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Sommario
www.esercito.difesa.it riv.mil@tiscali.it
4 Eurofor European Union Battle Group (ERF EU BG) 2011-2012
n. 4/2012 ottobre-novembre-dicembre
105 Io e l’Esercito Italiano di Chiara Sonia Amodeo
di Josè Alberto Martins Ferreira
106 La Carta Multiservizi della Difesa
Foto
10 Potenze a confronto (2a parte) di Antonio Ciabattini Leonardi
111 L’ospedale da campo n. 68 17 La Siria tra primavera araba e guerra civile
a cura dell’ Ufficio Storico dello SME
di Stefania Azzolina e Silvia De Cristofano
18 Il contrasto al terrorismo islamico nell’Africa Sub-Sahariana di Alessandro Bizzaro
24 Giornata delle Associazioni d’Arma di Ernesto Bonelli
in copertina 26 SPECIALE
Missioni Internazionali L’Esercito Italiano protagonista Autori vari
Una coppia di fucilieri in addestramento. L’Esercito Italiano pone particolare attenzione all’addestramento in funzione dell’impiego operativo in patria e all’estero.
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EUROFOR EUROPEAN UNION BATTLE GROUP (ERF EU BG) 2011-2012 Il Comandante di EUROFOR, Generale di Divisione dell’Esercito Portoghese, José Alberto Martins Ferreira, ha scelto le pagine di «Rivista Militare» per pubblicare questo articolo in cui presenta gli aspetti più rilevanti della sua attività di Comando di EUROFOR Force Headquarters (ERF F HQ) e del Battle Group (BG) Package, dopo aver concluso il período di Stand By il 31 dicembre 2011.
L’«EUROFOR Battle Group» è una «Combined Joint Force» composta da circa 1 790 militari, appartenenti alle quattro Nazioni che formano EUROFOR, e strutturata in un battaglione di fanteria, un Combat Service Support, un Combat Support, un Air Capability for Strategic Air Transport Evacuation, un Heli-Medical Evacuation (con EH-101), un Close Air Support (CAS), un Tactical Aerial Reconnaissance (TAR) e un Combat Air Patrol (CAP). Il Force Headquarter (FHQ) si basa su un Joint Combined Staff, di 167 elementi, con alle dipendenze un’Unità di Supporto, di 217 unità, che include una moderna Compagnia Transmissioni.
La peculiarità di questo Battle Group, a differenza di altri modelli già sperimentati, sta nell’organizzazione basata sulle quattro Framework Nations costituenti EUROFOR, con una Lead Nation. Nel periodo di sperimentazione, la parte di Lead Nation è stata ricoperta dal Portogallo, con un Battle Group Point of Contact Nation (BG POC), individuato nel Generale di Divisione dell’Esercito Portoghese, Comandante di EUROFOR. Per implementare tutte le azioni atte alla cer-
Le Bandiere di EUROFOR e delle quattro Nazioni partecipanti.
L’ultimo Comandante di EUROFOR, il Generale di Divisione, dell’Esercito Portoghese, José Alberto Martins Ferreira.
tificazione e validazione dell’ERF EU BG 2011-12, è stata elaborata e concordata con le Nazioni costituenti EUROFOR una Road Map. La Road Map, mostrata nell’immagine a sinistra, si è sviluppata per oltre due anni, presentando una chiara definizione delle competenze di ciascuna delle Nazioni partecipanti a tale processo ed, essenzialmente, è divisa in due principali fasi, una di programmazione e l’altra di preparazione. Nella fase di programmazione è stato stabilito di elaborare e approvare quasi tutta la documentazione necessaria, da impiegare durante il processo decisionale di EUROFOR, sviluppata attraverso riunioni di vario livello tenute da Expert Groups, Subworking Groups, Political-Military (POLMIL) meetings e/o High Level
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Inter-Ministerial Committee (CIMIN). La fase di Preparazione, invece, di mera responsabilità del Comandante di EUROFOR, è stata costituita principalmente da quattro esercitazioni: («Fiesole ’10», «Mercurious ’11», «Toscana ’11» nella sede di Firenze e l’esercitazione di certificazione «Bora ’11» nell’area addestrativa di Pian di Spille - Civitavecchia) affiancate, inoltre, da molteplici attività ad esse correlate. Peraltro, dopo la certificazione e prima del periodo di Stand By, si è svolta l’esercitazione «Livex Dragão Padrela/Orion ’11» («DPO ’11») in Portogallo, durante la quale il Comandante di EUROFOR ha avuto la possibilità di avere alle proprie dipendenze più del 50% delle forze che hanno costituito il BG package. Inoltre, nella fase di Stand By, si sono svolte altre due esercitazioni: «Fiesole ’11» a Firenze e «Citadel Guibert ’11» in Germania, entrambe con la finalità di implementare l’attività di addestramento in fase di
proiezione e, in particolare, di «Reception, Staging and Onward Movement/Integration» (RSOI). Un’altra delle caratteristiche fondamentali che distingue l’ERF EU BG è il Concetto di Comando e Controllo, approvato dalle Nazioni e sviluppato in fase di esercitazione, relativo alla fusione tra il livello operativo e quello tattico del BG con il livello operativo del Force Headquar-
ter che, di fatto, rappresenta l’eliminazione di un anello della catena di comando: in sintesi, il Comandante Tattico e quello Operativo si sono identificati nella stessa figura. Tale concetto è stato ampiamente testato per un intero anno, in cinque differenti esercitazioni, producendo ottimi risultati. Alla luce del significativo periodo
La Road Map dell’ERF EU BG.
economico-finanziario, sicuramente ha rivestito la sua particolare importanza la possibilità di gestire il budget approvato annualmente sia per le spese riferite al funzionamento ordinario (operating expenditures) sia agli investimenti per le esercitazioni. Questo budget ha consentito,
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negli anni 2008/9/10, di soddisfare tutte le necessità addestrative e funzionali del Comando e di destinare, nel 2011, quasi il 50% del budget annuale alle esercitazioni. EUROFOR, al termine di questo periodo di preparazione, risultava essere equipaggiato al 100% della sua capacità C4, pronto a disimpegnare qualunque possibile missione. Si ritiene importante sottolineare il metodo adottato dal Comandante al fine di conseguire il risultato auspicato. Nella rete interna di EUROFOR (Wise), è stato condiviso un video «Commander’s Intent» che, in maniera diretta e visiva, forniva l’intento del Comandante secondo lo scenario creato dalla UE. Dopo la divulgazione del «Commander’s Intent», è stato sviluppato, in forma didattica, il Piano Operativo, denominato «Blue Flag» e sperimentato durante l’Esercitazione «Fiesole ’10 (Operational Planning Exercise OPLAN), con la participazione di «augmentees» delle 4 Nazioni di ERF, impiegati in differenti aree di Staff, i quali hanno contribuito a elaborare e completare, in relazione alle specifiche posizioni da Crisis ricoperte, il citato Piano. Il Disegno Operativo di questo piano, che ha incluso differenti fasi, dalla proiezione al ripiegamento, è servito come base per garantire, nella forma appropriata, la realizzazione sequenziale delle esercitazioni.
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sistema ADAMS (Allied Deployment and Movement System), sistema NATO che ha consentito di scambiare le esperienze logistico-operative delle quattro Nazioni con i Subject Matter Experts (SME), l’Operationl Headquarters (OHQ) e il Movement Coordination Centre Europe (MCCE), al fine di sviluppare un ipotetico e, per quanto possibile, realistico piano di schieramento con le costrinzioni e le limitazioni di «Real Life». Sulla base dei piani elaborati dal Portogallo, dall’Italia, dalla Francia e dalla Spagna e con il contributo degli experts delle quattro Nazioni, dell’Operationl Headquarters, ubicato a Mont Valerien (Parigi) e del Movement Coordination Center Europe di Sopra. Il Disegno Operativo del Piano. A destra. Il Readiness Plan. Sotto. Il Combined and Joint Operations Center.
Peraltro, l’OPLAN è stato testato, modificato e perfezionato sino alla fine della fase di preparazione. Nella fase di Stand By, è stato fatto uso di detto OPLAN durante l’esercitazione «Fiesole ’11» (tale esercitazione prevedeva la fase di schieramento e l’uso delle procedure RSO-I), offrendo l’opportunità di operare con il Eindhoven, è stato applicato il Piano di Proiezione Dettagliato Integrato del FHQ e del BG Package, per un sempre ipotetico teatro di impiego nel continente africano. Inoltre, un documento fondamentale dell’ ERF BG è stato rappresentato dal Readiness Plan. Il suo obiettivo è stato quello di integrare in un unico documento tutti i concetti, i requisiti, le procedure e un largo numero di altri documenti correlati, approvati dalle quattro Nazioni, durante le fasi di pianificazione e preparazione del FHQ e del BG Package, al fine di essere pronti a un
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cal Evacuation (Air MEDEVAC) con le Forze Terrestri, attraverso il Forward Air Controller (FAC), permettendo l’implementazione delle Rules of Engagements (ROEs) nel processo di controllo del Comandante, la Tracking Incident Matrix, che ha consentito di seguire tutti gli incidenti nel Teatro delle Operazioni (TO) in tempo reale, il «Logbook» e la «Wise Events Table», dove sono stati registrati tutti gli avvenimenti in ordine cronologico, una COP secondaria, i Commander’s Critical Intelligence Requirements (CCIR’s) e, qualora richiesto, l’integrazione di stazioni televisive accreditate, in generale, ai media networks necessari. Un’altra peculiarità dell’ERF BG è la eventuale impiego, durante il periodo di Stand By, conclusosi il 31 dicembre 2011. Appare opportuno evidenziare che EUROFOR, sin dall’inizio della preparazione, è stata presunta essere una Combined and Joint Force, utilizzando ed esercitando, pertanto, capacità «Joint» e «Combined», al fine di poter essere impiegata in Joint and Combined Operations. Una delle maggiori sfide incontrate è stata l’organizzazione del moderno Combined and Joint Operations Center (CJOC) che ha dovuto monitorare le capacità C4I (Command, Control, Communications, Computers and Intelligence) e ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance), oltre a coordinare, in tempo reale, le Special Operations e la componente aerea, attraverso un Air Operations Coordination Centre (AOCC), posto alle dirette dipendenze del Comandante di EUROFOR. In tale CJOC sono stati utilizzati differenti strumenti quali il «VIDEO HALL», ad esempio, che è stato lo strumento attraverso il quale si è potuto implementare l’attività di Comando e Controllo, con 9,1 m2 di widescreen, per visualizzare i dati forniti dal Sistema Automatizzato di Comando e Controllo (SIACCON), rendendoli disponibili, in
tempo reale, al Common Operational Picture (COP). Nella rete Wise era stata creata una CJOC Chat Room, molto utile, specialmente per supportare il processo decisionale dei Comandanti, ai vari livelli, nelle fasi più delicate, come il Time Sensitive Targeting (TST) o per i complex attacks, comprendendo sia le azioni di imboscata che gli Improvised Explosive Devices (IEDs). La CJOC Chat Room ha giocato un ruolo significativo per quanto concerne l’integrazione e la coordinazione generale di tutti gli assetti diponibili per far fronte ai vari incidenti/eventi, quali, ad esempio, il Close Air Support (CAS) e l’Air Medi-
sua forte componente di supporto sanitario, che lo distingue dagli altri BG sinora approntati per le missioni dell’Unione Europea, con un ospedale da campo rinforzato Role 2E (Enhanced) francese, con la possibilità di piccoli interventi chirugici e stabilizzazione dei pazienti e successiva evacuazione strategica, qualora necessario. Mezzi disponibili per l’evacuazione aerea: due elicotteri EH-101 «Merlin», con capacità di transportare 16 barelle ciascuno. È importante, peraltro, tener conto dell’elevata disponibilità eventualmente fornita di mezzi aerei del Battle Group, fondamentali per l’Initial Entry Force, permettendogli missioni di
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Transporto Aereo Strategico e di HELIMEDEVAC, di Closed Air Support (CAS), di Tactical Air Reconnaissance (TAR) e di Combat Air Patrol (CAP). Si sottolinea l’importanza del processo di definizione, in tempo ristretto, come l’approvazione e il riconoscimento da parte delle Nazioni di tutti i permessi necessari per operare nei Teatri Operativi di media e alta intensità, fatta eccezione solo della capacità di special recce, che nessuna delle Nazioni ha reso disponibile. Il processo di Valutazione e Certificazione è stato eseguito secondo i criteri indicati dall’UE, seguendo, ovviamente, gli standards e i criteri della NATO. La Nazione che ha condotto l’intero processo è stata il Portogallo. In estrema sintesi, sono due le differenze tra l’EUROFOR BG e gli altri BGs: • l’esame rigoroso dei criteri e degli standards adottati nelle due fasi valutative, statica e dinamica. Questo lavoro ha richiesto molto tempo per la sua realizzazione e non era stato realizzato a livello della UE e, pertanto, può servire come punto di riferimento per le future certificazioni degli altri BGs; • per la prima volta, la Valutazione è stata effettuata, di fatto, da un team indipendente, multinazionale e multidisciplinare, costituito
Lo State of Requirement dell’EU BG 2011-2.
da 22 elementi appartenenti alle 4 Nazioni costituenti EUROFOR e guidato dal Portogallo. L’Esercitazione «Bora ’11» è durata circa un mese e, al di là dell’obiettivo principale costituito dalla certificazione e validazione come BG, si è voluto dimostare la capacità di proiezione del FHQ, completamente autonomo e modulare, sotto tenda, composto da 167 militari del Comando e da una unità di supporto
di 217 militari, che includeva una compagnia trasmissioni (CIS Unit) e un distacccamento delle Trasmissioni, costituito da 29 militari dell’Operational Headquarters (OHQ), ubicato a Mont Valerien, Parigi. L’OHQ era sotto il comando del Generale di Brigata Jean Philippe Ganascia dell’Esercito francese, Ufficiale esperto che ha già comandato l’Operazione di EUFOR nella Repubblica del Ciad, dal 2007 al 2009, mentre la Direzione dell’Esercitazione (EXDIR) era costituita da circa un centinaio di Ufficiali e Sottufficiali della Divisione «Acqui», sotto il comando del Generale di Divisione Vincenzo Santo. Inoltre, il team di Valutazione era sotto la guida del Generale di Divisione Carlos Jerónimo e il LOCON, rappresentante la nostra sub-unità, era schierato all’interno del Centro di Simulazione dell’Esercito (CE.SI.VA), in Civitavecchia. Il piano di schieramento del FHQ è iniziato con un’accurata scelta, in fase di ricognizione, di un’appropriata area addestrativa ed è stato seguito, in fase di pkoonz ianificazione, dalla costruzione di un scale model. Per avere un’idea di quanto realizzato, sono state allestite più di 100 tende, tra medie e piccole, 8 tende di grandi dimensioni, impiegati circa 90 veicoli tattici (light e heavy), 40 veicoli
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«logistici» e per il supporto sanitario, di acqua e carburanti, per sostenere, approssimativamente, 400 persone durante il mese di addestramento. Il 26 maggio 2011, il processo è stato finalmente ultimato: il Comandante di EUROFOR ha conseguito, in Pian di Spille (Civitavecchia), la «Carta di Certificazione» del Force Headquarters e del BG Package, dopo aver ottenuto un punteggio pari al 93% nella qualificazioni negli standards, definiti dalle 4 Nazioni, effettivamente valutati durante l’Esercitazione «Bora ’11» dall’equipe di Valutazione. Al termine, è stato creato un DVD Interattivo, contenente tutta la documentazione prodotta durante la fase di pianificazione e preparazione, integrato di quanto realizzato durante le esercitazioni e i processi di certificazione e valutazione, incluso il periodo della fase di Stand By: ciò rappresenta uno strumento sicuramente valido per il futuro per la rilevanza delle informazioni contenute. Sono stati, in sintesi, 16 mesi intensi, caratterizzati da un’attività di pianificazione, organizzazione e condotta da parte dello Staff di EUROFOR, con una particolare attenzione al processo di certificazione e di prontezza nel periodo di Stand By. Nel febbraio 2012, un seminario tenuto a
L’organigramma dell’Esercitazione di Valutazione.
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Il 14 giugno 2012 si è svolta a Firenze la cerimonia di chiusura del Comando EUROFOR (European Operational Rapid Force), la Forza multinazionale europea ad intervento rapido in cui sono presenti militari italiani, francesi, spagnoli e portoghesi. Alla cerimonia hanno presenziato i Capi di Stato Maggiore della Difesa dei Paesi Membri. Il Comando, con sede nella caserma «Predieri» di Firenze, è stato ufficialmente inaugurato il 9 novembre 1996 dai Ministri della Difesa dei Paesi che lo hanno costituito e nel periodo in cui ha operato ha svolto numerose attività nei Paesi membri oltre alla partecipazione alle missioni in Albania (20002001), in FYROM (2003) e in Bosnia-Herzegovina (2006-2007). È senza dubbio positivo il risultato conseguito da EUROFOR nel campo dell’integrazione tra le forze europee. Un risultato che potremmo definire, usando le parole del Generale Biagio Abrate, Capo di Stato Maggiore della Difesa, durante la cerimonia di chiusura, una «gemma preziosa» che al momento è messa a riposo, ma che ... è destinata, in futuro, a rifiorire a nuova vita nell’ambito delle Politiche di Sicurezza e Difesa comuni dell’Unione Europea.
Firenze ha concluso il ciclo dell’ERF BG per lo studio delle Lessons Learned/Lessons Identified, a cui le 4 Nazioni sono convenute attraverso le lezioni che saranno presentate all’European Union Military Committee (EUMC) di Bruxelles, dal Portogallo,
in qualità di «Lead Nation» del «Battle Group Point Of Contact» (BG-POC). «L’EUROFOR European Union Battle Group 2011-2 rimarrà nella memoria collettiva di tutti coloro, militari e civili, che durante più di due anni, con il loro sforzo, hanno contribuito al successo di questo progetto». Dopo aver ultimato il mio periodo di Comando del Battle Group 2011-2 al 31 dicembre 2011, tengo a sottolineare che è stato per me un grande onore e un privilegio aver fatto parte di questo progetto e ringraziare l’Italia, la Francia, il Portogallo e la Spagna per il sostegno incondizionato ricevuto per il suo conseguimento. José Alberto Martins Ferreira Generale di Divisione dell’Esercito Portoghese, ultimo Comandante di EUROFOR, già Comandante dell’European Union Battle Group 2011-2
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POTENZE A CONFRONTO L’EVOLUZIONE DEGLI EQUILIBRI GEOPOLITICI NEL XXI SECOLO 2a Parte La crescita della Cina nel sistema economico internazionale sta determinando un cambiamento negli equilibri geopolitici. In questo contesto rimane essenziale l’intreccio tra economia e sicurezza per i futuri allineamenti e zone d’influenza. Gli Stati Uniti mantengono una posizione strategicamente cruciale nella regione Asia-Pacifico e non ridurranno la propria presenza.
LA CINA Lo sviluppo ultratrentennale della Cina ha fatto sì che sia diventata la seconda economia del pianeta, in termini assoluti, dietro agli Stati Uniti, e il suo reddito pro capite sia arrivato a 4-5mila dollari. L’inizio del decollo cinese può essere fatto coincidere con il varo delle «Quattro Modernizzazioni» volute da Deng Xiaoping nel 1978 nei campi dell’agricoltura, dell’industria,
della ricerca scientifica e della difesa. Risale ad allora l’avvio del tentativo cinese di costruire un’economia socialista di mercato, dando vita a un sistema che sarebbe stato basato sulla conferma del monopolio politico del Partito Comunista e la contestuale trasformazione dell’economia nazionale in senso capitalista e libero-scambista.
Un MBT cinese «Type 99».
Gradualmente, la Repubblica Popolare Cinese ha abbandonato il collettivismo agricolo, liberalizzato i prezzi, decentrato la raccolta delle imposte, accresciuto l’autonomia delle imprese statali, allestito un sistema bancario di larghe dimensioni, seppur ancora troppo controllato dallo Stato, aperto una borsa, creato e ampliato un settore economico privato. Dagli anni Ottanta, la Cina si è imposta all’attenzione del pianeta per gli elevati tassi di crescita reale fatti registrare dalla sua economia. Le dimensioni del successo appaiono decisamente ragguardevoli. In trent’anni, un Paese che poteva considerarsi a tutti gli effetti tecnologicamente ed economicamente arretrato è divenuto la seconda potenza industriale del mondo. Il surplus della propria bilancia commerciale ha inoltre permesso alla Cina di detenere oltre un trilione di dollari di debito sovrano statunitense. Sono state queste risorse ad averle consentito di divenire il maggiore Paese creditore degli Stati Uniti dandole la possibilità di tentare l’acquisizione di società straniere, aziende americane incluse. È comunque un fatto che i prodotti cinesi sono rapidamente penetrati su tutti i mercati internazionali, spiazzando numerosi concorrenti e generando particolarmente in Europa la richiesta di protezioni doganali e tariffarie. D’altra parte, al progresso industriale e tecnologico della Repubblica Popolare stanno dando un contributo notevole le numerose imprese nordamericane ed europee che hanno allestito propri impianti nelle zone franche create dal Governo di Pechino per attrarre gli investimenti esteri. Ancora adesso, parte significativa dell’export cinese è rappresentata da riesportazioni di produzioni realizzate da imprese multinazionali occidentali sul suolo della Cina: un elemento che complica oltremodo il compito di chi intende elaborare misure protezionistiche per difendersi dall’invasione dei manufatti cinesi.
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L’unico settore ancora sottratto agli apporti tecnologici occidentali è quello militare, in seguito all’embargo sulle forniture di materiali d’armamento decretato dagli Stati Uniti e dall’allora Comunità Economica Europea nel 1989, dopo i fatti di Piazza Tien An Men. Lo sviluppo economico della Repubblica Popolare sembra inarrestabile, seppure diversi analisti, e gli stessi dirigenti del Partito Comunista Cinese, abbiano identificato diversi fattori di rischio che gravano sulla sostenibilità degli attuali tassi di crescita nel medio e lungo periodo: dai persistenti squilibri territoriali nella distribuzione del reddito, che sfavoriscono le province dell’interno rispetto a quelle costiere, al degrado ambientale dalla disoccupazione all’invecchiamento della popolazione, che imporrà di destinare somme sempre più ingenti di risorse alle prestazioni sociali e alla sanità pubblica. A tutto ciò si deve aggiungere, sicuramente, che non solo «naturalmente» la Cina rallenterà nei prossimi anni, ma vi è la concreta possibilità che, se Pechino non dovesse procedere ulteriormente nel processo di riforme, la crescita del Paese potrebbe crollare e generare conseguentemente instabilità interna. In particolare, la Cina dovrà impegnarsi in un’economia innovativa e creativa che permetta alle imprese di sviluppare nuovi prodotti e servizi anche partecipando a network di ricerca internazionali. Creare un efficace stato sociale investendo in primo luogo in istruzione e sanità. L’obiettivo è quello di rimediare alle «naturali» distorsioni prodotte dal mercato (in primis la polarizzazione economica e sociale) e così facendo generare una nuova crescita trainata dai consumi di una possente e prosperosa classe media. Tutto ciò, naturalmente, potrà avvenire solamente se continuerà il processo di integrazione dell’ordine liberal-democratico a matrice occidentale, senza cedere al protezionismo economico e al nazionalismo politico.
Il lancio di un vettore spaziale cinese «CZ».
L’ACCELERAZIONE DELLO SVILUPPO INDIANO Questo fenomeno è invece relativamente più recente, datando soltanto dalla prima metà degli anni Novanta, periodo in cui la tradizionale predilezione per le politiche di import substitution, che avevano contenuto la crescita dell’India, cedette gradualmente il passo alle prime caute aperture ai mercati internazionali. Negli ultimi quindici anni, comunque, numerose grandi imprese statali sono state privatizzate, sono state abbassate le tariffe doganali e rimosse le quote imposte alle importazioni. Si è altresì riformato il regime dei cambi e si è provveduto a creare delle opportunità per attrarre gli investitori esteri. Il processo, per certi versi, è tuttora lontano dall’essere completato, dal momento che l’India partecipa al commercio mondiale in misura notevolmente più bassa rispetto alla Cina e larghe fasce della popolazione non
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hanno avuto accesso ad alcuno dei benefici della globalizzazione. Anche se inferiore a quella fatta registrare dalla Repubblica Popolare, la crescita indiana è stata ed è comunque notevole, specialmente se raffrontata alla sostanziale stagnazione e recessione dell’Europa Occidentale, e si prevede che possa continuare ancora per decenni, sull’onda dell’avanzata della liberalizzazione economica e di una crescita demografica che, a differenza di quanto accade in Cina, è ancora piuttosto sostenuta. Anche se quest’anno sull’onda della difficile situazione economica internazionale la crescita ha registrato un relativo calo, negli ultimi quindici anni il Prodotto Interno Lordo idiano è aumentato al ritmo medio di quasi il 7%, trainato da un settore terziario in cui brillano nicchie di assoluta eccellenza, come quelle collegate alla produzione ed esportazione di software: un settore produttivo il cui fatturato è cresciuto dai 50 milioni di dollari realizzati nel 1989 ai 4 miliardi del 2001, una metà dei quali rappresentati da esportazioni verso gli Stati Uniti e
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l’Europa. Nel 2002, inoltre, l’Unione Indiana poteva già vantare il possesso di un numero di informatic workers, 330mila, superiore a quello attivo in Giappone e pari a quello esistente negli Stati Uniti. L’India si sta affermando anche in altri promettenti campi, come quello della biogenetica e della telemedicina. Nell’ambito dell’area relativa alla sicurezza nazionale, poi, la politica estera apertamente espansionistica da parte della Cina e la continua proliferazione nucleare e missilistica tra Pakistan, Cina e Corea del Nord, l’hanno spinta a sviluppare più efficaci vettori. Il missile «Agni» (fuoco in sanscrito) rappresenta la colonna portante delle capacità missilistiche del Paese e ne sono state sviluppate più versioni. L’ultima, l’«Agni V», è stata testata con successo il 19 aprile di quest’anno. È capace di raggiungere obiettivi a oltre 5 000 km ed è quindi un ICBM. Questa distanza permette di colpire la Cina e i Paesi
Il nuovo Cacciatorpediniere cinese «Luyang II».
al di fuori dell’Asia. Il lancio è avvenuto da una base off shore al largo dello Stato indiano dell’Orissa. Tale vettore è costato 480 milioni di dollari ed è in grado di trasportare attrezzatura spaziale, satelliti e ogive nucleari individuali e multiple. Al van-
cinese. La Repubblica Popolare guarda ormai da anni alla Russia ma soprattutto all’Asia Centrale, all’Oceano Indiano, alla regione del Golfo Persico, all’Africa e all’America Latina. Di questo grande disegno strategi-
taggio del propellente solido abbina maggiore capacità di carico e gittata rispetto alle precedenti versioni. Ovviamente, ciò ha suscitato l’interesse della Cina.
LO SVILUPPO DELLE POTENZE EMERGENTI DELL’ORIENTE ASIATICO: L’IMPATTO GEOPOLITICO Insieme al peso demografico e al loro impetuoso sviluppo economico, la corsa all’energia è certamente tra i fattori che determineranno la crescita del profilo geopolitico di Cina e India. A causa della necessità di soddisfare il proprio fabbisogno energetico, Pechino è già uscita dall’ambito regionale est asiatico che per molti analisti sarebbe stato l’unico interessato dall’emersione della potenza
co sono sicuramente espressione anche alcuni processi in atto nel campo politico-militare. Stando alle informazioni ufficiali, le risorse destinate da Pechino alle sue Forze Armate sono aumentate del 9% all’anno dal 1996 al 2009, con l’unica eccezione del 2003. Ma la reale entità delle spese cinesi per la Difesa è tuttora oggetto di congetture, anche perché mancano dati che tengano conto del diverso potere d’acquisto. L’esame combinato della più recente letteratura, quale, per esempio, la «Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China», un documento prodotto lo scorso anno dal Dipartimento della Difesa statunitense, indica che i tassi di crescita della spesa militare sono in visibile rallentamento in tutto il mondo, tanto che lo squilibrio tipico degli ultimi anni tra l’andamento dell’economia e la crescita delle spese militari attraversa ora una fase di lenta riduzione. È dal 2010 che anche la Cina ha contratto il tasso di crescita annua delle proprie spese militari, passando da quel 9% mediamente tipico degli ultimi anni a un 4%, diretta conseguenza della debolezza manifestata anche dalla propria economia nel 2009. È comunque certo che la Repubblica Popolare abbia intrapreso un programma di modernizzazioni in tutti i settori delle Forze Armate. La Cina starebbe investendo somme ingenti nello sviluppo delle tecnologie aerospaziali e nell’acquisizione di sistemi d’arma avanzati, con l’obiettivo di pervenire alla capacità di condurre operazioni interforze anche al di fuori del territorio nazionale. Per il Pentagono, tra le potenze emergenti, la Cina è quella che dispone del potenziale più grande per competere militarmente con gli Stati Uniti e schierare tecnologie militari inabilitanti, che con il tempo potrebbero annullare i tradizionali vantaggi militari americani, in assenza di una strategia di contrasto.
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L’ALLARGAMENTO DEL RAGGIO D’AZIONE DELLA POLITICA ESTERA CINESE Un aspetto particolarmente interessante della politica di proiezione dell’influenza della Repubblica Popolare è quello che contempla l’allestimento di basi e stazioni di appoggio all’estero, in quanto dimostra la dilatazione degli orizzonti geopolitici di Pechino. La Cina ha acquisito il controllo di una parte del porto pakistano di Gwadar, dal quale è possibile controllare il traffico in uscita dagli stretti di Hormuz verso la parte orientale dell’Oceano Indiano, e sta curando la costruzione al suo interno delle infrastrutture necessarie ad ospitare proprie navi. Si parla, altresì, di una vera e propria «collana di perle», costituita da radar e piccoli presidi realizzati in modo tale da sorvegliare, e in prospettiva proteggere, il traffico marittimo diretto verso i porti della Repubblica Popolare. Comprende già i porti di Sittwe e Dawei in Myanmar, una Base nelle isole birmane di Coco e un’altra in Cambogia, oltre a punti di osservazione e appoggio in prossimità dello Stretto di Malacca. Pechino cresce, dunque, e non solo economicamente. La sua sfera politica e strategica si sta progressivamente am-
Sopra. Il missile balistico indiano «Agni II». Sotto. Un caccia indiano «Sukhoi 30 MK 1».
pliando e le frizioni con le potenze, i Paesi della regione e con la visione americana dell’Asia si vanno acuendo. La sua strategia del «filo di perle» ha creato profondi attriti con Nuova Delhi. Un aspetto interessante di questo processo è stato negli ultimi anni la rivisitazione, promossa dalle autorità cinesi, della figura dell’Ammiraglio Zheng He, che agli inizi del XIV secolo promosse sotto la Dinastia Ming l’esplorazione navale dell’Oce-
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ano Indiano e delle coste africane. A questo medesimo contesto andrebbero ricondotti, anche, gli accordi di cooperazione militare negoziati da Pechino con il Bangladesh e la Thailandia. La Cina guarda inoltre all’Asia Centrale. Lo strumento principale della penetrazione politico-militare in un’area nella quale finora è rimasta subalterna rispetto alla Federazione Russa è rappresentato dallo sviluppo dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai. Composto dalla Repubblica Popolare, dalla Russia, dal Kazakistan, dal Kirghizistan, dal Tagikistan e dall’Uzbekistan, questo foro sta in effetti acquistando progressivamente delle competenze rilevanti anche dal punto di vista geostrategico e interessa notevolmente alla dirigenza cinese. Per la Cina, l’Asia centrale è importante non solo per soddisfare il crescente bisogno di energia, diversificando e, quindi, aumentando la propria sicurezza energetica, ma anche per disporre di linee di comunicazione terrestri, su cui incanalare l’export di materie prime e il commercio con l’Europa. Con la progressiva internazionalizzazione della sua economia, l’inserimento nella globalizzazione e l’accresciuta domanda di materie prime, a cui si aggiunge quella di prodotti alimentari, la Cina non può trascurare questa strategica regione, anche perchè tutte le sue frontiere
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(eccetto nell’Estremo Oriente in corrispondenza della Manciuria e della Corea del Nord), confinano con zone di difficile transito e prive di vie di comunicazione: dalle giungle birmane alla catena dell’Himalaya fino al Pamir e ai deserti della Mongolia. Esse costituiscono oggi barriere difficili da superare per il traffico pesante. È essenziale per la Cina rompere tale isolamento che pone il suo benessere, la stabilità interna e, forse, anche la sua unità alla mercé delle marine degli USA e dei suoi alleati. Si accentua dunque la diffidenza di Mosca. Nelle rappresentazioni geopolitiche russe, l’Asia centrale costituisce una zona cuscinetto a protezione delle vulnerabili frontiere meridionali della Federazione. La regione fa parte integrante del near abroad. E anche negli anni Novanta, nel pe-
Un sottomarino russo classe «Kilo».
riodo più buio della Federazione Russa, è stata assicurata una presenza militare nel Tagikistan, per proteggerlo dagli attacchi dei talebani e per frenare il traffico di droga. In particolare il Kazakistan, la più grande e importante delle Repub-bliche ex sovietiche dell’Asia centrale, spostò negli anni Novanta la propria capitale da Almaty ad Astana, per allontanarla dal confine cinese e garantirle una maggiore sicurezza. Mosca non trascura nemmeno le migrazioni di massa che la Cina sta attuando nella Russia siberiana.
strazione democratica, di spegnere le micce che rischiavano di far saltare in aria la polveriera asiatica e di ottenere la collaborazione di Pechino nella risoluzione sia dei problemi regionali (Afghanistan, Pakistan, Corea del Nord) sia globali (surriscaldamento globale, riequilibrio del commercio internazionale e non proliferazione). Soprattutto, ed è il punto più importante, tale approccio sembrava essere finalizzato a dare fiducia a Pechino e al suo peaceful development, a non considerarla più, nei fatti, una minaccia, ma un
LE SCELTE DEGLI STATI UNITI Il Presidente Obama arrivò alla Casa Bianca con l’intento chiaro di invertire completamente la rotta della politica asiatica del suo predecessore, abbandonando la logica dei blocchi contrapposti e ammorbidendo la posizione americana sulla Cina, da non considerarsi più un rivale strategico. L’obiettivo sembrava essere quello di rassicurare politicamente Pechino. Era una scelta non solo economica, dovuta agli affanni procurati dalla crisi economica e dal rapporto debitore/creditore che lega Washington e Pechino. C’era dell’altro: si trattava, nell’ottica della nuova ammini-
partner e un co-tutore dell’ordine liberal-democratico nella regione. I primi segnali in questo senso vennero dalla prima visita del Presidente americano in Cina. Obama sembrò mostrare una maggiore attenzione nei confronti delle sensibilità cinesi. A differenza del suo predecessore non accusò pubblicamente la Cina di mantenere artificialmente basso il cambio, né la rimproverò per la scarsa tutela dei diritti umani e religiosi. L’obiettivo era quello di creare un nuovo clima, rassicurare la Cina al fine di indurre Pechino ad adeguarsi spontaneamente alla visione geopolitica statunitense. Fiducia alla Cina e contemporaneamente una limitazione delle aperture fatte all’India dall’Amministrazione Bush. Obama si impegnava a rendere operativi gli accordi in ambito nucleare firmati dal suo predecessore che consentono al Paese il riprocessamento del combustibile esaurito (spent fuel) utilizzato nelle centrali nucleari americane. Un risultato importantissimo. Si consideri che «per mantenere efficiente un reattore, circa un terzo del combustibile esaurito, ovvero il combustibile nucleare non più soggetto a fissione, viene sostituito ogni anno o 18 mesi con fresh fuel; quello spento rimosso dal reattore viene stoccato in strutture apposite, spesso situate all’interno dei reattori stessi. Immerso in acqua, il combustibile spento perde progressivamente radioattività e calore, ma non può essere stoccato a lungo. Dopo un certo tempo, deve essere trasportato in depositi di lungo periodo oppure sottoposto a riprocessamento: il combustibile spento è composto da uranio originale (96%, di cui meno dell’1% di U-235); scorie altamente radioattive (3%); plutonio prodotto nel reattore (1%). Il riporcessamento è un’operazione chimica di riciclo in cui l’uranio e il plutonio vengono separati dalle scorie. L’uranio può essere nuovamente trasformato in gas e riprendere il ciclo. Il plutonio
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costituisce l’esplosivo nucleare ideale. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno ufficialmente esploso testate con plutonio riprocessato. Le armi nucleari possono essere alimentate sia da uranio altamente arricchito sia da plutonio, che sono dunque entrambi materiali fissili, combustibile necessario sia per produrre energia sia per provocare un’esplosione nucleare. È per questo che Washington inizialmente, anche in base a una legge del 1982, che consente il riprocessamento solo all’Unione Europea e al Giappone, si opponeva a permetterlo all’India. Successivamente gli USA avevano mostrato l’intenzione, in una bozza di accordo del 2008, a consentirle di procedere al riprocessamento ma in un solo sito. Tuttavia Nuova Delhi chiedeva altro e più libertà di indicare uno o più siti per il riprocessamento e garanzie da parte americana di continuare a fornire spent fuel anche in caso di test nucleari. L’accordo finale accoglieva tutte le richieste indiane. Il Presidente Obama riteneva, invece, che l’attuazione pratica di questo risultato dovesse avvenire nell’ambito di un generale rafforzamento del regime di non proliferazione, il che significava che Nuova Delhi avrebbe dovuto aderire al Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). A tale proposito non apparve allora casuale il fatto che in visita a Tokio nel suo discorso egli non menzionasse l’India tra le grandi potenze asiatiche. Nel giro di qualche anno, molte cose sono cambiate. La crisi economica continua a sferzare i Paesi occidentali, così come la disoccupazione e Washington sarebbe favorevole a una rivalutazione dello yuan da parte di Pechino. A livello regionale l’attivismo e l’intransigenza cinese nelle aree contese (Mar Cinese meridionale e orientale) preoccupano i Paesi rivieraschi. Nonostante qualche apertura, Pechino ha infatti continuato a fare la voce grossa, nello specifico con il Vietnam e le Filippine.
Caccia statunitensi F-22 «Raptor».
In altre parole, tutto sembra cambiato: non ci si fida più della Cina e l’idea che possa trasformarsi in un responsabile co-tutore dell’ordine liberal-democratico internazionale a livello regionale perde quota. Ed ecco un cambio di rotta. Già nell’ottobre 2011 il Presidente Obama annuncia il ritorno in Asia degli Stati Uniti dichiarando in visita in Australia: «siamo qui per rimanerci». In realtà, gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato la regione; nel novembre 2011, decidono di dispiegare 2 500 Marines nella base di Darwin, nel nord del Paese. La «Marine Air and Ground Task Force» avrà aerei e truppe di terra che consentiranno alle portaerei della US Navy accolte nei porti australiani di aumentare la presenza strategica degli Stati Uniti nel Mar cinese meridionale. La scelta è caduta su Darwin soprattutto per la sua collocazione geografica, abbastanza vicina a quella che potrebbe presto diventare una zona calda, ma al contempo lontana dalla gittata dei missili cinesi. Washington assicura pieno sostegno alla posizione filippina sulle acque contese e trasferisce due unità navali per la Guardia Costiera nazionale
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praticamente a costo zero. Si sottoscrive anche un accordo tra gli Stati Uniti e Singapore che consente a unità della US Navy di stazionare nella base navale di Changi, praticamente a ridosso del Mar Cinese meridionale e all’imbocco dello stretto di Malacca, vitale per i commerci cinesi. In aggiunta a ciò, bisogna prendere atto delle costanti rassicurazioni date sia dal Dipartimento della Difesa che dalla Casa Bianca circa il fatto che i tagli alla difesa non colpiranno gli impegni presenti e futuri in Asia. In sostanza, si tratta di un vero e proprio riallineamento strategico, il cui fine è chiaramente quello di contrastare l’espansionismo cinese e far fronte alla minaccia posta dalla maggiore capacità di proiezione di potenza acquisita da Pechino e, pertanto, calmare le ansie di quanti percepiscono un pericolo cinese. Anche l’India torna a essere nuovamente al centro delle attenzioni americane come tassello essenziale nell’azione di containment della Cina. Ne è prova la decisione del Primo Ministro australiano Julia Gillard di dare il via alla vendita dell’uranio al Paese asiatico. Pechino ovviamente è in apprensione, anche perché il Paese sta attraversando un momento delicatissimo che va dalle difficoltà delle pic-
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cole e medie imprese alla più generale mutazione della struttura economica complessiva: da una crescita trainata dalle esportazioni a una basata sui consumi interni. Nel complesso si può dire che l’obiettivo statunitense è quello di produrre sicurezza, rassicurare quanti considerano preoccupante la crescita cinese, impedire che Pechino possa alterare sensibilmente il quadro regionale e disinnescare così un clima di tensione che si stava facendo pericoloso, soprattutto nel Mar Cinese meridionale.
CONCLUSIONI Dal punto di vista cinese, gli Stati Uniti sono una potenza egemone che limita lo sviluppo della Cina nella sua area di influenza. L’ambizione è quella di affermarsi come potenza alternativa a quella statunitense in Asia e di instaurare con gli Stati Uniti un rapporto paritario nell’ambito di un sistema internazionale multipolare. La Cina ha un forte sentimento na-
Truppe indiane in parata.
zionalistico e non accetta pressioni americane sulla questione della democrazia e dei diritti umani, percependole come una interferenza nella sua politica interna e come un tentativo di sostituire i valori cinesi con quelli americani. Sul piano geostrategico, poi, la Cina ha motivo di contrasto con gli Stati Uniti a proposito della loro presenza in Asia centrale, per la questione coreana delle isole Spratly e di Taiwan. Le Spratly sono oggetto di un contenzioso con gli USA in quanto sono di importanza strategica: si trovano sulla rotta marittima commerciale più importante del mondo, dalla quale passa il 30% della produzione mondiale di petrolio proveniente dal Medio Oriente e diretta verso il Giappone e gli Stati Uniti, e hanno importanti giacimenti di petrolio nei loro dintorni. Taiwan è, invece, una spina nel fianco per la Cina, in quanto testa di ponte degli USA nella propria sfera di influenza. Essa ha ben pre-
sente che gli interessi economici americani si stanno spostando dall’Europa verso l’area del Pacifico. Questo spostamento dall’asse strategico-economico americano coinvolgerà inevitabilmente anche quello militare. Una simile realtà rappresenta un importante stimolo per la modernizzazione delle Forze Armate cinesi, incluse quelle strategiche. Ciò è visibile in una serie di innovazioni in campo militare esibite negli ultimi anni dalla Cina, tra cui lo schieramento dei missili intercontinentali balistici «DF 31» e «DF 31A», che innalzano significativamente le capacità strategiche del Paese, e il continuo sviluppo di missili da crocera supersonici con funzioni antinave che incrementano le capacità di interdizione del Paese, specie nei confronti della US Navy. Quest’ultima ha, infatti, rischierato le proprie forze sulla «seconda catena di isole», soprattutto da Okinawa a Guam e in Australia, anche per sottrarle al nuovo missile balistico antinave cinese «DF 21» con gittata da 3 000 km, ed è stata adottata la nuova dottrina operativa dell’«Air-Sea Battle», che mira a neutralizzare le capacità cinesi di area denial e anti-access. La Cina ha criticato più volte la mentalità da «Guerra Fredda» del Pentagono, ma intanto il suo rafforzamento impensierisce un po’ tutti. L’America, costituendo un asse di cooperazione rafforzata con Giappone, Australia e India, mira, come è nella sua migliore tradizione politica, a un nuovo containment ma anche a un engagement e in parte enlargement of democracy, proprio della teoria della pace democratica di cui il Presidente Obama è alfiere. Questo sistema di alleanze, anche se non ufficializzato, ha regole e obiettivi chiari: impedire che si verifichi in Asia una lotta tra le grandi potenze per la conquista di spazi di influenza politica ed economica di aree vitali. Antonio Ciabattini Leonardi Esperto di Geostrategia
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LA SIRIA TRA PRIMAVERA ARABA E GUERRA CIVILE A cura del Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali Quella che in Siria era partita come una protesta popolare, portata avanti dalle componenti della popolazione più ostili al regime di Assad sull’onda della così detta «Primavera Araba», si è trasformata in una guerra civile. La violenza con cui il regime si è scagliato contro la popolazioni e le milizie, formate da cittadini ed ex soldati, ha creato un notevole sgomento nella comunità internazionale, la quale, però, non è apparsa in grado di agire per trovare una soluzione. In realtà, la complessità della Siria, sia dal punto di vista etnico e religioso sia da quello più ampiamente geopolitico, la sua posizione nello scacchiere mediorientale e la rete di relazioni che trovano a Damasco la propria pietra angolare, rendono l’attuale situazione nel Paese di difficile approccio. Lo stesso atteggiamento di attesa della comunità internazionale, di fatto differente rispetto a quello adottato nei confronti della Libia circa un anno fa, è dettato dal difficile contesto e dalla difficoltà di ottenere informazioni di prima mano rispetto a quello che sta succedendo nel Paese, sia per quanto riguarda la repressione sia per le dinamiche all’interno del fronte delle opposizioni al regime di Assad. A partire dai primi mesi del 2011, si è verificata in Siria una serie di manifestazioni che hanno interessato diverse aree del Paese. La scelta dello strumento repressivo, da parte delle autorità di Damasco, ha svolto una funzione di detonatore, provocando la moltiplicazione delle manifestazioni. Inizialmente, le principali aree interessate sono state Daraa, villaggio meridionale al confine con la Giordania, nella parte meridionale del Paese a maggioranza sunnita, la regione nord-orientale, a maggioranza curda, la città portuale di Latakia, la cui popolazione è divisa tra sunniti e alawiti, Homs e Aleppo (centri dell’economia siriana), e alcuni sobborghi di Damasco. La composizione multietnica della società siriana ha reso ancor più complessa la comprensione di quanto sta avvenendo e la definizione delle eventuali conseguenze, tanto a livello regionale, quanto sul piano internazionale. Infatti, la popolazione si compone di una forte maggioranza sunnita e di diverse minoranze, tra cui gli alawiti (gruppo etnico cui appartiene la famiglia Assad), i cristiani, gli sciiti, i drusi e i curdi. Fino al 2011, la struttura di potere creata da Hafez Assad, padre dell’attuale Presidente, era riuscita a garantire una certa stabilità al Paese grazie, soprattutto, allo stretto controllo sulla popolazione messo in atto dal regime. Questo ha permesso alla famiglia Assad di costituire una struttura di potere, politico, militare ed economico, che è sempre andata ad appannaggio di una parte della minoranza alawita, con l’inclusione anche di esponenti delle altre minoranze. I primi a scendere in piazza, così come avvenuto in altri Paesi interessati dalla cosiddetta «Primavera Araba», sono stati gli intellettuali e gli studenti. Progressivamente il dissenso ha assunto la configurazione di un movimento di massa, riunendo le varie realtà etnico-tribali, da sempre escluse dal potere, principalmente sunniti, curdi e una parte della realtà alawita. Inizialmente, il Presidente Assad ha cercato di tenere a bada il malcontento, sciogliendo il Governo e ponendo fine allo stato di emergenza, in vigore dal 1963. Ma, ben presto, si è passati a una repressione sistematica delle manifestazioni, che ha portato a un’escalation di violenze all’interno del Paese. Con il passare del tempo, la rivolta ha assunto sempre più i tratti di una vera e propria guerra civile. Infatti, il carattere spontaneo delle proteste ha lasciato spazio a una maggiore strutturazione sia politica sia militare del dissenso. Sotto il profilo politico è stato istituito il Consiglio Nazionale Siriano (CNS), organismo che ha tentato, senza riuscirci, di rappresentare tutte le anime dell’opposizione ad Assad. Il suo operato, però, è stato minato da una debolezza intrinseca dovuta, principalmente, a due elementi. In primo luogo, il Consiglio è costituito, per la maggior parte, da esponenti in esilio e quindi scarsamente radicati nel tessuto sociale del Paese. In secondo luogo, l’eterogeneità della sua composizione ha determinato numerosi contrasti al suo interno riproponendo le dinamiche di contrapposizione etnico-religiosa che caratterizzano il contesto siriano, soprattutto in relazione alla preponderanza della componente sunnita sulle altre etnie rappresentate. Il Free Syrian Army (FSA) rappresenta, invece, la struttura militare che si oppone all’Esercito regolare siriano. Lo FSA è costituito prevalentemente da soldati dell’Esercito di Assad che hanno defezionato, circostanza che ha determinato una buona capacità di azione sul territorio di queste milizie, grazie anche alla struttura di Comando e Controllo messa in piedi. Questo, però, non ha evitato il crearsi di uno scollamento tra lo FSA e i vari centri di coordinamento locale creati dai ribelli. All’azione, poi, dello FSA si è affiancata la nascita di movimenti jihadisti, che si rifanno anche alla tradizione qaedista e che storicamente hanno le proprie radici in Siria. Questa varia natura della resistenza al regime ha determinato una certa reticenza da parte della comunità internazionale nel sostenere apertamente tale formazione militare, un motivo in più per giustificare lo stallo diplomatico nella ricerca di una soluzione della crisi. La centralità geografica e politica del Paese nello scacchiere mediorientale ha fatto sì che tutto ciò che è accaduto in Siria non sia rimasto all’interno dei confini, ma abbia avuto un inevitabile riverbero in tutta la regione. La diversa posizione assunta dai principali attori regionali riflette la tradizionale dicotomia sunnismo/sciismo. Mentre l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo si mantengono più vicine alle componenti sunnite dell’area, l’Iran è più propenso a mantenere l’attuale status quo, in un walzer diplomatico che rispecchia gli andamenti politici regionali. Oltre alla tensione regionale, l’incapacità della comunità internazionale, anche all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di giungere a una decisione condivisa è dovuta alla ferma opposizione di Cina e Russia a un qualsivoglia intervento che vada contro il regime di Assad. In particolare, la posizione russa riflette la consapevolezza che la Siria è comunque inserita nel proprio sistema di sicurezza in Medio Oriente e che il porto di Tartus rappresenta la sua ultima base navale nel Mediterraneo. Inoltre, un’eventuale operazione della comunità internazionale potrebbe rivelarsi, a suo avviso, paritetica a quella adottata in Libia. Questa situazione è andata a indebolire in partenza il tentativo delle Nazioni Unite di cercare una soluzione tramite l’azione congiunta dell’ex Segretario Generale, Kofi Annan, e degli osservatori sul campo, che non ha sortito gli effetti desiderati, non essendo stata capace di portare a un accordo di «cessate il fuoco». Fino a quando Mosca non troverà un’alternativa ad Assad che gli possa garantire il mantenimento della propria presenza nel Mediterraneo, difficilmente il Presidente russo cederà alle pressioni internazionali. Per adesso, tale prospettiva appare lontana. Il protrarsi della crisi non ha fatto altro che creare maggiori tensioni nei Paesi confinanti, soprattutto in Libano, dove si sono verificati scontri nel nord del Paese, e in Turchia, dove l’abbattimento del caccia F-4 «Phantom» ad opera della controaerea siriana ha suscitato la ferma condanna del governo. La preoccupazione che gli avvenimenti siriani possano minacciare la sicurezza del proprio Paese ha spinto le autorità di Ankara a chiedere ai propri partners occidentali un maggior impegno per la soluzione della crisi. Dunque, in virtù di queste considerazioni, appare molto difficile qualsiasi tentativo di previsione sui futuri sviluppi e un’ulteriore escalation delle tensioni a livello internazionale causerebbe un probabile allontanamento da una soluzione diplomatica del conflitto. di Stefania Azzolina e Silvia De Cristofano
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IL CONTRASTO AL TERRORISMO ISLAMICO NELL’AFRICA SUB–SAHARIANA A causa dell’estrema debolezza di fondo che caratterizza l’apparato politico e sociale dei Paesi dell’area del Sahel, molti analisti ritengono che in questa regione sia più agevole la diffusione delle attività illegali. In effetti, la cosiddetta poor governance di questi Stati, soprattutto nelle aree rurali e meno soggette al potere centrale, ha permesso alle organizzazioni islamiche non solo di insediarsi, ma anche di sostituirsi alle inefficienti strutture amministrative locali.
La presenza mussulmana nell’Africa centro–meridionale ha le sue origini nel lontano passato, sin dall’Alto Medioevo, ma, al contrario di altre regioni, la diffusione dell’Islam non è diretta conseguenza di una conquista militare. È il risultato di intensi rapporti economico–culturali tra l’Africa settentrionale, cioè la regione più a contatto con la cultura mediterranea, e le zone immediatamente sottostanti al deserto del Sahara. Con l’arrivo delle potenze coloniali questo intenso rapporto di interscambio subì un rallentamento, sia sotto il profilo economico che culturale. L’avvento dei cash crop consegnò il commercio alle maggiori compagnie europee; gli scambi dell’Africa del nord si diressero verso le maggiori città europee e attraverso la creazione di frontiere artificiali si scoraggiò sia il commercio che i più generali movimenti interni. L’istruzione fu in gran parte controllata dai padri missionari che, nella loro azione di proselitismo, si adoperarono per realizzare una politica denigratoria nei confronti dell’Islam, ma più in generale nei confronti degli arabi, accusandoli soprattutto di
favorire lo schiavismo, con l’obiettivo apostolico di frenare la dilatazione mussulmana e aumentare le conversioni al cristianesimo. Tuttavia, le amministrazioni coloniali, per rafforzare il loro controllo sul territorio, cercarono ugualmente di mantenere buoni rapporti con le strutture locali di origine islamica. Anche se attualmente si tende a escludere che vi siano consistenti forze politiche in grado di esercitare pressioni sulle istanze del radicalismo islamico armato, tuttavia non sono poche le preoccupazioni che
Il Capitano Amadou Sanogo, guida militare del colpo di stato maliano del 22 marzo.
riguardano i gruppi provenienti dall’estero, o meglio il loro inserimento nelle dinamiche locali, così come la loro capacità di sfruttare altre forme di radicalismo, soprattutto se le situazioni locali sono caratterizzate da forti contrasti sociali e diffusa povertà. Sui motivi di quest’ultima, oltre alle cause locali, va registrata una serie di elementi comuni che sembrano fa-
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cilitarne l’assorbimento. Si tratta della debolezza di fondo che ogni compagine governativa e amministrativa della zona manifesta in tutte le sue forme. Vaste aree dell’Africa sono tutt’oggi fuori dal controllo dell’apparato centrale statale e sembrano pertanto facilmente influenzabili da coloro che promuovono il rifiuto per la modernità, anche se ancora non sono state fornite soluzioni ai problemi delle cittadinanze, costrette a vivere in condizioni di forte insicurezza sociale ed economica. Secondo molti analisti, queste sono le cause principali dell’estrema diffusione dell’illegalità. Le istituzioni statali sono molto deboli, soprattutto a livello decentrato, e le classi politiche sono fortemente corrotte, e tutto ciò costituisce terreno fertile per l’inserimento di gruppi radicali. Su queste basi, in alcune aree le organizzazioni islamiche si sono già sostituite alle strutture statali, arrivando ad assicurare persino sicurezza ai cittadini, laddove gli apparati di sicurezza pubblica sono apparentemente insufficienti. Per questi motivi le radici molteplici dell’Islam nell’Africa subsahariana, o meglio il loro rapporto con le situazioni locali disomogenee, hanno reso la realtà islamica della macro–regione estremamente composita. Di conseguenza, solamente un’analisi per ogni singolo Paese può consentire una disamina corretta e puntuale di come il radicalismo di matrice mussulmana possa svilupparsi e influenzare gli equilibri
geopolitici dell’area. Il Mali, definito «la culla dell’Islam», ha visto la diffusione della religione mussulmana sin dal secolo X, durante il quale la città di Timbuktu divenne uno dei principali centri di studio e preghiera dell’intera regione. Oggi è uno dei pochi Paesi a maggioranza mussulmana e a struttura democratica, con una Costituzione che garantisce il carattere laico dello Stato. Infatti, la forte influenza esercitata dalla setta della
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Attività dei gruppi ribelli nel nord del Mali.
Qadiriyya, di matrice moderata sufista, è riuscita a controbilanciare la dottrina wahabita, limitando la diffusione di movimenti islamici rigoristi. Inoltre, un altro fattore che ha limitato il radicalizzarsi dell’Islam è stata la forte connessione tra lo stesso Islam e i culti tradizionalisti africani. Ciononostante, e malgrado il suo carattere laico, il ruolo della religione nel Mali ha sempre avuto un suo peso politico. Infatti, tutti i governi che si sono succeduti dall’indipendenza maliana hanno sempre goduto dell’appoggio dei leader religiosi locali. Da un punto di vista economico sociale, la percentuale di popolazione
Dioncunda Traore al centro, nominato Presidente ad interim del Mali dopo il colpo di Stato del 22 marzo. Alla sua sinistra, il Ministro degli Esteri del Burkina Faso Djibrill Bassole.
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La mappatura delle «guerre dell'Africa».
sotto la soglia di povertà è ancora molto alta, così come il tasso di corruzione nelle classi dirigenti. La vastità del territorio e la bassa densità di popolazione rende la realizzazione delle politiche di rafforzamento molto problematiche. Questi elementi, collegati ad uno scarso controllo delle regioni periferiche, in
particolar modo a nord del Paese, costituiscono in definitiva fattori ad alto rischio per il possibile diffondersi di movimenti radicali. In passato, difatti, il Mali ha già sperimentato rivolte armate nei suoi territori meno controllati ad opera di ribelli tuareg e i recenti sviluppi confermano questa tendenza. In particolare, la situazione interna è tutt’altro che stabile, specialmente dopo il colpo di Stato, ad opera dei militari del 22
marzo 2012 e le successive tensioni nella regione settentrionale del Paese. In quest’area, la coalizione di ribelli tuareg e islamisti si è impadronita delle tre capitali del nord (Kidal, Gao, Timbuktu), per sciogliersi subito dopo, ovvero una volta raggiunto l’obiettivo, permettendo quindi agli islamici, nella forma del gruppo Ansar Dine (Difensori dell’Islam), di imporsi come forza maggioritaria. Nonostante la laicità dello Stato, costituzionalmente garantita, la sharia è stata immediatamente imposta. Se, da un lato, i leader di questo gruppo hanno rassicurato di non perseguire la Jihad, dall’altro, appare chiaro che essi hanno stretti legami con Aqmi (al–Qaeda nel Maghreb Islamico) e con i terroristi nigeriani di Boko Haram. Gli scontri hanno già provocato un numero notevole di profughi verso il vicino Burkina Faso e le Nazioni Unite stimano un numero pari a circa duecentomila persone sfollate. Lo scenario rischia di diffondersi anche nel resto del Mali e gli effetti dell’embargo imposto dalla Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), approvato per obbligare gli ufficiali autori del colpo di Stato ad andarsene e ristabilire l’ordine costituzionale, complica notevolmente il quadro della situazione. Nonostante la volontà del governo di Bamako di combattere il terrorismo qaedista, la scarsità di risorse e mezzi ha impedito di raggiungere i risultati sperati. Il governo degli Stati Uniti ha peraltro stanziato alcuni fondi per migliorare la sicurezza interna del Mali e dei Paesi limitrofi, proponendo dapprima la Pan–Sahel Initiative (Psi, 2002) e successivamente la Trans –Sahara Counterterrorism Initiative (Tscti, 2005). Paese con l’80% di mussulmani tra la sua popolazione, il Niger è composto da un quadro variegato di etnie e la più diffusa è quella Hausa. Dall’analisi di questi dati, si può facilmente dedurre la misura in cui il
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Niger sia influenzato dalla confinante Nigeria, avendo in comune con essa gran parte della stessa etnia Hausa. Il contesto politico nigerino è sempre stato influenzato profondamente dall’aspetto religioso, tanto che in passato la classe laica è stata quasi sempre esclusa dalle alte cariche pubbliche. Anche qui, come per il Mali, movimenti più rigorosi di stampo wahabita si affiancano a gruppi religiosi ancora legati alla tradizione africana. Il quadro delle associazioni più intransigenti risulta alquanto complesso, poiché hanno conosciuto un grande sviluppo negli ultimi decenni e, pur avendo in comune la critica al sufismo africano, differiscono tra loro per il diverso grado di vicinanza al radicalismo religioso. Associazioni come l’Association Nigérienne puor l’Appel et la Solidarité Islamique (Anasi) o l’Association pour la Diffusion de l’Islam au Niger (Adini–Islam), sono state limitate dall’azione repressiva del governo in seguito all’attentato al World Trade Center dell’11 settembre 2001. Ma ciò che desta maggiori preoccupazioni è la forte influenza che stanno esercitando le organizzazioni islamiche della vicina Nigeria e in questo contesto uno dei movimenti più temuti è quello dell’Izala, di stampo salafita, che rivendica apertamente la fondazione di uno Stato teocratico. Nella regione del nord, il Niger è vittima degli stessi problemi che colpiscono il Mali. Anche questa zona è stata spesso scenario di scontri tra le autorità governative e i ribelli tuareg uniti nel movimento Mouvement des Nigériens pour la Justice (Mnj). La soluzione trovata al termine degli scontri non sembra tuttavia aver soddisfatto le rivendicazioni, tanto che questa situazione potrebbe favorire un avvicinamento tra i ribelli e il movimento Aqim, attivo in tutta la zona desertica. Come già detto, per aumentare le capacità di controllo di questi territori instabili sono state promosse dal governo americano varie inizia-
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tive (Psi, Tscti), coinvolgendo oltre che il Mali e il Niger, anche il Ciad, la Mauritania, l’Algeria, il Marocco, la Nigeria, il Senegal e la Tunisia. Nel breve termine, questi sforzi possono controbilanciare le spinte deviazionistiche dei gruppi islamici operanti nel deserto, ma difficilmente saranno efficaci nel ridare stabilità all’assetto politico–sociale del Paese. Altro Paese a maggioranza nettamente islamica, il Senegal offre un esempio di come il credo religioso abbia favorito l’instaurarsi di circostanze favorevoli all’equilibrio sociale e politico. Difatti, malgrado si
parte di questo merito è riconducibile alle principali organizzazioni sufi, che riflettono la quasi totalità della popolazione. Esse sono: la Mouridiya, la Tijaniyya e la Qaridiyya. Tuttavia, questi movimenti negli ultimi anni sono stati al centro di critiche mosse da gruppi riformisti, educati nel mondo arabo, contrari ai processi di occidentalizzazione; la loro critica si basa sull’idea che queste unioni siano state eccessivamente alterate dalle culture locali africane. Al momento, però, il seguito di queste associazioni risulta ancora molto limitato, malgrado la nuova generazione di leader sufi
parli di democrazia «parziale» senegalese, non si può ignorare il fatto che questo Paese goda di una rete di mass media tra le più libere del continente e che la popolazione partecipi in maniera collettiva alla vita politica. Viene difesa una visione pluralistica della realtà sociale, in cui le idee possono pacificamente confrontarsi in un’arena politica, piuttosto che alimentare violenza tra i gruppi. Parte di questo pluralismo è dovuto anche ai gruppi religiosi che generalmente hanno sempre contribuito a ricomporre i contrasti sorti malgrado la situazione economicosociale non sia delle migliori. Gran
Un soldato africano.
stia adottando linee politiche sempre più tendenti al rigorismo. Nonostante questo, la propensione graduale al radicalismo in Senegal è stata ammortizzata dalla capacità, da parte degli organi governativi, di favorire la strada del dialogo piuttosto che quella dello scontro armato. A differenza delle nazioni sopra analizzate, il Ciad presenta anch’esso una maggioranza islamica, ma non così netta come negli altri Paesi, e concentrata soprattutto nelle regioni settentrionali, mentre a sud la popo-
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Rivista Militare
lazione è di maggioranza cristiana. Il Ciad, sin dalla sua indipendenza, ha vissuto una storia fatta di governi autoritari, con una forte instabilità sociale sia nelle zone centrali che in quelle periferiche. I vari governi che si sono succeduti hanno dovuto reprimere numerose rivolte armate legate alla rivendicazione sul controllo locale delle varie aree del Paese. In questi conflitti, tuttavia, la religione ha quasi sempre giocato un ruolo secondario o strumentale. L’Islam chiadiano, infatti, è quasi esclusivamente di stampo sufi, e ciò ha ridotto notevolmente le possibilità di scontri alimentati dal motivo religioso; solamente una piccola minoranza viene
dal governo centrale, sembrano non costituire un problema superiore a quello presente nelle regioni al confine con l’instabile Sudan. A causa della loro vicinanza con il nord del Niger e la Nigeria, esse rischiano di essere coinvolte nei traffici illegali connessi alle organizzazioni terroristiche Aqim e Boko Haram. Inoltre, la corrispondente bassa incisività del governo centrale nelle zone interessate, che di fatto sembra ignorare il deterioramento della situazione, costituisce il terreno ideale per lo sviluppo e la diffusione dei movimenti integralisti. A questo bisogna aggiungere la debolezza del sistema giudiziario a livello
Il Presidente della Liberia, Ellen Johnson.
decentrato, il che porterebbe a favorire la rivendicazione, per i prossimi anni, dell’applicazione della sharia. La diffusione dell’Islam nei Paesi dell’Africa sub-sahariana ha colpito anche i Paesi costieri della parte occidentale del continente: Guinea Conakry, Gambia e Guinea Bissau. In Guinea Conakry, la maggior parte della popolazione islamica è di confessione sufi, appartenente ai movimenti del Qaridiyya e della Tijaniyya. Vi sono comunque altre mi-
considerata come mussulmana intransigente da parte del governo di N’Djamena. I pericoli alla stabilità del Paese pertanto non sembrano, nel breve termine, provenire dal contesto religioso, quanto piuttosto dallo scenario che sta prendendo forma nelle zone del nord. Queste regioni, trascurate nel passato e ancora oggi
noranze, come il movimento del Ahmadiyya, di origine indu, considerato eretico da gran parte del mondo islamico. Sin dalla sua indipendenza, i leader succedutisi hanno sempre cercato di scoraggiare l’islamizzazione del Paese, anche se alla fine hanno dovuto cedere e intavolare una politica di collaborazioni con le controparti religiose per rafforzare il proprio potere politico. Da allora, il rapporto tra l’autorità governativa e le istituzioni religiose è sempre stato collaborativo, senza alcun tipo di tensioni di particolare rilievo. Anche in Gambia vige un sistema di associazioni religiose di stampo sufi e ancora legate alle tradizioni locali, e al momento il rapporto con le autorità non sembra destare preoccupazioni rilevanti. Non sono tuttavia mancate nella storia del Paese derive di stampo fondamentalista. A cavallo del secolo XX si verificarono le cosiddette Soninke–Marabout Wars, che videro contrapporsi i sacerdoti marabutti, maestri dell’Islam, e i capi tribali locali. Questi ultimi, pur essendo formalmente mussulmani, mantenevano ancora vive le pratiche animiste e praticavano comportamenti giudicati immorali da parte delle alte autorità islamiche. Alla fine, lo scontro assunse le connotazioni di una vera e propria guerra civile. In Guinea Bissau, il rapporto tra governo e società si basa su una sostanziale tolleranza verso i vari credo religiosi. I mussulmani risiedono soprattutto nel nord del Paese e l’unico episodio di tensione religiosa si è verificato nel 2005 tra gli islamici e gli appartenenti alla setta Ahmadiyya, risoltosi con il divieto di praticare questo culto sul territorio nazionale. Per quanto riguarda i restanti tre Paesi costieri, Benin, Togo e Ghana, l’Islam costituisce solo una parte della minoranza religiosa. In nessuno dei tre sono in corso tensioni di natura religiosa e le rispettive Costituzioni garantiscono la libertà di
n. 4 - 2012
culto, così come i mussulmani, residenti soprattutto nelle zone settentrionali, non manifestano contrasti di rilievo contro il potere statale. Se i Paesi del Sahel hanno suscitato enormi preoccupazioni tra gli analisti occidentali, sia per la loro storia, che per la conformazione geografica e per gli equilibri politici che li caratterizzano, vi sono altri Paesi dell’Africa sub-sahariana che richiedono una particolare attenzione. Si tratta di Stati in cui la presenza dell’Islam radicale non dipende dallo sviluppo di movimenti politici locali, bensì da contatti presi con l’estero. Questi sono: la Sierra Leone, la Costa d’Avorio e la Liberia. La prima, dopo una lunga guerra civile che ha scosso il Paese per quasi un decennio, sta vivendo una difficile fase di ripresa, con l’aiuto esterno soprattutto della Gran Bretagna e delle Nazioni Unite. La religione non ha mai tuttavia costituito il vero motivo per l’instabilità che ha colpito la Sierra Leone in quegli anni. Al contrario, la situazione in Costa d’Avorio vede la presenza islamica, nonostante sia in posizione di minoranza, esercitare un certo peso nelle dinamiche socio–politiche del Paese. Forti tensioni si sono verificate tra i gruppi
più tradizionalisti e la maggioranza dei mussulmani nella zona, ma dagli inizi degli anni Novanta si è assistito a un aumento del proselitismo, soprattutto a opera di quelle figure religiose islamizzate sotto l’influenza di clericali stranieri, in particolar modo provenienti dalla penisola arabica. In Liberia, il peso dell’Islam è ancora meno rilevante, ma i mussulmani hanno subito una lunga serie di persecuzioni, non tanto per il loro credo, ma piuttosto per l’etnia di appartenenza (mandino, vais, fulah), essendo essa espressione della gran parte della classe d’affari liberiana. Il fatto che l’Islam rimanga un fattore isolato nel Paese può oggettivamente portare al rischio di una radicalizzazione, più che altro per effetto della contrapposizione con le associazioni estremiste cristiane che basano la loro dottrina sulla forte contrarietà verso le classi mussulmane. Concludendo, in questi tre Paesi non sembra esservi un coinvolgimento imminente delle associazioni tradizionaliste con il movimento radicale globalizzato. Tuttavia, la forte corruzione presente all’interno di essi ha favorito un notevole aumento dei traffici illegali, in particolare di dia-
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Ribelli Tuareg.
manti, a opera di piccole minoranze etniche residenti nella regione (come, a esempio, la comunità libanese). Attraverso questi commerci, si ritiene che esse abbiano trovato un’importante fonte di finanziamento per organizzazioni estremiste come Hezbollah. Successive indagini hanno portato a rilevare un effettivo collegamento tra queste comunità presenti nei tre Paesi con un più ampio network terroristico internazionale ruotante attorno ad al–Qaeda che coinvolge anche altri Paesi dell’Africa centrale. Attualmente è difficile sapere se questi traffici continuino e l’assenza di informazioni porterebbe a pensare che siano terminati. Il dubbio – ovvero se questa mancanza di informazioni rifletta realmente questa situazione o se piuttosto derivi dallo scarso controllo delle autorità nazionali e internazionali e alla completa libertà in cui i trafficanti possono muoversi – rimane ancora irrisolto. Alessandro Bizzaro Studioso di storia dell’Africa presso la Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia , Comunicazione dell’Università «Sapienza» di Roma
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Rivista Militare
GIORNATA DELLE ASSOCIAZIONI D’ARMA In una splendida giornata di sole, il giorno 7 novembre 2012, a Roma presso l’Ippodromo Militare «Generale Pietro Giannattasio», alla presenza del Ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo di Paola, del Sottosegretario di Stato alla Difesa, Dott. Filippo Milone, del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Biagio Abrate, del Sindaco di Roma Capitale, On. Gianni Alemanno e di altre autorità civili e militari
ne di Roma, si è prefissa gli scopi di tenere vivo nella cittadinanza il culto della Patria e l’attaccamento alle Forze Armate, di affermare la solidarietà fra società civile e le Forze Armate quale completamento delle celebrazioni ufficiali del 4 novembre «Giorno dell’Unità Nazionale e Festa delle Forze Armate» e di coinvolgere le scolaresche romane presenti all’evento. E nelle parole del Presidente della
si è svolta la Giornata delle Associazioni d’Arma che ha visto schierarsi e sfilare un migliaio di rappresentanti delle 37 Associazioni membri del Consiglio Nazionale Permanente delle Associazioni d’Arma, convenute da ogni parte d’Italia. All’evento hanno preso parte anche reparti delle Forze Armate, dell’Arma dei Carabinieri, del Corpo della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato e del Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana. L’iniziativa, patrocinata dal Comu-
Repubblica, espresse nel messaggio inviato per l’occasione al Presidente del Consiglio Permanente delle Associazioni d’Arma Generale Mario Buscemi, «La meritoria opera delle Associazioni d’Arma, da sempre custodi dei valori e delle tradizioni più nobili delle Istituzioni militari italiane, è tesa a trasmettere alle giovani generazioni la memoria degli eventi che hanno portato l’Italia a conquistare l’unità, la libertà e la democrazia e del grande contributo che, in tale difficile cammino, le Forze Armate hanno generosamente e valoro-
samente offerto al Paese. Oggi, al servizio della Comunità internazionale, lo strumento militare è impegnato in special modo nei Teatri di crisi per concorrere al presidio della cooperazione tra i popoli, alla salvaguardia della sicurezza e della pace, alla promozione dei diritti dell’uomo. Le Associazioni d’Arma si facciano perciò interpreti, nei confronti dei cittadini, anche di questo moderno e fondamentale impegno delle Forze Armate e si adoperino costantemente perché il Paese ne comprenda pienamente la rilevanza ai fini della progressiva realizzazione di assetti istituzionali sopranazionali in grado di far fronte efficacemente alle straordinarie sfide del XXI secolo», si configura l’obiettivo che attualmente le Associazioni si prefiggono oltre a coinvolgere i propri iscritti, con il loro bagaglio di esperienze professionali, in un impegno al servizio della comunità promuovendo e concorrendo in attività di volontariato e Protezione Civile, con possibilità di impiego in Italia e all’estero, nel rispetto prioritario dell’identità associativa e della autonomia decisionale. La cerimonia, seguita con grande partecipazione da una numerosa folla, ha visto anche la presenza nutrita di diverse scolaresche della Capitale e si è conclusa con il Carosello storico dei Granatieri di Sardegna e l’esibizione equestre dello squadrone a cavallo del reggimento «Lancieri di Montebello» (8°). Infine, nell’interno della struttura sono stati approntati stands con mezzi storici e della Protezione Civile e materiale informativo sull’attività associativa. Ernesto Bonelli Generale di Brigata (ris.)
D U L C E E T D E C O R U M E S T P R O PAT R I A M O R I Capitano Carlo OLIVIERI Sergente Maggiore Marco MATTA Maresciallo Capo Silvano NATALE Maresciallo Capo Fiorenzo RAMACCI Colonnello Enzo VENTURINI Paracadutista Giovanni STRAMBELLI Paracadutista Pasquale BACCARO Sottotenente Andrea MILLEVOI Sergente Maggiore Stefano PAOLICCHI Paracadutista Jonathan MANCINELLI Caporale Giorgio RIGHETTI Caporale Rossano VISIOLI Sergente Maggiore Roberto CUOMO Maresciallo Maggiore Vincenzo LI CAUSI Tenente Fabio MONTAGNA Sergente Maggiore Salvatore STABILE Lanciere Tommaso CAROZZA Tenente Giulio RUZZI Sergente Maggiore Marco DI SARRA Caporal Maggiore Gerardo ANTONUCCI Caporal Maggiore Carmine CERZA Brigadier Generale Roberto PETRUCCI Caporale Diego VAIRA 1° Maresciallo Massimo GATTI Capitano Giuseppe PARISI Maggiore Antonino SGRÒ Colonnello Carmine CALÒ Caporal Maggiore Pasquale DRAGANO Caporal Maggiore Samuele UTZERI 1° Caporal Maggiore Luigi NARDONE Caporal Maggiore Scelto Giuseppe FIORETTI Caporal Maggiore Dino Paolo NIGRO Maggiore Stefano RUGGE 1° Caporal Maggiore Andrea MUSCELLA Maresciallo Capo Antonio SPARTA Maresciallo Capo Antonio LA BANCA 1° Caporal Maggiore Alessandro CARRISI Caporal Maggiore Capo Scelto Emanuele FERRARO Capitano Massimo FICUCIELLO Maresciallo Capo Silvio OLLA Caporal Maggiore Pietro PETRUCCI 1° Maresciallo Adriano CIORBA 1° Caporal Maggiore Matteo VANZAN Caporal Maggiore Scelto Antonio TARANTINO Caporal Maggiore Giovanni BRUNO Maresciallo Capo Simone COLA Sergente Salvatore Domenico MARRACINO Maresciallo Capo Massimiliano BIONDINI Maggiore Marco BRIGANTI Maresciallo Ordinario Marco CIRILLO Colonnello Giuseppe LIMA
Sergente Davide CASAGRANDE Caporal Maggiore Capo Giovanni SANFILIPPO Maggiore Nicola CIARDELLI Capitano Manuel FIORITO Maresciallo Capo Luca POLSINELLI Caporal Maggiore Scelto Alessandro PIBIRI Colonnello Carlo LIGUORI Caporal Maggiore Giuseppe ORLANDO Caporal Maggiore Scelto Massimo VITALIANO Caporal Maggiore Capo Scelto Giorgio LANGELLA Caporal Maggiore Vincenzo CARDELLA 1° Maresciallo Lorenzo D’AURIA 1° Maresciallo Daniele PALADINI Sottotenente Giovanni PEZZULO Caporal Maggiore Alessandro CAROPPO 1° Maresciallo Gaetano BATTAGLIA Caporal Maggiore Scelto Alessandro DI LISIO Capitano Antonio FORTUNATO Caporal Maggiore Scelto Matteo MUREDDU Caporal Maggiore Scelto Giandomenico PISTONAMI Caporal Maggiore Capo Massimiliano RANDINO Caporal Maggiore Scelto Davide RICCHIUTO Sergente Maggiore Capo Roberto VALENTE 1° Caporal Maggiore Rosario PONZIANO Caporal Maggiore Scelto Luigi PASCAZIO Sergente Maggiore Massimiliano RAMADÙ Caporal Maggiore Capo Francesco POSITANO Capitano Marco CALLEGARO Caporal Maggiore Capo Scelto Pier Davide DE CILLIS Sottotenente Mauro GIGLI Capitano Alessandro ROMANI Caporal Maggiore Scelto Gianmarco MANCA 1° Caporal Maggiore Marco PEDONE Caporal Maggiore Scelto Francesco VANNOZZI Caporal Maggiore Scelto Sebastiano VILLE 1° Caporal Maggiore Matteo MIOTTO Caporal Maggiore Capo Luca SANNA Capitano Massimo RANZANI Caporal Maggiore Capo Gaetano TUCCILLO Caporal Maggiore Scelto Roberto MARCHINI Caporal Maggiore Scelto David TOBINI Tenente Riccardo BUCCI 1° Caporal Maggiore Massimo DI LEGGE Caporal Maggiore Capo Mario FRASCA Tenente Colonnello Giovanni GALLO Caporal Maggiore Capo Scelto Francesco CURRÒ Caporal Maggiore Scelto Francesco Paolo MESSINEO Caporal Maggiore Scelto Luca VALENTE Sergente Maggiore Michele SILVESTRI 1° Caporal Maggiore Michele PADULA Caporal Maggiore Tiziano CHIEROTTI
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ITALCON «GOVERNOLO» TRENT’ANNI FA COL «PIUMETTO» IN LIBANO
CONTINGENTE ITALIANO IN LIBANO - ITALCON «GOVERNOLO» Assetti nazionali impiegati • Personale: 518 uomini; • una compagnia Comando e servizi rinforzata nelle trasmissioni, motorizzazione e sanità; • due compagnie bersaglieri meccanizzate; • un plotone Carabinieri; • un plotone genio rinforzato; • una sezione mista di sussistenza.
Lo scorso agosto è ricorso il trentennale della Missione «LIBANO 1» che ha visto protagonista il 2° battaglione Bersaglieri «Governolo», in veste di «Contingente Italiano in Libano» (ITALCON «GOVERNOLO»). Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è la prima volta che l’Italia decide di intervenire fuori dai confini nazionali, in armi, in una «Missione di sostegno alla Pace» (Peace Support Operations - PSOs) meglio nota come Missione di «Peacekeeping». A determinare l’intervento fu l’esplosiva situazione libanese venutasi a creare dopo anni di lotte interne fra le milizie musulmane e cristiano-maronite, acuita dalla presenza sul territorio di migliaia di palestinesi e dei militari siriani della Forza di Dissuasione Araba (A.D.F.). Situazione di estrema delicatezza non solo per il Libano ma anche per la sicurezza di Israele che, per salvaguardare il proprio territorio dalle continue incursioni palestinesi provenienti dal Paese dei Cedri, nell’estate del 1982 dette il via all’operazione «Pace in Galilea».
Le Forze israeliane, dopo una travolgente avanzata durata 5 giorni, penetrano in Beirut dove si arrestano asserragliando nella parte Ovest della città più di 10 000 armati fra palestinesi dell’ O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) di Yasser Arafat, del P.L.A. (Armata Liberazione della Palestina), e circa 3 000 soldati siriani dell’A.D.F., sui quali incombe ora il pericolo di annientamento da parte dell’ Esercito ebraico. L’assedio dura ormai già da più di un mese e sempre più si teme la possibile e altamente probabile attuazione della «soluzione finale» dell’O.L.P. di Arafat, da tempo pianificata dall’Esercito israeliano. La diplomazia internazionale si mobilita per scongiurare tale evento che, in piena «Guerra Fredda», potrebbe originare l’intervento diretto delle due Super potenze con il rischio dell’allargamento del confitto a tutta l’area Mediterranea. La Flotta Sovietica è già presente nel Mediterraneo grazie alla disponibilità del porto siriano di Tartous, da qualche anno concessole dal Presidente Hafiz al-Assad, così come è già nota la presenza di «Osservatori» dell’Armata Rossa, schierati lungo la frontiera siro-libanese. Fallito il tentativo di inviare una forza dell’ ONU per il veto posto dal Consiglio di Sicurezza, nel luglio del 1982 il Governo libanese, in accordo con le parti in lotta, chiede ai Governi italiano, francese e statunitense di inviare a Beirut propri Contingenti militari. In tale contesto, prende l’avvio l’Operazione «LIBANO 1», primo intervento del 2° battaglione Bersaglieri «Governolo» in Medio Oriente. Il «Secondo» partecipa quale «Contin-
gente Italiano in Libano Governolo» (ITALCON «GOVERNOLO»), al comando del Comandante di battaglione e con il Tenente Colonnello Luigi De Carlo quale Vice Comandante. Il Contingente era strutturato su: una compagnia Comando e Servizi, particolarmente potenziata nei settori delle trasmissioni, motorizzazione e sanità (Capitano Nicola Toma); una Sezione Mista di Sussistenza (Capitano Giuseppe Lupo); due compagnie meccanizzate (Capitano Vincenzo Lops, oggi Decano del Corpo dei Bersaglieri e Comandante del 2° Comando delle Forze di Difesa, e dal Tenente Riccardo Marchiò attuale Vice Comandante dell’«Allied Rapid Reaction Corps» della NATO con sede in Gran Bretagna); un plotone Carabinieri del battaglione Carabinieri «Lombardia» (Tenente Andrea Cerrato); un plotone rinforzato del genio (Sottotenente Mario Rosati). Complessivamente, inquadrava 518 uomini (39 Ufficiali, 81 Sottufficiali, 398 militari di truppa) e disponeva di oltre 100 mezzi fra cingolati e ruotati di vario tipo e di una autonomia logistica di 45 giornate. Compito specifico della Forza Multinazionale è quello di: interporsi fra gli schieramenti in lotta; liberare le forze asserragliate a Beirut e portarle in salvo in Siria; proteggere l’incolumità degli abitanti della città da eventuali «rese dei conti»; favorire il ripristino della sovranità del legittimo Governo libanese in quella parte del territorio da anni sottratto alla sua autorità. Compiti, questi, della cui positiva conclusione dubitano seriamente gli osservatori intenzionali, specie considerando che i Parà della Legione Straniera francese e i Marines statu-
Speciale
nitensi, invisi alla popolazione musulmana, avrebbero pouto trovarsi a operare proprio nella parte della Capitale dove la popolazione, quella sciita, era a loro la più ostile. Proprio per questo motivo il «Comitato Politico Militare del Libano», responsabile dell’intera Operazione, (costituito dall’Ambasciatore itinerante statunitense Philip Habib, dagli Ambasciatori delle Nazioni che forniscono i contingenti e dai Comandanti degli stessi), decide che il compito principale della Missione venga affidato ai Bersaglieri. Il «Mandato» (permanenza della Forza Multinazionale (FMN) in Libano, concordata con le Autorità locali) è di un mese ma, secondo la pianificazione del Comitato Militare, la fase di sgombero possibilmente non deve superare i 17 giorni. E questo è un problema tutto «Cremisi». Alle 10.30 del 26 agosto 1982, a sole due ore e mezza dallo sbarco, la Compagnia Bersaglieri del Tenente Riccardo Marchiò raggiunge il bivio di Hazmiye, punto origine della strada per Damasco. Attuando la pianificazione messa a «punto» il giorno precedente dall’Ufficiale alle Operazioni del Contingente (Maggiore Antonio Rotundo), si interpone fra le forze nemiche a contatto lungo la «linea verde» rilevando dai palestinesi le postazioni e gli appostamenti che da mesi occupavano a cavallo dell’asse stradale di «Galerie de Semaan». I bersaglieri creano una fascia smilitarizzata profonda 1 km e larga 400 m, necessaria per consentire, nei giorni successivi, la formazione, il controllo e la partenza delle colonne dirette in Siria. L’Operazione si conclude con pieno successo verso le ore 14.30 con la costituzione del «Check Point» di St. Michel, il più avanzato verso Ovest dello schieramento italiano. Reparti dell’Esercito libanese, ai quali i palestinesi si erano rifiutati di consegnare le posizioni, seguono i Bersaglieri verso Ovest per riprendere il controllo del territorio che da oltre cinque anni gli era precluso.
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Nei quattro giorni successivi una compagnia Bersaglieri, rinforzata da nuclei di Carabinieri, percorrendo la valle della Bekaa, in mano israeliana, sgombera 952 mezzi di vari tipo (carri armati, mezzi ruotati, artiglierie ecc....) e porta in salvo 6 909 palestinesi del P.L.A. e soldati siriani delle «Hittin Brigade», «Quaddisiyyam Brigade» e della «85th Brigade» appartenenti all’A.D.F. (Forza di dissuasione Araba). Evacuate le Forze musulmane, i Bersaglieri rimangono altri undici giorni a presidio di Galerie de Se-
libanese Beshir Gemayel ringrazia e congeda i Contingenti della Forza Multinazionale ma non avrà il tempo di pentirsene perché il 14 settembre, a soli tre giorni dalla partenza della FMN, cade vittima di un attentato. Il giorno 16, la Falange dei Gemayel (Kataeb), vendica l’uccisione del suo Capo massacrando centinaia di vecchi, donne e bambini palestinesi che erano rimasti nei campi di Sabra e Chatila. A gran voce viene richiesto il ritorno della FMN e, in particolare, del nostro contingente che aveva porta-
maan per consentire all’Esercito libanese di consolidare il controllo del territorio metropolitano riconquistato, agevolare il rientro dei profughi libanesi, che avevano abbandonato la città durante il conflitto, e proteggere le famiglie dei palestinesi portati in salvo in Siria da eventuali rappresaglie. Durante tutto il periodo i feriti, vittime degli ultimi combattimenti, ricevono le prime cure presso il Posto di Medicazione mobile del Sottotenente medico Ferruccio Vio che per tutto il tempo ha stazionato nei pressi del Chek Point principale di St. Michel. Sicuro di aver ormai la situazione «in pugno», il neo eletto Presidente
to a termine con pieno successo la difficile e delicata precedente Missione, riscuotendo il plauso generale degli Alleati, della popolazione civile libanese e delle Nazioni che avevano beneficiato direttamente o indirettamente del suo intervento. Il «Governolo», che aveva lasciato Beirut l’11 settembre, il 27 dello stesso mese vi fa ritorno. Questa volta i Bersaglieri del «Governolo», rinforzati da una compagnia di Bersaglieri comandata dal Capitano Marco Rossi, del 10° battaglione «Bezzecca», partecipano alla nuova Missione («LIBANO 2») quale aliquota meccanizzata di un contingente di livello gerarchico superiore («Raggruppa-
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Rivista Militare
mento Italiano in Libano» comandato dal Colonnello Franco Angioni) che inquadra anche un battaglione di Paracadutisti della «Folgore» e i Marò del battaglione «San Marco» della Marina Militare. Il settore italiano, con un perimetro di circa 30 Km e con una popolazione per il 95% sciita, inglobava i due campi palestinesi di Chatila e Borj el Brajné abitati complessivamente da circa 24 000 persone. Compito principale del contingente è fornire protezione a questa popolazione. Al «Governolo», per l’esperienza maturata nella precedente missione, è assegnata la protezione del campo palestinese di Borj el Brajné abitato da 15 000 palestinesi sui quali incombe la minaccia di possibili massacri. I Bersaglieri sono ricevuti con le massime dimostrazioni di affetto. Il giorno stesso del loro arrivo infatti, il «Nucleo da Ricognizione» entrando in Borj el Brajné è accolto con lanci di riso e scritte «ONLY ITALY» sui muri. Il 26 ottobre, avvicendati dai Parà della «Folgore», i Bersaglieri vengono destinati alla protezione di Chatila dove resteranno fino al termine della missione del «Secondo» a Beirut. Anche durante questa missione, i Bersaglieri del «Secondo» hanno dimostrato grande efficienza, senso di disciplina, spirito di sacrificio e la consueta grande umanità già evidenziata in tante altre circostanze in cui il nostro Soldato si era reso protagonista. Di ciò ne è testimone vivente il piccolo Governolo Hibrain Mustafà Alì Zan Zan, cosi chiamato dai genitori perché venuto alla luce durante una notte di coprifuoco nel campo di Borj el Brajné, grazie al tempestivo intervento di una pattuglia di Bersaglieri, comandata dal Tenente Sergio Cuofano, e del Sottotenente medico Ferruccio Vio (figlio del Bersagliere Emilio Vio del 3° reggimento Bersaglieri, decorato al Valore Militare sul Fronte Russo quarant’anni prima e recentemente scomparso. Buon sangue non mente!). Il 3 marzo 1983 il «Governolo» rien-
tra definitivamente in Patria ma l’opera dei Bersaglieri in Libano continuerà fino alla fine di dicembre 1983 con l’avvicendarsi di altri nostri reparti. In particolare: dal 4 marzo al 9 giugno è la volta del 10° battaglione Bersaglieri «Bezzecca», al comando del Tenente Colonnello Corrado Nico; dal 10 giugno ai primi di ottobre tocca alla compagnia Bersaglieri del 6° «Palestro», comandata dal Capitano Paolo Leotta, che opera inquadrata nel 67° battaglione meccanizzato «Montelungo» del Tenente Colonnello Luigi Gaviraghi; infine, nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 1983, i «Fanti Piumati» a Beirut sono validamente rappresentati dal 3° battaglione Bersaglieri «Cernaia», al comando del Tenente Colonnello Sergio Carnevale. Per il brillante disimpegno del «Secondo» in terra libanese, la sua Gloriosa Bandiera di Guerra è stata insignita con la più alta decorazione militare italiana, l’«Ordine Militare d’Italia, con la seguente motivazione: «Erede dell’ultracentenario e pluridecorato 2° reggimento Bersaglieri rinnovava in terra libanese i fasti dei Fanti Piumati memori dell’antica gloria conquistata in terra di Crimea. Durante questi sette mesi di costante impegno, lontano dalla Madre Patria, in un contesto difficile, in una terra martoriata e divisa, con slancio ed abnegazione, operava per assicurare l’evacuazione dei guerriglieri palestinesi e realizzava una zona cuscinetto lungo la linea di demarcazione Beirut Ovest-Beirut Est. Riceveva in seguito il difficile compito di garantire la sicurezza dei campi palestinesi di Borj el Brajné prima e di SabraChatila poi. In queste circostanze il personale tutto mostrava elevatissima professionalità, altissima motivazione, consapevole coraggio, sempre conscio della fierezza e dell’orgoglio di portare soccorso ad una popolazione martoriata da anni di guerra riscuotendo il massimo plauso internazionale». Ecco! Sono trascorsi trent’anni da quando i nostri Bersaglieri si sono resi protagonisti in Libano di una bella pagina di Storia Militare. Era-
no Bersaglieri di Leva, che si sono validamente confrontati con i famosi Parà della Legione Straniera e con i Marines statunitensi. Da loro sono stati ammirati e dai libanesi preferiti. È bene ricordare che la «LIBANO 1» e la «LIBANO 2» sono le uniche due missioni effettuate all’ombra del nostro Tricolore e solo del Tricolore! In tutte le altre missioni, infatti, incluse quelle in atto, la Bandiera italiana è sempre stata affiancata da quelle dell’Unione Europea, della NATO o dell’ONU. Noi no! Eravamo solo noi! Le Missioni sono state volute, gestite e condotte dall’Italia. Significativo quanto in proposito si legge nella relazione dell’On. Lelio Lagorio - Ministro della Difesa durante l’Operazione di Peace Keeping in Libano – pubblicata su «Rivista Marittima» n. 13 dell’ottobre 2003: «... Era la prima volta che l’Italia metteva il naso fuori dalla porta di casa dopo la Seconda guerra mondiale, la prima volta che usava la sua forza militare. E la prova fu positiva. Non è stato più così, nel senso che non c’è stata più una esperienza paragonabile al Libano. In Libano l’Italia era un partner alla pari, una potenza protagonista. Non prestammo i nostri uomini a operazioni decise e comandate da altri. Prendemmo l’iniziativa e tenemmo la testa.... Nelle successive missioni di pace siamo stati, come altri Paesi europei e no, un vagone del convoglio piuttosto che una locomotiva. In Libano fummo una locomotiva. Non lo siamo stati più...». Gli encomiabili risultati conseguiti nelle riferite missioni altro non sono che la sommatoria di quei valori propri del nostro Soldato: coraggio, spirito di sacrificio, altruismo e grande umanità. Valori questi che ancor oggi fanno la differenza fra i nostri Soldati, ormai professionisti, e i loro partners internazionali dai quali, per dirla alla bersagliera, «imitati sempre ... uguagliati mai!». Bruno Tosetti Generale di Divisione (ris.), «Aquila 1», già Comandante del contingente «Governolo»
Speciale
«ITALCON» A TRENT’ANNI DA BEIRUT 30 anni fa, esattamente il 29 agosto del 1982, i primi militari italiani sbarcavano in Libano per procedere, unitamente a unità statunitensi e francesi, alla evacuazione da Beirut ovest di 3 000 soldati siriani e dei combattenti palestinesi (la qualifica di «combattente» fu concessa solo agli uomini, fu negata alle donne che pure presero parte alle operazioni belliche!). Il contingente italiano provvide a trasportare al confine siriano i soldati di quella Nazione e un’aliquota di palestinesi. Questa operazione, tradizionalmente denominata «Libano 1», vide impegnata un’aliquota del battaglione bersaglieri «Governolo», rinforzata da elementi per il supporto tecnico e logisti-
co, agli ordini del Tenente Colonnello Tosetti. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dell’epoca affidò al sottoscritto, allora Capo dell’Ufficio Operazioni centrale, il controllo tattico dell’operazione. Dopo 12 giorni, il 10 settembre, l’evacuazione dei soldati siriani e dei combattenti palestinesi fu conclusa e le unità (italiani, statunitensi e francesi), come da accordi intergovernativi, fecero ritorno in patria. Alla partenza delle truppe, come prevedibile dopo otto anni di cruenta guerra civile, si scatenarono le vendette incrociate delle numerose fazioni libanesi, che culminarono nell’assassinio del neo Presidente della Repubblica e nella conseguente
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RAGGRUPPAMENTO ITALIANO PER LA FORZA DI PACE IN LIBANO Assetti nazionali impiegati • Personale: 2 400 uomini e 10 infermiere volontarie; • Stato Maggiore; • una compagnia Comando e servizi; • un plotone trasmissioni rinforzato; • un plotone Carabinieri; • un battaglione fanteria meccanizzata; • un battaglione paracadutisti; • battaglione «San Marco»; • un battaglione logistico rinforzato; • una compagnia Incursori rinforzata «Col Moschin».; • un nucleo Incursori «CONSUBIN»; • un plotone cavalleria su autoblindo; • un plotone genio rinforzato; • un nucleo Bonifica Ordigni Esplosivi; • un ospedale da campo. Supporti esterni alla missione • una Nave da sbarco; • una/due Fregate; • svariate missioni di volo con velivoli ds trasporto A.M.I. e Alitalia.
«strage di Sabra e Chatila» (due dei più affollati campi profughi palestinesi). Furono trucidati più di 2 000 palestinesi, quasi esclusivamente vecchi, donne e bambini. L’opinione pubblica internazionale reagì indignata a tale tragedia e la Forza internazionale fu di fatto costretta a rientrare precipitosamente a Beirut, con il mandato di «mantenere la pace» (peace-keeping) tra Israele e le varie fazioni libanesi sostenute dalla Siria e di «partecipare alla ricostruzione» (peace-building) del Libano, proteggendo, nel contempo, tutta la popolazione, senza distinzione di religione o nazionalità. Il contingente italiano, del livello organico di Brigata, affidato al mio comando, era ordinato su uno Stato Maggiore, una compagnia Comando, un plotone trasmissioni rinforzato, per il collegamento con le unità navali, i contingenti alleati, il Governo libanese e l’Italia, un plotone Carabinieri per le attività di polizia militare, un battaglione di fanteria meccaniz-
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zata (nel tempo si sono avvicendati quattro battaglioni, di cui tre bersaglieri), un battaglione paracadutisti (si sono alternati il battaglione Carabinieri paracadutisti «Tuscania», il 2° e il 5° della «Folgore»), il battaglione «San Marco», della Marina Militare, un battaglione logistico rinforzato per assicurare la completa autonomia operativa, tecnica e sanitaria, con dotazioni di scorta per 15 giorni di autonomia, una compagnia rinforzata del battaglione Incursori «Col Moschin» e un nucleo incursori di
nes statunitensi (1 100 uomini circa), una Brigata francese (1 000 uomini circa; si alternarono unità della Legione Straniera, dei paracadutisti e dei «fanti di marina») e, da aprile ad agosto 1983, una simbolica unità britannica della forza di 100 uomini. Durante i 18 mesi di permanenza del Contingente, si avvicendarono circa 8 500 militari (di cui circa 7 000 di leva) e 350 Infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana. In quel periodo, sul contingente si concentrò l’impegno di tutte le For-
«Comsubin», un plotone di cavalleria su autoblindo per l’attività di ricognizione, un plotone genio rinforzato con mezzi per movimento terra, carri soccorso ed elementi per la fortificazione campale, un «nucleo bonifica» degli ordigni esplosivi, fornito dalla compagnia incursori, un Ospedale da campo. Tutte le unità erano completamente mobili, per il personale e le dotazioni, con mezzi ruotati, cingolati e anfibi. La forza totale del contingente era di 2 400 uomini e 10 Infermiere volontarie. Il 26 settembre 1982 il Contingente Italiano (ITALCON) sbarca a Beirut per dare vita all’operazione «Libano 2». Contemporaneamente affluirono anche un Raggruppamento di Mari-
ze Armate. L’Esercito produsse un considerevole sforzo operativo-tecnico-logistico, provvedendo all’addestramento intensivo delle unità precettate e assicurando l’invio quindicinale di 52 containers, che garantivano la completa autonomia del contingente per 25 giornate (10 in riserva per le emergenze). La Marina Militare fu costantemente presente con una nave da sbarco e una fregata (due nei periodi di maggiore crisi) per l’eventuale azione di fuoco su obiettivi terrestri. Da non dimenticare che, al rientro del contingente, tutta la Squadra Navale italiana scortò le navi dove erano imbarcate le Bandiere e le formazioni che avevano operato nella «Libano 2».
L’Aeronautica Militare assicurò il trasporto di molti materiali e del personale in avvicendamento con i C-130, i G-222 e con velivoli dell’Alitalia, utilizzando gli aeroporti di Cipro nei periodi di maggiore crisi. Dal settembre del 1982 al luglio del 1983 le operazioni, anche se con notevole difficoltà, si svilupparono sul terreno secondo la pianificazione. Da agosto la situazione politica iniziò a deteriorarsi. Israele continuava a occupare una parte occidentale del territorio libanese; le milizie musulmane, sostenute dall’Iran e dalla Siria, iniziarono ad attaccare le formazioni cristiane e druse. Ai primi di settembre Israele si ritira unilateralmente dal Libano, facendo aumentare la confusione. Il 23 ottobre, la Forza multinazionale subì due feroci attentati: furono attaccati gli edifici dove erano accasermati il contingente statunitense e quello francese. La tecnica suicida, già sperimentata alcuni mesi prima contro l’Ambasciata americana, provocò molte vittime: 240 morti fra i Marines e 89 tra i paracadutisti francesi. La situazione politica degenerò ulteriormente e sul terreno gli scontri tra le milizie cristiane e sciite diventarono frequenti. In dicembre il contingente americano lascia le proprie posizioni e si ritira sulle navi. Ai primi di febbraio si ritira il contingente francese. Il 19 febbraio il contingente italiano si imbarca, lasciando, su richiesta del Governo libanese, una compagnia composta da Carabinieri paracadutisti, paracadutisti e incursori, quale testimonianza che l’Italia non avrebbe abbandonato il Libano. La compagnia rientrò in Italia a fine marzo. Il 24 febbraio il Contingente Italiano sbarca a Livorno accolto dalla testimonianza di affetto della popolazione e soprattutto del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che decorò con l’Ordine Militare d’Italia la Bandiera del contingente. A conclusione di queste note, vorrei formulare alcune considerazioni.
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Tutti i reparti dell’Esercito, nonostante le notevoli insidie del settore, si impegnarono con grande determinazione, fornendo significativi risultati, tanto da riscuotere l’ammirazione dei contingenti alleati, della popolazione e delle Forze Armate libanesi. A tutti i reparti che ho avuto l’onore di comandare va il mio incondizionato plauso. Mi corre l’obbligo di evidenziare che la Brigata paracadutisti «Folgore» ha sostenuto il maggior onere in termini di personale. Per l’intera missione la Brigata fornì il 40% del personale, a fronte di circa il 30% delle altre unità a livello battaglione e del 20% circa per le unità minori. Ritengo doveroso, inoltre, evidenziare la peculiarità di alcune unità: la compagnia incursori fu preziosa nell’azione di «contragguato» sviluppata in alcuni settori in ambiente notturno, ma soprattutto per aver provveduto alla disattivazione di 54 000 ordigni esplosivi (mine anticarro e antiuomo, proietti di artiglieria, bombe di aereo, cluster bombs di vario tipo e trappole esplosive) che tante vittime avevano causato alla popolazione e agli altri contingenti; il battaglione logistico, forte di oltre 600 uomini, fu
costituito ad hoc per le specifiche esigenze, raccogliendo il personale di differenti unità nazionali (Meccanizzati, Alpini, Artiglieri) e da organi territoriali. La difficile opera di amalgama fu realizzata grazie a una valida azione di comando; i risultati sono stati più che soddisfacenti. Basti pensare, a titolo di esempio, all’impegno di garantire la piena efficienza dei 600 automezzi del contingente - ruotati e cingolati - appartenenti a 36 tipi diversi, nonostante la disastrosa situazione sul terreno; l’Ospedale da campo, che assicurò
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non solo la cura del personale militare, ma fornì assistenza continua nei campi palestinesi (i profughi non volevano lasciare i campi) e curò ambulatoriamente circa 13 000 libanesi, la maggior parte dei quali erano bambini; il plotone Carabinieri, per gli interventi di polizia, a concorso della gendarmeria libanese, ma anche in funzione di polizia stradale nel settore italiano e comunque per tutti gli interventi che coinvolgevano personale e mezzi italiani; infine, un plauso particolare ai circa 25 collaboratori, Ufficiali e Sottufficiali disseminati nell’ambito del contingente, che, responsabili di specifiche attività, accettarono di permanere con me ininterrottamente per tutti i 18 mesi dell’operazione. In conclusione, desidero rivolgere un rispettoso pensiero alla memoria del Marò Filippo Montesi, deceduto a seguito di un conflitto a fuoco e ai 75 feriti gravi che sopportano ancora le conseguenze del loro impegno. Un sentito ringraziamento alle Infermiere Volontarie e ai militari che hanno fatto parte del contingente e in particolare ai circa 7 000 soldati di leva che in quell’occasione hanno scritto una pagina di grande dignità nazionale. Franco Angioni Generale di Corpo d’Armata (ris.), già Comandante di ITALCON 2
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OPERAZIONE «AIRONE» APRILE-OTTOBRE 1991 Il 28 febbraio 1991 ebbe luogo la cessazione del fuoco tra le forze alleate e quelle irachene, a conclusione della prima Guerra del Golfo. Pochi giorni dopo avevano inizio, nel sud e nel nord dell’Iraq, due sollevazioni popolari. A sud gli integralisti filoiraniani presero le armi contro il regime di Saddam Hussein ma subirono una pesante repressione e furono in breve tempo sconfitti. A nord si erano sollevati i curdi, rievocando la loro antica aspirazione all’autonomia tuttora inappagata e in vista della possibile formazione di un nuovo Stato. Questo popolo infatti, con connotazioni e tradizioni assolutamente diverse da quelle dei Paesi circostanti, non ha mai vissuto una vita propria e, con la caduta dell’Impero ottomano, è stato suddiviso fra Iraq, Siria, Turchia e Iran senza alcun riconoscimento della propria individualità. Anche in questo caso la reazione di Saddam fu violenta e fin dai primi di aprile i curdi, battuti su tutta l’area d’inte-
resse, cominciarono a cercare scampo sulle montagne. Per sottrarsi a pesanti rappresaglie, la popolazione curda preferiva l’incognita dell’esodo in massa benché il clima fosse inclemente e mancassero cibo, acqua e medicinali. L’ostilità della Turchia verso le mai sopite intenzioni di autonomia dei curdi fece sì che ai profughi non fosse consentito di trovare rifugio in quel Paese. Essi rimasero così intrappolati sulle montagne, lungo la linea di confine, in drammatiche condizioni di vita che suscitarono l’emozione e la riprovazione di tutto il mondo. Di conseguenza, il 7 aprile intervenne il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’istituzione di una missione umanitaria con aviolanci di viveri, medicinali e materiali vari da parte di velivoli statunitensi, belgi, francesi e inglesi. Questa operazione fu denominata «Provide Confort» e vide, a partire dal 21 aprile, anche la partecipazione di aerei italiani e di un reparto di aviorifornitori della «Folgore».
ITALFOR «AIRONE» Assetti nazionali impiegati • Personale: 1 500 uomini e 8 infermiere volontarie; Schierati in turchia • Comando contingente; • un centro trasmissioni; • un plotone aviorifornitori; • un raggruppamento elicotteri dotato di CH-47 e AB-205 con adeguato reparto di sostegno tecnico-logistico; • una Cellula A.M.I dotata di velivoli G-222. Schierati in Iraq • componente operativa e sanitaria articolata su: •• due compagnie paracadutisti; •• una compagnia paracadutisti Incursori; •• un plotone Carabinieri paracadutisti; •• un’aliquota del battaglione logistico «Folgore»; •• un plotone genieri paracadutisti; •• un reparto sanità;
Non si trattava però soltanto di porre in atto un intervento di emergenza limitato agli aviolanci. Era anche necessario ristabilire un clima di sicurezza per consentire il ritorno dei circa 500 mila profughi alle proprie case. Prese pertanto consistenza un contingente multinazionale inteso a occupare la parte settentrionale dell’Iraq per consentire, inizialmente, la raccolta dei profughi in campi di sosta ove potessero ricevere le dovute cure e, successivamente, il loro progressivo rientro nelle città e nei villaggi che erano stati abbandonati. Il Governo italiano decise di partecipare anche a questa seconda operazione dando vita al contingente «Airone». In relazione alla gravità e urgenza dell’emergenza, il 28 aprile il Comandante del contingente e un
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nucleo avanzato furono inviati in Kurdistan ed entro la fine del mese di aprile una buona parte dei nostri reparti era già schierata in territorio iracheno. Il contingente «Airone» era inserito in una forza multinazionale di circa 20 mila uomini cui partecipavano, in misura diversa, undici Stati con il coordinamento degli Stati Uniti. La complessa struttura organizzativa del contingente prevedeva un Comando, di stanza in Turchia, e truppe schierate prevalentemente nell’area di Zakho, immediatamente a sud del confine con la Turchia. La zona di interesse si estendeva su un’ampiezza di centotrenta chilometri fronteggiando tre Brigate irachene, con le quali peraltro si ebbero solo sporadici episodi di carattere conflittuale. È da ricordare altresì che immediatamente a nord, nell’adiacente area del territorio turco, operavano consistenti formazioni del PKK, partito autonomista curdo in Turchia, spesso impegnato in attività terroristiche. Tale atteggiamento del PKK, peraltro, non interferì con l’attività del contingente multinazionale salvo poche occasioni, che interessarono lo stesso Contingente Italiano. Il contingente italiano (ITALFOR AIRONE) si trovò ad affrontare una situazione del tutto nuova, passando dall’abituale addestramento a operare nel territorio nazionale, in
termini di poche decine di chilometri, a distanze dell’ordine di duemilacinquecento chilometri, da percorrere via mare fino al porto di Adana in Turchia e poi, per ottocento chilometri, via terra fino a Zakho lungo un non facile itinerario che costeggiava il confine della Siria. La composizione del contingente «Airone» (ITALFOR - AIRONE) comprendeva: un Comando di contingente, con sede ad Incirlik (Turchia), strutturato su varie cellule (Stato Maggiore, collegamento con il Comando della forza multinazionale, movimenti e trasporti, stampa e pubbliche relazioni) e con alle dirette dipendenze un centro trasmissioni, costituito da militari del battaglione «Leonessa», e un plotone aviorifornitori (lo stesso utilizzato nella prima fase dell’intervento); una componente operativa e sanitaria (ITALPAR – AIRONE) dislocata a Zakho (Iraq); un raggruppamento elicotteri (ITALHELY – AIRONE), dotato di elicotteri CH-47 e AB-205, nonché di un adeguato reparto di sostegno tecnico e logistico, con base nell’aeroporto di Diyarbakir (Turchia); una Cellula AMI (ITAF CELL), dotata di aerei G-222 dislocati nella base di Incirlik. Tale cellula operava sotto il controllo operativo della 2a Regione Aerea di Roma
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e sotto il controllo tattico del Comando del contingente «Airone» per le missioni di sostegno diretto assegnate alle forze italiane. La componente di manovra del contingente «Airone» era rappresentata da: due compagnie del 5° battaglione paracadutisti «El Alamein»; una compagnia di incursori paracadutisti del 9° battaglione «Col Moschin»; un plotone del battaglione Carabinieri paracadutisti «Tuscania»; un’aliquota del battaglione logistico «Folgore»; un plotone della compagnia genio paracadutisti; il reparto sanità della Brigata alpina «Taurinense», dotato di un
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Ospedale da campo e forte di 30 medici, 28 paramedici, 8 infermiere volontarie del Corpo della Croce Rossa Italiana e di un congruo numero di militari di leva. In totale, la partecipazione italiana, tenendo conto anche del personale avvicendato, è stata dell’ordine di 1 500 uomini. Da rilevare inoltre la partecipazione di una compagnia del 325° battaglione paracadutisti statunitense posta per un periodo, circa un mese, secondo una prassi non comune, alle dipendenze del Comando italiano per l’impiego in stretta integrazione con le nostre forze operative. L’azione del contingente si svolse in due principali direzioni: attuazione di misure di sicurezza nei riguardi delle forze irachene di Saddam Hussein che, come si è visto, erano schierate immediatamente a sud dell’area di competenza; assistenza alla popolazione mediante la realizzazione di tendopoli, la distribuzione di viveri e l’attuazione di consistenti misure sanitarie. Ai fini della sicurezza, fin dall’inizio delle operazioni, tre distaccamenti di incursori furono aggregati alle forze francesi, nel quadro del clima di stretta collaborazione internazio-
nale che caratterizzava l’operazione in tutti i suoi aspetti. ITALPAR realizzò poi in pochi giorni un campo trincerato nei pressi della città di Zakho, che costituì la base operativa di tutto il settore assegnato. Quest’ultimo aveva un’estensione pari a circa 900 chilometri quadrati. Il controllo del territorio fu posto in atto con la sistemazione di capisaldi nelle posizioni chiave dell’area di competenza, da cui venivano proiettati in avanti posti di osservazione lungo il margine sud, verso la zona presidiata dalle forze irachene. L’intervallo tra i capisaldi era controllato da pattuglie motorizzate di Paracadutisti, queste fornivano una rassicurante presenza anche nei numerosi villaggi della zona soprattutto per sedare incidenti fra la parte più attiva della componente curda, i peshmerga, e gli abitanti arabi che il regime iracheno aveva fatto insediare in quell’area nel passato per incrinare l’omogeneità etnica della popolazione. Lungo le principali rotabili, i Carabinieri paracadutisti avevano il compito di costituire posti di blocco per il controllo dei veicoli civili e di eventuali trasferimenti di armi ed esplosivi. Gli stessi
campi profughi erano controllati da squadre di Paracadutisti per assicurare la sicurezza all’interno degli stessi e contro eventuali attacchi esterni. Ci si trovava, infatti, in una situazione piuttosto confusa che rendeva poco chiari lo schieramento e l’atteggiamento dei vari gruppi etnico-politici presenti e operanti nella zona. Ai fini dell’assistenza alla popolazione, furono complessivamente posti in atto tre campi sosta per i profughi con la gestione di grandi tendopoli in grado di ospitare fino a 60 mila persone. La dimensione e l’efficacia di questa realizzazione costituì senza dubbio alcuno la componente di maggior respiro dell’intera operazione il cui carattere e i cui fini erano, come si è visto, prevalentemente quelli umanitari. In tale contesto, aspetto di rilievo assolutamente preminente fu quello dell’inserimento del reparto di sanità, con relativo Ospedale da campo, all’interno della base operativa di Zakho. Si trattava di un organismo dotato di apparecchiature diagnostiche di avanguardia e di un nucleo di specialisti militari particolarmente qualificati. Molti furono gli interventi chirurgici a seguito di incidenti dovuti alla diffusa presenza di mine su tutto il territorio. Ma notevole impegno ebbero soprattutto le componenti ginecologica e pediatrica, che suscitarono grande interesse nella popolazione affluita per ricevere assistenza e cure anche da distanze di oltre cento chilometri. L’attività del Reparto di sanità comportò anche l’opera di nuclei sanitari mobili che visitarono i villaggi più remoti e isolati per dare un contributo umanitario quanto mai apprezzato. Da ricordare, infine, le numerose missioni di trasporto effettuate dagli elicotteri dell’Aviazione dell’Esercito per il trasferimento dei profughi dalle montagne ai campi attrezzati, nonché le colonne di automezzi intese a riportarli da questi campi ai villaggi di origine. L’attività di «Airone», dopo la fase
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iniziale di assestamento, fu condotta con un ritmo incessante ed ebbe effetti ben maggiori dell’entità della nostra partecipazione. Infatti, se la forza di ITALFOR era pari o poco più del 5% del contingente multinazionale, l’area da noi presidiata riguardava il 25% del territorio, le tende approntate il 20% del totale. Assunse inoltre carattere di assoluta prevalenza il settore sanitario, in quanto il nostro era l’unico ospedale operante per la popolazione civile su tutto il territorio occupato. L’opera di assistenza ai curdi fu interrotta quasi all’improvviso, agli inizi del mese di luglio, per il sopravvenire di problemi di carattere internazionale riguardanti nella sostanza il rischio che il ricompattarsi del popolo curdo, dopo questa tragica esperienza, portasse alla nascita di un vero e proprio stato autonomo. Questo avrebbe potuto costituire un concreto elemento di attrazione verso le popolazioni della stessa etnia presenti negli Stati limitrofi alterando così un equilibrio che invece si voleva comunque salvaguardare. Di particolare riguardo, in tal senso, l’attività dei due principali partiti, l’Unione Patriottica Curda (UPK) e il Partito Democratico del Kurdistan (PDK), protagonisti anche delle successive vicende irachene e che tuttora rappresentano forze politiche quanto mai attive. Arrivava così, il 27 luglio, l’ordine di ripiegamento del Contingente Italiano, ultimo fra tutti quelli della forza multinazionale. Tuttavia, un’aliquota di circa 200 uomini rimase sul confine, con base a Silopi, quale nostra componente di una Brigata internazionale intesa a garantire ulteriormente la sicurezza delle popolazioni in vista del possibile rinnovarsi di rappresaglie irachene. Il 9 ottobre anche questo reparto rientrò in Patria, concludendo la vicenda del contingente «Airone». L’Operazione «Airone» non ha avuto l’eco che ha caratterizzato altri interventi oltremare. Si è trattato, infatti, di un impegno limitato nel
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tempo, con fini prevalentemente umanitari e, quindi, privo di quella componente emotiva che suscitano le situazioni in presenza di una maggiore conflittualità. Ciononostante questa operazione ha avuto una notevole rilevanza, all’interno del «Sistema Esercito», dal punto di vista sia organizzativo sia funzionale. Erano passati, infatti, già otto anni da quando si era concluso il nostro intervento in Libano, al quale peraltro non avevano fatto seguito concrete innovazioni strutturali. Le nostre Forze Armate, per il poco tempo trascorso dalla fine della Guerra Fredda, avevano ancora un’organizzazione tutta orientata al conflitto est-ovest senza specifiche predisposizioni per la capacità di
anni a seguire che hanno potuto avvalersi del solco strutturale, organizzativo e gestionale tracciato, appunto, dall’Operazione «Airone». Fondamentale in particolare l’organizzazione posta in atto per conseguire la piena efficienza in campo logistico. Si pensi, ad esempio, alla notevole distanza da superare con non poche difficoltà per raggiungere l’area di Zakho. Per quanto riguarda il personale, la risposta data dai militari di leva fu ampiamente soddisfacente superando di gran lunga le preoccupazioni e i dubbi che si erano manifestati per l’impiego di ragazzi con un’esperienza di servizio di soli pochi mesi. E questo non solo per i Paracadutisti, considerati di per sé reparti di élite, ma anche per tutti gli al-
proiezione che si stava rivelando, invece, come il nuovo e prevalente compito da affrontare. Fu perciò necessario impostare tutto ex-novo, dalla gestione del personale, ancora di leva, ai rapporti con la stampa, dall’organizzazione logistica alla collaborazione con gli alleati. Questo è certo stato il principale sforzo compiuto dallo Stato Maggiore, il cui positivo effetto si è manifestato non solo in occasione del successivo intervento in Somalia, ma anche in tutte le altre operazioni svolte negli
tri, compreso in particolare il Reparto di sanità, animato da un vivo entusiasmo per la percezione dell’importanza del proprio ruolo nei riguardi della popolazione civile. A questi aspetti decisamente positivi fece riscontro, per il vero, una scarsa eco di opinione pubblica per la palese preoccupazione da parte delle più alte autorità, soprattutto politiche, di dare poca rilevanza all’evento per il timore dei riflessi negativi connessi con questo nuovo impegno delle Forze Armate, soprattutto in caso di in-
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cidenti. Conseguenza di tale limitazione è stata la minore attenzione e la ricorrente omissione della citazione di questa operazione in occasione di resoconti storico-culturali o di celebrazioni ufficiali. Di particolare interesse poi la complessa situazione internazionale che vedeva la Turchia, da una parte naturalmente solidale con la forza multinazionale a guida statunitense e dall’altra intimamente preoccupata di qualsiasi rafforzamento della componente curda, inevitabilmente collegata con il terrorismo irredentistico del PKK operante nella fascia orientale del Paese. In non poche occasioni ostacoli burocratici e formali posero in difficoltà l’alimentazione logistica della popolazione curda per il timore della possibilità che oltre ai beni di prima necessità affluissero armi e munizioni. La capacità di stabilire rapporti personali amichevoli con i funzionari turchi operanti soprattutto nel porto e di suscitare la nostra tradizionale simpatia, consentì di superare gli ostacoli che via via si frapponevano. Questi nostri piccoli successi spesso lasciavano stupiti gli alleati, soprattutto americani, il cui più accentuato formalismo non riusciva a ottenere analoghi risultati positivi. Da rilevare altresì, come già posto in risalto, la necessità manifestatasi in più occasioni di difendere le «enclaves» arabe presenti nel territorio ed
esposte a loro volta a rappresaglie violente da parte dei curdi. Si trattò, talvolta, in sostanza di difendere gli arabi dall’aggressività curda, mentre la funzione affidataci era quella di garantire la sicurezza dei curdi dall’aggressività degli arabi di Saddam. È da ricordare poi con vanto che i nostri uomini rientrarono tutti indenni in Patria mentre Forze Armate di altri Paesi dovettero lamentare perdite abbastanza sensibili nonostante la qualificazione prevalentemente umanitaria dell’intervento. Una volta giunti nell’area di competenza fu necessario affrontare difficoltà assolutamente nuove sia per le condizioni climatiche a cui certo non eravamo abituati (sul termometro di un elicottero in sosta a Zakho si giunse a leggere l’entità incredibile di 54° centigradi!). Un altro elemento che richiese un particolare impegno fu quello delle condizioni di vita dei profughi curdi cui davamo soccorso sia per la loro antica povertà sia per le precarie condizioni sanitarie sia per lo stato d’animo di rassegnato terrore. Resi particolarmente sensibili per la drammaticità della situazione, dedicammo con entusiasmo le migliori risorse per assolvere il compito umanitario affidatoci, che si concluse con il dono alla città di Zakho delle dotazioni sanitarie del nostro Ospedale da campo. Ampio e quanto mai remunerativo l’affetto e il riconosci-
mento che ricevemmo dai curdi in ogni circostanza, ricompensandoci, più di ogni altro giudizio favorevole emesso dall’alto, dell’impegno profuso e dei non pochi sacrifici affrontati. Proprio in relazione alle difficili condizioni di vita, ai rischi che comunque si presentavano e all’incertezza, che comunque discendevano dalla necessità di affrontare qualcosa di nuovo, particolare attenzione nell’azione di Comando fu dedicata al benessere dei nostri soldati. Da ricordare, ad esempio, il collegamento telefonico con le famiglie, naturalmente ansiose per la eccezionalità dell’evento, l’approntamento di una nuova tuta mimetica, la cosiddetta «desertica», adatta al torrido clima estivo del Kurdistan, mentre non mancarono occasioni per inviare qualche drappello di fortunati a trascorre un breve riposo in riva al mare e a godersi un bagno ristoratore. Analogamente, di pieno successo il rapporto interforze e in particolare con l’Aeronautica il cui nucleo di velivoli da trasporto G-222 pose in risalto eccezionale disponibilità e piena efficienza. Parimenti di piena soddisfazione il rapporto con le forze alleate, sia nel Comando Superiore ove si respirava un clima di cordiale solidarietà sia sul «campo» ove il Comandante italiano e quello statunitense avevano stabilito un’amicizia veramente fraterna. Del positivo risultato conseguito in tutti i settori in questa operazione è stata conferma, oltre al caloroso saluto dei curdi che ci videro partire mal volentieri, l’apprezzamento delle autorità alleate e soprattutto quello che al rientro in Patria ci volle esprimere personalmente il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga con la consegna di oltre venti croci al Merito dell’Esercito cui fece seguito, in epoca successiva, anche una decorazione dell’Ordine Militare d’Italia. Mario Buscemi Generale di Corpo d’Armata (c.a.), già Comandante del contingente «Airone»
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CONTINGENTE «PELLICANO» CONTINGENTE «PELLICANO» Assetti nazionali impiegati • Personale: 713 uomini; • Comando contingente con una sezione di Polizia Militare; • due battaglioni logistici; • un’aliquota dell’Aviazione Leggera dell’Esercito; • un’aliquota delle trasmissioni.
Dal 1945, con la riforma agraria, l’Albania basò la sua economia sulla collettivizzazione. Un’economia imperniata essenzialmente sull’agricoltura e la pastorizia, e solo marginalmente sull’industria, quest’ultima potenzialmente forte in presenza di risorse idriche e di giacimenti petroliferi di grande interesse. Tuttavia, la carenza di impianti industriali moderni, la mancanza di sbocchi commerciali adeguati (e questo per gli accordi sottoscritti dall’Albania con l’Unione Sovietica e, in seguito, con la Cina) determinarono il cronico passivo della bilancia commerciale e un graduale e inarrestabile impoverimento del Paese. Dopo la morte, nel 1985, di Enver Hoxha, padre-padrone del «Paese delle Aquile», e in seguito ai cambiamenti avvenuti nei Paesi dell’Europa orientale, iniziò anche in Albania una fase di trasformazione che vide quest’ultimo bastione stalinista aprirsi alla democrazia. L’isolamento entro cui gli albanesi sono stati costretti per circa mezzo secolo è sfociato in gravi agitazioni nel 1990; i fattori scatenanti: sono stati, da un lato, il crollo dell’Unione Sovietica e il conseguente rapido avvio del processo di democratizzazione nell’est europeo e, dall’altro, le noti-
zie diffuse dalla televisione italiana che forniva agli albanesi l’immagine (in bianco e nero) del mondo esterno, altrimenti sconosciuto nella sua ampiezza e articolazione. Seguirono le fasi dell’esodo verso le coste italiane. Anche in quelle giornate dense di tensione, l’Esercito venne mobilitato per fronteggiare la crisi: i profughi vennero ospitati in nove caserme, per un totale di cinquemila posti letto. I militari allestirono, a tempo di record, quindici tendopoli con un impegno giornaliero di 1 300 uomini, censirono i profughi, diedero loro assistenza sanitaria e cibo garantendo l’ordine interno ed esterno. Quando le elezioni dell’aprile 1991 in Albania non diedero i risultati attesi e il vecchio regime rimase al potere, l’esodo divenne ancora più massiccio. Anche in quell’occasione l’Esercito intervenne con i reparti dislocati a Bari e a Siracusa; furono impiegati 1 600 uomini, in maggioranza giovani di leva. L’operazione richiese 230 automezzi, 2 fotoelettriche, 5 complessi campali di illuminazione, 2 motovedette. I reparti dell’Esercito fornirono concorso alla Polizia di Stato e ai Carabinieri nel mantenimento dell’ordine pubblico nelle città di Bari e Siracusa, provvidero al trasporto dei profughi sulla base delle direttive dell’autorità civile e approntarono due nuclei di disinfezione. Si giunse, infine, al memorandum d’intesa tra l’Italia e l’Albania, il 24 agosto 1991, preludio all’Operazione «Pellicano». Il Governo italiano, allora, decise di portare in Albania i primi soccorsi umanitari per scoraggiare l’immigrazione e rimpatriare quanti illegalmente avevano raggiunto le coste italiane. Compito della missione era quindi quello di distribuire ai magazzini di Stato albanesi gli aiuti di emergenza
inviati dall’Italia dai porti di Durazzo e di Valona e assicurare l’assistenza sanitaria generica, nonchè la distribuzione di farmaci alla popolazione albanese delle due città. Nella prima fase di svolgimento (settembre 1991 - marzo 1992), i mezzi dell’Operazione «Pellicano» hanno assicurato il trasporto di 90 659 ton. di generi vari inviati dall’Italia. La seconda fase della missione è consistita nella distribuzione di aiuti inviati dalla Comunità Economica Europea (marzo-settembre 1993), seguiti da una ulteriore tranche di aiuti italiani («Pellicano 3» settembre-dicembre 1993). Durante la prima fase dell’operazione umanitaria a favore dell’Albania denominata «Pellicano 1», giunsero nel porto di Durazzo 61 navi. La ricezione e il trasporto degli aiuti alimentari italiani, 140 000 tonnellate contro le 90 000 inizialmente previste hanno richiesto sei mesi (tre più del previsto). Sono state sbarcate, da oltre 130 navi mercantili, più di 60 000 tonnellate di viveri. Ultimato il compito relativo agli aiuti italiani, il Contingente è stato impiegato nell’ambito del programma di aiuti concessi all’Albania dalla Comunità Economica Europea, con il mandato di fornire concorso al trasporto. Si è passati, quindi, a «Pellicano 2» che ha trasportato circa 170 000 tonnellate di aiuti CEE, percorrendo poco meno di 6 500 000 chilometri ed eseguendo più di 1 000 ore di volo con gli elicotteri. 4 000 autocolonne e 5 000 avvicendamenti nel contingente, 750 tonnellate di materiali movimentati ogni giorno e 276 visite mediche giornaliere, forniscono un’immagine sufficientemente eloquente della mole di lavoro svolta dagli uomini del Contingente «Pellicano». Il Comando del Contingente era alle dirette dipendenze del Capo di Stato
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Maggiore dell’Esercito. Formarono il contingente 67 Ufficiali, 210 Sottufficiali, 436 soldati di leva, così ordinati: • Comando contingente con una sezione di Polizia Militare (unico reparto in armi in seno al Contingente); • battaglione Logistico «Carso»; • battaglione Logistico «Acqui»; • un’aliquota dell’Aviazione Leggera dell’Esercito su quattro Elicotteri; • un’organizzazione delle trasmissioni idonea a soddisfare il complesso delle esigenze; • una rete informativa predisposta in collaborazione con le forze di Polizia albanesi. Gli automezzi impegnati furono 465 per una capacità di trasporto di circa 2 000 tonnellate al giorno e furono percorsi oltre 10 000 000 di km. Gli elicotteri, per una capacità di trasporto di circa 14 tonnellate a sortita, ebbero circa 2 000 ore di volo. Nei Poliambulatori di Durazzo e Valona furono inseriti due Nuclei di personale sanitario militare italiano. Alle due équipes parteciparono internisti, oculisti, ginecologi, dentisti, otorinolaringoiatri, cardiologi, chirurghi, dermatologi, farmacisti, come pure Crocerossine e Infermieri della Croce Rossa. Nel complesso furono effettuati 178 000 interventi sanitari. Operazione «Pellicano» fu una presenza concreta, dinamica, razionale, stimolante, psicologicamente indispensabile per fronteggiare un’emergenza oggettivamente drammatica, precipitata nel baratro dell’impossibilità strutturale e organizzativa di fronteggiare i bisogni primari e tramutatasi in un esodo, non sempre clandestino, con risvolti umani toccanti e implicazioni di elevato rischio. Doveva durare tre mesi, dall’ultima decade di settembre al dicembre 1991, ma durò molto di più. Tante furono le difficoltà da superare: prima di tutto l’impatto psicologico. I nostri ragazzi non erano dei robot. Apparentemente smaliziati, irriverenti, ipercritici e insofferenti, hanno parlato poco e lavorato molto. I nostri Soldati hanno riparato
tetti, scavato fognature, costruito gabinetti, installato gruppi elettrogeni, imbiancato i muri, tolto il guano che formava un putrescente tappeto. Hanno guidato colonne di automezzi pesanti lungo strade prive di segnalazioni, con buche e strettoie improvvise, mentre gli albanesi camminavano tra buoi e mucche tenuti al guinzaglio, e papere e galline invadevano la carreggiata Gli itinerari delle autocolonne hanno rappresentato l’impegno più gravoso. Il trasporto delle derrate alimentari e dei medicinali avvieniva su carrabili insidiose, che essendo a larghezza ridotta, in molti punti non consentivano il transito a doppio senso dei mezzi più pesanti; il piano stradale sconnesso era insidioso per la guida in caso di pioggia e gli itinerari tortuosi in qualche tratto richiedevano lunghe deviazioni; un traffico disordinato, mal regolato (in Albania non esisteva Codice della Strada) e imprevedibile, obbligava i conduttori e i capimacchina a un impegno superiore al normale; le banchine non protette nel lato a valle erano poco sicure. Gli aiuti di emergenza sono stati consegnati a «domicilio» nei Magazzini di Stato dei 27 Distretti in cui era suddivisa l’Albania. Differenti fra loro per caratteristiche e capacità ricettive, erano spesso inadeguati alle esigenze di immagazzinamento: le dimensioni degli ingressi non permettevano un agevole transito ai mezzi meccanici; le aree di ma-
novra non erano sufficientemente ampie; quelle di sosta erano ristrette o mancavano del tutto, costringendo le autocolonne a sostare lungo le carrabili di accesso; non esistevano pianali meccanici di carico e scarico (di cui invece era fornito il contingente «Pellicano»); l’organizzazione interna era inadeguata; la manovalanza locale, a cui era assegnato il compito di scaricare le autocolonne era numericamente insufficiente, demotivata e priva di qualsiasi elemento di vivacità; ne derivò un sovraffaticamento del personale ed un allungamento dei tempi di carico e scarico. Infine, l’azione della polizia albanese che precedeva e accompagnava le colonne mitigava solo in modesta misura le oggettive difficoltà. Si devono sottolineare l’ampiezza e l’intensità dell’impegno: un impiego enorme dei mezzi dell’Esercito su strade sovente impraticabili con la conseguente usura dei mezzi e l’esigenza di manutenzione e alimentazione. A questo si devono aggiungere l’entità dei trasporti marittimi e terrestri, l’attività portuale con i mezzi di movimentazione delle merci, l’organizzazione di un «ponte» che ha dato all’Albania l’ossigeno essenziale per sopravvivere, uscire dal coma sociale e psicologico e cominciare a guardare avanti con fiducia. Antonio Quintana Generale di Corpo d’Armata (ris.), già Comandante del contingente «Pellicano»
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CONTINGENTE «ALBATROS» MISSIONE DI PACE IN MOZAMBICO
CONTINGENTE «ALBATROS» Assetti nazionali impiegati • Personale: 1 100 uomini e 4 infermiere volontarie; • Comando e Controllo (Reparto Comando e Supporti Tattici «Taurinense» rinforzato); • un reggimento di formazione composto da: •• compagnia Comando e servizi; •• tre compagnie fucilieri; •• una compagnia mortai; •• una compagnia alpini paracadutisti; •• un gruppo squadroni dell’Aviazione Leggera dell’Esercito; •• un battaglione logistico; •• un reparto sanità.
La missione di pace in Mozambico ebbe origine dalla firma degli accordi di pace tra le Autorità governative del FRELIMO e la RENAMO stipulati a Roma il 4 ottobre 1992 a seguito della importante opera di mediazione svolta dalla comunità di S. Egidio. Gli accordi sottoscritti determinarono la fine di un conflitto iniziato nel 1976 che, in circa 16 anni, aveva provocato 4 milioni di morti e profughi e altrettanti sfollati che dalle campagne si erano addensati in agglomerati innaturali intorno ai maggiori centri urbani. Queste circostanze, unite a siccità e a un lungo periodo di carestia, deteminarono la Risoluzione n. 797 (16 dicembre 1992) delle Nazioni Unite, con la quale il Consiglio di Sicurezza autorizzò l’operazione ONUMOZ che attraverso un complesso di attività si è proposta lo scopo di favorire e consolidare il processo di pace tra le parti contrapposte.
Il Mandato affidato alla componente militare è stato molto articolato ed è consistito: • nel monitorare e verificare: «il cessate il fuoco»; la separazione; la successiva concentrazione e smobilitazione delle forze contrapposte; la raccolta/stoccaggio e distruzione delle armi; il ripiegamento fuori dai confini del Mozambico di forze militari straniere; la smobilitazione dei militari e di gruppi armati irregolari; • nell’attuare misure di sicurezza a favore di infrastrutture e servizi vitali; • nel fornire sicurezza alle attività delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni svolte a sostegno del processo di pace. Per assolvere un mandato così impegnativo su un territorio molto vasto, le forze militari ONU appartenenti a diverse nazionalità sono state schierate in tre regioni: Nord, Centro, Sud. All’Italia fu affidata dalle Nazioni Unite la responsabilità di comando della regione centro con alle dipendenze anche reparti di altre nazionalità (Botswana, India, Portogallo, Giappone) nonchè la Presidenza della Commissione per il «cessate il fuoco». Come contributo alla componente militare, l’Italia ha espresso un complesso di forze della Brigata alpina «Taurinense» prima e, successivamente, della Brigata alpina «Julia» con la costituzione del contingente «Albatros» il quale, schierato nel mese di febbraio/marzo 1993 lungo il corridoio di Beira, oltre a un’organizzazione di Comando e Controllo (Reparto Comando e Supporti Tattici «Taurinense» rinforzato), comprendeva: • una componente di alpini (batta-
glione Alpini «Susa») e di Alpini paracadutisti (compagnia alpini paracadutisti del 4° Corpo d’Armata) capace di assolvere molteplici, differenziate funzioni; • un nuleo trasmissioni tratto dal 44° battaglione trasmissioni «Penne»; • una componente aeromobile (gruppo squadroni dell’Aviazione Leggera dell’Esercito) volta a soddisfare attività di ricognizione e controllo del territorio; trasporto tattico, impiego tempestivo e a ragion veduta di unità e sgombero sanitario; • una componente logistica (battaglione logistico «Taurinense») e una componente sanitaria (reparto sanità «Taurinense») in grado, entrambe, di conferire spiccata autonomia a tutte le forze impiegate nella regione Centro, alle Organizzazioni ONU e alla popolazione civile; • un nucleo Carabinieri tratto dalla Brigata alpina «Taurinense». Per molti aspetti, l’importanza del settore assegnato al Contingente Italiano, unita alla quantità e qualità delle forze impiegate in modo ar-
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monico, hanno fatto della partecipazione italiana alla missione uno strumento di sicuro riferimento in un contesto di accentuato rischio in relazione alla particolare situazione incerta e imprevedibile esistente nell’area. Nella situazione appena delineata, molteplici sono state le attività svolte. In sintesi: • scorta armata a convogli ferroviari e stradali lungo il corridoio di Beira; • presidio di punti/infrastrutture sensibili per l’alto significato sotto il profilo socio-economico; • distribuzione di aiuti significativi in relazione all’elevata finalità intrinseca e trasporto di materiali su itinerari lunghi, affatto agevoli e in condizioni di spinta autonomia; • costituzione di aree di raccolta (Assembly Areas) in cui concentrare i soldati da smobilitare e disarmare, che ha richiesto attività organizzative particolarmente complesse, pattugliamento per il controllo e sicurezza di dette aree, trasporto di materiali d’armamento in centri allestiti dal contingente; • assistenza sanitaria alla popolazione, il cui sviluppo incisivo non solo ha avuto carattere d’urgenza ma anche sistematico, sia sul territorio sia presso la struttura sanitaria campale del contingente. In questo quadro di attività e di condizioni generali, a dir poco flui-
de, era insita una obiettiva difficoltà circa una evoluzione positiva della missione. Nonostante ciò, le predisposizioni per le elezioni politiche (censimento degli elettori, formazio-
ne e legalizzazione dei partiti politici, ecc.) e la loro effettuazione - sia pure in tempi più dilatati - hanno potuto procedere, anche se tra le parti in opposta ideologia era presente una persistente diffidenza testimoniata - tra l’altro - dalla mancata volontà di rinunciare alla disponibilità di parte della propria forza militare. Questa condizione ha costituito in via permanente un potenziale destabilizzante in presenza di una situazione politica molto incerta e per nulla chiara. Certo è che la pace tra le opposte fazioni è stata
mantenuta con ogni sforzo e tuttora essa resta un risultato di assoluto rilievo e significato a dimostrazione che i compiti attribuiti al Contingente Italiano - diventati sempre maggiori rispetto a quanto stabilito - sono stati egregiamente assolti. Nel mese di novembre 1994, il contingente - dopo un precedente consistente ridimensionamento - è stato completamente ripiegato a seguito dello svolgimento delle libere elezioni (sancite dagli accordi) che hanno segnato la fine del Mandato. Per concludere, va sottolineato che la missione «Albatros» ha messo in chiara evidenza che le operazioni di Peace Keeping costituiscono per molti versi un modo nuovo di disponibilità in cui le forze militari, al pari e forse più di altri organismi, si sono rivelate indispensabili nella compo-
sizione di conflitti e nella pacificazione delle parti in causa; un modo di impiego, cioè, volto a creare fattivamente un ponte tra emergenza e sviluppo attraverso il coordinamento di interventi mirati. In tal senso il Mozambico si è confermato una delle poche aree del pianeta in cui una missione di pace ha mantenuto fede alle promesse. Luigi Fontana Generale di Corpo d’Armata (ris.), già Comandante del contingente «Albatros»
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UNIFIED TASK FORCE IL CONTINGENTE «IBIS» Le opinioni espresse nell’articolo riflettono esclusivamente il pensiero dell’autore.
Ai primi del 1992, il Segretario Generale dell’ONU, Boutros Ghali, presentava all’Assemblea Generale il Rapporto «Un’Agenda per la Pace». La novità assoluta era il ricorso all’uso della forza (cap. VII della Carta dell’ONU) non solo per l’autodifesa ma anche per l’assolvimento del Mandato. Venuto meno il bipolarismo delle due Superpotenze, dunque, le Nazioni Unite si proponevano quale soggetto internazionale attivo, dotato di iniziativa politica, militare ed economica, e legittimavano de facto il diritto/dovere di ingerenza nelle vicende degli Stati per porre fine a emergenze umanitarie (genocidi, carestie, calamità naturali). Nello stesso anno, la Somalia, uscita da un’efferata guerra civile, che aveva provocato la morte di 500 000 persone, il dissolvimento di tutte le Istituzioni, l’azzeramento di ogni
servizio pubblico e la distruzione di ogni risorsa e capacità produttiva, era, per giunta, afflitta da una tremenda carestia, che continuava a decimare la popolazione. In tale situazione disperata, le milizie di quindici «Signori della Guerra» continuavano a fronteggiarsi e bande di «cani sciolti» spadroneggiavano impunemente nella savana e nella stessa Mogadiscio. La popolazione era allo stremo. Il valore della vita umana, quella altrui ma anche la propria, ridotto a zero secondo la terribile logica del «non avere più nulla da perdere». Sembrava il banco di prova ideale per la nuova dottrina del peace-keeping.
LA MISSIONE Il 3 dicembre 1992, con la Risoluzione n. 794, l’ONU conferiva a una Coalizione multinazionale, denominata UNITAF (Unified Task Force) e sotto comando statunitense, il Man-
CONTINGENTE «IBIS» Assetti nazionali impiegati • Personale: 2 500 uomini; • Brigata paracadutisti «Folgore» rinforzata con diversi supporti tattici-logistici (unità blindo-corazzate, trasmissioni, logistica, sanità, Aviazione Leggera dell’Esercito, Carabinieri).
dato di «ristabilire in Somalia, al più presto possibile e con l’impiego di tutti i mezzi necessari, le condizioni di sicurezza idonee allo svolgimento di missioni umanitarie, allo scopo di porre le premesse per il ripristino della pace, della stabilità, della legalità e dell’ordine nell’area». Il Governo italiano decideva di prendervi parte nonostante le forti tensioni politiche, interne ed esterne e le difficoltà operative da affrontare. Veniva designata, quale componente terrestre della forza nazionale, la Brigata paracadutisti «Folgore», rinforzata con diversi supporti tattici e logistici, per un totale di 2 500 uomini, 800 mezzi di vario tipo, 13 elicotteri e 210 containers con 4 200 tonnellate di viveri, carburanti e munizionamento. L’operazione italiana venne denominata «Ibis». L’11 dicembre partivano i primi elementi di ricognizione. Nei successivi venticinque giorni, l’intera componente terrestre veniva schierata nell’AOR (Area of Responsibility) di competenza italiana, secondo una pianificazione complessa e studiata per garantire l’impiego immediato di aliquote completamente operative appena sbarcati i mezzi e i materiali, dalle navi,
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e il personale, dagli aerei. L’AOR era estesa quanto l’intera Pianura Padana ed era attraversata longitudinalmente da un’unica strada, la cosiddetta «Via Imperiale», da Mogadiscio ad Addis Abeba, costruita dagli italiani negli Anni Trenta. Del nostro territorio faceva parte anche la zona nord di Mogadiscio, controllata dalla fazione di Ali Mahadi, nemico di Aidid che controllava la zona sud. Un Teatro Operativo di 70 000 chilometri quadrati, tutt’altro che pacificato; a 6 000 Km dalla Madrepatria; condizioni climatico-ambientali inconsuete e difficili; caratteristiche antropologico-culturali assai dissimili dalle nostre, con usanze, abitudini, credenze e valori diversissimi e talvolta incompatibili con quelli che appartengono al nostro vissuto. In questo contesto politico-sociale-geografico-operativo dovevamo assolvere la nostra missione umanitaria. Sbarcati in Somalia, ci rendemmo subito conto che, per assolvere il Mandato assegnato, avremmo dovuto necessariamente ricorrere all’uso della forza e che dovevamo scegliere tra due opzioni: • trincerarci nelle basi e uscirne solo per scortare i convogli umanitari, dietro richiesta esplicita delle O.N.G. (Organizzazioni non Go-
vernative) e solo se l’Operazione non veniva giudicata rischiosa. Come, del resto, facevano praticamente tutti i contingenti; • cercare di porre fine alla lotta fratricida e al genocidio per fame, interponendoci con fermezza tra le fazioni, combattendo il banditismo e prodigandoci nel soccorso alla popolazione, non soltanto fornendo le scorte ai convogli delle O.N.G. (come facevano gli altri contingenti) ma anche andando a cercare il bisogno di sicurezza e di assistenza là dove nessuno poteva arrivare, aprendo i campi trincerati alle necessità sanitarie della popolazione e aiutando la gente a ridarsi un minimo di assetto sociale, amministrativo, giuridico ed economico. Entro gli estremi rappresentati da queste due opzioni, ogni contingente nazionale poteva scegliere il proprio modo di essere e di assolvere il Mandato che, nella sua genericità, consentiva interpretazioni difformi. Noi italiani, senza esitare e fin dall’inizio, facemmo la scelta più impegnativa: affermare la nostra presenza in tutto il territorio mischiandoci con la gente, per comprenderne e attenuarne i bisogni, e facendo capire bene a tutti le nostre reali intenzioni, scevre da ogni utilitarismo.
Con tale impostazione di base, intraprendemmo una quantità straordinaria di attività: • operative: lotta al banditismo con operazioni di interdizione d’area, controllo delle vie di comunicazione, pattugliamenti a breve e medio raggio, controllo dei siti, rastrellamenti alla ricerca di armi, ..., tendenti ad acquisire il controllo del territorio: esigenza assolutamente prioritaria rispetto a qualunque altra; • umanitarie: scorta ai convogli delle O.N.G., trasporto e distribuzione diretta dei viveri, agevolazione del rientro dei profughi e, soprattutto, assistenza sanitaria alla popolazione rivelatasi preziosa, quest’ultima attività, oltre che per soddisfare l’esigenza primaria etico-umanitaria anche per l’utilità operativa, in quanto consentiva una notevole penetrazione psicologica e informativa nella popolazione; • i Circuiti Operativi Umanitari (COU). Grazie alle ricognizioni a medio e lungo raggio, effettuate fin dai primissimi giorni dai distaccamenti operativi degli incursori, si era ottenuto il doppio risultato di ricognire il territorio e contemporaneamente delineare un quadro informativo delle condizioni e dei bisogni dei vari insediamenti nella savana, irraggiungibili con i mezzi delle O.N.G.. Con frequenza pressoché quindicinale, venivano costituite robuste pattuglie (una cinquantina di uomini), composte da un’aliquota sanitaria, un’aliquota umanitaria, un’aliquota tecnica e una consistente componente operativa. Ogni pattuglia percorreva, in una settimana, uno dei circuiti ricogniti e censiti, sostando presso gli insediamenti che incontrava e svolgendovi attività di controllo del territorio (sequestro armi, lotta al banditismo, raccolta informazioni,...) e attività più prettamente umanitarie (distribuzione di viveri, assistenza sanitaria con elisgomberi sanitari, in-
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terventi di manutenzione e piccole riparazioni meccaniche, cessione di materiali e attrezzi di lavoro,...). Per gli insediamenti più lontani, il rifornimento dei viveri avveniva anche a mezzo aviolancio, con i due G-222 a disposizione del contingente, o con elitrasporto. I COU furono senza dubbio la migliore iniziativa per venire incontro ai bisogni della popolazione della savana e svolsero anche una efficace funzione stabilizzatrice in tutta l’area di responsabilità. Sono stati il fiore all’occhiello dell’intervento italiano in Somalia, perfetta simbiosi tra l’aspetto umanitario e quello operativo; • di ricostruzione del tessuto connettivo sociale: un vero e proprio peace-building ante litteram. Gli interventi furono moltissimi e nei campi più disparati: dal contributo alla riconciliazione nazionale alla riapertura delle scuole e l’assistenza agli orfanotrofi, dalla ricostituzione e addestramento della Polizia alla sistemazione dei mercati e la pulizia delle strade, dal riattamento dei pozzi e dei canali di irrigazione al ripristino di un embrione di servizio postale tra Somalia e Italia, all’incoraggiamento alla ripresa dell’attività lavorativa,.... In queste attività sociali, coinvolgemmo, dietro compenso dei viveri per loro e le loro famiglie (food for work), insegnanti, medici e infermieri, poliziotti, impiegati e funzionari, artigiani, imprenditori e operai sia per garantire la forza lavoro necessaria per la sistemazione e gestione delle infrastrutture e dei servizi sia perchè cominciassero a recuperare la dignità di uomini liberi, padroni del proprio destino, e si sentissero partecipi e responsabili della riabilitazione del loro Paese. Complessivamente, una grande mole di lavoro (svolto esclusivamente con il personale e con i soli mezzi e materiali militari in dota-
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zione esigui e inadeguati), che, a fronte dell’immenso fabbisogno per la ricostruzione dello Stato somalo, per quantità e qualità, appariva infinitesimale ma, sul piano psicologico, faceva capire alla popolazione lo spirito che animava l’intervento italiano: una grande disponibilità nei confronti dei bisogni della popolazione ma anche l’assoluta determinazione nell’assolvere il mandato, se necessario, anche con l’uso della forza.
na prima, considerato dagli americani l’interlocutore privilegiato) si deteriorarono fino all’aperto contrasto, culminato, il 5 giugno, col massacro di 23 pachistani e il ferimento di altri 56. Da allora la situazione precipitò e gli scontri divennero frequentissimi, con spiegamenti di forze e di mezzi sempre più importanti (cito per tutti i bombardamenti delle basi di Aidid con i C-130 «Spectre» americani). Al contrario di tutti gli altri contin-
L’ORIGINALITÀ DELLA POSIZIONE ITALIANA
genti, continuamente attaccati durante gli spostamenti e anche dentro le basi, il nostro godeva di un’immunità assoluta che gli consentiva di continuare a svolgere il proprio lavoro indisturbato e di risolvere anche molteplici situazioni drammatiche in cui venivano a trovarsi altri contingenti. Evidentemente, il comportamento del nostro contingente aveva fatto capire, anche ai «Signori della Guerra», la nostra reale volontà di portare aiuto al popolo somalo senza voler minimamente interferire nelle questioni afferenti alla libertà e sovranità del popolo ma aveva anche ingenerato nel comando di UNOSOM la convinzione che gli italiani se la intendessero con i somali e volessero perseguire un proprio progetto au-
Con questa filosofia e i comportamenti conseguenti, dopo quattro mesi dal nostro arrivo, la situazione a Mogadiscio e nella savana si era stabilizzata e la vita della popolazione aveva ripreso un ritmo quasi normale. Poteva essere un modello di riferimento per tutta la forza multinazionale; invece la nostra interpretazione del Mandato non piacque al nuovo vertice di UNOSOM (subentrato, il 4 maggio, al comando americano) che, al contrario, assunse atteggiamento arrogante e muscolare ingerendosi anche nelle questioni più propriamente somale. Ben presto le relazioni con la fazione di Aidid (fino a qualche settima-
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tonomo. Il 2 luglio, al check point «Pasta», si ruppe l’incantesimo. E fu combattimento duro: che costò a noi la perdita di 3 uomini e il ferimento più e meno grave di altri 22 e molto di più alla parte somala (stima somala: 67 morti e 103 feriti). Nonostante il grave vulnus materiale e morale subito e le pressioni dei vertici di UNOSOM affinchè il punto strategico «Pasta» fosse riconquistato con la forza, il contingente, fedele alla sua interpretazione del Mandato, optò per la trattativa riuscendo a ripristinare il check point senza colpo ferire. Le critiche dei vertici di UNOSOM si inasprirono al punto di chiedere il richiamo in patria del Comandante del contingente, accusato di aver minato la coesione dell’intera coalizione. Fermo qui il resoconto sull’operazione «Ibis», ritenendo di avere, sia pure molto sinteticamente, presentato l’essenza del lavoro svolto e lo spirito con cui è stato svolto, e passo a enunciare alcune considerazioni su quanto avvenuto vent’anni fa in materia di missioni fuori area; quando, cioè, dalle operazioni di 1a generazione (peacekeeping passivo) si è passati, senza preventiva sperimentazione e con scarsissimo preavviso, a quelle di 2a generazione (peace-keeping e peace-enforcing attivo) e precorrendo, addirittura, quelle di 3a generazione (peace-building).
CONSIDERAZIONI Il contingente Vent’anni fa, lo Stato Maggiore dell’Esercito, da poco archiviata la soglia di Gorizia, era nella fase di elaborazione di una radicale riqualificazione dello strumento operativo, alla luce del cambiamento dello scenario internazionale. La capacità di proiezione delle forze era il leit motiv di ogni riflessione ma nell’attuazione pratica degli
adeguamenti necessari si procedeva a rilento, tanto che quando scoppiò la prima guerra contro l’Iraq, l’Esercito decise di non parteciparvi perché non si sentiva pronto. Anche per la partecipazione alla missione in Somalia non mancarono le perplessità, ma l’impegno non poteva essere eluso e, tutto sommato, sembrava sostenibile. Potevamo, infatti, contare sulle esperienze fuori area in Libano (1982-1984) e in Kurdistan (1991), anche se la missione in Somalia si
ne trasmissioni, gli shelter per il Posto Comando su ruote, un ospedale da campo completo e un nucleo chirurgico, moduli abitativi, cucine, bagni, forni,...). Il dispositivo poteva sembrare sovradimensionato per un’operazione di carattere umanitario; e, in effetti, nessun altro contingente, eccetto quello statunitense, era consistente come il nostro. In realtà, lo spiegamento di tanti mezzi potenti (carri armati, blindo pesanti, elicotteri d’attacco,...) oltre a garantire una
presentava con connotati assai diversi e, soprattutto, con la grossa novità dell’autorizzazione all’uso della forza anche per l’assolvimento del mandato. Tra le unità che sembravano idonee fu scelta la Brigata paracadutisti «Folgore», allora forte di oltre 10 000 uomini, che poteva esprimere un’aliquota operativa sostenibile di circa 2 000 uomini, aveva un elevato livello di prontezza operativa e particolare dimestichezza con la terza dimensione nonché consuetudine con la cooperazione interforze e combined. Ad essa furono affiancati consistenti rinforzi tattici e logistici (un gruppo elicotteri, una compagnia carri, due plotoni blindo pesanti, quaranta blindo leggere, un ploto-
pronta ed efficace risposta a ogni eventuale azione ostile, nella concezione dello Stato Maggiore, doveva, soprattutto, esercitare un poderoso effetto dissuasivo semplicemente mostrandosi sul campo. E fu proprio ciò che avvenne. L’approntamento Per configurare il contingente in maniera adeguata al mandato fu compiuto un grande sforzo concettuale, organizzativo e logistico. Fu necessario ricorrere al solito pool di materiali e mezzi provenienti da tutta Italia; facilmente e presto fu messa insieme la quantità necessaria al fabbisogno organico ma, sul piano della qualità, l’elenco delle
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carenze risultava piuttosto lungo. Si andava dall’obsolescenza dell’armamento e dell’equipaggiamento individuale alla vetustà dei mezzi logistici campali, dalla mancanza di un mezzo di trasporto e combattimento idoneo alle operazioni nei centri abitati all’inadeguatezza dei veicoli corazzati, dalle forti limitazioni della capacità operativa notturna alla mancanza di contenitori flessibili (per acqua e carburante), alla esiguità e inadeguatezza dei mezzi per la movimentazione dei container (fork lift e trailer).... Lo Stato Maggiore dell’Esercito bruciò le tappe e, mentre il contingente si formava e completava la preparazione per la partenza, promosse una serie di provvedimenti di urgenza, correttivi e innovativi, che consentirono di completare, compensare, integrare, migliorare e trasformare le dotazioni del contingente, prima della partenza del contingente e anche dopo, in zona di operazioni (un esempio per tutti: l’arrivo a Mogadiscio, nei primi mesi del 1993, delle nuove tute desertiche e del nuovo fucile Beretta in sostituzione dell’arcaico FAL). Dal canto suo, anche la «Folgore» dette fondo a tutte le risorse intellettuali e a tutta la capacità realizzatrice per aggiornare e mettere a punto l’operatività dei reparti. C’era molto da fare perché molte erano le novità. Tutti erano chiamati a partecipare. E grazie all’adesione corale e spontanea allo spirito della missione, in sede e in zona di operazioni, fu un ininterrotto fiorire di idee e di proposte, alcune davvero brillanti e originali (la costituzione in seno allo Stato Maggiore della Brigata delle cellule G-5, trasmissioni e G-6, operazioni psicologiche, il RELOCO, i COU,...), e di svariate realizzazioni pratiche (un affusto per la mitragliatrice da montare sul VM, una tronchesina per i fili stesi sugli itinerari, montata sui mezzi scoperti,...). Il risultato di questi sforzi sinergici dello SME e della «Folgore» fu che, nel giro di tre mesi dall’arrivo a Mo-
gadiscio, il contingente italiano poteva confrontarsi dignitosamente perfino con quello americano e vantare anche alcune punte di eccellenza, quali l’elicottero d’attacco «Mangusta», la blindo pesante «Centauro» e il modernissimo ospedale da campo.
L’AUTONOMIA DECISIONALE E OPERATIVA Durante l’approntamento e per tutta la durata dell’Operazione il contingente ha beneficiato di grande autonomia decisionale e operativa. Ne ho goduto io e l’ho concessa, ovviamente, anche a tutti i miei Comandanti, nei quali riponevo la massima fiducia, ritengo ricambiata. Del resto, se avessi voluto pilotare da Mogadiscio ogni azione degli innumerevoli elementi operativi, anche minuscoli (fino alla coppia di uomini), dispersi su un’area di circa 70 000 chilometri quadrati e impegnati in decine e decine di attività diverse e contemporanee, oltre a rallentare inaccettabilmente il processo decisionale, oltre a rischiare di commettere innumerevoli e anche gravi errori di valutazione, oltre a scoraggiare l’iniziativa dei Comandanti subordinati e smorzare ogni slancio spontaneo dei singoli, avrei dovuto anche rinunciare alla maggior parte del grande lavoro che, invece, è stato svolto. Pertanto, dopo aver accertato che tutti i Comandanti fino a due livelli sotto il mio avessero ben chiari gli scopi da perseguire e i risultati da ottenere, lasciavo completa libertà d’azione e mi limitavo a controllare gli esiti delle loro iniziative, rilevando, il più delle volte e con mia grande soddisfazione, che erano superiori alle mie aspettative. L’uso della forza Il sociologo americano Charles Moskos, già nel lontano 1976, scriveva: «Il peace-keeping non è un lavoro da soldati ma solo i soldati possono farlo».
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Non senza contraccolpi psicologici, però. È difficile, infatti, pretendere da chi è addestrato alla guerra, per vincerla, che accetti le aggressioni della folla e le perdite provocate dai cecchini senza reagire. Oggi sembra scontato che nelle missioni di pace il ricorso all’uso della forza debba essere regolato dal principio della «forza minima necessaria»; ma nel 1992, all’indomani della prova di forza (non priva di eccessi) della prima guerra contro l’Iraq, la mentalità del peace-keeper internazionale non si differenziava di molto da quella del combattente tout court, pronto a premere il grilletto al minimo stormir di fronde. Diversamente, il peace-keeper italiano riusciva, direi istintivamente, a modulare i propri comportamenti in funzione delle diverse situazioni: ora come combattente, di fronte a una minaccia all’incolumità sua e/o della sua unità ovvero pregiudizievole per l’assolvimento del compito; ora come gendarme, nei rapporti con la popolazione e nel controllo della folla; ora in veste di operatore umanitario, nel venire incontro alle esigenze della popolazione; ora adoperandosi con spirito d’iniziativa, buon senso ed eclettismo, nel risolvere ogni tipo di problema contingente. Non solo. Il nostro contingente, che ha sostenuto circa 230 conflitti a fuoco, ha sempre considerato il ricorso alla forza quale extrema ratio, quando, cioè, fosse preclusa ogni possibilità di dialogo, e ne ha fatto un uso sempre proporzionato all’offesa, in obbedienza all’imperativo categorico di evitare di essere considerati come forza di occupazione. Gli eventi relativi al check point «Pasta» ne sono l’esempio più emblematico. Questo nostro modo di essere è stato all’origine del contrasto, sorto sul campo, tra l’atteggiamento «duro» della dirigenza di UNOSOM, incapace (o incurante) di modulare e adattare alle diverse situazioni i propri comportamenti «guerreschi» abituali, e quello ritenuto «morbido» del contingente e
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del Governo italiano, aperto al dialogo e alla comprensione delle esigenze dell’altro. Come noto, la linea italiana, ancorchè a posteriori, è stata da tutti riconosciuta la migliore. Il «soldato di pace» L’opinione pubblica italiana, che già seguiva con molto favore i successi del contingente nell’assolvimento dei compiti umanitari, si appassionò ancor più per gli eventi relativi alla vicenda del check point «Pasta» e arrivò a tifare apertamente per i suoi soldati durante la diatriba che si accese tra il contingente e il Governo italiano e l’ONU. Sui giornali cominciarono ad apparire titoli come: «E l’Italia scopre che soldato è bello» (Miriam Mafai – «La Repubblica» del 6 luglio) mentre nell’immaginario collettivo prendeva forma una nuova immagine del soldato, non più percepito come portatore di mera violenza bensì come operatore di pace: il «soldato di pace». Uno stereotipo giornalisticamente efficace ma ambiguo: forse, obbedendo all’avversione viscerale del popolo italiano per il «soldato-chefa-la-guerra», o forse e più probabilmente, per legittimare, con un’immagine pacifica, il coinvolgimento
quasi sempre cruento nel mantenimento della pace nel mondo, al quale l’Italia, settima potenza economica del mondo, non può sottrarsi. Questa seconda ipotesi è avvalorata dalla puntuale rimessa in discussione della decisione di partecipare a questa o a quella missione, ogni volta che si siano avute perdite di nostri soldati, ai quali, detto per inciso, non viene neppure riconosciuto lo status di combattente. I nodi tuttora irrisolti L’operazione «Ibis» ha messo in evidenza molteplici punti deboli, sia nell’azione dell’Onu sia da parte italiana, da addebitarsi per lo più all’inesperienza e all’inadeguatezza organizzativa (eterogeneità e impreparazione della Coalizione; ordinamento farraginoso delle Forze Armate italiane; armamenti ed equipaggiamenti adeguati in corso d’opera; carenze giuridiche, dottrinali, amministrative,...), enfatizzate dalla complessità e difficoltà della situazione sul campo. Oggi, alla luce delle numerose esperienze maturate e con gli adeguamenti apportati al nostro strumento militare, specie nei settori della proiezione delle forze e della cooperazione in ambito
multinazionale, molti di quei punti deboli sono stati eliminati ma ne restano ancora in agguato alcuni tra i più perniciosi, quali: • la difficoltà, da parte dell’ONU, di conferire al Mandato interpretazione univoca, con conseguente rischio di difformità nei comportamenti dei vari contingenti nazionali, specie per quanto ha tratto con l’uso della forza. In Somalia, questo è successo ed è stato causa di gravi conseguenze: il ricorso alla rappresaglia, da parte di UNOSM, a seguito dell’eccidio dei pachistani; l’uccisione, ad opera dei pachistani, di donne e bambini, durante una manifestazione di protesta; la presa di posizione dissenziente del Contingente Italiano...; • la velleità dell’ONU di gestire direttamente l’intervento sul campo, che comporta la costituzione di un Comando della Forza Multinazionale di formazione, eterogeneo, lento nelle decisioni e senza effettiva autorità sui vari contingenti. Inoltre l’ONU, non essendo una Patria ma un coacervo di Paesi per niente integrati, tratta la perdita di vite umane come un evento meramente contabile e burocratico. Ciò pone un’ulteriore seria ipoteca sulla disponibilità dei contingenti a obbedire acriticamente, a maggior ragione quando i singoli Governi non ammettono perdite di vite umane nazionali; • la mancanza (temo endemica per l’Italia) di un progetto politico nazionale a sostegno dell’intervento militare, che comporta: per un verso, il rischio di impantanamento della missione militare per mancanza di un orizzonte di exit strategy ben definito, e, per altro verso, il mancato sfruttamento delle eventuali ricadute vantaggiose, politiche ed economiche, successive all’intervento militare (il famoso intervento del sistema Italia, che è assolutamente mancato in Somalia ... e non solo là); • la persistente inadeguatezza del quadro giuridico-legislativo e am-
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ministrativo italiano alle esigenze del moderno peace-keeping (in Somalia molto più deficitario) che a tutt’oggi non soddisfa completamente le esigenze e le aspettative dei nostri militari: basta pensare al fatto che si continuano a definire «operazioni di pace» missioni in cui si combatte e si muore.
CONCLUSIONI L’intervento nel Corno d’Africa è stato considerato un fallimento. È inconfutabile il mancato conseguimento di buona parte degli obiettivi che la missione UNOSOM si era data, ma non si deve dimenticare che l’Operazione in Somalia è stata la prima applicazione di una nuova dottrina, tutt’altro che semplice. Dal ruolo passivo di osservazione e monitoraggio delle situazioni conflittuali o, tutt’al più, di blanda interposizione tra i contendenti senza mai autorizzare l’uso della forza se non per l’autodifesa (operazioni di 1a generazione), l’ONU è bruscamente passata al ruolo attivo di protagonista internazionale e si è lanciata nell’impresa somala con una percezione della realtà debole e lacunosa e con macroscopiche carenze culturali, programmatiche e organizzative. Il risultato finale è stato deludente e ha provocato un serio trauma nella comunità internazionale, proiettando sulla nuova dottrina (operazioni di 2a e 3a generazione) un’ombra di inadeguatezza se non proprio di inidoneità. Comunque, è ingeneroso parlare di fallimento sia per l’indubbia onestà e nobiltà di intenti alla base della missione sia per la grande quantità di lezioni apprese, che hanno consentito di apportare modifiche migliorative al quadro dottrinale e all’organizzazione di staff nel dipartimento delle operazioni di peace-keeping, sia, soprattutto, perché si è riusciti ad arrestare la morte per fame e ad alleggerire la pesantissima situazione sanitaria della popolazione somala. Come è fin troppo ovvio, le respon-
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sabilità del mancato successo non sono addebitabili a una sola parte né sono da imputare sempre alla malafede. È stata sicuramente e principalmente colpa dei somali, o meglio di quella parte di popolazione che ha trovato il proprio tornaconto a perpetuare lo stato di anarchia in cui era piombato il Paese con la guerra civile. È stata colpa di alcune decisioni discutibili dell’ONU, frutto di preconcetti culturali, della scarsa percezione della situazione e di una buona dose di presunzione da parte dei vertici di UNOSOM, allergici alla concertazione con gli alleati nella formazione delle decisioni. Ed è stata colpa anche di qualche inadeguatezza italiana, cui ho fatto cenno più sopra.
altri e conquistando particolare credibilità internazionale. È stato un successo per il nostro Governo, che ha dimostrato di volere e potere contribuire significativamente al mantenimento della pace nel mondo ma senza accettare alcun tipo di sudditanza di fronte a posizioni ritenute errate, quand’anche assunte dall’ONU e/o dal potente alleato e amico americano. È stato un forte stimolo patriottico per tutto il popolo italiano, che ha riscoperto la coesione nazionale stringendosi intorno ai suoi Caduti, ha sentito l’orgoglio, per una prova superata dall’intero Paese con coraggio e dignità e ha concesso ai suoi soldati il consenso pieno e incondizionato, per una volta unanime e senza etichette.
Al di là di tutte le manchevolezze dell’ONU, del Governo italiano e anche di quelle dovute ai miei errori (sicuramente molti), in qualità di responsabile dell’operazione «Ibis», sono fermamente convinto che l’intervento in Somalia sia stato un grande successo per l’Italia. Lo è stato sicuramente per le Forze Armate, che hanno fatto un’esperienza operativa straordinaria e, soprattutto, hanno acquistato sicurezza e disinvoltura nella cooperazione interforze e multinazionale, proponendosi senza complessi al confronto con gli
E per tutti noi, che l’abbiamo vissuta sul campo, l’operazione «Ibis» resterà il momento più forte e più importante della nostra vita di soldati sia per il grande arricchimento umano e professionale sia per la serena e orgogliosa certezza del dovere compiuto per aiutare il popolo somalo, per offrire un contributo sostanziale alla comunità internazionale e, soprattutto, per onorare l’Italia. Bruno Loi Generale di Corpo d’Armata (ris.), già Comandante del contingente «Ibis»
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OPERAZIONE «JOINT ENDEAVOUR»
CONTINGENTE «IFOR» Assetti nazionali impiegati • Personale: 2 500 uomini; • Brigata Bersaglieri «Garibaldi» rinforzata da assetti specialistici pluriarma.
È conosciuta con il titolo «Joint Endeavour» la Missione di Pace condotta dalla NATO in Bosnia-Herzegovina a partire dal 20 dicembre 1995. Ad essa prendeva parte un Contingente Italiano, incentrato sulla Brigata Bersaglieri «Garibaldi» che in Teatro di Operazioni assumeva la denominazione di Brigata Multinazionale «Sarajevo Nord» per la presenza, nel suo ambito, di un contingente portoghese (900 unità) e di uno egiziano (850 unità).
SPECIFICITÀ DELLA MISSIONE Nel lumeggiare i lineamenti operativi della Missione si è indotti ad usare di frequente l’espressione «per la prima volta». Infatti proprio per la prima volta a livello nazionale: veniva impiegato solo ed esclusivamente personale militare professionista (VFB); si dava mandato alla Brigata Bersaglieri «Garibaldi» di: approntare, amalgamare e rendere operativo il contingente da proiettare in Teatro; reperire, acquisire e rendere agibili
strutture alloggiative e compounds vari; condurre operazioni di «peace-keeping», avendo alle dipendenze anche un contingente NATO (portoghese) e un altro non NATO (egiziano). Mentre a livello internazionale: si dava mandato alla NATO di operare fuori dall’Area di Competenza e con compiti diversi da quelli istituzionali. Per l’esigenza, una componente del Comando AFSOUTH (Allied Force Southern Europe) e una del Comando dell’ARRC (ACE Rapid Reaction Corps) venivano trasferite a Sarajevo. Alle dipendenze di quest’ultimo veniva posta una componente a livello Corpo d’Armata su tre Comandi di Divisione Multinazionali, uno statunitense, uno britannico e uno francese, alle cui dipendenze era inquadrato il contingente italiano; si schierava sul terreno uno strumento militare composto da 34 Nazioni delle quali alcune NATO, altre inserite nell’ambito del «Partnership for Peace» e altre ancora del tutto estranee all’Alleanza, ma poste alle sue dipendenze; si impiegava la NATO - anche come deterrente - per l’attuazione di volontà politiche e diplomatiche in virtù della disponibilità di una forza credibile e collaudata. In tale contesto e per tali motivi la Missione «Joint Endeavour» è da considerare, senza dubbio alcuno, una missione storica e conferisce alla Brigata Bersaglieri «Garibaldi» il titolo di antesignana tra le Grandi Unità che in seguito condurranno Operazioni «Fuori Area».
APPRONTAMENTO IN PATRIA Le operazioni di amalgama del contingente avevano luogo presso la caserma di Persano, dove affluivano i
reparti di supporto esterni alla Brigata quali: Forze Speciali, Carabinieri, trasmissioni, genio e Guerra Elettronica. Nella stessa Sede era previsto avvenisse l’afflusso dei materiali. Se per il personale le difficoltà erano alquanto contenute e circoscritte alla disponibilità dello stesso, non parimenti avveniva per i materiali. Per questi - dislocati presso magazzini distribuiti sul territorio nazionale – si stabiliva di trasferirli a Persano solo a seguito della decisione ufficiale da parte degli Organi politici istituzionali italiani di inviare un contingente in Bosnia-Herzegovina; decisione in parte condizionata agli Accordi Internazionali in corso a Dayton. Il ritardo dell’afflusso dei materiali e la ristrettezza dei tempi di approntamento degli stessi davano luogo a seri inconvenienti quali: enormi intasamenti alla rete viaria nell’area della caserma di Persano per il concomitante arrivo da ogni parte d’Italia degli autotreni carichi di materiali; gravi disagi (e questo era la cosa peggiore) al personale addetto al ricevimento e all’approntamento degli stessi materiali, costretto a lavori massacranti e spesso protratti in ore notturne. Alcuni contrattempi causavano ripercussioni negative anche nel corso dell’afflusso in Teatro, che doveva iniziare improrogabilmente entro il 18 dicembre 1995.
AFFLUSSO IN TEATRO Che non fosse una «passeggiata», ma una missione pregna di rischi e incertezze, e che avrebbe potuto comportare perdite anche elevate, lo si poteva arguire dalla situazione sul campo. Il Comando Brigata seguiva l’evolversi degli avvenimenti
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attraverso gli «INSUM» (sommario informativo) e i «SITREP» (rapporto di situazione) che quotidianamente pervenivano in Sede. Il Contingente Italiano avrebbe operato in una Zona d’Operazioni ampia 3 000 Kmq che inglobava, tra l’altro, Sarajevo, Pale (autoproclamatasi capitale della Repubblica Srpska di Bosnia), Goradze, Garbavica e altri centri ancora, noti per conflitti, stragi, eccidi, fatti e misfatti inenarrabili. Ancorché le operazioni di approntamento non fossero del tutto ultimate, si doveva raggiungere Sarajevo entro il 20 dicembre, data del «Transfert of Autority» (trasferimento di Autorità TOA) tra UNPROFOR (Forza di protezione dell’ONU) in posto e IFOR (Implementation Force - NATO) in afflusso. Il Nucleo «R» della Brigata (60 uomini e 20 automezzi), lasciata Persano il 18 dicembre, raggiungeva Ploce (costa croata) la mattina del 19 dicembre e proseguiva per MostarSarajevo ove era previsto giungesse in serata. Un fatto imprevisto scombussolava il programma: la colonna, bloccata da agenti della dogana croata al valico di Metkovic, era costretta a cambiare itinerario e a entrare in Bosnia dal valico di Mali Prolog, allungando di molto il percorso. Il motivo addotto dai croati era chiaramente pretestuoso: «Non siete ancora truppe NATO!»; lo sarebbero diventate solo il giorno dopo. L’itinerario Ploce-Mostar-Sarajevo (unico percorribile), pur non superando, 150 km, poneva enormi difficoltà di transito per la presenza lungo il tragitto di: ponti in muratura semi distrutti e/o pericolanti dei quali peraltro non si conosceva la portata; ponti di barche sconnessi sulla Neretva; tratti di strada a mezza costa soggetti a frequenti frane; «by-pass» pericolosi; tratti ghiacciati e alcuni in forte pendenza. Completavano il quadro le condizioni meteo-astronomiche e ambientali spesso al limite (temperature notturne fino a -28°). Il fatto che su quell’itinerario fossero transitati carri armati «Leopard», blindo corazzate pesanti e leggere,
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pezzi di artiglieria semoventi pesanti, cingolati del genio e una vasta gamma di mezzi ruotati senza significativi incidenti, era da considerare un autentico miracolo, essenzialmente dovuto alla perizia del personale. In sintesi, per dare un’idea della mole dell’operazione, basti sapere che dall’inizio della missione venivano trasportati dal porto di Salerno e dall’aeroporto di Napoli - in più fasi e in tempi successivi - circa 2 600 uomini, 1 098 mezzi da combattimento e logistici, 300 containers e un ospedale da campo con sala chirurgica e 45 posti letto, per un totale di 12 000 tonnellate di materiali. L’afflusso in Teatro
crollate o semidistrutte, ovunque carcasse di auto e mezzi pubblici squartati, immagini inequivocabili di una furia distruttiva scatenatasi sulla capitale e sui suoi emblemi che aveva spazzato via secoli di storia. Qua e là si udiva il crepitìo di armi da fuoco e il sordo rumore di esplosioni, alcune anche a breve distanza, mentre si vedeva in giro pochissima gente che si muoveva di corsa, una corsa nervosa, dovuta al terrore, all’insicurezza e alla voglia di sopravvivere. Lo sguardo fisso nel vuoto testimoniava l’impossibilità di scacciare gli orrori di una sporca guerra fratricida. La «Gerusalemme dei Balcani» si presentava così
veniva ultimato nella seconda metà del mese di gennaio 1996.
ai primi uomini della «Garibaldi»: uno spettacolo impressionante, indescrivibile nella sua desolazione che trasmetteva tanta tristezza e malinconia. Fuori dalla città lo scenario non era migliore né più incoraggiante: la natura del terreno era ostica e spesso proibitiva; la rete viaria era rada e in condizioni di usura spaventose; i campi minati erano numerosissimi e un po’ ovunque, non contrassegnati o con segnalazioni inattendibili; ovunque pullulavano enormi quantità di residuati bellici inesplosi e trappole esplosive. A complicare ulteriormente la situazione si aggiungevano le pessime condizioni meteo che avevano abbondantemente innevato tutta la regione, nascondendo pericoli di ogni genere.
QUADRO AMBIENTALE E ATTIVITÀ LOGISTICHE PRELIMINARI Al Nucleo «R» della Brigata Bersaglieri «Garibaldi», in quella uggiosa e gelida serata del 19 dicembre 1995, Sarajevo si presentava come una città spettrale. Sul muro di una casa sventrata campeggiava una scritta: «Welcome to Sarajevo». Gli automezzi militari italiani, transitando per la via principale «Zmaja od Bosna» – meglio nota al mondo come «Snijper Allen» (via dei cecchini) – illuminavano fiocamente edifici demoliti, strutture abitative
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In un simile contesto, toccava al Nucleo «R» reperire al più presto le strutture alloggiative e i compounds ove sistemare il contingente che a breve, per scaglioni, sarebbe affluito in Teatro. Scartata la soluzione più semplice e agevole del tipo «campo d’arma», si optava per la sistemazione tipo «accantonamento», cioè in strutture murarie che garantissero il massimo della sicurezza dall’esterno e un ottimale riparo dai rigori dell’inverno che già si preannunciava molto rigido. Tale scelta poneva ulteriori gravi problemi di bonifica (ed erano quelli minori) prima e poi di ripristino della funzionalità delle infrastrutture. Esse infatti necessitavano di radicali interventi in quanto alcune erano fatiscenti, altre pressoché distrutte, altre ancora inagibili per i lunghi periodi di inutilizzo. Tutto ciò postulava da parte dei genieri della Brigata interventi e lavori di grande mole e a lungo termine, che mal si conciliavano con l’urgenza delle esigenze alloggiative. I gravi disagi e le «sofferenze», per il personale già in Teatro e per quello degli scaglioni che sarebbero affluiti dopo, non tardarono a manifestarsi, ma con essi due fatti dimostravano le eccellenti qualità spirituali e professionali degli uomini del contingente. In particolare: il superamento - con encomiabile spirito di adattamento e di sacrificio - di tutte le difficoltà e sofferenze dovute alla precaria situazione alloggiativa; l’intervento provvidenziale dei genieri che lavorando senza sosta e senza risparmio di energie, ma con dedizione e completa disponibilità, spesso anche di notte - dimezzavano i tempi di ripristino delle strutture, rendendo accettabile prima e soddisfacente poi la qualità della vita. Avevano operato, in sintesi, un autentico miracolo!
ATTIVITÀ OPERATIVE PRELIMINARI Già dall’arrivo in Zona di Operazioni, i trasmettitori e i nuclei BOE (Bonifica Ordigni Esplosivi) davano inizio alle
loro attività vitali per il contingente. I primi provvedevano a installare ponti radio e linee telefoniche per consentire ai vari livelli le attività di Comando e Controllo; i secondi iniziavano un’intensa e diuturna attività di ricerca e di neutralizzazione di mine e ordigni esplosivi, indispensabile ad assicurare la libertà di movimento e a garantire la sicurezza sia al personale militare che alla popolazione civile. Particolare cura veniva posta soprat-
gazione di acqua, luce e gas per impedire sabotaggi e manomissioni varie. A sottolineare l’ostilità ambientale del Teatro operativo, il 4 gennaio 1996 alcuni sconosciuti esplodevano numerosi colpi d’arma da fuoco contro taluni Bersaglieri di guardia presso il distaccamento di Vogosca, ferendo in maniera non grave il Caporal Maggiore Elio Sbordoni. Ma l’evento più grave e doloroso si verificava venti giorni dopo quando, presso i locali del battaglione logistico della Brigata, esplodeva accidentalmente un ordigno (cluster bomb) che procurava il decesso di due Sottufficiali portoghesi, del Caporal Maggiore Gerardo Antonucci e il ferimento di altri sette Bersaglieri.
ATTIVITÀ OPERATIVE PRINCIPALI
tutto nel rendere agibili e sicure le aree adibite a check-point fissi, le infrastrutture che sarebbero state occupate dal Contingente italiano, nonché le strade su cui si muovevano le varie pattuglie. Inoltre si rendeva necessario presidiare con continuità le strutture (spesso poste in territorio controllato da fazione nemica) che assicuravano in tutta l’area di Sarajevo l’ero-
Intanto la Brigata Bersaglieri «Garibaldi», con la nuova denominazione «Brigata Multinazionale Sarajevo Nord», iniziava a metà gennaio 1996 l’attività operativa principale, in netto anticipo sulla data fissata dal Comando dell’ARRC (3 febbraio 1996). Il Comando si trasferiva da Vogosca sulla collina di Jerzero, periferia nord di Sarajevo presso l’ospedale pediatrico di Zedra, reso funzionale in pochissimo tempo dall’eccezionale intervento del genio. La prima missione operativa veniva condotta a Praca – un piccolo sperduto villaggio tra Pale (fazione serba) e Goradze (fazione bosniaca) con l’attivazione di un presidio per porre fine a scontri violentissimi tra avverse fazioni, verificatisi nei giorni precedenti. Il percorso, insidiosissimo e innevato, metteva a dura prova l’opera del nucleo BOE. A metà gennaio avevano inizio le scorte ai convogli di rifornimenti e profughi, affidate dall’ARRC al Contingente Italiano. Le scorte di norma erano costituite da un nucleo BOE (sempre e ovunque!), due blindo «Centauro», un distaccamento del «Col Moschin» e una squadra
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bersaglieri su VCC. Tale attività si protraeva fino al mese di maggio. Nel territorio di Sarajevo venivano attivati, su punti forti del terreno, alcuni presidi fissi, che avrebbero consentito il continuo controllo della città. In particolare su: Monte Zuc; Debelo Brdo, un cocuzzolo sopra il cimitero ebraico; Old Fort, vecchia fortezza turca che dominava gli accessi da est a Sarajevo, ove era istallato un radar antifuoco che consentiva di identificare il punto di partenza di eventuali colpi di artiglieria; Garbavica, il più «caldo» e pericoloso quartiere della città; Ponte di Vrbania, accanto al quale le vie e le aree erano letteralmente coperte di mine e trappole di ogni genere e i palazzi, luogo di violentissimi scontri corpo a corpo, erano collegati tra loro da camminamenti e gallerie sotterranee. Creata questa cornice di sicurezza, si passava all’attuazione del mandato vero e proprio, fissato dagli accordi di Dayton. Mandato chiaro nella formulazione, scandito per fasi e tempi successivi verificabili con continuità. In particolare, a partire dal Transfert of Autority tra IFOR e UNPROFOR, avvenuto il 20 dicembre 1995: nella prima fase (D+30=18 gennaio 1996) veniva effettuato il controllo della Linea del Cessate il Fuoco (CFL) e della relativa Zona di Sicurezza (ZOS) con pattuglie e check-points; nella seconda fase - veniva attuata l’evacuazione delle Zone da trasferire (D+45=3 febbraio 1996), il controllo della smilitarizzazione delle Zone da trasferire (D+90=19 marzo 1996), la realizzazione della Linea di Interentità (D+91=20 marzo 1996); nella terza fase - veniva effettuato l’ammassamento del personale armato, dell’armamento pesante e dei carri armati in siti predisposti ad hoc e, infine, la smobilitazione di tutti i combattenti delle varie fazioni. Tutti questi obiettivi venivano di massima conseguiti alle scadenze fissate, in maniera precisa e soprattutto indolore se si escludono taluni incidenti verificatisi nella fase iniziale. Nei periodi «caldi» la Brigata Multi-
nazionale «Sarajevo Nord» esprimeva sul terreno l’impiego contemporaneo di 850 uomini. In effetti, in Bosnia-Herzegovina, le Forze NATO conseguivano in circa 6 mesi quei risultati che UNPROFOR non era riuscito a realizzare in quasi 4 anni.
ATTIVITÀ UMANITARIE Particolare menzione meritano le molteplici attività prestate a favore delle popolazioni bosniache, fuori dallo schema operativo tradizionale e non previste dalla ortodossia delle missioni di «peace-keeping». Esse costituiscono prova inconfutabile del profondo e spiccato senso di umanità, di generosità e di sensibilità d’animo che caratterizzavano gli uomini della «Garibaldi». Pochi esempi: le «adozioni a distanza» di tanti bambini rimasti orfani durante la guerra civile; l’organizzazione e lo svolgimento di una capillare e intensa attività didattica a favore dei ragazzi delle Scuole, per insegnare loro a riconoscere le mine e gli ordigni esplosivi e comportarsi di conseguenza; la stampa di giornali, in lingua serbo-croata, taluni con originali storie a fumetti, che suggerivano le più elementari norme di comportamento; la possibilità di usu-
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fruire – per casi urgenti e gravi – dell’ospedale da campo e dell’assistenza del personale medico e paramedico. Tantissimi sono stati gli episodi di solidarietà umana – molti custoditi nella memoria dei singoli – che hanno dato lustro e onore al «soldato italiano» e che gli hanno procurato la stima e la riconoscenza di quelle martoriate popolazioni.
CONCLUSIONI Il successo della Missione «Joint Endeavour», benché riportato dai giornali, dai Mass-media e dalle Memorie Storiche, lo si percepisce in maniera inconfutabile ritornando in Bosnia-Herzegovina e, soprattutto, a Sarajevo. La città è ritornata a vivere libera e in concordia. E di questo il primo ringraziamento va agli uomini della «Garibaldi» e poi – con pari riconoscenza - a quanti li hanno seguiti nel tempo in quel difficile Teatro di Operazioni. Agostino Pedone Generale di Corpo d’Armata (ris.), già Comandante della Brigata Bersaglieri «Garibaldi» e Comandante della Brigata Multinazionale «Sarajevo-Nord»
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OPERAZIONE «ALBA» OPERAZIONE «ALBA» Assetti nazionali impiegati • Personale impiegato a terra: 2 900 uomini; • Brigata meccanizzata «Friuli»; • 18° reggimento bersaglieri; • 187° reggimento paracadutisti; • 151° reggimento fanteria; • rinforzi specialistici: •• AVES; •• paracadutisti Incursori; •• genio ed EOD; •• trasmissioni; •• sanità; •• EW; •• Carabinieri; • Unità M.M.; • Unità A.M.I..
La crisi che ha portato all’intervento di una forza militare in Albania si è sviluppata essenzialmente la seconda metà del 1996 e i primi mesi del 1997, mentre era in corso la campagna della NATO in Bosnia. I fattori determinanti di tale crisi – esplosa in proteste popolari con motivazioni di ordine ideologico e di scontento sociale – sono da individuare nel grave e progressivo deterioramento della situazione politica interna e nel fallimento del sistema delle «finanziarie piramidali». Le elezioni politiche del maggio 1996, contestate dall’opposizione per la loro regolarità e non avallate nel risultato dagli osservatori internazionali, e le successive elezioni amministrative dell’ottobre dello stesso anno, solo parzialmente omologate dagli osservatori internazionali, hanno determinato l’insorgere di una grave e persistente frattura nella dialettica politica tra governo e opposizione. Le finanziarie a schema piramidale attive in Albania sin dal 1992 - hanno coinvolto negli anni un consistente volume di investitori, interessando
tutti gli strati sociali. Il sistema ha funzionato senza problemi fino alla seconda metà del 1996 quando il meccanismo ha iniziato a scricchiolare per il venire meno dei consistenti proventi da un sistema di traffici illeciti, fortemente ridimensionato con l’avvio del controllo internazionale della crisi nella ex Jugoslavia. Il 15 gennaio 1997 si manifesta l’inizio del collasso del sistema con il fallimento della società «Sudja», episodio che dà origine ai primi scontri di piazza a Tirana. La protesta – caratterizzata da un crescente malcontento, comune a entrambi gli schieramenti politici contrapposti, per l’aggravarsi delle condizioni politiche ed economiche generali - assume l’aspetto di una vera e propria rivolta popolare il 28 febbraio a Valona. A cui fanno seguito episodi violenti di guerriglia urbana a Saranda, Delvina, Tepelene, Argirocastro al sud e l’organizzazione di gruppi armati al centro e al nord. In particolare, nel mese di marzo la protesta è degenerata con assalti a caserme e a depositi di armi e munizioni dell’Esercito e con scontri tra rivoltosi e reparti di sicurezza. Di fatto, la diffusione massiccia di armi, anche pesanti, tra la popolazione civile e l’assunzione del controllo di vaste aree del Paese – specie al sud – da parte di bande armate, a volte politicizzate, ha determinato uno stato di emergenza che ha portato – a seguito di pressanti e incisive iniziative degli organismi internazionali e di Paesi limitrofi - alla costituzione di un governo di unità nazionale, necessaria premessa per l’avvio di iniziative politiche ed eventualmente militari indispensabili per riportare la situazione sotto controllo.
ATTIVITÀ POLITICO-DIPLOMATICA La comunità internazionale è stata
presente in Albania prima e durante il periodo che ha preceduto la crisi con rappresentanti sia di organismi internazionali politici ed economico-finanziari (OSCE, UE, FMI, Banca Mondiale) sia con esponenti dei vari governi europei nell’ambito di relazioni bilaterali. Ma i primi a comprendere la pericolosità di uno sviluppo irreversibile della situazione, sfociata oramai in rivolta popolare, sono state l’Italia e la Grecia a cui si è unita l’OSCE. Le iniziative urgenti e responsabili intraprese si possono così riassumere. Il 5 marzo il Presidente in esercizio dell’OSCE, il danese Petersen, nomina l’ex cancelliere austriaco Franz Vranitzky quale suo inviato speciale in Albania, al fine di perseguire il superamento delle divisioni politiche interne, di legittimare un compromesso per un governo di unità
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nazionale e di stabilire la data delle elezioni politiche da svolgere entro il mese di giugno. Nei giorni a seguire si intensificano gli interventi dellOSCE e dell’Italia per conseguire l’istituzione di un nuovo governo (che riceve la fiducia del Parlamento il 16 marzo con Primo Ministro Baschim Fino, sindaco di Argirocastro), per sensibilizzare sulla gravità della situazione l’UE, l’UEO, la NATO e per considerare il passaggio da una gestione politico-diplomatica della crisi a una di carattere politico-militare, prima che gli eventi degenerino nella guerra civile. In definitiva, in assenza di una chiara iniziativa da parte delle Istituzioni internazionali, questo importante «passaggio» viene compiuto con un «passo» decisivo dell’Italia che ottiene di acquisire la disponibilità di alcuni Stati europei per la costituzione di una coalizione di Paesi disposti a inviare proprie truppe in Albania, assumendo la responsabilità della organizzazione e del comando. Nasce la «Coalition of the Willing» che darà corpo alla Forza Multinazionale di Protezione (FMP) Il successivo iter per il riconoscimento giuridico internazionale e l’autorizzazione dell’intervento della Forza è in sintesi: la richiesta del governo albanese dello schieramento sul suo territorio di una forza militare volta a predisporre un ambiente sicuro per l’intervento degli organismi internazionali di assistenza politica e umanitaria; l’approvazione, da parte del Consiglio Affari Generali dell’UE, il 24 marzo, delle linee d’azione in favore dell’Albania, tra cui la costituzione di una forza militare composta da Paesi volontari; l’approvazione, da parte del Consiglio Permanente dell’OSCE, il 27 marzo successivo, delle linee d’azione internazionale in Albania, recependo favorevolmente la disponibilità di alcuni Stati ad accogliere la richiesta del governo albanese di assistenza ai fini della sicurezza sul suo territorio, precisando che ogni attività sia conforme con le
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iniziative che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vorrà adottare; la presentazione, al Segretario Generale dell’ONU, il 27 marzo, della lettera del Rappresentante Permanente dell’Italia con l’offerta di guidare una coalizione multinazionale in Albania. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva, il 28 marzo 1997, la Risoluzione 1101 con la quale si autorizza il dispiegamento della FMP in Albania per condurre le operazioni previste in modo neutrale e imparziale, sulla base del Cap.VII della Carta delle Nazioni Unite, per un periodo di tre mesi successivamente esteso - con la
del Comando della FMP. La guida politico-militare della missione è stata affidata a un Comitato di direzione della Forza (Steering Committee) costituito in Roma con alti funzionari politici e militari dei Paesi contributori e aveva nel suo ambito il Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano quale Comandante dell’operazione (COPER) e da cui dipendeva il Comandante della FMP (COMANFOR). Il Comitato ha svolto le sue funzioni mantenendo un collegamento continuo con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU – a cui inviava rapporti situazione quindicinali – con il gover-
Risoluzione 1114 – di ulteriori quarantacinque giorni per consentire lo svolgimento delle elezioni. Contestualmente viene conferito all’Italia il comando della operazione.
no albanese e con gli altri organismi internazionali interessati agli eventi. Il Comando del 3° Corpo d’Armata di Milano (3° C.A.) ha costituito il corpo di quello che è diventato il Comando Integrato Multinazionale «Joint and Combined» della Forza, completato a Tirana «sul campo», a operazione già in corso, con il personale degli altri Paesi, sulla base di laboriosi accordi intercorsi a Roma per la definizione dei posti da assegnare. Da considerare che per la prima volta in ambito nazionale è stato inserito il Consigliere Diplomatico, richiesto espressamente dal Comandante della FMP considerata la specificità dello «status» della Forza sul territorio albanese. È stata una iniziativa di successo sia per i rapporti intrattenuti con il
ATTIVITÀ POLITICO-MILITARE Le predisposizioni per l’approntamento della FMP sono state avviate, ancor prima del 28 marzo, in ambito politico e degli Stati Maggiori dei vari Paesi aderenti alla coalizione, per la definizione della consistenza delle forze assegnate, la loro dislocazione sul terreno, le limitazioni al rischiaramento delle stesse in Area di Operazione (AO) e l’attribuzione degli incarichi chiave nell’ambito
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governo albanese e con le organizzazioni internazionali sia perché l’esistenza di un referente qualificato del nostro Ministero degli Esteri, partecipe della complessa attività operativa che si viveva giornalmente, avrebbe fornito al suo Ministero valutazioni e informazioni dirette e obiettive. Altra novità assoluta, l’inserimento nel Comando della FMP di un nucleo cartografico dell’Istituto Geografico Militare di Firenze (GEO TAC PRINT) che dal 1° maggio al 12 luglio ha fornito un supporto cartografico aggiornato in tempo reale delle aree di maggiore interesse operativo. Di fatto le attività di pianificazione e organizzative dell’operazione di competenza della FMP sono state avviate il 20 marzo e condotte in soli ventitrè giorni dal Comando del 3° C.A. nel suo assetto nazionale, posto, nella circostanza, alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Questi, per l’esecuzione delle funzioni di staff, si è avvalso dello Stato Maggiore della Difesa (SMD) fino alla prima decade di maggio quando, a operazione già in corso, è subentrato il neo costituito Comando Forze in Albania (COFIA). Il 12 aprile, cioè prima del D-Day (15 aprile), l’ordine di operazione è stato consegnato allo SMD e alle Amba-
sciate in Roma dei Paesi della coalizione. Ciò è stato possibile avendo adottato l’espediente di procedere allo sviluppo della pianificazione della FMP sulla base degli elementi che venivano definiti e «via via riconsiderati e ridefiniti» a Roma con l’evolvere delle richieste, dei vincoli e dei diversi atteggiamenti assunti dai rapprentanti dei Paesi partecipanti alla Coalizione e comunicati al Comando del 3° C.A. dagli Ufficiali di collegamento inviati allo SMD. In altri termini si è trattato di una pianificazione «in progresso a getto continuo» con evidente, encomiabile impegno del personale del 3° Corpo. Al termine dell’attività di pianificazione politico-militare, la struttura della FMP e la sua dislocazione iniziale in AO hanno visto la partecipazione di assetti operativi di varia consistenza e tipologia, forniti dai seguenti Stati: Italia, Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Grecia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna e Turchia per un totale di 6 200 uomini (2 900 italiani) successivamente aumentati a 7 215 (3 800 italiani) in occasione delle elezioni politiche e una disponibilità di circa 2 500 (da combattimento, del genio, logistici, elicotteri). La decisione politica di non inviare personale di leva ha determinato ini-
zialmente l’impossibilità di schierare le unità di supporto del 3° C.A., cioè della FMP, a quel tempo tutte su personale di truppa di leva. Rappresentato il problema con immediatezza e decisione, l’adozione di un decreto legge, che consentiva l’impiego di personale di leva che volontariamente intendeva partecipare alla operazione fino al termine della stessa, ha consentito di salvaguardare in parte la funzionalità degli assetti operativi che tuttavia inizialmente hanno risentito dell’afflusso di complementi provenienti alla spicciolata da vari Enti. È stata l’ultima attività militare fuori dal territorio nazionale a cui ha partecipato personale di leva che anche in quella occasione ha dimostrato capacità professionali e doti umane insuperabili, spirito di sacrificio encomiabile e sano orgoglio nazionale.
ATTIVITÀ OPERATIVA La missione scaturita dal mandato ONU e assegnata al Comandante della FMP è stata di «assicurare la disponibilità dei punti d’ingresso nell’Area di Responsabilità, al fine di garantire una cornice di sicurezza al flusso e alla distribuzione degli aiuti umanitari. Garantire la sicurezza per la sede della missione internazionale a Tirana e alle attività delle altre organizzazioni che forniscono assistenza umanitaria all’Albania». Lo sviluppo dell’operazione può essere distinto in due fasi. La prima ha riguardato l’immissione delle unità, la loro organizzazione negli accantonamenti e il contestuale avvio delle attività di ricognizione del territorio per acquisire le informazioni sullo stato dell’ordine pubblico, la presenza di autorità costituite nei centri abitati, l’attività delle bande di facinorosi, la percorribilità e la sicurezza delle rotabili. Si è trattato di un’attività gravosa e rischiosa, svolta alacremente per acquisire nel minor tempo possibile il quadro di situazione indispensabile per intraprendere qualsiasi attività in un ambiente non con-
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trollato dalle autorità governative. Negli interventi di supporto alla pace condotti negli ultimi anni, gli accordi politico-militari relativi all’intervento della forza militare ponevano delle precise garanzie nel controllo delle fazioni da parte di strutture gerarchiche chiaramente identificate e responsabilizzate. Nel caso dell’operazione «Alba», la Forza Multinazionale si è trovata a operare in una situazione costantemente ostile per la presenza di bande armate e fazioni autonome, il cui controllo non era riconducibile ad alcuna autorità costituita. Tuttavia, il comportamento assunto da Comandanti e gregari ha consentito di controllare l’evolvere della situazione in ogni circostanza specie in quelle, non poche, a elevato rischio. Una volta consolidata la situazione secondo lo schieramento iniziale della FMP, si è deciso di estendere o rafforzare la presenza di unità in zone sensibili ad Est delle Alpi Albanesi, a Nord verso il Montenegro e a Sud tra Valona e Argirocastro (immagine: FMP Redeployment). In pratica, anche se non enunciato nella missione assegnata, il compito della FMP, nei suoi risultati, è stato quello di riavviare il regolare, generale funzionamento della società e soprattutto di evitare che una situazione di anarchia degenerasse in un confronto cruento di tutti contro tutti. Naturalmente coinvolgendo anche la Forza, evento quanto mai deprecabile e pericoloso considerata la situazione di allora in Bosnia, Croazia, Serbia – in equilibrio instabile – e i prodromi di eventi cruenti in Kosovo, Montenegro e Macedonia. In questo ambito va considerato l’operato della FMP che in forza di regole d’ingaggio (ROE) sufficientemente adeguate alla situazione e in virtù di eccellenti doti morali e capacità professionali di Comandanti e gregari è stata capace di flemmatizzare in via definitiva un pericoloso innesco esplosivo per l’intera area balcanica. La fase successiva ha compreso la sicurezza e il supporto logistico per
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le Autorità albanesi e per il personale dell’OSCE impegnati nella organizzazione e nello svolgimento delle elezioni politiche tra il 20 giugno e il 12 luglio. Si è trattato di dare sicurezza a 38 «teams» che hanno seguito e agevolato l’approntamento delle elezioni e quindi operato nel lungo periodo e ad altri 200 «teams» che hanno controllato la correttezza delle tornate elettorali. In totale 477 operatori per i quali la FMP ha fornito la sicurezza sul territorio e, nelle aree a maggior rischio, anche il supporto logistico nell’ambito dei propri accantonamenti. Le predisposizioni operative attuate
Per l’immediato e continuo controllo della situazione il COMANFOR ha, inoltre, stabilito un affiancamento fisico, nell’ambito delle sale operative del Comando FMP e dei singoli reggimenti/battaglioni, di funzionari OSCE con relativo operatore radio in modo da far convivere H+24 le due linee funzionali per il Comando e Controllo – quella della Forza e l’altra dell’OSCE – garantendo in tale modo il raddoppio dei collegamenti, la immediatezza delle comunicazioni e delle informazioni, la pronta e sicura diramazione delle decisioni adottate dal Comandante della Forza che aveva alle dirette dipendenze tutti gli
nella circostanza hanno riguardato essenzialmente la riarticolazione del dispositivo e i collegamenti per il Comando e Controllo con il criterio di suddividere il territorio in precisi settori di competenza e responsabilità dei singoli reggimenti/battaglioni (fino ad allora non considerato per evitare di far apparire la FMP quale forza di occupazione) al fine di garantire con immediatezza la sicurezza e il sostegno a ogni «team» che operava in ciascuna area (immagine: FMP Elections Deployment).
assetti operativi schierati. Il provvedimento si e rivelato determinante per intervenire tempestivamente e con efficacia nelle situazioni critiche ad alto rischio che si sono verificate in alcuni distretti elettorali dove l’intervento delle pattuglie per la sicurezza dei nuclei osservatori ha evitato sopraffazioni e in alcuni casi sventato attacchi ai seggi. Il corretto esito delle votazioni è stato convalidato dal rapporto finale della Trojka composta dal Coordinatore Speciale Catherine Lalumiere,
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dal Presidente del Consiglio d’Europa Sir Russel JHonston, dal Presidente dell’Assemblea OSCE Javier Rupurez. Madame Lalumiere, prima di lasciare l’Albania, ha chiesto al Dottor Vranitzky di fare visita di ringraziamento al Comandante della FMP per «esprimerle tutta la mia ammirazione, Generale, per un aspetto particolare del vostro lavoro. Non è affatto facile riuscire a esercitare in modo costante e incisivo una presenza come la vostra, restando al tempo stesso rispettosi della popolazione civile e del contesto in cui vi dovevate muovere. Lei e i suoi uomini siete stati perfetti anche sotto questo punto di vista». Con la costituzione del Parlamento emerso dai risultati elettorali, si procede alla elezione del Presidente della Repubblica Reczet Mejdani (24 luglio), del Primo Ministro Fatos Nano (28 luglio) e viene proclamata la cessazione dello stato di emergenza. La FMP ha terminato il suo compito avendo consentito il conseguimento di un risultato completo, insperato e lusinghiero, oltre ogni legittima aspettativa. L’impegno profuso dalla FMP nei quattro mesi di sviluppo dell’operazione può essere riassunto con alcuni dati che tuttavia non riescono a esprimere il sacrificio, l’abnegazione e il valore di tutti gli
uomini della Forza: 151 attività di ricognizione del territorio; 1 137 attività di scorta a «teams» OSCE; 260 scorte a convogli umanitari; 69 attività per la ricognizione e sicurezza di tratti di itinerari; 27 interventi per la sicurezza delle piattaforme di distribuzione aiuti umanitari; 37 interventi del Nucleo Bonifica Ordigni; 17 interventi del nucleo NBC per accertare l’eventuale tossicità o pericolo di contaminazione presso depositi e fabbriche abbandonate; km percorsi: 2 500 000; km per attività operative: 1 350 000; km per attività logistiche: 1 150 000; ore di volo elicotteri: 705; aiuti umanitari distribuiti: 5 800 tonnellate; MEDEVAC: 51 (21 militari, di cui 11 feriti da pallottole, e 30 civili); 15 000 vaccinazioni per patologie pediatriche. Il 12 agosto 1997, con il rientro in Patria del Comandante della FMP, l’Operazione ha avuto termine. Il 14 agosto successivo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvava una Dichiarazione Presidenziale nella quale si encomiava la Forza Multinazionale di Protezione.
CONCLUSIONI È stata una esperienza esaltante ma
tutt’altro che semplice e facile da portare a compimento. Alcuni spunti di meditazione. Il Comando della Forza – costituito operazione durante – è stato pienamente operativo nel suo assetto multinazionale dopo circa un mese e mezzo. Nel frattempo tutto l’onere del funzionamento ha gravato sulla componente italiana delle varie cellule il cui personale ha svolto turni di venti ore al giorno. L’allineamento tra il Mandato politico, la missione militare e le regole d’ingaggio non è stato nel suo insieme soddisfacente. È necessario definire in modo preciso e completo il compito (missione) assegnato al Comandante sul campo. La realtà operativa che il Comandante della Forza ha dovuto vivere, a 360° e per 24 ore al giorno, è stata totalmente coinvolgente sotto la sua responsabilità. La limitazione imposta al Comandante nell’impiego dei contingenti di altre nazionalità ha creato alcune situazioni che hanno imposto difficili e pericolose soluzioni. In conclusione, la prima e fino ad ora unica operazione militare multinazionale con responsabilità di comando italiana ha ottenuto, per il risultato conseguito, riconoscimenti internazionali di grande prestigio. Tra questi si riporta – per la sua sostanziale valenza politica – la dichiarazione resa da William Jefferson Clinton, Presidente degli Stati Uniti d’America: «Nei Balcani l’Italia sta esercitando una leadership straordinaria e in Albania sta compiendo uno sforzo senza precedenti. La mia previsione è che nel futuro guarderemo allo sforzo italiano in Albania come a una eccezionale svolta storica nella capacità delle Nazioni europee di promuovere la pace». Forse è giusto ritenere che la «vittoria» militare sul campo è stata determinante per il successo politico dell’iniziativa dell’Italia. Luciano Forlani Generale di Corpo d’Armata (ris.), già Comandante del 3° Corpo d’Armata e della FMP
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JOINT GUARANTOR IL GRUPPO TATTICO «GARIBALDI» COMPONENTE ITALIANA DELLA EXTRACTION FORCE IN FYROM «Siamo arrivati in FYROM! Ma cos’è questa FYROM?». Il 14 dicembre del 1998 arrivando all’aeroporto di Petrovec, a pochi chilometri dalla capitale Skopje, era quello che ancora qualcuno di noi si andava chiedendo. Avevamo imparato, infatti, che l’acronimo identificava la Former Yugoslav Republic of Macedonia il nome, ancora provvisorio, con cui la comunità internazionale individuava la Macedonia per via della disputa sul nome avviata dalla Grecia. Al gruppo tattico «Garibaldi» (gtG) avevano riservato l’angolo nord ovest dell’area aeroportuale di Petrovec: un grande prato con 7 hangar corazzati, collegati da un nastro di asfalto alla pista dell’aeroporto, che avevano ospitato fino a qualche tempo prima altrettanti MIG dell’Aviazione iugoslava. È lì che avremmo dovuto organizzare il nostro campo per passare l’inverno ancora in ritardo. La ricognizione era stata fatta 10 giorni prima con un P-180 partito da Ciampino. Una volta arrivati all’aeroporto, e con l’aiuto del personale della nostra piccola Ambascia-
ta, eravamo stati costretti a scavalcare la recinzione dell’aeroporto. La zona ci era sembrata «molto idonea»: mancava tutto! Tranne quei bellissimi hangar. Il gtG era stato schierato in FYROM per far parte di un’unità multinazionale a livello Brigata sotto comando NATO denominata «Extraction Force» (EF). La Brigata, comandata dal Generale francese Marcel Valentin, poteva contare su 4 gruppi tattici (in nostro, il francese schierato con il Comando Brigata a Kumanovo, il britannico a Skopje e il tedesco a Tetovo) più vari assetti del genio, di elicotteri e delle trasmissioni. Il compito dell’EF era quello di dare sicurezza indiretta e, se necessario, diretta agli osservatori dell’OSCE dispiegati in Kosovo per controllare una situazione che da qualche tempo preoccupava il mondo: i continui dissidi, spesso sfociati in violenti contrasti, che stavano dividendo la popolazione a maggioranza di origine albanese con la minoranza serba, sostenuta dall’autorità centrale di Belgrado. Il Kosovo, allora, era una delle regioni di quello che era rimasto della Iugoslavia e la maggioranza albanese chiedeva a Belgrado maggiori autonomie. I contrasti si erano acuiti dopo il rifiuto netto serbo. La protezione degli osservatori, tra cui alcuni italiani, poteva essere messa in atto, in caso di necessità, o con un intervento via terra, entrando in Kosovo attraverso il passo General Jakovic (in questo caso noi insieme ai britannici ci alternavamo in prontezza con i gr. tat. francese e tedesco), ovvero con un’azione avioportata sviluppata da noi italiani,
GRUPPO TATTICO «GARIBALDI» Assetti nazionali impiegati • Personale: 300 uomini; • Comando; • una compagnia Comando e servizi; • una compagnia bersaglieri in configurazione motorizzata/avioportata; • uno squadrone blindo; • una compagnia genio; • un nucleo EOD; • uno squadrone elicotteri; • un plotone trasmissioni.
congiuntamente ai francesi, mettendo insieme gli elicotteri e a turno l’unità di fanteria. Il gtG su base 8° bersaglieri era composto da: Comando (su base 3° battaglione bersaglieri «Cernaia» rinforzato da elementi degli altri reggimenti della Brigata «Garibaldi») S1 Capitano Diodato Abbagnara, S2 Capitani Domenico D’Isa e Alessandro Luminiello, S3 Capitano Claudio Minghetti, S3 air Capitano Roberto Minini, S4 Capitano Fausto Troisi, Direttore del CAI Colonnello Francesco Guglielmo, addetto stampa Tenente Fabrizio Centofanti; compagnia Comando e Servizi (tratta dal battaglione logistico «Garibaldi» di Persano, con importanti capacità di trasporto avendo 20 APS in dotazione), Capitano Michele Lombardi; 10a compagnia bersaglieri in configurazione motorizzata-avioportata, Capitano Massimiliano Fadda; squadrone blindo pesanti dei «Cavallegeri Guide» (19°) (dapprima uno
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squadrone di formazione poi sostituito dal 3° squadrone, su 18 blindo «Centauro»), inizialmente Tenenti Pietro Guglielmi e Stefano Blandini quindi Capitano Massimiliano Quarto; compagnia genio (la compagnia genio della Brigata «Garibaldi», specializzata soprattutto nella componente lavori) e nucleo EOD, Capitano Ivan Cioffi; squadrone elicotteri (4 A-129 «Mangusta» da Casarsa e 2 AB-412 da Viterbo), Tenenti Colonnelli Pellegrino Bellino e Angelo Sellaretti; plotone trasmissioni dell’11° «Leonessa», Tenente Carmelo Andronico; per un totale di circa 300 uomini. Delle 4 Task Forces la nostra era la più articolata e ... potente, e Valentin lo sapeva bene! Compagnia avioportata, Centauro, elicotteri da combattimento e da trasporto: prima di allora non avevamo mai messo insieme un’unità simile. Al comando della Extraction Force, l’Italia era rappresentata da una ventina fra Ufficiali e Sottufficiali. La posizione pregiata era quella di Capo di Stato Maggiore, affidata all’allora Colonnello Marco Bertolini. Io ero il Comandante del contingente nazionale. I lavori di adattamento della base sono partiti in breve tempo. Nel frattempo avevamo trovato ospitalità, a similitudine degli altri contingenti, in semplici strutture presenti in zona quali colonie estive, vuote nel periodo invernale, e alberghi isolati in periferia. Gli elicotteri sono giunti in volo dall’Italia nel giro di pochi giorni e abbiamo fatto in tempo ad allestire le piazzole per il loro ricovero. A questo momento si riferisce uno dei ricordi più particolari di tutta la missione: il fornitore della ghiaia per la costruzione delle piazzole è venuto a trovarmi e mi ha «cortesemente» comunicato che se l’indomani non avessi saldato il debito di 8 000 marchi si sarebbe rivolto ai giornali (ero arrivato in FYROM senza disporre di assegnazioni di denaro, il CAI lo avrebbero istituito per la prima volta
di lì a qualche settimana). Ho fatto adunata a tutto il personale e ho raccolto dalle loro tasche (e dalle mie) quanto necessario per saldare il debito! Beninteso, dopo qualche settimana, con l’arrivo del direttore del CAI, l’efficientissimo Colonnello Guglielmo, tutto è stato restituito, senza interessi! Il periodo è volato via alternando attività addestrative, molto proficue e intense, a periodi di prontezza. Con l’unità britannica si instaurò un ottimo rapporto che le esercitazioni condotte congiuntamente a partiti contrapposti e le attività ricreative organizzate in comune avevano raf-
spetto è durato qualche minuto almeno sino a quando la donnona non riuscendo più ad arginare «l’arrembante assalto dei bersaglieri» non ha iniziato a usare il bambolotto a mo’ di clava. L’evidenza e bastata ad aizzare più i nostri che, forzando ancora di più, hanno rotto gli indugi e dopo aver assestato qualche buon colpo al donnone, sono riusciti a passare il blocco. L’esercitazione si è conclusa con successo, con diversi contusi da ambo le parti ma soprattutto con «pacche sulle spalle» finali in sede di commenti! Qualche giorno dopo, altra esercitazione: si simulava un blocco stradale
forzato. In una delle esercitazioni propedeutiche avremmo dovuto liberare degli osservatori tenuti in ostaggio da manifestanti, questi ultimi rappresentati da valenti soldati britannici. Della fase finale dell’esercizio ricordo un simpatico episodio: fra i valenti britannici-scalmanati manifestanti ve ne era uno alto quasi due metri travestito da donna con, fra le braccia, un bambino, simulato da un bambolotto. I nostri bersaglieri erano determinati a portare a termine la missione ma i manifestanti opponevano una resistenza piuttosto accanita tanto da sfociare in dura contrapposizione fisica. Era chiaro che quella donnona con bambino ben esibito, «fulcro del sistema difensivo avversario», non poteva essere presa di mira dai nostri che dalla stessa ricevevano calci e spintoni. Questo ri-
da parte di elementi paramilitari; i britannici sempre a fare da attivatori. Questa volta avevano bloccato un itinerario mettendo sulla sede stradale anche una serie di mine anticarro. Il blocco era stato organizzato in un punto in modo tale da non poter essere aggirato, ad esempio andando fuori strada. Sotto gli occhi attenti del valutatore, le abbiamo provate tutte per riuscire, con le buone, a far togliere il blocco. Non restava, quale unica soluzione, che quella di forzare usando la forza. L’elemento critico, invalicabile, restava comunque la striscia di mine che risultavano, comunque, solo appoggiate al terreno senza dispositivo antirimozione. Ebbi un’idea: al mio ordine la riga di bersaglieri che fronteggiava i britannici fece un repentino spostamento in avanti andando oltre le mine, che contemporaneamente alcune nostre
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Guide portarono via. La sorpresa fu tale che riuscimmo a superare il blocco in pochi minuti. Chiaramente abbiamo ripagato con la stessa moneta i britannici quando è toccato a noi fare da attivatori, ma la cosa importante è che questi episodi hanno rinsaldato moltissimo la coesione fra di noi e con i britannici. L’operatività di EF doveva essere garantita per il 31 dicembre. E così è stato. Per due volte, quando gli osservatori sono stati realmente minacciati, abbiamo ricevuto l’ordine di preparare l’ingresso. Nel braccio di ferro giornaliero con i serbi, anche in queste due occasioni di alta tensione, la NATO è riuscita ad averla vinta e gli osservatori hanno potuto continuare l’opera di controllo. Intanto avevo trovato un accordo con i dirigenti di una colonia estiva per bambini nei pressi di Katlanovo. A un prezzo estremamente favorevole avevamo ottenuto la concessione del villaggio per alloggiare tutto il personale. Il trasferimento è avvenuto alla fine di gennaio 1999. Il campo di Petrovec era stato nel frattempo, completato e costituiva la nostra base operativa. Al termine dei lavori ce la invidiavano tutti, avevamo anche l’acqua corrente. Infatti i Genieri avevano fatto un grande lavoro: le temperature oscillavano fra i –10 di giorno e i –24 di notte. La malta doveva essere amalgamata tenendo la cariola su un bidone con il fuoco acceso! L’abbassamento repentino delle temperature aveva colto di sorpresa un po’ tutti nella EF: soprattutto all’inizio del mal tempo il gasolio senza additivo (era fornito dai francesi) aveva creato non pochi problemi ai mezzi. Tutto è stato risolto nel giro di qualche giorno (con l’aggiunta del 30% di benzina al gasolio!). A febbraio, i Paesi della NATO hanno iniziato a far affluire in FYROM le unità che avrebbero formato la futura KFOR. L’idea era che, dopo aver raggiunto un accordo con Belgrado, una forza, su base Corpo d’Armata di Rea-
zione Rapida della NATO (ARRC), al comando del Generale Mike Jackson, sarebbe entrata come forza di pace in Kosovo. L’entry force sarebbe stata costituita dalla EF che avrebbe mandato i suoi 4 gruppi tattici a occupare preventivamente, altrettante aree che sarebbero diventate settori di Brigata. La Brigata «Garibaldi» del nostro Generale Mauro Del Vecchio, in quest’ottica, si stava preparando e, pur rimanendo sotto comando nazionale, aveva iniziato il ri-schieramento in Kosovo dalla fine di febbraio occupando, man mano, le basi di Petrovec e Katlanovo, che noi avevamo preparato nelle settimane precedenti. L’auspicato progetto della NATO non si realizzò: con il fallimento dei colloqui organizzati nel castello di Rambouillet, vicino Parigi, il piano internazionale di pacificazione non riuscì per gli irrigidimenti delle parti. Quindi, la NATO decise di iniziare i bombardamenti degli obiettivi serbi a partire dalle 00.00 del 24 marzo. In questo periodo abbiamo ricevuto diverse visite. Una di queste da parte dell’advance party delle forze speciali britanniche che, evidentemente «innamoratisi» della nostra efficiente e funzionale base di Petrovec, avevano avanzato formale richiesta al comando dell’ARRC di poterne venire in possesso per le proprie attività. Grazie all’intervento del Generale Valentin, che mi aveva confidato l’episodio, siamo riusciti ad evitare il ... passaggio di consegne. Il 23 marzo alle 12.00 lasciai il comando della «Garibaldi», che intanto si era installato completamente a Katlanovo, dove avevo ricevuto notizia che alle 14.00, con lo scioglimento della EF, sarei ripassato alle dipendenze dell’8° reggimento del Colonnello De Pascale. Alla stessa ora avrei dovuto lasciare Petrovec e schierarmi con la 10a e il 1° squadrone delle «Guide» a nord di Skopje, a cavallo della statale che portava verso nord al posto di frontiera di General Jakovic. Tenendomi a distanza dal confine avrei dovuto fornire sicurezza alla capitale e alle forze NA-
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TO schierate in FYROM (l’area era quella di Stenkovec, un aeroporto militare con pista semipreparata). Il dispositivo era completato da un’unità tedesca nel settore a destra, una francese a sinistra, una britannica in riserva. Avevamo inoltre certezza che una Marine Expeditionary Unit (MEU) era in afflusso. Alle 14.00 del 23 marzo 1999, dopo aver fatto un breve rapporto all’oramai ex gruppo tattico «Garibaldi» della Extraction Force, dopo aver dato poche disposizioni ai Comandanti della 10 a, del 1° squadrone e allo Staff che mi avrebbe seguito, lasciammo Petrovec per la zona di Stankovec, che preventivamente avevamo già ricognito per altri scopi. Nella notte fra il 23 e il 24 iniziarono i bombardamenti. Contemporaneamente la FYROM fu funestata da una serie di disordini: i cittadini di origine serba iniziarono a protestare vigorosamente anche con attentati sanguinosi. In quei giorni, lo si poteva notare soprattutto di notte, noi a Stankovec eravamo tra i bagliori causati dai bombardamenti in Kosovo e quelli degli attentati dinamitardi e dei disordini a Skopje. La storia dell’Extraction Force e del gruppo tattico «Garibaldi» finisce qui. Da quel momento e prima dell’ingresso in Kosovo saremmo stati protagonisti di altri episodi: l’arrivo al Piper Camp insieme al battaglione di genieri britannico, l’afflusso di 20 mila profughi albanesi dal Kosovo e la conseguente organizzazione del campo nell’area di Stankovec e il montaggio della nostra più bella tenda quale moschea, l’assistenza spontanea alle ONG, gli incontri con i Comandanti serbi per definire le fasi dell’ingresso in Kosovo, la visita del Presidente della Repubblica, spetta ad altri raccontarlo! Giuseppenicola Tota Generale di Brigata, Comandante dell’Accademia Militare, già comandante del gruppo tattico «Garibaldi»
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KOSOVO FORCE Il dramma del Kosovo, negli anni 1998 e 1999, si presta a interpretazioni diverse in relazione alle chiavi di lettura di volta in volta utilizzate: storica, religiosa, sociale, economica, ecc.. Peraltro, pur nella varietà degli approcci, l’opinione pubblica mondiale è stata fortemente coinvolta dalle vicende che hanno caratterizzato il periodo immediatamente successivo al termine della guerra, quello cioè del passaggio dal conflitto alla pace. È quindi opportuno ricordare gli aspetti più significativi delle attività del Contingente militare italiano, impegnato in un’operazione di supporto alla pace in una regione in cui la pace sembrava, in realtà, non essere ancora arrivata. Era proprio una sensazione di pace lontana quella che percepivano i soldati italiani, durante la notte tra il 12 e il 13 giugno, allorché con una lunghissima autocolonna – quasi 10 km di profondità – entravano in Kosovo dalla FYROM. Il percorso, che li avrebbe portati nell’area più occidentale della regione, fino alla città di Pec (ora si chiama Peja perché i serbi non ci sono più), era tortuoso ed estremamente lento. Perché legato alle poche rotabili ancora utilizzabili dopo le distruzioni della guerra e condizionato dalla inagibilità di molte strutture stradali (il passaggio di alcuni ponti doveva avvenire un mezzo alla volta e i mezzi in movimento erano oltre seicento) e perché spesso interrotto dalla presenza di mine antiuomo e anticarro che andavano distrutte o neutralizzate prima di procedere oltre. Ma, soprattutto, perché si svolgeva in un territorio sconosciuto, in una situazione di grande indeterminatezza operativa e in un’atmosfera di forte tensione, con le forze contrapposte rappresentate dalle milizie albano-kosovare e dalle fazioni serbe che si confrontavano minacciosamente. I nostri mezzi si trovavano spesso a percorre-
re aree nelle quali ancora avvenivano scontri a fuoco. Il movimento incontrava notevoli ostacoli. La progressione era difficile e pericolosa. In sostanza la guerra, formalmente terminata il 9 giugno alle ore 21.00 con gli accordi di Kumanovo tra i Comandanti dei contingenti della NATO e i rappresentanti dell’Esercito serbo, ancora continuava. Mano a mano che ci avvicinavamo a Pec, cuore dell’area assegnata all’Italia, chiari indizi confermavano la prosecuzione del conflitto. Erano gli atteggiamenti sprezzanti e arroganti dei miliziani serbi in ripiegamento verso nord, che ostentavano il segno della vittoria (le prime tre dita della mano aperta) e minacciavano un rapido ritorno in Kosovo. Ma erano anche i comportamenti dei miliziani dell’UCK (la struttura militare albano-kosovara), che si mostravano fortemente ostili e contrari a ogni forma di collaborazione o dialogo con l’etnia avversaria. Chilometro dopo chilometro, percepivamo sempre più chiaramente le dimensioni di un grande dramma che si era compiuto e si stava ancora compiendo in quella regione. Capivamo, dalle distruzioni e dalle scene di morte che ci accoglievano, come in quel territorio fosse scomparsa ogni forma di giustizia e di convivenza civile. A voler essere precisi, una indicazione, chiara ed evidente, dell’enormità della tragedia l’avevamo già avuta, la sera del 5 aprile (giornata del lunedì di Pasqua). In quella fredda notte, migliaia e migliaia di profughi provenienti da ogni parte del Kosovo fuggivano in FYROM e in Albania, mettendo a dura prova le capacità di accoglienza delle due Nazioni balcaniche e dei contingenti della NATO (italiano, inglese, francese, tedesco e statunitense) rischierati in FYROM, che si dimostrarono le uniche strutture in gra-
CONTINGENTE «KFOR» Assetti nazionali impiegati • Personale: circa 5 000 uomini; • un contingente a livello Brigata su base Brigata Bersaglieri «Garibaldi» rinforzata con i supporti: genio, trasmissioni, logistici, Forze Speciali, AVES, NBC e Carabinieri.
do di intervenire con immediatezza. Alla base dell’esodo dal Kosovo di tanti uomini, donne e bambini, letteralmente spinti oltre confine dalle milizie serbe, c’era presumibilmente una strategia diretta a scompaginare l’apparato militare della NATO, coinvolgendolo totalmente nei compiti di accoglienza e sostegno delle popolazioni. L’impegno per le Forze internazionali risultava effettivamente elevatissimo. I contingenti dell’Alleanza realizzavano, organizzavano e gestivano oltre 10 campi di accoglienza per un totale di circa 300 000 profughi e il Contingente Italiano assumeva la responsabilità di quello più vicino a Skopje, arrivato a contenere quasi 35 000 profughi, naturalmente abbisognevoli di tutto. Quelli erano stati i segnali del dramma che si svolgeva all’interno del Kosovo. Dramma che non potevamo vedere ma di cui prendevamo coscienza attraverso i racconti e le testimonianze dei profughi, che, esausti e sofferenti, giungevano in FYROM e in Albania, dopo aver vissuto all’addiaccio per giorni e giorni e dopo essere stati spostati più volte in varie località del Kosovo. Ma torniamo all’operazione iniziata il 12 giugno. L’area del Kosovo affidata al controllo italiano era di dimensioni pari a quelle assegnate ai francesi, agli statunitensi, ai tedeschi e agli inglesi, ma era la più delicata
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sotto l’aspetto operativo perché più aspri erano stati i combattimenti durante il conflitto e più elevate le distruzioni. Circa il 70% delle abitazioni risultava totalmente o parzialmente danneggiato al momento dell’ingresso del contingente italiano. Anche sotto l’aspetto naturale, il settore affidato all’Italia era il più complesso per la presenza di un’area montana a ovest e per la notevole estensione dei confini da controllare, con l’Albania, il Montenegro e la Serbia. Inoltre, per la contiguità con l’Albania, la componente albanese era fortemente radicata nell’area. Conseguentemente, più numerosa, più sentita e più determinata che non in altri settori era stata l’adesione della popolazione locale all’UCK. Ma la regione rivestiva e riveste tuttora grandissima importanza anche per i serbi, profondamente legati per ragioni storiche e religiose al Kosovo, regione ricca di chiese ortodosse, e, in particolare all’area posta sotto il controllo italiano, dove sono dislocati i più importanti luoghi di culto (Pec, Decani). Immagini molto crude accompagnavano il nostro ingresso. Tutte le località attraversate erano quasi completamente deserte. Non era visibile alcuna attività. Un terribile odore di morte, di cui ben presto avremmo
scoperto la provenienza, permeava ogni luogo. Le città, spettralmente vuote, ci accoglievano silenziose con i loro quartieri sistematicamente abbattuti. Immagini dolorose, che raggiungevano il massimo della drammaticità quando nei campi o nelle case scoprivamo cadaveri da tempo abbandonati o individuavamo fosse comuni. Immagini in parte mitigate dal sorriso delle pochissime persone di etnia albanese, rimaste nascoste da chissà quanto tempo nei propri villaggi e che ora uscivano per salutare l’arrivo dei soldati italiani. Immagini, comunque, che evidenziavano una grande tragedia. Quanti albanesi sono stati uccisi durante la guerra? Non si sa esattamente. 2 500, come risulterebbe dal rapporto di una società americana di intelligence? Oppure gli 11 000 inizialmente dichiarati dalla NATO? Probabilmente il valore reale si pone in posizione intermedia. Comunque, numeri elevatissimi di vittime, per lo più rappresentate da civili. Altri valori numerici grandissimi, per fortuna questa volta associati a un aspetto positivo, caratterizzavano in quei primi giorni l’attività del contingente italiano. Erano quelli relativi al rientro dei profughi (o dei deportati?) che, in un brevissimo intervallo
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di tempo – appena due settimane – tornavano alle località di origine del Kosovo. Nel settore occidentale della regione, nelle circoscrizioni di Pec, Decani, Dakovica, Klina e Istok controllate dagli italiani, questo rientro era ancora una volta più accentuato che in altre parti. Oltre 400 000 profughi – ossia il 95% della popolazione preesistente – raggiungevano i villaggi di origine, molte volte, peraltro, senza più trovare le proprie abitazioni, distrutte dalle milizie serbe. Ma in questo momento, allorché il rientro dei profughi stava avvenendo con una rapidità che andava ben oltre ogni più rosea previsione, allorché si poteva pensare di aver collocato alle spalle la sofferenza e l’ingiustizia, ci rendevamo conto amaramente come la guerra, che ritenevamo ormai conclusa, in realtà purtroppo continuava. A cosa, infatti, attribuire la responsabilità dei circa 400 assassinii verificatisi in Kosovo dopo il 9 giugno – ossia dopo il termine ufficiale del conflitto – se non alle vendette di guerra e all’odio tra le etnie che rimanevano immodificati? Come giudicare l’incendio delle case dei serbi e dei villaggi rom, se non come manifestazioni di ritorsione degli albanesi nei confronti di coloro che sentivano come rappresentanti della vecchia oppressione? Come motivare il feroce accanimento contro luoghi di culto e di preghiera, se non come assurde manifestazioni di ferocia e inciviltà? Come valutare, infine, se non come una pulizia etnica al contrario, il nuovo, triste esodo dal Kosovo di altri profughi, questa volta di etnia serba e rom, che lasciavano la regione sugli stessi poveri trattori che avevano accompagnato qualche mese prima la fuga degli albanesi? L’odio interetnico rimaneva fermo nelle sue drammatiche manifestazioni. Nel Kosovo del dopo guerra, erano tantissimi coloro che si opponevano violentemente anche alla sola presenza nella provincia dei serbi. Non si trattava, quindi, almeno in quella fase iniziale, di un’operazione di peace keeping. Quella svolta dal
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Contingente Italiano era qualcosa di diverso, sicuramente di più difficile gestione, che richiamava prepotentemente l’interesse dell’opinione pubblica. Ciò avveniva in una situazione, inoltre, in cui risaltava l’assenza nell’area di un qualsiasi organismo internazionale in grado di colmare il vuoto di potere determinatosi al termine del conflitto e di ripristinare una struttura politica e sociale. Il contingente militare era solo. E da solo, quindi, si faceva carico dei compiti di tutte le componenti assenti: svolgeva attività di polizia per il mantenimento dell’ordine e il rispetto delle leggi, procedendo al sequestro di grandi quantitativi di armi ed esplosivi; garantiva la sicurezza dei luoghi di culto, evitando che veri e propri tesori artistici fossero distrutti sulla base di folli progetti; organizzava i servizi basilari per il funzionamento della città; proteggeva le aree popolate dai serbi e dai rom, garantendo la permanenza di etnie diverse dall’albanese; regolava e imponeva il processo di trasformazione dell’UCK da struttura militare a organismo di soccorso civile. Non era agevole, per il contingente italiano, svolgere numerosissime funzioni diversificate, molto spesso non attinenti alla sfera militare. Ma è stato necessario farlo. Non era certamente facile e privo di dubbi e di ripensamenti, per il Comandante del contingente, assumere decisioni proprie dell’autorità giudiziaria per reprimere i gravi reati che trovavano spazio nel quadro di disgregazione sociale che caratterizzava l’area. Ma è stato necessario farlo. Tutto questo cercando di mantenere un’assoluta equidistanza, cercando di non lasciarsi condizionare da alcuna posizione preconcetta nei confronti delle popolazioni coinvolte. Cercando, in sostanza, solo di ristabilire i valori della giustizia e della convivenza pacifica. Quali sono stati i risultati? In alcuni casi molto brillanti, come nel caso del rientro dei profughi albanesi. In altri parzialmente positivi e abbisognevoli di successive verifi-
che: mi riferisco alla riorganizzazione dell’UCK, al controllo dell’ordine pubblico e alla ripresa dell’economia locale. In altri casi, quelli connessi all’esodo dei serbi, sicuramente non positivi. Quali erano, in quel momento, le prospettive?
Appariva chiaro che il processo di ricostruzione avrebbe richiesto un impegno continuo ed incessante. Il Contingente Italiano, così come gli altri, avrebbe dovuto porre particolare attenzione ai fattori di instabilità che permanevano numerosi. Tra di essi c’era anche il rientro dei serbi, che non era una lontana ipotesi ma che veniva esplicitamente menzionato nella risoluzione dell’ONU che aveva dato avvio all’operazione in Kosovo. Ripercorrere, quindi, l’impegno del contingente italiano in Kosovo vuol dire ricordare i momenti più significativi di un periodo essenziale per il futuro della regione: quello della fine della guerra e del ritorno alla pace. Vuol dire rivivere i difficili rapporti con l’UCK, le preoccupazioni per l’ampiezza e la diversificazione dei compiti, l’amara sorpresa nel costatare la profondità dell’odio tra le opposte etnie, la rabbia per l’impossibilità di evitare tutti gli atti di violenza ma anche la soddisfazione di vedere rifluire quasi normalmente la vita e l’attività commerciale nella
città e nelle campagne, la felicità di aver avviato la ricostruzione delle strutture e delle abitazioni, l’orgoglio di aver salvaguardato, proprio nel settore italiano, una enclave di popolazione serba con la quale avviare un progetto di coesistenza pacifica tra le diverse etnie. Vuol dire anche ricordare gli sforzi per realizzare una radio del Contingente Italiano, denominata «Radio West», che avrebbe sostenuto poi, nei lunghi mesi di lontananza, i soldati della missione, trasmettendo messaggi di pace e di concordia nelle lingue italiana, francese, inglese, spagnola, portoghese, serbo e albanese. Le operazioni nel Kosovo hanno quindi visto un forte coinvolgimento del Contingente nazionale che, insieme agli altri, ha rappresentato l’unica struttura in grado di gestire il passaggio dalla fase della guerra a quella della ricostruzione della normalità sociale ed economica anche se non ancora politica. I 6 000 italiani che operavano in quella regione lo facevano convinti che la loro presenza era essenziale per riportare al centro i valori della giustizia e della convivenza pacifica. Dovevamo essere fiduciosi e perseguire con determinazione queste finalità di giustizia e convivenza, traendo slancio e forza dai grandi risultati ottenuti. Dovevamo e dobbiamo credere in questi obiettivi perché in essi era ed è l’unica speranza di non rivedere in un futuro più o meno prossimo, in quella o in altre aree balcaniche, le stesse scene di sofferenza, le stesse povere colonne di profughi, prima albanesi e poi serbi, che hanno caratterizzato questa triste circostanza storica. Dovevamo e dobbiamo, in sintesi, continuare a dare questa presenza di solidarietà e di aiuto perché solo con essa può essere veramente ripristinata la pace. Mauro Del Vecchio Generale di Corpo d’Armata, Senatore della Repubblica, già Comandante della Brigata Bersaglieri «Garibaldi»
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L’INTERVENTO ITALIANO A TIMOR EST INTERNATIONAL FORCE EAST TIMOR (INTERFET) Assetti nazionali impiegati • Personale: 570 uomini; • un gruppo tattico paracadutisti rinforzato con elementi dei paracadutisti Incursori e dei Carabinieri paracadutisti; • Nave «San Giusto»; • due velivoli G-222; • elementi specialistici delle trasmissioni, della logistica e del genio; • Personale per i Comandi della Coalizione.
«La missione è stata lanciata in 8 giorni e condotta per 5 mesi a 16 000 chilometri dalla Madrepatria, senza che si sia reso necessario adottare correttivi o provvedimenti urgenti per sanare errori commessi in fase di pianificazione/approntamento». Così riassumevo i risultati della partecipazione italiana all’Operazione «Stabilise» nell’ambito dell’«International Force East Timor» (INTERFET), nel momento in cui si dovevano trarre le conclusioni dell’impiego di un contingente nazionale interforze da settembre 1999 a marzo 2000 in quel lontano Paese.
BACKGROUND La colonizzazione dell’isola di Timor è cominciata nel XVI secolo con lo sbarco dei primi portoghesi; successivamente la parte occidentale è transitata sotto dominio olandese,
tant’è che i confini ancora oggi esistenti tra Timor Est e Timor Ovest risalgono a un trattato stipulato tra Olanda e Portogallo nel 1859. Durante la Seconda guerra mondiale, l’isola è stata occupata dai Giapponesi, ma è ritornata sotto dominio delle potenze coloniali al termine del conflitto. La storia recente di Timor Est inizia nel 1974 quando - a seguito della «rivoluzione dei garofani» - il Portogallo avvia un rapido processo di decolonizzazione dei possedimenti d’oltremare. Nei primi mesi del 1975, i movimenti indipendentisti riescono ad arrivare alle elezioni, dalle quali il FRETELIN (Frente Revolucionária de Timor-Leste Independente) di Xanana Gusmao esce con la maggioranza assoluta. Il Partito perdente (Unione Democratica di Timor), sostenuto dall’Indonesia, scatena tre settimane di Guerra Civile, nel corso della quale i Portoghesi - che continueranno a mantenere giuridicamente il controllo del territorio fino alla fine del 1999 - abbandonano frettolosamente e di notte Timor Est al suo destino. Il FRETELIN vincitore comincia a organizzare il Paese. L’Indonesia inizia subito le incursioni paramilitari lungo la fascia di frontiera, partendo dalle basi di Timor Ovest. L’Occidente non interviene, preoccupato dalla crescente presenza comunista nel sud est asiatico (ricordo che si temeva l’effetto «domino», in tutta l’area, teorizzato da Kissinger dopo la caduta dei Governi sostenuti dagli Stati Uniti in Vietnam, nel Laos e in Cambogia nel mese di aprile dello stesso anno). Il 7 dicembre del 1975 Giakarta invia una forza di «volontari» a Dili e Baucau (a Dili viene anche effettuato un lancio di paracadutisti; il caso vuole che i primi paracadutisti che
i timoresi hanno visto scendere dal cielo dopo di allora sono stati quelli della «Folgore», che 24 anni dopo nella stessa data hanno effettuato un lancio in occasione di una riuscita manifestazione sportiva). Inizia così l’occupazione da parte dell’Indonesia, che nel luglio 1976 annette ufficialmente Timor Est quale 27a Provincia con il nome di Timor Timur, annessione mai riconosciuta dalle Nazioni Unite e senza prese di posizione internazionali. Nei 6-7 anni successivi si registrò la morte di più di 300 000 timoresi (pari al 44% della popolazione). Forse non tutti sanno che Timor Est (che aveva già subito 65 000 morti 13,5% - durante l’occupazione giapponese) è stata definita il «genocidio dimenticato», tenuto conto che per la sua dimensione percentuale (precede nella triste graduatoria l’Olocausto 33% e i Khmer in Cambogia 28,5%) è stato il più grande della storia umana. La comunità internazionale comincia a sollevare la questione di Timor Est verso la metà degli anni ’90, quando il Vescovo di Dili (Mons. Belo) e Ramos Horta, l’altro leader del FRETELIN (ora diventato FALINTIL - Forças Armadas da Libertação Nacional de Timor-Leste) che conduceva la guerriglia contro l’Indonesia dopo l’incarcerazione di Gusmao nel 1992, ricevono il Premio «Nobel» per la pace. Gli eventi che hanno portato all’intervento della Coalizione internazionale hanno origine nel maggio ’98 con la caduta, in Indonesia, del Presidente Suharto e la ripresa degli scontri a Timor Est. Nel febbraio del’99, Gusmao viene scarcerato e a maggio Indonesia e Portogallo si accordano per il voto di autodetermi-
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nazione.L’ONU fissa il referendum sotto il suo controllo per agosto. Il risultato, 78,5% favorevole all’indipendenza, rende più cruenti gli scontri già iniziati da qualche tempo da parte dei miliziani - sostenuti dalle Forze Armate regolari indonesiane - contrari all’autonomia. Si verificano massacri e deportazioni di massa. Il 10 settembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 1264, autorizza l’impiego di una forza militare multinazionale per il ristabilimento delle condizioni di pace. Le prime unità di INTERFET sbarcano a Dili il 20 settembre e iniziano le operazioni di controllo della capitale estendendole progressivamente a tutto il territorio di Timor Est. Alla formazione della Coalizione contribuiscono i Contingenti di 20 Nazioni, per complessivi 12 000 uomini circa nel momento di massima espansione della Forza, di cui 10 000 dell’Esercito, 1 500 della Marina e 500 dell’Aeronautica. In questo contesto si inserisce l’intervento del contingente nazionale.
ITALCON Venerdì 10 settembre 1999, nel corso di una riunione di Stato Maggiore a Roma, era stata esclusa la possibilità di un intervento italiano nella
crisi di Timor, che da molte settimane occupava le pagine dei giornali e teneva alte la tensione dell’opinione pubblica mondiale e l’attenzione dei Governi. Tanto che - a livello militare nazionale - era iniziata da qualche giorno una fase di studio e pianificazione per un eventuale intervento che avrebbe dovuto interessare le Forze Armate italiane in un’area che comunque si collocava molto al di fuori delle Regioni in cui si pensava potesse esserci un coinvolgimento nazionale. Invece domenica 12, quale Capo Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore dell’Esercito, in tarda mattinata, fui convocato per una riunione presso la Difesa. Lo scenario era cambiato, si partiva! Ancora non sapevo, lo seppi 5 giorni dopo, che sarei stato designato a ricoprire l’incarico di Senior National Representative della missione. L’ordine di approntamento delle forze partì subito e già il 16 settembre un primo Nucleo Avanzato di ricognizione atterrava in Australia per stabilire i contatti iniziali con i Comandi locali, che avevano assunto la leadership dell’operazione. Complessivamente furono mobilitati 570 uomini (l’arruolamento del personale femminile nelle Forze Armate iniziò solo l’anno successivo) delle tre Forze Armate e in particolare: un gruppo tattico della Brigata
Paracadutisti «Folgore», su base 187° reggimento con rinforzi del 9° reggimento «Col Moschin» e del 1° reggimento Carabinieri «Tuscania» (allora l’Arma era ancora nei ranghi dell’Esercito), Nave «San Giusto» della Marina Militare e 2 velivoli G222 della 46a Brigata Aerea dell’Aeronautica Militare, cui si unirono elementi specialistici (trasmissioni, genio, logistica) e Ufficiali per i Comandi della Coalizione. L’area di intervento, per quanto di interesse italiano, si estendeva dal territorio di Timor Est al nord dell’Australia. In particolare, in una base militare australiana di Darwin (a 720 km in linea d’aria da Dili, la capitale di Timor Est, 2 ore di volo e 36 ore di navigazione con gli assetti nazionali) erano dislocati, e lì rimasero stanziati per tutta la durata dell’operazione, il Distaccamento dell’Aeronautica con i due velivoli e il Nucleo di Supporto Logistico amministrativo del Contingente (il Centro Amministrativo d’Intendenza e il Reparto Logistico di Contingenza). Ma ritorniamo alle prime fasi di avvio dell’operazione. Il problema si presentava complesso. I tempi di intervento non consentivano di acquisire tutte le informazioni necessarie alla soluzione delle problematiche operative in maniera puntuale. La rapidità di schieramento faceva premio sulla scelta dello strumento più adeguato. Tuttavia, le Forze Armate, e in particolare l’Esercito che più degli altri è condizionato dallo scenario operativo per la composizione del proprio dispositivo, erano ormai sufficientemente sperimentate nelle cosiddette operazioni «fuori area» per affrontare questa nuova sfida nei tempi imposti dalle circostanze. Quasi tutti i Quadri della «Folgore» avevano maturato già allora notevole esperienza in numerose missioni, non ultima la Somalia dove il 187° era stato impiegato qualche anno prima. Non sapendo quale sarebbe stata l’area di operazioni, la foresta tropicale o un centro urbano, si pensò al-
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lora di portare al seguito una doppia dotazione di mezzi ruotati e cingolati, oltre ovviamente a un adeguato supporto logistico, tenuto conto della distanza del Teatro non solo dalla Madrepatria, ma anche dall’Australia, unico luogo ove sapevamo avremmo potuto reperire quanto logisticamente necessario. I vettori aerei e navali, civili e militari, che avrebbero portato dall’altra parte del globo il contingente, iniziarono subito le attività di caricamento che proseguirono freneticamente nelle giornate successive e, dopo appena 10 giorni da quella prima riunione presso lo Stato Maggiore della Difesa, i primi elementi avanzati della «Folgore» e Nave «San Giusto» partirono per l’Australia. Anche oggi, nonostante le numerose e difficili esperienze maturate in tante nuove missioni in Teatri complessi e lontani e il passaggio a Forze Armate professionali allora nelle fasi iniziali del processo, un simile calendario credo faccia tremare le vene nei polsi dei pianificatori militari e degli uomini e donne delle unità chiamate a intervenire. Uno degli aspetti che più preoccupava nelle fasi di approntamento era quello sanitario. Gli studi rapidamente condotti fecero emergere che numerose e pericolose erano le malattie endemiche presenti sull’isola. Si iniziò subito, pertanto, una profilassi ad ampio spettro, che comprendeva - tra le altre - le vaccinazioni contro il colera, la febbre gialla, la malaria e, soprattutto, l’encefalite giapponese, i cui vaccini risultavano disponibili solo in alcune Nazioni, ma non certo in Europa, e che era ritenuta portare alle estreme conseguenze qualora contratta. Le scelte adottate dalla Sanità militare risultarono all’esame dei fatti sicuramente vincenti, se si considera che il Contingente nazionale registrò complessivamente solo alcuni casi di febbre emorragica (la dengue), contro cui non esiste profilassi preventiva, mentre altre Nazioni subirono perdite più significative, soprattutto
per la malaria e altre infezioni. Quanto agli equipaggiamenti individuali specifici, l’Esercito aveva nella sua disponibilità le zanzariere, sperimentate in Somalia e Mozambico, per difendersi dalle punture degli insetti durante il riposo, ma non molto di più per quei climi tropicali in cui non aveva mai operato a livello di unità organiche (e forse allora non pensava avrebbe mai avuto questa necessità). Si trattò dunque di acquisire sul mercato alcuni capi di corredo anche sulla base delle esperienze e dei suggerimenti di altri Eserciti, segnatamente i neozelandesi e gli australiani, con cui ci saremmo confrontati, ma questo lo vedremo più avanti. Al fine di un inserimento graduale in Teatro che tenesse anche conto dei tempi di effettiva efficacia delle vaccinazioni (quella contro l’encefalite giapponese fu possibile effettuarla solo in Australia) e di un minimo di acclimatamento preventivo alle temperature e alle difficoltà ambientali che avremmo incontrato nell’area e per le quali non era stata
possibile alcuna preparazione, fu deciso di stazionare alcuni giorni in Australia, consentendo così anche di confrontare e verificare le procedure d’impiego con i colleghi australiani, che costituivano l’ossatura della Coalizione con cui non avevamo mai operato prima. Così i Paracadutisti della «Folgore» furono schierati per la prima settimana a Townsville, sulla costa nord orientale dell’Australia e poi trasferiti a Darwin per
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l’ultimo balzo verso Timor.
LE OPERAZIONI L’Area di Operazioni assegnata al Contingente italiano era incentrata sulla parte orientale della città di Dili e le zone limitrofe a est e a sud della Capitale. Da quel momento tutta la pianificazione e l’organizzazione delle attività passò nelle mani del Contingente. Il periodo passato in Australia fu utile anche per una verifica degli equipaggiamenti e per l’acquisizione degli elementi delle dotazioni individuali necessari per quel Teatro. Fu così che con il CAI acquistammo un cappello a larga tesa, per difenderci dal sole ma anche dai copiosi e frequenti acquazzoni tropicali, anfibi leggeri e adatti a essere impiegati a quelle temperature e in terreni acquitrinosi, un combatjacket (poi diventato di uso comune in tutte le missioni) per incrementare la funzionalità del trasporto del munizionamento, del pacchetto di medicazione individuale e di altri piccoli oggetti (le buffetterie allora in uso risalivano concettualmente a prima del Primo conflitto mondiale), un foulard per consentire di ovviare parzialmente agli effetti della sudorazione (le sciarpe a rete di lana in dotazione mal si confacevano alle temperature locali), un machete per i movimenti nella giungla. E finalmente fu il momento di trasferirci in Zona di Operazioni. La nostra, seppure in piccola scala, fu probabilmente (io credo certamente) la prima vera operazione interforze italiana che coinvolse tutte e tre le Forze Armate contemporaneamente in maniera sinergica, almeno dopo il Secondo conflitto mondiale. In particolare, nelle fasi di deployment e re-deployment sull’isola. Pianificammo una presa di terra che sebbene in ambiente non ostile (ma di questo si ha piena consapevolezza solo a posteriori) - comportava il contemporaneo impiego dei G-222
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sull’aeroporto di Dili e di Nave «San Giusto», alla fonda di fronte alla Capitale, da cui rapidamente sbarcammo uomini, mezzi e materiali con l’aiuto delle unità da sbarco e degli elicotteri SH3D. L’operazione destò l’ammirazione dei Comandi della Coalizione, in particolare tenendo conto che venivamo dall’altra parte del mondo. Ma ciò che più di tutto meravigliò il Comandante di INTERFET (il Generale di Divisione Cosgrove, dell’Esercito australiano) fu la rapidità con la quale i Paracadutisti del 187° reggimento occuparono e organizzarono l’area assegnata, arrivando a dichiararsi pronti per l’attività operativa con più di 24 ore di anticipo sui tempi pianificati, unitamente alla completezza delle dotazioni e alla perfetta autonomia logistica di cui disponevano. In altri termini, nessun Contingente - se si escludono australiani e neozelandesi che comunque partivano da «poco» lontano - disponeva di un complesso di forze di terra, di mare e dell’aria così articolato e completo come quello italiano e questo il Comandante della Coalizione non omise mai di sottolinearlo. Lo scenario che accolse i militari italiani al momento dello sbarco apparve subito terribile. La città di Dili appariva completamente distrutta e le immagini riprese dagli elicotteri erano evidenti. La popolazione era inesistente e ci spiegarono che si era rifugiata sulle montagne per sfuggire ai massacri e alle devastazioni. Cominciò nuovamente a tornare in città solo dopo alcuni giorni, quando si rese conto che il controllo del territorio acquisito dalla Coalizione era pressoché totale, almeno nei centri abitati, e la forza dispiegata tale da scoraggiare ogni iniziativa violenta. La condotta delle operazioni in quel difficile e non usuale scenario va a tutto onore dei Soldati, dei Marinai, degli Avieri e dei Carabinieri che vi parteciparono. Raccontarlo oggi è semplice, ma altrettanto non fu allora. Operare in quei climi particolar-
mente ostili, con il pericolo sempre imminente di contrarre gravi malattie, navigare in quelle acque dai fondali insidiosi e spesso molto agitate, volare in quei cieli in stagioni caratterizzate da frequenti e violenti tifoni (si pensi che nel 1974 la città di Darwin fu praticamente rasa al suolo da uno di questi fenomeni naturali), senza una preparazione preventiva e uno specifico addestramento, perché mancò la possibilità di realizzarlo, è stato un risultato
momento della nostra partenza. Ma questa non è una eccezione per i Soldati italiani! Le operazioni sul terreno terminarono il 14 febbraio e dopo tre giorni, con un’operazione di re-deployment analoga allo schieramento, il contingente si imbarcò a Dili su Nave «San Giusto» diretto a Darwin dove gli uomini della «Folgore» rientrarono in aereo a Pisa. Nella stessa data i velivoli e la nave mossero verso l’Italia. Nave «San Giusto» attraccò al porto di Livorno il 27 marzo, accolta dal Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi. Il Contingente al completo si riunì per l’ultima volta e con questo atto si dichiarò conclusa la missione di ITALCON a Timor Est.
CONCLUSIONI
che solo chi ha vissuto quei momenti può realmente apprezzare. Le operazioni a terra si svolsero come è consuetudine delle Forze Armate italiane. Controllo del territorio, aiuti umanitari, l’«italian way» trovarono un ambiente particolarmente favorevole tenuto conto che la religione cattolica professata dalla stragrande maggioranza della popolazione faceva apprezzare più di altri gli uomini venuti dall’Italia. In ciò il contingente fu aiutato in particolare da una Comunità di Suore Canossiane che avevano subito perdite nel corso degli scontri e che ci accolsero con entusiasmo diventando anche le facilitatrici dei nostri primi contatti con gli abitanti dell’isola. Questi, se ci accolsero con qualche cautela all’inizio, visto che uomini con uniformi simili alle nostre avevano sparso il terrore fino a pochi giorni prima, ci salutarono in lacrime al
La missione a Timor Est è stata un banco di prova importante per le Forze Armate italiane, che da quasi un decennio erano costantemente impiegate in vari Teatri Operativi, ma che mai prima di allora si erano spinte così lontano e con un preavviso di impiego così ridotto. Dopo di allora molte altre storie sono state scritte, molti militari italiani sono caduti nei Teatri di Operazioni, ma credo che chi è stato a Timor ricordi con particolare orgoglio quella missione e io sento il dovere di ringraziarli ancora una volta per quello che hanno fatto. Oggi Timor Est è una Nazione, membro delle Nazioni Unite, che siede a pieno titolo nel consesso internazionale e se questo è stato possibile è anche grazie al contributo dell’Italia, che seppe affrontare con grande consapevolezza e senso di responsabilità quell’impegno che la Comunità internazionale reclamava. Giorgio Cornacchione Generale di Corpo d’Armata, Consigliere Militare del Presidente del Consiglio dei Ministri, già Comandante del Contingente Italiano di INTERFET
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ISAF L’INIZIO
CONTINGENTE «ISAF» Assetti nazionali impiegati
LA MISSIONE INTERNAZIONALE Dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, dell’11 settembre 2001 e a seguito della caduta del Regime talebano, causata dall’intervento di una Coalizione internazionale a guida statunitense, l’Italia ha aderito alla Forza multinazionale dispiegata in Afghanistan, denominata ISAF (International Security Assistance Force). Questa, nel quadro degli accordi di Bonn del 5 dicembre 2001 e su mandato ONU (Risoluzione n. 1386 del 20 dicembre 2001, del Consiglio di Si-
curezza), si è schierata allo scopo di assistere l’Interim Authority afghana a: realizzare un Governo di riconciliazione multietnico; stabilizzare la situazione nella capitale e aree limitrofe; creare le condizioni atte a reintegrare il Paese quale membro responsabile della Comunità internazionale; condurre attività di pattugliamento; garantire il supporto al Governo afghano nella ricostruzione del Paese (anche nel campo umanita-
rio); garantire assistenza nella costituzione di nuove strutture di sicurezza, incluse le Forze Armate e il loro addestramento. I contingenti di ISAF operano con regole d’ingaggio che si richiamano ai principi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Iniziata come Missione Multinazionale è passata successivamente sotto il comando della NATO. La missione iniziale è a guida inglese e comprende circa 4 600 uomini e donne provenienti da 18 Nazioni.
ITALFOR Il Contingente Italiano, con una forza di circa 360 uomini e 200 mezzi vari arriva in Afghanistan tramite 25 missioni di C-130, 15 di Iliushin 76 e 15 di Antonov 124. Il trasferimento in Teatro si completa il 4 febbraio 2002. ITALFOR, al comando dell’allora Colonnello Giorgio Battisti, è articolato in assetti tattici, specialistici e logistici
• Personale impiegato a terra: 360 uomini; • Comando contingente; • una compagnia di sicurezza; • un reparto Carabinieri; • una compagnia genio guastatori; • una compagnia C4; • un G.S.A. a livello compagnia; • un plotone NBC; • un distaccamento operativo incursori.
di diversa capacità e si compone di: • Comando contingente; • un vice Comandante per le unità dell’Esercito e un Comandante per il reparto Carabinieri; • una compagnia di sicurezza per il Comando ISAF, tratta dal reggimento Cavalleggeri «Guide» (19°) con inserito un plotone Carabinieri, tratto dal 1° reggimento Carabinieri paracadutisti «Tuscania»; • un reparto Carabinieri formato da un nucleo di Polizia Militare e dal citato plotone; • una compagnia genio guastatori, tratta dal 10° reggimento genio guastatori con due nuclei EOD; • una compagnia C4, tratta dall’11° reggimento trasmissioni; • un Gruppo di Supporto di Aderenza, a livello compagnia, costituito da moduli tratti dal 1° reggimento di manovra, dal 6° reggimento di manovra, dal 10° reggimento trasporti, dal battaglione logistico «Ariete» e dal reparto mezzi mobili campali della Scuola di Amministrazione e Commissariato; • un plotone NBC, tratto dal 7° reggimento Difesa NBC; • un distaccamento operativo incursori, tratto dal 9° reggimento paracadutisti d’assalto «Col Moschin». ITALFOR si schiera in tre diverse località nell’area di Kabul: • il Comando del contingente pres-
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so il comprensorio dell’Ambasciata d’Italia; • la compagnia di sicurezza in una struttura del compound del Comando ISAF, «Fortino Italia»; • i supporti tattici e logistici, unitamente ad aliquote dei contingenti britannico, greco e spagnolo, nella ex caserma sovietica alla periferia Est di kabul, «caserma 57».
IL COMPITO DI ITALFOR La compagnia di sicurezza ha il compito di garantire la sicurezza del Comando della missione ISAF e partecipare alla sicurezza degli obiettivi sensibili all’interno dell’Area di Responsabilità della Force Protection. La compagnia genio provvede a fornire supporto diretto al contingente
nazionale e alla Forza multinazionale con lavori di protezione, di miglioramento della viabilità, di manutenzione specializzata su strutture di pubblico interesse in ambito cooperazione civile-militare, nonchè di bonifica da ordigni esplosivi. La compagnia C4 gestisce i servizi di telecomunicazione. Il plotone NBC svolge, in cooperazione con un’analoga unità del Regno Unito, attività di rivelazione chimica e radiologica delle aree, strutture e locali di interesse di ISAF, nonchè deve fornire il concorso agli organi sanitari nelle operazioni di disinfestazione e igienizzazione degli accantonamenti nazionali Il mandato iniziale della missione successivamente modificato, vede oggi ampliato l’impegno della NATO nel Paese, in tale ottica l’Italia ha assunto la responsabilità del Regional Command West.
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ISAF UN COMANDANTE ITALIANO A KABUL del comando dell’Operazione. Infatti, il Corpo d’Armata di Reazione Rapida («Nato Rapid Deployable Corps») di Solbiate Olona, di cui sono stato il Comandante dall’inizio del 2004 a settembre del 2007, è stato chiamato a svolgere per circa un anno (agosto 2005 - maggio 2006) le funzioni di Comando e Controllo di tutte le Forze militari impegnate in quella Missione di stabilizzazione. AFGHANISTAN: UNA MISSIONE DIFFICILE LA «SFIDA» E LA PREPARAZIONE Tra le situazioni di crisi internazionale che si sono determinate nel mondo negli ultimi trent’anni, quella in Afghanistan ha suscitato forse il maggiore coinvolgimento emotivo nell’opinione pubblica mondiale, in relazione agli eventi che l’hanno determinata (attacco alle due Torri negli USA e altri episodi terroristici in diversi Paesi), a causa delle elevate risorse finanziarie e di personale militare impiegate e considerati i poco rassicuranti precedenti storici, che hanno sempre evidenziato le grandi difficoltà delle operazioni militari in quel Paese asiatico. La Missione in Afghanistan è stata ed è tuttora il principale impegno nelle aree di crisi della Comunità internazionale, che esprime in quel Paese, su mandato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il maggiore contingente militare mai dispiegato nelle operazioni di stabilizzazione (circa 140 000 uomini appartenenti a 50 Nazioni). L’Italia, che ha partecipato sin dall’inizio alla Missione denominata ISAF (International Security Assistance Force), ha offerto un significativo contributo in termini di uomini e risorse finanziarie, ma ha avuto anche il privilegio di assumere la responsabilità
All’inizio del 2005, l’impegno che il Corpo d’Armata si accingeva ad affrontare nel Paese asiatico appariva come un sfida esaltante, ma piena di difficoltà. Personalmente, ero consapevole di quelle difficoltà, ma mi inorgogliva il pensiero che avremmo rappresentato l’Italia in un contesto internazionale ai massimi livelli. Quale Comandante dell’Operazione della NATO, avrei avuto alle dipendenze Comandi e Forze militari di decine di Paesi di-
versi, nella più complessa operazione svolta dall’Alleanza, e avrei assunto funzioni operative nel Teatro, a stretto contatto con Autorità internazionali e con quelle del Paese. Iniziammo, quindi, insieme agli appartenenti al Corpo d’Armata, un intenso lavoro di preparazione e di approntamento, che ci portò a studiare a fondo le caratteristiche della Missione e che si concluse con l’esercitazione per Posti Comando «Eagle Action». Le procedure d’impiego da mettere in atto nel Teatro afghano erano finalmente acquisite.
L’IMPATTO CON LE CARATTERISTICHE DEL PAESE E LA SITUAZIONE OPERATIVA Il confronto con la realtà ci dimostrò, sin dal nostro primo giorno di attività in Afghanistan (4 agosto 2005), come fosse appropriata la scelta di svolgere una preparazione molto approfondita e giustificata la nostra preoccupazione in merito al-
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la difficoltà dell’impegno. Il primo aspetto, che ritrovavamo nelle attività di tutti i giorni, era rappresentato dalle caratteristiche della popolazione e dalla sua particolare suddivisione etnica. Constatammo come fossero misere le condizioni della gente comune, che viveva in grande povertà, era colpita in molti casi da gravi malattie, aveva un bassissimo livello di istruzione, aveva patito menomazioni o infermità legate alle vicende belliche. Percepimmo immediatamente in quella gente un senso di forte sofferenza e quasi di rassegnazione, legate ai trent’anni di guerre che il Paese aveva ininterrottamente vissuto. Ci rendemmo conto immediatamente come il grande numero delle etnie (oltre 10), dei clan, delle lingue e degli idiomi fosse causa di un’accentuata differenzazione sociale della popolazione e di uno scarso sentimento di unità nazionale. In questa difficile situazione sociale, economica ed etnica, si inseriva l’opera disgregatrice dell’estremismo religioso che, attraverso i «movimenti talebani», interpretava in modo strumentale il «Corano» per fini di lotta politica e contro la presenza degli stranieri, inducendo talvolta, in frange di popolazione, at-
teggiamenti circospetti nei confronti delle Forze internazionali. Un’altra caratteristica del Paese si manifestò subito in tutta la sua delicatezza e complessità: il traffico della droga, di cui avevamo già conosciuto gli aspetti durante il periodo di preparazione in Italia, ma la cui gravità ci risultò chiara appena arrivati in Afghanistan. Constatammo come, sul territorio afghano, operasse una ramificata organizzazione criminale dedita a quel traffico, che condizionava la vita della popolazione e lo sviluppo economico della Nazione. Una organizzazione spesso collusa con le strutture criminali locali e con personaggi di spicco delle diverse regioni, i cosiddetti signori della guerra. Tutto ciò determinava, per le Forze internazionali, la necessità di contrastare con determinazione la criminalità che alimentava quel traffico, controllando le aree dove la droga veniva coltivata e dove - si immaginava avrebbe potuto essere successivamente raffinata. Al Comando dell’Operazione, a sua volta, spettava il compito di concordare con le Autorità afghane le attività di sradicamento delle coltivazioni di oppio e di coordinare con i Comandi subordinati le operazioni di ricerca e repressione
delle basi dei trafficanti. Ma il rischio a cui, nelle attività operative e nelle situazioni di stasi, dovemmo immediatamente rivolgere la maggiore attenzione era rappresentato dalle minacce e dagli attacchi terroristici. In Afghanistan, nelle impervie contrade di confine con il Pakistan e nelle aree più inaccessibili del Paese, si erano costituite basi di Al Qaeda, composte da afghani e da stranieri, che operavano con una modalità d’azione fino ad allora sconosciuta nel Paese: l’attentato suicida. Ad essa si sommavano, in una tragica «escalation» di violenza, gli attentati perpetrati dagli stessi talebani e dalla criminalità comune, utilizzando ordigni improvvisati e artigianali. Erano tutte minacce difficilissime da contrastare e le Forze internazionali di ISAF dovettero prendere immediata coscienza del fatto che operavano contro un nemico multiforme, in presenza di rischi continuamente incombenti. Nel quadro delineato, il mandato dell’ONU stabiliva di sostenere il Governo centrale costituito a seguito delle elezioni del 2004 e agevolare il consolidamento della sua autorità su tutto il Paese. Il Presidente Hamid Karzai doveva poter svolgere in maniera reale e concreta le sue funzioni. Per assolvere il mandato dell’ONU, la responsabilità della Missione ISAF venne estesa, durante il periodo del mio comando dell’Operazione, dall’area di Kabul a tutto il Paese, che venne ripartito in aree regionali assegnate a Comandi a livello Divisione/Brigata dei maggiori Paesi contributori. La prima area a Nord, con Comando a Kunduz, era a guida tedesca; la seconda a Ovest, con Comando a Herat, a guida italiana; la terza a Sud, incentrata su Kandahar, a guida britannica; la quarta a Est, con Comando a Bagram, a guida statunitense. Ad esse si aggiungeva il settore della Capitale, a Kabul, in quel periodo anch’esso a guida italiana.
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LA FORMAZIONE DELLE FORZE DI SICUREZZA E IL SOSTEGNO ALLA POPOLAZIONE Ma il mandato assegnato alle Forze internazionali poneva anche l’accento sulla necessità di sostenere le riforme essenziali per il progresso democratico del Paese. Di condurre, in sostanza, a fianco delle operazioni militari tradizionali (cinetiche), attività con caratteristiche diverse (non cinetiche), ma ugualmente essenziali per il pieno successo della Missione. Tra le riforme, una delle più importanti e di esclusiva competenza del Comando ISAF era quella relativa alla crescita della capacità operativa delle forze di sicurezza afghane. Era un compito non facile quello di formare l’Esercito e la Polizia, considerato che quelle strutture erano state ricostituite praticamente dal nulla nel 2002 e che, per ottenere i risultati auspicati, bisognava disporre di istruttori preparati e forniti dalle Nazioni contributrici. Il Comando dell’Operazione avviò rapidamente la costituzione delle prime unità internazionali destinate a tale scopo, gli OMLT («Operational Mentoring and Liaison Team») per l’addestramento dell’Esercito, i nuclei di polizia per la formazione delle omologhe unità afghane e quelli della Guardia di Finanza per l’addestramento del personale addetto al controllo delle Dogane e dei passi confinari. Il risultato delle attività di questi Organismi per l’addestramento e la formazione fu immediatamente evidente e grazie a essi le strutture afghane di sicurezza elevarono sensibilmente la loro capacità operativa. L’altro aspetto, insito nel mandato e sempre ricorrente nelle operazioni di stabilizzazione di aree fortemente colpite dai conflitti, era rappresentato dalle attività di ricostruzione delle infrastrutture e di sostegno alla popolazione. I PRT «Provincial Recostruction Team»), unità destinate alla ricostruzione della società locale impiegando sinergicamente potenzialità mili-
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tari e delle organizzazioni civili, sono stati i terminali operativi attraverso i quali l’Operazione ISAF ha realizzato efficacemente il concreto aiuto alla ricostruzione. Un aiuto che si è configurato nella costruzione di scuole e nella realizzazione di strade, pozzi, secondo le esigenze evidenziate dalle comunità locali. Per quanto attiene al sostegno della popolazione, decisi di incentivare le iniziative della cooperazione, ottimizzando gli aiuti provenienti dall’estero e in particolare dall’Italia. I beni raccolti, stoccati, controllati e spediti in Afghanistan venivano quindi distribuiti, in un’ottica di oculata ripartizione delle risorse disponibili e rispettando chiare priorità (scuole, ospedali, famiglie particolarmente bisognose).
ship» italiana e grazie alla sicurezza fornita dalle Forze di ISAF, è avvenuto l’evento più significativo e più seguito dall’opinone pubblica mondiale della storia del «nuovo» Afghanistan: le elezioni parlamentari che hanno permesso al Paese di avere, dopo oltre trenta anni, un Parlamento democraticamente eletto. Credo ancora che il Comando della Missione, espressione del modo di operare italiano, abbia fortemente influito, pur nel pieno rispetto dei compiti assegnati dalla NATO, sulla condotta dell’Operazione, a cui partecipavano uomini e donne di 40 Paesi diversi. Una condotta caratterizzata dal peculiare «approccio» nazionale ai difficili compiti della stabilizzazione di aree di crisi. Un «approccio» che si contraddistingue per la grande atten-
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE SULL’IMPEGNO NAZIONALE IN AFGHANISTAN
zione alla cultura dei Paesi ospitanti, alle loro tradizioni e ai loro costumi e, soprattutto, per il riguardo della dignità delle persone con cui si viene a contatto. Un «approccio» che tanti riconoscimenti ha sempre assicurato all’Italia, da parte delle popolazioni delle aree da stabilizzare e delle Autorità militari e civili internazionali.
In conclusione, credo si possa affermare, senza tema di smentite, che l’assunzione da parte dell’Italia, per quasi un anno, del comando dell’Operazione ISAF, una delle missioni più difficili mai condotte dalla NATO, abbia assicurato al nostro Paese grande rilievo, elevandone l’immagine internazionale. Basti al riguardo ricordare che, proprio nel periodo di quella «Leader-
Mauro Del Vecchio Generale di Corpo d’Armata, Senatore della Repubblica, già Comandante dell’Operazione ISAF in Afghanistan
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IL VOLO DEL NIBBIO LA MISSIONE DEL CONTINGENTE «NIBBIO 1» IN AFGHANISTAN, NEL 2003
CONTINGENTE «NIBBIO»
dopo oltre quattro mesi di permanenza in Afghanistan e dopo tre mesi di controllo della Provincia di Khost al confine con il Pakistan, a ragione considerata una delle più turbolente del Paese.
Assetti nazionali impiegati • Personale: 1 000 uomini e donne; • Comando contingente nazionale; • Task Force «Nibbio 1» articolata su: •• Comando Task Force; •• un battaglione alpini articolato su: ••• due compagnie alpini; ••• una compagnia alpini paracadutisti; ••• una compagnia mortai pesanti da 120 mm; ••• una compagnia controcarri; ••• un plotone Forze Speciali; ••• un Gruppo di supporto di aderenza; ••• una compagnia genio con capacità EOD; ••• una batteria acquisizione OBJ; ••• un plotone NBC; ••• un plotone Carabinieri.
L’Italia ha partecipato alle operazioni terrestri in Afghanistan nella lotta contro il terrorismo internazionale, nell’ambito dell’Operazione «Enduring Freedom», con un Contingente, «Nibbio», di 1 000 uomini (e donne) nel periodo febbraio-settembre 2003. La durata della missione è stata di 180 giorni dal Trasferimento di Autorità (ToA – Transfer of Authority), avvenuto il 15 marzo 2003, con una turnazione delle forze a metà periodo. Al Contingente «Nibbio 1», su base Brigata Alpina «Taurinense», si è alternato il 15 giugno 2003 il Contingente «Nibbio 2», su base Brigata Paracadutisti «Folgore». Il Contingente «Nibbio 1» è rientrato in Patria alla fine di giugno 2003,
ORIGINE DELLA MISSIONE L’Operazione «Enduring Freedom» è stata avviata dagli Stati Uniti nell’ottobre 2001, a seguito degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, sulla base di una serie di Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (1) che ne focalizzavano gli scopi alla stabilizzazione e alla ricostruzione dell’Afghanistan sotto il legittimo Governo. L’Operazione s’inseriva nel quadro della guerra globale contro il terrorismo internazionale (Global War Against Terrorism/GWAT) e impegnava una Coalizione di oltre 70 Paesi. Il Comando dell’Operazione era affidato al Central Command USA (USCENTCOM) (2) in Tampa (Florida, USA), dove erano rappresentati circa 40 Paesi dei 70 della Coalizione, mentre oltre 20 erano presenti con truppe o altri assetti nell’Area di Responsabilità (AoR) di CENTCOM. L’Operazione «Enduring Freedom» prevedeva quattro fasi: FASE I: pianificazione e schieramento delle forze nell’AoR di U-SCENTCOM; FASE II: campagna aerea in Afghanistan contro obiettivi d’interesse, attività umanitarie, sup-porto all’Alleanza del Nord e capitolazione del regime talebano; FASE III: impiego di unità a terra per neutralizzare le formazioni terroristiche ancora presenti in Afghanistan, dichiarazione di
«cessate il fuoco», avvio della pacificazione e stabilizzazione del Paese; FASE IV: impiego di unità a terra per prevenire il riemergere del terrorismo, supportare le operazioni umanitarie e provvedere all’addestramento dell’Esercito Nazionale Afghano (Afghan National Army/ANA). In Afghanistan era stato costituito dagli USA un Comando di Teatro del livello di Corpo d’Armata con sede a Bagram (60 km a NE di Kabul), denominato Combined Joint Task Force (CJTF) 180. L’intervento italiano si è inserito nella fase di transizione tra la III e la IV fase dell’Operazione. La fase IV è stata dichiarata dal Segretario per la Difesa statunitense il 1° maggio 2003 a Kabul che, nell’occasione, aveva formalmente annunciato il termine della guerra in Afghanistan. In Afghanistan, oltre ai contingenti impegnati nell’Operazione «Enduring Freedom», era presente nello stesso periodo una Forza Multinazionale di circa 5 600 militari della missione ISAF (International Security Assistance Force) che, in ottemperanza alla Risoluzione 1386 del 20 dicembre 2001 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (3), si era dispiegata nell’area di Kabul (4). Il trasferimento in Teatro, effettuato esclusivamente per via aerea, è iniziato il 9 gennaio 2003 con un’aliquota di personale (Advance Party) incaricata di porre in essere l’attività organizzativa necessaria per la successiva immissione del grosso delle forze. Lo spiegamento, supportato dal trasporto aereo strategico statunitense, si è concluso il 27 febbraio con 16
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missioni di C-130 J italiani e 68 missioni di C-17 USA. Il 15 marzo 2003 il Contingente, dopo circa un mese dedicato all’ambientamento e alla familiarizzazione con le procedure statunitensi, ha assunto la responsabilità della provincia di Khost, rilevando un battaglione di paracadutisti statunitense, ed è passato alle dipendenze operative del Comandante US della CJTF 180.
La regione è contraddistinta da due ampi bacini intermontani posti a quote differenti (Gardez, 2 300 m e Khost, 1 200 m), separati da una profonda barra montuosa con rilievi che superano anche i 3 000 m (quota media 2 270 m). L’area è attraversata dalle direttrici di collegamento con il Pakistan, alternative a quelle principali più a settentrione della valle del Kabul (Jalalabad-Khyber pass).
L’AREA DI OPERAZIONI Il Comando Contingente era situato a Bagram, in una delle due principali basi USA nel Paese (unitamente a Kandahar nel sud), con una componente logistica e una limitata riserva operativa, mentre la componente operativa – Task Force (TF) «Nibbio» – era dislocata a Khost nella parte orientale dell’Afghanistan, al confine con il Pakistan, nella cosiddetta «Sanctuary denial area». Khost risultava il principale avamposto della Coalizione in territorio potenzialmente ostile, da dove esercitare la presenza e condurre operazioni finalizzate al controllo del confine pachistano, utilizzato dai terroristi per infiltrarsi in Afghanistan. L’AoR della TF «Nibbio» comprendeva la Provincia di Khost e gran parte di quella di Paktya (5), aveva una superficie di circa 9 000 km 2 (pari alle Marche) e con 506 000 abitanti (orientativamente). La Provincia di Khost è un’area prevalentemente montuosa, già sede d’importanti centri di addestramento di Al Qaeda che, confinando con il Pakistan, si prestava a dare rifugio ai leaders ricercati. L’AoR era caratterizzata da una notevole complessità per l’aspra configurazione del territorio, le notevoli distanze, il pessimo stato delle linee di comunicazione (caratterizzate da forti pendenze, strettoie, gole e tratti in soggezione di quota), che determinavano una spinta compartimentazione della regione.
Il clima è di tipo continentale, secco, caldo in estate e con inverni freddi. Khost (detta anche Matun in lingua locale) è collegata via terra con Bagram, via Gardez-Kabul, da un’unica rotabile di difficile percorribilità per le sue limitate capacità (specie d’inverno) e per il percorso che si snoda in fondo valli o a mezza costa, rendendo molto rischioso il suo utilizzo da parte di colonne militari (6).
COMPOSIZIONE DEL CONTINGENTE Il contingente «Nibbio», di circa 1 000 uomini e donne, si articolava su: Comandante del contingente nazionale (National Contingent Commander – NCC), che agiva come massima autorità nazionale per l’intero Teatro afghano, dal quale dipendevano le forze italiane schierate sia per
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l’Operazione «Nibbio» sia per ISAF; Comando contingente nazionale, basato sul Comando Brigata Alpina «Taurinense»; TF «Nibbio 1», incentrata sul 9° reggimento Alpini (L’Aquila) della Brigata Alpina «Taurinense», con capacità operative diversificate grazie alla presenza di vari assetti specialistici. La TF «Nibbio 1» era articolata, a sua volta, su: Comandante del 9° reggimento Alpini; Comando 9° rgt. Alpini; battaglione Alpini «L’Aquila» su 2 compagnie fucilieri, 1 compagnia Alpini Paracadutisti, 1 compagnia mortai pesanti da 120 mm, 1 compagnia controcarro, 1 plotone Alpieri, reparto di Forze Speciali, Gruppo Supporto di Aderenza (GSA), 1 compagnia trasmissioni, 1 compagnia genio con capacità Explosive Ordnance Devices (EOD), 1 batteria acquisizione obiettivi, 1 plotone NBC (7), 1 plotone di Polizia Militare. Per il Contingente, per la prima volta dal dopoguerra (ad eccezione della prima missione in Libano 1980), era in vigore il Codice Penale Militare di Guerra (CPMG), ulteriormente adeguato al dettato costituzionale con la conversione in Legge del Decreto Legge 4/2003.
COMPITI DEL CONTINGENTE «NIBBIO» La TF «Nibbio» (circa 750 uomini) era schierata in una Base Operativa Avanzata del dispositivo della Coalizione, sita ad alcuni chilometri dalla città di Khost, denominata Foward Operative Base (FOB) «Salerno» (dal nome della località campana in cui hanno combattuto i reparti della 82a Divisione Paracadutisti statunitense nel settembre 1943) (8). La FOB «Salerno», provvista di striscia di atteraggio, era isolata, tatticamente e logisticamente, dai rimanenti presidi della Coalizione, soprattutto dalla Base arretrata italiana di Bagram, distante circa 300 km (2 giorni di viaggio).
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A circa 3 km dalla FOB il contingente presidiava un’altra base presso l’ex aeroporto (russo) di Khost, denominata «Chapman», dove esiste una seconda striscia di atterraggio. Annessa alla Base era dislocata la «fire base» con la componente a tiro curvo, costituita dalla 119a compagnia mortai del 9° reggimento alpini, che con 6 mortai Thomson Brandt da 120 mm RT-F1 concorreva alla sicurezza sia della FOB sia del distaccamento di «Chapman», fornendo il sostegno di fuoco a giro d’orizzonte. Il reparto doveva, inoltre, assicurare analogo supporto alle pattuglie che si muovevano in aree o lungo itinerari entro il raggio d’azione del munizionamento disponibile, nonché supportare i reparti della Task Force impegnati in attività operative/umanitarie nell’AoR. La missione assegnata al contingente era di concorrere con gli altri Paesi della Coalizione alla neutralizzazione ed eliminazione delle residue formazioni terroristiche, delle loro possibili basi logistiche e dei centri di addestramento ancora presenti nell’area di responsabilità, al fine di creare le condizioni di sicurezza e stabilità necessarie alla riedificazione dell’ordinamento afghano e al ristabilimento del suo legittimo ordine interno. Ancorché l’intervento italiano si sia
inserito nel momento di transizione dalla III alla IV fase della Operazione «Enduring Freedom», quando la presenza di terroristi era ridotta a sacche di combattenti senza soluzione di continuità, il compito assegnato alla TF presupponeva la condotta di operazioni di controllo del territorio e d’interdizione d’area, mediante attività sia dinamiche sia statiche di temporaneo presidio di aree sensibili, per negare la libertà di movimento agli avversari e impedire infiltrazioni dal Pakistan. Le attività dinamiche miravano, con una diffusa presenza sul territorio di pattuglie e complessi di forze itineranti, da un lato, a raccogliere informazioni e a ostacolare la libertà di movimento dei gruppi armati, dall’altro, a intensificare il contatto con la popolazione, anche attraverso la distribuzione di aiuti e interventi di ricostruzione e di sostegno alle istituzioni locali. Le attività si sono sviluppate spesso in ambienti particolarmente aspri, su valichi e sentieri che raggiungevano anche quote di 3 000 m, dove l’altitudine rallentava i movimenti e rendeva difficile la respirazione.
L’AVVERSARIO Le forze ostili, definite genericamente ACM (Anti Coalition Militant), erano composte da differenti gruppi non omogenei tra loro quali contrabbandieri, trafficanti di droga e di altro (armi, ecc.), nonché banditi comuni dediti alla rapina e al sequestro di persone per ottenere il riscatto, e – naturalmente – da residue formazioni di Talebani e di Al Qaeda. Queste ultime erano composte sia da elementi locali sia da altri provenienti dai Paesi abituali fornitori di «manovalanza», quali mercenari, ceceni e «arabi» (termine con il quale in maniera generica venivano indicati i mediorientali). La tattica adottata dall’avversario era quella della guerriglia e l’azione più ricercata era l’imboscata, che
meglio si adattava al territorio, all’armamento e alle tecniche utilizzate dal nemico (mitragliatrici pesanti, armamento leggero, attentati). Per il contingente la minaccia più immanente era costituita da azioni condotte contro forze impegnate in movimenti esterni con armi leggere, lanciarazzi controcarro RPG 7, lancio di bombe a mano e/o ordigni attivati a distanza lungo le rotabili e l’uso di razzi da 107/122 mm e mortai contro le Basi della Coalizione. La maggiore letalità del nemico era nelle fasi iniziali degli ingaggi/combattimenti per la sua agilità tattica a colpire e sganciarsi rendendosi obiettivo estremamente dinamico e difficile da agganciare. La presenza, entro il raggio di 30 km dalla FOB «Salerno», dei santuari dei terroristi in Pakistan alzava il livello di minaccia poiché era altamente remunerativo lanciare un attacco con la quasi certezza di non subire una ritorsione. L’incremento della minaccia locale era potenzialmente più aggressiva nella stagione estiva, quando gli avversari risultavano agevolati nei movimenti appiedati anche in alta quota, e ha richiesto l’adozione di opportune contromisure, quali evitare l’individuazione da parte del nemico delle differenti specialità componenti della TF, effettuare un piano di pattugliamento aperiodico, ridurre per quanto possibile le attività di routine, esercitare un maggior controllo nelle aree prossime alla base, incrementare l’osservazione dell’ambiente circostante ai presidi.
CONSIDERAZIONI Il contingente, oltre a pattugliare quotidianamente l’AoR di competenza, sia di giorno sia di notte, nei tre mesi di responsabilità ha condotto diverse Operazioni di controllo del territorio, spesso congiunte con reparti statunitensi, in un territorio dove la guerriglia è praticata per secoli.
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Particolarmente significative sono state due grandi operazioni effettuate con le unità USA della TF «Devil»: la «Unified Venture» e la «Dragon Fury». Catalogate come «Combat Operations», ovvero pianificate e realizzate tenendosi in misura di passare a una fase cruenta, con esse, per la prima volta, truppe italiane sono tornate a operare a quote elevate, sui 2 500-3 000 metri di altitudine, allo scopo di «sigillare» il confine con il Pakistan e interdirne i valichi di montagna. Nelle stesse operazioni, inoltre, è stata utilizzata per trasferimenti su grandi distanze la tecnica del Ground Assault Convoy (convoglio d’assalto terrestre) derivante dalle esperienze sovietiche nello stesso Teatro operativo (9). Con l’Operazione «Unified Venture», condotta durante i primi giorni del mese di maggio 2003, è stato effettuato il primo avioassalto a livello battaglione nella storia dell’Esercito Italiano (10). Uno dei protagonisti della missione «Nibbio 1» è stato il mortaio Thomson Brandt da 120 mm RT-F1, il cui impiego nel Teatro afghano è stato il primo in operazioni per quanto riguarda l’Esercito Italiano. La «relativa» leggerezza dell’arma, abbinata alla potenza derivante dal calibro e dalla varietà di munizionamento nonché alla possibilità di ricorrere all’elitrasporto, hanno fatto del mortaio la sorgente di fuoco a tiro curvo più appropriata per la missione del contingente, in grado di raggiungere con estrema precisione obiettivi posti fino a 13 km di distanza. Un altro protagonista della missione «Nibbio 1» è stato il C-130 J dell’Aeronautica Militare Italiana che, per la prima volta, è atterrato in zona di operazioni su di una pista in terra battuta semipreparata, come era quella di Khost per garantire dalla metà del mese di maggio i voli di resupply da Bagram a Khost (e viceversa). In questa attività si sono particolar-
mente distinti per perizia professionale, determinazione e ragionata valutazione del rischio gli equipaggi dell’Aeronautica Militare, che hanno sempre garantito un sostegno aderente alle esigenze. Le Regole d’Ingaggio (RoE) e le misure di protezione (Force Protection) adottate hanno assicurato la corretta cornice comportamentale entro la quale i militari hanno potuto agire con chiari riferimenti normativi e di sicurezza. La missione era stata preparata con cura in Patria sotto ogni aspetto per cercare di ridurre al minimo gli imprevisti in Teatro. La scelta del personale, la preparazione individuale e dei reparti è sta-
ta accurata e approfondita. I militari hanno effettuato in Patria un programma addestrativo finalizzato sia al potenziamento dell’efficienza fisica e delle capacità operative individuali sia alla preparazione di reparto all’ambiente e al compito da assolvere sia, infine, all’amalgama tra i vari assetti per raggiungere una adeguata omogeneità nel Contingente. La disponibilità di equipaggiamento tecnologico all’avanguardia, soprattutto quello individuale, ha consentito di conseguire la capacità di muovere e combattere «ognitempo», senza interruzione del ritmo delle operazioni, sfrut-
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tando, soprattutto, l’incapacità dell’avversario di fare altrettanto a fronte di una sua maggiore conoscenza del terreno. Se è vero che nella guerra sovieticoafghana, i «padroni» della notte erano i mujhaeddin, la situazione di oggi si è ribaltata; i veri «padroni» della notte sono gli uomini che possiedono gli strumenti per vedere e combattere causando perdite al nemico prima di essere individuati. Per assurdo, è l’ambiente diurno a essere più insicuro perché nega quelle capacità tecnologiche mettendo i guerriglieri sullo stesso piano dei reparti occidentali. I rapporti con gli Alleati, sostanzialmente limitati agli statunitensi, si sono sempre mantenuti su un piano di reciproca fiducia e rispetto: gli uomini e le donne di «Nibbio 1», hanno riscosso la stima e la considerazione dei soldati statunitensi con i quali hanno operato fianco a fianco. Sono risultati di fondamentale importanza, oltre al grado rivestito, alla professionalità, la conoscenza delle procedure e della lingua inglese, date per scontate in ambito multinazionale, la capacità di instaurare buoni rapporti interpersonali a tutti i livelli. Il Contingente ha subito nell’arco dei tre mesi di responsabilità della Provincia di Khost numerosi attacchi che, comunque, non hanno provocato nessun danno al personale, infrastrutture e mezzi: FOB «Salerno»: 3 attacchi, con lancio di razzi da 107/122 mm e con ordigni radiocomandati; base di «Chapman»: 7 attacchi, con lancio di razzi da 107 mm e con un’autobomba; personale della TF «Nibbio 1»: 2 attacchi con armi automatiche e lancio di bombe a mano.
CONCLUSIONI La missione «Nibbio» ha costituito una «svolta» nell’impiego delle Forze Armate, in quanto i Soldati italiani hanno partecipato per la prima
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volta dalla fine della Seconda guerra mondiale a una missione combat di controguerriglia, risultata (sino ad allora) una delle più complesse e rischiose affrontate per il livello di minaccia costantemente elevato, l’aspra configurazione del territorio, le notevoli distanze dalla madrepatria, il pessimo stato delle linee di comunicazione. I risultati non si sono misurati nella quantità di avversari neutralizzati o nel numero di armi sequestrate, ma bensì nel numero di eventi negativi che non si sono verificati nell’area sotto il controllo della Task Force «Nibbio 1», quale conferma del livello di stabilizzazione conseguito. Coscienti della missione assegnata e consapevoli dei rischi e della minaccia da affrontare, i soldati hanno assolto i propri compiti con grande professionalità e determinazione, dando prova di non comune capacità di adattamento in un ambiente ostile e non solo per la presenza avversaria, senza mai registrare cali di tensione. Consapevoli dei rischi da affrontare, sono andati giornalmente sul terreno per verificare la situazione, incontrare la popolazione, guadagnandosi la loro fiducia e il rispetto, mostrando un’elevata capacità di combattimento e una credibile forza dissuasiva. Lo strumento a disposizione per fronteggiare queste difficoltà è stato la preparazione, la forza di volontà, la fierezza e l’onore di rappresentare l’Italia in ambito internazionale: le situazioni affrontate hanno richiesto coraggio fisico, fermezza d’animo ed equilibrio interiore. Essi hanno provato emozioni forti e si sono confrontati con un ambiente ostile, e non solo per i rigori del tempo o per l’asprezza dei luoghi, ma anche e soprattutto per le situazioni affrontate. Le sei «Alpine» presenti nel contingente (primo impiego di donne all’estero), non hanno manifestato alcuna difficoltà d’ambientamento e
di assolvimento dei compiti loro assegnati, caratterizzandosi per una motivazione sicuramente al di sopra della media. Gli Alpini del contingente, che costituivano oltre la metà della forza e la componente principale dei reparti di manovra, hanno dimostrato, nella missione «Nibbio 1», la consueta versatilità d’impiego e accentuata autonomia operativa della specialità, che li ha portati a operare negli oltre 140 anni di storia in tutti gli scenari dove è stato protagonista l’Esercito Italiano: dall’Africa Orientale a quella Settentrionale, dalle Alpi ai Balcani, dalla Cina alla Russia. Giorgio Battisti Generale di Corpo d’Armata, Comandante del NATO Rapid Deployable Corps (Italy), già Comandante del contingente «Nibbio 1»
NOTE (1) Tra cui la n. 1368 (12 settembre 2001) e la n. 1373 (28 settembre 2001). (2) L’area di responsabilità di USCENTCOM comprendeva: Afghanistan, Egitto, Sudan, Gibuti, Kenya, Etiopia, Eritrea, Somalia, Seychelles, Arabia Saudita, Giordania, Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Yemen, Iran, Iraq, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Pakistan. (3) Risoluzioni n. 1378 e n. 1383 relative, rispettivamente, all’accordo di Bonn sull’istituzione di un’Autorità ad Interim e all’impegno internazionale ad assicurare protezione e sicurezza territoriale e Risoluzione n. 1386, che autorizzava il dispiegamento dell’ISAF. (4) ISAF agiva sotto il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, con il compito di assistere l’«Autorità Afghana ad Interim», insediata a Kabul il 22 dicembre 2001, a mantenere un ambiente sicuro nella città di Kabul e nelle aree limitrofe, nel quadro degli Accordi di Bonn (5 dicembre 2001). Il Comando dell’opera-
zione ruotava su base semestrale. (5) La suddivisione in due province di questa regione del Paese è la stessa attuata al tempo dell’invasione sovietica; durante il regime talebano, infatti, le stesse furono unificate nella Paktya con Gardez capoluogo. (6) All’epoca dell’occupazione sovietica la provincia di Khost è stata scenario di prolungati e violenti scontri, dove la guarnigione russa/afghana era pressoché isolata dalla guerriglia. La rotabile di collegamento con Gardez era quasi costantemente non agibile per le consistenti interruzioni effettuate dai mujhaeddin alla sede stradale. (7) La presenza del plotone NBC è una costante in ogni contingente impegnato all’esterno del territorio nazionale, soprattutto a scopo precauzionale, per la preventiva verifica delle aree di schieramento dei reparti da qualsiasi tipo di contaminazione ambientale di natura sia bellica sia industriale, in luoghi di norma particolarmente degradati da anni di conflitto, per attività di rivelazione chimica e radiologica di tutte le aree, strutture e locali d’interesse militare, con particolare attenzione agli accantonamenti e alle aree presidiate dal personale nazionale. (8) La FOB è un campo fortificato con condizioni di estrema rusticità dove la qualità della vita e le comodità sono trattate in subordine rispetto alle prioritarie esigenze di sicurezza che, secondo la concezione statunitense, le unità occupano a rotazione per un periodo di tempo limitato per condurre operazioni sul territorio circostante. (9) Pattuglie motorizzate in grado di muovere in piena autonomia su lunghi percorsi, nella generalità dei casi non stradali, in territorio ostile o potenzialmente ostile. (10) L’avioassalto, quando effettuato in scenari caratterizzati da difficoltà di movimento via terra, tipici di regioni montagnose e prive di rete stradale come l’Afghanistan, è una delle tattiche migliori per condurre azioni indipendenti e di sorpresa contro avversari che conoscono il territorio e hanno le loro basi in località remote e difficilmente raggiungibili.
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«ANTICA BABILONIA» «ANTICA BABILONIA» Assetti nazionali impiegati • Personale: circa 3 000 uomini e donne; • una Brigata rinforzata con elementi interforze, specialistici, pluriarma, sanitari e della Croce Rossa; • una componente aeromobile cui hanno partecipato Marina, Aeronautica ed Esercito; • una componente navale della Marina Militare.
A seguito degli agghiaccianti attentati suicidi dell’11 settembre 2001, considerati dalla comunità internazionale un vero attacco al cuore degli Stati Uniti, si dava inizio alla cosiddetta «Global War On Terrorism» (GWOT), complesso di iniziative atte a combattere e debellare il terrorismo internazionale. Tra queste, di rilievo per gli effetti che ne sono derivati, la lotta ai cosiddetti Stati canaglia che, dopo l’intervento in Afghanistan, nel 2003 spinse gli Stati Uniti a dare avvio all’operazione «Iraqi Freedom» per destituire Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa e di appoggiare il terrorismo internazionale. Dopo l’aspro dibattito accesosi in seno alla comunità internazionale per le forti perplessità sulla reale utilità di un simile intervento, gli Stati Uniti riuscirono a coagulare intorno a loro una coalizione militare internazionale che, in tempi brevissimi, portò alla caduta del regime. Gli Alleati, prima ancora di quanto previsto nelle loro più ottimistiche previsioni, si trovarono, quindi, di fronte, al problema della ricostruzione del Paese e del ripristino di condizioni di vita accettabili per una popolazione oramai stre-
mata da oltre trent’anni di dittatura, costellati, tra l’altro, da numerosi conflitti, alcuni dei quali estremamente cruenti. È questo il contesto in cui si inquadra l’intervento militare italiano, motivato dalla consapevolezza del Governo italiano di non poter esimersi dall’obbligo di unirsi all’azione degli Organismi Internazionali impegnati nella rinascita dell’Iraq e nella pacificazione dell’area. L’8 giugno 2003, i primi militari del Contingente nazionale si schierarono nella Provincia di Dhi Qar (il controllo della Provincia passò definitivamente sotto la responsabilità italiana il successivo 15 luglio) per affrontare la nuova sfida che si presentava di estrema complessità con notevoli insidie sia di carattere operativo sia culturale.
IL COMANDO DEL CONTINGENTE La decisione nazionale fu quella di costituire un contingente joint (di-
verrà combined con l’inserimento delle truppe rumene nell’ambito della stessa Provincia di Dhi Qar), senza avvalersi di una struttura preesistente. Il Comando, con compiti di Senior National Rappresentative (SNR), costituiva l’interfaccia con il Quartier Generale della Divisione britannica schierata a Bassora, responsabile della MultiNational Division South East (MND-SE). Al SNR facevano capo le responsabilità del supporto logistico amministrativo della Brigata, schierata ad An Nasiriyah, che, su base Brigata bersaglieri «Garibaldi», comprendeva unità terrestri e aeree, come pure un reggimento Carabinieri e assetti specialistici della Croce Rossa. Dal Comando Joint, inoltre, dipendevano nave «San Giusto», integrata nel dispositivo alleato operante nel mare arabico, oltre a due dragamine e, per alcune settimane, due pattugliatori. Come accennato, il comando joint fu costituito ad hoc con personale delle diverse Forze Armate che, concentrato inizialmente presso il Coman-
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zi nazionali in un’unica Provincia costituiva una novità operativa, motivata dall’esigenza di garantire una maggiore visibilità nazionale ed evitare il frazionamento degli sforzi.
LINEE OPERATIVE La missione ricevuta: «IT JTF will conduct security and stabilization operations (SASO) within assigned AoR, according to UNSCR 1483, in order to create the necessary condition of security and stability to allow the incoming and distribution of HA and the country reconstruction», comprendeva una serie di «linee di operazione», inizialmente assicurate in toto dalle forze militari attesa l’assenza del preposto Coalition do Operativo di Vertice Interforze per un breve periodo di amalgama, si schierò in Teatro il 27 giugno 2003, inizialmente a bordo di Nave «San Giusto» e, appena ultimate le strutture a terra, in un’area desertica nei pressi dell’aeroporto di Bassora, inserita nel dispositivo di sicurezza britannico.
STRUTTURA DEL CONTINGENTE La forza comprendeva: un Comando Brigata schierato nella base di «White Horse»; un’unità di manovra di livello gruppo tattico su base 18° reggimento bersaglieri, il cui Comando era schierato a «White Horse», mentre alcune unità minori erano schierate su numerose basi distribuite sul territorio. Il gruppo tattico includeva: una compagnia del reggimento «San Marco», una Compagnia del reggimento lagunari «Serenissima», uno squadrone blindo «Centauro» del reggimento «Guide» (19°); un reggimento MSU dei Carabinieri; un’unità di supporto logistico su base 6° REMA, schierata a «Family Quarters»; un’unità genio su base 21° reggimento, anch’essa schierata a «Family Quarters»; una compagnia di difesa NBC; un reparto elicotteri (nelle
fasi iniziali dell’operazione, la componente elicotteri fu fornita alternativamente dall’Aeronautica Militare e dalla Marina Militare); un’unità CIMIC, su base Cimic Group South. Si è trattato di un contingente che, per una serie di ragioni, presentava sostanziali differenze rispetto alle precedenti, recenti esperienze operative delle Forze Armate italiane. In primis la composizione interforze, talvolta inusualmente adottata anche per formazioni di livello inferiore a quello del reggimento. Anche la concentrazione degli sfor-
Hite Horse nella sua fisionomia iniziale (luglio 2003).
Provisional Team (CPA), indiscutibilmente tutte orientate allo sforzo per consentire alle autorità locali di raggiungere al più presto condizioni di autonomia gestionale, parallelamente a migliori condizioni di vita. La zona risultò fra le più stabili dell’Iraq, almeno fino al tragico attentato del 12 novembre che comportò una profonda revisione dell’approccio del contingente nazionale.
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LA MINACCIA La situazione nel Paese era altamente dinamica. Gli attacchi terroristici all’Ambasciata giordana (7 agosto 2003), all’edificio dell’ONU in cui perse la vita il rappresentante a Baghdad (16 agosto 2003) e all’Ambasciata turca (14 ottobre 2003), scossero la comunità internazionale e rappresentarono la chiara evidenza che il livello di tensione poteva estendersi a macchia d’olio. Anche la componente sciita venne duramente colpita con sanguinosi attentati, quali l’autobomba di An Najaf (29 agosto 2003) alla moschea dell’Imam Ali, in cui perse la vita l’Ayatollah Baqr Al Hakim al termine della preghiera settimanale, e l’attentato ad Akila al Astemi (che morì il 25 settembre 2003 ) neo eletta nel Governo Provvisorio iracheno. Erano tutti indizi che il sentimento di opposizione alle forze occidentali stava crescendo e che le capacità organizzative delle forze dell’insorgenza stavano affinandosi sempre di più. Nelle Provincie del Sud, e in particolare a Dhi Qar, la situazione era sempre stata relativamente sotto controllo (anche se con il passare del tempo le condizioni di sicurezza si andarono a deteriorare), più che nel Nord, ove in particolare si ricordano i cruenti combattimenti nel cosiddetto triangolo della morte di Falluja-Baghdad-Tikrit. È questa la classica situazione che avvalora il noto concetto britannico di «battle for hearts and minds». Allorché era stato possibile garantire idonee condizioni di sicurezza e il funzionamento dei servizi essenziali, il consenso della popolazione si era mantenuto su livelli elevati. Quando le condizioni di sicurezza, deteriorandosi, avevano limitato lo sviluppo delle linee operative più propriamente CIMIC, tale consenso si è rapidamente ridotto, favorendo il riemergere delle forze insorgenti.
SECURITY SECTOR REFORM La «linea di operazione» security prevedeva, tra l’altro, la riforma del sistema di sicurezza e, soprattutto, l’addestramento delle forze di sicurezza locali. In particolare, la previsione era quella di costituire ex novo l’Esercito e le forze di polizia, nonché di riorganizzare le molteplici compagnie di sicurezza. Il progetto, di strategica rilevanza in quanto avrebbe consentito di reimpiegare proficuamente i resti delle disciolte Forze Armate irachene limitandone il passaggio nei ranghi dell’insorgenza, fu possibile solo grazie alla versatilità del contingente nazionale. Fondamentale fu, al riguardo, il ruolo del reggimento Carabinieri che fece conseguire alle locali forze di polizia ottimi standards di efficienza e operatività grazie a un programma, sviluppato su più livelli, che prevedeva il mentoring presso i maggiori centri di comando, come pure un’attività di prossimità presso le differenti stazioni di polizia sul territorio. Lo stesso sforzo condotto dalle unità dell’Esercito nei confronti del costituendo Esercito iracheno costituì motivo di vanto nel contingente
multinazionale e rappresentò l’elemento cardine della successiva exit strategy nazionale nel 2006, allorchè gli fu affidata la responsabilità operativa della Provincia di Dhi Qar. Quello della riforma e dell’aderente sostegno nella crescita dell’apparato di sicurezza locale costituirà una delle costanti dell’operato delle Forze Armate nazionali in operazioni di pace. Avviato embrionalmente già in Kosovo a favore delle milizie che avevano operato contro le forze serbe, in Irak il progetto iniziò ad assumere quella sistematicità che risultò di altissima efficacia nell’ambito della strategia posta in essere dall’Italia nelle operazioni.
ATTIVITÀ CIMIC Anche la linea di operazione «servizi essenziali» rivestiva una cruciale importanza per l’operato del contingente nazionale, in quanto funzionale al soddisfacimento dei servizi basici al popolo iracheno che, spesso, confrontava il livello di qualità di vita garantito dalla Coalizione con quello dei tempi del regime di Saddam Hussein. Molteplici furono i campi che richiesero l’impiego dei militari; fra i
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tanti giova ricordare quelli dell’energia elettrica, della distribuzione dell’acqua potabile e della sanità. Un esempio particolare fu quello dei combustibili. Nonostante possa sembrare assurdo per la grande quantità di petrolio grezzo esistente nel Paese, uno dei problemi più seri da affrontare fu quello dei combustibili, tanto per uso domestico quanto per il funzionamento delle infrastrutture pubbliche. La mancanza di un sistema di approvvigionamento e distribuzione efficiente costituiva una delle principali cause di malcontento della popolazione, anche per l’espandersi del mercato nero che portava i prezzi a livelli assolutamente insostenibili con code interminabili presso i distributori di benzina. Per cercare di porre un freno a tale situazione, gli organi CIMIC avviarono un piano di approvvigionamento di special benzene dalla raffineria di Shaiba (Bassora), pur in presenza di elevati rischi per le interminabili autocolonne di carburanti che transitavano per la non breve tratta, per consentire un approvvigionamento regolare della raffineria di An Nasiriyah, che riuscì in breve tempo a riavviare una produzione regolare di benzina sufficiente a soddisfare le esigenze della Provincia.
Tale esempio è emblematico per rappresentare la complessità delle operazioni da porre in essere da parte delle strutture CIMIC del contingente nazionale, che si trovarono, in condizioni di sicurezza talvolta al limite, ad affrontare compiti destinati ad avere un impatto determinante nell’assolvimento del compito globale del Contingente.
CONCLUSIONI L’Iraq di Saddam Hussein ha rappresentato, dopo l’Afghanistan, l’obiettivo della cosiddetta politica di prevenzione degli Stati Uniti, sia per il pericolo rappresentato dalla possibile deriva verso armi di distruzione di massa sia per i legami con gruppi terroristici altamente temibili e con evidenti sentimenti anti-americani. Il dibattito internazionale che ne scaturì non fu privo di contrasti, in quanto l’efferato attacco di New York era stato invocato a gran voce in occasione della campagna in Afghanistan e riconosciuto quasi unanimemente dalla comunità internazionale essendoci la certezza che Osama Bin Laden trovasse rifugio nel Paese. Di contro, tale tesi risultava decisamente più debole nei con-
fronti dell’Iraq ed erano numerosi gli autorevoli pareri internazionali che ritenevano le motivazioni degli Stati Uniti eccessivamente enfatizzate. La dura opposizione di Francia, Germania, Russia e Cina non consentì agli anglo-americani di ottenere una risoluzione inequivocabile da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avrebbe legalizzato l’intervento agli occhi del mondo intero. Il Parlamento italiano autorizzò l’intervento, nell’immediato periodo post bellico, con compiti di sicurezza al fine di garantire la distribuzione di aiuti umanitari e agevolare la rivitalizzazione delle infrastrutture vitali del Paese e la sua ricostruzione. Nell’ambito di tale mandato, l’ampia gamma di compiti assegnati venne efficacemente assolta da un Contingente spiccatamente interforze e altamente versatile, soprattutto nei momenti in cui la comunità internazionale risultava assente per l’inerzia delle fasi iniziali. La riorganizzazione dell’insorgenza portò a un deciso deterioramento delle condizioni di sicurezza, fino al cruento attacco alle stesse forze nazionali, causando alla Nazione perdite mai registrate dai tempi del Secondo conflitto mondiale. Il contingente e la Nazione tutta furono però in grado di reggere il colpo e di reagire efficacemente. L’exit strategy, posta in essere nelle sue fasi conclusive, solo 3 anni dopo la tragedia di An Nasiriyah, risultò vincente come pure ammirata e imitata in campo internazionale, a iniziare dalle stesse forze britanniche a Bassora. Il duro tributo di sangue non risultò versato invano. Adriano Santini Generale di Corpo d’Armata, già Comandante del Contingente Italiano in Iraq Hanno collaborato alla stesura dell’articolo il Generale di Brigata Enrico Pirastru, già Capo di SM della Brigata «Garibaldi» e il Maggiore Konrad Azzarelli, già Military Assistant.
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UNA NOTTE D’AGOSTO A NAQOURA Delle molte esperienze che ho vissuto nei tre anni da Comandante delle Forze di Pace e Capo Missione UNIFIL nel Libano, ce n’é una che mi torna spesso alla mente. Specie la notte, anche perché gli incidenti, le violazioni, ma anche le cose più importanti, e forse anche quelle più belle, in Medio Oriente avvengono sempre dopo il calar del sole. La magica notte mediorientale. Forse è vero. È una storia a lieto fine che ha rappresentato il punto più alto di credibilità di UNIFIL ed è pertanto nel racconto di quella notte che cercherò di condensare il significato e le attività di UNIFIL. UNIFIL (United Nation Interim Force In Lebanon) era, ed è ancora oggi, schierata nel Sud del Libano, in un’area collinare, a volte aspra, delineata a Nord dal profondo confine del fiume Litani e a Sud dalla Linea Blu (Blue Line). Una linea immaginaria che corre in larga parte lungo il vecchio confine tra il Libano, all’epoca del protettorato francese, e la Palestina allora inglese. Una linea che i baschi azzurri stanno materializzando da tre anni con alti segnali blu (i cosiddetti blue barrels) e che rappresenta la linea di demarcazione tra Libano e Israele: quella che un giorno, se ci sarà la pace, potrà diventare un confine. Per il momento è il riferimento che segna il ripiegamento israeliano dal Libano del 2000. Uno dei compiti dei soldati di UNIFIL è quello di monitorare le attività nell’area e presidiare la Linea Blu, per evitare violazioni e sconfinamenti. Naturalmente l’attenzione è prevalentemente rivolta a evitare sconfinamenti illegali dal Libano in Israele. Ne abbiamo avuti alcuni, pochi a opera di trafficanti di droga, ma la maggior parte di contadini. Questi ultimi scon-
finavano, spesso involontariamente, per lavorare le loro terre rimaste a Sud della Blue Line; se sfuggivano al controllo dei baschi blu, venivano fermati dai soldati delle IDF (Israeli Defence Force – l’Esercito israeliano), trattenuti e sempre rilasciati dopo le nostre richieste e negoziazioni. Anche i pastori talora attraversavano la Blue Line seguendo le loro greggi. Qualcuno di loro, in verità, faceva il doppio o triplo mestiere: quello di pastore certamente, ma se magari c’era qualche affare da fare dall’altra parte, perché no? Se poi potevano
raccogliere informazioni meglio ancora. Le informazioni sono sempre state ben pagate in Medio Oriente, oggi come 2000 anni orsono. Quel giorno, nell’agosto del 2009, però avvenne il contrario. Fu il Capo della Direzione Strategica delle IDF a chiamarmi sul «telefono rosso» da Tel Aviv, dove operava come responsabile dei rapporti con UNIFIL. Oggi è un mio caro amico. Mi diceva che i sensori israeliani avevano avvistato un individuo proveniente da Israele entrare in Libano nell’area Sud del settore di UNIFIL,
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ai margini tra il battaglione italiano e quello ghanese, dandomi i riferimenti cartografici. Le operazioni di peacekeeping si fanno anche al telefono. Ho chiamato il Colonnello Biagini, Capo della Sala Operativa di UNIFIL, disponendo di diramare l’ordine, per le unità italiane e ghanesi, di avviare la ricerca, chiedendo altresì al Comandante libanese del Sud di inviare le proprie unità per collaborare alle ricerche. In alcune ore l’individuo venne fermato da una pattuglia libanese supportata da un reparto italiano dei «Lancieri d’Aosta». I fanti libanesi presero in custodia il pover’uomo. Dico pover’uomo perché si seppe subito che era in brutte condizioni, impaurito, spaesato, coperto di stracci. Non parlava, ed era senza documenti. Nessuno sapeva chi era. Non gli israeliani, a cui avevo comunicato di aver intercettato l’individuo ora in custodia delle autorità libanesi. Non avevano nessuna segnalazione di persone scomparse. Non i libanesi, a cui non risultava nessun contadino o pastore sparito e ricercato dai familiari. Però poteva essere un lavoratore siriano che aveva cercato di scappare in Israele e si era smarrito. Un israeliano che voleva entrare in Libano per fuggire da Israele? Questo in sessant’anni non era mai successo. Nel frattempo le autorità libanesi, dietro nostra richiesta, avevano fatto pervenire le fotografie dell’uomo, poi inviate agli israeliani per effettuare le ricerche tra le persone scomparse. Passarono credo un paio di giorni. L’individuo era trattenuto in un ospedale sotto osservazione della polizia militare libanese. Noi controllavamo che fosse ben trattato, mantenevamo i contatti con le autorità libanesi, ma nessuna novità. Nel frattempo una pattuglia del Ghana aveva intercettato un importante carico di eroina, destinato a Israele, fermando tre trafficanti; destando l’ammirazione dei militari libanesi e degli israeliani. Ma del poveretto non si sapeva ancora nulla. Era il tramonto del terzo giorno. Il dolce tramonto libanese, con il sole che scende dietro
le colline del confine, mandando i riflessi argentei sul mare cristallino, colorando di rosa le scogliere tra Rosh Hanikra e Naqoura, a 2 km dalla base, già in territorio israeliano. Era il tramonto, dunque, quando suonò il «telefono rosso» e le IDF mi informarono che, finalmente, sapevano chi era il pover’uomo. Un individuo mentalmente instabile fuggito da una casa di cura nel Sud di Israele, di cui solo oggi era giunta, tramite la polizia israeliana, la conferma della sparizione. Si prospettava una lunga notte di negoziazione. Tra Libano e Israele c’è ancora oggi formalmente lo stato di guerra. Un individuo non autorizzato che attraversa il confine può rischiare di essere accusato di spionaggio. Le Istituzioni libanesi si erano sempre dimostrate aperte e cooperative con UNIFIL in generale e con il suo Force Commander in particolare. Rapporti ottimi erano stati istaurati con l’Esercito, disciplinato, multiconfessionale, leale al Paese. Qui però il caso, anche sotto l’aspetto del diritto internazionale, poteva risultare complesso. Come minimo c’era il rischio di incorrere in qualche ritardo burocratico. E poi c’era Hezbollah. Certamente Hezbollah era schierato a supporto del processo di pace lanciato nel 2006 con la Risoluzione 1701, ma si trattava pur sempre di un’organizzazione armata non controllata dalle Istituzioni libanesi, apertamente ostile a Israele. Avrebbero accettato di vedere un cittadino israeliano rientrare dal Libano senza difficoltà, senza pretendere qualcosa in cambio? Bisognava fare in fretta, anche perché gli israeliani, adesso che sapevano trattarsi di un loro concittadino, premevano, lo volevano entro la mattina successiva. Lasciavano capire che loro avevano sempre rilasciato rapidamente i pastori libanesi, che pure potevano essere sospettati di essere spie. Si aspettavano un gesto di buona volontà dei libanesi. Avevamo poche ore dunque per risolvere la cosa senza complicazioni. Nella notte erano arrivate da Israele anche le copie dei documenti del po-
ver’uomo. Anche la cartella clinica, che però l’IDF mi chiedeva di esibire solo se necessario per ragioni di privacy. La privacy nella notte medio-orientale tiepida e serena. Strana richiesta, ma non ci fu bisogno di usarla. Avevo già telefonato al Capo delle operazioni delle LAF, un Ufficiale sciita molto intelligente, che sapeva muoversi bene anche nelle stanze della politica libanese. Poi il Generale Kahwaji, Comandante in Capo delle LAF, maronita. Altro Ufficiale brillante, ben consapevole del ruolo fondamentale delle Forze Armate libanesi nel mantenere la coesione del Paese. A lui dissi che il successo della missione di UNIFIL nel Sud del Libano, le possibilità di creare un rapporto costruttivo fra le parti, rendeva importante quello che sarebbe successo quella notte. La guerra del 2006 era cominciata con il rapimento di due soldati israeliani da parte di Hezbollah. Circa un anno dopo c’era poi stato lo scambio tra Israele e il Libano dei corpi dei due poveri soldati israeliani e i resti dei numerosi libanesi caduti nel corso degli anni e sepolti in Israele. Una pagina tragica, al momento chiusa, che certo non andava riaperta. Era stato informato il Presidente Suleiman, anch’egli maronita, il Primo Ministro Hariri, sunnita, e il Presidente del Parlamento Berri, sciita, buon amico dell’Italia e politico di grande esperienza. (Il Presidente Berri ha la foto del Papa in bella mostra nel suo ufficio. Lo appella, parlando di lui, «Santo Padre». Posto interessante il Medio Oriente). A un certo punto della notte, era forse all’una o poco prima, la situazione non procedeva completamente bene. Avevo capito che qualche settore, probabilmente di Hezbollah, stava cercando di ritardare il rientro dell’uomo. Ultime telefonate, alternando diplomazia a fermezza. Rammentando che l’individuo era stato fermato da una pattuglia libanese supportata da UNIFIL, di fatto guidata dagli israeliani, dall’altra parte della Blue Line (adesso che ci penso a mente fredda, anche que-
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sto è un fatto interessante. Una pattuglia libanese, guidata sull’obiettivo dal «nemico». Posto interessante il Medio Oriente). Nel frattempo, giusto per inviare un segnale, unità blindate di UNIFIL prendevano posizione in corrispondenza di punti sensibili lungo la Blue Line. Era molto buio quella notte, la luna stentava a fare capolino sopra il Mediterraneo e si sentiva ancora più forte la risacca battere sulla scogliera. Il Maresciallo Gugliotta, responsabi-
fare in fretta. La strada principale da Beirut a Naqoura corre lungo la litoranea, spesso a pochi metri dal mare, e attraversa numerosi abitati. Il punto di ingresso nel settore di UNIFIL sul ponte Qasmiyeh, che attraversa il Litani, è uno dei passaggi più pericolosi. Infatti, un posto di blocco della Military Police tanzaniana di UNIFIL era stato attaccato con un IED mesi prima. Solo danni e nessun ferito, per fortuna. Poi, attraversato il Litani, inizia il breve settore affidato ai coreani,
le della mensa italiana nella base del Comando UNIFIL a Naqoura, continuava a mandare nel mio Ufficio panini e caffè per gli Ufficiali e i funzionari dell’ONU che andavano e venivano. Il Maggiore Sandri, mio brillante Aiutante di Campo, continuava a passarmi telefonate. Intanto erano ormai quasi le due. L’alba era intorno alle cinque e mezza del mattino. Dal «telefono rosso» venivo informato formalmente che l’Esercito libanese, ricevuta l’autorizzazione politica, aveva dato l’ordine del rilascio. Bisognava fare in fretta prima che ci fossero ripensamenti o succedesse qualcosa. Due ore da Beirut a Naqoura sotto scorta libanese. Inserimento delle pattuglie e del controllo di UNIFIL a sud del Litani. Presa in consegna da parte di UNIFIL al check point di Naqoura. Apertura della sbarra al punto di controllo con Israele. Consegna agli israeliani. Bisognava
a cui fa seguito il settore di uno dei due battaglioni italiani, quello responsabile della cosiddetta «Tiro Pocket». All’epoca l’area era affidata all’11° reggimento bersaglieri dell’«Ariete». Infine il settore più avanzato che si estende sino al confine, affidato all’altro battaglione italiano, come detto all’epoca i «Lancieri d’Aosta». Queste unità dovevano subito spedire pattuglie per aumentare il controllo lungo la rotabile, predisporre unità di pronto intervento e inviare nuclei di collegamento con le unità UNIFIL contermini. Anche se tutto avveniva nel massimo segreto, poteva esserci stata qualche fuga di notizie. Bisognava facilitare il movimento dei veicoli che venivano da Beirut. Anche gli elicotteri erano pronti al decollo, sia dalla base di Naqoura sia dalla Fregata italiana al largo, che intanto era stata fatta avvicinare precauzionalmente alla linea di costa.
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Intanto gli uomini della Military Police di UNIFIL, in particolare il nucleo carabinieri di Naqoura, si predisponevano al punto di rendez vous per prendere in consegna l’individuo. Le tre e trenta, verificato che i mezzi libanesi con l’uomo fermato avevano attraversato il Litani, chiamo il Capo della Divisione Strategica israeliana. Scambio fra le 04:00 e le 05:00. Ringrazia. Quasi non ci crede. Non era mai successo. Un israeliano entra inavvertitamente, perché non in grado di intendere e volere, comunque illegalmente, in Libano e viene restituito, magari non subito, ma era quello che stava accadendo. Il Colonnello Lucia, Capo del mio General Staff, si reca al punto di ingresso tra Naqoura e Rosh Hanikra per controllare il transito. Con lui il Colonnello francese responsabile del collegamento tra le LAF e IDF. L’ultimo tratto di strada tra Naqoura e il confine, circa tre chilometri, corre proprio sulla scogliera. A sinistra le montagne, a destra il mare. E siccome si tratta di una zona sotto controllo UNIFIL, sul mare c’erano le nostre unità navali a evitare incidenti. Il mare in quella zona è di cristallo, incontaminato. In più è molto pescoso. Soprattutto cerniotte da un paio di chili. Sul mare, quella notte d’agosto, c’erano anche le luci dei pescherecci libanesi che qualche volta si avvicinavano un po’ troppo alle acque sotto controllo israeliano. Per intimidirli, le navi pattuglia dell’IDF, sempre pronte, lanciavano normalmente qualche bombetta di profondità. I libanesi arrestavano le loro barche, aspettavano che la corrente portasse verso di loro qualche pesce morto a causa della carica subacquea e, quindi, potevano finalmente fare ritorno ai porticcioli di Naqoura e Tiro. Senza avere violato le leggi e con un buon pescato. Posto interessante il Medio Oriente. La strada da Naqoura alla sbarra di confine conduce all’ultimo presidio di UNIFIL. Tripla recinzione e, a contatto con il limite Ovest della nostra unità avanzata, passa il confine israeliano. A presidio un plotone
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italiano. All’interno della base c’è una piccola villa, su una collinetta, con due sole stanze: una al piano terra e una al primo piano. È il luogo dove mensilmente si tengono i cosiddetti incontri tripartiti. Da un lato alti Ufficiali israeliani e dall’altro Ufficiali libanesi. In mezzo ai due, negoziatori, facilitatori, in ruolo diplomatico, Ufficiali e funzionari di UNIFIL guidati dal Comandante di UNIFIL, al tempo io stesso. Gli incontri tripartiti si sono dimostrati uno dei mezzi più efficaci a disposizione di UNIFIL al fine di mantenere la cessazione delle ostilità e creare basi negoziali tra le parti. Attraverso questo strumento sono stati risolti cento problemi pratici, che hanno evitato la spiralizzazione degli incidenti. Come il posizionamento di indicatori sulla Blue Line con il consenso delle parti. Come aver risolto in gran parte il problema dello sconfinamento dei contadini libanesi. In una delle ultime riunioni che avevo presieduto, era stato concordato di autorizzare i contadini che fossero legalmente proprietari di terreni a Sud della Blue Line, a recarsi, sotto controllo UNIFIL, a lavorare i loro terreni e i loro campi di tabacco. Anche l’installazione del «telefono rosso», che mi metteva direttamente in contatto con le autorità libanesi e israeliane, era stata decisa nel corso di un incontro tripartito. Senza quel collegamento, quella notte sarebbe stata molto più difficile. Sarebbe anche stato impossibile, nel febbraio del 2009, far sì che Monsignor Cappucci, fermato dalla Marina Israeliana su un battello di aiuti umanitari partiti dal Libano e destinati a Gaza, venisse consegnato dalle Forze di Sicurezza Israeliane ai colleghi baschi blu di UNDOF sulle Alture del Golan, per poi entrare in Siria. Ma questa è un’altra storia. Anch’essa avvenuta di notte. Ore 04:00 circa. L’individuo, scortato dai militari libanesi arriva al check point di UNIFIL. Passaggio di consegna. L’intelligence militare libanese consegna l’individuo, stanco, visibilmente provato ma in buona sa-
lute, ai Carabinieri italiani con il basco azzurro. Ancora pochi minuti e si apre il cancello dalla parte israeliana. Il Capo degli Ufficiali di collegamento di UNIFIL, il Colonnello Francese Egnell, dirige questa fase, che però ormai è tranquilla. Il territorio dove sono realizzate le basi di UNIFIL è sovranazionale e inviolabile. Dall’altra parte l’Ufficiale di collegamento israeliano. Efficiente come al solito. Alcune firme sui verbali di passaggio di consegne e alle 04:30 circa l’israeliano, involontario violatore della Blue Line, ritorna nelle mani degli israeliani. La notte era ancora buia vista dalle grandi vetrate del mio ufficio a Naqoura, ma scendendo la scala metallica per raggiungere la mia abitazione, intorno alle 05.00, si vedevano a Est, subito dopo l’altura ribattezzata «Mistery Hill» (collina del mistero), i primi chiarori dell’aurora. Un alone di luce che schiariva i contorni della collina, separando il nero del cielo e il brillio delle stelle dal terreno sottostante. Pochi minuti prima il Generale israeliano mi aveva detto che ancora non ci credeva. Che per la prima volta dalla guerra del 1948 un israeliano tornava illeso, in poche ore e senza dover dare nulla in cambio. La villetta prefabbricata in cui ho abitato tre anni in Libano era
collocata proprio a ridosso delle scogliere di Naqoura, in un punto stupendo. A destra le luci di Tiro, antica città fenicia e romana, con la penisola protesa sul mare come il dito di un gigante. A sinistra la costa verso Israele. Dalla veranda si vedevano alcune luci fisse sul mare. I pescherecci di cui ho raccontato, ma anche le luci delle boe luminose israeliane a indicare la Buoy Line (linea delle boe). Una linea da non oltrepassare, in verità collocata unilateralmente dagli israeliani e non riconosciuta dal Libano e dalla comunità internazionale, ma anche questa è un’altra storia. Il giorno dopo, saranno state le 10.00 del mattino, mi ero recato in un paesino vicino alla base principale della Brigata italiana, all’epoca l’«Ariete» del Generale De Cicco, situata a Maraka, nel Sud del Libano, per un’attività umanitaria del Contingente Italiano a favore di un asilo di bambini poveri libanesi, quando il centralino mi passò al telefono un alto Generale israeliano, il Generale Gadi Eisenkot, mio pari grado e Comandante del Fronte Nord. Con lui ci conoscevamo da molto tempo. Dal 1996 al 1997 avevamo frequentato insieme, da giovani Colonnelli e da studenti, l’US Army War College, in Pennsylvania negli Stati Uniti ed eravamo diventati
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buoni amici. Il destino; dopo 14 anni eravamo i Comandanti, lui di tutte le forze israeliane al confine siriano-libanese, io dei 13 000 militari e più di mille civili di UNIFIL. Il destino. Gadi era molto allegro: «ho detto al Ministero di Tel Aviv: avete visto la differenza tra la vecchia e la nuova UNIFIL? Adesso tutti sanno perché è importante avere i caschi azzurri nel sud del Libano». Sì, era stata una bella nottata. Chissà perché mi ricordo soprattutto le notti. Sembrava quasi che la notte, quando solo pochi si muovevano e decidevano, quando il telefono lo usava solo chi doveva davvero dire qualcosa, fosse più facile risolvere i problemi. Aggiustare i guasti del giorno. Oggi UNIFIL è ancora là, nel Sud del Libano, tra le montagne e il mare, tra le pendici di Monte Hemon e la fertile pianura di Fatima Gate. A est la Brigata a leadership spagnola, con nepalesi, indonesiani, indiani e altri ancora. A ovest quella italiana, con ghanesi, francesi, coreani, malesi e naturalmente il contingente più numeroso: quello italiano. In riserva il contingente francese con i carri pesanti «Leclerc», l’artiglieria semovente e la contraerea. 30 Nazioni schierate, una decina quelle principali. Quando c’ero io, il ContingenteItaliano contava circa 2 400 unità. Una piccola flotta al largo, lungo tutte le coste libanesi, per proteggere le vie di accesso ai porti da traffici illegali e contribuire alla crescita della piccola marina libanese. Pattuglie lungo il confine, posti di controllo sulle strade di accesso all’area di UNIFIL, attraverso il fiume Litani. Posti di osservazione per evitare incidenti nell’area di responsabilità. Attività continue in cooperazione con le Forze libanesi per evitare incidenti, controllare il territorio, impedire il lancio di razzi contro Israele. Circa 1 100 notti in Libano. Sia da Comandante Militare sia da Capo Missione e Inviato Speciale delle Nazioni Unite. Sono stato davvero fortunato a essere selezionato dalle Nazioni Unite per quell’incarico dal
2007 al 2010. Non so cosa succederà nel futuro, ma credo che UNIFIL rimarrà ancora per alcuni anni a presidio di un’area difficile, tra due Paesi ancora in guerra anche se cercano, di fatto, di non spararsi più. Per raggiungere la pace servono tante cose. Serve buona volontà da una parte e dall’altra. Certo, Hezbollah dovrebbe rinunciare al ruolo sinora giocato di «resistenza armata», come si autodefiniscono, o «gruppo armato», come sono definiti dalle Nazioni Unite, ma comunque fuori dalle Istituzioni libanesi. Un ruolo che di fatto influenza sia il Libano sia il processo di pace. A sua volta Israele dovrebbe con più impegno operare per restituire al Libano gli ultimi territori occupati, segnatamente la città di Gajar, e cominciare a risolvere il problema delle Sheba Farms, che però richiede anche il coinvolgimento della parte siriana. Insomma, si tratta di risolvere un classico quadro di ambiguità medio-orientale. Non per niente, su quella che poi si chiama Terra Santa si trovano torri fenicie, teatri romani, castelli crociati, moschee dell’Islam, chiese bizantine, donne velate e ragazze in minigonna. Non per niente, gli abitanti musulmani di Cana, presso Tiro, sono fieri assertori che il primo miracolo di Gesù sia avvenuto lì, che l’acqua diventi vino in Libano e non altrove. I soldati italiani, prevalentemente dell’Esercito, sono in Libano dal 1978, con lo squadrone elicotteri ITALAIR. Nel 1982 poi, arrivò il Generale Angioni con il contingente multinazionale a Beirut. Ancora se li ricordano i nostri soldati a Beirut, a protezione dei campi Palestinesi e a protezione degli inermi. Dopo il 2006 gli italiani sono tornati in forze. Di più, l’Italia ha assunto con autorevolezza, subito dopo la guerra del luglio 2006, la leadership della missione UNIFIL, di una UNIFIL cresciuta nelle capacità operative e con un mandato più ampio e robusto. Come dicevo, la missione continua. Alla fine dei miei tre anni di coman-
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do, ho avuto la soddisfazione di sentirmi dire, da un giornalista israeliano, «con Lei al comando, per tre anni nessun israeliano è morto per attentati provenienti dal Libano». Purtroppo, qualche libanese invece è morto. Come il contrabbandiere di eroina ucciso dal fuoco di una pattuglia israeliana sulle pendici delle colline di Gajar. Anche alcuni soldati di UNIFIL sono caduti per l’esplosione di una bomba improvvisata, collocata lungo la strada all’ingresso del campo spagnolo e 6 paracadutisti spagnoli nella bonifica di bombe a grappolo per restituire i terreni ai contadini libanesi, oltre a sminatori francesi e belgi. Altri per incidenti di vario tipo. Per non dimenticare che, senza contare le missioni di imposizione della pace, come quelle in Iraq o in Afghanistan, UNIFIL è la missione delle Nazioni Unite che ha avuto più caduti nella storia del Paecekeeping. Duecentosettanta baschi azzurri di UNIFIL hanno perso la vita tra le colline rocciose del Sud del Libano, tra le montagne e il mare, per difendere la pace e dare una speranza agli uomini di buona volontà della Terra Santa, dove i cristiani ortodossi, durante la Quaresima, non toccano carne e mangiano solo verdura. Con grande rispetto dei compatrioti musulmani. Onore ai miei baschi azzurri di tutte le Nazioni. In particolare al Contingente Italiano che, nel solco di una tradizione ormai consolidata, si è guadagnato il rispetto delle autorità e dei militari degli altri Paesi contributori per la fermezza e le capacità in operazioni e l’affetto delle popolazioni per l’umanità e l’altruismo dei militari a favore dei civili. Spero che il racconto di una notte abbia potuto dare un’idea della Missione UNIFIL, di come agisce il Comandante di una grande Missione di Pace. Un giorno scriverò delle 1 100 notti. Un giorno. Claudio Graziano Generale di Corpo d’Armata, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, già Comandante di UNIFIL 2007-2010
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IL COMANDO DELL’OPERAZIONE UNIFIL LA CONDOTTA DI UN’ORGANIZZAZIONE COMPLESSA PER IL CONSEGUIMENTO DI OBIETTIVI OPERATIVI CONDIVISI vivenza di uno Stato che riconosce ufficialmente 3 Religioni principali e ben 18 diverse Confessioni religiose (3). Come tale, il Libano va considerato un esempio unico nel mondo arabo in termini di tolleranza e convivenza tra religioni differenti.
L’OPERAZIONE UNIFIL
La seconda metà della storia del Libano moderno (1) è costellata da numerosi conflitti sia interni sia con gli Stati confinanti. L’impegno della Comunità internazionale per sostenere il legittimo Governo libanese, per alleviare le sofferenze delle popolazioni civili e per interrompere le frequenti ostilità con i Paesi limitrofi è stato sempre significativo, nella consapevolezza del ruolo che il Libano gioca nello Scacchiere medio-orientale. Tale ruolo deriva, più che dalla posizione geografica del Paese, dalla singolarità del sistema sociale e politico libanese, basato sul confessionalismo (2). Tale sistema ha garantito al Libano, pur tra varie traversie, la soprav-
Dal febbraio 2007 al gennaio 2010, il comando della missione, con sede a Naqoura, è stato guidato dal Generale Claudio Graziano, poi dal Generale spagnolo Alberto Asarta Cuevas, dal 28 gennaio 2012 è al comando il Generale di Divisione Paolo Serra. UNIFIL è oggi composta da circa 12 000 militari, provenienti da 38 Paesi membri delle Nazioni Unite, da circa 1 000 civili (4) e ha alle dipendenze «operative» una cinquantina di osservatori militari della Missione UNTSO (5). Tutte queste componenti assicurano l’implementazione del mandato della missione, delineato nella Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Oltre ad assicurare il coordinamento tra queste componenti «interne» alla Missione, UNIFIL, come previsto nel suo Mandato, opera in stretta collaborazione con le LAF, conducendo con esse in maniera congiunta circa il 10% delle proprie attività operative. La superficie dell’Area di Operazio-
ni di UNIFIL può essere considerata relativamente piccola (circa 1 026 Km2) ed è delimitata a Sud e a Est dalla cosiddetta Blue Line, a Nord dal fiume Litani e a Ovest da circa 34 chilometri di costa del mare Mediterraneo. La natura aspramente collinosa del terreno rende difficile un controllo capillare. L’Area di Operazioni di UNFIL è suddivisa in due settori del livello Brigata (Ovest a guida italiana ed Est a guida spagnola) ai quali si aggiunge un’unità in riserva, alle dirette dipendenze del Force Commander. Oltre all’appena descritta parte terrestre, UNIFIL ha anche la responsabilità di una AMO (Area of Maritime Operations). L’AMO della Maritime Task Force (MTF, componente navale di UNIFIL che ha il compito di prevenire, in concorso alla Marina Militare libanese, la condotta di traffici illeciti attraverso le linee di comunicazione marittime) si estende per circa 110 miglia nautiche da Nord a Sud (lungo tutta la costa libanese) e per circa 45 miglia nautiche da Est a Ovest, per un totale di circa 5 000 miglia quadrate. L’MTF è attualmente costituita da 8 navi di 6 Peasi diversi (1 brasiliana – flagship – 2 del Bangladesh, 1 greca, 1 indonesiana, 2 tedesche e 1 turca). Alla luce dei risultati conseguiti dalla Missione, il Department of Peacekeeping Operations (DPKO) dell’ONU ha
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avviato, a partire dalla fine del 2011, una revisione politico-strategica della Missione (Strategic Review) al fine di assicurarne una configurazione più idonea all’assolvimento del Mandato e di identificare le priorità strategiche per l’implementazione dello stesso. Nel marzo di quest’anno, il Segretario Generale dell’ONU ha approvato alcune raccomandazioni per il DPKO, circa il prosieguo della Missione. Sulla base di esse il DPKO, coordinandosi con lo Staff della Missione, ha avviato e portato a termine un Military Capability Study (MCS) il cui fine è ridurre numericamente la forza di UNIFIL senza diminuirne, peraltro, le capacità di assolvimento dei compiti connessi con il Mandato. UNIFIL ha approntato un piano di implementazione (18-24 mesi a partire da giugno 2012) del MCS che prevede una riduzione delle forze impiegate (dalle 1 000 alle 2 000 unità), conseguita attraverso: • il ripiegamento di assetti ritenuti non più essenziali ai fini del conseguimento dei compiti assegnati (es. unità di artiglieria); • la chiusura di alcune basi (non più necessarie dal punto di vista operativo, con conseguente recupero del personale logistico e di Force Protection impiegato); • la riduzione del personale di Staff del Comando della Missione e dei Comandi di Settore. Guidare una Missione così articolata presenta indubbiamente alcune sfide. Le più importanti sono di seguito riportate e descritte. Prima di tutto l’aspetto relativo alla multinazionalità. È sicuramente difficile condurre e coordinare truppe e personale civile provenienti da 117 Paesi diversi. Basti pensare ai problemi linguistici e procedurali. Per quanto attiene alla sola componente militare, costituita da truppe di 38 Paesi diversi, la multinazionalità può rivelarsi una criticità sul terreno, quando barriere culturali e differenti esperienze professionali possono generare difficoltà di comunicazione con la popolazione locale. Per mitigare tale ri-
schio è necessaria la presenza di un «corpo dottrinale» standardizzato, comprensivo di manualistica, direttive di policy e procedure operative. Di contro, la multinazionalità può essere considerata un valore aggiunto, quale espressione della volontà internazionale di promuovere la stabilità e la pace nel Sud del Libano. Altro elemento da considerare, sempre nell’ambito della multinazionalità, è riferito alla composizione e articolazione delle unità di manovra terrestri. Attualmente, UNIFIL inquadra 10 unità di manovra di livello battaglione/reggimento, 8 delle quali
«mononazionali» e 2 che possono essere considerate multinazionali (battaglione irlandese-finnico e battaglione spagnolo, nell’ambito del quale opera un plotone di El Salvador). Sulla base dell’esperienza maturata in questa come in altre operazioni militari multinazionali, si ritiene che il battaglione/reggimento «mononazionale» sia la soluzione ideale. Tuttavia, anche un’unità multinazionale con compagnie mononazionali potrebbe risultare gestibile e operativamente efficace. Sotto questo livello, la multinazionalità può essere efficace, ma solo per unità specialistiche (6).
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Da ultimo, sempre nel contesto della multinazionalità, non va sottaciuta la problematica legata alla MTF (unica forza navale schierata in un’operazione di peacekeeping dell’ONU). Ancorché le procedure operative navali non differiscono in maniera sostanziale da Paese a Paese, l’efficacia della componente navale è influenzata, ancor più di quella terrestre, da direttive e procedure maggiormente dettagliate, da equipaggiamenti peculiari e da requisiti addestrativi estrememente settoriali. A titolo di esempio si evidenzi la situazione relativa alla capacità «scambio dati». Poiché le diverse Nazioni che contribuiscono alla MTF impiegano differenti sistemi e procedure per le comunicazioni, la componente navale non dispone di sistemi interoperabili relativi a questa capacità. Per ovviare a tale limitazione, il ricorso ai satelliti commerciali costituisce attualmente la soluzione prioritaria per soddisfare i minimi requisiti militari in termini di situational awareness. Tale criticità potrebbe essere superata attraverso la stipula di accordi dedicati con altre organizzazioni coinvolte nel controllo marittimo dei traffici commerciali. Intimamente legata alla precedente, un’ulteriore sfida è costituita dall’interoperabilità di mezzi e materiali, essenziale per ottimizzare l’efficienza operativa della Missione. A tal fine, è necessario che la generazione delle forze sia effettuata sulla base di un approccio capacitivo che non prescinda dalla ricerca di un corretto equilibrio tra equipaggiamento fornito dall’ONU ed equipaggiamento in dotazione ai contingenti delle Nazioni contributrici. Per quanto riguarda il personale, un giusto connubio di capacità professionali e linguistiche e di esperienza dovrebbe costituire il requisito preliminare per la selezione del personale, soprattutto per quello di Staff. Atal fine, la definizione di standard operativi di riferimento sarebbe d’ausilio per una più efficace preparazione del personale. Una terza sfida risiede nell’integra-
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zione, intesa a due differenti livelli: • uno interno, tra le componenti civile e militare della Missione. Per questo specifico problema sono state realizzate due soluzioni: la prima, che ha visto la nomina, da parte del DPKO, di un Vice Capo Missione civile e la seconda attraverso la costituzione di un team di pianificazione integrato (civile-militare) cui è richiesto di individuare soluzioni operative alle problematiche a livello Missione prevedendo l’impiego sinergico di tutte le risorse disponibili, siano esse militari o civili; • uno esterno, finalizzato a coordinare gli sforzi di UNIFIL con quelli delle altre entità ONU operanti nella Regione (UN Country Team), primo fra tutti UNSCOL (United Special Coordinator for Lebanon).
rezza) sia quelli che vedono coinvolte le autorità governative libanesi (governance). In tale contesto, due sono gli strumenti a disposizione dello Head of Mission/Force Commander per la soluzione delle problematiche della Missione: il Tripartite Meeting e lo Strategic Dialogue. Il primo è un forum in cui siedono allo stesso tavolo UNIFIL e i rappresentanti militari libanesi e israeliani (probabilmente unico al mondo che vede dialogare, ancorché a livello militare, due Paesi formalmente in regime di cessazione delle ostilità). È riunito a cadenza mensile nel formato ordinario (con un’articolazione standard) o ad hoc per esigenze urgenti (coinvolgendo, eventualmente, specialisti del settore d’interesse contingente). È utilizzato per risolvere, grazie all’intermediazione di UNIFIL, questioni tec-
delle LAF per la stesura della pianificazione del caso. Gli attori coinvolti nel processo sono, oltre a UNIFL e alle LAF, il Governo libanese e i donor internazionali. Nei confronti di questi ultimi la funzione di UNIFIL è quella di catalizzatore/facilitatore degli accordi bilaterali (tra il Libano ed i singoli donor) che si renderanno necessari per il conseguimento dell’End State. Nel contesto del progresso economico e sociale del Sud del Libano, non va dimenticata la cooperazione civile-militare (CIMIC), condotta in collaborazione con le organizzazioni civili e deputata alla ricostruzione delle infrastrutture danneggiate, all’aggiornamento scolastico, alle campagne ecologico-sanitarie, alle attività sportive e alla valorizzazione ambientale e storica del Paese. A tal fine la Missione dispone (a integrazione dei fondi resi all’uopo disponibili dai Paesi contributori) di un piccolo budget per i cosiddetti Quick Impact Project. Si tratta, in pratica, di un portafoglio, a disposizione dello Head of Mission/Force Commander, per la realizzazione di progetti nei settori descritti.
PROSPETTIVE E CONCLUSIONI
L’obiettivo più importante da conseguire, tra quelli previsti dalla Risoluzione 1701 (2006), è il cessate il fuoco permanente tra Libano e Israele e una soluzione a lungo termine del conflitto tra i due Stati. L’integrazione civile-militare e l’unitarietà di intenti a livello direzione della Missione sono altresì garantite dal doppio ruolo del responsabile della Missione stessa: esso è infatti contemporaneamente Head of Mission e Force Commander, avendo l’opportunità di perseguire sia gli obiettivi operativi militari veri e propri (sicu-
nico-militari che, qualora non risolte, potrebbero portare a un incremento della tensione fra le parti. Il secondo, Strategic Dialogue, si estrinseca in un progetto/processo di sostegno alle Forze Armate libanesi finalizzato a incrementarne le capacità operative affinché possano essere in grado, in futuro, di assolvere autonomamente i compiti connessi con il Mandato di UNIFIL, in previsione di un suo possibile ripiegamento (End State). In questo ambito la funzione di UNIFIL è quella di supporto e indirizzo nei confronti
A sei anni dall’adozione della Risoluzione 1701, il Sud del Libano sta attraversando il periodo più calmo della sua storia recente, nonostante la turbolenta situazione regionale, recentemente influenzata dalla crisi siriana. Questo si deve alla politica di non coinvolgimento attuata dal Governo libanese e alla deterrenza e alla mediazione esercitate da UNIFIL. I problemi più urgenti cui si dovrà dare risposta sono senza dubbio legati alla citata crisi siriana che rischia pericolosamente di espandersinel Libano settentrionale e che già vede la migrazione di centinaia di migliaia di profughi verso i Paesi viciniori. Nel solo Libano, secondo stime recenti dell’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), sarebbero già
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presenti 65 000 profughi siriani. Altra problematica di stringente attualità è quella legata allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e di gas naturale situati a largo delle coste libanesi e israeliane. Il ruolo di UNIFIL in questa vicenda, qualora richiesto ufficialmente dalle parti e approvato dall’ONU (che dovrà necessariamente definire le aree di rispettiva competenza, al fine di evitare conflitti di interessi e nuovi motivi di conflittualità), potrebbe essere quello di garantire la sicurezza marittima in un’area di separazione tra le parti, entrambe fortemente interessate allo sfruttamento dei giacimenti. A tal fine si renderebbe necessario estendere il Mandato UNIFIL alla sicurezza marittima, non contemplata nell’attuale formulazione. In questo scenario, la forza di UNIFIL è garantita dal fatto che la sua presenza nel Libano meridionalee le attività da essa svolte, sono fortemente accettate e supportate dai Governi di Libano e Israele. La Missione, pertanto, non opera per imporre una propria idea di pace, bensì per favorire un clima di stabilità, idoneo al raggiungimento di un accordo tra le parti, nel rispetto del Mandato ONU. L’attività di UNIFIL è pertanto legittimata oltre che dalla Comunità internazionale che ha sostenuto la Risoluzione 1701, soprattutto dai due Governi direttamente interessati alla soluzione della vertenza. In un organismo complesso e delicato come una missione internazionale di pace, sotto l’egida ONU, la composizione multinazionale e multietnica non deve essere considerata un fattore di debolezza o di rischio, bensì un valore aggiunto per l’assolvimento del Mandato, sempre che gli attori sul terreno, sia pur con convinzioni, esperienze e culture diverse, sappiano operare con piena onestà intellettuale, assoluta dedizione e indispensabile rispetto delle realtà sociali, politiche e religiose del Paese che li ospita. L’applicazione di tali principi, ben radicati negli animi dei soldati di pace
italiani, rappresenta il motivo del crescente successo, universalmente riconosciuto in campo internazionale, e della stima guadagnata sul campo dalle Forze Armate italiane impegnate nelle missioni di pace dell’ONU. Paolo Serra Generale di Divisione, Comandante di UNIFIL
NOTE (1) Dalla Dichiarazione di Indipendenza dalla Francia (Governo di Vichy) del 22 novembre 1943. (2) Elemento più importante del sistema politico libanese. Secondo tale principio l’appartenenza religiosa di ogni singolo cittadino diventa il principio ordinatore della rappresentanza politica e il cardine del sistema giuridico. Anche gli incarichi amministrativi sono suddivisi tra le differenti confessioni religiose secondo un meccanismo predeterminato di quote riservate, che sono attribuite a ciascun gruppo in funzione del suo peso demografico e sociale (in esito a un censimento effettuato nel 1932). In base a una convenzione costituzionale siglata informalmente come Patto Nazionale (al-mīthāq alwatanī) nel 1943, che integra o interpreta la Costituzione del 23 maggio 1926, le più
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alte cariche dello Stato sono assegnate ai tre gruppi principali: il Presidente della Repubblica è maronita, il Primo Ministro è sunnita e il Presidente del Parlamento è sciita. Tale Suddivisione si rispecchia anche nelle Forze Armate e in quelle di Sicurezza dove il Capo di Stato Maggiore della Difesa è maronita. (3) Religioni e Confessioni religiose presenti in Libano: • Religione cristiana, Confessioni: maronita, greco-ortodossa, greco-cattolica (melchita), armena, apostolica, armeno-cattolica, siriaco-ortodossa, siriaco-cattolica, protestante, copta, assira, caldea e cattolica di rito latino; • Religione musulmana, Confessioni: sunnita, sciita ismailita e, in aggiunta, le comunità alauita e drusa; • Religione ebraica. (4) Di cui il 34% dipendenti internazionali dell’ONU e il 66% cittadini libanesi assunti dalla Missione. (5) United Nations Truce Supervision Organization. L’operazione, iniziata nel maggio del 1948, è la prima operazione di peacekeeping del’ONU. Gli osservatori controllano il cessate il fuoco e il rispetto dell’armistizio, prevengono l’escalation della tensione e forniscono assistenza alle altre missioni dell’ONU nella regione per il conseguimento dei rispettivi mandati. (6) Un esempio è costituito dal distacccamento Human Terrain sloveno (11 unità) operante nel Settore Ovest di UNIFIL.
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LIBANO 2012 IL CONTINGENTE ITALIANO OGGI
JOINT TASK FORCE LEBANON Assetti nazionali impiegati • Personale: 1 100 uomini e donne; • un Battle Group; • un Gruppo di supporto di aderenza; • un battaglione di supporto alle attività operative; • un’unità di riserva; • assetti dell’Aviazione dell’Esercito e della Marina; • una componente Carabinieri con compiti di Polizia Militare.
Il Libano è un Paese piccolo ma molto affascinante, affacciato per decine di chilometri sul Mediterraneo. A Beirut la Repubblica nasce prima che in Italia, esattamente nel 1943, al termine del Protettorato francese. Da allora le massime cariche dello Stato sono ripartite tra i rappresentanti delle grandi comunità religiose: quella cristiana maronita (che esprime il Presidente della Repubblica), la sciita (il Presidente del Consiglio) e la sunnita (il Presidente del Parlamento). Per comprendere però come vive il Libano di oggi, testimone della miracolosa «tregua» di cui parla il Presidente Suleiman nel suo discorso alla Nazione, occorre concentrarsi sul popolo libanese: mix interreligioso e multiculturale unico al mondo. Quando nel 1932 si indice il primo censimento nazionale, la popolazione cristiana del Libano rappresenta il 50,4% del totale, quella sunnita il 22,5% e quella sciita solo il 19,8. Pro-
prio sulla base di queste proporzioni, si stabilisce l’equilibrio del nuovo Stato. Ma le cose cambiano presto: nel ’48 il Sud del Paese è inondato da almeno 100 mila palestinesi in fuga; comunità ingombrante che, chiusa in campi profughi, si accresce negli anni, senza integrarsi. La questione palestinese porta a ripetuti conflitti tra Beirut e Tel Aviv, ma, soprattutto, è la miccia che fa esplodere una sanguinosa, interminabile guerra civile (1975-90), a cui si aggiunge l’invasione israeliana e, successivamente, la presenza delle truppe siriane sul territorio dello Stato. Decenni di odio e violenza tra Stati confinanti, tra concittadini musulmani e cristiani, ma anche tra fazioni diverse della stessa comunità religiosa. La cosiddetta «Svizzera del Medio Oriente» si trasforma in un campo di macerie e, chi può, scappa. Prende forza una diaspora che, alla lunga, ribalta demograficamente il Paese: oggi i libanesi che vivono all’estero (4 milioni e 470 mila) hanno superato quelli che risiedono in patria (4 milioni e 100 mila), secondo il Lebanese Emigration Research Center dell’Università «Notre Dame di Louzane», Beirut. Ma la massiccia emigrazione è causa di instabilità: le proporzioni tra cristiani, sciiti e sunniti indicate dal censimento del 1932 - proporzioni che giustificano l’attuale divisione dei poteri dello Stato - oggi sono anacronistiche. A ottant’anni dal primo censimento, per paura di compromettere il pur fragile equilibrio raggiunto, nessuno si azzarda a proporne un altro. All’inizio del secolo scorso, il 75% dei neonati era cristiano, oggi i cristiani rappresentano poco più del 24%. Se nel 1920 i
cristiani erano il 69% della popolazione, nel 2006 non erano più del 35%. Se nel 1990, alla fine della guerra civile, il 45% dei lavoratori del pubblico impiego era cristiano, nel 2007 non superava il 15%. Le differenze religiose, pur descrivendo con i numeri una situazione frammentata e sempre più sbilanciata verso le confessioni islamiche, nella realtà appaiono meno problematiche; benché nel sud del Libano la quasi totalità delle comunità risulta sciita, il dialogo interconfessionale avviene sotto i nostri occhi, favorito da legami profondi con il territorio e dal reciproco rispetto. I problemi più evidenti sono dovuti alla mancanza di energia elettrica e acqua corrente nei villaggi, condizione che avvilisce la popolazione e causa frequenti proteste nei riguardi dell’autorità centrale. I mesi scorsi ho incontrato tutte le maggiori cariche religiose presenti nel Sud, avvalendomi degli ottimi rapporti favoriti negli anni dai miei predecessori. Con ognuno di loro ho avuto facilità di dialogo e massimo supporto nella cooperazione civile e militare, stupendomi di quanto fosse moderno il loro rapporto con le altre confessioni. Ogni religioso ha il massimo rispetto per il corrispettivo di un’altra confessione e il dialogo interconfessionale è di fatto una realtà. Sul territorio della mia area di responsabilità, ho realizzato progetti di cooperazione condivisi da sciiti e cristiano maroniti come a esempio la ristrutturazione della chiesa di S. Tommaso a Naffhakie, un villaggio di 400 abitanti, quasi tutti musulmani, in cui il Moktar (sciita) aveva avanzato alla mia cellula CIMIC la richiesta di
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miglioramento della chiesa, per poter dare un luogo di culto ai suoi concittadini cristiani. Vedere nella stessa piazza un campanile e un minareto non è raro qui in Libano ed è la testimonianza di quanto sia evoluto il concetto di rispetto reciproco e condivisione del territorio. Proprio questi giorni ho assistito alla riapertura di diverse scuole, incontri alquanto usuali per il comandante di un settore della missione UNIFIL (United Nation Interim Force in Lebanon). Spesso sono stato invitato negli istituti in cui i miei uomini hanno attivato progetti di cooperazione civile e militare volti all’infanzia e alla didattica. Quest’anno tali inviti hanno avuto per me e per i miei uomini un sapore particolare, poiché quelle classi, composte da bambini di sei anni al primo giorno di primaria (il sistema scolastico libanese è molto simile a quello italiano), rappresentano la generazione, la prima da oltre 40 anni, che non ha ricordi vivi di conflitti armati, guerre civili, occupazioni e violenze e che potrebbe essere la chiave per risolvere gran parte dei dissidi che ancora animano i popoli confinanti in questa area del mondo. Sei anni fa, e non è certo un caso, dopo 34 giorni di conflitto e senza la firma di alcun armistizio, il Libano e Israele hanno consentito il dispiegamento di un contingente militare delle Nazioni Unite. A partire dal 16 agosto 2006, in accordo alla Risoluzione 1701 (2006), le IDF (Israel Defence Forces) hanno iniziato il ritiro dal Sud del Libano verso la Blue Line; tale ritiro, verificato da UNIFIL, è coinciso con il parallelo dispiegamento, deciso dal Governo libanese il 7 agosto 2006, di quattro Brigate delle LAF (Lebanese Army Forces) a sud del fiume Litani, per iniziare a prendere il controllo delle aree precedentemente occupate dalle IDF. In tale contesto le unità di UNIFIL, su richiesta del Governo libanese, hanno agito come «forze cuscinetto» tra le IDF e le LAF. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel richiedere la cessa-
zione delle ostilità fra Hezbollah e lo Stato di Israele e sollecitare l’intervento delle Nazioni per assumere una vasta gamma di responsabilità di carattere politico, umanitario e militare, ha previsto il potenziamento del contingente militare di UNIFIL (che a quel momento contava circa 2 000 uomini) fino a un massimo di 15 000 uomini, da schierare in Libano in fasi successive, espandendo l’area di operazioni
a tutto il territorio libanese a Sud del fiume Litani. Il 29 agosto 2006, al termine delle operazioni di imbarco dei materiali e degli assetti del reggimento «San Marco», del reggimento lagunari «Serenissima», unità di supporto (NBC, EOD, genio) dell’Esercito e del plotone di Polizia Militare dei Carabinieri, partiva dall’Italia il Gruppo Anfibio interforze (JATF-L). Il 1° novembre 2006, il Comandante della neonata Joint Landing Force Lebanon assumeva la responsabilità del Settore Ovest dell’AoR (Area di Responsabilità) di UNIFIL e, contestualmente, della Brigata Ovest della forza ONU, composta da due battaglioni italiani, uno francese e uno ghanese. Il 2 febbraio 2007, il Generale italiano Claudio Graziano, dando il cambio al Generale di Divisione francese Alain Pellegrini, assumeva il Comando della forza ONU in Libano (UNIFIL).
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In questi sei anni la fisionomia della Brigata Ovest di UNIFIL si è modificata nei numeri, nella dislocazione delle basi e nella composizione delle bandiere che sventolano sul piazzale dinanzi il Quartier Generale di Shama. Il contributo italiano è molto importante, e assicura alle Nazioni Unite la leadership della missione con la nomina del Generale di Divisione Paolo Serra, lo scorso 28 gennaio, e il Comando di uno dei due settori in cui è divisa l’area terrestre di responsabilità. L’Italia infatti partecipa alla missione «Leonte» (antico nome del fiume Litani) con un contingente militare di circa 1 100 militari. Dal 9 maggio 2012, il Comando del Settore Ovest di UNIFIL e del Contingente nazionale è composto da militari della 132a Brigata corazzata «Ariete», al terzo mandato in questa operazione, che costituisce la Joint Task Force italiana in Libano (JTF -L). Nella Joint Task Force Lebanon sono presenti i seguenti assetti nazionali: un Battle Group di manovra (ITALBATT dislocato presso la base di Al Mansouri), su base 32° reggimento carri «Ariete» di Tauriano (PN) nei cui ranghi operano unità del 132° reggimento artiglieria e dell’11° reggimento bersaglieri della Brigata «Ariete», oltre a uno squadrone del reggimento «Lancieri di Novara» (5°). ITALBATT contribuisce con gli altri Battle Groups stranieri al controllo della Blue Line e del territorio del Sud del Libano in supporto alle Forze Armate libanesi; un Gruppo supporto di aderenza (CSS BN dislocato presso la base di Shama), su base battaglione logistico «Ariete» di Maniago (PN), che garantisce il sostegno logistico al contingente attraverso le proprie componenti trasporti, rifornimenti, mantenimento, assetti sanitari, nuclei di disinfezione e specialisti NBC e dirige i transiti doganali attraverso un’unità di gestione transiti (JMOU) dislocata a Beirut; un battaglione di supporto alle attività operative (CS BN dislocato presso la base di Shama), composto da
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unità tecnico- specialistiche del 10° reggimento genio guastatori di Cremona, dell’11° reggimento trasmissioni di Civitavecchia e dal Reparto Comando e Supporti Tattici «Ariete» di Pordenone; un’unità di riserva (SMR dislocata presso la base di Shama e posta alle dirette dipendenze del Comandante della Sector West) tratta da uno squadrone pesante del reggimento «Nizza Cavalleria» (1°) di Pinerolo (TO); assetti dell’Aviazione dell’Esercito, della Marina e una componente di Polizia Militare dell’Arma dei Carabinieri. Il Comando del contingente è stanziato nella base «Millevoi» presso Shama (sede anche del Comando del Settore Ovest di UNIFIL), mentre l’unità di manovra e i supporti sono suddivisi tra le basi di Al Mansuri, Shama e basi operative avanzate stanziate lungo la Blue Line. Nell’ambito del Contingente nazionale operano unità del Brunei, Ghana, Corea del Sud, Slovenia, Irlanda, Finlandia, Malesia e Tanzania. La componente dell’Aviazione dell’Esercito (Task Force «Italair»), su base 2° reggimento AVES «Sirio» di Lamezia Terme, è costituita da elicotteri AB-212, con compiti d’evacuazione sanitaria, ricognizione, ricerca e soccorso e collegamento. Essa è stanziata a Naqoura, alle dipendenze del Comandante di UNIFIL, e ha la memoria storica della missione in Libano essendo stata schierata sin dal 1979. Il Libano è un Paese sovrano e la nostra presenza si è intersecata nel tempo con il contemporaneo dispiegamento delle Forze Armate libanesi nel Sud del Paese, in un area dove l’occupazione israeliana prima e l’assenza di Istituzioni poi avevano negato la minima presenza di forze militari regolari, o di polizia, fino al 2006. La presenza di Forze Armate regolari libanesi, le uniche autorizzate dalla Risoluzione 1701 a operare nel Sud del Libano nell’area di operazione dell’ UNIFIL, ha facilitato il nostro compito, permettendoci di penetrare in maniera sempre più
evidente nei territori e nei villaggi situati nelle aree più colpite dalla guerra del 2006 e dimostratesi più ostili alle truppe ONU nelle fasi iniziali del dispiegamento. Dal canto loro le LAF, operando con i Caschi Blu, hanno acquisito maggiori capacità operative e hanno soprattutto migliorato la loro credibilità nel Paese, assumendosi la responsabilità di garantire la sicurezza del Libano e la salvaguardia delle Istituzioni centrali. Vedere i Caschi Blu italiani operare
in stretto coordinamento con le Forze Armate libanesi è il modo migliore per misurare gli effetti del nostro lavoro; pattuglie e check points congiunti completano lo spettro delle attività cinetiche condotte sul territorio per assicurarne il controllo ed evitare il trasporto e la circolazione di qualsiasi elemento armato e armamento diverso da quelli autorizzati. Il secondo compito che il mandato delle Nazioni Unite ci assegna è proprio quello di supportare le LAF nello svolgimento dei compiti istituzionali a cui si ispirano, e coadiuvarle su loro richiesta, nell’implementazione di capacità, assetti e procedure in cui risultano ancora deficitarie. A tal proposito sono stati molto importanti i momenti di training on job in cui il nostro personale tecnico ha favorito la familiarizzazione dei paritetici libanesi riguardo il mantenimento di mezzi e materiali ceduti con accordi bilaterali dal nostro Paese al Libano, e i
corsi attivati dal contingente italiano volti a creare nuove professionalità tra le LAF. Tra questi, è operativo in questi mesi l’addestramento congiunto delle squadre NBC e si riattiverà a breve quello relativo al controllo della folla, necessario a formare in tale ambito il personale libanese. Per conoscere il Libano del 2012 è necessario conoscere le vicissitudini legate alla Blue Line, la linea di demarcazione che insiste tra la «Terra dei Cedri» e Israele. Una linea individuata tra campi minati, macchia mediterranea e quote elevatissime e che corre dal Mediterraneo al Golan per 119 km, 51 dei quali cadono all’interno dell’area di responsabilità del Settore Ovest, sotto il mio diretto controllo. Il controllo della Blue Line è basilare per garantire il rispetto della cessazione delle ostilità, ed è svolto dal contingente italiano, al pari dei contingenti stranieri posti alle dipendenze del Settore Ovest, con continui pattugliamenti, posti di osservazione fissi e mobili e presidiando alcune basi avanzate poste in prossimità del territorio israeliano. Evitare violazioni territoriali volontarie e casuali è necessario soprattutto ad abbassare le tensioni e scongiurare dissidi ulteriori tra le parti, condizione fondamentale in momenti in cui il contesto internazionale non consente facilità di dialogo e non aiuta il confronto pacifico tra i contendenti. Negli occhi di ognuno dei miei sminatori, la Blue Line è il limite entro cui termina il corridoio da bonificare dalle mine antiuomo e anticarro disseminate sin dagli anni ’70 dall’Esercito israeliano; lo sminamento è un compito oneroso e svolto in condizioni ambientali spesso proibitive, ma è fondamentale affinchè si possa procedere al completamento dell’Operazione «Blue Line Marking Project», che consentirà, con il posizionamento di circa 500 piloni (Blue Pillar), di segnalare e rendere visibile il limite territoriale che intercorre tra
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Libano e Israele. Il ritrovamento di una mina, e il successivo brillamento è sinonimo di una vita salvata, ma un ordigno bonificato in Libano nei pressi della Blue Line è la sintesi del dialogo tra le parti e dell’accordo raggiunto in maniera lunga e complessa tra due Paesi. Le bonifiche di corridoi larghi circa 2 metri nei campi minati israeliani sono il prodotto di un lungo lavoro, nato dalla volontà espressa delle parti, dal dialogo intavolato dalla diplomazia della missione UNIFIL e anche dal paziente lavoro dei Caschi Blu italiani che per mesi, avanzando di 5 centimetri per volta, operano seguendo procedure rigidissime, utilizzando equipaggiamenti protettivi e attrezzature specifiche e mettendo soprattutto cuore e sacrificio su ogni lembo di terreno che attaccano. Le attività che vengono svolte giornalmente dal contingente italiano garantiscono un efficace controllo del territorio e svolgono un impareggiabile compito di deterrenza riguardo a qualsiasi violazione territoriale e trasgressione dei vincoli imposti dalla Risoluzione 1701. Esse si realizzano all’interno di un contesto sociale consolidato e per questo motivo ogni soldato sul terreno ha la necessità di interagire con la popolazione, favorendo o peggiorando l’efficacia delle attività operative cinetiche in base alla propria capacità di comprendere il popolo libanese, il suo ambiente, la sua cultura, le sue abitudini e le sue aspirazioni. La chiave di volta del successo dell’operazione UNIFIL sul terreno è senza dubbio l’aver compreso subito l’importanza strategica della condivisione degli scopi e l’importanza del dialogo con coloro che abitano questo territorio; il consenso è alla base di ogni operazione di pace; averlo ottenuto e saperlo mantenere significa poter implementare le attività operative e radicarsi sempre di più nel tessuto connettivo del Paese. La testimonianza migliore del con-
senso raggiunto negli anni dal contingente italiano è il rapporto con la stampa e i media libanesi, oramai giunto a livelli di collaborazioni giornaliere. Le nostre attività sono quotidianamente annoverate nelle cronache locali, al pari di notizie generate da fonti istituzionali o religiose, confermando la nostra autorevolezza e il rispetto che i libanesi ci accordano. Lo sviluppo di microeconomie trainate dapprima dalla domanda direttamente connessa al dispiegamento delle forze UNIFIL e, successivamente, dal rientro nel Sud di emigranti provenienti dal Nord del Libano o dai Paesi della regione, è stato la causa-effetto di un virtuoso processo di crescita infrastrutturale, reso possibile dagli investimenti della comunità internazionale e dal rientro di capitali locali, favorito dalla proverbiale stabilità del Paese negli ultimi 6 anni. Anche il contingente italiano ha operato e continua a operare con le autorità locali, favorendo la realizzazione di progetti condivisi, che mirino, nel medio termine, allo sviluppo delle aree depresse e, nel brevissimo periodo, a migliorare le condizioni di vita della popolazione residente. Importanti e decisive sono le campagne sanitarie e veterinarie condotte dagli assetti nazionali nei villaggi del sud, dove sono del tutto assenti ambulatori medici, cliniche e ospedali. La sanità in Libano ha costi non accessibili ai più, e le capacità sanitarie rese disponibili nei villaggi hanno permesso di trattare negli anni diverse migliaia di persone, con memoria di diversi interventi salvavita molto apprezzati dalla popolazione e campagne informative presso scuole e villaggi. I progetti CIMIC realizzati hanno abbracciato vari ambiti di intervento, coinvolgendo tutta l’area di responsabilità del Settore Ovest: cooperazioni rivolte all’infanzia, alla didattica, alle infrastrutture, all’ambiente e qualsiasi altra area tematica richiesta. Alla base della cooperazio-
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ne civile e militare deve esserci la condivisione dei progetti, la responsabilità dei soggetti richiedenti e la disponibilità dei donatori. La generosità del popolo italiano ci permette di realizzare progetti volti al miglioramento della vita dei cittadini del Libano del sud che devono, per il tramite dei loro rappresentanti politici e autorità locali, diventare, dopo esserne stati i promotori, i garanti della conservazione del progetto realizzato. I media libanesi mostrano una crescente sensibilità rispetto alle tematiche ambientali, facendosi sempre più i portavoce del recupero, della protezione e prevenzione ambientale e dello sviluppo sostenibile. Ne consegue che parte delle nostre cooperazioni civili e militari gravitino su tematiche ecologiche inerenti il controllo e la bonifica di discariche abusive e progetti di differenziazione dei rifiuti solidi attraverso la realizzazione di impianti di compattazione che servissero più comunità limitrofe. Il Libano del 2012, visto dalla base di Shama, è un Paese vivo, energico e orgoglioso, che sta assaporando i frutti della stabilità e ne apprezza i benefici. I Caschi Blu della 132a Brigata corazzata «Ariete», al terzo mandato nella «Terra dei Cedri», sono testimoni dell’evoluzione e del miglioramento delle condizioni di vita avuti nel Sud del Paese dal 2006, avendo il ricordo vivo dello stato in cui versava questo Paese nelle fasi iniziali della missioni UNIFIL 2. L’irreversibilità di questo nuovo corso dipende molto dalla volontà di questo popolo di vedere ogni anno nuove generazioni avviarsi alla vita scolastica e sociale senza avere i segni della guerra e delle violenze nel fisico e, soprattutto, nella mente. Gaetano Zauner Generale di Brigata, Comandante della Brigata corazzata «Ariete», Comandante del Settore Ovest di UNIFIL e del contingente nazionale
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KOSOVO 2012 nell’ambito del Comando della Kosovo Force e, unicum operativo, attuato quest’anno da aprile a ottobre, l’impiego nel Teatro kosovaro dell’Italian ORF Battalion, su framework 11° reggimento bersaglieri. KFOR
IL KOSOVO E KFOR
Assetti nazionali impiegati • Personale: circa 600 uomini e donne; • un complesso di forze specialistiche, pluriarma e interforze.
L’iconografia ufficiale che per più di un decennio ha accompagnato l’impegno dell’Esercito Italiano in Kosovo nell’ambito dell’odierna operazione «Joint Enterprise» contiene, prevalentemente, immagini di soldati italiani posti a protezione del Monastero di Decani; non a caso, centinaia di Alpini, Bersaglieri, Cavalieri, sino agli attuali Artiglieri controaerei, si sono dati il cambio nel difendere il simbolo per eccellenza della presenza cristiano-ortodossa serba in terra balcanica. Ma l’opera delle donne e degli uomini della Forza Armata nell’ambito della Kosovo Force, la ben nota KFOR, non è solo quella rappresentata nelle foto o nei filmati ripresi attorno allo splendido monumento medioevale della Metohija (1), a una decina di chilometri dalla città di Pec. Alla costante, diuturna azione militare italiana di protezione degli ultimi PRDSS (2) sotto la responsabilità multinazionale, al pattugliamento delle zone a criticità interetnica che insistono nell’area di responsabilità operativa del Multinational Battle Group West, a leadership italiana, si è aggiunta, dal 2008, la guida della Military Civil Advisory Division (MCAD)
Dal 1999, anno di ingresso della NATO nell’allora provincia serba del Kosovo, 17 Generali, di cui 4 italiani, si sono avvicendati alla guida della Kosovo Force, forza multinazionale costituita nel giugno dello stesso anno sulle basi della risoluzione n. 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Durante questi anni, il ruolo di KFOR è cambiato, adeguandosi e riconfigurandosi in maniera sistematica percorrendo una strada parallela agli sviluppi politici locali e, più in generale, strategici che hanno caratterizzato tutta l’area balcanica in questi ultimi due decenni. Nonostante siano passati tredici anni dall’inizio della sua missione e l’odierno Kosovo si sia autoproclamato indipendente dalla Serbia il 28 febbraio 2008, molte sfide ancora permangono. Il processo di normalizzazione verso un Kosovo democratico, multietnico, politicamente e socialmente stabile, si muove in un contesto balcanico ancora troppo fluido: le onde anomale del terribile maremoto che ha sconquassato la ex Jugoslavia si sono sì ritirate, portandosi via una guerra atroce e fratricida, ma hanno depositato nel tessuto culturale e sociale delle popolazioni di quest’area forti e radicate discordie. Il Kosovo, piccola isola in un grande mare fatto di storia antica, di contrapposizione tra Oriente e Occidente, risente continuamente delle mareggiate politiche ed economiche che ancora agitano questo spicchio di Europa e, pertanto, non può fare «storia a sè». Anche
se l’aperto antagonismo tra Belgrado e Pristina ha ceduto il passo al dialogo tra le due Nazioni, sostenuto dall’Unione Europea e dalla NATO, la situazione nel settentrione del Kosovo è ancora instabile e vede la maggior parte della popolazione di questa piccola regione a nord della città di Mitrovica riluttante ad accettare le istituzioni kosovare. Malgrado la forza militare oggi si sia ridotta a un decimo di quella che era tredici anni fa, la presenza di KFOR è ancora essenziale, ferma e imparziale garante del «safe and secure environment» (SASE) e della «freedom of movement» (FOM) in tutto il territorio e per tutti gli attori presenti, siano essi singoli cittadini che organizzazioni internazionali. Questo ruolo di KFOR quale protagonista reale e attuale della costruzione dello Stato kosovaro è stato recentemente ribadito dai Ministri della Difesa della NATO, riunitisi il 10 ottobre scorso a Bruxelles assieme ai colleghi delle «Non-NATO troop contributing nations». Dopo aver discusso della situazione in Kosovo e del relativo livello di sicurezza, i Capi di Dicastero hanno riaffermato, tutti assieme, l’indispensabilità di KFOR in Kosovo. «KFOR has done an excellent job in maintaining a safe and secure environment for all people in Kosovo. And it will continue to fullyimplement its mandate», ha affermato al termine il Segretario Generale della NATO. Sebbene il ruolo di KFOR sia stato riaffermato, il contesto in cui l’impegno militare della coalizione si muove è radicalmente cambiato: il 10 settembre 2012, è stato ufficialmente decretato il termine della supervisione internazionale sull’Indipendenza del Kosovo da parte dell’Ufficio Civile Internazionale (ICO). Tale struttura organizzativa multinazionale, creata il 28 febbraio 2008 dal Gruppo di orientamento europeo, ha avuto come fine quello di supportare il gover-
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no kosovaro nell’implementazione della «Comprehensive Status Proposal». Si tratta di un progetto politico, economico e sociale che prevede – appunto - l’indipendenza del Kosovo in parte controllata dalla comunità internazionale ed è meglio conosciuto come «Piano Ahtisaari» (3), dal nome dell’Inviato Speciale pro-tempore del Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Il piano rappresenta, probabilmente, l’unica «pietra angolare» su cui si sta tentando di costruire, in una visione comprensiva, pacifica e rispettosa delle parti in causa, la soluzione definitiva della «questione kosovara». Tuttavia, sebbene nel documento sia trasversalmente individuata la maggior parte delle problematiche che caratterizzavano il Kosovo nel 2007 – e che lo caratterizzano ancor oggi -, quali, ad esempio, la rappresentazione democratica delle diversità etniche, la protezione dei siti culturali e/o religiosi, l’amministrazione della Giustizia e della Proprietà, il settore Sicurezza e la presenza civile e militare internazionale, l’applicazione pratica delle «guidance» ha trovato non pochi ostacoli. Se da un lato, infatti, l’atteggiamento serbo nei confronti di Pristina è stato, nel tempo, altalenante, oscillando tra proclami nazionalistici (nei quali il Kosovo è marchiato, senza alternativa, come una provincia di Belgrado) e posizioni di apertura (proponendosi quale interlocutore moderno e libero dal passato per assicurarsi l’ingresso nella Comunità europea), dall’altro il rifiuto del Piano stesso rappresenta una nota costante nell’approccio di Belgrado alla questione kosovara. Tale approccio lo si può ritrovare nei kosovari serbi che vivono nel nord del Kosovo, che non hanno mai smesso di ritenersi esclusivamente parte della Serbia e, per questo, si sono sempre opposti all’implementazione del Piano. Purtroppo, questa comunità di circa 40 000 serbi rappresenta, di fatto, l’attore principale con il quale si è dovuta confrontare la Comunità Internazionale e il governo di Pristina nel percorso verso un Koso-
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vo stabile e pacifico. In definitiva, l’area delimitata dal corso naturale del fiume Ibar fino alla Administrative Boundary Line (ABL) che separa il Kosovo dalla Serbia, è diventata la vera sfida con la quale misurarsi; un piccolo territorio di un Paese di per sé non vasto rappresenta ancora il problema da risolvere. Nel nord del Kosovo, dove le 4 maggiori municipalità (Mitrovica, Zubin Potok, Zvecan, Leposavic) sono amministrate da rappresentanti serbi kosovari, sulla popolazione locale, già di per sé caratterizzata da una culturale negazione per l’identità nazionale kosovara, è tuttora forte l’influenza del governo di
grado di sicurezza dell’area e lo stato dell’arte per quanto riguarda l’accettazione della presenza di Pristina sull’intero territorio.
Belgrado, radicata la presenza di funzionari del Ministero degli Interni serbo, attiva l’opera di gruppi eversivi e del crimine organizzato e, non ultima, vincolante la «parola» della Chiesa Serbo-Ortodossa. In un siffatto contesto di riferimento, KFOR non si raffigura più come una presenza militare di routine; le operazioni condotte dalla Kosovo Force nell’implementare il SASE e la FOM sono divenute un indicatore di progresso, o di regresso, nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal «Piano Ahtisaari». Infatti, anche quando ci sono stati passi in avanti nella normalizzazione delle relazioni tra Pristina e Belgrado, eventi anche cruenti hanno spesso fatto da contraltare e le azioni di KFOR hanno permesso di valutare il
giori consessi internazionali dove il lento dipanamento della problematica socio-politica locale necessita delle esperienze e delle percezioni proprie della componente operativa militare. Il differimento della programmata diminuzione delle forze di KFOR (passaggio alla Minimum Presence, originariamente previsto nel 2011) fino a quando non saranno presenti le condizioni per garantire un SASE e una FOM sostenibile nel tempo e con assetti militari ridotti, evidenzia come la componente militare di pace sul terreno sia divenuta uno dei motivi, non la conseguenza, delle scelte che la Comunità Internazionale deve assumere. EULEX, l’organizzazione europea che dal 2004 supporta il governo Kosova-
KFOR E IL KOSOVO KFOR è ancora ritenuta l’organizzazione internazionale di riferimento per ambo le parti contendenti. Benché il mandato del Comando di Film City sia circoscritto al mantenimento di un ambiente sicuro e alla garanzia della libertà di movimento per tutti e in tutto il Kosovo, la coalizione è sempre presente nei mag-
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ro nell’ambito dell’amministrazione della giustizia, che opera principalmente presso il Tribunale di Mitrovica e supporta la Kosovo Police nella gestione della Pubblica Sicurezza, non sembra avere ancora ottenuto la fiducia da parte dei serbi kosovari del nord. Se nel resto del Kosovo le enclave a maggioranza serba mostrano una relativa pacifica accettazione del governo di Pristina e non sono più percepibili come possibili focolai di rivolta e/o violenza, a nord hanno sempre manifestato la propria intolleranza colpendo in maniera diretta (anche con scontri a fuoco) e indiretta (bloccando il transito) non solo i rappresentanti delle Istituzioni kosovare ma anche la polizia di EULEX. In tale contesto, le azioni del governo kosovaro sono state sempre e duramente contestate dalla popolazione a nord dell’Ibar, anche con atti di inaudita violenza. Gli ultimi diciotto mesi sono stati una sfida continua per KFOR. Gli eventi di luglio 2011 sono l’origine delle tensioni che ancora sostanzialmente delineano il quadro operativo in cui la coalizione si sta muovendo. Il casus belli è stato l’istituzione del timbro doganale kosovaro, riportante la scritta «Repubblica del Kosovo» che la United Nations Mission In Koso-
vo (UNMIK) nel 2009 aveva definitivamente approvato, a seguito della dichiarazione compatibilità con la legge internazionale della proclamazione sull’indipendenza del Kosovo formulata dalla Corte Internazionale di Giustizia e in linea con quanto sancito nel Central European Free Trade Agreement (CEFTA). A seguito dell’implementazione dell’uso del timbro ai valichi di frontiera tra Serbia e Kosovo, Belgrado ha risposto con l’imposizione dell’embargo dei prodotti riportanti lo stampo doganale kosovaro, innescando analoga reazione del governo di Pristina sui prodotti provenienti da Belgrado. L’embargo incrociato ha, tuttavia, generato la violenta risposta dei serbi kosovari del nord che usufruiscono quotidianamente delle merci di importazione serba. I posti di frontiera nei pressi delle città di Jarinie e Brniak sono stati assaltati e devastati e, negli scontri con la polizia kosovara, un poliziotto delle forze speciali di Pristina è rimasto ucciso. A ristabilire l’ordine alle frontiere è intervenuto KFOR ma la protesta serba ai valichi si è trasformata in una fitta rete di blocchi stradali sulle principali vie di comunicazione che da Mitrovica conducono verso il confine, rendendo
praticamente impossibili i movimenti di EULEX e della polizia doganale kosovara. La risposta della NATO è stata incisiva e determinata: per mantenere il «safe and secureenvironment» e la «freedom of movement», Bruxelles ha deciso di schierare in Teatro il Battaglione austro-tedesco in riserva ORF (Operational Reserve Force), così da garantire una presenza più efficace sul territorio, una deterrenza più marcata e una capacità di reazione in termini di controllo della folla pressoché immediata. Solo a settembre 2011, a seguito di un ulteriore sessione di dialogo tra le parti, accordandosi sulla dicitura «Dogana Kosovo», l’embargo incrociato è stato rimosso. Nel frattempo, la mancata rimozione volontaria dei numerosi blocchi stradali eretti dai serbi kosovari ha necessariamente generato l’intervento di KFOR per assicurare la FOM. In sostanza, ad azioni più marcatamente cinetiche, volte allo smantellamento dei blocchi e al controllo dei principali incroci stradali, che purtroppo hanno provocato la reazione – anche armata – di frange di oltranzisti kosovari serbi con numerosi feriti da entrambe le parti, si sono alternate attività di mediazione e di controllo indiretto delle azioni di protesta. Da settembre 2011 sino a giugno 2012, KFOR ha dovuto smantellare blocchi stradali, controllare punti nevralgici del traffico verso la Serbia, affrontare la protesta anche violenta degli estremisti serbi kosovari, garantire la sicurezza dei punti di frontiera, chiudere i numerosi sentieri creati dal nulla e volti a bypassare i controlli doganali alla frontiera, senza comunque dimenticare di proseguire sulla via della normalizzazione, procedendo - ad esempio - nel processo di «unfixing» delle forze della coalizione devolute al controllo dei già citati PRDSS, passando la responsabilità della sicurezza del monastero di Devic alla polizia kosovara. La Coalizione ha contato numerosi feriti tra le proprie fila ma è sempre riuscita ad essere paziente nella mediazione, determinata nell’azione, proporzionata nel-
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la reazione. In tale difficile e complesso contesto, i soldati italiani hanno fatto la loro parte e «in prima linea», da Mitrovica a Decani, da Pec a Zubin Potok, con gli assetti del Battle Group West, quelli del Joint Regional Detachment West e dell’Italian ORF Battalion. Associando disponibilità al dialogo con tutte le etnie presenti e risolutezza nell’esecuzione dei compiti assegnati, i Bersaglieri dell’11°, gli Artiglieri del 21° e del 2° da montagna, i controaerei del 17°, i Genieri del 10°, i Trasmettitori del 7° e dell’11°, nonché tutti gli assetti che hanno operato per integrare le capacità operative espresse dalle unità italiane sul terreno (185° RAO, 6° e 10° RETRA, 7° NBC, 28° Pavia, reggimento lagunari, Reparto Mezzi Mobili Campali), hanno onorato la missione evidenziando flessibilità di impiego e grande adattabilità alla situazione. Ancora una volta, la dinamicità e la multilateralità nell’approccio alla missione costituisce la vera «chiave di volta» per la risoluzione dei problemi operativi in un Teatro, come quello kosovaro, caratterizzato dalla estrema permeabilità e interconnessione tra l’aspetto tecnico-militare e i fattori strategici, politici, storici, culturali e sociali.
LA MILITARY CIVIL ADVISORY DIVISION (MCAD) La credibilità di KFOR è fondata sulla capacità di dialogare con tutte le parti in gioco. Oltre agli assetti tipicamente operativi e alla suddivisione ortodossa del Comando in branche «J», KFOR mantiene alcune componenti organizzative peculiari, focalizzate proprio sul dialogo a vari livelli. Tra queste, degni di menzione sono: il Joint Execution Component (JEC), che è il referente per i rapporti con le comunità kosovare serbe e albanesi attraverso l’azione quotidiana dei Liaison and Monitoring Teams (2 dei quali sono italiani), definiti «gli occhi e le orecchie di KFOR» nel cuore delle
municipalità, tra la popolazione e con le autorità locali; il Joint Implementation Component (JIC), che sovrintende ai numerosi contatti tra KFOR e le Forze Armate Serbe per le questioni afferenti all’ABL; infine, la Military Civil Advisory Division (MCAD), la struttura organizzativa di KFOR Headquarters più numerosa in termini di personale, costituita alla fine del 2007 a seguito dell’assunzione, da parte di KFOR, di una nuova missione derivante dal Piano Ahtisaari, cioè la creazione di un’organizzazione istituzionale kosovara di risposta alle emergenze, la Kosovo Security Force (KSF). Dalla sua costituzione, la MCAD è sempre stata retta da un Generale di Brigata italiano, che ha contemporaneamente ricoperto l’incarico di Deputy Chief of Staff (DCOS) di KFOR e Italian Senior National Representative. L’end-state attuale fissato dalla NATO per la KSF è rappresentato dal raggiungimento della full operational capability (FOC) nelle «core missions» (ricerca e soccorso, capacità EOD, antincendio e trattamento dei materiali tossici), in modo da essere autosufficiente e in linea con gli standards fissati dalla NATO. La MCAD, strutturata su sei Dipartimenti direttamente «agganciati» all’architettura organizzativa della KSF e, trasversalmente, al Ministero per la KSF, addestra, consiglia e valuta la Kosovo Security Force in tutti i suoi aspetti: dalla gestione del personale alla formazione del corpo dottrinale; dalla logistica alle operazioni; dall’ordinamento all’impiego; dalle infrastrutture agli aspetti relativi alla sicurezza fisica e informativa. A tal fine, la Divisione ha creato gli strumenti di analisi e di verifica dei miglioramenti raggiunti attraverso ciclici processi di valutazione congiunta KFOR/KSF. I progressi raggiunti dalla KSF, che non può essere ritenuta la Forza Armata del Kosovo ma un’organizzazione a guida civile in grado fronteggiare situazioni di crisi nazionali (anche in virtù dei vincoli posti dalla Costituzione kosovara fino a giugno 2013, quali la dotazione
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organica complessiva di 2 500 unità tra Ufficiali, Sottufficiali e Militari di truppa, l’assenza di capacità offensive e la disponibilità di solo armamento leggero in ridotte quantità), può ritenersi anche un successo italiano, tenuto conto che, oltre alla leadership della MCAD, l’Italia è la Nazione maggiormente rappresentata nell’ambito della stessa Divisione. Gli obiettivi strategici da raggiungere nella costruzione della KSF sono professionalità e multietnicità, selezione del personale trasparente e sostenibilità finanziaria. Ad oggi, la Kosovo Security Force e il suo Ministero rappresentano la migliore espressione di organizzazione governativa kosovara, seppur con le sue «fisiologiche» lacune e inesperienze; è il paradigma istituzionale sul quale la comunità internazionale deve continuare a indirizzare e investire, per dimostrare che, anche in Kosovo, si può raggiungere la civile convivenza tra le etnie locali, la corretta amministrazione della «cosa pubblica», il rispetto delle diversità locali (religiose, politiche e sociali).
L’ITALIAN ORF BATTALION Il lavoro e gli sforzi fin qui condotti dal personale militare italiano operante nell’ambito di KFOR Headquarters sono risultati determinanti e, per certi aspetti, vincenti, se messi in sistema con quelli raggiunti sul piano operativo, in particolar modo dall’ORF italiano durante la sua permanenza in Teatro Operativo. L’unità, logisticamente dislocata presso la base francese di Novo Selo, circa 20 km a sud di Mitrovica, ha assunto la responsabilità della zona di operazioni a maggioranza etnica serba-kosovara rappresentata principalmente dalla valle di Zubin Potok, nel Nord-Ovest del Kosovo, percorsa dal fiume Ibar e delimitata a sud-est dall’abitato di Zupce e a nord ovest dal punto di confine con la Serbia di Brnjak, meglio noto come DOG 31. Le attività dell’11° reggimento bersa-
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glieri sono state caratterizzate da un impiego a 360° gradi, rappresentato dal continuo e intenso pattugliamento a piedi e motorizzato dell’area di competenza, compresa quella a ridosso dell’ABL Kosovo-Serbia. Inoltre, lo stesso ORF è stato impegnato nell’attivazione di numerosissimi Vehicle Check Points (VCPs), nel monitoraggio delle aree densamente popolate, nella giornaliera scorta ai convogli di EULEX, nella rimozione dei principali blocchi stradali, anche ricorrendo all’impiego degli assetti del genio e NBC organicamente in rinforzo, nell’acquisizione e nel presidio di key terrains, molto spesso individuati in strategici nodi stradali. In più di una circostanza, allorquando ai teams di EULEX veniva impedito il movimento verso i valichi di frontiera, o in occasione di azioni cinetiche volte a ristabilire la freedom of movement, i bersaglieri, attuando anche misure di Crowd Riot Control (CRC), implementate dal fattore deterrente costituito dai cannoni ad acqua resi disponibili all’Esercito dalla Polizia di Stato, hanno messo in sicurezza l’area attraverso l’attivazione di VCPs temporanei e creando boxes di manovra chiusi al traffico locale, al fine di impedire agli estremisti kosovari serbi di rinforzare, all’occorrenza, i presidi esistenti nella zona interessata dall’operazione. Un’altra peculiarità operativa dell’Italian ORF Battalion è stata la presenza, nell’articolazione delle forze, di un assetto fornito dal reggimento lagunari «Serenissima». Il team, equipaggiato con i barchini assegnati alle forze da sbarco dell’Esercito Italiano, ha integrato il dispositivo schierato dall’11° a ridosso del lago di Gazovide, a valle del citato DOG 31, assicurando ai Bersaglieri una capacità pressoché immediata di ridislocazione e reazione da una sponda all’altra dello specchio d’acqua insistente nell’area d’interesse. In definitiva, l’approccio organizzativo finalizzato all’assolvimento di una missione complessa che ha visto l’inserimento anche di piccole e differenti componenti capacitive in un defini-
to contesto ordinativo-organico di riferimento, è stato estremamente efficace. La variabilità degli assetti disponibili, innestati in un framework capacitivo di fanteria leggera, unitamente alla rapida comandabilità e alla visione d’insieme derivante dal livello ordinativo reggimentale, ha permesso all’unità di Orcenico Superiore di rispondere a tutta la gamma dei compiti individuati nell’ambito della più ampia manovra di KFOR.
CONCLUSIONI Il termine della Supervisione di Indipendenza dello scorso mese di settembre, benché si identifichi come un passo importante verso la futura stabilizzazione dell’area in questione, non può essere considerato come la fine delle tensioni interne né il momento per distogliere lo sguardo attento da un Paese che rimane una sorta di «pentola a pressione», pronta ad esplodere e a vanificare in pochi istanti i progressi faticosamente raggiunti dalla comunità internazionale nel corso di 13 lunghi anni. Il Kosovo è una terra dai panorami mozzafiato, ma anche erede storico di ricordi ritenuti quasi ancestrali. La piana di Kosovo Poljeri evoca fasti e fantasmi che ancora possono confondere le menti, che possono rievocare contrapposizioni che, in realtà, dovrebbero appartenere al passato o al già vissuto. Integrazione e sguardo al futuro sono le vie di uscita, soprattutto se si va a considerare che il Kosovo è terra principalmente di giovani. Questo è il grande tesoro da custodire, la vera occasione di cambiamento, se si osserva che l’età media della popolazione è di 25 anni e il tasso di crescita demografico è il più alto d’Europa. La ricerca dell’integrazione tra le varie componenti etniche vede l’Italia, grazie anche all’impegno dei propri soldati, in posizione privilegiata, tenuto conto che sin dall’inizio della missione di KFOR gli italiani hanno dialogato sia con i serbi sia con gli albanesi. Infatti, da una
parte proteggono Decani, dall’altra hanno la leadership nella creazione della Kosovo Security Force, che a ragione si può considerare come l’unica istituzione kosovara ad avere la multietnicità come obiettivo fondamentale da raggiungere. Tuttavia, non va dimenticata la peculiarità sociale e culturale di questa terra: il Kosovo rappresenta troppo per troppe persone e necessita di una soluzione a sé. Non a caso, già nel 2007 Marti Athisaari concludeva così il suo rapporto: «Kosovo is a unique case that demands a unique solution. It does not create a precedent for other unresolved conflicts. In unanimously adopting resolution 1244 (1999), the Security Council responded to Milosevic’s actions in Kosovo by denying Serbia a role in its governance, placing Kosovo under temporary United Nations administration and envisaging a political process designed to determine Kosovo’s future. The combination of these factors makes Kosovo’s circumstances extraordinary». Francesco Diella Generale di Brigata, Capo di SM del 1° FOD, già Italian Senior Representative e Capo della Military Civil Advisory Division in Kosovo
NOTE (1) Parte del territorio kosovaro a ovest, durante il medioevo era coperto da «metos» – tenute parrocchiali della Chiesa ortodossa serba, da cui ne deriva il nome. (2) Properties with designated special status. (3) Marti Athisaari, diplomatico finlandese, dopo quasi un anno trascorso nei Balcani a intessere numerosi contatti diretti sia con Belgrado che con Pristina, nel marzo 2007 presentò all’ONU una proposta dettagliata, comunemente denominata «Piano Athisaari», dove venivano indicate le disposizioni da attuare in Kosovo per la costituzione di un Paese stabile, in grado di sopravvivere e multietnico, il quale avrebbe generato, conseguentemente, la stabilità nell’intera regione balcanica.
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ISAF 2012 LA VIA ITALIANA ALLE COUNTERINSURGENCY OPERATIONS: LA BRIGATA BERSAGLIERI «GARIBALDI» IN AFGHANISTAN Quella delle forze ISAF in Afghanistan è sicuramente la più complessa e per certi versi difficile missione condotta dalla NATO sin dalla sua costituzione, per altro al di fuori della tradizionale area di responsabilità euro-atlantica. Il compito delle forze della Coalizione è essenzialmente quello di supportare le forze di sicurezza locali (le Afghan National Security Forces) per assicurare una situazione di sicurezza e garantire stabilità al Paese, facilitandone così il processo di ricostruzione e sviluppo. Trattasi di una tipica Counterinsurgency Full Spectrum Operation (COIN), una miscela di sforzi civili e militari destinata a contenere contemporaneamente l’insurrezione e le sue cause. A differenza della guerra convenzionale, i mezzi non militari e le azioni non-cinetiche costituiscono spesso gli elementi più efficaci, con le forze militari che svolgono un
ruolo abilitante degli stessi. Un’impresa estremamente articolata, che richiede da parte dei decisori politici e militari una conoscenza dettagliata del proprio campo specifico, ma anche la comprensione di una vasta gamma di discipline correlate. La strategia è incentrata principalmente sulla popolazione (Centro di gravità) piuttosto che sull’avversario e ha come fine ultimo (End State) il rafforzamento della legittimità del Governo locale riducendo l’influenza degli insorti. In tal senso, il successo della campagna spesso dipende dalla volontà del Governo di intraprendere i cambiamenti politici necessari. Infatti, per quanto eccezionali possano essere l’impegno e la capacità di attori esterni (in Afghanistan le forze ISAF), essi non potranno mai compensare la mancanza di volontà, l’incapacità o il comportamento negativo da parte del Governo sostenuto.
CONTINGENTE «ISAF» Assetti nazionali impiegati • Personale impiegato: circa 4 000 uomini e donne; • Brigata bersaglieri «Garibaldi» ordinata su: •• Comando; •• quattro reggimenti di manovra; •• un Provincial Reconstruction Team; •• un reggimento genio; •• un Aviation Battalion; •• varie unità specialistiche di rinforzo; •• assetti aerei; •• assetti per il sostegno logistico.
Quando il 23 marzo 2012 ci siamo schierati in Afghanistan, mai avremmo pensato di dover soffrire dopo soli due giorni per la perdita di un nostro commilitone, colpito da fuoco vile nella Valle del Gulistan. Il Sergente Michele Silvestri ci ha lasciati così, all’improvviso, donando la sua giovane vita alla Patria. Un duro colpo che avrebbe stordito chiunque ma non certo la Brigata bersaglieri «Garibaldi», che già nel suo nome rievoca forza d’animo, intraprendenza e coraggio. È iniziata così la prima missione in terra afghana di questa Unità, a sostegno di una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a partire dalla UNSCR 1386 del 2001. L’avventura della «Garibaldi» nella missione ISAF in realtà ha avuto inizio con la fase di approntamento, già nel mese di settembre 2011, ed è
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proseguita, praticamente senza soluzione di continuità, fino agli inizi di marzo 2012, quando i teams di validazione hanno dato il «pronti all’impiego» per il Comando e i reggimenti. Civitavecchia, Capo Teulada, Monteromano, Brunico, San Giorgio a Cremano, Vittorio Veneto, Brunssum in Olanda, Persano: queste le tappe che hanno scandito l’addestramento e l’amalgama del personale della Brigata e delle altre unità costituenti il contingente nazionale. Determinazione, impegno, dedizione, spirito di sacrificio, le qualità profuse da tutti durante i lunghi e duri mesi che hanno preceduto la partenza. Ma in tutti c’era la consapevolezza che solo un addestramento duro ed efficace avrebbe consentito di potersi presentare pronti a un appuntamento così importante e difficile. Il 16 marzo, a Caserta, la cerimonia di saluto al contingente, presente il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Graziano, ed il Comandante del 2° FOD, Generale di Corpo d’Armata Lops. In quell’occasione ho letto negli occhi di tutti la fierezza di appartenere a questa splendida Unità, l’orgoglio di rappresentare l’Italia nel mondo e la convinzione di potersi rendere utili, aiu-
tando un popolo violentato da decenni di conflitti. Il 31 marzo la cerimonia del passaggio di responsabilità a Herat che ha di fatto sancito, alla presenza del Ministro della Difesa, Ammiraglio Di Paola, e del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Abrate, il passaggio della responsabilità del Regional Command West dalla Brigata Sassari alla Brigata bersaglieri «Garibaldi». Un contingente interforze di circa 4 000 uomini e donne, a cui si aggiungevano ulteriori 4 000 soldati di altre 9 Nazioni, con responsabilità su 4 Province (Herat, Farah, Badghis e Ghor), con una popolazione di circa 3 200 000 abitanti distribuiti su un territorio difficile, esteso più dell’Italia settentrionale, con un ambiente naturale diversificato che andava dalle cime impervie e alte fino a 7 000 metri dell’Hindu Kush nell’est, alle colline spoglie e aride del nord, ai deserti riarsi e ventosi dell’ovest e del sud. Un impegno gravoso, in un contesto operativo impegnativo e denso di pericoli. Una missione da affrontare con coraggio, determinazione, attenzione e intelligenza, per ridurre al minimo i rischi. Per raggiungere tale scopo il contingente ha operato su tre direttrici (le
cosiddette linee di operazione): la sicurezza, attraverso un capillare controllo del territorio e il supporto alle Afghan National Security Forces (ANSF), la governance, volta a coadiuvare le autorità locali e far riacquisire loro il consenso della popolazione, e la ricostruzione, per migliorare sempre di più le condizioni di vita degli afghani e porre le basi per uno sviluppo socio-economico sostenibile. Integrando capacità civili e militari sono state individuate le soluzioni più idonee per assistere nella maniera più efficace un popolo fiero di una terra sfortunata. I Contingenti Italiani che si sono succeduti in Afghanistan negli anni hanno percorso la strada giusta e i risultati sono sotto gli occhi della comunità internazionale: nel 2012 la fase 4 della «Transizione», cioè il passaggio della responsabilità della sicurezza e della governance alle autorità afghane è in pieno svolgimento e sta rispettando le scadenze temporali fissate nel summit di Lisbona del novembre 2010. È un processo articolato che è stato concordato e condiviso con gli Alleati e il Governo afghano. E questo cambio di ruolo è la più chiara dimostrazione del successo che ha riscontrato la nostra missione. Nell’area di operazione circa il 75% dei distretti sono già transitati sotto la responsabilità delle autorità governative locali; il processo di transizione è di prevista conclusione alla fine del 2014 e i progressi che si stanno registrando nel Paese fanno a buon diritto ritenere di poter rispettare le tempistiche previste. Al termine di ogni fase della transizione sarà comunque assicurata una presenza internazionale, con un maggior peso sulla governance, sullo sviluppo e sul supporto alle forze di sicurezza afghane. Il termine della missione ISAF nel 2014 non significherà un abbandono dell’Afghanistan, ma costituirà un cambio di ruolo, da una missione «attiva», con forze di manovra operanti sul terreno, a un compito di sostegno essenzialmente politico ed economico nei confronti dello Stato afghano. Nel Regional Command West gli
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obiettivi di proteggere la popolazione afghana, neutralizzare l’insurrezione ed estendere la legittimità del Governo eletto dal popolo afghano sono stati raggiunti. Il messaggio della propaganda avversaria è che, una volta partite le forze di ISAF, i cosiddetti insorti, un miscuglio esplosivo di estremisti (come talebani e appartenenti ad Al Qaeda) e criminali comuni, potranno vincere. Al contrario, la realtà dice che questi nemici dell’Afghanistan sono già sconfitti e non sono più capaci di sfidare apertamente la forze di sicurezza afghane. Al momento sono solo in grado di compiere atti orribili, posizionando ordigni esplosivi (i famigerati Improvised Explosive Devices), mandando a suicidarsi ragazzi inconsapevoli, terrorizzando la popolazione, ad esempio tagliando mani e teste di donne e bambini. Questi ribelli non sono in grado di offrire un futuro al popolo dell’Afghanistan bensì solo una vita di paura e speranze infrante. Gli insorti hanno una sola scelta: unirsi ai più di 2 000 uomini che nella regione ovest dell’Afghanistan hanno già abbandonato la lotta armata e hanno aderito al programma di reintegrazione. A seguito dell’avvio del ridimensionamento delle forze ISAF, le forze di sicurezza afghane stanno dimostrando di poter gestire la situazione in autonomia. È un dato di fatto: il nuovo Esercito afghano sta conducendo con successo operazioni di sicurezza sia nel Sud, in Gulistan, che nel nord, a Bala Murghab, dove non ci sono più forze ISAF dopo la condotta di operazioni decisive come «Securing Lithium» e «Shrimps Net». Tutti i distretti passati sotto la piena responsabilità delle forze governative afghane sono al momento sicuri. La vita non è ancora un paradiso per la gente di quella terra sfortunata, ma la speranza di una vita migliore sta sicuramente nascendo molto forte nell’ovest dell’Afghanistan. In quel territorio inospitale hanno
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operato incessantemente 4 reggimenti di manovra (di cui due bersaglieri, uno di fanteria ed uno di cavalleria), un Provincial Reconstruction Team (PRT), un reggimento genio, un Aviation Battalion (fondamentale in un contesto operativo come quello afghano) e vari altri assetti (paracadutisti, rangers, unità delle trasmissioni,
saggio di responsabilità dei Distretti di Murghab e del Gulistan alle ANSF è stato possibile non solo grazie al successo di operazioni complesse come le menzionate «Securing Lithium» e «Shrimps Net», ma anche dal lavoro, sempre più fondamentale, svolto dai Military Advisor Teams (MAT) con la formazione e
aerei, unità per il sostegno logistico). Uno sforzo che l’Italia non esercitava dalla fine della Seconda guerra mondiale e che tutti hanno affrontato con il consueto spirito ardimentoso e deciso, consentendo il raggiungimento di tutti gli obiettivi fissati dal Comando NATO ISAF di Kabul. L’impegno italiano è stato quindi di assoluto rilievo e si è estrinsecato in numerosi ambiti, accomunati da un unico fine: garantire stabilità al Paese, facilitandone il processo di ricostruzione e sviluppo. Tale sforzo lo si è attuato attraverso un capillare controllo del territorio, unitamente alle neo–costituite forze di sicurezza afghane, e con l’operato del PRT per avviare lo sviluppo socio-economico, migliorando così la governance e aumentando la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni. Nel campo della sicurezza, il pas-
assistenza militare a favore dei Quadri ed i soldati delle unità dell’Esercito afghano, unitamente allo sforzo profuso dai Police Advisor Teams (PAT) e da un nucleo della Guardia di Finanza per l’addestramento delle Forze di Polizia e della Polizia di Frontiera locali. A oggi le Forze dell’Esercito e della Polizia afghana, addestrate e pienamente operative sul territorio del Regional Command West, ammontano a circa 30 000 unità; hanno acquisito buona capacità di pianificare e condurre operazioni in piena autonomia, tanto che le forze di ISAF sono sempre più spesso essenzialmente di supporto. Ma, come detto, in una COIN non è sufficiente profondere tutti gli sforzi nel campo della sicurezza. Serve un cosiddetto Comprehensive Approach, cioè uno sforzo esercitato da struttu-
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re militari e civili, organizzazioni governative e non governative, in tutti i campi. Anche la ricostruzione delle strutture governative e di quelle sociali e infrastrutturali risulta un fattore chiave per avere successo in una situazione post-conflittuale. Il PRT italiano ha in corso di realizzazione per il 2012 ben 44 progetti per la ricostruzione e lo sviluppo della regione ovest, in tutti i campi (sanità, educazione, infrastrutture, agricoltura, sociale e governance) con l’edificazione di pozzi, scuole, strutture mediche, opere per l’aeroporto internazionale di Herat, edifici pubblici, canali, strade. Un pozzo o un ambulatorio in un piccolo villaggio di alcuni dei più inaccessibili distretti può significare un grande salto nella qualità della vita della popolazione afghana, nonostante richieda un piccolo investimento economico. Sono queste le attività che, unitamente alla fiducia nei propri governanti, più avvicinano i cittadini afghani al loro Paese che così potrà procedere gradualmente verso lo sviluppo economico, politico e sociale. Non solo il PRT, ma anche le Task Forces hanno operato nell’assistenza umanitaria, avendo curato circa 5 000 persone con interventi sanitari di diversa tipologia e portato a termine un centinaio di progetti di impatto immediato (i cosiddetti Quick impact projects) a sostegno di comunità locali bisognose di aiuto. Come detto, però, è ora il momento di pensare a programmi strategici di più ampio respiro. Nella regione occidentale dell’Afghanistan i principali progetti da ultimare, prima del completo ritiro delle forze di manovra di ISAF, sono in particolare: una rete stradale adeguata, per sottrarre da un deleterio isolamento tanti villaggi ancora dislocati in aree difficilmente raggiungibili, ma anche per consentire in futuro alle ANSF di poter rinforzare e sostenere logisticamente, in autonomia, le proprie basi posizionate nei distretti più periferici ed isolati; altre opere
strategiche come la diga di Salma, attualmente in costruzione, per fornire energia elettrica e costruire una rete di canali d’irrigazione indispensabili per uno sviluppo socioeconomico armonico e sostenibile. Se si volesse fare un consuntivo degli obiettivi raggiunti nei sei mesi di permanenza nel Teatro operativo afghano, frutto anche degli sforzi profusi da tutti i contingenti nazionali succedutisi negli anni nella missione ISAF, i principali risultati nel Regional Command West a guida italiana potrebbero essere riassunti nei seguenti: gli insorti sono stati sconfitti, sicuramente a livello tattico; le Afghan National Security Forces, a parte alcune carenze capacitive che dovranno essere colmate nei prossimi due anni (cioè prima del termine della missione ISAF nella sua configurazione attuale), sono in grado di pianificare e condurre autonomamente operazioni di controinsurrezione e, pertanto, sono pronte ad assumere la responsabilità della sicurezza nella maggior parte delle Province; il processo di transizione, a parte pochi distretti ove più forte è la presenza di insorti ideologicamente orientati, sta procedendo secondo i piani; il programma di reintegrazione continua ad avere successo e sta drenando sempre di più le file degli insorti; le Autorità del Governo afghano a livello centrale e periferico, a parte alcuni casi di malgoverno, appaiono sempre più idonee a governare il Paese. È in tale situazione che la Brigata «Garibaldi» il 14 settembre 2012 ha ceduto la responsabilità alla Brigata «Taurinense», nel corso di una cerimonia alla presenza del Sottosegretario di Stato alla Difesa, dott. Gianluigi Magri, il Comandante di ISAF, Generale John R. Allen, il Comandante del Comando Operativo di vertice Interforze, Generale Marco Bertolini, il Comandante dell’ISAF Joint Command, Generale James L. Terry, e tutte le autorità civili e militari afghane. In quell’occasione ho detto: «In una delle lingue parlate in
Afghanistan, il Pashtun, si dice: “Pusht-e Hor Taareekee, est roshanee”, che significa: “Dopo ogni tenebra, arriva la luce”. Questa è la speranza, da me condivisa, del popolo afghano. Un popolo sfortunato che rimarrà nel cuore dei soldati della “Garibaldi”, sempre». La cerimonia di rientro in Madrepatria si è svolta il 28 settembre 2012 alla presenza del Sottosegretario alla Difesa, Dott. Gianluigi Magri, e del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Graziano, nel maestoso piazzale antistante la Reggia di Caserta, nel ricordo commosso dei compagni, compresi quelli delle forze afghane e della coalizione, caduti e feriti sul campo «che porteranno sul corpo» - come ha detto il Capo di SME «il segno del loro incommensurabile contributo per un mondo migliore». Il lavoro di squadra, la flessibilità, la determinazione, unitamente al massimo rispetto per gli usi, i costumi, la cultura e la religione locale, sono stati la ragione del successo del contingente italiano su base Brigata «Garibaldi» che, come fatto in passato anche dalle altre Brigate dell’Esercito Italiano succedutesi in Afghanistan, hanno indicato la «via italiana alle COIN». Ormai Herat, Farah, Shindand, Bala Murghab, Bakwa, le basi avanzate, i pattugliamenti sul territorio, le attività di cooperazione civile-militare, la polvere, il caldo, il sudore, ogni giorno, ogni notte, sono solo un ricordo per i soldati della «Garibaldi», consapevoli però che la missione ISAF è stata solo una tappa nella loro storia e che la Nazione si aspetta ancora il loro contributo per la condotta di attività operative sia sul territorio nazionale che oltremare. E la «Garibaldi» si farà trovare ancora una volta pronta. Luigi Chiapperini Generale di Brigata, Comandante della Brigata bersaglieri «Garibaldi», già Comandante del Regional Command West
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IO E L’ESERCITO ITALIANO La mia esperienza nell’Esercito è iniziata circa un anno fa, quando la delusione dovuta all’impossibilità di entrare nel mondo del lavoro con una laurea triennale in lettere e la voglia di avere un’indipendenza economica mi hanno portato a compilare la domanda per diventare VFP1 (Volontario in ferma prefissata di un anno). Dopo aver trascorso due giorni a sottopormi a ogni tipo di visita medica e test psico-attitudinale ho ricevuto l’idoneità e dopo circa tre mesi hi iniziato, con curiosità ed entusiasmo, un percorso lavorativo ma soprattutto di vita del tutto nuovo. Ricordo perfettamente quel sei settembre, quando lasciai la mia casa e i miei affetti per varcare quel grande portone verde: il 235° RAV Piceno (Reggimento addestrativo volontari - riservato al personale di sesso femminile). I primi giorni sono stati quelli della metamorfosi, in cui da civile mi sono trasformata in militare. Dapprima dal punto di vista estetico: ho rinunciato al trucco, ai capelli sciolti, ai tacchi, a ogni tipo di bigiotteria, allo smalto. Insomma, tutto quello che c’era di colorato e spensierato è stato sostituito da capi di abbigliamento che nascondevano ogni forma, che mi rendevano del tutto simile alle altre; ho cominciato poi ad abituarmi alla pesantezza degli anfibi e alla poca duttilità della mimetica. La trasformazione ha riguardato automaticamente anche lo stile di vita. Ho cominciato ad abituarmi ai nuovi orari e ai nuovi ritmi: la sveglia alle 06.30 e il rientro alle 23.00, le continue corse per essere in orario e sempre impeccabile nell’uniforme e con un alto tono formale. Ero abituata ad avere accanto sempre con me una borsa o uno zaino e ora l’unico oggetto che mi trovavo a fianco e che avevo il dovere di sorvegliare e custodire era l’AR 70/90. Un fucile, un’arma che mi «aspettava» tutte le mattine; prima ancora di fare colazione, prima ancora che il sole sorgesse del tutto l’avevo già con me e mentre il suo peso diventava ogni giorno più sostenibile io ero sempre più fiera dei miei progressi. I giorni trascorrevano veloci e avevo iniziato a comprendere il significato di alcuni termini tra cui spirito di Corpo accanto ad altrettanti meno piacevoli come giorno di consegna o processo di rigore. Dopo 15 giorni sono a casa stringendo in mano la mia prima licenza e con grande sorpresa mi sono resa conto che, nonostante la fatica e la stanchezza provate, nonostante avessi avvertito ogni giorno la mancanza della mia solita vita, il mio cuore era rimasto lì, tra quelle montagne marchigiane. Sentivo la mancanza dell’alzabandiera e del ritiro armi e non vedevo l’ora di ritornare in quella camera che anche se era così impersonale e spoglia ormai sentivo mia. Dopo otto settimane trascorse tra allenamenti, simulazioni di combattimento, corse di reggimento e piantoni, dopo stiramenti muscolari, vesciche e fatica, dopo risate e pianti è finito l’addestramento iniziale. Il giorno in cui ho lasciato Ascoli fu sorprendente scoprire che avevo una nuova famiglia: l’Esercito Italiano. Dopo neanche una settimana ho iniziato un nuovo corso: il «modulo combat» (addestramento di otto settimane per diventare fuciliere). In questo caso la preparazione non prevedeva una separazione in base al genere e quindi mi sono trovata ad allenarmi, per la prima volta, insieme a colleghi di sesso maschile. Il confronto è stato molto duro e ho cominciato a sentire la diversità del mio corpo rispetto a quello dei miei compagni che riuscivano in tutto senza il minimo sforzo. Nonostante il mio impegno rimanevo inevitabilmente indietro e cosa peggiore ho iniziato a sentirmi un peso per la mia squadra. Con grande difficoltà ma anche con audacia ho accettato la sfida e così ho conosciuto lo spirito di Corpo, il sacrificio, l’impegno estremo. Ho avuto consapevolezza della mia forza d’animo, del mio coraggio e del mio orgoglio. Tirando le somme, a distanza di un anno, posso dire che l’Esercito ha saputo piacevolmente e inaspettatamente colpirmi, anche in considerazione del fatto che ho potuto constatare come le donne - attualmente impiegate anche nei Teatri Operativi internazionali - rischiano la vita ogni giorno e sono un esempio da seguire per tutte coloro che si arrendono a ogni minima difficoltà e che considerano la femminilità una menomazione che impedisce qualsiasi attività motoria. Per quanto riguarda invece le sorprese, che dire? Innanzitutto ho stretto amicizie indissolubili, ho trovato l’amore, ho fatto miei principi come la disciplina, l’ordine, l’impegno, la lealtà e il sacrificio ma, soprattutto, ho capito che anche quando pensi di non farcela più, in realtà è proprio da quella sensazione che trai la forza di andare avanti, la forza di non arrenderti. L’Esercito mi ha insegnato che posso ottenere qualsiasi risultato io desideri; con la buona volontà e il coraggio. In questo periodo di crisi, in cui si vive nel precariato e anche avere un lavoro e una famiglia sembrano degli obiettivi irraggiungibili, ho capito che bisogna rischiare, combattere con tutte le proprie forze, perché solo chi ha il coraggio di rischiare e la forza di combattere riesce nella vita e può essere fiero di se stesso. L’Esercito, quindi, mi ha insegnato che niente è impossibile! E così ora, quando esco la sera indossando i tacchi, rimpiango gli anfibi, ora che sento la mimetica più comoda di una tuta, ora che mi innervosisce il pensiero di truccarmi e avere tutti gli accessori abbinati, penso a quanto la mia vita sia cambiata in così poco tempo. Penso a come un’esperienza abbia potuto cambiare tante cose nelle mia vita: le priorità, i desideri, le paure. Quante cose che prima mi sembravano irrinunciabili ora sono superficiali e quante invece sono diventate fondamentali quando prima neanche sfioravano i miei pensieri. Forse è solo questione di maturità, forse sono semplicemente cresciuta, ma non posso non dare merito a ciò che ho vissuto in questo ultimo anno perché l’Esercito, quando lo conosci, ti entra nell’anima e ti cambia per sempre. Chiara Sonia Amodeo Caporale, in servizio presso il Comando Logistico di Proiezione
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LA CARTA MULTISERVIZI DELLA DIFESA Poniamo una lente d’ingrandimento su uno strumento innovativo e a connotazione fortemente interforze qual è la Carta Multiservizi della Difesa (CMD). Illustrandone le potenzialità, limitando al minimo gli aspetti prettamente tecnici, si intende fornire un contributo informativo su quella che, non a torto, si può definire una vera e propria nuova risorsa.
Il Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie, nel delineare la politica dell’e-government per il triennio 2003-2005, allo scopo di dare ulteriore impulso alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione (P.A.), aveva posto come obiettivo strategico l’erogazione on-line dei servizi al cittadino prevedendo l’introduzione della Carta d’Identità Elettronica (CIE), della Carta Nazionale dei Servizi (CNS) e l’impiego diffuso della firma digitale. La necessità di una carta elettronica sulla quale fossero registrati i dati anagrafici e sanitari del personale, era stata peraltro avvertita dall’Esercito Italiano, come esigenza operativa, allorquando ebbe l’urgente necessità di fornire alla Commissione Governativa «Mandelli» i dati anagrafici e sanitari del personale impiegato in Operazioni nei Balcani. In tale contesto, furono pertanto avviate iniziative per la realizzazione di piattaforme informatiche per la gestione di tali informazioni attraverso l’utilizzo di «Smart-Card» (1). Lo Stato Maggiore della Difesa (SMD), recependo tali indirizzi e allo scopo di ricondurre a una soluzione progettuale comune differenti iniziative in atto nelle singole Forze Armate (FF.AA.), elaborò un progetto unitario per la realizzazione della Carta Multiservizi della Difesa (CMD) che garantiva piena compatibilità con il modello tecnologico adottato dalla P.A. (2). La CMD si inserisce pertanto nel
contesto di un mutato quadro normativo abbinato alle peculiari necessità della Amministrazione Difesa (A.D.) di assicurare flussi informativi sicuri e attendibili, enfatizzati dalle crescenti esigenze d’impiego operativo del personale destinato fuori area.
riconoscere il titolare e discriminarne l’accesso. Nell’elaborazione del progetto in ambito Difesa, fu deciso che la CMD doveva avere una valenza giuridica sia «esterna» che «interna» all’A.D., e furono considerati dei requisiti base atti a garantire le seguenti finalità primarie.
FUZIONALITÀ DELLA CMD
Documento di riconoscimento (Identità Personale)
Il supporto fisico della CMD è costituito da una Smart-Card in policarbonato, leggermente più piccola di una carta di credito, sulla quale so-
Tecnologia a microchip su smart-card.
no inseriti un microchip dedicato alla installazione dei servizi predisposti dalla A.D., e una banda magnetica a lettura laser. Nei suoi requisiti base, svolge la funzione di documento di identità e di Carta Servizi, in quanto utilizzabile da un Servizio Informatico per
La CMD, destinata a sostituire la tessera di riconoscimento cartacea Mod. AT, rappresenta la CIE ai fini della identificazione personale e risponde a criteri di sicurezza elevatissimi che, anche a seguito degli accordi di Sehengen, sono divenuti ancora più significativi in quanto la CIE è un titolo valido nei Paesi UE. In sintesi, ai fini di documento di riconoscimento, le caratteristiche di identificazione della carta sono soddisfatte secondo le seguenti modalità: • a vista: tramite impiego di dati riportati sul fronte/retro della carta (fac-simile in figura) (3) in modo che il documento sostituisca il Mod. AT valido per l’espatrio, sia completo di codice International Civil Aviation Organisation (ICAO), sia valido per il riconoscimento dei prigionieri di guerra (Convenzione di Ginevra); • elettronica: con memorizzazione di dati personali e matricolari (variabili e invariabili), o con la comparazione delle impronte digitali rilevate all’esigenza e i «template»
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di due dita memorizzate all’interno del chip; • in rete: abilitando l’utente all’accesso (Log on) e ai servizi su canale sicuro «Secure Socket Layer» (SSL) attraverso un browser e l’utilizzo di Personal Identification Number (PIN) dedicati.
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Funzionalità di «Emergency Card» La carta contiene una struttura di dati sanitari rispondente a necessità operative della Difesa e compatibile con il protocollo internazionale di standardizzazione NetLink che prevede, tra l’altro, un set di dati sanitari concordati a livello internazionale leggibili da chiunque abbia un lettore conforme, indipendentemente dalla lingua utilizzata per la lettura. I dati sanitari sono riportati sul chip della carta e sono suddivisi in: • dati ad accesso limitato: leggibili in condizioni di emergenza sia dal personale autorizzato dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sia dal personale autorizzato dal Servizio Sanitario Militare (SSM). Essi sono riferiti a dati amministrativi (cognome e nome, data di nascita, codice fiscale, ecc.) e a dati sanitari da trattare in caso di emergenza (gruppo sanguigno, immunizzazioni, terapie correnti, ecc.); • dati ad accesso protetto: possono essere letti e scritti solo da personale autorizzato in possesso di chiavi di lettura/scrittura rilasciate dal SSM ed essere consultati dal titolare della carta attraverso la digitazione del proprio PIN. Le informazioni proprie di questa area sono quelle di carattere medico-sanitario necessarie alla Forza Armata (F.A.) di appartenenza (Commissioni Medicina MedicoLegali o Medico-Ospedaliere, Teatri Operativi, ecc.). Certificati di «Firma Digitale» e «Strong Authentication» La firma digitale può essere definita esattamente come l’equivalente elet-
tronico di una firma «di propria mano» apposta su carta, acquisendone il medesimo valore legale. La CMD contiene una struttura di firma digitale, la cui esecuzione è possibile tramite un PIN aggiuntivo, esclusivamente dedicato a tale funzione, per assicurare specifiche esigenze operative di cifratura e/o autenticazione. L’attribuzione del valore legale alla firma digitale costituisce una vera rivoluzione nel pianeta burocratico-amministrativo italiano, e una evoluzione, sancita da numerosi riferimenti normativi (4), in linea con le tendenze dei princi-
pali Paesi europei. La Strong Authentication garantisce invece il riconoscimento in rete della componente chip della carta. Essa consente, in pratica, la identificazione da remoto della carta per la fruizione dei servizi erogati da una applicazione residente presso una Pubblica Amministrazione Centrale. La Strong Authentication richiede l’utilizzo di funzioni tipiche di una Public Key Infrastructure (PKI) costituita da un sistema software e hardware in grado di effettuare la gestione sicura e flessibile dell’attività di Certification Autority.
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Requisiti aggiuntivi La CMD, sulla base di requisiti parimenti considerati irrinunciabili, doveva inoltre: • contenere dati biometrici; • realizzare la piena e completa interoperabilità a livello: •• nazionale, con la carta d’Identità Elettronica (CIE); •• internazionale, con la struttura dati sanitari «NetLink»; •• interforze e in ambito Ministero della Difesa; • essere dotata di banda magnetica, idonea a salvaguardare gli investimenti pregressi in termini di sistemi di gestione del personale o accesso a servizi; • essere certificata a livello ITSEC «e4-High», massima protezione richiesta in Europa ai fini della sicurezza INFOSEC e DATASEC. Per dare validità legale alla CMD quale documento di riconoscimento e valenza internazionale quale carta sanitaria, la Difesa, secondo le attuali disposizioni legislative, ha richiesto e ottenuto il riconoscimento della CMD come «carta valori» da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze e la registrazione della carta presso l’Ente Nazionale di Unificazione per le tecniche informatiche (UNINFO) e Registration Authority per l’Italia, con il conseguente rilascio del previsto Issuer Identification Number (IIN). Il progetto CMD presentato dallo SMD fu molto apprezzato in ambito governativo tanto che la «Giunta d’Arte» Interministeriale ne approvò il bozzetto grafico nel giugno del 2003 e il Comitato dei Ministri per la Società dell’Informazione, nel luglio dello stesso anno, ne riconobbe la validità, approvandone i contenuti. La distribuzione a tutti i dipendenti pubblici di tale modello di carta multiservizi fu inserita dal Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie nella direttiva «Linee guida in materia di digitalizzazione dell’amministrazione per l’anno 2004», fra i settori
di intervento prioritari.
PRODUZIONE DELLA CMD Le carte sono prodotte dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, che provvede anche alla loro «inizializzazione», procedura che attribuisce al supporto la qualità di documento in bianco. Alla inizializzazione segue la «formazione», fase in cui l’Amministrazione di appartenenza, attraverso un infrastruttura tecnologica denominata «Card Management System» (CMS), procede con la personalizzazione grafica ed elettrica della carta, imprimendo i dati identificativi del titolare e quelli necessari per l’accesso ai servizi. Struttura di gestione La produzione della CMD è stata prevista secondo l’organizzazione funzionale del Ministero della Difesa caratterizzata da cinque grandi aree, dotate di autonomia programmatica, rappresentate dagli Organi Centrali (SMD e S.G.D.), dalle tre Forze Armate (EI, MM, AM) e dal Comando Generale Arma Carabinieri. Per rendere operativo il rilascio della carta, è stata realizzata una infrastruttura informatica per la produzione del certificato digitale da inserire nella carta stessa, onde garantire l’autenticità sua e dei dati in essa contenuti, come stabilito dalle normative vigenti e dal requisito tecnico-operativo della CMD. Nella definizione della struttura organizzativa da implementare per soddisfare la sopracitata esigenza, si è tenuto conto dell’organizzazione e delle nuove competenze introdotte dalla normativa di Riforma dei Vertici, che assegnano ai Capi di Stato Maggiore di F.A. la responsabilità dell’impiego del personale. In particolare, è stata confermata la struttura già utilizzata nei grandi progetti informatici in corso di realizzazione, quali il Sistema Infor-
mativo di Vertice (SIV) e il Sistema Informativo del Personale A.D. (SIPAD), che assegna agli Stati Maggiori di F.A. la responsabilità di gestione dei sistemi informatici che trattano dati del personale e dati economico-finanziari di competenza. La produzione materiale della CMD, il suo rilascio e la successiva gestione (rinnovo, aggiornamento, revoca, ecc.), sono stati pertanto assegnati alle FF.AA. per il personale militare e alla competente Direzione Generale, con il supporto tecnico del Comando C4 Difesa, per il personale civile. La soluzione adottata in sintesi prevede: • una Certification Authority centralizzata a livello di vertice (CA-Difesa) ubicata al Comando C4 Difesa. Essa emette i certificati digitali da assegnare alle Sub-CA di S.G.D./F.A. che utilizzeranno detto certificato per inserirlo alla radice dei certificati da loro emessi allo scopo di assicurarne la validità a livello Difesa; • una Sub Certification Authority (Sub-CA) di S.G.D./F.A. che svolge principalmente attività di gestione certificati e fornitura servizi relativi alla validazione on-line, liste di sospensione certificati (CSL), liste di revoca certificati (CRL) e marcatura temporale; • una serie di Registration Authority (RA) locali distribuite sul territorio, che svolgono funzioni di raccolta, identificazione, registrazione e invio alla Sub-CA dei dati necessari per il rilascio della CMD ai titolari. Esse possono identificarsi nei Comandanti di Corpo/Direttori degli Enti/Comandi centrali e periferici. L’esigenza di disporre di una componente periferizzata del sistema, logicamente attestata presso ogni reparto sede di un Comando di Corpo, è legata alla valenza della CMD come documento d’identità. Tale condizione, infatti, implica che i dati in essa contenuti debbano essere certificati da un funzionario responsabile.
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La soluzione adottata, a similitudine di quanto già avviene per altri procedimenti amministrativi, assegna ai Comandanti di Corpo la responsabilità di raccogliere i dati relativi al personale dipendente, consentendo l’emissione accentrata delle carte senza inviare il personale presso la struttura del «Card Management» di F.A. e assicurando nel contempo identificazione dell’individuo e certezza dei dati personali. Centri di produzione La CMD dovrà essere distribuita, con validità quinquennale, a tutti gli appartenenti al Comparto Difesa in servizio, secondo criteri analoghi all’attuale Mod. AT. In ambito singola F.A. la gestione della Sub-CA è realizzata in una Public Key Infrastructure (PKI) di pertinenza, e la produzione delle carte per il personale di competenza viene effettuata in differenti centri di produzione collegati in rete con ogni stazione di acquisizione dati periferizzata, ovvero presso ogni Ente/reparto sede di un Comando di Corpo.
IMPLEMENTAZIONE DEI SERVIZI La funzionalità multiservizi della CMD deriva della sua natura multifunzione che ne consente l’impiego quale unico strumento capace di erogare diverse funzioni ciascuna delle quali, a sua volta, può essere utilizzata per creare molteplici servizi. La funzionalità di identificazione elettronica del titolare, ad esempio, può essere utilizzata per un servizio di controllo accessi, per un’attività di rilevazione presenze o per un servizio di registrazione per il ritiro/restituzione delle armi. Ne consegue, pertanto, che attraverso la disponibilità di funzioni di identificazione, autenticazione (accesso in rete), attestazione (richiesta
servizi on-line), cifra, firma digitale e altre, il numero e la natura dei servizi implementabili sulla CMD appare potenzialmente quasi illimitato. Considerato che le singole FF.AA. hanno condotto attività di sperimentazione per l’implementazione di servizi funzionali a peculiari attività di interesse, lo SMD ha indicato quali sono le applicazioni di maggiore rilevanza, correlate con la CMD, cui è necessario conferire la dovuta priorità esecutiva. In particolare: • controllo accessi e ingresso ad aree riservate: per implementare un sistema di riconoscimento mediante l’utilizzazione del certificato di autenticazione contenuto nella CMD (abbinabile anche a un identificatore biometrico). Tale sistema, nei suoi requisiti base, deve consentire l’accesso ai varchi di ingresso degli Enti/reparti (aree non classificate), indipendentemente dall’Ente/reparto di appartenenza del legittimo possessore intestatario del tesserino. L’accesso alle aree riservate sarà consentito solo al personale inserito in liste di accesso, opportunamente predisposte, denominate Access Control List (ACL). L’automazione del sistema di controllo degli accessi, e il suo funzionamento in rete o in modalità stand-alone, consentirà di effettuare le verifiche all’ingresso delle installazioni attraverso opportuni lettori di Smart-Card, facilmente integrabili con sistemi di lettura portatili per il controllo sugli automezzi di trasporto collettivi o in aree sensibili interne alle installazioni. La costituzione di opportune banche dati locali, abbinate a un utilizzo in rete del sistema, può consentire inoltre, all’atto del riconoscimento, la contestuale visualizzazione su apposito monitor della foto e dei dati della persona intestataria del tesserino, per un verifica «a vista» della rispondenza tra i dati contenuti nella Card e quelli della per-
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sona che la esibisce. • firma dei documenti elettronici: consente la sottoscrizione con valenza legale dei documenti elettronici mediante firma digitale «qualificata» riducendo o eliminando la forma cartacea, assicurando nel contempo un sistema di posta sicura con scambio di e-mail firmate e/o cifrate e garanzia di autenticità del mittente, integrità e sicurezza. Particolare attenzione è posta all’integrazione del sistema di firma con i sistemi di Protocollo Informatico/Gestione Documentale già introdotti nelle FF.AA.. • accesso postazione di lavoro e Banche Dati: l’applicazione «secure access» consente l’accesso in sicurezza alla postazione di lavoro (Personal Computer - PC) e può essere integrato con SW per il controllo e l’assegnazione di «privilegi» per l’accesso alle Banche Dati dei Sistemi Informativi di F.A. del comparto «NON CLASSIFICATO». • servizi amministrativi: per l’utilizzazione di servizi accessori quali la rilevazione oggettiva delle presenze, il rifornimento carburanti attraverso distributori automatizzati, il prelievo di materiale di vestiario/armamento, il diritto e l’accesso a servizi (mense, spacci, ecc.). • gestione dati sanitari: per fornire al militare un efficace supporto sanitario, con particolare riguardo alle Operazioni fuori area, attraverso l’utilizzazione della CMD sia come Emergency Card che come «contenitore» dei dati sanitari individuali consultabili rapidamente dal medico, in emergenza, utilizzando un PC portatile o un PC palmare. • borsellino elettronico: integrato con i sistemi informativi gestionali di F.A. preposti alla gestione del denaro, utilizzabile anche per il prelievo/pagamento di spettanze (c.d. Army Cash). • altri servizi: monitoraggio personale impegnato in esercitazioni, li-
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cenza elettronica, dati di attagliamento e scheda corredo, integrazione con tecniche biometriche (geometria della mano, riconoscimento dell’iride) per il riconoscimento in particolari condizioni di riservatezza, ecc.. Appare in definitiva evidente che l’utilizzo della CMD come Carta Servizi risulta applicabile a tutte le attività e settori di interesse delle FF.AA., con il risultato comune di ottenere uno snellimento delle procedure abbinato a maggiori garanzie di sicurezza funzione dei requisiti di confidenzialità, autenticità e integrità delle informazioni trattate.
CONCLUSIONI L’esigenza di ridurre il divario esistente fra la domanda di informazioni e servizi, sempre più dinamica e sofisticata, e l’offerta non sufficientemente elastica e tempestiva dell’apparato burocratico-amministrativo, implica una revisione dei tradizionali sistemi di gestione dell’attività della P.A. e una ristrutturazione dei sistemi di elaborazione dell’informazione. Tale necessità di modernizzazione, enfatizzata nelle FF.AA. dalle esigenze d’impiego operativo del personale, ha portato lo SMD alla realizzazione del progetto CMD i cui impatti tecnici e organizzativi sono stati estesi a tutti i progetti in studio o in via di attuazione. Il programma CMD, e l’attivazione delle principali applicazioni correlate pongono le basi per avviare i primi e fondamentali servizi di «e-government» nell’ambito della Difesa. Le ampie possibilità di crescita del sistema e i prevedibili ulteriori sviluppi connessi devono evolvere nel solco delle linee di indirizzo sin qui tracciate e in corso di perfezionamento. In questo contesto è necessario che tutte le esigenze del comparto in esame debbano essere definite e attuate in un’ottica interforze, per ottimizzare le limitate risorse
economiche e del personale specialista disponibili e per perseguire la più ampia interoperabilità nel settore dell’informatica gestionale della Difesa. La CMD è il cardine univoco per l’adozione di numerose procedure informatiche atte ad automatizzare procedimenti funzionali omologhi (per esempio, Gestione del Personale, Controllo Accessi fisici e logici, Gestione Logistica, ecc.). In tale contesto, l’uniformità del «contenitore» dei dati, sia in termini di formato che di supporto fisico, consentirà una facile applicazione di procedure elettroniche sviluppate in ambito Difesa a livello generalizzato, con conseguente risparmio in termini di investimento.
NOTE (1) Le carte elettroniche di tipo «smart» sono dotate di «intelligenza» interna che ne consente un impiego più articolato e complesso rispetto alla carte passive o a memoria (per esempio, Bancomat o carte Abbonamento Trasporti). (2) L’attività di coordinamento tra le FF.AA. e la gestione del progetto è stata curata dal Reparto Telecomunicazioni, Elettronica e Informatica (TEI) dello SMD. (3) La tipologia dei dati anagrafici e matricolari è stata concordata in sede di Gruppo di Progetto Interforze e risponde alle specifiche di Legge vigenti in materia. (4) I principali riferimenti normativi in materia sono rappresentati dalla Legge n. 59 del 15 marzo 1997 Art. 15, c. 2 (cosiddetta: «Bassanini 1») secondo cui «gli atti, dati e documenti formati dalla P.A. o da privati con strumenti informatici o telematici, i contratti stipulati nelle medesime forme, nonché la loro archiviazione e trasmissione con strumenti informatici, sono validi a tutti gli effetti di legge» e dal D.P.R. del 28 dicembre 2000 n. 445 secondo il quale «il documento informatico ha l’efficacia probatoria prevista dall’art.
2712 del Codice Civile e, sottoscritto con firma elettronica, soddisfa il requisito legale della forma scritta» (art. 10, c. 1 e 2).
BIBLIOGRAFIA Legge 31 marzo 1997, n. 59: «Delega al Governo per la riforma della P.A. e per la semplificazione amministrativa» (cosiddetta «Bassanini 1»). Legge 5 maggio 1997, n. 127: «Misure urgenti per lo snellimento dell’attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e controllo» (cosiddetta «Bassanini 2»). Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196: «Codice in materia di protezione dei dati personali». Decreto Legislativo 7 marzo 2005, n. 82, G.U. n. 112 del 16 maggio 2005 – Suppl. Ord. n. 93: «Codice dell’Amministrazione Digitale». D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445: «Disposizioni Legislative in materia di documentazione amministrativa» (aggiornato al D.P.R. del 7 aprile 2003 n. 137). Direttiva SMD-I-009: «Carta Multiservizi della Difesa - Norme di gestione e di impiego», Ed. dicembre 2005. Contratto 102/2004: «Fornitura di Hardware, Software e servizi, finalizzati alla costituzione, gestione e utilizzo in ambito AM della Carta Multiservizi della Difesa». Direttiva 21/12/2001, G.U. n. 30 del 5/2/2002: «Linee guida in materia di digitalizzazione dell’Amministrazione». Requisito tecnico per la «Carta Multiservizi della Difesa», elaborato dal Comitato di Coordinamento Informatica, Ed. novembre 2002. Direttiva «Norme sull’impiego della firma digitale in ambito A.D.», elaborata dal Comitato di Coordinamento Informatica, Ed. settembre 2002. SMD - TEI: «Requisito Tecnico Unico per la Carta Multiservizi Difesa (CMD)», Ed. luglio 2002. AIPA: Schema per il circuito di emissione della Carta di Identità Elettronica, Ed. febbraio 2000. SIEMENS S.P.A.: «Offerta tecnica per la realizzazione della CMD per l’A.M», Ed. febbraio 2003.
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L’OSPEDALE DA CAMPO N. 68 IL CORPO MILITARE DELLA CROCE ROSSA ITALIANA PARTECIPA ALLA GUERRA DI COREA
Al termine della Seconda guerra mondiale, con il graduale ritiro delle Truppe d’occupazione nipponiche, la Corea fu divisa in due zone d’influenza, una a nord del 38° parallelo, sotto il controllo sovietico in cui fu proclamata una Repubblica Popolare, e una a sud del 38° parallelo, sotto il controllo americano, sede di un Governo filoccidentale. Nel giugno del 1950 le truppe della Corea del nord scatenarono una violenta offensiva con l’obbiettivo di raggiungere Seoul e conquistare il resto della penisola coreana, dando inizio a una delle crisi più gravi del dopoguerra (1). Poco dopo l’inizio dell’invasione nord-coreana, l’ONU, sotto una forte pressione della diplomazia americana, autorizzava gli Stati membri delle Nazioni Unite all’uso della forza per respingere l’aggressione. Fu costituito così un Corpo di spedizione, sotto il comando del Generale MacArthur, Comandante in Capo alleato in Estremo Oriente, formato da Truppe statunitensi in larghissima maggioranza (l’Aeronautica e la Marina erano tutte americane), ma anche da piccoli contingenti di altre Nazioni
aderenti al Patto Atlantico per un totale di 350 000 unità. Il Governo italiano, non ancora ammesso a far parte dell’ONU, si limitò a esprimere la propria solidarietà e a condannare l’aggressione nordcoreana, ma, sotto la pressione della diplomazia americana, il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, nel settembre 1951, decise di inviare l’ospedale da campo n. 68 della Croce Rossa Italiana (C.R.I.). Esso prevedeva la forza di 71 elementi e la disponibilità di circa 150 posti letto, sotto il comando dapprima del Capitano medico Luigi Coia
(2) e successivamente del Maggiore Fabio Pennacchi. Gli uomini e le attrezzature partirono, imbarcati su una nave americana per il trasporto truppe, il 16 ottobre 1951 e giunsero a Pusan un mese dopo. L’unità ospedaliera, inquadrata nell’8a Armata statunitense in Corea, fu dislocata a Jang Dung Po nei sobborghi di Seoul, dove rimase fino al 31 dicembre 1954. La struttura venne dislocata in una scuola requisita che fu ristrutturata quasi interamente per le pessime condizioni in cui versava. Compito dell’ospedale da campo n. 68 era di offrire ai combattenti e alla popolazione locale la dovuta assistenza sanitaria in una guerra che si dimostrò da subito molto sanguinosa (3). Dall’estate del 1952 l’ospedale della Croce Rossa Italiana n. 68 iniziò a operare a pieno ritmo. Inoltre, i Sanitari dell’ospedale presero in consegna un ambulatorio coreano nel centro città, prodigandosi nell’assistenza e nella cura dei civili. Nell’ottobre dello stesso anno, in occasione del disastro ferroviario lungo la linea Incheon–Seoul, il personale dell’ospedale italiano, accorso subito sul posto, trasferì con i mezzi in
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Rivista Militare
Seoul (Corea), dicembre 1954. Il Maggiore Fabio Pennacchi riceve la più alta onorificenza coreana per l'attività svolta dall'ospedale militare n. 68 (Archivio del Prof. Massimo Zubboli, nipote dell'Ufficiale medico).
dotazione e curò tutti i 160 feriti. Il 30 novembre 1952, l’edificio dove funzionava l’unità ospedaliera della Croce Rossa fu distrutto da sabotatori nemici, ma venne ricostruito in brevissimo tempo a spese del Governo italiano. Fino al rimpatrio, avvenuto nel gennaio 1955, l’ospedale n. 68 effettuò oltre 200 000 prestazioni ambulatoriali in chirurgia, oculistica, antitubercolare e di pronto soccorso e ricoverò 7 041 pazienti. Infine, all’atto del rientro in Italia tutto il materiale sanitario fu donato al Governo coreano. Per la preziosa ed encomiabile attività svolta, furono concesse numerose Onorificenze dalle stesse Autorità coreane e da quelle americane (4). Nel 2000, con decreto del Presidente della Repubblica venne concessa la Medaglia d’Argento al Merito Civile all’ospedale da campo n. 68 con la seguente motivazione: «Nel corso della guerra di Corea, i volontari dell’ospedale da campo del Corpo militare della Croce Rossa Italiana, alle dipendenze delle Nazioni Unite, si prodigarono instancabilmente tra immani difficoltà, nella cura delle vittime del conflitto e della popolazione locale priva di assistenza sanitaria. L’impegno, la professionalità e lo spirito di abnegazione profusi nella
L’Onorevole Brusasca con il Direttore dell’ospedale della Croce Rossa Italiana Prof. Pennacchi, il Dott. Soro dell’Ambasciata italiana a Tokyo e il Col. Gyn al 38.° parallelo (Archivio del Prof. Massimo Zubboli, nipote del Maggiore Medico Fabio Pennacchi).
generosa attività meritarono la gratitudine e l’apprezzamento di molti organismi internazionali, contribuendo ad accrescere la fiducia nella Nazione. 1951-1955 - Corea». Ufficio Storico dello SME . NOTE (1) M. Hastings: «La guerra di Corea 1950-1953», Rizzoli, Milano, 1990 e J. Black: «Le guerre nel Mondo contemporaneo», il Mulino, Bologna, 2006. (2) R.H. Rainero, «La Croce Rossa Militare Italiana in Corea durante la guerra (1951-1954)», Commissione italiana di Storia Militare (Atti del Convegno di Napoli del novembre 2001), pp. 209-222. (3) Le perdite complessive di tutto il conflitto furono di oltre 3 milioni di morti, cfr. J.Black: «Le guerre nel Mondo contemporaneo», il Mulino, Bologna, p. 41. (4) Il 18 agosto 1954 venne concessa al Direttore dell’ospedale e al Capogrup-
po delle infermiere l’Onorificenza coreana «Chungmu», rispettivamente con Stella d’Oro e d’Argento. Il Presidente della Corea del Sud, Syngman Rhee, volle premiare l’attività dell’ospedale con la «Presidential Unit Citation», concessa per due volte, il 6 ottobre 1952 e il 30 dicembre 1954. Anche gli Stati Uniti furono molto generosi: vollero infatti la presenza del Direttore dell’ospedale (Maggiore medico Pennacchi) alla cerimonia della firma dell’Armistizio il 27 luglio 1953 e concessero ai due Direttori dell’ospedale la «Medal of Freedom», la massima decorazione degli Stati Uniti, conferita a coloro che hanno dato: «un contributo meritorio speciale per la sicurezza o per gli interessi nazionali degli Stati Uniti, per la pace nel mondo, per la cultura o per altra significativa iniziativa pubblica o privata».
BIBLIOGRAFIA R.H. Rainero: «Missioni Militari italiane all’estero in tempo di pace (19461989)», saggio, Commissione Italiana di Storia Militare (Atti del Convegno di Napoli del novembre 2001); Associazione Fogolar Furlan: «L’ospedale C.R.I. 68 nella Corea distrutta dalla guerra 1951-1955», tipografia Druckerei, Bolzano, 1999.
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