghiuvan, io ti ho dato un segreto di Stato; conservalo fino al giorno in cui scoppierà la santa insurrezione”. “Quel giorno saremo io e la mia gente pronti a combattere, come in passato. Nel frattempo prete, voi siete qui in un luogo sicuro. Il gendarme non potrebbe mai penetrare in questa enorme macchia. Seguitemi, vi farò vedere la vostra nuova casa”. Entrambi entrarono in un bosco inestricabile che si estendeva fino all’orizzonte. Dopo un’ora di cammino, raggiunsero una capanna nascosta da rocce sparse nascosta interamente sotto la copertura di un fitto bosco, così stretto che i rami e il fogliame erano saldati insieme per formare un arco che il sole non poteva penetrare. “Questa è la tua casa, prete Settembri. Non temere, qui occhi indiscreti. Questo posto è frequentato solo da cinghiali a cui potete dare la caccia dopo aver letto il breviario, nel tempo libero”. “Eccomi qua sono un bandito provvisorio, in attesa di un ordine che mi renda la libertà. Se non accadrà mai il contrario, io resterò un residente della macchia”. “Non lontano da qui è una vecchia cappella quasi in rovina”. “Davvero, posso dire Messa?” “Sì, e questo farà piacere a mia moglie e Chiarina che si conservano nella devozione”. I nostri fuorilegge avevano accomodato la loro vita alla nuova condizione. Il sacerdote leggeva il suo breviario e celebrava la Messa di Domenica, alla comparsa della stella del mattino. Le giornate furono utilizzate per la stesura di un lungo memorandum al generale Paoli, suo amico, cui ha tranquillamente elencato le circostanze dolorose del suo incontro con i marsigliesi concludendo che un prete non poteva decentemente, obbedire agli ordini di uomini ubriachi senza religione. Quando Paoli apprese questo breve lo comunicò al giudice procuratore Pozzo di Borgo, il quale, senza perdere tempo, riunì i magistrati. All’unanimità decretarono un non luogo a procedere che consegnarono a Dionisa per farlo avere a suo zio. Qualche giorno dopo, un messaggero arrivò all’ovile e disse ai fuggitivi che la materia era stata discussa e che potevano tornare a Casabianca. Memè era sconvolto per quella disposizione che metteva fine ai suoi idilli amore. Stava lasciando Chiarina sua dolce compagna con cui guardava le mandrie e la salutò davanti alla cappella di San Appiano. “Chiari davanti al santo, ti prometto il matrimonio, quando avrò compiuto la vendetta”. “E io, la tua fidanzata, ti sarò fedele nella vita e nella morte”. E un lungo bacio sigillò il loro giuramento e le promesse 309
d’amore. Capitolo Quindici – La Corsica nel 1793 – Paoli esita a chiamare gli Inglesi. L’anno 1793 è stato, per la Corsica, un anno fertile di avvenimenti memorabili. Le nozioni di diritto, di giustizia, di patriottismo sembravano confuse e i corsi celebri, che si sono scontrati in questi vari conflitti, poi degenerati in una guerra civile, furono profondamente divisi al punto da fare appello alle armi e allo straniero per risolvere le questioni di supremazia. Mai, in nessuna epoca, si vide in Corsica una generazione più feconda di celebrità militari e civili. Sembrava che questo secolo di ferro che si era gettato con le armi in mano contro Genova e i suoi ausiliari, tedeschi e francesi, teneva in riserva per gli ultimi anni del suo corso, una serie di uomini destinati a stupire il mondo. Una piccola isola del Mediterraneo avrebbe sollevato, per molti anni, la curiosità ansiosa delle nazioni europee, meravigliate di questa nuova linfa che faceva rilucere, al di fuori, ancora più lustro e fama di attività memorabili, degne delle antiche memorie romane. In questo crogiolo di acciaio ribollivano, senza confondersi, i diversi elementi di una stirpe giunta al culmine della sua grandezza, che sembrava dover scomparire solo nel ferro e nel fuoco. E’ un errore credere che solo le grandi nazioni meritano gli onori della storia perché spesso i piccoli popoli sono apparsi come grandi, correndo nell’immortalità con la Libertà ed il Genio. Tale fu l’isola di Corsica nelle lotte secolari per riconquistare la sua indipendenza e l’autonomia. La stranezza della situazione nel 1793, stupisce gli spiriti. Il buio era calato su uomini che a quel tempo occupavano la scena politica in Corsica. Pensieri di odio e amore impediscono ancora alle menti di giudicare questi giganti secondo le nostre idee sminuite, adulterate al contatto con una civiltà incapace di riconoscere la portata di questi eventi straordinari. Piccole passioni ci coinvolgono. La stirpe, esausta, non coglie più la grandezza di uomini virili di un’altra epoca, e ciascuno si sforza, nella sua debolezza, di riversare il biasimo o la lode. Gli uomini che si chiamavano Paoli, Pozzo di Borgo, Saliceti Bonaparte, Cervoni, Gafforio ecc .. hanno rispettato il ruolo loro assegnato dagli eventi. Erano grandi patrioti, nonostante le differenze politiche che li separavano nelle Consulte. Con una furia terribile, ognuno seguiva la sua bandiera per garantire il bene pubblico e la libertà. L’obiettivo era lo stesso, ma i percorsi diversi. Ai posteri spetterà giudicare. All’inizio (nel 1729) del XVIII secolo, la Corsica si sollevò al grido di “Morte ai genovesi”. Si diceva allora, indicando le parti in 310
guerra, patrioti contro genovesi, Corsica contro Genova. Alla fine del secolo, non si contavano più i partiti, per quanti erano diventati. Quattro fazioni dominarono in successione e hanno lasciato le loro tracce nella storia. I partiti si divisero in sezioni, animate da passioni ardenti e irriducibili. Non si trattava che di tendenze particolari che si persero nell’oblio degli scontri più grandi tra il partito inglese e il partito francese. Il partito francese contava Gafforio e il Buttafuoco, la cui tendenza aristocratica e feudale mirava alla restaurazione del vecchio regime. Saliceti, Arena, Bonaparte, si dedicarono anima e corpo alla Repubblica, una e indivisibile. Il partito inglese era diviso in due fazioni che fecero una guerra ad oltranza per il trionfo delle loro idee. Paoli prese la testa del partito autonomista, sotto il protettorato inglese. Pozzo di Borgo, di appena 26 anni, si separò da lui. Egli voleva estendere l’interferenza britannica negli affari della Corsica o meglio, voleva sembrare il solo uomo necessario per unificare il paese con l’Inghilterra. Il risultato degli eventi ha confuso le aspirazioni degli uni e degli altri. Più tardi Bonaparte, divenuto Napoleone, imperatore per grazia di Dio e volontà nazionale, inviò in Corsica il generale Morand la cui dittatura non ebbe nulla da invidiare al dispotismo dei Doria e degli Spinola. Dopo la morte di Luigi XVI, Paoli e Gafforio si erano riconciliati. Gafforio era tornato dall’esilio in mezzo alle scene del Terrore, grazie all’intervento dell’onnipotente Paoli al Comitato generale di sicurezza e di salute pubblica. Il pericolo comune aveva unito questi due uomini in precedenza divisi da pregiudizi e dalle tendenze dei loro obiettivi politici. Gafforio aveva le convinzioni di un caldo realista. Amava la Francia, che aveva riempito di onori i suoi parenti e la famiglia. Voleva restare francese e conservare la sua antica fedeltà al Re, senza mai tradire gli interessi della Francia, nonostante gli insuccessi dei re e la rovina di quell’aristocrazia orgogliosa che, con il suo nobile sangue, aveva fatto la Monarchia. Figlio del famoso capo corso Gian Piero Gafforio, egli conservava nel paese dei rapporti familiari estesi, che lo hanno reso un arbitro nelle questioni della Corsica. Paoli, vero figlio del popolo, inclinava verso la democrazia. La sua mente calma e lucida, non amava la demagogia e i disordini della folla incosciente nelle sue infeconde recriminazioni. La sua idea di governo era l’autonomia basata sul libero scambio e sotto protettorato inglese. Il partito paolista, meglio conosciuto sotto il nome di Partito Nazionale, era composto da persone scontente del regime monarchico o repubblicano francese. La generazione guerriera delle lotte nazionali ancora sopravviveva in parte e con orrore pronunciava i nomi di 311
Marboeuf e Lionville che avevano torturato molti patrioti o li avevano relegati nei fondi delle casematte della grande torre di Tolone o nelle Isole comunemente chiamate Isole Bianche. I proscritti del 1768, in numero di quattrocento, dopo aver seguito Paoli in Toscana e in Inghilterra, rientrati con lui durante la Rivoluzione, avevano il cuore ulcerato dalle confische e dalle punizioni che avevano toccato le loro famiglie, sempre sospettate di desiderare un cambiamento e con la speranza di far vendetta. L’amore per la libertà è così naturale per i corsi, in fondo alle cose, quando si considerano le cause di tutti questi capovolgimenti: è facile capire come un solo partito avrebbe costituito la nazione senza grandi capi che guidano e dirigono secondo la loro convenienza politica e familiare. Anche Gafforio e Paoli riuscirono facilmente a conciliare i loro sostenitori e li unirono nell’azione comune contro la Francia demagogica. Il partito francese riconosceva indiscriminatamente i poteri provenienti da Parigi e acclamava freneticamente i Decreti della Convenzione Nazionale. Contava uomini già famosi nelle assemblee e nell’esercito. Tali erano Saliceti, Arena, Pompei ecc .. E i colonnelli Cervoni, Sebastiani ecc .. che raggiunsero presto i più alti gradi militari e, soprattutto, Napoleone Bonaparte, la cui ambizione sognava l’impero del Mondo. Fin dai primi giorni del mese di aprile del 1793 Paoli era a conoscenza del decreto fatale che lo portava sul palco della Convenzione per alto tradimento. Si era ritirato dal Palazzo del Governo per risiedere in una cella nel Convento di San Francesco, al di là dei ponti, per meditare in silenzio le gravi risoluzioni da adottare. Nel frattempo, erano sopraggiunti Napoleone Bonaparte e Saliceti. Le loro trame erano evidenti. Osservai solamente che quest’ultimo uscì bruscamente dal gabinetto di Paoli, tornato al Palazzo proprio per riceverlo. Saltò a cavallo, seguito da una guida e prese la direzione delle montagne. Fece bene, perché un’ora più tardi, i niolini della fortezza avevano avuto mandato di arrestarlo e di rinchiuderlo nelle casematte. Con Salicetti, il congedo fu premuroso, affettuoso. Si baciarono più volte dicendo “arrivederci”. Il Generale Gafforio viveva ritirato nel Casino, dall’altra parte della città. Questo castello venne costruito nel 1750, a spese dei patrioti, in riconoscimento dei servizi resi alla nazione da suo padre, di gloriosa memoria. Riporterò un tratto poco conosciuto dei loro rapporti cordiali. Un giorno, nel periodo delle fragole, Gafforio inviò al convento la graziosa Chiarina, con un cesto pieno di questi frutti. Paoli fece i complimenti alla bella portatrice. “Figlia mia, il tuo volto fresco è vellutato come le belle fragole che mi hai 312
portato. Ringraziate il Generale per questo gentile pensiero. Non poteva scegliere messaggero più affascinante, qual è il tuo nome”. “Chiarina”. “Non è abbastanza, dimmi il nome di tuo padre”. “Ghiuvan Siliu Albertini”. “Ah, mi ravvedo ora. So chi è vostro padre. Rimase con me nei momenti più difficili e mi ha accompagnato a Porto-Vecchio. Cosa posso fare per te?” Chiarina arrossì e rispose, tremando: “O padre della patria, mi benedica”, e si inginocchiò, chinando il capo. Paoli, commosso, tese le mani e accarezzandole i capelli, toccando la fronte le disse: “Il Signore vi conceda lunga vita e figli per servire la patria, così sia”. In una notte buia e tempestosa, alcuni uomini si erano incontrati in conclave presso il capo del Partito popolare che teneva per i francesi. Avevano messo a deliberazione se rimuovere e arrestare il Generale Paoli e finire con un colpo di mano gli intrighi del partito inglese. La cosa era facile da eseguire. Il generale viveva nel convento senza protezioni. Degli uomini volenterosi, pieni di coraggio e di astuzia, sarebbero arrivati con il favore delle tenebre di quella notte tempestosa nello stesso convento. Molti di loro erano favorevoli all’impresa. L’avvocato rispose che doveva essere consultato “lu zembu” (Pasquale Zuccarelli). Questo giunse ben presto e fu introdotto in mezzo ai cospiratori, tutti del suo partito. L’avvocato lo mise al corrente del caso. Si trattava di prelevare il generale e scortarlo a Bastia per metterlo nelle mani di Delcher, Commissario della Convenzione. Il Zembu si sollevò, arrabbiato, e guardando intorno a lui, esclamò: “Non contate su di me per questa ignominia. Non mi piace la politica del generale, ma non sarò mai complice nel rapimento dell’eroe nazionale. Se mi ha fatto del male, ha comunque illustrato il paese. Badate; vi coprirete di vergogna arrestando Paoli a Corte, la sua città prediletta, che ha sempre amato e coperto di favori. Rinunciate al progetto vergognoso o imbraccerò i miei parenti per difenderlo contro tutti”. Queste parole pronunciate con voce ferma, colpirono i presenti con stupore perché si aspettavano lodi da lui. Tutti si scusarono con umiltà dicendo: “Ora gli eventi sono in corso e se Paoli deve cadere, sia per mano del destino”. Tuttavia Paoli continuava attivamente i preparativi del suo passaggio in favore dell’Inghilterra. Non agiva allo scoperto. Le sue misure tendevano a distruggere il governo francese, e lui, il capo investito dei poteri civili e militari, sembrava aver perso coscienza della sua situazione, a seguito della condanna del re e della persecuzione religiosa. Invece di inviare in Sardegna i nuovi battaglioni corsi, come aveva deciso il ministro della guerra, fece imbarcare per intero il Reggimento del Limosino ad eccezione di 40 soldati, 313
infermi, che rimasero nella caserma di Ajaccio, sotto il comando del capitano Arcamont. Egli fece imbarcare altresì, per gran parte, i reggimenti della Bresse, il 26° e della Fere, 52ª. I comandanti del luogo di nazionalità francese, furono tutti sostituiti. Il maresciallo di campo Maresciallo Don Grazio Rossi d’Ajaccio, venne nominato a Bastia. Aveva appena lasciato il comando del reggimento della Fere. Spirito zelante, rinomato militare, Rossi non poteva essere un amico del cuore di Paoli. Era un ardente realista, ma compiaceva la Francia nelle sue preferenze politiche. Molti si stupirono per quel cambiamento. Il partito di Gafforio approvò con gioia e divenne evidente che Paoli stava progettando di attirare a sé il partito monarchico. Diede il comando di Calvi ad Achille Murati del Nebbio; di Ajaccio a Vincintello Colonna, di Vico a Bonifacio Quenza; di Porto-Vecchio e San Fiorenzo a Gentili, tutti senza alcun servizio pregresso in Francia, semplici cittadini, ed elevati al rango di capi di battaglione con la tutela o l’influenza del generale Paoli. Il comando di Corte venne lasciato al Tenente Colonnello Jeamme, che lo aveva già esercitato a lungo. Solo che costui non era più padrone della fortezza. Orso Maria Castellani del Niolo, occupava il castello con i popolani. La Corsica formava, allora, due partiti ben distinti. Il primo attaccato alla causa del re teneva segretamente per il Generale Paoli, ma era ancora più forte la demagogia, che spesso degenerava in licenza. I contadini, armati fino ai denti, vagavano per le città e la campagna, e facevano vivere nell’angoscia e nell’ansia ogni uomo che amava il buon ordine e la tranquillità pubblica; i realisti esasperati per le notizie che giungevano dalla Francia, formarono un partito compatto e potente. Il loro capo, il generale Gafforio che era comandante in capo della divisione di Corsica, aveva riunificato le diverse forze del partito, dando ai suoi amici i posti migliori grazie all’ascendente che ancora aveva nel potere civile. I due terzi degli abitanti della Corsica erano realisti. Il Generale Paoli, durante le frequenti visite che faceva tra i suoi principali sostenitori, aveva parlato per inciso dei disordini in Francia e della persecuzione religiosa. Tutti erano unanimi nel biasimare i convenzionati ed i loro commissari despoti ed insolenti; ma nessuno di loro parlava di separazione e per prudenza Paoli stava in guardia. La sua politica si trasformò dal giorno alla notte. I realisti, che egli aveva combattuto, ora erano diventati amici. Fece richiamare il Generale Gafforio, esiliato a seguito di rapporti ostili, indirizzati al governo repubblicano. Paoli, a sua volta, si fece promotore di una reazione potente in favore dei monarchici, e nell’ultima assemblea elettorale, usò la sua 314
influenza in loro favore. La maggior parte dei capi realisti furono eletti come membri del dipartimento, del distretto e come giudici di Pieve. Per queste pratiche contro le persone che erano tenute in sospetto dalle autorità, tutto si confondeva in un odio comune contro la Francia, o meglio contro la Convenzione, che metteva il patibolo all’ordine di giorno. Forse questo stato latente di calma e di sottomissione sarebbe continuato senza sfociare nella guerra civile, come il fuoco che cova sotto alla cenere senza incendiare, se i club e comitati di Parigi e Tolone non avessero attaccato violentemente il Generale Paoli rappresentandolo come un traditore corrotto da Pitt e Coburgo. I loro clamori brucianti ebbero eco presso la Convenzione e Paoli, come si è detto sopra, venne convocato al tribunale dei comitati insieme a Pozzo di Borgo. Questo atto di follia è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, troppo pieno di umiliazioni a seguito della spedizione in Sardegna, ed egli decise di affrontare di petto l’onnipotente Convenzione Nazionale. Paoli era rinchiuso nel suo studio, con l’ordine di tenere la gente fuori. Voleva essere solo nella notte tra il 19 ed il 20 aprile 1793, così pesante da affrontare, in cui bisognava decidere il destino della sua vita già così lunga e piena di ricordi di vittoria e di sconfitta suprema, seguita dall’amarezza dell’esilio nella nebbiosa Inghilterra. La camera era poco illuminata. In mezzo c’era un tavolo coperto di lettere provenienti dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Corsica. Accanto si apriva la porta in una stanza, una specie di santuario, in cui davanti a un Cristo e con un rosario in mano, stava in ginocchio il fratello maggiore Clemente, invecchiato e tremante. Le sue mani deboli non potevano maneggiare la spada o armare il moschetto. Si rivolgeva a Dio, non aveva che la preghiera a suo comando. Il suo ruolo di guerriero era finito. Pasquale attraversava lentamente la sala nella sua lunghezza; pensava: Per tutta la vita aveva combattuto per il loro paese e la libertà. Ricordava la sua gioventù studiosa, a Napoli, al ritorno nella terra dei suoi padri, alla sua elezione a Capo Supremo della Nazione, nonostante la giovane età. Il popolo aveva riposto in lui tutte le sue speranze. Lui aveva risposto ai desideri popolari governando con giustizia e moderazione. Le nazioni confinanti lo ammiravano e lo rispettavano, quando Ponte Nuovo fece cadere in frantumi il suo sogno di gloria e di armonia. Dopo la sua partenza per l’esilio, triste conseguenza della battaglia di Ponte Nuovo, la vendetta aveva ricominciato l’opera maledetta di distruzione e di morte. Gli spettri sanguinari delle faide familiari si presentavano a lui con la loro lunga processione di vedove e di 315
orfani. “Mio Dio, esclamò, tra i miei titoli di gloria, il più bello è stato di avere, con una buona giustizia, riportato la pace nel focolare domestico”. Alla fine della sua vita, quasi settantenne, era di nuovo, con il suo ritorno dall’Inghilterra, diventato l’arbitro del suo paese. La Francia lo aveva nominato generale con pieni poteri per gli affari civili e militari della Corsica. Aveva giurato alla Nazione, alla legge, al re. Luigi XVI era andato al patibolo e la sua testa era rotolata sulla Piazza della Rivoluzione. Lo aveva conosciuto felice, in mezzo allo splendore del palazzo di Versailles. Si era affezionato al Re, un gentiluomo che lo aveva accolto con semplicità e cordialità. Alla vergogna verso la famiglia reale si erano aggiunti il disprezzo verso la religione e la proscrizione dei sacerdoti. Tutte queste cose facevano declinare la sua testa venerabile e si interrogava con ansia per capire quale era la strada da seguire nel buio che avvolgeva la Francia. Scrutò i recessi più intimi del suo cuore per vedere se prendeva posto un qualsiasi pensiero egoistico, una preoccupazione personale per le grandezze e le ricchezze ma non riusciva a trovarle. La sua grandezza era passata attraverso i secoli, bruciando per l’Amore della Patria, con la serenità di un antico eroe romano. Il generale divenne stanco della sua lunga passeggiata per la stanza. Si sedette su una sedia e si addormentò. Un sogno, un incubo lo colpì come una visione del futuro. Gli sembrava che uomini in berretto rosso, senza pantaloni, gli avessero legato le mani dietro alla schiena e lo conducessero al patibolo, con ghigni feroci. Gli dicevano: “Vai ad unirti al tuo amico Bailly, al tuo amico Luigi XVI, è la stessa ghigliottina, è la stessa lama”. Poi torno in sé stesso con un forte grido e corse verso il tavolo prendendo una penna: “Prego Sua Eccellenza l’ammiraglio Hood di tenersi in navigazione, per pochi giorni ancora, a San Fiorenzo e di attendere le decisioni della Consulta, che si riunirà per affrontare la cessione dell’isola a sua maestà augusta, Re Giorgio, firmato Pasquale Paoli”. Il generale alzò gli occhi e vide Clemente accanto a lui. “Fratello, ho sentito un urlo e sono venuto qui”. “Alea jacta est, Clemente, ho chiamato gli inglesi”. “Così sia”, ha aggiunto Clemente e ha ripreso le sue preghiere ai piedi di Cristo. Paoli era trasfigurato. La sua bella testa aveva recuperato la sua calma e la serenità. Egli non esitò a camminare sulla via della resistenza. Ha fatto appello alle armi contro gli obbrobri immeritati di cui volevano coprirlo i giacobini. La sua testa non apparteneva a uomini di sangue, ma al suo paese e a Dio. Ora ogni strada era chiusa alla conciliazione; Il Colombo avrebbe risuonato nuovamente nelle valli per annunciare il grande giorno della resurrezione del 316
Popolo. Alle due del mattino nessuno dormiva nella entourage di Paoli. Era la vigilia. Si sentiva qualcosa nell’aria, di sconosciuto e minaccioso. Paoli chiese di Pozzo di Borgo. Egli apparve, in quel momento, con l’aria seria e raccolta. I suoi grandi occhi neri gettavano fiamme. Infine, la sua energia paziente ricevette il premio. Il Generale non esitava più a ricorrere agli Inglesi. “Pozzo, sono i segretari a Palazzo?” “Sì, Generale”. “Bene, fate scrivere ai Padri di Comune che una consulta solenne si riunirà a Corte 20 il maggio per deliberare le misure e i modi per salvare la patria in pericolo, la sua fede e la sua libertà, disturbata da uomini che conducono gli affari di Francia”. “Vado, generale, e domani, all’alba, partiranno i corrieri”. “Bene, dite al messaggero inglese di venire”. Apparve un giovane uomo biondo con una figura esile, vestito da contadino corso. “Ecco, milord, la lettera che da me aspetta l’ammiraglio, andate e che Dio vi protegga”. Capitolo Sedici- La situazione politica all’arrivo degli inglesi. Le circostanze si mostrarono favorevoli alle idee pro-separatiste del generale Paoli. La Repubblica francese, alle prese con vari Stati europei, oltre alla guerra civile in Vandea sollevata dai realisti non poteva, in questo vasto incendio, sopperire alle necessità della guerra e della repressione delle discordie civili. Il Reggimento svizzero in presidio a Corte, venne sondato con cautela su un eventuale cambiamento di regime. Le risposte del tenente colonnello Jemme e la mia erano nitide e non lasciavano dubbi circa i nostri sentimenti di fedeltà verso la Francia. Così gli ordini per disperdere il nostro bel reggimento scalarono un paio di giorni di tempo per renderlo inattivo al servizio della Francia. L’11 aprile, 1793, la mia compagnia partì per Vico; sessanta uomini furono distaccati a Piedicorte di Gaggio e il 18 a cento uomini fu ordinato di andare a Tallone con il pretesto di salvaguardare i documenti del Distretto, che i contadini avevano sequestrato. Ero alla loro testa. Il 19, venne fatto partire il resto per Ajaccio, così il tenente Brecher rimase solo a Corte, con sette uomini a guardia del vessillo del reggimento e dei nostri equipaggi. Tutti questi distaccamenti lasciarono la città senza una sola munizione e con il pretesto di alleviare i soldati e il reparto, senza la sua sollecitudine, dei muli avrebbero seguito i soldati per trasportare cibo e munizioni. Noi svizzeri, ignari degli intrighi e degli inganni, credevamo in buona fede alle promesse del Dipartimento e ci fidammo ciecamente di questi venditori d’acqua santa. Nessuno di loro, in seguito, ricevette una singola munizione e 317
abbiamo dovuto fare tappe, attraverso il paese degli insorti, come soldati da commedia, armati in guerra per comica rappresentazione. Verso l’inizio di aprile, arrivarono a Bastia i rappresentanti del popolo Saliceti, Lecourbe Saint-Michel e Delcher, incaricati di intimare al generale Paoli di recarsi incessantemente a Parigi per rendere conto della sua condotta. Saliceti aveva ordinato ai suoi colleghi di rimanere a Bastia e aveva ricevuto garanzia che, sotto la sua responsabilità, avrebbe condotto la missione a buon fine. Conosceva da molto tempo Paoli. Essi erano legati da vincoli familiari. Sperava di poter portare delicatamente il generale all’obbedienza, senza ricorrere alla forza. Tutto andò bene; entrambi i Rostininchi passarono un paio di giorni insieme, con tutte le pretese di amicizia e di parentela. Il 9, prima di partire, Saliceti disse: “Tutto è organizzato”. Alcuni agenti lo seguirono a Bastia per complimentarsi con gli altri due rappresentanti. Così Saliceti diede discrezione al generale Paoli di attuare i suoi progetti e il 10 aprile, lui e il Dipartimento sollevarono lo stendardo della rivolta contro la Francia, con la pubblicazione di un manifesto che venne diffuso abbondantemente nell’isola. Non mancano mai i pretesti alle persone per giustificare cause ingiuste e legittimare le peggiori risoluzioni. La gente segue ancora ciecamente gli intriganti che parlano ad alta voce, sostenendo le parole di Patria e Libertà. Il Manifesto al popolo corso era sapientemente preparato e toccava le corde sensibili dell’amor proprio nazionale. Vi era scritto: «Tutti ricordano che la Corsica è vissuta sotto il dispotismo dei re di Francia a seguito di una conquista violenta e sanguinosa. Salutammo con amore, nel 1789, l’alba della libertà, nella speranza che il governo delle leggi popolari avrebbe avuto successo per alleviare le disgrazie pubbliche. Questa rivoluzione, divenuta generale sulla terraferma francese, si realizzò in Corsica senza violenza, mentre dappertutto aveva assunto un carattere feroce. Abbiamo ricevuto senza alcuna commozione, le leggi della prima assemblea costituente e abbiamo giurato fedeltà alla Costituzione. Quando abbiamo avuto fiducia nella stabilità di questa forma di governo, abbiamo appreso con sorpresa e dolore, come la fazione dominante nell’Assemblea Legislativa l’aveva attaccata nella sua essenza per distruggerla radicalmente, cosa che è accaduta ad opera dei nuovi Parlamentari che si sono riuniti nella Convenzione Nazionale. Noi potremmo allora giustamente, separarci dai francesi perché essi hanno rotto il patto di unione. Abbiamo visto con rammarico, la tendenza dei principi di questa assemblea e le immense sventure che si stavano preparando in Francia sotto la nuova forma di 318
tirannia. Sotto il nome di libertà e sicurezza generale, sono stati inviati in alcuni dipartimenti francesi, dei commissari straordinari e irresponsabili, che sotto pretesti vani, si sono liberati allo spettacolo degli eccessi sfrenati delle loro passioni rivoluzionarie. La nostra pace che avevamo faticosamente conservato nel tumulto demagogico tra i cambiamenti incessanti che, per tre anni, non hanno dato alcuna coerenza a questo governo, è stata sostanzialmente modificata con l’arrivo della flotta francese destinata a molestare la Sardegna. Le milizie indisciplinate, i marinai ancora più indisciplinati, impegnati in tutti i tipi di violenza contro le persone e la religione hanno infine crudelmente ucciso e fatto a pezzi due cittadini trascinandoli per le strade della città, con una ferocia senza precedenti. Tale era l’intenzione delle milizie provinciali durante il loro sbarco a San Fiorenzo. Esse si diressero a Bastia, nel corso del marzo 1793. La fermezza dei Corsi li ha placati solo quando, già per le strade, essi guidarono apertamente alla ghigliottina i nomi proscritti dagli inviati della Convenzione. Essa aveva inviato una delegazione, composta da persone, teste e mani della congiura universale, che doveva allontanare gli uomini dai beni, confiscare le proprietà altrui, e abolire il culto di qualsiasi religione per governare il popolo lusingando i suoi vizi o terrificandolo con le torture. La nostra buona fede non attese molto tempo prima di ricevere il colpo di grazia con un decreto del 2 aprile che ordinò l’arresto e la convocazione di S.E. Generale Paoli e del procuratore generale syndico Pozzo di Borgo. Le cause di questo decreto furono commentate con estrema stravaganza da parte della stampa. Le vere cause erano sottintese. Essi volevano sacrificare ai loro perfidi disegni un uomo la cui popolarità e virtù civiche ispiravano il terrore ai loro cuori disumani. Noi dichiariamo che, al lato di ragioni politiche altamente sufficienti per separarci dai francesi, quello della religione, odiata e perseguitata, siamo ispirati e fermamente determinati a fare appello alle armi per sciogliere i legami che ci obbligano a dare il nostro contributo al loro sistema di iniquità. Di conseguenza, la Consulta ha dichiarato, con voto unanime, che il patto politico e sociale tra la Corsica e la Francia non esiste più e rimuove tutti i poteri esistenti per procedere ad una organizzazione in linea con la tradizione democratica». Questo manifesto virulento è opera di Pozzo di Borgo, la cui penna esperta sapeva trovare argomenti per agitare le persone e sollevare la massa. L’azione davvero crudele degli sfrenati marsigliesi non era stata la causa della separazione, e non bisognava darne la colpa all’intera nazione francese. Ma ammetto che il decreto di arresto nei confronti di Paoli e le 319
persecuzioni religiose sono stati fondati motivi di malcontento universale tra i corsi, sempre profondamente religiosi e ammiratori di quello che chiamavano il padre della Patria. Il manifesto parlava anche della morte dello sfortunato Luigi XVI vittima delle sue buone misure a favore delle classi lavoratrici e borghesi. Alcuni affermano che nel suo intimo Paoli si rallegrò di questo disastro, perché non ignorava che questo terribile colpo fosse in gran parte, opera dell’Inghilterra per vendicare gli aiuti concessi nel 1777 agli Stati Uniti d’America. Se n’è ricordato a Londra e il duca d’Orléans non era estraneo a questo fatto. M .... Ambasciatore inglese a Parigi, aveva riferito ai ministri che la nobiltà francese voleva bruciare il porto bretone di Brest e che aveva già chiesto asilo in Inghilterra per proteggersi dalla furia popolare. L’ambasciatore inglese non aveva designato nessuno per nome, ma aveva fatto cadere il dubbio su tutta la nobiltà. Questa storia, inventata a volontà nel 1791, indignò ancora di più il Terzo Stato e fece scavare l’abisso che lo separava dalla nobiltà. Tutto era pronto in Corsica per accelerare il movimento separatista. Un nuovo proclama rivolto al popolo dell’isola, invitava tutti i buoni cittadini ad incontrarsi a Corte in difesa della patria. Dei Commissari speciali si recavano dai vari comandanti locali per dire loro che non dovevano più ricevere ordini dalla Francia e che ora dovevano obbedire agli ordini del governo nazionale. Panattieri, segretario generale del dipartimento, si recò in fretta a Calvi, sua città natale. Il capitano Croce lo aveva preceduto. A Calvi il popolo si dichiarava per i francesi e fece causa comune con i soldati del 26° reggimento. Il comandante Achille Murati fu sorpreso e catturato. Il suo battaglione lasciò Calvi tra i fischi delle donne e quando Panattieri, giunse in città poté partecipare solo alla fuga precipitosa e prese di nuovo la strada di Corte, seccato di dover annunciare questa brutta notizia. Il comandante Gentili a San Fiorenzo, rispose all’inviato di Paoli: “Ho prestato giuramento di fedeltà alla nazione francese e non diserterò la mia bandiera. Compiango che il mio benefattore ed amico non faccia lo stesso”. Paoli rimase sensibile all’abbandono di Gentili, che con nobili parole gli ricordava i suoi doveri militari. Gentili era stata suo compagno d’esilio in Inghilterra e uno dei più fermi sostenitori della causa nazionale. Corte, Ajaccio, Bonifacio si dichiararono per Paoli. Allora l’amalgama dei partiti fu completo. Non erano che dei miscugli confusi e disparati. Quelli del partito di Gafforio, vecchi monarchici, tenevano per la Francia qualsiasi fosse il governo, e si unirono ai rivoluzionari. I principali capi si rifugiarono nelle piazze di Bastia, Calvi e San 320
Fiorenzo. Paoli e il Dipartimento costrinsero le loro famiglie a seguirli .Quelli che giocavano in questo partito un ruolo più modesto, divenuti sospetti per la loro moderazione e l’atteggiamento pieno di riserve, furono esiliati in diversi villaggi dell’isola. Tra questi c’erano Giacinto Arrighi e mio zio Antonio Gafforio. L’attaccamento del Rappresentante del popolo Saliceti a Paoli o almeno la sua credulità e buona fede, diedero il tempo, al capo dell’isola, di preparare la rivolta e mantenere il controllo, senza sparare un colpo, dell’interno della Corsica, con le località marittime di Ajaccio e Bonifacio. Questi luoghi rimasero separati dalla Francia dal 20 aprile 1793 al 1° ottobre 1796. Poi avvenne l’evacuazione dell’isola dei capi britannici e l’esilio dei partitanti paolisti. Se il Signor Saliceti al suo arrivo a Corte, piuttosto che fare riferimento alle dichiarazioni del generale Paoli, ci avesse detto prima della dislocazione del nostro reggimento “impadronitevi del castello e tenetelo sotto scorta” il caso si sarebbe risolto. Il Generale Paoli, se si rifiutava di andare a Parigi, avrebbe preso la via per Londra, come ha fatto in seguito, contro la sua volontà, per invito o ordine dei suoi buoni amici inglesi. La patria non sarebbe mai passata sotto il dominio inglese e la Corsica infelice avrebbe evitato molti mali. Corte, con la sua posizione centrale e il castello inespugnabile, controllava i cantoni circostanti. Noi eravamo abbastanza forti da dominare la rivolta che sarebbe morta sul nascere se Corte non gli avesse dato come contingente la sua popolazione maschile e la sua fortezza secondo le leggi di guerra. Devo rendere omaggio ai Corsi paolisti che in tutte le schermaglie con i repubblicani francesi, osservarono accuratamente la disciplina. I prigionieri furono trattati con umanità. Intere cittadine furono loro assegnate per dimora. Non sono stati mai fucilati e potevano conservare l’oro e il denaro che avevano con sé. Detenuti in libertà vigilata, si mescolarono con la società, che li ha accolti con gentilezza e cortesia. Mai nessun eccesso ha contaminato la rivolta dei Corsi a differenza di quello che purtroppo è accaduto durante la repressione della guerra civile in Francia in cui la carneficina camminava insieme agli eserciti. Capitolo Diciassette - Le tribolazioni degli svizzeri rimasti fedeli (Vivario, Ghisoni, Sartena, Sollacaro, Ajaccio, Vico, Casamacciole, Bastia). Inizio a raccontare i vari episodi della nostra marcia su Tallano. Il 19 aprile, come si è detto, abbiamo lasciato Corte. La mattina, abbiamo formato una colonna di centodieci uomini sotto il mio comando. Il giovane Colonna-Cesari, 321
di Porto-Vecchio era il mio sotto-luogotenente. Scendendo verso l’ospedale di Corte, abbiamo incontrato il signor Panattieri che partiva per Calvi e si lamentava di non aver ancora trovato un buon mulo. Alla vista del mulo del tenente Bondy che era malato e non poteva fare il viaggio a piedi, Panattieri esclamò “Andrebbe bene a me questo mulo”, e si avvicinò alla bestia trainandola dalla sua parte senza tante cerimonie. Panattieri poi tirò fuori un lungo stilo e tagliò furiosamente le cinghie che tenevano il porta mantello del funzionario. Molti dei nostri soldati incrociarono le baionette. Abbiamo evitato l’inizio di qualsiasi rissa dato che avevamo già notato che i niolini di Castellani tiravano le spade per venire alle mani. Il buon Bondy non insistette, lasciò il mulo nelle mani di Panattieri, come premio di guerra. Iniziò la ricerca di un altro mulo, promettendo di ricongiungersi a noi nel corso della giornata. Il tenente CesariColonna procedeva davanti alla colonna. Arrivati sulle alture di Pietra Silga, mi sono reso conto che la colonna rallentava il passo e presto si era arrestata senza ordine. Mi sono precipitato per trovare le cause di questo atto di indisciplina. Il sergente Pomme mi venne incontro. Parlava correntemente tedesco, italiano, francese. Gli ho chiesto la causa di tutto questo trambusto. “Mio capitano, qualcosa di grave. Il signor Colonna ci ha appena detto che il generale Paoli non vuole essere francese e che faremmo bene a dichiararci per lui; Noi, sacrificare i nostri servizi per un traditore, mai”. Rimasi freddo e calmo. Sentivo anch’io la loro irritazione. Mi trattenni perché una mia parola avrebbe massacrato senza pietà il sottotenente. Vedevo i miei soldati tremare di rabbia; ad un segnale, fecero un cerchio intorno a me. “Compagni coraggiosi, vi siete fatti ingannare dalle parole insidiose del vostro sottotenente. Vi propone la defezione per testare la vostra fedeltà e vedere se siete veramente attaccati alla Francia. Non ho alcun dubbio, questo è un inganno da parte sua, perché lui è un sostenitore del governo francese. Non molto tempo fa, suo padre tornò da Parigi, dove ha frequentato le sessioni della Convenzione, come rappresentante della Corsica. Voi l’avete visto, un paio di giorni fa, presiedere l’ultima riunione elettorale. Miei amici vi spingo fortemente a non lasciare uscire le vostre emozioni soprattutto perché dobbiamo andare in direzione di Sartena, dove il padre gode di grande influenza”. Li avevo calmati. Su mio ordine, ripresero la marcia in avanti. Il giovane Colonna, che fu lasciato da parte durante questo proclama, non riuscì a capire una parola di quello che avevo detto ai miei uomini. Egli venne da me dicendo: “Capitano, tu parlavi animatamente con i 322
soldati; Mi chiedo che cosa hai detto”. “Resta con me e ti dirò”; Quando la colonna proseguì avanti, lo guardai arrabbiato e serio. “Che cosa avete detto ai soldati?”. Lui arrossì e balbettò qualche parola di scusa. “Hai detto loro di lasciare il servizio alla Francia e io sono mortificato che un ufficiale prenda l’offensiva verso la Francia cui leghiamo i nostri giuramenti di fedeltà”. Egli rispose: “Stavo parlando degli avvenimenti del giorno e stavo scherzando con i nostri uomini sul giuramento di fedeltà per distrarmi dai problemi della strada”. “Sotto-tenente Colonna Cesari né in burla né in vero, diciamo noi vecchi militari”. Arrivando a San Pietro, ci fermammo in attesa di Bondy. Dopo qualche ora di riposo, si riunì a noi in groppa al suo mulo. Il Sottotenente si avvicinò a noi, e chiese il permesso di soggiornare a San Pietro per aspettare il signor Sabiani, di Zicavo, membro del dipartimento che doveva seguirci in qualità di Commissario, con il nostro approvvigionamento di cartucce (cosa poi non vera). Gli fu permesso di rimanere e abbiamo ripreso la nostra marcia su Vivario. Scendendo al ponte di Vivario ho raccontato a Bondy degli incidenti del mattino. Abbiamo concluso che era il preludio ad eventi gravi. Certamente il giovane Césari non avrebbe parlato con leggerezza e, anche se era avventato e loquace, non sarebbe andato così lontano nelle sue dichiarazioni se suo padre, per primo, non gli avesse detto di osare. Ci siamo scambiati le riflessioni più tristi e abbiamo consumato le preoccupazioni per il futuro. Superato il ponte, ci siamo incontrati con Mario Peraldi, un ricco di Ajaccio, accompagnato da Peretti, capitano dei provinciali corsi. Camminavano giù per la montagna, scortati da contadini armati fino ai denti. Passando davanti a noi Peraldi gridò con voce forte “Finalmente la maschera è caduta”. “Sig. Peraldi, dissi, di quale maschera parlate, per favore?” “Sì, i francesi ci hanno costretti a rimanere per un anno sotto la loro tirannia; ma è giunto il momento di sbarazzarsi di loro per sempre”. E ci ha lasciato gesticolando e mostrando le due dita ai suoi contadini. “Queste sono parole strane”, dissi a Bondy quando fummo lontani abbastanza da Peraldi e dalla sua scorta, “mio caro amico, la Corsica si solleverà presto contro la Francia”. A forza Bondy mi fornì dettagli sul Peraldi, che conosceva da tempo. Alla convenzione, era stato arrogante e duro verso il re. Nell’assemblea, gli si era avvicinato dicendo: “Capeto, togliti il cappello e non ti azzardare a rimanere coperto davanti ai rappresentanti della nazione”. “Ti ricordi come me, mio capitano, che al suo ritorno da Parigi, ha effettuato la revisione del nostro reggimento come vice commissario della Convenzione e, passando attraverso i 323
ranghi, ha detto ai soldati di cacciare ufficiali e sottufficiali che non conoscevano i principi della rivoluzione, principi immortali che rendono all’uomo i suoi diritti di uguaglianza e fraternità. Ritenevo Peraldi nemico del re, ma non sospettavo che il suo odio fosse esteso a tutta la nazione francese”. Così abbiamo continuato il nostro viaggio a Vivario, purtroppo, chiacchierando sulle disgrazie dei tempi e le incertezze del futuro. Quando siamo arrivati a Vivario, siamo stati circondati da contadini stupiti di vedere soldati con fucili scintillanti, che sfilavano in buon ordine verso l’accampamento di Muracciole. Si affollavano intorno a noi e, al comando dell’ “Halt” hanno circondato i soldati, per prendere le armi ed ammirarle. Sono stati respinti prima amichevolmente, poi con il calcio del fucile quando hanno insistito violentemente a prenderle. Iniziarono delle lotte parziali che minacciavano di compromettere la nostra sicurezza, quando apparve il venerabile sacerdote Pantalacci con il bastone in mano. Era un uomo di media statura, con la magrezza di un cenobita, bruno, con grandi occhi neri che lanciavano fiamme. Con leggerezza giovanile, penetrò tra i gruppi di contadini dando a caso dei colpi di bastone, gridando con voce arrabbiata. “Infelici, cosa fate? E’ così che si ricevono gli ospiti! E il sacro dovere dell’ospitalità, voi lo violate? E voi coprite Vivario del marchio di infamia! Veloci, entrare nel dovere e invece di molestare questi bravi soldati andate a casa e tornate con il pane e delle damigiane di vino”. Così fu fatto, e i nostri soldati fraternizzarono con gli agricoltori, con i bicchieri in mano, la bocca piena, lasciandoli a maneggiare questi fucili, oggetto del loro desiderio. Alla partenza che ebbe luogo il giorno dopo, ci hanno accompagnato con i loro “Eviva” per almeno un quarto d’ora, e li abbiamo lasciati con rammarico. Stavamo camminando verso Ghisoni, attraverso la montagna di Sorba, i cui lati sono coperti da una magnifica foresta che si estende visibilmente attraverso valli profonde. Era il 20 maggio 1793; in una splendida mattinata, abbiamo attraversato dei sentieri ombreggiati. In una radura, al dolce mormorio di una fonte, ci siamo fermati per il pranzo. Parlando il corso, come un nativo dell’isola, ho preso il comando dopo la prima colazione con quattro uomini per preparare il nostro alloggio e il rifornimento a Ghisoni. La colonna doveva arrivare due ore dopo di noi. Non ho fatto, durante il cammino, nessun incontro sfortunato, ma arrivato a Ghisoni ho notato un movimento straordinario, all’ingresso del paese. Certo, ci era stato segnalato che gli abitanti si stavano preparando a riceverci con le armi in mano. Il ponte era stato occupato da contadini con i fucili a spalla, che 324
aspettando il momento per usarli contro di noi. La municipalità venne verso di noi, a metà della rampa, con una scorta per portarci prigionieri. Il sindaco ci ha gridato con voce stentorea: “Chi siete e che cosa volete?” “Noi siamo il battaglione d’avanguardia che ha lasciato Corte ieri e chiediamo il passaggio e l’ospitalità”. “Dovete essere nemici del generale Paoli, perché siete lontani da Corte mentre ha convocato in città tutti i buoni cittadini”. “Non so per quale motivo il generale ci ha fatto partire. Io sono un soldato e obbedisco senza ragionare. Porto nella mia tasca una busta chiusa, con le istruzioni, plico che devo aprire a Sartena. Solo lì, sarò informato circa lo scopo della mia missione. Non vedete in me che un fedele servitore del generale. Mi sono sposato a Corte e i genitori di mia moglie sono paolisti. Sono corso come te”. Un vecchio, alto, con la barba bianca che copriva il petto, venne verso di me e guardandomi altezzosamente, disse: “Ho dei parenti a Corte. Per favore fatemi sapere qual è la famiglia di sua moglie”. “Ho sposato Maria Teresa Arrighi, figlia del signor Matteo Arrighi, notabile di questa città.” Immediatamente il vecchio aprì le braccia verso di me e mi baciò sulle guance e disse: “Vieni con me, Simeone, noi siamo parenti”. Il podestà e la maggior parte dei contadini successivamente mi abbracciarono e dissero: “Vieni con noi. La nostra casa è tua”. Il vecchio riprese seccamente: “Simeone mi spetta di diritto. Io sono il suo cugino di quarto grado e sono stato per lunghi anni commensale della famiglia Arrighi, a Corte”. Nessuno ha insistito ed io sono rimasto ospite obbligato al grande vecchio che aveva preso il mio braccio e mi parlava familiarmente dei parenti. Ben presto apparve la colonna in fila indiana, che scendeva dalle boscose colline. Venne salutata da tutta la popolazione. Iniziò una lotta cordiale fra gli abitanti del villaggio per conoscere gli eletti che avrebbero avuto l’onore di ospitare i miei coraggiosi soldati gratuitamente. Questi ultimi erano in estasi. Non avevano bisogno di prepararsi i viveri e l’alloggio. Tutte le case del villaggio erano aperte per noi. Felici quelli che potevano avere degli ospiti. Siamo partiti la mattina presto da Ghisoni ed abbiamo raggiunto Zicavo in serata. La tappa era disagevole. Abbiamo dovuto attraversare una gola tra sentieri rocciosi, in mezzo ai boschi e alla macchia. Attraverso la valle serpeggiavano torrenti rumorosi. Ci siamo accampati a sud, vicino a una fonte di acque dolci, chiare. In un batter d’occhio, i nostri soldati avevano pescato delle trote nei ruscelli vicini. Le abbiamo mangiate arrosto, con il sale. Erano gustose. Poi è stata la volta delle frittelle che ci avevano regalato i Ghisonesi e svuotammo alla loro salute le 325
zucche che ci avevano generosamente dato e alcune damigiane che trasportavamo sui muli. Abbiamo preso la strada di buon passo, augurandoci di far bene un percorso iniziato sotto i migliori auspici. Vicino a Zicavo, il signor Sabiani si unì e se ne andò con noi; apparve gentile ed educato e ci ha offerto ospitalità. I soldati alloggiarono in case private. Sono andato con Bondy in visita al generale Abbatucci. Era un uomo scuro, dall’andatura marziale secca, che trasmetteva franchezza e gentilezza. Suo figlio Giacomino, che conoscevo da molto tempo ed avevo visto spesso a Corte, entrò nel salotto e, dopo averci accolto disse a suo padre: “Signor padre, sono stato informato che il partito Sabiani vuole disarmare gli svizzeri; questa notte”. Il generale rispose senza emozione: “Figlio mio, vai a dire a Moru e Tittinu di armare i nostri partigiani e di assicurarsi sulle mosse di Sabiani” poi rivolgendosi a noi, ha aggiunto: “Non preoccupatevi, qui rispondo io per la vostra sicurezza, e domani sulla strada per Sartena, non accadrà nulla che potrebbe preoccuparvi durante il vostro cammino. I Sabiani staranno tranquilli”. Non abbiamo più visto di nuovo il signor Sabiani; lui ci ha lasciato partire senza stringerci la mano e ho pensato che il vero scopo della sua missione era di disarmarci nella notte. Il 22 aprile siamo arrivati sani e salvi a Sartena, una città situata su una collina, a dieci miglia dal mare. Il signor Bondy ed io abbiamo predisposto il nostro acquartieramento, con la truppa. Il giorno dopo arrivò Cesari alla caserma e chiese il permesso di portarmi a casa sua, dalla sua famiglia. Da San Pietro di Venaco aveva sempre camminato dietro la colonna con il Signor Sabiani. Gli ho dato il permesso, aggiungendo: “Vi prego di non venire di nuovo qui fino a nuovo avviso”. Il dottor Chatizel, il farmacista Allard, il giudice Dominil e Jacques Ortoli che aveva sposato la figlia di Antonio Peraldi, di Ajaccio, ci accolsero come benvenuti e mostrarono molto attaccamento. Anche gli altri sartenesi furono benevoli con noi. Il 19 maggio successivo, un lucchese venne in caserma e chiese di vedermi con urgenza. Io lo ricevetti subito. Lo interrogai; il lucchese osservava con sgomento all’intorno e teneva una zucca in mano senza rispondere alle mie domande. “Siete muto, Parlate?” “Chiudete le porte”. Ho chiuso le due porte della stanza. Poi il lucchese mise a terra la zucca, che si ruppe in pezzi ai suoi piedi. Apparve un plico sigillato. Era l’ordine del generale Casabianca di lasciare il campo a Sartena ed andare a presidio nella cittadella di Ajaccio. Una lettera di servizio raccontava tutti gli eventi che si erano verificati, la rivolta di Paoli, il suo licenziamento dal comando militare e la sua sostituzione con il generale 326
Casabianca. Ci siamo recati, io e il Signor Bondy, al Comune; che era chiuso. Siamo andati poi a casa del signor Susini, il Podestà. Noi gli mostrammo l’ordine ed abbiamo detto “I soldati non sanno a chi obbedire, per cui partiamo domani”. Il Podestà ha risposto con amarezza: “Io non conosco che il comando del generale Paoli, restate”. Nonostante questa dura risposta, su nostre istruzioni, convocò per la sera, il Consiglio Comunale, non volendo assicurare da solo le responsabilità. Abbiamo partecipato alla sessione. Alcuni consiglieri hanno votato a nostro favore dicendo che i soldati devono obbedienza al comando senza criticare la scelta del ministro della guerra. La maggior parte erano silenziosi. Il sindaco persisteva nella sua risoluzione per opporsi alla nostra partenza anche con la forza. Ho parlato a mia volta e ho dichiarato che vedevo con rammarico la sostituzione del Signor Paoli, ma che i militari sono obbligati alla obbedienza passiva agli ordini del luogo. Quindi partiamo domani, senza un lasciapassare, se ci viene rifiutato, e risponderemo alla forza con la forza, preferendo morire nella lotta. Il sindaco, irritato dalle mie parole, sciolse la sessione e corse per le strade invitando la gente alle armi. Suo fratello, Federico Susini, figlio del generale Abattucci, gli si avvicinò, lo afferrò intorno al corpo dicendo: “Gli svizzeri hanno l’ordine di andarsene, se ne andranno domani, e guai a coloro che sbarrano loro la strada”. Il Podestà rientrò subito a casa e noi non lo vidi più. Il giorno dopo eravamo a Olmeto, dove abbiamo trascorso la notte. Siamo stati trattati come amici. Le case lasciate indiscriminatamente aperte per riceverci con la consueta ospitalità. Sia Galloni che Peretti gareggiavano nell’attenzione e nella gentilezza nei nostri confronti. Hanno riposto in quel giorno le loro animosità personali per darci il benvenuto e gioire con noi della svolta buona che sembravano prendere gli eventi. Entrambe le parti erano devolute alla Francia. Alcune controversie locali disturbavano la quotidianità e non appena li lasciammo, ripresero la loro acredine e il villaggio somigliava al loro aspetto triste e cupo, come un luogo di desolazione contaminato da peste o carestia. Questo è l’effetto della discordia civile; a causa loro una cittadina ricca di cereali, viti e ulivi, si trasformava in un luogo di tristezza. Il giorno successivo, 21 maggio, arrivando nei pressi di Sollacaro, bruciai le tappe per preparare gli alloggiamenti. Era una Domenica e la gente era a vespro. Ho aspettato su una panchina l’uscita dalla chiesa. Mi sono fatto indicare il sindaco e mi sono rispettosamente avvicinato: “Signor Podestà, precedo una colonna per pochi minuti e vengo da voi per pregarvi di accogliere me e i soldati in case dignitose”. “Certo, ha risposto con entusiasmo, io sono 327
disposto a servirvi. I tuoi uomini rimarranno in due o in quattro per famiglia”. “Signor Podestà, preferirei avere una o due case per averli a portata di mano e assicurarmi che non commettano alcun atto di indisciplina”. Lui e diverse persone si consultarono a lungo. La colonna era arrivata in quel momento ed attendeva ferma i biglietti di alloggiamento. Infine, si era convenuto che trenta uomini sarebbero stati collocati in una casa isolata e il resto in case private. Noi fummo alloggiati con Bondy, a un tiro di fucile dal villaggio. Dopo aver sistemato gli uomini, sono andato ad unirmi con Bondy nella nostra sistemazione e ho detto: “Bondy, è strano che, tra tante case, quella che ci è stata affidata è la più lontana dal villaggio. Se succede qualcosa, non abbiamo alcun effetto sui nostri uomini”. “Sì, Capitano, sembra molto grave; sembra che abbiano voluto, saggiamente, tenerci lontano dai nostri soldati. In attesa di cena, farò un giro nel villaggio per vedere cosa succede”. Sono andato giù al villaggio e ho notato che davanti a me si fermavano i conciliaboli e le conversazioni. Gli abitanti mi salutavano con aria contrariata ed abbassavano gli occhi. Sentivo che c’era qualcosa nell’aria. Ho avvicinato un uomo di nome Meunier, un sarto, che conoscevo perché era stato con me in varie guarnigioni. Era un ex soldato nel reggimento di Limosino in seguito sposato con una greca di Cargèse, con sede a Sollacaro. “Be’, Meunier, che cosa è nuovo? La gente sembra arrabbiata dal nostro arrivo”. “Capitano, per due anni sono stato qui e non ho mai visto il paese turbato come oggi. Gli spiriti fermentano. Ho visto i fratelli Colonna sussurrare nelle orecchie dei contadini e visitare le abitazioni private. Capitano, state in guardia, si trama qualcosa contro le truppe”. “Grazie buon uomo, e se avete notizie, venite da me”. Ho visitato i miei uomini, casa per casa, e gli ho consigliato a bassa voce, di non abbandonare le loro armi e di riunirsi al minimo allarme ai trenta compagni nella stessa casa. Ho indicato loro, come luogo di incontro, la dimora di una vedova, che avevo notato di sfuggita. Poteva facilmente contenere quaranta uomini. Dopo aver dato loro le mie istruzioni, sono andato fino al nostro appartamento dove ho trovato Bondy, malato e disperato per le scene che gli abitanti, in mia assenza, avevano fatto a questo ufficiale coraggioso e leale. “Che cosa c’è, Bondy?”. “Capitano, gli abitanti mi hanno chiesto con insolenza per quale ordine marciavamo. E quando ho fatto riferimento al comando del generale Casabianca, uno di loro si è avvicinato a me e toccandomi la spalla ha detto”: “Stasera indosserete ancora la spallina, domani la porteremo noi al vostro posto” e tutti ridacchiavano con occhi cattivi e 328
parole in dialetto locale, che non ho capito”. Questo mi ha lasciato perplesso. La tavola era apparecchiata e la padrona di casa ci ha portato salsiccia arrosto e insalata. Abbiamo invitato gli abitanti a cenare con noi. Si erano ritirati in una stanza accanto a dove eravamo. Hanno rifiutato il mio invito con poca grazia. Il padrone di casa accolse le mie richieste e si sedette a tavola con noi. Sapevo che le mie parole non erano perdute, tra i municipali, e forte, lo pregai di usare i suoi buoni uffici con loro per venire a bere qualcosa con noi, in buona amicizia. Il nostro ospite si alzò in piedi, e a seguito delle sue suppliche uno di loro venne a brindare. Il ghiaccio era rotto. Tutti successivamente imitarono l’esempio di quest’uomo e si sedettero al nostro tavolo. Il vino non mancava e le bottiglie vuote venivano immediatamente sostituite. Infine il sindaco comparse per ultimo; e quello era il momento di mostrarmi eloquente e persuasivo. Dico: “Non so per quale motivo è stata fatta una cattiva accoglienza dal vostro paese. Il signor Bondy vi ha già detto che siamo passati qui in ottemperanza agli ordini del generale Casabianca e questo è vero. Ma siamo convinti che il governo francese non tarderà a rimettere agli onori il generale Paoli, quel grande martire della libertà e che punirà severamente coloro che lo hanno calunniato. Non nego che, se così non fosse, nessuno di noi resterebbe sotto questa bandiera e, felicemente noi faremmo corteo al grande uomo che onora la Corsica e il mondo”. “Bah! disse il sindaco, vi abbiamo sospettato nemici del Generale Paoli. Ora siamo legati dalla stessa dedizione a lui e, rivolgendosi ai municipali: andiamo voi altri, al tavolo, questi ufficiali coraggiosi sono nostri amici”. Tutti ci sedemmo a tavola e la padrona di casa imbandì nuovamente la tavola con uova cotte e salsicce arrostite. Fiaschi di vino furono portati da una cameriera avvenente e piena di grazia. Abbiamo bevuto alla salute del generale Paoli a turno e siamo diventati buoni amici. La nostra pace venne disturbata dall’annuncio di cattive notizie. Chiffarlé e Touzet, soldati di guardia, giunsero senza fiato dicendo che alcune nostre persone stavano per essere assassinate nel villaggio. Avevano parlato in segreto. Mi voltai verso il Sindaco e dissi: “Mi dispiace lasciare. Ma le guardie vengono a informarmi che i contadini hanno attaccato i nostri soldati”. Il podestà disse imperiosamente, “Resta qui, risponderò di tutto. Da solo, li calmerò. In mia presenza, nessun contadino oserà insultare i militari; Vado”. Il Podestà corse. Andai alla finestra a guardare verso il villaggio. Vidi alcuni contadini armati in fretta che andavano in direzione della piazza della chiesa. Ho sentito alcune voci e alcune grida confuse attraversavano 329
lo spazio, tanto erano dolorose. Adesso ero preoccupato e non riuscivo a stare fermo. Con la grazia di Dio. Mi diressi repentinamente verso la scena del combattimento dopo aver preso la mia spada e la pistola. Incontrai Il procuratore del Comune che si mise al mio fianco. “Capitano, siamo con voi, non temete. La confusione si esaurirà presto. Sappiate che il signor Vincentello Colonna ha scritto che eravate nemici del generale Paoli. Abbiamo dovuto agire quella notte, il segnale indicato era un colpo di pistola. Ora, voi siete nostri amici e guai a chi vi tocca. Abbiamo condiviso con voi il pane e il sale, stasera e le vostre persone sono diventate sacre per noi. Se necessario sapremmo morire per difendervi”. E la folla al di fuori, ripeteva a lungo il grido di “Viva la Svizzera”. Non ci ha abbandonato tutta la notte. Ognuno di loro, a loro volta, tornò al villaggio per assicurarsi che i contadini restassero tranquilli nelle loro case. Al sorgere del sole, abbiamo lasciato Sollacaro seguiti dalla popolazione, il Sindaco per primo, per onorarci e tenerci compagnia. Abbiamo ricevuto i loro addii al di là del ponte che è di strada, alla distanza di una buona posizione dal villaggio. Quando siamo arrivati al lungo Golfo di Ajaccio, il Comandante Colonna, vedendo brillare le nostre armi a distanza, andò su tutte le furie. “Eh, che cosa! Non sono state disarmate queste canaglie di Svizzeri”e immediatamente ricacciò nella fortezza le due compagnie del reggimento della Fere tenendo di guardia, presso di lui, quaranta uomini del Reggimento del Limosino. Arrivando a Ajaccio, verso le due del pomeriggio; abbiamo preso rifugio, con due compagnie della Fere, nel nuovo quartiere, a piazza dell’Olmo. Sono andato alla Cittadella per comunicare l’ordine del Comandante Generale Casabianca, che ci costringeva a presidiare la fortezza. Il Signor Colonna rifiutò categoricamente, dicendo: “Non ho ricevuto nessun ordine al riguardo”. “Vedete, tuttavia, comandante, che in base al contenuto del provvedimento, siete stato informato del nostro arrivo.” “No, non entrerete”. Ho tenuto tutto il mio sangue freddo e ho mantenuto la correttezza verso un mio superiore, senza tuttavia cedere alle sue ragioni sbagliate. Alla fine gli dissi a titolo di accomodamento: “Comandante, conoscete meglio di me i regolamenti militari. Dal momento che non volete farci entrare nel forte, consegnatemi il vostro rifiuto per iscritto. Allora io sarò libero dalla responsabilità che cade su di me”. Sembrava imbarazzato e, per darsi una certa compostezza, cercò a caso tra i documenti. La situazione era scomoda per lui e non sapeva come uscirne, quando comparve suo fratello Simone Colonna. Io lo conoscevo come abate in abito talare, e ora si pavoneggiava in una nuova 330
uniforme con bottoni lucidi, e le spallette da capitano. Egli chiese bruscamente, l’oggetto della nostra disputa e quando la conobbe disse: “Fratello, non dovete dare alcun ordine per iscritto. Il vostro dovere è stato indicato. Quando, riceverete direttamente l’ordine sulla divisione, lo si farà eseguire. In caso contrario, no”. Non dovevo fare altro che ritirarmi. Questo ho fatto, meditando su destini umani che avevano trasformato il dolce padre, dall’aspetto umile, in un capitano arrogante, che faceva battere la spada sul marciapiede. Il 17 maggio, ho ricevuto l’ordine di portarmi su Vico, con 52 uomini del nostro battaglione. Il capitano T. B. si unì a noi sulla strada, con un centinaio di contadini. Il nostro ingresso in Vico era tutt’altro che acclamato dal popolo. La truppa di T. indisciplinata e disordinata, si muoveva a caso, senza tenere né ordine, né rango. Questi contadini si precipitarono nelle case, chiedendo di mangiare e bere. La municipalità ha dovuto fare molti sforzi per regolarizzare gli alloggiamenti. Noi, abbiamo preso alloggio con il signor Multedo che è venuto di persona, per reclamare il municipio. Io ho fatto delle rimostranze, non potendo obbligare un cittadino, per quanto fosse onorevole. Il signor Multedo insistette, dicendo: “Non posso rinunciare ad alloggiare degli uomini e poi io preferisco avere sessanta svizzeri in casa piuttosto che due contadini che ruberebbero e metterebbero in sgomento la mia famiglia, mentre le vostre truppe mi difenderebbero se necessario”. La sera del 3 giugno, il capitano T. mi mandò a chiamare in tribunale e mi disse “Multedo ha nascosto in una grotta sotterranea, i suoi soldi e i suoi oggetti preziosi. Questa notte me ne impadronirò e voi avrete la vostra parte”. “Signor Comandante civile (lui stesso si diede questo titolo) la casa di Multedo è inviolabile fin quando ci resterò e se voi verrete, sarete accolti da armi da fuoco”. Ci fu tra noi un leggero alterco e lo feci vergognare per un proposito così indegno e disonorevole per un soldato. T. andò il giorno dopo ad Ajaccio, con i suoi contadini. Non c’è dubbio che lui voleva compensare le proprie spese di viaggio a scapito degli altri. Vedendo il paese tranquillo, il 6 giugno, al mattino, dissi al signor Multedo “Adesso non avete nulla da temere e i contadini di T. hanno lasciato la città, pertanto ho intenzione di acquartierarmi con le truppe. Siamo a due passi da voi e, al minimo avviso, vi manderò tutta la truppa”. “No, mio caro Simeone, io non ve lo permetto. La mia famiglia vi ama e vostri soldati, per il loro buon comportamento, hanno guadagnato la nostra stima e affetto”. “Signor Multedo, io vi dico, in confidenza, che il mio progetto è quello di trovare una guida che conosca i sentieri di montagna per arrivare a 331
Calvi. Io approfitterei del buio della notte per lasciare Vico e poi, se continuo a stare nella vostra casa, la municipalità vi potrebbe incolpare di essere in combutta con noi”. “Oh, Capitano, rinunciate a questo progetto fatale, voi perderete, tu e i tuoi. In questo bollore sareste massacrati tutti”. Ma non riuscì a convincermi ed io rimasi fermo nella mia risoluzione. Ci ritirammo lo stesso giorno nell’acquartieramento. Avvisai Martino, che aveva dei parenti a Calvi, di dover mantenere l’impegno che aveva assunto di accompagnarci in questa città. Venne da me nel quartiere, a testa bassa e tremante di paura. Mi disse che la mattina, dei contadini si erano presentati a sua moglie, dicendo che sarebbero venuti ad incendiare la casa se suo marito ci avesse servito come guida. “Vede, signor Capitano, saremmo perduti e rovinati, io e i miei cari. Non vi dovete incolpare di questa uccisione che essi sono in grado di fare, non ne dubito. Ogni giorno veniamo a conoscenza di cattive notizie”.
“Vai, ragazzo, vai a
rassicurare tua moglie. Resta accanto al focolare e se il termine della vostra esistenza dipende da noi, vivrete più a lungo di Noè”. Lasciai andare quest’uomo la cui immaginazione era piena di cattive visioni, in parte giustificate ahimè! Nei momenti difficili. Il 10 giugno arrivò al comune l’ordine imperativo del generale Paoli di lasciarci andare a Corte, dopo averci disarmato delle nostre belle pistole e delle nostre larghe spade. Il pretesto era evidente. Per amore nostro, per la nostra sicurezza, i nostri passi sembravano quelli dei pellegrini che si aggrappano al petto, il dipinto di Sant’Antonio o di San Pancrazio. I contadini avrebbero visto dei viaggiatori coraggiosi, con il bastone in mano, la bisaccia sul retro, e li avrebbero fatti passare tranquillamente mentre le nostre armi avrebbero risvegliato le loro passioni e ci avrebbero esposto ai rischi. Questo ciò che diceva all’indirizzo dei municipali. Ho resistito con tutte le mie forze a questo proposito, quando il sindaco concluse la conversazione con delle parole molto ostili: “Be’, capitano, dal momento che non volete consegnare le armi in via amichevole, ho chiamato in soccorso i montanari di Guagno e Cruzini. Essi non sono teneri e vi tratteranno male”. Cedetti le armi a malincuore e chiesi una ricevuta che il Podestà ha scritto e firmato davanti a me. Aggiunse un municipale, ridendo: “Buon per voi di liberarvi delle vostre armi! Vi avrebbero messo in difficoltà nelle calanche di Monte Rotondo”. “Hai ragione, dissi, gli svizzeri sono cattivi escursionisti in montagna. Sono cacciatori nelle paludi”. Questa ingenuità sorprese i miei ascoltatori che ignoravano la topografia della Svizzera. Non restava che regolare il percorso. La strada di Soccia finiva a Corte, 332
sotto al castello. La strada del Niolo offriva due uscite, dal Golo e dal Tavignano. Vedendo che la franchezza mi avrebbe fatto perdere, mi ispirai alla raffinatezza italiana e ai nuovi costumi che avevo praticato da qualche tempo; ho detto bonariamente: “mio caro Podestà, la strada di Soccia mi farà perdere uomini; che cosa potrei dire al generale Paoli presentandogli la mia armata decimata dalla fatica! Autorizzatemi a passare attraverso il Niolo il cui percorso, di facile accesso, permetterà attraverso il Tavignano di arrivare sotto il castello di Corte, così che le veda il nostro grande generale Paoli. Molti dei miei soldati sono malati, deboli, e temo di vederli soccombere tra le vertigini, le vertigini che li farebbero rotolare sul fondo dei precipizi. Certo, si fosse trattato dei Corsi, potrebbero andare ovunque, senza paura, ma gli svizzeri!” ... I montanari svizzeri sono buoni come i Corsi, e deridono le vertigini e i capogiri. Fortunatamente per me, il municipio accolse la mia richiesta e fu lusingato di vedere un ufficiale che riconosceva la superiorità dei Corsi nelle marce in montagna. Diversi municipali si erano mosse a compassione. “Il Capitano ha ragione; i Tinti (gli sfortunati), non riescono a risalire le calanche. Signor podestà, cerchiamo di essere umani e consentire a questi soldati di passare attraverso Valdoniello”. Il Podestà esitò gravemente, la lettera di Paoli diceva “i soldati arriveranno dalla montagna a Corte, sotto il castello”. La strada del Niolo avrebbe esattamente soddisfatto questi requisiti, ma la Valle del Niolo ha due uscite, il Tavignano e il Golo, e quest’ultima può portare a Bastia. Riuscii ad ottenere quello che volevo e il giorno dopo salimmo i ripidi pendii del Artica per raggiungere Valdoniello. Nella foresta, in una radura ombreggiata da alti pini, ho fatto fermare i miei uomini per il riposo e la colazione del mattino. Dopo di che ho scelto dodici uomini, i più magri e i più emaciati della colonna, con un aspetto debole e malaticcio e ho consegnato a ciascuno due bastoni nodosi e solidi, come una gruccia, su cui dovevano appoggiarsi camminando, quando fossero arrivati alla vista dei villaggi. Per completare l’abbigliamento e dare loro qualche somiglianza con i convalescenti degli ospedali, dissi loro di mettere della terra bagnata sui loro volti, dato che la terra, mescolata con il sudore avrebbe formato una specie di crosta. Ho lasciato quegli infelici pendenti su bastoni come stampelle, lamentosi, sotto la direzione di un sottufficiale. Dopo averli truccati così, li ho fatti marciare per vedere se convincevano bene. Abbiamo riso di buon cuore nel vederli imitare, vicendevolmente, i gesti storpi degli elemosinieri agli angoli delle strade. Abbiamo preso l’iniziativa e raggiunto Casamacciole. La 333
municipalità riunita ascoltava con emozione, le mie lamentele sugli invalidi che mi seguivano zoppicando. Ho anche parlato di mia moglie incinta che mi aspettava a Corte. Essi hanno avuto pietà e per dare prova della loro umanità immediatamente, i municipali mi hanno autorizzato a restare tutto il tempo che volevo. Una piccola difficoltà restava ancora da risolvere. Dissi ai municipali che dodici dei miei erano in un tale stato di stanchezza che non mi avrebbero potuto seguire a piedi, e ho chiesto loro per favore, dodici muli per trasportarli fino a Corte. Si guardarono senza rispondere alla mia domanda. Si sentivano in lontananza gemiti e lamenti. I miei dodici malati erano giunti, dolorosamente appoggiati alle stampelle; le donne del villaggio, accorse a contemplare il misero spettacolo, esclamarono: “I Tinti (gli sfortunati), cadono per la debolezza; E so povere mamme se li avessero visti, avrebbero pianto per la loro sorte”. E tutte accorsero portando pane, michette per dare assistenza a questi sfortunati. Questi ultimi recitarono il loro ruolo alla perfezione. Tra questi c’era chi si lasciava prendere pietosamente le braccia doloranti lungo il corpo, senza la forza di sollevarle per prendere i tinelli (tazze) tesi verso di loro. A questi vennero dati da bere i tinelli appoggiati sulle labbra socchiuse e delle giovani ragazze bionde non disdegnavano di sostenerli, con le bianche braccia intorno alla vita per impedirgli di cadere. “Ci sono uomini molto malati”, disse la municipalità, e sotto l’influenza di una forte emozione, decisero all’unanimità di darmi i dodici muli richiesti. Il podestà era disposto a lasciarsi ammorbidire, ma da uomo pratico, calcolò le accuse e vide che c’erano compensi da dare ai proprietari di quei muli se fossero stati danneggiati. “Signor Capitano, disse gravemente, la mia emozione alla vista della sofferenza di questi sfortunati soldati storpi, prima mi ha impedito di considerare alcune difficoltà che potrebbero sorgere se dovessi accogliere la vostra richiesta. E ‘impossibile per oggi avere dodici muli. Quasi tutte le persone sono sulle montagne per il pascolo. Dobbiamo aspettare la notte prossima per sapere da loro se sono d’accordo a donare i loro muli”. Dopo aver parlato a bassa voce con la municipalità, ha aggiunto: “Chi pagherà le giornate di trasporto?”. “Il Generale Paoli o il Dipartimento copriranno i costi”. “Allora non c’è nulla da fare, disse il podestà, dal momento che i proprietari di questi muli non acconsentono a dare nulla senza moneta sonante. Siamo stanchi di promesse vuote. Disponetevi come possibile”. Finsi intenso fastidio e dolore profondo. Ho detto loro che ero disperato per prendere la strada di Francardo che avrebbe ritardato di due giorni l’arrivo a Corte ed ero ansioso di unirmi a mia 334
moglie e ai miei figli. Ma se necessario avrei fatto di tutto e avrei preso la strada di Francardo dato che questa montagna mi era proibita dalla debolezza dei miei soldati. Accettarono volontariamente questo progetto che li alleviava dai muli e dalle guide. Il nipote del prete Giuvan Petru che era legato alla famiglia Arrighi mi invitò a venire a casa sua e mi fece mangiare il broccio e bere il latte. Allora andai al convento con tutto il distaccamento. Ci hanno servito formaggio, pane e vino. Dopo un pasto di un’ora, diedi ventidue franchi a chi ci aveva dato cibo e andammo in direzione di Francardo. Il desiderio che avevo espresso di riunirmi alla mia famiglia aveva rassicurato i municipali. Essi videro con indifferenza la colonna passare nel piccolo passo sulla strada per Francardo. Gli storpi chiudevano la truppa, ancora ansimanti con profondi sospiri. A poche miglia di distanza, le stampelle vennero gettate nel fiume e tutti prendemmo il passo celere. In due ore arrivammo in vista di Francardo. Allora feci riunire gli uomini in cerchio intorno a me e lontano da occhi indiscreti, dissi a gran voce le seguenti parole: “Soldati e sottufficiali, miei amici, già conoscete l’ordine del generale Paoli che ci ha comandato di recarci a Corte. Sapete che ha tradito la Francia, di concerto con la maggioranza dei membri del dipartimento. Tutti i buoni francesi si rifugiano a Calvi o Bastia dove sventola il tricolore. Non troveremmo occasione più favorevole per agire con lealtà. Compagni, siete determinati a seguirmi? Non è più il capo che parla, ma l’amico devoto e sincero”. “Sì, sì, seguiremo tuttii”, risposero i coraggiosi soldati. Ci rimettemmo in marcia al crepuscolo. Apprendemmo da un lavoratore che il Ponte Leccia non era guardato. Abbiamo accelerato il passo e il ponte venne superato velocemente. Sulla strada per Ponte Nuovo abbiamo appreso da un contadino che il ponte era stato occupato da gendarmi e contadini. Ho consigliato ai miei di portare un lungo bastone che, al buio, poteva apparire come un fucile. In vista del ponte rallentammo il passo e la colonna passò, silenziosa, sullo spazio stretto. Sono stato l’ultimo ad attraversare il ponte. Osservai la caserma, che piombava nell’oscurità. Tutte le finestre erano chiuse. Sembrava un posto abbandonato. Questo mi ha molto incuriosito e ho saputo più tardi che i gendarmi e i contadini avevano celebrato nel corso della giornata, non so quale santo e un sonno pesante, a causa delle forti libagioni, aveva intorpidito i difensori della patria. Al sorgere del sole arrivammo in vista di Pricoggiu. Lì ho fatto fermare i miei uomini per distribuire il pane e il vino e ho consegnato sette franchi all’ospite. Arrivammo a Bastia alle otto del mattino del 12 giugno, dopo aver scontato nel 335
giro di 50 giorni, alcune centinaia di miglia, nel bel mezzo di un paese insorto, senza perdere un uomo. Fui accolto molto calorosamente dal nostro tenente colonnello il Signor Gemmi che si era rifugiato a Bastia e dal Generale San Martin, che mi aspettò per il pranzo per avere il piacere, così disse, di sentire raccontare la mia odissea. Capitolo Diciotto - La caduta di Calvi e la partenza per Tolone (i soldati Svizzeri imbarcati come prigionieri di guerra). Se avessi avuto più audacia, avrei ottenuto, di seguito a questo, il ruolo di capo di battaglione in un corpo nuovamente organizzato e, con qualche piccola conoscenza che avevo nel corpo militare, avrei fatto carriera. Le cinque compagnie che avevamo formato a Corte furono ridotte a due compagnie indipendenti sotto il nome di Basse Alpi e della Gard, e gli ufficiali delle tre compagnie soppresse rimasero al seguito, senza alcun progresso. Il 19 agosto, siamo partiti per San Fiorenzo e Calvi. Il 16 novembre arrivarono in questa città Ben, C ... e On ... ufficiali municipali di Vico insieme a Giuseppe soprannominato Zerbino, magazziniere di questa località. Avevano saccheggiato i magazzini francesi, da soli o con i loro parenti. Paoli ne chiese la responsabilità e proclamò dei mandati di cattura. Hanno tenuto la macchia un paio di settimane e non potendo giustificare la loro condotta, trovarono svantaggioso restare paolisti e si rifugiarono a Calvi come martiri per la causa francese. Li ho facilmente riconosciuti e ho chiesto loro cosa fosse successo ai fucili che ci avevano tolto a Vico. “Ho le vostre ricevute, eccole”. “Non abbandonateci capitano, in nome di dio delle nostre povere famiglie”. Ho avuto pietà di loro e in loro presenza, ho bruciato le lettere. Il Generale Casabianca era al corrente dei miei recenti viaggi in tutto il paese. Sapeva che avevo alloggiato a Vico e mi chiamò a casa sua per avere informazioni sul loro conto. Erano sospettati, a ragione, di qualche cattiva azione a causa della loro fuga da Vico. Ho risposto in maniera tale da sollevarli dai sospetti e le mie informazioni li rimisero nella condizione di sembrare dei buoni cittadini e dei buoni francesi. A Calvi, siamo stati circondati dai ribelli in modo da non avere nessuna comunicazione con l’interno e dal lato del mare, eravamo bloccati dalla flotta inglese. Siamo stati ridotti a un tale stato, verso la fine dell’assedio, che una gallina si vendeva fino a 36 franchi, un pezzo di munizioni 6 franchi. La carne dei muli che le unità mobili prelevavano ai contadini comunemente si vendeva a tre franchi al chilo, il tutto 336
in denaro e non in assegnati. Due terzi delle case erano crollate sotto le bombe e i colpi dei bastimenti inglesi che si aggiravano nel Golfo. Gli inglesi che avevano evacuato Tolone, il 14 dicembre, si portarono con la flotta sulla costa della Corsica il 19 dicembre 1793. Noi abbiamo evacuato San Fiorenzo il 14 febbraio 1794. I loro numerosi vascelli serravano a blocco le città marittime di Bastia e di Calvi e le assediarono subito dopo, per terra e per mare. Bastia capitolò il 23 maggio 1794 e Calvi il 14 agosto dello stesso anno. Gilbert Elliot, ora lord Minton cognato del ministro William Pitt giunse in Corsica, come commissario del Re d’Inghilterra. Dopo la resa di Bastia si recò a Corte per incontrare il Generale Paoli e parlare con lui dello stato delle cose. Sir Elliot ha detto: “Non c’è dubbio che sua maestà il re di Gran Bretagna nominerà Vostra Eccellenza suo viceré della Corsica”. “Non ho abbastanza merito, Sir Elliot, per occupare questo posto importante. Inoltre la mia età mi esclude dal riprendere in consegna la vita politica. Voglio finire i miei giorni in riposo e pace”. “Allora, vostra eccellenza, mi farebbe un grande servizio nell’indicare al re il mio nome. Il Re prova per Sua Eccellenza una grande stima e nel ricevere la vostra lettera, la mia nomina sarebbe certa”. “Se lo si desidera, sir Elliot, in un’ora, questa lettera sarà fatta”. “Sì, eccellenza, lo desidero, e vi ringrazio in anticipo per il gran bene che mi avete fatto”. Un’ora più tardi, Elliot inviò il suo segretario, Frederic North, da Paoli per prendere la lettera promessa. Non era ancora finita. Due volte con intervalli di un’ora, egli corse al palazzo ed entrò senza ottenere la lettera, tanto desiderata. Finalmente dopo quattro ore, Sir Elliot in persona, andò dal generale Paoli e lo pregò di scrivere la lettera di cui avevano parlato nel loro primo incontro dato che la Bocquetebat attendeva a vela spiegata a Bastia i dispacci da inviare al governo britannico. Paoli, infastidito dalla sua falsa modestia, non poteva fare altro che scrivere, sotto gli occhi di Sir Elliot, la famosa lettera, che gli è valsa questo vice regno dell’isola. Ecco come la politica inglese mise Paoli nel sacco. Senza dubbio c’era un piano comune tra i due fratelli Pitt ed Elliot, prima che quest’ultimo lasciasse l’Inghilterra. Durante l’assedio di Calvi, mi è capitato di assistere all’estremo episodio della resa. Quando noi sfilammo davanti agli inglesi, il colonnello Moor disse al Generale Casabianca: “Generale, perché non avete rivelato tutto il vostro potere?” “Colonnello è tutto lì”. “Come, con così poche persone, avete dovuto sopportare un assedio così a lungo e rigoroso. Avete fatto sortite frequenti che erano di natura tale da preoccupare i nostri avamposti. Cosa è successo ai vostri 337
soldati?” “Gli altri sono morti o feriti e sotto cure ospedaliere”. Il colonnello Moor rimpiazzava, in quel momento, le funzioni del generale Stuart, che aveva come motto - Il Re ha tutto di noi e noi non abbiamo nulla del Re – Questo motto era stato inciso su un diadema che teneva attaccato alla catena del suo orologio. Credo che la sua famiglia discendesse dallo sfortunato Giacomo II, re d’Inghilterra detronizzato da Guglielmo d’Orange. Egli aveva ceduto il comando al colonnello Moor e si trovava nelle acque di Orezza a causa di una grave malattia. Il colonnello guardò incredulo il nostro piccolo numero ed annuì. Non si fidava delle affermazioni del nostro generale e abbiamo dovuto passare un’ora sulla piazza in attesa della relazione del comandante che distaccò due compagnie di granatieri per ispezionare la città e garantire che non ci fosse più nessuno nel presidio. L’ufficiale tornò dopo aver visitato a fondo ogni angolo della fortezza e disse: “Colonnello, il Generale Casabianca ti ha detto la verità. La fortezza è vuota di soldati e l’ospedale è pieno di malati e feriti”. Poi ci hanno permesso di lasciare la piazza e ci hanno condotto sotto scorta al porto, dove abbiamo aspettato i navigli che ci avrebbero trasportato a bordo delle navi britanniche. Dopo nove giorni di navigazione, siamo sbarcati a Tolone l’8 settembre, dopo sedici giorni di quarantena. Il 24 Vendemmiaio, Anno IV, sono stato mandato a Marsiglia dal signor Chauvelin, Commissario di guerra per pianificare la nostra contabilità. La vettura del corriere è stata attaccata da dieci ladri tra Tolone e Ollioules. Hanno preso il mio orologio e 800 franchi in assegnati che avevo nel portafogli e diversi certificati di servizio. Il 9 Frimaio (29 settembre 1794), siamo stati distaccati al Baussat. Il 26 nevoso (15 gennaio 1795) abbiamo ricevuto l’ordine di tornare a Tolone a far parte dello squadrone come truppe d’imbarco. Il Generale Pierre voleva tenermi a Tolone e si dichiarava disposto a fare qualsiasi cosa a questo scopo. Lo ringraziai, dicendo: “Generale, il destino designato per la compagnia delle Basse Alpi, che io comando, è di fare la guerra in mare. Vi prego di non insistere e di permettermi di seguire la fortuna dei miei soldati, buona o cattiva che sia”. Il 2 nevoso (20 febbraio 1795) mi sono imbarcato a bordo della nave “La Alcide”con 74 cannoni. Il 9 dello stesso mese (25 febbraio 1795) salpammo e facemmo rotta lungo la costa tra Genova e Livorno. Il 17 (27 Marzo 1795), in vista del Capo Corso incrociammo il vascello “Berwick”con 17 cannoni, abbiamo requisito la sua bandiera e il suo equipaggio come prigionieri di guerra. Lo squadrone inglese uscì fuori dal porto di Livorno il 22 ventoso e cominciò a darci la caccia. Il giorno dopo, alle quattro del 338
pomeriggio, il “Ça Ira”che si trovava sottovento a Savona, in vista di Alanio sul lato di Ponente, è stato circondato da sei navi inglesi che lo coprirono di mitraglia. La notte precedente, una folata di vento furioso aveva danneggiato i suoi alberi minori, in maniera tale da rendere il “Ça Ira” mal governabile e senza alcuna libertà di movimento. II contro ammiraglio Martin e il deputato Letourneau, della Manche, vedendo la notte arrivare non erano del parere di fare una battaglia navale e inviarono in perlustrazione, la Vestale, fregata che, con manovre abili ed audaci, riuscì a trainare a rimorchio il Ça Ira. La nave Censeur, il più bel veliero dello squadrone, si precipitò a prestare il suo aiuto e presto il Ça Ira fu fuori pericolo, mentre le sei navi inglesi non osavano continuare l’inseguimento al buio. Nella notte nacque una tempesta furiosa che privò la Sans Culottes di 120 cannoni e la costrinse a rifugiarsi nel porto di Genova. L’indomani, il 24 ventoso, o 14 Marzo 1795, alle cinque del mattino la flotta inglese approfittò di un po’ di vento per tagliare la corda del Ça Ira e del Censeur, che nella notte era caduto sottovento. Il Contro Ammiraglio fece segnale alla nave Duchène che teneva la testa della nostra squadra di virare e di venire in aiuto delle due navi. Il Duchène avanzò un po’ e alla fine rimase fermo per mancanza di vento. Si gridava al tradimento. L’ultimo marinaio ragionava sulle manovre con lo stile di un ammiraglio. Tutti si identificavano con la causa nazionale e anche, chi lo crederebbe!, i volontari dell’Esercito criticavano le manovre, anche se non avevano mai navigato. Il Duchène, La Victoire, il Timoléon, ed il Tonnant furono tagliati fuori dalla nostra linea. Il resto della squadra assisteva da lontano al massacro dei nostri marinai coraggiosi. Ci siamo morsi le dita per la rabbia. Il vento era così debole che nemmeno una semplice barca avrebbe potuto navigare e pertanto gli alberi delle nostre grandi vele cadevano inerti e immobili. Le nostre navi si erano difese furiosamente, tra le altre, il Ça Ira e il Censeur. Queste due fecero un fuoco spaventoso e distrussero tre navi inglesi di cui una affondò tra le onde e si incagliò sulla costa, circa alle dieci del mattino. Il Ça Ira subì il fuoco incrociato di diverse navi britanniche. Verso l’una del pomeriggio, perdette il suo terzo albero ed aveva la chiglia piena d’acqua. Al momento del naufragio, dovette abbassare la propria bandiera e si arrese dopo sette ore di una sanguinosa battaglia, dopo aver subito il fuoco di dieci navi inglesi. Il suo capitano coraggioso e valoroso venne colpito da tre ferite gravi, mai non smise mai di rimanere sul ponte ed ordinare la manovra. Fermo e senza paura, non avrebbe voluto mai lasciare il suo posto. Il Censeur ha 339
continuato la lotta, ma alle due del mattino, disalberato e con la stiva piena d’acqua è affondato. Alle cinque di sera, il vento rinfrescava abbastanza per permettere agli inglesi di veleggiare nel Golfo di Genova, trascinando dietro di loro le carcasse delle due navi. Le loro perdite erano più grandi della nostre. Dovevano al mare in calma piatta la loro sanguinosa vittoria. Le nostre navi rimasero spettatrici impotenti della lotta. Le seguimmo, la sera, con un vento favorevole. Ci siamo scambiati un paio di colpi di cannone. Gli ‘inglesi, al vento, navigarono a forza ed evitarono la lotta. Ho osservato con attenzione la battaglia navale e sono stato in grado di assicurarmi che le nostre navi sono più forti e più resistenti rispetto alle loro alle palle di cannone. Le navi inglesi sono più leggere e si voltano facilmente al minimo vento. Questo vantaggio è inestimabile. Permette di evitare o di impegnarsi in un combattimento. In questa lotta, siamo rimasti avvolti, per un certo tempo, in una nebbia di fumo di polvere che nuoceva alla precisione del tiro. Gli inglesi manovravano allo scoperto e sparavano le loro bordate. Se avessero avuto il vantaggio, avrebbero continuato il fuoco con il cannone. In caso contrario, si giravano di bordo e la leggerezza delle loro navi e le loro immense vele li distanziavano da noi facilmente, per la superiorità della loro marcia. Siamo arrivati il 27 ventoso, 17 Marzo 1795 alle Isole Hyeres. Il 1° Germinale, siamo stati raggiunti dai Sanculotti e quella stessa sera, arrivammo nel porto di Tolone. Il nuovo squadrone contava 19 navi di alto bordeggio e 9 fregate, 1 ° l’Orient ex Sanculotte con 130 cannoni e 4 obici; 2. La Victoire, il Tonnant con 84 cannoni; il Duchène, L’Alcide, il Barras, il Guerrier, il Conquérant, il Généreux, L’Heureux, il Timoléon, il Mercure, il Berwick, il Jemmapes, La Révolution e la Tyrannicide tutte con 74 cannoni. Le ultime sei erano giunte da Brest. Inizialmente abbiamo fatto vela verso Port Mahon e da lì ci siamo mossi in crociera verso le isole e la costa italiana. Il 19 Messidoro (7 luglio) abbiamo seguito una nave e due fregate in vista del Capo Corso. Li avremmo costretti a gettarsi sulla costa se il rappresentante del popolo Niou non avesse appreso dalla fregata Artémise che la flotta inglese stanziata a San Fiorenzo, si stava preparando a salpare. Ordinò di virare. Mentre dormivamo. Durante la corsa alle tre navi inglesi, senza ordine, con marcia a volontà, ho osservato che la velocità di una nave dipende in gran parte dalla disposizione della stiva. Quando il peso è ben distribuito e bilanciato, la nave è pronta a manovrare più facilmente e segue i movimenti del timone e l’impulso delle vele spiegate al vento. Nella nostra prima uscita, la nave era pesante nel suo 340
cammino e seguiva a fatica le altre nonostante avessero metà delle vele al vento, mentre le nostre erano spiegate completamente. Al nostro arrivo a Tolone, venne cambiato il direttore d’arsenale. Nella battaglia in questione la nostra nave era la sesta nella prima divisione. Al segnale di marcia libera, quando il nostro capitano vide che la nave tagliava il mare; ordinò di gettarci sotto vento e, in pochi minuti abbiamo preso la testa dello squadrone. Il cambiamento operato nella stiva aveva avuto effetto. La sera del 24 termidoro (12 luglio) abbiamo avuto un colpo di vento così violento che l’acqua entrava dal babordo ed usciva dal tribordo. Il giorno successivo, 13 luglio 1795, trovandomi di quarta, mi pareva di essere nel mezzo della foresta di Vizzavona. Non appena si schiarì il cielo, ho capito che eravamo mescolati, di male in peggio, con la flotta inglese. Gli inglesi erano sorpresi come noi e navigarono verso la Corsica per tornare contro di noi in ordine di battaglia, dopo aver riunito il loro squadrone. Noi ci siamo diretti lungo le coste della Francia, ma non siamo riusciti ad organizzare la battaglia. Gli inglesi contavano ventitré navi di linea, tra cui sei a tre ponti. Non appena presero contatto con il loro squadrone di Corsica, gli inglesi fecero virare a poppa i loro bastimenti e si diressero verso la nostra direzione, a vele spiegate. Il nostro contro ammiraglio fece segno di spiegare le vele, non appena questi fossero in vista. Il signor Dumesnil, il nostro maggiore dei segnali, ha compreso un altro segnale, quello di stazionamento, ed ha ordinato di ripiegare le vele. Le quattro navi che erano dietro di noi, ci raggiunsero. Il capitano, salito sul ponte, chiese la spiegazione di questa falsa manovra. Gli fu detto che il ripiegamento delle vele era dipeso dal segnale convenuto. In un lampo navigammo a vele spiegate e saremmo sfuggiti agli inglesi se il vento non fosse calato. Eravamo a poche miglia dalle coste della Francia, verso Frejus, quando la nave inglese, la Vittory venne verso di noi a distanza di un colpo di fucile, e tirò verso la nostra nave un colpo di polvere di cannone per garantire la sua bandiera. Abbiamo issato la bandiera francese. Allora la Vittory ha lanciato tre bordate e per quasi quattro ore, noi abbiamo subito il fuoco di quattro navi britanniche. Avevamo già più di trecento uomini feriti nella stiva, o persi in mare, da quando il fuoco era sopraggiunto su tre lati della nave. Anche se per fuggire avevamo abbandonato la batteria, gli inglesi non cessavano di coprirci con la mitraglia. L’acqua di mare che gettavamo sulle fiamme sembrava bruciare ancora più del catrame. In preda alla disperazione, inondammo la Santa Barbara o polveriera, per ritardare l’esplosione. Durante il combattimento, avevo ricevuto un infortunio al gomito 341
destro, un altro alla gamba e fui colpito da un forte dolore alla coscia sinistra. Mi hanno portato tra i feriti. Il signor Rouquet, chirurgo maggiore, voleva tagliarmi il braccio destro, dato che l’osso non teneva più; Gli ho risposto: “La morte mi avrà tutto intero”. In seguito giunse il nostromo in uno stato pietoso, tra le braccia di un marinaio robusto. Aveva entrambe le gambe spezzate. Il chirurgo maggiore mi ha lasciato al signor Julien, suo aiutante e ha cominciato a segare le ossa dello sfortunato. Julien mi rivestì e andai sul ponte. Tre navi inglesi fecero triangolo sull’Alcide, a dritta, a poppa e a babordo. I primi due sparavano sui fianchi, i colpi della terza convergevano sulle porte e sulle batterie, una ad una, in modo che una palla ci faceva più male che sessanta tirate altrove. Le fiamme che lambivano le nostre corde e i nostri punti nodali facevano temere agli inglesi di poter essere danneggiati dall’esplosione imminente della nostra santa barbara e ci abbandonarono. Le nostre corde bruciate o tagliate dai cannoni del nemico non consentivano più di fare alcuna manovra. Le nostre vele erano appese a brandelli e consumate localmente; le scialuppe avevano perso la loro guida, le vele e i remi erano a pezzi galleggianti sulle acque. In questo pericolo imminente, molti si gettarono in mare e scomparvero sotto ai nostri occhi, quasi tutti per le bruciature che li avevano raggiunti alla testa; questi sfortunati stavano nuotando nel bel mezzo di un groviglio inestricabile di corde e pezzi di legno alla deriva, che li battevano violentemente a causa delle grandi onde di un mare turbolento. Quando abbiamo visto i migliori nuotatori affondare tra le onde perdemmo ogni speranza. Intorno a noi diverse imbarcazioni, amiche o nemiche. Le nove navi inglesi che ci avevano travolto con i loro colpi, si allontanarono verso nord-est e il grosso del nemico dall’ala di sud ovest. La nostra squadra a vele spiegate, cercava di guadagnare il Golfo Jouan e il fuoco che attaccava la Sainte Barbe, che già fumava. Dalla massa di acqua che la ricopriva emergevano dei densi fumi neri fino a quando delle polveri maleodoranti ricoprirono la nostra nave e noi stessi. In questa terribile situazione, non sapendo nuotare e ferito da diversi infortuni avevo perso ogni speranza di salvarmi. Incrociai le braccia sul ponte contemplando con sguardo terrorizzato lo spettacolo del fuoco e dell’acqua. Mi stavo preparando a morire rassegnato e tranquillo. Il signor Bourdet, tenente disse al signor Leblond di Saint Hilaire, il capitano, che era giunto il momento di fuggire. Quest’ultimo, con il coraggio di Leonida rispose freddamente: “La legge mi impone di essere l’ultimo nel pericolo. Devo stare qui nella mia posizione fino a quando uno solo dei membri dell’equipaggio è in 342
pericolo”. “Ma quale aiuto può dargli?”disse Bourdet . “ Nessuno” rispose il capitano. “Tutto quello che so è semplice: morire o fuggire con il mio ultimo marinaio”. Queste sono state le sue ultime parole; saltò in aria con la nave. Circondato dalle fiamme, dissi al signor Isambard, capitano del reggimento di Vermandois “gettiamoci in mare, faremo una morte più dolce con l’acqua che dal fuoco”. Egli sperava ancora che gli inglesi avrebbero inviato alcune barche per salvarci e si rifiutò. Scesi attraverso la batteria e mi aggrappai ad una porta per buttarmi in mare. Poi ho visto molti naufraghi che, come me, non sapevano nuotare, aggrapparsi esteriormente alle corde da combattimento. Mi spogliai e finché ho potuto, mi lasciai scivolare nel mare, dicendo: “Che Dio abbia cura della mia anima e della mia famiglia”. L’acqua fredda mi ha fatto rivivere; Mi sembrava di sentire una voce che mi diceva “fai un movimento e sarai salvo”. Mi sono ricordato che i mozzi battevano i piedi e le mani quando nuotavano nel porto di Tolone. Ho fatto lo stesso e sono andato fino alla superficie. Arrivato nella parte posteriore della nave, ho visto il piombo che scorreva dalla galleria della stanza del capitano. Ero spaventato perché quel poco che ne ho ricevuto sulla testa sembrava stesse per aprirmi il cervello. Mi allontanai. Davanti a me, degli uomini a cavalcioni su un albero maestro, usavano le mani come remi. Ho gridato per chiedere aiuto. Un combattente della mia compagnia, chiamato Flick, ha riconosciuto la mia voce e ha esortato i suoi compagni a fermarsi. Sono riuscito a unirmi a loro. Eppure correvamo ancora un grave rischio e i nostri cannoni ci minacciavano con un reale pericolo. La nave si muoveva per la forza delle onde e come veniva comunicato l’ordine di sparare dalla guardia, si sentiva il suono del cannone e le palle che fischiavano vicino alle nostre orecchie. Dopo un’ora e un quarto di viaggio sull’albero maestro, la polveriera Alcide prese fuoco e metà della nave saltò in aria. Gli uomini che erano a bordo, dopo essere stati lanciati in aria, subito cadevano pesantemente tra le onde, per non riapparire più! Ciò che restava del vascello stava andando alla deriva in balia delle onde. Siamo stati subito prelevati da una nave napoletana, il Guiscardo, comandata dal signor Spluger; brigadiere dell’esercito del Re; la squadra napoletana che era sotto il suo comando; era composta da 4 unità e navigava in compagnia della flotta inglese. Arrivati sul ponte del Guiscardo tutti si preoccuparono delle nostre ferite e mi hanno dato una giacca e dei vestiti per abbigliarmi. Mi è stato detto che non appena si vide l’incendio dell’Alcide, venne dato ordine di gettare in mare tutte le scialuppe dei vascelli e delle fregate napoletane e di venire in nostro 343
aiuto e che l’ammiraglio Hood stava freddamente distante impedendo ad ogni imbarcazione inglese di allontanarsi dai loro vascelli. Il giorno successivo, il 16 luglio, il Maggiore della squadra napoletana è venuto da me e mi ha chiesto se avevo dei parenti che servivano a Napoli. Alla mia risposta affermativa e dopo aver saputo che ero il nipote di Ambroise Germain Simeone, colonnello della Guardia Svizzera e Jacques Simeone, capitano della stessa guardia, entrambi compagni e amici di Pasquale Paoli, che spesso mi aveva parlava di loro, mi ha lasciato per tornare presto e dirmi: “Il signor generale Splüger è stato legato d’amicizia con i vostri zii e vi prego di accettare il vestiario che vi invierà tramite un suo domestico. Lui in persona, se le occupazioni lo permetteranno, verrà a trovarvi quest’oggi”. Non ho ricevuto questa visita, ma il pacchetto mi è stato consegnato, e aprendolo ho scoperto che conteneva sei camicie, sei fazzoletti e quattro paia di calze, due in seta. Abbiamo ricevuto tutti il benvenuto su questa nave e siamo stati l’oggetto delle attenzioni più delicate. Dopo aver trascorso nove giorni su quella nave, ci hanno consegnato agli inglesi su loro richiesta, che ci hanno tenuto prigionieri di guerra fino al 27 frimaio, anno IV. Il 24 luglio, siamo stati relegati sul Ça Ira che ancorava nel Golfo di San Fiorenzo. Potemmo stabilire, quindi, che solo 89 uomini dell’equipaggio dell’Alcide erano sopravvissuti al disastro e 646 uomini erano stati uccisi dal fuoco o per annegamento. Due giorni dopo, un ufficiale inglese è venuto a trovarmi in ospedale; era fluente in francese senza accento straniero. L’ho preso per un emigrante, ma poi ho saputo che era stato educato presso il Collegio di Saint Omer. Ha parlato con me in un modo amichevole e accogliente: “Sembra che i francesi siano nella convinzione che noi facciamo la guerra per restaurare la monarchia”. “Non ne so nulla. Da diversi anni ho lasciato la Francia a presidio in Corsica e dopo la guerra, ho sempre fatto parte delle forze armate o della flotta”. “Riceviamo il Monitore tutte le settimane a bordo. Credono, i francesi, che ci siamo mossi in guerra per dare loro un re. Si ingannano stranamente; Noi siamo i nemici naturali dei francesi ed è pari per noi distruggere i monarchici o repubblicani. Questo diminuisce o indebolisce la loro nazione”. “Signore, farei del male al tuo popolo sospettando la sua lealtà. Non posso credere ad una tale politica perversa e crudele. Sono consapevole che la maggior parte di coloro che ci hanno assediato a Calvi erano degli emigrati francesi fuggiti da Tolone. Non è possibile che gli inglesi, dalle buone intenzioni, possano volere la morte di coloro che li servono”. “Vi sbagliate, essi lo desiderano. E ‘l’obiettivo della 344
nostra politica. Machiavelli ci insegna che i partiti si uniscono in uno stato per nuocere ad un terzo. Siamo le due nazioni più bellicose e nella vittoria o nella sconfitta, vincitori o vinti, noi manteniamo un odio secolare, retaggio dei vecchi tempi. In guerra sono acerrimi nemici e in pace, amici infidi. Noi, realisti? In verità, si può pensare? Non è il re Luigi XVI ci ha fatto perdere gli Stati Uniti d’America, il gioiello della nostra corona coloniale?”. Queste strane considerazioni sugli eventi da parte di un ufficiale inglese mi hanno dato molto da pensare. Quando fummo guariti dalle nostre ferite, siamo stati condotti sotto scorta, a Corte. Il Convento di San Francesco ci fu assegnato come residenza; eravamo 375 prigionieri, di cui 75 ufficiali. Una sera, mentre camminavo con il Signor Coudet capitano del Ça Ira, gli ho dato un resoconto della mia conversazione con l’ufficiale inglese. Mr. Coudet proviene da Bayonne e parla un buon inglese. Egli disse: “Il tuo ufficiale non è serio, ha la mente eccitata dalle passioni del momento”. Tre settimane dopo il signor Boerio, padre, ha ricevuto la Gazzetta Toscana in cui erano narrati gli eventi di Quiberon. Gli inglesi hanno sparato la mitraglia sugli emigranti sfortunati che avevano condotto lì per sollevare l’Occidente. Sono morti migliaia di uomini appartenenti alla élite della nobiltà francese. Il signor Boerio mi ha mandato questo giornale e quelli che seguirono. Dopo aver letto la storia della carneficina, il signor Coudet esclamò: “Simeone, l’ufficiale inglese che avete incontrato sul Ça Ira conosceva meglio di me la politica del suo governo. Certo, ordini segreti sono stati dati all’ammiraglio inglese per massacrare questi sfortunati dato che non erano riusciti nei loro tentativi di rivoluzionare il paese in favore del re”. Gli inglesi, a prescindere dal nostro grado, ci davano 24 soldi al giorno. Ho avuto modo di prendere i miei pasti con la famiglia e tutti gli altri ufficiali li prendevano dal signor Pochon per un franco al giorno. Quelli che mangiavano allo stesso tavolo pagavano 60 soldi. Questo capo d’albergo era molto generoso. Simpatizzava con la difficile situazione dei prigionieri e sapeva che avevano la borsa leggera. Gli ufficiali non sono stati gli unici a ricevere i segni della sua umanità. Semplici marinai trovarono in lui un amico, un benefattore. Ha facilitato la fuga di un centinaio di loro, e gli ha dato cibo sufficiente per arrivare alla Padulella e là, la guida doveva dare a ciascuno di loro uno zecchino per pagare il passaggio sulla feluca napoletana che li portava a Caprara. Il nostro viceconsole francese li accolse con umanità e li rimpatriò a Marsiglia.. 345
Capitolo Diciannove - L’occupazione britannica della Corsica (La vendetta di Memè Agostini detto Tigrinu). Mi accingo a raccontare le varie vicissitudini del dominio britannico e farò anche menzione di eventi specifici che potrebbero far conoscere quest’epoca di disordini. Ero in una posizione ottimale per poter essere edotto di ogni avvenimento. Dai miei parenti passavano spesso i notabili di Corte, per trascorrere insieme le lunghe serate invernali. Corte era all’epoca la città capitale in cui si risolvevano, nelle consulte, i destini della Corsica. In queste conversazioni familiari, ho appreso molte notizie e le mie informazioni sono preferibili a quelle dei giornali del periodo. Lo stendardo della rivolta contro la Francia fu sollevato nel maggio del 1793. Il Generale Paoli affermava apertamente che la Francia era perduta e correva alla rovina, guidata dalle misure folli del Comitato di salute pubblica. Si erano scatenati contro di lei i re e il popolo. La guerra sarebbe finita con la sua disfatta e lui era certo che Genova avrebbe beneficiato di qualche trattato per tornare di nuovo in Corsica e avviare l’odioso e pernicioso regime del passato. Queste parole avevano il dono di portare al suo più alto grado l’odio dei contadini contro la Francia di cui si criticavano le persecuzioni religiose e il trionfo dell’ateismo. Alla chiamata di Paoli, la Corsica ha risposto con l’invio di delegati primari che seguirono centinaia di contadini armati. Corte si riempiva quotidianamente di nuovi venuti, desiderosi di apprendere le novità. Le piazze e le strade erano piene di una folla piena di un oscuro entusiasmo. Si parlava con animazione dei francesi e degli inglesi. La nota dominante era l’amore della novità e l’odio del nome francese. Preti e monaci erano in viaggio con crocifissi, gesticolando e ricordando gli insulti ai padri della religione da parte di un governo prevaricatore. La gente applaudiva e pronunciava grida di maledizione contro i francesi. Alcuni di questi contadini vivevano in case private. Gli altri hanno dovuto costruire delle tende alle Porette e ai Capuccini. Hanno portato con loro molte donne e bambini e la Pievi sembravano essersi spopolate per accorrere a Corte, come nei grandi giorni della lotta anti genovese. Il 20 maggio, il sole splendeva in un cielo senza nuvole. La piazza del Convento di San Francesco venne invasa dalla moltitudine. Alcuni salivano sugli alberi per vedere meglio e sentire. I tavoli erano allineati nel mezzo con posti a sedere tutto intorno. Le Guardie corse, incaricate di mantenere l’ordine, respingevano i curiosi pregandoli di lasciare aperta la via per 346
permettere all’assemblea di deliberare. Apparve Paoli, seguito dai membri del dipartimento, dai rappresentanti dei Comuni e da alcuni ufficiali inglesi inviati in missione dall’ammiraglio Hood. Il popolo si alzò in piedi, sollevava le braccia brandendo fucili, e le grida uscivano dai petti: “Evviva Paoli, evviva la Patria”. A un singolo suo gesto ci fu il silenzio e Pozzo di Borgo salì una piattaforma. Stava per parlare. La sua alta figura sembrava smisurata. La sua carnagione bruna, i tratti affilati, i suoi gesti sobri e incisivi, dirigevano a sua discrezione quella folla rabbiosa e la calmavano a piacere sotto l’effetto della sua eloquenza. Dalle prime parole aveva conquistato il pubblico e la sua vibrante voce arrivava anche a quelli che erano più distanti. Disse in sostanza: “Popolo corso, onorevoli rappresentanti della Terra dei Comuni, le ore della Francia sono contate ed è l’ultimo giorno in cui ci si possa dire francesi. Quale nazione ha colmato la misura rispetto a questa Francia? Lei ha insultato le nostre credenze religiose, la nostra antica fede cristiana [sì, sì] Questo per quanto riguarda il presente. Ricordate, patrioti, i Marboeuf e i Lionville che hanno portato alla morte i cittadini la cui unica colpa era quella di aver difeso la Patria. Essi agivano verso di noi come padroni e signori delle terre e delle città. Il loro titolo su questa isola, orgogliosa dei suoi diritti e della libertà, si reggeva sulla vendita genovese, odiosa parodia di una iniquità senza precedenti. Il nostro sangue, versato per secoli, l’odio della tirannia, protesta contro questo trattato infame di Genova come arbitra dei nostri destini [abbasso Genova, abbasso i genovesi]. Speravamo che le nuove istituzioni francesi ci potessero dare la libertà. E ‘stato un richiamo deludente, ben presto svanito nelle tempeste rivoluzionarie. Questa nazione manca di saggezza e compostezza. In tempi recenti, ha dato prova di una vera aberrazione di ogni principio politico e religioso; Ha glorificato l’ateismo e osa chiamare a testimoniare, per alto tradimento, il padre della patria, il nostro glorioso Paoli, qui presente. Mi è stato fatto l’onore di fargli compagnia durante il viaggio verso la morte col boia. Coperti con il sangue dei re, dei nobili, dei preti, i proscrittori aspettavano noi. Noi siamo degli uomini liberi. I Patrioti corsi ci hanno nominato per essere difensori dei loro diritti e non vittime della tirannia. Oggi siete invitati a manifestare nella Consulta le vostre libere simpatie. Sua Maestà il Re di Gran Bretagna ci concede la sua protezione e la presenza dei delegati britannici vi garantisce, da parte del loro sovrano, le sue intenzioni benefiche. Con un patto solenne, se volete, la nazione corsa si unirà al popolo inglese, dopo di noi il più fiero e libero del mondo [sì, sì]. Viva gli 347
inglesi, viva Re Giorgio, Viva Paoli, padre della patria”. Pozzo di Borgo scese dal palco e si sedette in mezzo ai deputati della nazione. Paoli poi si alzò e disse: “Cittadini ci impegniamo a che una costituzione libera governi la Corsica con il protettorato di Sua Maestà Re Giorgio. Diventiamo fratelli e non sudditi della Gran Bretagna”. Improvvisamente le campane del monastero risuonarono. Quelle delle chiese della città suonarono a distesa subito dopo. I Moschetti sparavano a tuono e i contadini, senza ordine e a tumulto, circondarono l’assemblea, mentre i deputati apponevano la propria firma all’atto di unione con il popolo inglese. Paoli si alzò. Immediatamente le guardie si aggirarono attorno, dicendo: “Disponetevi in ordine per seguire il generale. La seduta è tolta”. Paoli ha guidato la marcia, seguito da un lungo corteo di funzionari e deputati. Sorrideva e parlava con aria amichevole con i delegati inglesi. Dietro il corteo apparvero i battaglioni corsi, con le armi alla mano, in costume nazionale, con i giacchetti in pannu corsu, le bragghe, la cartucciera con il lungo fucile e lo stilo, indossando la berretta mijia. Ogni pieve si era riunita e marciava in ordine di battaglia. Per non suscitare la gelosia, venne fatta la chiamata delle Pievi in ordine alfabetico. Così venne organizzata la marcia militare. Il battaglione cortenese spiccava fra tutti per gli uomini alti dalle forme atletiche. Si sentiva che lì c’era l’anima della Corsica, quell’anima forte e inflessibile, che mai aveva abbandonato la sua fede e la sua libertà. Paoli venne accompagnato al Palazzo, tra applausi e cariche di moschetto. Le donne, al loro modo, gettavano manciate di riso. Davanti al palazzo, ha ringraziato il popolo corso del suo impegno nei confronti delle idee di ordine e di libertà, e si è ritirato nelle sue stanze, lasciando i delegati dei comuni scambiarsi opinioni sugli eventi del giorno. Dopo la partenza dei contadini, Corte aveva ripreso la sua solita calma. Ognuno restava a casa, in attesa degli eventi. Paoli rimase chiuso nella sua cella del Convento di San Francesco e tornò la sera del 20 maggio. Era preoccupato e pensoso. Il futuro non gli apparve in colori luminosi. Meditava sulle vicende di questi tempi difficili e la perdita dei suoi migliori amici. Bonaparte, Saliceti, Cervoni, avevano acquisito le idee francesi. Quest’ultimo, nelle sue lettere, aveva risposto: “Non voglio altro paese della Francia”. I Pumuntichi erano numerosi e irrequieti. Vennero visti a gruppi intorno alla città, con aria altezzosa da conquistatori.. Pozzo di Borgo li ha chiamati dai paesi di Alata e Cinarca per occupare i posti migliori del Governo. Fa il buono o il cattivo tempo con il viceré che lo tiene in grande considerazione. Non so quali fossero i suoi problemi con la 348
famiglia Bonaparte. Ne parlava con disprezzo: “Familiaccia, diceva, sempre rivolta al lato del sole che sorge”. Ho avuto la fortuna di vederlo a una serata da Panattieri. Era un incantatore. Seduceva con la originalità delle sue idee e il suo spirito incisivo e brillante. Dopo il suo congedo uno della società disse, “Hai sentito? Quando parla sia gli amici che i nemici subiscono il fascino del serpente. Se diventa il confidente del re, avrà tutto il potere nello Stato. Paoli ha buone ragioni di cui temere: Lui stesso ha presentato il lupo alle pecore”. Era facile capire che una tale situazione non poteva durare. Gli inglesi ancora non sapevano a quali esigenze li avrebbero portavati i loro nuovi fratelli. Bisognava avere la saggezza del re Salomone per presiedere il destino dei Corsi, turbolenti e stravaganti nelle loro rivendicazioni continue. C’è un solo uomo al mondo capace di governarli, è Paoli e gli inglesi non sembravano sospettarlo. Il Viceré Elliot presto si rese conto di stare camminando sulle sabbie mobili. Sua Maestà Re Giorgio, non cedendo il titolo di viceré a Paoli e non avendogli dato il governo dell’isola, ha condannato a morte il dominio britannico sull’isola. Il futuro lo dimostrerà. Mi capitava spesso di camminare nelle gole della Restonica. I sentieri erano coperti di inglesi e di giovani bionde, a colpo di cigno. Anche da sole, si aggiravano intorno e salivano le vette con agilità. Facevano la scalata del Monte Rotondu e non avevano paura a condizione di avere una guida del paese. Il 1 ° gennaio, ho partecipato a una grande rassegna dei tre battaglioni corsi alle Porette in presenza del Viceré e del Generale Stuart. C’era una grande folla intorno ai soldati. Dopo gli esercizi, che erano meravigliosi per entusiasmo e precisione, hanno gridato “Alt, fermate le linee”. Il Generale avanzava per rivolgere alcune parole ai soldati, quando un uomo ha lasciato le fila e, nonostante le grida di richiamo dei sergenti, è passato sul fronte di una compagnia e si è fermato davanti a un giovane ufficiale, di alta statura, che si teneva eretto, appoggiandosi sulla sua spada. Gli ha detto: “Mi conosci tu?” E prima che l’altro facesse una mossa, ha trafitto il suo cuore con un lungo stilo, che aveva nascosto nella manica della giacca. Poi con l’arma insanguinata in mano, ha lanciato un grido da tigre ed è fuggito sul fianco della montagna. La folla si aprì davanti a lui, terrorizzata o per connivenza, e presto scomparve nella boscaglia di Corbu. Il tenente della compagnia avrebbe voluto sparare e correre dietro all’assassino. I capi lo pregarono di non fare nulla per paura di un conflitto con la folla eccitata che gridava: “Ha fatto bene a uccidere il seduttore della sorella”. Ho riconosciuto nel giovane assassino Memé, detto il Tigru, nipote del 349
prete Settembrinu, l’eroe della piazza del mercato, che con la sua ascia aveva tagliato il braccio del marsigliese. Un’ordinanza di non luogo a procedere aveva prosciolto lo zio e il nipote dall’accusa di omicidio e tentato omicidio per motivi di auto-difesa. Il giovane Memé non ha esitato durante la revisione, di pugnalare il seduttore di sua sorella. Un bambino era nato dal loro amore, povera creatura, destinata a vivere tra gli assassini di suo padre! La Corsica sfortunata non cesserà mai di lamentarsi per la sorte dei suoi figli che si trucidano senza pace. Io odio la vendetta e voglio che si eriga la forca nelle piazze per stringere il collo degli assassini, senza ammettere circostanze attenuanti. I debiti di sangue si perpetuano di padre in figlio. Così periscono le famiglie e se un orfano sopravvive a questi macelli, poi trascina miseramente una vita errante, senza avere più nel suo villaggio natale nemmeno una casa dove posare il capo. Ecco come prende inizio una vendetta. Le due famiglie, Agostini e Donati, della Casabianca, erano potenti per clienti e parentela. Dio ci allontani dalla terribile vendetta. Purtroppo in questi tempi di desolazione, nessuno può pretendere di essere al sicuro dai suoi colpi! Il caso del nipote del prete Settembrinu è stato rapidamente istruito. Memé, condannato a morte in contumacia, si rifugiò nella boscaglia di Aleria. Avevo dimenticato questo incidente, quando una sera, alla veglia presso il Vicario Generale Arrighi, mio parente, è apparso il prete Settembrinu, dall’aria sempre orgogliosa e altezzosa. Con noi, è stato ben presto a suo agio. Il suo viso si illuminò con un sorriso. Ha visto che abbiamo compatito la sua sventura e ci siamo baciati, dicendo: “Che disgrazia”.“Ah, sì, è stata una grande disgrazia! Ma lui lo voleva. Lo abbiamo amato come un figlio. Era il fidanzato di Nisa. Il vigliacco! Ha abusato di lei e poi l’ha abbandonata, adducendo la scusa che la dote non era sufficiente. Che cosa avreste fatto al mio posto?” Rimasi in silenzio mentre il vicario generale Arrighi si fece il segno della croce dicendo: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Monsignore, tu sei un santo. Le tue virtù evangeliche ti elevano al di sopra della terra e ti portano in cielo. Beati coloro che sono indegni della vendetta. Se tu conoscessi quali torture morali sperimentiamo quando vediamo passare, al nostro fianco, l’insultatore battere il marciapiede, con l’aria arrogante. L’inferno non può immaginare una tortura più crudele, escludendo i rimbecchi dei vicini che non finiscono mai. Spesso ho sentito sussurrare al mio fianco “Teni o tu bastardu”. “Mio povero Agostini, io sinceramente ho pietà di voi, ma non mi avete ancora detto la ragione della vostra venuta. Parlate. “Mio signore, la 350
mia visita, infatti, ha uno scopo religioso e mi puoi aiutare se ti degni di supportare tale supplica al Monsignor Vescovo di Ajaccio”. Il Vicario generale lesse sorridendo. “Prete Settembrinu, ti prometto che questo accadrà e che in otto giorni si benedirà questo matrimonio”. Quando il sacerdote Agostini andò via, il vicario generale Arrighi mi ha dato la supplica. Non appena ho letto, i costumi dell’isola mi apparvero in una visione di morte e di amore. Memè voleva sposare nella cappella della macchia la bella Chiarina e il prete Settembrinu nella sua petizione al vescovo chiese il permesso di celebrare il matrimonio. Alla mia domanda per sapere cosa fare, il vicario generale mi ha detto: “Sosterrò questa richiesta con raccomandazione espressa e non dubito del permesso del Monsignore”. Infatti otto giorni dopo il permesso è arrivato e il prete Settembrinu si recò nella pianura dove ha celebrato nella cappella della macchia il matrimonio di Memé e Chiarina. Vivranno condividendo il loro tempo tra la pianura e la montagna, senza paura dei gendarmi. Chiarina seguirà il marito nelle emozioni della vita fuorilegge. Vuole condividere i pericoli che può correre e morire al suo fianco se il destino giudica così. Capitolo Venti - La figlia del generale Stuart è salvata da un incidente mortale. Oggi non si parla di altro in città che dell’incidente accaduto durante l’ascesa al Monte Ritondu dal generale Stuart e da sua figlia. Pedinellu fratello di Chiarina, è sollevato in aria e tutti gli inglesi qui, lo vogliono vedere e stringergli la mano. La giovane Miss Stuart lo presenta ai lord e agli ufficiali come un salvatore e dice che gli deve la vita. Pedinellu, tranquillo, riceve tutti questi tributi con indifferenza. Sorride quando la bella inglese gli prende il braccio familiarmente per farlo sedere al suo fianco. Avrebbero voluto tenerlo a cena. Lui ha rifiutato, dicendo che voleva andare quella sera in montagna a mungere le sue capre all’ovile. Il generale gli ha offerto un fucile d’oro. Teneva la mano chiusa e sembrava imbarazzato. Alla vista di una carabina così preziosa, riccamente intagliata, disse allegramente: “Questa è una grande arma”. “Spetta a voi”. “Davvero”e la maneggiava con amore, facendo ridere le batterie. “Generale non me ne separerò mai in ricordo di Voi e della giovane signorina”. La ragazza disse, “E da me, non volete accettare niente?” “No, signorina, se non il vostro grazie”. “Almeno, ha detto il generale, abbracciate colei che avete salvato dalla morte. Questo bacio rimarrà come un ricordo della vostra buona azione”. La 351
ragazza si fece avanti, con le guance arrossite. Pedinellu leggermente strinse le labbra e uscì agitando il fucile e gridando “Viva Stuart e la sua damigella”. Ecco cosa è successo. Il Generale Stuart, ansioso di vedere le montagne aveva chiesto a Paoli, suo amico, delle guide. Guidato da Pedinellu, era partito la mattina del 25 luglio. Egli seguiva, con sua figlia, i sentieri della Restonica, all’ombra dei boschi. Entrambi erano a cavallo, su dei muli, a passo rapido, rendendo il cammino gradevole, senza mai inciampare sulle pietre del sentiero. Altri animali carichi di viveri seguivano, da lontano, la marcia. Pedinellu, in testa, non lasciava mai la giovane donna, per rimuovere gli alberi o rotolare una grande pietra che ostacolava il percorso. Con l’ascia tagliava i ramoscelli o li alzava. Poi diceva alla giovane ragazza: passate. Alle dieci giunsero a Timozzu dove Chiarina, avvisata, aveva servito il pranzo ai nobili stranieri. L’aria frizzante di montagna aveva aperto il loro appetito. Trote, frittelle e il broccio erano esposti su tavole, sostenute da sgabelli, attorno al quale erano stati collocati grandi pietre come sedie. I piatti erano primitivi. Piatti, cucchiai e forchette erano di legno. Il generale brindava con i pastori e lo si è visto assaggiare diverse bottiglie di vini pregiati. Gli inglesi di solito non fanno il riposo pomeridiano e la giovane signora corse, gioiosa, nelle radure accompagnata da Chiarina che le indicava le cime circostanti e i luoghi in cui ci sono i laghi, le riserve di acque gelide della Restonica e del Tavignano. La giovane donna, quando si sentì stanca si sedette con Chiarina sul prato verde, e le chiese di cantare un paio di canzoni. Senza farselo ripetere, quest’ultima ha cantato la ballata d’amore del bandito che sospira alla sua amica “Vieni, fanciulla, a tenere compagnia allo sfortunato fuorilegge. La notte contemplo le stelle luminose con malinconia, mi ricordano i tuoi begli occhi neri. Vieni a condividere il mio letto nella brughiera? Sì, mio amato, io verrò, gioiosa, a vivere al tuo fianco quando il sacerdote avrà benedetto la nostra unione e santificato nostri amori. La Vergine Maria, mia signora, non vuole che io metta al mondo dei figli prima della benedizione e del consenso di mio padre e mia madre”…. Così la canzone ricordava le profusioni tenere e malinconiche delle promesse scambiate nella solitudine della macchia tra Chiarina e Memé. “Oh, se mio marito fosse qui, avrebbe risposto con la sua voce maschile e armoniosa”. “È lontano da qui? Fatelo venire avrò piacere di fare la sua conoscenza. Mio padre è potente con il viceré e può esservi utile”. Chiarina esitò; fissò la giovane inglese. La vista del suo viso angelico che trasmetteva dolcezza e gentilezza fugò gli scrupoli. Si alzò e fece un fischio 352
acuto e prolungato. Un uomo apparve presto sulle rocce. Correva agilmente sui precipizi e fu presto nella radura. “Marito mio, accogli con favore la nobildonna, figlia del generale Stuart”. Tese la mano, “Siate i benvenuti tra noi”. “Memè, vuole sentire la ballata del nostro amore”. Ed entrambi in piedi, guardandosi, cantavano a loro turno, i versi della canzone che ancora ripetono i pastori della montagna. Il generale e Pedinellu apparvero e rimasero in silenzio. “Ecco, questo è tutto! Siete felice? Signorina, ora conoscete la storia del nostro amore”. “Sì, molto felice, Chiarina”. Si alzò e, prendendo la mano di Memè, andò da suo padre: “Papà, vi presento lo sposo della nostra amica. Sai che è proscritto?” “Che bel ragazzo”, disse il generale, ammirando le forme sottili e snelle del giovane uomo, tendendogli la mano. “Papà, bisogna aiutarlo ad ottenere la grazia, non è vero che lo farai?” “Sì, figlia, so che è una vittima dei pregiudizi di questo paese” e rivolto a Memè: “conta su di noi per la tua grazia, ora hai dei protettori che non ti dimenticheranno mai”. Alle due del mattino, hanno lasciato Timozzu per vedere l’alba dalla cima del Ritondu, da dove potevano vedere la maggior parte dell’isola, circondata dalle acque azzurre del Mediterraneo. La vista fu spettacolare quando raggiunsero la cima di questa montagna. Il contorno blu era parzialmente interrotto dal lato dell’alba dal Monte Cinto, montagna del Niolo. L’Italia, la Francia incombevano in lontananza. Le Alpi e gli Appennini emergevano dal seno delle onde. Le Isole italiane apparivano distintamente, come a portata di mano. Un buon binocolo gli permetteva di cogliere questo orizzonte senza rivali, in Corsica. Corte si mostrava ai loro piedi, con le montagne che la circondano, rattrappita e piccola, sembrava impallidire accanto al gigante che dominava la sua massa imponente. Come dei bambini, le catene di montagne si abbassavano umili davanti al padre di pietra colossale, la cui testa si trovava in cielo. La signorina Stuart prese dei fiori dicendo che erano i più belli e profumati della terra. Scrissero i loro nomi incidendoli sul granito e poi iniziarono a scendere. La discesa venne compiuta senza incidenti fino a un banco di ghiaccio che lambiva delle aperte voragini. Si procedeva lentamente quando la giovane donna, per voler prendere un fiore, perse l’equilibrio e scivolò sul ghiaccio. Lei emise un grido. Il padre sconvolto cercava di correre dietro la figlia. Pedinellu lo afferrò rudemente e lo gettò a terra. “Infelice, perirete senza salvarla”. Senza perdere tempo, con il suo Pelone, si lasciò andare sul banco di ghiaccio. Affrettò la corsa per bloccare la discesa della ragazza. Riuscì a raggiungerla e a tirarla verso di sé con una treccia dei suoi capelli. A fianco, alla 353
sua destra c’era un gruppo di rocce. Poteva esser la salvezza, se lo avesse raggiunto. Si è dato una forte spinta ed è riuscito ad aggrapparsi a una roccia. La giovane signorina, angosciata dalle vertigini e dall’orrore del vuoto, tremava in tutte le membra. “Chiudete gli occhi e pregate” le disse, Pedinellu, “con l’aiuto di Dio, io vi salverò”. Ha mantenuto la calma. Si guardò intorno e vide che non c’era altra speranza di salvezza se non aprendosi un percorso sul ghiaccio all’altezza di cento piedi perpendicolarmente al luogo dove il padre della Miss guardava con ansia. Si fece il segno della croce e, afferrando la ragazza per la vita, la pose sulla schiena, strettamente legata a lui diverse volte con una cintura annodata. Spinse via il Pelone come inutile e costipante. Tirò fuori lo stilo e lo attaccò al ghiaccio indurito dal tempo. Fece un buco e poi un altro sopra. Mise il piede in uno di questi fori, la mano sinistra nell’altra, mentre con l’altra colpiva fortemente la crosta ghiacciata, usando un bastone con un manico di acciaio incurvato a forma di gancio. Attraverso questo ripetuto lavoro, e una serie di sforzi prodigiosi, si avvicinarono alla base. Il Lord con gli occhi spalancati, si chinava sul baratro, tenendosi con difficoltà grazie ad una guida robusta. Il fragile corpo della ragazza batteva i lati del suo salvatore, la cui anima intrepida non aveva esitato a correre questo supremo pericolo. Infine, arrivarono in alto. Il Lord slegò la corda e, contemplò a lungo sua figlia. L’orgoglioso inglese piangeva come un bambino. La figlia aprì gli occhi e sorrise, “Papà, sono qui ; è passata. Dove si trova il mio salvatore?” E ripresero il pericoloso percorso della Calanca. La ragazza, appoggiata al suo salvatore, non esitava a tuffarsi con lo sguardo verso l’abisso. Lei aveva fede e fiducia in quel braccio protettivo, questo genio della montagna che sembrava sfidare lo spazio e posava i piedi, solidi come la roccia stessa, su quelle cime elevate. La marcia divenne rapida e si concluse senza pericoli. Si scendeva sempre di più e la montagna, più umana, espandeva i suoi fianchi leggermente in pendenza, coperta di alberi giganti. Dopo uno spuntino leggero, sotto gli alberi, il generale e sua figlia rientrarono a Corte la sera stessa. Capitolo Ventuno - La fine del regno del Viceré. Il Generale Stuart aveva chiesto il suo richiamo in Inghilterra. Il rapporto con il viceré era diventato freddo e quasi ostile. Ammiratore di Paoli, aveva affermato apertamente che solo questo grande cittadino era stato in grado di risolvere i problemi della Corsica. A suo parere Sir Elliot, aveva preso una strada il cui il 354
risultato sarebbe stato un disastro per la dominazione inglese. Partì per Londra per informare il re ei suoi ministri sulle azioni di Elliot. Egli non fu ascoltato e venne considerato uno spirito dissidente, invidioso, che ambiva per sé il titolo di viceré. La gelosia di Sir Gilbert Elliot contro Paoli aumentava di giorno in giorno e prendeva una forma acre e personale, indegna di un signore di così alto lignaggio. Rivolgeva al re ed ai suoi ministri dei rapporti in cui Paoli era raffigurato come un motivo di discordia, a capo di intrighi tendenti a screditare il governo britannico. Paoli si ritirò a Morosaglia, dove viveva nella pensione più completa. Il paese era diventato il luogo di incontro degli scontenti. Degli Ufficiali inglesi, non inferiori in grado e nascita, andavano quasi in pellegrinaggio. Il viceré lo accusava anche dell’elezione nel Rostino. Lo considerava come un demagogo che minava l’autorità del re con i suoi principi sovversivi, presso i popolani che lusingava costantemente considerando le loro passioni e i loro pregiudizi. Vero sobillatore delle passioni che si muovevano contro il nobile vecchio, nascondeva sotto a un volto sorridente, la sua rabbia e usava il guanto di velluto contro quel popolo corso idolatra, che lo considerava alla pari di un semidio. Si apriva solo a Pozzo di Borgo, nel segreto del gabinetto. In una riconciliazione temporanea, voluta da Panattieri, il superbo inglese si frusciava di essere trattato come un cittadino da colui che considerava un degenerato latino per aver avuto l’audacia di criticare la sua amministrazione e protestare contro l’aristocrazia inglese e il suo rappresentante. Questo incontro molto cordiale, nell’aspetto, aveva ancora più amareggiano il viceré e lo aveva spinto a misure estreme contro colui al quale l’Inghilterra doveva la Corsica, isola padrona del Mediterraneo. Ho partecipato il 10 Giugno 1793 ad una rassegna di battaglioni locali reclutati dal maggiore Smith. Con ordinanza di Sir Elliot, il maggiore aveva formato un corpo speciale di truppe corse, a immagine di quelli che in seguito saranno i volteggiatori, con l’abito scuro dei poveri corsi e l’abbigliamento originale, con la berretta miggia. Gli inglesi erano restii ad inoltrarsi nelle pievi, dove si manifestava lo spirito di rivolta e di vendetta, mentre la milizia corsa, in grado di scalare le montagne, si muoveva velocemente nei punti minacciati. La rivista si è tenuta alle Porette. Un premio di tre libbre o 75 franchi venne pagato in anticipo ad ogni arruolato. Il maggiore fu sorpreso dal numero di uomini che erano venuti a cercare quel premio. Risultava, dall’appello, che il numero era di gran lunga inferiore alle liste dei candidati. Alcuni uomini avevano chiesto il premio di arruolamento due, tre volte, 355
passando attraverso i ranghi. Rispondevano ai rimproveri della gente onesta: “Bah! Gli inglesi sono ricchi”. Il viceré propose al Ministero di inviare i detenuti nelle pianure di Aleria, piuttosto che in Australia, alla fine del mondo conosciuto, nel sud del mondo, appena esplorato dai navigatori. Egli non fu ascoltato. Il ministero non si fidava della durata dell’occupazione inglese. Sir Elliot voleva prosciugare le paludi e guadagnare alla coltivazione queste terre di Aleria, un tempo assai ricche di cereali ed oggi malsane e incolte. Se ci fosse riuscito avrebbe dato a queste spiagge abbandonate il movimento e la vita, ed allo stesso tempo avrebbe tolto i focolai delle febbri malariche che le affliggono. Durante il soggiorno del viceré a Ajaccio, gli ufficiali del battaglione corso hanno indetto un ballo in suo onore presso il municipio. Nella sala c’era un busto del generale Paoli. Pozzo di Borgo e il capitano Simon Colonna, allora aiutanti di campo del viceré, si sarebbero divertiti con delle chiavi a rompere il naso, le orecchie e gli occhi del busto. Una commozione profonda scosse la vecchia Corsica che si sollevò per l’insulto fatto al padre della patria. Alcune deputazioni andarono al Convento di Morosaglia, dove viveva Paoli. Tutti gli hanno assicurato la loro devozione e si dissero pronti a ricorrere alle armi per vendicarlo. La Pieve di Tavagna la Mezzana, Bocognano, Bastelica ecc .. si ribellarono contro gli inglesi. I partigiani francesi alzarono la testa e si unirono agli insorti per dare fastidio agli inglesi. Sottobanco Paoli incoraggiava queste resistenze che servivano così bene al suo odio contro il viceré ei suoi compari. Cominciavano a mostrarsi i sintomi del malcontento tra i principali leader dell’amministrazione britannica. Si tenevano a distanza dal viceré e pronunciavano parole di biasimo contro i suoi preferiti. I giorni si oscuravano per le notizie allarmanti che circolavano tra la gente. Venne bruciato in effigie Pozzo di Borgo, a cui erano attribuiti i mali di Paoli; Sir Elliot temeva per la sua vita; aveva paura dello stilo, della vendetta e non usciva se non circondato da guardie del corpo. In preda al panico, ha proposto ai ministri il licenziamento dei funzionari deboli e del battaglione corso colpevole di indisciplina e di grida sediziose. Mentre costui scriveva queste strane lettere, il colonnello Moore e gli altri ufficiali inglesi erano in rotta verso il Rostino, dove Paoli li accoglieva con l’ospitalità più schietta. Le accuse di Elliot superavano tutte le misure. Per lui Paoli era un traditore, che raccomandava ai suoi servi di mantenere carichi i loro fucili fino al segnale dell’insurrezione generale. Corse la voce della morte di Saliceti, deputato della Convenzione Nazionale. Si dice che avesse seguito al patibolo il suo amico Robespierre, il 9° 356
Termidoro. Nativo del Rostino come Paoli, dovette la sua disfatta al suo nemico politico, una volta accentuati i sentimenti separatisti del generale. Saliceti amava la Francia e la Repubblica. Si era mostrato avversario amaro di Paoli e degli inglesi. Ma al di sopra delle passioni politiche restavano le memorie immortali delle lotte nazionali. I Paoli e i Saliceti avevano precedentemente lottato mano nella mano contro i francesi, invasori del sacro suolo della patria. Il ricordo della loro fratellanza in armi e la parentela portava questi cuori valorosi e fermi a combattere all’unisono, senza sosta nelle varie vicissitudini della lotta. Saliceti aveva protetto Paoli da un arresto vergognoso, che i suoi colleghi Lacombe Saint-Michel e Delcher ritenevano necessario per la sicurezza dello Stato. Paoli versava lacrime amare per l’annuncio della morte prematura che toglieva alla Corsica uno dei suoi figli più illustri. “Povera Corsica, esclamò, chi ti proteggerà ora che Saliceti è morto?”. Per fortuna la notizia era falsa e Saliceti ha potuto denunciare l’anno successivo, i pericoli della conquista francese, impedendo la reazione giacobina impegnata in confische e proscrizioni, sotto pretesti vani di civismo e di tradimento contro i francesi. Nella sua ignoranza dei costumi dell’isola, il viceré viveva nei dolori di Paoli, la testimonianza della sua preferenza per la Francia. Tuttavia Paoli, sempre grande e generoso, mise a tacere il suo risentimento e fece sacrificio per il suo paese dei suoi ambiziosi progetti, affrontando il popolo corso con un proclama per ricordargli l’obbedienza alla legge, la lealtà a re Giorgio e il rispetto della costituzione. I Corsi, pronti a sollevarsi in massa, tornarono al dovere e hanno continuato a supportare il giogo inglese. Era il canto del cigno. Ormai queste voci si erano estese sulle rive del Tamigi. La Corsica non avrebbe mai più rivisto il suo miglior cittadino. Lontano dalla sua amata isola, gemeva per la sua sorte e predisse disgrazie infinite: “Corsica non avrai mai bene”. Una lettera imperativa da re Giorgio lo invitò a trasferirsi a Londra, dove poteva godere di una pensione annua di 5000 sterline. Nel caso in cui si fosse rifiutato di questo grazioso invito, avrebbe dato ordine al viceré di utilizzare tutte le forze di terra e di mare contro di lui. Si presentò e andò ad imbarcarsi a San Fiorenzo a bordo di una nave britannica che subito salpò per Gibilterra. Il re, Sir Frederic Nord e i loro cortigiani erano nella gioia. Ora, per loro, la Corsica, tranquilla e pacifica si sarebbe impegnata nel lavoro di agricoltura e allevamento. Le illusioni del viceré superavano ogni misura. Ci si divertiva e si deliberava gaiamente sugli affari della Corsica, della Corsica liberata da questo spettro nero che fomentava la 357
guerra civile. All’annuncio della partenza di Paoli, un grande silenzio cadde sull’isola. “D’alto silenzio, alta vendetta è figlia”. Nel suo stupore per i fatti accaduti, il popolo corso si raccolse e covava sordamente il progetto di vendetta. Da un cielo limpido, cresceva all’orizzonte, una nube che nascondeva la tempesta e i fulmini. La tranquillità del Viceré non durerà a lungo. Se si simpatizza con la cecità di Sir Elliot, straniero ed inglese, si resta sorpresi per l’atteggiamento di quei corsi che avevano ricevuto favori solo da Paoli e che con insinuazioni e rapporti maligni avevano con successo provocato il viceré in modo deplorevole. Primi cortigiani di Paoli, hanno vissuto nell’intimità di ogni giorno, insieme a lui, ed hanno chiamato gli inglesi. Poi, con un voltafaccia inspiegabile, si sono rivolti contro di lui e sono riusciti a screditare questo grande patriota davanti a Sir Elliot e ai suoi ministri, senza prevedere che la dominazione inglese si basava sulla testa dell’uomo che, solo, aveva potere sui suoi concittadini. La Storia imparziale li giudicherà al di fuori delle passioni locali e politiche. Una leggera opposizione si era manifestata nel Parlamento nazionale. Panattieri fece timidamente alcuni commenti sulla partenza e sulla disgrazia di Paoli. La Pieve di Bozio rifiutò le imposte poi si sottomise senza resistenza a tutto quello che volevano gli inglesi. Questi erano i segni di un risentimento latente, una fiamma che covava sotto alla cenere e che poi divenne un fuoco che scoppiò in fiamme terribili che divorarono tutto. Nella casa di famiglia, si raccontavano ogni notte i successi dell’Armata d’Italia. Bonaparte, Cervoni e altri famosi corsi si tenevano sulle coste d’Italia, pronti a cogliere il momento per liberare la Corsica. Saliceti soprattutto sollevava l’entusiasmo dei Corsi per aver umiliato Genova ed il suo senato orgoglioso. I Genovesi lo aveva soprannominato giustamente Sale e Acetu (sale e aceto). Incaricato dalla Convenzione di organizzare il governo popolare di Genova, come città francese, prima impose alle autorità municipali il rovesciamento della colonna d’infamia, che ricordava i supplizi dei corsi e i nobili genovesi, in alta uniforme, accompagnarono
piamente
nei
campisanti
le
spoglie
dei
martiri
dell’indipendenza della Corsica. Saliceti vide con orrore la disgrazia di Paoli, suo concittadino, e il suo odio per gli inglesi aumentò. Stava fremendo per sbarcare in patria e vendicare le ferite cacciando gli Inglesi dall’isola, da loro mal governata. Il nuovo Parlamento corso ha votato, nella sua ultima riunione, l’abolizione del jury nelle cause penali. Ci sono alcune considerazioni da fare in merito. L’esposizione dei motivi è notevole per forza e precisione. I pregiudizi 358
alimentavano la vendetta e la parentela venne estesa al quinto grado, e anche oltre, formando una barriera inaccessibile a qualsiasi tentativo di riconciliazione. Lo stesso spirito di vendetta riuniva tutti i parenti e i clienti in una idea di subordinazione dei testimoni al fine di rendere possibile l’assoluzione dell’assassino nonostante le prove della sua colpevolezza. I giurati circonvenuti da parenti e amici di entrambe le parti, non sapevano cosa fare per risolvere e spesso rendevano verdetti sotto l’influenza della paura o di rappresaglie. I parenti dei morti, irritati da queste sentenze, indulgenti o ingiuste, si riservavano il diritto di farsi giustizia da soli. Così la maledetta vendetta rifiorì, costantemente rinnovata da queste assoluzioni. La dimensione moderata dell’isola ha permesso alla generalità delle persone di conoscersi, alle parentele di aiutarsi, e i giurati avevano le braccia legate nel giudicare i loro compatrioti, sotto i colpi delle recriminazioni o delle preghiere che li seguivano ovunque. Il Parlamento ha approvato l’abolizione del jury senza alcuna opposizione. Alla fine di aprile del 1796, scoppiò una rivolta a Bocognano. La gente di questo villaggio protestava contro l’invio di una compagnia come presidio e deteneva nelle caserme, i soldati privati di cibo e di munizioni. Il presidio, senza aiuto, si arrese agli insorti. Una capitolazione verbale ebbe luogo, e la compagnia venne autorizzata a spostarsi per una spedizione ad Ajaccio, con armi e bagagli. Alcune persone hanno aperto il fuoco e ucciso il capitano Casabianca e suo nipote. Hanno poi disarmato il distacco che tornò ad Ajaccio completamente spogliato di tutto. Le uccisioni contro giuramento furono causa della vendetta. Sotto il governo francese, il capitano Casabianca aveva sparato a due o tre persone di Bocognano. I parenti ricordavano questo atto brutale e uccisero a sangue freddo gli ufficiali. A questa notizia, il viceré ordinò al generale Trigge di partire in forze per Bocognano. Il generale ha rifiutato di obbedire. Egli non poteva ingaggiare truppe britanniche sotto il suo comando, senza il previo preavviso del ministro della Guerra. Il viceré lo pregò di mantenere il segreto e si preparava a marciare su Bocognano a capo delle milizie indigene. Entrò senza sparare un colpo nel villaggio abbandonato e deserto. Le persone si erano rifugiate nei boschi e nelle alte valli. Un messaggero arrivò correndo. Il suo viso era madido di sudore. Mal vestito con un saio da un eremita, aveva attraversato le linee degli insorti che con riverenza baciavano l’immagine di San Michele che aveva in un contenitore sospeso sulle spalle. Dietro la figura del santo c’era un documento. Sir Elliot lo lesse e impallidì. Aveva perso la sua sicurezza e invece di affrontare la 359
cittadinanza con tono minaccioso, fece una modesta rimostranza finendo per concedere agli abitanti di Bocognano il perdono e l’amnistia per i crimini passati e presenti. Da questa grave notizia aveva appreso che un gruppo tumultuoso si stava formando a Bistuglio, a poche miglia di Corte, sulla strada per Bastia. Lasciò nello stesso giorno Bocognano, alle otto di sera, e fu ben felice di attraversare la foresta di Vizzavona nel bel mezzo della notte, accolto da un paio di colpi, isolati, che gli avevano tirato alcuni uomini. Gli insorti lo persero per un paio d’ore, all’uscita di Foce, altrimenti sarebbe morto con la sua famiglia, senza la prontezza di quella camminata veloce, fatta di notte. Arrivato a Corte, il viceré si trovò in una situazione di imbarazzo. La strada di Ajaccio era stata occupata dagli insorti di Mezzana e Bocognano. Quella di Bastia era stata bloccata da più di diecimila montanari che erano in attesa, con la carabina in mano, sotto la direzione di alcuni valorosi e popolari capi, Gambini, capitano di Corte, Cervoni, di Soveria e Santini di Omessa. Aveva perso la sua bella eloquenza. Si era fatto piccolo ed accomodante, trovando tutte le proposte degli insorti eque e accettabili. L’oro inglese giocò un ruolo importante nei negoziati. Il campo di Bistuglio venne sciolto, dopo aver ottenuto il licenziamento di Pozzo di Borgo, Presidente del Consiglio di Stato. Travestito da mercante, Pozzo di Borgo aveva viaggiato tutta la notte per sfuggire alla furia popolare e mise piede sul suolo italiano, che fu l’ultimo luogo da cui poteva contemplare la Corsica, la sua patria. Saliceti aveva già spedito degli emissari in Corsica, per fomentare la rivolta. Le vittorie di Bonaparte avevano esaltato il partito militare. La Corte di Londra, per scongiurare il pericolo, stava pensando di ricorrere a Paoli. Voleva, ma troppo tardi ormai, riportarlo in Corsica con l’autorità di un dittatore. Era finita, il predominio inglese nell’isola era morto. Il viceré si era ritirato a Bastia, porto di mare. L’interno dell’isola non era più sicuro da quando gli insorti avevano minacciato di tagliare i percorsi che, da Corte, conducevano al mare. Bastia lo rassicurava di più. Lì, poteva contare sulla flotta inglese e si sentiva rassicurato dalla vicinanza delle navi. Pertanto, si affrettò a revocare le concessioni fatte a Bistuglio. Noi altri, prigionieri di guerra a Corte, abbiamo dovuto alle preoccupazioni del Viceré, la libertà di vedere la Francia dopo una lunga prigionia. Egli temeva, a seguito di rapporti falsi, che noi facessimo causa comune con gli insorti e trattò il nostro scambio con le autorità di Tolone. I tentativi non mancavano. Siamo stati aiutati da emissari che ci hanno aiutato a fuggire durante la notte, cui noi promettemmo aiuto e protezione. Forse se 360
fossimo stati prigionieri nelle casematte, avremmo ascoltato queste false proposizioni. Liberi, sulla parola, noi ufficiali consideravamo qualsiasi tentativo di fuga come sacrilega e contraria all’onore. Il Capitano del Ça Ira scrisse il 19 agosto, una lettera al viceré chiedendogli di concedergli il permesso di andare in Italia, ai bagni di Lucca, a causa delle sue ferite. Egli rispose che rimpiangeva di non essere in grado di accontentare la richiesta, perché le trattative per il nostro scambio erano in corso e in fase di completamento. Lo ha coperto di lodi e complimenti gentili dicendo che sarebbe stato felice di riceverlo presto a Bastia lui e gli altri eroi del 13 marzo e 14 (23 e 24 Ventoso). Arrivato il momento dello scambio il signor Coudet partì da Corte tre giorni prima di noi ed alloggiò nella locanda di Toursi. Il viceré mandò il suo aiutante a pregarlo di andare al Palazzo. Dopo averlo abbracciato cordialmente, gli chiese di accettare l’ospitalità e gli diede un appartamento riservato dove fu accudito con tutte le attenzioni. Il signor Coudet teneva molto alla spada che aveva dato all’Ammiraglio, dopo la lotta gloriosa contro i vascelli inglesi. Fecero una vana ricerca nei magazzini di Stato. Allora il viceré, con parole gentili, gli porse una mezza spada con un manico d’avorio bianco. Le quattro colonne in custodia fino alla guaina erano rifinite in oro massiccio. Lo pregò di accettare quello al posto del suo: “Lo so, egli disse, che quest’arma si rivolterà contro il mio paese, ma sono felice di metterla nelle mani del capitano coraggioso del Ça Ira che è così degno di indossarla”. Il 16 brumaio anno IV (6 novembre 1795) ci siamo imbarcati a San Fiorenzo a bordo della fregata L’Utile e siamo arrivati a Tolone il 18, e siamo rimasti in quarantena fino al 27. Il 30 dello stesso mese mi sono ricongiunto al mio corpo d’armi a Nizza. Il 20 marzo, ci fu ordinato di andare a Savona dove siamo stati pagati dalla prima brigata leggera. Il 7 aprile, abbiamo fatto buona resistenza nel fortino di S. Maria di Savona. Attaccati dal generale austriaco Beaulieu, dopo diciotto ore di combattimento, siamo stati rilasciati. L’11 aprile siamo andati a Montenotte; il15 abbiamo preso parte all’affare di Dego; il 21 eravamo a Mondovi, ecc. Il 6 agosto 1796, ci fu la distruzione del generale Wurmser a Castiglione e quest’ultimo con quattromila uomini, residui di un esercito di quarantamila combattenti, si era alla fine recato a Mantova, mentre il comandante generale Bonaparte, con la sua velocità, si impadroniva di Livorno. Lì, fece appello a tutti i Corsi rifugiati di prepararsi all’imbarco e dare aiuto ai ribelli che combattevano contro gli inglesi. Il viceré, lusingato di avere la pace dopo la partenza di Paoli, vide le sue previsioni ottimistiche svanire sotto 361
l’influenza delle insurrezioni che scoppiavano continuamente in diverse parti della Corsica. A Livorno ho potuto avere informazioni più specifiche sulla rivolta di Bocognano. Gli ufficiali di questo paese, che entrarono a far parte del corpo degli insorti, parlavano a lungo della rivolta che si era quasi conclusa con la resa del viceré e dei suoi quattordicimila uomini della milizia. Gli insorti, padroni di tutte le parti della Foce, avevano a lungo tenuto in scacco le truppe del viceré, confinate a Vivario. Mi comunicarono che Matteo Colonna Cesari di Porto Vecchio, Ugo Peretti di Levie, e Colonna Ceccaldi di Vescovato, maggiori, tutti dell’esercito del viceré, avevano mantenuto rapporti segreti con loro e gli inviavano segretamente le munizioni. L’oro inglese, come a Bistuglio, aveva facilitato il passaggio delle armi realiste nella foresta, fino alla torre di Vizzavona. Dei sicari, rimasti sconosciuti, assassinarono Zampaglino padre, capo dei ribelli di Bocognano. Come Sampiero, ha ricevuto il colpo che lo ha ucciso da dietro, in mezzo a un bosco. Hanno accusato padre Ma[ ].. come autore di questo tradimento. Io credo che i loro dubbi circa Ma [ ] .. erano poco credibili dato che ho conosciuto, in seguito, il padre e il figlio ... Ed ho potuto vedere che vivevano del prodotto del loro lavoro e che il loro comportamento non avrebbe mai prestato il fianco a critiche. La morte di Zampaglino scoraggiò coloro che chiamavano patrioti, e il viceré riuscì a prendere Bocognano con l’intenzione di bruciare il paese, deserto per la fuga dei suoi abitanti. Ma entrando nel villaggio, come si sa già, il viceré ricevette la comunicazione dell’assembramento di Bistuglio e bandì subito, al suono delle trombe, un perdono generale. Andò a Corte e promise agli insorti, con un trattato firmato dalle parti, la diminuzione di un centesimo su ogni chilo di sale, con la remissione di multe e dei contributi di guerra e il ritorno di Pozzo di Borgo. All’arrivo a Bastia, in cui si credeva al sicuro, il viceré, come abbiamo visto in precedenza, revocò con un manifesto, le condizioni umilianti del Trattato di Bistuglio. Ma ormai non era più tempo di messaggi e trattative. L’agitazione cresceva nell’isola, nuova torre di Babele in cui gli spiriti, confusi, si agitavano per circostanze casuali e la volontà dei capi di partito. La massa del popolo insulare, indeciso, si girò verso la Francia in cui brillavano negli eserciti, una serie di alti ufficiali, giustamente famosi. A Livorno, il generale Gentili era pronto a dare una mano ai rivoltosi. Sir Elliot, padrone del mare, intuendo il pericolo, non si faceva alcuna illusione sui sentimenti di odio dei corsi nei suoi confronti, e rendendosi conto degli errori che aveva commesso e che erano suscettibili di non soddisfare più il prestigio 362
inglese nell’isola del Mediterraneo, evacuò Bastia e San Fiorenzo lasciando il reggimento di Dillon alla mercé dei corsi e delle truppe francesi. Lasciò la Corsica, senza alcuna preoccupazione per stabilire le condizioni dell’amnistia per gli sfortunati che si erano compromessi con le loro idee separatiste. Nel loro freddo egoismo, gli inglesi salparono, non lasciando nessuno dei loro in Corsica e si allontanarono dall’isola con la stessa indifferenza dei navigatori che affrontano le isole selvagge dell’Oceania. Sir Gilbert Elliot era un uomo di grande valore, affabile, premuroso, ma orgoglioso. Il suo governo è stato caratterizzato da importanti riforme. Egli chiese ai ministri di creare, in Corsica, arsenali marittimi e militari. San Fiorenzo, Calvi, Ajaccio, Porto Vecchio sarebbero dovuti diventare stazioni regolari della flotta inglese nel Mediterraneo. A Bastia dovevano essere stabiliti dei bacini di carenaggio. Ebbe l’idea, poi abbandonata, di entrare nella valle del Fango e creare un porto interno, al riparo dai venti. Corte sarebbe diventata capitale civile e militare dell’isola per la sua posizione centrale. Il ricordo di Elliot restò caro in Corsica, nel senso che voleva bonificare le pianure e conservare le foreste. La fortuna e l’ipocrisia dei corsi intorno a lui hanno tradito il suo destino e lo hanno costretto a lasciare in fretta il paese senza essere in grado di realizzare uno solo dei suoi progetti. Il 26 ottobre 1796, Sir Gilbert Elliot, a bordo della Vittory, congedò la Corsica. La vide lentamente scomparire all’orizzonte e, in lacrime, corse a rinchiudersi nella sua cabina. Ha perso un vicereame, e con esso, la perla del Mediterraneo. L’Inghilterra ha girato le spalle a malincuore alla Corsica, oggetto dei suoi desideri, che gli è sfuggita dalle mani dopo aver sconosciuto Paoli, il grande patriota. Capitolo Ventidue - Il caso di Arcamont. Mi trovavo a Livorno, a capo della mia compagnia quando il generale Gentili ordinò l’imbarco alle truppe accampate sulla riva del mare. Siamo arrivati a Bastia l’11 brumaio dell’Anno V (1 novembre 1797), con un buon vento. Siamo stati accolti con dimostrazioni reali di gioia. Sir Elliot aveva fatto una rapida evacuazione del personale britannico senza cura per i corsi compromessi e, per estensione, il partito inglese venne abbandonato a discrezione senza che nessuno intervenisse in loro favore. I Corsi furono lasciati liberi di sottomettersi al nuovo regime. Ci furono, come al solito, delle vendette. Questa non muore mai. Sopravvive ai partiti politici e ogni tumulto diventa una buona opportunità per 363
freddare il nemico all’ombra di un bosco. Ho parlato da qualche parte nella mia memoria, del capitano d’Arcamont, lasciato nel forte di Ajaccio, con il deposito del reggimento del Limosino. Si è unito a noi nel corso del mese di ottobre del 1797. Il deputato Lecourbe Saint Michel gridava violentemente nel club, accusandolo di essersi schierato con gli inglesi. Nonostante le sue proteste, il rappresentante del popolo lo ha minacciato pubblicamente di portarlo alla corte marziale all’arrivo dei suoi colleghi di Francia, e, per punirlo, lo consegnò con il suo distaccamento nella città bassa, dove la malaria provocava molte febbri. Una soffiata anonima lo aveva segnalato come abituale al caffè in cui incontrava quelli che cospiravano contro la Francia e il suo governo. Il fatto era vero! Ma le attenzioni del capitano erano estranee alla politica. Amava follemente la bella caffettiera proprietaria del locale. Le minacce di Lecourbe Saint-Michel sono state rinviate alla fine dell’assedio di Calvi, dove Arcamont si mise in evidenza con azioni brillanti e sortite di successo contro gli inglesi. Dopo la resa, ricordando le parole del deputato, ha rifiutato di imbarcarsi con noi per Tolone ed è tornato ad Ajaccio con la sua fidanzata. La sua condizione di militare lo rese immune dal processo per diserzione. Fino a nuovo avviso, il Generale Casabianca lo aveva esentato dal servizio attivo per poter curare le ferite. Ha vissuto a Ajaccio, ritirato e tranquillo, in famiglia e ha sempre rifiutato le offerte degli inglesi che volevano dargli un comando. Durante l’assedio di Calvi, ad Arcamont è stata affidata la custodia del Forte Mozello. Verso le sei di sera, fu sollevato dalla guardia dal capitano del forte Frejus, dei granatieri delle Bocche del Rodano. Gli inglesi avanzavano in silenzio per dare l’assalto all’alba. I “valorosi” Marsigliesi che avevano trascorso la notte tutta in orge, non si diedero la pena di sparare un colpo e fuggirono saltando le mura. Fréjus, audace e vigile, lasciò che i suoi uomini fuggissero in confusione senza comando, e si unì da solo alla parte della città che era in nostro potere. Il Generale Casabianca e Bartolomeo Arena rappresentanti del popolo giunsero ad incontrarlo. “Che cosa ne avete fatto della vostra compagnia?”, ha chiesto Arena. “E’ massacrata”. “Vedo degli uomini arrivare zoppicando”. “Oh, sono i sopravvissuti”. “Bene capitano Fréjus”. Il generale ha visitato i feriti e notò che le ferite sulle gambe erano state causate dalla rugosità delle pietre del muro, da cui erano fuggiti. Arena con rabbia si avvicinò a Frejus. “Capitano, il presunto danno dei vostri uomini sono solo scranfii (abrasioni) di pietre. Si dovrà tenere conto di questa condotta disdicevole. Gendarmi, afferrate e portate questo uomo in prigione, a 364
bordo della Melpomene”. Nel frattempo, gli inglesi, padroni del forte, stavano sparando a mitraglia. Dopo la capitolazione di Calvi, il signor Gost, capitano del reggimento della Bresse, comandante della piazza di Calvi, venne dal Generale Casabianca: “Generale, penso che sarebbe opportuno scrivere una lettera a Fréjus per lasciargli scegliere di venire con noi in Francia o restare in Corsica”. Questa lettera lo incoraggerebbe a seguirci a Tolone, dove riceverebbe la punizione della sua vigliaccheria. Il Generale Casabianca, non sospettando la trappola, chiamò il suo aiuto di campo, il capitano signor Gonnor, gli fece scrivere una lettera che ha firmato. Il comandante uscì munito della lettera, lasciò il generale alle dieci di sera e si recò a bordo della Melpomene. “Amico mio” , disse, rimettendo la lettera a Fréjus, “vi siete salvato”. Tornato con noi a Tolone, Fréjus finse una malattia e venne trattenuto presso l’Ospedale Marino, in attesa della comparizione davanti al consiglio di guerra. Nel suo interrogatorio mostrò gran dolore nell’essere obbligato ad accusare un amico, il capitano d’Arcamont. Era dispiaciuto di dover dire alcune cose che guastavano l’onore di questo ufficiale. La verità lo ha costretto a dire che Arcamont gli ha dato la custodia di Fort Mozello dopo aver neutralizzato gli otto cannoni che c’erano, in maniera tale da rendere la difesa impossibile. Le testimonianze dei suoi Marsigliesi furono unanimi nell’accusare d’Arcamont di tradimento e slealtà. I clubs, mescolando le loro sinistre grida al clamore dei soldati vigliacchi, fecero sì che d’Arcamont venne condannato a morte in contumacia, al posto di Frejus che venne rilasciato tra le acclamazioni della folla e subito posto alla testa dei suoi degni granatieri. Il Consiglio di Guerra era presieduto dal Sig. Sinety, comandante di battaglione. D’Arcamont viveva in pace ad Ajaccio, dove non poteva preoccuparsi della giustizia francese. La Corsica, era allora nelle mani degli inglesi. Dopo l’evacuazione, quaranta giorni dopo nostro la nostra presa di possesso, un ordine del giorno del generale Gentili comandante di Ajaccio, ha portato all’arresto immediato di Arcamont, che è stato condotto sotto scorta, a Bastia. Sono andato alla prigione per confortarlo e dargli speranza (che non avevo) di una revisione della sentenza che lo condannava a morte per alto tradimento. L’ho trovato senza speranza. Aveva le manette e un braccio legato a un anello di ferro. Ha detto: “Morire non è molto, quando si cade sul campo di battaglia; ma morire logorato è una tortura indicibile. Io sono innocente, ahimè, ho vissuto troppo a lungo”. Dopo aver lasciato la prigione, mi sono imbattuto nel signor Costa, Commissario Generale dell’Amministrazione del Liamone. Come 365
me, aveva assistito alla condotta onorevole di Arcamont durante l’assedio di Calvi. Il suo corpo portava i segni delle ferite ricevute nel servizio della Francia. Il signor Costa apprese con emozione che questo sfortunato capitano era sul punto di perire disonorato con la fucilazione. Insieme a me, redasse un attestato di lode per questo sfortunato. Firmarono anche Antonio d’Evisa, Costa di Bastelica, e i tre fratelli Subrini. Abbiamo aggiunto che se il generale Gentili non voleva ascoltare la nostra testimonianza, almeno ascoltasse, per favore la nostra preghiera per una sospensione della pena e di ricevere la testimonianza del generale Abbatucci, che si trovava a Tolone e di Casabianca, che era a Nizza, testimoni oculari della condotta eccellente dello sfortunato capitano della piazza di Calvi; Ho anche scritto al mio amico Delosme, allora aiutante del generale Casalta. D’Arcamont fu prelevato dal carcere in manette. Ha incontrato per la strada la sua amante e i suoi figli e li ha abbracciati tra le lacrime. Quando arrivò a Bastia, venne trascinato al braccio della morte della prigione in attesa della morte, quando due ore dopo venne rilasciato. Al suo ritorno a Ajaccio, è venuto da me ed è caduto sul mio collo, le lacrime agli occhi, e mi ha chiamato il suo salvatore. D’Arcamont andò in pensione qualche tempo dopo, nella sua casa di Tolosa. Capitolo Ventitré – L’evasione di Tignosu dalla cittadella di Ajaccio (o della giustizia corrotta). Ero molto felice ad Ajaccio. Entrambi i quartieri della città mi mostravano amicizia. Un giorno il dipartimento, per un semplice sospetto, fece arrestare 27 delle persone più considerate della città con il pretesto di aver eccitato il popolo alla sedizione. Tutte le campane della città, furono immediatamente messe in moto e l’allarme suonò come nei giorni nefasti. Abbiamo avuto ragione di questa sommossa con una dimostrazione militare. Il governatore vide in questo moto, le tracce di una cospirazione contro i francesi. I signori Jean Baptiste ed André Bacciochi, Don Grazio Rossi, ex maresciallo di Campo, Jean Stephanopoli, Paolino Ferri, Colonna Bozzi ecc .. furono trascinati alla cittadella, ammanettati e rinchiusi in prigione. Sono andato a vederli più volte al giorno e ho agito con il generale per ammorbidire a loro favore lo stretto regime della prigione. Ho ottenuto a forza di insistere, che i prigionieri fossero posti in locali aerati con la possibilità di camminare, due volte al giorno, sulla terrazza. Per inclinazione naturale, ero interessato ai prigionieri, la maggior parte dei quali erano persone 366
che conoscevo bene. Segretamente il mio comandante approvava le mie azioni. Tra gli arrestati, molti erano suoi parenti. Abbiamo avuto la sfortuna di trovare i tribunali infestati di preti e monaci refrattari. La maggior parte di queste brave persone conoscevano solo i loro interessi privati o quelli della fazione che avevano l’onore di annoverare tra i propri eletti. Non so che in quale giorno del Floreale, Anno VII, avevamo ricevuto, alla Cittadella, un prigioniero famoso per le sue imprese nelle strade di Tolone. Aveva saccheggiato, derubato, assassinato. Il suo nome era Antonio Rossi, con l’aggiunta di un brutto soprannome Tignosu. Egli venne a vivere felicemente ad Ajaccio con il prodotto dei suoi furti, quando fu riconosciuto da alcuni marinai della flotta che aveva spogliato della loro paga, vicino a Tolone. Denunciato alla polizia, è stato arrestato, legato in un luogo deserto, da cui venne portato sotto scorta alla cittadella. Durante una cena di gala dal generale Lafon, dove ho avuto l’onore di partecipare con ventidue ufficiali, il sovrintendente della prigione venne per chiedermi degli affari urgenti. Mi alzai di cattivo umore. Mi porse un foglio e se ne andò senza dire una parola. L’ho letto, era il biglietto di fuoriuscita di Tignosu. Lo consegnai al comandante Bacciochi che lo trasmise ai due generali. Il signor Vaubois, ispettore generale degli eserciti, era al tavolo, al posto d’onore. Conosceva la reputazione di Tignosu e ordinò immediatamente di considerare nullo il biglietto di uscita, nonostante il sigillo della corte e la firma di N .... Presidente della giuria. Andai di corsa al forte. Il prigioniero era stato rilasciato e divenne introvabile per tutti. La sera dopo ho accompagnato in una passeggiata il comandante Bacciochi e sua moglie, nata Bonaparte. Arrivati alla Cappella dei Greci, abbiamo incontrato N e l’impiegato del tribunale. “Bravo, signor N” ... disse subito il comandante Bacciochi, appena nominato direttore della Giuria, “si è data la libertà al furfante più cattivo che abbiamo avuto in carcere”. N ....un ex prete del Niolo, rimase stordito e balbettò qualche parola di scusa ritirandosi precipitosamente. Corse al carcere per prendere il biglietto e la sera stessa ha imprigionato il padre di Tignosu. Due giorni dopo, ho incontrato il giudice Poggi insieme a N. “Avete fatto un buon affare che vi avrebbe compromesso”. “Il portiere è venuto meno al dovere mettendo a rilascio Tignosu; la nota in uscita era falsa. “No, era in regola”. “Vedi, è questa qui, porta i segni di un falso”. “Siete voi che lo avete falsificato perché la firma e il timbro non sono gli stessi”. “Sì, ho passato sopra il sigillo del Comune per vedere se era coerente”. “E la tua firma?” “Il segretario del Tribunale F…l’ha contraffatta... io non ho firmato nulla”. “Beh 367
inviate nella cittadella il padre di Tignosu e io prometto di mettere in chiaro questa questione”. Egli ha promesso e ci siamo lasciati in buoni rapporti. Quella sera, andai alla cittadella ad incontrare Venturini, Suzzarini di Penta di Casinca, nemici dei fratelli Viterbi. Nella stessa prigione si trovavano due tavigninchi dei più furbi. Gli ho fatto dei piccoli servizi e li ho pregati di prestare attenzione al nuovo prigioniero che avrebbero visto la mattina successiva. N .... Nonostante le sue promesse, ha portato il prigioniero ai Gesuiti. Sono andato a trovarlo nel pomeriggio: “Be’, signor N ... e la promessa?” “Mi è stato consigliato di non fare nulla”. “E sia per voi. Vi ho offerto un mezzo onesto per tenere il sospetto lontano da voi. Voi non volete e io voglio dirvi che questa macchia infame peserà sulla vostra esistenza”. “Avete raggione (hai ragione) Io ti invierò il prigioniero”. La sera il padre di Tignosu giaceva sul lettino accanto ai suoi compagni di prigionia. Venturini disse: “Questo è il modo di agire dei giudici. Dopo aver succhiato il tuo denaro, ti mettono in prigione al posto di tuo figlio”. “Come sai che ho dato dei soldi?” “Tuo figlio stesso me lo ha detto”. Allora il padre ignaro, ha spiegato nel dettaglio l’intera materia del biglietto di uscita. Venturini e gli altri consigliarono di confessare tutto prima a me per evitare una condanna; “Era meglio compromettere un giudice corrotto che andare in galera”. Una mattina mi mandò a chiamare e mi ripeté tutta la storia. Sua moglie e lui avevano dato a P ... sacerdote di Ciamanacce, allora direttore della giuria, dodici piatti d’argento, dodici cucchiaini da caffè, un orologio a pendolo, con diamanti e un clarinetto per suo nipote che studiava la musica (il loro figlio aveva operato bene sulla strada per Tolone). P ... alloggiava con N ... Il giorno prima della sua sostituzione a direttore della giuria da parte di quest’ultimo, fece il biglietto di uscita, contraffece apposta il sigillo e la firma. Poi, con i doni promessi, consegnò questo biglietto ai parenti di Tignosu con l’ordine di non presentarsi il giorno dopo prima delle tre del pomeriggio. Appena fu giorno, consegnò la sua parte a N ... e si diresse a Ciamanacce. Non appena presi atto consapevole della prevaricazione, incontrai il comandante Bacciochi, al quale raccontai tutte le confessioni dei prigionieri. Contentissimo per la prontezza con cui avevo sciolto questo caso, mi accompagnò dal generale Lafon. Ho dovuto ripetere l’intera storia nei dettagli. Il signor François Levie e l’impiegato Lacroix furono inviati alla sede della Divisione. Dopo le spiegazioni di entrambe le parti, il magistrato e l’impiegato andarono alla prigione per prendere la testimonianza del prigioniero. Il caso ha preso una svolta seria finché non è caduto nelle mani dei magistrati. La 368
comparizione della Corte d’Assise venne respinta e il “non luogo a procedere” venne ritenuto sufficiente per completare questa serie di intrighi e di codardia. Invece di essere punito, nell’assemblea dell’anno, P. ... venne nominato pubblico ministero. Sembra che abbia svolto le sue funzioni correttamente e che io sappia, si sia impegnato seriamente, in seguito senza furfanteria. La lezione gli era servita. Capitolo Ventiquattro – In posta a Bocognano (o il metodo del comandante Simeone). Il Signor Bacciochi ricevette l’ordine di andare a comandare il forte Saint Jean a Marsiglia. Partì con la moglie il 12 vendemmiaio dell’Anno VII (4 ottobre 1798). Voleva portarmi con sé. Ho rifiutato educatamente. In seguito, quando venne nominato aiutante generale, mi ha offerto un posto di assistente alla sua persona. Ho scritto per esprimergli il mio rammarico e la mia gratitudine pregandolo di considerare il mio rifiuto come una necessità per la mia carriera. Avevo allora tre bambini ed ero comandante di battaglione, con il trattamento di tremila franchi all’anno. Il 6 brumaio dell’anno VII o 28 ottobre 1798, il signor generale Ambert, comandante capo, giunse ad Ajaccio, accompagnato dal direttore del Genio e dell’Artiglieria, dall’ordinatore Boerio e dal vicario generale Arrighi, mio parente. Il giorno dopo il Generale mi ha nominato comandante del distretto di Bocognano. Mia moglie, a questo nuovo incarico ha gridato e ha cominciato a piangere. Al nostro arrivo a Bocognano, vedendo queste capanne sparse, da cui uscivano minacciosi dei selvaggi contadini, con il moschetto in spalla e le cariche in cintura, si strinse verso di me, tremando. Il tragitto aspro e severo l’aveva sconvolta di terrore. Il recente ricordo dei Casabianca, zio e nipote, uccisi contro giuramento, perseguitava la sua mente. Le promisi, per calmarla, che sarei andato dal generale per avere un’altra destinazione. Giunsi alla divisione allo stesso tempo del colonnello Ramond. Appena mi vide, il generale disse, ridendo: “Be’, Simeone, sei contento?” “Si signore”.
“Mi permetta,
generale, di presentare alcune osservazioni”. “Parlate” “Lo spostamento di Simeone mi da delle pene. Mi è troppo utile ad Ajaccio per il servizio sul posto. Egli ha zelo, ordine e soprattutto del sangue freddo”. “Avete ragione, colonnello, ma è proprio a causa di queste qualità che lo mando a Bocognano, dove la popolazione è difficile da gestire”. Così l’elogio del mio colonnello servì solo a rendere la mia partenza inevitabile. Allora ho preso la parola. “Generale, il 369
servizio è rude e pericoloso a Bocognano, a meno che non mi vogliate accordare un favore che effettivamente riduce il pericolo”.
“Parlate comandante”.
“Generale, datemi carta bianca su trentasei contumaci che occupano la campagna”. “Cosa avete intenzione di fare?” “Voglio convincerli con le buone parole. Li impegnerò a restare tranquilli e darò l’amnistia per i crimini effettuati durante l’insurrezione. Invece che dei formidabili contumaci, avremo dei buoni padri di famiglia che lavoreranno la terra e guarderanno le mandrie”. “Comandante, non posso ancora; è oltre i miei poteri. Per ora, andate alla vostra sede, fate un’indagine approfondita e mandatemi le vostre osservazioni al riguardo. Io presenterò il vostro rapporto all’amministrazione del dipartimento con parere favorevole”. Dopo queste buone parole ho preso congedo da lui e il giorno dopo ero a Bocognano. Ho iniziato la mia indagine, senza fare confusione. Mi accontentai di interrogare i capi di entrambi i partiti, e gli amici che stavano dalla loro parte. Ogni notte ho riassunto le mie impressioni in forma scritta. Era difficile stabilire la verità in mezzo alle passioni che ribollivano nei cuori. Freddo e sincero, vedendo per la prima volta questi uomini la cui foga aveva oscurato la ragione, ero incline a pensare che con il passare del tempo questi caratteri collerici e violenti si sarebbero calmati sotto l’impressione di un linguaggio forte e leale. I Corsi sono affamati di giustizia. Essi si arrabbiano quando si ledono i loro diritti, ma diventano buoni come le pecore, se li si fa ragionare senza mostrare paura o pregiudizi. Ho inviato la mia relazione al dipartimento. Il comandante in capo, appena ne venne a conoscenza, espresse un parere favorevole. La risposta giunse presto. Il rifiuto, coperto subdolamente da parole noiose, prese atto con l’ammissione che la mia relazione era scomparsa dalla Cancelleria. Il Generale, irritato da questi ritardi, mi ordinò di inviare un nuovo rapporto conforme al primo e nella sua lettera di accompagnamento, ha avvertito i membri del dipartimento che nel caso avessero rifiutato l’amnistia per i contumaci, avrebbe usato il suo potere discrezionale di perdono lui stesso, dopo aver segnalato al Direttorio la loro mancanza di rispetto per l’amministrazione militare. Allora i membri del Dipartimento, pieni di zelo, si affrettarono a deliberare. A malincuore, autorizzarono trenta contumaci a tornare nelle loro case, ma mantennero il decreto di prescrizione contro Anton Ferri, Andrea Morelli, Ottavio Tavera, Colombani e Serpaggi, con il pretesto che erano emigrati verso l’isola di Sardegna. Aggiunsero i loro nomi alla lista degli emigranti anche se era ben noto che gli esuli non erano mai apparsi in Sardegna. 370
Questa decisione venne presa al fine di esasperare questa povera gente. Li ho visti in segreto, e li ho rassicurati sul seguito da dare ai disegni odiosi della fazione. Ho chiuso gli occhi sui loro rientri e partenze, fingendo di perseguitarli ad oltranza, ma in realtà, i miei soldati, in vigilanza, visitavano i luoghi che i fuorilegge, avvertiti, avevano già abbandonato. Ho salvato le apparenze e la maggior parte degli abitanti credevano che mi stessi occupando dei presenti monitorandoli continuamente. Questi ultimi si tenevano nei dintorni, e ogni sera tornavano a casa nel villaggio. Alla fine dell’anno, il generale Ambert ha messo tutta la Corsica sotto assedio. La divise in distretti militari. Io ho avuto il comando della Pieve di Celavo, San Piero e Cruzini. Il Celavo aveva cinque comuni (Bocognano Tavera Ucciani, Vero e Carbuccia) San Piero (Bastelica, Eccica Suarella Cauro, Ocana e Tolla), Cruzini (Rosazia, Salice, Azzana e Pastricciola) ovvero i quattordici comuni più inquieti del Liamone. Grazie alle misure adottate da me, è stata mantenuta la pace nel mio distretto, con modi che sono più vicini ad una missione apostolica che ai colpi di forza di un campo militare. All’annuncio di rivolte o risse eclatanti in un comune, andavo con due amici, senza armi, il bastone in mano. Non facevo camminare un solo soldato con me; i contadini mi vedevano arrivare da solo e quasi completamente disarmato, sorridevano gentilmente e si riunivano in piazza per ascoltare la buona parola, come dicevano. Ho sempre notato che il contadino non accoglie di buon grado un capo delle truppe che cammina con i suoi soldati per sedare i disordini, mentre si riesce a conquistare la sua fiducia e simpatia, quando il capo delle truppe arriva nel Villaggio in tenuta da viaggiatore e senza pompa. Quando dovevo sedare delle singole risse, ascoltavo con pazienza le argomentazioni di entrambe le parti. A quello che ha sbagliato, ho detto: “Tu stesso riconosci che la rabbia ti ha fatto commettere un crimine. Dai la mano alla parte lesa e vieni con me a Bocognano, dove farai un paio di giorni di prigione. Uscirai con la promessa di essere più saggio in futuro”. Questo linguaggio proveniente da un uomo che teneva i più ampi poteri li colpì di sorpresa e accettavano di seguirmi volentieri. In un primo momento, alcuni contadini facevano un sussulto quando parlavo di prigione. “Sgio Comandante, farò i pochi giorni di carcere che merito per il crimine che ho commesso, ma una volta lì dentro, mozzate le ali all’uccello; non può più volare. Vi dimenticherete di me e i miei nemici riprenderanno le loro accuse”.
“No, stai tranquillo, hai la mia parola”.
Pronunciavo cinque o dieci giorni di carcere a seconda della gravità dei reati ed i 371
criminali mi seguivano docilmente a Bocognano. Ben presto avvenne che la mia reputazione di uomo onesto e imparziale sui diffuse in tutti i comuni. Al ritrovo della sera, nelle veglie, le buone donne benedicevano il mio nome e nei rosari ero sicuro di ottenere qualche “padre nostro”. Dovevo solo apparire per placare le liti. Gli uomini più pericolosi si arrendevano a discrezione, senza chiedere quello gli avrei fatto a Bocognano, e mi seguivano con fiducia. Sì, amavo questi grandi bambini, terribili con l’ingiustizia, ma sottomessi tutte le volte che si faceva appello ai loro sentimenti di onesta equità. Con i mezzi che avevo a disposizione, ho reso rari gli omicidi e gli assassini che, in questi tempi di desolazione, riempivano di terrore il resto della Corsica. Le nostre operazioni, relativamente facili negli scontri individuali, diventavano scabrose e delicate se i partiti si mescolavano nelle loro fazioni nelle pretese di precedenza negli affari comunali. Quando arrivavo in uno di quei villaggi afflitti da queste lotte di partito, non riuscivo a trovare nessuno nelle piazze. Così ho iniziato la mia visita a casa del capo del partito francese. Mi accolse con un certo imbarazzo, e attese in silenzio il mio rimprovero. I sostenitori sono arrivati a frotte. Dopo alcune parole scambiate a bassa voce, la conversazione si animava e diventava rumorosa. I "per la Madonna”e “Sangue di Diu”condivano i dialoghi furiosi di tutte queste persone. Lasciavo scorrere il torrente furioso e turbolento come un uomo seduto sulla riva di un fiume, che contemplava in silenzio che l’acqua traboccasse. Dopo queste lamentele, prendevo la parola a mia volta. “Amici miei, sono lieto di non vedere altro intorno a me che dei cittadini rimasti fedeli alla Francia. Se abbiamo vissuto dei giorni di prove, abbiamo finalmente avuto il sopravvento. Era pericoloso, per un certo periodo, dire di essere amici della Francia. Abbiamo scampato questo pericolo, e trionfato contro un partito sconfitto e disarmato: sarebbe crudele mostrare animosità. Siate misericordiosi e gentili con coloro che sono stati i vostri avversari”. “Loro non si sono occupati di noi quando erano al potere. Noi applichiamo la legge del taglione” interruppe qualcuno nella riunione. “Ci hanno messo il tallone sul collo”, Spergiurava un altro. “Be’, ho detto, mostrategli che voi siete meglio di loro, dimenticando il passato”. A poco a poco, la conversazione prese una piega familiare. Gli parlavo della semina, delle armenti e dei vigneti, e per ciò che ne conseguiva, riuscivo a calmarli e a sostenere idee pacifiche. Li ho lasciati per visitare l’altro partito, già riunito intorno al suo capo, e ho ripetuto il mio discorso con argomenti diversi. La mia passione per il bene abbracciava il mio cuore con fuochi di carità e di 372
fratellanza. Mi dispiaceva che questi uomini buoni e sensibili dovevano perdere di vista la realtà della vita per correre dietro alla chimera di un’autonomia già soffocata nel sangue. Dissi loro: “Continuate la lotta sul campo con il lavoro e sottomettetevi da soli, senza guardare indietro alle leggi esistenti”. Mi hanno capito e si sono placati. Odiavo e maledicevo la vendetta; davanti a questi uomini duri e feroci, proclamavo vivamente la dimenticanza delle offese in nome di Dio, crocifisso sul Golgota. La vendetta perpetuava la scia di sangue fino al punto di lasciare i vecchi soli in casa a piangere sulle vittime di quest’odio selvaggio. La legge doveva essere rispettata sotto la pena di portare la dissoluzione della società civile. Si doveva agire contro i criminali senza odio e senza paura. Perfino i giurati e i giudici l’applicavano debolmente, secondo il grado delle loro passioni. Ho trovato tra i corsi una percezione chiara e sana dei principi della legge e la rassegnazione nella punizione. L’ingiustizia li colpisce con orrore e indignazione. Allora, oscuri e terribili, ricorrono al moschetto. La buona parola che gli portavo di persona, io, estraneo alle loro fazioni, alla vendetta, era ascoltata con attenzione, e non mi è mai successo di lasciare i villaggi senza averli pacificati. Gli abitanti di Bocognano dicevano, nel vedermi tornare: “Deve aver fatto fare la pace in quel villaggio, dato che il nostro missionario è di nuovo qui”. I quattordici villaggi sotto il mio comando rimasero in tranquillità, mentre il disordine e la guerra civile mettevano la Corsica in ebollizione. A Ucciani i miei viaggi apostolici erano ostacolati da un uomo con uno spirito inquieto ed audace, Giuseppe Poggioli. Egli diceva ai suoi seguaci: “Amici miei, non dubitate di nulla qualunque cosa accada. Noi resteremo sempre i più forti sotto tutti i governi. Con i francesi, abbiamo il sostegno di Letizia e di Nabulione; se gli inglesi saranno di nuovo nell’isola Carl’Andria (Pozzo di Borgo) è con noi nel cuore e nell’anima. Così qualcuque sia l’anebrosini bisogna che reste sempre sotte di noi”. I contadini, così indottrinati, si mostravano pieni di insolenza. A causa loro, il Padre Silvani, Commissario del Cantone, non restava tranquillo. La mia giustizia e la mia tempra avevano la meglio su questi capi clan e i contadini coraggiosi si traevano sempre dalla mia parte. Le persone avevano tanta fiducia in me che giunsero in massa per incontrarmi durante la settimana precedente al primo Germinale, giorno della convocazione delle assemblee primarie. Essi mi dicevano:tale e tal’altro chiedono il nostro voto per diventare elettori. “Noi vi chiediamo consiglio e voteremo per il vostro candidato”. “Non ho un candidato da raccomandare. 373
Invece di apparire nella sala del voto, se volete il mio consiglio, predente la vostra pala e andate a lavorare la terra. Sarà meglio che essere malvisti dalla fazione contraria”. Molti seguirono il mio consiglio e lasciarono le loro case nelle prime ore del mattino. Altri mi hanno fatto delle obiezioni. “Se ci rifiutiamo, saremo perseguitati da entrambe le parti. Votando, saremo almeno protetti dal capo che avremo votato”. “In questo caso, votate secondo coscienza”. Sapevo che il governo teneva la neutralità. A tutti i funzionari era stato ordinato di astenersi lasciando agli elettori fare la loro scelta liberamente. Nel corso dell’anno VIII venne decisa la spedizione in Sardegna. Il Generale Cervoni fu nominato comandante insieme al generale Bacciochi come capo di stato maggiore. Il mio ex comandante era felice di incontrarmi e sollecitò il generale Ambert, per avermi con sé. Ero incaricato di organizzare un battaglione provinciale composto esclusivamente da corsi e in attesa della partenza, mi unii allo Stato Maggiore, ad Ajaccio. “Ah! mio povero paese, cosa diventerai dopo la partenza dei gendarmi? I proscritti faranno ritorsioni, bruceranno le nostre case e taglieranno i nostri castagni. E Voi stesso, mio comandante, resterete inerte di fronte ai furiosi, assetati di vendetta. Faranno strage di voi”. “Non abbiate timore per me, tenente, pensate solo a completare la vostra missione e ad andare presto”. Egli ignorava il mio rapporto con i fuorilegge. Ho agito da solo, fiducioso nelle loro parole, prendendo piena responsabilità delle mie azioni. Il mio onore di alto ufficiale e la mia coscienza di cittadino francese non erano intaccati dalla relazione segreta con i fuorilegge. Nessun dubbio scuoteva la mia sicurezza sulla via da seguire verso questi corsi divisi in fazioni. I partiti erano ben lungi dall’avere convinzioni politiche al di fuori dei loro capi e signori. Essi li seguivano ciecamente ovunque li conducessero, indipendentemente dalla nazionalità o dalla bandiera. Gli stessi capi, non avevano altra preoccupazione che il successo contro un rivale che contestava la loro supremazia negli affari locali. Con imparzialità i Corsi si governavano facilmente. Giustizia uguale per tutti, questo è stato il mio motto e la regola della mia modesta esistenza. Raddoppiai le mie visite ai villaggi per mantenere la pace. Spesso lasciavo Bocognano, con la grazia di Dio e la guarnigione aveva tutto l’agio di prendere il sole, lungi dall’imporre qualcosa a questi montanari che tante volte avevano messo in pericolo interi reggimenti. La forza morale teneva buoni a casa questi popoli selvaggi che per la prima volta, vedevano un capo militare camminare senza scorta e parlare con loro gentilmente. Una profonda calma regnava nelle 374
frazioni dove si passava in pace il tempo nel lavoro dei campi senza sospettare che l’insurrezione stava montando con la sua testa minacciosa. Compagni regolari nelle mie escursioni erano Mufraggi, Cimittera o Andreoli. Tutti e tre avevano l’aspetto di venerabili patriarchi, con la loro lunga barba bianca e la postura severa e solenne. Il nostro arrivo era sempre accolto con gioia. “Eccu u buon commandante”. Io mostravo loro l’inanità di certe sommosse che servivano solo a rovinare coloro che ne prendevano parte. Parlavo con loro della vendetta come un delitto irreparabile agli occhi di Dio. Attraverso di essa, le famiglie finivano miseramente, mentre il perdono era la risposta più sublime. L’unica giustizia doveva intervenire nella punizione dei reati. Questi discorsi non conoscevano obiezioni ed essi esclamavano: “Con te, Scio Comandante, vorremmo rinunciare alla vendetta, perché voi ci amiate e ci crediate giusti”. A volte le due parti presenti si inveivano a vicenda. Lasciavo passare la corrente fino a quando la stanchezza concludeva le loro recriminazioni. Niente poteva mettermi paura e spesso la ferocia di alcuni sguardi era in difficoltà davanti alla mia serenità e alla calma delle mie parole tranquille. Finivamo per unire le mani e tutto si risolveva in un processo verbale di riconciliazione. Io facevo inserire nella conclusione che “tutte le volte che qualcuno di fosse permesso di maledire la pace e di diffamare i suoi avversari, sarebbe stato chiamato a giustificare le sue affermazioni”. Così, per evitare guai da un confronto di fronte a me, giudice sovrano, tutti tacevano. Si temevano le mie decisioni, perché si sapeva che non assecondavo nessuno nelle questioni giudiziarie. Mentre gestivo le mie solite occupazioni di guardiano del buon ordine e della pace, l’insurrezione si fomentava nelle pievi vicine, e faceva numerose vittime. Nel distretto di Bocognano senza forze militari, vivevo in piena sicurezza. Nessun uomo ha preso le armi contro i francesi. Fui informato dei moti insurrezionali quotidiani del Liamone e misi il generale Ambert a conoscenza della situazione con rapporti giornalieri. I miei messaggeri non sono stati mai turbati nelle loro corse sulle montagne e nella macchia mediterranea. Il già nominato M ... di Bastelica, uno dei novantaquattro sbarcati a Livorno, tornò al suo paese per metterlo in insurrezione. Le sue parole rimasero lettera morta, anche da parte dei suoi parenti e amici. Suo figlio si rifiutò di seguirlo e M ... dovette lasciare Bastelica, da solo, negato da tutti, ben felice di lasciare il paese ancora in vita. Qualche giorno dopo, applicando la legge marziale, ricevetti l’ordine di andare a Bastelica per procedere alla distruzione della casa di M ... con un incendio. In ossequio ai figli, 375
rimasti fedeli alla causa nobile, lasciai la casa intatta facendo constatare alle autorità locali, che il fuoco avrebbe danneggiato delle case vicine abitate da forti sostenitori del governo francese. La mia relazione venne approvata e la casa esiste ancora a Bastelica. Gli emissari russi, braccati da ogni parte, si imbarcarono di nuovo precipitosamente. La Corsica era diventata tranquilla e questa schermaglia sparì senza lasciare alcuna traccia se non la memoria di alcuni graduati militari disseminati presso alcune famiglie. Su mia richiesta, ho ottenuto piena amnistia per i proscritti come ricompensa per il loro atteggiamento leale durante l’insurrezione. Essi sono venuti da me e mi hanno ringraziato per i consigli dati a Affa e per l’interesse sempre mostrato verso di loro e le loro famiglie.
Essi vissero in seguito in solitudine, lontano dalla
politica, e si ricordavano di me anche molto tempo dopo che li avevo lasciati per paesi lontani. Ho anch’io un buon ricordo di loro e posso testimoniare che non ho mai conosciuto persone più oneste sulla terra. Il Generale Ambert mi inviò una lettera con cui mi ringraziava per i servizi che avevo reso alla causa francese durante la rivolta. “La condotta che avete avuto, può contare sul mio appoggio. La benevolenza del governo non vi deluderà e presto ne sentirete gli effetti positivi”. In seguito, nello stesso anno VIII, mi ha inviato una lettera dal Servizio del Primo Console con cui fui nominato comandante della città fortificata di Corte. Il signor Levasseur, Commissario di Guerra, venne a trovarmi durante la sua visita e disse: “Comandante, non potete immaginare in quale considerazione siete presso il generale Ambert. L’altro giorno durante una cena alla quale sono stati invitati gli ufficiali ed i funzionari di alto livello, ha dichiarato pubblicamente che nell’ultima rivolta, è stato risparmiato molto sangue grazie alla vostra bravura ed alla vostra guida sicura”. “Simeone - disse - è quello che ha fermato gli agenti della Russia. Grazie a lui, questo terribile paese di Bocognano è rimasto tranquillo. Tra tutti i comandanti, lui è l’unico che conosce l’arte di condurre e portare a discrezione i corsi, con la persuasione ed i consigli”. Capitolo Venticinque – in posta a Corte con Miot e Morand. La città di Corte era all’epoca agitata dalle lotte di partito. Il ricordo di Paoli e la sua amministrazione ancora ossessionava le menti e la gente rimpiangeva il Padre della Patria relegato lontano dalla sua isola per averla troppo amata. Sotto il suo governo, Corte, terra di mezzo, aveva avuto tutti i privilegi di una città, la 376
capitale. Ormai la nuova politica francese inaugurò una serie di misure di confisca che didero alle città di mare, Ajaccio e Bastia, la vitalità civile e militare della Corsica. Il malcontento dominava anche le classi superiori che disapprovavano altamente questa messa in disgrazia della famosa città delle Consulte. Questa generazione ricordava un passato glorioso e il tempo in cui le cose della Corsica avevano il loro centro di attività nella capitale dell’isola. La gente dell’isola si era, nel tempo, abituata a considerare Corte, come la località in cui si risolvevano i gravi interessi della nazione sotto la guida dei capi della Corsica. Bastia, sospetta per le sue tendenze genovesi, ed Ajaccio, diventata famosa per Bonaparte, avrebbero diviso di comune accordo i favori di una grande potenza che spostava per misura politica e rancore, la sede delle amministrazioni civili e militari e colpiva con ostracismo la Corte delle guerre nazionali e della dominazione inglese. Le persone soffrivano fortemente questo affronto e denunciavano aspramente i francesi che le toglievano senza pudore l’antico alone di gloria. Quasi ogni notte marciavo per la città, alla testa di forti pattuglie per garantire il mantenimento dell’ordine. Gli spiriti erano sovraeccitati ed ogni sera si formavano agli angoli delle strade e nelle piazze dei piccoli gruppi che discutevano della politica del giorno. Io li disperdevo facilmente, facendo appello, riguardo alle leggi che puniscono i raduni, alla loro lealtà. Con i forti legami familiari e la reputazione di cui mia moglie e la mia famiglia erano circondati a Corte, riuscivo nei miei tentativi di conciliazione. Tra i residenti rinacque la calma e, perdendo le abitudini notturne di colloqui in pubblico, si rivolsero presto alle loro occupazioni rurali. Un incidente di poco conto mi avrebbe dato imbarazzo se non avessi potuto contare, se necessario, sulla grande influenza di alcuni membri della mia famiglia e sull’influenza che avevano su questa buona popolazione di Corte che io, vent’anni dopo, ho dovuto amministrare per molti anni come sindaco. Giovanni detto La ... e un altro residente di Corte furono arrestati per aver utilizzato falsi pesi nella vendita di carne. Erano macellai e avevano un contratto con le autorità militari per la fornitura di carne della guarnigione. Il Commissario di guerra, Antoni, li considerava come dipendenti, al seguito dell’esercito, e indirizzò contro di loro un verbale trasmesso al generale Ambert. Per suo ordine, furono arrestati e rinchiusi nella cittadella. Due ore dopo MB ... facente funzione di giudice di pace e Toussaint G ... aggiunto comunale, vennero da me e mi consegnarono una petizione, abilmente scritta da uno dei miei cugini, avvocato. Questa petizione 377
ricorreva a questi due funzionari pubblici, in nome della legge, per liberare i due prigionieri arrestati senza un mandato da parte dell’autorità competente. Ho comunicato loro l’ordine del generale Ambert con il mandato di relazione e stavo chiacchierando amichevolmente con loro su questioni di diritto. Hanno resistito alle mie obiezioni mantenendo fermo il punto sulla precisa formulazione della legge. Avevano un codice e leggevano alcuni articoli solennemente. Non riuscivo più a evadere la richiesta. Dovevo dare loro una risposta. Così ho cambiato tattica e lasciando da parte la questione di diritto, ho detto loro: “Amici miei, mi avete convinto. Beh, non prendendo in considerazione il mandato per conto del generale Ambert mi sarei compromesso agli occhi di quest’ultimo; qualunque cosa accada; i prigionieri saranno liberati. Io preferisco disobbedire al generale che violare la legge, tanto più che la vostra richiesta è sostenuta da persone che gridano costantemente sulla piazza. Vi prego di attendermi per qualche minuto in questa stanza; ho alcuni affari da compiere e spedire per posta e poi sarò felice di accompagnarvi”. “Dateci l’ordine di proscioglimento, andremo soli senza la necessità di darvi fastidio”. “No, cittadini, avrò l’onore di accompagnarvi per mostrare alla gente cosa faccio per voi”. E dalla finestra, ho puntato il dito contro la folla enorme che era sulla piazza d’armi. Poi sono andato nel mio ufficio dove ho lavorato fino al tramonto lasciando questi due cittadini coraggiosi a proprio agio a fumare la pipa. Completato il mio lavoro, sono risalito su per le scale lentamente, armato di un enorme articolo in-folio contenente il regolamento militare delle roccaforti. “Leggete, cittadini, l’articolo 10, titolo 34, sul servizio delle piazzeforti. Vedrete che è fatto divieto ai civili di entrare nella fortezza dal tramonto all’alba”. Ho dato loro copia di questo articolo e, dopo un saluto forzato, ci separammo da buoni amici. I manifestanti fecero loro da corteo. Il grave caso venne rinviato al giorno successivo. Ma la folla non era affatto composta. Furiosa, chiedeva a voce alta la libertà dei prigionieri. Entrambi i magistrati la arringavano. “A domani – Una note passa prestu. Andate a cena”. E la folla si disperse, dandosi appuntamento per il giorno successivo. Tutto sembrava essere accaduto per il ritardo nella soluzione di questo caso. Sorpreso dalla visita di questi due signori, non avevo preso alcuna precauzione “militare”per disperdere la manifestazione e sono dovuto ricorrere a degli stratagemmi per tardare fino al tramonto. Contavo di usare la notte per evacuare i prigionieri e, sotto scorta, inviarli a Bastia. A mezzanotte sessanta uomini formarono una colonna, nascondendo i due prigionieri nelle loro linee e 378
subito iniziarono a marciare. Alcuni nottambuli videro, con una certa curiosità, i soldati correre in fretta, nel silenzio della notte. Non hanno visto niente di strano, dato che questi movimenti erano abbastanza frequenti. Per precauzione, i prigionieri avevano indossato dei cappotti militari e gli era stato consigliato di non pronunciare il minimo grido o sarebbero stati fucilati. Al sorgere del sole, apparvero davanti a me i due magistrati seguiti da un lungo corteo di cittadini. Avevo preso le mie misure. Le postazioni della cittadella erano state raddoppiate e tutte le truppe rientrate. Su mio ordine, il ponte levatoio venne abbassato dopo l’entrata e le persone si sparsero sulla piazza. Li accompagnai per la forma, verso la prigione, e facendola aprire dissi loro “guardate”. “I prigionieri non ci sono”. “No signori, non sono più qui; al momento, hanno già percorso una lunga strada e non ci si può unire a loro. Sappiate che un militare deve essere servitore del suo incarico a pena di decadenza, e non può disobbedire agli ordini di un comandante in capo”. Essi tornarono in città, timidamente. La gente mormorava e taceva alla vista delle scintillanti baionette allineate sui bastioni della fortezza. Sapevo dall’esempio del mio predecessore M. Tiffon, a quali atti estremi si portassero alcuni magistrati civili contro le autorità militari. L’abate N ... di Prato o di Castiglione, arrestato per ordine del generale Ambert, fu imprigionato nel dongione. Lo stesso MB ... chiese imperiosamente al comandante il rilascio del padre minacciando, in caso di rifiuto, di sollevare il popolo. La discussione prese un carattere violento e giunse agli insulti. “Anche se voi chiamate il giudice, voglio entrare nel dongione e liberare il prigioniero”. “Se lo fate, rispose Tiffon, vi farò fucilare”. Il giudice ha indirizzato un processo verbale contro il comandante per minacce a un giudice nell’esercizio delle sue funzioni. Il tribunale ha preso la causa del magistrato e trasmesso la denuncia al ministro della Giustizia. Il ministro della guerra, informato del caso dal suo collega disse che il comandante Tiffon sarebbe stato inviato alla corte marziale per detenzione arbitraria e insolenza verso un magistrato. Questa notizia colpì dolorosamente lo sfortunato comandante. Sputò sangue e morì dopo pochi giorni. La cautela è necessaria per temperare la severità nel servizio. Non mi sono mai piegato davanti alle richieste di parte. Con forme levigate, ho agito con fermezza e non mi sono mai compromesso con il potere civile. Ero felice a Corte, vivevo all’interno della mia famiglia, circondato da molti parenti. Corte era per me una città in cui si concentravano i miei affetti più cari ei miei piani futuri. La mia tranquillità fu improvvisamente scossa da un ordine che mi chiamava al 379
comando superiore della Balagna. Pochi giorni dopo la mia partenza da Corte, il signor Miot arrivò in Corsica come consigliere di Stato con poteri straordinari. Nella sua breve amministrazione, ha dato la prova più conclusiva su come condurre i Corsi alla civiltà e al progresso. Egli fu, dopo il marchese di Cursay, l’unico francese a conoscere bene la Corsica e il carattere isolano. Ponendosi al di sopra dei partiti, ha agito verso il bene pubblico, per proteggere il commercio e l’agricoltura. Ha fondato una biblioteca pubblica ad Ajaccio e ha promulgato decreti speciali per la Corsica con forza di legge. In virtù di questi decreti, le norme fiscali vennero temperate e messe più in linea con la povertà degli abitanti. Le imposizioni, le eredità, le vendite, i lasciti furono soggetti ad una parte relativamente piccola di quota proporzionale. L’imposta su porte e finestre era insignificante. Le relazioni commerciali tra la Corsica da un lato e l’Italia e la Sardegna, dall’altro, furono esentate da tariffe. I villaggi con 200 abitanti o al di sotto non dovevano pagare le tasse e la vita comunitaria si stava sviluppando in pace attraverso l’agricoltura e la pastorizia. Il signor Miot fu presto esposto alle molestie del partito militare che vedeva ovunque cospirazioni contro la Francia e dal partito inglese che cercava di rialzare la testa. Le elezioni per il Consolato a vita e l’Impero non assecondavano Bonaparte che trovava nella sua patria degli elettori troppo restii ai suoi vasti progetti. Infatti i Corsi votarono a malincuore per il figlio di Letizia e la minoranza ostile era notevole. Napoleone diede ascolto alle insinuazioni del generale che sostituì il signor Miot, e che era un vero dittatore militare, Morand. Egli rappresentava la Corsica come il luogo dell’insubordinazione, sempre ardente, e ha descritto la situazione con i colori più neri. Il Generale Morand era un vero dittatore, duro e tirannico, e mise in esecuzione le peggiori decisioni che potevano raggiungere le famiglie sospettate di non amare i francesi. Governò come un despota e non ammetteva contraddizioni. Aveva la mania di vedere ovunque, e in ogni evento, l’interferenza inglese e dava ascolto alle minime denunce. La sua natura fiera ruppe ogni resistenza e nessuno osava alzare la voce in opposizione alle esecuzioni sommarie di cui la piazza d’armi di Corte offriva uno spettacolo pietoso. Ha fatto ricorso a stratagemmi indegni per condurre alla sottomissione i contumaci che vagavano nella boscaglia per cause politiche. Così, qualche tempo dopo la mia partenza da Corte, ha concesso l’amnistia ai fratelli Stefani di Orezza, e diede loro ranghi ufficiali nella legione corsa. Gli sfortunati si affrettarono pieni di gioia a Corte per ringraziare il generale. Dopo aver ricevuto 380
i loro saluti, questi si ritirò nel suo ufficio, dicendo loro di aspettare. Immediatamente, dal suo aiutante, faceva inviare l’ordine ad un ufficiale di posizionarsi sulla porta di casa con venti uomini alla baionetta, e di colpire gli Stefani alla loro partenza. Il generale, tornato dal suo gabinetto, diede loro strette di mano e li congedò con buone parole. Felici ed orgogliosi dell’affabilità di colui che li aveva perseguitati così duramente, essi arrivarono alla porta di uscita quando le guardie si precipitarono su di loro e li legarono, nonostante le loro grida di protesta. Essi furono condotti nella scura prigione del mastio e, dopo un finto processo marziale, furono fucilati sulla piazza d’armi, davanti alla folla silenziosa, che sgomenta, guardava quell’esecuzione senza precedenti dal momento che era stata preceduta da un’amnistia concessa con grande risonanza. Per la formazione di queste milizie, il generale Morand aveva proclamato il perdono e l’amnistia per i contumaci che si fossero impegnati a servire la Francia nei paesi italiani. Il Fiumorbo traboccava di contumaci. Egli inviò qui il suo aiutante, Livry che negoziò con Sabini e Laurelli che fino a quel momento avevano rifiutato ogni compromesso per riconquistarsi il favore. Livry era più abile dei suoi predecessori. Aveva in tasca la nomina a comandante per Sabini e la nomina a giudice di pace per Laurelli. Li ha convinti con maniere lucide e insinuanti ad accompagnarlo a Corte dove il generale bramava di vederli per parlare della situazione del Fiumorbo e apprendere da loro alcuni suggerimenti per la pacificazione. Essi ci hanno creduto e partirono pieni di fiducia. I loro sostenitori fecero una scorta d’onore con oltre trecento cavalieri che apparvero un mattino sul ponte, a Corte, al grido di “Evviva Francia, Evviva Morand”. Questi, sorridente, era in alta uniforme al cancello della cittadella, circondato dal suo stato maggiore e da una compagnia di parata. Invitò gentilmente i due capi ad entrare con la loro scorta e strinse la mano a Sabini! Chiamandolo comandante. Tutti attraversarono il ponte levatoio che venne immediatamente risollevato. I fiumorbacci attendevano dei rinfreschi e si ritrovarono con delle manette pesanti che cinsero i loro polsi. Da tutte le parti dei soldati rabbiosi corsero su di loro, li legarono, verificando così il proverbio corso “Uomo assaltatu un face mai prova - Uomo sorpreso non fa alcuna resistenza”. Mi trovavo a Corte, in congedo regolare, quando questi eventi hanno avuto luogo. Sabini, Laurelli e molti altri sono stati condannati e fucilati. Al mattino al sorgere del sole apparvero i condannati, con le mani legate dietro la schiena. Un francescano, con il crocifisso in mano, passò da uno all’altro, dando loro la 381
speranza di una vita migliore. Essi non sembravano ascoltare e gli occhi erano rivolti sul lato della montagna che dominava la loro macchia mediterranea e il mare. “Presto morirete. Io vi assolvo dai vostri peccati, salite verso il cielo, figli della libertà”, e a voce bassa il francescano sussurrò “sarete vendicati”. I soldati caricarono le armi. Morand, per vedere meglio, si sporse dal balcone. Sabini si fermò e disse: “Che tu sia maledetto, carnefice”. Spinto verso il patibolo, fissò i soldati che miravano al cuore e la testa. Altri arrivarono a loro volta e caddero sanguinanti, riuniti nella morte come lo erano stati durante la vita nella fraternità della lotta. Morand guardava con gli occhi asciutti la sparatoria. Aveva la folla sotto il suo sguardo e le vittime e la vista dei battaglioni pronti a sparare al suo minimo cenno lo faceva sorridere. Era finita. La piazza d’armi vuota, tacque; stranamente alcuni corvi si aggiravano nell’aria. Si sentivano solo le loro grida nella città, pietrificata dallo spettacolo abominevole. Centocinquanta contadini erano tenuti prigionieri. Erano lasciati incatenati come gli schiavi da tratta. Le casematte di Embrun li inghiottirono nelle loro nere profondità. Le sfortunate vittime di un crimine contro la fede giurata non videro più il loro paese! Io ormai ero stufo di questo sistema barbaro di un governo che prendeva un boia per guidare un dipartimento, e chiesi di lasciare la Corsica. Sentivo nel profondo della mia coscienza, tutta l’ignominia di tali processi ed ero ansioso di lasciare, fino al momento del mio pensionamento forzato, quest’isola torturata da un criminale cui tutti noi dovevamo obbedienza e che non aveva nulla di militare se non l’uniforme. Quando partii per il continente, ho ricevuto dagli abitanti della Balagna le testimonianze più lusinghiere della loro fiducia. Con ordinanza del generale Morand, venne fatto un appello di volontari per completare la legione corsa di Livorno. I titoli di capitano, di tenente e di sottotenente spettava di diritto a chi avesse reclutato, 40, 24 e 15 uomini per la legione. Questi nuovi ufficiali, senza conoscenza, senza servizi, senza livelli precedenti, sostituivano coloro che erano stati messi in pensione o erano stati falciati sui campi di battaglia. Padroni, Venturini, Boccheciampe viaggiarono per la Balagna, senza reclutare un solo uomo. Io ricevetti in poche settimane l’impegno di ottanta giovani. I padri mi consegnavano i loro figli, dicendo: “. Noi vogliamo che loro prendano servizio sotto la tua direzione”.
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Capitolo Ventisei – le spie russe - la morte di Tigrinu o la vendetta di Donati. Prima della mia partenza da Corte, venne ucciso in montagna il famoso Tigrinu. Si ricordava ancora il caso dei marsigliesi e di quel colpo di stilo davanti all’esercito, sulla pubblica piazza dove, con freddezza, aveva lasciato i ranghi per andare a pugnalare il tenente Donati. Dionisa, sorella di Tigrinu, lo aveva spinto al delitto per vendetta contro il seduttore che l’aveva abbandonata dopo la promessa di matrimonio. Dalla loro relazione d’amore nacque un bambino che venne chiamato “u bastardu”. Donati era convolato a giuste nozze, che non lasciavano speranza a Dionisa di riparare la sua colpa con il matrimonio. Gli Agostini e i loro numerosi parenti giunsero alla conclusione che Donati meritava la morte per la sua malafede. Non potevano sopportare che questo marciasse a testa alta dopo averli coperti di insulti. Tigrinu, naturalmente, si era impegnato ad eseguire la sentenza di morte pronunciata contro Donati. Alla rivista dei battaglioni, aveva completato il suo progetto, senza rimorsi e senza paura. La fatalità dei pregiudizi ha voluto così. Da allora egli aveva vissuto in pace in montagna e il pastore Pedinellu divenne suo fratello. L’affascinante Chiarina, sua moglie, lo fece padre di due figli. I pastori lo stimavano e lo onoravano come uno di loro. Era raro che i gendarmi non fossero segnalati in anticipo. Non appena si avvicinavano alle case pastorali, gli si offrivano latte e acqua fresca, ma nessuna informazione sul bandito, che forse li ascoltava da lontano dietro una roccia. La stanchezza aveva finalmente colto i gendarmi e i loro capi. Tutti i procedimenti non avevano avuto successo. A rischio di cadere si erano avventurati in diverse occasioni nelle grotte e sulle cime del Monte Ritondu. Tornavano dalle loro inutili spedizioni con le uniformi a brandelli e spesso qualcuno trovava la morte in uno dei precipizi in cui si era avventurato. Il cane Pediolu era la loro bestia nera. Sventava gli agguati ed arrivava ad informare il suo padrone, senza abbaiare, indirizzando la sua testa intelligente del lato dei gendarmi. Così Tigrinu conosceva la direzione da prendere per sparire nella foresta. Da molto tempo per ordine superiore, la gendarmeria stava a riposo e lasciava che il bandito vivesse serenamente accanto alla moglie e ai figli. I cavalieri sardi, che erano a conoscenza dei nostri piani, fecero diversione con abili manovre di diplomazia. Il signor Talamaï, console russo a Livorno, ingannato da agenti sardi e da rifugiati corsi, allo scopo di portare una rivoluzione in Corsica in favore della Russia, scrisse al suo sovrano, lo Zar Paolo I, per delineare il suo piano. Ottenne carta bianca per l’esecuzione del 383
piano e dei brevetti per ufficiale, ma pochi rubli, che fu dannoso per il successo della spedizione. Novantaquattro corsi sbarcarono al Fiumorbu. I brevetti in bianco, firmati dallo zar concedevano le nomine a colonnelli, comandanti, capitani etc. che il maggiore Ornano riempì con i nomi dei capi delle fazioni. Mandò, attraverso molti agenti, queste commissioni stampate su carta pecora (pergamena). L’intera isola era fremente. I brevetti, come la peste, circolarono rapidamente. Il Fiumorbo diede il segnale della rivoluzione. Quasi tutte le pievi si sollevarono e si agitarono con una rivolta di massa contro i francesi. Il Generale Ambert, comandante in capo del Dipartimento della Corsica, scrisse al signor Bacciochi di inviarmi subito a Bocognano dove erano già stati segnalati gli intrighi degli agenti russi. Secondo lui, ero l’unico uomo capace di mantenere l’ordine in questo distretto. Contò sulla mia vigilanza e il mio zelo per spingere i montanari a rifiutare le offerte insidiose di Calamai. Occupavo una posizione di fiducia, la cui perdita sarebbe stata un reale danno per la dominazione francese. Egli si rapportava sempre a me per avere una libera comunicazione tra Ajaccio e Bastia. Questa lettera, molto lusinghiera per me, dispiacque molto al mio superiore, il Generale Bacciochi, che voleva tenermi con lui. Al di là delle lodi che mi erano riconosciute, la verità è che Bocognano, villaggio al centro tra Ajaccio e Corte, detiene le chiavi delle porte del Diladamonti. La sua diserzione avrebbe portato a conseguenze disastrose e la Corsica sarebbe stata tagliata in due sezioni. La configurazione della catena centrale offre solo tragitti di difficile accesso, attraverso alte vette. Dal pianoro di Vizzavona, che è la linea di demarcazione tra il “di qua”e il “di là”delle montagne, scende una strada verso Bocognano a cavallo di pendii ripidi, scoscesa, attraverso la quale si dipana un bosco con alberi ad alto fusto e torrenti. Il Generale Bacciochi mi vide lasciare con pena il calmo soggiorno ad Ajaccio per andare a vivere in un paese così rude e pronto alla rivolta. Mi disse: “Mio caro Simeone, tengo ad averti qui. Tu sei per me essenziale per completare l’oggetto della mia missione. Senza di te, sarà difficile superare le difficoltà che ostacolano l’organizzazione della nuova leva. Andrò a Bastia per spiegare le mie ragioni al Generale Ambert, perché non voglio che tu vada di nuovo in questo paese orribile in cui, di recente, due agenti sono stati uccisi a tradimento. Tu stesso potresti rimanere ucciso”. “Generale, state tranquillo, i bocognani sono migliori di ciò che viene detto su di loro. Sono persone molto buone e la mia vita non è più esposta di quanto non sia nel vostro salone; vorrei aggiungere che solo io posso fare qualcosa di buono in questo 384
borgo. Vedrete mio generale”. Lui non ha insistito e sono andato via. Ma invece di andare direttamente a Bocognano, sono andato a Affa (la spiaggia del paese) dove, come sapevo, si trovava Antonio Ferri e altri quattro fuorilegge esclusi dall’amnistia. Essi mi fecero la migliore accoglienza e, senza ulteriori indugi, si profusero in mormorii contro il dipartimento che voleva la loro rovina. Ferri disse: “faremo la vendetta. E ‘giunto il momento di cacciare questi amministratori senza fede. Tanto peggio per i francesi. Riceveremo gli emissari russi e chiameremo il nostro partito all’insurrezione”. Gli altri furono d’accordo. Ascoltai in silenzio le lamentele e quando terminarono il loro rosario di insulti, li guardai in faccia e con freddezza dissi loro “non sarà possibile farlo”. “Chi ce lo impedirà?” “Io, o meglio, la vostra coscienza. Ascoltate, miei buoni amici, se si prendono le armi tutto quello che ho fatto per voi si girerà contro di me. I vostri nemici diranno giustamente che voi siete nemici dei francesi e perturbatori dell’ordine pubblico. Ascoltate un amico sincero. La Corsica seguirà la sorte del vincitore. Bonaparte, il vostro connazionale, non farà mai passare la sua isola natale in mani straniere. Ricordatevi con un esempio recente, che gli inglesi vi hanno abbandonato dopo avervi compromesso, senza fare nessuna concessione a vostro favore. Quando riprendemmo la Corsica, dipendeva dal Generale Gentile di trattarvi come nemici e confiscare i vostri beni. Non l’ha fatto. Ricordatevi di essere grati a lui”. “Qualunque cosa tu dica il Dipartimento non vuol meno la nostra rovina, disse Morelli. La scelta di Bonelli, nostro nemico, come comandante a Bocognano è la prova certa che vogliono perseguitarci”. “Pensa pure che ho avuto missione dal generale Ambert di controllare tutte le sue azioni e che lui non può fare nulla senza il mio permesso. Se sarete molestati, voi e i vostri amici, vi autorizzo a tirarmi un colpo di pistola alla prima occasione. Mi raccomando alla vostra moderazione, e voi stessi, datemi la vostra parola che respingerete gli agenti russi. Questo è il solo modo per ottenere il perdono da parte del generale Ambert”. Si alzarono, mi accompagnarono sulla strada e, tornando verso la macchia gridarono: “Avete la nostra parola”. Quando arrivai a Corsacci, frazione di Bocognano, ho inviato con un espresso la mia lettera di servizio al comandante Bonelli. Appena la lesse, venne da me “Comandante, io sono felice del vostro arrivo. Colgo l’occasione per chiedervi di farmi una requisizione per mettermi a disposizione cinque muli che mi sono necessari per andare a Bastia, dove mi attende il Commissario Salicetti”. “Comandante, io non ho il diritto di requisire. La lettera di incarico afferma che io sono il titolare 385
capo del distretto, ed andrei fuori dai miei doveri facendo quello che mi domandate. I vostri poteri rimangono gli stessi tranne nel render conto a me dei movimenti della guarnigione”. “Sì, Sì, questo va bene. Aspettavo il vostro arrivo per potermi assentare e fare altre commissioni”. “Fate pure comandante, non ho bisogno di controllare atti di natura privata”. Ritornò il giorno dopo per dirmi che suo fratello aveva un processo in Ajaccio e contava di partire in giornata per arrivarci. Se ne è andato e non è più tornato, cosa che mi ha fatto piacere. Bonelli, un eccellente soldato, aveva tutte le passioni di un capo di partito. I suoi avversari giustamente lo temevano perché li perseguitava senza pietà, tenendoli in allerta giorno e notte. Per la sua famiglia, era il modello perfetto di capo di partito, coraggioso e generoso, dalla tavola sempre aperta. La guarnigione di Bocognano era composta da 40 gendarmi, comandati dal tenente Marcaggi e da 25 avanzati dalla 23a linea. Il reggimento stava combattendo nella Tavagna. Avevo qualche preoccupazione perché le mie forze erano insufficienti per resistere alla rivolta se avesse dovuto scoppiare. Ma avevo fiducia nelle promesse del proscritti. Uomini influenti, già noti come paolisti nella guerra precedente, portavano nel cuore l’odio verso la Francia che armava i loro oppositori con potere dittatoriale. La loro energia e il loro coraggio avevano messo in pericolo, in tempi diversi, il distaccamento francese che doveva la propria conservazione alla parola d’ordine concordata di non sparare su di lui. Se i capi russi avessero trovato sostegno tra i fuorilegge, la Pieve del mio distretto sarebbe insorta, tagliando le comunicazioni tra i due porti principali dell’isola. Poi la situazione sarebbe diventata grave e avrebbe compromesso gli interessi francesi. Dopo Affa non avevo più visto i fuorilegge. Una notte, verso le dieci, un leggero tocco di mano colpì la mia porta. Ho aperto e ho visto apparire davanti a me un uomo con la barba, con indosso la berretta miggia. Lasciò cadere il fucile davanti alla porta e rimase a guardarmi. “Chi siete?” “Andrea Morelli”. “Volete compromettermi. Se mi vedessero, perderei il mio comando”. “Sciò Comandante, state tranquillo, la notte è buia e ci sono uomini appostati a guardare vicino alla casa. Vi porto una grande notizia”. “Parlate”, “Siamo completamente soli? Le mie parole dovrebbero essere sentite solo da voi”. “Parlate, siamo soli”. Poi, sottovoce, mi narrò dell’arrivo di quattro fiumarbacci delegati dagli insorti. Una guida li aveva condotti attraverso la boscaglia verso la loro capanna. Uno di loro aveva tirato fuori dal fazzoletto annodato varie relazioni presentate ad Antonio Ferri. Erano brevetti autentici, regolari, firmati 386
con il nome dello Zar Paolo1°. Ferri era stato nominato tenente colonnello; Ottavi, Ortone, maggiori; Colombani, Serpaggi e Morelli capitani. In un biglietto particolare, il maggiore Ornano
informava che i brevetti di ufficiale di
sottoufficiale sarebbero stati consegnati loro in bianco
per riempirli come
preferivano. Prometteva di prendere le armi per la causa comune contro i francesi e sbarazzarsi senza indugio della piccola guarnigione di Bocognano, che sarebbe stato il segnale della rivolta contro i tiranni di tutta l’isola, nel Liamone. Annunciava loro che i paesi della Rocca e dell’Ornano erano già in rivolta e che il comandante Fischer con il suo 86° battaglione era stato circondato nello Zicavo. Antonio si alzò e disse: “a nome dei proscritti e di me stesso, mi rifiuto. Prendete i vostri brevetti di cui non sappiamo cosa fare. Non contate sul nostro appoggio in questo esercizio delle armi contro i francesi e guai a voi se toccate il presidio di Bocognano. Ci opporremo con i nostri petti ai tentativi di attacco. Chiameremo i nostri sostenitori e dovrete passare sopra i nostri corpi prima di arrivare ai soldati. Il loro comandante si è comportato bene con noi e questa è la buona occasione per mostrargli la nostra gratitudine. Vai, non hai niente altro da fare qui”. I fiumorbacci, costernati, se ne andarono irritati. Morelli aveva parlato in piedi. Gli dissi: “Siediti e grazie per le informazioni e per la vostra fedeltà”. Ho preso il vino e le michette ed abbiamo bevuto alla salute di questi coraggiosi amici. Gli ho detto “raddoppio le sentinelle”. “Inutile, capitano, i nostri amici sono già in piedi e vegliano su voi tutti. Li vuoi vedere?”Aprì la finestra e fece il grido del gufo. Immediatamente vidi emergere dall’ombra delle masse di uomini che si aggiravano in silenzio sul posto. “Eccoli qui, disse. All’occasione, sapranno morire per voi. I nostri rapporti si estendono ad ogni villaggio della Pieve e sarete, ora per ora, a conoscenza delle azioni dei ribelli”. Si congedò. Ero rimasto muto con stupore. Questa apparizione aveva l’aspetto di un sogno. Nobili corsi, è vero che la memoria dei servizi resi sopravvive all’odio e al pregiudizio. Ne ho avuto la prova con questa visita inaspettata. Il giorno dopo scrissi al Generale Ambert, di passaggio a Corte. Lo informai che il mio distretto non sarebbe stato turbato da alcuna fazione. Ho riposto sul mio onore la tranquillità del paese. Egli poteva disporre di gendarmi e di due compagnie di granatieri in riserva a Vivario, per mantenere le comunicazioni dalla parte del Col di Vizzavona. Il Generale trasmise subito l’ordine a queste compagnie ed ai gendarmi di marciare verso Zicavo, per aprire la colonna del comandante Fischer e dargli libertà di movimento. Il Tenente Marcaggi, alla testa dei suoi gendarmi, 387
pianse nel separarsi da me. Un nuovo capitano venne posto a capo della compagnia. Era Alfredo Donati, lo zio del tenente ucciso nella rivista. Lo vidi qui, Corte, e mi parlava di diversi affari di servizio senza mai menzionare Tigrinu, che sembrava non esistesse più per lui. Così agiva con tutti. Parlava dei contumaci che si perdevano nella macchia senza dare gli ordini per il loro perseguimento. Indifferente agli interessi del servizio, lasciava i gendarmi vivere nel riposo più completo. Qualche tempo dopo, ha chiesto e ottenuto un permesso di tre mesi per risolvere gli affari di famiglia. Appresi indirettamente che il capitano si era trovato in difficoltà nel villaggio con una delle sue reclute che aveva insultato e che gli aveva sparato un colpo, ma senza conseguenze. Questo contadino lo aveva puntato ed aveva mancato il colpo grazie alla felice idea che ebbe il capitano di buttarsi a terra, ma aveva giurato che se sarebbe dovuto morire, sarebbe morto per sua mano. Rientrato a Corte, il capitano non era più lo stesso uomo. La sua apatia si era trasformata in rabbia e i suoi gendarmi erano oberati di lavoro giorno e notte. Santinacci, questo era il nome del contadino che lo aveva aggredito, si era rifugiato nelle montagne di Corte, le Cullettule. Inizialmente venne mal accolto dai pastori, sempre diffidenti nei confronti dei nuovi cattivi di cui non conoscevano l’origine. Egli disse loro: “Aiutatemi a vivere un paio di mesi con voi”. “Chi siete?” “Il mio nome è Santinacci. Sono di Casabianca e ho tirato un colpo di pistola verso il capitano Donati, perché mi aveva insultato. Se piace a Dio, la prossima volta la pallottola troverà la via del cuore”. I pastori lo rassicurarono e gli dissero che era al sicuro. “Incontrerete altri banditi. La polizia è riluttante ad esplorare il nostro calanco dove recentemente uno di loro si è rotto il collo. Qui potrete vivere tranquillo”. “Il futuro non sarà più lo stesso dato che Donati ha giurato di prendermi vivo o morto”. Aveva ragione nel dirlo. Ogni settimana, i gendarmi facevano escursioni sulla montagna, con Donati alla loro testa e cercavano tra i passaggi e le grotte con ardore infaticabile. I pastori ridevano di questi sforzi vani. I banditi, lontano dalle loro ricerche, mangiavano e dormivano in alcune grotte, inaccessibili al profano, perse nella immensa massa della foresta. Santinacci conosceva tutti i banditi della montagna e spesso si incontrava con loro per giocare a Scopa o raccontare delle storie. Solo Tigrinu restava invisibile. Non lo aveva mai visto, anche se spesso errava tra i boschi vicino all’ovile di Pedinellu a chiedere il latte. Lui gli apriva la porta come tra buoni amici. “Il Tigrinu è sospetto, non si vede mai nei nostri incontri”. “Oh, sì, che non può mai immischiarsi nella nostra 388
compagnia. Da due anni sono qui, l’ho visto solo due volte. Parla poco e rifugge la compagnia degli amici”. “Si sa dove abita?” “Non lo so. Dicono che ha una capanna nella calanca che Chiara ha arredato con panchine e cuccette. Spesso lei sparisce per settimane con i bambini. Lei si ricongiunge la notte, attraverso vie perdute che nessuno conosce. Pedinellu suo fratello si arrabbia quando ci si interessa troppo del loro modo di vivere e risponde bruscamente – Fate i fatti vostri”. Santinacci non ha tuttavia smesso di esplorare le montagne e le foreste, senza mai notare la sagoma del famoso bandito, che avrebbe voluto conoscere per concordare l’omicidio del capitano Donati, il loro nemico comune. Un giorno andò alla capanna di Pedinellu. Chiara era lì con i bambini; lei aveva lo sguardo perso all’orizzonte e rispose appena al suo saluto. “Sei tu la moglie di Agostini?” Chiara sussultò e, senza voltarsi, gli ha risposto “sì”. “Mi piacerebbe conoscere vostro marito”. “Sono Santinacci. Sono quello che ha puntato la pistola contro il capitano Donati”. “Sì. Mi piacerebbe incontrare vostro marito”. Chiara si alzò e prendendo i suoi figli per mano, scomparve dietro le rocce, dicendo: “Andate per gli affari vostri e che Dio vi sostenga”. Lui non la vide più. Appena lo vedeva da lontano, correva con i bambini a ritirarsi nella capanna. Pedinellu disse una volta, seccamente, “Mia sorella non ha alcun desiderio di vedervi. Non tornare più a casa”. In una notte di tempesta, il capitano Donati entrò nel suo studio. Era a capo scoperto e ogni tanto fissava il fulmine che solcava il cielo scuro. La pioggia cadeva a torrenti. Sembrava trovare piacere in questo scatenamento degli elementi della natura. Passando la sua grande mano sulla fronte, mormorò debolmente: “La tigre è ancora viva e da molto tempo mentre mio nipote è mangiato dai vermi. Santinacci è solo un vigliacco e prima o poi gli sparerò un colpo di pistola. Da mesi si è rifugiato nella macchia a bere latte e mangiare polenta”. In quel momento, nell’intervallo dei tuoni che si succedevano con rombi terrificanti, sentì il grido del gufo ripetuto tre volte; scese subito le scale, aprì gentilmente la porta e fischiò un suono da caccia. Un uomo uscì dal buio, incappucciato dal pelone. “Si tu per Diu Sensu”. “So eju”. Una volta nell’appartamento, Santinacci si sbarazzò del pelone mostrando le sue forme atletiche. Sembrava abbattuto. La sua figura scura non era illuminata da un sorriso quando tese la mano al capitano e improvvisamente disse con voce strozzata: “il diavolo protegge l’assassino. Niente. Non sono riuscito a fare altro, nelle mie peregrinazioni, che bere acqua di fonte e mangiare il broccio di capra”. “Vieni, mio coraggioso Laurent, abbiamo avuto sfortuna. Io non ti 389
biasimo. Lavori coscienziosamente per una buona causa e non è colpa tua se quello è ancora vivo”. Il capitano vide il suo bravu scoraggiato e non osava rimproverarlo. Aprì un armadio, tirò fuori le michette e il vino e disse: “Rimettiti e mangia qualcosa. Hai bisogno di recuperare le forze”. “Caro Padrino, non merito alcun riguardo. L’assassino di Pippinu vive ancora. Ha una moglie e dei figli. Le sue giornate passano bene mentre il mio fratellastro è morto”. “Andiamo, bevi e mangia qualcosa. Coraggio. Arriverà il giorno in cui sentirà il freddo della pallottola”. “Tu pensi, padrino. Beh riflettici bene. Il Tigrinu è astuto e diffidente. Sua moglie mi ha guardato, tutta intorpidita, senza rispondere alle mie domande. Pedinellu ha mormorato maledizioni con un tono minaccioso, per impedirmi di avvicinarmi ancora all’ovile”.
“Pazienza,
troveremo un modo per risolvere tutto e, da domani, Tigrinu cercherà la tua compagnia e ti rivelerà il segreto della sua caverna, in cui lo cattureremo”. “Mio padrino, state sicuramente scherzando”.
“Non ho mai parlato così
seriamente. Domani all’alba, sarai amico devoto di Tigrinu con una buona scarica di moschetto dei miei gendarmi. Non avere paura, spareranno solo polvere”. “Come? Io non capisco la necessità di questa fucilata”. “Ascoltami attentamente. Domani, per tempo, mi muoverò con un sergente e cinque gendarmi. Essi ti aspetteranno in agguato a Chiarajolu e là, passando, subirai il loro tiro. Poi prenderai il volo con le buone gambe che conosco. Essi ti seguiranno senza sosta fino a raggiungere le capanne dei pastori, omettendo di tirare colpi. Io stesso seguirò la brigata e ti reclamerò sulle montagne accanto alle capanne. Da parte tua, rispondi spesso ai colpi e con energia senza mettere pallottole nella canna del fucile”. “A condizione che questo gioco non si rivolga in tragedia e che i vostri gendarmi alla fine non mi prendano per il colletto”. “No, no, io ti conosco; sei nato per essere un bandito. Ti ho visto correre come il vento, distanzierai i miei gendarmi a piacimento. Le calanche hanno molte grotte e alla fine ne troverai una per metterti in sicurezza”. “Va bene padrino; se ci sfugge questa volta, deve essere il diavolo in persona”. Il capitano uscì e diede ordini ai brigadieri per l’agguato notturno. Prima del giorno, Laurent lasciò la caserma avventurandosi, di soppiatto, nei sentieri della Restonica. A Chiarraggiolu, subì lo scarico di sei fucili dopo di che i gendarmi gridarono: “Arresta”. Egli fece fuoco su di loro e poi saltò sul sentiero con la velocità di una lepre. Arrivati davanti alla capanna, i gendarmi hanno aperto il fuoco a volontà. I pastori contemplavano la scena e restarono estasiati per i salti prodigiosi del 390
bandito che scalava le rocce come una capra. I gendarmi ansimanti, si distesero sulla prateria in preda al più grande scoramento. Per umanità, i pastori portavano dei tinelli di latte e broccio. Intorno a mezzogiorno il capitano arrivò con il resto della brigata e senza lasciare riposare i suoi uomini, li disperse in gruppo nella calanca, bestemmiando e gridando a gran voce: “Per Diu Santu, voglio Santinacci. Non me ne andrò da qui senza il suo corpo legato vivo o sulla barella da morto”. I gendarmi pieni di ardore davanti al capitano, si precipitarono in tutte le direzioni. Moderarono la loro corsa solo quando furono vicino alle capanne più scoscese e finirono per sedersi sulle rocce. La calanca gli dava terrore. Passavano con prudenza in alcuni luoghi e si accontentavano di ammirare gli altri con gli occhi come turisti in montagna. Per due giorni, le chiamate, i suoni della tromba, il rumore degli spari riempiva la montagna. Il capitano stava lottando come un diavolo in un’acquasantiera e rientrava di notte, dalle capanne, con la divisa sporca e strappata, brontolando contro i gendarmi così goffi nella loro ricerca. Tornarono a Corte la sera del terzo giorno, esausti e infelici dopo aver subito durante il percorso gli sguardi beffardi degli abitanti che dicevano in tono di pietà: “poveri gendarmi, hanno bisogno di sostituire i loro stivali. Le donne avranno da fare perché le loro uniformi hanno bisogno di essere riparate”. Una mattina il bandito Santinacci sognava profondo in una gola, lo spirito in preda all’ansia, quando un piccolo sasso cadde ai suoi piedi. Si raddrizzò immediatamente in guardia. Apparve un uomo armato di fucile con un barile puntato verso il suolo. Non aveva mai visto quell’uomo e tuttavia il gelo della morte rabbrividiva il suo sangue. Sentiva che il nemico, l’odiato assassino Pippinu si stava avvicinando e il suo corpo rabbrividì d’orrore. Senza paura di perdere, avrebbe tirato ai suoi piedi un colpo di fucile. Lo sconosciuto si avvicinò lentamente e si appoggiò contro una grossa pietra e disse: “Chi sei tu?” “Io sono Santinacci”. “E io sono Agostini”. Poi correndo verso di lui con le braccia tese, la baciò sulle guance, “Siamo amici, so del colpo di pistola verso il capitano”. Si sedettero al fresco, sulla stessa pietra e Santinacci raccontò la storia della sua vicenda con il capitano Donati. “Ho giurato che deve morire per mia mano. Non mi darò pace fino a quando non finiranno tutti i suoi giorni. Non gli posso perdonare l’accanimento che ha usato per perseguitarmi la settimana scorsa”. “Abbiamo lo stesso nemico; questo insolente capitano non sembra aver cura di me. Io ho molti dubbi su questa indifferenza e mi tengo in guardia. Ho ricevuto un biglietto di un paio di giorni prima del vostro arrivo in 391
montagna, con queste parole - Attenzione - So che il capitano è astuto e audace. Volpe e Lione. Saremo in due ora a continuare la vendetta. Quell’uomo vivente è una minaccia per noi. Morirà. Morirà”. Alla festa di San Pancrazio, dove va a pregare o meglio ad occhieggiare le ragazze, noi andremo di notte in un pozzo vicino ad una casa che si affaccia sul passaggio che conduce alla cappella e, se sarà alla portata dei nostri fucili, se Dio lo vorrà, morirà in pochi giorni”. “Sì, sì, il mio braccio non sarà tremante, lo punterò al cuore”. Dal giorno in cui Santinacci venne perseguitato dai gendarmi con le armi, Tigrinu gli aveva concesso la sua fiducia. Lui lo aveva invitato alla capanna, dove Pedinellu stesso lo accolse con dimostrazioni di una calda amicizia. Chiara rimase spavalda e imbronciata. Tese la mano sotto costrizione del marito. Il cane Pediolu ringhiò pungente, quando lui cercò di muovere la mano sul collo. Al momento di coricarsi Chiara disse al marito: “Attenzione, questo uomo non è per me. Ha qualcosa nei suoi occhi che mi fa rabbrividire. Il maggiore dei nostri figli, in corsa, gli era passato tra le gambe. Lo ha respinto con rabbia e fatto cadere. Pensava di essere solo. Quando mi vide, disse con un sorriso gentile: perdonami, ho lasciato cadere il bambino accidentalmente”. Tigrinu ascoltò distrattamente, ridendo alle sue osservazioni. “Suvvia, mia cara Chiara, non essere così difficile per il povero Santinacci, che il capitano vuole mandare al patibolo. Domani alla veglia di San Pancrazio, a Corte, tu verrai giù con i bambini. Prepara i migliacci, arriveremo di notte per mangiarli. Se piace a Dio, questo santo giorno sarà segnato da una buona azione che riempirà di gioia Dionisa mia sorella”. “Avresti dovuto invitarla alla festa. Sembra che Dionisa sia arrabbiata contro di noi; non viene più a trovarci”. “Tu non la conosci del tutto. Ella soffre di non poter condividere i nostri guai e di essere costretta a vivere lontano. Dionisa non tornerà a Corte se non il giorno della morte del maledetto capitano .... o della mia”. “Cattiva lingua, che mi affligge. Morire tu, il mio amato! Lascia che mi appoggi al tuo cuore valoroso. Circondata dai nostri figli, aspetterò la notte di San Pancrazio e tutti insieme mangeremo le frittelle e migliacci. Ci sarà anche una sorpresa ... vedrai”. “Che sorpresa? dimmelo Chiara, voglio essere informato su questo”. “Beh, visto che vuoi saperlo, ho ricamato uno zanettu per il tabacco, con un pendente”. “Buona Chiara, dammi un ultimo bacio. Devo andare al luogo dove Santinacci mi aspetta, ciao”. Una volta che si allontanò, Chiara strillò e scuotendo fortemente i suoi figli contro il suo seno, pianse. “Santinacci, Santinacci” Chiara sussurrò con terrore. Aveva dei presentimenti. 392
Dietro ad una roccia Santinacci scrutava la batteria della sua carabina e inseriva una doppia carica. Con passo agile e sicuro si congiunse ad Agostini. “Sono pronto, andiamo”. Venne la notte, calma e serena, splendente di stelle. I due banditi conversavano tranquillamente. Niente disturbava il loro buon umore quando per una strada secondaria incontrarono Pediolu, steso e con la coda scodinzolante. Tigrinu voleva costringerlo a tornare alla capanna. La presenza del cane a Corte lo avrebbe segnalato alla gendarmeria. Pediolu persisteva nel volerlo seguire, nonostante le grida di rabbia del suo padrone e qualche sasso gettato contro di lui. Santinacci disse di cattivo umore: “Questo è un brutto cane; se fosse stato mio, lo avrei abbattuto con un colpo”. “Non potrei mai farlo. Il cane annusa il pericolo. Se lui mi disobbedisce, vuol dire che il pericolo deve essere imminente”. Così dicendo, Tigrinu si fermò e si guardò intorno. Le cime della foresta si rivolgevano verso un cielo coronato di stelle. La selva oscura copriva i fianchi della montagna e alla loro destra, il fiume scorreva chiaro e calmo con onde argentee e cristalline che rispecchiavano le stelle. Improvvisamente Pediolu gettò in aria, in mezzo alla calma più totale, un lungo ululato che si perse in un sussurro malinconico e doloroso. “E’ strano, che ha questo cane?” “Lui abbaia alla luna”, disse Santinacci sogghignando. Avevano raggiunto Chiaraggiolu, luogo dove Santinacci era fuggito all’agguato a fuoco dei gendarmi. “Qui, Tigri, ti dirò come sono andate le cose. I gendarmi erano lì dietro quella roccia. Il sergente gridò: “Arresta”; Io dissi “Aspetta, ti spacco la testa” e inclinai il mio fucile come questo (mentre diceva queste cose caricava il fucile) e ho tirato ...” si girò e sparò da distanza ravvicinata al petto di Trigrinu, caduto rotolando più volte sulle pietre della strada prima di spirare. Santinacci, come un demone, si chinò su lui, “Puoi sentirmi assassino di Pippinu? L’ho vendicato. Era il mio fratello adottivo. E’ morto senza confessione”. Aveva appena pronunciato queste ultime parole quando Pediolu cadde su di lui per morderlo. Aveva dovuto sostenere contro questo cane un vero e proprio scontro fisico in cui il corpo di Pediolu soccombette sotto i colpi dello stilo. Giaceva accanto al suo padrone, emettendo grida lamentose. Santinacci, coperto di sangue e morsi, si diresse verso Corte, non avendo la forza di finire Pediolu. Arrivando alla caserma, ripetè tre volte il grido della civetta. Atteso dal suo padrino, il capitano, saliva le scale. Le sue gambe erano flesse, i suoi occhi erano chiusi. Mormorò a fatica, le parole senza senso: “Pediolu ... Tigrinu”. Disteso su un letto, gemette debolmente, guardando il suo padrino, che si strofinò le tempie 393
e lo guardò con curiosità. “Parla, figlioccio, che cosa è successo?” “E’ morto a Chiaraggiolu, io ..”. “Benedetto sia Dio. Sposerai mia nipote e sarai mio erede”. E lo baciò sulla bocca. Il figlioccio non sentiva nulla; aveva perso i sensi. Il cane Pediolu era fermo sdraiato sul sentiero sassoso dove Tigrinu giaceva senza vita. Leccò l’enorme ferita del suo padrone, emettendo grida lamentose. Si sdraiò accanto a lui e posò la sua grossa testa sulla ferita di Tigrinu come a volerla chiudere, urlando a intervalli guaiti lamentevoli e disperati. Improvvisamente si alzò di scatto e prese la strada per la città con una folle corsa, trascinandosi le viscere. I gendarmi si avvicinarono al sentiero. Si separarono con orrore, incapaci di distinguere nel buio della notte, sotto la folta chioma degli alberi, la natura del rumore che era stato sentito. Era forse l’anima del bandito che vagava questi luoghi, testimoni della sua morte? L’emozione fu di breve durata. Il capitano Donati fece riprendere l’avanzata, di corsa. Era mezzanotte. Chiara stava aspettando il marito e l’altro ... I migliacci e le frittelle erano su un tavolo. I bambini riposavano in un sonno tranquillo e gentile. Di tanto in tanto guardava verso il fiume. Ma solo il mormorio dell’acqua disturbava il silenzio della notte. Era mezzanotte. Si sentì un guaito triste. Prestò l’orecchio e udì i lamenti più deboli. Questo è Pediolu. Il cane entrò e si trascinò ai suoi piedi. Lo guardò e lo vide coperto di ferite. Corse a prendere un fucile e, preceduta dal cane che camminava con difficoltà, se ne andò. Non appena venne a sapere della morte di Tigrinu il capitano, dopo aver lasciato il suo figlioccio alla cura della sua cameriera, svegliò la brigata. Lui stesso, in abiti civili, con indosso la berretta miggia, con il moschetto in mano, era andato, seguito dai suoi uomini verso i sentieri della Restonica. Camminava senza far rumore e gesti. Era ansioso di arrivare a vedere la morte del nemico e godersi lo spettacolo. “Siamo arrivati al luogo designato, disse un gendarme, cercate il corpo”. L’oscurità li avvolse su tutti i lati. Il capitano diede ordine di accendere le fiaccole. Immediatamente il bagliore rosso dei pini resinosi accese il sentiero e il fiume. “L’ho visto, disse il capitano, avanzando rigido e freddo come il marmo. Dio, è fantastico!” Poi lo colpì con lo stivale in faccia e facendo un passo indietro, gridò “gendarmi, fuoco!”. Quelli spararono sul corpo perché era necessario per giustificare l’indagine sulla morte ai giudici. Una tremenda esplosione ha scosso gli echi della valle oscura. La giornata cominciava ad albeggiare all’orizzonte quando una giovane donna apparve sul sentiero. Camminava indifferente e sorda e non mostrò alcuna sorpresa alla vista dei gendarmi. Questi riposavano, facendo 394
chiacchiere, ridendo e svuotando grandi fiaschi di vino. Passò in mezzo a loro, vedendo il cadavere che giaceva immobile sotto la volta del cielo. In piedi in atteggiamento della persona che sperimenta il dolore più profondo, contemplava senza lacrime, quel cadavere. Lui era lì, rigido, il suo amato Tigrinu. Il padre dei suoi figli. Si chinò, si gettò sul corpo del marito e con le labbra incollate beveva il sangue che scorreva dalle ferite e lo inghiottì. Poi alzandosi, girò la testa verso i gendarmi a lato. “Assassini, che cosa avete fatto a mio marito”. Lei emise un grido di odio da strappare i seni. I suoi capelli strappati si alzavano in aria nella brezza del mattino. La polizia non rideva più. Conoscevano questi dolori e queste lamentele, seguite soprattutto da vendette terribili. Solo il capitano Donati sorrise cupo. Lei lo fissò e stava per sparare su di lui con il suo fucile, se un gendarme non le avesse divelto l’arma. “Capitano, le devo mettere le manette?” “No, è inutile; è suo dovere volermi sparare. Spari a proprio agio. Donna, ognuno a suo turno”. Verso le nove arrivarono i magistrati. Si constatò che Tigrinu era morto per resistere, con le armi in pugno, alla convocazione della gendarmeria. Il corpo venne posto su una barella. Il corteo funebre procedeva verso la città, seguito da una donna piangente. Il corpo venne portato a Santa Croce e sepolto, durante la notte, senza cerimonia religiosa. Il segreto di questa morte era ben tenuto e non molto tempo dopo venne fuori quando Santinacci sposò la nipote del capitano. I gendarmi passarono come gli eroi del caso e tutti furono ricompensati. Più tardi ho saputo che il capitano Donati è stato ucciso da un colpo di pallottola. Pedinellu aveva continuato la vendetta e Dionisa visse a lungo per vedere crescere il bambino in un odio che superava l’amore con cui era stato concepito. Lui non conosceva che i parenti di sua madre, e promise per il futuro, di diventare un temibile bandito.
395
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Si tratta di una bibliografia essenziale, limitata alle sole opere citate nel volume. Per una bibliografia più accurata sugli argomenti trattati si rimanda al volume di DAL PASSO F., Il Mediterraneo dei Lumi. Corsica e democrazia nella stagione delle rivoluzioni, BibliopolisConsiglio Nazionale delle Ricerche, Napoli 2006.
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Fine Volume II
VIII
INDICE
Volume II pag.
1
pag.
164
1. Premessa
pag.
164
2. Biografia
pag.
165
3. Gli scritti di Accinelli
pag.
167
4. La produzione cartografica
pag.
171
«Storia veridica della Corsica di Francesco Maria Accinelli, dal pag.
173
Anni 1764-1769 L’epilogo Capitolo 1 La Storia veridica della Corsica di Francesco Maria Accinelli
principio che fu sotto la Repubblica Romana sino al presente, con la descrittione geografico-politica dell’isola e dei costumi dei suoi abitanti aggiuntavi una carta geografica della medema isola, li tipi di tutte le piazze e luoghi principali, golfi e strade della medema.» Proemio
pag.
173
Dell’indole e costume dei Corsi
pag.
176
Storia della Corsica con ordine cronologico
pag.
182
Annotazioni
pag.
234
Descrittione: Geografo = Politica della Corsica
pag.
237
Distintione
pag.
259
INDICE delle cose più notabile
pag.
267
Capitolo 2
pag.
272
Premessa
pag.
272
Capitolo Uno - L’arrivo in Corsica
pag.
273
Capitolo Due - L’arrivo a Corte
pag.
274
Capitolo Tre – Il contenuto delle memorie.
pag.
276
Le «Memoires» di Siméon de Buochberg dall’anno 1788 all’anno VIII
IX
Capitolo Quattro – La Corsica alla metà del secolo XVIII.
pag.
276
Capitolo Cinque - La Vendetta e le sue conseguenze
pag.
278
Capitolo Sei - La Storia delle guerre nazionali
pag.
281
Capitolo Sette - L’inizio della rivoluzione - Teodoro di Neuhoff pag.
282
Capitolo Otto - Il primo arrivo di Pasquale Paoli.
pag.
287
Capitolo Nove - Il ritorno di Pasquale Paoli.
pag.
291
Capitolo Dieci – Il vecchio Paoli e il suo ultimo ruolo politico
pag.
292
Capitolo Undici - Gli inizi della rivoluzione visti da Corte
pag.
295
Capitolo Dodici - La convenzione convoca Paoli - un incidente pag.
298
a Corte Capitolo Tredici – Il seguito dell’incidente di Corte. La pag.
303
figliastra di Paoli. Capitolo Quattordici - La fuga del prete Settembrinu
pag.
304
Capitolo Quindici – La Corsica nel 1793 – Paoli esita a pag.
310
chiamare gli Inglesi. Capitolo Sedici- La situazione politica all’arrivo degli inglesi
pag.
317
Capitolo Diciassette - Le tribolazioni degli svizzeri rimasti pag.
321
fedeli
(Vivario, Ghisoni, Sartena, Sollacaro, Ajaccio, Vico,
Casamacciole, Bastia). Capitolo Diciotto - La caduta di Calvi e la partenza per Tolone pag.
336
(i soldati Svizzeri imbarcati come prigionieri di guerra). Capitolo Diciannove - L’occupazione britannica della Corsica pag.
346
(La vendetta di Memè Agostini detto Tigrinu Capitolo Venti - La figlia del generale Stuart è salvata da un pag.
351
incidente mortale. Capitolo Ventuno - La fine del regno del Viceré
pag.
354
Capitolo Ventidue - Il caso di Arcamont.
pag.
363
Capitolo Ventitré – L’evasione di Tignosu dalla cittadella di pag.
366
Ajaccio (o della giustizia corrotta). Capitolo Ventiquattro – In posta a Bocognano (o il metodo del pag.
369
comandante Simeone). Capitolo Venticinque – in posta a Corte con Miot e Morand
pag.
376
Capitolo Ventisei – le spie russe - la morte di Tigrinu o la pag.
383
vendetta di Donati. X
Bibliografia
pag.
I
Indice
pag.
IX
XI
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