IL RUOLO DELLE FORZE TERRESTRI NEI MODERNI SCENARI Conferenza del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito al CASD (Roma, 19 giugno 2003)
Quando, a seguito del gradito invito del Generale De Carolis, ho dovuto definire il tema dell’odierna conferenza, non nascondo di aver avuto qualche esitazione. Queste conferenze, infatti, col tempo si sono trasformate in una sorta di vetrina ove presentare ad un pubblico qualificato e variegato, e quindi potenzialmente critico, le ultime novità concettuali e organizzative della Forza Armata. Non, quindi, una mera esposizione dottrinale, ma «lo stato dell’arte» sulla Forza Armata. Per altro verso, non si poteva non tener conto del fatto che quest’anno l’Esercito ha dedicato il proprio piano di comunicazione al progresso tecnologico e che ha ormai quasi terminato il processo di elaborazione del Nuovo Modello di Difesa, con il quale verranno compiutamente definiti i criteri organizzativi del futuro strumento militare. Se, poi, a tutto questo si aggiungono gli eventi di cronaca occorsi nell’ultimo anno, i conflitti in Afghanistan ed in Iraq, un quadro geostrategico che definire mutevole è finanche riduttivo, ecco spiegato il perché dei dubbi ai quali facevo cenno poc’anzi. Come conciliare, infatti, esigenze talvolta divergenti cercando, al tempo stesso, di comunicare ed interessare? Come presentare l’immagine di un’organizzazione moderna ed aperta, quale vogliamo essere, senza rischiare di essere immediatamente smentiti dagli eventi? E, soprattutto, come evitare di ripetere e di ripetersi? Nel chiudere questa breve parentesi introduttiva, chiedo solamente qualche minuto ancora di pazienza, nella speranza di riuscire a mantenere le promesse fatte e con l’impegno, da parte
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mia, di accettare con animo aperto le critiche o i suggerimenti che, al termine, mi verranno rivolti. Proverò ad usare, anche per rendere meno pesante l’argomento, una tecnica personale, esaminando dapprima separatamente i vari argomenti, ma assicurando che, al termine, tutti i tasselli del mosaico, anche quelli apparentemente slegati tra loro, andranno a formare un unico, chiaro ed intellegibile disegno. Ometto, per ragioni di tempo e perché sarebbero quasi offensive e comunque superflue per un uditorio di questo livello, tutte le considerazioni inerenti alle conseguenze della caduta del muro di Berlino ed alla fine del bipolarismo. Inizierò invece la disamina partendo da quello che, pur essendo stato sotto molti punti di vista un conflitto atipico, è subito sembrato essere una sorta di punto di non ritorno: mi riferisco, naturalmente, all’operazione Desert Storm del 1991. Nel corso della «Guerra del Golfo», per la prima volta vennero utilizzate in modo massiccio le più moderne tecnologie disponibili. In particolare, l’impiego coordinato ed integrato dei sistemi C3I (Comando Controllo Comunicazioni e Informazioni) e RISTA (Ricognizione Informazione Sorveglianza e Acquisizione Obiettivi) e del cosiddetto munizionamento intelligente provocò quella che sembrò essere a tutti una vera e propria rivoluzione degli affari militari. A seguito del conflitto, ed anche grazie alla copertura dei media, vi fu un’ondata di entusiasmo collettivo nei confronti delle possibilità offerte dalla tecnologia applicata ai conflitti armati. Si pensò di poter concretamente giungere, in poco tempo, al conflitto a costo zero attraverso il quale, facendo ampio ricorso alla superiorità tecnologica, si sarebbe rapidamente potuta risolvere ogni crisi, senza dover pagare alti tributi in termini di vite umane. Più concretamente, dal punto di vista militare, tutto ciò si tradusse essenzialmente in: • maggiore propensione a ricorrere alla manovra del fuoco rispetto a quella delle forze, anche al fine di evitare il contatto con il nemico, almeno finché non se ne fossero degradate significativamente le capacità operative; • tendenza ad andare, sin dall’inizio delle operazioni, in profondità, sfruttando le potenzialità del binomio velivolo (pilotato o meno) - munizionamento di precisione; • possibilità di condurre più operazioni in parallelo, direttamente contro il centro di gravità del nemico, tanto a livello tattico che operativo e strategico (ciò che ha comportato anche una maggiore difficoltà nell’individuazione e separazione inequivocabile dei tre classici livelli della guerra); • criticità del fattore tempo nell’ambito del ciclo IDA (Ideazione Decisione Azione). Infatti, a differenza del passato, quando lo spazio era l’elemento di gran lunga dominante nella pianificazione e condotta delle operazioni, sembrò ormai essere maturo il momento per un’inversione di tendenza ed apparve evidente che solo chi è capace di agire più rapidamente degli altri, può controllare il campo di battaglia. In realtà, già i tedeschi, con l’elaborazione della famosissima blietzkrieg, avevano in qualche modo anticipato concettualmente l’importanza del fattore tempo, inteso come mobilità e rapidità d’azione legata allo sfruttamento sistematico del trinomio carro armato, aereo, radio. Mentre allora, tuttavia, dal punto di vista tecnologico e del sostegno logistico i tempi non erano forse ancora maturi per il completo sfruttamento dei vantaggi offerti dalla guerra di manovra, dopo il 1991 sembrò essere arrivato quel fatidico momento; • disponibilità ai vari livelli gerarchici di una quantità prima impensabile di informazioni, che creò le premesse per l’inizio di una trasformazione organizzativa in senso orizzontale o, per meglio dire, a rete. Alla testa dell’organizzazione, in altri termini, era devoluta la scelta del centro di gravità, mentre veniva lasciato un ampio margine di libertà ai livelli sottostanti, il cui unico imperativo categorico era quello di non entrare in dissonanza con il cosiddetto end state; • perdita della supremazia da parte della componente terrestre, un tempo considerata elemento indispensabile per il conseguimento della vittoria finale. In qualche modo si diffuse la tendenza a preferire, almeno nelle prime fasi della battaglia, il mezzo aereo che, comportando
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meno rischi di perdite proprie, era più facilmente accettato dalle società occidentali. Dopo il 1991, infatti, si diffuse la convinzione che sul terreno si dovesse e si potesse andare dopo aver già vinto nella terza dimensione e, comunque, solamente per consolidare un risultato oramai quasi scontato. Gli strumenti terrestri avrebbero quindi dovuto verosimilmente orientarsi e specializzarsi nelle cosiddette CRO (Crisis Response Operations). In sintesi, gli esiti dell’Operazione Desert Storm contribuirono fortemente ad incrementare la propensione ad utilizzare lo strumento militare quale mezzo, relativamente a basso costo ed alta efficacia, di risoluzione dei conflitti. La conseguenza più immediata, inoltre, fu la sostanziale revisione degli strumenti, della dottrina e dell’addestramento: in sintesi, di buona parte del mondo militare. Naturalmente, dietro questo differente approccio, oltre a motivi di carattere tecnico-militare, vi era soprattutto l’imperativo categorico dei vari Governi di limitare al massimo le spese per la Difesa e di contrarre numericamente le Forze Armate, trasformandole nel contempo in strumento professionale. D’altro canto, il processo d’integrazione europea offriva straordinarie opportunità, ma esigeva misure rigorose nel campo della finanza pubblica e, inoltre. l’opinione pubblica occidentale, ormai assuefatta alla pace, alla democrazia ed al benessere, accettava di mala voglia l’impiego di ingenti risorse e la possibilità di perdite umane per quelle che considerava più speculazioni concettuali dei militari che non concreti pericoli da fronteggiare. Volendo riassumere il tutto in poche battute, direi che dalla «Guerra del Golfo» uscirono chiare indicazioni verso uno strumento militare professionale, più piccolo, agile, tecnologico, meno votato alle operazioni classiche e più sbilanciato verso la terza dimensione. Nel frattempo, però, lo scenario geopolitico continuava a cambiare, aumentavano in maniera quasi esponenziale i conflitti regionali, spesso di matrice etnico-religiosa e, più in generale, insorgevano aree d’instabilità e di crisi pressoché endemiche (Corno d’Africa, Medio Oriente, Balcani, parte asiatica dell’ex Unione Sovietica). Sta di fatto che i militari furono chiamati a sedare conflitti (Somalia), arrestare dei veri e propri genocidi (Congo, ex Iugoslavia) o, «semplicemente», favorire i processi di pacificazione già avviati (Mozambico). Si potrebbe dire, insomma, che nei primi anni novanta l’orizzonte dei militari e, in particolare, delle forze terrestri, almeno nel mondo occidentale, era occupato essenzialmente da conflitti asimmetrici, volti a evitare che i problemi entrassero in casa più che a prepararsi a fronteggiare un nemico di tipo classico, com’era ai tempi del confronto bipolare. Una prima battuta d’arresto a questa nuova visione, tuttavia, arrivò con la missione UNOSOM in Somalia. In quell’occasione, infatti, nonostante l’impegno consistente delle Nazioni Unite e di alcuni dei più importanti Paesi della scena mondiale, il risultato finale fu estremamente negativo. Sotto processo, in particolare, finì proprio l’ONU e la sua capacità di gestire in prima persona un’operazione militare complessa quale quella che ebbe luogo nel Corno d’Africa: le conclusioni del «Rapporto Brahimi», in modo un po’ impietoso ma sostanzialmente ineccepibile, evidenziarono la scarsa efficienza e la diffusa burocratizzazione delle Nazioni Unite. Apparve anche evidente, inoltre, che le divisioni concettuali tra i vari tipi di operazioni di sostegno alla pace, certamente valide dal punto di vista didattico, lo erano meno da quello operativo. Al riguardo, infatti, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros - Ghali, introdusse la definizione di wider peace keeping, volendo per l’appunto sottolineare quanto fosse labile il confine fra una operazione di peace keeping ed una di peace enforcement. Paradossalmente, però, nonostante il gran discutere, l’esperienza somala non produsse grandi cambiamenti negli strumenti militari: forse, i tempi non erano sufficientemente maturi per una «successiva - rivoluzione». Un altro colpo durissimo alla credibilità delle Nazioni Unite, almeno dal punto di vista militare, venne dall’esperienza bosniaca. Il coinvolgimento della popolazione civile, la virulenza del
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conflitto, l’ubicazione geografica dello stesso, all’interno della «civilissima» Europa, ed il fallimento di ogni tentativo di soluzione diplomatica convinsero infatti la comunità internazionale ad intervenire con una nuova operazione a guida ONU, denominata UNPROFOR (United Nations Protection Force). È oramai storia che non solo UNPROFOR non fu in grado di arrestare o, quantomeno, limitare il conflitto ma, anzi, lo stesso prese ad espandersi verso altre Regioni dei Balcani. La conseguenza fu che gli Stati Uniti, unica vera potenza globale rimasta sullo scenario geostrategico e che fino ad allora avevano preferito rimanere distanti dal conflitto, decisero di entrare in gioco con tutto il peso del loro potere economico, politico, militare e diplomatico. In breve, ma certo non senza difficoltà, si giunse ai cosiddetti accordi di Dayton e all’inizio dell’Operazione IFOR (Implementation Force). Con questa nuova esperienza militare: • entra come protagonista, quale soggetto di diritto degli accordi, la NATO, a cui viene riconosciuto il diritto-dovere di gestire l’operazione attraverso la sua catena di comando; • viene conferita piena autorità al Comandante dell’operazione, senza interferenze di alcun tipo, di impiegare ogni mezzo ritenuto utile e necessario, ivi compreso la forza, al fine di adempiere alla propria missione; • le Nazioni Unite sembrano relegate ad un ruolo di subalternità, essendo ad esse devoluta la mera ratifica a posteriori dell’operazione, quasi un imprimatur formale su un qualcosa che, in realtà, è già stato deciso, pianificato e condotto in altre sedi. Le varie operazioni che, dopo IFOR, si succedettero nella ex Iugoslavia, non produssero grossi cambiamenti strutturali od organizzativi nell’ambito degli strumenti militari, ma furono parimenti molto importanti poiché: • sembrarono consolidare la presa di coscienza della comunità internazionale circa la necessità di impiegare strumenti militari credibili, con un buon grado di deterrenza; • rafforzarono la tendenza ad una sempre maggiore integrazione in senso interforze ed internazionale (in Italia, ad esempio, con l’entrata in vigore della legge 18 febbraio 1997, n. 25, vennero definite, senza ambiguità, attribuzioni e competenze dei Vertici Militari e si impresse alle Forze Armate una vera e propria svolta in senso interforze); • furono una sorta di presa di coscienza da parte dell’Unione Europea circa la necessità di dotarsi di concrete capacità militari, al fine di poter giocare, anche in questo campo, un ruolo autonomo; • sembrarono in sostanza confermare che gli eserciti dovevano essenzialmente orientarsi più alle CRO che alle cosiddette operazioni di War Fighting. E giungo alle recenti e ben note operazioni, tuttora in corso, in Afghanistan ed Iraq. Non c’è dubbio che, quando per motivi che esulano dalla nostra trattazione, gli Stati Uniti decisero di intervenire nel Paese governato dai talebani, molti furono gli interrogativi che, anche noi addetti ai lavori, ci ponemmo. Primo fra tutti: potrà essere riproposta, in un Paese così compartimentato ed avvezzo alla guerra, la tattica basata sul binomio aereo - munizionamento di precisione? Naturalmente, è prematuro trarre conclusioni univoche da un’operazione che, come dicevo poc’anzi, non è ancora terminata. Tuttavia, si può già rilevare con un buon grado di approssimazione che Enduring Freedom ha innanzitutto confermato una certa alternanza di ottimismo e pessimismo in merito all’efficacia del conflitto hi-tech. Da un lato, infatti, si è assistito all’elogio incondizionato dei velivoli non pilotati UAV (Unmanned Aerial Vehicle), quale alternativa ideale al pericoloso uso dei velivoli convenzionali. Si è, inoltre, accreditata l’idea che il dominio dell’informazione, la superiorità nel campo delle comunicazioni e, più in generale, della terza e della quarta dimensione, fossero di per sé sufficienti a rendere pressoché inoffensivo il nemico. Dall’altro lato, la difficile e cruenta operazione «Anaconda» ha confermato che, comunque, la tecnologia, anche la più sofisticata, non sostituisce l’uomo quale fattore risolutivo. Due setti-
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mane di scontri sanguinosi, sette morti e decine di feriti, subiti dal più potente strumento di guerra attualmente esistente nei confronti dei rudimentali talebani, sono stati infatti la prova più efficace dell’impossibilità di eliminare totalmente i pericoli insiti nei conflitti armati. Ritengo utile, pur con un certo rischio di commettere errori, provare ad azzardare alcune considerazioni: • le truppe USA, in Afghanistan, sono andate sin dall’inizio sul terreno per ricercare e mantenere il controllo del territorio, assumendo rischi notevolmente superiori a quelli a cui eravamo abituati; • ancor prima che le ostilità iniziassero ufficialmente, furono infiltrati nuclei di Forze Speciali con il preciso scopo di concorrere a chiarificare il quadro informativo e consentire una pianificazione tempestiva e realistica delle operazioni; • l’azione delle truppe di terra è stata supportata in modo quanto mai aderente ed efficace tanto dai velivoli ad ala fissa, pilotati o meno, che da quelli ad ala rotante. Certo, in quest’ultimo caso, è stato decisivo il completo dominio dell’aria esercitato dagli Stati Uniti. In ogni caso, non si può non rilevare il decisivo ruolo della componente elicotteristica, sia quale piattaforma di fuoco sia quale elemento essenziale per assicurare la mobilità a livello tattico-operativo; • il Pentagono sembra aver pianificato le operazioni basandosi sulle cosiddette based on effect operations, che postulano la loro efficacia proprio sull’estrema flessibilità e capacità di adattamento, giudicati elementi indispensabili per ottenere, comunque, i risultati prefissati, anche in presenza di imprevisti o difficoltà non pianificate (scostamenti). In sintesi, se si volesse fare un parallelo con la Guerra del Golfo del 1991, si potrebbe affermare che, se ha mantenuto piena validità la componente aerea, è anche apparso evidente che, com’è perfettamente riassunto da una frase in lingua inglese che non credo sia necessario tradurre, solamente when you control the ground, you make the rules. Non si può neanche sottacere, però, che sul nuovo approccio molto più aggressivo e «terrestre» delle Forze Armate statunitensi molto ha pesato il tragico attentato dell’11 settembre. Più ancora dei morti e della devastazione, che pure è stata immane, è stata la sensazione di insicurezza e di violazione dei principi stessi su cui si fonda la vita di quel Paese, che ha probabilmente spinto l’intera Nazione a reagire compatta, anche accettando perdite umane ed un eventuale isolamento internazionale. Sta di fatto che quello che molti avevano pronosticato poter essere un nuovo Vietnam si è viceversa concluso rapidamente ed in modo, per certi aspetti, ben più agevole di quanto non si credesse. Nel frattempo però, com’è spesso accaduto nell’ultimo decennio, le vicende della scena internazionale evolvevano con sconcertante rapidità e, in breve, si arrivava al conflitto in Iraq. Lungi da me l’idea di voler fare una lezione di tattica o di strategia. Vorrei provare invece, ancora una volta, a trarre anche da quest’ultimo particolarissimo conflitto delle lezioni apprese, che siano utili spunti per fare un ulteriore passo in avanti nella comprensione del ruolo riservato alle forze di terra. In particolare: • gli anglo-americani avevano, per loro stessa ammissione, una schiacciante superiorità in molti settori, ben maggiore di quella normalmente ipotizzata nella dottrina classica delle operazioni offensive/difensive; • sembrerebbe inoltre, a giudicare da ciò che è noto, che il processo di pianificazione sia stato particolarmente rapido e flessibile, consentendo l’adattamento quasi in tempo reale agli scostamenti tipici della fase condotta; • mai prima di questo conflitto, il sistema C4I (Comando Controllo Comunicazioni Computer e Intelligence ) era riuscito a lavorare in modo tanto integrato ed efficace, fornendo ai Comandanti a tutti i livelli un quadro informativo completo e tempestivo in ogni condizione atmosferica e di impiego; • se la prima «Guerra del Golfo» era iniziata con 38 giorni di bombardamenti quasi incessanti, sostanzialmente finalizzati alle missioni di SEAD (Suppression of Enemy Air Defences) ed al-
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l’ottenimento delle superiorità aerea, questo secondo conflitto si è caratterizzato per l’inizio contemporaneo delle operazioni terrestri ed aeree e per la sua tendenza a svilupparsi in aree fortemente urbanizzate ove, grazie alla protezione fornita ed alla deterrenza esercitata, le unità corazzate hanno confermato la loro utilità; • tanto dal cielo come a terra, si è subito andati a ricercare il centro di gravità del nemico (la leadership politica). In particolare, a tale scopo, un ruolo determinante è stato giocato dalle Forze Speciali/per Operazioni Speciali che, con il loro insostituibile contributo in termini di Humint (Human Intelligence), targeting e BDA (Battle Damage Assessment) hanno costituito un vero e proprio moltiplicatore di efficacia, facendo assurgere di nuovo a protagonista della battaglia la componente umana; • il numero di adattamenti e la velocità con la quale questi sono stati posti in essere nella condotta delle operazioni, potrebbe sottendere ad una vera e propria rivoluzione concettuale nel modo di pianificare e condurre i conflitti da parte delle Forze Armate USA. Il tentativo sarebbe quello di non cercare più di imporre sempre e comunque il proprio modello all’avversario ma, dato un punto di partenza (ciò di cui si dispone) ed uno di arrivo (l’end state), l’itinerario diverrebbe flessibile e sarebbe continuamente mutato, a seconda della situazione, per ottimizzare i risultati; • se apparentemente, nonostante il numero complessivo sostanzialmente ridotto di perdite, vi è stata una notevole incidenza percentuale di vittime prodotte dal fuoco amico, ciò, più che ad errori umani, è probabilmente imputabile alla straordinaria aderenza con la quale le sorgenti di fuoco, sia terrestri che aeree, hanno appoggiato la manovra. Le forze USA, in particolare, hanno mostrato che, anche grazie all’impiego combinato del munizionamento di precisione e delle Forze per Operazioni Speciali, è possibile effettuare, con minimi danni collaterali, le missioni CAS (Close Air Support) in ambiente urbano; • infine, se in precedenza era comunemente accettato che la componente aerea potesse operare a favore di quella terrestre, dal conflitto iracheno è emerso che può avvenire anche il contrario. In particolare, in più di un’occasione le Forze irachene sono state costrette ad esporsi ai bombardamenti aerei dalla velocità della manovra degli Eserciti della coalizione, amplificando l’efficacia degli strike aerei. Questi ultimi condotti da velivoli A 10 Thunderbolt e da elicotteri d’attacco, cioè proprio da vettori appositamente studiati per l’appoggio aereo ravvicinato. Come promesso in apertura, proverò ora a ricomporre il mosaico per arrivare a definire le «linee di tendenza» che, verosimilmente, interesseranno gli strumenti terrestri ed il ruolo che essi giocheranno nel prossimo futuro. La fine della contrapposizione bipolare, con la scomparsa di una minaccia certa, pericolosa ma conosciuta e, quindi, in qualche modo prevedibile, ha anche comportato il proliferare delle «aree di instabilità» e dei cosiddetti «conflitti a bassa intensità». Sembrerebbe quasi che, con la fine del secondo millennio, il tentativo delle entità statali di esercitare il monopolio dell’uso della forza sia definitivamente fallito. In più parti del mondo gruppi di potere più o meno conosciuti e riconosciuti (la FARC in Colombia, Al-Quaeda in alcuni Paesi asiatici e del Medio Oriente, l’IRA in Irlanda, l’ETA in Spagna, la guerriglia indipendentista in Cecenia) hanno dimostrato una capacità senza precedenti di colpire gli Stati sovrani e di infliggere loro danni e devastazione. In qualche caso, inoltre, essi hanno anche esercitato con continuità il controllo e l’amministrazione di porzioni rilevanti di territorio (è emblematico, in proposito, il caso della FARC in Colombia) assurgendo esse stesse al rango di entità parastatali. Per contro, le Forze Armate e le dottrine classiche, che molti di noi hanno studiato ed applicato nel corso della loro vita, furono create per combattere conflitti classici fra Stati, nei quali gli indicatori delle capacità militari erano chiaramente definiti. Ora, viceversa, il nemico è multiforme, difficilmente identificabile, non deve sottostare a regole o convenzioni che ne disciplinino il comportamento e può spesso contare su risorse economiche ingentissime, derivanti dal controllo della grande criminalità e del traffico di clandestini, oltre che sulla conni-
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venza dei cosiddetti «Stati canaglia». Con il moltiplicarsi dei conflitti a bassa intensità, ognuno avente caratteristiche proprie e differenti dal precedente, gli strumenti militari, ed in particolare gli Eserciti, hanno dovuto e dovranno sempre più imparare ad adattarsi, con una velocità che non trova riscontri nel passato, modificando, di volta in volta, in funzione dell’esigenza, la propria struttura, le procedure, l’addestramento e la dottrina. Al riguardo, in particolare, occorre sottolineare l’importanza giocata dall’addestramento che, oltre a preparare come di consueto le unità, va anche visto quale test per valutare la bontà degli equipaggiamenti (dalle calzature ai sistemi di protezione dalla sabbia per gli elicotteri) e quale ulteriore strumento di individuazione di soluzioni correttive. Se, inoltre, in passato la pianificazione degli strumenti veniva condotta in funzione della minaccia da fronteggiare, ora il parametro di riferimento divengono le capacità. I fattori di successo, prevedibilmente, sono e saranno sempre più la capacità e la rapidità di adattamento e di risposta. Il metodo concettuale di tipo classico, fondato sulla ripartizione Arma/Specialità/Corpo e sulla suddivisione delle Unità nei ben noti macroinsiemi rappresentati dal combattimento, supporto al combattimento e sostegno logistico, ben lungi dall’aver perso di validità, potrebbe però essere presto superato da un approccio organizzativo più duttile che prevede una «nuova» area denominata del sostegno alla manovra. Questa nuova funzione, deputata ad assicurare la libertà d’azione dell’intera Forza, si dovrebbe basare su capacità operative oggi espresse dalle Unità FS, AGS (Alliance Ground Surveillance), RISTA, NBC, del Genio e della Polizia Militare e, sia pure in forma non organica e continuativa, sul contributo della componente controaerei, delle Unità per le Operazioni psicologiche e di quelle CIMIC (Civil - Military Cooperation). Ed è in questa ottica che l’Esercito italiano, già da tempo, sta concentrando i suoi sforzi, in perfetta coerenza con i dettami NATO, proprio su quella serie di capacità critiche rappresentate dai settori intelligence, FOS, RISTA, NBC, C2 e CSS. Lo scopo, naturalmente, è quello di impiegare in modo sinergico delle capacità che, pur profondamente eterogenee, consentono, nel loro insieme, di assicurare la libertà d’azione della forza di manovra, indispensabile per il successo delle operazioni moderne. Ma la vera sfida da vincere, a mio parere, ancora prima di modificare gli eserciti o le procedure, sarà quella di preparare l’uomo; di convincerlo a rifuggire le certezze ed i luoghi comuni; di metterlo in grado di esprimere capacità reali quanto mai diversificate ed articolate, senza perdere l’indispensabile riferimento rappresentato dai valori etici e morali che, soli, gli possono consentire di non smarrirsi di fronte a tanta incertezza mantenendo forte ed immutata la motivazione. Consentitemi, infine, di chiudere con un parallelo tra i due conflitti che hanno avuto luogo sul suolo iracheno. Per uno strano scherzo del destino, la prima «Guerra del Golfo» si concluse con l’idea generalizzata che il potere aereo fosse elemento necessario e sufficiente per l’ottenimento della vittoria finale. A ciò, naturalmente, molto contribuirono le immagini della CNN degli spettacolari bombardamenti aerei della coalizione e la copertura dei media che, esclusi dalle operazioni di terra, concentrarono la loro attenzione su ciò che vedevano: la battaglia nella terza dimensione. In modo inverso, ma per certi aspetti speculare, dal recente conflitto escono vincenti (lasciatemi correre l’espressione) le truppe di terra. Anche in questo caso, tuttavia, molto è dipeso dalla grande quantità di giornalisti affiancati alle unità sul terreno – embedded – che hanno offerto al pubblico le informazioni di cui disponevano e cioè informazioni dei combattimenti di terra. Per onestà, devo però dire che ambedue le conclusioni erano azzardate e parziali. Di certo, nel moderno campo di battaglia, non si può infatti prescindere dalla superiorità aerea, dalla mobilità e dalla straordinaria potenza di fuoco che solamente il vettore aereo è in grado assicurare, ma è parimenti vero che quando occorre acquisire e mantenere il controllo di un’area, e non ci si può permettere il rischio di seminare morte ovunque, rimane indispensabile ed inso-
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stituibile l’impiego delle truppe di terra. Vorrei anche evidenziare che, sia pure da un punto di vista simbolico, il recente conflitto in Iraq ha dimostrato la centralità delle forze terrestri. Nelle opinioni pubbliche mondiali il conflitto si è concluso con l’abbattimento della statua di Saddam Hussein. E ciò è stato fatto con un mezzo terrestre appartenente al genio statunitense. Non di generica esaltazione dello strumento terrestre, però, stiamo parlando, ma di rivalutazione del ruolo del combattente. È, infatti, apparso con nitida chiarezza che per trasformare la vittoria militare in vittoria politica, e cioè in qualcosa di realmente fruibile, occorre, come dicono i nostri amici anglosassoni, la presenza di boots on the ground. Se fino a pochi anni orsono era sufficiente esserci, fare presenza, ora occorre saper esprimere capacità operative concrete che dissuadano l’avversario dall’agire. Paradossalmente, oggi più di ieri, per evitare le guerre bisogna essere preparati a combatterle, sovrastando il nemico e disponendo di sistemi d’arma più potenti ed efficaci dei suoi. La dissuasione, però, sfortunatamente, non si ottiene più «sulla parola», magari ricorrendo alla minaccia dell’uso dell’ordigno nucleare, ma in funzione di ciò che si è concretamente in grado di esprimere sul terreno. In altri termini, operando sul piano tattico e non sulla deterrenza strategica, se l’avversario dispone di mortai, bisogna dissuaderlo con artiglieria e non solamente mostrando armi portatili! Se, poi, i numeri vogliono dire qualcosa, è bene ricordare che su circa 9 000 militari italiani impegnati in operazioni e missioni nei più svariati luoghi del pianeta, oltre l’80% appartiene all’Esercito ed anche nell’ambito del restante 20% una cospicua parte è comunque dedicata ad operazioni tipicamente terrestri. E di quelli appartenenti all’Esercito, il 60% appartiene alle unità combattenti, vero core business della funzione difesa. Sono le unità combattenti, cioè i Reggimenti di manovra, sia in operazioni classiche che nelle CRO, che rappresentano infatti l’output delle Forze Armate! È però ovvio, e non mi stancherò mai di ricordarlo, che le forze terrestri non sono sole in questa attività: la potenza militare è tale solo se interforze. Ma ritengo anche che, come i recenti conflitti ci hanno mostrato, gli strumenti non possono che essere land-heavy , con Eserciti, quindi, fortemente integrati, estremamente flessibili, mobili, proiettati al futuro per quanto attiene alla tecnologia ma ancorati al passato per quanto attiene alla valorizzazione dell’uomo, vero ed unico moltiplicatore di potenza. Perché è inutile nasconderlo: nessuna macchina potrà mai sostituire la capacità di discernimento dell’uomo che, oltre a vedere, sa anche valutare fornendo informazioni e non solo dati informativi. Ed in proposito mi sembra significativo quanto detto dal ex Capo di SM dell’Esercito statunitense, Gen. Shinseki: l’uomo è l’elemento centrale in qualsiasi cosa faccia l’Esercito. Le istituzioni non si trasformano: l’uomo lo fa! Gli strumenti e le organizzazioni non difendono la nazione: l’uomo lo fa! Ed infine, le unità non si addestrano, non sono pronte, non progrediscono e non migliorano la leadership, non fanno sacrifici e non corrono rischi per il Paese: l’uomo lo fa! Vi lascio, infine, con un’ultima riflessione: il futuro che ci aspetta è inquietante ed imprevedibile ed è naturale chiedersi, anche alla luce degli ultimi eventi, se l’Esercito italiano sia in grado di assolvere ai compiti ed alle missioni che verosimilmente lo attendono. Ebbene, come Capo di Stato Maggiore della Forza Armata, credo di poter dire, con orgoglio ma anche con la serenità di chi conosce la sua organizzazione, che la risposta non possa che essere affermativa. Da anni, infatti, abbiamo intrapreso una strada dura, ma anche l’unica possibile, rifuggendo ogni scorciatoia, calibrando i nostri sforzi sull’ipotesi più onerosa, e preparandoci non solo a partecipare ma a giocare un ruolo da protagonisti, potendo esprimere capacità di Comando Controllo e Coordinamento a livello tattico-operativo anche, e direi soprattutto, nello scenario combat. Tutto ciò, basato su un addestramento realistico, duro ed incessante! Solamente chi è preparato al peggio può rispondere al meglio alle richieste del Paese: qualsiasi esse siano.
Tenente Generale Gianfranco Ottogalli
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ATTUALITÀ
IL CAPO DI SME ILLUSTRA LE POTENZIALITÀ DELLA FORZA ARMATA ROMA – Ha suscitato interesse la conferenza del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Tenente Generale Gianfranco Ottogalli, tenuta il 24 aprile nella Sala multimediale «Montezemolo» del Centro Alti Studi della Difesa (CASD). L’iniziativa, promossa dall’Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa (ISTRID), ha avuto per tema «La riforma delle Forze Armate e il progresso tecnologico dell’Esercito». Vasta la platea, composta da autorità, esperti, militari, soci del sodalizio e da numerosi giornalisti della stampa italiana ed estera. Il Presidente dell’Istituto, Generale Senatore Luigi Poli, nel dare il benvenuto ha espresso soddisfazione per il livello culturale
che l’ISTRID continua a mantenere nel tempo e per l’elevato numero di partecipanti, i quali sempre più numerosi accorrono alle iniziative in programma. Il Capo di Stato Maggiore, dopo aver rivolto un sentito ringraziamento al Presidente dell’ISTRID, ha ripercorso il passato e il presente della Forza Armata, per esaminare poi l’incidenza delle nuove tecnologie. L’Esercito italiano – ha tra l’altro detto – è stato interessato, a partire dai primi anni novanta, da un processo di trasformazione che ha ben pochi precedenti nella storia. La fine del sistema bipolare, il mutamento del ruolo delle alleanze, la crescita dell’Unione Europea quale soggetto politico internazionale, lo stato di perenne instabilità di alcune aree del pianeta e un corso economico, dapprima straordinariamente positivo (e insolitamen-
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ATTUALITÀ Sono migliaia i militari dell’Esercito italiano, uomini e donne, che quotidianamente prestano servizio nelle varie missioni umanitarie. La professionalità e la forza interiore li aiutano a superare disagi e privazioni, per portare pace e sicurezza a chi aveva ormai perso ogni speranza di civile convivenza. Come recentemente anche in Afghanistan e in Iraq.
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te lungo) e poi improvvisamente incerto, sono solo alcune delle ragioni del perché l’Esercito sia cambiato e, soprattutto, perché sia cambiato così in fretta. Per effetto di tali eventi, sono svanite le certezze sulle quali fondavamo la nostra stessa esistenza e siamo stati proiettati in una realtà instabile e profondamente differente dalla precedente. Anche grazie all’uso delle più moderne tecnologie, si è inoltre diffusa la convinzione di poter praticamente annullare i danni collaterali, arri-
vando in poco tempo al cosiddetto conflitto a costo zero. In breve, le Forze Armate sono state considerate strumenti concreti ed efficaci per la risoluzione delle crisi e non più l’ultimo disperato baluardo a cui fare ricorso in caso di necessità. La conseguenza dei due fattori appena menzionati (maggiore propensione all’impiego degli strumenti militari e aumento delle aree di crisi) è stata il ricorso sempre più frequente agli strumenti militari per sedare conflitti interni (Somalia), arrestare genocidi (Congo, ex Iugoslavia) o favorire i processi di pacificazione già avviati (Mozambico). Inoltre le Forze Armate, anche grazie alla straordinaria copertura mediatica degli ultimi conflitti, sono di-
venute un elemento presente e tangibile della società. Conseguentemente, lo strumento terrestre è stato rivisto nella struttura ordinativa, nelle competenze, nella dottrina, nelle procedure, nell’addestramento, nei mezzi, nell’equipaggiamento e nel reclutamento. Si pensi – ha proseguito – alle conseguenze dell’entrata in vigore della legge 18 febbraio 1997, numero 25, che ha finalmente definito attribuzioni e competenze dei Vertici, imprimendo alle Forze Armate una svolta in senso interforze al processo di completa professionalizzazione e l’ingresso della componente femminile nel mondo militare. Il Capo di Stato Maggiore del-
l’Esercito ha poi illustrato i criteri del Nuovo Modello di Difesa e la situazione futura della Forza Armata. Dopo la «Guerra del Golfo» del 1991 – ha continuato – nella quale furono utilizzate in modo massiccio le più moderne tecnologie disponibili, vi fu una sorta di entusiasmo generalizzato nei confronti delle possibilità offerte dalla tecnologia in campo militare. Alcune delle menti più brillanti e autorevoli ritennero si potesse rapidamente giungere al cosiddetto conflitto a costo zero. In altri termini, ricorrendo all’uso massiccio delle moderne tecnologie si sarebbe potuta risolvere ogni crisi, rapidamente e senza dover pagare un alto costo in termini di vite umane. Tutto ciò, naturalmente, fece crescere ulteriormente l’accettabilità sociale e politica dell’uso delle Forze Armate, incrementando la propensione all’impiego degli strumenti militari quale mezzo di risoluzione dei conflitti. In breve, quindi, il numero degli impegni che gli uomini in armi furono chiamati a fronteggiare si moltiplicò a dismisura. A questi momenti di euforia collettiva, nei quali sembrava che attraverso la superiorità tecnologica ogni risultato potesse essere facilmente ottenuto, se ne sono però alternati altri di crescente pessimismo. Basti ricordare quanto accadde dopo il sostanziale fallimento della Missione ONU in Somalia. Vi fu, a seguito di quella difficile missione, un radicale ripensamento sull’uso degli strumenti militari come mezzi di risoluzione dei conflitti, che diede origine a un’autocritica sul sistema stesso di gestione delle crisi da parte delle Nazioni Unite (Rapporto Brahimi). La stessa recente operazione Enduring Freedom, d’altronde, ha confermato quest’alternanza di ottimismo e pessimismo. Né ci poteva essere conferma migliore e più attuale della recente operazio-
ne in Iraq. Quando, come in questo caso, occorre acquisire e mantenere il controllo di un’area, rimane insostituibile l’impiego delle truppe di terra, coordinate e appoggiate da tutte le componenti dello strumento militare. Se vogliamo continuare a impiegare i nostri militari in difficili e delicate operazioni fuori area, mettendoli in condizione di operare efficacemente, dovremo cercare di dare loro qualcosa in più rispetto a coloro con i quali si dovranno confrontare: informazioni, mobilità, rapidità, protezione, efficacia. Sarebbe a dire la superiorità tecnologica. Una superiorità tecnologica concreta, sinonimo di sicurezza e non mera speculazione avulsa da risvolti pratici. Alla tecnologia il Capo di Stato Maggiore ha riservato, poi, la parte finale del suo intervento. Investire in tecnologia – ha precisato – e soprattutto in tecnologia militare non è un lusso ma una necessità. Può richiedere scelte dolorose, tuttavia è una scelta vincente per il Paese nel suo complesso e per le Forze Armate, che ne costituiscono una parte importante. Basti pensare a cosa, tra breve, rappresenterà per l’Esercito il cosiddetto soldato futuro, vera e propria piattaforma tecnologica digitalizzata che consentirà d’impiegare l’uomo come un sistema d’arma integrato e completo. Perfettamente in grado d’interagire con le altre pedine del campo di battaglia e con un livello di efficacia e protezione senza precedenti. Tutto ciò, beninteso, postula sistemi di comunicazione e di localizzazione a livello individuale, capacità di direzione e gestione del fuoco proveniente da diverse sorgenti, sistemi di protezione balistici ed NBC efficaci e dal peso contenuto, uniformi ed equipaggiamento confortevoli e adatti a ogni tipo di ambiente. Tutto ciò sottende, oltre a una tecnologia spinta in moltissimi 3
ATTUALITÀ continueremo ad indirizzare i nostri sforzi. Al termine del suo intervento, il Tenente Generale Ottogalli si è soffermato a rispondere alle domande del numeroso e appassionato pubblico. settori e un ingente investimento di risorse, anche serietà d’intenti e univocità d’indirizzo tra le Forze Armate e l’industria, per evitare di sprecare preziose risorse che non è lecito né morale disperdere. Alla base di questo processo vi è l’addestramento, inteso come preparazione fisica e mentale, banco di prova individuale e collettivo, stimolo al nuovo e allenamento all’uso di tecnologie sempre più sofisticate. Addestramento, in sintesi, visto come il primo irrinunciabile investimento e la vera carta vincente che, consentendo la preparazione del sistema uomo nel suo complesso, è condicio sine qua non per il successo dell’intera organizzazione. Ciò che emerge – ha concluso – è l’immagine di una Forza Armata che potrà vincere le difficili sfide che l’attendono solamente se potrà continuare a contare su un uomo al tempo stesso motivato e preparato, in possesso di solidi valori etici. Non sarà facile però, per il soldato di domani, adattarsi e rinunciare a certezze ormai storiche. Continuare, per tutta la sua vita professionale, a preparasi per poter sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie, interagire efficacemente con soldati di altre Nazioni in una o più lingue straniere, mantenere la saldezza morale e l’autocontrollo, indispensabili per non abusare delle enormi potenzialità dei nuovi mezzi e dei sistemi d’arma che avrà a disposizione. Per questi motivi, noi riteniamo che la più importante innovazione, da cui dipenderà il successo di tutte le altre, siano esse organizzative o tecnologiche, sia l’adeguamento del fattore umano alla nuova mutevole realtà. È in questa direzione che 4
IL TENENTE GENERALE SCARANARI ALL’ISPETTORATO DELLE INFRASTRUTTURE ROMA – Le Infrastrutture dell’Esercito hanno dal 13 maggio, nel Tenente Generale Roberto Scaranari, un nuovo Ispettore. L’avvicendamento con il Tenente Generale Donato Berardi si è svolto nell’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio, nel corso di una cerimonia presiedu-
ta dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Tenente Generale Gianfranco Ottogalli, alla presenza di numerose autorità militari e civili e alle rappresentanze dell’Ispettorato e dei Comandi e Reparti Infrastrutture dipendenti. Il Tenente Generale Berardi, che lascia il servizio attivo per raggiunti limiti di età, nel salutare i presenti ha ricordato brevemente la sua lunga carriera militare, soffermandosi, con commozione, sui momenti più impegnativi e di grandi sacrifici, ma soprattutto esaltanti. A cominciare dall’arrivo a Modena per diventare giovane cadetto, il servizio nei reparti Genio delle Divisioni «Ariete», «Mantova» e nel battaglione «San Marco», proseguendo poi come Comandante
ATTUALITÀ rinnovo di infrastrutture, servitù militari e demanio e definisce la politica infrastrutturale della Forza Armata. Da questa importante struttura dipendono i 3 Comandi
ca dei Materiali dell’Esercito e Capo Gruppo di Lavoro per la funzione logistica del Nuovo Modello di Difesa. Dal 2 dicembre 2000 al 26 ottobre 2002 ha comandato le Truppe Alpine. Molto apprezzate le parole di affetto e di stima rivolte all’Ispettore cedente. Caro Donato – ha detto – nel rivolgerti il mio saluto e quello di tutti i colleghi del 17° Corso qui presenti oggi, ti auguro ogni bene. Ti ricordo che se mai dovessi avere qualche crisi di astinenza da mancanza di pratiche da evadere, vieni a trovarci quando vuoi, senza preavvisi o appuntamenti, perché le porte del «tuo» Ispettorato delle Infrastrutture, quello che hai fatto nascere due anni or sono, ti saranno sempre aperte. Importante e denso di rilevanza gestionale e amministrativa, l’Ispettorato delle Infrastrutture dell’Esercito presiede il mantenimento, l’ammodernamento e il 6
Genio responsabili giurisdizionalmente delle Aree Nord, Centro e Sud, che sovrintendono Comandi e Direzioni dislocati nelle principali città italiane.
IL VICE COMANDO DELLE FORZE TERRESTRI AL GENERALE VIVA TREVISO – Il Tenente Generale Bruno Viva ha assunto l’incarico di Vice Comandante delle Forze Operative Terrestri e Comandante dei Supporti. È subentrato al Tenente Generale Antonio Quintana, nel corso di una solenne cerimonia svolta il 14 maggio a Treviso, presso la caserma «Serena», alla presenza del Comandante delle Forze Operative Terrestri, il Tenente Generale Alberto Ficuciello. Il Tenente Generale Viva è nato il 23 giugno 1942. Ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e i principali istituti di formazione italiani, tra i quali le Scuole di Guerra italiana e francese. Numerosi e particolare rilievo sono gli incarichi ricoperti nel corso della sua lunga e brillante carriera. Tra essi spiccano il comando della Brigata paracadutisti «Folgore», quello delle Forze di Proiezione e del Corpo d’Armata di Reazione Rapida NATO di Solbiate Olona. È stato, inoltre, Capo Ufficio Personale e Capo Reparto Impiego delle Forze presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, mentre, in am-
troaerei, con sede a Padova, la Brigata Genio con sede a Udine e la Brigata Logistica di Proiezione con sede a Treviso.
CAMBIO DEL COMANDANTE DELLE FORZE OPERATIVE TERRESTRI E DEL COMANDO ALLEATO INTERFORZE DEL SUD VERONA – Il 23 maggio, presso il Centro Sportivo del Joint SubRegional Command South in Verona, ha avuto luogo l’avvicendamento tra il Tenente Generale Alberto Ficuciello e il Tenente Generale Antonio Quintana nell’incarico di Comandante delle Forze Operative Terrestri e Comandante del Comando Alleato Interforze del Sud. La cerimonia ha visto la presenza di alte autorità militari, civili e religiose. Parole di stima e di ammirazione per l’incisiva e, nello stesso tempo, umana azione di comando sono state espresse dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Tenente Generale Gianfranco Ottogalli e dal bito internazionale, ha fatto esperienza quale Capo di Stato Maggiore del Comando Multinazionale EUROFOR, ha comandato la Brigata Multinazionale Nord nell’ambito dell’Operazione Joint Endeavour in Bosnia ed è stato, inoltre, Addetto Militare e Aeronautico presso l’Ambasciata d’Italia a Berna. Quale Vice Comandante delle Forze Terrestri, il Tenente Generale Viva ha alle dirette dipendenze la Brigata di Artiglieria di Portogruaro, la Brigata artiglieria contraerei di Padova, la Brigata Genio di stanza a Udine e la Brigata Logistica di Proiezione con sede a Treviso. Dal Vice Comandante delle Forze Operative Terrestri dipendono la Brigata di artiglieria, con sede a Portogruaro, la Brigata di Artiglieria Con7
Comandante in Capo delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa, l’Ammiraglio statunitense Gregory Johnson. Il Tenente Generale Ficuciello lascia il servizio attivo dopo dieci lustri di appassionato lavoro istituzionale. Aveva assunto l’incarico dall’ottobre del 2001, partecipando fattivamente al radicale processo innovativo che ha caratterizzato la nostra Forza Armata nell’ultimo lustro. Ha infatti perseguito l’adeguamento – di strutture e compiti – delle Forze Operative Terrestri, da tempo ormai all’attenzione del mondo per l’efficienza e professionalità dimostrate in territorio nazionale e fuori area. Numerosi sono i riconoscimenti nazionali ed esteri che hanno premiato la sua opera. Sono da citare, ultimi solo per ordine di tempo, la Medaglia al Merito dell’Alleanza (conferitagli dal Ministro della Difesa ungherese, prestigiosa onorificenza con cui viene insignito il personale distintosi particolarmente nel promuovere la cooperazione tra l’Alleanza Atlantica e Forze Armate di altri Paesi) e la Croce d’Oro al Merito dell’Esercito, per
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essere stato un chiaro esempio di altissima professionalità e incondizionata dedizione alle Istituzioni, contribuendo ai più alti livelli di responsabilità a dare lustro e prestigio all’Esercito Italiano, garantendo e consolidando la
presenza dell’Italia nelle iniziative in ambito atlantico ed europeo. Il Tenente Generale Antonio Quintana è nato il 10 ottobre 1940. Proveniente dai corsi regolari dell’Accademia Militare e della Scuola di Applicazione, ha alle spalle una lunga esperienza gestionale di personale, armi, mezzi e materiali. Ha comandato, infatti, il Gruppo di artiglieria paracadutisti, la Brigata «Cremona», il Contingente «Pellicano» in Albania (ricevendo per il suo operato la Medaglia d’Oro di 1a classe dell’Ordine di Naim Frasheri dal Presidente della Repubblica albanese), le Forze di Difesa (1° FOD) e, per finire, è stato Vice Comandante e Comandante dei Supporti delle Forze Operative Terrestri. Ha, inoltre, ricoperto numerosi incarichi di Stato Maggiore e di alta dirigenza: Capo Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Vice Capo Reparto del IV Reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito, Vice Comandante della Regione Militare «Centrale» e della Regione Militare «Sicilia».
Sommario
Numero
4/2003
Luglio - Agosto
«Rivista Militare» ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnica e professionale del personale dell’Esercito e di far conoscere, alla pubblica opinione, i temi della difesa e della sicurezza. A tal fine, costituisce organo di diffusione del pensiero militare e palestra di studio e di dibattito. «Rivista Militare» è quindi un giornale che si prefigge di informare, comunicare e fare cultura.
I Il ruolo delle Forze Terrestri nei moderni scenari. di Gianfranco Ottogalli
48 La tecnologia dell’Esercito che protegge dal terrorismo. di Donato D’Ambrosio
96 C’erano anche italiani tra gli eroi di Balaclava. di Michele Petrolo
1 Attualità... sotto la lente.
POLITICA, ECONOMIA E ARTE MILITARE 10 Comparazione tecnologica tra le due sponde dell’Atlantico. di Luigi Poli
SOCIOLOGIA 58 L’arte di saper decidere. di Antonio Marchetti
RUBRICHE 36 Osservatorio strategico.
14 Le risorse per l’Esercito nel bilancio della Difesa. di Gennaro Marino 26 I principi dell’Arte Militare. di Ferruccio Botti
SCIENZA, TECNICA E ADDESTRAMENTO
78 La famiglia è base viva della società. di Angelo Marchesi
STORIA 40 La permanente evoluzione dei sistemi informatici. di Sergio Fiorentino
86 Tempesta di fuoco sul Reich. di Claudio Morino
106 Attualità... in breve. 120 Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen. 128 Recensioni. 133 Internautica.
COMPARAZIONE TECNOLOGICA TRA LE DUE SPONDE DELL’ATLANTICO Le sinergie possono creare opportunità a prima vista impensabili contribuendo a sviluppare i principali settori strategici nel campo della tecnologia e della difesa
L
’attuale divario tecnologico fra USA ed Europa è la causa primaria della mancata creazione di un pilastro di difesa europeo, ma ciò è dipeso anche da una scarsa intesa fra le industrie europee. Per convincersi di questa mancata sinergia dell’industria continentale a fine secolo, è sufficiente tornare alla storia degli anni novanta. Le difficoltà da superare erano notevoli e di diversa natura, innanzitutto economiche: per creare una base tecnologica della difesa, vista la situazione totalmente inesistente di tecnologie militari comuni dalle quali partire. Tutto ciò creò in Europa un impegno poco gradito, in un periodo di cui, caduto il muro di Berlino, si cercava di riscuotere i «dividendi della pace». Nel rapporto transatlantico del momento una politica industriale autonoma poteva essere interpretata, dall’alleato americano, come una specie di tentativo di affrancamento dalla sudditanza 10
di Luigi Poli * Gli scenari industriali americani ed europei sono alla ricerca di quella compatibilità in grado di garantire reciproci benefici utili a perseguire la tecnologia del futuro. Tutti i settori sono interessati nell’individuare il miglior profilo sinergico da adottare. Le ambizioni devono però essere confrontate alla realtà, per realizzare quella fattiva collaborazione che investirà pure, in vari modi, il settore della difesa.
tecnologica dagli Stati Uniti. Senza contare il fatto di mettere in piedi in Europa una cooperazione autonoma, articolata e funzionale, non sarebbe stato possibile in ambito NATO, dove c’era un polo traente di per sé come gli Stati Uniti. In questo quadro l’IEPG (Indipendent European Planning Group - Gruppo Europeo Indipendente di Pianificazione) non acquisì mai lo spessore auspicato alla sua costituzione, finendo di essere solo un foro di consultazioni sterili. Poi, nel 1991, è venuta la guerra del Golfo, che è stata, tutto sommato per noi europei, poco impegnativa, nonostante i dovuti riconoscimenti alle unità che vi hanno partecipato. Questa guerra ci ha fatto però capire che non esistono pause per le forze militari europee. Impegni ai quali si sono aggiunte continue operazioni di concorso aereo e di mantenimento della pace nella penisola balcanica. Altro che si-
nergia industriale degli anni 90! Le singole Nazioni europee si sono chiuse nel protezionismo, e i singoli gruppi industriali sulla competitività (in Europa abbiamo quattro carri: il «Leopard» tedesco, l’«Ariete» italiano, il «Challenger» inglese e il «Leclerc» francese). Le ragioni della mancata sinergia delle industrie europee, come abbiamo visto sono molteplici e spesso indipendenti. Potremmo anche dimostrare che sono le stesse che hanno finora ostacolato il conseguimento di molti altri obiettivi comuni che i Paesi dell’Unione Europea si erano proposti. Sono ragioni che, a mio avviso, dipendono tutte da due principali argomenti sui quali le Nazioni europee non sono ancora riuscite ad assumere una precisa e definitiva posizione, nel dilemma fra soluzioni intergovernative e comunitarie. Resta la persistente incertezza se mantenere il prevalente riferimento agli Stati Uniti di approvvigionamenti per la difesa oppure costituirsi un’alternativa continentale. Ora pare che il processo di globalizzazione in atto abbia portato anche l’industria europea per la difesa a effettuare una coraggiosa e impegnativa azione di ristrutturazione, razionalizzazione e concentrazione delle risorse nelle aree di eccellenza più qualificate, favorendo così una più incisiva presenza e competitività nel settore. In passato si è spesso discusso sulla necessità di un maggiore equilibrio nell’approvvigionamento degli armamenti fra Stati Uniti ed Europa, troppo sbilanciato in una sola direzione, e di una maggiore cooperazione su base paritetica. Due esigenze mai realmente soddisfatte. Oggi, però, si ha l’impressione che sia arrivato il tempo di compiere un salto di qualità, mediante un consolidamento dell’industria della difesa europea, in cui è inserita quella italiana, per dare vita a un 11
mercato comune e degli armamenti sul nostro continente. Solo così si potrà arrivare a una cooperazione fra le due sponde dell’Atlantico su una base di parità. Nel settore degli armamenti riscontriamo, però, nel nostro continente, insufficiente impegno finanziario, eccessiva presenza dello Stato nell’industria, frammentazione del mercato e prevalenza della joint venture (cioè collaborazione diretta fra le industrie). Mentre negli Stati Uniti si riscontra: grande impegno nella ricerca, molte imprese private, mercato unitario, prevalenza delle fusioni e acquisizioni. L’Europa (e quindi l’Italia) deve aumentare il livello degli investimenti. Per quanto riguarda in particolare il nostro Paese, si rileva oggi una limitata alimentazione finanziaria delle leggi a favore dell’industria della difesa e del bilancio del Ministero della Difesa. E ciò in un momento per di più contrassegnato da un oneroso processo di ammodernamento delle nostre Forze Armate e dai loro numerosi impegni in varie parti del mondo. Inoltre, nel settore degli approvvigionamenti militari, i Paesi europei dovranno prima o poi evitare di 12
intraprendere iniziative industriali, con tutte le note conseguenze negative per la standardizzazione e l’interoperabilità delle forze. In definitiva, la cooperazione vera ed effettiva in campo industriale fra le due sponde dell’Atlantico non è dietro l’angolo ma è da perseguire in ogni campo. I due scenari industriali dovranno prima diventare abbastanza compatibili. In particolare, quello europeo dovrà acquisire, coagulandosi, una «massa critica», ottenibile attraverso ristrutturazioni e razionalizzazioni intese a raggiungere livelli quantitativi e qualitativi comparabili. Altrimenti, la competizione non sarebbe possibile se non con l’eccezione di qualche nicchia di eccellenza, come avviene per l’industria italiana. È difficile, ma è l’unica strada, perché se l’Europa ha bisogno dell’America, è vero anche l’inverso per una gamma di motivi, che vanno dal campo politico-strategico a quello puramente commerciale. Allora la cooperazione diventerà inevitabile. Non ci saranno acquisizioni o assorbimenti, ma sinergie per l’industria della difesa delle due sponde dell’A-
tlantico e altre forme di collaborazione. Ma, a questo punto, dopo tante supposizioni negative sugli equilibri tra strumenti di difesa europei e capacità industriali che li dovranno supportare nella prospettiva internazionale, è d’obbligo fare una considerazione finale: abbiamo creato un’Europa dei soldi, ma non quella dei soldati, né quella della ricerca e dello sviluppo tecnologico. La difesa europea stenta a decollare in tutte le sue forme, inclusa quella di un’industria della difesa globalizzata, e allora, nonostante ogni buon volere, avremo un mercato comune europeo degli armamenti? Oppure l’Europa, anche in questo campo, continuerà a perseguire una politica di divaricazione tra ambizioni e realtà? Tra tante ipotesi negative e illusorie, voglio terminare ricordando come in un settore guida di interessi comuni sul piano tecnologico e operativo, siano stati conseguiti positivi risultati di realizzazione del sistema C4I (Comunicazioni, Comando, Controllo, Computer, Informazioni). Queste realizzazioni hanno fatto registrare notevoli progressi: agevolare l’azione di comando e lo
sviluppo degli strumenti di comando; integrazione interforze a livello nazionale e NATO; capillare diffusione delle reti informatiche operative; pieno utilizzo delle potenzialità satellitari (SICRAL). È d’obbligo, per quanto la gestione delle interforze e multinazionali lo impongono, l’integrazione industriale. Auguriamoci che quanto di simile si possa realizzare in altri settori emergenti. Oggi pare non sia tempo di parlare di industria degli armamenti, ma invece dobbiamo parlarne perché è un elemento di stimolo per altri interessi industriali e nel campo della ricerca in altri settori più deboli. Vogliamo la pace, ma non possiamo privarci di quegli strumenti che difendono la nostra pace. In altre parole, non siamo per un pacifismo ideologico fine a sé stesso perché la libertà è un diritto, ma la sua difesa è un dovere. D’altra parte, non è possibile pensare a un’industria della difesa europea senza la partecipazione dei colossi industriali statunitensi.
* Generale (ris.), Senatore della Repubblica 13
Le autorizzazioni di spesa per la nostra Forza Armata rincorrono le cifre dei paritetici soci europei
LE RISORSE PER L’ESERCITO NEL BILANCIO DELLA DIFESA È importante conoscere un rilevante atto economico che è base fondamentale per perseguire le finalità istituzionali Spesso i ritmi giornalieri possono rendere difficoltoso l’approfondimento di aspetti di grande importanza economica, ma che comunque fanno parte del quotidiano. È questo il caso del bilancio del Dicastero Difesa. Per soddisfare esigenze e voglia di sapere, presentiamo nei tratti essenziali come il 2003 viene governato finanziariamente. Ripercorriamone allora motivazioni, dinamiche e finalità, in un itinerario semplice e carico di significati amministrativi, politici e – perché no? – culturali.
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l quadro di sicurezza in cui opera l’Italia è frutto dei profondi mutamenti intervenuti nell’ultimo decennio del secolo scorso: l’Alleanza Atlantica è stata interessata da notevoli riforme strutturali e organizzative; gli USA hanno rivisto le loro priorità strategiche e i loro strumenti operativi; l’Unione Europea si è impegnata a sviluppare una propria «Politica estera di sicurezza e di difesa»; il Mediterraneo, con i suoi squilibri economici, fra Nord e Sud, i suoi molteplici conflitti e tensioni, la sua centralità, come via di comunicazione, civile, economica e militare, ha assunto una valenza strategica sempre più alta. 14
Inoltre, i Paesi dell’Est si sono avviati verso una diversa collocazione in Europa e nel mondo, con un forte ancoraggio all’Occidente e al suo sistema di valori, incentrato essenzialmente sulla libertà e sulla democrazia. In questa complessa situazione geo-strategica, l’Italia non solo ha confermato la propria politica di difesa, nell’ambito degli impegni già assunti (con la NATO e, soprattutto, con l’Unione Europea), ma si è dimostrata pienamente convinta che il processo di sviluppo della «Dimensione Europea di Sicurezza e Difesa» costituisce il fattore trainante e determinante, per l’Europa del futuro, in un’ottica di rafforzamento del
di Gennaro Marino *
rapporto transatlantico. La prova più evidente dell’impegno dell’Italia di concorrere al rafforzamento della «Dimensione di sicurezza e difesa» (non solo europea) è rappresentata dagli oltre ottomila militari impegnati in missione di pace, al di fuori del territorio nazionale e in contesti multinazionali, che comportano non pochi impegni, in termini di risorse umane e materiali. Pertanto, l’esame delle risorse finanziarie assegnate alla Difesa, e in particolare, all’Esercito per l’anno 2003, assumono un significato speciale, in questo momento di svolta per l’Amministrazione Militare che, fra le altre ristrutturazioni, sta adeguando an-
ai più, per fare approfondimenti sulle tematiche connesse al bilancio della Difesa, in generale, e dell’Esercito, in particolare, oppure per soddisfare legittime curiosità o la voglia di sapere. Pertanto, si pensa di fare cosa gradita nell’offrire l’opportunità di accostarsi a questa importante materia, puntando sull’essenziale, al fine di chiarirne le dinamiche e le finalità, come pure di sciogliere dubbi al riguardo. Il bilancio dell’Esercito, ovviamente, è inserito in quello della Difesa, la cui redazione segue varie e complesse fasi di un iter piuttosto articolato. Le fasi che conducono al documento finale, quello che ogni anno è possibile consultare da parte di tutti sono due: una interna e una esterna all’Amministrazione. La fase interna prevede una parte prettamente tecnico-militare (Pianificazione) e una di elaborazione tecnico-finanziaria (definita di Programmazione). La seconda fase, con riferimento specifico all’ iter approvativo, è suddivisa, a sua volta, in altre due parti: quella «Governativa», incentrata sul confronto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze (anche per conto del Governo, a fattor comune con le varie Amministrazioni dello Stato) che la struttura del proprio bilancio allo spirito della legge di «riforma dei vertici» (numero 25/1997), a proposito della riconfigurazione dei Centri di Responsabilità Amministrativa, volta a semplificare e rendere più duttile la gestione del bilancio stesso. In tale contesto, la predisposizione del bilancio annuo costituisce un appuntamento di alta rilevanza anche per l’Esercito Italiano, come per qualsiasi altra grande impresa. Il bilancio, infatti, rappresenta la premessa – in chiave economica – delle attività da svolgere, per perseguire le specifiche finalità istituzionali. A volte, i pressanti impegni quotidiani lasciano poco tempo 15
e quella «Parlamentare», per la definizione tecnico-giuridica e legislativa delle risorse, ritenute necessarie per l’assolvimento dei compiti istituzionali assegnati alla Difesa nell’anno 2003 . FASE INTERNA ALL’AMMINISTRAZIONE DIFESA È questa una fase dal duplice carattere: tecnico-militare e tecnico-finanziario. Nel mese di marzo di ogni anno, con apposita circolare, il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) fissa i criteri di impostazione del Bilancio di previsione, per l’anno successivo (nel 2002, la circolare numero 16 è stata emanata il 25 marzo 2002, per regolare la formazione/elaborazione delle previsioni, per l’anno 2003 e per il triennio 2003-2005). A tali fini, il MEF ha fissato i seguenti 5 indicatori: il risanamento finanziario del Paese; la
crescita dell’economia prevista intorno all’1,8%; il rapporto indebitamento netto/PIL del 2002, che è attestato al livello più basso degli ultimi trent’anni: l’1,4 % (esso dovrà ancora calare, per ri16
spettare i parametri di Maastricht); il rapporto debito/PIL che è al 109,4% (mentre deve scendere al 60% entro il 2004, secondo il «Patto di stabilità»); il notevole avanzo corrente del conto economico del settore pubblico (differenza fra entrate e uscite) che è di buon auspicio per il futuro. Tali indicatori, secondo il MEF, «impongono la conferma dell’azione di contenimento e di razionalizzazione della spesa anche nel processo di formazione del bilancio, per il 2003 e per il triennio 2003-2005, che dovrà essere improntato alla prospettiva di conseguire una ulteriore stabilizzazione dei conti pubblici, quale strumento di sviluppo». Inoltre, per l’anno in corso, si è dovuto proseguire nella direzione inversa rispetto alla cosiddetta «spesa storica», considerando, quindi, solo le esigenze in chiave programmatica (obiettivi da conseguire o interventi da realizzare). La spesa storica, indubbiamente superata, rendeva i bilanci ministeriali molto semplici: l’anno pre-
cedente si era speso x; la svalutazione, nello stesso anno, è stata y; x maggiorato di y rappresentava la massa delle risorse da richiedere al Tesoro, per il nuovo anno. Il progetto dello stato di previ-
sione della spesa, per l’anno 2003, del Ministero della Difesa è stato definito sulla base dei criteri di massima fissati dal MEF, nella circolare citata, nonché degli indirizzi governativi riportati nel «Documento di programmazione economico-finanziaria 2002-2006» (emanato dal Governo, nel mese di giugno di ogni anno). Il risultato di queste elaborazioni è stato, naturalmente, sottoposto alle valutazioni e deliberazioni del Comitato dei Capi di Stato Maggiore, ai fini del perseguimento degli obiettivi strategici fissati dal Ministro della Difesa, con la nota direttiva annuale. Per il 2003 il Bilancio Difesa è stato definito dall’Amministrazione in 19 849,1 milioni di euro, a cui sono stati aggiunti altri 6 milioni circa, quali quota fissa del Fondo Unico di Amministrazione, per il personale civile. In sintesi, la proposta inizial-
Successivamente, sempre in fase di predisposizione del «disegno di legge del bilancio generale dello Stato», è stato apportato, dallo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze, un primo incremento di 585,1 milioni di euro, per la copertura finanziaria del contratto relativo al personale militare non dirigente, approvato, nel frattempo, con i Decreti Presidenziali 163 (Forze Armate) e 164 (Carabinieri), rispettivamente, in data 13 e 18 giugno 2002. Quindi, lo stato di previsione della Difesa, presentato alle Camere il 30 settembre 2002 (al termine della fase di definizione governativa), recava autorizzazioni di spesa per complessivi 19 614,9 milioni di euro (che rappresentano il 3,1% in più, rispetto allo stanziamento del bilancio 2002, e l’1,48% del PIL previsionale per il 2003). Fase parlamentare Il progetto di bilancio così definito, in sede governativa, ha subit o mente formulata dalla Difesa è stata di 19 855,2 milioni di euro, articolata in «spese vincolate a leggi» (obbligatorie) per 11 318 milioni di euro e «spese vincolate a programmi» (discrezionali), per 8 537,2 milioni di euro. FASE ESTERNA AL MINISTERO DIFESA Fase governativa Terminata la fase interna alla Difesa, si va al confronto tecnicofinanziario con il MEF. Per l’anno 2003, il citato Dicastero, nella fase di definizione dell’intera «manovra governativa di Bilancio», ha fissato il tetto di spesa per la Difesa in 19 029,8 milioni di euro, operando una riduzione di 825,4 milioni di euro (consentendo, tuttavia, ai tecnici della Difesa di indicare loro stessi le spese da contenere/tagliare). 17
curezza Pubblica/Arma dei Carabinieri (4 555,7 milioni); Funzioni Esterne/Concorsi e Interventi (245,9 milioni); Funzione Pensioni Provvisorie, per il personale militare in ausiliaria (770,9 milioni). Funzione Difesa
altre modifiche in sede di esame parlamentare (alla Camera dei Deputati e al Senato, che ha esaminato il Bilancio di previsione in seconda lettura). Tuttavia, poiché sono stati apportati emendamenti, in entrambe le Camere, c’è stato bisogno di una terza lettura, alla Camera, che ha ricevuto a quel punto un documento «bloccato», cioè immodificabile, per evitare il ricorso all’esercizio provvisorio, nel caso il bilancio non fosse stato approvato entro fine 2002. Le prime modifiche apportate al bilancio della Difesa, nel corso dell’esame parlamentare, sono scaturite dagli effetti prodotti dal disegno di legge «finanziaria 2003» (che, preventivamente, rispetto al bilancio, viene discusso ed approvato dal Parlamento). Così, con la 1a Nota di variazione (Atto Camera 3201/bis) sono state apportate una diminuzione e due aumenti. La diminuzione è stata di 479,8 milioni di euro, dovuti a riduzioni sui «consumi non obbligatori» sugli stanziamenti per l’informatica (per concorrere a costituire il «Fondo per il finanziamento di progetti di innovazione tecnologica» delle Pubbliche amministrazioni) e sulle dotazioni a carico dell’Agenzia Industrie Difesa e degli Enti/Asso18
ciazioni «affiliati» alla Difesa. Gli aumenti sono stati due: il primo, di 223,9 milioni di euro, per istituire il «Fondo per i consumi intermedi», per far fronte a maggiori sopravvenute esigenze; il secondo, pari a 17 milioni, per finanziare l’arruolamento di un contingente aggiuntivo di Carabinieri in ferma quadriennale (in sostituzione dei Carabinieri ausiliari non più reclutabili, dal 2003, per via dell’introduzione del sistema professionale). In definitiva, le risorse finanziarie destinate alla Difesa, per il 2003, al termine della fase parlamentare, sono state pari a 19 375,9 milioni di euro, in termini di competenza, e 19 029,8 milioni di euro, in termini di cassa (la minore disponibilità di cassa, rispetto alla competenza, riguarda le spese sia di parte corrente sia in conto capitale). ESAME DELLE FUNZIONI OBIETTIVO Per l’anno in corso, gli stanziamenti assegnati (19 375,9 milioni di euro) sono stati ripartiti nei seguenti Obiettivi Programmatici o «Funzioni-Obiettivo»: Funzione Difesa/Forze Armate (13 803,4 milioni); Funzione Si-
Essa comprende le risorse destinate al soddisfacimento delle esigenze delle Forze Armate, la cui autorizzazione di spesa, per il 2003, ammonta, come si è visto, a 13 803,4 milioni di euro, con un incremento dell’1% rispetto al 2002, ripartiti nei ben noti 3 settori di spesa (Personale, Esercizio, Investimento). Le spese per il personale (militare e civile in servizio) sono state fissate in 7 022,6 milioni di euro, con un incremento del 6,8% sul 2002, dovuto ai miglioramenti economici e al processo di professionalizzazione in atto. Nella fattispecie, nel 2003, è prevista una contrazione di 46 400 militari di leva e un contemporaneo incremento di 10 500 Volontari tra Sergenti, Volontari in Servizio Permanente e Volontari a Ferma Prefissata (VSP e VFP). Le spese per l’esercizio, destinate alla manutenzione e all’efficienza di armi, mezzi e infrastrutture, nonché alla formazione e all’addestramento del personale, sono state quantificate in 3 423,3 milioni, con una contrazione del 4,6% rispetto al 2002 (-165,4 milioni). Le spese per l’investimento (ammodernamento, rinnovamento, ricerca e sviluppo) sono state portate a 3 357,5 milioni di euro, con una riduzione del 4% rispetto all’anno precedente (-141,8 milioni). Tuttavia, nonostante le riduzioni operate nei due settori, è stata perseguita, comunque, la finalità di non vanificare intenti e criteri posti a base in precedenza, del processo di ristrutturazione e di ammodernamento dello strumento militare (politica gestionale). In-
nanzitutto, della progressiva riduzione dei livelli di forza, che dovrà portare le Forze Armate, nel 2005, a 190 000 unità (nuovo «Modello di Difesa»): la riduzione della forza, in ogni caso, non dovrebbe riguardare Sergenti e Volontari di Truppa (infatti, a fronte di una riduzione di 742 Ufficiali, 743 Marescialli e 46 382 Militari di Leva, sono previsti incrementi di 1 146 Sergenti e 9 587 Volontari di Truppa). Si è puntato, quindi, sul miglioramento della componente operativa e di supporto, riducendo tutte quelle spese che non hanno incidenza diretta sull’operatività dello strumento militare (componente territoriale), tenuto conto dell’attuale scenario geostrategico. Le azioni intraprese negli an-
ni passati, per migliorare il bilanciamento tra le spese di funzionamento (Personale ed Esercizio) e quelle di investimento, nel bilancio 2003, subiranno, purtroppo, un inatteso rallentamento (a tal fine, si riferisce che viene ritenuto ottimale il 70% per le prime e il 30% per le seconde: nel caso di specie, la percentuale delle risorse dedicate al funzionamento è pari al 75,7%, mentre quella dedicata all’investimento risulta pari al 24,3%, a fronte del 74,4% e 25,6% del bilancio approvato per il 2002). La ridotta entità delle spese per l’ammodernamento e rinnovamento (investimento) del bilancio 2003 assume maggior rilievo se la si confronta con il livello monetario considerato otti-
male per le potenzialità dell’economia italiana, quantificato in circa 4 500 milioni di euro (il bilancio 2003, che prevede autorizzazioni per 3 357,5 milioni, presenta uno scostamento negativo di circa il 34%). Tale carenza di risorse, unita all’indeterminatezza degli stanziamenti futuri, rende difficoltosa la pianificazione dell’ammodernamento e rinnovamento dello strumento militare che, come è noto, si basa su programmi di grande valenza finanziaria e tecnologica, a lungo termine (da sostenersi, perciò, necessariamente, con impegni pluriennali). La ripartizione dell’intero stanziamento della «Funzione Difesa», fra le Forze Armate, è la seguente: 36% all’Esercito (4 998,7 milioni), 19
19% alla Marina (2 663,7 milioni), 28% all’Aeronautica (3 875,1 milioni) e il 16% all’Area Interforze (2 265,9 milioni). Le risorse assegnate all’Esercito sono state così ripartite: personale (3 132,7 milioni, +8,4%); esercizio (1 033,7 milioni, -10%); investimento (832,1 milioni, -5,6%). In totale, le autorizzazioni di spesa per l’Esercito ammontano a 4 998,7 milioni, con un incremento di 76,3 milioni, pari, in termini monetari, al +1,6% rispetto allo stanziamento 2002. In particolare, i programmi più rilevanti che lo Stato Maggiore dell’Esercito si propone di proseguire riguardano l’esercizio e l’investimento. Il primo caso riguarda aspetti quali miglioramento della qualità della vita, manutenzione e mantenimento di dotazioni, mezzi, attrezzature, materiali, equipaggiamenti e infrastrutture – le previsioni 2003 solo in questo campo rappresentano circa il 59,5% dell’intero stanziamento per l’Esercizio –
sottoposti a tassi di usura abnormi (a causa dei molteplici impegni operativi e, per quanto attiene alle infrastrutture, abbisognevoli di continui interventi, a causa dell’obsolescenza e vetustà), intensificazione delle attività formative e addestrative e delle esercitazioni in 20
contesti multinazionali, indispensabili per garantire i futuri contributi nazionali in ambito Alleanza e per lo sviluppo del progetto HRF (L) nazionale (High Readiness Force Headquarters) a Solbiate Olona. I provvedimenti in tema di investimento sono quelli tesi a mantenere un livello tecnologico e operativo in linea con gli altri Paesi dell’Unione e dell’Alleanza (essenzialmente, i programmi internazionali e interforze). Funzione Sicurezza Pubblica Le risorse destinate al soddisfacimento delle esigenze di vita e di funzionamento dell’Arma dei Carabinieri costituiscono la Funzione Sicurezza. A parte le spese per il personale, esse hanno una dinamica evolutiva alquanto diversa rispetto a quella della Funzione Difesa (la sicurezza pubblica è un fatto quotidiano). La previsione di spesa, per l’anno 2003, ammonta a 4 555,7 mi-
lioni, con un incremento del 6,9% sul 2002. I settori di spesa interessati a tale stanziamento sono, come al solito: Personale, Esercizio e Investimento. Per le retribuzioni del personale in servizio sono stati stanziati 4 106,6 milioni (+8,22%), per far
fronte alla dinamica salariale (provvedimento di concertazione, per il personale militare inquadrato nei livelli e finanziamento dell’indennità speciale, per i servizi di Istituto), nonché per l’avvio del programma di arruolamento di Carabinieri in ferma quadriennale, che sostituiranno, gradualmente, i Carabinieri ausiliari non più reclutabili con l’obbligo della leva. Alle spese di esercizio sono stati destinati 393,5 milioni (-3,7%), mentre per gli investimenti sono stati previsti 55,6 milioni (-7,8%) in analogia a quanto verificatosi per gli stessi settori della Funzione Difesa. Funzioni Esterne Le esigenze che, per situazioni
diverse, fanno capo al Ministero Difesa, ma che per la loro natura non possono dirsi direttamente collegate con l’assolvimento dei compiti istituzionali della Difesa, costituiscono le Funzioni Esterne. Esse riguardano, di massima: rifornimento idrico alle isole minori; trasporto aereo civile di Stato (soccorso a malati e traumatizzati gravi); contributi alla Croce Rossa Italiana e al Corpo delle Infermiere Volontarie; contributi a Enti e Associazioni correlati; liquidazione di indennizzi, contributi e spese connesse con le servitù militari; assegni a reduci e spese per il funzionamento della Commissione partigiani; adeguamento dei servizi per il traffico civile negli aeroporti militari aperti al traffico civile; radioassistenza negli aeroporti minori; esercizio
del satellite meteorologico METEOSAT e partecipazione all’Organizzazione Europea per lo Sviluppo e l’Esercizio di Satelliti Meteorologici (EUMETSAT); contributi per l’ammortamento dei mutui contratti dall’Istituto Nazionale per gli Studi ed Esperienze di Architettura Navale (INSEAN) e per sostenere la costruzione del Centro di Idrodinamica; restituzione di somme all’INCIS, per costruire alloggi in uso al personale della Difesa; fitti figurativi relativi agli immobili di proprietà pubblica, in uso gratuito all’Amministrazione; fondo per eventuali maggiori esigenze di spese per «consumi intermedi» (tale ultima esigenza ammonta a 223,9 milioni di euro, così riferiti: Esercizio/«Funzione Difesa»: 197,5 milioni; Esercizio/«Funzione Sicu-
rezza Pubblica»: 22,6 milioni; «Funzioni esterne»: 3,8 milioni. Lo stanziamento totale per le Funzioni Esterne, per il 2003, ammonta a 245,9 milioni di euro (+13,4% sulla dotazione 2002). Tale incremento è dovuto, essenzialmente, all’aumento dei costi per «fitti/affitti figurativi» (il cui onere è passato da 89,4 a 115,4 milioni, nel 2003), nonché all’acquisto di due velivoli destinati al trasporto aereo di Stato. Funzione Pensioni Provvisorie Le risorse destinate a tale funzione riguardano il trattamento provvisorio di quiescenza, corrisposto al personale militare in ausiliaria. Lo stanziamento, per il 2003, è pari a 770,9 milioni (-12,3%), a 21
conferma del rallentamento degli esodi di personale, è dovuto al venir meno delle preoccupazioni legate a possibili provvedimenti «punitivi», al tempestivo passaggio al Ministero dell’Economia e delle Finanze delle posizioni pensionistiche eccedenti il periodo di permanenza in ausiliaria (con onere a carico del bilancio militare), al progressivo innalzamento dei limiti di età e, più specificamente, per i militari, alle nuove modalità di accesso alla posizione di ausiliaria. Alcune considerazioni sugli stanziamenti della Funzione Difesa Al soddisfacimento delle esigenze delle Forze Armate (Funzione Difesa) sono destinate risorse pari a 13 803,4 milioni, che rappresentano il 71,2% dell’intera disponibilità finanziaria del Dicastero, mentre la rimanente parte del 28,8% è suddivisa tra la Funzione Sicurezza Pubblica (23,5%), le Funzioni Esterne (1,3%) e la Funzione Pensioni Provvisorie (4%). Tale stanziamento è finalizzato, essenzialmente, a garantire la prosecuzione del processo di professionalizzazione (abolizione della leva) e trasformazione dello strumento militare, secondo livelli europei. In merito a tale aspetto, si ritiene, tuttavia, che, con le limitate risorse assegnate, l’obiettivo previsto sia difficilmente raggiungibile, con il conseguente rischio d’incidenza sul processo di progressivo allineamento dei livelli quantitativi e qualitativi dello strumento nazionale, agli standards già raggiunti dai principali Paesi Europei strutturalmente simili, sul piano economico, all’Italia. LA REVISIONE DELLE FUNZIONI OBIETTIVO DELLA DIFESA Secondo quanto è stato precisato in premessa e volendo dare 22
uno sguardo alle novità concettuali introdotte dalla legge di bilancio 2003, (anche a titolo di curiosità culturale), sembra opportuno riferire che le Funzioni Obiettivo sinora esaminate e che caratterizzano il bilancio Difesa, non sono state mai riconosciute dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, perché non allineate a quelle definite, dallo stesso Dicastero, per tutte le Amministrazioni dello Stato, con la legge di bilancio del 1998 (e, successivamente, ripetute ogni anno). In tale contesto, il MEF ha sempre insistito perché la Difesa si allineasse alle Funzioni Obiettivo «ufficiali», per consentire un’agevole definizione degli «obiettivi di finanza pubblica», secondo una scala di valori nazionali (nuovo sistema di rilevazione della spesa per Funzioni Obiettivo, introdotta con la legge numero 94/97 e correlato Decreto Legislativo 279/97, applicativo della medesima legge). A tale riguardo, nel 1999, fu costituito, su delega di Stato Mag-
giore Difesa e nell’ambito di BILANDIFE, un apposito Gruppo di Lavoro (di cui facevano parte gli Organi Programmatori della Difesa), al fine di attuare il «Sistema unico di contabilità econo-
mico-analitica per Centri di Costo» (Decreto Legilativo 279/97) e procedere alla «revisione delle funzioni obiettivo» della Difesa, per allinearle a quelle delle altre Amministrazioni.
I risultati di tale attività sono stati prima approvati dal Comitato dei Capi di Stato Maggiore e dal Ministro e poi inviati al MEF per la definitiva validazione, sia in sede tecnica (a cura dello stesso Dicastero e della Commissione Interministeriale per la Spesa Pubblica) sia in sede legislativa (a cura del Parlamento), con la Legge di bilancio del 2003. In merito, tuttavia, bisogna dire che le tradizionali Funzioni Obiettivo della Difesa non scompariranno dal nostro sistema, con l’adozione di quelle nuove: il bilancio Difesa sarà ancora costruito sulle quattro note funzioni obiettivo: Funzione Difesa, Sicurezza Pubblica, Funzioni Esterne e Pensioni Provvisorie. Queste sono riconducibili alle prime e viceversa, attraverso algoritmi informatici, al fine di rispettare sia il dettato normativo sia le conoscenze acquisite in ambito Difesa e compendiate nella Pianificazio-
ne Tecnico Finanziaria. Entrando nel merito specifico delle nuove Funzioni Obiettivo della Difesa, si premette che esse sono di due tipi: «specifiche» (del solo Dicastero militare) e «condivise» (con gli altri Dicasteri), individuate con riferimento alle «classi» fissate dalla Direttiva Europea «COFOG 95». Funzioni obiettivo «specifiche» del Ministero della Difesa Esse sono quattro: Difesa Militare (articolata in Predisposizione dello Strumento, Sicurezza e Supporto all’attività Istituzionale dell’Amministrazione); Aiuti Militari all’Estero (Partecipazione a operazioni internazionali); Ricerca e sviluppo per la Difesa; Difesa non altrimenti classificabile (articolata su Attività Istituzionali non direttamente connesse alla predisposizione dello strumento militare, Interventi per pubbliche
calamità, Supporto all’attività Istituzionale dell’Amministrazione, Indirizzo politico). Funzioni Obiettivo «condivise» con altri Dicasteri Esse vengono anche dette «complementari» e sono nove: Affari Esteri (riguardante la Politica estera e di sicurezza internazionale); Servizi di Polizia (articolata su Predisposizione dello strumento per l’ordine e la sicurezza pubblica e controllo del territorio e Supporto all’attività Istituzionale dell’Amministrazione); Affari Generali, Economici e Commerciali (riguardanti meteorologia, idrografia e cartografia); Trasporti Aerei (riguardante l’Assistenza al traffico aereo civile su aeroporti militari); Approvvigionamento (Utilizzo di risorse idriche); Invalidità (Invalidità civile); Vecchiaia (Pensioni); Superstiti (Erogazioni a superstiti di perso23
nale deceduto per causa di servizio); Protezione Sociale non altrimenti classificabile (Erogazioni per attività di protezione sociale). Per completare il quadro delle novità, appare opportuno riferire, altresì, che il citato Gruppo di Lavoro ha anche perseguito la ristrutturazione dello stato di previsione della Difesa, tuttora in corso, per la sua piena applicazione, a partire dal Bilancio 2004. Tale ristrutturazione riguarda la revisione e riduzione dei «Centri di Responsabilità Amministrativa» (attualmente 18), al fine di conseguire anche una riduzione del numero delle Unità Previsionali di Base (UPB, che sono Enti che pianificano il loro fabbisogno finanziario, portandoli da 137 a 50) e, quindi, dei capitoli, il cui cospicuo numero (561 nell’attuale Esercizio Finanziario) è considerato una tra le principali cause
A questo punto appare utile fare un punto di situazione anche
della «rigidità» della spesa militare. In tale quadro, proprio di recente, la Difesa ha richiesto, al Ministero dell’Economia e Finanze, un parere di merito sulla possibile ipotesi di riconfigurazione degli attuali 18 (diciotto) Centri di Responsabilità, nei seguenti sette: Gabinetto del Ministro; BILANDIFE; Segretariato Generale della Difesa/DNA; Esercito; Mari-
sulle dotazioni previste in «conto cassa», che rappresentano la possibilità di tradurre in pagamenti concreti gli impegni assunti, precedentemente, sulla competenza. In merito, si evidenzia che il Ministero dell’Economia e delle Finanze, negli ultimi anni, ha teso a ridurre le dotazioni di cassa, rispetto alla competenza, per contenere il debito pubblico nei limi-
24
na; Aeronautica e Carabinieri. Tale ipotesi, che consentirebbe di ridurre notevolmente le UPB del Dicastero, tiene conto della nota «riforma dei Vertici Militari» (Legge numero 25/97) e consente l’individuazione dei «Centri di costo apicali», nello spirito della «riforma del bilancio» introdotta dalla Legge 94/97 (per inciso, i capitoli passeranno dagli attuali 561 a 282, il tutto a partire dal 2004). Il MEF, al riguardo, è favorevole all’ipotesi prospettata e si è in attesa di approfondire l’argomento, anche con incontri diretti, tra rappresentanti della Difesa e dello stesso Tesoro. IL PROBLEMA DELLE DOTAZIONI DI CASSA
ti dei parametri previsti dal Trattato di Maastricht. Questo obiettivo sarà perseguito anche per il corrente anno. Infatti, lo stato di previsione della spesa della Difesa, per l’anno 2003, presenta una dotazione complessiva di cassa di 19 029,8 milioni di euro, inferiore di 346,1 milioni di euro rispetto alle autorizzazioni di competenza. Tale situazione costituisce un fattore gestionale fortemente negativo, in quanto nel bilancio italiano la cassa dovrebbe essere commisurata alla «competenza» e agli impegni assunti in esercizi precedenti e non ancora pagati (massa spendibile). La massa spendibile della Difesa, per il 2003, dovrebbe aggirarsi sui 26 996,7 milioni di euro, mentre la dotazione di cassa è largamente inferiore (appena 19 029,8 milioni). Conseguentemente, è prevedibile che, anche nel 2003, come già accaduto nell’ultimo lustro, si determinerà un’elevata carenza nelle disponibilità di cassa, aggravando le difficoltà di pagamento e, quindi, l’esposizione debitoria della Difesa, nei confronti dell’imprenditoria privata. Tuttavia, a fronte di una massa spendibile «teorica» di 26 996,7 milioni di euro, in realtà, la massa spendibile effettiva è di 22÷23 000 milioni di euro, considerata la reale capacità di spesa dell’Amministrazione Difesa, sia in termini di residui sia di competenza. Pertanto, in pratica, il divario di cassa effettivo è di 2÷3 000 milioni di euro. A tale situazione, come al solito, si cercherà di porre riparo facendo ricorso al «Fondo di riserva per l’integrazione delle dotazioni di cassa» di cui all’articolo 9/bis della legge 468 del 1978, come modificato dall’articolo 8 della legge 94 del 1997. CONCLUSIONI In siffatto quadro di situazione, si può concludere dicendo che la
Difesa – ancora una volta e responsabilmente – fa di necessità virtù, perseguendo l’esigenza prioritaria di una spesa improntata a criteri rigorosi di indispensabilità e sostenibilità, da conseguire, innanzitutto, con interventi di carattere strutturale e con radicali soluzioni di riorganizzazione interna, soprattutto in relazione al processo di professionalizzazione, ormai, irreversibilmente avviato. La Difesa, quindi, è ben consapevole degli sforzi che il Governo, il Parlamento e l’intero Paese stanno compiendo per addivenire al risanamento della finanza pubblica. La nostra Amministrazione, in sintesi, è pienamente convinta della necessità di dover ancora perseguire un rigoroso indirizzo di contenimento delle spese, per evitare – laddove, tuttora, ve ne fossero – sprechi, ridondanze o dispersioni di risorse. Tuttavia, nonostante questa consapevolezza, non è possibile nascondersi che le risorse finanziarie devolute al «funzionamento» (personale ed esercizio), per esempio, sono ormai a livelli minimi e, pertanto,
non sono più comprimibili, se non a costo di ridurre, ulteriormente, lo strumento militare (spese per il personale) oppure rallentare il perseguimento del progetto «qualità della vita» nelle caserme (esercizio). Pertanto, ogni esigenza finanziaria aggiuntiva (partecipazione a missioni del tipo «Albania 2», pattugliamento delle coste adriatiche e ioniche e per prevenire l’immigrazione illegale, «Operazione Domino» che vede il personale dell’Esercito in concorso con le Forze di Polizia, missioni in FYROM, Albania, ex Iugoslavia, Kosovo, Hebron, Etiopia, Eritrea ed «Enduring Freedom» in Afghanistan), deve essere fronteggiata, come di fatto avviene, con risorse «ad hoc», da ricercarsi – a cura del MEF/Governo – fuori dal bilancio della Difesa. È perciò auspicabile che, nelle sedi politiche, in questo clima di sia pur timida ma favorevole inversione di tendenza, si tenga conto, finalmente, dell’esigenza di agganciare la percentuale della Funzione Difesa all’1,50% del PIL (adesso è ancorata all’1,04%), con
un incremento di circa il 50% dell’attuale dotazione, da destinare essenzialmente all’investimento. Questo, per consentire alle Forze Armate un’efficace programmazione pluriennale delle risorse, per l’avvio dei correlati programmi di ammodernamento e rinnovamento dello strumento militare. Speriamo che la ripresa economica del prossimo futuro possa consentire, sia pure gradualmente, la realizzazione di questo auspicio, peraltro più volte ripetuto sia dal Presidente del Consiglio sia dal Ministro della Difesa. Tale auspicio, qualora dovesse realizzarsi, consentirebbe anche di essere in linea con quanto più volte raccomandato dalla NATO, in ordine all’approntamento degli strumenti militari nazionali, affinché questi siano supportati da risorse finanziarie proporzionalmente omogenee e adeguate alle potenzialità economiche dei rispettivi Paesi di appartenenza.
* Tenente Generale, Capo dell’Uffico Centrale del Bilancio e degli Affari Finanziari 25
L e sfi de del t er zo m i llen nio a lle q ua li fa r fr o nte i m po ng ono un’a na li si p ond er a ta d ei pi l ast ri d el la St ra te gi a e d ell a T a tt ic a a l f ine di ver i fi ca r ne la lo ro a tt ual e va li d it à
I PRINCIPI DELL’ARTE MILITARE Me todi e p roce di me nti c he a pri ma vi sta p otreb be ro ap par ire su pe rat i d ai t em pi e d al l a t ec n o lo g ia in re altà ha nn o su bito u n’ ev oluz ion e c he con fe rma l’i ns osti tui bili tà d el fattore um an o e d ella c apa ci tà di Coman do
di F erru ccio Botti *
C
o n la caduta del muro di Berlino, nel 1989, è stata di fatto accantonata – non si sa ancora se temporaneamente o definitivamente – la guerra che coinvolgeva tutte le energie morali e materiali,
26
tra forze armate regolari delle n a zi on i p i ù s vi lu p p a te . U n a svolta epocale, che fin da allora ha posto all’ordine del giorn o i l p ro b le m a d e ll’ a d e g u a mento degli apparati militari tradizionali alla nuova realtà
geostrategica. La lotta al terrorismo, che da ll’11 settembre 2001 in poi ha occupato il centro dello scenario strategico, non ha fatto che accelerare e rendere ancor più pressanti le esigenze di rinnovamento degli
L’Arte della Guerra, nella sua concezione classica, sta subendo mutazioni legate alla mentalità e al progresso scientifico propri di questa epoca. Non si tratta di alcuna rivoluzione del pensiero militare, bensì è da considerarsi come il proseguire di un lento cammino che, iniziato ai primordi della civiltà, si adegua al mondo odierno. I fattori essenziali di successo vanno quindi passati attraverso il filtro dell’attualità, per capire come adattarli alle complesse situazioni contemporanee.
strumenti militari. In prima istanza viene perciò da chiedersi quali siano le ricad u te teori ch e d el comp l es s o quadro della guerra odierna, e fino a che punto risulti ancor valido tutto quel vasto patrimo-
nio di idee, esperienze, ammaes tra menti, p rinci pi , d ottri ne strategiche e tattiche che la millenaria guerra di eserciti e flotte ha prodotto (1). Un patrimonio che merita d i essere attentamente studiato: un uomo, così
come un organismo, sono la risultante di ciò che sono stati fino a quel momento; vale sempre il famoso motto del Principe di Ligne, secondo il quale « studiando il passato si lavora per l’avvenire». 27
Primo Impero francese: Dragone di uno squadrone scelto in Spagna.
GLI IMMORTALI PRINCIPI DELL’ARTE MILITARE O DELLA GUERRA: COME, QUANDO E PERCHÉ SONO NATI La disputa intorno all’intima natura della guerra e al miglior modo di condurla (arte della guerra, oggi in gran parte identificata con la strategia) dura da oltre due secoli. Ne sono scaturite due opposte scuole di pensiero – tuttora operanti – individuate fin dal 1912 dal Comandante Mordacq, che ha distinto gli scrittori militari in dottrinari e ideologi (2). I primi tendenti a «ridurre la guerra in equazioni», a farne una 28
scienza esatta o quasi, come tale soggetta a principi e regole fissi e immutabili, ricavati dalla storia e dalla geografia. I secondi, al contrario, portati a ritenere la guerra dominata da forze morali e spirituali non quantificabili. Più arte che scienza e largamente soggetta all’imprevisto la guerra non può essere condotta basandosi su principi sempre validi. Ciò premesso, va sottolineato che l’ancor diffusa espressione «principi dell’arte della guerra (o militare)» è un controsenso. Principio è un termine assai impegnativo. Significa concetto, affermazione, enunciato che forma uno dei fondamenti di una dottrina, di una scienza o di un particolare sistema (Dizionario Garzanti). Un’arte, se è tale, non può avere principi fissi e immutabili,
né essere soggetta a evoluzione. Quest’ultimo termine significa sviluppo da una forma a un’altra, generalmente più completa e perfetta (Garzanti); pertanto comporta un’idea di progresso incompatibile con la vera arte. Un’arte cambia, ma non si evolve; chi può dire quando, come e perché essa assume forme più complete e perfette? A maggior ragione, risulta opinabile e senza basi solide qualsiasi considerazione sul progresso dell’arte militare o della strategia, a meno che ci si voglia riferire al progresso della tecnica, dei materiali e delle tecnologie. Solo se si concepisce la guerra come una scienza compiuta – il che non è – si può ammettere che essa abbia principi sempre validi; in tutti gli altri casi il termine principio viene usato in modo improprio e senza attribuirgli quel valore assoluto che è tipico del termine. Anche per questo, come già ha fatto nel secolo XIX un maestro di pensiero come il Generale Nicola Marselli (3), sarebbe stato ed è meglio attribuire i principi, anziché alla cosiddetta arte militare, alla strategia, che da sempre ne è «la parte sublime». Oltre tutto, le parti componenti della cosiddetta arte militare – sulle quali non c’è mai stato accordo – non necessariamente possono e debbono ammettere gli stessi principi, con la stessa importanza e nello stesso numero. Il diverso modo di intendere i principi emerge con chiarezza dal confronto tra le teorie del caposcuola dei dottrinari (svizzero di lingua francese e Generale di formazione napoleonica Auguste Henry Jomini) e quelle del caposcuola degli ideologi (il ben più noto Generale prussiano Karl von Clausewitz). All’inizio del secolo XIX Jomini ritiene senz’altro possibile formulare una teoria compiuta della guerra e pretende addirittura di aver svelato il segreto delle vittorie di Federico II di Prussia e di Napoleone, a suo parere consistente in un unico prin-
CENNI BIOGRAFICI BEAUFRE, André. Generale e scrittore militare francese, teorico della dissuasione nucleare e con il generale Gallois padre del deterrente nucleare francese (force de frappe). Opere principali: «Introduction à la stratégie» (1963), «Dissuasion et stratégie» (1964), «Stratégie de l’action» (1966). CLAUSEWITZ, Karl (1780-1831). Generale prussiano. Combatte in gioventù contro Napoleone. Dopo la sconfitta prussiana di Jena (1806) con il generale Scharnhorst, suo maestro, riorganizza l’esercito prussiano preparandolo alle future vittorie su Napoleone. Nel 1818, con il grado di Maggior Generale, viene nominato direttore dell’Accademia di guerra di Berlino, carica che mantiene fino al 1830. La sua opera maggiore («Della guerra»), rimasta incompiuta, è stata pubblicata postuma nel 1832 e ha ispirato, da allora in poi, legioni di uomini politici (tra i quali Lenin) e di Capi militari di tutti i Paesi. Ha una concezione della guerra e della strategia prettamente spiritualista e antidogmatica, perché basata su forze morali e spirituali come tali non quantificabili e non soggette a teorie compiute. DOUHET, Giulio (1869-1930). Ufficiale di Stato Maggiore e Generale dell’Esercito Italiano. Nei suoi scritti, dopo aver aspramente criticato la condotta inconcludente e sanguinosa delle operazioni della prima guerra mondiale, indica nel bombardamento «strategico» dei centri demografici e industriali nemici, condotto da masse di grandi aerei da bombardamento, il mezzo più economico e redditizio per porre fine rapidamente alla guerra, stroncando le resistenze morali del nemico. Viene pertanto tuttora considerato come il profeta del ruolo decisivo dell’Arma aerea. Sua opera principale: «Il dominio dell’aria» (1921). FEDERICO II DI PRUSSIA (1712-1786). Con l’esercito volontario di qualità ereditato dal padre conduce una serie di guerre basate sui principi della massa, dell’economia delle forze e della celerità di manovra; pertanto viene considerato un precursore dell’arte militare napoleonica. Ha lasciato anche scritti militari: «Principes genéraux de la guerre» (1746) e «Testament militaire» (1768). JOMINI, Antoine Henry (1779-1869). Generale svizzero di lingua francese. Presta servizio per lungo tempo come Ufficiale di Stato Maggiore nelle armate napoleoniche, poi passa alle dipendenze dello zar di Russia. Fin dal 1805 teorizza una strategia che si ispira alla condotta della guerra napoleonica ed è fondata sul principio della massa. Nel 1830 introduce per primo nell’arte della guerra il termine logistica. Le sue teorie ricevono veste definitiva nel «Précis de l’art de la guerre» (1836-1838). Ha un concetto della condotta della guerra dogmatico e materialista, quindi antitetico a quello di Clausewitz. KEEGAN, John (vivente). Scrittore militare, storico e giornalista inglese. Ha insegnato per molti anni all’Accademia Militare di Sandhurst. Opere tradotte anche in italiano: «La grande storia della guerra», «Uomini e battaglie della seconda guerra mondiale», «Il volto della battaglia». LIDDELL HART, Basil H. (1895-1970). Scrittore e storico militare inglese. Subito dopo la prima guerra mondiale, insieme con il Generale Fuller, sostiene il ruolo autonomo e decisivo dei carri armati e dell’aviazione. Teorizza anche la «strategia indiretta», mirante a evitare i massacri della Prima guerra mondiale colpendo l’avversario là ove è più debole e minando il suo morale con mezzi relativamente limitati e non solo militari. Dopo il 1945 è tra i primi a studiare i meccanismi della dissuasione nucleare e la logica della guerra fredda. Opere principali: «Paris or the Future of War» (1929), «The Decisive Wars of History: a study in Strategy» (1929), «Memoirs» (1965). LIGNE (Principe di), Charles-Joseph (1735-1814). Scrittore (non solo militare) e Maresciallo di campo dell’esercito austriaco, di origine belga. Si distingue nella guerra dei sette anni e in quella di successione di Baviera. È in posizione di comando all’assedio di Belgrado (1789). Opere principali: «Mélanges militaires, litteraires, sentimentaires» (1795-1811, 34 volumi) e «Memoires et mélanges historiques» (1827-1829, 5 volumi). MAHAN, Arthur T. (1840-1914). Ammiraglio e scrittore navale americano, considerato il profeta della potenza navale degli Stati Uniti. A fine secolo XIX dimostra l’influenza spesso decisiva che il potere marittimo ha avuto nel determinare l’esito dei conflitti e sostiene la necessità che gli Stati Uniti dispongano di una flotta di grandi navi sul modello inglese, in grado di difendere i loro interessi in tutti i mari del mondo. La sua opera maggiore è «The influence of Sea power upon history 1660-1783» (1890). MARSELLI, Nicola (1832-1899). Generale italiano considerato il nostro maggior scrittore militare del secolo XIX. Nella sua opera più famosa, «La guerra e la sua storia» (1875), teorizza un approccio al problema della guerra intermedio tra Clausewitz e Jomini. Convinto fautore della Triplice alleanza con la Germania e l’Austria, commenta magistralmente la guerra franco-prussiana 1870-1871 e indica come modello anche per l’Italia la nazione e l’esercito prussiani. MORDACQ, Jean Henri (1868-1943). Generale, scrittore e storico militare francese. Nella sua opera maggiore, «La stratégie – historique, évolution» (1912), fornisce elementi ancor oggi validi per inquadrare il pensiero strategico europeo del XIX secolo e dell’inizio del XX secolo. È anche autore di parecchi studi sulle guerre coloniali e sulla prima guerra mondiale.
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Primo Impero francese: Ufficiale dei Corazzieri.
cipio fondamentale dell’arte della guerra, sempre valido: portare la maggior parte delle forze disponibili di un esercito sul punto decisivo sia del teatro di guerra sia del campo di battaglia (4). Jomini dà inoltre grande importanza alla logistica (a lui si deve l’introduzione di questo termine), ai buoni materiali, alle buone armi, al buon addestramento, alla qualità degli Stati Maggiori. In definitiva per Jomini la strategia è soprattutto studio, preparazione e pianificazione e chiede molto alla geografia, quindi si avvicina a una scienza; la tattica, intesa come esecuzione sul campo di ciò che predispone la strategia, assume invece 30
aspetti artistici. Non senza contraddizioni, le teorie di Clausewitz si qualificano anzitutto come una reazione allo schematismo e al dogmatismo tipici di Jomini e della sua scuola, che cartesianamente tendono a razionalizzare la guerra (5). Per Clausewitz sarebbe impossibile dotare l’arte della guerra di un corpo positivo di dottrina che possa servire sempre di guida e di regola di condotta al Comandante. Le teorie, i principi e le regole sono utili per preparare e ginnasticare la mente dei Quadri, ma non devono accompagnare il Capo sul campo di battaglia, perché non è possibile estrarne formule algebriche sempre valide, destinate a ispirarne le decisioni. Quel che più importa, Clausewitz ironizza sul ruolo attribuito da taluni alla geografia, intende occu-
parsi della condotta della guerra ma non della sua preparazione, e pur ammettendone l’importanza, rifiuta esplicitamente di prendere in esame i problemi logistici e tutto ciò che riguarda le armi e i materiali. Per lui valgono soprattutto il talento del Capo e lo spirito dell’esercito: pertanto, al contrario di Jomini, considera la strategia soprattutto come un’arte e ritiene i principi e le regole utili particolarmente ai minori livelli e in campo tattico, mentre nel campo strategico ciò che vale è il genio del Capo. Fino a tutto il secolo XX il dibattito strategico e gli aspetti dottrinali sono rimasti più o meno ancorati alle contrapposizioni e proposizioni teoriche tipiche dei due grandi maestri del pensiero europeo. Va solo osservato che mentre Clausewitz viene tuttora continuamente lodato, citato e studiato, Jomini è rimasto sconosciuto o quasi. Eppure fin dal secolo XIX in Europa e negli Stati Uniti, con la sola eccezione della Germania, ha di fatto avuto la prevalenza un’impostazione della problematica strategica assai vicina al suo pensiero, o comunque più vicina al suo pensiero che a quello di Clausewitz. Un fenomeno in fondo prevedibile: a una società, come quella occidentale, basata sulla tecnologia e sulle macchine non può che corrispondere una strategia tecnologica, di macchine, di materiali, basata su un’accurata organizzazione e pianificazione e perciò tendente a ridurre al minimo l’imprevisto e a sostituire il più possibile l’uomo (e i suoi valori spirituali) con le macchine. Già la guerra di secessione americana (1861-1865) è stata dominata dal fuoco e dai materiali e ha visto la comparsa della guerra di trincea, fino a farla definire dal Luraghi la prima guerra industriale, con elevatissimi costi umani ed economici (6). Nelle due grandi guerre del XX secolo alla fin fine la vittoria è andata al blocco di potenze che possedeva in misura maggiore le risorse economiche, industriali e tecnologiche necessa-
rie per condurre una guerra lunga, producendo un’enorme quantità di armamenti che a poco a poco ha surclassato quelli avversari. Lo stesso è avvenuto nella guerra fredda, che ha visto il crollo improvviso e inaspettato del sistema economicamente, industrialmente e socialmente più debole, anche se accreditato di una grande forza militare soprattutto aeroterrestre. I riflessi teorici di una siffatta situazione sono eloquenti. In un recente libro lo studioso belga Prof. Bruno Colson ha dimostrato la prevalente influenza di Jomini sulla cultura strategica americana fino a tutta la guerra fredda (7), mentre fin dagli anni 20 in Inghilterra Liddell Hart e John Keegan (8) si è affermato un filone di pensiero anticlausewitziano che con un’interpretazione unilaterale di Clausewitz mira a dimostrare che la distruzione delle principali forze avversarie sul campo di battaglia, teorizzata da Clausewitz sull’esempio napoleonico, causa inaccettabili carneficine e non è il mezzo più redditizio per aver ragione dell’avversario. Infine A.T. Mahan e G. Douhet, tuttora in auge come profeti rispettivamente del potere marittimo e del potere aereo, hanno fondato i loro assiomi sulle prestazioni di un dato materiale (la flotta di grandi navi o di grandi aerei da bombardamento) e, pertanto, possono anch’essi essere definiti fedeli seguaci di Jomini, tanto più che anch’essi tendono a indicare le chiavi dogmatiche della vittoria. A parte questo contesto teorico, finora le dottrine dei principali eserciti hanno esplicitamente ammesso e teorizzato l’esistenza di principi della guerra da porre alla base delle rispettive normative (9). Peraltro tali principi – diversi da esercito a esercito, fatto che già non depone a favore della loro validità universale – non sembrano avere il carattere immutabile e prescrittivo tipico dell’impostazione jominiana, ma servono piuttosto a fornire utili riferimenti ai Quadri, favorendo la sempre ne-
cessaria disciplina delle intelligenze. Inutile dire che i principi più frequentemente indicati sono quelli dell’offensiva, della massa, della sorpresa, dell’economia delle forze e della sicurezza. QUALI PRINCIPI PER LA NUOVA STRATEGIA DEL 2000? Si tratta ora di verificare se i vecchi principi riferiti alla guerra classica, che hanno un così profondo retroterra storico e teorico, sono confermati o meno dalle prassi strategiche con le quali sono state condotte dall’Occidente le guerre dell’ultimo decennio del secolo XX e viene ora condotta la guerra al terrorismo. Nella guerra del Golfo (1990-1991), la prima dopo la guerra fredda, la fine del
Primo Impero francese: Guardia d’onore.
confronto militare in Europa e il dominio del mare hanno consentito all’Occidente – e in primis agli Stati Uniti – di concentrare contro l’Iraq la maggior parte delle forze aeroterrestri disponibili. È stata fatta massa anzitutto nell’aria, per preparare e rendere meno cruenta possibile l’offensiva terrestre. A quest’ultima l’esercito iracheno in pratica non ha resistito, anche perché ha voluto condurre una guerra campale classica, nella quale i numerosi mezzi corazzati, facilmente individuabili e quindi facilmente distruggibili dall’alto, si sono ben presto trasformati in un ammasso di ferraglia. La necessità – tipica dell’Occidente – di evitare perdite 31
Primo Impero francese: Ufficiale dei Dragoni dell’Imperatrice.
umane ha di per sé imposto la strategia delle successive campagne intorno al 2000 (ex-Iugoslavia, Kosovo, Afghanistan), nelle quali da parte occidentale si è fatta ancora massa nell’aria e si sono adottate le più progredite tecnologie missilistiche e aerospaziali, per la parte terrestre ricorrendo se mai a forze locali e/o a forze speciali aventi il compito di potenziare l’azione di quest’ultime, agevolando l’intervento delle forze aeree e missilistiche. Nel campo opposto quando Saddam Hussein, nell’estate 1990, ha improvvisamente invaso il Kuwait ha inteso realizzare la sorpresa, 32
mettendo davanti al fatto compiuto il mondo internazionale. Nelle altre guerre le forze militari messe in campo dai nemici dell’Occidente hanno avuto uno scopo primario: sottrarsi all’offesa dall’alto con il mascheramento, l’occultamento, l’interramento ed evitando concentrazioni prolungate. Molto diverso il fenomeno del terrorismo, che dispone di una sterminata quantità di possibili obiettivi e contro il quale, evidentemente, non bastano le potenti forze aeree, le più sofisticate tecnologie, in una parola: gli strumenti militari classici. Per contro l’analisi del modo con il quale sono state organizzate e condotte le ultime, eclatanti azioni terroristiche – ma anche le azioni tipiche della guerriglia – fornisce molte indicazioni interessanti sulle fondamenta teoriche della guerra
di oggi. Anche se ne potrebbero essere citati altri (10), l’esempio più illuminante è il barbaro attentato dell’11 settembre 2001. Ha richiesto una lunga e minuziosa preparazione – in un clima di massima segretezza – di un ristretto numero di persone ben scelte, perché oltre ad avere doti non comuni erano votate alla morte. Ha realizzato al massimo grado la sorpresa. Ha colpito, con enorme impatto sull’opinione pubblica mondiale, i simboli, i centri vitali e al tempo stesso più debolmente difesi – anzi indifesi contro minacce del genere – del sistema occidentale. Su tali centri vitali è stata appunto realizzata la concentrazione degli sforzi, ma senza necessità di usare armi particolarmente sofisticate. Anche la guerriglia ha carattere eminentemente offensivo e si qualifica a sua volta per la capacità di rapida concentrazione delle forze – di sorpresa – contro punti deboli o poco difesi del dispositivo nemico, dove cioè è possibile disporre di una forte anche se temporanea superiorità di forze, ottenendo il massimo dei risultati. Subito dopo, con uguale rapidità si tratta di disperdersi, evitando di presentare all’inevitabile reazione nemica bersagli paganti. Ma quest’ultima, a ben guardare, non è certo una modalità d’azione contrastante con i vecchi principi, tutti tesi a fornire a chi li applica il massimo dei vantaggi, al tempo stesso evitando di presentare all’avversario qualsivoglia occasione favorevole: altrimenti, sarebbero monchi e pericolosi. Anche una troppo sommaria analisi degli ultimi avvenimenti, dunque, indica che oggi se si vuol ottenere dei risultati positivi in un conflitto «caldo» bisogna essere in grado di preparare e condurre operazioni offensive e di concentrare tempestivamente gli sforzi sul punto decisivo o più redditizio. Senza contare che la sorpresa è oggettivamente indispensabile sia per chi compie azioni terroristiche, sia per chi le vuol combattere
con efficacia.... Dunque, valgono ancora i vecchi principi? Per quanto detto prima, a questo termine bisognerebbe solo sostituire la più elastica espressione «fattori essenziali di successo», già usata dalla pubblicazione dottrinale SME n. 900 - Vol. II 1983, che al paragrafo 1 non parla di principi ma afferma: fattori essenziali di successo [per le operazioni offensive] sono: la manovra, per realizzare concentrazioni di potenza, di massima in corrispondenza dei punti più deboli dello schieramento avversario [...], la sorpresa [...], la capacità di celere adeguamento dei dispositivi agli sviluppi della situazione, la continuità e il ritmo sostenuto d’esecuzione [...], la sicurezza delle proprie forze [...]. Non basta: oltre a parlare di «fattori essenziali di successo», oggi si potrebbe anche sostituire al termine «forze» quello – più ampio e generico – di «sforzi»: non si tratta più infatti di concentrare sic et sempliciter delle forze militari o armate, ma di integrarne l’azione con tutta una serie di elementi e apporti anche non militari e di carattere psicologico, morale, spirituale, economico. Per altro verso, l’espressione «fattori essenziali di successo» di per sé non esclude che, in seguito alla prevalenza di altri fattori, il successo militare possa anche non essere ottenuto, oppure – magari per ragioni politiche – non essere nemmeno ricercato, o risultare superfluo. Comunque essa non è del tutto al riparo da un’antica critica, secondo la quale i famosi principi attengono troppo spesso al comune buonsenso: si tratta piuttosto di vedere se, come, quando e in che misura applicarli. Vero: ma ciò non toglie che essi scaturiscano spontaneamente dall’esperienza, siano attendibili e siano utili, come voleva Clausewitz, soprattutto per preparare, disciplinare e ginnasticare le menti. In secondo luogo, se si guarda alla storia del XX secolo – e in particolare a quella delle due grandi guerre mondiali – si può constatare che parecchie volte tali
principi, apparentemente semplici, anche da parte italiana non sono stati applicati o sono stati male applicati, con funeste conseguenze. Ciò è avvenuto per diverse ragioni, a cominciare da quelle politiche: ricordarli, studiarli non è dunque inutile, anche perché la logica della strategia (Clausewitz) non può essere diversa dalla logica della politica, quindi quest’ultima deve creare le premesse per una corretta applicazione di principi, che più a monte sono anche i suoi. A questo punto si deve riconoscere che, a parte la sua pretesa di aver svelato il segreto della vittoria, Jomini non ha tutti i torti a sottolineare l’importanza fondamentale della concentrazione delle forze nel punto decisivo o più debole del nemico: in effetti si tratta
Primo Impero francese: Ufficiale dei Carabinieri.
tuttora del primo e fondamentale fattore di successo. Bisogna però individuare il punto chiave; stabilire il momento più adatto per colpirlo; trovare la giusta dosatura delle forze necessarie, senza che esse siano in eccesso o in difetto e senza creare eccessive vulnerabilità in altri settori; assicurare la piena efficienza morale e materiale di tali forze; guidarle correttamente durante l’azione. È estremamente difficile far fronte contemporaneamente a tutte queste esigenze. Si può perciò affermare che il principio è semplice da formulare, ma non basta dire – come fa Jomini – che si tratta di saperlo applicare: per applicarlo appieno 33
tenza degli armamenti ha avuto la prevalenza, in pratica aumentando le carte da giocare in mano al terrorismo e, in genere, a chi non dispone di tecnologie sofisticate o di armamenti competitivi. Sicurezza, dunque, intesa come riduzione preventiva in ogni campo del terreno favorevole al terrorismo e azioni consimili. C’è ancora molto da fare in proposito.... CONCLUSIONI
Primo Impero francese: Ufficiale Aiutante di Campo.
occorre possedere quelle rare e innate doti del Capo delle quali parla Clausewitz, riferendosi all’irripetibile (e mai ripetuto) modello napoleonico. Ecco che la centralità della leadership, sostanzialmente negata da Jomini, anziché passare per la porta rientra clausewitzianamente dalla finestra. Non è affatto vero che se si applica fino in fondo un dato fattore di successo si entra in rotta di collisione con gli altri: è una questione d’equilibrio, di misura. Se ben si attiva la concentrazione degli sforzi già si prepara la corretta applicazione anche di altri fattori di successo, per così dire, derivati. Il massimo della tempe34
stività e del rendimento di tale concentrazione non si ottiene forse quando si riesce anche a sorprendere completamente il nemico? Da un dosaggio ben calibrato delle forze concentrate non deriva forse anche una sana economia degli sforzi? Una concentrazione rapida e potente di tali sforzi non fornisce forse, di per sé, buone garanzie di sicurezza? Sul concetto attuale di sicurezza rimane qualcosa da dire. Più che in campo strettamente operativo – come avveniva in passato – oggi essa va considerata nella sua globalità, come tendenza a diminuire – non solo nel campo militare – le vulnerabilità, tenendo presente che finora la tendenza a ottenere ovunque il massimo rendimento, a creare congegni e mezzi supersofisticati, a ottenere la massima po-
Napoleone, sulle cui eccezionali qualità di Comandante anche oggi si continua a pubblicare libri, ha scritto che non si può, non si deve prescrivere nulla di assoluto nelle guerre moderne e che Achille era figlio di una dea e di un mortale: questa è l’immagine del genio della guerra.... La parte divina è tutto ciò che deriva da considerazioni morali, dal carattere, dal talento, dall’interesse del nemico, dai sentimenti e dallo spirito del soldato [...]. La parte terrena sono le armi, le posizioni [...] e tutto ciò che riguarda i fattori materiali. E sulla «Rivista Militare» del 1915 si legge che la sorpresa non è solamente l’atto di capitare addosso al nemico improvvisamente; ma bensì qualunque azione che si esplichi in maniera da non dar tempo a chi la subisce di stornarne gli effetti a lui dannosi (11). Si può forse dire di più e meglio della realtà strategica odierna? Per questa ragione noi crediamo che anziché parlare di progresso, di evoluzioni o rivoluzioni della strategia (o, peggio ancora, dell’arte della guerra), sarebbe meglio parlare di mutazioni. Ad esempio, come dimostra un articolo del 1939 del Generale André Beaufre (nel dopoguerra padre della forza nucleare – la Force de Frappe – francese) (12), anche il meccanismo della dissuasione tipico dell’era nucleare e della guerra fredda ha parecchi precedenti nella politica inglese e francese nei riguardi della Germania dal 1934 al 1939, basata sugli sperati effetti dissua-
sivi della linea Maginot e sulla necessità di evitare gli effetti rovinosi della guerra classica in Europa con altri tipi di guerra (politica, diplomatica, economica). Del resto, anche prima della guerra 1914-1918 taluni autori ritenevano che il grado di potenza raggiunto dai principali eserciti sarebbe stato di per sé un fattore dissuasivo.... Questo dimostra che, in circostanze diverse, l’applicazione degli stessi principi – o fattori essenziali di successo – può fornire, o meno, gli effetti desiderati; tutto dipende dalla leadership. Ma l’uomo è sempre lo stesso, quindi anche tutto ciò che in ultima analisi riguarda la condotta di uomini in guerra si basa sulle fondamenta logiche di sempre, facendo anche oggi del materiale e delle tecnologie avanzate un mezzo, ma non l’unico e più importante mezzo della strategia. Di questo dovranno tener conto le strategie del futuro, le cui fondamenta andranno ricercate, come sempre, in una corretta e flessibile combinazione di fattori morali, spirituali e materiali. Non basta essere forti; bisogna anche essere in grado di ben dosare, impiegare, applicare la forza paralizzando nel contempo quella del nemico. Operazione tuttora estremamente difficile, anche se in piena armonia con i vecchi principi della strategia.
* Colonnello (ris.)
NOTE (1) Per un esame più particolareggiato della problematica strategica dell’ultimo decennio del secolo XX alla luce dell’esperienza storica rimandiamo al nostro «L’arte militare del 2000 – uomini e strategie tra XIX e XX secolo», Roma, ed. Rivista Militare 1998. (2) Commandant Mordacq, «La stratégie – historique, évolution», Paris, Fournier 1912, pp. 37-38. (3) Nicola Marselli, «La guerra e la sua storia», Milano, Treves 1875, Vol. II pp. 91-102.
(4) Cfr. Auguste H. Jomini, «Précis de l’art de la guerre», Paris, Anselin 1838 (1a Ed. 1936). Di questo testo esistono solo due incomplete e antiche traduzioni italiane (Livorno, Tip. De Fabreschi 1855 e Acireale, Tip. Donzaso 1864). (5) Karl von Clausewitz, «Della guerra» (1832) ristampa Mondadori, Milano 1970, Vol. I pp. 115-118. (6) Raimondo Luraghi, L’ideologia della guerra industriale 1861-1945, in «Memorie storiche militari» 1980, Roma, SME – Ufficio Storico 1981, pp. 169-190. (7) Cfr. Bruno Colson, «La culture strategique americaine – l’influence de Jomini», Paris, Economica 1993. (8) Cfr. Basil H. Liddell Hart, «Un uomo più grande di Napoleone: Scipione l’Africano» (traduz. It. 1929 – ristampa a cura SME – Ufficio Storico, Roma 1975) e John Keegan, «La grande storia della guerra» (1993), traduz. it., Milano, Mondadori 1996. (9) Carlo Jean, «Guerra, strategia e sicurezza», Bari, Laterza 1997, pp.
Primo Impero francese: Corazziere di un Reggimento Corazzieri.
119-120. (10) Ci riferiamo ad esempio all’attacco al cacciatorpediniere lanciamissili americano «Cole», all’ancora nel porto di Aden, da parte di un gommone esplosivo condotto da due terroristi suicidi, che ha prodotto 17 morti, 39 feriti e gravissimi danni (12 ottobre 2000). (11) La sorpresa nella guerra, in «Rivista Militare Italiana» Anno LX Vol. III, Dispensa VII, 16 luglio 1915, p. 9. (12) André Beaufre, Une forme nouvelle des conflits internationaux: la paix - guerre, in «Revue des deux mondes» del 15 agosto 1939, pp. 766-789. L’articolo non è firmato, ma il Beaufre se ne attribuisce esplicitamente la paternità nel suo libro del dopoguerra «Introduction à la strategie».
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Più volte si è detto che la guerra al terrorismo sarà lunga e che le operazioni in Afghanistan e in Iraq non sono state altro che tappe parziali, pur importanti, ma non certo conclusive. Si è anche detto che questo era il momento per verificare il reale stato di salute di Al Qaeda. I recenti attentati hanno confermato che la pace è ancora lontana e che Al Qaeda è ancora attiva. Fatti di sangue ce ne sono stati a catena (Riad e Casablanca, Cecenia e Israele), ma metterli tutti insieme può aver senso solo dal punto di vista statistico. Negli attentati in Israele e in Cecenia si inserisce un dilemma che si sta ponendo con sempre maggiore frequenza e attualità. C’è chi ritiene che essi rientrino nel grande progetto del fondamentalismo islamico e, quindi, debbano essere contrastati nell’ambito della lotta globale al terrorismo. C’è chi, invece, ritiene che facciano soltanto leva sul fondamentalismo per finalità «particolari» e vadano quindi visti nel contesto di una guerra di liberazione. È l’interpretazione dei ceceni e dei palestinesi. Gli attentati di Riad e Casablanca rientrano invece, senza ombra di dubbio, nel quadro del terrorismo di origine fondamentalista; essi, quindi, sono il prodotto di reti internazionali terroristiche che hanno come riferimento concettuale, diretto o indiretto, Al Qaeda. Andando oltre questi aspetti ge36
LA LUNGA STRADA DELLA PACE nerali, qualche considerazione in più vale la pena di farla sugli attentati in Israele, Riad e Casablanca. Quelli in Israele mettono in luce ancora una volta il recondito scopo: il tentativo di ostacolare la politica di negoziazione. In particolare, oggi, quella del primo ministro dell’ANP, Abu Mazen, che è stato sempre critico nei riguardi della seconda Intifada e sta cercando di impegnare il suo governo nella Road Map. Gli ostacoli che gli si pongono davanti sono, quindi, in primo luogo interni e derivano da Hamas e dalla Jihad islamica. La frequenza degli attentati di quest’ultimo periodo ne è la prova evidente e non sono lontani dal vero coloro che ritengono che, in tutto il Medio Oriente, il nuovo Primo Ministro dell’ANP sia fra i leaders che rischiano maggiormente. Sharon, a sua volta, pur dopo perplessità iniziali sul piano di pace, lo ha ormai accettato, sì da proporlo, anche se con qualche vincolo, all’approvazione del suo governo. In definitiva, ancora una volta, Israele e palestinesi si trovano di fronte a un bivio e la strada che essi sceglieranno farà la differenza. Sul versante israeliano, le reazioni agli attentati, mirate e meno «violente» che nel passato, la decisione del governo di approva-
re la Road Map e una posizione più realistica di Sharon possono essere interpretati come un buon segnale. Sul versante palestinese, oltre alla determinazione di Abu Mazen, è da rilevare che su giornali come «Arab News» cominciano a uscire editoriali che in relazione all’efficacia degli attentati suicidi argomentano in maniera realistica: Cosa abbiamo conseguito? Gli israeliani sono rimasti colpiti dalle negoziazioni? No! Gli attentati suicidi sono serviti solo a indurirli contro il compromesso con i palestinesi, contro l’accettazione di un loro Stato, contro lo smantellamento degli insediamenti; questo pare aprire uno spazio al dibattito interno arabo che può aiutare nella scelta della strada. Gli episodi di Riad e Casablanca sono, invece, perfettamente inquadrabili nella strategia di Al Qaeda, e confermano lo scopo di destabilizzare gli Stati Arabi moderati che hanno rapporti con il mondo occidentale e, in particolare, con gli Stati Uniti. È proprio a questi attentati che, tornando a un quesito posto all’inizio, ci si riferiva nel segnale che Al Qaeda avrebbe dovuto dare. Che cosa si deduce da essi? Anzitutto che Al Qaeda esiste ancora e intende farlo sapere, anche per fare proseliti e per reperire risorse. Il segnale c’è stato, ma
a cura del Ce.Mi.S.S.
Marines statunitensi a bordo di un «Lav - 25» in Afghanistan.
quale è oggi il livello che esso mostra? La tecnica è stata quella convenzionale, non sofisticata (nulla a che vedere con gli eclatanti episodi della USS Cole e dell’11 settembre). La macabra contabilità dei morti indica che il rapporto vittime provocate/«martiri» è stato basso rispetto alla gran parte degli attentati precedenti, tanto più quando si consideri che molte delle vittime sono «locali». Nel contempo, evidenzia
però la grande abbondanza di volontari disposti a immolarsi. In estrema sintesi ne esce fuori una capacità operativa di livello limitato, né spettacolare né catastrofico. Colpi di coda? Ma è realmente così? O, piuttosto, la reale capacità operativa ha difficoltà a manifestarsi nelle sue potenzialità solo perché – e questo è un dato certo – è notevolmente aumentata la capacità di contrasto sia in termini di intelligence sia in termini finanziari? Se così fosse, sarebbe il confronto fra le due opposte elevate capacità a determinare il tempo probabile di «at-
tesa» di un attentato catastrofico. Qualche considerazione è però possibile farla. La natura «interna» di questi ultimi due attentati ha comportato, come già detto, che ci siano state vittime non solo «occidentali» ma anche locali, in numero non marginale. Ciò, da un lato, ha confermato la determinazione dei terroristi e il forte messaggio interno ai leaders (...e non solo) di alcuni Paesi arabi, ma, dall’altra, fa prendere coscienza diretta in questa regione di cosa è il terrorismo. Finora esso era «esportato». Oggi è dentro casa. Recentemente «Arab News» ha pubblicato un editoriale dal titolo emblematico «Il nemico è all’interno»: Dobbiamo affrontare il terrorismo qui, in casa nostra. Purtroppo per lungo tempo abbiamo ignorato la verità. Noi non vogliamo ammettere che i sauditi sono coinvolti nei fatti dell’11 settembre. Non possiamo più a lungo ignorare che così abbiamo un covo di vipere tra di noi, nella speranza che così facendo se ne vadano via. Non lo faranno. Sono un nostro problema e noi siamo il loro obiettivo. C’è molto da condannare nella politica americana. Ci sono molti aspetti della civiltà occidentale che ci offendono. Ma l’antiamericanismo e l’antioccidentalismo, nel nostro grande interesse, sono rozzi, ignoranti e distruttivi. Essi creano odio, essi devono finire. Anche in questo caso, come per il terrorismo palestinese, la percezione del terrorismo dentro casa e l’avvio di un dibattito interno può costituire uno dei passi necessari, anche se non sufficienti, per combatterlo: a partire dall’interno dei Paesi dove nasce e si sviluppa. 37
I LINEAMENTI DI IRAQI FREEDOM GLI UOMINI E I MEZZI IMPIEGATI Grazie a una prima valutazione dell’operazione Iraqi Freedom, resa disponibile dal Comando Centrale dell’Aeronautica Militare statunitense, è finalmente noto il numero esatto di uomini e donne impiegati nell’operazione: duecentotrentatremila unità dell’Esercito, quasi settantacinquemila marines, cinquantacinquemila aviatori e sessantunmila marinai statunitensi hanno preso parte alle operazioni, affiancati da circa quarantatremila militari inglesi, australiani e canadesi. In totale, quasi mezzo milione
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di unità. Quasi due terzi del totale erano costituiti quindi da forze di terra (Esercito e marines ). I velivoli impiegati sono stati 1 801, una frazione importante di quelli della Marina statunitense, ma proporzionalmente ridotta nel caso dell’Aeronautica. Peraltro il massiccio uso di portaerei – sette impiegate in totale, sulle undici disponibili – e di bombardieri a lungo raggio – 28 B-52, 11 B-1 e 4 B-2 – hanno comunque permesso di esercita-
Soldati britannici catturano un soldato iracheno.
re un potere aereo decisivo. UNA «STRATEGIA DI PRECISIONE» In termini di munizioni aeree impiegate, anche in Iraqi Freedom si è confermata la tendenza all’uso di sistemi guidati, a discapito di quelli a caduta libera. Quasi ventimila armi di precisione sono state utilizzate nelle operazioni, contro meno di diecimila munizioni «non intelligenti». Anche in questo caso, la Marina statunitense ha svolto un ruolo di primo piano, avendo lanciato oltre 800 missili Tomahawk (alcuni ad opera della Royal Navy inglese), più del doppio di quelli impiegati durante Desert Storm. Contrariamente alle aspettative, le bombe a guida GPS, le cosiddette JDAM, hanno visto un impiego vasto, ma non massiccio. Per contro, la bombe a guida laser sembrano tornate protagoniste, soprattutto nelle versioni meno sofisticate e di ridotte dimensioni. Oltre 8 000 le LGB sganciate, grazie anche alle condizioni atmosferiche favorevoli che invece avevano ostacolato il loro uso nei Balcani. Quanto ai missili anticarro, i Maverick lanciati dagli aerei sono stati quasi il doppio degli Hellfire lanciati dagli elicotteri: 918 contro 560. In altri termini, la campagna aerea di neutralizzazione delle forze irachene sembra essere consistita soprattutto in un intenso martellamento ad opera delle forze aeree, mentre gli elicotteri dell’Esercito, pur schierati in numero considerevole, si sono con-
Sopra. Lancio di un missile controcarro da parte di soldati statunitensi. Sotto. Lancio di paracadutisti statunitensi.
centrati nei combattimenti nei centri abitati, pur con i notevoli vincoli per non esporsi alla reazione delle armi leggere. Più in generale, l’intera campagna aerea è stata pianificata secondo un concetto di «ripartizione delle risorse» definito in anticipo, suddividendo la lista e la tipologia degli obiettivi in una serie di categorie, ciascuna relativa a uno dei primari fini strategici che si intendevano conseguire. In buona sostanza, le forze aeree della coalizione hanno pianificato in anticipo quante e quali risorse assegnare a ciascun «obiettivo strategico» del conflitto, al fine di ottimizzare la preparazione delle sortite offensive. Nel corso della campagna, però, la proporzione degli obiettivi e del-
le risorse impiegate si è spostata drasticamente verso l’attacco alle forze terrestri irachene, sia per l’apparente assenza di resistenza da parte della struttura decisionale sia per la modesta capacità operativa dimostrata dalle unità in possesso di missili balistici sia infine per la probabile maggiore resistenza incontrata dalle truppe di terra. L’esito finale di tale «evoluzione»
è stata una campagna in cui le forze aeree hanno svolto, in pratica, il ruolo di artiglieria volante a supporto delle truppe amiche in avanzata, in un tipo di guerra che, proprio per l’asimmetria sostanziale fra i due schieramenti, ha condotto la coalizione a guida statunitense a «scendere nell’arena» del nemico per sconfiggerlo sul suo stesso terreno.
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Organizzazioni pubbliche e private stanno modificando profondamente le loro strutture per migliorare l’efficienza L’informatica si sta imponendo come una delle principali frontiere del nuovo millennio, in grado di accrescere potenzialità e rendimento di enti, società ed istituzioni. Le crescenti prestazioni dei sistemi elaborativi ne favoriscono l’impiego in ogni settore di attività e, prontamente, le migliori organizzazioni si dotano di sistemi informatizzati in funzione delle loro realtà. Uno dei principali riferimenti gestionali sono i Centri d’Informazione, provvisti delle più moderne tecnologie. In ogni struttura efficiente spicca, con sempre maggior forza, la figura del dirigente tecnologico e dell’amministratore delle banche dati. Una conferma, questa, della lungimiranza di coloro i quali, da tempo, hanno saggiamente deciso d’investire nelle risorse umane. 40
di Sergio Fiorentino *
C
ome è ormai noto, i presupposti dell’aumento della domanda dell’attività di elaborazione dei dati possono essere individuati nella presa di coscienza, da parte dell’alta dirigenza, delle più diverse organizzazioni, delle enormi potenzialità offerte dai sistemi elaborativi. L’informatica in genere ha iniziato la sua evoluzione automatizzando le attività ripetitive: gestioni dei settori amministrativi,
fine di ridurre i costi e aumentare l’efficienza, hanno cominciato a utilizzare tali analisi come strumento di sostegno delle proprie decisioni. Tutto ciò ha comportato un incremento rilevante delle richieste di attività elaborative, originando quindi una maggiore attenzione verso il settore informatico nel suo complesso. Attualmente, il potenziale offerto dai sistemi elaborativi è considerato dagli operatori economici un fattore produttivo essenziale al pari degli investimenti e della forza lavoro. Da ciò scaturisce una nuova e maggiore attenzione dell’alta dirigenza in senso generale anche alle strutture preposte allo sviluppo di tali sistemi, in quanto la «produttività» di tutta l’organizzazione dipende anche dalla possibilità di ottenere tempestivamente informazioni aggiornate sul reale andamento delle varie attività. In tale quadro, la definizione della politica di sviluppo dei sistemi è entrata nelle funzioni di preminente interesse della dirigenza di gran parte delle grandi organizzazioni. In conseguenza di ciò i responsabili delle strutture preposte allo sviluppo dei sistemi informativi sono stati ele-
movimentazione dei magazzini. Successivamente, i dati prodotti sono stati utilizzati per una serie di indagini di tipo statistico che hanno consentito di ottenere analisi significative delle attività svolte. Con il diffondersi dell’uso dei sistemi elaborativi, il numero di settori interessati dalle analisi si è ampliato fino a coprire tutti i settori di attività. I vertici delle organizzazioni, al 41
vati di livello funzionale, sino a coprire il ruolo più ampio di responsabili dell’organizzazione informatica dell’ente. A dimostrazione di ciò, un’indagine effettuata su alcune grandi aziende ha posto in luce che il livello di inquadramento dei vertici delle strutture SI (Sistemi Informatici) è stato elevato da quello di Capo Ufficio (ossia quadro non direttivo) a quello di Vice Direttore. Tale mutamento non è solo attribuibile a un problema terminologico, ma riflette anche un cambiamento reale delle attività di tali figure: i Vice Direttori, infatti, definiscono la politica a medio/lungo termine del
operative offerte dalle nuove tecnologie. Se si volesse descrivere con una sola frase l’attuale situazione delle organizzazioni informatiche derivanti dalle tecnologie emergenti questa potrebbe essere: «Caos semiordinato prodotto tecnologicamente». Il punto di equilibrio tra «caos» e «semiordine» varia da organizzazione a organizzazione, in funzione dell’entità di utilizzo delle nuove tecnologie. Tuttavia, anche se in misura diversa, la maggior parte delle strutture preposte ai SI soffre di questo male. A esempio, è difficile individuare qualche organizzazione informatica che
proprio settore, mentre i Capi Ufficio hanno la responsabilità di sovrintendere allo sviluppo e alla gestione dei vari settori dell’industria, sulla base delle direttive impartite dai primi.
ultimamente non sia stata costretta a modificarsi in qualche modo per far fronte alle nuove possibilità offerte dal mercato. Nell’ambito delle principali industrie è stato rilevato che nel settore dei personal computer (PC), un’area in cui fino a pochi anni fa gli investimenti erano praticamente nulli, la spesa, in media, ha sfiorato il 3,8% del bilancio. Ancora più strabiliante è il mercato del software dei PC, valutato attualmente intorno al miliardo di € all’anno con un tasso di crescita annuo di circa il 100%.
LE INFINITE POSSIBILITÀ OFFERTE DALLE MODERNE TECNOLOGIE In concomitanza con l’aumento dell’attenzione e delle aspettative da parte della dirigenza, vi è stato un incremento delle possibilità 42
L’automazione di ufficio e le tecnologie per la trasmissione dei dati sono altre due aree particolarmente attive nello sviluppo del citato «caos semiordinato». A confronto di queste due aree, il settore dei PC è relativamente stabile e controllabile. Le prime generazioni di dirigenti delle strutture SI hanno dovuto fronteggiare solo le tematiche della elaborazione dei dati sui grandi elaboratori. Oggi gli stessi personaggi si trovano a gestire più sistemi informativi estremamente diversificati tra loro per capacità elaborativa (grandi, medi, piccoli) e per tipi di tecnologia utilizzata. Attualmente una risposta delle varie organizzazioni a queste crescenti pressioni della tecnologia è rappresentata dall’istituzione dei cosiddetti Centri Informazioni (CI). La prima struttura in tale settore fu organizzata da una grande azienda statunitense (l’IBM) agli inizi degli anni 80 e prevedeva la costituzione di un’entità organizzativa a sé stante dedicata alle nuove tecnologie, soprattutto dei PC, per soddisfare con tempestività le esigenze degli utenti finali con lo slogan «Se non sapete a chi rivolgervi per risolvere i vostri problemi chiamate noi». Un sempre maggior numero di organizzazioni, anche se in forme diverse, ha proceduto a un adeguamento delle strutture in tal senso. LE PIÚ RECENTI MODIFICHE STRUTTURALI A questo punto ci si può domandare se le soluzioni fin qui adottate per adeguarsi alla nuova situazione siano idonee e, in caso negativo, cosa ancora si possa fare. Già di per sé, l’elevazione del vertice delle strutture preposte ai SI a un livello ordinativo più alto consente sia di ottenere una maggiore attenzione sul settore sia di
produrre cambiamenti. Tuttavia, per quel che riguarda i reali effetti sull’efficienza del sistema nel suo complesso ben poco ci si deve aspettare da questa unica variante. Anzi, all’aumento delle aspettative della direzione, corrisponderà probabilmente, una successiva disillusione a causa del loro mancato raggiungimento. La conseguenza immediata, derivante dalla collocazione del vertice della struttura SI a un livello più elevato nell’organizzazione – considerata una tipica struttura ordinativa a piramide con il Capo Ufficio al vertice, i funzionari direttivi nel mezzo e gli esecutivi alla base – è la separazione degli ultimi due livelli dal primo. In tale quadro, il Capo della struttura viene posto a contatto con problemi di carattere più elevato (politiche, strategie) mentre gli altri due livelli devono fronteggiare i compiti e le responsabilità derivanti dalla nuova situazione ambientale. È
chiaro che nel suo nuovo ruolo il Capo della struttura è fortemente assorbito e può dedicarsi poco o niente alla sua funzione di guida, cosa che invece devono continuare a fare gli altri due livelli. L’avere ottenuto che il Capo della struttura SI sia più dirigente che tecnico è un reale passo avanti. Tuttavia, il miglioramento che ci si aspettava dalla nuova collocazione nell’ambito dell’organizzazione aziendale è molto limitato a causa dello scollamento che si crea tra lui e gli altri livelli. Inoltre, se ci si proietta a lungo termine, si può prevedere che il manager di sistemi elaborativi del passato, diventando il manager di sistemi elaborativi del futuro, si allontanerà sempre più dai livelli direttivi. Laddove egli era abituato a definire l’impiego di semplici elaboratori elettronici, ora dovrà occuparsi di sistemi per il supporto alla decisione: tenderà quindi a essere sempre meno responsabile dell’impiego
di tecnologie avanzate, per orientarsi verso la definizione del modello globale della struttura ordinativa e dei dati necessari alla sua gestione, al fine di collegare il fabbisogno di sistemi informativi con gli scopi, gli obiettivi e le strategie dell’organizzazione. Si orienterà, cioè, verso l’ingegneria dell’informazione. Il secondo tipo di modifica alle strutture informatiche è stato l’introduzione del concetto del Centro Informazioni (CI) di cui si è parlato in precedenza. In effetti tale Centro è la risposta data da alcune strutture alle maggiori possibilità offerte dalle continue scoperte scientifiche. In particolare il CI è stato preposto a operare nel settore delle nuove tecnologie che possono risolvere le esigenze di ottimizzazione della produttività degli utenti finali. In sintesi, il suo compito avrebbe dovuto essere quello di «fornire alla comunità degli utenti le informazioni e l’assistenza su si43
stemi elettronici che consentano un incremento di produzione». L’intendimento alla base di tale idea era stato quello di accrescere l’autonomia degli utenti all’accesso ai dati, riducendo le esigenze di assistenza sistemistica da parte della struttura informatica. Due sono i principali punti deboli di tali strutture. Il primo è che tale entità autonoma si aggiunge alle attuali strutture SI, quali sono ora, senza modificarle. Pertanto, non si trae un completo vantaggio in tutti i settori delle nuove tecnologie, né si for-
risalga ufficialmente a una specifica componente della struttura organizzativa. I prodotti software (SW) vengono installati, viene condotto l’addestramento, si fornisce l’attività di mantenimento ma nessuno ha la responsabilità di accertare se quanto si è introdotto sia compatibile e in aderenza a tutto il rimanente sistema informativo e se il costo di tale operazione è stato produttivo per l’organizzazione. Infine, le attività dei CI sono focalizzate attualmente al solo
ture preposte allo sviluppo dell’informatica. Quanto espresso in precedenza ha ancora più valore se si considera che, normalmente, il Capo Ufficio di una struttura SI non è, nella maggior parte dei casi, adeguatamente competente per essere il manager di questa nuova tecnologia. Ma quand’anche egli lo fosse stato nel momento della prima comparsa di questa sul mercato, sicuramente i tanti e notevoli cambiamenti avvenuti successivamente in questo settore non lo rendono più sufficientemente competente. Quando tutto ciò si combina con la separazione causata dall’innalzamento del livello organizzativo, l’effetto sulla struttura SI è tale che essa si disarticola e i collegamenti tra le varie parti diventano troppo deboli per possedere l’adeguata reattività a tutte le richieste interne e esterne. Sulla base delle considerazioni esposte, si può quindi concludere che le modifiche apportate alle strutture SI, pur se nate con ottime intenzioni, sono tuttavia insufficienti a rispondere efficacemente alle pressioni prima ricordate, dato che risolvono solo in parte i problemi e, in più, ne creano di nuovi. LE SOLUZIONI SPECIFICHE ALLE DIVERSE REALTÀ
nisce un supporto migliore al suo nuovo ruolo strategico. La presenza sul mercato di innumerevoli nuove tecnologie amplia la gamma di azione delle strutture SI e ciò conduce al secondo punto debole del Centro Informazioni: le nuove tecnologie vengono introdotte nell’organismo senza che vi sia una definizione formale della responsabilità nell’ambito della struttura. Non è improbabile, per una organizzazione, avere centinaia di PC senza che la responsabilità 44
uso delle nuove tecnologie, senza avere alle spalle una politica generale di sfruttamento delle stesse. Il personale del livello operativo, di fatto, ha ampliato le sue responsabilità per il supporto alle nuove tecnologie usate nella struttura senza che vi siano stati i corrispondenti correttivi nella struttura organizzativa stessa a livello superiore, direttivo e di vertice. Questo già di per sé è un aspetto che può determinare notevoli problemi nell’ambito delle strut-
Dall’esame delle funzioni degli organi di vertice e direttivi dei sistemi informativi degli anni passati si rileva che questi erano responsabili per le attività di ricerca e studio di un solo sistema, normalmente posto a livello centrale o di un certo numero di sistemi simili, distribuiti in più siti. Quindi non avevano a che fare – come avviene oggi – con molti sistemi, ciascuno caratterizzato da diverse tecnologie, né dovevano confrontarsi con la continua evoluzione della scienza. Oggi, il Capo di una struttura SI deve essere in grado di gestire
problemi di carattere politico del vertice aziendale; e, allo stesso tempo, di fronteggiare uno scenario di tecnologie in continua e rapida evoluzione. Molte di queste tecnologie sono estremamente particolari e rispondono esattamente alle esigenze dei più diversi settori dell’azienda. In realtà, il rapido succedersi di queste transizioni ha fatto sì che si perdesse una figura antica: quella dell’«esperto tecnologico». Si è perso di vista il fatto che, mentre la tecnologia sta cambiando, la direzione rimane direzione. Qualcuno dovrà pur possedere le reali conoscenze tecniche specifiche dei vari settori tecnologici! La tecnologia non cambia questo aspetto della direzione. La funzione di esperto tecnologico, una volta attribuita al Capo Ufficio dei sistemi elaborativi, attualmente non è più svolta dal vertice dei sistemi informativi: esso è troppo in alto e la base tecnologica è troppo ampia. Inoltre questo non è più un ruolo che possa essere svolto da un solo individuo ma, necessariamente, da più figure in quanto le tecnologie sono diverse e molto più ampie e complesse di quanto non lo fossero in passato. Sfortunatamente il responsabile dei sistemi informativi non può svolgere questi ruoli, e nessun altro lo fa. In merito all’esame delle soluzioni possibili è necessario fare una premessa. Normalmente, quando vengono decise modifiche alle strutture ordinative, esse riguardano l’istituzione di un nuovo settore o di un nuovo posto organico rivolto a una particolare attività nell’ambito dello staff. Un’altra metodologia prevede di assegnare alla struttura già esistente un nuovo ruolo o un nuovo settore di responsabilità. Ed è questo ultimo metodo di agire che, sia a causa delle abitudini derivanti dalla attività di routine, sia dell’inerzia delle organizzazioni, più frequentemente
ha portato a attribuire la responsabilità di manager dei sistemi informativi a chi non può in realtà farsene carico. Se si analizzano le organizzazioni preposte allo sviluppo dei sistemi informativi si può rilevare che, per la maggior parte, sono rimaste invariate in questo periodo di trasformazioni. Attualmente la maggior parte delle strutture SI si articola in un Settore «Gestione delle Risorse» e in uno «Sviluppi Applicativi». A completamento di queste due componenti principali vi posso-
Questa nuova figura perde la responsabilità tecnica del direttore dei sistemi informatici per assumere quella strategica. Ciò viene ottenuto costituendo un livello
no essere una serie di altre strutture aggiuntive, come a esempio i CI. Le esigenze di sviluppo di elaborazione centralizzata o decentralizzata, di Office Automation , di microsystem e reti trasmissioni dati (TD) sono attualmente individuate dalle stesse strutture che furono disegnate 30 anni fa per soddisfare la gestione di sistemi basati sulla sola elaborazione centralizzata e per risolvere problematiche di carattere ripetitivo-amministrativo. Un’armonica evoluzio-
intermedio di gestione tecnologica. Tale soluzione consente di mantenere il collegamento tra il vertice della struttura e la base. L’istituzione della figura di Amministratore delle banche dati consente al gestore dei SI di poter svolgere l’attività di individuazione delle esigenze di informazione per tutta l’azienda (ingegneria dell’informazione). Infine, la presenza dei dirigenti tecnologici e del personale di supporto consente chiare linee di dipendenza funzionale, di riparti-
ne delle strutture preposte ai sistemi elaborativi in quelle preposte ai sistemi informativi avrebbe dovuto prevedere anche la modifica delle funzioni di tutti i livelli (vertice, direttive ed esecutive). I DIRIGENTI DEI SISTEMI
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impatto diretto con i sistemi informativi. GLI AMMINISTRATORI DELLE NUOVE BANCHE DATI
zione delle responsabilità e, nello stesso tempo, un giusto equilibrio tra attività di controllo e di gestione nell’ambito dei sistemi informativi. I DIRIGENTI TECNOLOGICI La scomparsa del gestore tecnologico unico è un aspetto molto significativo e può rappresentare un punto critico per il futuro successo dell’organizzazione informatica nel suo nuovo e più ampio ruolo. Tutti questi managers hanno responsabilità simili, ma in settori diversi; ciò è analogo a quanto avveniva in precedenza per i responsabili delle elaborazioni dei dati. L’istituzione di questi managers dovrebbe risolvere i problemi creati dall’introduzione indiscriminata delle nuove tecnologie senza l’esistenza di un settore che ne fosse ufficialmente responsabile. Tali aspetti critici dovrebbero essere fronteggiati dalle nuove strutture in quanto: i nuovi managers serviranno a riempire il vuoto prodotto dall’elevazione del Direttore a livello del vertice dell’azienda; ognuno di loro diventa 46
responsabile ufficialmente per il proprio settore. L’articolazione all’interno dei quattro settori indicati potrà variare ma, in ogni caso, in ognuno di questi vi dovrà essere una struttura per lo sviluppo degli applicativi e una per la gestione dei sistemi in uso in quello specifico settore. Il manager di sistemi di automazione di Ufficio sarà responsabile delle aree in cui attualmente si hanno più problemi a causa dei PC e dei sistemi di automazione di ufficio. Probabilmente questa area avrà un carico di lavoro notevole nel prossimo futuro in quanto ne è prevista una crescita del 30% circa. Il settore delle comunicazioni sarà nuovo in molte organizzazioni. Esso servirà a razionalizzare aspetti sempre più critici delle nuove tecnologie che consentano lo scambio di informazioni tra i sistemi informativi. Inoltre, la concentrazione della responsabilità di sviluppo di tutti i sistemi trasmissivi, precedentemente suddivisi tra più settori dell’azienda, ne eviterà il diffondersi scoordinato e selvaggio. Tutto ciò è ancora più critico quando tali tecnologie hanno un
Per molte aziende anche questo è un settore nuovo. L’esistenza di questa funzione alle dirette dipendenze del vertice delle strutture è un investimento per il futuro. Infatti la pressione dei dirigenti delle organizzazioni si accentuerà sempre di più sull’esigenza di disporre di informazioni nella forma più opportuna per il supporto alla decisione. Questa nuova funzione consente all’ex Capo Ufficio della struttura SI di disporre di un consulente tecnico nel campo dei flussi informativi nella sua evoluzione verso la posizione di managers dei sistemi informativi della organizzazione. Inoltre, essa rappresenta lo strumento della struttura SI per razionalizzare la disponibilità di informazioni all’interno del sistema stesso consentendo così di conseguire la già delineata capacità di gestione dei dati di situazione. PER UN MIGLIORE SUPPORTO DIRETTO DEL VERTICE Lo staff di supporto diretto del vertice assolve le funzioni di definizione della politica di sviluppo, di approvvigionamento e di codificazione degli standards produttivi e metodologici. Con tecnologie indipendenti e in rapido sviluppo è sempre più importante che queste funzioni siano coordinate e gestite dal vertice. La definizione della politica di sviluppo è intesa come individuazione delle linee di evoluzione e non di pianificazione reale, la quale risale come responsabilità al manager tecnologico. Il settore dell’approvvigionamento a livello centrale consente di fornire con tempestività ai managers tecnologici una consu-
lenza per l’acquisizione dei nuovi sistemi. Tale funzione è essenziale in quanto l’ampia gamma di tecnologie attualmente disponibili sul mercato richiede una continua azione di filtro, prima di procedere ad acquisizioni, per quanto concerne la compatibilità con il parco di apparecchiature esistenti e la valutazione dell’entità delle economie di scala realizzabili. Il Centro Informazioni ha lo scopo di divenire un punto di riferimento per tutta l’azienda per la risoluzione delle varie problematiche nel campo dell’informatica («se non sai chi chiamare, chiama noi»). Riferendo direttamente al manager dei Sistemi Informativi il CI garantisce equilibrio tra i managers di tecnologia e la comunità degli utenti. Con l’inserimento di questa tra le altre funzioni dello staff viene introdotto nell’ambito delle strutture SI un elemento che rappresenta il mondo reale della azienda che, altrimenti, tenderebbe a svilupparsi in modo sterile e autonomo rispetto al resto della organizzazione dei
sistemi informativi. Potrebbe essere necessario ridistribuire alcune responsabilità che in passato sono state tipiche dei centri informazione ai rispettivi managers di tecnologia CONCLUSIONI L’elevazione del livello funzionale del vertice e la costituzione di Centri Informazioni hanno rappresentato, entrambi, punti di partenza necessari e validi per la risposta alle esigenze di aumentare l’informazione nelle organizzazioni e di impiegare nuove tecnologie. Tuttavia queste azioni hanno costituito solo misure parziali, adottate per alleviare i problemi derivanti da tali esigenze. Ulteriori azioni sono necessarie per non deludere le aspettative dei vertici e per ottimizzare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie al fine di migliorare le capacità produttive dell’organizzazione. Le proposte fatte dovrebbero essere interpretate come un primo passo verso un ulteriore adeguamen-
to delle strutture SI a questo ambiente in evoluzione. La soluzione proposta riempie il vuoto tra il manager SI e la organizzazione SI e, nello stesso tempo, considera la maggiore ampiezza di responsabilità derivante dalle nuove tecnologie. Ristrutturare raramente è la panacea dei problemi, né la soluzione qui proposta deve essere considerata in tale ottica. Essa consente piuttosto alla organizzazione SI di tornare in possesso di un quadro di riferimento per gestire le moderne tecnologie e inoltre permette al manager dei SI di partecipare al processo decisionale ad alto livello. Le nuove e continuamente mutanti tecnologie debbono poter essere impiegate opportunamente per soddisfare le esigenze specifiche di ciascun utente e di tutte le strutture organizzative nell’insieme. Come ultima annotazione si sottolinea nuovamente che molte organizzazioni si stanno muovendo ora in una nuova fase della gestione dei sistemi informatici, chiamati «gestione delle fonti informative». Il manager dei SI è il punto focale di questa nuova responsabilità e negli anni futuri dobbiamo aspettarci di vederlo diventare il gestore delle informazioni delle realtà aziendali. Questo cambiamento è già iniziato in molte delle più grandi organizzazioni, a seguito della riconosciuta esigenza di questa nuova funzione. Il nome varia, ma v’è concordanza sulla dipendenza diretta di questa funzione dal vertice della società. In questa situazione, il ruolo del manager dei SI si ingrandisce di nuovo in modo significativo fino a includere la gestione dell’informazione e non semplicemente quella dei sistemi dei quali questa si avvale.
* Brigadier Generale, in servizio presso il Ministero della Difesa 47
Il mutamento della minaccia e le sfide del nuovo millennio hanno dato ulteriore impulso all’elettronica e all’informatica. All’attenzione risultano le operazioni militari diverse dalla guerra. Soprattutto nei centri abitati, dove assoluta importanza rivestono le informazioni, la digitalizzazione e la guerra retecentrica. A tal proposito, l’Esercito Italiano sta concentrando il suo interesse anche in programmi d’avanguardia, tra i quali spiccano quelli mirati al Comando e Controllo, all’NBC, alla robotica e alle comunicazioni di nuova generazione. Tuttavia, la migliore delle risorse disponibili, rimarrà sempre il soldato.
di Donato D’Ambrosio *
Molto è cambiato dopo l’11 settembre 2001, quando l’attacco alle Torri Gemelle sconvolse l’America e il mondo. L’atto terroristico ha prodotto effetti incancellabili, nel quadro della sicurezza, polarizzando tutte le risorse per fronteggiare questa nuova minaccia. Le dimensioni e le modalità dell’evento hanno provocato la reazione di tutti gli Stati del mondo e determinato l’applicazione dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico (mutuo soccorso tra le Nazioni in caso di attacco a un membro dell’Alleanza). La sicurezza è ormai un concetto complessivo, riferito a rischi multiformi e diversi, tra i quali spiccano la proliferazione delle armi di distruzione di massa, le ag-
gressioni etniche, i conflitti a bassa intensità, il traffico degli stupefacenti, i flussi migratori incontrollati, i disastri ecologici, la diffusione della criminalità organizzata e, non ultimo, il terrorismo. Il terrorismo è il peggiore di questi rischi e conferisce asimmetria ai conflitti, per quanto attiene alla globalizzazione della minaccia e alla difficoltà d’individuare un avversario subdolo che si avvale di tecniche e strumenti molto vari. Ciò comporta il superamento delle realtà nazionali, in quanto è necessaria una reazione corale delle democrazie, allo scopo di scardinare la rete del terrore che ormai non risparmia nessun continente. La maggiore novità è la revisione del concetto che le guerre si
combattano unicamente tra Stati, perché oggi la minaccia proviene anche da fazioni più o meno numerose. Il possibile nemico può non vestire un’uniforme, non avere nemmeno Divisioni, ma può cagionare comunque danni enormi. La sua forza coincide con la nostra difficoltà nel combattere un avversario poco definibile e, per giunta, con piani impossibili da conoscere. Per questa nuova forma di guerra, estendibile in scenari mondiali, occorrono nuove forme di intervento costituite da coalizioni organizzate all’occorrenza per contrastare, controllare o reprimere focolai terroristici. Questo in particolare è l’orientamento degli Stati Uniti, dove si è affermato il con-
cetto della repressione preventiva, che richiede unità dotate di mezzi e tecnologie d’avanguardia (Objective Force / Forza d’Obiettivo), in grado di essere proiettate ovunque in non più di 96 ore e di operare, autonomamente e con la stessa efficacia, indipendentemente dal tipo di ambiente e dalla distanza dalla madrepatria. Ogni Esercito dovrà, comunque, comparare il suo strumento a tali nuovi criteri, caratterizzati da una perfetta interoperabilità. Pertanto, sarà necessario adeguare pianificazione, dottrina, formazione e addestramento delle unità, supporto logistico e sistemi in dotazione. LE OPERAZIONI IN AMBIENTE URBANIZZATO A rendere ancora più complesso il quadro di riferimento, si po50
ne la necessità di operare con efficacia nell’ambito di aree urbanizzate. La necessità di operare in tali ambienti e lo sviluppo dei sistemi d’arma connessi, implicano un salto qualitativo nel settore delle informazioni, in modo da conoscere tempestivamente la localizzazione dell’avversario, il tipo di minaccia che egli può portare, la sua possibile linea d’azione e le misure da adottare per evitare danni collaterali. Le operazioni in aree urbanizzate sono sempre molto difficoltose. Presuppongono specifiche capacità in termini di mezzi e procedure, in modo da realizzare una stretta correlazione tra sorveglianza e azione, binomio questo indissolubile per il buon esito delle operazioni. La capacità sensoriale e di combattimento, in aree urbanizzate, sarà in buona parte assicurata da sistemi robotizzati o senza pilota, connessi in
rete e in grado di muovere in maniera semiautonoma, rilevare immagini, effettuare riprese video, colpire con armi letali e non letali. Ciò in aderenza a quanto indicato dal gruppo di lavoro NATO Urban Operations 2020 , cui ha contribuito anche l’Esercito Italiano, particolarmente per quanto concerne le procedure d’azione e tipologie dei sistemi e degli equipaggiamenti, come già riportato sul numero 1/2003 di «Rivista Militare». IL DOMINIO DELLE INFORMAZIONI La lotta contro il terrorismo richiede una superiorità informativa, con particolare attenzione alla cosiddetta Tecnologia dell’informazione e delle comunicazioni (Information and Communication Technology / ICT).
LA GUERRA DELLE INFORMAZIONI Le misure per la protezione dei sistemi informatici propri e per un eventuale attacco a omologhi sistemi ostili sono definite «Guerra delle Informazioni». Tendono ad acquisire la superiorità e, possibilmente, il dominio delle informazioni. Le contromisure difensive o di assicurazione delle informazioni, comprendono la protezione dei cablaggi, la crittografia, le procedure d’identificazione e autenticazione, il controllo del traffico e la protezione dalle intrusioni. Mettere in atto efficaci misure di protezione informatica è una La tecnologia ICT, strumento indispensabile per perseguire il Dominio delle Informazioni, richiede funzioni quali raccolta e fusione delle informazioni, aggiornamento della base dati e rappresentazione sintetica della situazione, così da raggiungere la migliore correlazione tra le funzioni di sorveglianza, acquisizione, identificazione, Comando e Controllo e sistemi d’arma. Il Dominio delle Informazioni costituisce il motore principale delle operazioni del XXI secolo, comprese quelle relative alla difesa contro il terrorismo. La relativa tecnologia farà riferimento anche a tecnologie commerciali già disponibili nella miniaturizzazione e nell’intelligenza artificiale, nei sistemi di rete e nell’elaborazione, nelle banche dati e nei sensori intelligenti e multifunzionali, nei sistemi avanzati di simulazione e nei processi decisionali. Tuttavia, non bisogna sottovalutare le vulnerabilità proprie di questi sistemi. L’estensione delle reti, infatti, aumenta la possibilità di attacco con ridotta probabilità di essere intercettati e individuati. I crimini informatici sono i più difficili da risolvere e possono causare danni notevoli. Esistono in questo settore esper-
ti, mossi talora da semplice curiosità oppure dall’intenzione di dimostrare la propria superiori conoscenze nei confronti di sistemi di protezione ritenuti sicuri. Purtroppo, sono frequenti i casi di violazione intenzionale di sistemi informatici di società, amministrazioni e banche anche a scopo di lucro. Il futuro che si sta delineando vede Forze Armate sempre più digitalizzate: reti informatiche potranno realizzare nuove guerre, combattute non sul terreno, ma in scenari virtuali.
necessità per organizzazioni e Paesi tecnologicamente avanzati. Una cooperazione a livello internazionale s’impone senza ulteriori indugi. LA DIGITALIZZAZIONE La Digitalizzazione dello spazio della manovra, descritta con maggiore dettaglio in altri articoli della Rivista, ha lo scopo d’introdurre miglioramenti tecnologici nelle fondamentali funzioni di un combattente (vedere, 51
sentire, comunicare, operare, sopravvivere e muovere). La NATO ha già individuato le principali aree tecnologiche interessate alla bisogna, con particolare riferimento allo sviluppo di sensori, sistemi di comunicazioni, reti, sistemi di elaborazione, di gestione delle banche dati e di rappresentazione della situazione. Conseguentemente, è prevedibile un rapido incremento della diffusione dei sistemi digitalizzati, il cui impiego sarà esteso anche ai livelli ordinativi più bassi della catena di comando, per ottenere una più stretta connessione tra i diversi livelli ordinativi. È ormai necessario acquisire, in modo automatizzato, dati d’inte-
resse per il sistema di Comando e Controllo dell’unità, riducendo drasticamente l’immissione manuale dei dati, così da raggiungere l’effettiva capacità di Comando e Controllo su tutti gli elementi del sistema (sistemi d’arma, pattuglie, convogli, soldati). Rientrano in quest’ambito le problematiche legate alla realizzazione di adeguate reti di comunicazione, all’impiego di terminali e computer portatili e veicolari, ai sistemi di posizionamento e navigazione. 52
IL CONCETTO DI GUERRA RETECENTRICA Per sfruttare tutti i benefici introdotti dalla tecnologia digitale, è essenziale disporre di efficaci reti di comunicazione dedicate allo scambio dati tra diversi sistemi. Queste considerazioni sono alla base del concetto emergente di Guerra Retecentrica, noto con il nome di Network Centric Warfare. Il termine retecentrica è essenzialmente riferito ad una rete informatica che utilizza i più re-
centi sviluppi delle tecnologie di comunicazione e di informazione per interconnettere unità dislocate su un’ampia superficie, trasformandole così in un’unica unità virtuale, efficace e coordinata. Il concetto di Guerra Retecentrica prevede la disponibilità di una rete digitale idonea a ottimizzare le risorse, a rendere più efficace la manovra e a risolvere l’interoperabilità interforze. Si creano così coalizioni interforze reticolari, costituite da nodi sinergicamente interconnessi e, allo stesso tempo, sorgenti di dati e destinatari di informazioni. Verrà così meno il vincolo attuale di concentrare sensori ed erogatori di fuoco sulla stessa piattaforma, potendo invece utilizzare il sistema d’arma che, in quel momento, si trova nella condizione e posizione migliore, per battere un obiettivo individuato da sensori. È così possibile ridurre i tempi di risposta incrementando l’efficacia della manovra, adattandola all’evoluzione dell’azione. Il successo nella Guerra Retecentrica consente una maggiore capacità di sopravvivenza e un’elevata possibilità di modificare la propria organizzazione sulla base delle esigenze. In sostanza la guerra retecentrica,
Incursori dell’Esercito durante la bonifica di un edificio di Kabul.
abbandonando modelli organizzativi rigidamente strutturati, traduce la superiorità informativa in un aumento del potere di combattimento, collegando più efficacemente le proprie unità coinvolte nella battaglia. I PROGRAMMI Si è già ricordata la necessità di sviluppare sistemi dedicati alle operazioni in ambiente urbanizzato, anche a seguito delle lezioni apprese dai recenti conflitti. La lotta al terrorismo accentua la necessità di accelerare la digitalizzazione e la massima interoperabilità nell’ambito delle coalizioni. A questo punto sembra opportuno un esame dei principali settori e programmi. Il Comando e Controllo (C2) La capacità C2 è essenziale per il successo, perché deve consentire alle unità di ricevere e ordinare tempestivamente e in sintonia con il ritmo dell’azione. Le informazioni che alimentano il processo decisionale devono perciò giungere, quando servono, senza scollamenti o soluzioni di continuità. La sinergia delle risorse e le modalità di collegamento sono disciplinati dal programma di digitalizzazione dello spazio della manovra. Le Armi Non Letali Le Armi Non Letali sono tipiche dei conflitti cosiddetti «diversi dalla guerra», che hanno visto la Forza Armata impegnata, ancor prima delle operazioni di pace, in concorso con le Forze di Polizia. Tali armi consentono di limitare la letalità, soprattutto quando si affrontano gruppi o persone disarmate, allo scopo di sortire un effetto di de53
Si tratta di un sistema con puntamento ottico simile a un fucile con azionamento a pompa e munizionamento ad alta deformabilità e a energia cinetica costante. Il Settore Nucleare, Batteriologico e Chimico La facile reperibilità di aggressivi chimici e biologici, sviluppati incontrollatamente da nazioni tecnologicamente non evolute e di cui sono ancora pieni gli arsenali di molti Paesi, alimenta la minaccia di attacchi biologici e chimici. Pure la minaccia nucleare continua a destare preoccupazione. Non si co-
terrenza. Nel programma rientra lo sviluppo di bombolette che sprigionano gas al peperoncino, particolarmente indicato per irritare occhi e naso e per debilitare, conseguentemente, le capacità 54
di chi è sottoposto a tale azione. È in corso la definizione di un programma per lo sviluppo di armi non letali leggere, semplici da impiegare ed ergonomiche, efficaci nel raggio da 10 a 70 metri.
noscono, infatti, le quantità di testate nucleari disponibili. Per tali motivi il settore NBC (Nucleare, Batteriologico e Chimico) è balzato all’attenzione delle cronache. La Forza Armata dispone di strutture, personale e
Alpino paracadutista in addestramento.
mezzi di primissimo piano, in grado d’intervenire anche fuori area, specialmente per le attività di bonifica. È recente l’acquisizione di un Sistema campale per l’identificazione di aggressivi biologici (RAPID), costituito da un portatile per la rilevazione di microrganismi letali come l’antrace, la brucellosi, la peste, la salmonella e così via. È stato recentemente introdotto in servizio anche il Rivelatore di aggressivi chimici (HAPSITE), che consente di effettuare in loco l’analisi di composti organici volatili, anche di provenienza industriale. La robotica I robot sono destinati a sostituire l’uomo in attività pericolose o particolarmente gravose, come la rimozione di ostacoli, lo sminamento e la sorveglianza di aree d’interesse operativo. Le tipologie tradizionali di robot sono quelle relative ai robot sminatori, ai sistemi senza pilota, come i DRONE, gli RPV (Veicoli telepilotati / Remotely piloted vehicle ) e gli UAV (Veicoli volanti senza pilota / Unmanned Aerial Vehicle). La necessità di sviluppare capacità specifiche per operazioni in ambienti urbanizzati ha provocato lo sviluppo di nuovi tipi di robot più compatti e autonomi. La necessità di attraversare strade controllate da cecchini o di raggiungere e osservare appartamenti, stanze, caverne e luoghi similari richiede lo sviluppo di piccoli e maneggevoli sistemi robotizzati, dotati di capacità di volo, in grado di catturare immagini, video e suoni, inviare messaggi acustici e visivi, rispondere a eventuali armi da fuoco. Il panorama tecnologico è ricco di studi e proposte di sistemi e veicoli di ridotte dimensioni, 55
quasi tutti in versione prototipica. Alcuni di questi possono essere integrati con armi automatiche, in conformità ai concetti di robot da combattimento, in grado di eseguire arresti e reagire ad attacchi. In tale contesto va visto l’impiego in Afghanistan di un robot statunitense chiamato Packbot, che si è addentrato autonomamente all’interno di caverne, per ottenere immagini e video di luoghi altrimenti inaccessibili o pericolosi. L’Esercito Italiano è attivo anche in questo settore, in particolare con lo sviluppo prototipico di una vettura completamente autonoma, in grado di viaggiare sino a 40 chilometri orari ed evitare ostacoli improvvisi riconoscendo la sede stradale. Recentemente è stato approvato il Programma di ricerca e sviluppo Horus, che prevede la realizzazione di un ordigno lanciabile dai cannoni dei carri. Una volta lanciato, tale oggetto aprirà le ali e inizierà la sua missione di sorveglianza. Il settore dei robot avrà ricadute molto importanti nella lotta contro il terrorismo e in tutte le missioni ad alto rischio. Saranno dotati di sofisticati sensori e si muoveranno sempre più autonomamente, grazie all’applicazione di sofisti56
cate tecniche di intelligenza artificiale e di autoapprendimento. Potranno inoltre aprire il fuoco su un obiettivo. Il settore RSTA (Reconnaissance Surveillance and Target Acquisition / Riconoscimento Sorveglianza e Acquisizione Obiettivi) Tali sistemi sono costituiti da apparati multisensori per la cattura d’immagini, video, suoni, posizioni, distanze e quant’altro necessario per la rilevazione, l’acquisizione e l’identificazione d’oggetti all’interno di un’area. Grazie alle tecniche dell’elettronica e dell’elaborazione, è possibile effettuare operazioni di riconoscimento in tempo reale. I sistemi per la sorveglianza possono essere installati su piattaforme marine, terrestri o aeree. Di particolare interesse per l’Esercito sono i già ricordati sistemi senza pilota a bordo. Le dimensioni di questi sistemi di sorveglianza si stanno drasticamente riducendo, in funzione della miniaturizzazione delle componenti, delle piattaforme e dei sensori. Di particolare rilevanza per i singoli combattenti è
la minaccia portata dai cecchini. L’Esercito ha in corso una serie di programmi che tengono conto, inoltre, dell’evoluzione delle tecnologie d’identificazione e della necessità di inserire tali sistemi nell’ambito della digitalizzazione. Tra questi, il programma relativo a un sistema radar a corto e medio raggio, in grado di acquisire personale e veicoli in movimento, di riconoscere automaticamente gli obiettivi e di presentare su video i dati di direzione, distanza e velocità. La Forza Armata ha in atto anche programmi di acquisizione di UAV e micro-UAV, nonché di un radar eliportato. L’Italia partecipa, infatti, al programma NATO CAESAR (Coalition Aerial Surveillance and Reconnaissance / Coalizione per la Sorveglianza Aerea e l’Esplorazione), volto ad assicurare l’interoperabilità dei sistemi NATO di sorveglianza terrestre. Da citare è anche il programma relativo a un Sistema RSTA costituito da sensori installati a bordo di un veicolo, atto a operare in territorio ostile. Rientrano nel programma il ricorso alle più recenti tecnologie informatiche e all’impiego di Internet, di computer portatili e di tecniche avanzate di gestione delle comunicazioni. Le comunicazioni Il panorama dei programmi della Forza Armata non può concludersi senza un cenno alle comunicazioni. Il satellite italiano SICRAL, già operativo, rappresenta sicuramente il culmine di una gerarchia di sistemi di comunicazione che spaziano dalla radio del soldato al ponte radio a onde millimetriche del Posto Comando. In tale settore, estremamente dinamico, spiccano soluzioni relative a radio multibanda e multiprotocollo sicure, leggere, maneggevoli e compatte. Le più piccole hanno le di-
Personale di una squadra NBC in addestramento.
mensioni di un normale cellulare e sono destinate a equipaggiare il soldato quando è appiedato. Si tratta di apparati in grado di connettersi a una rete simile a Internet, mobile e con largo impiego di tecnologie WEB e reti senza filo. L’integrazione di queste tecnologie consentirà una rapida, puntuale ed efficace disponibilità di dati e risorse, semplificherà le procedure e incrementerà le capacità di comunicazione, diversificando bande e forme d’onda in funzione delle esigenze dinamiche degli utenti.
CONCLUSIONI Il drastico impatto sul quadro di riferimento degli avvenimenti dell’11 settembre ha imposto un riesame critico dei programmi di approvvigionamento. In questo contesto, i materiali che si avvalgono delle più recenti tecnologie elettroniche rappresentano un importante tassello dell’ampio mosaico di risorse che è necessario mobilitare per vincere il terrorismo, una forza dirompente ed oscura, che agisce su scala globale, contro la quale vanno approntati strumenti moderni, impiegati da personale altamente qualificato e specializzato. Tali strumenti e procedure
comportano, tuttavia, alcune vulnerabilità che è necessario individuare e dalle quali bisogna sapersi difendere. Nella marcia verso nuove frontiere scientifiche e tecnologiche rimane essenziale, per l’Esercito, il livello addestrativo dello strumento, connesso però a valori morali ed etici, che costituiscono le premesse essenziali per agire efficacemente in ogni condizione del moderno scenario ambientale e operativo.
* Colonnello, Responsabile del Progetto Tecnologie Avanzate dello SME 57
Imparare a prendere correttamente decisioni in qualsiasi momento costituisce un esercizio non secondario che contribuisce a dare una svolta alla professione e non ultimo alla propria vita
di Antonio Marchetti *
La decisione richiede un complesso procedimento mentale, a cui concorrono molti elementi recentemente individuati, che si possono potenziare in base a particolari procedimenti elaborativi. Tecniche giĂ collaudate aiutano cosĂŹ a risolvere il problema del decidere con naturalezza e disinvoltura, anche in situazioni estreme. La scienza aiuta dunque a compensare la poca esperienza. Bastano semplici regole, che anche i piĂš giovani possono applicare durante la giornata e, con un minimo di impegno su sĂŠ stessi, ottenere concreti benefici in molti ambiti.
D
urante una giornata prendiamo molte decisioni. Anche chi sta leggendo quest’articolo ha preso una decisione: ha deciso di leggerlo. Certo poteva non farlo, poteva evitarlo, eppure lo sta leggendo, con la facoltà in seguito di decidere se continuare nella lettura oppure interromperla. Comunque ha deciso, ha scelto. Prendere decisioni è talmente radicato nel nostro modo di fare che ormai non ce ne rendiamo più conto. Solo quando la scelta diviene prioritaria, tra i tanti avvenimenti di una normale giornata di vita, essa diviene visibile, emerge dalla nebbia della consuetudine per mostrarsi in tutta la sua prorompente vitalità. Ogni professione comporta scelte e prese di decisioni. Ogni professione caratterizza e diversifica le scelte. Ebbene, tra le tante figure professionali in cui la presa di decisione implica una radicata capacità di produrre scelte in breve tempo e con una non trascurabile componente emotiva, due sono quelle preminenti: il medico e il militare. In entrambi i casi, chi decide coinvolge perso-
ne, decide della loro vita fisica e psicologica. Pertanto, per saper ben decidere occorre conoscere i meccanismi di questo fondamentale processo ideativo. Cerchiamo allora di esaminare che cos’è la decisione e cosa s’intenda per presa di decisione, ma soprattutto perché si decide. LA CHIAVE DI TUTTO Si può affermare che la presa di decisione implica un procedimento guidato da una serie correlata di scelte, quali per esempio: trovare la soluzione del problema da soli o no; individuare le strategie migliori per risolverlo; scegliere il corso d’azione più efficace; bloccare il processo o continuarlo. Di conseguenza prendere o assumere una decisione, scegliere o arrivare a una soluzione sono procedimenti ideativi complessi e multifattoriali, che comportano il coinvolgimento di fattori esterni e interni all’essere umano. Chiunque pensi che l’azione decisionale prescinda dal carattere
Jacques-Louis David: «Napoleone incorona l’Imperatrice Giuseppina» (1805-1807).
e dalla personalità del decisore commetterebbe non solo un grave errore di valutazione ma rischierebbe di non comprendere il come, il quando, il perché si giunga a preferire un comportamento decisionale rispetto a un altro. Il compito della psicologia della decisione sta quindi nel capire, nel comprendere, nel tentare di conoscere gli intimi meccanismi, gli infiniti fattori e le influenze ambientali che permettono all’individuo di scegliere. Per meglio rendere visibile il meccanismo del processo decisionale, immaginiamolo come una sconfinata massa di liquido perennemente in movimento. Su essa agiscono infinite forze e al suo interno navigano, in apparente autonomia, particelle di sostanze aventi una loro connotazione e una loro identità. Tali particelle in un istante, per motivi apparentemente sconosciuti, si attraggono, si aggregano e inizia59
no a costruire, prima in modo anarchico poi sempre più razionale, una forma che, all’inizio indefinita, diventa immagine con una sua caratteristica e una sua proprietà. Il liquido è l’ambiente in cui viviamo, è la nostra personalità, è il nostro essere individui. Le particelle sono le nostre idee, le nostre conoscenze, quanto abbiamo già vissuto. L’oggetto formato è il nostro obiettivo finale, il prodotto della nostra decisione, mentre le forze che agiscono sul sistema sono le nostre paure, l’esperienza, il rischio dell’evento, la probabilità di riuscita, l’incertezza legata al risultato. PERCHÉ SI DECIDE Ogni persona, in una determinata situazione, sceglie un corso 60
d’azione rispetto a un altro, secondo un proprio processo ideativo che conduce a un determinato modo d’agire. Molte volte ci siamo posti interrogativi nell’atto di valutare la decisione adottata da un’altra persona e quante volte, se andiamo a ripescare nella nostra mente fatti accaduti a colleghi, parenti, amici, conoscenti che hanno affrontato una decisione con conseguenze positive o negative, ci siamo chiesti perché si è comportato in quel modo. Altre volte ancora, le nostre stesse decisioni riesaminate giorni o mesi o anni dopo, ci sono apparse strane, assurde o addirittura sbagliate. Questa nostra diversità di comportamento e di giudizio rispetto a quella degli altri, questa nostra rivisitazione critica rispetto a noi stessi racchiude l’anima del processo decisionale.
Infatti di fronte a un problema, posti nella doverosa condizione di decidere, ognuno di noi si comporta in modo diverso. Questo hanno cercato di spiegarlo psicologi e matematici, economisti e statistici, filosofi e ricercatori i quali, ognuno nel proprio campo, hanno cercato di esaminare e di individuare i vari stadi precedenti la decisione, per far sì che l’atto finale di scelta risultasse il più vicino possibile alla soluzione ottimale. COME DECIDERE AL MEGLIO È fondamentale sottolineare che la decisione, per essere attuata, necessita di un processo mentale non comune, per rimuovere e superare il blocco che ostacola il raggiungimento del risultato. Tale blocco è rappresentato da
A sinistra. Eugène Delacroix: «La libertà che guida il popolo» (1831). A destra. Jacques-Louis David: «Napoleone nel suo studio» (1810).
una serie di elementi che non solo interferiscono sulla corretta valutazione delle informazioni in nostro possesso relative all’atto che stiamo compiendo ma, paradossalmente, sono le stesse nozioni che ci servono per raggiungere l’obiettivo prefissato. Se per esempio un tale è alla fermata di un tram e deve decidere se attendere ulteriormente o prendere un taxi per arrivare puntuale a un importante appuntamento di lavoro, egli entra in uno stato d’ansia nell’indecisione di prendere un taxi. Esaminiamo le diverse fasi valutative che intervengono nella decisione: la probabilità che con il taxi possa recuperare il tempo perduto alla fermata; l’incertezza legata al ritardo del mezzo pubblico; il rischio di arrivare in ritardo a un importante appuntamento; lo stato d’emotività. Tutte queste componenti rappresentano il blocco che ostacola il raggiungimento dell’obiettivo prefissato (il rischio di perdere un affare; l’incertezza del mezzo di trasporto; la probabilità d’insuccesso; la paura di non farcela), ma rappresentano, anche e soprattutto, gli elementi che compongono la capacità valutativa del soggetto. Quest’ultima, infatti, si basa non solo sulla raccolta e sull’analisi di tutte le informazioni possibili relative al caso in esame, ma anche sulle altre possibilità a disposizione per raggiungere l’obiettivo. Si tratta, in pratica, di ridurre al minimo il livello di rischio e d’incertezza legato ai vari risultati possibili attraverso l’eliminazione di errori di sopra o sottovalutazione. Quest’operazione di codifica61
Jean-François Millet: «Ritratto di un Ufficiale di Marina» (1845).
Naturalmente ciò che acquista rilievo, nella scelta finale, è la valutazione soggettiva del rischio che ognuno dà a una determinata situazione. Questa percezione soggettiva del rischio è una caratteristica individuale, cioè la sua preferenza o propensione al rischio. Pertanto, chi prova piacere per le sfide che implicano un azzardo intraprenderà, più spesso di altri, azioni obiettivamente più rischiose. Da ciò ne deriva che se il decisore con caratteristiche di questo tipo è a capo di un gruppo, tutto il gruppo risentirà di tale modo d’agire e sarà tendenzialmente più portato ad agire in modo rischioso. Nel caso proposto, se il decisore fosse appartenuto alla categoria suddetta avrebbe con quasi certezza scelto di attendere il tram rischiando di fare tardi all’appuntamento, perdere un’occasione ma avrebbe soddisfatto la sua indole di scommettitore. La probabilità
zione delle informazioni comporta, poi, l’elaborazione di una strategia comportamentale per collegare le nuove conoscenze agli schemi mentali già esistenti, per ridurre al minimo le fonti d’incertezza e, quindi, di errore.
chico del decisore. Queste nove variabili sono sempre presenti in qualsiasi decisione, dalla più semplice alla più complessa. Applichiamo quindi questi fattori all’esempio di poco fa. Il rischio
LE VARIABILI DEL PROCESSO DECISIONALE Le variabili che interferiscono più frequentemente nella presa di decisioni sono: il rischio; le probabilità (di riuscita o meno); l’incertezza; l’utilità; le scelte individuali; gli errori di giudizio e la raccolta d’informazioni; l’esperienza già vissuta; l’ambiente in cui si svolge l’azione; lo stato psi62
Il rischio è rappresentato dalla possibilità di arrivare tardi all’appuntamento a causa del ritardo del tram. Esso è presente ogni qualvolta si conoscano gli esiti di una decisione da prendere (se si aspetta il tram, si potrebbe arrivare in ritardo) e le probabilità di riuscita o non del progetto a esse associate (forse perderò un’opportunità).
La probabilità è la valutazione della possibilità che un determinato evento accada. Nel caso riportato, consiste nella consapevolezza che il ritardo del tram possa impedire la buona riuscita di un incontro di lavoro. Tale previsione si basa o su esperienze già vissute, sperimentate, provate e subite (ritardo dei mezzi pubblici), su informazioni indirette avute da altri, o su convinzioni del tutto personali (persistente inaffidabilità dei mezzi pubblici) esaltate dall’emotività e dalla natura caratteriale del decisore (convinzione di una sfortuna persecutoria). L’incertezza Il terzo elemento variabile nel processo decisionale è l’incertez-
Edouard Manet: «Suonatore di piffero» (1866).
za. Con essa ci si riferisce a tutte quelle situazioni nelle quali chi decide, pur conoscendo il risultato della scelta (prendere il taxi), ignora le conseguenze legate a tale alternativa (arrivare ugualmente tardi per via del traffico o per imperizia del tassista). Il problema legato all’incertezza del risultato è centrale per lo studio del processo decisionale, sia perché spesso le conseguenze delle azioni intraprese possono protrarsi oltre l’obiettivo (in un incidente con il taxi si è rimasti fermi per lungo tempo) sia perché non si può essere completamente certi che l’esito ipotizzato si verifichi poi realmente (prendere il taxi e arrivare ugualmente in ritardo, oppure arrivare puntuale, ma non trovare chi si sperava). È proprio l’impossibilità della certezza del risultato la causa che alimenta e supporta l’incertezza (prendere il taxi e fare comunque tardi). L’incertezza crea il dubbio e il dubbio la titubanza, la titubanza il tentennamento e, infine, l’insicurezza. Per ovviare a tutte queste emozioni frenanti, devianti il normale corso del processo decisionale, si possono adottare varie tecniche che ridimensionano notevolmente lo stato di tensione. Si possono, quindi, utilizzare strategie e modelli comportamentali già sperimentati e sicuri (già altre volte il tram ha ritardato, ma si è giunti in tempo) oppure si può ricorrere a una logica deduttiva che dia sicurezza (se il tram non arriva, con il taxi si può recuperare il tempo perduto alla fermata). In definitiva, il grado d’incertezza relativo a un evento è direttamente ricollegabile alla conoscenza che ognuno di noi ha dell’azione che sta compiendo. Più informazioni si avranno su quel caso, più esperienze analoghe avremo vissuto e più facile sarà 63
razionalizzare l’evento e controllare o contenere sia l’insicurezza sia l’incertezza nell’affrontare serenamente il problema. Le scelte individuali Di fronte a un problema da risolvere, ciascuno si comporta in modo diverso. Così come non esistono due persone uguali, così non esistono due decisioni uguali. Questo perché l’individuo è il prodotto vivente di tanti piccoli eventi che hanno costruito la sua vita giorno dopo giorno, contribuendo a formare la sua esperienza, la sua cultura, il suo carattere, la sua personalità, il suo ambiente sociale, le sue amicizie. Le Polizie di tutto il mondo sanno che se dieci persone assistono a una rapina, nel descriverla forniranno dieci versioni differenti. Se poi sono sollecitate a delineare i tratti somatici del rapinatore, lo descriveranno con i caratteri fisici ritenuti più importanti: il naso, la bocca, gli occhi, il viso. In definitiva, i testimoni saranno più portati a ricordare e, quindi, a descrivere quei particolari che, per scelta personale, per affinità, per assonanza, ritengono più familiari o più conosciuti (il naso, la bocca, oppure altri particolari fisici del delinquente ricordano loro conoscenti). Non va però dimenticato che quest’atto di selezione e di scelta di alcuni caratteri rispetto altri è il prodotto di quel fenomeno che in psicologia è definito «Percezione» e che si raffigura in un processo dinamico e attivo attraverso il quale si ha la presa di coscienza degli eventi. Nella percezione si distinguono due tempi d’apprendimento: la presa di coscienza (elaborazione dei segnali quali naso, bocca, spalle e altro, ricevuti secondo uno schema percettivo legato all’esperienza individuale di Tizio, di Caio, di Sempronio); la modalità attiva con la quale la percezione si manifesta (è il caso 64
dell’identikit scaturito dalle testimonianze). Il contenuto sensoriale è sempre presente nella Percezione. Questa, però, fa da filtro nei confronti dei messaggi inviati. Lo studio di tale filtro deve essere fatto tenendo conto delle relazioni connesse al processo decisionale, dell’istante in cui si manifesta la percezione e delle caratteristiche dell’individuo. Ogni Percezione, infatti, è conseguenza di tutte quelle precedenti e concorre a caratterizzare quelle che si manifesteranno in futuro. Gli errori La variabile errore è sicuramente importante nella fase di predecisione.
Il decisore compie generalmente errori di valutazione, di raccolta dati e di coordinamento delle informazioni. Se la fase della valutazione, della raccolta e dell’elaborazione dei dati è deficitaria, incompleta e superficiale si produrranno errori spesso fatali per il decisore. È questo il caso di un alpinista che, nell’affrontare una scalata, valuta male lo stato della neve, non esamina sufficientemente il bollettino meteorologico, non si consiglia con le guide alpine del luogo, non si equipaggia in modo idoneo oppure non prevede che la scalata possa durare più del tempo programmato. Egli metterà in atto una serie di errori di valutazione, di raccolta e di elaborazione dei dati che fatalmente lo porteranno ad assu-
A sinistra. Jacques-Louis David: «Giuramento dell’Armata fatto dall’Imperatore dopo la distribuzione delle Aquile nello Champ de Mars a Parigi il 5 dicembre 1801», particolare (1810). A destra. Edouard Manet: «Esecuzione dell’Imperatore Massimiliano» (1867).
mere una decisione (partire ugualmente) pericolosa. L’esperienza già vissuta Molto spesso chi decide, per uscire dalle sabbie mobili dell’incertezza, del rischio e dell’indecisione fa appello a ricordi o a situazioni analoghe già precedentemente affrontate. In un ristorante sul mare il decisore sta leggendo il menù. Lo sguardo cade sull’elenco dei primi piatti. Scorre rapidamente la sequenza delle portate e si sofferma su una a lui sconosciuta. Si chiede cosa sia (dubbio), ma visto che si trova sul mare pensa che sia a base di pesce (probabilità), cibo che lui non gradisce (scelta individuale). Dato che non intende chiamare il cameriere per chiedere gli ingredienti, lo ordina ugualmente (errore), in quanto in precedenza ha mangiato un piatto simile che conteneva asparagi (esperienza già vissuta), ma potrebbe anche essere a base di carne, quindi decide di provare (rischio), anche perché non vuole perdere tempo (emotività). Nell’esempio riportato, al decisore l’esperienza già vissuta non è servita a nulla, né gli è stata buona consigliera. Infatti il piatto che ordina, suo malgrado, è di prelibato pesce mediterraneo. Il nostro amico ha commesso un cumulo incredibile di errori: non ha interpellato il cameriere per conoscere gli ingredienti della portata; non ha raccolto altre informazioni da altri commensali, relative al piatto che desiderava. Di fatto ha deciso
nell’illusione che l’esperienza già vissuta fosse sufficiente allo scopo e, nell’ansia di far presto, ha dedotto che fosse una portata di verdure solo perché l’anno prima un piatto analogo era con asparagi. In conclusione, egli era destinato ad adottare una decisione errata, come poi è fatalmente accaduto. Va precisato che per comparare un atto che si sta compiendo con un altro già vissuto occorre confrontarlo con avvenimenti analoghi già accaduti, racchiusi in un archivio virtuale di eventi localizzato nella mente. Quest’azione di confronto può avvenire grazie alla «Rappresentazione», che consente di riconoscere un fatto, un oggetto, un episodio, un evento grazie alla registrazione che abbiamo fatto di lui in passato. Ciò avviene perché, attraverso la memoria (insieme di reazioni chimiche che si compiono nel cervello quando, per fatti emotivi, sensoriali o volontari, desideriamo richiamare al presente episodi, fatti, circostanze, nomi, date, dal passato), immagazziniamo e registriamo azioni, volti, rumori, parole, avvenimenti. La raccolta di queste informazioni
produrrà la formazione, nella nostra mente, di schemi di comportamento che automaticamente si andranno a confrontare con l’evento che in quel momento si sta vivendo. L’insieme di questi schemi forma appunto la rappresentazione. Se il suono di una determinata tonalità, intensità, forza e durata lo associamo alla sirena di una nave, lo possiamo fare solo se quel segnale è stato già sentito, identificato e memorizzato. La rappresentazione, dunque, non è altro che il raffronto tra l’evento che si sta vivendo con un altro già vissuto, che c’informa su che cosa sia quello stimolo e quali conoscenze abbiamo di lui. Ma questo non significa che agli stessi eventi corrispondano soluzioni simili, anzi a volte è proprio il contrario. L’esperienza già vissuta serve solo per facilitare il processo decisionale, non per condizionarlo. In definitiva è una scorciatoia del lungo percorso che porta alla decisione finale. L’ambiente L’ambiente influisce sul processo decisionale. In un ricevi65
mento dove tutti sono in abito elegante, oppure se si va in zone degradate, si sceglieranno di conseguenza gli abiti più adatti da indossare. L’ambiente è dunque condizionante per le decisioni e spesso accelera la scelta. Infatti, accorrendo per una situazione d’emergenza si cercherà di attivare ogni mezzo possibile per arrivare prima. L’emotività Tra le ultime variabili che influiscono sull’atto decisionale c’è l’emotività. Questa aleggia, s’insinua, s’intromette, interferisce, consiglia, suggerisce e spazia su tutti gli atti che implicano una decisione, imprimendo accelerazioni o frenate, indecisione o rassegnazione, euforia o depressione nel momento culminante. Quante volte di fronte a una 66
difficile decisione ci siamo tirati indietro e quante volte ancora, prima di una prova da sostenere, la nostra voce emotiva ci ha consigliato di andarcene. Se potessimo pescare liberamente nel mare dei nostri ricordi, sono certo che troveremmo tracce di scelte fatte in cui l’emozione del momento stava per condizionare e, talvolta, ha condizionato una decisione già presa (stare sul punto di sostenere un esame, ma andarsene prima). L’emotività è qualcosa che va frenata e dominata. Essa emerge dal nostro profondo spontaneamente, naturalmente, espandendosi sull’atto che stiamo compiendo in tutta la sua impalpabile essenza e lo domina, lo condiziona, lo alimenta. Pertanto, quando ci si accinge a decidere, occorre tenere presente che lo stato emozionale in cui ci troviamo può condiziona-
re la nostra scelta. Sarebbe come se un marinaio che si accinge a navigare non considerasse la forza del vento nello stabilire la rotta, pur se è proprio il vento che dà velocità alla barca ma è anche il vento che può squassarla, affondarla, impennarla, rovesciarla, farla vibrare. L’emotività è il vento della nostra barca delle decisioni e, come un veliero, le nostre decisioni subiscono, sotto il vento dell’emotività, accelerazioni, frenate, tentennamenti, sbandamenti, titubanze, capovolgimenti di fronte, naufragi. Questo perché il processo decisionale non è una fredda e compassata elencazione di atti e valutazione di eventi né tantomeno una rigorosa sequenza di dati da acquisire, elaborare, manipolare e sviluppare. Non è neppure una semplice collocazione di tessere che andranno a costruire il mo-
A sinistra. François Gérard: «Ossian» (1801). A destra. Jean-Antoine Gros: «La capitolazione di Madrid», particolare (1810).
saico della nostra decisione, ma è l’essere umano nella sua totalità fatta di anima e corpo, di mente e sostanza, di paure e risentimenti, di gioie e dolore, di vita e morte, di educazione, di cultura. La sequenza degli eventi, la raccolta dei dati, l’elaborazione e valutazione delle azioni passano tutte attraverso il filtro della personalità del decisore. Ragione per la quale di fronte a un problema, due persone a parità di nozioni si comporteranno in modo diverso perché giudicheranno diversamente la situazione e, con essa, la decisione collegata a quell’atto. DEPRESSIONE ED EUFORIA Un conto è decidere in piena crisi depressiva altro è dopo aver ricevuto una buona notizia. Valenti storici, rileggendo con senso critico le decisione adottate dal Presidente americano Franklin Delano Roosevelt a Yalta, sono giunti alla conclusione che alcune delle eccessive concessioni territoriali e politiche accordate a Stalin fossero nate dalla gravissima crisi depressiva in cui era sprofondato, nella consapevolezza che la sua malattia lo avrebbe fatto vivere ancora per pochi giorni. In questo caso, come in quasi tutti quegli eventi decisionali nel quale irrompe la negatività caratteriale (sindrome depressiva, paura di morire, consapevolezza di non farcela, insicurezza, inadeguatezza del ruolo ricoperto), l’emotività a essa legata causa un blocco ideativo, comparativo e valutativo delle informazioni in possesso del decisore, provocando errori di giudizio che han-
no le caratteristiche della passività o della sopravvalutazione degli eventi. All’opposto vi è l’atto decisionale in fase d’eccessivo ottimismo. Il decisore, in questo caso, tenderà a sottovalutare gran parte delle nozioni in suo possesso, non rendendosi conto che l’euforia sarà cattiva consigliera. Alla luce di tutto quello sinora detto, torniamo all’esempio iniziale riguardo alla scelta tra il tram e il taxi. Lo stato emozionale ha interferito sull’attesa del protagonista in modo pienamente conforme a quanto abbiamo esaminato: ha di fatto accelerato vertiginosamente la decisione finale. Infatti, prima che l’ansia del ritardo attanagliasse il decisore, egli si era tranquillamente predisposto ad aspettare il tram senza nessuna particolare carica affettiva. Solo con l’avvicinarsi dell’ora dell’appuntamento e constatato che l’eventuale ritardo avrebbe potuto causargli un danno ha optato per il taxi. Se fosse stato affetto da una sindrome depressiva, avrebbe invece passivamente subito il ritardo e, con questo, la perdita di un’occasione favorevole che per lui, portatore di una visione gri-
gia e negativa della vita, avrebbe rappresentato un’ulteriore conferma del suo malessere interiore (sapere che sarebbe andata male), non rendendosi conto che il mancato raggiungimento della meta non era dovuto a eventi in sé sfavorevoli, ma alla sua incapacità reattiva (sopravvalutazione degli eventi). Al contrario un soggetto positivo, ottimista, radiosamente aperto alla vita, avrebbe aspettato il tram confidando nella sua buona stella (ritardo della persona convocante, secondo una sottovalutazione degli eventi) e nella speranza che con il tram avrebbe potuto recuperare il tempo perduto. LA «NON DECISIONE» La non scelta è un argomento affine e complementare al processo decisionale. È un atto del tutto normale che rappresenta una delle possibilità per affrontare la soluzione di un dilemma. Perché scegliamo di «non scegliere»? Perché, nel momento di decidere, ci rendiamo conto che non siamo preparati ad affrontare il problema. Ciò può dipendere da: impreci67
Jean-Antoine Gros: «Carica di Cavalleria guidata dal Generale Murat alla battaglia di Aboukir», particolare (1806).
LE DECISIONI IN CONFLITTO
sa e incompleta raccolta dei dati in nostro possesso; inesatta valutazione del problema; errata scelta dell’obiettivo prefissato; insufficiente numero di informazioni in possesso; poco tempo che ci divide dalla decisione. Da ciò si deduce che sono tre i comportamenti decisionali che ne possono derivare: rifiuto, che comporta l’accettazione dello status quo ante perché sono state di fatto rigettate tutte le possibilità offerte per decidere (per stanchezza non prendere né tram e né taxi); rinvio, determi68
nato dall’esigenza di esaminare ulteriori elementi oltre quelli disponibili (non andare all’appuntamento, perché non si è sicuri sulle proposte); disattenzione, in cui gli elementi a disposizione non sono organizzati dal decisore in modo tale da favorire una decisione (assenza di gente alla fermata e di tram in transito). In questo caso il decisore non ha saputo ricondurre l’assenza di passeggeri e di tram alla fermata a qualche impedimento (soppressione della fermata, sciopero di mezzi pubblici).
Spesso nel decidere siamo titubanti, esitanti, perplessi, dubbiosi. Proprio in questi casi, invece, è fondamentale sapere cosa fare, come comportarsi, come agire, a chi chiedere consiglio. Il depositario di tale dilemma può scegliere diverse maniere d’agire, ma ognuna di esse rispecchierà il suo carattere e il suo modo di pensare. Potrà, infatti, optare per l’aderenza senza conflitto, per il cambiamento, oppure per l’evitamento difensivo. L’aderenza senza conflitto si ha quando il cambiamento é troppo rischioso, perciò si preferisce attendere gli eventi. Come risultato non si ha nessun conflitto, nessuna titubanza, ma concreta e immediata serenità di giudizio. Il cambiamento è una situazione totalmente opposta alla precedente, nella quale ci sono ragioni valide per un mutamento radicale (estrema difficoltà nel raggiungere un obiettivo, insopportabilità del posto di lavoro, lontananza da casa, motivi di salute, questioni economiche e altro ancora). In questo caso, il decisore ha effettuato un’analisi qualitativa (poca stima, inadeguatezza, tensioni varie, distanza) e quantitativa (poco guadagno) del suo attuale lavoro, giudicando l’altra attività più gratificante e produttiva (persona decisa e sicura di sé). L’evitamento difensivo è il caso in cui mancano elementi sufficienti per valutare il cambiamento (nessuna conoscenza del nuovo ambiente, guadagno mal definito). In quest’esempio le domande che si pone il decisore sembrano apparentemente risolutive per escludere il cambiamento, ma di fatto non lo sono: non producono alcun valido ef-
fetto, il decisore è passivo, indeciso, insicuro. È questa una situazione di stallo sterile e inutile, mentre avrebbe potuto: rinviare la scelta a un momento successivo (far passare un certo tempo e poi vedere cosa succede); delegare ad altri la responsabilità della decisione (qualcun altro più esperto che decida o che consigli); esaltare le conseguenze favorevoli della decisione e minimizzare quelle negative (accettare rinunce e sacrifici al fine di avere una vantaggiosa contropartita); adottare un’ipervigilanza (decidere senza potersi avvalere di altri o di altro che di sé stesso). In quest’ultimo esempio siamo in pieno conflitto emotivo, dovuto a un aumento della tensione legata al poco tempo disponibile, all’ansia di far presto e al disagio indotto dall’esser solo e senza aiuti per decidere (persona ansiosa). Qualsiasi decisione sarà adottata, essa sarà il frutto non di una razionale e pacata analisi della situazione che si prospetta, ma il prodotto del carattere e della personalità del decisore. Cambierà o non cambierà lavoro a prescindere dal tipo di attività che andrà a intraprendere, ma seguendo solo lo stato d’animo del momento. LA DECISIONE DEGLI ESPERTI Esperto è colui il quale ha esperienza, conoscenza diretta per lunga pratica o osservazione personale dei fenomeni della vita, della scienza e dell’arte. È a lui, al dotto, al perito, al consulente, allo specialista che ci affidiamo ogni qualvolta desideriamo avere una parola definitiva su un qualcosa che c’interessa. È il faro e la luce che cerchiamo nei momenti di bisogno, a sostegno di una nostra tesi per la risoluzione di un nostro dubbio. Questo perché lo riteniamo capace per cultura e conoscenza di capire, di
risolvere, di sbrogliare i nostri e gli altrui problemi. Gli esperti, però, incontrano anche loro errori o difficoltà nell’iter decisionale, imbattendosi in situazioni difficili e complesse che li portano a fallire nonostante abbiano a disposizione una vasta gamma d’informazioni. Non è sempre vero che le informazioni annullino gli errori, in quanto sono sempre presenti le stesse variabili del processo decisionale: incertezza, probabilità nella riuscita, rischio, scelta individuale, esperienza già vissuta, ambiente, emotività.
Jean-Dominique Ingres: «Il sogno di Ossian» (1813).
Quello che rende gli esperti meno vulnerabili all’errore è una maggiore conoscenza dell’argomento specifico e un’ordinaria quotidianità nella soluzione dei problemi. Hanno, quindi, una maggiore dimestichezza con una determinata realtà, acquisita con una lunga pratica e con l’osservazione diretta e personale. Un medico, per esempio, è tanto più bravo quanto più ha cultura specifica nel settore. Il grande 69
Théodore Géricault:«Ufficiale dei Cacciatori a cavallo durante la carica» (1812).
chirurgo non è solo un professionista all’apice della carriera, ma è anche il depositario di tante nozioni e ha al suo attivo numerosi interventi operatori che lo portano a prevedere una patologia già prima che si manifesti. Gli esperti possono sbagliare perché il processo decisionale non si discosta dal procedimento generale, che inizia partendo dalla capacità valutativa. Quest’ultima si basa sulla raccolta e conoscenza di tutte le informazioni possibili e sulle eventuali vie alternative che l’esperto ha a disposizione. 70
La raccolta e la conoscenza di tutte le informazioni possibili relative al caso in esame tende a conoscere esattamente l’area d’azione (per un medico: l’anamnesi del paziente; l’analisi di laboratorio, radiografie, precedenti manifestazioni della stessa patologia, malattie correlate, familiarità; per un ingegnere: calcolo del cemento armato, situazione geologica del terreno, tenuta dei materiali; per un avvocato: precedenti penali, alibi, perizie e così via). Le eventuali vie alternative sono quelle che l’esperto ha a di-
sposizione per risolvere il problema e giungere alla soluzione, come la diagnosi (prescrivere altri accertamenti, chiedere la consulenza di un altro collega, ricoverare per meglio accertare la causa dei sintomi), il progetto (cambiare zona di costruzione, fare un palazzo di venti piani e non uno di quaranta) o la preparazione del processo (decidere sull’infermità mentale o puntare sull’alibi e sui testimoni). Si tratta, in pratica, di ridurre al minimo il rischio e l’incertezza legati ai vari risultati possibili, attraverso l’eliminazione di eventuali errori di sopra o sottovalutazione: (un dolore al petto pur presente nell’infarto cardiaco, lo è pure in una banale infiammazione dei muscoli respiratori; la crepa in un muro può essere un segnale di cedimento strutturale ma anche un distacco d’intonaco). L’esperto, dunque, raccogliendo dati e servendosi delle informazioni di cui è in possesso, cerca di controllare l’errore provocato dall’incertezza nell’attribuire a un risultato un valore diverso da quello reale e dal rischio che possa essere mal interpretato. Il cardiologo, il chirurgo, l’ingegnere, il dirigente, l’avvocato, prima di attuare una decisione effettuano un’accurata stima di tutte le possibili soluzioni attraverso lo studio, l’esame e la valutazione delle informazioni a loro disposizione. Questa codificazione delle informazioni comporta poi l’elaborazione di un’ipotesi decisionale, che permette di collegare le nuove conoscenze (risultato degli esami di laboratorio, calcolo del cemento, perizia) con gli schemi mentali già esistenti (esperienza acquisita, cultura specifica in un settore) per ridurre al minimo le fonti d’incer-
Théodore Géricault:«Ufficiale dei Cacciatori a cavallo durante la carica».
tezza e, quindi, di errore. Alla fine di tutto questo, l’esperto è pronto per prendere una decisione, che sarà tanto più aderente alla soluzione ottimale quanto maggiore è stata l’esatta raccolta dei dati, la loro valutazione e interpretazione. Il tutto vagliato dal proprio bagaglio culturale. Una decisione negativa è frutto di: raccolta imprecisa dei dati (al paziente sono prescritti non tutti gli esami necessari; superficiale esame del terreno; scelta sbagliata dei testimoni); sottovalutazione dei sintomi (dolore al braccio sinistro sottovalutato ed interpretato come artrosi cervicale; presenza d’acqua in prossimità delle fondamenta del palazzo); poca cultura dell’esperto in quel settore (gastroenterologo che visita un cardiopatico; ingegnere edile che progetta un aereo; avvocato penalista che sfocia nel campo civilista); errore di valutazione e di elaborazione delle informazioni (abbassamento di voce valutato solo come faringite e non come possibile polipo delle corde vocali; crepe sui muri valutate solo come assestamento); interpretazione imprecisa dei risultati (un aumento della glicemia valutata solo come rialzo momentaneo e non come primo sintomo di un diabete latente); sottovalutazione (nel caso di un medico, attribuire la causa di un sintomo solamente allo stato psico-emotivo del paziente. LA NEGOZIAZIONE Anche in questo caso la realizzazione di un obiettivo prefissato è frutto di un’attenta presa di decisione. Diversamente dagli esempi prima raccolti nella decisione degli esperti, nella negoziazione ci troviamo di fronte al caso in cui non è il singolo a do-
ver decidere, bensì più persone. In questo caso, l’esito finale è il prodotto di più menti pensanti aventi una loro caratteristica, una loro personalità, una loro cultura, radici sociali e stati emotivi diversi. Quindi, il complesso degli eventi e delle variabili interferenti relative all’atto decisionale, che gravavano prima sulla persona, ora gravano sulle persone, moltiplicando all’infinito tutte le possibilità d’errore. Lo scopo ultimo della negoziazione è di mettere d’accordo più parti su un obiettivo finale che
sintetizzi i reciproci interessi. Pertanto, occorre coordinare i singoli individui che costituiscono i gruppi a confronto e far sì che ogni singolo componente non si senta autonomo nel decidere, ma funga da esperto in un determinato settore, tanto che alla fine si produca un’unica decisione che è il prodotto dei singoli pareri. Cosa apparentemente facile, ma ottenibile solo con il dispendio di enormi fatiche e con la certezza di essere portatori di una notevole dose d’esperienza. Nel caso della negoziazione, l’obiettivo è il più delle volte co71
nosciuto (una maggiorazione economica; lo sconto su un acquisto e così via). La complessità del problema risiede nel decidere le mosse che si debbono attuare per fare accettare le proposte alla controparte e, soprattutto, convincere la controparte che le sue proposte sono irrealizzabili. In questo gioco delle parti gli atti decisionali si susseguono velocemente e solo una mente esercitata, abituata e allenata per tale scopo, può reggere il ritmo senza commettere grossolani errori di sotto o sopravvaluta72
zione delle proprie e delle altrui offerte.
Anne-Louis Girodet: «L’apoteosi degli Eroi francesi morti per la patria durante la guerra della libertà» (1802).
AIUTI PER PRENDERE UNA DECISIONE Vi sono alcune tecniche, oramai collaudate, che facilitano di molto la presa di decisione. Naturalmente queste metodiche sono utilizzate per la ricerca di soluzioni complesse, che si ripercuotono positivamente o negativamente su più persone. Nella pratica quotidiana sono di difficile attuazione, ma ciò non
toglie che non possano essere utilizzate. Esse comprendono: analisi della decisione; raccolta delle informazioni aggiuntive; tecniche di focalizzazione; sistemi artificiali. ANALISI DELLA DECISIONE Comporta la valutazione dei va-
Théodore Géricault:«Trombettiere degli Ussari» (1813).
ri passaggi costituenti il processo decisionale e provocherà la scelta maggiormente compatibile con l’obiettivo prefissato. La va l u t a z i o n e p reved e la strutturazione del processo decisionale, la valutazione delle conseguenze, la valutazione delle incertezze, la valutazione delle alternative, l’analisi della sensibilità. La strutturazione del processo decisionale consente l’analisi profonda del problema, ottenendo in tal modo una precisa visione degli obiettivi da raggiungere e delle diverse vie percorribili (si riesce a quantizzare la complessità del problema e stabilire i vari modi d’intervento). Se torniamo al primo esempio del tram, del taxi e dell’appuntamento di lavoro, il problema si struttura assegnando le priorità (non bisogna fare tardi all’appuntamento, si deve raggiungere il posto prefissato all’ora stabilita, ci si può servire del tram o del taxi, con una complessità del problema davvero minima. La valutazione delle conseguenze esamina le ripercussioni (sono gravi: perdere un’opportunità). La valutazione delle incertezze (è media: ci si può servire del taxi, se il tram dovesse tardare). La valutazione delle alternative (nessuna è possibile: giungendo tardi si perderà un’opportunità). L’analisi della sensibilità consiste nel variare i valori di probabilità degli eventi, constatando in che misura la decisione è sensibile a queste variazioni: giungendo tardi non si perde alcuna opportunità (non è vero, perché chi aspetta ama la puntualità); è possibile che chi aspetta faccia tardi (non è possibile, in quanto il proponente è sempre puntuale). Pertanto, la decisione non risente variabili, quindi bisogna arrivare in orario.
RACCOLTA DELLE INFORMAZIONI AGGIUNTIVE Può accadere di possedere poco tempo per acquisire tutte le informazioni necessarie. Per avere una completa raccolta dei dati occorrenti è buona norma scomporre un problema in tanti piccoli gruppi, che andranno esaminati singolarmente per poi ricomporli. Così facendo, rimarrà più semplice e agevole usufruire delle informazioni in possesso e individuare il settore in cui si è carenti di notizie. Questa tecnica è generalmente
adottata dagli agenti di borsa e dai medici, i quali, esaminando una gran quantità di dati relativi ai titoli o alle analisi, presentano un grado elevato d’incertezza decisionale legato ai numerosi dati da esaminare. Per abbassarla tendono a ridimensionarli. Dunque, per facilitarsi il compito scompongono le informazioni in loro possesso, le semplificano, le codificano, le raggruppano per poi ricombinarle sino a ottenere uno schema semplificato che ponga in risalto i soli parametri significativi. 73
Théodore Géricault:«Soldati feriti nella ritirata dalla Russia».
TECNICHE DI FOCALIZZAZIONE Servono a ravvivare l’abilità del decisore nel produrre giudizi logici atti a promuovere una maggiore abilità nell’evidenziare l’informazione o il gruppo di dati maggiormente proficui per il raggiungimento di una buona decisione. Esse sono: l’analisi dell’informazione isolata (esamina ogni informazione e per ognuna esprime una decisione); la focalizzazione minima; l’analisi soggettiva della sensibilità bilanciata (prevedere sommariamente l’esito finale avendo a disposizione tutte le informazioni). 74
SISTEMI ARTIFICIALI Per quanto la mente umana abbia risorse infinite, vi sono delle situazioni nelle quali, per poter attuare una veloce, sicura, precisa, accurata e esatta valutazione di un problema, occorre servirsi di sistemi artificiali. Basti, infatti, pensare all’aiuto che tali forme d’intelligenza costruita danno agli astronauti in volo, attraverso la formulazione di nuove rotte. Il contributo fornito dall’intelligenza artificiale nella risoluzione dei problemi complessi è ormai un dato acquisito. Tali sistemi possono dividersi in Sistemi Esperti e in Sistemi di Supporto alle Decisioni.
I Sistemi Esperti operano in settori in cui è richiesto l’intervento di un esperto. Sono programmi che presentano una vasta gamma di conoscenze selezionate per settori d’indagine. Si utilizzano quando la capacità della mente è insufficiente a risolvere il problema o quando la complessità dei compiti da affrontare è tale che è necessaria la presenza di più esperti. La struttura di un Sistema Esperto è composta da una base informativa concernente le conoscenze specifiche in quel settore, dall’insieme dei dati ricevuti dall’esterno e dalle spiegazioni e conclusioni sul ragionamento effettuato per produrre le risposte. I Sistemi di Supporto alle Decisioni, invece, sono programmi che forniscono numerose serie d’informazioni altrimenti non disponibili, permettendo di ricorrervi in specifici casi. Si compongono di una base dati, una base modello (con cui ci si confronta), un’interfaccia e un utente. Sono particolarmente efficaci per risolvere problemi nei quali i dati in possesso dell’utente sono scarsi o disorganizzati, supportano più che sostituire il giudizio del decisore, incrementando notevolmente l’efficacia del processo decisorio. Tuttavia, una buona decisione, a prescindere dai sistemi artificiali o dall’elaborazione esclusivamente umana, non sempre corrisponde a un buon esito o viceversa. Secondo il metro di giudizio di ognuno di noi e secondo la concezione ormai consolidata della vita quotidiana, una decisione si ritiene corretta se risponde a requisiti di utilità, di opportunità o di convenienza, altrimenti la riteniamo inesatta. Questo perché nella vita di tutti i giorni non sempre si ricorre a una valutazione di correttezza o di bontà per quanto con-
Théodore Géricault:«Corazziere ferito seduto su un poggio» (1814).
cerne le nostre decisioni. È più frequente, invece, privilegiare valori come l’utilità o l’interesse del momento, se non addirittura ricorrere a soluzioni già pronte o collaudate per problemi simili, affrontati precedentemente. Questo a discapito di una decisione serena e avulsa da impulsi emotivi legati all’atto decisorio. LE DECISIONI IN CONDIZIONI ESTREME La presa di decisione non avviene sempre in modo sereno, anzi spesso veniamo chiamati a decidere in modo precipitoso, impellente, prorompente, avendo a disposizione pochi dati, nessuna informazione, scarsa esperienza e magari siamo anche immersi in un condizionamento psico-emotivo. Una cosa è decidere stando seduti a tavolino, sereni, compassati, rilassati, altra cosa è farlo in situazioni estreme, nelle quali decidere è difficile e complicato. Affrontare una scelta quando prevalgono l’emotività, l’istinto e la paura, quando solo l’uomo e la sua anima decidono, quando si attenuano la bilancia della logica e quella della cultura, quando la razionalità e l’esperienza non fanno più da contro altare alla natura fragile dell’essere sé stessi. Ebbene, quando tutto questo è presente, allora è facile adottare una scelta errata. Le cause che inducono a una condizione estrema di decisione sono: l’età, le malattie, l’invalidità (ragioni fisiche); l’imprudenza, la litigiosità, l’ambizione, la timidezza, l’odio, il risentimento (ragioni psicologiche); strategie errate, false valutazioni (ragioni culturali). Gran parte di queste motivazioni albergano nella nostra anima ma una persona normale, mediamente equilibrata le domina, le ri-
combina, le imbriglia, le dosa. Esse non prevalgono nel momento decisionale, vanno solo a riempire la nicchia delle variabili che, come sappiamo, amalgamano e a volte influenzano la scelta finale. Di casi esplicativi con decisioni errate, prese sotto il predominio di uno o più di questi fattori, la storia ne è piena. Vediamo alcuni casi. Strategie errate L’esempio del Generale Sir Reverse Buller è sintomatico di una sequenza di errori di valutazione, di mancata completezza di informazione, di carente elaborazione dei dati in possesso che sfociarono, in Sudafrica, durante la guer-
ra Boera del febbraio 1900, nella località di Hussar Hill in un incredibile massacro. Un’errata strategia d’attacco, infatti, portò a morte più del 90% dei 1 700 soldati impegnati in combattimento. Eppure Sir Reverse Buller era considerato uno stratega eccezionalmente capace, geniale, audace, preparato, tanto che la Regina Vittoria, qualche anno prima, lo aveva insignito della più alta onorificenza militare dell’Impero Britannico, la «Victoria Cross». Il Generale Buller sottovalutò imprudentemente la battaglia, per cui l’errata previsione produsse una strategia che sfociò in una clamorosa sconfitta e nella morte di centinaia di giovani inglesi. 75
Sir Reverse, nel suo delirio d’onnipotenza, aveva caparbiamente, ostinatamente e sistematicamente ignorato le informazione in suo possesso. Pertanto, sottostimò il terreno accidentato che i soldati dovevano percorrere per raggiungere la collina posseduta dai Boeri, obbligò le truppe scelte per l’assalto a una marcia d’avvicinamento di oltre 40 chilometri sotto il sole cocente e con poca acqua per un’intera giornata, con 45 gradi di temperatura. Inoltre, minimizzò lo stato di stanchezza dei militari e, invece di servirsi di truppe fresche per l’attacco, costrinse l’intero Reggimento, stremato dal caldo e dalla marcia, a prendere d’impeto la collina. Fu una vera strage. I Boeri dalla sommità della collina spararono sulle truppe inglesi, ridotte allo stremo, senza alcuna pietà. In sole tre ore, massacrarono così un intero Reggimento di 1 700 valorosi soldati. L’ambizione Il Generale George Armstrong Custer, acerrimo avversario del capo indiano Cavallo Pazzo, fu uno dei Comandanti più celebri che si ricordino e, quanto a desiderio di primeggiare, non fu secondo a nessuno. Tutti conoscono il Custer della leggenda, l’eroe impavido e senza paura che si oppose a ondate di indiani che cavalcavano intorno al cerchio sempre più piccolo composto dai soldati del 7° Cavalleggeri. La realtà, però, cela ben altro. Nel giugno del 1876, il suo Reggimento avvistò un grande accampamento indiano. All’ordine di non attaccarlo rispose, mentre si avviava al combattimento, che «il 7° Cavalleggeri combatte da solo». Divise così il suo Reggimento in tre colonne. Mentre le prime due si diressero a sud e a ovest dell’accampamento, egli fu attirato in trappola da Cavallo Pazzo, che lo costrinse a combattere nel76
Jean-Antoine Gros: «Il campo di battaglia di Eylau» (1808).
lo spazio compreso tra un torrente allora sconosciuto, il Little Big Horn, e le colline. Con lui morirono 211 cavalleggeri. Solamente lo stato di accecamento indotto dal desiderio di gloria personale, dall’ambizione, dal paranoico impulso di primeggiare possono spiegare tanta inettitudine nel dividere le forze, nell’affrontare un nemico quindici volte superiore e nel farsi imbottigliare in meno di trecento metri quadrati di terreno. La malattia Mai comandante militare fu oggetto di più attento controllo medico quanto Napoleone Bonaparte. Per quanto non si possa affermare, con certezza assoluta, che i suoi vari disturbi fisici abbiano compromesso in modo determinante la sua attitudine alla decisione durante l’azione di comando fino al 1807, è fuori di dubbio che ancora oggi ci si chieda il perché. Napoleone, in alcune decisive battaglie, adottò strategie suicide e prodotto piani d’attacco fuori dai suoi canoni tattici. Sta di fatto che, dopo il 1807, gli effetti dei tanti disagi, delle tante privazioni e delle dure condizioni di vita e di alimentazione subite in decine di campagne militari, ne determinarono il declino. Sotto l’effetto dei dolori indotti dall’ulcera duodenale di cui soffriva, il suo umore cambiò, divenne arcigno, sprezzante, arrogante. Era insofferente ai consigli, disprezzava i suoi collaboratori e iniziò a perdere prontezza nel decidere, proprio nel momento in cui le sue Armate invadevano l’Europa e il suo potere era all’apogeo. A Borodino (Russia), nel 1813, sfinito da una violenta prostatite che lo perseguitava da giorni,
perse il controllo della battaglia. A Lipsia (Germania), il «mal di stomaco» lo ridusse a uno stato tale che, terminate le coliche, si assopì, non potendo così impartire ordini per organizzare un’efficiente e ordinata ritirata. Le conseguenze furono disastrose. Morirono più di 10 000 giovani soldati della gloriosa Grande Armata.
A Waterloo (Belgio), altri acciacchi gli impedirono di cavalcare e, in tal modo, perse la visione della battaglia che, affidata al Generale Ney, finì tragicamente. In condizioni normali era un condottiero senza pari, forse il migliore stratega dell’età moderna, ma in quegli anni le giornate serene ed esenti da problemi fisici erano rarissime.
Nel 1815, a Waterloo, i cedimenti dovuti al declino fisico e mentale raggiunsero il massimo livello, tanto che Sir Arthur Wellesley, Duca di Wellington, aspettò che i malesseri dell’Imperatore si manifestassero in tutta la loro devastante presenza per attaccare le truppe francesi. Queste allora capitolarono senza aver avuto neppure la possibilità di
combattere con l’ardore, la forza e la determinazione che in 15 anni li avevano portati a conquistare mezza Europa.
* Tenente Colonnello medico, in servizio presso l’Ufficio Risorse Organizzative e Comunicazione dello SME 77
LA FAMIGLIA È BASE VIVA DELLA SOCIETÀ Terminata l’era delle grandi contestazioni il matrimonio torna prepotentemente alla ribalta come insostituibile base della società e luogo di vita ideale quando sorretto da donazione vicendevole e da virtù etiche
«La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». (Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 29)
di Angelo Marchesi *
D
opo essere stata messa in discussione per lustri, la famiglia ritorna alla ribalta con tutto il suo patrimonio di affetti e di valori, confermandosi il primo pilastro su cui si fondano le società. Anche per i militari – soggetti come è noto a ritmi di vita piuttosto atipici, ma che costituiscono parte integrante della società – la famiglia rappresenta un riferimento di assoluta importanza, da considerare, perseguire, conoscere e tutelare. ALLA RISCOPERTA DEL MATRIMONIO Non è certo facile e agevole formulare, oggi, qualche riflessione sulla realtà di ciò che sarebbe bene e opportuno denominare con il termine «famiglia». Tale termine, infatti, potrebbe far pensare a qualcosa di isolato e di chiuso, in una unità escludente il resto della società. É quindi opportuno usare l’espressione più significativa di «comunità familiare», in quanto la famiglia deve sempre più essere vista e concepita, per diversi
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motivi, in costante interazione con la più vasta comunità civile e, per i credenti, con quella religioso-ecclesiale. La difficoltà è data, come ognuno può facilmente constatare, dalla palese crisi etico-giuridica che attualmente investe la realtà familiare e l’istituto matrimoniale, che dovrebbe essere della prima il riconosciuto e incontestato fondamento legittimo e naturale. Come ha rilevato anche recentemente Giovanni Paolo II, parlando della realtà odierna dell’istituto familiare, quest’ultimo dovrebbe avere a suo fondamento, in un’ottica cristiana, la sacramentalità del matrimonio, in quanto oggi «il nesso tra la secolarizzazione e la crisi del matrimonio e della famiglia è fin troppo evidente». Alla luce di questo processo di secolarizzazione che sconfina nel laicismo più esasperato (escludendo quindi non solo ogni riferimento religioso, ma addirittura espungendo anche ogni duraturo valore etico riguardante il vincolo dell’unità coniugale e familiare), si rileva che la crisi su un necessario riferimento a Dio e
a una tavola di valori, che indichino il bene e il male morale, è giunta a oscurare e a rendere, per così dire, irrilevante la conoscenza di quelli che pur dovrebbero essere i capisaldi per una corretta concezione del matrimonio e della stessa comunità familiare. Ci sembra impellente e indispensabile insistere sulla famiglia
intesa come comunità familiare, quella che già il pagano Cicerone (1) indicava giustamente come principium urbis et seminarium reipublicae per sottolineare, a un tempo, la famiglia come generatrice della collettività umana e come luogo dove crescono i futuri membri della realtà statuale. Questo perché vorremmo subito eliminare quella perniciosa e fallace concezione, individualistica ed egoistica, del contratto matrimoniale e della conseguente convivenza familiare che appunto favorisce una chiusura egoistica a due, con l’esclusione di ogni dimensione comunitaria della suddetta realtà familiare, dimensione che è invece ineliminabile, anche ai fini educativi. L’uomo non
nasce isolatamente, ma per il concorso di due persone di sesso diverso, che si uniscono tra loro e generano una creatura. In tale comunione biologica e umana il figlio o la figlia, sarebbe a dire il singolo essere vivente è, per inclinazione naturale (e non per decisione contrattuale, alla Rousseau), un «essere vivente in co-
munità» come ci ricorda, ancora un pagano, Aristotele (2). Dunque, anche per l’unione maritale tra l’uomo e la donna non si può negare questa naturale inclinazione a concepire e ad attuare, in forma comunitaria, un’esperienza e un impegno familiare e sociale di tale rilevanza. Se questo era vero ai tempi dell’antica Grecia, attraversata da tante difficoltà per poter comunicare agevolmente con i propri simili, rispetto alla facilità delle condizioni economiche e tecniche odierne, ciò è e dovrebbe essere ancor più vero e più valido oggigiorno, in un’epoca nella quale i destini di ciascuno e delle varie «comunità familiari» sono sempre più interdi-
pendenti, per una lunga serie di motivi. IL GIUSTO RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI DELLA FAMIGLIA È importante adesso, anche a prescindere dalle motivazioni religiose e attenendoci al solo livel-
lo filosofico umano, capire che cosa vogliano dire la «lettera» e lo «spirito» del nostro testo costituzionale all’articolo 29 quando recita che La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Innanzitutto occorre vedere perché il legislatore ha qui usato la voce verbale «riconosce» a proposito dei «diritti della famiglia». Con tale voce verbale si intende dire che la realtà della famiglia (o, meglio, per quanto si è detto prima, la comunità familiare) non l’ha creata e prodotta il legislatore. Essa è riconosciuta appunto come una realtà naturale, inscritta nella stessa natura umana, preesistente alla stessa Repubblica e che, quindi, va tutelata nei suoi diritti e nella delicata attuazione dei doveri-diritti. Tali obblighi incombono ai genitori al fine di «mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio» (vedasi articolo 30 della Costituzione). Se si riuscisse a vedere e a capire con rigore, in quest’ottica umana ed etica, la realtà dinamica, la dignità e gli impegnativi compiti della comunità familiare, sarebbero fugate e confutate in radice tutte quelle avventate as81
serzioni e quelle arbitrarie pretese di concepire la famiglia incline a mere convenzioni o usi che si possono tranquillamente disattendere. Con la pretesa, casomai, di acquisire identici o analoghi riconoscimenti, giuridici e morali, a livello di legislazione sulla famiglia. Qui occorre assolutamente recuperare l’originaria concezione della comunità familiare, a esempio sulla scorta di un pensatore antico (e pagano) come Aristotele. Egli sosteneva al riguardo che «la comunità (koinonìa) fondata secondo natura per i bisogni di ogni giorno è la famiglia (3) .» A questa frase il filosofo greco aggiungeva poi altre parole: «La prima comunità risultante da più famiglie, per un vantaggio che supera quello quotidiano è il villaggio. Il villaggio a sua volta sembra essere per natura soprattutto una derivazione della famiglia» (4). Come si vede l’insegnamento aristotelico è molto chiaro e, quasi non bastasse, egli nella sua Etica nicomachea aggiunge che «Per l’uomo e la donna è manifesto che vi è un’amicizia (philìa) per natura. Infatti l’uomo è per natura (phùsei) più disposto alla vita coniugale che alla vita della polis. La famiglia è anteriore è più necessaria della città e la prolificità è comune agli esseri viventi. Tuttavia, mentre per gli altri animali la vita in comune è in vista di questo fine (prolifico), gli uomini invece non convivono in famiglia solo per la generazione della prole, ma anche per tutto quello che riguarda il vivere. Lo dimostrano i ruoli diversificati, i compiti dell’uomo che differiscono da quelli propri della donna. Si aiutano dunque l’un l’altro, mettendo in comune le loro capacità specifiche….»(5). Da quanto abbiamo riportato si vede con quanta precisione e cura Aristotele avesse considerato il problema della realtà comunitaria della famiglia nei suoi diversi aspetti. 82
UNA SINGOLARE CONCORDANZA CON IL PENSIERO MEDIEVALE Ad Aristotele farà eco, secoli dopo, Tommaso d’Aquino. Egli, rispondendo al quesito se il matrimonio sia una cosa naturale, scriveva con chiarezza che «Qualcosa può essere naturale in due modi. Innanzitutto in quanto causata necessariamente dai principi della natura, come è per il fuoco e l’aria calda salire verso l’alto. In tal senso il matrimonio non è naturale (necessitato), come tutto ciò che viene compiuto mediante una libera scelta. In un secondo modo viene detto naturale ciò a cui porta (inclina) la natura, ma che viene attuato mediante una libera scelta, come sono detti naturali gli atti eticamente virtuosi. Pertanto, il matrimonio è naturale poiché ad esso porta (inclina) la ragione naturale (umana) in maniera duplice. In primo luogo perché il suo fine principale è il bene della prole (bonum prolis). La natura, infatti, non ha di mira solo la generazione della prole, ma anche la conduzione e lo sviluppo dei figli
sino al raggiungimento dell’uomo maturo (usque ad perfectum statum hominis) in quanto tale, capace di propria vita morale. Qui poi l’Aquinate rinvia espressamente ai passi della citata Etica nicomachea e precisa che i genitori non potrebbero davvero educare i loro figli, se questi non avessero genitori ben precisi e determinati, richiamando anche l’altro fine del matrimonio (e della famiglia monogamica). Tale fine è costituito dal «vicendevole aiuto negli affari domestici da parte dei coniugi in ciò che riguarda la vita umana, in relazione alle loro singole specificità, indicando questa «comunanza» di un uomo con una donna (associatio viri ad mulierem ) in cui consiste il matrimonio» (6). Pertanto si vede agevolmente che, sia per Aristotele sia per Tommaso d’Aquino, la detta inclinazione naturale, presente nell’uomo e nella donna, per la formazione della famiglia fa sì che questa sia effettivamente una società naturale, fondata su una comunanza di vita e su un’unione, nel quadro di una vita coniugale sorretta da una donazione vicendevole e da
virtù etiche indispensabili. Qui è forse il caso di mettere ben in chiaro che la nozione di famiglia come società naturale (fondata sul matrimonio) deriva da una precisa nozione di natura (umana), che non è certo frutto del caso o risultato di fortuite e instabili convenzioni terminologiche, ma nozione che esige una
fondazione, in ultima analisi teoretica, in quanto va rapportata a un piano creativo divino. Non si può infatti parlare di natura dell’uomo (e delle varie realtà finite) se si adotta una concezione storicistica o relativistica, in sede di antropologia filosofica. È per questo motivo che, chi si rifà a simili prospettive storicistiche, non è poi in grado di stabilire nessun discrimine etico sulle più diverse unioni, su un vincolo monogamico o su rapporti di poligamia comunque attuati. Certo, in sede storica, l’antichità pagana non seppe poi essere in gran parte all’altezza del modello di vita familiare e matrimoniale che abbiamo visto delineato ed eticamente ben fondato da Aristotele (e successivamente proposto dalla prospettiva aristotelico-tomistica).
periale, di contro alla sobrietà e al più severo costume morale della prole dei romani campagnoli, indicandola con questa espressione: «rusticorum mascula militum proles », contrapponendola ai suoi tempi «…. fecunda culpae saecula nuptias/ primum inquinavere et genus et domos;/hoc fonte derivata clades/ in patriam populumque fluxit» (…. tempi fecondi solo di colpe dapprima profanarono le nozze, la stirpe e le casate; da questa fonte è poi sgorgata la rovina sulla patria e nella popolazione) (7). Alcuni decenni dopo, il filosofo stoico Seneca scherniva le donne che calcolavano la loro età, anziché secondo le successioni dei consoli, secondo il numero dei loro mariti, mentre era all’ordine del giorno il divorzio tra i nobili romani.
Già il commediografo dell’antichità Menandro aveva messo in chiaro i vizi e le depravazioni di sposi e di giovani del suo tempo. Così come Orazio, in uno dei suoi Carmi, lamentava la miseria morale di certi suoi contemporanei, indicando la causa di tanta rovina nella desolante situazione della famiglia romana dell’età im-
LE CONCEZIONI MATRIMONIALI DELL’ETÀ MODERNA Se ora compiamo un salto di secoli e ci portiamo nel contesto dell’età moderna, sulla base di una mentalità empiristica oppure razionalistico-illuministica vediamo prevalere, per esempio in 83
Locke e in Montesquieu, una concezione nettamente contrattualistica del matrimonio e, quindi, della realtà familiare, ambedue esposti quindi agli alti e bassi del volontarismo contrattualistico, che concepisce il vincolo matrimoniale risolubile come un qualsiasi altro contratto. Kant e Hegel, invece, concepirono il matrimonio (e quindi la realtà familiare) come un vincolo che deve durare tutta la vita. Kant definisce il matrimonio come «l’unione di due persone di sesso differente in ordine al possesso reciproco delle loro facoltà sessuali per la durata di tutta la vita», mentre rileva che non basta indicare, nel matrimonio, il solo fine della procreazione (8). A sua volta Hegel sostiene che il matrimonio è per sé indissolubile, anche se esso, contenendo la componente umana volubile del sentimento, non può essere assolutamente sicuro ed è quindi passibile di solubilità. Hegel aggiunge, però, che è compito della legislazione positiva rendere estremamente difficile e non agevolare tale possibilità (9). Nella prospettiva marxiana fa testo Engels che, nell’opera L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (10), indica una base puramente economicistica all’origine dell’istituto matrimoniale monogamico (inteso come mezzo per la concentrazione della proprietà capitalistica in poche mani) e, quindi, quando i mezzi di produzione siano diventati proprietà comune della collettività, la famiglia individuale deve essere eliminata e cesserà di essere l’unità economica della società. Come si vede dai vari autori richiamati, se si parte da una concezione puramente individualistica e contrattualistico-volontaristica dell’istituto matrimoniale e della famiglia o da una concezione puramente economicistica (marxiana) dell’istituto familiare, non si può che arrivare alla perniciosa negazione di una conce84
zione etico-filsofica che, invece, vede correttamente la famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio», come recita la citata formula costituzionale a cui abbiamo fatto costante e motivato riferimento. Da quella stessa formula costituzionale (dell’articolo 29) deriva poi l’impegno della Repubblica italiana (intesa quindi nelle sue varie articolazioni, regionali, comunali e così via.) ad «agevolare con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose». Con l’aggiunta – sempre nello stesso articolo 31 della Costituzione – dell’impegno a «protegge-
re la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo». Qui le osservazioni e i rilievi critici su ritardi, inadempienze e lentezze del potere legislativo e governativo (passati e presen-
ti), nei confronti della famiglia e dei suoi bisogni, sono facilissimi e ciascuno può elencarli mentalmente. Basti solo pensare a quante e quali siano oggi le responsabilità educative della famiglia e dei genitori, spesso as-
sorti della famiglia debbano stare a cuore non soltanto a un pontefice come Giovanni Paolo II, ma anche a coloro che hanno la responsabilità della cosa pubblica e dello Stato. Anche recentemente, in occasione del «IV Incontro mondiale delle famiglie» svoltosi a Manila (nelle Filippine), è stata ribadita, con convinzione e con coerenza etica, la verità sulla famiglia, fondata sul matrimonio e vista come bene necessario per la vita delle future generazioni e per lo sviluppo e il futuro dell’umanità intera. I concetti sono molto semplici, ma bisognerebbe mai dimenticarli.
* Editorialista di «L’Osservatore Romano»
NOTE
senti da casa per impegni lavorativi, per rendersi conto di quanta strada bisogna ancora fare per giungere a istituire reali e valide forme di aiuto ai genitori e alle famiglie, rispettando il pluralismo delle loro convinzioni morali e religiose (come libertà della scelta scolastica).
CONCLUSIONI Occorre insomma impegnarsi più seriamente e più continuativamente su questi problemi se si vuole realmente costruire oggi, in un contesto europeo e mondiale, una società democratica e civile, degna di tali aggettivi, evidentemente non solo formali. Troppe volte accade di leggere e di sentire, nel contesto della società e della cultura contemporanea, voci che non risultano certamente tenere nei confronti dell’i-
stituto familiare e dei suoi delicati e inderogabili compiti. Questo avviene stigmatizzando o deridendo con superficialità eventuali suoi limiti e difetti e, magari, auspicandone sconsideratamente la fine o un presunto superamento verso non si sa quali altre forme di convivenza. Abbiamo visto come alcuni filosofi si sono impegnati a riconoscere la validità della famiglia, anche solo da un punto di vista razionale e senza bisogno di ricorrere a una convinzione religiosa. Il che non è certo trascurabile. Nessuno pretende ovviamente di possedere la ricetta o la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi e le carenze della vita familiare, ma la concezione sopra richiamata, in rapida sintesi, testimonia la possibilità di guardare positivamente alla famiglia, sotto il profilo delle norme costituzionali che la riguardano, nella convinzione meditata che ancor oggi il destino e le
(1) Cicerone, «De officiis», lib. I, c. 17. (2) Aristotele, «Politica», lib. I, c. 3 (1253a, 35-36). (3) Aristotele, «Politica», lib. I, c, 2 (1252b, 12-14). (4) Ibidem, c. 2 (1252b, 15-17). (5) «Etica nicomachea», lib. VIII, c. 12 (1162a, 16-24). Non si dimentichi che poche righe prima (c. 12, 1162a, 6-7) Aristotele ha detto che i genitori sono la causa del loro esistere, del loro essere allevati e della loro educazione-formazione (paideuthénai). (6) Tommaso d’Aquino, «Summa theologiae», Supplementum quest. 41, art. 1: Utrum matrimonium sit naturale. Si veda, poi, sulla naturalità e indissolubilità del matrimonio quanto è esposto nella «Summa theol.» pars II IIae, quaestio 154, art. 2. (7) Orazio, «Carminum» lib. III, 6, (vv. 17-20). Si vedano anche le strofe successive dove il poeta romano descrive i costumi depravati della donne sposate, nell’età imperiale, che daranno a loro volta alla luce una progenie ancor più viziosa. (8) E. Kant, «Metaphysik der Sitten» («Metafisica dei costumi»), Lipsia, 1945, ed. Vorländer, pagg. 91-92. (9) Cfr. Hegel, «Grundlinien der Philosophie des Rechts» («Filosofia del diritto»), Lipsia, 1911, ed. Lasson, pagg. 142 e 329-30. (10) Engels, cfr. ediz. ted. di Zurigo, 1884, p. 97.
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In quell’inferno di fiamme e distruzione c’erano anche molti italiani lì deportati. Uno di loro ha deciso di fornire la sua testimonianza
La capacità organizzativa tedesca gestiva un sofisticato sistema difensivo che si opponeva efficacemente al potere aereo alleato e, sia pure con pochi mezzi, avrebbe potuto cambiare il corso della guerra Per contrastare le soverchianti forze aeree angloamericane i Generali tedeschi, mentre la seconda guerra mondiale volgeva ormai al termine, realizzarono un sofisticato sistema di difesa frutto di geniali intuizioni. Tale sistema, sia pure con mezzi quantitativamente limitati, esprimeva il meglio della tecnologia e dell’efficienza organizzativa di allora e faceva sperare, ancora, nella vittoria finale. Il fulcro di tale sistema era costituito da potenti radar, che consentivano il perfetto coordinamento di differenti tipologie di armi quali mitragliatrici, cannoni ed aerei, garantendo un eccellente livello di copertura sia sui vari fronti, sia sul territorio nazionale germanico. L’organizzazione era talmente efficace che gli Stati Maggiori alleati crearono addirittura apposite strutture per scardinarne la micidiale efficacia. 86
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a necessità di difendersi dagli attacchi aerei è sentita già durante la prima guerra mondiale. Tuttavia tra le due guerre, e maggiormente durante la seconda guerra mondiale, il veloce sviluppo della componente aerea costringe a incrementare notevolmente la difesa controaerei e la protezione aerea civile. La minaccia aerea è ormai consistente e reale e bisogna correre ai ripari. Durante il secondo conflitto mondiale, tutte le nazioni belligeranti – e non solo – aumentano notevolmente gli sforzi per dotarsi di mezzi e personale in misura adeguata a fronteggiare la nuova minaccia proveniente dall’aria. In particolare, in Germania l’artiglieria controaerei denominata «Flak» (Flieger Abwer Kanonen) mette in campo circa 15 000
di Claudio Morino *
cannoni controaerei e 40 000 armi automatiche (mitragliere a canna singola o multipla) con l’impiego totale di non meno di 1 500 000 uomini. Tali armi e mezzi sono schierati su tutti i fronti, al seguito dell’Esercito, e sul territorio nazionale per fornire protezione alle più importanti industrie di guerra, ai vitali stabilimenti militari e alle città tedesche. Gli aerei alleati, impiegati sulla Germania, subiscono la maggior parte delle perdite e dei danni a causa della controaerei (circa il 50% delle perdite su tutto il teatro europeo). In altri teatri le perdite sono meno accentuate, è quindi chiaro che l’organizzazione, il Comando e Controllo e i mezzi controaerei tedeschi sono senza dubbio di una efficacia eccezionale. Gli Stati Uniti costituiscono un’apposita sezione Flak
Analysis per studiare ed esaminare la difesa controaerei germanica. Agli alleati è indispensabile far conoscere con continuità ai Comandanti di aviazione e ai loro Comandi le possibilità dell’artiglieria controaerei nemica per riuscire a ridurre le perdite di velivoli ed equipaggi. Tale esigenza è oggi altrettanto, se non maggiormente, sentita. L’ORGANIZZAZIONE L’artiglieria controaerei tedesca (Flak) è parte della Aeronautica militare (Luftwaffe). L’unità tattica è il battaglione (Abteilung) che può essere pesante, misto o leggero. I battaglioni pesanti sono su 4 batterie; i battaglioni leggeri su 3 batterie di armi automatiche e una batteria di fotoelettriche da 60 mm.
La batteria controaerei pesante è dotata di 4 o 6 pezzi (con tendenza a 6 pezzi per economia di uomini e per carenza di mezzi per il controllo del tiro). I battaglioni rappresentano unità autosufficienti e compatte con riferimento a principi tattici molto funzionali. La chiave degli schieramenti non è ricercata con rigide tabelle ma trova collocazione in relazione all’efficacia aerea del nemico e ai problemi di difesa controaerei dell’obiettivo. Scopo principale della Flak è la difesa del territorio, il secondo è il sostegno alle truppe operanti sul terreno. In questo contesto si inseriscono i primi rudimentali apparati radar che molto contribuiscono all’efficacia della difesa controaerei. La difesa del territorio vede l’artiglieria controaerei organizzata in 87
Apparato Radar Wuerzburg (tipo piccolo).
grandi gruppi relativamente statici, con sistemi d’allarme e collegamento integrati. A esempio, la costa del Mare del Nord è una Luftgau, ovvero un Distretto di Area Difesa. Il comando aereo di Amburgo è alle dipendenze della Luftgau e comprende un Flakgruppe Nord e un Flakgruppe Sud. Ogni gruppo comprende un Untergruppe Est e un Untergruppe Ovest. Le
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suddivisioni territoriali comprendono vaste aree, sono ampiamente coordinate tra loro e dispongono di grandi risorse. Anche il solo Untergruppe è un formidabile complesso di mezzi controaerei. Ad esempio, ad Amburgo sono schierati 240 pezzi nella zona di Altona nel raggio di 11 miglia; a Kassel 110 pezzi in 4 miglia di obiettivo. Il Comandante
delle artiglierie controaerei è il Comandante tattico della difesa combinata che comprende aerei da caccia e artiglierie. La direzione del fuoco è perlopiù accentrata (Leitbatterie o, in inglese, Master sites), ovvero batterie principali che controllano siti minori satellite (Nebenbatterie). I siti satelliti controllano 4 o 6 pezzi mentre il sito Master da 12 a 24 pezzi. Più Master sites formano un Flakuntergruppe. Il posto Comando di un sito Master ha un certo numero di centrali di tiro Kommandogerat e di radar Flakmessgerat. Il numero esatto dipende dal numero delle batterie. In aggiunta al controllo del tiro effettuato dal Master site ogni batteria ha una centrale Kommandohilfgerat 35 posta in posizione centrale rispetto ai pezzi. Lungo le coste dell’Europa occidentale le batterie sono predisposte per il duplice compito della difesa aerea e della difesa costiera. Nella zona di Amburgo sono erette particolari installazioni per
Centrale di tiro Kommandogerat 36 in postazione.
PRINCIPALI MEZZI PESANTI DELLA FLAK (escluse bocche da fuoco minori) • Cannone controaerei da 50 mm 41 (trainato o semovente); • Cannone controaerei da 75 mm L/60; • Cannone controaerei 36 da 88mm ( trainato, su scafo ferroviario, su navi o sommergibili); • Cannone controaerei 41 da 88 mm (trainato, può aprire il fuoco solo se in batteria); • Cannone cecoslovacco (preda bellica) da 83,5 mm (trainato); • Cannone cecoslovacco «Skoda» (preda bellica) da 90 mm (trainato); • Cannone controaerei 39 da 105 mm (trainato o su affusto ferroviario); • Cannone controaerei 40 da 128mm ( per difesa costiera e controaerei, in torretta controaerei o su affusto ferroviario); • Cannone controaerei da 150 mm (affusto duplice per difesa c/a e costiera).
CENTRALI DI TIRO • Kommandohilfgerat 35: (trasportato su carro biga, elabora i dati di tiro trasmettendo ai pezzi la direzione futura, l’elevazione e la graduazione di spoletta utilizzando però solo un collegamento telefonico e, quindi, senza trasmissione diretta tra centrale e pezzi); • Kommandogerat 36: (trasportato su carrello a 4 ruote, trasmette i dati ai pezzi elettricamente o mediante telefono); • Kommandogerat 40: (trainato su carro biga, costituisce centrale principale introducendo i dati provenienti da radar del tipo Flakmessgerat.
RADAR • Radar Flagmessgerat III (è il principale radar tedesco; è dotato di un riflettore parabolico di 9 piedi di diametro e usa il tipo di emissione a circuito oscillante con irradiazione di impulsi. Viene usato per la misura delle distanze nel tiro e come controllo delle stazioni fotoelettriche); • Radar Freya (150 miglia di portata ma non può misurare le quote dei bersagli perché non ha antenna mobile in verticale); • Radar Wuerzburg modello piccolo (è un radar di piccola portata – fino a 80 miglia – è impiegato per un grossolano controllo delle stazioni fotoelettriche e dei pezzi; misura anche la quota ma è inefficace alle bassissime quote); • Radar Wuerzburg Riese modello grande (è un radar di piccola portata – 80 miglia – può controllare sia il tiro, sia le stazioni fotoelettriche ed è in grado di determinare con buona approssimazione la quota).
ottenere una maggiore densità di fuoco e il controllo del tiro accentrato. Queste installazioni sono costituite da torrette di cemento alte 75 metri per i pezzi con a fianco una torre per il controllo del tiro, con un radar del tipo Flakmessgerat (F.M.G. III), più uno di riserva. Per il sostegno alle truppe i battaglioni pesanti sono posti sotto il controllo del Comandante terrestre. Rommel, conscio della potenzialità di tali armi, utilizza i suoi pezzi da 88 mm in funzione controcarri con effetti devastanti: il nemico è colto di sorpresa e tale arma diventa un incubo per le unità corazzate alleate in Africa. Successivamente il cannone da 88 mm, per l’elevata velocità iniziale, è anche impiegato su Panzer come il pesante «Tiger» e su semoventi. A contatto col nemico i
pezzi controaerei vengono usati come difesa da aerei ostili fino al raggiungimento della superiorità aerea. Solo allora possono acquisire un ruolo anche terrestre. In tutte le formazioni meccanizzate e corazzate tedesche i pezzi pesanti controaerei sono schierati il più avanti possibile per la loro particolare efficacia controcarri. Molto frequentemente le artiglierie controaerei pesanti vengono usate anche in attacco con un duplice compito: accompagnamento e protezione del «punto di sfondamento» schierandosi in funzione controaerei e campale. L’AVVENTO DEL RADAR Il ruolo dei radar nella seconda guerra mondiale è decisivo e gli
alleati dispongono di modelli migliori e più affidabili. Il suo impiego ha ripercussioni sia sulla guerra aerea sia su quella navale in cui la disponibilità di radar può fare la differenza tra la sconfitta e la vittoria (la Marina italiana, che ha trascurato tale mezzo, è notevolmente limitata nelle sue operazioni). I tedeschi impiegano al meglio la strumentazione in dotazione e rappresentano così un pericolo e una minaccia costante per gli aerei alleati per tutta la durata della guerra. Le stazioni radar, posizionate nei pressi della Manica, avvistano con preavviso l’arrivo delle ondate di bombardierei e allertano tempestivamente le basi dei caccia e la difesa controaerei, salvando numerose vite umane, so89
prattutto civili. Lo stesso discorso vale ovviamente per gli alleati, soprattutto per gli inglesi che, come i tedeschi, hanno il proprio territorio soggetto alle incursioni di caccia e bombardieri nemici. OPERATIVI ANCHE IN ITALIA In Italia la Flak ha il suo Comando a Milano (Feld-Luftgau XXVIII) da cui dipendono tutti i Comandi della Luftwaffe dislocati nella penisola. Il responsabile della Flak ha il titolo di General der Flak Artillerie Sud. La gran parte degli obiettivi nel settore italiano non è difeso. Infatti (nel 1943-1944) si ritiene sufficiente difendere le truppe tedesche schierate ad Anzio e a Cassino con batterie controaerei (anche in funzione controcarri). Solo alcuni punti strategici industriali sono difesi da batterie controaerei fisse della Flak . La Grande Unità attiva in Italia è la 22a Flakbrigade con 22 battaglioni (non sufficienti per difendere tutti gli obiettivi). La scarsa diffusione delle armi controaerei consente agli alleati di riportare poche perdite nei cieli italiani. La situazione migliora, paradossalmente, quando i tedeschi si ritirano dietro le difese della linea Gotica sull’Appennino tosco-emiliano. In tale periodo in Italia è costituita la 25a Flakdivision (32 battaglioni) raggiunta poi dalla 3a Flakbrigade (28 battaglioni). Alla Flak tedesca si sommano 7 battaglioni controaerei italiani anch’essi però dipendenti dal Comando tedesco della Flak in Italia. Il personale complessivo assomma circa 30 000 tedeschi e 10 000 italiani. Questi ultimi, dopo una prima base presso un centro addestramento italiano, vengono trasferiti alle batterie della Flak germanica dove, con mostrine tedesche, vestono prevalentemente uniformi italiane (i tedeschi esigono dagli italiani la firma di un atto con cui dichiarano di sottostare all’auto90
SALVO PER MIRACOLO DALLA DISTRUZIONE DI NORIMBERGA La testimonianza di un prigioniero di guerra italiano che racconta gli ultimi giorni della città tedesca
Antonio Branca, classe 1919, sardo di Bolontana (Nuoro), proviene dai Sottufficiali ed è stato nominato Sottotenente di fanteria in congedo a titolo onorifico in riconoscimento dei suoi meriti di servizio. Da Sottufficiale di carriera ha portato con onore le mostrine delle valorose Divisioni di fanteria «Firenze» e «Acqui». Ex combattente della guerra 1940-1945, ex prigioniero di guerra deportato in Germania, è decorato di ben tre Croci di Guerra ed è insignito dell’onorificenza di Commendatore della Repubblica Italiana. Fante di razza, schivo ma nello stesso tempo ottimista e ancora fisicamente forte, ha superato le naturali reticenze a parlare della sua esperienza di combattente e di prigioniero in una città che viveva ormai le sue ultime ore quale obiettivo militare. La sua testimonianza è preziosa per rendere omaggio a tutti coloro che, servendo la Patria da soldati e da prigionieri, rimanendo sempre uomini anche in condizioni disumane e di alto rischio persistente, hanno diritto a non essere dimenticati. Alla data dell’otto settembre 1943 rivestivo il grado di Sergente Maggiore. Prestavo servizio presso il 127° Reggimento di fanteria della Divisione «Firenze», dislocato nei Balcani, a Dibra, oltre il fiume Drina. Ero Vice Comandante del 3° plotone fucilieri della 10a Compagnia, distaccato presso un Grup p o del 41° Reggimento artiglieria impegnato in operazioni di rastrellamento, in Branca prigioniero, a sinistra nella foto. quanto sulle montagne della zona agivano sabotatori macedoni. La notizia dell’armistizio fu captata dal Comandante del Gruppo per mezzo della radio. Per accertare la veridicità dell’informazione e per avere ordini in merito al comportamento da tenere, cercammo contatti con il Comando della Divisione. Pertanto, con i mezzi del Reparto, decidemmo di rientrare a Dibra. Lì venimmo a sapere che i tedeschi avevano fatto saltare il ponte sulla Drina. Ricordo la gran confusione di quel momento terribile. Eravamo accerchiati e isolati. Dall’alto della montagna vedevamo Dibra in fiamme. Due Ufficiali, a piedi, decisero di raggiungere il Comando della Divisione per avere disposizioni su cosa fare. Dopo molte ore, fu loro comunicato di cedere le armi ai tedeschi. Da loro fummo catturati il 9. I germanici, con i nostri stessi auto-
mezzi, ci concentrarono nei pressi di Ocrida, da dove insieme ad altri militari, attraverso la Bulgaria, la Romania e poi l’Austria, ci trasportarono in Germania, nel campo di raccolta di Norimberga. Indicibili furono le privazioni e le sofferenze patite, come pure le mortificazioni, le umiliazioni e gli insulti gratuiti che nessuno di noi potrà dimenticare. Il 17 ottobre, ricordo bene le date perché rappresentano tappe fondamentali del mio percorso di prigionia, con altri 30 militari italiani fummo trasferiti al campo di lavoro di Bayreuth, in Baviera, a circa 190 km da Norimberga. La baracca assegnataci era un gran capannone attrezzato sommariamente con letti a castello, servizi e cucina. Ci destinarono a duri e faticosi lavori di manovalanza presso i magazzini di commissariato. Una sofferenza in più, perché si doveva caricare e scaricare tanti buoni prodotti impacchettati senza poterli mangiare. Essendo il più elevato in grado, mi fu data la responsabilità dell’operato del personale della mia baracca e di amministrare i viveri elargiti settimanalmente ma che bastavano per un paio di giorni. Dovevo, inoltre, curare la rotazione fra squadre di 10 uomini, per trasportare i più svariati materiali dai vagoni ferroviari all’interno dei magazzini. All’esterno, una squadra era addetta all’imballaggio del fieno. Branca oggi. Per me avevo riservato questa squadra. C’era molta solidarietà tra quei ragazzi. Il lavoro nei magazzini viveri consentiva di avere qualche razione in più che dividevamo fra tutti. Menavamo avanti la vita di prigionieri, privati della dignità, giorno dopo giorno, tra patimenti, fame e stenti, senza diritto al nome ma individuabili con un numero. Il mio era il 10 357, mentre quello del campo di concentramento era il numero 13 007. Solamente la rara posta che riuscivo a scambiare con la mia famiglia mi dava la forza di continuare. Io e miei amici avevamo imparato a soffrire. Questo ci consentì anche di non cedere alle ripetute, allettanti proposte di collaborazionismo, tra le quali, l’adesione alla Repubblica Sociale. Rimanemmo a Bayreut fino a marzo. Ricordo anche che per la fame qualcuno sottrasse una scatoletta di carne rimasta in un angolo del magazzino. Per punizione, fummo tutti trasferiti al Campo di Pegeritz, a 40 chilometri da Norimberga, una località più volte paventata come minaccia a noi deportati. Le condizioni erano ancora peggiori di quanto immaginassimo, per il sadico trattamento che si riservava ai prigionieri e per il lavoro massacrante. Infatti, eravamo stati destinati a lavori di manovalanza in una fabbrica di pezzi di ricambi per carri armati, uno degli obiettivi militari dell’aviazione alleata. Sapevamo di poter morire da un momento all’altro. Di notte vedevamo i bagliori di altre fabbriche bombardate dentro e fuori paesi e città. Prima di Pasqua 1944 fui incaricato, insieme a una squadra di 10 uomini, di effettuare la manutenzione a un binario a scartamento ridotto, percorso da un trenino che trasportava materiali per un’enorme fabbrica di manufatti. Tale lavoro ci permise, nonostante il divieto assoluto di tenere rapporti con gli abitanti, di stare comunque a contatto con la popolazione. In tutto anonimato, una donna spesso mi lasciava pacchi viveri che condividevo con i miei compagni. Uno di questi pacchi fu la causa del mio arresto da parte delle SS. Il 13 giugno, infatti, il giorno di Sant’Antonio, l’ultimo pacco – che conteneva anche una lettera affettuosa a me indirizzata – fu intercettato. Mi sottoposero a snervanti interrogatori, perché ritenevano che la connivenza tra noi avesse scopi politici, ma in realtà da parte nostra si trattava solamente di fame. Fui rinchiuso nel carcere civile di Norimberga e vi rimasi fino al mese di settembre. In questo periodo soffrii molto. Dormivo sempre veBranca nel campo di lavoro, a destra. stito, non c’era acqua e nemmeno cibo. Ma non mi scoraggiai.
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Intanto le operazioni belliche colpivano la Germania direttamente nel cuore. Per quel passaparola magnifico e inspiegabile chiamato «radiofante», eravamo sempre informati di come procedeva la guerra. Gli alleati stavano sopraggiungendo e, con la speranza, aumentava il timore di essere soppressi. I bombardieri alleati sorvolavano quasi in continuazione il cielo della città, sia di giorno sia di notte, facendo piovere un’inimmaginabile fuoco distruttivo. Erano reali i pericoli di morire sotto le macerie a causa dei frequenti bombardamenti. Il Cartolina postale per Branca da parte della mamma. primo settembre, quando un militare tedesco venne a prelevarmi, pensai che fosse giunta la mia ora. Mi consegnò, invece, il mio zainetto per il mio trasferimento al campo di concentramento internazionale Stamlage XIII D, dislocato a pochi chilometri da Norimberga, in località Fisabach, Lì fui assegnato a una baracca di Sottufficiali di diverse nazionalità. Eravamo una decina di italiani. Tutti lavoravamo in una fabbrica di pezzi di ricambio per carri armati, già bombardata in precedenza, ma che continuava, pur con tetti e mura crollati, a produrre con efficienza parti meccaniche modernissime. Ogni giorno e ogni notte si susseguivano allarmi aerei devastanti. Sentivamo il rombo cupo dei bombardieri che volavano altissimi e martellavano Norimberga ormai costantemente. La controaerea era però efficacissima e nel cielo si scatenavano spesso battaglie con i caccia germanici. Il nostro campo, situato all’estrema periferia della città, era protetto dal contrassegno della Croce Rossa. Tuttavia qualche spezzone incendiario spesso cadeva nelle vicinanze. Eravamo quasi abituati a questi episodi giornalieri di guerra. Il 1944 volgeva ormai al termine e per le festività dell’ultimo dell’anno – e anche per scarsità di guardie, in quanto i giovani erano ormai in prima linea – potemmo fruire dell’evento eccezionale di una relativa libertà di movimento. Con altri amici italiani, decidemmo così di trascorrere la serata in città. Giunti alla stazione centrale, mentre attendevamo il treno che ci avrebbe riportato al campo, fummo sorpresi da un nuovo allarme aereo. Non ci preoccupammo molto, in un primo momento, perché ormai era un’abitudine. Questa volta, però, non fu così. Iniziò un intenso e micidiale bombardamento di fortezze volanti che, a ondate successive, distrusse tutto. Cercai rifugio in un locale sotto le mura della stazione. Dopo poco tempo, tutta la zona fu centrata da un grappolo di bombe. Fui scaraventato oltre le mura in un miscuglio di polvere e macerie. Spaventato ma deciso a non rimanere intrappolato tra le macerie, fuggii cercando riparo in crateri e tra muri anneriti, ma soprattutto correndo, mentre intorno a me pareva che il mondo sprofondasse nell’inferno. Vedevo la morte nel viso, ma non volevo finire tra le sue braccia. Sempre correndo e scampando a continui pericoli riuscii a raggiungere il campo, dove già erano giunti fortunosamente miei compagni. Questa è stata un’altra terrificante esperienza della mia prigionia. La Germania, Norimberga non esistevano più. Non c’era più alcuna struttura amministrativa tedesca organizzata. Per questi bombardamenti non eravamo più obbligati ad andare al lavoro, in quanto tutto era distrutto. Anche la vigilanza nel campo era pressoché finita. Erano rimasti soltanto i soldati più anziani. Ormai l’ora della liberazione si approssimava. Il 16 aprile 1945, durante la notte, una pattuglia americana si avvicinò al campo. Noi da un po’ di tempo non dormivamo più nelle baracche ma fuori. Quando li scorgemmo, corremmo loro incontro per farci riconoscere. Della pattuglia americana faceva parte un soldato italoamericano, al quale riuscimmo a dire la nostra condizione di prigionieri di guerra. Il giorno dopo, il 17 aprile, giunsero i carri armati statunitensi, e con loro, la nostra sognata liberazione. Iniziò, quindi, la lunga attesa del rientro in Patria, fino a decidere di rientrare per nostro conto. Dopo un viaggio rocambolesco a piedi, per ferrovia, su camion, in bicicletta e con vari altri mezzi di fortuna, arrivai a Napoli soltanto nel mese di ottobre del 1945. Raggiunsi, quindi, la mia famiglia in Sardegna e, dopo un periodo di licenza, ripresi il mio servizio come Sottufficiale dell’Esercito Italiano.
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rità germanica). Nell’ambito delle unità tedesche gli italiani svolgono prevalentemente incarichi di servente ai pezzi e operatori radar (i capi pezzo e i Comandanti di batteria sono sempre tedeschi). Con tale soluzione i tedeschi riescono a «svincolare» circa 17 000 compatrioti per destinarli a unità combattenti al fronte. L’Italia non ha in dotazione il radar anche se alcuni uomini dell’Aeronautica sono distaccati, dopo l’8 settembre, presso postazioni radar germaniche. A esempio, un nucleo di collegamento comandato dal Capitano Casali opera con 4 uomini presso l’osservatorio di Monte Circeo dove un impianto
A destra. Apparato radar Wuerzburg Reise. Sotto. Cannone tedesco da 88mm custodito nel Centro Addestramento e Sperimentazione Artiglieria Controaerei.
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tedesco, denominato Seeblock sud, viene dotato di radar per la guida e l’intercettazione dei velivoli. Tale impianto consente anche il controllo delle missioni effettuate con le nuove bombe guidate sulle navi alleate durante lo sbarco di Anzio del 1944. L’impiego della Flak prevede, di massima, l’utilizzo delle armi leggere nei pressi del fronte, subito dietro la fanteria e nei pressi delle posizioni di artiglieria terrestre. I principali aeroporti sono altrettanto difesi e anche alcuni importanti complessi industriali.
Centrale di tiro per la difesa controaerea Kommandohilfgerat 35.
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Vengono inoltre difese alcune vie di comunicazione vitali, come il passo del Brennero e alcuni ponti nei pressi di Verona e Bologna. La dislocazione dei reparti viene decisa dall’alto Comando della Luftwaffe, mentre la posizione delle batterie è stabilita dai Comandanti di Reggimento o battaglione in base a: • terreno; • tipo di obiettivo; • presumibile direzione d’attacco; • tattica d’attacco aereo alleato. Anche in Italia ai radar tipo Wuerzburg vengono affiancate fotoelettriche. Gli alleati attaccano con particolare accanimento ogni sorgente di luce. Con l’esperienza i tede-
schi sfruttano il radar accendendo le fotoelettriche solo all’ultimo momento e ottenendo brillanti risultati. Dopo la guerra gli apparati radar sono oggetto di crescente interesse da parte di tutte le nazioni. In particolare le due grandi superpotenze si rincorrono per lo sviluppo di migliori e più potenti apparati. I radar tedeschi sono studiati a fondo e gli scienziati che li hanno progettati vengono presto assorbiti nei progetti di lavoro americani e sovietici. Oggi non è pensabile una difesa aerea o controaerea senza l’utilizzo del radar, anche se non vengono trascurate le armi convenzionali basate su bocche da fuoco o missili portatili perché
Centrale di tiro Kommandogerat 40.
l’effetto «sorpresa» può essere rilevante. Il radar infatti, pur consentendo un «allertamento» precoce o un «controllo efficace del tiro», è «elettronicamente visibile» e rilevabile. In questo sta la sua vulnerabilità.
* Capitano, in servizio presso il Centro Addestramento e Sperimentazione Artiglieria Controaerei BIBLIOGRAFIA Analisi della efficacia di una difesa controaerei, tratta dal «T.M. – 4-260 US War Department», 1 maggio 1944 War in the Mediterranean, US Army, 2001.
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La famosa carica dei seicento eroi della Brigata Leggera inglese annoverò due connazionali che si distinsero sul campo meritando l’apprezzamento alleato per il loro valore
C’ERANO ANCHE ITALIANI TRA GLI EROI DI BALACLAVA Il 25 ottobre 1854 durante la Campagna di Crimea il Capitano Giuseppe Govone e il Luogotenente Giuseppe Landriani pur se Ufficiali di collegamento vollero ugualmente partecipare alla battaglia Tra i coraggiosi seicento, che caricarono a Balaclava tra le fila della Brigata Leggera, due connazionali scelsero di seguire gli alleati inglesi conquistando staffa a staffa ogni palmo di terreno dominato da schieramenti di artiglieria. I molti vuoti venivano riempiti da altri cavalli e cavalieri, i quali serravano i ranghi dando così modo di reiterare la carica. Il Capitano Giuseppe Govone e il Luogotenente Giuseppe Landriani, feriti sul campo, meritarono poi la riconoscenza della Regina Vittoria. Siamo adesso in grado di fare luce su un episodio scomparso dai testi di storia. 96
di Michele Petrolo *
L
a storia pare che abbia dimenticato o che comunque tralasci un avvenimento che fa sentire più nostro uno dei combattimenti più famosi di tutti i tempi, la carica di Balaclava. Due Ufficiali italiani, il Capitano Giuseppe Govone, di Stato Maggiore, e il Luogotenente Giuseppe Landriani, del Reggimento «Piemonte Reale» Cavalleria, parteciparono alla famosa carica dei Seicento. Un episodio straordinario e poco conosciuto. I nostri connazionali, inoltre, seppero distinguersi sul campo, rimanendo feriti e guadagnandosi la
Mezza lega, mezza lega, ancora mezza lega, tutti nella valle della morte, cavalcavano i seicento. «Avanti uomini della Brigata Leggera» disse. Nella valle della morte cavalcavano i seicento. «Avanti, uomini della Brigata Leggera!» C'era chi provava sgomento? Anche se i soldati sapevano che qualcuno s'era sbagliato non stava a loro darsi risposte, né domandarsi il perché, ma solo combattere e morire; nella valle della morte cavalcavano i seicento. (Alfred Tennyson, «La carica della Brigata Leggera»)
stima e la riconoscenza della regina Vittoria. Un secolo e mezzo è trascorso da quel tragico 1853 in cui è divampata nella lontana penisola di Crimea, epicentro strategico del mar Nero, la guerra che prende il nome «di Crimea». Intervengono nel conflitto, al fianco della Turchia, Francia, Inghilterra e, dal 1855, anche il Regno di Sardegna. La Russia ha da secoli l’aspirazione a porsi come «Terza Roma» (dopo gli Imperi Romani d’Occidente e d’Oriente) e ha l’obiettivo di controllare tutta la
sponda europea dei Dardanelli sino al Mediterraneo, estendendo il suo primato su tutta la penisola balcanica, dal VI secolo sempre più invasa da popoli slavi. Sulla base di questi presupposti la Russia vuole ottenere dal sultano Abdulmegid I il riconoscimento della sua protezione sui sudditi greco-ortodossi. In seguito al suo rifiuto, la Russia, per ritorsione, occupa la Valacchia e la Moldavia (3 luglio 1853). «La Porta» (o «Sublime Porta»), come vengono chiamati la corte e il governo dell’Impero ottomano (il termine deriva dall’an-
tica usanza dei sovrani orientali di amministrare la giustizia stando seduti sulla porta del loro palazzo), risponde dichiarando guerra alla Russia il 4 ottobre 1853. Dal 25 marzo 1854 la Turchia è affiancata dall’Inghilterra e dalla Francia con una forza complessiva di 59 000 uomini. L’Austria, pur aderendo alla coalizione, si mantiene neutrale perché la Russia si ritira dalla Valacchia e dalla Moldavia. Alle forze anglo-francesi si unisce, tra l’aprile e il maggio 1855, un corpo di spedizione inviato dal Regno di Sardegna: 15 000 uomini, ordinati su 97
2 Divisioni, di due Brigate ciascuna, e una Brigata di riserva. Comandante sardo è il Generale Alessandro La Marmora. L’intervento del piccolo Stato europeo, che non può essere direttamente interessato alle questioni orientali, scaturisce dall’intelligente arte diplomatica messa in atto, con lungimirante intuizione, dal Primo Ministro Camillo Benso Conte di Cavour. Egli 98
comprende l’utilità che può costituire la diretta partecipazione al conflitto per la crescita d’immagine, di prestigio, di autorità e di importanza del Regno Sardo, pesantemente penalizzato dalle non positive campagne del 1848 e 1849. Cavour avverte soprattutto la possibilità di ottenere consenso e aiuto da Francia e Inghilterra, nell’appassionato e oneroso impegno per la realizzazione di
un’Italia libera, indipendente e unita. Il raggiungimento di tale aspettativa si deve sicuramente attribuire al notevole contributo fornito dal valoroso comportamento del Corpo di Spedizione italiano in Crimea che suscita l’attenzione e l’ammirazione del mondo politico e militare. In questo contesto storico si inserisce la carica di Balaklava. L’episodio rappresenta un’ulteriore
Sopra. Uniformi dei reparti britannici che parteciparono alla battaglia di Balaclava, a cavallo da sinistra a destra: soldati del 17° lancieri, 4° dragoni leggeri, 2° dragoni, 1° dragoni reali e Ufficiale dell’11° ussari. A piedi da sinistra a destra, caporale del 93° fanteria scozzese, soldati del 14° fanteria e della Brigata fucilieri e Ufficiali dei Granatieri della Guardia, dell’Artiglieria reale, del 26° fanteria e della Reale Artiglieria a cavallo. A sinistra. Carta topografica dell’area di Sebastopoli.
prova del valore e del coraggio dei nostri militari. In proposito è bene evidenziare che, nel momento in cui avviene la battaglia, il Regno di Sardegna non è ancora entrato in guerra. In una lunga serie di avvenimenti della campagna di Crimea, l’Esercito sardo dà prova
di valore e di efficienza, suscitando rispetto ed apprezzamento da parte di alleati e di avversari. La tragica carica dei «Seicento» viene molte volte diffusa ed esaltata attraverso la letteratura, il cinema ed altro. Si pensi in proposito alla celeberrima ballata del poeta Alfred Tennyson, che esalta in maniera mirabile l’eroismo dei cavalieri inglesi, e ai vari film prodotti. A questo punto, ci si può chiedere: come può essere intesa la partecipazione di due italiani, i quali non hanno alcun dovere a farlo? Govone e Landriani sono inviati in missione dal Governo sardo presso il Sultano turco. Nel conflitto altri Paesi europei hanno interessi, a volte contrastanti. Di conseguenza, l’Oriente diventa un terreno di scontro per la conflittualità internazionale e, dal punto di vista tecnico-operativo, un interessantissimo campo di ma-
novra per eserciti moderni. La missione dei due Ufficiali fa parte dell’ampio programma posto in atto da Cavour. Giuseppe Govone viene scelto per le sue eccellenti qualità militari e diplomatiche. Sin dagli inizi della sua carriera, svolge con successo diverse missioni. Esce dall’Accademia di Torino nel 1845. Partecipa alla guerra del 1848 impegnandosi in violenti combattimenti. Successivamente, prende parte alla repressione della rivolta di Genova. È molto stimato dal Generale Alfonso La Marmora, che lo considera uno dei migliori Ufficiali dell’Esercito. Effettua viaggi di istruzione a Vienna e a Berlino. Contribuisce, con i suoi studi e le sue esperienze, alla riorganizzazione dell’Esercito, creando, tra l’altro, un moderno ed efficiente servizio di informazioni. In Crimea va come addetto allo Stato 99
Sopra. Rappresentazione grafica delle posizioni tenute dai russi e della carica della Brigata di cavalleria leggera (Cecil Woodham-Smith «Balaclava la carica dei 600», Milano, 1981, edizioni Rizzoli). A destra. Ritratto di Giuseppe Govone (Uberto Govone: «Il Generale Giuseppe Govone, frammenti di memorie», Torino, 1902, edizioni Casanova).
Maggiore. Prende parte alla guerra del 1859. Viene eletto deputato. Partecipa, al comando di una Divisione, alle operazioni di repressione del brigantaggio nell’Italia centro-meridionale e in Sicilia. Tratta, con notevole abilità diplomatica, con il cancelliere prussiano von Bismarck per il trattato di alleanza del 1866. Partecipa alla guerra del 1866 al comando della 9° Divisione, dando prova di eccellente capacità professionale, nonostante i gravi errori degli Alti Comandi, che porteranno alla sconfitta. Viene nominato Capo di Stato Maggiore 100
dell’Esercito e poi Ministro della Guerra. Purtroppo muore a soli 47 anni di età. La vita di Govone è caratterizzata da numerose e notevoli attività al servizio della Patria e dell’Esercito e la sua opera si svolge, oltre che nel campo strettamente militare, anche in diverse altre attività politiche, diplomatiche e sociali, sempre con straordinaria capacità. Da una attenta analisi dei vari episodi della sua vita emergono anche le sue elevate doti morali e patriottiche e una profonda generosità unita a sottile signorilità. All’inizio, l’Esercito turco è concentrato nella regione danubiana, tra le attuali Romania e Bulgaria, a difesa del confine dell’Impero. Non ha un’organizzazione e un addestramento all’altezza degli eserciti europei, e Govone dà un proficuo contributo per migliorare la situazione, rilevando, tra l’altro, alcuni errori nella sistemazione difensiva e nella pianificazione delle operazioni. Nell’ottobre del 1853 inizia la guerra e hanno luogo i primi scontri alla frontiera. Egli segue le operazioni sul Danubio. In particolare, assiste al combattimento di Olteniza, situata a pochi chilometri a sud-est di Bucarest, e dà validi suggerimenti per la siste-
mazione difensiva di Calafat, vicino al confine tra le attuali Romania, Bulgaria e Serbia. Dopo diversi combattimenti, i Russi lasciano la regione danubiana. Il teatro delle operazioni si sposta quindi in Crimea. Qui gli Alleati sbarcano e iniziano il lungo assedio di Sebastopoli, tenuta saldamente dai Russi. Per gli Alleati la situazione è estremamente difficile, soprattutto per la logistica. È qui, peraltro, che ci si rende conto della necessità di una profonda riorganizzazione dei servizi. Tra l’altro, emerge il gravissimo problema sanitario, acuitosi enormemente con l’epidemia di colera. In Oriente, Govone, oltre a tenere ottimi rapporti con gli Alleati, approfondisce le sue esperienze e le sue conoscenze, al fine soprattutto di elaborare nuovi concetti operativi e organizzativi. Il 25 ottobre 1854, nei pressi di Balaclava, località situata vicino Sebastopoli, si trova la Divisione di cavalleria britannica, comandata dal Generale Lord George Bingham earl of Lucan. Essa si compone: della Brigata pesante, comandata dal Brigad iere Generale James Y ork e Scarlett e formata dai Reggimenti: Scots Greys, 4° Dragoon
Guards , Royals , 5° Dragoon Guards, Inniskillings; della Brigata di cavalleria leggera, comandata dal Brigadiere Generale Lord James Thomas Brudenell 7° Conte di Cardigan (darà nome alla giacca a maglia di lana, con maniche lunghe, abbottonata davanti, indossata durante la campagna) e formata dai Reggimenti 4° Dragoni leggeri, 17° Lancieri, 8° Ussari, 13° Dragoni leggeri, 11° Ussari. Dopo diversi combattimenti avvenuti sin dall’alba tra Britannici, Francesi e Turchi da una parte e Russi dall’altra, il Comandante in capo inglese Lord Fitzroy James Henry Somerset, 1° Barone di Raglan (da questi, che lo usò per primo avendo perso un braccio nella battaglia di Waterloo, prenderà nome l’ampio cappotto con maniche, anziché a giro attaccate alla base del collo mediante cuciture a raggio) invia al Comandante della Divisione di cavalleria l’ordine di attaccare le alture, poste nei pressi di Balaclava. Ciò al fine di riconquistarle e recuperare alcuni
Il 7° Conte di Cardigan in una esercitazione di carica all’arma bianca a Phoenix Park, Dublino, 1843.
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Il fiume Bulganek. La Brigata Leggera raggiunge il fiume Bulganek, 19 settembre 1854 (Sandhurst).
cannoni precedentemente catturati dai Russi. Latore dell’ordine scritto è il Capitano di cavalleria Nolan. È un giovane molto intelligente, estroso e intraprendente, con un carattere polemico e ribelle e con le qualità tipiche, in lui accentuate, degli Ufficiali di cavalleria. Ha studiato al Collegio militare di Milano, perché il padre era lì Console di Gran Bretagna. Nolan e Govone, simili per carattere, diventano amici. Il piano prevede che due Divisioni di fanteria britanniche attacchino assieme alla Divisione di cavalleria, con l’appoggio anche di unità di cavalleria francesi al fine di riconquistare alcune posizioni perdute. Lucan, peraltro, essendo in una posizione più in basso di Raglan, non può rendersi pienamente conto della situazione. Quindi, sia per mancata chiarezza degli ordini sia per non sufficiente conoscenza della si102
tuazione sia per incomprensioni personali, dovute alle profonde divergenze tra i Comandanti, le vicende evolvono in modo errato. Lucan ordina alla Brigata Leggera di attaccare nella valle nord. Questa è posta tra due alture e termina, verso oriente, con una strettoia. Al termine di essa e sulle due alture a lato sono schierate fanterie e artiglierie russe. L’attacco della Brigata di Cavalleria leggera si svolge quindi senza l’appoggio della fanteria e dell’artiglieria e nella direzione sbagliata. Invano, all’ultimo momento, Nolan cerca di avvisare Cardigan dell’errore e di indirizzarlo verso una delle alture. La carica prosegue lungo la valle nord. Quel giorno Govone si trova presso la Brigata di cavalleria leggera. Quando giunge l’ordine di attaccare, lui e il suo subordinato Landriani non esitano ad aggregarsi ai Reggimenti inglesi per partecipare alla tragica carica. Si tratta di uno dei più sanguinosi e gloriosi episodi della storia militare britannica, con risvolti fortemente drammatici. L’attacco si
svolge sotto un violentissimo fuoco di artiglieria e fucileria, proveniente dalle alture poste sui due lati e dalle posizioni di fronte. Gravissime perdite vengono inflitte ai cavalieri. Govone e Landriani avanzano sulla destra dello schieramento. Nel corso della carica, Govone rimane leggermente ferito e il suo cavallo viene colpito. Il Luogotenente Landriani rimane seriamente ferito, viene fatto prigioniero dai Russi. Questi poi lo cureranno, sia sul posto sia in Russia. Successivamente lo restituiranno al Piemonte. Morirà qualche anno dopo, in seguito alle ferite riportate durante la carica. In proposito, appare utile riportare parte del rapporto di Govone al Ministro della Guerra Alfonso La Marmora sull’accaduto (1): ...la cavalleria inglese non esitò ad avanzare. Essa si componeva del 17° Lanceri e 13° Dragoni leggeri che formavano la prima linea,
dell’8° Ussari, 11° Ussari e 4° Dragoni leggeri che formavano la seconda. Appena la prima linea ebbe percorso duecento passi, le batterie di destra, di sinistra e di fronte aprirono un terribile fuoco incrocicchiando, come si attendeva, e che fu calcolato di 30 bocche da fuoco. Le prime scariche di granate, palle e shrapnells furono il primo istante alte; ma tosto una grandine di mitraglia e di proiettili d’ogni specie, non più interrotta, a cui si aggiunse il fuoco di fanteria delle ridotte, piovve su tutta la linea della cavalleria inglese, senza interruzioni d’un minuto secondo. Ogni colpo coglieva e rovesciava uomini e cavalli. I rimanenti mantenevano il loro galoppo, senza che pure uno pensasse a ritenere solo il suo cavallo. La cavalleria, prima e seconda linea, sotto quel fuoco oltrepassò la batteria di destra, oltrepassò la batteria di sinistra che la prese al-
lora di slancio e quasi distrutta giunse sulla batteria di fronte, sciabolò gli artiglieri sui pezzi, oltrepassò la batteria stessa e tutta la profondità delle linee russe ammassate dietro fra gli intervalli. Il 17° Lanceri si trovava ridotto a pochi uomini, il 4° Dragoni più che dimezzato... formarono una massa di cento cavalli che si lanciarono sulla cavalleria e fanteria nemica, sfondandola e ritirandosi sotto il fuoco che continuava dalle ridotte. La batteria che copriva il fronte era senza artiglieri e ridotta al silenzio; la batteria di sinistra era intanto stata sloggiata da uno squadrone di Chasseur d’Afrique, francese, che con alcune perdite aveva caricato su quell’altura, sciabolando le scorte della batteria. Questa carica della cavalleria leggera inglese è piuttosto unica che rara: senza scopo e senza risultato, fu tuttavia un’ammirabile prova della solidità della cavalleria inglese, ma costò la massima parte della forza.... Il luogotenente Landriani del Reggimento «Piemonte Reale» Cavalleria e il sottoscritto erano a destra della prima linea durante quella carica, ma nessuno poté essere testimonio dell’ultima parte, giacchè il luogotenente Landriani cadde a terra a 400 o 450 passi forse dalla batteria del fronte nemico, ferito o morto il cavallo e forse ferito lui stesso e il sottoscritto a 50 o 100 passi più oltre, ferito il cavallo e colpito leggermente egli stesso alla spalla. Il Luogotenente Landriani rimase sul campo ed è forse ora prigioniero nelle mani del nemico. Il sottoscritto poté ritirarsi a piedi. Si biasimò dopo assai l’ordine che prescrisse questa carica, ma non già in quelle ottime truppe. Il capitano Nolan degli Ussari, autore di un’opera sulla cavalleria, al quale si attribuisce la colpa di
Sbarco di rifornimenti inglesi nel porto di Balaclava.
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Carica della Brigata Leggera: una scena presso la batteria del Don, particolare (Warner).
quell’errore, rimase fin dai primi passi ucciso da una mitraglia al cuore. È anche utile riportare parte della lettera che Govone scrive il 13-15 novembre 1854 al suo amico Maggiore Incisa Beccaria (2): ...carica fatta sotto il fuoco incrocicchiato di 30 cannoni, in cui Landriani di «Piemonte Reale» ed io che eravamo scesi nella valle, caricammo alla destra della prima linea! Il povero Landriani cadde ferito sul campo ed è ora prigioniero senza che io potessi aiutarlo, colpito anch’io 100 passi più oltre a 300 passi dalla batteria di fronte, minacciato di essere rovesciato dalla seconda linea e di essere fatto prigioniero. Per cui dovei ritirarmi a piedi, il mio cavallo ferito e caduto per la seconda volta, la spalla sinistra dolente per un colpo che mi portò via una parte delle spalline, il berretto perduto forse per la mitraglia. Mi dolse assai di Landriani che vidi steso a terra con aria sorridente, senza poterlo avvicinare né aiutare. L’episodio colpisce a tal punto 104
gli inglesi che la Regina Vittoria conferisce a Govone «l’Ordine del Bagno», ordine cavalleresco creato nel 1725 da Giorgio I. Il 5 novembre, al seguito dello Stato Maggiore del Generale Francois Canrobert, Comandante in quel periodo del Corpo di spedizione francese, Govone partecipa alla battaglia di Inkerman, situata nei pressi di Sebastopoli. Succesivamente, assiste alla prima fase dell’assedio. L’attività di Govone si svolge come osservatore, come consigliere del Sultano e come Rappresentante sardo-piemontese presso gli Alleati. In tale modo, egli dà una immagine largamente positiva della sua persona e dell’Esercito sardo, rafforzata dalla dimostrazione di coraggio nella partecipazione attiva all’episodio descritto e ad altri combattimenti. Durante la sua permanenza in Oriente, egli invia al Ministro della guerra, Generale Alfonso La Marmora e ad altri Ufficiali piemontesi un centinaio di lettere, con analisi, resoconti e notizie
importantissime sulle operazioni in corso. Esse sono attentamente esaminate con vivo interesse anche a corte. Considerate le sue qualità, il Sultano gli conferisce la «medaglia di Silistria» e l’«Ordine del Medgidiè», importanti onorificenze turche. Inoltre, gli propone la nomina a Generale e a Capo di Stato Maggiore del suo Esercito. Egli, in proposito, chiede doverosamente l’autorizzazione e l’aspettativa al Ministro La Marmora. Questi rifiuta ma, contemporaneamente, lo promuove al grado di Maggiore. Successivamente, Govone rientra in patria e si impegna a collaborare per l’approntamento del Corpo di spedizione sardo in Oriente. Durante la campagna di Crimea, come addetto allo Stato Maggiore del Comandante in capo Generale Alessandro La Marmora, partecipa a vari combattimenti, condotti sia dai Sardo-piemontesi sia dagli Alleati. L’epidemia di colera colpisce gli eserciti in modo devastante. Muoino circa 3 000 uomini. Tra le vittime illustri: il Maresciallo Saint-Arnaud, Comandante del Contingente francese (muore il 29 settembre 1854). Il 7 giugno 1855, dopo una ricognizione al campo di Kamara per studiare provvedimenti atti a fronteggiare l’epidemia, muore il Generale Alessandro La Marmora e il 28 giugno 1855 muore anche il Comandante inglese, Lord Raglan. La battaglia della Cernaia (16 agosto 1855) e l’assalto generale a Sebastopoli (8 settembre 1855), si concludono a favore degli alleati. Ma la conquista russa di Kars (25 ottobre 1855) salva l’onore nazionale e accelera le trattative di pace. Il 16 gennaio 1856 lo Zar accoglie le condizioni di pace e, il 1° febbraio, viene firmato a Vienna
A destra. Bersagliere alla Cernaia. Sotto. Prime uniformi dei bersaglieri.
il protocollo che serve da base alla pace definitiva, siglata il 30 marzo 1856 al Congresso di Parigi. Con essa viene sancita l’indipendenza e l’integrità dell’Impero ottomano, è inibito il transito di navi da guerra negli stretti, vengono limitati gli armamenti russo-turchi nel mar Nero, è stabilita la libera navigazione sul Danubio ed è proclamata l’autonomia dei Principati di Moldavia e di Valacchia, sotto la sovranità ottomana. Quindi, ancora una volta, l’Impero russo ha dovuto rinunciare alla secolare aspirazione di uno sbocco nel Mediterraneo.
* Ricercatore storico
NOTE (1) Rapporto inviato da Govone al Ministro della Guerra il 27 ottobre 1854 in: Uberto Govone, Il Generale Giuseppe Govone, frammenti di memorie, Torino 1902, pag. 80 e seg.. (2) Lettera al Maggiore Incisa Beccaria in: Uberto Govone opera citata, pag. 82 e seg.. BIBLIOGRAFIA Uberto Govone, «Il Generale Giuseppe Govone, frammenti di memorie», Torino, 1902. Cecil Woddham-Smith, «La carica dei 600 a Balaclava» (titolo originale: «The Reason Way»), Milano, 1981. Stato Maggiore Esercito - Ufficio Storico, Pubblicazioni varie. John Sweetman, «Balaclava 1854, The Charge of the light Brigade», London, 1990. Oreste Bovio, «Sacerdoti di Marte», Stato Maggiore Esercito - Ufficio Storico, Roma, 1993. Ernesto Cappa, Nel centenario della nascita del Generale Giuseppe Govone, in «Alere Flammam» anno 4° n° 1, Torino, 1926.
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ATTUALITÀ ...in breve
struttura integrata nella caserma «Ugo Mara» di Solbiate Olona (Varese). Questa è stata la principale attività addestrativa del Comando NRDC-IT per il corrente anno, ma il programma addestrativo comprende molte altre esercitazioni, pur se di minore ampiezza. Ad esse si aggiungono, inoltre, seminari e studi particolareggiati, al fine di mantenere massima capacità operativa ed elevata prontezza, per essere in grado schierarsi rapidamente in risposta a qualsiasi tipo di crisi.
DA SOLBIATE FINO IN GERMANIA PER LA «SHARP DAGGER 2003» WILDFLECKEN (GERMANIA) – Il Comando di Corpo d’Armata di Reazione Rapida (NRDC-IT) continua a mantenersi costantemente addestrato. La struttura multinazionale della NATO è stata impegnata in Germania, a cavallo dei mesi di aprile e maggio, nell’Esercitazione per Posti Comando «Sharp Dagger 2003». L’intensa attività è stata svolta presso il Centro di Simulazione al Combattimento dell’Esercito tedesco a Wildflecken e ha avuto lo scopo di migliorare le capacità di comando e controllo del suo Stato Maggiore, mediante la simulazione di un intervento di Supporto alla Pace che ha previsto anche la reazione a minacce di tipo asimmetrico. All’esercitazione hanno partecipato oltre 600 militari, che hanno rappresentato l’intervento di un Corpo d’Armata costituito da 50 000
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uomini, ai quali si sono aggiunti elementi del Corpo d’Armata di Reazione Rapida del Comando Alleato in Europa, situato a Mönchengladbach, in Germania. Le cellule di risposta a livello Divisione sono state fornite dall’Italia, dal Regno Unito e dall’Ungheria. La «Sharp Dagger», che s’inserisce nel programma di attività pianificate per il 2003, ha coinvolto le 11 nazioni facenti parte della
UNA MOSTRA DI CIMELI PER RICORDARE IL NOSTRO RISORGIMENTO FIRENZE – Il Consiglio Regionale della Toscana ha organizzato nei giorni scorsi, nei suoi saloni di Palazzo Panciatichi, la mostra storica dal titolo «Cimeli del Risorgimento». L’iniziativa, realizzata dalla Presidenza del Consiglio Regionale, si è basata sulla collaborazione tra la Fondazione Spadolini Nuova Antologia e il Museo del Risorgimento di Massa Marittima. I prestigiosi enti culturali hanno così potuto esporre, a un pubblico che ha mostrato interesse sin dalle prime battute, rinomate raccolte in ambito nazionale e internazionale, utili per meglio comprendere le tappe della fondazione del nostro Stato. Numerosi i materiali esposti, che comprendevano, tra l’altro, introvabili serie di uniformi garibaldine, bandiere di circoli patriottici, il primo Tricolore sventolato a Massa e tanti altri cimeli. Molte anche le raccolte di armi d’epoca, quali pugnali, sciabole, pistole e fucili. Non mancavano nemmeno le curiosità, come i fucili – a un solo colpo, senza ricarica – che recavano una piccola sciabola legata alla canna, affinché l’arma fosse del tutto bivalente, anche nei frequenti combattimenti a distan-
za ravvicinata. Raffinata ed esclusiva era la teca con gli oggetti esposti dalla Fondazione Spadolini, provenienti tutti da un unico fondo donativo, quello del medico e patriota Ferdinando Zannetti. Fu proprio il Dottor Zannetti che, dopo lunghe settimane di sofferenze, intervenne su Garibaldi ferito sull’Aspromonte, estraendogli la pallottola dalla gamba destra e salvandogliela dalla cancrena. Interessante è risultata, inoltre, la raccolta epistolare di Giuseppe Garibaldi, che documenta il tormentato percorso della guarigione dell’eroe. Il fondo, donato dall’ultima discendente, comprende vari oggetti appartenuti al medico garibaldino: la sua pistola d’ordinanza, il microscopio, il cannocchiale e i ferri chirurgici per il pronto soccorso sul campo di battaglia, fondamentale in un’epoca nella quale non esisteva ancora la Croce Rossa (fu fondata solamente nel 1859, nel corso della Seconda guerra d’indipendenza, dopo aver constatato l’impressionante numero di feriti a Solferino e San Martino, abbandonati senza cure). Gli appassionati hanno potuto anche ammirare le tante decorazioni al valore, frutto delle donazioni e di un’abile lavoro di ricerca. Due bellissimi dipinti a olio risorgimentali, sempre appartenenti al Fondo Zannetti, hanno dato ancora più rinomanza alla mostra: un busto del medico in età avanzata e una scena della battaglia di Curtatone del 1848, che esaltò l’eroico comportamento dei pochi volontari nel fronteggiare il poderoso esercito austriaco. L’opera, del famoso pittore Giuseppe Moricci, ritrae il medico mentre soccorre sul terreno un giovane ferito. L’atteso appuntamento culturale ha coinvolto visitatori e appassionati provenienti anche dall’estero. Nel corso dell’inaugurazione hanno preso la parola il Presi-
dente del Consiglio Regionale, Onorevole Riccardo Nencini, il Presidente della Fondazione Spadolini «Nuova Antologia» e docente della Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri, Professor Cosimo Ceccuti, il Prorettore dell’Università di Firenze, Professor Ennio Di Nolfo, e il Sindaco di Massa Marittima, Dottor Luca Sani.
INCONTRO TRA IL COMANDANTE DI KFOR E IL PRESIDENTE RUGOVA PRISTINA (KOSOVO) – È stata recentemente celebrata la Giornata Internazionale del personale impegnato nelle operazioni di pace. La ricorrenza è stata istituita lo scorso anno dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, allo scopo di dare visibilità e meritato riconoscimento a coloro i quali forniscono quotidianamente un fattivo contributo alla pace. Gra-
zie a questa gente, infatti, dove una volta esisteva solamente la logica della sopraffazione e della forza, adesso è possibile vivere nella serenità e nella tolleranza, in un clima di sicurezza e di stabilità. È bene ricordare che il nostro Paese è attivamente impegnato nella tutela dei popoli e nella cooperazione internazionale, con migliaia di militari, uomini e donne, schierati dove è necessario ricostruire un ambiente che non è solamente materiale, ma anche morale. Per ricordare questa silente opera, come pure per onorare i soldati che hanno offerto la loro vita per la pace tra i popoli, militari e popolazione locale si sono riuniti nella chiesa di Sant’Antonio da Padova, per partecipare a un rito religioso multiconfessionale officiato dal cappellano di KFOR. Tra i tanti, erano presenti il Comandante di KFOR, Tenente Generale Fabio Mini, il capo della missione ONU in Kosovo, Dottor Michael Stei-
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ATTUALITÀ ...in breve ner e diverse alte autorità militari, civili e religiose. La recente tragica scomparsa (in un incidente avvenuto in Turchia) – ha detto il Tenente Generale Mini – di 12 membri dell’equipaggio di volo ucraino e di 62 soldati spagnoli al rientro dall’Afghanistan ci ricorda i rischi e i sacrifici richiesti ai soldati di pace. Il Presidente del Kosovo Ibrahim Rugova ha voluto esprimere il riconoscimento di quella popolazione ai soldati impegnati in quella lontana terra balcanica. I kosovari – ha precisato – riconoscono il ruolo sacro dei soldati di pace della KFOR. A nome dei cittadini del Kosovo, esprimo la mia gratitudine al Generale Mini e ai suoi soldati, che sono i garanti della pace del Kosovo. KFOR è la Forza Multinazionale di Stabilizzazione della NATO, schierata nell’area dal 1999. Attualmente il contingente multinazionale è formato da 23 500 militari di 38 Paesi, tra i quali spicca il nostro. L’Italia, infatti, fornisce l’apporto di personale più numeroso: 4 000 militari delle quattro Forze Armate. KFOR garantisce le condizioni di sicurezza nel Paese, si accerta riguardo il rispetto degli accordi siglati tra la parte serba e quella albanese e tutela la libertà di movimento della popolazione. Tra i suoi compiti vi è anche quello di fornire consulenza e assistenza materiale alla Missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) e di agevolare le conquiste democratiche di quelle popolazioni.
I MILITARI ITALIANI AIUTANO I BAMBINI DEL KOSOVO PRISTINA (KOSOVO) – I soldati italiani di KFOR si distinguono 108
sempre per professionalità e valori umani. A Pristina, nonostante gli onerosi impegni di carattere operativo, i nostri militari hanno trovato il modo di organizzare una meritoria iniziativa che ha fatto felici numerosi bambini locali che tanto hanno sofferto disagi e privazioni. I militari italiani, infatti, hanno voluto regalare alcuni momenti di gioia ai piccoli kosovari perché, con il sorriso, è più facile sperare e guardare al futuro. Lo hanno fatto organizzando la «Giornata per aiutare a crescere i bambini del Kosovo», scelti tra i meno abbienti della città e del circondario.
smo e l’umanità del nostro Contingente hanno consentito ai piccoli di trascorrere un indimenticabile e spensierato momento di aggregazione che rafforzerà, sempre più, il legame con il personale italiano di KFOR. In Kosovo è davvero encomiabile l’impegno dei nostri militari, che si distinguono per capacità professionali e umane, per senso del dovere e intima convinzione di ben fare. Stretti sono i legami di lavoro con le varie Organizzazioni Non Governative (ONG). È questo il caso di «Amici dei Bambini». L’Organizzazione, che ha
I 166 piccoli sono stati ricevuti all’aeroporto militare di Pristina dai rappresentanti del Contingente italiano e si sono uniti subito ai canti e alle danze che creavano un clima amichevole e festoso. Successivamente, sono stati consegnati loro doni e regali di vario genere, ripartiti per preferenze e fasce anagrafiche. Ha fatto seguito un gustoso pranzo all’italiana, mentre i nostri militari facevano a gara per accontentare i giovani amici. La solidarietà italiana, la capacità di comunicare, l’altrui-
collaborato all’iniziativa, è attiva da 4 anni e ha l’obiettivo di realizzare progetti pedagogici, quali punti di aggregazione, spazi dedicati all’istruzione e alla ricreazione scolastica, centri giovanili e assistenza alle famiglie.
AVVICENDAMENTO AL VERTICE DEGLI ESPERTI PER L’ALBANIA TIRANA (ALBANIA) – Il Brigadier Generale Claudio Angelelli è
subentrato, il 23 febbraio, al Brigadier Generale Luigi Cantone alla guida della Delegazione Italiana Esperti (DIE) che opera da 6 anni nel Paese delle aquile. L’organizzazione venne istituita il 28 agosto 1997 mediante l’accordo firmato, a Roma, dai Ministri della Difesa di Italia e Albania. La Delegazione è sorta con l’intento di coordinare i progetti – finan-
militare della NATO. Prima di lasciare il suo incarico, il Brigadier Generale Cantone ha ricevuto dal Presidente della Repubblica d’Albania, il Dottor Alfred Moisiu, l’alta onorificenza della Medaglia d’Oro dell’Aquila, in riconoscimento alla sua preziosa opera svolta ininterrottamente per 6 anni. Il conferimento ha avuto luogo
grande lavoro compiuto in questo periodo dalla DIE, ha mostrato soddisfazione per la qualità dei rapporti che intercorrono tra Italia e Albania, questi ultimi caratterizzati da rispetto e da spirito di amicizia. Per il Capo dello Stato albanese grande è, in particolare, la riconoscenza per gli aiuti ricevuti nel
ziati dal Governo italiano – di cooperazione e d’assistenza alle Forze Armate albanesi. I risultati di questa attività sono sotto gli occhi tutti. Oggi l’Albania possiede Forze Armate che si modernizzano velocemente e che nutrono, ormai, la palese ambizione di entrare a far parte della struttura
per mano del Ministro della Difesa, Maiko Pandeli, durante una solenne cerimonia organizzata alla presenza dei vertici militari del Paese ospitante e del Vice Primo Ministro e Ministro degli Esteri Ilir Meta. In una nota fatta pervenire, il Presidente Moisiu, nell’elogiare il
settore della logistica e nei numerosi concorsi ottenuti a favore della collettività. L’Italia – ha dichiarato – ha contribuito, sin dall’inizio, ai cambiamenti democratici in Albania, prima con la Missione Pellicano, poi con l’Operazione Alba e, in seguito, con l’assistenza legata all’emer109
ATTUALITÀ ...in breve genza per il Kosovo e con la sua attuale presenza nel quadro della NATO. Adesso – ha tenuto a precisare – l’Albania ha intrapreso la strada verso la democrazia. L’Italia è uno dei nostri più importanti Paesi amici e il nostro propugnatore per l’integrazione nell’Unione Europea e nella NATO. Il Presidente ha auspicato, inoltre, una maggiore presenza di imprese italiane sul territorio. Al solenne momento era anche presente l’Ambasciatore d’Italia Mario Bova. Il Brigadier Generale Cantone ha partecipato, dal 1992 al 1994, alla missione in Somalia, mentre, dal 1996 al 1997, è stato Vice Comandante e poi Comandante del Contingente italiano in Bosnia. In Albania era giunto nel 1997 nel
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quadro della Missione Alba, come responsabile della Cooperazione Civile e Militare e, dal 27 agosto 1997, rivestiva l’incarico di Capo della Delegazione Italiana di Esperti.
LA BANDA DELL’ESERCITO A TORINO TORINO – La musica, oltre a essere fine espressione artistica, offre l’occasione di dimostrare come la professionalità sia inscindibile dalla cultura e in grado di contribuire a unire la società. Nel quadro delle attività collegate al convegno, avente per tema «L’impegno nazionale per la pace nel mondo. Contributo delle Forze Armate Italiane nelle operazioni di sostegno della pace», organizzato dalla Scuola di Applicazione
il 1° marzo, in collaborazione con il Distretto Lions 108 IA1, il 27 febbraio la Banda dell’Esercito ha tenuto un apprezzato concerto nella prestigiosa sala del Conservatorio Giuseppe Verdi. Era da qualche anno che la Banda dell’Esercito, diretta dal Maestro Tenente Colonnello Fulvio Creux, non si esibiva in forma concertistica a Torino. Numerosi ed entusiasti gli ospiti, i quali sono stati affascinati dalla perizia e dai virtuosismi di una delle maggiori formazioni musicali militari del mondo, molto conosciuta e apprezzata anche all’estero. Tra le personalità intervenute il Dottor Achille Catalani, Prefetto di Torino, il Tenente Generale Giuseppe Morea, il Tenente Generale Bruno Loi, il Maggior Generale Roberto Montagna.
L’appuntamento artistico è stato introdotto dal Comandante della Scuola di Applicazione, il Maggior Generale Mauro Del Vecchio e del Governatore del Distretto Lions 108 IA1, il Dottor Giancarlo Vecchiati, i quali hanno salutato i convenuti ringraziandoli per la partecipazione. Gli artisti si sono esibiti per due ore, confermando la varietà del repertorio e la grande capacità espressiva. Sono stati eseguiti i brani dei maggiori compositori moderni di musica per banda, quali «La sinfonia mobilissima» di Jagher, «Orient express» di Sparke, «La quintessenza» di De Maij, «Valle d’Aosta (rapsodia)» di Creux, «Poema alpestre» di Cesarini, solamente per citare i più applauditi. Al termine l’inno di Mameli, cantato da tutti i presenti, ha concluso in modo suggestivo un avvenimento cittadino che certamente non rimarrà isolato.
INIZIATIVE PER NON DIMENTICARE I CADUTI IN RUSSIA ROMA – Nella sede dell’Istituto Storico di Cultura dell’Arma del Genio (ISCAG), sul Lungotevere della Vittoria, ha avuto luogo la tavola rotonda avente per tema «La Campagna di Russia», che ha preceduto l’inaugurazione della mostra tematica organizzata dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito in collaborazione con l’Unione Nazionale Reduci di Russia e con l’Associazione Nazionale Alpini. All’avvenimento sono intervenuti il Professor Antonello Biagini, Direttore del Centro Interuniversitario di Studi sull’Europa Centro Orientale e docente di Storia alla Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università la Sapienza, il Dottor Carlo Vicentini, Vice Presidente dell’Unione Nazionale
Italiana Reduci della Campagna di Russia (UNIRR), il Tenente Colonnello Giorgio Fajfer, del Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra e il Tenente Generale Vittorio Luoni, veterano di guerra e storico militare.
italiano. Si è quindi parlato del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR). L’Armata italiana, posta al comando del Generale Giovanni Messe, era composta da 60 000 uomini, 160 can-
Il convegno ha tracciato un articolato ed esaustivo esame storico degli eventi connessi al Fronte Est e alle sfortunate unità che dimostrarono, pur in penuria di personale, mezzi e materiali, il valore del soldato
noni, 5 500 automezzi, 4 600 quadrupedi, 51 caccia, 22 ricognitori e 10 bombardieri. Lo CSIR partì dall’Italia alla fine di luglio 1941 e raggiunse, in treno, la Romania. Di qui fu trasferita in Bessarabia a Botosani, base di
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ATTUALITÀ ...in breve partenza delle operazioni. I nostri soldati, con pochi mezzi di trasporto, antiquate artiglierie e totale mancanza di mezzi corazzati, superarono di slancio i fiumi Bug e Dnjeper, fino a conquistare, nel novembre 1941, gli importanti centri di Stalino, Nikitovka, Gorlovka e Rikovo. Il Corpo di spedizione fu però ostacolato da un inverno mai così freddo a memoria d’uomo e, proprio il giorno di Natale, i russi sferrarono contro le nostre posizioni – tenute dai Bersaglieri e dalle Camicie Nere – una vigorosa offensiva respinta con notevoli perdite. Mussolini decise però d’incrementare il nostro impegno militare su quel fronte, pur con il parere contrario del Generale Giovanni Messe, ben al corrente della reale situazione delle nostre forze militari di allora. Fu così che, nel giugno 1942, venne inviato il 2° Corpo d’Armata, composto dalle Divisioni di fanteria «Cosseria», «Ravenna» e «Sforzesca», seguite in agosto dalle 3 Divisioni Alpine «Tridentina», «Cuneense» e «Julia» e dalla Divisione di fanteria «Vicenza». Queste nuove unità, insieme a quelle già presenti, costituirono l’Armata Italiana in Russia (ARMIR), al cui comando fu posto il Generale Italo Gariboldi. La sua forza era di 220 000 uomini, 988 cannoni, 420 mortai, 17 000 automezzi, 25 000 quadrupedi e 64 aerei. Nel luglio 1942 i nostri reparti e quelli tedeschi si attestarono sul fiume Don. La Divisione «Celere», l’unica nostra Divisione motorizzata, venne lanciata dai tedeschi molto a est, fino alla località di Serafimovic, con il compito di eliminare una testa di ponte russa. Lo schieramento imposto dai Comandi tedeschi alle nostre truppe sul fronte del Don, risultava eccessivamente 112
allungato, pertanto ogni nostra Divisione doveva difendere un settore ampio 30 chilometri, circa 6 volte oltre le normali possibilità. La tragedia iniziò proprio allora. Ben 100 000 giovani non tornarono più. Toccanti e particolarmente espressivi sono stati gli interventi di alcuni reduci presenti al convegno, i quali hanno fornito inoltre dettaglio di elevato pregio documentaristico. Al termine, è stata inaugurata un’accurata mostra tematica che, dal 28 marzo al 12 aprile, ha accolto un numeroso pubblico di ogni età e provenienza. Molti anche i giovani, i quali hanno manifestato un notevole interesse storico per eventi così significativi della nostra storia nazionale.
IN SICILIA INTENSI RAPPORTI TRA SOCIETÀ E ISTITUZIONI PALERMO – Incontro tra militari e società nella caserma «Cascino». Recentemente, docenti e frequentatori della Scuola Media Statale «Marconi» hanno visitato il Reggimento «Lancieri di Aosta» (6°), a conferma dell’unione che lega il reparto alla città. Gli ospiti, appena giunti, sono stati accolti dal 73° Comandante, il Colonnello Giuseppe Paternosto, il quale li ha invitati a presenziare alla cerimonia dell’alzabandiera in Piazza d’Armi, unitamente a Ufficiali, Sottufficiali, Graduati e Lancieri. Studenti e professori hanno potuto quindi avere una chiara visione d’insieme del passato storico, del presente e del futuro di un Reggimento che, dal 1774, è tra i protagonisti delle vicende della nostra Patria. Un altro momento che ha entusiasmato i convenuti è stato durante la presentazione dei mezzi e dei materiali esposti nell’ampio piazzale, caratterizzati
dai più innovativi ritrovati della tecnologia moderna. Ma la realtà di un reparto di Cavalleria comprende anche lo sport equestre. Cavalli e cavalieri, veterani di competizioni importanti di vario respiro, sono stati presentati ai convenuti attraverso un percorso dimostrativo che ha compreso anche la visita alle funzionali scuderie. Un rinfresco, organizzato presso il refettorio, ha fornito una ulteriore occasione per fraternizzare e cementare amicizie.
Pochi giorni dopo, il 18, un’altra visita ha interessato la «Cascino». Questa volta presso il Reggimento è giunta una rappresentativa locale della squadra femminile di pallavolo, vero fiore all’occhiello del capoluogo regionale, unitamente ad altre atlete della serie A1. Le giovani sportive stanno attualmente conducendo, con slancio ed entusiasmo, un’insolita quanto meritoria iniziativa a sostegno dell’Associazione Nazionale per la Lotta all’AIDS. Le campionesse, accompagnate
dal Direttore sportivo della squadra, il Dottor Angelo Farina, sono state ricevute dal Comandante. Il Colonnello Paternosto ha fatto loro conoscere le infrastrutture del Reggimento, illustrando altresì le attività e le qualità specifiche che fanno di «Aosta» un efficace strumento operativo. Presso il Circolo Ufficiali ha avuto luogo, infine, la consegna del denaro raccolto dal personale della caserma, davanti a una folta rappresentanza di tutto il reparto. L’iniziativa è stata condotta
con il patrocinio dell’Assessorato Beni Culturali della Regione Sicilia.
ATTIVITÀ BILATERALI TRA ALPINI E II KORPS TEDESCO BOLZANO – Le attività bilaterali hanno sempre risvolti positivi in termini professionali e sociali. Si è svolta presso il Comando Truppe Alpine, dall’8 al 10 aprile, la 28a conferenza di coordinamento con il II Korps tedesco di stanza a Ulm. L’incontro è stato concomitante con nuovi rapporti operativi, come la costituzione dei nuovi Comandi multinazionali congiunti nei Balcani, vale a dire in Bosnia e in Kosovo. Tali Comandi sono stati recentemente resi operativi e garantiscono, pur se creati da poco tempo, un’efficienza degna di nota. Nel corso della riunione, quindi, oltre ai vari aspetti di carattere logistico e procedurale, si è avuto modo di trattare le principali problematiche dei rispettivi Alti Comandi, come pure di approfondire e consolidare rapporti che da lungo tempo sono caratterizzati da unitarietà d’intenti e da rispetto reciproco. L’incontro ha fornito pure l’opportunità per presentare, ai colleghi tedeschi (i Colonnelli Wolfgang Jacobs, Joachim Mazanec e Heino Ciesielski, i Tenenti Colonnelli Stefan Weber, Gerhard Müller e Friedrich Reyher e il Capitano Christian Witt) le principali linee evolutive che hanno interessato il Comando Truppe Alpine nel 2002. Tra i mutamenti sono da ricordare la trasformazione della Brigata «Tridentina» in Comando di Divisione – con il relativo cambio di sede da Bressanone a Bolzano – e del 6° Reggimento alpini di stanza a Bruni113
ATTUALITÀ ...in breve co, riconfigurato in polo addestrativo per unità che si esercitano al movimento e al combattimento in montagna su terreno innevato. Successivamente gli ospiti, dopo aver esposto le principali varianti ordinative del loro Esercito, hanno esaminato, presso il comprensorio «Druso» i più recenti materiali ed equipaggiamenti che fanno parte anche delle unità che stanno attualmente operando in Afghanistan, oltre ai
dati che pervengono dalle centinaia di stazioni di rilevamento manuali e automatiche, distribuite sull’intero arco alpino e appenninico, per prevedere la caduta di valanghe. Tali informazioni vengono capillarmente diffuse dal «Bollettino Meteonivometrico», per essere poi utilizzate dai reparti alpini, dagli alpinisti e da chiunque ne abbia la necessità, semplicemente accedendo al sito www.meteomont.it. Il 9 aprile, durante la seconda giornata di permanenza, è stata organizzata una visita alle aree
alpini paracadutisti «Monte Cervino» in addestramento, impegnate nel combattimento nei Centri abitati. A Dobbiaco, invece, gli istruttori del 6° Reggimento alpini hanno mostrato le varie tecniche di arrampicata e di soccorso in parete. Nell’ultima giornata, gli ospiti sono stati condotti presso lo stabilimento IVECO del capoluogo altoatesino, per conoscere i nuovi mezzi militari prodotti dalla Divisione Veicoli Difesa della fabbrica. I tre giorni bolzanini si sono conclusi nel Palazzo Alti
moderni sistemi di rilevamento dei dati nivometrici e meteorologici utilizzati dalla sezione «METEOMONT» del Comando Truppe Alpine. Sempre attivo e di fondamentale utilità per la sicurezza in montagna, il servizio «METEOMONT» provvede ad analizzare i
addestrative del 6° Reggimento alpini, in Val Pusteria, a San Giorgio di Brunico e, in seguito, alla palestra artificiale di roccia, recentemente realizzata nella Caserma «Piave» di Dobbiaco. A «San Giorgio» gli Ufficiali tedeschi hanno avuto la possibilità di osservare unità del battaglione
Comandi, sede del Comando Truppe Alpine, in un’atmosfera di cordiale simpatia. Durante il rinfresco di commiato, la delegazione ha manifestato ammirazione per l’elevata capacità operativa delle Truppe da Montagna e per l’efficienza del servizio METEOMONT.
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IL CELIO INTENSIFICA LA LOTTA AI TUMORI ROMA – Dopo il successo della passata edizione, il Policlinico Militare «Celio» ha organizzato, il 28 maggio, nell’aula «Montezemolo» di Palazzo Esercito, la «II Giornata nazionale della prevenzione oncologica». L’iniziativa è stata riproposta dal Direttore del nosocomio militare, il Brigadier
te specialistiche e indagini diagnostiche per vari motivi. Innanzitutto per paura di vedere modificata la propria vita dal terrore di una diagnosi patologica e addirittura dal nome della malattia. Ci sono poi difficoltà oggettive, quali prenotazioni, orari difficili, ap-
puntamenti da riformulare per eseguire semplici visite che possono risolvere facilmente molti casi. Non mancano, infine, diffidenza nei confronti della medicina e atteggiamenti fatalistici, pur in presenza di valide possibi-
Generale medico Vito Contreas che, armonizzandosi alla Direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale numero 164 del 17 luglio 2001, ha istituito annualmente questa fondamentale tappa della prevenzione sanitaria. In Italia, purtroppo, non tutti danno rilevanza all’aspetto preventivo quale efficace lotta ai tumori, rimandando purtroppo visi115
ATTUALITÀ ...in breve lità di lotta contro un male subdolo, ma non per questo invincibile. Il 70% dei tumori è causato da fattori che possono essere controllati, come la dieta, l’alcool, il tabacco, l’esposizione ambientale e occupazionale ad agenti che inducono il cancro. Ogni anno in Italia si ammalano di tumore 290 000 soggetti e ne muoiono circa 157 000. Un numero, quest’ultimo, che può certamente essere migliorato con maggiore attenzione da parte di tutti. Le armi più efficaci, comunque, sono e rimangono l’informazione e la prevenzione, in quanto il cosiddetto «male del secolo» va fermato prima che si manifesti. Sono tre le misure preventive che consentono di ridurre le mortalità derivanti da neoplasie: la «prevenzione primaria» (evitando l’esposizione a fattori che causano la malattia); la «prevenzione secondaria» (diagnosticando la malattia a uno stadio precoce attraverso adeguati controlli); la «prevenzione terziaria» (somministrando farmaci che prevengano lo sviluppo del tumore, cioè mediante la chemioprevenzione). Per merito delle moderne conoscenze scientifiche, una persona su due riesce a guarire dal cancro. Inoltre, adottando una corretta dieta mediterranea, si può prevenire il 35% di tutti i tumori. Grande importanza riveste anche l’abbondante consumo di frutta, un antico rimedio praticato inconsciamente dai nostri nonni: bastano 5 porzioni giornaliere di frutta o di verdura per frapporre una resistente barriera al male. Gli utenti dello Stato Maggiore Esercito hanno anche potuto partecipare direttamente con il collegamento in rete all’indirizzo http://oncoprev. È fondamentale che, per combattere capillarmente i tumori, si 116
sentano direttamente in prima linea tutte le strutture aggreganti della società. La Sanità Militare è all’avanguardia nel settore. Il Policlinico Militare di Roma, infatti, coordina una serie di attività divulgative presso le opportune sedi istituzionali. Tali attività sono finalizzate a formare e diffondere la cultura della prevenzione oncologica. Questo avviene regolarmente presso il Reparto di Oncologia Medica, dove esiste un ambulatorio specificatamente attrezzato, contattabile telefonicamente ai numeri 06/70.19.60.33, 06/70.19.63.07, 06/70.19.64.26, oppure tramite posta elettronica all’indirizzo oncologiacelio@mclink.it. I dipendenti civili e militari della Forza Armata con i loro familiari, previa prenotazione gratuita, possono effettuare un colloquio di orientamento, una visita medica e decidere – in base al proprio profilo di rischio – se sottoporsi a esami di laboratorio e strumentali. L’iniziativa ha trovato una platea sensibile e attenta. I partecipanti al convegno hanno ricevuto una pratica e utile «Agenda della prevenzione», che fungerà da guida per una corretta e consapevole disciplina di vita.
LO SPORT Leale agonismo ai campionati sportivi dell’Esercito CASTEL VOLTURNO (CASERTA) – Con la corsa campestre si è aperta la stagione podistica 2003 dei Campionati sportivi italiani Esercito, giunti ormai alla 6a edizione. La gara del 30 marzo – svolta nel più ampio contesto dei campionati italiani Master – ha dimostrato chiaramente come lo sport amatoriale e in particolare l’atletica si stiano rapidamente diffondendo e radicando tra i ranghi della nostra Forza Armata. I primi ad esserne piacevolmente sorpresi sono stati proprio gli organizzatori della manifestazione campana, che hanno visto presentarsi sulla linea di partenza più di 260 atleti in rappresentanza di 68 enti e reparti: un livello di partecipazione mai raggiunto nelle precedenti sei edizioni. Ma le positive sorprese non finiscono qui. Anche il livello tecnico dei nostri atleti dilettanti sembra, infatti, notevolmente cresciuto, tanto da attirare l’attenzione dei responsabili FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera). Lungo i 6 chilometri e 300 metri
del tracciato – che per lunghi tratti si snodava sulla sabbia di Pineta Mare, località sul litorale domizio – il fondo cedevole ha richiesto uno sforzo supplementare da parte degli atleti. La gara, comunque, ha avuto un avvio particolarmente veloce, con il primo chilometro corso dai migliori su ritmi da 2’ 45’’. I primi 1 000 metri del cross sono, infatti, quelli in cui gli atleti cercano di guadagnare le posizioni di testa per evitare l’effetto «tappo» del gruppo e per limitare successivamente il numero dei sorpassi. A differenza delle altre specialità del mezzofondo, nella corsa campestre la lunghezza e l’irregolarità del percorso rendono quasi impossibile i recuperi. È quindi necessario, per chi abbia ambizioni di vittoria, guadagnare da subito le posizioni di testa. Dal primo chilometro emergeva quindi un terzetto composto dal 1° Caporal Maggiore Giammarco Buttazzo, del Reggimento «Savoia Cavalleria», dal Caporale VFB Giovanni Auciello, del Centro Addestramento Ginnico Sportivo dell’Esercito, e dal Maresciallo Ordinario Franco Di Rauso, del 47° RAV di Capua, che precedevano il resto del gruppo di oltre 100 metri. Alle loro spalle, distanziato di 50 metri, persisteva un piccolo gruppo di circa 15 atleti capitanati dal quarantaduenne Maresciallo Gaetano Di Marzo, del Distretto Militare di Chieti, e dal giovane Caporale Salvatore Zitiello, della Scuola Sottufficiali di Viterbo. Il tentativo di realizzare la ricucitura con la testa della gara veniva però stroncato all’inizio del terzo e ultimo giro, quando Auciello e Buttazzo allungavano decisamente il passo, distaccando anche il Maresciallo Di Rauso che, da quel momento, badava a difendere il suo terzo posto dagli assalti della coppia Di Marzo-Zitiello. A 100 metri dal traguardo, sull’ultimo degli innumerevoli tratti sabbiosi, Auciello scattava e si porta-
va in testa, concludendo la gara con il tempo di 19’ e 59’’, davanti a Buttazzo e a Di Rauso. Come si è accennato in apertura la gara militare si è svolta nell’ambito dei Campionati italiani categoria Master, organizzati dalla FIDAL per gli atleti di oltre 34 anni. Qui il tempo di 20’ 26’’ del Maresciallo Di Rauso, ottenuto nella gara militare, ha consentito al Sottufficiale di Capua di conquistare un prestigioso secondo posto nella classifica generale Master, alle spalle dell’Appuntato della Guardia di Finanza Fabrizio Adamo, già campione del mondo a squadre nel 1996 e, oggi, responsabile del settore giovanile delle Fiamme Gialle. Un accenno infine va fatto alla classifica a squadre. La
rappresentativa dello Stato Maggiore Esercito - DAR ha conquistato il primo posto, precedendo sul podio la squadra della Brigata paracadutisti «Folgore» e quella della Scuola Sottufficiali di Viterbo. La Caporale Giansanti nuova stella del tiro a volo MONTECATINI (FIRENZE) – Viene da Roma e ha solamente 23 anni, la vincitrice del Campionato italiano d’inverno di tiro a volo. Parliamo di Romina Giansanti, Caporale del Centro Addestramento Ginnico Sportivo dell’Esercito (CAGSE), che il 9 marzo a Montecatini si è aggiudicata il prestigioso trofeo. Grande, quin-
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ATTUALITÀ ...in breve
di, è stata la soddisfazione dell’allenatore, Maresciallo Italo Signori, che ha sempre creduto nelle sue capacità tecniche, nella sua forza di carattere e nella sua volontà di affermazione. D’altra parte la Caporale Giansanti ha ben chiari i suoi obiettivi: un posto in nazionale per i prossimi campionati europei e far parte della squadra azzurra nelle Olimpiadi di Pechino 2008. Questi ambiziosi traguardi sono d’altra parte più che giustificati, se si guarda al curriculum di quest’atleta che, già nel 1997, a soli diciassette anni, s’impose all’attenzione della Federazione Italiana Tiro a Volo (FITAV) vincendo diverse gare nazionali nel settore giovanile. La Giansanti ha conquistato prima il titolo di campione regionale del Lazio e, poi, quello di campione italiano Lady. Altri importanti ri118
sultati, tra i quali un 4° posto al «Greater London International», le hanno permesso d’inserirsi nel
una mira eccellente, per poter sperare di raggiungere risultati apprezzabili.
ristretto olimpo della specialità. Vale quindi la pena di conoscere meglio quest’interessante disciplina, fatta di attenzione, concentrazione e prontezza di riflessi e che ha sempre regalato all’Italia medaglie olimpiche. Il tiratore spara alternandosi in cinque pedane diverse, da una linea di tiro rettilinea posta a 15 metri dalla fossa da dove partono i piattelli. Quando il tiratore si sente pronto chiama il piattello, che si alza a 15 metri dalla pedana. A ogni pedana corrispondono tre macchine lancia piattelli, mentre una roulette automatica stabilisce la successione dei lanci. Nel breve tempo di volo, il tiratore ha a disposizione 2 colpi per centrare il piattello che si allontana sempre più da lui. Come si vede, sono necessari grande concentrazione e tempi di reazione ristrettissimi, oltre ovviamente a
Nicole Gius si laurea campionessa italiana di slalom speciale PONTE DI LEGNO (BRESCIA) – Con la vittoria della croata Janica Kostelic e con il secondo posto della nostra Karen Putzer, va in archivio l’edizione 2003 della Coppa del mondo di sci. Non si fermano, però, gli impegni delle nostre sciatrici. Nel finale di stagione le atlete del «circo rosa» si sono ritrovate sulle nevi di Ponte di Legno e sul Tonale (Brescia), per sfidarsi nei Campionati italiani di sci organizzati dalla Federazione Italiana Sci (FIS), in cui il Caporal Maggiore Nicole Gius, del Reparto Attività Sportive di Courmayeur (Aosta), si è laureata campionessa italiana di slalom speciale. La ventitreenne di Stelvio (Bolzano), a 4 anni dal primo
titolo italiano di slalom nella categoria «giovani», ha confermato con una gara impeccabile la sua posizione di atleta con il miglior punteggio FIS. Già nella prima frazione, disegnata da Luis Prenn, la Gius si è imposta con una condotta di gara attenta, aggressiva ed estremamente tecnica. Nella seconda, l’atleta del Centro Sportivo Esercito ha puntato saggiamente ad amministrare il vantaggio acquisito, scendendo con sicurezza ma senza correre inutili rischi. Le due immediate inseguitrici, Ceresa e Morandini, obbligate a rimontare il tempo della Gius, hanno invece dovuto interpretare il tracciato con maggiore decisione, incorrendo così in qualche inevitabile errore. Questo tentativo di rimonta si concludeva con un nulla di fatto e, addirittura, faceva scivolare le due atlete rispettivamente al quarto e al sesto posto.
Ne approfittavano allora altre due azzurre, la Karbon e la Merighetti, che pur senza riprendere la Gius riuscivano a guadagnare il secondo e terzo posto. Il successo ottenuto al Tonale corona una stagione particolarmente favorevole per la giovane atleta del Reparto Attività Sportive, che si sta confermando come una nuova realtà del nostro sci femminile. La serie positiva dell’atleta di Stelvio è poi proseguita con un’importante medaglia di bronzo, conquistata nello slalom gigante a Rovaniemi (Finlandia), dove, dal 31 marzo al 5 aprile, si sono svolti i Campionati mondiali militari di sci. Nella gara finlandese la Gius è stata preceduta dalla finanziera Denise Karbon, giunta seconda, e dall’agente scelto della Polizia di Stato Karen Putzer, vincitrice della gara. Questo podio tutto tricolore materializza il sogno della FIS per le stagioni a venire. È,
infatti, su giovani talenti come la nostra Gius, che la Federazione ripone le speranze di rilancio dello sci alpino italiano, ancora in attesa di rinverdire passati trionfi. Nel dare un’occhiata al calendario degli appuntamenti internazionali dei prossimi anni ci si rende conto che il tempo a disposizione per recuperare allori non è tanto, per cui è da queste giovani atlete che si attende il riscatto dello sci alpino. In questa prospettiva, oltre alle prossime edizioni di coppa del mondo, il vero appuntamento è per tutti l’Olimpiade invernale di Torino del 2006. I giochi olimpici invernali costituiranno l’opportunità per ritornare a giocare un ruolo da protagonista nello sci mondiale, anche se, almeno a giudicare dai risultati complessivi degli ultimi Campionati mondiali di Saint Moritz, la strada da percorrere è ancora lunga.
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SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN
Comparazione tecnologica tra le due sponde dell’Atlantico, di Luigi Poli (p. 10). Gli scenari industriali americani ed europei sono alla ricerca di quella compatibilità in grado di garantire reciproci benefici utili a perseguire la tecnologia del futuro. Tutti i settori sono interessati nell’individuare il miglior profilo sinergico da adottare. Le ambizioni devono però essere confrontate alla realtà, per realizzare quella fattiva collaborazione che investirà pure, in vari modi, il settore della difesa. Le risorse per l’Esercito nel bilancio della Difesa, di Gennaro Marino (p. 14). Spesso i ritmi giornalieri possono rendere difficoltoso l’approfondimento di aspetti di grande importanza economica, ma che comunque fanno parte del quotidiano. È questo il caso del bilancio del Dicastero Difesa. Per soddisfare esigenze e voglia di sapere, presentiamo nei tratti essenziali come il 2003 viene governato finanziariamente. Ripercorriamone allora motivazioni, dinamiche e finalità, in un itinerario semplice e carico di significati amministrativi, politici e perché no? - culturali. 120
I principi dell’Arte Militare, di Ferruccio Botti (p. 26). L’Arte della Guerra, nella sua concezione classica, sta subendo mutazioni legate alla mentalità e al progresso scientifico propri di questa epoca. Non si tratta di alcuna rivoluzione del pensiero militare, bensì è da considerarsi come il proseguire di un lento cammino che, iniziato ai primordi della civiltà, si adegua al mondo odierno. I fattori essenziali di successo vanno quindi passati attraverso il filtro dell’attualità, per capire come adattarli alle complesse situazioni contemporanee. La permanente evoluzione dei sistemi informatici, di Sergio Fiorentino (p. 40). L’informatica si sta imponendo come una delle principali frontiere del nuovo millennio, in grado di accrescere potenzialità e rendimento di enti, società ed istituzioni. Le crescenti prestazioni dei sistemi elaborativi ne favoriscono l’impiego in ogni settore di attività e, prontamente, le migliori organizzazioni si dotano di sistemi informatizzati in funzione delle loro realtà. Uno dei principali riferimenti gestionali sono i Centri d’Informazione, provvisti delle più moderne tecnologie. In ogni struttura efficiente spicca, con sempre maggior forza, la figura del dirigente tecnologico e dell’amministratore delle banche dati. Una conferma, questa, della lungimiranza di coloro i quali, da tempo, hanno saggiamente deciso d’investire
nelle risorse umane. La tecnologia dell’Esercito che protegge dal terrorismo, di Donato D’Ambrosio (p. 48). Il mutamento della minaccia e le sfide del nuovo millennio hanno dato ulteriore impulso all’elettronica e all’informatica. All’attenzione risultano le operazioni militari diverse dalla guerra. Soprattutto nei centri abitati, dove assoluta importanza rivestono le informazioni, la digitalizzazione e la guerra retecentrica. A tal proposito, l’Esercito Italiano sta concentrando il suo interesse anche in programmi d’avanguardia, tra i quali spiccano quelli mirati al Comando e Controllo, all’NBC, alla robotica e alle comunicazioni di nuova generazione. Tuttavia, la migliore delle risorse disponibili, rimarrà sempre il soldato. L’arte di saper decidere, di Antonio Marchetti (p. 58). La decisione richiede un complesso procedimento mentale, a cui concorrono molti elementi recentemente individuati, che si possono potenziare in base a particolari procedimenti elaborativi. Tecniche già collaudate aiutano così a risolvere il problema del decidere con naturalezza e disinvoltura, anche in situazioni estreme. La scienza aiuta dunque a compensare la poca esperienza. Bastano semplici regole che anche i più giovani possono applicare durante la giornata e, con un minimo di impegno su sé stessi, ottenere concreti benefici in molti ambiti.
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN La famiglia è base viva della società, di Angelo Marchesi (p. 78). «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». (Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 29) Tempesta di fuoco sul Reich, di Claudio Morino (p. 86). Per contrastare le soverchianti forze aeree angloamericane i Generali tedeschi, mentre la seconda guerra mondiale volgeva ormai al termine, realizzarono un sofisticato sistema di difesa frutto di geniali intuizioni. Tale sistema, sia pure con mezzi quantitativamente limitati, esprimeva il meglio della tecnologia e dell’efficienza organizzativa di allora e faceva sperare, ancora, nella vittoria finale. Il fulcro di tale sistema era costituito da potenti radar, che consentivano il perfetto coordinamento di differenti tipologie di armi quali mitragliatrici, cannoni ed aerei, garantendo un eccellente livello di copertura sia sui vari fronti, sia sul territorio nazionale germanico. L’organizzazione era talmente efficace che gli Stati Maggiori alleati crearono addirittura apposite strutture per scardinarne la micidiale efficacia. C’erano anche Italiani tra gli eroi di Balaclava, di Michele Petrolo (p. 96). Tra i coraggiosi seicento, che caricarono a Balaclava tra le fila
della Brigata Leggera, due connazionali scelsero di seguire gli alleati inglesi conquistando staffa a staffa ogni palmo di terreno dominato da schieramenti di artiglieria. I molti vuoti venivano riempiti da altri cavalli e cavalieri, i quali serravano i ranghi dando così modo di reiterare la carica. Il Capitano Giuseppe Govone e il Luogotenente Giuseppe Landriani, feriti sul campo, meritarono poi la riconoscenza della Regina Vittoria. Siamo adesso in grado di fare luce su un episodio scomparso dai testi di storia.
Technological Comparison between the two Atlantic Shores, by Luigi Poli (p. 10). European and American industrial sceneries are looking for the kind of compatibility able to guarantee the reciprocal benefits which will enable them to pursue the technology of the future. All sectors are interested in detecting the best synergic profile to be adopted. However, ambition has to be compared to reality in order to carry out the active co-operation which, in many ways, will also affect the defence sector.
The Army Resources in the Defence Budget, by Gennaro Marino (p. 14). Daily rhythms may often make it difficult to examine closely important economic aspects which, however, are still a part of our everyday life. This is just the case of the budget of the Ministry of Defence. To satisfy the requirements and desire for knowledge, here we are outlining the way the year 2003 is financially managed. Let’s, once more, go over the motivations, dynamics and aims along a simple route full of administrative, political and -why not? - cultural meanings. The Principles of Military Art, by Ferruccio Botti (p. 26). The Art of War, in its classical conception, is undergoing changes tied to the mentality and scientifical progress typical of our age. It is not a matter of a revolution of military thought, but the continuation of a slow process which started at the beginnings of civilization and is adjusting itself to the present world. Successful essential factors must be made to pass through the filter of present time, so as to understand how to adapt them to the complex contemporary situations. The Permanent Evolution of Information-systems, by Sergio Fiorentino (p. 40). Information technology is standing out as one of the main frontiers of the new millennium, which can increase capacities and efficiency of corporations, societies and institutions. The growing performances of 121
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN processing systems are furthering their employment in every activity sector and the best organizations are quickly equipping themselves with information systems suited to their specific field. Some of the main managerial references are the Information Centres, equipped with the most up-dated technologies. In every efficient structure, the technological manager and data bank administrator are going from strength to strength. This is a confirmation of the farsightedness of those who, for some time, have wisely decided to invest in human resources for a long time. The Army Technology defending from Terrorism, by Donato D’Ambrosio (p. 48). The change of the threat and the new millennium challenges have given further boost to electronics and informatics. Military operations different from war are now under exam. Especially in built-up centres, where information, digitization and net-centric war are of the utmost importance. As regards to this, the Italian Army is concentrating its interest also on advanced plans, the most important of which are those aimed to Command & Control, NBC, robotics and newgeneration communications. However, the soldier is still the best resource available. The Art of Knowing how to Decide, by Antonio Marchetti (p. 58). Making a decision requires a complex mental process, where many elements meet, which, 122
being recently detected, can be strengthened thanks to particular elaborative procedures. In fact, already tested techniques help solve the problem of deciding with naturalness and ease also in extremely serious situations. Therefore, science helps make up for little experience. Simple rules, which also the youngest can apply throughout the day, and with very little pains, are enough to achieve concrete advantages in many fields. The Family is the living Basis of Society, by Angelo Marchesi (p. 78). «The Republic acknowledges the rights of the family as a natural society based on marriage. Marriage is decreed on moral and juridical equality of both partners, with limits laid down by the law to guarantee the family unity». (Italian Republic Constitution, art. 29). A Fiery Storm on the Reich, by Claudio Morino (p. 86). In order to oppose the overwhelming Anglo-american air forces, when WWII was coming to an end, the German Generals accomplished a sophisticated defence system, the fruit of their genial intuitions. The system, although with quantitatively limited means, was the best of technology and organizational efficiency of that time and could still leave hope for a final victory. The system was centred on powerful radars allowing a perfect coordination of different typologies of weapons such as
machine-guns, cannons and aircraft, guaranteeing an excellent level of covering both on the various fronts and on the German national territory. The organization was so efficacious that the Allied General Staffs even created special structures aimed at overthrowing their deadly efficacy. There were also Italian Soldiers among the Heroes of Balaclava, by Michele Petrolo (p. 96). Among the brave sixhundreds who charged in Balaclava among the ranks of the Light Brigade, two fellow countrymen chose to follow the British allied, thus conquering inch by inch the territory controlled by artillery deployments. Many gaps were filled by other knights on horseback, who were closing the ranks so as to allow to renew the charge. Captain Giuseppe Govone and Lieutenant Giuseppe Landriani, both wounded on the field, afterwards deserved Queen Victoria’s thankfulness. We are now able to throw light on an episode which has desappeared from history texts.
Confrontation technologique entre les deux rives de
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN l’Atlantique, par Luigi Poli (p. 10). Les milieux industriels américain et européen sont à la recherche d’une compatibilité susceptible d’assurer des bénéfices réciproques permettant de développer la technologie du futur. Tous les secteurs s’emploient à mettre au point le meilleur profil synergique à adopter. Toutefois les ambitions devront se confronter à la réalité pour entamer et obtenir ce processus de collaboration active auquel prendra également part, sous différents aspects, le secteur de la défense. Les ressources pour l’Armée dans le budget de la Défense, par Gennaro Marino (p. 14). Les rythmes journaliers rendent souvent difficile l’approfondissement de certains aspects économiques importants qui font cependant partie de la vie quotidienne. Tel est le cas, par exemple, du budget du Ministère de la Défense. Pour répondre au désir d’en savoir plus, nous présentons dans les grandes lignes la gestion financière de l’exercice 2003, en analysant les motivations, les dynamiques et les objectifs à travers un acheminement simple mais riche en éléments de nature administrative, politique et pourquoi pas? - culturelle. Les débuts de l’Art militaire, par ferruccio Botti (p. 26). Le concept d’«Art de la Guerre« dans son acception classique, est en train de subir des transformations liées à la
mentalité et au progrès scientifique propres de notre époque. Il ne s’agit pas d’une révolution de la pensée militaire mais plutôt de l’évolution d’un long chemin qui depuis les origines de la civilisation est allé en s’adaptant au monde moderne. Les facteurs décisifs du succès doivent donc passer par le filtre de l’actualité pour pouvoir être adaptés aux situations complexes d’aujourd’hui. L’évolution continue des systèmes informatiques, par Sergio Fiorentino (p. 40). L’informatique s’impose désormais comme l’une des principales frontières du nouveau millénaire, en ce sens qu’elle permet d’accroître le potentiel et la rentabilité d’organismes, de sociétés et d’institutions. Les performances sans cesse croissantes des systèmes de traitement de données en favorisent l’emploi dans tous les secteurs d’activité. Aussi, les meilleures organisations se dotent-elles promptement de systèmes informatisés susceptibles de satisfaire leurs différentes exigences. En matière de gestion, il convient de souligner les Centres d’Information, dotés des technologies les plus modernes. Dans toute structure faisant preuve d’efficience, ressortent les figures du dirigeant technologique et de l’administrateur de banque de données. Voilà qui confirme la prévoyance de ceux qui ont eu la sagesse d’investir, depuis longtemps déjà, dans les ressources humaines.
La technologie de l’Armée qui protège contre le terrorisme, par Donato D’Ambrosio (p. 48). Le changement de la menace et les nouveaux défis de ce millénaire ne sont pas allés sans donner un nouvel élan à l’électronique et à l’informatique. Il convient de souligner à ce propos les opérations militaires autres que les opérations de guerre. Et ce notamment dans les centres habités où l’information, la digitalisation et la guerre basée sur les réseaux de Commandement et Contrôle revêtent une importance primordiale. Dans ce contexte, l’Armée italienne s’emploie actuellement à mettre au point des programmes d’avant-garde dont ceux liés au Commandement et Contrôle, à l’NBC, à la robotique et aux communications de la nouvelle génération. Il n’en reste pas moins que le soldat continue d’être la meilleure des ressources dont on peut disposer. L’art de savoir décider, par Antonio Marchetti (p. 58). La prise de décision demande un processus mental complexe auquel participent de nombreux éléments récemment identifiés et pouvant être renforcés par des procédés de traitement particuliers. Des techniques bien rodées contribuent ainsi à résoudre le problème lié à une prise de décision naturelle et désinvolte, même dans des circonstances extrêmement difficiles. La science semble ainsi compenser le manque 123
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN d’expérience. Il suffit de quelques règles simples que même les plus jeunes peuvent appliquer au long de la journée, et sans trop d’efforts, pour obtenir des bénéfices concrets dans de nombreux domaines. La famille est le fondement vivant de la société, par Angelo Marchesi (p. 78). «La République reconnaît les droits de la famille en tant que société naturelle fondée sur le mariage. Le mariage repose sur l’égalité morale et juridique des conjoints, avec les contraintes établies par la loi en vue de garantir l’unité familiale». (Constitution de la République italienne, article 29), Tempête de feu sur le Reich, par Claudio Morino (p. 86). Pour s’opposer aux forces aériennes anglo-américaines, lorsque la Seconde Guerre mondiale tirait à sa fin, les généraux allemands mirent au point un système de défense sophistiqué, résultat d’intuitions géniales. Malgré les faibles moyens employés, ce systèmes était l’expression de ce qu’il y avait de mieux, à l’époque, en termes de technologie et d’efficacité organisationnelle. Aussi, représentait-il l’ultime espoir d’une victoire finale. L’atout du système résidait dans les puissants radars qui permettaient la coordination parfaite des différent types d’armes -mitrailleuses, canons, avions- tout en assurant une couverture optimale aussi bien sur les différents fronts que sur 124
le territoire national allemand. L’organisation avait atteint un tel niveau de performance que les Etats majors alliés créèrent des structures spéciales pour démantibuler ce système dont l’efficacité s’avérait mortelle. Deux italiens parmi les héros de Balaclava, par Michele Petrolo (p. 96). Parmi les six-cents valeureux soldats ayant pris part à la charge de la Brigade légère à Balaclava, deux italiens choisirent de suivre les alliés anglais pour conquérir pas à pas le terrain contrôlé par les formations des artilleries ennemies. Les vides étaient comblés par de nouveaux chevaux et de nouveaux chevaliers qui serraient les rangs, permettant ainsi de renouveler la charge. Le Capitaine Giuseppe Govone et le Lieutenant Giuseppe Landriani, blessés sur le champ de bataille, obtinrent la reconnaissance de la reine Victoria. Aujourd’hui nous pouvons présenter sous son vrai jour un épisode qui avait été effacé des livres d’Histoire.
Technologischer Vergleich zwischen den zwei atlantischen Ufer,
von Luigi Poli (S. 10). Die amerikanischen und europaeischen Industriekonzerne sind auf der Suche nach jener Vereinbarkeit, die in der Lage ist, gegenseitigen Nutzen zu garantieren, um die Technologie der Zukunft zu verfolgen. Alle Sektoren sind daran interessiert, das beste synergische Profil herauszufinden, was anzuwenden ist. Diese Bestrebungen muessen aber mit der Wirklichkeit verglichen werden, um jene effektive Mitarbeit zu realisieren, die auf verschiedene Weise, auch den Verteidigungssektor anbelangt. Die Ressourcen fuer das Heer in der Verteidigungsbilanz, von Gennaro Marino (S. 14). Oft macht das taegliche Tempo die Vertiefung von Themen grosser oekonomischer Wichtigkeit schwierig, obwohl sie aber Teil des Alltags sind. Dies ist der Fall der Bilanz des Verteidigungsministeriums. Um das Beduerfnis und das Interesse auf das Wissen zu genuegen, stellen wir in wesentlichen Zuegen vor, wie das Jahr 2003 finanziell geregelt wird. Gehen wir also Motivationen, Dynamiken, und Ziele durch, auf einen einfachen Weg, der voller administrativen, politischen sowie auch kulturellen Bedeutungen ist. Die Prinzipien der Militaerkunst, von Ferruccio Botti (S. 26). Die Kunst des Krieges, in ihrer klassischen Konzeption,
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN erfaehrt gerade eine Veraenderung, die mit der Mentalitaet und mit dem wissenschaftlichen Fortschritt dieser Epoche verbunden ist. Es handelt sich nicht um eine Revolution des militaerischen Gedankens, sondern um die Fortsetzung eines langsamen Fortschreitens, das, zu Beginn der Zivilisation angefangen, sich an die heutige Welt angleicht. Die Grundbestandteile des Erfolges sollen also durch den Filter der Aktualitaet dringen, um herauszufinden, wie sie auf die komplexen zeitgenoessischen Situationen angewandt werden koennen. D ie staendige Entwicklung der informatischen Systeme, von Sergio Fiorentino (S. 40). Die Informatik stellt sich als einer der hauptsaechlichen Schwerpunkte des neuen Jahrtausends dar, in der Lage das Potential und die Leistungsfaehigkeit von Vereinen, Gesellschaften und Institutionen zu erhoehen. Die fortschreitenden Leistungen der Datenverarbeitung werden auf jedem Taetigkeitsbereich gefoerdert, sodass sich die wichtigsten Organisationen mit ihnen angemessenen Informatiksystemen sofort versorgen. Einer der bedeutendsten Verwaltungsapparate sind die Informationsstellen, die mit den modernsten Technologien ausgestattet sind. In jeder wirksamen Struktur bekommt die Figur des technologischen Leiters und des Datenbank-Verwalters
zunehmende Bedeutung. Dies ist eine Bestaetigung der Weitsicht derjenigen, die schon laengst mit Umsicht entschieden haben, in menschliche Ressourcen zu investieren. Die Technologie der Streitkraefte, die vor dem Terrorismus schuetzt, von Donato D’Ambrosio (S. 48). Die Veraenderung der Gefahren und die Herausforderungen des neuen Jahrtausends haben der Elektronik und der Informatik einen weiteren Auftrieb gegeben. Besondere Aufmerksamkeit wird auf Militaeroperationen gelegt, die nicht direkt mit dem Krieg zu tun haben. Vor allem in den Ortschaften, wo die Informationen, die Digitalisation und der im Computernetz entwickelte Krieg von grosser Wichtigkeit sind. Zu diesem Zweck beschraenkt das italienische Heer sein Interesse auch auf die avantgardistischen Programme, unter denen jene bevorzugt werden, die auf die Fuehrung und Kontrolle, auf NBC, auf die Robotik und auf die Kommunikation neuer Generation abgezielt sind. Dennoch wird der Soldat der entscheidende Faktor bleiben. Die Kunst, sich entscheiden zu koennen, von Antonio Marchetti (S. 58). Eine Entscheidung erfordert einen komplexen mentalen Vorgang, fuer den viele kuerzlich herausgefundene Elemente von Bedeutung sind
und die, auf der Basis von besonderen elaborativen Prozessen, verstaerkt werden koennen. Erprobte Techniken helfen so, das Problem der Entscheidung mit Naturlichkeit und Unbefangenheit auch in extremen Situationen zu loesen. Die Wissenschaft ist damit in der Lage, die unzureichende Erfahrung auszugleichen. Es bedarf einfacher Regeln, die auch Einsteiger mit einem geringen Aufwand tagsueber anwenden koennen, um dadurch konkrete Vorteile in verschiedenen Bereichen zu erhalten. Die Familie ist die Grundbasis der Gesellschaft, von Angelo Marchesi (S. 78). ÂŤDie Republik erkennt die Rechte der Familie als naturliche Gesellschaftsform auf der Grundlage der Ehe an. Die Ehe beruht auf der moralischen und rechtlichen Gleichheit der Ehepartner mit den vom Gesetz festgelegten Grenzen als Garantie der Einheit der FamilieÂť. (Konstitution der Italienische Republik, Artikel 29) Feuersturm ueber dem Reich, von Claudio Morino (S. 86). Um der Uebermacht der angloamerikanischen Luftstreitkraefte Herr zu werden, benutzten die deutschen Generaele, am Ende des zweiten Weltkriegs, ein sophistikates Verteidigungssystem Ergebnis genialer Intuitionen. Ein solches System, auch mit begrenzten Mitteln, bedeutete 125
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN zur damaligen Zeit das Maximum der Technologie und der Organisation und liess noch an den endgueltigen Sieg glauben. Der Schwerpunkt des Systems beruhte auf hochleistungsfaehigen Radaranlagen, die die perfekte Koordinierung zwischen den verschiedenen Waffenarten wie Maschinengewehr, Kanonen und Flugzeugen erlaubten; damit sicherte man eine optimale Deckung an den einzelnen Fronten und auch auf dem deutsch-nationalen Gebiet. Die Organisation war derart wirkungsvoll, dass die alliierten Oberbefehlshaber, um deren toedliches Potential zu vernichten, besondere Massnahmen ergriffen. Es waren auch Italiener unter den Helden von Balaclava, von Michele Petrolo (S. 96). Unter den mutigen Sechshundert, die in Balaclava in den Reihen der leicht bewaffneten Brigade angegriffen haben, entschieden zwei Landsleute, sich den englischen Alliierten anzuschliessen und so Schritt fuer Schritt das Territorium zu erobern, das von Stellungen von Artillerie beherrscht war. Die entstehenden Luecken wurden von anderen Pferden und Reitern ausgefuellt, die die Reihen schlossen und so die Moeglichkeit gaben, erneut anzugreifen. Der Kapitaen Giuseppe Govone und der Leutnant Giuseppe Landriani, die auf dem Feld verletzt wurden, verdienten sich so die Anerkennung der Koenigin Viktoria. Wir sind jetzt in der 126
Lage, ein Ereignis zu beleuchten, das aus den Geschichtsbuechern verschwunden war.
Comparación tecnológica entre las dos orillas del Atlántico, por Luigi Poli (pág. 10). Los escenarios industriales norteamericano y europeo van en pos de aquella compatibilidad capaz de garantizar recíprocos beneficios que permitan desarrollar la tecnología del futuro. Todos los sectores se están ocupando en definir el mejor perfil sinérgico de adoptar. Sin embargo, las ambiciones habrán de confrontarse con la realidad a la hora de entablarse ese proceso de colaboración activa en que participará, aunque en distintas formas, el sector de la defensa. Los recursos para el Ejército en el presupuesto de la Defensa, por Gennaro Marino (pág. 14). A menudo, los ritmos cotidianos vuelven difícil profundizar aspectos económicos de interés que sin embargo forman parte de la vida cotidiana. Es el caso, por ejemplo, del presupuesto del
Ministerio de Defensa. Para responder a exigencias y satisfacer intereses y curiosidades presentamos a grandes rasgos la gestión financiera del ejercicio 2003, analizando motivaciones, dinámicas y finalidades a través de un recorrido sencillo que ofrece numerosos elementos de carácter administrativo, político e incluso cultural. Los principios del Arte militar, por Ferruccio Botti (pág. 26). El concepto de «Arte de la Guerra», en su acepción clásica, está sufriendo transformaciones a raíz de los cambios de mentalidad y del progreso científico que caracterizan esta época. No se rata de una revolución del pensamiento militar, sino más bien de la prosecución de una lenta evolución que desde los albores de la civilización fue adaptándose al mundo moderno. Conque, los factores de éxito esenciales tendrán que hacerse pasar por el filtro de la actualidad para adaptarlos a las complejas situaciones de hoy. La evolución continua de los sistemas informáticos, por Sergio Fiorentino (pág. 40). La informática se está imponiendo como una de las mayores fronteras del nuevo milenio por ser capaz de incrementar el potencial y el rendimiento de entes, sociedades e instituciones. Las prestaciones crecientes de los sistemas de procesamiento facilitan su aplicación en
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN cualquier sector de actividad. Tanto es así que las mejores organizaciones se dotan prontamente de sistemas informatizados capaces de responder a sus propias exigencias. Cabe señalar al respecto, en tema de gestión, los Centros de Información equipados con las más modernas tecnologías. En toda estructura eficiente destacan cada vez más, las figuras del directivo tecnológico y del administrador de bancos de datos. Lo cual confirma la sabiduría de quienes, como buenos previsores, decidieron invertir desde hace tiempo en recursos humanos. La tecnología del Ejército que protege contra el terrorismo, por Donato d’Ambrosio (pág. 48). La electrónica y la informática experimentaron un nuevo impulso a raíz de los cambios que sufrió la amenaza y de los retos del nuevo milenio. Cabe señalar a este respecto, las operaciones militares fuera del ámbito de guerra, en particular en los centros habitados donde cobran una importancia primordial las informaciones, la digitalización y la guerra basada en las redes de Mando y Control. El Ejército italiano se está aplicando a elaborar programas de vanguardia entre los cuales cabe destacar los programas para el Mando y Control, el NBC, la robótica y las comunicaciones de la nueva generación. Aunque el mejor de los recursos sigue siendo el soldado. El arte de saber tomar
un decisión, por Antonio Marchetti (pág. 58). La decisión requiere un complejo proceso mental en el que participan numerosos elementos identificados recientemente que pueden ser potenciados a través de procedimientos de elaboración especiales. Así es como técnicas probadas ayudan a resolver el problema de tomar una decisión con naturalidad y soltura, aun en situaciones extremas. Conque, la ciencia compensa la falta de experiencia. Son suficientes unas pocas reglas sencillas que hasta los más jóvenes pueden aplicar durante el día, con esfuerzos mínimos, para conseguir beneficios concretos en muchos ámbitos.
escasez de medios utilizados, dicho sistema era lo mejor de la tecnología y de la eficiencia organizativa de aquel entonces y por ello mismo representaba una esperanza de victoria final. Su elemento principal radicaba en los potentes radares que permitían optimizar la coordinación entre los diferentes tipos de armas tales como ametralladoras, cañones y aviones, garantizando asimismo un alto nivel de cobertura tato en los distintos frentes como en el territorio nacional alemán. La organización era tan eficaz que los estados mayores aliados llegaron a crear una estructura especial para desbaratar ese sistema cuya eficacia resultaba tan mortal.
La familia es la base viva de la sociedad, por Angelo Marchesi (pág. 78). «La República reconoce los derechos de la familia como sociedad natural fundada en el matrimonio. Entre los efectos del matrimonio se encuentra la plena igualdad moral y jurídica de los cónyuges, con los requisitos establecidos por la ley para garantizar la unidad familiar» (Constitución de la República Italiana, artículo 29).
Había italianos entre los héroes de Balaclava, por Michele Petrolo (pág. 96). Entre los seiscientos valientes de la brigada ligera que cargó contra Balaclava se encontraban dos italianos que habían decidido seguir a los aliados ingleses conquistando paso a paso cada centímetro de territorio controlado por los despliegues de artillería. Las bajas se compensaban con otros caballos y otros caballeros que cerraban filas para volver posible otra carga. El Capitán Giuseppe Govone y el Lugarteniente Giuseppe Landriani, heridos en el campo de batalla, merecieron el reconocimiento de la Reina Victoria. Ahora estamos en condiciones de arrojar luz sobre un episodio borrado de los libros de Historia.
Lluvia de fuego sobre el Reich, por Claudio Morino (pág. 86). Cuando la segunda guerra mundial estaba acabándose, para contrarrestar las fuerzas aéreas angloamericanas los generales alemanes realizaron un sofisticado sistema de defensa, resultado de geniales intuiciones. A pesar de la
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RECENSIONI
Basil H. Liddle Hart: «Storia di una sconfitta - La Seconda guerra mondiale raccontata dai Generali del Terzo Reich», Edizioni BUR, Seconda Edizione SB Saggi, Milano 2002, pp. 543, euro 9,90.
«I Generali tedeschi di questa guerra erano il miglior prodotto della loro professione, in assoluto, rispetto a ogni altro Paese. Avrebbero potuto essere anche migliori se la loro visione fosse stata più larga e la loro comprensione più profonda. Ma se fossero divenuti filosofi, avrebbero cessato di essere soldati». Con queste piccole ma profonde riflessioni, Basil H. Liddle Hart – il cronista della storia che, come pochi, ha saputo scandagliare nel profondo e senza pregiudizi gli eventi più tragici del XX secolo e i loro protagonisti – conclude la sua «Storia di una sconfitta», un’opera ormai divenuta un classico con numerose ristampe e traduzioni dall’inglese. Dopo la prima pubblicazione dell’opera, che già nel 1948 ebbe un notevole successo da parte di pubblico, critica e studiosi, Liddle Hart riuscì a procurarsi un’altra enorme quantità di documenti e testimonianze. Queste furono successivamente inserite, nel 1950, in una nuova edizione più completa – la
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presente – riveduta e ampliata. Fermo nella sua convinzione che la storia non sia solamente quella dei vincitori, l’autore interrogò Generali e Ammiragli tedeschi presi prigionieri dalle forze alleate al termine della Seconda guerra mondiale, allo scopo di studiarne a fondo le ragioni che, pur vedendoli inizialmente vincitori su tutti i campi di battaglia, non evitarono una cocente sconfitta. Ne scaturiscono, pertanto, resoconti di abili capacità militari mescolate a follia politica, trionfi tattici ed errori strategici, astuzie diplomatiche e audaci congetture, che aiutano a comprendere meglio la seconda guerra totale del XX secolo. Il tutto è documentato da precisi riferimenti e dalla descrizione minuziosa e particolareggiata dei fatti. L’originale idea di scrivere questo libro scaturì leggendo «Correspondence and diaries» («Corrispondenza e diari») di John Wilson Crocker (1780-1857), politico, scrittore e memorialista irlandese. Le parole del nobile inglese stimolarono così Liddle Hart a raccogliere le testimonianze della parte avversa, prima che la memoria degli Ufficiali del Terzo Reich si affievolisse o si colorisse sempre più di postume giustificazioni e revisioni di giudizi. Nel presente libro – la cui pubblicazione è stata ritardata dalla prigionia o da altre restrizioni della libertà personale degli intervistati – l’esattezza e la sincerità delle testimonianze raccolte variano da persona a persona, come accade sempre quando si ha a che fare con i singoli individui, anche se Liddle Hart riconosce ai tedeschi molta obiettività di valutazione. Naturalmente i Generali manifestano la tendenza a giustificarsi per la parte avuta nelle aggressioni hitleriane, ma non sempre senza motivo. L’autore lo conferma in base alla sua esperienza, maturata nel periodo tra le due guerre, quando analizzava le tendenze sociali e istituzionali che si manifestavano in Europa, Germania compresa. Gli apparve pertanto evidente che lo Stato Maggiore Generale tedesco
esercitava su Hitler un’influenza ben minore di quella di cui aveva goduto al tempo dell’Imperatore e mirava a frenare i piani aggressivi, piuttosto che sostenerli. Tali elementi lo studioso li evince pure dai documenti rinvenuti negli archivi tedeschi catturati e pure nei diari di Goebbels, pieni di accuse per i Generali di scarsa partecipazione verso Hitler e il nazismo. Fu proprio quell’idea preconcetta di vedere la società tedesca di allora un monolito senza incrinature, a impedire agli alleati di sostenere validamente il movimento clandestino germanico, che con l’appoggio dei militari progettava da tempo il rovesciamento di Hitler. In questo modo, la guerra si prolungò probabilmente per mesi se non addirittura per anni. I militari, quindi, si trovarono stretti tra la richiesta alleata di una resa incondizionata e il potere di fanatica suggestione che Hitler esercitava sulle masse e sulle loro truppe, rafforzato dal sistema poliziesco e spionistico del dittatore. Pur se in questo libro l’autore giustamente critica la loro cecità, reputa difficile che altri, in altri Paesi e in circostanze analoghe, sarebbero stati capaci di fare di più per rovesciare quel regime. Questo naturalmente non giustifica gli alti Ufficiali tedeschi di quell’epoca. Essi possono essere criticati per la loro tendenza a chiudere gli occhi dinanzi agli eccessi nazisti e delle SS e la mancanza, salvo qualche eccezione, del coraggio morale necessario per protestare contro atti che, essi stessi, non avrebbero commesso. Tale colpa, però, non può essere reputata lieve. Basil H. Liddle Hart (1895-1970) fu uno dei più acuti e famosi esperti e storici dell’Arte militare. Il libro «Storia di una sconfitta» è considerato il suo lavoro letterario più efficace, in termini di nuovi elementi cognitivi apportati, nonché per l’innovativo stravolgimento dei parametri testimoniali. Non bisogna peraltro dimenticare altri suoi numerosi lavori che hanno fatto tendenza. Tra questi, fanno parte delle biblioteche più accreditate le opere «La Prima guerra mondiale 1914-
RECENSIONI 1918», come pure «Storia militare della Seconda guerra mondiale» e «L’arte della guerra nel XX secolo». G.M.G.T.
ce del cuore (ricordando: «vi lascio la mia pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» - Gv, 14, 27); quinta regola: devo consultarmi con una persona matura e che mi conosca bene.
Giuseppe Mani: «Vivere», Ordinariato Militare per l’Italia, pp. 74, s.i.p.. L’agile libretto, firmato dall’Arcivescovo Giuseppe Mani, già Ordinario Militare per l’Italia, è una vera lettera pastorale, pensata in modo nuovo, originale e accattivante. Centrato sul tema della vocazione, prende spunto dall’incontro tra Monsignor Mani e un giovane desideroso di scoprire se stesso. Ne nasce un profondo e sereno colloquio che si sviluppa in otto temi: creati per essere felici; felici nell’amore; come investire l’amore; con il matrimonio; solo con Dio; come si riconosce una vocazione; chiamati a servire; riconoscere la propria vocazione al servizio. Fa da introduzione e da premessa la narrazione dei sentimenti provati dall’Autore, presente all’inaugurazione dei lavori di restauro della volta della Cappella Sistina, mosso dalla spinta interiore di vedere come la scena della creazione era uscita dalle mani di Michelangelo: «Adamo, disteso per terra, riceve dal dito di Dio il dono della vita». Un dono che non si può sciupare perché è fondamentale per la nostra felicità, strettamente legata all’alleanza con Dio. Un incontro, cementato dall’amore, dalla fede e dalla preghiera. Significativo è, in particolare, il breve capitolo di chiusura «riconoscere la propria vocazione al servizio» essenzializzata dall’Autore nelle cinque regole che soleva proporre ai bambini per aiutarli a individuare cosa avrebbero dovuto fare in futuro. Sono regole che possono aiutare anche noi. Prima regola: devo fare ciò che mi piace di più; seconda regola: devo scegliere ciò che mi costa di più; terza regola: devo preferire sempre ciò che serve di più agli altri; quarta regola: devo scegliere solo ciò che mi dà la vera pa-
Questo vale anche per la vocazione alle armi. Non a caso ne parla l’Ordinario Militare. La stessa vita dell’uomo è, infatti, per il Vangelo un duro servizio militare (militia est vita hominum super terram) e prima degli ultimi «alleggerimenti» liturgici si invocava il «Dio degli eserciti». In conclusione il messaggio di Monsignor Mani è un convinto invito alla riflessione e, soprattutto, all’ottimismo. A guardare con serenità alla vita nella piena consapevolezza che neppure eventi tragici possono mettere in dubbio la grandezza e la magnanimità di Dio. O.R. Antonello Bigini (a cura di): «Guido Romanelli. Nell’Ungheria di Bèla Kun e durante l’occupazione militare romena. La mia missione (maggio-novembre 1919)», Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2002, pp. 310, euro 33,00. Il volume, in un’elegante veste editoriale, è stampato in un momento particolarmente felice, quello dell’ingresso dell’Ungheria nell’Alleanza Atlantica. Un’opera memorialistica che ben si inserisce nella collana dell’Ufficio Storico «I documenti per la storia d’Europa».
Nel 2001 il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Tenente Generale Gianfranco Ottogalli, scopre, durante una solenne cerimonia presso la Scuola di ingegneria militare di Budapest, il nuovo busto dedicato al Colonnello Romanelli. L’Ungheria, legata sin dal Risorgimento all’Italia per motivi sia storici che culturali, ha manifestato la sua gratitudine a Romanelli insignendolo, nel 1922, dell’onorificienza della «sciabola d’onore» ungherese e dedicandogli il busto poi rimosso per utilizzarne il bronzo per il monumento a Stalin. In seguito è nominato anche Console Generale d’Italia a Barcellona e Presidente della banca ungaro-italiana. A curare l’opera di Romanelli è chiamata una persona di indubbie capacità. Il professor Bigini, oltre a essere ordinario di storia dell’Europa orientale presso l’Università romana «La Sapienza», è dottore honoris causa all’Università ungherese di Szeged ed è attualmente Direttore del Centro interuniversitario di studi sull’Ungheria e sull’Europa centrale e orientale. Dunque si può definire il professor Bigini lo scopritore dell’alto valore documentario dei rapporti degli Ufficiali italiani incaricati di particolari missioni all’estero. Una vera «diplomazia parallela». Di Bigini è infatti la preziosa Introduzione storica (pp. IX-XXV). Con la pace di Versailles vengono istituite le Commissioni Interalleate di Controllo volte a verificare l’attuazione delle decisioni assunte in ambito alla Conferenza degli Ambasciatori. Il Colonnello Romanelli è dunque a capo della Missione militare italiana in Ungheria, nel 1919, nel difficile periodo della Repubblica dei Consigli di Bèla Kun. Il libro consente anche di scoprire un Romanelli scrittore oltre alla sua coraggiosa capacità di mediazione. Salva infatti la vita agli Allievi Ufficiali ungheresi condannati a morte da Bèla Kun per la partecipazione a manifestazioni contrarie al dittatore comunista. Indubbiamente andan-
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RECENSIONI do ben oltre, e con non poco rischio personale, i termini formali del mandato della delegazione italiana. La riedizione delle memorie di Romanelli è anche l’occasione per far conoscere lo straordinario e coraggioso operato di tanti altri Uffi-
ciali italiani che si sono distinti in ambito europeo negli anni venti del secolo scorso. Queste memorie, come afferma a ragion veduta il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nella Prefazione al volume, possono costituire, oltre alla riscoperta degli indubbi legami esistenti tra la storia d’Italia e quella d’Ungheria, anche un proficuo insegnamento per i giovani delle nostre Forze Armate, impegnate a vario titolo, oggi più che mai, nelle aree più tribolate del mondo.
trapreso, da anni, con il Museo civico di Rovereto, un accurato studio sull’aerofotografia e una collaborazione, sempre più affinata, con il Museo storico italiano della guerra di Rovereto e il Museo tridentino di scienze naturali di Trento. La fotografia dall’aereo non da solo la possibilità di conoscere la realtà di un’area al momento della ripresa. La fotointerpretazione consente ormai di conoscere anche dati geo-storici, come la presenza di opere murarie ormai completamente ricoperte dal terreno e l’antico corso dei fiumi. Il bellissimo volume di grande formato (cm 30 x 60) segue quello del 1997 (edito a cura del Museo storico di Trento e del Museo civico di Rovereto) Il «serpente glaciale», a cura di Diego Leoni e Patrizia Marchesoni, dedicato alla ricognizione aerofotografica anglo-americana sul Trentino nel conflitto 1939-1945. Su questo nasce il volume in esame che si spinge fino alla «Grande guerra» 1914-1918 e agli albori dell’aerofotografia. La sede della pubblicazione, Trento, è del resto felice perché fondatore dell’aerofotografia, ed è ben ricordato sin dalla premessa dei vari direttori, è lo scienziato italiano Giovanni Battista Trener. Trener, geologo e Maggiore della riserva, è cognato di Cesare Battisti perché sposa Irene Bittanti, sorella di Ernesta, moglie di Battisti. Nel gennaio del 1915 riesce a recarsi a Padova ed è chiamato all’università
A.L.
Diego Leoni, Patrizia Marchesoni, Achille Rastelli (a cura di): «La macchina di sorveglianza. La ricognizione aerofotografia italiana e austriaca sul trentino, 1915-1918», Museo storico in Trento, Museo tridentino di scienze naturali, Museo storico italiano della guerra di Rovereto, Trento, 2001, pp. 208, euro 62,00. Il museo storico di Trento ha in-
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dal professor Giorgio Dal Piaz L’entrata in guerra dell’Italia, coincide con il suo volontario ingresso in servizio. Destinato poi al servizio informativo della Terza Armata, svolge un’opera preziosa, anche come compilatore della prima norma-
tiva in materia. Trentino, nato a Riva del Garda il 3 giugno 1888, è anche l’altro pioniere dell’aerofotografia Livio Flavio. Il volume comprende: prefazione, L’occhio e l’idea di Diego Leoni; La lente di Trener. Ovvero l’arte di interpretare le foto aeree di Achille Rastelli; Giovanni Battista Trener. I compiti della scienza di Gino Tomasi; Uomini, aerei e macchine fotografiche sul Trentino, di Giorgio Apostolo; Materia prima. L’utilizzazione dell’aerofotografia storica per la ricerca geomorfologia e glaciologica di Alberto Seppi; Archeologia di guerra. L’uso dell’aerofotografia storica per lo studio del territorio. Conclude una nota storico-archivistica di Patrizia Marchesini e Achille Rastelli. Segue l’Atlante. La prefazione è illustrata da fotografie di opere di Luigi Bonazza di proprietà del Museo dell’Aeronautica «G. Caproni» di Trento. I testi, oltre alla parte documentaria e specifica, curatissima e preziosa, sono di grande interesse storico. Ammirevoli le fotografie dell’Atlante anche per la parte realizzata da piloti e osservatori austriaci. P.F.Q.
Constant Villar: «Campagna degli Austriaci contro Murat nel 1815 Battaglia di Tolentino, 2, 3 e 4 maggio 1815», Associazione Tolentino 815 - Via Nazionale 2 - 62029 Tolentino (MC) - 2002 - pp. 62, s.i.p.. La Battaglia di Tolentino, combattuta dal 2 al 4 maggio 1815 tra l’esercito di Gioacchino Murat, Re di Napoli, e quello austriaco del Barone Federico Bianchi, è considerata dagli storici come la «Prima battaglia per l’Indipendenza italiana». Essa si colloca tra il declino del potere temporale pontificio (il Trattato di Tolentino, firmato il 16 febraio 1797 tra Napoleone Bonaparte e i rappresentanti di Papa Pio VI, ne ha segnato l’inizio) e le origini del Risorgimento nazionale. La presentazione del volume, curata dal dottor Paolo Sciscioni, fa luce sui motivi istituzionali del so-
RECENSIONI dalizio, del quale è il presidente, che si prefigge il recupero e la tutela del patrimonio storico-artistico legato agli avvenimenti dei quali il territorio di Tolentino è stato teatro. Il «Saggio introduttivo» di Evio Hermas Ercoli ne illustra ampiamente i contenuti dell’opera che assumono le caratteristiche di un documento di grande interesse storico. Si tratta della traduzione dal francese del capitolo cinque, libro I della «Campagne des Autrichiens contre Murat en 1815», pubblicata a Bruxelles da A. Wahlen nel 1821, dove l’autore appare con la dicitura «V C de Br, temoin oculaire» , e, pertanto, dichiarandosi testimone
oculare dei fatti descritti, il documento è da ritenersi storicamente valido e attendibile. Per la prima volta, quindi, viene proposta al pubblico la versione austriaca della Battaglia di Tolentino, aspetto che ne accentua l’interesse storico-documentale. Per risalire alle generalità dell’autore, che ha voluto conservare l’anonimato, è stata necessaria un’approfondita ricerca storica, datata 1911, curata dalla Scuola Positivista tedesca, intitolata «Deutsches Anonimen- Lexicon» di M. Holzman e di H. Bohatta, attribuisce la «Campagne des Autrichiens contre Murat
en 1815» a Constant Baron de Vilar, che in seguito verrà scritto «Villar». La partecipazione di Villar alla Battaglia di Tolentino è documentata dalla ricostruzione storica che il Comandante Weil fa nel suo libro «Joachim Murat, Roi de Naples. La Derniere Année de Regne» (mai 1814 - mai 1815) Fontemoing et Cle, Editeurs, Paris 1928. Nel tomo quarto del libro «L’offensive autrichienne (14-29 avril)», l’autore fa riferimento al giornale delle operazioni del Feldmaresciallo Bianchi, conservato nell’archivio militare di Vienna, dal quale si evince (nota del 1° maggio 1815) che «le parti» (unità di pochi effettivi, secondo il gergo militare francese) del Capitano Constant Villar erano a Urbino. Il Barone Villar è quindi un ufficiale austriaco della colonna Neipperg, che nel testo parla di sé in terza persona e descrive fedelmente, non soltanto i fatti, ma anche il patrimonio artistico che si mostra ai suoi occhi, aggiungendo al suo libro il pregio di guida turistica delle città marchigiane coinvolte nella campagna del 1815. Il «Proclama» che Gioacchino Murat indirizza agli italiani da Rimini il 30 marzo 1815 è un grido al risveglio delle coscienze, un invito alla ribellione allo straniero e un’esortazione accorata alla indipendenza d’Italia. Le truppe napoletane vengono sconfitte, ponendo la parola fine alla memorabile battaglia che segna il declino della potenza di Gioacchino Murat, di un regno e della dinastia napoleonica. La sconfitta di Tolentino del 1815 può essere paragonata a quella di Mentana del 1867: la prima segna l’inizio del nostro Risorgimento, mentre la seconda, ultima del programma unitario nazionale, scuote gli animi degli italiani che, tre anni dopo, il 20 settembre 1870, entreranno in Roma, finalmente Capitale d’ Italia. N.S.
Lee Child: «Trappola Mortale» titolo originale («Tripwire») - Pro-
prietà Letteraria Riservata Longanesi & C. 2002 - 20122 Milano, corso Italia, 13, pp. 456, euro 17,00. In questo romanzo, pubblicato negli USA nel giugno 2000, l’autore, Lee Child, ripropone il fortunato eroe: Jack Reacher, duro, taciturno, vulnerabile... dunque irresistibile. Lee Child, nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954, è uno degli scrittori più fortunati e di successo di questi anni del genere romanzi d’azione, e il suo protagonista «Jack Reacher» non ci delude mai. Questa volta il personaggio dovrà vedersela con uno spietato assassino, Hook Hobie, la mostruosa creatura coperta di cicatrici e con un uncino al posto della mano destra, dall’oscuro passato che però vuole lottare e non fuggire più. La posta in gioco è altissima, questo è sicuro e Reacher, non potrà contare sulla polizia, perché in certi casi come gli ha insegnato il suo maestro Leon Garber: «noi siamo la polizia». Ritroverà invece una donna bellissima che credeva di aver perso e che invece avrà un peso determinante per vincere la partita e forse sul suo futuro.... Sullo sfondo la vicenda del Vietnam, «l’unico conflitto che abbiamo perso», e i 2 200 dispersi, una ricerca continua per gli Stati Uniti, e spesso una umiliante identificazione. In sostanza, il nostro eroe Jack Reacher, è un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, combatterà contro un nemico astuto e invisibile che non conosce pietà e che si basa su due semplici meccanismi: identificazione e risposta. Fase uno, fase due. Prima identifichi la minaccia, poi reagisci. La fase uno consiste in un «sistema di allerta immediata», la fase due è la risposta. Il temibile Hook Hobie sà quale sarà la propria reazione; vi ha riflettuto per quasi trent’anni, arrivando alla conclusione che esiste un’unica possibile ri-
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RECENSIONI sposta: la fuga. Egli è un realista. Per tutta la vita è stato fiero di se stesso per il coraggio e l’astuzia, la tenacia e la forza d’animo dimostrati. Ha sempre fatto il necessario, senza ripensamenti né indugi. Il pericolo è cresciuto e diminuito per anni, come una marea e
trent’anni sono un’eternità. Ha avuto modo di ripassare il piano un’infinità di volte. Con ogni probabilità, la prima chiamata sarebbe giunta un mese prima della seconda, e quel tempo gli sarebbe servito per prepararsi alla fuga. Inaspettatamente, come spesso accade, le due chiamate arrivano nello stesso giorno. Addirittura la seconda precede la prima: Il laccio più vicino scatta un’ora prima di quello più lontano. Hook Hobie, però, sceglie di non fuggire. Abbandona tutti i suoi piani attentamente elaborati e rimane a combattere. A questo punto entra in azione nella mortale partita Jack Reacher, che con l’aiuto della bella e misteriosa Jodie, affronterà Hobie, le sue doti non sono solo il coraggio ma soprattutto il senso dell’onore e della giustizia che ne fanno uno strepitoso eroe. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato. A.C.L.
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Autori vari: «Scrittori di fronte alla guerra», Aracne Editrice, 2003, pp. 285, euro 15,00. Il libro raccoglie i contributi di ricercatori e dottorandi del Dipartimento di Italianistica dell’Università degli Studi «Roma Tre» sul tema della guerra. Gli autori hanno sviluppato un percorso di studio volto a seguire il tema della guerra, dal Trecento fino alla Seconda guerra mondiale, attraverso le espressioni letterarie più significative e degne di interesse: Petrarca, le cronache trecentesche, la biografia umanistica di Firenze e Napoli, il Ciriffo Calvaneo, la tragedia del Cinquecento, Niccolò Machiavelli, i generi letterari e la storiografia del Seicento, la poesia epica tra Sette e Ottocento, Curzio Malaparte, i romanzi di alcuni combattenti della Repubblica di Salò, Beppe Fenoglio, Vittorio Sereni, Alberto Moravia. Particolarmente suggestiva è la disamina del Ciriffo Calvaneo, composto come da frontespizio «a petizione del Magnifico Lorenzo de’ Medici», che ci conduce in un mondo in cui la figura animale viene impiegata sia per presentare positivamente o negativamente le azioni dei combattenti sia per esprimere variamente l’ambiente in cui essi si muovevano. Questo nonostante che per la cultura umanistica – scrive Giuseppe Crimi – la ferinità del combattente non dovesse assolutamente emergere, soprattutto alla luce del programma cavalleresco della Firenze medicea, nel quale, appunto, si doveva eliminare ogni riferimento irrazionale al cavaliere ed innalzare invece le sue nobili virtù. E così il Ciriffo rappresenta una prova della estrema difficoltà di eliminare radicalmente e totalmente la componente animale da una certa cultura cavalleresca che aveva ancora come punti di riferimento i testi medievali. Questa dialettica tra tradizione e modernità, che accomuna numerose opere di letterati classici e moderni, come evidenzia Gainluca Frenguelli, è presente anche ne «L’Arte della guerra» di Niccolò Machiavelli, in cui risiede l’originalità dell’opera e che l’autore realizza su più piani,
compreso quello linguistico. A conclusione di questa breve presentazione sembra opportuno segnalare il saggio sulla scrittura di Vittorio Sereni, per il quale la guerra e la prigionia – scrive giustamente Stefania Luttazzi – hanno rappresentato un momento fondamentale dell’esperienza (non soltanto dal punto di vista biografico), il perno attorno a cui far ruotare tutta la successiva riflessione esistenziale e stilistica. Mai come nel caso degli accadimenti legati al Secondo conflitto mondiale la scrittura assume, secondo lo stesso Sereni, l’essenziale funzione di spiegare, ricordare, e
al tempo stesso concludere, un’esperienza altrimenti incomprensibile, facile bersaglio di rimozioni personali e collettive, e intrinsecamente estranea al concetto stesso di conclusione, poiché nessuna interpretazione finale è in grado di riportare equilibrio nell’assurdo. L’opera dall’alto contenuto formativo, condotta con rigoroso metodo scientifico, si rivolge soprattutto a un pubblico di specialisti ma può essere, anche per i non addetti ai lavori, una fonte di approfondimento culturale su come importanti esponenti della tradizione letteraria italiana hanno affrontato il tema della guerra. P.V.R.
ella prassi di un continuo adeguamento al mutare dei tempi e degli interessi N dei lettori, la nostra «Rivista» approfondisce la ricerca su internet di siti di maggior interesse per lo studioso, o per il semplice appassionato, dell’universo militare. La rubrica internautica, dedicata all’esame degli aspetti di maggior interesse, è articolata in: • Istituzioni on Line, con la presentazione dei siti istituzionali principali; • Dottrina on Line, con l’esame di siti dedicati all’approfondimento della cultura e dei servizi offerti dalla Difesa; • Militaria on Line, con una selezione di siti relativi alla nostra militaria; • Militaria all’estero, con una visita ai siti stranieri che trattano storia e vari argomenti di carattere militare.
istituzioni on line
LA RETE TELEMATICA MONDIALE La rete ultimamente sta catalizzando sempre più utenti, ma è ancora troppo dispersivo percorrerla alla ricerca delle informazioni. Pertanto si consiglia l’utilizzo di un «motore di ricerca». In altre parole quella procedura informatica che scandaglia la maggior parte delle pagine web su internet. Approfondiremo in seguito l’importanza dei motori e dei portali, perché spesso questi s’identificano, e di come avvenga il sorteggio delle pagine in internet. Al riguardo ricordiamo www.virgilio.it, www.altavista.it, www.google.it, www.lycos.it. Ma sono moltissimi quelli italiani e stranieri, e alcuni offrono anche la traduzione dalla lingua madre del sito all’italiano. Questi, nell’home page, presentano una maschera d’interrogazione dove s’inserisce la parola «chiave», quella che, in pratica, permette al «motore» di far emergere tutti quei siti che hanno come oggetto le «informazioni». Le operazioni descritte consentono, piano piano, di navigare nel mare delle pagine web di internet evitando di girovagare, spesso a vuoto, in quelle che sono definite «le nottate insonni del neofito internauta». I collegamenti che proponiamo per ora sono semplici, di primo livello nel direttorio principale del web. In seguito, divenuti più esperti, potremo affrontare percorsi secondari, alla ricerca di informazioni più complesse.
II Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (http://www. defenselink. mil) (http://www. defenselink. mil/ pubs/ pentagon)
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l Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD), altrimenti noto come il Pentagono, occupa costantemente le cronache mondiali nel bene e nel male da circa un sessantennio. Chi frequenta le pagine della Rivista ricorderà che avemmo modo di visitare il sito del Dipartimento di Stato, mettendo in guardia i
navigatori sulla sua complessità. Ebbene, il sito del DoD è finanche peggio, tant’è vero che si affida ad una rete autonoma (http://www.defenselink.mil) per gestire in modo unitario non solo le risorse proprie, ma anche quelle delle singole Forze Armate e di ogni organismo a esso correlato. Aperta la pagina iniziale, troviamo innanzitutto le notizie più importanti all’ordine del giorno, comprese le trascrizioni delle interviste e delle conferenze stampa dei Vertici del Ministero. E, dal momento che nelle relazioni internazionali le parole sono come macigni, è talvolta interessante andare a vedere che cosa hanno effettivamente detto i protagonisti, con ciò facendo giustizia di talune semplificazioni mediatiche ad uso del grande
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pubblico. Esaurite le notizie, come accennato in apertura per il tramite di Defenselink possiamo accedere a qualunque destinazione nell’ambito dell’organizzazione. Troviamo quindi i collegamenti al segmento Interforze, alle singole Forze Armate, al Bilancio, al Reclutamento, a programmi particolari, nonché a pagine dedicate a particolari problematiche, quali i Teatri di Operazione aperti o la guerra al terrorismo. Nondimeno, se non vogliamo perderci è la barra orizzontale in alto a garantire i migliori risultati. Ogni bottone apre infatti pagine specifiche dedicate alle notizie, alle immagini, alle pubblicazioni, agli avvenimenti del giorno e così via. In caso di emergenza, poi, vi è sempre il magico tasto Sitemap a toglierci d’impaccio. Ogni sito che si rispetti ha una propria mappa di navigazione dove, per il tramite di elementari strutture ad albero, sono riportati tutti i contenuti, senza bisogno di impazzire da una finestra all’altra per trovare quanto ci interessa. Oltre a presentare il quotidiano, Defenselink contiene anche un ricco archivio documentale suddiviso per categorie, Publicatìons, nell’ambito del quale spiccano pubblicazioni e collegamenti di ordine generale – dizionari, almanacchi, repertori statistici – nonché relazioni parlamentari e direttive nazionali di grandissimo interesse per comprendere gli orientamenti politico-militari della «Grande Potenza». E se, dopo aver letto centinaia di pagine, vorrete prendere una boccata d’aria, nulla di meglio dei celebrati corridoi del Pentagono, che potrete visitare virtualmente insieme ad un buon numero di stanze che hanno fatto la storia d’America e del Mondo. (http://www. defenselink. mil /pubs/pentagon). 134
dottrina on line II pensiero strategico statunitense (http://www.ndu.edu) (http://www.africacenter.org) (http://www.ndu.edu/inss/insshp. html)
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li avvenimenti più recenti dimostrano l’assoluta centralità della dottrina strategica statunitense nel panorama delle relazioni internazionali. Ciò che non traspare immediatamente, talvolta per difetto di informazione, è che ogni scelta della Superpotenza, ancorché possa sembrare talvolta dettata da circostanze del momento, è di fatto ispirata da riflessioni di ampio respiro. Ma dove nascono tali riflessioni? È presto detto. All’università, ovvero nei centri di studio che rappresentano il primo anello di quel circolo virtuoso fatto di ricerca, sviluppo, produzione e aggiornamento tipico del sistema-paese degli Stati Uniti. In tale contesto,
una delle istituzioni più prestigiose è la Natìonal Defense University (NDU), ovvero un contenitore assimilabile al Centro Alti Studi della Difesa (CASD) italiano, finalizzato non solo alla formazione dei Quadri Dirigenti ma anche – e soprattutto – alla ricerca strategica. Contenitore che offre non poche risorse al navigatore attento. Aperta la pagina iniziale (http://www.ndu.edn), incontriamo subito sia le possibilità di studio offerte, ovvero i corsi, sia i rimandi ai centri di eccellenza che fanno capo alla NDU. Per dare un’idea della messe di materiale disponibile, ne descriveremo solo un paio, lasciando al lettore il piacere di ulteriori sorprese. Andiamo dunque innanzitutto alla scoperta dell’Africa Center for Strategic Studies (http://www.africacenter.org), che ci fornisce già in apertura una panoramica completa degli avvenimenti più recenti nel continente nero. Proseguendo, la voce Africa Policy ci permette di individuare le linee essenziali della politica statunitense nell’area, mentre la pagina Programs individua le numerose iniziative in atto. Troviamo poi il repertorio delle notizie di interesse in Media Center. Se invece vogliamo allargare gli
orizzonti, ed entrare nel merito delle grandi scelte, il posto giusto è l’Instìtute for Natìonal Strategic Studies (INSS) (http: //www.ndu. edu/inssinsshp. html). Qui, infatti, ogni rimando apre prospettive molto interessanti, sotto forma di studi dedicati a ogni aspetto del mondo contemporaneo e ai suoi riflessi sulla politica statunitense. Opera di ricercatori affermati, ogni lavoro è scaricabile in formato html e, talvolta, anche in pdf. Sarebbe diffìcile, a questo punto, dare precise indicazioni, dal momento che ce n’è per tutti i gusti. Di massima, a partire dalla pagina delle Publications, dove compaiono le collane pubblicate on line – ma non solo – dall’INSS, consigliamo di visitare periodicamente nell’ordine McNair Papers, Strategic Forums e Special Reports. In tali spazi, all’atto della redazione di queste note abbiamo trovato due studi di particolare interesse, uno di Sokoiski sulla politica americana nel Golfo Persico e l’altro di McKenzie sul conflitto asimmetrico. Quest’ultimo lavoro, che si inserisce nel filone tracciato dal cinese «Guerra senza limiti», di recente pubblicato anche in Italia con una pregevole introduzione del Generale Fabio Mini, apre scenari veramente inquietanti e meritevoli di attenta riflessione. Leggere per credere.
militaria on line Lo sbarco in Normandia (http://www.normandie44lamemoire.com) (http://www. 6juinl944. com).
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umerosi sono stati negli ultimi anni i richiami allo sbarco alleato in Normandia nel
giugno del 1944. Il D-Day è stato protagonista di successi cinematografici e letterali come «Saving Private Ryan» e «Band of Brothers» , senza contare innumerevoli opere di storia militare, anche di grande pregio. In questo senso la Rete non è da meno. Episodi, protagonisti, battaglie, mezzi tecnici, immagini e documenti sonori, testimonianze di prima mano. Lungi dal proporvi l’ennesima ricostruzione virtuale
moire.com), ben strutturato per organizzare un viaggio alla scoperta dei luoghi. Si comincia infatti con una carta della battaglia, che riporta lo sviluppo delle operazioni principali, per poi passare all’individuazione dei centri abitati ove si sono svolti i combattimenti. In molti di essi sono presenti musei, più o meno ricchi, con testimonianze degli avvenimenti, non-
della battaglia o una bella bibliografia, stavolta vogliamo condurvi per mano laddove si è combattuto, nell’auspicio che alla visita in rete possa seguire un bel viaggio in una delle regioni più suggestive della Francia. Consiglio: ammesso che riusciate a trovarla – ma vi assicuriamo che esiste – procuratevi una copia della carta Michelin «La route de la libertè», pubblicata subito dopo la guerra e ristampata nel 1994 per il cinquantenario dello sbarco, che riporta tutti i luoghi di interesse in Francia dalla Normandia sino alla frontiera tedesca. Ma restiamo allo sbarco. Il nostro itinerario comincia da un sito francese. La Bataille de Normandie - La Mémoire (http://www.normandie44lame-
ché monumenti, cimiteri militari o semplici cimeli rimasti sul posto sino ad oggi. Per ciascuno di essi un intelligente sistema di rimandi conduce alla fotografia, alla localizzazione su una carta stradale e alla descrizione dei fatti avvenuti. Un altro sito, anch’esso francese e altrettanto ben strutturato, è D-day: Etat des lieux (http: //www.6juinl944.com) che, rispetto al precedente, offre maggior dovizia di notizie e documenti storici, oltre a contenere numerosi collegamenti ad altri siti di unità, di gruppi di ricostruzione, di archivi e simili. Anche in questo sito i rimandi vi conducono dai luoghi alle carte stradali, ai cimeli ed alle foto. 135
risorse on line Miglioriamo l’Inglese (http://esl.about.com/library/ courses) (http://www.enghshpage.com) (http://www.esl-lab.com) (http://www.toefl.org)
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partire dagli anni 90 del secolo scorso (che effetto fa dirlo per noi che ci siamo nati!) l’Esercito Italiano ha investito risorse ingenti nella formazione linguistica del personale. Oggi, corsi di base, corsi avanzati, periodi di aggiornamento e soggiorni all’estero finalizzati all’apprendimento linguistico fanno parte del bagaglio del soldato indipendentemente dall’Arma, dalla specialità o dal grado rivestito. E, senza nulla voler togliere all’importanza di altre lingue, è incontrovertibile che in questo campo l’inglese la faccia da padrone. Inglese croce e delizia di tutti noi che, volenti o nolenti, dobbiamo periodicamente passare attraverso la graticola del TUI, il Test Unificato Interforze. Con il TUI non si bara. O si sa o non si sa. Ciò pone non pochi problemi a chi questo esame deve prepararselo a casa, avvalendosi delle risorse disponibili sul mercato. In questo quadro, il vero ostacolo da superare per chi deve studiare da solo è rappresentato dalla comprensione scritta e, soprattutto, dalla comprensione orale, per la quale pochi – e costosi – sono i sussidi disponibili. E non basta guardare CNN. Ci vuole qualcuno che ci spieghi che cosa ha detto. Ebbene, la Rete può venirci in aiuto anche in questo campo, al
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costo della solita telefonata. Per cominciare, ci avvarremo di un notevole motore di ricerca tematico, about.com, di cui andremo ad aprire la pagina dedicata all’apprendimento dell’inglese (http://esl.about.com). Da qui, puntando prima su Library e successivamente su Courses , giungeremo a scoprire una miriade di siti dedicati all’approfondimento linguistico, strutturati per livello di conoscenza e capacità da acquisire. Un consiglio innanzitutto. Non sopravvalutiamo le nostre capacità. Se
rimane sempre lo scoglio dell’ascolto, ovvero delle comprensione di comunicazioni orali, dalle più semplici alle più complesse. Qui può soccorrerci VESL Cyber Listening Lab (http://www.esllab.com), un vero e proprio laboratorio linguistico virtuale, con diecine di esercizi a difficoltà crescente corredati di domande e correzione automatica delle risposte. Tutto gratuito, tutto ripetibile ad libitum. Infine l’esame. Provare il TUI in anticipo non è possibile. Nondi-
siamo a livello intermedio – un 2222 nel TUI, tanto per capirci – non precipitiamoci su Advanced, ricominciamo umilmente da Beginners e, una sera dopo l’altra, potremo toccare con mano il miglioramento. Superati i primi ostacoli, quando la conoscenza comincia a consolidarsi occorre approfondire la preparazione. A questo fine, dal punto di vista grammaticale e sintattico possiamo segnalarvi Enghsh Page (http://www.englishpage.com), che presenta una serie di lezioni ben strutturate sugli aspetti avanzati della lingua. Ma
meno vi è un accertamento che come struttura e contenuti vi si avvicina molto, ed è il Test of English as a Foreign Language , o TOEFL, indispensabile per chi voglia lavorare o studiare negli Stati Uniti. Ne troverete numerosi esempi nelle pagine riportate aa.About. com alla voce TOEFL oppure Quizzes & Tests, mentre l’originale si può trovare sulla pagina madre dell’organizzazione, ovvero http://www.toefi.org. A questo punto non ci resta che prendere 4444 al TUI. Senza dire, ovviamente, come abbiamo fatto.