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Società Italiana di Storia Militare Quaderno 1998

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SOCIETÀ ITALIANA DI STORIA MILITARE

QUADERNO 1998

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Società Italiana di Storia Militare Quaderno 1998

Edizioni Scientifiche Italiane


MINNITI, Fortunato (a cu~a di) Società Italiana di Storia Militare. Quaderno 1998 Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 2001 pp. 220; 24 cm ISBN 88-495-0017-3 © 2001 by Ediziorù Scientifiche Italiane s.p.a. 80121 Napoli, via Chiatamone 7 00185 Roma, via dei Taurini 27

Internet: www.esispa.com E-mail: info@esispa.com I diritti di traduzione, riproduzione e adattamento totale o parziale e con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i Paesi.


Ciro Paoletti

Un ·incubo logistico: . . . imbarco, viaggio e sbarco delle Regie Truppe Italiane nell'Estremo Oriente La cosiddetta Rivolta qei Boxers, scoppiata in Cina nella tarda primavera del 1900 provocò, come è noto, l'immediata reazione militare delle Potenze occidentali e del Giappone. La prima risposta venne data impiegando i contingenti da sbarco forniti dalle 43 navi1 presenti a largo di Taku, i quali si impossessarono dei quattro forti situati alla foce del Pei Ho ed avanzarono fino a Tientsin, tentando - senza riuscirvi - di liberare le Legazioni occidentali a Pechino dal blocco imposto loro dalle truppe regolari cinesi e dai Boxers stessi. L'Italia non aveva alcun interesse in Cina; ma ambiva a concessioni territoriali come già ne possedevano le altre Potenze. Per questo motivo il Governo italiano aveva dato ordine alla Regia Marina di partecipare alle prime operazioni, allestendo la cosiddetta Forza Navale Oceanica - 7 navi destinate alle acque cinesi - e impiegandone a terra parte dei marinai, inquadrandoli poi in IJl1 efficiente Battaglione, che sarebbe stato acquartierato a Pechino una volta conquistata la città. Ma era evidente che i marinai poco potevano fare nelle azioni terrestri, perciò già nel giugno 1900 era stata decisa l'organizzazione d'un contingente del Regio Esercito destinato alla Cina. Denominato Regie Truppe Italiane nell'Estremo Oriente2, fu posto al comando del Colonnello Garioni, in luglio venne concentrato a Napoli, dove accanto al Deposito Africa del Regio Esercito se ne era istituito un secondo per la Cina, e fu imbarcato. L'im~arco però si rivelò meno semplice di come .si poteva pensare, specialmente a causa della fretta: bisognava arrivare in Cina al più pre-

1 Erano 16 russe, 7 britanniche, 6 francesi, altrettante tedesche, 3 giapponesi, 2 americane, 2 italiane e 1 austroungarica. 2 Il I battaglione di fanteria, il I Bersaglieri, una batteria d'artiglieria da montagna, un plotone cavalleggeri esplorante, una batteria mitragliatrici, un distaccamento misto del Genio, un Ospedaletto da Campo, un drappello di Sussistenza e una sezione Carabinieri Reali, per un complesso di 1.965 uomini - 83 gli ufficiali - e 178 quadrupedi.


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sto; e per questo ci si rivolse subito alla Società di Navigazione Generale per avere i trasporti stabilendo che "La Navigazione Generale Italiana - Società Riunite Florio-Rubattino" - Capitale Sociale versato 33 milioni - con sede in Roma, noleggia al Ministero della Guerra per il viaggio da Napoli a Taku e ritorno... "3 i piroscafi Singapore, Giava, Minghetti e, .da La Spezia e per il trasporto dei soli materiali, San Gottardo - quest'ultimo appartenente alla ditta Dufour e Pruzzo di Genova - al costo di 43.750 lire al mese per il Singapore e 45.000 per il Giava, per un minimo di tre mesi il primo, quattro il secondo, scaduti i quali sarebbero state pagate 1.430 lire per ogni giorno in più; o 40.000 lire, per il Giava, per ogni mese oltre il termine stabilito. Il nolo sarebbe decorso dal giorno in cui le navi si fossero trovate a Napoli completamente allestite e dichiarate tali da un'apposita commissione, cioè dal 18 luglio 1900, e sarebbe terminato "nel giorno in cui il piroscafo sarà reso scarico e libero nel pono di Napòli"4. Attraccati al molo Beverello del Porto Militare di Napoli alle 6 del mattino del 18, i piroscafi vennero ispezionati e dichiarati idonei al viaggio dalle commissioni ministeriali. Il Singapore fu visitato dal Ministro della Guerra lo stesso giorno; poi il Re lo onorò di un'ispezione alle 9 del mattino del 19. Nel pomeriggio le Regie Truppe destinate alla Cina sfilarono davanti a Umberto I e subito dopo - dalle 17 e 15 in poi - si imbarcarono sulle navi fra le più sentite dimostrazioni di gioia popolare e "Gli Urrah! i Viva e tutte quelle calde manifestazioni di entusiasmo portarono al colmo la confusione"5 sulle navi. Fissata la velocità media di queste ultime a 11 miglia6 l'ora, lasciata ai capitani la facoltà di toccare i pÒrti che avessero ritenuto opportuni per le necessità del viaggio, addossate al Ministero le tasse e le spese por1 Archivio dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (AUSSME), E 3, "Convenzione per il noleggio di un piroscafo", premessa. Si tratta di una di quelle ritrovate nelle ricerche condotte negli Archivi degli Uffici Storici dell'Esercito e della Marina e, pur portando la data del 18 giugno 1901 - per cui sarebbe relativa al viaggio di ritorno - dal contesto emerge chiaramente che si riferisce al viaggio d'andata, per cui la data andrebbe corretta in 18 giugno 1900. ' Ivi, art. 1°. 5 Archivio dell'Ufficio storico della Marina Militare (AUSMM), b. 172, "Rapporto del comandante militare del piroscafo Minghetti TV A. Cacace". 6 Il calcolo effettuato a fine traversata dimostrò che la velocità tenuta era stata di 10,7 miglia - o nodi - l'ora.


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tuali, di combustibile, di pilotaggio, d'agenzia, di mantenimento7 del personale viaggiante8 e per il passaggio del Canale di Suez, la Società si faceva carico dell'assicurazione - meno i rischi di guerra, per i quali avrebbe risposto l'Amministrazione militare fino a un massimo di 650.000 lire e delle spese per l'equipaggio e per i disinfettanti. . La Società avrebbe pensato pure a "provvedere al R Governo il carbone occorrente per il viaggio di andata da Napoli a Taku e ritorno, contro compenso a forfait di lire Centocinquantaseimila (156.000), restando in sua facoltà di consumare qualsiasi tipo di combustibile"9 Ma se le autorità militari avessero ordinato deviazioni di rotta o fermate colle caldaie accese, il maggior consumo di carbone sarebbe stato loro addossato e " ... pagato a parte al prezzo di lire Quarantadue (42) la tonnellata" 10 per il Singapore. Il Giava invece costava al Ministero un forfait di 49.500 lire di carbone per l'andata e di 74.250 per il ritorno, al costo per tonnellata di 50 lire ad andare e ben 70 a rientrare11 • Infine il Ministero della Guerra e Marina avrebbe potuto far "imbarcare persone, quadrupedi e materiali di qualsiasi genere in quantità compatibile colla portata del piroscafo" 12• Si organizzò poi il carico nel porto di Napoli ma andò tutto a rovescio perché si aveva molta fretta e nessuna esperienza di trasporti militari transoceanici - la massima distanza coperta fino allora con grossi contingenti di truppa era quella tra Napoli e Massaua - ragion per cui O

7 Vedere l'appendice prima: "Razioni spettanti alkRegie Truppe Italiane nell'Estremo· Oriente." · 8 La convenzione per il Singapore dice: "Art. 9°: -Tanto nel viaggio di andata quanto in quello di ritorno il vitto sarà pagato alla Società in ragione di lire 1,50 per soldato, 1,90 per sottufficiale e lire 8 al giorno per ogni ufficiale". Il noleggio del Giava invece stabiliva la spesa giornaliera di: lire 1,80 per soldato, lire 2,60 per sottufficiale, lire 9 per ufficiale viaggiante in seconda classe, lire 1O per ufficiale viaggiante in. prima classe. Si ricorda che il Regio Esercito e la Regia Marina prevedevano tanto in mare che in ferrovia, l'obbligo di viaggiare: in seconda classe per gli ufficiali dal grado di Aspirante a quello di Capitano, o Tenente di Vascello, compresi; in prima classe per i gradi da Maggiore a Colonnello - o da Capitano di Corvetta a Capitano di Vascello - compresi; l'intero scompartimento di prima classe riservato per gli ufficiali generali e gli ammiragli. 9 AUSSME, E 3, "Convenzione per il noleggio di un piroscafo, art. 5°". 10 Ibidem. 11 AUSMM, 172, 2. "Convenzione per il noleggio di un piroscafo (riferentesi al

Giava). 12

lvi, art. 10°.


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si calcolarono bene l'occorrente, male lo spazio necessario ad accoglierlo sulle navi e malissimo i tempi di carico. . "Nella distribuzione e nell'ordinamento del carico a bordo dei piroscafi" avrebbe scritto il colonnello Garioni a viaggio ultimato "si deve riconoscere oltre che una causa di ritardo, la ragione principale del poco ordine avutosi nella successione delle operazioni di sbarco, le quali riuscivano diverse dal progetto... come diverso da quanto fu disposto fu il carico dei piroscafi compiuto in Napoli." 13 • Parte dei materiali rimasero " ..sulle chiatte nel porto e non imbarcati, per essere già le stive colme ed i ponti ingombri. L'eccessivo ingombro dei piroscafi richiede una speciale osservazione anche perciò che ha tratto al personale. Il trasporto di 1.200 uomini circa (compreso l'equipaggio) sul Singapore, di 900 sul Minghetti, di circa 300 sul Giava unitamente a 170 quadrupedi, dato il tonnellaggio disponibile degli anzidetti piroscaf~ costituisce un massimo, che non si è voluto raggiungere dalle altre nazioni. Al riguardo del tonnellaggio lasciato disponibile sui piroscafi credo poi di dover segnalare che la Navigazione Generale è stata indotta a profittare largamente per caricare materiali per suo conto, dal fatto che l'amministrazione militare aveva limitata la sua richiesta a 500 tonnellate per piroscafo 14, mentre i materiali da imbarcarsi superavano di gran lunga l'anzidetto volume. Quindi nonostante i considerevoli lavori di adattamento eseguiti nei piroscafi, se le condizioni sanitarie e disciplinarie della traversata non sono state peggiori, ciò è da attribuirsi alle condizioni favorevoli del mare.

13 AUSSME, E 3, Garioni, Regie Truppe Italiane nell'Estremo Oriente - Comando - N° 19 di protocollo riservato. "A S.E. il Ministro della guerra (Seg. 0 Gen°) Roma. Oggetto: operazioni di sbarco". Tien Tsin 12 - 8 - 1900". Va però notato che nel testo Garioni ·descrive dettagliatamente le operazioni di sbarco, incominciate il 29 agosto e, poiché nell'ultima pagina afferma "NOTA: Lo scarico dei materiali seguita per tutto il mese di settembre" utilizzando il presente indicativo, è da ritenersi che la data di stesura del rapporto sia il 12 settembre 1900 anziché il 12 agosto come indicato nell'intestazione. 14 I:articolo 11° della convenzione di noleggio del Singapore ·stabiliva infatti "La Navigazione Generale Italiana può utilizzare il piroscafo nel viaggio di andata per trasporto di mercanzie purché ciò non importi deviazioni di rotta, verso compenso allo Stato della metà del nolo, netto di qualsiasi spesa e provvigione relativa al carico e rinuncia altresì alla quota giornaliera che le spetterebbe per la eventuale maggior durata del viaggio (oltre i tre mesi) che ne conseguisse dalle soste per il carico e lo scarico. La metà del nolo sarà da diffalcarsi dalle somme dovute alla Società "


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Si dovette tuttavia ricorrere al ripiego di lasciare occupare dalla truppa, per alcune ore della giornata, la parte del ponte destinata agli ufficiali, tollerare che parte degli uomini dormissero in coperta, ecc. La densità degli uomini a bordo raggiunta dai nostri piroscafi, conv~ente per un viaggio di breve durata (come il trasporto a Massaua), è da ritenersi eccessiva, sia per la lunghezza della navigazione (42 giorni, dei quali se ne . ebbero fino 12 consecutivi senza sosta da Aden a Singapore) sia per la · stagione ed i mari attraversati. Ma l'eccessivo ingombro di uomini sui piroscafi è stato causa di · altri inconvenienti poiché à reso pressocché impossibile il procedere alle visite ed all'arieggiamento ai materiali di difficile conservazione, accrescendo in tal modo la percentuale delle derrate avariate per il solo fatto della traversata" 15 • Più esplicito il comandante militare del Minghetti: "I dormitori dei soldati avevano il numero di cuccette richiesto, ma... erano tutte unite con dei passaggi strettissimi tra una fùa e l'altra"16• cosicché le buffetterie le armi e gli zaini, per mancanza di spazio, erano stati sistemati sotto le cuccette stesse, impedendo tanto la pulizia del pavimento quanto quella delle armi. "L'eccessivo agglomeramento ha reso anche impossibile di far fare quotidianamente la lavanda personale completa e doccia con acqua di mare a più di metà della truppa come ha pure ostacolato l'esecuzione di regolare lavanda di biancheria imposto dal limitatissimo corredo dei soldati e dalle elevate temperature avute continuamente durante il viaggio" 17• Per di più i soldati - vittime del mal di rriare - non riuscivano a contenersi e spesso, non potendo raggiungere le latrine o le murate, erano costretti a "liberarsi" sulle cuccette e sul pavimento. Le latrine, insuffì~ cienti, erano state intasate sia dal troppo uso, sia dall'abitudine dei militari - sul Minghetti erano tutti Bersaglieri - di buttarci dentro ogni sorta di cose per eliminare un po' di rifiuti. Di conseguenza ogni giorno si era dovuto calare un marinaio fuori bordo per stasare gli ugelli di scarico. Né era, andata meglio agli sfortunati che si erano ammalati - sul Minghetti si erano verificati un paio di casi di tifo e alcuni di influenza perché "L'ospedale, sito nel posto più caldo, era per nulla ventilato" 18 e 15

GARIONI,

16

CACACE,

op. cit., pp. 4~6.

op. cit., p.

4.

AUSMM, b. 172, "Lettera del Comandante militare del piroscafo noleggiato Singapòre diretta al Comando in Capo della Forza Navale Oceanica, del 31 agosto 1900". 18 CACACE, op. cit., p. 4 17


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prendeva aria da due prese che davano sui dormitori raccogliendone l' aria viziata. Il caldo doveva essere combattuto con acqua e· ghiaccio, poiché i piroscafi, per contratto, dovevano avere sia un apparato distillatore, sia una macchina per fare il ghiaccio; ma - osservava il comandante militare del Minghetti - il primo aveva prodotto 2.000 litri d'acqua imbevibile, la seconda - dopo otto ore - era stata a malapena capace di rinfrescare dieci bottiglie d'acqua. Non era andata meglio al momento dei pasti. Era vero che erano stati "inappuntabili, i cibi essendo abbondantissimi e curati" 19 ma "a causa dello spazio, i soldati dovettero mangiare per 42 giorni in piedi, o arrampicati sulle grue girevoli o sugli spiragli dei boccaporti. Né i sott'Ufficiali ebbero miglior trattamento - male alloggiati, privi affatto di aria dovettero mangiare sempre a due riprese in un angolo tra la cucina e il macello. Gli Ufficiali, se si consideri che le cabine di 1a classe sono 2 e quelle di 2a 6,. non stettero anch'essi con tutte quelle agevolezze neces~ sarie. In certe cabine erano persino in 4 e con l'elevata temperatura avuta durante il viaggio non era assolutamente possibile dormire"20 • Infatti in conseguenza del caldo i soldati abbandonavano i dormitori e piazzavano materassi, coperte e cuscini sui ponti, ingombrando la plancia e impedendo il passaggio, la manovra e, come già detto dal colonnello Garioni, l'ispezione e l'arieggiamento dei materiali stivati. Per di più "Il tempo ristretto concesso per l'esecuzione del carico ha fatto sì che i materiali non venissero caricati secondo logiche esigenze di conservazione e di impiego quali erano state osservate nel progetto d'imbarco, ma alla rinfusa, man mano che comparivano sulla banchina pur dì non perdere un minuto di tempo ed essere pronti per l'ora prescritta per la partenza, mentre taluni dei materiali giungevano per ferrovia in Napoli nel giorno stesso in cui si ultimavano le operazioni di carico dei piroscafi. Le conseguenze sulle operazioni di sbarco sono state assai gravi, poi-· ché non si potè precisare come si sarebbe voluto il progetto relativo, né si poterono disporre in generale i materiali per lo sbarco e, sebbene fosse conosciuta l'ubicazione dei medesimi, non riuscì possibile per l'ingombro delle stive di compiere operazione alcuna preparatoria" 21 • 19

20

Ivi, p. 1. Ivi, p. 4.

21 GARIONI,

op. cit. paragrafo 3°, pp. 4-6.


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Bene o male, stretti come sardine nella scatola22, per "l'itinerario generalmente seguito dalle navi da guerra: Port-Said - Suez - Aden - Colombo - Singapore"23 preceduti dalla Regia Nave Stromboli, i soldati italiani arrivarono in Cina e si prepararono a sbarcare a Taku. Ma a largo di Taku esisteva una secca, il cui passaggio variava,· secondo la marea, da 50 centimetri a 5 · metri. Ciò aveva impedito l'avvicinamento delle navi militari maggiori al momento della presa dei forti, limitando il contingente navale occidentale impiegabile a sole 9 unità24 e, poiché la secca di Taku non faceva differenza fra navi militari e mercantili. "La mancanza di fondo obbligò le navi a sostare a 10 miglia circa dalla costa, distanza che richiede un paio d'ore circa per essere percorsa da un solido galleggiante con un buon rimorchiatore in condizioni normali di mare. Punto di approdo non può essere che la banchina di Tong-Ku, dove ha origine realmente la ferrovia Tong-Ku, Tien-Tsin, Peking. Ciò esige almeno un'altra ora e mezzo di navigazione fluviale. La barra del fiume non può essere passata, anche da galleggianti me22 I cavalli e i muli, imbarcati coli' artiglieria sul Giava, fecero un viaggio quasi altrettanto scomodo. Intanto anche per loro l'aria era poca e si potè rimediare solo grazie al bel tempo, che permetteva di tenere aperti i boccaporti, e a vari espedienti improvvi. sati dal comandante del piroscafo: Con tutto questo, come scrisse (AUSMM b. 172) il comandante militare TV Sicardi nel suo rapporto al Comando in Capo della Forza Oceanica - n. 5 del 5 settembre 1900: "durante la permanenza nei porti, si ebbero casi di leggera asfissia, dei quali uno seguito da morte, oltre ad altre malattie di febbri biliose" ragion per cui "il Tenente veterinario, giustamente impensierito di questo fatto, propose di far sbarcare a Singapore per tre o quattro giorni tutti i quadrupedi per rinvigorire la loro forza, proposta che fu respinta stante l'urgenza della partenza da quel porto." Per di più, a causa del!'eccessivo carico, non era possibile svuotare le sentine altro che con alcune pompe - neanche tutte quelle a disposizione - per cui l'acqua aumentò e, venuta in contatto col fieno e le biade ne danneggiò una certa quantità: "Nella stiva n.2, per effetto di acqua stagnante, marcì completamente uno strato di fieno e si dovettero quindi gettare in mru;e circa 34 balle, che erano in. avanzato stato di fermentazione, con pericolo d'incendio. Nelle altre stive si trovarono dei sacchi di crusca ed orzo ammuffiti per efs fetto dell'umidità, ma in piccola quantità". 23 AUSMM, b. 172., "Lettera del Comando militare del Piroscafo noleggiato S. Gottardo, diretta al Comando in Capo della forza Navale Oceanica, n. 125, del 26 settembre 1900. 24 Corvetta inglese HMS Algerine, vecchia e non protetta; Corvetta tedesca Iltis, vecchia e non protetta; Cacciatorpediniere britanniche moderne HMS Fame e Wilting; Cannoniere russe Gilyak - moderna - Bobre e Koreetz, antiquate e dotate di cannoni ad avancarica; Cannoniera francese Lion, la più vecchia della flottiglia; Cannorùera giapponese Atago, anch'essa vecchia.


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diocri, che durante l'alta marea, la quale nel suo spostamento orario giornaliero, rende assai difficile di trar profitto almeno per un lungo periodo di · tempo, di entrambe le maree di ogni singolo giorno. Il mare inoltre in questo mese è stato qua,si sempre agitato e ciò durante una stagione che viene considerata generalmente come la più favorevole. Dato quanto si espone qui sopra era di somma importanza poter trarre profitto di tutte le ore favorevoli allo sbarco, di possedere almeno un ri-. morchiatore nostro, e, per non essere in balia del mare, di avere almeno un solido pontone... sarebbe occorso che venisse predisposto un tratto di ·banchine, esclusivamente appartenente a noi per lo scarico ... La mancanza di tali mezzi deve aver suggerito alla R. Marina l'idea di affidare al fiume (mediante giunche) in concorso alla ferrovia, il trasporto di parte del materiale ed ai servizi parimenti delle giunche per i trasporti tra il bordo e la stazione ferroviaria, ricorrendo inoltre, per il personale, a mezzi di sbarco presi a prestito e a lancie rimorchiate dalle barche a vapore delle RR. Navi"25 • Chiaramente questa soluzione non era ideale, perché la navigazione fluviale era lenta, mancavano le giunche e le poche racimolate, oltre a essere già impegnate nel vettovagliamento del Battaglione Marinai a Pechino, erano del tipo fluviale, a fondo piatto, tanto inadatte al mare che · ne affondarono cinque. Si chiesero giunche marine e un pontone in prestito agli Inglesi, si ebbe la disponibilità di un pontone russo, l'uso di un piccolo piroscafo e di un rimorchiatore tedeschi e, infine, si potè comprare un rimorchiatore "che può servire anche come trasporto e che ~ervirà specie per gli ulteriori scarichi di materiale (acquistato a Shang-hai, a Ce-fu ed in Giappone)"26. Ora si poteva scendere a terra. "Le operazioni effettive di sbarco vennero iniziate il giorno 29 agosto da un drappello27 composto del distaccamento del Genio, degli zappatori dd battaglione fanteria e da parte del personale delle salmerie di entrambi i battaglioni (piroscafo "Singapore") .. ."28 a quel punto còminciarono le difficoltà dovute al prestito dei natanti, che i proprietari ovviamente concedevano quando non ne avevano bisogno. "Se trattavasi di GARIONI, ap. cit., pp. 2-3 Ibidem. 27 Si veda l'appendice seconda: "Sequenza di sbarco delle Regie Truppe fino al 9 settembre 1900". · · 28 GARIONI, op. cit., p. 7. 25

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rimorchiatori e pontoni (lighters) offerti dai comandi di altre nazionalità, essi giungevano pressocché imprevisti, sicché si doveva caricare al momento, per non perdere J' occasione, ciò che capitava sottomano~ scomponendo · lo scaglionamento predisposto, precipitando lo sbarco di personale in guisa di farlo precedere ai mezzi di vettovagliamento, al quale si .doveva provvedere con ripieghi del momento. Se trattavasi di mezzi improvvisati (lancie di bordo rimorchiate dalle barche delle RR. Navi), si correva il rischio grazie alla rapida mutabilità del mare, durante un percorso relativamente lungo, eseguito con lentezza, di trovare avariata buona parte del materiale dall'acqua imbarcata (com'è appunto accaduto di non pochi materiali)"29 • E una volta a terra le difficoltà continuavano. "In conseguenza della ricognizione fatta a Ton-Ku e a Tien Tsin si rilevò la impossibilità di tenere, anche per un tempo relativamente breve, tanti materiali e truppe in Ton-Ku (trarre profitto dal forte di Ta-Ku da noi parzialmente presidiato non sarebbe stato possibile sia per l'assoluta deficienza di locali, sia per la complicazione che ne sarebbe derivata stante la distanza tra il forte e la stazione ferroviaria, per percorrere la quale non si aveva mezzo alcuno di trasporto )"30• Ultima conseguenza dell'improvvisazione: la discontinuità dello sbarco causò "ingombro di materiali e personale sulla banchina di Ton-ku"31 • Per risolvere il problema si aumentò il traffico ferroviario; ma si ottenne il risultato di raddoppiare l'ingorgo, non riuscendo a eliminare quello alla partenza e creandone uno all'arrivo, dovuto al "riversarsi in 1ien-Tsin di treni, eccedenti per numero di vetture ai mezzi di ricevimento e di scarico. In tali condizioni la frequenza delle pioggie è stata causa che la percentuale di materiale sperso o avariato sia salita al disopra del limite ragionevole" 32 • Adesso restava da risolvere il problema dell'accantonamento e dell'immagazzinamento: "Per ordine dell'Ammiraglio il corpo di spedizione · dovette ai;restarsi a 1ien Tsin e sistemarvisi in vista del prossimo inverno ... La difficoltà di trovare sufficienti alloggi e magazzini in TienTsin, la sicurezza di trovarne di possibili in Pekino, hanno infine contribuito, creando incertezze, a rendere meno spedita la sistemazione dei 29

Ivi, p. 4. Ivi, p. 7. "Ivi, p. 8. 30

32

Ibidem


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materiali sbarcati ... Si decise di impiantare Comandi di tappa in Ton-Ku ed in Tien-Tsin, i quali dovessero avviare e ricevere rispettivamente gli scaglioni di sbarco ... da poter essere sgomberati nelle 12 ore per mezzo della ferrovia su Tien-Tsin ... Appariva anche la convenienza di creare in Tien-Tsin il deposito generale del Corpo di spedizione. Non essendo sufficienti i locali qui fissati dalla R. Marina, si diede opera a ricercarne del1'altri, per completare almeno la sistemazione di magazzini. Le difficoltà che si trovarono. furono grandissime, avendo. le altre nazioni per mezzo dei Consoli e dei sindaci delle rispettive concessioni, preso quanto vi era di disponibile. Si dovette solo alla estrema cortesia del Comando delle truppe inglesi (il quale fu di efficace aiuto al corpo di spedizione italiano) se si poterono risolvere tutte le difficoltà e ciò mediante la cessione temporanea di ottimi locali, sino a quando il Corpo di spedizione potè procurarsene di propri, pagando però affitti abbastanza onerosi"33 • Bene o male si immagazzinò tutto, si accasermò il Corpo di Spedizione e ci si preparò a cominciare le. operazioni nell'interno: per le Regie Truppe il viaggio era finito e cominciava la guerra dei Boxers.

33 GARIONI,

op. cit., p. 8.


Appendice

I: Razioni spettanti ali(! Regie Truppe Italiane nell'Estremo Oriente Denominazione dei generi Domenica Pane e galletta Pasta Riso Legumi Pesce Patate

gr

Lunedì

A discrezione 150

Giorni della settimana Martedì Mercoledì Giovedì Venerdì Sabato 150

150 150

150 150 150

150 150

300 16 50 320

Caffè

300 16 50 320

Zucchero Carne Uova

No

Vmo

½ litro per giorno

Condimento

Come d'uso

300 16 50 2

300 16 50 320

300 16 50 320

300 300 16 50

300 16 50 2

Ai sottufficiali spettavano invece:. - al mattino caffè e galletta; ~ a colazione Minestra, piatto forte guernito, 25 cl. di vino, pane a piacimento - a pranzo Minestra, piatto forte di cucina guernito, formaggio, 50 cl. di vino, pane a piacimento.


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II: Sequenza di sbarco delle Regie Truppe fino al 6 settembre 1900 Giorno

Reparto

30 agosto 1• Cp. Btg. Fanteria 31 agosto 1• Cp. Btg. Fanteria Di vari reparti C.do Regie Truppe Btg. Fanteria Btg. Bersaglieri Batteria Di vari corpi 1° Sett. C.do Regie Truppe Btg. Fanteria C.do Regie Truppe Btg. Fanteria Btg. Bersaglieri Ospedaletto Drappello Sussistenza Btg. Bersaglieri Drappello Sussistenza 2 Sett.

Uff. 3

Truppa Quadrupedi Materiali 46 40 61

2 3

5 4 6 91

2 Lance R. Marina Pontone inglese

Pontone russo

108 4 16 2 1 25

47 8 526 32

giorni 2 di viveri Rimorchiatore tedesco 5

3 Piroscafo tedesco

15 631 15

Btg. Bersaglieri Drappello Sussistenza

16 10

C.do RR. Truppe Btg. Bersaglieri

5

6 6

· 3 Sett. 4 Sett. 6 Sett.

Foraggi viven cartucce Bardature 2 mitragliatrici

Mezzi di trasporto

4

giorni 1 di viveri Materiali vari 1 giunca e 4 lancie R. Marina Viveri Pontone inglese materiali e viveri Piroscafo tedesco Materiali vari 4 giunche e 6 lance R. Marina Materiali 2 lance rimorchiatee dalla R. Marina 4 lance rimorchiate dalla R. Marina Vettovaglie Pontone russo Materiali


Antonio Rosati

La crociera russa della R.N. · Carlo Alberto nel diario del Guardiamarina Giuseppe Rairieri Biscia L'Ammiraglio Giuseppe Raineri Biscia (Bologna 14/11/1879 - Genova anni del suo imbarco nella Regia Marina tenne un interessante diario 1 di navigazione sia con descrizioni minute delle navi su cui era imbarcato sia con descrizioni dei paesi che toccavano ·le nostre navi. Il 16 dicembre 1901, imbarcato sulla Regia Nave Dandolo con il grado di Guardiamarina, iniziò la propria carriera militare che possiamo definire senza dubbio brillante2• Il 31 maggio 190.2 venne trasferito sul Regio Incrociatore Carlo Al18/09/1957) nei primi

1 Il diario dell'Ammiraglio Raineri Biscia è attualmente conservato nell'Archivio privato Rosati - Pepoli (Sez. Il0 - 12), essendo l'avo materno dell'autore primo cugino del!'Ammiraglio. 2 Ammiraglio Giuseppe Raineri Biscia, Allievo della R. Accademia Navale dal 1V08/1898, Guardiamarina dal 16/12/1901, Sottotenente di Vascello dal 01/09/1904, Tenente di Vascello dal 01/02/1910, Capitano di Corvetta dal 05/05/1918, Capitano di Fregata dal 01/06/1923, Capitano di Vascello dal 31/10/1928, Contrammiraglio dal 29/08/1934, Ammiraglio di Divisione dal 08/02/1936, Ammiraglio di Squadra in aus. Dal 12/12/1941. Partecipò al 1° conflitto mondiale a bordo del Ct Pontiere, della Cr Duilio, della Tp 3 PN. Fu Comandante della Squadriglia "Alcione" e degli esploratori Tigre, Riboty e Premuda. Dal 10/06/1931 al 29/08/1933 fu comandante dell'incrociatore Zara. Dal 03/11/1923 al 01/02/1931 fu destinato a Londra quale Addetto Navale. Dal 16/01/1929 al 27/05/1931 fu destinato all'Ufficio del Capo di Stato Maggiore della Marina; durante tale periodo compì varie missioni diplomatiche all'estero e presso la Società delle Nazioni a Ginevra. Fece parte della Delegazione Italiana - .Sezione Marina - in qualità di esp!!rtO alla Conferenza Navale per la riduzione degli armamenti tenutasi a Londra dal 15/01/1930 al 26/04/1930. Dal 15/12/1933 al 05/10/1934 fu destinato all'Ufficio di Gabinetto di S.E. il Ministro della Marina. Dal 6/10/1934 all'l/11/1935 fu Membro e Segretario del Consiglio Superiore di Marina. Dall'l/11/1935 all'l/011938 fu Capo Ufficio Trattati. Dall'l/11/1935 all'8/09/1943 fu destinato quale Ufficiale Ammiraglio di Collegamento fra il Ministero Marina ed il Ministero degli Esteri. Dal 9/09/1943 al 5/06/1944 fu in territorio occupato dal nemico. Dal 6/06/1944 al 3/08/1944 fu di nuovo Capo Ufficio Trattati. Dal 4/08/1944 al 31/08/1944 fu a Marina Gabinetto. Dall'l/09/1944 all'l/03/1947 fu Capo Ufficio Collegamento col Ministero degli Esteri. Collocato a riposo ed iscritto nella riserva navale dal 14/11/1949. Collocato in congedo assoluto dall'l/05/1954.


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berto3, ed a bordo di questo il 1O giugno seguente partì da Gaeta con destinazione il porto militare inglese di Portland, tappa della crociera che avr!!bbe portato il Carlo Albert_o fino in Russia per presenziare alla visita del Re Vittorio Emanuele III a San Pietroburgo. H 7 luglio, alla partenza, fu imbarcato a Dover Guglielmo Marconi, il quale aveva a bordo della Carlo Alberto alcune apparecchiature per i suoi esperimenti radiotelegrafici4. Queste le pagine del diario di Raineri Biscia in cui registrò i fatti dei giorni dal 9 al 21 luglio 1902. "Alle 2 e 45 del 9 mattina passiamo al traverso del fanale Old e si comincia ad avvistare la costa danese. Poco dopo il semaforo di Punta Shagen alza il nostro nominativo e ci segnala che il pilota è pronto a Frederikshaven. Il nostro Ammiraglio (Contrammiraglio Carlo Mirabello5, imbarcato per missione speciale - n.d.a.) sempre per guadagnare tempo aveva telegrafato al nostro console ad Helsinor di farci trovare un pilota pratico del Baltico pronto. Visto poi che era necessario per noi passare il Gran Belt si telegrafò che il pilota fosse pronto a Kellundlory, cittadina più prossima alla nostra rotta per il Grand Belt. Finita la segnalazione riprendiamo la velocità normale ed alle 4 e 15 avvistiamo sulla dritta l'yacht di S. M: l'Imperatore di Germania "Hoenzollern", una nave tipo "Hershe" ed una controtorpediniera ancorati sotto la costa. Alle .5 e 16 arrestiamo le macchine davanti a _Frederikshaven ed alziamo la bandiera per chiamare il pilota. Giunge dopo 50 minuti che mi parvero un secolo! Rimettiamo subito in rotta. Alle 7 e 15 in prossimità dello shiplight "Trindelen" avvistiamo una squadra germanica su due divisioni: la prima di sei navi, l'altra di cinque. La prima divisione evoluendo prende

3 . L'incrociatore Carlo Alberto, gemello del Vettor Pisani, era stato progettato dall'ingegnere del Genio Navale Comm. Edoardo Masdea. Costruito nell'arsenale di La Spezia, fu varato 1'11 settembre 1896 ed allestito completamente nell'aprile del 1898. La nave misurava 99 metri di lunghezza e 18 metri di larghezza. Il dislocamento a pieno carico era di 7170 t. Sviluppava una velocità massima di 20 nodi. L'armamento principale era costituito da 12 cannoni da 152 mm dei quali 8 in batteria e 4 in coperta e da 6 pezzi da 120 mm. ' Il Raineri Biscia ebbe occasione varie volte di assistere Guglielmo Marconi nei suoi esperimenti, tanto da diventarne cordiale amico. Nel suo diario di bordo vi sono infatti vari riferimenti a tali esperimenti i quali saranno oggetto di un prossimo lavoro dell'autore di questo articolo. s L'Ammiraglio Carlo Mirabello (Tortona 1847 - Milano 1910) fu in navigazione dal 1865, Contrammiraglio nel 1898, Vice-Ammiraglio nel 1903 e nello stesso .anno divenne Ministro della Marina Militare (fino al 1909) e Senatore del Regno.


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la linea di fronte e rotta quasi opposta alla nostra, mentre l'altra divisione prosegue con rotta quasi normale alla nostra e a sinistra di questa. La nave capofila della la divisione ha l'insegna di· Grande Ammiragli. Facciamo una salva di 17 colpi cui viene subito risposto. Alle 7 e 55 dirigiamo per Rn 174°, alle 10 è 40 passiamo al traverso del fanale di Auholt. Siamo in vista delle due coste: danese e scozzese. Alle 22 e. 50 avvistiamo il fanale di Marihenol. Da questo momento seguimmo la rotta indicata dai portolani. Il tempo era ottimo, mare calmo, senza vento, né corrente, né nebbia cosicché facendo continuamente il punto mediante un attento, assiduo e continuato studio e riconoscimento della costa noi avevamo sempre il punto della nave con certezza anche nei passi più difficili quali quello tra Munke Grounds e Secero ed i bassifondi di Ryggen ed Assness. Finalmente siamo in prossimità del porto di Kronstadt. Alle 4 e 2 al traverso del canale di Sommars accostiamo per 104° N. ed alziamo bandiera avvistandosi una nave da guerra russa. Si dirige poi per l'ancoraggio passando per mezzo ad un'infinità di boe che unitamente a piccole bandiere segnano i luoghi ove lavorano le draghe per scavare il fondo. A chi arriva non vede altro che la linea formata dai cinque magnifici forti da poco costruiti e che chiudono l'accesso a sud dell'isolotto ove sorge Kronstadt di cui si scorgono soltanto alcune cime di campanile. Alle 10 in prossimità dei forti salutiamo la piazza con 21 colpi, cui rispondono subito i forti, alle 10 e 22 con una salva di 17 colpi salutiamo l'Ammiraglio Comandante supremo del porto di Kronstadt. Risponde il "Pobyeda" ancorato fuori della piccola rada. Un pilota russo sale a bordo e ci porta a prendere la boa a noi assegnata dinanzi al porto militare. Alle 10 e 32 la nave russa "Svetlana" fa una salva di 13 colpi con bandiera italiana al trinchetto. Rispondiamo subito. Fuori del porto militare oltre alla "Svetlana" che ha insegna di Commodoro, è ancorato !'yacht Imperiale "Stella Polare". Sono nel porto militare le navi: "Aurora", "Pallada", "Diana", "Asia", "Sissoi Veliky" ed il rompighiaccio "Jermack'1.• Alle 1O e 45 terminiamo di ormeggiarci avendo preso una boa a prora ed una a poppa sulla quale abbiamo mandato due cavi d'acciaio. Vengono a bordo molti Ufficiali e Comandanti russi a fare la visita d'arrivo. Il nostro Ammiraglio va prima di mezzodì a fare la visita al Vice - Ammiraglio Makaroff6 Comandante di Kronstadt. Siamo in un luogo di cor-

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L'Ammiraglio russo Sergiej Onesimovic Makarov (1848-1904) fece parte della Squa-


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rente e spira vento fresco e raffiche che solleva marette molto noiose alle ·piccole imbarcazioni. Alle 14 causa il forte vento e la coi:rente si strappa il corpo morto della boa di poppa. Il bastimento gira presentandosi alla corrente in modo che ci troviamo vicino alla diga. Si dà subito fondo al!'ancora di dritta dando ordine in macchina di attivare i fuochi. Alle 15 e 35 viene a bordo S. E. il Vice - Ammiraglio Makaroff. Quando sbarca si esegue una salva di 15 colpi. Fra i primi Ufficiali venuti a bordo sono da ricordare il Sig. Kem Semenoff Tenente di Vascello addetto alla persona del Sig. Ammiraglio ed il Sig. Nicola Glasoff Tenente di Vascello dello Stato Maggiore Generale di Kronstadt e messo gentilmente a disposizione degli Ufficiali della "Carlo Alberto". Il Sig. Glasoff ci mette subito al corrente delle comunicazioni fra Kronstadt e Pietroburgo, degli usi russi principali fra i quali quello importante che ascoltano l'inno nazionale a capo scoperto, ed altre costumanze. È il 13 luglio ed è il giorno fissato per l'arrivo a Peterhof di S. M. il Re d'Italia. Difatti alle 16 e 30 alziamo la gran gala di bandiere e le navi in rada fanno lo stesso avendo la bandiera italiana all'albero di maestra. Le navi da commercio presenti a Kronstadt alzano la piccola gala di bandiere. Il Sig. Ammiraglio ed il Comm. Marconi sono andati a Peterhof a ricevere S.M. il Re. Alle 17 il "Pobieda" entra in arsenale. Alle 18 e 15 giunge !'yacht di S.M. l'Imperatore delle Russie "Standard". Dà fondo in rada davanti alla "Stella Polare". Appena dato fondo fa una salva di 13 colpi .per salutare la nostra insegna ed alza la gran gala di bandiere. Questa si tenne alzata fino alle 22, ora in cui venne sostituit.a dalla piccola gala e dal pavese elettrico tenuti sino alle 24. Tempo splendido. Io essendo libero di servizio mi recai a Pietroburgo che presentava molta curiosità ed attrattiva per me che amo oltremodo vedere cose nuove, costumi diversi, monumenti che mi ricordano la storia dei popoli. . . . Da Kronstadt partono battelli a vapore che conducono direttamente a Pietroburgo facendo scalo ad un pontile della Neva presso la parte est dra navale dell'Estremo Oriente. Fu poi al Ministero della Guerra. Fece la guerra russoturca del 1877-78. Contrammiraglio nel 1890 e Ispettore Generale dell'Artiglieria Navale; fu lui ad ideare le navi rompighiaccio. Partecipò alla guerra russo - giapponese del 1894 · e poi divenne Prefetto Marittimo a Kronstadt. Nel 1904 assunse il Comando della flotta russa a Port Arthur .e nello stesso anno morì a bordo della nave Peiropaulovsk a causa dell'urto di una mina durante una sortita contro la flotta giapponese.


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della città, oppure conducono a Oranienbau che è un grazioso paesello sulla sponda opposta a K.ronstadt ove ogni ora partono treni che conducono in un'ora alla stazione del Baltico di Pietroburgo. Io presi il va- · poretto che mi portò direttamente sulle rive della storica Neva nella città di Pietro il Grande. Pietroburgo è una città di 1.267.000 abitanti dei quali soltanto 2.000 sono francesi ed altrettanti inglesi. Per avere un'idea della rapidità con la quale è andata aumentando la sua popolazione basti sapere che nel 1761 era di 150.000 abitanti, nel 1825 di 425.000, nel 1881 di 861.000 abitanti. È la seconda capitale dell'Impero russo essendo stata sino al 1711 Mosca e anche dopo Pietro il Grande i suoi immediati successori diedero di nuovo preferenza al K.remlino di Mosca anziché scegliere per residenza la città ancora non ospitale della Neva. È la prima residenza della corte, la piazza commerciale più importante del Baltico, vi risiede il Governo, tutto il Corpo della Guardia ed il 1° Corpo d'Armata. La parte principale della città è situata sulla riva sinistra della Neva. La Neya esce dal lago Ladoga presso Schlunburg e si getta nel Golfo di Finlandia dopo un corso di 67 Km. La sua larghezza varia fra 260 e 650 metri e la sua profondità fra 3 e 16 metri. Entra a Pietroburgo presso il convento di S. Alessandro Nevsky, traversa la città descrivendo un grande arco convesso a N-E lungo 13 KM. e si divide in diversi rami: la Grande Neva, la Piccola Neva e la Grande Nevka. ·S. Pietroburgo comprende 12 quartieri divisi in 38 circondari di polizia: 1° - Quartiere deffAmmiragliato, centro della città, ove sono i palazzi imperiali; 2° - Quartiere di Kazan, comprendente cancellerie, uffici, magazzini ed eleganti palazzi; 3° - Quartiere di Spass, centro del commercio; 4° - Qu~rtiere di Kolomna; 5° - Quartiere di Narva; 6° - Quartiere di Mosca; 7° - Quartiere Liteiny; 8° - Quartiere Rosdestevensky o popolare; 9° - Quartiere di S. Alessandro Nevsky; 10° - Quartiere Vassilievsky nell'isola Vassily, residenza degli artisti e · degli scienziati; 11 ° - Quartiere di S. Pietroburgo;


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12° - Quartiere di Viborg, ove c'è la Scuola Militare di Medicina e molte fabbci.che. Dei ponti di granito e .ferro sono stati costruiti sui canali. Le vie di S. Pietroburgo sono tutte senza eccezione larghe e comode (da 15 a 30 metri). Sono .chiamate "prospettive" le vie di po.mo ordine come quelle che partono dall'Ammiragliato. Come in tutte le città della Russia le vie sono pavimentate con piccoli ciottoli di granito rotondi; ciò .se è utile all'inverno per dare buona presa alle zampe dei cavalli ferrati a ghiacci, è molto incomodo per i pedoni nei mesi in cui non vi è neve e di più per quelli che nelle vetture vengono portati dagli izvochtchick al galoppo su quelle strade. I marciapiedi, stretti, lasciano molto a desiderare. Vi sono a S. Pietroburgo 50 piazze pubbliche delle quali alcune possono contenere da 60 a 100 mila uomini. La città ha l'apparenza d'una metropoli moderna, è bella vista dalle rive della Neva. Le case attirano l'attenzione, salvo eccezioni, solo perché dipinte con colori vivaci. Del resto le chiese con le loro alte cupole dorate . impediscono la monotonia. Una cosa che colpisce lo straniero è il gran numero di uniformi. Circa la decima parte degli uomini a Pietroburgo porta l'uniforme: gli alti funzionari civili sino all'ultimo usciere, gli studenti, i collegiali, i servi o commessi senza contare i numerosissimi militari: di più tutte le divise differiscono poco da quella militare. li1 questa poi si nota la grande varietà delle forme e dei colori: dal grigio ed artistico manto dell'agile cosacco sino al rosso scarlatto della giubba dei corazzieri della Guardia Imperiale. Caratteristiche le figure dei mercanti ambulanti di thè, di idromele caldo, con le lunghe barbe biondo-castane ed i loro gridi per attirare compratori: questi poi in estate cambiano costume e vendono ghiaccio, bibite ed altri generi rinfrescanti. Molto caratteristiche le balie nei loro costumi nazionali e con grandi _ornamenti in argento e a seconda poi del grado del lattante. I portieri dormono in posto visibile dal viandante: di notte sono rivestiti da pellicce. La polizia è affidata ad un corpo di guardie di città dette "goro." VOV01S • La città era tutta in festa per i preparativi per ricevere S. M.. Molte bandiere italiane incrociate a russe, diversi archi di trionfo. Il 14 alle ·9 si vede l'yacht Imperiale "Alexandra" alzare il gran pavese mentre i forti di Peterhof fanno delle salve d'artiglieria. Sono le L.L. M.M. che si recano a Pietroburgo per la via della Neva. Dopo essere stati nella capitale le L.L. M.M. sono andate al castello di Krasnoje-Selo ove hanno as-


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sistito alla ritirata di tutte le truppe della Guardia e del 1° Corpo d'Armata ivi accampate per la grande rivista del 15. Io fui tra i fortunati destinati ad andare a Krasnoje-Selo per la rivista. Difatti il 15 mattina alle 7 partimmo da bordo e con un rimorchiatore da guerra andammo a Oranienban accompagnati dai T. di V. Semenoff e Glasoff: ivi trovammo un treno speciale che ci portò in un quarto d'ora a Krasnoje-:Selo. lvi tro-. vammo delle troike a 3 cavalli che ci portarono sul campo, ove erano già molti Ufficiali russi, molte signore in una apposita tribuna e molti personaggi delle ambasciate estere ·nella tenda Imperiale. Alle 11 precise le truppe sono formate su due quadrati messi ad angolo retto, alle 11 e 1O le fanfare annunziano l'arrivo delle L.L. M.M. S. M. la Czarina Alessandra e l'Imperatrice Madre seguono in una carrozza alla Daumont, mentre l'Imperatore ed il Re passano in rivista le truppe schierate sull'attenti. Finita la rivista della fronte di tutte le truppe, S. M. la Czarina insieme colle sue Dame viene nella tenda per Lei preparata. S. M. il Re Vittorio Emanuele III si mette a cavallo davanti alla tenda mentre S. M. l'Imperatore alla testa di un bnl.lante Stato Maggiore inizia il defilè passando per primo davanti a S. M. il Re d'Italia, cui fa il saluto con la sciabola, indi si pone alla destra del Re mentre lo Stato Maggiore prende posto subito dietro. I 10 Ufficiali della "Carlo Alberto" sono subito .sulla sinistra della tenda Imperiale. Quando S. M. lo Czar ci vide, rivolgendosi al Re d'Italia disse: "Voilà vos officiers !" Comandante supremo era il Granduca Vladimiro Alexandrovitch A.S., zio dell'Imperatore e Comandante le truppe della Guardia e della Circoscrizione Militare di S. Pietroburgo. Cosi vidi passare dinanzi ai miei occhi 50 mila bellissimi soldati di tutte le armi dell'Impero, di tutte le regioni, dalle ·uniformi svariatissime e belle. Sfilarono in larghissime linee, ma allineatissimi non ostante le ondulazioni del terreno. Ecco l'ordine generale dello sfilamento: Scorta di S. M. l'Imperatore: Gendarmi della Guardia - Scuola Militare - Scuola del Genio; Corpo della Guardia: alla testa S. A. S. il Granduca Paolo Alexandrovitch; 1a Divisione di Fanteria della Guardia: Reggimenti Predbayensky, Semenovsky, Izmailovsky; . 2a Divisione: Reggimenti Moskovsky, Granatieri, Pavlovsky, Finlandsky; Brigata tiratori della Guardia (4 reggimenti), uno di S. M. lo Czar, uno della Famiglia Imperiale; 0


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Riserva della Guardia: 50" Brigata Fanteria di riserva: 3 Reggimenti: Alex .Nevsky, Svirsky, Jorsky; l3 Brigata zappatori: 3 Battaglioni: Pontonieri, Scuola di porta insegna di S. Pietroburgo; 18° Corpo d'Armata: 23a Divisione Fanteria: Regg.: Bielomorsky, Oncisky, Dvinsky, Petchorsky; z4a Divisione: Regg.: Irkoutsky capo il G. D. Michele Alexandrovitch, Fenisseisky, Ramojarsky; Scuola d'Artiglieria: 1a Brigata d'Artiglieria della Guardia; za Brigata - 37" - 24a - 32a Brigata d'Artiglieria: ogni brigata 6 reggimenti ognuna .di 6 batterie ognuna di 14 pezzi da 8,5 ultimo modello a tiro rapido; 2 Batterie della Scuola d'Artiglieria Michele e Costantino; Artiglieria del Corpo della Guardia: 2 Brigate di due divisioni l'una; Divisione dei tiragliatori della Guardia e batteria a piedi di riserva della Guardia; Artiglieria del 18° Corpo: Brigata 23a su 3 divisioni; Brigata z4a su 2 divisioni; 4° Reggimento di mortai; Batteria della Scuola degli Ufficiali d'Artiglieria; Scuola degli Ufficiali di Cavalleria; 1a Divisione della Cavalleria della Guardia: Reggimento dell'Imperatrice Maria Fedòrovna; Guardie .a cavallo (2 reggimenti); Corazzieri dell'Imperatore; Corazzieri dell'Imperatrice Madre; Reggimento di cosacchi dell'Imperatore; Reggimento di cosacchi Alamansky del G. D. Ereditario; Reggimento cosacchi dell'Ural dell'Imperatore; · za Divisione di Cavalleria della Guardia: Granatieri a cavallo del G. D. Dimitry Costantinovitch; Lancieri dell'Imperatrice Alexandra con a capo S. A. I. il Principe Luigi Napoleone; Dragoni della Guardia; Ussari dell'Imperatore; Artiglieria a cavallo della Guardia (6 batterie); Cosacchi del Don dell'Imperatore; Batteria a cavallo della scuola Ufficiali di Artiglieria. Ricorderò questa rivista credo fra uno dei più grandiosi spettacoli visti nella vita. S. M. l'Imperatore saluta ogni tanto le sue truppe; le truppe pure rispondono a tempo e alla voce.


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L'Imperatore dice: "Spasibo bratzi cosacchi" = Buon giorno ragazzi cosacchi. Essi rispondono: "Rady staratsia vasche prevoscho distelsbo" = Noi vogliamo far bene il nostro dovere come piàce a V.M.. S. M. il Re d'Italia fu dall'Imperatore nominato Capo del 14° Reggimento dei Dragoni di Lituania. Nella tenda in cui fummo invitati a fare un breakfast militare conoscemmo tutti gli Ufficiali del 14° Dragoni che erano presenti e facemmo molta camaraderie e li invitammo a bordo per il 18. Alle 3 pom. le L.L. M.M. ritornarono a Peterhof. Noi della "Carlo Alberto" fummo gentilmente condotti al parco di Pavlosk. Durante la rivista spirava un vento di N. W. che ci coperse letteralmente di polvere. Eravamo tutti bianchi e andammo a Pietroburgo a fare un poco di toilette Mercoledì 16 luglio era il giorno stabilito per la visita delle L.L. M.M. a bordo della "Carlo Alberto" che era pronta a riceverli in completo assetto. Ero di guardia e non lasciai mai il ponte se non che per avvisare il Sig. Ammiraglio dei movimenti importanti nel porto o del!'arrivo di personaggi. Vennero diversi Ammiragli, il Comandante di Kronstadt Ammiraglio Makaroff, l'Ambasciatrice Marchesa Morra di Lavriano insieme col personale dell'Ambasciata italiana à Pietroburgo ed altre dignità in attesa degli Augusti Sovrani. Giunsero molti corrispondenti: della Tribuna (Sig. Belcredi), del Corriere della Sera (Barzini) e della Patria (On. Arbib). Alle .10 e 15 !'yacht Imperiale "Alexandra" ancorato avanti Peterhof esegue una salva di 21 colpi ed alza la piccola gala di bandiere. Tutte le .navi · presenti a Cronstadt alzano ·allora la gran gala e fanno una salva di 31 colpi. L'yacht Imperiale avendo alla maestra lo stendardo reale, al trinchetto la bandiera italiana ed alla mezzana la bandiera russa, muove da Peterhof verso Cronstadt. L'equipaggio della "Carlo Alberto" è schierato per squadre in coperta. Gli Ufficiali al barcarizzo, il picchetto di 30 persone al comando di un S. di V. a poppa a sinistra. Il tempo è splendido, il mare è calmo; scintillano fra le ombrose piante della riva sinistra della Neva le guglie dorate delle chiese e dei castelli numerosi dell'incantevole baia. L'" Alexandra" s'avanza seguita da un piccolo yacht che ha pure la piccola gala di bandiere. Appena lo stendardo reale sventolante all'albero di poppa dell'" Alexandra" fu accertato, tutte le navi ripetono una salva di 21 colpi; quando il fumo scompare !'yacht è già vicino e passando accanto alle navi da guerra queste fanno il saluto alla voce con un triplice urrah! L'"Alexandra" dà fondo di poppa al "Carlo Alberto" a piccola distanza.


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S. M. il Re d'Italia scende subito in una barca a 16 remi dello "Standard" e viene alla scala di dritta . del Carlo Alberto in fondo alla quale sono a riceverlo il Sig. Ammiraglio ed il Còmandante7• S. M. sale svelto la scaletta e si presenta sul ·ponte sorridente: la musica allora intona la Marcia Reale e l'equipaggio grida per tre volte "Viva il Re !" Il picchetto presenta le armi. Gli Ufficiali vengono dal Sig. Ammiraglio presentati a S. M. che stringe a tutti la mano. Insieme a S. M. sono i suoi Generali Aiutanti di Campo. Sull'albero di maestra alla sapola di sinistra innalziamo lo stendardo reale. Poco dopo scosta dall'" Alexandra" una barca a vapore dello "Standard" che porta S. M. l'Imperatore di Russia. S. M. il Re si reca a riceverlo in fondo alla scala, indi i due Sovrani salgono a bordo mentre la musica suona l'inno russo e l'equipaggio ripete un triplice urrah! Insieme allo Czar è un brillantissimo Stato Maggiore. Vi è anche lo zio dello Czar, il Granduca Alexis, Capo supremo della Marina russa. Col permesso di S. M. l'Imperatore innalziamo lo stendardo imperiale ali'albero di poppa alla dritta di quello reale. Le L.L. M.M. passano in rivista la compagnia d'onore, indi accompagnati dal Sig. Ammiraglio e dal Comandante fanno il giro delle principali parti della nave. Entrano nella torre di poppa ove il Comm. Marconi spiega in inglese alle L.L. M.M. il principio della sua mèravigliosa scoperta, mostra loro il nuovo ricevitore detector magneticum indi avendo stabilito una stazione a prora mostra la trasmissione di diversi telegrammi, uno dei quali telegrafato da prora terminava: "Viva l'Imperatore, Viva il Re!" Dopo le L.L. M.M. scendono nell'appartamento del Sig. Ammiraglio ove accettano un rinfresco. I seguiti delle L.L. M.M. vengono invitati in quadrato Ufficiali, ma non appena seduti corre la voce che i Sovrani partivano: fu un precipitarsi in coperta ai nostri posti e pochi istanti dopo le L.L. M.M. congratulandosi molto per la tenuta della nave e dell'equipaggio lasciavano la "Carlo Alberto" dopo essersi fermati a bordo 55 minuti. La musica allo sbarco alternò la marcia russa all'italiana mentre l'equipaggio ripete un triplice urrah e si esegue una salva di 21 colpi alla fine della quale si ammainano i d1.1e stendardi. 7 Il Comandante del Carlo Alberto era il Capitano di Vascello Cesare Manini (Sassello 1850-Genova 1931 ). In servizio nel 1864, fu collocato in posizione ausiliaria nel 1904 come Capitano di Vascello. Contrammiraglio nel 1908, Ammiraglio di Divisione nel 1923.


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Le L.L. M.M. diressero su una lancia a 16 remi (quella che aveva por-' tato S. M. il Re) sulla "Stella Polare" e poco dopo tornarono sulla "Alexandra. ': Quando l'yacht Imperiale lascia la rada tutte le navi ripetono il saluto alla voce ed una salva di 31 colpi. Alle 14 tutte le navi presenti in rada ammainano la gran gala. Alla sera esce dall'arsenale l'avviso Novrik capace di filare 25 MG effettive. Va a dar fondo di prora al Metron Niemia. Il Novrik saluta la nostra insegna. Il 19 mattina passa la nave scuola tedesca "Charlotte" che dirige a Pietroburgo. Si imbarcano 250 tonn. di carbone che i Russi sempre squisitamente gentili hanno voluto darci gratis. La nave russa "Asia" esce dal porto e saluta la nostra insegna. Alle 14 del 18 luglio giunge da Pietroburgo sopra un rimorchiatore la colonia italiana di Pietroburgo (S. M. il Re d'Italia in un treno imperiale ha lasciato Peterhof il 17 luglio alle 15 e 30). Grandi evviva, grande entusiasmo in tutto l'equipaggio. Gli Ufficiali si danno intorno per stringere la mano a tutti, essere · con tutti accompagnatori e ciceroni nel giro della nave e nell'invitare tutti ad accettare un vermouth italiano che forse da molti anni non gustavano genuino. Distribuzione di nastri del "Carlo Alberto" e persino di gallette. Vi era il nostro Console Generale Comm. Mulher. Alle 15 e 55 la colonia si rimbarca sul rimorchiatore che si era attaccato a poppa a sinistra. Il Comandante in 2a saluta e ringrazia del gentile pensiero. Si fanno molti evviva alla Patria lontana, bella e .sempre cara, sempre ispiratrice dei più nobili sentimenti di amore per Lei perché per suffragio universale Essa è la più bella di tutte. Le musiche suonano gli inni italiano e russo ed il rimorchiatore dopo avere fatto diversigiri attorno al "Carlo Alberto" ammainando ed alzando la gran gala in segno di saluto fra un frenetico agitare di fazzoletti e berretti riprende la via della grande Neva riportando quel poco di cuore italiano a spargersi nella capitale del grande· impero. Alla sera vengono a pranzo da noi gli Ufficiali del 14° Dragoni di Lituania di S. M. il Re Vittorio Emanuele III. Il Comandante pure onora la nostra mensa. Dopo essere stati in grande famigliarità con quei simpaticissimi Ufficiali in giro per il bastimento, andammo a pranzare e durante quell'ora fu un continuo brindare ed augurare bene agli eserciti ed alle marine russa ed italiana. Dopo furono presentati al Sig. Ammiraglio, indi lasciarono la nostra nave. · Il 19 luglio una commissione di Ufficiali si reca a Pietroburgo per assistere a due importanti cerimonie a cui prendeva parte anche S. M. l'lmperatore. Il varo di una nave da guerra in uno dei cantieri sulla Neva di


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Pietroburgo; la pòsa della prima pietra di un nuovo edificio nell'arsenale stesso. A bordo si fanno preparativi per arredare convenientemente la nave giacché per il 20 sono invitate tutte le notabilità di Kronstadt e l'Ambasciata sulla "Carlo Alberto" alle 15 per prendere il thè dal Sig. Ammiraglio. Il 20 mattina i lavori sono sufficientemente avanzaci, però il tempo non sembra favorevole: piove spesso, onde siamo obbligati a portare tutte le tavole per il buffet nel ridosso n.1 della batteria. Erano stati invitati pure tutti gli Ufficiali ed i comandanti delle navi presenti a Kronstadt e che avevano scambiato visite con noi. Con puntuale esattezza fra le 15 e le 15 e 30 vennero tutti a bordo: circa 200 persone. Molti Ammiragli, l'Ammiraglio Makaroff con la sua Signora e Signorina, il Principe Utcomsky Capo di Stato Maggiore della Marina, S; E. l'Ambasciatore coll'Ambasciatrice e molte altre Signore di cui non ricordo il nome. Si ballò sino alle 18, ora in cui tutti gli invitati lasciarono la Carlo Alberto credo convinti che tutti noi avevamo fatto il possibile per dimostrare con quanto slancio avevamo accettato e apprezzato tutte le gentilezze usateci e volevamo in parte contraccambiarle. Gli Ufficiali del 14° Dragoni di Lituania con delicatissimo pensiero ci hanno portato due coppe: una degli Ufficiali diretta allo Stato Maggiore della R. N: Carlo Alberto - una dei Sott'Ufficiali del Reggimento diretta all'equipaggio della nave. Le iscrizioni che vorrò trascrivere in questi miei ricordi sono oltremodo belle, commoventi, e tali che credo noi tutti siamo rimasti colpiti dalla bontà d'animo di questi uomini d'arme così forti e belli. Kronstadt - Cìrca 16 mg ad ovest del punto ove la Neva si getta nel Golfo di Finlandia, le coste del golfo stesso si riavvicinano tanto da non avere altro che la distanza di 2 mg e vi formano la baia di Kronstadt ove l'acqua è dolce e gela all'inverno; la città è posta circa a metà nel luogo ove le coste di Finlandia al nord e quelle dell'Ingria al sud si riavvicinano. Conta 60.000 abitanti ed è costruita sull'isola Rosline la quale ha circa 12 km di lunghezza e 2 km di larghezza. È una grande fortezza e nello stesso tempo la stazione della Flotta del Baltico. Le sue batterie, stabilite su palizzate e che sembrano ondeggiare sul mare comandano le acque del Golfo del Nord sino a Lissy Noss (ed al di là le acque hanno una profondità piccolissima che impedisce la navigazione) ed il braccio del Sud fra Kronstadt e la costa montuosa dell'Ingria ove brillano le cupole dorate dei castelli di Oranienbaum e Peterhof, non ha che un canale praticabile e questo conduce tutti i bastimenti a passare sotto i forti Alessandro e Pietro I da una parte, Ristauk e Nicola dall'altra.


La crociera russa della R.N. Carlo Alberto

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Fu l'Imperatore Nicola I che diede a Kronstadt tutta la sua importanza, ma non ebbe neppure la soddisfazione di vedere la flotta anglofrancese che nel 1855 durante la guerra di Crimea era giunta sino a Kronstadt tornarsene indietro dopo qualche riconoscimento del luogo. La città non ha molto d'interessante: si divide in città commerciale e in città marittima. In questa ultima parte si trovano gli immensi fabbricati del1'Ammiragliato costruiti nel 1785 per ordine di Caterina II. Caserme, laboratori, arsenali, cantieri, Scuola di Marina per gli ingegneri navali; ospedale (1.500 posti) ecc. Il porto militare è all'estremità S.E. dell'isola e a lato vi è il porto di Mezzo destinato all'armamento dei bastimenti da guerra e circondato da stabilimenti marittimi di tutti i genen. Non visitai l'arsenale, però mi hanno detto che non vi era nulla da poter uguagliare al nostro di Spezia. I docks possono contenere 10 bastimenti di gran mole. In faccia al palazzo del Governatore in mezzo al giardino Petrovsky, è un bel monumento di Pietro il Grande. Alle 14 del 21 luglio 1902 dopo terminati i preparativi di partenza si chiama la gente a posto di manovra: alle 14 e 40 la nostra ancora lascia la rada di Kronstadt. L'incrociatore del Granduca Alexis fa una salva di 13 colpi unitamente al saluto alla voce, contraccambiato nell'iclentico modo. Passando al traverso del forte Pietro 1° che fa una salva di 21 colpi alberando la bandiera italiana sul forte, dopo che avemmo risposto colpo per colpo, ne fa un'altra di 13, cui pure rispondiamo. E così partendo con mare calmo, cielo sereno ci avviamo per percorrere nell'opposto senso la rotta fatta nel venire e ciò sino alla parte meridionale dell'isola Holland".


Pierpaolo M eccariello

"Qui è D'Annunzio". L'impresa di Fiume nelle carte della Guardia di Finanza

L'avventura dannunziana a Fiume - il più grave episodio di sedizione della nostra storia militare - ebbe un gruppo di spettatori d'eccezione, circa duecento finanzieri in servizio nella ·città prima dell'ingresso dei legionari e destinati a rimanervi anche dopo il "natale di sangue", durante l'effimera esperienza dello Stato libero voluto dal trattato di Rapallo, fino all'annessione del 1924. il "Comando R. Guardia di finanza di Fiume" fu così, per molti mesi, l'unico ente militare regolare formalmente autorizzato a permanere, e soprattutto ad operare, in un territorio soggetto ad una "sovranità di fatto" ritenuta illegittima sia dagli organi dello stato italiano che dalla comunità internazionale, situazione in qualche modo simile, fatte le debite proporzioni, a quella in cui il Corpo si trovò a vivere venticinque anni più tardi nell'Italia centro-settentrionale durante l'ultima fase del secondo conflitto mondiale. Una situazione difficile, superata con molto pragmatismo ed altrettanta diplomazia, e documentata da un certo numero di carte custodite nell'archivio del Museo Storico della Guardia di finanza, di qualche in. teresse per una ricostruzione dall'interno della vicenda fiumana, dal rapido affievolirsi degli entusiasmi iniziali alle preoccupazioni per la progressiva degenerazione del movimento dannunziano, fino al dramma dello scontro diretto tra legionari ed esercito. Ricordiamo in breve i precedenti del conflitto. Fiume, città abitata da popolazione in netta prevalenza italiana in un contesto territoriale croato, costituiva un'entità largamente autonoma ("corpus sepàratum") nell'organizzazione politico-amministrativa del re-, gno d'Ungheria. Nelle previsioni formulate in occasione dei negoziati che precedettero l'entrata in guerra dell'Italia al fianco delle potenze dell'Intesa, il porto del Carnaio avrebbe dovuto continuare a svolgere la sua tradizionale funzione di sbocco al inare del bacino danubiano, nel quadro di un impero asburgico ridimensionato ma pur sempre destinato a sopravvivere, e non era quindi compresa tra i "pegni" promessi dal Patto di Londra dell'aprile 1915.


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Il quadro di riferimento iniziale cambiò radicalmente nel corso della guerra, L'incontro tra il governo serbo in .esilio a Corfù ed il comitato di Londra, nel quale si riconoscevano gli sloveni ed i croati sudditi della monarchia asburgica· fece prendere corpo al progetto di una entità statale jugoslava, mentre il peso determinate assunto nell'ultima fase del con- · flitto dalla presenza americana conferiva forza determinante alla visione di un nuovo ordine internazionale concepita dal presidente Wtlscin, una dei cardini della quale era il ·principio di autodeterminazione dei popoli. Si trattava di due "fatti nuovi" destinati a rimettere in discussione i progetti di sistemazione postbellica elaborati dalle cancellerie europee, e, D:ell'immediato, a segnare la fine dello stato multinazionale austro-unganco. Il processo di disgregazione fu accelerato dal comportamento del governo di Vienna, dopò il fallimento dell'offensiva sul Piave dell'estate 1918. Alla ricerca di una via d'uscita dal conflitto, l'imperatore Carlo promise il 16 ottobre la trasformazione dell'Austria in stato federale e dichiarò di accettare i "quattordici punti" di Wilson, compreso il riconoscimento ai popoli dell'impero del diritto all'autodeterminazione. Il proclama provocò una reazione a catena. A Praga, Lubiana; Zagabria, consigli nazionali improvvisati dichiararono l'indipendenza ed ordinarono il rimpatrio delle unità militari delle rispettive nazionalità, ed altrettanto fece il governo ungherese, scatenando una serie di ammutinamenti nell'esercito e nella flotta. A Fiume la cittadinanza, ancora· traumatizzata dagli incidenti provocati il 24 ottobre dalla rivolta dei soldati croati del 79° fanteria austriaco, rimase abbandonata a se stessa dopo la partenza del governatore ungherese, mentre la sovranità croata sulla · città veniva affermata dal consiglio nazionale di Zagabria. La dieta comunale rispose costituendosi in consiglio nazionale e, richiamandosi al principio di autodeterminazione, proclamò il 30 ottobre l'annessione all'Italia ed inviò una delegazione a Venezia per chiedere l'invio di un contingente militare che si assumesse la responsabilità del mantenimento dell'ordine. La richiesta poneva il governo di Roma in una situazione delicata sul piano internazionale, anche per l'atteggiamento protettivo che gli alleati francesi andavano assumendo nei confronti delle . aspirazioni jugoslave. La decisione quindi non fu immediata, mentre la città cadeva in uno stato di marasma, provocato dalla presenza di migliaia di sbandati che nessuna


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forza era in grado di controllare, pur essendo stati i poteri assunti formalmente dal commissario distrettuale croato di Sussak. Le cose non migliorarono sostanzialmente con l'entrata in porto, il 4 novembre, di una divisione navale italiana, il cui comandante ammiraglio Rainer, privo di istruzioni, non fece sbarcare i propri marinai. Il 15 novembre Fiume fu raggiunta da due battaglioni dell'esercito serbo, e la situazione sembrò precipitare a favore della Jugoslavia. · L'esercito italiano aveva intanto raggiunto, quasi ovunque, la linea d'armistizio, concordata con gli austriaci a Villa Giusti, sostanzialmente coincidente con il confine ipotizzato nel Patto di .Londra, e che quindi raggiungeva l'Adriatico a Volosca, pochi chilometri ad ovest di Fiume. Gli accordi armistiziali prevedevano però la facoltà, per il comando italiano, di occupare posizioni oltre la linea, se fosse stato necessario per ragioni di ordine pubblico, ed in base a questa clausola fu finalmente autorizzato l'ingresso in città il 17 novembre di un contingente costituito dalla brigata Granatieri e da varie unità di supporto oltre ad una compagnia americana che doveva conferire all'occupazione il carattere "interalleato" imposto dalle circostanze. Il presidio serbo si ritirò senza incidenti, benché le truppe italiane si fossero spinte anche nel sobborgo croato di Sussak, superando le richieste del consiglio nazionale fiumano. Malgrado tante tergiversazioni, l'iniziativa italiana era valsa a prevenire quella del comandante dell"' Armée d'Orient", Franchet d'Esperey, il quale proprio il 17 novembre era stato autorizzato da Parigi ad occupare Fiume con un contingente franco-serbo, per costituirvi una base logistica per le unità dislocate in Ungheria. Battuto sul tempo, il generale francese non si rassegnò, ed invio in città, con un battaglione annàmita, il comandante dell'lla divisione coloniale Traniè, il quale, essendo superiore di grado al comandante della "Granatieri", avrebbe dovuto assumere la direzione del contingente interalleato. La reazione italiana questa volta fu tempestiva, ed il 28 novembre giunse a Fiume il tenente generale Franc;esco Saverio Grazioli, già comandante del corpo d'armata d'assalto, umi. delle personalità notevoli dell'esercito di Vittorio Veneto e del quindicennio successivo. Fu appunto il generale Grazioli a chiedere l'assegnazione al corpo d'occupazione interalleato di un reparto di finanzieri cui affidare la vigilanza del tratto di costa compreso nella giurisdizione del suo comando ed il servizio doganale in porto. Dopo la conclusione delle ostilità la R. Guardia di finanza disponeva nella zona d'armistizio della Venezia Giulia di due battaglioni mobilitati,


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cui se ne aggiunsero nel corso .dell'inverno altri quattro, ritirati dal!'Albania. Alla fine di novembre era anche stata aggregata al corpo d'occupazione in Dalmazia una compagnia, dalla quale trasse origine, in primavera, il circolo autonomo di Zara, su quattro compagnie (Zara interna ed esterna, Curzola e Sebenico). Tre dei battaglioni erano schierati lungo la linea d'armistizio, da Tarvisio al mare, con sedi di comando a Gorizia (XVI), Postumia (XVIII) e Volosca (I). Le compagnie di Lussino e di Veglia, con distaccamenti nelle isole minori del Quarnaro, dipendevano dall'XI battaglione, con comando a Pola. Tutti i reparti della R. Guardia di finanza presenti nella zona d'armistizio della Venezia Giulia dipendevano dal colonnello Sante Laria, a sua volta agli ordini del governatore militare generale Petitti di Roreto. Laria era una delle figure di spicco del Corpo. Allievo, nel 1896, del

primo corso della Scuola Allievi Ufficiali di Caserta, si era subito segnalato per attivismo e cultura e, quale aiutante di campo del comandante generale Tullo Masi, aveva collaborato alla modernizzazione della Guardia di finanza, attuata durante il decennio giolittiano. Sono dovute a lui, tra l'altro, le prime ricerche storiche sulle origini del Corpo, in occasione della concessione dellà bandiera di guerra, nel 1911. Tenente colonnello ·allo scoppio del conflitto mondiale, aveva avuto il comari.do del II battaglione mobilitato, una delle unità di élite della R. Guardia di finanza destinate a partecipare alle operazioni dell'esercito di campagna, ma dopo poco più di un mese al fronte, il 5 luglio 1915, era stato ferito sul Podgora, tanto gravemente da dover lasciare il servizio per un lungo periodo. Nel novembre 1918 era stato inviato a Trieste, con il duplice incarico di comandante dei finanzieri dislocati in zona d'armistizio e di organizzatore del servizio d'istituto in quelle che, una volta firmato il trattato di pace, sarebbero diventate le nuove provincie del regno. Assolse en:trambi gli incarichi con grande efficienza ed intelligenza, nella difficile situazione determinata dalla minaccia jugoslava lungo la linea d'armistizio e dalle tensioni che si sviluppavano all'interno; quanto a capacità diplomatiche, diede probabilmente il meglio di sé proprio nella gestione del1'emergenza fiumana, come vedremo. Per corrispondere alla richiesta del generale Grazioli fu designata la 30" compagnia autonoma del capitano Filippo Sepe, fino ad allora impiegata in servizio di polizia militare alle dipendenze dell'Ispettorato per


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i prigionieri di ·guerra nella zona di S.Donà di Piave; raggiunse Fiume ii 10 dicembre 1918, accantonandosi in un edificio del punto franco. Ai finanzieri furono affidati il servizio di polizia doganale, economica e di frontiera alle ·dipendenze del comando del corpo d'occupazione, e la vigilanza costiera tra Cantrida e Porto Baros. Grazioli chiese successivamente il trasferimento in città dell'intero I battaglione della R. Guardia di finanza, dislocato sulla linea con il comando a Volosca, ma fu accontentato solo in parte con l'invio, all'inizio della primavera, della ·<r compagnia autonoma, il cui comandante, capitano Gioacchino Di Pasquale, assunse anche la direzione della dogana. Le due compagnie costituirono un distaccamento denominato "Comando R. Guardia di finanza di Fiume", dipendente amministrativamente dal I battaglione e, per ogni altro effetto, dal comando del corpo d' occupazione interalleato. Il prestigio e l'abilità diplomatica del generale Grazioli non bastarono ad impedire il progressivo peggioramento della situazione fiumana. Il presidio della base logistica francese parteggiava apertamente per i croati, e si verificavano continui incidenti con i nazionalisti italiani, in parte inquadrati in un "battaglione volontari fiumani" comandato da Giovanni Host Venturi, esule "irredento" in Italia durante la guerra e capitano di complemento degli arditi. L'andamento sfavorevole della conferenza della pace in corso a Versailles, per ciò che riguardava le rivendicazioni italiane su Fiume e sulla Dalmazia, costituiva una costante fonte di alimentazione delle tensioni, che non tardarono a coinvolgere anche elementi delle forze regolari. Il vicolo cieco nel quale la nostra diplomazia si era cacciata - reso più evidente dall'abbandono della conferenza da parte della delegazione . di Roma, seguito da un piuttosto umiliante ritorno - provocò la caduta del gabinetto Orlando, sostituito, il 22 giugnol 919, da quello presieduto da Francesco Saverio Nitti, deciso a rompere l'isolamento che pregiudicava la posizioi;ie italiana sulla questione .adriatica. Ma prima che il cambio di indirizzo potesse dare i suoi frutti, una serie di incidenti poriò la situazione a Fiume vicino al punto di rottura. Il 6 luglio, per ristabilire l'ordine dopo alcuni scontri verificatisi presso la base francese di Porto Baros, furono inviati a terra reparti di marinai delle navi italiane, contro i quali furono esplosi colpi d'arma da fuoco. La reazione della compagnia da sbarco dell'incrociatore "San Marco" fu violenta, e si contarono tra i militari francesi nove morti ed undici feriti. Sull'episodio fu aperta un'inchiesta da parte di una commissione no-


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minata dalla conferenza di Parigi, la quale dopo poco più di un mese concluse i propri lavori, proponendo l'insediamento in Fiume di una commissione milita.i-e interallea~ che avrebbe dovuto amministrare la città in via provvisoria, e contemporaneamente organizzare le elezioni che avrebbero dovuto consentire la formazione di un governo realmente rappresentativo (il consiglio nazionale, come si ricorderà, era la vecchia dieta municipale in carica al momento dell'armistizio, costituita quasi esclusivamente da esponenti della collettività italiana). La forza d'occupazione italiana avrebbe dovuto essere ridotta ad una sola brigata, ma all'interno della città ciascuna delle quattro potenze alleate non avrebbe potuto dislocare più di un battaglione, e comunque avrebbero dovuto essere allontanati sia il presidio francese che la brigata Granatieri, alcuni componenti della quale avevano dimostrato eccessiva prossimità al movimento nazionalista. Il battaglione volontario di Host Venturi sarebbe stato sciolto, ed in attesa della ·formazione di un corpo di polizia locale il mantenimento dell'ordine pubblico avrebbe dovuto essere affidato ad · un'unità inglese. Le proposte della commissione interalleata furono accolte dal governo Nitti con la consapevolezza che, tenuto conto dell'orientamento della conferenza di Versailles, esse in realtà preludevano al definitivo abbandono di Fiume, a breve scadenza. Il 25 agosto la brigata Granatieri uscì dalla città tra grandi manifestazioni, ed il 1° settembre partì anche il generale Grazioli, cedendo al maggior generale Pittaluga il comando del corpo d'occupazione, ridotto alla brigata "Regina", con comando a Sussak, e ad alcune unità di supporto. .I reparti italiani eccedenti la. forza d'occupazione prevista dai nuovi accordi lasciarono Fiume il 10 settembre e furono dislocati a breve distanza dalla linea d'armistizio, per il timore che da parte jugoslava si tentasse di approfittare della crisi per creare, con un colpo di mano, un fatto compiuto da far pesare nelle trattative per l'assetto definitivo della città. La "Granatieri" fu invece avviata alla sua sede stanziale di Roma, e temporaneamente accantonata a Ronchi, presso Monfalcone. · Le partenze suscitarono vivissime reazioni nella cittadinanza italiana, che si sentì abbandonata dal governo di Roma, e particolari preoccupazioni furono originate dalle previsioni circa il futuro assetto delle forze di polizia. Si era saputo, infatti, che a Fiume gli inglesi avrebbero destinato un reparto anglo-maltese, il quale, si temeva, non avrebbe avuto scrupoli a ricorrere ai metodi energici in uso nelle colonie britanniche.


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Il consiglio nazionale fece quindi pressioni perché rimanessero in città i carabinieri ed i finanzieri; la richiesta fu accolta in parte per i primi, la cui presenza fu ridotta ad una compagnia, mentre nessuna disposizione fu data per i secondi. Il giorno successivo a quello della partenza delle truppe, il capitano Sepe informò il comando del .I battaglione che ''la riduzione delle truppe italiane a Fiume ha indotto interalleato ad affidare integralmente alla Guardia di finanza la vigilanza dei magazzini generali e del punto franco, che ultimamente assicurava con il concorso di un battaglione di fanteria. Questo fatto insieme con il congedamento recente di classi mi ha costretto a chiedere che fosse concentrato a Fiume il nucleo di uomini che era al distaccamento di Martinscizza (Sussak),affidando la vigilanza della costa da Val Basso (Buccari) alla foce dell'Eneo (Recina) a soldati della brigata "Regina". Alle 10 di stamane sono stato chiamato a partecipare ad una riunione presso il Comando in cui erano il sig. gen. Pittaluga col suo capo di SM., il generale francese Savy ed il tenente colonnello Pek, capo della missione inglese in questa città. Si è stabilito che la vigilanza del tratto della linea tra la baia di Martinscizza e lo sfocio dell'Eneo fosse affidata ai francesi ed a stento sono .riuscito a non lasciare agli Inglesi quella da detto sfocio all'inizio orientale della cinta del Punto Franco, coi porti Nazario Sauro e, di quello grande, la parte fuori del Punto Franco stesso. La vigilanza affidata ai Francesi è una falla al cerchio col quale le truppe italiane cingevano il territorio occupato interalleatamente e proteggevano la sicurezza e l'italianità di Fiume. Ma ben più grave sarà la consegna dei due porti suddetti, coi servizi politico militare e doganale agli inglesi a breve scadenza a cui sarò costretto, pei vuoti che il congedamento delle classi 189495 farà tra i finanzieri di Fiume. Considerato che, per quanto mi risulta, la Guardia di finanza non sarebbe stata segnalata dal Comando Corpo 0cc. lnt. fra le truppe da sostituire epperciò sarebbe destinata a restare fin quando l'organo che sta per uscire dalle prossime elezioni e che si presume sarà riconosciuto dai quattro Gènerali Interalleati dei quali si attende di giorno in giorno l'arrivo, non avesse costituito un corpo di finanzieri proprio, quelli italiani potrebbero costituire un'arma non trascurabile per gli interessi d'Italia a Fiume. Per tali ragioni le autorità militari italiane hanno espresso il vivo desiderio che le compagnie a questa sede vengano urgentemente integrate con complementi idonei. Anzi credo che l'Ufficio Politico Militare scriverà direttamnte al comando della ga armata. Ciò premesso, oso in tal senso rivolgere vivissima preghiera ai Sigg.

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Superiori pur rendendomi conto dell'immensa deficienza di uomini che affligge il Corpo"'. Le preoccupazioni del capitano Sepe erano destinate ad essere rapidamente superate. Prima ancora che la lettera partisse, un fatto nuovo indusse l'ufficiale ad aggiungere a mano un'annotazionè drammatica per il proprio comandante di battaglione: "Il generale Pittaluga, Cte C.0.1., è deposto: Fiume ~i è annessa all'Italia, ammainando le bandiere degli interalleati, che sono considerati nostri ospiti. Le truppe mandate in rinforzo dal 26° C.d'A. son passate a quelle d'occupazione. Qui è D'Annunzio. Nessun colpo tirato. Nessuno spargimento di sangue. Invio questa direttamente a te, credendo con ciò assolvere un santo dovere. So che sollecitamente questa relazione sarà fatta proseguire per via gerarchica." La vicenda della "marcia di Ronchi" è stata ricostruita minutamente da Luigi Emilio Longo, nel volume edito di recente dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (L'Esercito italiano e la questione fiumana, Roma 1996. Può essere interessante leggere la traccia che il passaggio della colonna dannunziana lasciò nel diario storico del I battaglione mobilitato della R.G.F. schierato sulla linea d'armistizio a Volosca, sotto la data di venerdì 12 settembre 1919: "Alle ore 11 una colonna di numerosi autocarri pieni di truppe defezionate di auto .blindate comandata dal tenente colonnello Gabriele D'Annunzio, proveniente da Ronchi, passa il posto di controllo n.9 della linea d'armistiziÒ a Zamet e penetra in Fiume. Le poche guardie di finanza del posto non sono in grado di ostacolare il passaggio della colonna. Le compagnie 9" e 30a modificano la loro giurisdizione in seguito ad accordi con il comando della Brigata "Regina". La 9" lascia un distaccamento a Martinscizza per la vigilanza di quel porto ed assume la vigilanza del porto di Fiume dal ponte girante al molo Ancona; la 30" limita la sua vigilanza al punto franco e manda qualche vedetta verso Cantrida. Tempo bello"2 • Più stringata l'annotazione nel diario del comando R.G.F. di Fiume; che però contiene un cenno di "sbilanciamento" a favore dei volontari: 1 Archivio Storico della Guardia di Finanza (ASGF) [Tutti gli altri documenti provengono dallo stesso archiviò, V.d.R.). Comando R.G.F. di Fiume al comando I btg. 2 Diario storico I btg. R.G.F.


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"Entrata truppe capitanate da G. D'Annunzio. I finanzieri, lieti dell'avvenimento, hanno intensificato i loro servizi di vigilanza costiera e di polizia militare e portuaria e concorso efficacemente. a prevenire disordini e turbamenti3•

Alle 11 del _mattino successivo i comandanti delle due ·compagnie si recarono al palazzo del governo, dove concordarono le modalità per la prosecuzione del servizio d'istituto con il capitano di corvetta Casagrande e con il maggiore Giuriati, segretario particolare di D'Annunzio. La forza del distaccamento era in quel momento di 215 uomini, di cui sette ufficiali (oltre ai capitani Sepe e Di Pasquale, erano i tenenti Cavalli, De Mercurio e Marini ed i sottotenenti De Michelis e ·Gravina). Alle 13 di quello stesso giorno il generale Pittaluga lasciò Fiume, mentre a Roma Nitti annunciava l'applicazione della norma del codice penale militare sulla diserzione nei confronti di tutti coloro che, recatisi a Fiume, non fossero rientrati ai reparti entro cinque giorni, e nominava il generale Badoglio commissario straordinario militare per la Venezia Giulia, con l'incarico di porre il blocco alla città4. La situazione si chiarì il giorno dopo, domenica 14 settembre. Le navi con i contingenti americano ed inglese lasciarono il porto di primo mattino, seguite poco dopo dal presidio francese, che lasciò i propri magazzini nel punto franco in consegna ai finanzieri 5• E un bando del comandante del XXVI corpo d'armata, generale Gandolfo, dichiarò responsabili di diserzione e di ammutinamento tutti i militari che non avessero lasciato Fiume entro le 24 di martedì 16, termine poi prorogato al 1K Lo stesso generale diramò ·anche le disposizioni per la costituzione di una linea di blocco intorno alla città; anche il I battaglione della R.G.F. ricevette gli ordini per l'intensificazione della vigilanza. Sempre il 14 giunse da Roma Badoglio, con idee meno drastiche circa la linea di condotta da assumere nei confronti dei sediziosi. Revocò subito l'ordine di bombardare con l'artiglieria i depositi di carburanti, di armi e di viveri rimasti in città, impartito personalmente dal comandante dell'8a armata, Di Robilant, e chiarì che la linea di blocco andava realiz3 D.S. comando R.G.F. di Fiume. • L.E. LoNGO, L'esercito italiano e la questione fiumana (1918-1921), USSME, Roma 1996, p. 176. 5 P. MARINI, Una fiamma gialla racconta, Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, Roma, · 1986, p. 8.


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zata "senza fretta"; prescrizione assoluta, quella di evitare qualsiasi spargimento di sangue. Alle ore 20,05 del i6 settembre le compagnie della R. Guardia di finanza ricevettero comunque dal comando della Brigata "Regina" il fonogramma nr. 18/spec. con il quale si ordinava il trasferimento a Sussak entro le 24 del 18. Per scongiurare la partenza dei finanzieri (e presumibilmente dei carabinieri) si era però mosso il presidente del consiglio nazionale fiumano, portavoce delle preoccupazioni della cittadinanza per la situazione dell'ordine pubblico. Il giorno 17 il sottocapo di SM. del XXVI corpo chiarì quindi che il barido Gandolfo non riguardavà le due compagnie, che dovevano considerarsi "comandate a Fiume dal comando supremo" 6 • Tutti i reparti schierati lungo la linea, come si è detto, furono posti in stato di allarme per prevenire infiltrazioni di agitatori jugoslavi e per frenare le diserzioni verso Fiume. L'entusiasmo per l'avventura dannunziana finì per coinvolgere anche i finanzieri, malgrado la soluzione di compromesso escogitata per legittimare la loro presenza in città, nell'interesse della comunità italiana. Il 15 settembre quattro guardie abbandonarono la 3oa compagnia per arruolarsi tra i volontari, ma furono restituiti al reparto. Nella notte sul 16 due sottufficiali utilizzarono la pirobarca adibita alla vigilanza costiera per trasportare a Cantrida, oltre la linea, un nucleo di arditi al comando di un ufficiale, per impadronirsi di un .quantitativo di munizioni. La stessa unità, due notti dopo, raggiunse Volosca eludendo la vigilanza, per imbarcare un gruppo di volontari. Alle 10,30 del 19 settembre giunse in porto, con una imbarcazione civile, il tenente Pietro Castellana, ·comandante della compagnia di Lussino, con i sottufficiali comandanti della tenenza e delle brigate di Lussinpiccolo, Sansego e S. Pietro dei Nembi, oltre a tre finanzieri ed un ufficiale ed un sottufficiale di Marina. Nella notte successiva fu la volta di quattro finanzieri del distaccamento di Mattuglie del I battaglione. Anche questi militari furono destinati alla 30a compagnia, ciò che consentì al colonnello Laria, il quale aveva evidentemente recepito l'orientamento badogliano a non drammatizzare, di evitare la denuncia per diserzione "perché aggregati a reparto del Corpo la cui posizione è chiaramente definita" 7•

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D.S. I btg. R.G.F. Comando legione R.G.F. Trieste a comando generale - n. 10745 del 29.9.1919.


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E non mancarono le manifestazioni di consenso da parte degli ufficiali presenti in città. Il 18 settembre il capitano Di Pasquale, con quattro subalterni, presenziò ad una conferenza tenuta al teatro "Fenice" dal. poeta Filippo Tommaso Marinetti "tenente dei mitraglieri", mentre un plotone andava a schierarsi con altri reparti per rendere omaggio ad una compagnia del 127° fanteria proveniente da oltre la linea. Ed una compagnia di formazione partecipò alla rivista militare per la festa del 20 settembre, occasione nella quale il capitano Sepe prese posto nello stato maggiore del "Comandante"8• La rivista fu anche all'origine della prima "grana", provocata, come spesso accadeva anche allora, dalla stampa. La "Vedetta d'Italia" riferì in termini eccessivamente entusiastici, sia sulla partecipazione alla manifestazione che in merito all'adesione alla causa fiumana degli ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di finanza. Il comando generale chiese notizie per telegrafo, ed il colonnello Laria, come d'uso, assicurò che si trattava di esagerazioni giornalistiche, e che il contegno degli ufficiali era assolutamente composto e consono alla gravità del momento9• In ottobre gli ufficiali furono ricevuti in udienza particolare dal "Comandante" il quale restituì la visita partecipando alla cerimonia per l'intitolazione della caserma dei finanzieri all'eroe della guerra mondiale Giovanni Macchi, e trattenendosi poi a mensa, con il consueto scambio di discorsi ad alto tasso di lirismo. Nell'occasione il Poeta coniò quello che divenne il motto ufficiale del Corpo: "Nec recisa recedit''. Ma proprio in quello stesso mese cominciarono ad emergere le prime incrinature nei rapporti con i legionari. La sera del sei si verificarono due episodi significativi. All'ingresso del deposito franco un gruppo di arditi sparò colpi di pistola contro la sentinella, che reagì mettendoli in fuga. Non vi furono vittime, e l'incidente fu attribuito ad "eccessiva comprensione dei propri doveri" da ambo le parti, e chiuso con il trasferimento ad Abbazia dei finanzieri coinvolti 10• Un altro gruppo, tra cui cinque ufficiali, asportò alcuni sacchi di farina dal deposito destinato al1'approvvigionamento della popolazione civile, dopo aver immobilizzato i finanzieri di guardia. Ben più grave l'atto di violenza gratuita di cui era rimasto vittima, 8

D.S. comando R.G.F. di Fiume. Comando legione R.G.F. Trieste a comando generale - telegramma n. 10239 del 15.9.1919. 10 D.S. comando R.G.F. di Fiume. 9


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qualche giorno prima, un carabiniere di scorta al piroscafo "Presjednik Beker", dirottato, mentre era in navigazione per Sebenico, da un "commando" di legionari imbarcatisi. clandestinamente ad Ancona. La nave era già entrata in porto a Fiume quando un "ardito" freddò con un colpo di moschetto il milite del!'Arma che si era rifiutato di sbarcare e di lasciarsi disarmare, e ne spogliò poi il cadavere degli effetti personali, senza che nessuno dei numerosi ufficiali presenti intervenisse11. . Ad aumentare la tensione concorreva la costante minaccia di un colpo di mano jugoslavo. L'8 ottobre il comando legione di Trieste informava Roma che: "Il comando del I battaglione, nel riferire in merito alla situazione delle compagnie di Fiume, accenna alla voce insistente di possibili atti ostili da parte degli jugoslavi, ed all'alacre intensità con cui vengono continuati i nostri preparativi militari. La popolazione slovena-croata di questa zona per concordi informazioni si mantiene calma. Non potendo essere indipendente preferisce l'Italia alla Serbia. Le compagnie di Fiume, nel caso che gli jugoslavi aprissero le ostilità, concorrerebbero alla difesa del porto, e in città eseguirebbero con i RR.CC. il servizio d'ordine, per reprimere un possibile moto dell'elemento croato, diretto a .disturbare e paralizzare i comandi ed i servizi dell'esercito operante. Tutto il personale del distaccamento di Martinscizza dalle zero alle sette di ieri per ordine del comandante della Brigata Regina rimase schierato sul tratto di costa affidato alla sua vigilanza assieme ad una compagnia di fanteria e con due sezioni mitragliatrici per sospetti sbarchi da parte di truppe jugoslave" 12 • Fuori della città un certo nervosismo era provocato, specie tra i comandi in sottordine delle truppe che presidiavano la linea di blocco, dall'incertezza circa l'atteggiamento da tenere nei confronti dei dannunziani, che non mancavano di farsi vivi anche con frequenti colpi di mano per procacciarsi· viveri, armi e munizioni ai danni dell' esercito regolare. Per i soldati costretti ad affrontare i rigori dell'inverno praticamente all'addiaccio nelle foreste lungo il confine provvisorio, poi, Fiume rappresentava una specie di terra promessa, dove i loro · compagni che avevano "saltato il fosso" con un rischio in verità mo-

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LONGO, op. cit., pp. 265-268. Comando legione R .G.F. di Trieste a comando generale - n. 11019 dell'8.10.1919.


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desto di sanzioni disciplinari vivevano in caserme confortevoli senza gravosi impegni di servizio, in un clima di euforia collettiva che aveva coinvolto anche la popolazione civile, compresa ovviamente la componente femminile. Lo stillicidio delle diserzioni quindi continuò, compromettendo la coesione di un esercito già provato per il logorio di una lunga guerra, i contraccolpi della gravissima crisi politico-sociale in corso nel Paese e le difficoltà della smobilitazione. D'Annunzio, suscitatore impareggiabile di entusiasmi, stava d'altronde dimostrando la propria incapacità di gestire situazioni politiche complesse e di trovare una via di sbocco per l'avventura in cui si era lanciato, probabilmente nella convinzione che essa potesse costituire il detonatore di un movimento capace di travolgere l'intero sistema democratico parlamentare. Tramontata tale prospettiva - anche per l'atteggiamento piuttosto cauto assunto dal movimento fascista - per il "Comandante" era difficile tenere a freno la variopinta armata che lo aveva seguito a Fiume, a cominciare dal gruppo dei suoi diretti collaboratori. In quest'ultimo ambito non tardò a manifestarsi una netta spaccatura tra una fazione "moderata", decisa a mantenere il conflitto con Roma nei limiti di una rivendicazione nazionalistica, senza inasprire inutilmente il contrasto con le istituzioni, ed un gruppo che si lasciò progressivamente attrarre da suggestioni di tipo utopistico, ipotizzando soluzioni politiche a sfondo repubblicano che, nel corso del 1920, condussero perfino a pericolosi avvicinamenti all'esperienza sovietica. La prima vittima di questo clima fo il maggiore Reina, comandante del battaglione granatieri protagonista della marcia di Ronchi ·e poi capo di stato maggiore del comando fiumano, costretto a lasciare la città sotto l'accusa di "segrete intelligenze" con il comando dell'ga armata. La situazione è descritta dal comando legione R.G.F. di Trieste in questi termini, sotto la data del 6 dicembre 1919: "Notizie pervenute da Fiume mettono sempre in maggior rilievo i dissidi di cui è stato fatto cenno nei giornali. Il Maggiore dei granatieri Reina è stato invitato a lasciare Fiume. Una nota dello stesso maggiore Reina, presentata a D'Annunzio, lamenta. che lo stuolo di adepti che circonda il Comandante impedisca un più proficuo e diretto contatto tra lui ed i Comandanti dei reparti autonomi. La nota era firmata dalla maggior parte dei comandanti stessi, compreso quello dei RR.CC. ed eccettuati quelli dei finanzieri, del genio e del raggruppamento artiglieria. Informazioni che giungono da fonti diverse concordano infatti nell'af-


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fermare che il Comandante sia tenuto isolato da coloro contro i quali lotta il maggiore Reina, che si preoccupano più degli interessi che della causa di Fiume. Alle compagnie 9" e 30" è stato raccomandato di restare estranee a queste correnti interne e di conservare, in mezzo a qualsiasi avvenimento, la più salda disciplina " 13 •

Le prospettive di una soluzione della vicenda si andavano intanto allontanando. La conferenza della pace si era conclusa con un "nulla di fatto", rinviando la definizione della "questione adriatica" a trattative dirette tra l'Italia ed il regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Le posizioni delle due parti erano tanto lontane - oltre al problema di Fiume era sul terreno anche quello della Dalmazia - che i colloqui ebbero inizio soltanto 1'11 maggio 1920, a Pallanza, per interrompersi immediatamente a causa della caduta del gabinetto Nitti travolto nel dibattito parlamentare sul prezzo politico del pane. Le incertezze per il futuro accentuavano il malessere all'interno del1'esercito dannunziano, il cui assetto disciplinare si avviava al collasso. Nella "corte" di D'Annunzio, intanto, cresceva l'influenza del sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, da gennaio capo della segreteria politica, mentre Sante Ceccherini, unico ufficiale generale presente in Fiume, non faceva mistero delle sue inclinazioni repubblicane. Il 30 marzo, nel corso di un comizio al teatro "Fenice", Ceccherini si lasciò andare ad espressioni dispregiative nei confronti della "Marcia reale". Un finanziere ed un brigadiere dei Carabinieri insorsero chiedendo che venisse suonato l'inno, ma vennero malmenati da un ufficiale degli arditi14• Il 2 aprile il maggiore Castrati, comandante del circolo di Volosca15, avvertiva: "Non è escluso che le due compagnie di Fiume lascino la città costrettevi da incompatibilità insuperabili derivantÌ da uno stato di cose molto caotico, e specialmente per le oscure mene di elementi torbidi che sono al Comando, per i quali la repubblica che si vuol proclamare è il fine e n Comando legione R.G.F. di Trieste a comando generale - n. 88 R.S. del 6.12.1919. Comando circolo R.G.F. di Volosca a comando legione di Trieste - n. 2526 del 1.4.1920. 15 Dal 1° aprile 1920 i reparti mobilitati erano stati disciolti, ed erano state assunte le denominazioni dell'ordinamento territoriale. 14


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non il mezzo, il quale poteva avere larghi consentimenti per giungere presto o tardi all'annessione. I legionari sòno scissi in due partiti: monarchico e repubblicano. La lotta tra i due partiti, per ora limitata a violenze verbali, è più che mai forte ed esaspera gli animi. Non parlo di De Ambris; il generale Ceccherini..... è repubblicano, il colonnello Tamaio si tiene in un abbottonatissimo riserbo, tutti coloro che circondano D'Annunzio sono per la repubblica, gli elementi che furono allontanati dal .Comando lo scorso dicembre tacciono con la segreta speranza di una rivincita. D'Annunzio, scosso bruscamente dalla realtà dolorosa è stato chiamato a decidere. I vincoli disciplinari nelle truppe sono completamente rotti, il superiore è ubbidito a seconda dell'idea politica ·che rappresenta. In mezzo a tanto trambusto, a tante passioni, a tanta rovina, i nostri come sempre, e come i carabinieri, danno esempio di disciplina ad essi la città, che vive in ansietà per l'oscuro domani guarda con speranza..... Il capitano Sepe ha fatto consapevole il Consiglio Nazionale che se verrà proclamata la repubblica, e se vedrà atteggiamenti ostili, lascerà Fiume con i Carabinieri. Grande è stata l'impressione; non è da escludere che la linea di condotta fissata dalle due armi speciali, le quali rappresentano una forza di più di trecento uomini - i fedelissimi - forza che è elemento d'ordine e di sicurezza, determini D'Annunzio a darla vinta ai monarchici e a liberare il Corpo dei legionari da tutti i mestatori. I nostri, se dovessero lasciare Fiume, non è improbabile che s'imbarchino su due rimorchiatori della capitaneria di porto. Si stanno svolgendo pratiche in questo senso. E siccome con i nostri e con i RR.CC. lascerebbero Fiume anche i MAS, .che volevano già partire e rimasero in seguito a preghiera di Sepe, cosi su di essi si potrebbero· imbarcare i materiali. La Nullo "pure si allontanerebbe"16•

Il 18 aprile una bravata degli arditi fiumani - la razzia di quarantasei cavalli dd 6°. gruppo obici pesanti campali - indusse il generale Caviglia, che dalla fine di dicembre aveva sostituito Badoglio nel comando delle truppe in Venezia Giulia, ad inasprire il blocco, troncando completamente le comunicazioni con la città. L'incidente, e la minaccia di rappresaglie da parte di D'Annunzio, venivano attribuiti ai soliti mestatori dal maggiore Castrati, che conclu-

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Comando circolo di Volosca al comando di legione di Trieste - 2 aprile 1920.


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deva: "I momenti fascinatori della spedizione sono tramontati da un pezzo". La situazione si aggravò ancora all'inizio di maggio, per la rottura tra il comando fiumano ed il contingente dei Carabinieri presente in città. Dopo lo scioglimento del Corpo di Occupazione Interalleato, l'Arma aveva lasciato a Fiume una compagnia, al comando .del capitano Rocco Vadalà, pluridecorato eroe di guerra, partecipe della causa dannunziana con entusiasmo forse maggiore di quanto fosse opportuno per chi avrebbe dovuto rappresentare la legalità in circostanze tanto difficili. L'ufficiale non tardò ad essere preso nell'ingranaggio degli intrighi di corte, mentre il prevalere degli estremisti repubblicani rendeva insostenibile la sua posizione di comandante dell'Arma fedelissima. Leso nelle sue prerogative di responsabile della polizia giudiziaria - il "Comandante", a sua insaputa, aveva fatto eseguire alcune perquisizioni ad un gruppo di arditi, i quali ne avevano approfittato per derubare i perquisiti - il 5 maggio 1920 Vadalà uscì da Fiume con i suoi carabinieri, cui si accodarono numerosi militari che coglievano l'occasione per lasciare la città. Al valico di Cantrida, malgrado l'intervento del generale Ceccherini e di altri dirigenti fiumani, non fu possibile evitare lo scontro · tra carabinieri e legionari; a seguito del quale si contarono morti e feriti. La vicenda, che modificava in misura non trascurabile anche la posizione dei finanzieri, rimasti ora l'unica forza militare regolare in Fiume, fu registrata dal comandante del I battaglione, sulla base delle informazioni fattegli pervenire dal capitano Sepe, tramite i posti della R.G.F. dislocati sulla linea di blocco. Alle 1O del 6 maggio: "Ieri D'Annunzio fece eseguire dagli arditi una perquisizione in un negozio per trovare manifesti .del partito zanelliano. Il capitano Vadalà dei RR.CC. si offese sia perché come capo della polizia non fu avvertito, sia perché fu dato l'incarico di perquisire agli arditi e mandò una fiera protesta al comandante D'Annunzio esigendo.che per l'avanti non sia fatto nulla che rientri nella sua sfera di competenza senza che ne sia avvertito. Se per le 12 di oggi non avrà soddisfazione lascerà Fiume e sarà seguito dalle Brigate Sesia e Firenze. I nosi:ri rimangono al loro posto. E questa volta non c'è ragione che si muovano, almeno fino a ·questo momento, ché le situazioni cambiano


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da un un'ora all'altra e si aggrovigliano nel modo più inatteso. Stamane stesso ho impartito alle due compagnie le istruzioni del caso" 17• Àlle 21,30 dello stesso giorno: "I carabinieri di Fiume oggi hanno forzato la linea di sbarramento di Cantrida e sono venuti al di qua. Hanno dovuto lottare con gli arditi, i quali avevano l'incarico di opporsi a qualunque costo al loro esodo. Vi sono morti e feriti da ambo le parti. Si dice che i battaglioni delle Brigate "Firenze" e "Sesia" lascino stasera Fiume per via di mare e che sbarchino a Volosca o ad Abbazia. Non ho notizie delle nostre compagnie né posso mandarne a prendere. Stamane ho ricordato al capitano Sepe che non prenda decisioni impulsive, che le sue truppe sono regolari e che il suo esodo dovrebbe ef-

fettuarsi nel caso che gli venisse fatta una condizione insostenibile e lesiva per l'onore del Corpo. E la siruazione di stamane non era tale, a mio parere,_ da giustificare un atto di solidarietà che avrebbe potuto portare a gravi conseguenze. Ho mandato subito il capitano Sparaco a Camrida ed a Zamet per vedere la siruazione dei nostri posti e per prendere i provvedimenti che si manifestassero necessari" 18• Alle 0,30 del 7 maggio la tenenza di Zamet, sulla linea di blocco, comurucava: "Ore 17,30 circa, come si prevedeva, i RR.CC. di Fiume, con il capitano Vadalà alla testa, sorpassarono il posto n.10 (Cantrida).Vi furono scambio di fucileria e getto di qualche bomba. I primi a far fuoco furono però le truppe fiumane, malgrado l'ordine tassativo ricevuto dal generale Ceccherini di non far fuoco, ordine che fu dato pochi minuti prima che la colonna avanzasse. Vi sono stati alcuni morti e vari feriti da ambo le parti. Frà i morti vi sono due borghesi che transitavano con carri di calce diretti a Cantrida" 19•

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Comando circolo di Volosca al comando legione di Trieste - 6.5.1920. Comando circolo di Volosca al comando legione di Trieste - n. 3525 del 6.5.1920. 19 Comando circolo di Volosca al comando legione di Trieste - n. 3525 bis del 6.5.1920. 18


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Nel ritrasmettere il messaggio al cbmando di legione, il maggiore Castrati aggiungeva: "Corre voce che le nostre compagnie lascino Fiume nella ·nottata assieme con le truppe della Brigata Firenze".

Alle 13 del 7 maggiò la conclusione: "Le compagnie di Fiume sono ·rimaste al loro posto. È stato bene che non si siano mosse per compiere un atto di solidarietà non opportuno in questo momento. Ora tutto è calmo; ai nostri militari dei posti di blocco nulla è accaduto"20.

Dalla relazione trasmessa dal gen. Caviglia al Presidente del Consiglio21, risulta che l'uscita delle due compagnie della R.G.F. dalla città era stata preordinata, insieme a quella di vari reparti deW esercito, ma non era poi stato possibile attuarla. Lo stesso Commissario Straordinario afferma che avrebbe preferito che i CC.RR. rimanessero ancora a Fiume "perché erano una garanzia per noi di impedire colpi di mano ed altre folli azioni dei dannunziani" e di eguale parere era anche il Consiglio Nazionale. Considerazioni analoghe, evidentemente, valevano anche per i finan. zieri, la cui ulteriore permanenza nella città contesa non sembra aver dato luogo a particolari problemi, almeno fino al momento della crisi finale. La partenza dei carabinieri, contrariamente a quanto si temeva, non ebbe particolari conseguenze sulla situazione dell'ordine pubblico a Fitime, che si mantenne abbastanza calma durante tutta l'estate 1920. Non così nel resto del Paese, dove i conflitti sociali raggiunsero livelli di intensità mai registrati prima. Ad aggravare le difficoltà del governo Giolitti, succeduto al gabinetto Nitti, sopravvenne anche la rivolta albanese, in conseguenza della quale la nostra occupazione finì per ridursi alla testa di ponte di Valona. Il tentativo di inviare rinforzi oltre Adriatico provocò gravissimi episodi di indisciplina collettiva, che compromisero ulteriormente la situazione interna dell'esercito, già messa a dura prova dalla sedizione fiumana. In giugno, in occasione della partenza a Trieste ed a Brindisi si veri20

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Comando circolo di Volosca al comando legione di Trieste - 7.5.1920. LONGO, op. cit., p. 490.


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ficarono incidenti tra arditi e socialisti, (ma anche ammutinamenti all'interno dei reparti d'assalto). I bersaglieri dell'll O reggimento rifiutarono di imbarcarsi ad Ancona e, sostenuti dai socialisti e dagli anarchici diedero vita ad una rivolta per reprimere la quale occorsero alcuni giorni, l'uso dell'artiglieria ed il concentramento di alcuni battaglioni di carabinieri e di guardie di pubblica sicurezza, realizzato mediante autotrasporto perché uno sciopero aveva paralizzato la rete ferroviaria. I disordini si estesero alla Romagna e, sempre a causa dell'ostilità dei ferrovieri, si pensò di trasferire per via di mare dal Veneto i reparti destinati a reprimerli. I soldati di un battaglione del 23° fanteria di stanza a Cervignano, ricevuto l'ordine di trasferirsi a Trieste per imbarcarsi, ritennero di essere destinati in Albania e si ammutinarono. "Circa 400 nùlitari dei più scalmanati" - segnalava il comando di compagnia della R.G.F. - "si incolonnarono con in testa la bandiera rossa socialista e percorsero le vie della città al canto di inni sovversivi. Numerosissimi furono i colpi di fucile e di mitragliatrice sparati per intimorire la popolazione. Furono gettate numerose bombe a mano. La caserma del Corpo e quella dei RR.CC. furono oggetto di un breve assedio finito senza alcun incidente per la prudenza dimostrata da coloro che ivi abitano. I rivoltosi sfogarono l'ira loro contro un treno di derrate fermo in stazione. Fino alle ore 3 circa del mattino la città rimase in potere degli ammutinati. A quell'ora cominciarono a giungere rinforzi di RR.CC., autoblindate ed artiglieria d'assedio. In breve i rivoltosi furono ridotti all'obbedienza salvo pochi gruppi che si dispersero nelle campagne"22 • Nella capitale della Venezia Giulia alle tensioni sociali si aggiungeva il conflitto tra le comunità italiana e slovena. Una vera e propria esplosione di odio antislavo si registrò in conseguenza dell'uccisione del comandante e di un sottufficiale della R. Nave "Puglia", avvenuta a Spalato per mano di nazionalisti croati. Fu un episodio gravissimo, che segnò la vita tric::stina e fu oggetto di ricostruzioni contrastanti. Il colonnelli:> Sante Laria ne riferì in questi termini, il 14 luglio 192023 : "di seguito, al telegramma odierno, pari numero, si ha l'onore di riferire che l'uccisione del Comandante Gulli e le violenze usate a Spalato contro gli ufficiali ed i marinai italiani hanno avuto ieri, 13 corrente, a Trieste una violenta e dolorosa ripercussione. 22 23

Comando circolo di Gorizia al comando legione di Trieste - n. 9168 del P.7.1920. Comando legione di Trieste al comando generale.- n. 13771 del 14.7.1920.


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Il Fascio Triestino di combattimento aveva infatti organizzato una dimostrazione di protesta per i fatti avvenuti nella nominata città, dimostrazione che. pur prevedendosi clamorosa a .causa dell'eccitato stato d'animo della popolazione, non si riteneva potesse arrivare ai limiti di violenza raggiunti in seguito alle provocazioni partite da elementi slavi e croati. I Fascisti, alle ore 17 del detto giorno dopo di essersi riuniti nella Sala Dante, ove diversi oratori avevano inveito contro le violenze jugoslave connesse a Spalato, si riversarono, preceduti dalla bandiera tricolore in piazza dell'Unità, accolti dai vivi applausi da diverse migliaia di cittadini. S'improvvisarono numerosi discorsi interrotti da grida di: Viva l'Italia! e di ostilità agli jugoslavi. Ma in questo momento e precisamente alle ore 18, uno slavo pugnalò a tradimento un italiano, e solo il pronto inter~ vento della forza pubblica potette salvarlo dalla sommaria giustizia che il furore popolare avrebbe voluto fare su di lui. Ormai per mano slava era stato versato sangue italiano e l'esasperazione delle molte migliaia di dimostranti era arrivata al massimo grado. La folla accorse numerosa alla sede della Delegazione Jugoslava e vi abbassò la bandiera italiana che era stata legata su un'asta portante i colori jugoslavi. Poscia, si riversò in direzione del "Balcan". È questo un vasto Hotel-Restaurant sito a Piazza Oberdan noto come locale frequentato soltanto da sloveni e croati e politicamente sospetto perché risultava che i frequentatori vi tenessero anche feste e riunioni di carattere politico. A Piazza dell'Unità e durante il tragitto per recarsi a Piazza Oberdan, gruppi di dimostranti inseguirono e percossero diversi individui riconosciuti come slavi, tanto che la forza pubblica dovette sparare qualche colpo di moschetto in aria per ottenere una relativa calma. Colpi di rivoltella furono sparati contro diverse finestre anche dai dimostranti. La folla intanto, alle ore 19 giunse dinanzi all'Hotel suddetto il quale aveva già chiuse tutte le porte e finestra ed abbassate le saracinesche dei locali del caffè-restaurant. - Improvvisamente però si aprì una finestra del terzo piano ed apparve un uomo armato di rivoltella che apri il fuoco sulla folla -. Subito dopo da altre finestre; avvenne la stessa cosa, mentre alcune persone, dal tetto del palazzo, cominciarono a lanciare bombe a mano sui dimostranti ferendone parecchi. Il popolo in un primo momento rimase sorpreso e si rifugiò nelle vie laterali, mentre la forza pubblica, minacciata anche essa dalle bombe e dai colpi di rivoltella aprì il fuoco contro l'Hotel riducendo al silenzio g~i aggressori sloveni, i quali fuggirono per una uscita retrostante alla piazza. La folla si riversò dì nuovo contro il Balcan ed ormai più nessuno po-


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teva contenere il suo furore. Si lanciò contro le porte del fabbricato e dopo breve tempo riuscì ad aver ragione della loro resistenza. Penetrò nei locali del piano terreno devastando tutto in un batter d'occhio, ed appiccò il fuoco alla mobilia ricorrendo anche, a quanto sembra, all'uso di benzina. Poco dopo giungevano i pompieri, ma l'incendio si era sviluppato così rapidamente, che la loro opera dovette limitarsi ad impedire che le fiamme attaccassero gli abitati limitrofi. La propagazione del fuoco fu molto facilitata dagli esplosivi che erano depositati nel ripetuto hotel, tanto è vero èhe per tre ore di seguito si udirono · scoppi di ·bombe a mano e di munizioni da fucile. Questo dimostra come il Balcan non fosse che il covo ove i croati e ·sloveni si riunivano per congiurare. Durante l'incendio si gettarono da una finestra del terzo piano un uomo ed una giovane donna - Il primo rimase cadavere sull'istante, l'altra si ferì gravemente.Alle ore 22 il fabbricato era completamente distrutto e non rimanevano che i muri perimetrali. Dopo l'incendio del Balcan i dimostranti, sparando qualche colpo rivoltella, incominciarono a prendere d'assalto uffici sloveni· ed alcune case di noti propagandisti slavi. Così dalle ore 21 alle 23, furono devastati completamente gli studi di avvocati, i negqzi di diversi sloveni e le sedi delle Delegazioni jugoslava, della scuola slava, della Banca di Lubiana, della Banca Croata e della Banca Adriatica. Non riuscì; per il pronto intervento dei carabinieri e delle nostre guardie, l'assalto dato alla sede del giornale slavo "Edinost". Inoltre, al Carcere del Coroneo fu represso da carabinieri e guardie di finanza un tentativo di ammutinamento dei detenuti. Verso la mezzanotte la calma era ristabilita. Come si . è detto innanzi, l'Autorità ·aveva preso le opportune misure di ordine pubblico, ma per gl'imprevisti disordini, le forze, in un primo momento, furono insufficienti per ·frenare l'ira della folla. Carabinieri, R. Guardie e nostri militari accorsero prontamente dappertutto e mantennero energico contegno, sebbene per il loro insufficiente numero non avessero potuto impedire in tempo le devastazioni suddette. Sin dalle ore 16 di ieri, dietro richiesta della R. Quesi:ura, questo Comando fonù 250 uomini, forza che, dopo i primi disordini, fu subito portata a 550 militari su 5 compagnie. Durante la nottata, poi alcuni nostri reparti hanno eseguito un servizio di rastrellamento in città per arrestare le persone sospette e quelle altre note come pregiudicate, ed hanno anche presidiato i luoghi devastati il Monte di Pietà, il R. Commissariato Generale Civile, e la sede del giornale Edinost. Oggi la città si mantiene calma, ma continuano a rimanere in servizio


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di ordine pubblico 200 militari del Corpo fino a quando non sarà cessato ogni pericolo cli disordini. Nessun incidente accadde ai nostri militari, i quali prestarono ton sereno coraggio un lodevolissimo servizio che fu vivamente apprezzato da tutte le autorità Civili e Militari".

I gravissimi incidenti di Trieste ebbero immediate ripercussioni a Pola, dove fo devastata la "Narodni Dom", ed a Fiume, dove furono emanate disposizioni restrittive sui movimenti degli stranieri ed·il 1° agosto fu costituita una Guardia Nazionale, per far fronte alle esigenze di mantenimento dell'ordine pubblico, dopo la partenza dei carabinieri. Alle preoccupazioni per l'ordine interno si aggiungevano quelle originate dall'incombente minaccia di un'aggressione jugoslava. "In relazione a disposizioni riservatissime pervenute dall'autorità politica locale" il colonnello Laria impartì il 14 luglio direttive per l'ipotesi di un'insurrezione delle popolazioni slave della Venezia Giulia, concomitante con una irruzione di bande oltre la linea d'armistizio. Il servizio d'istituto avrebbe dovuto essere sospeso, ed il personale ripartito in 13 compagnie mobili, a disposizione dell'autorità militare. I reparti schierati lungo la linea d'armistizio, da Tarvisio a Volosca, sarebbero rimasti in posto e, se costretti a ripiegare, ·avrebbero dovuto raggiungere località di raccolta prestabilite. Seguivano disposizioni per il servizio di polizia militare nei villaggi dove non erano presenti reparti dell'Arma e per il controllo delle persone che attraversavano la linea24 • Negli stessi giorni, come vedremo, ordini analoghi venivano impartiti dal comando della piazza militare marittima di Pola25, circa il contegno che i presidi delle isole del Carnaro avrebbero dovuto tenere "nella eventualità .che reparti di irregolari fiumani o jugoslavi tentassero un'azione nelle isole stesse" (e l'assimilazione dei due potenziali aggressori appare piuttosto significativa). Del resto, sempre nell'estate 1920, anche la legione R. Guardia di finanza di Trento, per ordine dell'autorità militare, pianificava addirittura lo sgombero del Sud Tirolo e l'attestamento sulla linea di Salorno26 • Pare che, davanti a queste difficoltà, ed alle incertezze derivanti dallo stallo nelle relazioni tra i governi di Roma e di Belgrado, D'Annunzio 24 2

Comando legione di Trieste al comando generale - n. 146 Ris. del 14.7.1920. della Piazza Militare Marittima di Pola - n. 41737 del 26.6.1920. Comando legione di Trento al comando generale - n. 296 R. del 14.9.1920.

> Comando

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ed i suoi volessero stringere i tempi verso una soluzione della questione fiumana che consentisse di salvare, insieme, l'italianità della città e le utopie politico-sociali delle quali si nutriva l'avventura sediziosa.. La "Reggenza italiana del Carnaro", proclamata 1'8 settembre 1920, conferiva forma istituzionale alla situazione di fatto che si protraeva ormai da un anno: Ed il termine adottato, ambiguo dal punto di vista giuridico, serviva insieme a sottolineare la provvisorietà della soluzione, e ad evitare la scelta tra lealtà alla monarchia e pulsioni repubblicane, che continuava a dividere i legionari. La "Carta del Camaro", la costituzione del nuovo stato, rivestiva con il fascino della prosa d'arte dannunziana la sostanza delle tesi sindacai-rivoluzionarie di De Ambris. Il risultato fu l'approfondimento del solco tra i volontari e la borghesia italiana di Fiume, aperto dalle intemperanze degli arditi e dalla stanchezza per il prolungarsi della situazione di emergenza, mentre in Italia si confermava la presa di distanza fascista, e la decisione del governo di chiudere la questione prima che prendessero consistenza gli sviluppi pericolosi cui poteva condurre il radicalismo dannunziano. Il gabinetto Giolitti, superata ·ai primi di agosto la prova di forza con il movimento operaio per il fallimento dell'occupazione delle fabbriche, conclusa la spedizione albanese con il ritiro delle truppe da Valona, fu in grado di dare via libera a quella che oggi .p otremmo definire la "Ost- . politik" del ministro degli esteri Carlo Sforza, l'obiettivo della quale era l'assunzione - per quanto lo consentiva la serrata concorrenza francese - di una funzione - guida nei confronti degli stati successori dell'Austria-Ungheria nel bacino danubiano. Furono così ripresi i negoziati con gli jugoslavi per la definizione del confine, conclusi il 13 novembre 1920 con la firma del trattato di Rapallo. Nella Venezia Giulia, la linea era ancora in gran parte quella del Patto di Londra del 1915, e lasciava in territorio italiano circa trecentomila slavi. La Dalmazi3: veniva invece compresa nel regno dei Serbi, Croati e Sloveni, con l'eccezione dell'unica città a popolazione in maggioranza italiana, Zara, che avrebbe costituito un'"enclave" interamente circondata da territorio ·jugoslavo. Nel golfo del Carnaro le isole di Cherso e di Lussino toccavano all'Italia, Arbe e Veglia alla controparte. Fiume veniva costituita in Stato libero, sotto la tutela della Società delle Nazioni; era in sostanza la vittoria della soluzione autonomista, sostenuta dal partito di Riccardo Zanella, verso la quale si andava orientando un'aliquota crescente della collettività italiana della città.


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Il trattato di Rapallo implicava sacrifici notevoli, rispetto alle promesse del patto di Londra, ma realizzava un .netto miglioramento sulle prospettive che, soprattutto per l'influenza del presidente americano Wilson, si erano delineate nella conferenza della pace, e poneva le premesse per la normalizzazione delle relazioni italo-jugoslave. Fu quindi accolto come un sacrificio necessario dalla opinione pubblica italiana e dai partiti, compreso quello fascista. Non altrettanto avvenne nell'ambito del gruppo dirigente dannunziano e dei legionari, che vedevano concludersi l'avventura con il successo della ragionevolezza e della moderazione, ed approssimarsi l'ora del ritorno alla quotidianità. Nel periodo di tempo tra la firma del trattato e la ratifica da parte del parlamento, la Reggenza tentò quindi di affermare la propria presenza con una serie di azioni dimostrative, impadronendosi delle isole destinate ad essere cedute alla Jugoslavia ed effettuando alcuni colpi di mano contro località della costa istriana e contro battelli in navigazione. Il giorno stesso della firma del trattato, nuclei di legionari sbarcarono ad Arbe ed a Veglia, ed il 14 novembre occuparono il monte Luban, a nord di Fiume, isolando la Brigata "Lombardia", schierata lungo la linea d'armistizio. Alle 2,30 del 22 novembre il piroscafo "Croazia" accostò al pontile di Rabaz, presso Albana, e· ne sbarcarono un gruppo di arditi, comandati da un capitano, i quali aggredirono i due finanzieri in servizio di vigilanza doganale, li disarmarono e li trascinarono a bordo. La stessa sorte subirono il comandante e gli altri cinque militari della brigata, dopo che gli arditi, non riuscendo a farsi aprire dal piantone, erano penetrati nella caserma sfondando una finestra. I locali furono devastati, e gli aggressori non si accontentarono di asportare le armi e le munizioni, ma scassinarono le cassette d'ordinanza delle guardie, impadronendosi degli effetti personali, del denaro (in tutto, ducento lire...), di un orologio e di due mandolini. Fu poi fatta irruzione nel locale della dogana, dove furono asportati 186 chili di tabacco sequestrato ed una gallina; "altre galline, circa una dozzina, furono rubate nella rivendita dei generi di monopolio"27. Con un autocarro sbarcato dal piroscafo, gli arditi raggiunsero quindi Albana, circa tre chilometri nell'interno, dove devastarono le sedi del comando di presidio e della tenenza dei CC.RR. impadronendosi di armi, munizioni e viveri. Tornati gli uomini a Rabaz, il "Croazia" ripartì 27

Comando circolo di Pola al comando legione di Trieste - n. 21974 del 25.11.1920.


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alle 5,30, pòrtando a Fiume un finanziere che aveva tentato di reagire ed era stato perciò malmenato. Sempre negli stessi giorni, alcune unità della R. Marina defezionarono per raggiungere Fiume. Tra esse, la torpediniera 68 PN, salpata da Abbazia d,ove, si trovava a disposizione del comando della 45a divisione del1'esercito, nella notte sul 6 dicembre, in circostarize che diedero luogo ad un'inchiesta, nel corso della quale si tentò di attribuire al finanziere in servizio sulla banchina la responsabilità di non aver impedito la partenza28. L'occupazione di Arbe e Veglia costituì l'avvenimento più grave di questa penultima fase dell'avventura dannunziana, e diede origine ad una serie di episodi negativi, che resero evidente il degrado ormai irreversibile cui era giunto l'ordine disciplinare tra le file dei legionari. Le relazioni compilate dal comandante della compagnia R. Guardia di finanza di Veglia - due fatte pervenire fortunosamente al comando del circolo di Pola durante l'occupazione, una terza redatta dopo il ritorno in terraferma, ed una quarta riguardante gli avvenimenti ad Arbe - descrivono senza reticenze una situazione di soggezione ad una forza nemica, perché cosi la vissero i carabinieri ed i finanzieri costretti a permanere sulle isole, fatti ·segno ad ogni sorta di angherie, fino a quando non riuscirono a raggiungere la costa istriana. Gli sbarchi dei dannunziani avvennero, come si è detto, contemporaneamente nella mattina del 13 novembre. I presidi "regolari" erano costituiti da distaccamenti del XXXIII battaglione bersaglieri, che fecero immediatamente causa comune con i nuovi arrivati, da una tenenza dei Carabinieri (cinquanta uomini) e da una compagnia della R.G.F. (cap. Guido Izzo), con 80 finanzieri. Ricevuto da Pola l'ordine di rimanere ai loro posti, i due comandanti ed il commissario civile di Veglia si presentarono al capo dei legionari al quale comunicarono che la loro presenza non doveva essere considerata come adesione e che avrebbero continuato ad assolvere i propri compiti d'istituto, alle dipendenze delle autorità governative. Ma la convivenza si dimostrò subito difficile, per i continui atti di indisciplina degli "~ccupanti", palesemente sfuggiti di mano ai loro ufficiali. In una situazione particolarmente delicata venne a· trovarsi il capitano Izzo, dal quale si pretendeva la consegna dei valori custoditi nell'ufficio

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Comando circolo di Volosca al comando legione di Trieste - n. 9667 del 9.12.1920.


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irn:Poste e nella dogana, prudenzialmente trasferiti dall'ufficiale nella propna caserma. Il 2 dicembre il comando della piazza inarittima di Pola impartì Yordine di lasciare l'isola, ma non se ne fece nulla, perché i legionari pretendevano di disarmare i partenti. Dieci giorni dopo, senza preavviso, due cacciatorpediniere si presentarono davanti al porto di Veglia, per imbarcare carabinieri e finanzieri, ma furono accolti da raffiche di mitragliatrice. Mentre il tenente Parenti con i suoi carabinieri teneva a distanza· i legionari, il capitano Izzo ed il commissario civile Bonoldi raggiunsero con una barca a remi le navi, per chiedere di rinviare l'imbarco al mattino successivo, in modo da poter recuperare gli uomini delle stazioni e delle brigate dislocate nell'interno. Le navi ripartirono, e non si videro più. La vicenda si concluse finalmente dopo altri tre giorni, quando ai carabinieri ed ai finanzieri fu permesso di partire con le armi, pur tra le ingiurie e qualche colpo di pistola dei legionari, a bordo del piroscafo di linea per Cherso, da dove poi raggiunsero Pola con il cacciatorpediniere "La Farina". I fondi degli uffici finanziari furono messi in salvo nascondendoli nei bagagli dei militari. Più drammatico l'epilogo ad Arbe, dove i finanzieri dell'aiutante di .battaglia Salvatore D'Orta, per non sottostare all'ingiunzione di disarmo, dovettero partire di notte su tre barche· a remi ·da una località isolata. Raggiunta Lussinpiccolo, l'aiutante D'Orta raccontò così la sua avventura al comando di compagnia29: "In ottemperanza agli ordini verbali ricevuti dalla S.V., lo scrivente, appena rientrato alla sedé della Sezione (21-XIl-1920) ai Comandanti délle Brigate di Barbato e di Loparo, impartì istruzioni perché, nel termine più breve, tutto il materiale di casermaggio e di equipaggiamento fosse concentrato alla sede della brigata di Arbe, in attesa di essere spedito con il primo mezzo a codesto Sup. Comando. Ciò venne fatto con tutta regolarità e senza incidenti. Ma la spedizione di detto materiale non potè aver luogo per la mancanza assoluta dei mezzi di trasporto. La notizia del blocco imposto dal nostro Governo a Fiume e alle isole di Arbe e Veglia, venne appresa dallo scrivente solamente alle ore 11 del giorno 25 per avergli - il Capitano Tongiorgi Comandante Militare del29 Comando della sezione di Arbe in Lussinpiccolo al comando compagnia di Lussinpiccolo n. 22 del 29.12.1920.


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l'Isola mostrato una copia del bando del Generale Caviglia, Comandante Generale delle Truppe della Venezia Giulia. Senza porre alcun indugio, tenuto presente che la situazione di tutti i militari di questa Sezione era divenuta molto grave, sia per la mancanza di mezzo di trasporto che per l'impossibilità di comunicare con codesto Comando, lo scrivente fece i primi passi per tentare - a mezzo barche da pesca - una fuga, che, non potè effettuarsi per un primo rifiuto opposto · · dai pescatori. Veduto così in parte ostacolato il tentativo di fuga, il sottoscritto, si adoperò con ogni mezzo perché nessuno dei nostri militari si fosse compromesso con giuramento od altro per la causa fiumana. E, con azione persuasiva, nella quale concorsero assai efficacemente i Comandanti delle tre brigate dipendenti, lo scrivente ebbe da tutti i militari indistintamente, la promessa che ogni ordine sarebbe stato eseguito anche con il sacrificio della vita e che, qualora elementi non sani delle truppe dannunziane volessero tentare di influire sulla volontà e coscienza loro sarebbero disposti a reagire con il mezzo più energico. L'ordine di rientro a Lussinpiccolo che, peraltro, non si poteva attendere più dalla S.V. per il fatto che con il blocco non era possibile nessuna comunicazione, diede modo allo scrivente di preoccuparsi seriamente della cosa. Chiamati a rapporto i Comandanti di reparto di Arbe, Loparo e Barbato, impartì loro le necessarie istruzioni sul modo di contenersi in caso di attacco in forze per la rioccupazione dell'isola da parte delle truppe regolari italiane. Alle ore 24 del giorno 26, ritornato nel porto di Arbe il Mas 310 della R. Marina che, nelle prime ore del pomeriggio dello stesso giorno si era trasferito a Veglia, ufficiali legionari, fra i quali si notavano il Magg. Bisson Emilio, il presidente del fascio nazionale di Arbe ed altri, appena sbarcati diffondevano e commentavano la notizia che Fiume, la notte del 24 al 25 dicembre era stata attaccata da truppe regolari italiane (Carabinieri RR. e Guardie Regie) e che seicento uomini fra morti e feriti erano stati messi fuori combattimento. Il Capitano Tongiorgio, venuto a conoscenza di tali fatti dolorosi, andò su tutte le furie, e radunati tutti gli ufficiali a gran rapporto, alla sede del vecchio Comando di Presidio, invitò pure lo . scrivente a parteciparvi. La scena che sto per descrivere, e che lasciò in me la più penosa impressione, è terribile! Gli ufficiali legionari, e lo stesso Capitano Tongiorgio hanno l'animo agitato sopra ogni dire - appena il sottoscritto è al confronto del Tongiorgio, questi, in atto imperioso dice: "lei è con noi o contro di noi? Si decida subito, parli, vede bene che noi tutti ufficiali abbiamo già tolto e


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buttate le stellette; non vogliamo più saperne di Re e di Regine; tutto ciò che c'è nell'isola e che sa di governo deve sparire! In quanto ai suoi uomini se per .le prime ore di ·domani non si saranno decisi ·di andar via, o di rimanere con noi, considerati nostri nemici, saranno senz'altro passati per le armi. Noi ci dobbiamo vendicare!.." Queste parole pronunciate alla presenza di tutti gli ufficiali fecero nascere spontànea ed energica la risposta: "signor Capitano le ho sempre detto che sono italiano. La coscienza ed il modo di pensare che ho io, hanno tutti i miei uomini i quali sono veramente disciplinati ·e disposti come me ad affrontare anche la morte! Noi andremo via e porteremo con noi le nostre armi e la nostra roba. Io non temo né lei, né tutti gli arditi!.." Il Capitano Tongiorgi alla mia risposta tace; qualche ufficiale mi dice: "vada, raduni gli uomini e li presenti al capitano, il resto se lo vedrà lui". Feci ritorno in ufficio, erano le ore I, avevo l'animo profondamente addolorato. Compilai un falso ordine a nome del Comandante miliatare dell'isola (ordinai che lè imbarcazioni necessarie messe a disposizione dei Comandi di brigata per effettuare il trasporto di uomini e materiali: quelli di Barbato ad Arbe: quelli di Arbe a Barbato. Il Comandante della brigata di Loparo si sarebbe trasferito con uomini e materiali ad Arbe). I pescatori, fra i quali lo stesso Capoville di Barbato misero - dopo non lievi insistenze - a nostra disposizione le loro barche regolarmente · equipaggiate. Tutti gli ordini furono eseguiti perfettamente. Alle ore 4 due imbarcazioni con a bordo il personale della brigata di Arbe ed il materiale di tutti i reparti si dirigevano verso P. .Iloni, località questa prescelta per l'adunata. Lo scrivente, dopo aver atteso personalmente al carico del materiale e di essersi assicurato che ogni altro ostacolo sarebbe stato superato dal M. Russo, trasferivasi subito a Barbato ove il M. Cuzzocrea lo atterideva con una imbarcazione carica di uomini e di materiali. Prese posto su questa e, senza perder tempo ordinò la partenza raggiungendo le prime due a P. Iloni alle ore. r circa. Radunatesi così tutte le imbarcazioni, in perfetto ordine si fece rotta a Lussinpiccolo. Ove si giunse alle ore 15 dello stesso gorno 27. Nella difficile circostanza si distinsero particolarmente per operosità ed ardimento (e si noti che i militari della brigata di Arbe effettuarono il carico del materiale; contrariamente agli ordini del Capitano Tongiorgi e alla presenza di due arditi in servizio di sentinella in porto; che quelli della brigata di Barbato sgombrarono la caserma poco curandosi che 4 arditi 2 dormivano in prossimità della caserma stessa e 2 avevano il compito di vigilare il movimento delle Guardie di finanza e di arrestare con qualsiasi


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mezzo ogni tentativo di fuga - ed infine, che a Loparo ~ quando già un porta ordini aveva recapitato a quel Tenente Comandante del Presidio, l'espresso conten_ente la notizia degli ultimi avvenimenti - il Comandante di quella brigata provvide, con poca garanzia di sicurezza propria e del personale, all'imbarco del materiale e degli uomini), i Marescialli Russo Emidio, Cuzzocrea Giovanni il S.B. Gatto Cesare. l'App. Serpi Antonio e le Guardie Marzello Luciano, Rizzo Antonio, Patanè Salvatore, Pozzobon Carlo e Policaro Antonio. Il sottoscritto propone, pertanto perché a detti militari sia concessa una parola particolare di elogio". Il generale Caviglia, al quale il governo aveva affidato il compito di risolvere la questione fiumana con il minimo possibile costo politico, cercava intanto di utilizzare il tempo intercorrente tra la firma del trattato e la ratifica da parte del parlamento per convincere D'Annunzio ad accettare quella che ormai stava per diventare una legge dello stato italiano. Nello stesso tempo, il comando della 45a divisione fu incaricato di elaborare il piano per l'occupazione della città, articolato in fasi successive, in modo da consentire ai fiumani di interrompere in ogni momento la resistenza30• La sorte delle due compagnie della R. Guardia di finanza si faceva veramente difficile. La loro presenza a Fiume era richiesta dal consiglio municipale per la protezione della cittadinanza, e d'altra parte, in una situazione generale completamente mutata, non era pensabile che D'Annunzio ed i suoi consentissero la partenza dei finanzieri come avevano fatto a maggio per i carabinieri (e si erano comunque verificati incidenti). Nel clima tesissimo di quei giorni, poteva esser questo il detonatore capace di fare esplodere quel conflitto diretto che si voleva ad ogni costo evitare. Gli uomini del capitano Sepe erano presi tra due fuochi, e vi era il costante rischio che l'ordine disciplinare, fino a quel momento mantenuto in modò esemplare, si frantumasse in presenza di un eventuale cònflitto aperto tra regolari e volontari. La questione fu affrontata in un colloquio tra Caviglia ed il colonnello Laria, svoltosi ad Abbazia nei giorni immediatamente precedenti l'attacco a Fiume, e fu deciso di correre il rischio, facendo affidamento sulla lealtà e sul senso di responsabilità dei finanzieri. 30

LoNGO, op. cit., p. 519.


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Il colloquio fu riferito dal colonnello al comando generale in questi termini il 22 dicembre, quando ormai l'azione era imminente31 : "Com'è ben noto a Codesto Superiore Comando, dal giorno dell'occupazione dannunziana ·di Fiume sino alla pubblicazione del Trattato di Rapallo, le nostre due compagnie sono rimaste in qllella Città mantenendo sempre, con l'assoluta dipendenza gerarchica dai loro superiori, la qualità di truppe regolari e riuscendo nel contempo a conciliarsi le simpatie ed il rispetto delle Autorità che presiedono al governo di Fiume. Oggi, di fronte alla persistente opposizione del Comandante D'Annunzio e dei suoi legionari a non voler riconoscere le clausole della Convenzione di Rapallo, non è da escludere che, una volta esauriti tutti i tentativi di pacifico accordo, si debba ricorrere all'occupazione di Fiume con le truppe regolari. L'inevitabile conflitto che ne conseguirebbe ha molto preoccupato lo scrivente per le condizioni in cui verrebbero a trovarsi i nostri reparti colà residenti. Perciò egli si è immediatamente recato da S.E. il Generale Caviglia, il quale ha pienamente convenuto su quanto qui di seguito espone. Dare ordine alla 9' ed alla 30 a Compagnia di abbandonare la Città significherebbe provocare - per l'esasperazione e la disperazione degli animi dei legionari - un conflitto ben più grave di quello cui dettero luogo i RR.CC. della Compagnia Vadalà, perché se a questi fu permesso di uscire da Fiume dal Comandante D'Annunzio, invece ai nostri reparti si farebbe obbligo con la forza di restare al loro posto nel momento attuale. Pertanto la predetta Eccellenza, d'accordo con lo scrivente, considerato che i nostri militari rappresentano a Fiume un elemento di ordine e di sicurezza per la popolazione che tanto confida sull'opera loro, e ritenuto che se si rendesse necessaria l'occupazion_e di Fiume con truppe regolari, gli'ingenti depositi di merci esistenti in quel Punto Franco rimarrebbero esposti alla devastazione ed al saccheggio della teppa e dei peggiori elementi dei reparti fiumani, che non mancherebbero di approfittare della situazione tumultuosa creata da un eventuale conflitto, ha deciso di lasciare a Fiume le due compagnie .della R. Guardia di Finanza. Tale determinazione, che è la migliore, è stata presa in seguito all'assicurazione ricevuta dallo scrivente che i nostri uomini non interverrebbero in nessun caso contro le truppe regolari e sono anzi pronti ad opporsi con ogni mezzo ad un'eventuale imposizione che in proposito fosse loro fatta dai legionari fiumani. Certo che se fosse stato possibile allontanare da Fiume le nostre com31

Comando legione di Trieste al comando. generale - n. 236 R.S. del 22.12.1920.


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pagnie lo scrivente non avrebbe esitato a farlo, ma la stessa ripetuta Eccellenza, ha ritenuto che tale atto, generando con tutta certezza un conflitto armato, sarebbe stato il segnale. del ·passaggio alla violenza ed. allo spargimento di sangue fraterno che tutti vogliono evitare sino all'estremo limite possibile. Si fa riserva di comunicare ulteriori notizie sugli avvenimenti". Il mattino di quello stesso giorno 22 il capitano Sepe ed il collega Cavalli, nuovo comandante della 9"" compagnia, furono convocati dal "rettore alla difesa" della Reggenza, Host Venturi, che stava organizzando la resistenza, ma dichiararono esplicitamente di non poter partecipare ad azioni contro i regolari. Non vi furono obiezioni, e l'ordine di operazioni diramato il successivo giorno 23 dal "Comando dell'Esercito Italiano" della Reggenza per la difesa della città32 assegnò alla R. Guardia di finanza soltanto un compito di concorso al mantenimento dell'ordine pubblico, affidato in via principale alla Guardia Nazionale. L'attacco a Fiume; com'è noto, scattò il 24 dicembre, fu sospeso per il Natale e ripreso il giorno successivo, anche con tiri navali contro la sede del governo e di artiglieria terrestre sulla città. Il 28 parlamentari fiumani raggiunsero ad Abbazia il comandante della 45a divisione, e concordarono una tregua, alla quale seguirono le dimissioni di D'Annunzio · e la cessione dei poteri al podestà Gigante ed al consiglio municipale. Il 31 dicembre fu finalmente stipulata la convenzione per lo sgombero da Fiume dei legionari. L'ordine in città sarebbe stato mantenuto dai due battaglioni della Guardia Nazionale, ma si riconosceva al governo provvisorio dello Stato Libero la facoltà di richiedere lo stanziamento di reparti dei Carabinieri e della R. Guardia di finanza, il che fu fatto dal nuovo organismo il giorno stesso della sua costituzione, il 5 gennaio 1921. Nei giorni dell'attacco i finanzieri erano rimasti ai loro posti, nel porto e lungo la spiaggia, alla manifattura tabacchi ed alla sede degli uffici fiscali. Per evitare di affrontare richieste di concorso imbarazzanti, il capitano Sepe aveva provveduto a rinforzare i posti di servizio, in modo da privarsi di qualsiasi riserva. Non vi furono vittime né episodi significativi, ad eccezione dell'intervento dello stesso capitano Sepe, puntualmente registrato dalla stampa, per impedire l'incendio dei depositi di car" Reggenza Italiana del Carnaro - Comando dell'Esercito Italiano - Ufficio Operazioni - 23.12.1920.


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burante del Porto Petroli, ordin~to da D'Annunzio quale ritorsione per il bombardamento della città33• _Le due compagnie rimasero a Fiume, dove dopo il 5 gennaio, partiti D'Annunzio ed i suoi legionari e costituito il governo provvisorio, furono raggiunte da un battaglione di Carabinieri. In realtà, il generale Caviglia aveva ordinato la sostituzione dei finanzieri, in base ad una segnalazione del comandante della 45a divisione, secondo la quale essi avevano partecipato ai combattimenti dalla parte dei dannunziani. Un'inchiesta condotta dal colonnello Laria permise però di accertare che la segnalazione era infondata e probabilmente dovuta ad un equivoco - la Brigata "Sesia", ·cui appartenevano molti dei volontari, aveva mostrine gialle - e Caviglia revocò l'ordine, elogiando anche i finanzieri per il loro comportamento. Poiché un giudizio analogo fu espresso formalmente anche da Host Venturi, il quale aveva mantenuto l'incarico di responsabile per la difesa anche nel governo provvisorio, si deve concludere che il capitano Sepe ed i suoi uomini, ed anche il colonnello Laria che li guidava da Trieste, seppero dimostrare notevole abilità, in una delle situazioni più difficili nelle quali un soldato possa trovarsi. Carabinieri e finanzieri continuarono ad assicurare l'ordine a Fiume durante la travagliata vicenda dello Stato Libero. Il partito autonomista di Riccardo Zanella vinse le elezioni nell'aprile 1921, ma le istituzioni democratiche non furono in grado di funzionare per lo stato di continua tensione provocato dai nazionalisti italiani, finché lo stesso Zanella non fu costretto a riparare all'estero, mentre il consiglio nazionale chiedeva al governo di Roma la nomina -di un commissario straordinario, cui furono affidati tutti i poteri, finché il miglioramento delle relazioni italo-jugoslave consentì di dare alla questione fiumana una soluzione concordata, con l'annessione della città al regno d'Italia, nel gennaio 1924.

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"Il Piccolo Sera" di Trieste del 21 gennaio 1921.


Gianluca Gangi

Alla ricerca di una dottrina. Le manovre della Regia Aeronautica dal 1927 al 1933

1. Gli anni dal 1923 al 1926 La gestione Finzi, che dal gennaio 1923 al giugno 1924 resse l'aeronautica in qualità di ·Vice-Commissario, sembrò confermare la distanza fra la grandezza delle promesse del governo fascista e il livello delle realizzazioni pratiche. Infatti, anche a causa di un bilancio decisamente esiguo1, Finzi non diede mai delle indicazioni operative concrete, ma si limitò a ribadire la sua convinzione che, "col perfezionarsi dei mezzi tecnici", l'aereo sarebbe stato il fattore determinante nei prossimi conflitti. Convinzione che comunque non lo portò mai a realizzare un vasto rinnovamento del materiale2: sua preoccupazione quasi eclusiva fu infatti la creazione di una vasta intelaiatura di comandi e di reparti. Benché il disordine amministrativo e le ingerenze politiche proprie della gestione Finzi fossero ben poco gradite agli alti gradi di esercito e marina e fossero causa di numerose critiche, Mussolini continuò a lungo a difendere il suo vice-commissario del quale apprezzava l'indubbia capacità propagandistica3 • Tuttavia il coivolgimento del Finzi nel delitto Matteotti, e la necessità di assicurarsi la neutralità della casta militare, portarono il capo di governo a liberarsi. del suo collaborator~ e a rinunciare, momentaneamente, alla sua ·idea di un'Arma creazione ed espressione esclusiva del dinamismo fascista. Il successore di Finzi fu infatti il generale dell'esercito Bonzani, uomo estremamente riservato, legato alla 1

Settanta milio~ nel semestre gennaio-giugno 1923, duecento milioni per il 1924. RoCHAT, Italo · Balbo aviatore e ministro dell'Aeronautica 1926-1933, Ferrara, Italo Bovolenta editore, 1979, p. 25. 2 Difficile è conoscere il numero degli apparecchi in linea: Finzi nel gennaiò 1923 parlò di soli 40 aerei efficienti, un comunicato governativo parlava invece di 286 aerei al marzo 1923. I calcoli dell'U.S. dell'aeronautica danno un totale di 986 apparecclù. Cfr. G. RocHAT,. op. cit., pp. 24-25. 3 Esempio è il concentramento a Roma di 300 apparecchi, probabilmente ereditati dalla gestione precedente.

Cfr. G.


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sua Forza armata e alle tradizioni ·militari. Egli era quindi lontanissimo dall'immagine che il fascismo voleva dare alla sua Aviazione: un'Arma nuova, assolutamente indipendente ed esclusivamente proiettata verso il futuro e i progressi tecnologici. Eppure grazie a questa. scelta forse forzata Mussolini potè superare uno dei momenti più difficili del suo governo, mentre l'aeronautica potè giovarsi di un'amministrazione diligente, ma soprattutto intelligente. Bonzani si preoccupò già nel novembre del 1924 di stabilire per legge i criteri sul reclutamento e l'avanzamento degli ufficiali e nel maggio 1925 varò un ordinamento capace di dare un assetto definitivo all'aviazione. L'ordinamento del 19254 fu molto importante anche perché cercò di porre fine a quello che Douhet definiva "il confusionismo fra le aeronautiche terrestre, marittima e indipendente" 5 stabilendone i compiti e gli ambiti di azione. In realtà tale compito fu in larga parte disatteso a causa di un'impostazione che cercò sempre un compromesso tra le diverse dottrine sull'impiego dell'aeronautica e che faceva riferimento a una forza totale, 182 squadriglie, lontanissima dalla realtà. Secondo le stime dello stesso Bonzani infatti l'aeronautica militare italiana poteva schierare nel 1925 solo 66 squadriglie (16 da caccia terrestre, 14 da bombardamento, 17 da ricognizione terrestre e 19 di idrovolanti) che si sperava di portare a. 85 per il 1926. Il fare riferimento a 182 squadriglie permetteva però a Bonzani di assegnare virtualmente ad esercito e marina ben 92 squadriglie, mentre l'armata aerea, sostenuta dai teorici dell'assoluta autonomia e superiorità dell'aviazione, avrebbe potuto contare su 78 squadriglie: sarebbe poi toccato "ai responsabili del ministero la possibilità di sviluppare l'una o l'altra delle componenti dell'aeronautica a seconda delle circostanze senza infrangere la lettera della legge" 6• Inoltre Bonzani si preoccupò di avviare un immediato processo di riorganizzazione del materiale di volo che si proponeva non solo di aumentare i numero dei velivoli schierati, ma anche di iniziarne il non più prorogabile rinnovamento. La nomina di Balbo a sottosegretario di Stato per l'Aeronautica, avvenuta nel novembre del 1926, fu sicuramente un episodio decisivo nella storia dell'Aeronautica italiana. Mussolini aveva infatti compreso che quelli 4 Una trattazione dettagliata di tale ordinamento in G. RocHAT, Italo Balbo aviatore cit. pp. 38-42. 5 Nel Diario critico di guerra, cfr. ANTONIO PELLICCIA, Il periodo epico dell'Aeronautica 1923-1933, Roma, Veant s.r.l., 1985, p. 125. • G. RocHAT, Italo Balbo aviatore cit., p. 40.


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erano anni importantissi per lo sviluppo della ~uova Arma. !;Aeronautica necessitava in quel momento di un uomo capace di liberarla da ogni sudditanza nei confronti di Marina ed Esercito. Balbo si rivelò ben presto l'uomo giusto. Si impegnò totalmente in una riorganizzazione radicale dell'Aviazione a partire dalla ricerca di una dottrina ufficiale, di un'idea capace di fondere i piloti e gli specialisti di · provenienze ed esperienze assai diverse in un unico corpo. Questa dottrina fu ispirata al pensiero di Giulio Douhet, una dottrina che Balbo e i suoi uomini vollero applicare, verificare, e approfondire attraverso una serie di esercitazioni annuali. Si trattava di un compito non facile, condizionato da un addestramento dei piloti ancora incompleto e da evidenti deficienze sia quantitative che qualitative degli apparecchi impiegati. Inoltre, a dimostrazione della fragilità che ancora caratterizzava l'organizzazione aeronautica quando Balbo assunse la carica di sottosegretario, uno dei maggiori problemi che dovette affrontare fu quello del1' effettiva consistenza dell'Aviazione Militare italiana. Diverse infatti erano le stime, sia numeriche che qualitative, che il sottosegretario riceveva sugli apparecchi a sua disposizione, tanto che il 28 novembre, con il ·suo tipico gusto per i gesti spettacolari, ordinò il decollo di tutti gli aerei. "I .caccia dovevano restare in volo per due ore e mezzo e tutti gli altri aerei per tre ore"7• Questa verifica "sul campo" doveva togliere ogni dubbio à Balbo, e a Mussolini, sulla reale forza dell'Aviazione. !;immediatezza dei suoi risultati fu tale che ancora oggi si fa riferimento ad essa nel valutare la consistenza del materiale di volo all'inizio del suo mandato: solo 300 apparecchi dei quali incerto è il numero di quelli effettivamente pronti a coriibattere8 • Tale limitata disponibilità sia dal punto di vista qualitativo, sia da quello puramente quantitativo fu probabilmente fattore importante nella decisione di studiare, nelle Manovre d'Annata Aerea del settembre 1927, i diversi problemi d'impiego ricorrendo alla simulazione di singoli episodi di guerra. ·.

7

CLAUDIO C. SEGRÈ, Italo Balbo, Bologna, Il Mulino, 1988, p. 184. In realtà la prova fu portata a termine solo da 200 apparecchi, ma 104 di essi non la conclusero per motivi diversi quali il cattivo tempo e l'incapacità dei piloti. 8

Ibidem.


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2. Le esercitazioni nella regione Veneto Padana (1927) Le manovre d'Armata Aere_a del settembre 1927 meritano ancora oggi di essere attentamente studiate in quanto eprimono chiaramente l'esigenza che aveva l'Aviazione di sperimentare e di verificare tutti gli aspetti~ addestrativi, ma anche teorici, di quella dottrina douhettiana che ufficialmente aveva già fatto propria. Esse si svolsero nella regione Veneto-Padana tra il 16 e il 20 settembre e videro impegnati i reparti da caccia, da bombardamento e da esplorazione lontana della P e IP Zona Aerea sotto la guida del capo di S.M. gen. Armani, il quale assunse direttamente la Direzione delle manovre9 • Queste esercitazioni tattiche ipotizzavano la guerra tra Italia e Jugoslavia lungo la linea passante per Passo di Resia, Passo della Mendola, Cima d'Asta, Altipiano dei sette comuni, Monti Berici, Colli Euganei, Rovigo, Bocche del . Po. I comandi del Partito Azzurro e del Partito Rosso furono rispettivamente assegnati al generale di B.A. Francesco Vece .e al generale di B.A. Vmce.Q.zo Lombard. Pur essendo esercitazioni di carattere sperimentale che non prevedevano alcun vincitore, si verificarono "per quello spirito altamente bellicoso ed aggressivo, episodi di iniziativa non ricercata né voluta che hanno, talvolta, parzialmente disorientato azioni preordinate, senza dare un utile rendimento agli scopi, che la direzione deUe esercitazioni si riprometteva di seguire" 10• Questo spirito aggressivo dei piloti era comunque lodato dal generale Armani che si riprometteva di disciplinarlo in maniera che si manifestasse al momento opportuno. Inoltre il problema principale non fu il comportamento dei piloti, quanto le condizioni .atmosferiche avverse che limitarono notevolmente lo studio dei problemi in esame non permettendo di svolgere tutte le azioni · previste. Il primo punto che si volle sperimentare fu l'improvvisa apertura delle ostilità mediante un bombardamento dall'alto su una base aerea. L'offensiva di contro aviazione fu compiuta di notte dal Partito Azzurro contro la base di Aviano e ottenne quella sorpresa che era lo scopo prefissato. Sorpresa che fu raggiunta nonostante il Partito Rosso, in allerta per • A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 2, Manovre d'Armata Aerea voi. III, il testo è in gran parte dattiloscritto, ma si trova anche una relazione a stampa del I Reparto-Divisione operazioni. 10 Ivi, Conferenza finale del gen. Armani del 21\9\27, f. 5.


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una· situazione internazionale tesa, avesse già emanato disposizioni per la difesa del suo territorio. Tuttavia fra tali disposizioni, annotò il generale Armani, non erano comprese quelle necessarie per la difesa di una base affollata di reparti come quella colpita. Indicativo di ciò è che gli apparecchi erano stati parcheggiati in posizione troppo serrata e risultarono quindi facilmente colpibili. Questa azione confermò l'opinione del Capo · di Stato Maggiore secondo cui la forza aerea che fosse riuscita a prendere l'iniziativa delle operazioni avrebbe ottenuto un vantaggio iniziale notevolissimo 11 • Dal punto di vista della difesa si concluse che lo sparpagliamento dei bersagli o il loro mascheramento avrebbero notevolmente ridotto l'efficacia del bombardamento contro gli apparecchi. Il secondo episodio di guerra prevedeva lo studio delle tecniche per ottenere e mantenere la padronanza del cielo con lo scaglionamento lungo lo schieramento delle truppe terrestri delle unità da caccia. Le condizioni

atmosferiche resero però inefficace l'azione dei reparti da caccia azzurri levatisi in volo. Ad ogni modo apparve comunque conveniente, confortati in questo anche da un'esercitazione successiva12, ricercare ed ottenere la padronanza del cielo nel luogo e nel momento che più interessavano, piuttosto che su una zona molto vasta13 • Sempre riguardo alle possibilità dei reparti della caccia si studiò anche la convenienza e l'efficacia di una loro riunione in una massa unica per ottenere e mantenere, da una posizione centrale, la padronanza del cielo. Nello sviluppo dell'azione la caccia azzurra impostò quindi 'il proprio intervento secondo il criterio della celerità e dell'impiego di tutta la massa. Tale impostazione non soddisfece pienamente il generale Armani il quale scrisse sulla relazione finale: "è più opportuno muovere ad incontrare l'avversario con due nuclei distinti avviati l'uno direttamente sull'obbiettivo probabile, per coprirlo dalla minaccia che si delinea, l'altro sulla probabile rotta di ritorno, non dimenticando di lasciare sempre protetta, con adeguata riserva, la base principale" 14. . Altri episodi prevedevano invece l'azione congiunta di reparti da caccia con quelli da bombardamento. Ma se il congiungimento in volo di due di questi Reparti a un'ora e su una località prestabilita, Padova, venne 11

Iv~ f. 14.

12

Episodio in cui si studiava l'azione della caccia spinta sul territorio avversario.

13

Ibidem. lv~ f. 17.

14


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giudicato perfettamente riuscito, altrettanto non si può dire dell'incontro di due masse da bombardamento scortate da caccia. Difatti, sempre per le avverse condizioni meteorologiche, non si poté verificare il contegno delle scorte avversarie all'atto dell'incontro: avrebbero impegnato combattimento, oppure attaccando l'una, l'altra avrebbe risposto senza abbandonare la sua missione di scorta? Maggiori indicazioni si ebbero dall'azione di bombardamento a volo rasente il cui svolgimento, seppure avvenuto ad una quota troppo alta, fu motivo di soddisfazione per il tipo di formazione adottato. Nondimeno il giudizio complessivo del generale Armani sugli attacchi a volo rasente non era completamente positivo: troppe erano infatti le preoccupazioni sulle possibili perdite conseguenti un tale tipo di attacco. Significative le precise indicazioni del capo di Stato Maggiore: "le formazioni avrebbero dovuto giungere a quota bassissima e da una direzione opposta alla propria provenienza segnalata dalla difesa, quasi ai margini dei bersagli e, con una rapida salita portarsi sul bersaglio stesso alla quota minima di lancio, in· modo da ridurre il più possibile gli effetti della difesa antiaerea locale, la quale, preavvisata, può avere risultati micidiali, ricorrendo a espedienti e provvedimenti finora non adoperati, ma di facile attuazione come uno sbarramento di piccoli palloni frenati a quota di qualche centinaio di metri" 15 . Gli effetti della difesa contraerea preoccupavano molto anche il ser- · vizio arbitraggio che nella sua relazione scriveva: "le azioni di bombardamento con volo rasente, potranno, nella realtà, essere svolte ma, è opportuno rilevarlo, solo eccezionalmente e non con carattere di metodicità"16. È da notare che l'idea di un impiego solo in casi eccezionali di azioni a volo rasente sarà condivisa in tutte le esercitazioni precedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale. Le esercitazioni si conclusero nei giorni del 19 e 20 settembre con un bombardamento effettivo a nord di Vivaro, presso Aviano, con cui si voleva studiare l'efficacia del bombardamento aereo in relazione ai vari tipi di bombe impiegate, alle diverse quote di lanciò e alle varie formazioni dei reparti di impiego. I bersagli erano stazioni ferroviarie, tronchi di binario, campi d'aviazione, e i Ca.73 impiegati li attaccarono lanciando bombe che andavano dai 15 ai 259 kg.. Gli apparecchi si avvicinarono

15

16

Ivi, ff. 18-19. A. PELLICCIA, op.. cit., p. 289.


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agli obiettivi di volta in volta con formazioni a "triangolo" o a "fila indiana" con quote che andavano dai 1000 ai 2000 metri17• Su questa esercitazione abbiamo anche un giudizi.o al vetriolo da parte del generale Martelli Castaldi. Scrivendo infatti a Mussolini nell'ottobre del 1934 per criticare il capo di S.M. Valle e la sua intenzione di effettuare un'esercitazione di tiro a Furbara, Martelli Castaldi faceva riferimento proprio all'esercitazione del 1927. Queste le sue parole "il 20 settembre dell'anno di grazia .1927 un altro Capo di Stato Maggiore, vistosi a mal partito per l'incapacità dimostrata, tentò egual colpo con un'esercitazione bellica svolta al poligono di Aviano sul greto del torrente Cellina. Era il generale Armani [...] che [...] cercava di darla intendere al sottosegretario di allora, Balbo, montandogli uno spettacolo da circo equestre al quale si ebbe la spudoratezza di invitare oltre le solite rappresentanze estere, anche Sua Maestà il Re"18 • Sempre secondo il generale Martelli la scarsa efficienza dimostrata dai bombardieri nel corso dell'esercitazione del 1927, all'epoca imputata ad una troppo affrettata preparazione del personale e dei mezzi, fu la causa · prima "della liquidazione" del generale Armani da parte di Balbo. Nondimeno, nella sua relazione, il Capo di Stato Maggiore Armani non appare .per niente preoccupato da quegli scarsi risultati materiali che pure non lo soddisfacevano. Egli ,evidenziò infatti le preziose indicazioni ricevute nei riguardi delle formàzioni di volo più adatte, dell'addestramento del personale e "il risultato importantissimo raggiunto di avere ora tutti gli apparecchi della specialità da bombardamento quasi completamente a posto per quanto concerne le installazioni per il tiro di caduta" 19 • Affermazione, quest'ultima; che sembra confermare l'idea di un' Aviazione ancora con importanti problemi di ordine materiale. Problemi che però non compaiono mai direttamente nelle parole del Capo di Stato Maggiore il quale si mostra talmente sicuro della capacità offensiva e distruttiva dell'Aviazione italiana da poter così affermare: "è mio personale convincimento.che, malgrado i miglioramenti proposti e che saranno esercitati in prossime esercitazioni, la difesa aerea del territorio debba farsi con un sistema che io definirei "preventivo": occorrerà stroncare la potenza aerea nemìca sui campi d'aviazione e nelle officine dell'avversario

17

18 19

Cfr A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 2, Manovre d'Annata Aerea cit., f. 22. M. AvAGLIANO, Il partigiano Tevere, Cava dei Tirreni, Avagliano ed., 1996, p. 134. A.U.S. S.M.A.M., Cartella 2, Manovre d'Armata Aerea cit., p. 22.


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mediante ripetute, poderose azioni di bombardamento e costituendo una muraglia difensiva con continue crociere sulla linea di fronte" 20 • È interessante notare la completa coincidenza delle convinzioni di Armani con le direttive emanate da Badoglio solo qualche mese prima. Il Capo di Stato Maggiore Generale in una riunione tenutasi il 18 luglio aveva infatti espresso la sua preferenza per una difesa eminentemente attiva· che tendesse cioè "a stroncare l'attacco aereo nemico all'atto stesso in cui sta per scattare dalle sue basi, ossia a prevenire l'avversario, bombardando i suoi campi .quando ·ancora sta ·in essi raccolta e pronta a decollare, la sua flotta aerea"21 • L'importanza di questa azione era evidenziata dalla volonta di riservare al Comando Supremo delle Forze Armate la scelta del momento opportuno per sferrare l'attacco aereo, scelta che poi doveva essere approvata dal capo di governo. Tale attacco aereo era quindi finalizzato, sia per Armani che per Badoglio, ad ottenere il dominio dell'aria, dominio che Douhet riteneva raggiungibile "quando i mezzi di volo avversari saranno ridotti ad una quantità trascurabile, incapace di svolgere una qualsiasi azione aerea di importanza apprezzabile nel quadro generale della guerra" 22 • Soltanto dopo avere ottenuto tale dominio Badoglio pensava di rivolgere le offensive aeree contro i "nodi ferroviari, i porti, le grandi stazioni di imbarco e sbarco ed in genere i punti vitali delle linee, in zona di radunata, lungo le quali il movimento incomincierà a intensificarsi"23. ·

20 21

A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 2, Manovre d 'Armata Aerea cit., f. 15. P. Badoglio in Antonello Biagini, Alessandro Gionfrida, Lo Stato Maggiore Gene-

rale tra le due guerre (Verbali delle riunioni presiedute da Badoglio dal 1925 al 1937), Stato Maggiore dell'Esercito-Ufficio Storico, Roma 1997, p. 115. 22 In F. Born-M. CERMELU, La teoria della guerra aerea in Italia dalle origini alla seconda. guerra mondiale, Roma, Stato Maggiore Aeronautica - Ufficio Storico, 1989, p. 327. n P. Badoglio in A. Biagini, op. cit., p. 117. Il capo di Stato Maggiore Armani si allontanava invece dal pensiero di Badoglio quando prospettava la possibilità di creare "una muraglia difensiva" sulla linea di fronte. Per il Capo di Stato Maggiore Generale infatti la caccia doveva infatti rapidamente riunirsi solo dopo aver avuto la segnalazione delle incursioni nemiche. Ancora più lontana era poi la posizione dell'autore del Dominio dell'aria per il quale era fondamentale "rassegnarci a subire le offese che il nemico può infliggere~ per utilizzare tutte le risorse allo scopo di infliggere al nemico offese maggiori", offese in entrambi i casi dovevano essere pricipalmente rivolte contro le principali città.

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3. Ipotesi non verificate (1928) Nel 1928 il generale Armani si propose di effettuare manovre che .mettessero alla prova la forza armata seguendo i criteri di impiego migliori provati l'anno prima. Tuttavia, proprio a causa di un incidente di volo occorsogli le previste esercitazioni a partiti contrapposti vennero sospese prima del loro inizio. Questo epilogo fu l'ultima di una serie di difficoltà che avevano caratterizzato le esercitazioni fin dalla loro ideazione. Infatti il generale Armani aveva previsto che queste si articolassero in due tempi distinti: la mobilitazione e la radunata (precedute da un periodo di studio e preparazione), e le operazioni vere e proprie. Ma già nella circolare n° 1307-1 del 14 Giugno lo Stato Maggiore si vedeva costretto a lirnitarne fortemente lo sviluppo. Scriveva il generale Armani: "In considerazione delle attuali condizioni di limitata efficienza dei reparti d'impiego, dipendente essenzialmente dallo stato del materiale, sono venuto nella determinazione di limitare lo sviluppo delle esercitazioni previste nella misura seguente: - abolizione completa del II tempo (operazioni) fermo restando il I tempo (mobilitazione e radunata) preceduti dal periodo di preparazione e studio" 24. Il successivo incidente, e il perdurare della limitata efficienza dei re- · parti, consigliò di sospendere le esercitazioni nel loro complesso. Tale sospensione dipese però secondo il Pelliccia anche dall'"atteggiamento mentale di riserva dei capi dell'aeronautica verso i problemi dottrinali e sul1'attività intellettuale in genere degli ufficiali, nonché sul loro scetticismo sull'utilità pratica dei dibattiti e delle sperimentazioni delle idee dibattute . in cui credeva, invece, Balbo"25 • Era però intenzione dello Stato Maggiore utilizzare gli studi preliminari già realizzati ai fini di una manovra con i quadri. Purtroppo la documentazione consultabile non ci permette di sapere se anche tale manovra venne effettivamente tenuta. Nondimeno dagli studi preliminari realizzati dai Comandi dei due Partiti, e rispondenti alle direttive dello S.M., possiamo ricavare dati utili sui concetti di azione e sulle forze aeree che si volevano impiegare. Le due ipotetiche Nazioni, denominate Nazione Nord (o Partito Azzurro) e Nazione ~ud (o Partito Rosso), avevano come confine una li~24 A.U.S. S.M.A.M, Esercitazioni, Cartella 3, Ministero dell'Aeronautica-U.S.M., Esercitazioni a partiti contrapposti dell'Armata Aerea, p. 18. 25 A. PELLICCIA, op. cit., pp. 290-291.

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nea che tagliava traversalmente l'Italia tra la Toscana e l'Emilia Romagna e che passava per Poggio Allocchi-Passo della Futa-Corno alle ScaleMonte Cimone-Monte Prado-Passo della Cisa-Monte della Penna-Monte Candelozzo-Genova. Lo Stato Nord disponeva complessivame:O.te di 90 apparecchi da bombardamento e 198 da caccia. A queste forze lo Stato Sud rispondeva con 56 bombardieri e 101 apparecchi da caccia. Da una prima analisi delle forze aeree assegnate appare evidente l'inferiorità di mezzi del Partito Rosso comandato dal generale De Pinedo, che tra l'altro doveva fare affidamento su caccia marittimi considerati decisamente superati, Constatato che l'assegnazione al solo Stato Nord di apparecchi da bombardamento diurno e di una forte aliquota da caccia in più dava a priori al Partito Azzurro il dominio del!' aria, De Pinedo cercò di sfruttare al meglio la rapidità della mobilitazione, radunata e inizio delle operazioni, nonché lo spirito di sacrificio e l'entusiasmo dei propri equipaggi. In questo senso De Pinedo previde, per la prima notte dalla dichiarazione di mobilitazione, due incursioni successive da parte dei reparti da bombardamento notturno rivolte contro i campi di Ferrara, Poggio Recanati, Parma e Ghedi; contemporaneamente gli aerei da idrobombardamento, inviati sul Po, avrebbero ammarato in una zona poco sorve~ gliata e avrebbero sbarcato degli equipaggi con natanti aventi l'incarico di far saltare i ponti del Po. "Lo scopo di queste operazioni è quello di distruggere, o per lo meno danneggiare intensamente i campi che con ogni probabilità saranno località di radunata dei reparti avversari, ed interrompere tutte le comunicazioni fra la parte traspadana e la cispadana della zona di operazioni, comprendendo quest'ultima la zona di radunata e schieramento dell'esercito"26 • Per le giornate successive, data la grande distanza degli obiettivi dalle basi dei reparti e il numero rilevante degli bersagli che sarebbe stato necessario colpire, De Pinedo preferì limitare le azioni di bombardamento contro pochi obiettivi fra i più importanti quali nodi stradali, centri ferroviari e centri industriali. Questa scelta portava quindi ad escludere ogni offensiva contro centrali idroelettriche, acquedotti e condutture ad alto potenziale. Sempre ispirandosi ad un principio di conservazione delle poche forze a disposizione, il Comandante del Partito Rosso ritenne anche conve26 A.U.S. S.M.A.M, Esercitazioni, Canella 3, Ministero dell'Aeronautica-U.S.M., Esercitazioni a partiti contrapposti cit., p. 141.

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niente svolgere tutte le offensive di notte. In questo modo i bombardieri notturni avrebbero potuto svolgere il loro compito in condizioni otti.Jiiali e lo stesso idrobombardamento avrebbe subito mei:J.o perdite. Il compito della Caccia, sia idro ·che terrestre, era invece esclusivamente quello di assicurare la difesa aerea all'interno della zona di operazioni. Era quindi esclusa .ogni partecipazione diretta .il.le offensive rivolte contro il Partito Azzurro. Quest'ultimo punto non venne previsto dal gen. di B.A. Opizzi il quale, tra le probabili intenzioni del nemico, prospettò azioni in massa della caccia avversaria per appoggiare e permettere in grande stile il bombardamento aereo principalmente rivolto contro le basi aeree dello Stato Nord con lo scopo di travolgere la potenza aerea avversaria. Il Comandante del Partito Azzurro, forte della evidente inferiorità di mezzi dell'avversario, operò una scelta di concetti d'azione molto differenti da quella del De Pinedo. Egli infatti volle ottimizzare il domino dell'aria attraverso continue azioni in massa, sia diurne che notturne, contro i centri vitali degli avversari sia demografici che militari27 • Nella sua relazione così scrisse: "è una peculiare caratteristica dell'Armata Aerea quella di essere pronta in breve tempo ad iniziare le ostilità, è intendimento dello Stato maggiore delle forze aeree prendere l'iniziativa · delle operazioni di guerra, anticipando nel tempo rispetto al nemico che ha, al contrario, l'interesse di non agire secondo lo stesso criterio nel timore che la reazione avversaria comprometta seriamente l'effettuazione della propria radunata"28 • La caccia perdette la funzione· esclusivamente difensiva che aveva nel Partito Rosso per ricercare la distruzione delle forze nemiche. Nella compilazione della sua memoria il generale Opizzi rilevava inoltre la delicatezza e la facile vulnerabilità del sistema di comunicazioni del Partito Rosso che si presentava con "centri di incrocio", quali Pisa e Firenze che non potevano essere evitati. Nel 1928 non fu dunque possibile effettuare .alcuna verifica del ruolo strategico dell'Aeronautica, ma è possibile registrare un orientamento che appare favorevole alla controaviazione come azione preliminare al successivo impiego douhettiano dell'Arma il quale dipendeva a sua volta dalla quantità e dalla qualità del materiale disponibile.

27

28

Ivi, p. 31. Ivi, p. 38.


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4. Esercitazione di sbarco sulla costa toscana (1929)

Nel 1929 furono programmate due esercitazioni: una con i quadri e l'altra con i reparti. · Nel periodo marzo-aprile si svolsero manovre con i quadri aventi come tema l'improvvisa apertura delle ostilità con la Francia, preceduta da un breve periodo di tensione diplomatica. Tale supposto si ricollegava probabilmente all'atteggiamento allora filo tedesco di Balbo, e sicuramente alle ipotesi di guerra contro la sola Francia fino ad allora prevalenti. Di questa manovra non conosciamo gli sviluppi, ma è interessante notare come prevedesse lo svolgimento di un'azione, con l'impiego di reparti nella loro composizione organica, di esclusiva pertinenza dell'Armata Aerea, escludendo perciò ogni operazione in stretta collaborazione con le unità dell'esercito. Lo svolgimento delle azioni prevedeva improvvise, intense e ripetute azioni di bombardamento notturno e diurno sui più vitali centri dell'attività avversaria e sulle basi più importanti. I compiti del nostro bombardamento dovevano poi essere agevolati con azioni aggressive da parte della caccia il cui compito principale restava, però, l'ostacolare e contenere l'attività aerea sul territorio nazionale. In particolare tali compiti venivano assegnati al II stormo Caccia, al VII stormo da bombardamento notturno e al XIII da bombardamento diurno coadiuvati da una squadriglia del V gruppo esplorazione. Il loro armamento era costituito per la caccia da Cr.20, per il bombardamento notturno da Ca.73 e per il bombardamento diurno da B.R.2. Tali reparti rappresentavano aliquote della I divisione Aerea alle dipendenze del Comando dell'Armata Aerea. Armata Aerea che si supponeva schierata in Lombardia, Piemonte e costa ligure per essere immediatamente impiegata allo scopo principale di creare la disorganizzazione nel territorio nemico e contemporaneamente proteggere il Paese da pro· babili inèursioni aeree. La zona di manovra era limitata al quadrilatero i cui limiti erano: - a E la congiungente Aosta-Chivasso-Poirino; - a S la congiungente Poirino-Pinerolo-Briancon-M. Pelvoux-La mure d'Isere-Valence; - a W la congiungente il Rodano sino a Lione e la Saone sino a Macon; - a N la congiungente Aosta-M.Bianco-Nantua e Macon.


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Il 1O marzo il Comando della I Zona Territoriale e in particolare il Direttore della Manovra, col. Carlo Graziani, fece trasmettere ai singoli Reparti i compiti loro assegnati. Lo stormo da bombardamento notturno ·doveva effettuare intense e ripetute azioni sui nodì ferroviari e sui campi di aviazione di Grenoble e Chambery mentre il bombardamento diurno doveva colpire quelli di Lione. Deve inoltre essere messo in rilievo il silenzio del col. Graziani sullo stato e sulle effettive possibilità di impiego del materiale di volo a sua disposizione. Solo un mese .più tardi infatti Badoglio e De Pinedo, allora Sottocapo di Stato Maggiore, concorderanno nel definire molto grave la situazione della Regia Aeronautica. In particolare De Pinedo, nel compilare la sua ipotesi di guerra sul fronte ovest, così scriveva "tutti gli apparecchi da bombardamento notturno sono di scarsissimo valore militare; scarsissimo è il numero degli apparecchi di tutte le specialità, si che per quasi tutte le squadriglie la dotazione di apparecchi è molto minore a quella che dovrebbe essere; mancano del tutto le riserve di apparecchi necessarie anche solo per una settimana di guerra; difettano le riserve di materiali di ogni genere necessarie; scarsissime sono le scorte di mobilitazione; insufficienti sono le sistemazioni che devono essere preparate per la guerra"29 • Inoltre, sempre per De Pinedo, lo sviluppo delle azioni delle forze italiane aventi base in Piemonte era subordinato a condizioni meterologiche particolarmente avverse e quindi poteva avere carattere di continuità "solo in periodi eccezionali e in stagioni favorevoli" 30• Nonostante queste limitazioni tali forze dovevano comunque concorrere, con le forze aventi base in Toscana, alla distruzione di obiettivi importanti, ma "relativamente lontani e pericolosi", quali le industrie della Valle del Rodano e le città di Lione, Tolone e Marsiglia. Per facilitare tali offensive, ma anche per aumentare sensibilmente la sicurezza dell'Italia settentrionale e centrale dall'offesa aerea francese, De Pinedo si proponeva di conquistare la Corsica. Era questa un ipotesi di indubbio fascino, tuttavia Badoglio la considerò di troppo difficile attuazione e quindi rimandò tale ipotesi a un non meglio precisato futuro 31 • Vi era quindi la 29 A lato Badoglio annotava "situazione alquanto grave" in A.U.S.A.M, Relazioni, Cart. 9, DE PINEDO, Ipotesi di guerra sul fronte ovest, ipotesi di guerra sul fronte est, ipotesi di guerra sulle due front~ f. 2. 30 Ivi, f. 3.

31

Ivi, ff. 8 e 10.


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consapevolezza che in una guerra contro la Francia sarebbe stato difficile dare la voluta continuità e profondità alle nostre offensive contro i più importanti centri demografici e industriali: la stessa Parigi, fonte "della potenza aerea nemica"32, non era raggiungibile dai nostri bombardieri. Molto diversa, pur essendo anche Belgrado e le sue industrie al di .fuori del raggio del raggio di azione dei nostri bombardieri, era invece la situazione ipotizzata in caso di conflitto con la Jugoslavia. In questo caso infatti la potenza aerea avversaria era considerata esternamente ridotta e comunque impossibilitata a colpire i nostri maggiori centri industriali. Inoltre le nostre stesse offensive aeree si sarebbero dovute rivolgere contro "le comunicazioni ferroviare e ordinarie tra la Jugoslavia e i paesi che potessero rifornirla di materiale di guerra"33 • Questo perché mancava una forte industra bellica nazionale, mancanza che, unita a quella di grandi centri demografici, avrebbe reso la Jugoslavia poco sensibile ad un attacco aereo di tipo douhettiano. Nel suo piano operativo De Pinedo si soffermava anche sull'opportunità che le tre Forze Armate operassero verso un'unico fine. Scrive infatti "di capitale importanza sarebbe l'eventuale occupazione da parte della marina delle isole Dalmate, e soprattutto l'eventuale occupazione da parte dell'esercito del retroterra zaratino; in quest'ultimo sarebbe possibile trasportare la base di importanti forze aeree, che potrebbero estendere agevolmente la loro azione sulle valli della Drava e della Sava, e su quasi tutto il territorio jugoslavo, incluso Belgrado"34• Se non vi era nulla di douhettiano nell'impostazione della manovra l'influenza del "resistere in superficie per far massa nell'aria" era invece presente nelle conclusioni del sottocapo di Stato Maggiore. Egli appariva infatti convinto che "qualora le forze aeree disponibili fossero effettivamente molto più potenti di quelle del complesso avversario, si potrebbe pensare di compensare la difensiva sulle due fronti e sul mare con i risultati che si potrebbero ottenere da un'intensa e vittoriosa offensiva nel·. »35. 1,ana L'ipotesi di impiego delle esercitazioni con i reparti svoltesi tra il 29 agosto e il 2 settembre fu esplicitamente quella della cooperazione con le altre forze armate. In questa occasione, infatti, le esercitazioni aeree si 32 Ivi, 12. " Ivi, f. 14. 34 Ivi, f. 16. 35 Cfr. A. PELLICIA, op. cit., p. 206.

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integrarono a quelle della Regia Marina la quale era intenzionata a misurare i tempi occorrenti per lo sbarco di truppa, quadrupedi e materiali su una spiaggia aperta scelta sulla costa toscana. Le esercitazioni prevedevano operazioni a partiti contrapposti durante le quali il Partito B, attaccante dopo aver occupato l'isola d'Elba, avrebbe tentato di operare uno .sbarco a sorprèsa sulla costa toscana nella zona del Massoncello. Al Partito A, nazionale, spettava dunque il compito di reazione e in particolare si supponeva che un'aliquota dell'Armata Aerea, nell'imminenza dello sbarco, venisse dislocata nella zona tra La Spezia e Orbetello. Nel costituire una speciale brigata aerea si fece riferimento ai grandi Comandi previsti negli studi dì mobilitazione. Le furono assegnati reparti da caccia, da bombardamento notturno e marittimo per un totale di 23 squadriglie, più una sezione, con 157 aeroplani, compresi quelli non inquadrati. Il numero degli aerei schierati era notevole e tuttavia appariva subito evidente la debolezza di questa brigata che non poteva contare su nessun reparto da bombardamento diurno. In realtà essi erano stati inizialmente previsti, ma vennero poi esclusi per "motivi di forza maggiore" non meglio specificati. Inoltre appare chiaro come vi fosse un'aliquota: eccessiva di bombardamento notturno rispetto al bombardamento marittimo36. Certamente questo squilibrio nella composizione interna della brigata dovette evidenziarsi nel corso dell'esercitazione, tanto che nella relazione compilata dall'Ufficio di Stato Maggiore possiamo leggere che "la brigata presentò un'eccedenza di bombardamento notturno e una deficienza di caccia; sentì la limitazione derivante dalla mancanza di bombardamento diurno e risentì dell'insufficienza qualitativa e quantitativa dei fumogeni" 37. In particolare "la mancanza di bombardamento diurno portò a rinunciare ad azioni (bombardamento contro navi in moto, contro navi alla fonda, attacco .a volo librato ad altissima velocità e coh tiro da .bassissima quota) di altissimo rendimento se fatte con apparecchi veloci ed agili" 38 quali non erano evidentemente i bombardieri marittimi. I bombardieri diurni erano infatti presenti anche in quella che lo Stato 36 Cfr. A.U.S.M. S.M.A.M, Esercitazioni, Cartdla 4, Ministero del!'Aeronautica-U.S.M., Relazione sulle esercitazioni aeree del 1929-Costa toscana, f. 19. 37 Ivi p. 175. 38 Ibidem.


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Maggiore, ad esercitazione conclusa, ritenne la composizione più confacente a quel particolare impiego tattico. Tale composizione prevedeva: - un gruppo da bombardamento notturno; - due gruppi da bombardamento diurno (con attrezzamento silurante); - un gruppo da bombardamento marittimo addestrato al volo notturno e dotato di attrezzamento silurante; - quattro gruppi da caccia; - 1 sezione da ricognizione marittima; - 1 squadriglia di 6 apparecchi leggeri da collegamento; - 1 gruppo speciale composto di soli apparecchi dotati di apparati per irrorazione di liquido, sia nebbiogeno che tossico, per un complesso di 2500 litri di capacità. La limitazione dei compiti della brigata aerea non fu comunque dovuta solo a deficienze materiali ma, come già accennato, al carattere sperimentale assunto dall'esercitazione stessa. Per tale carattere si esclusero anche operazioni fuori dall'aerea di sbarco e quelle eseguite dovettero sottostare a ben precise direttive. In particolare le azioni erano possibili soltanto a sbarco avvenuto. Lo stesso istante dell'intervento doveva poi essere fissato dal competente Comando della Regia Marina solo ad esercitazione della flotta compiuta. In compenso le navi sarebbero rimaste alla fonda allo scopo di fornire il bersaglio ad azioni del1'Armata Aerea. L'Aviazione poteva inoltre eseguire qualunque altra azione a condizione che non influisse sul previsto svolgimento delle azioni di sbarco. Secondo Pelliccia tali limitazioni frustrarono il "desiderio dello Stato Maggiore dell'Aeronautica di· giungere a deduzioni basate· su elelilenti di prova in merito alle reali possibilità dell'Armata Aerea di contrastare da sola un'operazione di sbarco"39• Nondimeno nella preparazione del piano delle operazioni si vollero comunque verificare concetti e principi basilari quali quello della massa e quello della sorpresa. Non altrettanto si poteva affermare per il principio della continuità dell'azione, ma si pensava che la rapidità dell'azione stessa avrebbe consentito una sua ripetizione. Bisogna ora vedere come questi tre principi trovarono pratica attuazione nelle singole azioni. La prima di es.se fu l'attacco alla base di Portoferraio40 che si propo39

G.

PELLICCIA,

op. cit., p. 296.

° Cfr. A.U.S.M. S.M.A.M, Esercitazioni, Cartella 4, Ministero dell'Aeronautica-U.S.M.,

4

Relazione sulle esercitazioni aeree del 1929 cit, p. 45.

t


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neva di compiere, con tutti ·i mezzi a disposizione, un'opera di distruzione al .fine di ritardare la partenza del convoglio o almeno di disorganizzarlo. Obiettivi principali erano quindi le navi, e solo eventualmente le opere portuali, che si voleva colpire di sorpresa, ma nello stesso tempo operando con la massima intensità e concentramento di azione. L'attacco fu quindi portato da un. totale di 102 apparecchi, che complessivamente trasporarono sul bersaglio 22 tonnellate di bombe di medio e grosso calibro, 1700 litri di liquido nebbiogeno, 1200 kg. di spezzoni. L'obiettivo fu raggiunto da tre colonne convergenti ad orario le quali in prossimità di esso si suddivisero al fine di lanciare un attacco per squadriglie che diradasse i bersagli offerti alla difesa antiaerea, ma che risultasse simultaneo e convergente41 • Oltre che giudicare della convenienza e possibilità delle formazioni a colonne, l'azione si proponeva di studiare quale fosse il tempo minimo necessario per compiere l'azione di offesa con una massa di aviazione articolata nelle varie specialità e quale capacità, intesa come spazio, del cielo fosse necessaria per contenere una massa agente coordinatamente e con piena possibilità di manovra. L'azione si svolse nel ·complesso come era stata concepita e prevista dall'ordine di operazione e · permise, anche se non era stata impegnata tutta la massa aerea a disposizione, di formulare utili giudizi S1.lgli effetti della azione fumogena realizzata e sull'utilità e attuabilità dell'azione di comando in volo. Inoltre la raggiunta concentrazione dell'offesa dimostrò la possibilità di azioni di grande effetto e di rapidissima esecuzione anche su obiettivi ristretti. Nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre un velivolo adibito al1'esplorazione notturna venne incaricato di seguire rotte prestabilite e di cercare il convoglio con mezzi luminosi; doveva poi chiamare e guidare 41 In particol;:ire a questa azione parteciparono: - due gruppi ·da bombardamento marittimo, composti da 22 apparecchi S.55; incaricati dell'opera di distruzione; - uno stormo da caccia terrestre su Cr.20 incaricato dello "spazzamento" del cielo ed eventualmente della protezione dei. bombardieri; - un gruppo da caccia marittima, su 12 apparecchi M.7, incaricato della protezione dei reparti da bombardamento marittimo durante le rotte e l'azione; - un gruppo speciale misto incaricato della neutralizzazione della difesa antiaerea da terra con intossicazioni tossico-fumogene; - un'aliquota da caccia composta da 21 apparecchi Cr.20 incaricata della "polizia" del cielo, e poi,. eventualmente, di un'azione ·di mitragliamento e spezzonamento.


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all'attacco una squadriglia da bombardamento che, già in volo, era in attesa in una determinata zona. L'esecuzione del bombardamento, che ricercava effetti materiali e morali con un'azione di sorpresa e agendo con il minimo delle forze, fu affidata ad un squadriglia da bombardamento notturno, che poteva lanciare 5 tonnellate di esplosivo, poiché l'idroaviazione non era attrezzata a voli notturni. L'azione di ricognizione ebbe uno svolgimento più facile del previsto e dimostrò, come prospettato, la possibilità di eseguire con successo ricerche notturne sul mare impiegando i mezzi appositamente ideati e costruiti per la ricerca e la illuminazione della superficie del mare. Più difficile è dire se l'azione di bombardamento abbia pienamente risposto agli scopi sperimentali prefissati. In effetti si dimostrò che le forze navali in moto, nelle notti illuni, non erano immuni da attacchi aerei, ma tale offensiva doveva altresì dimostrare l'alto rendimento in un'azione notturna di quegli idrovolanti che non poterono invece essere impiegati. Inoltre la relazione sottolinea l'incertezza dimostrata dalla. squadriglia nell'atto risolutivo dell'azione. Incertezza che era in parte giustificata dal fatto che, nell'istante in cui doveva effettuarsi il lancio, mancò la prevista illuminazione dell'obiettivo in quanto l'apparecchio esploratore aveva esaurito nella ricerca gli artifizi luminosi di cui era dotato. Una certa soddisfazione traspare comunque dalle pagine della relazione finale. Leggiamo infatti: "la somma degli effetti presunti porta a poter dire che il partito avversario non sarebbe giunto in condizioni di completa efficienza morale, meno ancora materiale, e non certo di sorpresa sulle spiagge della costa toscana" 42 • Anche l'operazione svolta contro la testa di sbarco ebbe una piena riuscita tanto da ritenere i suoi effetti decisivi nell'impedire, o rendere alquanto problematico, il tentativo di invasione da parte dell'assalitore. In questa operazione, che doveva essere caratterizzata dalla tempestività, violenza e rapidità di svolgimento, vennero impiegati tutti i mezzi disponibili. Più di 100 velivoli svolsero la loro azione, che sorprese nettamente l'avversario, in poco più di 7 minuti. I due gruppi da bombardamento marittimo, lo stormo da caccia terrestre, di circa 50 apparecchi, il gruppo da caccia marittima, di 12 apparecchi "con possibilità e caratteristiche nel complesso scadenti"43, il gruppo 42

Cfr. A.U.S.M. S.M.A.M, Esercitazioni, Cartella 4, Ministero dell'Aeronautica-U.S.M.,

Relazione sulle esercitazioni aeree del 1929 cit., p. 56. 43 Ivi p. 59.

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speciale, 6 AC.3 e un Br.2 per l'azione tossica, il mitragliamento e lo spezzonamento, si alternarono nell'azione secondo la successione ad orario prestabilita. In realtà le particolari circostanze della manovra impedirono che la brigata ottenesse la scelta del tempo dell'attacco che fu invece fissato dalla Regia Marina. Tale determinazione corrispondeva a condizioni di necessità estranee a una situazione reale, tuttavia permise ugualmente una valutazione adeguata degli scopi sperimentali che erano stati prefissi. Tali scopi erano validi anche in un altra situàzione operativa perché intendevano valutare l'efficacia di un attacco al suolo affidato a reparti da caccia, e di uno sbarramento tossico e verificare se gli appuntamenti ad orario avrebbero permesso un coordinato concentramento dei mezzi di offesa sull'obbiettivo. Come detto, l'appuntamento ad orario fu rispettato e si rivelò efficace, inoltre si ritenne che l'azione di irrorazione tossica avrebbe effettivamente portato a costituire sull.a spiaggia di sbarco una cintura di sbarramento "indiscutibilmente insuperabile e sufficiente da sola ad arginare momentaneamente lo sbarco"44 • Di grande efficacia apparve anche l'azione di mitragliamento e spezzonamento affidata alle squadriglie di Cr.20. Tale azione trovava la sua ragione d'essere proprio nella natura particolare dell'obbiettivo: truppe .ammassate e scoperte in condizioni morali e materiali che le rendevano assai sensibili all'azione, portata a bassa quota, degli aerei. Motivo ulteriore di compiacimento fu che la reazione contra:r~a delle navi: contro queste squadriglie si rivelò impossibile ad eseguirsi. Da notare come l'azione di attacco al suolo, azione di mitragliamento e spezzonamento che prescinde dalla quota di navigazione, venga nettamente distinta dall'azione a volo rasente che era intesa come "azione di bombardamento eseguita con apparecchio adatto, che si avvicina, colpisce, e si allontana mantenendo sempre quella minima quota che la natura del terreno. consente, utilizzando le accidentalità del terreno per celarsi alla vista"45 • Durante queste esercitazioni non si eseguì in effetti nessuna azione pura di volo rasente e ciò costinù, a detta del nuovo Sottocapo di Stato Maggiore gen. Valle46, "un'incresciosa decurtazione del programma sperimentale, causata dalla mancanza di apparecchi da bombar"Ivi p. 67. 5 • Ivi p. 151. 46 Il gen. Valle sostituì il gen. De Pinedo a partire dal 25 agosto 1929.


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<lamento diurno, adatti per maneggevolezza e velocità al tipo di azione" 47 • In questo modo mi sembra che si perse un'ottima occasione per verificare la teoria del maggiore Mecozzi, presente in Toscana cori il 7° gruppo caccia dotato di vecchi AC.3, di "un'aviazione da bombardamento fatta con cuore e cervello di aviazione da caccia "48, verifica che necessìtava però di velivoli relativamente piccoli, maneggevoli, veloci e rapidi in salita. Tuttavia, ogni volta che fu possibile, fu disposto affinché l'obiettivo fosse raggiunto alla quota minima e al riparo delle accidentalità del terreno. La sorpresa, coadiuvata dalla difficoltà materiale di esecuzione del tiro dovuta alla velocità angolare degli obiettivi rispetto alle armi, si di~ mostrò quindi fattore deciso nella diminuzione dell'efficacia della difesa antiaerea. Questa modalità ·di avvicinamento, accompagnata dalla scelta opportuna delle rotte, fece sempre conseguire la sorpresa più completa, sia per quanto riguarda la direzione dell'offesa, sia per quanto riguarda il momento dell'attacco. Come precedentemente detto, nell'azione sulla testa di sbarco la successione dell'intervento dei singoli reparti fu regolata col sistema ad orario mentre nell'azione di Portoferraio si volle che i reparti di diverse specialità, di diverse velocità e di provenienza diversa si riunissero in colonne prima di avvicinarsi tutti insieme all'obiettivo. Per colonna doveva "intendersi un movimento di reparti in collegamento a vista fra di loro e tale che permett[esse], oltre il reciproco appoggio durante la navigazione, l'intervento dei singoli nell'azione con successione assolutamente tempestiva e collegata di atti, facile ad ottenersi col validissimo aiuto della reciproca osservazione"49 • Il sistema a colonne implicava il rispetto dei tempi degli incontri; inoltre la presenza nella medesima colonna di reparti aventi caratteristiche di movimento molto diverse, portava a evidenti difficoltà nel mantenere la formazione. Tuttavia a fronte di queste difficoltà vi erano parecchi vantaggi che rendevano per il momento il sistema a colonne preferibile al sistema ad orario. Quest'ultimo non poteva garantire una precisione tale da costituire un'azione unica e non una semplice successione di azioni fra loro indipendenti. 47

Ibidem. F. Born-M. CERMELLI, La teoria della guerra aerea in Italia cit., p. 597. 49 A.U.S.M. S.M.A.M, Esercitazioni, Cartella 4, Ministero dell'Aeronautica-U.S.M., Relazione sulle esercitazioni aeree del 1929 cit., p. 139. 48


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Che questa scelta fosse legata in particolare al livello di addestramento fino ad allora raggiunto, lo rivela la relazione dello Stato maggiore che affermava: "formati i comandanti, concretate le norme, la modalità del semplice orario .risulterà di più sicura riuscita di quanto non lo sìa attualmente, mentre la formazione delle colonne preventive sarà riconosciuta come necessaria in taluni casi e continuerà ad essere applicata"50. Leggendo queste parole sembra che a guidare lo Stato Maggiore del1'Aeronautica siano criteri di sano realismo e la consapevolezza di essere un'Arma ancora in evoluzione. In particolare traspare l'esigenza cl.i avere norme e uomini, entrambi formati dall'esperienza, su cui poter fare sicuro affidamento. Non facilmente spiegabile è quindi la scelta di non svolgere completamente le offensive previste dopo lo sbarco presso Baia Baratti.All'azione principale dovevano infatti susseguirsi numerose azioni di logoramento culminanti in un bombardamento notturno. Queste azioni, che avevano lo scopo di ottimizzare i risultati dell'azione principale e di impedire qualsiasi rafforzamento e rifornimento, eb- · bero invece solo un parziale svolgimento in quanto alcune azioni diurne vennero sospese per ordine delle Direzione delle Manovre, mentre per quel che riguarda l'azione continuativa di bombardamento notturno si ritenne non necessario prolungare lo sforzo al quale venivano sottoposti equipaggi e materiali per la costante ripetizione del medesimo atto tattico. I risultati ottenuti evidenziarono quindi l'importanza decisiva dell'Aviazione come elemento di difesa. Inoltre lo Stato Maggiore si convinse che un qualsiasi tentativo di sbarco necessitasse di essa come elemento determinante di successo. Scriveva infatti il generale Valle "il difensore potrebbe essere battuto solo se l'azione dell'Armata Aerea attaccante venisse portata con decisione e massa sufficienti contro le basi dell'aviazione della difesa: anche in questo caso si presenta un aspetto del principio generale. d'impiego dell'Armata Aerea indipendente che fa dell'aviazione avversaria suo primo e principale obbiettivo" 51 . È da notare come durante queste esercitazioni trovarono per la prima volta impiego nuovi mezzi e in particolare i Cr.20 e i Ca.74. Agli apparecchi Cr.20 fu affidato il compito di attacco al suolo, senza tuttavia to-

50

Ivi, p. 141.

51

Ibidem, p. 180.


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gliere ad essi l'attitudine allo svolgimento delle azioni della rispettiva specialità. Il comportamento. dei nuovi apparecchi venne però fortemente condizionato da una messa a punto, eseguita nelle ditte costruttrici, non adeguata ad un l'impiego immediato. Notevoli furono quindi gli inconvenienti riscontrati nei modelli di nuova dotazione52• A seguito di una serie di voli addestrativi dei Ca.73 "il gruppo venne ben presto a trovarsi in critiche condizioni relativamente all'efficienza ·degli apparecchi, per cui è stato necessario compiere uri immane lavoro per mettere 14 Ca.73 in condizioni di prendere parte alle manovre" 53 • Il comandante del gruppo, ten. col. Ferroni, esprimeva inoltre l' opinione che sarebbe stato meglio costruire, qualora non si fosse riuscito ad avere plurimotori capaci di sostenersi in volo pur avendo uno o più motori danneggiati, apparecchi monomotori dai quali i piloti potessero al momento necessario lanciarsi con il paracadute. Infatti l'apparecchio Ca.73 bimotore allora in ·dotazione "in caso di mancato funzionamento di un motore è costretto ad atterrare sia pur dopo aver compiuto un volo librato più o meno lungo"54; questa incapacità di volare con un unico motore era molto sentita in quanto, a detta di tutti i piloti del gruppo, "sul Ca.73 [...] è difficilissimo il lancio con il paracadute: tutti ne sono convinti, ed in caso dì panne e di forzato atterraggio notturno si prevede la catastrofe"55• Anche per quanto riguardava il Ca.74, oltre ai problemi già presenti sul Ca.73 che non si erano potuti eliminare, si constatò la necessità di acune migliorie 56•

52

In particolare sul Cr.20 furono riscontrati: seri inconvenienti per la messa in moto; una non razionale installazione degli strumenti; logorio dei cavi di comando dei timoni di profondità; urto dei timoni di quota contro il suolo durante l'atterraggio; aerazione insufficiente al posto pilota; deficienza di raffreddamento del motore. 53 A.U.S. S.M.A.M, Esecitazioni, Cartella 4, VII gruppo misto-XXVI gruppo B.N. Concorso aereo ad una esercitazione di sbarco-Relazione, p. 1. 54 Ivi, IV parte, p. 1. 55 Ivi, IV parte, p. 2. 56 In particolare: migliorare la circolazione del carburante, problema che si aggiungeva a improvvise deformazioni al bilanciere in fusoliera del comando del timone orizzontale; tali deformazioni si verificarono nella settimana precedente l'inizio delle esercì-


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Altro motivo di generale insoddisfazione furono i · collegamenti durante le esercitazioni. In particolare notevoli furono le deficienze mostrate dalla linea telefonica, deficienze tali d;i non poter essere compen- . sate dall'uso del telegrafo. Emerse quindi la necessità che il Comando fosse direttamente collegato, senza centralini, con i comandi ad esso dipendenti e che la rete collegante gli organi tattici e logistici di una grande unità servisse questa sola e avesse personale proprio. Si richièdeva poi che alle reti telefonica, radiotelegrafica e telegrafica si aggiungesse una rete radiogoniometrica per l'assistènza in voli dei velivoli nazionali in navigazione e per l'individuazione di quelli avversari.

5. La prima giornata dell'Ala (1930)

Intorno al 1930 la crisi dei materiali divenne gravissima: "le squadriglie furono ridotte a sei apparecchi senza riserve, cioè furono praticamente dimezzate di forza, e gli aerèi in efficienza si ridussero a poche centinaia (in alcune specialità del bombardamento fu addirittura sospesa ogni attività per deficienza del materiale)" 57• Gli aerei da bombardamento, in particolare, erano costituiti in larghissima parte da Br.2 e Br.3 i quali derivavano da progetti del 1919. "Il Br.2 era un biplano in legno monomotore a due posti, con abitacolo aperto, in grado di lanciare mezza tonnellata (metrica) di carico di bombe, su un raggio di 300-440 km., a una velocità di un caccia. Gli aerei da bombardamento notturni, più lenti e di conseguenza teoricamente incapaci di tenere testa ai caccia, erano per lo più i Caproni Ca.73 e 74"58 che nel corso del 1931 furono sostituiti con i trimotori Ca.101 e i Ca.102. Ma il mancato svolgimento di manovre aeree non si inserì in un'ot-: tica di conservazione del limitato materiale a disposizione se non nella misura richiesta dalla necessità di impiegarlo nell'elaborazione, 1'8 giugno, della pri~a giornata dell'Ala: un'esibizione aerea spettacolare che si svolse all'aeroporto del Littorio, oggi dell'Urbe. Questa esibizione, che si rifaceva al modello di quelle della R.A.F., fu organizzata per raccogliere fondi a favore dell'orfanotrofio per i figli degli aviatori. Il protazioni e per la loro gravità furono motivo di notevoli ritardi nella preparazione degli apparecchi. Cfr. Ivi pp. 112-113. 57 GroRGIO RocHAT, Balbo, Torino, U.T.E.T., 1986, p. 141. 58 C. SEGRÉ, op. cit., p. 200.

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gramma comprendeva spettacolari a~robazie aeree, formazioni elaborate, attacchi su un "villaggio arabo", lanci in massa con il paracadute e, per il gran finale, l'attacco di 200 aerei contro un aeroporto nemico con effetti violentemente realistici59• Questa impostazione realistica dell'esibizione era motivata dalla volontà espressa da Balbo di differenziare questa manifestazione da quelle inglesi che erano puramente acrobatiche. Così per Balbo la giornata del1'Ala rappresentò un trionfo e altrettanto si può dire per tutta l'Aeronautica italiana che allora si batteva contro l'ordinamento Bonzani. L'ordinamento in vigore dal 1925 prevedeva infatti che in tempo di guerra le squadriglie facenti parte dell'aviazione ausiliaria fossero a disposizione dei comandi terrestri e navali. Balbo chiedeva invece una revisione del testo evidenziando la necessità che tutte le forze aeree dipendessero anche per l'impiego dallo Stato Maggiore dell'Aeronautica. La Marina acconsentì quasi subito, ma tale modifica trovava un'accanita resistenza nel ministro della guerra e nel Capo di Stato Maggiore dell'Esercito che era lo stesso· generale Bonzani. In quel momento Balbo si rivolse a Mussolini per protestare contro l'opposizione dei ministeri della guerra e delle finanze all'approvazione del nuovo ordinamento. La lettera ebbe l'effetto voluto e il nuovo ordi- . namento della Regia Aeronautica fu approvato il 6 gennaio 1931. "Le aeronautiche ausiliarie per l'Esercito e per la Marina [il cui numero non era fissato] venivano mantenute come principio, ma con compiti ridotti alla ricognizione e con forze non predeterminate e da stabilire con accordi diretti" 60 • Fu questa una vittoria politica molto importante per Balbo e per l' Aeronautica che allora ricercava un'autonomia pari a quella delle altre due Armi, tuttavia venne presto intesa solo come superamento di ogni collaborazione con le altre forze armate. Rimane comunque ammirevole l'energia e l'aggressività che Balbo profuse nel tentativo di affermare la raggiunta maturità della giovane forza armata. Del resto Balbo, al momento di chiedere l'approvazione del nuovo ordinamento al Parlamento, affermò: "le nuove concezioni della guerra aerea, maturate nella dottrina e nell'esperienza, hanno portato a stabilire l'unità organica della difesa del1'aria, indipendentemente dai vari teatri delle operazioni, e la necessità che sia esclusivamente affidata all'Armata Aerea, nella quale viene riunito 59 60

lvi, p. 224. G. RocHAT, Balbo cit., p. 145.


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il complesso delle forze offensive e difensive disponibili61 • La richiesta di totale autononùa dell'Armata Aerea veniva giustificata seguendo la teoria del generale Douhet senza che essa fosse sottoposta a. verifica, cosa che avvenne con le grandi manovre del 1931.

.6. Il trionfo di Douhet? Le grandi manovre del 1931

Malgrado l'insufficienza dei materiali le manovre del 1931 erano tese a verificare la validità delle tesi douhettiane e in particolare l'efficacia degli attacchi aerei in massa. Per queste manovre Balbo volle impiegare l'equivalente aereo di due armate o flotte; complessivamente presero parte alle esercitazioni, che ebbero luogo dal 26 agosto al 3 settembre, 2 Divisioni aeree. Furono, in fase di preparazione, costituiti ex novo S Comandi di brigata e 7 stornù portando l'ordinamento dell'Armata Aerea a 2 Divisioni, S brigate, 12 stornù, 28 gruppi, 69 squadriglie., per un totale di 894 apparecchi62, così suddivise: - 27 da caccia terrestre; - 4 da caccia marittima; - 12 da bombardamento diurno; - 10 da bombardamento notturno; - 12 da bombardamento marittimo; - 2 da ricognizione strategica; - 2 sperimentali63 • 61 Relazione di Balbo al disegno di legge sul nuovo ordinamento dell'aeronautica, presentato alla camera il 12 novembre 1930 (documenti · della camera, legislatura 192934, n 634). Questa relazione è citata da G. RocHAT in Italo Balbo aviatore cit, p. 111. 62 Gli apparecchi erano così suddivisi:. - 288 da caccia terrestre. su Cr.A, Cr,20, Cr.20 bis; - 48 da caccia, marittima.su S.55, Cr.20/1 e M.41 bis; - 48 da attacco al suolo su AC.3; - 120 da bombardamento notturno su Ca.73, Ca.74 e Ca.74/G; - 128 da bombardamento diurno su Br.2 e Br.3,; - 76 da bombardamento marittimo su S.55; - 13 da bombardamento sperimentale su Ca.102; - 20 da ricognizione strategica su A.120; - 153 da collegamento. 63 A.U. S. S..MA.M., Esercitazioni, Cartella 5, U.S.M. della R.A. I reparto-divisione operazioni, Relazione sulle esercitazioni -a Partiti contrapposti dell'Armata aerea, Agosto 1931, f. 14.


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Grazie a un intensificato ritmo delle costruzioni e delle riparazioni presso le ditte, si raggiunse alla data stabilita per l'inizio delle esercitazioni il numero di apparecchì necessari per completare le dotazioni, comprensive delle necessarie riserve. Il lavoro di approntamento del materiale non fu comunque semplice data anche la necessità di apportare modifiche radicali ad .alcuni tipi di apparecchi, i Ca.101, Ca.100, Ca.74 G/Ri, mentre per altri, come i Br.3, non erano ancora state stabilite alcune installazioni e dettagli costruttivi. Inoltre una delle due squadriglie sperimentali fu dotata di apparecchì di nuovo tipo, i Ca.102, commissionati e prodotti proprio in occasione di queste manovre64 • Balbo si dichiarò orgoglioso di come l'industria aeronautica rispose alla domanda: "tre delle maggiori ditte che lavoravano da sole, l'Aeronautica d'Italia, la Caproni e la Breda, in tre mesi avevano prodotto e riparato 600 aerei, e consegnato 600 nuovi motori riparandone altri 550"65 • Ma nella relazione del gen. di D. A. Piero Opizzi, comandante del Partito A, si lamentava una non regolare affluenza del materiale presso i Reparti. In particolare il 30° stormo da bombardamento marittimo poté completare la sua dotazione di linea, fissata in 5 apparecchi per squadriglia, solamente il 17 agosto. Problemi simili afflissero la formazione degli organici dell'8° brigata da bombardamento misto che doveva essere formata da 36 Ca.73 e Ca.74 e da 34 Br.2: "1'8° stormo B.N. poté completare la sua dotazione di apparecchi di linea solo nella prima quindicina di agosto e si presentò all'inizio delle esercitazioni con un apparecchio di riservà di linea mancante. Il 14° stormo B.D. pur avendo avuti assegnati n 17 apparecchi BR.2, iniziò le esercitazioni con le dotazioni di sqùadriglia senza le riserve di linea" 66 • Inoltre l'assegnazione ai Reparti degli apparecchi da turismo venne completata anch'essa alla vigilia delle esercitazioni. Annotazioni ·di questo genere mancano invece nella relazione stesa dal Comando del partito B67 • Questa difficoltà nell'approvvigionamento dei materiali non impedì comunque che il 26 agosto i due Partiti disponessero di tutti i reparti al completo.

64

Ivi, f. 16.

•s C. SEGRÉ, op. cit., p. 205. 66 A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Comando Partito A, Relazione sulla preparazione e sullo svolgimento delle Esercitazioni a partiti contrapposti dell'Armata Aerea, dattiloscritta, firmata Gen. D.A. Piero Opizzi, f. 5. 67 A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 6, Comando Partito B, Memorie storiche.


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Inquadrate in un presupposto generale di guerra contro Francia e Jugoslavia alleate, le esercitazioni vertevano sull'impiego esclusivo dell' Armata Aerea in azioni iridipendenti, nel campo tattico, da quelle delle altre Forze Armate. Erano quindi esercitazioni tipicamente "douhettiane", tuttavia vi parteciparono reparti portatori di idee che potremmo definire "eterodosse". Leggiamo infatti sul Corriere della sera del 26 agosto 1931: "il VII gruppo autonomo, comandato dal ten. col. Mecozzi, che è il più convinto assertore del volo rasente, avrà largo impiego nelle manovre. Sarà eccezionalmente interessante assistere all'impetuosissimo impiego di questa unità di 36 apparecchi contro bersagli diversi, sugli obiettivi più van"»68 . Il severo e attentissimo controllo a cui era sottoposta la stampa e il fatto che l'autore, Massai, fosse un giornalista vicino a Balbo, poiché lo seguì anche nelle sue crociere atlantiche, sono elementi tali da rendere questo articolo una sicura testimonianza di una certa flessibilità dottrinale da parte di Balbo stesso. Il suo ergersi a discepolo fedele di Douhet appare più come una scelta politica che una convinzione dottrinaria ormai salda. Presupposto delle esercitazioni era che le forze armate nazionali fossero in guerra da pochi giorni contro la Jugoslavia, "l'Armata Aerea nazionale è già pronta per un'offensiva verso Est, sennonché una potenza occidentale [la Francia], dichiarata la guerra, inizia le ostilità su tutta la linea di confine. Il Comando Supremo, mentre sospende le operazioni offensive sul fronte orientale, affida all'Armata Aerea il compito di intervenire immediatamente contro il nuovo avversario, a protezione dei centri militari, industriali, deinografici ed a difesa del cielo nazionale per consentire all'Esercito e alla Marina di riorganizzarsi"69• Quindi il compito dell'Aviazione italiana era un compito difensivo, il douhettiano "don:uruo dell'aria" era invece ricercato dal Partito rappresentante la Francia.

Il confine .tra i due Partiti era costituito dalla dorsale dell'Appennino· settentrionale, dal passo della Cisa alla sorgente del Metauro. Il territorio nazionale (Partito A) si estendeva a nord di tale confine, capitale Milano. Quello dello Stato avversario . (Partito B) a sud, capitale Roma. Lo stesso ministro Balbo teneva per sé l'Alta Direzione e il direttore 68 M. MAssA1, L'inizio delle manovre rinviato per maltempo in "Corriere della Sera", 26 agosto 1931. 69 A.US. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Relazione sulle esercitazioni cit., f. 5.

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delle operazioni era il capo di S.M. gen D.A. Valle mentre capi del Partiti erano il gen. D.A. Opizzi, Partito A, e il gen. B.A. Lombard, Partito B. Data la complessità del tema delle esercitazioni, queste vennero precedute da una manovra con i quadri che ebbe inizio alle ore O del giorno 3 agosto e si concluse il 5 agosto. L'importanza attribuita a tale tipo di manovra fu molta e l'esperienza compiuta in questa occasione venne ritenuta di notevole rilievo tanto che nella relazione finale possiamo leggere: "i risultati conseguiti sono valsi poi a dimostrare che il sistema di manovre con i quadri è il più conveniente per l'Armata Aerea, come quello che permette di impostare, studiare e risolvere, nei loro termini reali e definiti, i più importanti problemi di strategia, tattica e logistica aerea" 70• Che in queste manovre si volesse escludere l'intervento, a qualsiasi livello, delle altre Forze Armate appare evidente anche da un episodio apparentemente insignificante verificatosi durante la manovra con i quadri alla quale riservò molta attenzione il gen. Valle. Ciò è testimoniato dalle numerose annotazioni di suo pugno poste ai margini della memoria, l'unica rimastaci, compilata dal gen. Opizzi comandante del Partito A 71 • In questa memoria era prevista la creazione di una supposta 12a brigata Mista, con sede a Bologna, da realizzarsi unendo 1.lil'aliquota di aviazione . da caccia con elementi dell'aviazione del Regio Esercito. Valle non apprezzò tale possibilità e la definì senza mezzi termini come un errore provvedendo poi a cancellare personalmente la 12a brigata dagli ordini di operazione delle manovre effettive. Nel complesso la manovra con i quadri venne ritenuta proficua e valida dal punto di vista addestrativo proprio per aver posto in rilievo "il difetto di preparazione, di abito mentale, di chiarezza di vedute e di precisione"72 da parte dei due Comandi di Partito. Il· rilievo più importante che fu fatto riguardava l'incomprensione del concetto di massa, inteso nel tempo e nello spazio, e la necessità "che l'Armata Aerea debba subito agire, con audacia pari all'importanza degli obiettivi da raggiungere,

lvi, f. 39. Cfr. A.U.S. S.M.A.M.., Esercitazioni, Cartella 5, Comando Partito A, Memoria sulla manovra con i quadri, è una cartellina in cui è contenuta la relazione dattiloscritta, avente lo stesso titolo, del Gen. di D.A. P. Opizzi, la relazione ha i fogli non numerati. 72 A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Grandi manovre 1931. Relazione conclusi'JJa, dattiloscritta, f. 33. 70

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senza risparmi e senza riserve, perché è dalla sua energica azione nella prima settimana di operazioni che la guerra potrà essere decisa" 73 • L'ultimo rilievo riguardava probabilmente il gen. Opizzi che era.stato accusato di. " rassegnazione errata" quando, nella memoria da lui· compilata, aveva affermato l'assoluta necessità di dover subire, data le condizioni di netta inferiorità del Partito A, l'iniziativa che avrebbe sicuramente assunto il Parcito avversario. In realtà il presupposto delle manovre, lo stesso di quelle effettive, determinava realmente per il Parcito A una situazione molto precaria e pericolosa essendo costretto a sospendere un'operazione di imminente attuazione sul fronte orientale e ad eseguire un cambiamento di fronte con tutta la massa aerea. Un tale spostamento, oltre a richiedere un immediato funzionamento dei servizi nella nuova zona, metteva l'intera Armata Aerea in condizioni di assoluta inferiorità data la scarsa protezione che potevano fornire le esigue forze dislocate ·in copertura sul nuovo fronte e la necessità di ridurre ancora la sua già incompleta efficienza bellica, dovuta alle perdite sul fronte est, essendosi ritenuto necessario mantenere, almeno in un primo tempo, un'aliquota della caccia sul vecchio fronte. La valutazione del gen. Opizzi non era quindi completamente sbagliata considerando anche le caratteristiche qualitativamente superiori degli apparecchi a disposizione del Parcito B che poteva schierare bombardieri di recente costruzione e caccia superiori per velocità alle alte quote. Questo insieme di fattori faceva prevedere al Comandante del Partito A che, fin dalle prime ore dalla dichiarazione di guerra, l'avversario avrebbe lanciato azioni a massa contro le basi di frontiera con lo scopo di impedire che potessero essere utilizzate per il nuovo schieramento del1'Armata Aerea nazionale, e con attacchi di sorpresa, poi non avvenuti, durante lo spostamento sul nuovo fronte. Alla vulner~bilità delle basi al confine egli pensò di rimediare con crociere di vigilanza, tra l'altro molto onerose sotto tutti gli aspetti, e non con azioni "su allarme", in quanto mancava il tempo necessario agli apparecchi per portarsi alla quota di combattimento. Ciò non toglie che Opizzi ritenesse conveniente volgere le proprie azioni offensive contro le basi aeree dello schieramento avanzato del-

73

Ibidem.


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l'avversario. Riclùedeva invece per lui ulteriori valutazioni la possibilità di colpire centri vitali situati all'interno del territorio nemico. Era quindi sua intenzione tenere il bombardamento notturno e diurno in potenza nelle proprie basi di fortuna pronto ad entrare in azione per prevedibili incursioni in forza contro le basi avversarie di Pisa, Peretola, Cecina, e i centri ferroviari di Firenze e Pisa attraverso i quali, con l'aggiunta di Siena e Perugia, dovevano necessariamente effettuarsi tutti i movimenti interessanti le Forze Armate avversarie. I primi obiettivi erano· quindi i centri di mobilitazione dell'Esercito. In questo modo il gen. Opizzi si discostava dallo schema douhettiano che prevedeva quali prime offensive o la lotta immediata per la conquista del dominio dell'aria o, qualora il nemico disponesse anch'esso di una potente Armata Aerea, l'azione contro città diretta a spezzare le resistenze morali e materiali dell'avversario. Questa differenza in realtà scomparve poi nell'ordine di operazioni nel quale, oltre ad azioni di controaviazione, si riclùedeva di eseguire "non appena possibile", azioni offensive con carattere continuativo, diurno e notturno, contro i centri di Pisa e di Firenze. A tal proposito il gen. Valle annotò:"perché? Non c'è scopo di rappresaglia" 74 • Qualche giorno dopo lo scopo sarebbe stato trovato: Firenze venne bombardata nella notte tra il 27 e il 28 agosto, e il giorno successivo, oltre ad un'altra azione di bombardamento, fu oggetto di un'azione di intossicamento. Da ultimo è da notare come mentre il gen. Opizzi aveva un'idea esclusivamente difensiva della caccia, il gen. Valle ne riclùedeva un'azione a volo rasente contro Pisa od Orbetello, .azioni che però non trovarono realizzazione nelle manovre effettive75 • Prettamente douhettiano fu invece l'atteggiamento del Partito B dall'inizio delle manovre effettive, iniziate a causa del maltempo il 27 agosto, ogni squadriglia passò la giornata, e qualche volta anche la notte, eseguendo bombardamenti simulati sulle più importanti città italiane. Grande impressione suscitò il bombardamento, effettuato con più di 300 apparecclù, su Mila.rio, capitale del Partito A. Tale azione rappresentò per la stampa il trionfo delle teorie douhettiane, il Corriere della 74

A.U.S. S.M.A.M.., Esercitazioni, Cartella 5, Comando Partito A, cartellina in cui

è contenuta Memoria sulla manovra con i quadri, dattiloscritta, Gen. di D.A. P. Opizii,

i fogli non sono numerati. · "Negli ordini di operazione per il 17° Gruppo C.T. e 88° gruppo C.M. figuravano solo la protezione della base di La Spezia e del nodo ferroviario Spezia-Sarzana. Aggiunto a matita viola c'era "non si può fare azioni a volo rasente contro Pisa? e Orbetello?", ibidem.

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Sera così titolava a tutta pagina: "La resa della nazione A dopo l'annientamento di Milano, sua capitale"76 • Come nell'opuscolo di Douhet La guerra nel 19.. la nazione avversaria capitolava dopo che la sua capitale era. stata pesantemente bombardata. Il bombardamento era articolato in più fasi e comprendeva, come azione diversiva, un bombardamento notturno contro la città di Genova compiuto nella notte tra il 29 e il 30 agosto da 47 apparecchi della 7° brigata. L'Alta Direzione delle Manovre emanò un comunicato ufficiale, pubblicato dai giornali, in cui così descriveva l'azione: "Il Partito B, assicuratosi con la forza soverchiante e con le azioni vittoriose dei giorni scorsi il dominio dell'aria, ha deciso di sferrare l'attacco a fondo contro Milano, capitale della nazione avversaria, approfittando del panico che si è venuto a determinare nella popolazione civile per l'efficacissimo bombardamento e intossicamento di Bologna. Pertanto fa precedere l'azione, anche a scopo diversivo, d;i. un attacco dell'intera brigata da bombardamento marittimo, compiuto con successo nella notte contro la città di Genova, pressoché indifesa" 77 • Le varie fasi dell'attacco, dettagliatamente descritte nel comunicato ufficiale dato ai giornali, prevedevano in particolare due tempi: a - azione notturna su Milano: 72 apparecchi, provenienti dai vari campi dello schieramento e susseguentisi a scaglioni ravvicinatissimi, bombardarono la città da quote comprese fra i 500 e gli 800 metri. Azione eseguita dal 7° stormo, con 36 apparecchi, e dal 26° gruppo da bombardamento notturno, con 18 apparecchi. b - azioni diurne su Milano: alle ore 7 del 30 agosto da una notevole massa di forze da bombardamento, protetta da ben 158 apparecchi della caccia, facenti parte del 1°, 2°, 3° stormo C.T. Oltre. a tali stormi da caccia parteciparono all'azione il 13° e il 15° stormo ·bombardamento diurno, con 69 apparecchi, e il VII gruppo Caccia con 35 apparecchi. Per completare gli effetti distruttivi l'azione venne ripresa nel pomeriggio e fu caratterizzata dalla imponenza della massa da bombardamento che sferrò il suo attacco a quote sensibilmente basse; gli effetti del bombardamento vennero completati da un'abbondantissima erogazione di liquidi tossici78 • Parteciparono alle azioni il 7°e il 26° stormo B.N, il 13° 76

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in "Corriere della Sera" del 31 agosto1931.

n Ibidem. 78 Cfr. AUS. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Relazione sulle esercitazioni a partiti contrapposti cit., f. 56.

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e il 15° stormo B.I). ed il 7° gruppo Caccia, con un complesso di 187 apparecchi. ,Questi furono protetti da un imponente concentramento di aviazione da caccia costituita dal ·1 °, 2°, 3°, 4° stonno con un complesso di 215 apparecchi, Il comunicato dell'Alta Direzione così concludeva:" Alle ore 17, mentre ancora il bombardamento di Milano perdura, la Nazione A, ormai paralizzata, non essendo riuscita a completare la mobilitazione e radunata del suo esercito per la disorganizzazione dei servizi e per il disordine della popolazione civile ·terrorizzata, chiede l'armistizio. Sono così ultimate le operazioni"79 • Con il bombardamento di Milano la tesi douhettiana della preminente e decisiva importanza della ricerca dell'effetto morale sulle popolazioni, e quindi del bombardamento contro-città, appariva quindi confermata. Ma la relazione finale attesta che il bombardamento di Milano in realtà fu solo una perfetta manovra propagandistica avente come unico scopo quello di sbalordire l'opinione pubblica. Leggiamo infatti: "Con il giorno 29 agosto le esercitazioni vanno considerate concluse. Il Comando divisione B (denominazione appena assunta) con la totalità dei suoi reparti, ai quali sono stati aggiunti l'intera brigata caccia del disciolto Partito A, deve effettuare [il 30 agosto] un'imponente azione a massa sulla città di Milano"'80 • È importante sottolineare che anche le azioni di bombardamento notturno su Genova e Milano compiute nella notte del 29 agosto erano considerate azioni del 30 e quindi non più collegate allo svolgimento della manovra. L'insieme di queste azioni aveva quindi il solo scopo di impressionare osservatori militari e civili mostrando loro la potenze distruttiva di un'Armata Aerea di tipo douhettiano. Venne quindi organizzato un finto bombardamento su Milano che non solo non venne contrastato dal partito avversario, ma ne utilizzava anche alcuni reparti81 (ad es. il 1° e il 4° stormo C.T.); fu dunque un'azione che poco dimostrò sul piano pratico e su quello teorico. L'importanza di questo episodio non deve però far passare in sottordine le azioni compiute nei giorni precedenti che videro effettivamente 79 M. MAssAI, La resa· della nazione A dopo l'annientamento di Milano, sua capitale in "Corriere della sera", 31 agosto1931. 8 ° Cfr. AUS. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Relazione sulle esercitazioni a partiti contrapposti cit., f. 56. 81 A. PELLICCIA nel suo libro Il periodo epico dell'aeronautica cit. non menziona l'episodio. Cfr. p. 305.

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all'opera una massa ingente di apparecchi superando difficoltà, anche solo dal punto di vista logistico, non indifferenti; La prima di queste difficoltà si presentò durante il trasferimento dei reparti dalla sede ordinaria · di residenza a quella di manovra: pur svolgendosi generalmente in maniera regolare e nei tempi prescritti, richiese, in particolari condizioni atmosferiche, il frazionamento delle unità complesse in più scaglioni. Questo frazionamento non comportò nell'immediato difficoltà evidenti, tuttavia in una prospettiva futura evidenziava una lacuna su cui lavorare poiché era "necessario tener presente che, con il moltiplicarsi dei mezzi, il frazionamento dei reparti diverrà di regola inammissibile. Occorrerà provvedere per l'addestramento affinché divenga normale il trasferimento per stormi, quali che siano le condizioni atmosferiche" 82• Sempre a causa del maltempo le operazioni, inserite in un programma molto intenso e senza tempi morti, che dovevano iniziare il 26 agosto ebbero inizio con 24 ore di ritardo. Le azioni si susseguirono incessantemente per quattro giorni. Il comportamento del materiale di volo venne ritenuto soddisfacente in quanto gli inconvenienti causati da sue insufficienze si reputarono minimi se riferiti all'intensa attività di volo svolta per di più in condizioni di impiego non normali. In particolare i motori risentirono dei lunghi voli in formazione, mentre la struttura dei velivoli venne fortemente sollecitata nei numerosi atterraggi e partenze eseguite in campi diversi, con condizioni atmosferiche non sempre buone. Alcuni velivoli risentirono inoltre della necessità, durante l'impiego bellico, di lasciarli all'aperto, evidenziando quindi l'opportunità di orientare le nuove realizzazioni verso una struttura interamente metallica. In relazione ai compiti da svolgere emerse la necessità di unificare i tipi delle varie specialità dei velivoli. Esigenza primaria appariva, come già aveva chiesto da lungo tempo Douhet, la necessità di eliminare la specializzazione tra bombardamento notturno e diurno costruendo apparecchi. capaci di difendersi durante le azioni diurne e di atterrare senza problemi durante la notte. Il problema non appariva insormontabile anche perché si pensava che i Ca.102, opportunamente aumentati di auto. nomia, costituissero un primo passo verso tale soluzione almeno per quel che riguardava il bombardamento leggero. Per il bombardamento marit-

82 Cfr. AUS. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Relazione sulle esercitazioni a partiti contrapposti cit., f. 70.


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timo l'S55 del tipo atlantico costituiva un motivo di orgoglio in quanto gli si prospettava ancora per molto tempo una netta superiorità rispetto all'idroaviazione mondiale83 • Grave era invece la situazione dei carburanti: si rese necessario averne sempre almeno quattro tipi differenti. In un'ipotizzata guerra di movimento a massa questa varietà costituiva un impedimento .n on indifferente a c~i era necessario ovviare in tempi brevissimi con la necessaria unificazione. Sempre l'impiego di grandi masse di apparecchi dimostrò, in contrapposizione ai risultati tratti dalle esercitazioni del 1929, come fosse da preferirsi rispetto alla formazione a colonne il sistema ad orari prestabiliti. Quest'ultimo infatti permise la concentrazione su uno stesso obbiettivo di numerosissime unità provenienti da basi situate a distanze assai rilevanti l'una dall'altra. L'incolonnamento di grandi masse di apparecchi, sia pure partite dalla medesima base, risultò invece di più difficile attuazione rendendo difficile il raggiungere l'obbiettivo in formazioni serrate. Ciò per due motivi: gli errori . di orario di un reparto si ripercuotevano su tutti gli altri costituenti la colonna; la coesistenza nella medesima colonna di reparti aventi caratteristiche di movimento molto differenti rese difficile mantenere la formazione. Il sistema ad orario risultò quindi preferibile, ma è da osservare che la ·formazione . a colonna continuava ad essere considerata come l'unica che permettesse l'appoggio reciproco dei vari reparti durante la navigazione e una sicura e sufficiente correlazione di intervento fra reparti di specialità diverse. Per questo motivo si ritennero necessari un intenso addestramento e una rigida disciplina di volo. Su questo ultimo punto il gen. Opizzi, comandante del Partito A, aveva già posto particolare attenzione durante l'addestramento dei reparti che aveva preceduto lo svolgimento delle manovre. Il generale si indirizzò infatti su uno sviluppo graduale dell'addestramento, pur vincolato dalla disponibilità ed efficienze degli apparecchi, che sviluppasse in particolare i seguenti punti: "a - scrupolosa osservanza delle norme sulla disciplina di volo; b - non consentire in modo assoluto, nei voli di formazione, quei virtuosismi che, se possono avere particolare importanza in determinate manifestazioni, non erano attinenti ai fini dell'impiego di manovra;

83 Cfr. A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Grandi manovre 1931, Relazione conclusiva cit., f. 45.

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c - sorvegliare il tenore di vita del personale onde esso potesse presentarsi nelle migliori condizioni fisiche" 84 • Obiettivi che dovettero essere nella maggior parte dei casi raggiunti in quanto nelle due relazioni sulla manovra, quella conclusiva di Valle e quella del I Reparto-divisione Operazi<?ni, manca qualsiasi richiamo alla: disciplina mentre si sottolinea spesso l'abnegazione e lo spirito di sacrificio con cui si era ovviato alle manchevolezze dei reparti di recente costituzione. U nuovo ordinamento stabilito per le manovre fece infatti sorgere non poche difficoltà per l'ambientamento e l'addestramento del personale navigante e .specializzato. Le difficoltà derivarono dai trasferimenti di specialità che coinvolsero parte del personale che fu quindi costretto a familiarizzare in breve tempo coi nuovi apparecchi a cui erano stati assegnati. Inoltre tutto il personale navigante e specializzato dovette essere istruito sull'uso delle nuove stazioni r.t. di bordo. Venne anche sperimentato il collegamento radio fra apparecchi in volo e fra unità in volo e a terra: questa sperimentazione non ebbe il carattere di un servizio organico non essendo stata preceduta da un adeguato margine di tempo per l'addestramento del personale e la conoscenza del materiale. Nel complesso i risultati vennero definiti soddisfacenti per tutte le specialità del bombardamento, mentre assai incompleti furono i risultati ottenuti con gli impianti a bordo degli apparecchi da caccia. Questa differenza nei risultati fu spiegata con la ·generale avversità mostrata dai piloti da caccia a sacrificare, al presunto inefficace impianto r.t.t, le facoltà manovriere dell'apparecchio. La manovrabilità degli apparecchi appare quindi come un'esigenza primaria a cui sacrificare innovazioni tecniche dalle potenzialità ancora non pienamènte espresse. Per quanto riguarda le azioni di volo, le manovre servirono a dimo~ strare il grado di preparazione raggiunta nel pilotaggio di velivoli, nella navigazione aerea notturna e diurna e nel mantenere complesse formazioni di volo p~r lunghi percorsi, anche con condizioni ·atmosferiche avverse. L'impiego notturno in formazioni non diede risultati buoni, per quanto alèuni reparti riuscissero a mantenersi in formazioni serrate grazie alla possibilità di mantenere i fanali di via accesi, cosa impossibile in guerra. Conclusione fu che "venendo a mancare lo scopo che giustifi-

84 A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Comando Partito A, Relazione sulla preparazione e sullo svolgimento cit., f. 5.

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cava l'uso delle formazioni [reciproco appoggio per la difesa] ed essendo queste più facilmente individuabili dai proiettori, sembra opportuno che gli apparecchi lascino le basi isolatamente a brevissimo intervallo di tempo, passando sull'obbiettivo nella stessa successione"85• Nelle azioni diurne apparve invece la necessità di perfezionare l'addestramento allo scioglimento e ripresa di formazioni di volo, per fronteggiare attacchi nemici o per sfuggire all'azione della difesa contraerea. In realtà nella sua relazione conclusiva il gen. Valle riteneva quasi trascurabile l'effetto dell'artiglieria contraaerea dato il rapporto tra i costi di installazione e mantenimento delle batterie e il numero degli aerei considerati abbattuti durante le manovre. Gli stessi progressi ipotizzati del1'artiglieria non venivano considerati come capaci di capovolgere questo rapporto di superiorità dell'aeronautica in quanto "a progresso corrisponde progresso e l'aereo saprà difendersi con la velocità e con la quota"86 • Giudizi negativi furono espressi circa i tèmpi non rispettati nello svol. gimento delle azioni: ritardi o anticipi che non dovettero però essere gravissimi visto che a conclusione delle manovre si optò per insistere sul sistema di incontro sull'obiettivo ad orari predeterminati. Inoltre, ma solo in qualche raro caso, le formazioni non attaccarono l'obiettivo prescelto limitandosi a sorvolare una zona assai più ampia che a volte compren· deva solo parzialmente il bersaglio stesso. Nel complesso le quattro giornate di azioni lasciarono diversi motivi di soddisfazione e una certa sicurezza per le possibilità future. Tra questi vi furono i risultati conseguiti dal 7° gruppo autonomo caccia, comandato dal col. Mecozzi, che dimostrarono la sicura efficacia morale e materiale dell'attacco a volo rasente. Inoltre l'aver compreso che una tale forma di attacco non poteva essere .generalizzata e tanto meno affidata alla totalità dei reparti, non apparve come un ostacolo allo sviluppo della specialità, ma rese giustamente consapevoli della necessità "che siano destinati all'azione di volo rasente reparti specializzati, muniti di apparecchi che, per speciali caratteristiche di manovrabilità, velocità ascensionale, velocità tangenziale, protezione, armamento, rispondano alle

85 AUS. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Relazione sulle esercitazioni a partiti contrapposti cit., f. 74. 86 A.U.S. S.M.A.M, Esercitazioni, Cartella .5, Grandi manovre 1931, Relazione conclusiva cit., f. 43.

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necessità del particolare impiego" 87• Comunque nel 1931 la specialità del1'assalto era ancora agli inizi, volava con i vecchi caccia ad ala alta Ansaldo A.C.3 cercando di ritagliarsi il suo spazio all'interno di una concezione douhettiana allora sicuramente dominate. L'adeguamento parziale alle teorie dell'autore del Dominio del!'aria appare evidente nelle disposizioni seguenti che, per il loro intento prescrittivo, assumono il valore di una prima definizione dottrinale espressa come tale. È quindi importante notare la precedenza accordata alle azioni contro-città, in quanto piu redditizie "ai fini della vittoria che il ricercare le forze aeree avversarie nei propri campi, sacrificando ingenti valori bellici senza un corrispondente beneficio"88 • Si legge infatti nella relazione: "a - azione notturna di logoramento mediante il metodico succedersi di squadriglie da bombardamento intervallate di 5 o 1O minuti contro i punti più vitali del bersaglio89• In tal modo si dà una prima scossa all'intelaiatura difensiva del nemico e, con martellamento sistematico e inesorabile; si deprime la popolazione, si interrompe il funzionamento delle comunicazioni, si esaurisce la difesa contraerea che al mattino ha gli uomini stanchi e le disponibilità di .munizioni fortemente intaccate. b - azione di assalto a volo rasente compiuta alle prime luci dell'alba su · apparecchi blindati e veloci, muniti di mitragliatrici, bombe da 100 kg. esplosive e incendiarie, e gas tossici. Tale azione troverà le popolazioni in fuga verso la campagna, i comandi disorganizzati, le artiglierie contraeree inefficaci per la bassa quota. La perdita di apparecchi sarebbe ben compensata dalla precisione del tiro, e dall' effettci · morale e materiale raggiungibile. Circa le ostruzioni aeree, le esperienze della passat.a guerra ne hanno dimostrato la scarsissima efficacia e personalmente ·sono assai scettico al riguardo, malgrado che presso altri stati occupino un posto d'onore. c -Appena c.essato l'attacco al suolo deve scatenarsi l'offensiva a massa con il massimo numero di apparecchi disponibili, iniziando l'assalto con una prima ondata di centinaia di apparecchi veloci da bombardamento 87

A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 5, Relazione sulle esercitazioni a partiti contrapposti cit., f. 74. 88 A.U.S. S.M.A.M, Esercitazioni, Cartella 5, Grandi manovre 1931, Relazione conclusiva, f. 7. 89 Il bersaglio era un'importante città avversaria.


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diurno carichi ;Jternativamente di bombe e -gas tossici che avvelenano e · mascherano la seconda ondata composta di apparecchi da bombardamento .notturno, più lenti ma più potenti, resi meno vulnerabili dall'e- saurimento dell'artiglieria contraerea. Ad ogni ondata corrisponde un lancio di almeno 200 tonnellate di materiale offensivo. d - le azioni sopraddette sono protette da stomù da caccia divisi in squadriglie che agiscono compatte contro qualsiasi attaccante· aereo. Ciò a prescindere dal fatto che gli apparecchi da bombardamento moderni, specie se agenti in formazioni compatte, sono già in grado di difendersi da sé" 90 • Questa operazione prevedeva l'impiego di tutte le specialità, assalto compresa, in un succedersi di azioni che,·completamente indifferente alle perdite, dovevano colpire con la. massima violenza gli elementi meno resistenti della nazione avversaria. Più che ricercare gli apparecchi avversari, "disseminati e mascherati nelle adiacenze delle loro basi", si voleva quindi fiaccare la resitenza morale e tecnica del nemico "disseminando su tuti:o il paese avversario la morte e la distruzione"91 • È importante osservare come questa scelta derivasse direttamente dal secondo libro del Dominio dell'aria nel quale è scritto che le Armate Aeree dovranno cercare "di colpire i bersagli più sensibili, più vulnerabili e più adatti a portare grandi ripercussioni sulla potenza aerea o sulle resistenze morali e materiali dell'avversario"92 • La mia impressione è però che lo Stato Maggiore, probabilmente confortato dagli esiti dell'esercitazione, estremizzasse l'idea douhettiana di una guerra decisa dai colpi inflitti al morale della popolazione. Questa idea negli scritti di Douhet era infatti sempre accompagnata dall'assioma che "la guerra aerea consiste e si esaurisce nella conquista del dominio dell'aria"93 • Stranamente invece i modi per ricercare tale dominio non compaiono nella relazione dello Stato Maggiore. Risulta quindi difficile considerare, mancando il domino dell'aria, una tale offensiva come effettivamente realizzabile in azioni che non siano semplici dimostrazioni, come accadde per .quella di Milano. Infatti la sua rigorosa attuazione avrebbe necessariamente comportato il concentra90

A.U.S. S.M.A.M, Esercitazioni, Cartella 5, Grandi manovre 1931, Relazione con· 91 G. DouHET, Il dominio dell'aria e altri scritti in F. Botti e M. Cermelli, op. cit., p. 316. 92 G. DoUHET, Il dominio dell'aria, Roma, De Alberti, 1927, p. 170. 93 Ivi, p. 169.

clusiva, ff. 5,6.

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mento, pri~a dell'azione, di grandi uniti aeree in una o più basi contigue che sarebbero così risultate esposte alle offese del nemico mentre, ammassandosi durante lo svolgimento della loro missione in un solo punto, le ·formazioni da bombardamento. avrebbero inevitabilmente richiamato la caccia avversaria che ne avrebbe provocato sensibili perdite94 • Inoltre è da chiedersi, viste le sempre presenti difficoltà nell'approvvigionamento del materiale di volo, come, o meglio quante volte, potesse essere ripetuta una simile azione. Da ultimo è interessante osservare come per raggiungere tale scopo si ritenesse importante il ruolo dell'aviazione d'assalto, specialità che l'autore del Dominio dell'aria non riteneva necessario impiegare. Nel complesso queste manovre vennero salutate come un trionfo sia per l'Aeronautica, il Duce al loro inizio affermò: "l'Ala d'Italia è pronta ad ogni evento" 95, sia per le teorie douhettiane, tuttavia è molto significativo il fatto che esse non vennero più ripetute. Nel 1932 l'aviazione si limitò infatti a partecipare alle manovre navali organizzate per il mese di settembre e nel 1933 si ha notizia solo una serie di manovre con i quadri.

7. Manovre con i quadri: ipotesi di conflitti con Francia e Jugoslavia (1933)

Fra le manovre svoltesi nel corso del 1933 particolare attenzione meritano i risultati e gli studi relativi a quelle con i quadri di febbraio-aprile. Queste manovre a partiti avevano come tema l'ipotesi di un conflitto dell'Italia e della Germania contro la Francia e la Jùgoslavia alleate. L'importanza di questa manovra è testimoniata dal fatto che la Direzione fu assunta dallo stesso Capo di Stato maggiore Valle mentre ViceDirettore fu il gen. Pricolo allora Sottocapo di Stato maggiore96 • Molto artic?lato era il supposto generale che prevedeva necessaria94 Cfr. G. GARELLO, Il Breda 65 e l'aviazione d'assalto, Roma, Edizioni dell'Ateneo e Bizzarri, 1980, pp. 6-7. 95 Cfr. M. MASsAr, Il magnifico inizio delle manovre aeree in Corriere della sera del 28 agosto 1931. 96 Lo svolgimento della manovra previsto era: dal lai 23 febbraio sviluppo in sede dei temi assegnati, dal 1 al 27 marzo discussione dei singoli temi di Partito, dal 27 al 30 aprile svolgimento effettivo della manovra. Successivamente si ridusse la parte operativa a una sola giornata.

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mente una parte comune e una specifica per le tre nazioni virtualmente in conflitto. Conflitto che si supponeva iniziato dopo 15 giorni di tensione diplomatica che vedevano coinvolte da un lato la Germania e l'Italia (Partito B) e dall'altro la Francia (Partito A) e la Jugoslavia (Partito C). A rompere gli indugi era stata appunto quest'ultima che alle ore 6 del giorno X, 15 aprile, aveva bombardato con successo gli impianti ferroviari di Mestre e altri obiettivi di minore importanza. Questa azione aerea era accompagnata da quella di alcuni reparti del suo esercito · che avevano tentato, con scarsi risultati, di fare irruzione nel settore di confine Fiume-Castua-Studena. A poche ore dall'apertura delle ostilità sul fronte giulio la situazione si aggravava con l'intervento della Francia che, alle ore 24 del giorno X, dichiarava guerra all'Italia e alla Germania; cont~mporaneamente la Jugoslavia dichiarava guerra all'Ungheria e all'Alba-

rua. Sia il Partito A che il B non avevano ancora completato, al momento della dichiarazione di guerra, la radunata, di conseguenza era in pieno sviluppo il traffico sulle rotabili e sulle ferrovie. L'esercito di C, proprio in quanto partito aggressore, aveva invece quasi completato la radunata e lo schieramento. Giusta appariva quindi la scelta di prendere l'iniziativa, scelta che veniva sostenuta dal gen. Valle malgrado temesse che: "la preoccupazione di non apparire Stato aggressore potrebbe indurre l'Autorità politica a ritardare il più possibile la dichiarazione di guerra o l'inizio delle operazioni belliche, subendo conseguentemente l'iniziativa dell'avversario. Nei riguardi della guerra terrestre e navale ciò potrebbe costituire uno svantaggio notevole, con ripercussioni gravi forse su tutto l'andamento della guerra"97 • Nei riguardi di quella aerea ciò sarebbe stafo di importanza vitale essendo decisivo il successo ottenuto nelle prime ore seguenti alla dichiarazione della guerra. Questa posizione di vantaggio l'aveva il Partito C il quale poteva schierare unità aeree in perfetta efficienza bellica e pronte all'azione. Infatti il .periodo di tensione diplomatica era stato impiegato per far giungere dalla Francia numeroso materiale di rifornimento e ricambio per l'aviazione e per precedere di qualche giorno gli altri Stati nella mobilitazione dell'esercito. Radunata e schieramento si svolgevano verso il fronte italiano nelle

97 A.U.S. S.M.A.M., Esercitazioni, Cartella 7, U.S.M. della R.A.-Divisione Operazioni, Manovre con i quadri a partiti contrapposti, parte V, f. 32.

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zone di Krani, Lubiana, Novo Mesto, verso il fronte ungherese nella zona Novi-Sad, OsiJek e per il fronte albanese presso Skoplje. Il concetto di azione prevedeva di .mantenere una "attitudine difensiva"con l'Ungheria e l'Albania, per mezzo delle forze di copertura ~orzate, e di agire offensivamente verso l'Italia, con tre Armate che, puntando su ·Gorizia e Trieste, cercassero di portare la linea di occupazione all'Isonzo. Inoltre alle forze aeree a disposizione del generale Biagini, comandante del Partito C, e del suo Capo · di stato maggiore colonnello Beltrami, andavano aggiunte le forze francesi che, agli ordini del generale di B.A. Tedeschini, si proponevano di attaccare al più presto sul fronte italiano a sostegno delle forze terrestri raggruppate in tre armate nelle zone di Grenoble, Alta Durance e Varo. Dal punto di vista numerico gli alleati si presentavano nei confronti dell'Italia con una notevole esuberanza per quel che riguardava gli apparecchi da bombardamento e con una lieve deficienza nella specialità della caccia. Questo rendeva ancora più difficile la radunata dell'Esercito Italiano che necessitava ancora di alcuni giorni perché fosse ultimata. La situazione supposta era quindi di difficilissima risoluzione per il Capo dal partito B, gen. di B.A. Liotta, e per il suo Capo Stato Maggiore col. Aimone Cat. In particolare si sottolineava la difficile alternativa in cui si sarebbe venuto a trovare il responsabile delle forze aeree, "alternativa oltremodo imbarazzante di proteggere direttamente un territorio di vastissimo perimetro, lungo buona parte del quale sarebbe realizzabile la sorpresa e contemporaneamente nella necessità di concentrare i mezzi offensivi, per realizzare una reazione efficace che cercasse di controbilanciare, come meglio possibile, l'offesa nemicà."98 • L'Italia, secondo il supposto della manovra, poteva infatti subire offese aeree da numerosissime basi, quali quelle del Rodano e della Provenza, della Tunisia, della Corsica e della Jugoslavia, che coinvolgevano l'in.tero territori~ nazionale. Lo stesso concetto d'azione, che prevedeva di agire offensivamente nella parte orientale con obiettivo la conca di Lubiana e il bacino della Sava e di ·rimanere sulla difensiva a occidente, poteva contare solo sulle forze armate nazionali data la scarsa consistenza di quelle della Germania e dell'Ungheria. Era quindi razionale aspettarsi azioni offensive di entità equivalente

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Ivi, parte II, f. 25.

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dai due lati. Di qui i dubbi suWopportunità di concentrare l'offesa aerea contro obiettivi jugoslavi piuttosto che francesi: questa scelta trovava una sua ragion d'essere nella speranza di un rivolgimento interno nello stato jugoslavo, tuttavia al generale Liotta essa apparve conveniente solo in caso di certezza, "in caso contrario", scrive nella sua relazione, "sarebbe molto pericoloso attenervisi" 99 • Le condizioni delle forze aeree contrapposte e dei campi facevano riferimento alle reali condizioni alla data del 1 aprile 1933; in un esame comparativo le caratteristiche note degli apparecchi evidenziavano, oltre a una deficienza numerica, un raggio d'azione deficiente, anche se non in modo tale da ridurne la capacità offensiva, nella specialità del bombardamento terrestre italiano mentre superiori a quelle avversarie erano le caratteristiche di quello marittimo. "D'altra parte- scriveva Liotta- non si può praticamente ammettere che l'esuberanza di autonomia del bombardamento marittimo possa essere utilizzato contro gli obiettivi entro terra, fino a quando le quote massime di questa specialità rimangono ai bassi limiti finora raggiunti e dati dal tema. Salvo circostanze eccezionalissime, la vulnerabilità di questo tipo di aereo, su terra, sarebbe tale da non consentire che un infelice tentativo, certo più che sufficiente a confermare l'impossibilità di un tale impiego" 100 • Analogamente il raggio di azione .della caccia avversaria risultava essere notevolmente maggiore non solo per la maggiore autonomia nel tempo, ma anche, e principalmente, per l'alta velocità di crociera: essa presentava quindi possibilità di protezione del proprio bombardamento . notevolmente superiori a quelle della caccia italiana. Data questa situazione, l'azione aerea più conveniente poteva apparire, a detta del generale Liotta, quella diretta contro le forze aeree avversarie e contro la sua organizzazione militare aerea, terrestre e marittima. Egli però così precisava: "le forze aeree avversarie costituiscono però un obbiettivo alquanto incerto, perché difficile a raggiungersi a motivo dei rapidì spostamenti possibili fra. le varie basi, delle difficoltà di sorprendere le unità aeree sulle basi stesse, delle difficoltà di incrociarle in volo" 101 • Data quindi l'aleatorietà di questo obiettivo egli riteneva che le prime azioni aeree dovessero essere dirette nell'ordine contro gli impianti aeronautici più importanti, i centri e i nodi del traffico nelle relvi, pane Il, f. 28. Cfr. ivi, parte Il, f. 34. 101 lvi, f. 57.

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trovie dell'Esercito, ·i grandi magazzini e i depositi delle retrovie, i centri industriali più importanti e, preferibilmente, quelli di produzione del materiale bellico, le forze navali. Infine il bombardamento dei maggiori centri demografici e della capitale veniva ritenuto conveniente solo se capace di apportare un contributo essenziale alla risoluzione della guerra; "in caso contrario", scriveva il generale Liotta, "le stesse operazioni costituirebbero un gravissimo errore" 102• Queste annotazioni ci mostrano quindi un generale Liotta molto di.stante dal pensiero di Douhet e, di conseguenza, dall'impostazione data alla _manovra dalla Direzione. Nella sua premessa alle osservazioni sugli studi dei Partiti, la Direzione esaltava infatti il contributo decisivo che poteva essere portato dall'Armata Aerea; tale contributo doveva e poteva essere ottenuto solo "mediante un effetto distruttivo accompagnato dall'abbattimento morale e quindi mediante la guerra di distruzione integrale"toJ. In un conflitto così delineato si richiedeva però una potenzialità offensiva molto maggiore di quella dell'avversario; potenzialità che certo non era propria dell'aviazione italiana del tempo. Di conseguenza, nel caso specifico, la stessa Direzione dovette "tollerare la rinunzia all'idea .di guerra integrale e prendere in esame varie forme di guerra aerea, per giudicare della loro diversa importanza a seconda del momento, della situazione, delle caratteristiche delle Nazioni e delle forze militari belligeranti; forme meritevoli di studio, ma di importanza secondaria rispetto ai concetti della guerra integrale e soltanto imposte dalle attuali condizioni di limitata efficienza delle Armate Aeree" 104 • Pur essendo stati scelti, come teatro delle operazioni, sèttori operativi corrispondenti ai soli territori metropolitani delle nazioni in·lotta, la deficienza numerica dei reparti d'Armata Aerea italiani fu quindi tale da condizionare le scelte operative dei comandanti. La stessa Direzione dalla Manovra ammetteva come facilmente intuibile l'ancor più grave squilibrio che si. sarebbe avuto considerando il teatro delle operazioni nella sua totalità105• · • Inoltre, ma questa considerazione riguardava tutti e tre i Partiti, gli stessi criteri d'impiego dei mezzi aerei a disposizione non risultarono 102 103 104

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Ivi, f. 55. Ivi, parte

rv, F. 1. Ivi, parte rv, f. 2. Cfr. ivi, parte V, f. 32.


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soddisfacenti. In particolare l'impiego del Bombardamento rivelò notevoli deficienze nella scelta delle formazioni da adottare sul bersaglio e nell'applicazione di concetti quale quello della "massa". Quest'ultimo era infatti sempre esposto come teoria negli studi, chiaro lascito della dottrina douhettiana, ma all'atto pratico si vedeva sostituito dalla tendenza a cercare di colpire molti obiettivi piuttosto che colpire imensaniente un solo obiettivo. Il risultato era quindi uno sparpaglia~ mento delle forze nel territorio avversario nella proporzione di un gruppo per obiettivo: mancava ogni relazione fra gli effetti che si volevano raggiungere e il numero, tipo e tonnellaggio di carico esplosivo degli apparecchi impiegati. Tale deficienza, già rilevata negli anni precedenti, era ritenuta di una certa importanza dalla Direzione della Manovra la quale nelle sue conclusioni ribadiva che "il concetto di massa sul bersaglio e della reiterazione delle offese, fino al completo raggiungimento dei risultati necessari, deve radicarsi nella mente di ogni Comandante di Reparto da bombardamento e divenire idea fondamentale" 106• La stessa Direzione aggiungeva poi altre annotazioni, sulle formazioni e sulle quote da mantenere in vista dei bersagli, che sono chiara testi.monianza dell'incertezza ancora presente su punti essenziali per la riuscita delle azioni stesse. In particolare intervenne per spiegare come formazioni complesse, "pesanti", rigide, che pure rispondevano ottimamente a criteri addestrativi e di parata, non erano in alcun modo adeguate alle necessità di puntamento e di manovra richieste in battaglia. Interessante è anche l'annotazione riguardante i bersagli di minime dimensioni, come ponti, viadotti, centrali elettriche, contro cui si riteneva efficace l'offesa "a volo rasente effettuata da apparecchi isolati e da pattuglie, particolarmente addestrati a tale genere di azioni che si possono definire di arditismo aereo" 107• L'arditismo appare quindi la caratteristica propria dell'Assalto, tale specialità doveva infatti ricercare "il risultato a costo del sacrificio mediante la precisione dell'offesa, deposta più che lanciata sull'obbiettivo" 108• In una tale prospettiva l'Assalto era quindi costretto nei limiti della particolarità, risorsa da non sfruttare se non in casi particolarissimi. · Lo stesso impiego contro obiettivi di appoggio tattico alle forze terIvi, parte V, f. 12. io, Ivi, parte V, f. 13. 108 Ivi, parte V, f. 19.

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restri doveva ritenersi attuabile solo "in particolari situazioni di guerra, quando si voglia ampliare il successo delle forze terrestri o si tenda col sacrificio dei reparti aerei, a ritardare e ostacolare al massimo la marcia vittoriosa di grandi unità dell'esercito avversario" 109• Inoltre la certezza che gli assaltatori avessero caratteristiche insufficienti a reggere un aperto duello con la caccia avversaria consigliava di effettuare l'offesa contro i campi d'aviazione solo quando questi fossero "occupati da reparti, cercando di effettuare l'attacco durante le operazioni di rifornimento degli apparecchi dopo le azioni belliche" 110• Molti erano quindi i dubbi sulle possibilità operative di un aereo che si riteneva "incapace di sostenere vittoriosamente la lotta con i caccia quando era attrezzato da bombardiere e impossibilitato a portare a termine l'offesa se per difendersi era costretto a trasformarsi in cacciatore" 111 • Di conseguenza la certezza di sempre forti perdite portava a limitare fortemente l'impiego di questa specialità che voleva essere portatrice di un'idea di aviazione diversa da quella proposta da Douhet. Tuttavia è bene specificare che dubbi, discussioni, disparità di vedute sul possibile impiego non riguardavano solo la specialità dell'Assalto, ma anche specialità consolidate quali la Caccia. In questo caso tali discussioni erano essenzialmente dovute ai progressi della tecnica costruttiva dell'armamento aeronautico, che portavano ad una netta separazione fra le esigenze della Caccia intesa come difesa di località e la Caccia da combattimento, e alla mancanza di un riscontro pratico. Risultato era che le uniche .indicazioni sulle diverse forme di impiego, crociere di vigilanza, crociere di sbarramento, crociere di protezione, caccia su allarme, venivano dalla Direzione della Manovra che cercava in questo modo di dare ai comandanti di Reparto un indirizzo unitario evitando impieghi ritenuti . non soddisfacenti. In questo senso notevole .è l'intuizione del generale Valle il quale si diceva certo "che in un prossimo avvenire, con il progredire degli armamenti e della tattica delle formazioni, le unità da bombardamento si difenderanno da sé" 112 • Compresa e~a anche la tendenza a realizzare armamenti di maggiore potenza sì da giungere al cannoncino o a grosse mitragliatrici con proietti 109 110

lvi, parte V, f. 20. lvi, pane V, f. 19.

G. GARELLO, op. cit., p. 10. A.U.S. S.M.A.N., EsercitaZioni, Cartella 7, U.S.M. della R.A. - Divisione Operazioni, Manovre con i quadri cit., parte V, f. 19. 111

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esplodenti, al fine di poter iniziare il fuoco a distanza di tiro assai maggiori di quelle attuali. Tendenza che però, in Italia, non ebbe un'applicazione pratica immediata e dovette sempre cercare dei compromessi c::on la limitata potenza dei nostri motori e con la volontà di non diminuire la maneggevolezza dei biplani. Ed è proprio in riferimento all'armamento non certo potente dei caccia nazionali che risulta difficile essere d'accordo con il generale Valle quando scrive "ogni [...] tipo di obbiettivo aeronautico, quali quelli co~ stituiti dai campi d'aviazione e dalle difese antiaeree, potrà essere colpito con pieno successo" 113 • Obbiettiv~ questi, che tra l'altro erano assegnati anche alla specialità dell'Assalto. La necessità di colpire obiettivi di natura molto diversa e la volontà di dare pratica attuazione al concetto di "massa" erano i motivi per cui l'Armata Aerea si era trovata di fronte al problema della costituzione di grandi unità. Questo problema trovava d'accordo i Comandanti dei tre Partiti sulla necessità di raggruppare le unità in brigate e divisioni, ma gli stessi Comandanti esprimevano opinioni diverse sulla dosatura e sul tipo degli elementi costitutivi. Infatti le esperienze fino ad allora compiute avevano sì dimostrato l'utilità di riunire nella brigata due o tre stormi della stessa specialità, ma . avevano lasciato sussistere grossi dubbi su come dovesse essere la composizione della divisione aerea. · La complessità di una tale scelta è ammessa dalla stessa Direzione della Manovra la quale, dopo aver confermato che l'omogeneità della armi nella brigata rispondeva pienamente alle esigenze addestrative di pace e a quelle operative di guerra, riconosceva che "nell'Armata Aerea, come nell'Armata Navale, la divisione deve adeguare la propria forma e consistenza alle circostanze belliche del momento, al cielo delle operazioni, alle missioni da compiere" in quanto sosteneva infatti la necessità di "fissare il concetto che per l'offesa non vi è assoluta convenienza di suddivisione del territorio nemico: l'assegnazione di Unità ad un determinato settore non solo impedisce di condurre la guerra aerea in modo totali"' tario, cioè con tutte le forze disponibili sull'intero territorio nemico, ma anche riduce la possibilità di azione facendole dipendere da situazioni contingenti o particolari" 11 4. Cosa rimaneva a questo punto del douhettismo ufficiale? Dallo stum

ibidem.

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Ivi, parte V, ff. 27-28.

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dio delle esercitazioni appare certo che la perdurante aspirazione ad esso, pur variamente motivata, fu, al di là delle dichiarazioni e dei commenti di rito, responsabilmente moderata dalla ·realistica valutazione delle prestazioni e dello stato di efficienza del materiale - comprese le specialità ibride, influenti non solo sul piano tattico, come l'assalto e, negli anni seguenti, il bombardamento a tuffo - noriché dalla ricerca di una dottrina che tenesse conto e di questi fattori e della situazione geostrategica dell'Italia. Inoltre l'astrattezza che caratterizzava gli scritti douhettiani mal si accordava con l'impostazione pragmatica data da Balbo al suo ministero. È quindi comprensibile l'impossibilità di trasferire completamente nella dottrina ufficiale dell'aeronautica italiana un pensiero che prescindeva quasi completamente dallo sviluppo reale dei mezzi aeri e che "non solo escludeva l'utilità delle aviazioni ausiliarie, ma a rigore di stretta logica già giungeva ad escludere anche l'utilità, ai fini della difesa nazionale, delle altre forze armate" 115 •

115

F. Borrr-M.

CERMELLI,

op. cit., p. 325.


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I Paolo Caruso

Mobilità strategica e guerra di mezzi nelle manovre dell'Esercito degli anni Trenta

La guerra di posizione che aveva caratterizzato il primo conflitto mondiale, determinandone la lunga durata e provocando il logoramento umano ed economico dei Paesi che vi avevano preso parte, era stata determinata, in larga misura, dalla comparsa sul campo di battaglia degli sbarramenti difensivi costituiti dal binomio mitragliatrice-reticolato, i quali, comportando un insostenibile incremento delle perdite umane a carico delle unità attaccanti, avevano reso la manovra pressoché impossibile o comunque di praticabilità limitata. La decisione della lotta venne perseguita allora attraverso il lento logoramento dell'avversario al fine di migliorare a proprio favore i rapporti di forza, di riprendere il movimento e ottenere un successo decisivo1• .Nel dopoguerra i teorici militari aprirono un dibattito inteso a restituire agli eserciti la capacità di manovrare e di decidere con rapide azioni l'esito delle battaglie. Una delle correnti di pensiero volte a risolvere il problema del movimento confidava nell'utilizzo delle nuove macchine belliche (gli aerei, i carri armati, i traini e i trasporti meccanizzati) 2• Un'altra corrente di pensiero, individuando soprattutto in un cattivo impiego della fanteria e in un'inadeguata cooperazione tra questa e l'artiglieria il

1 Cfr. F. STEFANI, La storia della dottrina e degli ordinamenti dell'esercito italiano, vol. '2°, tomo I, Da Vittorio Veneto alla 2a guerra mondiale, Ufficio Storico SME, Roma, 1985, capitoli xxn~xxm. 2 La "guerra di macchine" fu teorizzata in particolare da B. H. Liddell Hart e J.F.C. Fuller. Le idee sull'impiego delle macclùne prescindevano dalle reali potenzialità operative dei modelli al tempo disponibili e non si interessavano quindi tanto delle questioni tattiche, bensì delle scelte generali che avrebbero dovuto essere di orientamento per il futuro sviluppo dell'apparato militare. Fra i temi fondamentali della "guerra di macchine" vi era quello dello sviluppo delle forze aeree, il cui potere strategico consisteva anch'esso nella possibilità di scavalcare gli sbarramenti difensivi delle frontiere. Queste idee furono espresse principalmente in Italia da Giulio Douhet e da Wi!liam Mitchell negli Stati Uniti. Su questi temi dr. F. Borrr, ·V. ILARI, Il pensiero militare italiano dal primo al secondo dopoguerra 1919-1949, Ufficio Storico SME, Roma, 1985, p. 21 e seg.


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motivo della resa della mobilità degli eserciti di fronte al connubio mitraglia:trici-reticolato, riteneva che la possibilità di manovra potesse essere recuperata attraverso una migliore cooperaZione .tra fanteria e artiglieria; in modo da conse:ntire alla prima di sfruttare fino alle minime distanze dal nemico il fuoco di appoggio della seconda3• Negli anni successivi alla prima guerra mondiale, e in particolare dall'inizio degli anni Trenta, anche gli studi dello Stato Maggiore dell'esercito italiano furono indirizzati all'elaborazione di una dottrina tattica che svincolasse la lotta dal quadro della guerra di posizione e alla costituzione di uno strumento militare capace di tradurre in pratica i nuovi orientamenti dottrinali. La necessità di coordinare strettamente l'azione della fanteria (il movimento) con quella dell'artiglieria (il fuoco) veniva sottolineata in maniera quasi apodittica nelle Norme generali per l'impiego delle grandi unità4 e nelle Norme per l'impiego tattico della divisione5, pubblicazioni del 1928 che segnarono in Italia la prima innovazione di rilievo, nella dottrina, dalla fine del primo conflitto mondiale. Il richiamo, inoltre, dell'attenzione sulla necessità di impiegare le varie unità secondo i principi di "massa" e di "sorpresa", così da evitare schieramenti di forze lineari che impedissero di alimentare lo sforzo verso l' obiettivo prescelto, delineava quella strategia operativa che venne denominata guerra di movimento e che intendeva recuperare la supremazia dell'azione offensiva su quella difensiva. Ma allo sviluppo via via sempre più accentuato di una dottrina tattica improntata al dinamismo non si accompagnò, se non in misura modesta, un analogo sviluppo dello strumento bellico, c::he anzi, come è noto, all'inizio della seconda guerra mondiale restava basato essenzialmente sulla fanteria statica. Da qui la paradossale discordanza fra una dottrina tutta orientata alla guerra dinamica e unità combattenti che dovevano per là massima parte spostarsi e combattere a piedi. Come spiegare, dunque, questa contraddizione? Questo saggio intende contribuire alla formulazione di una risposta a tale domanda studiando

3 I principali esponenti di questa corrente di pensiero furono Erwih Rommel in Germania con il libro Infanterie greift an, 1929-1930, Voggenreiter, Potsdam, 1937; ed in Italia E. CANEVARI autore de La lotta delle fanterie, Cremona Nuova, Cremona, 1935. 4 Ministero della guerra. Norme generali per l'impiego delle grandi unità, Roma, Provveditorato generale dello Stato, 1928. 5 Ministero della guerra. Norme per l'impiego tattico della divisione, Roma, Provveditorato generale dello Stato, 1928.

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l'attività addestrativa svolta dall'esercito nel corso degli anni Trenta, ed in particolare le verifiche delle innovazioni introdotte o da introdurre effettuate durante le grandi manovre d'insieme a partiti contrapposti. In esse un certo numero di grandi unità, con forza vicina a quella di guerra e divise in due opposti schieramenti (il partito azzurro, in rappresentanza delle forze nazionali, e quello rosso, in rappresentanza delle forze avversarie) davano vita a battaglie simulate in un ambiente per quanto possibile simile a quello della guerra reale. Attraverso tali esercitazioni, nelle quali dottrine, organici e mezzi venivano periodicamente messi alla prova, si può cercare di individuare i criteri di base ai quali vennero informate le più importanti trasformazioni ritenute allora idonee a preparare l'esercito alla guerra futura, nonché verificare se vi fu una coerenza d'impostazione nel lavoro di ammodernamento dell'esercito, se cioè le ipotesi elaborate in sede tecnica abbiano trovato verifica e rispondenza nella pratica delle esercitazioni e prodotto conseguenze concrete sulla operatività dello strumento bellico.

1. Verso la "guerra di movimento"

All'inizio degli anni Trenta la prospettiva strategica italiana era limitata ad una guerra sulle Alpi contro una coalizione franco-jugoslava o austro-tedesca. Di conseguenza, in questo periodo, tutte le grandi manovre dell'esercito furono svolte su terreno montano alla ricerca soprattutto di quella mobilità tattica e strategica che avrebbe dovuto consentire la realizzazione .della · guerra di movimento. In questo ambito di studi si inquadravano le esercitazioni che dal 21 al 25 agosto del 1932 videro impegnati sul!'appennino umbro-marchigiano i reparti del Corpo d'armata di Bologna. Il "supposto iniziale"6 di queste esercitaz.ioni prevedeva che le forze del partito rosso, dopo aver rotto la copertura avversaria con un attacco di sorpresa, intraprendessero una puntata in profondità nel territorio nemico per attaccare gli "azzurri", schierati a difesa della piana di Perugia. All'inizio delle operazioni il partito azzurro godeva del vantaggio tattico che gli derivava dalla maggiore concentrazione delle proprie forze • Nel "supposto iniziale" vengono fissati i dati di partenza di ogni esercitazione: forze partecipanti, terreno della manovra, direttive particolari, episodi da svolgere, ecc.


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rispetto a quelle dell'avversario. Le tre divisioni del corpo d'armata rosso7 erano infatti incolonnate nella zona fra Montone ed Esimo, cosicché la divisione di testa - incaricata di sboccare al di là della stretta di Gubbio per assicurare alle forze retrostanti lo spazio e il tempo per schierarsi ed entrare in azione - avrebbe rischiato di affrontare da sola le tre divisioni del corpo d'armata avversario8• Ma il comandante del partito azzurro (generale Eugenio Graziosi), basando il proprio concetto operativo sull'occupazione del terreno piuttosto che sui movimenti del nemico, ritardò la presa di contatto fra le sue forze e quelle avversarie mancando di sfruttare a fondo il vantaggio iniziale. La relazione sulle manovre evidenziò a questo proposito uno dei temi precipui della guerra di movimento: cioè la necessità di impostare sul nemico, piuttosto che finalizzarli all' occupazione del terreno, i propri intendimenti operativi per adattarsi rapidamente e con duttilità al mutare delle situazioni determinato dal dinamismo della guerra moderna. Conseguentemerite emergeva l'importanza del1'esplorazione nelle varie fasi del combattimento, al fine di determinare prontamente e con chiarezza la posizione dell'avversario. «Se si confrontano i risultati ottenuti affidando ai reparti celeri azzurri il compito di occupare determinate località» - si legge nella relazione finale sulle manovre - «e quelli che si sarebbero potuti ottenere lasciando loro il compito esplorativo, sembra giustificata la conclusione alla quale già si addivenne in altre esercitazioni, che cioè nella maggior parte dei casi questo secondo compito debba avere importanza e sviluppo preminenti, perché da esso possono aversi in tempo informazioni per l'esame del problema tattico e per l'attuazione delle operazioni spesso assai più preziose del possesso di qualche località»9• ·

7 Delle tre divisioni del partito rosso, due (la 1s• e la 2• divisione celere) erano "effettive" (vale a dire effettivamente presenti con i reparti sul terreno delle manovre) e una (la 17") era "rappresentata" (presente cioè solo con i quadri ufficiali). Con la denominazione di unità "supposte" si indicavano invece quelle delle quali non erano presenti né i quadri, né i reparti. Questo tipo di denominazione venne ufficializzato con la circolare n. 5500 del 14 settembre 1933, Denominazione delle unità di manovra del Ministero della guerra. Comando del Corpo di Stato Maggiore. Ufficio addestramento, Roma, Istituto poligrafico dello Stato, 1933. 8 Delle quali due effettive (la 19" e la 20'1) e una supposta (la 22•). 9 Esercitazioni di grandi unità sull'appennino umbro-marchigiano 1932-X. Relazione, pp. 42-43. AUSSME (Archivio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito), Repertorio G 28 (Fondo Corpo di Stato Maggiore-Campi e manovre), Raccoglitore 54, Cartella 3.


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I reparti celeri, ai quali era affidata in primo luogo l'azione esplorativa, erano stati costituiti nell'esercito italiano alla fine degli anni Venti attraverso l'unione di aliquote di cavalleria, di bersaglieri ciclisti e di mezzi meccanizzati. In seguito, l'esigenza di impiegare nelle azioni di sfruttamento del successo formazioni più solide e armate delle divisioni di cavalleria e più rapide, snelle e manovriere di quelle di fanteria, aveva suggerito di costituire grandi unità basate sulle truppe celeri. Una delle prime due divisioni celeri dell'esercìto italiano, la "Emanuele Filiberto Testa di Ferro", venne sperimentata nelle esercitazioni del '32 dove - assegnata al partito rosso - operò con un'azione di aggiramento del fianco avversario al fine di obbligare il corpo d'armata azzurro a distendersi maggiormente lungo il fronte ed impedirgli di far massa sulla direttrice di avanzata delle divisioni rosse. Il generale Ottavio Zoppi, comandante del partito rosso, evidenziò nella sua relazione le caratteristiche della nuova grande unità, in particolare soffermandosi sull'ottimo comportamento dei carri veloci di cui la divisione celere era dotata. Scriveva infatti Zoppi riguardo a questi mezzi: «Per la facilità con la quale possono occultarsi, e così sorprendere e sottrarsi alle artiglierie nemiche, essi hanno reso in ragione del cento per cento. Poiché vanno quasi ovunque vada la fanteria, sembrano consigliabili, con opportune modifiche, anche per la fanteria di un esercito di montagna»10. Sempre a proposito dell'impiego dei carri veloci, il direttore delle esercitazioni, generale Francesco Saverio Grazioli, affermava: «Questi rapidissimi ed agili automezzi armati e corazzati si sono dimostrati preziosi come armi da combattimento celere, anche su terreni discretamente difficili, come, per esempio, quello intorno a monte Pascuccio. Il loro impiego merita quindi il più attento studio da parte specialmente deg~ ufficiali delle truppe celeri, perché, a mio avviso, indubbiamente a qùèsti carri veloci è riservato un assai promettente avvenire, e forse, chi sa?, anche la missione di costituire su vasta scala un ottimo strumento completivo, se pur non un, almeno parziale, sostituto della cavalleria»11. 10 Relazione sulle esercitazioni di grandi unità nell'appennino umbro-marchigiano. Osservazioni e proposte del comandante del partito rosso, p. 19. Ivi, cartella 5. 11 Relazione sulle esercitazioni di grandi unità nell'appennino umbro-marchigiano. Note ed osservazioni del direttore delle esercitazioni di grandi unità, p. 19. Ibidem.

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Il giudizio favorevole che Grazioli pronunciava a proposito dei carri armati risulta invero stemperato dall'evidente intenzione di non sbilanciarsi troppo su di un argomento intorno al quale i pareri erano tutt'altro che concordi; da qui il "promettente avvenire" dei carri veloci non proiettato al di là di un ruolo di complemento della cavalleria, della quale comunque i carri non avrèbbero dovuto prendere il posto. Soprattutto, emerge da queste considerazioni come le idee .circa l'impiego dei carri armati, anche nell'ambito di valutazioni positive, siano circoscritte alle azioni proprie del combattimento di esplorazione e di sfruttamento del successo. Ciò non escludeva che le unità di fanteria potessero avvalersi del concorso dei mezzi corazzati nella fase di rottura, ma solo come ausilio per il superamento di ostacoli materiali e di nidi di resistenza. L'importanza preminente della fanteria appiedata era sottolineata da Graziali con l'affermazione circa la necessità di poter esigere: «che i combattenti siano in grado, a momento opportuno, di fare miracoli nel movimento a piedi, a cavallo o sui mezzi meccanici. Tutte cose attuabilissime col clima fisico tanto diverso dal passato, in cui respira la moderna gioventù nostra, adusata a ludi sportivi in ogni campo della educazione fisiopsichica, come tutti ogni giorno constatiamo» 12•

La ribadita fiducia nella fanteria appiedata - e sveltita a dovere dalle organizzazioni giovanili del regime - teneva conto del limite oltre il quale l'utilizzo dei mezzi meccanici non poteva essere spinto. Negli anni che stiamo considerando, infatti, gli automezzi erano ancora troppo vincolati alle strade - che sul terreno montano erano scarse e di difficile praticabilità - per poter assegnare loro un ruolo tattico decisivo. Per tutta la prima metà degli anni Trenta, l'orientamento prevalente nell'esercito italiano fu dunque quello di inserire le macchine nella struttura di alcune unità, affiancandole alla fanteria e alla cavalleria tradizionali come era stato fatto con la creazione delle unità celeri. I criteri d'impiego di queste unità trovarono una compiuta veste dottrinale nel 1933 con la pubblicazione del volume I celeri ad opera del generale Ottavio Zoppi, volume nel quale, in linea con le considerazioni derivate dalle manovre dell'anno precedente, veniva sostenuta la necessità di conferire · alla divisione celere una costituzione eterogenea. Scriveva infatti Zoppi: "Ibidem.

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«Gli autotrasporti, (...) se costituiscono nel campo strategico e tattico un mezzo di manovra straordinariamente vantaggioso e ricco di promesse, si arrestano però ai margini del campo di battaglia; del che, per quanto si voglia essere audaci di pensiero, noi Italiani, circondati come siamo dille Alpi, dobbiamo seriamente tener conto» 13 • Inevitabilmente, allora, si imponeva il confronto in rapporto al ter~ reno montano fra le diverse possibilità d'impiego, le caratteristiche peculiari ed i limiti propri di ciascuna aliquota che componeva la formazione celere. A proposito dei bersaglieri ciclisti veniva ad esempio affermato da Zoppi: «Anche qui si affaccia il confronto con l'automezzo, dal quale sembra risultare evidente che, mentre nei movimenti di massa la bicicletta realizza la stessa velocità degli autotrasporti, essa consente in più al ciclista di mantenere la celerità al di là dei limiti di viabilità ai quali le autocolonne si arrestano e, a differenza di queste, gli dà la possibilità di compiere anche in marcia precise funzioni tattiche nonché di provvedere da sé stesso alla propria sicurezza ed a quella altrui» 14 •

In realtà, l'ibridismo delle unità celeri avrebbe obbligato le macchine ad una difficile cooperazione con la fanteria appiedata, la cavalleria ed i bersaglieri ciclisti. Infatti le unità a cavallo, capaci di buona mobilità tattica, potevano essere impiegate nell'azione esplorativa, ma una volta a contatto col nemico non erano in grado di opporre un'adeguata resistenza per la scarsissima potenza di fuoco e la grandissima vulnerabilità; le unità cicliste, motocicliste e autoportate erano in grado di produrre sia una certa velocità di traslazione sia una buona potenza di fuoco, ma erano legate alla strada e dunque difettavano di mobilità tattica; gli elementi meccanizzati e corazzati15, che riunivano le caratteristiche di mobilità, velocità e potenza, erano troppo pochi e comunque considerati 13

O. ZOPPI, I celeri, Zanichelli, Bologna, 1933, p. 63. " lvi, p. 62. " Con la definizione di "mezzi meccanizzati" e di "mezzi corazzati" venivano indicati i veicoli forniti di armamento e protezioni (autoblindo, carri armati) e dunque . impiegabili in campo tattico. Con la definizione, invece, di "mezzi motorizzati" si indicavano i veicoli per il trasporto, privi di armi e non utilizzabili nel combattimento (autocarri). Per il concetto di "motorizzazione" e di "meccanizzazione" cfr. L. CEVA, A. CuRAMI, La meccanizzazione dell'esercito italiano dalle origini al 1943, voi. I, Roma, Ufficio storico SME, 1989, pp. 15-20.


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come ausiliari delle altre unità e non come protagonisti del combattimento. Tale ruolo, nonostante la comparsa sui campi di battaglia dei · riuovi mezzi tecnici, spettava ancora alla fanteria. Il tentativo di imprimere maggior impulso all'azione offensiva veniva allora a dipendere dalla possibi. lità di colmare nell'ultima fase dell'attacco la mancanza o comunque la riduzione di fuoco che si verificava nel momento in cui le artiglierie dovevano interrompere per motivi di sicurezza (per non rischiare cioè di colpire i propri fanti) il tiro di appoggio. A tal fine le esercitazioni avevano confermato la necessità di dotare la fanteria di armi a tiro teso e a tiro curvo di sufficiente potenza di fuoco. Ed è quanto si intese fare assegnando ai reparti una maggiore aliquota di mortai e alcuni cannoncini da impiegarsi come armi da accompagnamento e controcarro. Dotato del nuovo armamento, un battaglione di fanteria costituito su 3 compagnie fucilieri, ognuna rinforzata da una sezione mortai da 63, e appoggiato da batterie da accompagnamento da 65/17, venne sperimentato con risultati positivi nelle grandi manovre del 193416, anqo in cui si registra comunque il tentativo di concedere ai carri armati una maggiore autonomia di azione rispetto al movimento dei fanti 17• Le manovre del 1934 intesero infatti provare l'attacco a massa dei carri, ma, come già le esercitazioni del 1932, anche queste, svolte fra il 19 e il 24 agosto, nuovamente sotto la direzione del generale Grazioli, vennero ambientate su terreno montano (l'appennino tosco-emiliano) laddove cioè l'impiego dei corazzati sarebbe risultato più difficoltoso, limitato e meno produttivo. Cosicché, al termine delle esercitazioni, la cir-:colare 7500 del ·ministero della guerra, con la quale vennero resi noti gli ammaestramenti derivati dalla manovra, non potè fare a meno di rilevare come dei carri si fossero esagerate le possibilità e - contraddicendo l'intento iniziale di concedere loro una maggiore autonomia operativa - di individuare nella mancanza di coordinamento fra carri e fanteria il prin-

16 Cfr. F. BIONDI MORRA, Le grandi manovre del 1934 in "Rivista di Artiglieria e Genio" 1934, n. 8-9. · 17 Il clima di maggiore apertura nei riguardi dei mezzi corazzati fu probabilmente favorito dal fallimento della conferenza sul disarmo convocata nel 1932 a Ginevra, dove l'Italia aveva inutilmente richiesto la messa al bando di tali armi. È di conseguenza sostenibile - affermano Botti e Ilari - che le ostilità ad una più vasta meccanizzazione del1'esercito avessero «ben definiti e piuttosto realistici agganci con la situazione internazionale ed economica». (F. Born, VIRGILIO IIARI, op. cit., p. 195).

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cipale fattore di debolezza nell'impiego delle unità corazzate. Carri e fanteria, osservava infatti la circolare 7500: «operarono ognuno per proprio conto ed anche troppo sfalsati nel tempo, in quanto i carri, che sui ripidissimi pendii sono più veloci dei fanti, giungevano sulla posizione nemica· quando non vi era chi ·fosse in grado di sfruttarne l'azione» 18• Non solo, tuttavia, mancando il coordinamento, ci si precludeva la possibilità di · sfruttare l'azione dei carri, ma i carri stessi si rivelavano estremamente vulnerabili perché troppo esposti alle artiglierie ·nemiche. Ciò si era palesato sia nelle azioni contro i nidi di resistenza avversari condotte senza l'appoggio della fanteria, sia nella manovra a largo raggio che (non disponendo le unità carriste di un'artiglieria da accompagnamento semovente) lasciava i carri sotto il tiro avversario per lunghi tratti di terreno. «Qualche volta» '- si osservava infatti - «si ritenne che fossero sufficienti questi mezzi per risolvere di forza panicolari situazioni. E così invece di impiegarli di sorpresa e nella zona decisiva dell'attacco, attraversarono spudoratamente allo scopeno, e a massa, lunghissimi tratti di territorio sotto il fuoco intenso dell'artiglieria nemica di tutti i calibri» 19• · Che dei carri si fossero esagerate le possibilità si rileva anche dal tentativo di far loro superare di slancio gli sbarramenti difensivi, utilizzandoli come in una carica di cavalleria. Ma «lanciati a velocità fortissima, e in azioni più che audaci addirittura temerarie»; i mezzi si esponevano al rischio di rotture meccaniche (in particolar modo,· dovendo procedere su di un terreno sconvolto dai colpi di artiglieria, a quello della fuoriuscita dei cingoli) «con pregiudizio per il loro impiego futuro» 20• I carri, in conclusione, non dovevano agire da soli, ma in stretta collaborazione con la fanteria, e attendere che quest'ultima creasse la "situazione decisiva" dell'attacco, cioè lè premesse per l'apertura della breccia, per poi

18 Ministero della guerra. Comando del Corpo di Stato Maggiore. Ufficio addestramento. Circolare n. 7500 del 26 luglio 1935, Ammaestramenti tratti dalle grandi esercitazioni sull'appennino tosco-emiliano del 1934-Xll, p. 21. · 19 Ibidem. 20 Ibidem.

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intervenire "di sorpresa" contribuendo a tale scopo, o per sfruttare il successo penetrando nel varco in profondità. Tornando a sottolineare l'importanza del coordinamento tra carri armati e fanteria si distoglievano · dunque i carri dalla manovra autonoma a largo raggio, per la quale sarebbe stato necessario costituire grandi unità corazzate dotate organicamente di artiglieria da accompagnamento. D'altra parte, il terreno per la manovra a largo raggio era assai esiguo nel teatro operativo delle Alpi, la sola zona pianeggiante alla frontiera essendo, ad ovest, la litoranea verso la Francia, e ad est un breve tratto di confine con la Jugoslavia. Sicché appariva ·più logico utilizzare il carro come supporto della fanteria e incentrarne la produzione industriale su modelli di tonnellaggio non eccessivo in grado di muoversi su terreno montano. Questo indirizzo resterà invariato fino alla conquista dell'Impero nel 1936 e alla conseguente apertura della prospettiva strategica ai teatri operativi delle colonie. All'inizio degli anni Trenta la prospettiva strategica era invece circoscritta alle frontiere metropolitane con la Francia e la Jugoslavia e, a partire dal 1933, anche a quella con l'Austria, la cui indipendenza veniva seriamente messa in pericolo dall'ascesa al potere di Hitler in Germania. In caso di conflitto contro una coalizione austro-tedesca, gli studi in . materia di pianificazione strategica affermavano la necessità di superare rapidamente la linea della frontiera italo-austriaca per impedire all'avversario di organizzare il combattimento su di un terreno che avrebbe li:mitato gli effetti della superiorità di forze italiana21 • L'analisi delle informazioni raccolte aveva portato infatti alla conclusione che l'Italia avrebbe goduto inizialmente di un considerevole vantaggio, destinato però ad attenuarsi col progressivo afflusso di truppe dalla Germania. Sarebbe stato dunque essenziale produrre fin dall'apertura delle ostilità il massimo sforzo offensivo per battere l'avversario qualora questo avesse deciso di opporsi nonostante la propria inferiorità di forze o per .assicurarsi una posizione vantaggiosa in vista delle successive operazioni se, al contrario, il nemico avesse inteso sottrarsi inizialmente al combattimento per guadagnare tempo. Tale concetto operativo fu verificato nel 1934 attraverso un' esercitazione con i quadri di armata mirante - tramite studi sulla carta ·- ad 21 Piano 34, Comando del Corpo di Stato Maggiore. Ufficio operazioni. Memoria riassuntiva sui piani operativi, Roma 1937-XV. AUSSME, Repertorio· H 6 (Fondo Piani operativi), Raccoglitore 11, Sezione 3•, ff. 23-26; Piano 7A, Sezione 2', ff. 31-34.


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elaborare un piano di copertura della frontiera settentrionale ed a verificare le potenzialità di riuscita di un'offensiva contro l'Austria22 • Gli studi stabilirono che il carattere della vigilanza e della protezione della frontiera doveva ispirarsi ad un atteggiamento preminentemente offensivo e tale da predisporre le truppe ad improvvise azioni di rottura, preludio alla successiva avanzata verso la .valle dell'Inn. Il disegno operativo per questa offensiva individuò le direttrici del Brennero e del Resia come linee di penetrazione principali, a ridosso delle quali concentrare la massa di truppe più consistente, mentre nei settori limitrofi avrebbero avuto luogo azioni concomitanti sussidiarie. L'esercitazione previde l'impiego di due corpi d'armata, schierati inizialmente nelle zone di Silandro e di Bressanone. Il primo di essi fu indirizzato ali' occupazione della conca di Pfunds, sulla direttrice del Resia, e di quella di Solden, sulla direttrice del Rombo; il secondo mirò alla conquista della conca di Steinach, sulla direttrice del Brennero, e della stretta di Darnauberg fino alla conca di Mairhofen, sulla direttrice del Vizze. Un'aliquota minore di forze fu schierata in Vallelunga da dove avrebbe dovuto puntare su Pfunds per aggirare la stretta di Finnstermunz (una profonda gola al confine con il Tirolo) e contribuire così ad aprire la via del Resia. L'enfasi posta sulla necessità "di far presto" per non consentire al nemico di sviluppare nel tempo il suo maggior potenziale (arrivo di rinforzi dalla Germania) e la volontà di imprimere maggior impulso all'attacco mediante la concentrazione di masse a cavallo delle direttrici più vantaggiose, rinunciando ad una copertura estesa a tutto il fronte che, diluendo le forze, non avrebbe consentito la costituzione delle riserve necessarie ad alimentare l'offensiva, dimostra come alla base del disegno operativo si fossero voluti porre i criteri guida della guerra di movimento. Le unità che avrebbero do.vuto sviluppare l'attacco continuavano però ad essere le divisioni di fanteria, unità, cioé, incapaci di imprimere alla progressione dell'attacco stesso la rapidità desiderata. Pur nell'ambito della guerra alpina si faceva pertanto sentire l'esigenza di incrementare la meccanizzazione e la motorizzazione dell'esercito, provvedimento senza il quale la guerra di movimento sarebbe rimasta una semplice aspirazione. Che tale necessità fosse stata recepita è testimoniato, nel 1934, dalla co-

22 La Relazione sull'esercitazione con i quadri di annata alla frontiera settentrionale (Alto Adige - maggio-giugno 1934-Xll) si trova in AUSSME, Repertorio G 28, Raccoglitore 55, Cartella 4.


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stituzione di ~na nuova divisione celere e quindi, nel 1935, dal varo delle prime divisioni motorizzate. Queste ultime erano delle normali divisioni di fanteria, tuttavia dotate dei veicoli necessari per l'autotrasporto . del personale e del relativo armamento ed equipaggiamento. Le truppe venivano pertanto autotrasportate sul campo di battaglia per combattere poi appiedate, anche se dotate organicamente di uno scaglione meccanizzato. Capaci di elevata velocità di· traslazione (e per questo destinate alle manovre a largo ·raggio e allo sfruttamento del successo), le ·unità della divisione motorizzata erano peraltro alquanto vulnerabili durante gli spostamenti, allorché le truppe si trovavano a bordo degli autocarri, e al momento dello scarico dagli automezzi, in quanto impossibilitate ad assumere rapidamente le formazioni tattiche di combattimento. Con la costituzione delle divisioni celeri e di quelle motorizzate, dunque, il problema della mobilità operativa aveva fatto un passo in avanti, ma non poteva dirsi risolto se non in minima parte in quanto lo si affrontava o con unità rese deboli dai compromessi organici· (le divisioni celeri) o con formazioni mobili in campo logistico ma non in quello tattico (le divisioni motorizzate). Lo studio della copertura delle frontiere nazionali, sempre in riferimento all'ipotesi di conflitto contro una coalizione austro-tedesca, venne ripreso nel 1935 in una nuova esercitazione con i quadri di armata (svoltasi a Roma presso il comando del Corpo di Stato Maggiore dal 7 al 14 marzo) che intese affrontare in particolar modo il problema relativo alle misure di sicurezza da adottare alla frontiera jugoslava mentre il grosso delle forze sarebbe stato impegnato nell'offensiva verso nord e nord-est. Come già nelle esercitazioni dell'anno precedente, anche in quelle del 1935 si ribadiva il carattere dinamico da conferire all'organizzazione della frontiera, e conseguentemente l'opportunità di concentrare subito le forze in corrispondenza della linea di confine in modo da radunare rapidamente . la massa per farla intervenire sui punti di maggiore rendimento . tattico. «Se abbiamo pochi mezzi» - osservava il Sottocapo di Stato Maggiore Alberto Pariani nella sua premessa alle esercitazioni - «è inutile che ci distendiamo a cordone perché saremmo deboli dappertutto. È meglio cioè concentrare i pochi mezzi in pochi punti: potremo se non altro minacciare anziché supinamente subire. Se avremo invece maggiori mezzi perché distenderli in un primo momento per poi ritirarli e concentrarli? Si · perde del tempo prezioso per l'azione. Il nostro criterio di copertura è

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quindi di creare al più presto la massa e tenerla pronta per rintuzzare ogni eventuale offensiva nemica»23 • Tale concetto, che tendeva ad evitare la stati.cità del dispositivo di copertura e a garantire - mediante la formazione di masse di manovra - la possibilità di agire secondo i criteri della guerra di movimento, aveva particolari . ripercussioni sull'impiego delle truppe alpine. Queste, utilizzate fino ad allora fra le unità di copertura, venivano adesso considerate come truppe celeri di montagna, da concentrare là dove si sarebbe deciso di agire piuttosto che da distendere più o meno uniformemente lungo l'intera linea di confine. La funzione di copertura statica sarebbe stata affidata alla "guardia alla frontiera", alle milizie dislocate fin dal tempo di pace in prossimità del confine e ai battagliorù di Camice Nere. In tal modo si sarebbe evitato di impiegare per la copertura le forze mobili, destinate invece ad intraprendere e sviluppare l'offensiva con la massima tempestività possibile. La ricerca della rapidità di spostamento non poteva non portare l'attenzione sulle difficoltà di ordine logistico legate alla guerra dinamica. L'esercitazione evidenziò infatti il problema derivante dalla sproporzione fra l'entità delle truppe da trasportare nell'area · delle operazioni e la capacità del sistema stradale e ferroviario che, assai modesta, avrebbe limitato sia la quantità di forze impiegabili in un dato settore, sia la rapidità con cui tali forze potevano raggiungere le aree d'impiego. Se la necessità di migliorare la potenzialità logistica della zona alpina veniva affermata come pregiudiziale indispensabile per la realizzazione di rapide azioni offensive, le osservazioni sopra esposte avranno altresì un peso importante nella determinazione di creare unità più snelle e leggere di quelle disponibili, soprattutto quando le divisioni cominceranno ad essere dotate di un maggior numero di mezzi a motore. Da una parte, infatti, l'autotrasporto si imponeva per incrementare la velocità di traslazione e dunque .la ·possibilità di'.impiego delle masse di manovra; dall'altra; però, emergeva l'antinomia fra l'ingente massa di veicoli che avrebbe .dovuto manovrare nella zona delle operazioni e la scarsità di strade a disposizione dei veicoli stessi. Questo della mobilità logistica fu un problema che si impose all'at23 Esercitazione con i quadri di grandi unità - marzo 1935-Xlll. Prolusione di S.E. il Sottocapo di Stato Maggiore, p. 5. AUSSME, Repertorio G 28, Raccoglitore 55, Cartella 6.


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tenzione dello Stato Maggiore dell'esercito in modo costante, mentre quello relativo alla mobilità tattica continuò a basarsi sulla fanteria appiedata e a rimanere perciò insoluto. Restando sostanzialmente il binomio fanteria-artiglieria al centro del combattimento, si tendeva a conferire maggiore mobilità tattica alle unità delle varie armi soprattutto attraverso migliori crit<;:ri d'impiego. Questi furono aggiornati nel 1935 con la pubblicazione delle .Direttive per l'impiego tattico delle grandi unità24 le quali segnavano un'ulteriore fase di sviluppo dei criteri dinamici già apparsi con la precedente dottrina. · La consapevolezza, tuttavia, che solo attraverso mezzi tecnicamente aggiornati si sarebbero potuti realizzare i procedimenti offensivi teorizzati dalle Direttive, traspare chiaramente dalle osservazioni che il generale Pariani espose nella prolusione all'esercitazione con i quadri del marzo 1935, quando la nuova regolamentazione non era stata ancora pubblicata, ma varie circolari ne avevano anticipato ampiamente i contenuti. Spiegava dunque Pariani come le Direttive riaffermassero sostanzialmente principi già noti; le battaglie, cioè, si vincevano sempre allo stesso modo: o sfondando il centro o aggirando le ali. Ciò che si intendeva riesaminare erano invece i metodi poiché questi ultimi dovevano essere continuamente aggiornati per adattarli ai nuovi mezzi di lotta. Grazie ad essi lo sfondamento della copertura nemica e lo sfruttamento del successo elementi essenziali della battaglia offensiva - avrebbero acquistato rinnovate possibilità di attuazione. «Sono in continuo studio» - spiegava Pariani - «i mezzi per ottenere la sicurezza di arrivare allo sfondamento dei mezzi che la difesa addensa sulle posizioni: mezzi passivi e mezzi di offesa. Lo studio costante che viene fatto ci dà la garanzia che noi potremo ottenere questo sfondamento anche contro sistemi ben predisposti: armi adatte per la fanteria, tendenti essenzialmente a rompere la muraglia data dal reticolato, dalle armi e dai materiali di ogni sorta. Avremo presto i mortai di accompagnamento della fanteria, che ci daranno il modo di battere i nidi di mitragliatrici e quanto prima i carri d'assalto per fanteria, veri mezzi per rompere queste difese. Potremo cioè superare quel grande ostacolo che sorgeva nel momento in cui le nostre artiglierie di appoggio dovevano spostare il loro fuoco per non colpire i nostri fanti, concedendo così alle mitragliatrici nemiche di rientrare in funzione alle piccole distanze e restare padrone della situazione col loro falciamento» 25 •

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24 MINISTERO DELLA GUERRA,

Direttive per l'impiego delle grandi unità, Roma, 1935. 25 Esercitazione con i quadri di grandi unità - marzo 1935-XIII. Prolusione di S. E. il Sottocapo di Stato Maggiore, p. 20, ivi.

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In linea con le considerazioni derivate dalle manovre del '34 sùll'appennino tosco-emiliano, Pariani continuava a pensare dunque ai carri come a mezzi da impiegare nell'azione di urto frontale e in collaborazione con la fanteria, quest'ultima ulteriormente armata con nuove aliquote di mortai da accompagnamento. Queste idee vennero messe alla prova nelle grandi manovre del 1935, anno in cui l'intensa attività svolta a livello addestrativo testimonia non solo l'ovvia necessità di verificare i nuovi orientamenti dottrinali, ma altresì l'esigenza di adeguare l'esercito ad una situazione politico-strategica che nella seconda metà degli anni Trenta si andava configurando più complessa e diversa dal passato. Nell'ultima decade dell'agosto 1935 si svolsero ben quattro grandi manovre con l'impiego di 19 divisioni, vale a dire quasi ·la metà dell' esercito di pace. In particolare: tre divisioni di fanteria, due divisioni celeri, due grandi unità alpine e una divisione motorizzata presero parte alle manovre nel settore montano di Bolzano; nella Carnia (Friuli orientale) furono impegnate tre divisioni di fanteria, una divisione celere e una grande unità alpina; nella zona delle Alpi Orobie tre divisioni di fanteria e una grande unità alpina; nel Sannio - infine - due divisioni di fanteria e una divisione celere di formazione. Tutte queste manovre avevano per tema· lo sviluppo di azioni offensive e controffensive su terreno montano sulla base. dei criteri esposti nelle Direttive. Si intese dunque svol~ gere azioni caratterizzate dall'importanza del movimento, il quale si profilava come fattore indispensabile per ottenere la superiorità sul nemico, sia concentrando una massa maggiore in un punto prescelto, sia sorprendendo il nemico stesso con la propria manovra. Ancora una volta, però, il tentativo di .ottenere lo sfondamento delle posizioni nemiche mediante l'impiego dei carri armati fu vanifica.to dalle limitazioni che i mezzi incontravano su terreno montano. Il carro d' assalto, in particolare, pur venendo giudicato in maniera positiva come mezzo idoneo ad aprire la strada alle fanterie paralizzando l'azione di quelle mitragliatrici che per la loro ubicazione riuscivano a sottrarsi ai tiri dell'artiglieria e ad arrestare lo slancio dei fanti, non trovava che pochi e brevi tratti di fronte dove non fosse ostacolato oltre misura dal terreno, tratti facilmente individuabili e controllabili da una difesa anticarro predisposta dal nemico. Anche nelle azioni di sfruttamento del successo si palesavano dubbi sull'efficacia di tali mezzi che, a causa della ristrettezza dei corridoi vallivi e dell'impossibilità talvolta di uscire fuori strada, rischiavano di venir arrestati da sbarramenti nemici opportunamente predisposti. Non a caso i giudizi migliori venivano riservati ai carri veloci,


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che nell'ambito delle grandi unità corazzate e sui terreni pianeggianti non sarebbero stati assolutamente competitivi a causa del modesto tonnellaggio, ma che poprio in virtù della mole ridotta potevano destreggiarsi in terreno montano meglio dei più pesanti carri d'assalto. Gli insufficienti risultati ottenuti dai carri nelle azioni di urto frontale spingevano ad aumentare viepiù le dotazioni di armi da accompagnamento per la fanteria, pregiudicando tuttavia la velocità di progressione dei fanti per l'inevitabile incremento di peso che conseguiva al nuovo armamento. La possibilità di realizzare rapide manovre offensive si scontrava, in definitiva, con l'irrisolto problema dell'appoggio di fuoco alle fanterie, problema che l'enfasi posta sul concetto di movimento non poteva comunque mettere in ombra. Nell'ottobre del 1935 ux1;a circolare del ministero della guerra sentiva infatti la necessità di spiegare: «Tra la nostra dottrina, che mette in primo piano la manovra, e la dottrina. francese, che dà al fuoco importanza preminente, esiste indubbiamente diversità di concezione e di applicazione; ma è opportuno chiarire che, chi non dà importanza al fuoco, dimostra la maggiore incomprensione del valore della manovra e delle sue inderogabili esigenze, poiché è proprio il fuoco il mezzo più efficace per realizzare la manovra»26• Pur continuando lo strumento bellico a risultare inadeguato alla dottrina, quest'ultima veniva ad essere aggiornata con continuità. Nel 1936 i procedimenti d'impiego della divisione furono modificati per portarli in linea con quelli delle Direttive per l'impiego delle grandi unità dell'anno precedente. Vennero dunque pubblicate le Norme per il combattimento della divisione 27 le quali ribadirono ulteriormente il ruolo prioritario che la continuità e la rapidità del movimento dovevano assumere nei riguardi degli altri fattori della manovra. L'epoca della battaglia lineare, nella quale gli schieramenti di truppe si preoccupavano di mantenere il "contatto di gomito", doveva considerarsi del tutto tramontata per lasciare il posto ad un'azione tattica maggiormente orientata a far manovrare le unità senza curare eccessivamente la copertura continuativa del terreno, sovente causa di rallenta26 Ministero della guerra. Gabinetto. Circolare 15300. Orientamento addestrativo pei comandanti. Fuoco-giudici di campo-esplorazione-sicurezza, Roma, 1 ottobre 1935. 27 MINISTERO DELLA GUERRA. Norme per il combattimento della divisione, Tipografia regionale, Roma, febbraio 1936.


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mento dell'impulso offensivo e di mancato sfruttamento di situazioni favorevoli per quelle unità che incontravano minor resistenza da parte dell'avversario. Ma il 1936 - con la conquista dell'Impero e il conseguente ampliamento della prospettiva strategica riguardante i teatri operativi sui quali l'Italia avrebbe potuto combattere la guerra futura (non più esclusivamente il terreno montano, bensì anche le vaste pianure delle colonie) segnò soprattutto la svolta decisiva in merito al problema dell'impiego dei mezzi meccanizzati e corazzati. In quell'anno si ha tutto un fiorire di nuove pubblicazioni in materia di unità carriste28 le quali, oltre ad attuare la separazione ordinativa fra i vari tipi di carri armati, distinguendo fra quelli destinati a cooperare con la fanteria e quelli da assegnare alle truppe celeri, svincolavano nel campo tattico l'azione dei carri dal movimento delle truppe appiedate e aprivano per i corazzati un orizzonte molto più vasto e complesso che li inseriva nella lotta come mezzi capaci di operare autonomamente e da inquadrare in grandi unità meccanizzate e corazzate.

2. Grandi unità di nuova formazione

Le unità meccanizzate di nuova costituzione ebbero la prima verifica concreta nelle manovre estive svoltesi in Irpinia dal 24 al 30 agosto del 193629 • Dirette dal generale Valentino Bobbio, le esercitazioni in Irpinia videro infatti la partecipazione, fra l'altro, della prima brigata motomeccanizzata (denominata "Centauro"), di due reggimenti bersaglieri motomeccanizzati, di un battaglione di fanteria motocarrettato e di batterie autoportate. La brigata e i reggimenti bersaglieri motomeccanizzati erano formati da unità bersaglieri in bicicletta e motocicletta e da bersaglieri autoportati; avevano in loro organico unità carriste comprendenti carri veloci per i reggimenti bersaglieri, carri di rottura e d'assalto per la bri-

28 Il 1° febbraio 1936 venne pubblicata la circolare 900 Impiego e azione dei carri veloci; a giugno la circolare 47000 Addestramento e impiego dei carri veloci, seguita da una pubblicazione omonima in settembre e dalla circolare 10500 Impiego e addestramento carri d'assalto il 15 agosto. 29 Lo svolgimento delle grandi manovre in Irpinia fu trattato in un articolo non firmato pubblicato sul n. 10/1936 della Rivista di fanteria, con il titolo Le grandi manovre dell'anno XIV.


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gata motomeccanizzata. A quest'ultima erano inoltre assegnate artiglierie autotrasportate3°. La dottrina d'impiego dei mezzi corazzati continuava ad affidar loro il compito di aprire varchi nelle difese avversarie mediante l'urto frontale, ma i carri avrebbero agito adesso nell'ambito di grandi unità meccanizzate e dunque in masse più consistenti. L'intento delle esercitazioni, relativamente all'impiego della brigata motomeccanizzata, era appunto di valutarne la capacità d'urto contro le difese nemiche. Più in generale lo scopo delle manovre in Irpinia era di studiare un'azione di sfruttamento del successo da parte dell'attaccante, il ripiegamento del difensore e la sua successiva controffensiva. Entrambi i partiti si erano posti· come obiettivo lo sfruttamento di un'eventuale rottura del fronte avversario mediante l'impiego di unità particolarmente rapide che potessero manovrare in modo da trasformare un successo iniziale in un ben più consistente risultato strategico. Al partito rosso31 fu assegnato dalle direttive delle manovre il compito di sfruttare il successo conseguito nel corso di una battaglia supposta nei giorni precedenti allo svolgimento dell'esercitazione e di mirare ali' occupazione delle conche di Benevento, Avellino e San Severìno. Costretti inizialmente sulla difensiva, gli "azzurri"32 disposero di ripiegare allo scopo di guadagnare tempo in attesa di rinforzi e di attestarsi lungo il Calore. Qui giunta la sera del giorno 26, l'avanzata del partito rosso si arrestò per mancanza di unità fresche, mentre il partito azzurro, rinforzato da nuove unità (due divisioni di fanteria e la 2a divisione celere "Emanuele Filiberto Testa di Ferro", inizialmente nelle mani della direzione delle manovre), poteva passare alla controffensiva impiegando la divisione celere per aggirare lo schieramento avversario. I "rossi" utilizzarono a loro volta 30 I: organico della brigata motomeccanizzata era nel dettaglio il seguente: 1 battaglione carri d'assalto su 2 compagnie di C.V. 35; 1 reggimento bersaglieri ·motorizzati su 2 battaglioni; 1 gruppo di obici da 100/17 a traino meccanico su 2 batterie; elementi del genio. 31 Il partito rosso, comandato dal generale Guillet, comprendeva due divisioni di fanteria effettive ("Murge" e "Gran Sasso") e una rappresentata ("Murge II"). Fra le unità di corpo d'armata vi erano la brigata motomeccanizzata "Centauro", un battaglione carri d'assalto e il IV battaglione carri di rottura. 32 Il partito azzurro era comandato dal Principe Umberto di Savoia e comprendeva due divisioni di fanteria (la "Volturno" e la 60') entrambe rappresentate. Fra le unità di corpo d'armata vi erano il 2° reggimento bersaglieri motorizzato e il II battaglione carri di rottura.

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unità celeri e meccanizzate a difesa del fianco esposto, ripiegando contemporaneamente verso la valle dell'Ufita. Le manovre in Irpinia ebbero quindi termine con il partito azzurro lanciato nella controffensiva e quello rosso comunque in grado di ripiegare senza restare tagliato fuori ·dalle proprie retrovie33 • L'esperienza tratta dalle esercitazioni dimostrò dunque la difficoltà di trasformare un successo parziale in una vittoria decisiva. Se anzi il difensore sapeva reagire in modo adeguato, con manovre di ripiegamento intese a guadagnare tempo e a preparare lo sviluppo di una controffensiva, l'attaccante poteva trovarsi a sua volta in difficoltà una volta esaurito lo slancio iniziale. Per conseguire migliori e più determinanti risultati sarebbe stato necessario perseverare più a lungo nello sforzo offensivo per non dar modo all'avversario di riorganizzarsi. Ma le unità motomeccanizzate che avevano preso parte alle manovre, pur avendo risposto in misura soddisfacente alle esigenze di rapido spostamento proprie dell'avanzata, del ripiegamento e del passaggio alla controffensiva, avevano posto in evidenza nel campo tattico chiari limiti legati alla scarsa potenza dei mezzi di cui erano dotate. Di fronte a resistenze particolarmente tenaci il loro slancio offensivo si era ben presto stemperato stante il rapido logoramento dei mezzi. Per incrementare la potenza della brigata motomeccanizzata venne deciso di dotare l'unità di una maggiore aliquota di carri di rottura, in tal modo trasformandola in una brigata corazzata. La nuova unità fu lasciata priva di artiglieria campale in quanto, non facendo parte dei suoi compiti la manovra, avrebbe potuto usufruire dell'appoggio di fuoco dell'artiglieria delle altre grandi unità presenti nel settore. Le prime due brigate corazzate, la "Centauro" e !"'Ariete", vennero costituite il 15 luglio 193 7, la prima per trasformazione della brigata motomeccanizzata esistente, la seconda ex novo. La preparazione dell'esercito in questo periodo, con l'accelerazione segnata dal varo delle prime formazioni corazzate, restava tuttavia slegata da una chiara e ben determinata pianificazione strategica. Dopo la guerra d'Etiopia la politica d'intesa con Berlino avrebbe dovuto orientare maggiormente l'Italia ad un impegno militare di tipo mediterraneo e coloniale. Ma in effetti, fra il 1936 e il 1939, la scelta di campo del regime fascista è solo apparente, continuando Mussolini ad oscillare dal-

33

Cfr. S.

PIAZZONI,

Le grandi manovre dell'Irpinia in Nazione Militare, 1936, n. 8-9.


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l'amicizia all'ostilità verso le potenze occidentali. Nella perdurante incertezza di indirizzi politico-strategici la pianificazione della guerra futura non si discostava dall'originaria impostazione imperniata sulla guerra continentale e sull'ipotesi principale del conflitto contemporaneo contro la Francia e la Jugoslavia. · Esaminata per la prima volta dallo Stato Maggiore italiano nel 1929 in base ad un concetto che prevedeva il mantenimento della difensiva sia sulla frontiera occidentale che su quella orientale, l'eventualità della guerra contro la coalizione franèo-jugoslava venne affrontata negli amii seguenti con un'impostazione imperniata sull'atteggiamento difensivo ad occidente - dove le caratteristiche del terreno, oltre che il potenziale bellico della Francia, facevano ritenere assai scarse le possibilità di successo di un'offensiva - e offensivo sul fronte orientale. Tale ipotesi fu delineata nel 1936 in uno studio di pianificazione strategica che prevedeva la realizzazione di un attacco di sorpresa contro la Jugoslavia con direttrice principale l'asse Lubiana-Zagabria e direttrici laterali sussidiarie per Karlovac e Kamnik con l'intento di sconfiggere l'esercito avversario prima che lo stesso fosse riuscito a completare la radunata34. Con lo scopo di verificare se l'impostazione della manovra offensiva ad oriente avrebbe consentito lo sviluppo del piano ideato anche in presenza di eventi sfavorevoli alla frontiera occidentale, dal 1° all'8 marzo del 1937 si svolse a Roma presso il Comando del Corpo di Stato Maggiore e sotto la direzione del generale Pietro Ago un'esercitazione con i quadri di armata, la quale prendeva le mosse da un supposto iniziale che immaginava come il partito azzurro (rappresentante le forze italiane) avesse intrapreso un'offensiva contro la Jugoslavia superàndo di sorpresa la copertura della frontiera35. Secondo le direttive, le unità azzurre avrebbero dovuto spingersi in profondità nel territorio avversario al fine di ottenere un successo decisivo, mentre il partito rosso (che sullo scacchiere orientale rappresentava ,. P.R. 10/a, Comando del Corpo di Stato Maggiore,. Ufficio operazioni. Memoria riassuntwa sui piani operativi, Roma 1937-XV. AUSSME, Repertorio H 6, Raccoglitore 11, Sezione 3', ff. 59-60. 35 La documentazione relativa a questa ·esercitazione è tratta dai seguenti documenti: Esercitazione con i quadri di grandi unità 1937-XV: Prolusione di S.E. il capo di Stato Maggiore. Impostazione dell'esercitazione. Sviluppo dell'esercitazione (scacchiere orientale; scacchiere occidentale). Relazione {male del sottocapo di S.M. Intendente. Relazione finale di S.E. il capo di Stato Maggiore. Relazione concluswa del direttore delle esercitazioni. AUSSME, Repertorio G 28, Raccoglitore 57, Cartelle 3 e 4.


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le forze dell'esercito jugoslavo) doveva trattenere l'avanzata azzurra approntando resistenze successive in attesa che sul fronte occidentale si verificasse uno sviluppo della situazione favorevole all'alleato francese, in tal modo obbligando gli "azzurri" a distrarre forze da oriente. A tal fine le unità rosse del settore occidentale (qui in rappresentanza delle forze francesi) avrebbero sferrato un attacco nella zona delle Alpi Marittime. Con uno ·schieramento improntato su questo fronte alla difensiva, gli "azzurri" avrebbero dovuto comunque preparare una controffensiva da lanciare non appena. la situazione lo avesse consentito. Al termine delle esercitazioni la situazione determinatasi nel settore orientale fu di sostanziale equilibrio fra i due partiti, nonostante il partito azzurro fosse in condizioni di iniziale vantaggio essendogli stato attribuito il superamento della copertura avversaria mediante un'azione di sorpresa. Dopo la quale gli "azzurri", scelte come linee di penetrazione più vantaggiose le direttrici della Drava (a nord), della Sava (al centro) e della Kupa (a sud), avevano mirato a superare con il grosso delle forze le conche di Lubiana, Celje e Zagabria (lungo le due direttrici più settentrionali) mentre un'aliquota di forze minore aveva condotto un'azione di fiancheggiamento sulla direttrice meridionale in direzione di Karlovac36. La minaccia, tuttavia, che un consistente concentramento di forze avversario (costituito dall'armata Drava-Mur) aveva arrecato sul fianco destro azzurro indusse le unità attaccanti a distendersi eccessivamente lungo il fronte cosicché lo scaglionamento in profondità non risultò sufficiente ad alimentare l'offensiva. Relativamente al fronte occidentale, gli studi evidenziarono la debolezza della direttrice della Stura. In caso di offensiva francese, .l'occupazione della testata di questa valle, ancora priva di lavori di fortificazione e con capacità logistica assai rilevante, avrebbe permesso all'avversario di sboccare alle spalle delle posizioni di resistenza italiane con forze tali da mettere il dispositivo di . difesa in condizioni critiche. Il completamento dell'organizzazione difensiva della frontiera occidentale sarebbe stato pertanto essenziale · per garantire la tenuta dell'intero fronte, in tal modo consentendo di consacrare alla difesa del settore ovest un'aliquota di forze assai .minore a vantaggio delle operazioni sulla frontiera orientale. 36 L'armata destinata allo sforzo principale (armata A) comprendeva tre corpi d'armata, un corpo d'armata alpino, tre divisioni celeri e una motorizzata. Quella destinata

all'azione di fiancheggiamento (armata B) disponeva di un corpo d'armata e di una di-

visione motorizzata.


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Le esercitazioni, in conclusione, avevano evidenziato i ·rischi connessi ad una guerra contemporanea contro la.coalizione franco-jugoslava. Alle difficoltà di avanzata in territorio jugoslavo si sommava infatti il pericolo di uno sfondamento francese ad ovest, reso oltremodo grave dalla vicinanza alla linea di confine di obiettivi strategicamente vitali. Nonostante ciò, le considerazioni del Capo di Stato Maggiore dell'esercito Pariani riguardo alla possibilità di affrontare tale conflitto appaiono sostanzialmente ottimistiche. Pariani contava infatti sull'improbabilità che la Francia s'impegnasse nella guerra alpina senza ricorrere ad una lunga preparazione, così da concedere all'Italia un lasso di tempo ulteriore per migliorare la propria organizzazione difensiva. I temi di carattere strategico erano certamente i più usuali nelle manovre con i quadri; nondimeno le esercitazioni in esame offrirono vari spunti anche in materia di ordinamento. Di particolare interesse sono le considerazioni relative alla questione della motorizzazione, in merito alla quale le ormai note perplessità legate al terreno d'impiego dei mezzi, all'inadeguatezza della rete stradale alpina, al prevedibile problema dell'ingombro delle strade e della profondità delle colonne non infirmavano più la convinzione di dover utilizzare ampiamente i nuovi mezzi, tanto che si auspicò il generalizzarsi di una "mentalità della motorizzazione", vale a dire un approccio al problema del movimento subordinato alle potenzialità e alle caratteristiche del trasporto motorizzato. «Finora» - spiegava Pariani nella relazione conclusiva sulla manovra «si è sempre cercato di saturare gli itinerari disporùbili per raggiungere determinate fronti, cioè, in sostanza, si è sempre ammessa la converùenza di sfruttare in _uno stesso senso tutti gli itinerari ·adducenti ad una determinata fronte. Con l'impiego di unità motorizzate il problema cambia: se disporùamo di soli due itinerari sui quali marcino due grandi colonne motorizzate vediamo che quando le due colonne si debbono arrestare le fanterie di coda _debbono compiere per raggiungere la testa un percorso a piedi che pùò arrivare fino alla profondità della colonna (40 Km.). Se invece usiamo un itinerario per andare e l'altro per il ritorno è evidente che il movimento potrebbe avvenire senza interruzione: la truppa verrebbe progressivamente tutta scaricata dove sono stati scaricati gli elementi di testa: il tempo impiegato dalla coda della colonna sarebbe quindi evidentemente assai minore perché tempo motore invece che basato sopra la marcia a piedi»37 •

37 Esercitazione con i quadri di grandi unità 1937-XV. Relazione {male di S.E. il capo di Stato Maggiore, pp. 11-12, AUSSME, Repertorio G 28, Raccoglitore 57, Cartella 3.


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Queste considerazioni continuavano a riguardare essenzialmente il· campo strategico e logistico, nel cui ambito si sarebbe dovuto ricorrere all'autotrasporto di grandi unità per fronteggiare tempestivamente gli eventuali sbocdù in pianura del nemico. Lo stesso Pariani sosteneva però l'utilizzazione dei nuovi mezzi anche in campo tattico ed affermava infatti: «Bisogna mettersi in meme che per penetràre occorrono delle punte; punte costituite essenzialmente da celeri mezzi corazzati, avànzanti nelle zone spianate da potenti concentramenti di fuoco d'artiglieria e possibilmente accompagnati da mezzi aerei che ne completino l'azione con mitragliamenti e spezzonamenti a bassa quota»38 • Ma i corazzati erano ancora insufficienti per numero e prestazioni negli organici dell'esercito italiano, ed ancora in fase sperimentale un aereo appositamente progettato per l'assalto. È certamente importante che Pariani ne affermasse in tali termini il ruolo, ma allo stato dei fatti le sole valutazioni inerenti alla realtà concreta riguardavano i mezzi di trasporto. Relativamente ad essi furono condotti numerosi studi nell'ambito delle esercitazioni, valutando soprattutto la capacità dei mezzi assegnati in organico all'armata di fronteggiare le normali necessità di trasporto dei reparti e di rifornimento viveri e munizioni. Le conclusioni in merito a tale aspetto logistico, anche in considerazione ·del fatto che alcune grandi unità (le divisioni alpine, celeri e motorizzate) avevano già in assegnazione organica automezzi sufficienti per provvedere in proprio alle normali esigenze, furono nel complesso positive per la soluzione del problema del trasporto dei viveri e delle munizioni. Insufficienti apparvero, al contrario, i mezzi dell'armata ped'autotrasporto delle grandi unità. In effetti il parco automobilistico d'armata disponeva esclusivamente dei mezzi per il rifornimento e non di vere e proprie unità per il servizio trasporti. La volontà di rendere le grandi unità più facilmente autotrasportabili portava a considerare l'opportunità di snellirne la costituzione organica. «L'alleggerimento delle unità~> - spiegava Pariani - «è problema non solo di impiego tattico, ma anche intimamente connesso con la motorizzazione, inquantoché è evidente che solo se avremo grandi unità snelle, leggere, potremo facilmente trasportarle; se invece saranno pesanti e grosse, riusciremo a trasportarne solo delle aliquote» 39• 38 39

Ivi, p. 6. Ivi, pp. 12-13.


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Questa affermazione si inquadrava in quella serie di considerazioni da cui presero il via, nd 1937, gli studi che avrebbero portato all'adozione di una nuova formazione per la grande unità base dell'esercito italiano: la divisione binaria, una divisione .costituita su due reggimenti di fanteria (in luogo di tre) e uno di artiglieria. Da un punto di vista tattico, la volontà di snellire la divisione di fanteria trovava origine in quella estremizzazione del concetto di guerra di movimento che fece seguito alla .rapida e vittoriosa conclusione della campagna etiopica e che prese il nome di "guerra di rapido corso". Fin dal termine della prima guerra mondiale, con il ricorso alla guerra di movimento, il "fattore tempo" era apparso basilare nella dottrina tattica. Tutte le esercitazioni che abbiamo fin'ora illustrato contemplavano nelle loro direttive l'esecuzione di rapide progressioni volte ad impedire al nemico di radicarsi al terreno. Il rischio, in tal caso, era di andare incontro ad una guerra di logoramento, lunga e sanguinosa, difficilmente sostenibile da un Paese povero di risorse quale l'Italia. Per avere successo in guerra, dunque, occorreva agire rapidamente, di sorpresa e con la manovra. L'enfatizzazione del fattore tempo, anche a scapito di ogni altra considerazione di ordine tattico e logistico, determinò la convinzione di dover disporre di grandi unità meglio manovrabili e più facilmente autotrasportabili della divisione ternaria. La quale appariva al contrario troppo complessa e pesante a causa dell'armamento e dell'equipaggiamento di cui era stata via via gravata per poter superare le difficoltà derivanti dalla guerra di posizione e per poter svolgere le molteplici funzioni che le venivano assegnate nell'azione offensiva e controffensiva (urto, penetrazione e manovra). Sotto l'impulso del capo di Stato Maggiore dell'esercito Pariani, il processo dottrinale che doveva portare all'adozione della divisione binaria mirò a determinare una grande unità base che meglio della ternaria potesse rispondere alle caratteristiche di dinamicità alle quali si voleva informare l'azione offensiva. Per conferire maggiore potenza alla divisione, senza tuttavia aumentarne eccessivamente il peso e comprometterne la manovrabilità, Pariani decise di intervenire da un lato attraverso la motorizzazione di gran parte dell'artiglieria, del genio e dei servizi e la distribuzione di nuove armi alla fanteria (mortai e cannoni di accompagnamento e controcarro), dall'altro mediante l'eliminazione di uno dei tre reggimenti di fanteria. La prima sperimentazione della divisione binaria avvenne nelle grandi

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manovre.che si svolsero in Sicilia dal 13 al 17 agosto del 193?4°. Ma allorché, in una riunione tenutasi a Roma il 22 novembre 1937, il problema della trasformazione organica venne dibattuto, alle indicazioni emerse dall'impiego della binaria nelle esercitazioni siciliane .non si fece alcun riferimento concreto. La caparbia volontà di Pariani nel procedere sul cammino intrapreso e l'autorità che gli derivava dalla duplice carica di Sottosegretario di Stato per la Guerra e di capo di Stato Maggiore del1'esercito scoraggiò probabilmente i 65 generali partecipanti alla riunione del 22 novembre a dar vita ad una ·attenta e profonda discussione. Solo una minoranza di essi avanzò perplessità in merito all'impiego tattico della nuova formazione, e in particolare il dubbio circa la capacità della binaria di alimentare sufficientemente a lungo lo sforzo offensivo, fattore, questo, di non secondaria importanza perché - come le Direttive del 1935 avevano sottolineato e come le esercitazioni illustrate in precedenza avevano dimostrato - al fine di determinare il successo non sarebbero stati sufficienti sforzi di breve durata e di scarsa profondità. Essenziale sarebbe stato invece sfruttare il logoramento prodotto nel difensore dall'urto delle unità di prima schiera attraverso il tempestivo impiego delle forze di seconda schiera. Al contrario - osservavano gli oppositori della binaria - la riduzione degli organici della divisione avrebbe rallentato l'azione offensiva poiché la necessità di chiamare in avanti i reparti della riserva (necessità che l'indebolimento della divisione avrebbe imposto probabilmente prima ancora di giungere ad aprire varchi nelle posizioni nemiche), stante la maggiore complessità dello scavalcamento a scala divisionale rispetto a quello fra battaglioni, avrebbe prodotto una stasi nell'attacco e offerto all'avversario l'opportunità di riorganizzare il proprio schieramento difensivo. A. questo proposito il generale Giulio Rovere affermava: «Io confesso che rimango favorevole alla ternaria, perché preferisco veder manovrare una divisione che un corpo d'armata (...) Se, verso la fine del combattunento, si debbono attendere delle riserve dal corpo d'armata, che cosa può attendersi? Non si farà che dare una tregua all'avversario, 0 • Le divisioni binarie che presero parte alle manovre in Sicilia erano costituite su: comando; 2 reggimenti di fanteria, ciascuno su 3 battaglioni e 1 batteria da accompagnamento; 1 reggimento di artiglieria su 3 gruppi di 2 batterie ciascuno; 1 battaglione mitraglieri su 3 compagnie; 2 compagnie mortai da 81 (6 armi ciascuna); 1 compagnia pezzi da 47/32 (su 8 pezzi); 1 batteria da 20 (6 pezzi); reparti del genio e servizi. (cfr. Filippo Stefani, op. cit., p. 295).


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che può modificar~ lo schieramento delle artiglierie e provocare l'afflusso delle sue riserve» 41 •

La volontà di ma~tenere una riserva per man~vrare - benché la manovra con l'ordinamento binario si dovesse trasferire al livello del corpo d'armata - era emersa anche nel corso delle esercitazioni in Sicilia, dove i comandanti di divisione avevano spesso impiegato la formazione binaria con una mentalità ternaria, vale a dire mantenendo nelle proprie mani una sia pur ridottissima riserva divisionale. Ohre alla sperimentazione delle divisioni binarie (gli studi sulle quali continuarono nel 1938) le esercitazioni in Sicilia avevano messo per la prima volta in campo una brigata corazzata, la "Centauro", affidandola al partito rosso incaricato di eseguire uno sbarco nell'isola nelle zone di Marsala e di Mazara del Vallo42 • La scelta della Sicilia per lo svolgimento delle grandi manovre era un riflesso della nuova condizione imperiale dell'Italia. È da notare, tuttavia, che l'ipotesi di uno sbarco necessaria ai fini della creazione di un supposto che prevedesse una battaglia nello scacchiere siciliano - veniva considerata dallo Stato Maggiore italiano altamente improbabile, se non addirittura impossibile. Gli enormi problemi che avrebbero caratterizzato la preparazione di un' operazione anfibia (la traversata, lo sbarco, l'occupazione e il rafforzamento delle teste di sbarco), con la necessità per l'attaccante della preventiva conquista del dominio del mare e dell'aria, facevano ritenere fattibili tali operazioni solo in presenza di una deficiente organizzazione della difesa, al punto da far affermare al generale Mario Nicolosi · (che nelle esercitazioni siciliane comandava il partito rosso) che la presenza di un solo sottomarino della difesa avrebbe reso uno sbarco pres-

41 Resoconto stenografico sulla riunione di generali del 22 novembre 1937, presieduta dal Sottosegretario· di Stato e capo di Stato Maggiore dell'esercito generale Pariani, re/a~ tiva alla costituzione della divisione binaria e ad altri argomenti di carattere organico in Ministero della Difesa, L'esercito italiano tra la J4 e la 2" guerra mondiale, N0'1Jembre 1918-Giugno 1940, Ufficio Storico SME, Roma, 1954, allegato 29, p. 247. 42 Il partito rosso, costituito dal XXII corpo d'armata, era comandato dal generale Mario Nicolosi. Ne facevano parte quattro divisioni di fanteria delle quali due effettive ("Marmarica" e "Sirte") e due supposte. Fra le unità del corpo d'armata vi era la brigata corazzata "Centauro". Il partito azzurro, XII corpo d'armata, era comandato dal generale Vittorio Ambrosie e comprendeva tre divisioni di fanteria: ~Vespri", "Peloritana" e "Vespri Il".


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soché impossibile43 • Il direttore delle manovre, generale Melchiade Gabba, aggmngeva: «Oggi un tentativo di sbarco coi mezzi attuali e contro costa ben difesa può dirsi veramente pazzesco. Finora non si hanno mezzi da sbarco adeguati» 44 •

Si osservava inoltre che, se pure lo sbarco avesse ottenuto un successo iniziale, l'attaccante sarebbe poi andato incontro ad un periodo di crisi conseguente alla lontananza dalle basi di partenza e avrebbe dovuto operare in condizioni di grave inferiorità logistica. Invero non si escludeva la possibilità di piccoli sbarchi da parte di reparti di incursori miranti ad effettuare atti di sabotaggio, ma i risultati di tali azioni sarebbero stati evidentemente assai limitati. Partendo dal presupposto che uno sbarco nemico in Sicilia sarebbe stato possibile solo previo annientamento della flotta e dell' aereonautica italiane, e data l'evidente inaccettabilità di una simile ipotesi, le esercitazioni non poterono non essere condizionate da una volontà intesa a favorire il partito impegnato nella difesa dell'isola. Non sarebbe altrimenti · spiegabile perché il supposto iniziale prevedesse l'entrata in azione della brigata corazzata - assegnata al partito invasore - solo nella fase avanzata delle esercitazioni, quando invece un suo utilizzo immediato avrebbe contribuito all'allargamento della testa di sbarco assai meglio delle divisioni di fanteria. L'azione della brigata "Centauro" nelle esercitazioni siciliane offrì comunque un insegnamento fondamentale per i criteri d'impiego delle formazioni corazzate, criteri che - al momento della costituzione di queste formazioni e in sintonia con gli orientamenti dottrinali precedenti - prevedevano come prioritaria l'azione di urto e di penetrazione, relegando in secondo piano i compiti di manovra. Al contrario, il generale Nicolosi impiegò la l;irigata in un'azione manovrata di aggiramento del fronte avversario con l'obiettivo di giungere sulle retrovie dello schieramento azzurro per crearvi una breccia nella quale far affluire le restanti unità. Il risultato di questa manovra fo fallimentare poiché, scrive Paolo Maltese: 43 Appunti presi alla riunione dei comandanti di C.A. e divisione il giorno 26 novembre 1937-XV. AUSSME, Repertorio H 10 (Fondo Verbali riunioni), Raccoglitore I. •• Ibidem.


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«[i carri] si trovarono a dover passare in una conca ad imbuto, sbarrata nella sua parte più stretta dalla "Peloritana", e a doversi inerpicare per le ripide falde della montagna, dove, ad attenderli, si trovavano già schierati i cannoni di quella divisione» 45. Nonostante ciò, l'azione della brigata corazzata non apparve fuori luogo. In un documento elaborato dal comando del corpo d'armata di Palermo 1'8 novembre 1937 e firmato dal generale Vittorio Ambrosio, dopo aver dichiarato che l'unità non aveva potuto dimostrare appieno le sue potenzialità anche in conseguenza delle dotazioni di reparti e di materiali alquanto inferiori al previsto organico di guerra46 e dopo aver valutato l'insufficienza delle dotazioni di carri d'assalto ai fini dell'apertura di brecce nel dispositivo nemico, si ricordav~ come i compiti di manovra non fossero stati del tutto esclusi dalla dottrina d'impiego della brigata corazzata. La circolare 10500 del 15 agosto 1936 (Impiego e addestramento carri d'assalto) aveva previsto infatti l'uso delle unità corazzate in azioni sul fianco nemico o in cooperazione con altre divisioni celeri e motorizzate. Ma l'organico attuale della brigata - come le esercitazioni avevano dimostrato - non consentiva di svolgere adeguatamente tali compiti. Dunque, concludeva Ambrosio: «la brigata deve poter manovrare mentre ora ha carattere rigido, perché destinata unicamente a progredire e schiacciare. Quindi (...) occorre integrarla, per detti compiti, con altri elementi che le consentano la manovra, le diano sicurezza in terra e per aria e le permettano di esplicare una propria azione d'artiglieria (reparti motomitraglieri, reparti autotrasponati, almeno due gruppi d'aniglieria da 100/17 e da 105/28, mezzi aerei)»47. Benché mal condotta, l'azione della brigata corazzata nelle manovre siciliane si ispirava dunque ad una concezione operativa che avrebbe preso P. MAI.TESE, Lo sbarco in Sicilia, Milano, Mondadori, 1981, p. 21. In particolare: le due compagrùe cannoni da 47 contavano 70 uomini in luogo dei 180 previsti; il reggimento bersaglieri 550 invece di 800; i carri di rottura erano 20 anziché 90. Inoltre la brigata corazzata non aveva disposto di un'organizzazione di attacco in posto ed aveva dovuto agire quindi completamente isolata, priva di protezione sui fianchi e di appoggio di artiglieria (Cfr. L. CEVA, A. CuRAMI, op. cit., p. 257). 47 Ministero della guerra. Giudizi e proposte per unità corazzata sperimentata in Sicilia nel 1937 in L. CEVA, Le forze armate, volume 11 della Storia della società italiana dall'unità ad oggi, Utet, Torino, 1981, allegato 19. 4

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in breve il sopravvento rispetto ai criteri d'impiego originari, allorché fu chiaro come l'azione di urto frontale, anche in conseguenza del progressivo aumento e potenziamento delle armi controcarro, ·esponeva i carri al rischio di essere neutralizzati prima ancora di raggiungere i loro obiettivi. Si scelse pertanto di privilegiare «l'azione di manovra, specie in fase di sfruttamento del successo» ammettendo al -limite la possibilità di condurre azioni di rottura contro fronti scarsamente organizzate o in caso di operazioni di sorpresa all'inizio delle ostilità. Così veniva affermato in un documento dello Stato Maggiore dell'esercito in data 1O maggio 193848 • La trasformazione dell'unità corazzata da strumento finalizzato all'urto a mezzo predisposto essenzialmente per la manovra d'ala richiedeva evidentemente che la grande unità fosse dotata di un'artiglieria organica che la mettesse in grado di provvedere in proprio al fuoco di appoggio. Si trattava, in conclusione, di costituire non già una brigata, bensì una divisione corazzat:a. Nel 1937, dunque, il concetto di divisione corazzata come unità organica dotata di mezzi adatti alla manovra si apriva definitivamente la strada. Nello stesso anno proseguivano gli studi per la determinazione della migliore costituzione organica delle altre grandi unità mobili dell'esercito italiano: le divisioni celeri e le divisioni motorizzate. A tal fine, dal 2 al 6 di agosto, una divisione celere, la "Emanuele Filiberto Testa di Ferro", e una motorizzata, la divisione "Po", furono fra loro contrapposte in una esercitazione che ebbe luogo nella pianura veneto-friulana, nell'area attraversata dai fiumi Brenta, Piave e Livenza, la quale, oltre a permettere di deliberare eventuali modifiche alla costitu;_ zione organica delle due grandi unità, doveva dimostrare la possibilità o meno di impiegare isolatamente le due divisioni senza che ciò comportasse difficoltà operative ad una di esse o ad entrambe. In tal caso sarebbe stata considerata l'eventualità di costinùre un corpo celere più complesso e flessibile, composto al tempo stesso da elementi celeri e da ele· menti motorizzati. Gli avvenimenti dell'esercitazione nella pianura veneto-friulana furono esaminati e dibattuti in una riunione tenuta da Pariani il 26 novembre 193 7 alla presenza dei generali Emilio Garavelli (comandante del partito azzurro: divisione motorizzata), Claudio 'trezzani (comandante del par-

•• Ministero della .guerra. Stralcio sulla divisione corazzata, 1O maggio 1938 in L. ibidem.

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cito rosso: divisione celere) e Francesco Guidi (direttore delle esercitazioni)49. La manovra era stata caratterizzata da due fasi distinte e miranti: la prima a verificare il comportamento delle due divisioni durante la fase di marcia al nemico e di presa del contatto; la seconda il combattimento fra i due tipi di divisione. Nella relazione conclusiva delle esercitazioni il generale Guidi evidenziò le difficoltà nelle quali la divisione motorizzata si era venuta a trovare sia durante la marcia di avvicinamento, sia nel combattimento contro la divisione celere. Nella prima fase della manovra, in particolare, si era evidenziata l'impossibilità per la divisione motorizzata di svolgere adeguatamente l'azione esplorativa a causa della carenza nel suo organico di mezzi adatti allo scopo (motociclette, autoblindo). Considerando tuttavia che la divisione motorizzata, una volta a contatto col nemico, avrebbe dovuto procedere allo scarico delle truppe dagli automezzi attraversando quindi una fase di particolare delicatezza e vulnerabilità, si poteva facilmente intuire l'importanza, per essa, di disporre di mezzi atti a costituire avanguardie capaci di fissare l'avversario o quanto meno di ritardarne l'avanzata per dar modo al grosso della divisione di procedere in condizioni di sicurezza. La carenza di mezzi impiegabili in campo tattico aveva pregiudicato il rendimento della divisione motorizzata ·anche nella seconda fase della manovra, quella del contatto e del combattimento con la divisione celere. Quest'ultimo, avvenuto nell'area compresa fra il Piave e la Livenza, era stato caratterizzato dal tentativo comune ai due partiti di aggirare lo schieramento avversario e di tagliarne le linee di comunicazione. Il fallimento della manovra azzurra (divisione motorizzata) e la riuscita di quella - analoga - rossa (divisione celere), era dipeso essenzialmente dalle diverse caratteristiche dei mezzi in dotazione alle due grandi unità. Mezzi che nella divisione celere erano destinati nella quasi totalità all'impiego tattico (motociclette, autoblindo, carri veloci), mentre nella motorizzata assolvevano soltanto alla funzione di trasporto· (autocarri). Ne derivava

49 Il verbale di questa riunione si trova in AUSSME, Repertorio H 10, Raccoglitore 1. Gli avvenimenti delle manovre sono illustrati nella Relazione sulle esercitazioni di Divisione celere e Divisione motorizzata Anno 1937-XV. AUSSME, Repertorio G 28, Raccoglitore 69, Cartella 1. Essendo state poste in antagonismo due grandi unità dell'esercito allo scopo di confrontarne le caratteristiche, è evidente come in queste manovre la distinzione fra partito azzurro e partito rosso - differentemente dal caso normale - non possa essere ricondotta a quella tra forze nazionali e forze nemiche.


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per la divisione motorizzata una notevole capacità di traslazione logistica, più o meno tripla rispetto a quella della divisione celere50, ma non un'analoga mobilità tattica. . Se dunque la divisione celere, appena stabilito il .contatto con l'avversario, aveva potuto intraprendere un'azione di aggiramento delle ali in virtù della mobilità dei suoi mezzi e della possibilità di impiegarli sul campo di battaglia, la divisione motorizzata aveva dovuto limitarsi al tentativo di forzamento del · centro là dove si era trovata ad avere la superiorità numerica. La divisione "Po" non avrebbe potuto ovviare, del resto, alla carenza di mezzi meccanizzati con l'impiego degli autocarri sul campo di battaglia (come comunque nel corso delle manovre era talvolta avvenuto) senza esporre tali mezzi - troppo legati alle strade, visibili e privi di difesa - al rischio di una facile distruzione da parte del nemico nonché alla possibilità di creare impacci alle stesse unità attaccanti. Per migliorare dunque le capacità operative della divisione motorizzata si suggeriva di correggere la sproporzione fra gli elementi motorizzati · e quelli meccanizzati con un' adeguato incremento di questi ultimi. Venne così proposta la sostituzione di uno dei battaglioni di fanteria con un battaglione motociclisti in modo che il reggimento di fanteria motorizzato risultasse costituito da due battaglioni, uno autotrasportato e uno motociclisti, quest'ultimo da impiegarsi come elemento celere per l' esplorazione e la sicurezza. Inoltre il battaglione mitraglieri avrebbe dovuto essere trasformato in un battaglione motomitraglieri, sempre ai fini di un incremento della sua mobilità tattica. Con tali varianti la divisione motorizzata avrebbe migliorato le sue possibilità nelle azioni di esplorazione e di presa di contatto col nemico pur conservando la capacità di operare rapidi spostamenti in coridizioni di vantaggio rispetto alla divisione celere. Anche così, tuttavia, si sconsigliava un impiego isolato della divisione motorizzata e si suggeriva invece di integrare le diverse caratteristiche delle due grandi unità in un più complesso corpo celere (una divisione motorizzata e due divisioni. celeri) che avrebbe avuto nella divisione motorizzata l'elemento destinato alle azioni di forza e nelle divisioni celeri l'elemento più agile e manovriero da impiegarsi nell'esplorazione strategica e nello sfruttamento del successo.

50 Durante la prima giornata delle esercitazioni la divisione "Po" aveva compiuto uno spostamento di oltre 150 chilometri contro i soli 50 della "Emanuele Filiberto".


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Per quanto riguardava la costituzione della divisione celere, i docu- · menti relativi alle grandi manovre nella pianura veneto-friulana evidenziano una sostanziale approvazione dell'organico in atto. Varie critiche furono invece rivolte ai criteri con i quali là divisione era stata impiegata nella fase di marcia al nemico. La "Emanuele Filiberto" era stata fatta avanzare con le proprie unità divise su itinerari di lunghezza direttamente proporzionale alla velocità dei propri elementi: le unità più veloci furono cioè· indirizzate sugli itinerari più lunghi; quelle più lente sui più brevi, al fine di consentire all'intera divisione di avanzare in modo ·omogeneo. In tal modo la velocità di base dell'intero dispositivo era stata quella degli elementi meno veloci. Si era così rinunciato alla possibilità di raggiungere nel più breve tempo possibile quello che costituiva l'obiettivo principale della divisione celere, e cioè il Piave, dando modo all'avversario di arrivarvi per primo. Al contrario, osservò il generale Guidi nella sua relazione, se le unità più veloci fossero state lanciate in avanti si sarebbe potuto occupare i punti di maggiore importanza sulla linea fluviale e fissarvi il nemico in attesa del grosso delle proprie ·forze. Tali osservazioni avrebbero dovuto far meglio riflettere sulla possibilità di armonizzare efficacemente l'azione di unità tanto diverse come i carristi, i bersaglieri ciclisti e la cavalleria. Incentrando l'attenzione sui criteri d'impiego si finiva invece per porre in ombra la radice del problema, vale a dire l'ibridismo costitutivo della divisione celere. Le possibilità d'impiego delle formazioni motorizzate, e in particolare delle divisioni aittotrasportabili (diverse dalle divisioni motorizzate in quanto prive di mezzi di trasporto in organico e non destinate allo sfruttamento del successo, essendo normali divisioni di fanteria alle quali venivano assegnati veicoli per gli spostamenti), furono sperimentate nelle grandi manovre svolte fra 1'11 e il 24 maggio del 1938 in Libia, aventi per tema la difesa dello scacchiere libico occidentale da un'offensiva proveniente dalla Tunisia51 • Oltre che per l'impiego dei motorizzati nel deserto, le esercitazioni libiche rivestirono una notevole importanza per l'attuazione del primo 51 La documentazione su queste esercitazioni è tratta dai seguenti documenti: Esercitazioni di grandi unità anno 1938-XVI. Relazione del generale di corpo d'armata Comandante Mario Caracciolo. AUSSME, Repertorio G 28, Raccoglitore 21; Relazione del Comandante Superiore Forze Armate A.S. Balbo; Relazione sul servizio giudici di campo - Quesiti vari posti dalla direzione delle esercitazioni; Raccoglitore 59, Cartella 4; Relazione esercitazioni anno XVI.

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esperimento di cooperazione aereoterrestre svolto dall'esercito italiano. L'impiego di reparti paracadutisti rappresentava lo sviluppo di studi avviatj nel 1937 quando, in base all'esperienza tratta da un'esercitazione a partiti contrapposti svolta nel Gebel Nefusa dalle truppe coloniali, si era deciso di costituire alcuni reparti aereotrasportati e paracadutisti, iniziandone quindi l'addestramento nel marzo del 1938 presso l' aereoporto . di Castel Benito (a sud di Tripoli). Alle manovre libiche parteciparono i due corpi d'armata presenti nella regione: il:XXI al comando del generale Mario Caracciolo, in funzione di partito azzurro (con le divisioni autotrasportabili "Cirene" e "Marmarica" e una terza divisione solamente supposta); e il XX al comando del generale Pietro Pintor, in funzione di partito rosso (divisioni autotrasportabili "Sabratha" e "Sirte", una terza divisione autotrasportabile supposta e una aereotrasportata). Le esercitazioni, . organizzate dal comandante superiore delle forze italiane in Libia Italo Balbo, vennero articolate in due fasi distinte: la prima prevedeva lo spostamento del partito azzurro lungo la litoranea libica, dalla zona di Bengasi verso Azizia (a sud di Tripoli), e mirava a verificare le capacità di traslazione logistica delle grandi unità autotrasportate nonché i problemi di sicurezza legati al movimento delle autocolonne; nella seconda fase era prevista la presa di contatto fra i due schieramenti e la successiva battaglia nel corso della quale la riserva aereotraspòrtata del corpo d'armata rosso essa divisione) avrebbe dovuto effettuare un'azione di sbarco aereo sulle retrovie avversarie52. L'operazione della divisione aereotrasportata aveva costituito il fatto saliente del giorno 23 e aveva segnato l'ingresso dell'aereotrasporto nei mezzi di traslazione di grandi unità aggiungendo al trasporto per ferrovia e con automezzi anche quello aereo53 • Rispetto alla manovra di altro 52 La ss• divisione aereotrasportata era così composta: comando; 1 reggimento paracadutisti; 1 plotone rnitraglieri; 70° reggimento di fanteria su 2 battaglioni e batteria di accompagnamento; 100 reggimento libico su 2 battagliorù; IV gruppo libico su 2 batterie da 65/17; 1 compagnia del gerùo; un nucleo chimico; un nucleo di sarùtà; un nucleo di sussistenza (Relazione esercitazioni anno XVI cit.). 53 Gli aerei partirono dall'aereoporto di Castel Benito: un primo stormo lanciò sulla zona di sbarco 200 paracadutisti libici che si attestarono a difesa del campo .dove gli altri stormi, distanziati di alcurù minuti l'uno dal!' altro, atterrarono con i 3000 uomini della divisione aereotrasportata. Onde evitare siruaziorù eccessivamente pericolose (durante il periodo di addestramento si erano verificati numerosi incidenti causati dal ritmo serrato dei lanci) Balbo decise di predisporre per tale operazione larghi margini di sicurezza e


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tipo, la manovra aereoterrestre rendeva possibile l'effettuazione di azioni al di là delle linee nemiche e assumeva perciò, mediante l'impiego delle riserve in punti decisivi e nevralgici, una grande importanza ai fini della risoluzione della battaglia. Scriveva infatti Balbo a proposito della manovra aereoterrestre: «Così concepita, l'azione tattica può assumere ampiezza strategica decisiva, specie se il colpo viene vibrato nel momento di crisi e contro un avversario già vacillante. L'esperienza, anche di guerre recenti, dimostra infatti, come raramente il successo tattico si tramuti in vittoria con decisive ripercussioni nel campo strategico, perché riesce assai difficile sfruttare "l'attimo fuggente" per lanciare di sorpresa nel "punto decisivo", la riserva, la cui azione non può che essere forzatamente lenta. Bastano poche mitragliatrici per spezzare lo slancio offensivo e dar tempo e modo all'avversario di riprendersi e di contenere l'attacco, sia pure cedendo terreno. La manovra di "aggiramento verticale", fondata sulla velocità e sulla sorpresa, essenza vitale della strategia offensiva, apre perciò nuovi, vasti orizzonti alla dottrina, tipicamente italiana e fascista, della guerra di rapida decisione» 54 • Nonostante queste positive valutazioni, l'esperimento di manovra aereoterrestre non ebbe successivi sviluppi né si tradusse in applicazione pratica durante la· seconda guerra mondiale, anche se, durante l'ultimo conflitto, venne approntata l'operazione per la conquista dell'isola di Malta per la quale era stata prevista la combinazione di truppe da sbarco e di truppe da aviosbarco. Nellafase preliminare delle manovre (11-18 maggio), il trasferimento delle unità azzurre da Bengasi ad Azizia si era realizzato con una velodi tempo, così finendo per pregiudicare la segretezza necessaria alla riuscita dell'azione e per concedere al difensore l'opportunità di preparare le contromisure del caso. Considerando tuttavia ben scelti sia il momento che il luogo di attuazione dello sbarco aereo, egli valutò come riuscita la manovra, impedendo al partito azzurro di utilizzare la riserva predisposta per la difesa. Scrive a tale proposito il generale Mario Caracciolo (comandante del partito azzurro) nella sua relazione: «In previsione di tale sbarco, avevo già disposto perché una massa di manovra a mia disposizione fosse tenuta in potenza e in grado di intervenire celermente in qualsiasi direzione: in pratica, per ordine della direzione delle esercitazioni (ragioni di sicurezza) non è stato permesso a tali truppe di muovere dalle località di stazionamento». (AUSSME, Repertorio G 28, Raccoglitore 21, Relazione del generale di corpo d'armata Comandante Mario Caracciolo, p. 39). 54 Ivi, Esercitazioni anno 1938-XVI. Relazione del Comandante Superiore Forze Armate A.S., parte II, Considerazioni di carattere operativo, pp. 24-25.


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cità superiore alle previsioni grazie soprattutto alle ottime condizioni della litoranea libica, il cui tracciato si svolgeva quasi completamente in pianura, e all'organizzazione preventiva della linea di tappa. In mancanza di una medesima organizzazione - come sarebbe certo avvenuto per movimenti ordinati sotto la pressione degli avvenimenti o, in ogni caso, in territorio nemico - si riteneva comunque che grandi unità autotraspor- . tate avrebbero potuto effettuare spostamenti a grande velocità, sempre che il movimento fosse inquadrato in una situazione di sicurezza tattica. Questa dipendeva essenzialmente dalla possibilità di garantirsì un' adeguata copertura aerea e dunque dalla capacità di conquistare il dominio dell'aria. Fra i provvedimenti atti a diminuire la vulnerabilità delle autocolonne, si osservò come il loro frazionamento durante la marcia, certamente opportuno, non dovesse tuttavia spingersi oltre un certo limite poiché ciò avrebbe aumentato la profondità dell'intero dispositivo in misura tale da comprometterne la possibilità di rapido impiego. Le valutazioni relative agli aspetti tattici, sia per quanto riguardava l'azione esplorativa e la presa di contatto, sia per quanto riguardava il combattimento vero e proprio, erano in linea con quelle tratte dalle precedenti manovre. L'azione esplorativa aveva visto i due partiti operare con modalità sostanzialmente diverse. Il XXI corpo d'armata aveva costituito un solo distaccamento celere lanciandolo sulla direttrice pedegebelica con il compito di precedere il nemico sull'altura di Bir el Ghnem, uno sperone roccioso che, al centro di una vasta area per il resto pianeggiante, offriva la possibilità a chi se ne fosse impadronito di schierarvi i propri reparti per azioni difensive e controffensive. Il XX corpo d'armata aveva fatto precedere invece ogni divisione da un nucleo esplorante, meno celere ma più robusto. Nella situazione particolare il procedimento seguito dal partito azzurro era stato giudicato preferibile perché garantiva una maggiore libertà di manovra al nucleo esplorante svincolandolo dal movimento delle divisioni al seguito. Ciò aveva permesso agli "azzurri" di conquistare le posizioni dominanti di Bir el Ghnem, contro le quali l'avversario si era logorato in dispendiosi attacchi allo scoperto. I mezzi adatti ali' esplorazione nella costituzione organica del corpo d'armata erano apparsi comunque insufficienti. Il corpo d'armata era infatti dotato di una sola compagnia motociclisti (su quattro plotoni di cui uno comando) dalla quale doveva attingere i mezzi da decentrare alle divisioni. In tal modo lo strumento esplorativo perdeva la sua organicità e veniva ad essere costituito di volta in volta con reparti solo parzialmente idonei allo scopo. Per evitare le alee insite nelle soluzioni del momento


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occorreva incrementare la dotazione di mezzi del corpo d'armata al fine di permettere la costituzione di uno o più distaccamenti esploranti che avrebbero dovuto avere, inoltre, una velocità notevolmente superiore a quella degli automezzi dei vari reparti. Pur restando infatti nel campo tattico, l'esplorazione - soprattutto nell'ambiente operativo delle colonie - doveva essere in grado di spingersi a distanze notevoli per agire con un sufficiente anticipo rispetto al grosso delle unità. Ne derivava l'opportunità di dotare il corpo d'armata di un battaglione motociclisti e, affinché il nucleo esplorante risultasse in grado di sviluppare non solo un'adeguata velocità, ma anche una certa capacità di combattimento di fronte alle avanguardie nemiche così da occupare le posizioni favorevoli e poi di dar tempo ai grossi di serrare sotto, era necessario aggiungere alla sua costituzione uno o due battaglioni di fanteria montati su autocarri e un certo numero di autoblindo. Inadatti allo scopo vennero giudicati invece i carri d'assalto perché non abbastanza veloci e non idonei _all'esplorazione a causa della scarsa visibilità che consentivano agli eqmpagg1. Se nella fase di traslazione logistica vi era stata una sostanziale risposta alle attese da parte delle dotazioni delle varie unità e se in quella esplorativa la composizione di queste ultime aveva palesato inconvenienti non tali da comprometterne gravemente le capacità operative, esiziali erano invece le carenze organiche venute alla luce nella fase del combattimento. Le caratteristiche del territorio libico, con vaste pianure favorevoli alla manovra a largo raggio e su fronti di notevole ampiezza, avrebbero richiesto l'impiego dei mezzi a motore anche in campo tattico, laddove, al contrario, la limitata capacità dei veicoli in dotazione alle divisioni autotrasportabili di procedere fuori strada aveva costretto le unità ad addensarsi in prossimità delle rotabili limitandone la possibilità di manovra. Le truppe non erano in grado di allontanarsi dagli autocarri che in misura modesta; soprattutto, la mancanza di un'adeguata salmeria le aveva obbligate a difficili e lenti trasporti a braccia delle armi, delle munizioni e dei rifornimenti. Divisioni come le motorizzate e le autotrasportabili, in conclusione, apparivano sì capaci di rapidi spostamenti (comunque vincolati alle strade ed esposti agli attacchi aerei nemici), ma erano impossibilitate a svolgere nel campo tattico manovre di largo respiro, per le quali si imponeva l'im~ piego dei mezzi meccanizzati. Di questi, l'esercito italiano era fortemente deficitario anche per l'inerzia alla quale le difficoltà economiche e le limitate potenzialità industriali del Paese costringevano i programmi di

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riarmo. L'impossibilità dì provvedersi dì strumenti più moderni spinse allora a concentrare sulla fanteria· tradìzionale la ricerca di una maggiore mobilità e velocità dì spostamento.

3. La scelta finale

Nel 1938 vennero portati a termine gli studì intrapresi l'anno precedente sulla dìvisione binaria, studi il cui fine era quello dì rendere la divisione di fanteria più facilmente autotrasportabile e di· limitare i problemi di esposizione alle offese aeree e di passaggio dalle formazioni .di marcia a quelle dì combattimento legati alla lunghezza delle colonne. Dopo l'esercitazione del 1937 in Sicilia, la determinazione della nuova grande unità base dell'esercito italiano fu supportata da un'ulteriore manovra, svolta nel 1938 in Abruzzo nei giorni compresi fra il 6 e 1'11 agosto, che vide impegnate le truppe del corpo d'armata di Roma con due divisioni di fanteria a costituzione binaria e una a costituzione ternaria. Il documento d'impianto dell'esercitazione spiegava l'opportunità di realizzare un alleggerimento della grande unità base evidenziando i problemi legati al peso della divisione su tre reggimenti: principalmente le limitate manovrabilità e flessibilità. Proprio queste caratteristiche, al contrario, apparivano essenziali per realizzare quelle azioni rapide e risolutive che dovevano caratterizzare la guerra dì movimento e dì rapido .corso. Da qui derivava la concezione di una grande unità leggera e manovrabile, che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni, particolarmente idonea all'azione offensiva. «La guerra di rapido corso» - si legge nel documento d'impianto delle esercitazioni sperimentali del 1938 - «dovrà essere essenzialmente manovrata. Ma tale manovra dobbiamo concepirla sia come un susseguirsi di "potenti colpi di maglio" per rompere le resistenze che il nemico ci opporrà e di successive rapide irruzioni per sfruttare immediatamente l'effetto di tali colpi impedendo al nemico di riorganizzarsi, sia come un susseguirsi di rapide mosse intese ad aggirare gli ostacoli che si opporranno alla nostra avanzata»55•

55 Ministero della guerra. Comando del Corpo di Stato maggiore. Ufficio addestramento. La grande unità base nelle esercitazioni sperimentali anno XVI, Roma, 1938.


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L'innovazione concettuale risiedeva nell'affermazione relativa alla necessità di sferrare "colpi di maglio" con l'intera divisione, senza cioè che le forze della grande unità venissero frazionate in tante azioni minori. Proseguiva infatti il documento: «Si è sempre affermato che le battaglie si conducono a colpi di divisione, intendendo con ciò che la battaglia è la risultante di combattimenti svolti da un numero vario di divisioni, ma per contro si è sempre lasciato alle divisioni il compito di manovrare con le sue unità ricercando la decisione in piccoli colpi parziali. Sembra invece che, per assicurare al colpo ~i maglio la potenza voluta, non si possa scendere al di sotto della divisione».

Ne derivava, dunque, che la divisione doveva condurre azioni unitarie di urto e penetrazione, lasciando la funzione di manovra al corpo d'armata. Conseguentemente emergeva la possibilità e la convenienza di alleggerirne la costituzione proprio in ragione dei suoi compiti ridotti, ottenendo in tal modo: «il vantaggio di una più perfetta organizzazione della massa d'attacco, costituita da pedine più snelle, ma al tempo stesso complete nei loro mezzi d'attacco».

Inoltre, ai fini della risoluzione della battaglia, l'alleggerimento della divisione e la conseguente maggiore trasportabilità avrebbero reso possibili i rapidi spostamenti delle riserve necessari sia a far massa in un determinato settore, sia a sfruttare prontamente il successo iniziale. Restava da definire per via sperimentale in quale misura si potesse realizzare l'alleggerimento complessivo della divisione e in quale rapporto si dovessero tenere le due aliquote fondamentali che la componevano: la fanteria e l'artiglieria. A tale scopo le esercitazioni del 1938 videro impegnate due divisioni binarie, la "Torino" e la "Cacciatori delle Alpi" (comandate dal generale Fidenzio Dall'Ora), con diversa costituzione organica: la prima su 2 reggimenti di fanteria, ciascuno su 4 battaglioni, 1 battaglione mortai da 81 e 1 compagnia pezzi da 47 da accompagnamento; la seconda comprendente 2 reggimenti di fanteria, ciascuno su 3 battaglioni, e 1 battaglione mitraglieri. Entrambe le divisioni avevano il reggimento di artiglieria su tre gruppi. Solo la divisione "Torino" figurava però a pieni organici poiché due dei battaglioni della "Cacciatori" erano soltanto rappresentati.

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Alle due grandi unità venne affidato il medesimo compito, cioè l'azione offensiva in terreno libero contro nemico in posizione, quest'ultimo costituito dalla divisione ternaria "Granatieri di Sardegna" (al comando del generale· Ezio Rosi). Dirette dal comandante del corpo d'armata di Roma, generale Fabio Scala, le manovre si svolsero nella zona compresa tra Tagliacozzo e Vicovaro, a nord e a sud della via Tiburtina. La direzione articolò le manovre in due fasi, stabilendo per ognuna la natura delle operazioni da svolgere al fine di confrontare la capacità offensiva delle due divisioni, in base alle differenze di costituzione e di armamento, sia per quanto riguardava l'azione di avanguardia, sia in quella di urto e penetrazione. Nella prima fase (7 agosto), dando la situazione iniziale gli elementi azzurri in avanzata e quelli rossi in ripiegamento, venne stabilita un'azione delle avanguardie delle divisioni "Cacciatori delle Alpi" e "Torino" contro la retroguardia avversaria. Quest'ultima, coadiuvata dall'artiglieria e dalle proprie forze aeree, protesse il ripiegamento della "Granatieri di Sardegna" sulla linea Vivaro-Riofreddo-monte S. Fabrizio. La seconda fase (9 agosto) prevedeva l'attacco delle divisioni binarie contro le posizioni di resistenza nemiche. Il combattimento ebbe inizio con il tiro di preparazione delle artiglierie azzurre e si svolse con l'avanzata della "Cacciatori delle Alpi" sul lato destro del fronte, al coperto del bosco di Oricola, e della divisione "Torino" sul lato sinistro, attraverso un'ampia zona scoperta nel superare la quale le unità azzurre ricorsero all'uso di cortine fumogene. Le artiglierie rosse furono così obbligate a disperdere il tiro su obiettivi non facilmente individuabili; I.:impiego delle artiglierie stesse e ·l' azìone dei rincalzi consentirono comunque alla difesa rossa di contenere l'attacco nemico il cui impeto, alla sera del giorno 9, risultava alquanto affievolito. Gli "azzurri" si videro infatti costretti a disporre lo scavalcamento delle unità di prima schiera con quelle in riserva per essere in grado di riprendere l'avanzata il giorno successivo. Si erano in pratica concretizzati nelle esercitazioni quei timori che alcuni ufficiali avevano espresso nella citata riunione del 22 novembre 1937: la binaria, cioè, non aveva forze in grado di produrre un'azione sufficientemente prolungata; la conseguente necessità di ricorrere dopo breve alle riserve del corpo d'armata avrebbe determinato un rallentamento generale nell'azione offensiva e concesso all'avversario la possibilità di riorganizzare la propria difesa56 • 56

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Tali considerazioni erano state ribadite durante una seduta al Senato sul bilancio


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Il generale Pariani, che fin dall'inizio degli studi sulla binaria ne era stato il principale sostenitore, sorvolava tuttavia sull'incapacità strutturale della nuova formazione. di condurre autonomamente uno sforzo offensivo di pari portata di quello fino .ad allora ottenuto con la divisione ternaria. Per il capo di Stato Maggiore, infatti, la soluzione del problema relativo alla velocità di spostamento delle divisioni s'imponeva anche a scapito della robustezza della grande unità. «Nei suoi ordini e nelle note di ufficio» - scrive Fortunato Minniti «molto spesso la capacità di movimento delle unità diventava sinonimo di successo garantito in combattimento»57•

Così la trasformazione ordinativa venne sancita con il varo di una divisione su 6 soli battaglioni di fanteria. Eccessivi, ai fini del voluto alleggerimento della grande unità, erano stati giudicati invece gli 8 batta-

glioni di cui aveva disposto durante le manovre la divisione "Torino". Per conferire alla divisione un'adeguata capacità d'attacco, pur limitandone il numero dei battaglioni, si decise di aumentare nella fanteria la dotazione di armi a caratteristiche prettamente offensive, in particolare di armi a tiro curvo (mortai) e di fucili mitragliatori. Parallelamente, per ovviare all'incremento di peso che il nuovo armamento comportava, si stabilì di diminuire il battaglione di un'aliquota di mitragliatrici, cioé di armi a carattere essenzialmente difensivo. Venne dunque sostituito il battaglione mitraglieri ·con un battaglione mortai d'assalto, compensando tale diminuzione con la creazione di un reggimento mitraglieri di corpo d'armata col quale poter integrare all'occorrenza le capacità difensive dei reparti mediante un opportuno decentramento di mezzi. Criteri analoghi vennero seguiti nella costituzione del reggimento di artiglieria divisionale. Si ridussero cioè i gruppi organici e si costituì per compenso un reggimento suppletivo di corpo d'armata. In tal modo si otteneva il voluto dell'esercito (29 marzo 1938) dal generale Ottavio Zoppi, il quale sostenne che la nuova divisione non avrebbe avuto forza di penetrazione, avrebbe dilatato comandi e reparti diminuendone la qualità e sarebbe risultata al dunque anche più pesante della divisione ternaria poiché l'artiglieria, il genio e i servizi al suo interno - leggermente ridotti - avrebbero accompagnato una 'fanteria ridotta di ben un terzo. Cfr. Dorello Ferrari, Dalla divisione ternaria alla binaria in Memorie storiche militari 1982, Ufficio Storico SME, Roma, 1983, pp. 66-67. 57 F. MINNm, Piano e ordinamento nella preparazione italiana alla guerra degli anni Trenta in "Dimensioni e problemi della ricerca storica", 1990, n. 1, p. 150.

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alleggerimento della divisione, ·ma si assicurava alla stessa un rinforzo di fuoco da parte del corpo d'armata nella misura richiesta dalle circostanze. La divisione binaria, affermava quindi Pariani: «per il maggior numero di "assaltatori"; per il notevole aumento delle armi a tiro curvo e dei fucili mitragliatori nei reparti di fanteria; per la possibilità di largamente compensare, con il reggimento mitraglieri di Corpo d'Armata, la diminuzione delle mitragliatrici (per eventuali esigenze difensive); per la constatata possibilità di intervento delle artiglierie del reggimento suppletivo di Corpo d'Armata e delle artiglierie della divisione di seconda schiera predisposta ad operare nella stessa direzione d'attacco; è particolarmente idonea all'urto e alla penetrazione, nonostante il sensibile alleggerimento complessivo ottenuto: col· ridurre di un reggimento la fanteria; col portare a tre gruppi le artiglierie in proprio della divisione; col semplificare i servizi» 58 •

Le esercitazioni, concludeva Pariani, avevano inoltre evidenziato la «snellezza di movimento e la facilità di trasporto della divisione» dovuta alla minore consistenza dei suoi organici rispetto alla divisione ternaria, tutto ciò in linea con quanto veniva richiesto dalle esigenze operative della guerra di movimento e di rapido corso. In realtà, il valore dimostrativo delle esercitazioni del 1938 in Abruzzo era stato inficiato da una impostazione unilaterale, di cui è testimonianza il fatto che le manovre prevedessero un confronto fra due diversi tipi di divisione binaria e non - in rapporto al medesimo compito - fra una binaria e una ternaria. Le divisioni binarie partecipanti alla manovra furono messe inoltre in condizioni operative estremamente favorevoli poiché il supposto stabiliva che le operazioni prendessero l'avvio con le unità rosse (divisione ternaria) in ripiegamento di fronte alle avanguardie azzurre (divisioni binarie), in pratica dando come già avvenuta una prima rottura della copertura rossa. Ciò nonostante, il partito azzurro aveva dovuto richiedere lo scavalcamento delle unità di prima schiera con quelle della ~serva senza essere riuscito a superare la posizione di resistenza avversaria. Appare dunque assiomatica l'enunciazione presente nel documento d'impianto delle esercitazioni sperimentali del 1938: «sembra che per as58 Ministero della Guerra. Comando del Corpo di Stato maggiore. Ufficio addestramento. Circolare 12753 Grandi esercitazioni sperimentali anno XVI - Deduzioni organizzati:ve, Roma, 6 settembre 1938.


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sicurare al colpo di maglio là potenza voluta non si possa scendere al di sotto della divisione». Le esercitazioni avevano certo evidenziato tale convenienza, ma solò come conseguenza della riduzione organica della fan- . teria nella grande unità, per cui la binaria non poteva che condurre azioni unitarie brevi e rapide, lasèiando il compito della manovra al corpo d'armata. Eppure, dalla fine della prima guerra mondiale in poi, la tendenza seguita dall'esercito italiano e da tutti gli altri eserciti in materia di dottrina tattica era andata in un senso esattamente inverso, di ùn'estensione, cioè, della manovra dai maggiori ai .minori livelli, coerentemente del resto con le maggiori possibilità di movimento che i nuovi mezzi avrebbero sempre più conferito ai reparti. Del tutto anacronisticamente, perciò, i pro:. cedimenti d'impiego della divisione di fanteria e del corpo d'armata conseguenti al nuovo ordinamento - sanciti dalla circolare 9000 del 28 ottobre 1938 La dottrina tattica nelle realizzazioni dell'anno XVl5 9- decretavano l'inversione di tendenza spostando verso l'alto il livello della manovra. Alla luce delle riflessioni sopra esposte appare evidente come la trasformazione ordinativa del 1938 non si basasse su giustificate motivazioni di ordine tattico, ma che essa fu adottata nell'irrealistica convinzione che le possibilità di avanzata dipendessero essenzialmente dalla rapidità degli spostamenti e non anche dalla robustezza delle unità nelle azioni di rottura60 •

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59 Ministero della Guerra. Comando del Corpo di Stato Maggiore. Ufficio addestramento. Circolare 9000 La dottrina tattica nelle realizzazioni dell'anno XVI, Roma, 28 ottobre 1938. 60 La trasformazione organica della divisione di fanteria è stata oggetto di critiche pressoché unanimi da parte della pubblicistica militare del dopoguerra. Tali critiche si sono incentrate principalmente sul!' esiguità degli organici della grande unità base, specie in rapporto. alla consistenza delle divisioni di altri paesi europei, e sull'impossibilità che ne conseguiva per la binaria di manovrare. · A tale riguardo si leggano le considerazioni dì Filippo Stefani (op. cit., pp. 292-299 e 412-417). L'accusa relativa alla scarsità di uomini per la divisione binaria è ritenuta al contrario infondata da Botti e Ilari i quali pongono piuttosto l'accento sull'insufficienza delle armi e dei materiali, per l'approvvigionamento dei quali le risorse finanziarie risultarono insufficienti (cfr. Fèrruccio Botti, Virgilio Ilari, op. cit., pp. 220-230). Piuttosto, tuttavia; che concentrare in poche ma efficienti unità gli esigui mezzi a disposizione, si preferì persistere nella costituzione di un numero sempre maggiore di divisioni, impostando «una riforma così radicale sul presupposto di disponibilità finanziarie e capacità di produzione industriale rivelatesi non realistiche» (ibidem, p. 229). Sulla decisione di introdurre la binaria influì del resto anche il deside-

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I.: ordinamento dell'esercito che sanciva la trasformazione organica della grande unità base venne varato alla fine del 1938. In esso furono previste le prime due divisioni corazzate dell'esercito italiano, la "Centauro" e }"'Ariete", nate per trasformazione delle preesistenti brigate. Contemporaneamente venne pubblicata una nuova regolamentazione d'arma, Impiego delle unità carriste (1 ° dicembre 1938)61 , la quale assai più che in passato esaltava le potenzialità di manovra dei carri e definiva principi e procedimenti rimasti sostanzialmente validi per tutto l'arco della seconda guerra mondiale. A risultare inadeguato era invece lo strumento che avrebbe dovuto tradurre ·in pratica la dottrina. Al momento della costituzione delle prime divisioni corazzate, infatti, non solo non si fece più riferimento alla inizialmente prevista artiglieria semovente, cosicché la divisione risultò mancante di un'artiglieria capace di cooperare efficacemente con i carri armati, ma non vi era neppure disponibilità dei modelli di corazzati sui quali si sarebbe dovuto fare affidamento62 • Troppo a lungo condizionat~ dal concetto del "carro da montagna", l'industria bellica italiana aveva prodotto fino ad allora solo carri di modesto tonnellaggio. Il carro veloce (o carro leggero), nato per le divisioni celeri, era un mezzo piuttosto agile su terreno montano, ma chiaramente inadeguato per il combattimento in pianura. Solo nel 1936, allorché l'allargamento della prospettiva strategica indusse a considerare un maggiore e diverso impiego dei carri, venne varato il progetto per la produzione di carri medi (da 11 tonnellate), i cui primi esemplari non furono però disponibili prima del 1939. Le divisioni corazzate risultarono dunque dotate di mezzi inadeguati, che il ritardo con il quale si era giunti a comprendere l'importanza di .queste formazioni, unito ai limiti economici e industriali del Paese, non consentì di aggiornare in tempi brevi. I.:"Ariete" e la "Centauro" furono riunite, insieme alle divisioni motorizzate "Trento" e "Trieste", in un corpo d'armata corazzato, il quale rio di aumentare il ·numero delle grandi unità dell'esercito per guarnire i nuovi teatri operativi che si erano aperti per l'Italia in seguito alle conquiste coloniali e per continuare ad alimentare il bluff della potenza bellica nazionale, anacronisticamente rrùsurandola sul numero di grandi unità che si era in grado di mettere in campo. 61 Ministero della Guerra. Comando del Corpo di Stato Maggiore. Ufficio addestramento. impiego delle unità carriste, Istituto poligrafico dello Stato, Libreria, Roma, 1938. 62 La costituzione prevista inizialmente per le divisioni corazzate risulta dal citato documento del 1O maggio 1938. Questo stabiliva che la divisione fosse articolata su 4 battaglioni carri M (medi) e su 1 battaglione carri P (pesanti). La grande unità avrebbe inoltre disposto di autoblindo e artiglieria semovente.


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concorse alla: formazione dell'Armata del Po. Questa comprese tutte · Je grandi unità mobili dell'esercito italiano. Oltre al corpo d'armata corazzato, entrarono a farvi parte uri corpo d'armata autotrasportabile e un corpo d'armata celere. L'Armata del Po venne impiegata nelle esercitazioni che si svolsèro dal 1° all'11 agosto del 1939 nella pianura: padana e nella zona montana della frontiera occidentale sotto la direzione del generale di armata Ettore Bastico63 • Il motivo predominante delle grandi manovre del 1939 consisteva nello studio dell'organizzazione stradale e dei problemi di movimento connessi con l'impiego di un'ingente massa di autoveicoli, argomenti affrontati a livello teorico con un regolamento - Organizzazione stradale e disciplina del movimento in guerra - diramato in quello stesso anno, col quale si richiamava l'attenzione sull'importanza che l'equilibrio del traffico avrebbe assunto con lo sviluppo della motorizzazione. Il terreno delle esercitazioni presentava caratteristiche notevolmente diverse fra la zona orientale, cioè quella della pianura padana, e quella occidentale, che dalle colline di Torino e del basso Monferrato giungeva fino al confine con la Francia. Le ottime condizioni per la circolazione stradale offerte dall'abbondanza di strade nella pianura orientale avrebbero infatti lasciato il posto a difficoltà di traslazione per le truppe motorizzate a mano a mano che si fossero abbandonate le rotabili dei fondo valle, cosicché sarebbe stato possibile verificare le diverse modalità di movimento delle grandi unità celeri, motorizzate e corazzate, dapprima su terreno di pianura e quindi su quello collinoso e montano ad ovest di Alessandria. Il ·valore dimostrativo delle manovre fu tuttavia diminuito da tina serie di elementi, primo fra tutti il fatto che delle sei divisioni che componevano l'Armata del Po tre erano solamente rappresentate. Nell'area delle operazioni mancavano pertanto oltre 2.000 veicoli che vi sarebbero stati nel caso della presenza reale di tutte la grandi unità. Oltre a ciò, a semplificare la manovra dell'armata, avevano concorso le modalità di alimentàzione dei reparti, i quali si erano potuti avvalere di un'organizzazione in posto senza dover provvedere ai rifornimenti e agli sgomberi da tergo, la qual cosa avrebbe evidentemente accresciuto l'intensità del traffico. Quel che tuttavia le esercitazioni non mancarono di mettere in luce

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63 La documentazione relativa alle manovre dell'Armata del Po è tratta · dalla Rassegna di Cultura Militare (Grandi esercitazioni anno XVII), n. 8-9-10-11/1939.

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furono i limiti e gli squilibri della nuova armata la quale, presentata dalla propaganda del tempo come "il gioiello dell'esercito" 64, risentiva in realtà dei medesimi difetti che affliggevano le singole unità tlivisionali. Le divisioni motorizzate, .la cui costituzione •organica .non prevedeva ancora gli elementi meccanizzati che in più occasioni si era suggerito di introdurre65, risultavano inoltre carenti di salmerie, con la ·conseguente necessità per la fanteria non solo di combattere a piedi, ma anche di trasportare a braccia le armi e i .materiali in dotazione (circa .70 quintali per battaglione). Pur capaci di rapide traslazioni logistiche, le motorizzate erano dunque fortemente limitate nei movimenti sul campo di battaglia, tanto da venir giudicate meno versatili delle divisioni autotrasportabili. Queste ultime potevano disporre infatti di una più larga indipendenza d'impiego grazie alla presenza di salmerie nel loro organico. Ma erano peraltro prive di mezzi di trasporto in proprio e dovevano attenderne l'assegnazione di volta in volta dalle grandi unità di ordine superiore. Nel complesso, le divisioni motorizzate e autotrasportabili risultavano ancora incapaci di garantire l'adempimento dei compiti che ad esse si sarebbero voluti affidare. Relativamente alla divisione celere, si era osservato come i suoi reparti non conservassero in marcia il giusto scaglionamento, diminuendo o aumentando di continuo la distanza fra loro. Pur non venendone criticata esplicitamente la formazione organica, era dunque palese la difficoltà, per questa divisione, di coordinare il movimento delle unità a cavallo, di quelle in bicicletta, delle fanterie autotrasportate e dei mezzi meccanizzati. Le manovre del 1939 avevano esaminato inoltre l'impiego della divisione corazzata, in merito alle cui dotazioni una Relazione sull'attività addestrativa svolta nel ciclo estivo 1939 XVII66 a cura del Comando del corpo d'armata corazzato, evidenziava l'insufficiente qualità dei carri e del numero di armi controcarro, in particolare richiedendo che il pezzo da 47/32 venisse installato su di un veicolo semovente corazzato. La stessa relazione accennava anche all'impiego dei carri M 11, per la prima volta 64

Così G. PoLVERELLI su Il Popolo d'Ital~ del 9 ottobre 1940. Contrariamente a quanto suggerito dopo le esercitazioni del 1937 nella pianura veneto-friulana, il reggimento di fanteria della divisione motorizzata non prevedeva il battaglione motociclisti, né il battaglione mitraglieri era stato trasformato in un battaglione motomitraglieri. 66 Cfr. L. CEVA, A. CuRAMl, op. cit., pp. 228-232. 65

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sperimentati in manovra, giudicandoli validi, ma rilevando l'illogico posizionamento del cannone in casamatta anziché sulla torretta girevole, così che ·il brandeggio ne · risultava impedito. L'errore nella collocazione del cannone fu risolto dalla Fiat e dal}'Ansaldo nel successivo modello di carro medio, l'M 13 (disponibile a partire dal!' estate del 1940). Il carro M 13 conservava peraltro lo stesso motore del precedente modello e in conseguenza della scarsa potenza non costituì che un ben modesto passo in avanti. · In realtà, questi mezzi risultàvano superati rispetto a quelli delle principali nazioni europee già al momento della loro comparsa. L'M 11, in particolare, fu giudicato nel dopoguerra uno dei peggiori carri armati dell'epoca. Tuttavia, giunti alla sua produzione, si era contemporaneamente arrivati alla vigilia del conflitto, cosicché, mancando il tempo necessario per varare un progetto radicalmente diverso, si dovette giocoforza limitarsi a ·migliorare quel che esisteva ·già.

4. Considerazioni conclusive

Nel periodo trattato sono individuabili due fasi distinte: la prima è quella che va dall'inizio degli anni Trenta fino alla conclusione del conflitto italo-etiopico, durante la quale la prospettiva strategica italiana era limitata ad una guerra sulle Alpi contro una coalizione franco-jugoslava o austro-tedesca. Di conseguenza, in questa fase, tutte le grandi ·manovre dell'esercito vennero ambientate su terreno alpino e montano alla ricerca soprattutto di mobilità strategica e di un più favorevole rapporto tra fanteria e artiglieria a livello divisionale. Sul piano tattico, la ricerca di una maggiore potenza di fuoco della fanteria e di un più equilibrato rapporto tra le varie armi a favore dell'artiglieria fu estesa e approfondita e raggiunse nel complesso un soddisfacente grado di sviluppo. Era rimasto tuttavia insoluto, o risolto solo in parte, il problema della mobilità tattica, senza la quale la guerra di movimento restava una semplice aspirazione. Ma all'aumento, rispetto al passato, della mobilità tattica si opponeva, relativamente alla prospettiva strategica alpina, il tipo di terreno, che appunto per essere montano limitava l'impiego dei mezzi a motore. Ciò spiega la diffusa cautela che circondò fino al 1936, e cioè fino alla conclusione del conflitto italo-etiopico, il problema della motorizzazione e della meccanizzazione delle unità, e se riguardo alla motorizza-

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zione per il trasporto dei reparti e dei materiali unanimi erano i giudizi positivi, relativamente alla meccanizzazione si tardò a staccarsi dal concetto del ruolo s.econdario che il carro armato avrebbe dovuto avere rispetto alla fanteria appiedata. Una tale convinzione trovava fondamento anche nei risultati insoddisfacenti che i carri avevano conseguito nelle manovre del '34 e del '35 quando, impiegati nell'azione di urto frontale, si erano rivelati troppo vulnerabili à.lle difese controcarro. . Nella seconda metà degli anni Trenta, nèlle relazioni sulle grandi manovre, si fecero invece frequenti le richieste di aumentare le unità carriste, di incrementarne le formazioni organiche e di assegnare ai carri compiti maggiori rispetto al passato. Questo cambio di mentalità fu determinato dall'ampliamento della prospettiva strategica seguito alla conquista dell'Impero e dalla constatazione di dover inserire i territori coloniali, dove i carri avrebbero avuto ben più ampie possibilità d'impiego, fra i probabili teatri operativi dell'esercito. A partire dal 1936 prese dunque l'avvio un lento processo che passando dalla sperimentazione di una brigata motomeccanizzata (manovre in Irpinia del 1936) e di una brigata corazzata (Sicilia 1937) portò nel 1938 alla costituzione delle prime divisioni corazzate. Se, in definitiva, all'inizio del periodo trattato vi è ancora una diffusa fiducia nella fanteria appiedata, nella .seconda metà degli anni Trenta si fa chiaramente. strada la consapevolezza che la guerra di movimento non potrà non essere una guerra di mezzi e di materiali. A fronte di tale consapevolezza, e malgrado questa, il potenziamento e l'ammodernamento dello strumento militare continuarono a risultare del tutto insufficienti. Oltre che a ragioni di ordine economico, ciò si dovette anche all'incertezza di indirizzi politico-strategici che caratterizzò la politica estera del regime fascista fino alle. soglie della guerra. Quando il pendolo delle oscillazioni fra la Germania e le democrazie occidentali si fermò non vi era più il tempo per prepararsi a quel conflitto mediterraneo-coloniale che sarebbe stato il naturale corollario dell'alleanza con la Germania. In tal modo si determinò una divaricazione fra la politica estera e la politica militare, e tra la pianificazione strategica e il progetto - ordinativo e dottrinale - che per tutti gli anni Trenta era stato finalizzato a preparare un esercito in grado di combattere sul terreno montano delle frontiere metropolitane. La firma del "Patto d'acciaio" lasciò le cose come stavano. La produzione di carri armati - a lungo ancorata al concetto del "carro da montagna" e ancora nel '39 non in grado di soddisfare le esigenze della guerra nel deserto - rimase subordinata non solo al programma di rinnovo delle


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artigliene, ma anche a quello per la fabbricazione di mezzi di trasporto, segno che la predisposizione dell'esercito restava basata sulla fanteria e . . sulle unità autotrasportate. In tale contesto, nel quale la mobilità e la velocità di spostamento erano prerogative della massa piuttosto che della èlite, si può spiegare la decisione di· introdurre la formazione binaria, cioè una divisione più facilmente autotrasportabilé di quella a tre reggimenti67• Incentrando la soluzione di ogni problema sulla velocità di movimento {e riducendo a tale scopo gli organici della divisione) il capo di Stato Maggiore Pariani finì per trascurare ogni altro aspetto tattico e logistico, e in particolare il problema della rottura del fronte avversario, per il conseguimento della quale le grandi manovre avevano indicato chiaramente la necessità di alimentare in modo adeguato l'azione offensiva e di non ritardare l'immissione nel combattimento delle riserve, come poi sarebbe avvenuto con il trasferimento della manovra al livello del corpo d'armata. L'impossibilità di dotare le nuove divisioni degli equipaggiamenti previsti durante la fase degli studi, e per i quali le risorse finanziarie risultarono insufficienti68, aggravò oltretutto gli effetti negativi della trasformazione organica e fece sì che la binaria si rivelasse una delle principali cause degli insuccessi tattici dell'esercito italian.o durante la seconda guerra mondiale.

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Cfr. F. MrNNm, op. cit., p. 150. Il programma di ammodernamento e potenziamento dell'esercito venne pianificato nel novembre del 1937 con una spesa fissata in 13,S miliardi (di cui 2,5 per nuove artiglierie), portati poi a 24,S miliardi nel maggio 1938. Ciò avrebbe dovuto permettere all'esercito di raggiungere una certa efficienza, sia pure solo nel 1948. Mentre tuttavia lo scoppio della guerra si profilava all'orizzonte con ben maggiore rapidità, il governo concedeva del finanziamento ridùesto solo 9,5 miliardi da destinare ai programmi più urgenti. Sarebbe dovuto apparire chiaro a quel punto come le basi finanziarie sulle quali la riforma organica del '38 avrebbe dovuto poggiarsi non esistevano più. Cfr. L'esercito italiano tra la J4 e la 2• guerra mondiale, op. cit., p. 136. 68

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Giuseppe Mayer

La programmazione quadriennale 1950-51 - 1953-54 del riarmo italiano. Cause e finalità

1. L'aspetto storico-politico 1.1. Uno sguardo agli accadimenti che hanno portato alla sistemazione politica delle Nazioni a seguito del secondo conflitto mondiale

Ogni qualvolta che s'intraprende un "discorso storico" su un determinato evento, s'incontra una difficoltà di ordine sistematico sull'arco di

tempo da considerare, in quanto gli accadimenti da analizzare hanno sempre origini, radici, addentellati e relazioni in accadimenti, fatti o circostanze precedenti, i cui effetti perdurano e condizionano azioni susseguenti, perché non del tutto esauriti, oppure perché agiscono come concause insieme a nuovi accadimenti. Nel presente caso, il discorso resterebbe incompleto e forse anche distorto se trascurassimo ciò che è avvenuto nel periodo a ridosso di quello specificamente da considerare. Si rende, cioè necessario un richiamo alla Conferenza di Yalta, le sue conclusioni, gli· errori commessi, i problemi lasciati insoluti e soprattutto le conseguenze. La Conferenza di Yalta è caratterizzata da un insieme di ingenuità, di sottovalutazioni e di incapacità negoziale: dei tre negoziatori - i cosiddetti "Grandi" - solo Stalin aveva un piano ben determinato e le capacità per imporlo; Roosevelt, minato dal male e ormai prossimo alla fine, morirà dopo un paio di mesi. Non aveva più forza di reagire e forse nemmeno le capacità d'imporsi, eppoi, nel suo idealismo, i suoi obiettivi che più gli stàvano a cuore erano la costituzione delle Nazioni Unite e l'entrata in guerra dell'Unione Sovietica contro il Giappone, un nemico ormai al collasso 1• Churchill, consumato statista e carattere indomito, 1 Roosevelt era un idealista convinto, tanto che nel discorso per la quarta rielezione (1944), tenuto a San Francisco, ebbe a dichiarare: "Abbiamo imparato che l'unico modo per avere amici è di essere amici" e, per dimostrare che le sue parole non erano soltanto tali, inviò a Stalin, con la legge "affitti e prestiti" 500.000 autocarri che, diedero una in-


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avrebbe potuto fronteggiare la prepotenza di Stalin, ma Rooselvelt, nella sua ottusità negoziale l'aveva emarginato fin dalla Conferenza di Teheran, rendendolo una semplice ·c;omparsa; perché vedeva in lui il conservatore e il sostenitore del colonialismo. Della delegazione statunitense è meglio sorvolare: incapaci alcuni ed altri, fra cui Harry Hopkins, roso da un tumore, Henry Morgenthau e Helger Kiss, tutti ammiratori convinti dei russi. Malgrado un'inutile difesa di Churchill dell'indipendenza della Polonia - per la quale la .Gran Bretagna era entrata in guerra Roosevelt accettò supinamente le richieste di Stalin che rendevano la Polonia uno stato vassallo, perché secondo Stalin, l'Unione Sovietica doveva avere frontiere sicure. Stessa sorte toccava alla Cecoslovacchia, l'Ungheria, la Romania, la Bulgaria e le Tre Repubbliche · Baltiche, cosicché un insieme di nove nazioni che rappresentavano un blocco di 1,9 milioni di chilometri quadrati con una popolazione di oltre 112 milioni di abitanti, furono sacrificati alle mire egemoniche dello "Zar Rosso"2 • Inoltre, con la fine della loro indipendenza, veniva meno anche la stabilità dell'Europa centrale, ritenuta da sempre essenziale per l'equilibrio geopolitico dell'Europa stessa. Ma di tanto sfascio Roosevelt non si rese conto, tanto che di ritorno da Yalta, aveva pubblicamente espresso la sicurezza di avere realizzato con l'Unione Sovietica "un'intesa pacifica per un tempo che .si perde nelle nebbie dell'immaginazione". Tutto ciò perché nella sua aberrante utopia, aveva ottenuto da Stalin il "placet" - condizionato al diritto di veto - alla costituzione delle Nazioni Unite! 1.2. Le reazioni dell'Occidente Intanto in Occidente, nel periodo che va dal 1947 al 1949 andavano via via crescendo le preoccupazioni per l'espansionismo sovietico che andò oltre le concessioni di Yalta. Churchill, il 12 maggio 1945, ormai libero da impegni di governo, inviò a Truman un telegramma ·per denunciare la pericolosità dell' espanconsueta mobilità alla tanto provata "armata rossa". Purtroppo era anche un ammiratore di Stalin, di cui vedeva qualità eccezionali: il vincitore della battaglia di Leningrado! 2 Ne farà una costellazione di Stati satelliti in cui la natura politica, a detta della stessa Unione Sovietica, doveva essere a sovranità limitata e perciò soggetti al potere egemonico sovietico. Sul concetto di stati a sovranità limitata, vedasi G. MIGLIO, La sovranità limitata, in Il pensiero strategico, a cura di C. Jean, Milano 1986.

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sionismo sovietico e la "cortina di ferro" creata da Stalin nei territori occupati3. E ritornando sulla questione, nel marzo 1946, nel discorso al Westminster College a Fulton, nel Missouri, affermò -lè più gravi preoccupazioni per il futuro di milioni di individui sotto il ·potere comunista. Truman, resosi finalmente conto delle mire sovietiche d'impossessarsi, at-traverso i comunisti anche della Grecia, con immediate conseguenze sulla Turchia e tutto il Medio Oriente, reagì con prontezza e decisione con quella che fu denominata ·1a dottrina Truman, che consisteva in aiuti economici e militari ai paesi che resistevano alla minaccia sovietica. Al riguardo il Congresso stanziò un finanziamento di 400 milioni di dollari per siffatti aiuti alla Grecia e alla Turchia. Seguì nel 1948 il Piano Marshal - ufficialmente denominato European Recovery Program (ERP)4, il Trattato di Bruxelles (1948) e, finalmente, il Patto Atlantico il 4 aprile 1949. Ormai gli Stati Uniti e l'Europa si erano mossi, pronti a reagire all'aggressione sovietica, ma nel frattempo il 28 agosto 1949 l'Unione Sovietica faceva esplodere la prima bomba atomica, divenendo, così impossibile contrastare con la forza l' espansionismo sovietico, resosi più penetrante dalla spinta ideologica comunista del proletariato mondiale e della lotta di classe marxista, per spingersi nell'Occidente ben oltre la sfera di azione ottenuta a Yalta. 1.3. L'Italia e l'Occidente si riavvicinano

Prima di entrare nel vivo della questione del piano di riarmo dell'Italia, si ritiene opportuno ripercorrere le tappe di un riavvicinamento re3

LORD ISMAIL, Les cinq prèmieres années, Paris, OTAN, 1954, p. 4. Il Piano Marshall fu ufficialmente denominato European Recovery Program (ERP) i cui fondi vennero approvati con !'Economie Cooperation Ace (ECA), che prevedeva la costituzione di speciali missioni nei singoli paesi aderenti alle dipendenze di un rappresentante special.e. degli Stati Uniti in Europa: P.G. Hoffman, residente in Parigi. La missione ECA in Italia, a partire dal 1950 fu diretta da H .- B. Chenery, successivamente, da P.G. Clark. Gli aiuti, invece, furono definiti col Mutuai Security Act (1951) col compito di provvedere alla ripartizione degli aiuti militari. A decorrere dal 30 giugno 1951 l'ECA venne sciolta e la MSA fu incaricata di provvedere anche agli aiuti economici. · Nel 1953 la MSA venne sostituita dalla Foreign Operation Administration (FOA). Nel 1955, infine, la gestione degli aiuti è demandata all'lnternational Cooperation Administra,tion (ICA) a capo della quale viene posto un Sottosegretario dei Dipartimento degli affari economici. 4


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ciproco con l'Occidente dopo il trattato di pace che aveva creato profonda amarezza negli animi degli italiani per le clausole inique che .esso conteneva. Intorno al 1948, il clima di guerra fredda che si era instaurato con l'Unione Sovietica per il suo espansionismo che mostrava d'invadere il mondo, l'Occidente ha dovuto tener conto dell'importanza geostrategica dell'Italia e che conseguentemente era necessario evitare una sua caduta nella sfera di soggezione sovietica o anche nella sua zona d'influenza per motivi economici. Vennero così i primi aìuti economici - il piano Marshall - eppoi . quelli militari, ma bisognava fare di più. Nel frattempo l'Europa, subito dopo il colpo di stato di Praga da parte sovietica, conclusero (12.3.1948) il trattato di mutua assistenza e di difesa comune contro possibili aggressioni, ufficialmente denominato trattato di Bruxelles. Ad esso parteciparono il Belgio, la Francia, il Luxemburgo, i Paesi Bassi e il Regno Unito, mentre il premier Bevin, parlandone alla Camera dei Comuni, ebbe a dire che presto - magari quando fosse entrata all'ONU - ne doveva fare parte anche l'Italia5• E subito dopo anche il Dipartimento di Stato americano incominciò a parlare di un possibile ingresso dell'Italia nell'Unione dell'Europa Occidentale e di lì a poco se ne chiese apertamente l'adesione.. La richiesta, però, lasciò riluttanti il ministro degli esteri Sforza e lo stesso D.e Gasperi per diversi motivi:. si temeva una reazione massiccia delle sinistre - l'opzione neutralista godeva il favore di alcuni partiti e di gran parte dell'opinione pubblica - eppoi l'antimi·litarismo esercitava un certo ·peso anche nella stessa democrazia cristiana (corrente Gronchi); c'era, infine, in sospeso la questione di Trieste e delle colonie. In ogni caso, si voleva fare una politica di attesa che però non soddisfaceva l'amministrazione americana6• Intanto gli avvenimenti internazionali incalzavano, tanto che nel mese di aprile 1948 incominciò a farsi strada l'idea di una più ampia associazione di Stati che includesse paesi delle due sponde dell'Atlantico, per organizzare la difesa individuale e collettiva contro eventuali aggressioni (proposta canadese, dichiarazione Vandenberg) e i relativi negoziati andarono avanti rapidamente fra i cinque paesi firmatari del Trattato di 5

LoRD IsMAIL, Les cinq prèmieres années, op. cit. p. 8; E. ORTONA, Anni d'Ame-

rica, Bologna 1981, voi. 1, p. 248. 6 E. ORTONA, Anni d'America, op. cit. Voi. 1,. p. 250 riporta al riguardo una frase ricorrente fra i responsabili della politica americana: "Stop this non sense of talking about neutrality".


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Bruxelles, il Canada e gli Stati Uniti che pensarono subito ad un allar.gamento al quale avrebbe potuto partecipare anche l'Italia. 1.4. L'iter della partecipazione dell'Italia al Patto Atlantico

Dal rapporto formulato in sede di negoziati emerse che il sorgente "Trattato" avrebbe avuto una portata più vasta e più impegnativa di quello di Bruxelles e pertanto il nostro governo vi pose un'attenzione e un interesse maggiore di quanto non ne aveva avuto per il Trattato di Bruxelles. Per contro, però, l'iter per giungere alla partecipazione del Patto si presentava irta di ostacoli interni dovuti principalmente al boicottaggio politico delle sinistre - e non soltanto di esse - ed esterni, in primis, perché il sorgente Patto s'inquadrava sulla Carta delle Nazioni Unite (art. 51 ), mentre l'Italia non ne era membro - sia pure non per sua volontà - di tale Organismo; eppoi c'era il Trattato di pace con precise limitazioni - qualitative e quantitative dei nostri armamenti. Ne consegue che secondo quanto osservato dagli inglesi, l'Italia si sarebbe ·venuta a trovare nella difficile situazione di violare le clausole militari imposte dal Trattato di pace per ottemperare agli obblighi imposti dal Patto Atlantico. Questa situazione contraddittoria venne superata, anche formalmente, qualche anno dopo {1951) allorquando gli Stati Uniti condizio· narono i loro aiuti al riarmo italiano. Conseguentemente il 3° Consiglio Atlantico tenuto ad Ottawa il 26 settembre 1951 pervenne alla dichiarazione tripartita circa la disponibilità delle tre maggiori potenze occidentali ad accogliere un'eventuale richiesta italiana di abrogazione delle restrizioni militari7. Ma altri ostacoli permanevano: il veto britannico ad un inserimento dell'Itali.a nel sistema Nordatlantico disgiunto dal Trattato di Bruxelles e la riluttanza, specie del Senato americano ad estendere gl'impegni politico-militari previsti dal Patto Atlantico all'Italia che avrebbe finito col 7 Con la Nota in data 8 dicembre 1951 l'Italia chiese alle Potenze firmatarie di riconoscere che lo spirito del Trattato era ormai superato, che le clausole politiche (preambolo e arte. 15-18) erano superflue e quelle militari (aree. 46-72) non più conformi alla posizione dell'Icalia. Soprattutto per la pressione americana, la richiesta fu accolta da 15 Nazioni incondizionatamente: India e Etiopia subordinarono il riconoscimento a condizioni soddisfatte successivamente, mentre Jugoslavia e tutti i paesi del blocco sovietico posero condizioni (fra cui l'uscita alla NATO) che l'Italia non poteva soddisfare. (Cfr. V. ILARI, Storia Militare della prima Repubblica, 1943-1993, Ancona 1994, p. 29.


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gravare prevalentemente sugli americani; solo la Francia ne sosteneva l'ingresso, anche perché l'assenza dell'Italia avrebbe accentuata la preminenza atlaniica del Patto. Le perplessità degli Stati Uniti non erano infondate. La situazione politico-militare ed economica alla fine degli "anni '40" non erano buone in Italia: la politica incerta, perché condizionata dalle sinistre, numerose in Parlamento e forti in piazza; uno strumento militare addirittura inferiore a quanto ci aveva riconosciuto il Trattato di pace 8 e inadeguato a contenere - sia pure per brevissimo tempo - un'invasione dalla "soglia di Gorizia", perché oltre tutto, erano critiche anche le possibilità d'impiego delle malandate unità operative e degli scarsi mezzi in dotazione. In particolare, considerando che per i carburanti e lubrificanti 8 Il Trattato di pace, firmato a Parigi il 19.2.1947 ci autorizzava il seguente contingente militare: ESERCITO. Personale 186.000 uomini più 65.000 carabinieri con facoltà di spostare 1~-O?O unità fra i due contingenti in modo però che il totale non superasse i 250.000 uo-

Il11Il1.

Mezzi, 200 carri armati fra pesanti e medi. MARINA. Personale 25.000 uomini più 2.500 per il dragaggio delle mine. Mezzi, ~7.500 tonnellate di naviglio, oltre 45.000 tonnellate per 2 vecchie corazzate a consumazione. AERONAUTICA. Personale 25.000 uomini Mezzi, 100 apparecchi da combattimento e 150 per i trasporti, l'addestramento e il soccorso. In pratica, nel 1949 le nostre forze annate, in alcuni casi, erano inferiori ai predetti limiti e precisamente: ESERCITO: 3 divisioni di fanteria, non complete 1 brigata corazzata 3 brigate alpine con alcune unità di artiglieria da montagna e aliquote di altre armi - alcuni reggimenti di fanteria non indivisionati MARINA: 2 navi da battaglia (Doria e Duilio) vecchie di 33 anni 4 incrociatori (Garibaldi, Duca degli Abbruzzi, Montecuccoli, Cadorna) 4 cacciatorpediniere 15 torpediniere (alcune vecchie di oltre 30 anni) 20 corvette - naviglio ausiliario per 70.000 tonn. 128 aerei da caccia (80 Spitfire e 48 Mustang) AERONAUTICA: 106 aerei da trasporto 38 idrovolanti 80 aerei monoposto in dotazione alle scuole


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erano stanziati in bilancio 6,5 miliardi (Esercito 2,5, Marina e Aeronautica 2 ciascuna), era possibile acquistarne i quantitativi indicati nella Tab. 1 che assicuravano una percorrenza media mensile di J 40 chilometri ai mezzi impiegati dall'Esercito; alla Marina sì e no due "uscite" mensili delle unità e all'Aeronautica meno di mezz'ora di volo mensile per ogni pilota. Quanto osservato per i carburanti si ripeteva anche per le altre voci di spesa dei servizi tecnici e logistici: i dati riportati nella Tab. 1 danno una chiara idea delle angustie in cui si dibattevano gli Stati Maggiori, specie se si tiene conto che la guerra combattuta su due fronti in territorio nazionale, aveva distrutto o comunque reso inservibile la maggior parte delle infrastrutture militari (basi navali ed aeree, reti di comunicazione, magazzini, depositi, ecc.). Considerato, inoltre, che le spese per il personale (paghe, pensioni e mantenimento) durante l'esercizio finanziario 1948-49 ammontarono a 172,5 miliardi, vale a dire il 66,77% degli stanziamenti, si può concludere che i programmi militari per tale esercizio ebbero carattere essenzialmente vegetativo9• Il dettaglio dei finanziamenti per l' es. fin. 1948-49 - a bilancio assestato, è indicato alla Tab. 2. In queste condizioni erano pienamente comprensibili le perplessità degli Stati Uniti sulla opportunità di un ingresso dell'Italia nel Patto Atlan- .

Tab. 1. Acquisti di carburanti e lubrificanti nell'es. fin 1948-49 (spese impegnate in miliardi di lire correnti); Generi Nafta Gasolio Benzina Benzina avio Lubrificanti Carbone

Quantità Tonn. Tonn. Tom1. Tonn. Tonn. Tonn

Esercito 4.500 11.250 850

Marina 50.000 900

LSOO 500 25.000

Aeronautica 2.700 3.600. 5.700 650

Fonte: Ministero Tesoro, Stato di previsione delle spese di difesa es. fin. 1948-49. ·

9 P. ARMANI, Spese militari e wiluppo economico in Italia, in "Il Mulinò", 1968, n° 7-8 e ID., Le Spese militari in Italia: un bilancio quasi assistenziale, in "Il Mulino", 1970, n° 2.


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Tab. 2. Spese di difesa nell'es. fin. 1948-49 (spese impegnate in miliardi

di lire correnti). Forze Armate

Personale

Servizi

Logistici Tecnici Spese promiscue Esercito Marina Aeronautica Totale

59 58.039 32.522 18.958 109.578

33 60.960 20.957 14.240 92.847

23.920 7.045 9.315 43.523

Altre

Quiescenza

Totale

Totale 33 84.780 28.002 23.555 136.370

297 40 40 377

92 8.547 151.663 29.691 63.533 474 43.027 11.900 258.315

Fonte: Ministero Tesoro, Spese di difesa impegnate per !'es. fin. 1948-49.

tico che avrebbe costituito un peso morto anche se la sua importanza geostrategica era notevole10• Conseguentemente i negoziati si prolungarono per vari mesi con numerosi ondeggiamenti fra il pro e il contro da entrambe le parti, finché 1'8 marzo 1949 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti convocò l'ambasciatore Tarchiani per comunicargli che l'Italia era stata accettata come membro del Patto Atlantico e che il successivo 4 aprile ci sarebbe stata la cerimonia della firma del Patto stesso. 1.5. L'invasione della Corea del Sud

Il 25 giugno 1950 la guerra fredda ebbe un'escalation: le divisioni comuniste della Corea del Nord oltrepassarono il 38° parallelo e, travolgendo le scarse forze della Corea del Sud, avanzarono rapidamente verso Seul. L'Occidente, compresi gli Stati Uniti, fu colto di sorpresa e impreparato a fronteggiare validamente gli eventi. In particolare, la campagna elettorale per l'elezione dei Presidente può aver distolto governo e opinione pubblica dall'allarmante situazione internazionale dovuta all'inarrestabile espansionismo sovietico, mentre gli europei non si erano resi sufficientemente conto dei rischi che stavano correndo a motivo della massiccia smobilitazione voluta dall'opinione pubblica americana subìto dopo la fine della guerra. Significativo al riguardo era il volume della spesa mili-

10 L. SEBESTA, L'Europa indifesa, Firenze 1991, p. 151 che cita il Record Meeting Consultative Council of che Brussels Treaty, Jan, 21.


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tare nel 1949, ammontante a 13.580 milioni di dollari, salito a soli 14.554 nel 1950. Comunque, la reazione non si fece attendere, perché ormai tutti .i Paesi liberi si erano convinti che i sovietici conoscevano solo i rapporti di forza: ne conseguì la volontà di opporre forza alla forza. Le Nazioni Unite il 27 giugno denunziarono. come "aggressore" la Corea del Nord e gli Stati Uniti inviarono un contingente militare in aiuto della Corea del Sud: era la guerra, una guerra locale, perché non si conosceva quale sarebbe stato l'atteggiamento dell'Unione Sovietica. Però in diversi ambienti americani si diffondeva il dilemma se l'invasione della Corea del Sud fosse fine a se stessa, oppure una mossa diversiva dell'Unione Sovietica per costringere gli Stati Uniti a ridurre le proprie forze in Europa per inviarle in Estremo Oriente, dando la possibilità a Mosca di sferrare un attacco all'Europa Occidentale. E molti pensavano alla possibilità di una terza guerra mondiale11 , tanto che anche i Paesi europei si resero conto che bisognava pensare al peggio. I partners atlantici decisero di accelerare il riarmo già programmato dalla NATO al medio termine12 e, in tale quadro, seguendo l'esempio americano - per il 1951 avevano già deciso di portare le spese militari a 33.398 milioni di dollari - Belgio Canada, Danimarca, Francia e Regno Unito, formularono piani nazionali pluriennali di riarmo13• Anche in Italia s'incominciò a pensare ad una siffatta necessità, ma la decisione di un riarmo fu sofferta dal governo e il suo iter lungo e travagliato. Innanzi tutto le sinistre minacciavano grosse battaglie in Parlamento e mobilitarono la piazza. Nella maggioranza i consensi non erano unanimi, perché, com:e già ricordato, la corrente pacifista, numerosa e agguerrita, reclamava la neutralità. 11

E. ORTONA, Anni d'America cit., Voi. 1, p. 346. Il Comitato di difesa, riunito all'Aja il. 1° aprile 1950 approvò il progetto. preliminare di un programma quadriennale di difesa che venne .denominato "programma di difesa a breve termine". Tale piano partiva dalla costituzione di 35 divisioni - sia pure ad un diverso grado di efficienza e di circa 3.000 aeroplani e 700 navi, per giungere nel periodo conclusivo, a 50 divisioni, 4.000 aerei e un'adeguata "forza navale". Cfr. G. MAYER, Le ripercussioni economiche e finanziarie delle spese militari italiane in 1Oanni di alleanza atlantica, Roma, 1959, p. 19. 13 AA.VV. in "Public Finance" 1952, n° 1-2, in particolare per il programma di riarmo del Regno Unito, Cfr. G. MAYER, Le conseguenze economiche e finanziarie dovute al programma di riarmo del Regno Unito, Roma 1952. 12


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Il Governo, infine, era preoccupato, in quanto c'erano i vincoli delle clausole militari del Trattato di pace da rispettare. Per contro gli americani premevano affinché l'Italia partecipasse allo sforzo comune di difesa, oltre che con un adeguato programma di riarmo, anche con l'invio di truppe in Corea - si parlava di una divisione -. Il problema venne superato brillantemente con l'invio di un ospedale della Croce Rossa Italiana, in quanto non essendo l'Italia membro dell'ONU, solo in tal modo poteva trovare accoglimento la richiesta americana. Fu così che nel mese di ottobre 1951 fu inviato, presso le forze delle Nazioni Unite in Corea, un Ospedale da campo (il numero 68) di circa 200 letti, rinforzato con un vasto poliambulatorio ed opportunatamente potenziato ed attrezzato per il servizio chirurgico. In zona di operazioni, prestò un'opera assai apprezzata, riscuotendo elogi dalle autorità militari e locali. Particolare di rilievo che segnò un riconoscimento internazionale dell'Italia presso l'ONU fu che il comandante dell'Ospedale venne chiamato a rappresentare l'Italia alla firma dell'armistizio di Panmunjon che pose fine al conflitto. L'ospedale rimase operativo in Corea fino al gennaio 1955 quando venne donato alla Corea del Sud. Restava il problema del riarmo a preoccupare il Governo: erano innanzitutto, le condizioni del sistema economico nazionale. L'Italia era ancora impegnata nel programma di ricostruzione economica e stava faticosamente avviandosi verso l'equilibrio della propria struttura economica. Con un reddito individuale ancora basso; una mole notevole di disoccupati o sottoccupati; una preoccupante insufficienza di materie essenziali e di fonti ·di energia; una bilancia commerciale con uno squilibrio cronico, dovuto alla rigidità delle importazioni e alle difficoltà di piazzamento delle merci esportabili; una stabilità monetaria faticosamente conseguita, ma non ancora consolidata; molti temevano che un massiccio programma di riarmo avrebbe potuto rigettare il Paese in una pericolosa inflazione. Inoltre l'invasione della Corea del Sud aveva creato un notevole turbamento economico - il cosiddetto ciclo coreano - che ebbe rapidamente risvolti economici mondiali, perché il pericolo di un terzo conflitto mondiale aveva portato gli operatori economici a formulare richieste massicce e preoccupanti di alcune materie prime strategiche: rame, nichelio, lana, ecc. Conseguentemente gli approvvigionamenti erano divenuti difficoltosi per la scomparsa di tali beni dai mercati e, automaticamente, i prezzi internazionali avevano subito un improvviso aumento: era l'inflazione che si presentava minacciosa, malgrado la costituzione di


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una cÒnferenza. internazionale per le materie prime promossa dagli Stati Uniti. In queste condizioni economiche ·mondiali, il nostro sistema economico ne risentì, rendendo ancor più preoccupate le nostre autorità. Ma i partners della NATO avevano deciso di riarmarsi e così fu per noi difficile tergiversare ancora: con molta cautela, i primi passi furono mossi verso un programma di 50 miliardi di lire che sollevò un "grande polverone" da parte delle sinistre e non soddisfece gli americani che agitando il principio del "continuous and ejfective self help"14, minacciarono di sospendere gli aiuti militari ed economici. La nostra ambasciata a Washington mostrò gravi preoccupazioni per la piega che stava prendendo la questione degli aiuti e li comunicò a Roma che cercava ancora di frenare le iniziative, perché oltre le sinistre - come già accennato - un nutrito settore della democrazia cristiana era profondamente pacifista e reclamava il neutralismo: la corrente di Gronchi, Dossetti e La Pira era numerosa e irrequieta e lo stesso De Gasperi propendeva per il neutralismo e voleva evitare ogni accenno alla guerra; a ciò si aggiungeva una certa dose di antiamericanismo. Per evitare o, quanto meno ritardare il programma di riarmo, De Gasperi arrivò a invocare gli impedimenti delle clausole del Trattato di pace! Obiettivamente, l'abbiamo già ricordato la preoccupazione dell'incompatibilità fra riarmo e clausole limitative del trattato era fondata, ina poco opportuno sollevarla da parte .nostra che avevamo chiesto di far parte del Patto Atlantico15 • Anche il timore che potesse essere un pretesto per l'Unione Sovietica per giustificare il riarmo dei suoi satelliti non stava a noi rappresentarlo. Infine la preoccupazione che potesse sollevare obiezioni, sempre da parte di Mosca, alla nostra ammissione all'ONU, i fatti di poi mostrano che l'Unione Sovietica ebbe ad esprimere una serie di veto per altri motivi, tanto che l'Italia poté entrare nelle Nazioni Unite solo nel 1955. 1.6. Accenno a!l'antimilitarismo italiano

A proposito dell'antimilitarismo italiano è opportuno aprire una parentesi chiarificatrice, perché in Italia è diffuso e operante a diversi livelli sociali, pur essendo sommerso, in quanto camuffato da una specie di ero-

14 15

Era il concetto ricorrente della dichiarazione Vandenberg del giugno 1948. E. ORTONA, Anni d'America cit., Voi. 1, p. 363.


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ciata pacifista e moralizzatrice contro i "signori della guerra" 16, la corsa agli armamenti 17 e i conseguenti trafficanti d'armi. L'antimilitarismo prese piede subito dopo la formazione dell'unità nazionale, perché ancor oggi non esiste una solida "unità nazionale", che si forma soprattutto attraverso gli ·accadimenti storici nel decors.o dei secoli come è avvenuto in altri stati-nazione di antica tradizione. In questa crociata pacifista si mescolarono utopisti in buona fede che sognavano il disarmo totale permanente, frammisti .a destabilizzatori as~ serviti a ideologie politiche disfattiste; giovani di ogni ceto e censo; ricchi e poveri, studenti e professionisti, artigiani e contadini - politicamente di sinistra o di centro nelle varie sfumature che hanno un solo obiettivo: evitare il servizio militare di leva, le mamme, quasi tutte sofferenti di "mammismo", timorose che i propri figli avessero a soffrire delle fatiche militari e della disciplina; alcune sette religiose - in particolare i testimoni di Geova - ed anche la Chiesa Cattolica, attraverso una certa parte del clero - parroci di campagna e prelati (Balducci, Bello, Bettazzi, Chiavacci, Milani, Zanotelli, ecc.) e le associazioni e organizzazioni religiose fiancheggiatrici che insinuando fra i giovani l'inutilità del servizio militare di leva; esagerando presunti pericoli e danni della naja, condannando lo spreco di risorse - la corsa agli armamenti -; agitando l'utopia del disarmo e osannando l'alternativa della lotta alla fame del mondo18; ora citando il Vangelo, ora concetti .etico-religiosi, ora agitando i diritti universali dell'uomo; vanno raccogliendo consensi numerosi, trasformando l'obiezione di coscienza in "obiezione di convenienza" (si pensi ai relativi "uffici di orientamento" istituiti negli stessi locali della curia di alcune diocesi, specie nelle regioni delle delegazioni dell'ex Stato pontificio); ricavandone, altresì - ciò che non guasta - anche un buon affare, con l'alternativa del servizio civile, gestito in stato di quasi monopolio dagli organismi ecclesiastici. C'è poi un'altra forma di propaganda antimilitarista con l'obiezione 16

C.W. Mms, L'élite del potere, Milano 1959, p. 178.

S. MELMAN, Capitalismo militare, Torino 1978, p. 21; J.K. GALBRAITH, Il potere militare negli Stati Uniti, Milano 1970, p. 90. 18 L' ecò di tali atteggiamenti si è avuta. più volte anche in Parlamen:o: in occasione della discussione sull'adl=Sione al Patto Atlantico, sugli armamenti nucleari - Comiso in particolare - sull'obiezione di coscienza e il suo corollario dell'obiezione di coscienza alle spese militari che purtroppo trovò uno spunto nell'inopportuna uscita di un Presidente della Repubblica che costituzionalmente è il capo delle Forze Armate: "si chiudano gli arsenali, si riempiano i granai". 17

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fiscale verso le spese militari che venne propagandata fin dagli "anni '80" da alcuni membri di rilievo dei clero (Mons. Bettazzi, Presidente internazionale della Pax Cristi e Don Chiavacci, noto teologo, docente al· l'Università Cattolica). Dopo alcuni tentennamenti .di certi magistrati, la Corte ·di Cassazione l'ha dichiarata reato con sentenza n° 111181 del 23 novembre 1985, rendendo così più caute le gerarchie ecclesiastiche nel magistero e nella propaganda. Devesi, tuttavia, rappresentare che malgrado tale sentenza, le seguenti organizzazioni pacifiste: Movimento non violento, Movimento internazionale per la riconciliazione, Lega obiettori di coscienza, Lega disarmo universale, Pax Cristi, Servizio civile internazionale, Associazione per la pace, hanno pubblicato un manifesto di propaganda intitolato "Obiezione di coscienza alle spese militari (Obiezione fiscale)" nel mese di giugno 1994. Non è dato conoscere se venne promossa azione penale al riguardo. Per quanto riguarda in particolare l'atteggiamento di De Gasperi, si può considerare che fosse un neutralista con tendenza al pacifismo di natura cattolica. Per quanto riguarda il suo antiamericanismo, sembra possibile ricercarne, almeno in parte, le motivazioni nel Trattato di pace firmato a Parigi il 19.2.1947 e cioè nei modi e nelle forme imposteci, più e prima ancora del contenuto, ingiusto e ridondante di animosità che aveva reso impossibile allo "strumento" politico - giuridico ogni negoziazione, per farne un dictat immutabile. Era rimasto in lui il ricordo penoso del gelo col quale l'Assemblea dei rappresentanti delle Potenze alleate avevano raccolto le "parole pacate" del comportamento dignitoso dell'uomo che rappresentava l'Italia, una grande nazione, culla di civiltà, vinta che conservava la sua dignità, verso la quale il rappresentante degli Stati Uniti non intese di compiere un gesto simbolico di comprensione, lasciando permanere quel gelo ostile appositamente concertato per accrescere l'umiliazione. E quel gesto mancato per esasperare l'umiliazione dell'Italia De Gasperi non lo dimenticò, indirizzando tutta la sua opera di statista per fare dell'Europa, la "terza potenza" fra i due blocchi contrapposti. Ma non ci riuscì perché i tempi non erano maturi. C'era poi la questione di Trieste e delle colonie che non si risolveva. Insomma la corrente antimilitarista - attraverso il pacifismo e il disarmo - ha sempre avuto rilevanza nelle nostre decisioni di politica militare che nell'Alleanza Atlantica non sono gradite dai partners.


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1.7. I negoziati per il riarmo continuano Intanto i negoziati per il riarmo continuano fra ostacoli e schiarite. Nel mese di agosto 1950 si fanno più frequenti ed anche più agitati: il ministro degli affari esteri cerca di far comprendere che l'impostazione americana degli aiuti era basata sul principio "aiutatevi che poi vi aiuto", Pella, andava ripetendo le precarie condizioni del sistema economico nazionale, peggiorate proprio dalla guerra coreana e mostrava la rigidità del bilancio. Pacciardi, furioso per gli ostacoli frapposti dal Tesoro, in disaccordo con De Gasperi e Ferrari-Aggradi, che ne era il portavoce, in alcuni contatti avuti a Washington riesce a creare un filone di simpatia: concorda l'opportunità di presentare un memorandum per un programma di riarmo da parte italiana, unita alla richiesta di un congruo aiuto americano e sull'entità di tale richiesta è lo stesso Dipartimento di Stato a consigliargli un'intesa con la missione americana a Roma. Nel frattempo, la Delegazione tecnica italiana (DELTEC) presso l'ambasciata a Washington preparò un dettagliato memorandum per il governo in cui erano dettagliatamente spiegati modi, tempi, possibile entità e connessione fra i due problemi. Detto documento venne illustrato e discusso dallo stesso ambasciatore Tarchiani con i responsabili dei singoli ministeri e con la missione americana in Roma (Ufficio misto italiano-americano) che studiò un'apposita "bozza" che avrebbe dovuto presentare ufficialmente il governo italiano al Dipartimento di Stato 19• Tale bozza ebbe il suo proseguimento in sede politica sotto la denominazione di "Memorandum Malvestiti", allora sottosegretario al Ministero del Tesoro e presidente del CIR-PAM - un Comitato tecnico per gli aiuti americani costituito presso il CIR -. Venne messo a punto da E. Ortona, come detto, capo ufficio della DELTEC e portava la data del 19 di· cembre 1950.

19 Alla redazione della bozza del documento, oltre al prof. Chenery e i suoi collaboratori, fra cui P.G. Clark, da parte italiana, parteciparono il prof. S. Guidotti, consigliere economico della Banca d'Italia e capo ufficio scudi, G.F. Malagodi, consigliere economico del MAE e delegato italiano all'OECE, M. Magistrati e L. Bombassei, rispettivamente ministro plenipotenziario e consigliere del MAE, M. Ferrari-Aggradi, Segretario del CIR.E. Ortona, capo ufficio DELTEC, per la Difesa lo scrivente (Cfr. L. SEBESTA, L'Europa indifesa, op. cit. p. 232).

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1.8. Il memorandum Malvestiti: suo contenuto Il memorandum Malvestiti, datato 19 dicembre 1950 e presentato sotto tale data al governo degli Stati Uniti era il documento di base di un programma di riarmo dell'Italia per 250 miliardi di lire in due anni (es. fin, 1950-51/1951-52) e indicava in 400 milioni di dollari gli aiuti americani a supporto del sistema economico nazionale per il sostegno necessario allo sforzo di difesa aggiuntivo. Era, pertanto, un documento avente una duplice finalità: partecipazione allo sforzo comune di difesa dell'Occidente e di richiesta del supporto necessario amerièano per mantenere l'equilibrio economico e monetario del sistema "Italia" mediante "aiuti" economici e militari. Il prof. Chenery che già aveva effettuato importanti analisi sul sistema economico italiano nell'immediato dopoguerra20 pur senza applicare i principi della politica economica keynesiana, si servì delle metodologie del moltiplicatore per determinare gli effetti diretti e indiretti di una spesa aggiuntiva per la difesa sul sistema economico italiano. Da tale analisi risultò un valore del moltiplicatore di 1,77 compatibile con le condizioni economico-finanziarie del momento - non era stata raggiunta completamente la "ricostruzione economica" e, tanto meno era stata consolidata una situazione di equilibrio stabile, stante il perdurare . del passivo della bilancia commerciale -se gli Stati Uniti non avessero supportato lo sforzo di difesa con 400 milioni di dollari in aiuti economici e militari. Il memorandum, perciò, costituiva un vero e proprio "modello economico di previsione e comportamento" che stabiliva l'impatto e, conseguentemente la compatibilità di una spesa straordinaria di 250 miliardi di lire - distribuita in due esercizi - che avrebbe portato le spese di difesa al 32% delle spese statali e all'8% del PIL - effetti diretti e indiretti. Premessa fondamentale era la debolezza strutturale dell'economia nazionale - la ricostruzione economica poteva essere considerata ·raggiunta, 20

H.B.

CHENERY,

Interdependence of investment decision, in the allocation of econo-

mie resources, Stanford, Univèrsity Press, 1959; H.B. CHENERY, Patterns of industria[

Growth, in "American economie Review", sept. 1960; H.B. CHENERY - P.C. CLARK, Interindustry economie, New York, John Wùes 1959; P.G. CLARK, Italian input-output table in the structure and growth of italian economy, Roma, 1953; P.G. CLAruc, The structure of the italian economy, Roma 1956; F.D. FENIZIO, Le leggi dell'economia, voi. V p. 153-168.


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ma non consolidata -. In ogni· caso esisteva una sovrapopòlazione che generava disoccupazione e sottoccupazione, mancanza o insufficienza di materie prime - zolfo, alluminio, piombo, carbone -, e delle fonti di energia per eliminare i "colli di bottiglia" che ostacolavano la produzione di "acciaio" . e quella meccanica. Il problema della produzione veniva legato agli investimenti - maggiori importazioni di materie prime essenziali e di machines tool - incremento delle fonti di energia - nessuna preoccupazione per l'incremento della manodopera, stante la mole di disoccupati e sottoccupati; circa gl'investimenti, nessuna riduzione del livello riguardante la ricostruzione economica. La maggior produzione avrebbe dovuto servire, al~eno ~ !?arte, per _ragare l'incremento delle importazioni e fronteggiare 1 magg10n consurm. L'aiuto americano avrebbe dovuto colmare l'accresciuto deficit della bilancia commerciale. Il valore del moltiplicatore della spesa militare come già accennato - venne calcolato in 1,77 e i suoi effetti, diretti e indiretti, vennero stimati come segue: Domanda complessiva Maggiori entrate, minori spese statali Risparmi Importazioni afferenti a: Programma militare Maggiori consumi civili Maggiore domanda residua

442

mld

69 50

69 62

131 192 442

Inoltre il fabbisogno finanziario governativo del programma per i primi 6 mesi venne approssimativamente valutato in 160 miliardi (circa il 60% della spesa globale). . . Infine, il complesso degli aiuti ERP venne stimato in 325 milioni di dollari (un incremento di 85 milioni rispetto a quello dell'esercizio 1950-5 1). Per quanto ·concerneva il programma degli o.s.p. di 200 miliardi .di lire, si considera un fabbisogno di 234 milioni di dollari. L'iter del documento fu lungo e irto di difficoltà interne ed esterne: alcuni membri del Governo (Scelba, Pella, Merzagora) erano più preoccupati della difesa interna e lo stesso De Gasperi era sensibile agli umori


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· antiamericani e antimilitaristi della corrente Granchi- Là Pira della D.C.; gli americani .non mostravano fiducia nelle capacità di programmare da . parte dei militari; inoltre chiedevano che l'intero programma fosse finanziato e concluso in uri anno, condizione ritenuta inattuabile, sia perché il sistema economico non poteva sopportare un onere siffatto che aggiunto al bilancio ordinario della difesa di 258,3 miliardi, avrebbe comportato un onere complessivo di oltre 500 · miliardi; sia perché i pro- · grammi di riarmo degli . altri. partners atlantici, anche se più consistenti, erano tutti pluriennali, come del resto prevedeva anche il piano a medio termine NATO. La situazione si ammorbidì il 5 febbraio 1951 allorquando la missione ECA in Italia, su ispirazione del Dipartimento di Stato, inviò un memorandum in cui si rappresentava che a fronte di un programma straordinario di 250 miliardi di lire per il 1950-51, il governo avrebbe concesso aiuti per 100 milioni di dollari per lo stesso periodo e si sarebbe impegnato a presentare al Congresso una richiesta di altri 275 milioni di dollari per il 1951-52 qualora l'Italia avesse attuato in quel periodo un ulteriore programma straordinario almeno della stessa entità del primo. Nel frattempo, da parte italiana, fin dall'8 gennaio 1951 il governo aveva approvato un d.d.l. urgente, proposto dal Ministro Pacciardi, per lo stanziamento straordinario di 200 miliardi per l'esercizio finanziario 1950-51 che andava ad aggiungersi al precedente di 50 miliardi presentato nell'ottobre 1950. Inoltre, in adesione alle considerazioni dell'ambasciata a Washington, in aprile 1951, facendo seguito alle richieste del Consiglio dei Sostituti NATO, presentata in data 15 dicembre 1950, a tutti i paesi membri per conoscere lo stato dello ·sforzo di .difesa di ognuno, venne inserita nel documento programmatico una cauta affermazione che era allo studio la possibilità di un ulteriore stanziamento di 250 miliardi. E in effetti, sulla base dell'analisi di compatibilità del sistema economico nazionale con lo sforzo di difesà considerato dal Memorandum Malvestiti, venne avviato lo studio di un modello di previsione e comportamento di un programma di riarmo di 500 miliardi complessivi (il programma previsto dal predetto Me1:1orandum più un altro della medesima entità) da svilupparsi ·in 4 anru.


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Società italiana di storia militare. Quaderno 1998

1.9. Studio di un modelio di previsione e comportame~to di un programma

di riarmo di 500 miliardi di lire in un periodo di 4 anni Venne considerato in line·a preliminare che il sistema economico nazionale aveva un carattere dualistico, settoriale e territoriale; che il paese era ancora impegnato nel programma di "ristrutturazione economica" e stava faticosamente avviandosi verso un equilibrio della struttura dei proprio sistema economico perché il reddito individuale era ancora basso, la disoccupazione e la sottoccupazione allarmanti; l'insufficienza delle materie prime essenziali e delle fonti di energia notevole; la bilancia commerciale con uno squilibrio cronico, dovuto alla rigidità delle importazioni e alle difficoltà di piazzamento delle merci esportabili; una stabilità monetaria conseguita, ma non ancora consolidata, alimentava il pericolo della ripresa dell'inflazione (Cfr. ante al paragrafo 5). Ne conseguì che ia prima operazione fu quella di stabilire vincoli e condizioni irrinunciabili (le variabili indipendenti). Conseguentemente la formulazione del modello si basò sui seguenti elementi essenziali: a. Tenuto conto della distribuzione temporale dei 250 miliardi già in corso di approvazione in Parlamento, venne prevista la seguente distribuzione temporale: . . es. fin; 1950-51 100 miliardi 1951-52 100 " " 1952-53 175 " " 1953-54 125 " b. Considerato che il PIL era stato stimato nel 1950 in circa 9500 miliardi di lire e nella ipotesi che negli a:nni successivi aumentasse del 5%, il programma di riarmo avrebbe inciso sul PIL all'incirca come segue: es. fin. 1950-51 1,00% " 1951-52 0,97% " 1952-53 1,66% " " " 1953-54 1,13 c. Sul piano reale l'attuazione del programma avrebbe dovuto assorbire inizialmente, all'incirca il 4% della produzione nazionale, toccando il 6% fra il secondo e il terzo per poi tornare al 4% nell'ultimo. Inoltre, il programma poggiava sui seguenti presupposti: 1. Aumento della produzione - specialmente iniziale - per far fronte alla maggiore domanda dei beni militari e per alimentare un maggior flusso di esportazioni:

anno,


La programmazione quadriennale 1950-51 - 1953-54

177

- riassorbendo un'aliquota di manodopera disoccupata; - acquistando le necessarie attrezzature industriali - machines tool che in massima parte avrebbero dovuto essete importate dagli Stati Uniti; - contenendo, quando possibile, il rialzo dei prezzi ·e· l'aumento dei . salari; 2. Nessuna riduzione del programma di ricostruzione economica e, in particolare, del livello degli investimenti. 3. Pagamento delle maggiori importazioni dei beni occorrenti direttamente per la difesa, senza provocare un più pesante deficit della bilancia dei pagamenti: laddove non fosse possibile realizzare un incremento delle esportazioni, un maggior afflusso di "aiuti economici", concessi dagli Stati Uniti nel quadro dell'assistenza reciproca, avrebbe dovuto riequilibrare la situazione. Tali aiuti erano stimati in non meno di 600 miliardi di lire. 4. Gli aiuti militari erano stimati sui 400 milioni di dollari. 5. Realizzazione di un aumento delle entrate - attraverso uri ridimensionamento dell'imposizione fiscale, diretta e indiretta, particolarmente sui consumi - coprendo il deficit di bilancio con prestiti - BOT a breve termine. 6.. Gli effetti diretti e indiretti della spesa militare di 500 miliardi in 4 esercizi sarebbero derivati da un moltiplicatore valutato 1,7821 che comportava una domanda complessiva stimabile in 890 miliardi come segue: Domanda complessiva Maggiori entrate e minori spese statali Risparmi Importazioni afferenti a: programma militare maggiori consumi civili Maggiore d?manda residua In complesso

890,5 mld 143,3

100,1 132,0 124,6

256,6

390,5 890,5

In merito all'attendibilità del moltiplicatore si osserva che si trattava di moltiplicatore istantaneo. Il moltiplicatore seriale poteva variare di pochi centesimi in più. 21 Il valore era molto vicino a quello calcolato nel Memorandum Malvestiti in 1.77 per il programma di 250 miliardi.

'

l.


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Società italiana di storia militare. Quaderno 1998

1.10. Prosegue l'iter del Memorandum Malvestiti

L'iter del Memorandum Malvestiti intanto proseguiva fra un intreccio di risposte e controproposte, ma le due parti non intendevano metterne in dubbio la validità. Unico punto sul quale il nostro Governo si era mostrato determinato a non cambiare era quello che il finanziamenro del programma doveva avvenire con un aumento del PIL e non con una riduzione dei consumi o degli investimenti per la ricostruzione economica. Per contro, da parte americana, era stato precisato senza mezzi termini che il contributo ERP per l'esercizio 1950-51 era stato dimezzato rispetto all'anno precedente e che, in ogni caso, era subordinato "all'uso efficiente, da parte italiana, delle risorse italiane e americane". Comunque, solo ad approvazione avvenuta da parte del Parlamento dei due d.d.l. per le spese di difesa straordinarie (50 miliardi e 200 miliardi) avvenuta con le leggi 23 maggio 1951, n° 402 e 403, venne attribuita all'Italia l'ultima quota dell'aiuto economico per il 1950-51. Tale somma fu definita dagli stessi americani come un "premio" per l'avvenuta approvazione22. Intanto i tempi si allungavano e la questione rimaneva bloccata, finché il ministro Pacciardi, rompendo ogni ulteriore indugio, con un colpo di mano, la vigilia: della IX sessione del Consiglio Atlantico tenuta a Lisbona nei giorni 20-25 febbraio 1952, presentò un d.d.l. per una ulteriore autorizzazione di una spesa straordinaria di 250 miliardi di lire, ripartita fra gli esercizi finanziari 1952-53 e 1953-54. Tale provvedimento venne approvato dal Parlamento con la legge 25 luglio 1952, n° 1072. Con tale provvedimento si perfezionò il programma nazionale di riarmo che fu denominato "programma quadriennale di riarmo 1950-51/1953-54", in quanto s'inquadrava, quale espressione nazionale, nel programma a medio termine della NATO che avrebbe dovuto avere come finalità gli obiettivi fissati a Lisbona. Detto programma, incorporando i tre stanziamenti straordinari di cui si è fatto cenno, prevedeva . Una spesa complessiva di 500 ·miliardi così ripartita: es. fin. 1950-51 f 100 miliardi 1951-52 f 100 " 1952-53 · f 175 " 1953-54 f 125 22 Il contributo ammontò a 71 milioni di dollari, cosicché la cifra totale degli aiuti . economici all'Italia per l'es. fin. 1950-51 fu di 275 milioni di dollari ..

I.


La programmazione quadriennale 1950-51 - 1953-54

179

Tenuto conto, però che i suddetti stanziamenti contenevano anche le spese per il potenziamento dell'Arma dei Carabinieri (14 miliardi), spese che ai fini di una più .rispondente classificazione economico-funzionale, debbono considerarsi di "ordine pubblico" in senso lato, il programma va rettificato come segue: es. fin. 1950-51 f 95,8 miliardi " " 1951-52 f 97,2 " 1952-53 f 171,5 " " 1953-54 f 121,5 " Considerato, infine, che nel corso degli esercizi finanziari 1952-53 e 1953-54 furono concessi ulteriori 3 miliardi per esercizio, gli stanziamenti definitivi per .il programma quadriennale della Difesa risultano: es. fin. 1950-51 f 95,8 miliardi " " 1951-52 f 97,2 " " 1952-53 f 174,5 " " 1953-54 f 124,5 per complessivi 492,0 miliardi (Tab. 4). La compatibilità economico-finanziaria di tale programma con il sistema economico nazionale era già stata accertata con il modello di previsione e comportamento, cui è stato fatto cenno al paragrafo 1.9. La Tab. 4 fornisce la ripartizione prevista dal programma fra le Forze Armate e l'aliquota attribuita di Carabinieri, nonché al programma aggiuntivo delle TLC.

2. L'aspetto economico-finanziario 2.1. Premessa metodologica

La politica - si va ripetendo - è l'arte del possibile. Ciò comporta che l'azione in. campi diversi può conseguire un determinato risultato. Questo insieme di attività ha un carattere di necessaria complementarietà nel senso che tale complementarietà interdisciplinare, che Gadamer23 ha denominato ermeneutica, consente di pervenire al risultato voluto. Nella specie, l'obiettivo era il riarmo delle Forze Armate per contrastare l'espansionismo dell'Unione Sovietica nel quadro della sicurezza co" G. GIRGENTI, La nuova interpretazione di Platone, con introduzione H. G. Gadamer, Rusconi, Milano 1998.


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Tab. 4. Programma quadriennale delle spese per il potenziamento della Difesa (in miliardi di lire correnti). Genere di rianno

Esercizi finanziari 1950-51

1951-52

ESERCITO Produzione di anni, ecc. 39180 29.860 Equipaggiamenti, vestiario, viveri, carburanti, consumi vari 18.520 29.340 Addestramento del personale MARINA Costruzione di navi, armamenti, ecc. 14.960 14.140 Equipaggiamenti, vestiario, viveri, carburanti, consumi vari 1.040 1.860 Addestramento del personale AERONAUTICA Costruzione aeronautiche, armamenti, ecc. 22.000 22.000 Equipaggiamenti, vestiario viveri, carburanti, consumi vari Addestramento personale Programma quadriennale FF.AA. 95.800 .97.200 CARABINIERI 4.200 2.800 Program ma quadriennale 100.000 100.000 Progranuna aggiuntivo (1) Programma complessivo 100.000 100.000 1 ( ) Fondi in aggiunta agli stanziamenti straordinari quadriennali

Totale

%

27.600

141.840

59.47 29.19

50.353 6047

34.968 7.932

133.181 13.979

23.350

17.200

69.650

1.740 2.410

1.090 1110

5.730 3.620

1.18 0.74 24.28

23.000

12.000

68.000

13.99

15.880 15.590 3.620 3.910 171.500 121.500 3.500 3.500 175.000 125.000 3.000 3.000 178.000 128.000 di 500 miliardi

42.470 7.530 486.00 14.000 500.000 6.000 506.000

8.7 1.55 100.00

1952-53

1953-54

45.100

27.40 2.88 1615 14.33

Fonte: Stati di previsione della spesa del ministero della Difesa e nostre elaborazioni.

mune della NATO. L'attività diplomatica consisteva nel raggiungere l'obiettivo con un costo sostenibile dal nostro sistema economico e cioè di convincere gli Stati Uniti a ritenere accettabile quello che consideravamo il massimo sforzo possibile e quindi di intervenire con aiuti economici e militari adeguati a colmare il gap fra sforzo militare possibile e sforzo militare necessario. Dunque posizioni antitetiche e contrastanti di cui 'occorreva trovare il punto di convenienza reciproca e, pertanto, accettabile per le due parti: politica, economia, finanza, management sono entrate nel gioco reciproco delle trattative che la diplomazia ha usato sottilmente e con grande abilità. Lo storico che voglia analizzare l'iter dei negoziati deve ripercorrere nel suo discorso storico tutte le tappe senza trascurarne alcuna. Questo


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i81

è il motivo per il quale in questa seconda parte, in un'analisi ex post vengono ripresi gli aspetti economico-finanziari per conoscere se l'obiettivo raggiunto - il programma ·di riarmo - sia riuscito ·sotto tutti gli aspetti: politici, militari, economici e finanziari. Tale analisi verrà condotta esaminando l'andamento di alcuni settori produttivi - .industria e agricoltura nonché del mercato - interno e internazionale - quale manifestazione globale del sistema economico e della dinamica dei prezzi per seguire il procedere del potere d'acquisto della moneta: si effettuerà, altresì, un riscontro approfondito del · trend della bilancia commerciale, anche per valutare gli effetti degli aiuti, civili e militari, degli Stati Uniti, concludendo l'esame con la verifica delle risultanze degli aggregati fondamentali del reddito: PIL, consumi, risparmio e investimento.

2.2. Analisi ex-post sulla compatibilità del programma quadriennale di riarmo col sistema economico nazionale: a. l'andamento della produzione industriale e agraria

L'andamento della produzione industriale in Italia è condizionato, data la scarsità _di materie prime possedute, alle possibilità di importark, pagandole con le esportazioni. Purtroppo, come si vedrà in seguito, la bilancia commerciale negli anni susseguenti al secondo dopoguerra ha presentato un defici,t cronico. Ma le difficoltà . maggiori hanno investito la .stessa struttura delle industrie. La Tab. 5 mostra come la produzione nazionale - massimamente quella industriale - dopo aver riguadagnato le posizioni di anteguerra intorno al 1950, fosse notevolmente aumentata. Si trattava di una ripresa decisa e relativamente rapida che consentì - intorno al 10% nel periodo considerato - di disporre di una maggiore quantità di beni di consumo. A superare, le gravissime difficoltà degli anni 1945-47 - la cosid- · detta fase della lotta contro la fame e la paralisi economica - avevano contribuito gli aiuti assistenziali degli USA. Ad avviare poi la ripresa su basi solide, contribuiranno le misure antinflazionistiche per. assicurare la stabilità monetaria e gli aiuti dell'ERP - più comunemente conosciuti come Piano Marshall - di cui l'industria ebbe a beneficiare largamente24 • 24

Il settore dell'industria ha beneficiato di vari finanziamenti nel quadro del "Piano


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Tab. 5. Indici della produzione agri.cola e industriale in Itali-a dal 1949 al 1955 (base 1953=100) ANNO Produzione agricola 1949 1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956

77,4 82,6 87,2 88,4 100,0 95,1 101,6 100,5,

Generale

60,0 76,4 87,3 90,9 100,0 109,1 119,7 127,5

INDICE Produzione ·industriale Industrie Industrie estrattive manufatturiere

45,8 57,5 69,3 83,8 100,0 109,9 123,1 139,9

59,1 77,4 88,1 91,2 100,0 109,2 120,1 127,8

Industrie elettriche, gas

71,2 77,1 90,2 94,6 100,0 107,5 112,6 118,0

Nel 1950, raggiunto il livello prebellico, l'industria italiana si avvio verso la più impegnativa fase dei miglioramenti qualitativi e della contrazione dei costi. Purtroppo, questa seconda riconversione dovette essere sospesa al suo inizio a motivo del "boom" prodotto dal conflitto coreano. Tuttavia l'improvviso turbamento della situazione· internazionale verificatosi per effetto della guerra coreana, non comportò alcuna recessione della produzione industriale italiana. Grazie anche agli USA che ci aiutarono a superare alcuni momenti critici, fu possibile garantire, con sufficiente tempestività, il flusso delle materie prime occorrenti e, con esse, il ritmo della produzione. Il "programma quadriennale di riarmo della difesa" non determinò un rallentamento della produzione industriale destinata ai settori civili, perché al momento in cui venne impostato tale programma, l'industria italiana aveva già superato la fase p~ù critica della riconversione; aveva ripristinato gli impianti e ricostituito scorte sufficienti ed era tùtta protesa al raggiungimento di livelli più alti. ·Inoltre la esistenza di margini notevoli di ·capacità produttivi non utilizzate, consentì alle industrie di fron-

Marshall" per un complesso di oltre 470 miliardi di lire. Il complesso degli aiuti, dal 1945 al 1951, è stato di circa 714 miliardi di lire. Per maggiori notizie sull'argomento, rimandiamo il lettore alla pubblicazione: Lo viluppo dell'economia italiana, edita dal CIR nel 1952.


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teggiare agevolmente la accresciuta domanda del settore militare, senza che il mercato avesse a risentire conseguenze apprezzabili. Alcune osservazioni elementari sui dati esposti nella Tab. 6 consentono di pervenire alle seguenti conclusioni: 1) Il prodotto lordo dell'industria, dal 1951 al 1954 ha presentato un costante notevole aumento; 2) sul piano reale della produzione, l'incidenza del programma di · riarmo si è .mantenuta al di sotto dei tassi previsti; 3) sull'incremento annuale del prodotto lordo, il volume della produzione per il riarmo della difesa incise nelle seguenti misure: 13,83% per il 1951, 31,42% per il 1952, 45,61% per il 1953, 29,34% per il 1954. Tali saggi stanno ad indicare che durante il periodo considerato - ad eccezione del 1953 - c'è sempre stato un buon margine ali'espansione della produzione interessante i settori economici civili. Per quanto concerne il settore dell'agricoltura, non ci sono da formulare particolari osservazioni: dal 1951 al 1954, l'agricoltura è stata in costante, anche se non rilevante aumento ed il programma di riarmo della difesa non ebbe riflessi apprezzabili su tale settore.

Tab. 6. Incidenza del programma di riarmo della difesa sulla produzione industriale. ANNO

Prodotto lordo dell'industria (in miliardi di lire) Incremento rispetto Anunontare all'anno precedente valori assoluti

1950 1951 1952 1953 1954

Tasso percenruale

2.946 16,50 582 3.528 5,29 3.725 197 303 7,49 4.048 7,30 319 4.367 18.614 (a) Escluse le spese di personale Fonte: Nostre elaborazioni.

Spese di produzione per il potenziamento della difesa (a) Incidenza percenruale degli Anunontare (in miliardi di lire) acquisti all'interno Degli Delle acquisti importazioni all'interno

80,5 81,6 138,2 93,6 393,9

15,3 15,6 26,0 17,8 74,7

sul prodotto sull'incremento annuale del lordo prodotto lordo

2,28 2,19 3,41 2,14 2,12

13,83 31,42 45,61 29,34


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2.3. L'andamento del mercato

L'attuazione del programma quadriennale di riarmo della d;fesa, provocò un lieve rialzo generale dei prezzi per altro contenuto nel ricorrente tasso annuale d'inflazione, ad eccezione del 1951, anno in cui l'inflazione ebbe cause più generali - Il cosiddetto "boom coreano" dovuta ad un'impennata del mercato internazionale per il diffuso timore di una terza guerra mondiale, come dimostra il notevole divario fra il trend dei prezzi internazionali e quelli dei prezzi all'ingrosso e al consumo nazio-' nali. Le imprese industriali, per adeguare la loro produzione all'accresciuta domanda del settore militare, avevano bisogno di procurarsi maggiori quantità di materie prime. E poiché l'Italia non ne possiede in quantità sufficiente, la disponibilità dell'accresciuto fabbisogno poteva essere assicurata o mediante importazioni dall'estero, oppure mediante destinazione alla produzione militare di una parte di quelle materie prime finora impiegate per la produzione diretta ai settori civi!i. Il già basso tenore di vita della maggior parte della popolazione, sconsigliava una contrazione dei beni di consumo che avrebbe favorito un sicuro rialzo generale dei prezzi in misura non prevedibile e una riduzione delle entrate tributarie - le imposte indirette in particolare - facendo così intravedere i pericoli di un'inflazione notevole. Non rimaneva perciò che dare corso alle importazioni occorrenti. Al riguardo, però, non poteva essere ignorato il "deficit" cronico della bilancia commerciale italiana: sarebbe stata troppo pericolosa un'espansione incontrollata delle importazioni. Inoltre il sistema economico italiano, come quelli della maggior parte di altri paesi, aveva subito le conseguenze economiche della perturbazione di mercato creatasi a partire dal 1950, per effetto della guerra di Corea. Il pericolo immediato del terzo conflitto mondiale aveva spinto gli operatori economici a formulare richieste massicce e pressanti di alcune materie prime strategiche: rame, nichelio, lana, ecc., sicché in breve gli approvvigionamenti divennero difficoltosi per la scomparsa di tali beni dal mercato. Malgrado la costituzione di una Conferenza Internazionale per le materie prime, il sistema economico italiano incontrò notevoli difficoltà per procurarsi sui mercati internazionali i beni di cui si aveva bisogno, tanto che le importazioni nel 1951 - espresse in termini di moneta del 1950 - presentarono un incremento di soli 47 miliardi di lire nei confronti dell'anno precedente.

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A superare tale difficile situazione concorse l'aiuto degli USA, che avevano deciso di ·intervenire, a favore dei Paesi membri della Comunità · Atlantica, con aiuti militari oltre quelli economici previsti dall'ERP. L'Italia venne inserita nel relativo programma di aiuti e così, attraverso il duplice meccanismo dell'ECA e del MSA, fu possibile ottenere buona parte delle materie prime e delle attrezzature occorrenti alle industrie, nonché di alcuni prodotti finiti - end items - occorrenti alla Difesa, senza un maggiore aggravio per la bilancia . dei pagamenti. Evitata la necessità di un pericoloso ricorso all'espansione delle importazioni non compensata da un contemporaneo aumento delle esportazioni, non fu difficile contenere entro limiti non allarmanti, il livello generale dei prezzi; tanto più che, anche sui mercati internazionali, si mostrò - dopo la perturbazione dovuta al conflitto coreano - una certa tendenza alla stabilità dei prezzi. Sul mercato interno i prezzi all'ingrosso, dopo la punta registrata nel 1951, tornarono a discendere, mantenendosi ad un livello di circa 2 punti · superiore a quello del 1949. Più sensibile, invece, si mostrò l'aumento del costo della vita, - peraltro limitato ad un 3% circa - al quale, comunque, si adeguarono i salari nominali senza troppe frizioni, sicché i salari reali - salvo la flessione degli anni 195 l e 1952 - rimasero in linea generale presso che invariati, guadagnando qualche punto in alcuni settori. Nella Tab. 7 vengono riepilogati i dati relativi ai prezzi sui mercati internazionali, ai prezzi all'ingrosso e al minuto, al costo della vita e ai salari nominali e reali in .Italia, alqini dei quali sono stati opportunatarnente elaborati, come indicato nella nota metodologica, per una migliore intelligenza del lettore. 2.4. L'andamento della bilancia commerciale e gli aiuti degli U.S.A.

Come si è· già acc·ennato, il programma di riarmo della Difesa comportò un notevole incremento delle importazioni, dovuto, principalmente, al maggior fabbisogno di alcune materie prime base, di beni strumentali - macchinari - e di alcuni prodotti finiti - armi, materiali speciali, etc. non producibili in Itali.a. Inoltre i prezzi delle importazioni, nel 1951, avevano registrato un aumento di circa il 28% nei confronti del livello raggiunto nel 1950. Per fronteggiare il duplice aumento e del volume e dei prezzi delle importazioni occorreva:


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Società italiana di storia militare. Quaderno 1998

Tab. 7. Indici dei prezzi sui mercati internazionali dei prezzi all'ingrosso e al consumo, del costo della vita e dei salari nominali e reali in Italia (anno 1949=100y. INDICI ANNI 1950 Prezzi internazionali Prezzi ingrosso Prezzi al consumo (a) Costo della vita Salari nominali Salari reali (a) Base 1953 = 100

115,5 94,7 98,7 102,3 103,6

i951 135,8 107,9 97,0 108,2 109,4 101,1,

1952 122,1 101,9 99,0 112,9 114,4 101,3

1953

1954

116,1 101,5 100,0 115,b 118,7 103,2

120,9 102,4 103,01 118,1 122,9 104,1

1955

1956

117,4 ·102,9 105,0 121,4 128,5 105,8

119,4 104,1 109,0 127,5 135,6 106,3

•· Nota metodologica. L'indice dei prezzi internazionali è quello calcolato dall'istituto di Statistica, anno 1938 = 1, riportato alla base 1949 = 100. A partire dal 1953 è stato ricavato dal nuovo indice daborato dall'Istituto Centrale di Statistica, anno 1953 = 100. Pertanto, il confronto dell'indice relativo al 1953 con quelli degli anni precedenti deve ritenersi soltanto indicativo. L'indice dei prezzi al consumo è quello calcolato dall'Istituto Centrale di Statistica, anno 1953 = 100. Non può essere neppure indicativamente confrontato con l'indice dei prezzi al minuto per i generi alimentari calcolato precedentemente dall'Istituto di Statistica con base 1938 = I. L'indice del costo della vita è quello calcolato dall'Istituto Centrale di Statistica, anno 1938 = 1, riportando la base al 1949 = 100: L'indice .dei salari nominali è il risultato di una nostra elaborazione. Partendo dagli indici dei salari nell'agricoltura, nell'industria, nei trasporti e nel commercio elaborati dall'Istituto Centrale di Statistica con base 1938 = 1, né è stata calcolata la media ponderata, dando ai rispettivi rami di attività i pesi 1,5, 3, 0,5 e 0,5. Gl'indici così ottenuti sono stati poi riportati alla · base 1949 = 100. L'indice dei salari reali è stato ottenuto calcolando il rapporto

Indice salari nominali Indice costei della vita

a) intensificare, finché possibile, le esportazioni e i proventi delle partite invisibili della bilancia dei pagamenti; b) ottenere una quota sostanziosa. di "aiuti militari" USA - in tal modo, l'invio diretto di materie prime per usi militari e end items avrebbe ridotto automaticamente il volume delle importazioni -; c) ottenere una quota di "aiuti economici", sempre da parte degli USA, per compensare lo squilibrio della bilancia dei pagamenti. In pratica, come già si è notato al paragrafo precedente, gli approvvigionamenti di materie prime e di beni strumentali dei quali si aveva bisogno, non si dimostrarono di facile realizzazione. Le esportazioni del!'anno 1951, calcolate ai prezzi del 1950, pur registrando un lieve incre-


La programmazione quadriennale 1950-51 - 1953-54

187

mento, non riuscirono a compensare il modesto aumento delle importazioni25. In queste condizioni, il primo sforzo del programma di riarmo della Dìfesa fu sostenuto con gli aiuti, economici e militari, degli USA. Successivamente, venuti a cessare gli effetti delle perturbazioni di mercato dovute alla guerra di Corea, la produzione necessaria a realizzare il programma di riarmo poteva procurarsi le materie prime di cui aveva bisogno. Dato però che tale programma veniva ad aggiungersi a quello economico-sociale per una "maggiore produzione", negli anni 1952 e 1953 si ebbe un aumento notevole delle importazioni, non compensato, peraltro, dalle esportazioni. E poiché neppure le partite invisibili e gli aiuti economici USA avevano potuto riequilibrare la bilancia dei pagamenti, in detti anni si ebbe il "deficit" più notevole (Tab. 8). Tab. 8. Bilancia dei pagamenti e indici dei prezzi all'importazione e alla esportazione anni 1950-1957 (valori assoluti in miliardi di lire e numeri indici 1953 == 100). ANNI

VOCI

1950

1951

1952

1953

1954

1955

1956

1957

.Importazioni 849 -1.244 1.325 750 988 Esportazioni 859 -99 -256 -466 Saldo bilancia commerciale Saldo .P:irtite invisibili e serv1z1 +69 +178 +100 +149 +175 +151 Saldo aiuti e commesse -97 -215 +119 Saldo generale Indice dei prezzi: all'importazione 88,2, 112,91 109,8,

1.383 921 -462

1.394 987 -397

1.524 1.110 -414

1.759 1.302 -457

2.026 1.546 -479

+181 +225 +146 + 135 o -37

+261 +125 -28

+321 +82 -54

+441 +75 +37

99,7,

104,6

111,4

100,0,

97,6,

Fante: Situazione economica del Paese, anni 1950-1957 e nostre elaborazioni.

A partire' dal 1955, con il più deciso sviluppo delle esportaz~oni e per il sensibile apporto delle partite invisibili - malgrado la flessione degli aiuti USA - la bilancia dei pagamenti assunse un andamento più regolare: il completamento del programma di potenziamento militare non comportò squilibri apprezzabili. 25 Sui rapporti fra bilancia dei pagamenti e prezzi interni. Cfr. F. cia dei pagamenti e prezzi interni, Milano 1953.

CLEMENTI,

Bilan-


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Società italiana di storia militare. Quaderno 1998

La Tab. 9 riporta i dati relativi alla bil~cia dei pagamenti e gli indici dei prezzi all'importazione e all'esportazione. Dato, però, che in particolare, per quanto concerne la bilancia commerciale, non è ·evidentemente possibile una . comparazione dei dati nel periodo di tempo considerato senza tener conto dei prezzi internazionali, si è provveduto a costruire la Tab. 11, che consente, con sufficiente approssimazione, la suddetta comparazione. Infatti, per la costruzione della Tab. 10 si è partiti dal volume delle importazioni ed esportazioni relative al 1950, depurando dall'ammontare degli anni successivi, l'importo dovuto alle variazioni dei prezzi internazionali alle importazioni e alle esportazioni -; si è venuta a trovare così, anno per anno, l'entità delle importazioni e delle esportazioni del volume delle importazioni e· delle esportazioni stesse nei confronti del 1950. L'Italia stava faticosamente avviandosi verso l'equilibrio della propria struttura economica, quando improvvisamente, all'orizzonte politico apparvero i bagliori sinistri della guerra di Corea. Alle perturbazioni di mercato che ne seguirono, minacciando di compromettere tutti gli sforzi e i sacrifici compiuti, si aggiunse la dura necessità per i popoli liberi di approntare un apparato difensivo comune, che scoraggiasse e, in caso di attacco, respingesse qualsiasi minaccia. . Per l'Italia furono momenti difficili, pieni d'incagnite. Con un reddito individuale ancora basso; una mole notevole di disoccupati o sottoccupati; una bilancia commerciale con uno squilibrio cronico, dovuto alla rigidità delle importazioni e alla difficoltà di piazzamento delle merci esportabili; una stabilità monetaria faticosamente conseguita, ma non ancora consolidata; sembrava avvicinarsi minacciòsameme lo spettro di una nuova inflazione. Sui mercati internazionali, non soltanto salivano in misura preoccupante i prezzi dei beni e dei servizi - i noli in particolare - ma incominciavano a scomparire dai mercati stessi alcune materie prime essenziali: ·lana, rame, nichelio, etc. Tale stato di fatto avrebbe avuto ripercussioni gravissime in tutti i settori economici italiani: massime in quello industriale. Fortunatamente, opportune intese in sede internazionale - fra cui la ricordata "International Materials Conference" - riuscirono a mettere un po' di ordine sui mercati. Rimaneva però il problema del pagamènto del1'accresciuto onere - per l'aumento del livello dei prezzi - delle importazioni occorrenti alla produzione civile e al piano di ridimensionamento delle Forze Armate. Al riguardo l'intervento degli USA fu decisivo. Nel


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Tab. 9. Bilancia commerciale anni 1950-1956 espressa in lire 1950 (valori assoluti in miliardi e numeri indici 1950 = 100). ANNI 1950

1951

1952

1953

1954

Importazioni valore assoluto

849

1001 117,9

1 198 141,1

1326

1432

100,0

896 105,5

1245

numeri indici

146,6

156,2

168,7

Esportazioni valore assoluto numeri indici

1955

1956

750 100,0

781

719

819

104,1

95,81

109,2

892 118,9

1 008 134,4

1103 147,0

99 100,0

115 116,2

262 286,5

379 382,8

353 356,5

318 321,2

329 332,3

Saldo valore assoluto numeri indici

Fonte: Nostre elaborazioni.

Tab. 10. Bilancia dei Pagamenti e indici dei prezzi all'importazione e all'esportazione anni 1950-57 (valori in miliardi di lire e numeri indici 1953 =- 100). Voci Importazioni Esportazioni Saldo bilancia commerciale Saldo partite invisibili e servizi Saldo aiuti e commesse Saldo generale

ANNI 1954 1955

1950

1951

1952

1953

849 750

1.244 988

1.325 859

921 . 988

1.110

1.759 2.030 1.815 1.302 1.550 1577

-99

-256

-466

-462

-414

-457

-480

-238

+69

+178

+100

+181 +225 +261

+321

+425

+525

+149 +175 +119 -97

+151 -215

+146 -135

+135 -46

+125 · +82 -28 -54

+77 +22

+62 +349

87,0 92,0

108,41 100,91

100 100

95,9 97,1

97,3 94,1

1.383 1.394 1.524

-406

1956

1957

1958

Indice prezzi: all'importazione all'esportazione

113,7 111,9

100,4 105.,7 93.0 91,9 95,1 90,6

Fonte: Siruazione economica del Paese, anni 1951-58 e nostre elaborazioni.


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Società italiana di storia militare. Quaderno 1998

settore .civile, gli "aiuti ec~nomici" servirono a riequilibrare o, quanto meno, ad attenuare sensibilmente lo squilibrio della bilancia dei pagamenti. Le "commesse o.s.p. ·" contribuirono a ridimensionare economicamente le industrie. Nel settore militare, gli "aiuti militari" - "end items", "surplus" e "commesse o.s.p. " - assicurarono alle Forze Armate la disponibilità di buona parte dei beni previsti dal piano di riarmo .c. carri armati, aeroplani, navi, armi e munizioni varie - senza alcun onere per l'Erario. La Tab. 11 costruita sulla base di alcune nostre valutazioni desunte dai rapporti dell'ECA e dal MSA, fornisce con sufficiente approssimazione, la ripartizione degli aiuti economici e militari elargiti dagli U.S.A. dal 1950 al 1955. Tab. 11. Aiuti degli USA all'Italia nel periodo 1950-55 (in miliardi di lire italiane). . Anno

Aiuti economici

1950 1951 1952 1953 1954 1955

93 175 124 85 57 33 567

Totale

Commesse o.s.p. Aiuti militari (1)

Servizi Militari (2)

11 (3) 1

88

38 83 81 203

270 215 126 710

5 8 13

21 47

Totale

93 186 218 401 368 261 1527

(1) end items, surplus, commesse o.s.p. militari (2) Spese per acquisti di beni e servizi delle forze armate USA in ·Italia (3) Grants in conto MDAP

Fonte: Situazione econonùca del Paese anni 1950-55 Radiomessaggio del Ministro della Difesa in occasione dell'VIII Anniversario della NATO e nostre elaborazioni.

Si deve rilevare che gli "aiuti militari" non hanno provocato una spinta al rialzo del livello generale dei prezzi perché forniti prevalentemente in natura. Infatti laddove gli USA avessero concesso somme in contanti per l'acquisto - sul mercato nazionale o presso altri paesi - di beni e servizi occorrenti per il ridimensionamento delle Forze Armate, la relativa domanda - specie durante il boom coreano - avrebbe messo in difficoltà le industrie nazionali; le quali, non potendo approvvigionarsi tempestivamente e sufficientemente delle materie prime occorrenti, avrebbero do-


La programmazione quadriennale 1950-51 - 1953-54

191

vuto ridurre la produzione per i settori civili. Sarebbe stato, perciò, indispensabile ricorrere a contingentamenti, razionamenti e controlli, che avrebbero aggiunto altri motivi di perturbamento in un mercato già così scosso dagli avvenimenti politici. Sul piano monetario, poi, si sarebbe verificato un rialzo del livello generale dei prezzi, che avrebbe aggravato i pericoli di inflazione già delineatasi. Infine, sull'Erario sarebbe caduto il maggior onere della produzione, in quanto le industrie avrebbero chiesto - come in effetti avevano cominciato a fare - che nei contratti di forniture fosse inserita una clausola di revisione dei prezzi. In seguito, col miglioramento della situazione politica, anche le condizioni dei mercati accennarono a normalizzarsi. Si rese, perciò, possibile il piazzamento di numerose "commesse o.s.p. " - sia civili sia militari - che, fra l'altro, diedero modo alle nostre industrie di far domanda di nuovi posti di lavoro e di realizzare un reddito reale aggiunto per il Paese: 2.5. L'andamento del reddito, dei consumi e degli investimenti

Punto di partenza e punto di arrivo di ogni indagine sull'attività economica dello Stato è il reddito, che, oltre ad essere il risultato dell' attività così dei singoli che dello Stato, è anche il termine, in rapporto al quale entrambe le attività possono saggiare la rispettiva convenienza alle loro stesse attività; la fonte alla quale entrambe le attività attingono. Riteniamo, pertanto, utile concludere la nostra indagine, considerando l'andamento del reddito e la sua destinazione - consumi e investimenti - durante il periodo 1950-1955. Per avere sott'occhio il quadro completo del flusso delle disponibilità e dell'impiego delle risorse abbiamo costruito la Tab. 12, elaborando i dati relativi al reddito nazionale e alla bilancia dei pagamenti, secondo la metodologia in uso nella contabilità economica nazionale. I dati sono stati rielaborati a valori costanti. Iniziamo l' esame di tale el~borazione, prendendo in. considerazione gli investimenti. È nota, infatti la relazione dell'interdipendenza che esiste fra investimenti e reddito. Nuovi investimenti - entro certi limiti - promuovono ulteriori posti di lavoro; e così la maggior copia di mezzi strumentali combinandosi con una maggiore quantità di lavoro, . comporta un ulteriore aumento della produzione e, conseguentemente del reddito. Dall'esame della Tab. 12, si nota che gli investimenti lordi - ad eccezione di una modesta flessione nel 1952 - hanno fatto registrare un incremento costante. Durante il periodo 1950-55 il rapporto era compreso


Tab. 12. Reddito nazionale, PIL, risorse disponibili per usi interni e impieghi del reddito nel 1938 e durante i periodo 1950-55 (in milioni di lire correnti e lire 1963). Como del reddito Reddito Trasferim. ANNO naz1on. esteri unilat. netto

PIL

Risorse disponibili Bi!. Impieghi del reddito per uso interni pagamenti Consumi Risparmio Reddito Saldo Totale saldo cl naz, scambi capitale lordo esteri

(in milioni di lire correnti) 152,8 0,9 153,7 -0,7 125 8.442 70 8.512 + 119 6.862 10.748 149 10.897 -91 8.731 11.591 372 11.963 -327 9.749 12.826 273 13.099 -195 10.537 13.656 147 13.803 -71 11.062 15.050 148 15.198 -61 11.877 (in milioni di lire 1963) (3) 10.672 1938 11.792 17 13.039 13.056 68 13.124 -51 12.333 1950 13.114 280 14.037 14.317 275 14.592 5 1951 14.058 13.296 86 15.730 15.816 129 15.945 -43 1952 14.685 65 16.458 16.523 269 16.792 -204 14.107 109 17.660 17.769 218 17.987 -109 14.870 1953 15.851 1954 16.451 103 18.305 18.408 157 18.565 -54 15.174 1955 17.542 119 19.514 19.633 152 19.785, -33 15.747 (1) Ai prezzi di mercato in migliaia di Lire correnti (2) 1938: reddito pro-capite in lire {3) Base 1963 per tenerle il più vicino. possibile al periodo effettivo ai fini del confronto

1938 1950 1951 1952 1953 1954 1955

138 7.694 9.714 10.475 11.673 12.455 13.766

+0,2 189 58 45 78 76 87

137,8 8.253 10.690 11.546 12.748 13.580 14.9.63

Fonte: ISTAT Annuario di contabilità nazionale 1973 e nostre elaborazioni.

Investimenti !ovest. Ammort, lnvest. lordi

-'° N

Prop. al Reddito consumo pro capite (l) ~

C)

~-

lii, 13,2 1.021 1.041 771 1.214 1.469 1.976

28,7 1.650 2.166 2.214 2.562 2.741 3.321

14,8 748 1.034 1.116 1.153 1.201 1.284

13,9 902 1.132 1.098 1.409 L540 2.037

0,82 0,81 0,81 0,84 0,82 0,81 0,79

(2)313,8 163,6 204,9 219,8 243,4 257,9 283,1

~· if ;:s l'>

i:-:

"'a

~· ~ N ,

~

lii 1.128 1.061 848 643 1.090 1.380 1.914

2.452 2.259 2.649 2.685 3.117 3.391 4.038

1.273 1.203 1.315 1.364 1.418 1.492 1.56K

1.179 1.056 1.334 1.321 1.699 1.899 2.470

0,82 0,86 0,84 0,85 0,84 0,82 0,80

27,4 282,6 305,8 318,0 341,0 350,2 371,5

~

,O

~

~

;I C)

.... ~

oO


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193

tra il 19-20%. Circa la flessione del 1952, si deve notare che in quel1'anno la spinta agli investimenti incontrò un certo attrito nelle tendenze repressive del mercato - interno ed internazionale -dovute al riassestamento dopo il "boom" coreano. Se poi a tali cause economiche, si ag~ giungono quelle naturali dovute all'avverso andamento stagionale di alcune culture - olivo e vite - si spiega il modesto incremento del reddito nazionale del 1952 nei confronti dell'anno precedente, valutato in termini reali, intorno al 2%. I consumi, invece, aumentarono, sempre in termini · reali del 5%. A tale aumento contribuirono certamente anche le maggiori spese militari che però, possono aver influito al massimo per un 25%; sicché, in definitiva, l'aumento dei consumi militari può aver inciso in misura non superiore all'l %. Il restante 4% è pertanto da attribuire alla maggiore domanda di beni di consumo da parte dei settori civ.ili. Anche l'andamento del rapporto tra investimenti netti e PIL ha mostrato un andamento soddisfacente, passando, attraverso un miglioramento costante, dal 10,9% nel 1950 a circa il 13,5% nel 1955. Né si sono verificati squilibri notevoli fra risparmi e investimenti, squilibri che, come è noto, provocano un clima inflazionistico o deflazionistico a seconda che il risparmio sia inferiore agli investimenti o viceversa. 2.6. Conclusioni

Quanto osservato nel corso dell'analisi, consente di pervenire alle seguenti conclusioni: a) il programma deriva da un modello di analisi che, partendo da alcune premesse relative alle caratteristiche e alle condizioni in atto del sistema economico nazionale ha individuato gli effetti diretti e indiretti della spesa militare inerente al programma, nonché i provvedimenti di politica economica per eliminare o, quanto meno, ridurre quelli negativi e i necessari supporti esterni a .sostegno dello stesso sistema economico, per giungere ad un giudizio di compatibilità con gli altri obiettivi sociali irrinunciabili e con la situazione politica internazionale; b) l'analisi ex-post ha rilevato che le ipotesi e gli obiettivi del modello teorico. hanno trovato ·buona corrispondenza nella realtà. In particolare, è stato contenuto entro limiti stretti il livello generale dei prezzi, cosicché l'inflazione ad un tasso medio del 3,5-4 per cento annuo - ad eccezione del 1951 a causa della congiuntura coreana-; e poiché il tasso d'inflazione ricorrente nel sistema economico nazionale oscilla fra il 2,5-3,5


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per cento, si può considerare che l'inflazione specifica determinata dal programma di riarmo si sia aggirata su un 1 per cento annuo, valore assolutamente non rilevante, di modo che anche il tenore di vita della popolazione non è peggiorato: i salari reali sono aumentati, come pure è aumentato il reddito pro-capite; c) l'entità degli aiuti degli Stati Uniti ammontante nell'arco dì tempo in cui è stato operante il programma è stata intorno ai 2.200 miliardi di lire, superando le previsioni del modello analitico a base del programma stesso ed ha: 1 ° neutralizzato le conseguenze pericolose dello squilibrio cronico della bilancia dei pagamenti; 2° evitato un aumento dell'inflazione, perché concessi in massima parte in natura; 3° alleggerito, notevolmente, l'onere finanziario per il riarmo, in quanto i considerevoli ·invii di materiali militari - oltre 700 miliardi di lire hanno contenuto in una entità sopportabile gli stanziamenti di bilancio per le spese di acquisto di sistemi cl' arma - mezzi corazzati, navi, aerei, ecc.-; cl) sul piano reale, le commesse o.s.p. piazzate dagli Stati Uniti in Italia e, soprattutto l'imponente programma di lavori per le infrastrutture - finanziate per circa il 55 per cento a carico Ìpternazionale - hanno richiesto l'impiego di una numerosa manodopera aggiuntiva - specie nel settore edilizio ed elettronico - ed hanno procacciato al Paese un reddito aggiuntivo non trascurabile; e) gli effetti indiretti della spesa militare dovuti al programma di riarmo - maggiore dom.anda di beni da parte del settore civile, dovuta al moltiplicatore - sono stati assorbiti senza scosse dal mercato, stante l' esistenza di margini notevoli di . capacità produttive non ancora utilizzate; infatti, in luogo dell'incidenza prevista dal modello sul reddito nazionale, si sono verificate le seguenti incidenze: es. fin. 1950-51 1,00% (prevista 1,00%) es. fin. 1951-52 0,87% ( " 0,97%) es. fin. 1952-53 1,44% ( " 1,66%) es. fin. 1953:-54 0,95% ( " 1,13%) Sul piano ·reale l'attuazione dei programma di riarmo ha assorbito· il 2,5-3,5 per cento della produzione nazionale e cioè nettamente inferiori alle previsioni; f) gli effetti economici diretti e indiretti del programma di riarmo in linea generale - non si sono discostati in modo apprezzabile da quelli


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195

previsti ·in via teorica per un sistema economico dualistico - quale è quello italiano - compreso il fenomeno dell'inflazione che è risultata inferiore a quella prevista.

3. Epilogo

Al termine dell'analisi dei diversi aspetti che hanno portato alla formulazìone del programma di riarmo quadriennale opportuno dare un giudizio d'insieme su ciò che ha rappresentato per il Paese, non soltanto sul piano militare, questo programma voluto nel momento in cui l'Occidente "faceva muro" all'espansionismo di Stalin che, superando il sogno di Pietro il Grande, aveva in animo di bolscevizzare l'Europa. Tutto incominciò col Patto Atlantico per il quale i partners del Trattato di Bruxelles, gli Stati Uniti e il Canada, per assicurarsi un blocco continuo da Capo Nord ali'Anatolia vollero la partecipazione dell'Italia che per la sua posizione geo-strategica avrebbe garantito la continuità nel Bacino del Mediterraneo. Fu così che passando sopra a remore e ad ostacoli diplomatici, l'Italia fu invitata a partecipare al Patto Atlantico, malgrado i vincoli del Trattato di Pace di Parigi che, .ancora sotto l'illusione rooseveltiana di aver dato al mondo una pace lunga e duratura, aveva umiliato profondamente una grande Nazione. Con l'accettazione dell'Italia nel Patto Atlantico vennero meno il preambolo del Trattato di pace, le clausole politiche e i vincoli militari, dapprima di fatto e poi formalmente e l'Italia poté procedere al riarmo secòndo i programmi fissati· dalla NATO a Lisbona. Fu questo il primo grande successo politico che poneva l'Italia in posizione paritaria nel consesso delle Nazioni libere e democratiche che dif~ndev:i-no la propria libertà e si opponevano alla tirannide e alla bolscev1zzaz1one. Sul piano ip.terno, si rileva, altresì, che il programma di riarmo quadriennale è stato l'unico che venne preceduto da un modello di previsione e comportamento che ha previsto gli effetti diretti e indiretti della ' spesa militare sul sistema economico nazionale che, come è noto, ha carattere dualistico - territoriale e settoriale - con una bilancia còmmerciale in deficit. Si osserva, inoltre, che cessati gli aiuti americani verso la fine degli "anni '50", gli stanziamenti per la difesa non sono stati adeguati, cosicché il sistema difesa ha perso l'equilibrio fra la variabile indipendente -


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obiettivi di sicurezza - e le variabili dipendenti: "finanziamenti" e "strumento militare". Né è stato più formulato un modello di previsione per confrontare la compatibilità degli stanziamenti col sistema economico nazionale, tanto che, in sede di discussione in Parlamento del bilancio della difesa da parte degli uomini di governo, si sono avute solo frasi di questo genere: "la quota di reddito che il nostro Paese metté a disposizione della difesa nazionale è esigua, ma rappresenta il massimo sforzo sostenibile dal sistema economico"; "si è reso necessario uno slittamento del programma pluriennale (1975-85) per l'ammodernamento dello strumento militare"; le "condizioni economiche del Paese hanno imposto un taglio doloroso anche alla spesa militare," oppure, più recentemente, "riduzioni e limitazioni di bilancio rappresentano per il Dicastero della Difesa il segno della consapevole partecipazione alla manovra di risanamento della finanza pubblica" e così via dicendo26 • Dunque, solo parole non suffragate da analisi analoghe a quelle effettuate per il programma di cui si è discusso. Ma al di là dei discorsi ufficiali, c'è stata una politica militare intesa ad essere "consumatori di difesa", prodotta da altri, in cambio della cessione in uso di basi strategiche e logistiche alla NATO e agli Stati Uniti27 • Tale politica dura da oltre 40 anni: è una specie di "rendita di posizione" verso la quale NATO e Stati Uniti "lasciano correre", ma che rende sempre più inadeguato, quantitativamente e qualitativamente, lo strumento militare malgrado l'intervento straordinario degli "anni . '70" -. Infine, va ricordato che ormai sono le teorie monetarie che guidano la politica economica del nostro Paese, subordinando ogni attività alla politica di bilancio per allinearsi ai canoni di Maastricht. Ma oltre la Difesa, che. non può più sostituire neppure i sistemi d'arma obsoleti, la medesima situazione si mostra tangibilmente evidente nella gestione dei più importanti servizi pubblici, sociali ed economici. Usque tandem?

26 G. MAYER, L'evoluzione del bilancio della Difesa dal 1975 ai primi «anni '90», Roma 1992, p. 125. 27 CAMERA DEI DEPUTATI; Le basi militari della NATO e dei paesi esteri in Italia, Roma 1990; V. ILARI, Storia militare della prima Repubblica, cit., p. 57; C. l'ELANDA, Il bilancio della Difesa: aspetti di un modello, in C.M. SANTORO, L'Elmo di scipio, Bologna, 1992 p. 186; M. PoLm, Basi militari straniere e giurisdizione italiana, in CAMERA DEI DEPUTATI, Le basi militari della NATO cit. p. 67-97; C.M. SANTORO, L'Elmo di Scipio cit. p. 21; L. SEBESTA, L'Europa indifesa, cit. pp. 73-74, 89-95 e 217.


Appendice

MEMORANDUM ITALIANO RIGUARDANTE L'EFFETTO DELLA PRODUZIONE MILITARE SULL'ECONOMIA ITALIANA {19.12.1950)""

I. II.

La posizione economica italiana prima e dopo giugno 1950 Spese di difesa nel bilancio italiano nel 1950-51 e ulteriore sforzo per un incremento del programma di difesa III. Impatto di uno sforzo di difesa incrementato rispetto al prodotto nazionale lordo, al consumo e al fabbisogno dell'importazione IV. Disposizioni di difesa per ulteriori poteri della N.A.T.0. V. Politiche economiche relative al programma di difesa.

I LA POSIZIONE ECONOMICA ITALIANA PRIMA E DOPO GIUGNO 1950 1. La nuova fase internazionale che si è aperta nel giugno del 1950 e i suoi seri e negativi risvolti rendono essenziale per il popolo italiano e per il suo governo promuovere lo sforzo per la difesa senza il supporto della N.A.T.O. e in accordo con il principio di mutuo soccorso tra i paesi suoi membri. Ciò ha imposto chiaramente una doppia responsabilità per l'amministrazione italiana e i suoi enti governativi. Primo, ci sono dei doveri e delle responsabilità connesse con un'energica espansione dello, sforzo di difesa, in termini di armamenti, di una produzione avanzata delle proposte della difesa in senso ampio e dei relativi programmi. Secondo ed ugualmente importante, ci sono le responsabilità inerenti al mantenimento della stabilità economica e sociale che è un pre-requisito essenziale dello stesso sforzo di difesa. L'obiettivo può solo essere la massima espansione nel programma della di-

<· Nacional Archives Washington, R.G. 330 entry 18, OMA 400.17 ITALY, January 3, 1951 Declassified: NND 853005.TH {traduzione di Giulia Mayer).


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Società italiana di storia militare. Quaderno 1998

fesa, che sia compatibile con la stabilità dell'economia interna. Ciò richiede coraggio, ma anche un'attenta e scrupolosa considerazione della salvaguardia necessaria, poiché è chiaro che un energico sforzo di difesa può solamente poggiare sulla base di una sana ·economia, e poiché le precauzioni contro i rischi e le minacce esterne sarebbero di poco valore contro una situazione di disinte. grazione e di un collasso economico-sociale. · 2) È quindi essenziale accertare, quanto più a fondo possibile, quale sia la dimensione che l'economia . italiana può sopportare, senza raggiungere il suo punto di rottura... Senza tentare di racchiudere la risposta in una formula concisa, poiché troppe incognite sono implicate, può dimostrarsi appieno e conveniente sottolineare alcuni punti di rilievo del quadro economico italiano prima e dopo l'invasione della Corea. 3) Le condizioni strutturali dell'economia italiana sono fin troppo ben conosciute: sovrappopolazione, mancanza di risorse materiali, basso reddito pro capite, e insufficiente disponibilità di risparmi. È anche noto che il reddito pro-capite medio dell'Italia è approssimativamente di 260 $: circa la metà di quello francese, un quarto di quello inglese, un settimo di quello americano. Dopo le imposte, il reddito medio disponibile di un cittadino è di 180 $, contro i 2600 $ di un cittadino americano. Anche la seria e strutturale disoccupazione del paese è da menzionare. Rimane un problema molto grave da quando implica l'assorbimento, fra le altre preoccupazioni, l'impiego di 250.000 unità di lavoro all'anno. 4) Non· c'è dubbio che il 1950 ha mostrato un considerevole miglioramento nei confronti del 1949. Le esportazioni per i primi nove mesi dell'anno sono state di 451,616 milioni contro i 424,541 per il corrispettivo periodo nel 1949. Le importazioni sono scese da 621,610 milioni a 597,721 milioni di lire. Una stima del prodotto nazionale dà il risultato di 8,000 miliardi contro i 7,445 del 1949. I:indice di produzione industriale è salito da 103 che era nei primi nove mesi del 1949 a 160 nel corrispettivo periodo nel 1950, I consumi sono stati riportati al livello, (benché basso), del 1936. Comunque le condizioni base della struttura economica italiana rimangono caratterizzate dal deficit della bilancia dei pagamenti e dal deficit di bilancio. Quest'ultimo, contrariamente a nuovi sacrifici .e anche presumendo che la parte · dell'intervento americano a supporto del bilancio sarebbe garantito in una misura eguale a quello del 1949-50, non può essere mantenuto nel 1951-52 al livello deHe stime per il precedente anno finanziario; queste condizioni sono complicate dalla estrema sensibilità del mercato alle fluttuazioni dei prezzi e alla minaccia dell'inflazione, cosicché ogni mancanza di cautela potrebbe produrre tremende conseguenze dovute alle immediate ripercussioni sul flusso degli investimenti, sui risparmi monetari e sulle spese dei consumatori. 5) Il miglioramento · della situazione economica generale ha reso possibile, più tardi, iniziare un più ampio programma di investimenti che nella sua for-

I


La programmazione quadriennale 1950-51 - 1953-54

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mulazione ammontava a 1,700 miliardi di lire, un ammontare di gran lunga in eccesso della cifra corrispettiva per l'anno precedente e indiscutibilmente molto alta, se l'acconto dovuto è comprensivo del volume dei risparmi e della scarsità cronica di capitale e del mercato monetario. 6) Gli eventi della Corea trovarono l'Italia in un periodo .di difficile sforzo finanziario. Gli sviluppi successivi resero la situazione più difficile e non dilazionabile da parte del governo italiano nell'evitare la possibile rottura di un equilibrio che era già piuttosto precario. Non è difficile anticipare un deterioramento in termini di traffico commerciale e nel processo delle partite invisibili delle voci di bilancia dei pagamenti, specialmente con l'area del dollaro: un ostacolo ai diversi mercati, sia per le importazioni che per le esportazioni; Crescendo vertiginosamente i prezzi e tutte quelle cause che possono esercitare un'influenza ·negativa sul bilancia dei pagamenti: e tutto questo in un momento in cui il paese ha bisogno di sviluppare tutto il suo potenziale produttivo e in cui non potrebbe essere privato dell'aiuto dell'America senza rischiare i risultati ottenuti a fatica di 5 anni · di strenuo lavoro. 7) Non c'è dubbio che lo sviluppo della situazione internazionale ha già portato ad alcuni risultati sfavorevoli e che altri potrebbero rimpiazzarli. La prima conseguenza può essere riassunta come segue: a) gli aumenti dei prezzi internazionali hanno avuto ripercussioni - comunque limitate - sui prezzi interni, a differenza di un'azione forte da parte del governo italiano: tra giugno e ottobre c'è stato un aumento del 10% .. b) Il deficit del bilancio nazionale per il 1950-51, calcolato all'inizio dell'anno finanziario a 176 miliardi, è già cresciuto essendo stato calcolato in 248 miliardi. È prevedibile che raggiungerà alla fine dell'anno finanziario una cifra di 300 miliardi, senza tener conto dello sforzo militare. c) Gli indici totali della circolazione monetaria, (inclusi i depositi bancari), sono passati da 53 in giugno a 56 in settembre e mostrano un'ulteriore tendenza verso l'alto. d) Il deficit d~lla bilancia dei pagamenti è cresciuto soprattutto in relazione all'area del dollaro. 8) La crescita del deficit della bilancia dei pagamenti è in questo momento l'effetto più importante degli eventi internazionali contemporanei riguardò alla situazione economica italiana. L'aumento del deficit del dollaro è per la maggior parte dovuto ai seguenti motivi: - aumento dei prezzi delle materie prime basilari; - mancanza nel mercato internazionale delle materie con conseguente slittamento verso l'area del dollaro di importazioni precedentemente effettuate da altre aree1; 1

I prodotti che hanno contribuito maggiormente al peggioramento della bilancia dei


200

Società italiana di storia militare. Quaderno 1998

- i controlli imposti da quasi tutti i paesi per le esportazioni di prodottì contenenti materiali difficili da reperire e strategici; - il completo mutamento della posizione italiana nell'EPU .da creditore a debit0re2; · - l'aumento dei trasporti oceanici. 9) Tali elementi hanno colpito il deficit della bilancia dei pagamenti come segue: mentre nel giugno 1950 l'ammontare dell'apporto ERP, stimato intorno ai 205-210 milioni di dollari, il deficit totale della bilancia dei pagamenti venne stimata .in 241 milioni di dollari, indusi 25 milioni di movimenti di capitale, nel mese di ottobre un cambiamento nella posizione della bilancia dei pagamenti ha presentato un deficit complessivo di 326 milioni di dollari; contro un apporto ERP ammontante a soli 90 milioni di dollari nei primi 6 mesi del 1950-51. 10) La configurazione generale della bilancia dei pagamenti per l'anno 195051 come stimato prima e dopo il periodo coreano può essere riassunta come segue: BILANCIA COMMERCIALE Importazioni fob Esportazioni

SALDO ALTRE PARTITE Trasporti Turismo Rimesse Entrate di capitali Programma dell'emigrazione Altre partite invisibili Bilancio delle partite correnti Movimenti di capitale

TOTALE

PRE COREA - 336,4 + 122,0 - 214,4 - 45,0 + 20,0 + 18,0 - 14,5 - 5,0 + 24,9

POST COREA - 429,1 + 135,0 - 294,1 + + + -

50,0 20,0 18,0 14,5 5,0 24,9 · 300,7

- 216,0 - 25,3

- 25,3

- 241,3

- 326,0

pagamenti sono: il carbone, il cotone, il caffè, i metalli non ferros~ il grano comune, i grassi e gli oli. I soli cambiamenti dei prezzi hanno gonfiato .il valore delle importazioni di circa 70 milioni. 2 È importante ricordare la tendenza delle bilance italiane verso l'EPU nei primi quattro mesi: 3,5 milioni di dollari in luglio. 8,6 in agosto. 9,8 a settembre. 19,5 ad ottobre. Questa tendenza mostra, tra le altre cose, l'influenza importante che ha avuto la tendenza dei prezzi di materie prime sulla bilancia dei pagamenti anche con altre aree, soprattutto quella della sterlina da cui l'Italia solitamente importa gomma, stagno, legno, grassi e oli.


La programmazione quadriennale 1950-51 - 1953-54

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11) Tali condizioni, ovviamente, necessitano una revisione dell'apporto ECA, perché è giusto che altri paesi appartenenti all'OPEC hanno potuto ridurre materialmente il loro deficit, nell'area del dollaro, a causa di un incremento della domanda degli us di materie prime e di prezzi più alti. . Se. consideriamo che un ulteriore sforzo di difesa richiede importazioni aggiuntive di materie prime e di beni complementari necessari, è. ovvio che l'Italia può compiere tale sforzo solamente se viene garantito il necessario finanziamento per le predette importazioni. 12) Inoltre, in connessione al programma di riarmo, l'Italia si trova in una posizione isolata rispetto ·a quasi tutti gli altri paesi. Intatti negli àltri paesi la manodopera è totalmente occupata e c'è solo spostamento di manodopera e capacità produttiva da un settore all'altro. In quei paesi è sufficiente: a. sostituire alcuni investimenti civili con altri militari b: evitare la pressione dell'inflazione controllando i consumi in un sistema economico in cui una siffatta restrizione non creerebbe difficoltà stante uno standard di vita molto alto c. eliminare alcune strozzature, come la mancanza di manodopera d. evitare un peggioramento della bilancia dei pagamenti dovuto alla ridu- · zione delle esportazioni. Nell'economia italiana, al contrario, non è possibile ridurre gli investimenti pubblici senza causare un pericoloso slittamento dell'intero sistema; è essenzialmente un problema di creazione di nuovi investimenti e di nuovi volumi di produzione militare. Tale obiettivo può essere conseguito solo se vengono garantiti adeguati mezzi, mobilitando le risorse inutilizzate .della manodopera e dei programmi industriali che non sono "aiutati" da considerevoli finanziamenti. 13) È chiaro che appena lo "sforzo" dell'Italia aumenterà, la potenzialità degli altri paesi NATO e l'accrescimento della produzione militare e di difesa ne ricaveranno effetti favorevoli. Per renderli possibili ·.dovrà essere posta grande attenzione alla possibilità di garantire all'Italia il necessario supporto degli armamenti, delle materie prime, dei generi alimentari e dell'equipaggiamento.

II SPESE DI DIFESA NEL BILANCIO ITALIANO NEL 1950/51 PER UN ULTERIORE SFORZO DI DIFESA E PER UN INCREMENTO DEL PROGRAMMA DI DIFESA 1. La prima preoccupazione del governo italiano per il consolidamento e la sicurezza del paese è stata quella di eliminare le cause delle difficoltà economiche, in particolar modo povertà e fame che minacciavano vasti settori della po-

II


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polazione dopo la liberazione. Infatti un indispensabile pre- requisito per la difesa contro la violenza esterna era la necessità di provvedere ad una adeguata stabilità economica, eliminando .quei fattori cui le forze di destabilitazione in. terna stavano agendo. · 2. Il governo, quindi, si trovò in linea con gli obiettivi prefissati dall'ERP e fece ogni sforzo perché l'Italia recuperasse una base di cooperazione europea, attraverso i seguenti. passi: ricostruzione fisica dei danni della guerra, stabilità finanziaria e monetaria, sviluppo degli investimenti e piani di produzione, intensificazione delle relazioni economiche internazionali, miglioramento della situazione della bilancia dei pagamenti, rafforzamento della struttura economico-sociale e, quindi, del regime democratico. 3. Quando il pericolo di rottura internazionale ha dato corpo alla minaccia della violenza esterna e l'Italia entrò nel Patto Atlantico, il governo si trovò di fronte al problema di mettere a punto uno strumento militare che permettesse all'Italia di dare un attivo e sostanziale aiuto alla difesa comune dei paesi della NATO. 4. L'azione del governo fu particolarmente diretta a: a. produrre uno sforzo sostanziale attraverso gli accresciuti stanziamenti compatibili con la situazione economica b. eliminare dal bilancio della difesa tutte le spese non necessarie, utilizzando i fondi disponibili per il più utile impiego da un punto di vista militare. 5. Per quanto riguarda la situazione delle forze armate italiane dell'incidenza delle spese di difesa, viene fornita una completa indicazione con un documento separato. Ogni sforzo è stato fatto e sarà fatto per una migliore distribuzione qualitativa delle spese. 6. Per quanto concerne il volume delle spese, viene messo in evidenza il fatto che nel 1950-51 il bilancio della difesa, come pure gli stanziamenti per la difesa interna, per gli anni suddetti, si sono rese disponibili le seguenti somme (in miliardi di lire): - stanziamenti militari nel bilancio della difesa 340 - minori attività connesse ad un uso non strettamente afferente alla difesa -50 290 - stanziamenti militari nel bilancio nel Ministero dell'Interno: 15 Difesa civile Battaglioni mobili 9 24

TOTALE

314

La cifra sopraindicata .concerne gli stanziamenti attivi, cioè stanziamenti prefissati secondo gli standàrd stabiliti dalla Commissione · militare internazionale per dare un contributo diretto alla difesa. La cifra corrisponde a circa 500 milioni di dollari e rappresenta più del 20% delle spese governative italiane.


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7.. Ciò nonostante, il governo italiano, in considerazione di crescenti pericoli esterni e di crescenti richieste per la difesa comune, ha ritenuto necessario un ulteriore rafforzamento dello .strumento di difesa. In due sedute consecutive del Consiglio supremo di "difesa, le autorità militari hanno previsto per gli "aiuti" del MDAP, un programma definitivo da attuare immediatamente, così da .rendere disponibili per le forze armate italiane alcune strutture per mettere in atto una barriera realmente effettiva alle frontiere. Il programma, che include sistemi d'arma, equipaggiamenti da combattimento, materiali vari e alcune unità, include finanziamenti di gran lunga superiori a quelli già esistenti nel bilancio militare1• La cifra considerata è di 250 miliardi che corrisponde a 400 milioni .di dollari, una somma enorme che, senza un opponuno aiuto estero e opportune misure interne, potrebbe pregiudicare l'equilibrio economico nazionale. 8. Il governo italiano, pienamente consapevole della gravità del momento, intende venire incontro alle richieste formulate, nella loro entità, dagli esperti militari, aggiungendo 250 miliardi al già esistente stanziamento del bilancio, così come, secondo gli accordi col MDAP del giugno 1951, è dovuto l'"aiuto" all'Italia di armi ed equipaggiamento. A quella data, lo sforzo italiano collegato a quello degli Stati Uniti, sarà in grado di portare le forze armate italiane al più alto grado di efficienza. 9. Considerando che - come sopra menzionato - gli stanziamenti di 314 miliardi sono in via di disponibilità per le spese di difesa, nonché il possibile incremento, si raggiungeranno complessivamente 564 miliardi. Tale somma rappresenta un onere enorme per l'Italia. Costituisce il 32% delle spese governative e 1'8% del reddito nazionale, in un paese in cui il reddito pro-capite è di appena 214 dollari annui. 10. Queste cifre sono motivo di ulteriori riflessioni se si considera che il governo italiano non può agire senza tener conto di alcuni criteri base, vale a dire: a. il consumo civile, sia nel suo complesso, che come media per abitante, cifra quest'ultima, così bassa che non può essere ulteriormente ridotta. Per altro, alcurie riduzioni sul consumo per individui in fasce di · reddito più alto, sono prevedibili. Come pure sono inevitabili alcuni aumenti di consumo per classi meno privilegiate in caso di aumento dell'occupazione o per incentivazioni. b. Gli investimenti pianificati non possono essere ridotti nella loro entità complessiva, ma sarà necessario operare distinguendo un settore da un altro in funzione dello sforzo militare. 11. Lo sforzo di difesa programmato non poteva essere realizzato né concepito se ·l'Italia non avesse rafforzato in precedenza la sua strunura economica con gli aiuti ERP. Affinché lo sforzo di difesa sia pienamente portato avanti, sono necessan 1

I suoi dettagli sono stati elaborati al livello militare tecnico.


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non solamente gravi sacrifici interni, ma anche interventi aggiuntivi adeguati dal-

!'estero. L'ampiezza di questo supporto sarà discussa nel capitolo seguente in relazione al flusso del reddito e ai suoi cambiamenti sotto l'impatto delle spese · · di difesa.

III IMPATIO DI UNO SFORZODI DIFESA INCREMENTATO RISPETIO AL PRODOTIO NAZIONALE LORDO, AL CONSUMO E AL FABBISOGNO DELL'IMPORTAZIONE 1. Gli stanziamenti aggiuntivi di 250 miliardi di lire per la difesa saranno assegnati in modo tale da rendere la sua spesa possibile nel corso di un anno. Lo specchio che segue rappresenta l'analisi di tale stanziamento e delle spese relative secondo le voci principali Miliardi di lire Armamenti e veicoli militari 160 Equipaggiamenti industriali 40 Costruzioni 8 30 Paghe del personale militare Beni industriali vari 12

TOTALE

250

2. Per valutare l'impatto di un tale programma sulla produzione e sul fabbisogno delle importazioni sul reddito e la domanda effettiva, il risparmio, gli investimenti, il bilancio nazionale e così via, sono state fatte le seguenti considerazioni: · a. prezzi e saggi salariali costanti; assunzione che, anche se non realistica, può essere considerata valida in prima approssimazione per semplificare l'analisi b. coordinazione del programma di difesa per il totale degli investimenti nazionali, in relazione al più alto livello di utilizzazione delle risorse esistenti non impiegate o non sfruttate, compresa la manodopera. Un corollario di tale considerazione è che il fabbisogno totale dell'economia italiana, continuerà ad essere coperto dall'aiuto esterno per l'ampiezza richiesta dalla consistenza della bilancia dei pagamenti. c. a causa dell'esistenza di una grande parte ·di manodopera disoccupata lo sforzo di difesa includerà un aumento dell'occupazione con gli effetti relativi sul reddito e sui consumi. 3. Il. programma della produzione di difesa richiede 69 miliardi che corrispondono alle importazioni suddivise come segue:


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- prodotti dell'industria meccanica (circa 1/3 del loro valore finale) 33% di 172 miliardi1, inclusi sia 160 miliardi di armamenti e 56,8 12 miliardi di beni industriali di vario genere - Equipaggiamenti (39% del valore della produzione industriale) 30% di 40 miliardi2 - Costruzioni 5% di 8 miliardi3 TOTALE

12,0 0,4 69,2

L'importo aggiuntivo lordo sul prodotto interno derivante dallo stanziamento aggiuntivo di 250 miliardi può, pertanto, essere stimato intorno ai 180,8 miliardi di lire (250,0-69,2). 4. La domanda effettiva, comunque, non sarà corrispondente a 180,8 miliardi poiché devesi detrarre alcune voci come le imposte, la diminuzione delle spese per sussidi di disoccupazione, i risparmi, ecc. Tolti i 30 miliardi per il pagamento del personale militare, i rimanenti 220 miliardi delle nuove ordinazioni esigeranno un corrispettivo volume di transazioni soggette ad imposte sulle vendite per un tasso medio del 3% dando un gettito di circa 6,6 miliardi. L'accresciuto introito dei.diritti doganali è stato stimato nell'11 % del valore delle importazioni dei beni (69,2 miliardi) ed è di circa 7,6 miliardi; la cifra totale per le imposte indirette, in questo primo stadio, è di circa 14,2 miliardi. Si deve, inoltre, dedurre la quota assorbita dalle imprese per i carichi dell'ammortamento inclusi nel prezzo dei prodotti. Questo onere può essere valutato nel 10% di 136,6 miliardi della produzione interna e cioè 13,6 miliardi. Se i 69,6 miliardi per importazioni, così come i 14,2 di imposte indirette e i 13,6 di ammortamento, sono dedotti dalla spesa originaria di 250 miliardi, ·resterà la cifra di .153 miliardi che rappresenta il reddito aggiuntivo. · 5. Come menzionato sopra, comunque, devono essere fatte ulteriori deduz1oru. 6. È valutato che, dei 12,3 miliardi di reddito aggiuntivo originato dalla nuova produzione (153 miliardi), meno il pagamento della truppa valutata intorno ai 30 miliardi, solo il 60% rappresenta reddito di lavoro, mentre il restante 40%, sono dovuti a profitti; interessi ed altri tipi di reddito. Questa porzione è stata 1 Secondo la considerazione che tutte le materie prime addizionali saranno importate, il loro costo potrebbe essere stimato intorno al 25% del valore della produzione meccanica. Comunque, come ' parte del fabbisogno, è stata considerata un'incidenza del 33% sotto forma di prodotti semilavorati. 2 La cifra stimata di 12 miliardi rappresenta la entità del costo delle materie prime importate (lana, cotone, pelle) sul valore totale dell'abbigliamento e dell'equipaggiamento. 3 L'incidenza delle materie prime sul valore della costruzione di edifici.


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valutata tenendo nella dovuta considerazione le circostanze per cui in una certa misura la produzione aggiuntiva beneficierà di una migliore utilizzazione delle risorse già esistenti. 1n· particolare è da tenere in considerazione che: a) molte ordinazioni avranno luogo e saranno soddisfatte negli esistenti ar~ senali militari b) alcune ordinazioni saranno piazzate in numerosi lotti e saranno assegnate ad un gran numero di ditte c) alcune ordinazioni avranno luogo con delle imprese che sono note per essere al momento sovraccariche di personale, occupato in senso formale, ma attualmente non impiegato. La cifra di 103.8 miliardi del nuovo reddito di lavoro (73,8+30) può essere diminuita di un 8% a causa dei pagamenti ridotti per i contributi assistenziali di disoccupazione e a causa di un ricavo aggiuntivo dei tributi per la sicurezza sociale. Ciò lascia un effettivo reddito di lavoro di 95.5 miliardi e "altri redditi" (profitti, etc.) di 49.2 miliardi di lire. Secondo l'assunto che le imposte dirette assorbano il 4% del reddito di lavoro e un 20% di "altri redditi" si devono dedurre ulteriori 13,7 miliardi di lire per le imposte dirette. Ciò diminuisce il reddito disponibile, portandolo a 131 miliardi dei quali il 91,7% costituito da reddito di lavoro e 39,7 da "altri redditi". Alla fine, considerando la cifra dei risparmi personali del 3% per "reddito di lavoro" e del 35% per "balance"; i risparmi aggiuntivi saranno di 16,5 miliardi in totale. Riassumendo, l'introito aggiuntivo disponibile per le spese dei consumatori alla fine del primo periodo può essere stimato in 114,5 miliardi di lire, dei quali 89 rappresentano reddito di lavoro e 25,5 "altri redditi". 7. Sulla base della previsione futura, alla fine del primo periodo del reddito la distribuzione dei 250 miliardi contemplati per le spese di difesa sarà in questi termini: -

importazioni aumento delle entrate governative risparmio lordo consurm

TOTALE

Miliardi di lire . 69.2 (27.7%) 36.2 (14.5%) 30.1 (12%) 114.5 (45,8%) 250

8. Durante il secondo periodo di reddito, l'aumento nella domanda effettiva sarà, come già visto, di 114,5 miliardi, di cui 89 del reddito di lavoro e.25,5 di "altri redditi".


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La distribuzione di tali spese aggiuntive è stata calcolata come segue: (media tra i differenti gruppi di reddito) - Alimentari 52 - Alloggi 11 - Abbigliamento 17 -Varie 20 TOTALE 100 9. In questo secondo periodo i requisiti dell'importazione così da incontrare il consumo aumentato di cibo sono stimati al 35% dei valori complessivi. La percentuale dell'incidenza del costo dell'importazione di materie prime ai prezzi al minuto dell'abbigliamento è stato valutato ad una media del 23% del totale. È stato quindi prospettato che - senza la spesa totale - il fabbisogno dell'importazione per l'alimentazione e l'abbigliamento sarà il seguente: · 20.8 miliardi - Vitto - Abbigliamento 4.8 La cifra totale di 25.6 miliardi significa che, solo per le due voci sopra considerate; il fabbisogno dell'importazione supera di poco il 22% dei 114,5 miliardi del totale delle spese aggiuntive. 10. I requisiti dell'importazione per tutte le materie grezze e altri beni rispetto ai viveri e alle materie prime per l'abbigliamento debbono essere ora valutate. La tendenza media alle importazioni di tutte queste voci è del 7-8% del · prodotto nazionale. Comunque, secondo una stima al "minimo" sono state considerate intorno al 10% del prodotto nazionale. 11. Dunque, nel secondo periodo del reddito, il fabbisogno dell'importazione sarà mediamente il 33% delle spese totali, che sono di 37 miliardi di lire quando legate alla crescita totale della domanda di 114,5 miliardi. 12. In questo secondo periodo, le maggiori entrate del governo e le minori spese potranno essere stimate; sulla base dei criteri già evidenziati, al 25% della crescita del prodotto interno (114,5 meno 37 e cioè 77,5 miliardi) per un importo di 19.4 miliardi. Il risparmio lordo è stato considerato intorno al 20% della crescita del reddito e, cioè 11.6 miliardi. 13. L'aumentato reddito disponibile per le spese dei consumatori in questo secondo periodo è stato stimato, dunque, a 45 miliardi di lire. La distribuzione totale della domanda in questo stadio sarà la seguente: - Importazioni - Introiti governativi maggiori e spese diminuite

37

32,3%

19,4

17,0%

(miliardi di lire)


208

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- Risparmio lordo - Consumi

11,6 46,5 . 114,5

TOTALE

10,1% 40,6% 100

14. Nel terzo periodo e nei periodi seguenti, la distribuzione nella domanda totale sarà la stessa del 2° periodo sopra indicato. 15. Una tabella complessiva degli effetti diretti ed indiretti delle spese aggiuntive può essere espressa come segue: Domanda totale aggiuntiva

Maggiori introiti e minori spese governative

Primo periodo Secondo periodo Terzo periodo Quano periodo Quinto periodo

250 114.5 46.5 18.9 7.7

36.2 19.4 7.9 3.2 1.3

Effetti totali Alla fine del V 0 periodo

437.6

442.0

Effetti alla fine di tutti i periodi

Importazioni

Rispannio lordo

Consumo

69.2 37.0 15.0 6.1 2.5

30.1 11.6 4.7 1.9 0.8

114.5 46.5 18.9 7.7 3.1

68.0

129.8

49.1

190.7

69.0

131.0

so.o

192.0

Il valore del moltiplicatore è quindi 1.77 16. Si deve ora assumere il significato dei calcoli sopra discussi: a) l'impiego di un avanzato programma di difesa di 250 miliardi di lire causerebbe in Italia una crescita totale della domanda di 442 miliardi b) Da tale cifra totale 442 - sarebbero assorbiti da introiti maggiori 69. e spese diminuite del governo SO.O 119 - dal risparmio lordo - da importazioni i) connesse con il programma di difesa 69,2 ii) connesse con lo sviluppo del consumo determinato dal moltiplicatore 61,8 131. Consumo

- 192

17. Dal punto di vista del mercato monetario e finanziario è necessario prevedere: (i) una domanda gradualmente crescente per il capitale lavorativo, in rela-


I I,

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I.

zione con l'intervallo di tempo tra la produzione e i suoi attuali costi per il governo (per il programma di difesa), e per gli individui, (per il bilancio). Una tale domanda può a titolo <li prova essere valutata per i primi sei mesi al 40% della spesa totale, che è di circa 160 milioni4. (ii) che durante i primi 6 mesi, le entrate del governo e le economie conseguite, i fondi e i risparmi personali, non saranno sufficienti a compensare, per nessuna sensibile estensione, una tale espansione finanziaria. Nel secondo semestre, comunque, l'effetto di quei fattori dovrebbe rapidamente sentirsi e dal terzo semestre,.in assenza di inaspettati attriti e incapacità di adattamento, essendo in grado di soddisfare tutte le esigenze finanziarie. 18. L'aiuto straniero che il governo italiano considera necessario per assicurare l'introduzione di un programma avanzato di difesa corrisponde all'intero costo delle importazioni connesse con il programma menzionato, cioè 131 miliardi di lire o 210 milioni di dollari, circa la metà dei quali per beni direttamente connessi con il programma di difesa, mentre l'altra metà necessita per soddisfare l'accresciuto bisogno del consumo determinato dall'aumento della spesa totale. La suddetta cifra dovrebbe essere assegnata all'Italia sotto forma di sovvenzione secondo principi simili a quelli presentemente regolanti gli aiuti ERP. 19. L'esaurimento di materie prime e di beni finiti da imponare, sarà comunicato con documenti separati contenenti un'indagine completa del nuovo programma e delle esigenze militari e civili. 20.. L'analisi sopra indicata · non ha naturalmente tenuto in considerazione gli altri elementi della situazione economica italiana già sottolineati nella prima sezione del presente memorandum e relativi. all'aumento del deficit della bilancia italiana dei pagamenti da 241 milioni di dollari, per l'anno finanziario 1950-51 a 326, che garantirebbero una revisione anche dell'ammontare dell'aiuto.

IV DISPOSIZIONI DI DIFESA PER ULTERIORI POTERI DELLA NATO 1. Il governo italiano è pienamente consapevole del fatto che i suoi impegni verso il Patto Atlantico richiedono il più grande contributo possibile all'aiuto reciproco, e conseguentemente l'utilizzazione di qualsivoglia risorsa aggiuntiva nella manodopera e in altri fattori produttivi che possono essere disponibili per fini di difesa comune delle nazioni democratiche. Per questo motivo è stata con• Nel calcolo è stato valutato che la spesa di 250 miliardi prenderà posto nel corso di 12 mesi ad un livello costante e che la lunghezza di ciascun periodo di introito è di 4 mesi, così l'effetto di quanto speso nel primo mese si sentirà all'inizio del quinto.


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siderata la possibilità di intraprendere richieste di difesa da parte di altri paesi NATO. Ciò potrebbe includere, non solo la piena utilizzazione di equipaggiamento industriale, oltre e sopra i bisogni dello sforzo di difesa interna; ma anche un' espànsione aggiuntiva negli investimenti,· poiché appare probabile che lo sforzo di difesa interna, come precedentemente ·sottolineato - eccetto specifici settori - è poco adusato alla produttività industriale. 2. È chiaro allo stesso tempo che le peculiari caratteristiche della posizione italiana che sono state sottolineate nel precedente paragrafo, dovrebbero essere .prese in considerazione in ogni arrangiamento relativo a quelle possibilità; conseguentemente: a) il costo dei prodotti dovrebbe essere coperto completamente e in valuta estera forte e convertibile b) il costo delle materie prime e di altri materiali da importare per quelle produzioni dovrebbe essere richiesto in valuta forte c) dovrebbero tenersi in piena considerazione gli effetti di un'avanzata prod'.'1z~one sulla bilancia italiana dei pagamenti e sulla stabilità monetaria e finanz1ana. 3. I seguenti paragrafi valuteranno l'impatto di un programma di ordini all'estero per l'ammontare di 200 miliardi di lire. I suoi effetti saranno simili a quelli dello sforzo di difesa discusso nella III parte, e potranno raggiungere problemi simili. 4. È ovvio che l'introduzione nella circolazione, di "breve periodo" di "carburante monetario" pari ad 1/5 o 1/4 della circolazione totale, produrrebbe inevitabilmente forti pressioni sull'inflazione; A meno che non siano stabiliti appropriati compensi, la situazione potrebbe facilmente sfuggire al controllo, il che porterebbe in larga scala all'inflazione galoppante, insieme à conseguenze familiari, associate (mancanza di fiducia, aumentata velocità di circolazione monetaria), caduta della valuta, ecc.. Ciò contro, la carattenstica di un'economia internazionale caratterizzata da gravi carenze materiali. Per controllare la situazione ed evitare, invece di "curare", sviluppi deprecabili, l'unica possibilità di assorbire regolarmente l'eccesso del potere d'acquisto, il che può accadere solamente se la domanda aggiuntiva di materie prime e di beni di consumo è connessa ad un aumento corrispettivo nel loro approvvigionamento. 5. Ovviamente, queste ripercussioni non sono alla diretta attenzione dei paesi stranieri che si materializzerebbero nelle ordinazioni di difesa in Italia. Per quanto siano interessate, possono; tuttavia, trascurare l'effetto del moltiplicatore. Questo è, e comunque deve essere, necessariamente un problema di profonda e molto reale rilevanza per il governo italiano; ed è per questo motivo che è essenziale che le ordinazioni estere siano pienamente coperte con pagamenti, per evitare il bisogno di ulteriori stanziamenti dannosi per la difesa e per evitare effetti indesiderati sull'equilibrio monetario e finanziario.


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6. In una normale economia, la risoluzione più ovvia è ricevere il pagamento nella valuta del compratore. Ci sono, comunque, poche valute convenibili, forse solamente una e anche questa trova. alcune limitazioni nell'economia ·d' emergenza che sta prendendo forma ne{ mondo. È anche per queste considerazioni che l'Itàlia dovrebbe vedere con cautela le ordinazioni e gli incarichi che non fossero collegati con adeguati fornitori di .materiali naturali. 7. L'accettazione della somma del valore di circa 200 miliardi di ordinazioni - senza la struttura generale già sottolineata sopra - richiederebbe importazioni di materie prime, e di prodotti semi-lavorati di circa il 33% del valore dei prodotti che è di 66 miliardi. Dell'ammontare di investimenti aggiuntivi di almeno 50 miliardi per modernizzare e adattare i progetti è da considerare la metà: cioè 25 miliardi dovrebbe essere importata. 8. Questi investimenti aggiuntivi raggiungono la cifra dai 200 ai 250 miliardi ai quali vanno aggiunti dieci miliardi in più per le costruzioni, portando quindi la somma totale a 260 miliardi la domanda lorda 260 miliardi dovrebbe essere diminuita delle importazioni di materie prime per 66 miliardi e degli investimenti aggiuntivi pari a 25 miliardi 91 miliardi Totale 91 miliardi che dedotti dalla domanda lorda danno una domanda netta di

169 miliardi

9. Da questa cifra di 169 miliardi dovrebbero essere dedotti inoltre: - diritti fiscali sull'ammontare dei nuovi ordini 6.60 miliardi - diritti doganali sui beni importati 10.00 miliardi - ammortamento incluso nei prezzi dei prodotti 15.20 miliardi - bonus diminuiti e redditi più alti per benefici 7.70 miliardi della sicurezza sociale non distribuiti - imposte dirette: 3.50 miliardi sui redditi da lavoro 7.60 miliardi per altri redditi - risparmio netto su: 2. 90 miliardi redditi da lavoro 1(so miliardi per altri redditi 65.00 miliardi TOTALE 10. Nel secondo periodo di redditi il fabbisogno dell'importazione sti-


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mata è pari al 33% della spesa totale, che è di 33,3 miliardi (32% di 104), mentre ricavi più alti e minori spese dello Stato possono essere stimate nel loro complesso, al 25% della formazione del ricavo lordo interno, che è di 18 miliardi, in cifra tonda. La dòmanda totale nel 2° periodo sarà distribuita come segue: -

importazioni ricavi più alti e spese minori dello Stato risparmio lordo · consumo

33.3 miliardi 18.0 10.0 42.7 104.0

32% 17% 10% 41% 100%

11. Durante il terzo periodo e i successivi, la distribuzione rimane costante, mentre si considera che dal V mese l'aumento ulteriore della domanda può essere ritenuto trascurabile: può essere considerato che la domanda totale crescerà e salirà da 260 a ·457 miliardi, mentre il valore del moltiplicatore è 1,76. Di questa domanda di la somma che sarà riassorbita è: - dei ricavi maggiori e delle spese minori dello Stato - del risparmio lordo - delle importazioni: che concernono gli ordini che concernono il consumo maggiore dovuto al moltiplicatore la domanda maggiore per beni e servizi nel mercato interno è di

457 miliardi 68 miliardi 46 91 55 260 miliardi 197 miliardi

12. Secondo la considerazione che l'industria sarà in grado di produrre 197 miliardi di ulteriore consumo di beni e di servizi più quelli che concernono il riarmo interno, il pagamento degli ordini implica, nel suo complesso: 91 miliardi di lire importazione di materie prime per consumo di beni per 55 "

Totale

146 miliardi di lire

che dovrebbero èssere messi tempestivamente a disposizione dell'Italia per consentire l'inizio immediato del processo produttivo evitando ripercussioni che l'economia italiana non sarebbe nella posizione di sopportare.


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V POLITICHE ECONOMICHE RELATIVE AL _PROGRAMMA DI DIFESA .

I I 1

.I I

I

1. .Un'ulteriore spesa della ·difesa di 250 nùliardi, mentre rappresenta un sostanziale contributo per la difesa .comune, richiede uno sforzo che esige appropriate misure economiche. 2. Nei capitoli precedenti, è stato fatto un riferimento alle difficoltà connesse con una crescita di 250 miliardi nella spesa pubblica. 3. Devono essere aggiunte alcune considerazioni rispetto al problema delle materie prime e dei controlli relativi: a) la crisi coreana ha provocato in Italia una situazione di grave esaurimento di rifornimenti che sono · crollati per molte merci ad un ·punto critico. b) il programma di riarmo è stato sostenuto sulla base della disponibilità delle materie prime di cui direttamente o indirettamente si sente l'esigenza. c) se dovessero esserci ritardi nella stabilizzazione di un meccanismo interno per la distribuzione ordinaria di materiali difficili da reperire, le richieste italiane dovrebbero avere una considerazione pronta ed adeguata dal governo degli Stati Uniti, in vista del fatto che una larga parte di quelle richieste è soddisfatta da importazioni provenienti dall'area del dollaro. 4. In assenza di adeguate misure interne, anche gli effetti positivi che dovrebbero risultare dall'attività produttiva espansa troverebbero seri ostacoli alla loro realizzazione. 5. Alcune di queste difficoltà sono meritevoli di essere menzionate a) l'intervallo di tempo tra la spesa del governo da una parte e l'introito d'imposte dirette, nonché le economie e di sussidi alla disoccupazione e i costi della sicurezza sociale dall'altra, l'intervallo del tempo richiesto per l'introito d'iinposte dirette può essere valutato in 2 .anni; tuttavia si può ridurre come risulta dalla riforma tributaria che il Parlamento sta ora discutendo. Alcuni intervalli di tempo tuttavia pur per periodi molto brevi, possono essere anticipati rispetto ad alcune imposte indirette corrisposte sulla base di un pagamento forfettario. In alcuni stadi le economie sui sussidi di disoccupazione potrebbero risultare inoltre poèo rilevanti b) Le pressioni dell'inflazione originatesi dal nuovo investimento e dalla tendenza all'aumento degli stocks c) La tendenza verso aumenti dei prezzi dovuta a: indici di ritardo dovuti all'inevitabile ritardo nel far partire i macchinari e alle ripercussioni dei prezzi internazionali nel mercato interno. d) La tendenza agli aumenti degli introiti salariali in particolar modo come . il risultato dell'operazione della "scala mobile"... 6. Come conseguenza, la domanda per i beni di consumo potrebbe dimo-


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strarsi più alta di quella indicata nel caso del moltiplicatore, già discusso e il pericolo che la capacità produttiva esistente potrebbe non venirgli incontro, potrebbe aumentare, con ovvie ripercussioni sul mercato monetario. 7. La linea di azione che il governo italiano intende seguire in questo campo terrà in conto tutte le predette considerazioni, così come la particolare situazione internazionale (come testimoniato dalle recenti dichiarazioni italiane all'OEEC). 8. Sarà ricordato che per quanto riguarda il caso del luglio 1950 il governo italiano- seguendo gli eventi internazionali di quel mese - prese immediatamente una serie di misure che possono essere riassunte come segue: a) blocco di tutte le spese del governo dopo il luglio 1950; ogni singolo ministro ha preso l'impegno di fermare tutte le iniziative che avrebbero potuto portare a spese aggiuntive b) controllo del programma degli investimenti allo scopo di dare priorità agli investimenti propri della nuova situazione, avendo riguardo per il loro proposito e per altre rilevanti considerazioni (produttività, capacità di .impiego immediato) c)coordinazione delle disposizioni di governo per evitare dichiarazioni in favore dell'uso di agevolazioni produttive da parte di settori differenti dell' Amministrazione. d) controlli di credito selettivo, con un'attenzione particolare a scoraggiare aumenti speculativi negli stocks e) controlli sulle transazioni che riguardano materiali poco reperibili per la loro domanda generalizzata così da prevedere un aumento dei prezzi e allo stesso tempo assicurare una distribuzione nazionale. Mentre la politica sopra menzionata fu decisa, l'aumento delle imposte sul consumo di beni di lusso e non essenziale fu presa in considerazione l'attuazione quando necessaria. . 9. Con riguardo all'applicazione dei controlli, è stato ·puntualizzato che secondo l'esistente ·legislazione, il settore esecutivo del governo ha già poteri adeguati rispetto a: - a) controlli dei prezzi 1

1 Controllo dei prezzi: Decreto esecutivo del 19 ottobre 1944 che stabilisce una commissione interministeriale dei prezzi; Decreto esecutivo n, 898 del 15 settembre 1947 che dà poteri alla Commissione. Produzione e distribuzione di viveri: Decreto esecutivo del 28 dicembre 1944 n. 411 che istituisce un ufficio per la gestione dei generi alimentari. Controlli industriali: Decreto esecutivo dell'S maggio 1946 n. 471 per l'istituzione di un comitato sul carbone; Decreto esecutivo n. 405 del maggio 1947 sulla produzione e la distribuzione di ferro e rame; Decreto esecutivo del 19 luglio 1946 sui trasporti interni-industrie straniere: Decreto esecutivo del 16 gennaio 1946 n. 12.

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- b) produzione, importazione e distribuzione delle risorse, così come per materiali ferrosi - c) importazioni di tutte le agevolazioni da tutte le aree - d) controlli nel campo del petrolio e dell'elettricità - e) controlli sul credito e sulla fuoriuscita di nuovi capitali - f) prestiti del governo 1O. È quindi evidente che il governo italiano è già intenzionato verso scopi più pratici, con i poteri necessari, ad esercitare controlli effettivi dell'economia interna. Conseguentemente, nuove misure legislative di ampia portata non sembrano essere immediatamente richieste, comunque il governo italiano sta considerando quali ulteriori disposizioni potrebbero essere consigliabili per riempire vuoti nella legislazione esistente per coordinare ed impiegare il contenuto, e finalmente per rendere più efficienti vari organi amministrativi e rendere più rapida la loro attività. 11. Il governo italiano, nella considerazione di intensificare il suo programma di difesa focalizzerà la sua attenzione su i principali problemi e cioè: produzione e distribuzione di viveri: a) stabilità monetaria b) disponibilità di materie prime Il governo, servendosi di poteri esistenti e di altri che potrebbero essere attuati intende perseguire le seguenti politiche nei settori economici interessati: a) produzione: aumento diretto della produzione di alcuni materiali base poco reperibili, come lo zolfo, carbone e piombo nonché l'aumento indiretto della produzione di alluminio, rame, ecc. attraverso l'eliminazione degli ostacoli attuali (ad es. energia elettrica) b) consumi - Adozione di: 1 - un sistema di distribuzione di quelle materie prime, che, essendo scarse, sono soggette a determinazione di priorità sul mercato internazionale. Questo aspetto deve essere portato a termine attraverso una dettagliata analisi del consumo di ogni prodotto la cui fornitura sia scarsa, tenendo presente che sono state condotte già opportune indagini dagli organismi governativi interessati allo scopo di accertare il fabbisogno nazionale ripartite per settori di consumo. 2 - misur~ dirette a comprimere la capacità aggiunta di credito, che risulterà dall'aumento della spesa militare. Tali misure includeranno provvedimenti di carattere fiscale, distribuzioni di materiale o prodotti poco reperibili, controlli sul credito e l'inflazione. 3 - blocco, se necessario, dei salari e dei prezzi per tenere a freno il trend dell'inflazione. c) finanze pubbliche. Il blocco delle spese governative, che è stato deciso nel luglio del 1950 sarà mantenuto e rafforzato con tutta la s~verità pos~ibile. In?ltre sono previste misure fiscali per accrescere le entrate sia tramite rmposre m-


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Società italiana di storia militare.· Quaderno 1998

dirette (particolarmente collegate a beni di lusso) e mediante imposte sul profitto in eccesso connesse con il programma di produzione di difesa. d) investimenti: le politiche adottate nel luglio 1950 saranno mantenute. Inoltre i progetti di investimenti saranno soggetti: 1) incoraggiare gli investimenti per l'aumento .della produzione di materie prime poco reperibili e strategiche 2) prevenire l'accumulazione di stocks a scopo speculativo 3) ridurre gli investimenti nelle attività non essenziali (edifici di lusso, settori industriali che producono già a pieno regime, ecc. ecc.).


Indice

Ciro Paoletti

Un incubo logistico: Imbarco, viaggio e sbarco delle Regie Truppe Italiane dell'Estremo Oriente

5

Antonio Rosati

La crociera russa della R.N. Carlo Alberto nel diario del Guardiamarina Giuseppe Raineri Biscia

17

Pierpaolo M eccariello "Qui è D'Annunzio". L'impresa di Fiume nella carte della Guar-

dia di Finanza

31

Gianluca Gangi ·

Alla ricerca di una dottrina. Le manovre della Regia Aeronautica dal 1927 al 1933

63

Paolo Caruso

Mobilità strategica e guerra di mezzi nelle manovre dell'Esercito degli anni Trenta

111

Giuseppe M~yer La programmazione quadriennale 1950-51 - 1953-54 del riarmo italiano. Cause e finalità

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