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LE MINACCE DAL FUORI AREA CONTRO IL FIANCO SUD DELLA NATO

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allJRIVInA miLITARE Direttore Responsabile Pier Giorgio Franzosi ©

1990

Propneté tetterana artiStiCa e scientifica riServata

t\ n i Gmhcb.: Tillil!r:if SpA

Vb del Fmh.: Om,t:lll1. IR2 OOI(H Roma Ouobrc 19<J;,....


CENTRO MILITARE DI STUDI STRATEGICI

LE MINACCE DAL FUORI AREA CONTRO IL FIANCO SUD DELLA NATO di Roberto Aliboni Stefano Silvestri Alessandro Politi Maurizio Cremasco Francesca Altieri


LE MINACCE DAL FUORI AREA CONTRO IL FIANCO SUD DELLA NATO

Ricerca condona dall'Istituto Affari Internazionali !IU commissione del CcM iSS (n. 30-1991) sotto la direzione di Robeno Aliboni

riA AIVInA miLITARE


INDICE

pag. S INTESI ....................................................................................................

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SUMMARY .....................................................................................................

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LE MINACCE DAL FUORI AREA E L'ITALIA di Stefano Sil1•estri ...........

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l. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. IO. Il.

Verso un nuovo concetto di «fuori area» ................................................. Nuove percezioni ed esigenze di sicurezza .............................................. Un nuovo approccio ai problemi di sicurezza .......................................... Tendenze a squilibri nella sicurezza degli alleati ..................................... Il ruolo dell'Italia: alleanze e cooperazione politica ................................ Lo strumento della cooperazione economica c dello sviluppo ................ Promozione della stabilità ........................................................................ Il ruolo delle istituzioni ............................................................................ Principii di una politica italiana nel fuori arca ......................................... Aree d'intervento: bilateralismo e multilateralismo ................................. La Forza d' Intervento Rapido c il Modello di Difesa ..............................

15 22 24 24 26 28 30 32 34 36 38

LE DIMENSIONI DELLA MINACCIA MILITARE A SUD DELL'EUROPA di Alessa11dro Politi .............................................................

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LE PROSPETTIVE DI CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI NELLE REGIONI A SUD DELLA !NATO di Maurizio Cremasco .............................

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l. 2. 3. 4. 5. 6. 7.

47 48 51 53 56 59 63

Introduzione ............................................................................................. La proliferazione nucleare ........................................................................ La proliferazione chimica ......................................................................... La proliferazione dei missili balistici ....................................................... La proliferazione delle armi convenzionali .............................................. Considerazioni .......................................................................................... Conclusioni ...............................................................................................

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LA MINACCIA iNDIRETTA NELLE AREE A SUD DELLA NATO di Francesca Altieri .......................................................................................... l. 2. 3. 4. 5.

Le matrici del terrorismo mediorientale: il radicalismo arabo-paJestinese e l'integraJismo islam ico .......................................................................... Usa cd Europa: la percezione del terrorismo mediorientale ..................... Le contraddizioni della politica Usa in materia di terrorismo .................. Il dibattito recente in Usa sulla politica antiterroristica ........................... Conclusioni ...............................................................................................

ANNESSO l - LA MINACCIA MILITARE A SUD DELL'EUROPA: SCHEDE PER PAESE di Alessandro Politi .................................................... Marocco .................................................................................................... Algeria ...................................................................................................... Tunisia ................................... ................................................................... Libia ......................................................................................................... Egitto ........................................................................................................ Sudan ........................................................................................................ Siria .......................................................................................................... Giordania .................................................................................................. Iran ........................................................................................................... Iraq ...........................................................................................................

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107 112

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SINTESI I temi principali affrontati dai q uattro contributi sulle minacce dal «fuori area» contro il fianco Sud della NATO sono: le caratteristiche generali della minaccia, così come essa si va oggi configurando; le dimensioni di tale minaccia nel quadro delle aree a Sud della NATO; le conclusioni generali di politica estera e militare che si devono trarre da questo quadro; le indicazioni in materia di pol itica militare e degli armamenti.

*** Le caratteristiche generali della minaccia sono sottolineate nello studio di Silvestri nel quadro dell'evoluzione della sicurezza internazionale dopo il crollo del comunismo e la crisi del Golfo. l fattori che determinano la sicurezza e le stesse percezioni che prevalgono nei paesi della NATO non sono più di natura solo militare. Accanto ai fattori propriamente militari hanno sempre più rilievo fattori sociali ed economici, come le mig razio ni , nonché ideologici , etnici e comunitari. Secondo quanto è stato sottolineato in sede NATO, più che nuove minacce si danno nuovi rischi. D'altra parte, la minaccia non è più focalizzata nell'Est comunista, bensì proviene da più parti. Dunque la minaccia è multiforme e multidirezionale. Questo tipo d i minaccia ritrae con molta fedeltà i rischi che emanano dalle aree a Sud della NATO. Tuttavia, con il crollo del comunismo sempre più questi rischi e quelli che emergono a Est della NATO si somig liano, con la frammentazione nazionalistica, il ritorno degli odii comunitari e inte r-etnici, l' immiserimento e la tendenza delle popolazioni a spostarsi. La NATO e la Comunità Europea si trovano perciò a fronteggiare una situazione nuova, con notevoli omogeneità a Est e a Sud. La Comunità si trova a essere circondata da quello che gli analisti oggi denominano il «nuovo arco di cris i», facendo rife rimento all'estensione che ha subìto verso l'Eurasia quella distesa a Sud dell'Europa che Brzezinski alla fine degli anni '70 chiamava !'«arco di crisi». Le implicazioni politiche che Silvestri trae da questi mutamenti del quadro generale sono moltepUci:

«Tutto ciò richiede una approccio ai problemi della sicurezza molto più complesso che per il passato. Bisogna passare da una dimensione difensiva e dissuasiva a una dimensione di gestione del mutamento globale, di governo del mutamento, che può essere assic urata solo attraverso un sistema interconnesso di istituzioni e di politiche ad un live llo di complessità mai prima sperimentato.

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ln altri termini, oggi molto più di ieri, la politica di difesa diviene uno strumento della politica estera, e queste due politiche insieme costituiscono quella che potremmo definire la politica di sicurezza e di gestione del sistema internazionale e delle sue crisi. Nel complesso, il nuovo quadro strategico suggerisce la necessità di un passaggio graduale da una strategia dissuasiva/difensiva ad ww strategia difensiva e di proiezione delle forze in funzione di gestione/riduzione dei rischi». In particolare, Silveslri attira l'attenzione su un aspetto che per l'Italia è rilevante. All' interno del «nuovo arco di crisi» emergono nuove priorità, che riflettono interessi diversi lra gli alleati e abbozzano una nuova divisione dei compiti. L'Alleanza nel suo insieme tende a dare più importanza all'Est che al Sud. La sua so lidarietà s i concentra sull 'area dell'ex Unione Sovietica. sull'Europa centrale e sul Golfo e il Medio Oriente. Lascia invece in secondo piano il Maghreb, i Balcani e il Corno d'Africa (in genere l' intera Africa), cioè aree che per l'Ital ia 1ivestono un'importanza che è oggi tanto maggiore quanto decrescente è la minaccia univoca e unilocale che cementava nel passato l'Alleanza. Nuova caratteristica del quadro internazionale è perciò anche l'esistenza di aree a diversa «intensità di solidarietà internazionale». Si trana di una caratteristica che all'Italia potrebbe porre problemi.

*** In questo quadro di mutamenti che al tempo stesso precisano e allargano la

vecchia nozione di fianco Sud della NATO, quali sono gli aspetti più specifici della minaccia? La ricerca, dopo aver rammentato il senso più ampio della nozione odierna di sicurezza e i suoi risvolti socio-economici, si èconcentrata sugli a spetti militari della minaccia , sia diretti, sia indiretti, in rapporto ai teaLri meridionali. Negli studi di Politi e di Cremasco sono esaminati in dettaglio gli aspetti diretti di rischio o minaccia. In quello della AJtieri sono esaminati gli aspetti indiretti. La ricerca di Politi approfondisce la materia in una serie di schede per paese, presentate in annesso. Secondo lo schema di Politi , si identificano tre dimensioni nella problematica dei rischi nelle regioni a Sud della NATO: il rischio convenzionale anive; la sfida convenzionale di interdiz ione, la minaccia delle armi non convenzionali c della proliferazione. Un rischio convenzionale attivo da parte dei paesi a Sud della NATO non è credibile; manca «la contiguità territoriale necessaria per poter far pesare quanto meno il numero degli uomini e degli armamenti presenti nei singoli Stati nella regione, per non parlare dell'inesi-

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stenta di un blocco di forze capace di rinnovare un ctisegno espansionista verso il Nord, simile a quello che è nella memoria storica e nella percezione di molti europei». Maggiore importanza sembra avere l'interdizione, sia in quanto ostacolo alla libertà di movimento nella sfera economica, sia come ostacolo alla stabilizzazione politica. Piccole forze riescono ad esercitare una forte interdizione, come è apparso evidente nella crisi del Gol ro del 1990-91. Soprattutto preoccupante è però la proliferazione degli armamenti non convenzionali, i cui aspetti sono approfonditi nello studio di Cremasco. Il quadro della proliferazione va ben oltre le aree gravitanti verso il Mediterraneo e, specialmente dopo la distruzione della maggior parte del potenziale bellico iracheno, sembra concentrarsi altrove. Ciò, del resto. è coerente con il quadro complessivo del «nuovo arco di crisi». Immediatamente a Sud della NATO, tuttavia, si pongono rischi ugualmente considerevoli, attestati su paesi che per motivi diversi praticano politiche internazionali destabilizzanti, come la Libia, Israele e l'Iran. Questi rischi non pongono problemi diretti e immediati. Spesso lo sviluppo degli armamenti in questione è arretrato e il loro potenziale preciso è incerto. Solo di Israele si può supporre con buon fondamento l'esistenza di un arsenale non convenzionale concreto ed efficace. Nondimeno, sotto il profilo strategico quello che è necessario sottolineare è la persistente spinta alla proliferazione e i fattori che rendono difficile fermarla. In presenza di problemi politici irrisolti e della diffidenza che tale situazione alimenta, proprio il fatto che Israele possegga con quasi certezza l'arsenale di cui i è appena detto fa sl che i paesi arabi siano portati a moltiplicare i loro sforzi per ingrandire e modernizzare i loro (analogamente a quanto accade nei rapporti fra India e Pak.istan). In questo quadro politicamente complesso, gli "interessi dei paesi esportatori non sempre sono coerenti con la necessità di fermare o almeno controllare la proliferazione e quindi non sono coerenti fra di loro. Le caratteristiche tecniche dualistiche dei sistemi d'arma finiscono poi per rendere complicati o inattuabili i controlli e gli accordi di limitazione, come èstato già largamente sperimentato dal Missile Technology Contro! Regi me (MTCR). All'insieme del problema della proliferazione si applica la conclusione di Cremasco in tema di controllo della proliferazione delle armi a elevata tecnologia: «Limitare l'acquisizione, limitando l'offerta, presenta delle grosse difficoltà. Ci saranno sicuramente resistenze da parte delle industrie della difesa che vorranno continuare a vendere, ci saranno obiezioni da parte dei governi che continueranno a considerare le esportazioni di armi come legittimi strumenti di politica internazionale e come un importante elemento dei rapporti interstatali, ci saranno obiezioni all'innalzamento di barriere tecnologiche11


ricordiamo ancora una volta il ruolo chiave nei moderni sistemi d'arma dei «dual-use components» - che potrebbero essere interpretate come un tentativo di egemonia e quindi scavare un solco ancora più profondo tra Nord e Sud».

*** Per quanto riguarda le m ina cce e i rischi indiretti, che essenzialmente fanno capo al ten·orismo e aUe prese d'ostaggi, lo studio delr Altieri mette in evidenza il loro decremento. La conclusione della lunga vicenda degli ostaggi americani ha successivamente confern1ato questa conclusione. Tuttavia, l'analisi dei fattori politici e socio-economici che suscitano le attività terroristiche nelle aree a Sud della NATO, mette in evidenza che questo decremento non significa che il terrorismo sia finito. Esso potrebbe essere solo dormiente, poiché le cause che lo originano non sono sparite, così come sembra indicare la recente radicalizzazione del movimento religioso in Algeria proprio quando l'evoluzione in Iran sembrava far pensare a un declino del fondamentalismo. Nelle sue conclusioni, l' Altieri segnala che sul riflusso dei movimenti terroristici del recente passato e sull'apparente conversione degli Stati che se ne sono serviti «pesano tuttavia alcune incognite»: «La prima è riferibile alla possibi le e contingente saldatura tra diverse frange terroristiche che, orfane del supporto dei tradizionali Stati patrocinatori, potrebbero allearsi tra loro condividendo le forze a disposizione, nel disperato tentativo di mantenere una valenza poHtica capace di condizionare i delicati equilibri in fieri nell'area mediorientale. E questo vale sia per i gruppi oltranzisti isJamici sia per quelli arabo-palestinesi. Ciò potrebbe dare vita a nuovi sussulti di violenza terroristica, sebbene non suscettibili di durare nel tempo se opportunatamente isolati politicamente. L'incognita più preoccupante è quella relativa alla stabilità dei regimi radicali. L' attuale riavvicinamento all'Occidente ed il disimpegno dal terrorismo potrebbero essere pregiudicati in futuro da un ritorno a posizioni o ltranziste antioccidentali determinate dalla emarginazione delle forze più moderate nella lotta interna per il potere. Ultimo fattore da considerare, in special modo riguardo al terrorismo di matrice arabo-palestinese, è l' atteggiamento del Governo israeliano: una posizione intransigente. e di totale chiusura in merito al negoziato di pace e alla questione palestinese contrasterebbe i risultati della mediazione in atto favorendo lo sviluppo di nuove ed incontrollabili tensioni nel quadro mediorientalc con inevitabile ricorso a strategie di tipo terroristico». 12


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*** Da questo quadro si traggono alcune conclusioni genera li di poloitica estera e militare che riguardano l'Italia. La situazione a Sud della NATO presenta rischi militari notevoli. Per il fatto di non essere delle vere e proprie minacce, per il fallo di essere spesso di carattere indiretto, per il farro di essere intrecciati con rischi e minacce di natura non militare, tali rischi non hanno pertanto men bisogno di essere assicurati con mezzi anche militari. È perciò necessario lo sviluppo di una componente militare adeguata nella politica del paese. D'altra pane, come spesso si ribadisce nella ricerca, la politica militare nel «nuovo arco di crisi» e più ancora nelle aree a Sud della NATO si trova ad essere fortemente intrecciata alla politica estera. L'impegno italiano verso le aree a Sud della NATO e la gestione delle crisi sono destinati ad accrescersi. Le limitazioni delle risorse e delle potenzialità politiche del paese richiede che ciò avvenga nel quadro di una politica estera che renda questo sforzo possibile e proficuo. Da una parte, la politica estera deve comribuire a prevenire le crisi politiche potenziali e a risolvere quelle in arto (come la crisi arabo-israeliana) collaborando all'emergere di un sistema imemazionale più saldo e garantista. In questo senso andrebbero il rafforzamento deli'ONU e l'istituzione di una CSCM (Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione nel Mediterraneo). Dall'altra, deve accrescere la coesione delle alleanze e !"impiego di strumenti multi laterali onde moltiplicare le risorse, per esempio rafforzando le politiche della Comunit~• Europea. Questo impegno della politica estera deve anche rimediare all'asimmetria fra gli interessi della sicurezza italiana e le priorità che si vanno invece stabilendo nel quadro del <<nuovo arco delle crisi». Nel prossimo futuro non si può immaginare una politica militare più efficace di quello che consentirà la politica estera. Occorre fare attenzione che oneri non assolti dalla diplomazia non vengano trasferiti sullo strumento militare, al quale si finirebbero per chiedere compiti improprii o inattuabil i. Occorre però anche che la componente militare del paese sia adeguata a sostenere la più intensa e articolata politica estera che il paese perseguirà Nella sfera più propriamente militare, l'indirizzo generale che deriva da questa impostazione (che- come Silvestri sottolinea nel suo studio- è quella nel cui ambito si muove il modello di difesa presentato alla fine del 1991 dal Ministro della Difesa) è l'adozione di un modello flessibile e specializzato: flessibile in modo da rispondere alla multiformità degli impegni, dei rischi e delle sfide; specializzato, nel senso di trovare ed affermare un suo ruolo specifico nel quadro di una forte integrazione nelle alleanze e della conseguente divisione del lavoro.

*** Quali indicazioni in tema di politiche d egli armamen ti e di polit ica militare? Silvestri e Cremasco si sono soffermati sugli strumenti e le politiche che 13


questa situazione suggerisce, con riferimento ai teatri meridionali. Ricordiamo qui i punti principali, rinviando ai due studi: - creazione di una FIR interforze pienamente operativa. con tutte le sue componenti terrestri, aeree e navali; tale forza dovrà essere quasi interamente volontaria, mentre la catena di comado dovrà partire direttamente dal Capo di Stato maggiore della Difesa ed avere natura integralmente interforze; -creazione di una brigata effettivamente aeromobile. realizzata atLraverso l' accorpamento operativo e il potenziamento delle attuali componenti elicotteristiche dell'Esercito; -creazione di una brigata anfibia; - aumento delle capacità di trasporto e rifornimento; -sviluppo di una capacità di difesa antimissilistica di punto; - accrescimenro delle capacità in campo elettronico e spaziale; - inline, è necessario prevedere un incremento complessivo della efficienza e prontezza operativa delle Forze armate; Forze armate efficienti dovrebbero preoccuparsi in modo prioritario della acquisizione di tutto un complesso di armamenti e di sistemi che consentano di rendere pienamente operative, al livello più alto, le costose piattaforme (aeree, navali e terrestri) via via acquisite.

Roberto AHboni

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SUMMARY The main Lhemes deaJt wilh in the essays on the out-of-area threats against NATO's southern flank are: - Lhe generai characteristics of the threat, as it is emerging today; - the dimensions of the Lhreat in the context of the areas lo the south of NATO; - the generai foreign and military policy conclusions to be drawn from this si tuation; - recommendations for military and weapons procurement policies. The background to the generai char acteristics of the threat described in Silvestri's study are the developments in intemational security since the collapse of communism and the Gulf crisis. The factors determining security and prevailing perceptions in NATO countries are no longer exclusively military. Socioeconomie factors such as migration, as well as ideologica!, ethnic and comrnunity factors are gaining importance. As emphasized by NATO, new risks, rather than new threats are now looming. And the threat is no longer focalized in Eastern Europe; i t is seen as coming from various directions. It is multidimensional and multidirectional. This kind of threat closely depicts the risks emanating from the areas to the soulh of NATO. But the risks that have been emerging to the east of NATO since the fall of communism-the national istic fragmentation, the return of inter-conununity and inter-elhnic hatred, the impovcrishment of the people and the tendency to migrate- are very similar. Thus, NATO and the European Community are faced with a ncw situation in which Lhe East and the South closeJy resemble each other: Lhe Community is sura point of panicular imponance for Italy. Within the new are of crises", priorities are emerging that reflect Lhe different interests of lhe allies and suggest a new division of labour. On the whole, Lhe Alliance tends lo give precedence lo lhe East over the Soulh. Its solidarity is concentrated in the area of the former Soviet Union, in Centrai Europe, in the Middle East and the Gulf. The Maghreb, the Balkans, the Horn of Africa (and Africa in generai) are considered secondary. Yet these areas have alwa instilutions and policies of unprecedenled complexity. In othcr words, today far more than in Lhe past, defence policy is an Ă&#x152;IIStrument offoreign policy, and rhese two policies togerher constitute what ca n be defined as securiry policy and the policy ofmanagement of the internationa/ system and its crises. On the whole, the new strategie picture suggests a gradua / shift from a defensiveldeterrent strategy IO one of defence and power projection to managelreduce risks.

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Silvestri draws attention to a point of particular importance for Ttaly. Within the "new are of crises", priorities are emerging that reflect the different interests of the allies and suggest a new division of labour. On the whole, the Alliance tends to give precedence to the East over the South. lts solidarity is concentrated in the area of the former Soviet Union, in Centrai Europe, in the Mi dd le East and the Gulf. The Maghreb, the Balkans, the Horn of Africa (and Africa in generai) are considered secondary. Yet these areas have always been of relevance to Italy, and that relevance is increasing as the single and specific threat which gave cohesion to the Alliance disappears. A nove! characteristic of the current international order is the existence of areas of different "intensity of international solidarity". This characteristic could pose problems for Haly in the future.

*** But what are the characteristics of this threat. seen in the context of changes that both define and extend the old notion of NATO's southern nank? After undcrlining the broader mean ing of the term sccurity today and its social and economie connotations, the study concentrates on the direct and indirect military aspects of the threat in relation to the southern thcatres. 8oth Politi and Cremasco carefully cxamine thc direct aspects of the risk or threat , while Altieri takes a look at the indirect aspects. Politi identifies three dimensions to risk in the regions to the south of NATO: - an active conventional risk; - the conventional challeoge of ioterdiction; - the threat of non-conventional weapons and proliferation. The counu¡ies to the south of NATO do not pose a credible active conventional risk; they lack the territorial contiguity needed to be able to bring to bear at least the numbers of men and weapons present in the individuai States in the region. Furthermore, they lack a block of forces capable of giving impulse to an expansionist design towards the North, similar to the one stili present in the memories and perceptions of many Europeans. Tnterdiction seems to be more important as an obstacle both lo freedom of movement in the economie sphere and ro politica! stability. Small forces can exercise strong interdiction, as was demonstrated by the Gulf crisis in 1990-91. The greatest cause for concem, however, is non-conventional weapons prol iferation. The various aspects of this problem are studi ed more closely by 16


Cremasco. Proliferation extends far beyond the confines of the areas bordering on the Meditcrrancan and. Cl.pccially after thc destruction or mO!>l or Iraq' military potential, seems to be centcrcd clsewherc. This i s, in fact, in keeping with thc overall picture of thc "new are of crises". Yet the risks posed by the eountrics immediatcly to thc south or NATO are equally scrious, as many or them (e.g. Libya, l sracl and Iran) practice destabili7ing intcmational policies. These risk-; do not pose director immediate problcms; dcveloprnent of the weapons in question is often lagging behind and their precise polential i s uncertain. l ndced. only l srael can reliabl) be assumcd 10 have a concrete and erfcctivc non-conventional arsenal. But it is the constant drive towards prolifcration and the factors that makc it difficull to curb this drive that are irnportant from a strategie point of view. Given the unsolved politica! problems in thc arca and the mistrust that such a situation generates, the near ccrtainty that lsracl possesses an arsenal of the kind just mentioned encourages Arab countrics to strcngthen their efrorts to enlarge and modemize theirs (just as is happening between India and Pakistan). In this complex politica! context, thc interests of the cxporting countries are not always compatible with the need 10 halt or at least contro! proliferation and this leads 10 inconsistencies among tho e countries as well. In addition, the dual-purpose technical characteristics of wcapons systems makc i t diflicult or impossible to implement controls and limitation agreements, as amply demonstrated by the Missile Technology Contro! Regime (MTCR). Cremasco's conclusion regarding control of high-tcch weapons proliferation can be applied to the problem of prolifcration in generai: Limiting purchase by limiting supply is vcry difficull. Such a rnove would come up against opposition from defcncc industrics which will want to continue sales; there would be objeclions from govemmcnts which will conĂšnue 10 con ider weapons exports as legitimale instrumcnts of international policy and as an important element of interstatc relations; thcrc would be objections 10 thc creation of technological barriers-let's not forget the key role played by dual-u c components in modero weapon-systems-which could be intcrpreted as an attempt at hegemony and could, thercfore, widen Ăš1e already profound gap between North and South.

*** Altieri's tudy reveals that ind irect t hreats and risks, which essentially include terrorism and hostage-taking. are on decline. The outcome of the long affair involving the arncrican hostages confirms this conclusion.

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Nevenheless, anaJysis of lhe politica! and socio-economie factors underlying terroristic activity in the areas to the south of NATO suggcst that this does not necessarily mean that te(rorism has come to an end. It could merely be dormant: the causes have not disappeared, as the rccent radicalization of the religious movcmcnt in Algeria-just when developmcnts in Iran secmed lo point to a dcciine in fundamentalism-seems to indicate. In her conclusions, Altieri mentions that there are some uncertainties regarding the recent ebb of terrorist movements and the apparent conversion of the Statcs thal had resorted 10 terrorist activity: The first conccrns lhe possibilily of a contingent union of different terrorist factions which, left without the support of their traditional sponsor countries, could join forces in a desperate attempt to maintain the politica! strength needed to condition the delicate balances in lhe Middle Eastern region. The same holds true for the extrcmist Islamic and Arab-Palestinian groups. This could give rise to a new round of terrorist violence, although it would not last if the groups were adcquately isolatcd politicaUy. The uncenainty that causes most concern is rclatcd to thc srability of the radica! regimes. The current reapprochement with the West and the eschewing of terrorism could be jeopardized in the future by a return to an ti-Western extremist positions determined by the emargination of the more moderate forces in the domestic power struggle. The last factor 10 be considered, especially with regard to ArabPalestinian terrorism, is the artirude of the Israeli government: an imransigent position or total closure towards the peace talks and the Palestinian question would eontrast with the results of the mediation under way and would encourage thc resurgence of new and uncontrollable tensions in the Middle East and the inevitable recourse to terrorist strategies.

*** Some generai politica! and military policy conclusions can be drawn for Italy. The situation to the south of NATO presents considerable military risks. Even though lhey are not rea! threats and are often indirect and connccted wilh non-military risks and threats, such risks must nevenheless be addressed with the appropriate (also military) means. This calls for the development of a suitable military policy. As is repeatedly emphasized in the study, military policy in the "new are of crises" and even more so in the areas to the south of NATO is strongly intertwined with foreign poliey. Italy's commitment in these areas is bound 10 incrcase. But the limitation of ltaly's resources and politica! potential calls for a foreign 18


policy framework making such a commitment fea ible and fruitful. On the one hand, foreign policy must help to prevent potential politica! crises and to solve those under way (such as the Arab-lsracli crisis), working 1oward!. the construclion of a more solid and secure intemational system. The strenglhening of the UN and the establishment of a CSCM (Conference for Securily and Cooperation in the Mediterranean) would be stcps in this direction. On lhc o ther hand, the cohcsion of thc Alliance must be reinforccd and the use of multilatcral instruments incrcascd to augment rcsources, l'or cxample, by cnhancing Community policics. The foreign policy commitment should also compensate l'or lhe asymmelry bclween ltalian securily inlerests and the priorities which are now being established in the framework of the "new are of crises". lt is difficult to imagine that military policy can be any more effeclive than forcign policy in the near future. Care must be taken not 10 tranfer issues that re main unresolved by diplomacy to the military sphere, burdening it with inappropriate and impossible tasks. But the country's military component must aJso be in a position 10 support the more intense and composite foreign policy pursued by thc country. As pointed out by Silvcstri in his study, this approach providcd the framework ror the defence mode! prescnled by the Italian Minisler or Dcrcnce at the end of 1991. The generai trend deriving from it in the strictly mili1ary sphere is the adoption of a flexible and spccialized mode!: flexible so thal il can respond 10 thc multivariou commitmenls, ri ¡ks and challenge present 1oday; spccialized !.O thal it can establi h and play a !.pccific role in the division or labour en uing from the strong integralion taking piace in alliances.

*** Whal considerations can be made with regard 10 weapons procurem ent policy a nd milita r y policy? Silvcstri and Cremasco describe thc inslruments and policies s uggested by the new circumstances, with special refcrence 10 the southern theatres. The main points indicated in the two studies are thc following: - the creation of a fully opcrational whoUy inlerforces rapid inlervention force with suitable ground. air and naval componen1s; such a force should be almost cntirely voluntary; thc chain of command should slarl dircctly from the Ocfcnce Chicf of Staff; - the creation of an aeromobile brigade through the operalional union and strcngthcning of the army's prcsenl hclicopter components; - thc creation of an amphibious brigade; - an increase in transportation and supply capacities; - the development of an avant-gardc anti-missile capability; 19


-an increase in electronic and space capabilities; - an overall increase in the efficiency and operational readiness of the armed forces; one of the primary tasks of an efficient armed forces should be the acquisiton of the weapons and systems needed to make the expensive (ground. aerial and naval) platforms acquired fully operational at maximum Jevels. Roberto Aliboni

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LE MINACCE DAL FUORI AREA E L' ITALIA

l. VERSO UN NUOVO CONCETTO DI «FUORI AREA» Per più di quarant'anni la sicurezza e la libertà dell'Occidente sono stati ostaggio della minaccia sovietica, che si estendeva su gran parte del continente europeo e occupava circa un terzo della Germania. Questa minaccia è stata controllata e respinta con successo grazie alla alleanza tra Europa e America e grazie alla crescita politica ed economica dell'Europa occidentale: alla 11ne, la forza esemplare del modello occidentale ha travolto le resistenze del sistema totalitario orientale. Per l'Italia questo significa la diminuzione di una minaccia di altissima intensità militare, che richiedeva una strettissima integrazione operativa delle forze in ambito NATO per rispondere alla eventualità di attacchi massicci di sorpresa, condotti con mezzi convenzionali già schierati in Europa orientale. Una conseguenza di questo mutamento, nonché degli accordi di disarmo e controllo degli armamenti che lo stanno accompagnando, consiste tuttavia anche in una rapida diminuzione delle capacità militari complessive dei paes i dell'Alleanza Atlantica. Il conflitto nel Golfo ha accelerato questo processo, specie per quel che riguarda le forze terrestri e aeree americane. li dissolvimento del Patto di Varsavia si accompagna da un lato ad una tendenza dei paesi dell'Europa dell'Est a stringere legami sempre pitl stretti con l'Occidente, e dall'altro a crescenti segnali di instabilità. Per quel che riguarda pitl direttamente l'area di interesse strategico dell'Italia, si deve pensare in primo luogo ai Balcani e ai paesi della cosiddetta "Pentagonale" (che includono, oltre all'Italia e ali' Austria, la Cecoslovacchia, l'Ungheria e la Jugoslavia). Le crisi in quest'area sono di diverso ordine: -crisi dello stato-nazione a causa di conflitti etnico-linguistici, economici ecc. (soprattutto in Jugoslavia, Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria): a breve scadenza tali conflitti sembrano riguardare soprattutto la Jugoslavia, e in particolare la Croazia e la Slovenia, ma a più lungo termine si estendono a tutti i Balcani, coinvolgendo anche l'Ungheria, la Grecia, l'Albania e la Turchia attraverso il gioco delle minoranze. Grossi rischi di guerra civile; -crisi migratorie, legate ai conflitti precedenti, ma anche alla crisi economica e allo sfaldarsi delJ'URSS; già oggi esistono forti correnti migratorie balcaniche (specie dalla Romania: etnia ungherese, zingari), ma ci si attendono grandi migrazioni dall'URSS (valutazioni di massima parlano di una quantità potenziale di emigranti che può toccare il tetto degli 8-10 milioni complessivi, in caso di grave crisi politico-economica del sistema sovietico); 21


-crisi internazionali che potrebbero derivare dai problemi sopra indicati, e potrebbero giungere sino a forme di conflitto armato. Da un punto di vista dei rischi militari tradizionali, tutto ciò comporta in realtà un ri-dispiegamento delle Forze armate dei paesi europei orientali verso Est o in funzione di ordine pubblico. Tuttavia è difficile pensare che l'Italia possa ignorare una grave crisi militare (interna o internazionale) netrarea balcanica. La cosa diverrebbe del tutto impossibile se una tale crisi finisse per coinvolgere anche la Grecia e la Turchia. Guardando verso Sud, il quadro strategico si fa anche più complesso, anche se non si può certo parlare, in questa fase, di minacce militari dirette di alta intensità contro il territorio nazionale. Per alcuni versi si delinea uno scenario analogo a quello orientale: fortissima crescita della popolazione dei paesi mediterranei, basso tasso di sviluppo economico, alto tasso di instabilità politica interna, alta possibilità di colpi di stato, guerre civili nonché conflitti internazionali su problemi di definizione delle frontiere, minoranze, interessi economici. eccetera. Da ambedue le aree viene una forte pressione migratoria. A differenza dell'Est, tuttavia, i problemi del Sud presentano alcune caraneristiche particolari di maggiore rischio politico e militare: -vi è una forte componente ideologica ami-occidentale (che contrasta con il desiderio di integrazione con le società occidentali presente ad Est), motivata da ragioni di fondamental ismo religioso e/o di affermazione nazionale; - alcune società del Sud sono percorse da una forte bellicosità diffusa ai vari livelli (dalle Forze armate ai gruppi terroristici); - la quantità di armamenti accumulati dai paesi del Sud è impressionante e (almeno per quel che riguarda quelli aerei e terrestri) è in molti casi superiore a quelli dei singoli paesi europei occidentali; - si delinea anche una importante crescita qualitativa di tali armamenti (aerei, missilistici, non convenzionali, eccetera), e un incremento del loro raggio d'azione; - il Sud riveste una importanza strategica essenzia le per l'economia dell'Europa occidentale, sia per quel che riguarda il commercio che per la libertà delle grandi linee di comunicazione (specie navali) e per i ri fornimenti energetici (petrolio, gas naturale).

2. NUOVE PERCEZIONI ED ESIGENZE DI S ICUREZZA Tutto ciò cambia la percezione e i bisogni della sicurezza europea e di quella italiana. Non esiste più lo scenario che serviva di riferimento primario per la pianificazione militare e politica della NATO. Esso è stato sostituito da una mol-

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teplicità di diversi scenari di rischio, di opportunità, di gestione e conservazione della sicurezza e della stabilità nell'area atlantica e fuori da essa. Se prima la preoccupazione principale della NATO era quella di assicurare la difesa del continente europeo, oggi l'obiettivo del nuovo sistema di sicurezza deve piuttosto divenire quello di assicurare la continuità del muramellfo in 1111 quadro di stabilirà. Non è più un obiettivo limitato al solo occidente europeo, che può essere risolto garantendo la stabilità degli equilibri militari Est-Ovest, ma èun obiettivo globale, che si allarga anche istituzionalmente a i paesi che erano membri del Pallo di Varsavia e alle nuove entità repubblicane indipendenti che nascono dalla dissoluzione deii'URSS. Il nuovo scenario, tuttavia, non sembra delineare la possibilità di 1111 regime egemonico costruito auorno agli Stati Uniti. Gli USA, pur essendo rimasti la superpotenza unica non sembrano avere la possibilità di governare da soli un mondo di potenze emergenti come quello che abbiamo sopra desciilto, garantendo il controllo di tutto l'insieme dei fattori economici, politici e sociali, oltre che di quelli meramenre militari, che concorrono a creare un modello di sicurezza e di stabilità. Inoltre. l'Europa Occidentale e il Giappone hanno perso il peso della immanente minaccia sovietica: sono meno dipendenti dalla protezione militare americana. O potranno esserlo nel prossimo futuro. In una visione schematica delle grandi assi di contrapposizione, è ad esempio possibile considerare il futuro del sistema internazionale partendo dall'andamento del PJL pro-capite da un lato e del tasso di natalità dall'altro. In tal modo è facile individuare da un lato un gruppetto di potenze a basso ta so di natalità e ad alto sviluppo economico, contrapposte a un gran numero di paesi con un basso tasso di sviluppo e un alto tasso di natalità. È quello che si definisce anche come confronto Nord-Sud, ma che trova delle aree di parti-

colare tensione in alcune regioni di confine, come il Mediterraneo/Medio Oriente e l'America Centrale/Messico. Una nuova area di tensione "anomala" (e forse limitata nel tempo a una diecina d'anni) si è sviluppata anche nella regione europea orientale. In pratica, si è creato una sorta di gigantesco arco delle crisi che si situa a mezza strada tra il Nord industrializzato e il Sud in via di sviluppo. Questa grande regione di instabilità abbraccia paesi molto diversi come il Messico, iJ Maghreb e il Mashrek arabi, l'area sahariana dell'Africa, il complesso dell'Asia del Sud dal Golfo al Vietnam. Alcune altre regioni sono strettamente connesse con questa grande arco di crisi, e sono l'Europa balcanica, la Turchia, il Sud Africa, l'America del Sud. li disfacimento deii'URSS allarga verso Est questa regione di instabilità. A fronte di queste contrapposizioni e crisi, il sistema internazionale ha una potenzialità di organizzazione rripolare, attorno agli USA, al Giappone e all'Europa Occidentale, tuttavia questa capacità è in qualche modo limitata da alcuni fanori:

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a. la scarsa identità militare dell'Europa e soprattutto del Giappone, e quincti il problema di come conciliare un regime multilaterale eli governo con un regime uni polare (americano) di gestione della forza militare; b. la contraddizione implicita nella costruzione di sistemi di preferenze regionali (o sfere di in.fJuenza) in campo economico, accompagnate da un sistema unitario in campo militare; o, più in generale, la contraddizione implicita tra il regime delle sfere di influenza e quello della gestione globale del sistema internazionale: le sfere di influenza tendono infatti ad evolvere in regimi mutuamente esclusivi e protezionisti, potenzialmente conflittuali tra loro; c. la difficoltà di conciliare le risposte che debbono essere date contemporaneamente a domande provenienti da diverse regioni, come ad esempio !"Est e il Sud nel caso dell'Europa, l'Asia e l'America nel caso del Giappone, eccetera; d. l'incognita che pesa sul futuro dell'URSS, e che potrebbe far saltare ogni sistema di risoluzione pacifica o concordata delle grandi controversie e delle crisi internazionali.

3. UN NUOVO APPROCCIO Al PROBLEMI DI SlCUREZZA Tutto ciò richiede una approccio ai problemi della sicurezza molto più complesso che per il passato. Bisogna passare da una dimensione difensiva e dissuasiva a una dimensione di gestione del mutamento globale, di governo del mutamento, che può essere assicurata solo attraverso un sistema interconnesso di istituzioni e di politiche ad un livello di complessità mai prima sperimentato. In altri termini, oggi molto più di ieri, la politica di difesa diviene uno strumento della politica estera, e queste due politiche insieme costituiscono quella che potremmo definire la politica di sicurez::.a e di gestione del sistema imernazionale e delle sue crisi. Nel complesso, il nuovo quadro strategico suggerisce la necessità di un passaggio graduale da una strategia dissuasiva/difensiva ad una strategia difensiva e di proiezione delle forze in funzione di gestione/riduzione dei rischi. Una simile strategia richiede una diverse capacità operative delle Forze armate nonché una trasformazione delle tradizionali aJleanze militari (oggi impostate in chiave dissuasiva/difensiva verso Est).

4. TENDENZE A SQUILIBRI NELLA SICUREZZA DEGLI ALLEATI Il rischio maggiore di questa situazione è che si vengano a creare delle situazioni di grave squilibrio: zone in cui esiste un forte impegno multilaterale

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(NATO o comunque centrato auomo agli USA) al mantenimento de lla stabilità, contrapposte a zone in cui tale impegno è molto minore se non inesistente. Già ora possiamo individuare alcune tendenze in questo senso, che riguardano da vicino il nostro paese. La minaccia tradizionale, contro la quale era stata organizzata la NATO, si accentrava in Europa centrale. Essa è oggi immensamente diminuita , ma quest'area resta di interesse primario per la sicurezza internazionale e beneficia di un forte impegno multi laterale: - resta una forte presenza militare multilaterale e bilaterale occidentale in Germania, - Polonia, Cecosl ovacchia e Ungheria divengono membri associati deli"Unione Europea, - l'immediato ricoruoscimento americano dell'indipendenza delle tre repubbliche baltiche (Estonia. Lettonia e Lituania), unita ai crescenti impegni nei confronti dei paesi dell'Europa centro-orientale già definiscono una sorta di area di sicurezza preferenziale, in Europa, - e infine la dissoluzione dell'URSS obbliga comunque alla ricerca di più stretti legami bilaterali e multilaterali con le nuove Repubbliche sovrane, per assicurare il controllo dei rischi di proliferazione nucleare o di instabilità militare. L' ipotesi avanzata recentemente da Boris Eltsin, di studiare le condizioni di una adesione della Repubblica Russa alla NATO, si inserisce in questo quadro e va nel senso della creazione di legami speciali Est-Ovest, volti a formare un'area di maggiore sicurezza e cooperazione all'interno della più vasta area coperta dalla CSCE. Allo stesso modo. nel Mediterraneo, l'avvio del processo di pace tra arabi ed israe liani sta già portando alla creazione di un certo numero di rapporti speciali, o privilegiati, tra gli USA e alcuni dei paesi chiave di questo processo (in particolare: Siria, Egitto. Israele). Tali legami vanno ad aggiungersi a quelli sperimentati durante la Guerra del Golfo, contro l'Iraq, e tendono quindi ad includere anche l'Arabia Saudita. A fronte di queste due aree, che potremmo definire "ad a lta intensità di impegno internazionale" esistono però altre zone in cui si verifica invece una "più bassa intensità di impegno internazionale", e che quindi potrebbero rivelarsi più rischiose per gli interessi italiani, o in cui comunque un eventuale impegno non beneficierebbe necessariamente di un alto livello di solidarietà alleata. Tra queste aree, una abbastanza evidente è costintita dai Balcani, che suscitano un interesse ed un impegno altamente selettivo da parte dei vari paesi occidentali, spesso addirittura su linee diverse se non contrapposte. Quest'area quindi, pur facendo parte della CSCE, non viene strettamente associata all'Unione Europea, e partecipa solo marginalmente al processo di sicurezza collettiva incentrato attorno alla NATO (anzi, la Jugoslavia non ne è affatto partecipe). 25


A Sud, almeno due altre regioni potrebbero avere sviluppi analoghi, a bassa intensità di solidarietà internazionale: il Corno d'Africa e il Maghreb. Il caso del Corno d'Africa vede oggi una virulenta ripresa di guerra civile in Somalia e Sudan, e una situazione di cronka instabilità legata alla dissoluzione dell'Etiopia. I conflitti aperti in questa regione, pur essendo principalmente diretti verso l'interno dei singoli paesi, possono facilmente coinvolgere numerosi altri paesi (come l'Egitto, la Libia, il Kenya, lo Yemen, l'Arabia Saudita, lo stesso Iran -che sembra interessato in modo particolare al futuro del regime islamico sudanese-eccetera). Essa rappresenta dunque un punto di continua instabilità che potrebbe facilmente riflettersi su altre regioni di notevole importanza strategica. D'altro canto, dopo il ritiro sovietico dall'Etiopia, e la diminuzione del ruolo internazionale e inter-arabo della Libia, l'attenzione internazionale verso questa regione ènotevolmente carente. Un po' diversa è la situazione del Maghreb, sia perché le Nazioni Unite sono direttamente impegnate aiJa soluzione del conflitto sul Sahara ex-spagnolo, sia perché Marocco, Algeria e Tunisia, oltre ad avere legami di antica data con Francia, Spagna e Italia, sono strettamente associati economicamente alla Comunità Europea e partecipano alla neo-nata comunità del Mediterraneo Occidentale, tra paesi della sponda Nord e della sponda Sud del Mediterraneo. Tuttavia, anche nel caso del Maghrcb è necessario soltolineare la diversa "qualità" dell'impegno internazionale per il mantenimento della stabilità e la soluzione dei conflitti locali. Il caso della Libia continua a rappresentare un punto dolente, che viene affrontato dalle maggiori potenze in chiave strettamente bilaterale, del tutto astratto dalle percezioni e dai problemi regionali. E lo stesso rapporto tradizionale tra Maghreb e Comunità Europea deve ora fare i conti con la concorrenza dei paesi dell'Est e deiJe regioni più povere della Comunità e con le nuove chiusure aiJa libera circolazione delle persone e delle merci tra Sud e Nord, codificate dall'accordo di Schengen. È appena il caso di notare come queste tre regioni "a solidarietà ridotta", e cioè i Balcani, il Maghreb e il Corno d'africa, sono anche le regioni che, per una somma di ragioni geostrategiche, economiche e storiche, sono più strettamente collegate alla sfera internazionale di sicurezza dell' Italia. Ciò pone alcuni problemi politici e operativi particolari, che esamineremo più avanti, dopo aver fatto alcune altre considerazioni di carattere generale.

5. IL RUOLO DELL'ITALIA: ALLEANZE E COOPERAZIONE POLITICA L'Italia non ha la capacità di assicurare da sola la stabilità e la sicurezza dell'area Mediterranea nel suo complesso, né delle regioni che insistono su

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quest'area e che abbiamo definito a più bassa intensità di impegno e di solidarietà internazionale. Né d"altra parte il tipo di minacce e di crisi che agitano questa regione può essere affrontato con mezzi unicamente militari. Ne consegue la necessità di un approccio multi laterale e multidimensionale, che sarà tanto più coerente con gli obiettivi politici e di sicurezza dell' Italia quanto più quest'ultima saprà esercitare al suo interno un ruolo determinante. Innanzi tutto, resta comunque interesse primario dell'Italia la difesa della sua sicurezza militar e nello spazio mediterraneo, nei confronti delle molte minacce dirette e indirette che possono riguardare, oltre al suo territorio, anche interessi imprenditoriali o commerciali, la sicurezza delle comunità italiane in paesi terzi, la libertà delle vie di comunicazioni internazionali, eccetera. Una tale difesa si attua con due tipi di strumenti: il mantenimento di una forza militare credibile e flessibile, strutturata per poter affrontare crisi di tipo molto diverso da quelle Est-Ovest, e una accorta e lungimirante politica di alleanze e di presenza internazionale. Nel contesto del Mediterraneo e del Medio Oriente le esigenze militari si riassumono essenzialmente nella ricerca di una maggiore mobilità delle forze armate su lunghe distanze, in una accresciuta capacità di intelligence, nelJ"approntamento di forze di intervento rapido, nel mantenimento di un adeguato differenziale tecnologico degli armamenti a proprio vantaggio e infine nello sviluppo di particolari tecnologie come quel le per la difesa anti-missi listica tattica e di teatro. Oltre a ciò, tuttavia, una coerente politica di sicurezza militare deve contribuire al rafforzamento di un ordine internazionale più stabile, basato sul rispetto di comuni principi di convivenza e di diritto. A questo fine è possibile utilizzare molti strumenti diversi, dalle Nazioni Unite ad altre coalizioni ad hoc, e un complesso di trattati e accordi internazionali che includono sia la difesa di principi generali (come i diritti dell'uomo e la promozione dei principi di democrazia e di diritto) sia regolamenti settoriali come il Trattato di Non Proliferazione, il trattato per il bando delle anni biologiche, la convenzione contro l'uso delle armi chimiche e il futuro trattato per la loro completa eliminazione, le convenzioni relative alle leggi di guerra e di neutralità, le nuove regole che si vanno affermando in materia di sicurezza della navigazione, di sovranità e di sfruttamento dei fondali marini, di zone di sovranità economica esclusiva, eccetera, oltre naturalmente al Regime di Controllo dei trasferimenti di tecnologie missilistiche, alle convenzioni per la sicurezza del traffico aereo, agli accordi di cooperazione per la lotta al terrorismo e aiJa criminalità organizzata, alle convenzioni e gli accordi relativi alla protezione e salvagUJardia dell'ambiente, e così via. Si tratta di un insieme di regole ancora molto disparate, che tuttavia costituiscono la base di partenza di un nuovo ordine di sicurezza internazionale, anche 27


perché forniscono il quadro giuridico e politico che legittimizza ogni eventuale uso o minaccia di uso della forza. In particolare, si va affermando l'esigenza di considerare la sicurezza collettiva come un bene che prevale sullo stesso principio deiJa piena indipendenza nazionale qualora si delineino violazioni evidenti e maggiori in vari campi: -prevenzione o repressione di diffuse violazioni dei diritti umani, - prevenzione, dissuasione o blocco della diffusione, dell'uso o della minaccia dell'uso di armi di distruzione di massa, - contenimento o blocco dell'uso sconsiderato di materiali che creano un danno importante all 'ambiente o al clima. - prevenzione, gestione o intervento per riportare la pace nel caso di crisi interne o internazionali che comportino la violazione di diritti internazionalmente riconosciuti, - lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata e azioni dissuasive o repressive nei confronti di stati che appoggino tali azioni criminali o che le alimentino. Tutto ciò costituisce da un lato uno dei parametri che debbono determinare i nuovi concetti strategici per l'uso delle forze armate nazionali, e d'altro lato deve servire di punto di riferimento per lo sviluppo di nuovi accordi di cooperazione regionale e di a lleanza nell'area del Mediterraneo e del Medio Oriente. In pratica, il problema oggi non è più tanto quello di stringere rapporti diplomatici o di alleanza generici, ma di forgiare una nuova coalizione per la difesa di interessi comuni, che le iniziative prima indicate già cominciano a delineare con una certa chiarezza. Tali criteri, d'altro canto, dovrebbero anche servire come discriminante politica per valutare l'effettiva consistenza e solidità dei rapporti bilaterali e multilaterali dei paesi europei con i vari paesi della regione: si tratterà di rapporti tanto più solidi quanto più essi si baseranno su una valutazione comune e sulla propensione a cooperare per la salvaguardia dei principi sopra elencati. Nel caso invece di stati che contrastino questa logica o cerchino di ignorarla, bisognerà evidentemente mettere in conto l'alta probabilità che le relazioni con essi vengano turbate da importanti conflitti di interesse e di politiche: cosa che sconsiglia di stringere con essi maggiori legami di cooperazione.

6. LO STRUMENTO DELLA COOPERAZIONE ECONOMICA E DELLO SVILUPPO La sicurezza nazionale e la gestione e il controUo delle crisi dell'area mediterranea richiedono peraltro anche opportune politiche economiche e di sviluppo sia di carattere economico che sociale e culturale.

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Tali politiche possono essere di due tipi: volte alla gestione di una singola crisi o volle aJ consolidamento di un più stabile quadro di cooperazione e di sviluppo. nel lungo termine. Nel primo caso si tratta essenzialmente di politiche "negative", di sanzione economica e commerciale o di politiche "positive" di incentivazione dei comportamenti desiderati. Nel secondo caso si tratta della più generale impostazione delle politiche di cooperazione economica. Per quel che riguarda la prima categoria di politiche economiche, quelle volte alla gestione di singole crisi, è chiaro che Io strumento economico può essere usato in molti diversi modi, anche come mezzo di pressione o di repressione. Tuttavia l'efficacia delle misure di sanzione economica e commerciale è quanto meno dubbia, almeno nel breve termine, e comunque, per raggiungere una quaJche efficacia, esse richiedono uno sforzo organizzativo e una coesione internazionale non indifferenti. L'utilizzazione di sanzioni economiche dovrebbe comunque rispondere ad aJcuni criteri basilari quali: - la individuazione precisa dell'obiettivo da raggiungere e (se ci si vuole limitare alle sole sanzioni economiche) la individuazione di obiettivi che siano comparabili aJ danno effettivo che le sanzioni possono provocare (le sanzioni tenderanno ad avere tanto maggior successo quanto più l'obiettivo sarà ben delimitato e non comporterà la sconfitta o l'umiliazione totale dell'avversario), - l'universalità dell'applicazione delle sanzioni da parte di tuui i paesi occidentali e da parte di quei paesi che più facilmente possono contribuire ad un loro sostanziale aggiramento, - l'approntamento di piani di aiuto e di intervento economico che compensino gli effetti di distorsione economica e danni provocati dalle sanzioni nei confronti di paesi terzi, - la definizione di un preciso lasso di tempo entro il quaJe tali sanzioni debbono venire riconsiderate o riviste. Nel complesso è probabile che la decisione di imporre delle sanzioni e la loro effettiva attuazione abbiano un'importanza politica più rilevante per accrescere la solidarietà e la cooperazione ali' interno della coalizione che le applica che nei confronti del paese che le subisce, almeno per un tempo determinato, specie se tale paese non è democratico (le inevitabili sofferenze della popolazione possono venire ignorate o mascherate più facilmente da regimi dittatoriali). Ma oltre le sanzioni sono anche possibili interventi economici "in positivo", volti ad accrescere l'appetibilità politica ed economica di determinate scelte politiche, o a compensare stati terzi per l'assunzione di particolari oneri a fronte di una loro maggiore solidarietà con le politiche condotte dall'Europa. Un caso di questo genere è la proposta avanzata dalla Comunità Europea nei confronti di Israele, di offrire a questo paese un maggiore accesso ai mercati e

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agli aiuti europei in caso di progressi sostanziali del processo di pace in Medio Oriente . Ma un caso anche pitl significativo è costituito dal complesso di politiche elaborato dalla Comunità Europea e dalla Banca Europea per l'Est, volto a favorire il progressivo inserimento di quei paesi nel sistema di mercato. a consolidarne la democrazia e ad evitare una eccessiva " rinazio nalizzazione" delle loro economie e ad ostacolare la ripresa dell a cooperazione interregionale nell'Europa centro-orientale. T ali iniziative tuttavia debbono essere basate sulla mobilitazione di risorse aggiuntive rispetto a quelle già impegnate per azioni di aiuto allo sviluppo, e non devono creare nuove discriminazioni a svantaggio di paesi terzi. Il problema maggiore della politica europea di aiuto nei confronti dell'est èappunto quello d i evitare che a tal fine siano mobilitate le risorse (già scarse, e in via di riduzione) originariamente destinate o disponibili per iniziative verso i paesi in via d i sviluppo. Ciò è tanto più importante in quanto una tale attenzione può evitare anche una massiccia diversione di investimenti e capitali privati dall'una all 'altra destinazione, che avrebbe come conseguenza immediata un aumento della instabilità internazionale. In conclusione quindi, l' uso " in positivo" degli strumenti economici è possibile solo in quanto sia basato su una accurata pianificazione finanziaria c soprattutto sulla mobilitazione di risorse aggiunti ve rispetto a quelle preesistenti. In caso contrario, essa riscrua di creare nuovi problemi e conflitti, senza necessariamente risolvere quelli verso i quali si concentra.

7. PROMOZIONE DELLA STABILITÀ La 1icerca e la promozione de lla stabilità è infine l'elemento più difficile, ma forse anche il più necessario, tra tutti quelli da noi elencati. Quando si parla di stabilità bisogna tenere conto di due premesse. La prima è che ci si riferisce evidentemente ad un complesso di fattori interni e internazionali tra loro interagenti secondo modalità complesse e a volte inestricabili. La seconda è che stabilità non deve essere confusa con immobilismo o mantenimento de l quadro preesistente: al contrario, si tratta di una stabi lità complessiva del quadro internazionale e della sicurezza reciproca che sia compatibile con i mutamenti necessari, o persino inevitabili. Così, ad esempio, sarebbe stato un gravissimo errore difendere la "stabilità" del blocco dell'Est ignorando la volontà di mutamento delle sue popolazioni, così come sarebbe oggi un errore auto-limitarsi alla difesa del mantenimento di un potere centrale sovietico (per quanto utile ed opportuno esso possa apparire, almeno in campo militare nucleare) rispetto agli inevitabi li mutamenti che si vanno dispiegando all'interno dell 'ex-URSS.

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D'altro canto tali errori possono essere evitati solo ponendo la maggiore attcnlione alla interrelazionc esistente tra quadro internazionale c scelte politiche interne ai vari pae i coinvolti in situazioni di crisi. Questa è in genere la cosa più difficile da valutare. come si è visto in passato in moltissimi casi: la sopravvalutaLione della stabilità del regime monarchico in Iran, la sottovalutazionc della forza dci movimenti indipendentistici in Etiopia. la scarsa comprensione dei fattori di odio nazionalistico esistenti in Jugoslavia, eccetera. li problema è che in tal modo una politica di aiuto alla stabilità perde molta della sua apparente ··asett icità" c viene direttamente coinvolta in scelte di politica interna ed internazionale. D'altro canto la scelta opposta non è particolarmente pagante, ia perché aiuti diretti ad un regime instabile o interessato ad accrescere la instabilità internazionale sono ovviamente sbagliati c potenzialmente controproducenti. sia perché aiuti concepiti (almeno apparentemente) in chiave "politicamente asettica" ono comunque gestiti da un determinato governo o regime e divengono quindi in ogni caso oggetto di polemica e di scambio politico (l'esperienza italiana in Etiopia e in Somalia può costituire un buon esempio di quanto andiamo dicendo). D'altro canto i nuovi indirizzi politici internazionali che vanno affermandosi dopo la guerra del Golfo, il crollo del sistema sovietico e l' iniziativa americana di propugnare un '·nuovo ordine internazionale" tendono ormai sempre più chiaramente a "condizionare'' le politiche di aiuto al raggiungimento di obiettivi politici globali. Anche in questo caso bisogna pc!->are attentamente le parole: la "condizionalità" dctraiuto può essere stabilita secondo criteri e con obiettivi molto diversi. Vi è una "condizionalità'' che potremmo definire a breve termine. di carattere csscn7ialmente commerc iale, volta a favorire gli interessi de lle industrie naz ionali o la conclusione di particolari accordi economici, che è sempre esistita, ma che in realtà, se di viene il momento qualificante delle scelte di aiuto o di alleanza, finisce per avere effetli controproducenti. Per di più essa è te ndenzialmente del tutto indifferente alla natura politica dci regimi con cui tratta (è sostanzialmente una "politica degli affari'' di tipo mcrcantilista) e quindi è in tota le contrasto con le premes!.e da noi fatte circa la natura profonda, interna e intcmaLionale, della stabilità che si vuole ricercare. La nuova condiziona lità di cui parliamo ha caratteristiche molto più ampie c di sistema. e obiettivi molto più ambiziosi di quelli definiti dal semplice mercanti lismo nazionale o nazio nalista. Essa tende a promuovere alcuni fattori di sviluppo che nel lungo termine dovrebbero, a nostro avviso, consentire l'affermarsi di un sistema internazionale più stabile e più sicuro. ln tal senso essa èintercssata a promuovere anche sviluppi politici in senso democratico, il rispetto dei diritti umani, il rafforzamento della legge internazionale, e così via, o ltre al puro e semplice sviluppo economico, cd èinteressata a che quest'ultimo avvenga in 31


modo tale da favorire l'integrazione internazionale e non fattOli nazionalistici o di disgregazione. Tuttavia, per riuscire ad attuare in modo chiaro e coerente un programma così ambizioso sono necessarie almeno tre condizioni: l. i principi generali di condizionalità e gli obiettivi che si vogliono raggiungere debbono essere espressi con chiarezza e codificati sin dall'inizio, 2. tali principi debbono essere applicati erga omnes, ed eventuali eccezioni debbono essere esplicitamente chiarite e giustificate, 3. l'attuazione di tali politiche deve, per quanto possibile, seguire canali multi laterali, sia nei confronti dei recipienti che dei donatori. Quest'ultimo punto è pa1ticolarmente importante perché sottolinea la opportunità di affermare un nuova metodologia delle politiche di aiuto, volta a mobilizzare risorse più ingenti sulla base di programmi politici, oltre che economici, di lungo termine, e a ricercare su di essi il consenso multilaterale di un ampio numero di paesi donatori e recipienti, così da costruire una rete di inter-responsabilità e di impegni che possa fare leva sia sul consenso interno che su quello internazionale.

8. IL RUOLO DELLE ISTITUZTONT All'atto pratico, la politica italiana dovrebbe mirare a far sì che le istituzioni europee occidentali (a cominciare dalJa Unione Europea) accrescano la loro capacità autonoma di analizzare le situazioni contingenti e di proporre piani di intervento multi-dimensionali con caratteristiche economiche e politiche ben definite, un po' come stanno iniziando a fare nei confronti dei paesi dell'Europa centro-orienta le. Esse dovranno ora studiare altre politiche volte verso il Sud del mondo e in particolare verso l'area del Mediterraneo e del Medio Oriente. Quest"area richiede infatti un approccio di tipo globale, sia in quanto area che per il complesso degU strumenti da impiegare. In questo senso va la proposta italiana di convocare una CSCM per stabilire alcuni principi comuni e un quadro politico di riferimento per la cooperazione e la pace nella regine: essa non potrà certo seguire gli stessi identici schemi della CSCE, da cui è stata ispirata: mentre nel caso della CSCE il compromesso ricercato consisteva nell'onenere progressi attraverso una interazione tra negoziati sulla sicurezza e negoziati sui diritti umani. nel caso della CSCM, almeno in una fase iniziale, questa interazione opererà soprattutto tra i negoziati economici e quelli sulla sicurezza e sulla stabilità. Tuttavia il precedente della CSCE ècomunque utile, se non altro perché dimostra come tali iniziative multilaterali, una volta iniziate, possano assumere una logica loro propria che può andare molto al di là delle aspettative iniziali. Nel caso della CSCE, ad

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esempio, nessuno s i aspettava che i diritti umani finissero per assumere una importanza determinante nel contesto dei rapporti Est-Ovest. Nel caso del Mediterraneo e del Medio Oriente, il centro de ll ' iniziativa politica ed economica non può che essere la CE, in quanto essa è oggi il polo dominante dell'area, tuttavia rich iederà la mobilitazione di importanti risorse aggiuntive, soprattuno all ' interno del bilancio comunitario, o comunque da gestire secondo criteri comuni e in modo coordinate. La cifra dello 0,25% del PIL comunitario, da destinare globalmente a quest'area, indicata in via orientativa dal ministro degLi Estri ita liano, serve come utile punto di riferimento sull'importanza degli impegni da assumere. Uno degli aspetti essenziali di tale politica deve riguardare la questione delle correnti migratorie, che incidono direttamente sug li aspetti interni della stabilità internazionale, sia nei paesi del Sud che nella CE. È necessario sviluppare " in positivo" il quadro di riferimento offerto dag li accordi di Schengen, anche per evitare che la CE si suddivida secondo criteri differenziati e aree separate di immigrazione a seconda delle provenienze geografiche (e poli tico-culturali) degli immigranti. Tuttavia la regolamentazione e la limitazione de i visti di ingresso non può risolvere il problema di base creato dalle disparità economiche e di tasso di natalità, nonché dalla domanda di braccia esistenti ali ' interno della CE. Né la risposta può consistere solo da una migliore politica di integrazione e di assorbimento di questi immigranti a ll' interno delle società europee (anche se questo aspetto non può venire ignorato né sottovalutato). Sarà necessario stabi lire forme di trade-off tra un maggiore sviluppo nel Sud e una minore migrazione nel Nord, che comporterà inevitabilmente la dislocazione verso Sud di determinati comparti produttivi a maggiore intensità di lavoro. Ugualmente. considerazioni politiche e di sicurezza dovranno condizionare la politica d i aiuto e di cooperazione della CE. Un caso tipico in questa direzione è costituito dalla Turchia, che non può certo essere cons iderata semplicemente alla stregua di un paese "mediterraneo", o come una sorta di bastione militare a protezione del fianco o rientale e di quello meridionale: È necessario condurre politiche volte a confermare e rafforzare g li orientame nti fil o-occidentali e filoeuropei di questo paese, e a salvaguardarne la laicità delle istituzioni, offrendogli sia concreti aiuti economici e tecnologici che la prospettiva politica di una maggiore integrazione in Europa (e questo a tanto maggior ragione se prospettive analoghe vengono offerte, sia pure in via condizionale, ad Israele). Nella sua ricerca di una maggiore stabilità internazionale, la politica della CE dovrà tendere ad ampliare la portata della sua politica estera e di sicurezza sino a farla largamente coincidere con l'amplissima sfera dei suoi interessi commerciali ed economici. In un tale quadro sembrano essere di particolare interesse le re lazioni che la CE ha cominciato a stringere con altre organizzazioni

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regionali come l' ASEAN o il CCG, anche quando queste ultime banno livelli di integrazione a ambizioni molto più limitate. Questi rapporti multiJaterali, assieme con lo sviluppo di politiche regionali e multilaterali originate daJla CE (politica mediterranea, accordi ACP) sono lo strumento più adatto per determinare conten uti e limiti di quella che abbiamo definito la nuova condizionalità. Soprattutto, q uesti contesti multilaterali sono quelli in cui meglio essa può essere definita e negoziata. Un obiettivo primario dovrebbe essere queUo di rafforzare questi accordi e queste istituzioni regionali, per aiutare la formazione di un contesto di rapporti internazionali [Più stabile e sicuro, e mone legato alle oscillazioni delle singole politiche e dirigenze nazionali. Benché tali organizzazioni abbiano un ruolo limitato in termini di effettiva gestione deUe maggiori crisi politiche, ciononostante esse si dimostrano canali di comunicazione e di consenso di grande utilità, e possono efficacemente contribuire a ridurre e contenere gli effetti di comportamenti destabi lizzanti, oltre che costituire un utile intermediario (e quindi anche una sorta di cuscinetto) tra la CE e i singoli stati in esse impegnati, riducendo il rischio di "singolarizzare" i rapporti bilaterali. Allo stesso tempo tali contesti multi laterali possono facilitare la conclusione di programmi e accordi economici di maggiore ampiezza e con minori caratteri di "discriminazione" rispetto a quelli mcramente bilaterali. Il che non esclude naturalmente il parallelo perseguimento dì una attenta politica di aUeanze "bilaterali" (meglio se anch'esse incluse in un quadro comunitario) con alcuni alleati privilegiati, identificati per il convincimento che essi siano o possano presto divenire stati "chiave" in determinati scenari di crisi, tentando di accrescere il loro interesse alla difesa della stabilità internazionale. Tali paesi potrebbero divenire i recipienti preferenziali di forme molteplici di assistenza, non esclusa quella militare e di sicurezza.

9. PRJNCIPII DI UNA POLITICA ITALIANA NEL FUORI AREA Una concRusione è che il ruolo strategico italiano ed europeo sembra destinato ad accentuare impegni di gestione delle cris i (anche fuor i dell 'area cope rta dal Trattato dell'Atla ntico del Nord) risp etto a i più tradiziona li impegni difensivi in a mbito NATO . Una seconda conclusione, forse la più importante, è che si delinea la necessità di una politica di sicurezza integrata, che gestisca insiem e elementi m ilitari di dissuasione e gestione delle crisi con element i di caratter e econom ico e sociale. E in effelli è soprallullo necessario evitare che l'insieme delle crisi interne ai paesi mediterranei, legate alla loro crescita demografica e ai loro problemi di 34


sviluppo economico. finiscano per accrescere oltre ogni livello di guardia l'instabilità interna di questi stessi paesi, rendendo impossibile ogni tentativo di gestione pacifica dei conflitti latenti. Per quel che riguarda l'Italia ciò sarà molto più faci le se, da un lato, potrà essere elaborata una politica responsabile e di largo raggio della Comunità Europea verso il Mediterraneo e dall'altro lato se il nostro paese manterrà un collegamento positivo, e possibilmente multilaterale-NATO, con gli USA. Per quel che riguarda il Modello di Difesa italiano, esso è stato presentato in Parlamento alla fine del 1991, e sottolinea implicitamente o esplicitamente una serie di punti abbastanza coerenti con il discorso fatto in queste pagine: a. si situa nell'ambito del nuovo quadro di accresciuta flessibilità, integrazione e mobilità delle forze atlantiche in Europa; b. accetta la prospettiva dello sviluppo di una identità europea occidentale nel campo della politica e della sicurezza, che svolgerà anche effettivi (e crescenti) funzioni di difesa; c. prevede ulteriori accordi di controllo degli armamenti, di reciproca fiducia e di disarmo nel quadro CFE e CSCE; d. cerca di tenere nel dovuto conto le limitazioni che nuovi regimi internazionali di controllo della proliferazione degli armamenti e di detenninate tecnologie imporranno alle industrie e ai rapporti tra stati; e. si pone il problema di corrispondere alla evoluzione tecnologica degli armamenti, allo sviluppo della dottrina operativa e su ll a base degli insegnamenti desumibili dai più recenti conflitti armati in cui sono state coinvolte forze occidentali (Falklands, Golfo, eccetera). In nessun caso quindi esso può essere visto come un modello nazionale autosufficiente, come del resto era anche per tutte le precedenti scelta della difesa italiana dal dopoguerra. In questo caso, tuttavia, al concetto della sufficienza (concepita in quanto opposta al totale soddisfacimento di tutte le esigenze ipotizzabili) si aggiunge anche un concetto di maggiore specializzazione, a significare il fatto che le forze armate italiane dovranno essere concepite in funzione di una difesa atlantica ed europea e non in funzione di una semplice difesa nazionale. In altri termini, la "difesa nazionale" diviene un aspetto sertoriale della difesa collettiva, che resta certo di particolare responsabilità ed interesse delle forze italiane, ma non è di loro esclusiva responsabilità ed interesse, così come esse debbono far proprie, almeno in parte, le esigenze e gli interessi collettivi espressi dalla Alleanza e dal processo di integrazione europea (oltre che naturalmente dalle Nazioni Unite e dalla CSCE). Non solo. La trasformazione della minaccia e del quadro inte rnazionale (sia per quel che riguarda la sua stabilità che per rispondere alle esigenze di crescente integrazione e cooperazione nel campo della sicurezza), torna a dare agli stru35


menti miliwri eLtropei una fim:ione primaria di politica estera che sembrava essere ormai in via di sparizione. Abbiamo di fronte un duplice processo: l. la indeterminatezza della minaccia, e la sua variabilità, richiedono uno strumento militare molto più flessibile e onnidire:iona/e che per il passato, calibrato sia per contribuire alla dis uasione e alla difesa contro la minaccia rc!.iduale proveniente da Est (che, per l" Italia, ha carattere prevalentemente strategiconucleare), sia per interventi mirati ad operazioni di gestione delle cri i e a conflitti di intensità media o bassa; 2. la crescente integrazione del sistema internazionale (ONU, grandi accordi globali di disarmo e non proliferazione, accordi Est-Ovest, CSCE) c la crescente importanza dell'integrazione multilateralc in ambito atlantico cd europeo richiedono la piena disponibilità di uno strumento militare utilizzabile a tini di stabilità politica e di negoziato multi laterale, prima ancora che a fini di immediato interesse militare. Questo doppio processo tende ad accrescere l'importanza dello strumento militare per la politica internazionale dell'Italia, anche e soprattutlo per poter raggiungere l'obiettivo di 11110 maggiore integrazione e stabilità del sistema intema:.ionale di cui il nostro paese è parte. Parliamo quindi di un contribwo italiano a tm sistema di difesa collellil•a crescentemente integrato, anche se ancora relativamente frammentato in vari ambiti istituzionali. Ciò implica la necessità di un Modello di Difesa particolarmente flessibile e concepito in funzione della sua integrabiJjtà alla funzioni di difesa collettiva.

10. AREE D'INTERVENTO: BILATERALISMO E MULTILATERALISMO D'altro canto si pone qui anche il problema dell'interesse italiano alla icurezza c alla stabilità di regioni "a bassa intensità di solidarietà internazionale··: problema già sommariamente descritto nelle pagine precedenti. Queste regioni sono quelle dei Balcani, del Maghreb e del Corno d'Africa. Mentre nelle altre regioni del mediterraneo e d eli' Est europeo è facile immaginare un apporto militare italiano ·'di concorso", in appoggio a iniziative concertate in sede internazionale o comunque gestite in primo lluogo dagli Stati Uniti o dalla NATO, in queste regioni è da ipotizzare la possibilità che l'Italia venga spinta ad assumere iniziative più rilevanti, souo forma di interventi diretti o, più probabilmente, volte alla creazione di coalizioni internazionali che possano intervenire efficacemente nella gestione delle crisi c nella riduzione dei ri chi. Allo stesso modo potrebbe porsi il problema di un ··dissenso" italiano, nei confronti di iniziative unilaterali di un paese o di più paesi alleati, che vengano

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giudicati come de-stabilizzanti o potenzialmente lesivi per i nostri interessi nazionali. È necessario naturalmente situare bene i limiti di questo discorso. In nessun caso l'Italia. visti i suoi limiti di potenza e la sua collocazione internazionale, aspira alla coostituzione di una s ua autonoma "sfera di influenza" nel Mediterraneo, o alla conduzione di isolate imprese militari in questa regione. Al contrario. da tutto il discorso fatto in precedenza, e che resta valido, è facile desumere come l' Italia sia essenzialmente interessata ad una crescita di importanza dei fattori di integrazione internazionale (a cominciare da quelli europei) e privilegi quindi le soluzioni concertate e multi laterali Ciò non toglie tuttavia che in alcuni casi: a. queste soluzioni multiJaterali si possono rivelare impossibili, perché non si concretizza il necessario consenso o un sufficiente livello di interesse e di impegno da parte degli alleati, b. si possa determinare una situazione di forte diversità delle percezioni dei rischi da correre e di giudizio sulla opportunità delle strategie da utilizzare, c. si verifichi una situazione isolata e circoscritta di minaccia puntuale contro il territorio od altri interessi italiani. Tutto questo delinea la necessità di disporre di una limitata, ma credibile, capacità nazionale ili dissuasione e di intervento, e soprattutto la elaborazione di una accorta e tempestiva politica di mobilitazione ili alleanze e di consenso internazionale, volte ad evidenziare gli interessi e le priorità specifiche dell'Italia e a facilitarne la eventuale difesa. Alcune indicazioni in questo senso già si sono delineate, nel campo della politica estera. Pensiamo ad esempio alla creazione dell'Esagonale, agli speciali rapporti che si vanno stringendo con l'Albania, alla partecipazione italiana alla iniziativa sul Mediterraneo occidentale, alla proposta italiana di convocazione di una Conferenza di Cooperazione e di sicurezza nel Mediterraneo e in Medio Oriente (CSCM), eccetera. Queste iniziative non sono viste in nessun caso come alternative o contrapposte agli ambiti tradizionali della politica estera e di sicurezza dell'Italia, nell'Unione Europea, nella NATO e nella CSCE, ma sottolineano alcuni interessi regionali specifici, e comunque possono preparare il terreno per una politica di alleanze e una raccolta di consensi internazionali in caso di crisi regionali "eccentriche" rispetto agli scenari di maggiori intensità. Tuttavia esse richiedono comunque l'approntamento di un numero e una qualità minima di "strumenti" operativi, in particolare in campo militare, per assicurare la ctredibilità, la tempestività e la effettiva fattibilità delle eventuali decisioni nazionali. In ogni caso è bene ricordare e sottolineare ancora una volta come sia del tutto improbabile che l'Italia possa assicurare da sola, in modo autonomo, il 37


soddisfacimento delle esigerr;,e relative ad 1111 simile ruolo più attivo di gestione delle crisi. Il quadro internazionale di cooperazione diviene quindi un fattore determinante e non esogeno per il successo o l'insuccesso di ogni iniziativa nazionale in questo campo, anche quando essa discenda direttamente da particolari percezioni o esigenze nazionali. In particolare il quadro atlantico rimane punto di riferimento essenziale al soddisfacimento di un tale ruolo, grazie alla predominanza strategica americana: tuttavia esso diviene sempre meno sufficiente quanto più si riduce la presenza americana in Europa. Una maggiore cooperazione/integrazione europea sembra essere essenziale anche per soddisfare questo eventuale maggiore impegno italiano nella gestione delle crisi internazionali dell'area mediterranea.

Il. LA FORZA D'INTERVENTO RAPIDO E IL MODELLO DI DIFESA In campo militare, la individuazione delle suddette esigent.e richiede l'effettiva creazione di una FIR pienamente operativa, con tutte le sue componenti terrestre, aeree e navali. All'atto pratico evidentemente la FIR potrebbe richiedere l'utilizzazione di forze (soprattutto navali e aeree) normalmente attribuite a missioni di suppono in ambito nazionale o NATO e dovrebbe poter essere utilizzata nell'ambito della difesa nazionale c territoriale, qualora lo scenario lo richieda. Tuttavia dovrebbe essere pianificata e concepita come il braccio lungo della difesa italiana e quindi avere la necessaria mobilità, autonomia, potenza di fuoco, capacità logistica e di rinforzo e sostentamento. Sul piano terrestre una tale componente potrebbe essere composta da 4-5 brigate autonome, e cioè integrate con iJ necessario supporto logistico, di artiglieria, del genio, eccetera. Una di queste brigate dovrebbe essere aeromobile. In tal modo si avrebbe la effettiva disponibilità di almeno due brigate, con possibilità di supporto o di impegni su teatri secondari. Sul piano navale ciò richiede il supporto di una nave porta-aeromobili, di due navi da sbarco e delle necessarie forze di supporto/appoggio (in pratica: di un "gruppo d'altura" che, a seconda della situazione possa identificarsi con quello normalmente in essere, secondo la traccia indicata dal Nuovo Modello di Difesa, o possa essere da esso "filiato" con la mobilitazione di forze ad hoc in riserva. Sul piano aereo, oltre ad una accresciuta capacità di aeromobilità (elicotteri da attacco e da trasporto) deve poter utilizzare il necessario supporto aereo di attacco e di difesa c mezzi di trasporto aereo a lunga distanza. Deve inoltre avere capacità missilistiche di interdizione e di fuoco a brevemedio raggio, sia superficie-superficie che superficie-aria.

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Una tale componente deve essere quasi integralmente volontaria. tale problema, notevolmente complesso, è attualmente in discussione nelle varie sedi istituzionali (Parlamento, Governo)e non viene qui affrontato se non per memoria. Sempre per memoria si nota come una FIR efficace dovrebbe avere caratteristiche interforze molto spinte che mal la collocano nell'ambito di una sola Forza Armata e ancor peggio si conciliano con un concorso delle tre Forze armate secondo moduli di comando ed operativi da organizzare ad hoc, sulla base della singola missione (un po' come è avvenuto sinora). Essa richiede quindi una diversa catena di comando che parta direttamente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e sia integralmente interforze nella sua natura. Essenziale è anche lo sviluppo e la modemizzazione tecnologica di queste forze. I principali sistemi d'arma terresni vedrebbero una diminuzione dei carri armati pesanti a vantaggio di mezzi corazzati di combattimento più facilmente trasportabili, assieme con blindati da combattimento e trasporto truppe; nuovi sistemi missilistici anti-carro, anti-aerei, superficie-superficie (MLRS e altri sistemi a breve-media gittata per l'interdizione ravvicinata), elicotteri da trasporto e da combattimento e soprattutto un più elevato sistema di automazione, controllo e comunicazione del campo di battaglia. In questo quadro si pone la prospettiva della creazione di una brigata effettivamente aeromobile, realizzata attraverso l'accorpamento operativo e il potenziamento delle attuali componenti elicotteristiche dell'Esercito. Per quel che riguarda la Marina è necessario prevedere un rafforzamento delle capacità di sbarco, delle capacità logistiche di rifornimento e di trasporto, e delle capacità di protezione antiaerea autonoma e di supporto lontano, con la entrata in servizio di un nuovo mezzo portaeromobili, studiato a partire dalle esperienze fatte con il Garibaldi, oltre a rafforzate capacità di rifornimento e supporto di squadra. È altresì necessario prevedere la costituzione di una brigata anfibia, unendo i lagunari dell'Esercito con il Battaglione San Marco. Per l'Aeronautica si conferma la necessità di acquisire un congruo numero di caccia superiorità aerea (tipo EFA): tuttavia, ai fini della gestione delle crisisi sottolinea in particolare la necessità di acquisire altre unità di cacciabombardieri (tipo Tornado), in particolare attraverso l'acquisto di una aliquota di Tornado in versione ECM. È inoltre necessario accrescere il numero degli aerei da trasporto medio (tipo Hercules) e completare il programma di acquisizione degli aerei cisterna. In un tale quadro diviene altresì importante la possibilità di acquisire alcuni aerei A WACs e altri velivoli specializzati in funzioni ECM, comunicazioni, intelligence tattico, eccetera (comunicazioni, elicotteri, navigazione eccetera). 39


È necessario infine studiare e acquisire nuovi sistemi antimjssilistici per la difesa delle principali basi aeree e militari, successori del tipo Patriot-2 (e più simili a quelli attualmente previsti nel programma SDI americano per la difesa di punto). La soddisfazione delle missioni presumibili richiede una crescente capacità in campo elettronico e spazio/e, sopraltullo per quel che riguarda le contromisure elettroniche, la ricognizione e in genere l' intelligence e le comunicazioni (oltre all'ausilio per l'acquisizione degli obieuivi). Accresciute capacità satellitarie e di comando, controllo e comunicazione, anche aeroportata, sembrano inevitabili, ma probabilmente potrebbero essere almeno in parte soddisfatte attraverso programmi di cooperazione internazionale, specie in sede europea. Infine, è necessario prevedere un incremento complessivo della efficienza e prontezza operativa delle Forze armate. Forze armate efficienti dovrebbero preoccuparsi in modo prioritario della acquisizione di tutto un complesso di armamenti e di sistemi che consentano di rendere pienamente operative, allivello più alto, le costose piattaforme (aeree, navali e terrestri) così acquistate. Ciò suggerisce ad esempio di dare la priorità necessaria alla acquisizione di un numero congruo di aerei ricognitori e soprattutto ECM, nonché alla acquisizione dci necessari sistemi d'arma aria-terra e di avionica di bordo, in primo luogo per i Tornado, per quel che riguarda l'Aeronautica. Stefano Silvestri

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t.

LE DIMENSIONI DELLA MINACCIA MILITARE A SUD DELL'EUROPA

È ormai un luogo comune che la Regione Mediterranea, definita come l'insieme dci paesi tra lo stretto di Gibilterra e quello di Hormuz, presenti un quadro di instabilità accentuata a vari livelli (politico, economico, demografico e culturale). È anche una valutazione ampiamente condivisa che, se i fattori principali di tale instabilità richiedono in larga misura delle misure di stabilizzazione economica -in un quadro di politiche di cooperazione quali quelle del modello concettuale della CSCM (Conferenza per la Sicurezza e Cooperazione nel Mediterraneo)-, i fattori militari non possano essere sottovalutati in quanto le esperienze di questi ultimi anni hanno ulteriormente dimostrato che i mezzi militari sono spesso impiegati per risolvere delle controversie. In pratica, le minacce militari della Regione Mediterranea richiedono una visione completamente differente dai tradizionali modell i di confronto e deterrenza Est-Ovest. Se prima vi era una razionalità condivisa, sia pure con differenti sfumature, tra Nato e Pano di Yarsavia culminante nello schema della deterrenza, lungo il Fronte Sud esiste ancora una mentalità piuttosto clausewiltiana del ricorso alle armi, della guerra come prolungamento della diplomazia e della battaglia decisiva come fattore determinante della guerra. Se a questo si aggiunge il concetto di jillad come sforzo bellico non necessariamente legato all'analisi di costi e benefici, si può comprendere come la possibilità c la probabi lità del confronto siano molto più alte, anche se le cifre globali della potenza militare schierata possono essere molto più basse della grande battaglia aeroterrestre sul Fronte Centrale Nato in Germania nel passato scenario. La guerra del Kuwait può essere considerata per molti versi un'eccezione, ma è un fatto che con la crisi dell'Urss la guerra è ridivenuta pensabile e soprattutto pos ibile in tutta la sua ampia gamma, specialmente nelle fasce dei cosiddetti connitti a media e bassa intensità, l" esatto opposto della llypenvar dispiegata c dispicgabile nel Golfo. Questo implica un'analisi innanzitutto del grado di vulnerabilità sociale e politica delle nazioni che possono venire a conflitto. Allo stato attuale gli Stati ricchi della Regione Mediterranea, in determinate situazioni anche quelli con un'esperienza di guerra quarantennale come Israele (bombardamenti missilistici iracheni nel 1991 ), appaiono più vulnerabili alle aggressioni anche relativamente limitate. Tanto più queste aggressioni si allontanano dal modello di guerra totale che pareva mobilitare la volontà difensiva delle opinioni pubbliche della Nato, tanto più lenta ed incerta sarà la risposta a livello di massa. 41


Un secondo punto di analisi della minaccia è quindi correlato alla capacità di parare prcventivamente o tempestivamente un'aggressione anche limitata al territorio ed agli interessi nazionali o internazionali con il minor numero di for.ce e la massima rapidità possibili. È in questo contesto che vanno considerate come cruciali tutte quelle componenti dello strumento difensivo che si basano su moltiplicatori di forza e differenziali tecnologici perché evitano una battaglia di attrito dalla quale il fronte interno delle opinioni pubbliche ha un'alta probabilità di uscire demoralizzato. Infine, a differenza della tradizionale ipotesi Est-Ovest che vedeva una parte costantemente sulla difensiva nelle prime fasi del connitto, i nuovi scenari di instabilità devono più spesso prevedere una decisa iniziativa ed offensiva operativa da parte delle nazioni europee, impegnate nella difesa strategica di una transizione internazionale controllata. Tenendo presente questo quadro d ' insieme (e facendo riferimento alle ~che­ de allegate), si possono distinguere tre dimensioni del problema militare del Fronte Sud della Nato c dell' ltal ia: -rischio convenzionale attivo; -sfida convenzionale di interdizione; - minaccia NBC. Come ripetono con qualche fondamento gli analisti della passata guerra fredda, una minaccia convenzionale attiva da parte delle nazioni islamiche contro il Fronte Sud della Nato al momento non ècredibilc, più di quanto non fosse credibile negli anni '50 l' invasione cino-sovietica degli USA. In effetti quello che manca alla maggior parte delle nazioni esaminate è la contiguità territoriale necessaria per poter far pesare quanto meno il numero degli uomini e degli armamenti presenti nei singoli Stati nella regione. per non parlare dell'inesisten.ca di un blocco di forze capace di rinnovare un disegno espansionista verso il Nord. simile a quello che è nella memoria storica e nella percezione di molti europei. Anche dal punto di vista navale, la consistenza delle marine esaminate è ben al di sotto di quanto richiesto per esercitare una qualsivoglia forn1a di controllo del mare, tanto è vero che nemmeno quando le marine egiziana e siriana erano alleate riuscirono a bloccare i vitali porti mediterranei di Israele. Qualche preoccupazione in più possono destare le aeronautiche, specialmente di paesi come l'Egitto o la Siria, perché accoppiano aJia modernità dei mezzi un adeguato addestramento e supporto logistico. Tuttavia il loro potere aereo è essenzialmente locale e non è in grado di condurre operazioni intense a lungo raggio. Le uniche eccezioni a questo quadro di rischi convenzionali sono rappresentate da tre casi: Spagna, Turchia e aggressioni limitate. La Spagna con le enclal•es di Ceuta e Melilla è particolannente vulnerabile ad una radicalinazione della politica estera maroechina in senso anti-oecidentale. In una simile ipotesi le A')

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Forze armate marocchine sono in grado di esercitare sulle due città una pressione aeroterrestre sufficiente per farle cadere dopo un assedio, se fallisse l' occupazione di sorpresa. ln una situazione ancora più critica si trova la Tw·chia, avendo ai confini la potenza militare intatta della Siria e quella più fiaccata dell'Iraq. Non è un caso che proprio la fascia di frontiera orientale turca sia stata esclusa dai negoziati Cfe (Conventional Forces in Europe) e che la Turchia sia stato il primo paese della Nato direttamente coinvolto nella crisi del Golfo. La posizione della Turchia rischia inoltre di rappresentare un ulteriore rischio per la sicurezza Nato ed italiana qualora la deriva di allontanamento politico dall'Europa da parte dell'opinione pubblica locale sfoci neli' instaurazione di uno Stato islamico. In una situazione in cui l' Europa continui a rifi utarsi di integrare le attuali élites laiche e modemiste tmche nella Ce, il recupero della religione come asse portante della società e dello Stato rappresenterebbe un esito quasi obbligato. Le conseguenze a medio termine di un'evoluzione politica islamista di Ankara sarebbero particolarmente gravi. Infine le aggressioni limitate con mezzi convenzionali rappresentano un rischio militarmente minore, ma possono avere un notevole impatto psico-poHtico sul paese aggredito. Virtualmente tutti i paesi esaminati sono in grado di attuare questa scelta che è preferita proprio dagli avversari strategicamente più deboli, insieme a quella del terrorismo. Generalmente meno percepita dalle anaHsi strategiche, ma ben più credibile a livello operativo della precedente è la stida convenzionale di interdizione. Essa può esplicarsi io due forme: come ostacolo al libero transito lungo le vie di traffico aeronavale internazionale oppure come opposizione a interventi di stabilizzazione politica, peace-keeping o peace-making nell'area. Trattandosi di una sfida fondamentalmente basata sulla difensiva, essa gode del duplice vantaggio della forza intrinseca della difesa nonché della possibWtà di sfruttare immediatamente il meglio dell'apparato difensivo d isponibile. Le cifre, generalmente ridotte (tranne il caso di Libia, Egitto e Siria), riguardanti le armi moderne acquistano tutto un altro significato se sono impiegate per contrastare la risposta ad un'invasione o destabilizzazione di un paese amico o per bloccare uno stretto strategico. Il minamento Libico del Mar Rosso, per quanto effettuato clandestinamente con un traghetto e con mine di vecchia concezione, oppure i minamenti iraniani nel Golfo Persico durante la guerra Iran-Iraq dimostrano chiaramente il potere di interdizione anche di potenze modestamente equipaggiate in uno specifico settore. È soltanto in un tale contesto che si può prendere sul serio la minaccia, già paventata dalla Marina statunitense, di una proliferazione dei sottomarini convenzionali avanzati nel Terzo Mondo.

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Nello specifico della Regione Mediterranea cifre e tipi di ottomanm convenzionali non presentano di per sè una minaccia in senso stretto (Algeria: 2 SSKI Kilo, 2 SS2 Romeo; Libia: 6 SS Foxtrot; Egitto: LO SS Romco, di cui 4 da modernizzare; Siria: 3 SS Romeo). Possono però costituire una seria sfida alla protezione dei traffici, se impiegati in singole azioni di disturbo durante una situazione di crisi, specialmente se si pensa che nell'A w (Anti-Submarine Warfarc) la regola empirica prescrive il rapporto 3: l come equilibrato per i l difensore, all'opposto del più conosciuto l :3 impiegato negli scontri terrestri. Un caso ancora più evidente e paradossale di interdizione è fornito dalla guerra del Kuwait, dove soltanto una enorme forza militare al più alto livello di sofisticazione è riuscita a vanificarc il tentativo iracheno di condizionare pesantemente l'accesso ad un quinto delle riserve mondiali di greggio. In futuro un eventuale crollo del regime di Mubarak a favore di un regime islamista cgi7iano interdirebbe con efficacia l'importante rotta petrolifera di Suez. Infine va considerata la vera c propria minaccia rappresentata dalla proliferazione di vettori e di armi Nbc (Nucleari Batteriologiche Chimiche). In questo campo la minaccia più immediata per l'Italia è senza dubbio rappresentata dalla Libia. Tenendo presente che Tripoli dispone di: * 72 Scud-B, * un numero imprecisato di missili deUe categorie lnf ed Irbm in sviluppo. *almeno una cinquantina di aerei d'attacco o multiruolo di buone prestazioni (includendo soltanto Su-24, Mirage F-lAD c Mig-23BM), * capacità di produzione e caricamento su vasta scala di ipritc c probabilmente nervini fugaci, grazie a due imponenti complessi di produzione (Rabta e Wafa), * persistente volontà politica di acquisire armi nucleari, appare evidente la necessità di avere ed impiegare tutti gli strumenti vaJidi per: - impedire l'acquisizione di vettori missilistici con portata superiore agli Scud non modificati; - vanificare un eventuale attacco aereo o missilistico; -effettuare ritorsioni in grado di distruggere vettori o potenziali industriali critici. A livello di strumenti diplomatici vanno naturalmente compiuti tutti quei passi cd esercitate tune quelle pressioni per chiarire che si tratta di una minaccia

l SSK indica un \Oilomarino con,·cn,ionnle :m.ln7.ato. 2 SS indica un \OIIomarino con,cn1ionalc della vecchia gcncr:vìonc.

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inaccettabile a livello regionale, specie ora che il disarmo chimico nel rapporto Est-Ovest è solidamente avviato. Insieme alla Libia, una minaccia militarmente analoga per la Nato, più precisameme contro la Turchia, è rappresentata dall'Iraq, fino a che non saranno completamente distrutti i suoi arsenali, e dalla Siria. Vale la pena di ricordare che la Siria dispone di: * almeno una sessantina di lanciatori tattici, tutti in grado di colpire il suolo turco; * una completa capacità di produzione di gas nervini della prima e seconda generazione; * una capacità embrionale di produzione di agenti biologici (botuline); * almeno una ottantina di aerei da interdizione lontana (Su-24) e multiruolo (Mig-23BN). Politicamente la situazione non lascia prevedere a breve termine un deterioramento dei rapporti turco-siriani, anzi il progresso delle trattative di pace potrebbe definitivamente disinnescare questa minaccia, ma non va dimenticato che i motivi per un contenzioso anche acuto tra Damasco ed Ankara non mancano. Una minaccia attualmente più lontana ed indiretta, prevalentemente contro gli interessi delle nazion_i industrializzate in genere, è rappresentata dall'arsenale iraniano. Esso non ha la ricchezza e la sofisticazione di quello iracheno, né a livello di agenti, né di vettori, ma è in grado di colpire direttamente i fragili potcntati arabi sulla sponda opposta del Golfo. Inoltre, il programma nucleare di Teheran promette di non essere meno minaccioso di quello di Baghdad, se non adeguatamente tenuto sotto controllo. Infine, non andrebbe sottovalutato il rischio del potenziale egiziano qualora dovesse cadere nelle mani di un governo islamista cd antioccidentale. ll Cairo dispone non solo delle tecnologie essenziali per modificare i suoi Scud e per produrre iprite. cianogeno e nervini in massa, ma anche di eccellenti aerei d'attacco (almeno 52 tra F-16C/D e Mirage 2000). Alessandro Politi

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LE PROSPETTIVE DI CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI NELLE REGIONI A SUD DELLA NATO

l. INTRODUZIONE La crisi del Golfo ha ampiamente dimostrato- se ancora ve n'era bisognoche la vendita di armi senza imporre alcun limite di carattere quantitativo o qualitativo conduce fatalmente, alimentando politiche estere espansionistiche, a pericolose instabilità regionali. L'impiego, durante la guerra del Golfo. dei missili iracheni a corto raggio AI-HUSSEIN contro le città israeliane e saudite ha confermato quanto sia importante limitare le forniture dei vettori balistici e controllare la proliferazione delle tecnologie che ne consentono lo sviluppo e la produzione. Basterebbe pensare agli effetti che i missili iracheni avrebbero prodotto se le loro testate anziché convenzionali fossero state chimiche, o nucleari, per rendersi conto della rilevanza del problema. La conferma che l'Iraq, pur aderendo al trattato di non proliferazione nucleare (TNP), stava attivamente perseguendo - e con certo successo secondo gli ultimi rapporti degli ispettori dcii'ONU- l'obiettivo di dotarsi di armi atomiche, e le difficoltà finora incontrate nell'obbligare Bagdad a rispettare gli impegni as-.unti al momento della lìrma dell'accordo di cessate il fuoco, ha messo in cvidenta i limiti di verifica del TNP c riaperto il problema di come evitare i terribili rischi di una prolifcrazione nucleare. Infine, ai rischi della prolifcrazione nucleare si sommano quelli della proliferazionc di armi chimiche c batteriologiche. In questo quadro si pone la questione se, in che modo c in che misura sia possibile far fronte a questi rischi con misure di controllo degli armamenti, intese in senso lato, ossia comprendenti: quelle che possono essere eventualmente raggiunte nel contesto di accordi bilaterali - misure reali di controllo e di partiate disarmo o semplici mbure per accrescere la reciproca fiducia; quelle prese autonomameme per ragioni politiche o di bilancio; e quelle imposte indirettamente attraverso l'ado.done di particolari restrizioni da parte dei paesi esportatori. Questa parte sarà articolata in un'analisi dei problemi della prolifcrazione nucleare e chimica, della prolifcrazione missilistica e della proliferazione delle armi convenzioni, soprattuuo ad alta tecnologia, per chiudere con alcune sintetiche considerazioni sulle prospettive di controllo degli armamcmi neJla regione.

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2. LA PROLIFERAZIONE NUCLEARE

a. l potenziali esportatori nucleari emergenti Al di là di quanto già accennato a proposito del caso Iraq e delle questioni che esso solleva, vi é un altro fenomeno che, in una prospettiva di medio periodo, porrebbe finiJ·e per vanificare l'attuale sistema di controlli internazionali e minacciare la funzionalità e l'efficacia dello stesso trattato di non proliferazione nucleare. C i si riferisce all'emergere dei cosidetti «new nuclear suppliers», ossia quei paesi, generalmente al di fuori del TNP, e quindi senza vincoli formali con il regime di non proliferazione, in grado di esportare materiale, equipaggiamenti e tecnologia nucleare. Oggi almeno undici paesi possono essere considerati nuovi, potenziali «fornitori nucleari»: Argentina, Brasile, India, Israele, Giappone, Pakistan, Repubblica popo~are cinese, Sud Africa, Corea del Sud, Spagna e Taiwan. Tra questi paesi, l'India, la più dotata e autosufficiente in campo nucleare e anche la maggiormente critica nei confronti del TNP - non é ancora diventata un esportatore di tecnologie nucleari, mentre la Cina, altrettanto dotata c autosufficiente ha svolto un ruolo attivo sul mercato internazionale. Tra gli altri paesi, l'Argentina e la Spagna appaiono disposti a diventare partecipanti attivi, e il Giappone potrebbe seguirne l'esempio. Comunque, sono finora poche le transazioni di tecnologie nucleari che hanno visto coinvolti i fornitori emergenti -la Cina é forse l'unica eccezione- e non sarebbe quindi giusto equiparare la capacità di esportare con la disponibilità a farlo. Gli stessi nuovi fornitori si sono autoimposti regole restrittive e hanno inoltre subito i condizionamenti delle norme internazionali contro la proliferazione nucleare. In effetti, si potrebbero disegnare due differenti scenari. n primo, é uno scenario ottimistico che prefigura un rafforzamento del regime di non proliferazione sulla base della tendenza a stringere «joint ventures» tra fornitori tradizionali e fornitori emergenti. Ma solo se i primi usano gli accordi di collaborazione, e gU incentivi economici ad essi eventualmente connessi, come condi zione per costringere i forni tori emergenti a una maggiore prudenza nell'esportazione delle tecnologie nucleari. n secondo, é lo scenario pessimistico. Si basa meno sulla politica declaratoria dei fornitori emergenti e più sulla loro potenziale disponibilità ad esportare. In questo senso, appare preoccupante, in prospettiva, sia la mancanza di un loro specifico e formale i m pegno verso l'attuale regime di non pro liferazionc, sia la loro inclinazione ad esportare, insieme a materiali e tecnologie nucleari, anche quelle tecnologie che consentono lo sviluppo di missili balistici. Inoltre, gioca a

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favore della maggiore probabilità di avverarsi dello scenario pessimistico, il fatto che nella maggior parte dei paesi potenziali fornitori nucleari mancano precise c rigide norme che regolino le esportazioni di materiale c tecnologie nucleari, c che le strutture nazionali responsabili per tali esportazioni siano poco sviluppate e dotate di scarso personale.

b. Da/l 'URSS alle repubbliche indipendenti Fin daJ 1958, l'Unione Sovietica ha fedelmente osservato le restrizioni imposte dal TNP. Tuttavia. ha recentemente adottato una serie di iniziative nel eu ore delle esportalioni nucleari suscettibili di indebolire r anualc regime di non proliferazionc c di essere male interpretate dai paesi fornitori emergenti. (i) Nel febbraio del L990, la vendita al Pakistan- un paese che non aderisce al TNP e che non nasconde la propria inten.!ione di dotarsi di armamento atomico- di un impianto nucleare senza !"impegno che esso sia sottoposto alle tradizionali «full scope safeglllards», poco dopo che gli Stati Uniti avevano convinto la Repubblica federale di Germania a ritirare la propria offerta c mentre la Francia stava promuovendo la vendita di un proprio reattore nucleare. (ii) La fornitura all'India di due reattori ad acqua pressurizzata, nonostante la riluttanza di Nuova Dhcli ad accettare le «full scope safeguards». (iii) Ancora nel 1990. la vendita all'Argentina- un paese che non é membro del TNP- di acqua pesante e, nell'ottobre dello stesso anno. la conclusione di un accordo di coopera..done nucleare nel campo dei «breeder reactors». (iv) Nell'aprile del 1991, i colloqui con Israele - un altro stato che non aderisce al TNP e che si ritiene essere già in possesso di armi nucleari -sulla possibile vendita di un reattore nucleare. (v) La continua assistenza fornita a Cuba per lo sviluppo del suo primo impianto nucleare, nonostante l'opposizione di Castro al TNP. Sono anche circolate notizie che Mosca avrebbe fornito a Cuba un reattore di ricerca da l O MW che userebbe come combustibile uranio altamente arricchito. (vi) Nell'aprile del 1991, durante la visita del presidente Gorbachcv a Seui, la dichiarata disponibilità a trasferire alla Corea del Sud significative tecnologie nucleari, tra cui quelle rigurdanti i reattori nucleari «fast breeder» c i processi di arricchimento dell'uranio. (vii) La facilità con cui compagnie commerciali non governative hanno iniziato ad offrire sul mercato internazionale minerali con specifiche c significative applica7ioni in campo nucleare quali berillio e zirconio. (viii) Infine, il lcasing all'India di un sottomarino a propulsione nucleare della clas e CHARLIE I che potrebbe al limite essere considerata una violazione del trattato di non proliferazione. All'inizio del 1991, dopo tre anni di lease, il

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sottomarino é stato restituito all'Unione Sovietica, apparentemente a causa degli alti costi di mautenzione. Come già detto, tutte queste iniziative costituiscono ambigui segnali nella misura in cui sono percepiti come una dimostrazione di doppio standard: da una parte, il pieno appoggio al TNP sul piano della politica delle dichiarazioni e dall'altra, sul piano pratico, la disponibilità a vendere a chiunque per un giusto prezzo. È sperabile che la depressione del mercato nucleare interno. con la continua cancellazione di nuove centrali, non spinga le repubbliche indipendenti nate dalla disgregazione dell'Unione Sovietica a rivedere la politica delle esporta7ioni nucleari, allo scopo di guadagnare spazi di mercato estero, fino al punto da svuotare di signilìcato la sua adesione al TNP. Vi é inline il pericolo che tale disintegrazione porti a una graduale proliferazione, sia in termini di un minore controllo delle migliaia di testate nucleari tattiche sparse su tutto il territorio della ex-Unione; sia in termini di trasferimento di materiale c di tecnologia nucleare in cambio di valuta estera pregiata; sia in termini di una fuga di cervelli tra gli oltre 2000 tra scienziati e tecnici del complesso militare-nucleare sovietico in grado di aiutare con il loro know-how lo sviluppo di una capacità nucleare di un paese estero.

c. IL caso della Cina Abbiamo già detto che la Cina fa caso a sé tra i nuovi paesi potenziali esportatori di tecnologia nucleare. Fin dal 1983, Pechino ha aiutato il Pakistan a dotarsi di una capacità nucleare a fini militari. Dal disegno completo di una testata nucleare della potenza di circa 25 Kt, ali" uranio arricchito necessario per la costruzione di due ordigni atomici, al tritio, normalmente usato per raggiungere la fusione nelle bombe a idrogeno e aumentarne la potenza. Si ritiene che il Pakistan sarebbe oggi in possesso di uranio «weapons-grade» per circa dieci armi nucleari. Secondo altre fonti, avrebbe già realizzato una bomba atomica dal peso di circa 200 chilogrammi. Dal 1982 al 1987, la Cina ha segretamente venduto all'India da 130 a 150 tonnellate di acqua pesante, una fornitura che avrebbe consentito a Nuova Dheli di far funt.ionare due (forse tre) reauori esclusi dai controlli internazionali e in grado di produrre sufficiente plutonio per circa 40 ordigni nucleari all'anno. Nel 1981, la Cina ha fornito uranio al Sud Africa e tra il 1981 c il 1982 uranio e acqua pesante all'Argentina. E nel 1984 ha fornito al Brasile - ancora un paese che come l'Argentina non ha mai aderito al TNP e di cui sono ben note le aspirazioni nucleari- uranio arricchito. Inlinc, nell'aprile del 1991 l'intelligence americana ha rivelato che la Cina sta cooperando alla costruzione in Algeria di un reattore nucleare ad acqua 50


pesante dalla poten.ta timata tra i 15 c i 40 Mw, troppo piccolo per produrre eleuricità a costi economici acceuabili e troppo potente per essere usato come reauorc di ricerca. L'Algeria. che non é membro del TNP, si é impegnata a sonoporre il reauore alle ispezioni dell'AlEA. Tullavia, rimane il dubbio, soprauutto dopo l'esperienza irachena, se esse saranno effettivamente in grado di dissuadere Algeri dal perseguire un programma nucleare per usi militari, cd eventualmente di cogliere i segni di un suo iniziale sviluppo.

d. l paesi dell'area mediterranea - Algeria. Come si é dello in precedenza, l'acquisizione di un reauore nucleare che non rrova applicazione per la produzione di energia potrebbe indicare la volontà di perseguire un programma di sviluppo nucleare militare. Un regime fomdamentalismo islamico in Algeria non potrebbe che accrescere le preoccupazioni in tal senso. - Libia. Ha tentato in vari modi, in passato, di acquisire una capacità nucleare militare, ma senza successo. - Egitto. La ricerca si é mantenuta finora a livello basico c non vi sono pericoli di proliferazione. - Isr aele. È ormai considerata una potenza nucleare, anche se non ha mai effeuuato esperimenti che siano stati rilevati. Le valutaLioni differiscono sul tipo e sul numero delle armi nucleari in suo possesso. Alcune stime parlano di uno stockpile di oltre 100 armi atomiche, alcune a potenza variabile c la possibilità di testate ER. Altre stime arrivano a 200-300 tra testate e bombe. - I ran. Ila ereditato i programmi nucleari iniziati dallo Scià. Ha ricevuto l'appoggio della Germania e dell'Argentina e la tecnologia per le centrifughe dalla Cina e forse anche dal Pakistan. Ha riserve di uranio. I suoi impianti nucleari sono stati danneggiati durante le ultime fasi della guerra con l' Iraq. - Iraq. Ha portato avanti un programma segreto di sviluppo nucleare di grandi proporzioni che lo ha portato molto vicino al possesso di armi atomiche. Gli impianti sono stati distruui o danneggiati nel corso della guerra del Golfo. Auualmente, é souo tutela ONU c, almeno nel breve-medio periodo, dovrebbe essere escluso dal novero dei potenziali proliferatori.

3. LA PROLIFERAZIONE CHI MICA

È al di fuori degli scopi e dci limiti di questo documento rifare la storia della proliferazione chimica nei pac i del Terzo Mondo e analizzare in che misura abbiano ad essa contribuito gli stessi paesi occidentali. 51


In questo contesto, si ritiene sufficiente evidenziare solo alcuni aspetti del problema. Non vi é consenso tra le agenzie di intelligence e i dicasteri della Amministrazione americana su quanti e quali siano i paesi realmente in possesso di armi chimiche. Un rapporto annuale redatto dall'Office of Naval lntelligence e presentato 1'8 marzo 1991 al Congresso afferma che 14 paesi posseggono una capacità di guerra chimica offensiva (offensive chemical-warfare capability), tra cui quattro (Egitto, Israele, Pakistan e Sud Corea) da lungo tempo nella lista dei paesi che normalmente ricevono consistenti aiuti economici e militari americani. Quattro altri paesi - Arabia Saudita, Indonesia, Sud Africa e Tailandia potrebbero possedere (may possess) tale capacità. Il rapporto ritiene infine che altre dieci nazioni starebbero sviluppando o cercando di sviluppare armi chimiche. Tale lista rappresenterebbe, secondo un alto funzionario del Pentagono, la più recente valutazione congiunta della DIA e della CIA. Tuttavia, essa non corrisponde a un'analogo elenco redatto dal dicastero del Commercio americano, in coordinamento con il Dipartimento di Stato, e pubblicato il 13 marzo 1991. Tale elenco includerebbe non solo tutti i paesi di cui si conoscono i programmi c i tentativi per acquisire armi chimiche e biologiche, ma anche quei paesi nel Medio Oriente o nel Sud-Est asiatico il cui possesso di armi chimiche costituisce una specifica preoccupazione degli Stati Uniti. L'elenco, che dovrebbe servire a vietare l'esportazione di alcuni materiali ed equipaggiamenti a paesi interessati alla produzione di armi chimiche, non contiene tre paesi - Indonesia, Tailandia e Sud Corea - inclusi invece nel documento della Marina Usa come paesi già in possesso di una capacità chimica offensiva. In realtà, a parte le motivazioni di carattere politico che potrebbero giustificare le differenze tra le due liste, si ha l'impressione che esistano poche notizie certe e molte illazioni sull'effettivo potenziale chimico dei paesi del Terzo Mondo. Nel 1990, il rapporto della Marina americana aveva parlato di sedici paesi, senza spedficarli, e senza fare alcuna distinzione tra paesi per i quali vi era una rag ionevole certezza di possesso di una capacità chimica e paesi per i quali si riteneva che tale possesso non fosse sicuramente provato. o per i quali esistevano solo indicazioni di potenziale svi luppo. Lo stesso presidente Bush l'anno precedente aveva affermato, facendo riferimento alla testimonianza di fronte al Congresso dell' Amm. Thomas Brooks, che vi erano più di 20 paesi dotati di armi chimiche o con la capacità di produrle. l paesi del TerLo Mondo citati dall'amm. Brooks erano: Burma, Cina, Egitto, Etiopia, India, Iran, Iraq, Israele, Libia, Corea del Nord, Pakistan, Siria e Taiwan. Non é più un mistero che i paesi occidentali hanno contribuito alla capacità chimica di paesi come l'Egitto, l'Iran, l'Iraq e la Libia. La Repubblica federale di 52


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Germania ha l.volto un ruolo di punta nella esportazione di impianti c materiali indispensabili alla produzione di armi chimiche- basterebbe ricordare l'impianto chimico di Samarra, in Iraq, per la produzione di ipritc c gas nervini c il ruolo giocato da alcune ocietà tedesche nello sviluppo della capacità chimica della Libia. Ma non indifferente é stato anche il ruolo svolto dal Giappone - baMerebbe ricordare la costruzione dell'impianto di Rabta, in Libia, che produce contenitori resistenti alla corrosione, adatti per conservare gli agenti chimici -dagli Stati Uniti- la vendita all' Iran da parte della industria chimica americana ALCOLAC di tiodiglicole. un prodotto che mischiato all'acido idrocloridrico forma l'ipritee da altri paesi europei come il Belgio, l'Olanda, la Gran Bretagna e la stessa Italia - la vendita all'Iraq, tramite la Giordania, di ossicloruro di fosforo, un prodotto di base per la produzione del gas ncrvino Tabun, da parte della società AUSIDET del Gruppo Montedison. Nel 1990, il presidente Bush, sotto la forte pressione del Congresso decideva di fermare la produzione delle armi chimiche «binarie». Inoltre, le due superpotenze firmavano un accordo per la distruzione della maggior parte degli aggressivi chimici in dotazione. alle loro forze armate. Infine, il 13 maggio 1991. il presidente Bush auspicava la conclusione, entro l'anno seguente, di un trattato mondiale per la messa al bando delle armi chimiche, affermando che gli Stati Uniti erano pronti ad abbandonare la loro richiesta che fos c consentito di manteneme una limitata riserva fino al momento in cui tutti i paesi in grado di produrre tali armi si fossero impegnati a distruggerle. Tale posizione aveva praticamente bloccato il negoziato di Ginevra sulla armi chimiche e olo l'Unione Sovietica l'aveva appoggiata, sia pure con molta riluttanza. Secondo la proposta americana un trattato dovrebbe essere completato, firmato e ratificato da tutti i paesi entro il 1992 e l'eliminazione di ruttc le armi chimiche dovrebbe avvenire entro l'inizio del nuovo secolo. Gli stati firmatari dovrebbero inoltre impegnarsi a non vendere o fornire materiale suscettibile di essere utlizzato per produrre armi chimiche ai paesi che non hanno aderito al trattato Gli Stati Uniti sono oggi promi a distruggere i loro stocks di armi chimiche entro dieci anni dal momento dell'entrata in vigore di un trattato internazionale.

4. LA PROLIFERAZIONE DEl MISSILI BALISTICI Contrariamente a quanto previsto nel 1989 dal direttore della C IA, William Web ter, ossia che entro l'anno duemila 15-20 paesi del Terzo Mondo sarebbero stati in grado di produrre missili balistici. la linea di tendenza alla proliferazione ha fortunatamente subito una flessione negativa.

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Il quadro si presenta oggi nei seguenti termini. Solo Israele ha una forza missilistica dotata di vettori a corto e medio raggio e appare in grado e disposta a continuare i suoi programmi di ricerca e sviluppo per un missile balistico a gittata intennedia basato sul vettore JERlCHO. La Corea del Nord continua a produrre, modificare ed esportare missili a corto raggio sviluppati sui sistemi sovietici del tipo SCUD. Nel marzo del 1991, la Corea del Nord ha forn ito alla Siria 24 missi li SCUD-C- una versione dotata di una gittata di circa 500 km, rispetto ai 300 km dello SCUD-B -e 20 lanciatori mobili. Inoltre, tecnici missilistici nord-coreani starebbero collaborando con l'Egitto per la modemiualionc degli SCUD sovietici in suo possesso. Il programma missilistico di Bagdad - con i suoi vettori AL-HUSSEIN e AL-ABBAS dotati di una gittata di 600 e 900 chilometri - si può considerare finito, sia per la distruzione di gran parte dell'industria militare irachena, sia per le dure condizioni imposte dal cessate il fuoco. 11 programma missilistico ind iano, tecnologicamentc il più avanzato insieme a quello israeliano- é del maggio 1989 il primo lancio sperimentale del missile AGNI con una portata di circa 2400 km.- sembra aver rallentato il suo ritmo di sviluppo e, comunque, Nuova Dhcli non appare finora disponibile a trasferire la sua tecnologia ad altri paesi, o a esportare i suoi vettori. Il programma per la realizzazione del CONDOR Il, un missile balistico con una gittata di 1000 km e una testata da circa 500 kg., é stato praticamente abbandonato. Infatti, si é definitivamente spezzata la collaborazione tra r Argentina, gia' provata da una serie di esperimenti negativi, e l'Egitto e l'Iraq. Il primo si é ritirato dal progetto per le forti pressioni esercitate dagli Stati Uniti sul governo del Cairo. Bagdad, che forniva la parte più cospicua dci finanziamenti, ha interrotto il proprio sostegno dopo la dura sconfitta subita nella guerra del Golfo. I programmi missilistici del Brasile- i missili a propellente liquido SS-300 e solido MB/EE-150 - risentono della crisi della industria della difesa brasiliana in seguito al calo delle esportazioni e alla perdita di proficui mercati, come quello iracheno, e della tendenza a un ridimensionamento delle spe e militari dopo la fine della dittatura. Altre nazioni che hanno già tentato di sviluppare - o hanno già sviluppato in proprio missili balistici a corto raggio, come l'Indonesia, l"lran. il Pakistan e Taiwan, dipendono oggi, per continuare a produrre missili, soprattutto se a più lunga gittala, dal determinante know-how tecnologico di quesi paesi a un più elevato livello d i industrializzazione che siano disposti a fornire il loro contributo c la loro collaborazione, . Ancora altre nazioni come la Libia, che hanno a più riprese tentato di dotarsi di sistemi missilistici migliori dei vettori balistici di produzione sovietica FROG e SCUD, continuano a dover ricercare all'estero gli c pcrti e la tecnolo54

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gia necessaria, un'operazione oggi più diflicile dopo la guerra del Golfo c i più rigidi controlli, e le più rcstrittivc leggi sulle esportazione di materiale a scopi militari adottate da paesi europei come la Germania c l' Italia. Il caso della Cina é del tutto singolare. Nel 1985, Pechino ha aiutato il Brasile nel settore del propellentc liquido per missili balistici; nel 1988 ha venduto all'Arabia Saudita missili a medio raggio CCS-2 (circa 2200 km.); nello stesso anno avrebbe raggiunto un accordo con l'Iran per la fornitura di altri missili terra-mare SILKWORM e per la costruzione di un impianto industriale per la produzione di missili balistici; nel J989, avrebbe negoziato con Teheran la coproduzione in Iran del missile cinese M-11, aumentandone la gittata fino a 300 km., proseguendo in una collaborazione che già in passato aveva consentito airlran di realizzare i missili +O G H AB (gittata 40 Km.), NAZEAT e SH A HIN (gittata 100-130 km.); ancora nel 1989, la Cina avrebbe concluso un contratto con la Siria per la fornitura di 140 missili M-9, per un valore di 170 milioni di dollari. L'accordo é stato ripetutamente negato dai dirigenti cinesi e fino ad oggi non sono apparse notizie di un trasferimento di missili daJia Cina alla Sirria; infine, nel 1990, colloqui avrebbero avuto luogo tra dirigenti cinesi c libici per la fornitura di armi cinesi a Tripoli. tra cui anche misili balistici. Le forniture di missili cinesi si inseriscono nel più ampio quadro della politica di espona7ione di materiale ed equipaggiamenti militari. Una politica sostanzialmente guidata da motivi di ordine economico -l'csigen.la di disporre di valuta pregiata con la quale poi acquistare am1i e tecnologie necessarie alla moderniaazionc delle forze annate cinesi - condotta principalmente da due società responsabili per le e porta7ioni, che hanno la facoltà di condurre trattative segrete c di riferire direttamente al più alto livello del regime, scavalcando le eventuali obiezioni del ministero degli esteri. Una politica poco attenta alle ripercussioni militari o strategiche delle vendite di particolari sistemi d'arma in regioni a rischio come il Medio Oriente o il Golfo Persico. I dirigenti di queste società sarebbero figli o parenti dei più alti dirigenti del Partito Comunista cinese c, secondo la rivista americana «Nucleonics Wcek», essi avrebbe diritto a una pane dei profitti, che verrebbero regolarmente depositati in banche straniere. Un esempio tipico della politica di export cinese é rappresentato dai rapporti con l'Iran. Nell'autunno del 1990, il ministro della difesa iraniano ha visitato, nel corso di un viaggio in Cina, diverse fabbriche di armi e durante l'anno aerei cargo iraniani avrebbero trasportato a Teheran una certa quantità di materiale militare. Nell'aprile del 1991, il gen. Ding Henggao, responsabile dell'industria degli armamenti cinesi, ha discusso a Teheran una serie di progetti di cooperazione nel senore militare. tra cui, secondo espeni militari a Pechino, la coproduzione del caccia F-7 e del carro armato T -69, nonché l'eventuale fornitura di un reattore nucleare di ricerca. 55


Lo stesso tipo di contatti per una collaborazione nel campo dell'industria militare sarebbero anche in corso con il Brasile. Nel 1991, la Cina ha partecipato alla conferenza di Parigi dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, e maggiori esportatori di armamenti, dedicata al problema di come limitare la vendita di armi di rustruzione di massa e di armi convenzionali ad alta tecnologia. È difficile dire se e fino a che punto la Cina sia disposta a moruficare la propria politica, e se sia effettivamente pronta a cooperare con i paesi occidentali e con l'Unione Sovietica per controllare la proliferazione delle armi più destabilizzanti. Tuttavia, oggi, dopo la guerra del Golfo e le rivelazioni su l programma nucleare iracheno, vi éun nuovo atteggiamento e una nuova consapevolezza da parte della comunità internazionale sui pericoli di incontrollate esportazioni di tecnologia. È auspicabile che anche la Cina finisca per unirsi al tentativo di porre un freno almeno alla proliferazione nucleare, chimica e missilistica.

5. LA PROLJFEIRAZIONE DELLE ARMI CONVENZIONALI Secondo l'Agenzia americana per il Controllo degli Armamenti e il Disarmo (ACDA), nel periodo 1979-1988 l'Iraq ha acquistato armamenti per 62,4 miliardi di dollari (calcolati in valore costante e riferiti al 1988), una somma record che ha consentito a Bagdad di dotarsi di un arsenale militare tra i più forti del mondo. Tale arsenale non é stato sufficiente a Saddam Hussein ad evitare la sconfitta. Tuttavia, non va dimenticato che per batterlo é stata necessaria una campagna aerea tra le più distruttive della storia militare e l'impegno di una coalizione che ha messo in campo circa seicentornila uomini, 3500 carri armati e 2000 aerei da combattimento. Nel campo delle armi convenzionali, la guerra del Golfo ha portato a due risultati tra loro apertamente contraddittori. Da una parte, la ricerca di accordi tra i maggiori esportatori di armi e di misure che consentano di limitare il trasferimento di armi, in particolare a regioni politicamente e militarmente instabili. Dall'altra, la spinta dei tradizionali esportatori a continuare la vecchia prassi delle forniture di armamenti «politicamente giustificate» e il desiderio di molli paesi del Terzo Mondo di dotarsi proprio di quelle armi «high tech» che si sono distinte per prestazione ed efficacia nel corso della guerra. Nel primo caso rientrano il piano del presidente americano Bush per porre un limite alla vendita di armi ai paesi del Medio Oriente e la proposta del presidente francese Mitterrand.

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L'inizia1iva americana di controllo degli armamenti nel Medio Oriente, presentata il 29 maggio 1991 in un discorso all'Accademia militare dell' Air Force a Colorado Spring, prevede essenzialmente, secondo le parole del presidente: «Supplier guidelines on conventional anns exports, barriers to exports that contribute to weapons of mass destruction, a freeze now, and latera ban, on surfaceto-surface missiles in the region, and a ban on production of nuclear weapons materia!.» Il presidente riconosceva che: «Halting the proliferation of conventional and unconventional weapons in the Midlle East while supporting the legitimate need of every state to defend itself will require the cooperarion of many states in tl1e region and around the world.» Dopo pochi giorni, iJ 3 giugno l 991, il presidente Mitterrand rendeva pubblico il piano francese che prevede l'applicazione di controiJi e di restrizioni anche ad altre regioni del mondo oltre il Medio Oriente. Anche nelle proposte francesi era esplicitamente chiarito che nell'ambito delle 1llisure di restrizione della vendita di armi convenzionali avrebbe dovuto essere comunque rispettato il diritto di ogni stato alla propria sicurezza. Nel secondo caso rientrano: La richiesta dell'Amministrazione Usa al Congresso di autorizzare il finanziamento attraverso la Export-Import Bank, fino a un valore di un miliardo di dollari, in appoggio alle esportazioni di armi americane ai paesi della NATO, al Giappone, Australia e Israele, ma anche a qualsiasi altro paese, se il presidente dovesse giudicare che ciò rientra nell'interesse nazionale. Il rinnovato impulso alla vendita di ar1lli americane ai paesi della regione del Medio Oriente e del Golfo. Nei primi mesi del 1991, l'Amministrazione Usa notificava al Congresso l'intenzione di fornire agli alleati della regione armi per un totale di 18 miliardi di dollari, di cui 1,6 rlliliardi all'Egitto. Le armi comprendono caccia F-16, missili superficie-aria PATRIOT, carri armati M-1 e MRLS. Inoltre, ali' inizio di giugno, il segretario americano alla Difesa, Dick Cheney, annunciava l'ulteriore invio di IO caccia F-15 a Israele e l'impegno di continuare a finanziare per tre quarti il progetto di Tel Aviv per lo sviluppo del missile anti-missile ARROW. L'inizio (dal maggio 1991) del pre-posizionamento di materiale cd equipaggiamento militare americano in Israele, da impiegare in una eventuale, nuova crisi mediorientale, dando corso a un accordo raggiunto già da alcuni anni tra Washington e Tcl Aviv. Una misura che, almeno nello spirito, se non ne!Ja lettera, appariva contraria alla proposta del presidente americano di imporre Limiti alla proliferazione degli armamenti nella regione. La vendita di armi di piccolo e medio calibro da parte del Belgio all'Arabia Saudita e altri stati del Golfo per un totale di 340 milioni di dollari. Contrariamente alle previsioni, nel 1990 le esportazioni di anni francesi hanno toccato i 33,4 miliardi di franchi, un aumento del 67% rispetto all'anno precedente. 57


Già esistono, al di là delle misure- talvolta molto restrittive- di controllo delle esportazioni di armi adottate da molti paesi, una serie di regimi internazionali di controllo: le Nazioni Unite hanno imposto l'embargo della vedita di armi all'Iraq e al Sud Africa; la Comunità Europea si é accordata sul divieto della vendita di armamenti alla Cina; il COCOM, pur avendo di recente modificato le proprie liste, continua a imporre il controllo sulla esportazione di materiali e tecnologie con evidenti applicazioni militari, sia nel settore nucleare che convenzionale. Evidentemente, tutto ciò non basta e oggi, più che in passato, la comunità internazionale e in particolare i paesi più industrializzati sentono la necessità, dopo la guerra del Golfo, di imporre misure regionali o globali cbe consentano una maggiore trasparenza nei trasferimenti di tecnologie, di armi e di equipaggiamenti militari e un loro più stretto controllo. In questo ambito si pongono sia la già citata conferenza di Parigi- per discutere del piano del presidente americano Bush per il controllo della vendita di armi convenzionali ai paesi del Medio Oriente - sia la decisione presa nel successivo vertice dei Sette a Londra di istituire presso l'GNU un registro internazionale della vendita di armi alle cui regole tutti i paesi esportatori (sviluppati c in via di sviluppo) dovrebbero conformarsi. D'altra parte, data la sua mole, le sue procedure troppo burocratizzate, la gamma di interessi spesso divergenti, se non opposti, che rappresenta, l'GNU non appare in grado di diventare l'organizzazione capace di giocare un ruolo di punta nel settore del controllo degli armamenti. La stessa ipotesi del registro internazionale delle transazioni di arn1amenti presenta diversi elementi di debolezza sul piano teorico e pratico. Se la guerra del Golfo ha aperto· una «finestra di opportunità» per il controllo dei trasferimenti di armi convenzionali, soprattutto quelle ad alta tecnologia, la tendenza aiJa diminuzione delle spese militari dei paesi europei- con la conseguente contrazione del mercato interno degli armamenti- pone le industrie della difesa di tali paesi di fronte a difficili scelte, considerando che sulle esportazioni esse hanno fino ad oggi costruito il loro sviluppo: (i) iniziare un doloroso processo di riconversione; (ii) mantenere i propri livelli di esportazione, tentando di conservare le tradizionali aree di vendita, o ricercando nuovi spazi sul mercato estero; (iii) puntare sull'integrazione del mercato europeo della difesa, sperando cbe esso consenta di arginare le perdite e di continuare nella ricerca e sviluppo e produzione, senza essere irrimediabilmente superati in campo tecnologico dali' industria giapponese e americana. Vi é quindi una evidente frattura tra le dichiarate intenzioni di limitare e controllare la vendita di armi e di tecnologie, anche convenzionali, e l'esigenza delle industrie europee di continuare ad esportare per poter sopravvivere. Lo stesso piano Bush prevede la possibilità di continuare a vendere armi sul mercato mediorientale per ragioni di mantenimento o ripristino di equilibri mili58


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tari. o per motivi di carattere politico legati alle particolari rcla1ioni tra gli Stati Uniti c alcuni pae i della regione. Vi é, inoltre. il problema delle tecnologie «dual-use». os~ia quelle che possono c sere ugualmente utilizzate per impieghi civili e militari. In effetti, molte delle sofisticate tecnologie dei moderni sistemi d'arma- in particolare nel settore dell'elettronica - hanno anche applicazioni civili importanti per la crescita della base industriale dci paesi del Tcr-t.o Mondo, e, indirettamente, per il loro sviluppo economico. Un controllo troppo rigido sulla esportazione di tali tecnologie potrebbe essere considerato come un tentativo dei paesi industrializzati di preservare la loro supremazia, una specie di ~<apartheid» tecnologica verso il Terzo Mondo.

6. CONSIDERAZIONI Il quadro così schematicamcntc tracciato conduce a una serie di considerazioni sul piano delle possibilità di arms control nella regione.

a. Prolife ra:ione nucleare Stabilire controlli ancora pill rigidi su quei materiali e tecnologie essenziali per la produzione di ordigni atomici é certo importante. ma molto difficile. La prospettiva è quella di ricarvame vantaggi marginali. Molti di essi sono «dual-componcnts» - componenti, equipaggiamenti, tecnologie c materiali come computcrs, microchips, leghe speciali, pompe. valvole, etc - che sono usati anche nella produzione di manufaui c ivili c che spesso sono importanti per lo sviluppo industriale dei paesi del Terzo Mondo. Ulteriori misure di controllo e di restrizione delle esportazioni potrebbero finire per alimentare risentimenti c accrescere il divario politico e sociale tra Nord c Sud im modo spropor-Lionato ri petto agli eventuali guadagni in termini di non proliferazione. In effetti, un regime di pill ~tretti controlli non risolverebbe da solo i problemi di segretezza delle transazioni commerciali in questo campo c farebbe ben poco per modificare le considerazioni politiche ed economiche alla ba e della auuale proliferazione. Una più lunga lista di prodotti soggetti al divieto di esportazione significherebbe poco se le proteste per i trasferimenti pericolosi continuassero ad essere ignorate, se la diplomazia non consentisse di adottare particolari misure contro gli esportatori o contro i potenziali proliferatori, se la segretezza continuasse ad essere l'elemento caratteristico dei rapporti tra stati nel campo della tecnologia nucleare, nascondendo i commerci illeciti. Secondo Pau l 59


Leventhal, il principale problema del controllo delle esportazioni di materiale nucleare non é una lista troppo corta, ma un sistema che é troppo ampio in segretezza e troppo limitato in volontà politica. li controllo delle esportazioni può essere reso più efficace concentrandolo su quei prodotti non adeguatamente coperti, come acqua pesante, tritio. uranio naturale, etc., e quei sistemi considerati obsoleti come i calutroni, che l'esperienza Iraq ha dimostrato invece essere efficacemente utilizzabili. L'esportazione dei reattori di ricerca con una potenza superiore ai 2 Mw dovrebbe essere vietata a meno che i rettori non siano modificati in modo tale da non poter utilizzare uranio arricchito e quindi da non poter produrre significative quantità di plutonio. Infatti, quanto é accaduto in Iraq ha dimostrato la difficoltà di controllare il combustibile «weapons-grade» e quindi la necessità di eliminarlo dai programmi nucleari civili. Il Nuclear Contro! lnstitute di Washington da anni insiste per l'adozione di tale misura e ha calcolato che l'uranio arricchito degli oltre 100 reattori di ricerca sparsi in 35 paesi del mondo - molti fomiti dagli Stati Uniti - potrebbe essere ~ost ituito da un a ltro tipo di combustibile a costi molti limitati. Ma l'Amministrazione Bus h non sembra propensa a percorrere tale strada e nel bilancio del 1991 ha tagliato i fondi per la produzione di questo combustibile alternativo. Connesso al precedente, appare la questione di come disporre della crescente quantità di materiale nucleare impiegato nei programmi civili. Il problema non é se tale materiale sia controllato, ma se esso sia effettivamente controllabile, considerando che la stessa AlEA non sembra in grado di far fronte ai propri impegni e alle proprie scadenze di controllo degli impianti nucleari. Fondamentale, per un regime di non proliferazione, appare la capacità di coordinare l'intelligence sul commercio di materiale nucleare e sui programmi nucleari dei paesi a rischio. l n fatti, per quanto riguarda l'Iraq. dei tre progetti segreti portati avanti per disporre di uranio arricchito, utilizzabile per realizzare armi atomiche, solo uno era a conoscenza dei servizi infonnativi occidentali. Ma fondamentale appare, soprattutto, la volontà di agire prontamente e con tutta la forza diplomatica cd economica di cui la comunità internazionale dispone contro i paesi potenziali proliferatori. In questo contesto, sarebbe forse opportuno considerare seriamente, nel novero delle ulteriori misure tese alla non proliferazionc, il diritto di interferenza c l'adozione di specifiche sanzioni economiche c commerciali. In effetti, i punti deboli del TNP dipendono in gran parte dal fatto che il trattato permette a un paese, legalmente, di giungere assai vicino alla capacità di produrre armi atomiche. l paesi possono possedere uranio arricchito - e basta che esso sia occasionalmentc sotto controllo - e possono portare avanti programmi di ricerca c sviluppo capaci di fornire gli elementi di ba e per l'acquisì60


zione di una capacità nucleare militare. Inoltre, il TNP non prevede alcuna conseguenza per le eventuali violazioni, anche se si tratta di un paese che ha aderito al trattato. D'altra parte, le previste misure di verifica c controllo condotte dai funzionari dell'AlEA, per i modi e tempi con cui sono attuate, non sembrano in grado di fornire un elevato grado di certcua sulla buona fede del paese in questione. In questo ambito, così come si pensa di fare per le vendite di armi convenzionali, sarebbe opportuno stabilire a livello di Consiglio di Sicurezza deii'ONU un registro delle esportazioni di materiale c tecnologie nucleari, in particolare per i paesi a rischio. Se e istono sospetti di una violazione del TNP. il Consiglio di Sicurezza dovrebbe avere l'autorità di inviare sul posto i controllori dell'AlEA e, in caso di rifiuto o di accertamento di una violazione, di adouare misure di carattere punitivo sul piano politico ed economico. Un vantaggio, rispetto al passato, é che oggi i potenziali proliferatori, e i paesi che hanno condotto o stanno conducendo programmi clandestini, sono conosciuti. l paesi ari chio sono almeno 12. Il Sud Africa, il Brasile, l'Argentina, la Corea del Nord, la Corea del Sud, l'India, il Pakistan e probabilmente Taiwan, la Siria, l'Egitto, l'Iran, la Libia. L'Iraq, dopo la sconftua, non può più essere considerato un paese a rischio. Comunque, éesscnziale, se si vuole stabilire un significativo precedente, che la capacità di Bagdad di proseguire il suo programma nucleare sia totalmente eliminata, così come la sua capacità di produrre armi chimiche c batteriologiche. Ma, in definitiva, il maggiore raffoo.amento del regime di non prolifcrazione non può che venire da una con apcvole politica delle esportazioni nucleari di tutti i paesi potenziali fornitori. La Cina dovrebbe essere convinta a uniformarsi alle direttive del Club di Londra e ad abbandonare le sue destabilizzanti iniziati-

ve nel campo dei trasferimenti di tecnologia nucleare.

b. La prolifercr:.ione dei missili balistici Non essendo un regime a cui tuui i paesi aderiscono, difficilmente il Missile Technology Comrol Regime (MTCR) sarà in grado di fermare la prolifcrazione dei mi ili bali tici. Tuttavia, appare possibile rafforzarlo attraverso una serie di misure. Una più ampia adesione al regime dei paesi in possesso della tecnologia missilistica. La partecipazione della Cina sarebbe certo importante, mentre il caso più intrattabile appare quello della Corea del Nord. Una più rigida imposizione delle regole del MTCR, abbattendo quella che é stata finora la principale barriera, ossia la rigida distinzione tra commercio c interessi di sicurezza. 61


Più rigide restrizioni di carattere tecnologico. Il MTCR prevede il divieto dell'esportazione di quelle tecnologie riferite a vettori balistici capaci di trasportare una testata di 500 Kg. a una distanza superiore ai 300 Km. Si potrebbe quindi pensare di rendere il regime più restrittivo applicandolo anche ai missili a corto raggio. Tuttavia, la tecnologia di tali missili é ormai talmente diffusa che il suo controllo potrebbe rivelarsi impossibile. Caso esemplare é quello del missile indiano PRITHVI - sperimentato nel 1988 su una giuata massima di 240 Km. -che si basa su un motore a razzo sviluppato negli anni cinquanta per il missile terra-aria sovietico SA-2. Almeno 25 paesi hanno ricevuto nel corso degli anni i missili SA-2, o le loro copie di produzione cinese. Si trana perciò di una tecnologia ormai fuori da ogni controllo. Potrebbe essere maggiormente produuivo, invece di abbassare la soglia di divieto del MTCR. concentrare lo sforzo di controllo su quegli specifici missili a corto raggio in grado di minacciare gli equilibri regionali. In altre parole, prendere come obieuivo delle restrizioni particolari paesi c tecnologie.

c. La proliferaz;one delle armi ad alta tecnologia Il problema del controllo della proliferazione delle armi ad elevata tecnologia é certo il più complicato. Limitare l" acquisizione, limitando l'offerta. presenta delle grosse difficoltà. Ci saranno sicuramente resistenze da parte delle indu trie della difesa che vorranno continuare a vendere, ci saranno obiezioni da parte dei governi che continueranno a considerare le esportazioni di armi come legiuimi strumenti di politica internazionale e come un importante elemento dci rapporti interstatali, ci saranno obiezion i all' inna lzamento di barriere tecnologiche - ricordiamo ancora una volta il ruolo chiave nei moderni sistemi d'am1a dei «dual-use components» - che potrebbero essere interpretate come un tentativo di egemonia e quindi scavare un solco ancora più profondo tra Nord e Sud. La solu~:ione potrebbe essere trovata concentrando i divieti su quei settori veramente fondamentali per lo sviluppo di armi la cui pre cn7a in determinate aree del mondo costituirebbe un fattore di destabilizzazione. Un problema non insignificante é come coinvolgere l'ex Unione Sovietica - che ha recentemente dimostrato, con il miliardo di dollari di armamemi venduti all' Iran, di essere disposta per necessità economiche a vendere i migliori prodotti della s ua indu s tri a militare- e i paesi dell'Est europeo - la Cecoslovacchia, per esempio- in uno sforzo teso a limitare c controllare il trasferimento di annamenti ai paesi del Terzo Mondo, c in particolare ad aree ad alto ri chio come il Medio Oriente, il nord Africa e il Golfo Persico.

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Il controllo !>Ulle esporta.tioni delle armi ad alta tecnologia significa anche il controllo sulle industrie che le fabbricano. Sarebbero quindi necessari maggiori dettagli sulla loro produzione e una maggiore trasparenza dci loro negoziati commerciali, in particolare nella fase iniziale. Tuttavia, c'<5 da chiedersi quanto le industrie degli armamenti siano disposte a fornire delle informazioni la cui divulgazione potrebbe avere effetti negativi sulla transazione, sia stimolando la concorrenza, sia imbarazzando e allontanando il potenziale acquirente, che potrebbe avere forti interessi politici e commerciali a mantenere segreto il negoziato.

7. CONCLUSIONI A conclusione dell'analisi, e a margine delle considerazioni, solo poche, schematiche note. Impedire la proliferazione nucleare é l'assoluta priorità. L'arma nucleare ha un tale effello di destabilizzazione del quadro di sicurezza regionale c mondiale, un tale impatto sugli equilibri militari. una tale potenzialità in termini di distru.lioni da dover costituire l'unico, vero incubo della comunità internazionale. È difficile fermare paesi che ormai hanno praticamente raggiunto la soglia nucleare senza sconvolgere profondamente il quadro internazionale -ed é il caso dell ' India, del Pakistan o di Israele. Ma la comunità internazionale dovrebbe potcrlo fare, in quei casi in cui il programma nucleare militare é in una fase iniliale di sviluppo, attraverso una serie di misure politiche ed economiche. Ma anche, se fosse necessario. attraverso un mirato e limitato intervento militare, approvato dal Consiglio di Sicurezza deli'ONU. La priorità successiva é quella del bando totale e controllato delle armi chimiche e batteriologiche. Anche in questo caso vale sostanzialmente quanto detto per le anni nucleari. Strettamente collegato alle due priorità precedenti é il controllo della proliferuione dei sistemi di lancio a lunga raggio per tali armi. Non solo missili balistici, ma anche caccia-bombardieri dotati di lunghi raggi d'azione, elevata capacità di carico bellico e sofisticati sistemi di navigazione c di controllo del tiro, e in grado di portare missili aria-superficie, in particolare se a guida radar e/o IR autonoma. Di particolare importanza il controllo della tecnologia «Stcalth», che renderebbe ancora più difficile il compito della difesa aerea di rilevare e intercettare gli eventuali incursori. I paesi delle regioni più direttamente interessate alla proliferazionc missilistica. già in atto o potenziale, dovrebbero seriamente considerare l'esigenza di dotarsi di sistemi anti-missile: sia in funzione di utile complemento al MTCR; sia in funzione dissuasiva contro ogni tentazione di impiego da parte di paesi che

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potrebbero considerare la velata o esplicita minaccia di attacco missilistico un'utile strumento diplomatico con cui incidere sulle scelte di politica estera dei paesi all'interno del raggio d'azione dei loro vettori; s ia come difesa diretta degli obiettivi più «sensibili» in caso la deterrenza fallisse. La limitazione delle armi ad alta tecnologia si scontra con due esigenze, in fondo concomitanti: quelle dei paesi fornitori, affatto disposti a perdere le loro quote di mercato internazionale, e quelle dei paesi acquirenti che sulla base dei risultati della guerra del Golfo, e il ruolo fondamentale svolto dalle armi ad elevato livello tecnologico, puntano, oggi ancora più che in passato, alla qualità piuttosto che alla quantità. D'altra parte, non si può non ricordare che esistono alla base delle varie instabilità regionali, e delle relative corse agli armamenti, concreti problemi politici che non possono essere risolti con i soli regimi dì non proliferazione, o di restrizione e controllo delle esportazioni di materiale bellico. È quindi essenziale inserire i vari regimi di controllo all'interno di un approccio teso alla soluzione dei grossi nodi politici e collegato organicamente all'adozione dì una serie dì misure di «Confidence buìldìng» in grado dì superare ataviche diffidenze e rivalità. Nell'area mediterranea, la proposta di Italia e Spagna per una CSCM, ossia per una conferenza sulla sicurezza e la cooperazione, pur con i suoi limiti e lo scarso appoggio finora ricevuto dagli altri paesi occidentali e arabi interessati, sì muove in questa direzione e meriterebbe maggiore fortuna. La battaglia della non proliferazione, in particolare quella nucleare e chimica, sì vince anche attraverso la conoscenza. Come già detto, é importante che vi sia il massimo del «cross-feeding» tra i servizi informativi di tutti quei paesi fermamente convinti della necessità dj condurre tale battaglia. Nel concetto dj controllo dovrebbe essere compreso il concetto di usare la forza della comunità internazionale per impedire sviluppi che potrebbero condurre a crisi pericolose per la sicurezza dell' intero pianeta. Un ultimo punto. Non é possibile immaginare misure di controllo degli armamenti, e nemmeno l'adozione di reciproche misure di «confidence building» nella regione mediorìentale, e quindi nell 'area del Mdediterraneo, se non si raggiunge prima un'intesa sia pure embrionale sul piano politico sulla questione dei rapporti tra Israele e gli stati arabi. Se il tentativo di sviluppare un processo di pacificazione attraverso i colloqui faticosamente iniziati a Madrid dovesse fallire, ogni speranza di arms contro!, anche ne!Je sue forme meno impegnative e incisive, verrebbe fatalmente spazzata via dalla realtà di un rinnovato confronto araboisraeliano. Maurizio Cremasco

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NOTE AL TESTO Per la stesura di questo testo mi sono servito di una serie di fonti che, per comodità di lettura, ho diviso econdo la paragrafatura del testo.

a. Argomento in generale Antony H. Cordesman. «Current Trends in Arrns Sales in lhe Middlc East», paper non publicato, dicembre 199 1.

b. Proliferazione nucleare Pierre Lellouche, «Le controle des exportations nucléaire: un point de vue européen», paper non pubblicato. Pau! Leventhal, «Nuclcar Export Controls: Can Wc Plug the Lcaks ?», paper, giugno 1991. William C. Potter. «New Nuclear Suppliers: The Main Threat to SupplySide Restraints ?». paper. giugno 1991. Leonard S. Spector, «Nuclear Prolifera ti on: Global Pa ttcrns and Developments in Iraq». paper, giugno 199 l. «Programme for promoting nuclear non-poliferation», Newsbrief, n. 13, prima vera 1991. The lntemational Hera!d Tribune (l HT), 9 ottobre 1990, p. 6. NEWSWEEK, 15 ottobre 1990, p. 26. NEWSWEEK, 22 ottobre 1990, pp. 38-39. lHT, 13 novembre 1990, p. 4. IHT, 26 novembre 1990, p. 6. LHT, 28 novembre 1990. p. 6. IHT, 30 novembre 1990, p. 8 TIM E, l Odicembre 1990, p. 38. IHT, 28 dicembre 1990, p. 6. IHT, 9 gennaio 1991, p. 4. lHT, 23 gennaio 199 l, p. l. IHT, 15 marzo 1991, p. 6. LE M ONDE (LM), 29 marzo 199 l, p. l l . THT, 30-31 marzo 1991, p. 3. IL CORRIERE DELLA SERA (CS), 24 aprile 1991, p. 7. LA REPUBBLICA ( LR), l maggio 1991, p. 15. THE W ASHINGTON POST (WP), 12 maggio 1991, p. C-1 . LR, 91uglio 199 1, p. 19. LR, IO luglio 1991, p. 16. IHT, 171uglio 1991, p. 4. lHT, 181uglio 1991, p. l. 65


c. Proliferazione chimica THE NEW YOR K T IMES (NYT), 7 gennaio 1989, p. 5. WP, l l febbraio 1989. p. A-20. NYT. 26 marzo 1989. p. l. IHT. 29 marzo 1990, p. 6. IL SECOLO XIX (S.XIX), 29 gennaio 1991, p. 3. IHT. 6 febbraio 1991, p. 8. JHT. 13 marzo 1991. p. 3. IHT, 16-17 marzo 1991. p. 3. CS, 18 marzo 1991. p. 3. W P, 14 maggio 1991. p. l.

d. Proliferazione missilistica Kathlcen C. Bailey. «Missile Proliferation: Oemand-Side Pol icies Are Needed». paper. giugno 1991. Aaron Karp, «Controlling Missile Proli feration in the New World Order>>. papcr, giugno 1991. «Missile proliferation», The Arms Contro/ Reporter. 1987, 1988, 1989. 1990. Jannc E. Nolan, «Ballistic Missiles in the Third World. The Limits of NonPorlifcration», Arms Contro/ Today, novembre 1989, pp. 9-14. IHT. 19-20 marzo 1988, p. l. NYT, 29 marzo 1989, p. A-23. NYT, 31 marzo 1989. p. A-6. Jane-s Dfense Wcckly (J OW), 23 aprile 1989, p. 696. Avimion Week and Space Technology (A WST), 3 luglio 1989, p. 31. es. 30 luglio 1989. p. 7. IHT, 6 ottobre 1989, p. 4. JOW, Il novembre 1989, p. 1007. JOW. 23 dicembre 1989, pp. 1384- 1385. Middle East lntcrnational (MEl), 19 gennaio 1990, pp. 16- 17 JOW. 17 febbraio 1990, p. 295. IHT. 29 marzo 1990. p. 4. J OW, 21 luglio 1990, p. 78. T IME, 25 marzo 1991, p. 34. NYT. 31 maggio 1991, p. l.

e. Proliferazione armi convenzionali c piani america no e francese Christian dc Bric e Jacques Brillo t, «Les affaircs pcrmancntcs des marchands dc mort», Le Monde Diplomatique (LMO), marzo 1991. Renato Oagnino, «Ncw Producers of Wcapons and Ouai-Usc Technologics: 66


thc Main Thrca11o Supply-Side ReSiraims ?», paper. giugno 1991. Michael Klarc. «Trends in thc Product ion and Transfer of Convcmional Weapons», papcr, giugno 1991. Michacl Klare. «Yers une explosion du marché dcs armcs». LMD, aprile 1991. Keith Krause. «Trends in thc Production and Trade of Convcntional Weapons», papcr. giugno 1991. Sergey Rogov, «Problems of Crcation of an lntcrnational Arms and Military Tcchnology Transfcrs Contro! Systcm», paper, giugno 1991. LR. 20 marw 199 l, p. 16. IHT. 22 marto 1991. p. 4. IHT, 25 marzo 1991. p. 8. lHT, 29 marzo 1991, p. 4. NEWSWEEK, 8 aprile 1991, pp. 14-20. LM, 28 maggio 1991, p. l. IHT, 28 maggio 1991, p. l. IHT, 29 maggio 1991, p. 4. LR.31 maggio 1991,p.l4. lHT. 1-2 giugno 1991. p. 4. es, 4 gi ugno 1991, p. 6. TlME, 17 giugno 1991, p. 16. LM. 2 luglio 1991, p. 2.

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LA MINACCIA INDIRETTA NELLE AREE A SUD DELLA NATO

l. LE MATRICI DEL TERRORISMO MEDIORIENTALE: IL RADICALISMO ARABO-PALESTINESE E L' INTEGRALISMO ISLAMlCO

Il terrorismo mcdiorientale nasce tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 come radicalizzazione del nazionalismo arabo c ha come origine politica l'irrisoha questione palestinese. Con l'avvento della rivoluzione iraniana. parallelamente a questa matrice se ne è sviluppata una nuova. l"integralismo islamico. di carattere prettamente religioso, che ha innescato nel quadro mediorientale un ulteriore fattore di instabilità. In entrambi i ca i si tratta di movimenti non meramente terroristici, bensì di movimenti politici che ricorrono all'uso del terrorismo. Sia il radicalismo arabo-palestincsc sia l'integrali mo islamico identificano in Israele. nell" Occidente e nei suoi alleati dell'area mediorientale i principali ostacoli agli obiettivi della loro lotta: indipendenza c sovranità del popolo palestinese da un lato, il trionfo deli'Islam dall'altro. In determinate occasioni queste due componenti del terrorismo mediorientale hanno anche trovato punti di contatto c di collaborazione; ma una loro completa sovrapposizione è da ritenersi poco probabile, come hanno dimostrato i vani appelli rivolti da Saddam Hussein durante la guerra del Golfo a tutti i «combattenti» mediorientali perché unissero le loro forze contro l'occidente aggressore. È comprovato d'altra parte che il terrorismo arabo islarnico viene usato da alcuni Stati dell'arca come strumento di politica estera. Oltre airl ran, tradizionale Stato guida degli integralisli sciiti, Siria, Libia. Ycmen del Sud e lo stesso Iraq risultano tra i principali paesi patrocinatori dei gruppi terroristici mediorientalil.

2. USA ED EUROPA: LA PERCEZIONE DEL TERRORISMO MEDIORIENTALE l paesi dell 'Europa occidentale c gli Stati Uniti, in quanto bersagli del terrorismo mediorientale, hanno condiviso per decenni questo tipo di minaccia: alcuni

1 US Dcpanmcnt of St:llc. Pattem of Global Tcrrorism 1989. Dcpanment of State Public:uion 9743. Aprii 1990: Jaffce Center for Strategie Studies. lmematioual Terrorism in 1989. Tcl A\•iv Univcrsity. 1990.

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essenzialmente per motivi logistici, perché presenti geograficamente in un'area di tensioni come quella mediterranea (l'Italia ad esempio). altri perché rappresentativi in Medio Oriente di interessi contrapposti a quelli del radicalismo arabo e dell'integralismo islamico (ed è il caso degli Usa, di Francia e Gran Bretagna). Malgrado questa prolungata esperienza comune, Stati Uniti ed Europa occidentale hanno maturato differenti percezioni del terrorismo mediorientale. l Governi europei, pur distinguendo nettamente Ja componente araba del terrorismo da quella integralista-islamica, hanno generalmente mostrato nei confronti di entrambe una propensione all'uso dei mezzi diplomatici per prevenirne o minimizzarne i pericoli, valutandole nel più ampio contesto dci rapporti Nord-Sud. Le armi della mediazione e della trattativa sono state impiegate, ad esempio da Francia, Germania, in parte anche dalla Gran Bretagna, per gestire in diver e occasioni la crisi degli ostaggi occidentali sequestrati dai gruppi filo-iraniani in Libano. Riguardo al terrorismo di matrice araba. i Governi europei. anche se con posizioni sensibilmente diversificare, hanno inquadrato il fenomeno nell'ambito del conflitto mediorientale e per combatterlo hanno souolineato la necessità di intervenire sui fauori di destabilizzazione dell'area, in primo luogo sul problema palcstinese. considerata principale causa politica del terrorismo. Diversa la valutazione degli Stati Uniti che, durante l'Amministrazione Reagan, souovaluta111do il confronto Nord-Sud e considerando marginali le cosiddette «cause politiche» e regionali del terrorismo, hanno in erito l'analisi deJ fenomeno nel contesto Est-Ovest di allora: il terrorismo era un tipo di strategia volta principalmente a destabilizzare c colpire l'Occidente ed i suoi alleati a tuuo favore dell'Est comunista. D'altra parte. il supporto fornito ai terroristi da alcuni regimi comunisti. più volte denunciato dagli Usa, è stato in gran parte comprovato dopo la caduta del muro di Berlino. Washington dunque, in questo spccilico settore della sicurezza, proponeva ai partner europei una politica di lolla coerente con la dourina del «consenso strategico». La dottrina del presidente Reagan si articolava a livello operativo in tre punti fondamentali: nessuna trattativa o mediazione con gruppi terroristici; colpevolizzazione a livello internazionale degli Stati patrocinatori attraverso sanzioni economiche e diplomatiche; cooperazione tecnica tra gli Stati. All'interno di questa strategia grande spazio ha avuto anche l'ipotesi di intervento militare contro gruppi o Stati ritenuti responsabili di aui terroristici. Le richieste degli Usa per una più fattiva collaborazione internazionale contro il terrorismo si fecero sempre più pressanti verso la metà degli anni durante un periodo contrassegnato da sanguinosi attacchi terroristici contro obiettivi americani cd europei.

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Queste pressioni provenienti da Washington, sollevavano gravi problemi negli Stati mediterranei dell'Alleanza, divisi -come l' Italia- tra la responsabilità di agire come paes i primariamente integrati nel processo politico europeo e come fedel i alleati degli Usa e l 'aspirazione a rivestire un ruolo di mediazione nell 'ambito dei conniui storici del Medio Oriente, mantenendo un dialogo privilegi ato con i principali Stati dell'arca, compresi quelli radicali. I paesi europei in quel rrangcntc hanno mostrato tutta la loro debolezza non riuscendo a sviluppare una propria politica comune contro il terrorismo (una politica coerente con la percezione del terrorismo sopra descritta) da contrapporre a quella lanciata dagli Usa. Hanno invece acceuato, anche se a fatica e spesso in ordine sparso, oppure semplicemente subìto. l'azione di Washington. Diversi e significativi sono stati i sintomi di questo disagio. Si pensi ad esempio alla diflicoltà con cui si arrivò, su sollecitazione dell'Amministrazione americana, all 'approvazione in sede Ce delle sanzioni contro Libia c Siria, ritenute mandanti di attacchi terroristici nel 1985 e nel 1986. Sull'opportunità di una ri sposta militare al terrorismo poi la divaricazione tra posi zioni americane ed europee è stata massima. Dopo Sigonella, la base ital iana dove dai caccia statunitensi fu dirotlato l'aereo di linea egiziano sul quale viaggiava Abul Abbas, il terrorista palcstinese ideatore del sequestro della motonavc «Achille Lauro», Italia ed Usa sfiorarono la rottura diplomatica (ottobre 1985). Il raid portato dall'aviazione americana contro la L ibia (aprile 1986), accusata di aver organizzato l'attacco terroristico contro la discoteca «Le Belle» di Berlino, fu appoggiato dalla Gran Bretagna che fornì anche un supporto logistico, ma gli altri Governi europei censurarono duramente l'attacco anche nei consessi internazionali. La mancanza di una visione comune sui mezzi più idonei per contenere il terrorismo. derivarnte come abbiamo visto da diverse concezioni politiche e strategiche, ha avuto conseguenze anche a livello di mera cooperazione tecnica. Non poche polemiche, giustificate da motivi di sovranità territOriale, ha sollevato ad esempio l ' attivismo degli Usa nel proporre dopo l a strage di Lockerbie in Scozia2 l 'ammodernamento dei sistemi di sicurezza negli aeroporti europei considerati soggeui ad alto ri schio terroristico. Anche l'an·esto e l'estradizione dci terrori sti ha più volte trovato contrapposti non solo gli Usa e i paesi europei (la Grecia riguardo a Mohammed Rashid e l'Italia riguardo ad Abul Abbas). ma gli stessi partner della Ce tra di loro (fra [talia e Grecia nel l 989 sul caso del terrorista ai-Zomar, fra Gran Bretagna cd Irlanda riguardo a Patrick Ryan nel l 988).

2 IAI, L 'Italiane/la politica internazionale 198<'~·1989. Franco Angeli. Milano. 1990, pp. 402 c ss.

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3. LE CONTRADDIZIONI DELLA POLITICA USA IN MATERIA DI TERRORISMO Nonostante i continui appelli internazionali affinché tutti gli Swti assume sero in materia di terrorismo una linea coerente con quella uflicialmente seguita dagli Usa, la stessa Amministrazione Reagan non ha mai applicato fino in fondo i principi infonnatori della sua politica. L'affare <drangatc» -lo scambio fra armi c ostaggi avviato segretamente con l'ala più moderata del Governo iranianooltrc a contraddire uno dci capisaldi della dottrina Rcagan (ne~una trattativa con i terroristi c gli Stati che li appoggiano) ha dimostrato la presenza in seno al Dipartimento di Stato americano di una linea parallela a quella uflicialc, scn ibilc ai mutamentj in corso nell'area mediorientale e vicina al tipo di percezione del terrorismo degli Stati europei. in panicolare di quelli mediterranei. Questa linea cominciò a manifestarsi sempre più apertamente col lento disfacimento del contesto Est-Ovest dal quale traeva fondamento la strategia reaganiana. Con la caduta del muro di Berlino, le drammatiche vicende che hanno carattcrizi'.ato l'inizio dell'evoluzione democratica nei paesi comunisti cd il graduale disimpegno dell'Unione Sovietica dal Medio Oriente, non era più sostenibile la tesi di una strategia terroristica orientata principalmente a destabilizzare l'Occidente e a favorire l'avanzata del comunismo. A quel punto non rimaneva che inquadrare il fenomeno nel suo contesto originario. quello Nord-Sud. con una maggiore considerazione per i conflitti interni che turbavano la regione mcdioricntale. Questa evoluzione si è esprc sa in tutta la sua complcs ità in occasione della crisi determinata dal sequestro in Libano ad opera di un commando israeliano dello sceicco Obeid, uno dci capi degli sciiti. cd il successivo assassinio per rappresaglia dell'ostaggio americano Higgins.

4. IL DIBATIITO RECENTE IN USA SULLA POLITICA ANTITERRORISTICA Durante la crisi Obcid-Higgins negli Statj Uniti si è sviluppato un intercs ante dibattito sui modi per prevenire cd arginare la strategia terroristica c in panicolarc per fare fronte alla presa di ostaggi in Libano. un tipo di azione terroristica che in diverse occasioni ha sviluppato gravissime tensioni internnzionali. I sostenitori della cosiddetta «linea dura» riferibilc alla politica dichiarata dell'Amministrazione Reagan -in particolare l'ex segretario di Stato Henry Kissingcr- ritenevano l'esccut.ionc del colonnello statunitense Higgin. l'ennesima dimostrazione dell'inefficacia pratica dell'attuale politica antitcrrori tica


americana. Il Dipartimento di Stato a quel punto, superando indecisioni c perplessità, avrebbe dovuto fare capire chiaramente ai gruppi terroristici cd agli Stati patrocinatori di essere pronto ad ordinare interventi di tipo militare nel caso in cui altri ciuadini americani equestrati in Libano fossero stati uccisi. Ciò significava ridurre «il valore politico» degli ostaggi in mano agli sciiti, evitando che la minaccia costante sulle loro vite continuasse a costituire un fallore susceuibile di condizionare le scelte del Governo americano in Medio Oriente. Questa parte deil" opinione pubblica statunitense, sollecitando rappresaglie di tipo militare come deterrente al terrorismo. considerava questa questione come una «low profile wao> piuttosto che un problema da gestire a livello politico. Ma erano gli stessi esperti del Pentagono a dichiarare tuua la loro perplessità sulla convenienza c soprattullo sulle reali possibilità tecniche di portare avanti questo Lipo di politica. Delineando le circostanze nelle quali la rappresaglia risulta efficace (proporzionalità Lra «risposta» e «provocazione», tempestività c precisione nell'attacco), emergevano tutte le difficoltà che questo tipo di operazione comporta quando viene estesa alle azioni di terrori mo. l n primo luogo, c"è un considerevole problema nell'individuare la «fonte dell'offesa>>, vale a dire il responsabile o i responsabili dell'azione terroristica, questo anche per la carenza e l'irregolarità di precise informazioni da parte dei servizi di intelligence in Medio Oriente. Riguardo, poi, agli sLrumenti della rappresaglia, gli Stati Uniti avrebbero potuto contare solo sull'attacco aereo (questa in effcui fu la scelta adottata quando si trallò di organizzare il raid punitivo conLro la Libia del 1986), non avendo a disposizione forze militari più tagliate per azioni antiterroristiche. Ma l'auacco aereo avrebbe potuto con esLrema facilità avere effcui altamente e inutilmente disLruuivi, inficiando così il principio di proporzionalità Lra risposta c provocazione. Anche la tempestività dell'auacco era in discussione, dovendo in questi casi il presidente, l'unico legittimato a prendere queste decisioni, azionare complessi meccanismi per i quali è richiesto un considerevole lasso di tempo. Alla base di queste considerazioni c'erano poi problemi di legalità interna e internazionale: il diritto internazionale vieta in linea di principio questo tipo di risposta; la legislazione statunitense sancisce che il presidente può ordinare operazioni militari solo nell'ambito di un'azione di guerra, ma non può disporre l'uccisione di determinati individui, anche se appartenenti ad organizzazioni terroristiche responsabili dell'assassinio di cittadini americani. Agli evidenti ostacoli tecnici della «rappresaglia» facevano da quadro le riflessioni politiche di coloro che inserivano l'analisi della questione degli ostaggi e del terrorismo in generale nel più ampio contesto mediorientale, carauerizzato in quella fase dall'inasprirsi della crisi palestinese (con l'intifada) c dagli svi-

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luppi interni nel Governo di Teheran, con la lotta in corso per il potere tra pragmatici, favorevoli ad un riav,icinamcnto aii"Occidcntc, c radicali, contrari ad ogni tipo di dialogo con i pac!.i capitalisti. Da questa analisi scaturiva un'incondizionata approva;rione della linea condotta da Bush, sotto il cui mandato avvenivano gli eventi in questione. lnnanzitutto, il presidente americano. condannando apenamente il sequestro di Obeid. organizzato dal Governo di Gerusalemme per cause mai del tutto precisate, aveva dimostrato ad Israele che gli Stati Uniti non erano pit• disposti ad accettare iniziative criticabili c suscettibili per di pitl di fomentare in un periodo molto delicato ulteriori tensioni nel quadro mediorientalc. Inoltre, r attenzione di Bus h alle velate offene di collaborazione che venivano lanciate dall'Iran per favorire la liberazione degli ostaggi era considerata corretta, in quanto utile a stimolare c incoraggiare la politica di avvicinamento all'Occidente di cui era fautore Rafsanjani. capo della fazione pragmatica. In definitiva Bush, pur avendo mobilitato due notte ne l Mediterraneo orientale subito dopo l'esecuzione dell'ostaggio americano, aveva scartato l'ipotesi di un intervento in Libano preferendo attivare. e questa volta a livello ufficiale. i canali diplomatici con g li Stati radicali dell'area (Siria c Iran) per raffreddare la crisi cd ottenere la liberazione di alcuni ostaggi americani. Una politica che negli anni precedenti era stata condotta con parziali ma evidenti successi da Francia. Germania e altri paesi europei e che l'Amministrazione Rcagan aveva sempre censurato come un vero c proprio tradimento 3.

5. CONCLUSIONI Il costante decremento del numero di attacchi terroristici internazionali registrato nel più recente periodo solo in parte può essere attribuito al perfezionamento delle misure tecniche preventive cd alla coopcra7ionc tra Stati. Altri fattori hanno inci o sul fenomeno. La caduta di alcuni regimi comunisti dell'Est europeo che avevano fornito un suppono in funzione antioccidcntalc a gruppi terroristici, indubbiamente ha accentuato e continuerà ad accentuare questa tendenza. Discorso analogo vale per i paesi radicali del Medio Oriente, come Siria cd Iran i cui Governi, dopo aver animato per anni una strategia terroristica nell'area. di recente hanno dimo. trato la volontà di riavvicinarsi all'Occidente, per questioni interne e per questioni legate al desiderio di egemonia sulla regione, come

l K. Graffcnreid. «Dc&crrcncc Would rcquirc Puuing Terrori''' .u Pcr-onal Ri.,k•: N. Koch . .. why W:l\hmg&on Cnn'& l·•gh& Terrori"'": T . Wickcr. • Ho,& age' Dcahn~ "nh &hc Terrori"' .., Wonh .1 TI") • . &uni in lmtnrtllwtwllltmltl Tribzmt. S ago. t989.

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hanno dimostrato le complesse vicende della guerra del Gol fo. Tale volontà ha come inevitabile premessa il di simpegno dal terrorismo. Su questi processi pesano tuttavia alcune incognite delle quali le politiche antiterroristiche. c più in generale mcdiorientali, adottate dai paesi occidentali non possono non tenere conto. La prima èriferibilc alla possibile c contingente saldatura tra di verse frange terrori tiche che. orfane del supporto dei tradizionali Stati patrocinatori, potrebbero allearsi tra loro condividendo le foit.C a disposizione, nel disperato tentativo di mantenere una valenza politica capace di condizionare i delicati equilibri in fieri nell'arca medioricntale. E questo vale sia per i gruppi oltranzisti islamici sia per quelli arabo-palestincsi. Ciò potrebbe dare vita a nuovi sussulti di violenza terroristica. sebbene non suscettibili di durare nel tempo se opportunatamente isol ati politicamente. L'incognita più preoccupante è quella relativa alla stabilità dei regimi radicali. L'alluale riavvicinamento all'Occidente ed il disimpegno dal terrorismo potrebbero essere pregiudicati in futuro da un ritorno a posizioni oltranziste antioccidentali determinate dalla emarginazione delle forze più moderate nella lotta interna per il potere. Ultimo fattore da considerare. in special modo riguardo al terrorismo di matrice arabo-palcstinese. è l'atteggiamento del Governo israeliano: una posizione intransigente c di totale chiusura in merito al negoziato di pace e alla questione palestinese contra tercbbe i risultati della mediazione in atto favorendo lo sviluppo di nuove ed incontrollabili tensioni nel quadro mediorientale con inevitabile ricorso a strategie di tipo terroristico. Francesca Altieri

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ANNESSO l

LA MINACCIA MILITARE A SUD DELL' EUROPA: SCHEDE 1 PER PAESE M A ROCCO

Vulnerabilità politico-si rategiclle A parte il conniu o Saharaui, che tuttav ia sembra avviato a soluzione negoziata. non vi ono minacce esterne evidenti , pccialmcntc alle risorse minerarie. Con la soluzione del connino e for c con l" incentivo del Grande M aghrcb l'antagonismo con l'Algeria dovrebbe anch'esso diminuire ulteriormente. Vanno invece cguite le vicende interne di antagonismo arabo-africano della Mauritania c le sue ripercussioni ul Senegal, cui il Marocco non può rimanere indifferente. Lo ste so vale per il controllo delle zone di pesca entro le 200 miglia.

l Avvcnen7.a: A causa delle notevoli oscilla~ioni nei dati numerici c nclrclencazionc dci tipi di m:uerinli prescmi negli arsenali nazionali. le cifre per i principali sistemi d'am1a aerotcrrcstri sono sunc confrommc su tre annuari: Jaffcc Cemer for Strategie Studic.~. Middle Easr Strategie Ba/ance (MESB); Mi/iwry Powers. /..n l.il!lle des emrs arabes. 13C, Paris 1988 (MP); Jntcmmional lnstitute for Strategie Studics. Milirary Baltmce (MB). 'on tuili i materiali presenti sono suui cit.. ma solo quelli di ma~gior valore tecnologico cd operativo. modificando in pane i parametri di classificazione del MESB. l dnti numerici sono riponati nelr ordine di citaz. delle suddeHc fonti: per es.: ·mortai pesanti: *350 (MESB] opp. 394 rM P) opp.390 (M B) Talvolta ci sono discordant.c nelle versioni di materiali presenti oppure i dati fomiti in aggregato da una fonte sono disaggregati in un'altra; per es.: -carri armati di alta qualità: *M-60A l 60 opp. M-60A3 108 ord. In questo caso esiste una discordanza sul tipo di carro, sui quam itativi e sullo st:uo di dispon ibilità (la versione A l è in linea. mentre la A3 è solo ordinata). Nel caso scgucme invece esiste un dato aggregato. memre la fonte successiva per ordine di citazione fornisce un dato disaggregato: per es.: *Ratei 20190: 60 opp. 30 opp. - blindati: Ratcl20: 30 Ratel90: 30 In alcuni casi viene usata l'abbreviazione n.cit. (non citato). Essa indica la non menzione del m:ucrialc citato da altre fonti. ponendo il dubbio se quel tipo di materiale effeHivamcntc esiste. L'abbreviazione non conf. (non confermato) indica le presenza di un materiale non sufficiemcmcnte confermata per considerarlo come cffcuivarnente in linea. Nel caso in cui alcune fonti non sono citate. significa che esiste una concordan1.a tra di esse. l totali sono espressi in somme che mc11ono a confronto i minimi cd i massimi citati.

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Inoltre, finora la questione di Ceuta e Melilla, se pure pone a livello locale dei crescenti problemi di convivenza tra le comunità cristiana e mussulmana, non sembra poter sboccare in una crisi o conflitto aperti. In Marocco l' integralismo mussulmano è tutt'ora una corrente marginalizzata, in virtù dell'accorta politica religiosa di Hassan li. Tuttavia anche il re ha avuto serie difficoltà di immagine nell'inviare un contingente simbolico nella guena del Kuwait, anche se dal punto di vista politico ha assorbito tanto le imponenti manifestazioni popolari. quanto le mozioni parlamentari delle opposizioni. Soltanto la situazione di grave debito con l" estero ($13 miliardi ca), acutizzata dalla guerra, potrebbe creare le condizioni per moti popolari.

Capacità militari L'Esercito, vincendo nel Sahara una guetTiglia lunga e costosa io un terreno assai aspro, ha dimostrato la sua capacità di assolvere la sua missione servendosi d i tattiche ossidionali svi luppate con tenacia e perizia. Nonostante alcune fomi ritengano che possa costituire un'alternativa al presente regime. il controllo reale sullo strumento sembra radicato. Logisticamcnte è penalizzato da un coacervo di sistemi d'arma dalla provenienza più disparata. Tra le sue carenze si possono citare: capacità decisionale dei quadri intermedi, duttil ità di manovra, quantità degli armamenti, logistica. C3I, preparazione delle riserve, capacità di mobilitazione. Fra gli accordi multilaterali che toccano la sfera militare il Marocco .ha firmato quelli che seguono: -la Convenzione di Ginevra -il PTBT (Partial Test Ban Treaty) - l'OSP (Outer Spacc Treaty) - I'NPT (Non Proliferation Treaty) con salvaguardie - l'SBT (Sea-Bed Trcaty) - la Convenzione BW (Biological Wcapons) - la Convenzione Enmod -la Convenzione sulle armi inumane Il meglio degli equipaggiamemi dell'Esercito conta: *M-60A l: 60 opp. - carri armat i di alta qualità: M-60A3 108 ord. *M-48 A5: IlO opp. 224 - carri armati di media qualità: *SK-1 05 Ki.irassier: 80 opp. n. ci t. tot. 170-4 12 - b lindati da trasporto e *AMX-10 RC: 37 opp. 80 ricognizione di alta qualità: *EE-9; EE-11: 60 n.conf. opp. 17 E&11 78

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M-113A I/A2: 460 opp. 420 " Ratel20/90: 60 opp. 30 opp. • Ratei 20: 30 *Ratei 90: 30 ~ v AB: 350 opp. 394 opp.390 *4K ?FA: Il opp. n.conf. tot. 854-1.065 - artiglieria di alta qualità: * ISSmm M-1 09A l B: 56 opp. 31 opp. 44 "' ISSmm F-3 AMX: 48 opp. 64 opp. 98 * l OSmm Light Gun: 36 122mm 0-30: 12 opp. n.cit. tOI. l 15-202 140mm Teruel: n.d. opp. n.cit. - lanciaraui multipli: * 122mm BM-21: 36 opp. 40 - mortai pesanti * 120mm: 41 O opp. 680 L" Aeronautica svolge principalmente una funzione di supporto a terra, ma anche una missione di dissuasione nei confronti dcii" Algeria. La sua operatività è buona ed i piloti sono in grado di effettuare rifornimenti in volo. Degno di nota è il sistema di allerta c difesa aerea, basato su materiali americani. La contraerea è inesistente. ecceuuata quella a bassa quota impiegata dall'Esercito c ba<,ata essenzialmente su cannoni contraerei leggeri. La punta di lancia è costituita da: - media qualità: Mirage F-l/-28: 34 opp. Mirage F-lCH 21 *Mirage F-IEH: 17 opp. Mirage F-ICH 15 *Mirage F-IEH: 14 destinati ad es ere rafforzati da: *24 Mirage 2000 di alta qualità opp. l O Mirage F-1 o F-16 n.conf. - elicotteri armati: *SA-342 Gazelle 25 opp. 25. La Marina è essenzialmente costiera, con compiti primari di: sorveglianza entro le 200 miglia nautiche, supporto logistico alle unità nel territorio Saharaui, imbarco c protezione dei carichi di fosfati. Conta tre baHaglioni di marines (totale 1.500 u.). Il nucleo combanentc è di una fregata e quattro FAC.

Assistew:.a militare Aiw i finan:iari e materiali da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, UAE. Francia e Spagna.

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Finan:iamemo di acquisti di armi da RFG. USA. Addestramento militare offeno da: - Francia: la più grossa missione militare in loco; corsi in scuole francesi: manovre congiunte; - USA: missione in loco; corsi in scuole USA; commissione mista per Io studio della cooperazione militare; accordi di uso di basi per la RDF in caso di emergenza: esercita1:ioni congiunte: - Spagna: scambi di ufficiali; manovre congiunte; - Belgio: addestramento piloti congiunto: - Egitto: n.conf.

Rapporti militari con /'!w lia Presente una delegazione dell'Esercito italiano a Rabat (4 ufficiali piloti istruuori ALE, l ufficiale specialista) in base ad un accordo di cooperazione bilaterale firmat o nel 1977, rinnovabilc automaticamente ogni due anni. Lo scopo è di fornire istruzione cd assistenza per gli elicotteri AB-205. AB-206. CII-47. Altre fonti parlano di una consistenta di IO specialisti in elicotteri.

ALGER IA

Vulnerabilità politico-strategiche Nella percezione delle vulnerabilità esterne due sono i paesi con i maggiori attriti: Marocco (questione Saharaui, per quanto attualmente attenuata) c Libia (d isputa di confi ne su Ghat). L a questi one di fondo resta l 'egemonia sul Maghreb. L ' Egitto è il partner arabo con cui controbilanciare le iniziative libiche, quando non si interviene direttamente con schieramenti dimostrativi di frontiera (crisi libico-tunisina nel 1985 per l'espulsione dci lavoratori tunisini dalla Libia). Gli interessi politico-strategici si estendono ovviamente verso la Mauritania ed ai suoi rapporti con il Marocco. Recentemente l'Algeria ha aumentato i suoi rapponi con il Ciad. Le relazioni con Francia. Stati Uniti c URSS sono buone, anche perché, nonostante la sua posizione di non-allineato, l'Algeria cerca di diminuire la dipendenza da forniture sovietiche di armamenti. L'UMA (Unione M aghreb Arabo) costituisce un primo fragile tentativo di maggiore intcgrationc c creazione di rapponi di maggior fiducia. L'initiativa dci Nove del M editerraneo Occidentale può a sumere una analoga valenza di riduzione delle tensioni. 80


La stabilità interna è tutto sommato il problema maggiore del governo algerino con un partito progressivamente screditato agli occhi della popolazione. Le rivolte dell'ottobre 1988 per la richicsla di maggiore democnuia, nonostante l.iano state stroncate, hanno messo otto pressione ill.istcma del panito unico. In Algeria esistono le condizioni per una di ffusione dci movimemi intcgralisti islamici, sebbene nel corso della guerra del Gol fo i suoi leader si siano screditati. Anche il conniu o del Kuwait ha evidenziato una fone tensione interna tra opinione pubblica, che chiedeva l'istitu;ione di campi di addestramento per i volontari da inviare in Iraq. cd i governanti che hanno cercato di non incoraggiare troppo l'opera;ionc pro-Saddam.

C(lpacità militari Sotto il profilo numerico l'Algeria è econda soltanto alla L ibia a livello regionale. mentre rispetto al Marocco è chiaramente superiore sia in termini di difesa aerea. sistemi aria-supcrlicic ed intercettori, sia di carri, sia di navi. A sfavore della superiorità numerica giocano però le seguenti caren:.e: la vctustà di molti materiali, la mancanza di addc tramento al combattimento moderno cd alle operat.ioni interarma cd interforzc, il fatto che la maggioranza del personale militare è impegnato in compiti non operativi. Gli attuali pi ani quinquennali della difesa sono condizionati dall'austeri tà economica e tendono a potenLiarc l'addestramento c la logistica. Tra le grandi preoccupat.ioni dci militari c'è quella di affrontare. da una parte. la transizione dalla dipendenza sovi etica in mater ia di forn itu re c, dall'altra. di creare un 'autonoma industria degli armamenti. Per l'Esercito i punti deboli sono: preparazione generale delle truppe. preparazione tecnica, duttil ità di manovra, logistica. C31, preparazione delle ri serve, capacità di mobilitazione. Armamenti NBC e veuori missilistici: nel paese esistono le capacità essenziali di ricerca c produzione per l'ottenimento di cianogeno. ipritc c nervini, ma non ci sono segnali di atùvità mirante all'acquisizione di capaci tà operative. Vi sono anche modeste capacità di ricerca su agenti biologici, ma non ri sultano attivi tà concrete. 1 otizie di stampa (30/4/1991) apparentemente di fonte Cl A hanno posto l'accento sulla possibilità che la forni tura da parte della Cina di un reattore nucleare da I 0- 15 MW possa mettere in grado il paese per la produzione di piccole quantità materiale fissile per impieghi mili tari. Gli csperù fanno notare che se da una pane il reattore. situato ad A in Ouessera, è troppo grande per impieghi puramente scientifici (produtione di radioisotopi per usi medici). come dichiarato da Algeri. dall'altra è troppo piccolo per lanciare un programma di produzioni 81


militari. Sia il governo cinese che quello algerino hanno negato qualunque intento di favorire una proliferazione nucleare cd il governo algerino si è detto disposto ad acceuarc ispezioni, ma su base volontaria c sovrana. Esso si è anche dichiarato disponibile ad informare la IAEA sulla cooperazione bilaterale con la Cina ed discutere con l'agenzia la pOS!)ibilità di souoporre a supcrvisione il reattore. È interessante notare che. a differenza della Libia che ha espresso in passato la necessità di una bomba islamica, Algeri non ha mai dato segnali in questo senso. Tuuavia l'Algeria ha firmato solo il PTBT. La posizione ufficiale del governo è di rifiuto per questione di principio a firmare qualunque impegno che ne limiti le capacità produuive, visto che altri paesi non li hanno. L'Algeria dispone dal 1989 di un reattore da ricerca a Ouera, costruito in collaborazione con l'Argentina. Qualitativamentc ha capacità missilistica tattica con: - 18 rampe per FROG-7 (nome sov. Luna) e FROG-4 dotate di 50 missili o pp. - 12 rampe FROG-4 con 32 missili (radiate) c 12 rampe FROG-7 con 32 missili. In quanto a gli annamenti di punta si contano nell'Esercito: -carri armati di media qualità: *T-72 mod 80: 150 opp. 100 *T-62 200 opp. 300 *T-55: 350 opp. *T-54155 390 tot. 650-840 -veicoli blindati di alta qualità: *BMP-2: nr. n.conf. 450 opp. 225 *BMP-1: 650 opp. 500 opp. 690 *Engesa EE-9: 50 n.conr. tOI. 725- l l 90 -artiglieria di alta qualità:

* 152mm ISU-152: 50 opp. n.cit. * 122mm M-1974SPH: 70 * 122mm D-30 H: 100 opp. 190 tOl. 170-310

-lanciaraui multipli:

•240mm BM-24: 20 opp. 30 * 140mm BM-14-16: 20 opp. n.cit. * 122mm BM-21: 60 opp. 48

-mortai pesanti:

* 120mm: 500 opp. 135

-armi antiaeree:

*SA-8 NB: lO opp. n.d. *SA-9: l Oopp. n.d. *SA-14: n.conf.

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t

L'Aeronawica è una foila annata relativamente grande c moderna. Manca di comandi specialiuati c di una vera c propria catena di comando. Comprende circa 6.000 commando. Il rappono piloti/ macchine è 1/1.5. Maggiori sistemi: - intercettori di alta qualità: *Mig-25 Foxbat A: 18 - cacciabombardieri di media qualità: *Mig-23 Floggcr E: 28 *Mig-23 Floggcr F: 25 *Mig-23 Floggcr G: 60 n.conf. elicotteri d'attacco: *Mi-24 Hind: 37 opp. 38 La Marina ha compiti di protc;ione delle SLOC c della zona delle 200 miglia. La difesa costiera comprende 4 batterie di missili SS-3C c di batterie d'aniglicria dell'Esercito per la protc;ione dei poni. Le for;e combattenti comprendono 4 SS. 3 FF. 3 corvette. l 1- 12 FAC. mezzi tutti di provenienza sovietica c tutti piuttosto vecchi. tmnne 2 SS .,ottomarini classe Kilo. La Marina dispone anche di formazioni di commandos.

A.uisten:amilitare

Dominame quella sovietica c del Patto. anche se Algeri tenta recentemente di allargare il numero di paesi fornitori. Aiutijìnaw:.iari e materiali da USA per l'istruzione degli ufficiali c da RFG. il cui Ministero degli Interni fornisce fondi per i servizi di sicurezza. Addestramento militare offcno da: - URSS con una gros!>a missione di 1.000-800 unità. Ci sono circa 300 ufficiali algerini in URSS per frequentare appositi corsi; - Patto di Varsavia con 200 u. circa e 200 algerini in addestramento all'estero: i bulgari sono presenti nei servizi sanitari e curano il disegno di tre nuove corvette, i polacchi sono presenti nella Marina; - Jugoslavia con corsi all'estero per Marina e Aeronautica; - Francia con una missione di l 5 consiglieri per Aeronautica, Sanità. Gendarmeria, Esercito: - Regno Unito con grossi trasferimenti di tecnologia navale c ponuale; presenti almeno due ingegneri mentre un numero imprecisato di tecnici algerini è nel Regno. Inoltre vengono addestrati SO tra ufficiali di Esercito, comrollori ed i!>truttori di volo, piloti e radaristi. Segnalati anche piloti civili in addestramento: - la RFG adde tra diversi ufficiali di Esercito e Marina presso di sè; - gli USA hanno cominciato ad incremeorare l'assistenza con la fornitura di C-130. inviando due tecnici e ospitando per un anno l 00 algerini; -la Grecia addestra ufficiali della Marina; - Cuba è presente con 170 consiglieri più SO a Tindouf in aiuto al Polisario; - il Pakisran ha diversi consiglieri: 83


-la Libia addesta diversi piloti algerini: - la Tunisia ha un accordo di cooperazione militare con r Algeria; -in Egitto vi sono allievi militari algerini. ma la presenza non è confermata. Vi sono anche dei rapporti di coopem::.ione per l'assemblaggio e la produzione di annamenti con il Regno Unito per naviglio militare: Italia e Tunisia per i motori diesel; Francia camion.

Rapporti miliwri con l'Italia

Ogni anno sono ospitati presso l'Accademia di Livorno circa l 5 ufficiali.

TUNISIA Vulnerabilità politico-strategiche

Ali" esterno la minaccia maggiore è rappresentata dalla Libia che nel passato ha propoMo una ··unione··. respinta, alla Tunisia. Successivamente la Libia ha sponsoriu:ato un raid di fuoriusciti nella zona di Gafsa gennaio 1980 cd ha espulso 30.000 lavoratori tunisini, tentando di destabilizzare la Tunisia sia con l'afflusso di disoccupati che con l'inliltrazione di suoi agenti tra gli espulsi. Altra materia del contendere è la delimitazione della piattaforma continentale nel golfo di Gabcs. dove si pen a vi siano risorse petrolifere. Tuttavia con l'avvio della UMA c i te qualche speranza che le tensioni infrarcgionali vengano allentate. Una minaccia indiretta è quella israeliana. rivelata. i col bombardamento del quanier generale dcii'OLP a Tuni. i c con ras assinio di Abu Jihad. Pur non toccando direttamente l'integrità lisica c territoriale tunisi na. le azioni israeliane contribuiscono alla destabilizzazione politica del paese c dell'arca. L'importanza del rapporto con gli altri pac i arabi c del mantenimento di una politica ami-israeliana c più ampiamente anti-imperialista è stata sottolineata dalla polari11ationc dell'opinione pubblica durante il conflitto del Kuwait. Internamente si tratterà di gestire una transizione verso fonne più liberali di governo pur continuando a reprimere gruppi estremisti c terroristi. di facile manipolazione esterna. L'intcgralismo islamico è stato indircuamcntc cooptato nel gioco politico pluralista tunisino, dove ha dimostralo grande capacità di mobilitazione c organi11azionc, tuttavia gli esiti dell'e peri mento restano ancora incerti. Più recentemente la qucMionc della convivenza con il movimento islamista 1 adha si è aggra\'ata sia sul piano interno, perché il movimento tenta di rO\'C!-.cia84

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t.

re r auuale governo. ia su quello internazionale pcrcht r Algeria è accusata di fornire santuari agli attivisti del Nadha. i quali sembrano anche in possesso di missili antiaerei leggeri Stinger. Da un punto di vista geografico il paese è posto in una zona mariuima cruciale del bacino mediterraneo ed ha lo svantaggio di non avere ostacoli naturali proprio verso le frontiere con la Libia.

Capacità militari Rispeuo ai suoi vicini.le capacità militari convenzionali della Tunisia sono praticamente nulle ed è per questo che è stata concepita la dottrina della difesa popolare. A livello declaratorio essa prevede la partecipazione di tutta la popolazione alla lotta contro l'invasore. In pratica la missione delle Forze armate è di condurre una prolungata azione di frenaggio e ritardante dalJa frontiera verso il ridotto centrale di Tunisi. allo scopo di guadagnare tempo per l'intervento di potenti alleati. Quc li in ordine di vicinanza e probabilità d'intervento sarebbero: Algeria che già una volta aveva dimostrato concretamente la sua solidarietà nel 1985: Francia con cui c'è un trauato di cooperazione militare c con la quale i legami economici sono mollo forti; USA, il cui intervento però sarebbe probabi lmente ancor oggi male accolto dai paesi arabi. Un'altra missione delle Forze armate è invece quella di aiuto sociale sia nelle catastrofi che nelle campagne di alfabetizzazione. La leva è di 12 mesi su base sclettiva del 40%. Particolari cc1renze esistono a livello di difesa antiaerea, scopena, intercezione. anni antiaeree, artiglierie, corazzati leggeri c pesanti. L'operatività nelle zone meridionali del paese è assai ridotta per la mancanza di elicotteri multiruolo. Le carenze più sensibili sono: preparazione generale delle truppe: preprazione tecnica: duttilità di manovra: qualità e quantità degli armamenti; logistica; C3I; preparazione delle riserve; capacità di mobilitazione.

La Tunisia ha lfim1ato i seguenti accordi multilaterali inteerssanti la sfera militare: -la Convenzione di Ginevra -il PTBT -l'OSP -l'NPT senza salvaguardie -I'SBT - la Convenzione BW - la Convenzione Enmod 85


Per quanto riguarda i maggiori armamenti dell'Esercito: - carri armati di alta qualità: *M-60A3: 54 *M-60A l: 30 opp n.cit. - carri armati didi media qualità: *M-48A3: 16 opp. 14 *SK-l05 Ki.irassier: 54 opp. 42 tOI. 110-154 *EE-11: 90 opp. 18 opp. 20 (incl. EE-3) -blindati di alta qualità: *M-113A 1/A2: 100 *V-150 Commando: 28 opp. pochi *FIAT 66 14: IlO opp. 90 tOI. 210-328 - artiglieria di alta qualità: * 155mm M-1 09: 18 opp. l O * 155mm M-199: 18 opp. 57 ord. * 120m m: 18 - mortai pesanti: - armi antiaeree: *SA di alta qualità RBS-70: 60 L'Aeronautica si basa su pochi F-5 e MB-326. Il nucleo moderno della Marina è di 3 FAC missilistiche francesi.

Assisten:amilitare Aiuti finaw:.iari e materiali da Arabia Saudita, USA. RFG (per servizi Polizia. Sicurezza e Sanità). Addestramemo miliwre offerto da: -USA: missioni di 15 consiglieri ca.: corsi per allievi tunisini ( 100 all'anno circa); inoltre esiste una commis ione bilaterale ( 1981) c sono state svolte manovre congiunte. In corso negoziati per poligono navale USA; - Algeria: corsi per a llievi; memorandum di cooperat.ione per sanità; - Egiuo: corsi per allievi; - Francia: corsi per a llievi: manovre congiunte; presenta con una stazione radar; i truuori in loco n.conf.: - RFG: scambio di esperti di sicurezza c addestramento; nel 1986 costituita commissione mista per studiare cooperazione nella difesa; -Grecia: corsi presso scuola navale; - Spagna: manovre congiunte n.conf.; - Cina: accordi di cooperazione; - Arabia Saudita: accordi di cooperazione: - Turchia: corsi di addestramento per 25 gendarmi: - OLP: addestramento militare c limitate forni ture di materiali; - Qatar: accordo per la fonn at.ionc di 100 uftìciali tunisi ni: - Scncgal: corsi per uftìciali; 86

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- Gabon: corsi per ufficiali; - Iraq: offena di forniture dopo bombardamento israeliano: - Corea del Sud: accordo coopcrat.ione tecnica per co~truzione panugliatori: - URSS: accordi di cooperazione navale per l'u!>O di ancoraggi cd arsenali, tcmativo di rafforzare le relazioni tra le due Marine.

Rapporti militari COli l'Italia Presente a Biserta c Sfax una delegazione di 4 ufficiali piloti istruttori, in base ad un accordo bilaterale scaduto il 5/10/1985. I l 22/1/1988 la bozza del nuovo accordo è stata inoltrata ad autorità competenti per il rinnovo. Scopo è la fonmvione e l'addestmmento a terra cd in volo dei piloti tunisini. Altre fonti parlano invece di una mis'>ione di 5 ufficiali a Bisena per la formazione alla cooperazione aeronavale. I noltre vengono citati corsi per 15 allievi presso Accademia Aeronautica c Scuola di Guerra. L'Italia nel quadro dell'accordo di addestramento congiunto di ufficiali ha proposto la creazione di un corso avanzato.

LIBIA

Vulnerabilità politico-strategiche Internamente il problema di mantenere il potere contro eventuali concorrenti militari e di controllare cvcmuali malcontenti è normalmente acuto quanto in altri stati dinatoriali. A preno dell'ulteriore inefficienza dell'apparato militare, Gheddafi ha esercitato un forte controllo su nomine, rotazioni, iniziative del corpo ufficial i, fino a lanci are una rinnovata campagna propagandistica per lo scioglimento delle Fort.e armate, accusate di essere un corpo separato ed antidemocratico. all'indomani del fallimento nel Ciad. L'opposizione in esilio (basi principali al Cairo cd a Khanum) non sembra co~tituire un grave pericolo, anzi spesso è sottoposta a sanguinosi anacchi dei sci'\ izi libici. Una recente minaccia embra essere quella numericamente trascurabile, ma politicameme temibile, dell"imegralismo islamico. i cui gruppi hanno già avuto scomri a fuoco con le forze di sicurezza. Nei confronti del mondo esterno la Libia risente di tutti i contraccolpi di una politica estera di contestazione del'ordine internaziona le esistente ed insieme di tona per l'egemonia regionale ed araba. Nonostante i ripetuti scacchi Gheddafi ha saputo conquistarsi un ruol o di rilievo a livello internazionale come attore temuto e non trascurabile. che la Libia altrimenti non avrebbe mai avuto.

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La minaccia principale è data dalla superpotenza USA, in quanto hanno volontà, mezzi ed alleati per contrastare decisamente i piani libici. L'URSS, ora non più esistente, era fattore oggettivo di dipendenza, anche se indispensabile (ma limitato) contrappeso agli USA. La riprova più evidente era data dalla prolungata riluttanza libica ad accordare basi ai sovietici. Nel mondo magrebino e subsabariano esistono antagonismi e diffidenze in reazione ai progetti libici (Marocco, Algeria, Tunisia, Malta, Ciad. Sudan, iger) e ci sono conLJ·apposizioni egemoniche dirette ed sino a poco fa apparentemente insanabili con l'Egitto. A parte la firma di Camp David, la spinta egemonica egiziana e l'aspirazione libica all 'eredità nasseriana panaraba (basti pensare ai tentativi libici di ripetere l'esperimento della RAU), nonostante non siano mai sfociate in una guerra aperta, costituiscono un fattore di ostilità ineliminabile, aggravato dalla presenza dell'asse Cairo-Khartum. Se a questo si aggiunge il fatto che la coalizione araba moderata, nonostante Camp David, ha visto da tempo l'Egitto come l'attore di spicco, si può capire come l'ostil ità sia profonda e motivata da ambo le parti. Soltanto negli ultimi tempi si è assistito ad un notevole calo della tensione tra i due paesi, ma è ancora presto per sapere se le relazioni si assesteranno in modo duraturo su livelli più soddisfacenti. Israele non è, nonostante le bellicose dichiarazione di ambo le parti, un fattore diretto di minaccia anche se è visto come l'elemento di frattura insanabile del mondo arabo ed il principale bastione americano nella regione. La minaccia si espl ica per ambo le parti indirettamente con azioni di spionaggio, destabilizzazione, finanziamento di avversari, forniture di tecnologie ed armi. Un concorrente meno visibile, ma non meno reale, è invece la Siria nella lotta per il controllo delle fazioni anti-Arafat e delle precedenti fazioni libanesi. Evidenti sono le implicazioni di questa partita a tre con l'Iran. Con la progressiva imposizione di una "pax siriana" in Libano è probabile che la presa di Tripoli si sia relativamente allentata, anche per l'aniva partecipazione siriana alla coalizione anti-Saddarn. Tra i paesi europei gli avversari più evidenti sono Francia (Ciad) e il Regno Unito (basi per le azioni su Tripoli), ma anche altri paesi, sia pure con relazioni più sfumate e morbide (RFG, Italia, Spagna) concorrono ad osteggiare la libertà di azione libica, specie in relazione al terrorismo. La guerra del Kuwait ha contribuito non poco a migliorare le relazioni parallele sulla questione del ten·orismo, quanto meno perché la Libia ha adonato un profilo politicamente molto basso e perché non ha favorito azioni terroristiche, anche su pressione delle principali nazioni della coalizione anti-Saddam. Nonostante si pensasse che la firma dell'accordo-quadro libico-ciadiano a Parigi ponesse fine alla lunga g uerra del Ciad, essa sembra continuare nel Darfur sudanesc a causa delle ripetute infiltrazioni dei mercenari della Legione

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lslamica. Gli ultimi combattimenti sembrano aver comportato perdite di circa 600 uomini. Tuttavia il recente colpo di stato di ldriss Deby. a danno di Hissene Habré. non sembra aver aumemato significativamente l"innuenza di Tripoli a N'Dj amena.

Cc1pacità militari Vanno nettamente distinte le capacità convenzionali a medio e basso livello e quelle non convenzionali. Nelle prime è evidente che non basta avere un arsenale ragguardevole se poi non ci sono le capacità tecniche demografiche e logistiche per mantenerlo efficiente e farlo agire eflìcacemente. Il caso più evidente è fornito dagli interventi in Uganda e Ciad e da tutti gli scomri con le forze aeronavali USA. Nei conflitti a basso livello il valore dello strumento militare è dato dall'indubbia capacità di manipolazione politica di Gheddafi: due missili lanciati su Lampedusa, un carico di mine disseminato in Mar Rosso, due propri caccia abbattuti da aerei americani hanno avuto effetti politici ben superiori ai mezzi impiegati ed alla loro efficacia operativa. A dispetto de lle dichiarazioni, non sembra che le Forze armate verranno sciolte, anzi resteranno dei sistemi paralleli a quelli di difesa popolare (a reciproco controllo). Le aree di intervenro per i miglioramenti saranno le forze terrestri e di difesa aerea; più precisameme si tenderà a: -formare cinque distinte divisioni; - modernizzare il C2 con la creazione di due comandi aeronavali (Est ed Ovest) e del centro interforze di El Joufra; -miglioramento della rete radar e delle batterie di SA-5; -sostituzione dei consiglieri del Patto di Varsavia con quadri di altri paesi arabi. cui viene di fatto concessa nazionalità libica (questa arabizzaziooe era giustificata in passato dalla necessità di avere maggiore libertà d 'azione specialmente in Ciad; oggi probabilmente può corrispondere ad una necessità di minore dipendenza da un alleato molto indebolito); - miglioramento delle tecniche di magazzinaggio dei sistemi d'arma. L' uso di movimenti di guerriglia e terroristici è stato fino a ieri decisamente tra le prime armi del colonnello Gheddafi, innanzitutto per gli influssi che esercitava suii' OLP e sul Libano e quindi sulla questione mediorientale, poi per le capacità di condizionamento dei governi occidentali, infine per la minaccia di concreta destabilizzazione contro i paesi del mondo afro-arabo ed alcuni paesi latino americani. Una delle minacce tutt'ora più preoccupanti e che non sembrano essere apprezzabilmente diminuite è il possesso di agenti chimici, accoppiato a ripetuti

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e perduranti tentativi di ottenere tecnologie missilistiche ed alla disponibilità di alcuni sofisticati bombardieri. Le maggiori carenze del complesso militare sono: preparazione generale delle truppe; preparazione tecnica; capacità decisionale dei quadri intermedi; duttilità di manovra; logistica; C31; preparazione delle liserve; capacità di mobilitazione. La Libia ha firmato i seguenti accordi multilaterali aventi valenze militari: - la Convenzione di Ginevra -il PTBT -I'OSP -I'NPT con salvaguardie -la Convenzione BW Armamenti NBC e vellori missilistici: l'Esercito è, come è stato comprovato nel 1986 dall'incidente di Lampedusa, dotato di capacità missilistica, ma non è da escludere che attraverso trasfelimenti di tecnologie (per missili balistici, dopo l'apparente fa ll imento deii'Otrag) e propri programmi di ricerca con tecnici reclutati sul libero mercato (per missili da crociera di tipo ignoto), esso possa ottenere armi di maggiore portata. Tecnici tedeschi sembra siano impegnati nei programmi di ammodernamento o costruzione di missili di maggiore portata. Nel 1986 il governo del Ciad ha accu ato la Libia di aver impiegato armi chimiche nel Ciad settentrionale ed un anno dopo gli USA hanno fornito 2.000 maschere antigas a N'Djamena. Un primo probabile uso di iprite è avvenuto nelle fasi finali della guerra del Ciad nel 1987. dove aerei An-26 hanno lanciato bombe sui combattenti di Hissene Habré. Dopo l'incidente di Rabta la sorveglianza non è stata allentata, ma le pressioni per scoraggiare la prosecuzione dei programmi chimici non sembra siano state particolarmente efficaci. Oltre al noto complesso di Rabta (che lisulta essere il più grande al mondo), sembra sia in costruzione una seconda fabbrica nei pressi di Wafa (80 km a sud-est di Tripoli). Finora la maggiore assistenza tecnologica èstata fornita da fabbriche e tecnici tedeschi occidentali ed orientali, nonché da tecnici g iapponesi. Rabta, costruita nel 1985 e sperimentata nel 1988, è in grado di produrre l ,2 ton. di agenti chimici al giorno, nonché le bombe, granate e testate missilistiche da caricare. Esistono già dci depositi di bombe c razzi caricati con iprite c forse con nervi n i fugaci. Fonti di stampa inglese parlano di iplite e di agenti nervini di provenienza sovietica. Fonti israeliane accertano la presenza di iprite, ma non confermano quella di Sarin. 90


Altre fonti non confermate hanno segnalato forniture di agenti chimici libici all' Iran ed alla Siria. con produzioni dal 1982 su licenza sovietica. Tuttavia queste esportazioni all'Iran ed alla Siria appaiono notizie infondate. Altre ancora parlano di forniture iranianc di CW in cambio di vendite di mine c SCUD nel 1977. È certo che finora la Libia si è riservato il diritto di usare gas a scopo di ritorsione. Materiale di protezione e di dccontan1inazione chimica è disponibile ed i si ti di lancio degli SSM hanno protezio ne NBC. A livello di BW la ricerca sembra agli inizi, ma non ci sono prove di una capacità di una qualunque produzione. Se la Libia è riuscita infine a dotar i di capacità chimiche, la possibilità di ottenere armi nuc leari è piuttosto remota, anche se tentativi sono stati fatti. La Libia dispone oggi di un piccolo rcaHore da ricerca da IO MW del tipo LWR (Light Wate r Rcactor) a Tajora. fornito datrURSS, mentre pare siano iniziati dei lavori su un reattore da 40 MW. Fra i maggiori sistemi d'arma si contano: - FROG-7 (nome sov. Luna) c SCUD-B: l 00 lanciatori opp. FROG-7: 20 e SCUD-8/-C 72 con tot. 298 missili opp. FROG-7: 40) e SCUD-B 80 opp. FROG-7: 48, con ca. 1441-1 missili e SCUD-B 80 con ca. 240[-] missili Oltre ai missili citati la presenza e lo stato di altri tipi è tun'ora incerta: - M-9 (Cina, 600 km portata) incerto - Otrag (Ge rmania, 300 km portata) in sviluppo - Ittisalt (Germania. 700-500 km portata) in sviluppo - Al Fatah (Germania, 540-81 Okm portata) in sviluppo Secondo alcune fonti italiane i programmi Otrag e Ittilsalt coincidono, il secondo essendo uno sviluppo del primo. Tutti i missili brasiliani o loro derivati delle serie EE~--150, -350, EE-600 o SS-300, SS-1000, per quanto ufficialmente rifiutati nel 1988, potrebbero secondo fonti CIA essere ancora in sviluppo, forse con tecnici reclutati privatamente. l sovietici hanno invece rifiutato la vendita di missili SS-12 Scalcboard (900 km portata) ed SS-21 Scarab ( 120 km portata). I materiali di spicco dell'Esercito annoverano: - carri armati di alta qualità: *T-72: 300 opp. 350 opp. 170 tot. 170 -350 -blindati di alta qualità: *BMP-1/-2: 800 opp. BMP-1 985 opp. 520 *EE-9/-11: 300 opp. 91


*EE-9: 500 opp. 380 *EE- ll 150 opp. 100 *FTAT 6614/6616: 100-200 opp. non cit. *M-ll3A l: l 00-200 opp. non cir. tot. 820-2.035 (metà dei quali in magazzino) - artiglieria eli alta qualità: * l55mm M-109: 18 opp. 20 opp. 18 * 155mm Palmaria: n.d. opp. 200 opp. 160 * l52mm M-19732: n.d. opp. 24 opp. 60 * 152mm DANA: n.cit opp. n.d. opp. n.d. * 122mm M-19743: n.d. opp. 130 *l55mm GHN-45: n.d.4 opp. 100 opp. n.cit * 122mm D-30: n.d. opp. 250 opp. 270 tot. 558-780 - morta.i pesanti : * 120 mm: 2.000 opp. n. d. * l22mm BM-2 1/RM-70: n.d. opp. 122mm BM-21 240 - Janciarazzi multipli: * l22mm RM-70: 60 (sistem.i Astros SS-40 da 180m potrebbero essere stati ordinati) - arm.i antiaeree, lanciatori: *SA-6 Gainfu l: l 00 opp. 160 opp. n.cit *SA-8 Gecko: 20 opp. n.cit opp. 40 *SA-9 Gaskin: 60 opp. n.d. opp. 60 *SA-13 Gopher: n.d. opp. n.cit opp. n.d. opp. 60 *SA-14 Gremlin: n.d. opp. n.d. opp. n.cit *Crotale: 30 opp. 24 opp. 24 Per quanto le capacità di combattimento dell'Aeronautica non siano valutate come eccelse, essa ha la capacità di creare seri incidenti internazionali, specie se la difesa aerea presenta delle inefficienze. Le notizie di installazione di sonde per il ri fornimento in volo se non sono preoccupanti per Israele, nonostante il clamore dei media, lo sono decisamente per i paesi viciniori. È confermata la fornitu ra da parte di una ditta tedesca di apparati per il rifornimento in volo per la trasformazione di alcun.i Herc ules C-130H in tanker, anche se a tutto il 1990 non sembra che si sia acquisita una capacità operati va . Fra i principali sistemi d'arma vanno ricordati: - intercettori di alta qualità: *Mig-25A/R Foxbat: 80

2 denom inati anche 253. 3 denominali anche 2S l. 4 forse i G HN-45 sono passati all'Iran: dato non confermato.

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- intercettori di media qualità: - aerei da strike di alla qualità: - multiruolo di media qualità:

*Mig-21 Fishbed: 50 *Su-24 Fencer C: 6 *Mig23127 (incl. Floggcr G): 190 *Mirage F-1: 30 *Mirage 5: 80

oppure: - intercettori di alta qualità: - intercettori di media qualità:

*Mig-25A Foxbat: 50 opp. 55 *Mig-23B Flogger E: 140 opp. 131 *Mig-21 Fishbed N: 72 opp. 75 *Mirage F-IED: 15 opp. 12 *Su-24 Fencer C: 16 - aerei da suike di alta qualità: - multi ruolo di media qualità: *Mig-23BM Flogger F: 61 opp. 20 *Mig-27 Aogger D: 7 opp. n.cit *Mirage F-lAD: 14 opp. 12 *Mirage 50: 34 *Mirage 5DE: 30 opp. Mirage 50/DE: 50 *Mirage 500: IO tol. 246-585 - elicotteri d'attaccos: *Mi-24/-25: 40 (n.eonf.) opp. *Mi-24: 35 *Mi-25: 10 La Difesa aerea è uno stato maggiore a parte. Pur non avendo dato grande prova di sè durante l'incursione americana su Tripoli (dove però si è perso un F-Ili) può presentare problemi più seri per avversari meno dotati c politicamente meno cogenti degli USA (presenza di tecnici sovietici). Dispone di un sistema integrato C2 sovietico Sene.~:h. Si contano le seguenti fra: - batterie *SA-2 Guideline & SA-3 Goa: 93 *SA-5 Gammon: 6 *SA-6 Gainful: 36 *SA-8 Gecko: l O *SA-2 Guideline: 100 opp. 108 opp. 108 - e lanciatori *SA-3 Goa: 120 opp. 90 opp. 1326 *SA-5 Gammon: 20 opp. 36 opp. 36 *SA-6 Gainful: n.cit opp. 132 (incl. SA-8) *SA-8 Gecko: n.cit opp. 50 *Crotale: 24 opp. 27

5 cnlr:lmbe sono versio ni del Mi-2-l l lind.

6 108 in brigate più 24 in battaglioni.

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La Marina ha un consistente nucleo da combattimento basato su 6 SS (Foxtrot). 3 FF, 7 corverte, 9 FAC moderne e 15 più vecchie. Gti scontri sulla Sirte hanno evidenziato la debolezza della Marina di fronte ad un avversario determinato e dotato di portaerei, ma essa non va sottovalutata di fronte ad avversari meno dotati ed in azioni di più basso profi lo.

Assisten::.amilitare Aiwi.fìnan::.iari e materiali da URSS: diverse forniture di armi a prezzo ribassato, che per ora sembrano drasticamente ridotte per motivi politico-finanziari Addestramento militare offerto in loco da: - Brasile: -Corea del Nord: 250 consiglieri; -Cuba; - Francia: non confermata; ma secondo altre fonti assistenza post-vendita (ancora presenti 2 tecnici); -India (tra cui aiuti nella costruzione di aeroporti) ed altri stranieri arruolati neli' Esercito libico; - Jugoslavia: accordo militare del 1982, forte presenza di genieri; - PFLP-GC (George Habbash); - Pakistan; - Siria: piloti opp. personale nella difesa aerea; - Turchia; - Regno Unito: tecnici privati: - URSS ed aiLri paesi del Pano di Varsavia: 5.000 consiglieri, non confermato; altre fonti 5.000 ca. di cui 3.500 sovietici e 1.200 del P.d.V.: più specificamente: Bulgaria nel settore dell'Esercito; Cecoslovacchia nei settori Aeronautica e corazzati; RDT era presente nei settori sicurezza e spionaggio con 50 elementi su 200 precedenti al gennaio 1990: Ungheria nei settori difesa aerea, comunicazioni cd eleuronica; inoltre si sono svolte nel 1985 tre manovre navali congiunte sovicto-libiche; tuttavia negli ultimi tempi la situazione potrebbe essere nuovamente mutata a favore di ulteriori riduzioni di consiglieri; - milizie libanesi (300 consiglieri delle Druzc Community Forccs, 250 del Lcbanese Communis t Party, 150 dcii' Arab Dcmocratic Party , 50 dei Morabitun, 50 della Nasserite Popular Organization) presenti nella campagna del Ciad. Anche queste cifre potrebbero essere superate con la fine della campagna del Ciad. Addestramento offerto all'estero: - Francia: non confermato; altre fonti segnalano nel 1983 che quasi 900 allievi in programoU specializzati presso Sodeteg (piloti), Navfco (addestramento

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ASW). successi\'amcnte il loro numero è calato; inoltre la Thomson-CSF dal 1976 al 1982 ha addestrato circa 400 libici in discipline avanzate allraverso Thomson-Coopcration; - Egitto: non confermato: - Grecia, addestra allievi per specialità navali in cambio di petrolio (accordo del 24/ l 0/ J984 ); - Jugoslavia: non confermato: ma altre fonti segnalano l ,500 allievi piloti in Jugoslavia (accordo di cooperazione dell'ago to 1984), nonché allievi di scuole di polilia (accordo di cooperazione del 20/2/1985); - Malta: periodicamente offre manutenzione delle navi libiche (accordo del 19/11/1984); - Olanda: piloti civili; - Portogallo: non confermato; ma secondo altre fonti ha fornito l'addestramento a copiloti di clicoueri; - Siria: - Svezia: fino al 1982 ha fornito addestramento a specialisti radar; - Turchia: non confermato; Regno Unito: ha fornito addestramento navale auravcrso il Directoratc of Naval Foreign and Commonwealth Training, un'ente del Ministero della Difesa, cd addestramento a piloti: - URSS ed altri paesi del Parto di Varsavia: non confennato; altre fonti segnalano 2.000-1.500 allievi delle tre Forlc armate in URSS, 300 allievi piloti e marinai in Polonia. altri in RDT e Cecoslovacchia. Aiuto fortemente ridotto con la crisi.

Rapporti militari COli l'Italia Secondo fonti israeliane, l'Italia fornisce addestramento nelle sue scuole c consiglieri militari non specificati. Secondo altre c'è personale per l'assistenza post-vendita. Inoltre ritaJia attraverso centri d'istruzione specializzati dei CNR ha fornito addestramento tecnico navale.

EGITTO

Vulnerabilità politico-strategiche Posto in un delicato punto di cerniera tra Maghrcb c Mashrck, al controllo del canale ru Suc7 cd in relazione con il modo arabo ed africano, l'Egitto misura la sua notevole forza con una notevole serie di vulneabilità esterne ed interne. 95


Nella competizione egemonica per il Maghreb è obbienivamente contrapposto alla Libia, nonostante le migliorate relazioni diplomatiche. La scelta compiuta a Camp David, sebbene ormai accettata dal mondo arabo, costituisce un fattore di frizione latente con i paesi arabi meno moderati. Il minamento libico del Mar Rosso ha evidenziato ancora una volta la vulnerabilità del canale di Suez. Soltanto la recente prospettiva di pace tra Libia e Ciad, quest'ultimo diretto confinante con il Sudan, promette di eliminare una delle cause di ostilità più evidenti con la Libia. A sud la lunga guerra civile sudanese non sta evolvendo nel senso desiderato dalla classe dirigente araba di Kharroum. n rovesciamento del premier Sadiq al Mahdi ad opera di un golpe militare è la spia della sostanziale incapacità della classe politica del nord di saper ricercare un compromesso con la guerriglia nera. animista/cristiana del sud. Tradizionale cortile di casa dell'Egitto, il Sudan potrebbe porre il problema di un futuro governo di conciliazione nazionale meno desideroso di dipendere dal Cairo. Mubarak ha immediatamente fornito aiuti alla nuova giunta. Ancora a sud, l'instabilità e le incertezze che contrassegnano il Como d'Africa costituiscono un problema permanente, che s'intreccia con l'evoluzione sudanese e con la penetrazione libica e che riguarda le sorgenti del Nilo, una questione che da sempre l'Egitto considera intimamente connessa alla sicurezza nazionale. Ad ovest il Medio Oriente costituisce la principale minaccia alla sicurezza egiziana, nonché un focolaio di alimentazione delle sue tensioni interne. Innanzitutto la pace con Israele, che si sta dimostrando duratura, ha spostato ma non risolto il problema dello squilibrio politico-militare egiziano. La sicurezza egiziana in uitima analisi dipende dalla stessa garanzia americana che permette la sopravvivenza di Israele, tanto è vero che Israele non cessa di considerare scenari di grandi coalizioni arabe capeggiate dall'Egitto. Tuttavia gli esiti attuali della guerra del Kuwait tra cui il patto di Damasco (sia pure sostanzialmente abortito per dissensi interni e per il patto US-Kuwait), hanno provveduto ad attenuare fortemente l'isolamento dell'Egitto ed a dargli ulteriore rilievo in un mondo arabo diviso. La Siria, grazie alla sua partecipazione della prima ora a fianco delle forze alleate in Kuwait ed al controllo sui gruppi terroristici sotto la sua egida, è riuscita a rompere l'isolamento diplomatico ed a stabilire almeno temporaneamente un asse con il Cairo. Tuttavia fino a che la Siria non potrà rionenere il Golan da Israele, sussistono le ragioni obbiettive per un ritorno ad una ostilità siro-egiziana. lnfine l'Iran resta il paese che più ha fano le spese del tentativo egiziano di riacquistare rispettabilità di fronte ai fratelli arabi con l'aiuto detrlraq ed i suoi fiancheggiatori moderati durante la guerra contro Teheran. Anche se vi è stata una convergenza tattica tra Egitto e Iran nell'opporsi al tentativo egemonico di Saddam Hussein, essa è stata assai limitata. Soprattutto i paesi geograficamente più lontani sono quelli più indotti a sfruttare adeguatamente tulte le vulnerabilità interne dell'Egitto. Sulle gravi con-

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dizioni materiali (alto debito estero, alla natalità) si innesta una sensibile disoccupazione intellettuale unita ad una nuova spinta morale e religiosa verso l' lslam. La minaccia dei movimenti intcgralisti egiziani è ben maggiore di quanto dimostrato dall'assassinio di Sadat ed i disordini causati dai mil itanti integralisti non sono cessati, nonostante un'intensa altività poliziesca. Solo la guerra del Kuwait ha favorito una drastica riduzione delle auività anti-governative, anche se resta da vedere se esse riprenderanno vigore.

Capacità militari

Le forze armate egiziane sono considerate tra le migliori nel mondo arabo con caren:e nel rapporto armamenti/effeltivi e nel C31. Nonostante numerose sconfitte, sono state sempre la colonna portante della strategia araba nella lotta contro Israele e con la guerra dello Yom Kippur hanno dimostrato di essere in grado di vincere, anche se per decisioni di Sadat strettamente politico-strategiche, esse non hanno sfruttato a fondo la sorpresa, esprimendo appieno il loro potenziale offensivo. A livello africano le forze egiziane sono complessivamente al primo posto e sono in grado di sopraffare i loro vicini Libia e Sudan. Tultavia, la loro preoccupazione maggiore viene, come già dello, da Israele nei confronti del quale sono in ritardo nei settori degli armamenti ad alta tecnologia c delle capacità operativa del personale. ln compenso l'Egitto ha riacquistato con il Sinai una profondità strategica ben superiore a quella di Tel Aviv. Il Cairo dispone della più notevole industria degli armamenti del mondo arabo (la AOI), solo recentemente insidiata da quella irachena (salvo i dan ni subìti con la guerra del Kuwait). Oltre alla missione di proteggere la patria dai nemici esterni e dai sabotatori, le Forze annate hanno un preciso compito di modernizzare il paese. Infatti sono responsabili per tuna una serie di grandi lavori infrastrutturali (grandi opere, reti telefoniche, aJJoggi). L'Egitto ha firmato i seguenti accordi multilaterali aventi valenza militare: -la Convenzione di Ginevra -il PTBT -I'OSP -l'NPT con salvaguardie -la Convenzione BW (non ratificata) - la Convenzione Enmod -la Convenzione sulle armi inumane Per quanto riguarda l'armamemo NBC e verrori missilistici non va dimenticato che l'Egitto ha tentato di possedere capacità missilistiche di tutto rispetto per mezzo di coproduzioni temibili fin dagli anni '60.

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Intorno aJ 1962 maturarono le esperienze, con l'aiuto della Germania Federale per il disegno e l'assistenza tecnica. dei missili Al Zafer (370 km), al Kahir (600 km) ed al Ahrcd (950 km). I progetti furono cancellati. per quanto vi siano fonti che sostengano l'avvenuto lancio di missili al Zafer durame la guerra dci Sei Giorni. Negli anni '70-'80 vi furono i progetti Condor 2-Badr 2000 (portata 820-1.000 km) in collaborazione con gli iracheni ed gli argentini. Anche questo progetto fu cancellato su pressioni internazionali. 11 Badr 2000 poteva montare anche una testata riempita con FAE (Fuel Air Explosivcs). l progetti Condor l e Condor 2 hanno avuto un concreto risultato nel 1984 con il primo lancio del Condor l (portata 150 km) ed hanno visto il coinvolgimento insieme all'Argentina di: - Egitto per le protezioni termiche ed il finanziamento; - Iraq per il finanziamento; - Francia, sistema di guida inerziale; - Ita lia, propulsione; - Germania Federale, disegno, integrazione, simulazione e lanciatori; - Svezia, detonatori delle testate; - Svizzera, management. Un altro progetto che risultava in sviluppo nel 1989, ma le cui esperienze tecniche sono quasi certamente state assorbite dagli egiziani, nonostante la successiva guerra, è stato lo SCUD 100 con una portata stimata di 600 km. Nel progetto, finalizzatosi con un primo lancio nel l 988, vi erano anche: - URSS, fornitura di missili; -Corea del Nord, disegno ed assistenza tecnica; - Iraq, finanziamento. Va no tato che lo SCUD 100 ha analoghe caratteristiche al cosiddetto SCUD PIP (Produci l mprovemenl Pian), in sviluppo nella Corea del Nord e che vede coinvolti Egitto (assistenza tecnica) e Giappone (eletrronica). La Corea del Nord è anche un fornitore abituale dell'Egitto di missili SCUD-B di sua produzione. Nell'inventario egiziano risulrano invece in servizio, oltre al razzo tattico pesante Saqr (Falco) 80, sviluppato insieme alla Francia c probabilmente anche con Iraq e Corea del Nord, con portata di 80 km (presente con circa 12 lanciatori e meno di 100 missili), anche: - FROG-7/SCUD-B: 24 lanciatori opp. FROG-7: 4 e SCUD-B: 9 opp. FROG-5: n.d., non ci t. da altre fonti FROG-7: 12 lanciatori con 72 missili SCUD-B: 12 lanciatori 100 (-) 98

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Non meno rilevante è la capacità chimica dell'Egitto. Produce da sè molti materiali di decontaminazione ed è dotato di materiali di protezione NBC sovietici. Negli anni '60 l'Egitto aveva fatto ampio uso di iprite (sia pure in gran segreto e sotto la stretta supervisione di Nasser) durante la guena civile dello Yemen, ma sembra che essa provenisse da scorte britanniche della II Guerra Mondiale abbandonate in Egitto. La ricerca ed i disegni industriali per la produzione di cianogeno e di nervini sembrano essere già stati completati prima del 1973. Oggi esistono numerosi stabilimenti per la produzione di iprite e nervini, con scorte ridotte di bombe, razzi e granate d'artiglieria. Soprattutto esistono infrastrutture industriali per la produzione rapida di cianogeno. Dopo alcuni infruttuosi sforzi per ottenere precursori dal Canada, l'Egitto sembra costruire propri impianti chimici per la loro produzione. Infine, a livello di tecnici, le capacità nel nucleare dell'Egitto sono ben note: un ingegnere egiziano (elirrùnato da agenti israeliani) era uno degli uomini chiave del progetto iracheno Osiraq. L'Egitto dispone di un reattore nucleare da ricerca, ad lnshas da 2 MW, aumentati a 5 MW con assistenza tedesca occidentale e francese. In progetto, ma ancora senza fondi per partire, ci sono accordi con la Westinghouse per il Sidi Kreir-1 da 600 MW del tipo PWR (Pressurized Water Reactor) e con la Framatome per due reattori da 2.000 MW ciascuno del tipo PWR ad Al Da'aba. In definitiva l'Egitto non appare seriamente ingaggiato in progetti nucleari militari. La preminenza dell'Esercito è chiaramente espressa nell'ordinamento

militare, il quale prescrive che ministro e capo di stato maggiore della Difesa appartengano a questa forza armata. Esso è dislocato operativamente in due armate (zona Est, lsmaiha), due divisioni corazzate e tre meccanizzate (l+ l nella zona Ovest, Marsa Matruh; una meccanizzata nella zona Nord, Alessandria; l+ l nella zona Centro, Cairo, come riserva generale insieme alla Guardia Repubblicana), cui si aggiungono 20 brigate indipendenti di tutte le armi e 6 reggimenti di guardia di frontiera. Nella zona Sud, Assuan, è presente una brigata di fanteria, mentre dal comando del Mar Rosso dipendono 3 brigate di fanteria e 2 reggimenti di guardie di frontiera. Lo schieramento dà un'idea abbastanza precisa delle priorità immediate interne ed esterne. Da un punto di vista logistico deve superare le difficoltà derivate dal cambio di alleanza, probabilmente in via di risoluzione anche per la distensione tra blocchi. Tra i materiali migliori conta: - cani armati di alta qualità: *M-60A3: 850 opp. 439 opp. 850 -carri di media qualità: *M-60Al: 700 99


-blindati di alta qualità:

- artiglieria di alta qualità:

*T-62: 600 o pp. 400 o pp. 600 (prevista la prossima coproduzione dell' M-1 Abrams in circa 500 esemplari) tot. 1.539-2.150 *BMP-1: 200 opp. 450 opp. 220 *M-113A2: 1.700 opp. 1.214 opp. 970 tor. 1.170-2.150

*155mmM-109A2: 144opp.l00opp. 140 * 122mm D-30 SP: pochi * 130mm M-46/Type-49: 440 * 122mm D-30: n.d. opp. 220 tot. 540-804 - mortai pesanti *240mm: n.d. opp. 24 *l60mm: n.d. opp. 100 * 120mm: non cit. opp. 450 - lanci arazzi multipli * 122mm BM-2 1: n.d. *122mm Saqr 10/18/30: n.d. opp. * 122nm1 BM-21/Saqr 18/30: 60 * 80mm Saqr VAP-80: n.d. La Difesa aerea, nella più classica tradizione sovietica, è una forza armata a parte. Guadagnatasi la stima per la sorpresa tecnologica realizzata nella guerra del 1983 è adesso impegnata in un costoso processo di e liminazione dei vecchi materiali sovietici e di piena integrazione dei materiali occidentali più moderni specialmente con la creazione di un moderno sistema di C3I integrato da AEW (Airborne Early Warning) del tipo E-2C Hawkeye. -missili antiaerei: generalmente i Crotale vengono inclusi nell'inventario della Difesa Aerea, ma fonti israeliane li includono negli arse nal i deli' Esercito. *Crotale: 48 opp. 24 opp. 50 ca. lanciatori su 12 batterie - batterie: *TP Hawk: 12 *SA-2/SA-3: 120 opp. SA-2 65 battaglioni *SA-3: 60 btg. *SA-6 Gainful: n.cit opp. 12 batterie opp. n.d. - lanciatori: *IP Hawk: 72 opp. 108 *SA-2 Guideline: 390 opp. 400 ca. *SA-3 Goa: 220 opp. 240 *SA-6 Gainful: 75 opp. 60 L'Aeronautica, fino a poco tempo fa dotata prevalentemente di apparecchi di origine sovietica, spesso a corto di ricambi, è stata notevolmente potenziata dall'arrivo di caccia Mirage 2000 ed F-16 e dalla presenza di AEW E-2C Hawkeye. Materiali di punta: 100

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- intercettori di alta qualità:

*F- l6NB/C/D: 79 opp. *F-16A: 75 *F-16C/D: 12 opp. *F- 16A: 33 *F-16C: 34 *Mirage 2000: 18 opp.l9/20 opp. 16 tot. ca. 97 -l 07 - multiruolo di media qualità: *F-4E: 33 opp. 32 opp. 33 *Mirage 5: 71 opp. 73 opp. 70 tot. l 02-1 06 - elicotteri armati: *SA-342 L/M: 80 opp. *SA-342 K: 44 *SA-342 L: 30 La Marina, nota soprattutto per aver sperimentato per prima dei missili antinave, possiede in gran parte materiali obsolescenti di origine cinese o russa. Possiede un forte nucleo di sottomarini convenzionali 8- 1O SS Romeo (di cui 4 Type 033 cinesi), un gruppo assai eterogeneo di 4 fregate (due sono della moderna classe Descubierta) ed un gran numero di navigli sottili russi o cinesi. Spiccano tra questi ultimi per modernità di armamento 6 FAC Ramadan di progettazione britannica e moderni missili antinave Otomat italo-francesi. Alle dipendenze della Marina c'è una serie di batterie costiere cannoniere e missilistiche. Attualmente è in corso un ordine per 2 sottomarini convenzionali classe Oberon con il Regno Unito, in modo da rinnovare l'anna subacquea dotata di mezzi russi e cinesi.

Assistenza militare Aiuti finanziari e materiali da: USA, fi11anziamento di $1,3 miliardi; Italia (n.conf.:); paesi arabi (n.conf.). Addestramento in loco offe110 da: -Brasile; - Francia; secondo altre fonti a livello di ditte vi sono numerosi accordi per la formazione del personale; - Regno Unito; - USA; - Jugoslavia (tecn i ci)~ Addestramento all'estero offerto: - Brasile; - Regno Unito; 101


-Francia (stages per gli ufficiali in Francia);

-RFG; - USA: oltre 500 uomini; secondo altre fonti almeno 1.500 ufficiali e tecnici delle quattro Forze annate sono in stage presso istituzioni USA e numerose sono le missioni temporanee di istruttori americani. Nel campo della manwenzione e assistenza industriale si può menzionare la cooperazione di: USA (miglioramento aerobasi); RFG (manutenzione caccia e trasporti). Dal canto suo I'URSS non ha mai totalmente interrotto le forniture agli ordini egiziani e nel 1986 il vicepresidente del Sovict Supremo aveva offerto la cooperazione nei settori nucleare ed elettronico. Dopo la denuncia dell'accordo di cooperazione con I'URSS, firmato nel 1971, l'Egitto si è rivolto ai paesi occidentali soprattutto agli USA. L'Amministrazione Bush ha riaffermato il suo impegno negli aiuti militari, specialmente dopo il taglio di numerosi programmi di assistenza ad altri paesi amici. A partire dal 1980 g li USA sono divenuti il primo fornitore di armi e due anni dopo si è riunita una commissione mista americano-egiziana. Gli assi della cooperazione sono: fo rnitura di armamenti, assistenza tecnica, addestramento congiunto, ricerca di basi ed infrastrutture per il CENTCOM. Dopo Israele, il Cairo è il maggiore beneficiario degli aiuti USA. Le manovre Bright Star, e l'unica manovra Sea Wind, sono invece lo strumento dell'addestramento in comune con particolare accento sulle esigenze del CENTCOM. A queste manovre, a seconda del teatro, hanno partecipato anche truppe sudanesi, giordane, omanite e somale. Nel quadro delle conversazioni per l'ottenimento di basi CENTCOM permangono divergenze sulla natura e le modalità con cui l'Egitto potrebbe concedere la base di Ras Banas. Gli egiziani vogliono il controllo completo della base, gli americani un affitto di durata determinata. Sono in vigore con gli USA d~versi trattati: di difesa mutua, MoU per la produzione locale di materiali USA, di fornitura di beni e servizi, di scambio d'informazioni. In ottobre è stata annunciata dal Maresciallo dell· Aria egiziano, Allah ai-Din Barakat, la terza fornitura di F-16 (altri 40) da consegnarsi agli inizi del 1991, mentre un quarto lotto potrebbe arrivare nel 1992. In novembre si sono svolte le manovre Bright Star egizio-americane. Con la Francia, la cooperazione è soprattutto legata alle compensazioni nel quadro di imporranti accordi di vendita di armamenti c tecnologie siglati con la AOI. TI suo maggiore ostacolo è un debito militare di circa 2,6 miliardi di franchi da parte del Cairo. Anche la cooperazione con Ja Cina è essenzialmente incentrata sulla fornitura di annamenti e data dal 1979. Particolarmente sviluppata è l'assistenza tecnica per le forniture o le modifiche di materiali cinesi o dell'Est, mentre un punto

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forte di Pechino è la concessione di crediti militari a lungo termine per acquisti di materiali cinesi a prezzi ragionevoli. Un ostacolo però si è presentato quando le delegazioni egiziane hanno scoperto che le componenti di ammodernamento di alcuni materiali proposti erano di origine israeliana. La Spagna ha fornito assistenza soprattutto per la vendita delle sue due fregate Descubierta. Il Regno Unito, dopo una lunga eclisse dal l 954, ha ripreso la sua assistenza nel 1983 con una serie di manovre navali congiunte, anche se di importanza limitata. Tuttavia il maggiore acccento è nella cooperazione per il rinnovo dei carri T-54/55 e di alcune classi di naviglio leggero. Nel 1986 sono state aperte due linee di credito per un totale di 150 milioni di sterline. La Germania ha già al suo attivo la cooperazione sui veicoli blindati Walid e Fal1d, ed assiste l'Aeronautica egiziana nel passaggio dei piloti al C-1 30H. I due ministri degli Interni hanno esaminato nel 1986 la possibilita' di cooperare nella lotta a terrorismo, droga e crimini internazionali. In questo settore va ancora ricordato quanto segue: -Grecia: coopera alla manutenzione dei C-130; -Turchia: firma MoU nel 1984 per l'integrazione industriale per la produzione del Mirage 2000; accordo per la formazione di personale e l'installazione di postazioni antiaeree; - Svezia: accordo per il trasferimento di tecnologie nel settore elettronico; - Romania: fornitura di pezzi di ricambio per materiali russi, inoltre vendita di cruri M-77 per conto dell'Iraq; esiste anche un non meglio precisato accordo tripartito egizio-rumeno-iugoslavo (1983) per la produzione di armamenti in comune; - Jugoslavia: dall983 protocollo di fornitura e trasferimento di tecnologia; - Repubblica Democratica Tedesca: MoU per produzione di motori civili e militari (1985); - Brasile: trasferimento di tecnologia per l'addestratore e aereo d'attacco leggero Tucano; - Corea del Nord: forniture di ru·mamenti e trasferimento tecnologie del SA-2; -Israele: accordo per l'acquisizione di nuove tecnologie (1986); - Pakistan: accordo di cooperazione tra le marine; - India: accordo di cooperazione aeronautica; dal 1983 partite missioni esplorative; - Sudan: Patto di clifesa comune che prevede: stand;:trdizzazione dell'armamento, coordinamento dell'addestramento, rafforzamento negli scambi di cadetti, costruzione di un arsenale nella valle del Nilo; istituzione di un Consiglio congiunto di difesa e produzione militare. 103


Rapporti militari con l'Italia Fonti israeliane parlano di un prestito di $50 milioni (n.conf.). Nell'ottobre del 1982 è stato firmato un MoU di cooperazione bilaterale per progetti industriali, scambi d 'informazioni e cosviluppi. Riguardo ai progetti industriali il maggiore ostacolo è stata la scarsità di fondi da parte egiziana. Nel giugno 1986 è stato invece firmato un accordo tra i ministri degli Interni per rafforzare la cooperazione in materia di polizia e sicurezza. Fino alla defenestrazione del maresciallo Abu Ghazala si erano attivate delle esercitazioni navali congiunte, ma non esistono missioni tecniche di istruzione o addestramento. Solo la fornitura di determinati materiali prevede assistenza tecnica da parte di ditte.

SUD AN

Vulnerabilità politico-strategiche La debolezza dell'economia e della classe politica sudanese, unite alla persistente guerriglia nel sud del paese ed ali' importanza geostrategica del paese, sono la principale minaccia alla stabilità del governo sudanese. È auspicabile che, con la firma del trattato di pace libico-ciadiano, Khartoum riesca a riprendere il controllo del Darfur, finora sistematicamente invaso da colonne libiche dirette contro il Ciad e divenuto una terra di nessuno dominata da gruppi di briganti. Tuttavia il nuovo governo si guarda bene dal mantenere rapporti troppo stretti con Tripoli, nonostante il vantaggioso do ut des concluso a danno delle ri spettive opposizioni. Va tuttavia segnalato che proprio nell'ottobre 1990 gli scontri tra ciadiani e appartenenti della Legione Islanùca sono stati violentissimi, mettendo nuovamente in discussione la sovranità sudanese sul Darfur. L'Etiopia, a seconda della situazione regionale, in particolare del livello di aiuti sudanesi alla guerriglia eritrea, ha aiutato I' ALPS (Armata di Liberazione del Popolo Sudanese) del colonnello John Garang o il governo di Khartoum. Dopo il disfacimento del governo centrale etiopico nel corso del 199 l, sono emerse dissidenze armate nel sud del paese e nuove combinazioni di alleanze fra nuclei sudisti e governo centrale. La dissidenza del Sud resta una delle maggiori vulnerabilità del governo. Essenziale resta l'asse strategico Khartoum-Cairo, nonostante il trattato di fusione ed integrazione ecoomica per il 1992 sia rimasto lettera morta già sotto il precedente governo. 104

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Capacità militari Come minaccia per i suoi vicini e per la difesa da aggressioni esterne su vasta scala il Sudan non ha gran peso. La grande difesa è rappresentata dall'immediato intervento egiziano e dal probabile appoggio USA. Per il resto gli interventi di rianimazione delle Forze annate da pa11e di Egitto e USA non possono consentire all'Esercito di battere i guerriglieri del sud, ormai solidamente attestati. L'unica minaccia teorica che il Sudan può costituire è la concessione di basi a potenze ostili, come ha sottolineato la notizia non confermata di dislocamenti di missili ed aerei iracheni durante le gue1ra del Kuwait. Tuttavia anche questa eventualità si è dimostrata assai improbabile nei falli. Non sono state ancora verificate le notizie di massicce importazioni di armi chimiche dall'Iraq nel 1990. Il Sudan ha firmato i seguenti accordi multilaterali a valenza militare: - la Convenzione di Ginevra -iiPTBT -l'NPT con salvaguardie -I'SBT, solo fu·ma - la Convenzione sulle armi inumane (non ratificato) L'Esercito è schierato essenzialmente nelle sue componenti blindate (3 brigate e 2 battaglioni) e paracadutiste a nord del paese, mentre quelle di fanteria con qualche battaglione di artiglieria fanno la guerra a sud. È naruralmente la forza annata più importante. Fra i materiali di punta vanno ricordati: -carri armati di media qualità: *M-60A3: 20 opp. 20 opp. M-60A l 18 tot. 18-20 *M-113 80 opp. 52 opp. 36 - blindati di afra qualità: · *V -1 50 Commando: 54 o pp. 54 o pp. Y-100/-150 100 *AMX-YCI: pochi opp. 5 opp. n.cit tot. 90- 185 * 155mm AMX-13 F.3: li opp. 6 opp. 11 - artiglieria di media qualità: *155mm M-114: 12 opp. 12 opp. n.cit *l 05mm Light Gun: n.cit o pp. 40 o pp. n.cit * l22mm BM-21: 4 opp. n.cit. - lanciarazzi multipli: * 122mm Saqr 80: 6 opp. n.d. * 120mm: 100 opp. n.d. - mortai pesanti: ln quanto all'Aeronautica, l'addestramento dei pilqti e la manutenzione dei mezzi è estremamente carente. Si stima che la maggior parte dei velivoli sovietici sono a terra per mancanza di pezzi. Almeno la metà degli elicotteri sono a terra. ln pratica sono forse operativi 9 F-5.

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La Marina è essenzialmente basata su pattugliatori, ha un capacità operativa bassa.

Assistenza 1nilitare Fra i più importanti aiuti finanziari e materiali ricevuti si contano: - Abu Dhabi; - Egitto: finanziamento di $42 milioni (in armi); dopo la guerra del Kuwait lo stato della cooperazione ha probabilmente risentito della posizione del Sudan; - Kuwait: probabilmente interrotto per la posizione assunta a favore dell'Iraq nella guerra del Golfo; - Arabia Saudita: finanziamento e fornitura armi, probabilmente interrotti per la posizione assunta a favore dell'Iraq; -Giordania: fornitura munizioni; -Libia: finanziamento, forniture di petrolio; -Cina: prestito (forse civile) di $30 milioni; altre fonti parlano di un prestito militare di $57 milioni nel 1981; fornitura di annamenti e cooperazione sempre più stretta; - USA: $5 milioni finanziamento; in cambio di basi per il CENTCOM e nonostante un calo nelle forniture esistono ancora accordi per mutua assistenza militare e forniture in ambito MAP; in più sono state effettuate numerose manovre congiunte; probabilmente gli accordi sono in revisione per la posizione assunta a favore dell'Iraq; - RFG: 12,5 milioni di DM nel periodo 85-87 per la creazione di una scuola di meccanici a Khartoum. Addeslramento in loco è offerto da: -Egitto (possibile sospensione dopo la guen·a del Kuwait); -Cina: per piloti e tecnici di aerei ed elicotteri (ora interrotto per mancanza di velivoli); protocollo di assistenza nel 1985 con missione di 50 persone per Esercito ed Aeronautica; -Libia; -USA: incluso personale di manutenzione; -Regno Unito: 15 consiglieri tecnici; - URSS, che sta proponendo nuovamente della cooperazione dopo l'uscita di scena nel 1971, offrendo missioni tecniche e forniture di pezzi ricambio. Addestramento all'estero: - Egitto: più di 500 ufficiali Esercito, più specialisti aeronautici (possibile sospensione dopo la guerra del Kuwait); - USA: circa 500 Esercito (possibile sospensione dopo la guerra del Kuwait); 106

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-Regno Unito: circa 15 uffic iali dell'Esercito, addestramento piloti ed operatori contraerea (possibile sospensione dopo la guerra del Kuwait); - RFG: circa 200, più alcuni piloti e meccanici (possibile sospensione dopo la guerra del Kuwait); - India; -Arabia Saudita (possibile sospensione dopo la guerra del Kuwait); - Pakistan; -Giordania; -Iraq (interrotto dalla guerra del Kuwait). Assistenza e ma11utenzione: - Romania per elicotteri francesi; -Jugoslavia per revisioni aeree e navali; - Cina per i materiali sovietici.

Rapporti militari con l'Italia

Ufficiali sudanesi dell'Esercito frequentano le scuole militari italiane. Tecnici dell' Agusta, presenti per la manutenzione degli AB-412, forn iscono anche assistenza per i Bo-105.

SIRIA Vulnerabilità politico-strategiche

All'indomani della guerra del Kuwait la Siria è riuscita ad operare un appropriato cambiamento di alleanza che l' ha portata al di fuori del moribondo schieramento sovietico per entrare, prima volta nella sua storia, al fianco delle nazioni occidentali. Questo ha senza dubbio rafforzato le buone relazioni del regime di Assad sia con le petromonarchie del Golfo sia con la troika occidentale (USA, Francia, Regno Unito) più fortemente presente nell 'area. Di certo il pagamento della polizza di assicurazione siro-egiziana da parte degi stati del Golfo contro ulteriori, anche se per ora improbabili, avventure irachene contribuirà a migliorare una situazione economica per ora assai critica non solo per le spese di am1amento per la cosiddetta parità strategica con Israele, ma anche per le spese di conquista e pacificazione del protettorato libanese. Tuttavia i piani di una maggior presenza politico-militare nel Golfo sono stati frustrati dal decennale patto militare separato concluso tra Kuwait e USA, il che ha portato ad un automatico riavvicinamento tra le posizioni di Dan1asco e Teheran sulla necessità di allontanare forze straniere dal Golfo. 107


Israele resta un avversario fonnidabile sul piano militare, ma su quello politico le divergenze paiono essere molto meno grandi che in passato. Il protettorato siriano su Beirut non ha voluto mettere in discussione la fasc ia di sicurezza israeliana a sud e l'unico punto di discussione, ma anche di negoziato piì:1 o meno possibile, appare la vecchia questione del Golan. Tuttavia non va dimenticato che tino ad ora solo una parte dell'elite politica israeliana immagina la possibilità di un compromesso sul Golan, mentre per un vasto settore dell'opinione pubblica il Golan ricorda i tempi in cui la minaccia sugli abitati israeliani era diretta ed inevitabile. L'Iraq per quanto acerrimo rivale politico ed ideologico non appare in grado di poter cercare per un periodo di tempo abbastanza lungo una rivincita o almeno una spedizione punitiva contro Damasco. Naturalmente la minaccia atomica israeliana resta presente anche se non dichiarata, ma i progressi registrati recentemente dalle adesioni al Trattato di Non Proliferazione possono promettere, insieme alle pressioni an1ericane per un negoziato di pace, una prospettiva di futura eliminazione del potenziale israeliano fino a ieri impensabile. Anche le questioni frontaliere con la Turchia (ex-sangiaccato di Alessandretta) non sembra siano destinate ad emergere in questo periodo. La stessa Giordania non appare come in passato nemmeno capace di gestire delle operazioni di destabilizzazione contro il regime. L'unica questione veramente grave, anche se costantemente agitata dietro le quinte, concerne il regime delle acque del Giordano e dell'Eufrate, un problema regionale che per le sue implicazioni, non so lo economico-politi co-ecologiche, ma anche fortemente emotive, rischia di coinvolgere pesantemente tutti gli attori interessati da!Jo sfruttamento di quelle 1isorse idriche. Con ogni probabilità il problema piLl impottante per il regime di Damasco sarà la sua sopravvivenza una volta che il processo di pace sarà terminato e che le difficoltà economiche verranno alla luce in tutta la loro gravità. Finito lo status di alleato privilegiato sovietico nella zona, l'elite siriana non potrà garantire uno sviluppo economico alla sua popolazione solo con il taglieggiamento finanziario del Libano. Un regime abituato a vivere in situazioni di gue1Ta quasi permanente, sarà costretto ad accettare la sfida di gestire una pace mentre nei paesi vicini (Giordania, territori palestinesi, Iraq, Turchia) l'influsso dei partiti islarnisti è destinato a crescere. Nel contesto della crescita del sentimento islamista, l'attività di finanziamento più o meno occulto da parte saudita di gruppi islamisti nel mondo arabo può essere percepita da Assad come una minaccia alla stabilità interna.

Capacità militari Se per capacità combattiva ed esperienza professionale l'Esercito siriano ha ancora una volta dimostrato le sue qualità prima nella complessa guerra civile del 108


Libano poi nel breve conflitto del Kuwait, la maggiore incognita consiste nel manten imento a breve-medio termine del suo potenziale militare. Terminato il rapporto privilegiato con I'URSS, in crisi la già povera economia, i costi del mantenimento · istico di un apparato concepito per una situazione di belligeranza imminente .. .,...hiano di diventare inaccettabili. Anche il finanziamento saudita potrà probabilmente coprire direttamente i costi del dislocamento di una forza siriana in Kuwait, ma non sostenere gran parte della macchina bellica. Gli accordi multilaterali con valenze militari sottoscritti dalla Siria sono i seguenti: - la Convenzione di Ginevra - il PTBT (Partial Test Ban Treaty) - l'OSP (Outer Space Treaty) - I'NPT (Non Proliferation Treaty) senza salvaguardie - la Convenzione BW (Biologica! Weapons), solo firma - la Convenzione Enmod (non ratificata). Per ciò che riguarda l'armamento NBC e veuori missilisrici più fonti indicano la Siria come possessore certo di armi chimiche, considerate come un equivalente "povero" del la capacità nucleare di Israele nel passato piano degli anni '80 inteso a raggiungere la parità strategica con Tel Aviv. È accertata, come si è anche potuto vedere nella guerra del Kuwait, la disponibilità di equipaggiamento di protezione e decontaminazione NBC di provenienza sovietica. Confetmata è la presenza di produzioni e depositi di gas nervini (Tabun e Sarin) e di testate chimiche per i missili, almeno per gli SCUD B. Secondo alcune fonti la provenienza iniziale degli agenti sarebbe sovietica, secondo altri egiziana. Munizionamento chimico è anche disponibile per granate d'artiglieria, bombe e lanciarazzi multipli. Secondo fonti israeliane sarebbero anche presenti agenti binari c bombe cluster per la d ispersione di agenti chimici. Secondo alcune fonti esistono anche testate chimiche per gli SS-2 1, mentre esperti americani ed israeliani ritengono improbabile l'informazione. Attualmente la produzione di armi chimiche è concenu·ata in due-tre stabilimenti a nord di Damasco. Già nel 1987 l'Aeronautica israeliana ha messo a punto dei piani di attacco preventivo per distruggere uno stabilimento di produzione. li know-how della Siria sembra s ia stato messo a disposizione dell'Iran durante le guerra per avviare la produzione di aggressivi chimici in quel paese. Come già notato nella scheda concernente la Libia, questa tecnologia pare abbia continuato il suo percorso da Teheran a Tripoli. Non confermata è la produzione di testate chimiche in proprio per i missili. 109


Nemmeno confermabile è l'aiuto nord-coreano per l'aumento della gittata dei missili. Nel campo delle BW sembra sia in corso una estesa attività di ricerca mentre pare esista una capacità di produzione di botuline ed altri non meglio specificati agenti. Infine, vi sono delle ricerche nel nucleare, ma senza risultati visibili. Si può ricordare ciò che segue nel campo dei missili balistici e dei razzi: * SCUD B: 18 opp. 18 opp. 18lanciatori con 54 missili * SS-21 Scarab: 18 opp. 24 opp. 36 lanciatori con 36 missili * FROG-7: 24 opp. 24 opp. 18 lanciatori con 96 missili * M-1B7: in via di consegna Inoltre sono in uno stato non confermato o sono stati cancellati i seguenti progetti: - M-9 (Cina, 600 km portata): negoziato nell'agosto 1989; - Otrag (su collaborazione libica, 300 km portata): cancellato nel 1981; - SS-23 Spider (URSS, 500 km portata): rifiutato nel 1987. A proposito dei negoziati per gli M-9 si è parlato, ma in maniera non confermabile, dell'esistenza di un accordo saudo-siriano dove, in ricompensa di un intervento siriano in caso di attacco israeliano alle basi missilistiche saudite di IRBM cinesi CSS-2 (1.200 km di portata), Riyad avrebbe finanziato l'acquisto di M-9 per la Siria. I materiali di punta dell'Esercito sono i seguenti: -carri armati di alta qualità8: *T-80: n.cit opp. 200 opp. n.cit ''T-72/T-72M: 1.100 opp. 900 opp. 950 -carri di media qualità: *T-62: 1.000 opp.l.OOO opp. 950 tot. 1.900-2.150 - blindati di alta qualità: *BMP-1/BMP-2: 2.200 opp. BMP-1 2.000 opp.2.250 *BMP-2: n.cit tot. 2.000-2.250 - artiglieria eli alta qualità: *152mm 2S3: n.d. opp. 40 opp. 50 *122mm 2S1: n.d. opp. 70 opp. 100 * 180mm S-23: n.d. opp. 200 opp. lO *152mm M-1976: n.cit opp 200 opp. n.cit * 122mm D-30: n.d. opp. 500 opp. 500 tot. 620-1.050

7 produzione c inese, raggio 108 km. 8 a causa di differenze nella classificazione internaziona le dei carri sovietici il T-12M è talvolta denominato T-80; il T-62 può essere distinto nelle versioni MIK oppure ne lle versioni T-62 e T-62A.

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*240mm: n.d. opp. pochi opp. l O * l60mm: n.d. opp. n.d. opp. 100 * 120mm: n.d. opp. n.d. opp. 400 - Janciarazzi multipli : *240mm BM-23 : n.d. opp. n.d. opp. n.cit *220mm BM-27 : n.d. opp. n.cit. opp.n.cit * 122mm BM-21: n.d. opp. 250 opp. 250 -missili antiaerei, lanciatori: * SA-6 Gainful: n.d. opp. 40 opp. n.cit * SA-8 Gecko: n.d. opp. n.cit. opp. n.cit. ·tSA-9 Gaskin: n.d. opp. 60 opp. na. * SA-13 Gopher: n.d. opp. n.cit. opp. n.d. Per quanto riguarda l' Aeronaulica si ricorda: - intercettori di alta qualità9: *Mig-25 NR Foxbat: 45 opp. Mig-25 NE 30 opp.30 *Mig-29 Fulcrum: 20 opp. 22 opp. 30 - strike di alta qualità IO: *Su-24 Fencer: 20 opp. n.cit opp. 22 - multiruolo di media qual ità: *Mig-23 U/BN Flogger: n.d. opp. Mig-23 BN/-M/-MF/-MS Flogger B/-EI-F 85 opp. M ig-23-BN 60 -aerei di allertamento precoce: *T- 126 Mossi l: n.d. (n.conf.) opp. 2 opp. n.cit *II- 18/-20 Coot: n.cit. opp. n.d. opp. n.cit. -elicotteri armati: *SA-324K/-L Gazelle: 55 opp. 48 opp. 50 -elicotteri d'attacco: *Mi-24/-25 Hind: 60 opp. 57 opp. 50 -elicotteri EW: *Mi-8 Hip J/K: n.cit. opp. 8 opp. 8 - missili antiaerei della d ifesa aerea, lanciatori: * SA-5 Gammon: 8 opp. 48 opp. 48 * SA-6 Gainful: n.cit. opp. 600 opp. 200 * SA-8 Gecko: n.cit opp. n.cit. opp. 60 * SA-Il Gainful: n.cit opp. n.d. opp. n.cit * SA-13 Gopher: n.d. opp. n.cit. opp. n.cit La Marina s iriana è concentrata in tre basi: Latakia, Tartous e Mina ai-Beida. Le sua capacità sono essenzialmente di marina costiera con un nucleo di tre SS sovietici classe Romeo, due fregate ASW classe Petya II ed una ventina di vecchie motovedette sovietiche della classe Komar ed Osa l e Il. La Marina possiede anche capacità di sminamento cd una limitata capacità anfibia con tre LTC classe Polnocny. - mortai pesanti:

9 secondo font i israeliane sarebbero in ordinativo altri 60 Mig-29. IO secondo fonli israeliane sarebbero in ordin:uivo altri 28 Su-24. Il gli aerei sono opcr.ni da equipaggi sovielici.

Ili


Infine essa dispone di brigate di difesa costiera basate su vecchi pezzi d'artiglieria e sistemi missilìstici mobii e fissi, tutti di produzione sovietica: * SS-C- IB Sepal: n.çl. * SS-C-3: n.d. opp. SS-C-1B/SS-C-3: una dozzina

Assistenza militare Aiuti finanziari e materiali da: Libia e Arabia Saudita. Addestramento militare offerto in loco da Cuba e Corea del Nord e all'estero da Francia e Libia.

Rapporti militari con l'Italia Non risultano rapporti militari con l'Italia.

GIORDANIA Vu /ne rabilità politico-strategiche I primi problemi che il regno hashemita deve affrontare restano Israele, i paJestinesi e la Si ria. Questi problemi sono stati aggtavati daJ sostegno politico forrùto da re Hussein a Baghdad dopo l'invasione del Kuwait il 2 agosto 1990. Il primo è la grande potenza regionale in grado di distruggere militarmente il regno al primo tentativo di 1iapertura delle ostilità o di scoperto appoggio all'OLP. La vicenda dei razzi tirati dalla Giordania e le reazioni israeliane avevano già lasciato chiaramente intendere quali sono i rapporti di forza. Questa situazione si è acutizzata durante la guerra del Kuwait quando Israele ha deciso di considerare casus belli qualunque presenza di forze irachene in territorio giordano. I palestinesi sono invece il latente pericolo etnico che ha il potenziale di travolgere il trono di Hussein. Per quanto il re abbia tentato di sganciarsi dal problema della Cisgiordania, non può ignorare le temibili implicazioni dell'autonomia palestinese sul West Bank specialmente sulle popolazioni nel suo regno. Un' altra alternativa non meno pericolosa sarebbe rapresentata dall'espulsione in massa dei palestinesi dalla Cisgiordania verso il regno hascemita. 112


Sia pure assai assorbito nella gestione del proconsolato libanese, la Siria è un ulteriore avversario di calibro. La Siria è tradizionalmente nemica della monarchia hascemita, che peraltro aveva tentato di destabilizzare Damasco aiutando la rivolta dci Fratelli Mussulmani, c che ha notevolmente aiutato l' Iraq durante la guerra Iran-Iraq, favorendo il transito di armi attraverso il porto di Aqaba. Fino all'avvento di una linea politica più pragmatica l' Iran post-khomeinìsta aveva considerato Amman come un altro stato reazionario ed irrcligioso. Un problema meno conosciuto, ma di potenziale esplosivo è la questione dello sfruttamento delle scarse risorse idriche mediorientali, il quale coinvolge anche Turchia, Siria, Iraq ed Israele. Fino a che la Giordania non avrà una rete integrata di difesa aerea essa sarà sempre alla mercé di un attacco di !>orpresa. Non è escluso che Anunan voglia dotarsi di missili balistici ed anni chimiche, anche se né condizioni finanziarie, né politiche hanno permesso alcuna acquisizione. Esiste la base tecnologica per la produzione di anni chimiche e biologiche, ma non è stata registrata alcuna attività per ottenerle. Nessuno sforzo è stato fatto per avere armi nucleari. Questi sono gli accordi multilaterali a valenza militare sottoscritti dalla Giordania: - la Convenzione di Ginevra - il PTBT (Partial Test Ban Treaty) - I'OSP (Outer Space Treaty) - I'NPT (Non Proliferation Treaty) con salvaguardie - I'SBT (Sea-Bed Treaty) - la Convenzione BW

Capacità militari

L' Esercito giordano è noto in tutto il Medio Oriente per la qualità dei quadri e dell'addestramento, in cui si sono fortemente conservate impronte britanniche. La sua funzione essenziale è di creare un credibile deterrente. Possiede capacità di protezione e decontaminazione individuale NBC. Le difficoltà economiche del dopoguerra lo stanno costringendo a passare dalla relativamente grande forza sotto le armi di 130.000 uomini, tra professionisti e coscritti, ad una forza volontaria di l 00.000 uomini per le tre Forze annate. Per il 1992 il servizio di leva di due anni verrà abolito e verrà continuata la transizione ad una forza di volontari. La fine degli aiuti statunitensi ha creato anche enorm i problemi di sostegno logistico per tutti i materiali di provenienza americana. Tutte le operazioni anche di addestramento sono state ridotte al 30%. 113


Conseguentemente le priorità dell'Esercito giordano sono: - ridurre la quantità a favore della qualità; - aumentare la moqilità delle forze; - terminare lo spiegamento dei sistemi di guerra elettronica. Tmaggiori sistemi d'arma si contano come segue: - carri armati di alta qualità:

- carri armati dj media qualità:

*Chieftain (Shir l): 275 opp. 274 opp. 270 *M-60A3: l 00 opp. 120 opp. *M-60Al/A3 218 tot. 385 ca. *Centurion: 290 opp. 293 opp. 291 *M-60A 1: 100 opp. 150 opp. M-60Al!A3 218 tot. 415 ca tot. complessivo 800

-blindati di alta qualità:

*BMP-1: 25 opp. *BMP-2 32 (+ BRM-lK 17) opp. n.cit. *M-113 A1/A2: 1240 opp. 1275 opp. 1200 tot. 1.270 ca.

- artiglieria di alta qualità:

*203mm M- 110 SP: n.d. opp. 56 (A2) opp. 24 *155mm M-109 SP: n.d. opp. 126 (A l/A2) opp. I 08 (A2) tot. ca. 182

-missili a/a di alta qualità:

*SA-8 Gecko: n.cit. opp. 48 opp. 20 *SA-13 Gopher: n.d. opp. 36 opp. 20 tot. ca. 84

L'Aeronautica era destinata a potenziarsi significativamente con la prossima acquisizione di 8 Tornado TDS e 12 (+8) multiruolo Mirage 2000. Il contratto Mirage 2000 comprende il refitting dei Mirage F-1 C/E, mentre gli F-1C saranno portati al livello E. Le basi sono dotate tutte di shelters per i veli voli. Tuttavia, entrambi i contratti per difficoltà finanziarie sono decaduti. Le già citate difficoltà economiche inducono la forza armata a considerare la vendita dei suoi meno pregiati 25 caccia F-5. Contatti sono stati avviati con la Grecia. In futuro non si posso escludere, nonostante l'appannamento delle relazioni dovuto alla posizione filo-irachena tenuta durante la guerra, legami più forti con paesi (Egitto, Arabia Saudita) che posseggono gli stessi aerei da caccia avanzati, 114

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tanto più che l'Arabia Saudita potrebbe estendere in caso di guerra lo scambio di dati del suo sistema Peace Shield, operativo nel 1992. Un altra possibile cooperazione bellica più volle ventilata prima e durante la guerra del Kuwait era con la difesa aerea irachena. I principali sistemi in dotazione sono: -intercettori di media qualità: *Mirage F-1 C/E: 34 opp. Mirage F-1 C 17 opp. 16 *Mirage F-IE: 17 opp. 17 tot. 34 Per la difesa antierea sono disponi bilie: -batterie: * 1-Hawk: 14 opp. 14 opp. 14 * SA-8 Gecko: lO opp. n.cit opp. n.cit -lanciatori: *1-Hawk n.cit opp. 84 opp. 126 fmissilil *SA-8 Gecko: n.cit opp. n.cit opp. n.cit Data la particolare posizione geografica della Giordania, essa non ha bisogno di una vera e propria Marina. Tra gli effettivi ci sono alcuni incursori. Un battaglione motorizzato sarebbe destinato alla difesa costiera. Con la restituzione del Sinai all'Egitto la Giordania è meno condizionata dal controllo navale israeliano.

Assisten:a militare Aiuti finan:iari e materiali da: - USA: aiuti e prestiti per $40 milioni. La Giordania ha ricevuto diversi fondi IM ET, MAP e forniture FMS. Tuttavia gli aiuti americani sono anche fortemente influenzati dai tatticismi della diplomazia di Washington in Medio Oriente e dagli ostacoli congressuali creati dalla lobby filo-isrcaliana. Noti sono i rifiuti a vendere missili Stinger o Hawk, aerei F-20 Tigcrshark o F-16, missili Maverick, blindati Bradley. I fondi destinati alla Giordania per il 1988 non permettono nuovi acquisti di armi, ma miglioreranno le scorte logistichc c gli scambi tra ufficiali; - URSS : dopo i ripetuti rifiuti americani, re Hussein ha ottenuto daii'URSS importanti vendite di materiali di difesa aerea e blindati per l' istituzione di quattro brigate contraeree e unità da ricognizione. Probabili forniture di armi da fanteria a lle forze paramilitari; - Regno Unito: fino agli anni '70 il solo fornitore militare di Amman. Negli anni '80 forniture di Tornado, veicoli blindati Warrior, razzi controcarro LAW, pattugliatori e materiale di telecomunicazione; -Cina, fornitura di materiali, forse destinati alle forze paramilitari per $10 milioni; l l5


-Arabia Saudita: finanziamenti per acquisti di armi. Recentemente Riyad non ha voluto finanziare gli acquisti di Tornado e Mirage 2000, ma ha proposto assistenza per il personale. I fondi sauditi sono essenziali per lo sforzo militare giordano; -Iraq: fond i per l'acquisto di mateiiali sovietici in cambio del sostegno logistico e "triangolare" (obici GHN-45) fornito durante la guerra del Golfo. InoltTe forn iture gratuite di materiali occidentali catturati agli iraniani e cessione di una fascia frontaliera; - a iuti interarabi (soprattutto Arabia Saudita e Kuwait) $454 milioni, poi non piĂš rinnovati al vertice di Algeri; - Belgio: vendite di armi leggere; -Spagna: vendite di addestratoli; - RFG: forniture armi leggere e due elicotteri; -Jugoslavia: forniture di armi leggere per le forze paramilitari; -Brasile: forniture di blindati per le forze pararnilitari; Addestramento militare in loco offerto da: - USA : istituito un comitato per la cooperazione militare bilaterale. Consiglieri e manovre congiunte con l' USAF e le forze speciali riguardanti USCENTCOM. Ogni tre anni vi sono esercitazioni tra specialisti della difesa aerea giordani e americani. Esiste un gruppo permanente di 18 consiglieri e degli istruttori presso l'Accademia aeronautica. Inoltre vi sono diverse missioni di assistenza limitate nel tempo e nello spazio; - URSS: circa 25-30 consigl ieri; - Regno Unito: alcuni consiglieri. Un consorzio privato, specializzato in analisi strategiche, pianificazione operativa e formazione del personale ha un ufficio ad Amman; - Egitto: firmato accordo di cooperazione militare per lo svolgimento di manovre congiunte, industria di difesa, sanitĂ , scambi di esperti. Istituito un comitato congiunto. Manovre congiunte, forse limitate all'addestramento delle forze speciali. Probabile presenza di una stazione radar egiziana. Presenza di consiglieii non confermata; - EAU: prestito di personale aeronautico; - Pakistan: istruttori aeronautici; Addestramento all'estero offerto da: -Regno Unito: alcuni ufficiali; - Egitto; -Francia; - Pakistan; -Arabia Saudita; - USA: circa 400 ufficiali; - URSS: piĂš di 200 ufficiali; Assistenza e manutenzione: RFG, per aerei da trasporto.

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Rapporti militari con l'Italia Nessuno. Attualmente l' interesse giordano è rivolto solo alla fornitura di a lcuni mateiiali dell'industria italiana della difesa. Nel 1986 visita del min istro e del CSM della Difesa ad Amman. La Beretta ha fornito alcuni fucili d'assalto, ma il mercato per l'Italia è allualmente chiuso da concorrenti più piazzati come USA e Regno Unito.

IRAN

Vulnerabilità politico-strategiche Terminato il conflitto Iran-Iraq e soprattutto la guerra del Kuwait, ritiratasi l'Armata Rossa dall'Afghanistan, l'Iran appare in una posizione di relativa sicurezza rispetto ai suoi vicini precedentemente più aggressivi o minacciosi. L'URSS, che non esiste più, no n è più in grado di intervenire in Afghanistan per un lungo periodo ed ha praticamente abbandonato il suo già tenue controllo dell'Oceano Indiano con il ritiro dai suoi avamposti navali delle isole Dahlak (stretto di Bab e l Mandeb) e di Cam Rahn (Yietnam) e da quello politico in Mozambico. L'Iraq non appare in condizione di ripetere con successo il suo conflitto con Tehran, anzi la sua posizione di difensore del mondo arabo è stata seriamente scossa con l'invasione del Kuwait. Con il Pakistan non vi sono seri contenziosi a parte il perdurante problema dell 'irredentismo baluchi, che però non pare essere alla ribalta. Le fonti di maggiori problemi sono sul Golfo Persico ed al confine con l'cx-URSS. Nel Golfo Persico gli equilibri locali sono stati seriamente compromessi dalla dislocazione permanente di forze (ridotte) e basi (essenziali) americane in Kuwait, nonché dai saldissimi vincoli saudi-americani. Insieme alla Siria, l'Iran è il maggior danneggiato daJJa conclusione del patto di sicurezza USA-Kuwait, anche se i legami tradizionali con l'Oman possono costituire un punto di parenza per evitare l' isolamcnro politico-militare. Ai confini con le repubbliche di Armenia, Azerbaijan e Turkmenistan la turbolenta dinamica politica può costituire altrettante occasioni di intervento o instabilità per l'Iran. Lo stesso ragionamento, sia pur~ su una scala molto più ridotta, vale per l'Afghanistan. Un punto interrogativo per il futuro dei rapporti siro-iraniani è costituito dalla presenza di Hezbollah nella valle libanese della Beqa'a. Fino a quando la

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milizia filoiraniana sarà funzionale al proconsolato si1iano essa potrà sussistere in forma di encLave più o meno ufficiale, ma in un quadro di progressiva stabilizzazione del Libano l'esistenza degli Hezbollah dipende sempre più operativamente e logisticamente dali' arbitrio siriano.

Capacità militari La guerra Iran-Iraq ha terminato di distruggere le residue capacità di guerra convenzionale sopravvissute al crollo del regime dello scià. L'obsoleto e scarsamente integrato arsenale iraniano può essere impiegato con successo in difensiva ed in missioni eli attacco su obbiettivi politici particolarmente vulnerabili. Le capacità di intervento e destabilizzazione attraverso 1'!-iso di milizie e terroristi, per quanto opportunamente messe in sordina durante la guerra del Kuwait, non appaiono operativamente minate, anche se l'avvio di un processo di stabilizzazione in Medio Oriente potrebbe smussarne l'impatto politico. Tuttavia non va dimenticato che la fragilità politico-sociale delle petromonarchie rappresenta sempre un notevole vantaggio per gli interessi ideologico-politici iraniani. La spaccatura b·a mondo sciita, speranza dei diseredati, e il ricco ed ineguale mondo sunnita del Golfo sussiste. Sono invece aumentate le possibilità di impiego di armi NBC sia pure ad un livello operativamente ben più inferiore dell'Iraq. L'Iran non ha le capacità militari per imporsi come grande potenza mi litare nel Golfo, ma la vulnerabilità dei suoi vicini, specie le petromonarchie, è ancora maggiore dei limitati mezzi disponibili. Per quanto riguarda l'armamento NBC e vettori missilistici occorre osservare che la guerra Iran-Iraq ha dato un notevole impulso alla fabbricazione di armi chimiche. Si sospetta l'esistenza di almeno due centri di ricerca e produzione, mentre esistono depositi di fosgene, iprite e cianogeno. Gli agenti possono venire impiegati con bombe d'aereo o proietti d'artiglieria. La produzione di nervini appare iniziata, ma il tipo di agente non è noto. Anche nel campo delle BW la guerra ha spinto programmi di ricerca ampi, che potrebbero aver avviato la presente produzione su scala limitata di agenti. Infine il programma nucleare militare dello scià, crollato con la rivoluzione khomeinista del 1979, è stato riavviato nel 1981 dopo l'invasione irachena. Innanzitutto sono continuati gli studi sul piccolo reattore d eli' università di Tehran. Nel 1983 è stato ripreso il programma di separazione di radioisotopi con la tecnologia laser, che già era stato molto ben impostato ai tempi dello scià. Un anno dopo Khomeini cercò di far continuare, apertamente ed occultamente, la costruzione dei due reattori tedeschi di Bushehr (1.300 MW). Tuttavia le due centrali furono ripetutamente bombardate dagli iracheni. 118


Nel dopoguerra sono emerse numerose notizie che indicavano l'ampliamento dei programnù di formazione di tecnici nucleari e tentativi di ottenere assistenza da: Argentina, Pakistan, Spagna, Germania, Corea del Sud. Se è improbabile che l'Iran riesca a dotarsi di armi prima della fine degli anni '90, è assodato che non risparmia sforzi in questa direzione. Elenchiamo qui di seguito i principali dati circa missili balistici e razzi: - lanciatori: *SCUD B: n.d. *lran-130: n.d. *Oghab: n.d. *Fajr-3: n.d. Altri possibili programmi riguardano: - M-9: possibile ordine alla Cina; - un missile non identificato (forse FROG modificato) con portata da 225 km. L'Iran ha firmato i seguenti accordi multilaterali con valenza militare: - la Convenzione di Ginevra - il PTBT (Partial Test Ban Treaty) - I'OSP (Outer Space Treaty) - I'NPT (Non Proliferation Treaty) con salvaguardie - I'SBT (Sea Bed Treaty) - la Convenzione BW (non ratificato) - la Convenzione Enmod (non ratificato). l materiali di punta nell'Esercito si contano come segue: - carri armati di media qualità: *T-72: pochi *T-62: 150 *M-60Al: 200 *Chieftain Mk.3/5: 150 tot. 500 - blindati di alta qualità: *BMP-1:100 *M-113: 80 - blindati di media qualità: tot. 180 - artiglieria di alta qualità: *203mm M-110: IO * 155mm M-l09AI: 250 *155mm G-5: 50 * 155mm GHN-45: 140 - artiglieria di media qualità: * 175mm M-107: 35 tot. 450 - mortai pesanti: * 120mm: 3.000 - lanciarazzi multipli: *122m m BM-21: 65 *Astros IT: n.d. -elicotteri d'attacco: *AH-11: 50 119


-

Per quanto riguarda l'Aeronautica: multiruolodi media qualità: *F-4D/E: 40 aerei di allertamento precoce: *F-14A: l O missili antiaerei della di fesa antiaerea (dipendente dali' Aeronautica): lanciatori: *Hawk-1: 57

-~~ro~:

~~~5

La Marina ira niana dispone el i un nucleo di 10 relativamente moderne FAC Combattante II. Il resto del naviglio da guerra piLI importante (3 DDG e e 3 FFG) non appare realmente efficiente per mancanza eli manutenzioni aggiornate ed approfondite. Anche la notta da sbarco, di per sè non trascurabile (26 tra navi ed imbarcazio~). non appare al meglio delle sue condizioni operative, per quanto possa essere di più facile manutenzione rispetto a navi più complesse. infine non va sottovalutata la presenza di u~tà di sornmozzatori da combattimento equipaggiati con almeno tre ~ni-sottomarini di cui uno nord coreano c due di provenienza incerta (locale o italiana). La difesa costiera è assicurala da: *HY-2 Silkworm: 100 - lanc iatori : *C-80 1: 100

Assisten:a militare Addestramento militare in loco offerto da: Cuba, Libia (n.conf.), Corea del Nord, Cina, Siria. Addestramento all'estero offerto da: Francia, Corea del Nord, P akistan, Cina, Cuba (n.conf.).

IRAQ Vulnerabilità poiitico-st rategiche Dopo una cocente sconfitta nella guerra del Kuwait e la spietata repressione delle rivolte nel sud e nel nord del paese, il regime d i embargo lascia l'Iraq estremamente isolato e debole sulla scena internazionale e su quella regionale . Per un lungo periodo el i tempo Saddam Hussein non sarà in grado di intraprendere azioni s ignificative nei confronti dei suo i vicini . Attualmente le minacce p iù serie per Baghdad sono: -gli USA, impegnati fino in fondo a promuovere la disu·uzione degli arsenali NBC ed a favorire la caduta del presidente; 120


-l'Iran, che non rinuncerà in ogni modo a favorire gli sfortunati correligionari sciiti, anche se la perdurante pace alle frontiere esclude una ripresa delle ostilità; - la Turchia, fino a che continua a nutrire velate mire annessionistiche su Kirkuk. Pur non essendo di stretta attualità, anche se costantemente agitata dietro le quinte, non va dimenticata la disputa che riguarda il regime delle acque del Giordano e dell 'Eufrate, un problema regionale che per le sue implicazioni, non solo economico-politico-ecologiche, ma anche fortemente emotive, rischia di coinvolgere pesantemente tutti gli attori interessati dallo sfruttamento di quelle risorse idriche. Più difficile da prevedere è come resterà stabile il regime di Saddam Hussein dopo aver represso con successo le rivolte interne. Il suo regime ha dimostrato di avere Forze armate in grado di mante nere l'ordine, ma non tali da escludere che il prolungato assedio internazionale possa favorire una congiura di palazzo per spodestare l'attuale presidente.

Capacità militari Mentre dei dali più ponderati sulle perdite subite dall'Iraq durante la guerra del Kuwait mancano, appare fuori di dubbio che le Forze armate irachene sono· state ancora in grado di mantenere al potere l'esistente regime. Ciò vale soprattutto per l ' Esercito e per la parte meno pregiata d eli' Aeronautica, mentre la Marina è stata virtualmente distrutta. Interrogativi ancora più inquietanti vengono posti dall 'esistenza di missili e siti di lancio sfuggiti ai bombardamenti alleati. Tuttavia il potenziale militare iracheno ha subito un duro colpo che avrà effe tti duraturi sugli equilibri militari regionali. Esso sarà ancora in grado di minacciare i suoi vicini più deboli , ma non potrà lanciarsi in grandi imprese come nel passato. Per quanto rig uarda l'armamento NBC e vettori missilistici la guerra del Kuwait ha rivelato in tutta la sue este nsione i programmi chimici dell'Iraq, anche se l'impiego delle armi C è stato sporad ico e si è limitato alla detonazione di qualche mina chimica di fabbricazione sovietica. L'Iraq disponeva di imponenti impianti di ricerca e produzione a Sahnan Pak, Habbaniyya e Samarra per la produzione di iprite, Tabun e Sarin, nonché di agenti nervini persistenti. Le capacità in termini di vettori erano complete e comprendevano: testate di missili, razzi per lanciarazzi multipli, granate d 'artiglieria, mine e sistemi di nebulizzazione aerea. Le recenti ispezioni sono l'egida dell'ONU hanno portato a concludere che l'Iraq aveva in corso un programma di ricerca sulle armi biologiche all'interno 121


delle installazioni di Salman Pak. Gli agenti studiati erano tra i più pericolosi ed includevano: antrace, gangrena gassosa, tularemia, botulina. brucellosi. Particolare rilievo ha avuto naturalme nte la scoperta dei programmi di produzione di armi nucleari. Oltre al fallito tentativo di attivare una filiera militare con il reattore Tamrnuz, oggi appare sempre più evidente l'ampiezza del programma segreto di Baghdad. Secondo fonti israeliane, l'Iraq ha investito complessivamente 4 miliardi di dollari ed impegnato circa 20.000 persone nello sforzo. I primi sforzi di ricerca sono partiti nel 1959 con l'ordine di un LWR da 5 MW (denominato IRT-2000) aii'URSS. Successivamente fu acquistato dalla Francia nel 1976 il reattore Isis o Tammuz II, un LWR da 800 KW, e soprattutto il reattore Osiraq o Tammuz I, che sarebbe stato in grado di produrre materiale per almeno tre testate nucleari. Le ispezioni dell'IAEA furono vanificate da opportuni accorgimenti legali e pratici. Mentre l'Iraq, dopo il bombardamento di Osiraq, si è particolarmente sforzato di acquisire le tecnologie connesse alle centrifughe a gas senza troppo successo nel compiere il critico passaggio dal possesso di gran parte delle tecnologie nucleari a tutte, le ispezioni dell'ONU hanno rivelato che un notevole sforzo tecnologico parallelo era in corso avvalendosi dei calutroni, una componente di produzione nucleare obsoleta, ma efficace. I missili balistici e razzi iracheni appartengono ai seguenti sistemi: SCUD B; FROG-7; Al Hussein; Al Abbas; Tamrnuz. li numero dei lanciatori non è calcolabile dopo la guerra. L'Iraq ha firmato i seguenti accordi mulrilaterali a valenza militare: - la Convenzione di Ginevra -il PTBT (Partial Test Ban Treaty) -l'OSP (Outer Space Treaty) -l'NPT (Non Proliferation Treaty) con salvaguardie -l'SBT -la Convenzione BW (Biologica! Weapons), solo firma - la Convenzione Enmod, solo ftrma I materiali di punta nell'Esercito sono: -carri armati di media qualità: *T-72ff-72M: 72012 *T-62: 720 tot. 1.440

12 tutte le cifre riguardanti i materiali terrestri tengono conto di una riduzione media del 40% rispello a cifre stimate prima della guerra del Kuwait, risullanti da perdite in battaglia, materiali abbandonati o divenuti inservibili a livello logistico. 122


- blindati di alta qualità

*BMP-1: 360 *BMP-2: 60 *Engesa EE-9/ Il : 180 tot. 600

- artig lieria di alta qualità:

*210mm Al-Faw: n.d. * 155mm GCT: 51 * 155mm Majnoon: n.d. * 122mrn D-30: n.d. * l55mrn G-5: n.d. * l55mm GHN-45: n.d. tot. n.d.

- mortai pesanti:

* 160mm: n.d. *120mm: n.d.

- lanciarazzi multipli :

*400mm Ababil-100: n.d. 300mm Astros SS-60: n.d. *262mm Ababil-50: n.d. * 180mm Astros SS-40: n.d. * 127mrn Astros SS-30: n.d. *122mm BM-21: n.d. *122mm Firos-25: n.d.

- missili antiaerei, lanciatori:

*SA-6 Gainful: n.d. *SA-8 Gecko: 20 *SA-9 Gaskin: n.d. *SA-13 Gophcr: n.d. *Ro land: 54

Per quanto riguarda l'Aeronautica questi sono i maggiori sistemi: - intercettori di alta qualità 13:

*Mig-25 NR Foxbat: (30) *Mig-29 Fulcrum: (40)

- strike di alta qualità:

*Su-24 Fencer: (25)

13 le cifre tra parentesi indicano il trasferimento cd internamento degli aerei in Iran. Quelle con punto interrogath·c rineuono l" incertezza sulle perdite ~ubitc.

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- bombardieri bassa qualità:

*Tu-22 Blinder: 8? *Tu-16 Badger: 8? - multiruolo di media qualità: *Mig-23 BN Flogger: 90? *Mirage F-1EQ5/EQ5-200: 84? *Su-25 Frogfool: 50 - aerei di allenamento precoce: *Adnan: l? -elicotteri armati: *SA-324K/-L Gazelle: 50? *Hughes 530F: 26? *Hughes 5000: 28? *Hughes 300C: 28? *B0-105: 30? *SA-365 Dauphine Ir: 6? (ASUW) *SA-321 Super Frelon: IO? (ASUW) -elicotteri d'attacco: *Mi-24llind: 40? - nùssili antiaerei, batterie: *SA-2/SA-3: 36 La Marina irachena o per sequestro delle autorità italiane o per distruzione durante la guerra del Kuwait praticamente non esiste più. La difesa costiera è assicurata da un un numero n. d. di Hai-Ying 2 Silkworm.

Assistenza militare Non è dato a ttualmente di sapere se e chi fornisce aiuti finanziari e materiali all'Iraq. Con ogni probabilità, finché dura la tensione tra Baghdad da una parte e gli USA e la maggioranza della comunità internazionale dall 'altra, tutta l'attività di rapporti e scambi militari sarà praticamente bloccata. Lo stesso vale per l'addestramento militare offerto inlocolall'estero.

Rapporti militari con l'Italia Un contenzioso con ogni probabilità destinato a non risolversi sulla fornitura di una flotta da guerra di 11 navi mai portata a termine.

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