Skip to main content

IDENTITÀ DIVERSITÀ MEMORIA

Page 1

a cura di Liliana Di Ruscio, Rita Gravina, Bice Migliau, Sandra Terracina


Indice

Introduzione Prof. Avv. Giorgio Sacerdoti, Presidente Fondazione CDEC Enrico Modigliani, Progetto Memoria

7 9

Relazioni Le leggi razziali in Italia: promulgazione e diffusione Lelio La Porta

13

Le scuole ebraiche di emergenza nel 1938 a Roma Bice Migliau, Direttore Centro di Cultura Ebraica della Comunità ebraica di Roma

19

La scuola di via Celimontana nei ricordi di un allievo Luciano Coen

21

I ricordi di un ex studente della “università clandestina” Gino Fiorentino

27

ll dopoguerra e la reintegrazione nei diritti civili politici e patrimoniali Daniela Marcuccio, docente di materie giuridiche ed economiche

31

Le condizioni del fare storia Enrico Castelli Gattinara, Università La Sapienza di Roma

59

Vero e falso. Il mestiere dello storico tra uso delle fonti e problemi di divulgazione Marina Caffiero, Università La Sapienza di Roma

67

Una lettura filosofica delle memorie di terza generazione Raffaella Di Castro, ricercatrice

73

Una deportazione dimenticata Anna Maria Casavola, storica - Fnism Roma e Regione Lazio

95

Arte in Memoria Adachiara Zevi, Architetto e Storica dell’Arte

103

Berlinesi Aldo Zargani, scrittore

121


Didattica Memoria e didattica Liliana Di Ruscio, Sandra Terracina

125

Gli adolescenti e la memoria. Riflessione su un sondaggio Raffaella D’Antonio, ITC Salvemini

133

Come ascoltare e far ascoltare un testimone Rita Gravina, Dottore di ricerca, Università di Teramo

137

Il “parco della Memoria come esperienza didattica” Antonella Maucioni, dirigente scolastico IISS Leonardo da Vinci di Maccarese

143

Il “parco della Memoria come esperienza didattica” Rita Paucera

145

Una didattica per la memoria Lea Giancarli

147

Il Parco della Memoria al Parodi Delfino di Colleferro Tiziana Pontesilli

151


INTRODUZIONE


D

a vari anni il Progetto Memoria, attivato dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC Onlus e dal Centro di Cultura della Comunità Ebraica di Roma, organizza corsi di aggiornamento per insegnanti, in collaborazione con la sezione di Roma della Fnism Federazione nazionale insegnanti, l’Assessorato alle Politiche della Scuola della Provincia di Roma. Questo volume contiene i testi degli ultimi incontri, che hanno spaziato dalla testimonianza, alla storia, alla storiografia. Il Progetto Memoria ha svolto un’opera meritoria a Roma e in larghe aree dell’Italia centro-meridionale, organizzando interventi di testimoni della Shoah e lezioni di storici e ricercatori sulla prevenzione antiebraica, proponendo le mostre e i documentari sulle vicende del 1938 - 1945 e su Auschwitz realizzate dal CDEC. La memoria della Shoah infatti non è affidata a un incerto “ si dice che a quei tempi accadde”, bensì alla documentazione, agli studi storici e alla loro divulgazione. E quindi anche - e per certi aspetti, soprattutto - ai corsi di aggiornamento per insegnanti, ai quali spetta di approfondire e vagliare i fatti storici le loro interpretazioni, per poter meglio proporne la conoscenza agli studenti. Questo impegno della Fondazione CDEC e del Progetto Memoria viene ricreato in questo libro. Spero che la sua lettura stimoli altre letture e che accresca la consapevolezza di quella che è stata, purtroppo, la tragedia più grave del Novecento europeo. Prof. Avv. Giorgio Sacerdoti Presidente Fondazione CDEC


I

l convegno organizzato ogni anno con la sezione FNISM Roma e Regione Lazio e con il contributo istituzionale dell’Assessorato alla Scuola della Provincia di Roma si propone di offrire una sede di confronto per gli insegnanti che collaborano con Progetto Memoria e per i testimoni che, chiamati, intervengono nelle scuole. Agli approfondimenti storici che arricchiscono la conoscenza del contesto politicosociale del periodo che và dalle leggi razziali alla Shoah si aggiungono le riflessioni sulla dinamica , sempre nuova, degli incontri con gli studenti: l’attenzione, le domande, il collegamento del passato con l’attualità e, talvolta, le provocazioni. Progetto Memoria, sin dalla sua nascita e con l’istituzione del Giorno della Memoria, si è posto il compito di far incontrare i giovani con i sopravvissuti alla deportazione e con i “salvati”, coloro che, per una serie di eventi fortunati e con l’aiuto di “salvatori”, sono in grado di raccontare in prima persona le proprie vicende. Se da un lato si tenta di realizzare un collegamento tra Storia e Memoria, sempre soggettivo ma comunque stimolante per i giovani coinvolti, dall’altro si mette in evidenza il fatto che si è giunti alle ultime generazioni di studenti che incontrano qualcuno che può dire: “io c’ero”. Di qui i nuovi compiti che spetteranno a Progetto Memoria per il prossimo futuro: oltre a proseguire la collaborazione con gli insegnanti in corso da anni, si dovrà contribuire alla preparazione di altri insegnanti che affronteranno questi temi non solo per il Giorno della Memoria ma nel corso dell’anno scolastico.E’ naturale che prima dell’incontro con il testimone gli studenti siano preparati all’argomento: cosa non sempre facile quando lo studio della storia non è ancora giunto al ‘900. Saranno organizzati a questo scopo seminari in diverse sedi in base alle richieste che perverranno. Altro compito è quello della preparazione della “terza generazione”: i nipoti dei testimoni che dovranno sostituire i loro nonni negli incontri con gli studenti. Un’ importante attività sarà la collaborazione con il CDEC nella ricerca storicoscientifica di tutti (o almeno di un elenco statisticamente rappresentativo) i salvati in Italia e, corrispondentemente dei loro salvatori: l’elenco dei Giusti in Italia è ancora molto limitato e già in più occasioni negli incontri nelle scuole sono emerse storie familiari che potranno contribuire alla ricerca. Il coinvolgimento degli studenti nelle ricerche e nei contatti personali sarà particolarmente costruttivo non solo per la conoscenza del passato ma soprattutto per la formazione della loro coscienza per quello che sarà (se già non lo è) il nostro futuro. Basta riflettere a quanto avviene oggi con i pregiudizi nei confronti dei Rom e degli immigrati e delle norme legislative contro di essi. Un esempio letterario delle iniziative di giovani si ha nel libro “Gli anni spezzati” a cura di Lia Tagliacozzo e Lia Frassinetti per le edizioni Giunti che ci auguriamo venga divulgato nelle scuole. Enrico Modigliani Progetto Memoria


RELAZIONI


Le leggi razziali in italia: promulgazione e diffusione Lelio La Porta, ordinario di Storia e Filosofia presso il Liceo Classico-Linguistico “I. Kant” di Roma Fnism Roma e Regione Lazio Giulietta Stirati, ordinario di Italiano e Latino presso il Liceo Classico-Linguistico “I. Kant” di Roma

“L’introduzione della legislazione antiebraica avvenne ad opera del fascismo, che ne porta intera la responsabilità. I provvedimenti legislativi furono elaborati dal governo dittatoriale del Regno d’Italia presieduto da Benito Mussolini, furono approvati all’unanimità dalla Camera e a larghissima maggioranza dal Senato, furono controfirmati dal re Vittorio Emanuele III di Savoia. L’abrogazione di «qualsiasi legge che fa distinzione contro qualsiasi persona o persone in base a razza, colore o fede» fu decretata il 12 luglio 1943 dagli Alleati sbarcati in Sicilia e costituì una delle loro condizioni armistiziali; il primo documento del Regno d’Italia oggi noto attestante l’accettazione di tale condizione reca la data del 22 settembre 1943”1. La presenza di un elemento razzista nel fascismo data molto più lontano nel tempo e, quindi, non può essere ricondotta alla semplice subordinazione alla politica razziale nazista dalla quale, peraltro, Mussolini cercava di prendere le distanze ancora nel settembre del 1934 (discorso di Bari); si tratta, però, della stessa persona che, in occasione del Congresso di fondazione del Partito nazionale fascista tenutosi a Roma nel 1921 si era espresso nei termini seguenti: “Per il fascismo la questione razziale ha una grande importanza; i fascisti devono preoccuparsi della salute della razza, perché la razza è il materiale con il quale intendiamo costruire anche la storia”2. Il mensile La Vita italiana, fondato e diretto da Giovanni Preziosi (1881-1945), è un tipico esempio di stampa che si adoperò, particolarmente a partire dal 1922, alla diffusione dell’antisemitismo in Italia3 e, seppure la maggioranza degli italiani sembrava essere esente dal contagio del morbo razzista, comunque “gli italiani… fecero in un certo senso l’orecchio e si abituarono inconsciamente a certi argomenti e molti si fecero l’idea che essi fossero delle «esagerazioni», che non riguardavano certo i «buoni» ebrei italiani, ma che, in fondo, in essi dovesse essere qualcosa di vero. (…) Il Missiroli, ad esempio, pur condannando l’antisemitismo, pensava che l’ebraismo fosse «la negazione astratta e pessimistica della storia, l’intima persuasione che all’uomo sono vietate le libertà e la redenzione dal peccato, il domino sulla natura e la verità» e che per tanto por tasse indifferentemente «all’ascetismo e alla teocrazia, alla disperazione e alla ribellione», fosse «padre dell’internazionalismo» e, in sostanza la guerra mondiale fosse mossa dai suoi presupposti. (…) Ma tra tutti gli «argomenti» degli antisemiti quello che indubbiamente più colpì le fantasie fu quello della banca ebraica, i suoi legami internazionali e il suo pernicioso influsso sulla vita italiana (…) si può dire dunque che al momento della «marcia su Roma» non esisteva certo un antisemitismo di massa e neppure un po’ diffuso, nonostante gli sforzi di alcuni gruppi e di alcune pubblicazioni, ma si può dire che si erano da alcuni anni andati via via affermando alcuni luoghi comuni e alcune leggende sul conto degli ebrei e dell’ebraismo che, pur non suscitando un’eccitazione e uno stato d’animo antisemita, facevano sì che in molti ambienti gli ebrei non fossero guardati più con la simpatia e l’imparzialità di quaranta – cinquant’anni prima e che alcuni slogan e alcune calunnie antisemiti non fossero più respinti in toto e con lo sdegno di un tempo”4. Il vero problema sta nel fatto che, seppure nel nostro paese esisteva una forma minoritaria di antisemitismo attivo, la promulgazione delle leggi del 1938 crearono una sorta 13


di indifferenza passiva nei confronti della questione che assunse dimensioni di massa. In questo la responsabilità del regime fascista fu evidente. Verificata, attraverso le parole di De Felice, l’esistenza, in ogni caso, di un nucleo originario dell’antisemitismo e del razzismo italiani, è fin troppo chiaro che l’avvento al potere di Hitler (1933) e la successiva alleanza del fascismo con lui rafforzò questa tendenza. Dalla richiesta del numero chiuso per gli ebrei in Italia alla loro identificazione con il nucleo organizzativo dell’antifascismo, la campagna antisemita comincia a montare fra il 1933 e il 1935, supportata dall’uscita di un paio di pubblicazioni (Gli ebrei in Italia di Paolo Orano e Contra Judeos di Telesio Interlandi) a cui va aggiunto nel 1937 Il mito del sangue di Julius Evola e dalla nascita della rivista La difesa della razza, diretta sempre da Interlandi (il primo numero esce il 5 agosto del 1938 e come segretario di redazione compare Giorgio Almirante, ossia il predecessore di Gianfranco Fini, attualmente presidente della Camera dei Deputati, alla guida del Msi, oggi Alleanza Nazionale confluita nel Partito delle libertà). La svolta fu la guerra d’Etiopia, la promulgazione di una legislazione apertamente razzista, la rottura delle vecchie alleanze internazionali con l’avvicinamento alla Germania. Eppure la legislazione antiebraica introdotta nel 1938 ha qualcosa di totalmente nuovo rispetto alla svolta razzista attuata nelle colonie africane; essa mise in discussione il patto di eguale cittadinanza realizzato nel corso del Risorgimento: “Il legislatore fascista non giunse alla revoca generalizzata della cittadinanza italiana. Tuttavia, poiché egli escluse definitivamente tutti i perseguitati dalle Forze Armate (tanto dal servizio permanente che dal servizio di leva) e dato che tale partecipazione costituiva per i cittadini maschi l’incarnazione della cittadinanza stessa, egli li escluse di fatto dalla nazione, proclamando quindi la cessazione della vicenda storico-nazionale avviatasi con il Risorgimento. Fu allora, nell’autunno del 1938, che l’Italia cessò di essere la nazione che era stata; e fu cinque anni dopo, il 9 settembre 1943, con il reingresso degli espulsi nel nuovo movimento armato antifascista (per il reingresso nell’esercito regio sarebbe occorso altro tempo), che la vicenda interrotta (ma non annientata) nel 1938 tornò ad esistere nella realtà concreta e formale”5. E se il Manifesto della razza6 può anche sembrare soltanto il decalogo della purezza della razza italiana stilato in base al modello germanico, sarà il segretario del Partito fascista Starace (1895-1945)7 a far presenti, il 25 luglio del 1938, ricevendo gli estensori del Manifesto, le ragioni storiche e politiche dell’antisemitismo fascista; alla riunione erano presenti Lino Businco, assistente di patologia generale nell’Università di Roma, Lidio Cipriani, incaricato di antropologia nell’Università di Firenze, direttore del Museo nazionale di antropologia ed etnologia di Firenze, Arturo Donaggio, direttore della clinica neuropsichiatrica dell’Università di Bologna, presidente della società italiana di psichiatria, Leone Franzì, assistente nella clinica pediatrica dell’Università di Milano, Guido Landra, assistente di antropologia nell’Università di Roma, Nicola Pende, direttore dell’istituto di patologia speciale medica dell’Università di Roma, Marcello Ricci, assistente di zoologia nell’Università di Roma, Franco Savorgnan, ordinario di demografia nell’Università di Roma, presidente dell’Istituto centrale di statistica, Sabato Visco, direttore dell’Istituto di fisiologia generale dell’Università di Roma e direttore dell’Istituto nazionale di biologia presso il Consiglio nazionale delle ricerche, Edoardo Zavattari, direttore dell’Istituto di zoologia dell’Università di Roma; era inoltre presente il ministro della cultura popolare, Edoardo (detto Dino) Alfieri: “Il Segretario del Partito, mentre ha elogiato la concisione e la precisione delle tesi, ha ricordato che il Fascismo fa da sedici anni pra14


ticamente una politica razzista che consiste – attraverso l’azione delle istituzioni del Regime – nel realizzare un continuo miglioramento quantitativo e qualitativo della razza. Il Segretario del Partito ha soggiunto che il Duce parecchie volte – nei suoi scritti e discorsi – ha accennato alla razza italiana quale appartenente al gruppo cosiddetto degli indo-europei. Anche in questo campo il regime ha seguito il suo indirizzo fondamentale: prima l’azione, poi la formulazione dottrinaria la quale non deve essere considerata accademica, cioè fine a se stessa, ma come determinante un’ulteriore precisazione politica. Con la creazione dell’Impero la razza italiana è venuta in contatto con altre razze; deve quindi guardarsi da ogni ibridismo e contaminazione. Leggi «razziste» in tale senso sono già state elaborate e applicate con fascistica energia nei territori dell’Impero. Quanto agli ebrei essi si considerano da millenni, dovunque e anche in Italia, come una razza diversa e superiore alle altre, ed è notorio che nonostante la politica tollerante del Regime gli ebrei hanno, in ogni Nazione, costituito – coi loro uomini e coi loro mezzi – lo stato maggiore dell’antifascismo. Il Segretario del Partito ha infine annunciato che l’attività principale degli istituti di cultura fascista nel prossimo anno XVII sarà l’elaborazione e diffusione dei principi fascisti in tema di razza, principi che hanno già sollevato tanto interesse in Italia e nel mondo”8. In sostanza l’alleanza con Hitler rese esplicite tendenze razziste minoritariamente ma sostanziosamente presenti nel fascismo fin dalle sue origini esaltandole nel momento della persecuzione: infatti “dopo il varo della legislazione antisemita, la parabola del delirio razzista raggiunge il suo apice nella Repubblica di Salò: l’appello ai giovani ad arruolarsi «affinché i negri, al servizio dell’Inghilterra, non contaminino il sacro suolo» della patria va di pari passo con la consegna degli ebrei ai nazisti e la collaborazione con il Terzo Reich per la «soluzione finale»”9. Questo avviene perché, come già a proposito della legislazione razzista in Etiopia, nello stesso imperialismo fascista era nascosto, trovandovi solido terreno di coltura, il cancro del razzismo. Le fasi dell’applicazione della legislazione razziale in Italia possono essere sintetizzate nel modo seguente: tra il febbraio e il novembre del 1938 (il Regio decreto contenente i Provvedimenti per la difesa della razza italiana è datato 17 novembre 1938 e compare sulla Gazzetta Ufficiale del 19 novembre) fu elaborata la normativa persecutoria concreta; da un primo momento di esenzione degli ebrei che avevano avuto meriti bellici o fascisti si passò ad una persecuzione generalizzata con un censimento degli ebrei (22 agosto 1938), la loro espulsione dalla scuola (2 settembre 1938) e poi da tutti gli impieghi pubblici (10 novembre 1938). A quest’ultima data risale anche il divieto di matrimoni “razzialmente misti”10. Queste norme furono votate all’unanimità dalla Camera e dal Senato (qui, in verità, qualche voto contrario ci fu anche perché c’era ancora qualche senatore ebreo di nomina regia) a dimostrazione della totale fascistizzazione del Parlamento e del “totale asservimento al regime del ceto politico dominante” a cui si doveva sommare “il coinvolgimento negli atti che di fatto revocavano l’emancipazione accordata agli ebrei dallo Statuto Albertino della stessa istituzione monarchica, il cui capo regnante, Vittorio Emanuele III, aveva controfirmato e promulgato le norme limitative dei diritti volute da Mussolini e dal regime fascista”11. Attraverso una casistica elaborata da Sarfatti è possibile capire cosa intendesse il fascismo per appartenente alla razza ebraica: “ a) Il discendente da 4 nonni di «razza ebraica» era sempre classificato «di razza ebraica», anche se era di religione non ebraica. b) Il discendente da 3 nonni «di razza ebraica», secondo il decreto legge del 17 novembre 1938 avrebbe potuto essere classificato «di razza ebraica» o «di razza ariana», 15


a seconda che egli e il suo genitore misto possedessero o no determinate caratteristiche. Ben presto però venne deciso, con una disposizione ammnistrativa, di classificare comunque «di razza ebraica» chiunque avesse «il 75 per cento di sangue ebraico», ovvero «più del 50 per cento di sangue ebraico». c) Il discendente da due nonni «di razza ebraica» poteva essere classificato «di razza ebraica» o «di razza ariana». Per la classificazione «di razza ariana» occorreva che egli e (nel caso i quattro nonni avessero costituito due coppie miste) almeno un suo genitore misto appartenessero ufficialmente a religione non ebraica anteriormente al 1° ottobre 1938 (chi a tale data era agnostico o catecumeno veniva classificato «di razza ebraica») e occorreva che né l’uno né l’altro avessero compiuto, dopo l’inizio di tale appartenenza ufficiale, «manifestazioni di ebraismo» (tali erano ad esempio l’iscrizione a una comunità ebraica o comunque la professione di fede ebraica, nonché – come venne successivamente precisato – il matrimonio con persona classificata «di razza ebraica» o la presenza di figli comunque classificati «di razza ebraica»). D) Il discendente da un nonno «di razza ebraica» poteva essere classificato «di razza ebraica» o «di razza ariana». Per la classificazione «di razza ariana» occorreva che o il suo genitore misto o egli stesso appartenessero ufficialmente a religione non ebraica, secondo i criteri sopramenzionati”12. Dalla persecuzione dei diritti si passò dopo l’8 settembre del 1943 alla persecuzione delle vite degli ebrei. In questo senso il rastrellamento del ghetto di Roma il 16 ottobre del 1943 rimane uno degli episodi più significativi dell’applicazione della legislazione antiebraica. Il ghetto fu circondato e tutti gli ebrei vennero prelevati sulla base di elenchi nominativi. La descrizione di Giacomo Debenedetti, consegnata al racconto breve intitolato 16 ottobre 1943, restituisce il realismo della retata in tutta la sua forza: “Dei camion veniva abbassata la sponda destra, e si cominciava a fare il carico. I malati, gli impediti, i restii erano stimolati con insulti, urlacci e spintoni, percossi coi calci dei fucili. Il paralitico con la sua sedia venne letteralmente scaraventato sul camion, come un mobile fuori uso su un furgone da trasloco. Quanto ai bambini, strappati alle braccia delle madri, subivano il trattamento dei pacchi, quando negli uffici postali si prepara il furgoncino. E i camion ripartivano, né si sapeva per dove; ma quel loro periodico tornare, sempre gli stessi, faceva supporre che non si trattasse di luogo troppo lontano. E questo nei “razziati” poté forse accendere una specie di speranza. Non ci mandano via da Roma, ci terranno qui a lavorare”13. Ed invece erano destinati molto lontano da Roma, a Birkenau, dove giunsero il 23 ottobre; da lì, a guerra finita, tornarono in 15, 14 uomini e una donna. La furia nazista si protrasse e si abbatté sulle case che furono saccheggiate, sui negozi e sui magazzini che, nel giro di un paio di mesi, furono svuotati di tutto. Non soltanto il ghetto di Roma fu oggetto della violenza razzista dei nazisti; anche Venezia, il 31 dicembre del 1943 e il 17 agosto del 1944, e Trieste, il 20 gennaio del 1944. I deportati transitavano per Fossoli, per Verona, per Bolzano e da lì venivano trasferiti nei campi di sterminio. Caduto il fascismo e assunto il potere da Badoglio le leggi del ‘38 non furono abrogate consentendo, così, di mantenere intatta la documentazione relativa agli ebrei depositata nei ministe-ri; in questo modo ne diventò facile l’utilizzazione da parte dei nazisti nella loro opera di deportazione e di sterminio. Inoltre nel gennaio del 1944 un decreto legislativo mussoliniano ordi-nava l’internamento di tutti gli ebrei senza eccezione e la spoliazione di tutti i loro beni mobili ed immobili. L’elenco di tali beni consente di cogliere appieno il 16


grado profondo di persecuzione cui il fascismo sottopose gli ebrei: pezzi di argenteria, mobili, immobili, proprietà terriere, opere d’arte e tappeti di valore fino a poveri oggetti di casa e oggetti personali. È ormai di pubblico dominio che molti italiani si adoperarono, durante il periodo ’43-’45, per salvare le vite di ebrei altrimenti destinati ai campi di sterminio, “ma è necessario ricordare nello stesso tempo che il regime fascista non fu espressione di pochi, isolati delinquenti ma di settori ampi della società italiana, che proprio perciò poté durare vent’anni mettendo insieme forza e consenso e che numerose furono le complicità della società civile con il regime, prima e dopo l’8 settembre del 1943”14. Fra queste complicità, soprattutto in relazione alla promulgazione della legislazione antiebraica, vanno ricordate quelle indubbiamente autorevoli del re, Vittorio Emanuele III, che firmò tutte le leggi, del papa Pio XI, che protestò “solo contro la norma che vietava la celebrazione di qualsiasi matrimonio «razzialmente» misto, in quanto essa vietava la trascrizione da par te dello Stato italiano dei matrimoni celebrati con rito religioso cattolico”15, del suo successore Pio XII, dei deputati, che votarono all’unanimità le leggi, dei senatori, che fecero altrettanto, ad esclusione di nove, degli studenti e degli intellettuali schierati con il regime nonché della stampa, mentre le norme furono condannate dagli antifascisti. La gente comune, ossia quella che dice di non occuparsi di politica, fu nella maggioranza attirata nell’orbita della propaganda razzista del fascismo e si adeguò. Altri resistettero. Ma la Resistenza vera, alla quale gli ebrei parteciparono con una loro formazione, sarebbe arrivata qualche anno dopo.

17


M. Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi, Einaudi, Torino, 2002, p. 4. B. Mussolini, Opera omnia, a cura di E. e D. Susmel, vol. XVII, La Fenice, Firenze 1951, p. 219. 3 Sul mensile di Preziosi fu pubblicato nell’agosto del 1937 una specie di decalogo, intitolato Dieci punti fondamentali del problema ebraico, che costituiva una sintesi della sua ventennale campagna antiebraica. 4 R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, Torino 1993, pp. 53-55. 5 M. Sarfatti, op. cit., pp. 6-7. 6 Il Manifesto della razza, ovvero il Manifesto degli scienziati razzisti, che recava la firma di «un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle Università italiane» (nomi e cognomi con relative qualifiche sono riportati nel testo) e predisposto «sotto l’egida del Ministero della Cultura popolare» “si presentava come decalogo destinato a stabilire i fondamenti storico-antropologici di un dispositivo normativo, prescindendo da ogni rigorosa impostazione scientifica e piegando lo stesso sviluppo storico della popolazione italiana (o meglio sarebbe dire delle popolazioni italiane) ad una profonda manipolazione pur di consentire la rappresentazione di un percorso lineare tale da permettere che si potessero tracciare le conclusioni categoriche che venivano prospettate” (E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 60). 7 Achille Starace fu organizzatore dello squadrismo trentino, deputato, segretario del Partito nazionale fascista dal 1931 al 1939 e poi, fino al 1941, capo della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Catturato dai partigiani, fu giustiziato a Milano. 8 Questo documento (“Comunicato del PNF a proposito del Manifesto degli scienziati razzisti”) è riportato in R. De Felice, op. cit., p. 557. 9 D. Losurdo, op. cit., p. 11. 10 Ricorda Collotti, a p. 77 del suo libro già qui citato, facendo riferimento a recenti studi comparatistici fra la legislazione razzista italiana e quella tedesca, che “non esiste in Germania una norma sull’espulsione generalizzata degli ebrei stranieri come quella italiana del settembre 1938; analogamente l’espulsione degli ebrei dalle scuole in Germania seguì un percorso molto più graduale che non in Italia”. 11 E. Collotti, op. cit., p. 78. 12 M. Sarfatti, op. cit., pp. 20-21. 13 G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Einaudi, Torino, 2001, pp. 31-32. 14 N. Tranfaglia, Labirinto italiano. Il fascismo, l’antifascismo, gli storici, La Nuova Italia, Firenze 1989, p. 84. 15 M. Sarfatti, op. cit., p. 43. 1

2

18


Le scuole ebraiche di emergenza nel 1938 a Roma Bice Migliau, Direttore Centro di Cultura Ebraica della Comunità ebraica di Roma II Regio Decreto Legge del 5 settembre 1938 contenente “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista” espelleva gli ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado: di colpo, insegnanti ed alunni si trovavano estromessi dalla vita scolastica e posti di fronte ad una realtà che erano totalmente impreparati ad affrontare. A Roma, per i bambini delle elementari, si configuravano due possibilità, o di confluire nella scuola ebraica di Lungotevere Sanzio, già attiva dal 1925, che passava nel ‘38 da 450 a 764 alunni, o di frequentare le poche scuole che aprivano i battenti agli ebrei nelle ore pomeridiane, con classi speciali loro riservate. Una situazione ben più grave si prospettava per il proseguimento degli studi medi, inferiori e superiori: occorreva creare strutture nuove per circa 600 studenti, con notevoli difficoltà economiche ed organizzative. Sotto la guida del rabbino capo David Prato si attivò rapidamente un comitato di padri di famiglia, presieduto con grande efficienza e sensibilità da Guido Coen, di cui facevano par te anche docenti allontanati dalle università. Il comitato in poco più di un mese trovò in affitto la sede, una palazzina di via Celimontana, reperì i fondi attraverso tasse scolastiche ed offer te volontarie, selezionò gli insegnanti, infine iniziò le pratiche di associazione all’ENIM (Ente Nazionale Istruzione Media) e ottenne dall’Ente la nomina di un preside “ariano”, il prof. Nicola Cimmino, che dotato di umanità ed equilibrio si guadagnò la stima e la simpatia degli stessi ebrei da lui “sorvegliati Il 23 novembre la scuola media ebraica potè aprire i battenti con quattro differenti istituti: ginnasio-liceo, magistrali inferiori e superiori, istituto tecnico inferiore e superiore, avviamento commerciale, per un totale di 411 studenti divisi in 29 classi. Fu attiva in questa sede per due anni scolastici, fino a che nel 1949 l’edificio fu posto in vendita; di conseguenza l’istituto tecnico si trasferì a via Cesare Balbo, nei locali posti sopra l’oratorio Di Castro; gli altri istituti furono allocati nell’edificio degli Asili, a Lungotevere Sanzio. La nuova scuola media unica fu divisa in due sezioni, una a via Balbo e una a Lungotevere. Una menzione a parte meritano i corsi integrativi di cultura matematica “a livello universitario” dell’Istituto Tecnico Superiore di Friburgo in Svizzera istituiti a partire dal 1941 presso la scuola: sotto la guida e la direzione dell’insigne matematico prof. Guido astelnuovo, misero molti giovani ebrei in grado di proseguire gli studi oltre le scuole superiori. La scuola di via Celimontana fu una pietra miliare nella formazione della personalità degli studenti che la frequentarono, e fu eccellente soprattutto dal punto di vista didattico: gli insegnanti infatti erano professori di scuola superiore o dell’università, o anche accademici del Lincei, che erano stati allontanati dal loro lavoro. Tutte le testimonianza sono inanimi nel ricordare una scuola unica nel suo genere, in cui si è formata un’intera generazione sotto la guida di docenti che hanno dato il meglio di sé in tempi assai difficili per gli allievi e le loro famiglia da Bice Migliau: La documentazione della scuola media ebraica del ’38, in Italia judaica, Atti del IV Convegno, Roma, 1993 (adattamento a cura di Giuliana Paserman)

19


I ragazzi del ’38 e le scuole ebraiche di Roma - La scuola di via Celimontana nei ricordi di un allievo Luciano Coen - I ricordi di un ex studente della “università clandestina” (*) Gino Fiorentino (*)Estratto da: La Matematica nella Società e nella Cultura, Bollettino della Unione Matematica Italiana (8), 4A, Aprile 2001, 79-83

20


La scuola di via Celimontana nei ricordi di un allievo* Luciano Coen Sono trascorsi sessanta anni dall’oramai lontano novembre 1938 quando ci trovammo riuniti in una scuola che la Comunità di Roma aveva dovuto organizzare in tutta fretta alla fine dell’estate per assicurare a noi ragazzi di allora la continuità degli studi nel momento in cui la dittatura fascista ci aveva espulso dalle scuole del Regno perchè rei di essere ebrei cioè dei “diversi” non appartenenti alla pura razza ariana, si fa per dire, del resto degli italiani! Nel 1938 la comunità disponeva già di una scuola materna e di una scuola elementare ma nel clima di assimilazione e nella migliore delle ipotesi, di integrazione allora imperante nei nostri ambienti, in Italia nessuno aveva mai ritenuto necessaria una scuola media. Con la visita in Italia di Hitler nel maggio 1938 l’alleanza politica italo-tedesca si era cementata nell’Asse Roma-Berlino alias Patto d’acciaio e nell’estate seguente si era scatenata in Italia. per i più inaspettatamente, la violenta campagna antisemita che condusse, a partire dal Settembre, alla promulgazione della legislazione per la difesa della razza in tutto simile ai provvedimenti legislativi nazisti, meglio noti come “leggi di Norimberga”, che dopo il gennaio 1933 si erano abbattute sugli ebrei tedeschi. Il prof. David Prato, allora Rabbino Capo della nostra Comunità, avvertì la gravità della situazione che si stava delineando e, ben sapendo che i ragazzi ebrei rischiavano l’espulsione dalle scuole, mobilitò un comitato di genitori per risolvere il problema principe di ogni Comunità: l’istruzione dei giovani. Nel settembre arrivarono implacabili i provvedimenti razziali ed in particolare nel settore dell’istruzione ci fu la radiazione immediata dalle scuole pubbliche e private del Regno di tutti i docenti ed allievi ebrei: i ragazzi avrebbero potuto conseguire il ciclo elementare in sezioni speciali organizzate con orari pomeridiani in alcune sezioni mentre per i cicli della. media inferiore e superiore i ragazzi avrebbero potuto sostenere annualmente gli esami come privatisti fino al conseguimento del titolo in sessioni separate dal resto degli studenti. Era infine tassativamente vietato l’accesso agli studi universitari salvo, bontà loro, consentire agli studenti già iscritti di completare il corso di laurea intrapreso nel tempo tecnico prescritto, cioè senza uscire “fuori corso”. A quel momento l’attività del Comitato dei genitori divenne frenetica: i figli più grandi dei membri di esso vennero coinvolti per dare un aiuto sostanziale nelle tante attività necessarie ad organizzare ex novo una scuola. Fu così che mi trovai coinvolto in quell’epopea assieme a tanti nuovi amici dei quali voglio ricordare in particolare Roberto e Laura Milano e Mitì Ascarelli: fummo i primi “portaborse” della storia quando quell’etimo non era ancora entrato nel nostro lessico. Tutti in prima linea ma con tanto entusiasmo da vendere: non lo sapevamo ancora, ma nostri genitori ci stavano organizzando qualcosa di più di una buona scuola! Ricordo un tardo pomeriggio autunnale ai primi di ottobre, il Comitato si riuniva sotto in presidenza del prof. Prato nella sala della biblioteca della Comunità che non era stata ancora suddivisa in stupide stanzette che ne hanno fagocitato l’austera ampiezza dominata dalle scaffalature stipate di quei preziosi libri che cinque anni dopo verranno trafugati dalle SS tedesche a corollario della razzia del “sabato nero” in Ghetto. Quella sera il Rabbino ed il Comitato esaminarono le varie proposte ed approvarono quella che sembrò fosse la migliore. Già nella domenica successiva nella sala a piano rialzato del vecchio fabbricato della scuola Vittorio Polacco, quella che era utilizzata come oratorio per i moadim e per i 21


“bar mitzva”, vennero raccolte le iscrizioni per poterci contare e selezionarci per i vari ordini e gradi d’insegnamento: fummo noi “figli del Comitato” a presidiare i tavoli per le iscrizioni e a dare le informazioni del caso per la compilazione delle schede informative. Poi cominciò un “tour de force” implacabile: l’appuntamento sul Colle del Celio alla Navicella in una radiosa mattina della classica ottobrata romana per andare a visitare una villetta nella vicina via Celimontana che avrebbe potuto ospitare la nostra scuola: fu il classico “coup de foudre’, quasi quel complesso fosse stato messo lì per aspettare noi, ed il Comitato non perse tempo per affittarlo. È ancora lì all’angolo con via Marco Aurelio ma ora divenuto un Comando dei Carabinieri. Il fabbricato si presentava molto bene, circondato da un giardino con molti alberi di alto fusto tra i quali anche un maestoso cedro del Libano: una scala ellittica a doppia rampa conduceva al portone di ingresso sormontato da una pensilina in ferro a vetri colorati di stile liberty ed all’interno dal grande atrio a piano rialzato si saliva alla loggia del piano nobile con una scala monumentale marmorea illuminata dall’alto da una grande lucernario anch’esso liberty che l’inondava di luce. Sarebbero occorsi dei lavori di adattamento per inserirci una scuola ma se ne incaricò mirabilmente l’ing. Romeo Di Castro che seppe progettare e realizzare quanto necessario in un tempo che non esiterei a definire “in tempo reale” con il linguaggio dei computer dove quanto necessario per domani è già pronto da ieri. Analogo discorso per gli arredamenti: ve li ricordate quei banchi dal design particolare forniti anch’essi a tempo di record dalla falegnameria del comm. Pace? Si, parlo di quei tavoli biposto con il sottopiano per alloggiare cartelle e libri che non so dove siano finiti ma dovrebbero ancora esistere tanto erano robusti. Il sottocomitato didattico ebbe forse i compiti più facili e poté scegliere una rosa invidiabile di docenti visto che, dopo le radiazioni dal ruoli statali, un buon professore nostrano era una merce tutt’altro che rara. Last not least si ottenne anche la parificazione della scuola a quelle di stato con l’associazione all’ENIM [Ente Nazionale Istruzione Media] perché in fin dei conti le leggi razziali consentivano agli ebrei l’istruzione media: occorreva soltanto che ci fosse un “preside ariano” e qui fu determinante l’interessamento di Giacomo e Wanda Piperno che presentarono l’uomo giusto per il posto giusto. La scelta fu indovinatissima perchè trovammo un amico sincero in momenti in cui l’amicizia nei nostri confronti poteva essere compromettente. Il nostro preside, prof. Nicola Cinmino, fisicamente assomigliava più ad un semita che ad un ariano: giovanissimo, non molto alto, abbronzato, occhi capelli e baffetti nerissimi. Malgrado la giovane età disponeva già di un’alta professionalità ed era dotato di un infallibile sesto senso: basti pensare che fu talmente abile da amalgamare in una macchina didattica perfetta le dirompenti individualità di un corpo di docenti di notevole valore: parlo di Euzo Monferini, Maria Piazza, Ernesta Romanelli. Emma Castelnnovo, Lydia Horn, Elio Piattelli, Berta Gutierres, Nuccia Ascoli tanto per nominare quelli che hanno avuto la pazienza di sopportarmi come allievo. Arrivò anche il personale ausiliario: gli indimenticabili bidelli Romeo ed Anita Bondì con una speciale menzione alla “verve” trasteverina di Romeo sempre ambito animatore delle nostre riunioni extrascolastiche. Non c’era stato spazio per nessuna pausa di riflessione, di quelle che oggi riescono a mettere in stand-by la migliore delle iniziative, non c’era stata nemmeno possibilità di sbagliare una mossa ed a metà Novembre, o per la straordinaria efficienza del Comitato o 22


per un miracolo divino simile a quello del passaggio del Mar Rosso, la nuova scuola iniziò la sua attività articolata su ginnasio inferiore e superiore, liceo classico, istituto tecnico inferiore e superiore per ragionieri, istituto magistrale ed avviamento professionale, accogliendo circa trecento allievi. In via Celimontana la scuola restò solo negli anni scolastici 38/39 e 39/40 e poi venne trasferita nei locali degli Asili in Lungotevere Sanzio dove operò ancora dal 40/41 al 42/43. Oggi a distanza di anni sappiamo che quella scuola non fu per noi soltanto un’ottima scuola con professori eccezionali che oltre essere ottimi docenti seppero divenire soprattutto nostri amici, ma divenne anche un “territorio” in cui prosperarono tante attività extrascolastiche che valsero appunto a creare quell’atmosfera che ricordiamo gelosamente e che riaffiora tutte le volte che ci incontriamo anche a distanza di tanti anni: tanti nuovi amici, attività culturali e sportive, gite, escursioni, addirittura uno spettacolo di rivista ed i tantissimi primi flirts! Tutto questo ci creò uno stile di vita nuovo con l’imperativo categorico di “quanto stiamo bene assieme” che ancora oggi, repetita juvant, a distanza di sessanta. anni, si nota quando i compagni di “quella scuola’ hanno occasione di ritrovarsi. Fabio Hillel Della Seta nel suo libro di ricordi scolastici di quel periodo, l’Incendio sul Tevere, ricorda l’escamotage che il suo gruppo aveva escogitato per dilatare il tempo di quel contatto di gomito cosi importante quasi fosse una linfa vitale: per tutti appuntamento al mattino al passaggio della vettura della Circolare Rossa di buona memoria contrassegnata dall’orario 31. Ore 7,50 tutti a bordo! I nostri genitori avevano avuto il merito di organizzarci un’ottima scuola risolvendo egregiamente il problema della continuità della nostra istruzione ma ci avevano creato soprattutto uno spazio nel quale i condizionamenti e le umiliazioni di un mondo esterno ostile erano limitati al massimo ed inconsapevolmente avevano messo nelle nostre mani qualcosa che noi ragazzi di allora sapemmo trasformare in uno splendido giocattolo. È strano parlare di giocattolo, riferendosi ad una. scuola dovrebbe essere come parlare di corda in casa dell’impiccato; forse è strano un simile paragone anche per i più ligi al dovere ed i più convinti della necessità di istruirsi, i “secchioni” tanto per intenderci, perchè scuola è sempre sinonimo di limitazione del tempo libero, per un ragazzo bene assoluto allora come oggi. I ragazzi che entrarono direttamente a via Celimontana non conobbero l’umiliazione della frequenza nelle sezioni speciali che si avverte nei ricordi di coloro che vissero quella triste esperienza: Regia Scuola Enrico Pestalozzi. per gli studenti ebrei ingresso separato in Via Sommacampagna e non dall’ingresso principale di Via Montebello. Quelli di loro che ebbero la fortuna di accedere successivamente alla nostra scuoletta uscirono da un incubo alienante. Ho sempre cercato di analizzare i motivi di questa evoluzione meravigliosa nella quale si condensano oramai i lontani ricordi di Via Celimontana e giungo sempre alle stesse conclusioni: in tempi che divenivano sempre più difficili ed insicuri ci trovavamo bene tutti assieme, non a caso l’unione fa la forza, perchè il collettivo ci rendeva anche spregiudicati e riuscivamo a rimuovere le ansie ed i timori arroccandoci dietro una siepe di virtuale spensieratezza. È vero, diventammo anche spregiudicati ed approfittammo delle tante “smagliature” che con il passare del tempo e con l’aumento delle sciagure che si abbattevano sugli italiani, si verificarono nell’applicazione quotidiana dei “regolamenti di attuazione” delle leggi razziali laddove ci era consentito di vivere ma senza confonderci con la pura “popolazione ariana”; evademmo infatti dai nostri limiti territoriali ma, per quanto ricordo, non venimmo mai richiamati o minacciati di rappresaglie. 23


Ed ora consentitemi di raccontarvi tre episodi di vita scolastica legati a via Celimontana. Primi giorni di scuola, è appena arrivato il nuovo preside e non c’è stato nemmeno il tempo di presentarlo ufficialmente, Laura Milano, studentessa di quarto ginnasio, sale la scala marmorea della scuola con una certa eccitazione chiassosa quando dall’alto della loggia del primo piano si sente redarguita e richiamata all’ordine da un giovanottello di belle speranze, capelli corvini quasi crespi e baffetti ed occhi nerissimi; pensando si trattasse di un collega del liceo un poco secchione e in vena austerità fasulla fece una mossa col braccio a significare “ma tu che vuoi, di che t’impicci?”. Fortunatamente era lì vicino mio padre, lo chiamavate “il signor Guido”, che intervenne a fare le dovute presentazioni e la situazione venne diplomaticamente sanata “Sulla vita de tu’ padre butta sta penna dalla finestra” ed una bella penna stilografica volò segnando un’elegante parabola dal terzo piano della scuola e si schiantò in mille pezzi nel giardino. Nell’ora di ricreazione, dopo aver sottratto una penna lasciata incautamente sul banco, quell’invito perentorio era stato rivolto da un compagno, precoce delinquente, ad un ragazzo, rampollo dodicenne di una famiglia timorata, tutta casa e Tempio. Il rampollo infatti aveva finito per interpretare correttamente la vita scolastica in aula sugli schemi della “Schola Tempio”: non mancava mai dire “becavod” ai compagni che si avviavano all’interrogazione o “hazzac” al momento in cui tornavano al posto. Infatti non ebbe nessuna esitazione di obbedire al comando ricevuto e, nel rispetto del comandamento di onorare il padre e la madre, lanciare la penna dalla finestra. Avvenuto il fattaccio la professoressa di turno fece la faccia estremamente feroce ad ambedue i protagonisti della bravata in quella “chiù feroce assai” toccò al malcapitato lanciatore: il relativo processo ... vista l’estrema gravità del reato venne delegato il preside. II rampollo di famiglia timorata arrivò al cospetto dell’autorità costituita scuro in volto e ed affrontò la scontata diatriba del preside seraficamente certo della validità delle sue ragioni: alla domanda di rito “perchè l’hai fatto” rispose tranquillamente “à professo’ma a chi debbo volè più bene a mi’ padre o alla penna? “na penna s’aricompra, un padre no!’ La motivazione era talmente logica che tutti i presenti, preside compreso, si guardarono negli occhi e riuscirono a fatica a non scoppiare in una sonora risata che avrebbe distrutto l’ambiente di rigore da mantenersi malgrado le validissime ragioni esposte dall’accusato. Il vernacolo riportato vi dà l’idea della provenienza del “reo” ma non posso esternarne il nome perchè l’interessato non ricorda più l’episodio. 1 Maggio 1939, festa del lavoro in tutto il mondo tranne che in Italia dove il regime fascista l’aveva anticipata al 21 Aprile, in concomitanza con il Natale di Roma; noi del primo liceo siamo fuori della scuola attendendo di entrare per un ritorno pomeridiano richiesto dagli orari di programma in virtù del riposo sabbatico istituito a via Celimontana. Giorgio Piperno, pensando alla ricorrenza in termini di “clandestinità” se ne esce certamente scherzando, pur essendo stato sempre tendenzialmente un simpatico provocatore: “è la festa del lavoro, festeggiamola anche noi e facciamo tutti sega a scuola!’ L’idea di andarcene a zonzo un paio d’ore allettava tutti e lo scherzo stava diventando una cosa seria! Sarebbe stato uno sciopero vero e proprio in un paese corporativo una tale forma di lotta era considerata un gravissimo reato con il rischio di mobilitare le reazioni del “federale” da Palazzo Braschi se la notizia vi fosse stata riportata: che bello poter associare dei giovani ebrei agli aborriti marxisti leninisti. 24


Fortuna volle che passasse in quel momento il professor Enzo Monferini, vicepreside e nostro stimato professore di storia e filosofia; per la sua navigata esperienza didattica c qualche parola di troppo captata incrociandoci, comprese tempestivamente la situazione ed intervenne prendendoci metaforicamente per le orecchie e trascinandoci in classe. Il “Monf ’, cosi lo chiamavamo perché aveva un nome decisamente lungo, era un libero pensatore, non aveva mai nascosto le sue simpatie per la sinistra. e non poteva avere preconcetti reazionari su quanto volevano attuare con la beata incoscienza dell’età; è universalmente noto di quale acutissima intelligenza disponesse non per niente era un valido docente di filosofia che ha avuto il grande merito di dare un’impronta razionale ad una generazione di ragazzi della nostra Comunità! Dopo averci riuniti, sedendosi sullo spigolo della cattedra come faceva abitualmente quando ci spiegava il pensiero di Socrate, ci rivolse non delle parole di rimprovero come tutti ci aspettavamo ma ci enunciò un freddo sillogismo degno di Aristotele che non ammetteva repliche né varianti. “Siamo in una situazione di inferiorità e non per nostro demerito, siamo in una scuola diversa dalle statali e non possiamo rischiarne la sopravvivenza con tali leggerezze: ogni vostra eccezione va accantonata fino a momenti più opportuni.” Non si dilungò in altre spiegazioni, ci fissò solo lungamente negli occhi senza aggiungere altro. L’incidente con il “Monf ” si chiuse lì ma quel giorno il nostro professore ci aveva impartito una lezione molto più importante di quelle abituali del corso ed ognuno di noi da quel momento sarebbe stato portato a ragionare con maggiore ponderazione. A questo punto prima di salutarvi voglio ricordare un mio vanto scolastico: in quella scuola non sono stato soltanto uno studente ma ho avuto anche la possibilità di farne parte nel corpo docente come insegnante di applicazioni tecniche ai giovanissimi studenti della nuova media unica de1 41/42 e 42/43. A soli 19 anni fui il più giovane in assoluto dei professori anche se inquadrato in titolo precario. Grazie di avermi ascoltato ed un arrivederci a tutti per... il settantennio!

(*)Testo di una conferenza tenuta nel 1998.L’autore è mancato nel 2001 25


I ricordi di un ex studente della “università clandestina”* Gino Fiorentino Nel 1938, quando furono promulgate le leggi per la “difesa della razza”, avevo quindici anni e da studente le R. Liceo-Ginnasio Ennio Quirino Visconti, avevo superato nella sessione estiva gli esami di ammissione al liceo classico. A causa delle suddette leggi non potei frequentare il liceo nell’istituto cui ero iscritto, e dove, sia detto per inciso, non ho più messo piede fino al 1998. La creazione ad hoc delle Scuole Media Israelitiche mi permise comunque di completare gli studi e di conseguire nell’estate del 1941 la maturità. A questo punto sorsero i problemi, perché l’accesso alla regia Università era realmente impossibile e non era pensabile di poter creare una Università per gli Ebrei, come si era fatto per le scuole medie inferiori e superiori. Molti pensarono allora di conseguire, come “privatisti”, un diploma di scuola media superiore, che desse la possibilità di accedere ad un lavoro. Stranamente, dati i tempi e le leggi vigenti, ciò era possibile anche per gli ebrei. Alcuni, che avevano già una predisposizione per attività affini all’ingegneria, conseguirono il diploma di geometra, ed altri, come me, divennero ragionieri. Mentre alcune famiglie si arrovellavano per dare ai propri ragazzi uno strumento di sopravvivenza, altri genitori pensavano invece al modo di far proseguire gli studi ai propri figli. Chi aveva la possibilità mandò i giovani a studiare nelle Università svizzere, ma altri? Ci fu comunque un padre, che aveva già attivamente collaborato alla creazione delle Scuole Medie Israelitiche, e che si era sempre preoccupato del nostro futuro, che un po’ per la sua tenacia ed un po’ per un colpo di fortuna, trovò il modo di far proseguire gli studi anche a chi non aveva la possibilità di recarsi all’estero. II suo nome, Guido Coen, rimarrà sempre nella nostra memoria ad a lui va la nostra sempre viva gratitudine. Egli si rivolse al prof. Guido Castelnuovo perchè assumesse la responsabilità e la direzione della didattica dei “Corsi di istruzione matematica superiore” ed insieme trattarono la nostra iscrizione all’Istituto Tecnico Superiore di Friburgo (Svizzera) con Il Direttore di questo Istituto prof. ing. Guido Bonzanigo. La coincidenza del nomi suscitò fra noi studenti la definizione scherzosa di «Università dei tre Guidi». Il prof. Castelnuovo, non essendo sufficienti per il tipo di insegnamento che aveva in mente i docenti ebrei, che erano stati radiati dalle scuole ed università “regie”, designò per le materie fondamentali del biennio propedeutico di ingegneria, alcuni suoi ex-allievi ed assistenti e qualche giovane docente dell’Università di Roma, i quali, pur essendo “ariani”, ma sicuramente antifascisti, non esitarono ad aderire al suo invito, incuranti dei pericoli che avrebbero potuto correre a causa di questa loro attività. Non dimenticherò mai i loro nomi, per 1’affetto che ci lega a loro in quel triste periodo e che era qualcosa di ben diverso dal consueto rapporto docenti-discenti. Li consideravamo un po’ come presenze benefiche ed un po’ come nostri complici nell’eludere le disposizioni di legge. Erano: il prof. Giulio Bisconcini, docente di analisi algebrica, analisi infinitesimale e meccanica razionale; il prof. Raffaele Lucaroni, docente di geometria analitica e descrittiva; il prof. Bernardo N. Cacciapuoti, docente di fisica. 27


Insieme a loro insegnavano alcuni docenti ebrei di grande valore, la prof. Maria Piazza, chimica, l’arch. Angelo Di Castro, disegno, il prof.. Giulio Supino e il prof. Vito Camiz, per la scienza delle costruzioni. Si formò allora una specie di famiglia culturale, con i “ragazzi» ed i «grandi». Per quanto i tempi fossero assai oscuri, la nostra giovinezza e la fede nel futuro riscatto, comune anche agli insegnanti, fecero di quel periodo una specie di lieta attesa di giorni migliori e del nostro impegno la preparazione per questi giorni tanto desiderati. Come in tutte le famiglie c’erano scherzi e soprannomi. Il prof. Castelnuovo, per esempio lo chiamavamo «il nonno», sia per la sua età sia per la speciale posizione in seno alla nostra «Università»; il prof. Cacciapuoti era designato come “l’esimio cultore», perchè nel presentarlo il prof. Castelnuovo lo aveva definito “esimio cultore di scienze fisiche moderne”. Ricordo che un giorno, insieme ad un collega, stavo guardando un giornale che riportava la fotografia di una contadina col figlioletto in braccio mentre parlava con Mussolini. La didascalia diceva: «Confidenza di popolo»; il prof. Bisconcini che passava di lì commentò: «dammi un pezzo di pane che muoio di fame, ecco cosa gli sta dicendo». Il prof. Lucaroni aveva un modo tutto suo di esporre i «fatti della geometria», come lui li chiamava; egli sosteneva che la matematica è un linguaggio adatto a “raccontare i fatti della geometria», per cui nel fare lezione, dopo aver esposto il problema geometrico, prima di scrivere le equazioni atte a risolverlo, diceva: “Come lo raccontiamo?” Saltuariamente tenne alcune lezioni il prof. Castelnuovo, di cui mi colpì l’estrema chiarezza e semplicità d’esposizione. A questo proposito mi torna alla memoria un episodio di cui fui protagonista. Una sera, poichè le nostre lezioni si svolgevano di sera, nei locali degli Asili Infantili Israelitici, che di mattina erano occupati dalle classi della scuola media, alla fine della lezione, avendo ancora un po’ di tempo a disposizione, il prof. Castelnuovo chiese: «Se qualcuno di loro ha dei dubbi o delle domande da fare, dica pure». Sia pure un po’ esitante, data la statura dell’interlocutore, ml feci coraggio e chiesi delucidazioni su un argomento che era stato trattato in una precedente lezione. Il professore mi invitò ad andare alla lavagna ed io, tremando per la brutta figura imminente, mi avviai e svolsi l’argomento con una facilità ed una prontezza incredibili per me. Sembrava che avessi fatto tutto da solo, ma evidentemente la sua capacità “maieutica» aveva avuto ragione della mia ignoranza. All’inizio di questo aneddoto ho sottolineato il modo che aveva il prof. Castelnuovo di rivolgersi a noi, in tempi di “Voi» obbligatorio per legge. Anche il prof. Bisconcini usava lo stesso modo. Un’altra persona che tenne alcune lezioni, o meglio conferenze, sulla storia della matematica e della geometria, fu il prof. Federigo Enriques, all’epoca noto nelle scuole medie per i suoi testi di geometria scritti in collaborazione con il prof. Ugo Amaldi. Il prof. Enriques era una figura simpaticissima, di estrema cortesia ed affabilità, ed ai nostri occhi risultò una specie di “zio” degli studenti, rinforzando quel clima familiare che si era stabilito nel nostro gruppo. Partecipavano ai corsi alcuni studenti non romani, i quali furono immediatamente adottati dal gruppo, sia per la facilità di aggregazione propria del giovani, sia per la sorte comune che ci aveva riunito Con questi abbiamo sempre mantenuto rapporti, anche dopo le varie vicende che nel corso del tempo ci hanno separati ed ancora oggi ci incontriamo con piacere ad ogni occasione. 28


La nostra avventura finì fortunatamente bene, con l’arrivo degli. alleati a Roma, che ci trovò miracolosamente sani e salvi tutti, anche se alcuni di noi, nel frattempo avevano avute delle peripezie anche pericolose. I buoni uffici del prof. Castelnuovo ci consentirono di poterci iscrivere all’Università di Roma, addirittura con retrodatazione, per cui tutti i componenti del gruppo risultarono iscritti in data 1 novembre 1941. E qui ci fu l’intervento del quarto «Guido» della vicenda, cioè del prof. De Ruggero, all’epoca ministro della Pubblica Istruzione, che fece l’ulteriore «miracolo» a nostro favore. Ricordo non senza emozione il giorno, mi pare fosse nel settembre del 1944, in cui ci presentammo all’Università, Istituto di Matematica, che in seguito è stato intitolato «Guido Castelnuovo», ed entrammo in fila indiana con il prof. Castelnuovo in testa, davanti ai professori allora titolari di cattedra nel biennio, tutti con il cappello in mano. Fummo cosi reintegrati nella nostra originaria posizione, ed in pratica senza perdite di tempo, salvo per alcuni pochi che avevano conseguito la maturità un anno o due prima di noi, ed anche se lì per lì questo ci sembrò quasi normale, bisogna ammettere che in effetti fu un “miracolo”, composto di tanti piccoli miracoli che si erano verificati ad incastro, evitandoci la triste sorte che purtroppo toccò a tanti altri giovani ebrei. Aggiungo, a titolo di curiosità, che quasi tutti i componenti del gruppo si sono poi laureati, la maggior parte in ingegneria, ed alcuni in matematica e gli abbandoni si limitarono a tre o quattro elementi, mentre lo stesso non accadde alla seconda pattuglia del diplomati nel 1942.

(*)Estratto da: La Matematica nella Società e nella Cultura, Bollettino della Unione Matematica Italiana (8), 4-A, Aprile 2001, 79-83

29


ll dopoguerra e la reintegrazione nei diritti civili politici e patrimoniali Daniela Marcuccio, docente di materie giuridiche ed economiche Sommario: 1. Premessa – 2. Una panoramica critica sulla legislazione riparatoria – 3. La reintegrazione nei diritti patrimoniali. 3a. Avverso gli atti dello Stato monarchico fascista e della Repubblica Sociale Italiana, 3b. Avverso i privati – 4. L’azione di annullamento dei contratti – 5. L’azione di rescissione dei contratti.

1.Premessa All’indomani dell’8 settembre 1943 la sensazione che quasi tutti dovettero avere fu quella dello sfasciamento dello Stato o, quanto meno, della sua sospensione di ogni forma di autorità legittima: gli uffici pubblici chiusero, si paralizzarono i servizi mentre il Re fuggiva verso sud, con un esercito dissoltosi e pochi brandelli del Governo1. La ricostituzione del governo fascista al nord comportò che la Presidenza del Consiglio dei Ministri, i Ministeri, la Segreteria particolare del Duce e tutto l’apparato centrale dello Stato e del Partito Nazionale Fascista fossero trasferiti al Nord e dislocati in diverse località. Il 6 novembre 1943 fu trasferito a San Pellegrino Terme l’EGELI con strutture e documentazioni2. Fu creata la Guardia nazionale repubblichina e furono istituite bande paramilitari al cui fianco operarono gli uffici e i reparti militari tedeschi3. Il 12 aprile 1944, firmando il compromesso De Nicola, Vittorio Emanuele III accettava di abdicare in favore del Luogotenente Generale del Regno4, il figlio Umberto II, dandogli facoltà di provvedere a tutti gli affari dell’amministrazione e di esercitare nelle forme previste dallo Statuto tutte le prerogative regie, con controfirma ministeriale. Il Decreto Legislativo Luogotenenziale n.1515 del 25 giugno 1944, risultato di un patto con i partiti del CLN stabiliva che, a liberazione avvenuta, il popolo italiano con voto libero e democratico avrebbe eletto i rappresentanti all’Assemblea Costituente che avrebbe svolto la funzione di legislatore costituzionale del nuovo Stato. L’intento di rompere con il passato istituzionale era evidente. Impervia e contraddittoria fu tuttavia l’elaborazione immediata di un intervento di politica legislativa che cancellasse gli orrori normativi prodotti dal regime, possibilmente rimuovendone gli effetti giuridicamente e socialmente più devastanti. La questione della reintegrazione degli ebrei nei diritti loro sottratti si innestò lungo questo irto percorso. 2. Una panoramica critica sulla legislazione riparatoria “Essi non hanno più niente: la loro condizione economica è il risultato non soltanto delle leggi razziste e delle confische delle autorità, ma è, soprattutto, il risultato della devastazione sofferta dalle loro proprietà, sia immobiliari che mobiliari, perché essi sono stati completamente spogliati dei loro patrimoni, del loro lavoro, sono in uno stato di grande indigenza che necessita di un aiuto sostanziale e duraturo”6 “Noi non chiediamo la carità né speciali privilegi. Noi chiediamo di essere reintegrati esattamente nella situazione nella quale avremmo dovuto probabilmente essere se le leggi razziste non 31


fossero mai state promulgate. Noi non chiediamo di più. Ma neanche qualcosa di meno. Le leggi razziste furono eccezionali ed eccezionali dovrebbero essere le leggi riparatorie. Se l’idea delle leggi riparatorie non è attraente? Bene, nessuno costrinse l’Italia a promulgare le leggi razziste! Un’iniziativa vergognosa fu commessa nei nostri confronti e questa vergogna dovrà essere risarcita senza compromessi, senza sotterfugi e soprattutto senza l’attitudine a benigne concessioni che ha caratterizzato i governi postfascisti nei nostri riguardi. Io non capisco perché, nel presentare le nostre richieste alle autorità di governo, noi dovremmo avere una faccia umiliata e dimessa e un complesso di inferiorità come se, per un ebreo, non è conveniente agire per ottenere giustizia”7 Le due lettere sintetizzano l’intreccio di problematiche individuali, collettive, istituzionali che il ritorno alla civiltà giuridica dovette affrontare: problemi di responsabilità, di valutazione delle lesioni prodotte, di scelta delle soluzioni giuridiche per una equa ed immediata tutela. Le risposte date risentirono certamente del clima che si respirava nel paese, prostrato da più di venti anni di dittatura, provato dalla guerra e dalle sue distruzioni, tormentato dalla propria coscienza e stupito della propria ignavia rispetto a tanti connazionali caduti nel massimo delle disgrazia, spesso nell’indifferenza dei più o con la complicità di alcuni. La stessa classe politica dell’immediato dopoguerra annaspò in questi stati d’animo, per cui inevitabilmente le risposte date alla domanda di reintegrazione degli ebrei in uno status di piena cittadinanza furono insicure e concettualmente contraddittorie. Nei primi quarantacinque giorni del governo Badoglio, emersero chiare espressioni di condanna delle leggi razziste anche se, soltanto dopo il trasferimento a Brindisi, si cominciò a concretizzare un’attività di studio e di elaborazione di un’iniziativa legislativa che avesse rilievo politico ed etico8. Pressioni per un intervento immediato sulla normativa razzista antiebraica vennero, come è stato già evidenziato, dal Comando Alleato. Con la firma dell’ armistizio lungo, il 29 settembre 1943 a Malta, il governo Badoglio si impegnò a cancellare la legislazione razzista: dovevano innanzitutto essere abrogate le norme limitative dei diritti civili, politici e soprattutto di quelli patrimoniali, stanti le difficoltà materiali e lo stato di indigenza nella quale si trovavano gli ebrei, sia quelli sopravvissuti sul suolo italiano sia quanti cominciavano a rientrare dai luoghi di deportazione o di fuga. Nel corso della riunione dell’8 dicembre 1943 Badoglio, esprimendo le proprie opinioni sul punto della reintegrazione degli ebrei nei diritti civili, affermò che fosse necessario innanzitutto non parlare di razza nei testi normativi “dato che nel nostro Paese nessuna discriminazione è esistita in tal senso, ma soltanto di cittadini praticanti la religione ebraica9”; che si dovesse procedere all’abrogazione di tutte le disposizioni in materia razziale, contestualmente, con un unico articolo di legge. Alcune preoccupazioni invece destava l’abrogazione delle norme razziste sulla limitazione dei diritti di proprietà, date le interferenze che in questo campo si sono ormai create nei confronti dei terzi, per cui si ritenne necessario differenziarne le forme e i tempi dell’ abrogazione, approvando, in separata sede specifiche, norme per l’annullamento della arte patrimoniale10 delle leggi fasciste. Così il primo Regio decreto legge abrogativo delle norme razziste antiebraiche entrò in vigore il 20 gennaio 1944 n. 25, come “Disposizioni per la reintegrazione nei diritti civili e politici dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica”. 32


Restava fuori dalla previsione la reintegrazione dei diritti patrimoniali che, nonostante formulata contestualmente con lo schema di decreto n. 2611, sarebbe entrata in vigore successivamente, con il Decreto Legislativo Luogotenenziale 5 ottobre 1944, n. 252 , temendo Badoglio “rappresaglie da parte dei nazisti nei confronti degli ebrei presenti nei territori non ancora liberati, la quasi totalità della popolazione ebraica italiana”12. La storia della formulazione del primo importante decreto sulla reintegrazione dei diritti degli ebrei è piena di interessanti retroscena, che celano un atteggiamento di conservatorismo culturale, che fu d’ostacolo al compiersi dell’epurazione e frustrò, non poco, il processo di riparazione dei danni cagionati dal regime. Innanzitutto il Regio Decreto Legge n.25, dopo aver elencato, al primo comma, i decreti e le leggi emanati dal 1938 al 1942 da ritenersi soppressi, ordinò l’abrogazione di tutte quelle disposizioni “che, per qualsiasi atto o rapporto, richiedono accertamento o menzione di razza, nonché ogni altra disposizione o norma, emanata sotto qualsiasi forma, che sia di carattere razziale o comunque contraria al presente decreto o con esso incompatibile”. Si ritenne però di non estendere questi effetti ai meticci delle colonie per i quali continuava a valere13 la normativa razzista: il governo italiano credette opportuno separare le due questioni, dando precedenza alla situazione degli ebrei e rinviando quella dei meticci alla soluzione definitiva della situazione delle colonie!14 Come dire: non è per razzismo, ma è logica conseguenza della politica di soggezione all’altrui dominio15. Che del razzismo serpeggiasse ancora nelle vene dei dirigenti lo potrebbe dimostrare anche la previsione 16, all’art.3 del Regio Decreto Legge n.25, dell’ annotazione di carattere razziale nei registri dello stato civile su domanda dell’interessato, specificamente autorizzata dal Procuratore del Re: pur nel dubbio se trattavasi di qualità o demerito, non si ritenne affatto offensivo segnalare l’appartenenza alla razza, tanto più che il controllo esercitato dallo Stato sulle diversità indossava le oscure vesti dell’ “interesse dello Stato”17. In vista della trattazione specifica dei provvedimenti per la reintegrazione dei diritti patrimoniali, è opportuno individuare un filo conduttore nella varietà, per qualità e numero, dei provvedimenti legislativi adottati con intento reintegratorio ed effetto abrogativo della mastodontica e schizofrenica serie di norme generali e ordini particolari del fascismo. Parlare di reintegrazione ha nel linguaggio tecnico-giuridico un significato ben preciso: reintegrare vuol dire ricostituire una situazione giuridica alterata, disintegrata, riportandola nello status quo ante, come se nessuna interruzione fosse intervenuta; nel diritto civile è una forma di tutela forte18che assiste situazioni giuridiche considerate fondamentali dall’ordinamento per l’assetto dei rapporti giuridici. Si tratta infatti di strumenti tipici della tutela delle situazioni possessorie, cioè le situazioni di fatto coincidenti con l’esercizio del diritto di proprietà, colonna portante dei sistemi codicistici liberal-ottocenteschi19. La reintegrazione nella titolarità di un diritto, latu sensu intesa, svolge una funzione di restituzione20, senza però trascurare quella risarcitoria, con attenzione al danno sofferto e ai guadagni 21 mancati nel tempo della soluzione della continuità nella titolarità del diritto in causa. La maggior parte dei provvedimenti legislativi adottati nel dopoguerra in materia di lavoro22 cercarono, con maggiore o minore coerenza, di applicare forme di tutela reintegratoria in senso tecnico, con una funzione risarcitoria dimezzata però, perché decurtata di una qualsivoglia forma di risarcimento dei danni subiti in seguito alla perdita del lavoro e/o della professione. Anzi in molti casi la riassunzione in servizio fu subordinata alla domanda dell’interessato23. 33


È pur vero che il risarcimento non avrebbe mai potuto seriamente ricomporre l’infranto24, provocato da anni di umiliazioni e di persecuzioni legittimate 25. Perché in effetti la grande difficoltà fu tornare ad una vita normale: tornare ad essere insegnanti, lettori universitari, impiegati statali, commercianti, uomini di affari. Non solo non furono previsti risarcimenti o sussidi26, ma a molti venditori al minuto si chiese addirittura il pagamento delle tasse per il periodo compreso tra il 1943-1945, con l’applicazione della multa per mora27: un arrogante e perverso computo di continuità, come se nulla fosse stato, o un preoccupante nostalgico desiderio di normalità! Un altro esempio: il Decreto legislativo luogotenenziale n.393 del 5 maggio 1946 non previde alcun risarcimento dei danni subiti per i furti e i saccheggi perpetrati dalle bande paramilitari e dai tedeschi negli anni salodiani. L’ostacolo giuridico, si disse, nasceva dal non sapere nei confronti di chi far indirizzare la domanda di risarcimento! Il primo intervento al quale concretamente potrebbe essere riconosciuta una valenza risarcitoria fu la L.10 marzo 1955 n.56, che istituì l’assegno vitalizio di benemerenza a favore di coloro che avevano subito una perdita della capacità lavorativa in misura non inferiore al 30% dopo il 28 ottobre 1922, a causa di detenzione in carcere politico, di confino di polizia o in casa di lavoro, per aver svolto attività politica vietata; a causa delle sevizie e violenze subite ad opera di facenti parte dell’amministrazione dello Stato fascista o delle milizie paramilitari, a causa infine di persecuzioni razziste dopo il 1938. La legge fu la prima del genere in materia di riparazione a favore delle vittime del Fascismo, nella quale, fra l’altro, si materializzò la funzione di assistenza e previdenza che la Costituzione repubblicana aveva da poco attribuito al nuovo Stato democratico28: sia l’assegno vitalizio, che l’assegno annuo per i familiari di cittadini morti per effetto delle persecuzioni politiche e razziste, venivano posti a carico del bilancio dello Stato. Forse si rompeva l’indifferenza che fino ad allora aveva rallentato il processo reintegratorio, e lo Stato si assumeva l’impegno di indennizzare le vittime, che fino ad allora non aveva voluto riconoscere come sue, per marcare la dissociazione con l’esperienza istituzionale precedente, prescindendo finalmente da formalismi giuridici ed ideologici29. Tuttavia peccò forse di un eccesso interpretativo rispetto alle funzioni di assistenza: subordinò infatti l’attribuzione dell’assegno all’esistenza di uno stato di bisogno, eclissando in questo modo la valenza risarcitoria del provvedimento. Quando la coscienza politica cominciò a mutare, e forse nessun risentimento fu più provato nel farsi carico dell’onere risarcitorio, in deroga ai principi codicistici che obbligano l’autore del danno a risarcirlo30, il legislatore rimediò al limite concettuale della legge n.56/1955 rimuovendo la condizione dello stato di bisogno e l’accertamento del nesso di causalità tra evento persecutorio e perdita della capacità lavorativa, così liberando i beneficiari dall’infido onere della prova31. Fu in esecuzione dell’Accordo del 2 giugno 1961 tra la Repubblica Federale di Germania e il Governo italiano che si cominciò a parlare di risarcimento dei danni morali: il Decreto del Presidente della Repubblica 6 ottobre 1963 n.2043 riconobbe il diritto alla riparazione dei danni morali ai cittadini italiani che, in qualunque circostanza o ovunque fossero, anche fuori dal territorio dello Stato, furono deportati nei campi di concentramento nazionalsocialisti; agli internati militari e ai lavoratori non volontari in Germania; a coloro che in applicazione del Regio Decreto Legge n.1381/1938 furono privati della cittadinanza italiana; al coniuge, al figlio, ai genitori , ai fratelli ed alle sorelle secondo le norme sulla successione, a coloro che si siano presi cura del mantenimento e dell’educazione del de34


portato, rimasto orfano prima del compimento della maggiore età, nel caso di intervenuta morte del deportato, provocata direttamente o indirettamente dalla deportazione. La pratica per ottenere il risarcimento era tuttavia subordinata alla domanda dell’interessato, con presentazione di documentazione comprovante la deportazione. In caso di più familiari deceduti in deportazione, la legge introdusse il parametro del tetto massimo, espressione tecnica orribile in simili circostanze. Tra plausi e stupori, l’articolo 13 del Decreto previde la destinazione di un’aliquota, detratta dalla quota totale versata dalla Repubblica Federale Tedesca, da dividere in parti eguali tra l’ANED, l’Associazione ex internati e l’UCEI. L’1% del totale rimaneva a disposizione del Tesoro per le riparazioni nei confronti di chi, per comprovate ragioni familiari, non avrebbe potuto presentare domanda di risarcimento nel breve termine di sei mesi dalla pubblicazione del decreto. A proposito di termini, la scelta dei legislatori del dopoguerra della “querelabilità” dei diritti alle restituzioni, con conseguente giurisdizionalizzazione dei procedimenti reintegratori, determinò, in molti degli ebrei perseguitati, la decisione di non impegnarsi in costose ed incerte controversie avanti la magistratura, viste le necessità nelle quali si versava e l’urgenza di trovarvi rimedio, incompatibili con i tempi di un processo. Ma è anche vero che molti sentirono il bisogno di confondersi nella mischia dei diseredati, nella miseria materiale e spirituale, che la guerra aveva portato con sé e a se stessa lasciato sopravvivere, come se, vivere le sorti comuni della ricostruzione senza una propria specifica identità differenziata, facesse tornare a sentirsi uguali . Certamente l’introduzione di termini di prescrizione “molto brevi” non fu una scelta felice, lo si vedrà meglio in tema di reintegrazione dei diritti di proprietà, anche se fu sorretta da una logica ben precisa: normalizzare al più presto, stendere un velo di pietà ed amnesia sull’accaduto, derogando in via eccezionale alle norme del codice civile, o applicandole in modo pedestre pur in presenza di situazioni eccezionali32. Per cui, come scrive la D’Amico33, la situazione eccezionale veniva normalizzata e un criterio eccezionale diventava regola normalizzante! 3.La reintegrazione dei diritti patrimoniali 3a. Avverso gli atti dello Stato monarchico fascista e della Repubblica sociale italiana Il 5 ottobre 1944 con Decreto legislativo luogotenenziale n.252 entrava in vigore il Regio decreto 20 gennaio 1944 n.26 per la reintegrazione nei diritti patrimoniali dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati o considerati di razza ebraica. A questo sarebbero seguiti il Decreto legislativo luogotenenziale 12 aprile 1945 n.222, il Decreto legislativo luogotenenziale 5 maggio 1946 n. 393, il Decreto ministeriale 25 novembre 1946, il Decreto del Capo Provvisorio dello Stato 29 marzo 1947 n.148, il Decreto legislativo del Capo Provvisorio dello Stato 30 giugno 1947 n.612, il Decreto legislativo del Capo Provvisorio dello Stato 17 luglio 1947 n. 762, il Decreto legislativo del capo Provvisorio dello Stato 31 luglio 1947 n. 77134. I primi tre decreti racchiudono le problematiche emerse, nel dopoguerra, sulla scelta degli strumenti di tutela adatti alla reintegrazione degli ebrei nei diritti sottrattigli, separando in due periodi il processo di spoliazione, perché a questo medesimo risultato si era giunti per vie diverse, per cui , evidentemente diverse dovevano essere le risposte riparatorie. 35


Ben due criteri possono essere seguiti per catalogare e spiegare gli interventi “riparatori”: a) un criterio cronologico che distingue le spoliazioni a seconda che appartennero alla fase monarchico-fascista 1938-1943, o alla fase della Repubblica Sociale italiana 1943-194535; b) un criterio di competenza, a seconda che l’autorità procedente allo spoglio fu lo Stato o sedicentesi tale con atti di amministrazione, o furono privati con atti di “libera” contrattazione, o furono privati e militari occupanti con atti di spoglio violento e/o clandestino. Avverso gli atti di esproprio eseguiti dall’EGELI, l’Ente che, per lo Stato fascista, si interessò all’acquisizione del patrimonio eccedente la quota consentita, il Decreto legislativo luogotenenziale n.252/1944 attribuì ai vecchi proprietari il diritto di recesso, su domanda da proporsi entro un anno dalla conclusione della pace, perché “gli interessati possono aver costituito altrove una diversa situazione patrimoniale che renda loro poco opportuno il ripristino della situazione precedente; e tale facoltà la si è voluta concedere anche limitatamente ad una parte degli immobili compresi nella quota suddetta, per il valore morale o di affettività che alcuni beni e solo quei beni possono avere nei confronti degli interessati36. La retrocessione è istituto tipico dei rapporti tra autorità pubblica e cittadino e presuppone il venir meno delle condizioni che avevano reso legittimo l’intervento ablatorio dei diritti del privato: con questa decisione dunque non si mise in discussione il merito della scelta che il legislatore fascista aveva fatto; anzi più volte i commissari straordinari succedutisi nell’amministrazione dell’ente nel dopoguerra, fino alla sua liquidazione, opposero, in difesa delle attività svolte dall’EGELI, l’argomento dell’aver l’Ente salvato interi patrimoni dalla rovina, nel periodo di assenza dei rispettivi proprietari, come se l’assenza fosse stata voluta dagli stessi. “Risulta evidente, avrebbero scritto addirittura quei dirigenti nel 1945, che l’EGELI si è attenuto (…) ad una linea di condotta strettamente conser vativa, per la tutela degli ingenti valori economici ad esso affidati nell’interesse dei proprietari ed aventi diritto”37 Alla domanda di retrocessione doveva farsi seguire la restituzione dei certificati di consolidato ricevuti come controprestazione della cessione dei beni all’EGELI. Qualora in luogo dei certificati fosse stato pagato un prezzo, l’obbligazione restitutoria avrebbe dovuto avere ad oggetto quella somma di denaro: il che, sia in un caso che nell’altro, creò seri problemi e pose l’interessato in grosse difficoltà, dal momento che, nel frattempo, c’era stata la guerra, la fame, la fuga e il denaro poteva essere stato speso per far fronte a momenti di necessità. La restituzione era prevista anche a carico del terzo acquirente dall’EGELI o dell’Istituto di credito mandatario della gestione: in questo caso sarebbe stato l’EGELI o l’Istituto gestore a dover restituire la somma ricevuta, come corrispettivo al terzo retrocedente. Interessante si presenta, a questo punto, l’analisi della circolare emessa dall’EGELI e da esso stesso inviata agli Istituti gestori il 5 ottobre 1945, con la quale si stabilì che la retrocessione dovesse essere avviata su domanda scritta dall’interessato, redatta in carta libera e indirizzata all’ente o agli istituti gestori, che eventualmente avrebbero provveduto ad indirizzarla all’Ente medesimo. Dalla data di ricezione della domanda stessa da parte dell’ente sarebbero decorsi gli effetti economici della retrocessione. Nel caso di alienazione a terzi, invece, la circolare pretese dal richiedente l’invio della domanda a questi direttamente e, in copia, all’Ente. Sembrerebbe quindi che, in sede di attuazione del decreto, l’Ente avesse preteso dal proprietario richiedente l’indagine catastale sui trasferimenti intercorsi, nel frattempo, intorno ai propri beni, con possibilità di interpellare eventualmente gli Istituti medesimi! 36


Dai documenti raccolti e studiati dalla Commissione Anselmi è risultato che, negli anni sessanta, la gestione dei beni ebraici sarebbe giunta a conclusione con la restituzione di buona parte dei beni ai proprietari38; molte controversie furono decise in via giurisdizionale, per cui gli esiti di queste furono registrati in tempi differenti. Quanto ai provvedimenti riparatori nei confronti delle confische e dei sequestri commessi dalla RSI, essi stessi risentirono della tragicità degli eventi, sui quali dovevano innestarsi, della pericolosità nella quale vivevano ancora le regioni settentrionali, che anche dopo la liberazione di Roma del 5 giugno1944, subirono l’agonia furibonda del nazifascismo: il timore delle reazioni degli occupanti, che aveva indotto a postergare l’entrata in vigore del R.D. n. 26/1944, non fu in grado di scongiurarne le peggiori manifestazioni. Il Decreto legislativo Luogotenenziale 5 ottobre 1944 n.249 all’articolo 1 dichiarava privi di efficacia i seguenti atti o provvedimenti adottati sotto l’impero del sedicente governo della Repubblica Sociale italiana: 1) i provvedimenti legislativi, le norme regolamentari e gli atti di governo; 2) le confische e i sequestri disposti da qualsiasi organo amministrativo o politico; 3) le sentenze emanate in sede istruttoria dal Tribunale speciale per la difesa dello stato o da qualsiasi altro organo giurisdizionale della RSI; 4) le sentenze emanate dall’autorità giudiziaria italiana in applicazione di norme emanate dalla RSI; 5) le concessioni e le revoche di cittadinanza; 6) le sospensioni e le radiazioni da albi professionali determinate da motivi politici; 7) il conferimento di decorazioni 39. Tuttavia non si trattava soltanto di dichiarare la non produttività di effetti, il che significò certamente assumere una piena dissociazione rispetto ad un governo usurpatore e privo di una qualsiasi legittimazione condivisibile, perché occorreva una risposta istituzionale talmente eccezionale da travalicare lo stesso ordinamento giuridico cui fino ad allora si era fatto appello40. E che soprattutto tenesse conto della diversa tipologia delle sottrazioni compiute: quella dei beni sequestrati e/o confiscati pervenuti in amministrazione all’EGELI, quella dei beni amministrati da gestioni extra-EGELI, quella infine dei beni sottratti senza alcuna formalizzazione, quindi non rinvenibili in elenchi perché fatti oggetto di furti, saccheggi o andati distrutti41. D’altra parte “Subito dopo la liberazione e la fine delle ostilità, molti israeliti ottennero in via di urgenza la restituzione dei beni confiscati, restituzione che nessuno si sarebbe sentito di negare anche se mancavano ancora norme dettagliate sulle modalità delle procedure”42. In base alla dichiarazione di inefficacia, il Decreto legislativo Luogotenenziale 5 maggio 1946 n.393 riconobbe alle persone, già dichiarate o considerate di razza ebraica e i loro eredi o aventi causa, il diritto di agire in revindica nei confronti di chiunque detenesse o possedesse a qualsiasi titolo i beni loro sottratti. La dichiarazione di inefficacia aveva reso automaticamente illegittimo il possesso da parte dell’EGELI o di qualsiasi ente gestore o terzo acquirente, rendendo tecnicamente applicabile l’azione di revindica che è il principale strumento di difesa della proprietà privata. Senonchè, in deroga a quanto previsto dal codice civile e in generale dai principi privatistici in tema di proprietà privata, il decreto introduceva dei termini per l’esercizio dell’azione medesima: dieci anni nei confronti dello Stato (art.2) e tre nei confronti del terzo acquirente (art.3). In via del tutto eccezionale, diventava prescrittibile il diritto di proprietà, attraverso un uso distorto dell’usucapione, cioè dell’acquisto della proprietà per esercizio di fatto dei poteri del proprietario, che di norma premia la buona fede. Non era proprio questo il caso di derogare alle norme del codice per fronteggiare una situazione di tale offensività!43 37


Il primo comma dell’articolo uno fece salvi i diritti dei terzi in tutti i casi in cui, a norma del codice civile, il loro acquisto fosse stato legittimato da un possesso di buona fede. La norma scandalizzò tutte le vittime di quegli atti, e lascia esterrefatti tutti coloro che, studiando le vicende di quel periodo, tentano di individuare il senso delle politiche adottate, gli errori di tecnica giuridica commessi nella scelta degli strumenti di tutela: in materia di proprietà e di possesso la clausola della buona fede significa che il possessore del bene deve ignorare di ledere l’altrui diritto . Che ciò potesse essersi verificato in quel contesto appare molto poco probabile, anche perché, comunque, sia i beni immobili che i beni mobili eventualmente rivenduti avevano su di sé impressi i segni delle fughe improvvise, degli scippi smodati, degli usi specifici cui erano atti presso i loro legittimi proprietari! Come si poteva acquistare in buona fede un vestito magari macchiato di sangue o entrare ad abitare in una casa dove visibili erano ancora i segni dell’abbandono improvviso e involontario? Purtroppo la buona fede del possesso nel codice civile, all’articolo1147, è presunta, per cui per inficiarla bisogna provare la mala fede. Meglio sarebbe stato introdurre con legge eccezionale una generale e inconfutabile presunzione iuris et de iure di mala fede per tutti gli atti di trasferimento di diritti sulle cose compiuti in quel periodo! Ma le reazioni degli ebrei espropriati si fecero sentire soprattutto alla richiesta delle spese di gestione, tanto più quando nel 1947 cominciarono ad essere presentati i conti di gestione ai sensi dell’art.8 Decreto Legislativo Luogotenenziale n.393/194644: con il conto di gestione da presentarsi nel termine di sei mesi dall’entrata in vigore del decreto venivano addebitate ai proprietari dei beni, oltre alle spese per la normale gestione e per la loro conservazione, le somme erogate per l’estinzione dei debiti, per riparazioni, e per incremento e miglioramento dei beni e di tutte le spese che i proprietari avrebbero sostenuto se avessero conservato il godimento dei beni.45 In sede di discussione dello schema del decreto in seno alla Consulta nazionale46 i consultori dibatterono sulla opportunità di addossare le spese di amministrazione ai proprietari pur ritenendo di dover porre un limite alle medesime “perché questi gestori potrebbero consumare tutto intero il reddito e determinare anche la perdita del capitale. La gestione non dovrebbe assorbire più di una certa quota di reddito”47. Che dietro alla tragedia ed allo scempio di intere esistenze si fosse nutrito l’affarismo di molti enti e singoli individui48, lo conferma un passo della discussione a proposito del computo, come spese, dei compensi ai gestori: il dubbio, risolto poi in senso affermativo nella formulazione definitiva dell’articolo 8, era se includerle come spese di amministrazione o invece subordinarne il rimborso alla qualità della gestione.49 Si apriva così un lungo contenzioso con lo Stato, sul tema dei rimborsi, destinato a protrarsi fino alla liquidazione dell’EGELI decretata con DPR 22 marzo 1957, nel quale intervenne la stessa UCEI e organi consultivi dello Stato come l’Avvocatura generale, che paventando l’avvio di procedure giurisdizionali e temendo che il protrarsi della gestione liquidatoria avrebbe ulteriormente gravato sul bilancio pubblico propose la transazione: lo Stato avrebbe rinunciato ai rimborsi acquisendo a compenso di essi la proprietà dei beni e delle attività ancora giacenti presso le banche perché non rivendicati e rispetto ai quali si sarebbe di lì a poco compiuta la prescrizione acquisitiva50. Alla soluzione, allora proposta, sembra aver dato una risposta definitiva la legge 18 luglio 1997 n. 233, promulgata dal Presidente Scalfaro, che all’articolo 2 così ha disposto: “I beni sottratti per ragioni di persecuzione razziale a cittadini ebrei o a persone ritenute tali, che 38


non sia stato possibile restituire ai legittimi proprietari per la scomparsa o l’irreperibilità degli stessi e dei loro eredi e che sono tuttora eventualmente custoditi o detenuti dallo Stato italiano a qualsiasi titolo, sono assegnati all’Unione delle Comunità ebraiche italiane, che provvederà ad attiribuirli alle singole Comunità tenuto conto della provenienza dei beni stessi e dei luoghi in cui fu compiuta la sottrazione”. 3b. Avverso i privati Tutt’altro genere di problematiche e di ostacoli ha incontrato il recupero dei beni ebraici fuoriusciti dal patrimonio dei rispettivi proprietari in seguito ad atti di alienazione, di natura contrattuale e/o negoziale51, quindi secondo l’etica giuridica privatistica, in seguito ad atti liberi di autonomia privata: lo Stato riparatore li trattò come se fossero stati pienamente volontari52 per alcuni aspetti, per altri invece come se fossero stati il risultato di rapporti intercorsi fra l’autorità e i privati. In questo campo specifico erano stati coinvolti gli interessi di tutti quei terzi, privati cittadini, che avevano riorganizzato la propria vita proprio sulla rovina degli altrui patrimoni. Negli anni della ricostruzione, si determinò così una conflittualità sociale che ebbe non poco peso sulle scelte compiute per reintegrare i diritti patrimoniali degli ebrei: per esempio, introducendo la clausola, poco credibile, della buona fede degli acquirenti nelle vendite forzate gestite in regime EGELI o extraEGELI, si era risolto il contenzioso assestando i rapporti patrimoniali in termini sicuramente favorevoli a quanti avrebbero avuto mezzi e grinta per portarlo avanti le aule di giustizia, fra questi non erano certamente gli ebrei tornati alla normalità ripartendo da zero. In seno al Consiglio dei Ministri del 4 aprile 1945, con all’ordine del giorno l’approvazione del decreto luogotenenziale n. 222, il Capo del governo Bonomi portò all’attenzione dei presenti la richiesta delle maestranze, divenute socie della Società per azioni T.E.C.O.E.L., che aveva rilevato l’azienda della Ditta Piperno costretta all’arianizzazione, di non permettere la retrocessione dell’azienda in questione all’ex proprietario, a tutela del lavoro e a riconoscimento dell’ardito gesto di raccogliersi in organismo capace di rilevare e di gestire tali aziende53. Nonostante che la modifica in tal senso fosse respinta, a maggioranza, essendo prevalsa la tesi che quell’acquisto non poteva essere considerato legittimo, fà riflettere l’affermazione che in quella sede rilasciò il Ministro Pesenti, per il quale si stava ormai esagerando con le previdenze a favore degli ebrei54 :spia di un certo risentimento diffuso anche nel tessuto sociale e trasferitosi nei luoghi delle decisioni. L’interesse delle vicende relative dipende dal fatto che, al contrario delle spoliazioni “legittimate” precedentemente trattate, delle quali esisteva un qualche forma di schedatura o formalizzazione amministrativa55, in questo caso siamo in presenza di atti sfuggiti ad elenchi, a registrazione (se si considera che il 21 novembre 1938 si ordinò ai notai di non rogare alcun atto di trasferimento di proprietà su richiesta di ebrei), giunti a notorietà per l’intraprendenza di quei singoli che provarono ad ottenerne la restituzione per via giudiziale, dopo la liberazione del paese, da quei terzi contraenti che, nella maggior parte dei casi, si rifiutò di riconoscere bonariamente i vecchi proprietari, al loro ritorno. A monte, quindi, la frenetica attività di tutti coloro, ebrei italiani e stranieri, che negli anni della vigenza delle leggi razziste, o meglio, per ammissione dello stesso legislatore del 1945, a partire dalla dichiarazione del Gran Consiglio del Fascismo del 6 ottobre 1938, cerca39


rono in un primo momento di rendere trasportabile il proprio patrimonio, soprattutto immobiliare, liquidandolo, in vista di un probabile e temuto allontanamento dall’Europa, ormai focolaio della peste antiebraica (questo il motivo della presenza in Italia di molti ebrei stranieri già fuggiti dalle regioni del centro Europa56); quindi di fronteggiare l’improvvisa penuria di mezzi di sostentamento per il venir meno del lavoro, ricorrendo alla vendita dei propri beni, anche se non sempre economicamente conveniente.57 Cercarono di mettere in salvo i patrimoni procedendo a donazioni, o simulando vendite ad amici o conoscenti affidabili, con accordi con terzi “ariani” su momentanee o finte cessioni, che ovviamente non potevano risultare da atti ufficiali, essendo le case di proprietà ebraica passibili di sottrazione da parte della Repubblica sociale italiana58. Ciò di cui si è parlato nella prima parte del lavoro, ha avuto lo scopo di tracciare i contorni, talvolta sfumati, del quadro in cui si mossero i protagonisti di queste vicende, ricchi proprietari, commercianti, impiegati di una media borghesia operosa e onesta, piccoli artigiani, tutti parimenti minacciati dalla paura delle persecuzioni, pur nella singolarità e specificità individuale delle reazioni: nel periodo della reintegrazione, effettivamente nessuna soluzione generalizzante sarebbe stata sufficiente a colmare le perdite individuali. Qualcuno ha definito le vendite e le donazioni compiute a partire dal 1938 atti di autodifesa59, qualcun altro60 ha invece affermato che con il riferimento, fatto dalla legge, alla data nella quale furono ufficialmente annunziate le direttive razziste del cessato regime, senza distinguere dalle posizioni individuali, si intense lasciare all’interprete il vaglio, caso per caso, degli effetti deleteri e condizionanti che le direttive esercitarono sui singoli atti di alienazione. “E l’interpretazione non può farsi correttamente se non con riferimento al momento storico ed al luogo in cui la vendita è stata effettuata” ed alla condizione nella quale in quel momento quell’alienante si fosse trovato. Nell’atmosfera respirata in quegli anni le relazioni interpersonali furono squilibrate, il gioco delle parti alterato e quelle condizioni di parità, che la teoria del contratto da’ per presupposte, gravemente compromesse. In certi casi i contratti non furono frutto di accordo, perché gli eventi esterni interferirono, nella buona o nella mala fede degli acquirenti, con la libertà del volere, rendendolo schiavo della paura e della necessità. In materia di alienazioni concluse da ebrei dopo l’inizio della campagna antiebraica, nel 1946 il Comitato italiano delle Comunità ebraiche chiese al Ministro di Grazia e Giustizia di annullare tutte le vendite concluse dopo il 1938, indipendentemente dalla buona o mala fede dei compratori, considerato che in quegli anni molti ebrei furono costretti a vendere molto spesso sotto costo, perché non avevano alternative per il sostentamento o perché temevano leggi più severe. Una richiesta tanto radicale si fondava sull’assunto che chiunque avesse acquistato beni ebraici in quel contesto fosse stato comunque in mala fede, e doveva tradursi nella previsione normativa di una presunzione iuris et de iure61 di conclusione in mala fede di ogni acquisto di beni ebraici da parte di terzi 62. Bisognava cioè non preoccuparsi di salvaguardare l’equilibrio, creatosi a livello di rapporti sociali ed economici, del nuovo assetto proprietario: c’erano state la dittatura e la guerra, che tipo di equilibrio poteva mai essersi creato?63 La ricerca di normalizzazione fece sì che si cercassero le chiavi di soluzione dei problemi nel codice civile, pur formulando leggi eccezionali. Il codice civile soccorre le parti ogni qualvolta ,per stati soggettivi o per necessità oggettive, venga meno il sinallagma64, ma pone termini, condizioni, come l’onere della 40


prova per esempio, salva interessi di terzi estranei all’accordo, ma in buona fede, coinvolti da quella specifica contrattazione: tutte clausole funzionali all’ordinario svolgersi del commercio giuridico. Talmente inserite nelle normalità delle relazioni contrattuali da risultare assolutamente prive di senso a fronte di situazioni eccezionali, a meno che non si ammetta di ricorrere ad una fictio iuris di matrice ideologica! Questo il controsenso delle disposizioni adottate dai decreti legislativi luogotenenziali in materia di libere contrattazioni tra ebrei e privati cittadini: l’art. 14 del Decreto legislativo luogotenenziale. n.252/1944 (già art. 14 Regio Decreto n 26/1944) e l’art.19 del Decreto legislativo luogotenenziale. n 222 del 12 aprile 1945. Le problematiche originate dalla norme, di cui agli articoli menzionati, possono così riassumersi: a) riferibilità degli strumenti di tutela ai cittadini italiani ebrei , agli ebrei stranieri e ai discriminati, o esclusione delle ultime due categorie; b) applicabilità delle tutele a tutti gli atti di alienazione posti in essere con l’entrata in vigore delle leggi razziste e fino alla Repubblica di Salò, o limitazione alla fase contrassegnata dall’entrata in vigore del Regio Decreto n.126/1939 attuativo dell’art.10 Regio Decreto n.1728/1938; c) valutazione della congruità giuridica e dell’opportunità politica delle scelte compiute in merito. 4. L’azione di annullamento dei contratti Ai sensi dell’art.14 del D.Lgs.Lgt. 5 ottobre 1944 n.252: Per tutti i contratti di alienazione di beni immobili, sia a titolo gratuito che oneroso, pei quali vi sia la prova incontestabile che il cittadino colpito dalle leggi razziali s’indusse all’alienazione per sottrarsi all’applicazione delle leggi stesse con la riduzione della propria quota di disponibilità degli immobili, lo stesso avrà diritto di esercitare, nel termine di un anno dalla conclusione della pace, la relativa azione di annullamento. La prova di cui sopra può risultare da scritture private anche non registrate.La registrazione avverrà con la tassa fissa di lire venti. Il termine suindicato è stabilito in deroga all’art. 1442 Codice civile.65 L’azione di annullamento è concessa normalmente al contraente il cui consenso fu dato per errore, o estorto con violenza, o carpito con dolo. Nella fattispecie in questione, l’ipotesi più accreditabile sarebbe quella della violenza, intesa come costringimento psicologico a contrarre. La violenza provoca un consenso viziato, perchè minaccia la persona del contraente e/o i suoi beni, esponendoli ad un male ingiusto e notevole, lo costringe a stipulare un contratto non voluto o a subirne un certo contenuto. Una volta chiarita la premessa, si può procedere all’individuazione dei destinatari del provvedimento. Dall’intestazione del decreto per “la reintegrazione dei diritti patrimoniali dei cittadini italiani ebrei e degli ebrei stranieri” sembrerebbe plausibile che la tutela fosse stata accordata agli ebrei italiani e agli ebrei stranieri, che pur essendo stati allontanati o, forse proprio perché allontanati dal territorio del regno, potevano essersi trovati nella condizione di dover liquidare i propri beni prima di andar via, a parte che è lecito pensare ce tutti vissero nel timore di futuri inasprimenti, che toccassero le persone e non soltanto i loro beni. Invece si precisò che, prima della legge 1420 del 194266, gli ebrei stranieri in Italia non avessero corso assolutamente pericoli per i loro diritti patrimoniali, non essendo stati rivolti agli stranieri i decreti della fase espropriativa67, ma solo le norme limitative del diritto 41


alla cittadinanza. Le Corti infatti negarono, come orientamento di massima, l’estendibilità dell’azione di annullamento agli ebrei stranieri, facendo leva su una interpretazione strettamente letterale del testo: colpito dalle leggi razziali significava danneggiato nella titolarità di un diritto patrimoniale, e questo doveva escludersi per gli ebrei stranieri68 e per gli ebrei discriminati. Nell’orientamento diffuso si ritenne che, sia gli stranieri che i discriminati, nulla avessero avuto da temere dal regime, perché considerati alla stregua dei cittadini italiani non ebrei: chi affermò ciò ignorava evidentemente che, ai sensi dell’articolo 13 del Regio Decreto 17 novembre 1938 n.1728, tutti gli ebrei anche i discriminati, furono eliminati dall’esercito, dalla magistratura, dall’insegnamento, perdettero di punto in bianco i loro impieghi, in gran parte conquistati con regolari concorsi, presso lo Stato, gli enti pubblici, gli enti parastatali,le associazioni sindacali, le banche, le imprese di assicurazione; e per l’interpretazione larghissima che fu data alla norma anche gran parte degli impieghi privati, venendo costretti a vendere anch’essi in fretta i loro beni, se ne avevanio, per poter vivre qualche tempo in attesa di altra sistemazione, o per prepararsi ad emigrare o a far emigrare i loro figli, scacciati dalle scuole ed ai quali era precluso ogni avvenire”69. Che l’azione di annullamento non fosse applicabile ai discriminati lo si dedusse argomentando anche intorno alla frase con la riduzione della quota disponibile. L’espressione apre la discussione su un altro dubbio di interpretazione del disposto, complessivamente alquanto infelice70: a) ci si volle riferire all’effetto che l’atto di alienazione avrebbe prodotto, per cui la quota disponibile permessa, già autoritativamente ridotta, rispetto all’integrità originaria del patrimonio, subiva un ulteriore riduzione, effetto dannoso da provare, visto che comunque l’ebreo poteva disporre liberamente di quella quota71, b) ci si volle riferire invece all’effetto che si provocava con l’alienazione, prima che fosse intervenuto il decreto di definizione della quota da parte dell’ ufficio tecnico dell’erario: l’alienazione dei beni riduceva il patrimonio ancor prima della suddivisione che l’amministrazione EGELI avrebbe autorizzato. Nel primo caso, la norma sarebbe stata applicabile a tutti gli atti di alienazione posti in essere dagli ebrei dopo l’entrata in vigore dell’ar ticolo 10 del regio Decreto n.1728/1938: atti di disposizione privatamente conclusi condizionati, nel formarsi del consenso, dalla paura di essere perseguitati. Questa lettura avrebbe approntato una protezione per un arco di tempo abbastanza ampio, precedente e successivo al 9 febbraio 1939, data di entrata in vigore del decreto attuativo, con l’unica differenza che, fino a questa data, oggetto delle contrattazioni poteva essere l’intero patrimonio, dopo quella data, soltanto la quota considerata disponibile perchè consentita. La seconda lettura avrebbe invece limitato l’esperibilità dell’azione ai soli contratti conclusi tra il novembre 1938 e il 9 febbraio 1939, prima cioè dell’entrata in vigore del Regio Decreto n126/1939, che definì la procedura del riparto e soprattutto dichiarò inefficaci tutte le alienazioni compiute dopo la sua entrata in vigore e prima della definizione delle quote da parte degli uffici preposti, che avessero avuto ad oggetto beni compresi nella quota eccedente. “Se invece è stato venduto un bene facente parte della quota disponibile, le vendita è valida e se ne può chiedere l’annullamento ai sensi dell’articolo 14… In altri termini, non si può chiedere l’annullamento di una vendita immobiliare, che è già di per se stessa nulla, improduttiva di effetti giuridici; si può annullare una vendita valida e tale è la vendita di un bene immobile facente parte della quota di disponibilità72. “Si consente agli ebrei, nelle more della procedura di accertamento, di compiere in via 42


eccezionale determinati atti di disposizione, ma le eccezioni specialmente considerate dalla legge, non consentono ulteriori deroghe al principio fondamentale per cui il trapasso all’Ente dei beni della quota eccedente deve avvenire sulla base della situazione patrimoniale quale esisteva all’entrata in vigore della legge (RD.n.126/1939). si tratta di un problema di pura interpretazione della legge vigente…”73 In un caso o nell’altro si dovevano escludere i discriminati, per i quali nessuno dei decreti sui diritti patrimoniali aveva introdotto il sistema delle quote e la delimitazione dei beni disponibili, salvo ad accogliere le argomentazioni delle difese degli ebrei nei giudizi esperiti avanti i tribunali, che presupposto di un’azione di annullamento fosse proprio la liber tà di disporre del patrimonio, trattandosi di azione di tutela in materia contrattuale che non mette in discussione la liceità del contratto, ma la sua validità per alterazione della libertà del volere. Anzi, allontanandosi dalla non chiara combinazione sintattica della norma, si doveva ragionare ammettendo che le situazioni che potevano accedere alla tutela di annullamento erano proprio quelle degli ebrei all’epoca ancora nel pieno godimento dei diritti patrimoniali, seppure costretti dallo stato delle cose a compiere atti non sempre pienamente voluti. In realtà, non c’erano quindi argomenti validi per escludere i discriminati e non si condivide quanto sostenuto dalla Cassazione74 “La condizione degli ebrei discriminati rimase immutata sino al Decreto del duce 4 gennaio 1944 n.2 che abolì ogni distinzione tra discriminati e non discriminati: Senonché essendo stato un tale decreto posto nel nulla col decreto legislativo 5 ottobre 1944, ed essendosi provveduto a riparare alle spoliazioni commesse in danno degli ebrei sotto l’impero del sedicente governo della Repubblica sociale italiana con il decreto legislativo luogotenenziale 5 maggio 1946, evidente consegue come, ai fini della proponibilità delle azioni che ne occupano, pienamente operante sia a ritenersi la preesistente distinzione tra discriminati e non discriminati”. Il ragionamento non convince anche perché il rinvio normativo riguardava atti delle autorità pubbliche, in tale sede si sta discutendo invece di atti di autonomia privata! Senza far tor to alla logica ed alla legge, c’è stato chi ha osservato che la discriminazione, essendo un provvedimento essenzialmente discrezionale del Ministero dell’Interno, era revocabile con altrettanta discrezionalità e quindi poneva coloro, cui era concessa, in uno stato di perenne incer tezza e d’inferiorità rispetto agli ariani: questo volle dire colpiti dalle leggi razziali75. D’altra par te, se presupposto dell’azione era la facoltà di disposizione dei beni, l’estensione dell’azione ai discriminati ed agli stranieri sarebbe stata considerata legittima, se solo all’espressione colpito dalle leggi razziali si fosse sostituito, almeno in sede interpretativa, quella di perseguitato per motivi di razza. Un’ultima osservazione sulla natura di norma eccezionale76 attribuita all’articolo 14, in deroga ai principi ordinari del codice civile: il solo prescritto che presentava questa caratteristica riguardava il termine di prescrizione, e per la sua durata, con la quale certamente si peggiorava la condizione dei contraenti ebrei perché al contrario dei cinque anni previsti dal codice civile per l’azione di annullamento (art. 1441 c.c.) l’azione ex art. 14 si prescriveva in un anno; e per il dies a quo, che nell’azione ordinaria decorre dalla conclusione del contratto, mentre nel caso di specie il legislatore computò il decorso del tempo dal giorno di conclusione della pace. Facendo i dovuti calcoli i vantaggi furono veramente pochi! Forse sarebbe stato politicamente meritorio e tecnicamente più conveniente consentire l’azione per nullità del contratto, imprescrittibile! 43


5.L’azione di rescissione dei contratti A questo punto appare ben più interessante la vicenda del Decreto legislativo luogotenenziale 12 aprile 1945 n. 22277, che fu quasi una conseguenza delle anomalie del primo intervento normativo riparatorio, in materia di diritti patrimoniali. In seno al Consiglio dei Ministri, impegnato nell’approvazione dello schema di decreto si denunciò, infatti, l’inadeguatezza del precedente atto normativo a districare la complessa questione della reintegrazione nei diritti patrimoniali degli ebrei, motivo per cui, in quella sede, bisognava rimediare alle lacune ed alle incompletezze.78Se questo fu dunque l’intento del legislatore, integrare ed attuare il Decreto luogotenenziale n.252 del 1944, l’azione di rescissione79 delle alienazioni poste in essere dalle persone colpite dalle disposizioni razziali dopo il 6 ottobre 1938, data nella quale vennero ufficialmente annunziate le direttive del cessato regime in materia razziale, avrebbe dovuto ricolmare i solchi lasciati aperti dalla azione di annullamento negli assetti patrimoniali gestiti dai privati negli anni bui della dittatura. L’azione regolamentata fu ammessa ai sensi dell’articolo 1448 del Codice Civile80 sino ad un anno dopo la cessazione dello stato di guerra81, sempre che la lesione ecceda un quarto del valore della cosa alienata al momento del contratto (art. 19). In un appunto, non datato, dell’Ufficio Studi e Legislazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri all’indirizzo del Consiglio dei ministri , impegnato nell’elaborazione del decreto, a proposito dell’articolo 19 e della richiesta dell’UCEI di abbassare il valore della lesione, si legge: che non si voleva sconvolgere la struttura di un istituto riconosciuto come fondamentale nel sistema del codice civile; che la fattispecie da regolare non richiedeva deroghe, e non le giustificava, trattandosi di alienazioni liberamente contratte, molto diverse da quelle concluse con l’EGELI, che la sola modifica apportabile poteva riguardare la misura della lesione come proposta dall’UCEI. Nel testo della proposta si legge chiaramente la correzione, apportata a pennarello nero, su testo dattiloscritto, di “quinto” in “quarto” 82 ,come comparve poi nel testo definitivo. Muovendo dalla constatazione che questa fu un’importante deroga alla previsione codicistica83, più favorevole ai danneggiati, occorre esaminare con attenzione il testo della disposizione, per evidenziarne i problemi strutturali e le conseguenti disquisizioni interpretative generatesi. Il primo dato da analizzare è relativo ai destinatari della disposizione. Nell’articolo 19 il legislatore non si rivolse più al cittadino colpito dalle leggi razziali, come nell’articolo 14 esaminato, ma parlò di persone colpite dalle leggi razziali. Trattandosi di un testo normativo dalle precise finalità integrative, si poteva ammettere, senza alcun dubbio, il superamento di tutte le questioni relative ai destinatari: l’onnicomprensività del termine persona tranquillamente estendeva la norma riparatoria a tutti gli ebrei perseguitati, indipendentemente dalla nazionalità o dallo status di privilegiati “…La legge trascende i limiti della materia e la finalità che appare in ciascuna delle sue norme inserita e deve essere interpretata come enunciativa di un principio di ordine generale e non specifico. È un diritto di restituzione nel vero senso della parola a favore di soggetti marchiati di ebraismo e fatti bersaglio di rilevantissimi nocumenti mossigli nella persona e negli averi”84. D’altra parte il senso della data del 6 ottobre 1938, come termine “a quo” per considerare rescindibili i contratti, doveva essere quello di includere tra i destinatari del provvedimento anche i discriminati, la cui condizione di privilegiati, all’epoca, non era ancora stata definita85. 44


“…Apparivano meritevoli di particolari considerazioni ai fini riparatori, anche le situazioni di soggezione economica, per cui si era dovuto procedere all’alienazione, nel periodo anteriore e successivo alla determinazione delle quote, come pure di quelle anteriori all’approvazione del primo atto legislativo persecutorio in materia patrimoniale ma successive alle dichiarazioni del Gran Consiglio”86. Ugualmente si doveva poter comprendere, tra gli aventi diritto alla tutela, anche gli ebrei stranieri, che a causa del divieto di rientro in Italia, si trovarono, in molti, a non poter più accudire ai propri beni con la conseguente necessità di venderli, in uno stato che ben fu qualificato da alcuni giudici “stato di costrizione” 87. I magistrati tuttavia operarono dei distinguo: nei confronti degli stranieri solo alcune sentenze della Cassazione e dei giudici di merito accolsero questa domanda di tutela; infatti esaminando le sentenze edite è stata registrata una maggiore disponibilità da parte dei giudici del merito verso un’interpretazione il più ampia e protettiva possibile delle vittime delle persecuzioni razziali, contrariamente alla posizione tenuta dalla Corte Suprema, che ha ecceduto spesso in formalismi restrittivi e penalizzanti: per questa, equiparare i discriminati ai cittadini ebrei non discriminati, avrebbe voluto dire ingiustamente favorirli rispetto agli stessi ariani, potendosi valere i primi dell’azione speciale di rescissione prevista dall’art. 19, invece “questa, dato il suo carattere eccezionale, non poteva dirsi concessa a tutti gli ebrei perché tali ma unicamente a quelli colpiti dalle leggi razziali nei loro diritti patrimoniali”88. Alla base di conclusioni di questo genere evidentemente sta il ragionamento seguente: per l’insopprimibile legge della causalità necessaria che domina l’intero campo dei rapporti giuridici, è indispensabile aver riguardo al nesso che intercede tra le leggi razziali e l’atto di disposizione del patrimonio; senza che il rimedio (che per il suo carattere tutt’affatto eccezionale impone cautela e rigorosa valutazione dei requisiti cui è sottoposto il suo esercizio) diverrebbe troppo facile strumento di speculazione in tempi in cui l’ascesa notevole dei prezzi può rendere, a distanza di tempo, desiderabile la rescissione della più vantaggiosa delle alienazioni ed il loro rapido mutare può rendere meno sicura la determinazione del valore della prestazione della parte che si pretende danneggiata89. A questo punto ci si potrebbe attestare sull’assunto che la norma fu introdotta per coprire di tutela quelle alienazioni di beni, immobili e mobili90 , compiute dagli ebrei che avevano ancora la disponibilità piena del loro patrimonio o perché discriminati, o perché proprietari di quote inferiori al valore richiesto per la definizione dell’eccedenza, o perché non ancora discriminati, essendo stata la compravendita compiuta nel periodo di tempo compreso tra il 6 ottobre 1938 e il Regio Decreto n. 1728/193891: Per tali alienazioni se compiute in stato di bisogno, con approfittamento dell’altro contraente, soccorre l’art. 19 in esame, non solo dando vita ad un’azione di rescissione di compravendita di immobili, che nel 1945 nella più parte dei casi era già estinta …; non solo concedendo l’azione agli ebrei che alienarono dopo il 6 ottobre 1938 e cioè prima dell’emanazione delle leggi razziali, ma anche riducendo dalla metà ad un quarto la misura della lesione idonea a far sorgere il diritto alla rescissione”92. Muovendo da questa premessa si giunse alla pronuncia di questa interessante massima:“L’azione di rescissione per lesione, si sensi dell’art. 19 Decreto Legislativo Luogotenenziale 12 aprile 1945 n. 222, spetta anche ai cittadini appartenenti alla razza ebraica, ma discriminati”93. Innovando, rispetto alla linea interpretativa corrente, i giudici milanesi ammisero l’esercizio dell’azione di rescissione di un contratto concluso, dopo il Decreto del Duce 4 gennaio 1944 n. 2, anche da parte di un cittadino discriminato perché, nonostante le leggi riparatorie non avessero mai fatto richiamo a quelle precise disposizioni, sarebbe 45


stato incontestabile che dopo di esse fu inibito a tutti gli ebrei, senza alcuna esclusione, di essere proprietari di beni di qualsiasi natura, annullandosi il vantaggio accordato con la discriminazione. Ai sensi dell’art. 1448 c.c., la parte attrice avrebbe dovuto dimostrare lo stato di bisogno che nell’azione di rescissione ordinaria è legato, di regola, ad un momento di difficoltà economica. La dottrina civilistica ritiene che lo stato di bisogno sia diverso dallo stato di necessità, perché la conclusione del contratto non può, nel primo, considerarsi indispensabile; non è stato di povertà, ma una condizione di difficoltà economica, anche a carattere transitorio, che incidendo sulla psicologia del soggetto, gli impedisce di essere avveduto negli affari e di accettare offerte a lui vantaggiose. Questa lettura permetterebbe di affermare che l’azione di rescissione poteva interessare non soltanto gli ebrei in condizioni economiche più modeste, costretti da limiti d’ogni genere a versare in condizioni di bisogno materiale, ai limiti della sussistenza, ma anche gli ebrei benestanti, il cui patrimonio era già stato ristretto dal rigore del regime delle quote: si doveva in ogni caso trattare di stato strettamente economico, da provare, come da dimostrare era anche l’approfittamento dell’altro contraente. Anche questo secondo presupposto dell’azione fu penalizzante per gli ebrei danneggiati, perché non sempre di facile prova; sarebbe dovuta bastare la sproporzione tra le prestazioni, o ancora più dignitoso sarebbe stato ammettere che il semplice fatto di contrattare con una persona perseguitata poneva l’uno dei contraenti in posizione di vantaggio e l’altro in posizione svantaggiata. “ E pertanto poiché non può dubitarsi della natura economica dello stato di bisogno di cui è parola nell’art. 1448, ritiene questo collegio la necessità, ai fini dell’esperimento dell’azione di rescissione intentata, di provare rigorosamente sia lo stato di bisogno del venditore che l’abuso del compratore. Che se anche dovesse ritenersi esteso il significato di bisogno in relazione alla situazione di pericolo conseguente alla persecuzione in atto (il che non potrebbe farsi senza riportarsi all’art. 1447 cui la legge non ha fatto richiamo) non pare dubbio che dovrebbe ugualmente darsi la prova che la sussistenza di un concreto stato di pericolo e l’attuale incombere di una minaccia determinarono il venditore a prestare il suo consenso alla vendita, ed il compratore conscio di tale situazione di inferiorità, ad approfittarne”94. Ancora una volta quindi l’incompiuta combinazione eccezione-norma si ripercosse negativamente sugli istanti! Eppure sarebbe bastato accogliere gli argomenti che le difese degli attori portarono nelle aule di giustizia: che il rinvio all’art. 1448 c.c. doveva intendersi come un’indicazione di carattere generale circa il tipo di azione esperibile (fra le varie possibili: nullità, annullabilità, riduzione) fissandosi invece diversamente gli elementi soggettivi dell’azione stessa, inerenti alla qualità di persona soggetta alle persecuzioni razziali; che pertanto lo stato di bisogno doveva intendersi non solamente in senso economico, ma, in relazione alla situazione particolare del momento, con un contenuto più vasto e spesso più pressante ( pericolo per la vita e l’integrità personale) più somigliante allo stato di necessità, regolato dal codice penale all’articolo 54 quale causa di giustificazione; che l’approfittamento potesse ben ridursi alla conoscenza della qualità di ebreo del venditore95. Lo stato di pericolo spinge il contraente a contrarre a condizioni inique a tutto vantaggio del terzo. Esso richiede l’attualità del pericolo, che deve essere grave e deve riguardare la persona del contraente leso, la sua integrità fisica, il suo onore, la sua riservatezza, il suo pudore, ma non i suoi beni. La differenza fondamentale tra la rescissione per lesione e la rescissione del contratto concluso in stato di pericolo sta nella natura de46


gli interessi protetti. Nel primo caso gli interessi tutelati sono di natura patrimoniale, nel secondo invece prevale la considerazione di interessi di natura strettamente personale.96 La riduzione dell’autonomia decisionale deve essere ingenerata da un fatto oggettivo esterno, come nel caso di un regime politico autoritario97. Se fosse stata consentita un’azione di rescissione ex articolo 1447 c.c., sarebbe cambiata la valutazione del valore e dell’efficacia delle discriminazione perchè, data la descrizione dello stato di pericolo, si sarebbero dovuti valutare singoli fatti o un complesso di fatti, prescindendo dall’esistenza di una minaccia ad un diritto patrimoniale, rispetto ai quali la condizione di discriminato avrebbe svolto soltanto una funzione di guida per l’interprete. “essendo la paura di essere perseguitato viva nella mente del discriminato come dello straniero”98. La Cassazione ammise che se il legislatore avesse voluto proteggere le situazioni alterate dalla paura avrebbe utilizzato l’articolo 1447 del codice civile”, con ciò introducendo un duplicato dell’articolo 14, il cui presupposto era stato proprio l’aver subito la costrizione della paura delle persecuzioni. Il ricorso allo stato di bisogno, invece, consentiva la difesa di situazioni diverse, riferite a persone il cui patrimonio era stato ristretto già in limiti bassi e rigorosi, di persone che erano state costrette a vendere, ed essendo d’altro canto stati imposti limiti d’ogni genere alla loro attività, ben poteva accadere che, per reali ragioni di bisogno, per pressanti necessità, fossero spinti a disfarsi di tutti o parte dei loro beni rimasti”99. Neppure questa lettura soddisfa, perché presiedendo i due istituti alla tutela di interessi diversi, l’una l’azione di annullamento anche patrimoniali, l’altra, la rescissione per stato di pericolo, ad interessi esclusivamente personali, la loro previsione come strumenti di reintegrazione nei confronti degli ebrei avrebbero assicurato piattaforme di protezione differenti. Più onestamente, dunque, si deve affermare che non fu affatto opportuno, neanche per ragioni di economia processuale, circoscrivere l’azione di rescissione alla sola ipotesi dell’articolo 1448, dal momento che le tre forme di tutela avrebbero potuto rispondere in modo più ampio alla domanda di tutela, essendo diverse le fattispecie da ciascuna contemplate. È lecito affermare allora che nella costruzione dell’articolo si ricorse a refusi100. D’altra parte l’interprete poco lavorò sui motivi, sull’intentio legis, che aveva indotto un legislatore affrettato, forse anche poco preparato, a fronteggiare situazioni di tale gravità, ad approvare una disposizione di questo tipo. “Scire leges non hoc est verba earum tenere, sed vim ac potestatem”101. Scorrendo infatti il decreto luogotenenziale n. 222 e avendo fatto cenno ad alcuni interventi in sede di approvazione dello schema102, si sarebbe potuto ben ritenere che il legislatore non avesse inteso soltanto reintegrare nei diritti patrimoniali gli ebrei che di quelli erano stati espropriati, ma avesse voluto in qualche modo compensarne le sofferenze, creando posizioni di privilegio dal punto di vista sostanziale, procedurale e tributario nei confronti dei contraenti interessati. Passando in rassegna gli ar ticoli del decreto si può provare ad evidenziare se veramente era nell’intentio legis creare le condizioni di un risarcimento, in senso lato, delle vittime. L’articolo 1 dispose che, con la retrocessione domandata all’EGELI, si sarebbero estinte le servitù e i diritti reali di godimento costituiti dopo il trasferimento degli immobili, con pregiudizio pertanto dei diritti dei terzi, cui fu riconosciuto soltanto il diritto alla ripetizione di quanto pagato. L’articolo 3 istituì la revocabilità delle donazioni da parte del donante e dei suoi eredi, entro i centottanta giorni dall’entrata in vigore del decreto. In aggiunta, per la prima volta 47


il legislatore prese atto che le condizioni di conoscibilità degli atti normativi promulgati potevano essere diverse secondo il luogo di soggiorno dei destinatari, per cui per coloro che al momento dell’entrata in vigore del decreto si fossero trovati all’estero, il decorso del termine per l’esercizio del diritto di revoca sarebbe stato computato dal giorno di conclusione della pace103. L’articolo 4 fece rinvio alle norme sulla simulazione degli atti di trasferimento a titolo oneroso o gratuito, ammettendo senza limiti la prova testimoniale dell’accordo simulatorio. L’articolo 5 ammise la restituzione consensuale dei titoli azionari, in ciò proclamando la propria fiducia in un sopraggiunto spirito collaborativo, in una maturata coscienza solidaristica da parte dell’intera società civile più volte accusata di passiva complicità. In generale infine il legislatore si prodigò nel ridurre gli oneri tributari a carico degli istanti. Tutto ciò premesso, è lecito supporre, con una generosa apertura buonista, che solo fosse stata prestata più attenzione al testo normativo nel suo insieme, alla vicenda storicoevolutiva, trascurando l’interpretazione rigidamente e ottusamente letterale, certamente la norma sulla rescissione avrebbe potuto avere vita più felice, pur forzando le strette maglie dei principi codicistici in materia di leggi eccezionali (art. 14 delle disposizioni preliminari al codice civile104), in ragione dei quali la possibilità dell’interpretazione storico-evolutiva è esclusa. Una domanda sorge allora spontanea: valse la pena presentare come eccezionali norme che male mescolarono regola ed eccezione, rispetto agli interessi peculiari che dovevano essere ripristinati? Bibliografia G. Alpa, Status e capacità, Laterza, 1993 F. Antolisei, Manuale di diritto penale, Parte speciale I, Giuffrè, 1986 P. Biscaretti di Cuffia, Costituzioni straniere contemporanee, Giuffrè 1994 S. Borghese, Considerazioni in tema di leggi e antileggi razziali, in Foro Italiano 1949, cc. 739 ss. Coordinamento dei Fori Sociali Pugliesi, CPT: né qui né altrove, Manni, 2004 Commissione Anselmi, Rapporto generale, Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati, Presidenza Consiglio dei Ministri, 2001 A. Dal Lago, Non persone, Feltrinelli, 2005 G. D’Amico, Quando l’eccezione diventa norma, Bollati Boringhieri, 2006 M. Douglas – B. Isherwood, Il mondo delle cose, Il Mulino, 1979 P. Frandini, Ebreo tu non esisti, Manni, 2007 C. Ghisalberti, Storia costituzionale d’Italia 1848/1948, Laterza, 1989 R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, Einaudi, 1999 K Hosseini, Il cacciatore di aquiloni, Piemme, 2003 F. Levi (a cura di), Le case e le cose. La persecuzione degli ebrei torinesi nelle carte dell’EGELI, 1938-1945 N. Magrone, Codice breve del razzismo fascista, Edizioni Sud critica, 2003 I Pavan, Persecution, indifference and amnesy. The restoration of Jewish rights in postwar Italy, Yad Vashem, 2006 I. Pavan – G. Schwarz, Gli Ebrei in Italia fra persecuzione fascistae reintegrazione postbellica, 48


Giuntina, 2001 L.Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Einaudi, 2003 A. Ravà, Sulla pretesa eccezionalità delle norme abrogatrici delle leggi razziali, in Diritto e Giurisprudenza, 1951, pp 306 ss. G. Reale, Storia della filosofia greca e romana. orfismo e presocratici naturalisti, vol.1, Bompiani 2004 A. Ricci, Verbali della Prsidenza del Consiglio dei Ministri, vol.VI, Governo Bonomi, ed. Presidenza Consiglio dei Ministri, 1999 A. Salomoni, Nazionalità ebraica. Cittadinanza sovietica (1917.1948), Patron editore, 2001 M Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei. cronaca dell’approvazione delle leggi del 1938, Zamorani, 1988 M Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, Einaudi, 2007 Y Ternon, Lo Stato criminale, Corbaccio, 1997 M. Toscano, L’abrogazione delle leggi razziali in Italia, Senato della Repubblica , 1988 ACS, PCM Atti 1944 – 1945, fasc. n. 219 3/2.2 ACS, PCM Atti 1937 – 1939, fasc. n. 5441 3/2.2 ACS, PCM Atti 1943 – 1944, fasc. n. 11472.7 3/2.2 Atti Consulta Nazionale, seduta 24 aprile 1946, Commissioni Riunite Affari politici e amministrativi, Finanze e Tesoro, Biblioteca Senato della Repubblica

1

2

3

Per immaginare la situazione possiamo leggere questi due rapporti messi a disposizione degli studiosi da C. Pavone, La continuità dello Stato, in Le origini della Repubblica- Italia 1945-1948, Bollati Boringhieri, 1994 pp. 150-151 Così i Carabinieri di Isernia il 4 gennaio 1944: “Popolazione ritiene che non esiste governo e di non essere tenuta cenferimento prodotti ammasso”. Così nel rapporto dei Carabinieri di Montesano, in provincia di Salerno (18 e 19 dicembre 1943): “Tra i dimostranti era stato propagandato che non essendoci più leggi e autorità occorreva abolire le tasse”. Diffuso era quindi lo stato d’animo di discredito nei confronti delle istituzioni, tant’è che lo stesso Re e il Capo del governo Badoglio incontrarono notevoli difficoltà a riscostituire reparti regolari dai quali farsi servire! Commisione Anselmi, Rapporto generale, Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati, Presidenza Consiglio dei Ministri, pp261 ss. Insieme ai ministeri, Mussolini portò via con sé gli archivi degli Uffici centrali dello Stato il cui recupero nell’immediato dopoguerra fu alquanto fortunoso (Commissione Anselmi, Rapporto generale…, op. cit pp. 36 ss); l’archivio del gabinetto del Ministero degli Interni andò disperso, in parte, nella fase di recupero; i documenti ritrovati dopo la liberazione al Nord rimasero a disposizione delle autorità angloamericane e, soltanto dopo la firma del Trattato di pace, il governo italiano potè riprenderne il pieno possesso. I documenti della Commissione alleata di controllo ACC furono trasferiti a Washington. Quanto agli atti del nuovo governo del sud, mancano i verbali originali delle prime due sedute del governo Badoglio: il primo verbale originale registra la terza seduta del 29 ottobre 1943 ed è la prima pagina di un nuovo registro di fortuna completamente diverso dai precedenti, inaugurato a Brindisi, utilizzato poi a Salerno per il Governo Badoglio (29 ottobre 1943-22 aprile 1943), per il secondo Governo Badoglio (22 aprile- 5 giugno19449), e per le prime due sedute del governo Bonomi 22-30 49


giugno 1944, tenutesi a Salerno. Il fatto che i volumi contenenti i verbali dei governi successivi alla caduta di Mussolini rechino una nuova numerazione sul dorso potrebbe esprimere, quasi certamente, la scelta di inaugurare una nuova serie istituzionale, una scelta di opportunismo politico, che nulla ha a che fare, tuttavia, con la concretezza di un rinnovamento radicale delle istituzioni e delle personalità. Questo sarà in effetti l’intricato bandolo della matassa delle riparazioni/reintegrazioni, intorno al quale ruoteranno calcoli più o meno palesi di convenienza politica e/o individualistica! 4 La luogotenenza era istituto regolato dallo Statuto, fondato sull’impedimento materiale del sovrano a svolgere le sue funzioni: solitamente il ricorso alla luogotenenza avveniva durante le guerre, quando il Re era personalmente impegnato al fronte, come capo degli eserciti; la luogotenenza cessava al termine della guerra. Ma la luogotenenza disposta con il compromesso de Nicola prescindeva da questo presupposto, essendo sorretta da gravi motivazioni politiche. 5 I giuristi lo hanno considerato una sorta di Costituzione provvisoria. 6 Lettera scritta dal capo dell’amministrazione della polizia di Ferrara nel novembre 1945 all’indirizzo del Ministro dell’Interno, in I.Pavan, Persecution, indifference and amnesy. The restoration of Jewish rights in postwar Italy, Yad Vashem 2006, p.15 Si pose per esempio subito il problema della restituzione degli alloggi abbandonati dagli ebrei dopo l’8 settembre 1943, questione segnalata agli inizi di settembre 1944. Molti di questi erano stati occupati da sinistrati e dagli sfollati, sopravvissuti ai bombardamenti alleati. Bisognava restituire gli alloggi agli ebrei che ne avevano perduto il possesso, occorreva trovare un alloggio agli ebrei che tornavano dai campi di concentramento e che non erano mai stati proprietari. A Roma il 5 giugno il generale Bencivenga, dal Campidoglio, aveva emanato l’ordinanza n.1 con la quale ordinava l’abrogazione delle disposizioni razziste e la restituzione agli ebrei delle abitazioni e delle suppellettili. L’ordinanza sarebbe stata dichiarata valida soltanto per il territorio romano. Per gli altri si sarebbe dovuto attendere il RDL n.249/1944 e il D.Lgs.Lgt. n.393/1946; i non proprietari furono invece equiparati ai sinistrati!, in G.D’Amico, Quando l’eccezione diventa norma, Bollati Boringhieri 2006, p. 274 7 Lettera di certo A. Senigaglia, in data 10 gennaio 1946, al presidente del Comitato delle Comunità israelitiche italiane in I Pavan, Persecution… op.cit., p 20 8 M Toscano, L’abrogazione delle leggi razziali in Italia, Senato della repubblica 1988, 32-33 9 Il Re Vittorio Emanuele III firmò il primo decreto reintegratorio, il n.25/1944, come aveva firmato tutte le leggi razziste: è questo un esempio lampante di spersonalizzazione dei procedimenti decisionali del potere, sulla quale è molto importante riflettere, come pure sulle conseguenze che da quella si producono. È certamente utilissimo a riguardo lo studio di Hilberg. 10 A. Ricci, Verbali del Consiglio dei Ministri , edita dalla Presidenza Consiglio dei Ministri, p. 89, seduta dell’8 dicembre 1943. 11 Della reintegrazione dei diritti patrimoniali si era già parlato nella seduta del Consiglio dei ministri dell’8 dicembre. Il 27 dicembre al momento della discussione sullo schema del decreto relativo alla reintegrazione dei diritti civili e patrimoniali i Sottosegretari di Stato Cuomo, Jung, Siciliani, De Santis misero in evidenza la necessità di risarcire, seppure entro giusti limiti (p.106), ai danni economici sofferti dai cittadini ebrei a seguito delle disposizioni limitatrici della proprietà e delle attività economiche e la particolare sollecitudine con la quale si doveva assicurare a quei cittadini l’immediato godimento dei rispettivi diritti patrimoniali sugli immobili, che essi erano stati obbligati a cedere. Per questo si era convenuto di tenere in vita l’Ente EGELI, per permettere la presentazione delle domande di retrocessione, che ad avviso dei ministri dovevano consentirsi anche nei confronti dei terzi acquirenti dall’ente dal momento che in quegli anni il terzo possessore non potè certamente ignorare all’atto dell’acquisto che la ragione della cessione di una quota degli immobili da parte dei cittadini appartenenti alla razza ebraica fu esclusivamente politica, non solo, ma che essa era in netto contrasto con le 50


concessioni della più larga tolleranza sempre dimostrata dagli Italiani verso gli ebrei, in A.Ricci, Verbali …op.cit. p 106. Nella seduta del 28 dicembre furono approvati, in due distinti procedimenti, il RDL n.25 e il RDL n. 26 che entrò in vigore soltanto nel mese di ottobre. 12 Commissione Anselmi, Rapporto generale…, op.cit., p.261 13 La legge 13 maggio 1940 n.822 , Norme relative ai meticci, introdusse la categoria del cittadino quale cittadino italiano metropolitano. Essa confermò la direzione della politica fascista verso un razzismo di tipo biologico, perché, nel definire il meticcio, si rinvia alle caratteristiche somatiche e ad altri elementi che facciano fondatamente pensare che i genitori siano nativi dell’Africa o assimilati, Leggi e decreti 1940, vol III 14 G. D’Amico, Quando l’eccezione…, op.cit.,p.43-44 15 Il sincero ritorno alla civiltà giuridica avrebbe significato l’abrogazione tout court di tutte le norme a contenuto discriminatorio. 16 Dopo varie discussioni e correzioni di correzioni delle quali parlano ampiamente M Toscano, L’abrogazione..op.cit., pp 23 ss e G. D’Amico, Quando l’eccezione…, op.cit., p 43-45 17 Dalla relazione di accompagnamento alla prima bozza del decreto n.25, in G. D’Amico, Quando l’eccezione…, op. cit. p.45 18 Per tutti A. Di Majo, La tutela civile dei diritti, Giuffrè 1983. Nel diritto civile le forme di tutela dei diritti sono fondamentalmente di tipo risarcitorio e di tipo restitutorio-reintegratorio. Le prime attengono generalmente ai rapporti di credito e perseguono l’obiettivo di tenere indenne il creditore di una prestazione dai danni subiti per mancato adempimento della stessa, fermo restando il principio generale del neminem laedere che giustifica il sistema della responsabilità civile. Le seconde invece nascono per tutelare la proprietà e tutti i diritti assoluti, concettualmente strutturati a immagine del diritto di proprietà, come per esempio i diritti della personalità, cui oggi la giurisprudenza, e poi il legislatore, riconoscono con sempre maggiore frequenza e convinzione forme di tutela che al meglio restituiscano alla parte lesa l’integrità della situazione violata: si pensi alla pubblicazione delle rettifiche, ordinate per ricostruire una reputazione alterata da notizie non veritiere. Nelle Conclusioni si farà cenno al D.Lgs. n.215 del 9 luglio 2003, che in materia di atti di discriminazione ha introdotto la tecnica dell’inibitoria, tipica forma di tutela forte, orientata ad interrrompere un processo lesivo in corso, anche al fine di impedire il suo protrarsi in futuro, con il suo seguito di danni materiali e morali. 19 Quando il legislatore degli anni settanta con lo Statuto dei lavoratori accordò al lavoratore ingiustamente licenziato il diritto alla reintegra nel posto di lavoro, un grande plauso venne dalla dottrina e dalla giurisprudenza più innovativa, perché significò aver rotto lo schema tradizionale secondo cui solo il diritto di proprietà avrebbe potuto godere di una tutela ripristinatoria, spettando ai rapporti obbligatori soltanto la tutela risarcitoria. 20 In senso strettamente tecnico la restituzione è forma di tutela dei rapporti obbligatori e presuppone l’annullamento di un contratto; pertanto l’azione di restituzione ha carattere personale ed è soggetta a prescrizione, in F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, ESI 2000, pp.960 ss. 21 Danno emergente e lucro cessante: art.1223 c. c. 22 Vedi nota 10 23 Per esempio nell’art.4 R.D. 20 gennaio 1944 n. 25 si previde la riassunzione in servizio soltanto per i dispensati dalle Amministrazioni dello Stato e degli enti locali, subordinandola a domanda per quelli allontanati dagli altri enti pubblici e parastatali. Il D.Lgs.Lgt n.209/1944 che pretese dai notai ebrei cancellati dagli albi la riammissione su domanda! L’art.7 del RDL n.9 /1944 nel prevedere l’estinzione dei procedimenti pendenti per voiolazione delle leggi sulla razza, l’inefficacia giuridica delle condanne pronunciate per la stessa imputazione con cancellazione dal casellario giudiziario, nulla disse sul risarcimento dei danni, quanto meno morali, subiti per processi di tal natura. 24 Sia permesso parafrasare il titolo del bel libro di D. Meghnagi “Ricomporre l’infranto”, Marsilio 2005. 51


In questo giudizio si condivide pienamente la tesi di in I. Pavan e D. Scwarz, Gli ebrei in italia tra persecuzione fascista e reintegrazione postbellica, Giuntina, 2001, p.94. 26 Esemplare a questo proposito il racconto di Pietro Terracina raccolto da I. Pavan, Persecution…op.cit., p.21: rientrato in Italia sopravvissuto ad Auscwitz all’età di diciassette anni e da solo, con l’assistenza di un avvocato chiese allo stato un piccolo aiuto in denaro per poter sopravvivere. Era il 1948; lo Stato rispose soltanto dopo dodici anni, nel 1960, attribuendogli la somma di lire quarantottomila. Terracina aveva, nel frattempo, trovato lavoro e aveva lasciato dietro di sé lo stato di emergenza. In Francia, solo tre giorni dopo la liberazione, il governo ordinò che fossero assicurati a tutti i rimpatriati mille franchi come pensione, pagati dallo Stato al rientro sul territorio francese. In aggiunta alla somma iniziale, fu previsto il pagamento di un’ulteriore somma compresa tra i duemila e i quattromila franchi per i deportati per motivi di razza. 27 Il Ministero delle Finanze rispose che l’essere stati lontani dalle proprie città a causa delle persecuzioni non era motivo sufficiente per motivare il ritardo nel pagamento delle tasse al rientro, e d’altra parte non sarebbe stato ragionevole fare eccezioni per i soli ebrei, che ad avviso del Ministro avevano già ricevuto molte concessioni, in I. Pavan, Persecution…, op.cit., p.27 28 Dello stesso tenore la previsione di un assegno annuo a favore dei familiari dei cittadini italiani morti per effetto delle persecuzioni politiche o razziste e posto a carico dello Stato. 29 La questione si è riproposta negli anni più recenti, quando fu presentato dal governo il disegno di legge n. 2309 (Senato della Repubblica 4 aprile 1997) sulle “Disposizioni di solidarietà per gli appartenenti alle comunità ebraiche ex perseguitati per motivi razziali ai fini dell’applicazione della legge 24 maggio 1970, n.336”. La questione nasceva dall’estensione agli ex perseguitati per motivi di razza dei benefici in materia pensionistica, riconosciuti agli ex combattenti dalla legge citata, e riguardava l’imputabilità alle Comunità o allo Stato dell’onere contributivo: chiaramente nel disegno di legge in questione si intendeva trasferire allo Stato il carico fiscale. L’allora Ministro del Tesoro, Ciampi, così sostenne il progetto del governo: “Si è venuta a creare quindi una situazione paradossale, nel cui ambito lo Stato, pur facendosi carico del dovere di risarcire coloro che esso ha ingiustamente perseguitato, si sottrae in realtà, per quanto riguarda i perseguitati cosiddetti razziali, all’obbligo di sostenere l’onere relativo”. Il disegno di legge confluì nella legge n.233 /1997, della quale si darà notizia in seguito; interessa tuttavia rilevare il cambiamento di prospettiva radicale adottato nei confronti della questione delle riparazioni ai danni delle persecuzioni del regime fascista, con una dichiarata intenzione di accollo di responsabilità, tecnicamente qualificabile come responsabilità oggettiva, data la diversità dei soggetti autori del danno e di quelli chiamati a risarcirlo. 30 In Francia lo Stato adottò a riguardo una politica differente. Il parlamento francese votò infatti una legge che previde un supporto finanziario (per esempio mutui agevolati in banca) per ripristinare quelle medie e piccole società che erano state costrette a chiudere dopo il 1° settembre 1939 a causa della guerra. La legge era destinata al recupero da parte dei perseguitati per razza, dei rifugiati e dei prigionieri di guerra di una condizione di vita decorosa. 31 Due importanti provvedimenti di integrazione e modifica furono per questi motivi approvati negli anni successivi: la L.3 aprile 1961, n.284, che cancellò il richiesto accertamento del nesso di causalità tra evento e danno e rimosse la condizione dello stato di bisogno per poter beneficiare dell’assegno; la l. 24 aprile 1967, n.261 che oltre ad ampliare la fattispecie tutelanda anche ai casi di sevizie e violenze subite all’estero, riconobbe ai beneficiari dell’assegno il diritto al collocamento al lavoro e al godimento dell’assistenza medica, farmaceutica, climatica ed ospedaliera, al pari dei mutilati ed invalidi di guerra. 32 La sezione relativa alla tutela dei diritti patrimoniali è piena di questi esempi! 33 Il riferimento è alla recentissima ricerca dell’autrice “Quando l’eccezione diventa norma” edita per Bol25

52


lati Boringhieri nel 2006. Dal decreto ministeriale in poi i provvedimenti in questione si occupano di prorogare i termini per l’esercizio delle azioni di tutela statuite con gli atti normativi precedenti, segno questo che l’introduzione di termini di decadenza risultò scelta di politica legislativa inopportuna e contestata dai soggetti interessati e da chi si fece portevoce dei loro interessi, come l’Unione delle Comunità ebraiche. 35 Nelle relazioni di bilancio alla voce liquidazione EGELI comparivano due capitoli: a) beni ebraici espropriati con corrispettivo ex RD n.126/1939; b) Beni ebraici confiscati dalla RSI. 36 Dalla relazione presentata con lo schema di decreto n.25 nella seduta del 27 dicembre 1943, in A.Ricci, Verbali…op. cit., p.109 37 F. Levi, Le case e le cose. La persecuzione degli ebrei torinesi nelle carte dell’EGELI – 1938/1945, p.40 38 Commissione Anselmi, Rapporto generale…,op.cit., p.265 39 Secondo una corrente maggioritaria di costituzionalisti, la Repubblica Sociale Italiana fu un governo di fatto, insurrezionale, in quanto pervenne per un certo periodo di tempo ad una certa consistenza, valutabile politicamente e giuridicamente. In casi del genere, l’ordinamento che recupera la propria legittima autorità deve fare i conti con “quella certa consistenza”, fatta di atti di amministrazione per esempio, che per motivi di pratica convenienza potrebbe rendersi opportuno convalidare, “per far fronte alle inderogabili esigenze della vita sociale delle popolazioni e dei teriitori rimasti temporaneamente sotto il dominio del governo insurrezionale”. Per questi motivi, il Decreto legislativo luogotenenziale citato non conteneva soltanto dichiarazioni di inefficacia, perché anzi, tramite esso, si procedette ad una valutazione degli atti differenziati secondo quattro categorie, a seconda della loro maggiore o minore politicità, quindi del loro maggiore o minore coinvolgimento ideologico con il regime occupante nazifascista. Accanto a quelli inefficaci, indicati nel testo, furono considerati inefficaci ma convalidabili….., efficaci ma invalidabili…, efficaci e non invalidabili. 40 G. D’Amico, Quando l’accezione…, op.cit., p. 281 41 Commissione Anselmi, rapporto generale…, op.cit., p. 271 42 ibidem, p.271 43 È molto interessante leggere l’intervento del Consultore Zoli presidente della seduta di mercoledì 24 aprile 1946 delle Commissioni riunite Affari politici e amministartivi finanze e Tesoro della Consulta nazionale (organo di consulenza dell’attività di legislazione del Consiglio dei ministri negli anni della Luogotenenza) per la discussione dello schema di provvedimento per la rivendicazione dei beni sottratti dalla RSI agli ebrei: nell’intervento si può prendere atto di un errore sui principi giuridici certamente dovuto ad un pregiudizio ideologico e non ad ignoranza di norme consolidate come quelle in materia di proprietà: “La cosiddetta Repubblica sociale aveva proceduto ad una serie di confische e di sequestri in danno di cittadini di razza ebraica ed il decreto legislativo Luogotenenziale 5 ottobre 1944 ha dichiarati inefficaci questi atti, come era naturale, trattandosi di atti di un governo illegittimo e dato anche la natura particolare di questi. Occorreva ora regolare il modo di restituzione dei beni e la liquidazione dei rapporti transitori sorti in conseguenza di queste confische; e fissare anche il tempo utile per proporre la rivendicazione di questi beni. Il provvedimento non contiene niente di particolare a riguardo, in quanto le sue disposizioni derivano da quelle stabilite dal codice civile per casi analoghi di dichiarazione di nullità di atti”. in Atti della Consulta nazionale, 1946, Biblioteca del Senato della Repubblica, pp. 447 ss. Ciò non risponde a vero perché ai sensi dell’art.958 3° comma c.c. “L’azione di rivendicazione non si prescrive salvi gli effetti dell’acquisto della proprietà da parte di altri per usucapione”. Fra l’altro bisogna tener presente che la riduzione dei termini per il compiersi dell’effetto acquisitivo dell’usucapione (dai venti ai dieci anni per i beni immobili per esempio arrt. 1158 e 1159 c.c., avviene soltanto in presenza della buona fede dell’acquirente e di un titolo idoneo al passaggio della proprietà: e questo non è proprio il caso di specie. per cui ancora una volta deroga in pejus alle norme del codice civile! 44 Commissione Anselmi, Rapporto generale…, op.cit., p. 277 34

53


L’articolo 8 del D.Lgs.Lgt n. 252 1° comma prevedeva che “L’Ente di gestione e liquidazione ed il terzo proprietario dell’immobile del quale viene chiesta la retrocessione ai sensi del precedente articolo 3 avranno diritto a conseguire dal richiedente il prezzo delle migliorie arrecate all’immobile, nella minor somma tra lo speso e il migliorato” 46 vedi nota 171 47 La voce di controcanto in un generale asservimento alla logica della rapida normalizzazione del contesto sociale nazionale era sempre quella di Einaudi, vedi nota precedente. 48 Il che depone a favore di un diffuso stato di approfittamento che sarebbe stato meglio dare per presupposto, al contrario di ciò che avvenne come si vedrà a breve con la reintegrazione dei diritti patrimoniali danneggiati nei rapporti tra privati! 49 L’intervento che si riporta è esempio lucido del clima che si era creato in pendenza della persecuzione e della” benevolenza” con la quale comunque la società italiana si era predisposta a curarne le ferite: “(il consultore) FRIGGERI pone l’esempio di un caso molto frequente: quello degli immobili che attualmente non rendono niente. colui che si occupa di questa amministrazione ha diritto di essere compensato come un amministratore qualunque e questo suo compenso deve rientrare tra le spese per la normale gestione. Si tratta di un amministratore dell’ebreo, il quale, invece di aspettare 10 anni per fare la revindica, può farla subito (il ragionamento non fa una piega). FRE “obietta che si tratta di gestori nominati dal governo repubblichino, ed ai quali può negarsi un compenso. FRIGGERI replica che in tal caso si dovranno cambiare i gestori-. MOLLE propone che sia negato il compenso per il periodo in cui la gestione si è svolta sotto il sedicente governo repubblichino. ZOLI non crede giusto che sia negato il compenso al gestore il quale, conservando questi beni, ne ha evitato la perdita o il deterioramento con evidente vantaggio del proprietario. A questo proposito occorre far presente che la Francia pose a carico dello Stato le spese di amministrazione e richiese al terzo la dimostrazione che quegli atti di amministrazione furono eseguiti per salvaguardare quei beni e quelle attività secondo la logica del buon padre di famiglia, in I Pavan, Persecution…, op.cit., pp. 21 ss. 50 Dello stesso tenore la vicenda dei beni sottratti dal governo della RSI ad ebrei poi deceduti, e che , al tempo, erano risultati senza eredi. L’ articolo 586 del codice civile prevede, a questo riguardo, che l’acquisizione della proprietà sia a favore dello Stato. L’Unione delle Comunità ebraiche, mettendo a dura prova la volontà governativa di andare oltre il proprio ordinamento giuridico, in nome della rottura dell’Italia democratica con la RSI chiese la devoluzione dei beni degli ebrei deceduti senza eredi entro il sesto grado di parentela a favore dell’Unione. La trattativa in fase di formulazione delle norme in materia riguardò la sottoposizione ad un’altalena di rinunce e concessioni , lo Stato avrebbe ammesso la devoluzione per i beni degli ebrei deceduti a causa delle persecuzioni iscritti alle comunità, avrebbe attribuito alle comunità anche l’amministrazione delle eredità giacenti, nei casi, cioè, nei quali non c’era certezza sulla mancanza di eredi e si sarebbe riservata l’acquisizione dei beni degli ebrei deceduti non iscritti ad alcuna comunità e privi di successibili. Il compromesso fu raggiunto con D. Lgs.Lgt 11 maggio 1947 n.364 che, in unico articolo, adottava una soluzione che ideologicamente soddisfaceva la necessità di normalizzazione: infatti non si derogava alla devoluzione a favore dello Stato ma, una volta verificatasi questa ai sensi dell’art586 c.c., lo Stato avrebbe poi trasferito a titolo gratuito le eredità degli israeliti deceduti in dipendenza di atti di persecuzione razziale subiti dopo l’8 settembre 1943 , G. D’Amico, Quando l’eccezione…, op. cit. pp. 291 ss. 51 La distinzione nella dogmatica giuridica riguarda la differenza tra contratto e matrimonio: l’attribuzione a quest’ultimo della natura di negozio giuridico,cioè di atto di libera volontà, lo ha emancipato dalla condi45

54


zione di contratto con scopi esclusivamente patrimoniali, come aveva ritenuto la dottrina ottocentesca. G. D’ Amico, Quando l’eccezione…, op.cit., p 105 53 Cosiì nella relazione di presentazione della norma aggiuntiva sul diniego di retrocessione a favore delle maestranze in Ricci A., Verbali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Governo Bonomi, vol. III p. 340 54 Nella questione si inserì anche l’UCEI: il fascicolo n. 219 PCM atti 1943-1944 che dovrebbe corrispondere all’approvazione del decreto legislativo luogotenenziale n.222 contiene documenti di un carteggio quasi privato tra l’UCEI e la Presidenza del Consiglio dei ministri sulla pretesa delle maestranze. 55 ad eccezione, come si è visto, per le confische arbitrarie ordinate dai tedeschi e irrintracciabili, nonché per i furti e i saccheggi! 56 Dalle lettere pubblicate nella raccolta di P. Frandini, Ebreo tu non esisti, Manni 2007, viene fuori a questo proposito l’immagine di persone disponibili al viaggio, dotate di buono spirito di adattamento a nuovi contesti sociali che improvvisamente si trovarono costretti a mendicare clemenza pur di non essere allontanati dal territorio italiano! 57 A proposito del processo di arianizzazione volontaria indotto dallo Stato nazista a partire dal 1933, Hillberg scrive che, poiché molti imprenditori ebrei accettarono l’iniziativa, si creò un “mercato”. Ma bisogna intendersi sul significato della parola “mercato”. Per definizione, il mercato è l’incontro ideale della domanda e dell’offerta di un certo bene: e sebbene il suo ideale utopico è il raggiungimento dell’equilibrio, le oscillazioni del prezzo del bene in questione, che praticamente quantifica la domanda e l’offerta, dimostrano le fluttuazioni della disponibilità a comprare un certo bene (domanda) e della disponibilità a vender lo stesso bene (offerta). Le regole dell’economia dicono che se l’offerta aumenta, in presenza di una domanda bassa, il prezzo del bene si riduce, cioè il bene si svende. Così nel maggio 1938: “Un alto funzionario responsabile della Dresdner Bank deplorava che il numero delle imprese ebree da arianizzare fosse superiore a quello degli acquirenti tedeschi potenziali…Da questa inversione di tendenza, l’esperto della Dresdner Bank trasse una sola conclusione: che il prezzo di vendita delle imprese ebree dovesse abbassarsi”, R. Hillberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, Einaudi 1999, p.98 58 G. D’Amico, Quando l’eccezione… , op.cit. p. 268 59 F. Levi, che ha curato il volume Le case e le cose, op.cit., p 42 60 Tribunale di Milano, 31 gennaio 1949 in Temi 1949 pp.53 ss. 61 Le presunzioni iuris et de iure sono quelle che non ammettono prova contraria 62 I Pavan, Persecution… op.cit., p.19; G.D’Amico, Quando l’eccezione…, op.cit. pp.105-106 63 Francia e Svizzera adottarono criteri diversi nelle rispettive legislazioni riparatorie. Innanzitutto non ammisero in via generale che nella reintegrazione dei diritti patrimoniali si ricorresse al criterio della buona fede ed alla conseguente protezione del terzo acquirente. 64 Nella toria del contratto il sinallagmaè la corrispettività tra prestazione e controprestazione. 65 L’azione di annullamento, come la rescissione, sono strumenti atti a rimuovere difetti genetici nella costruzione del sinallagma contrattuale, la decisione sulla cui “gravità” è rimessa ai contraenti medesimi: infatti le azioni sono sottoposte a termini di prescrizione, potendo i soggetti coinvolti valutare comunque conveniente continuare a tenere in piedi il contratto convalidandolo, nel caso di annullabilità, o integrando la prestazione sproporzionata, nel caso di rescindibilità. Al contrario l’azione di nullità è predisposta alla protezione di interessi generali che l’irregolarità genetica del contratto rischia di compromettere, per cui la decisione se procedere o meno è sottratta alla disponibilità del singolo contraente coinvolto, spettando l’azione a chiunque possa avervi interesse. Per l’articolo 1418 c.c.: “Il contratto è nullo quando è contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga diversamente”. La nullità colpisce anche i contratti mancanti di un elemento essenziale, quelli conclusi per una causa o per un motivo illecito. Insomma la nullità è una vera e propria sanzione civile. Nelle discussioni dottrinali più recenti, si insiste sull’opportunità di affidare alla legge un controllo esterno sulle attività contrat52

55


tuali, ogni volta che le parti di queste siano socialmente squilibrate, proprio attraverso il ricorso alla tecnica della nullità, che tutelando, per definizione, interessi generali, meglio si adatta alla protezione dei soggetti e/o gruppi sociali contrattualmente più deboli. 66 Legge n.14201942 “Limitazioni di capacità degli appartenenti alla razza ebraica residenti in Libia”. art.2: Con la parola ebrei erano denominati i cittadini italiani, tanto metropolitani che libici, di razza ebraica. Il fascismo aveva proceduto con la legge n.820 /1940 ad esprimere un concetto di Stato nazionalista con la categoria del cittadino italiano metropolitano, nella quale dal punto di vista strettamente giuridico sono inclusi i tre elementi dello Stato, popolo, che per il fascismo era la nazione, sovranità e territorio. art.3. Ad ogni effetto di legge, era considerato di razza ebraica il cittadino italiano libico: 1-.che alla data del 1° gennaio 1942, professava la religione ebraica, o risultava iscritto ad una comunità israelitica o faceva in qualsiasi modo manifestazione di ebraismo; 2-.che risultava nato da genitori o da padre di religione ebraica a meno che questo non professasse la religione musulmana dal 1° gennaio 1942; 3-che pur ignoto il padre risultava nato da madre di religione ebraica. In questa definizione di ebreo prevaleva un razzismo culturale anziché biologico. Con gli articoli 6 e 7 venivano estesi i divieti contenuti nel RD n.1728 agli articoli 10, 11, 12. L’articolo 9 invece individuò i limiti al diritto di proprietà simili a quelli adottati sul territorio dello Stato salvo che per il diverso valore della proprietà dei terreni consentita (trecentomila lire) e della proprietà immobiliare consentita (cinquecentomila lire). L’articolo 10 istituì un EGELI libico con sede a Tripoli. Seguivano poi i divieti di esercizio di tutte le forme di attività economica privata, dal commercio alle assicurazioni, alla produzione d e distribuzione cinematografica; i divieti di pubblicazione di testi non confessionali. Insomma una velina delle disposizioni vigenti in Italia. 67 L’articolo 10 del R.D.n.1728/1938 e gli articoli 4 e 5 del R.D.n.126/1939 facevano riferimento al cittadino. Ricorrendo ad una interpretazione strettamente letterale, gli stranieri dovevano essere esclusi dall’applicazione dei provvedimenti riparatori, a meno che non si fosse accettata l’idea di procedere caso per caso, a prescindere dalle categorie. Il paradosso fu allora che l’interprete del dopoguerra, che lavorava per redimere la società dai danni del fascismo, applicò pedestremente i significati, fatti propri dalle parole usate proprio da quel legislatore che si contestava e condannava! 68 In una sentenza del Tribunale di Napoli, i giudici arrivarono addirittura a parlare di errore tecnico di redazione nella scrittura del titolo del decreto n.252/1944, per cui non era possibile ricorrere ad esso per l’interpretazione del testo normativo: nel caso di specie invece la difesa della parte attrice, certa Matarazzo, ebrea di cittadinanza greca, aveva fatto appello proprio all’intestazione del decreto luogotenenziale per suffragare la domanda di annullamento di compravendita indotta dallo stato generale di timore, che apparteneva a tutti, non soltanto agli ebrei italiani;in Tribunale di Napoli, sezione III, 14 maggio 1951, in Diritto e Giurisprudenza 1951,. 69 A. Ravà, Sulla pretesa eccezionalità delle norme abrogatrici delle leggi razziali, in Diritto e Giurisprudenza 1951, p.310 70 A proposito dell’articolo 14 il Capo dell’Ufficio studi e legislazione Sorrentino in un Appunto per il Segretario particolare del Sottosegretario di Stato datata 1° dicembre 1947 commenta a riguardo: Pertanto, così come è formulata la legge sembra più un indovinello che una norma giuridica, in ACS – PCM atti 1944-1948 fasc. 219 3/2.2 71 In alcune sentenze proprio per questo si nega l’esercizio dell’azione a quegli atti di alienazione compiuto dopo la definizione delle quote stesse… 72 Tribunale di Napoli, sezione III 14 maggio 1951, in Diritto e Giurisprudenza 1951, p.308 73 Risposta del Ministro della Giustizia, in data 20 luglio 1940, al Ministro delle finanze circa l’opportunità di modificare il regio decreto n. 126, in ACS – PCM atti 1937/1939 fasc. n 5441 3/2.2 74 Cass. civ.sez. I, 26 giugno1950 n, 1624 in Foro Italiano 1950 c.864; Cass. civ.sez.I ,18 luglio 1949 n 1055, 56


in Foro Italiano 1949 Tribunale di Torino, 16 giugno 1947 in Foro Italaiano 1948, I ,592 76 La logica dell’eccezionalità delle azioni di annullamento e di rescissione accompagna la maggior parte delle decisioni, con la conseguenza che ci fu un rigoroso rispetto delle fattispecie contemplate dalla legge, senza pensare che essa doveva invece riportare a normalità l’eccezionalmente grave alterazione dello status giuridico quo ante, per cui forse l’interpretazione doveva essere estensiva o quanto meno ispirarsi anch’essa a criteri eccezionali e non all’ordinario principio codicistico per cui le norme che fanno eccezione alle ragole devono essere applicate soltanto ai casi e al tempo considerati esplicitamente dal legislatore(art.14 disp, prel. al codice civile) in A. Ravà, Sulla pretesa eccezionalità delle norme abrogatrici delle leggi razziali, in Diritto e Giurisprudenza 1951, pp. 306 ss. 77 Occorre narrare in breve le vicende che portarono all’estensione del Decreto luogotenenziale n. 222 alle province del Nord, fra le quali Trieste nel 1946, dal momento che la loro liberazione non era ancora stata compiuta alla data di approvazione del decreto (12 aprile; la liberazione delle regioni del nord avvenne invece nel luglio 1945) ma il ritardo fu dovuto alla maggiore complessità che la formulazione del decreto richiedeva per quei territori. Alla proposta dell’ACC di estendere lo stesso testo approvato per il resto del paese, si contrappose la richiesta dell’UCEI di istituire una commissione che restituisse agli ebrei le proprietà mobiliari, dei locali commerciali e dei depositi bancari. Si chiedeva in particolare che fosse sbloccato il conto aperto presso la Banca commerciale con la sua suddivisione fra gli aventi diritto, tra i quali si trovavano anche coloro ai quali erano stati sequestrati beni mobili poi venduti con deposito del corrispettivo sul conto in questione. Ma il 27 maggio il colonnello Hannaford dell’Ufficio legale presso l’ACC comunicava ufficialmente che il decreto n.222/1945 era in corso di pubblicazione. 78 A.Ricci, Verbali…, op.cit. p.252 79 La rescissione è un istituto complesso, la cui peculiarità è quella di essere rimedio contro lo squilibrio economico del contratto, provocato dalle cause espressamente indicate dall’ordinamento. Le sue radici affondano nel diritto romano, nei concetti di aequitas e giusto prezzo. Si sviluppa in età medievale parallelamente alle trasformazioni della vita politica e sociale dell’epoca, trovando linfa vitale nella morale cristiana da una parte, e nelle necessità della nascente economia dello scambio dall’altra. Confluito nel sistema del Code Napolèon e del codice civile del Regno d’Italia del 1865, nel Codice civile del 1942 si colloca tra i rimedi alle gravi anomalie genetiche del contratto a prestazioni corrispettive. 80 Nel codice civile le norme principali sulla rescissione del contratto sono l’articolo 1448 richiamato e l’articolo 1447. art. 1448 :Se vi è sproporzione tra la prestazione di una parte e quella dell’altra, e la sproporzione è dipesa dallo stato di bisogno di una parte, del quale l’altra ha approfittato per trarne vantaggio, la parte danneggiata può domandare la rescissione del contratto. L’azione non è ammissibile se la lesione non eccede la metà del valore che la prestazione eseguita o promessa dalla parte danneggiata aveva al tempo del contratto. La lesione deve perdurare fino al tempo in cui la domanda è proposta. Non possono essere rescissi per causa di lesione i contratti aleatori. Sono salve le disposizioni relative alla rescissione della divisione. art 1447: Il contratto con cui una parte ha assunto obbligazioni a condizioni inique, per la necessità nota alla controparte, di salvare sé o oltri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, può essere rescisso sulla domanda della parte che si è obbligata. il giudice nel pronunciare la rescissione, può secondo le circostanze assegnare un equo compenso all’altra parte per l’opera prestata. 81 Con Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato 31 luglio 1947 n. 771 si estesa il termine di 75

57


esercizio dell’azione di rescissione sino al 15 aprile 1948. In ACS – PCM atti 1944/1948 fasc.219 3/2.2 83 Nell’art.1448 c.c. la lesione ammessa a protezione deve essere ultra dimidium, superare cioè della metà il valore della cosa venduta. 84 In questo senso la Cassazione sezione I 7 agosto 1945, n. 713 in Foro Italiano 1946 I c.298 85 Lo status di privilegiato nacque con il R.D. 1728/1938, del novembre, fatte comunque salve tutte le considerazioni sull’individualità ,discrezionalità e revocabilità del decreto che lo conferiva. 86 In Foro Italiano 1951, c.306 87 Questo in sintesi il ragionamento seguito ai giudici del Tribunale di Torino 11 gennaio 1949 in Foro Italiano 1970, cc 776 ss. e questa la massima della sentenza “L’azione di rescissione delle alienazioni compiute dagli ebrei, prevista dall’articolo 19 è esperibile dal cittadino straniero di razza ebraica che aveva interessi patrimoniali in Italia”. 88 La sentenza della I sezione civile della Cassazione del 26 giugno 1950 n. 1624 viene presa come esemplare a riguardo di una interpretazione ottusamente assestata sul rigore formale, in Foro Italiano 1950, cc 801 ss. 89 La sentenza del Tribunale di Milano 31 gennaio 1949 in Temi 1949 ,già citata introdusse tuttavia l’interessante valutazione caso per caso dei destinatari della norma eccezionale forse muovendo proprio da una logica molto pratica poco in linea con principi di una superiore etica giuridica! 90 In questa seconda categoria di beni sarebbe per esempio l’integrazione rispetto al precedente art. 14 che parlava espressamente soltanto di beni immobili. 91 Tribunale di Napoli 14 maggio 1951 in Diritto e Giurisprudenza 1951, p. 313 92 Tribunale di Bologna 14 gennaio i949 in Foro Italiano 1949, c.745 93 Tribunale di milano 21 ottobre 1948 in Foro Italiano 1949, cc.739 ss. 94 ibidem, c.746 A conclusioni analoghe, favorevoli addirittura alle persone (i cd. misti), considerate ebree che pur non furono colpite dalle leggi razziali giunse il Tribunale di Bologna 14 gennaio 1949, in Foro Italiano 1949, c.740 95 Tribunale di Milano 11 dicembre 1947, in Foro padano 1948, I, pp. 138 ss., Tribunale di Torino 11 gennaio 1949 in Foro Italiano cc. 776 ss. “Perchè l’azione sia ammissibile è sufficiente che l’altra parte conoscesse di contrattare con un ebreo e che sussista la lesione oltre il quarto.” 96 F.Gazzoni, Manuale di diritto privato…, op.cit. p 981 97 F. Gazzoni, Manuale…, op.cit., p 945 98 Cassazione sezione III 18 luglio 1949 n.1834 purtroppo la sentenza fu una voce fuori dal coro, come si è avuto modo di capire dal resto della trattazione. 99 Cassazione sez.III, 18 luglio 1949, n 1834 in Foro Italiano 1950 c.556 100 S. Borghese, Considerazioni in tema di leggi e anti-leggi razziali, in Foro Italiano 1949, c. 742 101 Celso cfr. in Borghese, op.cit. 102 vedi nota 206 103 Con Decreto del Capo Provvisorio dello Stato 31 luglio 1947 n.771 si dispose la proroga del termine per l’esercizio dell’azione di rescissione fino al 15 aprile 1948. È doveroso riconoscere l’importanza di questa correzione, dal momento che l’insufficienza della tutela riparatoria del dopoguerra molto dipese dalla previsione di termini brevi per l’esercizio delle azioni di tutela, nonché dallo scarso rilievo attribuito alle condizioni di conoscibilità dei provvedimenti adottati. 104 Articolo 14 delle Disposizioni preliminari al Codice civile - Applicazione delle leggi penali ed eccezionali.- Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati. 82

58


Le condizioni del fare storia Enrico Castelli Gattinara, Università La Sapienza di Roma La storia studia il passato, studia cioè ciò che è morto, passato appunto, o trapassato. Ma lo fa in una maniera del tutto particolare, che ne costituisce il fascino e l’importanza, e la rende una fra le scienze umane più particolari e umanamente significative: alla morte, la storia contrappone infatti la vita. Cominciamo con una poesia di Antonio de Curtis, in arte Totò, poeta, scrittore e soprattutto attore comico: “A livella”. La livella è la morte, che rende tutti uguali e appiana le tronfie differenze di classe, di ceto, di reddito, di fama o di derelizione di cui noi umani ci inorgogliamo o ci disperiamo in vita. In questo senso Totò era in un certo senso un heideggeriano, laddove il filosofo tedesco intendeva la morte come la possibilità più propria dell’uomo, il limite dell’orizzonte di possibilità che ci è aperto in quanto umani: siamo tutti uguali davanti alla morte, cioè siamo tutti ugualmente destinalmente umani. La storia come disciplina operativa (non come situazione del nostro essere al mondo, come la intendeva Heidegger) viene sempre dopo questo limite: il suo terreno di studio è un immenso ambito dove tutti gli umani sono morti. Passati e trapassati. M.Bloch scriveva che è lo studio degli uomini nel tempo, ma questo tempo viene inevitabilmente coniugato al passato. Ora, ciò che allo storico interessa non è il fatto che siano morti, bensì che in quanto tali siano stati prima vivi, e che proprio per questo hanno ancora a che fare con noi, e soprattutto noi abbiamo a che fare con loro. Non gli interessa riportare in vita i morti, naturalmente, neppure nel ricordo dei vivi (ecco cosa è importante sottolineare, rispetto al tema della memoria): gli interessa sapere – cioè conoscere, ed è per questo che la storia è una scienza, una delle forme della conoscenza – come sono stati vivi tutti questi morti, cosa hanno fatto, cosa gli hanno fatto, dov’erano, cosa hanno costruito, a cosa erano soggetti, ecc. Tutto l’ambito del come, con tutte le sue implicazioni. E di quest’ambito, naturalmente, gli interessa sapere anche, molto spesso, come sono stati vivi fino al loro limite più proprio, che è stata la loro propria morte. Sapere per esempio come e perché sono morti, intendendo così il limite estremo imposto con la violenza o venuto naturalmente ad essere per loro: che non è più allora una livella, una condizione esistenziale uguale per tutti, un limite ineludibile (perché così è se ci si pone nel limite stesso, per così dire, o se si guarda alla morte come qualcosa che già c’è, come avvenuta, quando non ha ormai più nulla a che fare con la vita), ma è il risultato di determinati rapporti di potere. Il come e il perché della morte appartiene ancora alla vita, e in quanto tale ne è solo una parte, come tutto il resto che la riguarda (per cui la storia, soprattutto nel XX secolo, ha cominciato a interessarsi di molti altri aspetti della vita umana, a partire dalle sue condizioni materiali ed economiche fino ai costumi, alle pratiche quotidiane e alle più disparate forme di vita e di rapporti sociali). È nel “come” che risiede quindi una delle condizioni essenziali della conoscenza storica, ed è al suo interno che gli storici s’interrogano e indagano il “che cosa” (le forme delle relazioni sociali, i rapporti di potere, le istituzioni, i rapporti di produzione, ecc.): ma è proprio per questa attenzione al come, in vista del quale di cerca di determinare il che cosa, che le differenze contano assai più che le identità e le generalizzazioni. Ebbene, sul piano ontologico, la morte è uguale per tutti, ma la vita no: fra il come della morte (come condizione) e il come della vita corre una differenza radicale (su cui anche 59


la filosofa Hannah Arendt aveva attirato l’attenzione, contro il suo maestro Heidegger), perché l’essere della vita si caratterizza come l’estrema differenziazione che si articola in tempi sempre determinati, mentre l’essere della morte si caratterizza come l’indifferenziato, il limite finale del tempo umano. Non si tratta solo di questioni teoriche, o epistemologiche, o filosofiche in senso lato. Queste distinzioni e questi problemi hanno anche e soprattutto un’immediata ricaduta nella realtà pratica delle ricerche e nella vita sociale di tutti. Fra la morte come livella e la vita come differenziazione delle sue stesse condizioni materiali di esistenza storica c’è una frattura cui la politica non è mai estranea, e che anzi affronta spesso direttamente con protervia. Mi riferisco, per non fare che un solo esempio, a quello che Claudio Pavone, da storico, una decina di anni fa, aveva evidenziato come problema alla luce di quel “revisionismo” che tendeva a recuperare la memoria dei “vinti” e dei “ragazzi di Salò” in nome di una comune morte. Pavone richiamava l’attenzione sulla necessità di un atteggiamento meno acritico: “Soprattutto è da respingere la confusione fra l’eguaglianza di fronte alla morte e le differenze di fronte alla vita”)1 Paradossalità della condizione storica in cui operano gli storici: avere a che fare col passato non per farsene irretire come il suo non esserci più, ma per coglierne gli aspetti vitali. Naturalmente questo implica saper cogliere anche ciò che del passato non è del tutto passato, o non può epistemologicamente passare, vale a dire il suo inevitabile rapporto al presente: di qui la coscienza che gli storici hanno almeno a partire dagli anni ’30 dell’inscindibile intreccio fra presente e passato, che dirige e condiziona le loro pratiche di ricerca, visto che lo “sguardo sul” passato non è mai innocente o innocuo. È in questo senso che Nietzsche parlava dell’utilità o del danno della storia per la vita: perché non sempre la storia è stata capace di assumersi questo compito fondamentale in nome della vita. Compito non facile, perché la vita, già semplicemente sul piano biologico, ha la caratteristica di cambiare e di crescere in continuazione sul piano della complessità, mentre “conoscere” qualcosa significa inserirlo in categorie, concetti, idee e sistemi di cui già disponiamo. E la storia degli umani (le res gestae) affonda le proprie radici in questa bio-caratteristica fondamentale, per cui sempre Bloch, ma anche molti altri prima e dopo di lui, hanno caratterizzato la disciplina che se ne occupa (la historia rerum gestarum) come “scienza del cambiamento” – che è una delle definizioni più belle e più profonde che se ne possano dare. Ecco allora che la condizione di possibilità del fare storia – l’esistenza degli umani al passato data dalla loro condizione di mortali – ribalta il rapporto abituale fra la vita e la morte, restituendo alla vita quello che il tempo le ha tolto: certo, è qualcosa che già altre forme dell’attività mentale e culturale umana hanno fatto (questo ribaltamento, questa forzatura del limite, questa navigazione controcorrente), perché è questo propriamente ciò che è stato tradizionalmente definito il carattere “immortale” delle arti, in tutte le loro forme, nel doppio senso soggettivo e oggettivo del riferimento possibile: immortali perché restano nel tempo oltre il tempo del loro autore (senza per questo però uscire dal tempo e diventare trascendenti o metafisiche), e immortali perché immortalano il loro stesso tempo e ciò che rappresentano (e cioè demoltiplicano le linee e le dimensioni temporali, facendole intrecciare fra loro). In questo senso il rapporto delle opere d’arte con il tempo è un rapporto paradossale, che implica una relazione difficile e spesso controversa con i loro fruitori, di cui la critica d’arte cerca di essere la rappresentanza: complicatissima rete di rapporti – su cui non mi posso ora soffermare – ma che si basa sul fatto che le opere 60


come oggetti non devono cambiare e vanno mantenute nella loro “autenticità”, e al tempo stesso non devono perdere la loro specifica temporalità, quella che le ha costituite nell’umano e temporalissimo operare dell’autore e della società cui appartenevano; ma oltre a ciò attraversano le diverse temporalità dei loro fruitori, ecc. Invece la storia – che pure a volte è stata in parte anche per questo considerata un’arte – non opera su questo piano il ribaltamento: lo fa piuttosto sul piano della conoscenza, della scienza appunto, cercando di sapere e di individuare ciò che chiamiamo “la/le verità” sulla vita del passato (la differenza fra scienza e arte, in generale, passa anche dal rapporto che intrattengono con la verità: la scienza la cerca, e cercandola la istituisce, mentre l’arte la espone e la esprime). Ed è per questo (cioè perché sono scienza, e non arte) che – a differenza delle opere d’arte – le opere degli storici devono cambiare, nella misura in cui le consideriamo “lavoro storiografico” (o “pratica” com’è oggi più di moda esprimersi). Il lavoro storiografico è un lavoro scientifico che si nutre e nutre la sua stessa trasformazione: un’opera scientifica non si pone mai come in sé compiuta, ma come momento di un lavoro più complesso e ar ticolato, di cui tutta la comunità partecipa attivamenteper continuarla e approfondirla, modificarla e meglio adattarla ai bisogni di verità che di volta in volta si esprimono. Per questo un libro “scientifico” ha sempre valore in un contesto di appartenenza, e non ovviamente se lo consideriamo come d’autore, un po’ come facciamo con l’arte. Prendiamo per esempio un’opera di Tucidide (o di Leibniz, o di Droysen): gli antichisti possono utilizzarla parzialmente come fonte, ma lo studio e la conoscenza scientifico-critica delle guerre del Peloponneso non si è fermata, e come pratica storica continua a esercitarsi senza assolutamente intendere che ciò che ha scritto Tucidide come storico resti immortale e valido per sempre. Sul piano scientifico, come su quello filosofico, l’opera deve misurarsi criticamente con ciò che l’ha preceduta; non può permettersi di ignorarla. Diverso è invece il rapporto di una forma d’arte col proprio passato, proprio perché può decidere di ignorarlo completamente (anche se poi questo non avviene mai in maniera assoluta, neppure con le più estreme forme d’avanguardia, il che testimonia del fatto che l’arte non è mai solo arte, così come la scienza non è mai solo scienza, e che il rapporto col passato – che non obbedisce a una sola forma, a una sola modalità – è imprescindibile e problematico, ma soprattutto non è mai vincolante, perché viene sempre nuovamente rinegoziato: di qui la reciprocità fra passato e presente). È per questa reciprocità irriducibile che la negoziazione non può mai giungere a un termine ultimo, e che il nostro rapporto con la storia non può esaurirsi: il tempo non è una linea unica che corre progressivamente dal passato al presente verso il futuro. È invece una fitta rete tutta intrecciata e piegata irregolarmente, mossa dal vento della vita. I nodi dove s’intrecciano le linee temporali entrano in contatto fra loro secondo i movimenti imposti dal vento (che poi un vento solo non esiste, ma sono tanti). Come il passato spesso non è mai passato del tutto, così il presente non è mai semplicemente presente: l’uno e l’altro hanno bisogno di rapportarsi reciprocamente secondo le condizioni che di volta in volta vengono ad essere. Lo storico studia localmente una parte di questo movimento, ma sa – o dovrebbe sapere – che l’insieme complesso è mobile e cangiante, e che prima o poi il vento muoverà altrimenti la rete, e diversi saranno i rapporti fra le maglie e i nodi che la compongono, e quindi diverse le istanze del presente e gli intrecci del passato che saranno ritenuti importanti. 61


Anche questo fa parte del “come”: le sue determinazioni sono le configurazioni locali dei punti di contatto della rete, oltre che del suo specifico intreccio, che possono essere studiate e conosciute solo a certe condizioni, e in certi tempi (che fanno essi stessi parte della rete: come a dire che gli storici non possono sottrarsi alla storia cui appartengono essi stessi). Il punto essenziale qui è nel termine “locale”: una certa storiografia del Novecento, rispetto a quella del secolo precedente, ha assunto la località di contro alla generalità, la differenza specifica rispetto all’universale. La storia, non essendo più concepita come la manifestazione dello spirito umano (vale a dire come destino universale, o universale condizione umana), ma come l’insieme indefinito delle determinazioni che di volta in volta si danno e che possono essere indagate su scale differenti, non insegue più l’ipotesi di un progetto complessivo intelligente e progressivo (quello ipotizzato dall’illuminismo, dall’idealismo, ecc.) ma si attiene al concreto sussistere delle sue condizioni materiali, economiche, sociali e culturali. Significa porre sul piano delle determinazioni possibili le differenze specifiche su cui si articola il progetto di ricerca: significa fare storia del Mediterraneo, tanto quanto storia delle donne o storia di una piccola comunità di montagna, storia di una classe sociale o storia di una situazione o di un evento. Le differenze di scala permettono di costruire storie differenti per cogliere l’intricata stratificazione della rete in movimento, mai riducibile a un’unica tendenza generale, a un supposto “spirito del tempo”, a un’unica linea temporale e meno che mai a un’idea generale. Le differenze prendono allora il sopravvento sulle identità perché rappresentano il concreto e il vissuto degli uomini nel tempo, laddove occorre sempre specificare di quali esseri umani si tratta e a quali temporalità si connettono, dove si trovano e in che condizioni vivono . Diventa storia dei corpi vivi, di esseri in carne ed ossa, i cui rapporti sono economici, culturali, politici, sociali, di costume, estetici, emotivi, ecc. Ecco un’altra condizione imprescindibile della conoscenza storica: il “come” di cui si occupa non è un’istanza metafisica, universale o ideale, ma si declina sempre e necessariamente al plurale, nella concretezza vissuta delle vite umane (per questo, quando negli anni ’60 diversi storici hanno proposto un modello quantitativo di ricerca storica, fondato sull’elaborazione asettica di dati, statistiche e rapporti numerici, ciò che hanno rischiato di perdere era la vita vissuta, la realtà umana nella sua concretezza – il che ha comportato la ridefinizione o l’abbandono della storia meramente quantitativa). Insomma, se la storia studia lo svolgersi nel tempo della vita nella sua complessità di pratiche e di rapporti degli umani fra loro e col loro ambiente, significa che non sacrifica il come al perché o viceversa. Torniamo allora al problema da cui sono partito. È in questo senso ancora una volta che la morte, per lo storico, è tutt’altro che una livella: i come e i perché della morte degli umani non sono purtroppo tutti uguali, come non sono uguali le loro forme di vita e i rapporti che vi sono connessi. È in questo senso che lo storico resiste e reagisce di fronte alle istanze della politica, quando questa gli chiede di tralasciare i come e i perché, quando gli chiede di considerare i morti tutti sullo stesso piano, quando gli impone di identificare situazioni, condizioni materiali, fenomeni che invece sono comprensibili e da studiare nelle loro differenze specifiche. Nella retorica celebrativa dei caduti in guerra, per esempio, si ricorre sempre di più a una specie di livella con la quale tappare la bocca agli storici: i morti vanno onorati senza bisogno di indagare troppo chi siano, come siano morti, perché siano morti, com’erano da vivi, da dove venivano, ecc. A que62


sto proposito gli esempi più drammatici sono quelli relativi all’identificazione – ma preferisco dire alla confusione – fra i campi di concentramento di cui il primo Novecento è stato tanto prodigo in vari Stati e varie, ma diverse, realtà politiche; oppure ancora rispetto a ciò che ci vede oggi riuniti qui: gli stermini di massa. Allo storico non può né deve bastare che una grande quantità di esseri umani siano stati uccisi, o lasciati morire – il che non è la stessa cosa – in luoghi, i campi, deputati a questo: vuole conoscere i diversi come e perché, i modi, le ragioni, le conseguenze, le differenze, i contesti… insomma, vuole riconoscere le parti della rete che in questi nodi si condensa, si strappa, si piega. Compito difficile, difficilissimo per la conoscenza storica, se vuole essere scienza e non mera opinione o propaganda: perché per conoscere occorre generalizzare, oltre che differenziare, occorre elaborare concetti, sistemi causali, leggi più o meno generali, categorie; e occorre confrontare, equiparare, porre in relazione, comparare per riportare l’ignoto al noto, il particolare al generale, il dettaglio all’insieme. E tuttavia per la storia, più che in molte altre scienze, la generalizzazione e la comparazione devono lavorare insieme per evitare ogni facile riduzionismo, ogni identificazione di comodo, ogni trappola retorica o concettuale: devono servire le differenziazioni. Per questo ogni scienza elabora una propria metodologia specifica, che dipende dai propri oggetti. E l’oggetto della storia è per definizione un oggetto assente, che non c’è più, passato: quindi difficilissimo da manipolare. Perché la sua manipolazione non ne deve eliminare la particolarità, l’unicità irripetibile. È cronaca recente della nostra Repubblica la richiesta insistente fatta pervenire tramite i mezzi di comunicazione di massa a una specie di livellamento delle tragiche morti collettive dovute a motivi politici, razzisti, strategici, classisti, militari, ecc. La motivazione addotta, che i morti siano tutti uguali, implica un preciso progetto politico volto a stravolgere – o comunque a rimuovere – ciò che rende specifico il lavoro dello storico: indicare le differenze piuttosto che omologare nelle identità. È in quest’ottica, credo, che la riflessione sul senso della memoria vada interpretato per sfuggire alle diverse retoriche celebrative ideate per celare intenti propagandistici e ideologici. Ed è in questo senso che ritengo valida la pretesa di considerare la “Shoah” qualcosa di unico e di specifico: non perché maggiore o minore di altri genocidi di massa, ma perché i suoi perché e i suoi come non sono gli stessi, e non sono in comune con altri. Di nuovo: l’attenzione critica e scientifica dello storico vale se sa cogliere insieme le identità e le differenze, se riesce a comprendere (cioè a generalizzare) e a spiegare (indicando le regolarità e i rapporti causali) senza rinunciare alla concretezza e alla specificità. Guai dunque ad appiattire la memoria dello sterminio della popolazione europea di origini e religione ebraiche con la memoria di altri stermini in nome di una presunta condivisione del ricordo delle atrocità commesse, cioè in nome di una memoria di fatto smemorata rispetto alla tragica realtà delle differenze. Questo il rischio di una politica astorica delle commemorazioni su cui in altri paesi (in Francia ad esempio) si è già discusso da più di vent’anni, ma che in Italia non sembra ancora importante. Ma è questo anche il rischio di una storia che viene guidata dalla memoria, dal bisogno di memoria come istanza sociale nei confronti di un essere in debito rispetto al proprio passato (perché è proprio il passato a costituire la nostra identità, e quindi noi come individui e come collettività dobbiamo risponderne). La storia non è la memoria: sono due aspetti del nostro rapporto al passato che però non si identificano. Spesso interagiscono, 63


spesso dipendono l’uno dall’altro, ma non devono essere confusi l’uno nell’altro. Infatti, mentre la memoria è qualcosa che si caratterizza come costitutivo dell’identità sociale, per cui un gruppo, una classe, una nazione si riconoscono in una memoria collettiva negli stessi termini quasi in cui un individuo si riconosce nella sua memoria personale e familiare, con la storia il discorso è diverso, perché la storia è per certi versi indipendente dall’identità, e talvolta anche in conflitto con lei. In questo senso il carattere scientifico della storia – pur non avendo nulla a che vedere con la presunzione di neutralità che spesso ha marcato l’epistemologia delle scienze naturali, e che è stata messa in discussione ormai da decenni – la caratterizza come critica potenziale delle identità, come loro superamento, come confronto con altre identità e altri punti di vista possibili. Sul piano epistemologico questa differenza si esprime attraverso le due istanze dell’affidabilità e della verità: la memoria deve essere affidabile, e si parla sempre in termini di memoria fedele, nel senso che la fiducia implica un tessuto sociale fatto di relazioni personali e interpersonali da cui è inevitabilmente condizionato; invece la verità – per quanto problematica – è l’obiettivo necessario della storia, l’obiettivo da perseguire anche contro la memoria, contro le emozioni che le relazioni personali e interpersonali suscitano o che gli interessi selezionano, e in quanto tale può contribuire a formare e aggiustare la memoria, soprattutto la memoria collettiva. Così, mentre la memoria può offuscare e limitare la storia, ossia ostacolarla nella sua libertà, perché condiziona in modo conscio o inconscio la nostra identità personale (il lavoro della psicanalisi consiste in questo) o collettiva, la storia può liberare e trasformare, o correggere la memoria, proprio in virtù della sua possibilità di esularne, di non lasciarsene imprigionare. Solo che la storia da sola, come mera scienza, non esiste (come non esiste in realtà nessuna scienza “pura”): senza il suo lavoro critico sulla memoria perderebbe ogni funzione sociale e si trasformerebbe presto in quella che è stata chiamata con giusto disprezzo “mera erudizione”, vale a dire un sapere senza vita. Perché è il bisogno vitale di memoria a rendere necessaria la storia: come nel caso individuale ognuno sa che la propria memoria non è sempre fedele, o è lacunosa, e si ricorre ai racconti degli altri per ricostruire il proprio passato, ossia la propria identità personale; così sul piano sovraindividuale, collettivo e sociale, ma poi anche nazionale e politico, la fragilità e la facile manipolabilità della memoria collettiva, nonché le sue inevitabili lacune, rendono necessaria la storia per la sua formazione. Ma il rischio che la libertà scientifica della storia rispetto alla memoria implica è quello purtroppo straordinariamente efficace di manipolare la memoria e generare per esempio memorie edulcorate, memorie di parte, memorie pacificate. La storia come strumento della memoria collettiva può essere facilmente asservito agli interessi di parte (al potere di una memoria a senso unico). Siccome chi è al potere sa bene che non c’è identità (individuale o nazionale) senza memoria, perché è la memoria a legare il passato al presente in una specie di unità coerente (che se difettosa, bloccata o problematica nel caso degli individui può provocare patologie di vario tipo), il controllo della storia diventa importantissimo e cruciale, come purtroppo abbiamo avuto occasione di vedere negli ultimi decenni in vari paesi (per esempio nei paesi dell’ex unione sovietica, dove in funzione nazionalistica sono stati esaltati certi insiemi di fenomeni e di fatti e obliati o trascurati altri al fine di eliminarli dalla memoria collettiva, proprio come nella prima metà del Novecento avevano fatto i diversi re64


gimi totalitari: ma questo succede anche sulla scala più piccola delle comunità e di gruppi sociali più ristretti, come testimoniano le ricerche sulla Resistenza in Italia centrale e la sua memoria, condotte da G. Contini Bonacossi). L’autorevolezza del discorso scientifico si può ritorcere contro esso stesso, una volta asservito al potere che gli fa dire solo ciò che conviene in quel momento. In questi casi la storia, da strumento critico della memoria, può trasformarsi in elemento fondativo di una memoria a senso unico, indiscutibile proprio perché pretestuosamente “scientifica”. Fin troppi sono infatti gli esempi che sia possibile fare storia, e persino buona storia, a senso unico, vale a dire trascurando parti importanti della realtà, intrecci e nodi scomodi della rete, dimensioni ritenute invalide, o in interessanti, o poco professionalizzanti, o ininfluenti. Insomma, l’intreccio inevitabile fra storia e memoria non deve far dimenticare le differenze fra le due, né deve far trascurare l’una rispetto all’altra: ma dobbiamo tutti imparare che questo intreccio è delicato, fragile, facilmente manipolabile, e che per questo la vigilanza critica non deve mai venire meno.

E. Collotti (a cura di), Fascismo e antifascismo, Laterza, 2000 (saggio di C.Pavone, “Negazionismi, rimozioni, revisionismi: storia o politica?”, p. 42. 1

65


Vero e falso. Il mestiere dello storico tra uso delle fonti e problemi di divulgazione Marina Caffiero, Università La Sapienza di Roma L’uso politico delle fonti della storia e il problema del rapporto di questa disciplina con i poteri forti – in particolare i mass media – sollevano molte questioni sulle relazioni tra media, divulgazione e ricerca storica e inducono ad alcuni interrogativi relativi alle conseguenze sul nostro mestiere e alle responsabilità dello storico1. Non saprei dire – e ho forti dubbi in proposito - se, come si legge di frequente, si assiste nella società a un “bisogno” di storia da parte della società, bisogno, che sarebbe confermato dal successo di trasmissioni televisive, festival e altre iniziative similari. È indubbio però che tale eventuale “domanda” di storia viene soddisfatta per lo più con la fiction e con il revisionismo sensazionalistico e non con la trasmissione di una metodologia corretta e di uno spirito di critica, né con la valorizzazione delle fonti che costituiscono uno degli strumenti primari del mestiere dello storico. Essa sembra rispondere piuttosto a un bisogno di spettacolarizzazione e di intrattenimento a cui corrisponde, simmetricamente, lo strangolamento della produzione scientifica in senso proprio, per la quale non sono disponibili né fondi, né sbocchi editoriali, né strategie di formazione e di promozione di giovani studiosi. A questo disagio più generale della disciplina si aggiunge quello specifico creato al suo interno dal forte scarto che divide oggi metodologie, categorie, argomenti della storia medievale e moderna, entrambe più concentrate su una impostazione diacronica di lungo periodo che valorizza la storia culturale, sociale e “della mentalità”, rispetto a una storiografia contemporanea assai più interessata alla storia politica tradizionale e ad alcuni classici “temi forti”: nazismo, fascismo, resistenza, comunismo. Oggi, ciò che viene considerato “storia” dai media, e dunque divulgato e valorizzato presso il pubblico, è essenzialmente la storia politica contemporanea, concepita piuttosto tradizionalmente (avvenimenti, protagonisti celebri, ecc.), per la sua ricaduta sull’attualità, sul dibattito politico e sulla capacità di fare ascolto: la storia, cioè, come spettacolo. Questa metodologia di consumismo informativo e attualizzante da qualche tempo viene sempre più applicata anche ai periodi precedenti il Novecento e alla storia del passato più lontano (si pensi, per il Medioevo, al successo e alla replica degli articoli e delle trasmissioni sul Graal, sui Templari, sui misteri, sui miracoli e i santi). Un esempio recente di questo intervento mediatico e dei suoi effetti nella divulgazione storica è stato quello offerto dall’acceso dibattito suscitato dal volume di Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Bologna 2007, ristampato con modifiche nel 2008. In una prima fase, la discussione si è concentrata sulle questioni relative alle modalità errate di lettura e di uso delle fonti reperibili nel libro. E qui va subito osservato che la discussione sui giornali di un libro di storia di natura accademica che, se recensito su riviste scientifiche, avrebbe prodotto la stroncatura ma non lo scandalo né il clamore indotti dalla promozione e dal lancio del libro, ha portato alla trasformazione mediatica del libro stesso in un caso. Ma la polemica non ha riguardato solo il mancato uso critico delle fonti – ciò che peraltro è sufficiente per emettere un giudizio su un libro di storia – ma si è allargata dal piano scientifico, che dovrebbe essere il suo proprio, a quello più apertamente politico, a seguito della ripetuta evocazione del problema della censura e della libertà di ricerca e di pensiero 67


che le dure critiche rivolte dalla maggior parte degli storici a quest’opera avrebbero messo in discussione e il ritiro del libro da parte dell’autore confermato. Insomma, paradossalmente, la libertà di ricerca sarebbe stata inficiata dalla libertà della critica. È un danno per tutti, e per la libertà di stampa e di critica, che un libro sia ritirato dalla circolazione, ma è anche un danno alla stessa libertà che le critiche scientifiche, circostanziate e documentate, a libri siano definite – come è avvenuto in questo caso - con termini quali “caccia alle streghe”, “rogo dei libri”, “leninismo della corporazione degli storici”, evocando la censura tipica di ogni regime totalitario. Ed è qualcosa di più di un danno per la libertà di critica che in questa vicenda si sia rimessa in circolazione l’infame leggenda della “lobby ebraica”, occulta e potente al punto di far ritirare il libro: leggenda che discende dall’eterno mito antisemita del complotto ebraico. Sempre di recente, la difesa dell’iniziativa di invitare lo storico negazionista Robert Faurisson a tenere una conferenza in una università pubblica italiana è stata condotta, contro chi criticava tale iniziativa, invocando ancora l’argomento della “libertà di ricerca e di espressione” e denunciando pressioni censorie e interventi di lobbies potenti, sempre ebraiche. Ma, al di là del gioco costante di usare l’argomento della libertà di pensiero e di espressione contro la libertà di pensiero e di espressione altrui, fatti – e parole - come questi non restano senza conseguenze. E una delle gravi conseguenze che si possono produrre è dimostrata dalla pubblicazione su internet, successivamente alla vicenda che riguardava Faurisson, di una lista di 162 cosiddetti “docenti ebrei della Sapienza”, additati alla pubblica proscrizione e all’emarginazione dalle università italiane in quanto “minoranza etnica ideologizzata culturalmente e politicamente solidale ad una entità politica extranazionale quale Israele”; una minoranza- di cui si incitava a registrare e ricordare i cognomi - che, si asseriva in stentato italiano, “apertamente si definisce di nazionalità israeliana nonostante risieda sul territorio nazionale italiano, godendo dei privilegi e dei diritti della cittadinanza italiana ma che da essa si definisce estranea”: estranei dunque alla comunità italiana, al suo territorio nazionale, alla patria, agenti occulti del dominio sionista sull’università. Un testo delirante, di un folle? Non è proprio così, dal momento che si è scoperto che dietro all’autore della lista di proscrizione sta un personaggio firmatario dell’appello pro-Faurisson e per la sua libertà di parola, appello anch’esso leggibile sul web e che è corredato da una lunga lista di firmatari in cui largamente riconoscibili sono personaggi dell’integralismo cattolico e, insieme, esponenti dell’ala islamica radicale, in una saldatura ideologica tra fondamentalismi e estremismi contro il nemico nascosto comune. In ogni modo, un testo che non è affatto privo di un senso: in esso infatti il falso evidente, primo tra i quali la definizione applicata ai 162 di “docenti ebrei” e di appartenenti all’Università romana della Sapienza, definizione non vera, l’idea stessa della lista come indicazione del nemico, l’insistenza sui nomi da memorizzare, alla stregua delle liste dei cognomi ebraici diffuse al tempo delle leggi razziali del 1938 – di cui nel 2008 ricorreva il settantesimo anniversario -e che servirono alle deportazioni successive, la denuncia dei “cattivi maestri”, cioè dei docenti che possono arrecare danni alle giovani menti degli studenti, l’insistenza sul concetto di “minoranza etnica”, d’impronta razzista, rinviano a una preoccupazione culturale ben identificabile: l’idea che questo Paese sia in mano a “spregiudicati individui” che ne discutono le fondamenta identitarie e soprattutto ne mettono in forse la sua matrice originaria. In breve dietro a questa lista c’è un’idea di identità nazionale che andrebbe salvaguardata, di bene comune che andrebbe protetto da forze potenti il cui fine è la perdita dell’italianità2. 68


Come sempre è avvenuto nella storia quanto ai falsi, la finzione costituita dal mito del complotto non costruisce soltanto un falso storico, ma diventa altrettanto reale, quanto agli effetti e alle conseguenze, del complotto vero: perché, come ci ha insegnato Marc Bloch, nulla diventa più vero di un falso fatto circolare insistentemente e diffuso di bocca in bocca. Inteso come “racconto” degli eventi, nella sua dimensione narrativa e affabulatoria, il mito – la congiura millenaria degli ebrei e dei loro alleati, la pratica dell’omicidio rituale - oltre ad offrire una spiegazione rassicurante della storia, passata e contemporanea, si traduce in politica concreta e in spinta all’intervento attivo. Il mito del complotto, come ogni mito e linguaggio, è cioè performativo. Mito e ossessione del complotto e dell’egemonia culturale ebraici durano dunque, fino a oggi, a prova della persistenza del pregiudizio e dello stereotipo antisemita, della macchina mitologica, come è stata chiamata da Furio Jesi, che riemerge puntualmente i momenti di crisi, di spaesamento, di malessere sociale e culturale3. Ne’ va sottovalutato il razzismo implicito nella lista, attraverso l’individuazione nei “docenti ebrei” di caratteri comuni e con l’attacco e la discriminazione di quello che è fittiziamente percepito e presentato come un gruppo sociale omogeneo e compatto, una fetta di popolazione unita da una visione globalizzante: gli ebrei e gli amici degli ebrei. Ma torniamo all’uso delle fonti e alla divulgazione. Spostare la discussione dal piano del merito, dell’uso corretto delle fonti e delle interpretazioni a quello della “libertà dello storico”, che nessun vero storico può mai porre in discussione, significa, dunque, soltanto sollevare una cortina fumogena che impedisce di vedere due questioni veramente importanti che casi come questi - quelli di Toaff e Faurisson o quello della lista - sollevano. La prima questione è se - e come - anche gli storici abbiano delle regole di mestiere e delle deontologie da rispettare, nonché responsabilità civiche, specie verso le generazioni più giovani. Se si esercita un mestiere è necessario conoscerne e seguirne le regole: per lo storico, innanzi tutto, quelle di usare e di leggere correttamente e criticamente le fonti bibliografiche e documentarie. In particolare, ciò vale quando si affrontano temi spinosi o addirittura intrisi di sangue e di odio, come quello dell’accusa di omicidio rituale, temi che non possono essere affrontati con leggerezza né alla stregua - tanto per fare un esempio - delle ripetute “scoperte” dei “diari” di Mussolini. È lecito allora domandarsi se sia possibile disegnare una tassonomia di temi o argomenti in relazione alle conseguenze che possono avere per le modalità della loro trasmissione e se, dunque, esistano responsabilità particolari - sia pure diverse - dello storico, dell’editore e dei media che li divulgano. Questo interrogativo ne suscita immediatamente un altro. Una volta dichiarata intoccabile la libertà di espressione e di ricerca per tutti, perfino di fronte al negazionismo della Shoah, per cui è inutile e pericoloso – a mio parere - invocare interventi legislativi, come quelli francesi o austriaci, che impongano una verità storica di Stato, è possibile però porre il problema di una dimensione civica e etica della ricerca storica e delle stesse scelte editoriali? O, invece si deve lasciare che soltanto la logica del mercato decida cosa pubblicare, a prescindere da falsità, inesattezze e pericolosità delle tesi, che quanto più sono brillanti e “nuove” tanto più seducono un lettore ingenuo senza che mai più alcuna discussione o rettifica successive bastino a cancellare il primo, sostanziale effetto? Come si deve comportare un editore o un caposervizio di giornale in casi del genere? Francamente, vi ho riflettuto a lungo, ma non ho trovato la risposta, anche perché sappiamo quanto ogni richiamo all’etica possa determinare legittimamente sospetti di censura o di attacco alla libertà interpretativa e di parola. Eppure bisognerebbe anche avere l’onestà intellettuale di 69


riconoscere che tale fondamentale libertà pone il problema del rapporto con i poteri e che essa non è appannaggio egualitario di tutti se non formalmente, ma lo è solo per pochi privilegiati a cui è concesso di dare visibile espressione alla libertà e al potere di dire quello che vogliono e dove vogliono, appunto su giornali e media4. La seconda questione riguarda il fatto di come la polemica virulenta tra gli storici risponda assai bene ai condizionamenti che oramai i media esercitano sul nostro mestiere, imponendo toni sensazionalistici, polemiche furibonde, toni alti, scoop: e, alla fine, anche argomenti e interpretazioni rispondenti alle richieste del mercato. Ho già detto come i casi recenti sopra ricordati siano anche il risultato del trattamento - e dell’uso - che i media riservano oramai alla storia, sempre cercando un elemento scandalistico, una “rivelazione”, un tratto ad ogni costo attualizzante e coinvolgente, prescindendo totalmente dal problema del confronto e del controllo delle fonti. Questo è anche conseguenza della frequente confusione tra i due mestieri e ruoli, quello di storico e quello di giornalista, e della facilità con cui ci si appropria dell’etichetta di storico, autoattribuendosela (ciò che non avviene per nessun’altra disciplina, mi pare). Tutto ciò, contrariamente a quanto a volte si vuol far credere, non sembra un indice di un vero interesse verso il passato quanto un segnale di come l’uso pubblico della storia sia una risorsa efficace sia sul piano del mercato che su quello delle ricadute politiche. Di conseguenza, occorre riflettere su come l’uso della storia praticato da alcuni media, dai politici e da qualche professionista della “divulgazione” storica condizioni e modelli il fare stesso della storia, sia sul piano della retorica discorsiva e della narratività (e questo potrebbe non essere affatto un male), sia su quello assai più rilevante dei contenuti. Il richiamo della visibilità e dell’esposizione mediatica può indurre lo storico a scegliere cosa e come dire, quali argomenti selezionare, mosso dal potere della stampa e dei media e non da motivazioni “puramente scientifiche”? La spinta al revisionismo a ogni costo e al consumismo storiografico non finiscono, insomma, per condizionare la stessa fisionomia del mestiere dello storico? Il rapporto tra la storia, gli storici e i poteri – soprattutto quelli mediatici - sta alla base non soltanto del sensazionalismo ma anche della perdita di peso del nostro mestiere, in quanto tali poteri realizzano una vera e propria deformazione e una sorta di controllo esterno delle direzioni di ricerca. La stessa svalorizzazione delle fonti e delle modalità specifiche dell’uso dei documenti, del loro controllo e confronto, che dovrebbero costituire la prima preoccupazione quando si parla di storia e a cui invece indulgono i divulgatori poco attrezzati al mestiere, risponde ai modi di rappresentazione della realtà presente o passata imposti dalla logica di mercato e dalla visibilità mediatica. Soprattutto, si crea e si diffonde in tal modo una “opinione comune” su fenomeni e eventi storici che è poi difficile da scardinare. Affrontare la questione dell’accusa di omicidio rituale senza essere capaci di decostruire la macchina mitologica che le sta dietro e la funzione della sua continua reiterazione significa non interrompere il corto circuito che trasforma il racconto e il suo uso in verità, ma riattivarlo. Ma non sarebbe corretto scaricare le responsabilità su giornalisti o editori, senza considerare quelle degli autori. Ci sono molti modi per fare un cattivo servizio alla storia, anche senza giungere a falsificare documenti o a dare credito a quelli costruiti per precise finalità. Si può derogare al compito dello storico che è quello di sforzarsi di valutare con obbiettività i fatti, di distinguere tra giudizi e pregiudizi (anche propri), di non essere parziale o ideologico. Si possono tralasciare o perfino celare documenti, interpretarli in maniera scorretta oppure esaltarne ingiustificatamente altri. Si possono, infine, costruire abili strategie retoriche dietro cui nascondere l’impostazione ideologico-apo70


logetica e non storica, con una serie di accorgimenti e di apparentemente astuti meccanismi per banalizzare e ridicolizzare le tesi opposte alle proprie, con un lavoro di deminutio, di fraintendimento e di omissione. Sono tecniche abili e aggressive, anche stilisticamente, che nascondono spesso non soltanto scarsa conoscenza ma anche paura delle fonti documentarie per quello che possono rivelare di sgradito; in definitiva, scarsa considerazione delle ricerche in archivio in quanto strumenti essenziali dell’attrezzatura e del mestiere di storico, e degli stessi documenti, visti come fattori inessenziali e voluttuari: ciò in cui consiste il peccato mortale dello storico perché la possibilità di una verità storica è garantita dal documento e dal suo uso corretto. Occorre infine chiedersi perché oggi assuma un aspetto così peculiare e degno di attenzione l’uso pubblico e politico della storia: fenomeno ovvio, questo, e sempre accaduto in ogni tempo per l’intreccio fisiologico tra passato e presente, per la pregnanza simbolica che il passato assume per la legittimazione del presente e che, infatti, lo ha costituito come uno dei fattori fondativi della costruzione dello Stato nazionale. Perché oggi tale ovvio rapporto tra presente e passato risulta così deformante e deformato? Forse per l’appiattimento sul presente che condiziona tutti oggi, per l’ipertrofia del presente e per la perdita della profondità del tempo che possono pesare anche sullo storico. I giornali e la televisione costituiscono forse la rappresentazione simbolica, talvolta troppo demonizzata, della crisi dello spessore della coscienza storica dopo la crisi dello storicismo e l’innesto, e quasi lo scioglimento, della storia nelle scienze sociali. Secondo autorevoli studiosi, lo statuto attuale della storia tra le discipline umanistiche sarebbe uno statuto debole, riflesso dalla fragilità identitaria e dalla sua emarginazione all’interno delle scienze sociali. Paolo Prodi, ad esempio, ha ribadito più volte che si sta configurando oggi una “eclissi della storia” come fondamento dell’educazione delle nuove generazioni, mentre avanzano ogni giorno le discipline “senza tempo”: da quelle psicologiche e sociologiche a quelle della comunicazione, o infine alle pedagogiche che hanno malamente informato le sfortunate e recenti riforme universitarie. Saperi, questi, che finiscono per tradursi in un rifiuto della storia in quanto disciplina specifica del tempo e dello spazio e nella sua riduzione a racconto che può diventare tranquillamente anche romanzo o fiction5. L’attenzione si concentra sul presente, sull’attualizzazione dei problemi, sul rifiuto della loro dimensione storica di lungo periodo, sull’insistenza sulle tecniche più efficaci della comunicazione più che sui contenuti della comunicazione. Su questa linea è possibile sostenere allora, come pure è stato fatto, che in storia tutte le opinioni e le interpretazioni sono valide, che non esistono verità storica e un sapere scientifico raggiungibile, ma solamente asserzioni soggettive, slegate da ogni supporto oggettivo del documento che possa verificarle o falsificarle6.

71


1

2

3

4

5

6

72

Riprendo in questo mio intervento alcune delle osservazioni più ampiamente sviluppate nella mia Introduzione al volume Vero e falso. L’uso politico della storia, a cura di M. Caffiero e M. Procaccia, Roma, Donzelli 2008. D. Bidussa, Un anno dopo. A proposito di materiali mitologici e indagine storica, in Vero e falso, p. 167. F. Jesi, L’accusa del sangue. La macchina mitologica antisemita, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, nuova edizione con introduzione di D. Bidussa. Va ricordato che esiste anche un sito web specializzato nella denuncia di docenti ebrei della Sapienza. Non parlerò qui dell’altra grave iniziativa recente costituita dalla richiesta di boicottare la Fiera del libro di Torino dedicata nel 2008 alla letteratura ebraica. G. Todeschini, Gli ebrei erano buoni o cattivi?, in “L’Indice dei libri del mese”, maggio 2007, a. XXIV, n. 5. P. Prodi, Introduzione allo studio della storia moderna, Bologna, Il Mulino, 1999: capitolo I, La storia come disciplina, pp. 13 e ss. È quanto denuncia D. Menozzi, Verità storica e rappresentazioni mediatiche, in Vero e falso cit., p. 221.


Una lettura filosofica delle memorie di terza generazione Raffaella Di Castro, ricercatrice

Ad Auschwitz c’era più realtà che possibilità. Con sensus communis si deve intendere l’idea di un senso che abbiamo in comune, cioè di una facoltà di giudicare che nella sua riflessione ha riguardo (a priori) nel pensiero al modo rappresentativo di ogni altro, per mettere a fronte, per così dire, il suo giudizio con la ragione umana nel suo complesso, e con ciò sfuggire a un’illusione che, sulla base di condizioni soggettive private che potrebbero essere tenute facilmente per oggettive, avrebbe un’influenza svantaggiosa sul giudizio. Ora, ciò [l’idea di senso comune] accade grazie al fatto che il proprio giudizio è accostato ai giudizi degli altri, e non tanto a quelli effettivi, quanto piuttosto a quelli semplicemente possibili.1

Testimoni del non-provato Per ‘terza generazione’ intendo i figli di chi ha vissuto, da bambino, le persecuzioni fasciste e naziste. È la generazione di ebrei adulti oggi, testimone diretta di una duplice trasformazione in corso, negli ultimi anni, nei confronti della memoria della Shoah: il passaggio da una memoria quasi esclusivamente privata, solitaria e muta alle Giornate pubbliche della memoria e il passaggio dall’“era del testimone” – come l’ha definita la storica Annette Wieviorka - alla ormai prossima memoria senza testimoni o, per usare l’espressione coniata da Marianne Hirsch, alla “postmemoria”. Ebrea di terza generazione io stessa, circa dieci anni fa, quando, in concomitanza della maggiore attenzione pubblica alla Shoah, venne pubblicato il diario di mio nonno, iniziai a prendere consapevolezza delle memorie in cui fino ad allora ero soltanto immersa. Quelle memorie si confondevano in me con un vissuto; ma un vissuto sospeso, senza contesto, senza tempo né spazio, senza inizio né fine, senza storia né storie. Una memoria che rischiava di restare sepolta dentro la mia testa, senza trasmissione. Mia madre, nata a Roma nel 1940, in realtà da sempre raccontava a me e mia sorella di quegli anni terribili, per fortuna a lieto fine, della sua prima infanzia. Ne parlava con una nitidezza di ricordi, come se avesse vissuto quelle vicende da adulta e, al tempo stesso, con una potenza emotiva che, ai miei occhi di bambina, aveva l’effetto di farla improvvisamente scomparire, lasciandomi in balìa di un’altra bambina in lacrime. Eppure, di quei racconti, io non ricordo nulla se non il pianto di questa mamma-bambina, la mia angoscia e l’immagine di un’altra bambina in fuga, nascosta, sotto falso nome: mamma, in realtà io stessa. Solo in anni recenti ho scoperto con stupore che il convento di suore di clausura, dove mamma e nonna furono nascoste sotto l’occupazione nazista, esiste davvero, qui, a Roma, in via Lanza, proprio di fronte a un’enoteca dove passavo spesso serate lievi con gli amici. E ancora mi sorprende, tutte le volte che percorro l’Autostrada del Sole, l’indicazione dell’uscita per Magliano Sabina: il paese, nella campagna laziale, che pure ospitò per qualche 73


mese la famiglia ancora unita. Del diario di mio nonno, persino adesso, son riuscita a leggere solo alcune pagine sparse. Tra il 1999 e il 2001 ho collaborato alla “Commissione Italiana per la distribuzione di un Fondo dalle banche svizzere per vittime della Shoah in stato di bisogno” e intervistato testimoni di prima generazione: improvvisamente quella memoria fusionale ma vuota si è cominciata a popolare di persone in carne ed ossa, storie, fatti, date, documenti, luoghi, strade dove passo tutti i giorni. Iniziai a poter distinguere mamma da me, quel passato dal mio vissuto, i luoghi esterni dai miei spazi mentali e, al tempo stesso, a riconoscerlo dentro di me, identico a quell’angoscia vuota e senza riparo in cui, da sempre, da quando sono nata, sprofondo ogni qual volta quegli eventi vengano rievocati, anche da una sola parola. Un’angoscia vuota, in realtà piena di un groviglio intricatissimo di sensazioni molteplici e contraddittorie. Da sempre provata, nel senso di sentita, ma ancora mai provata nel senso di riconosciuta, percorsa, pensata, condivisa, legittimata, tradotta in memoria effettiva. “Un uomo interamente solo – insegna Maurice Halbwachs, pionere delle riflessioni sulla memoria collettiva, – non potrebbe ricordare”. Sentii forte il bisogno di confrontarmi con i miei coetanei, per cercare di capire come quel passato ci è stato trasmesso, quali problemi pone, come continua a sprigionare le sue scorie, quali protezioni o anche ribellioni riusciamo ad opporgli, in che modo dobbiamo e possiamo continuare a ricordarlo senza contagiare i nostri figli, senza cioè farci dare dai nazisti le regole della nostra identità ebraica e non solo -. Ma, paradossalmente, il confronto con la “terza generazione” è stato possibile solo dopo esser prima riuscita a parlare di quei problemi di memoria con amici e studiosi non ebrei: ho avuto bisogno di un ascolto e di una legittimazione altra per potermi mettere in ascolto della memoria identica e simile a me. Addirittura, son riuscita a parlarne in pubblico (in occasione della presentazione del diario di nonno e poi di un convegno universitario) ancor prima che in privato: solo nel momento in cui ho sentito che quei problemi di memoria avevano una valenza universale – etica, politica, storica, filosofica, epistemologica – li ho potuti affrontare anche come problemi psicologici – miei e della mia generazione. Ne sono nati un progetto di ricerca, 23 interviste – tra le quali la prima è stata la mia, realizzata da Marilena Fatigante, psicologa dell’interazione discorsiva, intima amica e non ebrea, per l’appunto -, infine un libro: Testimoni del non provato. Ricordare, pensare, immaginare la Shoah nella terza generazione, in cui l’elaborazione personale delle mie memorie, si intreccia ai racconti degli intervistati e a riflessioni teoriche di carattere prevalentemente filosofico sulla memoria e sull’esemplarità rovesciata che nei suoi confronti la Shoah rappresenta. “Testimoni del non-provato” chiamo - citando Maurice Blanchot - gli ebrei di terza generazione, perché, pur essendo “nati dopo”, indipendentemente dalle vicende più o meno tragiche subite da genitori e nonni, sentono tutti le persecuzioni, le deportazioni e lo sterminio iscritti “sulla propria pelle” come se si trattasse di esperienze in prima persona: “io sono nato proprio con questo”, “come se fossi stato io ad Auschwitz”, “mi sento, come posso dire, che faccio parte della Shoah” (Angelo), “io sono una vittima dell’Olocausto” (Francesca), “la bambina perseguitata sono io” (Raffaella), “come se uno vivesse in quel momento” (Nello), “come se in culla mi avessero detto il prigioniero ad Auschwitz sei tu” (Sabrina), “come se fossi ritornata io da quei campi” (Rosa), “anch’io mi sono sentito un sopravvissuto” (David, Flavia), ripetono ossessivamente tutti gli intervistati. 74


Non intendo dare a figli e nipoti, il ruolo sostitutivo di testimoniare e, magari, ancora una volta, di fronte a rigurgiti revisionisti e negazionisti sempre in agguato, fornire “prove” di quegli eventi, al posto di genitori, nonni, bisnonni o altri avi scomparsi o sul punto di scomparire – come, in modo a mio avviso un po’ macabro, si ripete pubblicamente di continuo –. Lo scarto da una generazione all’altra – come d’altronde, ci ha insegnato Primo Levi, anche da un’esperienza all’altra, da una testimonianza all’altra di uno stesso evento non può essere colmato. Eppure queste memorie del “non-provato”, che testimoniano non della Shoah, ma degli effetti, dei problemi e delle responsabilità di lunga durata che ci lascia in eredità - agli ebrei, come all’umanità nel suo complesso –, forniscono, sia pur indirettamente, in qualche modo, anche ‘prova’ di quel passato stesso. “Testimoni del non-provato” non vuole essere una formula o una rivendicazione identitaria a partire dalla memoria e, ancor peggio, dal trauma, ma la condizione stessa della memoria in generale che è sempre una relazione con l’alterità: altri tempi, altri luoghi, altre esperienze, altre culture, altre generazioni.

Problemi di memoria Vi è un sogno, di tanti anni fa’, che continua ad abitare la mia testa:

I nazisti mi vengono a deportare. La saracinesca di un garage si alza all’improvviso, con un fragore tremendo, e compare un omone viscido, pelato, con grossi stivaloni neri. Ride, in modo volgare, perfido e assordante. […] È il dittatore. Devo lasciare immediatamente la mia casa e so che sarà per sempre. Senso di panico. Devo sbrigarmi. Non ho tempo di salutare familiari e amici. Non ho tempo di pensare a cosa portar via. Nulla mi sembra più indispensabile. Eppure, mi sento legata a tutto. Mi sembra terribile dover andare via così, a mani vuote. Istintivamente afferro i libri di filosofia, tra cui La Critica del Giudizio di Kant. Questo sogno mi sembra non solo emblematico degli incubi di tutti noi ebrei di terza generazione: cresciuti – come racconta Daniele, un mio intervistato - “con l’idea che da un giorno all’altro, poteva venire il nazista che te prendeva=te entrava=te sfasciava=te sfondava la porta=te prelevava” e non c’era nulla, “neanche l’abbraccio dei genitori” che potesse proteggerti; accompagnati dalla paura che un “imprevisto vestito di nero” – come lo descrive anche Noemi - “possa irrompere e travolgerti, ma::ssacrarti la vita”. Mi sembra anche indicativo della ‘risorsa’ e delle modalità - la filosofia - con cui personalmente sono riuscita ad affrontare e pensare quelle memorie. Non si è trattato di applicare teorie filosofiche alla storia e alla memoria della Shoah; viceversa, ho sviluppato anche riflessioni teoriche sulla memoria a partire dai concreti problemi di memoria che i miei intervistati ponevano. Loro stessi li chiamano “problemi”, “paradossi”, oppure - sono parole di Noemi - “nodi irrisolti”, “enigmi”. Tutti loro prediligono questi termini – affini al campo semantico della filosofia – rispetto a quelli che ruotano attorno all’idea di “trauma” e di “patologia”, dai quali si sentono intrappolati in una sindrome vittimistica e persecutoria in cui non si riconoscono e non vogliono riconoscersi: Daniele: la mia analista, secondo me, c’è stato una scambio:: notevole su tantissime cose, ma questa è una delle pochissime cose sulle quali ho sentito […] di non:: non po75


ter:: condividere pienamente con lei i perco- diciamo i termini simbolici .hh […] questo tipo di:: .hh non la voglio chiamare patologia perché- .hh di problematica. Gioia: tutta la fine di questa storia è che i nostri genitori, i nostri nonni, purtroppo:: […] e:: ci lasciano:: il-, come la vedo io, e un pochino:: con- diciamo dei problemi un po’:: ntz! come posso spiegare, dei problemi=ma no perché ci sentiamo inferiori! però:: questo timore, questa paura, questa:: che in fondo nella nostra:: (.) nella nostra mente::- sì l’accantoniamo però (.) esiste. Angelo: so’ cose queste che non ho mai raccontato perchè sembra sempre che uno vole fa’ il perseguitato insomma, no? [...] te dicono, «Vabbè basta stà storia! Ancora stai co’ stà storia?» David: sono un po’ stanco di essere visto come la vittima. No! [...] il vittimismo non fa parte della nostra cultura. Lasciamolo a qualcun altro [...] ad altre religioni. Si tratta di problemi reali - che “esistono nella nostra mente”, come dice Gioia -, ma non “inquadrabili” in schemi concettuali o emotivi precostituiti, non riconducibili a prospettive consuete, a logiche né del “reale” né del “possibile”, e nemmeno a problemi già noti che di fronte ad essi sbiadiscono nella banalità di “luoghi comuni”: Noemi: poi sai- (.) al di là di tutte le cose i:: intellettuali […]. non so come dire, per una persona che si è ricostruit- come me (.) che in qualche modo si è dovuta costruire un percorso dentro questa cosa (.) mtz! […] è molto difficile trovare le parole. Daniele: ecco, questa proprio de:: della Shoah è una di quelle cose (.) che anche le parole inquadrano in u- in un:: non so è come se:: gli danno struttura, possibile (.) reale (.) invece è una cosa che- anche questo (.) sembrerà un luogo comune, però non esistono parole. Problemi difficili a dirsi, come segnalano le continue esitazioni, interruzioni, pause, mitigazioni, riformulazioni, evidenti anche negli esempi qui riportati; ma che, al tempo stesso, manifestano un forte bisogno di comunicazione e condivisione: Daniele: volendo incanalare:: questo:: argomento di così vasta portata così, che ha avuto una tale risonanza dentro di me::, certo posso fa le acrobazie=i salti mortali=mi possa stare qui a flagellare per cercare di- di- di:: di tirar fuori tutta la sofferenza che::, che vuoi ma non:: […], quindi aumenta! Mettici il carico su ogni:: parola che ho detto, mettici tutti superlativi, tutti… Michele: [quando ho letto Vedi alla voce: amore di Grossman] ho sentito una condivisione, di modo di sentire, cioè, e- e- non so come dirti però come se- […] uno stesso modo di::, di sentire la relazione con i genitori, il fatto che ci fossero cose che- che non sai bene che cosa siano e che ti immagini:, cioè costruisci dei fantasmi di qualcosa che non t’hanno spiegato che cos’è, ti hanno detto solo il nome. Comunicazione e condivisione difficili tra sé e sé, ancor prima che con gli altri: Daniele che nel brano sopra citato mi affida il compito di aggiungere il “superlativo” mancante alle 76


sue parole, incontrandomi alcuni mesi dopo l’intervista, mi dice con gratitudine che tornato a casa si era sentito “stanco ma liberato”, che era stata un’esperienza intensa e benefica, “perché poi di queste cose non se ne parla mai”. Ma subito dopo, quasi a mitigare quanto appena detto, precisa: “non che fossero cose che non conoscevo di me!” È questo uno sorta di ritornello che ricorre in tutta la sua intervista, accompagnando ogni formulazione di emozioni, idee, opinioni, fantasie relative alla Shoah: “non è che quanto sto dicendo lo sto scoprendo adesso, eh?! Son cose che conosco da sempre”. In realtà, riascoltando più volte la sua intervista, ho avuto la sensazione che in essa qualcosa di nuovo, per Daniele, stesse accadendo, e proprio ad ogni ripetizione di questa avvertenza: la possibilità di creare nessi tra “parti” diverse e contraddittorie di sé in relazione alla Shoah. Questa possibilità è proprio ciò che, come vedremo tra poco, i nazisti hanno tentato di distruggere. C’è questo “fatto” - dice Michele nel brano sopra citato – che “ci sono cose che non sai bene che cosa siano”, delle quali “ti hanno detto solo il nome”. Nella Critica del Giudizo, Kant riflette su un particolare tipo di giudizio – il “Giudizio riflettente” - a cui solo “il particolare è dato e deve cercare l’universale”, come possibilità di pensiero, linguaggio, immaginazione, costruzione di nessi e distinzioni, in grado di rendere conto di quel “dato”, senza cancellarne o semplificarne la sua particolarità. Questo tipo di ‘ricerca’ e di ‘riflessione’ è stato lo sforzo costante di tutti gli intervistati e del mio domandare e ascoltare. Una lettura filosofica delle interviste dunque, nel senso che ho cercato di farmi dare dalle interviste stesse la chiave con cui riflettere su di esse e cercare di tradurle in esperienze, pensieri, memorie e problemi comunicabili. Questo d’altronde è il metodo della filosofia: almeno di un certo tipo di filosofia, da Kant in poi. Ma, per capire meglio il contributo che la Critica del Giudizio ha apportato alla mia riflessione sulle memorie di terza generazione, e alla mia stessa possibilità emotiva di elaborarle, mi sembra necessario fare un passo indietro sul passato stesso: un ulteriore significato che il mio stesso incubo ora, a distanza di anni, mi sembra raccontare.

La Critica del Giudizio ad Auschwitz

Perché afferrare, non solo in generale i libri di filosofia, ma, nello specifico, proprio la Critica del Giudizio di Kant mentre i fascisti-nazisti (il “dittatore” del mio sogno è più simile a Mussolini che a Hitler) ti deportano? Mentre cioè stanno per portarti via da te stessa, per cancellare la tua identità, la tua appartenenza al retaggio umano, oltre che la tua vita. Mentre stanno riducendo le tue molteplici e confuse identità a un’alterità assoluta: unicamente e semplicemente ebrea, “non-donna”. Perché la Critica del Giudizio può simbolicamente rappresentare il “tutto” indispensabile da portarsi via? “Casa, familiari, amici”, lavoro, riferimenti etico-culturali? “…Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente”, si chiedeva con stupore Levi ad Auschwitz, in un momento di rara eccezionalità in cui si ritrova a conversare della vita di prima con il compagno di prigionia Jean, detto Pikolo. Ma la sua domanda, con tutto il coacervo di emozioni, ricordi, embrioni di pensieri che si trascina dietro, viene immediatamente censurata e riassorbita dal presente assoluto e infernale del campo di sterminio: “Ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora”. Ho fatto questo sogno ai tempi dell’università, nei primi anni ‘90, mentre seguivo le lezioni sulla Critica del Giudizio di Emilio Garroni, con il quale poco dopo mi sarei laureata. 77


Allora mi fermai alla lettera del sogno e dei suoi vari elementi, ciascuno separatamente: l’identificazione con quel passato, l’angoscia che sprigiona come se fosse un vissuto, la passione per la filosofia e per Kant, forse, una sia pur auto-ironica nevrosi che mi costringeva, persino sul punto di essere assassinata, a portarmi dietro i libri per studiare. Solo ora, alla fine di tutto il percorso di memoria che mi ha condotto alla scrittura del libro, ho capito il senso, non solo intellettualistico, nevrotico o traumatico, anzi, piuttosto, “rivoluzionario”, “messianico” – direbbe Benjamin - di questo sogno, come di molti ‘gesti’ reali o immaginari dei miei intervistati, tutti impegnati a “bloccare il nazista”, rimediare ai danni di lunga durata dei suoi crimini, invertirne il destino: Daniele: se io avessi la possibilità di tornare indietro nel tempo e di avere un criminale nazista davanti a me [...] ci starebbe questo:: enorme desiderio e bisogno di avere la certezza assoluta e matematica che sia bloccato e:: messo in condizione di non nuocere! Francesca: io mi chiamo:: Francesca:: Ceccherini Silberstein. [...] Silberstein è il cognome:: di mia mamma. È un nome che io ho aggiunto:: eh:: intorno ai vent’anni. [...] è:: di origine ebraica, però mia madre non è cresciuta in un ambiente:: ebraico (.) perché eh:: [...] la famiglia di mia mamma, è stata:: .hh! (.) sterminata. […] Io ho saputo (.) fin da piccola […] la storia di mia mamma, dei miei nonni, […] e io nei miei sogni ero io che andavo a combattere per lo Stato di Israele con la bandiera ebraica .hh! […] Ho sempre desiderato aiutare mia mamma (.) a essere più felice! più serena! Sin da piccolina, io c’avevo questo obiettivo. […] Adesso io c’ho il diploma di dottorato, all’università di Monaco, e:: con un orgoglio! che appunto loro (.) .hh hanno provato a ucciderci e io, invece, c’ho il loroil loro diploma, come Francesca Ceccherini Silberstein. Ester: è importante che io mi senta in pace, con me stessa, […] nel:: portare avanti quello che può essere stato (.) la memoria di mia madre ((reduce di Auschwitz)) […] come se questo (.) filo non se fosse interrotto. […] In qualche modo (.) mtz! non so come dire (.) è come se io le avessi dato quello che a lei è venuto a mancare. Forse, il senso pieno del mio sogno l’ho capito veramente solo confrontandomi con i miei intervistati – con i loro sogni e desideri e non solo con i loro incubi e le loro angosce– e, addirittura, dopo aver già scritto il libro, in occasione di questo seminario: cosa che mostra la memoria come qualcosa in continua costruzione, come un’esperienza in fieri di incontri sempre diversi tra presente e passato. Ricordo il titolo del seminario: “Identità, diversità e memoria”. Il problema del rapporto tra identità e diversità è la “questione fondamentale” di tutta la tradizione filosofica. Platone, compiendo il “parricidio” verso l’assoluta contrapposizione parmenidea tra essere e nonessere, insegna che ogni ente partecipa dell’identico e del diverso: “ciò che non è, in un certo senso, è esso pure e che ciò che è, a sua volta, in un certo senso non è”. “L’essere si dice in molti modi”, insegna Aristotele con la dottrina delle categorie. Non è certo possibile qui ripercorrere una questione che coincide con la storia stessa della filosofia, ma non vi è identità senza diversità, non si potrebbe neanche dire o pensare l’identità se non intendendola come distinta dalla diversità e viceversa, quindi già contaminando una categoria con l’altra. La Critica del Giudizio di Kant è, in questo senso, veramente rivoluzionaria: identità e diversità non sono solo due categorie che il pensiero (o meglio il Giudizio), dall’esterno, analizza, comprende, distingue e connette, ma una paradossale relazione che attraversa 78


costitutivamente il pensiero stesso. Il pensiero fa esperienza (e non dà dimostrazione) del fatto che un nesso di identità-differenza – né una fusione né una sintesi, ma un loro “accordo”, direbbe Kant - è condizione necessaria alla sua stessa possibilità, come alla possibilità della conoscenza, del linguaggio, della prassi, dell’etica, di tutto ciò che kantianamente possiamo chiamare “esperienza”. La filosofia stessa, dunque, in quanto diversa dal fantasticare metafisico, si scopre identica e contemporaneamente diversa dall’esperienza: non si può non pensare se non dall’interno dell’esperienza, ma solo il pensiero permette quel distanziamento necessario a costruire e riconoscere qualsiasi esperienza come esperienza effettiva. L’esperienza, cioè, non come caotico miscuglio di elementi disparati, contenitore astratto e vuoto, articolazione esemplificativa di concetti universali predefiniti, ripetizione tautologica di esperienze già note, già esperite, già catalogate, ma l’esperienza nel suo stesso formarsi, insieme unitaria e molteplice, permanente e in continua e imprevedibile trasformazione; l’esperienza come limite costitutivo della finitezza umana che è anche un’apertura di possibilità. Qualsiasi esperienza particolare non sarebbe possibile se non fosse attraversata, in modo più o meno esplicito e consapevole, dal nostro sentire – il famoso “senso comune” di Kant - di essere già dentro l’esperienza in generale; se non sentissimo cioè la possibilità di connettere, organizzare, unificare in qualche modo esperienze differenti e di comunicare e condividere con altri esperienze private. Questo sentimento di possibilità – che è al tempo stesso un’esigenza etica -, condiziona qualsiasi esperienza, indipendentemente dal fatto che un accordo oggettivo e intersoggettivo si diano effettivamente. Al Giudizio riflettente - che è il tipo di Giudizio più simile al pensare filosofico in generale -, come abbiamo già detto, “è dato soltanto il particolare , per il quale esso deve cercare l’universale”. Un’universalità che non è il semplice risultato di un’induzione logica, non si esaurisce in concetti, non preesiste ai suoi esempi particolari, né esiste indipendentemente da essi, ma si mostra e si costruisce solo “attraverso” di essi. Un'universalità “simbolica”, “estetica” - la chiama Kant - che implica un sentire e un immaginare oltre che un pensare, che “nella sua riflessione ha riguardo (a priori) al modo rappresentativo di ogni altro”. Un’“universalità paradigmatica”, capace di rispettare le differenze, direbbe Emmanuel Levinas, il quale può parlare di “etica come filosofia prima”, solo perché la Critica del Giudizio ha già mostrato quel “riguardo” tra identità e differenza come condizione apriori di qualsiasi esperienza, conoscitiva o pratica che sia; cioè, solo perché Kant ha già indicato l’etica – sia pur solo implicitamente, lasciando ai filosofi successivi il compito di trarne tutte le conseguenze - come esigenza originaria del nostro essere-nel-mondo, ontologica ancor prima che morale, che non può né deve mai completamente coincidere con le specifiche idee di uomo, bene e giusto con cui storicamente organizziamo il mondo, se non al prezzo di distruggere valori, esseri umani e mondi. La memoria stessa, in quanto memoria viva, memoria-esperienza e non semplice souvenir, identificazione emotiva o retorica commemorativa – spiega Benjamin - è questa relazione tra identità e diversità sul piano della temporalità. Nella memoria, scrive nel saggio su Proust, “ritrovato non è soltanto il tempo, bensì la vicinanza”, “la lontananza nella prossimità”. La memoria è la facoltà capace “da un lato di appropriarsi il corso delle cose e, dall’altro lato, di riconciliarsi col loro scomparire, con la morte”. È un “appuntamento misterioso” tra generazioni, una “costellazione dialettica, a salti”, “satura di tensioni”, in cui passato e presente, esperienze vissute e non-vissute, frammenti disomogenei, si incontrano senza fondersi, ma producendo esperienze inedite, futuro. La memoria non resuscita il 79


passato nel presente né identifica il presente con il passato, ma interrompe lo status quo di una temporalità lineare e conformista che ha già deciso quale passato trasmettere al futuro, e risveglia le potenzialità assopite, deboli, sconfitte e dimenticate tanto del passato che del presente: per questo, per Benjamin, è “una chance rivoluzionaria” e “messianica”. La memoria “non è un semplice effetto postumo dell’esperienza, una formazione secondaria”, ma ciò che “rende possibile l’esperienza stessa, l’accesso del reale alla coscienza e alla comunicazione”, la garanzia “che il futuro avrà un passato”. La memoria è la possibilità stessa del presente. Cosa significa dunque - riprendo la domanda da cui ero partita - per me, ebrea di terza generazione, portarsi ad ‘Auschwitz’ la Critica de Giudizio di Kant (Benjamin è stato un innamoramento successivo, ora forse mi porterei via le sue Tesi sul concetto di storia)? Cosa significava per Levi ad Auschwitz ritrovarsi in testa frammenti della Divina commedia di Dante, poterli spiegare e addirittura tradurre al compagno straniero di prigionia? Il razzismo nazista – faccio mie, senza tradirle, parole scritte da Levinas già nel 1934 – “non si oppone solamente a questo o quel punto particolare della cultura”, a “questo o quel dogma della democrazia, del parlamentarismo”, a questo o quel valore morale, ma “pone in questione i principi stessi di una civiltà” che, tradotto in termini kantiani, significa le sue condizioni di possibilità. È “una concezione veramente opposta alla nozione di uomo”, di conoscenza, pensiero, linguaggio, esperienza, etica, espressa emblematicamente dalla Critica del Giudizio di Kant. Il progetto criminale di “soluzione finale” del popolo ebraico e delle altre minoranze è, infatti, anche il tentativo mostruoso di distruggere, insieme alla vita di milioni di persone, le condizioni di possibilità, psichiche, antropologiche, epistemologiche, oltre che etico-politiche, di qualsiasi esperienza umana, il possibile oltre che il reale. Come ha detto Hans Jonas, “ad Auschwitz c’era più realtà che possibilità” e, secondo le parole dello stesso Goebbels, i campi di sterminio “sono l’arte di rendere possibile ciò che sembrava impossibile”: separare l’identità dalla diversità, cioè l’uomo o una sua parte in quanto non-uomo dall’uomo (l’‘ariano’), fabbricare la morte e la vita, la morte nella vita, costruire un futuro senza più passato, cancellare la memoria, irrigidire la storia in natura e conferire alla natura le potenzialità della storia e della tecnica. Lo spiega bene Federica Sossi: il progetto di “soluzione finale” ci pone di fronte “alla paradossalità e unicità di un evento che avrebbe dovuto essere talmente ‘storico’ da cambiare e sovvertire la natura, dando luogo a una seconda natura epurata dai germi della razza inferiore, e che poi, a cambiamento avvenuto, avrebbe dovuto cancellare se stesso in quanto intervento dell’uomo sulla natura, e ritornare ad essere per i posteri, soltanto ‘natura’”. In segreto Heinrich Himmler annunciava, ai generali delle SS, “la decisione di far scomparire il popolo ebraico dalla terra” e dalla memoria e li ammoniva a “portare con sé questo segreto nella tomba”. La macchina dello sterminio era programmata per distruggere se stessa mano a mano che realizzava il proprio fine. L’invito di Primo Levi a rileggere l’intera storia del Terzo Reich “come guerra contro la memoria, falsificazione orwelliana della memoria e della realtà, negazione della realtà, fino alla fuga definitiva dalla realtà medesima”, va inteso in senso radicale, come tentativo di distruggere, ancor prima dei contenuti del ricordo – scorie residue delle ‘razze inferiori’, tracce della loro passata esistenza, prove e testimonianze del crimine –, la memoria stessa come potenza, come facoltà. “È più facile vietare l’ingresso a un ricordo che liberarsene dopo che è stato registrato”, commenta Levi, illustrando tutte le ‘armi’ usate dai nazisti per sbarrare “l’ingresso di ricordi 80


pesanti” negli esecutori e spettatori del crimine, nel momento stesso della sua esecuzione: la distribuzione di alcol, l’uso di eufemismi ed espressioni vaghe, una divisione complessa, rigida e gerarchica del lavoro che dava allo sterminio la parvenza di un crimine “anonimo” che sembrava avvenire da solo, “senza soggetti”, come una catastrofe naturale. Ma il “delitto più demoniaco” e, forse, dagli effetti di più lunga durata, di questa guerra nazista alla memoria - e a tutte le condizioni di possibilità dell’esperienza umana - è la delega alle stesse vittime della “parte più sporca del massacro”: gli addetti ai crematori, i Sonderkommandos, erano infatti composti principalmente da ebrei. Dovevano essere gli ebrei a mettere nei forni gli ebrei, per alleggerire le coscienze e le memorie dei veri criminali, spostare sulle vittime la colpa e portare a termine “la distruzione delle loro anime”, ancor prima di distruggerne i corpi. Accanto alla “fabbricazione di cadaveri”, ad Auschwitz si fabbricavano cadaveri viventi: Sono loro, i Muselmänner, i sommersi, il nerbo del campo; loro la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini […]. Si esita a chiamarli vivi, si esita a chiamare morte la loro morte, […] presenza senza volto […] nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare ed esprimers A uccidere le menti serviva anche il cinico ammonimento sull’inutilità di una comunque improbabile sopravvivenza – ricordato da molti sopravvissuti - con cui le SS tormentavano i prigionieri ad Auschwitz: In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno di voi scampasse, il mondo non gli crederà […] perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lager saremo noi a dettarla. Seppure sopravviverete nei corpi – questo è il messaggio nazista -, non sopravviverete nella mente, seppure vi ritroverete vivi dopo, siete già morti ora, sarete comunque per sempre recisi dall’umanità; l’esperienza mostruosa che state vivendo qui resterà completamente separata dal linguaggio, dal pensiero, da ogni possibilità di testimonianza, di voi a voi stessi ancor prima che agli altri, al futuro oltre che al presente; rimarrà un eterno presente da cui non potrete distanziarvi né con l’immaginazione né con la memoria né con la speranza; equivarrà a una non-esperienza, a un non-vissuto, a cui voi stessi sarete totalmente identici, perché avremo per sempre distrutto in voi e nel mondo, qualsiasi residuale sentimento di accordo possibile tra la vostra individualità e l'umanità nel suo complesso. Resterete assolutamente e per sempre ‘altri’, identici solo alla vostra alienazione. “Il mondo della Shoah – scrive lo psicoanalista Dori Laub - era un mondo in cui la stessa immaginazione dell’Altro era impossibile”; “non c’era più un altro a cui si poteva dire 81


‘Tu’ nella speranza di essere ascoltati e riconosciuti come soggetto”. “Ma quando non ci si può rivolgere a un ‘Tu’, non si può dire ‘Tu’ nemmeno a se stessi”. L’incubo, notturno e diurno, di molti prigionieri nei campi di sterminio, di sopravvivere, tornare a casa e non essere né ascoltati né creduti, ha continuato a tormentarli anche dopo la liberazione. In ogni “salvato” è restato sepolto il suo stesso cadavere “sommerso” che torna a morire ogni qual volta non trovi un ponte con il mondo esterno. E, per anni, questo ponte non è stato gettato. Le esperienze di persecuzione, deportazione e sterminio sono rimaste ai margini, separate dall’esperienza, dalla memoria e dalla storia. Molti sopravvissuti sono sprofondati nel mutismo. Parecchi si sono suicidati. I nazisti hanno continuato a vincere ancora, a lungo, dopo la loro sconfitta. Alla luce di questo, le rimembranze dantesche di Levi assumono, forse, un significato “in più” rispetto al semplice piacere della conoscenza, della cultura, della poesia e persino dei contenuti etici espressi dai quei versi: “quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cos’è la Divina Commedia”, “o forse è qualcosa di più”, “che riguarda tutti gli uomini”, “qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo”, commenta Levi. Declamando Dante, Levi sente ancora vive le proprie facoltà mentali, le proprie condizioni di uomo, l’uso della memoria e della lingua come potenza, forma, ancor prima che come contenuto (“viene a galla qualche frammento inutilizzabile”, “Come fosse la lingua che parlasse/ Mise fuori la voce”); torna a sentire possibile comunicare, spiegare (“sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo”), connettere un verso con un altro (“darei la zuppa di oggi per saper saldare «non ne avevo alcuna» col finale”) e fare distinzioni (“sono in grado di distinguere perché «misi me» non è «je me mis»”), addirittura tradurre da una lingua all’altra, essere ascoltato e capito, con curiosità, intelligenza e fine sensibilità (“Jean è attentissimo”, “ammira la bizzarra similitudine della lingua e mi suggerisce il termine appropriato”, “se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto”, “com’è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene”). Ritrovare la Divina Commedia ad Auschwitz significa bloccare per un attimo la propria uccisione in corso (“per un attimo ho dimenticato chi sono e dove sono”), poter immaginare un altrove (“Ma misi me per l’alto mare aperto”, “è infrangere il vincolo” “scagliare se stessi al di là della barriera”) e, ancor prima di ricordarsi uomo al passato (“parlavamo delle nostre case, di Strasburgo, di Torino, delle nostre letture, dei nostri studi, delle nostre madri”) e poter misurare la distanza (“dolci cose ferocemente passate”, “oh Pikolo, Pikolo, dì qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne!”), tornare a sentirsi uomo al presente, identico all'umano e diverso da Auschwitz (“Fatti non foste per viver come bruti”, “come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba”). Sopravvivere al presente non è solo una “preparazione al ‘dopo’, per una improbabile sopravvivenza”, è già futuro, restituzione della dimensione del possibile, al mostruoso presente a un’unica dimensione del campo (“quest’ora già non è più un’ora”). “È assolutamente necessario e urgente che Pikolo ascolti, che comprenda”, “devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano, necessario e pure inaspettato anacronismo”, “prima che sia troppo tardi”, prima “che ‘l mar” torni a essere “sopra noi richiuso”, esclama Levi con angoscia ma, al tempo stesso, speranza ritrovata. Il Medioevo è solo il contenuto, l'occasione, il simbolo di un ben più importante “anacronismo inaspettato, necessario e umano” che Levi ritrova attraverso i versi danteschi: il necessario e ancora possibile anacronismo della mente, del pensiero, della memoria, dell’immaginazione. Il sentimento, “pos82


sibile più che effettivo”, di un nesso tra identità e differenza, di un “riguardo (apriori) al modo rappresentativo di ogni altro”. “Così umano” perché è condizione necessaria di ogni esperienza umana. Quell’“anacronismo”, quell’esercizio alla sopravvivenza della mente è una ribellione, “un atto di guerra contro il nazismo”: l’unico possibile nella realtà di Auschwitz.

Le “gobbe” di terza generazione

Quello stesso “anacronismo” della mente, quel necessario sentimento di possibilità, quel paradossale nesso di identità-differenza, mi porto via io stessa, afferrando la Critica del Giudizio di Kant, mentre i nazisti, in sogno, mi deportano. “In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi”. Rimbomba ancora nella nostra “testa” di terza generazione l’eco dello slogan nazista ad Auschwitz: Daniele: so che non ero al sicu:ro nella mia testa. So che:: il nazista-, il nazista in senso simbolico insomma [...] poteva al- al di là di qualunque ragionevole legittimazione, venire lì e:: fare:: scempio::. Debora: nella mia mente io sono continuamente perseguitata. Gioia: questo timore, questa paura, questa:: che in fondo nella nostra:: (.) nella nostra mente:: […] esiste. Noemi: «E se adesso arrivano i tedeschi io come mi nascondo?» […] rimane che tutto-, il pe- il pensiero in testa te lo sei ritrovato. “Neppure i morti sono al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere” : poco prima di uccidersi per impedire ai nazisti di farlo, Benjamin, con lungimirante senso critico del suo tempo, ci lasciava in consegna questo avvertimento. “Ho fretta, una fretta furibonda”, “non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora”25, esclamava Levi. “Devo sbrigarmi. Non ho tempo di salutare familiari e amici. Non ho tempo di pensare a cosa portar via”, esclamo io stessa in sogno. Ma ora, invece, per noi venuti dopo e per i nostri incubi, c’è tempo: tempo di scegliere, di farsi domande, di provare a capire, di “srollarsi di dosso” il “peso” di quel passato in noi, “anche solo un attimino, ventiquattr’ ore”, come dice David. Non per “gettarlo via”, “liberarsene” e “dimenticarlo”, ma per poterlo riconoscere, conoscere e ricordare, oltre che “portare” “sulle spalle” (espressione che, oltre a David, usano molti intervistati). Per “far sì – esorta ancora David - che non sia solamente un peso!”. Come un “pantano di esperienze”, in cui “ognuna cede e si mescola con l’esperienza opposta”, in un “ingarbugliato”, impersonale e “irriconoscibile” accumulo, come una “gobba” che “grava sulle spalle dell’umanità”, senza che questa abbia più “la forza di scuoterselo di dosso per farlo proprio”, Benjamin descrive le “deformazioni” che la memoria stessa subisce nell’oblio . A questo ingarbugliato e pesantissimo ‘oblio’ rischia di assomigliare la memoria della Shoah nei discorsi dei miei intervistati di terza generazione che ne parlano come di un “collage” (Sabrina, Raffaella), un “accrocco”, una “spugna che assorbe in sé qualsiasi cosa” (Noemi), una “miscela di sentimenti proprio contrapposti” (Debora), un “miscuglio di sen83


sazioni diverse che fanno camminare la mente a ritmi pazzeschi” (David), un “bagaglio che viaggia dentro di noi”, “un cancro”, che “va tirato fuori per non ammalarsi” (Ester), contagioso come “le malattie infettive” (Michele). È “tutto un marasma non ben elaborato”, dice Francesca che, nel raccontare la storia della madre - unica superstite della sua famiglia all’età di soli tre anni, dunque rimasta orfana anche di identità, documenti, data e luogo di nascita, immagini dei genitori - crea una sorta di fusionale soggetto familiare che fa “copartecipare” tutti i componenti (anche il padre non ebreo) al passato della madre, oltre che alle spasmodiche ricerche di informazioni su di esso. Francesca non può “lasciare sola” la madre in questa storia, se non al prezzo di espliciti sensi di colpa, o di radicali cesure che nell’adolescenza l’hanno spinta a scappare di casa. Di “tasselli” “che si intrecciano simbolicamente ed emotivamente” “attraverso paragoni assolutamente non paragonabili” parla Daniele, per il quale il padre ingiustamente violento con lui e la sorella bambini, un camionista ubriaco che ha ucciso sua nonna, un generico e astratto stupratore, Saddam Hussein, nella sua “testa”, è “come se” fossero tutti “criminali nazisti”. Di “cose che si incrostano attorno alla memoria pur non essendoci un legame diretto”, parla anche Noemi per la quale la morte di tumore, nel dopoguerra, della nonna materna è “come se” fosse stata causata dalla Shoah, come per molti parenti paterni. Difficilissimo è per tutti noi di terza generazione creare delle pause per districarsi in questa memoria, riconoscere e tenere insieme gli elementi di identità e diversità che essa comporta: Serena: quando mi raccontava mia madre, ero piccola, […] mi ricordo che sembrava una cosa che poteva risuccedere da un momento all’altro, non riuscivo a differenziare i tempi. Daniele: se so che mia madre da piccola si è:: si è trovata in queste situazioni per me bambino (.) è come se mi ci fossi trovato i:o. Non è che uno sta a dire «Sì ma io sono io mia madre è mia madre». Michele: non saprei distinguerli, per me i loro racconti ((i racconti dei genitori sulle persecuzioni)) stanno tutti dentro un insieme di::, di cose che sono successe in quel periodo, [...] il racconto mi:, mi si confonde:: tra:: le varie occasioni in cui mi è stato raccontato qualcosa::, e:: varie occasioni in cui mi è stato spiegato qualcosa dell’essere ebrei, e anche le cose che mi sono state insegnate a scuola [...] e:: per cui non c’ho-, non saprei dire de::- degli episodi particolari. Noemi: è molto difficile rintracciare il peso specifico che ciascuna di queste componenti può avere. Si nota in tutti gli intervistati l’oscillazione tra l’allusione a un “tutto” – che è anche un “sempre” – caotico e indistinto e il dispiegamento di una pluralità disarticolata e non ricomponibile di “pezzi” (come dicono in molti, oltre a Ester) “incongruenti” (Noemi) e contraddittori l’uno con l’altro.

84


Francesca: io non mi ricordo molto come mia madre me le raccontava queste cose, mi ricordo di più:- come:: m:: cioè tutti i giorni […] c’è sempre c- c’è sempre presente. Ester: come se- avessi preso proprio tutti i pezzi della mia esistenza e li avessi guardati ad uno a uno prima di metterli al loro posto. Noemi: «E se adesso arrivano i tedeschi io come mi nascondo?» E pensare questa cosa, e rendersi conto dell’assoluta, hm:: (.) incongruità, è tutt’uno! evidentemente (.) però rimane che tutto (.) il pe- il pensiero in testa te lo sei ritrovato. Sembra impossibile rievocare una parte di quella storia, senza trascinarsi dietro il tutto, tutti i connessi ma incomparabili livelli di sofferenza e tragicità: Michele: per fortuna, la mia famiglia direttamente non ha subito conseguenze (.) gravi, diciamo, e:: cioè la mia famiglia proprio stretta! [...] perché in realtà poi invece tra i parenti ci sono stati molti deportati che non sono tornati, e::, ci sono stati molti che se la sono vista:: molto peggio, c’è- c’è stato chi è stato ammazzato direttament… Anche nominare la “cosa” sembra impossibile senza esitare tra una proliferazione di termini sempre insoddisfacenti: Raffaella: allora, e:: m:: dico subito che:: .hh, tutte le volte che penso alle persecuzioni-, alla Shoah-, al periodo nazifascista, l’associazione immediata è a mia madre. Daniele: insomma, io il ricordo che ho è:: cioè, diciamo l’imm- la memoria che ho di questi eventi è proprio di:: (.) di una violenza assoluta! DAVID: la Shoah è stata sempre dentro di me. Il ricordo-, il desiderio di non far dimenticare (.) questo accadimento, questa vicend- vabbè (.) trovare un termine per definirlo sarebbe riduttivo probabilmente. Tutti gli intervistati oscillano tra l’afasia e una sorta di esplosione di parole, immagini, analogie, quasi nel tentativo di correggerne o cancellarne l’una con l’altra. Come “una terribile bomba”, descrive Helen Epstein, in Figli dell’Olocausto26 (libro che è anch’ esso, al tempo stesso, autobiografico e raccolta di interviste a coetanei di seconda generazione), qualsiasi tentativo di sfiorare quella memoria con il linguaggio. E così dice similmente Noemi: Noemi: una parola o un no:me, rischia (.) di incrina:re-, come una diga no? Basta un buchino piccino piccino per far esplodere tutto. Ma le difficoltà linguistiche della terza generazione non hanno nulla a che fare con le ‘filosofie’ dell’ineffabilità di Auschwitz che proiettano quell’evento fuori della storia, in un mitico ‘Male assoluto’, indicibile e ineffabile. Daniele, infatti, percependo la differenza tra il suo problema e queste tesi, le definisce più volte nella sua intervista come “luoghi comuni”. Per la terza generazione si tratta, piuttosto, del concretissimo pro85


blema di trovare e inventare dei termini che possano dar conto al tempo stesso di un evento, già di per sé così estremo e complesso e quindi difficilmente sintetizzabile con un nome (“persecuzioni, Shoah, periodo nazifascista...” tentenno io stessa), e dei problemi che esso pone al presente. Un termine cioè – o un “superlativo” direbbe Daniele che è, tra gli intervistati, quello più attento ai problemi linguistici - capace di significare insieme la storia e la memoria, la conoscenza e la sofferenza, la vita che continua e il lutto insanabile, il vissuto di genitori e nonni e il nostro altrettanto reale vissuto di seconda mano: Daniele: c’è- questa sorta di frustrazione che sempre mi capita quando:: affronto questi discorsi che per quanto uno possa analizzare nei dettagli=nelle sfumature=parlare di questa cosa, quello che dici è sempre e:: insufficiente rispetto, non proprio alla portata dell’evento ma proprio anche a:: come io ce l’ho dentro questa cosa! […] perché non è che pretendo di dare io una visione dell’evento! ma anche la- la visione del mio vissuto rispetto all’evento. “Questa cosa” la chiamano spesso – come Daniele - tutti gli intervistati. Espressione che rende bene il paradosso di queste memorie del “non-provato” di terza generazione: una cosa che si può quasi “toccare proprio con la mano” (Debora, Ester), da sempre nota, da sempre presente – come ripetono tutti ossessivamente -, e che tuttavia quanto più la si afferra tanto più sfugge. Sempre ancora troppo interna (“dentro di me”, “nel mio Dna” dice David) e troppo esterna (“dovevo farla entrare dentro di me”) per poter diventare veramente “pelle mia”: DAVID: credo di saperlo da sempre [...] non credo che ci sia stato un inizio è nel Dna (.) è nel mio Dna. […] E quindi la Shoah è stata sempre dentro di me. […] dovevo viverla, sulla mia pelle, su me stesso (.) determinate situazioni, per poterle far entrare dentro di me, e le dovevo farle entrare dentro di me, cioè- cioè dev’esser qualcosa che fa parte di me. Una “cosa” senza “giusti confini”, come dice Giorgio: GIORGIO: Auschwitz, ce l’ho ben dentro il fatto che è una cosa che riguarda me, che riguarda la mia storia, ce l’ho ben dentro, è una cosa che mi porto dietro sì, però non riesco a darne i confini giusti ecco. È molto improbabile trovare questi “giusti confini”. Prevale, piuttosto, nei discorsi dei miei intervistati, il senso di un’insostenibile eccedenza e di un’irreparabile mancanza: Mimmo: forse gliel’hanno spiegato pure troppo presto! ((al padre, il fatto di essere orfano di entrambi i genitori a causa della Shoah)). Francesca: mi è stato detto:: subito! (.) e forse, non lo so, troppo presto, e:: m:: che appunto, i miei nonni:: .hh che appunto, mia mamma era stata adottata, che i miei nonni erano morti-, uccisi in un campo di concentramento. Flavia: questi racconti poi sono cominciati molto presto, […] tr- troppo pic86


coli passano solo le emozioni e non passa la capacità poi di interpretarle. Del resto io, forse, non ce l’ho! […] no, perché credo di viverla in maniera troppo intensa da un punto di vista emotivo. Ester: c’era comunque sempre questa mancanza, che, poi, ho attribuito, e:: al fatto (.) di (.) non avermi ((la madre superstite di Auschwitz)) e:: m::, fatto prendere coscienza fin da piccola di quello che era stato il suo vissuto. Forse, se avesse parlato di più prima… Debora: secondo me ero troppo piccola sì, per-, il primo effetto che m’ha fatto Auschwitz, addirittura:: ho un attimino ragionato come una persona non ebrea, ho detto «Non è vero, non è vero, troppo:, troppo sparato=messo là, troppe cose…». Giorgio: se uno deve sapere […] che cosa vuol dire stare dentro Auschwitz, secondo me, lo stesso Primo Levi non è abbastanza cruento! […] probabilmente lo può fare solamente chi non lo ha vissuto in maniera diretta. Angelo: solo chi c’è stato dentro può capirlo, nessun altro. Flavia: ci sono molte cose […] che adesso io non:: non riesco a leggere! […] come se:: sapessi già troppo! SABRINA: non so nulla. O si fa corpo con il tutto o si è espulsi in un frammento isolato; o si è identici a quella storia oppure è impossibile o vietato entrarci. L’identificazione con il vissuto di genitori, nonni e del popolo ebraico nel suo complesso è talmente potente e fusionale che si fa fatica a vederla e riconoscerla come identificazione e non come pura identità. Può essere detta – ma si manifesta anche indirettamente attraverso bellissimi lapsus che sembrano voler avvicinare quanto più possibile a sé le storie di persecuzione e sterminio – solo affermandola e negandola quasi simultaneamente, interpolandovi pause, dubbi, giustificazioni, strategie discorsive di mitigazione e distanziamento: David: è la nostra storia, cioè noi siamo così perché (.) abbiamo vissuto::- anzi non l’abbiamo- sì! l’abbiamo vissuto anche noi […] anche io mi sono sentito un (.) sopravvissuto. Daniel: non dico che io l’ho vissuto in prima persona, però in termini emotivi cre-, posso dire che (.) è come se l’avessi vissuta in prima persona. Raffaella: era presente, la vicenda (.) m:: delle persecuzioni e del nazismo e- (.) però, ecco, credo che in mamma ancora più che in me, si confonda::- cioè, in lei! perché poi io no? non c’è un vissuto diretto! in mamma sì. Riconoscerla come identificazione, infatti, anziché liberatorio, produce un senso di vergogna, di illegittimità e, al tempo stesso, di frustrazione e di colpa: come se ci si sentisse, da una parte, usurpatori di identità e traumi altrui, malati immaginari, e, dall’altra, sempre inadempienti rispetto a un dovere di memoria su cui si sono andate indebitamente a “incrostare” (per usare l’espressione di Noemi) “missioni” (David) impossibili. 87


Ester, alla quale la madre, reduce da Auschwitz, non ha mai raccontato nulla e che dice di “essersi sentita addosso, sulla sua pelle, il senso di colpa né più né meno di tutti i sopravvissuti”, invece dei nazisti sogna i ladri. Come ladra e, al tempo stesso, derubata essa stessa di ricordi si sente anche Noemi, che ha scoperto l’esistenza di una sorellina del padre, depor tata e uccisa dai nazisti, “sbirciando in una ribalta proibita” e “origliando” di nascosto conversazioni della madre con un’amica. Sabrina che ha la sensazione che genitori e nonni non le abbiano raccontato nulla delle loro vicende durante le persecuzioni, se non “memorie vaghe”, “aneddoti confusi” o, addirittura, “carini e diver tenti” (“ci debbono esser stati terribili momenti – racconta - che loro, mi hanno raccontato come se fossero dei momenti diver tenti, come se loro avessero rielaborato delle cose orribili per farle rimanere nella loro memoria come momenti carini”), invece dei nazisti sogna gli extraterrestri. Francesca, nel corso dell’intervista, si sente in colpa perché “non si sta occupando professionalmente di Shoah”, cosa che, secondo David, dovrebbe essere una “missione” obbligatoria per tutti noi nati dopo. “Mi sento tanto in colpa!” esclama anche Letizia non ricordandosi il nome di un campo che ha visitato. Manca ancora veramente qualche racconto, conoscenza, informazione, documento, testimonianza o viaggio ad Auschwitz per poter diventare i “nuovi testimoni-esperti” a cui sarà “data la palla del ricordo” (David) una volta che i testimoni diretti saranno scomparsi, e che quindi – come dice Amedeo - “hanno il compito di accompagnare i superstiti e farli star tranquilli che nessuno dimenticherà nulla di ciò che è stato”? O, forse, “manca solo”, come dice Daniele, “di:: vedere con i miei occhi, cioè dal vivo! u- un ebreo trucidato dal nazista”, cosa che “non mi potrà mai capitare perché-, eh! questo è avvenuto:: quando io non ero ancora nato”. E come similmente dice Rosa: “soltanto, l’ultimo passo che, diciamo, mi manca è quello di:, di avere il coraggio di andare proprio in Polonia e vedere quello che realmente è accaduto, perché viverlo lì è (.) atroce, è come se lo vivessi proprio in quel momento”. “L’ultimo passo che mi manca”... È breve il “passo” da questa fantasia impossibile, che resta intrappolata tra memoria-identificazione e memoria-dovere, al destino sancito dai nazisti per ogni ebreo di qualsiasi generazione. Daniele tende a stabilire una separazione rigida tra il piano razionale, storico, della realtà oggettiva e verificabile dei fatti, delle informazioni “certe” e “comunicabili al 100%” e quello emotivo, inconscio, “patologico”, che sta “nella sua testa”, nel suo immaginario, che è collegato “al modo in cui gli è stata tramandata la Shoah”, e che, se si prova a comunicare, “non corrisponde mai alla realtà delle cose”. La cosa curiosa è che utilizza questa distinzione, non solo per spiegare “quest’idea che avevo da bambino” - che in realtà, come aggiunge in apparente contraddizione, “resterà per sempre” - che “da un giorno all’altro potesse tornare il nazista”; o per giustificare reazioni contrastanti con le proprie idee: “non condivido l’odio di molti ebrei per i tedeschi”, dice, pur essendo cresciuto con il “ritornello” della nonna: “i tedeschi maledetti!”, e tuttavia scopre che nel “suo inconscio c’è un tassello” per cui, se in generale prima di parlare di Shoah con qualsiasi persona gli fa un “test” (come confessano anche altri intervistati), all’amico tedesco gli fa un “test in più”. La cosa curiosa, come dicevo, è che Daniele tende a riportare anche “pensieri razionali” alla “sua par te emotiva”, infantile, “terrorizzata” che “estremizza e banalizza” le cose come sono realmente: 88


Daniele: estremizzando e banalizzando, eh:: […] lo ammetto, io quando vedo Saddam Hussein […] c’è una parte di me, è quella emotiva, e che dice «Ok, c’è stato questo brutto=cattivo di Saddam Hussein ((con voce infantile)) che sterminava popolazioni intere, se non fosse stato per gli americani che hanno deciso di invadere l’Iraq per fermarlo, nessun altro avrebbe fatto nient’altro». Questo, io lo penso, e anche no razionalmente, cioè non solo emotivamente ma anche razionalmente. […] Questo mio:: essere bambino! che è sempre stato lì (.) terrorizzato:: a:: all’idea che da un giorno all’altro:: il nazista con l’elmetto e col mitra poteva venire a casa mia e prendermi, questo bambinetto era l’unica cosa che pensava che ha fatto sì che non:: non c’è stata la:: lo sterminio totale (.) de:: degli ebrei o del genere umano, è perché c’è- c’è stati questi:: questo soldatino americano che invece- eh, con la cioccolata, è venuto lì a:: ha fermato questo pazzo. Quindi quello stesso bambinetto, di fronte a queste cose che:: accadono in Iraq, gioisce all’idea che Saddam Hussein adesso è in carcere. “Quello stesso bambinetto”, dice Daniele, ma forse non è proprio lo stesso. Daniele fa un quadro lucido e dettagliato dei modi in cui la gente parla di Shoah e di ebraismo in generale: è convinto che la maggior parte delle persone non sappia effettivamente come sono andate le cose, che non sia disposta a mettere in discussione pregiudizi consolidati, che produca legittimazioni per lo sterminio, che di fronte agli ebrei ne parli “con i piedi di piombo”, “come se parlasse a un genitore di un figlio handicappato, dell’handicap”. Racconta di essersi più volte “trovato a scontrarsi con questi muri di cemento delle idee degli altri”: alle scuole medie una compagna di classe, non crede al fatto che lui sia ebreo perché “gli ebrei c’hanno la coda”, e al liceo un altro compagno lo soprannomina “Shylock”, prototipo dell’immagine antisemita del ricco usuraio ebreo; sul luogo di lavoro un collega lo apostrofa “quell’ebreo del cazzo”, e improvvisamente scopre che un amico di vecchia data è impregnato di convinzioni antisemite sul “potere mondiale della lobby ebraica”. E Daniele, con dolore, scopre di avere di fronte un “muro” anziché un amico: Daniele: mi son cascate le braccia! E lì è strana la mia reazione perché:: da ’na parte, la mia prima reazione è stata quella-, dici «No, non posso lasciare che lui pensi queste cose!» e quindi ho cercato un po’ di:: smontare queste sue convinzioni, […] poi mi sono accorto di avere davanti un muro! Lui aveva questa convinzione e non c’era verso di smontarla! […] ho provato frustrazio:ne, delusio:ne, proprio per il fatto- per il fatto che io pensavo di avere un rapporto d’amicizia! […] sì però quello che è un suo limite di non capire io lo vivo come un mio limite di non aver- nessun mezzo per potergli far cambiare visione delle cose! […] questa cosa è così frustrante da parte mia chea parte un timido tentativo all’inizio, poi, c’ho proprio rinunciato! Eppure, il “limite degli altri di non capire” viene giustificato (“è giusto, è più che normale” dice Daniele nel brano che segue) e persino capovolto in “un mio limite” di non saper spiegare, in una “mia strana reazione”, “non equilibrata, non sana”, nella “frustrazione che sempre mi capita quando affronto questi discorsi”, nella mia eccessiva “suscettibilità”, “razionalmente sbagliata”, che dipende dal “mio vissuto familiare” (anziché dai crimini nazisti!), e che “rimane” come un handicap, quasi genetico, che è meglio nascondere: Daniele: non si può pretendere che un rapporto sia:: diciamo bilanciato […] unicamente:: su:: sull’idea che uno possa avere de d- d- di ebraismo, di nazismo di:: di:: Shoah di89


di- di tutte queste cose. Ci sono tante altre cose in un rapporto per fortuna. Però io so che, se ci tengo a un rapporto e vagamente ho il sentore che ci possa essere la possibilità che dall’altra parte (.) eh! qualcosa non- siccome io so, poi, di essere abbas- molto esigente, perché da parte di chi non è ebreo, di chi non ha:: un vissuto familiare tipo il mio, chi non è addentro a questa cose, è più che normale! che poi ci sia:: non so, non dico una superficialità, però così un:: relativo interesse su queste cose. […] e quindi è giusto! è normale! […] però ecco, se io ho la vaga sensazione che qualcuno, cui tengo, possa dire o- o fare qualcosa che- che non rientri in questo mio optimu, preferisco non indagare. Perché io ho ormai questa convinzione che la gente le idee che ha non le cambia. È sbagliata! Cioè razionalmente mi dico che è sbagliata, però emotivamente:: rimane. […] Su questa cosa io sono:: molto più:: non so, mi verrebbe da dire, suscettibile nel senso- non accetto! più di tanto il fatto che una persona possa non capire preferisco non parlarne per niente e non dirglielo! […] E mi rendo che […] quando uno usa un po’ uno stile- le parole «pretendo», «non accetto» sono sempre cose-, sempre:: non equilibrate=non sane, insomma perché uno non puòcioè non puoi pretendere dai sentimehhnti degli altri. “Non puoi pretendere dai sentimenti degli altri”, ma Kant nella Critica del giudizio, ci insegna che ci sono dei sentimenti “speciali” che, in un certo senso, sia pur solo “soggettivo”, “hanno ragione a pretendere l’universale consenso”27. La comunicazione con i non ebrei sulla Shoah, su Israele e sull’ebraismo in generale “è difficile perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, dice anche Carlo che, in tutta la sua intervista, fornisce, su tali questioni, analisi da storico di professione, quale lui è. Eppure, persino lui, finisce per ribaltare la “sordità” altrui in difetto proprio, emotivo e addirittura conoscitivo: “per ignoranza e incapacità o forse per eccessiva emotività, ma non sono in grado con facilità di controbattere”. Dall’antisemitismo di oggi a quello di allora, “non è stato ancora smaltito” il rischio di capovolgere l’uno e l’altro, con tutto “quello che è stato”, in “strane” e, forse, persino “sbagliate” fantasie della “mia testa”: Sharon: poi m’è capitato anche ultimamente, di rispondere a un signore […] .hh e:: che secondo lui noi siamo tutti strani, abbiamo delle usanze tutte strane ((tono affettato, caricaturale)) siamo tutti particolari! Al che io ho risposto «Non è che gli altri sono strani o che ci vedono strani? Non- non credi che io sia una persona come te? Ho due gambe ho due braccia» Poi io c’ho sempre questa cosa che chi ho di fronte a me:, cerco sempre di comunque[...] spiegargli […] chi sono! Perché io ho capito che fino a oggi, fino a .hh quest’ultima generazione che- che nascerà cioè c’è ancora ignoranza! […] cioè secondo me non:, non è stata smaltita l’i:- il pregiudizio! […] cioè io tante volte mi domando il perché di questa cosa? Perché=perché ci deve essere questa differenza? (.) Queste so’ cose che mi faccio io:: poi (.) mentali sai? E:: invece per quanto- […] mi sembra così strano! […] così inverosimile tutto quello che è stato, che non:: non riesco a darmi proprio spiegazione a tante domande che mi- mi creo nella testa! alla fine perché poi io vedo che- allora ’a strana sono io! Daniele: l’idea che ho io è che il potere dei nazisti assolutamente incontrastato. Forse ecco io su questa cosa ho un’idea sbagliata perché poi comunque:: cioè ra90


zionalmente mi dico sì vabbé, non è che tutto il mondo fosse::- il mondo è stato ingenuo, incapace di contrastare:: però ecco, emotivamente, nel mio immaginario è come se […] negli anni in cui il nazismo è stato al potere tutto il mondo fosse stato nazista. Questo è quello che mi è stato tramandato sicuramente. Io razionalmente so che non è così, però […] l’idea che io ho è che l’opinione pubblica […] non ha mai fatto niente […] e non so perché, se non:: sconvolgeva le loro coscienze, o perché avevano paura, o perché non si poteva dire, o perché uno rischiava:: ritorsioni, però insomma […] l’idea che ho io è che:: poche persone allora hanno […] fatto qualcosa per:: cambiare le sorti del mondo […] perché ti dico, l’idea che ho è non che non siano esistiti, ma che siano stata una netta minoranza.

91


Legenda dei simboli di trascrizione delle interviste

92

(.)

pausa

:

prolungamento della lettera che precede, per prendere tempo, come quando si è alla ricerca della parola o del modo giusto per esprimere qualcosa

!

tono animato, di sopresa, eccitazione ecc.

sottolineato

parola o frase pronunciata con enfasi

-

troncamento della pronuncia, come quando ci si interrompe (per esitazioni, riformulazioni, correzioni, associazioni di idee…)

.hh

sospiro

°xx°

parlato emesso sottovoce

=

mancanza di scansione tra due parole

grassetto

segnalazione di parole significative che saranno oggetto di riflessione

(( ))

nella doppia parentesi si includono commenti di vario genere, di sostegno alla comprensione e interpretazione di quello che viene detto


Hans Jonas, Holocaust, in A.A. Cohen e P. Mendes-Flohr (ed. by), Contemporary Jewish Religious Thought, New York 1988, p.402. Immanuel Kant, Critica della facoltà di giudizio, a cura di Emilio Garroni e Hansmichael Hohenegger, Einaudi, Torino 1999, p.130. Annette Wieviorka, L’era del testimone, Raffaello Cortina, Milano 1999. Marianne Hirsch, Projected Memory: Holocaust Photographs in Personal and Public Fantasy, in Mieke Bal, Jonathan Crewe, Leo Spitzer (eds.), Acts of Memory. Cultural Recall in the Present, Dartmouth College, Hanover 1999. Family Frames. Photography, Narrative and Postmemory, Harvard University Press, Cambridge-London 2002. Mario Tagliacozzo, Metà della vita. Ricordi della campagna razziale 1938-1944, Baldini & Castoldi, Milano 1998. Il diario che mio nonno ha scritto durante le persecuzioni, più volte distrutto e poi ricostruito a distanza di tempo, è stato pubblicato diciotto anni dopo la sua morte, per decisione dei figli e nipoti, in seguito al conferimento ad esso del primo premio del concorso per diari inediti di Pieve S. Stefano. Maurice Halbwachs, La memoria collettiva, Unicopli, Milano 2001, p.165. Raffaella Di Castro, Testimoni del non-provato. Ricordare, pensare, immaginare la Shoah nella terza generazione (Carocci, Roma 2008), frutto della ricerca che ho svolto dal 2004 al 2007, presso il Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione dell’Università di Roma “La Sapienza”, con la supervisione di Clotilde Pontecorvo, e realizzato grazie al Fondo Internazionale Assistenza alle Vittime delle Persecuzioni Naziste in stato di bisogno, legge 249/2000, gestito dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. “Scrivere significa non rinviare più al futuro la morte sempre già passata, ma accettare di subirla senza renderla presente e senza rendersi presenti ad essa, sapere che per quanto non sia stata provata, ha avuto luogo, e riconoscersela nell’oblio che lascia dietro di sé. […] essere in relazione con ciò di cui non ci si può ricordare, testimone del non-provato”. Maurice Blanchot, La scrittura del disastro, SE, Milano 1990, p.140 (corsivi miei). Riprendo l’espressione da Lia Tagliacozzo, Melagrana. La nuova generazione di ebrei italiani, Castelvecchi, Roma 2005. I nomi degli intervistati sono tutti pseudonimi, tranne – oltre al mio e quello di mia sorella Flavia – quello di Francesca Ceccherini Silberstein: con questa eccezione ho voluto rusettare un preciso desiderio di Francesca che, al proprio nome attribuisce significati fortemente simbolici (v. Raffaella Di Castro, Testimoni del non-provato..., op. cit., Iscriversi nel nome, § 9.3, pp.198-203). Ringrazio Fancesco Saverio Trincia per aver messo in rilievo questo aspetto. Vedere alla fine del testo la Legenda dei segni di trascrizione delle interviste. Immanuel Kant, Critica del Giudizio, op. cit. p.15. Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1971, p.142. Platone, Il Sofista, in Platone. Opere complete, 2, Laterza, Roma-Bari 1987, p.215. Immanuel Kant, Critica della facoltà di giudicare, op. cit., p.15. Emilio Garroni, Estetica. Uno sguardo-attraverso, Garzanti, Milano 1992. Garroni riprende l’espressione “guardare-attraverso” da Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi,Torino 1983, paragrafo 90, p.60. Immanuel Kant, Critica della facoltà di giudizio, op. cit., p.130, corsivi miei. Walter Benjamin, Carte su Proust, in Id., Ombre corte, Einaudi, Torino 1993, pp. 370-391, p.389. Id., Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi, Einaudi, Torino 1995, pp. 247-74, p.261. Id., Sul concetto di storia, a cura di Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti, Einaudi, Torino 1997, pp. 51, 57, 87. Id., I “passages” di Parigi, Einaudi, Torino 2000, vol. I, N 2a, 3, p. 516. Id., Sul concetto di storia, op. cit., pp. 51-53. 93


Geoffry Hartman, The Longest Shadow in the Aftermath of the Holocaust, Palgrave, New York 2002, pp. 158-9. Paolo Virno, Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico, Bollati Boringhieri, Torino 1999. Emmanuel Levinas, Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo, (1934), Quodlibet, Macerata 1996, p.35. Ivi, p.23. Ivi,p.29. Hans Jonas, Holocaust, op. cit., p.402. Citato da Giorgio Agamben, in Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p.71. Federica Sossi, I testimoni segreti, postfazione a Wieviorka, L’era del testimone, op. cit., pp. 163-85, p. 173. Citato da Annette Wieviorka, in L’era del testimone, op. cit., p.20. Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 2003, p.20. Ibid. Enzo Traverso, Auschwitz e gli intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra, il Mulino, Bologna 2004, pp.184-185; Wolfgang Sofsky, Delega del potere e autogoverno, in L’ordine del terrore, (1993), Laterza, Bari 2002, cap. XI, pp.194-216. Primo Levi, I sommersi e i savati, op. cit., pp.37-39. Hanna Arendt, Essays in Understanding, Harcourt Brace, New York 1993, p.13. Id., Se questo è un uomo, op. cit., p. 113. Id., I sommersi e i salvati, op. cit., p.65. Simon Wiesenthal, Gli assassini sono tra noi, Garzanti, Milano 1970; cit. da Primo Levi, I sommersi e i salvati, op. cit., p.3. Dori Laub, An Event Without A Witness: Truth, Testimony and Survival, in Shoshana Felman, Dori Laub (ed. by), Testimony. Crises of Witnessing in Literature, Psychoanalysis, and History, Routledge, New York and London 1992, pp.75-92, pp.81-82. Primo Levi, Se questo è un uomo, op. cit., pp.142-145. Ibid. Id., I sommersi e i savati, op. cit., p.73-74. Id., Se questo è un uomo, op. cit., p.142. Ivi, p.145. Immanuel Kant, Critica della facoltà di giudizio, op. cit., p.130. Primo Levi, I sommersi e i savati, op. cit., p.9. Walter Benjamin, Tesi sul concetto di storia, in Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti (a cura di), Walter Benjamin. Sul concetto di storia, Einaudi, Torino 1997, p.27. Primo Levi, Se questo è un uomo, op. cit., p.142. Walter Benjamin, Franz Kafka. Nel decimo anniversario della sua morte, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi, Einaudi, Torino 1995, p.p.294-295, 297-298; Id., Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico, in Id., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1991, pp. 79-123, pp. 92-93; Id., L’omino gobbo, in Infanzia berlinese, Einaudi, Torino 1981, pp.122-125. Helen Epstein, Figli dell’Olocausto, La Giuntina, Firenze 1982, p.11. Immanuel Kant, Critica del Giudizio, op. cit., p.50.

94


Giornata della Memoria 2009 Una deportazione dimenticata”

Anna Maria Casavola, storica - Fnism Roma e Regione Lazio Mi sento lusingata di presentare il mio libro “7 ottobre 1943” recentemente edito dalla Studium, proprio in occasione delle iniziative per la giornata della Memoria. Vero è che la legge 211, istitutiva nel nostro paese di questa giornata, ha stabilito di associare, nel ricordo, la persecuzione antiebraica insieme con le altre deportazioni nei Lager nazisti di migliaia e migliaia di italiani civili e militari, tutti vittime del nazifascismo. L’argomento del mio libro si inserisce quindi a pieno titolo perché tratta di una deportazione di militari (carabinieri che erano di stanza a Roma e che dopo l’8 settembre erano dovuti passare, in forza di convenzioni internazionali, agli ordini degli occupanti tedeschi) ma nel corso della ricerca si chiarisce che questa deportazione fu il prologo di quella ebraica del 16 ottobre 1943 perché i carabinieri avrebbero potuto rappresentare un ostacolo al rastrellamento programmato dai nazisti, quindi era meglio deportarli prima. I tedeschi li odiavano perché i carabinieri avevano combattuto contro di loro già la sera dell’8 settembre e nei giorni successivi, e a Napoli erano stati a fianco della popolazione in rivolta nelle Quattro giornate (28 settembre-1 ottobre 1943). Con questa ricerca, che è nata nel gruppo di lavoro del Museo di Via Tasso cioè il museo che custodisce la memoria della Resistenza della città di Roma, io ho ricostruito una pagina di storia della città che era rimasta sommersa e contemporaneamente, però, ho toccato una pagina della storia nazionale, perché queste poche migliaia di carabinieri andarono ad ingrossare quella enorme massa di 600-700mila militari italiani, fatti prigionieri dai tedeschi su tutti i fronti, dopo l’8 settembre, e portati in Germania su treni piombati per farne forza lavoro. Su questi fatti per tanti anni è caduto l’oblio. Sulla deportazione dei Carabinieri ho trovato qualche cenno in libri editi a Roma a ridosso della guerra, poi più nulla. Come è potuto avvenire questo scivolamento della memoria collettiva? La verità è che solo da un po’ di anni si sottolinea in Italia l’importanza della memoria storica e anche della divulgazione storica, prima lo slogan era il passato è passato, guardiamo al presente. Anche nelle scuole, fino agli anni 90, si studiava poco e male il 900, ci volle un decreto dell’allora ministro Giovanni Berlinguer per renderlo obbligatorio in tutti gli istituti superiori. Agli esami di maturità negli istituti tecnici, che erano allora la stragrande maggioranza, mai veniva sorteggiata la storia come materia del colloquio orale, era quasi sancito il diritto, da parte degli studenti dell’ultimo anno, di non studiarla. La svolta avvenne quando ci si accorse che, per arginare la minaccia di risorgenti movimenti neo nazisti e antisemiti o razzisti tout court, occorreva disvelare alle giovani generazioni che cosa era stato il nazismo in Italia e il fascismo in Germania. Cioè bisognava mettere in circolazione degli anticorpi, usare la memoria come strumento di difesa per impedire la ripetizione del passato. Era l’argomento di Primo Levi: “Meditate che questo è stato” e anche il senso di quella scritta che campeggia sinistra all’ingresso di Auschwitz “I popoli che ignorano il loro passato sono condannati a riviverlo. “Insomma da allora i superstiti dei campi di sterminio hanno cominciato ad entrare nelle scuole per portare la loro testimonianza e per parlare della persecuzione che, anche in Italia, avevano subito a causa delle leggi razziali fasciste. Fino ad allora infatti nei manuali scolastici era difficile trovare cenni alle leggi razziste italiane, le deportazioni erano un crimine esclusivamente dei nazisti. Lo stesso antifascismo nella 95


sua condanna del regime fascista aveva insistito più sul tema del totalitarismo che sulle aberrazioni delle leggi razziali. Insomma era passata la rappresentazione di un fascismo all’italiana molto edulcorato, un fascismo bonaccione e anche patriottico. Rappresentazione che dura tuttora se in Parlamento c’è una proposta di legge che vuole parificare nell’ordine del Tricolore, con concessione di onorificenze, i combattenti della Repubblica Sociale con i partigiani, deportati politici, militari internati. Da un po’ di anni, tuttavia, grazie anche all’azione di alcuni presidenti della Repubblica, penso in particolare a Carlo Azeglio Ciampi, si è insistito sull’importanza di far conoscere agli italiani i fatti salienti del loro recente passato e in maniera corretta. Ciampi iniziò da Cefalonia a ripercorrere e a far rivivere per gli italiani gli eventi che avevano scandito la Resistenza e la guerra di Liberazione in Italia. Infatti far acquisire memoria del loro passato ai cittadini di un paese significa dar loro un’identità, un’appartenenza, una tradizione, un codice etico cui richiamarsi, a cui essere fedeli e in cui riconoscersi, “Per gli esseri umani - dice la filosofa ebrea Hanna Arendt – pensare a cose passate, significa muoversi nella dimensione della profondità, mettere radici, acquistare stabilità in modo tale da non essere travolti da quanto accade.” Ecco quindi l’importanza della scuola e di iniziative come questa del giorno della Memoria, ecco la funzione delle istituzioni, associazioni, fondazioni, musei che fanno ricerca storica e ne promuovono la divulgazione. Dice Bloch, uno storico francese, che un uomo muore veramente quando muore l’ultima persona che lo ha conosciuto e la stessa cosa può dirsi degli eventi se non interviene l’azione riparatrice della memoria collettiva. La data del 16 ottobre 1943, oggi, credo che a Roma nessuno la ignori più, ma non è stato sempre così, questa è una vittoria della comunità ebraica romana contro la forza dell’oblio, della dimenticanza e dell’ignoranza. Per quanto riguarda la deportazione dei carabinieri del 7 ottobre 1943, quest’anno finalmente al Museo di Via Tasso è stata ufficialmente ricordata dopo 65 anni di oblio e speriamo che entri anch’essa nella memoria storica della città. Per me è stato molto difficile ricostruirla e solo l’apertura degli archivi militari alleati e italiani, in particolare quelli dell’Arma dei Carabinieri mi ha dato il bandolo della matassa. Ciò che emerge dai documenti finalmente dissecretati è che ci troviamo di fronte ad una pagina oscura della storia del nostro paese rappresentata non solo dall’occupazione nazista ma dalla risurrezione dello Stato fascista, per cui non è facile stabilire una linea di demarcazione tra l’asservimento agli occupanti, il collaborazionismo e l’occupazione in stato di necessità. Io non ho trovato dei testimoni che mi mettessero sulla strada, qualche testimone lo sto trovando adesso a libro finito. Ho invece avuto notizia di un diario di un maresciallo deportato il 7 ottobre, che i familiari avevano depositato all’archivio della città dei diari, Pieve di Santo Stefano, vicino ad Arezzo. Mi sono affrettata a consultarlo (vedete l’importanza che hanno i diari, in certe circostanze possono diventare la Storia con la S maiuscola e costituirne un supporto insostituibile), poi con le idee più chiare ho cercato negli archivi i documenti ufficiali e cioè un ordine di disarmo a firma del Maresciallo Graziani e un ordine di esecuzione a firma di un generale dell’Arma, Casimiro Delfini. Insomma la deportazione non era avvenuta solo per ordine del Comando tedesco di Roma ma con la collaborazione e la complicità della RSI. I fascisti d’altra parte odiavano i carabinieri per la parte che avevano avuto nella caduta del regime e l’arresto di Mussolini. I carabinieri quindi erano stati catturati con modalità diverse rispetto a quelle subite dagli altri nostri militari sui vari fronti di guerra. I carabinieri erano stati fatti cadere in un tranello. Così ricorda quel giorno il magg, Alfredo Vestuti ex deportato: ”Il giorno della cattura fummo fatti cadere in un tranello tesoci dai tedeschi e dai non meno crudeli repubblichini. Eravamo un ingombro, un ostacolo per i nazifascisti, eravamo testimoni da eliminare, eravamo l’unica protezione per le popolazioni avvilite e stanche e decisero di 96


disfarsi di noi”. I carabinieri ignari erano stati fatti affluire nelle caserme e preventivamente disarmati, poi erano stati consegnati ai paracadutisti tedeschi che avevano circondato le caserme e bloccato ogni via di fuga. Rodolfo Graziani per costringere gli stessi ufficiali a disarmare i propri uomini aveva minacciato di passare per le armi i disobbedienti e di effettuare rappresaglie sulle loro famiglie, che tra l’altro abitavano negli alloggi demaniali dentro le caserme. E poiché Graziani era uomo conosciuto per le sue repressioni feroci, l’ordine fu eseguito. I carabinieri che erano riusciti a sottrarsi alla cattura per un provvidenziale passa parola, da quella data erano diventati pericolosi come gli ebrei, i clandestini, i sovversivi, chi li ospitava si esponeva a gravissimi rischi. Costretti a vivere nascondendosi, spesso in ambienti religiosi e sotto delle tonache, daranno vita, grazie all’azione del gen. Filippo Caruso, che ne impedì il totale sbandamento, al fronte militare clandestino dei Carabinieri che affiancò quello del colonnello Montezemolo, capo riconosciuto della Resistenza romana. Che cosa mi ha motivato in questa ricerca che è durata diversi anni? Senz’altro il desiderio di far chiarezza su un fatto oscuro, poi il desiderio di dar voce a questi uomini, protagonisti cancellati, infine l’ammirazione per il loro comportamento. Infatti dalla mole di testimonianze che ho trovato negli archivi militari e delle associazioni dei reduci, ho potuto ricostruire nella grande Storia la storia di tante persone, identificarmi nella loro sofferenza, scoprire i loro pensieri, i loro sentimenti, il perché delle loro scelte. Grazie a queste testimonianze individuali ho potuto dar vita ai documenti ufficiali e ricostruire le sequenze drammatiche della cattura, il viaggio in vagoni piombati verso l’ignoto, l’angoscia per le loro famiglie all’oscuro di tutto, l’arrivo desolato nei Lager. È nel Lager che ha inizio il processo di spersonalizzazione, non più uomini, non più soldati, ma numeri gridati negli interminabili appelli; costretti subito i militari di truppa e i sottufficiali) a lavorare come schiavi, nelle miniere, nelle fabbriche di armi o a rimuovere macerie nelle città bombardate, laddove agli italiani era vietato persino di ripararsi nei rifugi, quando le sirene preannunciavano il bombardamento. I carabinieri romani si confusero nei campi con gli altri militari italiani, che erano già stati fatti prigionieri dei tedeschi, tutti oggetto di particolare odio e di feroce razzismo anche da parte della popolazione civile. Essi furono il capro espiatorio su cui si riversò la rabbia dei tedeschi, il loro furore persecutorio per il tradimento del re e di Badoglio. Agli italiani si sputava in faccia, gli italiani venivano chiamati carogne, gentaglia, porci, per loro non doveva valere la Convenzione di Ginevra, furono spossessati dello status di prigionieri di guerra e chiamati semplicemente internati (invenzione dello stesso Hitler per privare gli italiani dell’assistenza della Croce Rossa Internazionale e della tutela di una nazione protettrice) Gli italiani furono trattati peggio di tutti gli altri prigionieri d’altre nazionalità, che apparivano invece ben nutriti e ben vestiti. La sottoalimentazione o per meglio dire l’affamamento dei prigionieri italiani fu quindi una scelta politica dei nazisti per spezzarne la resistenza. Ma in che consisteva la resistenza dei nostri militari? Nell’opporsi con tutte le loro forze ad ogni forma di collaborazione con i tedeschi. Infatti essi si consideravano in un certo senso dei prigionieri volontari perché da subito gli era stata offerta la possibilità di continuare a combattere a loro fianco, arruolandosi nelle formazioni delle SS o della Wehrmacht oppure, dopo la risurrezione dello Stato fascista, nel ricostituendo esercito di Mussolini e sarebbero stati liberi. Ma i nostri militari quasi plebiscitariamente rifiutarono e non una volta sola e si attaccarono al giuramento che avevano fatto al re, il giuramento è una cosa sacra, non avrebbero potuto farne un altro ad Hitler e a Mussolini. Cercando di prenderli per fame i nazisti facevano sfilare davanti ai reticolati quelli che avevano aderito con abbondanti razioni fra le mani, gavette colme di zuppa e pacchetti di sigarette, insomma il supplizio di Tantalo. Quindi si fa presto a dire fame ma resistere 97


quotidianamente ad essa richiede più forza che esporsi alla morte nella eccitazione della battaglia specie quando la possibilità di soddisfarla era lì a portata di mano. Dove i nostri trovarono la forza per resistere, per gridare questo NO, loro che pure venivano da un’educazione totalitaria, che erano stati abituati al credere, obbedire e combattere, rappresenta uno degli interrogativi più straordinari e affascinanti per gli storici e gli psicologi. Infatti ai prigionieri non si chiede di scegliere il proprio destino o di esprimere le proprie opinioni politiche, si chiede di sopravvivere. Nessun altro paese al mondo può vantare una resistenza nei campi come quella italiana. Ciò che li teneva saldi era evidentemente la coscienza di fare qualcosa di utile per il proprio paese, di riscattare se stessi e la patria. Non erano stati degli imbelli che si erano arresi e non erano stati dei disertori fuggiti per tornare a casa, non si sentivano né vinti né umiliati Per la propaganda fascista repubblicana erano invece dei bastardi profittatori, degli speculatori che avevano scelto il dolce far niente dei campi. Ecco qualcuna delle tante straordinarie testimonianze di cui è intessuto il mio libro: Egisto Grassi, un marinaio nel campo di Thorn in Polonia, così ricorda la loro scelta:” Nel campo venivano , periodicamente a farci propaganda per aderire alla RSI. Ci dicevano : “ Qui soffrite la fame, non avete da mangiare, dovete lavorare duramente. Venite con noi e avrete tutto.”Quando uno non ha da mangiare, non ha vestiti, non ha acqua per lavarsi, tormentato dagli insetti parassiti, è portato a darsi per vinto. Ma noi non abbiamo ceduto, abbiamo detto no fino in fondo perché eravamo contro i tedeschi. I partigiani avevano le armi anche se poche, stavano nascosti. Potevano colpire di sorpresa, noi eravamo nudi come vermi e soltanto la nostra fierezza ci ha dato la forza di resistere”. Un’altra testimonianza ci viene da un sottufficiale Domenico Lusetti dal campo di Fallingbostel.” Il tedesco con voce stridula grida e l’interprete traduce: “Chi non è fascista alzi la mano”. Eravamo duemila, consapevoli che stavamo per decretarci un destino di sofferenza, forse di morte, ma tutti nessuno escluso, abbiamo alzato la mano: era una selva di mani e in quell’istante ci siamo sentiti noi. L’ufficiale domanda ancora:” Da dove vengono?” “Da tutti i fronti” è stata la risposta.” Con semplicità la stessa situazione esprime il sergente Cecco Baroni: ”Vedi quelle persone dietro i reticolati? Sono loro i prigionieri di Hitler, non noi. Noi ad Hitler e Mussolini diciamo di no anche quando ci vogliono prendere per fame.” V. Emanuele Giuntella, ufficiale della divisione Julia, ex internato e storico, a sua volta, dell’internamento, così spiega la sua e la loro scelta. Dopo aver combattuto una guerra ingiusta a fianco dei nazisti, nel Lager si erano sentiti dalla parte giusta, quella degli oppressi, delle vittime, dalla parte di Anna Franck e non dalla parte dei carnefici. Il Lager era stato accettato come prezzo del riscatto:” Nessuno si è pentito della scelta fatta e tutti la rifarebbero se fosse dato di tornare indietro. E non fu e non sarebbe incoscienza… Vi chiediamo solo di non dimenticare…” E per non dimenticare io ho scritto il libro di cui stiamo parlando questa mattina, per cui posso passare a voi che mi ascoltate la stessa consegna. Non dimenticare soprattutto questa importante verità cioè che la storia si fa anche dal basso e che tutti consapevolmente o no ne siamo protagonisti e abbiamo uno spazio sia pure minimo per esercitare la nostra libertà. Forse questa consapevolezza comunicata ai giovani, oggi, darebbe un senso maggiore della loro responsabilità, del loro esserci nel momento storico che stiamo vivendo. Io, essendo stata un’insegnante e non avendo mai cessato il rapporto mentale con la scuola, devo confessare che ho scritto questo libro, immaginando di colloquiare con i miei studenti, facendo uso di quel tono sobrio che mi è stato riconosciuto e mettendo loro davanti non giudizi precostituiti ma fatti e storie di persone. Grazie! 98


Testimonianza dell’ex internato carabiniere Abramo Rossi

Riferisco che la mattina del 7 ottobre 1943, allorché prestavo servizio in qualità di carabiniere alla Legione Allievi Carabinieri in Roma, la caserma venne circondata da truppe tedesche e quindi tutti i militari presenti, alcune centinaia, fummo prima disarmati e poi fatti prigionieri. La sera di quello stesso giorno su autocarri i tedeschi ci accompagnarono alla stazione ferroviaria di Roma-Ostiense e ci fecero salire su carri bestiame chiusi, sigillati all’esterno, poi il convoglio ferroviario partì alla volta di Bologna. Il giorno seguente ci ritrovammo in un borgo denominato Priel (Austria) dove trascorremmo una nottata in alcune grandi tende. Di lì raggiungemmo la baraccopoli di Trofaiach, e sistemati nel Lager XVIII A. Trascorsi alcuni giorni, fummo dotati del numero di matricola, il mio era 34450, quindi avviati al lavoro coatto in diverse località. Io venni assegnato alla fonderia Hermann Goering, situata nel capoluogo di Lieben - Donavitz, di cui vi farò vedere le fotografie, distante dall’accampamento una ventina di chilometri. Il lavoro consisteva nel preparare materiale ferroso destinato agli alti forni ivi ubicati. Lavoravo insieme a due giovani donne di cui una era di nazionalità russa e l’altra era tedesca, austriaca. Il capo operaio di nazionalità austriaca si chiamava Mautna Franz, l’ho citato ora, poi vi dirò il perchè. Per raggiungere il lavoro in tempo utile, bisognava partire dal campo almeno due ore prima, perchè si doveva percorrere alcuni chilometri a piedi, poi imbarcarsi sul treno dalla stazione ferroviaria di Trofaiach del campo XVIII A e raggiungere la fabbrica. Si seguivano due turni di lavoro, uno aveva inizio alle ore sei e terminava alle diciotto, l’altro aveva inizio alle ore diciotto e terminava alle sei del giorno successivo. Si cambiava turno a fine settimana. Durante il primo turno era prevista una breve sosta per consumare una piccola colazione di cui potevano beneficiare soltanto i civili giacché a noi prigionieri nulla era dovuto. Per fortuna che ogni tanto il buon Franz Mautna mi passava un pezzo di pane di nascosto, perchè non era permesso ai civili del luogo di aiutare i prigionieri. Durante il turno pomeridiano - notturno si poteva usufruire della mensa aziendale, dove veniva distribuita ai prigionieri una mezza gavetta di brodaglia, composta di rape e carote. Il pane veniva distribuito solitamente alla sera, in baracca e ne spettava un chilo diviso in tre, nelle ventiquattro ore. Naturalmente, data la fame che ci attanagliava, quasi tutti ventenni, veniva divorato nel giro di poche ore. Si dormiva su letti a castello, a due piani, in baracche di una ventina di prigionieri, il materasso era di paglia e non esistevano lenzuola, ma soltanto una ruvida e striminzita coperta. Per il riscaldamento c’era una stufa, alimentata a legna, che non funzionava quasi mai giacché il combustile era ridottissimo. Durante la notte le porte di ingresso delle baracche venivano chiuse a chiave dalle sentinelle, per cui i bisogni fisiologici dovevano farsi in un bidone che, al mattino, a turno, si vuotava nella latrina esterna. Il vestiario rimase sempre quello che avevamo addosso al momento della cattura, ci venne distribuita una tuta con scritto sulle spalle Kriegsgefangener, cioè prigioniero di guerra, non esisteva biancheria e la mancanza di igiene estrema provocava la proliferazione di pidocchi, tanto che spesso era necessario lavarsi la testa e gli organi genitali per liberarsi almeno in parte dei fastidiosissimi parassiti. Solo raramente veniva concesso di fare la doccia. Ma la cosa che più preoccupava era quella di non poter ottenere un minimo di riposo in branda, come si dice in gergo militare, perchè se non si aveva la febbre alta, bisognava andare in fabbrica. Infatti, la sentinella, non un medico, così si esprimeva: “Tu niente malato, svelto, devi lavorare”; naturalmente si esprimeva in tedesco. Come è possibile rilevare le condizioni di vita erano al limite della sopravvivenza. Intanto, nell’autunno del 1944 tutti i prigionieri vennero interpellati a passare nella condizione di “civili” con 99


la lusinga di un migliore trattamento e la possibilità di tornare in patria, accettando al limite di combattere per la repubblica di Salò. Ma, nonostante le gravi minacce, anche di morte, tutti in blocco rifiutammo l’invito ma ugualmente i tedeschi raggiunsero il loro scopo perchè ci fecero firmare obbligatoriamente un foglio di accettazione dello status di lavoratore civile. Poi, come parvenza di legalità, ci rilasciarono un passaporto personale civile (che ho qui e ve lo faccio pure vedere) ed un tesserino per entrare in fabbrica. Nell’aprile del 1945 dovetti lasciare il lavoro a causa di un incidente. Mentre eseguivo il lavoro venni urtato da una spranga di ferro che la gruista stava trasportando nel cantiere procurandomi una lussazione articolare tibio-tarsica sinistra. Fu necessario l’ingessatura dell’arto, per cui la fine della guerra, nel maggio successivo, mi colse in tale condizione fisica. Il rientro in Italia perciò fu un piccolo ed ultimo calvario perchè nei tratti di strada interrotti, gli autocarri, quelli che trasportavano i feriti come me, dovevano fermarsi. Dovetti perciò deambulare per lunghi tratti aiutandomi con le stampelle che mi erano state consegnate. Venni ricoverato all’Ospedale Militare di Chieti, da dove uscii clinicamente guarito il 15 giugno 1945 In seguito accusai sintomi dolorosi all’arto che con l’andare del tempo si sono sempre più aggravati ed ancora persistono. Preciso che dopo il passaggio alla condizione di civile, nulla cambiò, perchè seppure non esisteva più la sentinella armata alle calcagna, il lavoro rimase ugualmente coatto. Di diverso c’era che i tedeschi distribuivano ai prigionieri dei pfenning che però potevano essere spesi soltanto per qualche bicchiere di birra in quanto sia nel campo che fuori nulla vi era da poter acquistare. Per quanto riguarda il nostro rifiuto a collaborare, ricordo che ci tennero una giornata intera, pancia a terra, eravamo tre-quattrocento in questo campo, per convincerci a cambiare idea, cioè a voler aderire alla repubblica di Salò, perchè per bocca del Maresciallo Graziani, che era venuto in Germania a reclutare gli uomini, noi potevamo rientrare sia come civili sia inquadrati nell’esercito della Repubblica di Salò per combattere a fianco dei tedeschi. Noi, per il giuramento dato - io ero ragazzo, avevo 19 anni quindi invogliato anche dalle persone più anziane, anche padri di famiglia, marescialli, anziani di quarant’anni, cinquant’anni - tutti abbiamo detto “NO, non vogliamo collaborare con questo Mussolini... perchè noi abbiamo fatto un giuramento nel giugno del 1943 e intendiamo rimanere fedeli al nostro re” nonostante che tutti sapessero che l’8 settembre era scappato...(1)

(1)Testimonianza resa il 2 aprile 2009, nel corso di una iniziativa svoltasi alla Casa della Memoria e della Storia di Roma, sul tema del rifiuto a collaborare.

Il premio Roma é un premio internazionale per la narrativa straniera, italiana e saggistica istituito dall'Istituto internazionale Giovanni Paolo II di Ostia, il libro 7 ottobre 1943 ha ottenuto una menzione di merito nella sezione della saggistica.

100


101


Arte in Memoria Adachiara Zevi, Architetto e Storica dell’Arte «Arte in memoria» è una biennale di arte contemporanea ospitata nelle rovine della sinagoga di Ostia Antica, tra le più antiche testimonianze archeologiche dell’ebraismo della Diaspora. Alla prima edizione aperta il 16 ottobre 2002, seguono: la seconda il 27 gennaio 2005, la terza il 27 gennaio 2006, la quarta il 28 gennaio 2007. Il 25 gennaio 2009 “Arte in memoria” inaugura la sua quinta edizione. La cadenza biennale consente all’iniziativa una continuità nel tempo, sfuggendo la trappola dell’evento, dell’episodico, del contingente. Artisti sempre diversi offrono interpretazioni inedite sulla relazione tra l’arte e la memoria in un luogo che è di per sé un concentrato di arte, storia e memoria. Al termine di ogni edizione, alcuni lavori rimangono in permanenza sul luogo: a memoria dell’iniziativa, primo embrione di museo di arte contemporanea in un sito archeologico. Non trattandosi di un luogo deputato all’arte, la sinagoga non è un contenitore neutrale, come un museo, una galleria, uno spazio industriale riadattato; non è dunque indifferente a quanto le accade intorno, anche in ambito politico e istituzionale. Proprio la periodicità della mostra e il fatto che l’iniziativa sia sostenuta esclusivamente da istituzioni pubbliche, consente di fare sistematicamente il punto sullo stato di salute di queste ultime e sui riverberi delle loro trasformazioni sull’iniziativa stessa. Non poteva ad esempio passare sotto silenzio il capovolgimento avvenuto all’interno dell’amministrazione capitolina: causa i giudizi del sindaco Alemanno sul regime fascista e sulla sua presunta assenza di responsabilità nella catastrofe della Shoah, si è valutato incompatibile il sostegno dell’amministrazione da lui guidata alla quinta edizione di «Arte in memoria», uno dei cui capisaldi è proprio l’impossibilità di alienare la memoria degli eventi dal loro contesto storico. Quale il senso di invitare artisti contemporanei a progettare un lavoro sulla memoria senza neppure specificarne l’oggetto? La risposta non può essere univoca. Coinvolge infatti la relazione tra storia e memoria, tra arte contemporanea e storia dell’arte, tra opera e luogo. Sostanzialmente, significa invitarli a procedere secondo un’attitudine già propria di ogni artista contemporaneo di valore e spessore: partire dal presente e rileggere criticamente il passato per aggiornarne la lezione. L’opera è la traccia di questo atto critico, del corto circuito tra spazialità e temporalità distanti: è parziale, settaria e problematica; guarda ai morti ma per parlare ai vivi; corre in avanti ma con la testa rivolta all’indietro, come l’Angelus Novus di Benjamin e di Klee. Lo spiega bene Jannis Kounellis, uno dei massimi artisti contemporanei: «Ritengo che un’opera d’arte per esistere come tale, debba nascere da una necessità storica, vivere una situazione storica e costituirsi come linguaggio irrinunciabile in quel momento». Per aggiungere: «Ricerco, in frammenti (emotivi e formali), la storia dispersa. Ricerco in modo drammatico l’unità, seppure difficile a cogliere, seppure utopica, seppure impossibile e, perciò, drammatica. Non riuscirò a ricomporre la totalità ma l’onesto tentativo di un pittore è tentare, non rinunciare alla difficoltà che la storia gli presenta sul piatto, intraprendere questo viaggio lunghissimo»1. L’opera d’arte, come la memoria, non pretende la compiutezza della storia; rivendica anzi il proprio status frammentario e parziale. Per questo ipotizziamo che il procedere degli artisti contemporanei, disinvolto nell’accostare linguaggi poeticamente congrui anche se temporalmente distanti, teso a rivivere il passato con spirito contemporaneo, sia simile a quello della memoria ebraica, mirabilmente esplicitato da Yosef H. Yerushalmi in Zakhor. Nonostante la memoria sia compo103


nente fondamentale dell’identità ebraica, spiega lo studioso, la sua custodia e trasmissione non è mai affidata alla storia. Laddove quest’ultima mira a una ricostruzione totale del passato, colmando ansiosamente lacune, reperendo prove, moltiplicando nessi e dettagli, la memoria è selettiva, frammentaria, sconnessa; assembla liberamente e tematicamente, incurante di successioni e cronologie; è, insomma, “storicamente scorretta”. «I rabbini giocano a loro piacimento con il Tempo, espandendolo o contraendolo: mentre la specificità storica è un tratto distintivo delle narrazioni bibliche, qui la coscienza del tempo e del luogo cede il passo al più sfacciato e forse inconsapevole anacronismo»2. L’osmosi tra passato e presente è continua: gli eventi contemporanei sono interpretati alla luce di quelli trascorsi; quelli passati, rivissuti e vivificati dal presente. Esemplare il racconto di Pasqua quando la famiglia, riunita intorno al desco imbandito con i cibi rituali, recita: «Che ogni persona, in ciascuna generazione, consideri se stesso come se fosse personalmente uscito dall’Egitto». Nell’annullamento del tempo storico, nel privilegiare il significato e il valore simbolico sul contesto, ogni evento è contemporaneo. Agli artisti invitati ad «Arte in memoria» non si chiede dunque di adattare il loro linguaggio a un tema, un evento, una circostanza, di farsi strumento di una battaglia o di una rivendicazione, ma di creare un dialogo, un corto circuito con un luogo millenario la cui storia coincide, s’interseca e intreccia con quella della cultura occidentale. E nello scambio biunivoco risiede il significato e il successo dell’iniziativa: se il lavoro acquista dalla sinagoga un significato supplementare, un nuovo «commento», quest’ultima, condannata allo stato di rovina, avviata progressivamente e irrimediabilmente allo stato di natura, torna a vivere grazie all’arte e rinnova così la sua vocazione all’ospitalità, allo studio, al dialogo, al confronto tra linguaggi diversi e dissonanti. Il luogo L’ebraismo è il solo grande culto che considera una rovina il più sacro dei luoghi: quella del Secondo Tempio, distrutto da Tito nel 70 d.C. e mai più ricostruito. Proprio l’assenza di un legame univoco con un luogo consente alla tradizione orale di mantenersi viva e arricchirsi nei secoli. La memoria di quel luogo è però nelle migliaia di sinagoghe che da allora sono erette in ogni insediamento ebraico, sorta di sostituto simbolico del Tempio. Dal I secolo della nostra era, la sinagoga si conferma il centro della vita quotidiana degli ebrei come luogo di culto, di lettura, di studio e insegnamento della Torà. Nonostante la loro architettura sia influenzata dal contesto socio-culturale, le sinagoghe presentano alcune costanti: l’orientamento a est, verso Gerusalemme, oggetto della loro memoria, la vicinanza alla linea di costa, la presenza di fonti d’acqua, dell’armadio con i Rotoli, di ambienti per l’ospitalità. Quella di Ostia è edificata probabilmente a seguito della costruzione del porto voluto dall’imperatore Claudio (41-54) che porta all’incremento del volume dei traffici Assonometria della Sinagoga commerciali della città e a un conseguente au104


mento della popolazione - anche ebraica - ivi residente. Il luogo è oggi una rovina: come spiega Gérard Wajcman, è «un oggetto più la memoria dell’oggetto, l’oggetto consumato dalla sua stessa memoria […] oggetto divenuto spugna storica, un accumulatore di memoria»3. La sua posizione ribelle è leggibile già nella planimetria generale del sito archeologico: rifiuta allineamenti e paPlanimetria degli scavi rallelismi, con il cardo e il decumano, gli assi generatori del castrum repubblicano, ma anche con le direttrici che, da quel centro, si irradiano sul territorio, alcune verso il mare altre verso il Tevere, orientando un’espansione urbana nient’affatto caotica. Invisibile dall’ingresso al sito, come pure dal fulcro monumentale costituito dal portico di Pio IX, dal Foro, dal Campidoglio e dal Tempio di Roma e Augusto, la sinagoga è percepibile solo a distanza ravvicinata, percorrendo il decumano verso Porta Marina. Appaiono per prime le quattro colonne monumentali che segnano il passaggio al luogo di preghiera, contraddistinto dall’altare da un lato e dall’edicola semicircolare per la custodia dei Rotoli della Legge, dall’altro. È una sorta di stanza di compensazione tra la realtà esterna e il mondo sacro. L’edicola, centro geometrico e simbolico, è preceduta da due colonnine le cui mensole, decorate con la lampada a sette braccia, il corno di montone e il fascio di erbe accompagnato da un cedro, sorreggono ancora i resti della trabeazione. A differenza delle quattro colonne, originali, le mensole sono una copia dell’originale custodito nel museo ostiense. La presenza di numerosi ambienti, di una cisterna per l’acqua, del forno per cuocere le azzime e di banconi alle pareti, conferma che la destinazione della sinagoga Sinagoga di Ostia Antica

105


non era solo la preghiera, lo studio e la riunione della comunità, ma anche l’accoglienza ai viaggiatori, ai mercanti, ai poveri, agli stessi officianti del culto. Eretta nel I sec., la sinagoga di Ostia Antica è la più antica di Occidente, se si eccettua quella di Delo. Ingrandita nei due secoli successivi, è restaurata tra il III e il IV secolo, epoca cui sono attribuiti i mosaici residui, per essere poi abbandonata a partire da quello successivo. Scoperta nel 1961, nel corso dei lavori per l’autostrada di Fiumicino, ospita saltuariamente riti religiosi ma è fruita sostanzialmente come sito archeologico. Il restauro ne ha preservato lo stato frammentario, ricostruendo solo ciò che era accertato dalle fonti e rendendo comunque leggibili le integrazioni. In assenza di testimonianze storiche, la sinagoga attesta la presenza ebraica all’interno del contesto polietnico e multiculturale della Roma imperiale. «Ar te in memoria» non è il primo caso di riconversione di una sinagoga in spazio espositivo. L’idea nasce infatti dalla vicenda della sinagoga di Pulheim vicino a Colonia. Costruita nel 1882 in austero stile neo-romanico, sopravvissuta alla sua comunità perché venduta a un agricoltore, è dal 1990 impegnata da una comunità di ar tisti che ogni anno, una volta l’anno, realizzano un lavoro appositamente per il luogo. La sinagoga di Pulheim e quella di Ostia circoscrivono un arco temporale che va dall’esilio alla Shoà. Dopo la distruzione del Tempio c’è la Diaspora e la disseminazione delle sinagoghe, dopo il nazismo e la distruzione delle Sinagoghe c’è Israele, l’auspicata sicurezza dello Stato. Agli antipodi di quella di Ostia, la sinagoga di Pulheim è stata restaurata secondo il criterio del ripristino della condizione originaria. Lo stesso adottato per la sinagoga di Delme, costruita Sinagoga di Delme nel 1881 in stile orientale: a pianta quadrata, articolata su due piani, è anticipata da un portico a tre arcate e sovrastata da una cupola sfarzosa e luccicante. Distrutta dai bombardanti alleati, è ricostruita nel 1946 con maggiore sobrietà: a differenza della sinagoga di Berlino, che pure funge da modello, la cui cupola è stata restituita agli antichi splendori, quella di Delme è ridimensionata perdendo gran parte del carattere originario. Causa lo spopolamento della comunità ebraica, nel 1981, a cento anni dalla sua costruzione, cessa di esistere come luogo di culto. Dichiarata monumento storico nel 1984, è dal 1993 un centro di arte contemporanea, l’unico nella zona della Lorena. Non è un caso che le due riconversioni da luoghi di preghiera in luoghi d’arte avvengano nel corso degli anni Novanta, che assistono a un’accelerazione e intensificazione di iniziative sulla memoria, alla proliferazione di musei, monumenti e memoriali, a un grande fermento anche sul piano del restauro e riutilizzo delle sinagoghe, salvaguardandone lo 106


stato frammentario, come a Ostia; riportandole integralmente allo stato originario, come a Pulheim e nella maggioranza dei casi; adottando una via intermedia tra ripristino e tutela, come a Berlino. Poche ma stimolanti le soluzioni originali che vedono generalmente la collaborazione tra artisti e architetti. Nella sinagoga di Lindenstrasse a Berlino, ad esempio, l’architetto Zvi Hecker e gli artisti Micha Ullman ed Elya Weizmann non pensano all’edificio né com’era né come sarebbe potuto tornare a essere, ma ai suoi fruitori, di ieri e di oggi. Una sequenza di panche rettangolari in pietra evoca quelle lignee su cui sedevano i fedeli; occupano lo stesso spazio di allora ma recano il segno del tempo: si interrompono infatti qua e là per lasciar spazio agli alberi cresciuti nel frattempo, oppure per consentire al percorso sinusoidale che puntava al vecchio scrigno dei Rotoli della Legge, di seguire il suo corso. Interessante anche il caso della sinagoga di Amburgo, la più grande del Margrit Kahl, in Synagogen-monument 1983/88 nord Europa, progettata nel 1906 da Friedheim ed Engel e distrutta il 10 novembre 1938. Senza alcun intento di ricostruzione e riconversione, l’artista Margrit Kahl, in Synagogen-monument 1983/88, traccia a terra la sagoma del tetto dell’edificio originario: la memoria del luogo diventa così parte integrante della città attuale. Nonostante «Arte in memoria» non sia legata specificatamente alla memoria della Shoah, la sua inaugurazione ha luogo il 27 gennaio, Giornata della memoria, istituita nel 2000 dai Parlamenti europei in coincidenza con la data d’apertura dei cancelli di Auschwitz. Una iniziativa sulla cui opportunità nessuno dubita ma che rischia di risolversi spesso in una frenesia di eventi commemorativi che si concludono nel breve lasso di una giornata. Contro tale rischio «Arte in memoria» coinvolge la comunità degli artisti, generalmente non addetti ai lavori, imponendo i tempi lunghi di una mostra «site specific», con tanto di visita preventiva al luogo, elaborazione del progetto e realizzazione del lavoro, esposizione, presentazione infine del catalogo. La legge istitutiva della Giornata suggerisce del resto cerimonie, iniziative, incontri, «su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico e oscuro periodo della storia nel nostro paese e in Europa, e affinché simili esempi non possano mai più accadere». Il passo è di cruciale importanza perché coinvolge la relazione fra storia e memoria. Affermare il valore di quest’ultima come mezzo di conoscenza, infatti, dunque di prevenzione, vuol dire conoscere le cause e il contesto del suo oggetto, mentre ricordare affinché ciò che è stato non abbia più a ripetersi significa riconoscerne i sintomi sotto mentite spoglie, in altri luoghi, epoche e circostanze, oggi, intorno a noi. È accaduto, quindi può riaccadere, ammonisce Primo Levi, anche un unicum come la immane tragedia della Shoah. Perciò, isolare la Shoah dagli eventi storici che l’hanno prodotta equivale a mitizzarla dunque a non renderla storicamente riconoscibile, a non creare gli anticorpi contro la sua possibile ripetizione. Nel rivendicare il valore etico e creativo della diversità, la cultura, di cui l’arte è punta di diamante, gioca un ruolo decisivo e insostituibile. Di qui il valore di «Arte in 107


memoria» negli Scavi di Ostia. Se la sinagoga è simbolo dell’esilio, dunque di sofferenza e pericolo, l’accoglienza riservatale dall’insediamento romano conferma che la convivenza tra realtà etniche, religiose, culturali diverse è possibile. Si assiste invece da tempo, e con crescita esponenziale negli ultimi quindici anni, a un allarmante scollamento tra storia e memoria, il cui esito è l’inevitabile deriva di entrambe. All’«eccesso» di memoria, testimoniato dal moltiplicarsi forsennato di musei, memoriali, commemorazioni, pubblicazioni, corsi universitari e di specializzazione, dedicati più che all’oggetto della memoria alla memoria stessa assurta a valore assoluto, si accompagna, sul versante storico, un processo revisionistico di grande portata che ridimensiona, parifica, pacifica diversità, identità e culture. Come se la caduta del Muro di Berlino nel 1989 avesse azzerato ogni capacità di giudizio storico ed etico, rendendoci inabili a distinguere tra bene e male, tra vittime e carnefici, tra vincitori e vinti. «Sussiste a tutt’oggi non un difetto ma un eccesso di memoria... La memoria sembra dissociarsi dalla storia, strutturandosi come un complesso di narrazioni unificate dalla riflessione sullo statuto di vittima ed espungendo dal campo visuale e analitico quanto da quest’ultimo esula o residua… Questo fenomeno si incrocia, non casualmente, con l’inflazione di discorsi vittimistici che intasano la comunicazione politica odierna, laddove tutti ambiscono a qualificarsi come destinatari delle altrui vessazioni, sovrapponendo le proprie storie a quella storia. Il risultato è una cacofonia comunicativa, una babele di messaggi dove le vicende e i soggetti si fanno indistinti e indistinguibili, creando nessi di equivalenza che annullano aprioristicamente i diversi livelli di esperienza e quindi la comprensibilità della storia»4, opina Claudio Vercelli. Quale il rimedio? «Ripristinare il rappor to tra consapevolezza storica e coscienza civile...Ciò richiede il recupero del gusto alla critica radicale, la non acquiescenza intellettuale, l’inquietudine culturale, morale e politica poiché una società indifferente e “pacificata” deflette da quella funzione di trasmissione culturale tra generazioni che è alla base della sua stessa continuità»5. E chi meglio di un ar tista contemporaneo può incarnare «critica culturale, non acquiescenza intellettuale, inquietudine culturale, morale e politica»? Sol LeWitt, Untitled

Nel passare finalmente la parola ad alcuni artisti, mi piace iniziare con due lavori eloquenti di altrettanti modi di intendere la memoria, la relazione con la storia, l’attualità e il luogo. Il primo è Untitled di Sol LeWitt. Da americano che si rispetti, LeWitt detesta le rovine ma, come ebreo, sa che quelle del Tempio, verso cui volge ogni sinagoga della Diaspora, sono il più sacro dei luoghi. Sceglie il cuore della sinagoga, dove sono custoditi i Rotoli della Legge e ne decide la ricostruzione. Non si mortifica, però, nel mero ripristino filologico: assume infatti forma e dimensioni dell’originale per restituirlo con materiali e tecnica attuali. Non solo. Trasferendo il setto murario curvo all’esterno del recinto sacro, ne traduce la natura funzionale in quella artistica. Tra i protagonisti dell’arte minimalista, di un’arte cioè assolutamente autoreferenziale, fondata su strutture modulari ripetute serialmente, costruite industrialmente, prive di espressività individuale e manualità artigianale, con Untitled LeWitt non deroga al suo linguaggio: l’opera è una struttura modulare ma, nel 108


contesto della sinagoga, non può sottrarsi al confronto con la sua fonte di ispirazione. Pur nell’adozione dello stesso materiale, il mattone, lo stesso delle altre costruzioni del sito archeologico, la soluzione dell’artista portoghese Pedro Cabrita Reis è antitetica. Intorno alla possente quercia nel prato adiacente alla sinagoga, erige infatti un paesaggio di rovine: ventuno colonne grezze di mattoni e cemento con qualche inserzione sporadica di frammenti lignei. E Pedro Cabrita Reis, Untitled spiega: «Possono o non possono aver fatto parte di una costruzione e, vedendole, non è chiaro se siano state fatte da un muratore esperto e poi abbiano subito qualche evento brutale o siano state semplicemente vittime del trascorrere del tempo. O, forse, queste 21 colonne, fragili nella loro rozzezza, sono sempre state un relitto: uscite dalle mani dei loro costruttori alle soglie della vita hanno vissuto l’agonia della violenza e della speranza, nel tentativo di ricostruire un luogo e di reinventare la loro stessa memoria (opposta alla storia)»6. Parole inquietanti ed enigmatiche. Morte naturale o violenta di un insediamento? Oppure rovine ab origine, di provenienza ignota, con cui edificare un luogo? Nella seconda ipotesi, saremmo al cospetto non di una costruzione in rovina, vittima del trascorrere del tempo, ma di una costruzione di rovine; la rovina, cioè, quale materiale costruttivo, metodologia progettuale, metro poetico. Con una sola certezza: che la memoria, espressa dalla rovina, è «opposta alla storia». Se infatti quest’ultima, prosegue Cabrita Reis, è «una carovana nel deserto»7, con una rotta precisa e un sistema astronomico di riferimento, la memoria sono i suoi detriti, abbandonati lungo il tragitto, con cui l’artista costruisce un’altra storia, ondivaga e spaesata, precaria e temporanea.Tant’è che: «L’osservatore pensa di riconoscere quello che vede ma è incapace di determinare con precisione i contorni di ciò che riconosce. Restando con la sensazione di “mi sembra di conoscerlo” »8. Per Cabrita Reis, dunque, storia e memoria sono contrapposte: da un lato la rovina, il frammento, il residuo, la nostalgia, la precarietà, di cui si nutrono la memoria e l’opera d’arte, dall’altro il cammino progressivo e rettilineo della storia, intero e orientato. E non ha dubbi per chi optare: «Sono un raccoglitore di memorie... di misteri, di segni. È come essere in un uragano che risucchia tutto: case, tetti, macchine, cani e gatti. E quando il vento si placa, deposita tutta quella roba e va da un’altra parte, lasciando una sorta di sito archeologico... che noi ricostruiamo e formiamo nuovamente... Il mio lavoro non ha nulla a che vedere con l’autenticità, con l’essere se stessi, con l’unicità. È su ciò che rimane... Un desiderio profondo di sopravvivere, forse»9. Ci permettiamo di dissentire, preferendo l’integrazione all’opposizione. La memoria, ossia la testimonianza viva e personale del passato, è e deve essere una fonte preziosa per la storia, aprendola ad angolazioni inedite. L’opera d’arte è tanto più efficace e incisiva quanto più provoca uno scatto, una deviazione, rispetto al percorso storico che la precede e che rende la sua apparizione indispensabile, credibile e attendibile. Come il frammento, che conserva in sé il segno dell’intero e di chi l’ha creato e non deve anelare a ripristinarlo mendacemente, così l’opera d’arte contemporanea è per sua natura frammentaria, critica, libera e spregiudicata ma contiene in sé il germe e la consapevolezza della totalità cui appartiene. Così, al cospetto delle rovine del sito archeologico, frutto del trascorrere lineare del tempo, se LeWitt ne contrasta il decorso con una nuova costruzione, Cabrita Reis ritiene che un’opera contemporanea non possa che essere una rovina. 109


Quanto agli altri artisti, che hanno ormai raggiunto quota 30, possiamo raggrupparli a seconda dell’approccio al tema o al luogo. Alcuni focalizzano l’attenzione sulla struttura architettonica, soprattutto sullo scarto tra l’intero di ieri e il frammento di oggi. Commovente l’intervento di Jannis Kounellis che ripopola la Sinagoga con una moltitudine di esseri viventi. Una gabbia di ferro occupa due ambienti contigui; la sua altezza raggiunge la sommità delle quattro colonne che segnalavano un tempo il vano d’ingresso. La struttura, a tre piani, è allo stesso tempo imponente e leggera: ha l’ardire di chiudere uno spazio aperto da millenni ma anche la modestia di rispettarne le dimensioni originarie e, soprattutto, la visione globale che il suo stato di rovina consente da ogni punto. È abitata da una folla «multietnica» di uccelli, la cui dimensione, colore, valore variano con il procedere in altezza: al piano terra i pavoni, sfarzosi e vanesi; simbolo di immortalità, attributo di Giunone, personificazione della superbia, ricorrono nei mosaici di epoca ellenistico-romana e, soprattutto, in quelli bizantini. Gli abitanti dei piani superiori, invece, sono assai meno ricchi e sgargianti, il loro colore vira al monocromo, mentre la dimensione diminuisce progressivamente. Questa sorta di prospettiva rovesciata accentua la verticalità dell’opera, e non solo in accezione fisica: verticalità, infatti, è per Kounellis sinonimo di centralità, identità, concentrazione, contrario di orizzontalità, globalizzazione, dispersione. Ripopolare oggi la sinagoga, simbolo dell’esilio, conferma la validità e vitalità della Diaspora. «Nella antica Sinagoga di Ostia, Jannis Kounellis, Untitled la fantasia risveglia le tracce del passato e le fa rivivere. Le rovine si traJan Dibbets, Sinagoga Ostia Antica sformano in un edificio. I muri involucrano nuovamente lo spazio. Siamo ancora qui o eravamo già lì? La fata morgana si erge sulle fondazioni dei suoi stessi resti. Erriamo nella realtà e procedendo dritti attraversiamo i muri. Apri con grande attenzione le porte (che non esistono) e camminando in punta di piedi e in silenzio entra nello spazio infinito a perdita d’occhio. E osserva come, nonostante nulla sia rimasto, tutto sia ancora lì»10, commenta l’artista olandese Jan Dibbets a proposito di Sinagoga Ostia Antica. L’edificio, i muri, lo spazio cui allude non sono evidentemente né 110


quelli originari né la loro ricostruzione, ma l’idea di edificio, di muro e di spazio che, appena percepibile, consente l’azzeramento di distanze siderali e il dialogo tra passato e presente. Assunte le quattro colonne superstiti come unità di misura, Dibbets disegna alla loro altezza un perimetro aereo di foggia rettangolare ancorando fili elastici bianchi a quattro pilastri di ferro situati esattamente ai quattro estremi del campo. Altri due fili incrociati a X fungono invece da parete virtuale. Dibbets confronta così la realtà dell’edificio in rovina con quella originaria, ma astratta, mentale. L’artista tedesco Edward Winklhofer sceglie lo stesso spazio di Dibbets ma per occuparlo interamente con un’alta pedana di legno costruita a sua misura. Su di essa è tassativamente vietato salire: in un certo punto, infatti, sbuca una sega elettrica circolare che gira all’impazzata. È la sua altezza a decidere quella della pedana, che coincide così con il suo piano di lavoro. La sega gira a frequenza siderale: se da lontano è percepibile come suono, da vicino sibila con ostilità. «Questo oggetto spaziale», spiega l’artista, «s’incastra sul piano e si presenta alla coscienza come un disturbo allo status quo. La presenza della superficie richiama alla meEdward Winklhofer, Untitled moria palchi, piattaforme e supporti per rappresentazioni. Chi ci sale assume una parte. Il palco e la sega a disco si privano a vicenda della loro possibile funzione originaria. Non più a disposizione per un uso spensierato e superata una prima percezione di angoscia e pericolo aprono lo spazio alla memoria di feste e omelie, sorrisi e tragedie»11. Altri invitati optano invece per una porzione specifica di spazio, per un oggetto o un reperto. Susana Solano sceglie ad esempio il piccolo ambiente della sinagoga che ospita la vecchia ciSusana Solano, Letanas del Recuerdo sterna romana. Vi poggia accanto, al suolo, una lastra di marmo su cui incide solchi il cui andamento è libero ma la cui profondità e larghezza sono esattamente quelle delle strigilature che scandiscono la circonferenza della cisterna adiacente. Mentre un disco dello stesso marmo copre il pozzo all’altezza in cui iniziano le strigilature e la cui perfezione geometrica stride con il profilo irregolare e corroso dal tempo del reperto. Quei solchi accoglieranno l’acqua piovana, come quelli sulle grosse pietre che punteggiano il percorso dall’ingresso degli scavi alla sinagoga, gli stessi che ispirano Letanìas del recuerdo di Solano. Gianni Caravaggio è il primo a intervenire Gianni Caravaggio, Lo stupore si rinnova ogni giorno nell’ambiente che ospita i resti del forno dove, du111


rante la Pasqua, si cuoceva il pane azzimo. Proprio all’interno di esso colloca Lo stupore è nuovo ogni giorno(manna). Una lastra di vetro di Murano dal bordo frastagliato è forata secondo la costellazione del momento della nascita dell’artista. Cospargendo la superficie di sabbia di quarzo e sollevando la lastra come fosse una conchiglia, la polvere bianca penetra attraverso i fori e disegna sulla terra la stessa costellazione. Quella che altrove è una semplice lastra di vetro che esprime, attraverso la costellazione della nascita dell’artista, lo stupore dell’origine della creazione, assume in questo luogo specifico significati supplementari, evocando nella sua forma la sottigliezza del pane azzimo, nel biancore della polvere di marmo la manna che pioveva dal cielo durante l’esodo attraverso il deserto. Numerosi artisti lavorano invece sul o con il frammento. Come Giulio Paolini, che lo impiega costantemente soprattutto come esito della frammentazione di calchi di statue antiche. Se la statua classica è infatti l’espressione più compiuta di opera d’arte, i suoi frammenti esplicitano l’impossibilità per l’artista contemporaneo di raggiunGiulio Paolini, Scrittura privata gere quella compiutezza ideale. Impossibilità dolorosamente denunciata anche da Kounellis quando dichiara: «Ricerco, in frammenti (emotivi e formali), la storia dispersa. Ricerco in modo drammatico l’unità, seppure difficile a cogliere, seppure utopica, seppure impossibile e, perciò, drammatica. Ma, a Ostia, Scrittura privata affida per la prima volta i suoi frammenti a un luogo di rovine: sessanta, come i sessanta minuti dell’ora, sparsi su un’area di sessanta metri quadrati. Su di essi l’artista scrive, con inchiostro indelebile, un testo «a memoria». Illeggibile perché frammentario, sarà anch’esso in balia del tempo e delle intemperie. Due i riferimenti suggeriti da Paolini: altri frammenti, come le Rovine della Biblioteca di Pergamo o quelli del vaso cinerario della contessa Lodovica Callemberg di Antonio Canova, oppure immagini del tempo, quali L’enigma dell’ora di De Chirico, che sottotitola l’opera. Anche Invisibile di Giovanni Anselmo è un frammento: poggia all’esterno della sinagoga, tra altri frammenti antichi, ma dissonante per forma, dimensione e colore. Opera d’arte moderna e attuale, non si mimetizza ma si confronta con l’esistente. Volge a est, verso Gerusalemme, assecondando l’orientamento della sinagoga. «La maggior parte della realtà è invisibile e sono le cose visibili a darci la possibilità di desumere l’invisibile. Analogamente all’opera “invisibile” in cui l’invisibile si rivela contiguo Giovanni Anselmo, Invisibile al dato visibile, la visione delle vestigia della 112


Sinagoga induce a evocare e a immaginare l’invisibile di altri momenti»12, dichiara Anselmo, forse l’artista che ha espresso più emozione, sgomento e senso di inadeguatezza al cospetto del luogo. Un parallelepipedo di marmo nero d’Africa reca incisa la scritta «visibile». Il blocco non è intero ma tagliato su un lato; presuppone infatti una porzione invisibile, infinita e incommensurabile, quella che rende l’opera completa ma «invisibile». «Ho voluto

Daniel Buren, Transmutation d’une mosac l’autre, travail in situ

creare un’opera invisibile. Se voglio, però, verificare l’invisibile, ciò è possibile solo mediante il visibile. Se voglio materializzare l’invisibile, questo diventa immediatamente visibile. L’invisibile è quel visibile che non si può vedere»13. Come il frammento rispetto all’intero. Sui frammenti musivi ragionano invece il francese Daniel Buren e l’israeliano Gal Weinstein. Invitato nella sinagoga di Delme nel 1997, dichiara Buren: «Per me si tratta di un luogo vuoto dove tutto è possibile e ciò che mi interessa è trasformarlo facendo qualcosa che potrebbe superficialmente essere scambiato per blasfemo, anche se non capisco come potrebbe essere blasfemo qualcosa in un luogo non più adibito ad alcun culto. Pur senza rinnegarla, la memoria racchiusa nel luogo mi interessa meno di ciò che oggi l’architettura può comunicarci come fonte di luce. Nella ex-sinagoga di Delme, mi sento particolarmente leggero e libero. Non mi sento paralizzato da alcun peso religioso del passato e ancor meno del presente»14. Attitudine confermata al cospetto delle rovine di Ostia. I resti di un antico mosaico bicromo, come i tanti cosparsi nelle aule ad attestare il fertile scambio con il mondo romano, sono assunti da Buren come inizio e ragione del lavoro. A partire da essi, infatti, costruisce un nuovo tappeto musivo, a misura dell’aula, bianco e nero come l’esistente ma di marmo lucidato, volutamente dissonante. Non solo. Caso vuole che la striscia del mosaico esistente che Buren continua nella cornice che cir113


coscrive il «suo» mosaico sia larga cm. 8.7, esattamente come quella che dal 1965 l’artista assume come «strumento visivo» per ogni lavoro «in situ»: priva di spessore plastico, vive in simbiosi con i luoghi che la espongono. Infine, come il titolo “Transmutation”, d’une mosaïc à l’autre, travail in situ, Synagogue, Ostia Antica, 2008/2009 esplicita, il disegno a scacchiera del nuovo mosaico è mutuato da quello di un frammento bicromo situato nell’aula adiacente. Alla relazione fisica, di contiguità, tra il mosaico antico e quello contemporaneo, Buren aggiunge così quella mnemonica con qualcosa fisicamente assente ma prossimo e verificabile. Blaster è il mosaico realizzato da Weinstein in prosGal Weinstein, Blaster simità del recinto della sinagoga, ancora più vistosamente dissonante di quello di Buren da quelli circostanti. Piastrelle dai colori squillanti dialogano infatti con le tessere bicrome dei mosaici romani contigui. Ai motivi astratti, meramente decorativi dei mosaici originali fa da contrappunto un motivo parimenti astratto ma che rappresenta il cratere di una bomba, tratto da un manuale di immagini virtuali.«L’oggetto si comporta come un parassita o un camaleonte. Tenta di assumere l’identità del luogo cambiando pelle e acquistando ‘corpo’ attraverso un materiale reale»15. La sinagoga, cioé, luogo pregno di storia e di memoria, offre la sua identità a un’immagine che ne è priva. Di contro, il disegno astratto del cratere di una bomba elaborato dal computer, realizzato in quel luogo, diviene drammaticamente reale ed evocativo, il simbolo della distruzione di quell’identità e di quella memoria da lei stessa assunte per esistere. Nel passaggio dalla virtualità dell’immagine alla realtà dell’oggetto, poi, se i colori artificiali si traducono nei toni accesi della ceramica, l’immediatezza della elaborazione tecnologica si rallenta nel processo laborioso di costruzione del mosaico. Maurizio Mochetti e Cesare Pietroiusti lavorano invece sui meccanismi della memoria. Processo di paragone Amore e Psiche del primo consiste di due calchi di una statua mutila raffigurante appunto Amore e Psiche e conservata nel museo ostiense. Poiché i due calchi sono disposti in luoghi lontani, uno nei pressi della Sinagoga, l’altro del Campidoglio, il loro paragone ha luogo solo «a memoria». Non si avrà mai la certezza della uguaglianza o solo della somiglianza tra i due calchi. Un giorno qualunque di Pietroiusti è invece «un esercizio di memoria a breve termine. È possibile, e che cosa praticamente significa ricordare, nel termine di tempo più breve, gli atti che si compiono durante una giornata? Se il memorizzare implica un esercizio di auto-osservazione e una successiva possibilità di riutilizzo del ricordo, quante cose posMaurizio Mochetti Processo di paragone Amore e Psiche siamo ricordare di quello che facciamo? A quale 114


livello di dettaglio possiamo por tare un tale esercizio?»16 Se la memoria implica il “come” e “cosa” ricordare, Pietroiusti sposta l’attenzione sulla memoria come possibilità di immagazzinare dati. Registratore alla mano, annota tutti i micro fallimenti tra le 6.30 e le 21.00 di un giorno qualunque, tutti i gesti, pensieri e azioni che non è riuscito a compiere. La memoria, ci avverte l’artista, va allenata non solo sui grandi eventi ma anche su quelli apparentemente insignificanti; non solo sugli errori e le dimenticanze degli altri ma anche sulle proprie. Un ultimo gruppo di artisti si assume infine il rischio di cimentarsi con il tema della Giornata della memoria, della Shoah, del carattere ebraico del luogo, persino della relazione tra Diaspora e Israele. «Quelle porte per ognuno si aprivano una volta per tutte. Si entrava e non si usciva o si usciva e non si rientrava più», spiega Massimo Bartolini con riferimento ai cancelli di Auschwitz. E Apertura titola infatti il suo intervento che sceglie un cancello adiacente alla sinagoga, lungo il recinto degli scavi. Di servizio, è attivato di rado, e solo da personale addetto. «La porta rende permeabile un luogo progettato per essere impermeabile, se una porta si apre e si chiude è una porta aperta e il luogo permeabile». Bartolini ne manomette il meccanismo senza sostituirlo; esaspera quello esistente, intimandogli di aprirsi e chiudersi in continuazione. «La porta è disattivata, istupidita attraverso l’accelerazione del ciclo di aperture – chiusure: il lavoro che dovrebbe fare in un anno lo fa in un giorno. La chiusura per essere deve essere per sempre, l’apertura un attimo». «Disattivare iperattivando – aggiunge –, forse in Occidente non siamo ancora così iperattivi da disattivarci e fare sì che il mondo altro entri». La poetica di Bartolini si fonda sul sovvertimento di funzioni, codici e significato degli elementi messi in gioco, in primis spazi abitati come le stanze, in primis porte e finestre. Ostia non fa eccezione: se il cancello chiuso allontana i visitatori dalla sinagoga, nel piccolo sabotaggio di Bartolini essa diventa perennemente accessibile. L’arte, vuol forse dirci, si adopera per l’apertura e il dialogo. «Una porta come quella fatta per star chiusa e che invece continuamente si muove si presenta come uno sbaglio, come una architettura sabotata, istupidita, umoristica e inquietante. Mi viene in mente che questa porta permetta il passaggio a persone e cose invisibili»17. Quella porta impazzita allora è come un miraggio, della libertà sognata dai prigionieri del campo ma anche da tutti gli esseri umani vittime di sopraffazioni e ingiustizie, di convenzioni e conformismi. Auschwitz come emblema di discriminazione, persecuzione e sterminio. Sorprendente The ReCollection Mechanism, l’installazione ipogeica dell’artista tedesco Arnold Dreyblatt, in occasione della prima edizione Una griglia di filo metallico, sospesa in uno spazio completamente buio, costruisce un enorme rotolo che si avvolge su se stesso. I testi tratti da Who’s Who su di essa proiettati appaiono magicamente sospesi nello spazio. Non solo. Il pubblico partecipa alla ricerca, effettuata da due computer, di parole e nomi sul database che, una volta identificate, vengono Arnold Dreyblatt, The ReCollection Mechanism lette ad alta voce. Il lavoro è di grande im115


patto visivo ed emotivo: il «documento» diventa «monumento», ma immateriale e mutevole, un vuoto animato da testi e voci. Nel 1985 Dreyblatt trova per caso, in un negozio di libri usati di Istanbul, una copia di Who’s Who in Central & East Europe 1933, un dizionario biografico di 10.000 voci: ecclesiastici, diplomatici, impiegati, tecnici, educatori, militari, industriali, giornalisti, pittori, scultori, scrittori, di varia provenienza, dall’Albania all’Estonia, dalla Turchia alla Finlandia alla Grecia, dall’Austria alla Lituania a Danziga. Pubblicato nel 1934 a Zurigo, racconta un mondo praticamente scomparso. Il 1933 è del resto uno spartiacque nella storia tedesca ed europea, come lo sarà il 1989, data di pubblicazione del censimento successivo, Who’s Who in the Socialist Countries of Europe, fotografia di un altro mondo in via di estinzione. Questo imponente Libro della memoria diviene da allora l’ossessione di Dreyblatt. Seleziona 765 voci, soprattutto quelle dimenticate o «non più famose» e con esse costruisce un «ipertesto», una sorta di «visita guidata in un’architettura di informazioni biografiche». «Il mio intento non era di riscrivere la storia ma di reinventarla, nel senso di rivitalizzarla attraverso la partecipazione attiva dell’utente e del pubblico» di non confinare dunque la memoria nel passato ma di declinarla al presente. Come nell’esegesi rabbinica della Bibbia, Dreyblatt, senza alterare minimamente il testo originale, lo commenta, discute e reinterpreta senza fine. Redige così un nuovo Who’s Who, in ordine alfabetico come l’originale, ma tematico. Esso costituirà il fulcro di tutti i lavori successivi, combinato con altro materiale, a costruire una sorta di «archivio sugli archivi» in progress che, dopo sette anni, conta già al suo attivo oltre 500 pagine fra testi e fotografie. Tutte le installazioni di Dreyblatt hanno carattere interattivo: si fondano su testi, che abbandonano però l’univocità della pagina per divenire architetture reali o virtuali, consultabili al computer o proiettate su schermi di dimensione ambientale. «La memoria non è solo questione di tempo», spiega, «ma anche di spazio per il ricordo e l’archivio. I testi sono anche immagini, oggetti, informazione»18,. Come forse per Sol LeWitt, anche per Lawrence Weiner le rovine sono un cimitero. Ignoti Nulla Cupido, 4000 monete tutte uguali, sono disseminate tra i resti della sinagoga senza un ordine precostituito. E commenta: «Nella tradizione dei cimiteri ebraici (e le rovine della sinagoga Lawrence Weiner, Ignoti Nulla Cupido funzionano come un cimitero), lasciare le pietre sulla tomba testimonia una visita, un passaggio.Vogliamo lasciare una traccia della nostra visita sparpagliando tra le rovine migliaia di monete perché i visitatori possano trovarle e prenderle. Cadute quasi dal cielo, non si riferiscono che a se stesse e perciò sarà come inciampare in qualcosa che non è più lì»19. Come Dibbets, come Anselmo, anche Weiner affida al minimo dell’ingombro fisico l’evocazione dell’invisibile. Plurime le suggestioni. Le monete, intanto, recano a rilievo alcune scritte che ne assecondano il profilo, sempre le stesse, in italiano su una faccia, in inglese sull’altra. Concernono la memoria, dunque la conoscenza, senza la quale, avverte il titolo, non vi è esistenza. Sotto l’arco di Ignoti Nulla Cu116


pido tre scritte più piccole recitano: messo sotto i piedi; sistemato dietro gli alberi; slegato dagli ormeggi. Tre azioni di sottrazione e nascondimento ci avvertono nuovamente che “fuori dalla vista fuori di testa, che senza vista non c’è conoscenza dunque memoria”. Vista, conoscenza e memoria sono così per Weiner indissolubili. La scelta delle monete non è casuale: distribuite nell’erba, mimetizzate tra le rovine, infiltrate negli interstizi dei muri, appartengono al luogo come reperti; senza firma né data, celate dal fango, velate dalla pioggia, sembrano lì da tempo immemorabile. Imbattersi in esse è una sorpresa e appropriarsene, anche se consentito, è atto furtivo, imMarco Bagnoli, La Voce barazzante e colpevole. Weiner sa che la memoria non ha bisogno di monumenti ma, come il sassolino sulla tomba e le monete nella sinagoga, di piccoli gesti, non unici ed eclatanti ma ripetuti con ritualità. Le monete prelevate sono subito rimpiazzate, fino a esaurimento, a fine mostra, a compimento del «passaggio del testimone» dall’oggetto al soggetto. Del resto, la radice ebraica della parola «pietra» è la stessa delle due parole che indicano padre e figlio. Posare una pietra, cioè testimoniare, è dare continuità, trasmettere da una generazione all’altra. Forse, tra mille anni, qualcuno troverà una moneta nascosta nella sinagoga e si chiederà da chi e quando è stata posata. Un pò come le rovine di Cabrita Reis. Marco Bagnoli osa invece insediarsi per primo nell’aula più sacra della sinagoga e, in essa, nel luogo più sacro che custodiva i Libri. Una imponente scala in ferro s’innalza in diagonale dal rudere di una colonna a terra alla sommità di una delle 4 colonne originarie superstiti. Come quella vista in sogno da Giacobbe, e come la voce, che titola il lavoro, la scala di Bagnoli si allarga nel procedere verso l’alto. Pur costruita secondo la prospettiva centrale, è ribaltata: il punto di fuga, nel terreno, non coincide con il punto di vista, alla sommità della scala. Sulla scala di Bagnoli si può salire e scendere, lungo 36 gradini, anch’essi in prospettiva: il loro avvicinarsi e allontanarsi è deciso dal punto di distanza. Sui montanti sono dipinti con vernice bianca i 72 nomi degli angeli in ebraico, 36 a salire, 36 a scendere. Gli stessi scanditi dalla voce emessa da un vaso di ceramica rosso collocato al centro dello scrigno con i Libri. Il lavoro di Bagnoli è tra i più eloquenti dello scambio biunivoco tra opera e luogo. Già proposta infatti dall’artista in altri contesti e con altre Maria Nordman, Una Fuga fogge e materiali, la scala assume nella sinagoga un 117


significato ulteriore: associata inevitabilmente a quella di Giacobbe visualizza la relazione tra alto e basso, tra divino e umano, tra la visione prospettiva e quella policentrica. «Una fuga. Un progetto per musicisti, da quattro a otto, appartenenti a diverse culture: siedono in circolo e intrecciano composizioni e testi sulla genesi della vita. La musica inizia sotto il cielo, vicino a un luogo che la storia racconta essere sacro»20: così Maria Nordman annuncia il suo intervento straordinariamente intenso e toccante. La mattina del 27 gennaio 2005, freddissima e con qualche fiocco di neve, cinque musicisti, seduti nella Sinagoga intorno al tappeto musivo romano, suonano in alternanza simmetrica brani di musica persiana, yiddish, turca, ebraico sefardita e rom. Attacca quello seduto più a est, verso Gerusalemme; gli altri si aggiungono a intervalli cadenzati e prestabiliti, originando una partitura per quel momento e per quel luogo. Irripetibile, il concerto non è né registrato né fotografato; resta nella memoria di chi lo ha ascoltato dal vivo. Perché l’arte, per Nordman, è creazione di occasioni di incontro. Dicevamo come la relazione tra Diaspora e Israele, tra Fabio Mauri, La Resa popolo e stato, nettamente distinti ma con un legame privilegiato, esattamente come quello di ogni sinagoga con i resti del Tempio di Gerusalemme, sia fonte inesauribile di fraintendimenti ed equivoci. Fabio Mauri, artista di rara cultura e sensibilità, recentemente scomparso, ha lavorato a lungo sul fascismo e la questione ebraica con performances ormai famose come Ebrea e Che cosa è il fascismo. A Ostia, si assume il rischio di un lavoro come La resa che, per il titolo, l’oggetto e la posizione, genera incomprensioni, polemiche, anche reazioni sdegnate. Una bandiera bianca issata su un alto pennone, fissata a una base solida ma flessibile, sventola sul campo antistante la sinagoga, visibile anche dal cuore del Campidoglio. Immediatamente decifrabile, quel segno è qui fortemente enigmatico: la resa di chi? Contro chi? Quando ogni segno di battaglia è cancellato dal tempo, riassorbito dalla quiete atemporale delle rovine. Ma scorrendo il testo di corredo all’immagine, troviamo un riferimento esplicito, se pur discreto e poetico, a «l’ombelico nudo delle ragazze che si fanno saltare in aria» e al «vecchio con trecce e cappello che prega e dondola nello smarrimento dell’assenza temporanea di Dio», due antagonisti, cioé, due generazioni, l’una con un futuro di disperazione, l’altro con un passato di sofferenza, che consumano la loro vita in una guerra spietata pensando di «onorare nobili cause» ma costruendo in realtà solo «terrificanti conclusioni, per i presenti e i futuri»21. Se il ripopolamento della sinagoga a opera di Kounellis e la ricostruzione dello scrigno dei Libri decisa da LeWitt sono interventi festosi, vitali, ottimisti e costruttivi che ribadiscono la funzione irrinunciabile della sinagoga, dunque dell’esilio e della cultura europea, La resa affronta l’altro scenario, ma solo per denunciare con modestia e profonda onestà la difficoltà di giudicare e parteggiare. Una condizione davvero insolita per Mauri che così si definisce: «Io non sono ebreo, né figlio di ebrei. Ho desiderato anche di esserlo. Mi sento ebreo ogni volta che patisco ingiusta discriminazione». E ancora: «il termine ebreo come definizione per l’ar tista stesso. Il termine ebreo significa per me conservare il senso segreto di una remota appartenenza al senso della Storia. Dare del tu ad Abramo, se possibile, accompagnati per mano su per il monte»22. 118


J. Kounellis in Un uomo antico, un artista moderno, pubblicato come Un hombre antiguo, un artista moderno, in “Vardar”, n. 2, febbraio 1982, pp. 1-2. 2 Y. H. Yerushalmi, Zakhor, Pratiche Editrice, Parma 1983, p. 30. 3 G. Wajcman, L’objet du siècle, Editions Verdier, Lagrasse 1998, p. 13. 4 C. Vercelli, Dieci tesi sull’uso pubblico della Shoah, in «Ha Keillah», n. 5, dicembre 2000, p. 18. 5 Ibid., p.19. 6 P. Cabrita Reis, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 2”, in cat. mostra, Sinagoga di Ostia Antica, 27 gennaio-15 marzo 2005, Incontri Internazionali d’Arte, Roma 2006, pp.23-24. 7 Id., in M. Tarantino (ed), Pedro Cabrita Reis, Hatje Cantz Publishers, Ostfildern-Ruit, Germany, 2003, p. 166. 8 Ibid., p. 98. 9 Ibid., p.62 10 J. Dibbets, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 4”, in cat. mostra, Sinagoga di Ostia Antica, 28 gennaio-25 marzo 2007, Incontri Internazionali d’Arte, Roma 2007, p.40. 11 E. Winklhofer, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 2”, in cat .mostra cit., p. 53. 12 G. Anselmo, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 4”, in cat. mostra cit., p.53. 13 Id., in B. Merz e W. Guadagnini (a cura di), Giovanni Anselmo, cat. mostra, Galleria Civica, Modena, maggio-luglio 1989, hopefulmonster, Torino 1989, p. 26. 14 D. Buren, in C.Charpentier(ed.), La Synagogue de Delme expositions de 1993 à 2007, le presses du réel, Dijon »»»2008. 15 G. Weinstein, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 1”, in cat. mostra, Scavi di Ostia, 16 ottobre-30 novembre 2002, Incontri Internazionali d’Arte, Roma 2002, p.55. 16 C. Pietroiusti, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 2”, in cat. mostra cit., p.50. 17 M. Bartolini, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 4”, in cat. mostra cit., p.48. 18 A. Dreyblatt, in Hypertext and Memory in Performance and Installation,in “Communication Review, vol. 2, n. 1, 1997, s.p. 19 L. Weiner, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 4”, in cat. mostra cit. , p.61. 20 M. Nordman, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 2”, in cat. mostra cit., p. 46. 21 F. Mauri, dichiarazione rilasciata in occasione di “Arte in memoria 1”, in cat. mostra cit., p. 72. 22 Id., «The Jewish and Myself», conferenza tenuta all’Istituto di Cultura Italiano, Londra 1995, p. 4. 1

119


Berlinesi Aldo Zargani, scrittore Vive in tre stanze della vecchia Milano un’antica signora, alta, diafana e bella, profilo di cammeo e figura sottile. È tedesca di Berlino, ma anche di Terezin, Auschwitz e Bergen Belsen. Ebrea. Non parla più la sua lingua dal 1945 per mite vendetta, ma ha conservato in questi lunghissimi anni una spiccata cadenza berlinese. È inflessibile con la sua antica Patria e non ne vuol neppure sentir parlare ma un giorno mi fece questo strano racconto: “Mi trofavo in villeggiatura al mare, creto all’isola del Giglio, oh! Che belissimo posto! E prendevo i pasti di fronte a un’immensa specchiera con la cornice dorata che rifletteva, inclinata, la grande sala piena di sole e signori allegri e spensierati. Purtroppo anche turisti teteschi. E quattro, creto padre, madre e due figlie grandicelle, cvasi signorine, forse carine ma non so, sedevano proprio accanto al mio tavolo solitario. Parlavano fitto e allegri nel loro dialetto berlinese che tu, per fortuna, non conoscerai mai, cvale orore!, ma ogni tanto guardavano me sola al tavolo perché, mistero delle lingue e della psiche umana, capivano che capivo. E io invece ero muta e paralizzata come una sfinge eghitzia, atteggiamento che non mi è difficile, come sai bene tu… Più passavano i giorni, più guardavano me: uno diceva una battuta nella loro orribile parlata e poi subito tutti e quattro, coltello e forchetta in mano e bocone mezzo in bocca, mezzo no, mi guardavano. E io gli facevo Ammurabi. Di pietra. Siamo andati così splendidamente fino al decimo giorno, cvando loro dofevano ripar tire per la loro tana, e in quel momento, era cena mi ricordo, le tende che volavano per la dolce brezza del mare, si sono alzati tutti e quattro d’improvviso e m’è successa la cosa. Non chiedermi di definirla, quela cosa, perché non ho parole per lo spavento e ancora il batticuore. Sono venuti al mio tavolo di due passi, perché tanti ne bastavano, mi hanno circondata, e il capo di quella famigliuola (famigliuola, hai visto come mi migliora l’italiano?) mi ha detto sorridendo, mentre sorridevano tutti e quattro in dialetto berlinese: ‘Ma infine ce lo confessi, signora, ce lo confessi, ci dica chi è. Forse è la principessa Anastasia?’ Senza alzare mio sguardo dal piatto, ho risposto nel loro maledetto dialetto: ‘Non sono principessa, non sono Anastasia, sono berlinese, come voi, ma anche di Terezin, Auschwitz e Bergen Belsen. Prego, tornate al vostro tavolo’. E quando per forza ho alzato gli occhi e li ho visti tutti seduti, mi sono accorta con orrore di una cosa spaventosa: lo sai cosa facevano cvelli là? Neppure puoi immaginare. Cvegli infami piangevano.” Questo è l’amaro racconto della principessa Anastasia. Racconto di lacrime amare. Ma gli Hitler vanno e vengono e il dialetto berlinese resta. 121


Anni dopo, mentre con mia moglie passeggiavo felice a Berlino sulla rutilante Ku’damm, ci siamo infilati in un breve vicolo, di quelli strani che non finiscono mai di stupirmi, con tutti i palazzi intatti come se non fossero esistiti i bombardamenti del 1944: bovindo, cuspidi aguzze, rimpianto ottocentesco del gotico. Su un marciapiede dell’oasi superstite si faceva vedere una meravigliosa fanciulla, di quelle molto, molto poco serie. Il visino impudico da spavalda berlinese prometteva revival di voluttà da Repubblica di Weimar. Il corpo traspariva da un body attillato come una seconda pelle, di quel bianco perla che, non si sa perché, eccita le feticistiche aspirazioni di noi maschietti. Il body era ornato ai polsi, al collo, alle caviglie di sottilissima pelliccia di leopardo, spero falsa. Calzava scarpe con tacchi vertiginosi e adornava la caviglia ignuda con una sottile collanina d’oro. “Falle una foto! Subito!” gridai, e Elena alzò di scatto la mostruosa Nikon F2 per centrare la donna leopardo. Lei sostiene di non averla neanche vista. È sincera, di solito. Ma come posso crederla cieca di fronte a tanto oltraggioso splendore? La ragazza si irritò non poco di fronte al nostro abusivismo pornografico, il volto si trasformò da lusinghiero in adirato e cominciò a inveire in dialetto berlinese con tanta veemenza che, girando subito i tacchi, tentammo, sotto la cascata di incomprensibili parole, di riguadagnare immediatamente la confortevole, borghese Ku’damm, fin du ventième siècle, scappando dall’impudica e aggressiva Repubblica di Weimar. Accanto a noi camminava una signora non giovane dell’alta società della Capitale di tutti i Reich e di tutte le Repubbliche democratiche, popolari o no che siano state. Cominciando dalle scarpe, che erano a mezzo tacco, quasi maschili, poi proseguiva con un loden di taglia femminile e terminava con un cappelluccio con una piuma, elegante e raffinato. Come il volto che manteneva la sua nobiltà mentre rideva in silenzio, rideva tanto che le sgorgavano lacrime dagli occhi. Appena raggiunta la Ku’damm, dietro l’angolo, ormai al sicuro dal tiro micidiale dell’apparizione licenziosa, ci strinse tutti e due per le spalle e ci disse in inglese, riconoscendoci connazionali d’intelletto: “Che peccato che non conosciate il nostro meraviglioso dialetto! Non saprete mai, purtroppo, gli straordinari insulti che vi ha regalato!” e si allontanò, continuando a ridere, la Baronessa di Munchausen, agitando le mani guantate di pelle sottile per manifestare il suo entusiasmo. “Ecco l’Europa, ecco la sua Capitale abusiva, questa non è una mattinata qualunque” e ridevamo di ciò che non avevamo compreso, ma capito. “Ich bin Berliner”

122


DIDATTICA


Memoria e didattica Liliana Di Ruscio, Fnism Roma e Regione Lazio Sandra Terracina, Progetto Memoria Non c’è dubbio che, se la vigilanza degli storici, del pubblico e delle istituzioni democratiche, dovesse allentarsi, tutta la mostruosa macchina nazista sarebbe scagionata e il ribrezzo che in tutta Europa perdura nei riguardi dei regimi totalitari tenderebbe a sparire. Per questo, è importante compito nostro, di noi ebrei, di noi superstiti, di noi europei democratici ed antifascisti, non permettere a questa insolenza di prevalere. Se il mondo potesse essere convinto che Auschwitz non è esistito, costruire un secondo Auschwitz sarebbe più facile, e nulla assicura che divorerebbe solo ebrei Primo Levi, 1982 Dieci anni fa, la FNISM di Roma e Lazio e il Centro di Cultura Ebraica di Roma, avevano organizzato, insieme per la prima volta, un convegno per docenti per non dimenticare la promulgazione delle leggi razziali, avvenuta sessant’anni prima. Al convegno aveva fatto seguito, come necessaria integrazione, un incontro tra studenti delle scuole romane e alcuni testimoni, I ragazzi del 1938, e, possiamo dire di essere stati quasi dei pionieri nell’utilizzare una modalità didattica divenuta ormai consueta. Ricordiamo le difficoltà nel convincere alcuni dirigenti scolastici di quanto fosse importante far uscire i ragazzi dalla scuola in modo che potessero condividere un’esperienza stimolante con altri studenti della loro età; ma, terminato l’incontro, i testimoni sono stati circondati e riempiti ancora di domande da parte dei ragazzi, che li hanno seguiti fuori dalla scuola, facendo capannello per strada e rivelando quasi un desiderio di vicinanza fisica, un voler superare lo sgomento di quanto appena ascoltato, sull’amarezza di essere stati cacciati dalla scuole, l’umiliazione di non essere più considerati cittadini di un paese che era il loro paese da secoli. Oggi dobbiamo dar atto che alcune circostanze sono cambiate. Mentre, da una parte, l’istituzione del Giorno della Memoria ha facilitato la conoscenza dei contenuti delle leggi antiebraiche e di cosa siano stati l’antisemitismo e le persecuzioni razziali nel periodo fascista, dall’altra, proprio il ripetersi di episodi di razzismo e antisemitismo rendono evidente che molto altro lavoro è ancora da fare. La questione è forse anche più complessa: se per molti anni c’è stato un grande silenzio su questi temi, ora da varie parti si sta costruendo un preoccupante processo di delegittimazione. Altrettanto preoccupante è la mitizzazione della Shoah, perché una superficiale collocazione storica, ha, in definitiva, lo stesso effetto di una delegittimazione. È chiaro che questo processo si ripercuote sul mondo della scuola creando un problema oggettivo: è necessario pertanto un ragionamento accurato. Quasi un bilancio L’istituzione del Giorno della Memoria ha in qualche modo formalizzato una modalità di lavoro che già la Sezione Fnism - Roma e Regione Lazio, il Centro di Cultura Ebraica di Roma, il CDEC e, ormai da sei anni, il Progetto Memoria hanno portato avanti insieme con e per le scuole. Certamente, dopo l’entrata in vigore della legge, c’è stata maggiore organicità nelle iniziative e ciò ha positivamente inciso nella qualità e nel confronto con realtà scolastiche molteplici e diverse tra loro. 125


Da questa ricca esperienza emergono una serie di punti sui quali riflettere, a partire da posizioni e ragionamenti presenti nel mondo della scuola, anche per confortare le preoccupazioni di coloro che temono una “saturazione” rispetto ai temi dei quali ci occupiamo. Alcune considerazioni sono essenziali per proseguire e rinnovare il nostro impegno con gli insegnanti e gli studenti, in modo sempre più proficuo ed incisivo: ogni incontro nelle scuole ha infatti prodotto domande, perplessità, indicazioni, proposte ed anche contraddizioni. Con questa lunga introduzione, quasi un bilancio, intendiamo analizzare ed esporre le intenzioni e le motivazioni con cui abbiamo lavorato e con cui vorremmo continuare ad agire a fianco delle scuole, con un approccio propositivo, per dare un senso di fattibilità e concretezza, qualità che rispecchiano il modus operandi dei docenti. L’obiettivo principale è cooperare, coadiuvare gli insegnanti nell’impegno per una continua riqualificazione professionale, mettendone in risalto il ruolo di protagonisti nell’azione didattica, l’essere intellettuali attivi e responsabili. La scuola è infatti un grande laboratorio di idee e di ricerca, che si rinnova continuamente. La nostra prospettiva di agire è tesa a valorizzare la professionalità docente “orizzontale”, quella che si realizza con il lavoro nelle classi. La scuola deve essere sopratutto luogo di conoscenza e il conoscere è ricercare, soddisfare l’esigenza di trovare il perchè delle cose, degli eventi, delle idee; comprendere significa saper attribuire un significato all’appreso. L’educazione consiste nel dare significato, in un contesto culturale preciso, “il significato di qualsiasi fatto, di qualsiasi proposizione o incontro è relativo alla prospettiva o al quadro di riferimento nei cui termini viene interpretato“.1 La nostra finalità è per tanto quella di raggiungere un apprendimento che “…è l’acquisizione, basata sull’esperienza, di mutamenti, relativamente duraturi, del comportamento”. 2 È necessario chiarire quali problemi si presentano ora, quali modalità, quale impostazione utilizzare affinché il lavoro sulla memoria non sia ridotto a ritualità commemorative o a ricerche semplicistiche e finalizzate solo all’esigenza della tesina per l’esame di stato. Il Giorno della Memoria deve essere occasione di studio e di riflessione critica, inserito nel curricolo scolastico complessivo, non limitato alla celebrazione o al ricordo di una giornata. Non riteniamo utile restringere i docenti in percorsi e scadenze troppo definiti, ma piuttosto, interagire con una scuola-laboratorio: confrontarci, sicuramente con più fatica e rischio, con le richieste e le esigenze delle singole scuole, collaborare con gli insegnanti, incontrarli per realizzare il percorso didattico che loro intendono realizzare per gli studenti della loro classe, per la loro scuola, nella quale operano e della quale conoscono il contesto sociale e culturale. Il futuro dell’istituzione del Giorno della Memoria sta, secondo la nostra esperienza, nella possibilità concreta di coinvolgere le nuove generazioni e i docenti in percorsi didattici realmente propositivi e aperti alla costruzione di un apprendimento consapevole, finalizzato alla formazione di cittadini attivi, consapevoli dei principi fondamentali della nostra Carta Costituzionale.

126


Un problema su cui confrontarci: il rapporto degli studenti con la Memoria La richiesta di organizzare il Giorno della Memoria da parte degli insegnanti ha spesso come finalità anche quella di risvegliare curiosità e interesse negli studenti verso lo studio e la conoscenza del passato. In realtà, il disinteresse non va mai sottovalutato, non va inteso solamente come poca passione per uno studio complesso come quello delle discipline storiche, ma rivela una problematica che riguarda, molto più che nel passato, le nuove generazioni e che ha radici piuttosto profonde e complesse da analizzare. La questione esiste, ne dobbiamo tener conto e non è di facile soluzione. Gli insegnanti, quasi come comune denominatore, hanno evidenziato spesso tale problema come prioritario, preoccupati dalla crescente superficialità e distacco che gli studenti manifestano nei confronti della memoria e della storia in generale. C’è sicuramente un cambiamento molto profondo nell’esperienza che i giovani fanno del tempo, si nota un rapporto molto più labile col passato, un’incertezza maggiore rispetto al futuro. Forse in questo atteggiamento c’è il voler dare significato a ciò che essi stanno vivendo nell’immediato, nel tempo presente. Questa importanza di sottolineare il presente, che si combina con fenomeni sociali più generali, porta i ragazzi a perdere l’abitudine a riflettere anche sui loro trascorsi personali, a rielaborare i ricordi e le esperienze accumulate e quindi a non aver più la consuetudine di pensare il passato come una componente viva della loro vita. Tutto ciò che è già avvenuto tende a scomparire dal loro orizzonte mentale: è consumato una volta per sempre come un vestito non più di tendenza e che non ha più nessuna utilità. È fondamentale, invece, che i giovani abbiano consapevolezza e coscienza della memoria perché questa non è qualcosa da cui poter sfuggire, fa parte integrante di tutti noi: è collocata nella mente degli individui, nei prodotti della cultura e nei rapporti sociali, è presupposto alla storia collettiva e alle infinite storie individuali, comprensive di ricordo, di immagini e di eventi di cui si è stati testimoni, anche insieme. Non ci sarebbe racconto, né il racconto più formalizzato degli storici, né le tante e varie narrazioni delle nostre storie personali, senza la presenza degli oggetti, senza l’organizzazione dello spazio e del tempo che si consolida nei monumenti, nelle città, nelle tante storie del passato: è memoria che condividiamo con gli altri, diffusa all’interno della nostra cultura, fondamentale per la costruzione dell’identità personale. Ecco perché è importante rendere i giovani partecipi dei modi di formazione e trasmissione della memoria storica tra generazioni: fornisce loro qualcosa con cui confrontarsi e scontrarsi. I giovani devono elaborare una rappresentazione del mondo e della società per definire le “coordinate” di una loro collocazione. In questo processo, un ruolo fondamentale spetta alla scuola, che deve contribuire, non solo, a fornire loro consapevolezza del passato, ma soprattutto a far loro acquisire la capacità di pensare in prospettiva e delineare il loro futuro. Educare ha il significato di offrire alle giovani generazioni strumenti utili, sostenendo il pieno sviluppo delle loro capacità intellettive ed affettive, oltre la trasmissione delle conoscenze e dei valori ritenuti significativi dalla società. Il problema è appunto quello di come imparare ad utilizzare questi strumenti. Obiettivo della scuola deve essere la costruzione di un sapere cui partecipino chi insegna e chi apprende, deve insegnare a riconoscere tracce dalle quali risalire per ricostruire differenti racconti e storie, con il senso profondo di una Memoria che dia a ieri significato per il presente. 127


Come continuare? Dovremmo aver chiaro, prendendo in prestito un verso di Montale, “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. A questo proposito, molto appropriate, cariche di senso e di avvertimento sono le parole del filosofo tedesco Ernst Tugendhat: “…un’educazione che non esige né coraggio, né immaginazione, né simpatia, né responsabilità per l’individuo non può che ritorcersi contro le giovani generazioni e contro la stessa democrazia. Se si accetta la quotidianità del razzismo, fare del ricordo di Auschwitz il rito di una religione civile significa soltanto offendere la memoria di chi è morto in un lager. Il nazismo sarà allora davvero storicizzato”. I pericoli, le ambiguità, le ipocrisie in cui si può incorrere, nel proporre una didattica progettuale relativa al Giorno della Memoria, sono molti. L’epoca della Shoah, del fascismo, della Resistenza, come si è detto, rischia, oggi più che mai, di essere oggetto di rievocazione celebrativa e di rimozione collettiva. Qualsiasi attività deve contribuire pertanto ad evitare di congelare la storia nel mito. La scuola deve lavorare con gli studenti per far percepire loro quel senso di identificazione e di responsabilità storica che è comprensione, intesa come spiegazione, inserimento di un evento in una rete di relazioni, capaci di dare senso a ciò che non si conosce. Essenziale è certamente lo studio sistematico di quel periodo storico e collegamenti interdisciplinari possono contribuire ad allargare punti di vista e ad eliminare concezioni stereotipate che ancora permangono. Connessioni tra le varie discipline, ad esempio la letteratura, l’arte, le scienze devono essere parte integrante di questo percorso. Parallelamente, una riflessione sull’antisemitismo e sul razzismo, con l’approfondimento delle origini e dello sviluppo delle leggi razziali in Italia, è il focus per inquadrare la vicenda culturale, sociale, territoriale e umana del nostro paese nel contesto europeo e riesaminare la persecuzione dei diritti e delle vite degli ebrei come riflesso delle scelte, della cultura, dei pregiudizi dell’Italia fascista. Per un impegno serio, relativo alla comprensione della Shoah, riteniamo sia necessario richiedere ai ragazzi competenze che costituiscano dei prerequisiti allo studio stesso. Una classe ben addestrata alle procedure della metodologia storica, può essere in grado di riflettere proprio su alcuni aspetti della memoria, sulle sue lacune e le sue accentuazioni, su come essa sia stata elaborata, trasformata, rimossa dai sopravvissuti e dalla società nel suo insieme. L’ascolto di un testimone è un momento fondamentale perché permette di cogliere gli aspetti di una storia che valgono per la loro singolarità e che restituiscono un contesto: consentono di ritrovare un passato fatto di relazioni, contrasti e conflitti anche se quel passato è stato carico di dolore. Il valore della testimonianza è proprio quello di riuscire a stabilire un legame particolare e significativamente emotivo tra chi racconta e chi ascolta. È fondamentale soprattutto per avvicinare i giovani alle domande della storia ed è importante che i testimoni non travalichino il momento della testimonianza e si spostino dalla narrazione dell’evento personale o familiare all’esposizione del fatto storico. Il testimone racconta la sua esperienza che va differenziata dal sapere storico, anche se non si contrappone ad esso, ma ne è fonte, comunque non esclusiva. La generazione attuale è l’ultima ad avere accesso alla memoria diretta dei testimoni e questa opportunità va sfruttata al meglio, riflettendo sul ruolo dei testimoni negli incontri con gli studenti, valorizzando la forza e l’autorevolezza del ricordo personale. 128


La testimonianza può essere resa più potente ed efficace e in qualche modo rinnovata ripartendo dalla ricerca storica, per ricostruire circostanze, contesti, complessi di elementi ed intraprendere un’indagine accurata della società italiana ed europea dell’epoca, con riferimento, non solo agli aspetti generali, ma anche alle storie dei singoli, ad esempio prendendo in esame la vita quotidiana di un quartiere o di una comunità, al cui centro stanno relazioni tra individui lungo un ciclo di vita. Si possono in tal modo mettere in evidenza una serie di fattori che consentono di isolare una fase della storia di una società, per poterla studiare e analizzare come un segmento compiuto, all’interno di un periodo più lungo. Il senso del Giorno della Memoria e la sua validità per la collettività contrastano con la ritualità legata alle commemorazioni. Non è facile superare la retorica che spesso ne consegue e contemporaneamente impegnarsi per dare luogo ad una memoria pubblica, significativa per le giovani generazioni La legge istitutiva del Giorno della Memoria3 potrebbe costituire, a dieci anni dalla sua approvazione, oggetto di studio e discussione, a partire proprio dalla data scelta, il 27 gennaio, data simbolica e condivisa da molti, ma non dalla totalità delle nazioni che hanno scelto di commemorare il ricordo della Shoah. La legge ha una impostazione ideale molto ampia, sarebbe concreta azione formativa un’analisi da parte degli studenti, attraverso la documentazione disponibile, ad esempio, con l’esame del dibattito parlamentare che ha portato alla sua formulazione, quale elaborazione e modificazioni lessicali ha subito, quali sono stati i termini sui quali si è discusso di più. L’esperienza del Parco della Memoria Un punto di arrivo del nostro lavoro comune con scuole e istituzioni, ma che può essere di nuovo un punto di partenza per altri, è stata la realizzazione di un Parco della Memoria in due scuole della Provincia di Roma: il primo, lo scorso anno, all’IIS Leonardo da Vinci di Maccarese, in collaborazione con altri istituti scolastici, come ha fortemente voluto la preside Antonella Maucioni; il secondo, quest’anno, all’IPIA Paolo Parodi Delfino di Colleferro. Piantare alberi e dedicarli a persone giuste, non importa se già dichiarati ufficialmente “Giusti fra le Nazioni”, a partigiani o martiri del nazifascismo, cercarne le storie e condividerle con i compagni, scegliere i materiali per la messa in opera, come è avvenuto in particolare a Colleferro, dove le strutture del piccolo parco sono state realizzate dagli alunni interamente con materiali di riciclo, le piante scelte con cura, gli ulivi già presenti nel terreno accuratamente potati, hanno rappresentato momenti di partecipazione e condivisione del lavoro estremamente importanti. Lavoro che potrà continuare negli anni, con la manutenzione del parco e la ricerca di altre persone da ricordare. Nomi scritti sulle targhette sono diventati voci capaci di parlare e di suscitare domande, raccontano e continueranno a raccontare scenari e situazioni diverse; ci auguriamo che questi piccoli Parchi della Memoria possano costituire documenti, strumenti della storia e del fare storia e possano essere il tramite per avvicinare gli studenti proprio a questi strumenti, quando i testimoni non ci saranno più. La riteniamo una esperienza ben riuscita e coinvolgente, ma è in qualche modo una sperimentazione sulla quale c’è ancora molto da ragionare e da costruire, lavorando con impegno, affinché gli studenti giungano ad una conoscenza accurata dei fatti, sostenuta e accreditata da documentazione scientificamente corretta. 129


Abbiamo condiviso il nostro percorso e i nostri ragionamenti con Bice Migliau, direttrice insuperabile, vero motore intellettuale del Centro di Cultura ebraica, con Enrico Modigliani, consigliere della Fondazione CDEC, impareggiabile “militante” in qualsiasi cosa intraprenda, con Rita Gravina, dottore di ricerca all’Università di Teramo, punto di appoggio per le sue pregevoli riflessioni. Li ringraziamo! C’è chi insegna guidando gli altri come cavalli passo per passo: forse c’è chi si sente soddisfatto così guidato. C’è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo: c’è pure chi si sente soddisfatto essendo incoraggiato. C’è pure chi educa, senza nascondere L’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato. Danilo Dolci

1 2 3

J. Bruner, La cultura dell’educazione, Feltrinelli - Milano,1997 Bollea, Aspetti neurologici del comportamento, in “Educazione e scuola”, 4, 1985 Parlamento italiano – Legge 20 luglio 2000, n.211 “Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici nei campi nazisti” pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.177 del 31 luglio 2000

Art.1 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. 2. In occasione del Giorno della Memoria di cui all’art. 1, sono organizzati cerimonie, incontri e momenti comuni di narrazioni dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare, nel futuro dell’Italia, la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia del nostro Paese e in Europa e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

130


Suggerimenti Libri

- Guido Barbujani, Pietro Cheli, Sono razzista, ma sto cercando di smettere.....Bari, Laterza, 2008 - David Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Torino, Einaudi, 2008 - Anna Maria Casavola, 7 ottobre 1943 – La deportazione dei Carabinieri Romani nei Lager nazisti, Edizioni Studium 2008 - Lia Frassineti, Lia Tagliacozzo Anni Spezzati.... Comunità ebraica di Roma, Firenze, Giunti Progetti Educativi, 2009 - Marcello Pezzetti, Il libro della Shoah italiana HYPERLINK “http://www.ibs.it/code/9788806196158/pezzetti-marcello/libro-della-shoah.html” Il libro della Shoah italiana. I racconti di chi è sopravvissuto, Torino, Einaudi 2009 - Roberto Riccardi, Sono stato un numero, Firenze, Giuntina, 2008 - Tonino Tosto, HYPERLINK “http://www.bol.it/libri/1938.-invenzione-nemico./ToninoTosto/ea978888421197/” 1938. L’invenzione del nemico. Le leggi razziali del fascismo. Testimonianze e storie di perseguitati, Roma, Edup, 2008 Filmati – documentari - L’isola delle rose. La tragedia di un paradiso di Rebecca Samonà, Paese ITALIA - 2007 (Colore) –Documentario - Durata 56 min. Sceneggiatura Rebecca Samonà Montaggio HYPERLINK “http://www.pitiglianikolnoafestival.com/?tag=letizia-caudullo” \o “Articoli marcati con LETIZIA CAUDULLO” Letizia Caudullo, HYPERLINK “http://www.pitiglianikolnoafestival.com/?tag=barbara-fantini” \o “Articoli marcati con BARBARA FANTINI” Barbara Fantini Musica Daniale Del Monaco Produzione L’ALTRAVISTA COOP a.r.l. - Il pane della memoria di Luigi Faccini, prodotto da Marina Piperno – durata 62° Un piccolo cimitero che racconta la storia plurisecolare degli ebrei8 di Pitigliano. Elena Servi, l’ultima testimone di questa umanità… Disponibile in DVD presoo Ippogrifo Liguria - Buono sogno sia lo mio. La storia di Lello Di Segni, di Shai Tagner - Una storia romana, film intervista a Enrica Sermoneta Moscati, a cura di Pupa Garribba, produzione Europanews, 2008, durata 45’ - Sogni Bruciati, a cura di Sira Fatucci, Lia Tagliacozzo, regia di Rebecca Samonà Prodotto da Vanni Gandolfo, “Sogni bruciati” è stato realizzato con il contributo del Fondo Italiano di Assistenza Vittime del nazismo (Legge 249/2000) amministrato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Il filmato “Sogni bruciati” è a disposizione delle scuole che ne faranno richiesta all’indirizzo email: “giornodellamemoria@ucei.it” 131


Siti internet HYPERLINK “http://www.cdec.it” www.cdec.it HYPERLINK “http://www.osservatorioantisemitismo.it/” www.osservatorioantisemitismo.it/ HYPERLINK “http://www.moked.it” www.moked.it HYPERLINK “http://www.memorialdelashoah.org” www.memorialdelashoah.org e HYPERLINK “http://www.grenierdesarah.org” www.grenierdesarah.org in francese HYPERLINK “http://www.yadvashem.org” www.yadvashem.org in inglese

132


Gli adolescenti e la memoria. Riflessione su un sondaggio Raffaella D’Antonio, ITC Salvemini

133


134


135


136


Il ruolo del Testimone nell’ educare alla memoria Rita Gravina, Dottore di ricerca, Università di Teramo La ripetitività rituale della Giornata della Memoria, dovuta anche alla sua sistemazione legislativa, se per un verso è stata volano di un risveglio dell’interesse rispetto alla Shoah nelle scuole di tutto il territorio nazionale dall’altro corre numerosi rischi di appiattimento se non di vanificazione. Il pericolo prossimo è che i giovani siano esortati a seguire un itinerario mentale, emotivo, culturale imposto dall’alto senza essere sollecitati ad interrogarsi sul senso attuale di essa tanto da arrivare a non avere, per molti di loro, affatto senso ed anzi, si può andare incontro ad un una crisi di rigetto, di rifiuto verso un’idea di commemorazione che si appaia con quella di conformismo. In un momento in cui il revisionismo storico s’insinua in ogni spazio lasciato libero dall’allentarsi dell’attenzione e della vigilanza occorre guardarsi dal rischio di proporre una memoria pietrificata, rituale che annoia. Al “bisogna ricordare” occorre sostituire il “voler ricordare” inteso come necessità di far propria la storia della Shoah; di elaborare nei suoi confronti un pensiero originale, vivo, capace di contrastare ogni negazione, ogni discriminazione, ogni ipotesi di annientamento di una parte dell’umanità ma anche di se stessi. Bisogna voler ricordare perché ciò non accada. Noi siamo ciò che abbiamo il coraggio di ricordare. Senza memoria non solo il passato, ma lo stesso presente appare privo di senso. Il ricordo sta alla base del sentimento della nostra identità alla nostra storia, sia quella personale che quella universale. Per quanto riguarda il rapporto tra memoria individuale di crescita e trasmissione della memoria collettiva occorre che la conservazione e la trasmissione della memoria assumano un nuovo significato, legato all’idea della solidarietà fra le generazioni: della responsabilità, cioè, verso il passato, verso i morti, ma anche e soprattutto del futuro, quindi di tutti quelli non ancora nati. Ricordare significa tenere insieme i vecchi con i giovani, i morti con i vivi; solo così è possibile dare significato e senso al futuro. La memoria è un esile filo interiore che ci tiene legati al nostro passato, quello individuale, quello familiare, quello della società civile di appartenenza, nel tentativo di vivere in modo fecondo la relazione con esso. Ci sono comunque pericoli nella reiterazione della memoria senza una sua rielaborazione storica. Quello più prossimo è di rimanere prigionieri di ciò che è stato, incapaci di superarne i limiti, oppure di voler spezzare ogni vincolo con il passato in un inseguimento sterile dell’altrove. Occorre il coraggio della memoria anche se non tutto ciò che è accaduto in termini di male, di sofferenza, di vicende traumatiche va ricordato in ogni momento non per accusare ma per non riproporre quel male come unica soluzione ai problemi di convivenza politica, sociale e umana. Esistono comunque avvenimenti che non si possono dimenticare: la Shoah è uno di questi accadimenti. Le persecuzioni razziali contro gli ebrei obbligano, anche sul piano didattico, ad un rapporto nuovo con la storia. Un rapporto critico con la totalità del passato che fa di noi quelli che siamo. Jean-Michel Chaumont così ci conforta: “Se non riusciremo a presentare la memoria di Auschwitz in una configurazione davvero capace di convincere i nostri interlocutori che essa ha realmente l’impor tanza che le accordiamo, se fra trenta o cinquant’anni Auschwitz non dovesse significare per le generazioni future molto 137


più di Verdun [...] la colpa sarebbe nostra e, al di là di ciò, si tratterebbe per tutto il genere umano di un’occasione perduta1“. Occorre dunque coltivare la memoria inserendola in un percorso che non sia solo mero esercizio mnemonico di date e fatti ma, altrettanto, non sia emotività incolta. La memoria deve essere realtà esistenziale del singolo così come della comunità in una costante azione autopedagogica all’altro con la chiarezza della possibile ripetitività dei momenti più bui della storia . Dice Yannis Thanassekos : “Educare contro il principio di Auschwitz significa [...] rintracciare, inseguire, in noi stessi e in tutte le attività sociali, le molteplici manifestazioni e infiltrazioni di questo genere di coscienza che degrada gli altri e noi stessi - in modo insidioso e impercettibile - al rango di mezzi e di cose. Noi viviamo sempre in contesti di vita nei quali Auschwitz è stata resa possibile2“. Il rapporto tra insegnare la memoria ed educare alla memoria è perciò strettissimo e nella pratica pedagogica quotidiana deve proporsi come un’interazione costante che definisce comunque i suoi strumenti in funzione degli obiettivi. Le leggi razziali così come la Shoah non sono due dei tanti oggetti che compongono il paniere delle conoscenze sul passato. Troppe le implicazioni che in qualche misura richiedono uno specifico progetto di mediazione, costringendo il docente stesso in prima persona a fare i conti con questo evento per sottrarlo alla routine del discorso didattico. Una delle mediazioni possibili è proprio quella tra insegnamento ed educazione alla memoria. É necessario tenere presente che, per molta parte, la storia della Shoah è veicolata dal cinema ed è attraverso i film che i giovani si costruiscono quelle pre-conoscenze dell’intelletto e del cuore da cui non si può prescindere. Spesso esso, anche a scuola, è un primo approccio alla problematica. La scelta dei filmati da portare all’attenzione dei giovani è estremamente delicata. Ci sono film che non possono essere inseriti tra quelli che parlano della Shoah. A tal proposito ben venga la critica di Simone Weil al film “La vita è bella” di Benigni che dice quello che molti non hanno avuto il coraggio di affermare a suo tempo, non tanto per la bellezza del film ma sul ruolo di strumento di trasmissione della memoria che pur nella sua dimensione creativa e fantastica non può essere travisata. Più scarso l’approccio attraverso i testi letterari che in qualche modo rendono familiare il dramma, la memoria del dramma. É difficile trovare ragazzi che abbiano letto il Diario di Anne Frank, qualcheduno in più L’amico ritrovato di Fred Uhlmann. L’approccio artistico letterario permette la percezione di una situazione emotiva che deve comunque essere veicolata e sostenuta da un orientamento storico che si propone nella sua interezza come momento di analisi del suo stesso oscillare tra bene e male, tra progresso e regresso. Le domande di fondo dell’insegnamento della storia delle leggi razziali e della Shoah debbono portare allo studio dell’ambito culturale, sociale, politico in cui il genocidio ebraico è stato perpetrato.Va ripercorso l’itinerario che ha portato alla costruzione di un pensiero antidemocratico ed antiilluminista che ha segnato molta parte della cultura europea tra ‘800 e ‘900. Quindi contestualizzazione ed analisi storica di lunga durata. L’insegnante è capace di analizzare, di decodificare i modelli di pensiero che hanno preparato il terreno del genocidio. I temi dell’antisemitismo, la diabolizzazione dell’ebreo, il razzismo, la concezione dell’uomo come macchina biologica definibile in base alla sua uti138


lità, che hanno permesso, alla fine dell’Ottocento, la nascita delle teorie eugenetiche, ci permetteranno di parlare di leggi razziali e Shoah come evento storico e non metafisico. Concepire la Shoah come luogo del male assoluto, come una disgrazia metafisica, un momento della follia del mondo e della storia può solo spaventare, provocare ansia, e perciò precludere la possibilità di comprendere che è ciò che occorre sforzarci di fare in classe. L’insegnante deve rassicurare per mezzo di spiegazioni chiare che diano un senso agli eventi storici, affrontando un tema così forte, con i suoi interrogativi, le sue ambiguità e le sue complessità, come un oggetto della storia, che ha delle cause delle modalità come qualunque altro evento della storia, seppure nella sua specificità. I giovani hanno necessità di una spiegazione storica nell’insegnamento sulle persecuzioni antiebraiche. Questo permette loro di confrontarsi con situazioni estreme e scegliere. La facoltà di scelta dell’uomo dipende sempre e solo dalla sua capacità di ragionamento, di sapersi tirar fuori dal gruppo e di ascoltare la propria coscienza. Perciò insegnare a ricordare per educare alla memoria di ciò che si è stati e di ciò che si è. Il ruolo del Testimone Accanto all’epistemologia disciplinare la testimonianza di chi ha vissuto in rima persona quelle realtà storiche è uno strumento di conoscenza e di crescita della coscienza civile. La scelta civile di raccontare il proprio vissuto da parte di chi è scampato alle persecuzioni ed agli internamenti nazifascisti presuppone, da parte dei giovani ascoltatori un atteggiamento che non è soltanto partecipazione emozionale così come non è soltanto di conoscenza dei contenuti. Occorre che questi due fattori si equilibrino partendo dalla consapevolezza che la testimonianza s’inserisce nell’uso di una memoria storica consolidata e la costruzione o ricostruzione di alcuni frammenti significativi di essa fatti comunque da un soggetto la cui realtà memoriale ed emotiva è in continuo evoluzione. Anche in questo caso la memoria si presenta complessa, articolata, molteplice. Se proviamo a decostruire la struttura della testimonianza e a cercare il significato di memoria nel suo ambito ci troviamo di fronte a due soggetti che interagiscono attivamente. Da una parte il narratore, dall’altra chi ascolta e fa domande. Si realizza un percorso di storia orale in cui la narrazione è l’intreccio capace d’illuminare i fatti, i processi di cambiamento nel tempo ma anche e soprattutto è una costruzione nuova fondata sulla memoria. A questo punto va messo in evidenza che la testimonianza è la narrazione dei fatti e contemporaneamente del vissuto di essi nel qui ed ora. Il testimone non ci racconta la Storia ma la sua storia che ad ogni racconto è diversa e mai uguale perché l’ambiente, l’attenzione del pubblico, le sollecitazioni a cui il narratore è sottoposto fanno si che il racconto sia sempre differente e pure sempre uguale nelle sue strutture. Chi ascolta deve tenere conto del fatto che la memoria è un processo di scelta che per sua natura si poggia più sulla sottrazione che sull’addizione di contenuti. Essa è inoltre lo strumento con il quale è possibile, per il testimone, mettersi di fronte al proprio dramma per inserirlo nella dimensione collettiva del ricordo. Non dimentichiamo che la memoria dei testimoni non ricostruisce più i fatti ma diventa 139


il luogo dove passato e presente s’intrecciano strettamente, s’interrogano ed interagiscono in uno scambio capace di costruire negli interlocutori il senso di se rispetto al passato ma anche al presente. Chi narra prova così a costruire una memoria storica comune a tutti quelli che hanno vissuto un determinato evento e a farne partecipe chi ascolta. Va detto che la costruzione della memoria e del ricordo di un fatto è comunque ricerca di verità. Essa si costruisce e acquista senso proprio perché viene raccontata nei modi e nelle situazioni più diversi. Quando un testimone delle leggi razziali racconta il suo vissuto trasmette storie ed interpreta la storia scritta in una dinamica che soggiace al rapporto narratore – narrato - ascoltatore. Un ulteriore elemento fondamentale da tenere presente è la “fatica” che il testimone fa nel parlare di se e delle sue esperienze perciò chi ascolta non può non essere dalla parte del testimone. Il racconto muove e porta a galla dolori e sensazioni che vanno rispettate e comprese ma questo non deve impietrire. L’ascolto deve essere attivo, ossia deve poi portare a domande ed interventi che aiutano il testimone nel suo ricordare. Questa interazione fa si, inoltre, che il testimone si senta accettato e lo predispone a condividere le sue esperienze, spesso dopo decenni di silenzio. L’alunno che ascolta e domanda si prepara, a sua volta, così ad essere cittadino appartenente all’umanità e con essa condividere scienza e sentimento. Scienza intesa come condivisione della conoscenza storica dei fatti, sentimento come condivipartecipazione alle emozioni dei protagonisti che questa storia hanno vissuto e per molti aspetti subita. L’ascolto dei drammi personali di chi le leggi razziali antiebraiche le ha sperimentate sulla propria pelle richiede sensibilità unita a preparazione storica e questo atteggiamento è necessario sia se chi ascolta è un bambino delle elementari che un giovane alla fine del percosso di studi superiori. La partecipazione emotiva e critica dell’ascoltatore che è l’obbiettivo di questi incontri media con la partecipazione emotiva e critica del narratore in un gioco di riconoscimento epistemologico, etico e civile. Quello che era stato il lavoro epistemico dell’insegnante si ripropone attraverso la conoscenza/coscienza dell’altro come uguale e diverso. Per concludere, la nascita di una posizione empatica (l’altro come eguale) da parte di chi ascolta aiuta all’educazione alla memoria e si affianca alla coscienza della diversità dell’altro, delle differenze tra chi parla e chi ascolta (insegnare la memoria). Chi ascolta deve per prima cosa accettare chi narra sapendo che in quel momento si sta attuando una mediazione tra l’oggi del ricordo e l’ieri del fatto e deve sforzarsi di capire il come ed il perché di quel racconto sia nella sua dimensione emotiva che in quella critica. Il racconto del testimone è un segmento mediato di un io parziale che si colloca così nella “storia grande”. Ogni incontro, anche se i protagonisti ed il tema restano gli stessi è sempre diverso, altresì non falso, perché la memoria è costruzione del qui e dell’ora dell’io narrante e dell’io che ascolta. La testimonianza è sempre mediazione tra l’oggettività del fatto e la soggettività dell’io narrante. Ed è proprio in questa serie di mediazioni, a mio avviso, che si risolve la coppia insegnare e/o educare alla memoria.

140


BIBLIOGRAFIA Santerini Milena, Antisemitismo senza memoria. Insegnare la Shoah nelle società multiculturali, Roma, Carocci, 2005 Enzo Traverso (a cura di), Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio, Bollati Boringhieri, 1995 A. Ceresatto, M. Fossati (a cura di), Salvare la memoria. Come studiare la storia di ieri per non essere indifferenti oggi, Milano, Anabasi, 1995 N. Baiesi, Un insegnamento possibile, in A. Deoriti, S. Paolucci, R. Ropa (a cura di) Le storie estreme e la storia. I racconti della Shoah, Bologna, L’ orecchio di Van Gogh, 1999 A.Chiappano, F. Minazzi (a cura di), Le storie estreme del Novecento. Il problema dei genocidi e il totalitarismo. Atti del seminario ministeriale residenziale per docenti di storia, Miur, Varese-Roma, 2002 M.Fossati, Shoah e insegnamento della storia, in D.Barazzetti e C. Leccardi (a cura di), Responsabilità e memoria, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1997 G.Vico e M.Santerini (a cura di), Educare dopo Auschwitz, Milano, Vita e Pensiero, 1995 Georges Bensoussan, L’eredità di Auschwitz: Come ricordare?, Einaudi, 2002 Georges Bensoussan, Une passion génocidaire. Essai d’Histoire Culturelle, Fayard-Mille et une nuits, 2006 Giovanni Gozzini La strada per Auschwitz. Documenti e interpretazioni dello sterminio nazista, Milano, Bruno Mondadori, 1996

1

2

Enzo Traverso (a cura di), “Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio,” Bollati Boringhieri, 1995 Op. Cit, 141


Il “parco della Memoria come esperienza didattica” Antonella Maucioni, dirigente scolastico IISS Leonardo da Vinci di Maccarese Lungamente e approfonditamente si è scritto sulla relazione tra didattica della storia e necessità di spiegare la shoah,come nodo irrinunciabile della storia del ‘900, e sull’importanza di fornire su questa immane tragedia una visione critica agli studenti per aiutarli a comprendere quale era esattamente il progetto che il nazifascismo aveva in mente, quale era l’idea del mondo che esso proponeva. La storia del XX secolo appare,infatti, fortemente segnata dalla presenza del nazifascismo che intendeva cancellare gli oppositori politici, i comunisti, gli zingari, gli omosessuali, i malati di mente e gli ebrei colpevoli solo di esistere. Per questa ragione il progetto nazista appare in tutta la sua mostruosità, e segna la recente storia europea, quasi come una cesura fra un prima e un dopo. La shoah è un paradigma dell’annientamento dell’altro, del diverso. Conoscere la shoah significa divenire consapevoli di quello che di mostruoso ha saputo creare l’uomo -non solo perché i giovani conoscano quello che è avvenuto nei campi della morte- ma perché sappiano che certe situazioni possono ripetersi, certo non identiche a se stesse, ma con esiti altrettanto devastanti. Significa ,ancora, riflettere sul tema delle minoranze, sulla pericolosità di certe estremizzazioni, significa mettere i giovani a contatto con i testimoni e, quindi, avviare un processo di trasmissione della memoria storica che solo può essere garanzia di riscatto dall’oblio. Tuttavia la ricorrenza del Giorno della Memoria, con il richiamo esplicito ad organizzare momenti di riflessione e di studio all’interno delle scuole può comportare per gli studenti il rischio di una “sovraesposizione“ a questa tematica, che potrebbe tradursi in reazioni di allontanamento e disinteresse. Personalmente penso che questo approccio relegato in un momento particolare dell’anno sia controproducente perché rischia di sfociare in una ritualizzazione vuota di significato e,quindi, nella banalizzazione. Penso ,allora ,sia fondamentale nella scuola evitare che l’insegnamento della shoah si riduca ad una serie di interventi tutti concentrati attorno al giorno della memoria (come si trattasse di un obbligo dettato dalla legge), oppure nell’ambito del programma dell’ultimo anno di corso, senza che si costruisca un percorso didattico armonico in cui i diversi momenti di conoscenza si succedano e si intersechino per costruire consapevolezza e partecipazione: dagli incontri con gli storici, alla conoscenza dei testimoni, passando attraverso la visita ai luoghi dello sterminio, lo studio dei documenti, le interviste, l’allestimento di mostre didattiche aperte alle altre scuole, gli spettacoli teatrali. Proprio dalla considerazione della necessità di non riservare a periodi circoscritti la riflessione e lo studio della Shoah e dalla consapevolezza dell’impor tanza di istituire un luogo del ricordo, contro ogni tentativo di cancellazione della memoria, è nata l’idea di istituire il Parco della Memoria nella nostra scuola, l’IIS “Leonardo da Vinci” di Maccarese, come segno dell’impor tanza del riconoscersi nei valori della solidarietà, della giustizia, del rispetto dei Diritti dell’uomo. 143


Questa idea è nata insieme alle fondamenta del nuovo Istituto, lungamente atteso da 36 anni dal territorio,ed è venuta su pian piano con i suoi muri: ci sembrava bello dar gambe al pensiero che la scuola è luogo di memoria,testimonianza,impegno. Da idea è divenuta scelta grazie alla volontà congiunta di tanti amici e colleghi* che via via condividevano l’ entusiasmo per un’idea semplice ma densa di significati: raccontare e ricordare la umile fierezza di storie di persone come noi che in momenti oscuri ebbero la forza ed il coraggio di opporsi alla violenza e alla morte. È quindi stata una scelta tutta di cuore, ma dietro la passione c’era la forza della ragione, dell’educazione, il comune modo di intendere di una comunità educativa che voleva concretamente testimoniare ai propri ragazzi e al territorio il suo impegno etico e civile. Abbiamo perciò voluto questo piccolo parco dedicato ai Giusti, sul modello di quello di Yad Vashem di Gerusalemme: è un piccolo parco ma, come dicono i nostri ragazzi, “è per i Grandi” perché in esso ricordiamo con un piccolo segno tangibile, un albero di olivo,quanti hanno avuto il coraggio di essere se stessi, di non abdicare ai propri valori, di scegliere con il cuore ,ma consapevolmente, di non omologarsi alle scelte di morte che altri imponevano. Tutto qui in modo molto semplice il perché del nostro Parco: non nel dovere di ricordare ma nella volontà di ricordare, nel desiderio di conoscere, rielaborare il passato e ritrovare l’onore e il rispetto nella storia concreta di tanti uomini e donne che con forza e dignità hanno saputo conservare la speranza e la fiducia nella vita. *

144

Un sentito ringraziamento a Daniela Monteforte, Liliana Di Ruscio, Rita Gravina,Enrico Modigliani ,Sandra Terracina, Rita Paucera, Lea Giancarli, Elvira Cartilli, e tanti altri amici per il contributo morale, l’entusiasmo ed il concreto impegno con cui hanno sostenuto la realizzazione dell’ idea di “un piccolo parco per i Grandi” che continua a crescere e a testimoniare ogni giorno con la sua silenziosa presenza la grandezza di tanti uomini e donne.


Il “parco della Memoria come esperienza didattica” Rita Paucera, Fnism Roma e Regione Lazio – Docente IISS Leonardo da Vinci Quando ho scoperto cos’è la Storia, cosa e quanto racconta dell’umanità ero ancora giovane, quindi, se l’assioma/paradosso del passato remoto come passato nitido funziona, più difficile risulta dimenticare. Ho imparato immediatamente che la memoria del passato si costruisce, si elabora e, se necessario, si ricrea per essere celebrata e valorizzata; essa ci viene dapprima narrata, come venisse da lontano, ma è a scuola che si analizza, come si trattasse di tabelline, di or tografia o sintassi: insomma, il valore della memoria è qualcosa che si apprende. Ed è in qualità di docente che intendo soffermarmi proprio su questo anomalo aspetto. L’idea di lavorare al valore della Memoria per mezzo di un progetto ha fatto quadrato intorno alla creazione di un parco, il Parco dei Giusti di Roma e provincia, area certamente ancora in divenire ma fermo simbolo di un lavoro fattivo sulla disciplina della Storia, in classe e con la classe. Il parco del nostro liceo è diventato reale dopo un lungo biennio di incontri con la “storia narrata”, grazie al supporto della Fnism di Roma e del suo presidente Liliana di Ruscio, con il dirigente scolastico, la prof.ssa Maucioni e con Sandra Terracina di Progetto Memoria del Centro di Cultura Ebraica di Roma e del CDEC. Ma di questo tanto è stato già detto e scritto, molto si è fatto e su altro ancora ci siamo impegnati a ragionare e a realizzare. Risultati altrettanto interessanti e soddisfacenti sono giunti sul piano strettamente didattico e la ricaduta sull’aspetto educativo e formativo mi è sembrata alquanto sorprendente e degna di essere riportata. Ricostruire e celebrare una memoria dei Giusti attraverso la testimonianza viva e dolente di chi ha vissuto la Shoah in luoghi non distanti da noi e neanche in tempi così remoti non è da ricondurre al curricolo del solo insegnante di storia, il quale certamente conosce bene i fatti e con i suoi studenti ne esanima aspetti e forme; del resto, in quanto docente di lettere mi sembrerebbe presuntuoso tentare di occupare un ruolo che non mi compete, ma se tutto ciò si legge in un’ottica linguisticamente e contenutisticamente più ampia, ben se ne ammette la sostenibilità. Il limite della separazione disciplinare è presto valicato e il valore educativo del progetto ricade sull’intera formazione, sul completo iter didattico programmato per i nostri studenti; il cerchio si chiude intorno al ragionamento e al patrimonio antropologico e culturale del nostro presente. Quando è iniziato, tra entusiasmi e perplessità, sembrava complesso il lavoro da effettuare in classe, corpo a corpo con i programmi e gli obiettivi specifici da condurre a termine, i colleghi con cui condividere e contro cui sostenere la logica e la validità del percorso intrapreso; per non parlare del fattore tempo. Si sa che a scuola gli insegnanti non fanno che gareggiare contro i tempi che slittano, le ore che sfuggono, gli studenti indolenti, che quasi mai si riconoscono fanti combattenti verso il conseguimento dei “nostri obiettivi”, delle “nostre finalità” e delle “nostre valutazioni”. Eppure, sento di poterne ancora sostenere la fattibilità. Lo studio della memoria è il simbolo inconfutabile dell’esistenza di uomini e donne, testimoni dell’efferatezza dell’umanità stessa e delle sue leggi irrazionali; esso può sussistere soprattutto tra e con gli adolescenti, la nota memoria del futuro. E se la scuola vanta concetti di autonomia e progettualità e da questi concetti è guidata, allora, perché non progettare in curricolo ciò che urge di essere protetto e salvaguardato, ciò che va analizzato e valorizzato? Chi parla di Storia non può omettere il termine fonte. Il contatto diretto con le fonti, in questo caso i superstiti al massacro nazi-fascista nei terribili anni della II guerra mondiale, può determinarne la sopravvivenza e il ricordo indelebile; il passato, nei suoi drammi e nei suoi errori può sopravvivere alla superficialità e all’incuria del presente. 145


Questo è ciò che è accaduto in una classe di un liceo di provincia; questo è ciò che può avvenire se alla memoria si riconosce un valore prima di tutto etico, poi inoppugnabilmente conoscitivo ed esperienziale. Viene in mente il Rousseau dell’Emile quando scriveva che solo gli insegnamenti fondati sull’esperienza possono avere un esito positivo. Di qui la necessità di individuare un “oggetto storico” su cui riflettere, su cui progettare, concatenando il metodo alle cause, la manifestazione dell’evento alla sua relativa conclusione. In classe e tra gli studenti è sempre indispensabile individuare un Oggetto di studio, un oggetto che sia espressivo e di significato; più fallace è attendersi un fine educativo e formativo diretto e immediato. Ai nostri studenti del Leonardo da Vinci (e probabilmente a molti altri di altre scuole di Roma) è stata concessa la possibilità di ascoltare le voci, di sentire il dolore, di stringere la mano, di saggiare l’amarezza del ricordo attraverso la narrazione, la proiezione di foto reali e documenti. Ciò è possibile se l’insegnante scientemente progetta, se crea una resistenza alla passiva assuefazione alla storia arida ed elencativa, se il docente riesce ad anteporre la costruzione del sapere attivo alla infaticabile esecuzione del sapere scolastico e quotidiano. Lungi da me allinearmi tra gli insegnanti rivoluzionari, definiti “alternativi” perché protervi o scettici rispetto ai “programmi ufficiali” o alle “programmazioni”. Sottolineo, invece, che alla Storia e alla Memoria bisogna essere formati ed educati. Ma per ricordare è necessario Sapere e se la scuola deve restare il luogo deputato alla trasmissione cosciente e strutturata del sapere e alla custodia della sapienza e dei suoi valori etici e civili, non ci si può sottrarre a questo compito. La conoscenza diretta dei fatti è stata riportata in vita, al presente, per mezzo di voci ferme e precise, talora commosse: quelle dei Modigliani, dei Piperno o dei Foà e di tutti coloro che in questi anni di vita del Progetto Memoria hanno conquistato l’attenzione dei nostri ragazzi, spingendoli al silenzio della riflessione e alla ri-creazione di una memoria fattiva e collettiva e, cosa essenziale, riproducibile nel tempo. Io stessa ricordo la fine degli anno’70 quando ero solo una scolara; ricordo con piacere di aver frequentato una scuola saggia, severa e “illuminata”, dove il sapere non era lasciato al buon cuore della maestra o alla sterile applicazione dei programmi ministeriali (e dire che quella maestra aveva un volto incorniciato da un velo scuro!). È allora che ho visto per la prima volta i corpi esanimi, nudi, maltrattati e arsi dal demonio della dittatura nazi-fascista. A noi piccoli cittadini non furono risparmiati i racconti e le immagini di migliaia di centinaia di zingari, di ebrei, di omosessuali e handicappati, adulti e bambini. Nulla di tutto ciò risparmiò la voce fuori campo di un documentario sull’Olocausto. Vedere e ascoltare la verità della storia significò non dimenticarne la pericolosità. Si trattava di un progetto interclasse, in anni in cui queste parole (ora banali e obsolete) ne indicavano davvero il valore, la fattibilità e la compatibilità con il sapere istituzionale. Dunque, sembrerebbe risolto anche il dilemma platoniano circa l’Insegnabilità della Virtù? Nel Protagora il filosofo greco lasciava a Socrate sostenere che solo le arti (tecniche) sono insegnabili, traducendo sul piano etico che solo l’autoeducazione dell’anima si pone come dotata di senso. Eppure, senza fonti preziose, senza guida né analisi partecipe, la Storia come espressione dell’attività umana e dell’indagine antropologica, non si può apprendere, né, qualora appresa, ricordare. Lo scrigno del nostro progetto è il rispetto della testimonianza diretta, data dall’accettazione consapevole di doversi muovere tra oggettiva veridicità degli eventi e intervento decisivo del soggetto, che avvicina al reale storico e allontana dal mito. Il binomio passato/presente, cognitivo/emotivo non è sorpassato se scopriamo con piacere che agli studenti, ai giovani più in generale, piace la verità, perché come sosteneva la formula gramsciana la “verità è rivoluzionaria”.

146


Una didattica per la memoria Lea Giancarli, Docente di Storia e Filosofia IISS Leonardo da Vinci di Maccarese Era il 30 gennaio del 2008 e mi accingevo a partecipare a un seminario sulla Memoria presso una scuola del XVIII Municipio da “privata cittadina”, intendo dire non come insegnante referente di un progetto, ma per puro interesse personale. Immersa nel traffico, riflettevo su una frase di Brecht “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi conoscendola la chiama bugia è un delinquente” e improvvisamente ho capito che ciò che mi stava spingendo a “saperne di più” era la profonda, istintiva avversione contro il negazionismo o il revisionismo crescente riguardo alla Shoah, che avevo già fortemente provato, visitando qualche anno fa il campo di Dachau. Ciò che ascoltai dal prof. Giorgio Giannini fu molto interessante, tornai a casa con nuove appassionanti documentazioni (oltre che sul genocidio degli Ebrei, su quello dei Rom, degli omosessuali e sul “Progetto di eutanasia”), contenta di aver “speso bene” quel pomeriggio, soprattutto perché avevo deciso che nel futuro anno scolastico avrei utilizzato questo materiale con i miei alunni di V^, per approfondire e condividere un’esperienza sulla Shoah. Non avevo ancora messo a fuoco che tipo di percorso avrei voluto fare, ma ero sicura che “andasse fatto”, mettendoci in gioco insieme. E così è stato. All’inizio di quest’anno scolastico sempre più convinta di voler coinvolgere i ragazzi delle mie due quinte in un’esperienza che andasse al di là della celebrazione del 27 gennaio, ho iniziato con loro un percorso di conoscenza, di approfondimento, di confronto che si è rivelato un momento positivo di crescita. Apparentemente sollecitati dall’adesione a due progetti uno della Regione e uno della Provincia, entrambi inerenti al tema della Memoria, abbiamo intrapreso un laboratorio didattico di lungo periodo, caratterizzato da letture di documenti, di testimonianze, da lavori di ricerca fatti anche presso il Pitigliani. In seguito abbiamo visitato la Mostra sulle “leggi razziali” presso il Vittoriano, guidata da Enrico Modigliani, fatto incontri con testimoni e realizzate interviste a parenti di Giusti; in occasione del Festival del Cinema ebraico abbiamo visto il film dal titolo “Beaufort” presso la “Casa della Memoria”, che sebbene non fosse strettamente inerente al tema della Shoah, si è rivelato un’esperienza culturale interessante, per il dibattito che si è creato alla fine della proiezione con il giovane attore protagonista, che ha positivamente coinvolto gli studenti. Un altro momento significativo di questo percorso è stato lo splendido spettacolo teatrale dal titolo “Diario segreto”, realizzato nell’Aula Magna del nostro Istituto da Eleonora Brigliadori, ambientato nella Germania nazista e ispirato a una storia vera molto “toccante”. Il lavoro ha suscitato un grande coinvolgimento e consenso da parte di tutti gli studenti che vi hanno partecipato. Con una delle due quinte, inoltre, abbiamo realizzato un DVD sulla figura del “Giusto” al quale i ragazzi hanno lavorato con passione e impegno. La sua produzione era finalizzata alla partecipazione al Progetto della Regione Lazio “Il percorso dei Giusti”. Particolarmente interessanti sono state le interviste fatte a Pietro Borromeo nella sua abitazione e quella fatta a Rossella Veneziano e Stefano Scarlatti come nipoti di “salvati” e “salvatori” presso il Centro di cultura ebraica. Il tutto è culminato nella indimenticabile esperienza del viaggio ad Auschwitz di 4 alunni delle due quinte accompagnati dalla Preside. Questo percorso didattico ha avuto inizio a metà ottobre con una manifestazione a Villa Piccolomini riguardo il “Percorso dei Giusti”, alla quale hanno partecipato con me gli 147


alunni della quinta E del PNI, che hanno aderito al Progetto, ma strada facendo ha coinvolto molti altri studenti della scuola, in occasione degli eventi che abbiamo organizzato con la Preside, in tre momenti dell’anno scolastico: il 30 gennaio, il 27 febbraio e il 22 aprile. Il primo in prossimità del “Giorno della Memoria”, è stato un incontro con testimoni come Piero Foà, Enrico Modigliani e parenti di giusti come Stefano Scarlatti, ai nonni del quale è stata dedicata una targa commemorativa nel Parco della Memoria della nostra scuola (inaugurato lo scorso anno). Un mese dopo circa, il 27 febbraio, come abbiamo già detto, è stato allestito lo spettacolo teatrale “Diario segreto” per le classi del triennio. Infine il 22 aprile ha avuto luogo la manifestazione conclusiva con un momento di riflessione sul tema “Dalla Memoria al Futuro” sempre presso l’Aula Magna del nostro Istituto. Sono intervenuti alcuni esponenti della Comunità ebraica di Roma e i nostri quattro allievi hanno riportato la loro esperienza del viaggio ai campi di sterminio, proiettando delle foto scattate a Cracovia, a Birkenau e ad Auschwitz, e un video della testimonianza di Shlomo Venezia, uno dei “sopravvissuti” che era con loro. Hanno partecipato all’incontro anche gli studenti del Liceo Socrate di Roma e del Democrito di Casal Palocco che hanno condiviso l’esperienza del viaggio. Il tutto è stato arricchito dalla presenza in Aula Magna di una mostra sulle “Leggi razziali” a disposizione di tutti coloro che volessero vederla all’interno dell’Istituto e aperta anche al Territorio. Si tratta di 38 pannelli messi a disposizione delle scuole dal CDEC di Milano, che resterà allestita presso il nostro Istituto fino al 10 giugno. Tutto quello che è stato fatto non è esente da difetti, né sono mancati i sacrifici da parte dei ragazzi venuti in treno a Roma più volte per realizzare gli obiettivi prefissati, ma è stato bello ritrovarsi insieme fuori dell’orario scolastico, condividere esperienze, lavorare per la nostra crescita culturale e umana di fronte agli “orrori” del passato e del presente. Le parole conclusive del DVD realizzato dagli alunni della V^ E dal titolo “Il nostro piccolo Grande Parco” costituiscono, a mio avviso, un messaggio significativo del risultato raggiunto: “Noi scegliamo la vita contro il razzismo, il pregiudizio, l’indifferenza” espressione che si ricollega molto bene con l’altra “Dalla Memoria al futuro”.

148


149


150


Il Parco della Memoria al Parodi Delfino di Colleferro Tiziana Pontesilli Fino a che uno non si compromette, c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare; ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la Provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare, cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti incredibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potesse venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincialo adesso. Goethe Agli alunni e alunne dell’I.p.i.a Paolo Parodi Delfino dalla Dirigente Scolastica Prof.ssa Susanna CINGOLANI

151


Il Parco della Memoria è stato realizzato grazie all’impegno e alla fatica degli alunni che hanno dato prova della loro creatività ed inventiva, usando esclusivamente materiale riciclato della scuola come: banchi rotti, sedie, grate e qualsiasi altra cIosa necessaria al conseguimento dell’obiettivo.

152


I nostri giusti Iniziamo con questi nomi, e forse ogni tanto qualcuno ne aggiungerà un altro: Teresa Gullace, Medaglia d’oro al merito civile2 Giorgio Labò, Giustiziato a Forte Bravetta3 Agapito Milana e famiglia, Giusti tra le Nazioni4 Orlando Orlandi Posti, Studente ucciso alle Fosse Ardeatine5 Don Gaetano Tantalo, Giusto tra le Nazioni

Il Parco è stato realizzato tutto con materiali riciclati della scuola (banchi, sedie, scrivanie, plafoniere, cancellate…) grazie all’impegno costante e volenteroso di:Classe 4 A TimClasse 3 A Om Classe 4 A Tie Classe 5 A Tim Classi 4 e 5 A TseClasse 4 A TcbSi ringraziano inoltre: Domenica Fanfullini, Vacca Stefania, Varone Michele, Priori Mario, Panetta Salvatore, Falera Marina.Un ringraziamento particolare da parte della prof.ssa Pontesilli a: Giorgi Samuele, Santoro Gaetano,Stazi Simone, Mastracci Cristian, Luciani Christian, Del Signore Mirko, Romoli Federico.

153


154


155


156


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
IDENTITÀ DIVERSITÀ MEMORIA by Biblioteca Militare - Issuu