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A DURA VITA, A DURA DISCIPLINA

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Angelo Cerizza

A dura vita, a dura disciplina Storia del Reggimento austro-lodigiano dell’Esercito dell’Impero d’Austria

Edizione fuori commercio

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Mat tiol i 1885

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ANGELO CERIZZA

A DURA VITA, A DURA DISCIPLINA STORIA DEL REGGIMENTO AUSTRO -LODIGIANO DELL’ESERCITO DELL’IMPERO D’AUSTRIA

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Titolo A dura vita, a dura disciplina Autore Angelo Cerizza Angelo Cerizza ha lavorato nel settore della comunicazione aziendale e culturale, attualmente collabora alle riviste “Archivio Storico Lodigiano” e “Bollettino Storico Piacentino”

Edizione fuori commercio

www.mattioli1885.com

Ringrazio il professor László Pete per le preziosissime indicazioni e per gli ancor più preziosi suggerimenti. Il professor László Pete, del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Debrecen, si occupa di Storia italiana e delle relazioni storiche italo-ungheresi, in modo particolare in epoca risorgimentale, e della partecipazione ungherese all’unificazione italiana.


PRESENTAZIONE Raccontare la storia degli Italiani prima dell’Italia ha rappresentato per molti storici del XIX secolo un vero problema storiografico. Il Risorgimento è un fenomeno straordinariamente complesso e stratificato in cui vite individuali e destini collettivi si intrecciano con aneliti di libertà e lotte nazionali. Per questo motivo durante tutto l’Ottocento accanto alla linea più marcata che condurrà all’unità nazionale si affiancano altre linee forse più flebili e spezzate che ci raccontano altre possibilità degli Italiani “prima” dell’Italia. Sono le vicende di “nemici” interni fossero essi i borbonici che non si arresero dopo la caduta di Gaeta del 1861 e che presero a condurre una vita inquieta e vagabonda che li condusse lontano nel bacino del Mediterraneo, nell’Arabia o nel Nuovo Mondo. Una scelta questa comune e condivisa anche da molti delusi dell’evoluzione politica dei fatti italiani (si pensi solo alle vicende di Nino Bixio “esule” nell’Oceano Indiano). Ma accanto alle vicende dei protagonisti delle vicende storiche si affacciano anche le vicende dei molti che per caso o per necessità si trovarono con la spada in pugno dalla parte dello straniero. Quale storia ci raccontano le imprese del Reggimento austro lodigiano ?

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Innanzitutto è una storia di chi viveva la vita militare come una dolorosa necessità alla quale era difficile sottrarsi. Una vita dura in cui anche la lingua di espressione comune era quasi negata e accanto ai comandi in tedesco si poneva a contrasto il dialetto nativo. Una vita in cui l’uniforme da indossare era spesso una zavorra troppo difficile da mantenere ordinata e pulita; in cui lo spazio della “terra natale” era dilatato e dal concetto di “paese” – inteso come entità circoscritta ad un luogo abitato da un pugno di abitanti – si passava improvvisamente alle sconfinate terre d’Ungheria, dove il Reggimento austrolodigiano si trovò a combattere ora a fianco, ora contro una popolazione che vedeva queste truppe “austro-italiane” un po’ come invasori un po’ come fratelli in una comune oppressione. Ma la trama della storia è fatta anche di nomi, di cifre, del numero degli arruolati, dei loro nomi, delle loro storie – spesso private e familiari. Una storia fatta di tante oscure storie che ci parlano di una Italia lontana oltre 150 anni, ma che in controluce costituisce la comune radice della nostra vita contemporanea. Marco Pizzo Museo Centrale del Risorgimento di Roma

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I IL REGGIMENTO AUSTRO-LODIGIANO


A DURA VITA, A DURA DISCIPLINA, MUTI, DERISI, SOLITARI STANNO1 Si riferiva, Giuseppe Giusti, con i celeberrimi, versi ai soldati di «Croazia» e di «Boemme» che in Lombardia e nel Veneto presidiavano città e paesi. Erano tanti e di diversissime nazionalità: Croati e Boemi, come si è detto, ma anche Polacchi di Galizia, Ungheresi e Austriaci delle varie province d’Austria, più le altre etnie del complicato mondo balcanico. E c’erano, ovvio, ma spesso dimenticato, anche Italiani che arruolati, anzi «requisiti», per anni e anni vigilavano, probabilmente anch’essi «muti e derisi», sulla tranquillità dei domini di casa d’Asburgo nei più lontani distretti, in Moravia, Slesia, Galizia, Bucovina, Ungheria, Transilvania, Croazia2, ma anche, e non erano pochi, in Lombardia e nel Veneto. Nel 1847, nelle Province lombardo-venete, erano arruolati otto reggimenti di fanteria di linea (sui 58 dell’Armata imperiale)3, più uno di Chevaux-légers e le stesse province fornivano Giuseppe Giusti, Sant’Ambrogio; Zelmira Arici, Opere di Giuseppe Giusti, UTET, Torino, 1969, pag. 370. 2 Dalla circolare del I. R. Luogotenente del 12 febbraio1851, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 253. 3 Militär- Schematismus des österreichischen Kaiserthumes, Aus der kais. kön. Hof-und Staats -Aerarial-Druckerei, Wien, 1847, pagg. 99 - 238. 1

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reclute anche a battaglioni di Jäger, per un totale di circa trentamila uomini4; in percentuale i Lombardo-Veneti rappresentavano l’8,7% delle truppe imperiali (la popolazione era il 12,7% del totale)5. I reggimenti italiani dell’Armata imperiale del periodo postnapoleonico nacquero con la dissoluzione dell’Esercito del Regno d’Italia6 quando, il 23 aprile 1814, il Viceré Eugenio aprì le porte della Fortezza di Mantova e consegnò la Lombardia ai vincitori. Si sperò fin all’ultimo – i soldati di professione in particolare, poiché ovviamente i coscritti intendevano raggiungere al più presto i paesi d’origine – che il Regno sarebbe sopravvissuto, magari affidato ad un principe degli Asburgo o ad essi gradito. Con il Regno si sarebbe potuto salvare anche l’Esercito, che ben s’era comportato sotto Eugenio, guadagnandosi fama di compagine valorosa e ben addestrata. Non fu

Alberto Costantini, I Soldati dell ’Imperatore, Roberto Chiaramonte Editore, Collegno (To), 2004, pagg. 34 - 35; 52 - 53; Isabella Dal Fabbro, Il Contro Risorgimento, gli Italiani al servizio imperiale, Gaspari Editore, Udine, 2010, pag. 18. In totale l’Armata imperiale contava 339.574 uomini (50% Slavi; 22,6% Ungheresi; 16,1% Tedeschi; 8,7% Italiani; 5,4% Rumeni). In questo breve saggio si tratterà del periodo 1815 - 1849, con particolare riferimento agli anni 1847 - 1849. Ovviamente Italiani avevano già servito sotto bandiera austriaca. L’Italienisches - Linien - Infanterie - Regiment Nr. 48 venne istituto con la Patente sovrana del 27 settembre 1721 ed inquadrò truppe provenienti dai reggimenti spagnoli «Ahumada» e «Alcaudete» che si trovano nel Ducato di Milano e nel Milanese il Reggimento ebbe il suo distretto di arruolamento. Inquadrò 15 compagnie di fucilieri e 2 di granatieri per un totale di circa 1600 uomini. Nel 1769 fu di guarnigione a Lodi e Pavia. L’unità venne sciolta nel 1796 ed era allora denominata «FML Schmidtfeld». Il numero 48 venne assegnato a un reggimento ungherese. Cfr. Alphons von Wrede, Geschichte der k. und k. Wehrmacht – Die Regimenter, Corps, Branchen und Anstalten von 1618 bis Ende des XIX Jahrhundert, Verlag von L. W. Seidel & Sohn, Wien 1898, II. Band, pag. 222; Isabella Dal Fabbro, Il Contro Risorgimento, cit. pagg. 176 - 177. Nel 1744 venne costituito il K K Infanterie Regiment Nr. 44 «Feldzeugmeister Clerici» su 15 compagnie di fucilieri e due di granatieri per un totale di 1600 uomini. Come si vedrà il Reggimento era ancora in servizio nel 1848 con il nome di «FM EH Albrecht» (Arciduca Alberto); reclutò nel Milanese e non furono pochi i Lodigiani che servirono nelle sue compagnie. Isabella Dal Fabbro, Il Contro Risorgimento, cit., pagg. 107 - 126. 5 Alberto Costantini, I Soldati dell’ Imperatore.,cit., pagg. 34 - 35; 52 - 53. 6 Con l’eccezione del n. 44, vedi nota 4. 4

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speranza poi così campata in aria: il Feldmarschall 7 Bellegarde, comandante delle armate austriache, si fece sostenitore con una lettera inviata a Metternich della proposta di mantenere in servizio l’Esercito italico quale espressione militare di un Regno Lombardo-Veneto autonomo nel quadro dell’Impero8. Era una proposta lungimirante, ma il Governo di Vienna fu irremovibile: il 12 giugno Veneto e Lombardia furono annessi all’Austria e il giorno dopo Bellegarde diramava ai resti dell’Esercito italico l’ordine di deporre la coccarda tricolore. Tra novembre e aprile dell’anno successivo gli ex soldati italiani di Napoleone furono avviati alle nuove destinazioni transalpine. Il 7 aprile 1815 fu costituito il Regno Lombardo-Veneto, incorporato nell’Impero; ne dava notizia, il 16 aprile, un proclama firmato da Bellegarde. I Lombardo-Veneti, furono inquadrati in quatto reggimenti austro - italiani (13°, 23°, 38°, 43°)9; nel 1817 ad altri quattro reggimenti furono assegnate zone di reclutamento nel Lombardo-Veneto, così che da quell’anno otto reggimenti di fanteria avranno le loro Haupt - Werbbezirks - Stationen in Italia. Nel Veneto sarebbero stati arruolati il 13° (nel Padovano), il 16° (nel Trevigiano), il 26° (nel Friuli), il 45° (nel Veronese). La Lombardia avrebbe fornito reclute al 38° (Bresciano), al 43° (Comasco), al 44° (Milanese) e al 23° (Lodigiano - Cremasco). Anche i cavalleggeri del il 7° K. K. - Regiment Chevaux-legérs vennero arruolati Feldmaresciallo; comandante d’armata/gruppo d’armate. Per le vicende dell’Esercito del Regno d’Italia vedi Piero Crociani, Virgilio Ilari, Ciro Paoletti, Storia militare del Regno Italico (1802 – 1814), Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, Roma 2004, Volume I, Tomo I, dove a pag. 103 è pubblicata la lettera di Bellegarde. Il Feldmarschall riprendeva di fatto un’intuizione di Francesco Melzi d’Eril che mirava costituire uno stato unitario nell’Italia settentrionale sotto la sovranità di un fratello dell’Imperatore d’Austria, divenuto da granduca di Toscana grande elettore di Salisburgo. La nuova compagine statale, neutralizzata, sarebbe stata sottratta al conflitto austro-francese. (cfr. Angelo Ara, Fra nazione e impero, Garzanti, Milano, 2009, pag. 21). 9 Dieci giorni dopo l’armistizio del 23 aprile 1814 gli ex soldati dell’Esercito italico erano stati riorganizzati in quattro reggimenti di fanteria di linea (cui furono assegnati i numeri di quattro reggimenti austriaci disciolti dopo la disfatta del 1809), quattro battaglioni di fanteria leggera e un reggimento di Chevaux-legérs. 7 8

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nel Lodigiano (oltre che nel Milanese e nel Pavese). E ancora i Lodigiani, poi, potevano essere arruolati nell’VIII e nell’XI Battaglione Lombardisch-Venezianisches Jäger (che traeva i propri soldati, oltre che dal distretto del 23°, anche da quello del 44°) e nel VI Battaglione di guarnigione10. Nel 1851, venne costituito un altro Reggimento austro-italiano: l’Infanterie Regiment «Friederich Freiherr Bianchi Duca di Casa Lanza» Nr. 55 con Rechnungskanzlei in Monza che riprendeva il numero di un reggimento disciolto nel 180911. Tra il 1849 e il 1851 i reggimenti Chevaux-legérs Nr. 1, 2, 3, 5, 6, 7 furono trasformati nei reggimenti ulani Nr. 6, 7, 8, 9, 10, 11 mentre il Chevaux-legérs Nr. 4 confluì nel neo-istituito 7° Dragoni. In questo quadro il 7º «Kress» divenne, quindi, l’Uhlanen-Regiment «Alexander, Czesarevitsch, Grossfürst und Thronfolger von Russland» Nr. 11. Nel 1854 venne costituito il Dragoner-Regiment «Ferdinand Salvator, Erzherzog, Erb-Grossherzog von Toscana, Oberst» Nr. 8 e anche questo Reggimento ebbe reclute lodigiane. In fine, va da sé che reclute lodigiane potevano essere destinate a tutti i corpi dell’Armata, in funzione delle necessità. Il 23° venne formato a Brescia il primo luglio 1814 con i soldati del 2° Volontari e del 2° e 3° Reggimento di linea dell’ex Armata d’Italia12. Secondo la prassi austriaca (risalente alla Guerra dei Trent’anni) ogni reggimento prendeva il nome dal suo Inhaber13; così il 23° Lombardisches Infanterie - Regiment, Isabella Dal Fabbro, Il Contro Risorgimento., cit., pag. 158. Nella storia ufficiale del 23º - Geschichte des k. und k. Infanterieregiments Markgraf von Baden N. 23., Budapest, Im selbstverlage des Regiments, 1911, II. Band, pag. 108 un III Bataillon Bianchi (55) è citato nell’ordine di battaglia della Brigata Sartori nel 1849. 12 Isabella Dal Fabbro, Il Contro Risorgimento., cit. pag. 74. Il Reggimento riprendeva il numero dal Galizisches Linien-Infanterie Regiment Nr . 23 «Ferdinand, Grossherzog von Würzburg, FM», un vecchio reggimento costituito nel 1672 con il nome di «Wopping, Ferdinand Ludwig Freiherr von, Obrist». Sciolto nel 1809, aveva negli anni tratto le sue reclute da varie regioni dell’Impero: fu via via, perciò, svevo, austriaco, galiziano. Cfr. Alphons von Wrede, Geschichte der k. und k. Wehrmacht., cit., pagg. 232-236. 13 Colonnello titolare. La Inhaberswirtschaft era vecchia quanto l’Esercito austriaco. Il sistema ebbe origine nel XVII secolo quando si consentì a ricchi contribuenti, in 10 11

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con Haupt - Werbbezirks - Station in Lodi, fu denominato, nel 1815, « Feldmarschall-Lieutenant Franz Mauroy de Merville», nel 1817 «Feldmarschall-Lieutenant Carl Greth», nel 1827 «Feldmarschall-Lieutenant Joseph Söldner von Söldenhofen» e infine, nel 1837, «Feldmarschall-Lieutenant Ferdinando Ceccopieri»14. E sotto con questo nome doveva passare alla genere nobili, di levare privatamente reggimenti per l’Esercito imperiale. In cambio l’Imperatore concedeva la nomina a vita di colonnello con annessa una serie di privilegi che passò nei tempi successivi a coloro (nobili, generali famosi) che ebbero la ventura d’essere nominati Inhaber. Nel corso del Settecento si avviò il processo che doveva portare alla costituzione degli eserciti moderni: si generalizzò l’uso delle uniformi a livello di eserciti, armi e corpi; i reggimenti vennero numerati e organizzati all’interno di eserciti ed armate con precise linee di comando. Ciò nonostante, almeno fino al 1867 quando venne trasformata in carica esclusivamente onorifica, l’Inhaber mantenne parecchi privilegi e prerogative. L’Inhaber riscuoteva, per esempio, la paga completa di colonnello titolare, più quella del comandante della Leibcompanie o del Leibbatallion, senza peraltro esercitare i comandi che erano in realtà affidati rispettivamente al colonnello effettivo, a un capitano, a un maggiore. Non solo dall’Inaber dipendevano le nomine degli ufficiali dal grado di alfiere a quello di capitano (per quanto per quest’ultimo fosse necessario un accordo con lo Hofkriegrat che riservava sei posti ai licenziati dell’Accademia di Wiener Neustat) e che dovevano essere assegnati in base all’anzianità di servizio. Ciò nonostante il sistema si prestava ad abusi gravi. Cfr. Alan Sked, Radetzky e le armate imperiali, il Mulino, Bologna, 1983, pagg. 35 - 38. 14 Militär-Schematismus des österreichischen Kaiserthumes, Aus der kais. kön. Hofund Staats- Aerarial- Druckerei, Wien 1837, pag 146. Per completezza si riportano integralmente i nomi degli altri reggimenti italiani con indicazione della data di costituzione: Venezianische Infanterie – Regimenter: 13° «Wimpffen Maximilian Freih., FM»,1814, Haupt-Werbbezirks-Station: Padova - Stab: Graz; 16° «Zanini Peter», 1703, HauptWerbbezirks-Station: Treviso - Stab: Pest (Ungheria); 26° «Ferdinad Carl Victor d’Este, Erzherzog, GM», 1717, Haupt-Werbbezirks-Station: Udine - Stab: Innsbruck; 45° « Erzherzog Sigismund», 1816, Haupt-Werbbezirks-Station:Verona - Stab: Italia; Lombardische Infanterie - Regimenter: 38° «Haugwitz , Eugen Gr., FML.», 1814, Haupt-Werbbezirks-Station: Brescia - Stab: Italia; 43° «Geppert, Menard Freih. v., FZM», 1814, Haupt-Werbbezirks-Station: Como - Sondrio - Stab: Italia; 44°«Albrecht Erzherzog FML», 1744, Haupt-Werbbezirks-Station: Milano - Stab: Italia; 7° Italienisches Chevaux-legérs-Regiment, «Kress v. Kressenstein, Carl Freih., FML», 1814, Stab: Moor in Ungheria;VIII Lombardisch-Venezianisches Jäger-Bataillon-Stab: Italia; XI Lombardisch-Venezianisches Jäger - Bataillon- Stab: Italia; VI Garnison Bataillon - Stab: Mantova. A questi, come detto, nel 1851 si aggiunse il Lombardisches InfanterieRegiment Nr. 55 «Bianchi; Friederich Freiherr FML». I reggimenti così costituiti e denominati entrarono a far parte della complessa organizzazione militare imperiale, al cui vertice era lo Hofkriegsrat (creato nel lontano 1556), le cui competenze vennero nel 1848 rilevate dal Ministero della Guerra, istituito

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Storia15. Il «Ceccopieri» fu la destinazione principale delle reclute lodigiano - cremasche, benché ovviamente non pochi furono gli arruolati della stessa Provincia in altri reggimenti e battaglioni16. Fino al 1819 gli anni di servizio rimasero quattro come ai tempi di Napoleone, poi il periodo di ferma fu portato a otto anni per il Lombardo-Veneto, mentre i meno fortunati sudditi delle province tedesche dovevano rimanere a disposizione delle autorità militari per 14 anni (e poi passavano alla Landwehr17 fino a raggiungere i vent’anni di servizio). I veramente sfortunati Ungheresi servivano per tutta la vita18. Dalla Landwehr erano esentati gli Italiani. Nel 1840 il servizio in Ungheria fu ridotto a dieci anni; nel 1845 la ferma fu portata a 8 anni per tutto l’Impero e furono aggiunti, nel 1852, due anni nella riserva, questa volta senza eccezione per i sudditi italiani19.

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nell’aprile di quell’anno. Nel 1853 anche il Ministero della Guerra venne soppresso e sostituto con la Militär-Central-Kanzlei cui riferiva il Comando Supremo dell’Esercito. I Comandi generali italiani erano a Milano e a Padova, ma nel 1826 fu istituito un unico Comando con sede in Verona. 15 Il Conte Ferdinando Ceccopieri, (1780 – 1850) era nato il 15 ottobre 1780, figlio del conte Alberico, in una nobile famiglia al servizio dei duchi di Massa. Nel 1796 l’arrivo dei francesi sconvolse tutti gli assetti politici della penisola e Ferdinando Ceccopieri entrò in servizio nell’Armata francese come sottotenente; come militare di professione ebbe carriera felice: capitano nel 1802, addetto allo stato maggiore nel 1805, nel 1814 è al comando di un reggimento. Caduto il Regno d’Italia, Ferdinando Ceccopieri passò, come molti alti ufficiali napoleonici, al servizio dell’Imperatore d’Austria con il grado di colonnello. Feldmarschall-Lieutenant nel 1835, nel 1837 è nominato Inhaber del 23° Reggimento di fanteria. Nel 1846 è nominato Capitano della Guardia Nobile del Regno Lombardo-Veneto. Cfr. Piero Ceccopieri Maruffi, Un illustre soldato massese, il Conte Ferdinando Ceccopieri, Deputazione di storia patria per le antiche province modenesi, Massa, 1982. 16 In effetti qualora un reggimento avesse incontrato difficoltà a completare i ranghi con le reclute del proprio distretto poteva ricevere soldati da altre circoscrizioni. 17 Gunther Rothenberg, L’Esercito di Francesco Giuseppe, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2004, pag. 41. 18 La Dieta del Regno d’Ungheria si oppose a lungo alla coscrizione obbligatoria fornendo reclute su base “volontaria”. Comunque accettò di stabilire su base obbligatoria la coscrizione di un contingente di dodicimila uomini, rimanendo ogni incremento su base volontaria, C. A. Macartney, L’impero degli Asburgo, Garzanti, Milano, 1976, pag. 215. 19 Alan Sked, Radetzky., cit., pag. 77; Gunther Rothenberg, L’Esercito di Francesco Giuseppe., cit. pag. 42.


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La leva austriaca La leva era selettiva: tra i giovani, in età per servire nell’Armata, (5 classi a partire da coloro che avevano compiuto i vent’anni)20 e che non avevano diritto all’esenzione, erano ogni anno sorteggiati i coscritti da inviare ai reggimenti. In genere ad essere reclutati effettivamente erano i giovani tratti dalle prime classi; alle successive classi più anziane si ricorreva solo nel caso in cui il numero dei giovani delle prime classi non fosse sufficiente a coprire l’intera quota richiesta21. L’obbligo di presentarsi al sorteggio cominciava con il primo gennaio dell’anno susseguente il compimento del ventesimo anno e il reclutamento veniva effettuato nei mesi di febbraio, marzo e aprile (ma spesso si protraeva sino all’estate). Ogni anno negli uffici della Provincia di Lodi e Crema si doveva ripartire su ogni distretto, comune per comune, il numero delle reclute richiesto per il completamento dell ’Armata. Base del calcolo, anche se non perfettamente proporzionale, della quota era il numero degli abitanti: il quoziente ovviamente non era in genere a resto zero, ma avanzavano resti, in termini Così il 25 novembre 1845 un «Avviso» a stampa della Deputazione Comunale di Codogno avvertiva: «Nel giorno primo del prossimo venturo mese di dicembre sarà aperto in questo Comune il registro ordinato alla Sezione XI. della Sovrana Patente 17 dicembre 1820 per l’iscrizione volontaria dei Giovani soggetti per età alla Coscrizione militare pel vegnente anno 1846 quale registro sarà chiuso il giorno trentuno ultimo dello stesso mese di dicembre: la Deputazione Comunale rende nota l’apertura di detto Registro ed invita tutti i giovani nati dal primo gennajo a tutto dicembre di ciascuno degli anni 1825, 1824, 1823, 1822, 1821 a presentarsi per la loro iscrizione nel Registro medesimo […] ». Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95, fasc.1. 21 L’avviso a stampa della Deputazione all’amministrazione comunale di Codogno del 4 settembre 1824 recitava «In adempimento alle Prescrizioni Governative diramate dalla I.R. Delegazione Provinciale con circolare 31 agosto pross. pass. N. 173, la Coscrizione, deve aver luogo nel giorno 30 corrente l’estrazione de’ coscritti delle liste 3ª, 4ª e 5ª della coscrizione dell’anno 1823». Nel 1828, 13 giugno, un avviso sempre della stessa recitava «In adempimento alle Prescrizioni Governative diramate dalla I.R. Delegazione Provinciale e comunicate dall’I. R. Commissario Distrettuale, deve aver luogo nel giorno di venerdì 20 corrente l’estrazione de’ coscritti della prima classe delle liste 3ª, 4ª e 5ª della coscrizione riferibile all’anno 1828». Le parole "prima classe" furono aggiunte a mano. Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95 fasc. 1. 20

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di frazioni di uomo, che erano calcolati a debito o a credito del comune stesso e riportate nel calcolo dell’anno successivo. Dalla quota potevano essere dedotti i volontari (qualcuno c’era) e i forzati, cioè oziosi, malandrini, perdigiorno o comunque individui non accetti alla comunità che erano arruolati a forza, appunto. Fondamentale era il lavoro dei parroci che dai registri di battesimo dovevano trarre i dati per la compilazione dello Stato degli individui nati nel circondario della suddetta Parrocchia dal I° gennaio al 31 inclusivo dicembre [di ogni anno e di ogni classe di leva]. Nell’elenco della prima classe dovevano figurare anche coloro che, morti anzitempo, non avrebbero mai potuto servire nell’Armata. Così nel febbraio del 1819 la deputazione comunale di Codogno scriveva al Parroco: Per dar esecuzione alle operazioni inerenti alla circoscrizione militare ordinata da S. M. I. R. A. con venerata risoluzione 16 gennaio scorso dobbiamo invitarla a trasmetterci nel termine di giorni otto dalla ricevuta della presente la nota degli individui nati nel circondario di questa comune dal 1° gennaio al 31 Dicembre 1798 […] La conosciuta di Lei attività e precisione ci dispensano dal raccomandarLe la massima esattezza nella compilazione di detta nota22 .

A dicembre di ogni anno la Deputazione comunale invitava i giovani delle classi di leva «a presentarsi per la loro iscrizione nel registro medesimo durante l’indicato mese di dicembre personalmente, od a farsi rappresentare in casi d’impedimento da persone informate onde somministrare le notizie necessarie per essa iscrizione, come pure per essere misurati e descritti coi rispettivi connotati personali e produrre e giustificare con legali recapiti i titoli pei quali credessero di poter essere posticipati od eccettuati». La comunicazione doveva avere la massima pubblicità e doveva essere ripetuta dall’Altare in tutte La deputazione all’amministrazione comunale di Codogno al Reverendissimo parroco di Codogno, Codogno 24 febbraio 1819, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95 fasc.1. 22

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le giornate festive, perciò il Parroco era pregato di «pubblicare nella chiesa Parrocchiale ed in quella della St.issima Trinità nelle giornate di domani in tempo del maggior concorso il qui unito avviso per l’iscrizione volontaria dei giovani soggetti per età alla coscrizione militare»23. Dall’operazione in sostanza si traevano i dati per compilare, per ogni classe, 5 liste che raggruppavano i giovani in funzione dei loro obblighi di leva. Nella prima lista erano elencati coloro che ritenevano d’essere esenti dalla coscrizione per i motivi specificati dalla legge24 , nella seconda i fisicamente inabili. La quinta lista elencava i coscritti di categorie ritenute svantaggiate, ma prive dei requisiti richiesti dalla legge per ottenere l’esenzione totale (i figli unici di genitori poveri, gli ammogliati, coloro che avevano un fratello già in servizio); gli iscritti a questa lista erano arruolati solo in caso di grave necessità e, dal 1855, nemmeno chiamati al sorteggio, qualora la quota del comune risultasse già coperta con il sorteggio dei giovani della terza e quarta lista. I «primi a marciare» erano quelli della III lista che includeva chi era stato omesso o non si era presentato per l'iscrizione La deputazione all ’amministrazione comunale di Codogno al Reverendissimo parroco di Codogno, Codogno 29 novembre 1845, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95 fasc.1. 24 La chiamata alle armi era regolata dalla Regia patente 17 settembre 1820, pubblicata nel dicembre del 1820 (Cfr. Raccolta degli atti del Governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorità in oggetti sì amministrativi che giudiziari divisa in due parti, vol. II, Milano dall’Imperial Regia Stamperia, 1820) e dai successivi decreti e disposizioni. In sintesi, nel 1847, erano esenti i dipendenti pubblici (nelle categorie previste dalle leggi), i religiosi (secondo le disposizioni di legge), i professori e maestri delle scuole pubbliche e delle accademie, i seminaristi e gli studenti di teologia, gli allievi delle accademie segnalatisi per il profitto o che proseguissero gli studi all'estero a spese dello Stato e i marinai della marina mercantile, i pescatori, gli addetti alle costruzioni navali (solo per la leva di terra). Erano altresì esentati i figli unici di padre (o madre vedova) e i nipoti di nonno (o nonna vedova) settuagenari e privi di mezzi di sussistenza. Temporanea esenzione godevano alcune categorie di coscritti particolarmente disagiate: questi coscritti erano iscritti nella V lista, erano arruolati solo in caso di necessità e erano trattenuti sotto le armi solo per il tempo stettamente indispensabile. 23

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nelle liste e coloro che avevano simulato infermità. Comunque alla fine il peso della leva gravava in massima parte sui giovani della IV lista, teoricamente gli «ultimi a marciare». Le liste, dopo essere state rese pubbliche per eventuali reclami o ricorsi, venivano trasmesse, per le operazioni dette di Rettifica, alla Commissione Distrettuale presieduta dal Commissario: in questa sede i giovani dovevano sostenere i propri titoli. I lavori erano pubblici «onde [gli altri coscritti] abbiano a viemeglio convincersi della rettitudine ed esattezza delle operazioni, per somministrare all’Autorità le cognizioni che influire possono sui giudizi della medesima e per fare personalmente le osservazioni opportune sui titoli che dai primi si addurranno»25. Sede successiva d’esame era la Commissione Provinciale di leva alla quale: «alle ore 9 antimeridiane precise si dovranno […] presentare tutti que’ Coscritti sul conto dei quali non si fosse definitivamente pronunciato l’atto della Rettificazione Distrettuale o che avessero allegate fisiche imperfezioni sulle quali è riservato il giudizio all’I.R. Delegazione Provinciale […] questi coscritti dovranno indefettibilmente essere accompagnati da un Membro della rispettiva Deputazione Comunale, il quale dovrà pienamente informarsi delle circostanze famigliari ed economiche de’ medesimi e garantire l’identità delle loro persone»26. Ora è bene ricordare che i giovani sudditi dell’Impero, di lingua, religione, usi e costumi diversi, su un punto erano d’accordo: poter se possibile starsene a casa oppure limitare al massimo il rischio di partire. Meglio se legalmente; e il primo passo non poteva che essere l’esenzione o quantomeno l’iscrizione alla quinta lista. La prima lista, infatti, prevedeva precisi requisiti di legge e, a meno di evidenti infrazioni, era piuttosto difficile esservi inclusi27. Più facile, relativamente, Provincia di Lodi e Crema, Distretto VI di Codogno, Rettificazione delle liste coscrizionali per la leva militare 1842, manifesto a stampa, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 86 fasc. 7. 26 I. R. Delegazione Provinciale di Lodi e Crema, Avviso, Lodi 14 maggio 1840. Manifesto a stampa. Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95, fasc. 1. 27 La nobiltà italiana non era esentata dal servizio militare. Carl Schönhals, Memorie della 25

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poteva essere, ad onta delle visite mediche, entrare nella lista seconda, quella degli invalidi. A parte anche qui di false dichiarazioni e bugiarde attestazioni, si poteva far ricorso a una pratica vecchia quanto gli eserciti: l’autolesionismo. Resta inteso che, se scoperto (e i medici militari erano piuttosto esperti), chi si procurava volontariamente lesioni fisiche era arrestato, immediatamente arruolato e destinato a un qualunque servizio nell'Armata. La quinta lista era quella che lasciava all’esaminatore qualche grado di discrezionalità: le conoscenze giuste, le raccomandazioni e, se si vuole, anche la pietà avevano maggior modo di dispiegarsi. I casi erano spesso disperati; nel 1858, presumibilmente poiché il documento non è datato, chiesero esenzione dal servizio: N 1 Pifferi Giovanni Battista nato il 30 Giugno 1837 figlio dei viventi Pietro e Fontana Giovanna, il padre dell’età d’anni 67 e la madre d’anni 62, domiciliati in Retegno, frazione della Parrocchia di Codogno, Comune di Fombio al civico N 108, il padre di professione già muratore, ora mendicante, per essere impotente al lavoro come d’attestato medico che presenterà al detto comune, il coscritto si trova solo in famiglia ed è l’unico sostegno della famiglia esercitando la professione di pescatore trovasi registrato nella seconda Classe della presenta leva ed è illetterato. 2 Caligari Francesco, nato in Codogno il …1837, figlio del fu Giacomo e della vivente Maddalena Pighi d’età d’anni 47 domiciliati in Retegno frazione della Parrocchia di Codogno, Comune di Fombio al C. N. 128, la madre è vedova con altro figlio per nome Giuseppe già da un anno al servizio militare, due figlie una per nome Teresa d’anni 18, altra per nome Barbara d’anni 12, un figlio per nome Giacomo d’anni 10, il coscritto appartiene nella seconda classe della presente leva ed è illetterato e domanda l’esenzione come solo sostegno della famiglia. Guerra d ’Italia degli anni 1848 - 1849 di un veterano austriaco, Tipografia Guglielmini, Milano 1852, vol. I, pag. 48: «Non esistendo in Italia alcuna legale distinzione di classi, la nobiltà italiana era quindi soggetta alla coscrizione[…] sotto questo rapporto secondo la sua idea era tenuta al di sotto di quella tedesca» .

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3 Lucchini Gius.e nato in Fombio il 5 ottobre 1834 figlio dei viventi Bernardo e Angela Calegari domiciliati in Retegno, frazione della parrocchia di Codogno, comune di Fombio al C. N. 128. Il padre fruttivendolo, d’anni 50 e la madre d’età d’anni 46, il coscritto si trova solo unico in famiglia ed è l’unico sostegno della famiglia, ajutando il padre nella medesima professione ed ha una sorella per nome Maddalena d’anni 16, perciò domanda l’esenzione come solo sostegno, esso appartiene alla quinta classe della presente leva.28

In quell’anno, anche Centenari Girolamo di Codogno chiese l’esenzione dal servizio e presentò appropriata certificazione firmata da due membri della deputazione comunale: «Dichiariamo noi sottoscritti che Centenari Girolamo figlio di Pietro unico sostegno del Padre coadiuvando al lavorerio di sarto, ed il Padre trovasi difettoso nella gamba per cui noi sottoscritti si sottoscriviamo per essere esonerato dalla presente leva»29. Gli ammogliati erano titolati all’inclusione della quinta lista e prender moglie poteva essere una soluzione. Ma ai coscritti era interdetto il matrimonio, se non dietro specifica dispensa che era in genere accordata a quelli delle classi più anziane. C’era però chi comunque ci provava. Così il Commissario distrettuale doveva ricordare al parroco di Codogno che: Godono del privilegio di lista quinta que’ coscritti aventi l’età prescritta dalla legge che contraggono matrimonio prima della rettificazione delle liste [verifica della Commissione Distrettuale]. Essendosi verificato il caso che un coscritto si è ammogliato nel giorno stesso della rettificazione suddetta credendo di godere del summenzionato privilegio che in fatto non gli competeva, la I. R. Delegazione P.le ha ordinato di prescrivere alli Ill.mi Parrochi che presentandosi un caso di nozze di un coscritto nel giorno Coscritti che domandano l ’esenzione dal servizio militare per sostegno alla famiglia, senza data, presumibilmente del 1858, Archivio Storico della Collegiata di Codogno Cart. 95, fasc. 1. 29 Dichiarazione datata 30 gennaio 1859, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart 95, fasc. 1. 28

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della rettificazione delle liste debbono mediante processo verbale diffidare […] non competere al coscritto il privilegio della lista V. […]30.

Ora finalmente si tornava al Comune dove le liste rettificate erano esposte al pubblico. Infine un manifesto della deputazione avvertiva i coscritti della prima classe (di lì si cominciava) della data e del luogo (ch’era la solita aula comunale) del sorteggio: le operazioni avvenivano alla presenza del Podestà, di due Assessori e del Parroco. Volontari e forzati, si ricorderà, potevano essere dedotti dalla quota comunale ed erano arruolati con procedure specifiche. I volontari dovevano avere età compresa tra i 20 e i 30 anni e statura di 61 pollici viennesi; l'arruolamento avveniva di solito durante la leva ordinaria. I forzati erano arruolati tra una leva e e l'altra; i condannati a pene detentive potevano essere arruolati solo dopo aver scontato la condanna. , Come detto, si iniziava dalla prima classe (in ordine III, IV e V lista) e se necessario si proseguiva fino alla quinta classe. La procedura prevedeva anzitutto l’estrazione, da un’urna contenente biglietti con tutte le lettere dell’alfabeto, della lettera con cui iniziare la chiamata dei singoli coscritti. «Dopo di ciò vengono inscritti i numeri dall’1 in avanti in ordine progressivo sopra altrettante cedole di carta e formato uguale quanti sono i coscritti»31. Le cedole erano piegate e poste ad una ad una in un’urna opaca. Poi si procedeva alla chiamata per nome dei coscritti (partendo dai cognomi che iniziavano con la lettera sorteggiata); ogni coscritto estraeva una cedola, ad alta voce leggeva il numero che in sorte gli era toccato, e lo comunicava al capo comune che provvedeva a scriverlo accanto al nome nella lista di coscrizione32. Le autorità consigliavano di sorteggiare 30 L’I. R. Commissario distrettuale al Reverendo Parroco di Codogno, Codogno sd, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95, fasc. 1. 31 Sunto delle istruzioni per la nuova legge 29 settembre 1858 sul completamento dell ’Armata, paragrafo 51, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95, fasc. 1. 32 Archivio Storico della Collegiata di Codogno Cart. 95, fasc.1. Sulla lista dei coscritti della prima Classe del 1846 di Codogno appare chiara traccia di

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un numero più elevato di coscritti rispetto a quelli richiesti al comune; in questo modo, infatti, se un coscritto estratto non avesse superato la visita medica della Commissione Provinciale di leva o se per qualsiasi ragione non fosse potuto partire, doveva essere sostituto dal primo dei sorteggiati in eccesso rispetto alla richiesta. Per le famiglie con reddito elevato c’era la possibilità di attivare la procedura di sostituzione. Era un istituto già presente nella legislazione napoleonica che il Governo austriaco aveva a suo modo perfezionato33.

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questa procedura. Il risultato dell’estrazione fu il eseguente: 5 Baciocchi Luigi; 17 Belli Luigi, 13 Belloni Ant. Fu Giacomo, 25 Bergamaschi Pietro Franco, 83 Bergamaschi Giacomo, 3 Barani Giovanni, 39 Bignami Gaetano, 30 Bosio Gio […], 74 Bruschi Giuseppe, 28 Bruschiari Giuseppe Tobia, 58 Bruschini Angelo, 60 Cairo Celestino, 70 Cairo Giulio Annibale, 6 Cuatrini Pietro, 55 Caporali Carlo Giuseppe, 33 Cicognini Franco Lorenzo, 38 Codazzi Angelo Clemente, 29 Colnaghi Angelo M.a., 81 Cornegliani Giuseppe M.a, 22 Lucchi Angelo, 64 Dadda Ant. M.a, 34 Dansi Giosuè Bartolomeo, 79 Della Torre Luigi Ermenegildo, 26 Dragoni Giuseppe, 49 Faliva Cesare, 22 Ferrari Alessandro, 57 Ferrari Gio Pietro, 63 Ferrari Giovanni, 41 Feretti Carlo, 2 Galluzzi Carlo Ottavio, 8 Gnocchi Quinto, 40 Grecchi Santo, 62 Grecchi Giuseppe Gio., 31 Grassi Angelo Eugenio, 80 Labadini Antonio, 36 Luparini Benvenuto, 1 Lupi Stefano, 56 Lombardi Franco, 76 Mancastroppi Luigi, 51 Magnani Francesco, 50 Majocchi Gaetano, 59 Mantegazza Emilio, 82 Marzani Giuseppe, 68 Meazza Sante, 16 Moglio Giuseppe, 9 Mola Luigi, 35 Monticelli Fortunato, 37 Monticelli Angelo M.a, 73 Mori Giovanni, 41 Orlandini Carlo, 7 Pagani Giuseppe M.a, 27 Pallavera Pietro Mar., 27 Passerini Luigi, 19 Pavesi Luigi Michele, 48 Peracchi Costantino, 11 Pernigoni Luigi, 4 Pedrazzini Antonio, 17 Pizzacegale (?) Ant.o, 53 Premoli Giuseppe, 67 Raffaelli Giulio Costantino, 43 Rancati Angelo, 52 Riboni Ant.o Stefano, 65 Rizzi Franco Ant.o, 23 Ronzi Giacomo Ant.o, 69 Ronzi Santo Franco, 66 Ruggeri Antonio, 44 Salvatori Stefano, 32 Sanarica Cesare, 12 […]vazzi Pietro Paolo, 20 Scarpanti Gio. fu Andrea, 15 Scarpanti Gio. Dom.co, 61 Scoglio Luigi, 18 Sfolcia Bernardo, 49 Soffiantini Luigi Ant.o, 21 Spelta Bassano, 14 Stringhetti Angelo, 54 Tagliaferri Ferdinando Ant.o, 10 Taschetti Giuseppe, 75 Tonani Vincenzo, 47 Valdemi Dom.co, 46 Zanaboni Carlo, 72 Zoppi Pietro, 24 Zuccotti Ercolano. I nomi dei coscritti che avevano estratto i numeri dall’1 al 13 – la quota richiesta al comune di Codogno - sono indicati in neretto: non necessariamente furono tutti arruolati; alcuni forse presentarono titoli per l’esenzione oppure furono scartati alla visita. In effetti Stringhetti Angelo, che estrasse il numero 14, compare negli elenchi dei soldati presenti in Ungheria nel 1848, la classe indicata è 1823 e non come dovrebbe 1825. Nel 1846 la classe 1823 era ancora di leva, ma è difficile che il sorteggio fosse stato esteso anche a questa classe, ormai abbastanza anziana, potrebbe quindi trattarsi di un errore nella trascrizione della data. Vedi Appendice (Documento 6). 33 Francesco Frasca, Reclutamento e guerra nell ’Italia napoleonica, Padova, Editoriale


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In sintesi il coscritto che intendeva avvalersi della procedura di sostituzione versava alla Cassa di Finanza Provinciale una cauzione di trecentocinquanta lire austriache che veniva investita a nome del supplente nel Fondo di Ammortizzazione del Regno Lombardo-Veneto all’interesse del 3%; a fine servizio il supplente poteva ritirare la somma34. A titolo d’esempio si veda di seguito l’elenco delle cauzioni di supplenza investite a seguito della leva 184135; tutti i supplenti di quell’anno finirono nel «Ceccopieri». comune Casalpusterlengo Casalpusterlengo

supplenti Baroni Girolamo Cabianca Nicolò

coscritti Gibelli Bartolomeo Lusardi Pietro Paolo

__________________ Programma (su licenza dello Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico), 1993; Enrico Casartelli, La pratica della sostituzione nell ’Esercito napoleonico in «Storia in Lombardia», 3, 1993, pagg. 37 - 65. 34 Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. Così nel 1846 un supplente di Caravaggio che aveva sostituito un coscritto di Lodi avanzava istanza per incassare il deposito a lui intestato nel lontano 1838: All’I.R Delegazione Provinciale L’umile sottoscritto Beretta Francesco supplente del coscritto Michele Angelo Pigna di Lodi avendo terminata la sua capitolazione porge preghiera a codesta Magistratura acciò gli venga rilasciato il deposito di sua spettanza, unisce il proprio congedo nonché il certificato del eseguito versamento del nominato deposito. Lodi, 24 settembre 1846 - L’umile supplicante Beretta Francesco. Allegato - Modello N° 19 - N° 4 Leva dell’Anno 1838 - Provincia di Lodi e Crema - L’Imp. Regia Delegazione Provinciale - Certifica che il Coscritto Pigna Michel Ang. requisito pel Comune di Lodi Distretto di Lodi ha quest’oggi consegnato il confesso rilasciatogli dall’I. R. Cassa di Finanza di Lodi in data 13 giugno 1838 n°150 descritto al n° 4 del registro dei supplenti (Modello 20) pel deposito di aust. Lire 350 eseguito a senso del § 43 della Sovrana Patente 17 settembre 1820 onde venga ammesso il suo supplente nominato Beretta Francesco nativo del Comune di Caravaggio Distretto di Caravaggio Provincia di Bergamo che ritrovato idoneo fu accettato in tale qualità al servigio militare. Lodi il 13 Giugno 1838 – L’I. R. Consigliere Regio Delegato Provinciale. 35 Elenco delle cauzioni di supplenza investite in seguito alla leva 1841 presso il fondo di ammortizzazione del Monte Lombardo-Veneto di ragione dei supplenti qui sotto descritti, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart.128. Nell'elenco del 1835 tra i coscritti che si sono fatti sostituire compare anche il nome di Rocco Vertua sostituito da certoVallarani Carlo. Rocco Vertua è il padre della scrittrice Anna Vertua Gentile. Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 128.

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Casalpusterlengo Cassino d’Alberi Castiglione Chioso di Pta. Adda Codogno Codogno Credera Crema Crema Crema Crema Lodi Lodi Lodi Lodivecchio Massalengo Paullo Quartiano S. Colombano Tribiano

Zampieri Giuseppe Monico Bartolomeo Grazioli Gio. Maria Pavan Luigi Volpini Domenico Santa Catterina Ant. Fermi Gaetano Costa Luigi Pagliari Francesco Bazzini Angelo M. Ruggeri Alessandro Magni Carlo Nocenti Gio. Innoc. Galmozzi Camillo Lupatini Antonio Bellotti Gioacchino Tintori Giuseppe Beltramini Luigi Magnani Gio Pietro Grigoli Gio. Battista

Grassi Davide Vigorelli Angelo Ago. Tironi Giuseppe Passerini Gaetano Tosi Pietro Majocchi Gaetano Moretti Gio Batta Vimercati Felice Tensini Luigi Fran.co Segalini Mario Ant. Severgnini Vincenzo Omatti Giuseppe Boggiali Giovanni Negri Francesco Bersani Pacifico Luigi. Turconi Leopoldo Ferrari Luigi Grassi Gio. Pro. Cornaggia Ambrogio Redaelli Angelo

Era anche ammesso lo scambio di numero tra coscritti, come testimoniato nel Comune di Castelnuovo Bocca d’Adda, cui nel 1847 è richiesto un contingente di tre reclute. Scrive il Commissario del VI Distretto (Codogno) alla I.R. Delegazione Provinciale di Lodi: «Colla scrittura privata in data 22 marzo 1847 i due coscritti di Castelnuovo Bocca d’Adda Vecchia Giovanni e Cardani Carlo aventi il primo il n. 2 ed il secondo il n. 11 di rango della classe I lista IV avrebbero tra loro convenuta la sostituzione mediante cambiamento di numero per cui il Cardani andrebbe a prendere il numero anteriore spettante all’altro […]»36. Il Cardani è ritenuto un buon giovane, orfano, non ha alcun vincolo famigliare e ha i requisiti previsti dalla legge: il parere è favorevole. 22

36 L’I. R. Commissario Distrettuale del Distretto VI alla Delegazione Provinciale di Lodi, Codogno, 26 maggio 1847, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60.


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I giovani che avevano estratto i numeri più bassi (e che non avevano sostituti) dovevano partire per il capoluogo, dove in giorni stabiliti per ogni singolo distretto, si riuniva la Commissione Provinciale di leva che provvedeva, anzitutto, a sottoporre i coscritti a visita medica; si iniziava «con la misurazione. I soli individui che hanno la prescritta misura vengono sottoposti alla visita del loro corpo […] I coscritti sono tenuti a presentarsi alla visita col corpo lavato e con biancheria netta. Al padre o al tutore del coscritto sottoposto alla visita è permesso d’intervenirvi»37. L’altezza prescritta era di 60 pollici viennesi, pari a m 1,57838, ma nei battaglioni degli Jäger poteva essere anche inferiore purché la recluta fosse di robusta costituzione e buon tiratore. Superato l’esame medico di fatto il coscritto era un soldato dell’Imperatore pronto a raggiungere il reggimento. Non tutti partivano: «Ad eccezione delle reclute designate ad essere immediatamente trattenute in servizio attivo in luogo, tutte le altre che lo desiderano, ed in quanto sia compatibile colle esigenze del servizio, saranno lasciate in permesso subito dopo l’assento senza soldo d’ingaggio o mantenimento»39. Comunque quelli estratti in soprannumero e poi non arruolati non potevano stare tranquilli perché «essi si devono trovar pronti per lo spazio di mesi tre ad entrare nell’Armata pel caso di bisogno, in rimpiazzo degli individui rimessi al Superarbitrio, di quelli consegnati ad uno spedale militare per la verificazione o cura, e di quelli arruolati illegalmente, o rinviati in causa di difetto successivamente scoperto»40. Alla fine, se non proprio tutti, partire si doveva. E la recluta raggiungeva gli altri giovani, molti della sua stessa zona, Sunto delle istruzioni per la nuova legge 29 settembre 1858 sul completamento dell ’Armata paragrafo 56 e 57, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95, fasc. 1. 38 Per la prima classe d’età; per le classi superiori doveva essere di almeno 61 pollici viennesi. 39 Sunto delle istruzioni per la nuova legge 29 settembre 1858 sul completamento dell ’Armata paragrafo 64, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95, fasc. 1. 40 Sunto delle istruzioni per la nuova legge 29 settembre 1858 sul completamento dell ’Armata paragrafo 72, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 95, fasc. 1. 37

23


che ormai da anni servivano nell’Armata. La tabella sotto, ricavata dai Prospetti di riparto comunale del contingente di leva assegnato alla Provincia di Lodi e Crema41, indica la consistenza del reclutamento dei coscritti negli anni 1839 1846.

Distretto

1839 1840 1841 1842 1843 1844 1845 1846

I di Lodi

40

37

78

39

35

38

35

39

18

18

31

20

14

20

14

18

III di Sant’Angelo 26

18

39

22

19

21

17

23

IV di Borghetto

27

25

51

28

26

27

25

27

V di Casalpust.

37

38

71

40

36

37

33

38

VI di Codogno

56

51

96

55

52

47

47

54

II di Zelobuonp.

42

Totale Lodigiano 204 187

315 204 182 190 171

199

VII di Pandino

20

23

38

22

20

16

18

24

VIII di Crema

45

40

75

41

42

41

36

44

IX di Crema

28

19

45

22

25

19

17

27

Totale Cremasco 93

82

209 85

87

76

71

95

Totale

297 269

524 289 269 266 242

294

A questi devono essere aggiunti i 20 volontari e i 29 forzati, forniti dai comuni secondo la seguente tabella43:

________________________

Elaborazione dai Prospetti riassuntivi degli Stati di riporto comunale del contingente da requisirsi nella Provincia per gli anni 1839, 1840, 1841, 1842, 1843, 1844, 1845, 1846, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 129. In Appendice (Doc. 1) è riportato il prospetto dettagliato delle singole quote comunali per l’anno 1846. 42 Fino al 1842, poi distretto di Paullo. 43 Elaborazione dai Prospetti riassuntivi degli Stati di riporto comunale del contingente da requisirsi nella Provincia per gli anni 1839, 1840, 1841, 1842, 1843, 1844, 1845, 1846 Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 129. 41

24


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Volontari I di Lodi II di Zelobuonp.

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39 40 41 42 2

2

1

43 44

2

1

45 2

46 Tot. 1 11

III di Sant’Angelo IV di Borghetto

1

1

V di Casalp.

1

VI di Codogno Totale Lodigiano

2 1

2 3

4

VII di Pandino

1 2

2

1

1

1

2

3 2

1

17 2

VIII di Crema

1

1

1

3

IX di Crema Totale Cremasco Totale

3

4

1

1

3

3

1

2

2

2

20

2

2

5

2

12

Forzati I di Lodi

1

II di Zelobuonp. III di Sant’Angelo

1

1

2

IV di Borghetto V di Casalp.

1

1

VI di Codogno Totale Lodigiano

1

2 2

6

VII di Pandino

1 2

2

VIII di Crema

3 3

3

1

Totale Cremasco 2

20 5 1

IX di Crema Totale

7

3

1

2

1

8

2

3

3

6

9

13 3

29

Si noti il numero molto elevato di coscritti richiesti per l’anno 1841; alla fine del 1840 era opinione comune che l’Europa si trovasse alla vigilia di una nuova guerra tra la Francia orleanista e una riedizione delle coalizioni dell’età napoleonica. Nel 1839

25


infatti il Pascià d’Egitto aveva condotto una vittoriosa campagna contro il Sultano Turco impadronendosi della Siria . La Francia era intervenuta come mediatrice, ma l’Inghilterra concluse un accordo, dal quale la Francia era esclusa, con Austria, Prussia e Russia per imporre al Pascià, anche con un intervento militare, la rinuncia pressoché completa delle conquiste. Ne derivò in Francia un esplosione nazionalista; il 22 ottobre 1841, Thiers propose a Luigi Filippo un bellicoso discorso da pronunciarsi il 28 ottobre. Ma Luigi Filippo rifiutò di pronunciarlo provocando le dimissioni del Thiers stesso; la guerra europea non scoppiò, ma il pericolo fu serio. Tanto che anche un personaggio politicamente avvertito come Camillo Cavour scommise in borsa al ribasso contando sull’inevitabile crisi bellica. Perse, e parecchio, poiché come si è detto la guerra non scoppiò44.

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44

Rosario Romeo, Vita di Cavour, Laterza, Bari, 1984, pagg. 90 - 91.


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IL REGGIMENTO LODIGIANO - CREMASCO Il «Ceccopieri» era su tre battaglioni (come tutti gli altri reggimenti di fanteria): il I (Leib Bataillion) e il II (Oberst Bataillion) «di campo» e il Comando (Stab) erano dislocati nella Fortezza di Buda45; il III,di deposito, stanziato in Cremona, era destinato alla raccolta delle reclute e al loro primo addestramento. Il Reggimento aveva, naturalmente, la sua bandiera (Leibfahne), benedetta in chiesa con solenne cerimonia, con al recto l’aquila bicipite su fondo bianco e al verso l’immagine della Vergine46. A ogni battaglione era stata, poi, consegnata la Regimentfahne, con al recto e al verso l’aquila bicipite in fondo giallo e con bordi a triangoli neri, gialli, rossi e bianchi47. Budávar. Negli Schematismus e nei documenti austriaci indicata con il nome tedesco, Ofen. Il Reggimento, precedentemente, era stato di guarnigione a Praga (1815), in Italia settentrionale (1821), a Buda (1824), a Zagabria (1830), a Petervaradino (1831); dal 1835 era stanziato nella Fortezza di Buda. 46 Mario Zannoni, Massimo Fiorentino, L’Esercito austriaco nel 1859, Editrice militare italiana, Milano 1983, pag. 52. Tradizione vuole che l’immagine della SS. Vergine fosse stata posta sulle insegne asburgiche ai tempi della battaglia della Montagna Bianca (8 novembre 1620) dal Tilly, che alla Madonna era particolarmente devoto. L’Imperatore Ferdinando III alla SS. Vergine consacrò, nel 1637, i suoi Stati. ( Jean Bérenger, Storia dell ’Impero Asburgico, 1700 – 1918, Il Mulino, Bologna, 2003, XVII). 47 Il reggimento poi era inquadrato nella brigata, composta di due reggimenti di fanteria, di uno di Jäger e di una batteria. Più brigate formavano una divisione; più divisioni formavano un corpo d’armata e più corpi d’armata formavano un’armata. 45

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Gli effettivi del I e del II Battaglione erano di circa 700 fucilieri in tempo di pace (circa 1000 in tempo di guerra) ordinati in sei compagnie di circa 120 uomini (200 in tempo di guerra); il III Battaglione era su 4 compagnie. Se la truppa era in genere lodigiano - cremasca o quantomeno lombarda, diverso discorso vale per i quadri di comando dove la presenza italiana è valutabile intorno al 30%48. Se la vita di un ufficiale almeno fino al grado di capitano non era brillante (soprattutto dal punto di vista economico vista la lentezza delle carriere e gli obblighi di status)49, la vita della truppa era durissima. Comunque, se non altro, la recluta giunta al III Battaglione per la prima istruzione, spesso trovava commilitoni del suo stesso paese o quantomeno della sua stessa provincia. Nei rapporti quotidiani e per le consuete incombenze di servizio era ammesso l’italiano (Regimentsprache), ma forse ancor più frequentemente i nostri soldati si esprimevano fra loro in dialetto. Gli ordini erano però impartiti in tedesco (Kommandosprache)50 e in tedesco il soldato semplice doveva presentarsi all’ufficiale; ma, finita la presentazione, era diritto del subordinato passare ad esprimersi nella lingua del Reggimento. Ciò rendeva spesso indispensabile la presenza di un interprete (in genere sottufficiale o un giovane ufficiale)51. Al coscritto era poi fornita l’uniforme: pantaloni azzurri con filettatura bianca, Shako nero, e la classica giubba bianca a code (Rock) con colletto rigido, passamani e mostrine, per Alan Sked, Radetzky., cit., pagg. 104 - 105. Isabella Dal Fabbro, Il Contro Risorgimento. cit. pag. 18. Per l’esattezza la percentuale indica i cognomi con grafia italiana. 49 Per la formazione, la carriera e il trattamento economico di un ufficiale austriaco vedi Alan Sked, Radetzky cit.; Gunther Rothenberg., L’Esercito di Francesco Giuseppe cit. 50 La lingua di comando era composta di 70 - 80 parole sufficienti per impartire gli ordini alla truppa. Alan Sked, Grandezza e caduta dell ’Impero Asburgico, 1815 - 1918, Laterza, Bari, 1992, pag. 197. 51 Alberto Costantini, I Soldati dell ‘Imperatore., cit. pag. 150. In teoria gli ufficiali erano tenuti a conoscere la lingua del reggimento. Per i rapporti tra le unità dell’esercito e le istituzioni si utilizzava ancora il tedesco (Dienstsprache). Perciò la conoscenza del Tedesco oltre le elementari locuzioni del linguaggio di comando era fondamentale per chi intendesse fare anche una minima carriera, come graduato o sottufficiale. 48

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il «Ceccopieri», cremisi e bottoni bianchi52. Nel 1836 tutte le truppe di fanteria e i cacciatori ricevettero il Leibel (gilet) di lino con 10 bottoni d’osso. La giubba, orgoglio dell’Armata, per il soldato era una maledizione: non era semplice tenerla pulita e per di più il bianco del panno tendeva col tempo ad assumere un poco elegante color giallo-grigio. Questo per l’alta tenuta: poi vi erano la bassa tenuta (di campagna) e la tenuta di fatica (con la bustina e con il Kittel al posto della giubba). I soldati stanziati in Italia erano autorizzati ad indossare il Kittel anche per la tenuta di campagna. Per l’inverno i soldati disponevano di un mantello con colletto non rigido, il cui utilizzo era regolato «non meccanicamente dalla stagione, bensì dalle reali condizioni meteorologiche». L’abbigliamento era completato dalle bandoliere in cuoio bianco per la giberna (che era in cuoio nero) e per la baionetta. Lo zaino, in pelle di vitello portava appesi la gavetta e gli elementi per montare la tenda (divisi fra più soldati). Un sacco per il pane e una borraccia di legno completavano l’affardellamento, una ventina di chilogrammi in tutto. La compagnia veniva schierata su tre linee: le prime due linee erano armate di fucile a canna liscia mod. 1842/44, a percussione, della lunghezza totale (senza la baionetta) di cm. 147 (con baionetta cm 194) e calibro 17,6 mm, con acciarino a canale sistema Augustin53 (peso 4,35 Kg; con baionetta 4,670 ); i tiratori di terzo rango erano armati con moschetti a canna rigata54. Nel periodo 1848 - 1849 furono introdotti parecchi cambiamenti: la giubba bianca a due code venne sostituita dalla Waffenrock con colletto rigido e doppia abbottonatura, agli ufficiali venne data in dotazione la sciabola invece della Isabella Dal Fabbro, Il Contro Risorgimento.,cit., pag. 74. Perfezionamento dell’acciarino a canale (zünder) messo a punto dall’armaiolo milanese Giuseppe Console nel 1830 che a sua volta aveva perfezionato l’acciarino ideato dall’inglese A. Manton nel 1820. 54 Moschetto camerato M. 1842/1844 a canna rigata calibro mm 18,1, in dotazione anche ai sottufficiali. La distribuzione dei fucili rigati sistema Lorenz (calibro mm. 13,9 con 4 righe, peso 4,270 Kg.) fu completata solo nel luglio 1859. Cfr. Mario Zannoni, Massimo Fiorentino, L’Esercito austriaco., cit., pag. 56. 52 53

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spada e a distinzione dei gradi vennero adottate le stellette a sei punte sul colletto della giubba. Nel reggimento ci sarebbero stati semplicemente Hauptmann55 di 1ª e 2ª classe invece dei gradi di Hauptmann e di Capitän-Lieutenant56. Il grado di Unterlieutenant57 venne suddiviso in Unterlieutenant di 1ª e 2ª classe e venne riformata la categoria Cadeten con abolizione dei cadetti imperiali. Anche l’organizzazione reggimentale venne modificata: il reggimento sarebbe stato composto di una divisione granatieri (ogni compagnia composta di 2 Feldwebel, 13 Korporale, 2 Tamboure, 2 Zimmerleute, 1 Fourierschütze, 3 Privatediener, 150 Grenadiere), 3 battaglioni di fucilieri, ognuno su sei compagnie (ogni compagnia composta di 2 Feldwebel, 12 Korporale, 12 Gefreite, 3 Tamboure, 2 Zimmerleute 3 Privatediener, 160 Gemeine)58 e una divisione di riserva (poi di deposito). Tutto il reggimento avrebbe avuto in forza 4678 uomini Vita da soldato La paga di un soldato assommava a circa cinque Kreuzer (Carantani) il giorno, ma da essi erano detratti tre Kreuzer per il rancio59: alla fine per le necessità giornaliere si poteva contare su circa due Kreuzer. Circa, poiché la paga non era mai fissa: composta di varie indennità essa era calcolata sul listino dei prezzi del mercato60. Comunque al soldato rimanevano Capitano, comandante di compagnia. Tenente-capitano. 57 Sottotenente. 58 Feldwebel = sergente; Korporal = caporale; Gefreiter = appuntato, soldato scelto che all’occorrenza può sostituire il caporale; Tamboure = tamburo; Zimmermann = carpentiere; Fourierschütze = scritturale; Privatediener = messo; Grenadier = granatiere; Gemeiner = soldato semplice. 59 Alberto Costantini, I Soldati dell ’Imperatore., cit., pag. 170. 60 Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. Circolare Milano 7 Gennajo 1847 L’I. R. Comando Gen.le Militare partecipando con Nota 14 Dicembre p.p. 1846 N. 6559 che l’Eccelso I. M Consiglio Aulico di Guerra con decreto 7 Novembre N. 4125 si è compiaciuto di emanare alcune disposizioni per assicurare la sussistenza e la 55 56

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due o tre Kreuzer. Poco; un contadino, dedotte le tasse e i tributi, poteva contare su un reddito di 9 Kreuzer il giorno. Per sbarcare il lunario, il soldato poteva nel tempo libero prestare opera presso privati (però doveva dedurre dalla somma guadagnata l’importo da versare al capitano per gli abiti e gli strumenti di lavoro). Se paragonata alla vita di un bracciante agricolo mai sicuro del proprio lavoro, quella del soldato aveva se non altro il rancio garantito, anche in caso di malattia (e così si spiegano, forse, i rari volontari)61. Dura vita, dura disciplina. E non era un modo di dire. Come in tutti gli eserciti del tempo, i regolamenti erano più che severi. Ovviamente vi era distinzione tra reati commessi in tempo di pace e reati commessi in zona d’operazione. Comunque, gli Imperiali Articoli di Guerra non scherzavano: i responsabili di alcuni reati particolarmente gravi, come l’aggressione a un ufficiale, la disobbedienza ad un ordine, l’ammutinamento, erano passibili di pena di morte sia in guerra che in pace. In zona di operazioni la pena di morte (fucilazione o conservazione de’soldati, disposizioni che debbono entrare in vigore col 1.mo Febbraio p.v., ha interessato il Governo acciò le dipendenti Autorità civili abbiano ad assistere i Comandi di Città, Fortezza e Stazione, rispettivamente incaricati della compilazione degli ordinati nuovi computi per la determinazione del soprasoldo di carezza, pel quale sopra soldo si deve intendere quel di più che sarà a concedersi ai militari per la preparazione del loro ordinario ne’ casi di straordinaria carezza di viveri. Questo nuovo sistema di conteggio vien modulato in due distinti prospetti: a) del costo medio dei singoli articoli occorrenti alla preparazione dell’ordinario ossia rancio giusta gli ultimi prezzi mercuriali risultanti da appositi certificati legali legal bestätigte Marktpreisen = “Certificato” b) del costo medio di una porzione o razione giornaliera di rancio e del soprasoldo di carezza che ne risulta per un intero mese. Quello che importa all’Autorità civile di conoscere di tutto ciò è la sostituzione di nuovi certificati legali di prezzi locali per cui nel minuto commercio si vendono gli articoli occorrenti alla preparazione dell’ordinario ossia rancio alle mercuriali attualmente in uso compilate sulla base delle contrattazioni all’ingrosso, finora prese per base di siffatti conteggi. Resta quindi autorizzata codesta Delegazione Prov.le a fronte alle autorità Militari quegli schiarimenti e certificati, che riescono loro necessari al sopraindicato scopo. Spaur. 61 Alan Sked, Radestzky., cit., pag. 80.

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impiccagione) era possibile anche per chi si addormentava o si ubriacava in servizio e per chi si abbandonava a violenze anche se in territorio nemico. Chi appiccava incendi senza un ordine o senza motivo era passibile di impiccagione, come il ladro, se la refurtiva superava i cento Fiorini austriaci. Anche il saccheggio era severamente perseguito: il saccheggiatore che non rientrava immediatamente nei ranghi poteva essere abbattuto sul posto62. La cattolicissima Austria condannava severamente i reati contro la religione; ma in un impero multietnico era duramente punito anche chi «eccitasse l’odio religioso». Per i reati e le circostanze in cui non era applicabile o si riteneva di non applicare la pena estrema, le punizioni prevedevano la bastonatura semplice (da venticinque a cinquanta colpi di bastone) e la corsa nel «corridoio» (passaggio a torso nudo attraverso due ali di commilitoni che dovevano colpire il poveretto con verghe di betulla); la bastonatura poteva essere comminata direttamente dagli ufficiali, dal capitano in su (per 25 colpi di bastone bastava un capitano, per quaranta occorreva un maggiore, per cinquanta il colonnello). Per il «corridoio» occorreva la corte marziale ed era generalmente comminato per i reati di furto o diserzione (che come si è visto in tempo di guerra comportavano anche la pena di morte). La giornata ufficiale di un soldato prevedeva tre ore di istruzione teorica, durante le quali un sottufficiale impartiva lezioni sui regolamenti e gli articoli di guerra e cercava di insegnare a leggere e scrivere63: un’alfabetizzazione però limitata allo scopo di ottenere dai soldati una completa subordinazione e di permettere la corretta esecuzione degli ordini. Poi c’era l’addestramento alle armi, le esercitazioni e le manovre sul campo. Spesso le truppe venivano lasciate

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62 Il saccheggio era pericoloso per la sicurezza dei reparti. In numerosi casi e in diversi eserciti una vittoria già conseguita era stata compromessa dal fatto che un improvviso ritorno nemico aveva sorpreso le truppe sparpagliate disordinatamente a saccheggiare case e casolari. 63 In realtà il compito sarebbe stato proprio degli ufficiali, ma questi erano per lo più incapaci di comunicare con i propri subordinati, e non solo per motivi linguistici.


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all’aperto per giorni, con il risultato di ricoveri in massa negli ospedali militari. Gli ammalati venivano assistiti da dottori dell’esercito, ma anche, là dove non esistevano strutture militari, da medici civili, cui si raccomandava di evitare la prescrizione di farmaci costosi64. I soldati colpiti da affezioni o infortunati erano, se era il caso, dichiarati invalidi o, più frequentemente, semiinvalidi e potevano essere impiegati come servitori o portieri in scuole militari, in uffici, istituti e prigioni65 . Agli invalidi totali veniva assegnato un posto, se c’era, negli ospedali civili della provincia di provenienza, altrimenti erano segnati in una lista d’attesa, quelli più gravi, oppure dovevano arrangiarsi con la paga di invalidità, da quattro a venti Kreuzer il giorno, a seconda del grado di inabilità. Ma altri morivano. Nel 1846, ad esempio, dal 23° Reggimento di fanteria «Ceccopieri», dal «Kress», dal «Wimpffen», dall’VIII cacciatori giunsero gli elenchi dei soldati lodigiani e cremaschi deceduti quell’anno durante il servizio, dai quali è tratto il prospetto più sotto presentato66. 64 Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. Circolare non datata e priva di documento di accompagnamento che recita: «La relazione della commissione medica statale residente in Verona fa presente l’abuso di alcuni medici civili nella cura dei malati militari di prescrivere medicamenti costosi quando si potrebbe ottenere egualmente bene lo scopo della guarigione con farmaci di assai minore dispendio e chiede che siano dati gli opportuni ordini affinché sia di fatto cessare l’accennato abuso». Milano 22 nov. 1852. 65 Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 264: All’I.R. Delegazione Provinciale Lodi Dopo che colla rispettata vostra 27 nov. 1850 N 4005-681 veniva incaricato quest’ufficio a trasmettere a codesto I. R Comando del Deposito prov. di Coscrizione prima del primo di maggio e del primo di novembre d’ogni anno ogni istanza di soldati invalidi che godono di soldo erariale per concorso ai posti di portiere o altri impieghi civili inferiori, cesso la periodica notificazione dei militari pensionati assunti ad impiego civile […] però si significa che da quell’epoca al presente non furono presentate istanze per parte di soldati invalidi, né alcuno di essi fu assunto ad impiego civile ciò in esito del rispettato Decreto 17 and. N. 7036/945. Borghetto li 19 novembre 1852. Il commissario distr. alla Delegazione prov. 66 Elaborazione da gli elenchi dei soldati della Provincia di Lodi e Crema morti in servizio nell’anno 1846, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 230.

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Gli elenchi tra le altre informazioni (ospedale in cui era avvenuto il decesso, nome del sacerdote che aveva impartito l’estremo sacramento, luogo di sepoltura) indicano anche le cause della morte: atassia, tisi polmonare, emotisi e le febbri sono le cause più frequenti. Per quanto riguarda le professioni i prospetti registrano un oste, un cavallante, un contadino, un sarto, un fornaio (prestinaio). Gli altri sono indicati come privi di professione. classe comune

arr.

morto il

a

Ceccopieri Angelo Pontiggia

1817 Passerera

1839

6/10/ 1845 Romano (I)

1841

21/11/1845 Rivolta (I)

Luigi Mornelli

1823 Castiglione 1844

25/2/1846 Buda (U)

Paolo Celocchio

1824 Montodine 1845

18/2/1846 Montodine (I)

Angelo Lorenzetti

1817 Rivolta

6 /3/1846 Vienna (A)

Franc. Pasq. Rossari 1818 Rivolta

1841

Giuseppe Madonini 1821 Cazzimano

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9/3/1846

Buda (U)

Franc. Maria Ravelli 1817 Izzano

1839

04/4/1846 Izzano (I)

Jacob Goglio

1841

21/6/ 1846 Vienna (I)

Bartolomeo Pezzetti 1817 Pianengo

1838

25 /4/1846 Sergnano (I)

Inocente Miragoli

1822 Sordio ?

1845

12/6/ 1846 Buda (U)

Giobatta Conca

1820 S.Martino S. 1842

21/7/1846 Buda (U)

Leonetto Fer. Ferrari 1823 Montodine 1844

21/8/1846 Buda (U)

Bassano Livraghi

1843

3/8/ 1846 Pest (U)

Angelo Dm. Esposto 1822 Lodi

1843

2/8/1846

Elia Pietro Suardi Kress

1822 Gugnano

1845

19/7/ 1846 Gugnano (I)

Carlo Schiavi

1813 Casalpust. 1835

25/10/1845 Pest (U)

Giuseppe Magnani

1810 Senna Lod. 1831

5/3/1846

Domenico Berselli

1822 Maccastorna 1843

14/5/ 1846 Kecskemét (U)

1819

1822 Chiosi

Pest (U)

Kecskemét (U)


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Wimpffen Giuseppe Cortesi

1822 Salerano

1844

6/5/1846

VIII Cacciatori Cesare Mosenchio

Zagabria (C)

1823 Lodi

1844

15/6/1846 Ferrara (I)

Permessi e licenze La ferma di 8 anni era più teorica che reale: in effetti dopo un primo addestramento, tenendo conto anche di particolari situazioni familiari, molti erano rimandati a casa in permesso, anche se ovviamente dovevano rimanere a disposizione dell’autorità militare che poteva in qualsiasi momento richiamarli in servizio, per esempio per manovre o altre esigenze dei reggimenti. Il permesso rispondeva a precise esigenze di bilancio: consentiva infatti di ridurre le spese militari a livelli ragionevoli o comunque sopportabili da un Impero potente, ma non ricco. In ogni caso, sul lato dei coscritti e delle famiglie, spesso effettivamente in gravi difficoltà, iniziava la defatigante ricerca del privilegio, concesso dall’ occhiuta autorità militare, di rimanere o tornare anche solo temporaneamente a casa. Le difficili, spesso drammatiche, situazioni famigliari erano il motivo addotto (e ammissibile) per chiedere di rinviare la partenza o ottenere il rientro, in permesso appunto, dal reggimento. Così nel 18 dicembre del 1846, una famiglia di San Colombano scrive all’Imp. Regio Commissario del distretto IV (Borghetto), il quale trasmette a sua volta la richiesta all’ I.R. Delegazione Provinciale in Lodi, con parere evidentemente favorevole: Rassegno istanza dei coniugi Brugnani di S. Colombano colla quale implorerebbero che venisse protratto ad un tempo più possibilmente lungo l’attuale permesso del loro figlio Luigi militare della passata leva 1846 essendo questi l’unico sostegno dei detti malaticci e vecchi genitori, come pure di un fratello di solo anni 7. Facendo altresì osservare che il detto militare essendo contadino e quindi affatto ignaro delle leggi coscrizionarie non avrebbe fatto valere i titoli per ottenere il diritto di posticipazione.

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Appoggio quindi tale istanza a codesta I. R. Delegazione P.le pregando a volerla inoltrare alla competente autorità militare.67

Sollecita la Delegazione Provinciale, il 22 dicembre 1846, inoltra la domanda all’autorità militare competente: La I. R. Delegazione penetrata dalle critiche circostanze in cui versano i ricorrenti coniugi Brugnani, comprovate dai documenti posti a corredo della succitata loro istanza, nel mentre ha il pregio di accompagnare la carta all’I R Comando del Deposito Prov.le di coscrizione in Lodi, si fa ad interessare la sperimentata di lui compiacenza a voler interporre i suoi buoni uffici presso la competente autorità Superiore Militare affinché il sunnominato soldato Luigi Brugnani non venga chiamato al corpo cui appartiene se non in caso di indispensabile assoluto bisogno68.

Ma la risposta è negativa: All’inclita I. R. Delegazione Provinciale di Lodi Ad evasione alla pregiata di Lei nota 23 Dicembre 1846 […] lo scrivente Comando si pregia di riscontrarle che L’I. R. Comando di Regg.to Conte Ceccopieri fant. N. 23 con una sua nota corrente mese N.22 ha ritornato a quest’ufficio la qui unita istanza colli atti diretta ad ottenere un permesso possibilmente lungo a favore del coscritto Luigi Brugnani di S. Colombano […] che non può prendere in nessuna considerazione il medesimo, avendo il suaccennato Comando di Regg.to i più rigorosi ordini della Superiorità militare di sottoporre quanto prima tutti i coscritti al attual servizio militare, e che sarà anche in questa primavera richiamato dal permesso atteso al su riferito motivo – ma che però sarà preso in considerazione tosto che le circostanze di servizio lo permetteranno. Dall’I R Comando il Deposito militare di Coscrizione. Lodi lì 21 gennaio 184769 L’I. R. Commissario del Distretto IV (Borghetto) alla I. R. Delegazione Provinciale di Lodi, 18 dicembre 1846, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 68 I. R. Delegazione Provinciale di Lodi al Comando il Deposito Coscrizionale di Lodi, 23 dicembre 1846, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura Cart. 60. 69 Dall ’I. R. Comando il Deposito militare di Coscrizione alla I. R. Delegazione Provinciale di Lodi, 21 gennaio 1847, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 67

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Per alcuni versi singolare è il caso di Carlo Raja «il quale fin da fanciullo, […] lasciato dai propri genitori portatisi in America né più ricomparsi in questi luoghi fu egli accolto dalla signora Guanzati vedova Olcelli e da un di lei fratello che presso di sé il tennero, l’educarono, e tutta via appo loro se ne vive attendendo al Negozio di droghe di spettanza della prefata Sig.ra Guanzati vedova Ocelli in detta R. Città di Crema»70. Carlo è in permesso, ma la concessione sta per scadere e la madre adottiva si dichiara disposta a pagare un sostituto pur di trattenere a casa il ragazzo, che, asserisce, è indispensabile alla conduzione del negozio. Dopo i controlli per verificare che la vedova possa liberamente disporre delle sue sostanze, la pratica viene avviata probabilmente con successo. Anche la domanda di Rosa Denti vedova Lovera di Melegnanello, distretto di Casalpusterlengo, ottiene dalla Delegazione provinciale comprensiva attenzione: la povera donna, che, in età avanzata e priva di ogni mezzo di sussistenza, langue nella più desolante miseria assieme alla figlia malata di mente, chiede il rientro del figlio soldato nel Reggimento «Kress» di stanza a Kecsekmét, in Ungheria. La famiglia dell’anzidetto militare si compone della madre, la quale volge ormai nell’anno 66° di sua età, acciaccosa ed inferma, e di una sorella che per essere quasi affatto priva delle facoltà intellettuali trovasi inetta a procacciarsi anche per sé stessa il necessario sostentamento […] E’ vero che vi sarebbe un altro fratello maggiore per nome Giovanni, ma questo versa parimenti nella più stringente miseria e colle sue giornaliere fatiche giunge appena con stento a provvedere al mantenimento di sé, della sua moglie e di quattro propri figli incapaci al guadagno […]71

La Delegazione Provinciale di Lodi, 12 aprile 1847 minuta di lettera senza indicazione del destinatario, [presumibilmente il Comando del Deposito Coscrizionale di Lodi] Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura Cart. 60. 71 L’I. R. Delegato provinciale al I. R Comando del Reggiment «Barone Kress» Cavalleggeri 7° Kecskemét, 7 maggio 1846, minuta di lettera, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 70

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Ma dal Reggimento si risponde: I. R. Reggimento Cavalleggeri Barone von Kress All’Inclita I. R. Delegazione Provinciale di Lodi Moor Ungheria 20 gennaio 1847 Non essendo il Soldato Giovanni Batt. Lovera entrato nel suo corpo militare prima dell’anno 1846 e non avendo conseguentemente compiuto i prescritti 5 anni del servizio attuale, lo scrivente Comando di reggimento senza autorizzazione superiore non è possibilitato di accordare al medesimo l’implorato permesso illimitato […]72

Per i militari il matrimonio era strettamente regolato e specifiche circolari richiamavano soprattutto i parroci al rispetto rigido delle disposizioni. Circolare – Ai Parrochi della Lombardia L’Eccelso General Comando militare avendo dovuto conoscere per esperienza che alcun Parroco in occasione di dover assistere ai matrimonj di persone addette alla milizia ha deviato dai regolamenti prescritti, per cui i matrimonj contratti dovettero essere dichiarati nulli, e quindi è stato forza di entrare in operose corrispondenze […] onde poter sciogliere o convalidare simili matrimonj […]73

Il Governo imperiale ricordava tutte le non poche e minuziose disposizioni dove erano elencate modalità e i documenti che dovevano essere allegati alla domanda con cui si chiedeva «ai Capi de’ Reggimenti o Corpi militari l’assenso al matrimonio di soldati in permesso» e che «Occorre[va] poi avvertire e raccomandare ai Parrochi che allorquando si tratta[va] di matrimonj di soldati in permesso temporaneo debbano essere severi nell’esigere o il documento di congedo assoluto o la licenza di ammogliarsi». Il permesso di sposarsi veniva in genere accordato ai militari nell’ultimo anno di ferma. Così una nota del «Ceccopieri»: Il Comando del Reggimento 7°«Kress» alla Delegazione Provinciale di Lodi, Moor in Ungheria, 20 gennaio 1847. Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 73 Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Circolare ai Parrochi di Lombardia, Milano, 31 dicembre 1840, Cart. 97 fasc. 1. 72

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All’Inclita I R Delegazione Provinciale di Lodi L’I. R. Comando del Reggimento Conte Ceccopieri fant. N.23 con sua nota 2 giugno 1846 N.19 ordina allo scrivente di non accettare più d’ora in avanti suppliche di militari in permesso i quali desiderano di unirsi in matrimonio se non che di quelli che sono nell'ultimo anno della sua capitolazione ... Si pregia quindi lo scrivente Comando di partecipare detto ordine a codesta Inclita Delegazione Provinciale, retrocedendo nello stesso tempo qui allegate istanze dei militari in permesso De Biaggi Francesco di Lodi, Rossi Giuseppe di San Colombano ed Esposto Ambrogio di Borghetto, rimandati dal surriferito Comand. di Reggimento, pregando la gentilezza di codesta Inclita I R di partecipare ai medesimi questo ordine. Dall’ IR Comando del Deposito di Coscrizione – Lodi 20 gennaio 184774

Il caso del soldato in permesso Carlo Lucchini di Cornogiovine è, a questo proposito, emblematico. Carlo chiede «il permesso di contrarre matrimonio con Francesca Elisabetta D’Allegri del Comune di Maccastorna». Il Commissario distrettuale invia la richiesta alla Delegazione Provinciale la quale risponde richiedendo la documentazione necessaria, ma non allegata alla domanda: Perché si possa debitamente appoggiare presso la competente autorità militare la domanda di matrimonio insinuata dal soldato in permesso Carlo Lucchini di Cornogiovine […] occorre che la medesima sia corredata dell’opportuno assenso dei genitori della sposa essendo questa minorenne. Oltreciò non si è trovata unita agli atti la dichiarazione indispensabile in simili casi dei genitori della sposa mediante la quale si obblighino a mantenere la sposa stessa ed i figli nel caso che il marito sia richiamato al corpo cui appartiene; la quale dichiarazione dovrà estendersi anche ad assicurare dal canto della fidanzata che non sarà per spiegare alcuna pretesa a pensione qualora avvenisse che il marito avesse a morire in attività di servizio. Finalmente sarà unito un elenco specificante gli effetti costituenti la dote, non che un foglio in bianco di c.mi 75 su cui deve stendersi

Dall ’I.R. Comando di Deposito Coscrizionale alla I. R. Delegazione Provinciale di Lodi, 20 gennaio 1847, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60.

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l’atto di assenso dell’autorità militare al matrimonio che si vuole contrarre […] I. R. Delegato Provinciale.75

Interessante e indicativo è il caso del soldato Leopoldo Eichingen, austriaco, il quale intende sposare Rosa Riboni di Lodi. Ma … «[…] trattandosi di individuo che già apparteneva alla milizia attiva e che ora è addetto alla Landwehr del proprio paese, la R. Delegazione ha il pregio di accompagnare le carte all’Inclito Comando del Deposito Prov.le di Coscrizione in Lodi interessando la sperimentata di lui compiacenza a volerle ove non emergano eccezioni in contrario inoltrare con voto favorevole alla competente magistratura per quelle determinazioni che fossero del caso»76. Tutto fila liscio: dall’I. R. Magistratura di un lontano paese austriaco giunge la «licenza di matrimonio come anche il passaporto pel militare Leopoldo Eichingen domiciliato in codesta Regia Città di Lodi»77. Così che la Congregazione municipale di Lodi il 29 gennaio 1847 può trasmettere alla I.R Delegazione Provinciale di Lodi : «Rimesso dal M. Rev. Parroco del SS.mo Salvatore l’attestato del matrimonio seguito fra l’ex militare Leopoldo Eichigen con Rosa Riboni lo si rassegna a doveroso riscontro del rispettato decreto 17 dicembre 1846 n. 14671/1175 […]»78.

La Delegazione Provinciale al Commissario distrettuale di Codogno, Lodi 6 novembre 1845, minuta di lettera, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 76 Dalla I.R. Delegazione Provinciale di Lodi al I. R. Comando il Deposito di Circoscrizione, Lodi 10 dicembre 1846, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 77 Il Comando di Coscrizione militare di Lodi all ’Inclita I.R. Delegazione Provinciale di Lodi, 13 dicembre 1846, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 78 La Congregazione municipale di Lodi alla Delegazione Provinciale, Lodi 29 gennaio 1847, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 75

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Il disertore Vita dura. Come in tutti gli eserciti di quel periodo, la diserzione, l’abbandono non autorizzato dei reparti, il mancato rientro dopo periodi di permesso erano reati frequenti, quasi abitudinari. Si pensi ad esempio agli eserciti napoleonici dove la diserzione raggiunse tali livelli da costituire una delle più serie preoccupazioni dei comandi militari.79 Per perseguire il reato di diserzione erano stati posti in essere accordi internazionali soprattutto con i paesi confinanti, ovvio e più immediato rifugio per il disertore. Il 7 maggio 1817 l’Impero d’Austria e il Regno di Sardegna sottoscrivevano un trattato che all’articolo I prescriveva: «Debb’essere ingiunto a tutte le autorità civili e militari e specialmente ai Comandanti militari più vicini alle frontiere di vegliare attentamente che nessun disertore delle truppe delle due Potenze passi la frontiera, né trovi assistenza od asilo negli Stati dell’altra». Nel caso in cui il disertore fosse riuscito in qualche modo a passare la frontiera doveva essere arrestato e consegnato alla polizia dello Stato dal cui esercito era fuggito, con tutti gli effetti in suo possesso. Poi all’articolo V: «Verrà accordato a quello che indicherà o consegnerà un disertore una ricompensa (taglia) di 8 fiorini o 20 franchi in moneta corrente per ogni soldato di fanteria, e di 12 fiorini o 30 franchi a chi indicherà o consegnerà un disertore di cavalleria unitamente al cavallo»80. L’accordo nella sua sostanza era ancora in vigore nel 185181. Ma la diserzione comportava una procedura che prevedeva da parte delle famiglie il risarcimento del danno provocato all’erario dal disertore stesso, in genere per gli effetti di dotazione sottratti. E ciò finiva per coinvolgere le autorità locali, che erano chiamate a sollecitare i risarcimento o quantomeno a fornire il «certificato Franco Della Peruta, La diserzione nell ’Armata del Regno d ’Italia, in «Storia in Lombardia», 2/87, pp. 1 - 47. 80 Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 149. 81 Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 253. Circolare datata Milano, 22 gennaio 1851. 79

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di miserabilità» della famiglia non economicamente in grado di provvedere al rimborso. Nell’aprile del 1847, l’Oberstlieutenant82 comandante il VI Battaglione di guarnigione (a Mantova) scriveva alla Delegazione Provinciale di Lodi Come rilevasi dalla ivi sotto compiegata relazione di diserzione, il soldato tamburo Giuseppe Schiavi disertò il 12 corrente mese di Aprile dalla Fortezza di Mantova portando seco lui diversi effetti di montura, armatura e buffetteria della seconda compagnia di questo battaglione avendo con ciò prodotto un danno al Regio Erario di fiorini 28 carantani 39. Egli è quindi che si interessa officiosamente codesta inclita Delegazione Provinciale a voler avere la compiacenza d’impartire le necessarie disposizioni pel rimborso al Regio della summentovata somma sulla sostanza che per avventura potesse avere il suddetto militare disertore, e trasmettere l’introitata somma allo scrivente Comando di battaglione, od in caso d’impossibilità del detto […] richiamare il […] certificato di miserabilità e debitamente legalizzato farlo pervenire a questo comando per gli ulteriori atti d’ufficio. Mantova il 16 aprile 184783

Alla lettera seguiva la Distinta di diserzione in modulo debitamente compilato84: Connotati ed altri segni appartenenti al disertore Di statura piccola e gracile, faccia lunga e magra, capelli castani scuri, occhi e sopraccigli simili nonché mustacchi, naso e bocca media, parla soltanto l’italiano. Disposizioni impartite per fermo del disertore Comunicati i connotati tanto alla gendarmeria che alla Polizia ed anche incaricati i sottufficiali della compagnia pel rintracciamento.

Tenente colonnello. Il Comandante del VI Battaglione di fanteria alla Delegazione Provinciale di Lodi, Mantova16 aprile 1847, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 84 Distinta di diserzione del sold. Giuseppe Schiavi, Archivio Storico Comunale di Lodi Sottoprefettura, Cart. 60. 82 83

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Ha asportato in effetti di montura e abbigliamento

Importo degli effetti asportati in moneta di convenzione Fiorini

Carantani

16

4

1 paio di scarpe/1 tracolla

5

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1 sciabola con fodero

6

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28

39

1 Czaco/1paio pantaloni/1 camicia/ 1 paio muttande/1 cravatta

Somma

La Delegazione Provinciale si rivolse al Distretto V (Casalpusterlengo) che inviò il certificato di miserabilità rilasciato dal Comune di origine del disertore, Livraga 85; il Tenente colonnello chiuse così la partita contabile. Cosa ne fosse del povero disertore non è dato sapere. C’erano poi reati minori, piccoli furti di cui l’amministrazione militare chiedeva il rimborso, magari trattenendolo sul deposito al 3%, se si trattava di un sostituto: I R Prefettura del Monte del Regno Lombardo-Veneto, Milano il 20 febbraio 1847. Alla partita del deposito di ragione del militare Trabattoni Giovanni Battista supplente […] si è fatta la prenotazione della somma di carantani 55.6/8 pari a £ 2.79 che con sentenza 19 settembre 1846 il supplente Trabattoni venne condannato a compensare al Regio Erario per biancheria da lui venduta […]86

Comunque, tra soldati presenti al reggimento e soldati a vario titolo in permesso più o meno lungo, ma sempre a disposizione dell’Armata e richiamabili in qualsiasi momento, si può calcolare che sotto le armi si trovassero, ogni anno, più di I.R. Delegazione Provinciale al Comando del VI battaglione, 17 maggio 1847, minuta di lettera, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 86 La Prefettura del Monte del Lombardo-Veneto alla I R Delegazione Provinciale di Lodi, Milano 20 febbraio 1847, Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 60. 85

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duemila Lodigiani e Cremaschi nello stesso tempo. Forse con poco entusiasmo, ma in fondo lealmente, facevano ciò che loro era chiesto, cioè ubbidire: erano solo, parafrasando un grande storico della Seconda Guerra Mondiale, dei poveri diavoli con un fucile, come tutti gli altri, della Croazia, della Bucovina, della Transilvania, dell’Ungheria, dell’Austria, della Boemia, di tutte le regioni del grande dominio dell’Aquila Bicipite.

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II IL“QUARANTOTTO”


IL III «CECCOPIERI» IN I T A L I A Le nubi si stavano già addensando sull’Europa e sull’Italia. Radetzky era consapevole dei rischi che correva il Regno Lombardo-Veneto, la perla dell’Impero, e tempestava Vienna perché fosse congruamente aumentato il numero delle truppe a sua disposizione, poiché,scrisse in un rapporto allo Hofkriegsrat l’8 dicembre 1847: E’ evidente che Vienna non reputa la situazione in Italia sufficientemente grave da giustificare un incremento delle attuali misure di sicurezza. Ci si dimentica tuttavia che qui non abbiamo a che fare con gabinetti o con la volubilità di principi o dei loro ministri, ma con un popolo che ci odia e crede sia giunto il momento di scrollare il giogo ed assumere di nuovo il ruolo di grande potenza. […] L’Italia può essere decaduta, ma possiede ancora la forza per risorgere e mai il sentimento della sua attuale insignificanza e l’anelito all’unità nazionale son stati tanto forti e universali come oggi […]87.

Aveva ragione il vecchio coriaceo Feldmarschall. Non dubitava delle sue truppe italiane, che rappresentavano il 30% della sua forza armata, ma fino ad un certo punto; Radetzky era un duro soldato, ma sapeva giudicare le situazioni con 87

Alan Sked, Radetzki, cit., pag. 190.

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razionalità e senza stupidi pregiudizi. Sempre nel già citato rapporto allo Hofkriegsrat invitava i responsabili di Vienna a: considerare che gran parte delle mie truppe è composta da reggimenti italiani; non nutro alcun dubbio sulla fedeltà di queste truppe: esse faranno il proprio dovere, ma non dobbiamo aspettarci nulla più del ragionevole soprattutto quando dovranno combattere contro i loro compatrioti. Non c’è dubbio che questo tipo di truppa sarà soggetto ad ogni influenza e incitamento alla diserzione e se la sorte delle armi ci sarà contraria nella prima battaglia, allora io non potrò più rispondere della loro fedeltà […]88

Nonostante s’aspettasse l’esplosione rivoluzionaria, Radetzky quel 18 marzo si fece sorprendere dagli avvenimenti e perse, a Milano, la prima, decisiva battaglia. Nella Provincia di Lodi e Crema, nonché in quella della vicina Cremona e nella città di Piacenza le truppe dell’Esercito imperiale erano così dislocate. In Cremona città, accanto al III «Ceccopieri», stavano due battaglioni del Reggimento «Arciduca Alberto» (italiani), due squadroni del 4° Uhlanen - Regiment «Kaiser Ferdinand» e la 7ª batteria a piedi da 6 libbre. A Pizzighettone era stanziata una divisione del III «Geppert» (italiani). A Lodi erano le altre compagnie del III «Geppert», due squadroni del 2° Ober- und Nieder-Öster. Dragoner-Regiment «König Ludwig von Bayern» e la 4° batteria a cavallo. In Crema erano altri due squadroni del 2° Dragoner-Regiment «König Ludwig von Bayern» e due compagnie del IV Battaglione del Reggimento Tiroler Jäger «Kaiser Ferdinand» (il resto del Battaglione, stanziato nei dintorni, era stato richiamato in Milano). A Piacenza erano due battaglioni del 61° Reggimento di fanteria «Rukavina» e due squadroni del 4° Ulani.89 Alan Sked, Radetzki i pagg. 111 - 112. Rielaborazione da Carlo Cattaneo, Archivio Triennale delle cose d ’Italia dall ’avvenimento di Pio IX all ’abbandono di Venezia, Serie I, Volume I, Capolago, Tipografia Elvetica, 1851, pagg. 212 - 213. 88 89

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Di questi reparti in particolare, per la presenza lodigiana, occorre rammentare che il «Ferdinado Ceccopieri», (a differenza del «Geppert» e dello «Haugwitz» completamente stanziati in Italia), aveva il I e il II Battaglione nella Fortezza di Buda e i suoi granatieri in Vienna a formare il Battaglione «Emanuel Lober» (con i granatieri dell’«Alberto» e del «Wimppfen»). Il «Kress» era stanziato a Kecskemét, con Comando a Moor, in Ungheria; altri Lodigiani ancora erano nell’VIII e XI Battaglione Jäger e nel VI Battaglione di guarnigione a Mantova, come sappiamo. Il «Geppert», che era di guarnigione proprio in Lodi90, nonostante le diserzioni rimase sostanzialmente fedele e sotto il controllo del comandante, l’Arciduca Ernesto. Il ponte di Lodi cruciale per le truppe che demoralizzate stavano abbandonando Milano rimase sotto il controllo imperiale91. 90 Per le vicende del 1848 a Lodi Cfr. Tiberio Abbiati, Le impressioni a Lodi delle Cinque Giornate di Milano e della Guerra d ’Indipendenza del 1848 nei ricordi del cronista del Collegio S.Francesco di Lodi, in «Archivio Storico per la città e i comuni del circondario e della diocesi di Lodi», XLIX (1930), pagg. 183 - 191; P. Andreoli, Fatti di Lodi interessanti la Storia del Risorgimento Nazionale, in «Archivio Storico per la città e i comuni del circondario e della diocesi di Lodi», 1931, L (1931) pagg. 53 - 54; Il 1848 a Lodi e nel Lodigiano, commemorazione centenaria, in «Archivio Storico per la città e i comuni dell’ex circondario e della diocesi di Lodi», LXVII, (1948), 1 - 2. Nel fascicolo è incluso un contributo sul ’48 nella città di Crema; Giuseppe Agnelli, Lodi e i Lodigiani nel 1848, Tipografia Editrice G. Biancardi, Lodi, 1949; Ercole Ongaro, Le condizioni sociali nella Lodi del Quarantotto, in «Archivio Storico Lodigiano», 2003, pagg. 63 - 72; Angelo Stroppa, Il fuoco di carta – le vicende del Quarantotto nelle cronache delle gazzette di Lodi e Crema, in «Archivio Storico Lodigiano», 2003, pagg. 73 - 93. 91 Così nel racconto di Carl Schönhals, : [Radetzky lasciò Milano] «Coperto sui fianchi dalle Brigate Strassoldo e Clam, continuò la sua marcia per Lodi.Qui pure eran nate scene di disordine ed erasi formato un governo provvisorio. Intanto l’Arciduca Ernesto, che colà si trovava come generale di brigata, aveva conservato la sua posizione e mantenuto in suo potere il ponte sull’Adda. La popolazione mostrò da principio un ostile contegno, ma la notizia sparsasi in un baleno la sorte toccata a Melegnano la fece mutar pensiero. Il Feldmaresciallo entrò senza incontrare il più piccolo ostacolo, pose le truppe a campo sull’altra sponda dell’Adda e la città fu occupata da alcuni battaglioni. In quella occasione il Feldmaresciallo avrebbe potuto aspettare rinforzi di sei settemila uomini che con varie batterie in pochi giorni gli sarebbero pervenuti. Le guarnigioni di Pavia, Piacenza, Brescia e Cremona erano in cammino a quella volta […]» Carl Schönhals, Memorie della Guerra d ’Italia . cit,. Vol. I pagg. 142 - 143.

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Anzi, quando giunse notizia che a Crema il 19 marzo era stato innalzato il Tricolore (negli scontri erano stati feriti un tenente e tre Jäger), una divisione del «Geppert» con due cannoni accorse e contribuì al disarmo della popolazione92. Ma a Pizzighettone la d i v i s i o n e del «Geppert» là distaccata si comportò in modo opposto: Il 21 li abitatori di Pizzighettone arrestarono il tenente colonnello comandante il presidio d’italiani e quindi consegnarono il forte (di Gera) con 18 pezzi d’artiglieria e messa la coccarda s’incorporarono alla guardia civica. […] la guarnigione di Pizzighettone, circa 200 Italiani venne a Cremona con 12 cannoni e poi si mandarono a prendere in quella fortezza 500 barili di cartucce e d’altre munizioni, e 200 barili di polvere. Così la città veniva ad avere, coi 6 cannoni tolti agli ulani, 18 pezzi d’artiglieria e munizioni a ribocco93.

Non era forse un caso. Nell’ormai lontano (ma non troppo) 1833 proprio da un cadetto del «Geppert», Gaetano Rolla di Vailate, aveva preso l’avvio l’inchiesta di polizia che aveva portato allo smantellamento della rete lombarda della Giovine Italia, con l’inevitabile lunga serie di arresti e condanne tra cui quelle dei codognesi Giovanni Dansi e Angelo Pollaroli. E a Gera, antemurale della Fortezza di Pizzighettone, si individuò, nell’osteria di Giuliano Pellizoni, il luogo di propaganda tra i soldati nonché il punto di collegamento tra gli affiliati di Cremona, Pavia e Milano94. Alberto Costantini, I Soldati dell ’Imperatore, cit. pag. 306. Schönhals non ricorda in alcun modo l’episodio. Per Crema si limita a scrivere: «[Radetzky] non molestato dal nemico giunse al Mincio passando per Crema, Manerbio e Montechiari. A Crema si unì a lui la debole guarnigione di quella città dove il maggiore, conte di Coudenhoven dei dragoni del Re di Baviera aveva con molta fermezza tenuto a freno la sommossa ordinando che fossero arrestati i capi del partito liberale». Carl Schönhals, Memorie della Guerra d ’Italia., cit., pag. 143. 93 Carlo Cattaneo, Archivio triennale cit., 1850, pagg. 304 - 305. 94 Arianna Arisi Rota, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia, Franco Angeli, Milano, 2003, pag. 18, pag. 71; Franco della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani, Feltrinelli, Milano, 1974, pag. 112. 92

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Stavano, quindi, in Cremona i soldati del III «Ceccopieri», quando: Nella notte del 19 marzo, una domenica, si ebbe notizia in Cremona degli avvenimenti viennesi e della rivolta di Milano. In città si organizzarono cortei con bandiere e coccarde e si intonarono inni rivoluzionari. Sulla torre del duomo fu innalzato il tricolore; si invitarono le truppe di guarnigione a seguire l’esempio di Vienna e risuonò il grido Viva l ’indipendenza d ’Italia […]95

Il racconto del 23º conferma sostanzialmente la versione italiana almeno nelle linee essenziali; se ne scosta, però, in alcuni dettagli, di non poco conto. Dunque quella sera del 19 marzo 1848 il III «Ceccopieri» era consegnato in caserma come tutte le truppe di stanza in città: l’ordine era stato dato dal General-Major96 Georg von Schönals, comandante la Piazza e fu ordine, dal punto di vista austriaco, opportuno. Sfortunatamente, sempre dal punto di vista austriaco, il delegato provinciale diede assicurazione – malgrado avesse ben visto i manifesti che annunciavano la costituzione di un Governo provvisorio – che nulla v’era da temere: le manifestazioni non erano che espressione di gioia per la promessa di concedere la costituzione. La consegna fu revocata e i soldati sciamarono nelle principali vie cittadine mescolandosi alla folla esultante e furono così tutti «adescati alla rivoluzione»97. Il Major98 Zaghen, comandante il III «Ceccopieri», convocò gli ufficiali del Battaglione a rapporto nel Caffè - Haus e 95 In italiano nel testo; Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N.23., II. Band., cit., pag. 125. Così si scrive nella storia ufficiale del 23º fanteria «Ceccopieri». Si cercherà qui di dar conto del punto di vista dei comandi imperiali rimandando, per la versione italiana dei fatti, alla letteratura già nota: Dizionario del Risorgimento nazionale, Vol. I, «I fatti», Vallardi, Milano 1931, pag. 210 e pagg. 283 – 284; Fiorino Soldi, Risorgimento a Cremona, Pizzoni, 1963, pag. 455; Agostino Cavalcabò, Cremona dal 19 marzo al 31 luglio 1848, estratto dal Bollettino Storico Cremonese, serie III anno XII e XIII (1948 1949); La resa del Reggimento «Ceccopieri», in «Il Torrazzo», 10 gennaio 1904. 96 Maggiore Generale; Generale di Brigata. 97 Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N.23., II. Band.,cit., pag. 126. 98 Maggiore; comandante di battaglione.

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pronunciò, tra l’altro, poco opportunamente, la frase: «Mi laverò le mani nel sangue dei questi infami». E lo disse in italiano; il Major era italiano, di Soncino, per la precisione. La cosa si riseppe e il Major, mentre si recava in Municipio, venne arrestato da alcuni civili (altri dissero da un gruppo di soldati99) e condotto prigioniero. L’Oberst100 von Wimpffen, comandante il Reggimento Nr. 44 «Arciduca Alberto» si recò presso la Municipalità per chiedere l’immediato rilascio del comandante il III «Ceccopieri», ma fu anch’egli arrestato e imprigionato. Poi si diffuse la voce, priva di fondamento, che lo stesso General-Major von Schönals fosse stato arrestato e la situazione precipitò. Il comandante del Reggimento Ulani, che era in Cremona, mise l’intera guarnigione in stato d’allarme mentre in una concitata riunione gli ufficiali del «Ceccopieri» risolsero di liberare i prigionieri facendo ricorso alle armi. Con molto buon senso lo Hauptmann anziano, Franz von Merkl, si oppose in virtù del suo grado e impose il rispetto degli ordini ricevuti a suo tempo dal comandante la Piazza, General-Major von Schönals. Intanto la 9ª divisione del III «Ceccopieri» lasciò la Caserma dell’Annuziata (oggi Manfredini), dove era acquartierata, e raggiunse le altre compagnie del Battaglione nella Caserma S. Domenico: fu fatto l’appello. Per ora, dice la Storia ufficiale del 23°, non mancava nessuno. Von Schönals chiese il rilascio immediato dei due ufficiali prigionieri; il Governo provvisorio pose alcune condizioni tra cui la custodia congiunta, soldati e militi della guardia nazionale, dei cannoni. Al rifiuto, il Governo decise di liberare von Wimpffen, ma ordinò di trattenere lo Zaghen. L’atmosfera andava peggiorando: alcuni ufficiali del «Ceccopieri»si riunirono nell’alloggio dell’aiutante di Battaglione, Oberlieutenant101, Kostantin Govorcsin, per discutere il modo di mantenere i soldati fedeli alla causa imperiale. Ma, a quanto pare, dovevaDizionario del Risorgimento Italiano., vol. I, I fatti, cit. pag. 210. Colonnello; comandante di reggimento. 101 Tenente. 99

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no, poi, aver seri dubbi sulla loro capacità di convincere la truppa, se in quella stessa riunione decisero di affidare la cassa del Battaglione e la bandiera all’aiutante maggiore per ogni evenienza. Il 21 comparvero barricate nelle strade più importanti: il Comando della guarnigione accettò di far pattugliare la città da ronde miste di soldati e guardie nazionali. Dal punto di vista austriaco fu una pessima idea. Il 21 pomeriggio gli ulani caricarono gruppi di cittadini armati e di nuovo la guarnigione fu messa in stato d’allarme. Ma ormai il III «Ceccopieri», come i due battaglioni dell’«Arciduca Alberto», cominciava a sfaldarsi: i soldati abbandonavano i ranghi102. Al General-Major von Schönals non rimaneva che salvare il salvabile: lasciati andare gli ufficiali e i soldati che avevano aderito alla causa della rivoluzione103 l’alto ufficiale, abbandonati 102 Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 127. Particolarmente nefasta, sempre dal punto di vista austriaco, fu la pressione dei religiosi, del basso clero in particolare, sull’animo dei soldati: «Dio lo vuole era divenuto il motto della rivolta. Il confessionale mise in campo tutta la sua forza. Invece dell’assoluzione, riteneva suo dovere minacciare ai titubanti soldati maledizione e scomunica. A interi battaglioni fu negata l’assoluzione e il Feldmarschall [Radetzky] ritenne opportuno che le truppe per i sacramenti si rivolgessero solo ai cappellani militari ». Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23, II. Band., cit., pag. 127. A questo proposito val la pena di riportare le parole del capitano Barone von Aichelberg incaricato di portare le riserve del 26° Reggimento «d’Este» da Udine a Innsbruk: «In tutte le piazze da noi attraversate i funzionari regi erano stati destituiti e rimpiazzati nella maggior parte dei casi dai più entusiasti sostenitori del sovvertimento dell’ordine costituito. I preti si comportavano peggio degli altri […] sono loro i massimi responsabili dell’incitamento e dell’influenza sulle classi inferiori, sui contadini in particolare. Tutti i simboli dell’autorità imperiale erano stati distrutti e al loro posto sventolava il tricolore italiano; ovunque gli uomini del trasporto venivano accolti con grida di gioia e di “Evviva gl’Italiani! Evviva l’Italia, l’indipendenza, evviva Pio IX ecc”. I ricconi come i mendicanti, il vescovo così come le più orribili scimmie, tutti portavano la coccarda italiana. Ai soldati venivano ovunque offerti pane e vino e c’erano pure taverne dove essi potevano rifocillarsi senza pagare nulla. Voci false, totalmente infondate e artatamente messe in circolazione per esaltare il popolo e infondere entusiasmo circolavano di bocca in bocca, agenti seguivano il trasporto tentando con ogni sorta di ragionamento e anche con del denaro di minare lo spirito delle truppe». Alan Sked, Radetzky., cit., pag. 117. 103 I soldati del III «Ceccopieri» che avevano optato per la causa italiana (la stragrande maggioranza) furono organizzati dallo Hauptmann Franz Skodnik, anch’egli del III «Ceccopieri», in unità combattente che prese il nome di «Legione Ceccopieri». La

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i cannoni e i magazzini del Battaglione e delle compagnie, chiese ed ottenne di poter condurre in territorio controllato da truppe imperiali gli uomini che erano rimasti fedeli all’Imperatore a cui il Governo provvisorio doveva lasciare le armi individuali e fornire i mezzi di trasporto104. La mattina del 22 marzo una settantina di uomini, tra soldati e ufficiali, (tutto ciò che restava del III «Ceccopieri» e dei due battaglioni dell’«Alberto») e un centinaio fra artiglieri e addetti ai trasporti, caricate su carri mogli e bambini degli ufficiali fedeli, guidati dal General-Major in persona, presero la strada verso il lago di Garda. Il 23 marzo giunsero in vista di Desenzano; ma qui furono: […] assaliti dai corpi franchi bresciani, che dal conto loro non si credettero in obbligo di rispettare la convenzione di Cremona,

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«Legione Ceccopieri» lasciò Cremona per Milano il 6 aprile 1848 (Cfr. Dizionario del Risorgimento Italiano, vol. I, I fatti, cit. pag. 210); nella capitale lombarda un testimone d’eccezione la vide sfilare e se ne ricordò nel suo indirizzo che incitava i bresciani all’unità: «Ho sentito ieri, vedendo sfilare i soldati del Reggimento «Ceccopieri» tornati alla bandiera della patria, un bisogno prepotente d’abbracciare con amore il mio primo nemico […] (Giuseppe Mazzini, Scritti editi e inediti, edizione nazionale a cura di Mario Meneghini, 94 voll., Imola, Galeati, 1906 - 1943, LXXVII, 1938, pag. 331. Mazzini si riferisce a Carlo Alberto) e, sempre Mazzini, ancora la ricordò in una lettera a un’amica inglese: «To Emilie Hawkes – London - Milan, 11th April, 1848 From Milan! It has been impossible, dear Emilie, to write a word before. I have been these forty-eight hours continually surrounded by people of all descriptions. I send a paper containing some account of my reception here; it was such that I wished you all here, because I knew you would have felt happier than I did. I had felt far more in the morning in seeing some 2,000 of our Italian soldiers belonging to the Ceccopieri Legion, who had left the Austrian flag en masse at Cremona, passing under my windows in the midst of the people frantic with joy, then themselves looking intoxicated with the feeling of being for once in their life loved by their countrymen» (Giuseppe Mazzini, Scritti editi e inediti, edizione nazionale a cura di Mario Meneghini, 94 voll., Imola, Galeati, 1906 - 1943, XXXV, 1922, pagg. 106 - 107). La «Legione Ceccopieri» partecipò al blocco di Mantova. In questo reparto presumibilmente si trovava Biagio Palazzina, che il Libro d ’oro del Comune di Codogno riferisce di stanza a Cremona nell’Esercito austriaco senza specificare il reggimento. Palazzina, riferisce sempre il Libro d ’oro, disertò e fu al blocco di Mantova. (Libro d ’oro del Comune di Codogno n. 193). Alla «Legione» la città di Cremona ha dedicato una via cittadina. 104 L’elenco degli ufficiali rimasti fedeli all’Impero e l’elenco degli ufficiali che aderirono ai moti rivoluzionari sono pubblicati in Appendice (Documento 3). .


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e spogliati dei loro bagagli li condussero prigioni a Brescia. I Piemontesi non ebbero il coraggio, o la voglia, di fare rimettere in libertà quegli ufficiali a quel modo maltrattati in onta al diritto delle genti, probabilmente perché volevano far pompa di trofei conquistati sì a buon mercato105

Gli ufficiali vennero tradotti a Milano e di qui a Genova e infine a Savigliano. Dopo Custonza e in virtù dell’armistizio di Salasco, i prigionieri vennero liberati, riportati in Lombardia e presentati a Radetzky in persona: durante la cerimonia lo Hauptmann Delser si fece avanti e consegnò al Feldmarschall la bandiera del III «Ceccopieri», che l’ufficiale aveva tenuto nascosta sotto la divisa per tutto il tempo della prigionia106. Ai soldati dal sergente in giù (quindi esclusi gli ufficiali) che avevano abbandonato i ranghi imperiali, il vecchio Radetzky il 3 settembre 1848 offrì la possibilità di «redimersi»107 : Carl Schönhals, Memorie della Guerra d ’Italia., cit., vol. I, pag. 148. Fu per questo decorato con l’ordine della Corona di ferro di 3ª classe e, successivamente con la Militär-Verdienstkreuze - Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 129. La bandiera del III «Ceccopieri» era stata benedetta in Cremona il 22 settembre 1847, appena un anno prima, con solenne cerimonia, cfr. Nel giorno 22 settembre 1847 benedicendo Canonico Reverendissimo Monsignor Dragoni Vicario capitolare della Diocesi Cremonese la nuova bandiera del III battaglione Conte Ceccopieri, allocuzione, epigrafe, versi, Faraboli, Cremona, sd. La vecchia bandiera, depositata nella Chiesa di San Domenico, nel 1848 venne prima nascosta e poi portata nell’Ufficio di Pubblica Sicurezza. Al ritorno degli Austriaci venne di nuovo ricollocata nella Chiesa. Nel 1859 fu di nuovo nascosta. Infine nel luglio del 1860 venne bruciata nel cortile del Palazzo del Governo. 107 Il perdono divenne generale con il proclama del 20 settembre 1848, datato Vienna 20 settembre 1848, f.to Ferdinando Wessenberg. In realtà il perdono non fu indiscriminato: con proclama dell’11 novembre 1848, Radetzky, dopo aver ricordato i gravi danni all’economia del Regno provocati dalla «rivoluzione e dalla guerra», ritenendo giusto chiederne ai responsabili un doveroso indennizzo, condannava «i membri dei cessati governi provvisori, quelli che ebbero parte precipua nei varj così detti comitati, coloro che si sono posti alla testa della rivoluzione, o vi hanno concorso colla loro opera e coi loro mezzi materiali o intellettuali» a una tassa straordinaria da pagarsi alla cassa di guerra. Il provvedimento invitava però «a trattare con possibile riguardo» «l’onesto commerciante, il pacifico artigiano, il contadino ed il giornaliero, i quali generalmente, non per spontaneo impulso, ma piuttosto cedendo ciecamente alla forza delle circostanze, presero parte ai torbidi politici», Milano 11 novembre 1848. F.to Radetzky, Feldmaresciallo (Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 93 fasc. 9).

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Proclama E’ volere di S.M. l’Imperatore di porre in oblio le mancanze di cui possono essersi resi colpevoli i suoi soldati dal Sergente in giù, colla violazione del loro giuramento, e coll’abbandono della loro bandiera. Munito del Sovrano pieno-potere trovo quindi di emettere il seguente generale perdono: I.° Tutti i militari di nazione Italiana dal sergente in giù, i quali nel periodo trascorso dal 18 marzo corrente anno fino ad oggi sonosi resi colpevoli di diserzione, di abbandono della propria bandiera, o di aver preso servizio presso l’inimico, vengono dichiarati sciolti da ogni pena o redarguzione, quando però prima della loro defezione non abbiano commesso al loro Corpo d’armata altro delitto. 2.° Tutte le inquisizioni per questo titolo pendenti sono tolte di mezzo, ed i militari che ne sono colpiti rimangono sciolti da qualsiasi marchio di disonore o rimprovero, né può loro venir prolungata o tolta la rispettiva capitolazione. 3.° Questi individui devono però presentarsi regolarmente entro tre settimane dal giorno della pubblicazione del presente perdono o al rispettivo Commissariato Distrettuale od all’Autorità Militare più vicina, la quale rimane col presente incaricata di provvedere per la consegna dei medesimi al loro Corpo rispettivo. Per quegl’individui che potranno legalmente comprovare di non potersi per qualsiasi titolo attenere al termine sopra fissato io lo prolungo dalle tre settimane ai due mesi. Milano 3 settembre 1848 F.M. Conte Radetzky108

Ma i recidivi ci furono e per essi non c’era ovviamente perdono. Erano, si riteneva, persone a vario titolo compromesse con i moti e la guerra antiaustriaca che avevano ritenuto opportuno (e salutare) mantenersi irreperibili anche dopo il «perdono». Così il 20 gennaio 1849 un avviso della provinciale Sezione dell’Ordine Pubblico notificava ai i Lodigiani che: dietro ordine espresso portato da riverito dispaccio 10 corrente N. 109 dato da Verona dall’I.R. Tenente Maresciallo Gerhardt in sequela d’incarico di S.E. il Signor comandante Conte Radetzky, viene qui 56

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Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 93 fasc. 9.


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appiedi pubblicato l’Elenco dei giovani che trovansi lungi dal loro legale domicilio, diffidandoli che se si trasferissero o trovassero già all’estero per formar parte del servizio militare senza far ritorno a questo Stato nel termine di sei settimane a contare dal 27 Dicembre anno 1848 dovrebbero attribuire a sé stessi venendo arrestati di essere sottoposti alle misure espresse nel proclama 27 detto mese ed anno […]109.

Il proclama citato prevedeva una serie di pene per chi fosse stato arrestato durante la fuga (arruolamento forzato in un reggimento tedesco fuori d’Italia), per chi aveva militato in eserciti nemici (accusa di alto tradimento), e per chi viaggiava senza passaporto (arresto) e di questi chi non era in grado di giustificare il proprio viaggio si vedeva arruolato a forza nel solito reggimento tedesco. Un punto, il 7, riguardava esplicitamente i militari: Per ultimo è pure volere Superiore che debbano le Autorità immediatamente arrestare quegli individui militari che scorso il periodo concesso al perdono generale, cioè fino al 28 dicembre 1848, non abbiano fatto ritorno ai loro corpi di truppe, e trasmetterli al militare, venendo poscia puniti dalla competente giurisdizione delle vigenti leggi.

«Appiedi» come promesso era l’elenco degli assenti dal loro «legale domicilio»110. Quello stesso settembre il Ministero della Guerra di Vienna decise la ricostituzione del III «Ceccopieri» assegnandogli come sede Crema; in effetti gran parte dei soldati che, nel marzo precedente, avevano lasciato i ranghi avevano fatto ritorno al Reggimento contando sul perdono imperiale. Zaghen, ammalato, lasciò il Battaglione al comando, ad interim, dello Hauptmann Delser. Il 9 novembre il III «Ceccopieri» era di fatto ricostituito e lasciò Crema per la Fortezza di Mantova 109 110

Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 93 fasc. 9. L’elenco completo è riprodotto in Appendice (Documento 5).

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con una forza di 7 ufficiali e 668 uomini di truppa. Poiché i rientri continuavano, il Battaglione, inserito nella Brigata Kastelitz, raggiunse presto la forza di 6 ufficiali, 5 Feldwebel, 47 Korporale, 48 Gefreite, 16 tra Spielleute111 e Zimmerleute e 652 Gemeine, senza contare i comandati (1 ufficiale e 169 uomini), gli ammalati e gli assenti. In Mantova la vita del Battaglione ricominciò secondo i consueti schemi: su richiesta del comandante la Fortezza, Radetzky consentì la ripresa dell’addestramento e ai soldati furono distribuiti vecchi fucili conservati nei depositi. Intanto il Major Zaghen era andato in pensione e lo Hauptmann Fabio Terzaghi ne prese il posto. Il III non partecipò alla breve campagna conclusasi a Novara, ma venne impiegato nella repressione della rivolta di Brescia. Il 23 marzo la città insorse: la debole guarnigione del Castello (4 compagnie dell’«Arciduca Luigi») non era in grado di dominare la situazione, né riuscì a portare nella Fortezza tutti i soldati ricoverati negli ospedali, così che la folla, pare su indicazione di alcune donne, infierì su sette soldati del 57º fanteria ricoverati in un ospedale cittadino112. Il General-Major Nugent si mise in marcia con un battaglione di Grenzer del Banatisches Mil. Gränz-Infanterie-Regiment Nr. 13, un reparto del 5° Böhmisches Cheveaux–légers Regiment «Liechtenstein» e due cannoni. Il 25 marzo il III «Ceccopieri» ricevette l’ordine di raggiungere il Corpo del Nugent. Lasciate due compagnie a guardia dei passi del Po, il Major Terzaghi con la 7ª e la 9ª divisione (450 uomini in tutto), marciò verso la città ribelle. Il 31 marzo il comando delle operazioni venne assunto dal Feldmarschall Julius von Haynau: le truppe ordinate in cinque colonne di cui una agli ordini del Major Terzaghi mossero all’assalto. Le compagnie del «Ceccopieri» vennero distribuite una per colonna (forse il Comando austriaco non era ancora Musicanti. Questo è quanto riferisce la fonte austriaca (Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 130). La tragica vicenda di Brescia è fin troppo nota: qui basti ricordare che il Feldmarschall Julius von Haynau godeva sinistra e pessima fama anche nell’Armata imperiale; «Uomo di indole morbosa e sanguinaria», lo definisce Gunther Rothenberg, L’Esercito di Francesco Giuseppe, cit., pag 80. 111 112

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tanto sicuro della fedeltà del rinato III «Ceccopieri», specie in quel frangente). L’ordine (si fa per dire) fu ristabilito e Brescia venne occupata dal III Corpo proveniente da Novara: il III «Ceccopieri» tornò a Mantova. Nei combattimenti di Brescia, il Battaglione ebbe 7 morti e contò 14 feriti, fra cui un ufficiale113. Ma la guerra continuava a Venezia; il 15 agosto una flottiglia di 3 imbarcazioni armata di cannoni e spingarde lasciò Mantova,con a bordo, tra gli altri, un Korporal e tre Gemeine del III «Ceccopieri», con l’obiettivo di controllare il delta del Po e interrompere i rifornimenti di viveri che, nonostante il blocco austriaco, raggiungevano la città lagunare. L’azione ebbe qualche successo, ma il 24 agosto la spossata Venezia cedeva le armi. Di nuovo vi fu un cambio di comando: il Major Terzaghi venne destinato al I Battaglione e il III passò agli ordini, con un interim, dello Hauptmann Baronchelli. Alla fine di ottobre il Battaglione si mise in marcia per una nuova destinazione: Vienna, la capitale imperiale. Alla fine del 1849 il Battaglione venne trasferito a Praga; poco prima dal 13° era giunto il nuovo comandante, il Major Friederich Freiherr von Sternegg.

Diversi soldati del Battaglione furono decorati per l’azione di Brescia. Vedi Appendice (Documento 4).

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I E II «CECCOPIERI» A BUDA E A P EST

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Stavano i fucilieri del I e II «Ceccopieri», a Buda e a Pest, intenti alla normale routine di caserma, quel 3 marzo 1848 quando Lajos Kossuth, destinato a divenire eroe nazionale dell’Ungheria, pronunciò alla Camera bassa della Dieta ungherese il suo discorso forse più famoso. L’esponente liberal radicale rivendicò all’Ungheria il diritto d’essere «indipendente, una nazione libera dall’interferenza straniera». Gli avvenimenti precipitarono: il 13 marzo Vienna insorse costringendo Metternich alle dimissioni a alla fuga. Era la «Primavera dei popoli». Il 14 marzo, a notte fonda, un messaggero, giunto a spron battuto dalla capitale imperiale, informò l’Arciduca Stefano, Palatino d’Ungheria, dei fatti di Vienna; nel corso della giornata la strabiliante notizia giunse alla popolazione di Pest, portata da un vapore che aveva disceso il Danubio. Tutti gli ambienti politici si misero in moto: la Camera alta della Dieta, immediatamente convocata, deliberò di inviare a Vienna una rappresentanza delle due camere, in cui figuravano il moderato István Széchenyi e il radicale Kossuth, con l’incarico di illustrare all’Imperatore le richieste del popolo ungherese. Mentre i principali esponenti politici a Vienna stavano trattando una serie di concessioni costituzionali, i radicali di Pest, guidati dal


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poeta Sándor Petőfi, inscenarono una grande dimostrazione che culminò con la presentazione al municipio della petizione dei 12 punti114. Nella petizione, in sostanza, si chiedeva la libertà di parola, l’istituzione di un governo separato ungherese responsabile verso il parlamento ungherese, la convocazione periodica delle Camere, l’uguaglianza civile e fiscale, la libertà religiosa, l’introduzione della giuria nei processi, la liberazione dei prigionieri politici, l’abolizione dei vincoli feudali. Si chiedeva anche l’istituzione della Guardia Nazionale, l’allontanamento delle truppe imperiali straniere stanziate in Ungheria e il divieto di inviare soldati magiari in altre regioni dell’Impero (mentre sempre negli ambienti radicali si proponeva anche il richiamo immediato dei reggimenti ungheresi già stanziati fuori dalla patria). Infine si chiedeva la completa unione della Transilvania al Regno d’Ungheria, il che tradiva l’impostazione nazionalistica del movimento (la popolazione della Transilvania, era in maggioranza rumena)115. Le richieste vennero quasi tutti accettate: si procedette a nominare un nuovo Governo municipale, il Comitato di salute pubblica, in cui erano rappresentati anche i radicali. Il Governo di Vienna, per parte sua, pure cedette (obtorto collo e con ampie riserve mentali) e concesse ampie riforme costituzionali: l’Ungheria avrebbe avuto un suo parlamento, un suo governo, un suo esercito, mantenendo con l’Austria il legame dinastico. Il 3 aprile, l’Imperatore consentì che si costituisse un governo a Pest - Buda con Lajos Batthyány come Primo ministro e Lajos Kossuth alle finanze. E più ancora il 7, sempre l’Imperatore promise solennemente che avrebbe esercitato i proDopo il discorso del 3 marzo, Kossuth aveva spinto i radicali a sostenere le sue posizioni con una petizione popolare. La stesura del testo della petizione fu affidata alla Società dei Dieci, espressione del circolo di scrittori democratici «La Giovane Ungheria», di cui era personalità eminente il poeta Sándor Petőfi. 115 In Transilvania tre erano le nazionalità ufficialmente riconosciute: i Magiari, i Sasi (i «Sassoni» discendenti di immigrati tedeschi lì giunti attraverso l’Ungheria nel XIV sec.) e gli Székely (antico popolo magiarizzato). I Rumeni pur essendo in maggioranza non erano in alcun modo rappresentati nelle diete. Edgar Hörsch, Storia dei Paesi Balcanici, Einaudi, Torino, 2005, pagg. 15 e 52. Per la questione delle nazionalità nell’Impero Asburgico vedi Angelo Ara, Fra nazione e impero, cit. pagg. 79 – 143. 114

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pri poteri «in ogni questione civile, militare e clericale» tramite il Governo ungherese116. Il Governo di Vienna aveva accettato premuto soprattutto dalle necessità militari: la guerra in Italia era in corso e le truppe ungheresi erano fondamentali (e in cambio delle concessioni gli Ungheresi dovettero promettere di reclutare nuovi contingenti per l’Esercito di Radetzky). La soluzione poneva molti e gravi problemi: nei suoi confini storici l’antico Regno di Ungheria includeva Croati, Serbi, Rumeni, Slovacchi cui si dava assicurazione circa i diritti civili, ma nessuna concessione in tema di identità nazionale117. Queste popolazioni ovviamente preferivano il diretto Governo imperiale cui peraltro avrebbero potuto, e intendevano, chiedere, come gli Ungheresi, ampia autonomia e il rispetto delle loro identità nazionali. Lo scontro di nazionalità offrì ai restauratori della dignità imperiale un’opportunità che seppero ben cogliere118. Comunque, il 5 aprile, il Governo Batthyány aveva ricevuto da Vienna l’ordine di fornire concrete garanzie per l’arruolamento delle reclute destinate al teatro italiano. Il Governo ungherese rifiutò l’invio immediato di nuovi contingenti, ma non si spinse a chiedere il rimpatrio dei soldati già impegnati in Italia, come chiedevano i radicali. Intanto i Croati erano in agitazione e avevano trovato nel barone Josip Jellačić un capo deciso. Jellačić era un orgoglioso patriota croato: manifestava il proprio interesse per la prospettiva illirica (unione di tutti gli Slavi del Sud), era gradito ai liberali di orientamento antimagiaro, ma era noto per la sua inossidabile fedeltà all’Imperatore - perciò molto stimato negli ambienti di corte - ed era un rispettato comandante dei reggimenti reclutati nella Frontiera Militare. Il 23 marzo venne nominato Bano di Dalmazia, Croazia e Slovenia e due settimane dopo comandante della Frontiera Militare. Ai primi di maggio il

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116 Antonello Biagini, Storia dell ’Ungheria contemporanea, Bompiani, Milano, 2006, pagg. 46 - 53. 117 Per Alan Sked la posizione ungherese fu in realtà più equilibrata. Per contro gli altri popoli avrebbero dato anch’essi prova di notevole intollerante nazionalismo. Alan Sked, Grandezza e caduta dell ’Impero Asburgico., cit., pagg. 90 - 100. 118 Roger Price, Le rivoluzioni del ’48, Il Mulino, Bologna, 1988, pagg. 82 – 85.


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Bano – con la scusa di un’ipotetica minaccia turca – mise alcuni reparti sul piede di guerra e rifiutò di porsi agli ordini del Governo ungherese. Latour, Ministro della Guerra a Vienna, di fatto lo sostenne. Ma il Governo magiaro protestò e Vienna – temendo che Jellačić fosse troppo precipitoso – cedette: il 7 maggio le truppe imperiali stanziate in Ungheria vennero poste agli ordini del Ministro della Guerra ungherese. Il Governo Batthyány per parte sua dovette in cambio porre all’ordine del giorno il «soccorso italiano»119. Il 26 maggio, poi, una nuova rivolta a Vienna consigliava la corte a rifugiarsi a Innsbruck. Nel frattempo si ribellarono i Serbi della Voivodina che come i Croati riconoscevano il Governo di Vienna, ma non quello ungherese. I Serbi poi tanto per semplificare erano ortodossi il che creò difficoltà con la cattolicissima corte di Vienna. Comunque, proclamando tutti d’agire in nome dell’Imperatore, Serbi e Ungheresi iniziarono le ostilità, ma sempre per semplificare i Rumeni del Banato, che volevano una loro chiesa ortodossa sì ma rumena, dichiararono la loro fedeltà al Governo d’Ungheria. Nonostante i problemi religiosi, Jellačić riuscì a tener uniti Serbi e Croati, che erano disse «una nazione con un unico sangue e due fedi». Tutti ricorsero all’Imperatore, ma gli Ungheresi furono più lesti e il 10 giugno un decreto imperiale destituì Jellačić confermando l’autorità del Ministro della Guerra ungherese sui reparti dell’Esercito imperiale stanziati in Ungheria. Imperterrito il Ministro della Guerra di Vienna continuò apertamente ad inviare denaro a Jellačić120 che per parte sua ignorò totalmente il provvedimento di destituzione Nella discussione finale, il 22 luglio, Kossuth non nascose le sue simpatie per i patrioti italiani, ma di fatto fece approvare una soluzione di compromesso in cui si proponeva di votare il soccorso italiano, ma contemporaneamente si facevano voti perché il conflitto si risolvesse in un accordo che, fatta salva la dignità del trono imperiale, soddisfacesse le «degne esigenze e libertà costituzionali del popolo italiano». Era in fondo un modo per prendere tempo: si tacitava Vienna con una promessa che non poteva essere mantenuta se non in tempi molto lunghi. 120 Secondo Alan Sked si trattò in realtà di pagamenti leciti e sostanzialmente dovuti (pagamento delle pensioni alle vedove di guerra per esempio) e non somme erogate segretamente con fini politici. Alan Sked, Grandezza e caduta dell ’Impero Asburgico., cit., pagg. 123 - 125. 119

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e cominciò a concentrare truppe sulla Dráva. Ma era ancora presto: la guerra in Italia non era finita. Il Governo ungherese (e specialmente Kossuth), che di una forza armata nazionale e sicura riteneva d’avere necessità, già dal 16 maggio, quando era giunta la notizia della rivolta in Voivodina, aveva iniziato a formare truppe nazionali arruolando volontari fra tutti gli uomini dai 18 ai 40 anni da inquadrare in battaglioni mobili. Era un esercito nuovo, di cittadini in armi, direttamente agli ordini del Primo ministro ungherese: l’Honvéd (letteralmente difensore della patria) a metà agosto era forte di 10.000 uomini assolutamente fedeli al Governo ungherese e completamente al di fuori della catena di comando imperiale. L’atmosfera a Pest rimaneva estremamente tesa. Il 10 maggio 1848 i giovani radicali di Pest organizzarono una protesta contro il generale Ignaz Lederer, comandante in capo della Piazza, malvisto dalla popolazione e accusato di ritardare la consegna di armi adeguate alla Guardia Nazionale, benché negli arsenali militari giacessero quindicimila fucili in ottimo stato. Circa un migliaio di persone (manifestanti, ma per lo più semplici curiosi) da Pest si avviò verso Buda, con l’intenzione di inscenare una rumorosa dimostrazione sotto le finestre dell’abitazione del generale Lederer. Secondo la storia ufficiale del 23°, l’aiutante del comandante della Piazza, tempestivamente informato delle intenzioni dei dimostranti, ordinò al comandante della Hauptwache (composta di soldati del «Ceccopieri»), l’Oberlieutenant Emil Czebaz, dello stesso Reggimento, di intervenire immediatamente contro ogni assembramento e, contemporaneamente, dispose che, a rinforzo dei soldati del «Ceccopieri», accorressero un picchetto di granatieri del Battaglione «Baussnern»121 e un contingente di corazzieri

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121 Il Battaglione era composto di compagnie tratte dai reggimenti ungheresi di fanteria 2°, 32°e 39° arruolati rispettivamente a Presburgo, Pest e Peterwardein. Secondo Gustavo Massoneri, sarebbero stati volutamente impiegati soldati rumeni del 39° particolarmente ostili agli Ungheresi. Gustavo Massoneri, Cenni storici della Guerra dell ’indipendenza dell ’Ungheria nel 1848 – 49, Fiume, Stabilimento Tipo Litografico Emidio Mohovich,1898, pagg. 14–16. Nello Schematismus del 1848 non ri-


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del 3° Österreichisches Kürassier «König August von Sachsen». Quando la folla tentò di avvicinarsi al Palazzo del Comando in Piazza San Giorgio, l’Oberlieutenant, dopo aver gridato ai dimostranti di sgomberare, ordinò ai suoi soldati di caricare a baionetta inastata. La folla, premuta anche dai granatieri e dai corazzieri, fuggì in disordine verso Piazza Dìsiz. E a questo punto avvenne l’episodio che la storia ufficiale del Reggimento non ricorda: senza frapporre indugio – scrive il cadetto Gustavo Massoneri del «Ceccopieri» – ordinai al mio drappello, che assiepava la via, una conversione retrograda affine di sgomberare il passo ed in tal guisa, rimanendo il passaggio libero, una gran parte dei perseguitati riuscì a porsi in salvo. Molti però nel tremendo trambusto rimasero orribilmente maltrattati dalle armi dei granatieri, che incalzavano la gioventù senza pietà, e molti presi dal panico per sfuggire al macello si gettarono dagli spalti, chi maltrattandosi le membra ed anche taluni incontrando la morte122.

Scampati in questo modo alla carica dei soldati, - riprendiamo qui la storia ufficiale del 23° - i dimostranti si precipitarono nella Chiesa dei Francescani e suonando le campane a stormo chiamarono la popolazione alla rivolta. La guarnigione della Fortezza di Buda fu messa in stato d’allarme: il I Battaglione prese posizione a difesa del Forte, mentre la 4ª divisione (7ª e 8ª compagnia) occupava il Ponte delle Catene, che univa la Fortezza a Pest attraverso il Danubio. Il tumulto poi cessò, quasi d’improvviso; tutto parve tornar tranquillo e i soldati rientrarono nelle caserme. Negli scontri c’erano stati molti feriti (e anche un morto secondo gli U ngheresi); il Governo di Pest istituì una comsulta alcun cadetto con il nome di Gustavo Massoneri (vedi Appendice Documento 2). La pubblicazione, però, presentava l’organigramma del Reggimento ai primi mesi dell’anno 1848; il cadetto potrebbe essere giunto al 23° nei mesi successivi. «Cadetto con grado di sergente» è il grado che il Massoneri stesso si attribuisce nel frontespizio delle sue memorie, nelle quali tra l’altro asserisce d’essere già all’epoca in contatto con patrioti ungheresi. 122 Gustavo Massoneri, Cenni storici., cit., pag 17.

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missione d’inchiesta, presieduta dal Ministro dell’Interno. Forse non è il caso di accettare completamente la tesi del Massoneri di un agguato deliberatamente ordito dal Comando imperiale (che come detto avrebbe volutamente impiegato truppe rumene – i granatieri – particolarmente ostili agli Ungheresi)123. Parrebbe comunque che il cadetto, invece d’esser punito, come si aspettava, per aver «infranto la consegna», fosse lodato dal comandante del Reggimento, l’Oberst Schifman e dal generale Boineburg124. In ogni caso sembrerebbe proprio che i soldati del «Ceccopieri», quella famosa notte, avessero avuto la mano "leggera" e l’opinione pubblica di Pest non mancò di rilevarlo: «I soldati italiani – scrissero i giornali – si sono distinti come popolo di cuore e amante dell’ordine; loro non uccidono la gente come l’ungherese e il tedesco»125. Vista da parte imperiale la benevola disposizione dei cittadini di Pest nei confronti del «Ceccopieri» non era che il frutto, pericoloso, della costante e continua pressione di «agitatori» sui soldati. Era, infatti, naturale in quella situazione che gli Ungheresi, e in particolare i giovani liberal-radicali, operassero affinché dalla simpatia le truppe italiane passassero a un concreto appoggio alla causa nazionale magiara. Esponenti politici iniziarono a frequentare le caserme incitando i soldati a fraternizzare con il popolo. In ciò non facevano che inserirsi in una tradizione politica che risaliva a Mazzini, il quale già negli anni Trenta aveva auspicato un’alleanza tra i popoli ungherese e italiano in funzione anti asburgica, e che nel 1848 personaggi come Terenzio Mamiani intendevano rilanciare126. Gustavo Massoneri, Cenni storici.,cit., pag. 16. Gustavo Massoneri, Cenni storici., cit., pag. 18. 125 Lázló Pete, Il colonnello Monti e la Legione italiana nella lotta per la libertà ungherese. Rubettino Editore, Soveria Mannelli (Catanzaro), 2003, pagg. 30, 79 – 80. 126 Lázló Pete, Il colonnello Monti cit., pagg. 26 - 30; Pasquale Fornaro, Testimonianze italiane sulla rivoluzione ungherese del 1848 - 1849, in «Rassegna Storica del Risorgimento Italiano», supplemento al fascicolo IV, 1998, cit. pagg. 81 – 83. Terenzio Mamiani, dal maggio all’agosto 1848 Ministro degli Interni e dal novembre al dicembre 1848, Ministro degli Esteri di Pio IX, propose di inviare ambasciatori in Ungheria in accordo con il Regno di Sardegna, che aveva aderito all’iniziativa, e Lajos Splény, vecchio amico del Mamiani si era recato a Torino per iniziare, seppur non ufficialmente, trattative con il Ministro degli Esteri sardo. Il quadro politico individuato 123 124

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Che in questa intricatissima situazione i Lodigiani e i Cremaschi del «Ceccopieri», gli altri Lombardi del 7°«Kress» e i Trevigiani dello «Zanini» fossero in agitazione non stupisce certo. Lontani mille miglia dalle proprie case, in un paese, di cui ignoravano la lingua, preda di gravi sconvolgimenti, i poveri soldati avevano seguito, narrano le fonti ungheresi, con simpatia la rivoluzione, tanto che gli ufficiali non erano punto sicuri che, in caso di scontri, gli ordini di intervenire contro eventuali manifestanti sarebbero stati eseguiti. Un giornale di Pest ebbe a scrivere degli Italiani: «non ci sparerebbero contro, anche se ricevessero l’ordine di farlo»127. Lázló Pete osserva che: «Considerando che più della metà dei 7500 militari regolari era composta di soldati del «Ceccopieri» e dello «Zanini», credo non esagerato affermare che alla vittoria della rivoluzione delle Idi di marzo, avvenuta senza spargimento di sangue, contribuirono in maniera determinante gli Italiani di convinzioni ungarofile»128 . prevedeva un’alleanza anti austriaca tra Italiani, Ungheresi, Croati e Serbi. Non era però tempo: l’Ungheria non desiderava abbandonare l’Impero, nel cui quadro intendeva la propria autonomia nazionale (e stava trattando in parlamento il «soccorso italiano» a Radetzky); il Comando piemontese, per parte sua, distribuiva volantini ai soldati croati incitandoli ad abbandonare l’Esercito austriaco per tornare in Croazia, minacciata dal nazionalismo ungherese. Era, però, noto l’atteggiamento di molti soldati ungheresi nei confronti della rivoluzione italiana. Nella primavera del 1848 nel LombardoVeneto le truppe ungheresi assommavano a cinque reggimenti di fanteria, un battaglione di granatieri e due reggimenti di ussari: molti fra questi soldati avevano manifestato il loro appoggio, o quantomeno la loro comprensione, per i «ribelli» italiani. Il 5 aprile Carlo Cattaneo e Pompeo Litta, a nome del Governo provvisorio lombardo, comunicarono al Parlamento magiaro l’intenzione di riconsegnare alla Madrepatria tutti gli Ungheresi catturati durante l’insurrezione. All’annuncio del generoso proposito risposero gli Ungheresi da Pest «aver essi eccitato i Ministri a richiamare i loro reggimenti; alla lettura del nostro indirizzo aver esclamato non potersi più tollerare l’iniqua guerra; aver proclamato a nome del popolo ungarico non esser figlio di quella libera terra chi combattesse contro la libertà». Carlo Cattaneo, L’insurrezione di Milano nel 1848, Feltrinelli, Milano, 2011, pagg. 98 – 101. Quando nel luglio nella Dieta d’Ungheria fu votato il soccorso italiano, Sándor Petőfi gridò: « L’Italia non ci ha fatto male alcuno/ E vuole come noi la Libertà/ Vogliono su di lei scagliarci? Di noi, là /Su quel confine, non andrà nessuno». Come già detto la votazione fu in realtà solo un mezzo per prendere tempo. 127 Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag.75 . 128 Ivi, pag.77. Cfr. anche Jean Bérenger, Storia dell ’Impero Asburgico., cit., dove l’autore a pag. 243 scrive a proposito dei fatti del 15 marzo: «Poiché la guarnigione, composta

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In un resoconto anonimo di un soldato dello «Zanini» si racconta: A Pest, avendo nuova di Italia in Marzo 1848, il Reggimento Zanini cominciò a rivoltarsi. Brivio e altri due soldati gridarono «Evviva Pio IX». Bertuzzi gridò «Morte ai tedeschi!» e furono puniti con 48 colpi di bastone. Fecero complotto col Reggimento Ceccopieri di unirsi alla cavalleria Kress e marciare per Italia. Il Capitano Bernardi, il primo tenente Venturini e il Capitano Guidi129 erano i promotori. Il complotto fu scoperto: il capitano Bernardi fu posto in pensione ed andò in Italia, Guidi trasferito nel Reggimento polacco Bianchi in Galizia 130.

Per inciso, secondo gli elenchi pubblicati da Lázló Pete, il soldato Bertuzzi Francesco risulta essere nativo di Codogno131. Così il 23 maggio, in una dichiarazione rilasciata ai giornali di Pest, alcuni ufficiali della guarnigione della Fortezza di Buda descrissero la difficile situazione degli ufficiali imperiali in Ungheria ed espressero l’auspicio d’essere presto trasferiti in Italia, nell’Armata del Feldmarschall Radetzky132. Pentecoste di sangue Poi l’atmosfera cambiò. Il Governo magiaro, cui il governo di Vienna con provvedimento del 7 maggio aveva concesso il controllo delle truppe imperiali stanziate in Ungheria, chiese ai reggimenti di giurare fedeltà alla Costituzione ungherese. Non era fatto di poco conto, poiché, come rilevarono, gli ufficiali del «Ceccopieri», il Reggimento aveva già giurato, e solennemente,

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di soldati italiani, non era sicura, il Consiglio di Luogotenenza capitolò di fronte alla folla». 129 I tre ufficiali risultano nello Schematismus del 1848, pag 194. 130 Pasquale Fornaro, Testimonianze italiane sulla rivoluzione ungherese del 1848 - 1849, cit., pag. 86. 131 Vedi Appendice (Documento 6). 132 Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 41.


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fedeltà all’Imperatore. Potevano i due giuramenti coesistere? L’argomentazione, in sé, non era priva di fondamento, ma si inseriva (questo dicono le fonti ungheresi) in un contesto di attiva propaganda e di pressioni esercitate dagli ufficiali (croati dicono gli Ungheresi) sulla truppa perché si mantenesse fedele all’Impero, senza compromessi133. Gli ufficiali fecero anche notare ai soldati, sensibilissimi su questo punto, che il nuovo giuramento forse poteva aver effetti sulla durata del servizio di leva. Il soldato ungherese non era obbligato dopo gli otto anni di ferma a rimanere nella Landwehr fino a raggiungere i vent’anni di servizio? In un momento in cui gli Ungheresi procedevano a spron battuto ad organizzare battaglioni di honvéd, l’insinuazione aveva un certo effetto. Comunque, secondo la storia ufficiale del Reggimento, gli ufficiali diedero aperta comunicazione al Ministro della Guerra ungherese, Lázár Mészáros, di aver dato istruzione alla truppa perché «si mantenesse nella fedeltà e devozione alla causa imperiale». Il primo giugno 1848 il Reggimento ebbe l’ordine di recarsi sul Vérmező per prestare con le altre unità il famoso giuramento, ma, aggiunge la storia ufficiale del 32°, «con munizionamento da campagna» per ogni evenienza134. Dopo gli altri reparti, venne il turno del «Ceccopieri» che si schierò regolarmente in formazione, ma alla domanda di rito rivolta loro dal Ministro della Guerra i soldati, armi al piede, risposero all’unisono: «No, non giuriamo». La domanda fu allora ripetuta, ma identica fu Molti ufficiali italiani avevano lasciato i reggimenti per tornare in Italia; notò un cavalleggero del «Kress»: «appena si sentì che in Italia volevano sventolare la bandiera tricolore, subito d’unanime consenso quei pochi ufficiali italiani, il fiore del Reggimento, adducendo valevoli scuse, quittarono e se ne partirono, lasciando al Reggimento intero il più gran cordoglio e rincrescimento, e quel che più, infesto solamente di Ufficiali Croati e Tedeschi. Innegabile si è che essi partirono per soccorrere la patria, e per illustrarsi di nobil gesta; ma lasciarono i propri figli viepiù stretti nel duro giogo della schiavitù, e privi di coloro che potevano far rinascere a questo reggimento il desiderio e la brama di battere e scuotere la propria tirannia» - Dalla relazione «Operazioni della cavalleria in Transilvania», dalle carte Bianchi depositate presso l’Archivio di Stato di Torino, pubblicata in Emilio Bettini, Danubio 1848, Hefti Edizioni, Milano 1993, pagg. 159 – 167. In alcuni casi gli ufficiali italiani furono trasferiti o esautorati. 134 Geschichte des k. und k . Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 42. 133

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la risposta: «No!». Dopo un rapido conciliabolo, si decise che il comandante del Reggimento, Joseph Schifman, avrebbe letto la formula tradizionale. Allora i soldati, benché non ancora del tutto convinti, giurarono. Secondo la storia ufficiale nessuno s’accorse dello scambio di formule (ma ciò non è certo); comunque i «no» si erano uditi e provocarono contestazioni da parte del pubblico. Il caso era clamoroso ed ebbe risonanza sulla stampa di Pest e di Vienna con code polemiche e interpretazioni a dir poco curiose. A chiarimento definitivo, l’Oberstlieutenant Johann Sana, in quel momento comandante ad interim del 23°, inviò una “confutazione” pubblicata sul n. 166 della Wiener Zeitung del 16 giugno 1848: Nell’articolo della Pester Zeitung N. 687 di questo mese, nel quale tra l’altro si riferiva del giuramento delle KK truppe, tra gli altri fatti non veri, di cui si tralascia la confutazione per la loro scarsa importanza, viene testualmente scritto «Il turno giunse ora al Reggimento “Ceccopieri”. Il Reggimento non si rifiutò di giurare sulla Costituzione ungherese, solo le parole “difendere l’Imperatore contro tutti i nemici” ferirono la sensibilità patriottica e risuonò un grido di mille voci “No, no” […] allora giunse a cavallo il Ministro della Guerra, Mészáros, che tenne, in italiano, un discorso ai soldati sospesi tra il senso del dovere e l’amor di patria. E il discorso ebbe successo». Di fronte a ciò, che è l’opposto della verità, dichiaro che non intrighi ribelli o altro, né il dubbio che fosse da ritenersi colpa la fedeltà alla Monarchia, furono le cause preminenti del rifiuto a giurare, bensì la preoccupazione dei soldati che il giuramento alla costituzione ungherese significasse rendere nulla la fede giurata all’Imperatore e di dover aspettarsi un servizio più lungo con l’inserimento nella guardia mobile. Non erano poi venuti alla luce dubbi sulla costante fedeltà e devozione della truppa alla Monarchia. Il Reggimento condanna con indignazione come stolta e maligna bugia una presentazione dei fatti tale da mettere in dubbio la sua posizione nelle fila della K K Armata135. 70

135 Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 42. Curiosamente il fatto, clamoroso, non è minimamente ricordato da Gustavo Massoneri.


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A questo punto i rapporti tra la popolazione di Pest e il Reggimento erano decisamente compromessi. Intanto l’arruolamento degli honvéd proseguiva con successo, ma poneva seri problemi logistici, soprattutto in termini di ricovero e sistemazione delle reclute. Si ritenne perciò necessario alloggiare le reclute nella Caserma degli Invalidi136 di Pest, dove già erano quattro compagnie del II «Ceccopieri». Il sovraffollamento, si sa, non favorisce la convivenza e in più altri motivi contribuivano a peggiorare la situazione. Gli honvéd ricevevano un soldo doppio di quello corrisposto ai soldati regolari e le disuguaglianze nella paga non favoriscono i buoni rapporti tra reparti militari. Già in maggio si erano verificata alcune risse tra honvéd e soldati: si trattava per ora di liti banali (forse la grappa era un po’ troppo di casa nella Caserma degli Invalidi). L’11 giugno 1848, domenica di Pentecoste, avvenne il fatto più grave: nella cantina della caserma, un honvéd accusò un italiano di averlo derubato di un orologio. Ne nacque una lite cui intervennero i commilitoni dei due litiganti e il tutto degenerò in una rissa generale. L’Unterlieutenant Achille Bosisio era di picchetto quella sera e intervenne: fu assalito, gettato in terra e malmenato dai furibondi honvéd, mentre i soldati italiani, inferiori di numero, non furono in grado di soccorrerlo. Giunse in quel momento un drappello armato del «Ceccopieri» che fece uso delle armi uccidendo un honvéd e ferendone gravemente un altro. La notizia dello scontro corse nelle strade di Pest: alle 9 di sera una folla di cittadini, honvéd e regolari ungheresi, armati di fucili, accette, spranghe di ferro, si precipitò verso la Caserma degli Invalidi circondandola completamente mentre le campane della città suonavano a stormo. Sentinelle e ordinanze sorprese isolate furono assalite. Dopo ripetuti tentativi la folla riuscì a sfondare il portone della caserma e i soldati si ritirarono nelle camerate, dove si barricarono. Alcuni ufficiali del Reggimento che si trovano in città riuscirono, fortunosamente, a raggiungere i propri reparti: 136

Poi «Károly»

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l’Unterlieutenant Karl von Fabrizii raccolse un gruppo di soldati e riuscì ad aprirsi un varco nella folla; il Capitän-Lieutenant Rudolf von Kottulinsky raggiunse la sua compagnia passando dai tetti. Negli scontri persero la vita due ufficiali di un altro reggimento che in abiti civili stavano raggiungendo i propri alloggi nella Caserma e non c’entravano nulla. A questo punto gli assalitori rivolsero la loro attenzione all’ospedale posto in un’ala del palazzo. Qui l’ufficiale comandante, l’Oberlieutenant von Hack, aveva già armato gli infermieri e fatto rinchiudere nelle corsie gli honvéd ricoverati, circa cento; poi l’ufficiale uscì dal cancello dell’ingresso dell’ospedale con la sciabola sguainata, si diresse verso quello che sembrava guidare la folla, un giovane, probabilmente uno studente, e gli puntò l’arma sul petto: «Andate via, se no ti ammazzo!» Forse gli occhi dei due uomini s’incrociarono e forse vi fu un lampo di buon senso. Fatto sta che lo studente riuscì a convincere la turba a lasciar perdere l’ospedale. A mezzanotte il Ministro della Guerra, il solito Mészáros, si presentò alla caserma e intimò a quelli del «Ceccopieri» di cedere le armi: ne ottenne un netto rifiuto. Iniziò allora una sorta di armistizio e la folla cominciò a disperdersi. La caserma comunque rimase bloccata e le compagnie, asserragliate nelle camerate, tennero le armi alla mano. Il mattino dopo il Ministro della Guerra chiese di nuovo la resa e minacciò l’uso della forza, ma anche questa volta non ottenne che un secco rifiuto. Solo l’intervento del Conte Palatino, l’Arciduca Stefano, riuscì alla fine a sbloccare la situazione: l’Arciduca convinse i soldati ad imbarcarsi su dei battelli che li attendevano sul Danubio per portarli lontani dalla città. Così le quattro compagnie del II «Ceccopieri» lasciarono il Palazzo degli invalidi: Arciduca in testa e con gli ufficiali a sciabola sguainata137. Le fonti ungheresi tracciano un quadro simile, ma con non poche differenze. Così secondo gli Ungheresi. Il 5 giugno alcuni giovani ingiuriarono gli Italiani, fatti segno anche di un nutrito lancio di sassi; i soldati reagirono e la folla si disperse. Pochi giorni dopo, l’11 giugno, Domenica di Pentecoste, nella taverna della Caserma degli Invalidi, di nuovo honvéd e soldati italiani si azzuffarono e questa volta nella rissa ci scappò il morto. Testimonianze 137

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Dei fatti della Caserma degli Invalidi scrisse anche la stampa della capitale: la Wiener Zeitung del 14 giugno raccontò: ungheresi, peraltro confuse, narrarono poi come gli honvéd avessero invitato gli Italiani a bere con loro e che, per tutto ringraziamento, i soldati del «Ceccopieri» avessero tentato di derubarli. Dopo una furibonda rissa gli Italiani furono cacciati, ma, aizzati dai loro ufficiali, sempre secondo un testimone ungherese, tornarono armati, spalleggiati da diversi commilitoni, e spararono ferendo gravemente alcuni honvéd. Erano le nove di sera: al rumore degli spari una numerosa folla corse in soccorso degli honvéd e già si prefigurava un assalto alla caserma, quando, per fortuna, giunse Lázár Mészáros: il Ministro della Guerra ancora una volta si rivolse ai soldati in italiano, ma in risposta ricevette un colpo di fucile che abbatté un ufficiale che stava al suo fianco. Comunque gli Italiani si convinsero a rientrare nelle camerate, non prima però di aver sparato una nuova salva di fucileria. Barricate dentro la Caserma, le quattro compagnie del «Ceccopieri» non si arresero che mezzogiorno del giorno dopo. Gli ufficiali furono incriminati e rimasero a Buda in attesa di processo; vi furono 8 morti e 18 feriti gravi fra le due parti e quel giorno fu detto “la Pentecoste di sangue”. (Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pagg. 79 - 87). Eco dei fatti nella versione ungherese giunse a Milano e trovò spazio sul periodico «Il 22 Marzo – primo giorno dell’indipendenza lombarda» del 10 luglio 1848 con un indirizzo ai «Guerrieri del Ceccopieri». Nell’articolo si affermava che gli incidenti erano conseguenza degli inganni orditi dagli ufficiali imperiali, ma che comunque i rapporti tra Ungheresi e Italiani rimanevano buoni almeno nella sostanza. Una versione di questo episodio è narrata in un manoscritto anonimo conservato nell’Archivio di Stato di Torino che tratta del «Ceccopieri» in Ungheria dal giugno 1848 fino alla resa del Forte di Lipót con particolare riferimento alle vicende di un gruppo di soldati, detto poi «Truppa Frangipane», che abbandonò la bandiera imperiale per passare sotto le insegne ungheresi. (Reggimento Conte Ceccopieri fante. N.23. Archivio di Stato di Torino. Raccolte Private. Carte Bianchi. Serie II, mazzo 6, incarto 3, n. 6; d’ora innanzi indicato come «Manoscritto di Torino»). Secondo questo documento il soldato accusato del furto sarebbe stato arrestato da alcuni militi della Honvéd e accompagnato alla caserma circondato da una folla ostile. Il comandante della guardia della caserma, Unterlieutenant Bosisio, confortato dal parere di altri ufficiali, avrebbe ritenuto arbitrario l’arresto da parte di honvéd e lasciato di conseguenza libero l’accusato. La folla avrebbe iniziato a rumoreggiare: in quel momento sarebbe giunto sulla scena un drappello di soldati del «Ceccopieri» che avrebbe sparato sulla folla provocando 6 morti e 4 feriti (di cui uno grave). La folla allora avrebbe sfondato la porta della caserma e avrebbe fatto irruzione nel cortile dove sarebbero stati allineati i corpi delle vittime. I soldati delle quattro compagnie del «Ceccopieri» si sarebbero barricati nel piano superiore dei dormitori e si sarebbero arresi solo l’indomani per l’intervento del Ministro della Guerra e del Conte Palatino, Arciduca Stefano. L’allontanamento da Pest sarebbe stato eseguito dagli honvéd presente una folla ostile e gli Italiani sarebbero stati fatti segno di pesanti ingiurie. Massoneri non ricorda l’episodio anzi scrive: «il Reggimento italiano Conte Ceccopieri n. 23 […] con ordine improvviso e pressante venne trasferito a Presburgo. La cagione di tale repentino trasloco non fu altro che la simpatia che i cittadini delle due città [Buda e Pest] nutrivano e professavano agli individui componenti il Reggimento. » (Gustavo Massoneri, Cenni storici, cit., pag. 19).

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Da Pest ci inviano nuove notizie sul conflitto tra Italiani e Ungheresi. 4 compagnie del Reggimento italiano «Ceccopieri» avviarono una rissa con la guardia mobile ungherese alloggiata con loro nella stessa caserma. Si venne ad uno scontro sanguinoso e i cittadini presero le parti della guardia e alla fine gli Italiani furono sopraffatti, disarmati e condotti con quattro battelli alla Fortezza di Komárom. I torbidi nelle due città sorelle furono gravi e per tutta la notte le campane suonarono a stormo.

Alcuni giorni dopo anche il Comando di Reggimento, il I Battaglione e la 7ª e 8ª compagnia (del II Battaglione) lasciarono Buda per Presburgo (Pozsony)138. Mentre dalla sponda opposta del Danubio risuonavano gli insulti, ufficiali e soldati presero congedo dalla popolazione di Buda con la quale avevano, senza particolari incidenti, convissuto per più di dieci anni. Dopo vari spostamenti, il primo agosto il Reggimento risultava così dislocato: Comando, 5ª, 6ª, 7ª e 10ª compagnia in Presburgo con un piccolo distaccamento nella Fortezza di Lipót (Leopoldstadt); 1ª, 2ª, 3ª, 4ª compagnia, al comando dello Hauptmann Ivos von Bassarić in Komárom; l'8ª compagnia a Brezova, nell’inquieta regione slovacca; la 9ª e l'11ª compagnia in Verbó; la 12 ªcompagnia in Pőstyén. Il 14 agosto la 3ª e la 4ª compagnia furono impiegate nella repressione dei moti di St. Johann, ma il 23 di quel mese le due unità erano già tornate a Komárom. Intanto il 25 luglio a Custoza i Piemontesi erano stati sconfitti; il 9 agosto era stato firmato l’armistizio e gli Austriaci tornavano in Lombardia. Quello stesso mese la corte imperiale rientrò a Vienna: il vento era cambiato. I rapporti tra ungheresi e Governo imperiale erano ancora tesissimi. Nella prima metà di settembre l’agitazione in Pest giunse al parossimo: il conte Palatino chiese rinforzi e le compagnie 5ª, 6ª, 7ª e 10ª del «Ceccopieri», con altri reparti dell’Armata, furono trasferiti a Pest. Richiamati poco dopo a Presburgo, i soldati del «Ceccopieri», incrociarono 74

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Bratislava.


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sul Danubio un battello imbandierato carico di giovani festanti: seppero che erano studenti di Vienna che accorrevano in soccorso di quelli che erano ormai i ribelli ungheresi. Nel frattempo, a Brezova, per l’8ª compagnia si preparavano guai. Il 21 settembre i soldati si rifiutarono di sparare sugli Slovacchi che (tanto per semplificare anche in questo caso) non avevano riconosciuto i Governo ungherese e si erano ribellati, s’intende, sempre in nome dell’Imperatore. La truppa si lasciò disarmare e solo lo Hauptmann Carl Saussaye, che la comandava, riuscì a rientrare nelle linee: 9 Korporale, 8 Gefreite, 1 tamburo e 75 uomini (di cui 8 della 11ª compagnia) furono catturati con il loro Feldwebel (che poi raccontò di un attacco di 6000 (!) ribelli). Lasciati liberi dagli Slovacchi, i soldati dell’8ª furono assegnati alla sussistenza del Reggimento di fanteria Nr. 3. Nella seconda metà di settembre tutte le compagnie, salvo la 7ª e la 10ª rimaste a Presburgo, furono impiegate nella repressione della rivolta slovacca e pare, questa volta, si comportassero bene (quantomeno dal punto di vista del Comando di Reggimento). Il 29 agosto il Governo di Vienna aveva reintrodotto la centralizzazione nelle questioni militari: l’Ungheria ebbe l’ordine di interrompere la formazione del suo esercito nazionale, il controllo dei Confini militari ripassò all’Imperatore e Jellačić, il 4 settembre, tornò ufficialmente in carica. Il 27 settembre la folla di Pest linciò il conte Ferenc Lamberg giunto da Vienna, per tentare una composizione che evitasse il conflitto. Vienna comunque riteneva giunto il momento di chiudere i conti con l’Ungheria del Governo costituzionale. Fra le prime misure vi fu quella di riprendere diretto controllo delle truppe imperiali: in questo quadro il «Ceccopieri» ora concentrato a Presburgo ricevette l’ordine di trasferirsi oltre la Morava. In quel momento Presburgo formicolava di «agitatori» e ci si aspettava che la popolazione si opponesse alla partenza del Reggimento destinato a rafforzare le truppe del Bano Jellačić. Il 7 settembre il ponte sul Danubio venne interrotto dai

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patrioti e il giorno dopo una folla di cittadini e honvéd circondò la caserma, mentre le autorità ungheresi comunicavano al comandante imperiale della Piazza l’intenzione di opporsi con ogni mezzo alla partenza del Reggimento. «Ceccopieri rimani con noi»139 gridavano gli Ungheresi irrompendo nella caserma con viveri e vino. Ma secondo la storia ufficiale del Reggimento, i soldati, al grido «Viva l’Imperatore», incolonnati e inquadrati, si misero in marcia140. Non andò proprio così, come si vedrà. E comunque fu una partenza piuttosto precipitosa: vennero abbandonati gli ammalati negli ospedali e i soldati comandati in servizi esterni non fecero in tempo (o non vollero) rientrare nei ranghi; si lasciarono intatti i magazzini del Reggimento e delle compagnie e gli ufficiali dovettero rinunciare ai bagagli. L’Auditor del Reggimento venne catturato;lo Hauptmann Linke, che doveva preoccuparsi della cassa del Reggimento, venne preso e malmenato e solo con l’aiuto di alcuni amici riuscì a rientrare nei ranghi. Le famiglie degli ufficiali raggiunsero, a mala pena e dopo alcune peripezie, un deposito reggimentale. Tra le fila dei soldati covava il malcontento, ma questo la storia ufficiale del 23° non lo dice. Il 3 ottobre il Governo imperiale dichiarò guerra all’Ungheria141: si pensava a una rapida campagna, ma non fu così. Il Bano Jellačić, l’11 settembre, anticipando i tempi, aveva già varcato con le sue truppe la Dráva; venne fermato a Pákozd Velence, ma rimaneva una pericolosa minaccia. Intanto a Vienna il 6 ottobre il Battaglione di Granatieri «Richter» destinato a rinforzare le truppe di Jellačić si ammutinò rifiutando di partire per l’Ungheria. In suo aiuto si mossero le unità radicali della Guardia Nazionale e parte della popolazione che nei radicali politicamente si riconosceva: Latour venne linciato dalla folla e la Corte dovette di nuovo fuggire, rifugiandosi nella munita Fortezza di Olmütz. Il Geschichte des k.. und k. Infanterieregiments N. 23, II. Band., cit., pag. 50. Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23, II. Band., cit., pag. 50. 141 Mike Rapport, 1848, Laterza, Bari, 2008, pagg. 387 - 388. 139 140

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Feldmarschall-Lieutenant142 Windisch-Grätz, che aveva a suo modo riportato alla “ragione” la Boemia, marciò su Vienna in soccorso della guarnigione (ridotta a 8000 uomini) che si era ritirata nei sobborghi della città, dove era stata raggiunta, il 12 ottobre, dal Bano Jellačić (che mascherò così la sconfitta subita a Pákozd Velence). E così […] salì ancora di più la confusione, il soldato venne trascinato nella guerra civile tra Ungheresi e Slavi (Serbi, Croati, Slovacchi) e alla fine le truppe imperiali combatterono le une contro le altre, tutte nella convinzione di battersi per la giusta causa dell’Impero143.

Il 16 ottobre, Windisch-Grätz era nominato Feldmarschall: a lui era affidata la riscossa delle armi imperiali. Domata Vienna, l’Esercito imperiale, ordinato in un’Armata principale su tre corpi d’armata (I Feldmaschall-Lieutenant Jellačić; II Feldmaschall-Lieutenant Wrbna; Riserva Feldmaschall-Lieutenant Serbelloni) per un totale di 50000 uomini, avrebbe operato sulla direttrice di Presburgo, Buda e Pest. Dalla parte della Slovacchia sarebbero, inoltre, avanzati tre corpi distaccati: quello del Feldmaschall-Lieutenant Simunich sulla direttrice di Tyrnau (Nagyszombat), quello dell’Oberstlieutenant Frischein che sarebbe sceso per Sillein (Zsolna, Žilina) e infine quello del Feldmaschall-Lieutenant Schlick che avrebbe dovuto scendere verso Miskolc. Alla destra partendo dalla linea di Wiener Neustadt sarebbero intervenuti altri tre corpi (16000 uomini) destinati al settore di Ödenburg (Sopron). La situazione era preoccupante, per gli Imperiali, in Transilvania, dove il Felmarschall-Lieutenant Puchner (a Nord) e l’Oberst Urban (a Sud) dovevano fronteggiare i ribelli Székely congiunti alle forze rivoluzionarie del generale Bem, e nel Banato dove rimanevano agli Austriaci sostanzialmente solo alcune fortezze isolate. 142 143

Tenente Feldmaresciallo; comandante di divisione/corpo d’armata. Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 41.

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VIVA L ’IMPERATORE! E la riscossa imperiale non poteva che cominciare da Vienna. Il 13 ottobre il 23º Reggimento raggiunse il Bano Jellačić a Schönau: di lì il I Battaglione si portò a Swechat e il II raggiunse Rannersdorf. L’attacco imperiale iniziò il 22 ottobre: 59 battaglioni, 67 squadroni con 200 cannoni (70000 mila uomini) accerchiarono la città, mentre un corpo di copertura (dove era il II «Ceccopieri») fu dislocato sulla Leitha a fronteggiare l’Esercito ungherese che, condotto dal generale Moga, accorreva, senza molta convinzione, in soccorso degli assediati. Il 26 ottobre, il I «Ceccopieri» inquadrato nella Brigata «Gramont» iniziò ad avanzare nel Prater, incontrando aspra resistenza144. Il 28 ottobre venne ordinato l’assalto finale e il I «Ceccopieri» fu impegnato nei combattimenti nella Leopoldstadt. Gli Ungheresi intanto avevano cominciato a varcare la Leitha e il I Battaglione raggiunse il II «Ceccopieri» su quel fronte. Respinti gli Ungheresi a Swechat, Windisch-Grätzt completò le operazioni e l’1 novembre 1848 cadde anche la città interna. In un angolo del Prater si incontra un cippo, ancora oggi tenuto in perfette condizioni, fatto erigere nei prini anni ’50 dell’Ottocento da soldati del IV battaglione del Reggimento Grenzer «Szluiner» in memoria di un loro ufficiale caduto «per adempiere al proprio dovere». Lo «Szluiner» era a fianco del «Ceccopieri» durante gli scontri nel Prater. 144

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La prima fase della riscossa poteva dirsi conclusa: ora toccava all’Ungheria, ma non sarebbe stato tanto facile. Il 2 dicembre Ferdinando I il Buono abdicò a favore del nipote Francesco Giuseppe. Ma il primo dicembre l’Armata era stata posta in stato di guerra e già si era definito l’ordine di marcia: il I «Ceccopieri» nella Reserve (poi III Corpo) del Duca Serbelloni, Divisione Schwarzerberg, Brigata Liebler e il II nel II Corpo del Feldmarschall-Lieutenant Wrbna, Divisione Csorich, Brigata Fürst Jablonowski145. Il 14 dicembre l’Armata imperiale varcò la Leitha146: di fronte aveva un corpo di 30000 uomini agli ordini di Arthur Görgey, comandante in capo dell’intera armata ungherese, e il Corpo di Perczel, di minor consistenza numerica. Il Feldmarschall Windisch-Grätzt puntò decisamente su Presburgo che cadde senza opporre resistenza e il 27 cadeva Raab (Győr). Di qui il I Corpo prese la via di Stuhlweissenburg (Székesfehérvár) per intercettare il distaccamento di Perczel che tentava di congiungersi con Görgey. A Moor Perczel venne sconfitto e il I Corpo austriaco piegò verso Buda. Intanto il II Corpo d’armata austriaco e la Reserve, il 29, erano giunti sotto i bastioni della Fortezza di Komárom147, che non s’arrese e venne sottoposta a blocco, mentre il grosso delle forze imperiali proseguiva verso Pest. Il 31 dicembre il Governo ungherese lasciò Pest per la Piazza fortificata di Debrecen, al di là del Tibisco. Il comandante in capo dell’Esercito ungherese, Arthur Görgey, decise di non difendere la capitale salvando così i suoi trentamila uomini da certa disfatta. Il 5 gennaio WindischGrätz entrava trionfante nella città; Görgey fu temporaneamente sollevato dal comando supremo148 e gli Ungheresi tentarono di 145 Cfr Rüstow, W.,Geschichte des ungarischen Insurrectionskriegs in den Jahren l848 und l849, Zurich, l860; Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23, II. Band., cit., pag. 57. 146 Una curiosità: le truppe imperiali portavano una fascia bianca sullo Shako, per distinguersi dai nemici che ancora indossavano la stessa divisa austriaca. 147 Komorn. 148 Cfr. Conte F. Bettoni – Cazzago, Gli Italiani nella Guerra d ’Ungheria 1848 – 1849, Storia e documenti, Fratelli Treves Editori, Milano, 1887, pag. 98. In realtà secondo

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riprendere Pest, ma il 26 - 27 febbraio a Kápolna furono battuti. Ma Kápolna non era stata battaglia decisiva: l’armata ungherese era stata sconfitta ma non distrutta. Mentre le forze imperiali assediavano ancora invano la Fortezza di Komárom minacciosa spina nel fianco dell’Esercito imperiale fermo sul Tibisco, gli Ungheresi potevano pensare alla rivincita. Nel marzo lanciarono una poderosa offensiva che culminò, il 6 aprile 1849, con la vittoria delle armi magiare a Isaszeg. Windisch-Grätz venne esonerato dal comando. Una novità per il «Ceccopieri»: il 27 gennaio 1849, l’Oberst Joseph Schifman, dal 1845 comandante il Reggimento, fu promosso General-Major e l’11 aprile fu comunicato il nome del nuovo comandante, l'Oberst Alois Alnoch von Edelstadt149. Nella seconda metà di aprile il Feldzeugmeister150 Welden, che aveva rilevato il comando dall’esonerato Windisch-Grätz, si vide costretto ad abbandonare Pest. L’intera Armata ripiegò a protezione delle frontiere austriache, lasciando nella Fortezza di Buda una Guarnigione di 4800 uomini al comando del General-Major Heinrich Hentzi von Arthurm. II «Ceccopieri»: operazioni in Slovacchia Contemporaneamente il II «Ceccopieri», al comando del Major Carl von Schivny St. Aulaire, trasferito nella Divisione del Feldmarschall-Lieutenant Simunich, era impegnato in operazioni in Slovacchia. Il 14 dicembre Simunich marciò verso Nádas e di lì mosse contro una brigata nemica. Il 16 di quello stesso mese gli Ungheresi erano sconfitti a Tyrnau (Nagyszombat) e il Simunich si presentò d a v a n t i a l la Fortezza di Lipót (Leopoldstadt, costruita nel 1664, ai tempi

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il Bettoni il generale fu sollevato dall’incarico per le sue opinioni politiche: era infatti sostenitore di un programma costituzionale moderato in antitesi con il radicalismo di Kossuth. Cfr. Alan Sked, Grandezza e caduta dell ’Impero Asburgico., cit., pag. 99. 149 L’Oberst Alnoch era stato allievo dell’Accademia di Wiener Neustadt da cui era uscito nel 1819. 150 Generale d’artiglieria.


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di Leopoldo I). L’assedio si concluse il 3 febbraio con la resa del Forte151. Dopo la presa di Lipót, il Feldmarschall-Lieutenant Simunich ricevette l’ordine di raggiungere le truppe imperiali impegnate nel blocco di Komárom. Si sperava che alla vista di un apparato d’assedio così imponente la guarnigione della Fortezza si arrendesse senza combattere. Ma fu speranza vana: Komárom con i suoi 300 cannoni non cedette e Simunch si affrettò a completare le opere d’assedio. Il 4 marzo l’accerchiamento è concluso e il II «Ceccopieri» è impiegato in operazioni di sicurezza e pattuglia agli avamposti. Sembra cosa semplice: in realtà per i soldati ciò significava turni di servizio di 48 ore senza interruzione. L’artiglieria d’assedio fu rinforzata e il 30 marzo giunse il Feldzeugmeister Welden; in accordo con Simunich venne progettata un’ampia operazione d’assaggio con lo scopo preciso di valutare la potenza di fuoco delle artiglierie di Komárom e, in particolare, se nella Fortezza vi fossero artiglieri in numero sufficiente per consentire un fuoco contemporaneo da tutti i bastioni. L’attacco fu condotto su tre colonne: in quella di centro era schierata la 2ª compagnia del II «Ceccopieri», mentre in quella di sinistra prese posizione il resto del Battaglione condotto da Schivny St. Aulaire, che, promosso da Major a Oberstlieutenant, era in procinto di assumere il Comando del I Battaglione. Conclusa l’azione Welden tornò a Wienna; le operazioni d’assedio ripresero con i soliti pesantissimi turni di servizio. Questo almeno è quanto detto nella storia del «Ceccopieri» basata ovviamente su documentazione ufficiale. Ma Massimo Schlesinger nella sua Storia della Guerra d ’Ungheria fornisce una versione ben più drammatica e forse più vicina alla verità dei fatti: Welden erasi umiliato ad assumere il comando del corpo d’assedio e menò seco artiglieria quanto gli arsenali del vecchio impero avevano da anni raggranellato. Per suo ordine fu impreso l’assalto generale del Protagonisti ne furono gli Italiani del «Ceccopieri» che combattevano sotto bandiera ungherese e che erano nella guarnigione di Lipót. Vedi infra pagg. 106 - 108.

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31 che venne rappresentato siccome un esame tattico. Giusta altri rapporti codesto assalto fu una dimostrazione della follia, l’impresa di un orgoglio mentecatto, un saggio della più crudele inumanità. Welden fé montare per tre volte i suoi soldati all’assalto: tre volte l’una dopo l’altra furono spinte contro i bastioni le colonne dei cacciatori di cui la terza parte non trovò più la via di ritornare; la quarta volta venne comandato l’assalto alle truppe italiane, ma queste rifiutarono di andare incontro a certa morte. Welden fé allora schierare alle loro spalle i dragoni per dare loro la caccia. Truppe austriache che facevano fuoco le une sulle altre a vicenda e rotavano le loro spade le une contro le altre. Welden che non vedevasi più sicuro della sua vita nel proprio campo, fu reduce a Vienna […]152

Komárom era imprendibile sia con assalto diretto sia con bombardamento d’artiglieria, confermò un ufficiale italiano del genio, particolarmente esperto: unica via possibile era sommergere la Fortezza con le acque del Danubio, ma sarebbero occorsi mesi e costi altissimi in termini di vite umane e di risorse materiali. Welden – Schlesinger è molto duro – era un incompetente abituato ai modellini di Vienna non alle reali operazioni sul campo contro fortezze poderose e ben difese. E Komárom rimase là, imprendibile: inutili, come aveva detto l’ufficiale italiano, i bombardamenti subito ripresi dal Simunich; inutile anche l’insidia del tradimento organizzato in accordo con artiglieri austriaci al servizio degli Ungheresi. Il complotto fu scoperto e gli assalitori, che avrebbero dovuto trovare i cannoni della Fortezza inchiodati, furono respinti con gravi perdite. Le malattie intanto colpivano i soldati quanto il fuoco nemico, né risparmiavano gli ufficiali: l’Oberstlieutenant Schivny cadde ammalato, preda di febbre insistente e perniciosa, sì che si dovette ricoverarlo a Presburgo; il comando del II «Ceccopieri» venne assunto dal Major Anton Hofer del 44° fanteria. Quando pareva, ed era opinione diffusa, che i giorni della Fortezza fossero contati, gli assedianti ebbero notizia che Görgey muoveva verso di loro. A Simunich non rimaneva che 82

152 Massimo Schlesinger, Storia della Guerra d ’Ungheria negli anni 1848 - 1849, Tipografia della Svizzera Italiana, Lugano, 1851, pag. 192.


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sospendere l’assedio: il 21 aprile il ponte di barche sul Danubio, costruito con tanta fatica allo scopo di consentire i movimenti delle truppe imperiali, venne distrutto e Simunich ordinò di ripiegare verso Presburgo, dove si stavano ritirando il II Corpo d’armata e la Reserve, mentre il I Corpo d’armata si disponeva a difendere le frontiere meridionali. Le compagnie 11ª e 12ª del II «Ceccopieri» ebbero l’ordine di portarsi ad Aranyos in operazione di copertura con una ½ batteria e una divisione del «Kress». Ai primi di maggio la brigata «Sossay» fu passata in rivista dall’Imperatore in persona in viaggio verso Varsavia dove doveva concordare con lo Zar Nicola l’intervento dell’Esercito russo in aiuto delle barcollanti sorti imperiali. Il II «Ceccopieri» fu acquartierato in servizio di avamposto: il 12 maggio fu avvistata un una brigata nemica e la Divisione Simunich dovette entrare in azione, ma gli Ungheresi si ritirarono ai primi colpi di cannone. Poi, il 17 di maggio, la brigata «Sossay», fu aggregata alla Divisione Burits e posta agli ordini dell’Oberst Collery. Il Feldmarschall-Lieutenant Balthasar Simunich fu decorato il 9 luglio con il Ritterkreuz dell’Ordine di Maria Teresa e in quell’occasione ringraziò con uno scritto ufficiale tutti i suoi soldati.

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Disegno schematico del perimetro della Fortezza di Buda con indicazione semplificata della dislocazione delle truppe.


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I «Ceccopieri»: assedio e caduta della Fortezza di Buda L’Armata imperiale abbandonò Buda - il 23 aprile - lasciando asserragliata nella Fortezza una guarnigione di 4800 uomini con 293 cavalli e 85 cannoni al comando del General-Major Heinrich Ritter Hentzi von Arthurm. Nella seconda metà d’aprile il I «Ceccopieri» era stato trasferito nella Fortezza, dove era stato raggiunto, il 24 di quel mese, dal nuovo comandante di Reggimento, l’Oberst Alnoch; il comando del Battaglione era tenuto,ad interim, dallo Hauptmann Heinrich Benigni von Mildenberg (l’Oberstlieutenant Schivny comandante effettivo, si ricorderà, giaceva ammalato a Presburgo). L’unità era composta di: 1 Staboffizier153, 23 Offiziere, 10 Feldwebel, 49 Korporale, 56 Gefreite, 10 Spielleute, 9 Zimmerleute, 452 Gemeine, 6 Fourierschützen, 12 Privatediener. (in totale 628 effettivi; 570 uomini validi; tra gli uomini di truppa vi erano anche alcuni effettivi del II «Ceccopieri» e della divisione granatieri) 154. Nel 1849 Buda era un’antica fortezza in condizioni non buone, trascurata per il lungo periodo di pace. Si estendeva in direzione Nord - Sud lungo il corso del Danubio per circa 1500 metri in forma d’ellisse irregolare. Alla fortificazione si accedeva attraverso quattro porte principali: a Nord il Wiener Tor, a Ovest il Stuhlweissenburger Tor, a Sud il Burger Tor, a Est, di fronte a Pest, il Wasser Tor. Una linea ideale tracciata tra il Wasser Tor e il Stuhlweissenburger Tor consentiva di dividere la pianta della Fortezza in due parti. Il perimetro della parte settentrionale, più grande e più larga (500 metri circa Ufficiale di stato maggiore. Con il Battaglione italiano (6 compagnie) rimanevano a difesa della Fortezza: il III Battaglione del 12° Galizisches-Infanterie-Regiment «Erzherzog Wilhelm» (6 compagnie), il III Battaglione del 6° Warasdiner St. Georger Mil. Gränz – I.R. (6 compagnie), il III Battaglione del 10° Banal Mil. Gränz-Infanterie-Regiment (Erstes Banal – 4 compagnie), il I Squadrone del 9° Dragoner «Erzherzog Johann»; il parco d’artiglieria era composto di 20 cannoni da campagna e 65 pezzi da fortezza (mortai, cannoni, obici) con i relativi artiglieri. Le truppe tecniche (pionieri, zappatori) completavano la guarnigione. 153 154

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nel punto di maggior ampiezza), era tracciato da tre linee difensive (Fronti) ognuna delle quali aveva, dal punto di vista militare, specifiche caratteristiche. Il Fronte orientale era una linea spezzata che correva lungo il Danubio; il suo andamento consentiva un efficace fuoco di fiancheggiamento che avrebbe preso l’assediante di infilata. Era il lato più forte dell’intera Fortezza. Il Fronte occidentale consisteva in quattro rondelle collegate da cortine in un’unica linea di difesa che consentiva il fuoco incrociato sull’antistante terreno pianeggiante; il pendio su cui insistevano le sue mura era piuttosto alto e ripido. In sé la linea era molto forte, ma poteva essere facilmente bombardata da batterie piazzate sui colli che a una certa distanza correvano ad essa paralleli; era una linea che presentava difficoltà sia per la difesa sia per l’attacco. Il Fronte Est e il Fronte Ovest erano fra loro collegati da una linea difensiva (Fronte Nord) che correva con andamento ad arco dalla IV rondella, d’angolo con il Fronte Ovest, fino al VII Bastione (Josephibastion), in comune con il Fronte Est. Il muro, che insisteva su una lieve scarpata, presentava il suo punto debole nella parte ad Ovest che poteva essere facilmente bombardata con artiglierie piazzate sui colli antistanti. La parte a Sud della linea tra le due porte, più piccola e stretta, di forma grosso modo di triangolo isoscele, era occupata dal Palazzo Reale (Burg), con gli annessi giardini, che occupavano il vertice meridionale ed erano protetti da una grande rondella (XIII); proseguendo verso Nord, lungo il lato ovest, si incontrava un tratto di terreno a terrazze, poi il muro che fiancheggiava il nuovo maneggio reale. Questo tratto delle difese, come si vedrà tenuto da reparti del I «Ceccopieri», non permetteva il piazzamento di artiglieria e i soldati potevano contare su qualche lancia granate e, soprattutto, sulle armi individuali, comprese le granate a mano155. Due acquedotti assicuravano alla guarnigione l’indispensabile

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155 Josef Némedy, Die Belagerungen der Festung Ofen in den Jahren 1686 und 1849, Pest, 1853, Selbstverlag des Herausgebers, pagg. 50 – 55; Lázló Pete, Il colonnello Monti, cit. pag. 133.


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approvvigionamento idrico: il primo (subito interrotto dagli Ungheresi nei primi giorni dell’assedio) faceva capo a una fonte posta su uno dei colli a Ovest; il secondo prendeva l'acqua direttamente dal Danubio mediante due condotte forzate. Due ponti collegavano allora Buda a Pest: uno di barche (che venne incendiato il 23 aprile dagli Imperiali in ritirata) e l’ancor oggi celeberrimo Ponte delle Catene. Quando Windisch-Grätzt, il 5 gennaio, era entrato nel Forte riteneva che la campagna d’Ungheria fosse di fatto finita e aveva rinforzato le opere difensive di Buda limitatamente nell’ottica di una possibile futura insurrezione dei cittadini di Pest. La direzione dei lavori era stata affidata al General-Major Hentzi il quale, anzitutto, a controllo dell’accesso al Ponte delle Catene aveva fatto innalzare palizzate e a loro copertura aveva fatto costruire all’imbocco del Ponte stesso un Blockhaus156. A rinforzo era stata poi predisposta, nella parte sud orientale, una terrazza ellittica bastionata per i fucilieri. Queste opere erano state integrate in un dispositivo di difesa che, facendo perno su alcune costruzioni civili collegate da palizzate, proteggeva le condotte dell’acquedotto del Danubio in un doppio fronte trincerato continuo dalle mura fino al fiume (Wasserretranchement). Le mura settentrionali erano state munite di parapetto ed elevate e altri provvedimenti erano stati presi per la sicurezza del Palazzo Reale: gli accessi alle terrazze, erano stati protetti con una piccola torre e erano stati approntati dispositivi di difesa per le fanterie. Anche le quattro rondelle del fronte occidentale erano state rinforzate. Infine il Ponte delle Catene fu reso intransitabile, dopo che gli ultimi reparti imperiali erano passati, e per ogni evenienza presso i piloni vennero piazzate quattro grosse mine. Il I «Ceccopieri» e il III Battaglione del 10° Banal Mil. GränzInfanterie-Regiment furono dislocati all’interno della Fortezza, mentre al Wasserretranchement stavano il III Battaglione del 156 Piccola e compatta opera difensiva, presidiata soldati di fanteria, in genere posta a protezione di accessi a forti, ponti ecc.

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«Wilhelm», il III «Warasdiner» e una batteria a piedi da 6 libbre. Il comando di queste ultime postazioni fu assunto dall’ Oberst Alnoch. Nel Wasserretranchement stabilì il suo comando anche il General-Major Hentzi: l’ordine impartito alla guarnigione era di resistere finché le scorte di viveri e munizioni e lo stato delle opere l’avessero consentito. Gli Ungheresi schierarono le loro forze tutt’intorno alla cinta: il II Corpo sulle alture del Blockberg davanti al Burger Tor, il I Corpo sul Fronte Ovest, il III Corpo sul Fronte Nord e la Divisione Kmety di fronte al Wasserretranchement. Tutti con le relative batterie di cannoni: in totale circa trentamila uomini e 100 pezzi d’artiglieria. L’assedio iniziò il 4 maggio, di mattina,con un bombardamento della batteria del II Corpo che aprì il fuoco senza aver ricevuto alcun ordine, almeno secondo Arthur Görgey, comandante l’Armata ungherese157. Fatto sospendere l’attacco, il generale ungherese inviò un parlamentare ad intimare la resa con uno scritto che conteneva: La comunicazione che Buda era accerchiata dalle nostre forze (è Görgey che scrive). L’opinione non essere cosa possibile di mantenersi contro queste per lungo tempo in quella piazza. L’intimazione d’arrendersi per essere trattati come prigionieri di guerra onorevolmente (gli ufficiali conservando la spada, e la truppa senza armi). La promessa che i prigionieri di guerra avrebbero avuto umano trattamento anche nel caso che il presidio si fosse difeso sino agli estremi sempreché fossero stati rispettati il ponte sul Danubio e la città di Pest, donde non doveva la fortezza temere alcun attacco; mentre impegnavo la mia parola d’onore che in caso contrario sarebbe stato, dopo la presa della fortezza, passato a fil di spada tutto il presidio. Un appello ai sentimenti patriottici del generale Hentzi, di cui correva allora voce che fosse oriundo ungherese […]158. Arturo Görgei, La mia vita e le mie opere in Ungheria negli anni 1848 e 1849., Stabilimento Tipografico Fontana, Torino, 1852, Vol. 3, pag. 102. 158 Arturo Görgei, La mia vita e le mie opere in Ungheria negli anni 1848 e 1849., cit., pag. 103. Insistere nell’assedio e lasciare contemporaneamente ripiegare indisturbata l’Armata imperiale verso le sue basi da dove sarebbe ripartita alla riscossa fu errore poi 157

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La risposta di Hentzi fu dura e smentì tutte le voci, cui peraltro i generali ungheresi prestavano fede, di un presidio di Buda demoralizzato e pronto ad arrendersi senza combattere alle prime avvisaglie dell’assedio: Buda avrebbe resistito e, poiché poi la Fortezza era sotto il fuoco di cannoni piazzati a Pest, Hentzi riteneva giustificato bombardare la città (ma Hentzi era in errore: i colpi provenivano dalla batteria del II Corpo situata sulle alture di fronte al Burger Tor). Per quanto riguarda l’appello al patriottismo ungherese, il General-Major ricordava d’essere sì nato a Debrecen, ma da famiglia svizzera al servizio dell’Impero e d’essere egli stesso naturalizzato austriaco. Appena dopo il ritorno del parlamentare, tutte le batterie ungheresi aprirono il fuoco, mentre la divisione Kmety si lanciava all’assalto del Wasserretranchement. Sulla riva sinistra del Danubio dalla parte di Pest una grande folla seguiva lo spettacolo dei combattimenti con grandi grida di incoraggiamento per gli attaccanti (e forse l’assembramento confermò l’impressione di Hentzi che sulla riva di Pest si stavano preparando azioni contro la Fortezza)159. L’attacco fu comunque un insuccesso pagato con gravi perdite. Intanto alle batterie ungheresi cominciavano a mancare, per motivi logistici, le munizioni così che anche il bombardamento rallentò. Scartato l’assalto diretto, si pensò, una volta risolto il problema delle munizioni, di istallare una batteria da breccia sui colli davanti al Fronte Ovest, a Sud della I Rondella; al Comando della Fortezza di Komárom furono richiesti quattro rimproverato al Comando ungherese, ma fu decisione più politica che militare adottata a ragion veduta da Görgey. Il generale ungherese scriverà nelle sue memorie: «Se la pronta caduta di Buda m’era sembrata in allora una sorgente di probabilità favorevoli al mio progetto d’invitare in nome dell’Esercito ungherese, giunto che fosse vittorioso sulla Leitha, tanto il Governo di Vienna quanto la Dieta di Debrecino ad un pacifico accordo; doveva la maschia risposta che aveva avuto la mia intimazione dal generale Hentzi convincermi tanto più dell’assoluta necessità che Buda fosse, o presto o tardi, caduta prima che potessi menomamente pensare ad arrischiare con probabilità di successo quel mio tentativo. (Arturo Görgei, La mia vita e le mie opere in Ungheria negli anni 1848 e 1849., cit., pag. 107). 159 Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23. II. Band., cit. pag. 86.

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pezzi da 24 libbre e uno da 18160 catturati agli Imperiali che giunsero con un ritardo di una settimana, secondo Görgey, per le resistenze ingiustificabili di Guyon, comandante di Komárom. Tra il nono e il decimo giorno dall’inizio dell’assedio la batteria da breccia iniziò ad aprire il fuoco con tutte le altre161, mentre gli assediati tentavano disperatamente di riparare i danni e rafforzare le difese nei settori più minacciati. Nella notte tra il 17 e il 18 maggio - secondo Görgey spinti dall’indignazione per i bombardamenti di Pest ordinati da Hentzi il giorno 13 - gli Ungheresi tentarono un assalto generale, ma la breccia aperta nelle mura dalla batteria risultò non ancora praticabile e l’azione del I Corpo andò a vuoto come l’assalto del III Corpo, poiché le scale d’assalto si rivelarono troppo corte. Ma l’attacco del II Corpo «venne meno per la strenuità di quella parte del presidio cui era affidata la difesa dei giardini del Palazzo Reale» nel settore tenuto dal «Ceccopieri»162. A questo punto fu deciso di lanciare, nei giorni successivi, lungo tutta la cinta della Fortezza (escluso il settore fronteggiante Pest) attacchi non decisivi, condotti allo scopo di tenere la guarnigione in costante allarme. Alle truppe della guarnigione fu proibito lasciare il posto di combattimento; i soldati dormivano, se ci fossero mai riusciti, sui bastioni. Molti uomini del «Ceccopieri» erano continuamente impegnati sotto il bombardamento ungherese nelle opere di ripristino delle strutture difensive con grande pericolo: il giorno 20, alla breccia,il comandante del genio, lo Hauptmann Philipp Pollini, mentre sovrintendeva lavori fu mortalmente colpito. Il suo posto venne preso dallo Hauptmann Gorrini. Il Comando ungherese riteneva che Hentzi, confuso dai finti attacchi, si aspettasse, e a ciò si fosse preparato, un attacco Il pezzo da 18 risultò poi già inchiodato e quindi inservibile. A sinistra della batteria da breccia era operativa anche un’altra nuova batteria con cannoni da 6 libbre. 162 Arturo Görgei, La mia vita e le mie opere in Ungheria negli anni 1848 e 1849., cit., pagg. 117 - 118. 160 161

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decisivo al Wasserretranchement e al Fronte Nord. Perciò il piano per l’assalto finale, fissato per la notte del 21 maggio, prevedeva (dopo un diversivo iniziale), invece, una decisa azione nel tratto della linea difensiva compreso tra la breccia e i giardini del Palazzo Reale, ritenuto più debole (dove erano dislocati, come si ricorderà, reparti del I «Ceccopieri» con il Comando di Battaglione alla XIII Rondella). Un’offensiva generale su tutti i fronti avrebbe appoggiato l’azione163. Alle tre del mattino le batterie ungheresi aprirono il fuoco: un’unica salva cui fece seguito un inatteso silenzio. Era il segnale. Il I Corpo ungherese attaccò alla breccia e alle terrazze, mentre il II Corpo avanzava contro il Burger Tor, i giardini e la XIII Rondella. Contemporaneamente il III Corpo concentrava i suoi sforzi sulla IV Rondella, d’angolo tra il Fronte Ovest e il Fronte Nord. Alla XIII Rondella, la 3ª compagnia del I «Ceccopieri» riuscì a fermare gli honvéd del II Corpo che tentavano di risalire dai giardini del Palazzo Reale, ma la 2ª compagnia, in difficoltà al Burger Tor, chiese aiuto al comando di Battaglione.Lo Hauptmann Benigni accorse con un lancia-granate e alcuni uomini della 3ª e l’attacco fu bloccato. Contemporaneamente alla breccia la situazione si faceva di momento in momento più difficile: di qui giunse al Comando del I «Ceccopieri» e al comandante Hentzi, nel Wasserretranchement, una pressante richiesta d’aiuto, mentre dalla 2ª compagnia, immediatamente, l’Unterlieutenant Mühlwert164 accorreva con alcuni uomini. Il General-Major Hentzi, intanto, aveva ordinato alla 9ª divisione del III «Wilhelm» di portarsi alla breccia dove ben tre assalti degli honvéd (bersagliati anche dal fuoco della I Rondella) furono respinti. Ma la 2ª compagnia, che oltre al Burger Tor, presidiava anche le Terrazze, non riuscì, in quest’ultimo settore, a contenere la pressione d e l I C o r p o : reparti honvéd scalarono il muro, scesero nel maneggio reale, proseguirono verso la breccia, ma si scontrarono con u n d r a p p e l l o d el I Josef Némedy, Die Belagerungen der Festung Ofen in den Jahren 1686 und 1849., cit., pag. 123; Görgey nelle sue memorie non parla di questo piano d’attacco. 164 Cadrà in combattimento alla breccia. 163

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«Ceccopieri» che, guidato dallo Hauptmann Benigni, cercava, anch’esso, di raggiungere la breccia. Colti di sorpresa gli honvéd ripiegarono nel maneggio per subito riprendere il tentativo d’avanzata. Giunse in quel critico momento un reparto della 9ª divisione del III «Wilhelm» con due cannoni: si riuscì a piazzarne solo uno per mancanza di artiglieri e ancora una volta gli honvéd furono bloccati. Per poco. L’attacco riprese: lo Hauptmann Benigni, ferito e con il volto ridotto a una maschera di sangue, stramazzò a terra165 e la sua piccola truppa si sbandò. Favoriti dalla superiorità numerica, gli Ungheresi riuscirono a questo punto a prendere sul fianco i difensori alla breccia: agli Imperiali non restò che ripiegare su alcune case vicine e di lì continuare la resistenza. Alle primissime luci dell’alba due bandiere ungheresi comparvero sul muro alla breccia, mentre altri reparti honvéd sopraggiungevano dirigendosi verso i giardini incontro ai camerati del II Corpo. Un piccolo reparto italiano, con un lancia-granate, in posizione presso la Rondella166 al Stuhlweissenburger Tor, rimase completamente isolato. Poiché ogni resistenza era ormai impossibile, espose una bandiera bianca salutata con grida di gioia da reparti honvéd rimasti di riserva. Gli Ungheresi presero a salire sulla Rondella aiutati dagli Italiani che tesero loro i fucili. Un ufficiale imperiale salì sulla postazione strappò la bandiera bianca e ordinò una carica per respingere i magiari. Ma era troppo tardi e l’ufficiale cadde sotto la fucileria degli honvéd che irrompevano nella postazione mentre i soldati cedevano le armi167. L o Hauptmann Benigni, gravemente ferito, venne accolto dalla signora von Kranz, la cui abitazione durante l’intero assedio di Buda fu adibita ad ospedale. L’ufficiale fu insignito del Ritterkreuz dell’Ordine di Leopoldo e alla fine della guerra sposò la signora von Kranz. 166 Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23,II. Band., cit., pag. 85. La postazione di lancia-granate era posta secondo la Storia ufficiale del 23º tra la I e la II Rondella. 167 Josef Némedy, Die Belagerungen der Festung Ofen in den Jahren 1686 und 1849, cit., pag.132. L’episodio fu notato anche dal comandante in capo ungherese: «..sventolava sopra una delle traverse del ramparo di Weissenburgo una bandiera bianca improvvisato segno di resa. Lo sventolare di quella bandiera non impediva tuttavia nullamente ai difensori del rondello di Weissenburgo di continuare, per quanto lo permetteva la loro operosità, 165

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Cadevano intanto le altre rondelle del Fronte Ovest e i giardini del Palazzo Reale, mentre i reparti, che ancora, trincerati nelle case di fronte alla breccia, avevano resistito, ripiegavano, premuti dagli honvéd, verso Piazza San Giorgio. In quel momento, dal Wasserretranchement, giunse Hentzi che colse subito la gravità situazione: sguainò la sciabola, cercò di ricomporre le fila delle truppe imperiali e ordinò la carica alla baionetta. Colpito al basso ventre, il General-Major cadde senza un grido168 fra le braccia di un ufficiale del «Wilhelm», che lo portò al riparo affidandolo ad un aiutante. I fanti del «Wilhelm» contesero agli Ungheresi anche l’ultimo metro di terreno. Hentzi, ferito gravemente, aveva inviato ad Alnoch nel Wasserretranchement l’ordine di ripiegare verso la Fortezza con tutte le forze ancora disponibili, ma il comandante del «Ceccopieri» non ricevette mai quest’ ordine. Intanto gli honvéd avevano invaso la Fortezza e le truppe imperiali superstiti si erano rifugiate nella Caserma Ferdinando. Rimaneva anche il Palazzo Reale dove un pugno di soldati, tra i quali 50 del «Ceccopieri», con alcuni cannoni, si apprestava all’estrema resistenza. Dalla Caserma Ferdinando venne inviata all’Oberst Alnoch una disperata richiesta d’aiuto (e fu solo allora che Alnoch seppe di Henzti ferito a morte), ma delle quattro compagnie «Wilhelm» inviate solo due riuscirono a entrare nella Fortezza. Il reparto, dopo un breve combattimento, accerchiato, e dopo […] un fuoco assai micidiale contro gli scalatori del 1° corpo della muraglia a terrazze; […] Dopo un certo lasso di tempo s’avvicinò però d’improvviso un uomo alla traversa, afferrò la bandiera e la portò, con passo malfermo, verso il rondello di Weissenburgo. Giunto colà, la piantò sul parapetto. Alcuni difensori di quel punto trovarono in questo fatto un pretesto gradito per rinunziare alla resistenza. La maggior parte continuò a fare fuoco. Si mostrò anzi di là a poco sul rondello un ufficiale, ne strappò quel segno di resa e lo getto al suolo. Ma appena si fu allontanato, sventolava nuovamente la bandiera bianca sul parapetto. Sembrò allora che l’idea della resa s’impossessasse della maggior parte dei difensori […]». Arturo Görgei, La mia vita e le mie opere in Ungheria negli anni 1848 e 1849., cit., pagg. 126 - 127. 168 Secondo la Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 98, pare abbia avuto ancora la forza di gridare «Forza, ragazzi buttateli fuori».

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aver perduto gli ufficiali che lo comandavano, finì col deporre le armi. Poi cadde anche il Wasserrentranchement. L’Oberst Alnoch, dopo aver invano tentato di rientrare nella Fortezza, prese con sé due compagnie di Grenzer e raggiunse il Ponte delle Catene; di qui inviò l’aiutante di Battaglione con la bandiera bianca ad offrire la resa a condizioni onorevoli, ma l’aiutante venne immediatamente fatto prigioniero. Alnoch, allora, si avviò verso le mine apprestate sul Ponte e accese le micce, dopo aver freddato con un colpo di pistola un honvéd che avanzava a fucile spianato. Una forte detonazione scosse l’intera Fortezza e quando la nuvola di polvere sollevata dalla deflagrazione si posò si vide il corpo martoriato del comandante del «Ceccopieri» sul Ponte rimasto intatto, là a poca distanza da dove giaceva l’honvéd ucciso dal colpo di pistola169. Il GeneralMajor Hentzi von Arthurm, giorni prima, aveva fatto togliere le casse piene di pietre e l’esplosione ne era risultata indebolita. Alla presa della Fortezza seguirono, secondo la storia ufficiale del 23°170, scene raccapriccianti, ma purtroppo non insolite: in tutte le case e cantine si diede la caccia ai soldati imperiali molti dei quali, nonostante avessero cedute le armi, vennero uccisi a sangue freddo; i corpi dei caduti vennero spogliati, derubati e oltraggiati. Poi una folla, da Pest, irruppe nella Fortezza: un gruppo di fanatici si precipitò nello Schulhaus dove giaceva, ormai in agonia, il General-Major Hentzi. L’ufficiale venne buttato su una carretta e trascinato per le vie dell’abitato, mentre un’orchestrina suonava musica zigana; poi finalmente, per intervento di alcuni ufficiali honvéd, venne portato al Comando generale.

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169 Secondo Josef Némedy, (Die Belagerungen der Festung Ofen in den Jahren 1686 und 1849., cit., pagg. 133 - 134), l’Oberst Alnoch raggiunse le mine poste all’inizio dell’assedio sul Ponte delle Catene, per adempiere la minaccia fatta a suo tempo da Hentzi. Chiamò uno zappatore e gli ordinò: «Accendi!» e, poiché nemmeno con un secondo invito l’ordine venne eseguito, l’Oberst Alnoch impugnò la sua pistola e con un colpo provocò l’esplosione del barile di polvere. Secondo un’altra versione il Ponte venne salvato da Adam Clark, direttore dei lavori di costruzione dell’opera, che fece inondare le camere di ancoraggio dove era stato piazzato l’esplosivo. 170 Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 101.


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Il General-Major Hentzi von Arthurm morì il 23 maggio all’una del mattino e il suo corpo venne spinto, piegato in due, in un angusto deposito di divise dove già erano le spoglie semicarbonizzate dell’Oberst Alnoch. Fino alla sera del 23 maggio venne consentito alla popolazione di prender visione del triste trofeo; poi il giorno dopo i due corpi, in una bara l’uno, quello di Hentzi, l’altro avvolto in lenzuolo, furono portati nel cimitero militare di Buda dove già erano i corpi degli altri caduti. E così all’aperto rimasero due giorni poiché le fosse comuni non erano pronte. Gli Ungheresi negarono ogni crudeltà e Massimo Schlesinger pare di fatto accettare la loro versione: Hentzi morì da eroe, il colonnello Auer [Alnoch comandante il «Ceccopieri»] cadde per un atto di vandalismo che non sortì tuttavia il suo effetto. Egli aveva a difendere il suo posto all’acquedotto e al Ponte delle Catene e quando tutto era perduto scagliò, per dividersi dal mondo con fracasso, il suo sigaro in un barile di polvere che corrispondeva alla mina del ponte (disposta in modo da distruggere il sopracolonnio ma non i pilastri di pietra). Il cadavere del colonnello fu trovato alcuni giorni dopo completamente carbonizzato […] La salma di Hentzi non venne maltrattata come asseriscono i nemici d’Ungheria, né fu pomposamente seppellita come si narrò dall’altra parte […]171.

Scrisse Görgey nelle sue Memorie: I ripetuti bombardamenti di Pest mostravano chiaro abbastanza qualmente premesse all’assediato essere trattato umanamente, e diedi pertanto a tutte le sezioni dell’esercito assediante l’espresso divieto di dare quartiere a chicchessia del presidio. Promisi un premio particolare a chi mi avesse condotto prigioniero il comandante nemico, dappoiché volevo dare su lui un esempio da atterrire tutti coloro che cedono al solletico d’accrescere senza scopo gli orrori della guerra. Massimo Schlesinger, Storia della Guerra d ’Ungheria., cit., pag. 213. È una versione piuttosto ingiusta per quanto riguarda l’Oberst Alnoch: secondo la Storia del 23° la decisione di far saltare il Ponte fu presa dopo che gli ungheresi avevano rifiutato di concedere agli assediati una resa onorevole. 171

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Il generale maggiore Hentzi cadeva nelle mie mani, ma ferito a morte. Il moribondo era già chiamato ad una potenza superiore alla mia. Il presidio non fu poi passato a fil di spada. Ne ringrazi esso anche al presente quegli stessi ufficiali de’ quali parte lasciava più tardi la vita sul palco, parte geme tuttavia nelle prigioni d’Austria; e serbi esso in onore la memoria dei suoi generosi nemici172 .

Secondo il comunicato ufficiale del Governo di Vienna del 31 gennaio 1850 nell’assedio di Buda morirono 26 ufficiali e 406 soldati dell’Armata imperiale; secondo la storia ufficiale del 12° Galizisches Infanterie-Regiment «Erzherzog Wilhelm» caddero 32 ufficiali e 418 soldati; secondo Die Verteidigung der Festung Ofen nach hinterlassenen Tageblättern 26 ufficiali e 506 uomini di truppa morirono in combattimento e 4 ufficiali e 174 uomini per malattia; caddero prigionieri 113 ufficiali e 4091 soldati. Sulla parte frontale del monumento eretto nel 1852 a Buda, in Piazza San Giorgio, in memoria dei caduti nell’assedio,venne scritto: «General / Hentzi,/ mit ihm / Oberst Alnoch / samt / 418 Tapfern / starben hier / den Opfertod / für / Kaiser / und / Vaterland / 1849»173 Arturo Görgei, La mia vita e le mie opere in Ungheria negli anni 1848 e 1849, cit., pag. 133. Il generale forse in questo modo indiretto pensava di aiutare molti ufficiali honvéd ancora nel 1852 nelle prigioni austriache. Secondo Josef Némedy, (Die Belagerungen der Festung Ofen in den Jahren 1686 und 1849., cit., pagg. 137 - 138) gli ufficiali ungheresi cui venne consegnato Hentzi lo affidarono ai medici militari. Görgey in persona si recò a visitarlo e si offrì di esaudire un suo ultimo desiderio ricevendo in risposta uno sprezzante silenzio. Dei prigionieri solo i nativi ungheresi furono in qualche modo perseguiti (come traditori e deferiti alla giustizia militare). 173 Generale Hentzi / con lui / Colonnello Alnoch / insieme a / 418 valorosi / morirono qui / in estremo sacrificio / per / l’Imperatore / e / la Patria / 1849. Il 25 luglio 1899 il monumento dalla Piazza di San Giorgio venne spostato nel cortile della scuola dei Cadetti di Buda. I poveri resti dei caduti nella difesa, esumati dalla fossa comune, vennero deposti sotto il monumento sulle cui lapidi laterali erano incisi i loro nomi; non fu possibile indicare per ogni soldato il reggimento di appartenenza. Certo però che non pochi cognomi là scolpiti suonano ancora oggi comuni nella Provincia di Lodi: Arrigoni, Avelli, Bassi, Bernabé, Bozzi, Clerici, Dall’Aglio, Denti, Donda, Esposti, Esposto, Gardoni, Gavina, Gidini, Leoni, Manfredi, Manzoni, Marazzoni, Mondini, Moroni, Orzi, Parmeggiani, Pesenti, Piazza, Polenghi, Pozzini, Quadri, Rosa, Rensi, Rubini, Salvadelli, Sarti, Sartori, Soresini, Stroppa, Toscani, Uboldi, Valenti. 172

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Per quanto riguarda il I «Ceccopieri», il comunicato del Governo scrive di 7 ufficiali e 95 soldati caduti. Ma secondo le fonti reggimentali i morti in combattimento sarebbero stati più di 100. Secondo altre fonti ancora 53 o 46174. La storia dell’assedio ebbe anche un seguito di polemiche. In una lettera ai famigliari il conte Ceccopieri, Inhaber del Reggimento così commentò: Sono stato assai angustiato per aver perduto il nuovo colonnello che aveva dopo pochi giorni raggiunto il Reggimento e che si trovava a Buda col primo Battaglione […] Buda d’altronde non era fortezza da sostenere un vivo assedio, tanto più che è dominata da alture che il nemico occupò senza difficoltà, poiché vi sarebbe abbisognato molta truppa per guardarla ed il nemico aveva ricevuto più di 30000 uomini oltre a numerosa artiglieria di grosso calibro. Quello che più mi duole si è che si attribuisce appunto al Battaglione Italiano che v’era di guarnigione d’aver avuto connivenza col nemico e così per questo tradimento aver cooperato alla presa di questa Piazza per parte dei rivoltosi ungheresi […]175

E in effetti sul comportamento del I «Ceccopieri» circolarono voci poco lusinghiere. Le capitain Benic176 du Régiment banal avait raconté en 1849 à Essek, après avoir été rançonné, pubbliquement à la table dans une auberge qu’on avait vu pendant l’assaut de Bude le 21 mai des soldats du bataillon italien du régiment Ceccopieri tendre leurs mains aux insurgés pour les faire monter sur le rempart, des autres attirèrent en haut les rebelles au bout de leur fusil, et que la place aurait pu tenir encore quelques jours sans cette exécrable trahison. Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 101. Piero Ceccopieri Maruffi, La rivoluzione del 1848 - 49 in Austria – Ungheria nella corrispondenza del Conte Ferdinando Ceccopieri in «Deputazione di Storia patria per le antiche provincie modenesi – Atti e Memorie 1999» ser.XI, XXI, Aedes Muratoriana, Modena 1999, pag. 491. 176 Nello Schematismus del 1848, pag. 259, nel 10° Banal, risulta un Oberlieutenant Conrad v. Bennich. Come detto, il III del 10°era a Buda con il I«Ceccopieri». 174 175

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Plût au ciel que ce brave capitaine eût eu la berlue, quand il croyait remarquer ces infamies. Allons croire que l’héroique défense de Bude ne fut point souillée par quelque trahison, et que les soldats du régiment Ceccopieri eussent suivi le noble exemple de leurs compatriotes à Santa Lucia près de Verone, qui se jetèrent la baïonette croisée dans le camp ennemi177.

C’era, a dire il vero, negli Ungheresi l’aspettativa che gli Italiani non avrebbero combattuto, anzi sarebbero passati dalla loro parte. Nei primi giorni dell’assedio il quartier generale dell’Armata ungherese riuscì a far penetrare nella Fortezza alcuni honvéd confusi tra venditori che contrabbandavano generi alimentari. Gli honvéd riferirono di dichiarazioni di simpatia per la rivoluzione ungherese e di scarsa motivazione alla guerra da parte degli Italiani178. Pareva anche a più di un osservatore che i soldati del «Ceccopieri» ponessero ben scarsa diligenza nell’esecuzione dei lavori di rinforzo alle fortificazioni e mostrassero uno scarso entusiasmo che spesso rasentava l’insubordinazione. In sostanza – nota il Pete179 - c’era una generale diffidenza verso gli Italiani che alimentava sospetti peggiori. Così, dopo la resa, numerose furono le testimonianze, ungheresi e austriache, a carico dei fanti italiani. Ma lo Hauptmann Benigni comandante da interim del I «Ceccopieri» non raccontò di alcun episodio di tradimento180. In realtà forse si può accettare la versione dello Schlesinger: Quanto poi risguardo al tradimento del Battaglione italiano Ceccopieri, mentovato tante volte e altrettanto negato, è questo un Le ban Jellacic et les évenéments en Croatie depuis l ’an 1848, par le Lieutenantfeldmaréchal Joseph baron Neustaedter, Bibliotèque de l’Institut Français de Zagreb, première série - Tome II, Institut Français de Zagreb, 1942, pagg. 264 - 266. 178 Josef Némedy, Die Belagerungen der Festung Ofen in den Jahren 1686 und 1849., cit., pag. 102; la convinzione, poi, che gli Italiani non avrebbero combattuto si basava sulla interpretazione del manifesto pubblicato il 26 luglio 1848 dal Governo provvisorio di Milano e dalle dicerie riportate in un rapporto del capo della polizia di Pest. Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag. 134. 179 Lázló Pete, Il colonnello Monti,, cit., pag. 135. 180 Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag. 135. 177

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fatto che certamente doveva riuscire di grande rilievo per il Ministero della Guerra austriaco. L’umanità rimase indifferente innanzi alla questione se gli Italiani abbiano gridato il loro viva prima che i Croati intonassero il loro zivio. E’ provato per mezzo di un tribunale militare dell’Austria che quelli [gli Italiani] non hanno prestato soccorso agli assalitori, sebbene abbiano rese le armi appena i primi Ungaresi furono sul parapetto. I Croati continuarono a combattere nelle vie e solo all’arrivo di alcuni uffiziali dello Stato maggiore ungarese fu posto fine al trambusto […]181

Anche accettabile è l’opinione del Pete che in parte coincide con quella sopra ricordata: «la maggior parte del battaglione italiano, 600 uomini, anche se non molto motivato, resistette fino alla fine, […] una piccola parte – per convinzione o per altro – aiutò invece gli assedianti con la sua inerzia oppure cambiando bandiera»182. L’episodio più sopra narrato della bandiera bianca presso la I Rondella sembra accreditare simile versione. Sull’origine della diceria venne anche data anche una curiosa, ma non per questo inattendibile, versione: Gli Italiani furono vittime di un equivoco: in breve, qualche giorno prima dell’attacco ungherese, il Comando della fortezza aveva chiesto quaranta uomini di buona volontà perché si calassero nel fossato e lo ripulissero, sotto la guida di un ufficiale del Genio, delle macerie prodotte dal bombardamento nemico. I quaranta volontari furono trovati naturalmente tra gli Italiani che si calarono nel fossato con delle funi, e con esse risalirono sui bastioni. Questo andirivieni di uomini, che scendevano e scalavano così insolitamente le mura della fortezza, aveva ispirato l’odiosa diceria che gli Italiani avessero tirato con le funi all’interno di Buda i rivoltosi ungheresi.183

In chiusura, ad onore del Comando austriaco, che pur all’inizio aveva accreditato l’accusa di tradimento, val la pena di Massimo Schlesinger, Storia della Guerra d ’Ungheria , cit., pag. 207. Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag. 137. 183 Piero Ceccopieri Maruffi, Un illustre soldato massese., cit., pag. 51. I fatto riportato sembra ricordare l’episodio avvenuto il 20 maggio quando morì il comandante del Genio Pollini. 181 182

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riportare le parole della Commissione d’inchiesta correttamente istituita il 31 gennaio 1850: Non ci sono dubbi riguardo alla fedeltà dimostrata fino alla fine dal Reggimento sia dagli ufficiali che dai soldati; tutti con tenacia e grande coraggio hanno difeso la fortezza. Con il loro prodigioso comportamento hanno sconfitto i soldati introdottisi attraverso una breccia: la forza soverchiante è riuscita ad ottenere la vittoria solo a prezzo di pesanti perdite d’ufficiali e soldati. Nella difesa di Buda sono caduti 406 uomini: il I Battaglione di fanteria Ceccopieri ha perso 7 ufficiali e 95 soldati. Il Ministero della Guerra annota, con sincera soddisfazione, di poter smentire le false notizie tanto a lungo diffuse per offendere la dignità del Reggimento più volte nominato ed afferma ufficialmente che all’eroica difesa di Buda questo reparto ha partecipato, come tutti gli altri del presidio, con identico coraggio e fedeltà184.

Comunque sia, i difensori di Buda avevano reso un grande servizio alla causa asburgica: con la loro ostinata resistenza consentirono all’Armata imperiale di ripiegare senza particolari difficoltà verso le proprie basi, da dove sarebbe ripartita la riscossa. Gli Ungheresi avevano disperato bisogno di uomini addestrati: non lesinarono né in lusinghe né in maltrattamenti per convincere i soldati del I «Ceccopieri» a passare sotto il Tricolore d’Ungheria. Alla fine, alcuni cedettero, ma non vollero impugnare le armi contro l’Impero, così che si dovettero impiegare come infermieri e domestici. Questo secondo la storia ufficiale del Reggimento185. Ma non andò esattamente così: troveremo un centinaio di ex prigionieri di Buda in divisa honvéd (ma nessun ufficiale). Il I «Ceccopieri» a questo punto non esisteva più. Con decreto dell’Inhaber dell’8 luglio 1849 il Comando del Reggimento 100

184 Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag. 132; Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 104. 185 Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 102.


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veniva assunto ad interim dall’Oberstlieutenant Carl Schiwny de St. Aulaire e con lo stesso decreto la sede del I Battaglione veniva trasferita a Mantova per la ricostituzione dell’unità. Una nota del Feldmarschall Radetzky fece presente che tutti i soldati in permesso o in licenza degli otto reggimenti italiani erano stati richiamati e che, almeno da quella parte, non c’erano più uomini disponibili; il Ministero della Guerra autorizzò allora l’arruolamento in tutti i Werbbezirke italiani. Il Comando di Reggimento giunse a Mantova nel settembre del 1849 e il Battaglione ricostituito rimase nella Fortezza del Quadrilatero fino al maggio del 1850186. Se il I «Ceccopieri» non esisteva più, il II era molto malconcio. A inizio giugno dal II Battaglione venne tratta una divisione, formata dai veterani dell’8ª e 11ª compagnia che, agli ordini dello Hauptmann Rudolf von Kottulinsky, venne trattenuta in zona d’operazioni, mentre il resto del Battaglione, un ufficiale di stato maggiore, 12 ufficiali e 226 uomini, venne avviato, via Vienna, al deposito di Gerasdorf, dove avrebbe dovuto ricevere i complementi. Ma una volta a Vienna il Battaglione venne trattenuto a sostituire il X I X Battaglione Jäger; solo dopo la metà di giugno raggiunse il deposito dove finalmente ricevette gli attesi complementi: 402 reclute italiane. Il 30 maggio il Feldmarschall-Lieutenant Freiherr Julius von Haynau sostituì Welden al comando in Ungheria. Nel frattempo in virtù degli accordi tra il Governo di Vienna e quello di San Pietroburgo un corpo di 130000 Russi era pronto ad entrare in azione ai confini galiziani mentre una divisione russa, la 9ª, era già in linea sul Danubio187. Del «Ceccopieri», durante le fasi finali della campagna, in linea rimasero la Divisione Kottulinsy e la Divisione Granatieri. Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 102. L’Esercito russo era già intervenuto in aiuto degli Imperiali in Transilvania prima dell’accordo ufficiale. 186 187

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Quando Haynau aveva assunto il comando, la situazione per l’Esercito imperiale poteva ben dirsi disastrosa. Il I Corpo del Bano Jellačić da Buda aveva disceso il Danubio verso Sud a protezione delle frontiere meridionali, mentre il II Corpo e l a R e s e r ve s i e r a no c o n c e n t r a t i i n P r e s b u r go. L’insurrezione d ominava in tutto il paese. Ma l’accordo raggiunto con l’Impero Russo avrebbe di lì a poco ribaltato la situazione. Il 17 giugno il principe Paskević dal passo di Dukla iniziava ad avanzare per Kaschau (Kassa, Košice) e HidasNemethy in direzione di Miskolc. Il 28 dello stesso mese si mosse l’armata di Haynau, rinforzata dalla 9ª divisione russa di Paniutine, e un altro corpo russo agli ordini del generale Lüders entrava in azione contro Bem in Transilvania. Mentre l’armata del principe Paskević respingeva gli Ungheresi di Dembinski verso Sud, Haynau costringeva Görgey da Komárom a ripiegare verso Est. Il 4 agosto Dembinsky era sconfitto a Szőreg e ripiegava su Temesvár (nella cui Fortezza una guarnigione imperiale era assediata fin dall’aprile)188 dove era raggiunto dal Corpo di Bem. Ma qui l’8 agosto gli Ungheresi erano di nuovo sconfitti. Görgey, ripiegò verso Arad, ma alla notizia della sconfitta di Temesvár, si ritirò verso Vilagos e, dimessosi Kossuth, il 13 agosto ordinò all’armata ungherese di deporre le armi. Bem e Guyon, che si erano portati nella valle del Maros, parevano ancora intenzionati a resistere, ma dovettero presto desistere. L’imprendibile Komárom si arrese solo il 28 settembre, non senza aver dato, nella notte tra il 2 e il 3 agosto, con un’improvvisa e violenta sortita una dura lezione alla Brigata Csorich dell’Armata imperiale. La Fortezza di Temesvár (Timişoara) tenuta ostinatamente dalla guarnigione imperiale era assediata dall’ aprile 1849 da truppe ungheresi dell’Armata del generale Jozsef Bem, comandate dal Peretzi. Venne liberata il 9 agosto dall’Armata di Haynau: tra le truppe imperiali della guarnigione figuravano quattro compagnie dello «Zanini» che nel gennaio del 1849 erano tornate sotto le bandiere imperiali abbandonando l’Esercito ungherese. Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag.107; Georg Baron von Rukavina, nel Giornale dell ’assedio di Temesvár, Tipografia Carlo Vimenti, Modena, 1851, pag. 83, scrive di tre compagnie, il numero dei soldati è però identico: 320. 188

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COMUNQUE UN T R I COLORE La truppa «Frangipane» Come si ricorderà, (ora conviene fare un passo indietro), l’ordine impartito ai primi di settembre al «Ceccopieri» di abbandonare Presburgo per raggiungere le truppe di Jellačić non lasciò i patrioti ungheresi indifferenti e ciò è riconosciuto dalla storia ufficiale del Reggimento189: vi furono perorazioni ufficiali da parte delle autorità e pressioni sui soldati da parte dei patrioti. Si passa però sotto silenzio che queste azioni qualche risultato conseguirono anche se non così eclatante come poi volle la vulgata patriottica italo-ungherese. Si ammette comunque che un certo numero di soldati per ragioni più o meno di servizio non avessero seguito il Reggimento. Tra le truppe, ovviamente, c’era una vecchia conoscenza: il cadetto, con il grado di sergente, Gustavo Massoneri, il quale non aveva certo rinunciato alle sue convinzioni antimperiali e alle sue simpatie per la causa ungherese. Secondo la sua versione dei fatti, l’Oberst Schifman ordinò al Reggimento di uscire dalla Wassercaserme, dov’era acquartierato, per dirigersi fuori città, come per una normale esercitazione. Giunta che 189

Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23., II. Band., cit., pag. 50.

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fu la truppa fuori dalla cinta, fu fatta schierare in quadrato e l’Oberst comunicò gli ordini ricevuti con un discorso in cui richiamava i soldati alla fede giurata all’Imperatore. Ma i patrioti, che avevano seguito il Reggimento, si avvicinarono ai soldati tentando con i più appassionati discorsi di trattenerli190. Tra questi si distinse l’ingegnere ferroviario, triestino, ma fiumano di origine, Giovanni Baldini, che, in quei luoghi per lavoro, aveva sposato la causa ungherese191. Comunque sia il Reggimento, nella sua marcia verso le truppe del Bano, varcò la Morava e si accampò presso il villaggio di Marchegg, dove si andavano concentrando altre truppe imperiali. Massoneri, a suo dire, iniziò la sua campagna patriottica aiutato da «bassi ufficiali uno per nome Lovarina Giuseppe di Lodi e l’altro Nicolini Giovanni di Soresina (Cremona)». Secondo Massoneri tutta la «bassa forza» sarebbe stata pronta alla diserzione. Ma una spia avrebbe informato il Comando del tentativo di fuga in massa sicché molti, braccati e inseguiti dai Grenzer e dalla cavalleria, furono catturati; altri si dispersero in cerca di scampo. Solo Massoneri, Nicolini e Lovarina, con circa 150 uomini sarebbero riusciti a raggiungere le linee ungheresi dopo una rocambolesca fuga nelle paludi della Morava192. Il Gustavo Massoneri, Cenni Storici., cit., pag. 23. Secondo il Manoscritto di Torino il Colonnello Schifman esortò i soldati a obbedire agli ordini imperiali e fece incolonnare il Reggimento: comparve a questo punto un cavaliere, Giovanni Baldini, che galoppando lungo la colonna avrebbe incitato i soldati a non abbandonare la causa ungherese. 192 Gustavo Massoneri, Cenni Storici., cit., pagg. 26 – 32; Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag. 89; Vedi Appendice (Documento 6). Negli elenchi non compare alcun Lovarina; compare per contro un Nicolini Francesco carrettiere classe 1821 di Soncino. Nel Manoscritto di Torino Lovarina sarebbe originario di Bergamo. Secondo il Manoscritto di Torino il malcontento serpeggiava tra le truppe: era stato infatti comunicato il ripristino delle punizioni corporali e l’abolizione del soprassoldo di 4 kreuzer deciso a suo tempo dal Governo ungherese. Incitati dal Cadetto Massoneri, 75 uomini, (sui 250 che avrebbero aderito al progetto di fuga) sarebbero riusciti, eludendo la sorveglianza, ad abbandonare il Reggimento e a tornare a Presburgo. Secondo Katrhin Stitzler 600 soldati del «Ceccopieri» avrebbero abbandonato il Reggimento raggiungendo le linee ungheresi. All’inizio d’ottobre la maggior parte dei soldati e tutti gli ufficiali (più di 400 uomini) sarebbero poi ritornati sotto le bandiere imperiali. Kathrin Sitzler, Die Italienische Legion., cit., pagg. 36 - 37. 190 191

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15 ottobre il commissario di Presburgo informava il Governo ungherese della costituzione di una milizia mobile volontaria dislocata a Köpcsény che il commissario stesso chiamò «Truppa Frangipane»193: in essa confluirono, con i disertori condotti dal Massoneri, i soldati del «Ceccopieri» rimasti «per servizio» a Presburgo dopo la partenza del Reggimento, altri Italiani, disertori di altri reggimenti e civili, sempre Italiani, residenti in Ungheria. Il 17 ottobre la «Frangipane» si unì al grosso dell’Esercito magiaro accampato sul fiume Leitha: qui trovò un plotone di soldati di cavalleria italiana. Erano cavalleggeri del «Kress»194. Massoneri, nei suoi Cenni Storici, cit., pag. 34, asserisce di essere stato incaricato direttamente da Kossuth di condurre immediatamente con i soldati italiani disponibili un’azione sulla Morava, il 13 ottobre. Nei giorni successivi si sarebbe organizzato un corpo italiano su tre compagnie, una al comando dello stesso Massoneri, con il grado di tenente, la seconda dell’ingegner Baldini, la terza del capitano Svoboda, viennese. Tutto il reparto fu posto agli ordini di un ufficiale di cui il Massoneri asserisce di non ricordare il nome. Secondo il Manoscritto di Torino il reparto venne costituito raggruppando i soldati fuggiti con il Massoneri, altri soldati del «Ceccopieri» che erano rimasti in città e non avevano seguito il Reggimento e un plotoncino, sempre del «Ceccopieri», che a Komáron aveva aderito alla causa ungherese ed era stato inviato a Presburgo. Il comando venne assunto dall’ingegner Giovanni Baldini, con Gustavo Massoneri promosso prima sottotenente poi tenente. Da rilevare che i soldati lombardi avrebbero ottenuto l’assicurazione che a guerra finita avrebbero potuto immediatamente tornare a casa. La divisione così organizzata venne chiamata dal commissario stesso «Frangipane». La letteratura da me consultata non chiarisce il motivo di questa denominazione: comunque, «Frangipane», oltre essere il nome della nobile famiglia romana, indica una pianta tropicale (Plumeria) acclimatata in Europa nel Primo Settecento che per il suo profumo ricordava quello di un’essenza distillata nel Medioevo da M. Frangipane, della già citata nobile famiglia. «Frangipane» è anche il nome di una nobile famiglia croata (Frankopan) signora di Gradec Rovoznik, nell’isola di Veglia, che riteneva essere discendente di un casato romano imperiale e aveva ottenuto, sulla base di documenti, oggi ritenuti falsi, concessi da Martino V, il riconoscimento della parentela con i Frangipane romani. Nel 1669 Fran II Krsto Frankopan con il cognato Petar Zrinski, Bano di Croazia, progettò una rivolta armata contro l’Imperatore per sottrarre al casato degli Asburgo la Croazia e l’Ungheria con l’aiuto della Turchia e della Polonia. Scoperti e arrestati i due congiurati furono giustiziati il 30 aprile 1671 nella Fortezza di Wiener Neustadt. 194 Nella primavera del 1848 il 7° «Kress» (composto di soldati milanesi, lodigiani, cremaschi, pavesi e di altre città lombarde) era acquartierato a Pér, Peremarton, Veszprém, Tapolca, Hajmáskér, Palota, Csákvár, Kocs e Szöllös. Nel settembre di quell’anno i sei squadroni del «Kress», che operavano inquadrati nei reparti inviati a fronteggiare il Bano Jellačić, furono distribuiti a Budakeszi, Budaőrs, Bia, Etyek, Bicske e, nel maggio, a Somogy. Due di questi squadroni ricevettero, poi, 193

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In soccorso di Vienna Il 28 ottobre l’Esercito ungherese varcò la Leitha per correre in soccorso di Vienna assediata dal Windisch-Grätz; due compagnie della «Truppa Frangipane» dalla riva destra del Danubio dovevano agire di copertura al Corpo ungherese che avanzava verso Ovest. Il 30 ottobre sul fiume Schwechat gli Ungheresi furono affrontati dagli Imperiali: la «Frangipane» con tutte le sue compagnie era in prima linea al centro dello schieramento. Non fu giorno fortunato: gli Ungheresi furono respinti. Quello stesso giorno Vienna cadeva sotto il controllo dell’Esercito imperiale dopo due giorni di aspri scontri. Dalla capitale Windisch-Grätz fece appello ai soldati disertori della causa imperiale - che (secondo lui) avevano sbagliato - perché abbandonassero l’Esercito ungherese per tornare alla fedeltà all’Imperatore. Nemmeno il tempo di respirare: la controffensiva austriaca era già imminente e prologo ne fu l’attacco condotto dal Feldmarschall-Lieutenant Balthasar Simunich nei Piccoli Carpazi. Il primo novembre la «Frangipane» entrò nella brigata inviata a intercettare il Corpo del Simunich, ma il FeldmarschallLieutenant abilmente si sottrasse allo scontro sì che gli

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l’ordine di trasferirsi a Zombor e il 14 agosto giunsero a Marcali; dieci giorni dopo il 2° squadrone giungeva a Babocsa. A questi reparti era affidato il compito di controllare la riva della Dráva, ma il Comando il 4 settembre preferì allontanarli inviandoli a S t u h l w e i s s e n b u r g (Székesfehérvár), nelle retrovie. Il Governo ungherese non aveva gran fiducia nel «Kress» e ne aveva motivo. Il 19 settembre cavalleggeri del «Kress» a Marcali si erano uniti ai Croati e il Bano Jellačić, dopo che un maggiore del «Kress» aveva disertato con i suoi soldati la bandiera ungherese, indirizzò un ordine del giorno al Reggimento lombardo: sperava che i reparti che si stavano dirigendo verso Stuhlweissenb u r g sarebbero tornati sotto le insegne imperiali. E questo di fatto avvenne Dopo la sconfitta di Pákozd, il Bano Jellačić in ritirata accolse gli ultimi gruppi di cavalleggeri rimasti con gli Ungheresi: solo in 11 rimasero a fianco degli honvéd. Però, in settembre, un gruppo di 56 soldati inviati in Transilvania per acquistare cavalli per il Reggimento, venne disarmato dalla popolazione poi che era giunta notizia del tradimento del «Kress». L’8 ottobre i 56 cavalleggeri giurarono fedeltà alla bandiera ungherese: chiedevano solo a guerra finita di poter tornare a casa.


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Ungheresi occuparono Tyrnau (Nagyszombat)195 proseguendo in un inseguimento reso difficile dalle condizioni atmosferiche e dalla mancanza di viveri. Ricevuti rinforzi (tra questi si ricorderà era il II «Ceccopieri»), i reparti austriaci tornarono all’offensiva e il 16 dicembre gli Ungheresi furono battuti proprio presso la stessa città di Tyrnau. Il Comando ungherese mentre il grosso dell’esercito si ritirava decise di tenere la Fortezza di Lipót, ritenuta per altro non in grado di reggere ad un assedio. Una guarnigione di circa 1800 uomini fu lasciata sui bastioni: la «Frangipane», con una forza di tre compagnie di 150 uomini ciascuna, ne fece parte196. Pochi giorni dopo Simunich comparve sotto i bastioni di Lipót e fece iniziare il bombardamento; con scarsi risultati, poiché le granate esplodevano a mezz’aria ben prima di toccare le installazioni della Fortezza e ciò pare fosse dovuto sostanzialmente all’imperizia degli artificieri. Alla stessa imperizia è da addebitarsi l’esplosione che distrusse la polveriera del Corpo austriaco, avvenuta poco dopo il bombardamento197. Ai primi di gennaio Simunich abbandonò l’assedio per fronteggiare un corpo ungherese che muoveva a liberare l’Ungheria settentrionale: in quell’occasione Massoneri propose una sortita che avrebbe potuto prendere Simunich tra due fuochi. Non era la prima che gli Italiani proponevano una sortita per ricongiungersi all’Esercito ungherese e ciò era comprensibile poiché per il Comando imperiale erano disertori e per di più colti con le armi in pugno. Il comandante del Forte ricusò la proposta, ma diede comunque la sua parola che in caso di resa avrebbe tutelato i militari italiani. Poi che il Corpo ungherese di soccorso venne richiamato in un altro teatro di guerra, Lipót fu di nuovo investita dall’artiglieria imperiale. Trnava. Gustavo Massoneri, Cenni Storici, cit., pag. 68. Al comando della «Truppa Frangipane» troviamo Gustavo Massoneri, promosso capitano poi che Giovanni Baldini era stato catturato dagli Austriaci durante una missione (Giovanni Baldini verrà fucilato nel marzo del 1849). Massoneri probabilmente sopravaluta il contingente italiano. 197 Si parlò di sabotaggio organizzato da un ufficiale imperiale di nazionalità magiara, ma la voce è ritenuta assolutamente infondata. 195 196

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Non rimase che la resa, ma il comandante del Forte nei termini della capitolazione si “dimenticò” di tutelare, come aveva promesso, gli Italiani. Lo Hauptmann Linke, ufficiale del II «Ceccopieri»198 ora in forza alle truppe del Simunich, individuò 14 ufficiali e sottufficiali, tra i quali i sergenti Lovarina e Nicolini, che, accusati d’aver istigato i soldati alla diserzione, furono consegnati alla corte marziale. I soldati furono arruolati senza tanti complimenti nelle truppe imperiali199. Anche Massoneri fu catturato, processato e condannato a morte, ma riuscì a fuggire e lo ritroveremo, sempre a fianco degli Ungheresi. La Legione italiana L’aperto conflitto con l’Austria riaprì le porte a un’intesa italo-ungherese che già proposta all’inizio del 1848 era stata di fatto lasciata cadere; ora però la situazione appariva ben diversa soprattutto da quando Jellačić aveva occupato Fiume, l’unico sbocco sul mare del Regno d’Ungheria. In ottobre la Dieta ungherese richiamò in patria i soldati magiari ancora in Italia e in quell’occasione il Comitato di difesa con un proclama ordinò «alle sue truppe valorose stanziate in Italia che immediatamente ricusino di battersi» e rivolse agli Italiani un appello affinché

Vedi Appendice (Documento 2) L’episodio è ampiamente rammentato nel Manoscritto di Torino. Il capitano Massoneri si sarebbe fermamente opposto alla resa, fino a stracciare la bandiera bianca fatta esporre dal comandante la Fortezza, maggiore Ordódy, che venne poi sospettato di tradimento. In effetti Ordódy venne condannato a soli tre anni di prigione, mentre due ufficiali honvéd il tenente Filőp Gruber, comandante delle fortificazioni, e László Mednyánsky, direttore della artiglieria, che si erano decisamente opposti insieme agli Italiani alla resa, furono condannati a morte: la condanna venne sospesa, ma fu poi eseguita per ordine di Haynau. Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag. 98; Daniél Irány, Charles-Louis Chassin Histoire Politique de la Rèvolution de Hongrie 1847 – 1849, Pagnerre, Libraire- Editeur, Paris, 1860, Seconde partie, La guerre, pagg. 229 - 230. In circostanze simili ma nella località di Gorgai (Györg?) almeno secondo il Libro d ’oro del Comune di Codogno, venne catturato il codognese Francesco Mondani, che, riconosciuto, fu riarruolato e inviato all’assedio di Venezia. Qui disertò di nuovo e passò dalla parte dei difensori della città lagunare. Cfr. Libro d ’oro del Comune di Codogno n. 173. 198 199

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aiutassero i soldati a tornare in patria200. In questo quadro, e nella convinzione che presto la guerra in Italia sarebbe ripresa, si riavviarono gli approcci diplomatici tra il Governo sardo e quello ungherese. Con l’insediamento del Governo Gioberti, il 15 dicembre 1848, i contatti diplomatici conobbero un’accelerazione che culminò con un effettivo scambio di rappresentanze ufficiali: Lajos Splény a Torino e il conte Alessandro Monti201 in Ungheria. Ricevuto l’incarico e le istruzioni, Alessandro Monti, il 30 dicembre 1848, iniziò il viaggio verso Pest. Evitò l’itinerario più breve e logico attraverso la Dalmazia, poiché questa via era strettamente sorvegliata dagli Austriaci e passò in nave da Ancona all’Albania per giungere a Belgrado: di lì era sua intenzione varcare clandestinamente il Danubio. Ma non era così facile: due volte tentò inutilmente di varcare il grande fiume ottenendo solo d’essere catturato dai Russi e, maltrattato e interrogato, dovette bruciare le sue credenziali. Nuove credenziali potevano essergli consegnate solo dal più vicino ambasciatore del Regno di Sardegna che era a Costantinopoli. Con i nuovi documenti avuti nella capitale Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag. 42. Alessandro Monti (20 marzo 1818 – 22 maggio 1854) frequentò l’accademia del genio militare di Vienna; entrato nell’Esercito imperiale, nel 1847 raggiunse il grado di capitano del Reggimento di cavalleggeri «Hohenzollern». Nel marzo del 1848, in congedo a Brescia, partecipò all’insurrezione antiaustriaca: organizzò la Guardia Nazionale e si segnalò nei combattimenti in Brescia tanto da essere nominato comandante delle milizie cittadine e di due battaglioni italiani che avevano abbandonato le bandiere austriache. Seguì il generale Allemandi come capo di stato maggiore della Divisione Lombarda che operava nel Trentino, incarico poi confermato anche dal generale Durando, che aveva sostituito l’Allemandi. Dopo Custoza, ritiratosi in Piemonte, cercò invano di entrare nell’Esercito sardo. Con il Ministro Perrone e poi con il Governo Gioberti iniziarono i contatti con il Governo ungherese per uno scambio di ambasciatori e una cooperazione militare in chiave antiaustriaca. In questo quadro il Governo piemontese decise di inviare Alessandro Monti a Pest quale ambasciatore. Per la figura del conte Alessandro Monti e la sua missione in Ungheria cfr. Conte F. Bettoni – Cazzago, Gli Italiani nella Guerra d ’Ungheria 1848 –1849, Storia e documenti, Fratelli Treves Editori, Milano, 1887; Pasquale Fornaro, Testimonianze italiane sulla rivoluzione ungherese del 1848–1849, in «Rassegna Storica del Risorgimento Italiano» supplemento al fascicolo, IV, 1998; Lázló Pete, Il colonnello Monti e la Legione italiana nella lotta per la libertà ungherese., cit. 200 201

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turca, Monti tornò il 2 maggio a Belgrado e qui apprese, da un telegramma spedito da Torino il 30 Marzo, che l’Esercito sardo era stato sconfitto a Novara il 23 marzo1849. La sua missione era dunque finita ancor prima d’iniziare. Praticamente a titolo personale (pur cercando di farsi accreditare come incaricato segreto), il 10 maggio riuscì finalmente a passare in Ungheria e ad incontrarsi con Kossuth, nel frattempo nominato Presidente governatore del Regno d’Ungheria, poi che, il 14 aprile202 , il Parlamento ungherese aveva dichiarato decaduta la dinastia degli Asburgo. Nel marzo del 1849 il maggiore Vince Győzei era stato incaricato dal Governo ungherese di organizzare, attorno a due compagnie del 16° fanteria «Zanini» decimato a Kápolna203 e che in quel momento erano di guarnigione a Debrecen una «Legione italiana». In essa confluirono ciò che restava della «Frangipane» e un certo numero di prigionieri di guerra e volontari civili204. Il 30 aprile la Legione italiana contava 403 uomini su tre compagnie con un organico complessivo di 2 capitani (la terza compagnia era agli ordini di Gustavo Massoneri che catturato a Lipót era riuscito a fuggire dalla prigionia austriaca), 1 tenente, 3 sottotenenti, 12 sergenti maggiori, 76 caporali, 3 tamburini, 9 carpentieri e 297 soldati. La Legione, inquadrata nella Honvéd, ebbe una sua uniforme: colbacco nero con cordoncino verde bianco - rosso, Rock verde scuro con colletto e revers ai polsi rossi. I bottoni erano bianchi: i primi due non erano abbottonati perché si vedesse il rosso del bavero. I calzoni erano grigio scuro205. Mike Rapport, 1848., cit., pag. 469. Pasquale Fornaro, Testimonianze italiane., cit., pagg. 79 - 102. Buona parte del Reggimento «Zanini», arruolato nella provincia veneta (Treviso in particolare), nel marzo del 1848 alla notizia dell’insurrezione in Italia decise di passare dalla parte ungherese. Nel febbraio del 1849 il Reggimento fu decimato a Kápolna e gran parte dei soldati cadde prigioniera. 204 Molti di essi erano deportati Lombardo-Veneti liberati dal Governo magiaro nell’ottobre del 1848. Cfr.Antonio Gianola, Deportati Lombardo-Veneti ad Arad dal 1832 al 1848 estratto da «Corvinia» vol. XXI – XXIV, (1931- 1932) Franklin, Budapest 1933 205 Kathrin Sitzler, Die Italienische Legion., cit., pag. 40. 202 203

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Il 20 maggio Győzei venne promosso e destinato ad altro incarico206 e al suo posto fu nominato il capitano Camillo Fedrigoni, di origini italiane, ma austriaco di nascita e residente in Ungheria. Il 25 maggio, infine, Kossuth nominò Alessandro Monti comandante della Legione, alla quale, in quegli stessi giorni, venne consegnata la bandiera: al centro dello stendardo campeggiavano gli stemmi d’Ungheria, il Biscione di Milano e il Leone di Venezia, circondati da un ramoscello d’ulivo. Il 29 maggio per intervento diretto di Kossuth fu offerta ai prigionieri del «Ceccopieri» catturati a Buda la possibilità di arruolarsi nella Legione. Per il nuovo reparto erano pronti piani grandiosi. Se il 23 marzo sul campo di Novara erano cadute le speranze di rivincita piemontese, Venezia resisteva; Kossuth il 20 aprile scrisse direttamente a Daniele Manin annunciandogli l’invio di un ambasciatore accreditato e il 21 maggio l’ambasciatore, János Bratich207, espose allo stesso Manin la proposta del Governo ungherese: l’Ungheria avrebbe immediatamente inviato, con una o più navi appositamente allestite, soccorsi alla città lagunare assediata e iniziato un’offensiva terrestre in direzione dell’Adriatico. Per parte sua Venezia avrebbe dovuto trasportare a Fiume i soldati ungheresi che avessero raccolto l’appello di Kossuth di abbandonare l’Armata imperiale. (Ma solo 19 raccolsero quell’appello). L’obiettivo finale era di marciare sulla Lombardia, provocare un’insurrezione e offrire ai Piemontesi un’altra possibilità di rivincita. Rilevante, come ovvio, sarebbe stato il ruolo della Legione nel portare soccorso a Venezia e nel sollevare, con l’esempio e la propaganda, i popoli lombardi. Anche Roma resisteva e anche con Roma furono avviati contatti diplomatici. Ma la «Primavera dei Popoli» stava per finire in Italia come in Ungheria e il piano rimase solo una coraggiosa intenzione.

206 In realtà ebbe difficoltà con i soldati che chiedevano che la Legione fosse composta di soli Italiani e comandata da ufficiali italiani. 207 Lázló Pete, Il colonnello Monti cit., pagg. 155 - 156.

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Ungheria ultimo atto I Russi, cui Francesco Giuseppe aveva chiesto aiuto, erano già pronti e, prima dell’accordo, come detto, erano già intervenuti in Transilvania, nel febbraio 1849, pare per richiesta dei Sassoni di Hermannstadt. La situazione ai primi di giugno era, per gli Ungheresi, disperata: l’armata di Haynau avanzava da Ovest, mentre un'altra armata imperiale guidata dal Bano Jellačić premeva da Sud. Ai primi di giugno i Russi, attraverso il passo di Dukla208, entrarono in Ungheria. Görgey, che si ritirava da Komárom verso Weitzen, e Dembinsky, che si ritirava, da Miskolc verso il Danubio, non riuscirono a riunire le loro forze. Dembinsky ripiegò verso Szeged, inseguito da Haynau e Görgey, premuto dai Russi, ripiegò verso Arad, poi che la sua armata era stata battuta a Debrecen. Il 19 giugno la Legione italiana lasciò Debrecen per Szeged dove si accampò il primo luglio: qui Monti chiese che tutti gli Italiani presenti nella Honvéd fossero riuniti nella Legione, compresa la Banda reggimentale dello «Zanini». Il 16 luglio la Legione contava più di novecento uomini su due battaglioni. Il II Battaglione era composto dei soldati che si erano arruolati nella Legione attorno alla metà di giugno: dei 280 uomini che lo componevano più di cento provenivano dal I «Ceccopieri». Alla fine di luglio anche il «Gruppo cavalieri Kress», 67 cavalleggeri, fu incorporato nella Legione italiana. L’unità era ancora in fase di organizzazione, quindi, quando ebbe il suo battesimo del fuoco nel Corpo di Dembinsky. Il 29 luglio Monti era nominato generale della divisione, appena organizzata, in cui venne inserita la Legione sotto la guida del capitano Giuseppe Decarlini. La divisione Monti aggregata al VI Corpo d’armata era composta di 26 compagnie di fanteria e 9 di cavalleria con una batteria di 6 cannoni. Haynau, con 46000 uomini, intanto si avvicinava a Szeged dove era trincerato il Corpo che Dembinsky era riuscito di 112

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Oggi in Slovacchia.


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nuovo mettere in linea, inferiore per numero al Corpo austriaco e formato per la metà reclute inesperte. L’Armata austriaca mosse su tre colonne: il Feldmarschall con 25000 uomini investì direttamente Szeged, con la colonna di Franz von Schlik alla sua sinistra e quella di Georg Ramberg alla sua destra. Il 2 agosto Ramberg si apprestava a varcare il Tibisco con l’evidente intenzione di aggirare le posizioni magiare: il Comando ungherese gli mandò contro alcuni battaglioni, mentre, la stessa notte, ordinava al grosso delle truppe di ripiegare su Szőreg sulla riva sinistra del Tibisco. Il giorno 3 agosto 1849 i legionari italiani nelle loro divise chiaramente ispirate al tricolore andarono in battaglia: si combatté tutto il giorno nelle paludi. Ramberg fu fermato e riuscì a passare il fiume solo il 5 agosto, piegando verso nord alle spalle del grosso delle truppe ungheresi. La Legione perse molti uomini e solo di alcuni se ne conosce il nome: tra i caduti il soldato semplice Antonio Mondini di Soresina e tra i feriti Anelli Paolo, Giuseppe Molti (entrambi di Castiglione d’Adda), Giuseppe Porcellini di Cavenago, Giovanni Scegolo e Giovanni Panieri di Lodi209. Il 4 agosto intanto Haynau aveva scatenato l’attacco principale su Szőreg: sconfitti210 e minacciati di accerchiamento, agli Ungheresi non rimaneva che ripiegare su Temesvár211. Qui le truppe di Dembinsky riuscirono a ricongiungersi con i reparti del generale Bem (dove erano state distaccate due compagnie della Legione italiana), che battuti dal russo Lüders, si erano ritirati dalla Transilvania. L’8 agosto le due compagnie italiane distaccate si ricongiunsero con la Legione italiana. A Temesvár la Legione italiana schierata all’ala destra si batté bene, ma le sorti dell’Armata ungherese erano già segnate: l’Armata si sbandò e solo pochi reparti, tra cui la Legione italiana, riuscirono a ritirarsi in ordine e combattendo verso Lugos. Alla notizia della sconfitta, Görgey, plenipotenziario dopo le dimissioni di Kossuth, si arrese al russo Paskević il Vedi Appendice (Documento 6). Negli elenchi si indica Castion (Lodi). Nel corso di questi combattimenti cadde il poeta Sándor Petőfi. 211 Vedi nota 188 a pag. 102. 209 210

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13 agosto a Vilagos212. L’imprendibile Komárom cedé solo un mese dopo213. Due giorni prima Lajos Kossuth, da Arad, aveva scritto al Colonnello Alessandro Monti: Io considero quale un dovere d’onore di esprimere a lei signor colonnello, ed alla Legione italiana sotto i suoi ordini, i miei speciali ringraziamenti per la condotta veramente militare e le valorose azioni colle quali ella e la sua brava Legione si distinsero continuamente nelle ardue pugne che si succedettero nel Banato dal principio di questo mese, con che ella comprovò una simpatia per l’Ungheria della quale la mia nazione si ricorderà sempre con gratitudine. Mentre la prego di fregiare quale testimonianza di questo sentimento il di lei valoroso petto dell’ordine al merito militare di terza classe le trasmetto sei consimili decorazioni da distribuire in mio nome ai più prodi della sua Legione. Io nulla più ardentemente desidererei che di poter testimoniare la mia più intima simpatia per la libertà della di lei patria in modo altrettanto nobile quanto ella e i suoi provarono coi fatti la loro per l’Ungheria. L. Kossuth, governatore214

Sugli Ungheresi si abbatté la dura repressione di Haynau (che già si era guadagnata sinistra fama e non solo Brescia)215. In realtà il vero vincitore della campagna era Haynau; arrendersi ai Russi fu atto provocatorio di spregio nei confronti dell’Armata imperiale. Si sperava, anche, in una certa clemenza, poiché il generale russo non aveva mai palesato alcuna animosità nei confronti degli Ungheresi. 213 Gunther Rothenberg, L’Esercito di Francesco Giuseppe., cit., pag. 41; Alan Sked, Radetzky., cit., pagg. 78 - 79. 214 Lajos Kossuth a Alessandro Monti, Arad 11 agosto 1849. Pubblicata in: Conte F. Bettoni – Cazzago, Gli Italiani nella Guerra d ’Ungheria 1848 –1849., cit., pag. 148. La Legione italiana al culmine della campagna, contò un migliaio di uomini. Era inquadrata nella Honvéd come reparto di cacciatori. Ebbe divisa propria i cui colori erano ispirati al tricolore italiano. 215 Nel complesso 490 ex ufficiali dell’Esercito ungherese furono processati e 231 furono condannati a morte (ma in circa la metà dei casi le sentenze non furono eseguite). Il 6 ottobre, ad Arad, furono eseguite le condanne a morte di 13 alti ufficiali ungheresi (la Storia ungherese li avrebbe ricordati come i Martiri di Arad). Anche 114 civili (tra cui il Primo ministro Batthyány, fucilato il 6 ottobre 1849) furono condannati a morte. Lajos Kossuth riuscì a riparare in Turchia, poi a Londra e infine a Torino, dove morì nel 1894. 212

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Sotto la protezione dei Turchi Circa 5000 soldati dell’Armata ungherese cercarono rifugio nei paesi vicini, in Serbia anzitutto. Fra questi vi erano i legionari italiani, in massima parte ex soldati di reggimenti imperiali e quindi agli occhi degli Austriaci disertori colti con le armi in pugno216. Il 20 d’agosto ciò che rimaneva della Legione, 500 uomini, la metà circa degli effettivi dei tempi migliori, giunse a Tekia, presso la cittadina di Orsova in territorio serbo. Qui consegnò le armi, come di prassi, alle autorità locali, ma non la bandiera. Da Orsova i legionari si rifugiarono a Vidino in territorio turco e lì rimasero accampati, protetti lealmente dal Sultano dalle pretese di estradizione di Austria e Russia. Ma sorse presto altra questione: i turchi avviarono una intensa azione di proselitismo per convertire all’Islam i rifugiati. In realtà non si trattò di una questione religiosa o almeno non solo religiosa: la conversione all’Islam avrebbe fornito una protezione assoluta dalle richieste di estradizione e offerto la possibilità di entrare nell’Esercito turco in caso di conflitto con gli AustroRussi. Alcuni alti ufficiali e soldati, polacchi e ungheresi, passarono all’Islamismo e con essi circa una quindicina di Italiani, tra cui il lodigiano Valentino Riboni217. L’intervento diplomatico della Gran Bretagna allontanò ogni rischio di conflitto e mise fine alle pressioni di Vienna, ma il Governo turco dovette consentire a un inviato austriaco, il generale Franz Edler von Hauslab, di offrire un’amnistia ai soldati purché avessero scelto di rientrare nei territori dell’Impero. Dei cinquemila rifugiati tremila decisero di accettare il perdono e coloro che non avevano terminata la ferma Alessandro Monti stesso era considerato un disertore: nel marzo del 1848 a Brescia, infatti, aveva abbandonato il proprio Reggimento, per prendere parte all’insurrezione contro gli Austriaci. «Dopo la battaglia di Novara s’imbarcò a Genova alla testa di una legione italiana per l’Ungheria dove continuò la sua operosità nell’alto tradimento», scrisse di suo pugno Radetzky da Verona il 18 gennaio 1853 al maresciallo conte Mazzucchelli. Conte F. Bettoni- Cazzago, Gli Italiani nella Guerra d ’Ungheria., cit., pag. 162. 217 Vedi Appendice (Documento 6). 216

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furono avviati ai vecchi reggimenti; gli altri poterono tornare a casa senza particolari problemi.Trentadue Lodigiani e Cremaschi accettarono il perdono imperiale218. Il sergente Leonardo Ferri, di Codogno,219 fu il più acceso sostenitore del ritorno sotto l’Impero (e per questo fu bastonato e cacciato dal campo) 220. Monti, per sé e per chi intendeva seguirlo fino in fondo, aveva chiesto di tornare in Piemonte e d’essere arruolato nell’Esercito Sardo, ma ciò poneva non pochi problemi. Il comandante della Legione Italiana, un tempo ufficiale austriaco, come i suoi compagni era un disertore e come tale, secondo gli accordi in vigore, avrebbe dovuto essere consegnato agli Austriaci. Monti e i suoi legionari rimasti, in ottobre, vennero avviati a Gallipoli in attesa di rimpatrio. Attesero fino a gennaio del 1850, quando il Governo sardo accordò loro tramite il Governo turco il permesso di rimpatrio senza inviare però né navi né soccorsi in denaro. Generosamente la Porta mise a disposizione una fregata, la Jasy-Allah, che il 14 marzo fece vela verso Malta e la Sardegna. Il 5 maggio i nostri legionari sbarcarono a Cagliari. Tra di essi vi erano dieci Lodigiani e Cremaschi.

Vedi Appendice (Documento 6) Vedi Appendice (Documento 6). Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit., pag. 203 e nota. 220 Lázló Pete, Il colonnello Monti., cit. . pag. 203 e nota. 218 219

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EPILOGO


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Nel settembre del 1849, il «Ceccopieri», ricostituito e riorganizzato secondo le disposizioni del periodo 1848 – 1849, era così dislocato: Comando e I Battaglione in Mantova, II in Vienna dove sarebbe stato raggiunto, in novembre, dal III Battaglione. Il 27 di settembre morì Johann Strauss padre: alla banda del 23°, con quella del 2° Reggimento di artiglieria, toccò, il mesto compito di portare l’estremo saluto all’illustre musicista. Suonò, arrangiato a marcia funebre, il valzer lento Wanders Lebewohl (Addio del viandante)221. Il primo gennaio il II e il III «Ceccopieri» partirono per Praga e qui furono raggiunti, il 28 febbraio, dal Comando di Reggimento. Poi altre novità: la divisione di riserva (deposito)222 venne dislocata a Cremona e da Lodi passò a Cremona anche la Haupt -Werbberzirks - Station. Il 7 marzo giunse anche il nuovo comandante del Reggimento, Oberst Ernst Hartung: l’ufficiale rilevò l’Oberstlieutenant Carl Schivny von St. Aulaire che dalla morte dell’Oberst Alnoch Eduard Strauss, Erinnerungen, Johann N. Vemay, Sd, pag. 16. I Reggimenti imperiali erano noti per le loro bande che tradizionalmente tenevano concerti all’aperto per le popolazioni delle città in cui si trovavano di guarnigione, ma anche in teatri prestigiosi. A Cremona i concerti del III «Ceccopieri» erano particolarmente apprezzati. Piero Ceccopieri Maruffi, Un illustre soldato massese., cit., pag. 46. 222 Vedi pag. 30. 221

119


120

deteneva l’interim. Ma la novità più grande di quel periodo della storia del Reggimento fu il cambio del nome: il 5 di giugno morì il Conte Ferdinado Ceccopieri e con alta decisione del 10 di quel mese Paul Freiherr von Ajroldi fu nominato Ihaber del 23° che quindi divenne il Lombardisches Infanterie-Regiment «Paul von Ajroldi» Nr. 23. Il 5 novembre venne istituito, per ogni reggimento di fanteria, il IV Battaglione (e contemporaneamente venne soppressa la divisione di riserva): il IV «Ajroldi», composto della 21ª, 22ª, 23ª, 24ª compagnia e posto agli ordini del neo promosso Major Attilius Baronchelli, venne dislocato in Cremona. Cambiò il tradizionale shakò: il copricapo assunse la forma a tronco di cono, le coccarde furono sostituite dall’aquila bicipite e, per la truppa, una rosetta in ottone prese il posto di quella di lana. Nel 1850 la tensione con la Prussia raggiunse livelli molto elevati e il 21 novembre l’Armata fu posta in stato di allarme: l’«Ajroldi» venne inviato in Boemia con altre cospicue forze imperiali. Ma tutto si chetò: i Prussiani dovettero subire l’umiliazione di Olmütz (non se ne sarebbero dimenticati). Poi l’allarme per la guerra di Crimea: di nuovo l’Armata in stato di guerra, permessi annullati, richiami, movimenti di truppa. Ma per l’Impero la guerra non vi fu. Nel 1855 con gran soddisfazione dei soldati venne abolita la pena del corridoio, ma rimase la pena del bastone. Proprio nel 1855 il Major Friederich Freiherr von Sternegg venne promosso Oberst, comandante il Reggimento; avrebbe tenuto il comando fino al 4 luglio 1859. Quell’anno - il IV «Ajroldi» era a Lodi, tornata, Haupt - Werbberzirks - Station, mentre gli altri tre battaglioni erano dislocati nel Küstenland - il Comando dell’Armata ordinò l’immediato rientro di tutti gli uomini dal permesso e la formazione di un quinto battaglione con i riservisti contestualmente richiamati. Il V «Ajroldi», dislocato in Piacenza, era completo il 25 maggio e il 5 giugno ricevette l’ordine di portarsi a Pest. Il 20 marzo il IV Battaglione, con una forza di 385 uomini, lasciata un piccola guarnigione nel Castello di Lodi, partì,


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anch’esso, per il Küstenland. L’«Ajroldi» non partecipò alle battaglie della Seconda Guerra d’Indipendenza ciò nonostante ebbe un decorato al valore, il Korporal Giuseppe Carminotti della 27ª compagnia. Il Korporal Carminotti, nel maggio giugno del 1859, con 7 Gemeine, era comandato nel posto di polizia di confine a Magenta. Dopo la battaglia del 4 giugno seguì le truppe imperiali in ritirata e rientrò regolarmente al suo Battaglione, il V, che da Piacenza stava per partire per Pest. Carminotti era un vecchio soldato, era lombardo di nascita e la sua ferma stava per scadere, ma preferì rimanere nell’Esercito imperiale rinunciando per sempre al rimpatrio. Dopo tanti anni di servizio, in fondo, la sua Patria era il Reggimento. Fu decorato con medaglia d’argento al valore di 1ª classe il 27 ottobre 1859. Comunque il 24 giugno c’era stata la battaglia di Solferino con tutto ciò che ne conseguì. L’Oberst von Sternegg, nominato General-Major, comandante la I Brigata dislocata a Verona, aveva lasciato il comando del 23° a Rudolf von Kottulinsky, nominato Oberst «con supremo ordine scritto» il 4 luglio 1859. Toccò a lui, che nel 23° aveva servito per 28 anni percorrendo tutti i gradi della carriera, chiudere la lunga fase italiana del Reggimento. Nell’agosto del 1859 i soldati lombardi iniziarono a concentrarsi nei depositi loro assegnati in vista del rimpatrio. L’8 dicembre erano tutti giunti a Goito o a Castellucchio dove li attendevano le autorità sarde. Il 31 dicembre 1859, con il Normalverordnungsblatt n. 195, il Reggimento fu sciolto. Quella stessa sera l’Oberst Rudolf Graf von Kottulinsky firmò un Tagesbefehl in cui esprimeva tutto il suo rincrescimento e contemporaneamente formulava la speranza e il desiderio che il nuovo Reggimento destinato a portare il numero 23 potesse mostrarsi all’altezza della considerazione e della fama che il Reggimento lombardo era riuscito a conquistarsi. Il nuovo Reggimento cui alludeva il conte Kottulinsky era il neo costituito Ungarisches Infanterie-Regiment «Ajroldi, Paul

121


Freiherr» Nr. 23 con Ergänzungs-Bezirks und Rechnungskanzlei a Zombor nel Comitato di Bács - Bodrog in Voivodina (oggi in Serbia). All’Oberst Rudolf Graf von Kottulinsky sarebbe stato assegnato il comando di un altro storico Reggimento italiano: il Venezianisches Infanterie - Regiment «Hohenlohe – Langeburg, Gustav, Heinrich, Prinz, FML» N. 13 che altro non era che il vecchio «Wimpffen», Reggimento che come si ricorderà arruolava nel distretto di Padova223. Però i vecchi soldati del 23° lodigiano soldati rimanevano. Deputazione amministrativa del Comune di Codogno Codogno 15 gennaio 1860 Al Reverendss.mo ed Illustre Sig. Don Giuseppe Bianchi Prevosto Parroco Mitrato Vicario Foraneo Vescovile in Codogno Giusto ordine superiore tutti i soldati di fanteria provenienti dall’Esercito Austriaco devono nei giorni sotto indicati presentarsi al Comando militare della Provincia in Lodi onde essere passati in rassegna per la scelta di quelli da assegnarsi ai Reggimenti Granatieri; e precisamente nel giorno di Martedì 10 andante i militi nati negli anni 1834 e 1835, e nel successivo giorno di Mercoledì quelli nati negli anni 1836, 1837 e 1838. Per quanta diffusione possa dalla scrivente essere data a tale superiore ingiunzione, potendosi sempre ritenere che la pubblicazione dal pergamo nelle ore di maggior concorso, riesca proficua al raggiungimento dello scopo, si officia perciò l’accostumata di Lei compiacenza, Reverendiss.mo Sig. Parroco, affinché voglia compiacersi di notificare al Popolo la preavvertita determinazione. Coglie la scrivente di buon grado quest’occasione per riconfermarle i sensi della inalterabile stima e considerazione. La deputazione Comunale224

Alessandro Monti era morto di tifo il 22 maggio 1854: aveva ancora con sé la bandiera della Legione con gli stemmi d’Ungheria, il Biscione di Milano e il Leone di Venezia. Isabella Dal Fabbro, Il Contro Risorgimento., cit., pag. 23 – 70. La deputazione comunale di Codogno al parroco di Codogno, Codogno 15 gennaio 1860, Archivio Storico della Collegiata di Codogno, Cart. 86 fasc. 7.

223

224

122


Appendice


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Documento 1

Elaborazione dallo «Stato di riparto comunale del contingente di N. 299 individui da requisire nella suddetta Provincia la di cui popolazione soggetta alla leva terrestre 1846 ascende a 215.569 anime colla dimostrazione delle frazioni da imputarsi a debito ed a credito nella leva successiva». Quello del 1846 è l’ultimo del gruppo dei prospetti di riparto di leva conservati nell’Archivio della Sottoprefettura di Lodi (Archivio Storico Comunale di Lodi, Sottoprefettura, Cart. 129) compilati dagli uffici della soppressa provincia di Lodi – Crema. Il prospetto mostra di seguito: la popolazione complessiva al primo gennaio 1846; il numero dei giovani soggetti a leva (classi 1825-1824-1823-1822-1821); la quota assegnata con la frazione di uomo; la quota depurata dal numero dei volontari e dei forzati; la quota definitiva considerando il debito o il credito pregresso; il contingente effettivamente richiesto; la quota rimasta a debito; la quota rimasta a credito.

Legenda Pop=Popolazione complessiva; leva=totale giovani delle 5 classi soggette a leva (1825-1824-1823-1822-1821); quota=assegnata al Comune; v=n volontari da sottrarre alla quota assegnata; f=n forzati da sottrarre alla quota assegnata; q.dep= quota depurata dal numero dei volontari e dei forzati; deb.p=debito con l’anno precedente; cred.p= credito con l’anno precedente; q.def=quota definitiva; ar.ti=arruolati; deb.s=debito con l’anno successivo; cred.s=credito con l’anno successivo

125


Comune Lodi Chiosi di porta Adda Vigadore Chiosi di porta Regale e Torre dei Dardanoni Chiosi di P.ta Cremona Cornegliano Pezzolo de’ Codazzi Campolungo con Andreola Ca de’ Zecchi Bottedo Lodi Vecchio con S. Maria Santa Maria in Prato Pezzolo di Tavazzano e Bagnolo Salerano San Zenone

Distretto I di Lodi

126 q.dep. deb. p cred,p. 22,1829 0,3754 1,3524 0,4656 0,5867 0,2338 0,3456 0,101 0,0025 0,2143 0,2814 0,2769 0,2334 0,0682 0,433 0,0037 0,0905 0,2413

2,9849 1,9183 0,4827 0,4688

quota v f. 25,1829 1 2 1,3524 0,5867 2,9849 1,9183 0,4827 0,4688 0,9709 0,9709 0,4855 0,4855 0,3884 0,3884 4,4496 4,4496 0,4314 0,4314 0,6394 0,6394 1,4078 1,4078 1,1027 1,1027

pop. leva 18156 303 975 38 423

69 50 6 11

23 11

2152 1383 348 338

700 350 280

3208 106 311

461 18 1015 795 35

ar.ti

0,6431 0,3173 1,344

1

1

4

1 1

3 2 1 1

22 2

0,3173 0,344

0,3814

0,155

0,3305 0,0193

0,3529

deb.s

0,3105 0,2376

0,5198 0,3169

cred.s 0,1925 0,182

0,3569

0,0016

4,3814

0,6895 0,7624 0,155

3,3305 2,0193 0,4802 0,6831

q.def. 21,8075 1,818 0,3529


44,3768 1

31994 670

2

0,6727 0,3773 0,4744

485 272 342 41,3768

0,6727 0,3773 0,4744 1,6484

2,725

0,4085 0,4791 0,1192 2,5198 2,2196

39,4036

39

0,3552

0,3552

0,1018

0,2642

0,2642

Comune Tribiano Paullo c. Villa Ambrera Merlino c. Marzano e Vaiano Comazzo c.Gardinoe Lavagna Quartiano Cervignano Galgagnano Cologno Dresano Sordio q.dep. 0,8752 2,2331 1,2719 1,3579 1,1429 1,0098 0,6408 1,2123 0,5853 0,5049

quota v f. 0,8752 2,2331 1,2719 1,3579 1,1429 1,0098 0,6408 1,2123 0,5853 0,5049

pop. leva 631 14 1610 43

12

11 12 8 5 12 2 7

917

979 824 728 462 874 422 364

cred.p 0,343

0,4682 0,0027 0,0774 0,2655 0,2155 0,1168 0,0022

0,1704

0,0401

deb.p

1,8261 1,1402 1,0872 0,9063 1,4278 0,7021 0,5027

1,1015

q.def. 0,5322 2,2732

2 1 1 1 1 1 1

0,4278

0,1492 0,0872

0,1015

0,2732 1

deb.s ar.ti

1 2

0,2979 0,4973

0,0937

0,1739

cred.s 0,4678

Distretto II Paullo

Villarossa e Mairano Casaletto Gugnano TOTALE DISTRETTO

Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

127


1,333 0,2746 0,8128 0,387

1,333 0,2746 0,8128 0,387

961 198 586 279

11 8 3 5

0,7226 0,2968 0,9695 0,3662 1,2664 0,5631 0,5312

0,7226 0,2968 0,9695 0,3662 1,2664 0,5631 0,5312

521 4 214 699 5 264 1 913 15 406 10 383

0,1071 0,0783

0,087 0,1656

0,2539 0,0772 0,298 0,2909 0,3164 0,2952 0,137 1,246 0,109 0,9199 0,3087

0,9765 0,2196 0,6715 0,0753 0,95 0,2679 0,6682

1

1

1

1

1

1

0,3087

0,246 0,109

0,2679

0,0753

0,2196

0,0801

0,3318

0,05

0,3285

0,0235

Comune Sant’Angelo Vidardo Castiraga

pop. 7738 544 323

leva 345 19 8

quota v f. 10,7328 0,7545 0,448

q.dep. 10,7328 0,7545 0,448

deb.p

cred.p 0,1392 0,4655 0,4688

ar.ti

11 0,289

deb.s

cred.s 0,4064

0,0208

q.def. 10,5936 0,289

13235 188 18,3573 18,3573 1,6815 2,1269 17,9119 18 2,2654 2,3445 Distretto III Sant’Angelo

Mignete c. Muzzano Villa Pompeana Modignano Tavazzano Mulazzano c. Virolo Cassino d’Alberi Isola Balba Zelo Buon Persico c.Bisnate Casolate Montanaso Arcagna TOTALE DISTRETTO

128


23 34 29 38 35 22 16 8 6

19 17 12

940 760 862 1087 763 587 540 153 197

744 626 395

0,1636 0,2199 0,0251 0,3123 0,2484 0,1423 0,4777 0,2029 0,1539 0,1041 0,5134 0,0754

1,3038 1,0541 1,1956 1,5077 1,0583 0,8142 0,749 0,2122 0,2732

1,032 1,032 0,8683 0,8683 0,5479 0,5479

1,3038 1,0541 1,1956 1,5077 1,0583 0,8142 0,749 0,2122 0,2732 0,9279 1,3817 0,6233

1,4674 0,8342 1,2207 1,82 0,8099 0,9565 1,2267 0,4151 0,1193 1 1 1

2 1 1 2 1 1 1

0,3817

0,2267 0,4151 0,1193

0,2207

0,3767

0,0721

0,18 0,1901 0,0435

0,5326 0,1658

Comune Borghetto Graffignana

pop. leva 4831 110 1834 86

quota v f. 6,7007 2,5438

q.dep. 6,7007 2,5438

deb.p

cred.p 0,0653 0,3279

q.def. 6,6354 2,2159

deb.s 0,2159

ar.ti

7 2

cred.s 0,3646

16259 631 22,5516 22,5516 1,9127 1,7998 22,6853 23 1,6525 1,988 Distretto IV di Borghetto

Villanova Massalengo Valera Caselle Marudo Cazzimano Ca dell’Acqua Guazzina Triulzina Orgnaga c.Fissiraga e Bonora Bargano Mongiardino TOTALE DISTRETTO

Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

129


1,7796 0,2247 0,7906 2,1055 0,2289 0,4799

1,7796 0,2247 0,7906 2,1055 0,2289 0,4799

61 3

570 19 1518 79 165 7

346

15

1283 162

1,0126 0,3246

1,0126 0,3246

34 9

730 234

8,4636 1,6617 2,4564 0,3218

8,4636 1,6617 2,4564 0,3218

146 49 71 4

6102 1198 1771 232

0,1559

0,0453 0,0962 0,036

0,0981 0,303

0,0754 0,0452

0,1027

0,1807 0,2744 0,3585

0,6358

0,7453 2,2017 0,1929

1

1 2

2

1

8 1 2

0,2794

0,2829 0,3873 0,0979 0,4245 0,0628

0,2017 0,1929 0,3642

0,2547

0,1223 0,0783

1,8777

0,9372 0,2794

8,2829 1,3873 2,0979 0,4245

20976 693 29,0944 29,0944 0,4529 1,7117 27,9139 27 2,0825 1,2469

San Colombano Cavenago Mairago Grazzanello Caviaga c.Muzza Piacentina Soltarico Ossago c.Brusada e Grazzano Cepeda Motta Vigana c. Lanfroia San Martino in Strada Sesto Ca de’ Bolli c.Pompola TOTALE DISTRETTO

130


leva

48 47

3 11 41 18 9 2 2 11 3 14 17 3

pop.

8360 3407

1545 1790 2887 3184 744 786 383 1702 81 1411 1573 1122

2,143 2,4828 4,0043 4,4163 1,0319 1,0902 0,5312 2,3607 0,1124 0,9571 2,1818 1,5562

2,143 2,4828 4,0043 4,4163 1,0319 1,0902 0,5312 2,3607 0,1124 1,9571 1 2,1818 1,5562

q.dep. 11,5955 4,7256

f.

11,5955 4,7256

v

cred.p

0,1816 0,0336 0,0255 0,242 0,467 0,3535 0,4769 0,4437 0,1855 0,1773 0,3829 0,4105

0,1876 0,0733

deb.p

1 2 2

1,1344 1,7989 1,9667

0,4437 0,0543

0,3246 0,4492 0,0298 0,1743

0,4079

deb.s

0,083

0,5011

0,2011

cred.s

0,1344 0,2011 0,0333

0,0731

2

2 2 4 4 2 1

11 5

ar.ti

2,3246 2,4492 4,0298 4,1743 1,4989 1,4437 0,0543 1,917

11,4079 4,7989

q.def.

28975 229 40,189 1 39,189 1,6887 1,9522 38,9986 38 2,0182 1,0927

Comune Casalpust.c. Pizz.Vitt. e Zorlesco Castiglione Terranova c. C.Passerini, Rov. Bertonico Brembio c. C. del Bosco Livraga c. Ca de Mazzi Melegnanello Turano Robecco Orio Cantonale Secugnago Ospedaletto Camairago TOTALE DISTRETTO quota

Distretto V di Casalpust.

Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

131


Comune Caselle Landi Castelnuovo Bocca D’Adda Meleti Maccastorna Cavacurta Codogno Triulza Gattera Majocca Corno Giovine Corno Vecchio Lardera Fombio Regina Fittarezza Guardamiglio Maleo Mezzano Noceto Mezzano Passone San Fiorano

47 43 15 21 126 3 5 43 5

2136 1024 372 1301 9730 576 489 1357 465 185 1297 145 2050 3881 264 487 1578

6 1 43 53 22 26 47

leva 65

pop. 2418

Distretto VI di Codogno q.dep. 3,3538 2,9627 1,4203 0,516 1,8045 13,4958 0,7989 0,6783 1,8822 0,645 0,2566 1,799 0,2011 2,8434 5,3831 0,3662 0,6755 2,1887

quota v f. 3,3538 2,9627 1,4203 0,516 1,8045 13,4958 0,7989 0,6783 1,8822 0,645 0,2566 1,799 0,2011 2,8434 5,3831 0,3662 0,6755 2,1887

cred.p 0,3133

0,0194 0,0088 0,3697 0,2263 0,2634 0,4193 0,0084 0,2825 0,2342 0,2027 0,502 0,0095 0,1278 0,219 0,3898 0,2363 0,5056

deb.p ar.ti

3

0,4392 2,6943

0,1641

0,0539 0,301 0,2106

0,2324 0,2182

0,4291

0,0288

0,3301 0,4003 0,1208

0,1143 0,4218

0,0567

deb.s cred.s 0,0405

0,4392 0,3057

0,0236

2 3 5

3 1 1 2 13 1 1 2 1

3

2,9433 1,4291 0,8857 1,5782 13,2324 1,2182 0,6699 1,5997 0,8792 0,0539 2,301 0,2106 2,9712 5,1641

q.def. 3,0405

132


6,4552

6,4552

4654

118

3,1291 3,5508 0,5077

3,1291 3,5508 0,5077

2256 56 2560 61 366 5 0,0769

0,2804 0,0501 0,2062 6,3783

3,4095 3,5007 0,3015 6

3 4

0,3783

0,3015

0,4095 0,4993

Comune Corte Palasio Abbadia di Ceredo Tormo Agnadello Spino Boffalora Fracchia Crespiatica Dovera Roncadello

pop. 1444 400 277 1363 961 655 189 856 1623 441

leva 69 15 12 82 53 31 8 41 89 19

quota v f. 2,0029 0,5548 0,3842 1,8905 1,3329 0,9085 0,2621 1,1873 2,2511 0,6117

q.dep. 2,0029 0,5548 0,3842 1,8905 1,3329 0,9085 0,2621 1,1873 2,2511 0,6117

cred.p 0,0051

0,1395 0,3685 0,1709 0,1529 0,1426 0,5193 0,3498 0,3431 0,0641

deb.p

q.def. 1,9978 0,6943 0,0157 1,7196 1,18 1,0511 0,7814 0,8375 2,5942 0,5476

2 1 1 1 1 3 1

2 1

ar.ti

0,18 0,0511

0,0157

deb.s

0,2186 0,1625 0,4058 0,4524

0,2804

cred.s 0,0022 0,3057

39591 811 54,9139 54,9139 2,4573 2,4943 54,9005 54 3,1783 2,3014 Distretto VII di Pandino

San Rocco al Porto St. Stefano Corte Sant’Andrea Somaglia c Mirabello e Senna TOTALE DISTRETTO

Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

133


1756 81 252 14 217 8 3653 182 2254 110

2,4356 0,3495 0,301 5,0668 3,1264 2,4356 0,3495 0,301 5,0668 3,1264 0,2027 0,0577 0,3808 0,0988

0,0641

2,3715 0,5522 0,3587 4,686 3,2252 5 3

2 1

0,2252

0,3587

0,3715

0,314

0,4478

Comune Crema Capergnanica Chieve Casaletto Ceredano Credera Izzano Salvirola Madignano Montodine Moscazzano

pop. 8392 1215 1019 1069 943 1319 254 1156 2446 906

leva 241 73 49 50 40 58 8 39 118 43

quota v f. 11,6399 1 1,6852 1,4134 1,4827 1,308 1,8295 0,3523 1,6034 3,3927 1,2566

q.dep. 10,6399 1,6852 1,4134 1,4827 1,308 1,8295 0,3523 1,6034 3,3927 1,2566

cred.p 0,0549 0,3155

0,4413 0,4221 0,4004 0,0506 0,1288 0,3781 0,4833 0,3037

deb.p

q.def. 10,585 1,3697 1,8547 1,0606 1,7084 1,7789 0,2235 1,9815 3,876 0,9529

2 4 1

11 1 2 1 2 2

ar.ti

0,2235

0,0606

0,3697

deb.s

0,0185 0,124 0,0471

0,2916 0,2211

0,1453

cred.s 0,415

16341 814 22,6653 22,6653 1,5037 1,5562 22,6128 24 1,2022 2,5894 Distretto VIII di Crema

Pandino Gradella Nosadello Rivolta Vailate TOTALE DISTRETTO

134


1,3205 1,2137 41,5402

1,3205 1,2137

30670 1213 42,5402 1

40 38

952 875

0,6949 2,0847 1,0708 0,6588 0,7851 1,5382 0,8988 1,2941 1,2553 0,3162 0,6852 2,057 0,7032

0,6949 2,0847 1,0708 0,6588 0,7851 1,5382 0,8988 1,2941 1,2553 0,3162 0,6852 2,057 0,7032

20 57 26 13 18 60 22 55 46 7 17 60 15

501 1503 772 475 566 1109 648 933 905 228 494 1483 507

3,3382

2,7034

0,2142 0,2702

0,0221 0,0781 0,2848 0,1021 0,1233 0,2574 0,4503 0,1992 0,088 0,2279 0,227 0,4672 0,0511

42,175

1,1063 1,4839

0,717 2,0066 1,3556 0,5567 0,9084 1,7956 1,3491 1,0949 1,1673 0,0883 0,9122 1,5898 0,6521

44

1 2

1 2 1

1 2 1 1 1 2 1 1 1

0,5161

0,0878 0,4102 0,3479

0,4433 0,0916 0,2044

1,8219 3,6469

0,1063

0,3491 0,0949 0,1673 0,0883

0,0066 0,3556

0,283

Rovereto Ombriano S. Michele Passerera Rubbiano Porta Ombriano Vairano Ripalta Arpina Ripalta Nuova Ripalta Vecchia Ripalta Guerrina S. Bernardino Castelnuovo Santa Maria della Croce Zappello con Bolzone TOTALE DISTRETTO

Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

135


Comune Capralba con Campisico Farinate Offanengo Ricengo Bottaiano con Portico Pieranica Torlino con Azzano Casaletto Vaprio Quintano Sergnano Pianengo Trezolasco Camisano Casale Gabbiano Vidolasco Trescorre Scannabue

Distretto IX di Crema

leva

29 20 108 31 23 26 37 29 17 62 38 11 39 19 14 28 53 26

pop.

577 330 2197 521 461 510 567 578 318 1109 756 133 898 378 321 439 1076 709

v

f.

0,8003 0,4577 3,0473 0,7226 0,6394 0,7073 0,7864 0,8017 0,4411 1,5382 1,0486 0,1845 1,2456 0,5243 0,4452 0,6089 1,4924 0,9834

quota 0,8003 0,4577 3,0473 0,7226 0,6394 0,7073 0,7864 0,8017 0,4411 1,5382 1,0486 0,1845 1,2456 0,5243 0,4452 0,6089 1,4924 0,9834

q.dep. 0,0015 0,4134

cred.p

0,319 0,2666 0,1462 0,3991 0,3013 0,248 0,2255 0,4378 0,4557 0,3904 0,248 0,2614 0,3452 0,1406 0,4066 0,1493

deb.p 0,7988 0,0443 3,3663 0,456 0,4932 1,1064 0,4851 1,0497 0,6666 1,1004 1,5043 0,5749 0,9976 0,2629 0,7904 0,4683 1,899 0,8341

q.def.

1 1 2 1

1 1 1 1 1 1 2 1 1

3

1

ar.ti

0,2629

0,1004

0,0497

0,1064

0,0443 0,3663 0,456

deb.s

0,2096 0,5317 0,101 0,1659

0,4957 0,4251 0,0024

0,3334

0,5149

0,5068

0,2012

cred.s

136


Palazzo Monte Cassine Gandini e Capri Vaiano Bagnolo Cremosano Campagnola TOTALE DISTRETTO

0,5936 0,5839 0,5437 2,1346 2,7713 0,8045 0,405 24,3115

0,5936 0,5839 0,5437 2,1346 2,7713 0,8045 0,405 24,3115

428 22 421 13 392 27 1539 72 1998 90 580 24 292 10

17528 868

3,9069

3,1757

0,266 0,0981 0,2918 0,4498 0,1586 0,243

0,4197

25,0427

0,1739 0,8499 0,4456 1,8428 3,2211 0,9631 0,648 27

2 3 1 1

1

0,0369 0,352

0,1572

0,1501

2,2266 4,1839

0,2211

0,4456

0,1739

Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

137


Documento 2

Il Corpo ufficiali del «Ceccopieri» nel 1848 e nel 1850 così come appare nei Militär- Schematismus des österreichischen Kaiserthumes, Aus der kais. kön. Hof- und Staats- AerarialDruckerei, Wien, anni 1848 e 1850. Si tenga presente che dal nome non sempre si deduce con correttezza la nazionalità dell’ufficiale. 1848 23 Lombardisches Infanterie-Regiment. Haupt-Werbbezirks-Station: Lodi - Stab: Ofen 1814 errichtet; 1815 Mauroy de Merville, Franz Freih., FML; 1817 Greth, Carl, FML; 1827 Söldner v. Söldenhofen, Joseph. FML.; 1837 Ceccopieri, Ferdinand Gr., FML.

138

Stabs – Officiere Oberst u. Regts.-Comdt. Schifman, Joseph Obstlts. Sana, Johann, EKO-R. 3. Hartmann, Georg (General– Commando Adjutant in Inner Oesterreich) Majors Schivny St. Aulaire, Carl Edl. v. (Indigena von Ungarn) Geropoldi, Liberale, EKO-R. 3. Zaghen, Jacob.


ANGELO CERIZZA - A DURA VITA, A DURA DISCIPLINA

Hauptleute Rapaié v. Ruhmwerth, Georg. / Bassarich v. Ivos, Pet./ Volpini Joh. / Enk von der Burg, August./ Merkl, Franz Ritt. v. / Linke, Jos. / Verzola, Alois., / Terzaghi, Carl Fabius. / Marten, Peter. / Kublang v. Seltenhof Rob. / Benigni Edl. v. und zu Mildenberg, Heinr. Ritt. (görzisch. Herr und Landmann) / Skodnik, Franz Ign . Capitän-Lieutenants Kottulisky, Rud. Gr. / Facco, Ant. / Lego, Joh./ Confalonieri, Anton / Baronchelli, Attil. Oberlieutenants Monterverde, Franz. / Saussaye, Carl. / Forian, Carl. / Majocchi, Fort. / Baselli, Jos. Freih. / Facco, Carl. / Linke, Johann. / Villata v. Villatburg, Joh. Ritter. / Fabrici, Jos./ Steffensen, Johann. / Berlekovic, Jos. / Brzesina v. Birkenhain, Franz. / Mejatsch, John. / Belegishanin, Joh. / Csebaz, Emil v. / Larisch, Nicol. / Kirschy, Karl Freih. (Div. – Adj). / Petainek, Jos / Maillart v . Landrevile, Carl Gr / Mayer, Mich. Unterlieutenants Lovák, Eduard. / Guckler, Ferdin. Edler v. (Brig.-Adj.). / Schennet, Anton. / Govorcsin, Constant. (Bat.-Adj.) / Vitali, Carl v. / Schuster, Hermann. / Cattalinich, Dragimir. / Vander-Stadts, Adolf v. / Müller v. Mühlwerth, Franz. / Rosenzweig, Johann (Bat.-Adj.). / Riedler, Ferd. / Bosisio, Achilles. / Stoikovich, Wasa. / Greskovits, Alex. / Wescher Edl. v. Piberau, Carl (Bat.-Adj.). / Kurelecz, Anton. / Terzaghi, David. / Kochen, Gustav Edler v. Patteri, Alphons Marq. / Gröller, Albin Edl. v. (Herr u. Landmann in Tirol) / Geyso, Aug. Freih. v /. Roch, Heinrich. / Prato, Victor Napoleon Gr. (Herr zu Segonzano, Herr u. Landm. in Tirol) / Ballacs, Constant../ Preveden, Adolph. / Besozzi, Paul v. / Prieger, Eduard. /

139


Fabrizii, Carl v. / Schivny St. Aulaire. Ludw. Edl. v. / Driquet Edl. v. Ehrenbruck, Eduard. / Kuppis, Gustav Quir. / Parisini, Geminian. / Hack, auf Bornimbs Emanuel Ritter v. / Veigl, Franz / Rosa, Ferdinand / Uslar-Gleichen, Otto Ulrich Freih. / Millanovich, Jos. Cadeten (k. k.) Cottomboni, Anton. / Oreskovich, Johann. / Kögeln, Wenzel. / Fidler, Carl. / (Reg.) Baggi, Albert Fulvius Anton. / Bosisio, Ernst. / Bourcard, Franz. / Colombi Dellabianca, Andreas Carl de. / Della Torre, Guido nobile. / Kölgen, Gustav. / Lorenzi, Gust. de. / Lukinich, Joh. v. / Majneri, Anton nobile / Marenzi, Ferd. Freih. v. / Pelley, Joseph. / Petrovich , Johann / Pinter, Carl v. / Raskay, Ludwig v. / Dei Conti Sarti, Jos../ Skodnik, Rudolph. / Stefanelli, Anton Stephan de. / Tommasich, Joseph v. Vom Stabe Reg. Caplan. Denti, Anton - Auditor Leuzendorf, Ludw. Ritt. v. (Herr und Landmann in Steiermark, GTB, Hptm.) - Arzt. Quiquerez, Ferdin., Dr. - Rechnungsf. Haupt, Stephan, Obrlt - Adjutant Břzesina v. Birkenhain, Franz, Obrlt. Bataillons- Adjutanten. (Sind in der Rangliste bezeichnet.) Regiment-Agent. Spitzer, Alois, Dr. (in Wien) R weiss, A. und Kr. carmoisinroth (wie Nr. 43); P lichtblau, w. Kn

140


ANGELO CERIZZA - A DURA VITA, A DURA DISCIPLINA

1850 23 Lombardisches Infanterie-Regiment. Haupt-Werbbezirks-Station: Lodi 1814 errichtet; 1815 Mauroy de Merville, Franz Freih., FML.; 1817 Greth, Carl, FML; 1827 Söldner v. Söldenhofen, Joseph. FML.; 1837 Ceccopieri, Ferdinand Gr., FML225 Stabs – Officiere Oberst u. Regts.-Comdt. Hartung, Ernest, ÖEKO-R. 3, MVK Obstlt. (Vacat) Majors. Terzaghi Carl Sternegg, Friedr Freih. v. Hauptleute 1. Classe Verzola, Alois. / Kublang v. Seltenhof, Rob / Kottulinsky, Rud. Gr/ Lego, Joh./ Delser , Jos., ÖEKO-R. 3, MVK , CGO- R1 ./ Baronchelli, Attil./ Monteverde Franz./ Saussaye, Carl./ Baselli, Joseph Freiherr. / Berlekovich, Jos. / Brzesina v. Birkenhain, Franz / Belegishanin, Joh. / Csebaz, Emil v. / Kirschy, Carl Freih. (s.n) / Petainek, Jos., MVK (s.n.) / Drassenovich v. Posertve, Adalbert. Hauptleute 2. Classe Mayer, Mich./ Guckler, Ferd. Edler v./ Schennet, Anton / Govorcsin, Constant / Vitali, Carl v./ Schuster, Hermann, MVK . (beim GQM Stabe, s.n.) / Vander-Stadts, Adolph von / Rosenzweig, Johann (s.n.) Alla morte del conte Ferdinando Ceccopieri, proprio nell’anno 1850, il Reggimento, come detto, ebbe un nuovo Inhaber nella persona del Feldzeugmeister Paul von Ajroldi .

225

141


Oberlieutenants. Riedler, Ferd:/ Bosisio, Achilles./ Wescher Edl. v. Piberau, Carl / Kochen, Gustav Edler v. / Patteri, Alphons Marq / Boniperti, Johann v. / Gröller, Albin Edl. v. / Geyso, Aug. Freih. v. / Roch, Heinr. / Prato, Victor Napoleon Gr. / Ballacs, Constant / Preveden, Adolph / Fabrizii, Carl v. / Schivny St. Aulaire, Ludw. Edel. v. / Parisini, Geminian / Hack auf Bornimbs, Emanuel Ritter v. / Uslar-Gleichen, Otto Ulrich Freih. / Cottomboni, Anton / Galassi,Peter (s.n) / Aschieri, Jos / Oreskovich, Johann MVK / Henning, Frieder. (s.n) Unterlieutenants 1. Classe Veigl, Franz. / Popovich, Georg. / Hild, Gustav, MKV / Pisani, Hieronimus. / Schivny de St. Aulaire, Franz. / Wazlawiczek Franz (Bat.- Adj.) Izerfy, Joseph, O². / Gerelli, Carl. / Ballentovich, Ludwig (Bat. Adj.) / Stehlik, Eduard / Jemrich, Eduard / Bogschütz, Johann. / Sivkovich, Thomas (Bat – Adj.) / Aleidinger, Jos. / Cisotti, Franz. / Schöfflein, John. / Airoldi, Girolamo Ritter v. / Mairon, Leonhard / Bourcard, Franz. / Pelley, Jos. / Strohall, John. / Ballentovich, Franz. / Boticelli, Jos. / Maculan, Stephan. / Kerniaic, Paul (s.n.). Unterlieutenants 2. Classe Petainek, Stephan. / Pleskott, Georg. / Ostini, Franz Freih. / Bonistabile Heinrich. / Biegler, Eduard. / Schivny de St. Aulaire, Emil. / Grillowtzer, Wilh./ Pinter, Carl. / Tyrowycz, Michael. / Gaál, Sigm. O² / Parsche, Jos. / Doré, Franz. / Raimond, Gustav v. / Schubert, Franz. / Wallner, Franz. / Grognet d’Orleans, Felix. / Jäger, Mathias. Cadeten (k. k.) (Vacat.) / (Reg.) Lenhardt, Alfr.

142

Vom Stabe Reg. Caplan. Denti, Anton


ANGELO CERIZZA - A DURA VITA, A DURA DISCIPLINA

- Auditor Leuzendorf, Ludw. Ritt. v. Herr und Landmann in Steiermark, Hptm. - Arzt Opitz, Thomas, Dr der Medicin und Chirurgie, Magister der Augenheilkunde und Geburtshilfe . - Rechnungsf. Stutz, Anton, Obrlt - Adjutant Hild, Gustav, Untrlt. Bataillons- Adjutanten (Sind in der Rangliste bezeichnet.) Regiment-Agent Spitzer, Alois, Dr. (in Wien) R weiss, A. und Kr. carmoisinroth (wie Nr. 43); P lichtblau, w. Kn

143


Documento 3 Elenco degli ufficiali del III «Ceccopieri» che, durante i moti del 1848 in Italia, rimasero fedeli all’Imperatore d’Austria (Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23, pag. 128) Hauptleute:

Franz Ritter von Merkl, Josef Delser, Anton Confalonieri, Peter Marten226 Oberlieutenants: Josef Berlekovich, Anton Schennet, Costantin Govorksin. Unterlieutenants: Albin Ritter von Gröller, Heinrich Roch, Costantin Ballács227, Adolf Preveden, Geminian Parisini, Otto Baron UslarGleichen, Peter Galassi, Friedrich Hennig. Fedeli all’Impero rimasero anche i soldati di una pattuglia inviata a Casalpusterlengo in appoggio al locale comando di finanza agli ordini dell’Unterlieutenant Eduard Prieger (la pattuglia si unì alla colonna del Benedek proveniente da Pavia). La pattuglia era così composta: Korporal: Angelo Taccani Gemeine: Josef Papetti, Franz Begna, Baptist Faggiani, Lorenz Durizzi, Gaetan Ferri, Alois Appiani, Fedele Cania, Angelo Leoni, Felix Rossi, Anton Cochi, Adam Giudici228. Elenco degli ufficiali del III «Ceccopieri» che, durante i moti del 1848, aderirono alla causa italiana (Geschichte des k. und k. Infanterieregiments N. 23, cit., pag. 128)

144

226 Inviato come corriere a Milano rimase con lo stato maggiore di Radetzky fino alla fine della campagna. 227 Rimasto in Cremona con incarico organizzativo riuscì poi a imbarcarsi, per l’aiuto di un finanziere suo padrone di casa (che aveva aderito alla rivoluzione), su un trabaccolo diretto a Venezia. Di lì raggiunse Trieste e poi infine Buda. 228 Furono inviati ad altri reggimenti di linea e fecero la campagna d’Italia.


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Hauptleute: Franz Skodnik, Anton Facco. Oberlieutenants: Fortunato Majocchi, Carl Facco, Johann Villata Ritter von Villaburg, Josef Fabrici, Johann Steffensen. ( Johann Steffensen era ungherese. Dopo la guerra rimase in Italia in forza all’Esercito sardo. La sua vicenda è stata narrata Barbara Ratana Sakulsuvarn nell’articolo Ritratto di una famiglia ungherese nell’Italia dell’Ottocento in «Rivista di Studi Ungheresi» Nuova serie, n. 3 2004, pag.77). . Unterlieutenants: Dragimir Cattalinich, David Terzaghi, Eduard Driquet Edler von Ehrenbruck, David Guardi.

145


Documento 4 Elenco dei soldati del «Ceccopieri» con cognome italiano decorati al merito dell’Impero per atti di valore compiuti nel periodo 1848-1849. Cognome Nome grado anno Battaglia Arrigoni Gemeiner 1849 Buda Azzoni Felix Zimmermann 1849 Brescia Bassino Johann Gefreiter 1849 Buda Bellinghieri Manfred Korporal 1849 Komarom Beltrami Alois Korporal 1849 Buda Benzi Johann Korporal 1849 Buda Bonetti Felix Korporal 1849 Komarom Bosco Josef Zimmermann 1848 Vienna Brambati Alois Gemeiner 1849 Buda Brusatti Kaietan Korporal 1849 Komarom Cairo Coelestin Gemeiner 1848 Vienna Campari Karl Gemeiner 1849 Brescia Carminotti229 Giuseppe Korporal 1859 Magenta Cattaneo Paul Feldwebel 1849 Buda Cattani Gemeiner 1849 Brescia Chialla Nicolaus Korporal 1849 Komarom Codecca Anton Dom. Korporal 1849 Brescia Colombini230 Johann Korporal 1849 Nagyszombat Corbani Johann Korporal 1849 Buda Corini Franz Korporal 1849 Brescia Cortellazzi Anton Gemeiner 1849 Buda Costa Sisto Feldwebel 1849 Buda Dadati Gemeiner 1849 Brescia Demintone Franz Gemeiner 1849 Buda Denti Gemeiner 1849 Brescia Dioli Franz Korporal 1849 Komarom Dorio Oratio Gemeiner 1849 Komarom Farenzi Gemeiner 1848 Vienna

Med.d’argento di II Med.d’argento di I Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di I Med.d’argento di I Medaglia d’oro Encomio Encomio Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di I Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di I Encomio Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di I

Giuseppe Carminotti non partecipò direttamente alla battaglia. Fu premiato per la sua fedeltà alla bandiera (vedi pag. 121). 230 Giovanni Colombini, Feldwebel a riposo, morì l’8 luglio 1897 a Bátaszék in Ungheria all’età di 85 anni. Il figlio, Oberst Carlo Colombini, fu decorato con l’Ordine della Corona di Ferro di II classe. 229

146

Decorazione


Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

Ferroni Fortuna Peter Fumagalli Johann Fumagalli Josef Gatti Josef Gazzaniga Paul Germani Johann Giudici Anton Gotti Josef Invernici Leoni Peter Lobbia Macculan Alois Madaschi Magni Karl Magri Angelo Marchetti Anton Marcon Johann Marcon Johann Mariffa Ludwig Matucello Sebastian Mazzini Johann Merlo Josef Molin Anton Moltrasio Mombelli Kostantin Mondani Fortunato Ogliari Michael Padovan Anton Paganini Lorenz Pedroni Pelicioli Ferdinand Perasino Alois Persico Johann Piacentini Fermo Polenghi Pozzi Preda Josef Prerosti Kornelius Priori Alois Raselli Ravasio Johann Rigamonte Thomas Rinaldi Peter

Gemeiner Korporal Gemeiner Gemeiner Korporal Gemeiner Korporal Gemeiner Korporal Gemeiner Gemeiner Privatediener Korporal Gemeiner Korporal Grenadier Grenadier Korporal Feldwebel Gemeiner Korporal Korporal Gemeiner Korporal Gemeiner Gemeiner Feldwebel Korporal Korporal Korporal Gemeiner Zimmermann Korporal Korporal Korporal Korporal Gemeiner Korporal Korporal Zimmermann Gemeiner Gefreiter Gemeiner Gefreiter

1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1848 1849 1849 1849 1849 1849 1848 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1848 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1849 1848

Brescia Buda Brescia Buda Buda Komarom Brescia Komarom Nagyszombat Brescia Buda Buda Komarom Brescia Komarom Pered Pered Vienna Buda Nagyszombat Buda Brescia Buda Vienna Brescia Brescia Pered Buda Komarom Buda Brescia Vienna Brescia Brescia Brescia Pered Brescia Komarom Brescia Brescia Brescia Buda Komarom Vienna

Encomio Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di I Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di II Encomio Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di II Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Med.d’argento di I Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Encomio Encomio Encomio Encomio Encomio Med.d’argento di I Med.d’argento di II Med.d’argento di II

147


Scorsetti Anton Settimini Johann Simonini Josef Soffientini Philipp Soffientini Sposti Bartolom. Suglieni Franz Tromboni Uggée Johann Viamello Franz Villa Angelo

148

Korporal Gemeiner Gemeiner Zimmermann Gemeiner Gemeiner Gemeiner Gemeiner Tambour Gemeiner Gemeiner

1849 1849 1849 1849 1849 1849 1848 1849 1849 1849 1849

Komarom Brescia Komarom Nagyszombat Brescia Nagyszombat Vienna Brescia Brescia Buda Buda

Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Med.d’argento di I Encomio Med.d’argento di II Med.d’argento di II Encomio Encomio Med.d’argento di I Med.d’argento di I


Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

Documento 5 Elenco degli assenti dalla residenza legale pubblicato a piede del manifesto del 20 gennaio 1849 ordinati per comune (Vedi pag. 56) Bottajano Casaletto Ceredano Casaletto Ceredano Casaletto Ceredano Casaletto Ceredano Casaletto Ceredano Casapusterlengo Castelnuovo Bocca d’Adda Castelnuovo Bocca d’Adda Castelnuovo Bocca d’Adda Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno Codogno

Costi Giovanni Marchini Giacomo Marchini Angelo Gandini Francesco Gandini Achille Gandini Andrea Luccini Carlo Donghi G.B. Donghi Luigi Dansi Giovanni Baciocchi Luigi Pastori Giuseppe Caviaga Giovanni Valarani Francesco Negroni Angelo Pedrazzini Davide Mondani Alessandro Delle Donne Luigi Ruggeri Biagio Carera Salvatore Cavana Livio Cavana Fulvio Mola Luigi Dansi Annibale Borsa Giuseppe Lamberti Bartolomeo Lupatini Giuseppe Fugazza Giacomo Fraschini Marcello Pallavera Pietro

149


150

Codogno Codogno Codogno Codogno Cornogiovine Cornogiovine Cornogiovine Cornogiovine Cornogiovine Cornogiovine Cornogiovine Credera Credera Credera Guardamiglio Gugnano Lodi Lodi Lodi Lodi Lodi Chioso di Porta Cremonese Lodi Chioso di Porta Regale Lodi Chioso di Porta Regale Lodi Chioso di Porta Regale Lodivecchio Lodivecchio Lodivecchio Lodivecchio Lodivecchio Mezzana Offanengo Ricengo S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano

Delle Donne Pietro Vercellesi Felice Quirci Davide Sormani Gio. Batt. Caccialanza Luigi Faruffini Giovanni Dadice Annibale Rosi Gaetano Tonani Gaetano Fusari Bartolomeo Rò Carlo Tessadori Agostino Moretti Giovanni Fanganini Giovanni Roverselli Giovanni Rossi Ambrogio Galimberti Innocente Crocciolani Eugenio Capellini Giuseppe Bay Enrico Passarini Pietro Raguzzi Antonio Rossetti Bernardo Rossetti Biagio Bianchi Francesco Forsenti Pietro Rengotti Angelo Rivalta Mosè Persiceri Carlo Dadati Giacomo Lingiari Domenico Righetti Giovanni Galotta Pietro Boselli Emilio Galleani Francesco Gradi Emilio


Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Colombano S. Fiorano S. Fiorano S. Michele S. Rocco S. Rocco S. Rocco S. Stefano S. Stefano Salvirola Salvirola Somaglia Somaglia Somaglia Trescorre Vailate Vailate Vailate Vailate Villarossa

Gradi Giuseppe Brugnani Giovanni Zacchetti Luigi Bordoni Pietro Erba Attilio Zamboni Casimiro Uggé Giuseppe Baldini Giuseppe Inzaghi Giuseppe Coldani Domenico Albanesi Francesco Parisi Giuseppe Panigada Giovanni Inzaghi Gaetano Sterza Giuseppe Fadigati Gio. Batt. Carera Carlo Ferrari Giovanni Cavallettiu Giovanni Badiaschi Luigi Marubbi Antonio Sanbarbieri Acquilino Lusani Santo Esposto Melchiade Taloni Ercole Ferrari Carlo Pedrazzini Giuseppe Villa Modesto Raimondi Luigi Alessandi Angelo Moro Natale Donesana Luigi Donesana Lorenzo Premoli Carlo 151


Documento 6 Lodigiani e Cremaschi nella Legione italiana in Ungheria La lista è un’elaborazione dell’elenco pubblicato da Lázló Pete, Il colonnello Monti e la Legione italiana nella lotta per la libertà ungherese, Rubettino Editore, Soveria Mannelli (Catanzaro), 2003, pag. 237 - 260. L’elenco di 700 nomi, come avverte il prof. Pete, non include tutti i legionari e presenta incongruenze e possibili errori nei nomi e nelle date di nascita (ove sono pubblicate). Ciò nonostante un controllo a campione effettuato dall’autore di questo saggio per quanto riguarda i nomi dei Codognesi ha rivelato che l’elenco rappresenta un’ottima base di partenza per un’indagine precisa da effettuarsi sulla documentazione anagrafica disponibile nel territorio. Nella tabella accanto al luogo d’origine, al cognome e nome, alla classe d’età, sono indicati il reggimento d’appartenenza, il grado, con quale modalità il soldato pervenne alla legione e la sua sorte finale (amnistiato dall’amministrazione austriaca, sbarcato a Cagliari nel 1850, convertito all’Islam).

152


Salvaderi

Sbarra

Bonomi

Madé

Moro

Bramini

Fraschini

Parenti

Prechi

Sarri

Bonfanti

Tornicelli

Anelli

Brambati

Molti

Porcellini

Balzarelli

Alberghetto1

Arcagna

Bagnolo

Borghetto

Capralba

Casalp.

Casalp.

Casalp.

Casalp.

Casalp.

Caselle Landi

Caselle Lurani

Castion

Castion

Castion

Cavenago

Codogno

Prof.

1821

1818

1824

ortolano

carrettiere

recluta

1825

Ceccopieri

1824

1819

1825

1822

Kress

Kress

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

1823

Ceccopieri

Gaetano

Giuseppe 1824

1824

Ceccopieri

Ceccopieri

Giuseppe

Luigi

Paolo

Vittorio

Marco

Giovanni

Luigi

Giovanni

Luigi

Cristoforo

G.Battista

Reggimento

Grado

Entrato

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

soldato

soldato

soldato

caporale

soldato

soldato

soldato

sergente

soldato

soldato

soldato

soldato

soldato

soldato

soldato

caporale

1824

Classe

Giuseppe

Francesco

Leopoldo

Carlo

Nome

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

Sorte

1

Così negli elenchi pubblicati da Lázló Pete, Il colonnello Monti. Cit. pag. 257. Presumibilmente, se corretta l’indicazione della provincia (LO), è da intendersi Borghetto.

Cognome

Città

Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

153


Bertuzzi

Bocoti

Ferri

Ganelli

Pezzi

Ravera

Storla

Stringhetti

Zuccotti

Malio

Ortori

Ottaviani

Piacentini

Suardi

Tressini

Milanesi

Costa

Sfondrini

Anelli

Biella

Codogno

Codogno

Codogno

Codogno

Codogno

Codogno

Codogno

Codogno

Codogno

Crema

Crema

Crema

Crema

Crema

Crema

Crespiatica

Dovera

Livraga

Lodi

Lodi

154 garzone

muratore

1822

1815

1821

1823

1824

Ceccopieri

prigioniero prigioniero prigioniero prigioniero prigioniero

soldato

soldato

caporale

caporale

soldato

soldato

soldato

caporale

soldato

soldato

1827

Angelo

Ceccopieri

caffettiere

Ceccopieri

Ceccopieri

sarto

1819

prigioniero

soldato

soldato

prigioniero

prigioniero

soldato

tenente

1823

Giuseppe

Luigi

Angelo

Giuseppe

prigioniero

prigioniero

prigioniero

soldato

sergente

soldato

soldato

sarto

1826

Ceccopieri

Luigi

Giacomo

Giovanni

Ceccopieri Karoly Ferd.

1820

villico

Antonio

Giuseppe

Francesco

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Wipffen

Ceccopieri

Ceccopieri

calzolaio

Giuseppe

Angelo

Luigi

Giuseppe

Luigi

Giovanni

Leonardo

Francesco

Francesco

Cagliari

amnistiato

Cagliari

amnistiato

Cagliari

Cagliari

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato


Bonelli

Calzolani

Dosi

Fedeli

Gastoldi

Giulini

Ingeloni

Lungarini

Malacarne

Marinardi

Mariscotti

Martinelli

Mazzucchi

Mosconi

Motti

Ostenda

Panieri

Riboni

Scegolo

Tanzini

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

Lodi

calzolaio

1826

orefice

1826

1819 panettiere

vetturale? Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

falegname

Ceccopieri Ceccopieri

Ceccopieri

1823

1819

1820

1824

conciatore

Ceccopieri

Luigi

Ceccopieri

Giovanni

Valentino

Giovanni

Leopoldo

Giacomo

Angelo

Giovanni

Giovanni

Salvatore

Angelo

Gaetano

Angelo

Francesco

1823

Domenico

Luigi

Ceccopieri

droghiere

muratore

1824

1822

1828

Giovanni

Carlo

Bassano

Giuseppe

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

disertore

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero tenente I

prigioniero

soldato

soldato

soldato

soldato

caporale

soldato

soldato

soldato

soldato

soldato

soldato

soldato

caporale

soldato

caporale

soldato

soldato

soldato

soldato

Cagliari

ISLAM

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

155


Sala

Tomella

Ferrari

Spinelli

Aleazzi

Travi

Assandri

Barziga

Milliavacca

Ceribini

Cipolla

Boerchi

Bragotti

Esposto

Fonfoni

Gilberti

Magnifici

Purini

Moscazzano

Offanengo

Ombriano

Orio

Ossago

Pandino

Pandino

Pandino

Paullo

Paullo

Paullo

Ripalta

Rivolta

Robecco

Robecco

Robecco

Robecco

Pavesi

Merlino

Modignano

Cornali

Maleo

156 1820

muratore

mugnaio

carrettiere

1820

Angelo

muratore

1825

Giacomo

Luigi

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

soldato

soldato

prigioniero

soldato

prigioniero

prigioniero

caporale

soldato

zappatore

soldato

soldato

caporale

sergente

soldato

soldato

soldato

caporale

tenente I

soldato

soldato

prigioniero

tamburino prigioniero soldato

Ceccopieri

Ceccopieri

Ceccopieri

1825

Pietro

Luigi

Luigi

Carlo

1824

Domenico

Alberto

Luigi

Giovanni

Ceccopieri Ceccopieri

1829

1821

muratore

villico

1823

Antonio

Giovanni

Giorgio

tessitore

1824

1825

Antonio

Giuseppe

Giovanni

Domenico

Angelo

Santo

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

Cagliari

Cagliari

amnistiato

amnistiato


Savi

Strina

Storti

Arrigoni

Grignani

Pozzoli

Pigola

Froletti

Bolzoni

Fregoni

Capelletti

Pavesi

Ceresa

Nava

Malquattro

Ciarebini

Robecco

Robecco

Roncadello

S. Angelo

S. Angelo

S. Angelo

S. Bernardino

S. Fiorano

S. Stefano

S. Stefano

Senna

Torlino

Vaiano

Vailate

Vidardo

Zelo B.P.

carrettiere

1819

tessitore

Giovanni

Giuseppe

Francesco

Pietro

soldato

soldato prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

prigioniero

soldato

prigioniero

soldato

soldato

soldato

soldato

soldato

soldato

soldato

barbiere

1824

muratore

Ceccopieri

soldato

disertore

1820

soldato

soldato

Ceccopieri

Ceccopieri

cuoco

1823

1820

Ceccopieri

Ceccopieri

Zanini

Kress

Ceccopieri

barbiere

1821

1822

1823

1824

Giovanni

Domenico

Gerolamo

Giuseppe

Luigi

1817

Angelo

Giovanni

Ceccopieri

Kress

muratore

Giovanni

Bernardo

Alessando

Lazzaro

Natale

Cagliari

amnistiato

amnistiato

amnistiato

amnistiato

Cagliari

amnistiato

Cagliari

Angelo Cerizza - A dura vita, a dura disciplina

157


Indice

Presentazione Marco Pizzo Museo Centrale del Risorgimento di Roma

Pag.

3

I

Pag. Pag. Pag.

5 7 27

Il Reggimento austro – lodigiano A dura vita/a dura disciplina Il reggimento lodigiano-cremasco

II Il “Quarantotto” Il III «Ceccopieri» in Italia I e II «Ceccopieri» a Buda e a Pest Viva l’Imperatore Comunque un Tricolore

Pag. 45 Pag. 47 Pag. 60 Pag. 78 Pag. 103

Epilogo

Pag. 117

Appendice

Pag. 123


Finito di stampare a Fidenza nel mese di gennaio 2013 | Mattioli 1885


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