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Mentre stavamo per andare in stampa, siamo stati colti dalla drammatica notizia dell’attentato di An Nasiryah. I tanti Caduti sono colleghi, amici, commilitoni appartenenti all’Esercito, ai Carabinieri e all’impegno Civile, colpiti a tradimento da assassini, che vilmente vogliono distruggere i progetti di pace e di speranza per l’Iraq. Tutta l’Italia si è unita alle famiglie delle vittime, circondandole di affetto, espresso spontaneamente anche ai centralini dei Comandi. I Caduti che hanno offerto le loro vite per dare ad altri una serenità tanto sognata, sono i nostri eroi moderni. Il concetto di eroismo è un bene universale che non muta secondo le epoche. Rimane inalterato e brilla sempre, perchè finalizzato a fare del bene, a dispetto di chi porta con sé il buio nelle mani e nel cuore. Quei valorosi Caduti sono andati come operatori di pace, ma i nemici della pace li hanno voluti portare via, senza sapere di averli resi immortali in quanto il loro sacrificio farà germogliare un mondo migliore. Che Dio accolga quegli Eroi dei nostri
Capitano Massimiliano Ficuciello Sottotenente Giovanni Cavallaro Sottotenente Enzo Fregosi Sottotenente Filippo Merlino Sottotenente Alfonso Trincone Maresciallo Aiutante Massimiliano Bruno Maresciallo Aiutante Alfio Ragazzi Maresciallo Capo Daniele Ghione Maresciallo Capo Silvio Olla
Brigadiere Ivan Ghitti Vice Brigadiere Domenico Intravaia Appuntato Horatio Maiorana Appuntato Andrea Filippa Caporal Maggiore Capo Scelto Emanuele Ferraro 1° Caporal Maggiore Alessandro Carrisi Caporal Maggiore Pietro Petrucci Dottor Stefano Rolla Signor Marco Beci
ORDINE DEL GIORNO ALL’ESERCITO Ufficiali, Sottufficiali, Graduati e Soldati! La Forza Armata si stringe, colma di dolore e solidarietà, attorno alle famiglie dei Caduti nel vile attacco perpetrato contro una delle basi del contingente nazionale a An Nasiryah, in Iraq. Possa loro essere di conforto la consapevolezza che l’impegno profuso dai loro Cari non resterà vano. Il Loro ricordo continuerà a vivere non solo in coloro che Li hanno direttamente conosciuti ma anche in quanti, uomini e donne dell’Esercito, giornalmente, in Italia e all’estero, operano nel rispetto di quegli stessi valori e di quelle stesse regole su cui Essi avevano deciso di fondare la propria vita e la propria professione. Il nostro più sentito cordoglio vada anche ai famigliari dei Carabinieri e dei civili vittime dello stesso scellerato attentato. Ai militari rimasti feriti giungano i più fervidi voti augurali di pronta guarigione, nella speranza che possano al più presto rientrare nei ranghi dei rispettivi reparti. In questa amara e luttuosa giornata, rivolgiamo il nostro pensiero a quanti, in un ambiente operativo di inusitata difficoltà e di indubbio rischio quale è quello iracheno, si adoperano quotidianamente, con chiara professionalità, nell’arduo compito di pacificare una terra martoriata. La Forza Armata tutta si adopererà per assicurare il necessario sostegno agli uomini e alle donne della Brigata «Sassari» e del 6° reggimento trasporti, colpiti dalla triste perdita dei loro commilitoni. L’Esercito Italiano proseguirà ad adempiere, con fermezza, determinazione e dignità, in osservanza a quanto deciso dal Parlamento nazionale, i propri compiti nell’ambito dell’Operazione «Antica Babilonia» in Iraq. Roma, 12 novembre 2003
RIFLESSIONI DEL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO ITALIANO All’inizio dell’anno, aprendo il primo numero di «Rivista Militare», notai la bella iniziativa di questa rubrica che dava spazio a «riflessioni ad alta voce» del Capo di Stato Maggiore della nostra Forza Armata. Difficilmente avrei potuto credere allora che, da lì a poco, sarei divenuto l’autore di queste poche ma significative righe! È, dunque, non senza qualche emozione, dovuta anche alla consapevolezza dell’ampio seguito di pubblico di cui gode da sempre questo periodico, che mi accingo a proseguire nel solco di questa bella consuetudine. Pur essendo trascorse poche settimane dall’assunzione dell’incarico, ho avuto modo di avviare un ciclo di visite a Comandi, Enti, Istituti ed Unità dell’Esercito, in Patria e all’estero, che mi permetterà di prendere piena coscienza, personalmente, dello «stato di forma» della Forza Armata. Ho già compiuto alcune «uscite», tra cui quelle altamente proficue nei Teatri afghano e iracheno, dalle quali ho potuto trarre alcune preziose indicazioni iniziali, fra le quali la piacevole scoperta di lusinghiere realtà settoriali e di «nicchia», che attestano, inequivocabilmente, un pieno attivismo, una crescente partecipazione e una assoluta condivisione degli obiettivi fin dai minimi livelli. È questo il giusto viatico per proseguire nel percorso di crescita, riorganizzazione e ammodernamento imposto dal mutato ruolo richiesto agli strumenti militari. È per ricoprire questo ruolo che l’Esercito Italiano si sta trasformando da strumento di guerra difensivo – costruito sul principio della dissuasione – a strumento di sicurezza attivo, rapidamente «spendibile» e pronto a contribuire alla concretizzazione delle decisioni dell’Autorità Politica in tema di sicurezza nazionale. Non siamo di fronte a una semplice trasformazione, bensì ad un vero e proprio cambiamento radicale, a una crescita professionale e culturale, sul piano dell’organizzazione e su quello individuale. L’obiettivo finale da conseguire è quello di un Esercito caratterizzato da ampia flessibilità e versatilità, completamente integrabile in ambito interforze ed internazionale e in grado di esprimere assetti pienamente interoperabili con quelli degli eserciti alleati ed amici per partecipare, da protagonista, al rafforzamento dell’Alleanza Atlantica, alla realizzazione delle capacità europee di sicurezza e di difesa, al consolidamento del sistema di sicurezza e cooperazione internazionale delle Nazioni Unite. Si tratta, dunque, di traguardi ambiziosi e impegnativi che non possono essere disattesi, pena la
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perdita di credibilità internazionale di tutto il sistema Paese. Il concetto di integrabilità trova la sua ragion d’essere nelle odierne sfide alla sicurezza, talmente complesse da imporre il ricorso a strumenti di prevenzione e contrasto sempre più strutturati, che possono essere realmente efficaci e incisivi soltanto se originati in ambiti operativi joint (interforze) e combined (multinazionali). Ma la possibilità di ottenere una giusta integrazione è strettamente connessa alla interoperabilità, cioè alla capacità di più sistemi – Comandi, organi, unità – di agire congiuntamente. Entrambe le caratteristiche – integrabilità e interoperabilità – sono perseguibili solo attraverso la rigorosa osservanza del principio fondamentale della standardizzazione. Un principio che deve essere applicato in tutti i settori, dalla dottrina ai materiali, dalle procedure all’addestramento. Sono necessarie, dunque, quella crescita e quella maturazione professionale e culturale, a cui accennavo poc’anzi, che devono portarci a sviluppare nuove capacità operative e a garantire un elevato rendimento in ambito interforze e multinazionale. L’Esercito Italiano, dunque, è protagonista di un cambiamento senza precedenti, con un processo di riorganizzazione che non conosce soste e che si sta svolgendo, in considerazione dell’ampiezza della riforma, in tempi estremamente ridotti. In questa continua razionalizzazione occorre seguitare a garantire quelle capacità operative e d’intervento che ci hanno permesso di impiegare contemporaneamente, tra la fine del 1999 e i primi mesi del 2000, fino a 10 000 militari in operazioni fuori dal territorio nazionale, dal vicino Kosovo alla remota Timor Est. È uno sforzo impegnativo, continuo, tenace, che coinvolge tutte le componenti della Forza Armata e che dimostra quotidianamente come l’Esercito sappia rispondere, con efficienza e tempestività, a tutte le richieste del Paese, prodigandosi sempre con indiscusse capacità, meritando continui riconoscimenti ed elevando il prestigio dell’Italia in ambito internazionale. Ma non dobbiamo dimenticare che i lusinghieri risultati che siamo in grado di riscuotere non sarebbero tali senza la leale, generosa e disinteressata dedizione del nostro personale. Il fulcro della nostra Istituzione è infatti l’Uomo, elemento fondamentale di quel «sistema soldato» nel quale si devono fondere armonicamente capacità fisiche, professionali e morali di altissimo livello con le possibilità offerte dalla tecnologia. Il processo di sviluppo non può prescindere, quindi, dalla valorizzazione di tale risorsa strategica. Una valorizzazione che deve esplicarsi in ogni direzione: nella formazione, nell’addestramento, negli equipaggiamenti a disposizione, nel trattamento giuridico-economico e, soprattutto, nella qualità della vita. Quest’ultimo obiettivo, in particolare, ci vede seriamente e risolutamente impegnati, pur nelle evidenti «ristrettezze» dei fondi assegnati, al fine di poterci avvicinare agli standard di vita, ormai irrinunciabili, che rappresentano il presupposto necessario per permettere ai nostri Uomini e alle nostre Donne di operare serenamente. Queste poche righe sintetizzano, dunque, l’ambizioso progetto di riforma in cui siamo coinvolti. Non dobbiamo farci illusioni: si tratta di un percorso ancora lungo e che, di sicuro, sarà caratterizzato da momenti di difficoltà e da altrettante «pause riflessive». Ma, ribadendo quanto ho già espresso al momento dell’assunzione della carica, non posso che assicurare il mio pieno e totale impegno per indirizzare tale evoluzione dell’Esercito su un sentiero quanto più possibile privo di asperità. Le premesse di una positiva e brillante riuscita in questa impegnativa sfida sono rappresentate proprio dalle lusinghiere impressioni che ho ricevuto durante le mie prime visite. Vedere le nostre Unità operare alla pari con quelle statunitensi, tra gli impervi terreni afghani, e con quelle britanniche, tra le insidiose sabbie irachene, ed essere apprezzate e specificatamente richieste per le particolari capacità operative e per i valori che sono in grado di esprimere è il riscontro concreto della validità delle decisioni fino ad ora assunte. Non posso nascondere che, quale Comandante dell’Esercito Italiano, sono orgoglioso e onorato di rappresentarVi e sono sicuro di poter fare affidamento, nel corso del mio mandato, sulle Vostre migliori energie e capacità al servizio, fedele ed incondizionato, della Patria. Buon lavoro a tutti!
Tenente Generale Giulio Fraticelli
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ATTUALITÀ
IL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO IN VISITA AI CONTINGENTI DELLA FORZA ARMATA IN AFGHANISTAN E IRAQ Il Tenente Generale Giulio Fraticelli si è recato in visita presso i Teatri Operativi afghano ed iracheno per incontrare il personale dell’Esercito impegnato nei Contingenti «ISAF», «NIBBIO» e «ITALFOR IRAQ». È stata una visita assai articolata e densa di appuntamenti che ha permesso al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito di acquisire, in maniera approfondita e completa, una visione globale sugli aspetti inerenti alle missioni in atto. Giunto in Afghanistan nella serata dell’11 settembre, il Generale
Fraticelli è stato ricevuto dal Brigadier Generale Bertolini, Comandante della Brigata «Folgore» e Senior National Representative, che ha fatto gli onori di casa ed ha messo al corrente il Capo di Stato Maggiore sulle attività in atto, sulle predisposizioni per l’imminente ripiegamento del Contingente per il rientro in madrepatria e sulle problematiche incontrate in un ambiente operativo così inusuale per la nostra Forza Armata. Il mattino seguente, dopo aver visitato le strutture del Comando ed aver assistito ad un briefing sulle attività di ISAF, il Generale Fraticelli ha presenziato alla cerimonia di ToA tra il 3° Rgt. a.(ter.) della Brigata «Julia» e il 1° Rgt. a.(ter.) della Brigata «Taurinense». A seguire, si è svolto un
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ATTUALITÀ Le festività natalizie, con la loro atmosfera aiutano a dare il giusto peso alle cose. Se nelle fredde notti invernali il calore della famiglia porterà gioia e allegria, non si potrà non raggiungere con la mente i molti colleghi e colleghe lontani che garantiscono a tanti un tranquillo presente e un sicuro futuro. Che sia, per tutti, un un Buon Natale e un Prospero 2004.
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office call con il Tenente Generale Gliemeroth, Comandante ISAF, e con il Generale Delavar, Comandante del nascente Esercito nazionale afghano. Successivamente c’è stato il trasferimento, con un G-222 della 46a Aerobrigata, a Khowst dove il Capo di Stato Maggiore è stato ospite della Base «Salerno», sede del Contingente «NIBBIO 2». Quindi, spostamento a Bagram per un incontro con il Tenente Generale Vines, Comandante statunitense della CJTF 180 (da cui dipende il Contingente «NIBBIO»), il quale ha speso parole di elogio per la capacità del personale dell’Esercito Italiano di gestire situazioni complesse e differenti tra loro, con attenzione, strutturando le necessarie risposte in maniera flessibile ed autonoma, al fine di non accrescere la già alta tensione nell’area. Il 13 settembre, il Capo di Stato
Maggiore è giunto in Iraq dove ha visitato le strutture aeroportuali di Tallil, nonché le strutture di An Nasiriyah («White Horse», sede
del Comando JTF «Garibaldi» e della Task Force «Fagarè», e «Family Quarters», sede del Rgt. genio, del GSA e dell’ospedale da campo). Il Generale Fraticelli è stato accolto dal Maggiore Generale Adriano Santini, Comandante di ITALFOR IRAQ, e dal Brigadier Generale Vincenzo Lops, Comandante della JTF «Garibaldi»: i due alti Ufficiali hanno sottolineato come il personale dell’Esercito, nonostante le proibitive condizioni climatiche ed operative, abbia risposto in maniera ottimale, a riprova dell’alta professionalità e dell’efficacia delle attività addestrative propedeutiche svolte prima dell’immissione in Teatro. Il Capo di Stato Maggiore, prima di rientrare in Italia, incontrando il personale presso la base «White Horse», ha voluto rimarcare tali aspetti, complimentandosi per il lavoro svolto fino a quel momento e rinnovando i sentimenti di pieno sostegno di tutto l’Esercito.
IL TENENTE GENERALE SPECIALE NUOVO COMANDANTE DELLA GUARDIA DI FINANZA ROMA – Il Consiglio dei Ministri ha nominato il Tenente Generale Roberto Speciale nuovo Comandante Generale della Guardia di Finanza, in sostituzione del Tenente Generale Alberto Zignani. La designazione risale a fine luglio, mentre ricopriva l’incarico di Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito, dove si era inseditato dal 9 marzo 1999. L’alto Ufficiale, protagonista del passaggio evolutivo che ha visto rapidamente
passare la Forza Armata terrestre dall’alimentazione di leva a quella su base professionale, è nato il 17 marzo 1943 a Pietraperzia, in provincia di Enna. Dopo il 18° Corso dell’Accademia Militare dal 1961 al 1963 e la Scuola di Applicazione, ha svolto numerosi incarichi di comando e responsabilità in unità operative. Presso l’82° Reggimento fanteria «Torino», a Gorizia, è rimasto dal 1965 al 1973, quale Comandante di plotone, Ufficiale Addetto alle Operazioni e all’Addestramento e Comandante di Compagnia. Frequentatore dal 1973 al 1976 del 98° Corso di Stato Maggiore e del 3
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corrispondente Corso Superiore presso la Scuola di Guerra, è stato, quindi, assegnato, dal 1976 al 1977, alla Regione Militare Centrale per ricoprire gli incarichi di Ufficiale Addetto alla Sezione Operazioni dell’Ufficio Operazioni e Addestramento della Regione. Dal 1977 al 1983 è stato Capo della 3a Sezione Trattamento Economico dell’Ufficio Reclutamento, Stato e Avanzamento dello Stato Maggiore dell’Esercito. Tale incarico ha coinciso con un periodo di particolare fervore innovativo nel campo del personale. Il suo contributo è stato determinante nello studio e nell’approvazione di importanti provvedimenti migliorativi connessi al personale: la Legge 417/1978 che ha disciplinato l’indennità di missione e di trasferimento; la Legge 312/1980 riguardante i nuovi inquadramenti stipendiali delle Forze Armate; la Legge 308/1981 che ha disposto la «Speciale elargizione» per le vittime del dovere e di eventi di natura violenta e, non ultima come efficacia, la Legge 78/1983 inerente le indennità d’impiego operativo del personale delle Forze Armate. Nuovamente Comandante di unità, dal 1983 al 1984, ha guidato il 183° battaglione fanteria meccanizzata «Nembo», a Gradisca d’Isonzo, per poi diventare Capo della 2a Sezione dell’Ufficio Ordinamento dello Stato Maggiore Esercito (1984-1987) e, quindi, Capo dell’Ufficio Ordinamento (1988-1992). Proprio in quell’epoca risale il profondo rinnovamento dell’intera intelaiatura dell’Esercito, di dimensioni talmente estese da essere paragonato a quello, famoso, del 1976. 4
Una fase, questa, che ha visto nuovamente il Tenente Generale Speciale nel ruolo di protagonista anche negli aspetti legati alla stabilità occupazionale dei Volontari dopo la ferma e la qualità della vita nelle strutture militari nel suo complesso. Non è nemmeno da dimenticare il suo decisivo apporto fornito alla riorganizzazione della Casa Militare del Presidente della Repubblica e al Reggimento Corazzieri. Ha comandato a Messina, dal 1992 al 1993, la Brigata meccanizzata «Aosta», proprio mentre si varava l’Operazione «Vespri Siciliani». In quell’occasione il Tenente Generale Roberto Speciale si è posto in evidenza con tatto e professionalità tanto da ricevere entusiastici riconoscimenti dalle Autorità militari e civili. Tornato a Roma, allo Stato Maggiore Esercito, da Capo del I Reparto (1993), nel 1994 è stato destinato all’omologo Reparto dello Stato Maggiore Difesa, offrendo tutta la sua esperienza nello studio dei nuovi, profondi mutamenti legislativi riguardanti il personale e gli aspetti ordinativi e strutturali del Ministero della Difesa, comprese le componenti Tecnico-operativa e Tecnico-amministrativa. Ha diretto, al tempo stesso, 18 Gruppi di Lavoro istituiti per ristrutturare l’Area Interforze, allo scopo di creare i presupposti alla Legge 25/1997, conosciuta come quella «sui Vertici militari». Ha, inoltre, curato personalmente ben tre concertazioni presso il Dipartimento della Funzione Pubblica, promuovendo numerosi provvedimenti giuridico-economici a beneficio del personale di tutte le Forze Armate, con tale perizia da meritare l’ammirazione anche da parte dei più illustri esponenti sindacali e dell’economia. La sua padronanza culturale e professionale gli hanno permesso pure di concepire e avviare al Par-
lamento rilevanti provvedimenti legislativi, quali il riordinamento dei ruoli dei Sottufficiali, la nuova Legge d’Avanzamento degli Ufficiali, il trattamento pensionistico del personale delle Forze Armate, Carabinieri compresi, tanto per citarne alcuni. Il Tenente Generale Speciale è insignito di numerose onorificenze, ottenute in decenni di servizio e di dedizione allo Stato. Tra esse spiccano la Commenda dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, la Medaglia Mauriziana, la Croce d’Oro per Anzianità di Servizio, la Medaglia di Bronzo al Merito di Lungo Comando, la Croce con Spada dell’Ordine al Merito Melitense del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta, la Commenda dell’Ordine di San Gregorio Magno. Numerose anche le benemerenze riconosciutegli: il Premio «Elio Vittorini», il Premio internazionale di sicilianità «Pigna d’Argento» e la cittadinanza onoraria della città di Capua.
LE PAROLE SALIENTI NEL GIORNO DEL RICORDO ROMA – Sono bastate poche parole al Capo dello Stato per entrare nei cuori della gente che ha seguito commossa la commemorazione organizzata a Porta San Paolo nel sessantesimo anniversario dell’8 settembre 1943, data che, con l’armistizio e la difesa di Roma, segnò l’inizio della Guerra di Liberazione e del riscatto nazionale. Lo ha fatto davanti ai giovani dei «Lancieri di Montebello» e dei «Granatieri di Sardegna» riuniti per il giuramento di fedeltà, a voler confermare una promessa fatta oltre mezzo secolo fa dai loro predecessori proprio a Porta San Paolo. L’8 settembre – ha esordito il Capo dello Stato – non fu la mor-
te della Patria, perché allora la Patria si rigenerò nell’animo degli italiani che seppero essere, seppero sentirsi Nazione. Un incisivo intervento quello del Presidente della Repubblica, a cui va il merito di aver proposto e guidato il recupero della memoria storica nazionale e dei valori del nostro popolo. La memoria comune – ha proseguito – è il fondamento della Nazione. Su di essa, sono fondate le Istituzioni Repubblicane. Importante è stato pure l’accenno all’unità nazionale sancita dalla Costituzione: La Costituzione del 1948 è un documento valido, vivo e vitale, non soltanto perché sapientemente redatto da eminenti politici e giuristi, ma perché ha un’anima: è lo spirito risorgimen-
tale passato attraverso il dramma della dittatura e della catarsi del 1943-1945. Ha la passione civile che solo la condivisione profonda e vissuta di valori quali quelli maturati dagli italiani nella loro storia secolare può generare. È questo il cemento morale che ci fa guardare con fiducia al nostro futuro, che ci fa sentire uniti nell’amore per la nostra Patria, nell’orgoglio di essere italiani, di un’Italia una e indivisibile, nella libertà e nella democrazia. Sessanta anni fa – ha anche voluto ricordare – gli italiani si ritrovarono soli, ciascuno davanti alla propria coscienza. Tanti italiani, quel giorno, in Patria e all’estero, militari e civili, decisero di reagire, di combattere, pur nella deplorevole as-
senza di ordini chiari. Gli italiani che quindi decisero di reagire salvarono l’onore e i valori della Patria. Ogni episodio di resistenza alla sopraffazione fu un elemento di fondazione della Patria. Anche lo Stato – ha aggiunto il Presidente della Repubblica – tragicamente assente nelle drammatiche, decisive ore successive all’annuncio dell’armistizio, sopravvisse grazie soprattutto alla saggezza di alcuni statisti democratici, che decisero di accompagnare la transizione istituzionale. Di notevole effetto sono state pure le parole pronunciate dal Ministro della Difesa Antonio Martino. Egli ha ricordato quei drammatici giorni di oltre mezzo secolo fa, quando il nostro Paese era diviso e separato in due tronconi. L’Italia era occupata da eserciti stranieri mortalmente contrapposti. I nostri militari, però, seppero subito indicare all’Italia intera quale era il nuovo fronte. Fu a quel punto che tra tanti travagli fisici e morali, gli italiani imboccarono il sentiero della libertà e oggi, Germania e Italia, restituite alla libertà, sono amiche, unite nell’Europa, alleate nella NATO. Infatti – ha proseguito il Ministro – i popoli e gli eserciti che si dilaniarono sui campi di battaglia, stanno per creare l’embrione di Forze Armate integrate, che avranno l’unico scopo di difendere l’Unione, di portare la pace dove le Istituzioni internazionali o gli interessi comunitari lo richiederanno. Alla cerimonia erano presenti le più alte autorità civili, religiose e militari, tra le quali il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Rolando Mosca Moschini, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Tenente Generale Giulio Fraticelli, il Generale e Senatore Luigi Poli, Presidente del Comitato Nazionale per le Celebrazioni delle Forze Armate nella Guerra di Liberazione 1943-1945 e Presi5
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dente dell’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze Armate (ANCFARGL), oltre al Sindaco di Roma, Walter Veltroni. Nel suo intervento, il Generale Poli ha fatto presente che: l’8 settembre 1943 è stato tante cose: il giorno dell’armistizio con gli Alleati, una resa inizialmente dura e senza condizioni, ma che successivamente ci diede buoni
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frutti; il giorno degli ordini ambigui; il giorno che fece dei tedeschi i padroni dell’Italia non occupata dagli Alleati, con il Nord in parte annesso alla Germania e in parte ridotto a protettorato, difeso ricorrendo a stragi e deportazioni. Ma è stato anche e soprattutto un giorno per ritrovare la Patria e quel giorno la Patria rinacque. La «Morte della Patria» o «Tutti a casa» e altre simili frasi di effetto sull’immaginario collettivo hanno etichettato per anni la svolta dell’8 settembre, facendone un uso politico, capzioso, improprio e distorto. Qualcuno riuscì o tentò di coglierne anche i prodromi di una
rivoluzione. Ma in realtà l’armistizio dell’8 settembre non determinò la «morte della Patria», né una fuga globale dei suoi soldati con il «tutti a casa». L’Esercito non si disciolse, ma meritò all’Italia la cobelligeranza con gli Alleati, andando a combattere a Montelungo appena tre mesi dopo la firma dell’armistizio. Per noi combattenti della Guerra di Liberazione, l’8 settembre ha segnato, come Caporetto, la rinascita di un nuovo Esercito Italiano. Ed in realtà non è nata dalla firma dell’armistizio né una democrazia senza Patria, né un Esercito senza soldati. Per questo, noi reduci, combattenti del-
la Guerra di Liberazione, ritorniamo ogni anno l’8 settembre qui a Porta San Paolo a questo monumento, da noi eretto, e donato alla città di Roma per ricordare i 414 Lancieri di Montebello, Granatieri di Sardegna, Carabinieri del battaglione allievi e i 156 cittadini romani, caduti assieme per una difesa disperata della capitale, ma soprattutto, per la difesa dell’onore della Patria e per la fedeltà della Bandiera. Questi gli ideali che il Presidente Ciampi ci ha riproposto dopo anni di oblio. Il treno dei ricordi era fermo da anni in un binario morto, ora con Ciampi viaggia sulla direttissima. Il Sindaco Veltroni ha fatto notare che Roma già dalla sera dell’8 settembre 1943, scrisse una pagina fondamentale. Anche grazie a essa, quel giorno la nostra Patria non morì. Proprio qui, in questo luogo carico di storia e di significati per Roma e per i romani, un anno fa Lei – ha detto rivolgendosi al Capo dello Stato – disse che la memoria è una corda fatta di molti fili, di storie di singoli individui che hanno seguito la propria coscienza. Per questo – ha precisato rivolgendosi ancora al Presidente – siamo qui oggi. Per ricordare il momento in cui, sessanta anni fa, grazie alla scelta di tanti soldati e cittadini ebbe inizio, come Lei disse, quell’unione di popolo che ha permesso all’Italia di resistere alla tragedia dell’occupazione e della separazione del territorio. Tra l’8 e il 10 settembre a Porta San Paolo e in altri luoghi della città, ragazzi in uniforme e in abiti civili lottarono e morirono insieme. Avevano diversi ideali e uno stesso desiderio di libertà. In precedenza, il Presidente Ciampi si era recato al Vittoriano, per inaugurare la mostra dedicata ai militari italiani nella Guerra di Liberazione, allestita dallo Stato Maggiore dell’Esercito, e al Parco
della Resistenza, per deporre sul monumento ai Caduti una corona d’alloro. Il monumento di Porta San Paolo ricorda gli 87 000 Caduti nella difesa del nostro Paese, durante la Guerra di Liberazione. Accaniti furono i combattimenti svolti proprio a Porta San Paolo. In difesa di Roma e della dignità degli italiani accorsero reparti di valore quali i Lancieri di Montebello, i Carabinieri ed i Granatieri di Sardegna. Resistettero per tre giorni, pur senza speranza, contro forze soverchianti. Il tributo delle Forze Armate alla conquista della libertà e della democrazia terminò il 5 maggio 1945 e il prezzo del sacrificio fu ingente. Contro l’invasore si schierarono 1 200 000 militari, dei quali 500 000 inquadrati nei reparti regolari a fianco degli angloamericani, 100 000 partigiani e 600 000 di loro furono internati nei campi di concentramento nazisti, perché non vollero collaborare in alcun modo con l’invasore.
GIORNATA DELLE FORZE ARMATE E DEL DECORATO AL VALORE ROMA – Sono passati tanti anni, ma conserva ancora intatti i suoi profondi valori della fratellanza, del senso dell’unione e dello spirito di sacrificio, la «Giornata delle Forze Armate e del Decorato al Valore», giunta al suo 85° anniversario, nel ricordo della vittoria italiana, nella Prima Guerra Mondiale, contro gli Imperi Centrali, concludendo l’epopea del Risorgimento nazionale. Fu proprio il 4 novembre 1918, infatti, che la richiesta dell’armistizio, da parte di Austria-Ungheria e di Germania, segnò il termine di un lungo e sanguinoso conflitto – la prima guerra totale della storia – che il nostro Paese, tre
anni prima, era stato costretto a intraprendere per dare la libertà a tanti connazionali che erano ancora sotto il dominio straniero. All’inizio delle ostilità, era difficile immaginare quale tributo di sofferenze e di sangue sarebbe stato versato, anche perché il mondo non aveva mai visto nulla di simile. Una guerra non aveva mai avuto quelle proporzioni. Sul fronte italiano, i combattimenti furono sin dall’inizio particolarmente duri e intensi. L’ultimo anno, il 1918, fu addirittura più cruento, richiedendo all’intera Nazione sofferenze di maggiore portata. Gli eventi maturarono l’anno precedente, il 24 ottobre 1917, con la disfatta di Caporetto – cittadina che dopo il Secondo conflitto mondiale fu assegnata alla Slovenia – che, improvvisamente, sfondò il fronte orientale italiano. Dell’avanguardia faceva parte l’allora Tenente Erwin Rommel, che poi sarebbe diventato la «Volpe del deserto». Le agguerrite Divisioni avversarie dilagarono nella pianura venetofriulana, ma furono fermate sul fiume Piave, che costituì la premessa per la controffensiva di Vittorio Veneto. In quei momenti decisivi per le sorti della Patria, grande importanza acquisì pure il fronte interno e l’opera delle donne. Nella penisola madri, spose, ragazze di ogni età si sostituirono agli uomini in ogni settore produttivo, dando così un contributo determinante alla vittoria. Le nostre nonne, oltre a guidare le famiglie e a educare i figli, a sopravvivere in una situazione di estrema precarietà alimentare, rimaste sole, con i mariti al fronte, seppero sostenere il Paese anche moralmente. Dopo innumerevoli sacrifici di tutto un popolo e la saldatura del fronte sul Piave, il 30 ottobre 1918 le nostre Armate riuscivano 7
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a raggiungere la città di Vittorio Veneto. Il 3 novembre, con la liberazione della città di Trieste, la flotta italiana attraccava finalmente al porto del capoluogo giuliano, accolta dalla popolazione in festa. L’Austria-Ungheria, a quel tempo uno dei più potenti imperi dell’epoca, in possesso di un esercito moderno ed efficiente come pochi al mondo, in grado di esprimere un potenziale bellico di prim’ordine, ormai vacillava. Si stava progressivamente sfaldando sotto la spinta degli eventi bellici, è vero, ma pure per via del risveglio dei popoli oppressi. Questi motivi indussero l’Imperatore, da Vienna, il 4 novembre dello stesso anno, a chiedere la fine delle ostilità e l’avvio delle trattative di pace. L’anniversario è stato ricordato in tutte le sedi di servizio. Momenti particolarmente intensi sono stati evocati presso i principali Sacrari, alla presenza delle più Alte Autorità istituzionali.
colarmente gradita è stata la presenza dei Labari delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, come pure dei Gonfaloni della Regione Toscana e della Provincia di Firenze. Il solenne atto è cominciato con l’afflusso del Reggimento di formazione, composto da militari dei reparti dipendenti dall’Ispet-
attività, ha proseguito da protagonista quel fondamentale processo di rinnovamento che sta conducendo l’Esercito alla completa adozione del modello professionale. A tale proposito, di assoluto rilievo, sono stati i risultati raggiunti nell’ambito della promozione dei reclutamenti, uno degli obiettivi principali che
torato per il Reclutamento e le Forze di Completamento dell’Esercito: il 1° Reggimento «San Giusto» e i Reggimenti Addestramento Reclute 78° «Lupi di Toscana» (presente con la sua Bandiera di Guerra), 123° «Chieti», 157° «Liguria» e 231° «Avellino», di una compagnia interforze dell’Arma dei Carabinieri, dell’Aeronautica Militare e del Corpo della Guardia di Finanza, oltre alla Banda dell’Esercito. Il Tenente Generale Lunardo, in un anno di intensa e proficua
l’Alto Ufficiale si era prefissato sin dall’insediamento. Non meno efficace si è rivelata l’attività comunicativa rivolta verso i giovani (uomini e donne), tesa a informare preventivamente un pubblico – numericamente in crescita – interessato ai diversi concorsi banditi dalla Forza Armata: per Ufficiali, Marescialli, Volontari in Ferma Breve e frequentatori delle Scuole Militari. Il Tenente Generale Loi proviene dal Comando della Regione Militare Meridionale.
PASSAGGIO DI CONSEGNE AL VERTICE DELL’ISPETTORATO RFC FIRENZE – Il Tenente Generale Bruno Loi è subentrato al Tenente Generale Angelo Lunardo nell’incarico di Ispettore per il Reclutamento e le Forze di Completamento dell’Esercito. La cerimonia ha avuto luogo il 10 settembre, presso la Caserma «Perotti». Numerose Autorità militari, civili e religiose hanno presenziato all’evento, tra le quali il Sottosegretario alla Difesa, Onorevole Francesco Bosi, e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Tenente Generale Giulio Fraticelli. Parti8
Sommario
Numero
6/2003
Novembre - Dicembre
«Rivista Militare» ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnica e professionale del personale dell’Esercito e di far conoscere, alla pubblica opinione, i temi della difesa e della sicurezza. A tal fine, costituisce organo di diffusione del pensiero militare e palestra di studio e di dibattito. «Rivista Militare» è quindi un giornale che si prefigge di informare, comunicare e fare cultura.
I Ordine del Giorno II Riflessioni del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano. di Giulio Fraticelli
34 L'Armata lussemburghese ha tutti i volti d’Europa. Intervista al Colonnello Nico Ries Capo di Stato Maggiore dell'Armata del Lussemburgo. a cura di Enrico Magnani
IV Editoriale. di Giuseppe Giovanni Maria Tricarico
46 L'oculato approvvigionamento. di Rocco Panunzi
78 I controlli gestionali nella Pubblica Amministrazione. di Luciano Tavano 92 Il Diritto Umanitario è un bene per tutte le società. di Arturo Marcheggiano
1 Attualità... sotto la lente.
POLITICA, ECONOMIA E ARTE MILITARE 10 La strategia e le sue più recenti linee evolutive. di Ferruccio Botti 22 Laghi bollenti. di Serena Sartini
SCIENZA, TECNICA E ADDESTRAMENTO 60 Come affrontare uno dei più difficili ambienti operativi. di Michele Cittadella
STORIA 102 I Servizi di Sicurezza nella Storia. di Ulderico Petresca
42 68 Sperimentazione di successo per il Comando e Controllo MLRS. di Maurizio Valzano
RUBRICHE
Osservatorio Strategico. 110 Attualità... in breve. 120 Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, Sumario. 130 Recensioni. 135 Indice annuale 2003.
Dopo le grandi crisi del XX secolo ecco come è cambiata la scienza che molti ritenevano statica e immutabile
LA STRATEGIA E LE SUE PIÙ RECENTI LINEE EVOLUTIVE Gli avversari della pace tendono a colpire crudelmente con ogni mezzo al fine di incidere sul morale di combattenti e civili ingenerando insicurezza e paura Per i conflitti non vengono più mobilitate le masse, bensì specialisti da impiegare generalmente in Teatri Operativi lontani. «La Strategia consiste nella concezione e pianificazione delle grandi linee dell’uso della forza, per raggiungere i fini della politica in una situazione di contrasto. Comporta scelte tra diverse opzioni e l’indicazione delle priorità». Chissà se sarà questa la definizione destinata ad affermarsi. 10
di Ferruccio Botti *
L
e minacce, i rischi, le incertezze dell’epoca che viviamo sono un tema ricorrente. Secondo il Libro Bianco della Difesa 2002, gli attacchi terroristici dell’11 settembre hanno ulteriormente sconvolto gli equilibri geostrategici [...]. La minaccia tradizionale non esiste più, sorgono dei rischi areali che basano le proprie capacità non solo sugli armamenti, ma anche su strumenti diversificati e sofisticati [...] . Di tali rischi il terrorismo rappresenta fattore catalizzatore e moltiplicatore. Le politiche di sicurezza e di difesa si trovano, oggi, a non doversi più limitare alla sfera tradizionale della capacità puramente belliche, ma a doversi confrontare anche con un
nemico trasversale, spesso subdolo e talora immateriale (1). Viene da chiedersi quali siano le ricadute teoriche di questo quadro estremamente variegato e complesso, tale da rendere arduo quel processo di differenziazione e compartimentazione della materia, che è premessa indispensabile per definire dei concetti e precisarne significati e contenuti. Per esempio il Libro Bianco parla di politica di sicurezza e di difesa, e più avanti afferma che la nuova configurazione del quadro mondiale impone una continua e attenta rivalutazione, prima politica e poi strategica, delle priorità di difesa finalizzata anche all’allestimento di nuove capacità militari...(2). Ma quali sono nel nuo-
vo contesto, i significati e i contenuti di vecchi termini come Politica di Sicurezza, Politica di Difesa e Strategia? Il significato proprio di ogni termine si ricava per differenza dagli altri. Bisogna perciò chiedersi anche quali siano le attuali differenze tra Strategia (e Strategia globale), Politica di Sicurezza e Politica di Difesa. Non ci risulta che finora tali differenze siano state studiate. Ciascun autore oggi attribuisce a questi termini il significato che meglio gli aggrada. Sarebbe comunque improprio definire ciascun termine a sé stante: se, come tutti ammettono, esistono dei legami assai stretti tra politica e strategia, i rispettivi significati e contenuti teorici vanno definiti 11
Ufficiale del Reggimento «Cavalleggeri di Foggia», 1864.
contestualmente e, come detto in precedenza, per differenza. Per fare questo, il metodo migliore ci sembra quello di un grande politologo come Raymond Aron e di un grande scrittore e stratega navale come l’Ammiraglio Romeo Bernotti (3): analizzare le contingenze del presente alla luce del passato, onde individuare e ben inquadrare gli autentici elementi di novità che altrimenti, senza una base storica, risulterebbero deformati e privi di termini di confronto e riferimento. Le mutazioni riguardano soprattutto la Strate12
gia: la politica conserva da sempre lo stesso significato, che è quello di teoria e pratica che hanno per oggetto l’organizzazione e il governo dello Stato; insieme dei fini cui tende uno Stato e dei mezzi impiegati per raggiungerli (Dizionario Garzanti). Poiché da sempre le Forze Armate sono strumento primario di potere di uno Stato, va da sé che la componente armata non è avulsa dalla politica, ma più propriamente ne fa parte e che dunque ciò che la riguarda è uno dei tanti settori specialistici nei quali si articola l’organizzazione e l’at-
tività dello Stato. Ebbene, la Strategia è nata a fine secolo XVIII proprio per meglio consentire, allo Stato, di organizzare e controllare l’attività militare, legando insieme la politica con la Tattica, che era ed è arte e scienza di condurre le battaglie e gli scontri con il nemico. Precisiamo ancora: la Strategia è nata come branca teorica dell’Arte Militare, perché è sempre esistito il tentativo di finalizzare gli scontri con il nemico agli scopi politici della guerra (Clausewitz), portando le truppe nelle migliori condizioni allo scontro con il nemico. Tant’è vero che, ad esempio, Edward Luttwak ha scritto un libro proprio sulla «Grande Strategia dell’Impero Romano». Le campagne di Napoleone hanno definitivamente consacrato la nascita della nuova disciplina teorica, con guerre brevi e battaglie decisive alle quali si sono ispirate generazioni di capi e scrittori militari. Per tutto il secolo XIX e fino all’inizio della Prima guerra mondiale, perciò, non vi è nessuna novità nel concetto di Strategia: un concetto ancora essenzialmente militare e di matrice napoleonica, che consisteva nel fissare le grandi linee della condotta della guerra, onde aver ragione (con il minimo sforzo e il massimo risultato) del nemico in poche battaglie decisive. Ma dopo i primi, sanguinosi e inconcludenti scontri della guerra 19141918, il quadro è cambiato radicalmente. Per diverse ragioni (e non solo per la superiorità tattica della difensiva assicurata dal celebre binomio mitragliatrice-reticolato), la guerra breve e decisiva di stampo napoleonico non è stata più possibile. Fino al 19171918 si sono fronteggiate, in Europa, masse armate di potenziale pressoché equivalente, la cui efficienza morale e materiale richiedeva la mobilitazione di tutte le
L’arrivo del giornale fra le truppe al fronte, nell’anno 1917.
risorse del Paese. Il crollo della Germania e dell’Austria è avvenuto, prima di tutto, perché tali risorse erano venute meno. Nella Grande guerra ai Generali si sono affiancati gli imprenditori. La guerra è diventata industriale e al tempo stesso totale, perché ha coinvolto e mobilitato come forze produttrici e alimentatrici anche le popolazioni civili. Per rimediare a questa prima grande crisi della Strategia, tale da coinvolgere la credibilità degli Stati Maggiori, negli anni Venti e Trenta del secolo XX si è cercato di evitare i massacri della guerra di trincea, che hanno segnato profondamente i popoli. Addebitando, più a torto che a ragione, alle teorie di Clausewitz il troppo sangue versato nella guerra, l’esperto militare inglese Basil H. Liddell Hart ha proposto la «Strategia indiretta», consistente nell’usare altri mezzi, oltre quelli
militari, per aver ragione con poche perdite del nemico, attaccandolo ovunque si rivelino punti deboli (4). Un altro inglese, il Generale John Frederick Charles Fuller, ha proposto la guerra meccanizzata. Il nostro Giulio Douhet ha teorizzato l’impiego di masse di bombardieri pesanti per colpire dall’aria i centri demografici e industriali nemici, provocando in pochi giorni il crollo materiale e morale della nazione avversaria. I francesi hanno costruito fin dagli anni Venti la costosa e potente linea fortificata Maginot, avente lo scopo di dissuadere la Germania dal tentare la rivincita e, comunque, di bloccare una sua eventuale offensiva con poche perdite, mantenendo le proprie truppe al riparo di un muro di ferro e cemento. L’allora Tenente Colonnello André Beaufre, nel dopoguerra padre della Force de frappe nucleare francese, nel 1939 ha scritto un articolo nel quale descriveva tutti i caratteri di una guerra fredda in anteprima, per evitare le rovine e il sangue di
un’altra guerra e far fronte, senza spargimento di sangue, alla politica aggressiva di Hitler. Parlava perciò di guerra politica, guerra diplomatica, guerra economica (5). Tutto inutile! In un primo momento, la guerra lampo tedesca del 1939-1941 è sembrata capace di ridare alla guerra rapida e decisiva napoleonica le sue ali. Ma ben presto, nonostante i nuovi mezzi, si è tornati alla guerra lunga e di logoramento del 19141918, con la stessa mobilitazione industriale e delle risorse, minori perdite di combattenti ma avente un elemento peggiorativo in più: l’attacco aereo massiccio e deliberato alle popolazioni civili, per fiaccarne il morale e interrompere l’alimentazione delle Forze Armate, distruggendo le fonti di produzione. È inoltre risorto il fenomeno della guerriglia, sconosciuto nel 1914-1918. Da totali la guerra e la strategia sono così diventate integrali, perché – di fatto – anche i civili sono diventati combattenti e quindi soggetti al13
Guerra italo-turca: uno dei numerosi combattimenti avvenuti ai pozzi di Bu - Meliana (Tripoli).
l’offesa bellica. Non basta. Alla fine della guerra il lancio della bomba atomica sulle popolose città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki ha provocato una seconda crisi, senza precedenti, delle concezioni strategiche. La logica della guerra fredda è ben nota. La guerra non è scomparsa: è stata combattuta, con armi convenzionali, fuori dall’Europa, dove in modo indiretto e per interposta persona si sono confrontati i due blocchi. Gli eserciti occidentali hanno dovuto fronteggiare la guerriglia, il terrorismo e le aspirazioni all’indipendenza delle loro colonie e, in genere, hanno avuto la peggio. In Europa la pace è stata assicurata dalla minaccia di reciproca distruzione nucleare. Di conseguenza la strategia non consiste14
va più nel cercare il modo di infliggere il massimo danno all’avversario, ma nell’evitare il ricorso alla «guerra calda», convincendo l’avversario che in questo caso avrebbe avuto la peggio. La massiccia e dispendiosa corsa agli armamenti tra le due superpotenze che ne è conseguita ha visto l’URSS, economicamente più debole e tecnologicamente più arretrata, soccombere. Nato con le baionette, il sistema comunista è crollato per implosione economica provocata sempre dalle nuove baionette, cioè da una corsa agli armamenti che non era più in grado di sostenere. Siamo arrivati al periodo attuale, nel quale – evidentemente – non vale più né la strategia della guerra fredda, né l’antica strategia napoleonica. Alla luce dell’esperienza storica, che cosa non è più dunque e che cosa è, invece, la Strategia di oggi? Qual è, inoltre, il peso che su di essa esercita la tecnologia? (6). Bisogna, intan-
to, prendere atto che – come attesta autorevolmente il Libro Bianco 2002 – esiste tuttora una politica di sicurezza, una politica militare e una politica di difesa. In proposito, ci sembrano valide – però con sensibili modifiche – le definizioni date nel 1989 dal Generale Carlo Jean, ancora riferite alla guerra fredda: la politica di sicurezza comprende quella di difesa e quest’ultima include la politica militare. La politica di sicurezza rappresenta la risposta alla globalità delle sfide che a uno Stato pervengono dall’esterno e che non sono solo militari. La politica di difesa, nelle sue due componenti, militare e civile, è invece riferita specificamente alle minacce di tipo militare. La politica militare riguarda infine le concezioni e la pianificazione strategica e le problematiche generali delle Forze Armate (7). La Politica di Sicurezza e quella di Difesa riguardano evidentemente il Governo nella globalità
delle sue decisioni. Quella militare riguarda principalmente – ancora se non esclusivamente – il Ministro della Difesa. Diversamente dalla precedente definizione, però, la politica di sicurezza oggi riguarda le sfide provenienti sia dall’esterno che dall’interno. Tali sfide, più che strettamente militari (cioè attinenti solo a formazioni regolari) oggi sono spesso armate, cioè provenienti da organizzazioni per così dire irregolari, il cui fine è l’esercizio della violenza con i più svariati mezzi, escludendo però – in generale – proprio le modalità d’azione tipiche degli eserciti regolari e riconducibili alla strategia e tattica classiche. Anche la Politica di Difesa oggi va riferita a minacce più genericamente armate e non più solo militari. Essa inoltre può comportare risposte (non necessariamente armate) a minacce di altro tipo, anche non armate (immigrazione clandestina e altre attività illegali, come traffico d’armi, di droga e così via). Stando così le cose, si tratta ora di individuare, delimitare, definire il campo residuo che rimane alla strategia. Durante la guerra fredda, il confronto quotidiano tra i due blocchi contrapposti ha non solo condizionato, ma finalizzato la politica, la diplomazia, l’economia, l’attività dei media, e quello che potremmo chiamare fronte interno, con una vera e propria guerra psicologica. Ne è derivato, in certo senso, il primato della strategia sulla politica, sancito nel concetto di «strategia globale», al quale è stato attribuito il significato di scienza o arte dell’impiego delle forze politiche, economiche, psicologiche e militari per assicurare il massimo sostegno all’azione politica sia in pace che in guerra (8). A sua volta, la Strategia globale è stata suddivisa in diversi tipi, tra cui quella militare. A questo punto, si deve constatare che un siffatto contenuto teorico della Strategia globale entra in collisione con i predetti concet-
ti di Politica di Sicurezza, di Difesa e Militare: la Strategia diventa qualcosa di molto simile alla politica e la politica a sua volta si avvicina alla Strategia, con reciproca perdita di specificità. Una siffatta sovrapposizione, anzi confusione di significati, non è più in armonia con l’attuale quadro strategico, ovviamente molto diverso da quello della guerra fredda. La guerra è diventata asimmetrica: non si tratta più del confronto tra due blocchi di nazioni industrialmente sviluppate, nei quali avevano ancora un significato termini classici come fronte, retrovia, li-
risposta immediata e diversificata per ogni tipo di minaccia e rischio, e a tal fine, deve sviluppare anche le proprie capacità di autoprotezione. Infine gli eserciti – come è avvenuto fino alla guerra fredda – non mobilitano più le masse, ma un’aliquota ridotta di volontari. Di conseguenza prevale il concetto che, mentre ridotte aliquote di volontari e specialisti sono impegnate in lontani conflitti in qualche parte del mondo, la vita nazionale deve continuare normalmente, più o meno come avveniva nelle guerre di gabinetto
nea di contatto, giusto per citarne alcuni. Il problema attuale, per le società occidentali, è di rafforzare le strutture di sicurezza, incidendo il meno possibile sulle quotidiane attività, ma anzi ricercando lo sviluppo economico: nessuna mobilitazione, quindi, dell’industria o economia. Allo strumento militare oggi si richiede in misura ancor maggiore una qualità sempre richiesta: la flessibilità. Deve essere in grado di condurre con pari efficienza operazioni vicine al tipo classico (come in Iraq) oppure altre cosiddette di pace. Deve, insomma, avere una capacità di
La colonna di soccorso al presidio di Saati comandata dal Tenente Colonnello De Cristoforis, 500 uomini, fu attaccata e distrutta a Dogali, da circa 10 000 abissini di ras Alula, il 26 gennaio 1887.
pre-napoleoniche del secolo XVIII e come è avvenuto nella recente guerra del Kosovo. Durante tale conflitto le operazioni militari erano affare di qualche centinaia di piloti e di qualche migliaia di specialisti addetti agli aerei che partivano in gran parte dalle basi italiane, mentre per 15
tutti gli altri cittadini era uno spettacolo televisivo o dal vivo, visto che era diventato tale anche il decollo degli aerei dalle nostre basi, osservato da fiumane di spettatori della domenica. In un siffatto contesto, ci sembra possibile ridare alla politica ciò che è della politica e alla strategia ciò che è della strategia. Se si ammette che i termini Politica di Sicurezza, di Difesa e Militare debbano conservare la loro validità, allora non rimane che ricon16
durre la strategia in un più ristretto alveo, distinguendo, rispetto al passato, ciò che non può più essere, e quindi individuando meglio ciò che deve essere. Presupposto di base: la strategia non può confondersi con la politica e la politica non può confondersi con la strategia. Sono due campi largamente intercomunicanti, ma distinti. La strategia non può compendiarsi, genericamente, nell’uso della forza. Anche la politica è
uso della forza. Si parla di governo forte o debole a secondo del sostegno di cui gode nel Paese; si parla della forza di un partito, di un gruppo parlamentare, di un gruppo di pressione. Lo stesso avviene per le attività economiche e industriali, dove la competizione quotidiana premia, alla fine, il più forte. La strategia non può rimilitalizzarsi alla maniera napoleonica, né può estendersi in modo abnorme come nella guerra fredda. De-
Una stampa popolare di propaganda sulla vittoria italiana in Libia.
ve però avere sempre come riferimento, come base l’uso della forza armata (non della forza militare, che ne restringerebbe l’applicazione alle forze militari regolari). Specie oggi è la sintesi di varie componenti. Ma in esse, sia pure in misura e con ruoli diversi la Forza Armata ha sempre un ruolo significativo. L’impiego della Forza Armata può essere parziale, potenziale, dissuasivo, effettivo, ma non può esistere una strategia senza una base armata
o militare. Nella sua intima natura la strategia è da sempre operativa, è arte e scienza dell’azione. Riguarda, cioè, la pianificazione e condotta di azioni, di operazioni finalizzate a un risultato politico. In certo senso, rappresenta il braccio armato della politica, e in questo principalmente si distingue dalla politica, che gli assegna il mandato da compiere e i mezzi necessari. La recente guerra contro Saddam Hussein dimostra senza dubbio che ben poco è cambiato: per la Superpotenza, come soleva dire Clausewitz, la guerra è come sempre la continuazione della politica con altri mezzi. La strategia riguarda le grandi linee per condurre a buon fine (politico) una guerra, un conflitto, una crisi. Opera in pace come in guerra. Ciò che pesa sulla risoluzione di un conflitto o crisi, è strategico; ciò che pesa sulla risoluzione di uno scontro, di un combattimento, di un semplice episodio di un conflitto, è tattico. Se la guerra – come scrive Clausewitz – è un camaleonte anche la strategia è un camaleonte. Può assumere, specie oggi, le forme più varie, all’unica condizione di raggiungere lo scopo politico. La strategia non può consistere, come argomentano taluni, nella semplice imposizione della propria volontà. Per due ragioni: primo, lo scopo strategico può anche identificarsi nella ricerca di un accordo, di un compromesso, tra due contrapposte volontà, nel quale ciascuno dei contendenti rinuncia a qualche suo obiettivo iniziale. Secondo, si tratta di considerare sempre come e con che cosa viene imposta questa volontà. Evidentemente con la forza: ma quale forza? In genere, con la forza economica (sanzioni) e con la forza. Anche in questo caso, la componente ar-
mata è indispensabile. Senza avere, alle spalle, una credibile forza militare, le misure di carattere economico sono inefficaci e, forse, non possono essere nemmeno applicate. Ferma restando la preminenza dello scopo politico, non può darsi una cattiva politica e una buona strategia. L’uso del termine strategia nei più diversi campi (compreso quello politico: strategia politica, strategia diplomatica) non significa di per sé la sua smilitarizzazione, come sostengono taluni: testimonia solo il successo e l’efficacia di tale termine (l’espressione strategia industriale, ad esempio, ben rende le grandi linee dell’azione che un’industria intende condurre per espandersi perseguendo determinati obiettivi di fondo). Anche il termine Consiglio di Amministrazione è di antica origine militare, e viene tuttora usato anche se i Consigli di amministrazione dei Reggimenti sono scomparsi: ma ciò non significa la militarizzazione della vita economica e industriale. I termini strategia militare e strategia operativa potrebbero essere pleonastici. Una strategia senza aggettivi dovrebbe essere sempre militare e operativa; questo carattere va conservato. Nulla vieta invece, che con riferimento areale si parli (specie nell’ottica della Superpotenza, diversa da quella delle potenze regionali) di strategia generale o meglio nazionale, strategia di teatro, strategia di scacchiere. I livelli di responsabilità individuati nella condotta di qualsivoglia operazione strategica sono sempre i seguenti: politico-strategico, al quale compete la responsabilità della definizione degli obiettivi da perseguire, della formulazione del mandato e dell’allocazione delle risorse; operativo, al quale compete tradurre il mandato politico in obiettivi tecnici militari e di condurre le operazioni con visione unitaria; tattico, 17
A sinistra e nella pagina a fianco. Due copertine della rivista «La Domenica del Corriere», riguardanti fatti d’arme della Prima guerra mondiale sul fronte italo-austriaco.
al quale compete la responsabilità di condurre le operazioni per singole componenti o settori di responsabilità. Ebbene, al primo livello si colloca prevalentemente la Politica di Sicurezza, Militare e di Difesa. Al secondo livello (operativo), la strategia nazionale ed eventualmente (per l’Italia) di scacchiere. Al terzo livello (tattico) la condotta di singoli scontri o battaglie, che spetta alla strategia nazionale coordinare. Da sottolineare che le competenze dei singoli organi non sono esclusive, ma prevalenti. Alla formulazione 18
della Politica di Sicurezza, Militare e di Difesa, di competenza del Governo, concorrono con attività di consulenza e proposta i vertici militari, e in particolare il Capo di Stato Maggiore della Difesa. La strategia nazionale richiede l’intervento continuo del Ministro della Difesa. Il livello tattico viene diretto da quello strategico. Esiste insomma una compenetrazione, una corrente discendente e ascendente, che è pagante solo con il grande affiatamento, la grande armonia, la permeabilità che deve esistere tra i vari livelli, senza dicotomie
rigide e aprioristiche. In definitiva, se si intende rispettare la sfera di competenza della Politica di Sicurezza, Militare e di Difesa, per la strategia potrebbe valere la seguente definizione: concezione e pianificazione delle grandi linee dell’uso della forza (in varia misura armata e di altro tipo) e suo impiego potenziale e effettivo per raggiungere i fini della politica, in una situazione di contrasto. Comporta scelte tra le diverse opzioni e l’indicazione di priorità. Con questa definizione si vuol mettere in rilievo che l’elemento qualificante della strategia è l’uso della forza, intelaiatura delle rimanenti attività. Senza essa la strategia può tranquillamente coincidere con la politica in genere. Un secondo elemento qualificante è – da quando essa è nata – l’azione. La politica predispone, organizza, dà le direttive e la strategia agisce e manovra le forze e i mezzi, quali che essi siano. Naturalmente non c’è spazio, in una siffatta definizione, per strategie particolari di Forza Armata (terrestre, aerea, marittima, spaziale): tutte essa le comprende. Si può correttamente parlare, perciò, di componente aerea, marittima e terrestre della strategia, senza attribuzioni aprioristiche ad una di tali componenti del carattere decisivo. Ciascuna situazione richiede un complesso di forze a composizione variabile, sulla quale influiscono esclusivamente il compito da svolgere, i tempi, l’ambiente naturale, che determinano anche l’ordinamento tattico delle predette forze. L’importante è che ciascuna aliquota di forze svolga con pieno rendimento la missione ricevuta, per raggiungere lo scopo comune.
Rimane da stabilire come su una siffatta concezione della strategia interagiscano i due argomenti del giorno: il terrorismo e le tecnologie avanzate. Il terrorismo è una costante, con la quale bisogna in ogni momento fare i conti. Richiede anzitutto l’unificazione degli sforzi di tutte le componenti, a cominciare da quella informativa (che prevale spesso su tutte le altre, e questo è un fatto nuovo). Come già accennato, le Forze Armate regolari devono adottare un’organizzazione che si potrebbe definire a tutto azimut, esaltando al massimo le caratteristiche di flessibilità e autoprotezione, in modo da raggiungere una capacità di risposta immediata ed efficace a qualsiasi tipo di minaccia. Questo, ovviamente, riguarda anche le unità logistiche e le infrastrutture di qualsiasi genere. In ultima analisi, si tratta di esaltare vecchie esigenze, vecchie caratteristiche. Ad esempio, l’arma principe del terrorismo è la sorpresa: ebbene, qui va ricordato Napoleone, che a chi gli chiedeva come mai avesse così pronta, in qualsiasi circostanza, la decisione più appropriata, rispondeva: perché qualunque cosa mi accada io l’ho in qualche momento della mia vita preveduta e ho allora pensato come mi comporterei quando mi accadesse. In sostanza, l’aumento del peso strategico del terrorismo dopo l’11 settembre non si è tradotto in mutamenti significativi al livello di teoria strategica: ha solo esaltato determinate modalità d’azione, che mettono alla corda le forze regolari e che i grandi condottieri della storia hanno saputo affrontare al meglio. In secondo luogo, la recentissima guerra dell’Iraq dimostra una vecchia verità, che il fascino degli ultimi ritrovati tecnici tende a far dimenticare: quello che vale è sempre l’uomo e in particolare il soldato, che la tecnologia aiuta ma non può mai sostituire completamente. La supe-
riorità tecnologica dell’Occidente va sfruttata a fondo, senza però attribuirle possibilità e capacità che non può possedere. In breve, nonostante l’imponente apparato tecnologico e di fuoco messo in campo dagli Stati Uniti, in Iraq è apparsa chiara la perdurante importanza sia quantitativa che qualitativa delle fanterie. Quelle lunghe file di marines in marcia, con il pesante zaino sulle spalle, avrebbero potuto appartenere anche a qualche guerra passata. L’impareggiabile organizzazione di fuoco, tecnologia, logistica americana ne ha
facilitato il compito e limitato le insidie sul campo di battaglia: ma fino a un certo punto, fino a quando il soldato si è trovato a contatto con il nemico alla vecchia maniera, e alla vecchia maniera ha dovuto combattere, fidando nel suo coraggio, nelle sue doti, nel suo reparto e in chi lo comandava. Bisogna, dunque, fare in modo che la tecnologia, come ha di recente scritto Sandro Veronesi, non diventi la forza dei deboli e la ricchezza dei poveri. Secondo il Veronesi, nella guerra del Vietnam, per dimostrare che la loro 19
forza militare (e si direbbe, sinistramente morale) era superiore a tutte le tecnologie e a tutte le armi sofisticate, i vietcong hanno avuto la perfidia di tagliare le braccia dei bambini di un villaggio appena vaccinati dagli americani, e di accumulare al centro del villaggio le braccine tagliate, sopportando l’indicibile orrore di quel gesto: cosa che nessun esercito supertecnologico occidentale avrebbe avuto (e avrebbe) la forza e la crudeltà di fare (9). Ciò significa una cosa sola: che, d’ora in avanti, è anche su questo terreno innominabile, dove siamo deboli, che i nemici dell’Occidente sviluppato ci combatteranno: non potendo fronteggiare le armi, tenderanno a disarmare e colpire moralmente, con qualsiasi mezzo, chi le dovrebbe impiegare. Intanto, il risultato più confortante raggiunto dalle tecnologie in Iraq è forse questo: la (relativa) limitazione delle perdite e delle distruzioni in ambedue i campi. Gli Stati Maggiori americani in Iraq, infatti, hanno potuto ben assolvere un compito estremamente arduo: conquistare in tempi rapidi i centri di potere iracheni, però riducendo al minimo le proprie perdite, le vittime civili e le distruzioni. Si può così affermare che con la capacità di selezione degli obiettivi e la precisione dimostrate, la tecnologia è riuscita a rendere i conflitti meno cruenti. Se si pensa al gran numero di vittime civili e militari e alle distruzioni delle passate guerre, non c’è che da rallegrarsi di un simile risultato, nel quale forse va identificato il vero progresso della strategia, da contrapporre emblematicamente alle centinaia di migliaia di caduti in una sola battaglia della Prima guerra mondiale, o alle vittime e ai caduti di Stalingrado o di Dresda nella seconda. Parlare di Progresso o regresso nel campo dell’arte militare è improprio. Un fatto comunque è certo: che, anche dopo i traumatici avvenimenti dell’inizio del se20
colo XXI, la guerra – e quindi anche la strategia – rimane quella così descritta a fine secolo XIX dal Capitano di fanteria Domenico Guerrini, direttore della Rivista di Fanteria: La scienza della guerra che merita di essere spregiata e quindi non è degna del glorioso nome di scienza, è quella che chiudendosi nella piccolezza angusta di un’idea gretta e particolare, proclama postulati empi-
rici: non è scienza della guerra quella che dice oggi la guerra essere affare di fuoco, e aveva detto ieri la guerra essere affare di morale, e aveva detto avantieri la guerra essere affare di gambe, e si ricorda ancora d’aver detto poco tempo fa che la guerra era affare di stomaco pieno. La guerra è affare di tutte queste cose e di molte altre prese insieme, e vera scienza della guerra è quella che
Fronte russo: postazione di mitragliatrice a Rykowo.
come quelle degli attentati suicidi, del terrorismo o di altri metodi per noi aberranti o impraticabili di violenza, rimanendo coerenti all’insopprimibile lascito morale di secoli e secoli di cultura e civiltà.
* Colonnello (ris.)
NOTE
dopo analizzati acutamente i diversi elementi della lotta sa gagliardamente assurgere ad una sintesi gagliarda, in cui tutti li raccoglie, ed assegna ad ognuno il posto che gli spetta, e li mette tutti in giusta proporzione cogli altri (10). Monito severo, questo, per i cultori di dogmi e verità assolute e aprioristiche concezioni strategiche, o per gli esaltatori di que-
sta o quell’arma risolutiva. Individuare senza partito preso il nuovo, senza necessariamente farlo coincidere con il progresso delle tecnologie o di un dato mezzo, è la vera sfida che oggi attende i vertici preposti alla sicurezza. Il vero problema, per le forze militari dell’Occidente, non sta tanto nel pur necessario progresso tecnologico, ma nella capacità di fronteggiare validamente sfide
(1) Ministero della Difesa, «La difesa Libro Bianco 2002», Roma 2002, p. 8. (2) ivi p. 9. (3) Romeo Bernotti, «La guerra marittima», Giusti, Livorno, 1923, pp. 213, 301 e 303. (4) Alla fine degli anni Venti, Liddell Hart ha indicato nella strategia indiretta seguita da Scipione l’Africano in Spagna e in Africa un modello alternativo alla strategia clausewitziana di debellatio dell’avversario, definendo il condottiero romano un uomo più grande di Napoleone (Cfr. Basil Liddell Hart, «Un uomo più grande di Napoleone: Scipione l’Africano», traduz. Italiana 1929; ristampa a cura SME - Ufficio Storico, Roma, 1975). (5) Une forme nouvelle des conflicts internationaux: la paix - guerre , in «Revue des Deux Mondes» del 15 agosto 1939, pp. 766-789 (articolo non firmato, che però il Beaufre ha attribuito a sé stesso nella sua «Introduction à la stratégie» del dopoguerra). (6) Si veda anche, in merito, il nostro «L’Arte militare del 2000», Roma, Ed. Rivista Militare 1998, cap. V e VI. (7) Carlo Jean, «L’ordinamento della Difesa in Italia», CEDAM, Padova, 1989, pp. 7-8. (8) «Enciclopedia Italiana», Appendice V (1979-1992), Roma, 1995, p. 303. (9) Sandro Veronesi, La tecnologia è la forza dei deboli, in «Corriere della Sera» del 9 aprile 2003. (10) Domenico Guerrini, «La guerra e lo stato sociale», Roma, Biblioteca Minima Popolare, 1891, p. 73.
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LAGHI BOLLENTI Accetti la nuova Costituzione? È questa la domanda cui milioni di ruandesi sono stati chiamati a rispondere al referendum sulla nuova Costituzione, svolto il 26 maggio scorso. Un referendum, indetto per approvare la nuova Carta costituzionale, la quinta da quando il Paese africano ha ottenuto l’indipendenza dal Belgio nel 1962, che si è svolto in modo pacifico e regolare, richiamando alle urne un vasto afflusso di gente. La nuova Carta costituzionale, divenuta effettiva dopo la firma del Presidente Paul Kagame e l’approvazione della Corte Suprema, è composta da 203 articoli. In essa ci sono alcune novità significative: è introdotta, per la prima volta
La crisi dei Grandi Laghi africani torna a polarizzare le attenzioni su una regione alla perenne difficile ricerca di benessere e stabilità
di Serena Sartini *
dopo il genocidio del 1994, l’elezione a suffragio universale limitata a un solo ramo del Parlamento. Quest’ultimo sarà bicamerale, a differenza di quello attuale formato da una sola Camera. Il suffragio non sarà tuttavia esteso al Senato. Il Capo dello Stato sarà eletto per un mandato di sette anni, rinnovabile una sola volta e la nuova Carta costituzionale, redatta in kinyarwanda (lingua locale) francese e inglese, prevede un sistema multipartitico, libertà di espressione e misure per garantire i diritti inviolabili dell’essere umano. 22
I Paesi dell’Europa si stanno prodigando per dare una speranza concreta a territori che da lungo tempo sono teatro di genocidi per le vendette tribali. Il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato, infatti, l’invio di una missione militare temporanea in Congo alla quale hanno aderito Francia, Gran Bretagna, Belgio, Svezia e Italia. Per Congo, Ruanda e Burundi riaffiora la speranza di un futuro migliore. Il malessere, però, affonda le sue radici nel tempo e anche in avvenimenti quasi dimenticati in Occidente. La crisi dei Grandi Laghi ha rappresentato «una delle maggiori e più complesse crisi umanitarie dei tempi moderni». Conosciuta anche come «catastrofe dei Balcani d’Africa», la crisi, che ha colpito prima il Ruanda con il genocidio del 1994 per poi attraversare il Burundi e terminare in Congo, non ha ancora trovato una via di fuga alla complessa realtà che tuttora permane in quella regione. Vista proprio la complessità e la vastità della catastrofe umanitaria, è d’obbligo effettuare una delimitazione spazio-temporale. L’analisi si concentrerà principalmente sui due Paesi maggiormente coinvolti – Ruanda e Repubblica Democratica del Congo – prendendo come punto iniziale della crisi la data convenzionale del 6 aprile 1994, giorno dell’abbattimento dell’aereo su cui viag-
giavano i due Presidenti di Burundi e Ruanda e data di inizio del genocidio di oltre un milione di tutsi in Ruanda. È difficile identificare, con chiarezza, i motivi che hanno scatenato il genocidio del 1994. Ragioni sociali, etniche, economiche e politiche si sono intrecciate scatenando una guerra che ha visto coinvolte un numero sempre maggiore di vittime civili, divenendo una vera e propria crisi africana. La chiave di lettura di questo tragico evento sta nella rivalità e nell’odio fra i due gruppi etnici presenti sul territorio: gli hutu e i tutsi. Questioni etniche e sociali si intrecciano a ragioni economiche e politiche, formando una
miscela esplosiva difficilmente controllabile. LA TENSIONE TRA TUTSI E HUTU All’origine del dissidio politico interno ai Paesi ruandese e burundese si colloca una tensione etnica associata a un rapporto iniquo tra la minoranza dei tutsi e la maggioranza degli hutu. Un confronto che si lega all’intera situazione storica e politica e
che diventa causa scatenante, anche se non unica, della catastrofe dei Grandi Laghi. La distinzione fra hutu e tutsi ha influenzato e tuttora influenza le condizioni di stabilità o instabilità politica tra i due Paesi. I primi abitanti del Ruanda erano i twa o pigmei, che vivevano della caccia e di ciò che raccoglievano dalla terra. Con le migrazioni da nord e da est confluirono nel Paese agricoltori e allevatori. I primi erano indicati come hutu, mentre gli allevatori erano iden23
tificati come tutsi. Con il passare del tempo, si affermò sempre più l’idea della superiorità di razza dei tutsi rispetto agli hutu: i primi di statura alta e dai lineamenti aquilini, i secondi di bassa statura e dai lineamenti piuttosto marcati. Con l’arrivo dei belgi colonizzatori nel 1916, la tensione fra le due etnie si acuì ulteriormente. Furono adottate addirittura delle carte di identità distinte fra hutu e tutsi e questi ultimi furono considerati di razza superiore, con totale approvazione dei tutsi st e s si , c h e p er i s ucces s ivi vent’anni svolsero i lavori più gratificanti e ottennero opportunità educative migliori dei loro «nemici» hutu. Si verificarono molti episodi di violenza nei confronti dei contadini hutu: per loro non rimaneva che la possibilità di mettere da parte abbastanza denaro per comprare una mandria e poter quindi passare a far parte dell’aristocrazia tutsi, per la quale elemento discriminante restava la ricchezza e non tanto la razza. Gli hutu non potevano accettare una situazione tanto svantaggiosa e, alla fine degli anni 50, si ebbero le prime reazioni. Nel 1959 oltre 20 000 tutsi furo24
LO SCOPPIO DELLA CATASTROFE E LA CRISI RUANDESE
no uccisi e molti si rifugiarono nei Paesi vicini (Burundi, Tanzania e Uganda). Con l’indipendenza, ottenuta nel 1962, la situazione si ribaltò: gli hutu rioccuparono la loro posizione dominante. Con il passare del tempo, le condizioni economiche mutarono anche l’assetto sociale. I tutsi tornarono a essere la razza dominante. Lo stesso accadde in Burundi, dove la minoranza tutsi riuscì a mantenere il potere anche dopo l’indipendenza, raggiunta nel 1962. Numerosi furono i massa-
Arriviamo dunque alla causa scatenante della crisi: l’attentato al Presidente ruandese Habyarimana e a quello burundese Ntaryamira, avvenuto il 6 aprile 1994 con l’abbattimento dell’aereo che riportava i due uomini politici da Dar es Salaam (capitale della Tanzania) a Kigali (capitale del Ruanda), dopo un incontro con altri capi africani per discutere il modo di porre fine agli
cri perpetrati nei confronti degli hutu. Questi fuggirono principalmente in Ruanda, diventando poi tra i più crudeli assassini nelle stragi del 1994. Attualmente i termini hutu e tutsi hanno assunto anche un nuovo significato correlato alle atrocità commesse in Ruanda e in Burundi. Essere un tutsi, oggi, significa appartenere alla comunità massacrata dal genocidio. Essere un hutu, invece, assume il significato di appartenere al gruppo etnico massacrato in Burundi negli anni 1972, 1988, 1990 e 1991, nel nord del Ruanda, nel 1990-1994, e, successivamente e conseguentemente, nello Zaire Orientale.
scontri etnici nelle due regioni africane. Ignote sono le ragioni specifiche dell’attentato, così come ignoti i responsabili. Iniziò, così, il «periodo dell’incubo» per la minoranza dei tutsi e per gli hutu moderati. La fazione estremista hutu avviò l’opera sistematica di pulizia etnica, un’operazione di sterminio senza precedenti. L’annientamento etnico provocò, secondo le stime attuali, oltre un milione di morti in soli due mesi. La tensione etnica non fu, tuttavia, l’unica causa del genocidio. L’uccisione del Presidente Habyarimana rappresentò la goccia che fece traboccare il vaso. Fattori politici si intrecciaro-
no a quelli economici: la perdita di popolarità del Presidente e il fatto che i tutsi, che si erano rifugiati in Uganda, costituirono il «Fronte Patriottico Ruandese» (Rwandan Patriotic Front) con lo scopo di ribaltare il potere di Habyarimana e tornare nel proprio Paese. Questi furono gli e le me n t i c h e sc at enarono il massacro. Al genocidio parteciparono la maggioranza degli hutu. Persino i religiosi furono accusati di aver commesso crimini contro l’umanità. Anche una stazione radio hutu, la «Radio delle mille colline» (Radio des Mille Collines), operante in Kinyaranda, esortava gli hutu a completare l’opera di eliminazione fisica dei tutsi iniziata nel 1959. Tutto cominciò il 7 aprile 1994, con l’uccisione sistematica dei tutsi accusati dell’attentato ad Habyarimana. L’8 aprile, circa 8 000 persone lasciarono il Ruanda alla volta della Tanzania. Dal 6 al 26 aprile si calcolarono circa 100 000 morti, soprattutto donne, bambini e anziani. Si contarono, inoltre, circa 30 000 rifugiati nelle nazioni limitrofe, tra cui il Burundi. Mentre i morti erano principalmente tutsi, i rifugiati erano hutu del sud che, alla notizia dell’avanzata dei ribelli, decisero di lasciare il Paese per paura di massacri e vendette nei loro confronti. Il numero di morti continuò ad aumentare: gli operatori umanitari cominciarono a parlare di genocidio. Il 17 maggio, la Risoluzione 918 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite estese il mandato dell’operazione di mantenimento della pace all’UNAMIR. Dieci militari belgi dei Caschi Blu dell’UNAMIR furono uccisi dai ribelli. L’ONU ritirò allora il suo mandato, in quanto la situazione era diventata pericolosa anche per le forze di pace. Tuttavia, una nuova Risoluzione del Consiglio di Sicurezza, la numero 929, autorizzò un’operazione di mantenimento del-
la pace da parte della Francia. L’interesse era chiaro: appoggiare la forza ancora legata al Presidente Habyarimana. Il 23 giugno iniziò quindi l’Operazione Turquoise : la Risoluzione 929 autorizzava il dispiegamento di una forza militare multinazionale sotto il comando francese, con lo scopo di soccorrere la popolazione. L’operazione durò due mesi. Fu creata una «Zona di sicurezza umanitaria» per proteggere i rifugiati dalle violenze dei ribelli. L’obiettivo fu raggiunto ma la missione Turquoise sarebbe stata ben presto inserita nella lista dei fallimenti delle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Uni-
te, poiché la «Zona di sicurezza» avrebbe permesso in seguito agli stragisti di oltrepassare il confine e di spacciarsi per rifugiati. Contemporaneamente, tra il 17 e il 21 giugno, il Consiglio dell’Unione dell’Europa Occidentale si riunì per dibattere sulla situazione in Ruanda, esprimendosi positivamente sulla possibilità di porre in essere un’operazione umanitaria. Il 4 luglio 1994, il Fronte Patriottico Ruandese (RPF) occupò la capitale Kigali, proclamando la vittoria e dichiarando il «cessate il fuoco». La presa al potere del Fronte (a dominanza tutsi), guidato dal Generale Kagame, pose fine al genocidio. Il 17 luglio il RPF 25
commessi in Ruanda. LA QUESTIONE DEI RIFUGIATI
conquistò Gisenyi, l’ultima roccaforte del Governo ruandese. Il giorno dopo Kagame dichiarò il «cessate il fuoco» e creò un nuovo Governo multietnico con Presidente Pasteur Bizimungu, di 26
origine hutu, ma sostenuto da una maggioranza nel Governo di membri tutsi del Fronte Patriottico Ruandese. L’8 novembre venne istituito il Tribunale Internazionale per i crimini
Il genocidio era finito, ma la crisi continuava a persistere. Uno dei problemi più complicati che la comunità internazionale dovette affrontare era la questione dei rifugiati. La settimana dall’11 al 20 luglio si rivelò uno dei periodi più drammatici, anche da un punto di vista umanitario: i ribelli si diressero verso il confine con l’Uganda e lo Zaire. Centinaia di migliaia di hutu furono costretti a rifugiarsi nello Zaire, che in una settimana accolse circa 2 milioni di persone. Un operatore umanitario parlò di un vero e proprio «muro umano» in cammino verso lo Zaire. I campi profughi di Goma, Bukavu, sui laghi Kivu e Tanganika, furono invasi da hutu che cercavano rifugio nel Paese vicino. Il settore umanitario era in allerta, anche perché alcune zone a maggior concentrazione di rifugiati non risultavano
adatte ad accogliere un campo profughi. Come l’area attorno a Goma che è di origine vulcanica e, quindi, assolutamente inadatta. Si mobilitarono circa 200 Organizzazioni Non Governative (ONG), ma i problemi umanitari restarono di difficile soluzione. Soprattutto appariva complicata la distribuzione di beni alimentari e medicinali e difficile assicurare l’assistenza sanitaria. Tra i rifugiati vi erano infiltrati anche gli autori del genocidio. I campi rifugiati dello Zaire divennero, quindi, per costoro il luogo ideale per pianificare una strategia militare. Il Paese divenne l’elemento centrale di tutta la crisi della Regione dei Grandi Laghi. Lo Zaire era in quel momento guidato dal Presidente Mobutu, da sempre amico e fedele del Presidente ruandese Habyarimana. Il legame etnico era una delle motivazioni alla base della loro nuova
relazione. Fu lo stesso Mobutu a dare rifugio alla massa di ruandesi hutu che chiesero sostegno alla nazione vicina. La situazione rimase critica per circa due anni, durante i quali la guerriglia si svolse soprattutto lungo le zone di frontiera. Durante questo periodo il Governo congolese dette avvio a un’altra campagna di persecuzione contro i tutsi congolesi conosciuti come Banyamulenge. L’UNHCR (l’organizzazione principale chiamata in causa per risolvere il problema dei rifugiati) chiese alla comunità internazionale di collaborare non solo con mezzi finanziari ma anche tecnici. Furono organizzati ponti aerei, una cellula di monitoraggio per il controllo della situazione aerea e meccanismi di controllo della distribuzione di beni di prima necessità. Alla fine di luglio 1995, molti degli operatori del-
l’UNHCR promossero il rientro dei ruandesi dallo Zaire. Le difficili condizioni dei campi profughi, la promessa del nuovo Governo ruandese che non si sarebbe vendicato degli hutu, la necessità di tornare alla normalità e alla vita quotidiana, ne erano le premesse. Ma molti erano ancora minacciati dagli esponenti del vecchio regime e il campo profughi appariva l’unico nascondiglio sicuro. Il 19 agosto cominciò l’espulsione forzata dei rifugiati giustificata da motivi di pubblica sicurezza. L’operazione fallì a causa delle campagne intimidatorie condotte dagli estremisti hutu all’interno dei campi profughi. La situazione nella Regione dei Grandi Laghi continuò a essere critica anche l’anno successivo, precipitando nell’ottobre 1996 quando il Ruanda invase il territorio zairese distruggendo i campi dei rifugiati. Fu l’inizio della 27
menti nello Zaire si susseguirono a ritmo incalzante. I ribelli della Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo-Zaire (AFDL), guidati da Laurent Kabila, conquistarono Kisangani, considerata la roccaforte della controffensiva dell’esercito zairese. L’AFDL entrò con forza nei campi dei rifugiati e, tra il novembre 1996 e il gennaio 1997, oltre un milione di questi ritornarono in Ruanda. Nella lotta contro il regime di Mobutu, i ribelli zairesi furono aiutati da Ruanda e Uganda. Il primo fornì principalmente armi e truppe (l’esercito ruandese è tra i più forti del continente africano). Il secondo assicurò assistenza tecnica e strategica. La prima guerra civile nello Zaire. La situazione divenne insopportabile. Molti non riuscivano nemmeno ad accedere agli aiuti delle organizzazioni umanitarie. Il campo di accoglienza di Mugunga, a nord del lago Kivu, ospitava il doppio delle persone previste. Risultava altrettanto difficile far arrivare le scorte alimentari a Goma, per gli scontri lungo le vie di comunicazione. L’UNHCR e le altre organizzazioni umanitarie decisero di sospendere la fornitura di aiuti alimentari e ritirarono il proprio personale. Alcuni convogli umanitari tentarono di raggiungere il campo di Mugunga, ma furono assaliti dai ribelli. Il 4 novembre, i Banyamulenge dichiararono un «cessate il fuoco» unilaterale per tre settimane, per permettere ai rifugiati di tornare a casa. Dopo circa due anni di esilio in Zaire, 500 000 hutu ruandesi rientrarono nel proprio Paese. Le organizzazioni umanitarie cercarono di assisterli nella difficile operazione di ripristino delle condizioni di vita. Il rientro tuttavia non fu facile. Tornando a casa, molti hutu trovarono le loro abitazioni e le loro terre occupate dai tutsi. In tutti erano ancora vive le immagini dei massacri. Il 17 dicembre, dopo quattro mesi di 28
assenza, il Presidente Mobutu tornò in Zaire. Il Governo viveva una situazione davvero difficile e Mobutu restava l’unica possibilità per riportare stabilità istituzionale. Per tutto il 1997 la situazione permase critica. Il 18 gennaio la milizia hutu ruandese uccise tre operatori umanitari spagnoli e ferì un americano nella zona di Ruhengeri, nella regione settentrionale del Ruanda. Gli avveni-
guerra civile in Congo continuò per circa otto mesi, durante i quali Ruanda, Burundi, Uganda e Angola si schierarono contro il Governo congolese. Tutte le correnti anti-Mobutu si ritrovarono a Kinshasa per sostenere Kabila, persona di loro fiducia. Ma l’esercito di Mobutu si sciolse come neve al sole e lo stesso Presidente fu costretto a lasciare il potere. Il 16 maggio 1997 Laurent Kabila, capo dei ribelli, si
autoproclamò Presidente cambiando nome del Paese da Zaire a Repubblica Democratica del Congo. Promise, inoltre, elezioni entro due anni, periodo durante il quale avrebbe pensato alla ricostruzione in un territorio sconvolto dalla permanenza dei rifugiati e da sette mesi di guerra civile. Giunto al potere, tuttavia, il capo congolese mutò radicalmente atteggiamento nei confronti dei Paesi che lo avevano aiutato. Kabila chiese a Ruanda, Burundi e Uganda di lasciare il territorio congolese, segnando così l’inizio della seconda guerra civile in Congo.
LA SECONDA GUERRA CIVILE IN CONGO Il 2 agosto 1998 ebbe inizio, nella Repubblica Democratica del Congo, la guerra civile che molto presto sarebbe diventata di dimensione continentale, coinvolgendo ben sette Stati. Rapido fu il deterioramento delle relazioni tra Kabila e i capi tutsi di Uganda e Ruanda. Il Presidente congolese favorì la riorganizzazione dei movimenti ribelli in tali Stati, fra i quali vi erano anche gli autori del genocidio del 1994, cioè le vecchie Forze Armate ruandesi (ex FAR e gli In-
terhamwe, in lingua swahili «Lottiamo insieme»). Dopo l’ennesimo atto di provocazione da parte di Kabila – l’assalto alle caserme di Kinshasa dove erano acquartierati i militari tutsi congolesi della tribù dei Banyamulenge – il Ruanda e l’Uganda dettero il via a una spettacolare operazione militare che, nel giro di pochi giorni, portò le forze occupanti alle porte di Kinshasa. Il Ruanda, infatti, strinse legami di amicizia con le forze ribelli che cercavano di deporre Kabila, nel più ampio obiettivo di portare al fallimento l’idea del Presidente congolese: espellere dallo Zaire le milizie 29
GLI ACCORDI DI PACE Si giunse così alla fase degli accordi di pace fra il blocco ruando-ugandese e quello congolese. Gli accordi di Lusaka vennero firmati, nella capitale dello Zambia, nel luglio 1999, da sei nazioni africane (Congo, Zimbabwe, Angola, Namibia, Ruanda e Uganda), con lo scopo di porre fine alla guerra civile nella RDC. Gli accordi di pace prevedevano tre sezioni. La prima si riferiva all’Accordo intercongolese, che stabiliva che fra le parti in causa (Governo di Kinshasa e forze ribelli) si dovesse instaurare un negoziato, detto
estremiste hutu. Le forze ruandesi, quindi, si unirono ai tutsi congolesi Banyamulenge, formando insieme il Comitato Congolese per la Democrazia ( Rassemblement congolais pour la démocratie - RDC). L’attacco a Kinshasa fu bloccato dalla tempestiva costituzione di un ampio fronte africano pro Kabila, di cui facevano parte l’Angola, desiderosa di mantenere a Kinshasa governanti ostili all’UNITA (ragioni politiche), la Namibia da tempo fedele alleata del Governo congolese (ragioni storiche), lo Zimbabwe di Mugabe per motivi legati a influenze geopolitiche e al controllo di risorse naturali congolesi (ragioni economiche). Inoltre, Kabila intensificò il sostegno a tutte quelle milizie irregolari di etnia hutu, in cui militavano gli autori del genocidio del 1994, nonché ad altri gruppi ribelli ugandesi ostili al Presidente Museveni. In breve tempo si giunse a una situazione militare di stallo, con le forze filogovernative in 30
possesso della parte sud occidentale del Congo, mentre la parte nord orientale restava in mano al blocco ruando-ugandese. In tali porzioni di territorio si istituirono, presto, amministrazioni separate controllate da movimenti politici congolesi sostenuti da Kampala (Uganda) e Kigali (Ruanda). Questi erano, rispettivamente, il Movimento per la liberazione del Congo (Mouvement pour la liberation du Congo - MLD) e il Comitato Congolese per la Democrazia ( Rassemblement Congolais pour la Democratie - RCD). Non fu istituita un’unica amministrazione «ribelle» per i contrasti che presto sorsero anche tra Uganda e Ruanda per motivi non del tutto chiari, ma probabilmente legati alla diversa politica di occupazione perseguita dai due Paesi nel Congo. Tali contrasti sfociarono, tra il 1999 e il 2000, in scontri armati che videro le forze ugandesi soccombere. Dopo molti episodi di violenza, la situazione si stabilizzò.
appunto «dialogo intercongolese», per ridefinire le basi istituzionali del Paese. La seconda riguardava il ritiro dal suolo congolese di tutti gli eserciti stranieri, monitorato da una forza di mantenimento della pace creata ad hoc dalle Nazioni Unite, la MONUC - United Nations Organization Mission in the
Democratic Republic of Congo (Missione delle Nazioni Unite per la Repubblica Democratica del Congo). La terza, incentrata su disarmo e smobilitazione di quelle che gli accordi chiamavano «forze negative», cioè le milizie irregolari che da tempo rappresentavano una fondamentale stampella per il potere di Kinshasa, nonché una costante minaccia per gli stati confinanti. Tra esse rientravano a pieno titolo tutte quelle forze anti-ruandesi, anti-ugandesi e antiburundesi, nonché i gruppi di etnia hutu ostili al regime di Kigali e composti in buona parte dagli autori del genocidio del 1994.
Gli Accordi di Lusaka costituirono una vera e propria capitolazione per Kabila che, infatti, fece di tutto per ostacolare il processo di pace. In base a essi, gli si impose di negoziare con i movimenti congolesi a lui ostili (MLC filougandese e RCD filo-ruandese), non distinguendo gli eserciti presenti sul suolo congolese fra
«buoni» e «cattivi»: tutti dovevano lasciare indistintamente la RDC. In questo Kabila pagava lo scotto degli errori commessi da Mobutu. Il potere di Kinshasa si ritrovò alla fine in una situazione di forte debolezza politica, acuita dalla inefficienza delle forze armate. Il capo congolese si oppose
massicciamente all’applicazione degli Accordi di Lusaka. Il dittatore rifiutò persino la mediazione dell’ex Presidente del Botswana, Masire, rappresentante dell’Organizzazione dell’Unità Africana, per dirigere il dialogo intercongolese e porre fine agli scontri nella RDC. Per quanto riguarda il secondo pilastro, Kabila non accettò alcun intervento della forza di mantenimento di pace delle Nazioni Unite, ostacolando il dialogo nazionale per stabilire un periodo di transizione in Congo. L’avversione del dittatore congolese agli Accordi di Lusaka scatenò la reazione della comunità internazionale e persino del blocco un tempo alleato all’azione di Kabila. Nel gennaio 2000, i Presidenti di Congo, Uganda, Ruanda, Zambia, Zimbabwe, Angola e Mozambico decisero di mettere in atto gli Accordi di Lusaka, sostenendo che la loro azione sarebbe fallita senza l’intervento della forza di mantenimento di pace delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza rispose promettendo di attivarsi al più presto e autorizzando una missione di osservatori militari. Inoltre, il Segretario Generale Kofi Annan raccomandò l’istituzione di una forza di 5 000 uomini in supporto agli osservatori non militari di 500 uomini. Il 31
vo, liberandosi dei più stretti collaboratori del padre, aprendo anche al multipartitismo e alla tutela dei diritti umani. L’ascesa al potere di Joseph Kabila ha quindi sbloccato la situazione di tutti e tre i pilastri degli Accordi di Lusaka. LA DIFFICILE SITUAZIONE ATTUALE Gli ulteriori sforzi verso una conclusione della crisi hanno portato a firmare, il 17 giugno 2002, l’Accordo di Pretoria, che fissa i criteri per la formazione 24 febbraio, il Consiglio di Sicurezza autorizzò, quindi, una forza di osservatori di 5 537 uomini. La situazione politica in Ruanda era però in fermento. Il Presidente Bizimungu, di origine hutu, accusò il Parlamento di attaccare i politici della sua etnia tramite indagini anticorruzione. La situazione precipitò e i Ministri membri del Parlamento ruandese deposero Bizimungu ed elessero Paul Kagame nuovo Presidente del Ruanda. Gli Accordi di Lusaka rimasero lettera morta per circa un anno e mezzo, fino al gennaio 2001, data di straordinaria importanza che segnò l’avvio di un’ulteriore fase di sviluppo dei processi di pace. Venne ucciso il Presidente Laurent Kabila. Non si seppero mai le ragioni dell’attentato e restarono sconosciuti gli esecutori e i mandanti. Si trattò, probabilmente, di un affare interno alle forze armate congolesi. Di certo, comunque, tutti gli Stati coinvolti nella crisi, alleati e nemici di Kabila, salutarono con soddisfazione l’uscita di scena di quello che era ormai diventato un ostacolo non solo all’applicazione degli Accordi di Lusaka, ma anche alla normalizzazione dell’area. Venne eletto Presidente della Repubblica Democratica del Congo il figlio, Joseph Kabila, che inaugurò una linea politica dinamica e 32
pragmatica, consapevole che la mediazione in Congo era l’anello vincente per uscire dalla situazione di stallo in cui versava il Paese. Joseph Kabila incontrò il mediatore Masire, riconoscendone l’autorità nella direzione del dialogo intercongolese, accettando il ripiegamento delle proprie Forze Armate e permettendo così il dispiegamento della MONUC fra gli eserciti delle due parti. Effettuò pure una visita in Francia, in Belgio e negli Stati Uniti, dimostrandosi l’uomo ideale per il dialogo. Sul piano interno, Kabila optò per un rimpasto governati-
del Governo transitorio. L’Accordo prevede una ripartizione piuttosto equa tra le diverse fazioni politiche che hanno partecipato al dialogo: opposizione filo-ruandese e filo-ugandese, opposizione non armata, Governo di Kinshasa e società civile. Per il ritiro delle truppe straniere, un’altra data importante fu il 30 luglio dello scorso anno, giorno in cui sono stati siglati gli Accordi di Pretoria, tra RDC e Ruanda e, il 6 settembre, giorno degli Accordi di Luanda tra RDC e Uganda, che prevedevano il ritiro delle truppe in cambio della
smilitarizzazione delle forze negative da parte del Congo. Il 5 ottobre venne attuato ufficialmente l’Accordo di Pretoria: il Ruanda avrebbe dovuto completare la fase di ritiro di tutte le sue truppe dalla RDC. Il Sudafrica e il delegato speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per la Regione dei Grandi Laghi, Moustafà Niasse, decisero la costituzione del cosid-
detto «Mediatore», meccanismo creato per il monitoraggio dell’applicazione degli accordi di Pretoria. Infine, il Consiglio dell’Unione Europea ha recentemente approvato un’Azione Comune per l’invio in Congo di una missione militare temporanea guidata proprio dall’Unione Europea, nel quadro della Risoluzione 1484 del 30 maggio scorso. La
Francia, che assicura il Comando delle operazioni, ha già inviato un primo contingente a Bunia. Hanno offerto inoltre la propria disponibilità a partecipare all’operazione anche Belgio, Gran Bretagna e Svezia, oltre al nostro Paese.
* Studiosa di Storia delle civiltà 33
L’ARMATA LUSSEMBURGHESE HA TUTTI I VOLTI D’EUROPA Ammetterà ben presto tra i suoi ranghi i cittadini comunitari provenienti da tutte le nazioni del Vecchio Continente
Sensibile alle missioni di pace, da sempre favorevole a concreti interscambi onali con i professio militari di altri Paesi, l’Armata del Granducato del Lussemburgo è un concentrato di entusiasmo e di modernità, sia tecniche sia mentali. Inoltre, aprirà lee sue porte a tutti i cittadini comunitari residenti nel Granducato da almeno 36 mesi. Questo e altro ancora ci svela il suo Capo di Stato Maggiore, il Colonnelllo Nico Ries. 34
a cura di Enrico Magnani *
da 3 000 uomini, che servivano nell’Armata Reale Olandese. Alsuo posto subentrò il Contingente Federale (1841-1 1867), in quanto il Granduca forniva alla Confederazione germanica un considerevole apporto militare, di cui faceva parte un battaglione di Cacciatori appiedati, uno squadrone di Cavalleria e un distaccamento di Artiglieria. Nel 1846, tale Contingente fu riorganizzato su due battaglioni di Cacciatori appiedati. 1881), fu fondaIn seguito (1867-1 to il Corpo dei Cacciatori lussemburghesi. Nel 1868, in applicazione del Trattato di Londra, l’Armata venne contratta a un solo battaglione di Cacciatori. Un decennio dopo, fu costituito il glorioso Corpo dei Gendarmi e dei Volon1944), che inquadrava tari (1881-1 una compagnia di Gendarmi e una di Volontari. Tale Corpo è considerato, oggi, la base storica della nostra forza militare.
Cosa può dire riguardo all’introduzione del servizio militare obbligatorio?
Intervista al Colonnello Nico Ries Capo di Stato Maggiore dell’Armata del Lussemburgo Potrebbe descriverci l’Armata del Lussemburgo ai nostri lettori, al fine di conoscere meglio i militari di un Paese a noi molto vicino? La nostra Armata risale al 1817, anno in cui il Granduca Guglielmo I approvò la legge sulla costituzione della Milizia, che operò fino al 184l. Era formata
Il Governo introdusse il servizio militare obbligatorio nel 1944. Nell’euforia manifestatasi con la fine del Secondo conflitto mondiale, gli effettivi vennero portati rapidamente a 10 000 militari, ripartiti sia nel servizio permanente sia nella riserva. Dal 1945 al 1955, il Lussemburgo partecipò all’occupazione della Germania, inserendosi nel la zona di res p o ns ab il ità francese. Nel 1967, abolita la leva, venne istituita un’Armata di professionisti su base volontaria. Da allora esiste solo una componente terrestre, i cui effettivi ammontano oggi a 1 100 persone. 35
Quali sono i compiti ai quali far fronte? Sul territorio nazionale, in caso di conflitto, l’Armata deve difendere il Granducato, assicurare la protezione di punti sensibili e di aree vitali e, infine, fornire assistenza alle Amministrazioni pubbliche e alla popolazione in caso di calamità naturali. Sul piano internazionale, contribuire alla difesa collettiva o comune, inserita nel quadro delle organizzazioni internazionali di cui il Lussemburgo fa parte. In tale ambito, partecipa alle missioni di mantenimento della pace e al controllo del rispetto dei trattati internazionali. Su cosa si fonda il sistema di difesa?
ne del Contingente alla Divisione è stato firmato l’11 dicembre 1996. Il Contingente si compone di 1 Comando, 2 plotoni esploratori, 1 plotone controcarro TOW e 1 reparto di supporto logistico. In totale si tratta di 167 militari dei quali 9 Ufficiali, 30 Sottufficiali e 128 graduati e soldati volontari. Il principale equipaggiamento si basa su veicoli HMMWV blindati e autocarri MAN. I principali armamenti in dotazione sono il fucile Steyr, la mitragliatrice da 12.7 millimetri e il sistema controcarro TOW. Intensa è pure la partecipazione alle esercitazioni che svolge l’Esercito belga. Il contingente è addestrato a condurre missioni di esplorazione, di carattere umanitario e di ristabilimento della pace.
La nostra Nazione ha costituito un sistema di difesa fondato principalmente sulla sua integrazione nell’Alleanza Atlantica e alla sua adesione al processo di difesa. Pur essendo un piccolo Paese, il Lussemburgo possiede un’Armata a sua immagine, molto professionale, come dimostrano le numerose partecipazioni che hanno visto inseriti nostri reparti in Grandi Unità multinazionali. L’Armata, in caso di operazioni militari, dovrà operare nell’ambito di una Divisione meccanizzata belga. Come realizzate tale integrazione, dato che si tratterebbe di organizzare e condurre operazioni congiunte tra due forze che hanno differente composizione ed equipaggiamento? Dal 7 maggio 1996 il Lussemburgo ha aderito al Corpo d’Armata Europeo. Il Contingente, messo a disposizione dei nostri alleati, ha la stessa organizzazione di quello AMF (L) ed è posto sotto comando operativo della 1a Divisione di fanteria meccanizzata belga. L’accordo di aggregazio36
Una cooperazione che senz’altro costituisce un esempio di fratellanza operativa. L’integrazione nelle Forze Armate del Belgio è un dato di fatto che si compie senza alcuna difficoltà. I nostri Quadri sono stati
formati, in gran parte, in Belgio e questo ha consentito loro di familiarizzare con la loro organizzazione e i loro metodi di lavoro. L’esperienza comune, maturata in numerose missioni svolte congiuntamente nei Balcani, è la migliore prova di una concreta col-
A sinistra. Una pattuglia motorizzata, imbarcata su di una HMMW, in Kosovo. Sopra. Una squadra fucilieri in addestramento.
laborazione. L’operosità in ambito professionale, i legami d’amicizia e la grande fraternità tra i membri dei due Eserciti, costituiscono fattori importanti che favoriscono le eccellenti relazioni bilaterali. La collaborazione nei due sensi e la profonda intesa esistente è talmente consolidata da poter affermare che ormai esiste una cooperazione duratura e
fruttuosa, fondata sul mutuo rispetto e sulla reciprocità. I vertici belgi e lussemburghesi sono convinti che, l’esistenza di un Contingente che opera permanentemente nell’Esercito di un altro Paese, costituisca un modello nel suo genere. Questa peculiarità lascia ben sperare nella reale fattibilità di un’Unione Europea e di una identità comune di difesa europea. Tale forma di cooperazione è destinata a intensificarsi nel futuro, come dimostrano numerosi progetti, in corso di finanziamento o di cofinanziamento in atto tra i due Paesi. Quest’ultimo caso si riferisce all’acquisizione di una nave per il trasporto strategico e all’aereo militare da tra-
sporto A400M. Il fatto di disporre di un diverso equipaggiamento non ci impedisce di cooperare, tuttavia per l’avvenire abbiamo previsto di uniformare anche tale aspetto. La partecipazione nelle missioni di mantenimento della pace è un fiore all’occhiello dell’Armata, dopo la prima missione in Corea. Attualmente militari lussemburghesi sono presenti in Kosovo, avendo in precedenza fatto parte della forza NATO in Bosnia Erzegovina. Potrebbe tracciare un quadro operativo dell’Armata, anche in considerazione delle lezioni apprese da queste importanti 37
attività? Il modo di preparare i nostri Contingenti ai vari tipi di missioni di mantenimento della pace oggi richiesti costituisce un’importante evoluzione negli ultimi dieci anni. La preparazione del nostro primo Contingente è stata particolarmente difficile. Non disponevamo né dell’esperienza pratica né delle informazioni specifiche riguardo alla zona d’operazioni. Ma l’esperienza acquisita dopo l’invio del primo Contingente in Croazia orientale, nell’aprile del 1992, ci consente oggi di addestrare reparti che dispongono delle migliori caratteristiche per portare a termine ogni tipo di missione, in tutte la situazioni operative. Siamo consapevoli, inoltre, che è necessaria una preparazione capillare e da adattare in permanenza, in funzione della situazione, delle condizioni particolari della zona d’operazioni e delle missioni da compiere. L’addestramento dei soldati in generale, ma particolarmente quello dei partecipanti alle missioni, è cambiato fondamentalmente nel corso degli ultimi anni e continuerà a cambiare nel futuro. In effetti, le missioni che si stanno svolgendo nel quadro delle operazioni di mantenimento della pace sono del tutto differenti rispetto quelle che si organizzano e si conducono in un conflitto classico. Se fino agli inizi degli anni 90 le unità dell’Armata lussemburghese hanno preso parte esclusivamente a esercitazioni, le missioni di mantenimento della pace sono del tutto reali, con i rischi che ne conseguono. È un indubbio cambiamento di ampia rilevanza. Le nuove attività hanno provocato un cambiamento sostanziale nella mentalità dei soldati connessa alla partecipazione ad attività svolte all’estero nell’ambito delle organizzazioni multinazio38
nali delle quali il Lussemburgo è parte. Il risultato del lavoro è visibile sul terreno e questo rende i nostri militari più sicuri, facendo sorgere in loro un sentimento di soddisfazione che scaturisce dalla consapevolezza di aver svolto qualcosa di utile e di valido, riconosciuto come tale all’estero e nel loro Paese. In effetti, la partecipazione alle operazioni di mantenimento della pace ha certamente contribuito a migliorare l’immagine dell’Armata fuori e, al tempo stesso, nel Granducato. Concludendo, si può dire che possiamo certamente prendere parte a ogni tipo di missione, in quanto disponiamo di personale motivato e validamente addestrato, perfettamente in grado di portare efficacemente a termine ogni attività ipotizzabile in zona di operazioni. Il servizio militare obbligatorio è stato abolito nel 1967. L’Armata è costituita integralmente da volontari e da militari professionisti. Quali sono i punti cardine di tale professionalizzazione? Dopo l’abolizione del servizio militare, avvenuto appunto nel 1967, l’Armata è diventata integralmente di mestiere. Essa è formata da soldati volontari i quali hanno sottoscritto una ferma di almeno tre anni e sono inquadrati da Ufficiali, Sottufficiali e Graduati di carriera. Il fatto che i soldati si raffermino per un periodo limitato comporta una grande rotazione tra la truppa. L’Armata dunque si caratterizza certamente per la gioventù dei suoi membri, per il fresco dinamismo e la convinta motivazione. Ma poiché la durata della ferma è comunque limitata, viene a mancare l’esperienza soggettiva, il che si riflette sull’efficacia operativa delle unità. Dal 1997 esiste presso di noi la carriera di Caporale. Proprio come gli Ufficiali e i Sottufficiali, i
Una pattuglia in perlustrazione in Kosovo.
Caporali sono di carriera e restano in servizio fino alla pensione. Vengono reclutati come i soldati volontari, tra i cui ranghi operano per un periodo minimo di 2 anni e seguono una formazione specialistica nel Lussemburgo e, soprattutto, l’estero. L’Armata dispone pure di una riserva selezionata di soldati, disponibile
permanentemente e ottimamente addestrata, in grado di essere rapidamente mobilitabile. La mescolanza di soldati professionisti e di soldati volontari, costituisce una caratteristi ca peculiare delle nostre unità. Quali sono le funzioni del Caporale di carriera? Il Caporale di carriera si integra nella gerarchia dell’Armata lussemburghese tra il soldato vo-
lontario e il Sottufficiale. In relazione alle sue funzioni, egli può essere aiuto istruttore, Caporale d’amministrazione e specialista. I Caporali accedono a queste funzioni per età, anzianità e capacità professionali. Il reclutamento avviene mediante concorsi per esami, ai quali vi si accede anche per requisiti scolastici, fisici e militari. I candidati ammessi seguono un ciclo formativo in Lussemburgo e all’estero, definito in base alle determinazioni approvate di
volta in volta dal Ministro della Difesa. Al termine della formazione, i candidati devono superare un esame d’ammissione, che rappresenta l’ultimo sbarramento prima della loro definitiva ammissione. Durante i primi anni di servizio, svolgono soprattutto l’incarico di Comandante di squadra nelle unità combattenti, per venire successivamente destinati a funzioni amministrative oppure a quelle specialistiche nei vari settori professionali d’impiego. 39
Nella Forza Mobile Alleata della NATO e nella Forza di Reazione Rapida vi è una tendenza all’integrazione multinazionale. Quale può essere il riflesso sulle identità nazionali? Solamente in apparenza l’integrazione multinazionale diminuisce l’identità delle nazioni. In effetti dà una nuova caratterizzazione, che si rivela essere una marcia in più. È evidente che questo s’inserisce nel quadro della politica di difesa di una nazione e ne rafforza la comune identità culturale. Il Lussemburgo considera l’Alleanza Atlantica come l’elemento essenziale della sicurezza in Europa e il legame transatlantico viene visto da noi come la garanzia fondamentale di tale sicurezza. Il nostro Paese sostiene pienamente lo sforzo dell’Unione Europea, per acquisire i mezzi più appropriati, al fine di definire la sua politica estera e di sicurezza. Anche se esiste un’integrazione multinazionale, ogni Paese deve assumersi i propri oneri e le sue responsabilità, in termini di decisioni da prendere per l’impiego delle truppe. Ogni nazione deve provvedere affinché le proprie truppe siani equipaggiate, istruite e addestrate per compiere efficacemente una serie di missioni. Ma un altro mutamento fondamentale è in via di sviluppo. I soldati dell’Armata lussemburghese potranno avere anche un’altra nazionalità. Una legge consentirà l’arruolamento anche agli stranieri. Le condizioni per l’ammissione saranno allargate a tutti i cittadini membri dell’Unione Europea e residenti nel Granducato da almeno 36 mesi. L’addestramento di base del personale è fatto soprattutto i Francia e in Belgio. Come si applicano i modelli di quei due Paesi alle esigenze del Lussemburgo?
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Militare lussemburghese impiegato nella missione «UNPROFOR».
Non disponiamo di scuole nazionali preposte alla formazione militare. I nostri Ufficiali, Sottufficiali e Caporali di carriera vengono formati soprattutto in Belgio e in Francia e, per alcune specializzazioni, in altri Paesi, quali Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna. È il caso di far presente che in base alle condizioni d’ammissione alla carriera militare, i nostri Sottufficiali e caporali hanno già prestato servizio come soldati volontari per almeno 24 mesi nel Lussemburgo, per cui la loro formazione si com-
pleta con un ulteriore periodo istruttivo svolto all’estero. Tornati in Patria, dovranno ovviamente adattare alla realtà locale le nozioni e i metodi appresi. Per facilitare questa fase di transizione, i giovani Quadri frequentano un ulteriore corso di 3 mesi, che li inserirà meglio nelle funzioni che svolgeranno nell’Armata. Un’Armata di piccole dimensioni deve disporre di un’enorme flessibilità, e questa deve riflettersi nel personale e nella struttura. In Bosnia il Contingente lussemburghese è stato inserito in un’unità di trasporti multinazionale,
Il Colonnello Nico Ries è nato il 30 luglio 1953 a Lussemburgo. Il 3 settembre 1973 si arruola nell’Armata e inizia i suoi stuoi studi da Ufficiale presso la Reale Scuola Militare, a Buxelles. Ne esce nel 1977 con il grado di Tenente di Fanteria. Destinato presso il Centro d’istruzione militare, dal 1978 al 1944, vi ha svolto incarichi di Comando di plotone e di compagnia. È stato poi Capo dell’Ufficio Personale e Vice Comandante. Nel 1994 viene destinato allo Stato Maggiore dell’Armata, inizialmente come Ufficiale Logistico e, in seguito, come Sottocapo di Stato Maggiore. Il 26 gennaio 2002 è nominato Capo di Stato Maggiore dell’Armata. Dal 1978 al 1979 frequenta la Scuola di Applicazione della Fanteria francese a Montpellier. Nel 1982 supera brillantemente il corso per Comandante di compagnia, tenuto nella Scuola di Fanteria di Arlon, in Belgio. Nel 1985 si brevetta, in Francia, presso La Scuola di Compiegne, Ufficiale di Stato Maggiore. Negli anni 1989 e 1990 frequenta la Scuola Superiore di Guerra Interforze di Parigi. Solida è la sua esperienza a favore della pace. Per due mandati, nel 1991 e nel 1997, è stato osservatore nella ex Iugoslavia per conto della Comunità Europea. Il Colonnello Nico Ries ha come decorazioni nazionali la Medaglia di Cavaliere dell’Ordine al Merito civile e militare di Adolphe di Nassau, la Commenda dell’Ordine al Merito del Granducato del Lussemburgo, la Medaglia dell’Ordine della Corona di Chéne, la Croce d’Onore al Merito militare in bronzo e la Croce di 25 anni di servizio svolto con onore. Quali onorificenze straniere, ha meritato la croce di servizio di 1a classe della Repubblica tedesca, la Medaglia di Servizio al merito dell’Esercito statunitense e la Medaglia della Comunità Europea ottenuta per i servi resi come verificatore di pace nella ex Iugoslavia.
insieme ad austriaci e greci. In Kosovo, invece, fa parte di un’unità esplorante. A cosa si deve una tale poliedricità operativa? La nostra Armata ha certamente tratto molti benefici dalla sua appartenenza alla Forza Mobile del Comando alleato in Europa. Tale forza multinazionale può essere impiegata con breve preavviso in tutte le aree minacciate. Dato che fa parte del primo elemento schierabile della NATO, le truppe che ne fanno parte devono essere sempre pronte e in grado di reagire a tutte le situazioni che dovessero presentarsi. Ma il tutto è la risultante di un abito menta-
le che cerchiamo di imporre ai nostri giovani. Durante il servizio militare nell’Armata, il soldato segue una comune istruzione di base della durata di 4 mesi, nella quale apprende i rudimenti necessari utili alla professione, che rappresentano anche la base per ulteriori programmi. In seguito completa la sua formazione nell’unità o ente dove presta servizio. La durata della preparazione specifica dei nostri Contingenti, destinati a operazioni di mantenimento della pace, si configura in 4 mesi e, una parte di essa, si svolge in comune con l’unità belga con la quale si andrà in missione. Quali sono i risultati di questo sistema? Il metodo d’addestramento adottato è impegnativo, ma conferisce all’Armata lussemburghese la garanzia che i componenti del con-
tingente abbiano una valida preparazione e assolvano i loro compiti nelle migliori condizioni. Come per i soldati di altri Paesi, quelli dell’Armata sono pronti e preparati al massimo dell’efficienza. La riserva gioca un ruolo fondamentale in una struttura militare interamente professionale. Tale aspetto è oggetto di grande attenzione in molti Paesi. Per il Lussemburgo questo aspetto è ugualmente importante? Con l’abolizione del servizio militare obbligatorio la riserva, come la si intende oggi, è scomparsa dal Lussemburgo. Tuttavia la laboriosità, il patriottismo, lo spirito di sacrificio e l’identificazione nel comune ideale europeo e atlantico, fanno sentire tutti i nostri cittadini parte unica con la struttura militare.
* Giornalista 41
TEMPO DI BILANCI E DI EQUILIBRI
F
ra i temi che richiamano l’attenzione, la stretta attualità porta al Medio Oriente e all’Iraq. È altrettanto vero però che, alla luce delle posizioni che i Paesi europei hanno avuto e hanno rispetto a questi casi, gli sviluppi in corso nel Vecchio Continente meritano altrettanta attenzione. Soprattutto in un momento in cui si vanno gettando le fondamenta del suo ordinamento costituzionale, come pure le prime basi di una politica estera, di sicurezza e di difesa.
MEDIO ORIENTE L’uscita di scena di Abu Mazen era da tempo fra le cose possibili. Più volte, nei precedenti numeri di «Rivista Militare», si era parlato del difficile lavoro dell’ormai ex Primo Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e si era detto, altresì, che la crescente ostilità di Yasser Arafat – l’anziano capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) – avrebbe inevitabilmente determinato una resa dei conti fra i due. Resa dei conti che Arafat ha preparato con cura, per estromettere una figura sempre più ingombrante e carismatica e costringerlo, quindi, alle dimissioni. Ora il futuro ritorna nelle mani non facili di due uomini, quali il Primo Ministro israeliano Ariel Sharon e lo stesso Arafat, fra i quali non si può certo dire che esista una qualche stima e fi42
ducia reciproca. Per di più, entrambi devono tenere conto di equilibri interni ed esterni difficili da gestire. IRAQ Con la crisi irachena siamo ormai a un bilancio di due anni di guerra al terrorismo. Guerra che
ha visto, in una prima fase, il coinvolgimento diretto di molti Paesi in un quadro di multilateralismo condiviso ma che, in una seconda fase, è stata condotta con modalità tali da portare a chiedersi, unitamente a segnali in altri settori, se non si stia andando verso un lento riaffiorare di interessi nazionali che, di quando in quando, divergono in maniera sostanziale e ripren-
a cura del Ce.Mi.S.S. dono il sopravvento rispetto a quanto sostenibile o auspicabile in ambito multilaterale. La crisi irachena è stata, come più volte detto, soltanto il momento in cui tale situazione è venuta drammaticamente in piena evidenza. Pertanto adesso il futuro dell’Iraq del dopo Saddam Hussein costituisce la nuova grande sfida che si presenta ai grandi attori internazionali. C’è chi recentemente, alla luce dei potenziali effetti diretti e indiretti che la caduta di Saddam avrebbe potuto e potrebbe provocare – in una vasta regione del mondo strategicamente rilevante per molteplici ragioni etniche, religiose, energetiche, geografiche, tanto per citarne alcune – ne ha parlato come del terzo grande evento rivoluzionario dell’area.
Naturalmente dopo quello dell’Egitto di Nasser e dell’Iran degli Ayatollah. Entrambi, in qualche misura, sono però falliti. Tuttavia, mentre quei due eventi sono stati principalmente endogeni, l’ultima guerra del Golfo è stata portata dall’esterno. La principale responsabilità della sua riuscita e del valore del suo esempio viene a dipendere anche da come gli attori coinvolti come Stati o come soci di Organizzazioni internazionali riusciranno a operare nel reale interesse dell’Iraq e del popolo iracheno. COOPERAZIONE ATLANTICA Nel passato il lavoro fra New York e Washington da una parte e Bruxelles dall’altra è stato sempre febbrile e molto si è lavorato per conseguire dei compromessi. D’altronde questo è il prezzo che realisticamente si deve pagare quando si tenga conto della diversità di visione sulla Politica Europea di Sicurezza e Difesa ancora esistente fra alcuni dei maggiori Paesi del Vecchio Continente e fra le due sponde dell’Atlantico. Si potrà obbiettare, e con qualche ragione, che una convergenza di massima sul documento, presentato da Javier Solana a Salonicco (Grecia), costituisce in ogni modo un primo passo, necessario ma in ogni caso non sufficiente, verso la costruzione di una politica comune europea estera, di sicurezza e di difesa. Non ci si può nascondere però che, se tale documento ha raccolto molti commenti positivi in Europa
Un Bersagliere del Contingente italiano in Iraq.
e negli Stati Uniti, ciò significa che ogni Paese europeo e ognuna delle due sponde dell’Atlantico ha trovato in esso parti in cui si riconosce che hanno relativizzato le altre. Da ciò si può dedurre che anche il documento di Solana è il frutto di un non facile equilibrio fra posizioni ancora distanti, per cui non sarà facile migliorarlo in maniera sostanziale, se si vuole ottenere l’approvazione in questo semestre. Pure in questo caso, quindi, di fronte a un desiderio di volare alto, il realismo consiglia di procedere per passi successivi che, anche se piccoli, costituiscono a tutt’oggi l’unico modo per avviare un processo lento ma continuo, capace di dare luogo a un circolo virtuoso. RAPPORTI MONDIALI Uno strano rapporto quello transatlantico, governato sia in positivo sia in negativo talora da interessi e talora da principi e valori. Come non giudicare strana, per esempio, l’alleanza fra Europa e Stati Uniti a Cancun (Messico) e il fallimento di quel vertice? Sia come sia, è la fiducia reciproca che deve dimostrarsi giorno per giorno, se si vogliono condividere le priorità nella promozione della sicurezza, senza essere sorpresi da eventi poco consequenziali, come l’approvazione da parte del G7 di un Piano Marshall per la crisi israelo-palestinese e il contemporaneo fallimento di Cancun. Per quanto riguarda l’Unione Europea, il perseguimento di questa fiducia con i Paesi della regione mediterranea è sicuramente una condizione necessaria, anche se da sola non sufficiente, per rendere più sicura l’Europa. 43
I S I L A N A ’ L
TRAVAGLI PALESTINESI
Le dimissioni del primo ministro palestinese Abu Mazen hanno costituito un duro colpo per i negoziati di pace e per l’amministrazione americana che li promuove. Il neo Primo Ministro Ahmad Qurai (Abu Ala) finora non ha dimostrato l’equilibrio e l’autorevolezza del suo predecessore. In altre parole, Israele e la comunità internazionale ritornano a dover negoziare con Yasser Arafat. L’anziano capo palestinese, lungi dall’essere isolato e privo di influenza politica, ha lavorato dietro le quinte della scena politica palestinese, riuscendo a costruire una ragnatela che ha
finito con l’avviluppare l’autonomia di Abu Mazen. Vediamo allora questa ragnatela, che dimostra tuttavia il confuso quadro politico d’insieme dell’Autorità Nazionale Palestinese e la guerra civile tra fazioni locali. È, comunque, sulla mancanza del compromesso politico in campo palestinese che si sta effettivamente consumando l’attuale conflitto dalla cui soluzione deriva anche la fine delle ostilità. Fin dalla proclamazione di Abu
Mazen nell’incarico di Primo Ministro, mai ricoperto in precedenza, è stato a tutti evidente che Arafat avrebbe fatto di tutto per estromettere quella figura carismatica e ingombrante dalla scena politica palestinese. Inoltre, la scelta dello stesso Primo Ministro di affidare i servizi segreti, un nodo chiave in Palestina, a Dahlan,
un altro esponente poco amico di Arafat, ha creato le basi per una maggiore ostilità del vecchio capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che vedeva sfuggirsi di mano un potere consolidato da anni. Abu Mazen e Dahlan hanno compiuto, fin da subito, un errore rivelatosi fatale: hanno scelto la via del compromesso, lasciando così troppo spazio di manovra ai rivali. Arafat ha affidato il compito di ricostruire il consenso intorno alla sua persona nelle mani di Jibril Rajoub, il quale in veste di Consigliere Nazionale per la Sicurezza, fin da subito, ha potuto usufruire di poteri doppi rispetto a quelli di Dahaln. Rajoub è un personaggio della
Una pattuglia israeliana al confine con il Libano.
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Sopra, a sinistra e sotto. Il veicolo da combattimento per la fanteria meccanizzata (MICV) «Achzarit», frutto di anni di ricerche e studi e dell’elevata esperienza sul campo, in dotazione all’Esercito israeliano, prodotto per modifica dell’ormai obsoleto, e radiato dai ranghi, carro armato da combattimento «T-55» sovietico di preda bellica.
politica palestinese con una lunga e intensa storia alle spalle. Ha seguito una brillante carriera all’interno del direttivo di alFatah, durante gli anni dell’esilio dell’OLP conseguente all’espulsione dalla Giordania. Non ha quasi mai lasciato la terra palestinese, al contrario di molti altri e, negli anni 90, è stato uno dei sostenitori del processo di
Oslo. Nel 2000 però cambia strategia. Si rifugia in un sobborgo di Ramallah, Betunya, situato a 20 chilometri a nord di Gerusalemme e inizia a nascondere membri di al-Fatah e di Hamas (organizzazione militante con base religioso-fondamentalista). Con l’ascesa al potere di Dahlan e Abu Mazen, percepisce il pericolo dell’esclusione dal potere e si avvicina ad Arafat, l’altro esiliato. Intanto gli israeliani trovano, nel suo rifugio, documenti che lo legano imprescindibilmente ad alcuni tra i più sanguinosi attentati degli ultimi due anni. Finiscono così le buone relazioni che aveva mantenuto, in passato, con Israele e Stati Uniti. Si unisce sempre più ad Arafat e, in pochi giorni, riesce a riunire tutti i membri della compagine paramilitare dei Tanzim e di al-Fatah, che avevano disertato il campo di Arafat per unirsi a quello di Abu Mazen. Rajoub promette loro quel potere e quei privilegi che Abu Mazen, a suo dire, non era in grado di assicurare. La maggior parte dei membri di al-Fatah e di Hamas accettano quindi le promesse di Arafat. A questo punto il Primo Ministro Abu Mazen è di fatto emarginato. La sua influenza andava velo-
cemente scemando, la sua possibilità di controllare il terrorismo si era annullata, l’appoggio interno diminuiva, mentre Israele, sconvolta da una nuova ondata di attentati, lo accusava di inconcludenza e debolezza. In un brevissimo lasso di tempo Arafat è riuscito a dimostrare a tutti di reggere ancora le fila della politica palestinese. Oltre ad aver causato le dimissioni di Abu Mazen, ha scelto personalmente il suo sostituto, Ahmed Qurai (Abu Ala), un uomo di scarso rilievo politico, con problemi di salute, che ha a suo vantaggio l’indiscussa fedeltà ad Arafat. Inoltre, in Palestina è ancora in atto la guerra civile, crudele e senza mezzi termini, che non concede spazio alcuno alle speranze di un cessate il fuoco.
Carristi israeliani sulla torretta del loro mezzo corazzato.
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La simbiosi con l’industria e le innovative tecniche di gestione stanno contribuendo a rendere la nostra struttura logistica adatta a sostenere convenientemente le moderne forze operative
L’OCULATO APPROVVIGIONAMENTO di Rocco Panunzi *
In linea con quanto stanno facendo i nostri soci europei nuovi metodi e procedure stanno per essere definitivamente varati per garantire all’Esercito competitività e profonda innovazione tecnologica
QUADRO DI RIFERIMENTO E PROCESSO DI TRASFORMAZIONE L’Esercito sta attraversando un processo di profonda trasformazione, alimentato dalla continua evoluzione dello scenario di impiego e del quadro normativo. È stata ridefinita la struttura di vertice, sono state modificate le competenze, creati nuovi organi46
smi e soppressi altri, sta terminando la leva ed è cominciata l’era dell’Esercito professionale. Tutta l’organizzazione è interessata dal progresso tecnologico, dalla globalizzazione industriale e dalla crescente importanza delle coalizioni, che introducono nuove ed impegnative sfide. L’Esercito deve essere preparato a queste evenienze, trasformando le proprie forze operative
e, di conseguenza, dotandosi di una coerente e moderna struttura per l’acquisizione delle relative capacità (procurement). La chiave di un efficiente procurement militare consiste nell’impiegare al meglio la tecnologia, nel perseguire l’interoperabilità, nel disporre di risorse e procedure organizzate per contrarre tempi e costi di acquisizione. Anche l’industria dovrà contri-
Quello che in Europa viene definito Oculato Approvvigionamento (Smart Procurement), vede la nostra Forza Armata impegnata al massimo nella razionalizzazione della propria logistica, al fine di valorizzare le proprie risorse e fronteggiare, al meglio, le sfide del futuro. Il motore di tale processo è il Reparto Logistico dello Stato Maggiore dell’Esercito, organizzato non più su Uffici e Sezioni bensì per Progetti e Funzioni basati sulla nuova figura del Dirigente. L’innovazione investe direttamente le tecniche gestionali, la tecnologia, l’interoperabilità con gli alleati e l’acquisizione degli approvvigionamenti. Il tutto più velocemente, meglio razionalizzato e a costi contenuti.
buire a questa trasformazione, nel suo stesso interesse. Infatti, la riduzione del bilancio della Difesa non consente di sostenere lo stesso apparato industriale del passato e ciò ha determinato contrazioni ed accorpamenti che hanno amplificato il carattere di oligopolio del mercato per la Difesa. Ne deriva la necessità di trovare metodi e procedure per mantenere viva la competizione
e garantire l’interesse alla innovazione tecnologica. PECULIARITA DEL MERCATO PER LA DIFESA Il mercato per la Difesa, ad un primo esame, sembra uguale ad ogni altro, perchè unisce compratori e venditori. Ma osservandolo meglio si notano caratteri-
stiche peculiari che è possibile riassumere in tre punti: gli elevati costi di Ricerca e Sviluppo (R&S) che caratterizzano i sistemi d’arma di nuova generazione e il problema del trasferimento delle tecnologie; le grandi dimensioni delle aziende capocommessa, che cercano di raggiungere economie di scala e di diversificazione; ed infine la configurazione del mercato che, dal lato 47
Sbarco di un automezzo pesante da una nave da trasporto.
dell’offerta (per le due caratteristiche precedenti), si presenta come di oligopolio o monopolio, e dal lato della domanda (per la centralità dei Governi) si presenta come di monopsonio (il cliente è uno solo). Il prodotto militare può essere caratterizzato da due parametri di riferimento e da alcune specificità. I parametri di riferimento sono la sua stessa natura ed il suo scopo: la sua natura, perché il prodotto presenta specifiche caratteristiche tecniche militari; il suo scopo, perché tali prodotti sono impiegati a fini militari. Ad esempio, una pistola può essere considerato un prodotto militare solo se è in dotazione ad una Forza Armata. Le specificità sono essenzialmente quattro: la realizzazione 48
ad hoc per pochi committenti (spesso con elevato contenuto tecnologico); il ciclo vitale che dura uno o più decenni e che include fasi assai distinte: dalla ricerca alla manutenzione; infine stringenti vincoli di segretezza per motivi di sicurezza nazionale e la forte valenza politica. La prima peculiarità, connessa con l’elevato costo della Ricerca e Sviluppo, è accentuata dal fatto che è il Governo che decide gli acquisti e può cambiare, in ogni momento, i requisiti e le scelte strategiche, inducendo incertezza ed aumento del fattore di rischio, con conseguente ulteriore aumento dei costi e disincentivazione all’investimento in Ricerca e Sviluppo. Le economie di scala rappresentano la seconda peculiarità di questo mercato. Infatti, gli alti costi di sviluppo legati sia all’elevato tasso di innovazione tecnologica richiesto, sia alla scarsa
quantità delle produzioni, incide direttamente sui costi di ricerca e sviluppo, che potrebbero essere inferiori se «spalmati» su volumi produttivi maggiori (economia di scala), come avviene normalmente nel settore civile. Tale peculiarità cresce con la complessità tecnologica ed il grado di innovazione del progetto. Per questo motivo, per lo sviluppo di piattaforme che, da sole, costituiscono capacità complete (navi, aerei, elicotteri) si ricorre spesso alle cooperazioni internazionali, in considerazione dell’interesse comune di più Nazioni nello sviluppo della stessa capacità. La terza peculiarità esaminata è quella relativa al cosiddetto fattore regolamentativo. In un mercato come quello degli armamenti i Governi per ragioni di sicurezza, ma anche per politiche dell’occupazione e di sviluppo della ricerca, hanno protetto le industrie nazionali. Ponendo barriere all’ingresso dei
mercati, incentivando le produzioni locali, proponendo sussidi alle esportazioni, i Paesi si sono ritrovati con industrie che perdevano la loro efficienza perché non stimolate dalla concorrenza internazionale. CENNI AL PROCUREMENT MILITARE IN EUROPA Per comprendere meglio l’urgenza di procedere alla riforma del procurement dell’Esercito, si ritiene necessario descrivere il panorama nei principali Paesi europei, Italia compresa, tralasciando gli Stati Uniti perché poco significativo ai fini del confronto. Italia La legislazione amministrativocontabile ha costituito per lungo tempo una massa disordinata di norme difficilmente accessibile e
comprensibile. Ciascuna Forza Armata aveva infatti proprie norme amministrativo-contabili, a loro volta integrate da numerosi regolamenti e disposizioni particolari. Solo con il D.P.R. 28 giugno 1956, n.1106, concernente il decentramento dei servizi del Ministero della Difesa, si cominciò a riordinare tale materia. Ma si dovrà giungere fino al 1965 per sentir parlare di un regolamento unificato, cioè interforze, di amministrazione e contabilità militare, con il varo del D.P.R. 18 novembre 1965, n. 1482, recante norme sull’amministrazione militare e la contabilità degli enti delle Forze Armate e del D.P.R. 18 novembre 1965, n. 1481, concernente riorganizzazione e ammodernamento degli stabilimenti e arsenali militari. La disciplina dell’attività contrattuale delle amministrazioni militari venne ridefinita dieci anni dopo e si rinviene nel titolo IV
La nave «Maior» pronta a imbarcare mezzi dell’Esercito.
del D.P.R. n.1076 del 1976 (artt. da 35 a 47), nel quale è contenuto il nuovo regolamento unificato per l’amministrazione e la contabilità degli organismi militari. L’acquisizione di armamenti e di materiali militari in Italia può svolgersi formalmente, mediante procedure regolate da apposite leggi, in relazione al costo complessivo del programma, alle sue caratteristiche tecnologiche e alla sua realizzazione (nazionale o internazionale). La prassi ha però messo in luce altre forme di finanziamento dei processi di acquisto di beni e servizi, in alcuni casi non supportate normativamente, ma che si rivelano molto utilizzate, come il leasing o i cosiddetti contratti aperti. Attualmente il processo decisio49
L’informatica è oggi di ausilio per gli approvvigionamenti logistici.
nale che porta alle acquisizioni inizia all’interno dello Stato Maggiore di ogni Forza Armata, che definisce le caratteristiche tecnico-operative degli equipaggiamenti; stabilisce una prima stima delle risorse finanziarie necessarie; incarica il Direttore Generale competente di identificare le possibili soluzioni. La proposta viene poi esaminata dal Comitato dei Capi di Stato Maggiore e dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, con riferimento ai vincoli finanziari e ai programmi interforze esistenti. Corredata dal parere consultivo del Consiglio Superiore delle Forze Armate, la proposta passa al Ministro e deve ottenere il parere favorevole delle Commissioni parlamentari, che devono esprimersi entro trenta giorni, sotto la clausola del silenzio-assenso. Il Ministro si fa garante davanti al Parlamento del fatto che i programmi siano necessari per le esigenze della Difesa nazionale e approva in maniera definitiva le acquisizioni con proprio decreto. Sempre il Ministro, o un suo rappresentante, sottoscrive con i rappresentanti di altri Paesi, i Memorandum d’intesa ( Memo50
randum of Understanding) per le eventuali coproduzioni internazionali. Quindi ha inizio il vero processo di acquisizione, che prevede, normalmente, le seguenti fasi principali: fattibilità, definizione, sviluppo del prodotto, produzione, supporto. Parallelamente al processo fin qui descritto si svolge il vero e proprio iter contrattuale che, in uno schema generale, comprende: la progettazione del contratto, la negoziazione, la stipulazione, l’approvazione, l’esecuzione, il collaudo, il pagamento. La compilazione del progetto di contratto avviene dopo l’assegnazione della commessa da parte della Direzione Generale competente. Terminata la fase preliminare, che si esaurisce con l’approvazione del progetto di contratto, ci si rivolge ai privati, possibili contraenti, per la fase di negoziazione che consiste nello stipulare il contratto (nei casi di trattativa privata) o nel bandire la relativa gara. Dopo l’aggiudicazione si procede, nel più breve tempo possibile, alla stipulazione del contratto. Gli atti di aggiudicazione definitiva e copia del contratto sono inviati alla Direzione Generale per l’approvazione (per l’appalto concorso viene effettuata dal Ministero
Difesa). Dopo l’approvazione e la registrazione del relativo decreto di approvazione da parte della Corte dei Conti (per certi limiti di spesa) il contratto diviene esecutivo; in via eccezionale, per casi di urgenza, l’esecuzione del contratto può precedere la registrazione. Il collaudo si conclude con l’emissione del certificato di collaudo da parte di una apposita commissione, con cui viene accertata la regolarità e la rispondenza della commessa ai capitolati tecnici emanati nel corso della negoziazione. All’avvenuta emissione del verbale di collaudo e connesse operazioni contabili (presa a carico dei materiali con variazione patrimoniale), si provvede alla liquidazione, ordinazione e pagamento a favore del fornitore. Francia Tale Paese dispone di una robusta industria della Difesa generalmente considerata come altamente competitiva sui mercati internazionali. L’Organo centrale del procurement militare francese è la Délegation Générale pour l’Armament (DGA), creata nel 1961, composta da 18 000 dipendenti dislocati in più di 50 siti. La DGA è impegnata nella preparazione dei futuri sistemi d’arma, gestione dei programmi d’armamento, definizione e sviluppo delle politiche di cooperazione industriale, conduzione di test e valutazioni, attività industriali nei settori della produzione e mantenimento dei sistemi navali ed aeronautici. Uno degli elementi chiave della recente riforma della DGA è stata la creazione di Gruppi di Programma Integrati (GPI), responsabili per gli aspetti tecnici, industriali e finanziari, composti da un Direttore di programma nominato dal Direttore Nazionale degli Armamenti, da un Ufficiale di programma nominato dallo Stato Maggiore competente e, quando possibile, da un rappresentante dell’industria. Il gruppo è assistito
da una serie di specialisti e da personale della DGA, portando così alla creazione di gruppi multidisciplinari. Il Direttore di programma e l’Ufficiale di programma sono responsabili congiuntamente per il raggiungimento degli obiettivi prefissati (essenzialmente di costo) ed hanno la facoltà di prendere decisioni in via preliminare. Questa sorta di compromesso unitamente alla promozione del superamento delle asimmetrie informative attraverso l’integrazione di rappresentanti dell’industria, porta a raggiungere risultati apprezzabili in termini di trasferimento tra contenimento di costi, tempi e standard tecnici e qualitativi. Germania In seguito all’esperienza delle due Guerre Mondiali, la Repubblica Federale di Germania (RFG) ha rinunciato ad avere assetti proprietari nell’industria della Difesa ed ha predisposto un controllo civile delle istituzioni militari per evitare di creare un’industria specifica per lo sviluppo e la produzione di armamenti. L’insieme degli uffici che si occupano di procurement militare e del settore armamenti nell’Amministrazione Difesa Federale, fanno riferimento al Ministero della Difesa Federale, Bundesministeriums der Verteidigung (BMVg); alla Direzione Generale degli Armamenti (Bundesamt für Wehrtechnik und Beschaffung - BWB); ad uffici ed agenzie periferici operanti sotto la sfera di responsabilità del BWB. La BWB svolge compiti di consulenza nei confronti dell’esecutivo del BMVg e delle Autorità militari riguardo questioni tecnicoscientifiche ed economiche. È uno strumento per la pianificazione degli acquisti, rappresenta il BMVg nel settore tecnologico ed economico ed è responsabile per la pianificazione, supervisio-
RAPPRESENTAZIONE SIMBOLICA DEI PRINCIPI DELLA SPI
Fig. 1 ne e controllo della ricerca di base relativa alle nuove tecnologie e concetti di armamento, dello sviluppo di nuovi componenti ed acquisto di nuovi sistemi d’arma. Anche il BWB utilizza le figure del Responsabile di programma e dell’Ufficiale di programma per il controllo e la gestione di un programma di acquisto, anche se non nella forma di gruppi di lavoro integrati. Il Responsabile di programma, generalmente un civile, ha la responsabilità di tempi, prestazioni e costi, che deve mantenere entro gli obiettivi previsti facendo da tramite tra il cliente (BMVg) ed il fornitore. L’Ufficiale di programma, che è un militare, ha le responsabilità sui requisiti tecnici e sulle capacità del sistema, ma può anche intervenire su specifiche clausole relative all’elemento prezzo. Regno Unito Il Ministero della Difesa britannico ( Ministery of Defence – MoD) è uno dei principali clienti di beni e servizi del Regno Unito, con una spesa di circa 9,7 miliardi di sterline nell’anno finanziario 2001/2002, pari al 2,5% del prodotto interno lordo. In seguito alle conclusioni della
Revisione Strategica della Difesa ( Strategic Defence Review ) del 1998, condotta per scoprire le cause dell’inefficienza e dei ritardi che affliggevano i principali programmi di approvvigionamento, fu introdotta la Smart Procurement Iniziative (Procedura per un approvvigionamento oculato) (SPI) con l’obiettivo specifico di ridurre di 2 miliardi di sterline i costi del processo di acquisizione nel periodo dal 1998 al 2008.
SMART PROCUREMENT INITIATIVE La rivoluzione concettuale introdotta con la SPI è finalizzata a trasformare i processi e la struttura organizzativa del procurement della Difesa allo scopo di sviluppare la capacità di acquisire «più velocemente, meglio e con meno spesa» (faster, cheaper , better ), adottando un approccio «dalla culla alla bara», rivolto all’ottimizzazione dell’efficacia delle capacità militari ed alla riduzione dei costi non solo nel corso delle fasi di acquisto, ma nell’arco dell’intera vita del sistema, dalla sua concezione alla sua alienazione (Fig. 1). La 51
LA SPI Principali elementi organizzativi introdotti dalla SPI: • Cliente della capacità da equipaggiare (Equipment Capability Customer - ECC), che determina le «capacità» necessarie per soddisfare gli obiettivi della Difesa, le trasforma in Programmi di Equipaggiamenti e agisce come cliente principale sino alla data di entrata in servizio; • Agenzia di Approvvigionamento della Difesa (Defence Procurement Agency - DPA), responsabile di procurare le capacità, in termini di equipaggiamenti, che soddisfano i predetti obiettivi; • Organizzazione Logistica della Difesa (Defence Logistic Organization - DLO), nata dalla fusione dei singoli servizi logistici di F.A., responsabile per la gestione dei sistemi in servizio; • il Secondo Cliente (Second Customer), responsabile di convertire le capacità fornite dall’ECC in capacità militari, di gestire l’equipaggiamento durante il servizio e di consigliare l’ECC al fine di ottimizzare le capacità future. Principali caratteristiche della SPI: • Concludere i programmi con le caratteristiche, nei tempi e costi previsti; • Rivedere l’attuale modello d’acquisto nell’ottica di acquisizioni progressive (incremental acquisition) di beni e capacità militari, diminuendo i rischi; • Ridurre i tempi di introduzione di nuove tecnologie nel sistema d’arma e ridurre i tempi di approvazione (anche attraverso l’acceptance model); • Aumentare i fondi destinati alle prime fasi dei programmi in modo da diminuire i rischi dovuti all’incertezza e alle previsioni; • Utilizzo di un Gruppo di Progetto (Integrated Progress Team - IPT) che segua un programma durante tutto il suo ciclo vitale, con l’industria esclusa solo nei momenti di scelta del contraente; • Identificazione chiara del soggetto di riferimento interno al MoD, che finanzi e diriga l’IPT; • Una migliore e più aperta relazione con l’industria, basata sull’identificazione di obiettivi comuni, incentivi, condivisione di guadagni (gain-share) e Iniziativa di Finanziamento Pubblico (Public Finance Iniziative - PFI). Principali documenti della SPI: • Requisiti di utente (User Requirement Document - URD), compilato dalla ECC, che identifica le capacità che dovrebbero essere soddisfatte da uno o più sistemi; • Requisiti di Sistema (System Requirement Document - SRD), a cura dell’IPT, che definisce cosa deve fare il sistema per soddisfare i requisiti dell’utente, fissati nell’URD; • Piano di Gestione (Through Life Management Plan - TLMP), che pianifica il mantenimento del progetto nel corso della sua vita, in conformità ai requisiti del cliente.
SPI è focalizzata sui processi più che sulle organizzazioni, sulle capacità piuttosto che sugli equipaggiamenti, e mira a produrre un pacchetto di misure che riconoscano che il procurement è un processo cooperativo, rivolto all’intera vita del sistema.
Le vecchie procedure controllavano il rischio attraverso decisioni formali tra uno stadio di progetto e l’altro ma poi, effettivamente, spingevano il programma verso la fase di produzione, causando ritardi derivanti da problemi tecnici rimasti irrisolti. Nel nuovo ciclo di IL PROCESSO DELLA SPI
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acquisizione (Fig. 2) si cerca di destinare più tempo, attenzione e risorse alle fasi di ricerca e sviluppo, alla scelta delle opzioni, al collaudo ed alle dimostrazioni, riducendo il rischio prima di passare alla produzione. L’organizzazione del procure-
Fig. 2
NUOVO CICLO DI SVILUPPO DEL PROCESSO DI ACQUISIZIONE Nella fase concettuale del ciclo di acquisizione viene prodotta una prima base del progetto, dei risultati e delle capacità che si vogliono ottenere. È in questa fase che si crea il Gruppo di Progetto (Integrated Project Team - IPT) e che si aprono i primi contatti con le industrie per selezionare le opzioni tecnologiche a disposizione. In questa fase deve essere superato il primo controllo (Initial Gate o Project Initiation approval) per l’approvazione del passaggio alla seconda fase e la definizione di tempi, costi e prestazioni del programma nel suo complesso. Nella successiva fase di valutazione (Assessment) vengono definiti e sviluppati i requisiti del sistema, individuate le soluzioni tecniche e di acquisto più efficienti, ridotto il rischio, i costi ed i tempi. Al termine di tale fase si devono approvare precisi limiti di costo, tempi e caratteristiche di riferimento per le attività successive (Main Gate). La fase dimostrativa serve per sperimentare modelli e prototipi e selezionare i prime-contractors, mentre nella seguente fase di produzione viene verificato il raggiungimento degli obiettivi definiti in occasione del Main Gate e viene condotta l’attività di System Acceptance per confermare che il sistema soddisfa i requisiti fissati. In questa fase, in cui può essere anche cambiato fornitore, nasce l’esigenza logistica e, pertanto, la gestione dell’IPT passa dal DLA al DLO e il Second Customer assume il ruolo di utente. La fase di impiego conferma che la capacità militare fornita dal sistema è appropriata per l’uso operativo e sancisce il secondo momento del processo di approvazione: la In-Service Acceptance. In tale fase si provvede anche al supporto logistico e al mantenimento dei livelli di prestazioni prestabiliti, calcolandone il costo annuale di esercizio e valutando la necessità di eventuali miglioramenti. Infine, si passa alla fase dell’alienazione del sistema, al termine della sua vita operativa. I ritardi connessi con le verifiche di conformità vengono ridotti grazie all’adozione di uno specifico modello di accettazione che formalizza e definisce chiaramente i criteri di gestione, le fasi del processo di verifica, i compiti e i poteri dell’autorità competente e fissa i due momenti formali di accettazione, citati in precedenza: la System Acceptance e la In-Service Acceptance. Inoltre, le fasi di approvazione sono state portate dalle precedenti 3 o 4, a seconda della complessità del progetto, alle due già descritte: l’Initial Gate e la Main Gate.
LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA DELLA SPI
Fig. 3
LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA All’interno della ECC opera una Joint Capability Board (JCB) guidata dal Vice Capo di Stato Maggiore della Difesa - [Deputy Chief of Defence Staff (Equipment Capability) DCDS(EC)], da cui dipendono quattro Maggior Generali che operano come Capability Manager. La JCB emana direttive strategiche, basate sulle priorità del dipartimento e allo scopo di costruire il bilanciamento degli investimenti per tutto il Programma di Equipaggiamento (Equipment Programme). Ciascun Capability Manager dispone di una serie di Directors of Equipment Capability (DsEC), responsabili per determinate aree di capacità e un certo numero di progetti. Il DsEC emette il Capability Area Plans relativamente alla propria area di capacità e costituisce uno o più Capability Working Groups (CWGs). Tali gruppi includono rappresentanti degli Enti e delle industrie interessate nella specifica area di capacità, compresi gli «utenti», la comunità scientifica, dottrina e concetti, sviluppo di forze e stati maggiore, DLO, personale e addestramento, IPT leader e rappresentanti dell’industria. I CWGs raccolgono gli interessi di tutti i partecipanti e li rappresentano al Director Equipment Capability per le decisioni. Nota: Il DEC è il punto di congiunzione tra l’IPT leader e l’Equipment Capability Customer responsabile per una certa area di capacità. Si ricorda anche che l’Equipment Capability Customer rappresenta il «cliente», sino alla fase in cui il sistema entra in servizio.
53
Fig. 4
IL GRUPPO DI PROGETTO Il Gruppo di Progetto è responsabile del progetto dal suo concepimento sino alla dismissione, trasferendosi dalla DLA alla DLO nel momento in cui il sistema entra in servizio. Ogni IPT è responsabile di acquisire una particolare capacità e rappresenta la figura del fornitore, i cui clienti sono: l’ECC, sino alla consegna dell’equipaggiamento, e il Second Customer sino alla dismissione. L’IPT è costituito da personale governativo e industriale, posto alle dipendenze di un leader, il quale può anche avere link funzionali con altri specialisti al di fuori del gruppo. I leader dell’IPT, selezionati in base a spiccate caratteristiche di leadership e capacità personali, hanno anche la responsabilità sulla gestione finanziaria annuale del programma e sono liberi di agire nell’ambito del mandato iniziale, consultandosi con i clienti (ECC e Second Customer).
ment britannico comprende una serie di Enti ed Istituzioni in cui spiccano le figure del «cliente» e del «fornitore» (Fig. 3). L’Equipment Capability Customer (ECC) rappresenta il «cliente» nel corso della prima parte del ciclo di sviluppo, che comprende le fasi concettuale, di valutazione, dimostrazione e parte della produzione. Dopo la produzione, in vista dell’entrata in servizio del sistema, il «cliente» è rappresenta-
to dal Second Customer , ossia l’utente operativo, mentre la gestione passa dalla Department Procurement Agency (DLA) alla Department Logistic Organization (DLO), mentre il customer rimane sempre lo stesso, rappresentato dal Gruppo di Progetto (Integrated Project Teams - IPT) (Fig. 4). Tale gruppo, diretto da un leader con spiccate qualità imprenditoriali, è responsabile del progetto dal suo concepi-
Benefici derivanti della PPP • migliore qualità e certezza del servizio; • più flessibilità nella progettazione finanziaria per il MoD in quanto non vi sono picchi di costi • imprevisti come nei progetti convenzionali; • migliore allocazione del rischio e miglior controllo sui rischi del programma; • più incentivi all'efficienza associati al trasferimento dei rischi al settore privato; • miglior uso delle capacità dei contraenti in quanto il MoD cederà al miglior fornitore la parte della produzione del bene o servizio per la quale non ha i requisiti mantenendo però le proprie capacità dove ritiene opportuno.
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mento alla dismissione del materiale prodotto. Acquisizione Incrementale L’Acquisizione Incrementale, o Evolutionary Acquisition, è un metodo di approvvigionamento progressivo che prevede la possibilità di inserire, in corso d’opera, aggiornamenti suggeriti dalla tecnologia o dalla disponibilità di soluzioni più efficaci, allo scopo di ridurre i rischi di introdurre elementi di tecnologia avanzata in un unico stadio, ottimizzando il rapporto tra efficacia del sistema, tempo e costi nell’intera vita del programma (Fig. 5). In tal modo, il sistema fornito è aggiornato agli ultimi sviluppi della tecnologia disponibile nel momento del nuovo incremento della produzione. Gli incrementi successivi, an-
che se flessibili nelle specifiche, sono pianificati all’interno di uno schema di gestione finanziaria e di requisiti operativi nel complesso conosciuto, in cui ogni incremento comporta un quantificabile aggiornamento e progresso della capacità militare. Questo sistema consente quindi al Ministero della Difesa di risolvere il problema dell’asimmetria informativa sulla tecnologia contenuta nel sistema e di far giungere in zona operativa armamenti in linea con gli ultimi sviluppi della ricerca. Normalmente, l’Acquisizione incrementale non consente economia di scala sufficiente a sviluppare intere piattaforme e, pertanto, risulta più efficace per i subsistemi e per le parti componenti.
Fig. 5 Fig. 6
Public Private Partnership Dalla maggiore collaborazione tra il Ministero della Difesa e l’industria è nata la Public Private Partnership (Accordi pubblicoprivato - PPP), che si prefigge di introdurre una serie di iniziative per migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici. Di particolare rilievo è la Iniziativa di Finanziamento Pubblico (Public Finance Iniziative - PFI), utilizzata per affidare all’industria la fornitura di beni e servizi altrimenti a carico delle Istituzioni. Non è necessario, ad esempio, «comprare» tutto l’ospedale, ma ciò che conta è disporre del «servizio» ospedale. In tal modo è possibile trasferire gran parte del rischio all’industria, che deve rispondere agli standard di sicurezza, stabilità finanziaria, affidabilità e qualità (ISO 9000), molto stringenti, fissati dal Governo. La valutazione dei progetti viene fatta attraverso un approccio che pone in relazione gli aspetti tecnici e commerciali e valuta i rischi trasferiti al settore privato. Nel giugno 2001 risultavano completati 26 progetti di PFI, relativi a strutture di addestramento, costruzioni edili, sistemi informatizzati, supporto logisti-
co, per un valore di oltre 1,4 miliardi di sterline, mentre altri 70 progetti, per un valore di oltre 7 miliardi di sterline, erano in corso o in programmazione. La PFI consente alla pubblica amministrazione di procurarsi un cespite dal settore privato che rimane il fornitore del servizio ed è responsabile dell’operatività del bene nel periodo pattuito. La convenienza è anche giustificata dalla considerazione che l’evoluzione tecnologica in uno spettro molto ampio di prodotti è guidata dal settore civile, per il quale gioca a favore il fattore dell’economia di scala (Fig. 6). Questa situazione rappresenta una grande opportunità per la Difesa che, in tal modo, può
riappropriarsi dei settori tecnologici di proprio specifico interesse, utilizzando, per le altre esigenze soluzioni già disponibili sul mercato (Commercial Off The Shelf - COTS) già disponibili sul mercato. LA NUOVA CULTURA NELL’EVOLUZIONE DELLE LOGICHE DI APPROVVIGIONAMENTO DELL’ESERCITO Dalla compartimentazione alla rete Dopo aver fornito una visione di insieme del panorama del procurement militare in Europa, 55
Fig. 7
si ritiene opportuno fare qualche considerazione sulla situazione italiana, per evidenziare lo scostamento con quella degli altri paesi europei e, in particolare, con la SPI, che rappresenta il modello con maggior contenuto di innovazione. Il quadro normativo nazionale, peraltro in forte evoluzione, e la prassi configurano una marcata compartimentazione del procurement militare in Italia, dove ogni Organo ha una competenza precisa, che si fa sempre ricadere al vertice dell’Organo stesso. Ne deriva una eccessiva serializzazione delle attività del processo di acquisizione che, unitamente alla presenza di rigidi vincoli procedurali ritardano pesantemente i tempi di sviluppo e fanno lievitare i costi di produzione e di esercizio. Tali inconvenienti sono ulteriormente amplificati dal tradizionale rapporto conflittuale con la controparte industriale. Le conseguenze possono essere disastrose, soprattutto quando si tratta di sviluppo di sistemi che prevedono l’impiego di tecnologie elettroniche ed informatiche, maggiormente interessate dal fenomeno della rapida obsolescenza. 56
Da tale analisi emergono due fattori critici principali: la normativa e la rete. La prima è frammentata ed antiquata, basata su presupposti non più difendibili, alla luce della globalizzazione dei mercati e della esigenza di maggiore efficienza del procurement. Invece la rete semplicemente non esiste, non ci sono i link che la costituiscono e manca la possibilità di estrapolare sottoreti «virtuali» dedicate allo sviluppo delle singole attività. La dirigenza nel procurement militare Dal quadro complessivo precedentemente tracciato, emerge, da un lato, la forte evoluzione del procurement della Difesa in Europa e, dall’altro, le enormi difficoltà nazionali di proporre ed adottare modelli originali e veramente innovativi. In tal senso, i concetti della SPI britannica costituiscono un prezioso riferimento per ispirare quel rinnovamento del procurement militare che diventa sempre più urgente. Consapevole di questa necessità, l’Esercito ha avviato il suo processo di trasformazione del
procurement, in sintonia con le attività di rinnovamento che pervadono tutti i settori della Forza Armata. Il germoglio di tale processo risiede nell’ex IV Reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito, oggi Reparto Logistico. La trasformazione del Reparto in chiave moderna, per soddisfare le attuali e, soprattutto, le prossime sfide che attendono la Forza Armata, non poteva prescindere da quanto sta avvenendo nel resto dell’Europa. Il punto di partenza è la trasversalità delle attività: non ci sono più caselle da riempire, ma attività da coprire. Le risorse non devono essere confinate in ambiti ristretti, ma devono essere messe a disposizione di tutti e devono poter contare sul supporto di tutti per l’adempimento del proprio compito. Quindi non più Uffici e Sezioni, competenti per materia, ma Progetti e Funzioni, responsabili per aree di capacità. Elemento centrale del cambiamento è l’abolizione funzionale del rapporto gerarchico e l’instaurazione dei moderni criteri che regolano la dirigenza. I Capiprogetto sono Dirigenti, responsabili per i settori e le attività di competenza. Questa nuova visione dell’ex «Capo Ufficio» si inquadra perfettamente in tutta la trasformazione in atto nella pubblica amministrazione, sia in Italia sia all’estero, rispondendo all’esigenza di distribuire la responsabilità e snellire i complessi e ridondanti processi di approvazione. L’introduzione della figura del Dirigente assume particolare significato nel settore del procurement, dove è relativamente naturale assegnare risorse ed attività che sono comunque regolate da procedure e tempistiche più definite. Il nuovo Reparto Logistico dell’Esercito La ristrutturazione del Reparto Logistico, già avviata nel 2001, ha
DESCRIZIONE DELLA STRUTTURA DEL REPARTO LOGISTICO Le Aree Sono state create due Aree, comandate da due Generali di Brigata dipendenti dal Capo Reparto, per potenziare le capacità di Comando e Controllo e l’intelligence. A essi è attribuita la funzione di coordinare le risorse «specialistiche», costituite dai Responsabili di Progetto e di Funzione, assegnandole permanentemente o temporaneamente ai suddetti Responsabili di Progetto secondo la logica dello SPI. • Area Sistemi d’Arma: preposta al coordinamento ed allo sviluppo delle attività progettuali, approvvigionative e di policy nei settori di pertinenza: •• Progetto Approvvigionamento Sistemi per la Mobilità ed Armamenti Leggeri: il Progetto è imperniato su 4 Funzioni, che si occupano della policy, dello sviluppo e dell’approvvigionamento, sulla base della valutazione e della definizione delle esigenze operative di base, di: Mezzi Tattici, Tattico-Logistici e Commerciali; Armi Leggere, Equipaggiamento e Soldato Futuro; Cavalleria dell’Aria; Mezzi e Materiali del Genio; •• Progetto Approvvigionamento Sistemi di Artiglieria, NBC e Sensori: strutturato su 3 funzioni: Artiglieria Terrestre ed NBC; Artiglieria controaerei; Commissariato e Sanità; • Area C4 IEW ed Infrastrutture: preposta al coordinamento ed allo sviluppo delle attività nei settori delle Comunicazioni e delle Infrastrutture: •• Progetto Infrastrutture: il Progetto è strutturato su due Funzioni e si occupa in generale della politica infrastrutturale della Forza Armata e, in particolare, del mantenimento e dell’ammodernamento del patrimonio infrastrutturale, delle servitù militari e del demanio; •• Progetto Comunicazioni e Sistemi: il Progetto, strutturato su 4 Funzioni, si occupa della policy, dell’approvvigionamento, dello sviluppo, potenziamento e ammodernamento dei sistemi e delle reti di telecomunicazioni integrate e dei sistemi di Comando e Controllo. Progetto Sviluppo Tecnologie Avanzate Il Progetto si articola su 3 Funzioni, è posto alle dipendenze del Capo Reparto e svolge un’attività di ausilio a tutti gli altri Progetti dedicati al procurement, assicurando l’integrazione e la compatibilità dei sistemi da approvvigionare con quelli già in servizio, anche in contesti joint e combined, e fornendo il necessario apporto tecnico-specialistico ai diversi Responsabili di Progetto nelle varie fasi di sviluppo, definizione del requisito militare, standardizzazione e certificazione del prototipo, prodromiche all’industrializzazione del materiale. Progetto Coordinamento Logistico Il Progetto, attualmente strutturato su 2 Funzioni, garantisce le attività di coordinamento di interesse di due o più Progetti del Reparto Logistico e fornisce il necessario supporto specialistico al Capo Reparto allo scopo di assicurare il coordinamento generale della pianificazione e della programmazione finanziaria, il controllo di vertice e la consulenza specifica nei confronti dell’organizzazione logistica di Forza Armata.
assunto il modello dopo una fase di sperimentazione che si è conclusa nell’ottobre del 2002. Ne è scaturita un’organizzazione in grado di operare in un contesto multiprogettuale, strutturandosi, se necessario «per matrice», in relazione all’esigenza di calibrare/ricalibrare le risorse alle attività da sviluppare (Fig. 7). Pur essendo ancora prematuro azzardare bilanci, è già possibile confermare la validità della visione originaria, in considerazione dei risultati ottenuti e delle prospettive di crescita che si profilano all’orizzonte. Gli elementi di principale novità della riforma sono riassumibili nella costituzione di una struttura per «funzioni», organizzata in Aree, Progetti e Funzioni, coadiuvate dalla costituzione di specifici
Gruppi di Lavoro relativi a progetti particolarmente complessi, come la Piattaforma da Combattimento del Futuro, il Nuovo carro gittaponte del Genio, l’«NH 90» ed i Sistemi Controaerei Avanzati. Nel disegnare la nuova struttura, è stata avvertita l’esigenza di distinguere gli aspetti dell’acquisto vero e proprio, che non necessita di particolare competenza tecnologica soprattutto in caso di sistemi già pronti sul mercato, dal procurement inteso come acquisizione di capacità. In tal senso, in considerazione del carattere trasversale della tecnologia, comune allo sviluppo di tutte le capacità, si è sentita l’esigenza di estrapolare le singole competenze tecniche delle vecchie sezioni, incrementandone il numero ed accentran-
dole in uno specifico progetto, che ha assunto il nome di Progetto Tecnologie Avanzate, per costituire un gruppo di professionisti che operano a fattor comune per tutte la funzioni e che allarga gli orizzonti del Reparto anche ad attività che, per diversi motivi, erano marginalizzate, come i programmi di ricerca e l’evoluzione delle innovazioni tecnologiche di interesse, relative a tipologie di materiali e soluzioni che potrebbero dare origine a corrispondenti programmi di Forza Armata (robot, veicoli senza pilota, sistemi satellitari e di comunicazioni a larga banda e così via). Il Progetto Tecnologie Avanzate costituisce anche il punto di riferimento insostituibile per lo sviluppo delle architetture unitarie e d’insieme 57
Fig. 8
delle caratteristiche e delle funzionalità dei sistemi dell’Esercito, in conformità al programma di «Digitalizzazione dello spazio di manovra» ed ai relativi concetti evolutivi di Network Centric Warfare, destinati a rivoluzionare l’Esercito del futuro. Inoltre, il Progetto Tecnologie Avanzate sarà impegnato anche nell’assicurazione dell’inserimento dei criteri di controllo di qualità e controllo della configurazione in tutti i requisiti dei nuovi sistemi della Forza Armata, curando l’aggiornamento degli standard qualitativi, soprattutto di quelli relativi allo sviluppo del software, e verificando, in seguito, la loro corretta implementazione. Il Processo funzionale adottato La nuova organizzazione non deve trarre in inganno; non si tratta di un diverso incasellamento di persone e di un rimescolamento di nomi e posizioni, ma della costituzione di veri e propri centri funzionali, che rappresentano anche un serbatoio di risorse a cui accedere quando serve. Come in un siste58
ma reticolare, ogni attività viene sviluppata per mezzo di interazioni nodali, così nella struttura del nuovo Reparto Logistico ogni risorsa è coinvolta nel flusso di attività (Fig. 8). Il flusso funzionale è particolarmente efficace nella definizione dei requisiti operativi degli equipaggiamenti che realizzano le capacità individuate dalla Forza Armata. L’esigenza, che può essere il risultato dell’evoluzione del quadro strategico o della tecnologia, determina la necessità di acquisire specifiche capacità, che dovranno essere realizzate attraverso opportune combinazioni delle componenti Dottrina, Organizzazione, Addestramento, Materiali, Logistica, Personale, Infrastrutture (corrispondente all’acronimo inglese DOTMLPF). In particolare, relativamente all’aspetto dei materiali, nasce l’esigenza di acquisire nuovi sistemi e/o ricapitalizzare quelli esistenti. Non è importante definire con precisione il nodo che attiva il processo, potrebbe essere uno qualsiasi dei progetti che individua i successivi livelli dell’attività e costituisce un team, dan-
do origine ad una sottorete di attività che collega i nodi funzionali competenti degli altri progetti. In particolare, il Progetto Tecnologie individua gli eventuali contenuti innovativi del sistema e definisce le tecnologie d’interesse, mentre il nodo funzionale del progetto di sviluppo interessato (ad esempio se si tratta di un nuovo veicolo sarà interessato il Progetto Approvvigionamento Sistemi per la Mobilità ed Armamenti Leggeri) definisce le caratteristiche operative. Al termine dell’attività congiunta, il team perviene alla definizione della bozza del Requisito Operativo Preliminare, contenuto in un documento che, dopo la revisione degli Enti interessati, diventa, unitamente all’Ordine di Approvvigionamento, l’input per le attività contrattuali della Direzione Generale competente. Questa metodologia di lavoro, improntata al team ed alla valorizzazione della professionalità delle risorse, è ancora limitata alla fase di procurement vero e proprio, non essendo possibile travalicare i limiti delle competenze imposte dalla normativa vigente, che affida ad altri Enti le rimanenti fasi del processo di acquisizione. Tuttavia, sono sempre più numerose le iniziative per estendere il lavoro di team a più fasi. Infatti, negli ultimi mesi è diventata prassi la formazione di Direzioni di Programma che prevedono le figure del Direttore di programma, responsabile della parte amministrativa e tecnica e del’Ufficiale di programma, membro designato dallo Stato Maggiore dell’Esercito, che indirizza lo sviluppo verso il rispetto dei requisiti. Si tratta, come ormai si può comprendere, di un modello che sta naturalmente evolvendo verso il Gruppo di Progetto (IPT) dello Smart Procurement britannico, ancora limitato alle sole fasi di Concezione, Valutazione, Dimo-
strazione e parte della Costruzione del ciclo SPI (Fig. 2). Per completare la riforma sarà necessario attendere l’esito degli sviluppi delle procedure che si stanno elaborando all’interno del CALS (vds riquadro a lato) e che consentiranno, insieme agli strumenti che saranno resi disponibili dal SIE (Sistema Informatizzato dell’Esercito), di estendere il modello anche alle restanti fasi del ciclo, relative all’In-Service. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE L’Esercito avverte la necessità di cambiare, di trasformarsi per essere adeguato ai tempi che stiamo vivendo e continuare a fornire un insostituibile servizio alla nazione. Questo impegno costituisce una sfida che si può vincere solo con la rimozione di vetuste ed inutili barriere concettuali, procedurali ed organizzative, incrementando la capacità di innovazione, il grado di prontezza operativa ed il processo di modernizzazione. Allo scopo di raggiungere pienamente tali obiettivi, è necessario che lo stesso grado di innovazione previsto per le unità operative diventi elemento guida per il rinnovamento del processo di acquisizione e mantenimento dei materiali, dalla loro concezione alla loro alienazione. In tale contesto, considerata l’evoluzione complessiva dello scenario di riferimento e le attività parallele in atto presso i principali Paesi europei, emerge la convenienza di adottare modelli di procurement militare ispirati ai concetti peculiari della Smart Acquisition. Ciò ha portato alla ristrutturazione del Reparto Logistico dello Stato Maggiore dell’Esercito, che costituisce un provvedimento embrionale ma forte, che pone le premesse per il rinnovamento e la modernizzazione del procurement militare della For-
L’INIZIATIVA «CALS ITALIA» Nel perseguimento degli obiettivi di riduzione dei costi, miglioramento della tempistica dell’acquisizione e della qualità dei prodotti si inserisce il progetto di ricerca e sviluppo denominato «CALS Italia», promosso dal Direttore Nazionale degli Armamenti, con il contributo attivo dei Reparti Logistici degli Stati Maggiori. Il (Continuous Acquisition and Life-Cycle Support - CALS) (Acquisizione continuativa e supporto al ciclo di vita) è una strategia tesa ad accelerare la transizione dal processo di sviluppo, progetto e produzione, attualmente burocratico e non integrato a un modus operandi completamente e altamente automatizzato, mediante lo sviluppo di procedure standardizzate per l’immagazzinamento e lo scambio dei dati. Il raggiungimento di questi obiettivi porta a moltiplicare la prontezza operativa e l’ interoperabilità, a migliorare la competizione industriale e ad avviare un più produttivo, efficace e conveniente rapporto di collaborazione con l’industria. Le iniziative, già attuate o in corso presso alcuni Paesi NATO, dimostrano che le strategie CALS hanno determinato un radicale ammodernamento della gestione delle banche dati mediante la corretta applicazione delle discipline logistiche. Il Progetto «CALS Italia» ha per oggetto la definizione del processo di Supporto Logistico Integrato, inteso come l’insieme integrato e coerente delle attività da mettersi in atto durante la fase di sviluppo per la definizione della soluzione più valida in termini di rapporto costo/efficacia, valutata sull’intero ciclo di vita del prodotto. Il processo di Supporto Logistico Integrato costituisce un’interfaccia tra chi progetta e chi produce e tra questi e il committente, che richiede di partecipare alle scelte progettuali/realizzative e che deve gestire il prodotto durante l’intero ciclo di vita utile. È per questa sua prerogativa che il Supporto Logistico Integrato può essere definito solo sulla base di una integrazione dei requisiti e delle aspettative di entrambi i soggetti coinvolti. Il Progetto «CALS Italia» definirà una soluzione armonizzata interforze per il processo di Acquisizione Logistica (definito altresì Supporto Logistico Integrato), in modo tale da poter attuare per lo stesso un’efficace informatizzazione. Riveste carattere di elevata rilevanza tecnica, economica e politica in quanto investe aspetti che hanno un diretto impatto sull’efficace supporto logistico, sulla possibilità di adeguare la struttura organizzativa della Difesa alle nuove tecnologie ed alla cooperazione tecnica operativa in ambito interforze ed internazionale, sulla necessità di avviare un più produttivo, efficace e conveniente rapporto con l’industria. La totalità dell’industria nazionale della Difesa, con particolare riferimento a quella esperta in problemi di logistica, gestione, e di sviluppo sistemi, partecipa al Progetto «CALS Italia».
za Armata. L’attuale struttura del Reparto Logistico riflette questo rinnovamento e, lentamente ma con decisione, sta cominciando a formare nel personale l’abitudine ad essere «nodi» di una «rete» che interconnette tutti, compresi gli Enti attualmente cosiddetti «esterni» allo Stato Maggiore, primi fra tutti le Direzioni Generali e l’Ispettorato Logistico. Nel prossimo futuro dovranno essere affrontate sfide entusiasmanti, i cui risultati incideranno profondamente sulla composizione e l’efficacia dell’Esercito per renderlo competitivo nello scena-
rio internazionale, esprimendo la volontà e la forza del paese. Per quanto riguarda il procurement, i passi successivi prevedono l’integrazione nei team di lavoro delle funzioni logistiche e la sanzione del ruolo chiave dell’industria, che deve intervenire non più come «controparte», ma come attore paritetico, ispirato dallo stesso obiettivo, sia pur con diverse gratificazioni: l’efficacia ed il rinnovamento dell’Esercito.
* Maggior Generale, Capo Reparto Logistico dello SME 59
COME AFFRONTARE UNO DEI PIÙ DIFFICILI AMBIENTI OPERATIVI d i M i che le Ci t t ad el l a *
I centri abitati possono essere scelti da varie fazioni come i luoghi dove incentrare la loro lotta ma grazie a tecniche e procedure di grande attualità è possibile distinguere i soggetti armati dalla popolazione civile
D is pon i bi l i t à di m e zzi e m at er i a l i, i n no vat i v e t ec nol o gi e, n uo vi procedimenti dottrinali, possono indubbiamente aiutare il soldato che si trova a operare nelle aree urbanizzate. Tali m i s ur e s i pr e fi g go no i l c o nt r a s t o di f a z i on i a r m at e e , al t e m po st esso , l a sal va gua rdi a de l la ge nt e i ne rme. F on da ment a l i , per ò, r i s ul t a no l ’ add es t r a m en t o s pec i f i co e le ca pa ci t à i nd iv i du al i d el pe rson ale da impieg are.
A sinistra e in basso. Una squadra fucilieri posta a protezione di un punto sensibile.
LO SCENARIO Il buio e il silenzio avvolgono, come una pesante coltre, l’edificio di sette piani. Quattro sinistre figure, appena percettibili a occhio nudo, scendono lungo le ripide pareti del fabbricato con una tecnica che ricorda più le movenze di alcuni insetti piuttosto che quelle degli umani. In men che non si dica, con un balzo improvviso e contemporaneo, i quattro si proiettano all’interno della costruzione attraverso le finestre, scomparendo risucchiati dall’oscurità nella stessa maniera con la quale, una manciata di secondi prima, erano apparsi. Quella che abbiamo descritto non è l’ennesima scena di un film d’azione, ma ciò cui abbiamo assistito durante una fase dell’addestramento notturno svolto in un centro abitato da alcune unità dell’Esercito.
Quegli uomini stavano prendendo confidenza con una realtà, sempre meno remota, all’interno della vastissima gamma di opzioni d’impiego della Forza Armata. L’ipotizzabile ambiente operativo futuro, infatti, sarà sicuramente caratterizzato dalla stretta combinazione di due variabili ri-
conducibili, essenzialmente, allo sviluppo di operazioni all’interno di aree urbanizzate e allo sfruttamento dell’arco notturno per condurre azioni che la luce del sole renderebbe impossibili. Per quanto attiene la prima variabile, lo Stato Maggiore dell’Esercito ha avviato un programma, in collaborazione con l’Esercito degli Stati Uniti e denominato « Urban Operation 2020», teso a determinare l’influenza che l’ambiente urbano avrà sulle operazioni militari nel prossimo futuro. Un primo risultato del lavoro congiunto si è tradotto nell’elaborazione di un documento dottrinale dal titolo «Le Operazioni nelle aree urbanizzate» (SMEDAR, ed. 2001). Attraverso la pubblicazione si è inteso porre le basi per un nuovo approccio, soprattutto di carattere concettuale, con quello che potremmo definire, nella sua globalità, il fattore centro abitato. Prima di procedere oltre, è bene precisare che è in uso una vasta e variegata terminologia, tutta al momento egualmente valida, per definire le aree urbanizzate, ossia la concentrazione delle infrastrutture, dei servizi e della popolazione che costituiscono un centro economico e culturale in una determinata area geografica. Appare evidente, quindi, che un’area urbanizzata ha caratteristiche uniche giacché si tratta di un ambiente costruito dall’uomo per le proprie necessità di vita. L’aspetto fisico dell’abitato rappresenta solo una parte dell’ambiente urbano, identificabile negli edifici che, con il loro sviluppo verticale o con le forme angolari, non trova61
A sinistra. Un VM 90 transita in un quartiere di Sarajevo Sotto e a destra. La planimetrie di un’area urbanizzata.
no eguali in altri ambienti. La rimanente parte è costituita dall’elemento umano, ossia dalla popolazione che risiede nell’area che da ora in poi chiameremo non combattenti. L’AREA URBANIZZATA E IL CONCETTO DI DEMOLTIPLICAZIONE DELLA CAPACITÀ DI COMBATTIMENTO La necessità di rapportarsi in maniera differente, rispetto al passato, all’area urbanizzata deriva da una radicale inversione di tendenza nella considerazione
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strategica che hanno assunto, oggigiorno, tali aree in considerazione, soprattutto, delle dimensioni e dell’importanza delle città dal punto di vista politico, economico e psicologico. Mentre nel passato, infatti, in offensiva si evitava, per quanto possibile, di investire gli abitati, e in difensiva si teorizzava di inserirli in un sistema ortodosso di strutture campali, oggi la realtà del combattimento moderno porta a conclusioni e a modalità d’approccio al problema operativo assolutamente differenti. Dal punto di vista del contesto geografico, le aree abitate non possono più essere facilmente evitate. Molte aree, infatti, hanno un’altissima concentrazione di frazioni e paesi che, integrandosi con insediamenti urbani di maggiore dimensione, costituiscono veri e propri agglomerati urbani ampi anche decine e decine di chilometri. Basta prendere, per esempio, la Regione Campania dove, da Capua ad Acropoli, paesi e città si
susseguono senza soluzione di continuità per più di 100 chilometri. Sotto l’aspetto operativo le aree urbanizzate diventano un fattore demoltiplicatore della capacità operativa e favoriscono la strategia delle piccole formazioni poiché attenuano, in maniera significativa, le asimmetricità del combattimento in terreno aperto. La situazione descritta richiama alla mente una sorta di rivisitazione, in chiave tutta moderna, delle gesta di Davide contro Golia. Nella citata pubblicazione dello Stato Maggiore dell’Esercito, a sostegno di tale tesi, s’introduce il concetto di area urbanizzata intesa quale «sistema di sistemi». Per esemplificare, poniamo che l’insieme degli edifici destinati ad abitazione costituiscano un sistema; poniamo, ancora, che tutto ciò che serve a muoverci (strade, autobus, tram) rappresenti un altro sistema; supponiamo, infine, che quanto si trova nel sottosuolo sia un ulteriore sistema.
Le interazioni fra questi sistemi – e i molti altri che possiamo immaginare contribuiscano alla vita in una città – danno luogo al «sistema di sistemi», dove al crescere del numero delle variabili aumentano le interazioni da prendere in considerazione, soprattutto nello svolgimento delle operazioni militari in un simile contesto. Ora, è facile intuire come formazioni di piccola entità, che conoscano molto bene ogni peculiarità del singolo sistema, possano sfruttarne le caratteristiche per muoversi, manovrare e combattere anche contro un avversario con potenza di combattimento di gran lunga superiore. Basti pensare, ad esempio, che le formazioni meccanizzate, solitamente addestrate a muovere e combattere in terreno aperto a bordo dei mezzi in dotazione, sarebbero costrette, in un sì fatto ambiente, ad abbandonarli unitamente all’armamento di bordo. Tale evenienza creerebbe, di per sé, una sorta di soggezione psico63
logica nell’affrontare situazioni differenti da quelle previste per tale tipologia di truppe. Lo spazio all’interno del quale avverranno simultaneamente gli scontri sarà caratterizzato, pertanto, da tre dimensioni: la dimensione sotterranea, quella della superficie urbana e, infine, quella verticale rappresentata dall’altezza degli edifici. Passando a parlare poi dell’elemento umano, è storicamente provato che una costante delle operazioni in aree urbanizzate è rappresentata dalla presenza di non combattenti, cioè persone appartenenti alla popolazione civile
cace, di personale non combattente da parte delle forze nemiche, che può spaziare dal supporto spontaneo (per esempio in qualità di staffette per sopperire sia alla mancanza, ovvero al deterioramento, dei sistemi di Comando e Controllo sia alla necessità di rifornimento di viveri e munizioni) a quello coercitivo in funzione di «scudo umano» o di elemento nel quale confondersi in particolari circostanze. Viceversa, per uno strumento regolare, la presenza di personale non combattente pone limitazioni alla libertà di movimento a causa dei flussi migratori; impo-
che risiede nell’area, appartenenti alle diverse organizzazioni che, a vario titolo, in essa operano. La presenza di non combattenti rappresenta un elemento di primaria importanza di cui è necessario tener conto al fine di evitarne o quantomeno limitarne al massimo il coinvolgimento nelle operazioni. Tale presenza comporta una serie di problematiche che rendono le operazioni nei centri abitati ancora più complesse. Tra queste, quella più evidente è rappresentata da un utilizzo scarsamente ortodosso, ma comunque effi-
Un combattimento notturno in Cecenia.
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ne di provvedere all’allontanamento dalle aree di previsto combattimento o, se ciò non fosse possibile, all’adozione di tutte le misure per evitare danni collaterali causati dagli effetti dei propri sistemi d’arma; richiede, infine, il rigoroso rispetto delle leggi e delle convenzioni umanitarie e delle Regole d’Ingaggio. Sotto tali presupposti sarà, quindi, necessario impostare l’attività di pianificazione e di
condotta con uno spirito completamente differente, sia nell’ideazione sia nello sviluppo dell’azione. IL FATTORE OSCURITÀ Passiamo ora a esaminare un elemento che esalta ancor più le modalità per operare in un ambiente urbanizzato: «l’oscurità». A titolo d’esempio si cita che durante l’assedio della città di Grozny, nel gennaio del 1995, i ceceni traevano un grande vantaggio dal combattere in un abitato che molti di essi conoscevano sin dall’infanzia. Per tale ragione, potevano operare soprattutto di notte, seminando mine, preparando trappole e rifornendo le postazioni con viveri e munizioni. La mobilità in tale ambiente costituiva la loro principale forza. I ceceni manovravano, infatti, sfruttando ogni vicolo, il sistema fognario, sgusciando attraverso le fondamenta degli edifici abbattuti. In tal modo, riuscivano a colpire i russi in modo imprevedibile e multidirezionale. Nell’ambiente urbano le tenebre rappresentano, quindi, un ulteriore variabile che favorisce la strategia dell’asimmetricità. Il buio, pur rappresentando, in ogni caso, un fattore impeditivo per i contendenti, finisce per favorire chi ha la migliore conoscenza dell’ambiente in cui dovrà muoversi e combattere. L’esempio citato a proposito degli scontri avvenuti nella città di Grozny è, da questo punto di vista, indicativo. Inoltre, alcune forme di combattimento avverranno sempre nell’oscurità, con particolare riferimento a quanto potrà accadere nell’ambito della dimensione sotterranea delle aree urbanizzate. Pertanto, il buio contribuisce a complicare ulteriormente le operazioni in un ambiente di per sé ostile, ovvero a fungere da moltiplicatore di forza per chi saprà servirsene magari associandolo a
particolari tecniche d’inganno. Nell’ambiente urbanizzato, infatti, l’inganno è determinante per creare i presupposti necessari a realizzare la sorpresa. Basti pensare che una delle tecniche maggiormente sfruttate nei centri abitati è rappresentata dall’imboscata, che può avere esito favorevole solo se la sorpresa è assoluta. L’attuazione di particolari tecniche d’inganno in un abitato è facilmente realizzabile, specie per coloro che hanno una conoscenza capillare dell’area. Questi, con un investimento di risorse assai limitato, ottengono un enorme riscontro in termini di capacità operativa e, in definitiva, traducono in pratica la citata strategia dell’asimmetricità. In altre parole, l’ambiente urbano in cui operano formazioni di piccola entità, che conoscono ogni anfratto e che sfruttano le tenebre per manovrare e per realizzare l’inganno, favorisce la sorpresa che, come universalmente noto, è il principale moltiplicatore di potenza. IL NUOVO APPROCCIO CONCETTUALE L’Esercito Italiano, come la maggior parte di quelli occidentali, in virtù di una dottrina che prevedeva di evitare i centri abitati (in considerazione della notevole entità di forze da dedicare, dell’elevato attrito a cui queste erano sottoposte, nonché dell’impossibilità di imporre e mantenere un adeguato ritmo all’azione) è stato organizzato per il combattimento in terreno aperto. Tale impostazione risentiva forse di alcuni concetti che possono essere riassunti attraverso le parole dello stratega per eccellenza Sun Zu: La peggior politica è quella di attaccare le città ...attaccate solo se non vi è altra alternativa. Nel prossimo futuro, come sin qui teorizzato, la condotta di
operazioni in aree urbanizzate sarà sempre più probabile e ciò richiederà, conseguentemente, un approccio i cui presupposti concettuali devono essere chiari e noti a tutti coloro che in un siffatto ambiente saranno chiamati ad agire. In primo luogo è da tener presente che la complessità e le limitazioni proprie dell’ambiente urbano conferiscono un considerevole vantaggio a chi ha scelto di difendersi poiché, sicuramente, possiede un’approfondita conoscenza dell’area. Un simile avversario, inoltre, potrebbe agire senza rispettare regole e convenzioni. In secondo luogo, il combattimento nei centri abitati è condizionato da fattori di situazione specifici. Non è possibile, pertanto, prescindere dalla loro conoscenza al fine di definirne l’incidenza soprattutto in sede di pianificazione. Un ulteriore presupposto concettuale di grande importanza è rappresentato dal fatto che la tra-
Una pattuglia italiana in perlustrazione.
dizionale suddivisione delle operazioni in livelli di responsabilità, nel contesto all’esame, perde spesso di significato per la natura stessa degli scontri. Può succedere, infatti, che la condotta di un’azione del minimo livello tattico abbia rilevanti ripercussioni sui livelli superiori. Ciò che invece rimane valido, anche nella tipologia di operazioni all’esame, è rappresentato dalle tre attività fondamentali previste nell’ambito di qualsiasi azione militare. La successione «scoprire, fissare e colpire» il nemico, suffragata sia dalle esperienze sin qui maturate dal nostro Esercito sia da quelli di altri Paesi, se pur con qualche distinguo, deve essere sicuramente rispettata. «Scoprire» riveste un ruolo cruciale in fase di preparazione e durante la condotta dell’operazione. L’area urbanizzata presenta, in65
A sinistra e nella pagina a fianco. Pattuglie italiane in attività di sorveglianza.
fatti, una varietà di elementi e di sistemi che devono essere conosciuti e analizzati nella loro interezza, giacché tutti incidono sulla situazione operativa o ne condizionano l’evoluzione. Allo scopo di acquisire e mantenere la conoscenza della situazione si dovranno sfruttare, per la specifica attività, tutte le risorse che consentono di avere un’immagine, la più nitida possibile, di quanto stia accadendo nell’area. Ci si riferisce, in particolare, agli assetti ISTAR (sensori terrestri, unità acquisizione obiettivi, sensori installati su vettori aerei e così via), agli organi HUMINT ( Humain Intelligence /Informazione Relativa all’Ambiente Umano), all’attività OSINT ( Open Sources Intelligence/Informazioni da Fonti Aperte). «Fissare» ha lo scopo di realizzare quelle specifiche vulnerabilità nell’organizzazione dell’avversario intervenendo sui sistemi di acquisizione di informazioni e di comunicazione, ostacolando la sua possibilità di conoscere compiutamente e realisticamente la situazione e, quindi, di diramare ordini aderenti alla realtà del combattimento. Nell’ambito di tale attività rientra la capacità di acquisire i punti critici del «siste66
ma di sistemi» al fine di frazionare le forze avversarie e separarle dalla popolazione o dagli elementi neutrali. «Colpire», infine, dovrà avere finalità risolutive e trovare applicazione contro i punti deboli dell’avversario esistenti o realizzati attraverso lo sviluppo dell’attività «fissare» e individuati durante l’attività «scoprire». CONCLUSIONI Scipione l’Africano, prima del vittorioso attacco a Nuova Cartagine, si rivolse ai suoi uomini con le seguenti parole: È assolutamente vero che state per assalire le mura di una sola città, ma in quell’unica città voi avrete conquistato tutta la Spagna. La frase, pronunciata molti secoli or sono, racchiude l’essenza degli scenari futuri. In qualsiasi modo lo si guardi, il centro abitato diventerà, sempre più, uno scenario di aspri combattimenti e all’interno del quale non è prevedibile, a priori, conoscere in quale ruolo si dovrà «giocare la partita». Ciò che è assolutamente certo è che sarà necessario prepararsi a svolgere il proprio ruolo acqui-
sendo, nello stesso tempo, le capacità per poter svolgere quello dell’antagonista. Una volta interiorizzato l’approccio concettuale dianzi esposto, si dovrà procedere, il più rapidamente possibile, lungo quattro direttrici che riguardano: la preparazione del personale, l’approvvigionamento di mezzi e materiali idonei all’ambiente urbano, l’elaborazione di procedure tecnico tattiche adeguate al nuovo ambiente operativo, l’avvio di un addestramento mirato alle esigenze fin qui prospettate. Per quanto riguarda il personale, atteso che le piccole formazioni si possono contrastare solo con unità similari, si dovrà puntare sulle capacità di comando dei Comandanti di squadra o di plotone che si troveranno a fronteggiare le complesse situazioni sin qui ipotizzate. In particolare, sviluppando tali capacità ai minori livelli di comando se ne incrementerà la capacità decisionale e d’azione in situazioni estreme, facendo affidamento di frequente allo spirito d’iniziativa. Ciò conferirà, inoltre, la preparazione necessaria per affrontare quelle situazioni di isolamento durante le quali il morale potrebbe essere intaccato e, con esso, l’efficienza operativa dell’intera unità. Sarà indispensabile, infine, preparare il personale, a tutti i livelli, a gestire i complicati rapporti con i non combattenti. Nel campo dei mezzi e dei materiali il discorso è molto articolato poiché abbraccia una vasta gamma di aspetti. Semplificando, i settori maggiormente interessati a un approvvigionamento di assetti attagliato all’ambiente urbano risultano essere quello del Comando, Controllo e Comunicazioni e
quello dell’ISTAR. In particolare, la funzione C3, in relazione al frazionamento delle forze, deve permettere il monitoraggio e il collegamento con tutte le unità; ciò implica la disponibilità di un sistema di comunicazione delle informazioni capillare ed efficace. Le capacità ISTAR sembrano essere fondamentali per la condotta delle operazioni in ambiente urbano. La disponibilità di velivoli senza piloti (UAV), di sistemi di acquisizione di immagini «stratificate», di sensori per l’individuazione di sorgenti di fuoco di varia natura, di visori termici, oltre alla ricerca e raccolta delle informazioni tese a delineare la situazione in atto, permettono di attenuare, ovvero di sfruttare a proprio vantaggio, i particolari condizionamenti imposti dall’abitato. È evidente, quindi, che l’oculata scelta di assetti specificamente dedicati all’ambiente operativo in questione può attenuare le situazioni di asimmetricità ricercate da parte di quelle forze che, proprio perché non dotate di mezzi e materiali tecnologicamente all’avanguardia, portano il confronto all’interno dell’area urbanizzata. Parlando, poi, delle procedure tecnico-tattiche da adottare in un centro abitato, è indispensabile ricercare un approccio che deve privilegiare la preparazione specifica del combattente individuale per passare, in successione, alle modalità d’azione dei piccoli nuclei (distaccamenti operativi, squadre e, al massimo, plotoni). Sempre per queste formazioni è necessario dettagliare quelle tecniche di inganno che, pur essendo in gran parte lasciate all’inventiva e all’iniziativa dei singoli per la scelta del luogo e del momento dove applicarle, possano contribuire alla realizzazione della sorpresa. Quanto fin ora auspicato nei settori del personale, dei mezzi e materiali e delle modalità d’azione, dovrà essere messo a punto e affinato mediante la condotta di
un addestramento finalizzato e capillare. È questo, forse, il settore più delicato in assoluto. Posto che siano acquisite le capacità sopra descritte, condurre un addestramento realistico e accurato sarà sicuramente arduo. Infatti, mentre addestrarsi in campo aperto comporta la disponibilità di aree e poligoni «naturali», dove dar vita a manovre molto simili alla realtà del combattimento, prepararsi agli scontri che possono avvenire in un area urbanizzata è sicuramente più complesso. Per quanto si possa cercare di
Il settore dell’addestramento richiede, quindi, momenti di grande riflessione, al fine di definire un sistema che, se pur non riconducibile esattamente alla presumibile realtà del combattimento in area urbana, sia il più vicino possibile alle situazioni con cui le truppe andranno a confrontarsi. Prima ancora di raccogliere la sfida sin qui descritta, si dovrà avere la lungimiranza di riconoscerla come tale, analizzandola nei minimi dettagli. Solo in questa maniera potremo prepararci ad affrontare le insidie del moderno ambiente ope-
riprodurre le caratteristiche di una zona abitata, non si riuscirà mai a renderla abbastanza prossima alla realtà, poiché come abbiamo visto il centro urbano è un ambiente unico, pulsante di vita e, quindi, per molti versi non ricostruibile. E, infine, appare opportuno dedicare un commento ai rapporti con i non combattenti. Il fattore umano non può essere ingabbiato in rigide schematizzazioni, poiché i comportamenti dipendono da una così ampia serie di variabili da risultare anch’esse non preventivabili a priori e, comunque, non facilmente riproducibili.
rativo urbano. Capire ciò che avverrà fra 15-20 anni nel combattimento portato all’interno delle aree urbane sarà determinante per poter agire nell’ambito dei quattro settori precedentemente descritti. Ciò che sin da ora appare chiaro è che condurre operazioni militari in un agglomerato urbano sarà estremamente difficoltoso o forse impossibile a coloro che per tempo non avranno provveduto a proiettarsi nel futuro.
* Tenente Colonnello, Capo Sezione Dottrina presso l'Ufficio DAR dello SME 67
S P E R I M E N TA Z I O N E D I S U CC E S SO PE R I L C O MA ND O E C O N T RO L L O ML R S Co nc l u sa l ’a tti vi tà sp eri me nt ale e di val i daz i on e de l C entro C orre laz ione Dat i de l la nostra Artigl ieria Te r re s tr e L a nc i a r a z zi
d i Mau rizio Valza no *
L’MLRS è uno straordinario moltiplicatore di forze che fornisce al Comandante una potenza di fuoco tale da influenzare il corso della battaglia nello spazio e nel tempo. Adesso è in grado di intervenire efficacemente su obiettivi di interesse tattico e operativo sin dalle massime distanze. L’integrazione del lanciatore con il segmento CCD (Centro Correlazione Dati) consente di operare in modo integrato, omogeneo e automatico e in stretto coordinamento con unità operative di livello superiore. Concepito per operazioni ad alta intensità, a livello Grande Unità complessa, il sistema richiede un robusto sistema di comunicazione e un adeguato supporto logistico, unitamente a un efficace ed efficiente sistema di Comando e Controllo. Su quest’ultimo aspetto, il segmento CCD sintetizza queste caratteristiche e pone il Reggimento MLRS tra le unità di punta italiane e alleate.
UNA VEDUTA D’INSIEME È stato definito «sistema d’arma fondamentale per la vittoria in battaglia» (A key battle winning equipment). Questo è l’appellativo assegnato al sistema d’arma MLRS (Multiple Launch Rocket System/Sistema Lanciarazzi Multiplo) che ha acquisito una rilevante importanza in ambito NATO. Questo è tanto più vero alla luce del suo impiego nelle due guerre del Golfo (19902003), dove l’utilizzo del sistema d’arma MLRS è risultato determinante. Al riguardo, di recente, il 5° Reggimento Artiglieria Terrestre Lanciarazzi «Superga», di concerto con la società Alenia MarSopra e a sinistra. Primo razzo lanciato con ordine trasmesso da CCD/Btr.
coni Systems , ha concluso con successo l’attività sperimentale e di validazione del segmento CCD (Centro Correlazione Dati) per MLRS, che porterà alla totale automazione del sistema di Comando e Controllo, collocando così il Reggimento all’avanguardia del livello operativo nazionale e internazionale. L’MLRS è un sistema d’arma ogni tempo, a tiro indiretto, a saturazione d’area, idoneo per condurre azioni di controfuoco, di70
struggere le difese aeree nemiche, le formazioni corazzate e altri obiettivi areali altamente remunerativi (1) dislocati in tutte le zone del campo di battaglia (Deep/Prondità, Close/Prossimità e Rear/Retrovie). La missione primaria dell’MLRS prevede la neutralizzazione e la distruzione di obiettivi di interesse tattico e operativo, sin dalle massime distanze. Il sistema consiste in un lanciatore autoricaricabile, su scafo
cingolato (tipo Bradley), con un sistema automatizzato di controllo del fuoco, capace di lanciare 12 razzi (2) in meno di un minuto oppure due missili ATACMS (3) (Army Tactical Missile System), con tre sole persone di equipaggio. L’MLRS fornisce al Comandante lo strumento per erogare tempestivamente una grande quantità di fuoco. Il sistema impiegato, unitamente agli assetti STA (Surveillance and Target Aquisition/Sorveglianza e Acquisizione Obiettivi) è una parte di uno «STA/ Strike Package (Impianto di Lancio)». Per rendere ancora più significativo il concetto della straordinaria potenza di fuoco erogabile da questo sistema d’arma, basti pensare che un singolo lanciatore, effettuando una missione media di 12 X M26 razzi, dissemina 7 728 sub-munizioni M77. Questo quantitativo equivale all’erogazione di fuoco di cinque salve di un gruppo di artiglieria da 155 millimetri. L’MLRS, fin dalla fase iniziale di studio (1975), nasce con l’o-
Lanci in contemporanea di 4 MLRS.
biettivo di automatizzare le procedure necessarie per l’esecuzione del fuoco. Il citato requisito tecnico-operativo si è tradotto, poi, nella realizzazione di adeguati sistemi di Comando e Controllo da parte di quei Paesi (4) che hanno acquisito l’MLRS, salvo l’Italia che ha atteso l’introduzione di un nuovo sistema di Comando e Controllo per l’artiglieria.
contenuto tecnologico con caratteristiche congiunte e combinate, che distinguerà i nuovi conflitti. I sistemi di Comando e Controllo devono avere caratteristiche modulabili e scalabili, in modo da fornire capacità di interoperabilità verticale e orizzontale, tra sistemi specifici adottati in ciascuna arma/specialità, tali da soddisfare i requisiti in ambito Interforze, NATO
e nell’impiego di Contingenti Multinazionali. Lo stesso concetto si ripropone per il supporto di fuoco – comprendente mortai, obici, cannoni, razzi, missili, fuoco navale e bombe – per fornire al Comandante delle Forze gli assetti efficaci, flessibili e decisivi per assolvere la propria missione. A lungo il supporto di fuoco è stato associato al concetto di concentrazione di fuoco terrestre, navale e aereo, come sbarramenti o bombardamenti. Oggigiorno esso ha perso questa connotazione per identificarsi maggiormente attraverso l’uso di accurati sensori, appropriati sistemi d’arma e l’uso di munizionamento comunemente denominato intelligente e di precisione, allo scopo di valorizzare il rapporto costo/efficacia (5), minimizzando il fattore tempo. Gli sviluppi nella selezione degli armamenti (weaponry) e di selezione e prioritarizzazione degli obiettivi (targeting) hanno incrementato nel processo di gestione del supporto del fuoco l’onere a carico della componente
LA DIGITALIZZAZIONE DEL CAMPO DI BATTAGLIA I recentissimi eventi bellici hanno evidenziato l’inarrestabile orientamento verso la demassificazione e verso l’impiego selettivo di forze specifiche e di adeguati sistemi d’arma. La digitalizzazione del campo di battaglia è un tema di recente discussione, anche se non più nuovo. Pur se le implicazioni dottrinali e organizzative debbono ancora essere definite, è già evidente la necessità d’impiegare forze più piccole, maggiormente diradate e a forte
Lanci in contemporanea di tutto il gruppo lanciarazzi.
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Sopra e a sinistra. Una missione di fuoco di un MLRS.
umana, che risulta complesso, articolato e richiede una sincronizzazione e un coordinamento continuo. Queste difficoltà crescenti, tuttavia, possono essere mitigate solo da un estensivo uso dell’automazione. 72
IL CENTRO DI CORRELAZIONE DATI Una soluzione ai problemi dell’automazione del controllo del fuoco e del Comando e Controllo è stata trovata nell’integrazione
tra il sistema MLRS ed i CCD (Centro Correlazione Dati) del sistema CATRIN/SORAO. Nell’ambito dell’attività sperimentale effettuata sull’impiego del CCD con l’MLRS, il 5° Reggimento «Superga» ha portato avanti un programma di studio e validazione per l’implementazione delle capacità del sistema MLRS. Tale programma è stato portato a termine in collaborazione con l’Alenia Marconi Systems e ha consentito di realizzare un programma dimostrativo delle reali capacità del sistema MLRS. Il programma si è concluso con due campagne lanci a fuoco, conclusesi recentemente nel Poligono Interforze di Capo San Lorenzo (Cagliari), dove è stato validato. In concreto, l’integrazione del lanciatore MLRS con il segmento CCD consente al Reggimento
Lanciarazzi di operare in modo integrato, omogeneo e automatico, ma soprattutto in stretto coordinamento con le unità operative di livello superiore e dipendenti dalle Grandi Unità. Due sono le modalità d’impiego previste per il Reggimento. La prima prevede un inserimento nella Brigata di artiglieria, in cui esso sviluppa prioritariamente il supporto di fuoco per rinforzare lo sforzo principale del Comandante dell’ Italian NRDC (NATO Rapid Deployable Corps /Corpo d’Armata Italiano di Reazione Rapida inserito in ambito NATO), per intervenire concentrando il fuoco su obiettivi di livello operativo e tattico di particolare importanza (modalità accentrata) e una modalità d’impiego a favore di una o più Grandi Unità elementari, consentendo l’impiego decentrato di una o più batterie MLRS (modalità decentrata). LE FORZE IN CAMPO La sperimentazione ha visto impegnati il 5° Reggimento «Superga», un nucleo del 185° RAO (Reggimento Acquisizione Obiettivi) e personale specializzato della ditta Alenia Marconi, il quale ha fornito l’indispensabile supporto tecnico per lo svolgimento dell’esercitazione (Red Fire 2003). Questa è stata condotta impiegando una batteria in modo completamente automatizzato, unitamente ad altre due batterie MLRS che utilizzavano il sistema fonetico manuale. Lo scopo dell’esercitazione era quello di validare e dimostrare le capacità raggiunte dal sistema, attraverso l’utilizzo di uno specifico scenario operativo. A questo scopo sono state rese disponibili le seguenti funzioni:
La configurazione del Reggimento in modalità accentrata.
Inizializzazione (operativa, tecnica, rete SORAO); Situazione delle unità amiche e nemiche (installazioni, mezzi, personale, aree di schieramento, posizioni attuali, posizione sussidiarie, zona di attesa, zona di occultamento; Geometrie del campo di battaglia: zona critica, zona logistica, aree di gravitazione del fuoco, zone di fuoco vietato, zone battute dal fuoco terrestre, aereo e navale, settori d’intervento, set-
ob Fondin
lu al 20
Ecco cosa appare all’operatore del CCD (messaggistica e sistema applicativo grafico).
tori di osservazione, FLOT (Forward Line of Own Troops/Linea avanzata raggiunta dalle truppe amiche), FEBA (Forward Edge of Battle Area/Margine anteriore dell’area della battaglia), FSCL ( Fire Support Coordination Line/Linea di coordinamen-
%
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gia e ai modelli NATO prevista dalla normativa ADAPT-3 e a tutti gli STANAG ( Standard Agreements /Accordi di unificazione), di riferimento. Questo già consente di far operare il sistema con gli omologhi di altri Paesi. Le missioni di fuoco hanno visto l’intervento di un singolo lanciatore, di una sezione o di una batteria contemporaneamente, lungo tutto lo spettro delle gittate (6) e delle rispettive modalità di fuoco (7).
Un Centro Correlazione Dati in Kosovo. A destra. Le Componenti del sistema (dall’alto a sinistra in senso orario) MLRS, radar per la sorveglianza del campo di battaglia, Drone, PC Portatile, Radar Contro Fuoco su scafo «Bradley».
to del fuoco in profondità), NFA (No Fire Area/Area di fuoco vietata), NFL (No Fire Line/Linea di fuoco vietato), limite di settore tattico, punti di riferimento, punti di rifornimento e così via; Controllo dello Spazio Aereo: Zona di Controllo dello Spazio Aereo ad Alta Densità, Zona di Fuoco Libero, Area Vietata alle Operazioni, Zona Limitata alle Operazioni, Zona di Difesa di Base, Zona di Transito a Bassa quota, Corridoio Speciale, Corridoio di Transito. Situazione ambientale: Bollettino meteorologico, chimi74
co, nucleare, Zone inondate, Zone non percorribili. Attacchi NBC: punti di esplosioni NBC, Area di prevista contaminazione NBC, Linee di isointensità radioattiva. Operazioni: movimento, interventi, obiettivi, obiettivi prioritari, piani di fuoco, munizioni. Topografia: irradiamento diretto e inverso, intersezione diretta, trasformazione coordinate. Tutta la messaggistica utilizzata è conforme alla terminolo-
LE MOLTEPLICI CAPACITÀ DEL SISTEMA Il vero punto di forza del sistema è quello di poter combinare il sistema di Comando e Controllo agli assetti informativi: HUMINT/ Human Intelligence (Informazioni riferite all’ambiente umano), ELINT - Electronic Intelligence/Informazioni riferite alle componenti elettroniche), RCF (Radar Counter Fire/Radar
Contro Fuoco), UAV (Unmanned Aerial Vehicle/Veicoli Aerei Non Pilotati). Questo consente di avere su video la combinazione dei fattori informativi e operativi che condizionano l’assolvimento della missione. Viene a costruirsi, in questo modo, un canale informativo e operativo che, a partire dal lanciatore, arriva fino a livello di Brigata/gruppo, sul quale è possibile scambiare informazioni, ordini, dati e avere sullo schermo una situazione complessiva
che del singolo lanciatore e disporre a livello batteria (a breve termine fino a livello Sezione) di una vasta quantitĂ di informazioni in tempo reale. Risultati
Apparato di comunicazione installato sul lanciatore (scatola modem e programma). Sotto. Telegoniometro Laser IRT.
delle forze presenti sul campo di battaglia. Il sistema, inoltre, svolge le funzioni di aggregazione e correlazione dei dati, in modo da fornire una situazione del campo di battaglia in tempo reale, distribuita a tutti i livelli operativi presenti lungo tutta la rete di scambio. La sperimentazione ha evidenziato come sia possibile, partendo dal livello Brigata, monitorizzare e decidere l’impiego an75
componenti principali (9), si può ben comprendere il ruolo ancora più decisivo del sistema d’arma MLRS negli scenari futuri delle operazioni militari e, conseguentemente, l’importanza di disporre di un adeguato sistema di Comando e Controllo. La disponibilità di un tale sistema di Comando e Controllo – grazie all’azione lungimirante del Reparto Sostegno Logistico dello SME che ha assegnato al Reggimento i necessari CCD per ottenere una totale e diffusa automazione – amplifica le possibilità operative rendendolo tra i sistemi più avanzati e flessibili disponibili nel panorama nazionale e internazionale. Ciò consente al Reggimento di essere in possesso di un sistema di Comando e Controllo digitale completamente automatizzato.
CONCLUSIONI
Il radar AN/TPQ 37.
che in passato erano assolutamente impensabili. Il lanciatore è diventato, così, una piattaforma di lancio disponibile per le esigenze dei vari utilizzatori presenti sul campo di battaglia, aperta a configurazioni flessibili e anche atipiche rispetto al passato, in cui possono essere soddisfatte incondizionatamente esigenze di natura diversa. Infatti, si possono identificare necessità strategiche (lancio di missili ATACM), esigenze della propria catena di comando (Reggimento, gruppo e batteria) azioni di controfuoco (saltando completamente tutta la catena 76
di comando e facendo dialogare direttamente il radar controfuoco con il lanciatore), necessità particolari in cui elementi autorizzati sul terreno (Unità Speciali) inviano richieste di intervento su obiettivi di primaria importanza e inseriti nella High pay off targets list (Obiettivi altamente remunerativi: rampe di missili, centri di comando e controllo mobili e così via). Se a tutto ciò si aggiunge che, entro la fine degli anni 2005-2006, entrerà in servizio un’altra famiglia di munizioni (le cosiddette GMLRS (8)), che consentirà maggiore precisione e gittate notevolmente superiori e che il sistema, inoltre, sarà sottoposto ad aggiornamento delle proprie
Il sistema d’arma MLRS può essere definito un «moltiplicatore di forze» che fornisce al Comandante una potenza di fuoco tale da influenzare il corso della battaglia nello spazio e nel tempo. Concepito per operazioni ad alta intensità e alto livello (Corpo d’Armata) in supporto alle operazioni dell’ Italian NRDC, esso rapidamente può essere riarticolato anche per un livello ordinativo più basso. L’MLRS richiede i necessari mezzi per l’acquisizione di appropriati obiettivi, un robusto sistema di comunicazione e un adeguato supporto logistico, unitamente a un efficace ed efficiente sistema di Comando e Controllo. Su quest’ultimo aspetto, il segmento CCD sintetizza queste caratteristiche e pone il Reggimento MLRS tra le unità di punta italiane e alleate.
* Colonnello, Comandante del 5° Reggimento Artiglieria Terrestre Lanciarazzi «Superga»
Interno di uno shelter CCD di Brigata (Sorao e SAGAT). Sotto. Il computer portatile con programma per CCD.
NOTE (1) HPT, High Pay-off Targets/obiettivi altamente remunerativi. (2) La tipologia di munizionamento disponibile è ampia e in continua evoluzione: M26 da Guerra (32 km x 644 sub-munizioni), M28P da esercitazione, ER (45 km x 544 submunizioni), GMLRS, BAT (a submunizionamento - smart intelligente), AT2 (mine autoseminabili con dispositivo di autodistruzione a caduta di tensione). (3) Army-Tactical Missile System, che nella versione BLOCK1A ha una gittata di 300 chilometri. (4) USA: prima TACFIRE poi AFATDS; Francia: ATLAS; Germania: ADLER; Gran Bretagna: BATES. (5) Costi non solo economici, ma anche in termini di risorse umane, dan-
ni collaterali, reazione dell’opinione pubblica. (6) Obiettivi posti tra i 15 e i 30 chilometri. (7) Sono stati eseguiti interventi con modalità fuoco a comando, appena pronti, TOT (Time on Target). (8) I razzi GMLRS avranno una git-
tata compresa tra i 70-90 km, in due versioni diverse (a carica unitaria o submunizionamento), con guida inerziale o assistita da GPS, con un CEP totale inferiore a 10 m alle massime gittate (con GPS). (9) Modifiche hardware e software, sia per l’MLRS che per i CCD.
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La regolamentazione amministrativa è indispensabile nella preparazione professionale e coinvolge non solamente i soli specialisti ma anche il personale a tutti i livelli
I C O N T R O LL I G E S T IO N A L I N E L LA P U B B L I C A A M M I N I S TR A Z I O N E Ecco una valida guida che dopo l'ultima evoluzione normativa aiuta a comprendere ulteriormente il settore amministrativo e a orientarsi meglio in importanti attivitĂ che servono a esaltare l'utilizzo delle risorse di Luciano Tavano *
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Il sistema dei controlli nella Pubblica Amministrazione e, in particolare, il Controllo della Gestione hanno lo scopo di ottimizzare e verificare la realizzazione degli obiettivi, la corretta gestione delle risorse pubbliche e il buon andamento dell'azione amministrativa in ogni struttura. I controlli possono essere interni o esterni all'Amministrazione stessa. Tali azioni, oltre alla verifica della corretta gestione, danno gli indirizzi necessari per ottimizzare il rapporto tra esigenze e possibilitĂ , tra costi e risultati. Il quadro d'insieme investe, nella sua globalitĂ , l'Esercito e tutta la Difesa. 79
I
l riordino dei meccanismi e degli strumenti di controllo rappresenta il tentativo – che si inserisce nel quadro della riforma delle amministrazioni pubbliche avviato con la L. 241/90 – di dare un decisivo impulso alla recente normativa introdotta sulla dirigenza e i bilanci pubblici, promuovendo e privilegiando nuovi rapporti tra politica e gestione. L’esigenza di una più attenta verifica della rispondenza dell’azione amministrativa alle concrete finalità previste dalle norme è già riscontrabile in passate normative (nel 1924, il Legislatore affidava alla Ragioneria Generale dello Stato un controllo sulla proficuità della spesa, fino ad allora di fatto poco esercitato in favore di un controllo più generalizzato di regolarità contabile 80
e di legittimità). Il controllo interno si distingue dal controllo esterno, esercitato da istituzioni pubbliche indipendenti dall’amministrazione stessa (es.: Corte dei Conti) ed è svolto da strutture ordinarie dell’amministrazione, che si prefiggono lo scopo di migliorare dall’interno, appunto, la qualità delle decisioni assunte dalle amministrazioni. EVOLUZIONE NORMATIVA La prima disciplina con carattere di compiutezza del controllo interno è stata dettata dall’art. 20 del D. Lgs. 29/93, in attuazione della legge delega 421/92. Tale normativa, che ha sancito la netta separazione tra compiti di direzione politica e compiti di dire-
Reggimento Lancieri di Montebello, 1866-1899.
zione amministrativa, ha previsto, altresì, l’istituzione presso le pubbliche amministrazioni di uffici di controllo interno con il compito di verificare, mediante valutazioni comparative dei costi e dei rendimenti, la realizzazione degli obiettivi, la corretta ed economica gestione delle risorse pubbliche, l’imparzialità e il buon andamento dell’azione amministrativa. L’evoluzione normativa in materia, che ha attribuito agli uffici di controllo interno una congerie di compiti di controllo di differente natura, è stata ridisegnata dal D. Lgs. 286/99, che ha previsto i seguenti quattro tipi di controllo interno:
• controllo di regolarità amministrativa e contabile (art. 2), teso a verificare la legittimità, la regolarità e la correttezza dell’azione amministrativa nei diversi comparti della Pubblica Amministrazione, in particolare, attraverso l’azione degli organi di revisione (es. servizi ispettivi); • controllo di gestione (art. 4), che supporta la funzione dirigenziale generale. Per l’esercizio di tale forma di controllo ogni amministrazione definisce i livelli responsabili del controllo e le unità organizzative da sottoporre a controllo, le procedure di determinazione degli obiettivi gestionali e dei soggetti responsabili, nonché gli indicatori specifici per misurare l’efficacia, l’efficienza e l’economicità dell’azione amministrativa, da un lato, e la frequenza di rilevazione delle informazioni, dall’altro; • valutazione della dirigenza (artt. 1 e 5), che è correlata alla verifica dei risultati conseguiti, nonché ai comportamenti relativi allo sviluppo delle risorse professionali, umane e organizzative messe a disposizione dei dirigenti. In altre parole, viene attribuito alla componente dirigenziale un nuovo ruolo, in termini di maggiore professionalità e partecipazione, in cui è fondamentale il conseguimento degli obiettivi assegnati, in termini di efficienza, efficacia ed economicità. Tanto è vero che il processo valutativo è finalizzato anche all’erogazione della retribuzione di risultato, in subordine all’attribuzione di un punteggio che, normalmente, viene espresso in termini percentuali. La valutazione è improntata ai principi costituzionali di buon andamento e imparzialità dell’azione amministrativa ed è basata sul confronto tra dati oggettivi (che cosa è stato fatto) ed elementi soggettivi, riferiti alle capacità manageriali del dirigente. Tale processo va-
lutativo, coordinato dal Servizio di Controllo Interno, si conclude con l’approvazione del Ministro competente. L’esito del procedimento viene partecipato al dirigente. In caso di giudizio negativo, le dette Autorità devono acquisire in contraddittorio le deduzioni dei dirigenti interessati, per le definitive determinazioni; • valutazione e controllo strategico (art. 6), il quale supporta la funzione di indirizzo politicoamministrativo e che consiste, invece, nella verifica dell’effetti-
va attuazione delle scelte strategiche contenute negli atti di indirizzo politico amministrativo del Governo, tra cui la Direttiva annuale (art. 8). Quest’ultima costituisce il documento base ai fini della programmazione e della definizione degli obiettivi che ciascun Ministro assegna ai propri dirigenti generali. Tale attività è svolta da un ufficio ministeriale dipendente direttamente dal Ministro, denominato «Servizio di Controllo Interno» previsto dal D. Lgs. 29/93, disciplinato dal D. Lgs. 286/99
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rezione delle misure correttive per migliorare la funzionalità dell’amministrazione. Il «controllo di gestione» è, quindi, finalizzato alla creazione di meccanismi di verifica dell’efficacia, efficienza ed economicità dell’azione amministrativa – al fine di ottimizzare il rapporto costi/risultati – nonché di autotutela della Pubblica Amministrazione, in caso di mancato perseguimento degli obiettivi conferiti. Esso si fonda sul binomio autonomia-responsabilità del dirigente, che preclude all’organo di direzione politico-amministrativa di interferire nell’attività di gestione stricto sensu (finanziaria e tecnico-amministrativa).
e, infine, inserito nel novero degli Uffici di diretta collaborazione dei Ministri dal D.P.R. 241/2001. In alcune amministrazioni pubbliche straniere il controllo interno è una prassi consolidata, come dimostra l’esperienza dell’Unione Europea che, peraltro, impone alle amministrazioni nazionali che utilizzano fondi comunitari di istituire strutture di controllo interno.
CONTROLLO DI GESTIONE Il termine controllo che, nel caso di specie, deriva dall’inglese control, significa governo, indirizzo e contenimento. Quando viene utilizzato nell’espressione «controllo di gestione» esprime l’idea di un controllo, la cui finalità non è solo quella di constatare le difformità (come nel controllo ispettivo), ma anche quella di guida della gestione, mediante la segnalazione agli organi di di-
DIFFERENZE PRINCIPALI TRA CONTROLLO STRATEGICO E DI GESTIONE Dal confronto tra controllo strategico e controllo di gestione, risulta chiaro come ambedue si prefiggono lo scopo di ottimizzare la funzione amministrativa, operando secondo la seguente, medesima dinamica: monitoraggio della gestione; individuazione dei punti critici; analisi delle cause relative; proposta di misure correttive. Sia l’uno che l’altro sono incompatibili con il controllo di legittimità e di regolarità amministrativa. Infatti, a differenza di questo, hanno quasi sempre carattere concomitante e sono esonerati dall’obbligo di denuncia alla Corte dei Conti. Pur tuttavia, il controllo di gestione è affidato ad una struttura che opera all’interno delle articolazioni amministrative, alle dirette dipendenze del dirigente responsabile dell’unità organizzativa, da cui riceve le direttive in materia. Tale struttura deve dotarsi di efficaci sistemi di controllo di gestione per l’individuazione delle eventuali anomalie dell’unità organizzativa e dei conseguenti interventi cor-
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Depositi cavalli-stalloni, 1861-1871.
rettivi più idonei da segnalare. Il controllo strategico, invece, è svolto da una struttura di staff (Servizio di Controllo Interno), costituita dal Ministro, da cui dipende, riceve direttive e a cui fornisce elementi per la valutazione della dirigenza di vertice. Il controllo di gestione, infine, fornisce elementi per la valutazione dei dirigenti. Il controllo strategico valuta solamente i dirigenti di vertice.
tivo tale processo di programmazione e controllo delle amministrazioni dello Stato costituiscono l’oggetto di differenti normative. In sintesi: • le amministrazioni formulano
lo schema dello stato di previsione (L. 94/1997, art. 3, comma 1). I Ministri indicano, sulla base delle proposte dei dirigenti responsabili della gestione delle singole unità previsionali, gli
IL PROCESSO DI PROGRAMMAZIONE: NORMATIVA DI RIFERIMENTO Tutte le amministrazioni pubbliche devono definire gli elementi programmatici, organizzativi, procedurali e metodologici relativi al controllo di gestione. Le modalità per rendere opera83
banca dati alimentata in via telematica dalle amministrazioni dello Stato, alla quale devono affluire le direttive dei Ministri e gli indicatori di efficacia/efficienza. Il sistema di controllo di gestione e di valutazione e controllo strategico si avvalgono di un sistema informativo statistico unitario, organizzato in modo da costituire una struttura di servizio per tutte le articolazioni della Pubblica Amministrazione, idoneo alla rilevazione di grandezze quantitative a carattere economico-finanziario. IL SERVIZIO DI CONTROLLO INTERNO
obiettivi ed i programmi di ciascun dicastero; • il Parlamento approva il bilancio dello Stato, assegnando delle risorse a ciascuna unità previsionale di base, quale Centro di Responsabilità Amministrativa (CRA); • il Ministro emana, entro dieci giorni dall’approvazione della legge di bilancio (D.Lgs. 29/1993, art. 14, comma 1), una direttiva sull’azione amministrativa, in cui definisce gli obiettivi e le risorse attribuite a ciascun Centro di Responsabilità. La Presidenza del Consiglio dei Ministri stabilisce, con apposita direttiva, gli indirizzi per la programmazione strategica e la predisposizione delle direttive generali dei Ministri per l’attività amministrativa e la gestione relative all’anno di riferimento. COORDINAMENTO TECNICOSCIENTIFICO La Presidenza del Consiglio dei Ministri esercita il coordinamento in materia di valutazione e controllo strategico nelle amministrazioni dello Stato, avvalendosi di un Comitato tecnico84
scientifico, che può anche effettuare valutazioni di politiche pubbliche o di programmi plurisettoriali. Inoltre, presso la stessa Presidenza è istituito un Osservatorio con il compito di fornire indicazioni per la standardizzazione dei sistemi di controllo interno, con riferimento, se richiesto, anche alle amministrazioni pubbliche non statali. Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri è costituita una
Il Servizio di Controllo Interno (SECIN) – istituito per la Difesa con il decreto ministeriale 4 agosto 1999, n. 406 – fornisce al Ministro l’assistenza tecnica necessaria per attivare e orientare il processo di programmazione e di indirizzo politico-amministrativo nelle sue diverse fasi. Inoltre, il SECIN svolge compiti di valutazione e controllo strategico. Per l’espletamento delle proprie attività istituzionali, può ricorrere a esperti esterni alla Pubblica Aministrazione e avvalersi degli Uffici di statistica.
Artiglieria e Genio, 1880-1898.
È di fondamentale importanza il ruolo riconosciuto a tale organismo per l’individuazione delle modalità di valutazione della dirigenza, utilizzando sostanzialmente gli strumenti del monitoraggio della gestione, al fine di fornire indicazioni per migliorare la funzionalità amministrativa. Al Servizio di Controllo Interno la legge riconosce ampi poteri istruttori, che esercita in piena autonomia operativa. Esso effettua l’analisi preventiva e successiva della congruenza tra le missioni dell’amministrazione, gli obiettivi (stabiliti dall’organo di direzione politico-amministrativa), le scelte operative (fatte dal dirigente) e la relativa ripartizione delle risorse umane, materiali e finanziarie assegnate.
Il Servizio fornisce, altresì, al Ministro rapporti annuali periodici intermedi sullo stato di attuazione della direttiva, contenenti valutazioni e proposte degli aggiustamenti che si rendessero necessari per il conseguimento degli obiettivi nei tempi prefissati. Esso è esentato dall’applicazione delle disposizioni contenute nella L. 241/90 sull’accesso ai documenti amministrativi. Il D. Lgs. 286/99 non contiene indicazioni sulla composizione dei Servizi di Controllo Interno, limitandosi a prevedere un’organizzazione articolata in un organo di direzione, monocratico o collegiale, e una struttura di supporto al primo. Infine, la nuova normativa non prescrive specifici requisiti professionali per l’appartenenza a detto Servizio. Tuttavia, la natura dei compiti de-
mandati allo stesso richiede il possesso di competenze gestionali, organizzative e di metodologia della valutazione. IL PROCESSO DI PROGRAMMAZIONE STRATEGICA NEI MINISTERI Tale processo riveste un’importanza fondamentale al fine della definizione e dell’attuazione degli indirizzi generali della politica di Governo. La fase centrale di detto processo individua le fasi del procedimento di predisposizione della direttiva annuale del Ministro, che, in sintesi, possono riassumersi nel modo seguente: • formulazione delle priorità politiche. È il primo atto, formulato sulla base delle scelte operate dal Governo nel Documento di programmazione econo85
fettive risorse umane e materiali a disposizione (fase ascendente); • consolidamento degli obiettivi strategici. Il Ministro, una volta definito il quadro complessivo degli obiettivi, strategici e operativi nonché i conseguenti programmi di azione, in relazione alle priorità politiche prefissate, emana la direttiva annuale sull’attività amministrativa e sulla gestione.
mico-finanziaria (DPEF) e nei successivi provvedimenti legislativi in materia, con cui prende avvio il procedimento di predisposizione della direttiva ministeriale. Esso viene trasmesso ai titolari dei CRA entro la fine di ottobre (fase discendente); • proposta degli obiettivi strategici e declinazione degli obiettivi operativi. I titolari dei Centri di Responsabilità Amministrativa, eventualmente costituiti in con-
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ferenza permanente, a norma dell’art. 8 del D. Lgs 286/99, propongono al Ministro un numero limitato di obiettivi strategici, anche a carattere pluriennale, al fine di dare concreta attuazione alle priorità politiche indicate dal Governo. In relazione agli obiettivi strategici, vengono individuati dagli stessi titolari dei Centri di Responsabilità gli obiettivi operativi e i conseguenti programmi di azione, tenuto conto delle ef-
Il processo di programmazione appena descritto deve ispirarsi alla realizzazione delle quattro politiche intersettoriali fissate dal Governo nella direttiva della Presidenza del Consiglio del 15 novembre 2001, di seguito indicate: semplificazione amministrativa; contenimento e razionalizzazione della spesa; digitalizzazione delle amministrazioni; miglioramento della qualità dei servizi. LA DIRETTIVA MINISTERIALE SULL’ATTIVITÀ AMMINISTRATIVA E SULLA GESTIONE La Direttiva ministeriale costituisce il documento fondamentale per la programmazione e la definizione degli obiettivi delle unità dirigenziali generali o di primo livello ed è articolata in modo tale che siano specificati gli obiettivi dell’azione amministrativa in relazione alle priorità politiche recepite dal Ministro per l’anno di riferimento, tenuto conto delle risorse assegnate con il bilancio, dei relativi strumenti di monitoraggio del grado di realizzazione dei programmi e di valutazione dei risultati della gestione. Tale documento, dunque, riveste un ruolo essenziale nel delineare la separazione tra indirizzo politico e attività gestionale. Esso si fonda su un sistema di obiettivi, articolato in: obiettivi strategici; obiettivi operativi; programmi d’azione.
Gli obiettivi strategici sono definiti dal Ministro in virtù delle priorità politiche, sulla base del Documento di programmazione economico-finanziaria e di tutti i
provvedimenti finanziari di settore afferenti all’esercizio finanziario di riferimento. Gli obiettivi strategici possono anche essere pluriennali. In tal caso si rende
4° Reggimento Genio Pontieri «Brigata Lagunari», 1882-1898.
necessario frazionare i relativi tempi di programmazione. Gli obiettivi strategici vengono esplicitati attraverso obiettivi operativi, tradotti dal responsabile del Centro di Responsabilità Amministrativa in programmi di azione. Questi ultimi comprendono l’impegno a raggiungere gli obiettivi operativi. Pertanto, devono contenere le indicazioni relative ai tempi di completamento del programma, al dirigente responsabile, alle altre risorse dedicate ed alle diverse fasi del programma stesso. Il sistema appena descritto deve risultare in sintonia con l’indirizzo politico-amministrativo contenuto nei documenti programmatici di Governo e, nel contempo, conformarsi alle sud87
dette politiche intersettoriali (coerenza esterna), assicurando, altresì, la congruenza della relazione tra il complesso degli obiettivi, strategici ed operativi, con i relativi programmi di azione (coerenza interna). Al Servizio di Controllo Interno è affidato il compito di verificare la coerenza esterna e interna nonché l’efficacia del quadro complessivo degli obiettivi e dei programmi di azione. IL SISTEMA DEGLI INDICATORI La gestione per obiettivi richiede l’approntamento di un sistema di indicatori che consenta, da un lato, al vertice politico di allocare le risorse tra i diversi Centri di Responsabilità Amministrativa sulla base degli obiettivi ad essi assegnati e, dall’altro, di verificare l’effettivo raggiungimento dei risultati. Inoltre, tale sistema costituisce uno strumento di autogoverno per i responsabili dei diversi Centri di Responsabilità, che, attraverso gli indicatori, possono
4° Reggimento Genio Pontieri «Brigata Lagunari», 1882-1898.
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verificare il raggiungimento degli obiettivi e intervenire per apportare eventuali azioni correttive. A ogni obiettivo strategico/operativo deve essere associato un in-
dicatore quantitativo (di realizzazione, di risultato o di impatto) e il valore che si intende raggiungere per tale indicatore (valore-obiettivo). In generale, si possono utilizzare, a seconda dei casi: • indicatori di realizzazione finanziaria, che misurano l’avanzamento della spesa complessiva; • indicatori di realizzazione fisica, che misurano il grado di realizzazione del progetto; • indicatori di risultato, che misurano il grado di raggiungimento dell’obiettivo; • indicatori di efficienza tecnica, che misurano il rendimento dei fattori produttivi impiegati e il grado di utilizzo degli stessi; • indicatori di impatto, che misurano l’impatto che il conseguimento degli obiettivi genera sul sistema di riferimento (Pubblica Amministrazione, collettività, ecc.). Gli obiettivi strategici sono
quantificabili mediante indicatori di risultato e di impatto. Gli obiettivi operativi sono quantificabili mediante indicatori di realizzazione e, a volte, anche di risultato. Quando la misurazione del conseguimento dell’obiettivo si presenta difficile da tradurre in indicatori quantitativi si può ricorrere, in alternativa, a indicatori di tipo binario (si/no), di tipo qualitativo (alto/medio/basso) e indicatori «proxi», in grado di mediare la misurazione dell’obiettivo utilizzando altri indicatori non direttamente riferiti all’obiettivo stesso.
cio 94/97 portava un triplice ordine di deleghe al Governo, tra cui, in particolare, quella a emanare un provvedimento per l’individuazione delle unità previsionali di base del bilancio, determinate con riferimento ad aree omogenee di attività, cui corrisponde un unico Centro di Responsabilità Amministrativa al quale affidare la relativa gestione. La legge di riforma conteneva, altresì, la delega all’introduzione di una contabilità economico-analitica per centri di costo.
riferimento i costi, ossia gli oneri derivanti dall’utilizzo effettivo della risorsa, anziché la spesa, che, invece, rappresenta l’esborso monetario legato all’acquisizione del bene/servizio. Il sistema previsto dal decreto si basa su tre componenti fondamentali: • il piano dei conti, che costituisce lo strumento di rilevazione economica dei costi ai fini del controllo di gestione; • il piano dei centri di costo, quale insieme delle unità organizzative, al quale è assegnata la responsabilità di gestire le ri-
In attuazione del citato disposto normativo, è stato emanato il D. Lgs. 279/97, al fine di porre in essere la rilevazione dei dati di bilancio sotto il profilo economico, analogamente a quanto accade in alcuni Paesi europei, che, già da qualche tempo, utilizzano tale procedura per individuare il grado di soddisfacimento dei vari servizi pubblici. La contabilità economico-analitica pone in relazione le risorse impiegate, i risultati conseguiti e le connesse responsabilità gestionali della dirigenza. Al fine di permettere la valutazione economica della gestione, il sistema così concepito assume come dati di
sorse che generano i costi sostenuti; • il piano dei servizi, che esprime le funzioni elementari, finali e strumentali assolte dai diversi centri di costo per il raggiungimento delle funzioni obiettivo/missioni istituzionali.
IL SISTEMA DEI CONTROLLI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ALLA LUCE DELLA RIFORMA DEL BILANCIO La legge di riforma del bilan-
RELAZIONE TRA CONTABILITÀ ECONOMICA E CONTROLLO DI GESTIONE Il nuovo sistema contabile è finalizzato al confronto sistematico, esercizio finanziario durante, tra gli obiettivi prefissati e i risultati raggiunti. 89
dificare la successiva programmazione. La circolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze, n. 16 del 25 marzo 2002, ha stabilito che l’invio dei dati di costo alla Ragioneria Centrale presso ciascun dicastero (Bilancentes, per la Difesa), al fine dei controlli di competenza, deve effettuarsi a cura degli enti deputati alla raccolta degli stessi (Centri di Responsabilità Amministrativa) attraverso il portale web appositamente attestato a Minieconomia con il seguente indirizzo telematico: www.tesoro.it. IL CASO DELLA DIFESA Quindi, esso si pone in via strumentale all’esercizio del controllo di gestione, a sostegno della funzione dirigenziale generale e quale presupposto dell’attività del Servizio di Controllo Interno. Tale sistema si sviluppa nelle seguenti fasi: • programmazione, in cui vengono definiti gli obiettivi e si programmano le risorse, le azioni e i tempi necessari per darvi attuazione (budget); • gestione, in cui vengono rilevati
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gli eventi verificatisi; • controllo, per il monitoraggio periodico di detti eventi al fine di verificarne la rispondenza agli obiettivi prefissati; • consuntivazione, in cui, nel dare conto delle risultanze definitive della gestione, vengono evidenziate le differenze tra i costi e le spese di fine esercizio (riconciliazione), anche allo scopo di individuare un’unica chiave intepretativa dei fatti gestionali, che permetta di indirizzare/mo-
In considerazione della particolare struttura del Ministero della Difesa, la relativa programmazione strategica avviene secondo i seguenti criteri di carattere generale. L’attività di predisposizione della Direttiva ministeriale sull’attività amministrativa e la gestione, in linea di massima, si svolge parallelamente alla procedura di formazione del progetto di bilancio in chiave finanziaria, al fine di consentire al Servizio di Controllo Interno (SECIN-Difesa) di esprimere il competente giudizio di congruenza sull’intero complesso del bilancio per l’anno di riferimento. Tale attività prevede la definizione degli obiettivi strategici di pertinenza dell’area tecnico-operativa e di quella tecnico-amministrativa da parte degli Organi Programmatori (Stato Maggiore della Difesa, Segretariato Generale della Difesa, Stati Maggiori di Forza Armata e Arma dei Carabinieri), nonchè dei conseguenti obiettivi operativi e correlati programmi di azione, i cui referenti si identificano sia nei vari Centri di Responsabilità Amministrativa che nella stessa organizzazione degli Organi Programmatori. Dette competenze, nell’ambito
dell’area tecnico-amministrativa, sono destinate a essere assorbite dal costituendo Centro di Responsabilità Amministrativa n. 3 del Segretariato Generale della Difesa, a decorrere dall’esercizio finanziario 2004, il quale subentrerà in tale funzione alle Direzioni Generali e all’Ufficio Generale per la gestione degli enti dell’area tecnico-industriale, in seguito alla riconfigurazione – in termini numericamente riduttivi – dei Centri di Responsabilità Amministrativa del Ministero della Difesa, sulla quale il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha espresso il proprio definitivo parere favorevole. In seguito alla concertazione effettuata in materia dagli Organi Programmatori di vertice (Stato Maggiore della Difesa e Segretariato Generale della Difesa), detta programmazione viene approvata, per area di competenza, rispettivamente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Segretario Generale/Direttore Nazionale degli Armamenti e viene trasmessa al SECIN-Difesa, che ne recepisce tutti gli aspetti propositivi nella citata Direttiva, da
Corpo Speciale d’Africa, 1889-1898.
sottoporre all’approvazione e firma del Ministro. Inoltre, le attività connesse con la presentazione a Minieconomia del bilancio, anche in chiave economico-analitica, saranno condotte, congiuntamente a quelle relative alla presentazione del progetto del bilancio finanziario, a partire dall’anno finanziario 2004 e in accordo a specifiche indicazioni emanate al riguardo da Bilandife, che dovrà provvedere, altresì, alla predisposizione finale
d’assieme del bilancio stesso (in chiave sia tecnico-finanziaria che economico-analitica). Il procedimento di valutazione della dirigenza deve svolgersi, tenuto conto della specificità dell’ordinamento della Difesa, alla luce dei recenti provvedimenti legislativi in materia (L. 25/97 e relativo Regolamento emanato con D.P.R. 556/99). L’attività si conclude con l’approvazione del Ministro, al quale gli elementi e i risultati del processo valutativo, coordinati dal SECIN, dovranno pervenire: • tramite il Segretario Generale/Direttore Nazionale degli Armamenti, per i dirigenti con incarichi di livello dirigenziale generale dell’area tecnico-amministrativa; • tramite il Capo di Gabinetto, per i dirigenti con incarichi di livello dirigenziale generale, presso gli Uffici di diretta collaborazione; • tramite lo stesso SECIN-Difesa, per il Direttore del relativo Ufficio di supporto e per il titolare di ISPEDIFE.
* Tenente Colonnello, in servizio presso il II Reparto di SEGREDIFESA 91
IL DIRITTO UMANITARIO È UN BENE PER TUTTE LE SOCIETÀ
I nostri militari sono tra i più preparati nel mondo anche nella conoscenza del Diritto dei Conflitti Armati rivelatosi un prezioso patrimonio di valori umani che merita di essere diffuso capillarmente ai cittadini
C
on l’atto di ratifica di una convenzione internazionale uno Stato non solo trasforma il testo in una legge nazionale, ma si impegna formalmente anche a diffonderla e a farla rispettare sul proprio territorio e ovunque operino nel mondo le sue Forze Armate, nei settori che sono affidati dalla Comunità Internazionale alla sua responsabilità. In genere, le convenzioni internazionali che riguardano i conflitti armati, e quindi la professionalità militare, impongono agli Stati ratificanti non solo l’obbligo di diffusione tra «i profes-
di Arturo Marcheggiano *
beramente assunti, almeno per quanto riguarda il diritto dei conflitti armati che rientra nella professionalità militare; verificare che il dettato delle convenzioni internazionali, riguardanti la guerra, sia adeguatamente inserito nei programmi di istruzione militari; raccontare una recente esperienza in Austria riguardante il problema; fare delle proposte concrete. LE MODALITÀ DI DIFFUSIONE La 2a convenzione de L’Aja del 1899, ancora in vigore e ratificata dall’Italia il 4 settembre 1900, sulle leggi e usi della guerra terrestre (di contenuto identico alla 4a convenzione de L’Aja del 1907) recita all’articolo 1: Le Alte Parti Contraenti impartiranno alle proprie forze armate di terra istru-
sionisti della guerra», ma anche e possibilmente tra le popolazioni civili, inserendone lo studio nei programmi scolastici. Mentre la conoscenza delle convenzioni riguardanti il diritto dei conflitti armati è abbastanza diffusa tra i membri delle Forze Armate, non altrettanto si può dire tra la popolazione civile. Gran parte degli studenti della scuola dell’obbligo non sempre conoscono bene quali siano gli organi dello Stato, i diritti e i doveri di ciascun cittadino e gli impegni internazionali. Lo scopo dell’articolo è esaminare gli impegni internazionali li-
Le Convenzioni internazionali hanno una tale importanza per gli Stati firmatari che alcune clausole specifiche trattano proprio le modalità di diffusione all’interno delle Nazioni. Per ragioni professionali, i militari da tempo ne conoscono l’importanza per via di intensi e consolidati programmi d’insegnamento, a premessa dell’impiego nelle missioni fuori area. Tali principi però, per la loro valenza formativa, meritano la massima diffusione in ogni settore sociale, in quanto aiutano a comprendere meglio i valori umani di tolleranza e di solidarietà. 93
Negli interventi fuori area i nostri soldati hanno sempre dimostrato elevata capacità professionale e spiccato senso umanitario.
zioni che saranno conformi al Regolamento concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre, annesso alla presente convenzione. Tale prescrizione veniva ribadita nelle convenzioni de L’Aja del
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1907, con l’articolo 1, di contenuto uguale a quello del 1899, peraltro già ratificato dall’Italia. Solo il protocollo del 1925 («Proibizione dell’impiego in guerra di gas asfissianti, tossici e
similari e di mezzi batteriologici») non conteneva adeguate norme obbligatorie per gli Stati sulla diffusione tra i militari, che invece erano contenute nelle convenzioni di Ginevra del 1929, oggi non più in vigore (1). Tali norme sulla obbligatorietà della diffusione sono ribadite in ciascuna delle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949. Infatti nella Convenzione «Feriti e ammalati delle forze in campagna» (o 1a Convenzione di Ginevra) all’articolo 47 si legge: Le Alte Parti contraenti si impegnano a diffondere, nel più largo modo possibile, in tempo di pace e in tempo di guerra, il testo della presente convenzione nei loro rispettivi Paesi e, in particolare, ad inserirne lo studio nei programmi di istruzione militare e, se possibile,
Tanto in Bosnia (sopra) che in Kosovo (a sinistra) la capacità operativa dei nostri reparti ha suscitato unanimi consensi a livello internazionale.
civile, di guisa che i principi ne siano conosciuti da tutta la popolazione, e particolarmente dalle forze armate combattenti, dal personale sanitario e dai cappellani militari. Disposizioni analoghe sono contenute nella Convenzione «Feriti, ammalati e naufraghi» (o 2a Convenzione di Ginevra del 1949) all’articolo 48; in quella relativa ai «Prigionieri di guerra» (o 3a Convenzione di Ginevra del 1949) all’articolo 127 e, infine, nella convenzione riguardante le «popolazioni civili» (o 4a Convenzione di Ginevra del 1949) all’articolo 144. Le ultime due
Convenzioni coinvolgono negli obblighi di conoscenza e di istruzione sulle Convenzioni, oltre alle autorità militari, anche le autorità civili, quelle di polizia, o altre che potrebbero assumere incarichi nei confronti dei prigionieri di guerra o delle popolazioni civili. La conoscenza delle Convenzioni contribuirebbe anche alla crescita dei cittadini e alla migliore conoscenza dei diritti e dei doveri che loro competono in tempo di guerra. Occorre dire che, purtroppo, la diffusione tra la popolazione e nelle scuole non viene fatta ed è lasciata colpevolmente nelle mani di più o meno preparati istruttori della Croce Rossa Italiana. Obblighi di diffusione, del tutto disattesi, discendono anche dalla Convenzione sulla «Salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle li95
bertà fondamentali» (o Convenzione di Roma del 1950). La Convenzione de L’Aja del 1954 sulla «Protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato» (2), all’articolo 25 afferma che Le Alte Parti contraenti s’impegnano a diffondere il più largamente possibile, in tempo di pace e di conflitto armato, il testo della presente convenzione e del suo regolamento di esecuzione nei loro rispettivi Paesi. Esse si impegnano specialmente ad incorporarne lo studio nei programmi di istruzione militare e, se possibile, civile, in modo che i principi possano essere conosciuti dall’insieme della popolazione, in particolare dalle Forze Armate e dal personale addetto ai beni culturali. 96
Sopra. Un posto di blocco in uno dei punti sensibili sulla rotabile Sarajevo-Pale in Bosnia. A destra. Attività di controllo del territorio in Kosovo. Nella pagina accanto. Attività di pattuglia nella zona del porto vecchio a Mogadiscio in Somalia.
Se la Convenzione è ben conosciuta e applicata dalle nostre Forze Armate, lo stesso non si può dire per il personale addetto ai beni culturali. In tema di beni culturali possia-
mo dire che anche il protocollo de L’Aja del 1999 (non ancora ratificato dall’Italia, ma già applicato per ordine del Capo di Stato Maggiore della Difesa pro tempore dalle nostre Forze Armate operanti all’estero in missione di pace) contiene un paragrafo (3) relativo alla diffusione. Le Parti – dice tale paragrafo – si sforzeranno di trovare dei sistemi appropriati, in particolare dei programmi educativi e informativi, in modo da far meglio apprezzare e rispettare i beni culturali dall’intera popolazione. Le Parti diffonderanno il presente protocollo il più capillarmente 97
Un posto di controllo di bersaglieri in Albania.
possibile sia in tempo di pace sia durante un conflitto armato. Le autorità militari o civili, che durante un conflitto armato dovranno assumere delle responsabilità circa l’applicazione del presente protocollo, dovranno essere perfettamente a conoscenza del testo. A tale scopo, le Parti, se lo ritengono opportuno, dovrebbero: inserire nei loro regolamenti militari indicazioni e istruzioni circa la protezione dei beni culturali; elaborare e mettere in atto, in collaborazione con l’UNESCO e le Organizzazioni Governative e Non Governative pertinenti, dei programmi teorici e pratici sin dal tempo di pace; comunicare reciprocamente, tramite il Direttore Generale, le informazioni concernenti le leggi, le disposizioni amministrative e le misure prese per dare efficacia ai punti precedentemente citati; comunicare reciprocamente il più rapidamente possibile, tramite il Direttore Generale, le leggi e le disposizioni amministrative che intendono adottare per assicurare l’applicazione del presente protocollo. E al giorno d’oggi, la comunicazione rapida e a mezzo posta elettronica è ormai di uso corrente. Nei protocolli aggiuntivi del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949 (ratificati dall’Italia nel dicembre 1985) non vi sono prescrizioni relative alla diffusione, in quanto per essi valgono gli articoli già illustrati, relativi alle quattro Convenzioni di Ginevra, ma in essi sono comprese tutte le norme riguardanti, in particolare, la protezione e la difesa civile. Tuttavia, il secondo protocollo, relativo ai conflitti armati non internazionali, prescrive una diffusione che sia «il più larga possibile». Abbiamo così illustrato a sufficienza gli impegni degli Stati alla diffusione delle Convenzioni internazionali relative alla guerra e alla diffusione dei diritti umani, 98
almeno per le Convenzioni indicate dal Manuale di diritto umanitario (pubblicazione SMD - G 014) edito dallo Stato Maggiore della Difesa nel 1992 e attualmente in vigore. LA SITUAZIONE IN ITALIA La situazione in Italia si può definire ottimale per quanto riguar-
da soprattutto le Forze Armate. Dopo l’era bipolare della risposta massiccia e della risposta flessibile con ordigni nucleari, fu affrontato dall’Esercito l’insegnamento del diritto dei conflitti armati, alla luce dei nuovi scenari operativi convenzionali. Questo si è sviluppato nel tempo a macchia d’olio. A partire dai Quadri dell’Esercito più qualificati (Scuola di Guerra), per poi diffondersi professional-
mente ai Quadri Ufficiali (allievi, delle Accademie e delle Scuole di Applicazione d’Arma) e, quindi, ai Quadri Ufficiali di ogni provenienza (Ufficiali di complemento); si è esteso, poi, ai Quadri Sottufficiali e al Personale di Truppa che partecipava alle missioni di pace all’estero per, infine, generalizzarsi. Tale bagaglio di conoscenze si è poi diffuso alla Marina e all’Aeronautica, con un notevole sviluppo
ai tempi della guerra del Golfo. Oggi, in tale settore, le nostre Forze Armate sono tra le più istruite tra quelle che operano nell’ambito della Comunità internazionale. La diffusione, affidata alla Croce Rossa Italiana, è sufficiente per far conoscere i diritti e i doveri alla popolazione civile. Sembra quanto mai necessario che lo Stato, alla luce del crescente coinvolgimento dell’Italia in atti-
vità di carattere internazionale, promuova con più capillarità tali iniziative.
UNA RECENTE ESPERIENZA INTERNAZIONALE Come Presidente Internazionale delle Società Nazionali per la Protezione dei Beni Culturali nei conflitti armati e nelle pubbliche 99
A sinistra. Controllo di un centro abitato in Kosovo. In basso. Militari italiani in attività di sorveglianza in Albania. A destra. La capacità di cooperazione a livello multinazionale è una delle caratteristiche dei nostri soldati impegnati in missioni fuori area.
delle rispettive competenze di ciascun dicastero, anche laddove più dicasteri sono implicati per interesse e per materia. La Difesa potrebbe avere una funzione do coordinamento, in analogia con quanto fa l’Interno per la Protezione Civile e per le Pubbliche calamità. Altrettanto importante è la preparazione degli insegnanti e
grandi calamità lo scrivente ha partecipato a Linz (Austria 12/14 ottobre 2002) a un seminario intitolato: «Protezione dei Beni Culturali e compiti nella formazione del cittadino». Il Convegno è stato organizzato dai Ministeri delle Pari Opportunità e dell’Educazione, della Scienza e della Cultura. In quei giorni si è trattato delle Convenzioni internazionali del 1954, relative alla protezione dei beni culturali nei conflitti e sue modifiche, ma anche della Con100
venzione di Parigi del 1972, relativa al Patrimonio dei popoli, di cui si celebrava anche il trentennale (entrambe ratificate dall’Italia e dall’Austria) e degli obblighi che queste comportavano per gli Stati ratificanti. Si è studiato, in pratica, come inserire l’insegnamento ai beni culturali in una materia scolastica simile alla nostra educazione civica. La soluzione più logica richiede un coordinamento a livello di Presidenza del Consiglio dei Ministri, con la definizione esatta
dei programmi di studio ai diversi livelli dei Ministeri dell’Istruzione e dell’Università, con la consulenza dei Ministeri della Sanità e dei Beni Culturali. CONCLUSIONI È in atto un impegno sempre crescente dell’Italia nel far fronte agli impegni internazionali liberamente assunti. Ciò è assicurato non solo dall’Istituzione Militare, ma anche dalle Istituzioni civili dello Stato. La strada sembra essere quella di un maggiore coordinamento delle competenze dei vari Ministeri, per evitare la dispersione e la sovrapposizione delle iniziative. Preparare la popolazione a fronteggiare situazioni esterne e pubbliche calamità, inculcare determinati principi come quelli di solidarietà umana e di apertura al volontariato, pensare alla protezione e alla Difesa Civile, avere esatta conoscenza del funzionamento dello Stato e delle tradizioni (aiuta, tra l’altro, ad avere l’orgoglio di essere italiani), avere la consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, sono i punti cardine per la crescita dei cittadini di domani. Questo è un compito piuttosto difficile che appartiene congiuntamente allo Stato e alla famiglia, ma il risultato sarebbe socialmente pagante e di ampia portata.
* Maggior Generale (ris.)
NOTE (1) È vigente la terza stesura del 1949, modificata e ratificata dall’Italia nel 1951. Quella del 1929 era la seconda stesura, dopo quella del 1864. (2) Ratificata dall’Italia nel 1958. (3) Articolo 30.
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La necessità di prevenire ha fatto sorgere sin dal passato strutture che sono in prima linea nella difesa del cittadino e dello Stato
Hanno sempre svolto ovunque e nelle varie epoche un ruolo fondamentale nella difesa delle Istituzioni e dopo vari millenni il loro operato si conferma di notevole utilità collettiva Riguardo i Servizi Segreti si è detto di tutto e spesso il contrario di tutto, anche perché la loro impalpabilità ha contribuito ad alimentarne uno specifico mito, soffiando su pregiudizi e fantasie. Ripercorriamo quindi la loro lunga storia, caratterizzata da una silente dedizione alle rispettive cause nazionali. Scopriamo come hanno salvaguardato nel tempo, in pace e in guerra, la sicurezza delle collettività nazionali. I servigi resi alla comunità sono innumerevoli e poco noti. Nell’attuale fase di terrorismo estremo, la loro opera può essere determinante per prevenire e reprimere quelle esecrabili attività che vedono, come bersaglio preferenziale, i cittadini inermi. I Servizi costituiscono, quindi, una pedina in più a tutela della gente, da armonizzare in una capillare opera di cooperazione internazionale, che vede tutte le risorse disponibili orientate a contrastare la violenza subdola del nuovo millennio.
di Ulderico Petresca *
L
a necessità di acquisire informazioni su popoli e clan è da sempre un’esigenza fondamentale per la sicurezza di qualsivoglia comunità umana. Esempi di azioni informative si riscontrano già nella Bibbia: Andate e tornate a riferire sulla terra di Canaan, ordina Mosè. Andate ed osservate il territorio di Gerico, ordina Giosuè di Nun ai suoi messi. Nella Grecia classica non mancano esempi di personaggi che svolgono il delicato compito dell’informatore, dell’osservatore e
del disinformatore. Ne riferiscono i poemi omerici (Dolone, Ulisse); i tragici, come Euripide negli Eraclidi; gli storici, come Senofonte che attribuisce all’opera dei suoi agenti la salvezza dei diecimila dell’Anabasi, in ritirata dalla Mesopotamia. Tucidide e altri storici riferiscono dell’esistenza di gruppi di informatori in Atene, assimilabili per il lavoro svolto ai moderni agenti del controspionaggio o dagli antichi della famosa Krypteia, l’organizzazione volta a prevenire le rivolte degli schiavi (Iloti) in Sparta.
Lo storico greco Polibio (204123 a.C.) riferisce che presso i greci il «servizio di informazione» era svolto da agenti chiamati Kataskopoi. Nell’antichità spetta comunque ai romani l’aver compreso e valorizzato, più di altri popoli, l’importanza di una rete di informatori. Sin dalle origini, infatti, l’Urbe si trova costretta a difendere la propria esistenza da attacchi di popolazioni non solo limitrofe. In tale contesto non mancano ai romani le occasioni per sperimentare la
validità dell’opera dell’informatore, per prevenire e contrastare adeguatamente il nemico di turno e per dimostrare come la conoscenza del nemico metta in posizione di superiorità chi la possiede. Dopo la constatazione degli effetti positivi per la sicurezza dello Stato, la struttura informativa dei romani viene, nel tempo, sempre più perfezionata, soprattutto a causa dell’espansione dell’impero e dell’aumento dei rischi di conflitto in un’area vastissima. Dalla fondazione di Roma fino 103
alle guerre puniche e galliche, l’informazione viene fornita da exploratores che operano ai confini dello Stato raccogliendo notizie su potenza, consistenza e intenzioni dei popoli vicini. Un altro modo di raccogliere informazioni è quello di inserire, tra i componenti delle ambascerie, tribuni e centurioni camuffati da schiavi, per i quali è molto più semplice familiarizzare con i «colleghi» della parte avversa e venire a conoscenza, ad esempio, degli accessi secondari della città o dell’accampamento, del numero dei soldati nemici e alleati. Malgrado le accortezze per acquisire l’informazione, Roma non è esente dall’azione di spionaggio da parte dei suoi nemici. Basta ricordare come Annibale fosse solito introdurre i propri emissari nell’Urbe e negli accampamenti romani, come ricompensasse i propri delatori e come, invece, fosse inflessibile fino a far crocifiggere chi di essi abbia sbagliato o praticato il doppio gioco. Non è rara l’incriminazione di spionaggio con arresto, se non addirittura l’esecuzione per semplici sospetti. Vengono uccisi ambasciatori romani inviati presso alcune popolazioni. D’altra parte anche Mitridate VI, Re del Ponto, come primo atto di guerra contro Roma, fa trucidare circa 8 000 tra romani e italici residenti nell’Asia Minore, perché possibili membri di una fantomatica «quinta colonna». L’Imperatore Augusto, per aumentare la sicurezza circa il recapito della messaggistica, nell’età repubblicana affidata a società private, istituisce un servizio speciale per il trasferimento dei messaggi politico-militari chiamato Cursus publicus. Il Vangelo di San Marco (6:7) riporta che la condanna a morte di Giovanni Battista viene recapitata da uno speculator (agente segreto) direttamente al Capo delle guardie carcerarie. Questa usanza è riservata per l’esecuzione di personaggi di rango e politici al fine di evitare fughe di notizie. 104
Sotto gli Imperatori Domiziano e Adriano vengono utilizzati alcuni graduati romani come agenti in veste di frumentarii (produttori e distributori di frumento). A Diocleziano risale la fondazione di un gruppo denominato agentes in rebus. Gli agentes erano civili o militari senza uniforme, non dipendenti dal Capo della guardia pretoriana, bensì da un Ufficiale chiamato «Capo degli Uffici». Pur agendo in maniera parallela agli altri servizi di sicurezza, il controllo degli agentes si estende ai notabili dello Stato, al punto che il Capo degli Uffici diviene, nel tempo, l’equivalente di un «Ministro dell’Informazione». Uno scrittore del III secolo d.C. riferisce che a causa degli effetti della «politica della delazione», voluta da Diocleziano so-
prattutto per contrastare l’espansione del Cristianesimo, alcune province romane vivono per anni «schiave della paura» degli agenti-spia collocati ovunque. Anche nell’Impero cinese l’aspetto dell’informazione è tenuto in grande considerazione. Già cinque secoli prima della nascita di Cristo, Sun-Zu, nel suo trattato dell’«Arte della guerra», dedica ampi spazi alla componente informativa di un Esercito. Se ne è privo viene assimilato a un organismo senza vista e né udito. Sotto il nome di delatore, esploratore, messo, nunzio, vengono svolte azioni informative attraverso tutto il Medio Evo e oltre. In particolare, le prime attestazioni delle parole spia e spione di derivazione germanica (spahia=spia e spaihon=spione)
si rinvengono, ad esempio, già nel 1264, negli statuti del comune di Vicenza (nec ero guida vel
spia ad detrimentum communis vicentine nec comunicaciae) e in un testo pressoché coevo (1269) di San Gimignano «per pagare delle spie che si mandano per lo comune». Un altro esempio della istituzione di un efficiente e capillare servizio di informazione va attribuito alla Serenissima Repubblica di Venezia. A questo si ispira, nel 1573, Sir Francis Walsingham per la creazione di quello che sarebbe divenuto, fino ai nostri giorni, forse il più celebre dei «servizi»: il «SIS» (Secret Intelligence Service) britannico. La Serenissima Repubblica, al pari di ogni Repubblica marinara, affida la propria sopravvivenza al mare, dal quale trae ricchezza e potenza attraverso le attività commerciali esercitate individuando aree e scali per l’installazione di fondachi e instaurando, tramite ambascerie, buoni rapporti con Paesi vicini e lontani, veri punti cardine per un sistema di attività molto lucroso. Nella ricerca di aree di mercato, la Serenissima si avvale delle informazioni raccolte dai suoi messi e referendari che, in seguito, divengono veri e propri agenti segreti. L’oligarchia veneziana, compresa la grande importanza dell’informazione, si dota di un ser-
vizio d’informazione senza pari in Europa. Il servizio risponde direttamente al «Consiglio dei Dieci» ed è istituito ufficialmente nel 1310. Questa struttura, oltre a vagliare attentamente i rapporti trasmessi dagli «007» di Venezia sparsi in ogni parte dei suoi dominii, provvede a tenere sotto stretto controllo e nel massimo riserbo gli stranieri che giungono a Venezia e i cittadini con cui vengono in contatto. Questo efficiente strumento di sicurezza decade nel 700, a seguito del crollo del rango della Repubblica, e degrada a strumento di quasi esclusiva difesa di interessi e beghe della classe dominante o di repressione di movimenti intellettuali e delle attività dei «barnabotti» (nobili decaduti abitanti soprattutto nel quartiere di S. Barnaba). Il primo a innalzare il servizio d’informazione al rango di vera e propria Arma è Napoleone Bonaparte. Infatti «l’Imperatore delle spie» recluta Ufficiali e soldati nelle file del suo Esercito. Dà loro la connotazione di agenti cui affidare delicati compiti e non solo di riferire quanto osservano o scoprono. Questo modo di concepire e nobilitare il lavoro dell’informatore viene ribadito in maniera categorica anche se al Generale Savary quando chiede la «Legion d’Onore» per Karl Schulmeister, la sua più abile spia civile, il corso risponde: Oro, questo è il solo compenso per quel tipo di spie. Rapidità di manovra, intuizione precisa del punto di attacco, scelta del momento giusto per l’azione, non sono doti soprannaturali dell’Imperatore, ma frutto dell’assiduo lavoro dei suoi servizi d’informazione il cui organizzatore e Capo (M. Fouchè), articola in ben sei gruppi. I cambiamenti e i fermenti sociali in Europa, successivi al Congresso di Vienna, sottolineano ancora una volta l’importanza dello spionaggio quale elemento fondamentale nella strategia militare e 105
nei campi dell’economia, dell’industria e degli eventi sociali. Per motivi di spazio non è possibile elencare le attività dei servizi d’informazione nei vari Stati italiani ed europei durante l’alluvione di movimenti indipendentisti, dottrinari e filosofici, che si abbatte sul continente europeo prima e dopo il 1848. Un movimento volto a scardinare il concetto assolutista del potere e a dare vita e diffusione a concetti di libertà e democrazia da una parte e alle ideologie marxiste dall’altra. La lotta si trasforma spesso in fatti di sangue in cui gli autori vengono a trovarsi in mezzo all’eterno dilemma: se es-
eventi bellici, risulterebbe arduo anche il più piccolo tentativo di elencare la cronistoria in questa sede. Tuttavia non si può omettere di menzionare, nell’ambito del primo conflitto mondiale, Margaretha Geertruida Zelle, in arte Mata Hari (Luce del giorno), alias agente H21 di Berlino, fucilata dai francesi il 15 ottobre 1917, che lavorava alla pari per tedeschi, francesi e inglesi. Durante la Seconda guerra mondiale, tra i più noti protagonisti di imprese spionistiche si annoverano Paul Thummel, ovvero A54, membro dei servizi militari tedeschi, assassinato nel
sere considerati veri e propri terroristi oppure combattenti e martiri per la libertà. Per quanto riguarda l’Italia, giova ricordare che il problema della sicurezza viene affrontato già agli albori dell’unità e regolato, durante il periodo 1859-1869, con il varo di un ordinamento di tipo accentrato che limita rigidamente l’autonomia delle amministrazioni locali. L’attività di spionaggio durante i due conflitti mondiali è chiaramente molto intensa e, soprattutto, in considerazione del gran numero di Nazioni coinvolte negli
1944 dalle SS per collaborazione con la Cecoslovacchia; Richard Sorge, ovvero Ika, spia sovietica in Giappone, che finisce impiccato nel 1944; l’albanese ElyesaBazna, ovvero Cicero, ottimo agente del Sicherheitsdienst tedesco, e lo iugoslavo Dusko Popov, detto «triciclo», agente dell’Abwehr, passato poi dalla parte degli Stati Uniti. I progressi durante e dopo la Seconda guerra mondiale, nel settore delle tecnologie e dei nuovi rapporti politici, hanno trasformato sensibilmente il modus operandi tradizionale dei servizi d’informazio-
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ne ed esteso sensibilmente l’area di interesse dello spionaggio, per le possibili ripercussioni sulla sicurezza di uno Stato. Ne è esempio l’enorme espansione della «CIA» determinata dagli accresciuti interessi statunitensi in molte aree del mondo. Altri Paesi, anche a causa del grande dispendio economico richiesto, non sono in grado di realizzare strutture altrettanto estese. Di estrema importanza è anche il ruolo svolto dal «KGB» in favore del regime sovietico. Il servizio determina l’insorgere di alcune aree di conflittualità nel globo, al fine di sostenere l’espansione del comunismo. Forte di un milione di uomini, il KGB è il più grande servizio segreto del mondo: dotato di mezzi e di potere illimitati e di difficile controllo da parte dell’Occidente, svolge i propri compiti con estrema professionalità, con mezzi tecnologici di avanguardia e... senza esclusione di colpi. Per quanto riguarda la capillarità della rete di informazione, il «Mossad» israeliano ha un posto di primissimo piano grazie alla ottima organizzazione. Per quanto concerne i servizi di sicurezza italiani, come già detto in precedenza, il problema della sicurezza viene affrontato, già agli albori dell’unità d’Italia, nell’ambito dell’ordinamento politico e amministrativo dal Governo della destra liberale. Siamo a conoscenza che, già durante il primo conflitto mondiale, è in funzione, all’interno della Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, un «Ufficio Centrale di Investigazione» posto alle dirette dipendenze del Direttore Generale. Svolge principalmente indagine sugli stranieri che «travalicano» i limiti territoriali dello Stato di appartenenza, ricevendo informazioni da una fitta rete di «fiduciari» che operano all’estero soprattutto in veste di «referendari» sui movimenti dei partiti socialista, anarchico e repubblicano. L’Uf-
ficio viene soppresso nel 1920 ed è sostituito da un «Ufficio Speciale di Informazione» per iniziativa dell’allora Direttore Generale della Pubblica Sicurezza Vincenzo Quaranta. Con R.D. legge del 15 ottobre 1925, n. 1909, viene istituito il «SIM» (Servizio Informazioni Militare), che unifica i servizi d’Informazione dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica. Con R.D. del 6 febbraio 1927, n. 68, viene istituita la carica di Capo di Stato Maggiore Generale, che, secondo il disposto dell’art. 9, deve essere tenuto continuamente al corrente degli elementi della situazione generale militare estera per cura del «SIM». In possesso di buone strutture d’intercettazione e sensibilmente migliorato nella preparazione del personale, il «SIM» dà prova di buone capacità informative, riuscendo a impossessarsi per tempo di documenti di notevole valore informativo. Alla vigilia
della Seconda guerra mondiale il «SIM» conta meno di 40 agenti operanti in Italia in un clima di discreta autonomia dalle altre forze di polizia, quali, ad esempio, l’«OVRA» (Opera Volontaria Repressione Antifascismo). Durante la guerra il «SIM» subisce un incremento di personale dovendo affrontare nuovi e complessi compiti difensivi. Continua a operare e a mantenere, nei limiti del possibile, autonomia e indipendenza rispetto alle altre attività rivolte alla ricerca e allo sfruttamento delle notizie (Generale Carboni – Memorie – Capo del SIM 1940). Quanto sopra è sufficiente a dimostrare che il ricorso agli apparatati e alle misure di sicurezza preesiste in Italia al periodo fascista, anche se, durante quest’ultimo, l’apparato d’informazione cresce anche per raccogliere notizie sullo spirito e sull’ordine pubblico interni. Nell’ambito della ricostruzione
dell’Italia del dopoguerra, anche i servizi di sicurezza vengono ristrutturati e, sotto gli acronimi di «SID», «SIFAR», «SISDE», «CESIS» e altri, gli uomini impiegati nei vari settori di questa attività non cessano di operare per la sicurezza del Paese. Per avere un’idea dell’impiego e delle difficoltà incontrate per la difesa dello Stato da allora a oggi vale la pena consultare il testo dell’Ammiraglio Martini «Nome in codice Ulisse». L’11 SETTEMBRE 2001 Dopo l’11 settembre 2001 abbiamo tutti compreso, purtroppo in ritardo, che le nostre società possono essere bersagli diretti per i terroristi e rappresentano una facile preda di azioni criminali, anche su vasta scala, a causa di due tendenze principali: in primo luogo, la crescente capacità tecnologica di di107
struggere persone e cose in possesso di piccoli gruppi o singoli individui; in secondo luogo, la crescente vulnerabilità nei nostri sistemi economici e tecnologici nei riguardi di attacchi pianificati con cura. Molto è stato scritto circa la prima tendenza, poco sulla seconda. Il rapporto della capacità distruttiva individuale e dei piccoli gruppi è dovuto in gran parte a tre fatti tecnologici: la maggiore potenza delle armi; il notevole progresso delle telecomunicazioni e dell’elaborazione delle informazioni; le maggiori opportunità di utilizzare tecnologie non militari a fini distruttivi. DAL XX AL XXI SECOLO A titolo di esempio: non siamo in grado di individuare quanti, in un prossimo futuro, potrebbero essere in grado di produrre armi biologiche. Per far questo non sembra necessaria un’organizzazione tipo «Al Qaeda». Può bastare un solo fanatico, un solo squilibrato, con la mentalità di coloro che oggi progettano virus tramite computer, per realizzare la peggiore catastrofe. Secondo il rapporto del Monterey Intitute of International Studies, pubblicato sul «The non proliferation review» dell’estate 2000, il numero di incidenti con armi non convenzionali è in costante aumento. Emerge comunque che, anche se gli incidenti sono in aumento, i loro effetti permangono modesti. Occorre dire, peraltro, che la realizzazione di ordigni di distruzione di massa, da parte di organizzazioni terroristiche non sostenute da uno Stato, rimane comunque di estrema difficoltà. Aumenta tuttavia il rischio che gli stessi gruppi possano venire in possesso di tali armi già confezionate, destinate inizialmente ad altri usi, soprattutto di tipo radiologico. Cosa si può fare per diminuire il rischio di queste forme di terrorismo 108
così complesse? In primo luogo dobbiamo riconoscere i nostri limiti. Siamo di fronte a circostanze nuove e, in questo, i terroristi hanno il vantaggio della prima mossa. Da qui la sfida per i servizi d’informazione. LA SITUAZIONE ATTUALE Di fronte a una realtà in rapida evoluzione e che fa emergere rischi crescenti, l’impiego dei servizi di sicurezza potrebbe rivelarsi insufficiente. Si rende, peraltro, necessario integrare tutte le risorse disponibili negli organismi dello Stato per dare la massima efficacia all’azione informativa. In tal senso Governo, comunità scientifica e mondo industriale dovrebbero tener conto della situazione e mettere al primo posto il contrasto alla proliferazione NBC e la lotta al terrorismo di fronte a un nemico che potrebbe ricorrere ad armi di distruzione di massa. È necessario, per ridurre al minimo il rischio della sicurezza globale, il rafforzamento dei rapporti di collaborazione tra i servizi di sicurezza. Tutte le au-
torità nazionali responsabili dovrebbero migliorare le capacità di analisi e di elaborazione dei servizi per essere in grado di definire una linea di condotta nazionale adeguata alle circostanze. Le informazioni dei servizi di sicurezza, quindi, dovrebbero essere integrate dalle informazioni provenienti dalle singole amministrazioni. In caso di evento terroristico non convenzionale sarebbe opportuno prevedere la diffusione delle valutazioni su situazioni in divenire. In tal modo si potrebbero predisporre le necessarie contromisure sanitarie: quali l’approntamento di strutture, di vaccini e di antidoti a livello internazionale. I Governi dovrebbero, infine, migliorare la cooperazione nell’area informativa per ottenere una maggiore incisività in settori particolari, qua-
li i trasferimenti di beni sensibili effettuati con sistemi di comunicazione orale o elettronica, i transiti, i trasbordi di merci e il brokeraggio. Sul piano interno dovrebbero essere rafforzati i rapporti Governo-industria in quanto quest’ultima gioca un ruolo di rilievo nell’assicurare che la produzione non sia indirizzata verso usi impropri. È importante che a livello di Governo siano individuate adeguate strutture e modalità operative per tener conto della esigenza di far fronte all’aumento del rischio derivante dall’uso di armi di distruzione di massa a scopo terroristico. CONCLUSIONI In sintesi, sulla base delle con-
siderazioni sopra esposte sarebbe auspicabile che i Governi favorissero la cooperazione internazionale con scambio di informazioni fra i servizi di sicurezza e d’informazione e promuovessero nuovi rapporti di collaborazione tra le amministrazioni e l’industria. Il «Mossad», ad esempio, in tempi recenti, ha informato i Governi svizzero e statunitense sulla cessione di centrifughe ad alta tecnologia da parte di una compagnia svizzera all’Iraq. La «CIA», più di un anno fa, ha portato alla luce le intenzioni di terzi di cedere all’Iran apparecchiature e centrifughe per la realizzazione di progetti relativi all’armamento nucleare. Sarebbe, infine, auspicabile che i Governi maturassero una comune comprensione e definizione del termine terrorismo. Anche al fine di pervenire a una precisa ipotesi di reato, concordata in modo da sostenere che un tribunale internazionale tratti anche il reato di terrorismo, attuato non con armi convenzionali, alla stregua di crimine contro l’umanità. In politica estera, sarebbe opportuno evitare situazioni radicali che portino alla logica del «muro contro muro». Come nel caso di alcune fazioni palestinesi: la loro logica porta a esaltare il terrorismo come mezzo per conseguire risultati politici. Certo non costituisce una ricetta per eradicare il fenomeno del terrorismo internazionale, ma può rappresentare un mezzo da contrapporre a questa forma di lotta. Nessuno può illudersi di contrastare il terrorismo con le proprie forze. La portata del fenomeno è tale che per arginarlo non ci si può muovere in ordine sparso. Una maggiore cooperazione internazionale sembra l’unica via di uscita.
* Capitano di Vascello (M.D.), in servizio presso il Comando Militare Marittimo della Capitale 109
ATTUALITÀ ...in breve SEMINARIO SULLA «SICUREZZA, STABILITÀ E COOPERAZIONE NELLA REGIONE MEDITERRANEA» ROMA – Il Centro Militare di Studi Strategici ha organizzato, il 25 e 26 settembre, un seminario avente per tema «Sicurezza, stabilità e cooperazione nella regione mediterranea». L’appuntamento s’inseriva nel quadro delle iniziative culturali del Semestre di Presidenza Italiana dell’Unione Europea e ha portato all’attenzione un importante aspetto della Difesa di respiro continentale.
Il Seminario ha riunito esperti provenienti da 47 Paesi. Sono confluiti infatti i rappresentanti di Stati membri della Comunità Europea e della NATO, vecchi e nuovi candidati all’ammissione, Paesi del Partenariato euro-mediterraneo e Stati terzi dei cinque Continenti. Oltre 250 esperti militari e civili sono giunti così a Palazzo Salviati, riunendo il mondo istituzionale (Ministeri della Difesa e degli Esteri) con quello accademico. 110
Il Ministro della Difesa, Onorevole Antonio Martino, nell’aprire la seduta, ha tracciato le linee guida del Programma di Presidenza italiana per l’area mediterranea, fornendo alla competente assemblea innovativi temi di analisi che, poi, hanno animato il dibattito. La discussione si è sviluppata su vari aspetti. Tra essi, sono stati posti in evidenza la percezione della sicurezza sulle due sponde del Mediterraneo, le possibili sinergie fra l’Europa e i Paesi del Mediterraneo, il dialogo mediterraneo della NATO, le prospettive di cooperazione militare e la costruzione di una visione comune regionale. Con questo Seminario, la Presi-
denza italiana ha voluto sottolineare il proprio impegno nel sostenere le iniziative volte a favorire un franco e vasto dialogo su tutti gli aspetti della sicurezza nella regione mediterranea. Come riconosciuto dal Portavoce europeo per la Politica Estera dell’Unione Europea (UE), Javier Solana, per la prima volta, rappresentanti della NATO e dell’UE hanno scambiato i punti di vista, sia fra di loro che con i soci che si affacciano nella regione, sul dialogo
Mediterraneo della NATO e sulle iniziative dell’UE in merito al dialogo e alla cooperazione con i Paesi dell’altra sponda sulla Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). Il dibattito ha beneficiato in maniera decisiva della disponibilità dei rappresentanti dei Paesi soci del Mediterraneo non solo nell’impegnarsi in una discussione aperta su aree concrete di cooperazione militare nel campo della PESD e della gestione delle crisi, ma anche nel considerare azioni da avviare.
IL BRIGADIER GENERALE ALTOMARE NUOVO COMANDANTE DELLA BRIGATA «AOSTA» MESSINA – Il Brigadier Generale Salvatore Altomare ha assunto la guida della prestigiosa Brigata Meccanizzata «Aosta». La cerimonia di insediamento si è svolta il 25 luglio, presso la caserma «Crisafulli-Zuccarello», sede del 5° Reggimento fanteria «Aosta». Il solenne atto è stato presieduto dal Tenente Generale Giuseppe Morea, Comandante del 2° Comando delle Forze di Difesa. Il Brigadier Generale Altomare ha ricevuto le consegne dal Brigadier Generale Sandro Santroni, destinato al comando NATO di Tirana, in Albania. Nel discorso di commiato, il Generale Santroni ha evidenziato gli impegni affrontati dall’«Aosta» nei dieci mesi alle sue dipendenze. Ho trascorso insieme a voi 10 mesi intensi e indimenticabili – ha detto nel discorso di commiato – colmi di soddisfazioni e di inebriante professionalità. Vi ho chiesto tanto, ma gli obiettivi che dovevamo raggiungere non ci lasciavano alcuna alternativa. E noi questi obiettivi li abbiamo tutti raggiunti. Parole ricche di commozione, quelle del Comandante cedente, dalle quali traspariva il convincimento di es-
di Modena nel 1973 ed è stato promosso Sottotenente d’artiglieria nel 1975. Conosce molto bene la Brigata «Aosta», per avervi prestato a lungo servizio. Il suo curriculum lo vede presente spesso in Sicilia e tra le file del 24° Reggimento «Peloritani», dove ha ricoperto molti incarichi, tra i quali il comando dello stesso Reggimento. Prima di tornare alla Grande Unità siciliana con l’incarico di Vice Comandante, il Generale Altomare ha svolto l’incarico di Capo di Stato Maggiore del 2° Comando delle Forze di Difesa.
AL «SAVOIA CAVALLERIA» UN PRESTIGIOSO PREMIO CITTADINO sere stato alla guida di una Grande Unità che si ispira a senso del dovere, spirito di sacrificio, entusiasmo di ben fare. Il Generale Santroni ha poi effettuato una breve digressione di quelle che sono state le principali attività svolte sotto il suo comando. Nel settore addestrativo – ha proseguito – abbiamo effettuato numerose esercitazioni in Friuli, nel Lazio, in Puglia, in Sardegna e qui, in Sicilia. In campo operativo, non dobbiamo dimenticare le attività di protezione dei siti sensibili in Campania, in Calabria, in Sardegna e in tutta la Sicilia, isole minori comprese. Per quanto concerne i concorsi di pubblica utilità, siamo intervenuti in occasione dell’ultimo terremoto dell’Etna, oltre alle due eruzioni vulcaniche di quest’ultimo e dello Stromboli. Degno di nota è stata anche la costruzione di un acquedotto di raccordo a Palermo, per dare risposta agli annosi problemi di rifornimento idrico della città. La tutela della popolazione ha richiesto pure frequenti operazioni di bonifica da ordigni esplosivi, residuati bellici, che ancora affiorano nei campi di questa bel-
lissima terra. Altri riferimenti sono stati fatti al personale impegnato in rinforzo fuori area, dalla Bosnia al Kosovo, dall’Afghanistan all’Iraq. Tutto ciò – ha concluso – è stato reso possibile dalla vostra piena e leale disponibilità, dalle vostre grandi capacità e dal vostro carattere tenace e determinato. Il Brigadier Generale Altomare, nel prendere la parola, ha ringraziato il suo predecessore per l’ottima Unità che riceve e, non ultime, le tante Autorità e i numerosi ospiti, intervenuti per un importante appuntamento che in vari modi coinvolge tutta la Sicilia. Rivolgendosi poi ai Reparti schierati si è dichiarato certo di ottenere da tutti una collaborazione leale, sincera ed incondizionata. Da parte mia mi adopererò senza risparmio di energie fisiche e mentali per mantenere alta l’efficienza e l’operatività della Brigata. Con questi sentimenti e con queste certezze auguro a voi tutti e a me stesso un sereno e proficuo lavoro. Il Generale Salvatore Altomare, è nato a Palermo 49 anni fa. Ha frequentato l’Accademia Militare
GROSSETO - Si consolida sempre più il legame che lega il Reggimento «Savoia Cavalleria» (3°) al territorio in cui è di stanza. Il 10 agosto, nella notte di San Lorenzo scelta per festeggiare il Santo Patrono di Grosseto, l’Amministrazione comunale ha insignito il Reggimento dell’ambito «Grifone d’oro 2003», il massimo riconoscimento cittadino che – giunto ormai alla 42a edizione – premia le personalità locali che si sono maggiormente distinte nel corso dell’anno. Come imposto da una consolidata tradizione, la consegna è avvenuta in Piazza Amiata, dopo il concerto eseguito dell’Orchestra sinfonica «Città di Grosseto» e la proiezione di filmati riguardanti le missioni di pace nei Balcani nelle quali il «Savoia» si è distinto. Il premio è stato consegnato al 93° Comandante, il Colonnello Francesco Lombardi, il quale era accompagnato dai suoi predecessori. Il Reggimento «Savoia Cavalleria» (3°) è un’antica e famosa unità, fondata il 23 luglio 1692 per ordine del Duca Vittorio Amedeo 111
ATTUALITÀ ...in breve II, e ha partecipato a tutti gli eventi bellici fino al Secondo conflitto mondiale, dove tra l’altro ha legato il suo nome alla carica di Isbuschenskij, avvenuta in terra di Russia il 24 agosto 1942, dove si è sacrificato per consentire il ripie-
gamento del grosso delle forze italiane e alleate in ritirata dal fronte del Don. Durante i giorni nostri, ha partecipato a numerose missioni di pace nel Teatro balcanico. In precedenza era di stanza a Merano, in provincia di Bolzano. Il 7 ottobre 1995, trasferito a Grosseto, ha cominciato a fare parte attiva del territorio maremmano. La città ha sempre ricambiato questo affetto con un solido legame di stima. Grosseto, infatti, saluta i Cavalieri alla partenza e all’arrivo ogni volta che sono interessati in missioni di pace. In una lettera fatta pervenire al nostro giornale, il Sindaco ha tenuto a precisare che il Premio Città di Grosseto «Grifone d’Oro» è il massimo riconoscimento che 112
la comunità destina a chi abbia ben meritato e fatto onore alla città. Sono stati sufficienti soltanto pochi anni di insediamento – si legge – per realizzare una positiva e straordinaria simbiosi tra il Reggimento e Grosseto, frutto questo sicuramente accreditabile alla costante e illuminata linea di comando instaurata dal 1995 a
oggi. Tali belle parole, espresse dal Primo Cittadino di una comunità tenace, sensibile, generosa e ospitale, costituiscono un bell’esempio di reciproca intesa, aggregazione e rispetto.
L’ESERCITAZIONE NORTHERN LIGHT 2003 NUOVO BANCO DI PROVA PER LA FORZA DI REAZIONE NATO NORTHWOOD (GRAN BRETAGNA) – Una nuova prova è stata brillantemente superata dal Corpo d’Armata di Reazione Rapida (NRDC-IT), uno dei sei Comandi ad alta prontezza operativa (HRF), dell’Alleanza Atlantica. La
struttura multinazionale, di stanza a Solbiate Olona (Varese), ha dato ulteriore prova di spiccata professionalità nell’Esercitazione «Northern Light 2003», svolta dal 15 al 26 settembre, che ha rappresentato uno dei maggiori impegni addestrativi dell’anno. Essa ha consentito, oltre a confermare l’amalgama del personale, la verifica delle capacità di comunicazione strategica satellitare fra Teatro di operazioni, distante anche migliaia di chilometri, e Quartier Generale situato in Italia. L’attività, diretta dal Comando Regionale NATO dell’Atlantico dell’Est situato a Northwood, ha coinvolto circa 8 500 militari, uomini e donne di tutte le Forze Armate, provenienti da 12 Nazioni: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Norvegia, Polonia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti e Italia, ai quali si sono aggiunti Svezia e Ucraina in qualità di Nazioni associate. Il Comando ha assunto il ruolo di Comando della Componente Terrestre, in uno scenario ipotetico che ha previsto l’adeguamento del dispositivo operativo per fronteggiare la risposta a crisi di area (Crisis Response Operation/CRO), su mandato delle Nazioni Unite. Molti i mezzi impiegati, tra i quali figuravano 50 tra navi e sottomarini, 15 aerei caccia, molti elicotteri e circa 800 truppe anfibie e da sbarco. Nel corso dell’esercitazione, sono state concepite, organizzate e condotte anche operazioni di sbarco anfibio, effettuate sull’isola di Jura, al largo della costa scozzese, in una cornice di stupenda scenografia paesaggistica. Il Comando NRDC-IT è stato ripartito tra Northwood e una nave anfibia olandese, che agiva lungo la costa scozzese. L’esercitazione «Northern Light 2003» ha consentito pure di addestrare il personale del nucleo avanzato del Comando (Early Entry
Team), verificando le capacità di comando e controllo, organizzazione sul terreno e sopravvivenza. Una volta sbarcati, infatti, esso opera in completa autonomia di trasporto, comunicazioni, sicurezza e sostentamento. Il risultato raggiunto accresce il prestigio del Comando NATO di Solbiate Olona.
MEDAGLIA D’ORO ALLA CITTÀ DI BARLETTA ROMA – Il prossimo 25 aprile, nel corso di una solenne cerimonia al Palazzo del Quirinale, il Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, conferirà alla Città di Barletta la Medaglia d’Oro al Valor Militare. L’alto riconoscimento fa giustizia del valore mostrato dalla cittadinanza pugliese all’indomani dell’8 settembre 1943. Con la proclamazione dell’Armistizio, le truppe tedesche si preparano a occupare l’Italia e a disarmare i nostri reparti disorientati perché privi di ordini e direttive. Ma a Barletta, destinata a costituire una loro roccaforte dopo la battaglia di Salerno, l’Esercito tedesco trova un’imprevista e tenace resistenza da parte di un piccolo gruppo di coraggiosi mili-
tari agli ordini del Comandante del locale Presidio Militare, il Colonnello Francesco Grasso. Affrontare una prova così disperata, in piena consapevolezza e con sereno coraggio, esalta le qualità del vero soldato, il quale sa che deve compiere il dovere che l’onore e la disciplina gli impongono. Quei valorosi, così, dimenticano ogni considerazione personale, rimanendo al loro posto e accettando tutte le responsabilità e le possibili conseguenze. Per due giorni e due notti, i capisaldi predisposti sulle principali vie di accesso alla città tengono in scacco con fucili, moschetti, qualche mitragliatrice e due pezzi d’artiglieria la straripante macchina da guerra germanica. Solamente la minaccia della totale distruzione del centro abitato costringe i soldati italiani alla resa, accettata come unico modo per salvare la popolazione inerme. Subito si scatena una feroce e rabbiosa rappresaglia. La caccia all’uomo dura 10 giorni e i militari caduti sono numerosi. Per lungo tempo si è ricordato esclusivamente l’esecuzione di undici vigili urbani e di due netturbini. Per queste vittime, l’8 maggio 1998, l’allora Presidente della Repubbli-
ca, Oscar Luigi Scalfaro, ha conferito – giustamente – alla città la Medaglia d’Oro al Valor Civile. Ora si rende giustizia anche a quei valorosi soldati dimenticati, per decenni coperti da un impenetrabile velo di silenzio e che oggi, finalmente, emergono alla luce della storia ufficiale. Questo rappresenta un motivo di orgoglio per «Rivista Militare», che per prima, ha denunciato l’incredibile dimenticanza con un’inchiesta giornalistica di Maria Tarantino, apparsa sul numero 4 del 2001. In quell’occasione sono stati pubblicati due inediti documenti, rinvenuti dallo storico Gerhard Schreiber negli archivi tedeschi, che, pur nella cronaca fredda e di parte, lasciavano trasparire un’inconfutabile verità: la città pugliese non fu solo vittima di una sanguinosa repressione, ma anche protagonista di un atto eroico tra i più fulgidi della nostra Resistenza.
IL CORPO DI AMMINISTRAZIONE E COMMISSARIATO DELL’ESERCITO CELEBRA LA SUA FESTA MADDALONI (CASERTA) – Dopo oltre sei anni dall’unificazione, il Corpo di Amministrazione e Commissariato ha festeggiato la sua festa il 19 novembre, in una data che ricorda la costituzione, risalente al lontano 1816, dell’Intendenza Generale di Guerra dell’Esercito Sabaudo. Fu proprio nel 1816, infatti, che si segnò un’importante fase del processo evolutivo del Corpo, dato che l’Intendenza Generale fu lo snodo attraverso il quale l’ordinamento amministrativo militare settecentesco incominciò a modernizzarsi secondo criteri d’avanguardia rispetto all’epoca. All’Intendenza Generale furono attribuite, sin da allora, compe113
ATTUALITÀ ...in breve tenze sulla gestione delle paghe e delle sussistenze, sulla tenuta delle contabilità e sulla revisione dei conti. Amministratori e Commissari, che adesso operano in una casa comune, hanno festeggiato insieme l’importante ricorrenza, forti della profonda saldezza interna che caratterizza questa importante realtà dell’Esercito Italiano. L’Intendenza Generale rappresenta, pertanto, la radice comune della funzione di Amministrazione (le risorse economiche) e di quella di Commissariato (le sussistenze). Due funzioni che, nel tempo, si sono intrecciate, conservando sempre una contiguità che l’unificazione del 1997 ha riconosciuto anche formalmente. Un altro segno della riuscita unificazione è espresso dal significativo motto scelto per lo scudo araldico, Bene gerendo agimus (Agiamo per gestire al meglio). Alla cerimonia hanno partecipato Autorità militari, civili e religiose, in una cornice di pubblico che, da sempre, non fa mai mancare il suo affetto ai militari di stanza nel territorio.
IL MINISTERO DELLA DIFESA PREMIATO PER L’INFORMAZIONE BOLOGNA – Bilancio esaltante per le Forze Armate alla decima edizione di COM-P.A., il Salone della Comunicazione Pubblica e dei Servizi al Cittadino, svoltosi a Bologna dal 17 al 19 settembre. La giuria del premio «Diritto all’Informazione», infatti, ha deciso di assegnare il riconoscimento al Ministero della Difesa per aver saputo rappresentare, in uno spazio unificato, le attività dei servizi di questo fondamentale settore della vita del Paese, coordinando la 114
presenza del Segretariato Generale della Difesa, dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri. L’importante rassegna nel settore della comunicazione pubblica e istituzionale è stata inaugurata il 17 settembre dal Ministro della Funzione Pubblica, Onorevole Luigi Mazzella, che ha poi partecipato al convegno «Per il buon governo. Dieci anni di comunicazione pubblica», a cui ha presenziato anche il Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, Onorevole Lucio Stanca. Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, sotto il cui Alto Patronato si è svolta la manifestazione, ha fatto pervenire, nel giorno di apertura, i suoi rallegramenti in videomessaggio. Un saluto ed un augurio – ha detto il Capo dello Stato – per il vostro lavoro sulla comunicazione istituzionale. Auguri al Ministro Mazzella e all’Associazione per la Comunicazione Pubblica che, come ogni anno, hanno organizzato queste giornate bolognesi. La comunicazione è ormai saldamente riconosciuta tra i doveri dello Stato. È un mezzo strategico, non sussidiario per conseguire un bene pubblico. Deve essere realizza-
ta con professionalità, senza improvvisazione. A questo fine, l’impegno delle Università sarà determinante per migliorare la qualità dei comunicatori nelle amministrazioni. Una buona comunicazione pubblica evita, spesso, difficili e costose azioni con altri strumenti. Ciò è evidente in campi quali l’economia, l’ambiente, la protezione civile, la sicurezza stradale. Il successo della patente a punti sulle nostre strade e autostrade è certamente frutto anche di una buona comunicazione. Sta modificando modelli di comportamento che si ritenevano radicati. È un esempio da seguire in altri campi. Mi rallegro, in particolare, del fatto che abbiate voluto concentrare la vostra attenzione sulla diffusione dell’educazione civica nelle scuole. È un tema che mi sta molto a cuore. Per questo ora mi rivolgo a voi, ragazzi che mi state ascoltando. Ho avuto più volte occasione di dire che solo con l’impegno diretto – magari assistendo alle sedute dei consigli comunali delle vostre città – potrete maturare una educazione civica e viverla con passione. Tempo fa, vi ho invitato, insieme con i vostri insegnanti, a scrivere voi la storia
d’Italia, raccogliendo le testimonianze dei vostri nonni, riscoprendo personaggi e luoghi dimenticati. Il 4 novembre premierò al Quirinale i vincitori del concorso del Ministero dell’Istruzione sulla storia della Patria. L’educazione civica è completa solo se si compone di due elementi distinti: la conoscenza della Costituzione italiana, delle Istituzioni, da approfondire non solo come un testo giuridico, ma anche come frutto di una storia concreta, fatta di idee, di azioni, di passioni; la sperimentazione di un vivere civile ispirato a cooperazione e solidarietà. Questo secondo pilastro, etico, dell’educazione civica si basa sul motto kennediano «un po’ più di noi, un po’ meno di io». Il primo pilastro si basa sull’amore per l’Italia, sull’attaccamento alla Nazione. Certamente, si fa buona educazione civile promuovendo tra i ragazzi iniziative quali la raccolta differenziata dei rifiuti, le «ramazzate» per rendere le città più pulite. In questo campo siete voi giovani a insegnare ai genitori, ai nonni. Ma è anche essenziale interrogarsi sulla storia che ci ha portato a queste istituzioni, a questa Costituzione. Lo stesso studio della nostra storia può es-
sere attraente ed educativo. Perché non rileggere i romanzi storici dell’Ottocento e provare a tradurli in sceneggiati televisivi? Perché non applicarsi a conoscere meglio l’opera lirica – che, nel Risorgimento è stata strumento del messaggio nazionale italiano – magari in termini moderni, come fanno Cocciante e Dalla? Il problema centrale per l’evoluzione della nostra società è quello di ridurre i danni sociali di una diffusa tendenza all’individualismo, senza perderne gli aspetti positivi, in termini di creatività, flessibilità, voglia di affermarsi. Educazione al civismo ed educazione al rispetto delle Istituzioni sono un percorso unico. Il Ministero della Difesa è stato presente, con il tema «La Sicurezza. La Difesa e il tuo Futuro» e ha allestito a tal fine un proprio spazio, all’interno del quale vi erano le aree espositive del Segretariato Generale della Difesa e Direzione Generale degli Armamenti e delle quattro Forze Armate. L’Esercito ha voluto sottolineare, con lo slogan «Dal satellite all’uomo - La qualità della vita», l’idea di un Esercito al passo con le nuove tecnologie, che non trascura il fattore umano e la continua preparazione dei suoi soldati. La
nostra Forza Armata ha esposto gli ultimi ritrovati tecnologici utilizzati dai nuclei NBC (Nucleari, Biologici, Chimici) e dall’Arma delle Trasmissioni, illustrati al pubblico da personale in possesso di provate competenze tecniche. I visitatori sono stati numerosi. Persone di tutte le età, numerose ed entusiaste, hanno fatto tappa presso l’area dell’Esercito, dove tra l’altro hanno fruito di due postazioni internet per collegarsi sul posto al sito della Forza Armata e ricevere informazioni sulle diverse possibilità d’arruolamento, sui vari percorsi formativi e sulle convenzioni con le Università. Molte anche le scolaresche giunte con i loro insegnanti. Non sono mancati gli incontri con gli addetti ai lavori nel campo dell’informazione, che hanno espresso apprezzamento per l’operato dell’Esercito nel settore della comunicazione. Il 19 settembre le Forze Armate hanno avuto l’opportunità di confrontare le proprio esperienze e iniziative nel campo della comunicazione nel corso del seminario avente per tema «La comunicazione della Difesa nell’attuale contesto nazionale e internazionale». Il dibattito è stato animato dai rappresentanti della pubblica informazione di ciascuna Forza Armata. Alla cerimonia di chiusura del COM-P.A. ha partecipato il Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, che ha evidenziato come la comunicazione sia uno strumento strategico del buon governo.
IL GOVERNO RINGRAZIA I MILITARI PER AVER ATTENUATO I DISAGI DELLA DOMENICA PRIVA DI ELETTRICITÀ ROMA – Ampio riconoscimento è andato ai militari per essersi pro115
ATTUALITÀ ...in breve digati nella giornata che ha visto il Paese privo di corrente elettrica per molte ore. Lo ha fatto il Consiglio dei Ministri subito dopo il ripristino delle centrali. Alle ore 3.25 di domenica 28 settembre l’Italia è stata oscurata da un’improvvisa e imprevista paralisi elettrica che, in alcune regioni del sud, si è prolungata fino alla tarda serata. È stata immediata e rilevante l’opera di soccorso prestata da uomini e mezzi delle Forze Armate per far fronte ai disagi, a volte di grande entità, che la sospensione dell’energia ha inevitabilmente creato. Essa è stata condotta sulla scorta delle decisioni prese a livello centrale dal Comitato operativo insediato presso il Dipartimento della Protezione Civile e sulla scorta della normale prassi, prevista per le emergenze, concordata tra Prefetture e Comandi militari. In questo quadro l’Esercito, in particolare, ha fornito migliaia di litri di gasolio per i gruppi elettrogeni appartenenti alla Protezione Civile, all’Ospedale Militare «Celio» di Roma e all’Ospedale Civile di Bracciano. Sono stati, inoltre, assicurati un gruppo elettrogeno all’Ospedale Civile di Vieste, in provincia di Foggia, un gruppo elettrogeno e due autocisterne con 12 000 litri di carburante alla Prefettura di Palermo. In provincia di Frosinone, infine, cinque autobus dell’Esercito hanno evacuato i passeggeri di un treno rimasto bloccato. Altri 20 sono stati forniti da Marina Militare, Aeronautica e Carabinieri. Superata l’emergenza, il Consiglio dei Ministri ha dato mandato al Ministro della Difesa, Onorevole Antonio Martino, di far giungere a tutti i Reparti delle Forze Armate intervenuti il più vivo apprezzamento e ringraziamento per la delicata, preziosa e pronta 116
opera svolta senza riserve. Il Ministro, da parte sua, ha voluto esprimere il proprio apprezzamento al personale militare di ogni ordine e grado, per l’opera solerte ed efficace svolta con elevata professionalità, dimostrando ancora una volta il profondo radicamento nella società e la spiccata sensibilità ai problemi della gente.
UNA CARTA MULTISERVIZI PER IL PERSONALE DELLA DIFESA ROMA – L’Esercito conferma la propria versatilità nel settore tecnologico. Il Ministero per l’Informazione e la Tecnologia ha dato mandato alle Amministrazioni pubbliche di sostituire, con una carta a microcircuito, il tesserino di riconoscimento in possesso di ogni dipendente della Difesa. Tale carta, demoninata «Carta multiservizi», sarà pratica, sicura e non duplicabile. L’Esercito Italiano, recependo tale indirizzo e in funzione delle urgenti esigenze operative a seguito della partecipazione a numerose missioni di pace, ha elaborato un suo progetto per la realizzazione di una specifica carta multiservizi, la Milcard. Questo sistema, sperimentato in occasione della missione ISAF in Afghanistan, è stato poi approvato dal Comitato dei Ministri per le Società delle Informazioni, presieduto dall’Onorevole Lucio Stanca, su proposta del Ministro della Difesa, Onorevole Antonio Martino. La Carta Multiservizi, dotata di microprocessore a banda magnetica, costituirà non solo un unico documento per l’identificazione e l’accesso alle strutture militari, ma sarà anche un ricco archivio contenente la posizione amministrativa, matricolare e sanitaria, soprattutto in relazione ai controlli periodici a cui vengono sot-
toposti quanti sono impegnati in incarichi delicati o in missioni all’estero. I dipendenti della Difesa potranno, inoltre, produrre documenti digitali e pratiche di procedura amministrativa interna, nonché inviare posta certificata con validità legale. A partire dal 2006, completata la consegna della carta a tutto il personale, si registrerà un risparmio complessivo di 3,8 milioni di euro l’anno, con notevole snellimento degli adempimenti burocratici e gestionali. Particolare importanza è stata riservata allo studio della gestione dei dati sanitari. Il sistema sarà in grado di memorizzare le informazioni relative a prescrizioni sanitarie, oltre alle visite mediche e specialistiche effettuate. Il tutto sarà compatibile con il progetto di una carta sanitaria per tutti i cittadini, redatta dal Ministero della Salute, che permetterà l’utilizzazione, da parte del personale medico, di computer palmari per accedere ai dati o per il collegamento con gli ospedali, così da semplificare le operazioni di assistenza e ricovero. Inoltre, la Milcard consentirà, con assoluta sicurezza, d’inviare informazioni ai nodi della rete militare, tramite l’utilizzazione dei più avanzati dispositivi crittografici. Dispositivi che hanno dimostrato un elevato livello di affidabilità in campi anche molto diversi, come la telefonia cellulare, i sistemi sanitari e i ricevitori satellitari. Al fine di garantire la sicurezza dei dati, sarà necessario che chi acceda agli stessi sia identificato con certezza. L’identificazione potrà essere effettuata non solamente con il dispositivo crittografico, ma anche con un codice d’identificazione (password) o con un qualunque dato biometrico dell’utente. In sostanza, possiamo affermare che questa innovazione, che so-
lo qualche anno fa sarebbe stata definita avveniristica, costituisce un successo che dà lustro all’Esercito e consolida il suo ruolo di riferimento presso le Amministrazioni centrali pubbliche, unanimemente interessate al progetto.
PISA – All’ombra della torre pendente si è svolta, dal 16 al 22 giugno, la XXIV edizione del «Challenge» (Sfida), tradizionale competizione tra le Scuole militari di paracadutismo di tutta Europa.
minciare, ovviamente, dall’aria. Proprio la gara di precisione in atterraggio con paracadute emisferico ha aperto, infatti, la manifestazione, seguita il giorno successivo dalla prova in poligono, dove tutti hanno fatto conoscenza con la famosa pistola Beretta 92 SB. Ha quindi fatto seguito la gara di precisione, con i suoi 3 lanci in atterraggio con paracadute «ad ala». Particolarmente graditi, data la temperatura tropicale, sono stati i 100 metri di nuoto in mare, effettuati in uniforme da combattimento. Ultima prova quella di orientamento. La classifica finale a squadre ha visto la vittoria della Luftlande Schule der Bundeswehr di Altenstadt (Germania),
Nei cieli della città toscana, ospiti dei baschi amaranto, si sono sfidate accanitamente e con estrema sportività le squadre di Francia, Germania, Belgio, Portogallo, Spagna, Austria, Ungheria, Polonia, e Repubblica Ceca. Sea, air and land (Mare, aria e terra) è stata la formula scelta dal Centro di Addestramento di Paracadutismo per quest’edizione del Challenge, con cinque prove che hanno toccato tutti gli elementi a co-
casa madre dei paracadutisti tedeschi. Al posto d’onore si sono piazzati i francesi dell’Ecole des Troupes Aeroportees di Pau (Francia). La squadra del Centro Addestramento di Paracadutismo di Pisa, è giunta terza, ex aequo con la Spagna. A questo proposito, la squadra del centro di addestramento di paracadutismo di Pisa ha dominato le prove di orientamento e di tiro, conquistando anche il secondo posto
LO SPORT Risultati di pregio per i nostri atleti alati
nella precisione in atterraggio con paracadute ad apertura comandata. La classifica individuale assoluta ha visto al primo posto il Maresciallo Capo Daniele Piscopo, che si è aggiudicato la prova di lancio vincolato e quella di tiro, giungendo terzo nel nuoto e piazzandosi molto bene nelle altre specialità. L’edizione pisana del «Challenge», sarà ricordata per le numerose innovazioni introdotte dall’organizzazione, che hanno dato nuova vitalità a questa tradizionale competizione. Fra le tante citiamo lo spettacolare lancio notturno nella prova di precisione, effettuato con paracadute ad apertura comandata. Il sipario su questa riuscitissima XXIV edizione si è chiuso sull’indimenticabile sfondo di Piazza dei Miracoli, cuore e simbolo della città di Pisa, con uno spettacolare lancio di esibizione della Brigata «Folgore». Archiviato il «Challenge», l’attività agonistica si è spostata a Lachen, cittadina nei pressi di Zurigo (Svizzera), dove la squadra del Centro Sportivo dell’Esercito ha partecipato, su invito della delegazione svizzera del Consiglio Internazionale dello Sport Militare (CISM), al campionato elvetico di paracadutismo sportivo per le discipline classiche di precisione in atterraggio e stile in caduta libera. Con la gara di Lachen il CISM ha inteso fornire l’opportunità di misurarsi in una competizione di elevato valore tecnico, anche in considerazione dello slittamento al dicembre 2003 dei Giochi Mondiali Militari di Catania, originariamente previsti per settembre. Sono state molte, quindi, le squadre che hanno risposto all’invito: oltre a quella dell’Esercito Italiano, hanno partecipato, infatti, la blasonata nazionale francese, quella tedesca e la formazione del Centro Sportivo Carabinieri. Per venire alla cronaca 117
ATTUALITÀ ...in breve della manifestazione, c’è da rimarcare l’ottimo terzo posto nella prova di stile in caduta libera del Caporal Maggiore Scelto Francesco Gullotti. Organizzata con meticolosità, la gara di precisione – dove ogni paracadutista deve centrare un bersaglio elettronico di tre centimetri di diametro dopo un lancio da 1 000 metri di quota – si è svolta in 10 lanci su 5 differenti bersagli, collocati intorno al lago di Rapperswil. La rappresentativa dell’Esercito Italiano, che fino allora era seconda, proprio nel decimo lancio ha commesso un errore di 6 centimetri che ha fatto scivolare la squadra del Centro Sportivo Esercito dal secondo al quinto posto generale. Peccato, visto che fino a quel momento la nostra rappresentativa aveva condotto una gara pressoché perfetta. L’occasione per una rivincita potrebbe, comunque, venire già nei prossimi Campionati mondiali assoluti di Gap (Francia), dove a settembre si ritroveranno le più forti squadre del mondo. L’Italia sarà rappresentata dal Capitano Paolo Filippini e dai Marescialli Giorgio Squadrone e Giuseppe Tresoldi, del Centro Sportivo Esercito, nonché da due atleti del Centro Sportivo Carabinieri. In molti si attendono grandi risultati, dato che negli ultimi 12 anni la squadra italiana ha praticamente dominato la specialità della precisione in atterraggio, vincendo numerosi allori mondiali e piazzandosi quasi sempre sul podio.
Il Caporale Giuseppe Minici vince la cronoscalata di Rieti RIETI – È il Caporale Giuseppe Minici a salire sul gradino più alto del podio nella seconda edizione della «Cronoscalata del Termi118
nillo, Circuito Cinque Confini», che si è corsa sulle montagne di Rieti il 1° settembre scorso. 120 atleti hanno partecipato alla cronoscalata di 7,5 chilometri, una prova particolarmente dura e selettiva che, partendo da Rieti, ha toccato altri quattro comuni dell’altopiano reatino, tra i quali Antrodoco e Leonessa. Numerose le stelle dell’atletica e, tra i 90 atleti della gara maschile, spiccavano Giorgio Calcaterra, Salvatore Bettiol e Giuseppe Carella, mentre tra le concorrenti Bruna Genovese e Vincenza Sicari. Attorniati da un pubblico numeroso e partecipativo, gli atleti hanno preso il via da quota 1 657 di Pian de’ Valli, lanciandosi subito lungo un falsopiano di quattro chilometri che li ha portati ai 1 709 metri di colle Scampetti. In questo primo e decisivo tratto della gara, molti hanno dovuto lasciare per strada ambizioni e speranze, per via di partenze troppo veloci oppure per eccesso di prudenza. Sulle strade di casa il Caporale Minici, calabrese di nascita ma reatino d’adozione, ha saputo invece imporre il giusto ritmo alla propria gara, giungendo alla discesa di Campo Forogna in piena efficienza. Giorgio Calcaterra, il tassista romano noto per essere tra i più forti maratoneti italiani, ha tallonato il nostro atleta, non allentando mai la pressione in vista di un possibile sorpasso. Nonostante il duello con Calcaterra, il Caporale del Centro Addestramento Ginnico Sportivo dell’Esercito è riuscito a mantenere la necessaria concentrazione. A Pian de Valli il venticinquenne atleta di Siderno (Reggio Calabria) ha fatto fermare le lancette del cronometro su uno strepitoso 23 minuti e 11 secondi. Dietro di lui, a 8 secondi, si è piazzato Giorgio Calcaterra. Il bronzo è andato a Giuseppe Carella, speranza dell’Aeronautica Militare, con il tempo di 23 minuti e 33 se-
condi. Il favorito della vigilia, l’ex azzurro Salvatore Bettiol, ha tagliato il traguardo al quinto posto. Con questa vittoria Minici si conferma corridore poliedrico, con una naturale predisposizione per le gare in salita. L’atleta, allenato da Giuseppe Ruggiero, ex azzurro di maratona, punta ora a un’affermazione nella maratona, la vera regina del podismo.
Atleti militari emergono nella mezza maratona TORINO – Una splendida giornata di fine estate ha salutato il 21 settembre scorso i circa 1 600 partecipanti alla «Turin half marathon», la mezza maratona internazionale giunta alla sua quinta edizione, che quest’anno ha ospitato anche il 3° Campionato Sportivo Italiano Esercito della specialità. La nostra Forza Armata è stata rappresentata da 350 corridori, provenienti da quasi tutte le unità ed i reparti d’Italia. Tra questi si è distinto il Volontario in ferma annuale Luigi La Bella, del Centro di Addestramento Ginnico Sportivo dell’Esercito. Il ventunenne bersagliere di Piazza Armerina (Enna) ha concluso la gara nel tempo di 1 ora, 6 minuti e 39 secondi, prestazione che lo ha collocato al settimo posto assoluto e terzo fra gli atleti italiani. Il via ai 21 097 metri della mezza maratona lo ha dato il Sindaco di Torino, Onorevole Sergio Chiamparino, alla presenza di numerose autorità militari e civili. Per venire alla cronaca della gara, già dalle prime battute, il keniano Daniel Kirwa Too ha imposto il proprio ritmo, operando con il procedere dei chilometri una severa selezione tra il gruppetto degli inseguitori, tra i quali il nipponico Hatsuo Kitada e il campione italiano di maratona nel 2002, Fabio Rinaldi. Vera sorpresa di questi 21 chilometri in riva al Po si è rivelato Luigi La Bel-
la. Presentatosi alla partenza con l’intenzione di svolgere un test in vista dei prossimi Campionati italiani di mezza maratona, l’atleta siciliano ha sentito d’avere nelle gambe il ritmo giusto per reggere la sfida dei migliori e si è agganciato da subito al gruppetto dei fuggitivi, sfruttando con perizia le caratteristiche del percorso. Il tracciato si snodava su lunghi rettilinei, intervallati da alcuni ripidi cavalcavia che, rompendo il ritmo di corsa, penalizzavano gli atleti fisicamente più pesanti. Al contrario La Bella, grazie a una struttura fisica particolarmente leggera, proprio in questi tratti guadagnava secondi preziosi che lo hanno portato tra i primi in vista del parco del Valentino. Qui la fatica accumulata nei precedenti 16 chilometri si è fusa con la durezza del percorso, formando il vero spartiacque della gara anche a scapito di nomi conosciuti, quali il marocchino Benazzouz Slimani e il keniano Shem Kororia. Al passo di 3 minuti e 9 secondi al chilometro, La Bella è riuscito invece a superare la difficile salita del Valentino, conquistando un’ottima settima posizione che ha conservato fino all’arrivo. Pregevole anche la prestazione dei nostri «master», categoria che raggruppa i corridori dai 34 agli 80 anni. Qui il migliore tra gli atleti dell’Esercito è risultato il quarantaquattrenne Maresciallo Capo Gaetano Di Marzo, del Distretto Militare di Chieti, il quale ha concluso la gara con il tempo di 1 ora, 10 minuti e 43 secondi, che gli è valso il sedicesimo posto assoluto. Nella classifica femminile, il primo posto è stato conquistato dalla Sottotenente Monica Sagat, della Scuola di Applicazione di Torino, che ha guadagnando la 92° posizione assoluta. Nella competizione a squadre la vittoria è invece andata al gruppo sportivo dello Stato Maggiore Esercito, seguito dalla squadra
del Centro Addestramento di Paracadutismo di Pisa e dalla rappresentativa del Polo Addestrativo di Capua (Caserta). La «Turin half marathon» ha confermato che nell’Esercito il podismo è ormai una realtà che può puntare a traguardi ambiziosi. Il dato di maggiore soddisfazione viene proprio dai 350 atleti in grigioverde, che hanno deciso di misurarsi nel mondo dell’agonismo a testimonianza di uno sport militare sempre più competitivo.
Al via i Campionati Mondiali Militari di Catania CATANIA – Il 4 dicembre si aprirà, nel capoluogo etneo, la terza edizione dei Giochi mondiali militari. A otto anni dalla grandiosa edizione romana, i giochi in grigioverde tornano in Italia, nella speranza di ripetere il successo del 1995. Fu proprio otto anni fa, infatti, che a quell’evento presero parte più di 7 000 presenze, tra atleti e tecnici, di 87 Nazioni, e le diverse gare vennero seguite da quasi mezzo milione di spettatori. Il periodo e l’approssimarsi dei giochi olimpici di Atene, hanno consigliato qualche Paese a lesinare gli sforzi. L’evento rimane la più attesa e significativa tra le numerose attività sviluppate dal Consiglio Internazionale dello Sport Militare (CISM). Fondato nel febbraio del 1948 su iniziativa di Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo e Olanda, il CISM nasceva con lo scopo di unire, attraverso lo sport, le nazioni appena uscite dal Secondo conflitto mondiale. L’Italia capì da subito il valore di tale organizzazione e vi aderì già nel 1949, assieme a Svezia e Turchia. Oggi il CISM accoglie gli atleti militari di 123 nazioni. Le attività del consiglio non si limitano all’organizzazione di competizioni sportive a livello continentale e mondiale, ma si allargano anche a numerosi pro-
grammi di solidarietà e assistenza. Venticinque sono le discipline d’interesse del CISM, raggruppabili in sport olimpici e in discipline militari, quali il pentathlon aeronautico, navale e militare, il paracadutismo e il tiro. Alle falde dell’Etna si disputeranno così i campionati di atletica, pallacanestro, pugilato, ciclismo, tuffi, scherma, calcio, judo, nuoto, pentathlon moderno, vela, pallavolo e pallanuoto. Sotto il profilo organizzativo e finanziario, il 24 luglio scorso l’Assemblea Regionale Siciliana ha emanato un’apposita legge che stanzia 4 milioni di euro per l’organizzazione dei giochi, cifra che va ad aggiungersi ad altri 2 milioni messi a disposizione dal Comune di Catania, che metterà a disposizione tutti i propri impianti sportivi con il concorso dei comuni della cintura etnea. A questo punto è lecito chiedersi quale sarà il ruolo che le Forze Armate italiane e in particolare l’Esercito, saranno chiamate a svolgere in questa complessa organizzazione. A tale riguardo sono due le aree di responsabilità. La prima riguarda la selezione e la preparazione delle rappresentative militari azzurre, mentre la seconda investe l’organizzazione tecnica e sportiva delle varie gare. Già nel 2002 il Comitato Sportivo Militare (COSMIL) aveva provveduto a ripartire tra le Forze Armate e i Corpi Armati dello Stato la gestione delle singole discipline, affidando all’Esercito l’organizzazione del torneo di calcio e del campionato di ciclismo. Per questi come per gli altri sport sono già in atto le attività di selezione e preparazione delle rappresentative nazionali. I tecnici del Centro Addestramento Ginnico Sportivo dell’Esercito, coadiuvati da quelli delle Federazioni sportive, sono quindi al lavoro per garantire all’Italia la migliore partecipazione. 119
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La strategia e le sue più recenti linee evolutive, di Ferruccio Botti (p. 10). Per i conflitti non vengono più mobilitate le masse, bensì specialisti da impiegare generalmente in Teatri Operativi lontani. «La Strategia consiste nella concezione e pianificazione delle grandi linee dell’uso della forza, per raggiungere i fini della politica in una situazione di contrasto. Comporta scelte tra diverse opzioni e l’indicazione delle priorità». Chissà se sarà questa la definizione destinata ad affermarsi.
tutti i volti d’Europa. Intervista al Colonnello Nico Ries, Capo di Stato Maggiore dell’Armata del Lussemburgo, a cura di Enrico Magnani (p. 34). Sensibile alle missioni di pace, da sempre favorevole a concreti interscambi professionali con i militari di altri Paesi, l’Armata del Granducato del Lussemburgo è un concentrato di entusiasmo e di modernità, sia tecniche sia mentali. Inoltre, aprirà le sue porte a tutti i cittadini comunitari residenti nel Granducato da almeno 36 mesi. Questo e altro ancora ci svela il suo Capo di Stato Maggiore, il Colonnello Nico Ries.
Laghi bollenti, di Serena Sartini (p. 22). I Paesi dell’Europa si stanno prodigando per dare una speranza concreta a territori che da lungo tempo sono teatro di genocidi per le vendette tribali. Il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato, infatti, l’invio di una missione militare temporanea in Congo alla quale hanno aderito Francia, Gran Bretagna, Belgio, Svezia e Italia. Per Congo, Ruanda e Burundi riaffiora la speranza di un futuro migliore. Il malessere, però, affonda le sue radici nel tempo e anche in avvenimenti quasi dimenticati in Occidente.
L’oculato approvvigionamento, di Rocco Panunzi (p. 46). Quello che in Europa viene definito oculato approvvigionamento (Smart Procurement), vede la nostra Forza Armata impegnata al massimo nella razionalizzazione della propria logistica, al fine di valorizzare le proprie risorse e fronteggiare, al meglio, le sfide del futuro. Il motore di tale processo è il Reparto Logistico dello Stato Maggiore dell’Esercito, organizzato non più su Uffici e Sezioni bensì per Progetti e Funzioni basati sulla nuova figura del Dirigente. L’innovazione investe direttamente le tecniche gestionali, la tecnologia, l’interoperabilità con gli alleati e l’acquisizione degli approvvigionamenti. Il tutto più velocemente, meglio razionalizzato e a costi contenuti.
L’Armata lussemburghese ha
Come affrontare uno dei più
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difficili ambienti operativi, di Michele Cittadella (p. 60). Disponibilità di mezzi e materiali, innovative tecnologie, nuovi procedimenti dottrinali, possono indubbiamente aiutare il soldato che si trova a operare nelle aree urbanizzate. Tali misure si prefiggono il contrasto di fazioni armate e, al tempo stesso, la salvaguardia della gente inerme. Fondamentali, però, risultano l’addestramento specifico e le capacità individuali del personale da impiegare. Sperimentazione di successo per il Comando e Controllo MLRS, di Maurizio Valzano (p. 68). L’MLRS è uno straordinario moltiplicatore di forze che fornisce al Comandante una potenza di fuoco tale da influenzare il corso della battaglia nello spazio e nel tempo. Adesso è in grado di intervenire efficacemente su obiettivi di interesse tattico e operativo sin dalle massime distanze. L’integrazione del lanciatore con il segmento CCD (Centro Correlazione Dati) consente di operare in modo integrato, omogeneo e automatico e in stretto coordinamento con unità operative di livello superiore. Concepito per operazioni ad alta intensità, a livello Grande Unità complessa, il sistema richiede un robusto sistema di comunicazione e un adeguato supporto logistico, unitamente a un efficace ed efficiente sistema di Comando e Controllo. Su quest’ultimo aspetto, il segmento CCD sintetizza queste caratteristiche e pone il Reggimento MLRS tra
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le unità di punta italiane e alleate. I controlli gestionali nella Pubblica Amministrazione, di Luciano Tavano (p. 78). Il sistema dei controlli nella Pubblica Amministrazione e, in particolare, il Controllo della Gestione hanno lo scopo di ottimizzare e verificare la realizzazione degli obiettivi, la corretta gestione delle risorse pubbliche e il buon andamento dell’azione amministrativa in ogni struttura. I controlli possono essere interni o esterni all’Amministrazione stessa. Tali azioni, oltre alla verifica della corretta gestione, danno gli indirizzi necessari per ottimizzare il rapporto tra esigenze e possibilità, tra costi e risultati. Il quadro d’insieme investe, nella sua globalità, l’Esercito e tutta la Difesa. Il Diritto Umanitario è un bene per tutte le società, di Arturo Marcheggiano (p. 92). Le Convenzioni internazionali hanno una tale importanza per gli Stati firmatari che alcune clausole specifiche trattano proprio le modalità di diffusione all’interno delle Nazioni. Per ragioni professionali, i militari da tempo ne conoscono l’importanza per via di intensi e consolidati programmi d’insegnamento, a premessa dell’impiego nelle missioni fuori area. Tali principi però, per la loro valenza formativa, meritano la massima diffusione in ogni settore sociale, in quanto aiutano a comprendere meglio i valori umani di tolleranza e
di solidarietà.
by Ferruccio Botti (p. 10). Masses aren’t mobilized for conflicts any more, but rather specialists who are generally employed in far-off operational theatres. «Strategy consists in conception and planning of the great lines of the use of force, to reach the aims of politics in a situation of contrast. It implies the choice among various options and the indication of priorities». May be this is the definition which will take root.
I Servizi di Sicurezza nella storia, di Ulderico Petresca (p. 102). Riguardo i Servizi Segreti si è detto di tutto e spesso il contrario di tutto, anche perché la loro impalpabilità ha contribuito ad alimentarne uno specifico mito, soffiando su pregiudizi e fantasie. Ripercorriamo quindi la loro lunga storia, caratterizzata da una silente dedizione alle rispettive cause nazionali. Scopriamo come hanno salvaguardato nel tempo, in pace e in guerra, la sicurezza delle collettività nazionali. I servigi resi alla comunità sono innumerevoli e poco noti. Nell’attuale fase di terrorismo estremo, la loro opera può essere determinante per prevenire e reprimere quelle esecrabili attività che vedono, come bersaglio preferenziale, i cittadini inermi. I Servizi costituiscono, quindi, una pedina in più a tutela della gente, da armonizzare in una capillare opera di cooperazione internazionale, che vede tutte le risorse disponibili orientate a contrastare la violenza subdola del nuovo millennio.
Fiery lakes, by Serena Sartini (p. 22). European Countries have been doing their best to give a concrete hope to territories which have been theatres of genocides due to tribal revenges for a long time. In fact, the European Union Council has agreed to send a temporary peace mission to Congo. France, Great Britain, Belgium, Sweden and Italy have joined to the mission. For Congo, Rwanda and Burundi the hope for a better future comes back. However, this uneasiness plants its roots in time and in events almost forgotten in the West.
Strategy and its recent evolutionary lines,
The Luxembourgian Army has all the faces of Europe, interview with Colonel Rico Ries, General Staff Head of the Luxembourgian Army, by Enrico Magnani (p. 34). Sensitive to peace missions, always in favour of concrete professional exchanges with other Countries’ Armed Forces, the Grand Duchy of Luxembourg is little but full of enthusiasm and modernity, both te121
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chnically and mentally. Moreover, it is going to open its doors to every citizen of the European Community who has been residing within the Grand Duchy for at least 36 months. The Head of the Army General Staff, Col. Rico Ries, is revealing this and many other things to us here.
bilities of the staff to be employed are still fundamental.
Smart Procurement, by Rocco Panunzi (p. 46). What in Europe is defined Smart Procurement sees our Armed Force doing its best for rationalizing its logistics, in order to make the most of its resources and cope with the challenges of the future. The motive power of such a process is the Logistic Department of the Army Staff, which is no more organized into Offices and Sections but for Plans and Functions based on the new figure of the manager. The change concerns directly management techniques, technologies, interoperability with the allied and procurement of supplies. Everything is done more swiftly, rationalized more efficiently and limited in costs.
Successful experimentation for MLRS Command & Control, by Maurizio Valzano (p. 68). The MLRS is an exstraordinary force multiplier supplying the Commander with such fire power as to influence the course of the battle in space and time. Now it can also intervene effectively on objectives of tactical and operational interest from the maximum distance. The integration of the launcher with a Data Collelation Centre segment allows to operate in an integrated, omogeneous and authomatic way, strictly co-ordinated with operational units of superior level. Devised for high intensity operations, at Great Unit complex level, the system needs a strong communication system and a suitable logistic support, together with an efficacious and efficient Command & Control system. For this last aspect, the DCC segment sums up these characteristics and places the MLRS regiment among the most important Italian and allied units.
How to face up to one of the hardest operational environments, by Michele Cittadella (p. 60). Availability of means and materials, innovative technologies, new doctrinal procedure can undoubtedly help the soldier operating in built-up areas. Such measures are meant for the clash of armed factions as well as for the protection of defenceless people. However, specific training and personal capa-
Management Controls in Public Administration, by Luciano Tavano (p. 78). The public Administration control system and in particular the Control of Management aim to optimize and verify the realization of objectives, the correct management of public resources and the good proceeding of the administrative action in every structure. The controls may be internal or external to the administration.
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Besides control of correct management, these actions give the necessary guide-lines to optimize the relation between demands and possibilities, between costs and results. The whole framework affects both the Army in its globality and the whole Defence. The Humanitarian Law is an asset for every society, by Arturo Marcheggiano (p. 92). International conventions are so important for the signatory States that some clauses specifically provide for the way of diffusion within the nations. For professional reasons, for some time the military have known their importance due to intense and consolidated teaching plans which are preparatory for the employment in outof-area missions. However, these principles deserve the largest diffusion in every social sector for their formative importance, in so far as they help to better understand the human values of tolerance and solidarity. Secret Services in History, by Ulderico Petresca (p. 102). As regards to secret services everything has been said and even the contrary also because their impalpability has helped foster a specific myth, fanning the flames of prejudices and fancies. Once again, let’s go over their long history, characterized by a silent devotion to their relevant national causes. Let’s discover how they have safeguarded over time, in peace and in war, the security of national collectivities. Services paid to the community are
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many but little known. In the present phase of extreme terrorism, their work may be determining in order to prevent and repress those detestable activities which have as their preferable target defenceless citizens. Therefore the Services offer something more for the safeguard of people and so they are to be harmonized in a capillar task of international cooperation, where all available resources are directed to oppose the sneaky violence of the new millennium.
La stratégie et son évolution récente, par Ferruccio Botti (p. 10). Lors d’un conflit il n’est plus question maintenant de mobiliser les masses: on fait appel à des spécialistes qui sont généralement employés dans les théâtres opérationnels éloignés. « La Stratégie consiste dans la conception et dans la planification, dans les grandes lignes, de l’emploi de la force pour atteindre les objectifs de la politique dans une situation de conflit. Elle implique le choix entre différentes options et la définition des priorités». Cette définition est-elle destinée à s’affirmer?
Lacs en effervescence, par Serena Sartini (p. 22). Les pays de l’Europe s’emploient actuellement à donner un espoir concret à ces territoires qui depuis des années sont le théâtre de génocides perpétrés au nom de vengeances tribales. Le Conseil de l’Union européenne a en effet approuvé l’envoi d’une mission militaire temporaire au Congo, à laquelle prennent part la France, la Grande Bretagne, la Belgique, la Suède et l’Italie. Aussi, le Congo, le Rwanda et le Burundi recouvrent-ils l’espoir d’un avenir plus prometteur. Il n’en reste pas moins que le malaise a ses racines profondes dans les évènements d’un passé lointain que l’Occident a quasiment oublié. L’Armée du Luxembourg a tous les visages de l’Europe. Interview du Colonel Nico Ries, Chef d’Etat-major de l’Armée du Luxembourg, par Enrico Magnani (p. 34). Sensible aux missions de paix, favorable, depuis toujours, aux échanges professionnels avec les militaires des autres pays, l’Armé du grand-duché du Luxembourg est un concentré d’enthousiasme et de modernité, en termes aussi bien de technique que de mentalité. De plus, elle ouvrira ses portes à tous les citoyens de l’Union européenne résidant dans le grand-duché depuis au moins 36 mois. C’est ce dont nous fait part, entre autres choses, le Colonel Nico Ries, Chef d’Etatmajor de l’Armée du Luxembourg.
Le ravitaillement rationnel, par Rocco Panunzi (p. 46). Dans le cadre de ce qui en Europe est désigné sous le nom de Ravitaillement rationnel (Smart Procurement), les Forces armées italiennes consacrent leurs efforts à la rationalisation de la logistique pour mettre en valeur les ressources dont elles disposent, et ce en vue de relever au mieux les défis du futur. Le moteur d’un tel processus est l’Unité Logistique de l’Etat-major de l’Armé de Terre, organisée non pas en Sections et Bureaux mais suivant les Projets et les Fonctions sous la direction de la nouvelle figure professionnelle du Dirigeant. L’innovation concerne directement les techniques de gestion, la technologie, l’interopérabilité avec les alliés et le ravitaillement. Le tout plus rapidement, mieux rationalisé et à des coûts pas trop élevés. Comment affronter l’un des milieux opérationnels les plus difficiles, par Michele Cittadella (p. 60). Disponibilité de moyens et de matériels, technologies innovatrices et nouveaux procédés doctrinaux sont autant d’éléments susceptibles d’aider le soldat opérant dans les zones urbanisées. Ces mesures visent à contrecarrer l’action des factions armées et, en même temps, à assurer la sauvegarde des personnes inermes. Il n’en reste pas moins que l’entraînement spécial et les capacités individuelles du personnel employé sont déterminantes. Expérimentation réussie pour le Commandement et 123
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN SUMARIO C ontrôle MLRS, par Maurizio Valzano (p. 68). Le MLRS est un multiplicateur de forces extraordinaire qui fournit au Commandant une puissance de feu susceptible d’influencer le cours de la bataille dans l’espace et dans le temps. Il est à même d’intercepter efficacement des objectifs d’intérêt tactique et opérationnel depuis les distances les plus éloignées. L’intégration du lanceur et du segment CCD (Centre Corrélation Données) permet d’opérer d’une façon intégrée, homogène et automatique tout en assurant la coordination avec les unités opérationnelles du niveau supérieur. Conçu pour des opérations à haute densité, au niveau de Grande Unité complexe, le système demande un système solide de communication et un support logistique approprié, ainsi qu’un système de Commandement et Contrôle efficace et efficient. A cet égard, le segment CCD réunit toutes ces caractéristiques et de ce fait place le Régiment MLRS parmi les unités de pointe italiennes et alliées. Contrôles de gestion dans l’Administration publique, par Luciano Tavano (p. 78). Le système des contrôles au sein de l’Administration publique et, en particulier, le Contrôle de la gestion, visent à optimiser et à vérifier la réalisation des objectifs, la gestion correcte des ressources publiques et le bon fonctionnement de l’administration à tous les niveaux. Les contrôles, qui peuvent être intérieurs ou exté124
rieurs de l’Administration, fournissent également les orientations nécessaires pour optimiser le rapport entre exigences et possibilités et entre coûts et résultats. L’Armée, et d’une façon générale, l’ensemble de la Défense, s’inscrivant dans le cadre de cette activité de contrôle. Le Droit humanitaire: un bien pour toutes les sociétés, par Arturo Marcheggiano (p. 92). Les Conventions internationales revêtent une importance primordiale pour les Etats signataires, au point que des clauses spécifiques en fixent les modalités de diffusion au sein des Nations. Aussi, pour des raisons professionnelles, avant leur emploi dans le cadre de missions hors zone, les militaires, qui n’ignorent point leur importance, suivent-ils des programmes d’instruction intenses et consolidés. Les principes énoncés dans ces conventions, de par leur valeur formative, méritent d’être diffusés à tous les niveaux de la société, d’autant qu’ils aident à mieux comprendre les valeurs humaines de la tolérance et de la solidarité. Les Services de sécurité au cours de l’Histoire, par Ulderico Petresca (p. 102). On aura tout dit, ou presque, au sujet des Services spéciaux d’espionnage et de contreespionnage. Leur impalpabilité n’a pas manqué en effet d’entretenir un mythe spécifique, se nourrissant de préjugés et de fantaisie. Retraçons-en alors la
longue histoire caractérisée par leur dévouement silencieux aux causes nationales. Nous découvrons ainsi comment, en temps de guerre ou de paix, ils ont sauvegardé, au long des années, la sécurité des collectivités nationales. Les services rendus à la communauté sont innombrables quoique peu connus. A l’époque actuelle, caractérisée par le terrorisme extrême, leur intervention peut s’avérer déterminante pour prévenir et réprimer ces actions exécrables dont la cible préférée est représentée par les citoyens inermes. Les Services constituent donc un instrument de plus pour la sauvegarde de la population, devant s’insérer dans le cadre d’une coopération internationale dans laquelle toutes les ressources disponibles sont appelées à s’harmoniser en vue de la lutte contre la violence sournoise du nouveau millénaire.
Die Strategie und ihre neuesten Evolutionslinien, von Ferruccio Botti (S. 10). Bei Konflikten werden nicht mehr die Massen, sondern die Spezialisten mobilisiert, insbesondere jene, die in entfernten Operationsgebieten eingesetzt
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werden. ÂŤDie Strategie besteht in der Konzeption und Planung der groben Einsatzrichtlinien der Streitkraefte, mit der Absicht, politische Ziele in einer Konfliktsituation zu erreichen. Dies setzt die Wahl zwischen verschiedenen Optionen ebenso voraus, sowie die Indikation der PrioritaetenÂť. Wer weiss, ob diese Definition jene ist, die sich am Ende als die Richtige erweist. H eisse Gebiete, von Serena Sartini (S. 22). Die europaeischen Laender setzen sich ein, um jenen Territorien, die seit langer Zeit Schauplatz von Voelkermorden und Racheakten sind, eine konkrete Hoffnung zu geben. Aus diesem Grund hat der europaeische Rat die Entsendung einer befristeten militaerischen Mission in den Kongo beschlossen, an der sich Frankreich, Grossbritannien, Belgien, Schweden und Italien beteiligen werden. Fuer den Kongo, Ruanda und Burundi bietet sich dadurch die Chance auf eine bessere Zukunft. Die Unruhe dieser Laender hat aber ihre Wurzeln in der Vergangenheit und in Begebenheiten, die in der westlichen Welt im Laufe der Zeit fast voellig vergessen worden sind. Die luxemburgische Armee hat alle Gesichter Europas. Interview mit Oberst Nico Ries, Oberbefehlshaber des luxemburgischen Heeres, von Enrico Magnani (S. 34). Die Armee des Luxembuger Grossherzogtums ist ein Konzentrat aus Begeisterung und Modernitaet, sowohl aus technischer als auch mentaler Si-
cht, die seit jeher jedem professionellen militaerischen bilateralen Austausch zustimmt und jeder Friedensmission gegenueber sensibel ist. Sie wird ausserdem allen EU-Buergern, die seit mindestens 36 Monaten im Grossherzogtum ihren Wohnsitz haben, ihre Tueren oeffnen. Das - und noch mehr - offenbart Oberbefehlshaber Oberst Nico Ries. Die umsichtige Proviantversorgung, von Rocco Panunzi (S. 46). Was in Europa als umsichtige Proviantversorgung (Smart Procurement) definiert wird, beschaeftigt unsere Streitkraefte in Bezug auf die Rationalisierung ihrer Logistik intensiv, mit der Absicht, ihre eigene Ressourcen zu bewerten, um die Herausforderungen der Zukunft am besten bewaeltigen zu koennen. Der Motor eines solchen Verfahrens ist die Logistik-Abteilung des Oberbefehlskommandos, die nicht mehr in Form von einzelnen Bueros und Sektionen organisiert ist, sondern auf Projekte und Taetigkeiten basiert, die auf die neue Figur des Leiters dieser Abteilung zurueckzufuehren sind. Die Innovation betrifft die Fuehrungstechnik, die technologischen Mittel, die Operationsfaehigkeit mit den Alliierten und den Erwerb des Proviants. Die Ablaeufe werden schneller und besser rationalisiert - das Ganze bei geringeren Kosten. Wie man sich mit einem der schwierigsten operativen Milieus auseinandersetzen kann, von Michele Cittadella (S. 60). Die Verfuegbarkeit der Mittel
und Materialien, der modernen Technologien, der neuen theoretischen Prozesse koennen zweifellos dem Soldat bei Operationen in urbanisierten Gebieten helfen. Diese MaĂ&#x;staebe dienen zur Verfolgung des Zieles, sich gegen bewaffnete Gruppen zu verteidigen und gleichzeitig die Wehrlosen zu schuetzen. Von aeusserster Wichtigkeit ist dabei aber die spezifische militaerische Ausbildung und die persoenlichen Faehigkeiten des Personals, das eingesetzt wird. Erfolgreiches Experimentieren der MLRS-Fuehrung und -Kontrolle, von Maurizio Valzano (S. 68). MLRS ist ein ausserordentlicher Leistungsverstaerker, der den Kommandanten mit dem vielfachen Schusswaffenpotential ausstattet, welches ihm ermoeglicht, den Ablauf der Schlacht zu beeinflussen. Er ist somit in der Lage effizient einzugreifen, und Ziele von taktischem und operativem Interesse, sogar aus groessten Distanzen, anzupeilen. Die Integration des Abschussapparates mit der CCD-Abteilung (Datenkorrelationszentrale) erlaubt, auf homogene und automatische Weise und in enger Koordination mit den operativen Einheiten der oberen Raenge zu arbeiten. Das System, das fuer Operationen mit hoher Intensitaet entwickelt wurde, verlangt ein robustes, funktionstuechtiges Kommunikationsnetz und eine angemessene Logistik, zusammen mit einer effizienten und lei125
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stungsfaehigen Kommandound Kontrollstruktur. Die CCD-Abteilung umfasst alle diese Eigenschaften und stellt somit das MLRS-Regiment zwischen die Spitzen der italienischen und alliierten Streitkraefte. D ie Fuehrungskontrolle in der oeffentlichen Verwaltung, von Luciano Tavano (S. 78). Das Kontrollsystem in der oeffentlichen Verwaltung und besonders die Fuehrungskontrolle haben den Zweck, die Erreichung der Ziele, die korrekte Leitung der oeffentlichen Ressourcen und die laufende Umsetzung von Verwaltungsaktionen in jeder Struktur zu optimieren und zu pruefen. Die Kontrollen koennen verwaltungsintern, aber auch extern sein. Diese Pruefungen dienen nicht nur zur Fuehrungskontrolle, sondern insbesondere zur Optimierung des Verhaeltnisses zwischen Beduerfnissen und Moeglichkeiten, Kosten und Ergebnissen. Das daraus resultierende Gesamtbild betrifft sowohl das Heer als auch das gesamte Verteidigungsministerium. Das Menschenrecht ist ein Wohl fuer die Gesellschaft, von Arturo Marcheggiano (S. 92). Die internationalen Abkommen haben solch grosse Bedeutung fuer die Signatarstaaten, dass sich einige spezifische Klauseln gezielt mit der Verbreitung innerhalb der Nationen auseinandersetzen. Aus dienstlichen Gruenden kennt das Militaerpersonal seit langer Zeit ihre Wichtigkeit, dank intensiver 126
und gefestigter Ausbildungsprogramme, die eine der Voraussetzungen fuer Einsaetze bei Missionen ausserhalb des eigenen Territoriums sind. Diese Prinzipien verdienen es in jeder Gesellschaftsschicht bekannt gemacht werden, da sie wichtige menschliche Werte wie Toleranz und Solidaritaet besser verstehen helfen. Die Sicherheitsdienste in der Geschichte, von Ulderico Petresca (S. 102). Ueber die Geheimdienste wird seit ihrem Entstehen gemunkelt, besonders weil sie durch ihre Unsichtbarkeit von einem besonderen Mythos umgeben sind, der auf Vorurteile und Phantasien basiert. Also durchlaufen wir ihre lange Geschichte, die von einer stillen Hingabe der jeweiligen Laender zu ihren nationalen Faellen charakterisiert ist. Wir entdecken, wie sie in Friedensoder Kriegszeiten die nationale Sicherheit geschuetzt haben. Die von ihnen zahlreich fuer die Gemeinschaft geleisteten Dienste sind kaum bekannt. In der aktuellen Phase des extremen Terrorismus kann ihre Arbeit ausschlaggebend dafuer sein, diesen verwerflichen Aktivitaeten vorzubeugen und jene zu unterdruecken, die wehrlose Buerger zur Vorzugszielscheibe machen. Die Sicherheitsdienste stellen also ein zusaetzliches Werkzeug zum Schutz der Bevoelkerung dar, das sich in jene kapillare Struktur internationaler Kooperation einfuegt, welche alle verfuegbaren Ressourcen darauf ausrichtet, der hinterli-
stigen Gewalt des neuen Jahrtausends zu widerstehen.
La estrategia y sus líneas evolutivas más recientes, por Ferruccio Botti (pág. 10). Para encarar un conflicto ya no se movilizan las masas sino especialistas que se habrán de emplear por lo general en Teatros operativos lejanos. «La estrategia consiste en concebir y planificar, en las grandes líneas, el empleo de la fuerza para alcanzar los objetivos de la política en una situación de conflicto». ¿Es ésta la definición destinada a confirmarse? Lagos en efervescencia, por Serena Sartini (pág. 22). Los países de Europa se están esforzando por darle una esperanza concreta a aquellos territorios que se convirtieron en teatro de genocidios perpetrados a raíz de venganzas tribales añejas. El Consejo de la Unión europea aprobó el envío de una misión militar temporaria a Congo, a la que se adhirieron Francia, Gran Bretaña, Suecia e Italia. Así es como Congo, Ruanda, y Burundi vislumbran ahora la esperanza de un porvenir más halagüeño.
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Sin embargo, el desasosiego radica en acontecimientos lejanos de los que Occidente ya no se acuerda. El Ejército luxemburgués tiene todas las caras de Europa. Entrevista con el Coronel Nico Ries, Jefe de Estado mayor del Ejército de Luxemburgo, por Enrico Magnani (pág. 34). Sensible a las misiones de paz y desde siempre favorable a los intercambios profesionales concretos de militares de otros países, el ejército del gran ducado de Luxemburgo es un concentrado de entusiasmo y modernidad, no sólo en cuanto a técnicas sino también a mentalidades. Además, le abrirá las puertas a todos los ciudadanos comunitarios que lleven por lo menos 36 meses residiendo en el gran ducado. Esto y mucho más fue lo que nos reveló el Coronel Nico Ries, Jefe de Estado mayor. El avituallamiento racional, por Rocco Panunzi (pág. 46). En orden a lo que en Europa se denomina Smart Procurement, las Fuerzas armadas italianas se están aplicando a optimizar la racionalización de su logística, con el fin de valorizar sus recursos y encarar de la mejor manera posible los desafíos del futuro. El motor de este proceso es la Unidad Logística del Estado mayor del Ejército, organizada no más en Oficinas y Secciones sino con arreglo a los Proyectos y las Funciones, bajo la dirección de la nueva figura profesional del Dirigente. La innovación afecta directamente las técnicas de
gestión, la tecnología, la interoperabilidad con los aliados y el avituallamiento. Todo más rápido, más racionalizado y con costos decentes. Cómo enfrentar uno de los ambientes operacionales más difíciles, por Michele Cittadella (pág. 60), Disponibilidad de medios y material, tecnologías innovadoras y nuevos procedimientos doctrinales pueden ayudar al soldado que opera en zonas urbanas. Estos medios pretenden contrarrestar las facciones armadas y salvaguardar las poblaciones inermes. Resultan fundamentales, sin embargo, la instrucción especial y las capacidades individuales del personal empleado. Experimentación exitosa para el Mando y Control MLRS, por Maurizio Valzano (pág. 68). El MLRS es un extraordinario multiplicador de fuerzas mediante el cual el Comandante puede contar con una potencia de fuego capaz incluso de influenciar el curso de la batalla en el espacio y el tiempo. Ahora puede interceptar objetivos de interés táctico y operacional desde distancias remotas. La integración del lanzador con el segmento CCD (centro correlación datos) permite operar de manera integrada, homogénea y automática al mismo tiempo que asegura la coordinación con las unidades operacionales de nivel superior. Concebido para operaciones de alta intensidad, a nivel de gran unidad
compleja, el sistema requiere un sistema de comunicación sólido y un soporte logístico apropiado, así como un sistema de Mando y Control eficaz y eficiente. Al aunar el segmento CCD todas estas características, el Regimiento MLRS se coloca entre las unidades de vanguardia italianas y aliadas. Los controles de gestión en la Administración pública, por Luciano Tavano (pág. 78). El sistema de controles en la Administración pública y, en particular, el control de gestión, pretenden optimizar y comprobar la realización de los objetivos, la gestión correcta de los recursos públicos y el buen funcionamiento de la administración en todas las estructuras. Además de comprobar la buena gestión, dichos controles, que pueden ser internos o externos de la misma Administración, están encaminados a facilitar las orientaciones necesarias para optimizar la relación entre necesidades y posibilidades, costos y resultados. En este marco de conjunto entra el Ejército y todo el ámbito de la Defensa. El Derecho humanitario: un bien para todas las sociedades, Por Arturo Marcheggiano (pág. 92). Las Convenciones internacionales cobraron tanta importancia que algunas cláusulas específicas fijan las formalidades de su aplicación y difusión en las Naciones. Por motivos profesionales, y conscientes de su importancia, los militares 127
esquecidos no Ocidente. contrarrestar la violencia pérfida del nuevo milenio. siguen A Armada Luxemburguesa tem intensos SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN SUMARIO todos os rostos da Europa. prograEntrevista ao Coronel Nico A estratégia e as suas mais remas de instrucción previamente a su empleo en misiones fuera de zona. Sin embargo, debido a su valor formativo, los principios enunciados en dichas convenciones, merecen ser difundidos en todos los sectores sociales puesto que ayudan a comprender mejor los valores humanos de tolerancia y de solidaridad. Los Servicios de seguridad a lo largo de la Historia, por Ulderico Petresca (pág. 102). Respecto a los Servicios secretos se dijo de todo y lo contrario de todo, ya que su impalpabilidad contribuyó a crear un mito, alimentando prejuicios y fantasías. Recorremos su historia, caracterizada por una devoción silente a las causas nacionales, descubriendo cómo, a lo largo de los años, en tiempo de paz como de guerra, lograron salvaguardar la seguridad de las colectividades nacionales. Aunque desconocidos, los servicios rendidos a las comunidades son innumerables. En la época actual caracterizada por el terrorismo extremo, su actuación puede resultar determinante a la hora de prevenir y reprimir los execrables actos cuyo blanco preferencial son los ciudadanos inermes. Los Servicios constituyen por lo tanto una herramienta más para la salvaguardia de las poblaciones, en el marco de la cooperación internacional a través de la cual se aúnan todos los recursos disponibles para
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centes linhas evolutivas, de Ferruccio Botti (p. 10). Para os conflitos já não vêm mobilizadas as massas, mas
sim especialistas a empregar geralmente em Teatros Operativos distantes. «A Estratégia consiste na concepção e planificação das grandes linhas do uso de força, para atingir os fins da política numa situação de conflito. Comporta escolhas entre diversas opções e a indicação das prioridades». Quem sabe se será esta a definição destinada a afirmar-se. Lagos escaldantes, de Serena Sartini (p. 22). Os países da Europa estão a prodigar para dar uma esperança concreta a territórios que há muito tempo são teatro de genocídios para as vinganças tribais. O Conselho da União Europeia aprovou, de facto, o envio de uma missão militar temporária ao Congo à qual aderiram a França, a GrãBretanha, a Bélgica, a Suécia e a Itália. Para o Congo, Ruanda e Burundi reemerge a esperança de um futuro melhor. A inquietação, porém, afunda as suas raízes no tempo e também em eventos quase
Ries, Chefe do Estado Maior da Armada do Luxemburgo, ao cuidado de Enrico Magnani (p. 34). Sensível às missões de paz, desde sempre favorável a intercâmbios profissionais concretos com os militares de outros Países, a Armada do Grãoducado do Luxemburgo é um concentrado de entusiasmo e de modernidade, seja técnica como mental. Para além disso, abrirá as suas portas a todos os cidadãos comunitários residentes no Grão-ducado há pelo menos 36 meses. Isto e mais ainda nos revela o seu Chefe do Estado Maior, o Coronel Nico Ries. O oculado aprovisionamento, de Rocco Panunzi (p. 46). Aquilo que na Europa vem definido como Oculado Aprovisionamento (Smart Procurement), vê a nossa Força Armada empenhada ao máximo na racionalização da própria logística, com o fim de valorizar os próprios recursos e enfrentar, pelo melhor, os desafios do futuro. O motor de tal processo é a Repartição Logística do Estado Maior do Exército, organizada já não em Escritórios e Secções mas sim por Projectos e Funções baseados na nova figura do Dirigente. A inovação investe directamente as técnicas de gestão, a tecnologia, a inter-operabilidade com os aliados e o aprovisionamento. Tudo isto mais rapidamente, melhor racionalizado e a custos moderados. Como enfrentar um dos mais
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN SUMARIO d ifíceis ambientes operativos, de Michele Cittadella (p. 60). Disponibilidade de meios e materiais, tecnologias inovativas, novos procedimentos doutrinais, podem indubitavelmente ajudar o soldado que se encontra a operar nas áreas urbanizadas. Tais medidas pré-estabelecem o contraste de facções armadas e, ao mesmo tempo, a salvaguarda da gente indefesa. Fundamentais, porém, são o adestramento específico e as capacidades individuais do pessoal a empregar. Experiência de sucesso para o Comando e Controle MLRS, de Maurizio Valzano (p. 68). O MLRS é um extraordinário multiplicador de forças que fornece ao Comandante uma tal potência de fogo ao ponto de influenciar o curso da batalha no espaço e no tempo. Agora está à altura de intervir eficazmente sobre objectivos de interesse táctico e operativo desde as máximas distâncias. A integração do lançador com o segmento CCD (Centro de Correlação de Dados)consiste em operar de modo integrado, homogéneo e automático em estreita coordenação com unidades operativas de nível superior. Concebido para operações de alta intensidade, a nível da Grande Unidade complexa, o sistema requer um robusto sistema de comunicação e um adequado suporte logístico, juntamente com um eficaz e eficiente sistema de Comando e Controle. Sobre este último aspecto, o segmento CCD sintetiza estas características e põe
o Regimento MLRS entre as unidades de ponta italianas e aliadas.
quanto ajudam a compreender melhor os valores humanos de tolerância e de solidariedade.
Os controles gestionais na Administração Pública, de Luciano Tavano (p. 78). O sistema das fiscalizações na Administração Pública e, em particular, o Controle da Gestão, têm o fim de optimizar e verificar a realização dos objectivos, a correcta gestão dos recursos públicos e o bom andamento da acção administrativa em cada estrutura. Os controles podem ser internos ou externos à própria Administração. Tais acções, para além da verificação da correcta gestão, dão as directrizes necessárias para melhorar a relação entre exigências e possibilidades, entre custos e resultados. O quadro geral atinge, na sua globalidade, o Exército e toda a Defesa.
Os serviços de segurança na História, de Ulderico Petresca (p. 102). A respeito dos Serviços Secretos disse-se de tudo e muitas vezes até o contrário de tudo, também porque a sua impalpabilidade contribuiu para alimentar um mito específico, «soprando» sobre preconceitos e fantasias. Repercorramos portanto a sua longa história, caracterizada por uma silenciosa dedicação às respectivas causas nacionais. Descubramos como salvaguardaram no tempo, em paz e em guerra, a segurança das colectividades nacionais. Os serviços prestados à comunidade são inúmeráveis e pouco notórios. Na actual fase de terrorismo extremo, a sua obra pode ser determinante para prevenir e reprimir essas actividades execráveis que vêem, como alvo preferencial, os cidadãos indefesos. Os Serviços constituem, portanto, uma mais valia à tutela das pessoas, a harmonizar numa capilar obra de cooperação internacional, que vê todos os recursos disponíveis orientados a combater a violência astuciosa do novo milénio.
O Direito Humanitário é um bem para todas as sociedades, de Arturo Marcheggiano (p. 92). As Convenções internacionais têm uma tal importância para os Estados signatários que algumas cláusulas específicas tratam mesmo as modalidades de difusão ao interno das Nações. Por razões profissionais, há já algum tempo que os militares lhe reconhecem a importância por meio de intensos e consolidados programas de ensino, que antecedem o emprego dos mesmos nas missões fora de área. Tais princípios, porém, para o seu valor formativo, merecem a máxima difusão em cada sector social, en-
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RECENSIONI
Indro Montanelli, testimonianza resa a Tiziana Abate: «Soltanto un giornalista», RCS Libri S.p.A., Milano, 2003, pp. 359, euro 9.
Da quando ho cominciato a pensare, ho pensato che sarei stato giornalista. Non è stata una scelta. Non ho deciso nulla. Il giornalismo ha deciso per me. E questa è stata una delle mie tante fortune, posto che tutto quel che ho fatto lo debbo soprattutto a un alleato che è sempre stato al mio fianco: il caso. A Emilio Cecchi debbo invece il consiglio che si è rivelato più prezioso della mia carriera: "Ricordati che i giornalisti sono come le donne di strada: finché vi rimangono vanno benissimo e possono anche diventare qualcuno. Il guaio è quando si mettono in testa di entrare in salotto". Purtroppo non sempre ho seguito questo avviso, ma mi ha aiutato a non pigliarla mai troppo dall’alto, l'unico pregio che mi riconosco come giornalista. Ho attraversato quasi per intero il mio secolo facendo un mestiere che mi ha permesso, anzi mi ha imposto di stare in mez130
zo ai fatti, a contatto con quasi tutte le grandi figure che lo hanno dominato, e in grado di conoscere molti risvolti che la Storia non ha registrato. Ma questo sono e questo voglio restare: soltanto un giornalista, un testimone del mio tempo. Si apre con queste parole la testimonianza che Indro Montanelli decise di dare nel 1992 alla giornalista Tiziana Abate, quale inizio di una lunga serie di incontri che, protrattisi per 8 anni a cadenza settimanale, si sarebbero conclusi poco prima della sua morte. Sembra quanto mai opportuno concludere l’anno potendo ancora godere della schiettezza del più grande giornalista del Novecento, il più letto, il più amato e forse anche il più invidiato. Questo rappresenta un omaggio a un autentico testimone del suo tempo, un infaticabile ricercatore in viaggio nell’intimo dell’umanità e delle vicende, che a distanza di due anni dalla sua scomparsa continua a mancarci. Ci mancano le sue analisi, a volte al vetriolo, altre volte sapientemente cesellate con poche battute, ma sempre chiare e calzanti, nette e svuotate da ogni retorica Proponiamo pertanto volentieri le sue memorie, un po' per nostalgia e un po’ per rivedere, in un unico volume, quasi un secolo di vita nazionale e internazionale. Esse sono come un caleidoscopio di immagini, sensazioni, suggestioni, volti e personaggi quasi tutti noti al grande pubblico, che non mancheranno di affascinare il lettore. Nel libro sono racchiusi, infatti, opinioni, idee, avventure, servizi giornalistici dai fronti di guerra, come pure riflessioni di storia e di costume narrati con la semplicità e il coraggio che lo caratterizzavano. Indro Montanelli scelse personalmente la giornalista alla quale
affidare le sue confidenze. Lo comunicò all’interessata nel 1992, in una serata di primavera, durante una cena a ristorante, interrompendo un lungo silenzio che sapeva di profonda meditazione. Direttore, lei è matto! Rispose prontamente Tiziana Abate, sua fedele collaboratrice prima a «Il Giornale» e poi a «La Voce», pentendosi quasi subito per il commento a voce alta fortunatamente, ma per il noto maestro della penna, quell’aggettivo rappresentava un gradito complimento. Cominciarono così otto anni di incontri periodici, svolti nei ristoranti più graditi all’anziano giornalista e infine nella casa di Milano, tra le foto della sua giovinezza in Toscana che circondavano la scrivania di ciliegio del nonno che fu Sindaco di Fucecchio, il paese natale, dal quale era andato via giovanissimo e che raramente rivedeva. Aveva vissuto una vita avventurosa e se ne rendeva conto. La professione, svolta intensamente, lo aveva distratto dal pensiero della vecchiaia, una condizione fisica che gli causava un certo, manifesto fastidio, ma alla quale preferiva non dare eccessiva considerazione. Se ne accorse però del tutto quando, uscito dalla vita frenetica delle redazioni – e comunque già avviato ai novanta anni – scoprì la noia, una compagna che aumentò il suo pessimismo. Sosteneva che nella tomba si sarebbe portato l’Italia e il suo mestiere, che rappresentavano quanto più avesse amato in vita, ma allontanava il timore della morte come se non lo riguardasse. In una lettera degna del suo stile irripetibile e fatta pervenire a Tiziana Abate prima che si aggravassero le sue condizioni, Montanelli scelse il titolo da dare alle sue memorie: «Soltanto un giornalista». La scelta era ben ponde-
RECENSIONI rata, perché voleva presentarsi soltanto per quello che si era sentito per tutta la vita e, nello stesso tempo, con l’intento di chiamarsi fuori da ogni protagonismo, per non diventare così un’icona della sua epoca. La missiva conteneva pure la preghiera di emendare il testo da confidenze private e di lavoro. Per questo motivo, sono state stralciate circa 150 pagine dalla bozza originaria. Quelle rimaste, tuttavia, sono più che sufficienti per sottolineare la grandezza professionale e umana di un personaggio cardine della cultura del Novecento. Indro Montanelli nacque a Fucecchio (Firenze) nel 1909 ed è morto a Milano nel 2001. Comunemente considerato il più grande e il più letto giornalista italiano del Novecento, ha svolto parallelamente una brillante carriera di scrittore. In possesso della laurea in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, si fece conoscere come inviato speciale del «Corriere della Sera». Desideroso di esprimere una sua maniera di fare giornalismo, nel 1974 fondò il quotidiano «Giornale nuovo», divenendone anche il Direttore. Venti anni dopo, ritentò l’esperienza con il giornale «La Voce» e, nel 1995, scelse di fare l’editorialista al «Corriere della Sera». È difficile conoscere esattamente il numero di articoli scritti da Montanelli, ma essi sono stimabili nell’ordine delle migliaia. Oltre cinquanta sono invece i suoi libri, fra i quali ricordiamo l’intera serie della Storia d’Italia. La casa editrice Rizzoli ha pubblicato i successi dei suoi ultimi anni di vita. Tra essi spiccano Le stanze (1998), L’Italia del Novecento (con Mario Cervi, 1998), La stecca nel coro (1999), L’Italia del millennio (con Mario Cervi, 2000), Le nuove stanze (2001). Tiziana Abate è Vicedirettore responsabile delle pagine cultu-
rali al quotidiano «Il Giorno». Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne, ha iniziato la professione giornalistica nel 1981 New York, nel periodico «Progresso Italo-Americano», molto seguito dai nostri connazionali di oltreoceano. Ha conosciuto Montanelli nel 1982, quando è stata assunta a «Il Giornale», nel quale è stata poi, per cinque anni, Caporedattrice della Redazione Spettacoli. Ha preferito, nel 1994, seguire il suo Direttore nell’avventura del quotidiano «La Voce». Quale inviata speciale, dal 1991, ha realizzato servizi speciali da Bosnia, Afghanistan e Stati Uniti d’America. G.M.G.T.
Alessandro Colombo e Natalino Ronzitti (a cura di): «l’Italia e la politica internazi onale», ed. 2003, Istituto Affari Internazionali - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, ed. il Mulino, pp. 349, euro 26,00. Il quarto volume dell’annuario, edito dall’Istituto Affari Internazionali e dall’Istituto per gli Studi
di Politica Internazionale, ci offre la possibilità di compiere una esaustiva panoramica su quanto avvenuto, nel 2002, dopo lo sconvolgente attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono. L’opera, suddivisa in 18 capitoli, curati dai migliori analisti italiani di politica internazionale, esamina e interpreta la catena delle conseguenze scaturite da quella tragica vicenda, filo conduttore della politica, dell’economia e delle finanze del pianeta. Quello appena trascorso è stato l’anno della lotta globale al terrorismo, dichiarata dagli Stati Uniti e dai loro Alleati, che ha preso avvio con l’operazione contro il regime dei talebani in Afghanistan e con una radicale revisione dei circuiti finanziari, fonte di sostentamento delle organizzazioni terroristiche. Di fronte a questo mutamento di scenario ONU, UE e NATO hanno dovuto adeguarsi alla nuova domanda di sicurezza non mancando di creare, spesso, disorientamento e profonde incertezze. Questi temi sono trattati nella prima parte dell’opera. Nella seconda vengono analizzate le ripercussioni registrate in Italia con particolare riferimento alla politica estera, improntata su una diplomazia bilaterale saldamente agganciata a un rapporto prioritario e preferenziale con gli Stati Uniti, e interna, con i nuovi provvedimenti tesi a disciplinare il flusso migratorio e contrastare quello clandestino. Nella terza parte sono evidenziati i riflessi sulla economia internazionale: un’annata complessivamente deludente. Negli USA si è avuta una timida ripresa, l’Europa ha confermato un preoccupante ristagno strutturale e il Giappone ha continuato a 131
RECENSIONI dibattersi nell’ormai cronica crisi deflazionistica. Un quadro economico dunque, tuttaltro che esaltante e ulteriormente gravato da incertezze geopolitiche di grande portata, culminate nello scoppio della guerra in Iraq. A tutto ciò si aggiungano gli scandali finanziari e le crisi debitorie dei Paesi emergenti, come stigmatizzato nella quarta parte del volume, che hanno originato ulteriori imbarazzi e costretto a brusche frenate e a repentini cambi di rotta. La quinta e ultima parte è dedicata al conflitto israelo-palestinese, alla regione del Golfo, al Caucaso, all’Asia Centro-meridionale e all’America Latina, quest’ultima investita più di tutti dalle turbolenze economiche. Argentina, Uruguay e Venezuela sono state colpiti da una forte recessione, mentre negli altri Paesi la crescita del prodotto interno lordo è stata assai debole. Incertezze e squilibri si sono registrati anche sul piano strettamente politico. L’Argentina ha vissuto una profonda crisi istituzionale e di legittimità; il Venezuela è stato segnato da scioperi e da una rapida successione di golpe e contro-golpe nell’arco di solo 48 ore; Colombia e Brasile hanno conosciuto un avvicendamento presidenziale non privo di polemiche e spesso accompagnato da fenomeni di estrema violenza. Possiamo ben dire che la lettura dell’opera, magistralmente coordinata dai professori Alessandro Colombo e Natalino Ronzitti, offra un quadro di situazione perfettamente aderente alla realtà, dove i giudizi critici, ora impliciti ora espliciti, consentono una migliore interpretazione di fatti e avvenimenti che probabilmente decideranno le sorti future del nostro pianeta. O. R. 132
Dale Brown: «Nati per combattere», Longanesi & C., Milano, 1999, pp. 482, euro 18,00. Il libro di Dale Brown è dedicato, come l’Autore stesso sottolinea in apertura, a tutti gli uomini e le donne che prestano servizio nelle Forze Armate degli Stati Uniti d’America e, in particolare, agli equipaggi dei bombardieri dell’US Air Force. Nelle quasi cinquecento avvincenti pagine del romanzo, Brown, giunto alla narrativa dopo essere stato capitano dell’Aeronautica statunitense con esperienza diretta in missioni operative, narra di un intervento del 111° gruppo bombardieri della guardia aerea del Nevada a seguito di una improvvisa crisi in Estremo Oriente. Il racconto, che si sviluppa nei cieli coreani, vede intrecciarsi tecnologia bellica e vicende umani dei protagonisti, uomini e donne, con i loro sentimenti, debolezze, paure, passioni e risentimenti, ma anche professionalità, coraggio e determinazione nel portare a termine la missione assegnata. Gli aspetti umani della narra-
zione, infatti, non restano mai in secondo piano rispetto alle vicende belliche, proprio perché senza l’amore e l’appoggio delle loro famiglie i migliori soldati e le più potenti, macchine da guerra del mondo non sarebbero nient’altro che gusci vuoti. Il romanzo prende le mosse dalla messa in atto di un piano, accuratamente elaborato dalla Corea del Sud, che mira alla riunificazione delle due Coree. E questo, grazie a una rivolta, accortamente pilotata, posta in essere in occasione di una esercitazione congiunta tra Stati Uniti e Corea del Sud, sembra realizzarsi. Ma, mentre la nuova Repubblica Unita di Corea muove i primi passi, allontanando dal suo territorio ogni presenza militare straniera e rifiutando di consegnare il letale arsenale di armi di distruzione di massa, cresce la tensione tra Stati Uniti, Russia e Cina. Intanto, con una serie di colpi di mano tra irriducibili del vecchio e del nuovo regime, il mondo viene spinto sull’orlo di un conflitto incontrollabile. Ecco quindi che, in lotta contro il tempo che inesorabilmente si consuma scivolando verso il conto alla rovescia di un attacco nucleare, intervengono i piloti del 111° gruppo bombardieri, uomini e donne nati per combattere, che accettano la sfida di una missione quasi suicida ben consci che in simili situazioni sono necessarie, ma non sufficienti, armi sofisticate: occorrono uomini disposti all’estremo sacrificio per raggiungere l’obiettivo. Il libro scritto da Dale Brown – e tradotto da Andrea Molinari e Paolo Valpolini – sa coinvolgere e appassionare il lettore, grazie alla sapiente fusione delle vicende belliche con quelle personali dei protagonisti, alla miscela tra capacità professionali e debolezze, tra tecnologia e sentimenti.
RECENSIONI E questo, forse, contribuisce a rendere più umani anche quegli individui che sembrerebbero solo nati per combattere. M.M.A.
Maurizio Ruffo: «L’Italia nella Triplice Alleanza. I piani operativi dello SM verso l’Austria-Ungheria dal 1885 al 1915», Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficoo Storico, Roma 1998, pp. 315, euro 23.24. Il periodo storico trattato nell’opera ha sullo sfondo la conclusione delle trattative che portarono, il 20 maggio 1882, all’alleanza dell’Italia con la Germania di Bismarck e con il secolare nemico austro-ungarico in chiave antifrancese e anti-russa (Triplice Alleanza). Un’Alleanza che presenta numerose problematiche per i rapporti italo-austriaci, tanto che le reciproche diffidenze inducono i rispettivi Stati Maggiori a considerare sempre più seriamente la possibilità di un conflitto. Con tali premesse l’autore, il Colonnello degli alpini Maurizio Ruffo, non nuovo a questo tipo di ricerca storica, mette a fuoco il
lungo lavoro svolto dallo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, a partire dal primo piano operativo, nel 1885, del Generale Enrico Cosenz, primo Capo di Stato Maggiore, fino all’ordine di operazioni n.1, emanato il 16 maggio 1915 dal Generale Luigi Cadorna, non tralasciando di esaminare i lavori di aggiornamento affidati al Generale Tancredi Saletta e al Generale Alberto Pollio. Il primo capitolo è incentrato sul contesto storico della Triplice Alleanza. L’intento di Bismarck è di costruire un sistema di equilibri europeo che impedisca alla Francia ogni aspirazione di rivalsa e, nello stesso tempo, instaurando un rapporto privilegiato con l’Austria, freni le aspirazioni russe nei Balcani. A tal fine, il Cancelliere tedesco conduce trattative anche con il governo italiano per la creazione di un’alleanza di per se innaturale, come dice lo stesso autore, perchè trova nei tre Paesi motivazioni differenti, ma nello stesso tempo complementari. Il secondo capitolo è interamente dedicato al piano ideato nel 1885 dal Generale Cosenz. Oltre a tener conto del confine francese e svizzero (benché neutrale, la Svizzera poteva riservare delle sorprese per la possibilità che offriva ai francesi di penetrare tra lo schieramento tedesco e italiano), il lungimirante Stato Maggiore italiano ritiene opportuno valutare sul piano strategico il fronte austriaco per predisporre le misure ritenute più idonee nel caso di un conflitto isolato con l’Austria. Riguardo alla mobilitazione e alla concentrazione delle forze, i piani del 1885 sono la conseguenza diretta della riforma Ricotti del 1871 e si basano principalmente sulle esperienze maturate nel corso della guerra franco-prussiana del 1870. L’organizzazione difensiva dei confini è approfondita nel capitolo successivo, il terzo, dove emer-
ge l’importanza delle fortificazioni nella condotta delle operazioni difensive e offensive. Il Cosenz, pur riconoscendo l’importanza della manovra nella guerra moderna, ritiene che il concetto di fortificazione permanente è tutt’altro che superato specialmente in terreni montuosi come quelli italiani. Il quarto capitolo contiene gli aggiornamenti operativi effettuati dal Generale Saletta e dal Generale Pollio, fino ad arrivare al piano del Generale Cadorna, contenuto nel quinto capitolo. La situazione politica internazionale che si prospetta nell’estate del 1914 è completamente cambiata: l’avversario da fronteggiare è l’Austria-Ungheria. L’ordine di operazioni n. 1 del Generale Cadorna, segna l’entrata in guerra dell’Italia, che avverrà otto giorni dopo. L’ordine, indirizzato alla 2a e 3a armata e alle forze dislocate nella Carnia, ha come obiettivo il primo sbalzo offensivo per arrivare alle linee lungo l’Isonzo. Il capitolo conclusivo evidenzia come i piani operativi succedutisi da Cosenz a Cadorna, per pianificare le operazioni sul fronte nord-est, presentano novità e differenze, dettate da diverse concezioni strategiche come anche dal mutato scenario politico. Le numerose foto d’epoca si inseriscono perfettamente nella memoria storica di questo volume con quella forza emotiva tutta particolare che soltanto le immagini possono esprimere. Le dettagliate tavole esplicative e una vasta documentazione costituiscono una ricca fonte di ricerca e di approfondimento storico. Trattasi, infine, di un’opera che risulta interessante anche per il lettore comune che potrà scoprire, ad esempio, come venivano risolti i problemi inerenti alla rico133
RECENSIONI gnizione sul campo, quando non si disponeva ancora dei sofisticati sistemi elettronici attuali. A. L.
Amedeo Benedetti: «L’osservazione per l’intelligence e l’indagine», Erga ed izi oni, Genova, 2003, pp.196, euro 15,00. Amedeo Benedetti, plurilaureato, già Ufficiale della Brigata Alpina «Julia» , è autore di una decina di importanti testi nel campo della comunicazione e della bibliografia. Tra le ultime pubblicazioni citiamo: «Il linguaggio delle nuove Brigate Rosse» (Genova, Erga, 2002), manuale di rilevante impostazione metodologica nelle perizie scrittorie in ambito criminologico. Nel nuovo volume, «L’osservazione per l’intelligence e l’indagine», l’autore analizza una completa gamma di posologie ritratti dei più diversi soggetti rilevanti per l’intelligence ma, come sottolinea l’autore, anche per chiunque sappia osservare, una attività senza la quale non solo non c’è investigazione ma neanche discreta personalità. Si può ignorare ciò che le altre 134
persone vogliono dirci, o ciò che vogliono inconsciamente e non nasconderci? Magari con gesti invece che con la parola, insomma tutto può e deve servire alla comprensione dell’esperto e non, le espressioni, le posture, il tono della voce, l’odore, qualunque cosa ci aiuti a capire chi abbiamo di fronte. Il testo offre un vasto campionario di «cose a cui far caso». Sviluppare una sensibilità verso l’ambiente circostante per avviare una ricerca di significato (perché di questo si tratta) non può essere ricondotto ad un unico ambito di attività o di studio: cerchiamo di capire chi ci sta di fronte ogni giorno, dal momento in cui ci alziamo a quando ci corichiamo, a casa come al lavoro. Ed è tecnicamente irrilevante la direzione dei nostri sforzi di indagine, quel che conta in ogni situazione presa in esame è il metodo, analizzato capitolo per capitolo dal primo sulla comunicazione dove anche il silenzio ha un valore di messaggio da interpretare: l’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola calda affollata, o il passeggero d’aereo che siede con gli occhi chiusi, stanno entrambi comunicando che non vogliono parlare con nessuno né vogliono che si rivolga loro la parola, e i vicini di solito «afferrano il messaggio» e rispondono in modo adeguato lasciandoli in pace. Nel secondo capitolo l’osservazione che presuppone diverse categorie: l’aspetto, lo sguardo, il volto, i gesti, la voce, il respiro, i movimenti e le posizioni. Nella successiva analisi del terzo capitolo, si ricavano informazioni dal linguaggio considerando la tipologia di cultura, l’area professionale di provenienza, la zona di origine, le caratteristiche psicologiche, quelle ideologiche e morali, ma anche far caso ad interessi particolari.
Nel quarto capitolo sull’osservazione dei cadaveri faremo attenzione agli agenti fisici che determinano i risultati legali. Apprendiamo così che le modificazioni cui il cadavere va incontro dipendono da un complesso di azioni classificabili in due diverse tipologie: autolisi (opera di agenti interni) ed eterolisi (opera di agenti esterni). Dall’analisi dei dati e anche degli aspetti esterni di un cadavere, si può ottenere una grande quantità di informazioni. Il capitolo cinque tratta l’osservazione degli ambienti, ad esempio la scena di un crimine. Limitandoci allo stretto indispensabile, possiamo dire che il metodo da seguire, per osservare il luogo, il contenuto dell’ambiente, il cadavere, le impronte e le macchie, verrà effettuato partendo da destra verso sinistra e dal basso verso l’alto, rilevando ogni materiale presente. È inoltre da aggiungere anche lo «stato» dei materiali riscontrati, utile quasi sempre a fornire riferimenti cronologici. Di fondamentale importanza è non sforzarsi di cogliere spasmodicamente ogni particolare, ma il lasciare andare a vagare lo sguardo pigramente alla ricerca di ogni stranezza, di ogni impressione di «fuori posto». L’ultimo capitolo esamina l’indagine e la metodologia di ricerca che come diceva Freud interessa molteplici aspetti quali, ad esempio, l’arte e la filosofia. In conclusione si può dire che questa meritoria opera rientra in una collana nella quale le edizioni Erga si prefiggono di affrontare i molteplici aspetti dell’intelligence e dell’indagine in modo del tutto nuovo per quanto riguarda il panorama italiano, e l’autore Amedeo Benedetti vi è perfettamente riuscito, con un lavoro che si legge bene e tutto di un fiato. A. C. L.
Rivista Militare
Indice 2003
ELENCO DEI COLLABORATORI A A.C.L. • Recensione: «Ministri di Pace – Le famiglie dell’Esercito Europeo pietre vive per la fabbrica del futuro», n. 3, pag. 137. • Recensione: «Trappola Mortale», n. 4, pag. 131. • Recensione: «Cynthia. La spia che cambiò il corso della 2a Guerra Mondiale», n. 5, pag. 142. • Recensione: «L’osservazione per l’intelligence e l’indagine», n. 6, pag. 134. A.L. • Recensione: «L’uso legittimo delle armi e degli altri mezzi di coazione fisica nell’ordinamento italiano», n. 1, pag. 137.
• Recensione: «Legislazione per l’udienza penale», I vol. e «Norme penali speciali e collegate - Legislazione sulle Forze di Polizia», II vol., n. 2, pag. 140. • Recensione: «L’invenzione della pace. Guerre e relazioni internazionali», n. 3, pag. 136. • Recensione: «Guido Romanelli nell’Ungheria di Béla Kun e durante l’occupazione militare romena. La mia missione (maggio-novembre 1919)», n. 4, pag. 129. • Recensione: «Codice di Diritto amministrativo militare. Raccolta organica di tutte le norme amministrative rilevanti per le Forze Armate», n. 5, pag. 140. • Recensione: «L’Italia nella Triplice Alleanza. I piani operativi dello SM verso l’Austria-Ungheria dal 1885 al 1915», n. 6, pag. 133.
B BOTTI FERRUCCIO • I principi dell’Arte Militare, n. 4, pag. 26. • La strategia e le sue più recenti linee evolutive, n. 6, pag. 10.
BARBATI VITTORIO • Facce della stessa medaglia, n. 3, pag. 10. BORTOLUZZI CARLO • I serenissimi leoni di Spalato, n. 2, pag. 102.
C CIABATTINI LEONARDI ANTONIO • L’evoluzione nucleare a cavallo di due secoli, n. 2, pag. 62. CITTADELLA MICHELE • Come affrontare uno dei più difficili ambienti operativi, n. 6, pag. 60.
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COCCIA MAURIZIO • Mal d’Africa, n. 2, pag. 6. CUCCHI GIUSEPPE • La saggia adattabilità dell’Alleanza Atlantica, n. 2, pag. 18. • Rapporto sull’Iraq, n. 5, pag. 10.
D D’AMBROSIO DONATO • La tecnologia dell’Esercito che protegge dal terrorismo, n. 4, pag. 48.
DONATI GIORGIO • L’inizio del Secondo Risorgimento, n. 5, pag. 67. DONVITO MICHELE • Le nuove frontiere della Sanità Militare nel sistema Paese, n. 3, pag. 56.
DI VENTURA VITO • Il lavoro ricomincia dopo il servizio, n. 3, pag. 46.
F FARINA SALVATORE • Il ruolo centrale dello strumento terrestre tra esigenze di sicurezza e nuove operatività, n. 3, pag. 30. • Investimenti e obiettivi dell’Esercito, n. 5, pag. 60.
FIORENTINO SERGIO • La permanente evoluzione dei sistemi informatici, n. 4, pag. 40. FRATICELLI GIULIO • Ordini del Giorno All’Esercito, n. 5, pag. I. • Riflessioni del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, n. 6, pag. I.
FERIOLI ALESSANDRO • Dal lager sotterraneo alla Luna, n. 3, pag. 76. FERRARI GIULIANO • Fatti non fummo per lottare come bruti, n. 2, pag. 80.
G GERVASIO ANGELO • Le operazioni in ambiente urbanizzato a un punto di svolta, n. 1, pag. 66. • Un Esercito in chiave digitale, n. 3, pag. 64. GODART LOUIS • Il Mediterraneo da sempre plasma le civiltà, n. 3, pag. 22. GUASONI MASSIMO • Le operazioni in ambiente urbanizzato a un punto di svolta, n. 1, pag. 66. G.G. • Recensione: «Comandi Navali», n. 2, pag. 141.
• Recensione: «La Grande Guerra sulla Fronte Giulia (1915-1917) – Dalla Conquista del Monte Nero a Caporetto», n. 3, pag. 138. G.M.G.T. • Recensione: «Battaglie terrestri del XX secolo: 19392000», n. 1, pag. 136. • Recensione: «La frana del San Matteo», n. 2, pag. 138. • Recensione: «Le armi e gli esplosivi nella legislazione vigente», n. 3, pag. 133. • Recensione: «Storia di una sconfitta», n. 4, pag. 128. • Recensione: «Bisanzio - Splendore e decadenza di un impero, 330-1453», n. 5, pag. 138. • Recensione: «Soltanto un giornalista», n. 6, pag. 130.
L LAPORTA PIERO • L’importanza delle relazioni militari internazionali, n. 2, pag. 28.
LUNARDO ANGELO • Reclutamento d’avanguardia, n. 5, pag. 24.
LO CASTRO ISABELLA • La donna potenzia l’Esercito, n. 1, pag. 84.
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M MAGNANI ENRICO • La grande svolta che viene da est. Intervista con il Colonnello Generale Nikolay Viktorovich Kormiltsev, n. 1, pag. 36. • In viaggio verso la comune identità europea. Intervista al Capo di Stato Maggiore della Difesa maltese, n. 2, pag. 38. • L’Armata lussemburghese ha tutti i volti d’Europa. Intervista al Colonnello Nico Ries, Capo di Stato Maggiore dell’Armata del Lussemburgo, n. 6, pag. 34. MARCHEGGIANO ARTURO • Il diritto umanitario è un bene per tutte le società, n. 6, pag. 92. MARCHESI ANGELO • Pluralismo culturale e impegno etico sui valori, n. 1, pag. 78. • La famiglia è base viva della società, n. 4, pag. 78.
MARCHETTI ANTONIO • L’arte di saper decidere, n. 4, pag. 58. • Il segreto del successo è saper comunicare, n. 5, pag. 40. MARINO GENNARO • Le risorse per l’Esercito nel bilancio della Difesa, n. 4, pag. 14. MINI FABIO • Al di là e al di qua dei limiti, n. 1, pag. 18. MORINO CLAUDIO • Tempesta di fuoco sul Reich, n. 4, pag. 86. M.M.A. • Recensione: «Nati per combattere», n. 6, pag. 132.
N N.S. • Recensione: «1915-1918 - Dall’Adamello al Grappa - cronaca fotografica dell’Ardito Ettore Boschi», n. 2, pag. 140. • Recensione: «Uno che non si arrese. Dal Kosovo al-
la Bosnia 1943-1945», n. 3, pag. 134. • Recensione: «Campagna degli Austriaci contro Murat nel 1815 – Battaglia di Tolentino, 2, 3 e 4 maggio», n. 4, pag. 130. • Recensione: «Nate dal mare. Le donne Garibaldi: Anita, Costanza e Speranza», n. 5, pag. 141.
O OTTOGALLI GIANFRANCO • Riflessioni del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, n. 1, pag. I. • Riflessioni del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, n. 2, pag. I. • Riflessioni del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano in occasione della festa dell’Esercito, n. 3, pag. I. • Il ruolo delle Forze Terrestri nei moderni scenari, n. 4, pag. I. • Ordine del Giorno all’Esercito, n. 5, pag. I.
O.R. • Recensione: «Lessico tematico interforze francese italiano-inglese/americano», n. 1, pag. 137. • Recensione: «Dizionario della guerra moderna», n. 2, pag. 139. • Recensione: «Bersaglio in movimento», n. 3, pag. 133. • Recensione: «Vivere», n. 4, pag. 129. • Recensione: «La fine della guerra», n. 5, pag. 139. • Recensione: «L’Italia e la politica internazionale», n. 6, pag. 131.
P PANUNZI ROCCO • L’oculato approvvigionamento, n. 6, pag. 46.
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PETRESCA ULDERICO • I Servizi di Sicurezza nella Storia, n. 6, pag. 102.
PETROLO MICHELE • C’erano anche italiani tra gli eroi di Balaclava, n. 4, pag. 96. PIGNATO NICOLA • L’Enigma della volpe, n. 1, pag. 90. POLI LUIGI • Comparazione tecnologica tra le due sponde dell’Atlantico, n. 4, pag. 10. • L’inizio del Secondo Risorgimento, n. 5, pag. 67.
• Recensione: «Gli autoveicoli da combattimento dell’Esercito italiano», vol. I (dalle origini al 1939) e vol. II (1940-1945) n. 3, pag. 135. • Recensione: «La macchina di sorveglianza», n. 4, pag. 130. P.V.R. • Recensione: «Il cielo in Basilica», n. 2, pag. 141. • Recensione: «Pantelleria 1943 D-Day nel Mediterraneo», n. 3, pag. 135. • Recensione: «Scrittori di fronte alla guerra», n. 4, pag. 132.
P.F.Q. • Recensione: «I meandri della Ragione», n. 2, pag. 139.
R • Ricordando il martirio 60 anni dopo, n. 3, pag. 86.
RESTAINO GERARDO • La sanità legionaria, n. 2, pag. 90.
R.P. • Recensione: «Le ultime sciabole», n. 1, pag. 138.
RITRACCIO PINO • Ambasciatori di pace, n. 2, pag. 52.
S SPECIALE ROBERTO • Il Comando NATO di Solbiate Olona è già una splendida realtà, n. 1, pag. 6.
SARTINI SERENA • Laghi bollenti, n. 6, pag. 22.
T TAVANO LUCIANO • I controlli gestionali nella Pubblica Amministrazione, n. 6, pag. 78.
TRICARICO GIUSEPPE MARIA GIOVANNI • Una festa bella come il sole, n. 3, pag. 93. • Editoriale, n. 6, pag. III.
V VALZANO MAURIZIO • Sperimentazione di successo per il Comando e Controllo MLRS, n. 6, pag. 68.
VIDULICH TULLIO • Gli indomabili soldati dei ghiacci, n. 1, pag. 100.
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ARTICOLI REDAZIONALI Attualità... Attualità... Attualità... Attualità... Attualità... Attualità...
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Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 1, pag. 128.
Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 2, pag. 130. Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 3, pag. 125. Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 4, pag. 120. Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, Sumario, n. 5, pag. 132. Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, Sumario, n. 6, pag. 120. Recensioni, Recensioni, Recensioni, Recensioni, Recensioni, Recensioni,
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Internautica, n. 1, pag. 139. Internautica, n. 3, pag. 139. Internautica, n. 4, pag. 133. Indice 2003, n. 6, pag. 135.
EDIZIONI SPECIALI • Esercito italiano. Rapporto annuale 2002.
• La grande famiglia alpina.
• Una vita sempre di corsa.
• Orgoglio e Memoria.
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