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RIVISTA MILITARE 2000 N.3

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Maggio Giugno 2000

Euro 2,06 Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c Legge 662/96 - Roma

Clausewitz il PRussiaNO intervista al Prof. Gian enrico Rusconi uN NuOVO eseRCitO PeR uNa NuOVa euROPa le NuOVe FRONtieRe Della COMuNiCaziONe VeRsO FORze aRMate PROFessiONali


www.esercito.difesa.it riv.mil@flashnet.it ras.es@flashnet.it

ATTUALITÀ

in breve...

MASTER IN PEACEKEEPING

Si vis pacem para studium pacis (se vuoi la pace prepara lo studio della pace). Lo Stato Maggiore dell’Esercito e l’Università «Roma 3», mutuando l’omologo motto romano si vis pacem para bellum, intendono diffondere la cultura della pace mettendo insieme le esperienze comuni per creare una nuova figura professionale, il Peacekeeper, cioè il «paciere», il tutore della pace. Questa nuova figura servirà a fornire le competenze necessarie ad un moderno operatore di pace, al di fuori dell’ideologia e del moralismo con i quali si è ritenuto di dover circondare, finora, la cultura della pace. La pace, al pari della guerra, va costruita giorno dopo giorno, va organizzata, va studiata come ogni altra disciplina sociale. Essa va tolta dal limbo della buona volontà dei singoli per diventare, al pari della guerra che si studia negli istituti di formazione militare, una disciplina universitaria. Oggi i compiti di un esercito moderno non sono più quelli di condurre guerre di «scasso», di distruzione, ma quelli di assicurare la pace e la giustizia. Con tale spirito è nato il protocollo d’intesa tra l’Università e lo Stato Maggiore dell’Esercito, firmato solennemente il 25 febbraio scorso, per effetto del quale ha già preso il via un Master, diretto dalla professoressa Maria Luisa Maniscalco, che ha la durata di 18 settimane e si articolerà secondo i seguenti moduli: contesto generale, relazioni internazionali e security studies, sociologia del peacekeeping, case studies. Sono sta-

ti selezionati 26 tra Ufficiali e Dirigenti della Difesa nonché 30 civili, tutti in possesso del Diploma di Laurea. È la prima volta, in Italia, che avviene un esperimento simile. Consentirà lo sviluppo della cultura della sicurezza, quale indispensabile patrimonio professionale per quanti sono destinati ad operare nelle aree a rischio. L’OSSERVATORIO PERMANENTE PER LA QUALITÀ DELLA VITA E IL PRIMO CONCORSO, APERTO ALLE DONNE LAUREATE, PER IL RECLUTAMENTO DI UFFICIALI A «NOMINA DIRETTA» Lunedì 20 marzo presso la Biblioteca Centrale dello Stato Maggiore dell’Esercito, alla presenza della Prof.ssa Laura Balbo, Ministro per le Pari Opportunità, dell’On. Paolo Guerrini, Sottosegretario di Stato alla Difesa, del Sen. Doriano Di Benedetto, Presidente della Commissione Difesa del Senato, e del Ten. Gen. Giuseppe Orofino, Comandante del COI, si è tenuta la Conferenza Stampa per la presentazione dei lavori dell’Osservatorio Permanente per la qualità della vita nelle Caserme e del primo Concorso, aperto alle donne, per il reclutamento di Ufficiali laureati «a nomina diretta». Alla Conferenza Stampa, coordinata dal Brig. Gen. Giorgio Ruggieri, Portavoce dell’Esercito, sono intervenuti il Ten. Gen. Francesco Cervoni, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e gli accademici che collaborano nello studio per la lotta agli episodi di nonnismo, l’acco1


Far entrare le donne nelle Forze Armate non significa inseguire l’esasperato tentativo di una assoluta parità con l’uomo nei percorsi addestrativi e d’impiego. Viceversa significa mettere sullo stesso piano il soldato Joe e il soldato Jane nel rispetto delle reciproche differenze.

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ATTUALITÀ

in breve...

glienza delle donne e la creazione dell’Agenzia per la qualità della vita, quale braccio operativo dell’Osservatorio. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, nel portare il saluto alle autorità ed ai giornalisti intervenuti, ha messo in risalto l’importanza del lavoro svolto dall’Osservatorio ed ha poi posto l’accento sul fatto che l’ingresso di donne Ufficiali in possesso di nuove professionalità, attualmente non presenti nella Forza Armata, avrà come caratteristica l’assoluta parità con i concorrenti uomini senza la determinazione di quote di posti a concorso riservati alle donne. Sono seguiti gli interventi del Prof. Vittorino Andreoli, del Prof. Fabrizio Battistelli, del Prof. Giovanni Battista Sgritta e della Prof. ssa Maria Luisa Maniscalco che coordina, insieme ad altre studiose ed esperte, per conto dello SME, il progetto per l’inserimento delle donne nell’Esercito. La Conferenza Stampa si è collegata in diretta televisiva con la trasmissione di RAI 2 «La vita in diretta» durante la quale il conduttore Michele Cucuzza, coadiuvato da due giornalisti presenti in sala, ha presentato due servizi con interviste, sull’arruolamento delle donne, al Ten. Gen. Roberto Speciale, Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito, e alle laureate frequentatrici del Master in marketing istituito presso lo SME. Al termine, il giornalista ha intervistato il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ed il Prof. Roberto Zaccaria, Presidente della RAI, presente in sala insieme al Prof. Giampiero Gamaleri, Consigliere di Amministrazione RAI.

Durante la Conferenza Stampa sono state inoltre raccolte le testimonianze di Debora Corbi, Presidente dell’ANADOS, di Ivana Perina, Coordinatrice delle donne dell’ANPdI, e della Dr.ssa Laura Boldrini, Portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Quest’ultima ha rimarcato l’importanza dell’impegno dei militari italiani nelle PKO per la salvaguardia e la tutela dei diritti dei più deboli. Ha preso poi la parola il Magg. Gen. Pietro Gaeta, Capo del Reparto Impiego del Personale dello SME, che ha descritto brevemente le caratteristiche ed i termini del Concorso a «nomina diretta». Un secondo collegamento in videoconferenza con gli studi della trasmissione radiofonica RADIORAI «Baobab» ha permesso di ascoltare in diretta le testimonianze di un Ufficiale donna spagnolo e di un Sottufficiale donna francese, che hanno illustrato il percorso di integrazione delle soldatesse nelle Forze Armate dei loro Paesi. Tutto ciò tramite collegamento telefonico con i Comandi dei Contingenti militari italiani in Kosovo e Bosnia. Nello studio di RADIORAI erano presenti la Prof.ssa Fatima Farina e la Prof.ssa Alessia Zaretti, le quali, durante l’intervista, hanno presentato il lavoro della costituenda Agenzia per la qualità della vita e i criteri che hanno ispirato la realizzazione e la somministrazione del questionario agli aspiranti Allievi Ufficiali dell’Accademia di Modena, che stanno sostenendo le prime prove di ammissione presso il Centro di reclutamento a Foligno.


Sommario

Numero

3/2000

Maggio - Giugno

«Rivista Militare» ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnica e professionale del personale dell’Esercito e di far conoscere, alla pubblica opinione, i temi della difesa e della sicurezza. A tal fine, costituisce organo di diffusione del pensiero militare e palestra di studio e di dibattito. «Rivista Militare» è quindi un giornale che si prefigge di informare, comunicare e fare cultura.

I Ordini del Giorno all’Esercito. 1 In breve...

POLITICA, ECONOMIA E ARTE MILITARE 4 Clausewitz il prussiano. A cura di Danilo Moriero

38 Il Trattato sulle forze convenzionali in Europa (CFE). Maurizio Boni 46 Austria: le nuove Forze Armate. Intervista al Generale Horst Pleiner, Capo di Stato Maggiore della Difesa. A cura di Enrico Magnani

10 Forze Multinazionali. La nuova frontiera dell’Esercito. Giorgio Cuzzelli

SOCIOLOGIA E PROBLEMI DEL PERSONALE 98 Una riforma epocale. Verso Forze Armate professionali. Emanuela D’Alessio

LEGISLAZIONE 108 Crimini di guerra e giurisprudenza nazionale. Giuseppe Scandurra

STORIA

52 Le nuove frontiere della comunicazione. Ornella Rota

22 I parametri della potenza. Vittorio Barbati 30 Un nuovo Esercito per una nuova Europa. Gianandrea Gaiani

116 Il Corpo di Sicurezza italiano in Somalia. Enrico Pino

58 Italia-Albania. Il sole sorge a Ovest. Giordana Canti

SCIENZA, TECNICA E ADDESTRAMENTO 70 Evoluzione del Centro Trasmissioni. Il Centro Sistemi C4. Angelo Pacifici 80 Una trasferta stressante. Giuliano Ferrari

124 Gli imperatori romani. Marco Ulpio Traiano. Carmine Fiore

RUBRICHE 68 Diritto di Replica. 136 Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen. 142 Recensioni.


Intervista al Professor Gian Enrico Rusconi Karl von Clausewitz è a torto o ragione conosciuto prevalentemente per il suo famoso assioma «la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi». Ma chi è Clausewitz? Cosa si intende per «sindrome prussiana»? Su cosa si fonda il primato della politica? A questi interrogativi ha dato illuminanti risposte il professor Gian Enrico Rusconi, ordinario di Scienze Politiche presso l'Università di Torino, con la sua ultima fatica «Clausewitz, il prussiano». La Rivista Militare ha voluto nuovamente incontrare l’illustre accademico. Questa volta per riflettere con lui sul Generale prussiano, il cui pensiero, da quasi due secoli, costituisce il noumeno dell’arte militare.

di Danilo Moriero *


Professor Rusconi, sull'opera e sulla figura di Karl von Clausewitz si è scritto tanto, in tutto il mondo, sin dalla prima metà dell'Ottocento. Ne hanno scritto studiosi e politici di tutte le tendenze, estimatori e critici. Cosa l’ha indotta a scrivere oggi un nuovo libro dedicato a Clausewitz? Un'esigenza fondamentale. Volevo tirar fuori questo personaggio dalla figurina stereotipata che circola. Intende quella delle citazioni? Proprio così. Dal gioco delle citazioni, specialmente quella sulla «guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi». Clausewitz viene ormai inteso in maniera del tutto banale, mentre il personaggio è complicato e affascinante, come complicato e affascinante è il suo libro più conosciuto, Della Guerra. Lo scopo della mia ricerca è quello di dire: «guardate che il personaggio e la sua problematica non sono così semplici», mettere in evidenza che Clausewitz non ha scritto soltanto il Vom Kriege. Ha scritto tantissimo, è un grande storico. Ecco, limitarsi a tirar fuori il Clausewitz «eterno», fatto di poche citazioni astoriche, significa rendergli un pessimo servizio, perché è soltanto collocandolo dentro il suo tempo che diventa affascinante e utile per chi lo studia. Sin dal titolo del suo libro c'è una sottolineatura: Clausewitz, il prussiano. Addirittura una virgola per marcare questo concetto. Perché? Siamo tornati al punto di partenza. L'intuizione più nota di Clausewitz è che la guerra è espressione di una politica. Ma anche la politica non va intesa in astratto. Clausewitz si riferiva alla politica del suo Stato, quel-

lo prussiano, e del suo tempo. Egli è addirittura l'incarnazione del prussianesimo. Attenzione, però: non stiamo parlando del prussianesimo «cattivo», quello militarista. L'autore del Vom Kriege vive nella fase storica in cui lo Stato prussiano viene letteralmente distrutto da Napoleone, e si ricostruisce lentamente attraverso la guerra e l'esercito; una guerra quindi di ri-

costituzione di una società. Se non è quella dello stereotipo «cattivo» dominante, qual è la Prussia di Clausewitz? È uno Stato di diritto, innanzitutto, con delle componenti liberali in economia, ben amministrato. Quasi un'ossessione, quella della buona amministrazione. 5


Però, anche questo è importante, la Prussia è uno Stato in cui la sovranità è del re. Punto e basta. Il tentativo, Clausewitz compreso, è quello di costruire in Prussia una terza via tra liberalismo e conservazione. Lei traccia un quadro nuovo e quasi rivoluzionario... Un momento. Non voglio camuffare Clausewitz da liberale, perché liberale non era. Ci sono alcune riletture che bisogna ridimensionare. E qui veniamo a temi di carattere tipicamente militare. Si è scritto che la Prussia aveva un esercito, la Landswehr, composto da cittadini in uniforme. Non è così, perlomeno non nel senso che attribuiamo oggi a questa frase. È il cittadino prussiano che fa la guerra, ma non nel senso democratico. È un suddito in uniforme. 6

Lei parla nel libro di una sindrome prussiana che in qualche maniera attraversa il pensiero e l’opera di Clausewitz... Il prussianesimo è il tentativo forzoso di dare un’identità germanica a popoli certamente di matrice germanica, ma diversissimi tra loro, dalla Pomerania alla Prussia orientale, che oggi è parte della Russia, dalla Renania ai polacchi. Insomma, una situazione molto delicata, che si cerca di tenere sotto controllo. Solo in un secondo tempo, comunque dopo Clausewitz, il prussianesimo cercherà una soluzione di egemonia, repressiva. Cos’è la sindrome prussiana? Uno stato così eterogeneo, senza confini naturali, situato in mezzo a tre grandi potenze, la Russia a est, la Francia a ovest e l’Austria a sud, è ossessionato dalla sicurezza. Questa ossessione dei prussiani si trasformerà in un secon-


do tempo in aggressività verso l’esterno. Torniamo agli estremi interpretativi dell’opera di von Clausewitz. Da qualche parte lo si considera addirittura un precursore delle guerre – chiamiamole così, tra virgolette – democratiche. Vogliamo parlare del rapporto tra politica e militari nel suo pensiero? Intanto, per quanto riguarda le interpretazioni, succede a tutti i classici di essere letti in maniera antagonistica. Il nostro non fa eccezione, soprattutto nella lettura critica, non tanto dei francesi, quanto quella degli storici inglesi. Oggi, ad esempio, esiste una benevola interpretazione tedesca di Clausewitz, di cui parlavamo prima, che gli accredita l’idea di un esercito di cittadini in difesa della libertà nazionale. Una certa discrasia tra le interpretazioni deriva, secondo me, dal personaggio stesso. Non nascondo che è incerto, ambiguo e che ha un linguaggio tra l’altro non sempre all’altezza. Clausewitz è un uomo tormentato, sofferente nel fisico, con un pessimo carattere. Egli è tutt’altro che un leader, una specie di fanatico della guerra di annientamento. A proposito: parlava di battaglia di annientamento, non di guerra. C’è stata confusione su questi termini da parte dei suoi interpreti. Chiariamola. Lui parla di guerra di annientamento nel senso che, trovandosi davanti al nemico, lo si deve dapprima sconfiggere sul campo, ma provando eventualmente a «salvarne» lo Stato. Per riuscire a metterlo in condizioni tali da accettare la pace … Certo, che è poi il discorso che

Clausewitz fa nel 1814-’15, quando viene sconfitto Napoleone. Era quella la sua idea di studioso ancora giovane (Clausewitz era nato nel 1780; morirà nel 1831, a soli 51 anni, n.d.r.): distruggiamo Napoleone sul campo, però manteniamo lo Stato francese come elemento di equilibrio. Torniamo al rapporto fra politica e militari. Ne possiamo parlare così come lo intendiamo oggi,

vale a dire come una prevalenza del decisore politico civile sull’elemento militare? No, questa è la lettura benevola che fa Raymond Aron, che pure ammiro molto quando gioca sul termine civile. Alcune volte Clausewitz parla di Gabinetto: è il politico che deve guidare la guerra. Sì, ma non intende nel senso moderno e liberale di questa espressione, perché si riferisce al sovrano. Insomma, quan7


do lui parla di politica ha in mente il sovrano nel senso antico del termine. Tutta la sovranità è nel sovrano. Il popolo è solo il popolo dei sudditi. Si può dire che alcuni concetti di oggi ritornino nel rapporto che egli stabilisce tra politica e guerra? Clausewitz parla di consenso, di bilanciamento tra fini politici e mezzi militari, di validità dei decisori... È così. Negato che nel suo pensiero ci sia del liberalismo nel senso moderno, è altrettanto vero che lui afferma: se non hai il popolo alle spalle, cioè il consenso, non riesci a fare la guerra. C’è un aspetto interessante della sua biografia. Nel 1830 o ’31, poco prima di morire, è sul confine polacco; vorrebbe andare a reprimere i polacchi. E cosa fa? Ne scrive sui giornali, cerca di convincere l’opinione pubblica di allora, che era la borghesia, della bontà della sua posizione. C’è in Clausewitz questa dimensione chiamiamola comunicativa. Non si può fare la guerra se il popolo non è con te. Ripeto, non è un’opzione democratica, anche se il concetto di consenso sembra andare in questo senso. Anche il re Federico Guglielmo III, il quale esce male dai giudizi di Clausewitz, che lo considera un prudentone, era molto attento all’opinione pubblica, al consenso. Sarebbe cambiato il pensiero di Clausewitz sulla guerra se avesse potuto considerare l’enorme sviluppo della tecnologia militare? Questa è una domanda chiave. La grande assente nel discorso clausewitziano, non si può negarlo, è la tecnologia militare. Lui non la vede; non perché sia cieco, ma perché è storicamente legato all’epoca napoleonica, la quale dal punto di vista tecnologico 8

porta assai meno innovazioni rispetto alla seconda metà del secolo. L’autore del Vom Kriege , che è uomo del suo tempo, non coglie la variabile indipendente e dirompente che è per noi la tecnologia. Quindi... Quindi mi dispiace per quelli che vorrebbero poter dire tutto il bene possibile di Clausewitz an-

che rispetto a temi e problemi dei quali non ha mai parlato, semplicemente perché nel suo tempo non esistevano. Egli è invece attualissimo nel discorso della frizione. Sappiamo che la tecnologia alimenta la possibilità dell’errore o del fallimento, che spesso sono molto elevati. Se vogliamo, l’ossessione che Clausewitz ha verso la frizione, l’attrito, è modernissima, anche se lui l’applica alla tecnologia primitiva del suo tempo.


Abbiamo detto dell’importanza che Clausewitz annette al consenso. Oggi, davanti a molti conflitti, si è posto il problema della manipolazione del consenso, filtrato dai media. È possibile un paragone con il tempo del pensatore prussiano? No, questo è un tema che certamente non gli appartiene, non gli può appartenere. Le guerre mediatiche sono soltanto nostre, salvo affermare che, a differenza di tanti militari che si nascondono dietro lo specialismo e guardano con irritazione al dibattito, Clausewitz si tuffa dentro quel dibattito, cerca il consenso attraverso la comunicazione. Questa è una gran cosa, anche se mi rendo conto che non è possibile fare proporzioni con le dimensioni del dibattito odierno. Nella Prussia di quell’epoca la discussione era limitata a quattro giornali liberalborghesi; oggi l’universo mediatico è incontrollabile. L’attualità di Clausewitz è in questo: egli vede la problematica generale entro cui si inserisce la guerra. La guerra non è una cosa astratta, ma è dentro la società che la fa. Una società democratica ipermediatica «produce» una guerra diversa dalle società in cui questi elementi sono assenti.

meno lasciare in piedi quel determinato potere, è un altro discorso. Il decisore politico, che non era un sovrano ma una coalizione multinazionale un po’ caotica, ha deciso che quell’obiettivo militare era coerente con i fini politici della guerra. In questo senso si può dire che la Guerra del Golfo è stata una guerra clausewitziana. Così come lo si può dire, con qualche forzatura, per il conflitto in Bosnia, condotto clausewitzianamente come guerra di popolo.

Sono questi gli unici raffronti possibili, più o meno coerenti. Ripeto: il pensiero dell’autore del Vom Kriege e di tante altre opere importanti va inquadrato nel suo tempo. Il rischio, in caso contrario, è quello di trasformare il pensatore prussiano in una sorta di Nostradamus: la profezia giusta per ogni accadimento, in ogni epoca. Ž

* Giornalista

Secondo i dettami clausewitziani, sarebbe stato giusto concludere la guerra contro l’Iraq così come si è conclusa, cioè con il nonabbattimento del regime di Saddam Hussein? Le rispondo di sì, al di là di tutti i discorsi sulla tecnologia modernissima applicata nel conflitto. Apro parentesi: sappiamo bene che in quel conflitto c’è stata una guerra terrestre convenzionale molto interessante, di cui purtroppo si è parlato poco. Lei mi chiede se la guerra contro l’Iraq si lascia iscrivere nella problematica clausewitziana. Le dico di sì. Se però fosse giusto o

Gian Enrico Rusconi è nato a Meda, in provincia di Milano. Insegna Scienza della Politica alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino. Editorialista de «La Stampa», ha dedicato i suoi studi più recenti allo sviluppo politico e culturale della Germania. Tra le sue più importanti opere meritano la citazione «La crisi di Weimar» (1977), «Rischio 1914» (1987), «Germania, un passato che non passa» (1987), «Capire la Germania» (1990). 9


di Giorgio Cuzzelli *

Il ruolo da protagonista assunto dall'Esercito sulla scena internazionale è strettamente legato all'acquisizione di un elevato livello di integrabilità nei contesti multinazionali. Integrabilità che, per quanto consolidata, si trova oggi di fronte a una nuova sfida: la partecipazione a forze multinazionali estranee alla NATO o alla UE/UEO.

I

lettori ci perdoneranno se, per questa volta, non faremo crollare di nuovo il Muro di Berlino. Non è possibile, tuttavia, fare a meno di rilevare una volta di più che le trasformazioni intervenute nel corso dell'ultimo decennio, nel quadro di riferimento nazionale ed internazionale, hanno profondamente mutato la natura stessa dello strumento terrestre. Venuta meno, ovvero non essendo ragionevolmente ipotizzabile a breve o medio termine una minaccia diretta di tipo militare all'integrità nazionale, l'Esercito si è andato rapidamente trasformando da produttore locale di sicurezza a protagonista della scena internazionale, laddove gli interessi nazionali coniugati alle esigenze di stabilità collettiva ne hanno richiesto l'intervento. La 10


proiezione di Forze legata alla stabilità internazionale è quindi divenuta la vocazione primaria dello strumento, e ad essa sono indissolubilmente legate le trasformazioni in corso, guidate dal comune filo conduttore dell'integrabilità in ambito multinazionale. Integrabilità che ha trovato per ora la sua massima espressione nella partecipazione, ormai consolidata, alle Forze di Reazione della NATO, alle iniziative in ambito UE/UEO – EUROFOR in primis – ed alle diverse coalizioni

per il supporto della pace. Se, tuttavia, gli esempi citati possono in qualche modo essere considerati acquisiti, la costante ricerca di equilibrio nell'ambito di un sistema internazionale sostanzialmente instabile ha portato alla nascita di altre iniziative che, al di là degli aspetti meramente militari, sottendono ad importanti sviluppi sul piano politico. Porremo quindi in evidenza la partecipazione italiana a tre formazioni multinazionali, nate al di fuori della NATO e della UE/UEO e

forse poco note al grande pubblico, ma nondimeno emblematiche, sia dal punto di vista della ricerca di nuovi equilibri tra gli Stati sia sotto il profilo della rinnovata vocazione internazionale dello strumento terrestre nazionale. Si tratta della SHIRBRIG (1), della MPFSEE (2) e della MLF (3). Come vedremo, anch'esse rappresentano, insieme alle sorelle maggiori della NATO e della UE/UEO, la nuova frontiera dell'Esercito Italiano. Tuttavia, prima di esaminarle compiuta11


mente, e allo scopo di comprendere appieno la natura del contributo nazionale ad esse, appare opportuno, in apertura, soffermarsi brevemente sui principi che hanno regolato sino ad oggi la partecipazione italiana ad iniziative multinazionali collocate al di fuori del tradizionale sistema delle Alleanze. LA POLITICA NAZIONALE DI PARTECIPAZIONE In termini generali, diciamo innanzitutto che l'Italia non ha sinora sottoscritto, in sede internazionale, ulteriori obbligazioni di intervento, oltre a quelle già assunte nel quadro del Trattato del Nord Atlantico. Ne consegue, quindi, che le esigenze della NATO e, più in particolare, gli impegni presi nel contesto delle Forze di Reazione dell'Alleanza, hanno carattere preminente rispetto ad altre opzioni di impiego dello strumento militare nazionale. Stabilito questo, e fatte salve le attuali prospettive di costruzione di un'identità europea in materia di Sicurezza e Difesa, con riferimento a contesti diversi dalla NATO le Forze Armate sono comunque pronte ad assumere un ruolo coerente con le missioni di sicurezza internazionale assegnate, e con gli impegni ulteriormente assunti dal Paese, entro i limiti degli interessi nazionali, delle decisioni del livello politico, delle relative priorità di intervento, nonché dell'effettiva disponibilità di risorse e della sostenibilità degli sforzi. Per quanto riguarda l'Esercito, in particolare, la partecipazione, sempre subordinata al concetto di massimo sforzo sostenibile nelle diverse circostanze, è normalmente assicurata da pacchetti di forze definiti in base alla missione, attagliati ai compiti da svolgere ed in differenti stati di approntamento, sui quali avremo modo di tornare più oltre. L'eventuale schieramento della 12

componente nazionale richiederà comunque una decisione politica, che dovrà essere assunta di volta in volta, a premessa delle attività di Force Generation. Il contributo verrà configurato nel dettaglio sulla base dei compiti da svolgere, dovrà essere di massima autosufficiente sotto il profilo logistico e dovrà garantire in ogni circostanza una struttura di Comando e Controllo ed una visibilità adeguate all'entità della partecipazione italiana. In particolare, il Comando Operativo resterà sempre all'Autorità nazionale, che lo eserciterà per il tramite del Vertice Interforze, mentre al Coman-

A Timor Est le comunicazioni tattiche hanno svolto un ruolo fondamentale ai fini del controllo del territorio.

dante della Forza potrà essere ceduto al massimo il Controllo Operativo, una volta che il contingente sia giunto in Teatro. In aggiunta, la componente italiana dovrà essere opportunamente rappresentata a tutti i livelli di Comando e di Stato Maggiore, al fine di tutelare opportunamente le forze proprie. In tal senso, dal punto di vista dell'Esercito, il livello minimo


considerato è quello del Reggimento framework, aperto a contributi di altri Paesi, dotato di un robusto supporto C4 ed adeguatamente rappresentato nell'ambito degli staff multinazionali. È da escludere, inoltre, la cessione preordinata di assetti al di fuori del contingente, mentre verranno prese in considerazione opzioni per il sostegno su base multilaterale, qualora si rivelassero più convenienti dell'integrale autosufficienza.

A PROPOSITO DI CAPITOLI ED ARTICOLI

Indicati questi requisiti per la

Attività di controllo nel villaggio di Mamalai, a Timor Est.

partecipazione, tuttavia, è necessario esaminare le principali esigenze operative che possono presentarsi, al fine di trarne un'indicazione di massima circa la natura delle forze da destinare al compito. Come avremo modo di osservare più oltre, parlando delle opzioni di impiego delle diver-

fig. 1

se formazioni, in realtà occorre prendere in considerazione l'intero spettro delle possibili situazioni conflittuali e non, in genere su base asimmetrica, senza tuttavia poter escludere a priori contingenze pressoché simmetriche. Si passa così da interventi di tipo umanitario – contraddistinti dal-

l'impiego di risorse peculiari e costose, basso rischio ed alta visibilità, nonché forte attrito logistico – a compiti tipo Capo VI della Carta dell'ONU – caratterizzati da bassa intensità ed attrito medio-basso, ma tali da richiedere, comunque, un'adeguata protezione delle forze ed una capacità di 13


A sinistra. Esperti del Nucleo Bonifica Ordigni Esplosivi, in missione in Bosnia, si apprestano a far brillare munizionamento sequestrato. Sotto. Nelle situazioni di conflittualità interna i bambini sono i soggetti maggiormente colpiti.

Agreement System), un accordoquadro, peraltro non vincolante, stipulato tra le Nazioni Unite e la maggioranza degli Stati Membri a partire dai primi anni '90, al fine di rendere disponibile per l'Organizzazione un serbatoio precostituito di capacità militari cui attingere per le Operazioni di Pace (4). Sulla base dell'esperienza dell'ultimo quinquennio, si è andata dissuasione e limitata imposizione – sino a giungere alle missioni di imposizione della pace tipo Capo VII, al cui limite estremo si collocano operazioni convenzionali ad alta intensità ed elevato attrito, in tutto e per tutto assimilabili ai compiti di difesa comune derivanti dall'applicazione dell'Art. 5 del Trattato di Washington (fig. 1). In aggiunta, in considerazione dell'assoluta indeterminatezza ed aleatorietà dei possibili Teatri di Operazioni, e dell'esigenza di far ruotare i contingenti ogni quattro-sei mesi, è indispensabile prevedere l'impiego di forze facilmente schierabili e sostanzialmente autosufficienti – sostenibili, quindi, senza troppe difficoltà – ma dotate, peraltro, di un'ampia gamma di equipaggiamenti. Sarà pertanto opportuno individuare unità preferibilmente leggere, da integrare con supporti tattici e logistici definiti di volta in volta. Unità che, per la natura stessa del ruolo loro assegnato, dovranno rispondere a criteri piuttosto stringenti di prontezza. Dunque forze pronte e prontamente impiegabili, necessariamente professionali. 14

A fronte di tali esigenze, come noto, la Forza Armata ha scelto un approccio in termini di capacità, sia per quanto riguarda il problema dell'economia delle forze sia sotto il profilo della sostenibilità. La soluzione individuata, nel segno della task organization, presuppone quindi l'assiemamento, attorno ad elementi di Comando e Controllo del livello richiesto dalla natura dell'esigenza, di moduli funzionali di singole capacità operative elementari, tratti da serbatoi di forze preesistenti. Nel contempo, nonostante le unità destinate ad operare in particolari contesti siano normalmente predesignate, tale tipo di approccio consente altresì alla Forza Armata di attingere a risorse diverse qualora, all'insorgere dell'esigenza, le forze inizialmente individuate non fossero disponibili. LA SHIRBRIG (STAND-By HIGH READINESS BRIGADE FOR THE UNITED NATIONS) La SHIRBRIG nasce nel quadro più generale dell'UNSAS (United Nations Stand-by Forces

tuttavia manifestando nell'ambito dell'ONU l'opinione che l'UNSAS, da solo, possa costituire una risposta solo parziale alle prevedibili esigenze derivanti dagli sce-


fig. 2

LE NAZIONI CHE PARTECIPANO ALLA SHIRBRIG

Membri la disponibilità ad intervenire, si sono associate ulteriori considerazioni – di ordine tecnico – in merito all'effettiva prontezza, sostenibilità ed interoperabilità delle forze messe a disposizione delle Nazioni Unite (5). In tale contesto, su iniziativa danese, un gruppo di Stati si è associato per fornire all'Organizzazione quella capacità militare di risposta rapida che l'UNSAS non appare in grado di fornire appieno. L'iniziativa, cui l'Italia ha pienamente aderito dal 1999, vede la partecipazione a livelli diversi di numerosi Paesi della NATO, esterni alla NATO e Non Allineati, ed è tuttora aperta ad altri, ponendo quale unico requisito per l'ingresso a pieno titolo la capacità di sostenere autonomamente le forze proprie in caso di impiego (Fig. 2).

nari di intervento ipotizzabili nel breve e medio periodo, a fronte della necessità – vieppiù sentita – di agire, all'insorgere delle crisi, non solo in maniera credibile ma

-soprattutto – più tempestiva. Nello specifico, al problema più generale – e di natura squisitamente politica – di ottenere di volta in volta da parte dei Paesi

La SHIRBRIG è dunque una Grande Unità di Reazione Rapida a livello Brigata, composta da unità nazionali predesignate, la cui partecipazione viene comunque determinata di volta in volta. Dotata, quantomeno nelle intenzioni, di una buona capacità di dissuasione e di protezione 15


Distribuzione di giocattoli ai bambini di Dili, Timor Est, in occasione del Natale.

delle forze proprie, dovrebbe avere una prontezza compresa tra i 15 ed i 30 giorni e può essere impiegata per un massimo di 6 mesi senza limitazioni geografiche. Guidata da un Comando multinazionale con incarichi a rotazione, il cui elemento precursore esiste sin dal tempo di pace in Danimarca, può essere impiegata esclusivamente per missioni tipo Capo VI o di soccorso umanitario. Ad esse si prepara, già da qualche tempo, per il tramite di attività addestrative comuni ad intensità crescente ed ha allo studio, inoltre, l'adozione di configurazioni ordinative modulari, attagliate in termini di capacità da esprimere alle prevedibili esigenze di impiego. La sua linea di comando fa capo ad uno Steering Committee, incaricato di prendere le decisioni del livello politico-militare in materia di pianificazione e programmazione, mentre l'indispensabile raccordo con le Nazioni Unite è fornito da un Gruppo di Contatto, formato dai Rappresentanti Nazionali presso il Palazzo di Vetro. Dal punto di vista ordinativo, la Grande Unità ha una configurazione classica, con unità di manovra a livello battaglione e supporti tattici in grado di conferire al Comandante una discreta libertà d'azione e, soprattutto, in numero sufficiente a garantire una confortevole ridondanza in caso di mancata partecipazione di singole Nazioni. Altrettanto classica è la configurazione dello Stato Maggiore, presso il quale, come detto, tutti gli incarichi sono in linea di massima a rotazione fra le Nazioni. Per contro, permangono talune limitazioni sia per quanto riguarda il collegamento con le unità dipendenti sia sotto il profilo del sostegno logistico al livello Brigata, circoscrit16

to per ora ad una piccola capacità di trasporto. In tale contesto, mentre il problema dei collegamenti è stato parzialmente risolto con accorgimenti tecnici di varia natura, la scarsità di risorse logistiche proprie – peraltro auspicabili, ove si consideri che l'ONU non sarebbe in grado di erogare il sostegno in Teatro prima di 60 giorni – è in via di superamento, contemplando da un lato la completa autosufficienza dei contingenti nazionali, e dall'altro l'assunzione, da parte di taluni Paesi, della responsabilità di una o più attività comuni (Role-specialist Nations ), coordinate per il

tramite di un Brigade Logistic Coordination Center (BLCC). Nel quadro delineato la partecipazione italiana, di assoluto rilievo, è assicurata da un Reggimento di manovra framework, integrato da adeguati supporti tattici e logistici e sostenuto da un congruo numero di elementi di staff in seno al Comando della formazione. In aggiunta a tale rilevante impegno, è presente un significativo contributo dell'Arma dei Carabinieri, sotto forma di una compagnia framework che, nell'assumere il ruolo di componente di Polizia Militare della Forza, è in grado di esprimere capacità


investigative tecnico-scientifiche pressoché sconosciute presso gli altri Eserciti. Sotto il profilo dell'impiego della formazione, una volta verificate le condizioni poste alla base dell'intervento – risoluzione del Consiglio di Sicurezza, mandato ONU entro i limiti del Capo VI, accordo tra le Nazioni costituenti, accordo preventivo tra le Parti in conflitto e loro consenso alla presenza della Forza di Pace – e completate le attività di Force Generation , la SHIRBRIG si schiererà in Zona di Operazioni, passando alle dipendenze del Rappresentante Speciale del Segretario Generale quale componente militare della Missione ONU in Teatro. In tale veste, potrà assolvere compiti di esplorazione e sorveglianza, interposizione, protezione e scorta, difesa locale e sicurezza itinerari, nonché soccorso umanitario, senza peraltro poter indulgere in alcun modo a tentazioni proprie o altrui di escalation del mandato ricevuto, che richiederebbero una decisione specifica del livello politico-militare. In tal senso, peraltro, passando a discorrere degli aspetti evolutivi della formazione, non si può fare a meno di notare che le effettive possibilità di impiego della SHIRBRIG risultano per ora piuttosto circoscritte, a fronte di scenari che richiamano vieppiù l'esigenza di mandati sicuramente più robusti di quelli contemplabili nell'ambito del Capo VI della Carta delle Nazioni Unite. Nel contempo, emerge l'opportunità di consolidare ulteriormente il consenso intorno alla Forza, ponendo nel giusto risalto lo spirito che la anima e gli intenti che si propone, al fine anche di dissipare qualunque sospetto di eccessivo protagonismo da parte di talune Nazioni a scapito di altre. In tale contesto, è peraltro confortante registrare il crescente interesse che suscita la SHIRBRIG nell'ambito delle Nazioni Unite, a fronte del recente avvio

LE NAZIONI CHE PARTECIPANO ALLA MPFSEE

fig. 3

di trattative dirette in ordine alle procedure di attivazione della formazione. Interesse che è direttamente funzionale alla possibilità di disporre, finalmente, di un efficace strumento di intervento rapido. LA MPFSEE (MULTINATIONAL PEACE FORCE SOUTH EASTERN EUROPE) La MPFSEE, altrimenti nota come SEEBRIG, è un'iniziativa militare multinazionale finalizzata alla cooperazione ed alla stabilità sub-regionale nell'Europa Sudorientale, sviluppata nell'ambito della SEDM (South Eastern Europe Defence Ministerial). Nata nello spirito dell'EAPC ( Euro Atlantic Partnership Council) della NATO e della Partnership for Peace, essa rappresenta un passo importante nella direzione del superamento di preesistenti contenziosi regionali e costituisce, nel contempo, veicolo privilegiato di avvicinamento per i Paesi che si sono candidati a far parte dell'Alleanza Atlantica. Alla formazione partecipano in-

fatti, a pieno titolo, l'Albania, la Bulgaria, la FyROM, la Grecia, l'Italia, la Romania e la Turchia, mentre Stati Uniti e Slovenia mantengono lo status di osservatori (Fig. 3). Costituita dal 1996 a partire da un'iniziativa turca, cui l'Italia si è associata nel 1998, la MPFSEE è una Grande Unità a livello Brigata, composta da unità nazionali predesignate, la cui partecipazione viene comunque determinata di volta in volta. Gestita da un Comando multinazionale con sede ed incarichi a rotazione prestabilita, attualmente dislocato in Bulgaria, è disponibile in linea di principio per missioni tipo Capo VI o di soccorso umanitario, in contesti ONU, OSCE, NATO, UEO o, al limite, autonomi, in Teatri indeterminati a priori, ma verosimilmente coincidenti con la sfera di interesse delle Nazioni partecipanti. La relativa preparazione è iniziata nel 1999 per il tramite, anche in questo caso, di attività addestrative comuni ad intensità crescente. In analogia alla SHIRBRIG, fa capo anch'essa ad uno Steering 17


Committee collocato al livello politico-militare, competente per le decisioni in materia di pianificazione e programmazione ed il raccordo con i corrispondenti organismi degli Stati Membri. Per contro, la sua struttura ordinativa appare più consistente della formazione destinata all'ONU e, come vedremo più oltre, è in grado di influenzarne in modo significativo le opzioni di impiego. Ad un adeguato numero di robuste unità di manovra si associa infatti una completa disponibilità di supporti, in buona misura direttamente subordinati sin dal tempo di pace, e sufficienti a garantire al Comandante della Grande Unità – peraltro sostenuto da un corposo Stato Maggiore – la più ampia autonomia tattica e logistica in ogni situazione. Dal punto di vista italiano il contributo alla formazione, significativo al pari di quello delle altre Nazioni, è assicurato anche in questo caso da un Reggimento di manovra framework , integrato dagli opportuni supporti tattici e logistici e confortato dalla presenza di un adeguato numero di rappresentanti in seno allo staff della Brigata. Di particolare rilievo è, inoltre, l'inserimento nel

contingente nazionale delle componenti albanese e macedone della Forza, entrambe a livello di compagnia. Per quanto riguarda l'impiego, come già accennato la MPFSEE può essere impegnata nel quadro ONU e OSCE, ovvero nell'ambito di formazioni NATO/UEO del livello divisionale, per missioni di peace keeping, peace making, peace building, nonché per operazioni umanitarie, svolgendo in tali contesti i compiti tipici di esplorazione e sorveglianza, interposizione, protezione e scorta, difesa locale e sicurezza degli itinerari. Ciò nondimeno, a differenza della SHIRBRIG, secondo gli Statuti la Grande Unità ha facoltà di condurre nello specifico anche operazioni a bassa intensità, per quanto limitate all'accettazione di un rischio tattico e ben localizzato. In tal senso trova quindi giustificazione la solidità dell'ordinamento, che è tale da consentire alla formazione di affrontare con sufficiente flessibilità anche situazioni che possono collocarsi ai limiti estremi del Capo VI propriamente detto. Limiti che, peraltro, la MPFSEE non può assolutamente permettersi di superare, in assenza di specifiche decisioni del proprio Attività di pattuglia e Check Point dei nostri militari impegnati nella missione INTERFET.

livello politico-militare. In aggiunta agli aspetti sinora delineati, con particolare riferimento al concreto e sostanzioso contributo già fornito per la costituzione della Grande Unità, è tuttavia negli aspetti evolutivi della formazione che trova ulteriore conferma la ferma volontà delle Nazioni partecipanti di incoraggiare ulteriormente la reciproca cooperazione. In tale contesto, infatti, è stato recentemente stabilito di incrementare ulteriormente le capacità della Forza, assegnandole 18


una componente dedicata agli interventi umanitari di emergenza, con particolare riferimento alle situazioni di catastrofe naturale, peraltro frequenti nella naturale area di gravitazione della Grande Unità. Tale nuova componente, denominata Engineer Task Force, verrà costituita all'emergenza nell'ambito della MPFSEE, sulla base di unità del genio rese disponibili di volta in volta dalle Nazioni. In aggiunta, essa verrà sostenuta dal punto di vista del supporto informativo da un Communications & Information Network (CIN), basato sull'architettura del preesistente Information Management System della Partnership for Peace (PIMS).

LA MLF (MULTINATIONAL LAND FORCE) La MLF trae origine da un'intesa orientata alla sicurezza collettiva ed alla cooperazione, stipulata su iniziativa italiana con l'Ungheria e la Slovenia. Finalizzata sotto l'aspetto tecnico alla fine del 1999, tale intesa si colloca altresì nell'ambito della Partnership for Peace e dell'Iniziativa Centro Europea, ed è pertanto aperta ad ulteriori sottoscrizioni (6). Suoi scopi fondamentali sono quelli di fornire una risposta efficace di tipo militare all'insorgere delle crisi, di esercitare un'efficace azione dissuasiva nei confronti di potenziali minacce e, da ultimo, di gestire direttamente le cri-

si medesime per il tramite della proiezione di forze. In tale contesto, inoltre, viene posto l'accento sullo sviluppo dell'interoperabilità, quale presupposto fondamentale per l'assolvimento dei compiti assegnati. Per contro, viene lasciata alle Nazioni assoluta libertà di scelta in ordine alla partecipazione alle attività della Forza, schieramento compreso. In termini generali, la MLF è una Grande Unità a livello Brigata, costituita su intelaiatura italiana con contributi delle altre Nazioni di entità pari a circa un Reggimento. Subordinata anch'essa ad uno Steering Group politico-militare ma indirizzata – a differenza delle altre iniziative sinora esamina19


te – anche all'esecuzione di missioni di sicurezza collettiva tipo Petersberg (7), la formazione è altresì orientata all'impiego in Europa Centro e Sud Orientale, con preferenza per terreni impervi ed ambienti operativi difficili. La Forza, che sarà incentrata sul Comando della Brigata alpina «Julia» e relativi supporti, più un Reggimento di manovra nazionale, oltre ai già citati contributi sloveni ed ungheresi, avrà una composizione piuttosto sostanziosa, godrà di ampia autonomia tattica e logistica e sarà condotta da uno staff permanente su base multinazionale. Le relative attività organizzative, inclusa la progressiva acquisizione di un accettabile grado di interoperabilità tra le differenti componenti nazionali, sono attualmente in via di sviluppo. Essa sarà disponibile, in linea di principio, per l'impiego in un quadro ONU, OSCE, NATO o UEO, nell'esecuzione di operazioni di soccorso umanitario, di Peace Support e, ciò che costituisce 20

un aspetto di assoluta novità nel quadro sinora delineato, anche per missioni di combattimento propriamente detto. In tal senso, è previsto, in caso di schieramento, che il Transfer of Authority (ToA) delle forze assegnate preceda l'immissione in Teatro, consentendo così a priori un adeguato amalgama della formazione a fronte di eventuali ipotesi di mandato più robuste del solito. Ai compiti tradizionalmente associati alle Forze di Pace e già ripetutamente citati, si aggiungono infatti, nel caso della MLF, l'evacuazione di comunità minacciate ed operazioni convenzionali di imposizione della pace che, dal punto di vista delle opzioni di impiego e del conseguente impegno nazionale, pongono questa Grande Unità in posizione sicuramente preminente rispetto alle iniziative multinazionali esaminate in precedenza. E, se a ciò aggiungiamo la peculiare importanza che può assumere la formazione in parola nel quadro degli equilibri regiona-

li di più diretto interesse nazionale, possiamo affermare a buon diritto che la sua costituzione rappresenterà per l'Esercito Italiano una sfida nella sfida. Senza contare che essa, per lo spirito che la anima e gli intenti che si propone, potrà fornire un ulteriore, concreto contributo alla costruzione di una credibile componente meridionale nell'ambito del pilastro europeo di sicurezza e difesa. CONCLUSIONI Questa breve carrellata sulle Forze Multinazionali di nuova o recente creazione, e sugli elementi concettuali posti alla base della partecipazione nazionale ad esse, non ha assolutamente la pretesa di essere esaustiva, poiché numerosi sono gli aspetti sui quali varrebbe la pena di soffermarsi ancora. Si è voluto semplicemente alzare il velo su un mondo, forse poco conosciuto, che rappresenta, a tutti gli effetti, la nuova


A sinistra. Check Point dei nostri militari a Timor Est. A destra. Nella missione INTERFET i rapporti con la popolazione sono sempre stati cordiali.

frontiera dello strumento terrestre italiano. Una frontiera a geometria variabile, verrebbe da dire, in considerazione della diversa natura di ciascuna formazione e del conseguente, crescente impegno che ognuna di esse richiede, in ragione direttamente proporzionale all'ordine con cui le abbiamo descritte. In ultima analisi, un'ulteriore sfida per la Forza Armata, che appare esigere uno sforzo ancora più consistente dell'attuale, in termini non solo di mera presenza sulla scena internazionale ma, soprattutto, di integrabilità nei contesti multinazionali. È tuttavia uno sforzo al quale l'Esercito non può sottrarsi, se vogliamo che l'Italia ricopra, in Europa e nel mondo, quel ruolo che tutti auspichiamo. Ž

* Tenente Colonnello, in servizio presso l’Ufficio Pianificazione dello SME

NOTE (1) Stand-by High Readiness Brigade for the United Nations. (2) Multinational Peace Force South Eastern Europe. (3) Multinational Land Force. (4) L'Italia ha accettato di contribuire a tale complesso di forze, che oggi assomma a circa 80 000 uomini di 80 Nazioni diverse, con 2 Reggimenti di manovra e relativi supporti tattici e logistici dell'Esercito, nonché con assetti dell'Aeronautica e della Marina. (5) È illuminante, in tal senso, un recente intervento del Segretario Generale delle Nazioni Unite (Bangkok, 11 febbraio 2000) che, nel paragonare l'UNSAS ad una cambiale che non sempre viene onorata come si dovrebbe, invoca la costituzione di un'effettiva capacità di reazione rapida dell'O-

NU e, contestualmente, cita la SHIRBRIG quale esempio da perseguire. (6) In tal senso si è già manifestato l'interesse di alcune Nazioni viciniori. (7) La Dichiarazione di Petersberg del 19 giugno 1992 è al centro del processo che dovrà portare allo sviluppo della UEO, in quanto componente della difesa dell'UE e in quanto strumento volto a rafforzare il pilastro europeo della NATO. Le tre parti della dichiarazione stabiliscono le linee direttrici che devono guidare il futuro sviluppo dell'Organizzazione. Gli Stati membri si dichiarano pronti a mettere a disposizione dell'UEO delle unità militari provenienti dall'insieme delle loro forze convenzio-

nali allo scopo di condurre missioni militari sotto l'autorità della UEO medesima. Queste missioni sono state così precisate: oltre al contributo alla difesa comune in applicazione dell'art. 5 del Trattato di Washington e dell'art. V del Trattato di Bruxelles modificato, le unità militari degli Stati membri potrebbero essere utilizzate per missioni umanitarie o di evacuazione di persone, missioni di mantenimento della pace e missioni ai fini della gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace. Le cosiddette missioni «di Petersberg» sono state incluse dal Trattato di Amsterdam nel nuovo art. 17 del Trattato sull'Unione Europea.

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di Vittorio Barbati *

N

onostante tutte le illusioni generate dalla fine della cosiddetta «guerra fredda», il mondo continua a essere dominato, purtroppo, da più o meno spietati rapporti di forza. In tali condizioni, il peso internazionale di un Paese, o di una coalizione, continua, com'è sempre avvenuto, a essere determinato dalla potenza – politica, economica e militare – che tale Paese, o tale coalizione, è in grado di

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esprimere, e, ciò che più conta, di utilizzare, in modo pacifico o bellico, per il conseguimento dei suoi fini. Quindi, il calcolo, anche se necessariamente approssimativo, di tale potenza – sia propria che di eventuali parti avverse – dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) fornire valide indicazioni a coloro che, in un modo o nell'altro, sono, o possono essere, chiamati ad adottare decisioni vitali per i loro Paesi.

Ma, quale significato va attribuito alla parola «potenza»? In linea di massima, e ai fini del tema qui in esame, si può sostenere che, con tale termine, debba intendersi l'effettiva capacità di utilizzare una forza adeguata – non necessariamente militare ma anche economica, finanziaria e politica – per il conseguimento, in campo internazionale, di obiettivi precisi. La potenza è la risultante di


È possibile «misurare» con sufficiente approssimazione la potenza di un Paese o di una coalizione? Non si possono dare risposte certe a questo interrogativo. Le variabili che entrano, o possono entrare, in gioco sono innumerevoli e imprevedibili. La potenza militare, oltre che alla deterrenza e alla mobilità strategica delle forze, è legata spesso a tanti fattori immateriali, riconducibili alla cultura, alla capacità tecnologica e alla struttura istituzionale di una Nazione.

molti fattori – «immateriali», «materiali» e non esattamente qualificabili – la cui individuazione presenta molte difficoltà. Altrettanto difficile è l'individuazione dei parametri necessari a definire, con sufficiente approssimazione, il loro peso. I fattori «immateriali» sono numerosi e complessi. Si può tentare di elencarli, avvertendo che, per forza di cose, l'elenco non può non risultare sommario e in-

completo (ma utile ai fini di questa analisi). Per ogni Paese bisogna prendere in considerazione: il livello culturale medio della popolazione; il tipo di cultura (umanistica, tecnica, ecc.) dominante; la preparazione professionale degli individui in rapporto alle strutture economiche e produttive; l'adesione, convinta o forzata, al regime vigente; il grado di resistenza psicologica ai disagi, ai pericoli, ai danni e alle perdite

umane derivanti da un eventuale conflitto, le convinzioni politiche e ideologiche prevalenti (autoritarismo, nazionalismo, estremismo politico o politico-religioso, rivalità etniche e/o tribali, insofferenza di minoranze non integrate, o, al polo opposto, concezioni democratiche radicate, tolleranza, collaborazione tra forze diverse, coesione fra popolazioni differenti, piena integrazione delle minoranze). Fra i fattori in parte «immateriali» e in parte «materiali» (e nei quali, spesso, le due componenti si fondono), si possono individuare: la capacità – correlata al tipo di cultura dominante e alla preparazione professionale degli individui – di utilizzare strumenti di analisi e di lavoro più o meno sofisticati; la capacità, soprattutto da parte delle classi dirigenti, di impiegare più o meno correttamente le risorse, morali e materiali, disponibili; le strutture istituzionali, politiche ed amministrative; la capacità di promuovere, sia a fini civili che a fini militari, l'innovazione tecnologica. E qui il discorso si sposta sui fattori «materiali» veri e propri, ossia su quei fattori che, sia pure con molte limitazioni, costituiscono la parte più visibile, e quindi più misurabile, della potenza 23


di un Paese o di una coalizione. In breve, si può dire che tali fattori si identificano con le risorse, appunto materiali, di cui è possibile disporre. L'argomento è estremamente complesso e meriterebbe una trattazione ampia ed approfondita, che, in questa sede, per ovvi motivi, non può essere affrontata. La gamma delle risorse, anche potenziali, da considerare è, infatti, vastissima: va dai mezzi finanziari reperibili attraverso bilanci pubblici, le riserve valutarie, eccetera, alle principali produzioni agricole, dalle materie prime alle fonti di energia primaria, dai centri di ricerca e di sperimentazione agli impianti industriali, dalle infrastrutture ai sistemi di trasporto, dalle telecomunicazioni alle tecnologie acquisite e acquisibili. E l'elenco potrebbe continuare a lungo. Tutti questi fattori fanno da sfondo, o più esattamente da struttura portante, ai fattori militari veri e propri. Ma, come interagiscono? Ed è possibile valutarne il peso? In effetti, queste due domande costituiscono le due facce della stessa medaglia. Valutare – sia pure in modo molto approssimativo – il peso dei fattori che determinano, o contribuiscono a determinare, la potenza complessiva di un Paese, o di una coalizione, significa anche tenere conto delle sinergie attraverso le quali essi si rafforzano a vicenda. A tale proposito, può essere utile qualche esempio. La diffusione, soprattutto a livelli elevati e intermedi, di una cultura di tipo scientifico-tecnologica può produrre i migliori effetti, in primo luogo per quanto riguarda l'innovazione, soltanto se è correlata a strutture di ricerca e di sperimentazione capaci di fornire un valido supporto alle strutture produttive. L'innovazione, infatti, non è, e non può essere, fine a se stessa, perché ormai condiziona tutte le attività umane: da quelle scolastiche a quelle sanitarie, da quelle agricole a quelle industriali, fino a quelle 24

dei servizi. Perciò è molto difficile definire i parametri più idonei a «misurare» la sua diffusione e la sua influenza. Un esteso ricorso a dati statistici può certo consentire – anche attraverso confronti periodici – di evidenziare determinati sviluppi. A patto che tali dati siano rilevati e interpretati correttamente, nell'ambito di un tipo di attività che gli anglosassoni definiscono con il termine «intelligence». L'impiego di questo tipo di «intelligence» può riguardare tutte le indagini concernenti la potenza dei Paesi e delle coalizioni: da quelle sull'efficienza delle istituzioni a quelle sull'utilizzo delle risorse, da quelle sulle importazioni a quelle sulle esportazioni, da quelle sulle alleanze industriali a quelle sulle fusioni di imprese, ec-

Sopra. Un bombardiere B-1B viene rifornito in volo. I bombardieri strategici dell’Aviazione americana rappresentano uno strumento sia della «deterrenza» che della capacità di intervento a raggio planetario. A destra. L’innovazione rappresenta oggi uno dei principali fattori della potenza. Qui è esemplificata dal modello di OICW (Objective Individual Combat Weapon).

cetera. Considerando che, nell'attuale contesto di globalizzazione dell'economia, nessun Paese è ormai in grado di condurre una politica rigidamente autarchica. Il discorso sui fattori socio-economici della potenza e sui metodi per rilevarli potrebbe continuare ancora a lungo. Ora, però, è op-


portuno chiuderlo (eventualmente si potrà tornare su qualche suo aspetto particolarmente significativo), per affrontare il tema relativo agli aspetti militari della potenza. Un tempo, fino a pochi decenni orsono, la potenza militare veniva calcolata in base a riferimenti piuttosto precisi ma anche piuttosto grezzi: il numero degli uomini mobilitabili (si riteneva che, in caso di mobilitazione generale, tale numero dovesse corrispondere, grosso modo, a circa un quinto della popolazione), le bocche da fuoco (cannoni, obici, mortai, ecc.), i carri armati e i blindati

utilizzabili, le navi delle varie categorie (corazzate, portaerei, incrociatori, cacciatorpediniere, torpediniere, unità sottili, sommergibili) in servizio (talvolta venivano considerate anche le unità in costruzione) e gli aerei delle varie specialità (caccia, bombardieri, assaltatori, ricognitori, ecc.) disponibili. Su queste basi, si poteva tentare un calcolo approssimativo, giustificato dal fatto che non esisteva quel profondo, e in certi casi addirittura abissale, divario scientifico-tecnologico-industriale che oggi divide i Paesi più avanzati da quelli meno avanzati (e che, anche nel primo gruppo di Paesi, separa, almeno in alcuni settori, gli USA dagli altri Stati). Così, i vari fattori analizzabili, essenzialmente quantitativi, potevano essere assunti come parametri e, quindi, come elementi di raffronto da utilizzare (non solo in via teorica ma anche in funzione delle scelte di politica estera e di politica militare da adottare). Ma quali sono, o possono essere, oggi, i fattori che determinano la potenza militare di un Paese o di una coalizione? E da quali di essi è possibile trarre validi parametri di valutazione? Oltre a quelli economico-finanziari, sono due – almeno a parere di chi scrive – i fattori basilari della potenza militare, intesa come componente della potenza globale, di un Paese o di una coalizione: l'innovazione tecnologica e l'organizzazione. All'innovazione si è già accennato. Ora è il caso di porre in evidenza le sue implicazioni militari. È noto, ma non è inopportuno precisarlo, che l'innovazione è un processo dinamico, che riguarda ormai tutti i sistemi d'arma, e in molti casi esige tempi lunghi (talvolta anche dell'ordine di quindici-vent'anni e più). Perciò, l'elaborazione delle specifiche, da parte degli Stati Maggiori, presenta aspetti di estrema delicatezza e dovrebbe essere effettuata tenendo conto, nei limiti del pos25


sibile, oltre che del potenziale di sviluppo dei progetti, dei probabili «scenari» strategici ed operativi nell'ambito dei quali i sistemi dovranno essere impiegati (in funzione attiva o in funzione deterrente). E qui il discorso si sposta sull'organizzazione. Va precisato subito che quì si vuole attribuire a questo termine un significato molto ampio. Alla base di un razionale processo organizzativo va posta un'impostazione strategica coerente e proiettata nel futuro. Il mezzo più avanzato – si tratti di un carro armato, o di un aereo da caccia, o di una nave, o di un missile balistico – vale ben poco se non è inserito in un organico complesso di sistemi, finalizzato al conseguimento di obiettivi precisi. In questo quadro, l'organizzazione va concepita, al pari dell'innovazione, come un processo dinamico continuo, basato su alcuni pilastri fondamentali e, in primo luogo, su sviluppi accuratamente pianificati (ovviamente, senza perdere di vista l'esigenza di procedere con sufficiente flessibilità, per poter fronteggiare eventi, positivi o negativi, imprevisti e imprevedibili). Per comodità di studio si può schematizzare un processo organizzativo tipo, suddividendolo in

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fasi (e avvertendo che questa suddivisione non può indicare una successione rigida, perchè, in ogni caso, non si parte da zero: esistono, infatti, molte situazioni consolidate e si registrano già molte premesse, suscettibili di sviluppi più o meno importanti). Nell'ambito, perciò, come si è detto, di un processo dinamico continuo, si può parlare di una serie di «momenti» nei quali viene posto l'accento su: • la definizione di un valido concetto strategico (che contemperi, nel caso di un Paese membro di una coalizione, le esigenze nazionali con le esigenze plurinazionali); • l'elaborazione delle specifiche relative ai sistemi da sviluppare (senza perdere di vista le modiA destra. Un Gruppo di Battaglia della Marina americana in navigazione nel Pacifico. I Gruppi di Battaglia costituiscono uno dei principali strumenti di intervento della strategia statunitense. Sotto. Il poderoso semovente germanico PzH 2000 «Taurus» può essere trasportato per via aerea soltanto dai C-5 e C-17 americani e dagli An124 russo-ucraini.


fiche e i perfezionamenti da apportare ai sistemi già in servizio, in collaudo o in sviluppo, soprattutto quando le esigenze economiche «premono» per un prolungamento della loro vita operativa); • l'evoluzione «strutturale» delle forze destinate ad impiegare i sistemi in via di definizione, in progetto, in sviluppo, in prova, in servizio in fase di aggiornamento/perfezionamento; • l'organizzazione della produzione (basata, nei limiti del possibile, sul coordinamento dei processi relativi ai vari sistemi, che – non bisogna dimenticarlo

– sono destinati ad agire in un unico quadro); • la distribuzione dei sistemi e l'addestramento del personale al loro impiego, fino al raggiungimento della loro piena operatività (e qui – giova notarlo per inciso – entrano in gioco anche le modalità e i tempi occorrenti per il reclutamento del personale). L'esame di questi «momenti» – rilevabili, in primo luogo, attraverso l'analisi dei bilanci della difesa, e anche attraverso lo studio degli atti parlamentari legati alla loro approvazione – può fornire

molte indicazioni utili sulle politiche militari, sui loro tempi di attuazione e sulle loro proiezioni nel futuro. Esiste una relazione strettissima fra la tecnologia disponibile (e le relative prospettive di sviluppo attraverso l'innovazione), l'organizzazione e la definizione/attuazione di un concetto strategico (basato, da un lato, sull'esperienza, in particolare bellica, propria e altrui, e, da un altro lato, sull'individuazione di «scenari», possibili e/o probabili, commisurati alle risorse – naturali, economico-finanziarie, scientifico-tecnologiche, produttive, ecc. – ef27


Carri «Ariete» in sosta nel corso di una esercitazione. I mezzi di questa categoria hanno bisogno di un adeguato supporto logistico per poter operare efficacemente.

fettivamente disponibili o acquisibili). I parametri della potenza vanno definiti appunto in base a tale relazione. È chiaro che, in quest'opera di definizione, l'analisi non può essere basata su dati esclusivamente quantitativi. Ha ormai poco senso, o non ne ha affatto, dire che il Paese X è più potente del Paese Y perchè possiede un numero doppio di mezzi di una determinata categoria o anche di tutte le categorie. Gli elementi che contano sono il livello di preparazione del personale, le prestazioni dei mezzi e, soprattutto, il realismo dei criteri – strategici, tattici, organici e logistici – che ispirano il loro impiego. L'equilibrio quantitativo-qualitativo costituisce, pertanto, uno dei fattori valutabili, e quindi uno dei parametri, della odierna potenza militare (intendendo tale equilibrio come la risultante, oltre che della preparazione del personale e della qualità dei mezzi, di tutto ciò che tale abbinamento produce, a cominciare dall'efficienza media dei mezzi impiegabili, a sua volta legata alla disponibilità di parti di rispetto e all'organizzazione della manutenzione e della gestione dei mezzi stessi). Questo equilibrio, però, può dare origine a impostazioni molto differenti. Nell'attuale fase storica – e presumibilmente anche in quelle che si profilano per il XXI secolo – la potenza militare può essere valutata in base a due fondamentali ordini di parametri: quello riguardante la capacità di «deterrenza» e quello concernente la capacità di «proiezione di forza». In effetti, si tratta di due facce della stessa medaglia: la capacità di proiettare la forza a raggio più o meno ampio può 28

avere, in parecchi casi, notevoli effetti deterrenti. Ma, procediamo con ordine! La «deterrenza» può assumere molte forme. In primo luogo, è basata sulla capacità di risposta a un più o meno improvviso attacco devastatore. In altri termini, è basata sulla minaccia di una imparabile rappresaglia micidiale, attuata presumibilmente con armi di distruzione di massa (nucleari, batteriologiche e chimiche). Può dar luogo, d'altronde, a un equilibrio di contrapposte capacità (in passato, a proposito dell'equilibrio nucleare USAURSS, si è parlato di «equilibrio del terrore» e anche di «equilibrio

dell'impotenza»; e, a tale proposito, va notato che questo tipo di equilibrio non è necessariamente basato sulla parità, perché nessuno è disposto a incassare una sola bomba anche facendone incassare cento all'avversario). D'altronde, nelle sue forme più recenti ed evolute, la «deterrenza» può essere basata sia su combinazioni di mezzi nucleari e convenzionali, sia su combinazioni di mezzi offensivi (missili balistici, bombardieri, velivoli da attacco, ecc.) e difensivi (missili antimissili, sistemi controaerei, ecc.) e sia, come si è accennato, sulla capacità di proiettare la forza a raggio più o meno ampio.


Forse proprio questa seconda capacità – che può avere sia fini di «dissuasione» – «deterrenza» sia fini di intervento attivo (e quindi, al limite, bellico) – può essere identificata come il principale parametro dell'odierna potenza militare. E qui è bene precisare che essa è basata su una serie di fattori collegati, sia politici che tecnici: politici, sia per quanto riguarda la volontà di impiegare la forza (non bisogna dimenticare che ogni decisione sull'impiego della forza spetta, e deve spettare, ai politici; c'è da aggiungere che la chiara volontà di usare la forza può costituire, in parecchi casi, un fattore di dis-

suasione) che per quanto ha, o può avere, attinenza con l'acquisizione di alleanze e amicizie (eventualmente basate anche sulla concordanza di interessi economici); tecnici, per quanto concerne la disponibilità sia di forze – aeree, terrestri e navali – dotate di effettiva mobilità strategica, a raggio più o meno ampio, che di basi, in primo luogo aeree e navali, nei territori e/o lungo le coste di Paesi alleati (eventualmente membri della stessa coalizione) o di Paesi amici. Questo significa, in altre parole, che, oggi, un apparato militare massiccio e anche ottimamente equipaggiato ma privo di mobilità

strategica può risultare meno «potente» di un apparato più piccolo ma idoneo, grazie appunto ai mezzi che gli assicurano un'elevata mobilità strategica, a proiettare la sua forza a distanza più o meno grande, eventualmente addirittura a raggio continentale, intercontinentale o, al limite, planetario. C'è da aggiungere che questo tipo di «potenza», per essere realmente efficace, sia in funzione attiva che in funzione «deterrente», deve essere basato sulle più evolute tecnologie disponibili. E, possibilmente, deve poter contare, in modo diretto o indiretto, su un ombrello nucleare, o, comunque, su un ombrello formato da armi di distruzione di massa e da idonei vettori (appartenenti anche ad uno o più Paesi alleati). Da quanto si è detto si può dedurre che i parametri utilizzabili per «valutare» – più che per «misurare» – la potenza militare di un Paese o di una coalizione sono tutti, quale più quale meno, collegati, o collegabili, alle due capacità – quella di «deterrenza» e quella di «proiezione di forza» – alle quali si è accennato. Disaggregando le componenti -di queste due capacità – struttura e raggio d'azione delle forze «deterrenti» (per i Paesi o le coalizioni che ne dispongono), composizione e consistenza delle forze di proiezione (sia nazionali che di coalizione), grado di mobilità di tali forze in relazione al supporto logistico, strategico e tattico, di cui possono disporre – è possibile ottenere utili elementi di valutazione, da riaggregare in un quadro unico. Senza dimenticare, ovviamente, che la potenza militare è solo uno dei fattori che producono la potenza complessiva di un Paese o di una coalizione. Ž

* Collaboratore di riviste militari italiane ed estere e autore di saggi di politica internazionale, di economia e di storia contemporanea 29


UN NUOVO ESERCITO PER UNA NUOVA EUROPA di Gianandrea Gaiani *

Dopo l’esperienza del conflitto nei Balcani sono stati compiuti i primi passi verso la costruzione di uno strumento militare integrato.


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l tema dell’integrazione militare europea è da secoli uno degli elementi fondamentali di ogni progetto di unione tra i Paesi del Vecchio Continente. Prima la Francia imperiale di Napoleone Bonaparte ed in seguito il Terzo Reich germanico

sognarono di creare una grande potenza militare europea, ovviamente sotto l’egida dei rispettivi regimi nazionali, amalgamando tutti i paesi conquistati per affrontare i nemici esterni rappresentati da Gran Bretagna, Russia e, più recentemente, Stati Uniti. Dopo la seconda guerra mondiale, in un clima diverso ma sempre in funzione di nemico esterno (l’URSS) i paesi europei si posero il problema dell’integrazione militare già nel 1947, quan-

do al vertice di Dunkerque Gran Bretagna e Francia stabilirono i fondamenti di un’organizzazione europea di difesa che comportava l’impegno all’assistenza militare reciproca e l’istituzione di un consiglio di consultazione politica. L’anno seguente il Trattato di Bruxelles estese l’accordo a Belgio, Olanda e Lussemburgo e nel 1950 il primo ministro francese Renè Pleven propose esplicitamente la costituzione di «une Armée Européenne» e nel 1954, con la nascita della UEO (Unione dell’Europa Occidentale) prese il via il progetto di «porre sotto un’autorità unica europea le forze integrate dei paesi membri». La mancata realizzazione di questi ambiziosi programmi è stata causata da numerosi fattori.


Militari francesi e italiani di IFOR in Bosnia Erzegovina.

Innanzitutto l’esigenza di costituire uno strumento militare congiunto era legata alla necessità di fronteggiare la sempre più grave minaccia sovietica (manifestatasi con il blocco di Berlino nel 194849 e l’invasione dell’Ungheria 1956) e non da un concreto comune sentimento di integrazione. L’istituzione dell’Alleanza Atlantica e, sul piano economico, l’avvio del Piano Marshall crearono le basi per uno strumento difensivo comune allargato agli Stati Uniti e, anzi, incentrato proprio sulla presenza di forze statunitensi sul territorio europeo e sulla copertura offerta dall’ombrello nucleare di Washington. Una situazione che irritò la Francia, che non aderì alla struttura militare della NATO e che indusse il Parlamento di Parigi a respingere, nel 1954, il progetto della Comunità Europea della Difesa, considerata subalterna all’Alleanza Atlantica. Al di là delle dichiarazioni d’in32

tenti, i Paesi europei rinunciarono all’integrazione che avrebbe permesso loro di continuare a ricoprire un ruolo strategico di rilievo nello scacchiere internazionale, essenzialmente per non far fronte agli alti costi finanziari e ai rischi politici che una simile scelta avrebbe comportato, preferendo concentrare le risorse nella ricostruzione post-bellica. Grazie alla «protezione» offerta dagli Stati Uniti attraverso la NATO la maggior parte dei Paesi dell’Europa Occidentale, inclusi Italia e Germania, hanno potuto garantirsi mezzo secolo di pace e di prosperità economica, dedicando alla Difesa e alla Sicurezza risorse limitate ma rinunciando di fatto a giocare un ruolo politico-militare di primo piano. Gran Bretagna e Francia, pur con scelte strategiche diverse, hanno mantenuto un ruolo di grande rilievo (garantito da potenti Forze Armate che includono armi nucleari e da una politica estera autonoma), ma la crisi di Suez del 1956, che vide USA e URSS contrastare con successo l’iniziativa militare anglo-france-

se nel Canale, determinò il tramonto delle residue possibilità dei due Paesi europei di competere con le due Superpotenze. La fine della guerra fredda e il crollo del blocco sovietico e della stessa URSS hanno mutato radicalmente ed in modo imprevedibile gli scenari, portando al ridimensionamento (se non alla scomparsa) della minaccia costituita da un conflitto globale e all’emergere di nuove tipologie di sfide costituite da conflitti a bassa intensità, crisi regionali e più in generale dalle Operazioni di Supporto alla Pace. Scenari che, oltre a manifestarsi in aree geografiche molto lontane, hanno coinvolto a partire dal 1991 anche i Balcani e le regioni caucasiche ai confini orientali con l’Europa. La Dichiarazione di Petersberg, nel giugno 1992, impegna i Paesi della UEO a procedere nell’integrazione militare per far fronte a tre tipologie precise di interventi: • missioni umanitarie ed evacuazione di civili; • missioni di mantenimento della pace d’interposizione tra due


Un veicolo 4x4 della fanteria greca ripreso a Valona durante l'operazione «Alba» nel corso della quale un reparto greco operò sotto il comando della Brigata «Friuli».

contendenti (peace-keeping); • missioni di combattimento per la gestione e risoluzione delle crisi incluse operazioni di ripristino della pace ( peace-enforcing). Le vicende politiche e militari dell’ultimo decennio hanno costretto l’Europa ad affrontare la necessità di giocare un ruolo sempre più marcato dal punto di vista militare, anche in virtù della sempre più scarsa disponibilità degli Stati Uniti a far fronte da soli a crisi che in molti casi non rientrano tra gli interessi nazionali prioritari di Washington. LE CRISI BALCANICHE E IL RUOLO EUROPEO Negli anni ’90 la partecipazione di contingenti dei Paesi europei alle operazioni in Somalia, Ruanda, ex Iugoslavia (anche se poste sotto comando ONU, NATO o multinazionale) e l’Operazione «Alba», condotta nel 1997 in Albania (la prima effettuata esclusivamente da forze europee e la prima a comando italiano), ha evidenziato ulteriormente la necessità di costituire quanto meno uno strumento adeguato ed efficace in grado di garantire all’Unione Europea la capacità di intervenire nella gestione delle crisi, incluse quelle «fuori area». I conflitti scoppiati in seguito allo sfaldamento della Iugoslavia tra il 1991 ed il 1999 hanno coinvolto Serbia, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo mettendo in luce l’estrema debolezza politica e militare di un’Europa incapace di passare da fasi negoziali, rivelatesi inconcludenti, ad azioni militari risolutive. Mezzo secolo di pace garantita dagli Stati Uniti hanno ridotto, se

non annullato, la capacità dell’opinione pubblica e della classe politica europea (con l’eccezione di Francia e Gran Bretagna) di accettare il concetto stesso di guerra e soprattutto di sopportare le inevitabili perdite di vite umane che essa comporta. Durante il recente conflitto che ha opposto la NATO alla Iugoslavia un sondaggio effettuato dalla SWG per l’Archivio Disarmo evidenziò come il 51% degli intervistati fosse favorevole ad un conflitto contro la Serbia purché «a costo zero», cioè senza vittime da ambo le parti, mentre solo un 25% del campione si dichiarava pronto ad accettare perdite tra i

militari italiani non superiori alle 10 unità. Le indicazioni che emergono dall’analisi di questi dati confermano che in Italia, ma il concetto è estensibile a quasi tutti i Paesi europei, la società ha perduto in cinquant’anni di pace anche la percezione del concetto di «guerra». Vale la pena ricordare che tutti i conflitti balcanici si sono conclusi solo grazie all’intervento diretto della NATO e in pratica degli Stati Uniti, ribadendo l’incapacità europea di gestire anche le crisi scoppiate «nel giardino di casa». Nel 1995, solo un mese di campagna aerea condotta dalla NA33


TO, con velivoli per lo più statunitensi contro la Republika Srpska (i serbi di Bosnia), permise di giungere alla ratifica degli accordi di Dayton che garantiscono da oltre quattro anni la pace nella regione, mentre allo stesso modo, in tempi recentissimi, il conflitto etnico in Kosovo è stato risolto da 78 giorni di guerra aerea contro la Serbia e le forze di Belgrado schierate nella provincia a maggioranza albanese. Anche il mantenimento della pace in queste due aree della ex Iugoslavia è garantito esclusivamente dalla presenza di truppe della NATO, anche se in gran parte di nazionalità europea. Si può discutere a lungo sui risultati e sulle conseguenze del conflitto della primavera dello scorso anno, che ha visto impegnata in modo massiccio anche l’Aereonautica Militare italiana, ma non v’è dubbio che il successo sia stato ottenuto essenzialmente dalle forze aeree statunitense (75% dei velivoli impiegati, 89% delle missioni condotte con armi di precisione). I partners europei hanno ricoperto un ruolo limitatissimo e pressocché nullo in molti settori della moderna guerra aerea, al punto che si può senza dubbio affermare che senza gli Stati Uniti non solo non si sarebbe potuto vincere il conflitto, ma non sarebbe stato possibile neppure cominciarlo. Le ricadute negative per l’Europa non si sono fatte attendere anche in campo economico-finanziario e, non a caso, l’Euro ha perso il 5% del suo valore nei confronti del dollaro proprio durante il conflitto contro la Serbia che ha rappresentato, più di ogni altro avvenimento, l’inconsistenza europea. Henry Kissinger, ex Segretario di Stato statunitense, dichiarò che avrebbe creduto all’Europa unita il giorno in cui gli fosse bastata una sola telefonata per conoscere l’opinione degli europei. Il confronto con gli Stati Uniti 34

nel settore della Difesa può risultare improponibile, a causa delle profonde differenze strutturali esistenti tra la superpotenza federale e un’unione di stati sovrani impegnati a trovare la via di un’integrazione sempre più ampia; in ogni caso non può ridursi solo all’analisi quantitativa dei rispettivi bilanci ma deve soffermarsi anche su come vengono investite le risorse. Certo il Pentagono ha potuto disporre di 276 miliardi di dollari nel 1999, ne avrà 281 quest’anno e 300 nel 2001 mentre in Europa i bilanci della Difesa sono complessivamente in calo del 7%. Queste cifre non spiegano però come mai i membri europei della NATO, pur investendo il 60% di quanto spendono gli USA, ne ricavino solo il 10% in termini di capacità operative o come sia possibile che, a fronte di due milioni di militari in servizio (30% in più degli statunitensi), gli europei siano a malapena riusciti a

reperirne 40 000 (il 2%) per le operazioni in Kosovo. La differenza tra le due sponde dell’Atlantico è anche nella qualità della spesa per la Difesa che costituisce la vera chiave di volta per disporre di forze in servizio realmente operative e combat ready con tutti i materiali necessari alla proiezione: in questo settore è sufficiente ricordare che quest’anno il Pentagono investirà 53 miliardi di dollari per acquisire nuovi equipaggiamenti e 37,7 per la ricerca e sviluppo, cioè rispettivamente il doppio ed il quadruplo degli europei (1). In un simile contesto il divario tra le capacità operative statunitensi ed europee sembra destinato ad allargarsi ulteriormente e il progetto di costituzione del Corpo d’Intervento Rapido Europeo, varato recentemente da Xavier Solana, Responsabile della Politica Estera e della Sicurezza della UE e Segretario Generale della UEO, dovrà affrontare ostacoli


scorso ed è giunta a maturazione in seguito al conflitto contro la Serbia, costituendo il primo significativo atto politico dell’ex Segretario Generale della NATO che da pochi mesi ha assunto i due importanti incarichi in ambito europeo. Il nuovo strumento militare dell’UE, che secondo gli intenti sarà operativo nel 2003 costituendo il primo grande passo verso la A sinistra. Militari francesi e Carabinieri italiani mantengono l'ordine durante i tumulti etnici di Mitrovica, in Kosovo. Sotto. Veicolo blindato tedesco nel campo italiano di Balad, Somalia.

considerevoli per giungere in porto. IL NUOVO EUROCORPO La decisione di costituire un Corpo d’Armata composto da 40-60 000 uomini e dotato di supporti aerei (500-600 velivoli da combattimento e trasporto) e navali (almeno 50 unità d’altura con portaeromobili e unità per operazioni anfibie) è stata ratificata al vertice di Helsinki del dicembre

costituzione delle Forze Armate Europee, risente dell’ultimo conflitto balcanico anche per quanto concerne forza numerica e composizione, ispirandosi chiaramente alla KFOR che la NATO schiera dal giugno dello scorso anno in Kosovo. Già negli ultimi anni erano state istituite Grandi Unità militari integrate in ambito europeo sia a livello di Corpo d’Armata, come l’Eurocorpo franco-tedesco, sia di Divisione, come Eurofor-Euromarfor, composte da italiani,

francesi, spagnoli e portoghesi con compiti prettamente mediterranei, ma nessuno di questi organismi è però mai stato impiegato in operazioni. L’esperienza maturata negli ultimi anni in ambito NATO ha permesso di calibrare la pianificazione del nuovo Corpo Europeo per operazioni ad ampio respiro e di lunga durata che richiedano fino ad un massimo di tre divisioni multinazionali impegnate simultaneamente. Il che significa poter disporre di almeno 120-150 000 uomini da avvicendare in tre turni di quattro mesi nell’area delle operazioni. Il Corpo dovrà essere in grado di giungere in teatro entro 60 giorni dall’attivazione, ma una prima aliquota di pronto intervento (di entità compresa tra il Reggimento e la Brigata a seconda della situazione) sarà schierabile in appena due giorni, impegno non irrilevante se si considera che i teatri di crisi potrebbero essere anche molto distanti dall’Europa. La possibilità di costituire realmente una Forza Europea di queste dimensioni e con tali capacità operative solleva tuttavia i dubbi di molti osservatori. Dal punto di vista politico ci si chiede se i Paesi che compongono l’UE saranno mai in grado di decidere in tempi accettabili l’impiego della forza militare, considerato che le divergenze già esistenti all’interno dell’Unione verranno amplificate dall’adesione di nuovi stati mentre le principali potenze europee (Gran Bretagna, Francia e Germania) sono già scese in lizza per ospitare sul proprio territorio i nuovi comandi che verranno istituiti e contendersi i ruoli di leadership. Esistono inoltre divergenze rilevanti anche circa gli obiettivi che dovrebbero ispirare la costituzione del primo vero embrione delle Forze Armate Europee. Per i britannici si tratta di ampliare le capacità militari europee nel’ambito della ESDI (European 35


Security and Defence Identity) e quindi in stretta simbiosi con la NATO e gli Stati Uniti, mentre i francesi concepiscono il Corpo Europeo come un’occasione per aumentare l’autonomia strategica comunitaria nei confronti dell’Alleanza Atlantica e degli USA, e premono affinchè l’embrione della nuova struttura militare venga ricavato dal già esistente Eurocorpo franco-tedesco. Solana, pragmaticamente, ha precisato che «il Corpo Europeo sarà separabile ma non separato dalla NATO». Un’affermazione che ha sollevato le critiche degli europeisti più accesi ma che è stata accolta con soddisfazione a Washington, dove la maggiore autonomia militare europea, soprattutto se in un ambito vicino all’Alleanza Atlantica, viene vista con soddisfazione presso molti ambienti politici e militari che premono per un ridimensionamento della presenza oltremare dei militari statunitensi. Anche sul versante strettamente militare non mancano i dubbi e le incertezze circa il buon esito del progetto di dotare l’UE di una forza d’intervento autonoma. Ci si chiede fino a che punto i partners europei saranno disposti a mettere in comune le rispettive reti d’intelligence e quanto influiranno sul processo decisionale ed operativo gli interessi nazionali rispetto a quelli comunitari. Inoltre, molti Paesi europei spendono troppo poco per la Difesa e ben difficilmente i partners militarmente più preparati saranno disposti a pagare per gli altri. Solana ha ammonito che «per elaborare una capacità militare collettiva alcuni Paesi dovranno effettuare ristrutturazioni dolorose e stanziare fondi supplementari» (tra questi vi è senza dubbio anche l’Italia il cui bilancio necessiterebbe solo per l’acquisizione di nuovi mezzi ed equipaggiamenti di almeno 4 000 miliardi di lire in più all’anno e che aderirà con circa 5 000 uomini al Corpo Europeo) con l’obiettivo di tra36

Plotone polacco impegnato nell’esercitazione «Partnership for Peace» in Friuli.

sformare forze statiche, ancora legate alle dottrine della difesa nazionale, in unità flessibili e proiettabili a grande distanza. Nel complesso, secondo gli analisti della UEO, le lacune da colmare in tempi brevissimi per dare vita ad una Forza d’Intervento Europea credibile riguardano principalmente i seguenti punti: • Mobilità Strategica: carenza di velivoli da trasporto e unità navali di grande capienza; mancanza di piani per la requisizione programmata di mezzi civili come quelli esistenti in gran Bretagna e Stati Uniti. Nel settore del trasporto aereo Francia e Germania hanno annunciato la costituzione di una forza comune; • Supporto Logistico di Proiezione: carenza di piani e mezzi per alimentare a lungo unità schierate a grande distanza; • Guerra Elettronica: carenza di velivoli per la sorveglianza radar ed elettronica del teatro d’operazioni, per la guerra psicologica, per il disturbo delle emissioni nemiche; • Guerra Aerea: incapacità delle forze aeree di molti pesi europei di condurre operazioni complesse integrate (registrano carenze nelle operazioni SEAD e dispongono di poche armi intelligenti e di personale poco addestrato al loro impiego); • Protezione NBC: carenze negli equipaggiamenti protettivi per operare in ambienti contaminati da agenti chimici, biologici e nucleari; • Trasporto aero-tattico: carenza di velivoli in grado di operare da piccoli aeroporti privi di piste asfaltate (esigenza già emersa nelle operazioni in Somalia e a Timor Est); • Sistemi di Ricognizione e Comunicazione Satellitari: man-

canza di gruppi di satelliti integrati e protetti da intrusioni e disturbi. A completare il quadro della situazione, un recente rapporto della UEO ha sottolineato inoltre le attuali capacità operative europee senza poter contare sul supporto fornito dai mezzi statunitensi della NATO. Con riferimento ai cinque scenari di crisi ipotizzati, nei quali potrà essere chiamato ad intervenire il Corpo Europeo, le capacità operative risultano inficiate dalle carenze sopra citate. Scenario 1 Impiego di due Divisioni, più componenti aero-navali, in una missione della durata di un anno in un teatro situato entro 6 000 chilometri di distanza dall’Unione per separare i belligeranti e avviare negoziati di pace.


vole quantità di materiali per la decontaminazione, la lotta contro la propagazione delle sostanze tossiche e ad assistere le persone colpite dagli agenti NBC. CONCLUSIONI

La UEO dispone di sufficienti forze terrestri per espletare la missione ma registra carenze nella mobilità strategica e aero-tattica, nella soppressione delle difese aeree nemiche, nella guerra elettronica, nella mobilità dei sistemi di comando e controllo. Operazione attualmente non effettuabile. Scenario 2 Costituzione di una zona d’interposizione tra due avversari sull’orlo di un conflitto. Missione della durata di un anno in un teatro a 3 500 chilometri di distanza dal territorio dell’Unione con l’impiego di una Brigata più componenti aeree e navali. Forze e mezzi sufficienti ad espletare al meglio la missione. Scenario 3 Intervento umanitario con l’impiego di unità specializzate (sa-

nità, soccorso, genio, logistica) in un teatro situato entro i 3 500 chilometri dall’Unione. Operazione effettuabile con difficoltà crescenti a seconda dell’ampiezza della catastrofe. Scenario 4 Intervento umanitario a favore di profughi in zona di guerra. Operazione effettuabile ma con difficoltà crescenti qualora si trattasse di evacuare per via aerea migliaia di profughi e ripristinare vie di comunicazione e supporti logistici per i rifugiati. Scenario 5 Evacuazione all’estero di civili colpiti da agenti NBC. Operazione da effettuare in un Paese vicino all’Unione con miglia di civili a rischio di contaminazione NBC. Operazione effettuabile ma con difficoltà a fornire la considere-

L’esame della situazione attuale e del divario che occorre superare per mettere a punto uno strumento d’intervento credibile ed efficiente, oltre ad evidenziare il necessario supporto della NATO a qualunque iniziativa militare europea, dovrebbe indurre i Paesi dell’UE a muoversi rapidamente sia sulla strada dei maggiori investimenti sia su quella dell’utilizzo più razionale delle risorse disponibili. Del resto la ristrutturazione degli apparati industriali europei ed il loro accorpamento costituiscono un’occasione irripetibile per procedere al rapido aggiornamento tecnologico delle Forze Armate. Tutto dipenderà dalla reale volontà politica di passare dalle parole ai fatti concreti, e dalla capacità dell’attuale leadership dei Paesi europei di comprendere l’importanza strategica di detenere capacità difensive e di gestione delle crisi autonome, riconoscendo alla Forze Armate il ruolo di «strumenti di politica estera». Fino ad oggi i segnali in questo senso non sono stati molto incoraggianti, ma le sfide nel settore strategico e della sicurezza che si stagliano all’orizzonte imporranno presto all’Europa la scelta tra l’assunzione delle proprie responsabilità globali e il mantenimento di un ruolo subalterno nei confronti dell’alleato statunitense. * Giornalista Nota (1) Dati ISSS-Istituto Studi Strategici - Londra.

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L'ADATTAMENTO DEL TRATTATO SULLE FORZE ARMATE CONVENZIONALI IN EUROPA (CFE) di Maurizio Boni *

Il CFE, in vigore fin dai tempi del bipolarismo, è considerato un insostituibile pilastro della sicurezza europea e costituisce l'unico vero regime di controllo degli armamenti convenzionali, prevedendo precise limitazioni, riduzioni e relative verifiche dei mezzi aerei e terrestri a carattere offensivo. Esaminiamone i contenuti alla luce soprattutto dei recenti accordi raggiunti nel «summit» di Istanbul. 38


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l 18 novembre 1999 è stato firmato, in occasione del Summit OSCE di Istanbul, l’Accordo sull’Adattamento del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE), finalizzazione di tre anni di attività negoziali svolte per rendere più aderenti le misure in esso contenute all’attuale contesto geopolitico europeo caratterizzato, soprattutto, dall’ampliamento della NATO. Firmato a Parigi nel novembre del 1990 ed entrato in vigore nel luglio del 1992, il Trattato CFE fu

ideato per ridurre le tensioni tra le due superpotenze della guerra fredda mediante il raggiungimento di un livello di armamenti, delle rispettive forze armate dislocate in Europa, ridotto ed equilibrato, tale da diminuire la possibilità di sferrare attacchi di sorpresa o di intraprendere azioni offensive su larga scala. Esso ha istituito l’unico vero regime di controllo degli armamenti convenzionali in Europa in quanto prevede, su base giuridica, precise limitazioni, riduzioni e relative verifiche per i più significativi equipaggiamenti aerei e terrestri a carattere offensivo (carri armati, veicoli corazzati da combattimento, artiglierie, aerei da combattimento ed elicotteri d’attacco), denominati TLE (Treaty Limited Equipment). Per diverse ragioni, questo Trattato viene considerato come uno dei pilastri della sicurezza europea. Innanzitutto, per la natura stessa degli accordi che hanno imposto una consistente riduzione di armamenti convenzionali nel Continente che non ha precedenti nella storia (più di 58 000 TLE sono stati distrutti in esecuzione degli obblighi previsti dal Trattato). In secondo luogo, per le ispezioni effettuate per verificare i limiti imposti alle forze terrestri ed aeree (circa 2 700) che hanno reso gli apparati militari dei Paesi membri più trasparenti, aumentando la fiducia reciproca. Il processo CFE ha inoltre fornito un quadro legale che ha imposto all’Unione Sovietica di rinunciare, dopo la caduta del Muro di Berlino, a un elevato numero di sistemi d’arma e di equipaggiamento, passati sotto il controllo delle repubbliche ex sovietiche favorendo, in tale modo, il progressivo e pacifico allontanamento di tali repubbliche dall’orbita russa. Va poi sottolineato che tutte le misure previste dagli accordi sono state attuate con successo anche in presenza dei profondi

cambiamenti politici che hanno interessato il nostro Continente, quali la disintegrazione dell’Unione Sovietica, la divisione della Cecoslovacchia in due nazioni distinte, la riunificazione della Germania e l’instaurarsi di conflitti armati e/o disordini nel territorio di almeno altri quattro Stati firmatari (Georgia, Armenia, Azerbaigian e Tagikistan). Infine, in tempi più recenti, il Trattato è stato applicato anche durante l’intervento della NATO in Kosovo, mediante l’effettuazione di visite ispettive da parte della Federazione Russa a siti dell’Alleanza Atlantica in Italia (Aviano) e in Ungheria (Tazar). La trasparenza mostrata in tali circostanze, sicuramente non delle più facili, ha confermato l’utilità delle misure di verifica per ridurre le tensioni fra gli Stati Parte in caso di crisi. Le decisioni di Istanbul, che comprendono il testo vero e proprio dell’accordo e l’Atto Finale della Conferenza degli Stati Parte, non solo confermano la valenza politico-militare del documento ma, come vedremo, ne ampliano ulteriormente la portata in quanto lo sviluppo del processo di adattamento rispecchia, ancor più che nel passato, le differenti esigenze in materia di sicurezza che ogni Stato Parte ha inteso salvaguardare nel corso dei negoziati. L’adempimento degli obblighi previsti dagli accordi siglati a suo tempo a Parigi ha presentato, sin dalla sua origine, risvolti operativi concreti per un numero rilevante di Reparti ed Enti, sino a livello Reggimento/battaglione dell’Esercito, Forza Armata interessata più delle altre al rispetto di tutti gli articoli ed i protocolli concordati in ambito internazionale. Nel prossimo futuro, le responsabilità in materia non potranno che accrescersi date le aspettative che tutti gli Stati Parte hanno creato circa l’utilità di 39


questo strumento di politica di sicurezza non solo nazionale. L’EVOLUZIONE DEL TRATTATO L’idea di base di realizzare un equilibrio sostanziale delle forze convenzionali dei due blocchi trovò attuazione, innanzitutto, nella definizione di limiti allo schieramento dei rispettivi TLE in un’area geografica («area di applicazione» del Trattato), compresa tra l’Oceano Atlantico 40

ed i Monti Urali, nella misura di 20 000 carri armati e pezzi di artiglieria, 30 000 veicoli corazzati da combattimento, 2 000 elicotteri d’attacco e 6 800 aerei da combattimento. Tali limitazioni quantitative furono ulteriormente elaborate e suddivise in ambiti territoriali più circoscritti, costituiti da cinque zone nell’ambito dell’intera area di applicazione. Ciò consentì di tradurre in pratica il mandato negoziale che era quello, come già accennato, di evitare ammassamenti «critici» di forze convenzionali nelle

regioni ritenute maggiormente «sensibili», con particolare riferimento ai territori dell’Europa centrale ed alla cosiddetta «area dei fianchi» costituita dai territori di dodici Paesi, compresa una parte della Federazione Russa (1). I limiti nazionali, per ciascuno dei 22 Paesi firmatari e per ciascuna categoria di TLE, furono successivamente negoziati tra i membri della NATO e del Patto di Varsavia. All’atto della dissoluzione dell’URSS, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Russia e Ucraina, si ripartirono, a Taskent nel 1992, il quantitativo di TLE assegnato all’Unione Sovietica, in quanto succedute ufficialmente a quest’ultima ai fini dell’applicazione del Trattato. Gli Stati Parte diventarono, così, 29 per poi arrivare a 30 in seguito alla divisione della Cecoslovacchia in due ulteriori stati, avvenuta nel gennaio del 1993. L’attuazione dei rilevanti obblighi di riduzione previsti dagli accordi iniziò nel novembre del 1992, per concludersi tre anni più tardi nel novembre del 1995. In tale contesto, gli oneri maggiori furono a carico della Federazione Russa che, dovendo sbarazzarsi di quasi 12 000 TLE, manifestò, sin dal principio, evidenti difficoltà a rispettare i limiti previsti nella zona dei «fianchi» che comprendeva, per questo Paese, il Distretto Militare di Leningrado, a nord, e il Distretto Militare del Caucaso del Nord, a sud (2). Il problema trovò una soluzione di compromesso nel corso della prima conferenza di riesame del Trattato, tenutasi a Vienna nel 1996, quando gli Stati Parte, riconosciute le accresciute esigenze di sicurezza nell’area caucasica da parte della Russia, convennero di permettere a quest’ultima di mantenere un livello di forze sostanzialmente più elevato nelle due aree, peraltro opportunamente ridimensionate, ponendo, nel contempo, nuovi limiti temporali (dicembre 1999) per il


raggiungimento del nuovo livello di forze. In quella stessa occasione, fu la Federazione Russa a proporre ufficialmente una revisione generale del contenuto del Trattato per adeguarlo alle mutate condizioni politico-militari del dopo guerra fredda. La decisione formale di intraprendere la nuova serie di negoziati fu quindi presa al vertice OSCE di Lisbona, tenutosi nel dicembre dello stesso anno, dove ci si accordò sugli obbiettivi generali del processo di revisione. Lo studio delle modalità di ammissione di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, fece da sfondo e influenzò in maniera determinante lo sviluppo delle trattative tant’è che gli «elementi di base», costituenti gli indirizzi negoziali fondamentali per un CFE ammodernato, concordati tra NATO e Federazione Russa nel luglio del 1997, rispecchiavano proprio le necessità di far fronte allo storico evento in maniera soddisfacente per tutte le parti interessate. L’annuncio di aver raggiunto un «denominatore comune» sull’argomento fu fatto, appositamente, in concomitanza con la presentazione dei nuovi membri al Summit di Madrid dell’Alleanza Atlantica. In sintesi, i negoziatori si ponevano l’ambizioso programma di modificare la struttura «per blocchi» del Trattato, definire misure e verifiche per impedire concentrazioni di forze sui territori dei nuovi membri della NATO e consentire l’accesso al nuovo sistema di norme di altri Paesi OSCE. In quel contesto, la maggior parte dei Paesi NATO si impegnò, inoltre, a ridurre di almeno il 5% le proprie dotazioni complessive di TLE e ad aumentare la percentuale di quote ispettive passive per consolidare il regime di verifica. I risultati ottenuti in due anni di trattative vennero, infine, definitivamente sottoscritti nel marzo del 1999, ultima tappa prima

PROCESSO CFE (successione cronologica degli eventi maggiormente significativi) 10 gennaio 1989: Firma del mandato per il negoziato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa. 9 marzo 1989: Inizio dei negoziati. 20 novembre 1990: Firma del Trattato CFE (22 Stati firmatari). 19 settembre 1991: I Paesi Baltici diventano indipendenti. Non facendo più parte del Distretto Militare del Baltico non devono più sottostare alle obbligazioni previste dal Trattato. Dissoltasi l’URSS i Paesi Baltici non sono firmatari originali del Trattato né tantomeno successori ufficiali dell’Unione Sovietica. Unica eccezione: garantire lo svolgimento delle ispezioni CFE sul proprio territorio sino a quando questo ospiterà truppe russe. 21 dicembre 1991: L’Italia ratifica il Trattato CFE. 15 maggio 1992: Firma del Documento di Taskent. Avviene la ridistribuzione dei TLE tra le otto ex Repubbliche Sovietiche comprese nell’Area ATTU (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Moldavia, Russia ed Ucraina). Gli Stati Firmatari salgono così a 29. (Diventeranno 30 con la divisione della Cecoslovacchia, il 1° gennaio 1993, nelle due Repubbliche Ceca e Slovacca). 5 giugno 1992: Conferenza Straordinaria di Oslo. I 29 Stati firmatari approvano formalmente i cambiamenti apportati in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica (viene emendato, nel testo del Trattato, ogni riferimento alle Alleanze -NATO/Patto di Varsavia - precedentemente esistenti). 10 luglio 1992: Firma degli Accordi sull’applicazione provvisoria del Trattato CFE e dell’Atto conclusivo del negoziato sulla consistenza degli effettivi delle forze armate convenzionali in Europa - CFE 1/A. 17 luglio 1992: Entrata in vigore del Trattato CFE. 16 novembre 1992: Inizio del periodo delle riduzioni. 16 novembre 1995: Termine del periodo delle riduzioni. 1° giugno 1996: Prima Conferenza di riesame del Trattato CFE. Viene ridisegnata, in senso riduttivo, l’area dei "Fianchi" consentendo ai russi di mantenere, sino al 31/12/99 le dotazioni di TLE presenti, e agli ucraini un tetto maggiore. La Russia ottiene un riconoscimento delle proprie accresciute esigenze di sicurezza nell’area caucasica. Viene presa la decisione di avviare un processo di adattamento del Trattato. 1° dicembre 1996: Summit OSCE di Lisbona. Si formalizza l’avvio del processo di adattamento del Trattato definendo gli obiettivi del lavoro di revisione ed i suoi parametri di base (Scope and Parameters Document). 23 luglio 1997: I trenta Stati Parte si accordano sui principi di base costituenti i «pilastri» di un CFE ammodernato. 19 novembre 1999: Summit OSCE di Istanbul. Firma dell’Accordo sull’Adattamento del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa e dell’Atto Finale della Conferenza degli Stati Parte CFE.

delle decisioni finali dei 30 Capi di Stato o di Governo che si sarebbero riuniti ad Istanbul. Quegli accordi preliminari assunsero rilevanza particolare se si consi-

dera che la Russia, in quel periodo, aveva sospeso i legami politici con la NATO a causa della campagna aerea intrapresa dall’Alleanza contro la Serbia. 41


Distruzione di un veicolo corazzato da combattimento ucraino effettuata in un sito di riduzione.

ELIMINAZIONE DELLA STRUTTURA FONDATA SULL’ESISTENZA DI DUE BLOCChI CONTRAPPOSTI Costituisce l’emendamento di maggiore portata, in quanto permette di considerare il CFE come un trattato multilaterale stipulato nell’interesse di 30 Stati, e non di due alleanze. La misura che rende attuale il sistema di limitazioni quantitative di TLE a suo tempo ideato, riguarda l’introduzione di nuovi «tetti nazionali» (NC National Ceiling), in sostituzione dei limiti collettivi, valevoli per le stesse categorie di armamenti ed equipaggiamenti limitati dal Trattato e per ciascuno Stato Parte. In tale modo, il territorio di ogni Paese CFE costituisce, ai fini dell’applicazione del Trattato, una «regione» a sé stante. I tetti nazionali possono essere innalzati, entro limiti ben definiti e a condizione che, contestualmente, uno o più Stati Parte diminuiscano i propri della stessa quantità nelle stesse categorie o sottocategorie interessate, oppure ridotti unilateralmente, su decisione autonoma di ciascuno Stato Parte, senza che ciò conferisca il diritto, ad un altro Stato Parte di incrementare i propri tetti nazionali. A 42

questo proposito è significativo notare che la definizione dei nuovi limiti è stata effettuata per tutti i Paesi CFE con riferimento alle dotazioni attualmente esistenti e non a quelle derivanti dal vecchio trattato, sensibilmente più elevate. La stessa Federazione Russa ha, in tale contesto, confermato il rispettivo livello di armamenti posseduti ritenendolo adeguato alle proprie esigenze di sicurezza. L’Italia ha deciso di ridurre i propri tetti nazionali nella misura di: • 1 267 carri armati da 1 348; • 3 172 veicoli corazzati da combattimento da 3 339; • 1 818 pezzi di artiglieria da 1 955; • 618 aerei da combattimento da 650, seguita dalle riduzioni altrettanto significative di Stati Uniti, Regno Unito e Germania e altre ancora, di più piccola entità, del Canada e della Danimarca. Tutto ciò ha permesso di procedere all’ampliamento dell’Alleanza senza incrementi delle dotazioni complessive dei propri TLE (che l’immissione dei nuovi membri avrebbe inevitabilmente comportato) e rispettando così il fondamentale principio del non accrescimento dei livelli globali di forze in Europa, sottoscritto da tutti gli Stati Parte.

Il quadro delle limitazioni quantitative per ogni Stato Parte viene, infine, completato dalle disposizioni sui «sottotetti nazionali per unità attive» (cioè non situate in depositi per l’immagazzinamento permanente). In pratica, per la Repubblica del Belarus, la Repubblica Ceca, la Repubblica di Polonia, la Federazione Russa, la Repubblica Slovacca, l’Ucraina e l’Ungheria, fermo restando il rispetto dei rispettivi NC sono stati definiti ulteriori limiti allo schieramento di TLE (limitatamente alle tre categorie terrestri: carri armati, veicoli corazzati da combattimento ed artiglierie) da mantenere in unità attive sotto forma, appunto, di «sottotetti», che possono peraltro essere aumentati, nel rispetto dei vincoli identificati per i tetti nazionali, purché: • l’aumento del sottotetto sia accompagnato da una riduzione del proprio tetto nazionale nella medesima categoria di TLE; • per ciascun TLE in aumento venga ridotto il proprio tetto nazionale di quattro unità nella medesima categoria; • il sottotetto risultante per le unità attive non superi il nuovo tetto nazionale conseguito mediante la riduzione. MISURE ChE IMPEDISCONO LA CONCENTRAZIONE DI FORZE CON EFFETTI DESTABILIZZANTI NELL’AREA DI APPLICAZIONE DEL TRATTATO L’innovazione principale è costituita dalla definizione dei «tetti territoriali» (TC-Territorial Ceiling ) i quali esprimono i livelli massimi di TLE (per le sole tre categorie terrestri: carri armati, veicoli corazzati da combattimento ed artiglierie) che possono tro-


BTR-70 della Federazione Russa ripreso nel corso di una attività ispettiva.

varsi sul territorio di ciascuno Stato Parte e comprendono, quindi, anche le forze di altri Paesi eventualmente stazionate su quel dato territorio. I tetti territoriali sono stati quindi definiti sommando ai tetti nazionali la quota di TLE che uno Stato può schierare oltre ai propri, e possono essere innalzati o ridotti, secondo gli stessi principi che regolano la modifica dei tetti nazionali. Non a tutti i Paesi CFE è stata conferita, però, la stessa possibilità, in termini quantitativi, di ricevere unità di altri Stati Parte in quanto, per i Paesi compresi nell’area dei «fianchi», il livello dei tetti territoriali equivale a quello dei tetti nazionali. Inoltre, nella regione di Odessa, per l’Ucraina, e in alcune regioni della Federazione Russa (nell’ambito dei Distretti Militari di Leningrado e del Nord Caucaso) sono state introdotte ulteriori restrizioni nell’ambito di «sottotetti» territoriali opportunamente definiti. A ciò si deve, infine, aggiungere l’impegno della Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria (sottoscritto nell’Atto finale della Conferenza degli Stati Parte e non riportato nel testo del Trattato) di far coincidere, entro il 2002, la consistenza dei propri tetti nazionali e territoriali, il che limiterà ulteriormente le proprie capacità «ricettive». Tutto questo non deve, comunque, far pensare che sia impossibile, per alcuni Stati, ospitare TLE di altri Paesi poiché sono state introdotte misure di flessibilità che consentono il superamento temporaneo dei tetti territoriali. Infatti, sin dagli inizi del processo di ampliamento, i rappresentanti della NATO avevano in più occasioni affermato di non prevedere la necessità di stazionare permanentemente forze sul territorio dei nuovi membri, so-

prattutto per rassicurare la Russia sulle conseguenze militari dell’allargamento. Tuttavia, i nuovi membri designati avevano manifestato le proprie perplessità in merito, in quanto, in caso di crisi, la NATO non avrebbe potuto schierare, in quelle nazioni, propri contingenti senza violare il Trattato. Il compromesso è rappresentato dalla possibilità di eccedere temporaneamente le limitazioni previste, in caso di condotta di operazioni in supporto della pace sotto egida ONU/OSCE, esercitazioni militari o spiegamenti di unità. In pratica, tutti i Paesi CFE potranno ospitare un quantitativo «di base» di TLE, pari a 153 carri armati, 241 veicoli corazzati da combattimento e 140 pezzi di artiglieria eccedenti i tetti territoriali, mentre per gli Stati Parte non appartenenti all’area dei «fianchi» tale quantitativo viene elevato, per le stesse categorie di armamenti, rispettivamente a 459, 723, 420. Tali vincoli, peraltro, non sussistono per le unità impegnate in operazioni in supporto della pace e che, pertanto, possono essere schierate senza limiti quantitativi. Riassumendo, Paesi come l’Italia, la Germania o la Francia, i

cui tetti territoriali differiscono da quelli nazionali, possono ospitare, nel proprio territorio, un numero di TLE pari alla differenza tra i due limiti (normalmente destinato in tutto o in parte alle forze da stazionare permanentemente), al quale è consentito sommare il quantitativo temporaneo più elevato. Per gli Stati Parte compresi nei «fianchi» quali, per esempio, la Grecia, la Bulgaria o la Georgia, i cui tetti territoriali e nazionali coincidono, esiste solo la possibilità di ospitare il quantitativo temporaneo di TLE più basso. I nuovi membri della NATO e la Repubblica Slovacca, una volta realizzata la coincidenza del valore dei due tetti, avranno invece il diritto di ospitare unicamente il quantitativo temporaneo di TLE più elevato. Unica eccezione, nel quadro appena delineato, è costituita dalla Repubblica di Moldova che ha rinunciato del tutto a tale possibilità. Definite le misure volte a limitare lo stazionamento di forze e le relative «soglie» è stato, in seguito, necessario associare un complesso sistema di verifica che ha ampliato e modificato i protocolli sulle «Notifiche e lo Scambio di informazioni» e sulle 43


«Ispezioni» prevedendo, fra l’altro, un incremento delle quote ispettive passive a carico di ciascuno Stato Parte. Ogni Stato CFE dovrà, quindi, fornire informazioni supplementari su tutti i movimenti dei propri TLE in maniera molto più articolata che nel passato, dovendo rendere conto, secondo scadenze temporali prestabilite o al verificarsi di eventi particolari, anche del loro trasferimento e schieramento al di fuori del territorio nazionale, del transito sui territori degli altri Stati Parte ed impiego nei vari tipi di operazioni. In caso di superamento dei tetti territoriali, anche se temporanei, le aree di schieramento dei TLE esuberanti potranno essere oggetto di ispezioni e si dovranno illustrare le circostanze che hanno provocato le eccedenze notificate. L’insieme complessivo di queste misure viene, infine, arricchito dall’impegno, sottoscritto da numerosi Paesi dell’Europa centroorientale oltre che da Bielorussia, Germania, Ucraina e Russia (limitatamente ad alcune province), a non utilizzare i meccanismi del trattato adattato per accrescere i livelli dei tetti territoriali, e dagli accordi stipulati tra, la Georgia, la Repubblica di Moldova e la Federazione Russa, volti a ridurre i livelli di TLE di quest’ultima sui territori dei primi due Stati. CLAUSOLA DI ACCESSO PER EVENTUALI ALTRI STATI OSCE L’iniziativa può avere sviluppi significativi per i Paesi Baltici e per quelli dell’area dei Balcani. L’esclusione di Estonia, Lituania e Lettonia dal Trattato CFE si basò, a suo tempo, su una questione di sovranità nazionale. All’atto della dissoluzione dell’URSS, questi Paesi non vollero essere annoverati tra quelli succeduti ufficialmente all’Unione Sovietica né si considerarono firmatari degli accordi e si rifiuta44

rono, perciò, di partecipare alla Conferenza di Taskent. La possibile adesione al nuovo trattato in qualità di membri partecipanti a pieno titolo evidenzierebbe la loro autonomia politica oltre a fornire una indiscutibile cornice di sicurezza a livello internazionale. Per quanto riguarda i Balcani, viene creato, di fatto, un significativo collegamento con gli Accordi di Dayton. Questi ultimi, istituiti a Vienna, sotto l’egida della OSCE e con la guida attiva di sei Paesi «garanti» (USA, Russia, Francia, Germania, Regno Unito e Italia), hanno istituito tre tavoli negoziali: un primo tavolo ha portato a concludere, nel gennaio del 1996, un accordo su misure di rafforzamento della fiducia (sul tipo di quelle CSBM (3) previste dal Documento di Vienna nelle sue varie versioni). Un secondo tavolo, sul controllo degli armamenti vero e proprio, ha coinvolto le cinque parti interessate alle trattative (Croazia, Repubblica Federale di Iugoslavia, Bosnia Erzegovina, Federazione di Bosnia Erzegovina e la

Repubblica Srpska) e si è concluso con la firma, a Firenze nel giugno del 1996, di un accordo sul tipo del CFE, con adattamenti resi necessari dalla situazione specifica post-iugoslava («Accordo sub-regionale sul controllo degli armamenti nella ex Iugoslavia»). Infine il terzo tavolo negoziale, tuttora in corso, sul controllo degli armamenti regionali, che dovrebbe riguardare tutti i Paesi della ex-Iugoslavia e quelli limitrofi (in particolare Macedonia, Albania, Austria e Slovenia, ma anche alcuni già sottoscrittori del CFE come Bulgaria, Romania e Ungheria), con l’intento di estendere a un contesto territoriale allargato le stesse misure in atto previste negli accordi sub-regionali. La clausola di accesso al Trattato non solo offre ai firmatari degli Accordi di Dayton l’opportunità di concludere trattative in materia senza negoziazioni separate, ma pone anche le premesse per la realizzazione di un ambizioso progetto di controllo degli armamenti, noto come «processo di armonizzazione», e che tende ad estendere ai 54 Paesi


Conclusione di un’attività ispettiva a guida italiana effettuata in Ucraina.

della OSCE impegni e vincoli analoghi a quelli, appunto, già sottoscritti dai 30 Stati Parte CFE. Lo sviluppo di questa ulteriore iniziativa, maturata nella metà degli anni novanta, non ha avuto sino ad ora sviluppi concreti e l’attività condotta è stata principalmente incentrata sulle problematiche relative all’integrazione dei regimi informativi CSBM (facente capo al Documento di Vienna) e CFE, ma il trattato adattato introduce nuove ipotesi di lavoro. CONSIDERAZIONI Il concetto che la superiorità militare non è più elemento esclusivo per garantire la sicurezza del proprio Paese, e che invece una volontà condivisa di ridurre in parte le proprie capacità militari può contribuire in maniera determinante al conseguimento degli stessi obiettivi, appartiene a tempi molto recenti e il controllo degli armamenti ha introdotto una nuova concezione della sicurezza militare basata su una coo-

perazione tra Stati. In tale contesto, l’interrogativo da porsi non è se un piano per il controllo degli armamenti disarmi effettivamente una nazione, ma è invece se renda meno probabile una guerra a fondo, oppure riduca la capacità distruttiva di un qualsiasi conflitto che possa determinarsi garantendo, nel contempo, una capacità militare credibile. Se ciò non si verifica o se il piano lascia la situazione fondamentalmente immutata, il piano stesso non giova agli interessi nazionali. Gli esiti dei negoziati sul controllo degli armamenti dipendono, quindi, dalla effettiva capacità di addivenire a un compromesso tra le diverse esigenze politico militari dei Paesi partecipanti, tra le loro differenti percezioni dei rischi e valutazioni dello scenario internazionale, in maniera tale che i rispettivi interessi in materia di sicurezza siano salvaguardati. Il processo di revisione del Trattato CFE si è concluso adottando un documento molto più complesso del precedente proprio perché soddisfa in massima parte tutti questi requisiti: il mandato originale di realizzare e mantenere un livello ridotto ed equilibrato di forze convenzionali in Europa è stato rispettato, l’Alleanza Atlantica ha conservato il diritto di schierare le proprie Forze sui territori dei Paesi membri dell’Organizzazione, la Federazione Russa ha ottenuto un sistema molto fiscale di garanzie reciprocamente correlate in merito agli sviluppi dell’ampliamento della NATO ed il Trattato si può porre ora quale solida base per lo sviluppo di una struttura di sicurezza paneuropea, aperto a tutti i Paesi OSCE che lo desiderino. Da un punto di vista più pratico, gli oneri per l’applicazione delle nuove misure, essendo queste ultime riferite per la maggior parte a carri armati, veicoli co-

razzati da combattimento e artiglierie, saranno a carico delle forze terrestri degli Stati Parte. In tale ambito, anche la Forza Armata avrà oneri aggiuntivi in termini, soprattutto, di monitoraggio e notifica della presenza effettiva dei TLE sul territorio nazionale, dei movimenti di TLE italiani impegnati in attività addestrativa ed operativa al di fuori del territorio nazionale (compreso il transito da un Paese all’altro) e dell’ingresso di TLE stranieri sul territorio nazionale (compresi quelli in transito). In sostanza, per il futuro sarà sempre più necessario «tradurre» in «linguaggio» CFE le attività svolte dalla Forza Armata nei settori a più elevata visibilità in quanto correlate a quelle degli altri Stati Parte. Per quanto precede, gli esiti del Summit di Istanbul costituiscono una ulteriore e importantissima tappa dell’esistenza di questo Trattato che, ponendosi quale più ambizioso e riuscito tentativo di limitare e ridurre gli armamenti convenzionali in Europa della storia, continua a costituire per la sua concretezza attuale e per gli sviluppi futuri che lo riguarderanno, uno degli strumenti fondamentali per la realizzazione di una politica di sicurezza internazionale. Ž * Tenente Colonnello, Capo della 1^ Sezione dell’Ufficio Controllo Armamenti dello SME

NOTE (1) I Paesi compresi nell’area dei «fianchi» sono: l’Islanda, la Norvegia, la Turchia, la Grecia, la Bulgaria, la Romania, la Repubblica di Moldova, l’Azerbaigian, l’Armenia e la Georgia). (2) Una trattazione molto dettagliata della problematica dei «fianchi» è stata pubblicata sul n. 6 (novembre-dicembre) 1995 della Rivista Militare. (3) CSBM: «Confidence and Security Building Measures», misure volte a rafforzare la fiducia e la sicurezza.

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AUSTRIA LE NUOVE FORZE ARMATE di Enrico Magnani *

Intervista al Generale Horst Pleiner Capo di Stato Maggiore della Difesa 46


Proseguendo nell’iniziativa di conoscere la realtà delle Forze Armate europee, abbiamo incontrato il Capo di Stato Maggiore della Difesa austriaca. Tutto il mondo è paese. Anche i nostri vicini sono impegnati a realizzare uno strumento militare ridotto, agile, flessibile e facilmente integrabile in formazioni multinazionali. Signor Generale, le Forze Armate austriache hanno quasi portato a termine un complesso piano di riforma. Può spiegare ai lettori della Rivista Militare come sarà l’Esercito del prossimo secolo? La situazione politica e strategica in Europa e le riduzioni degli stanziamenti hanno imposto una revisione dell’organizzazione militare austriaca. Conseguentemente, la nuova struttura è stata progettata per fornire la migliore soluzione militare e per sviluppare le nostre forze nella giusta direzione. La situazione strategica, le missioni attuali e quelle immediatamente future richiedono forze prontamente disponibili, soprattutto per le operazioni internazionali. Come Lei ha appena detto, abbiamo completato le riforme negli anni ’90 ed ora stiamo valutando ulteriori sviluppi in due direzioni: da una parte abbiamo ricevuto le indicazioni politiche per decidere se continuare ad avere Forze Armate basate sulla leva oppure se cambiare a favore di un sistema più professionale. Dall’altra, nel 1999, ad Helsinki, la UE ha deciso di rendere disponibili forze composte da 50 000 / 60 000 uomini per i compiti di Petersberg (operazioni 47


a supporto della pace). L’Austria, quale membro della UE, deve partecipare a questa iniziativa e quindi preparare a tale scopo unità di 1 800/2 000 uomini. Non sono in grado di predire lo sviluppo delle nostre Forze Armate nel prossimo secolo, ma posso affermare che nei prossimi anni diventeremo più professionali e che il ritmo di questo sviluppo dipenderà da decisioni politiche. Le Forze Armate austriache hanno una grande esperienza di Peace-Keeping sotto l’egida delle Nazioni Unite. Più recentemente,

etnici susseguenti la fine del bipolarismo. Abbiamo capito che la stabilità in Europa è essenziale per la nostra sicurezza e, quindi, la nostra politica deve essere rivolta alla prevenzione dei conflitti e al supporto della pace. L’Austria ha ratificato il Trattato di Amsterdam ed ha deciso di partecipare alla PfP allargata per le attività di pace della NATO. Quindi abbiamo il dovere di prendere parte alle operazioni a supporto della pace nell’ambito della comunità internazionale, secondo la nostra consolidata tradizione sotto l’egida delle Na-

scuola di addestramento per il personale da assegnare alle missioni di Peace Keeping. Può illustrarci brevemente i programmi, gli obiettivi e le prospettive di questa istituzione? Il Comando austriaco per il supporto alla pace internazionale (AIPSC) è dislocato a Goetzendorf, circa 30 chilometri a sudest di Vienna. Nonostante la responsabilità del reclutamento e del primo addestramento dei militari assegnati alle operazioni a supporto della pace competa a tutte le Forze Armate, l’AIPSC è la principale organizzazione interforze che assicura la partecipazione alle missioni internazionali e multinazionali. L’AIPSC ha, dunque, il compito di preparare, organizzare e condurre tali operazioni. Essa è la grande base e il centro di addestramento delle Peace Support Operations per tutti i contingenti e, dall’autunno 1999, è anche Centro di Addestramento PfP. Questa organizzazione è inoltre centro di verifica istituzionale a livello nazionale ed internazionale. Promovendo la CENCOOP insieme a Ungheria, Slovenia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia, l’Austria ha un ruolo molto importante nella cooperazione regionale per la sicurezza e la difesa. Quali sono gli scopi e le prospettive di questa cooperazione?

unità dell’Esercito hanno partecipato alla Forza di Protezione Multinazionale in Albania ed anche in Bosnia e Kosovo. Perché l’Austria è così profondamente coinvolta nelle operazioni a supporto della pace e quali solo le lezioni apprese? Nel corso della guerra fredda parte della nostra politica attiva di neutralità si è esplicata nella partecipazione a missioni di pace guidate dalle Nazioni Unite. Nel 1991 abbiamo imparato cosa significhi avere la guerra a ridosso dei confini a causa dei conflitti 48

Il VTT «Pandur», in corso di adozione per le unità motorizzate, ha registrato una buona diffusione presso Eserciti stranieri.

zioni Unite. Con la fine della guerra fredda sono sorti in tutto il mondo diversi conflitti. Il numero crescente delle crisi ha richiesto l’intervento di organizzazioni internazionali o di singoli stati-guida legittimati dalle Nazioni Unite. Alcuni anni fa le Forze Armate hanno istituito a Vienna una

Lo scopo della cooperazione delle nazioni dell’Europa centrale per il supporto alla pace (CENCOOP) è di incrementare le capacità operative delle nazioni partecipanti al fine di dare una risposta più efficace alle esigenze connesse a tali attività, ed anche di raggiungere un più alto livello addestrativo attraverso la cooperazione regionale. Di rilevante importanza sono anche lo scambio di opinioni e di lessons learned, la cooperazione nei settori della logistica e dell’addestramento e delle relative procedure


Nell’Esercito austriaco il personale femminile rappresenta, sinora, il 5% della forza totale.

attraverso la standardizzazione e la condivisione delle risorse, l’armonizzazione delle politiche e delle dottrine, la conduzione di esercitazioni comuni e la cooperazione in altri campi. Per il momento i progetti previsti in ambito CENCOOP includono un pool di osservatori, la polizia militare, gli obiettivi di interoperabilità e gli accordi di standardizzazione, tutto in una composizione delle forze quadro modulare e multinazionale prestabilita. Ma, alla luce della modificata situazione generale, riteniamo che sia necessario riconsiderare gli obiettivi della CENCOOP per l’immediato futuro. Da quarant’anni l’Austria si è votata alla neutralità. Ora esiste un nuovo scenario politico e la si-

tuazione è completamente mutata. È possibile un cambiamento di rotta per allinearla a quei Paesi della regione che sono già membri della NATO oppure sperano di diventarlo? Ci sono poi forti pressioni affinché l’Europa si affermi come secondo pilastro strategico dell’Alleanza Atlantica. Questa iniziativa disturba la vostra politica di non integrarsi in una alleanza militare permanente? La neutralità ha caratterizzato la nostra politica estera negli ultimi quarantacinque anni ed è sempre stata una neutralità di carattere esclusivamente militare. Con la fine della guerra fredda abbiamo intrapreso una revisione strategica che, peraltro, è ancora in atto. Come Lei ha detto, nei prossimi anni l’Austria sarà circondata da Paesi membri NATO o neutrali. È con orgoglio che il Paese prende parte al programma PfP ed è osservatore nella UEO. La nostra nuova coalizione

di Governo ha deciso di partecipare ai nuovi sviluppi della UE concernenti la costruzione di Forze Armate idonee per tutte le missioni di tipo Petersberg. In questo caso la nostra neutralità potrebbe essere superata per decisione degli Stati membri della UE e del nostro Governo, dopo aver però consultato la popolazione attraverso un referendum. Al di là di qusta evenienza, nel futuro la neutralità militare resterà uno dei principi irrinunciabili. Allo stato attuale la partecipazione dell’Austria alla NATO non riveste carattere di importanza rilevante. Benché aderisca alla NATO, l’Austria è fortemente coinvolta nel Partenariato per la Pace. Può riassumere il lavoro svolto in questo programma? Che tipo di partecipazione sarà quella delle Forze Armate austriache nella PfP? Nel 1999 l’Austria ha partecipa49


svolgere le Forze Armate in una tale prospettiva? Ritiene che un loro coinvolgimento possa essere utile?

Autocolonna dell’Esercito si appresta a superare un posto di blocco.

to alle esercitazioni PfP e ad una esercitazione NATO aperta alle nazioni partner. Anche per il 2000 è prevista la stessa attività. Queste esercitazioni consentono di addestrare i nostri militari a raggiungere l’obiettivo dell’interoperabilità a livello di Major NATO Command (MTIs) e nelle operazioni terrestri. Inoltre, i Quadri austriaci possono apprendere le procedure di Staff internazionale, le regole d’ingaggio, le procedure d’operazione, la logistica e le trasmissioni attraverso la partecipazione a importanti seminari PfP e laboratori, a esercitazioni per Posti Comando e altre quali CAX e FTX. A causa di riduzioni nelle assegnazioni finanziarie, nell’anno in corso parteciperemo ad una 50

sola esercitazione di campagna. La cosa più importante è sviluppare la reciproca comprensione del peace support ed elevare l’interoperabilità militare attraverso l’addestramento dei Comandanti e dello Staff nelle procedure necessarie per condurre operazioni di peace support con Comandi multinazionali e Cellule di risposta. Stiamo inoltre inviando dei nostri Ufficiali in Svezia, presso il Centro Internazionale, per partecipare ad esercitazioni di Staff internazionali (peace keeping e peace support ). Infine, stiamo cercando di preparare i militari austriaci a lavorare in Comandi e task force multinazionali ed interforze. L’Europa deve confrontarsi anche con minacce non militari quale l’immigrazione clandestina e le azioni di gruppi criminali e terroristici. Quale ruolo possono

L’Austria ha una grande esperienza in questo campo. Per legge il compito istituzionale delle Forze Armate è la difesa del territorio nazionale, l’intervento in caso di pubbliche calamità, la partecipazione alle missioni umanitarie e di supporto alle autorità esecutive. Dal 1991 le Forze Armate hanno impiegato permanentemente circa 2000 soldati lungo il confine orientale al fine di prevenire l’immigrazione clandestina. Sin dalla loro costituzione esse sono state impiegate sempre su tutti i fronti e il personale è addestrato per svolgere ogni tipo di missione. Quindi il coinvolgimento in situazioni simili non ne modifica la loro natura istituzionale. Il problema reale è l’opinione pubblica: chi si sente coinvolto da questa minaccia non militare - e tra questi media e politici chiede Forze Armate equipaggiate, addestrate e preparate in modo specifico per tali scopi, nutrendo dubbi sulla difesa militare del Paese. In Europa l’Austria, come Italia, Svizzera, Francia, Germania, Spagna e Romania, nell’ordine di battaglia prevede l’impiego di unità da montagna. Qual è il futuro di queste unità? Come dovrebbero evolversi? Nonostante sia in atto una «rivoluzione» sia negli affari militari sia nella tecnologia, non possiamo ignorare l’influenza geografica. L’Austria, come gli altri Paesi menzionati, è caratterizzata da regioni prevalentemente montuose. Per assolvere i compiti connessi alla difesa, e in tempo di pace e in tempo di guerra, è quindi necessario disporre di unità adeguatamente addestrate ed equipaggiate. Si avverte, dunque, la necessità


Anche per l’Esercito austriaco gli impegni multinazionali assumono sempre maggiore rilevanza.

di sfruttare l’esperienza conseguita sulle Alture del Golan, in una missione di peace keeping sotto l’egida dell’ONU, dove le difficoltà del terreno si sono rivelate analoghe, e dove la tecnologia è risultata insufficiente. Queste unità, quindi, giocheranno un ruolo fondamentale anche in futuro. L’Austria ha adottato un modello di difesa atipico basato sulla Milizia. Quali elementi lo caratterizzano? Come sarà il futuro in relazione all’evoluzione del sistema di leva nazionale? La Milizia è costituita da personale proveniente dalla mobilitazione delle Forze della Riserva. Fino al 1992, gran parte dell’organizzazione in tempo di pace aveva solo scopi addestrativi, laddove i compiti più importanti venivano soddisfatti attraverso la mobilitazione. Mentre la forza prevista in tempo di guerra era di 220 000 uomini. Tutto ciò è cambiato in modo significativo. L’organizzazione delle forze in tempo di pace prevede oggi, approssimativamente, 110 000 uomini di pronto impiego, più 5 000 di riserva disponibili senza dover ricorrere alla mobilitazione. Il resto permane in fase di addestramento oppure sono forze quadro. Con la mobilitazione, le Forze Armate austriache possono disporre di circa 100 000 uomini. Come in altre nazioni anche in Austria è in atto un dibattito politico sulla abolizione della leva obbligatoria. Il documento programmatico del nuovo Governo prevede una commissione di esperti per valutare se esistano le condizioni per la sua abolizione. Ž

Il Generale Horst Pleiner è nato il 14 novembre 1941 a Salisburgo, dove ha completato gli studi liceali nel 1959. Nello stesso anno si è arruolato nel 29° Battaglione di Fanteria. Dal 1960 al 1963 ha frequentato l’Accademia Militare di Wiener Neustadt che ha terminato come capo corso prima di essere destinato alla Scuola di Fanteria di Saalfelden. È stato Vice Comandante della Compagnia di Addestramento degli Ufficiali di Complemento ed Ufficiale istruttore per le armi di reparto di fanteria e, successivamente, primo istruttore per le armi di difesa controcarri degli Ufficiali di Stato Maggiore. Nel 1972 ha frequentato il corso superiore di Stato Maggiore triennale presso la National Defence Academy di Vienna classificandosi al primo posto. Successivamente è stato assegnato al Gruppenkommando III di Salisburgo con l’incarico di G3 ed ha poi ricoperto gli incarichi di COS, primo istruttore per la Logistica, la Tattica e l’Addestramento degli Ufficiali di Stato Maggiore presso la National Defence Academy. Nel 1978 ha prestato servizio presso la Divisione Operazioni del Ministero della Difesa quale responsabile del controllo operativo. In seguito ha assunto il comando del 22° Reggimento addestrativo della Milizia, presso il quale è diventato Capo della Divisione Operazioni nel 1986. Nel 1999 ha assunto l’incarico di Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa e, con la successiva promozione a Generale, è stato nominato Capo di Stato Maggiore della Difesa l’1 gennaio 2000. Il Generale Pleiner ha scritto e pubblicato numerosi articoli e trattati sui sistemi d’arma e su altre tematiche inerenti alla difesa.

* Giornalista 51


LE NUOVE FRONTIERE DELLA COMUNICAZIONE di Ornella Rota *

Una volta il mondo era diviso soltanto tra chi aveva e chi non aveva. Oggi e domani la torta del mondo sarĂ contesa soprattutto tra chi sa e chi non sa. Prima poteva esserci la rivoluzione per l'espropriazione delle risorse. Ora la battaglia si vince solo con le armi del sapere. E di fronte a questi nuovi fantasmi l'uomo, per il momento, sta a guardare attonito e impotente.


T

utto si sussegue talmente veloce. Non più di quattro/cinque anni fa, psicologi e sociologi seri, intervistati da giornalisti seri, discettavano sul se e quali disastri avrebbe comportato l’uso di internet: isolamento, depressione, deliri, persino suicidi, nella migliore delle ipotesi aumento della solitudine. È successo esattamente il contrario: si è spalancato l’universo. Sta lì, proprio davanti a noi, tutto da percorrere. E così oggi, in un mondo segnato da uno spaventoso aggravarsi delle disuguaglianze, inevitabilmente ci chiediamo se internet e i computer - le maggiori rivoluzioni del secolo, in grado di modificare non soltanto il nostro modo di pensare e di apprendere, ma gli stessi contenuti del nostro sapere - finiranno con l’attenuare o con il radicalizzare il divario. All’interno dei vari confini nazionali e sul piano internazionale, quali ripercussioni hanno e avranno sulla sicurezza queste tecnologie che dotano l’essere umano di un potere assolutamente impensabile rispetto a tutti quelli passati? Nel tempo, finiranno con il favorire le gerarchie esistenti o con il minarle? Azzardare risposte è tremendamente difficile; ci sono elementi a favore sia dell’una che dell’altra ipotesi. Nella seconda parte del XX secolo per un certo periodo lo sviluppo sembrò fare emergere una classe media mondiale, con una

riduzione delle disparità all’interno di ogni Paese industrializzato e l’accesso a un grado minimo di benessere delle popolazioni di alcuni Paesi poveri. Ma dalla fine del 1900, la tendenza sembra essersi invertita. Anche se - come ricorda l’ultimo Rapporto sullo sviluppo umano curato dall’United Nations Development , del quale abbiamo riferito sul numero 5/99 della Rivista Militare - i progressi economici e sociali

Il centro di controllo delle telecomunicazioni della statuinitense AT&T.

hanno permesso alla povertà di « regredire più rapidamente nel corso degli ultimi cinque anni che nel corso degli ultimi cinque secoli», oggi il divario sta diventando lacerazione. Nei Paesi industrializzati, la speranza di vita alla nascita si avvicina agli 80 an-

Nel nostro Paese, il 27% delle famiglie possiede un computer. La media europea è del 35%, con punte del 70% in Danimarca e Scandinavia, 60% in Olanda e 40% in Gran Bretagna e Francia. Sul lavoro, l'80% degli italiani ha a che fare, quotidianamente, con sistemi computerizzati, ma solamente il 48% ne ha una conoscenza minima. Fra essi, il 32,4% dichiara di avere forte necessità di una formazione in questo campo. Delle nostre famiglie, il 9% sono connesse a Internet; la media europea è del 25%. Sulla rete, sono in inglese l'80% dei siti. Nelle nostre scuole, l'insegnamento delle lingue straniere è di tre ore medie settimanali; sei nelle altre nazioni europee. Dei nostri giovani, il 29% conosce l'inglese; la media europea è del 54% (escludendo quelli di madre lingua). Dei nostri imprenditori, l'80% non conosce l'inglese, che degli affari è idioma per antonomasia. Nel mondo, l'inglese è la prima lingua per 415 milioni di persone; seconda, per 800; lingua di supporto per 300; altri 800 lo conoscono quanto basta per sostenere conversazioni semplici. (Dati del Forum per la tecnologia dell'informazione) 53


A destra. Un insegnante comunica tramite posta elettronica con i suoi studenti a migliaia di chilometri di distanza. Sotto. L’utilizzo di computer portatili e la possibilità di comunicare in rete sono sempre più diffusi, in tutto il mondo.

ni, ma è appena di 40 anni per il 14% delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo. Le tre persone più abbienti del mondo possiedono, insieme, un patrimonio che è più consistente della produzione annuale dei 48 Stati più poveri del pianeta. Il 20% più ricco del pianeta consuma 16 volte di più del 20% più indigente. Alla fine degli anni ’90, quest’ultima fetta si spartiva solamente l’1,1% della produzione mondiale, contro il 2,3% del 1960. Una conferma specifica arriva dagli Stati Uniti, dove non solo sono stati ideati e realizzati computer e internet, nonché compiute le operazioni finanziarie più ingenti, ma, almeno finora, si sono profilate tendenze destinate a diffondersi nel mondo intero. Nel 1998, un amministratore delegato guadagnava, in media, una somma 419 volte superiore al salario medio di un operaio, mentre, all’inizio degli anni ’80, i suoi emolumenti ammontavano a 42 volte tanto. Sono intanto saliti a circa 40 milioni gli statunitensi che non hanno accesso all’acqua potabile; quasi altrettanti non hanno nessuna assicurazione contro le malattie (il che significa non essere proprio accettati negli ospedali). Nel 1996, Peter C. 54


Goldmark, allora presidente del gruppo Rockefeller, oggi amministratore generale dell’International Herald Tribune, dopo avere compiuto per la terza volta il giro del mondo, concludeva che l’attuale, e senza precedenti, prosperità della quale godono gli Stati Uniti ha un solo lato negativo: le reazioni provocate negli strati sociali che ne sono esclusi, all’interno dei confini nazionali e all’estero. Goldmark raccomandava di valutare il potenziale eversivo delle manifestazioni di malcontento, ammoniva a prepararsi per prevenire e gestire i rischi. All’inizio di quest’anno, Felix Rohatyn, ambasciatore degli Stati Uniti in Francia, economista, ha dichiarato che nella seconda parte del XX secolo l’Occidente ha radicalmente trasformato la condizione umana, ma che, nel XXI, tutte le conquiste potrebbero essere compromesse se non venissero estese al resto del mondo. L’istruzione è, oggi, più determinante di quanto mai lo sia stata nella storia dell’umanità, e la democratizzazione delle nuove tecnologie è indispensabile ai fini della sicurezza mondiale. Tra i primi a capirlo, in Europa, il presidente francese Chirac, che, già nel 1996, nominò un’apposita commissione per approntare il programma «Informatica per tutti». Se non saremo abbastanza lungimiranti e determinati, v’è infatti la minaccia molto concreta di avviarci verso un’inedita forma di apartheid mondiale, con le relative tensioni. A livello geopolitico, ci sono le preoccupazioni di Peter C. Goldmarck. A livello sociale, i timori delineati dal filosofo e sociologo francese Jacques Attali e da altri intellettuali. Da un lato si formerebbe un’esigua «iperclasse» composta di individui superprivilegiati, provvisti di danaro, reti, potere e tempo libero. «Cittadini del mondo che vivono indifferentemente in tutti i Paesi» (definizione del dizionario Robert), i nuovi aristocratici mantengono saldi collegamenti

Mario Morcellini, docente di Scienze della comunicazione all'università La Sapienza e direttore del dipartimento di sociologia, premette che in tutti i Paesi moderni «l'arrivo di nuove tecnologie – cinema, radio, informazione, la stessa scrittura – ha in un primo momento comportato l'aggravarsi del divario fra coloro che possedevano i nuovi strumenti di conoscenza e le masse, «mentre, in un secondo periodo», le diseguaglianze man mano si attenuavano, parallelamente all'aumento del numero di persone consapevoli e preparate». Che anche questa volta succeda così, è molto probabile, però non è certo. Dipenderà soprattutto dalle nostre scelte, a livello culturale e anche politico. «Non possiamo del tutto escludere», dice il sociologo, «l'ipotesi che le tecnologie informatiche, per la loro complessità di apprendimento, esercizio e pratica quotidiana, comportino, nel tempo, non un'attenuazione delle differenze, bensì una loro radicalizzazione. Il possesso di questi strumenti infatti è strettamente collegato a due variabili: la prima è la cultura, la seconda – ed ecco il fatto nuovo – è l'età. In passato, ad arrivare alla cultura erano gli adulti, se non gli anziani, mentre il fulcro del sapere tecnologico, oggi, sono i giovani. Basti pensare alle scuole; in ognuna c'è almeno un allievo, per non dire quasi la metà degli allievi, che in materia è più competente dei propri insegnanti. Corriamo il rischio epocale di un conflitto di classe fra giovani e adulti, con i primi che hanno non soltanto l'arroganza dell'età, ma la maggiore visibilità dei poteri nuovi». Possibili rimedi? «Un vero e proprio piano, organico e grandioso, di alfabetizzazione informatica del nostro Paese, una gigantesca campagna di sensibilizzazione. Obiettivi: mettere tutti gli allievi di tutte le scuole in grado di conoscere e praticare le nuove tecnologie, azzerare le riserve culturali e psicologiche della società nei loro confronti, formare un'opinione pubblica consapevole della necessità, anzi dei vantaggi, della dimestichezza con tali mezzi. Oltrettutto, in un contesto favorevole, imparare è più facile. In Italia, solamente da un anno ci siamo incamminati su questa strada, e non ancora con la determinazione, la sistematicità, nonché gli investimenti economici e simbolici, che il compito esigerebbe. Chiaro che queste sono scelte politiche, ma ancora di più lo sono della scuola, degli intellettuali, delle industrie, le quali non dovrebbero limitarsi a mettere in campo nuove tecnologie, ma impegnarsi a farle percepire in modo amichevole. Ad esempio, mi vengono in mente certe istruzioni per i vari aggeggi: sembrano scritte per proteggere posizioni di rendita in termini di potere e di conoscenza». 55


Grazie all’elettronica anche i giovani studenti possono comunicare con altre scuole o con le biblioteche pubbliche.

fra loro, ma rimangono pericolosamente scollati dal resto dell’umanità. Secondo Attali, «portano con sé il meglio e il peggio di domani. Danno vita a una società volatile, senza preoccupazioni per il futuro, egoista ed edonista, sospesa fra il sogno e la violenza». Con l’immigrazione dei quadri e dei dirigenti dei Paesi poveri, quest’élite accoglie al suo interno rappresentanti del mondo intero, che conservano un legame con la loro cultura nazionale, se non con il loro Paese. Ma, per il mondo in via di sviluppo, questo comporta un’ulteriore spoliazione della propria intelligenza. Dall’altro lato starebbe la massiccia categoria degli esclusi,

Un insegnante universitario non vedente sperimenta un computer per movimento che, grazie al GPS, lo informa costantemente sulla sue coordinate.

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stragrande maggioranza (il nuovo «sottoproletariato», per riprendere un termine dell’analisi marxista). Una popolazione povera, scollegata, composta di reietti inevitabilmente pieni di livore contro chi conduce vita gratificante, e ansiosi di rivalsa. Unico dato confortante: questa nuova divisione fra classi non sarà più fondata sul censo, perché un bambino nato in una famiglia povera può imparare mol-

to presto a usare benissimo computer e internet, mentre non è affatto escluso che il figlio di un miliardario diventi, intellettualmente, un proletario. Negli anni a venire, dunque, è essenziale non tanto continuare a procedere sulla via del progresso economico, scientifico e tecnologico, quanto condividerne i risultati con coloro che ne sono stati finora esclusi, e potrebbero quindi essere indotti a distruggerli. Lo scontro (già in atto) tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri riceve ulteriore linfa da nazionalismi, da ideologie razziste e/o xenofobe, da deliri religiosi adeguatamente strumentalizzati, a sua volta alimentando le ragioni di ostilità. Significherà pure qualcosa che, dal dopoguerra a oggi, siano scoppiati ben 319 conflitti! Il fondatore della Microsoft, Bill Gates (che ad Haiti dirige una fondazione per aiutare i più poveri) prevedeva che il computer e internet, portatori di un sapere per definizione e vocazione snazionalizzato, avrebbero dato linfa a un villaggio globale dove gli apartheid di qualsiasi tipo sarebbero stati relegati fra le vergogne del passato e a ogni essere umano in quanto tale sarebbe stata assicurata eguale dignità. Con la conseguenza di limitare al massimo


La telemedicina consente di trasmettere su linee telefoniche le immagini di vittime di incidenti, così che lo staff sanitario sia preparato ad accoglierlo al meglio.

le ragioni dell’odio e dunque le guerre. In realtà, per il fatto stesso di allargare la conoscenza, offrendo agli esseri umani orizzonti di libertà e di iniziativa finora neppure immaginabili, queste nuove tecnologie potrebbero davvero essere in grado di operare in tale senso. In più, l’evoluzione di computer e di internet potrebbe ricalcare il percorso di precedenti scoperte altrettanto clamorose per le rispettive epoche. È quanto sostengono alcuni studiosi, fra i quali Philippe Aghion, professore all’University College di Londra e consigliere della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Berd): secondo lui, alla fine del XX secolo il mondo è entrato in una rivoluzione economica di portata almeno pari a quelle già sperimentate alla fine del XVIII con la macchina a vapore, e del XIX con l’elettricità. Finché furono praticate solamente da una minoranza, quelle tecnologie in un primo tempo contribuirono ad alimentare disuguaglianze e tensioni, ma in una seconda fase, dopo un complesso processo di diffusione e di apprendistato, promossero regolarmente un’inversione di tendenza. L’auspicio urta contro alcuni ostacoli non insuperabili, ma certamente pesanti. Intanto, quello dei costi. In alcuni Paesi in via di sviluppo, il prezzo di un computer è pari a un paio di mesi di stipendio medio, e quello per il collegamento a Internet è proibitivo. Vi sono poi le difficoltà per diffondere queste tecnologie in un mondo dove due terzi della popolazione non hanno mai usato un telefono. Altro problema, le limitazioni severe (quando non il divieto) che tutti i regimi non democratici frappongono all’uso della rete al-

l’interno dei confini nazionali: circolerebbero nel mondo idee nuove e dubbi, possibilità di confrontare la condizione di suddito con quella di cittadino. Tra l’altro lo strumento di comunicazione preferito dai gruppi oppositori è internet, perché telefoni, corrispondenza e fax possono essere tranquillamente controllati, mentre con i messaggi in rete è decisamente più difficile. Infine, l’aspetto inquietante che interessa tutti: la rapidità e l’impatto di computer e internet sull’economia, lecita e illecita, con le relative conseguenze tanto sul destino di privati e di multinazionali quanto sull’interagire fra comunità e Stati. Oggi gli spostamenti di capitali sono così numerosi e poderosi, soprattutto così rapidi, da rendere non di rado molto difficile (per non dire impossibile) il controllo pubblico. Per la prima volta nella storia, i conti del mondo non quadrano, nel senso che, ammettono il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, a ogni bilancio di fine anno rimangono cifre molto ingenti delle quali non si riesce a individuare la provenien-

za. Cifre che possono condizionare scelte politiche, alleanze e contrapposizioni. Mai come adesso il mondo si è trovato di fronte a problemi di polizia tanto gravi e urgenti. La civiltà umana di internet e dei computer potrà essere – anzi, sarà senz’altro – senza confini, ma non sopravviverà se sarà anche senza regole. Occorre fin d’ora concertare (a livello sovranazionale, evidentemente) norme per tutelare la sicurezza globale, garantendo tanto la libertà dell’iniziativa privata quanto la possibilità, per gli Stati, di esercitare le proprie funzioni. Diventa sempre più urgente porre le fondamenta giuridiche di quel processo di globalizzazione che, se a Seattle ha perso una battaglia, finirà presumibilmente con il vincere la guerra; perché se, tutti insieme, non elaboreremo regole adesso, subito, finché ce n’è ancora il tempo, il mondo di domani rischia davvero di essere di una violenza invivibile. Ž

* Giornalista, collaboratore de «La Stampa» 57


ItalIa - albanIa Il sole sorge a occIdente di giordana canti *

Dopo la lunga e oscura parentesi totalitaria, il popolo schipetaro cerca di ricostruire su basi moderne il tessuto sociale ed economico della Nazione. In questa difficile operazione l'Italia è in prima linea, chiamata in causa, oltre che dai doveri di solidarietà , dagli endemici fermenti della regione balcanica, che si ripercuotono inevitabilmente sui nostri confini. Per comprendere compiutamente l'intricata situazione albanese, è necessario partire dalla storia e ripercorrere tutte le fasi di un difficile processo denso di implicazioni politiche e militari.


«I mutevoli scenari internazionali pongono ormai Paesi e Governi di fronte a nuove scelte e a nuove responsabilità. E la crisi albanese si iscrive appunto in uno scenario, quello mediterraneo e balcanico, che ha visto in questi anni numerosi momenti di instabilità e di tensione. L’Italia, che è direttamente esposta alle ripercussioni degli eventi, ha intensificato in tale area, negli ultimi mesi, la sua azione a favore della stabilità, della tutela dei diritti umani e della protezione dei suoi legittimi interessi, in sintonia con gli orientamenti più costruttivi dell’intera Comunità Internazionale. Le responsabilità assunte dal nostro Paese si fondano, in ultima analisi, sulla coscienza che ogni essere umano ed ogni popolo hanno diritto ad un’esistenza pacifica, e che le cause destabilizzanti la civile convivenza vanno affrontate e rimosse con la cooperazione di tutta la Comunità Internazionale» (1). Queste parole scritte nel 1997 dall’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi, hanno un significato, antico e nuovo,

esteso dalla politica internazionale alla minuta vita quotidiana. Da quando l’Impero Ottomano decise di tentare la conquista dell’Occidente non solo sul mare, ma anche per via di terra, e quello russo di cercare un’uscita sul Mediterraneo che gli permettesse di evitare le strozzature del Bosforo e dei Dardanelli, sempre sotto controllo turco, i Balcani sono diventati praticamente terreno di incontro e scontro fra tre parti fondamentali del mondo: Europa, Asia Settentrionale, Asia Minore, cui adesso si aggiunge, per interessi di politica mondiale, il blocco anglo-americano. Ma una popolazione estremamente composita, la presenza di etnie diverse e spesso in lotta fra loro e all’interno di loro stesse, più religioni, più modi di vivere, hanno sempre impedito la creazione di Stati autonomi forti e solidi, determinando una instabilità che in questi ultimi quattrocentocinquant’anni li ha fatti divenire «oggetto del desiderio» di tutti coloro che aspirano al predominio mondiale. Ora poi l’Unione Europea sta maturando progetti di mega-canali

Il «Canale VIII» dovrebbe congiungere il Mar Nero all’Adriatico partendo dai porti di Varna e Burgas fino a Durazzo, attraverso Sofia e Skopje, per poi arrivare sulla nostra costa e precisamente a Brindisi.

di comunicazione e trasporto che dovrebbero collegare direttamente l’Asia con l’Europa, e di questi uno, il numero otto, raccogliendo ciò che arriva dalla regione del Caucaso, dovrebbe partire dai porti di Varna e Burgas sul mar Nero, arrivare proprio a Tirana e Durazzo in Albania, per passare poi sulle nostre coste a Bari e Brindisi; l’area è diventata così ancor più «interessante» e «calda» (2). Ma in questo modo, quella che dovrebbe essere una grande ricchezza, cioè la compresenza di elementi e interessi storici, culturali, politici ed economici appartenenti a tutte le maggiori civiltà della storia e ad alcuni dei paesi oggi più sviluppati, antichi alcuni, nuovi altri, si è trasformata in un motivo di tensione costante per quel territorio e quei popoli, frastornati da continue sollecitazioni interne ed esterne, che tentano di 59


La tendopoli allestita dai militari italiani a Kavaje durante la missione «Arcobaleno».

attrarli verso l’una o l’altra area politica, puntando su interessi ed elementi «caratteriali» degli stessi per sperare che la propria azione «fascinatoria» abbia successo. Il risultato invece spesso è stato di portarli a chiudersi in se stessi per difendersi dai tentativi di «seduzione» o «sottomissione». ALBANIA TROPPO ESPOSTA Tutto ciò ha gravato e grava in maniera particolarmente pesante sull’Albania, uno Stato fragile, che solo di recente ha conquistato una identità nazionale. Basti pensare che il suo primo e massimo eroe nazionale, Giorgio Castriota Scanderberg, è vissuto nel 1400, e la lingua albanese è insegnata nelle scuole da poco più di cento anni (la prima scuola fu aperta nel 1887 a Korçe, prima si parlava solo il greco e il turco). Un paese giovane, quindi, che soffre di tutte le tensioni balcaniche (etniche, politiche, religiose ed economiche) e le ha vissute in maniera adolescenziale, con momenti di entusiasmi irrazionali (vedremo l’incredibile fenomeno delle «piramidali») e altri di abbattimento e depressione. Con una notevole estensione di 60

costa e con zone che si affacciano non solo sull’Adriatico ma anche sullo Jonio, quindi sul Mediterraneo aperto, e con una larghezza del Canale d’Otranto pari alla distanza tra Roma e Civitavecchia, l’Albania ha sempre avuto una posizione «a rischio» per gli appetiti che sollecita e ciò si riflette sulle sue poco consolidate istituzioni e sugli stati d’animo dei suoi cittadini. UNA SCELTA DIffICILE Quando, nel 1991, Margherita Boniver fu nominata Ministro per l’Emigrazione e l’Immigrazione con i suoi collaboratori si trovò a fronteggiare una situazione molto pesante che riguardava i quotidiani sbarchi a valanga sulle coste pugliesi di albanesi disperati in fuga dal loro Paese, disastrato da anni di malgoverno di tipo sovietico e dalla più completa mancanza di qualsiasi dialogo con il resto del mondo, senza quel minimo di preparazione che gli potesse permettere di organizzare una qualsiasi forma di civile convivenza e di inserimento nella vita dell’Occidente in genere, e dell’Italia in particolare. Non solo: tali sbarchi, ove accettati,

avrebbero potuto dare la stura all’arrivo di valanghe umane di ben più vasta entità. Come fronteggiare la situazione? Negare sic et simpliciter l’ingresso avrebbe significato ributtare in mare una massa di disperati, cosa che la coscienza del mondo non avrebbe potuto accettare. Ammetterne l’ingresso avrebbe invece legittimato analoghe richieste formulate da centinaia di migliaia di altri provenienti da ogni angolo del mondo. fu scelta una strada diversa, sicuramente più lunga e complessa, ma che dava speranza di migliori e più duraturi risultati: rimandare la massa a casa propria e là cercare di aiutarla a ricrearsi una vita dignitosa e un’organizzazione economica e sociale che intanto gli permettesse un minimo di sopravvivenza e, poi, un possibile recupero. Questa decisione in tutt’Europa fu accolta con qualche apparente critica e con un grosso respiro di sollievo da parte di chi temeva di vedere invasi i propri territori da masse umane affamate, disperate e incontrollabili. L’Italia aveva creato il precedente reimbarcando e rispedendo a casa questi disperati, si era presa la responsabilità di «fare la dura». E, anche se molti profughi avessero continuato ad entrare clandestinamente e alla spicciolata, avrebbe evitato lo sfacelo maggiore. Ora però si presentava l’aspetto più difficile: rendere concreto l’aiuto e, soprattutto, far tornare un minimo di costruttivo spirito d’iniziativa in gente abituata da decenni alla catalessi del socialismo reale. Così la Comunità Internazionale decise interventi di sostegno: innanzitutto l’estensione all’Albania del PHARE, (3) (con il quale in totale vennero inviati circa 60 milioni di ECU); l’ammissione al-


la Banca Mondiale, a quella Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, all’OCSE (4), UNDP (5), ACNUR (6) e al fondo Monetario Internazionale, con drastiche misure di tagli alle attività iperassistenziali e protezionistiche, la privatizzazione delle terre e la liberalizzazione dei prezzi (7). E per meglio aiutare un Paese a ricostruire se stesso dalle radici, senza atteggiamenti di tipo colonialistico, ma «alla pari», e non per momentanee ed occasionali situazioni di emergenza, la guida fu affidata all’Italia. La strada era tracciata. Senza saperlo era stata fatta una scelta storica.

veneziane che avevano gestito gran parte della costa tra il 1300 e il 1500, alla proclamazione della nuova indipendenza albanese fatta nel 1917 dall’Esercito Italiano, agli accordi di cooperazione, prestiti, scambi commerciali e vere e proprie alleanze militari conclusi negli anni venti, la regione aveva avuto abbondante presenza italiana nell’arco dei secoli, tanto è vero che in molte scuole albanesi l’italiano era già insegnato da diversi anni come seconda lingua. Per certi versi la storia si ripeteva, per altri si rinnovava, perché stavolta si aveva a che fare con uno Stato indipendente e sovrano, col quale bisognava mettersi d’accordo e creare forme di collaborazione paritaria.

PRECEDENTI STORICI Il discorso non era nuovo sul fronte della storia, dalla gestione delle province illiriche dei tempi di Cesare e dell’Impero Romano, ai contatti con le amministrazioni

LA SITUAzIONE La situazione che si trovarono di fronte coloro che per primi arrivarono ad organizzare gli aiuti

Attracco nel porto di Valona della nave «S. Marco».

era peggiore di quel che ci si sarebbe potuto aspettare. Il Paese infatti aveva avuto una sorte di implosione. Per una coincidenza storica, forse non del tutto casuale, il destino della principale potenza comunista del mondo, l’U.R.S.S., era precipitato da poco, e qui la muraglia che il regime di Enver Hoxha si era costruito intorno per «difendersi» dal resto del mondo era crollata, seppellendo sotto le sue macerie una situazione che definire medioevale era già eufemistico. Questo non solo per le condizioni economiche, sociali, culturali e politiche in cui si trovava il Paese, ma soprattutto perché il plagio politico pseudo-assistenzialistico aveva tolto alla gente non solo la libertà, ma soprattutto la capacità d’iniziativa e la coscienza di una funzione da svolgere 61


nel mondo. Tutto ciò si poteva rilevare anche nello stesso comportamento dei fuggiaschi che sbarcavano sulle coste pugliesi, a molti dei quali non rimaneva altro che il primordiale istinto di sopravvivenza. Per rendersi conto di una realtà, inimmaginabile per un cittadino italiano, basti una frase, tratta dal rapporto, preparato dal Governo albanese, «sugli sviluppi della crisi e le necessità prioritarie», da presentare all’incontro con i Paesi e Organismi internazionali donatori di aiuti, tenuto a Bruxelles il 22 Ottobre 1997, che affermava: «Obiettivo (del nuovo Governo) è di creare un sistema bancario e finanziario moderno ed efficiente....Questo richiederà la organizzazione di una struttura legale e di controllo» (8). Se pensiamo che firenze, già nel 1300, aveva circa 120 sportelli bancari aperti solo a Parigi, abbiamo il metro della situazione. Tutto da rifare quindi: toccava ricominciare da qui. LE CIfRE DELLA REALTÀ La realtà su cui bisognava intervenire è in alcune cifre schematiche: una popolazione di circa 3 200 000 abitanti esportava prodotti per un totale di circa 80 miliardi l’anno, quanto una unica media azienda italiana; l’inflazione annuale al 200%; il reddito nazionale già basso crollato del 62%; il prodotto industriale del 69%; quello agricolo del 18%; il reddito pro capite arrivato alla media di 213 dollari l’anno; in pochi mesi circa 350 000 Albanesi fuggiti all’estero, dei quali 50 000 in Italia. DUE fASI fONDAMENTALI Gli avvenimenti e gli interventi dal 1991 in poi si sono sviluppati in due fasi: la prima, che arriva fino al 1997, iniziata con l’Operazione «Pellicano», proseguita nel 62

INTERVENTI SVOLTI O IN CORSO A

CURA DEL

COMMISSARIO STRAORDINARIO

CON LA COLLABORAzIONE DEI

MINI-

STERI COMPETENTI PER SETTORE:

• svolgimento corsi di riqualificazione del personale; • stampa e trasporto di circa 4 milioni di schede e di tutti gli altri documenti necessari per le votazioni politiche del 1997; • attivazione del progetto di riorganizzazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri albanese: • svolgimento di gare per la ristrutturazione della Presidenza e dei Ministeri dell'Economia e della Cultura; • consulenza per la riorganizzazione normativa di tutti i Ministeri fondamentali; • bonifica igienica e risanamento ambientale di 14 città ; • svolgimento del corso formativo per personale penitenziario; • cessione di equipaggiamento e materiale necessari alla riattivazione di 3 Istituti di pena (trasporto effettuato da 2 navi e 5 aerei militari); • trasporto e ricovero in ospedali italiani di numerosi malati o traumatizzati gravi; • dissequestro e restituzione di 5 elicotteri atterrati in Puglia; • installazione di un terminale ANSA presso la Presidenza del Consiglio e di una tipografia completa presso il Ministero per l'Economia (per la stampa degli atti parlamentari, della Gazzetta Ufficiale e di periodici); • informatizzazione della Presidenza del Consiglio e 3 Ministeri fondamentali, tra i quali quello della Ricerca Scientifica; • attivazione di un progetto di ristrutturazione di 6 Corti di Giustizia; • riorganizzazione delle forze di Polizia, in particolare nella fascia TiranaDurazzo e a Scutari; • svolgimento di due corsi di formazione per funzionari di Polizia Scientifica e di confine; • consegna alla polizia albanese di 80 autovetture e 10 blindati «magnum»; • attivazione delle sale operative delle Direttorie e del Comissariato del Porto di Valona; • attivazione di una «sala situazione» al Ministero dell'Ordine Pubblico; • ripristino di manufatti del nucleo di Polizia marittima nell'isola di Saseno per il controllo dell'attività «antiscafista sotto costa»; • riorganizzazione delle Dogane con l'addestramento di operatori di motovedette presso la scuola della Guardia di finanza di Gaeta e la cessione di 4 motovedette; • costruzione a Peqin di un carcere per circa 400 detenuti; • stampa e distribuzione di circa due milioni di testi scolastici e universitari; • ristrutturazione di 3 scuole a Tirana, Valona e Scutari; • organizzazione di corsi universitari nei settori agrario, elettronico e sanitario; • attivazione di un laboratorio per l’analisi di prodotti d'importazione; • completamento del catasto fondiario; • creazione di un organismo di credito fondiario; • riqualificazione dei prodotti agro-alimentari e attivazione di un laboratorio per l’analisi delle derrate; • riabilitazione della linea ferroviaria Tirana-Durazzo e cessione di attrezzature e materiali di ricambio per il parco ferroviario e i trasporti urbani (22 carrozze - 60 autobus - officina manutenzione autobus); • riorganizzazione e informatizzazione del Ministero della Sanità; • distribuzione di sussidi a profughi albanesi rimpatriati; • riorganizzazione normativa e funzionale di 20 comuni; • catalogazione dei beni culturali esistenti; • ristrutturazione di piazze ed edifici in Tirana; • organizzazione di un corso di formazione per cento magistrati.


INTERVENTI SVOLTI O IN CORSO A

CURA DEL DIPARTIMENTO AffARI SOCIALI DELLA PRESIDENzA DEL CONSIGLIO MINISTRI: • realizzazione di case-famiglia, di 11 centri di aggregazione giovanile, di 20 centri educativi polivalenti (22 strutture fornite da Enti Pubblici locali) con la ricerca di soluzioni di autofinanziamento anche per l'avvio di una cultura dell'imprenditorialità sociale; • attivazione di interventi per la formazione e l’aggiornamento professionale di operatori sociali; • sostegno integrato ai nuclei familiari; • promozione della Casa delle donne per la formazione all'imprenditoria; • sostegno alle donne rurali per la loro emancipazione economica anche nel settore del turismo; • promozione della gestione femminile di lavori socialmente utili; • promozione e informazione femminile sui diritti per la salute e la riproduzione; • formazione femminile alla difesa contro le violenze; • attivazione di un’indagine sull’handicap; • promozione dell’alfabetizzazione Braille e della socializzazione dei bambini ciechi; • attivazione dell’ospedalizzazione domiciliare oncologica; • promozione per l’assistenza dei disabili fisici e psichici; • prevenzione e diagnosi precoce degli handicap; • promozione dell’assistenza ad alcolizzati e tossicodipendenti; • sostegno e ricovero degli handicappati gravi; • costituzione presso l’Ospedale Nostra Signora del Buon Consiglio di un centro di formazione e documentazione; • avvio di corsi di formazione per l’attività tipografica di disabili; • corsi per l’assistenza ai bambini disabili; • attivazione della promozione socio-economica delle famiglie a basso reddito; • attivazione dei centri di formazione professionale «Maria Mazzarello» e «Albania 2000». DEI

1993 con un forte incremento della cooperazione in molti settori strategici; la seconda, che prende le mosse dalla crisi detta delle «Piramidali» e dai gravi fatti politici e di ordine pubblico avvenuti tra la fine del ’96 e l’inizio del ’97. In questo periodo si intrecciavano due motivi immediati di destabilizzazione: uno politico (nel maggio ’96 c’erano state le ultime votazioni per il Parlamento nazionale, ma i partiti di opposizione erano convinti che ci fossero state irregolarità e contestavano i risultati, intrecciando le valutazioni politiche con antiche rivalità etniche e religiose) ed uno economico (la situazione generale era leggermente migliorata, il reddito medio pro capite era arrivato a quasi 900 dollari l’anno, ma il fallimento a catena delle società cosiddette «piramidali»,

finanziarie nate con i primi movimenti di libero mercato che promettevano alti interessi e arricchimenti tanto veloci quanto improbabili) che avevano nuovamente aggravato la situazione. La popolazione inferocita per i due inganni incrociati di cui era stata vittima e la sparizione nel crac finanziario dei pochi risparmi faticosamente raggranellati, si abbandonava a episodi di vera e propria insurrezione. Con la proclamazione dello stato d’emergenza in tutto il paese nel marzo ’97, e qui si ha un primo salto di qualità dell’azione italiana, il nostro Governo interveniva direttamente con il Ministro degli Esteri Lamberto Dini (10). La situazione permaneva drammatica, con l’evacuazione di 1 500 persone da parte delle nostre forze Armate, e l’arrivo in Puglia di altri 17 000 fuggiaschi. Nel

marzo ’97 l’Unione Europea e l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa decidevano: prima l’invio di una missione in campo umanitario, poi (con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) l’invio di una forza Multinazionale di Protezione a guida italiana (l’Operazione «Alba», 6-7 000 uomini per metà italiani, che svolge più di 3 000 missioni operative in quattro mesi di permanenza). IL «COMMISSARIO STRAORDINARIO» DEL GOVERNO Il giugno successivo vedeva un ulteriore salto di qualità da parte dell’Italia che, ormai consapevole dell’insufficienza degli interventi parziali ed episodici già fatti, decideva di assumere in maniera più stabile, globale ed organica la responsabilità della situazione, inviando a Tirana una delegazione diplomatica speciale, ma soprattutto creando un organismo coordinatore ad hoc : il «Commissario Straordinario del Governo per l’Albania», cui venivano assegnati compiti specifici: il coordinamento, la gradualizzazione e l’ottimizzazione degli interventi, dando la priorità ad ordine pubblico, giustizia, sanità, pubblica istruzione, beni culturali, commercio e artigianato, dogane, evitando sovrapposizioni e duplicazioni e privilegiando interventi durevoli e strutturali. Per l’incarico era ovviamente necessaria una persona di sicura competenza professionale ed organizzativa, nonché di altissima stima e prestigio internazionale. La scelta cadde su franco Angioni, già Comandante del Contingente italiano a Beirut, al tempo della crisi libanese, e già Segretario Generale del Ministero della Difesa. Il 2 giugno 1997 Angioni veniva nominato dal Presidente della Repubblica, e insieme a lui per la 63


complessità dell’intervento veniva insediato un comitato di coordinamento composto da: rappresentanti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e di sedici Ministeri (Esteri, Interno, Difesa, Tesoro, finanze, Giustizia, Istruzione, Ricerca Scientifica, Lavori Pubblici, Trasporti, Industria, Sanità, Politiche Agricole, Commercio Estero, Beni Culturali, Solidarietà Sociale) e della Guardia di finanza, delle ferrovie dello Stato, della Regione Puglia, dell’associazione degli imprenditori italiani in Albania e un esperto economico. AzIONE SU PIÙ fRONTI L’azione italiana si sviluppò così ulteriormente, e ancora si sviluppa, su due linee fondamentali: • l’attività diplomatica: Unione Europea (assistenza umanitaria e riabilitazione delle strutture), O.S.C.E. (missione in loco e creazione di un rappresentante nella persona dell’ex Cancelliere austriaco franz Vranitzky) e Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite (forza Multinazionale di Protezione a guida italiana); • l’intervento diretto: attività militare e civile, con il sostegno alla popolazione e istituzioni locali (il tutto con la partecipazione di una miriade di Enti pubblici e privati, imprese e aziende industriali e commerciali, associazioni di volontariato, che andavano dall’A.N.C.I. (Associazione Nazionale Comuni d’Italia), alla Croce Rossa, ai singoli Comuni, all’Associazione Nazionale Geometri, ecc.. Per quanto riguarda l’azione politica e diplomatica, dopo il 1997, pur in presenza costante di problemi gravi come, per fare un solo esempio, l’attività degli «scafisti» che trasportano clandestinamente attraverso il Canale di Otranto disperati di tutte le 64

INTERVENTI SVOLTI O IN CORSO A CURA DELLA DIREzIONE DEGLI AffARI ESTERI:

GENERALE

PER LA

COOPERAzIONE

DEL

MINISTERO

• realizzazione della fiera del Levante a Tirana; • sostegno alle produzioni agro-zootecniche; • riabilitazione del sistema sanitario nell'area di Elbasan; • attivazione di un progetto integrato zootecnico e fitosanitario; • contributo al progetto ECAT (pianificazione territoriale); • programma donne e sviluppo; • rafforzamento dell'Istituto Nazionale di Statistica; • supporto all'Istituto Nazionale di Sanità; • miglioramento dei servizi di neonatologia e protezione materno-infantile; • riabilitazione della rete elettrica di Tirana, Durazzo e Scutari; • ampliamento della rete idrica di Tirana; • realizzazione dell’acquedotto di Bovilla; • attuazione di un progetto integrato per le telecomunicazioni; • supporto alla fornitura di attrezzature; • riabilitazione di schemi irrigui; • riabilitazione di strade rurali; • alleviamento della povertà rurale; • valorizzazione delle risorse forestali: • ripristino dei servizi idrici e sanitari e controllo endemo-epidemico; • assistenza nella prevenzione del crimine; • svolgimento di corsi per l’irrigazione e la produzione colture mediterranee; • attivazione di borse di studio per la specializzazione medica; • assististenza alla popolazione infantile; • attivazione sociale e formazione professionale; • svolgimento di corsi di aggiornamento professionale nei settori sanitario e scolastico; • formazione settoriale maestranze; • lotta alle malattie diarroiche e colera; • programmi di emergenza per i fatti dell'aprile 1997; • ristrutturazione dell’Ospedale di Berat; • accesso ai farmaci essenziali; • censimento dell'agricoltura; • sostegno alle importazioni; • sostegno ai settori agricolo, idrico, energetico ed elettrico con fornitura di attrezzature; • sviluppo rurale; • sostegno alle privatizzazioni; • sostegno al Ministero per la Cooperazione Economica ed il Commercio; • sostegno ai profughi kosovari a Scutari con ristrutturazione di due edifici scolastici per alloggio profughi.

nazionalità, pretendendo cifre esorbitanti e mettendone a rischio anche la vita, l’attività interna dell’Albania si è sviluppata comunque con relativa tranquillità e con il normale succedersi democratico dei governi di fathos Nano, di Pandeli Maiko (ottobre 1998) e di Ilir Meta (ottobre 1999). Per quanto attiene all’intervento diretto segnaliamo nell’apposito riquadro le operazioni più importanti a livello ministeriale, sottintendendo che ognuna di esse comporta la collaborazione di molte altre entità.

LE CRISI CONTESTUALI Quanto abbiamo fin qui detto riguarda la crisi specifica albanese, ma, già abbiamo citato alcune attività che riguardano anche l’ambito locale più vasto (la «Allied Harbour», la «Communication zone West» e la missione «Arcobaleno»). Riprendendo il discorso fatto all’inizio, infatti, sarebbe irrealistico non accennare anche alle altre crisi dell’area, che in questo stesso periodo non hanno certamente contribuito a migliorare la situazione e con le quali i proble-


INTERVENTI SVOLTI O IN CORSO A CURA DEL MINISTERO DELLA DIfESA: • prevenzione della immigrazione illegale attraverso l'Adriatico, per mezzo del 28° Gruppo Navale e il relativo dispositivo aeronavale di sorveglianza; • assistenza e cooperazione a favore delle forze Armate albanesi, con esperti e consulenti tecnici militari; • riorganizzazione, assistenza e addestramento delle forze di Polizia in collaborazione con la Guardia di finanza e la Polizia di Stato; • partecipazione alla Allied Harbour (supporto alle attività umanitarie internazionali e alle autorità albanesi per il soccorso ai profughi del Kosovo), a guida NATO, con la presenza di 2 500 uomini, su un totale di 7 300, e relativi mezzi. • partecipazione alla Communication zone West, una nuova missione affidata alla Brigata Alpina «Taurinense», composta da 1 530 militari italiani (300 del battaglione «San Marco») e 134 di altre nazionalità, con componenti di manovra, trasmissioni, genio e reparto elicotteri con il compito di assicurare le vie di comunicazione e i rifornimenti logistici per KfOR, e di mantenere i contatti con le organizzazioni internazionali; • istituzione del servizio di telemedicina a favore dell'Istituto Dermopatico di Tirana; • attivazione dell’organizzazione logistica per la direzione e il controllo dei movimenti e dei trasporti con raccolta, custodia e accentramento dei materiali (centri a: Torino, Bologna e Bari per l’Esercito; Ancona e Roma per la Marina; Milano, Verona, Napoli e Catania per l’Aeronautica; • utilizzazione di vettori navali e aerei per il trasferimento di uomini, mezzi e materiali; • istituzione di collegamenti con le autorità albanesi; • rinforzo della Sala Operativa della Protezione Civile in Italia; • allestimento e gestione iniziale dei campi profughi; • realizzazione e gestione di un ospedale da campo a Durazzo; • istituzione di una sala operativa presso l’Ispettorato Logistico dell'Esercito; • affidamento al Reparto Logistico (RELOCO) delle attività di ricezione e imbarco a Bari; • messa a disposizione delle unità navali «San Giusto», «San Giorgio» e «San Marco»; • impianto della sede operativa e del nucleo gestione Centro Coordinamento «Arcobaleno» in Albania; • spostamento a Tirana di un gruppo elicotteri e disponibilità di G.222 dislocati a Ciampino; • promozione della sicurezza e del supporto logistico nel porto di Durazzo; • arrivo in Italia, a Comiso, e ritorno in Albania, ad emergenza finita, di 6 000 profughi tramite 8 velivoli dell'Aeronautica Militare.

mi albanesi per certi versi sono stati strettamente intrecciati: la guerra bosniaca del 1994-95 e soprattutto la crisi del Kosovo del 1999, alla quale queste attività si riferiscono. Ambedue hanno visto il più potente vicino dell’Albania, cioè la Serbia, scontrarsi con il mondo occidentale, sia per tentare di riconquistare territori resisi ormai autonomi, come nel caso della Bosnia, sia per il mantenimento della sua sovranità territoriale e l’integrità dei confini dell’attuale Repubblica federale di Iugosla-

via, contro tendenze separatiste di regioni o gruppi etnici, con metodi però non più accettabili dalla comunità internazionale, come nel caso del Kosovo. Situazioni che hanno ulteriormente peggiorato l’attrito già esistente tra i vari gruppi etnici, religiosi e politici, trasversali ai vari Paesi (sui quali determinate operazioni hanno avuto un effetto più di esasperazione che di distensione) e lo stato economico già non propriamente florido dell’area, che diventa però di importanza strategica fondamentale, e

suscettibile di notevoli mutazioni nell’ottica dei nuovi progetti dei grandi corridoi di comunicazione e trasporto Est-Ovest. Soprattutto la crisi del Kosovo ha avuto un effetto pesante sull’Albania, che ha visto circa mezzo milione di persone in fuga invadere il suo territorio, metà delle quali ospitate in case private e metà sparpagliate nel Paese senza tetto e senza meta. Per questi duecentocinquantamila fuggiaschi è stato necessario organizzare ulteriori interventi di emergenza a livello mondiale. LA MISSIONE «ARCOBALENO» Il 24 marzo 1999 iniziavano i bombardamenti NATO sulla Iugoslavia tendenti a far cessare la «pulizia etnica» operata dalla Serbia sulle popolazioni kosovare. Effetto immediato è la fuga di queste soprattutto verso l’Albania. Il 29 il Governo italiano inviava una delegazione, guidata dal Ministro dell’Interno Jervolino, per prendere contatto con le autorità albanesi e rendersi conto «sul campo» della situazione. Si decise di intervenire con una iniziativa umanitaria che sarà denominata appunto Missione «Arcobaleno». Questa si concreterà in ben dieci campi profughi, (su un totale internazionale di circa 25) gestiti direttamente dalla Protezione Civile, e sette centri di assistenza gestiti da altre istituzioni (Caritas, Suore Salesiane, ecc.). Per allestire i campi innanzitutto serviva prendere anche in affitto aree private, perché alcune tra quelle messe a disposizione dal Governo albanese non risultavano adatte; poi, dopo l’allestimento da parte delle forze Armate in essi lavoreranno 6 211 volontari provenienti da tutta l’Italia. Ogni centro era provvisto di cucine da campo, alcune con forno per il pane, di posto medico fisso e ambulanza. Presenti molti specialisti, soprattutto in Pediatria e Ginecologia, divisi in nuclei: farma65


cisti, controllo epidemiologico, odontoiatrico, urgenze-emergenze, evacuazioni (inviati in Italia 180 ricoverati), controllo igienico-ambientale. Sono state distribuite (nel periodo di picco dell’emergenza) 4 831 tonnellate di materiali, utilizzati 1 222 container ed effettuate quasi 80 000 prestazioni sanitarie, ospitate stabilmente circa 30 000 profughi e fornita assistenza indiretta ad altri 30 000. I campi erano: Kukes 1 (con ospedale da campo della CRI), Kukes 2, Rrashbull, Kavaje, Tirana Don Bosco, Shijak, Valona (con ospedale da Campo dell’Associazione Nazionale Alpini), Scutari, Lezhe fisthe e Lezhe Shejin, oltre al Campo Base del Volontariato. Questi centri staranno aperti fino al termine dell’emergenza. 66

Il conto corrente istituito dal Governo italiano ha raccolto circa 130 miliardi di lire. Inoltre, centri di raccolta militari e civili, hanno raccolto una massa imponente di materiali, per un totale di 2 850 container, dei quali 1 829 inviati in Albania, 120 a Comiso, 199 in Bosnia, 43 in Puglia (centri di accoglienza profughi in Italia) e gli altri eccedenti destinati ad altre emergenze (terremoto in Turchia). La maggior parte del materiale logistico italiano presente sul territorio albanese alla fine dell’emergenza è stato donato alle autorità locali. SPERANzE PER IL fUTURO Possiamo quindi concludere che nella questione balcanica si

Sopra. Bonifica da parte dei cacciamine italiani in Adriatico, al largo delle coste albanesi. A destra. Sbarco a Valona dei mezzi e materiali di soccorso dalla nave «S. Giorgio».

sta forse aprendo una nuova stagione, con possibilità di sviluppo impensabili fino a pochi anni fa, nelle quali l’Italia ha una parte non piccola, e una non piccola responsabilità, in generale nei confronti di tutta la politica dell’area. Quella che Mario Toscano, Ambasciatore, docente di storia dei trattati e politica internazionale


cune prese di coscienza. E cioè che: la convivenza civile richiede operazioni molto complesse in tutti i campi della vita e va gestita con componenti di accortezza e saggezza, cui sono insufficienti l’emotività o le pure esibizioni di forza; le differenze tra i vari popoli sono una ricchezza dell’umanità, e non un suo handicap, perché ognuno porta qualcosa di essenziale allo sviluppo collettivo, che senza di esso resterebbe parziale e compromesso, come nell’alimentazione umana non basta una sola sostanza, ma ne servono molte per un metabolismo equilibrato e il mantenimento della salute. IN ITALIA UN’ESPERIENzA ANTICA Questa coscienza è presente già da molti secoli da quest’altra parte dell’Adriatico, proprio in que-

all’Università di Roma, all’inizio degli anni Sessanta definiva «la quadratura del circolo», potrebbe avere così nuove soluzioni, ma per raggiungerle sarà necessario che nel dialogo tra le due sponde adriatiche si maturino al-

sta penisola che, fin dai tempi degli Etruschi e della fondazione di Roma, ha fatto della multietnia uno dei suoi punti di maggior forza e ricchezza. E anche questo potrà essere un contributo alla rinascita dell’Al-

bania, poiché insieme ai libri di scuola, alle carrozze ferroviarie e ai computer, la cosa fondamentale da far crescere è sempre, e per prima, la coscienza dell’uomo, proprio perché la «grande anima slava», ma anche le forze di tutte le altre etnie presenti tra il Mediterraneo e il Danubio, arrivino a dare il loro vero potenziale contributo allo sviluppo della civiltà, superando le febbrili esasperazioni dell’astio di forzati condomini. Tutto ciò nonostante i poco felici interventi dei mezzi di comunicazione che, non si sa per quale perversa aspirazione, hanno talvolta creato problemi supplementari e difficoltà gratuite in situazioni e ambiti in cui proprio non ce n’era bisogno. Ž

* Dirigente presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri

NOTE (1) Vita Italiana «Documenti e Informazioni», novembre 1997, n.1 nuova serie - Roma - P.C.M. p. 21. (2) Vedi riquadro. (3) PHARE: Programma Europeo di Assistenza alla Ricostruzione Economica, in origine destinato a Polonia e Ungheria. (4) OCSE: Organizzazione Europea per la Cooperazione e lo Sviluppo. (5) UNDP: Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. (6) ACNUR: Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. (7) Cfr. Vita Italiana, op. cit., p.7. (8) Republic of Albania - Council of Ministers: «Albania: reform and recovery programme - current developments and priority needs» (final Report Prepared for the Meeting of International Aid Donors to be held in Brussels on 2nd October 1997), p. 4 «Its objective is to set up an efficient and modern banking and financial system..........This will require the establishment of a suitable legal and supervisory framework». (9) Vita Italiana, cit., p. 14. (10) Vita Italiana, cit. p. 27.

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LA RIFORMA DEL SERVIZIO MILITARE: REALTÀ O FANTASIA? Signor Direttore, il disegno di legge «Delega al Governo per la riforma del servizio militare», probabilmente, sarà approvato in breve tempo dalla Camera dei Deputati ed entro il 2000 diverrà legge dello Stato. Si tratta di una riforma epocale che riguarda i giovani e tutte le loro famiglie, in quanto il provvedimento comporta la fine del servizio di leva e la conseguente professionalizzazione delle Forze Armate. La notizia non è nuova perché è stata data con risalto da tutti i media, più volte e con dovizia di particolari. Il tam-tam continua a risuonare in ogni città e villaggio. Tutti i ragazzi attualmente quattordicenni, nati dopo il 1985, hanno esultato alla notizia di non dover svolgere il servizio di leva, né militare né civile. Forse le più entusiaste sono state le giovani mamme, ormai certe di non doversi separare nemmeno un giorno dai loro ragazzi. Meno lo sono, probabilmente, molti papà che nella leva continuano a vedere, nonostante le molte riserve, un'occasione di crescita e di maturazione dei figli. Lungi da me il desiderio di spegnere gli entusiasmi per questa riforma che, tra l'altro, è auspicata con diverse tonalità di consenso da gran parte delle forze politiche. Il motivo per cui Le scrivo è quello di fare qualche mia riflessione sulle conseguenze del provvedimento di abolizione della leva. Dico subito che è mia forte convinzione che la scomparsa del servizio obbligatorio non è affatto scontata dopo i sette anni dall'approvazione della legge. Per spiegarne le ragioni, senza entrare nei particolari tecnici, voglio fare riferimento al «problema dei problemi»: l'arruolamento dei 68

diritto di replica Se leggendo la Rivista Militare qualcosa non vi convince o vi stupisce, chiedete, intervenite, proponete e, perché no, criticate. Queste pagine sono a disposizione di Voi lettori. Per lasciare più spazio alle vostre proposte, non a tutte le lettere sarà data risposta.

volontari. L'equazione della riforma del servizio militare si basa sul paradigma: via la leva, tutti volontari. Ma i volontari dove sono? L'unica certezza di reclutare dal 2000 al 2006 gli oltre sessantamila volontari necessari alla riforma, dovendo attingere al «serbatoio» meridionale, risiede nella possibilità di assicurare ai giovani uno sbocco professionale nelle Forze Armate, nelle Forze di Polizia, nel pubblico impiego e nelle aziende private, al termine della ferma contratta. Questa certezza purtroppo non c'è e non è neppure ipotizzabile. Vi è invece il rischio che il volontario, di età compresa tra i diciotto e i ventidue anni, chiamato a svolgere il servizio per cinque anni, prolungabili a nove, ritornerà al suo paese senza alcuna prospettiva di lavoro. In queste condizioni, è certo che non saranno molti i giovani che accorreranno volontariamente ai concorsi militari (i volontari necessari dovrebbero essere più di diecimila per anno), né è ipotizzabile che il problema potrà essere mitigato dall'ingresso delle donne soldato. Il volontariato militare per essere competitivo sul mercato del lavoro ha bisogno di certezze e non di promesse che poi potrebbero essere disattese. È necessario, inoltre, perché il volontariato sia credibile, che le Forze Armate possano svolgere una selezione tra i volontari, con un rapporto di accoglimento delle domande di media consistenza, senza essere costretti, per raggiungere gli obiettivi prefissati, di reclutare tutti, senza alcuna scelta. Per poter disporre di diecimila volontari l'anno, attuando un minimo di selezione, sarebbe necessario disporre di almeno trentamila domande per anno. Entità ritenuta impossibile anche per le attuali carenze demografiche pro-


prie della popolazione, in particolare per la forte denatalità del nord e, in minor misura, del centro della penisola. Se le cose rimangono così, io credo che saranno poche le possibilità di abolire il servizio di leva nei tempi previsti, in quanto i volontari non avranno raggiunto il numero previsto dalla legge. In conclusione, la riforma del servizio militare appare più una scommessa che una programmazione su basi reali. E io penso che non si possa scommettere su un argomento, quello dell'abolizione della leva, che interessa tutto il popolo italiano e le sue Istituzioni. Gen. Lucio Castelluccio (Roma)

Egregio Lettore, la Sua lettera contiene in sé elementi di stimolante meditazione e si propone come un significativo contributo di pensiero. Non poteva essere diversamente, tenuto conto della Sua lunga consuetudine professionale con la materia in discussione. Condivido le Sue preoccupazioni e credo anch'io che il passaggio dalla coscrizione obbligatoria al volontariato sia un cammino lungo e irto di ostacoli, rappresentati soprattutto da due obiettive difficoltà: la incongruità dell'offerta del mercato rispetto alla domanda di reclutamento e la impossibilità di assicurare ai giovani una sicura prospettiva di lavoro al termine della ferma contratta. Sì, questo è vero. Ma è anche vero che, ineludibilmente, occorre fare i conti con la decisa volontà del Governo e del Parlamento di pervenire in sette anni alla completa professionalizzazione delle Forze Armate. E, allora, a me pare che sia giunto il momento di affrontare il

problema non più con atteggiamento «cireneo». E mi spiego meglio. Pur prendendo atto dell'insufficienza del bacino d'utenza meridionale, che certamente da solo non può soddisfare la domanda di reclutamento delle Forze Armate e delle Forze di Polizia, sono convinto che in sette anni potranno essere assunte concrete iniziative in grado di conseguire due obiettivi. Il primo riguarda l'ampliamento del «serbatoio» per reclutare volontari nelle aree più sviluppate del Paese. E in tal senso stanno lavorando, con esiti molto positivi, lo Stato Maggiore dell'Esercito e i Comandi Regionali della Forza Armata, intervenendo sul territorio non solo con approcci promozionali ma anche con un articolato programma di attività culturali. Il progetto «Cassino», il progetto «Abruzzo», il progetto «Exodus», l'arruola-

mento dei VFA, la riqualificazione della leva, il miglioramento della qualità della vita nelle caserme, i «rap camp»: sono solo alcune - ma ne potrei citare ancora tante - delle azioni intraprese per «comunicare» l'Esercito con visione moderna e stimolare una più aggiornata percezione del fenomeno militare, allo scopo di provocare una consapevole e convinta interiorizzazione della utilità e convenienza di servire in armi il Paese per un breve o lungo periodo. Il secondo obiettivo è interconnesso al primo, ed è quello che forse più incisivamente potrà consentirci di entrare in concorrenza con la società civile, offrendo ai giovani italiani condizioni vantaggiose sul piano retributivo e intervenendo con provvedimenti innovativi nel settore della learning organization, in modo che il periodo della ferma dei cinque, dei sette o dei nove anni possa costituire per essi una preziosa opportunità formativa e una irripetibile occasione di know how e expertise ai fini di un loro più facile inserimento nel mercato del lavoro al ritorno nella vita civile. Quest'ultimo aspetto mi sembra molto importante. Penso che anche noi dobbiamo prendere coscienza di un errore fondamentale, errore che ha influenzato negativamente negli ultimi tempi i processi di ristrutturazione delle aziende, cioè quella mancanza di pensiero strategico che ci ha portato ad anteporre la cultura del posto di lavoro rispetto a quella della professionalità. Se ci fosse questa inversione di tendenza, chissà, potrebbe lievitare sensibilmente la qualità e la quantità dell'offerta da parte dei giovani, e forse anche i settori della pubblica amministrazione, della produzione privata e del «terziario» potrebbero un giorno attingere a un bacino d'eccellenza che l'Esercito sarà stato capace di creare. 69


IL CENTRO SISTEMI C4 di Angelo Pacifici *

Il nuovo organismo si caratterizza per una varietà di procedure e mezzi informatici che hanno soppiantato l'obsoleto Centro Trasmissioni, pervadendo tutti i sistemi di comunicazione e di elaborazione delle informazioni.

S

otto l’impulso delle sempre emergenti tecnologie dell’ Information Technology (IT), molto è cambiato, di fatto, nel campo dei sistemi e dei servizi di comunicazione e di elaborazione delle informazioni. Sono, di conseguenza, cambiate le strutture delle industrie, so-

cietà, ecc., utilizzatrici attente ai servizi offerti dai moderni sistemi, le quali hanno adottato nuovi schemi organizzativi e nuove procedure per massimizzare gli effetti e le possibilità che l’introduzione delle nuove tecnologie ha offerto e continua sorprendentemente ad offrire.

Profondi cambiamenti hanno interessato, ovviamente, anche quelle organizzazioni che presiedono alla direzione, al controllo, all’esercizio e al mantenimento in efficienza dei sistemi stessi, capaci di erogare quei servizi di comunicazione e di automazione necessari all’utenza, con presta-


zioni di eccellenza in termini di aderenza, capacità, affidabilità e sicurezza. Nell’Esercito, il progresso in tale campo ha subito alterne vicende, ricalcando modelli peraltro diffusi anche nel mondo non militare, per effetto della iniziale separazione tecnica ed organizzati-

va fra la elaborazione automatica dell’informazione (informatica) e la comunicazione a distanza con mezzi elettronici della stessa (telecomunicazioni). L’accelerazione avuta nel corso degli ultimi anni e, in particolare, l’avvento dei «sistemi aperti» e delle tecnologie di INTERNET hanno di fatto segna-

to il superamento della separazione storica talché appare, oggi, praticamente impensabile concepire separatamente sistemi di comunicazioni e di elaborazione automatica delle informazioni. Sensibile a tale mutamento, la Forza Armata, nell’ambito del Progetto Pacchetti di Capacità


tività di Comando e Controllo e, in particolare, la pianificazione, la decisione, la esecuzione. In tale accezione, adottata per lo scopo del presente articolo, si fa astrazione dal «personale» e dalle altre «risorse» (finanziarie, infrastrutturali, ecc.), in quanto questi sono già elementi integranti del «Sistema C2» alla pari dei sistemi C4 stessi. In altra accezione, invece, (es: USA) sia il personale sia le altre risorse sono incluse.

Operative, ha recentemente posto, fra l’altro, le basi per adeguamenti organizzativi interni, capaci di assecondare l’evoluzione nello specifico campo e, con riferimento alle strutture di controllo e gestione dei sistemi di comunicazione e di automazione, ha fatto chiaro riferimento al concetto di Centro Sistemi C4 (CSC4) come evoluzione del «tradizionale» Centro Trasmissioni. Concretizzare tale concetto, tenendo conto delle effettive possibilità tecniche e delle diverse realtà strutturali ed organizzative della Forza Armata, è stato uno degli obiettivi del neo costituito Comando C4IEW delle Forze Operative Terrestri. Dare un quadro di insieme della costituzione, dei compiti e delle possibilità del Centro Sistemi C4, così come 72

concepito e, in una certa misura, già realizzato in diverse realtà organizzative della Forza Armata stessa, è lo scopo del presente articolo. I SISTEMI C4 Prima di descrivere costituzione, compiti e possibilità del Centro Sistemi C4, è opportuno fare chiarezza sul concetto di Sistemi C4. Di quei sistemi cioè che costituiscono, in un certo senso, la ragion d’essere del Centro stesso. Con la denominazione di Sistemi C4 ci si intende riferire a sistemi informatici di comando e controllo inclusi quelli dedicati alla funzione «I», sistemi di comunicazioni e sistemi informatici gestionali che supportano le at-

Di primaria importanza per il Comando e Controllo sono i mezzi che ne consentono l'esercizio. È vitale che un moderno sistema di C2 (1) disponga, fra gli altri, anche di sistemi automatizzati di comunicazione ed elaborazione ovvero di sistemi CIS (nella versione NATO: Communications and Information Systems ossia Sistemi di comunicazione ed elaborazione automatica) oppure, nella versione statunitense, C4 (Command, Control, Communications and Computers ossia Sistemi informatici di comando e controllo, informatici di comunicazioni, informatici gestionali). Nella definizione di Sistemi C4, dunque, ci si riferisce esclusivamente all’aspetto dei mezzi tecnici che li compongono e che sono: apparati terminali, di media trasmissivi, di commutazione, di controllo e di gestione (management ).Sono tali sistemi C4 che sostanziano la funzione di SUPPORTO C4 all’attività di Comando e Controllo. A proposito dell'utilizzazione di altre sigle quali C2 (usata in senso diverso da quello fin qui descritto ed illustrato in nota 1), C3I, C4I, ecc. si ritiene valga la pena chiarirne il significato nella considerazione che le diverse interpretazioni delle stesse non contribuiscono certo ad una chiara visione della problematica. Fermo restando quanto detto in precedenza a riguardo della definizione di C2, i possibili significati da attribuire alle varie sigle


in ambito Forza Armata parrebbero essere i seguenti: • C = sistemi di comunicazione; in senso moderno, si intendono sistemi informatici di comunicazione ovvero di consultazione riferendosi ai diversi modi, più attuali, di comunicare (consultazione, conferenza, accesso a informazioni presenti in BD o in web sites, chats, ecc.) ; • C2 = sistemi informatici di comando e controllo (sigla riferita quindi esclusivamente ad un sistema automatizzato di comando e controllo come potrebbe essere il SIACCON e non all’intero Sistema C2 nell’accezione della definizione generale data in precedenza); • C3 = sistemi informatici di comando, controllo e comunicazioni oppure, anche, sistemi di comando, controllo e consultazione; • C3I = sistemi informatici di comando, controllo e comunicazioni e informatici dedicati esclusivamente all'attività informativa, ad es: BICES (Battlefield Intelligence Collection Exploitation System); • C4I = sistemi, informatici di comando, controllo e comunicazioni, informatici gestionali e informatici dedicati esclusivamente all'attività informativa. Da considerare, comunque, che, nella diversa accezione (quella cioè comprensiva del personale, ecc.), per «C4 systems » possono essere intesi anche «Integrated systems of doctrine, procedures, organizational structures, personnel, equipment, facilities and communications designed to support a commander's exercise of command and control across the range of military operations» (Joint Pub 1-02 USA). I sistemi C4 (2) (si denominano associandoli al Comando che supportano; es: il Sistema C4 del COMANFOR, il Sistema C4 della BMNW. L'insieme dei Sistemi C4 in esercizio in un dato momento storico nell’Esercito prende il no-

me di «SISTEMA C4 DI FORZA ARMATA» ovvero SISTEMA C4 ESERCITO. IL CENTRO SISTEMI C4 Fondamentali, per i Sistemi C4, sono le funzioni di Controllo e di Gestione (Management) dei medesimi. Tali funzioni sono espletabili mediante l’impiego di mezzi/sistemi di controllo e di gestione, e delle relative procedure, che

sono fra gli elementi costitutivi dei Sistemi C4. In particolare: • la prima funzione (il Controllo) opera sulle Reti (3) e sui Nodi di Utenza (4) a tutti i livelli (da quello dei media trasmissivi a quello delle applicazioni/servizi utilizzati direttamente dagli utenti) verificando la rispondenza ed il mantenimento degli standard affinché il sistema C4 possa rendere i richiesti servizi di comunicazione e di automazione; 73


• la seconda funzione (la Gestione) comprende tutte le attività di esercizio e di mantenimento del Sistema C4 e, in particolare, l’erogazione di servizi comuni (dall’invio/ricezione messaggi alla elaborazione di « web pages») all’utenza che non dispone di propri apparati terminali o di specifiche capacità in proprio, la fornitura di servizi di assistenza in linea (help-desk) o a domicilio, lo svolgimento di tutte quelle attività proprie degli ISP/POP (INTERNET Services Provider/Point of Presence) della INTRANET di Forza Armata, incluse la garanzia dei servizi di sicurezza. Sono proprio le funzioni sopradescritte che qualificano i compiti del Centro Sistemi C4 e ne configurano la costituzione. Il Centro Sistemi C4 è dunque l’organo responsabile della forni74

tura dei servizi di comunicazione ed informatica agli utenti del Comando/ Ente a cui è associato. Esso include le LAN (reti locali) ordinarie e protette (classificate) ed eventuali O.E.I. (Organi Esecutivi Informatici) (5) interconnessi in rete che supportano l'attività di detto Comando/ Ente. Rientrano comunque nell’interesse del CSC4 anche le terminazioni presso gli utenti e le relative connessioni locali e/o remote (telefoni, personal computer, ecc.). Cuore pro-attivo e reattivo del CSC4 è la «SEZIONE DI SUPERVISIONE» ovvero il «Centro Controllo Sistemi C4», organo di «Networks & Systems Control and Management ». In ambito NATO il CSC4 equivale al Communications & Information Systems Control Centre (CISCC) e al Communication Centre (COMMCEN) ovvero Communications & Information Systems Centre (CISC).

COSTITUZIONE DEL CENTRO SISTEMI C4 Il Centro Sistemi C4 è, al tempo stesso, un Nodo di Rete ed un Nodo di Utenza. Nella sua completezza, il Centro Sistemi C4 è costituito da un «nucleo centrale», denominato Centro Comunicazioni, ordinato su più Uffici o Sezioni in cui sono installate le apparecchiature di gestione, di controllo e di servizi di utenza comune e da «due o più LAN», i cui server di rete sono situati nell’ambito del Centro Comunicazioni e che estendono i mezzi e, quindi, i servizi di comunicazione e di automazione, direttamente all’utenza del Posto Comando per il quale il Centro è costituito. Un Centro Sistemi C4 costituisce sempre un ISP/POP (Punto di Presenza) per l’accesso alle INTRANET della Forza Armata (EINET, Esercito INTRANET ed EI-


NET CLASS – Esercito INTRANET Classificata) da parte delle utenze del Comando a cui il Centro stesso è associato. Da notare che, nell’ambito del Sistema C4 della Forza Armata, sono attive anche installazioni che comprendono solo il «nucleo centrale» ossia solo il Centro Comunicazioni (COMCEN – Communications Centre ovvero CCC – Communications Control Centre). Tali Centri Comunicazioni sono soltanto Nodi di Rete, funzionali al Sistema C4, e non associati quindi ad alcun Comando in particolare. Essi hanno normalmente anche la funzione di Punti di Presenza (Accessi alla INTRANET) per i vari servizi di rete a cui i Comandi, non dotati di CSC4 possono accedere. La loro denominazione è quella di «centri comunicazioni di bacino» oppure di «centri comunicazioni sussidiari» (per tutti, in breve, si utilizza la sigla COMCEN) a seconda dell’entità degli accessi alla rete che ad essi fanno capo. In genere i Centri Comunicazioni di bacino sono situati all’interno delle infrastrutture sedi dei Reggimenti Trasmissioni per una più pronta ed efficace gestione. Nella figura a lato è riportata l’organizzazione dei CSC4 e dei COMCEN della Forza Armata con l’indicazione delle Unità di Supporto C4 interessate alla gestione degli stessi. L’articolazione di un Centro Sistemi C4 prevede di massima le componenti di seguito illustrate.

Centro è il Capo Nucleo Collegamento del Comando C4IEW presso il QG COMFOTER. Per il CSC4 associato al COMANFOR il Capo Centro è il Chief G6 o Chief J6 del Comando cui il centro è associato. Da notare che il Capo Centro Sistemi C4, di norma, appartiene al Comando della Grande Unità a cui il Centro stesso è associato. Una parte del personale dell’Ufficio o Sezione C3 del Comando è orientata al CSC4 (Nucleo CSC4) e vi presta servizio in permanenza. Il Capo Centro Sistemi C4, attraverso il Nucleo CSC4 del suo Ufficio/Sezione, segue l'andamento del traffico e la fornitura dei servizi di comunicazione ed informatica, impiega il personale secondo le esigenze e le capacità, lo istruisce sulle procedure di trattazione del traffico e sulle modalità di servizio agli utenti e concorda con il Comandante dell’Unità, i turni di servizio. Inoltre, insieme al Comandante dell’Unità promuove la formazione e la qualificazione tecnico-professionale del personale. Il Comandante dell’Unità di Supporto C4 è, a sua volta, responsabile: • dell'addestramento e della disponibilità del personale per il funzionamento del Centro e della porzione di rete di interesse;

• dell’efficienza e della disponibilità dei mezzi e materiali C4. IL CAPO CENTRO COMUNICAZIONI È un Ufficiale o un Sottufficiale dell’Unità Trasmissioni che gestisce il Centro Sistemi C4. La figura di Capo Centro Comunicazioni è sempre prevista sia nei CSC4 sia nei COMCEN, al contrario di quella di Capo CSC4. Il Capo Centro Comunicazioni si interessa, in particolare, dell’andamento complessivo giornaliero, delle operazioni nel Centro con particolare riferimento alla resa dei servizi all’utenza e al controllo dell’efficienza dei sistemi controllati dal Centro. Dispone di un team di assistenti (Ufficio del Capo Centro Comunicazioni). Viene sostituito da Capi Servizio per assicurare la copertura delle 24 ore giornaliere, sette giorni su sette. LA SEZIONE «RELAZIONI CON L’UTENZA» È la Sezione che costituisce «biglietto da visita» ovvero «finestra» del CSC4 nei riguardi del «mondo esterno» ossia nei ri-

IL CAPO CENTRO SISTEMI C4 È il Capo Ufficio C3 di un COINT (Comando Operativo Intermedio) oppure il Capo Sezione C3 di un Comando Brigata. Per il Centro Principale Sistemi C4 (associato allo SME), il Capo Centro SC4 è il Capo Ufficio Reti, Frequenze e Procedure del Comando C4IEW. Per il Centro Sistemi C4 associato al COMFOTER, il Capo 75


(CCSC4); • Centro Controllo di Rete (CCR) • Communications & Information Systems Control Centre (CISCC); • Network and Systems Operation Centre (NSOC).

guardi dell’utenza operativa. Rappresenta un’evoluzione della «tradizionale» Sezione Messaggi. Ad essa è devoluta l’incombenza di soddisfare le esigenze di comunicazione ed eventualmente, di elaborazione di informazioni, a vantaggio di quella parte di utenza che non dispone di terminazioni dirette presso il proprio posto di lavoro (es: U/SU che non dispongono di stazione di lavoro interconnesse in LAN). In altre parole, in essa vengono svolte quelle operazioni di accettazione, accuso di ricevuta, trasmissione di documenti, messaggi, ecc. consegnati in varie forme (scritte, files su supporti magnetici, ecc.) nonché quelle di deposito, su Caselle Postali locali militari, dedicate alla stessa utenza, di corrispondenza pervenuta per la successiva consegna ad emissari di questa. È svolto in tale Sezione anche il Servizio di Assistenza agli Utenti (Help Desck). In realtà, tale servizio, per sua natura caratterizzato da diversi livelli di complessità (6), viene svolto anche interessando le altre Sezioni del CSC4 (Sezione Supervisione, Sezioni Comunicazioni, Ufficio del Capo Centro SC4 o del Capo COMCEN) ma tutto ciò è «trasparen76

te» all’utenza che invece deve trovare in un unico interlocutore il suo riferimento. LA SEZIONE SUPERVISIONE La Sezione Supervisione è l’organo che, nell’ambito del CSC4/COMCEN, controlla (controllo tecnico), h24, il Sistema C4 attivato nel suo complesso, con atteggiamento proattivo e reattivo. Essa costituisce un’evoluzione della «tradizionale» Sezione Gestione Circuiti ed ha il compito, in particolare di: • controllo e gestione reti di trasporto, geografiche e locali, e di servizi con speciale riferimento alla prevenzione, tracking e risoluzione dei problemi; • supporto per gli applicativi informatici di comunicazione e automazione; • funzioni di help sia al Supporto C4 sia all’Utenza. Tale Organo è variamente denominato in ambito nazionale ed in ambito NATO ma le funzioni svolte sono sostanzialmente equivalenti: • Centro di Supervisione (di Rete e di Sistemi); • Centro Controllo Sistemi C4

Nella sua accezione completa, la Sezione Supervisione del CSC4 comprende: • le terminazioni di linea, che portano le interconnessioni geografiche e locali al CSC4 (supporti fisici, terminazioni radio, ponti radio, ecc.); • il Centro Controllo Sistemi C4 propriamente detto, equivalente, nella struttura e nelle funzioni, al CISCC o al NSOC posti in essere in ambito alleato; esso comprende anche postazioni di help desks; • il Nucleo di Mantenimento, ossia un team di personale di diverse specializzazioni, posto a disposizione del Capo Sezione e che, in parte, può risiedere in diversa località di quella del Centro, il quale viene interessato per il ripristino dell’efficienza di tratte di linea, apparecchiature, ecc.. Le due funzioni «principali» che il Centro Controllo Sistemi C4 assicura sono «il controllo di rete» ed il «controllo del/dei Nodi di Utenza (in particolare delle LAN)».

Controllo di Rete L'oggetto del controllo di rete sta nella gestione e nella configu-


razione di collegamenti a lunga distanza e di centri di commutazione (Nodi di Rete) che trasportano ed instradano fasci di dati fra Posti Comando, Strutture di Comando e Controllo (Nodi/Sistemi di Utenza).

e chiude le pratiche di risoluzione dei problemi; compila e analizza rapporti sui dati statistici. SEZIONE COMUNICAZIONI NON CLASSIFICATE

Controllo di Nodo di Utenza Il controllo di nodo di utenza è effettuato nell'ambito della gestione dei sistemi C4 locali ossia dei Nodi o Punti di Utenza. L'oggetto del controllo di nodo sta nei sistemi di commutazione locali e dei terminali che supportano i Posti Comando o altre strutture di C2 ovvero piattaforme/sistemi d'arma. Essenzialmente assolve alle stesse funzioni svolte dal Controllo di Rete soltanto che queste sono principalmente focalizzate nell’installazione, operazioni e mantenimento della rete locale e delle terminazioni di utenza piuttosto che di una più ampia rete. In situazioni dove non è impiantato un Centro Sistemi C4, il Controllo di Nodo (che include anche la supervisione della Rete Locale, LAN) è svolta dal responsabile dei Sistemi C4 locali (es: Comandante del Plotone C3 del Reggimento ovvero dall’Amministratore di Rete), in aree appositamente destinate. La complessità delle attività di controllo e i diversi livelli a cui tale attività viene svolta richiedono un’organizzazione variamente strutturata, con gestione di proprie basi di dati tecnici e operativi. Nella sua massima estensione il Centro Controllo Sistemi C4 viene così ad assumere la configurazione appresso delineata: • Nucleo di Direzione; • Nucleo Sistemi di Trasporto ( Tranmission Systems ): controlla lo stato e gli standard dei flussi di trasporto; • Nucleo Reti Dati ( Data Networks): controlla installazione e configurazione router/server/apparati vari dei nodi; testa

configura e valuta nuovi materiali per la rete; dispone riparazioni su inefficienze dovute alle anomalie della rete monitorizza gli assetti della rete e la performance dei flussi dati vs design di rete; prepara report sulla performance; • Nucleo Reti Telefoniche (Voice Switch Systems ): esercita il controllo dell’efficienza sui sistemi di commutazione e sui servizi telefonici; • Nucleo Sistemi (Systems Management): controlla configurazione HW/SW; presiede agli upgradings dei Sistemi Operativi; è responsabile della sicurezza della rete, dei servizi e-mail , web, ecc.; svolge le funzioni di amministrazione dei database necessari alla supervisione; • Nucleo Interventi e Assistenza ( Information / Circuit Operation): si occupa dei servizi di help desk; prepara e dirama i previsti rapporti; apre, assegna

La Sezione Comunicazioni Non Classificate rappresenta l’evoluzione della «tradizionale» Sezione Telegrafonica e comprende anche parte di quella che era denominata «tradizionalmente» la «Sezione Radio». Sono installati in tale Sezione: • verso la rete geografica, i sistemi costituenti gli accessi ( access server) con le relative protezioni (es: Sistemi RADIUS Remote Access Dial In User Security); • verso l ‘utenza del Comando, il server della LAN non classificata e i server di tutti i servizi offerti dal CSC4 (es: il server del SIELOG, quello della e-mail non classificata, ecc.) inclusi i servizi di controllo accessi, autenticazione documentale, firma digitale, ecc.. È in tale Sezione che vengono espletate le attività di POP (Punto di Presenza) della INTRANET della Forza Armata (EINET). La Sezione estende le sue competenza alla supervisione e all’assisten-

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za della LAN e delle postazioni di lavoro in essa incluse e delle utenze telefoniche e comandi a distanza delle radio. SEZIONE COMUNICAZIONI PROTETTE La Sezione Comunicazioni Protette rappresenta l’evoluzione delle «tradizionali» Sezione Cifra in linea (ON LINE) e Sezione Cifra fuori linea ( OFF LINE ), comprende anche parte di quella che era denominata «tradizionalmente» la «Sezione Radio» ed estende il suo campo di intervento sulle utenze telefoniche protette e su quelle telematiche della citata LAN. Sono installati in tale Sezione: • verso la rete geografica, i sistemi costituenti gli accessi ( access server) con le relative protezioni (ad es: Sistemi RADIUS e tutte le cifranti di utenza o di linea; • verso l‘utenza del Comando il server della LAN protetta e i server di tutti i servizi classified offerti dal CSC4 (es: il server 78

del SIACCON, quello della email classificata, ecc.), inclusi i servizi di controllo accessi, autenticazione documentale, firma digitale, ecc.. È in tale Sezione che vengono espletate le attività di POP (Punto

di Presenza) della INTRANET classificata della Forza Armata (EINET CLASS). La Sezione estende le sue competenze alla supervisione e all’assistenza della LAN protetta (installata secondo le norme di sicurezza previste per tali reti) che serve il Comando supportato e delle postazioni di lavoro di questa, delle utenze telefoniche protette e dei comandi a distanza delle radio con protezione crittografica. Il moderno Centro Sistemi C4 si configura come «evoluzione» del tradizionale «Centro Trasmissioni» che tanto ha dato all'operatività dei Posti Comando della Forza Armata, in linea con quanto espresso nel Progetto Pacchetti di Capacità Operative. Il «nuovo» organismo si caratterizza per una varietà di procedure e mezzi informatici che hanno «soppiantato» ogni manualità residua, pervadendo tutti i sistemi di comunicazione e di elaborazione delle informazioni. Non è fuori luogo, in questa sede, osservare comunque che, ora come allora, sono gli operatori e i tecnici e, in genere, tutto il personale di staff e dei comandi preposto alla «funzione Supporto


Centrale operativa del Sottosistema Avvistamento Tattico Comando e Controllo del CATRIN.

C4», che costituiscono la risorsa più preziosa. Senza di questi, infatti, senza una loro adeguata preparazione tecnico-professionale, specie nel campo dell’informatica applicata alle telecomunicazioni e all’elaborazione automatica delle informazioni, ben poco possono fare i più avanzati sistemi (atteso, naturalmente, che questi possano essere concepiti, realizzati ed implementati). Le alterne vicende e, in parte, i ritardi con cui la Forza Armata si trova ora a rispondere alle sfide della comunicazione globale possono essere più attribuiti a carenze in tale settore piuttosto che in quelli, per esempio, delle risorse finanziarie allocate ovvero delle disponibilità di mezzi e sistemi. Di ciò la Forza Armata ha preso coscienza e sta marciando a tappe ravvicinate verso il cambiamento anche in tale campo. Ž

* Brigadier Generale, Comandante Operativo del Raggruppamento C4 di Infrastruttura

NOTE (1) Il termine «Sistema C2» sta ad indicare un insieme di personale, strutture, mezzi, risorse materiali finanziarie e procedure che consentono ad un Comandante di poter esercitare il Comando (autorità e direzione sulle forze poste sotto il suo comando) e il Controllo (processo attraverso il quale tale direzione viene esercitata). Altra accezione del termine è quella che non distingue fra le due funzioni (considerando di fatto il «controllo» come parte dell’attività di «comando») ma fa piuttosto riferimento ai diversi livelli di comando (Comando Pieno, Comando Operativo, Controllo Operativo, ecc.). Così facendo, letteralmente parlando cioè, un Comandante NATO, al quale sia delegato solo il …

«Controllo Operativo» di determinate forze, eserciterà…. appunto, solo… tale livello di Comando! In altri termini egli eserciterà solo il Controllo e … mai il Comando! (2) Nella Forza Armata, in tale sigla si includono anche i sistemi informatici dedicati in modo esclusivo all’attività informativa. (3) Il controllo di rete assicura la gestione di reti globali, regionali, di area. L’oggetto del controllo di rete sta nella gestione e nella configurazione di collegamenti a lunga distanza e di centri di commutazione (Nodi di Rete) che trasportano ed instradano fasci di dati fra Posti Comando/Strutture di Comando e Controllo (Nodi/Sistemi di Utenza). Il controllo di rete è svolto, di norma, nel Centro Controllo Sistemi C4 ovvero nella Sezione Supervisione del Centro Sistemi C4. (4) Il controllo di nodo è effettuato nell’ambito della gestione dei sistemi C4 locali ossia dei Nodi o Punti di Utenza. L’oggetto del controllo di nodo sta nei sistemi di commutazione locali e dei terminali che supportano i Posti Comando o altre strutture di C2 ovvero piattaforme/sistemi d’arma. Essenzialmente assolve alle stesse funzioni svolte dal Controllo di rete soltanto che queste sono principalmente focalizzate nel-

l’installazione, operazioni e mantenimento della rete locale piuttosto che di una più ampia rete. Anche tale controllo è effettuato, di norma, nell’ambito del Centro Controllo Sistemi C4 della Sezione Supervisione del Centro Sistemi C4, laddove sia costituito tale organo. (5) Con il termine O.E.I. ci si riferirsce a quegli organismi che assicurano la capacità di elaborazione automatizzata delle informazioni (supporto informatico) e che sono in forza ai vari Enti/ Comandi della Forza Armata. Tale termine include CCEE, CED, SED, NED, OAS, Organismi di management di LAN (amministratore di rete, ecc..). Tali O.E.I. sono parte integrante della Componente C4 della Forza Armata e costituiscono, unitamente ai Reggimenti dell’Arma delle Trasmissioni, il POLO C4 della Forza Armata. (6) Una richiesta di assistenza può consistere nel reperimento di un messaggio, ovvero nella ricerca di un numero telefonico non noto, oppure nell’assistenza su un prodotto di automazione di Ufficio (word, excel, ….), ovvero su prodotti di automazione (SIELOG, SIACCON, ecc.): ne consegue che gli «agenti» specializzati a fornire risposte esaurienti vanno ricercati nelle varie sezioni competenti.

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Qualcuno ha definito le Forze Armate «la Nazionale Militare di uno sport in cui chi perde muore». A prima vista, un’autentica «boutade». Proviamo a mettere a confronto i disagi, i rischi e i fattori stressanti di una missione militare «fuori area» con quelli di una squadra di calcio impegnata in trasferta. Alla fine ci rendiamo conto che il paragone, per quanto frivolo, è molto pertinente. di Giuliano Ferrari *

UNA TRASFERTA STRESSANTE TENSIONI, FATICHE E RISCHI NELLE MISSIONI MULTINAZIONALI DI PACE


n

egli anni ’70 l’etologo Desmond Morris (1), analizzando i risultati dei campionati nazionali inglese e italiano nei primi trent’anni del dopoguerra, aveva rilevato che le squadre vincono in trasferta circa il 50% di partite in meno che sul campo di casa. In effetti, anche un’occhiata affrettata alle odierne schedine del Totocalcio ci conferma che le vittorie domestiche, gli «1», superano abitualmente di gran lunga quelle ottenute in campo avverso, i «2». Il fatto è ormai talmente noto che, in molti tornei, i goal segnati fuori casa valgono il doppio di quelli segnati sul campo amico. Le ragioni di questa inferiorità di rendimento sono identificabili in una serie di condizioni di svantaggio e di cause di stress a cui la squadra ospite è sottoposta: i preparativi per la partenza, la fatica e i disagi del viaggio; le difficoltà per il riposo e per i pasti, da fruire in ambienti e con cibi estranei, ad orari inconsueti; l’ostilità del pubblico e l’assenza

dell’incoraggiamento dei tifosi; la scarsa conoscenza del campo di gioco e perfino la non familiarità con gli spogliatoi accentuano la sensazione di estraneità e la soggezione psicologica. Le unità militari che agiscono lontano dal territorio nazionale sono soggette ad analoghe cause di calo di rendimento. Questo problema aveva finora rivestito attualità soltanto per le grandi potenze, che avevano interessi da difendere a livello planetario, o per le nazioni che conservavano esigenze di capacità di intervento in territori lontani di ex-colonie o di ex-parti di impero più o meno ancora collegate alla «madrepatria». Ciò spiega perché la maggior parte degli studi disponibili su questi argomenti provenga dagli Stati Uniti, che li hanno dovuti affrontare nel quadro della pianificazione – ad esempio – dell’afflusso dei rinforzi in Europa (Operazione «Reforger»), in Asia (Operazione «Team Spirit» per l’afflusso dalle Hawaii alla Corea) o in Africa (Operazione «Bright Star», verso l’Egitto), e che hanno potuto trarre elementi di riprova sperimentale dagli ammaestramenti tratti dagli interventi reali in Panama, a Grenada nonché nel Golfo e in Medio Oriente. La globalizzazione dei problemi economici, politici e strategici, sta però rendendo reali ed attuali anche per l’Italia le esigenze di intervento oltremare, per proteggere gli interessi nazionali messi a repentaglio o per partecipare ad operazioni di polizia internazionale in supporto della pace e della sicurezza. LA SINDROME DA TRASFERTA Anche per le Forze Armate italiane diventa allora di reale e attuale interesse esaminare i potenziali problemi connessi con quella che, per restare nel paragone sportivo, possiamo chiamare la sindrome da trasferta delle nostre unità militari coinvolte in missio81


ni che richiedano proiezione di forze a grandi distanze. In prima approssimazione, gli effetti dell’impiego in missioni di supporto alla pace in zone lontane si possono far risalire a quattro principali gruppi di cause. La prima causa di disagio è certamente la partenza in sé, con la separazione dalla rassicurante, nota realtà della sede abituale, della famiglia e degli amici. Un secondo ordine di cause di stress agisce durante il trasferimento, che comporta viaggi a bordo dei vari vettori, dalla sede di guarnigione e dal territorio nazionale alla zona di schieramento. Un terzo gruppo di stressori può essere costituito dalle condizioni ambientali della zona di operazione, a cui si può sommare, infine, il quarto insieme di problemi, quello generato dalle peculiari modalità di impiego delle forze imposte dallo specifico tipo di missioni. 82

Li esamineremo nell’ordine, tentando contemporaneamente di indicare qualche praticabile misura di prevenzione e/o alcuni corrispondenti possibili rimedi. Naturalmente, senza pretendere di presentare assolute novità, poiché una buona parte dei provvedimenti correttivi che indicheremo – tentando di analizzarne sinteticamente ragioni ed effetti – sono già stati applicati dai Comandanti, dagli Stati Maggiori e dagli Istituti di formazione e costituiscono ormai patrimonio culturale e professionale di molti Ufficiali. VIA DA CASA La tensione psicologica può cominciare anche già prima della partenza, poiché può accadere che alcuni incidenti verificatisi in precedenti missioni, qualche volta amplificati per vanteria dai ve-

terani o per ansia di scoop dai media, intimoriscano i militari e le loro famiglie, riducendo il numero dei volontari e creando allarme nei partecipanti predesignati o potenziali. Di fronte alla prospettiva di invio all’estero, si acuisce l’istintivo disagio che molti esseri viventi accusano – e gli uomini non fanno certo eccezione – quando devono lasciare il territorio conosciuto. E certamente non aiutano quel tanto di provincialismo che affligge ancora la formazione culturale di molti giovani né la loro tipica insicurezza adolescenziale, cui la moderna struttura sociale e l’iperprotettività materna e familiare consentono però di protrarsi spesso fino ad età in cui la generazione precedente si riteneva pronta a fondare una nuova famiglia. Così, accade che alcuni genitori provino ad interferire e mobilitino conoscenze per tentare di ot-


tenere per i figli l’esenzione dalla missione. Qualcuno dei candidati può avere reali problemi familiari, economici, ecc. che teme di non poter seguire così da lontano e vorrebbe sottrarsi. Col diffondersi dell’apprensione, può perfino succedere che qualche Ufficiale o Sottufficiale con figli minori non riceva dal coniuge il permesso di espatriare, previsto dalla legge anche per i militari, almeno in tempo di pace.... A queste cause di stress si aggiungono quelle che si generano durante il periodo di costituzione ed amalgama del contingente che deve partire. Come i ritiri delle squadre sportive, queste fasi vengono spesso vissute in ambiente estraneo e in località diverse, talora anch’esse lontane dalle sedi abituali, in un’atmosfera che i tempi ristretti, l’evoluzione dei compiti, i contrordini e le voci incontrollate rendono sovente affannosa. I rimedi sembrano risiedere

anzitutto in una migliore comunicazione interna, che tranquillizzi gli interessati e le famiglie. Si dovrebbe poi tendere a ridurre al minimo le esigenze di ridislocazione e rimpasto di unità nella fase preliminare della missione. A tal fine, fin dal tempo di normalità, andrebbe ricercata per le unità di coscritti la composizione monoscaglione, che aumenta la coesione e la conoscenza reciproca e consente l’invio e la rotazione delle unità per «pacchetti» omogenei. (Detto per inciso, come effetto collaterale, simile prassi ostacolerebbe efficacissimamente, rendendoli in molti casi impossibili «per costruzione», quegli episodi di nonnismo che – per quanto isolati – tanto allarmano l’opinione pubblica...). Per le stesse esigenze di prontezza e coesione, occorrerebbe che tutti i reparti di potenziale impiego fossero costantemente mantenuti ad elevati livelli di ef-

Le Forze Armate possono essere paragonate alla rappresentativa nazionale di uno sport in cui chi perde rischia di morire. Come per le squadre sportive, nelle missioni in trasferta i disagi del trasferimento e l’ostilità dell’ambiente possono ridurre il rendimento.

fettivi rispetto all’organico – diciamo il 120%, già dimostratosi confacente per il battaglione «Susa» della Forza Mobile NATO – e adottassero strutture e procedure il più possibile analoghe a quelle necessarie in operazioni, anche mentre si trovano in guarnigione. I collegamenti telefonici con le sedi di origine dei reparti e con le famiglie dovranno essere facilitati (senza esimersi dal controllo sull’eventuale verificarsi di eccessi di spesa per i soggetti più ansiosi, i «telefono-dipendenti» che non riescono ad autolimitarsi). Se possibile, si dovrebbero istituire anche servizi del tipo «telefono verde» per fornire consigli, notizie e assistenza. Naturalmente, il ricorso esclusivo ai militari professionisti o a lunga ferma – quando praticabile – risolverebbe alla radice una parte dei problemi, specie quelli legati alla volontarietà della partecipazione. Si ridurrebbe in tal modo anche la pressione emotiva delle famiglie e dell’opinione pubblica, più incline ad accettare – meglio non entrare nel merito degli aspetti etici di simile atteggiamento – rischi e perdite tra il personale che «ha scelto quel mestiere» che tra i coscritti... IL TRASFERIMENTO L’area di impiego del contingente viene normalmente raggiunta mediante movimenti e trasporti che possono utilizzare diversi vettori, aerei, marittimi o terrestri. Durante il viaggio, i membri delle unità militari e gli equipaggi possono perciò essere soggetti agli effetti del moto (come accelerazioni, variazioni di quota, vibrazioni e rumori) e a condizioni di disagio ambientale (temperatura non confortevole, alloggio in locali angusti, orari insoliti, ecc.) capaci di produrre malessere e livelli anche molto diversi di incapacitazione: • il mal da movimento (mal di 83


mare, d’aria o d’auto) è ben noto, poiché viene frequentemente subìto dai passeggeri trasportati (mediamente il 50%) (2) più che dai piloti dei veicoli, siano essi navi, aerei, automezzi o mezzi corazzati. Si manifesta con pallore del viso, sudore freddo, malessere generale, nausea e vomito, ma anche intontimento, sonnolenza, apatia e depressione. Questi disagi si aggiungono, tra l’altro, a quelli prodotti dai forti rumori che quasi sempre accompagnano il funzionamento dei motori dei vettori di trasporto e agli effetti «meccanici» del moto (le vibrazioni e le accelerazioni, ma anche gli urti, i sobbalzi, il rollìo e il beccheggio), che producono rischio di ferite e stanchezza muscolare per il prolungato sforzo di riequilibrare l’assetto; • le forti accelerazioni (specie per

titi maggiormente se, come a volte fatalmente accade, vestiario ed equipaggiamenti sono commisurati solamente alle condizioni di partenza...o a quelle di arrivo; • le vibrazioni hanno effetti diversi sulle varie parti del corpo, a seconda delle rispettive frequenze di risonanza. Vibrazioni con frequenza di 10-15 Hertz, ad esempio, riducono la capacità visiva, mentre quelle di 5 Hertz diminuiscono sensibilmente la destrezza manuale. Soprattutto quando la velocità delle oscillazioni raggiunge o supera i 15 m/s, possono verificarsi dolori in distretti diversi, dispnea, affaticamento e anche danni renali e polmonari. Va ricordato che i limiti delle vibrazioni, cui può essere sottoposto l’essere umano, sono individuati da apposite norme ISO. Specialmente per operazioni mili-

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i viaggi aerei), possono influire negativamente, benché temporaneamente, sulla destrezza manuale, sull’eloquio, sulla vista e perfino sulla memoria; • gli sbalzi di pressione e di temperatura possono essere talora anche estremi, a causa della carente pressurizzazione e climatizzazione dei veicoli, e i loro effetti possono essere risen84

tari di polizia internazionale, che in Italia non si sono finora mai fatte rientrare sotto la giurisdizione delle leggi di guerra, il rispetto delle norme antinfortunistiche in vigore rimane il riferimento giuridico per la verifica delle eventuali responsabilità da parte dei comandanti. Negli Stati Uniti, per giovani maschi adulti in servizio milita-

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re in tempo di pace, le Forze Armate considerano accettabili limiti doppi rispetto alle norme ISO, mentre tali limiti vengono ulteriormente raddoppiati in operazioni e in combattimento; i rumori forti e prolungati, prodotti dai sistemi di propulsione o da altre cause, inibiscono la comunicazione, ostacolano la concentrazione e riducono l’efficienza psicomotoria, così favorendo gli incidenti. Possono lasciare conseguenze inabilitanti temporanee o permanenti sull’udito (e forse perfino sull’apparato cardiovascolare) del personale più esposto, come gli equipaggi in sala macchine, o il personale di bordo degli aerei, ma non solo a loro. L’Associazione Veterani delle Forze Armate statunitensi riferisce che nell’anno fiscale 1986 sono stati pagati 173 milioni di dollari per compensi di perdite di udito per causa di servizio! l’inalazione di fumi e scarichi gassosi anche tossici, o semplicemente sgradevoli, anche per periodi prolungati, è un’altra non infrequente causa di danni e disagio; la prolungata perdita di sonno può produrre, già dopo 24 ore consecutive di veglia, gli stessi effetti di una presenza dello 0,10% di alcool nel sangue (pari a 3 bicchierini di grappa, il massimo consentito dal codice della strada italiano, in questo campo uno dei più permissivi d’Europa, prima che scatti la sospensione della patente) e dopo sole 36 ore lo 0,20%, pari a quello prodotto da 6 bicchierini di grappa o 6 bottigliette di birra; per qualcuno, specialmente per gli equipaggi di certi veicoli, la prolungata costrizione in locali angusti può produrre reazioni di claustrofobia. Per qualche trasferimento a piedi in ambiente montano, la quota e l’esposizione possono produrre effetti opposti, come crisi di acrofobia, agorafobia e vertigini.


I forti rumori sono un potente stressore: ostacolano la comunicazione e la comprensione dei segnali, disturbano la concentrazione e possono causare danni fisiologici anche permanenti. L’inabilitazione, o anche soltanto il calo di prestazioni, per effetto di questi stressori sono eventualità ancora più gravi per il personale della catena di comando, che deve mantenere la piena operatività anche durante il trasferimento e deve comunque recuperarla immediatamente al momento dell’arrivo in zona di schieramento. UN VIAGGIO IN PRIMA CLASSE Le misure per migliorare le condizioni e il comfort del personale durante i trasferimenti non sono insomma un lusso, ma un’assoluta necessità, per prevenire il possibile degrado dell’efficienza operativa.

Contro i rumori eccessivi, i rimedi vanno dall’adozione dei modernissimi silenziatori a soppressione attiva (mediante l’emissione di pari rumore in controfase) all’uso, almeno, di cuffie isolanti e tappi per gli orecchi, abbandonando una malintesa rusticità «rambista» che li fa ancora considerare da qualcuno poco virili anche durante le esercitazioni di tiro. Occorre, inoltre, perseguire il miglioramento dell’insonorizzazione di locali e abitacoli. Il problema dell’intelligibilità delle comunicazioni in ambiente rumoroso richiede poi l’uso di segnali acustici e di allarme chiari, distinguibili dal rumore, non troppo numerosi per essere facilmente memorizzabili e perciò inequivocabili. L’ideale sarebbe poter usare sempre gli

stessi segnali, anche in ambienti e su veicoli diversi, pur se di altra Forza Armata... o perfino di altra nazione. Esperimenti americani hanno dimostrato che il minimo grado di comprensione delle conversazioni operativamente accettabile è del 70-80%. La composizione multinazionale e la collocazione all’estero delle missioni di pace complica il problema della comprensibilità tra cittadini di nazioni diverse, costretti ad usare una lingua almeno per alcuni straniera. In tal caso, l’intelligibilità dei discorsi si abbassa notevolmente rispetto alle conversazioni condotte in lingua madre e peggiora ancora quando l’interlocutore non è visibile, o deforma la pronuncia perché deve gridare per soverchiare il baccano circostante o, peggio ancora, se la sua voce è sintetizzata per via elettronica, come avviene alla radio, al telefono o negli annunci per altoparlante. Un problema simile, che occupa e preoccupa molto i tecnici, è poi quello della comprensione 85


degli ordini verbali da parte delle apparecchiature comandate a voce: si tratta di strumenti fino a poco tempo fa fantascientifici ma ormai sempre più diffusi (ad esempio nei sistemi statunitensi di ultima generazione per la direzione a distanza del fuoco d’artiglieria), che sono destinati ad entrare nell’inventario di tutte le Forze Armate moderne. Per ridurre la presenza dei gas combusti e di altri inquinanti, occorre installare filtri e ventilatori, mentre per affrontare gli estremi di temperatura molti veicoli dovranno adottare condizionatori/climatizzatori (ancora troppo poco diffusi nell’inventario militare nazionale). In attesa dell’ammodernamento della parte più obsoleta del parco veicoli, si potrà fors’anche esaminare qualche modifica di certi autocarri per renderli più idonei al trasporto di personale, almeno per brevi tratti, anche per itinerari polverosi o con clima rigido, quando l’alternativa sembra oggi essere tra l’assideramento e il soffocamento con i gas di scarico. Qualche tempo fa, per gli ACL, presso la Brigata Alpina «Julia» si è studiata – con qualche promettente risultato – una possibile, economica modifica ai teloni, rendendoli a chiusura totale, con «finestre» trasparenti e sistemi per la rapida apertura e la pronta risposta al fuoco. Contro il mal da movimento, si dovrà dedicare particolare attenzione alla progettazione di veicoli ed equipaggiamenti con alloggiamenti per il personale il più possibile vicini al centro di rotazione, con maggiore visibilità esterna e rivolti in avanti, lungo l’asse di movimento. Altre utili contromisure possono essere la selezione del personale meno soggetto (con prove ai simulatori, ma anche con test di personalità, per valutarne la vulnerabilità agli effetti incapacitanti), l’addestramento e l’assuefazione, tramite tecniche comportamentali e biofeedback, e l’intervento 86

I viaggi aerei possono provocare mal d’aereo, disturbi da accelerazioni e rumori eccessivi e, per lunghi percorsi attraverso i meridiani, quelle alterazioni dei ritmi circadiani e delle fasi di sonno e veglia noti come jet lag. farmacologico (scopolamina e antistaminici, che però producono sonnolenza e altri effetti secondari, che oggi si cerca di correggere con la contemporanea somministrazione di anfetamine o efedrina). Molti di questi antidoti si rivelano infallibili se associati all’assegnazione di incarichi impegnativi, che distraggano dall’autosservazione, e al sostegno assicurato dal morale alto, dalla motivazione e dalla soddisfazione sul lavoro. I rimedi contro le accelerazioni e le vibrazioni eccessive fanno capo all’ergonomia nella progettazione dei materiali e degli equipaggiamenti, all’adozione di effi-

caci tute anti-G, di idonei sistemi di ammortizzazione, di display delle strumentazioni con caratteri più grandi e di comandi delle apparecchiature più facili da maneggiare, ecc.. IL NUOVO AMBIENTE L’ ambiente in cui si deve svolgere la missione può presentare diverse caratteristiche di novità. Anzitutto, può essere ubicato su un meridiano anche molto distante da quello di partenza e trovarsi quindi in un fuso orario di molte ore diverso: il personale dovrà allora affrontare il disagio dell’ag-


ti di memoria, o perfino manifestazioni depressive. Ad esempio, per effetto di un jet lag di 6 ore di anticipo (movimento verso est), si è rilevato nel primo giorno dopo l’arrivo un calo dell’8-10% nelle prestazioni psicomotorie al simulatore di volo. Le conseguenze del jet lag , spesso, si sommano ai postumi del superlavoro e alla perdita di sonno (che caratterizzano di norma i frenetici giorni che precedono la partenza dei reparti), nonché ai disagi del viaggio sui rustici veicoli militari, riducendo ulteriormente prestazioni e motivazione, a causa del montare di quella «avversione per lo sforzo» che contraddistingue l’affaticamento psicofisico. Anche la necessità di continuare a rispettare in parte il fuso orario della madrepatria, per mantenere le relazioni con comandi, uffici e fami-

giustamento delle proprie abitudini e dei propri ritmi fisiologici circadiani – a partire da quelli di veglia e di riposo – per adeguarsi al cosiddetto jet lag. La differenza di orario può causare squilibri fisici e psichici anche gravi, come difficoltà ad addormentarsi e altre turbe del sonno, sensazione di malessere generale e disturbi digestivi, deficit di attenzione e vuo-

glie, può in qualche caso complicare la ripresa. La durata stessa del giorno nella zona di schieramento può essere molto più lunga o più breve, rendendo ancora più arduo l’adattamento, che per molti aspetti (livelli ormonali, umore, riflessi, ecc.) è fortemente influenzato dalla quantità e durata della luce diurna. Perfino gli effetti di molti

farmaci variano con l’ora di applicazione rispetto al ritmo metabolico del paziente e specifiche discipline, la cronobiologia e la cronoterapia, se ne occupano con crescente interesse. Nella zona di operazioni, anche il paesaggio e l’architettura locale possono essere molto diversi, accentuando anche a livello inconscio la sensazione di estraneità. Gli alloggi, le caserme (perfino gli spogliatoi, come direbbero i calciatori) sono strani, sconosciuti e provvisori; servizi, illuminazione, arredi, colori, ecc. degli accantonamenti possono essere molto diversi da quelli abituali. Il clima può essere molto caldo, o estremamente freddo, e può comportare altissimi o bassissimi tassi di umidità. Fattori come l’indice di raffreddamento dovuto al vento complicano i rilevamenti e le previsioni sulla tollerabilità dell’esposizione agli estremi, malgrado i tentativi di oggettivazione compiuti ad esempio da Houghten e Yaglou, fin dal 1923, con la loro «scala delle temperature efficaci», basata sul raffronto di reazioni soggettive a diverse combinazioni di temperature ambientali, livelli di umidità e movimento dell’aria. In prima approssimazione, si può stimare che mediamente 30 km/h di velocità del vento producano un effetto equivalente all’abbassamento di temperatura di 10°. Il processo di termoregolazione del corpo umano segue le inesorabili leggi della termodinamica: il calore accumulato è il risultato della somma algebrica delle quantità di calore prodotto dall’attività metabolica e dal lavoro fisico, o disperso per conduzione, irraggiamento, convezione, evaporazione. Gli effetti delle escursioni termiche estreme dipendono da fattori ambientali veri e propri (temperatura dell’aria, radiazione solare e del terreno, vento, natura del suolo, ecc.) ma anche dall’equipaggiamento (conduttività e irraggiamento dei materiali, isolamento, attaglia87


mento, impermeabilità e traspirabilità, peso, ecc.) e presentano una grande variabilità individuale (determinata dalle differenze di metabolismo, addestramento, esperienza e allenamento, livello di abilità nei compiti da svolgere, motivazione, ecc.), che li rende difficilmente prevedibili con attendibilità. Manca ancora una letteratura sufficiente, capace di distinguerli del tutto da altri effetti collaterali sull’efficienza operativa, prodotti ad esempio dall’isolamento causato dagli equipaggiamenti invernali, dall’appannamento delle ottiche (si pensi alle maschere antigas o agli occhiali da guida), dalla scivolosità dei guanti o dall’eccesso di umidità prodotto da abiti e tute protettive o impermeabili in clima caldo, ecc.. A grandi linee, comunque , si può affermare che il caldo torrido, per il suo effetto ottundente, riduce l’efficienza soprattutto nei compiti ripetitivi e poco stimolanti, come quelli di sorveglianza

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e osservazione. Ciò è specialmente vero per il personale meno preparato, che non è stato addestrato in analoghe condizioni di temperatura e che non è abituato ad affrontare le conseguenze del sudore o degli effetti del calore sugli equipaggiamenti, che possono subire malfunzioni o diventare roventi e difficili da maneggiare. A livello di percezione, il caldo può provocare miraggi, distorsioni e illusioni ottiche. Le mani possono gonfiarsi, rendendo doloroso portare anelli e riducendo la capacità di maneggiare attrezzature delicate. Il sudore dei piedi può trasformare scarpe e calze, specie durante marce prolungate, in veri strumenti di tortura. Gli effetti del caldo si fanno sentire più violenti all’interno dei veicoli corazzati e dei velivoli, specie in quelli pressurizzati, dove sono state rilevate, in operazioni nel deserto, temperature di oltre 57° C. In simili condizioni, l’indisponibilità o l’inefficienza dei condizionatori può produrre

abbassamenti anche sensibili della capacità di valutazione, della rapidità di reazione e del controllo emotivo. Il consumo di acqua sale vertiginosamente (le unità statunitensi impegnate nella Guerra del Golfo calcolavano una necessità di 10 litri di acqua potabile al giorno per persona). Il freddo eccessivo influenza soprattutto la capacità psicomotoria e la destrezza manuale, a causa dell’irrigidimento dei muscoli e delle articolazioni, nonché della perdita di sensibilità tattile, a partire da una temperatura esterna della pelle della mano attorno ai 13°. Non occorre ricordare che la manualità è cruciale per molti compiti operativi e per l’impiego di molti materiali, ma per alcuni, come le operazioni di bonifica dalle mine, è addirittura vitale! Temperature più basse possono produrre congelamenti e perfino «scottature» da contatto con metalli gelati, ma anche malfunzioni in molti materiali e veicoli, muta-


lenti per i nostri gusti, e veicolare parassiti o agenti patogeni cui il sistema immunitario non ha anticorpi da contrapporre. Anche semplici alterazioni della flora intestinale indotte da microrganismi locali o dal cambiamento di clima possono avere esiti fastidiosi e imbarazzanti, o addirittura incapacitanti, noti ai turisti dei Paesi tropicali come «la vendetta di Montezuma» (o di Tutankamen, nel Vecchio Mondo). ACCLIMATARSI IN TEMPI STRETTI

menti di caratteristiche e prestazioni negli equipaggiamenti sanitari e nei medicinali. Se viene esercitata attività fisica, sudare in vestiti poco traspiranti rende più rapido il successivo raffreddamento ed aumenta il rischio di assideramento. Gli estremi bassi di temperatura possono essere accentuati se ci si trova ad elevate altitudini, ove si riduce la pressione atmosferica e quindi la quantità di ossigeno nell’aria, e aumentano invece il freddo (-1° ogni 150 m di quota in più), il vento, la secchezza dell’aria, l’irraggiamento solare e il tasso di raggi ultravioletti, la variabilità meteorologica, l’innevamento. Crescono di conseguenza soprattutto l’affaticabilità e la vulnerabilità al freddo. Dopo 4-12 ore di permanenza oltre i 3000 m di quota sul livello del mare, la maggioranza delle persone presenta sintomi di mal di montagna. La scarsità di ossigeno nell’aria rarefatta (ipossia), provoca mal di testa, capogiri, perdita dell’appetito, insonnia, nausea e malessere generale. Sono sintomi che di solito si risolvono spontaneamente entro poche ore o al massimo una settimana, ma che inabilitano in qualche misura il 50% dei colpiti,

riducendone le prestazioni fisiche e mentali, creando disturbi al sonno e all’alimentazione. La carenza di ossigeno nel sangue (ipossemia) colpisce innanzitutto il cervello (che consuma da solo il 20% del fabbisogno corporeo) alterando la facoltà di giudizio (col causare allucinazioni, euforia e irresponsabilità), riducendo le capacità visive, inducendo irritabilità (in molti, già a partire da 1800 m), sonnolenza e sensazione di affaticamento. L’aridità atmosferica disidrata la pelle e le vie respiratorie. I raggi ultravioletti – che raddoppiano di intensità a 4000 m. s.l.m. e sono spesso potenziati dal riflesso sulla neve – possono provocare congiuntiviti ed eritemi, quando non lesioni più gravi sia alla pelle che agli occhi. La permanenza in quota può però produrre anche disturbi più gravi, come edemi polmonari, cerebrali o periferici e può favorire infezioni respiratorie o intestinali. In generale, comunque, gli effetti indesiderabili dell’altitudine diminuiscono di intensità se l’ascensione è compiuta gradualmente, in tempi lunghi e con soste intermedie. I cibi disponibili localmente, in Paesi a clima e cultura molto diversi dai nostri, possono essere poco appetibili, addirittura repel-

I rimedi contro queste avversità ambientali consistono, per la gran parte dei problemi, in un’adeguata acclimatazione preventiva dell’organismo alle condizioni che si stanno per affrontare. Una permanenza di almeno una settimana ( meglio se due) in località ad altitudini e condizioni climatiche il più possibile simili a quelle di impiego, se differiscono molto da quelle delle sedi di guarnigione, è normalmente sufficiente per sviluppare una migliore tolleranza fisiologica (e fors’anche psicologica). Così fece, con eccellenti risultati, la squadra olimpica italiana in preparazione per le gare ad alta quota di Città del Messico. Un ulteriore aiuto può venire dagli equipaggiamenti ergonomicamente adatti (anche ad essere usati indossando guanti, a loro volta idonei a preservare la manualità), con rivestimenti antigelo e sistemi di riscaldamento e condizionamento. Per fortuna, in questo campo possiamo attingere alla cultura del freddo e della montagna delle nostre Truppe Alpine, che vantano esperienza, tecniche ed equipaggiamenti ancora con pochi rivali nel mondo, e condividerla con tutti gli altri reparti da impiegare in clima rigido. Per ridurre gli effetti del jet lag, una scelta oculata degli orari di partenza in funzione della durata 89


rate «nazionali», incrementando le razioni d’acqua potabile e il numero dei bagni; adeguando la composizione delle razioni, somministrando sali e integratori alimentari e minerali. Anche qualora le derrate locali siano sanitariamente sicure e dieteticamente accettabili e quindi vi si possa fare normale ricorso, sussiste l’esigenza di rispettare almeno saltuariamente le abitudini gastronomiche del personale, fornendogli qualche consueto piatto nazionale, anche per ridurre la sensazione di distanza da casa, soprattutto nelle ricorrenze più sentite. Il problema dei contatti con la cucina locale durante il tempo libero non va comunque sottovalutato.

La convivenza con popolazioni di cultura e tradizioni diverse richiede la conoscenza dei rudimenti pratici dell’antropologia culturale, per prevenire incomprensioni e potenziali attriti e agevolare le relazioni. del viaggio e dell’ora locale di arrivo può giovare. Ove sia necessario un urgente, pieno recupero, l’uso appropriato della melatonina (sotto supervisione medica) può accelerare e facilitare la risincronizzazione dei ritmi di sonno e veglia (i casi più difficili possono richiedere cure specialistiche e perfino cliniche attrezzate con speciali lampade a raggi ultravioletti, che hanno dato buoni risultati contro certe sindromi depressive e alcune forme di insonnia). Estremamente importante è comunque, ovviamente, organizzare la disponibilità di turni di sonno/riposo adeguati (in durata e frequenza). Quando o finché questi non sono possibili, può essere efficace l’applicazione di tecniche di rilassamento, specialmente da parte dei Quadri, per un immediato – se pur tem90

poraneo – recupero di reattività. Le possibili patologie endemiche della zona di operazioni (es. tifo, febbre gialla e altre malattie tropicali, malaria, ecc.) possono spesso essere prevenute con tempestive vaccinazioni e con misure igieniche e profilattiche, (sostenute dalla capillare informazione al personale e dai controlli stretti della catena gerarchica sul loro rispetto puntuale) la cui importanza rischia spesso di essere sottostimata, specie durante le fasi finali della missione, quando tensione e attenzione si allentano e crescono il fastidio e l’assuefazione. Le ripercussioni del clima e dei cibi sull’alimentazione sono facilmente eliminabili, se è affrontabile il connesso onere logistico, rifornendo il contingente con der-

Nell’attuazione di questi provvedimenti, si rivelano importantissime l’esperienza e la preparazione dei Quadri di ogni livello che, anche per motivi psicologici, sarebbe bene non fossero alla loro prima esperienza come i loro subordinati. Occorre perciò che sia colta ogni occasione per farli partecipi delle lessons learned dalle varie missioni, non solo nazionali, inviandone il maggior numero possibile quali osservatori in ogni occasione, moltiplicando la diffusione di documentari, notiziari, conferenze di veterani, ecc. presso i reparti e gli istituti di formazione. UN IMPIEGO PECULIARE Vi sono varie peculiarità nell’impiego di contingenti militari in operazioni di supporto alla pace, rispetto alle operazioni tradizionali per le quali le nostre Forze Armate – e l’Esercito in particolare – si sono preparate nei trascorsi cinquant’anni. Le principali si possono forse sintetizzare in multi nazionalità delle forze , stretti contatti con le società locali; discontinuità dell’impegno operativo; servizi ripetitivi di sorveglianza e atteggiamento passivo; assenza prolungata da casa;


esposizione ai media; connotazione «non violenta» dell’intervento. La composizione multinazionale delle forze può produrre senso di inferiorità nei confronti di alleati più disinvolti con la lingua, apparentemente meglio equipaggiati (l’erba del vicino...) e che spesso rivestono posizioni gerarchicamente sovraordinate. Il timore di sbagliare, aggravato dalla sensazione della gravità delle conseguenze e delle possibili ripercussioni internazionali degli eventuali errori, può diventare un potente stressore, specialmente per i Quadri di grado più elevato (che spesso subiscono la doppia pressione dei Comandi e delle autorità politiche e diplomatiche nazionali) e per quelli di collegamento o in «servizio isolato» presso comandi o reparti di altri Paesi o in organismi internazionali. Mentre la guerra spinge le popolazioni ad abbandonare il campo di battaglia alle truppe combattenti, le operazioni di supporto alla pace si svolgono abitualmente sovrapponendosi alle normali attività della società civile, che continuano o riprendono il

loro corso. Ne nascono così relazioni più strette, ma spesso più complesse di quelle brutalmente semplici che i soldati hanno con il nemico «classico», tra i contingenti militari e le comunità locali: genti di cultura diversa, dal linguaggio e dalla gestualità incomprensibili, spesso palesemente diffidenti o ostili, quando non imbarazzantemente invadenti o amichevoli fino alla corruzione. Un rapporto quasi sempre teso, complicato dai divieti, dall’ansia di corretta interpretazione delle regole d’ingaggio e delle consegne (come reagire se un bambino si avvicina con una bomba a mano tra le dita?), dall’imperfetta conoscenza delle leggi e usanze locali, dalla coscienza dell’enorme responsabilità individuale anche per comportamenti «privati», che rischiano sempre di coinvolgere l’immagine e il ruolo del contingente. Una volta ancora, la tensione può essere più alta per i comandanti, talora posti di fronte anche ad un compito nuovo e delicatissimo, quello del negoziato e della mediazione, che nei conflitti classici è abitualmente riservato ai massimi livelli politico-militari, e quello dell’applicazione dei codici e delle norme in situazioni non sempre giuridica-

mente definite in modo inequivocabile. L’alternanza di periodi di intensa attività operativa, anche prolungati, con pause di scarso impegno, è una caratteristica abbastanza comune a tutte le campagne e probabilmente a ogni ciclo prolungato di operazioni militari. Nelle operazioni continuative e protratte di supporto alla pace, tuttavia, spesso i periodi di intensa attività si traducono in serrati e lunghi turni di sorveglianza, tipicamente frustranti per l’atteggiamento forzatamente e rigorosamente passivo. Sono attività sovente noiose, per la ripetitività, il diffuso, oppressivo ricorso alle blindature e ai ripari. Gli scomodi indumenti protettivi, anche antiNBC, sono pesanti, ingombranti, spesso ostacolano la traspirazione e aumentano gli effetti del caldo e della fatica, riducendo il rendimento praticamente in ogni incarico e accrescendo la possibilità di colpi di calore, malori e collassi. Le misure di protezione fisica, tuttavia, svolgono anche un’importantissima funzione antistress, rappresentata dalla sensazione di sicurezza personale e dalla possibilità di adottare reazioni «riflettute» (alla luce delle regole di ingaggio) ad atti ostili che in altra situazione provocherebbero immediate risposte aggressive. Il ritmo stesso dei turni è talora defatigante, a causa dello scarso numero di personale disponibile per parteciparvi. Ciò può comportare impossibilità di fruire delle 79 ore di sonno normalmente necessarie ai giovani adulti. In condizioni di carenza di sonno, il personale può sopportare sforzo fisico aerobico anche per 10-15 ore di seguito per molti giorni, sia pure con un rendimento fluttuante, purché sia sano, allenato e motivato. Privato del sonno, un plotone non è più operativo dopo tre giorni, benché con sole tre ore di riposo per not91


te possa durare fino a 9 giorni. Si ritiene che, dormendo 4 ore per notte, la massa dei militari sia in grado di affrontare, pur con qualche rischio, fino a 5 giorni di operazioni continuative. Le reazioni emotive (l’autocontrollo e perfino la cura della persona e l’igiene) e le prestazioni cognitive subiscono però un maggior degrado di quelle muscolari o percettive. Le prestazioni intellettuali, soprattutto quelle che richiedono concentrazione e memoria, si deteriorano più rapidamente. Normalmente, il loro andamento segue il ritmo circadiano della temperatura corporea e le ore peggiori vanno da mezzanotte alle 5 del mattino; v’è poi un altro minimo, nelle ore centrali del pomeriggio. Perdite di sonno, anche di sole 2-4 ore, possono però alterare questi ritmi. Dopo 18 ore di veglia, il rendimento scende al 70%; dopo 36 ore, al 40%. Il decadimento dipende anche dalla complessità dei compiti. In quelli che richiedono vigilanza e attenzione prolungata (come ben sanno o dovrebbero sapere i docenti di tutte le scuole), l’attenzione tende a decadere dopo 20-35 minuti. Mantenerla attiva per tempi più lunghi richiede un grande sforzo e i risultati sono incerti: per questa ragione, i turni di sentinella, di controllo del traffico aereo e navale o simili non dovrebbero comunque superare mai le 4 ore. Purtroppo, le operazioni di supporto alla pace si traducono in una prevalenza di questo tipo di servizi di sorveglianza e difesa passiva, di per sé frustranti, quasi sempre noiosi, produttori di sensazioni di impotenza e suscitatori di fantasie paurose, specie notturne. Questi timori, che ovviamente sono aggravati dall’eventuale verificarsi di incidenti gravi o di perdite tra i compagni, possono alimentare reazioni eccessivamente aggressive o, all’opposto, tentazioni di abbandono e indurre i più deboli a rifugiarsi, nell’imminen92

Per affrontare il clima alpino invernale e gli effetti della carenza di ossigeno ad alta quota occorrono specifica cultura, allenamento, tecnologie ed equipaggiamenti adatti, che sono patrimonio tradizionale delle nostre truppe alpine.

za dell’azione, nei momenti di incertezza o nelle lunghe pause di inattività, nei diversivi della droga e dell’alcol, o in un passatempo ansiolitico non altrettanto appariscente, il fumo, meno vistosamente nocivo a breve termine, che però raggiunge talora livelli di pulsione ossessiva. Le missioni di pace comportano solitamente assenze da casa molto prolungate, a causa delle grandi distanze e dei costi dei trasferimenti, che impediscono di concedere frequenti licenze, ma anche per l’eccessivo onere adde-

strativo e organizzativo richiesto da più frequenti turnazioni del personale. La separazione sottopone a tensione i legami familiari e gli affetti e costringe a prolungati periodi di astinenza sessuale. I problemi affettivi e di socializzazione sono resi più complicati dai vincoli posti alla «fraternizzazione» con le popolazioni locali, soprattutto per la necessità di dimostrare imparzialità di fronte ai contendenti o alle fazioni locali, dalla tentazione della prostituzione – spesso anche minorile – che si offre sul posto e dal timore del-


nelle operazioni tradizionali. Si creano così occasioni e tentazioni che possono talora – col favore galeotto della solitudine e della tensione, ma anche dell’affascinante ruolo di «eroico salvatore» impersonato dai militari – trasformarsi in «attrazioni fatali» e in legami sentimentali anche forti, almeno temporaneamente, tali da mettere talvolta a repentaglio i vincoli familiari e affettivi in Patria o da creare turbative alla disciplina. Le operazioni di supporto alla pace (con la parziale eccezione di quelle di peace enforcing, in cui la conclamata situazione di guerra consente l’esercizio di qualche forma di censura e di isolamento del teatro dei combattimenti), sono tipicamente esposte all’opinione pubblica nazionale, locale e internazionale. Ciò è dovuto alla convivenza con la società civile e

subiscono la sensazione di abbandono e di inutilità della missione in caso di loro disinteresse. A questa lunga lista di stressori, che abbiamo indicato come peculiari delle missioni di polizia internazionale, si può naturalmente aggiungere, quando esplodano conflitti aperti o gravi disordini o l’operazione assuma le caratteristiche del peace enforcing, tutto l’insieme delle terribili cause di stress proprie del combattimento, sulle quali anche in epoca moderna, da Marshall e Keegan in poi, troppo si è scritto per avere la presunzione di aggiungere qui qualcosa di nuovo. Ciò non esenta i comandanti, ovviamente, dal rinfrescare tali nozioni e dal prepararsi scientificamente e moralmente ad applicarle, facendo tesoro dei, ahimè numerosissimi, errori del passato. SPECIALIZZARSI IN OPERAZIONI DI PACE Per affrontare le cause di stress, e il conseguente calo di efficienza, nelle operazioni di supporto alla pace, i rimedi ci sembrano da ricercare soprattutto, oltre che in qualche adeguamento degli organici, degli equipaggiamenti e dell’addestramento, nella internazionalizzazione culturale delle Forze Armate, in una ritrovata attenzione per l’efficienza fisica, in un’attiva assistenza psicologica e in una costante gestione della comunicazione interna ed esterna.

le malattie veneree e dell’AIDS. Le relazioni con la componente femminile della popolazione e delle amministrazioni locali, nonché con le funzionarie e le colleghe dei contingenti degli altri Paesi che partecipano all’operazione o delle varie organizzazioni governative e non che agiscono in zona, sono più frequenti che

ai mezzi di informazione, particolarmente attenti e onnipresenti, per il rilievo internazionale immancabilmente assunto dall’operazione. Viene così esercitata una fortissima pressione psicologica, specialmente sui capi ma anche sui gregari, che ricevono di rimbalzo le emozioni veicolate dai media, non sempre benevole, o

In previsione delle operazioni di polizia internazionale, ma anche per le normali attività di guarnigione o per i concorsi all’ordine pubblico in Patria (come le operazioni Vespri Siciliani, Riace, Partenope, Testuggine, ecc.) è necessario un addestramento specifico agli incarichi di sorveglianza, che ne consenta la condotta attiva e partecipata, tesa all’assolvimento del compito operativo, più che all’adempimento 93


giuridicamente corretto e penalmente/disciplinarmente irreprensibile delle consegne. Occorre cioè addestrare il personale alla previsione delle possibili minacce, all’applicazione delle tecniche di osservazione, a fornire un rapporto fedele e particolareggiato di ogni novità o evento significativo, a reagire efficacemente e tempestivamente alle offese. L’apparente inerzia della sentinella, insomma, deve assomigliare di più all’immobilità riflessiva del pescatore o del giocatore di scacchi, o all’agguato del cacciatore nel capanno, e sempre meno all’atonia di chi aspetta il treno della fine del turno. Nell’iter formativo di Quadri e gregari – ovviamente a diverso livello di approfondimento – deve trovare spazio anche lo studio degli elementi di base dell’antropologia culturale, anzitutto come approccio di tolleranza e rispetto delle diversità, oltre che quale insieme di norme di comportamento tese a facilitare convivenza e comprensione di mentalità e valori diversi da quelli con i quali ci si è formati. La tensione derivante dalla difficoltà di rispettare regole di ingaggio basate spesso sul solo concetto di legittima difesa può essere allentata dalla disponibilità di armi non letali, che non solo consentano interventi che non lasceranno rimorsi, ma riducono l’ansia prodotta dall’eventualità di doverle usare. In ogni caso, la serenità dei comandanti – oltre che la correttezza delle loro decisioni – trarrà enorme beneficio dalla disponibilità di qualificati Consiglieri Giuridici, in materia di diritto delle operazioni militari, ma anche di diritto civile e amministrativo nazionale e internazionale. La sprovincializzazione, particolarmente per i Quadri, va però ricercata soprattutto tramite l’intensificazione dei contatti con l’estero e la conoscenza operativa 94

Il ruolo dei media è essenziale per molti aspetti, anche nelle missioni di sostegno della pace. L’emittente locale allestita dal Comando del Contingente nazionale rappresentò per i militari italiani impegnati in Somalia un forte legame con la Patria, attraverso la trasmissione di musiche note e notizie nazionali diede loro la confortante sensazione di essere seguiti e capiti e assicurò, inoltre, una migliore comunicazione con la comunità locale degli scopi e dei risultati della missione. delle lingue (per primo l’inglese, che dovrebbe diventare di uso obbligatorio e «normale» in certi aspetti del servizio e nelle esercitazioni, anche per l’Esercito, come già accade per l’Aeronautica e la Marina). Una continua analisi comparativa delle soluzioni adottate dalle Forze Armate di altri Paesi deve portare, tra l’altro, all’adeguamento competitivo anche degli equipaggiamenti. Uno stretto coordinamento con il Ministero degli Affari Esteri e

con gli altri organi governativi interessati si renderà specialmente utile durante i negoziati per la ripartizione di ruoli e responsabilità di comando nelle missioni multinazionali. L’analisi degli effetti della maggior parte degli stressori ha messo in evidenza l’importanza di un’attenta, costante e severa cura per l’efficienza fisica del personale, che deve venir accertata periodicamente e in vista della parteci-


pazione alle missioni, con esami sanitari e verifiche delle prestazioni «atletiche». A ciò dovrà aggiungersi un intenso allenamento psicofisico alle specifiche condizioni di impiego, condotto con realismo totale. I comandanti non dovranno per questo sentirsi esentati, una volta giunti sul campo, da un’intelligente turnazione e distribuzione degli oneri e dall’assiduo controllo delle condizioni e reazioni dei dipendenti. Rifuggendo da schematici stereotipi consolidatisi con l’abitudine e di cui si sono spesso perdute le ragioni d’origine, dovranno saper adeguare orari e condizioni di lavoro alle contingenti situazioni ambientali e operative, cogliendo con flessibilità tutte le occasioni per concedere pause di riposo e recupero, dimostratamente preziose anche quando brevissime. La durata ottimale dei turni di vigilanza è tuttora allo studio in tutto il mondo, ma turni di durata inferiore alle 4 ore sembrano i preferiti dovunque. Per attività prolungate, molte Forze Armate del mondo considerano accettabili 10 ore di lavoro al giorno per 5 giorni alla settimana in tempo di normalità e 6 giorni di 12 ore in operazioni o in combattimento. Si è comunque costantemente rilevato che la percezione dell’emergenza e l’entusiasmo per l’impresa aiutano enormemente a superare gli effetti della fatica, ben al di là dei normali indici statistici ricavati in condizioni sperimentali. Poiché i turni notturni scombinano i ritmi circadiani, occorrerà ricercare la possibilità di avere distinte «squadre diurne» e «notturne» per i servizi continuativi. Ciò presuppone ovviamente anche un’adeguata ridondanza degli organici, anche dei comandi e degli stati maggiori, che consenta turni sostenibili e realistica distribuzione degli incarichi, compresi quelli di collegamento con gli organi cooperanti. Occorre insomma passare dalla «cultura della penuria e del risparmio» (con la quale si tentava di sem-

brare più numerosi tramite la polivalenza, per abbassare i costi del confronto dissuasivo con l’Est durante la Guerra Fredda) a quella dell’«abbondanza funzionale», la sola che permetta al comandante l’intervento risolutivo, con l’immissione delle riserve, che tornano ad essere indispensabili: quale allenatore di calcio accetterebbe di scendere in campo con una «panchina» vuota?. Un rimedio essenziale per il controllo dello stress rimane naturalmente l’attivazione di una intelligente e pervasiva assistenza psicologica a Quadri e gregari. Non si tratta soltanto di affiancare l’azione preventiva e repressiva dell’uso di sostanze psicotrope svolta dai comandanti, ma di offrire sostegno anche alla percezione del significato alla missione da parte di tutti (3), nonché a certe esigenze operative capaci di produrre conflitti interiori anche laceranti, che finora eravamo abituati a considerare un esclusivo appannaggio dei reduci dal Vietnam (si pensi a quanto possa essere difficile, al rientro in Patria, raccontare ai propri familiari o agli amici del Caffè Sport di aver fatto fuoco contro un essere umano – peggio se donna o bambino – e far loro accettare, nell’atmosfera ormai serena della normalità, la allora giustificatissima necessità di difendere la vita propria o dei commilitoni). La diffusione delle misure di prevenzione dell’AIDS e delle malattie veneree, il controllo sui contatti del personale con la comunità locale e con i membri degli altri contingenti, l’obbligo di andare in libera uscita in gruppo e la collaborazione con la polizia militare delle forze cooperanti e con le polizie locali sono altre misure che si possono rivelare efficaci nel contenere i possibili fenomeni di devianza, che devono sempre essere messi a bilancio e la cui frequenza aumenta con la durata della permanenza in zona di operazione, man mano che

crescono la noia, la nostalgia e la familiarità col contesto sociale locale. Anche per questa ragione, il personale dovrebbe essere ruotato e rimpatriato possibilmente ogni tre-quattro mesi. Per ridurre gli effetti negativi della percezione di sradicamento, estraneità e distanza, deve essere dedicata cura particolare alla ricostruzione di ambienti familiari (negli accampamenti e negli accantonamenti) e al collegamento con l’attualità della situazione in madrepatria: telegiornali, film, contatto telefonico con le famiglie, giornali, cibi e bevande nazionali, fruibili specie durante il tempo libero, nelle sale convegno. Infine, la pressione dell’opinione pubblica e dei media richiede la diffusione di una cultura e di una capacità di gestione dell’immagine e dell’informazione, non soltanto a livello dei Quadri più elevati, sia all’interno delle unità in operazioni, sia verso l’esterno. La gestione delle notizie, l’appropriata presentazione dell’immagine delle Forze Armate e della missione è ormai responsabilità di tutti. Da questa responsabilità non possono però esimersi neppure gli stessi mezzi di informazione pubblica, e meno di tutti quelli di proprietà dello Stato, la cui attenzione deve essere pretesa, stimolata e sostenuta dai comandanti e dai tecnici militari, sul posto e in Patria. Anche il pubblico riconoscimento dell’opera svolta dai contingenti all’estero è infatti una risorsa indispensabile alla loro efficienza e come tale deve essere ad essi garantita dalle stesse autorità responsabili delle decisioni e del supporto materiale e politico all’operazione. CONCLUSIONI Per effetto della tecnologia, che ha ridotto il carico del lavoro fisico a vantaggio – si fa per dire – di 95


quello mentale, gli stressori hanno acquisito un peso crescente tra i fattori che attentano al successo delle missioni militari in genere. In sintesi, abbiamo visto come la prevenzione, la riduzione e la cura dello stress da trasferta, che può investire il personale che partecipa a missioni di supporto alla pace lontano dal territorio nazionale, richieda un ampio ventaglio di provvedimenti, che va dalle modifiche comportamentali, psicologiche e biologiche alle 96

misure che riguardano la struttura e il funzionamento delle unità nonché la scelta e l’adeguamento dei materiali. Le misure più importanti ed efficaci, senza ombra di dubbio, rimangono però quelle che investono l’addestramento, la qualità, l’esperienza e l’informazione del personale. Per fortuna, non sono neppure le più costose né le più difficili da attuare, posto che vi sia la convinta volontà di farlo. Un primo strumento di indiriz-

zo per l’addestramento, certamente, può essere la disponibilità di un adeguato corpo normativo e dottrinale, che potrebbe partire da un aggiornamento del Manuale del Combattente, l’arcinota Pubb. 1000/A/2 dello SME III Reparto, anche sulla base di alcuni degli spunti individuati in queste righe. La preparazione del personale per le missioni di supporto alla pace dovrà naturalmente essere integrata dalla conoscenza delle pubblicazioni sul diritto umanitario internazionale e di bandiera (SMD G - 014) e sulle specifiche tecniche di impiego (prendendo le mosse dalle Pubb. SMD - G 015 e n. 903 della S.D. dello SME, nonché dagli ordini permanenti o contingenti di volta in volta emanati, quale ad esempio l’O.P. n.111 dell’allora IV Corpo d’Armata Alpino per l’Operazione «Albatros» in Mozambico). Oltre all’addestramento ad hoc, l’individuazione preliminare e la selezione dei soggetti più vulnerabili ai fattori di stress, specie se con aggravanti quali l’impulsività o l’immaturità di carattere o le carenze di motivazione, consente di migliorare la capacità di affrontare situazioni difficili e di assolvere il compito anche in condizioni di dispersione dei reparti e di distanza dalla madrepatria, come quelle in cui si svolgono normalmente le operazioni di pace e che rendono più ardue le cure, le evacuazioni e le sostituzioni del personale inabilitato o che si rivela inidoneo. Più in generale, è auspicabile una rivitalizzazione della medicina, della sociologia e della psicologia militare, che si riapproprino – nel quadro di un approccio necessariamente multidisciplinare e operativo – di settori a lungo trascurati, quale quello delle reazioni e prestazioni dell’essere umano, sul campo e sotto stress. Dovranno assumere rinnovato rilievo anche altre branche, a partire dalla selezione psicoattitudinale per ogni incarico e ogni livello


gerarchico, per giungere al disegno degli organici, alla progettazione ergonomica degli equipaggiamenti e alla loro sperimentazione accurata e completa, alla determinazione degli standard di prestazione (sia ai fini operativi che addestrativi) e dei livelli di rischio sanitario in ogni situazione. La ricerca nei settori ancora incerti, a cominciare da quello delle sinergie positive e negative tra i vari stressori, deve essere ripresa, e le risultanze dovranno essere tradotte in tecniche operative e dottrina. Specialmente per l’Esercito, che sta affrontando drastici cambiamenti interni per adeguarsi alle nuove esigenze strategiche, l’uomo è il più importante elemento di ogni sistema d’arma e la sua fisiologia – se ignorata o mal compresa – costituisce spesso l’anello debole della catena operativa, che sempre più sembra affidarsi alla tecnologia. Né sarà possibile trascurare i tradizionali valori spirituali né la motivazione, che compete alla leadership attivare e mantenere accesi, per il loro taumaturgico effetto contro la fatica, i malesse-

ri e i cedimenti. La grande variabilità individuale riscontrata negli effetti di quasi tutti gli stressori fa sì che le stime e i risultati degli studi abbiano validità soprattutto ai fini statistici e per i grandi numeri: è perciò indispensabile un’attenta azione di controllo personalizzato dei singoli, ad opera di Comandanti, medici, cappellani, psicologi e colleghi, che devono tutti essere sensibilizzati al problema. La fine della deterrenza ha riportato le operazioni militari nel mondo del possibile. Il tempo delle parate dimostrative è finito: oggi i reparti devono essere in grado di muoversi sul campo, affrontando la sete, la fame, le intemperie, la fatica e lo scoraggiamento. Per dirla alla maniera alpina, è’ finito il tempo delle arrampicate in palestra, del free climbing spettacolare. È tornata l’ora delle scalate di montagne vere, col freddo, i carichi, i bivacchi in parete, la stanchezza e la paura. E le nostre unità devono riabituarsi a considerare tutti questi fattori operativi e a superarli, per assolvere il compito e per vincere malgrado tutto.

Ž

*Tenente Generale (aus), già Comandante della Scuola di Guerra NOTE 1) Desmond Morris: «La tribù del calcio», trad. italiana di Oreste Del Buono, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1982. 2) Per l’approfondimento dei dati quantitativi e statistici, nonché degli aspetti clinici e della bibliografia scientifica connessi a questo e ad altri stressori esaminati più avanti, si rimanda in particolare a Handbook of Military Psychology a cura di Reuven Gal e David Mangelsdorff, Ediz. John Wiley and Sons Ldt., West Sussex (England), 1991. 3) Per un’analisi approfondita degli aspetti sociologici delle missioni multinazionali di supporto alla pace, vds. David R. Segal e Mady Wechsler Segal: «I soldati di pace e le loro famiglie», trad. G.Ferrari, ed. Franco Angeli, Milano, 1995.

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Una riforma epocale

VERSO FORZE ARMATE PROFESSIONALI

di Emanuela D’Alessio *

L’Esercito è impegnato da tempo in un difficile processo di riorganizzazione delle sue strutture per adeguarsi agli standard alleati e per svolgere, con visione moderna, un ruolo di sostegno della politica estera e di sicurezza del Paese. L’opera di traghettamento è a buon punto e sarà completata da una trasformazione epocale: l’abolizione della leva, il reclutamento su base volontaria e l’arruolamento delle donne. 98


I

l Parlamento ha riaperto i battenti al nuovo millennio con una serie di importanti appuntamenti legislativi, tra i quali l’avvio della riforma dello strumento militare che delinea Forze Armate esclusivamente volontarie. Il primo Governo D’Alema, con l’allora Ministro della difesa Carlo Scognamiglio, aveva infatti presentato alle Camere, lo scorso ottobre, un disegno di legge che prevede una riforma strutturale delle Forze Armate, basata sull’abolizione del servizio di leva obbligatorio e sulla costituzione di un esercito di professionisti, altamen-

te qualificati e profondamente motivati. Ma prima di analizzare i contenuti di tale proposta e del dibattito che ha stimolato, appaiono opportune alcune premesse. LE TRASFORMAZIONI DELLO SCENARIO STRATEGICO La leva di massa trova le sue origini alla fine del Settecento, all’epoca delle grandi rivoluzioni e delle guerre di indipendenza, quando servivano eserciti mastodontici, secondo la certezza di allora che «il numero fa potenza».

Oggi, invece, la capacità operativa di una forza militare è innanzitutto mobilità, rapidità di risposta, professionalità, qualità dell’addestramento e degli equipaggiamenti. Gli ormai noti radicali mutamenti degli anni Novanta hanno sempre più evidentemente dimostrato la necessità di Forze militari rinnovate e maggiormente specializzate, in grado non solo di soddisfare i tradizionali compiti di difesa della sovranità e dell’integrità nazionale, ma anche di rispondere a nuove sfide e a impegni più complessi, di svolgere, 99


cioè, una funzione più dinamica per garantire stabilità e sicurezza al di fuori dei confini nazionali, per gestire situazioni di crisi internazionali e operazioni di supporto alla pace. Si possono ricordare, nell’anno appena concluso, due importanti eventi quali testimonianze significative di tale processo di trasformazione: il vertice di Washington della NATO, nell’aprile 1999, che si è concluso con l’approvazione del nuovo concetto strategico dell’Alleanza; il vertice europeo di Helsinki, nel dicembre 1999, che ha varato il progetto di «Esercito europeo». L’ultima revisione delle impostazioni strategiche della NATO si era avuta nel dicembre 1991, con la fine della solidarietà collettiva stimolata da un solo scopo: tutelare la sicurezza occidentale e da un solo avversario, l’Unione Sovietica. Gli eventi degli ultimi dieci anni del ’900 hanno, invece, imposto un ulteriore adeguamento alla luce, tra l’altro, di esperienze come quelle nei Balcani, della trasformazione degli eserciti di leva in eserciti di mestiere, del successo dell’integrazione europea, dell’intreccio sempre più frequente di interventi politici, militari ed umanitari. La revisione e l’aggiornamento degli obiettivi politici e strategici della NATO, che resta comunque una struttura difensiva, ha introdotto nuovi elementi quali: i limiti geografici delle missioni che non siano di mera difesa territoriale (ci si riferisce alla gestione delle crisi, al supporto della pace, alla cooperazione con gli altri Paesi, al dialogo nel Mediterraneo, all’assistenza umanitaria); la loro legittimazione; la responsabilità dell’Europa. Oggi non si tratta più di opporre una struttura politico-militare ad un’altra dello stesso tipo, bensì di intervenire tempestivamente e nei modi più opportuni per costruire sicurezza e stabilità anche oltre i limiti dell’area atlantica. Il perimetro geostrategico di intervento 100

dell’Alleanza non può non tenere conto delle minacce sempre più diversificate provenienti da Paesi non tradizionalmente ricadenti sotto l’«ombrello» NATO né si può concepire, peraltro, un’area di intervento globale. È ancora in via di definizione, infatti, il riferimento comune per legittimare le missioni di supporto alla pace. I fondamenti del concetto strategico e il ruolo della NATO nel nuovo contesto internazionale e di sicurezza, che ribadiscono quali obiettivi fondamentali la pace, la sicurezza e la libertà per tutti gli Stati sovrani, in Europa e nell’area euro-atlantica, richiedono capacità militari che siano in grado di soddisfare l’ampia gamma delle missioni. Missioni che prevedono sia il tradizionale ruolo della difesa collettiva sia la salvaguardia degli interessi di sicurezza comuni. Missioni che devono fronteggiare

molteplici minacce: la proliferazione delle armi di distruzione di massa, il terrorismo, l’interruzione di risorse vitali per le economie, i flussi incontrollati di persone quali conseguenze anche di situazioni di conflitto armato, pulizie etniche e genocidi. Le forze militari dell’Alleanza, pertanto, sono chiamate a proteggere la pace e garantire l’integrità territoriale, l’indipendenza politica e la sicurezza degli Stati membri e, in caso di conflitto, concludere rapidamente le operazioni di guerra. Contribuendo così alla gestione delle crisi, esse dovranno confrontarsi con una variegata gamma di soggetti, rischi ed esigenze. Ciò significa, in particolare, che le forze dovranno essere mantenute ai livelli minimi compatibili con le esigenze della difesa collettiva, dovranno essere interoperabili, ben equi-


paggiate e ben addestrate, dovranno possedere un’efficace capacità di impiego, di dispiegamento e mobilità. Importante, comunque resta il ruolo dell’Europa ed il suo peso crescente nel nuovo concetto strategico. Non è più ammissibile che gli Stati Uniti siano considerati «i gendarmi del mondo» e chiamati a difendere gli interessi altrui. La guerra in Kosovo ha dimostrato in maniera inequivocabile l’estrema fragilità europea. Al vertice di Helsinki è stato compiuto un primo e storico passo verso la costruzione di uno strumento politico-militare, al di A sinistra. Posto di controllo del contingente italiano in Bosnia. Sotto. Bersagliere in addestramento in ambiente boschivo.

fuori dell’ambito NATO, dopo quasi 50 anni dal fallimento del progetto CED (Comunità Europea di Difesa). Entro il 2003, secondo le decisioni approvate dal Consiglio europeo, l’Unione dovrà disporre di un corpo di intervento rapido di 40/60 000 uomini, su base volontaria, forniti dagli Stati membri. Indipendentemente dai dettagli operativi dell’intera operazione, che restano evidentemente ancora tutti da definire, ci si trova di fronte ad un concreto segnale di come l’Unione europea intenda dotarsi di un proprio strumento militare, così da poter agire in modo autonomo, anche se non alternativo, rispetto all’Alleanza Atlantica. Un timido tentativo di «emancipazione» dall’«ombrello» NATO che si ripercuoterà sulle Forze Armate nazionali, chiamate a svolgere, ancora una volta, ruoli e missioni completamente modificati. Un ennesimo segnale della tendenza, sancita ancora una volta nelle assisi internazionali, che conduce verso Forze Armate professionali e volontarie. LE ESPERIENZE DEI PRINCIPALI PAESI EUROPEI I radicali mutamenti che hanno caratterizzato il panorama politico-internazionale degli anni ’90 si sono tradotti per i Paesi occidentali in una sostanziale revisione del concetto di sicurezza, lasciando il posto ai rischi di destabilizzazioni locali, frequentemente sfociati, come nel caso dell’area balcanica, in vere e proprie guerre estenuanti e devastanti. In tale contesto hanno assunto un significato fondamentale gli impegni derivanti dalla partecipazione alle organizzazioni internazionali con il prioritario obiettivo di mantenimento della pace. Per adempiere efficacemente a questo nuovo tipo di finalità, pertanto, si è reso necessario un processo di adeguamento strutturale delle Forze Armate che ne consentisse un impiego più rapido e 101


In pratica soltanto la Germania continua a rimanere fermamente ancorata al sistema militare di tipo obbligatorio, rivendicandone l’assoluta ed unica efficacia. LE RISPOSTE DELL’ITALIA

Paracadutisti apprestano per il traino un mezzo incidentato.

flessibile: riduzione degli organici e miglioramento del livello professionale del personale sono stati, dunque, i punti di riferimento verso cui orientarsi. Il Paese che prima di altri ha intrapreso il nuovo percorso è la Gran Bretagna che fin dagli anni ’50 ha optato per un esercito interamente professionale. La riforma dello strumento militare inglese è stata avviata nel 1989-90 con un programma di ristrutturazione denominato Options for change, mirato all’adeguamento delle Forze Armate alle mutate esigenze internazionali e ad una consistente riduzione delle spese. Nel 1994 si è sviluppata una nuova fase del programma verso un impiego più efficace delle risorse, dando priorità a reparti di prima linea ad alta specializzazione, capaci di essere mobilitati con estrema rapidità. Il tutto si è tradotto in un rilevante decremento della forza complessiva che è passata dai 327 000 uomini del 1985 ai circa 226 000 del 1997, con una previsione per il 2000 di una ulteriore diminuzione di circa 19 000 uomini. L’attuazione di tale piano di riforma è stata 102

accompagnata da una ridefinizione delle politiche relative alla formazione del bilancio della difesa che hanno provocato una sensibile riduzione degli stanziamenti: dai 43,5 milioni di dollari nel 1985 si è passati ai 34,5 milioni di dollari del 1995. La percentuale delle spese per la difesa, in rapporto al PIL, è scesa dal 5,2% del 1985 al 3,1% del 1995. Anche la Francia ha seguito un percorso analogo nel processo di ristrutturazione delle proprie Forze Armate, orientato verso un complessivo alleggerimento quantitativo e ridimensionamento della spesa. L’annuncio del Presidente Chirac, nel 1996, di procedere all’abolizione della leva obbligatoria per passare al sistema professionale, se pur ha suscitato posizioni di dissenso, ha comunque raccolto una consistente maggioranza favorevole e, a partire dal 2003, la coscrizione obbligatoria dovrebbe essere definitivamente soppressa. Ciò comporterà nel lungo periodo una forte riduzione degli organici ed una allocazione prioritaria delle risorse nei settori degli investimenti e degli equipaggiamenti. Altri Paesi europei hanno intrapreso strade analoghe. Si pensi alla Spagna, al Belgio, all’Olanda.

La presentazione del Nuovo Modello di Difesa nel 1991 (poi aggiornato nel 1995) ha costituito una prima risposta delle istituzioni italiane ai cambiamenti di scenario in atto, prefigurando, in quell’occasione, un ridimensionamento delle strutture militari, concepite fino a quel momento per la difesa del territorio da possibili attacchi provenienti da Est, e ridefinendo un’organizzazione essenzialmente proiettata su missioni e interventi esterni, da svolgersi prevalentemente (se non esclusivamente) in ambito internazionale (sotto l’egida delle Nazioni Unite, della NATO o dell’UEO. L’Italia, peraltro, fin dall’inizio degli anni ’90, con le missioni in Somalia e Mozambico, aveva avuto modo di dimostrare la propria capacità di fornire contingenti militari in grado di contribuire attivamente e sostanzialmente alle operazioni di ristabilimento e mantenimento della pace. Le esperienze più recenti in Bosnia e in Kosovo hanno ulteriormente confermato questa capacità. Tuttavia, le stesse esperienze hanno evidenziato la contraddizione e la scarsa funzionalità di un sistema nel quale pochi reparti di pronto impiego convivono con una struttura di grandi dimensioni e con un consistente numero di reclute solo parzialmente utilizzabili in compiti operativi. L’Italia si è trovata ad affrontare i nuovi impegni con forze militari, almeno in alcune componenti, in condizioni di arretratezza e ritardo, sia dal punto di vista tecnologico sia da quello della formazione professionale del personale, rispetto agli altri Paesi alleati. Senza contare la rilevante e continua erosione delle risorse fi-


nanziarie destinate alla Difesa, che di certo non ha agevolato l’effettiva attuazione dei processi di trasformazione. La riduzione della spesa per la difesa, iniziata nel 1989, è proseguita negli esercizi successivi, accompagnandosi ad un graduale abbassamento dell’incidenza sul PIL che ammonta, attualmente, all’1,47% (come si legge nella Nota Aggiuntiva allo stato di previsione della difesa per il 2000). Una comparazione con i dati relativi alle spese militari di altri Paesi europei (Francia e Gran Bretagna ad esempio) evidenzia ancor più drammaticamente l’assoluta esiguità delle risorse finanziarie che il nostro Paese destina al bilancio della difesa. In un tale contesto l’attuazione dei programmi di ristrutturazione si presenta, pertanto, assai difficoltosa e richiederebbe, comunque, interventi decisi sul settore della spesa per il personale. VERSO FORZE ARMATE PROFESSIONALI Nel nostro Paese è tuttora vigente un modello militare «misto», fondato cioè sulla coscrizione obbligatoria e sul reclutamento volontario. Con riferimento alla Nota Aggiuntiva del 1999, la consistenza delle Forze Armate italiane è di circa 285 000 uomini, ripartiti in: 30 000 Ufficiali, 75 500 Sottufficiali, 35 000 volontari, 144 500 militari di leva. Le previsioni per il 2000, leggendo la relativa Nota Aggiuntiva, attestano la consistenza numerica dello strumento in circa 230 000 uomini, di cui 21 900 Ufficiali, 72 800 Sottufficiali, 135 300 militari di truppa. Facendo riferimento, ancora una volta, alla Nota Aggiuntiva 2000, si rileva un esplicito intento, tra i prossimi obiettivi programmatici della Difesa, di procedere alla transizione verso un sistema interamente professionale-volontario che risulterebbe

sempre più indispensabile, sia per le esigenze di convergenza ed integrazione a livello europeo, sia per gli impegni che l’Italia va assumendo a livello internazionale, sia per i bisogni ancor più evidenti della stessa società civile. Il tema della possibile «professionalizzazione» delle Forze Armate, quindi di una strutturale riforma dello strumento militare e della leva, è al centro del dibattito parlamentare, e non solo, già da alcuni anni. Assumendo come contesto di riferimento temporale l’attuale legislatura (la XIII, avviata nell’aprile 1996), si deve ricordare, in primo luogo, l’indagine conoscitiva che la Commissione Difesa della Camera concluse nel 1997, dopo aver raccolto importanti elementi conoscitivi e spunti di riflessione dalle testimonianze dei vertici militari, dei maggiori organismi di studio e ricerche in materia militare, degli organismi di rappresentanza e delle forze politiche. Sul piano legislativo si possono segnalare, altresì, numerosi provvedimenti normativi che hanno inciso sostanzialmente sulla disciplina della leva. Con la legge n. 662/1996, art.1, commi 104-118 (provvedimento collegato alla finanziaria 1997), sono state intro-

Bersaglieri in pattugliamento durante una esercitazione.

dotte modifiche rilevanti alla normativa sul reclutamento obbligatorio e a quella concernente i volontari. È stata stabilita, in particolare, una riduzione da 12 a 10 mesi della durata del servizio di leva e del servizio sostitutivo civile, nonché una riduzione da 15 a 14 mesi della durata del servizio degli ufficiali di complemento; è stato consentito ai militari di leva ed agli obiettori di partecipare a corsi di formazione; è stato delegato il Governo, che ha emanato successivamente il Decreto legislativo n.504/1997, a modificare il regime delle esenzioni e dispense dal servizio di leva; è stato stabilito che il servizio di leva venga svolto, tendenzialmente, vicino al comune di residenza e possibilmente non oltre i 100 chilometri; sono state introdotte modifiche in materia di ferma prolungata, prevedendola per periodi di 6, 9 o 12 mesi. Con la legge n. 449/1997, art.45, comma 5 (provvedimento collegato alla finanziaria 1998) è stato previsto a favore dei militari, che prestano il servizio di leva in reparti ad oltre 100 chilometri dal comune di 103


Per il reclutamento del personale femminile, si prevede l’estensione alle donne della normativa vigente per il personale maschile.

residenza, agevolazioni di carattere non economico per favorirne il rientro periodico. Dopo un lungo iter parlamentare, inoltre, sono state approvate le nuove disposizioni in materia di obiezione di coscienza, contenute nella legge n.230/1998, che vanno a sostituire la vecchia disciplina dettata dalla legge del 1972. Il punto centrale della riforma è il riconoscimento dell’obiezione di coscienza come diritto soggettivo di ciascun cittadino, implicando anche una nuova lettura dell’art.52 della Costituzione: il dovere di difendere la Patria può essere correttamente adempiuto anche prestando un servizio non militare, ma impegnandosi nei servizi civili, nella solidarietà sociale, nelle missioni di pace all’estero. Un’altra novità consiste nella smilitarizzazione del servizio civile: la competenza in materia di obiezione di coscienza passa dal Ministero della Difesa al Dipartimento per gli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio; sono state abolite le valutazioni di merito sulle domande di obiezione. Con 104

la nuova legge, dunque, il servizio civile ha acquisito pari dignità di quello militare di leva, non soltanto per la durata (identica a quella del servizio militare), ma anche ai fini previdenziali, economici e amministrativi. Si giunge, infine, all’approvazione della legge n.380/1999 che delega il Governo per l’istituzione del servizio militare volontario femminile. Una previsione «epocale», in quanto si è inteso assicurare il principio delle pari opportunità uomo-donna anche per il reclutamento e l’accesso alle Forze Armate ed alla Guardia di Finanza. Una previsione importante che consente al nostro Paese di iniziare, finalmente, il proprio allineamento con i principali Paesi occidentali dove già da molti anni la presenza, anche nei più alti livelli gerarchici, di personale femminile è non solo prevista dalle rispettive legislazioni, ma anche concretamente realizzata nella prassi. Con la legge n.380/1999 si delega il Governo ad emanare un apposito decreto legislativo per tra-

durre in concreta possibilità l’immissione di personale femminile nelle Forze Armate. Lo schema di decreto, arrivato tempestivamente sui tavoli delle Commissioni parlamentari subito dopo le festività natalizie, è stato varato definitivamente dal Consiglio dei Ministri il 28 gennaio scorso. Tale rapidità è stata provocata, tra l’altro, dalla pubblicazione, sulla Gazzetta Ufficiale del 4 gennaio 2000, dei bandi del Ministero della Difesa relativi ai concorsi per l’ammissione degli allievi ufficiali, per l’anno accademico 2000-2001, ai corsi dell’Accademia Navale di Livorno, dell’Accademia Militare di Modena e dell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, nei quali è già prevista la possibilità di partecipazione di personale femminile. Nel decreto viene sancito, in primo luogo, un principio generale: Forze Armate e Guardia di Finanza si avvalgono, per l’espletamento dei propri compiti, di personale maschile e femminile. Circa le modalità di reclutamento del personale femminile, si prevede l’estensione alle donne della normativa vigente per il personale maschile. L’ammissione ai corsi è prevista per i cittadini/e celibi o nubili, vedovi o vedove e comunque senza prole. Rispetto a queste restrizioni di carattere generale, già previste dalla normativa vigente, sono aggiunte due disposizioni particolari: tali requisiti vanno mantenuti fino al transito in servizio permanente e il personale in stato di gravidanza viene posto sin dall’inizio in licenza speciale senza configurare malattia o dimissione dal corso. Sono stabilite, altresì, alcune restrizioni per la possibilità di contrarre matrimonio da parte del personale in servizio permanente. Si può contrarre matrimonio soltanto al compimento del terzo anno di


servizio militare o al compimento del venticinquesimo anno di età e, comunque, non prima del termine di corsi regolari di accademie, istituti e scuole di formazione. Per quanto riguarda lo stato giuridico, è prevista l’estensione alle donne della normativa vigente per il personale maschile. LA PROPOSTA DEL GOVERNO La risposta del Governo è arrivata nel settembre 1999 quando il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Difesa Carlo Scognamiglio (vigeva ancora il primo Governo D’Alema), ha varato il disegno di legge relativo alla trasformazione del modello di difesa da sistema misto, cioè comprensivo di militari di leva e volontari, ad interamente professionale, con l’abolizione della coscrizione obbligatoria, ad eccezione dei casi di guerra e di crisi internazionale. Il mutato scenario operativo e strategico nazionale ed internazionale, come si legge nella relazione al provvedimento presentato alle Camere lo scorso ottobre, porta ad affermare che uno strumento militare totalmente volontario non solo è possibile ma anche meglio rispondente alle nuove esigenze di sicurezza e difesa, adeguandolo ai criteri già vigenti nei Paesi dell’Unione europea e nel rispetto degli impegni assunti dall’Italia nell’ambito della propria partecipazione alle diverse organizzazione internazionali. La trasformazione dello strumento militare in professionale prevede, secondo la proposta governativa, la riduzione a 190 000 unità (80 000 in meno rispetto all’attuale consistenza delle Forze Armate e 40 000 in meno rispetto alla previsione per il 2000) con una sostanziale conferma della componente civile (43 000 unità). In tale prospettiva occorrerà procedere sia alla riduzione dei volumi degli Ufficiali e dei Sottufficiali, mantenendo comunque

un equilibrio percentuale rispondente alle esigenze operative e funzionali, sia alla riduzione della truppa di leva fino a sospendere il reclutamento per sostituirlo con personale volontario in servizio permanente ed in ferma prolungata di uno o cinque anni. La trasformazione, prima di giungere alla sua completa attuazione, dovrà comunque essere preceduta da una fase di sperimentazione di tre anni nel corso della quale sarà avviato un percorso che avvicinerà l’attuale livello di circa 270 000 uomini alla cifra prevista di 190 000. Il Governo è, pertanto, delegato ad emanare più decreti legislativi che dovranno prevedere un quadro normativo rispondente alle esigenze sia della leva sia dei volontari. Si dovrà assicurare, in particolare, per il citato triennio, un reclutamento di circa 30 000 volontari in ferma prefissata (con durata di uno o cinque anni) e l’immissione in servizio permanente di circa 10 000 volontari. Saranno necessarie norme per i volontari in ferma prefissata,

Volontario del genio ferrovieri conduce un convoglio ferroviario in Bosnia.

per disciplinare il progressivo affidamento di incarichi amministrativi e logistici a personale civile del Ministero della difesa, per adeguare la normativa sul servizio di leva obbligatorio. Il Governo dovrà, inoltre, verificare il livello di operatività delle Forze Armate dopo il triennio di sperimentazione. La proposta del Governo, che dal 20 gennaio 2000 è stata aggiunta al folto gruppo di proposte di legge in materia di servizio militare volontario, già all’esame della Commissione Difesa della Camera dei deputati, può e deve essere considerata non solo come punto di arrivo di un processo di elaborazione degli strumenti normativi necessari per l’attuazione di qualsivoglia trasformazione e ristrutturazione in un contesto democratico, ma anche e soprattutto come punto di partenza di quello stesso processo di trasformazione che una 105


Bersagliere della Brigata «Garibaldi» a un posto di controllo multinazionale in Bosnia.

previsione normativa può soltanto contribuire ad attuare. Il Parlamento è chiamato, dunque, ad ascoltare, discutere, elaborare, raccogliere le critiche e le obiezioni, i consensi e i dissensi che intorno ad un tema di così vaste proporzioni e ripercussioni sul sistema della Difesa e della società civile nel suo complesso, non possono di certo essere ignorati. Per giungere, eventualmente, a una definizione dei contesti e dei riferimenti entro cui attuare concretamente la riforma. La parola «eventualmente» è d’obbligo, perché non è detto che una proposta di legge riesca sempre e comunque a diventare legge; perché non sempre una proposta di legge è sostenuta da un effettivo largo consenso, rappresentativo degli orientamenti della società. SERVIZIO OBBLIGATORIO O SERVIZIO VOLONTARIO? Alla domanda, forse estremamente semplicistica ma inequivocabile, se sia il caso di passare da un servizio di leva obbligatorio ad un servizio volontario e professionale, sono state fornite e si continuano a fornire molteplici risposte. Già alla fine degli anni Ottanta la Commissione Difesa della Camera svolse una serie di audizioni per individuare un nuovo modello di difesa, evidenziando in quella sede reali esigenze di modifica e trasformazione del nostro strumento militare. Per arrivare a tempi più recenti, nel 1996 (come ricordato in precedenza) la stessa Commissione svolse un’ampia indagine conoscitiva sul tema della riforma della leva, raccogliendo le testimonianze dei maggiori esperti politico-militari del nostro Paese ed evidenziando, pur nell’accettazione unanime della necessità 106

di un cambiamento e di una riforma per rispondere adeguatamente alle sfide del mondo contemporaneo, una certa complessità e diversificazione di posizioni. In sostanza prevaleva la tesi di un sistema militare «misto», se pur con una progressiva riduzione degli organici (l’allora Ministro Andreatta ipotizzò una consistenza numerica di 225 000 uomini). Nel corso del 1999, il Ministro della Difesa Scognamiglio ebbe a ribadire in più occasioni come i tempi fossero maturi «per avviare anche in Italia una trasformazione dello strumento militare da un sistema misto ad uno interamente professionale-volontario ». Si rilevarono, infatti, nell’orientamento governativo, numerosi fattori a discapito del mantenimento di un sistema misto: dal mutamento dello scenario strategico di riferimento alle esperienze dei principali Paesi europei, dalle di-

namiche demografiche che vedono una progressiva diminuzione dei gettiti di leva all’aumento della percentuale di obiettori di coscienza, fino ai vincoli connessi alla estesa regionalizzazione del servizio di leva. I vertici militari, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa ai Capi di Stato Maggiore delle tre Forze Armate, hanno ribadito, nel corso di alcune recentissime audizioni alla Commissione Difesa della Camera, il loro consenso al perseguimento di un modello professionale, condividendo le impostazioni ed i contenuti generali della proposta governativa. Ma tale unanime ed apparente approvazione dei princìpi della riforma non può distogliere l’attenzione da un articolato dibattito che si è sviluppato in tutti questi anni e che non accenna a trovare soluzione, nemmeno di fronte ai rassicuranti incoraggiamenti


ed auspici delle «autorità». Una prima obiezione al progetto si fonda sul dettato costituzionale che sancisce «la difesa della Patria» come «sacro dovere» di ogni cittadino. Abolendo la leva obbligatoria, infatti, verrebbe meno un dovere costituzionale. Ma, a ben leggere la proposta del Governo, l’obbligo di prestare servizio militare, nel rispetto della Costituzione, è stato salvaguardato dalla previsione di chiamata alle armi in caso di guerra o di crisi di particolare rilevanza. Un altro argomento di contestazione si fonda sulla concezione della leva come garante di democrazia, di collegamento con la società civile, di costante canale di comunicazione tra due realtà, quella militare e quella civile, che altrimenti rimarrebbero estranee l’una all’altra, senza occasioni di scambio e reciproco «arricchimento». A tale opinione si può fa-

cilmente obiettare che le Forze Armate italiane non corrono alcun rischio di svolte autoritarie e «golpiste». C’è poi l’opposizione di una parte del mondo cattolico che vede l’abolizione della coscrizione obbligatoria come fattore di decadimento dell’obiezione di coscienza. Ma, risulterebbe un po’ anacronistico mantenere un servizio militare obbligatorio soltanto per garantire la sopravvivenza dell’obiezione a tale servizio. In realtà, le perplessità e le obiezioni ad un servizio militare volontario sulle quali appare indispensabile ragionare sono altre, ad esempio l’effettiva disponibilità delle risorse umane, le disponibilità finanziarie, i tempi della transizione. In primo luogo, appaiono ancora poco chiare le modalità di incentivazione per i giovani che dovrebbero scegliere volontariamente, non essendo più costretti, il servizio militare come proprio futuro professionale. Attualmente il reclutamento di volontari, nell’ambito del sistema misto tuttora vigente, si sta rivelando insufficiente a coprire le esigenze operative delle Forze Armate. L’interesse dei giovani per una scelta militare sarà tanto più forte quanto più attraente risulterà l’opportunità di intraprendere un’attività che possa garantire, al termine della ferma, uno sbocco occupazionale. Per rendere il giovane volontario più competitivo sul mercato del lavoro, quindi, si dovranno predisporre sistemi addestrativi e formativi più qualificati e specialistici di quanto già non siano; si dovrà in sostanza, investendo sulla formazione, creare professionalità spendibili sia all’interno del sistema militare sia nella società civile. Ancora incerti sono, inoltre, gli effettivi costi della riforma che derivano, essenzialmente, dalla non prevedibilità dei tempi realmente necessari per passare dal sistema misto a quello volonta-

rio. Il disegno di legge del Governo prevede un periodo di transizione di tre anni, durante il quale avviare il processo e controllarne l’evoluzione e per il quale sono stati già individuati gli strumenti di copertura finanziaria. Ma se da un lato il periodo di transizione si presenterà sicuramente più lungo di un triennio, dall’altro si dovranno valutare tutti gli oneri che una riforma di tal genere comporta: maggiore retribuzione al personale volontario; maggiori investimenti per l’addestramento e la formazione; miglioramento delle strutture logistiche; nuovi investimenti in equipaggiamenti, armamenti e mezzi adeguati ad uno strumento operativo interamente professionale; ulteriore ricorso a prestazioni esterne (outsourcing) per i molteplici servizi, attualmente garantiti prevalentemente dal personale di leva. Qualsiasi riforma, soprattutto se di dimensioni estese e profonde come quella prospettata, non può essere a costo zero, né si può rinviare a momenti migliori una puntuale e precisa definizione degli oneri e delle concrete possibilità di sostenerli. La prospettiva di passare dalla leva al volontariato costituisce, indubbiamente, una scelta «rivoluzionaria». Di fronte a una modifica così rilevante di un aspetto strategico della vita nazionale, non si può non fare appello ad una mobilitazione collettiva della società. Il dibattito, dunque, non può rimanere relegato nelle aule parlamentari o nelle «stanze dei bottoni» dei vari Stati Maggiori, ma dovrebbe uscire in strada, entrare nelle caserme, nelle scuole, nelle redazioni dei media, per diffondersi ed alimentarsi, così da garantire quella migliore corrispondenza fra società civile e società militare, che resta un obiettivo fondamentale per una compiuta democrazia.

* Esperta di relazioni industriali 107


CRIMINI DI GUERRA E GIURISPRUDENZA NAZIONALE di Giuseppe Scandurra *

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li esempi e le circostanze fornite dai due conflitti mondiali hanno dimostrato e rivelato l'impossibilità di giungere ad una pratica attuazione delle norme di Diritto Penale Militare Internazionale. Tali norme, cioè, pur ubbidendo ad alcuni principi fondamentali e a certe esigenze connaturate all'animo umano e alla natura della nostra coscienza, trovano

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una loro difficoltà di attuazione, tanto sul piano giurisdizionale quanto su quello successivo dell'esecuzione. Non si deve, infatti, dimenticare che la norma penale deve essere attuata attraverso un intervento delle autorità giurisdizionali, le cui decisioni devono, poi, essere eseguite attraverso la fase propria dell'esecuzione. Per quanto riguarda le proble-

matiche conseguenti alla Prima guerra mondiale, non si deve, infatti, trascurare che le accuse mosse al Kaiser ed a tutta la sua struttura per la condotta tenuta in guerra non vennero portate alle necessarie conseguenze, per una decisione politica presa dalle potenze risultate vincitrici in quel conflitto. È necessario, inoltre, tener presenti le critiche mosse ai tribu-


La repressione dei crimini di guerra, alla luce di quanto avvenuto nei Balcani e in altre aree del pianeta, esige un pieno ed univoco accoglimento, da parte degli Stati, dei principi che ispirano il diritto internazionale. La giurisprudenza italiana è al riguardo tra le più avanzate, anche se molto resta da fare.

nali militari internazionali per le loro decisioni, quanto meno per aver giudicato in base a norme penali non esistenti all'epoca in cui le azioni criminose erano state commesse. Se veramente si vogliono attuare queste norme di carattere internazionale, ci si deve, in primo luogo, interessare della giurisdizione e ancora prima occorre preoccuparsi delle leggi di ordinamento giudiziario. Non basta enunciare un principio che fissi la punibilità dei crimini contro la pace o contro l'umanità, ma è anche necessario che le norme di diritto penale determinino quali siano i fatti costitutivi di reato e chi debba essere ritenuto autore degli stessi. È altrettanto imprescindibile e determinante che ogni Paese preveda, attraverso appropriate ed idonee leggi di ordinamento, specifiche istituzioni giudiziarie, cui sia demandato l'accertamento della verità materiale dei fatti, nel rispetto dei limiti imposti dalla legge processuale, per la salvaguardia della personalità dell'imputato. Si resterebbe, altrimenti, nel campo della vuota parola o della semplice enunciazione di principi, privi di ogni contenuto. Si rende, allora, necessario che questi profili di carattere politico vengano necessariamente tradotti in norme di carattere giudiziario, attraverso la previsione di strutture, di istituzioni o di formalità procedurali, aventi carattere pratico ed esecutivo. Pace e guerra NeLL’orDINaMeNTo NazIoNaLe Si discute, per esempio, continuamente di guerra o di pace, dimenticando spesso che nell'ordinamento nazionale c'è una distinzione chiara tra tempo di guerra e stato di guerra. I due concetti non si identificano, ma sono fra loro nettamente diversi. Il tempo di guerra ha una 109


elicottero aB 205 armato di sistemi missilistici controcarri.

concezione naturalistica e presuppone un conflitto di carattere internazionale, tanto è vero che in esso è compreso anche il periodo immediatamente antecedente alla guerra, quando questa segue. Lo stato di guerra presuppone, invece, una nozione giuridica. È altrettanto noto che le due nozioni di tempo di pace e di tempo di guerra non coincidono con lo stato di pace o con lo stato di guerra: lo stato di guerra può sussistere senza che ricorra il tempo di guerra e viceversa. Lo stato di guerra è costituito da una situazione di diritto che insorge e cessa in quanto sia dichiarato da un provvedimento dell'autorità (artt. 78 e 87, 9° co., cost.: deliberazione del Parlamento e dichiarazione del Presidente della repubblica; v. anche art. 217 T.u. Leggi P.S., approv. con r.D. 18.06.1931, n. 773; artt. 2, 3, 4 e 8 r.D. 8.7.1938, n. 1415), mentre il tempo di guerra ha il suo riferimento in situazione di fatto, correlata ad un conflitto attuale o anche imminente. Il tempo di guerra, cioè, presuppone, in genere, lo Stato impegnato in un conflitto armato con un altro Stato e comprende, agli effetti della legge penale, «anche il periodo di imminente pericolo di guerra, quando questa sia seguita» (art. 310 c.p.). esso espli110

ca i suoi effetti sul piano del Diritto internazionale, per quanto concerne i trattati o le consuetudini che disciplinano i rapporti tra Stati, e può costituire motivo e causa di una dichiarazione di «stato di guerra», al fine di creare quelle necessarie mutazioni del diritto interno, idonee a fronteggiare le conseguenze del conflitto internazionale. Lo stato di guerra, invece, prescinde da una situazione di conflitto internazionale: può essere dichiarato senza che un tale conflitto abbia avuto inizio e può cessare anche dopo la fine delle ostilità internazionali, protraendosi fino a quando la sua cessazione non venga dichiarata con provvedimento emesso dall'organo costituzionale competente. ad esempio, tale cessazione fu determinata (a norma degli artt. 1 del D.L.L. 8 febbraio 1946, n. 49 e 1 D.L.L. 21 marzo 1946, n. 144), nel 15 aprile 1946, nonostante, a tale data, fossero cessate da tempo gli atti di ostilità internazionale. Per applicare il codice penale militare di guerra (come pure ogni altra legge speciale, o provvedimento che abbia valore di legge, in materia penale militare attinente alla guerra: art. 1 c.p.m.g.), occorre che si realizzino le condizioni richieste dalla legge, imposte in relazione ai luoghi (art. 4, 1° co., c.p.m.g.), alle

persone (artt. 6, 12, 13 e 16 c.p.m.g.) ovvero al tempo (art. 3 c.p.m.g.) o al danno che dai reati militari possa derivare alla condotta della guerra in generale (art. 4, 2° co., n. 2, c.p.m.g.). La legge penale militare di guerra può, tuttavia, essere applicata anche nello stato di pace, nei casi determinati dalla legge (art. 20 c.p.m.p.). In quest'ultima ipotesi, si possono distinguere cinque casi. In due di essi, l'applicazione della legge di guerra viene disposta con un decreto del Presidente della repubblica, e precisamente quando, in casi straordinari, ragioni di urgente e assoluta necessità lo richiedano (art. 5 c.p.m.g.), oppure quando si abbia una riunione di navi o di aeromobili, ovvero di forze terrestri distaccate per qualsiasi operazione militare o di polizia (art. 8 c.p.m.g.). Il primo caso concerne il c.d. stato di guerra interna, della cui legittimità costituzionale ampiamente si discute. In altre tre ipotesi, la legge penale militare di guerra si applica in tempo di pace, ope legis. ciò avviene quando un reparto delle Forze armate sia impegnato in operazioni militari per motivi di ordine pubblico (art. 10 c.p.m.g.), in caso di mobilitazione generale o parziale delle Forze armate (art. 11 c.p.m.g.) o quando un corpo di spedizione sia spedito all'estero per operazioni militari (art. 9 c.p.m.g.). orbene, da tutta siffatta regolamentazione, chiaramente si evince che solo una norma interna, cioè una statuizione dell'ordinamento interno statale, determina il momento storico da cui ha inizio l'applicazione dello stato di guerra e l'indicazione esatta del territorio su cui esso si estende. Questi concetti, che sono chia-


cH 47 dell’aviazione dell’esercito trasporta carichi utilizzando il gancio baricentrico del velivolo.

ri per l'ordinamento penale italiano, non sono certamente diffusi anche nell'ambito degli altri ordinamenti o quanto meno non trovano negli altri Paesi una corrispondenza di concetti o identità di presupposti. Ne deriva che un auspicato Diritto penale internazionale deve tenere presente anche queste circostanze concrete, relative ai singoli Stati e, di conseguenza, deve precisare le norme fondamentali, cui possa conseguire un'applicazione logica e pratica degli enunciati principi di pace e di giustizia. un Diritto internazionale penale intanto può essere validamente inteso, in quanto si trasformi in un Diritto penale internazionale, in un Diritto, cioè, in cui l'aggettivo «penale», determinativo del sostantivo «diritto», preceda l'aspetto «internazionale» e non viceversa. Perchè? Perchè attraverso la struttura di un Diritto penale internazionale desunto dai vari ordinamenti, si potrà avere l'attuazione di un Diritto internazionale penale. Sembra un esercizio di parole, fondato su una contrapposizione di significato fra vocaboli, ma, in effetti, esso racchiude una ricchezza di concetti e di contenuti da cui non si può affatto prescindere. La rePreSSIoNe PeNaLe DeI FaTTI ILLecITI Nonostante la richiesta pressochè unanime di giungere ad una repressione penale dei fatti illeciti, contrari ai trattati e alle consuetudini internazionali, la possibilità di applicare un Diritto internazionale penale non ha avuto, in realtà, apprezzabili risultati positivi, sia per l'ostacolo di ar-

duo superamento dovuto all'immunità organica del combattente sia per la natura politica degli interessi in gioco. Tali ostacoli possono essere superati solo facendo ricorso allo strumento meno difficile, costituito da un ricorso al Diritto penale interno di ogni singolo Stato. Solamente indirizzandosi agli Stati ed appoggiandosi al loro diritto interno, il Diritto internazionale può realizzare la tutela degli interessi umani ritenuti meritevoli di attenzione e può raggiungere gli obiettivi da esso perseguiti. In tal modo, le norme internazionali assumono la funzione di necessario parametro di riferimento per le scelte e per le modalità di penalizzazione da parte del legislatore interno, la cui valutazione potrà eventualmente essere difforme da Stato a Stato, anche per ciò che concerne l'adozione

di adeguate sanzioni penali, ma che, allo stato attuale, in mancanza di un'adeguata organizzazione supernazionale, rimane l'unica forma di tutela offerta agli interessi umanitari espressi dal consorzio umano nel suo complesso. Primo puntuale riferimento ad una normativa interna è appunto l'art. 28 della convenzione di ginevra del 1906, per l'assistenza ai malati e ai feriti in guerra, nonché l'art. 29 della successiva convenzione di ginevra del 1929, inerente al medesimo oggetto. un obbligo internazionale di una previsione penale esteso a tutti gli aspetti inerenti al Diritto bellico fu ulteriormente ribadito con le quattro convenzioni di ginevra dell'8 dicembre 1949, nonché con i successivi due protocolli addizionali dell'8 giugno 1977. a tale obbligo internazionale, l'Italia ha aderito con le successi111


ve leggi di ratifica 27 ottobre 1951, n. 1739 e 11 dicembre 1985, n. 762. analogo obbligo delle parti contraenti di agire, sia in tempo di pace che in tempo di guerra, per prevenire e reprimere il genocidio, fu quello assunto nella convenzione internazionale sul genocidio del 9 dicembre 1948, in esecuzione della risoluzione dell'11 dicembre 1946 delle Nazioni unite, per cui «il genocidio è un crimine di diritto delle genti». Non si ignora che un vasto movimento di idee si è formato al riguardo, per sostenere, specialmente dopo la seconda guerra mondiale, che, oltre alle azioni umane previste e punite dagli ordinamenti interni degli Stati, per istanze di carattere internazionale, vi sono anche azioni direttamente proibite e punite dal diritto internazionale. Secondo lo stesso Tribunale internazionale di Norimberga «è da lungo tempo ammesso che il Diritto internazionale impone doveri e responsabilità alle persone fisiche ». analoghi concetti sono stati anche ritenuti dalla commissione del Diritto internazionale, istituita dall'assemblea generale delle Nazioni unite, asserendo che doveri possono essere imposti agli individui direttamente dal Diritto internazionale, senza alcuna interposizione degli Stati. Tali concetti possono essere anche condivisi, ma non si può ignorare che la società internazionale non può ancora disporre di organi propri, attraverso i quali essa possa affermare la propria attività sugli individui. Fino a quando non si giungerà a realizzare una effettiva potestà superstatuale, solo gli Stati potranno agire sugli individui, in forza del proprio ordinamento interno, ancorchè essi debbano applicare norme ammesse nel diritto in forza di un adattamento al Diritto internazionale. Del resto, lo stesso Tribunale di Norimberga, sebbene denomina112

Blindo «centauro» del reggimento «cavalleggeri guide».

to «internazionale», non ha esercitato una funzione propriamente internazionale. Le Potenze firmatarie dell'accordo di Londra dell'8 agosto 1945 (mediante il quale venne adottato lo statuto di tale tribunale) hanno istituito il tribunale stesso, fissato il diritto da applicare e definita la procedura da seguire, ma, in questo modo, esse, come si è espresso lo stesso tribunale, «hanno fatto insieme ciò che ciascuna di esse poteva fare separatamente». anche il Tribunale di Tokio, istituito su proclama del 19 gennaio 1946 del comandante supremo delle forze di occupazione del giappone, non era certo più internazionale di quello di Norimberga: anche esso, secondo il giudizio del giudice Pal dello stesso tribunale, non era che « il processo del vinto da parte del vincitore». La LINea DeLL’orgaNIzzazIoNe gIuDIzIarIa MILITare ITaLIaNa Ma ancor prima delle sopraindicate ratifiche delle convenzioni internazionali del 1949, il nostro Paese aveva assunto il dichiarato impiego di tutta la propria organizzazione giudiziaria militare nello svolgimento di una serie di azioni riconducibili ad una linea di condotta unica, in vista del perseguimento delle violazioni contro le leggi e gli usi di guerra, in « modo da creare anche per questa delicata ed importante materia un sistema organico di Diritto penale militare internazionale, armonizzato ai princìpi generali del Diritto delle genti» (relazione commissione reale ai codici penali militari). La violazione dei principi generali sulla condotta della guerra, fissati dalle convenzioni in-

ternazionali oppure dagli usi, forma indubbiamente oggetto del Diritto internazionale bellico e come tale va, perciò, disciplinato «sotto tutti gli aspetti, con un preordinato sistema legislativo» (cit. comm.). Il rifiuto di soccorso a mezzi navali in caso di naufragio, provocato anche da azione bellica, l'uso di mezzi di offesa vietati, il saccheggio, l'omessa assistenza di infermi o feriti, l'abbandono, la spoliazione, la mutilazione di essi, i maltrattamenti, le sevizie dei prigionieri, le violenze di qualunque genere contro civili, devono essere represse. Il Diritto penale militare italiano aveva preveduto queste forme di criminalità, sin dal 1925, con la redazione di un progetto di codice ed aveva, poi, definitivamente, fissato l'incriminazione di tali fatti, con l'emanazione dei codici del 1941. La codificazione di tale materia costituiva, peraltro, l'adempimento del formale impegno internazionale assunto dal nostro Paese già all'inizio del secolo, con l'esecuzione data agli atti internazionali firmati all'aja in seguito alla conferenza Internazionale della pace tenuta nel 1899. Impegno ribadito nelle


convenzioni Internazionali di ginevra del 1929, cui fu data esecuzione con r.D. 23 ottobre 1930. Fu così che, nel codice penale militare di guerra, venne previsto un intero Titolo (il IV) concernente appunto i reati contro le leggi e gli usi della guerra, ripartito, a sua volta, in una serie di capi, riferiti agli atti illegittimi o arbitrari di ostilità (atti di aggressione compiuti senza necessità, quando l'azione delle armi sia sospesa); agli atti illeciti di guerra, distinti, a loro volta, nell'abuso dei mezzi per nuocere al nemico e negli atti illeciti contro persone private nemiche o a danno di beni nemici; all'omessa assistenza verso infermi, feriti o naufraghi. Va anche detto che lo stesso progetto di codice dei crimini contro la pace e la sicurezza dell'umanità, elaborato nel 1954 dalla commissione del Diritto internazionale ha definito i crimini di guerra come violazioni di leggi e costumi della guerra. Le disposizioni contenute nel nostro codice penale militare di guerra costituiscono, in definitiva, la sanzione dei principi contenuti in tutte le convezioni internazionali già intervenute nella soggetta materia (oltre a quel-

le già menzionate, vanno ricordate, tra le altre, anche le convenzioni di ginevra del 6 luglio 1906 e dell'aja del 18 ottobre 1907). esse riprendono, in parte, disposizioni già fissate in altre precedenti disposizioni di legge (per es. legge 30 giugno 1912, n. 740; art. 276 codice per l'esercito o art. 300 codice Marina). Va anche ricordato che, in campo internazionale, le disposizioni interne sulla repressione dei crimini di guerra sono state emanate in prevalenza nel periodo di tempo che va dal 1943 al 1947, con riferimento alla seconda guerra mondiale, mentre in Italia, la punizione dei crimini di guerra patiti dai cittadini italiani è avvenuta in base al codice penale militare di guerra preesistente a tali disposizioni. Il codice penale militare di guerra si presenta, comunque, come una legge quadro, caratterizzata da tutta una situazione di carattere generale, il cui contenuto potrà ricevere maggiori possibilità di sviluppo o dai bandi, così come era previsto nel vecchio ordinamento (ma che oggi non rientrano più nei limiti di una supposizione astratta, data la vigenza della nuova carta costituzionale) oppure attraver-

so quei provvedimenti legislativi che il governo in caso di guerra dovrà emanare. Tali reati contro le leggi e gli usi di guerra sono perseguibili a richiesta. È prevista, cioè, una condizione di procedibilità che potrebbe, di fatto, rendere tali fatti delittuosi processualmente irrilevanti. Tratterebbesi, nella specie, di un'impropria condizione di procedibilità (l'azione penale deve essere iniziata non «a richiesta», ma «per disposizione» del comandante supremo) introdotta per i reati previsti dal titolo IV (art. 245 c.p.m.g.) in conformità ad un sistema che accentrava in una sola autorità l'esercizio dei poteri inerenti alla funzione di comando. a parte la condizione che tale «disposizione» è richiesta allo scopo di regolare in modo uniforme la persecuzione giudiziaria di tali reati contro le leggi e gli usi della guerra, in considerazione degli effetti indiretti di natura politica ed internazionale conseguenti a tale persecuzione, va tenuto presente che la condizione qui richiesta è formulata anche allo scopo di accertare preventivamente la condizione di reciprocità cui è subordinata, a norma dall'art. 165 c.p.m.g., la punibilità di quei fatti che consistono in atti illegittimi o arbitrari di ostilità, o in abuso nei mezzi per nuocere al nemico, o che hanno per oggetto requisizioni, contribuzioni o prestazioni arbitrarie in paese nemico. restano fuori dalla condizione di reciprocità i reati più propriamente contro il Diritto delle genti, lesivi dei principi di civiltà e che, in generale, concernono i sudditi ed i beni nemici, gli infermi, i feriti e naufraghi, i prigionieri di guerra o gli ostaggi. comunque, siffatta «disposizione», condizionante l'inizio dell'azione penale, deve ormai ritenersi avulsa dal nostro ordinamento, perché in contrasto con la disposizione costituziona113


le (art. 112) che impone al P.M. l'obbligo di esercitare l'azione penale. L’eFFIcacIa DeLLa Legge PeNaLe NeLLo SPazIo Il sistema previsto nel codice penale militare di guerra, riguardo a questi reati contro il Diritto delle genti, presenta un altro aspetto particolare per quanto concerne l'efficacia della legge penale nello spazio. In deroga al principio della territorialità, fissato dal codice penale comune nell'art. 3, o all'altro principio della personalità attiva della legge penale militare, desumibile dalle disposizioni di cui agli artt. 17 e 18 del c.p.m.p., le disposizioni relative ai reati contro le leggi e gli usi della guerra si applicano oltre che agli appartenenti alle Forze armate italiane, anche «ai militari e ad ogni altra persona appartenente alle forze armate nemiche, quando alcuno di tali reati sia commesso a danno dello Stato italiano o di un cittadino italiano, ovvero di uno Stato alleato o di un suddito di questo» (art. 13 c.p.m.g.). Il criterio seguito è quello della c.d. personalità passiva, secondo il quale lo Stato italiano è autorizzato a perseguire i reati ovunque commessi, che ledano gli interessi dello stesso Stato o di altri soggetti individuati specificatamente. esigenze umanitarie ed esigenze concrete di integrità dell'efficienza bellica costituiscono la base delle disposizioni in parola, il cui significato specifico è quello di una vera extraterritorialità. ciò posto, non si può, certo, affermare che le citate disposizioni del codice costituiscano un punto fermo, dotato di qualità positive uniche, perentoriamente precluso alle possibilità del presente ed anche del futuro. Le indicate prescrizioni vanno, ovviamente, collocate nel mo114

mento storico in cui esse furono emanate e vennero intese in relazione alla coscienza collettiva ed agli ordinamenti vigenti all'epoca in cui esse furono formulate. Indirizzi e orientamenti nuovi si sono, al contrario, sempre più imposti nel pensiero umano e nelle relazioni internazionali, fino a realizzarsi nelle formulazioni degli attuali principi costituzionali che prescrivono l'adeguamento dell'ordinamento giuridico italiano « alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute» (art. 10); al ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali »; la possibilità di giungere a «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni », promuovendo e favorendo «le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (art. 11). In tale prospettiva, và, perciò, riconosciuto che, per effetto del-

la norma costituzionale per ultimo citata, l'auspicio di una forma di repressione valida ed efficace per tutte le violazioni contro il Diritto delle genti possa finalmente essere realizzata. una tale, diversa formulazione, appunto, riferita non più alla forma del dovere violato (reati contro le leggi e gli usi della guerra), bensì all'obiettività giuridica delle varie incriminazioni, sarebbe stata più idonea a significare il valore umanitario di tali incriminazioni. (v. in questi sensi, le relazioni al codice, a proposito dell'art. 13 c.p.m.g.). Per uN DIrITTo creDIBILe eD eFFIcace Si potrebbe, a dire il vero, manifestare, riguardo alle asserzioni ora formulate, un'opinione contraria, fondata sulle esperienze degli ultimi conflitti, nei quali il rispetto della persona umana è stato del tutto trascurato, le norme più elementari di


elicottero d’attacco a 129 «Mangusta».

umanità neglette, i diritti della persona umana desolantemente abbandonati, tanto da far pensare che tutto il nostro discutere volto ad addurre ragioni, prove, opinioni, argomenti a favore della tesi di una pace con giustizia potrebbe apparire come una semplice condizione spirituale di astratta soddisfazione o di compiaciuto interesse personale. Ma una siffatta conclusione, per quanto dura, e purtroppo vera in alcune realtà, non deve indurre ad uno stato di indolenza o di viltà che non potrebbe avere altro significato se non quello di una tollerante ammissione di azioni delittuose contro la stessa natura umana. altrimenti operando, si giungerebbe ad una vera e propria ammissione della legalità di atti ostili alle norme di umanità, tradizionalmente accolte come fondamento ed espressione dell'umana convivenza. Dalla dura realtà dei recenti e contemporanei episodi di vio-

lenza contro vittime inermi occorre trarre incitamento e sollec itaz io ne pe r re pe rire ne lla mente e nell'azione strumenti idonei a precludere, con la minaccia di appropriate ed efficaci sanzioni, il ripetersi delle tragiche vicende cui abbiamo assistito, caratterizzate da elementi accentuatamente criminali e disumani. Si vada, quindi, all'attenta formulazione di strumenti idonei ad assicurare il rispetto delle elementari leggi naturali dell'umanità, in modo da punire tutte le offese a quei beni o interessi che, per loro natura, coinvolgono l'umanità nel suo insieme o siano tali, comunque, che offendano anche la stessa società internazionale. È vero che i nostri codici penali militari, ma soprattutto quello di guerra del 1941, risentono del regime vigente in Italia all'epoca della loro emanazione, ma è altrettanto vero che essi hanno avvertito sensibilmente l'influenza del quadro del Diritto internazionale allora vigente. Pur essendo stato riconosciuto dalla dottrina più recente che il sistema dei reati contro le leggi e gli usi di guerra conserva una notevole validità anche alla luce delle convenzioni di ginevra del 1949, è necessario, però, ulteriormente, perfezionare gli strumenti giuridici volti a tutelare gli interessi umanitari aventi carattere internazionale. una legislazione agile ed efficace deve essere creata da ogni Paese civile, in base al diritto internazionale generale per prevenire e reprimere, nell'ambito di una cooperazione internazionale, tanto i crimini di guerra, quanto i crimini contro la pace ed i crimini contro l'umanità. La previsione di regole procedurali idonee a tali finalità e la predisposizione di adeguati or-

ganismi ordinamentali per l'amministrazione della giustizia, che consentano, oltre allo svolgimento dei giudizi, anche la determinazione e l'esecuzione delle pene, debbono costituire e rappresentare la finalità ulteriore cui devono tendere le forze rappresentative della società internazionale. Fino a che non si giunga ad uno sviluppo dell'ordinamento internazionale, in modo da comprendere organi di vera e propria giurisdizione internazionale, si deve richiedere, come eleme nto impo rtante di natura processuale, che lo Stato che procede alla punizione di tali reati non abbia un titolo particolare di giurisdizione dovuto alla nazionalità degli autori dell'illecito o delle parti offese, o al luogo di commissione del reato, ma, in ragione di altri criteri, lo Stato giudicante deve intervenire a svolgere le sue funzioni giudicanti nel generale interesse internazionale, in modo da corrispondere ad esigenze che trascendono il suo particolare interesse e che rispondano agli ideali di giustizia e civile convivenza dei popoli. opportune regole processuali dovranno disciplinare gli inevitabili conflitti di giurisdizione. Per quanto riguarda il nostro Paese, va riaffermato che l'esigenza imposta dalla nostra costituzione di tendere sempre, sia in pace che in guerra, alla conquista della pace o almeno al conseguimento della giustizia nelle relazioni con gli altri Stati non consente comodi alibi, ma deve costituire sprone e stimolo ad affinare sempre più un diritto « credibile ed efficace» come valida e « sola forza capace di contenere l'altrui incoercibile forza delle armi». Ž

* Procuratore generale Militare della repubblica presso la corte Suprema di cassazione 115


NEL CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO

I L C OR PO D I   S I C U R EZZA I TA LI A N O I N  S OMA LI A

di Enrico Pino *

Cinquant'anni fa l'Assemblea delle Nazioni Unite affida all'Italia una delicata missione: avviare la rinascita politica, economica e culturale della Somalia, fino al raggiungimento dell'indipendenza. L'obiettivo è pienamente raggiunto e il merito va ascritto soprattutto al determinante contributo fornito dall’Esercito nell'ambito dell'A.F.I.S. (Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia).


L’AmmINIStrAzIoNE FIdUCIArIA ItALIANA IN SomALIA La sera del 30 giugno 1960 viene ammainata la bandiera italiana sul territorio somalo, e con tale atto trova chiusura definitiva la presenza italiana in Africa nell’immediato dopoguerra. La Somalia italiana viene occupata dalle forze armate inglesi, nel corso del secondo conflitto mondiale, nei primi mesi del 1941. Sei anni più tardi, il 10 febbraio 1947, il trattato di pace firmato a Parigi priva l’Italia della sovranità sulle sue colonie e rinvia ad una futura decisione la «sorte definitiva» di tali territori, prorogando così, per la Somalia, lo Stato di fatto e giuridico creatosi con l’occupazione inglese nel corso della guerra. La questione della Somalia, poiché non viene raggiunto un accordo fra la quattro grandi potenze vincitrici, è sottoposta all’Assemblea Generale dell’oNU, che il 21 novembre 1949, in seduta plenaria, si pronuncia « per l’indipendenza della Somalia e per la sua amministrazione fiduciaria durante il periodo di dieci anni, da affidarsi all’Italia». Gli «obiettivi fondamentali» dell’istituto dell’amministrazione fiduciaria sono così enunciati nella Carta delle Nazioni Unite: «……… a. favorire la pace e la sicurezza internazionale; b. promuovere il progresso politico, economico, sociale ed educativo degli abitanti dei territori di amministrazione fiduciaria, ed il loro progressivo avviamento all’autonomia ed alla indipendenza...; c. incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti...; d. assicurare parità di trattamento in materia sociale, economica o commerciale...; ………». dopo una serie di passaggi le-

gati ai necessari atti politici ed amministrativi delle Nazioni Unite e del governo italiano, il 22 febbraio 1950 l’Italia accetta il compito di provvedere all’amministrazione della Somalia La data di decorrenza viene fissata al 2 dicembre 1950. tuttavia, una sua forma «provvisoria» ha inizio sin dall’aprile 1950, dal momento cioè del trasferimento dei poteri dall’Inghilterra all’Italia, nelle more dell’approvazione, da parte o.N.U. ed italiana, di un accordo che avrebbe regolato l’amministrazione stessa. tale amministrazione «provvisoria» ha termine il 22 dicembre 1951, con l’inizio del funzionamento dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia (A.F.I.S). La risoluzione con cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite affida l’amministrazione della Somalia all’Italia, costituisce un alto riconoscimento per il nostro Paese, poiché ne attesta le capacità a tutelare la crescita e l’autonomia del nascente Stato somalo, nella consapevolezza che l’opera non potrebbe essere affidata ad altri senza pregiudizio per il processo di autodeterminazione della Somalia. È da porre in evidenza ancora che l’accordo di tutela stipulato tra l’Italia e le Nazioni Unite presenta importanti particolarità: per la prima ed unica volta, infatti, un mandato viene affidato allo Stato ex belligerante che ha colonizzato il territorio e che l’ha perduto in seguito alla guerra. È inoltre l’unico mandato affidato, al termine del secondo conflitto mondiale, a uno Stato non facente allora parte delle Nazioni Unite. Ciò costituisce un atto di evidente fiducia nei riguardi dell’Italia, anche se, in verità, si incomincia a delineare in quegli anni una politica dei «blocchi», che avrebbe avuto le sue conseguenze anche nella spartizione e nell’assegnazione delle aree di influenza sul continente africano. Il compito dinanzi al quale si trova l’Italia è quello di provvede-

re al passaggio della Somalia dal regime coloniale italiano – sul quale si era innestata l’Amministrazione britannica conseguente all’occupazione di guerra – a quello di tutela, momento di passaggio nella formazione dello Stato somalo indipendente. Il compito implica la risoluzione di intricati problemi, quali la formazione di una base politica in grado di esprimere una classe dirigente, la preparazione di una vasta gamma di funzionari e tecnici l’avvio all’istruzione di massa (per la quale esisteva il gravissimo ostacolo della mancanza di una lingua scritta), lo sviluppo del progresso sociale, la realizzazione di una efficace organizzazione sanitaria, il potenziamento delle scarse risorse economiche e la formazione di nuove risorse, per consentire alla Somalia una certa indipendenza anche in questo campo. tutti questi problemi devono essere affrontati e risolti in un Paese che, nel 1950, conta 1 243 000 abitanti, dei quali solo il 30% abita in città o villaggi stabili. Per un’adeguata comprensione dello sforzo necessario a tale processo evolutivo, è importante tenere conto delle condizioni del territorio e delle attività economiche prevalenti di una popolazione disseminata su centinaia di migliaia di chilometri quadrati e costretta a continui spostamenti nell’ habitat della tribù in una economia di sussistenza, basata sul ciclo «allevamenti-agricoltura». In tale contesto, la famiglia costituisce unità di produzione e consumo e ricorre allo scambio dei prodotti alimentari (in pratica al baratto) rimanendo, così, al di fuori dell’economia monetaria. tutta la popolazione trova, per secoli, nell’economia tribale ogni garanzia di sussistenza, cosicché il superamento del gruppo etnico, per passare al gruppo territoriale, pone rilevanti difficoltà, rese anche più ardue dalla coesistenza di differenti dialetti parlati (corrispondenti ai maggiori gruppi et117


nici) e dalla mancanza, come già detto, di una lingua scritta. Il compito che attende il nostro Paese è, quindi, reso estremamente arduo dal livello culturale delle popolazioni, dalla loro scarsa preparazione politica, dall’arretrata struttura sociale e dalle condizioni economiche estremamente depresse. L’Italia, però, si dedica ad esso con estremo impegno, ottenendo riconoscimenti che contribuiscono ad ottenere l’ammissione nell’o.N.U. del nostro Paese, che attende tale atto dal 1947 e che ha luogo solo nel dicembre 1955. IL CorPo dI SICUrEzzA NELL’AmbIto dELL’AmmINIStrAzIoNE FIdUCIArIA L’accordo per l’Amministrazione fiduciaria italiana stabilisce anche un importante impegno in campo militare, poiché prevede il mantenimento in Somalia di reparti italiani di polizia e di con118

tingenti delle Forze Armate per la sicurezza e l’ordine interno del territorio. All’organizzazione di tale corpo si inizia a lavorare dall’aprile del 1948, sin dai primi momenti, cioè, in cui si profila la possibilità di affidamento del mandato all’Italia. Il lavoro appare subito estremamente arduo e complesso, in quanto si basa su elementi di assoluta incertezza, che rimangono tali sino all’ultimo momento. Non è da dimenticare, infatti, che forti sono i timori a causa della lunga assenza dall’Africa e della propaganda antitaliana svolta per lunghi anni, avvalorati dalle notizie allarmanti che giungono agli Stati maggiori e confermati dalle previsioni e dalle predisposizioni messe in atto dai britannici per l’abbandono di quel territorio. Nel 1949 vengono, comunque, diramate le tabelle organiche provvisorie degli enti che sarebbero stati inviati in Somalia, da cui discende la loro effettiva costituzione a partire dal mese di

mogadiscio, 1 aprile 1950. Cerimonia con la quale il corpo di sicurezza italiano sostituisce il contingente britannico.

agosto di quell’anno. Contemporaneamente è definito l’organico di una base logistica da costituire a Napoli, denominata appunto «base di Napoli». Il 15 agosto viene creato, presso il Comando militare territoriale di Napoli, il Comando del Corpo di Sicurezza, cui è preposto il Generale di brigata Arturo Ferrara. Agli inizi del suo funzionamento, questo comando si limita a svolgere attività di coordinamento dei reparti che, con il progredire dello Stato di costituzione, vengono trasferiti nel territorio di competenza del Comando territoriale di Napoli. dal loro canto le Autorità britanniche, a cui sarebbe dovuta subentrare l’Italia, hanno predisposto un piano – come già accennato – denominato «Caesar», contenente tutte le previsioni e predisposizioni per la sostituzio-


ne delle proprie truppe con quelle del Paese che le avrebbe sostituite. Il piano è sottoposto all’approvazione italiana e da esso si ricavano dati ed elementi di situazione che suggeriscono di adeguare la consistenza e la composizione del Corpo di Sicurezza, per farne uno strumento in grado di far fronte non solo ai compiti ordinari, ma anche ad eventuali situazioni impreviste. Nel settembre 1949 il Corpo di Sicurezza risulta formato da: • un Comando del Corpo di sicurezza; • un Comando truppe Esercito; • un Comando marina; • un Comando Aeronautica; • 4 battaglioni motoblindati di fanteria; • 3 battaglioni motoblindati di carabinieri; • una batteria di artiglieria 100/17; • una compagnia genio pionieri; • una compagnia genio collegamenti; • reparti e servizi vari. È inoltre prevista la costituzione di un nucleo ufficiali per il primo inquadramento di reparti somali. Vincoli di bilancio (determinati anche da esigenze politiche) impongono la riduzione di queste forze, dalle quali sono eliminati due battaglioni carabinieri che, comunque, non vengonosciolti, ma rimangono temporaneamente a disposizione nell’area di Caserta in funzione di riserva per l’eventuale potenziamento delle forze da dislocare in Somalia. Il contingente da impiegare risulta essere, così, in sofferenza di due battaglioni rispetto alla forza prevista dal piano «Caesar». Gli elementi della marina destinati in Somalia sono posti agli ordini di un Capitano di Vascello, e a disposizione del Comando viene posta la nave «Cherso». Le forze dell’Aeronautica sono poste sotto il comando di un Colonnello pilota, ed il Comando Aeronautica può disporre di sei

velivoli da trasporto (cinque dC53 ed un dC47), quattro velivoli da caccia P51 e tre velivoli da trasporto feriti dC5. Il 1° dicembre 1949, considerato ultimato il concentramento di tali forze, il Comando del Corpo di Sicurezza cessa dalle dipendenze del C.m.t. di Napoli e passa alle dirette dipendenze dello Stato maggiore dell’Esercito, assumendo in proprio piena e completa attribuzione di comando sui reparti del Corpo di Sicurezza. Nel frattempo è dato impulso all’attività addestrativa preparatoria, e da ottobre sono avviati numerosi corsi per i Quadri e la truppa. Il 7 febbraio 1950 è inviata a mogadiscio una missione di collegamento, per concordare con le autorità britanniche sul posto le modalità per il passaggio dei poteri; tra l’altro, preoccupa fortemente italiani e britannici l’esame dei tempi di sbarco, per i ritardi politici e il prevedibile arrivo dei monsoni. In attesa, quindi, dell’approvazione del mandato fiduciario, viene deciso di ridurre al massimo i tempi del trasporto e, pertanto, si da inizio al carico, nel porto di Napoli, delle prime due navi che vengono successivamente trasferite nel porto di Augusta, a guadagno di tempo. Non appena si ha l’accettazione

italiana del mandato o.N.U., parte da Napoli con le navi «Auriga» ed «Assiria» lo scaglione avanzato del Corpo di Sicurezza. raggiunto mogadiscio e completate le operazioni di sbarco tra il 20 febbraio ed il 5 marzo 1950, inizia subito l’esecuzione di lavori urgenti di miglioramento delle attrezzature e dei servizi portuali, nonché la predisposizione degli alloggi provvisori necessari fino alla partenza delle truppe inglesi. In breve tempo si raggiunge una organizzazione logistica soddisfacente e può, così, avere luogo la partenza del 2° scaglione, comprendente il grosso del Corpo di Sicurezza. Il movimento avviene anch’esso via mare, e viene effettuato tra il 27 febbraio ed il 2 aprile, data ultima di arrivo a mogadiscio delle navi italiane. Una di esse, prima di raggiungere la capitale somala, sbarca un battaglione carabinieri, destinato al presidio della migiurtinia, sulla spiaggia di bedir Cassim, dove le condizioni della costa costringono ad un triplice trasporto: con natanti dalla nave alla prima barriera di frangenti, con altri natanti più adatti da questa alla secon-

Lo sbarco del corpo di sicurezza italiano a mogadiscio nel marzo del 1950.

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da barriera, ed a braccia da quest’ultima a terra. Pur in presenza di queste difficoltà, l’addestramento cui era Stato sottoposto il personale consente uno sbarco pressoché perfetto, tanto che le stesse autorità inglesi, che si erano dichiarate alquanto scettiche sull’esito, esprimono la loro ammirazione per questa operazione che definiscono «meravigliosa». Il trasporto dell’intero Corpo di Sicurezza avviene, quindi, tra il 2 febbraio (data di inizio carico della prima nave) ed il 2 aprile 1950, e richiede l’impiego di 9 navi che, complessivamente, trasportano 5 791 uomini, 793 automezzi vari, 4 pezzi di artiglieria, 6 imbarcazioni, 4 velivoli, 5 813 tonnellate di materiali vari e 1 077 di munizionamento. Il trasfe-

clima torrido, dalla scarsezza di acqua e dalla precarietà delle vie di comunicazione, costituite per la maggior parte da piste rocciose e sabbiose. Il tutto si svolge nei tempi previsti ed il 1° aprile, in mogadiscio, l’autorità britannica cede i poteri a quella italiana mediante una cerimonia di ammainabandiera. Sono presenti, per l’Inghilterra, il Generale Arthur dowler, Comandante Est Africa, e il Generale Gamble, Amministratore cedente; per l’Italia, il Vice Amministratore subentrante, Pompeo Gorini, e il Generale Arturo Ferrara, Comandante il Cor-

rimento è completato con l’attracco a mogadiscio della motonave «Cherso» e con l’atterraggio dei mezzi dell’Aeronautica non inviati via mare. Ultimate le operazioni di sbarco, le truppe ed i materiali sostano nel campo di transito di mogadiscio, per la riorganizzazione dei reparti e la formazione delle colonne mediante le quali devono essere raggiunte, verso l’interno, le sedi previste dal piano «Caesar»; i movimenti avvengono superando gravi disagi creati dal

po di Sicurezza. Contemporaneamente, il Comando Gruppo Carabinieri assume il controllo della polizia somala e, con analoghe modalità, avviene il trasferimento dei poteri nelle altre località dell’interno, senza incidenti di sorta. Il 5 aprile le truppe britanniche ultimano le operazioni di definitiva partenza dalla Somalia. La maggioranza della popolazione somala si dimostra particolarmente lieta dell’avvenimento, nella speranza che l’Italia riprenda l’opera di sviluppo e di cresci-

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lo sbarco di automezzi nel porto di mogadiscio nel marzo del 1950.

ta a favore di quella Nazione; tale è il clima di fiducia, che la quasi totalità dei vecchi ascari si presenta ai Comandi italiani nella speranza di essere nuovamente arruolati. Ciò anche in relazione agli accordi relativi a tale possibilità, presi con l’amministrazione britannica prima del passaggio dei poteri all’Italia. orGANIzzAzIoNE Ed EVoLUzIoNE dEL CorPo dI SICUrEzzA Al Corpo di Sicurezza è istituzionalmente affidato il compito di garantire la sicurezza del territorio, e l’intervento delle unità può essere ordinato solo nel caso in cui le forze di polizia locali non si dimostrino in grado di assicurare l’ordine interno. In relazione a tali compiti e ai criteri di impiego, le unità vengono schierate con: • quattro battaglioni motoblindati (uno di Carabinieri e tre di fanteria) in località varie del territorio; • un battaglione motoblindato di fanteria e la batteria di artiglieria a mogadiscio; • le compagnie genio ed elementi dei servizi suddivisi sul territorio in relazione alle esigenze; • le forze di polizia (tranne qualche eccezione) sulla linea di confine, frazionate in posti fissi a larghi intervalli, sostenuti da reparti di manovra autocarrati, tenuti alla mano in posizioni centrali rispetto al settore di intervento. Lo schieramento assunto dalle forze risponde al criterio base di un grande decentramento determinato dalla vastità del territorio e dalla penuria di vie di comunicazione. L’adozione di tale criterio è reso possibile dall’atteggiamento della popolazione, nella maggioranza non contraria al mandato italiano, fatta eccezione per una minoranza, influenzata dalla propaganda antitaliana, che


Autocolonna in partenza per l’interno del Paese, dove inizieranno le operazioni di passaggio dei poteri.

si raccoglie nella «Lega dei Giovani Somali» (d.Y.L.). Il territorio della Somalia è diviso in sei zone militari (successivamente ridotte a cinque) e sono emanate particolari disposizioni per l’eventuale impiego delle truppe per ordine Pubblico, mentre nel contempo viene dato immediatamente avvio alla costituzione dei primi reparti somali. I nuovi arruolati, per i quali è istituito un centro di addestramento, raggiungono una entità numerica tale da consentire la costituzione di due battaglioni, che costituiscono il nerbo attorno al quale si forma in seguito l’Esercito somalo. Gli uomini sono inquadrati da ufficiali italiani e sottufficiali tratti dagli ex graduati dei disciolti battaglioni ascari. Ai primi si aggiungono, nel dicembre 1950, altri due battaglioni (l’ultimo dei quali verrà poi trasformato in battaglione scuole). La costituzione dei reparti somali consente di poter elaborare un programma di contrazione delle forze italiane, che possono essere limitate ad un solo battaglione corazzato nazionale, ad una batteria da 100/17 ed ai servizi, mentre restano immutate le installazioni della marina e dell’Aeronautica. Una ulteriore riduzione delle forze è disposta nei primi mesi del 1951, riduzione che prevede la consistenza del Corpo di sicurezza: in un primo tempo portata a 2 250 nazionali e infine a 1 000 uomini (compresi 150 di marina e 130 di Aeronautica). tutto ciò è legato al problema dell’onere finanziario imposto dal mantenimento del Corpo di Sicurezza, onere che è assai grave per il Paese e che può apparire non del tutto giustificato dalla situazione in Somalia, normalizzata. Il 22 dicembre 1951 ha termine il periodo di amministrazione

provvisoria e subentra il funzionamento dell’A.F.I.S.. Al passaggio si ha la disponibilità di 4 334 uomini, dei quali 1 108 nazionali e 3 226 somali, a cui si aggiungono altri – militari e militarizzati – che non dipendono dal Comando del Corpo di Sicurezza. Persistendo le ristrettezze di bilancio che portano ad ulteriori restrizioni, è necessario accelerare l’attribuzione ad elementi indigeni di maggiori responsabilità e compiti istituzionali. Sicché, nel 1952 vengono adottati provvedimenti organici che portano a 740 i nazionali, divenuti 692 nel 1953. Per effetto di tali modifiche, il Corpo di Sicurezza, costituito inizialmente con soli elementi nazionali, alla fine del 1953 ha cambiato radicalmente fisionomia organica e struttura dei reparti, ed è pertanto necessario dargli una nuova configurazione. Il problema viene affrontato nel 1954 e nell’anno 1955 si giunge alla seguente organizzazione: • Comando del Corpo di Sicurezza;

• Comando Aeronautica; • squadrone blindocorazzato; • compagnia carabinieri somala; • I, II, III battaglione somalo; • batteria 100/17; • compagnia genio; • reparto scuole; • autoreparto; • Comando deposito; • distaccamento marina. Altre forze nazionali, non dipendenti però dal Corpo di Sicurezza, sono presenti nel Corpo di Polizia (un gruppo carabinieri, composto da 275 nazionali e 1 925 somali) e nel Corpo della Guardia di Finanza (19 nazionali e 97 indigeni). I tempi sono maturi e le circostanze favorevoli per compiere il passo definitivo dello scioglimento del Corpo di Sicurezza, la cui funzione può praticamente considerarsi esaurita in relazione all’assolvimento del compito, raggiunto in anticipo rispetto ai tempi previsti. È lo stesso Comando ad elaborare i piani riguardanti la nuova struttura militare da adottare in Somalia – trasmessi poi al 121


ministero degli Affari Esteri e a quello della difesa – in base alle direttive che consentono all’Amministratore fiduciario di formulare i decreti che dispongono: • lo scioglimento del Corpo di Sicurezza; • l’istituzione di un nuovo organismo denominato «Esercito Somalo»; • il riordinamento del Corpo di Polizia della Somalia. resta in vita un solo elemento nazionale, uno squadrone blindocorazzato, alle dirette dipendenze dell’Amministratore fiduciario. Sono, pertanto, presi tutti i provvedimenti idonei all’adeguamento dei reparti e vengono avviate tutte le operazioni necessarie al passaggio di responsabilità alle forze somale. tutto ciò si svolge senza il minimo incidente, pur nella particolare situazione politica del momento, determinata dalle elezioni che si sarebbero ultimate il 1° marzo 1956. Il 31 dicembre 1956, ha definitiva conclusione l’opera del Corpo di Sicurezza, che in tale data è definitivamente sciolto. oPErA SVoLtA dAL CorPo dI SICUrEzzA Nel fare un bilancio dell’opera svolta dal Corpo di Sicurezza, non si può non sottolineare che viene pienamente rispettato l’invito (e l’impegno) rivolto dal presidente del Consiglio, Alcide de Gasperi, il 26 febbraio 1950 alle truppe in partenza da Caserta: «…Soldati, la vostra missione è temporanea, ma la prova che voi darete dinnanzi al mondo sarà duratura ed io spero, definitiva: è questo l’auspicio sicuro con cui vi accompagna il popolo italiano…». La tutela dell’ordine pubblico, uno degli scopi fondamentali affidati al Corpo di Sicurezza, è assicurata in ogni momento, e gli incidenti – soprattutto nel periodo iniziale dell’amministra122

zione provvisoria, conseguenti ad una elaborata propaganda antitaliana ad opera di gruppi fortemente politicizzati – non sconfinano mai oltre i limiti delle normali attribuzioni di polizia, senza richiedere interventi di forze militari. Nel contempo, la dislocazione di presìdi, all’interno del territorio da sottoporre al controllo, richiede una notevole attività lavorativa per creare condizioni di vita possibili e garantire l’efficienza dei reparti, con conseguenze favorevoli sulle popolazioni locali, che possono anche loro usufruire di tali miglioramenti. Sono, infatti, costruiti alloggiamenti e vie di comunicazione, migliorate le piste e le strade già esistenti, con conseguente facilitazione degli scambi e dei contatti fra le popolazioni prima isolate; è realizzata una rete di collegamenti radio e una a filo di oltre 80 000 chilometri, che possono essere utilizzate anche a favore delle popolazioni locali. Un altro compito attribuito al Corpo di Sicurezza, la formazione e la preparazione delle Forze Armate, è presupposto fondamentale per l’indipendenza e la sovranità futura del Paese, e implica una profonda influenza indiretta su numerosi aspetti dello sviluppo sociale ed economico della Somalia. In particolare, è dato un valido contributo agli organi preposti all’elevazione scolastica delle popolazioni, soprattutto mediante la creazione della Scuola di perfezionamento per marescialli somali, un Collegio per i figli dei militari somali e Scuole per i militari, nonché altre istituzioni analoghe. Vari corsi militari, inoltre, sono svolti in Italia, offrendo, così, l’occasione non solo di un perfezionamento nello specifico campo militare, ma favorendo anche contatti, visite e conoscenze dirette della nostra organizzazione statale, con evidenti benefici riflessi in campo sociale.

La partecipazione a tali corsi, inoltre, richiede una selezione preventiva che trova grave ostacolo nell’analfabetismo e, pertanto, si cerca di superare tale critica circostanza mediante l’istituzione di corsi per analfabeti, che integrano efficacemente analoghi provvedimenti presi dalle autorità civili; indagini statistiche portano a stabilire che, nei soli primi due anni dell’Amministrazione fiduciaria, l’analfabetismo passa dal 76% al 26%. L’elevazione culturale dei quadri militari somali consente anche, oltre alla sostituzione dei quadri e degli specializzati nazionali, l’immissione nell’organizzazione civile somala di elementi idonei, tratti dagli esuberanti alle esigenze militari. Un contributo di notevole rilievo è dato anche dalle forze della marina e dell’Aeronautica che fanno parte del Corpo di Sicurezza. La marina provvede, in particolare, al miglioramento – ed in molti casi alla creazione ex novo – di installazioni e impianti portuali di vitale importanza per l’alimentazione logistica e lo sviluppo del Paese, così come l’Aeronautica pone concrete basi per lo sviluppo di installazioni aeroportuali, potenziando il campo di atterraggio di mogadiscio sino a renderlo idoneo al traffico internazionale diurno. Nel campo dei servizi, si hanno onerosi e gravosi impegni per assicurare l’alimentazione dei reparti in tutte le più svariate esigenze di vita e di assolvimento del compito. La distanza dalle fonti di produzione che si trovano in Italia, nonché delle basi logistiche dislocate sul territorio dei reparti utilizzatori, la carenza di mezzi e la modestia delle vie di comunicazione, costituiscono i più gravi problemi da affrontare, e si vanno aggravando di pari passo con le limitazioni di bilancio imposte dalla situazione nazionale. Le limitazioni provocano prima un rallentamento e successivamente la


chiusura dei flussi di rifornimento dall’Italia. Quest’ultimo provvedimento impone di far leva esclusivamente sulle risorse locali, che sono pertanto sollecitate alla creazione di fonti produttive sul posto. Queste difficoltà del Corpo di Sicurezza si rivelano, di riflesso, un enorme vantaggio per l’economia locale, che riceve impulsi e sollecitazioni ad accelerare i tempi dello sviluppo e del potenziamen-

to di quelle basi produttive ed economiche, presupposto minimo per l’emancipazione e l’affrancamento del Paese dal regime coloniale. CoNCLUSIoNI Negli anni immediatamente successivi alla conclusione della guerra, le Forze Armate italiane sono avviate sulla via della rico-

struzione in una situazione, interna ed internazionale, estremamente difficile e complessa. Non si ha, pertanto, la possibilità di riscontrare la capacità organizzativa dei Comandi e l’efficienza operativa del nascente Esercito, se non, per la prima volta, con l’approntamento e l’impegno del Corpo di Sicurezza. Questo riusce a dare, nel modo più completo, prova di alta efficienza, in condizioni di estrema difficoltà derivanti dall’impiego in un territorio tanto lontano dalla madrepatria e in un periodo in cui la crisi della guerra e la posizione di Stato ex colonizzatore sono ancora troppo recenti e non del tutto superati. L’attività del Corpo di Sicurezza è sicuramente favorita dal fatto che tutti i Comandanti e gregari operano con la massima serietà ed impegno, improntando la propria azione a spiccato senso del dovere, a grande compostezza disciplinare ed al più profondo rispetto della popolazione indigena, nella più precisa volontà di aiutare la Somalia a raggiungere nel minor tempo possibile l’indipendenza. Si può, quindi, concludere affermando che se gli obiettivi fondamentali del sistema dell’Amministrazione fiduciaria sanciti dalla carta dell’oNU. sono pienamente raggiunti in Somalia, è anche perché a tale obiettivo offre largo e sostanziale contributo il Corpo di Sicurezza delle Forze Armate italiane, il quale ha il difficile compito di dar vita all’organizzazione militare somala e di concorrere, così, alla creazione dell’indipendenza di quello Stato. Uno Stato che avrà, anche dopo il periodo di amministrazione fiduciaria, parte nella storia militare italiana, sino all’ultimo impegno sostenuto alcuni anni fa, nell’ambito dell’operazione «Ibis». Ž

* Colonnello, Capo Uffico Storico dello Stato maggiore dell’Esercito 123


Optimum princeps, Traiano fu un sovrano assoluto capace d’usare il potere senza abusarne. Non a caso viene ricordato come il piÚ grande degli imperatori.

di Carmine Fiore *

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S

oldato ed amministratore, uomo forte e giusto: queste le caratteristiche salienti del grande Imperatore Traiano. Con lui inizia il periodo di maggiore splendore dell’Impero. Sotto la sua guida Roma raggiunse la sua massima espansione. Governò Roma per 20 anni, ma per oltre 10 fu impegnato all’estero per combattere guerre difensive e di espansione. Già dopo due anni dalla sua elezione, per la prima volta nella storia romana, il Senato gli attribuì l’appellativo di Optimus, il migliore, ma lui ne proibì l’inclusione fra i titoli ufficiali per circa 15 anni. Era nato il 18 settembre 53 d.C. ad Italica, una cittadina spagnola, vicina all’odierna Siviglia, fondata da Scipione l’Africano. Il padre era stato Senatore, Console e

poi Proconsole d’Asia. La madre era spagnola. La sua vita privata fu caratterizzata dalla scelta di essere soldato. La durata del suo servizio in qualità di tribunus militum fu, infatti, molto lunga. Egli percorse tutti i gradi della carriera ordinaria (quaestor, praetor, legatus) ed ebbe così modo di conoscere le frontiere e le condizioni di vita di un Ufficiale, trascorrendo molto del suo tempo all’estero. Traiano era stato Console nel 91 e fu poi inviato in Germania quale Governatore nel 96. Quando, nel 97, l’Imperatore Nerva l’associò al potere, nominandolo suo erede, comandava ancora le truppe di stanza nella Germania superiore. Non era parente di Nerva che lo designò soltanto perché lo considerava «il migliore».

Nerva moriva tre mesi dopo senza neanche aver rivisto il figlio adottivo. La notizia dell’elezione raggiunse Traiano a Colonia, dopo una gara di messaggeri che fu vinta da un suo cugino e futuro successore P. Elio Adriano. Diventava Imperatore il 27 gennaio 98, all’età di 45 anni. Fu il primo Imperatore nato fuori d’Italia. Il dominio romano rivelava, così, il suo carattere supernazionale. Nominato Imperatore non si recò subito a Roma, preferendo rimanere ancora sul Reno e sul Danubio per turare le falle che si aprivano nei confini dell’Impero. Fece il suo ingresso a Roma due anni dopo, entrandovi non in lettiga, come un Re orientale, ma a piedi, da cittadino qualunque 125


Legionario che combatte con la testa di un barbaro fra i denti. Dalla Colonna Traiana (XXI Rapax).

(tanto era alto e svettava su tutti). Scelse come dimora un palazzo di modeste proporzioni, vivendovi da uomo probo. Quando, finalmente, si recò in Senato per la cerimonia d’investitura, il Senatore Plinio gli rivolse un lungo «panegirico» (durato parecchie ore) in cui, fra l’altro, gli chiese un maggiore coinvolgimento del Senato nella conduzione degli affari pubblici. E Traiano accolse di buon grado questa richiesta, chiamando molti Senatori a governare i domini romani. Tuttavia esercitò su di essi un controllo molto serrato, occupandosi minuziosamente dei bisogni delle varie Province ed avocando a sé, per esempio, i permessi per la costruzione di edifici di uso pubblico. Questo controllo gli permise di colpire molti Senatori che si erano appropriati illegalmente di varie ricchezze, approfittando anche della politica indulgente del precedente Imperatore Nerva. Numerosi furono i processi per casi di malgoverno delle province, anche se il Senato emise generalmente sentenze compiacenti. Negli anni, Traiano sottrasse autorevolezza al Senato istituendo un Consilium Principis, organo giudicante collegiale di cui fecero parte celebri giuristi. Aveva un senso di dirittura morale che ne faceva un ottimo amministratore della cosa pubblica. E riconobbe sempre la supremazia della legge, anche di fronte alla volontà dell’Imperatore. Il potere non gli diede mai alla testa. Interpretò il ruolo di Imperatore conferendogli innanzitutto il carattere di un servizio. Abolì subito i rituali onorifici connessi con la regalità: il palanchino ondeggiante con i battistrada, l’abbraccio al piede dell’Imperatore, il bacio della mano e tutti quei degradanti simboli caratteristici di una monarchia orientale. Con la sua apertura di cuore e con la naturalezza 126

delle maniere si guadagnò l’affetto delle due classi più influenti nello Stato: i soldati ed il Senato. Era un formidabile lavoratore. Le sue idee politiche erano quelle di un conservatore illuminato che credeva più alla buona amministrazione che alle grandi riforme. UNA POLITICA ESTERA E mILITARE OFFENSIvA Se, a giudizio degli storici, il principale merito di Traiano ver-

so Roma deriva dalla sua attività amministrativa, la sua fama plurisecolare è dovuta soprattutto alle sue imprese militari. Escludeva la violenza, ma sapeva ricorrere alla forza. Abile stratega, saggio amministratore, uomo giusto, soldato con mentalità da soldato, riteneva che la miglior difesa fosse l’attacco. In politica estera, infatti, abbandonando la linea difensiva seguita dai suoi predecessori, organizzò nuove guerre di conquista; di nuovi territori aveva bisogno


Gruppo di arceri orientali di unità ausiliaria romana. Dalla Colonna Traiana (Iv Scythica).

per sostenere la sua politica interna d’assistenza ai bisognosi e per risolvere la crisi economica che procedeva irreversibilmente, con un livello di tassazione molto elevato. Le nuove terre, inoltre, avrebbero assicurato nuove masse di schiavi e la possibilità di insediare coloni italici nelle regioni conquistate. Per fare questo aveva bisogno di un Esercito affidabile. E fu questa la sua prima cura. Creò nuove Legioni, ma, soprattutto, impose un nuovo senso della disciplina con un serrato programma d’addestramento e con un nuovo rapporto fra soldati, Comandanti ed Imperatore. Credeva fortemente nel valore dell’esempio. Condivideva le fatiche e le ansie dei suoi soldati, con cui familiarizzava chiamandoli per nome e che redarguiva se necessario. Il suo ascendente sui soldati gli procurò una dedizione, una fedeltà ed un rispetto ogni giorno più alti. Un dato è sicuro: la reciproca lealtà fra l’Esercito e Traiano fu assoluta e forse nessun altro Imperatore seppe, come lui, ottenere dai propri Soldati risultati altrettanto fruttuosi. Le principali guerre di Traiano furono due: quella dacica e quella armeno-partica. Da ricordare, inoltre, anche la conquista dell’Arabia nord occidentale. LA CONQUISTA DELLA DACIA (101 - 106) Nei mesi trascorsi sul fronte germanico dopo la sua elezione, Traiano ebbe il tempo di pensare ad una politica estera il cui scopo fondamentale era quello di riprendere alla mano il problema della Dacia (attuale Romania). Il possesso di questa regione consentiva, infatti, il raggiungimento di una stabile linea difensiva per sbarrare il passo alle infiltrazioni

di barbari verso occidente. Essa avrebbe consentito, inoltre, un tranquillo sviluppo delle adiacenti regioni romane della mesia (odierna Bulgaria) e della Tracia (Grecia orientale). La Dacia era stata un problema per i Romani anche negli anni precedenti. Era un vicino sempre pericoloso, un faro per l’unione di tutti i popoli del medio e basso Danubio. Nell’85-86, Domiziano aveva pensato di risolvere la difficile situazione con il pagamento di somme di danaro, date in sussidio per ottenere la collaborazione delle tribù più civili o la neutralità di quelle più turbolente lungo i propri confini. La scelta appariva incomprensibile e vergognosa per i contemporanei. La politica di Domiziano rappresentava l’espediente provvisorio più saggio, ma non poteva essere considerata una soluzione definitiva. Essa poteva aver successo solo nei casi in cui i beneficiari erano troppo deboli o disuniti per costituire un pericolo per le vicine province romane. I daci, invece, erano un popolo unito, conscio della propria nazionalità

e ben organizzato, agli ordini di un principe geniale, Decebalo, che nutriva un odio indomabile verso l’Impero e che tentava di coinvolgere sia le tribù vicine sia i lontani Parti (Estremo Oriente) in una guerra congiunta contro i romani. La conquista della Dacia, oltre che dalla sicurezza dei confini, era dettata anche da altri motivi eminentemente pratici: le miniere d’oro e la possibilità di procurarsi una grande massa di schiavi. Con l’oro Traiano poteva costruire opere pubbliche in mezzo impero. La conquista della Dacia si realizzò con due guerre: • la prima, dal 101 al 102; • la seconda, dal 105 al 106. La prima guerra dacia fu iniziata, nel marzo del 101, dallo stesso Traiano il quale temeva un’invasione della mesia, regione romana confinante con la Dacia, da parte di Decebalo approfittando del fatto che il Danubio era gelato. Decebalo era ormai giunto al culmine del suo prestigio e Traiano valutò che il procrastinare 127


Germani probabilmente appartenenti ad un reparto di numeri. Dalla Colonna Traiana.

l’impresa avrebbe reso più difficoltoso il successo. In realtà, già dal 98-99, Traiano aveva realizzato una serie di predisposizioni tattiche fra cui la costruzione di una nuova strada che sarà utilizzata per l’avanzata. Traiano fece gettare sul Danubio due grandiosi ponti sui quali transitarono due colonne per un totale d’ottantamila legionari romani. Le due colonne si riunirono a Tibiscum e proseguirono fino a Tapae e al passo delle cosiddette Porte di Ferro che immettevano nella Dacia vera e propria (l’uso di colonne separate per penetrare in una regione difficile e per dividere il nemico nei punti strategici è una tattica che Traiano adottò anche in futuro contro i Parti). 128

Decebalo si ritirò nel tentativo di trascinare i romani in zone impervie, allungare le loro linee di comunicazione ed isolarli nelle montagne della Transilvania. ma, durante l’avanzata, Traiano costruiva campi base e fortezze (Lederata, Tibiscum) per consolidare le conquiste e rendere possibile l’afflusso di rinforzi e di rifornimenti. Nella sua visione tattica della situazione, infatti, un posto di primo piano era sempre riservato ai problemi logistici. A Tapae, nel 102, ebbe luogo la prima battaglia campale della guerra, conclusasi con una vittoria non decisiva dei romani. Nella zona fu elevata un’ara sacra dedicata agli innumerevoli caduti romani. Resosi conto della forza

intrinseca delle difese delle Porte di Ferro, nella primavera successiva Traiano cambiò linea di gravitazione del suo sforzo e penetrò in Dacia attraverso il passo della Torre Rossa, anche se, per questa strada, la linea delle comunicazioni era molto più lunga e debole. Questa manovra realizzò la sorpresa tanto che il passo fu superato prima di essere bloccato da un contingente di Daci. Ormai Traiano era al centro dell’anello dei Carpazi. L’obiettivo principale dello sforzo, la capitale dacia Sarmizegetusa, era ormai a portata di mano. ma un’azione diretta contro la capitale avrebbe esposto il fianco sinistro romano alle offese derivanti da una linea di fortezze dacie situate sui contrafforti dei monti. Traiano, ancora una volta, modificò il centro di gravitazione del suo sforzo e diresse la sua colonna principale contro le fortezze, che furono distrutte una ad una. In tal modo realizzava anche il principio della massa e del frazionamento dell’avversario. Decebalo impiegò tutte le sue forze per soccorrere le fortezze e, quando l’ultima di queste fu espugnata, la strada per la capitale era ormai da considerarsi aperta e la guerra ormai vinta. Decebalo per risparmiare gli orrori di un inutile assedio capitolò, presentandosi nel campo di Traiano. La pace fu realizzata nel 102 ed accordata in termini abbastanza miti. A Decebalo rimanevano, infatti, i monti della Tracia con le loro miniere d’oro. varie sono le motivazioni che possono aver suggerito questa clemenza da parte di Traiano: • l’eccessiva fiducia nella portata del successo realizzato; • la difficoltà di mantenere in Dacia, per tutto un inverno, un Esercito per la conquista del-


l’intera regione; • il riconoscimento del valore personale dello stesso Decebalo, che poteva diventare un fedele alleato di Roma. Tuttavia, entrambi i condottieri conservavano la riserva mentale di prepararsi meglio ad un’eventuale nuova guerra. Traiano, infatti, non spostò dall’area nessuna delle Legioni che avevano preso parte alla campagna. Dopo qualche anno, nell’autunno del 105, Decebalo passò all’azione invadendo la mesia e sorprendendo inizialmente i Romani. Aveva così inizio la seconda guerra dacia. Nonostante la prospettiva dell’imminente inverno e le avverse condizioni del mare, Traiano salpò da Ancona con una cospicua flotta fino a Zara. Con lui era anche il cugino Adriano (suo futuro successore). Seguì una linea d’avanzata diversa da quella della prima guerra dacia. Probabilmente passò dalla Dalmazia ed avanzò con grande velocità operativa. Era deciso a colpire ancor prima dell’arrivo dei rinforzi anche per impedire una propagazione della rivolta ad altre tribù. E, questa volta, era deciso a conquistare l’intera regione della Dacia. Dopo aver riunito le forze, attraversò il Danubio sul grande ponte in pietra che l’architetto Apollodoro di Damasco aveva eretto a Drobetae durante il breve periodo di pace. L’attacco fu condotto da due direttrici, quella delle Porte di Ferro e quella della Terra Rossa. Superate queste posizioni, l’offensiva si diresse sulla capitale Sarmizegetusa che fu occupata dopo disperata resistenza. La conquista della capitale non concluse tuttavia la guerra. Traiano si rendeva ben conto che il problema dacio si sarebbe risolto solo con la morte del re Decebalo. Questi, infatti, aveva tentato di ritirarsi verso il nord per riordinare le proprie forze e per chiamare alla rivolta nuove tribù. ma la caccia romana fu spietata. Decebalo si

diede alla fuga, ma incalzato e raggiunto dalla cavalleria romana, per non cadere prigioniero, si tolse la vita. I romani gli mozzarono la testa e la mandarono a Roma come trofeo. La capitale Sarmizegetusa da allora in poi fu chiamata Ulpia Traiana. Per dare un assetto definito alle sue conquiste, questa volta, Traiano mise in atto delle misure di sicurezza molto aspre attenendosi al motto: «sugli altopiani daci il presupposto per la pace è la desolazione». Almeno cinquantamila prigionieri furono inviati a Roma come schiavi o per concludere la loro vita come gladiatori. La Dacia fu ordinata in Provincia. Una popolazione poliglotta sostituì quella indigena. Fra essi, numerosi coloni romani che iniziavano, in tal modo, una radicale latinizzazione della zona i cui effetti si risentono ancora oggi. I ridenti pascoli furono assegnati in affitto. Esperti funzionari imperiali si occuparono di estrarre l’oro dalle miniere dei monti della Tracia, mentre altri tecnici scavavano per la ricerca d’argento, ferro e sale. Alcune parti della dacia furono assegnate alla mesia. L’obiettivo di rendere sicure le frontiere danubiane era stato raggiunto. L’assetto militare da lui studiato garantiva loro la pace e

Arceri orientali. Dalla Colonna Traiana

nella sua politica d’incivilimento si trovavano i germi della loro forza futura. Traiano vide con molta chiarezza che nelle provincie del Danubio si trovava la chiave della prosperità e della sicurezza dell’Impero. Ad esse occorreva rivolgere molta attenzione perché esse formavano la spina dorsale della frontiera più sensibile. La storia gli avrebbe poi dato ragione: Roma cadrà a seguito dell’invasione dei barbari provenienti dalla frontiera danubiana! In questo Traiano vide giusto. E se si fosse accontentato dei suoi allori danubiani egli si sarebbe potuto vantare di aver reso a Roma un ottimo servigio. Sfortunatamente una valutazione erronea dei suoi successi gli fece volgere l’attenzione ad Oriente, e la sua infruttuosa campagna partica mise a repentaglio quella stabilità così duramente conquistata. LA CONQUISTA DELL’ARABIA NORD OCCIDENTALE (NABATIA) Quasi contemporaneamente al129


la guerra dacia, nel 106, fu conclusa la conquista del regno dei Nabatei (Arabia nord occidentale). Nel 101, infatti, alla morte del Re Agrippa II, senza successori diretti, Roma aveva inglobato quel regno nella nuova provincia della Giudea. Si acquisiva in tal modo una sottile striscia di terreno che consentiva il collegamento con l’Egitto (già colonia romana). La continuità raggiunta appariva però troppo esile. Per darle profondità e consistenza non restava che acquisire il regno vassallo dei Nabatei (corrispondente all’odierna Giordania), che Traiano fece conquistare nel 106 con relativa facilità. Ormai tutte le rive del mediterraneo erano in mano romana ed il mediterraneo diventava veramente il «mare Nostrum». I territori della Nabatea e della Giudea, inoltre, potevano servire quale piattaforma per l’avvio di future operazioni in direzione dell’Oriente. IL FRONTE ORIENTALE (LA GUERRA ARmENO-PARTICA) Da buon stratega, Traiano aveva combattuto la guerra per la conquista della Dacia, dopo che si era assicurato un periodo di relativa tranquillità alla frontiera orientale (l’attuale medio Oriente). In conformità a queste predisposizioni strategiche, egli aveva potuto realizzare la conquista della Dacia, durata, come visto, ben quattro anni. Un trionfo di tale importanza poteva bastare per una generazione; tentare una seconda guerra su scala molto più vasta, dopo meno di un decennio, rappresentava una spesa assai onerosa per le risorse imperiali. mancò in Traiano questa visione geostrategica della situazione e cominciò a rivolgere ora la sua attenzione al fronte orientale. Fu l’attrazione fatale del gran condottiero! Conquistata la Nabatea (Arabia nord occidentale), 130

tutto appariva pronto per dare inizio alla guerra contro i Parti e realizzare il sogno d’ogni condottiero romano: vincere i Parti e portare i legionari sulle rive del Golfo Persico. Per quest’impresa, Traiano, aveva realizzato alcune predisposizioni tattiche: • lastricando le strade per facilitare le comunicazioni ed i rifornimenti; • scavando pozzi e cisterne perché al suo Esercito non mancasse l’acqua;

• realizzando l’importante strada che collega Damasco ed Akaba, sul mar Rosso; • costruendo strade di raccordo secondarie; • fortificando alcuni centri strategicamente nevralgici per la protezione delle vie di comunicazione. Con l’Armenia e con i Parti i Romani avevano avuto varie controversie in gran parte irrisolte. L’Armenia ed il regno dei Parti erano rimaste sempre una spina


Sopra. Interno di accampamento. Dalla Colonna Traiana. A sinistra. Soldati di sentinella. Dalla Colonna Traiana.

nel fianco di Roma fin dal tempo di Pompeo ed Augusto. Lo stesso Traiano si era trovato a fronteggiare «la fierezza e l’orgoglio» dei Parti, al tempo in cui era giovane Tribuno agli ordini del padre. Egli immaginava di risolvere il problema una volta per tutte, di consolidare il disegno imperiale d’Augusto e di lasciare in eredità ai suoi successori uno Stato unificato, rispettato, sicuro. A ciò lo spingevano anche il ricordo del successo d’Alessandro il Grande ed il desiderio di riscattare le sconfitte subite da Crasso e da Antonio. Lo spunto per la guerra fu dato, nel 110, dal nuovo Re dei Parti Chosroe, che, succeduto al fratello Pacoro II, manifestò subito atteggiamenti antiromani.

In particolare, Chosroe scacciò il Re dell’Armenia Axidares ed insediò il nipote Parthamisiris, senza chiedere il nulla osta romano, com’era previsto da accordi di pace stipulati negli anni precedenti con Nerone. Traiano colse l’occasione: egli non aveva cercato la guerra, ma vi si era preparato e non vi è ragione di dubitare che egli accogliesse favorevolmente la congiuntura per chiarire, una volta per tutte, la mai composta questione armena. Glielo imponeva anche la sua posizione di Imperatore che, dopo la conquista della Dacia, aveva restituito a Roma il senso della sua missione imperiale. Il conflitto iniziò nel 113. Traiano occupò l’Armenia e la dichiarò provincia romana, nonostante che il Re Parthamisiris gli avesse deposto la corona ai piedi con l’intima speranza che gliela riponesse sulla testa. Nell’inverno degli anni 114-115 fu conquistata la mesopotamia che divenne provincia romana. La campagna aveva riportato un successo che supera-

va ogni previsione e aveva dato non una ma due nuove province all’Impero (Armenia e mesopotamia). Invece di fermarsi, Traiano preparò una nuova campagna per l’anno successivo. Durante l’inverno le foreste della zona furono ampiamente disboscate per la costruzione di barche e di pontoni necessari all’attraversamento dei fiumi. Si conferma in tal modo la capacità «genieristica» che ha consentito ai romani la realizzazione di tante grandi imprese. L’ipotizzata conquista della capitale partica Ctesifonte (vicino all’odierna Baghdad) poneva un rilevante problema logistico: le truppe romane dovevano abbandonare le terre abbastanza fertili della mesopotamia per inoltrarsi nel deserto. Il problema fu risolto servendosi delle vie fluviali dell’Eufrate e del Tigri. Furono realizzati vascelli di notevole stazza, capaci di navigare lungo il corso del Tigri fin dal confine siriaco, creando così una linea di comunicazioni sufficiente e basi di rifornimento mobili. 131


vittoria che scrive sullo scudo. Dalla Colonna Traiana.

iranici era un’impresa ardua e bisognava ora organizzare la vita e l’amministrazione delle nuove province. Prima di procedere alla revisione dell’assetto definitivo, Traiano effettuò un’ultima avanzata. Nell’inverno del 115-116 discese fino alla foce del Tigri. Roma aveva raggiunto il Golfo Persico entrando in possesso della via commerciale dalla mesopotamia all’Estremo Oriente. ma lo spirito dei Parti non era completamente domato. Con le loro veloci bande di cavalieri armati d’arco svilupparono un’intensa guerriglia antiromana. Questa volta l’Imperatore si rese conto che, con territori così sterminati e con popolazioni dall’animo irrefrenabile, era impossibile per Roma esercitare un valido controllo della situazione. Decise, quindi, di giocare il tutto per tutto con un’audace azione politica: • incoronò uno dei capi ribelli più pericolosi come re vassallo di Roma; • assegnò il trono dell’Armenia al figlio di un altro dei capi più pericolosi.

Nella primavera del 116 Traiano si mosse per la conquista della Babilonia e dell’Assiria, operando con due colonne lungo la direttrice dei due fiumi. Lo sforzo principale era lungo il Tigri ed egli assunse personalmente il comando di questa colonna. Il passaggio del Fiume Tigri fu aspramente contrastato, ma, ingannando il nemico con numerose finte e coprendo i genieri con uno sbarramento di fanteria ed arcieri disposti su navi ancorate lungo la corrente, fu possibile costruire un ponte di barche e farvi transitare le truppe. 132

La colonna operante lungo l’Eufrate penetrò nella regione di Babilonia e si ricongiunse a quella principale per tentare l’assedio della capitale del regno partico Ctesifonte. I grandi vascelli utilizzati da questa colonna lungo l’Eufrate furono trasferiti attraverso il deserto fino al Tigri perché erano molto utili per l’assedio di Ctesifonte. La capitale del regno partico non resistette a lungo all’assedio. La guerra sembrava ormai conclusa, anche se Osroe era riuscito a fuggire. Inseguire Osroe sugli altopiani

Il suo disegno politico, tuttavia, non resse a lungo perché vi furono nuovi rivolgimenti nelle terre conquistate. L’età (l’Imperatore aveva ormai superato la sessantina), la stanchezza, la salute minata dalle privazioni e dagli sforzi (soffriva di idropisia), l’esigenza di controllare una nuova rivolta ebraica esplosa in Cirenaica lo indussero a desistere dall’avviare una nuova guerra contro i Parti. Lasciò l’Esercito al cugino Adriano, nominandolo Legatus di Siria, ed intraprese il viaggio di ritorno verso l’Urbe. Rimpianse d’essere troppo vecchio per imbarcarsi e muovere alla conquista dell’India e dell’Estremo Oriente, secondo il sogno d’Alessandro il Grande. ma


era destino che non dovesse più rivedere neanche Roma! LA RIvOLTA EBRAICA Traiano non era un persecutore dell’ebraismo. ma gli ebrei non amavano Roma. Era vivo in loro il ricordo della perdita patita di Gerusalemme e della distruzione del tempio di Salomone. Nel 114, per combattere la guerra contro i Parti, Traiano aveva sguarnito i presidi militari di molti paesi orientali. Agli ebrei parve, allora, che fosse arrivato il momento di attaccare. La rivolta cominciò, nel 115, dalla Cirenaica, la provincia romana più sguarnita di presidi, e si estese rapidamente all’Egitto, all’isola di Cipro ed alla mesopotamia. La repressione fu orrenda. I Generali inviati in Egitto perpetrarono un vero e proprio sterminio. La stessa cosa avvenne in altre regioni. Gli ebrei superstiti corsero a rifugiarsi nelle zone interne dell’Africa. LE OPERE PUBBLIChE Pur essendo celebrato per la sua modestia e pur essendo d’indole pragmatica, Traiano si rendeva ben conto che i monumenti celebrativi e, soprattutto, le opere pubbliche erano necessari per accrescere il consenso popolare. Per quanto riguarda le opere pubbliche le sue principali realizzazioni furono: • l’estensione e la manutenzione della rete viaria senza trascurare alcuna regione dell’Impero; • la sistemazione e l’ampliamento dei porti per favorire l’attracco delle navi (Sicilia, Civitavecchia, Ostia, Ancona, etc.); • la fondazione di colonie; • la costruzione di ponti (famosi quello sul Tago, presso Alcantara, e quello sul Danubio a Drobetae. Quest’ultimo era lungo oltre 1 100 metri, alto 27 metri

ed aveva una larghezza di 12 metri, un’impresa assolutamente straordinaria per quei tempi); • la realizzazione d’acquedotti in Italia (come quello che dal lago di Bracciano portava l’acqua a Trastevere), in Spagna, in Dalmazia, in Arabia, in Egitto, etc.; • il restauro del canale che congiunge il Nilo con il mar Rosso (cui diede il nome di fiume Traiano); • la ristrutturazione della via Appia. Per abbreviare il percorso fino a Brindisi, realizzò, a partire da Benevento, una variante della via Appia. La nuova strada fu chiamata Appia-traiana e può essere considerata l’antenata delle nostre autostrade; • il tentativo (non pienamente riuscito) di prosciugare le paludi pontine; • le terme sul Colle Oppio; • la realizzazione di un’area per la Naumachia (simulazione di battaglia navale), sulla riva destra del Tevere vicino all’attuale Castel S. Angelo; • il restauro e l’ampliamento del Circo massimo; • il riordino dei cunicoli delle cloache romane;

Insegne di reparto all’ interno di un accampamento. Dalla Colonna Traiana.

• il rinforzo degli argini del Tevere per impedire alluvioni e la costruzione di un canale per far defluire le acque delle piene. Per quanto riguarda i suoi principali monumenti, Traiano si avvalse del grande architetto Apollodoro di Damasco. A questi si deve il Foro traiano, il più grande ed il più splendido dei fori imperiali. Grande quanto tutti gli altri Fori imperiali messi insieme. Si tratta di uno dei monumenti più fastosi di tutti i tempi, racchiuso in un complesso di straordinaria imponenza cui si accedeva attraverso un marmoreo arco trionfale. Accanto al Foro traiano, furono realizzati i mercati traianei, simili ad un centro commerciale d’oggi con circa 150 negozi (pur non essendoci ancora i frigoriferi, vi era anche un mercato ove i pesci erano tenuti vivi in vasche d’acqua dolce o salata a seconda che si trattasse di pesce di lago o di mare). 133


Legionari intenti alla mietitura. Dalla Colonna Traiana.

Per ricordare la conquista della Dacia, nell’ambito del complesso architettonico del Foro traiano, fu inserita anche la Colonna traiana, alta circa 30 metri, larga 4 metri e sormontata da una statua dell’Imperatore. Essa era originariamente colorata e nasconde all’interno una scala a chiocciola di 185 gradini. Attorno alla Colonna si avvolge, per 23 giri, un fregio di marmo a spirale, alto un metro e lungo 200 metri, su cui, con circa 2 500 figure sono raccontate le vicende della conquista della Dacia (può essere considerata l’antenata dei moder134

ni sceneggiati televisivi). È un’incisione troppo gremita per essere bella, ma dal punto di vista documentario è molto interessante. Per espressa volontà dell’Imperatore, ai lati della colonna traiana, furono costruite due biblioteche, una per i testi latini ed una per i volumi in lingua greca. LE OPERE SOCIALI, FINANZIARIE E POLITIChE Per mantenere la prosperità in Italia e permetterle di conservare il suo primato all’interno dell’Impero, erano necessari provvedimenti ben più drastici del puro e semplice miglioramento delle vie di comunicazione. Pertanto la ca-

ratteristica principale delle iniziative promosse da Traiano nel campo sociale fu l’interessamento per le nuove generazioni. Sui Plutei, che ora sono conservati nella Curia (sede del Senato, ubicata all’interno dell’area del Foro romano), si vede Traiano che brucia i registri delle tasse e che instaura l’istitutio alimentaria. Quest’istituto era stato introdotto dal predecessore Nerva, ma sotto Traiano trovò la sua piena realizzazione. Grazie ai soldi della conquista della Dacia, Traiano ripopolò di contadini liberi l’Italia, fornendo loro terra, sementi, attrezzi e casa, chiedendo in cambio un moderato interesse annuo. In tal modo risollevò le condizioni dell’agricoltura. Con gli interessi istituì collegi per ragazze e ragazzi poveri e per gli orfani dei suoi legionari cui erano elargiti sussidi mensili (16 sesterzi per i ragazzi e 12 per le ragazze). In tal modo, garantendo loro cibo ed istruzione, assicurò all’Impero una classe di tecnici e militari che costituirà l’ossatura dei futuri regni di Adriano e Antonino. Fra le iniziative di Traiano per favorire la ripresa economica dell’Italia vi è da menzionare anche l’introduzione dell’obbligo, per la classe senatoria, di avere almeno un terzo del loro capitale investito in Italia. Inoltre alcune città italiane furono ripopolate con nuclei di veterani e furono posti limiti all’emigrazione dall’Italia. Infine, gli italici ed i provinciali poterono usufruire dell’abrogazione di alcune tasse ed i romani godettero di concessioni ancora maggiori. Furono avviate le prime organizzazioni di categoria come quelle dei fornai e dei trasportatori romani. Traiano aveva ereditato da Nerva, se non un deficit, almeno la prospettiva di difficoltà finanziarie. La situazione fu fronteggiata sia con economie sia con la conquista delle miniere d’oro ed argento della Dacia. Nonostante gli


medico militare che soccorre i feriti sul campo di battaglia. (Dalla Colonna Traiana).

oneri connessi con le guerre in Oriente, si può affermare che Traiano consegnò al suo successore Adriano un impero prospero e con buone prospettive finanziarie. In campo giudiziario, fu accelerato l’iter dei processi; fu consentita la confessione con la confisca della metà dei guadagni illeciti; le accuse anonime furono proibite; i condannati in contumacia ebbero diritto ad un nuovo processo; non potevano essere pronunziate condanne se sussisteva la più piccola ombra di dubbio (in dubio pro reo). LA mORTE Nel luglio del 117, durante il viaggio di ritorno verso Roma, al termine della guerra contro i Parti, dovette fermarsi in Cilicia per una trombosi cerebrale. Qui morì l’11 agosto, a 64 anni, dopo aver regnato per circa un ventennio. Per i romani era fondamentale che i defunti venissero sepolti all’esterno del Pomerio, il limite sacro della città. Il corpo di Traiano, invece, fu ospitato in un’urna d’oro entro la base della sua colonna, nel cuore della città. Con lui fu poi sepolta Plotinia, sua unica moglie cui fu fedele per tutta la vita (cosa assolutamente insolita per quei tempi, in cui, per le classi superiori, un matrimonio era valutato, soprattutto, in termini di opportunità politica o di convenienza economica). molte volte nella sua persona sono state celebrate le ragioni della civiltà e dell’incivilimento (oggi si direbbe cultura in senso lato). I romani affermavano che i buoni Imperatori «abitavano» le virtù. E Traiano era un buon Imperatore! In lui sembrò attuarsi una conci-

liazione fra principato e libertas. Dante lo ricorda nel canto X del Purgatorio, ne celebra le doti di giustizia con versi tra i più belli. Secondo la tradizione dantesca Gregorio magno, colpito dalla generosità dell’Imperatore, avrebbe ottenuto da Dio la sua resurrezione per il tempo necessario ad impartirgli il battesimo, consentendogli così di entrare in Paradiso, nel cielo di Giove e precisamente fra i sei spiriti giusti che formano l’occhio della mistica aquila. Dante riteneva, così, che l’ingresso in Paradiso fosse dovuto al senso di giustizia che, almeno in quel caso, poteva prevalere sulla fede. Dopo di lui, ogni nuovo Imperatore venne salutato dal Senato con le parole «Sii più benefico di

Augusto e più giusto di Traiano». Sotto la sua guida ispirata, Roma riacquistò fiducia non solo nella sua sicurezza interna, ma anche nel suo destino imperiale. Tuttavia, la politica di conquista seguita da Traiano, alla fine, si sarebbe rivelata come una damnosa hereditas per l’Impero che egli cercava di rafforzare. In ogni caso, una personalità del genere era necessaria all’Impero romano proprio quando visse Traiano; un soldato ed un amministratore, un uomo forte e giusto. Ž maggior Generale, Capo del Iv Reparto di SmD 135


SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN conventional, offensive and defensive weapons. The second one is based upon a series of both political (the will to use force) and technical factors (mobile strategic forces availability).

Clausewitz, the Prussian, interview with Gian Enrico Rusconi, by Danilo Moriero (p. 4). The interview deals with Rusconi’s last literary effort about Clausewitz’s thought. When the Prussian talks of politics he means the sovereign: «all sovereignty is in the sovereign». Therefore, his thought is not liberal in the modern sense. Nevertheless, he acknowledges the concept of people: «You cannot make war without the people on your side». Clausewitz’s modernity lies in not regarding war as an abstract thing, but as a social fact, closely related to men’s life. To understand his philosophical thought, you should keep in your mind his life story as a man and a soldier in Prussia during eighteenth and nineteenth century. Multinational Forces. The Army new Frontier, by Giorgio Cuzzelli (p.10). The Italian Army has taken on an important role on world scenery, mainly due to its high integrability level, reached in international contexts. The new challenge lies in undertaking cooperation with multinational forces born outside NATO and EU/WEU, like: the SHIRBRIG (Standby High Readiness Brigade for United Nations), meant to supply the United Nations with an effective rapid intervention capacity; the MPFSEE (Multinational Peace Force South Eastern Europe), devoted to South Eastern Europe subregional co-operation and stability; the MLF (Multinational Land Force) aimed to common security and international co-operation. Power Parameters, by Vittorio Barbati (p.22). The power of a State or a coalition is the result of material and immaterial factors. In the present historical phase, military capacity may be estimated by two parameters: «deterrence power» and «force projection». The first parameter is based upon the response effectiveness to a sudden attack, joining nuclear,

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A new Army for a new Europe, by Gianandrea Gaiani (p.30). The dream of a European military integration might come true today. The lessons learned from the conflict with Serbia have led WEU and the European Union to the decision of creating a «Eurocorps» aimed to handle unstable situations linked to changed international frameworks. So as to make the resolution of last December Helsinki summit-meeting concrete, member Countries should put forward new resources and above all a strong political engagement. Conventional Forces Treaty in Europe (CFE), by Maurizio Boni (p.38). The agreement, signed last 18th November in Instanbul, aims to bipolar opposition overcoming by introducing the «National Ceiling» (NC) in the place of the armaments and equipments mutual limits fixed in 1992. So as to avoid forces massings and their destabilization effects, it was resorted to the determination of «Territorial Ceiling», which is the maximum equipment level fixed by the Conventional Forces Limited Equipment Treaty in Europe (TLE), where are also included possible foreign forces present on the territory. New negotiation hypothesis with OSCE Countries are under way to give more effectiveness to this effort aimed to limit and cut conventional weapons in Europe. Austria. The new Armed Forces, interview with Horst Pleiner, by Enrico Magnani (p.46). Austria has started an Armed Forces reorganizating process to adapt to the new international mission requirements. The efforts are aimed to building a military implement capable to fit suitably in the multinational contingents, to contribute to security defence in Europe and peace keeping in the world. The new Communication Frontier, by Ornella Rota (p.52). Might computers and internet’s use increase the disparities already present

in this world? Sociologists, philosophers and even psychologists have been trying to answer such doubts, but their opinions are different. One thing is certain: the risk is weighing upon humanity that a new lumpenproletariat might be created and that a class struggle between grown-ups and young people might break out. In such a case, the experience of the former is unavoidably going to be crushed by the latter’s better sight on new possibilities. Italy-Albania. The Sun rises from the West, by Giordana Canti (p.58). Albania: a complex reality and a fragile State which has set on the democratic progress way only recently and is still feeling the serious Balkan tensions effects. Going over again the events as from 1991, the article points out the role which Italy has taken in economic, social and state reconstruction of the Country of the Eagles. The Transmission Center Evolution. The C4 System Center, by Angelo Pacifici (p.70). The present C4 System Center is the natural evolution of the traditional transmission center in the ambit of the already known «Operational Capacity Packages Plan». It is the organ appointed to information- and communication-services supply to users of the Command/Body of which it is a member. It includes both regular and protected computer local nets, besides possible executive information-organs connected to the net to support the various activities. Its components are: the C4 System Center Head; the Protected Communication Center Head; the non-classified Communication Sector; the Supervising Sector. The system peculiarity lies in its informatization, which eliminates any manuality. A Stressful Transfer. Strains, Toils and Risks in Multinational Peace Missions, by Giuliano Ferrari (p.80). Both the elements of travel syndrome (departure, travel, environmental changes etc..) and directions to reduce travel inconveniences and employment difficulties in international operational contexts are analysed here. The article is enlivened with hints to the studies of the ethologist Desmond Morris about the different efficiency of football teams


SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN playing «out of home». An Epochal Reform.Towards Professional Armed Forces, by Emanuela D’Alessio (p.98). The most important European Countries, excepted Germany, are bringing about the changeover from conscription to voluntary service. Recently, also in Italy the Cabinet passed a bill providing for Armed Forces professionalization with the admission of female personnel. This is undoubtedly an epochal choice, about which the political and social debate is getting harder and harder. War Crimes and National Jurisprudence, by Giuseppe Scandurra (p.108). The work points out the necessity to improve legal instruments meant to protect humanitarian interests with an international character. Being lacking an overstatutory authority, each Country should make fulfilling and effective laws inspired by international law, so as to avert and repress both war crimes and those against peace and humanity. The Italian Security Corps in Somaliland, by Enrico Pino (p.116). On Feb. 22nd, 1950, the United Nation Assembly entrusted the task of seeing to Somaliland government to Italy. Thus, the italian Truesteeship of Somaliland was formed, which had to guarantee the African Horn Country change from a British Protectorate to an independent State. A special security corps, made of Army, Navy and Air Force units, was established to safeguard public order and reconstitute military and police forces over modern bases. The mission was successful and is an honourable page of our recent history. Marcus Ulpius Trajan, by Carmine Fiore (p.124). Trajan princedom was characterized by a series of military actions meant to the Empire’s expansion. He had important conquests made: Dacia and Northwestern Arabia. For four years he fought on the Eastern front to win the Parts and to let the Empire reach Persian Gulf shores. The «princeps» was capable to join great strategist capabilities to those of an excellent administrator, having important infrastructural works made and achieving social and economical

aims. Death took him away at 64, having reigned for about 20 years.

Clausewitz le Prussien. Entrevue avec le Professeur Gian Enrico Rusconi, de Danilo Moriero (p. 4). L’entrevue est concentrée sur la dernière oeuvre litteraire du Professeur Rusconi, à propos de l’idée de Clausewitz. Lorsque le Prussien parle de politique se refère au Roi: «toute la souveraineté est dans la personne du Roi». L’idée du Roi n’est pas donc liberale dans le sens moderne, même si l’on suppose l’idée du peuple: «on ne se peut pas faire la guerre si le peuple n’est pas avec toi». L’actualité de Clausewitz se fonde sur le fait de considérer la guerre pas telle quelle une chose abstracte, mais telle quelle un fait social intimement lié à la vie des hommes. Pour lui suivre dans sa idée philosophique on doit considérer ses vicissitudes d’homme et de soldat de la Prussie du XVIIIe et XIXe siècle. Forces multinationales. La nouvelle frontière de l’Armée de Terre, de Giorgio Cuzzelli (p. 10). L’Armée de Terre italienne a pris le rôle de premier plan sur la scène mondiale grâce surtout a l’elevé niveau d’intégrabilité atteint dans les panoramas internationales. La nouvelle défi consiste en l’entreprendre des formes de collaboration avec les forces multinationales nées hors de l’OTAN et des l’UE/UEO, parmi lesquelles: • la SHIRBRIG (Stand-by High Readiness Brigade for United Nations), qui doit fournir à les Nations Unies une efficace capacité d’intervention rapide; • la MLF (Multinational Land Force), destinée à la sûreté collective et à la cooperation internationale. Les paramètres de la puissance, de Vittorio Barbati (p. 22). La puissance d’un État ou d’une

coalition est le résultat de facteurs materiaux et immateriaux. La capacité militaire, pendant l’actuelle phase historique, peut être valuée selon deux paramètres: le pouvoir de «dissuasion» et la «projection des forces». Le premier paramètre est fondé sur l’efficacité de la réponse à un soudain attaque, en combinent les moyens nucléaires, conventionnels, offensives et de défense. Le deuxième se fonde sur une série de facteurs politiques (envie d’utiliser la force) et tecniques (disponibilité des forces avec mobilité stratégique). Une nouvelle Armée de Terre pour une nouvelle Europe, de Gianandrea Gaiani (p. 30). Le rêve d’une intégration militaire européenne pourrait devenir une réalité, aujourd’hui. Les enseignements tirés du conflit avec la Serbie ont persuadé l’UEO et l’Union Européenne à créer un «Eurocorp» ayant le but d’administrer les situations d’instabilité liées au changé cadre international. Mais pour donner une valeur de réalité tangible à la decision ratifiée pendant le sommet de Helsinki du décembre passé il suffit de proposer de nouvelles ressources et surtout un fort ardeur politique par les Pays membres. Le Traité sur les forces conventionnelles en Europe (CFE), de Maurizio Boni (p. 38). L’accord, signé à Istambul le 18 novembre passé, a le but de surpasser le contraste bipolaire par l’introduction de «toits nationales» (NC-National Ceiling) en substitution des limites collectifs à propos des armements et des equipements prevus en 1992. Pour éviter des concentrations de forces et les conséquents effets de destabilisation on a fait recours à la définition de «toits du territoire» (TC-Territorial Ceiling), c’està-dire de niveaux maximums d’equipements établis avec le Traité des Forces Conventionnelles en Europe (TLE-Treaty Limited Equipement), qui comprennent d’éventuelles forces allogènes prèsentes sur place. Pour donner, après de ça, une majeure efficacité à l’essai de limiter et réduire les armements conventionnels en Europe, on a beaucoup de nouvelles hypothèses de négotiation avec les Pays OSCE en chantier. Autriche: les nouvelles Forces Armées. Entrevue au Général Horst Pleiner,

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SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN d’Enrico Magnani (p. 46). L’Autriche a mis en marche un processus de réorganisation des Forces Armées pour les égaler aux nouvelles exigences liées aux missions internationales. Les efforts sont le but de la construction d’un instrument militaire capable de s’inserer opportunément dans des contingents multinationales par contribuer à la défense et à la sûreté européenne et au maintien de la paix dans le monde. Les nouvelles frontières de la communication, d’Ornella Rota (p. 52). Est-ce que l’opérateur électronique et l’usage d’internet pourront aggraver les différences déjà présentes dans le monde? À ces doutes les sociologues, les philosophes et même les psycologues ont cherché de répondre; mais les idées sont contrastantes. Il est sûre une chose: le risque qu’un nouveau sousprolétariat peut naître et qu’une nouvelle lutte de classe entre les jeunes et les vieux gens peut commencer, où l’expérience des deuxièmes sera inévitablement écrasée par la majeure visibilité des nouveaux pouvoirs possédée par les premiers, menace l’humanité. Italie-Albanie. Le soleil se lève à l’Ouest, de Giordana Canti (p. 58). Albanie: une réalité complèxe et un État fragile que seulement récemment a commencer à parcourir le chemin du progrès dans la démocratie et que ressente encore des grandes tensions balcaniques. En revivant les événements du 1991 jusqu’aujourd’hui, cet article souligne le rôle joué par l’Italie pour la reconstruction economique, sociale et de l’État du Pays des Aigles. Evolution du Centre Transmission. Le Centre Systèmes C4, d’Angelo Pacifici (p. 70). L’actuel Centre Systèmes C4 (CSC4) représente l’évolution naturelle du traditionnel Centre Transmissions dans le cadre du désormais fameux «Projet Paquets de Capacités Opérationnelles». Il est l’organe préposé à la fourniture des services informatiques et de comunication aux usagers du Commande/Office auquel il est associé. Il comprende les réseaux locales d’opérateurs éléctroniques ordinaires et protegés, et aussi d’eventuels organes exécutifs informatiques interconnexes en réseau comme support des activités

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différentes. Ses composantes sont: Chef du Centre Systèmes C4; Chef du Centre Communications Protegées; Sections des Communications non classifiées; Section Supervision. La particularité de ce système se fonde sur l’informatisation de l’instrumentation, qui élimine tout le caractère manuel des choses. Une déplacement produisante du stress. Tension, fatigues et risques pendant les missions multinationales de paix, par Giuliano Ferrari (p. 80). Dans cet article on analyse les éléments de la syndrome de déplacement (départ, transfert, changement de température et d’environnement, etc.) avec l’indication des correctives que doivent réduire les incommodités du voyage et les difficultés d’emploi dans des tissés opérationnels internationals. Le développement est ravivé grâce à pertinentes références aux études de l’éthologue Desmond Norris à propos du différent rendement des équipes de football que jouent sur leur terrain. Une réforme qui fait époque. Vers des Forces Armées professionnelles, d’Emanuela D’Alessio (p. 98). Les principaux Pays européens, sauf l’Allemagne, ont choisi ou bien sont en train de choisir le passage du service militaire obligatoire au service volontaire. Aussi en Italie le Conseil des Ministres a approuvé un projet de loi qui prévoie la professionalisation des Forces Armées avec l’immission du personnel feminin. Il est sans doute une choix qui fait époque sur laquelle le débat politique est en train de se faire toujours plus fort. “Crimes de guerre et jurisprudence nationale”, de Giuseppe Scandurra (p. 108). Ce travail souligne la nécessité de perfectionner les instruments juridiques que doivent défendre les intérets humanitaires ayants un caractère international. En l’absence d’une effective autorité plus grande de l’État, chaque Pays doit se donner une législation agile et efficace inspirée au droit international, par prévenir et réprimer les crimes de guerre et ceux contre la paix et l’humanité. Le Corps de sûreté italien en Somalie, d’Enrico Pino (p. 116). Le 22 fevrier 1950 l’Assemblée des

Nations Unies confie à l’Italie la tâche de pourvoir à l’administration de la Somalie. Il nait l’A.F.I.S. (Administration Fiduciaire Italienne de la Somalie), chargée de garantir le passage du Pays du Corne d’Afrique de Protectorat britannique à État indépendent. On a constitué, pour cette raison, un special Corps de Sûreté, formé des unités de l’Armèe de Terre, de la Marine et de l’Aeronatique, par proteger l’ordre public et reconstruir sur des bases modernes les forces militaires et de Police. La mission, qui a eue du succès, constitue une page recommandable de notre histoire récente. Les Empereurs Romains. Marc Ulpio Trajan, de Carmine Fiore (p. 124). La principauté de Trajan a été caractérisée de beaucoup d’actions de guerre orientées à l’accroissement des limites de l’Empire. L’Empereur a été l’auteur d’importantes conquêtes: la Dacie et l’Arabie nord-occidentale. Il a battu pour quatre ans sur le front orientale pour vaincre les Parts et pour permettre à Rome de gagner les quais du Golfe Persique. À la capacité de grande stratège, le “princeps” a su unifier celles d’un très bon administrateur, en réalisent d’importantes oeuvres infrastructurelles et en effectuant de concrètes initiatives economiques et sociales. Il est mort à 64 ans, après avoir «régné» pour presque une période de vingt ans.

Clausewitz der Preusse, Interview mit Prof. Gian Enrico Rusconi, geführt von Danilo Moriero (S.4). Das Interview dreht sich um das jüngste Werk von Prof. Rusconi, die Gedanken Clausewitz’ betreffend. Wenn dieser Preusse von Politik spricht, hat er den Souverän im Kopf: «alle Souveränität liegt beim Souverän». Sein Gedanke ist also nicht liberal im modernen Sinne,


SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN auch wenn er den Begriff des Volks verwendet: «Du kannst keinen Krieg führen, wenn das Volk nicht mit Dir ist». Die Aktualität Clausewitz’ liegt darin, den Krieg nicht als etwas Abstraktes zu betrachten, sondern als einen sozialen Prozess, der eng mit dem Leben der Menschen zusammenhängt. Um ihm in seinem philosophischem Denken zu folgen, sollte man sein Leben als Mensch und als Soldat Preussens im 18. und 19. Jahrhundert immer im Kopf behalten. Multinationale Kräfte. Die «new fronteer» (neue Grenze) der Streitkräfte, von Giorgio Cuzzelli (S.10). Die italienischen Streitkräfte haben eine sehr sichtbare Rolle auf der Weltbühne eingenommen, und dies vor allem aufgrund des hohen Maßes an Integrierungsfähigkeit, das sie im internationalen Kontext erreicht haben. Die neue Herausforderung besteht darin, Formen der Zusammenarbeit mit multinationalen Kräften, die ausserhalb der NATO und der EU/WEU entstanden sind, zu unternehmen, wie z.B. mit der SHIRBRIG (Stand-by High Readiness Brigade for United Nations), deren Aufgabe es ist, den Vereinten Nationen eine wirksame Fähigkeit zum schnellen Eingreifen zu verleihen, oder die MPFSEE (Multinational Peace Force South Eastern Europe), die die Aufgabe hat, für Zusammenarbeit und subregionale Stabilität in Südosteuropa zu sorgen, oder wie die MLF (Multinational Land Force), die der kollektiven Sicherheit und der internationalen Kooperation dient. Die Maßstäbe der Macht, von Vittorio Barbati (S.22). Die Macht eines Staates oder eines Bündnisses ist das Ergebnis materieller und immaterieller Faktoren. Militärische Fähigkeit kann in der historischen Phase, in der wir leben, nach zwei Maßstäben bewertet werden: der «Abschreckungsmacht» und der «Projektion von Kräften». Der erste Maßstab basiert auf der wirksamen Antwort auf einen plötzlichen Angriff, indem man nukleare und konventionelle, offensive und defensive Mittel kombiniert. Der zweite begründet sich auf einer Reihe politischer (dem Willen zur Gewaltanwendung) und technischer Faktoren (das Verfügen über strategisch mobile Streitkräfte). Neue Streitkräfte für ein neues Europa,

von Gianandrea Gaiani (S.30). Der Traum einer europäischen militärischen Integration könnte heute Realität werden. Die Lehren aus dem Konflikt mit Serbien haben die WEU und die europäische Union zu der Entscheidung gedrängt, ein «Eurocorps» zu gründen, desse Ziel es ist, mit den neuen internationalen Rahmenbedingungen zusammenhängende Situationen der Instabilität zu beherrschen. Doch um den Beschluss, der im Dezember letzten Jahres auf dem Gipfel von Helsinki ratifiziert wurde, zu konkretisieren, sind neue Ressourcen und vor allem ein starker politischer Einsatz der Mitgliedsländer vonnöten. Das Abkommen über konventionelle Streitkräfte in Europa (CFE), von Maurizio Boni (S.38). Das in Istanbul am 18. November vergangenen Jahres unterzeichnete Abkommen zielt auf die Überwindung des bipolaren Gegensatzes durch die Einführung von «nationalen Oberwerten» (NC - National Ceiling), die die Gesamtgrenzwerte über Bewaffnung und Ausrüstung von 1992 ersetzen. Um Konzentrationen von Streitkräften und daraus resultierende Destabilisierungseffekte zu vermeiden, hat man auch «territoriale Oberwerte» definiert (TC - Territorial Ceiling), d.h. eine im Abkommen der konventionellen Kräfte in Europa festgelegte Ausrüstungshöchstgrenze ( TLE - Treaty Limited Equipment), die etwaige fremde Truppen am Einsatzort einschliessen. Um dem Versuch zur Begrenzung und Verminderung der konventionellen Bewaffnung in Europa mehr Nachdruck zu verleihen, sind neue Verhandlungen zwischen den OSZE-Ländern angedacht. Österreich: Die neuen Streitkräfte. Interview mit Gen. Horst Pleiner, geführt von Enrico Magnani (S.46). Österreich hat einen Umorganisierungsprozess der Streitkräfte in Gang gesetzt, um sie den neuen Bedürfnissen im Zusammenhang mit internationalen Missionen anzupassen. Man bemüht sich, einen militärischen Apparat zu schaffen, der in der Lage ist, sich in angemessener Weise in multinationale Kontingente einzugliedern, um zur Verteidigung der europäischen Sicherheit und zur Erhaltung des Friedens in der Welt beizutragen.

Die neuen Grenzen der Kommunikation, von Ornella Rota (S.52). Können Computer- und Internetbenutzung dazu beitragen, die ohnehin vorhandenen Ungleichheiten in der Welt zu verschärfen? Auf diese Frage haben Soziologen, Philosophen und sogar Psychologen versucht, eine Antwort zu finden; doch sind die Meinungen gegensätzlich. Eins ist sicher: Es bedroht die Welt das Risiko, dass sich ein neues Subproletariat bilden könnte, und sich ein neuer Klassenkampf zwischen Erwachsenen und Jungen herausbildet, in dem die Erfahrung ersterer unausweichlich von der neuen Macht der Jugend erdrückt werden. Italien-Albanien. Die Sonne geht im Westen auf, von Giordana Canti (S.58). Albanien, das heisst eine schwierige Situation und ein schwacher Staat, der erst in jüngster Zeit den Weg des Fortschritts und der Demokratie gegangen ist, und der noch sehr unter den Spannungen auf dem Balkan zu leiden hat. Im Durchlaufen der Ereignisse zwischen 1991 bis heute, betont der Aufsatz die Rolle Italiens für den wirtschaftlichen, sozialen und staatlichen Wiederaufbau des «Landes der Adler». Entwickung des Centro Trasmissioni (Fernmeldezentrale). Das Systemzentrum C4, von Angelo Pacifici (S.70). Das jetztige Centro Sistemi (Systemzentrum) C4 (CSC4) ist die natürliche Fortentwicklung der traditionellen Fernmeldezentrale im Zusammenhang mit dem inzwischen bekannten «Progetto Pacchetti di Capacità Operative» («Projekt operativer Kapazitätspakete»). Dies ist die Institution, der die Lieferung von EDVund Kommunikationsdiensten für die Benutzer des Kommandos/der Behörde, der sie zugeordnet ist, obliegt. Dies schliesst die lokalen Netze ganz normaler, geschützter Rechner ein, sowie etwaige ausführende EDV-Organe, die untereinander im Netzwerk verbunden sind und verschiedene Tätigkeiten unterstützen. Seine Komponenten sind: C4- Systemchef, Chef des Zentrums geschützter Kommunikation, Abteilungen nichtgeheimer Kommunikation, Abteilung Überwachung. Die Besonderheit des Systems liegt in der

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SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN Informatisierung der technischen Ausrüstung und der Instrumente, die jede Bedienung von Hand umgeht. Eine anstrengender Einsatz. Spannungen, Mühen und Risiken in den multinationalen Friedensmissionen, von Giuliano Ferrari (S.80). Es werden Elemente des Abkommandierungssyndroms analysiert (Abfahrt, Überfahrt, Klimawechsel usw.), wobei auf Verbesserungen, welche die Mühen der Reise und die Einsatzschwierigkeiten im Rahmen internationaler Operationen reduzieren könnten, hingewiesen wird. Der Aufsatz ist von durchaus zutreffenden Bezügen zu den Studien des Verhaltensforschers Desmond Harris über die unterschiedliche Leistungsfähigkeit von Fußballmannschaften, die «auswärts» spielen, belebt. Eine epochale Reform. In Richtung einer Berufsarmee, von Emanuela D’Alessio (S.98). Die wichtigsten europäischen Länder mit Ausnahme Deutschlands sind dabei, den Übergang von der Wehrpflicht zum freiwilligen Dienst zu vollziehen, oder haben dies schon gemacht. Auch in Italien ist jüngst vom Kabinett ein Gesetzesentwurf vorgeschlagen und vom Parlament angenommen worden, der die Umwandlung der Streitkräfte in eine Berufsarmee einschliesslich der Zulassung von Frauen enthält. Dies ist gewiss eine epochale Entscheidung, über die die politische und soziale Debatte immer stärker wird. Kriegsverbrechen und nationale Rechtssprechung, von Giuseppe Scandurra (S.108). Die Arbeit stellt die Notwendigkeit heraus, das juristische Handwerkzeug zu verbessern, das die Menschenrechte im internationalen Bereich schützen soll. In Ermangelung einer tatsächlichen überstaatlichen Macht muss jedes Land sich eine schlanke und wirksame Gesetzgebung schaffen, die sich am internationalen Recht orientiert und das Ziel hat, Kriegsverbrechen und solche gegen Frieden und Menschlichkeit zu bekämpfen. Das italienische Sicherheitskorps in Somalien, von Enrico Pino (S.116). Am 22. Februar 1950 beauftragt die Versammlung der Vereinten Nationen

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Italien mit der Verwaltung Somaliens. Dies ist die Geburtsstunde der A.F.I.S. (Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia, «Italienische Treuhänderische Verwaltung Somaliens»), die den Auftrag hat, den Übergang des Landes am Horn von Afrika vom britischem Protektorat in die Unabhängigkeit zu garantieren. Es wird daher ein spezielles Sicherheitskorps gebildet, das aus Einheiten des Heeres, der Marine und der Luftwaffe besteht und das die Aufgabe hat, die öffentliche Sicherheit und Ordnung zu schützen, sowie auf moderner Grundlage das Militär und die Polizei wiederaufzubauen. Diese von Erfolg gekrönte Mission ist eine lobenswertes Kapitel unserer jüngeren Geschichte. Die Römischen Kaiser. Marcus Ulpius Traianus, von Carmine Fiore (S.124). Traians Prinzipat ist gekennzeichnet durch eine Reihe kriegerischer Aktivitäten, die darauf abzielen, die Grenzen des Römischen Reiches auszuweiten. Dieser Kaiser war Urheber wichtiger Eroberungen, nämlich dem Land der Daker sowie dem Nordosten der Arabischen Halbinsel. An der Ostgrenze kämpfte er vier Jahre lang und besiegte die Parther, wodurch das Römische Reich bis zum Persischen Golf durchdrang. Seinen großen strategischen Fähigkeiten wusste der «Princeps» jene eines vorzüglichen Verwalters hinzufügen, indem er wichtige Infrastrukturarbeiten durchführte und konkrete wirtschaftliche und sziale Initiativen ergriff. Der Tod ereilte ihn mit 64 Jahren, nachdem er etwa zwanzig Jahre lang regiert hatte.

Clausewitz el prusiano. Entrevista al Profesor Gian Enrico Rusconi, de Danilo Moriero (p. 4). La entrevista está fondada sobre la

última fatiga literaria del Profesor Rusconi, referente la opinión de Clausewitz. Cuando el prusiano habla de politica piensa al Rey: «todo el reino está en el Rey». Su pensamiento por eso no es liberal aunque ipotize el concepto de pueblo: «no se puede luchar si el pueblo no está contigo». La actualidad de Clausewitz está en el ver la guerra no como algo astracto sino como algo social de la vida umana. Para seguirlo en su pensamiento filosófico es importante tener en cuenta sus actos de hombre y soldado de Prusia del XVIII y XIX siglo. Fuerzas multinacionales. La nueva frontera del Ejército, de Giorgio Cuzzelli (p. 10). El Ejército italiano tomó el rol de primer plano en la escena mondial gracias a la integrabilidad dónde llegó internacionalmente. La nueva «lucha» consiste en intraprender formas de colaboración con Fuerzas Multinacionales nacidas afuera de OTAN y de UE/UEO, entre las cuales: • la SHIRBRIG (Stand-by High Readiness Brigade for United Nations), orientada para fornir a las Naciones Unidas una eficaz capacidad de intervención rápida; • la MPFSEE (Multinational Peace Force South Eastern Europe), finalizada a la cooperación y a la estabilidad sub-regional en Europa Sudoriental; • la MLF (Multinational Land Force), finalizada a la seguredad de todos y a la cooperación internacional. Los parametros de la potencia, de Vittorio Barbati (p. 22). La potencia de un Estado o de una coalición es un conjunto de factores materiales y imateriales. La capacidad materiale puede ser evaluada bajo de parametros: el poder de «deterencia» y la proyección de fuerzas. El primero se basa en la eficacia de la contesta a un ataque, juntando medios nucleares convencionales, ofensivos y defensivos. El segundo se basa en una serie de factores politicos (voluntad de usar la fuerza) y tecnicos (disponibilidad de fuerzas con nobilidad estratégica). Un nuevo Ejército por una nueva Europa, de Gianandrea Gaiani (p. 30). El sueño de una integración militar europea hoy puede hacerce realidad.


SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN Todo lo que se aprendió en el conflicto con la Serbia llevó la UEO y la Unión Europea a decidir de crear un «Eurocorp» para la gestión y control de situaciones de instabilidad internacional. Y por concretizar la decisión ratificada en la reunión en Helsinki del diciembre del año pasado es importante actuar nuevos cursos y sobretodo un fuerte trabajo politico de los Paises membros. El tractado sobre las fuerzas convencionales en Europa, de Maurizio Boni (p. 38). El acuerdo, firmado en Istambul el 18 de noviembre pasado, se fija en el superar la contraposición bipolar gracias a la introdución de «cielos nacionales» (NC-National Ceiling) para substituir los limites collectivos de los armamentos y equipos previsados en 1992. Para evitar concentraciones de fuerzas y consiguientes efectos de destabilización se definieron los «TCTerritorial Ceiling), esto es los niveles maximos de los equipos establecidos con el Tractado de las Fuerzas Convencionales en Europa (TLE-Treaty Limited Equipment), comprensivos de las eventuales fuerzas ajenas presientes en lugar. Para conferir maxima eficacia en el intento de reducir los armamentos convencionales en Europa se estan pensando nuevas ipotesis de negociamiento con los Paises OSCE. Austria: las nuevas Fuerzas Armadas. Entrevista al General Horst Pleiner, de Enrico Magnani (p. 46). Austria empezó un proceso de reorganización de las Fuerzas Armadas para adecuarlas a las nuevas exigencias internacionales. Los esfuerzos son para construir un instrumento militar capaz de entrar en los contingentos multinacionales para contribuir a la defensa de la seguridad europea y al mantenimiento de la paz en el mundo. Las nuevas fronteras de comunicación, de Ornella Rota (p. 52). ¿La computadera y el uso de internet podrían peorar las defencias ya presentes en el mundo? A esto intentaron contestar sociologos, filosofos y psicologos; pero los pensamientos son diferentes. Una cosa es segura: en el mundo hay el peligro de la creación de un nuevo subproletariado y de una guerra de clase entre adultos y jovenes, donde la

esperiencia de los primeros será pisada por la mayor visibilidad de los poderes nuevos de los segundos. Italia-Albania. El sol se llevanta a Oeste, de Giordana Canti (p. 58). Albania: una realidad atroz y un País fragil que solo ahora aprendió el camino hacia la democrácia y que sufre todavía de las graves tensiones balcanicas. En el acordarse de los hechos desde 1991 hasta hoy, el articulo habla del rol de Italia para recostruir economicamente, socialmente y estatalmente el País de las águilas. Evolución del Centro Transmisiones. El Centro Sistemas C4, de Angelo Pacifici (p. 70). El actual Centro Sistemas C4 (CSC4) representa la natural evolución del tradicional Centro Trasmisión del ya conocido «Proyecto Paquetes de Capacidades Operativas». Es el organ propuesto a la fornitura de los servicios informaticos y de comunicación a los utentes del Mando/Ente a el asociado. Incluye las redes locales de elaboradores ordinarias y protegidas, y además eventuales organos esecutivos informaticos interjuntos en red como suporte de las diferentes actividades. Sus componentes son: Jefe Centro Sistemas C4; Jefe Centro Comunicaciones Protegidas; Secciones Comunicaciones no clasificadas; Sección Supervisión. La peculiaridad del sistema está en la informatización de la instrumentación, que elimina toda la manualidad. Un traslado con mucho stress. Tenciones, fatigas y riesgos en las misiones multinacionales de paz, de Giuliano Ferrari (p. 80). Se analizan los elementos de la síndrome de traslado (partida, traslado, variaciones ambientales, ecc.) con la indicación de los correctivos vueltos a reducir las incomododades del viaje y las dificultades de empleo en contextos operativos internacionales. La tratación es reanimada por referencias a los estudios del etologo Desmond Norris sobre la diferente renta de las escuadras de fútbol cuando juegan «fuera de casa». Una reforma epocal. Hacia Fuerzas Armadas profesionales, de Emanuela D’Alessio (p. 98). Los principales Paises europeos,

excepto la Alemania, actuaron o estan actuando el pasaje de la mili obligatoria al servicio voluntario. En Italia también se aprobó (del Consejo de los Ministros un proyecto de ley) por prever la profesionalidad de las Fuerzas Armadas con la introdución de personal femenino. Se trata indudablemente de una elección sobre la cual el debate político y social es siempre más fuerte. Crimenes de guerra y giurisprudencia nacional, de Giuseppe Scandurra (p. 108). El trabajo evidencia la necesidad de perfeccionar los instrumentos jurídicos para tutelar los intereses umanitarios internacionales. En ausencia de una efectiva potestad sobreestatual, cada País tiene que darse una legislación agil y eficaz con caracter internacional para prevenir y reprimir los crimenes de guerra y los contra la paz y la umanidad. El cuerpo de seguredad italiano en Somalia, de Enrico Pino (p. 116). El 22 de Febrero de 1950 la Asemblea de las Naciones Unidas afió a Italia la tarea de la administración de la Somalia. Nace la Administración Fiduciaria Italiana de la Somalia para garantizar el pasaje del País del Cuerno de Africa de Protectorado britanico a Estado independiente. Se constituye un especial Cuerpo de Seguredad, formado por repartos del Ejército, de la Marina y de la Aviación, para tutelar el orden público y recostruir en bases modernas las fuerzas militares y de política. La misión coronada de éxito constituye una pagina importante de nuestra história reciente. Los Imperadores romanos, Marco Ulpio Traiano, de Carmine Fiore (p. 124). El principado de Traiano se caracterizó por una serie de accionas belicas para agrandar los confinos del Imperio. El Imperador fue artefice de importantes conquistas: la Dacia y la Arabia norteoccidental. Luchó para cuatro años al fronte oriental para vencer los Partes y permitir a la Urbe de llegar a las orillas del Gulfo Persico. A las capacitades de gran estratega, el «princeps» supo juntar las de optimo administrador, realizando importantes obras infraestructurales y concretas iniciativas economicas y sociales. Se murió a los 64 años, después de reinar para veinte años.

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RECENSIONI propriato» per descrivere lo scudo. Di grande aiuto è il dizionario araldico, inserito nell’opera, che semplifica la comprensione di termini araldici poco noti e le terminologie più ricorrenti nella blasonatura dello stemma. Impreziosiscono l’opera le circa cento tavole a colori di stemmi araldici dell’Esercito già approvati, complete degli estremi del decreto di concessione e della descrizione araldica. M. M.

A. Chiusano, M. Saporiti: «Elementi di Araldica», Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, pagg. 120, lire 60 000. Elementi di araldica. Il titolo di quest’opera già riassume l’intendimento degli autori di voler impostare una guida semplice da consultare, ma ricca di immagini che spieghi l’evoluzione dell’araldica militare fino all’attuale normativa. Un’opera che «prende per mano» chi si voglia cimentare nella realizzazione di uno stemma militare, spiegando tutte le varie fasi che questo tipo di attività presuppone. È infatti necessario conoscere la storia del reparto cui si riferisce lo stemma, visualizzare le simbologie relative alle campagne di guerra da inserire nello scudo, conoscere i colori ed i «metalli» corrispondenti, le partizioni da utilizzare ed armonizzare, il tutto secondo quei lineamenti dettati dall’Ufficio Araldico della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il volume, oltre a trattare le varie fasi dell’iter necessario per l’approvazione, inserendo alcuni fac-simile di richiesta alle autorità competenti, evidenzia l’attuale normativa in merito alle onorificenze da accollare allo scudo ed ai nastrini delle ricompense al valore da inserire ai lati dello stesso, predisponendo tavole a colori che ne facilitano la riproduzione su apposito cartoncino. Sono presenti, inoltre, esempi di descrizione araldica che deve accompagnare, unitamente ad altri documenti, le miniature dello stemma da proporre, utilizzando un linguaggio «ap-

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Sun Tzu «L’Arte della Guerra». Sun Pin «I Metodi Militari», traduzione, introduzione storica e commento di Ralph D. Sawyer, Neri Pozza editore, Vicenza, 1999, pagg. 315, lire 28 000. «Nelle epoche forti di cambiamenti, in cui vacillano valori e istituzioni , forte si manifesta il bisogno di fissare nuovi valori e istituzioni, cioè obbiettivi e mezzi. Bisogno che si traduce in una ripresa di attenzione per il pensiero strategico poiché la strategia è il dominio in cui la mente umana elabora il rapporto tra mezzi e fini in un contesto competitivo». In questi termini si esprime il prof. Alessandro Corneli, docente di Storia delle Relazioni internazionali e Geopolitica presso la LUISS di Roma, nel saggio introduttivo al libro con il quale l’editore Neri Pozza pubblica i due famosi trattati di strategia, «L’Arte della

Guerra» e « I Metodi Militari», composti da Sun Tzu e da Sun Pin, antichi pensatori cinesi, vissuti tra il V e IV secolo a. C.. Il prof. Corneli impegna la sua profonda conoscenza della materia per dimostrare che i precetti, elaborati dai due strateghi della famiglia Sun, in epoca così lontana, acquistano, oggi, pregnante attualità perché la strategia, avendo tracimato «l’originario alveo militare», diventa fonte normativa e comportamentale nella globalità dell’azione umana dalla creatività alla razionalità. Questa la ragione del profondo interesse, registrato negli ultimi decenni, verso la strategia che insieme all’economia costituisce la «correlazione razionale tra fini e mezzi». Asseconda la natura teleologica dell’uomo tendente a conseguire utilità personali o collettive. I due momenti della concezione strategica di Sun Tzu e Sun Pin, quello creativo e quello organizzativo, sono dominati dalla preminente considerazione del «fattore umano». Nella competizione globale che investe l’attuale era dell’informazione, tale fattore è ritenuto risolutivo e, pertanto, strategico. Superata l’età della produzione industriale, superate le teorie del Clausewitz, il possesso di dati informativi, da muovere in un teatro operativo simbolico, diventa determinante per il successo. È in atto una vera guerra di informazioni. Ad essa è applicabile quella «strategia indiretta» che, secondo Sun Tzu permette di prefigurare l’esito del conflitto nel quale l’impiego delle forze diventa una «formalità che sanziona la vittoria prima del combattimento». Così è avvenuto per la guerra fredda, per la guerra del Golfo e per quella del Kosovo. L’aforistico riporto di alcune riflessioni del Corneli si rende necessario per individuare le finalità essenziali perseguite dall’editore nel realizzare la pubblicazione, in unico volume, dei due trattati di strategia, magistralmente tradotti da Ralph Sawyer, emerito studioso di storia cinese. A lui dobbiamo anche la prefazione, l’introduzione e il commento ai singoli capitoli. L’opera così concepita mira ad agevolare i lettori occidentali sia per l’intelligibilità dei testi sia per evidenziarne l’applicabilità alla vita quotidiana. L’epoca nella quale è vissuto Sun Tzu, autore de «L’Arte della Guerra», appartiene al periodo dinastico denominato «Primavere ed Autunni», che va dall’anno 722 al 481 a.C..


RECENSIONI Da notizie biografiche rilevate dallo «Shih Chin», celebre testo di storia della Cina, sembra di poter affermare che Sun Tzu sia stato il Comandante supremo della vittoriosa forza militare di Wu durante la campagna del 506 a.C., combattuta contro lo Stato di Cheu. Più di un secolo separa Sun Tzu dal suo discendente Sun Pin, vissuto intorno al 303 a.C., nel periodo dinastico degli «Stati Combattenti», compreso tra il 403 e il 303 a.C.. L’epoca registrò interminabili contese tra le residue feudalità e gli Stati proiettati a stabilizzarsi e ad ingrandirsi. Il pensiero strategico, che Sun Pin espresse durante l’esercizio del comando negli Stati di Chi - In e codificò nel trattato « I Metodi Militari», rappresenta naturale corollario di quello enunciato da Sun Tzu ne «L’Arte della Guerra». L’azione di conquista che caratterizzò il periodo degli «Stati Combattenti» impose l’aumento delle dimensioni degli eserciti ed il rafforzamento di tutta l’organizzazione militare. Ne conseguì una modificazione del moderatismo imperante nel periodo «Primavere ed Autunni». Maggiore disciplina, maggiore attenzione ai fermenti intellettuali che movimentavano le masse combattenti, il ricorso a metodi non ortodossi e alla rigorosa applicazione del principio di «compensi e punizioni». Sun Pin, nella battaglia di Ma - Ling sconfisse l’esercito di Pang - Chun, superiore per uomini e mezzi, applicando quei metodi che poi tramandò alle generazioni successive. «L’Arte della Guerra» si compone di 13 capitoli, redatti sotto forma di dialogo e pertanto molto sintetici, ognuno analizza e regola un aspetto della guerra, considerata l’ attività più importante dello Stato». Il trattato di Sun Pin, «I Metodi Militari», il cui testo originario è pervenuto lacunoso e frammentario, ha comportato notevoli difficoltà d’interpretazione e di traduzione. Sono 33 capitoli che «focalizzano questioni concrete più che princìpi». I riferimenti all’arte della guerra sono costanti e palesi. La lettura di questo volume, anche se impegnativa, suscita interesse. Si trova intima soddisfazione nello scoprire la saggezza emergente dai lineari, semplici, quasi ovvi precetti di questi grandi pensatori orientali. I libri di Sun Tzu e di Sun Pin sono stati studiati da strateghi e politici di tutti i continenti non solo per i conflitti più recenti, quali la guerra del Golfo e del Kosovo, ma anche per le

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competizioni finanziarie di economia e di marcato, il cui intreccio coinvolge la globalità dei Paesi, ricchi e poveri. G. G.

Antonino Catapano: «Fort Apache», Franco Angeli Ed. Milano 2000, pagg. 195, lire 35 000. «Ambientata in uno stabilimento militare, Fort Apache è una ricerca sulla burocrazia pubblica». Franco Battistelli, il curatore della collana di sociologia militare della Franco Angeli, inizia così l’introduzione al testo ribadendo la logica per cui il mondo militare, con tutte le sue peculiarità, fa parte della società civile, da cui mutua vizi, virtù, forme organizzative, culture e meccanismi di potere. Così come l’analisi relazionale di un ambiente specifico – una scuola, un ospedale, un ufficio qualunque – spogliata dei caratteri contingenti, presenta valenze proponibili anche per altri ambienti, nel caso di Fort Apache, la sostanza delle tipologie analizzate è riscontrabile in ogni posto di lavoro. Il testo esemplifica forme istituzionali, dinamiche relazionali e caratteristiche personali – raggruppate in stereotipi attraverso la ricerca empirica – raccontate con scorrevolezza narrativa ma supportate dalla sostanza del testo sociologico. Sugli echi delle trattazioni letterarie

sugli ambienti amministrativi di Gogol, Balzac e Kafka si innesta lo spirito del ricercatore che, sul campo, raccoglie immagini e impressioni, dichiaratamente personali, per scomporle e analizzarle con una interpretazione ironica e priva di ipocrisie. In questo momento storico l’analisi ed il dibattito sui meccanismi sociali nell’ambito militare è importante ed urgente, e questa è una buona occasione di riflessione. Si può sempre concordare o meno su metodi e concetti ma, per decidere input evolutivi di segno positivo, sono necessarie riflessioni, verifiche e discussioni sia in termini di strumenti che di risultati produttivi. La lettura del testo risulta gradevole per verificare e mettere in discussione comportamenti o meccanismi, e, al livello personale, può costituire un vero «manuale di sopravvivenza», una sorta di codice di istruzioni per l’uso dell’ambiente lavorativo. Attraverso il riconoscimento in una delle categorie descritte (capo, dipendente, ecc.) il lettore è portato ad un istintivo processo di autocoscienza e di autodifesa nei confronti di figure e riti, ma anche ad una revisione di concetti e valori etici o pratici come il rapporto umano o la carriera. Vengono analizzati i fattori e le tecniche del vivere sociale, dall’equilibrio politico all’assemblea sindacale, fino al rapporto uomo-donna o tra gruppi, come la carica simbolica di gesti e rapporti, dal saluto al linguaggio, in alcuni casi «da caserma», anche se poi usato un po’ ovunque. Le procedure che determinano l’omologazione al gruppo ed il ruolo di quella unità all’interno della microstruttura, riconducibile alla macrostruttura, vengono codificati dall’Autore per dare forma a questa «Etnografia di un’amministrazione pubblica», come recita il sottotitolo del testo. Gli argomenti e le atmosfere sono molto attuali, si parla della cultura del no-problem ma anche degli effetti delle ultime contrattazioni con fasce e incentivi, e l’impietosa rappresentazione di realtà e risultati vuole generare una forma di critica costruttiva. Una lettura a più livelli quindi, dal più disimpegnato di chi vuole sorridere di sé e degli «amati colleghi» a quello di chi vuol capire ed integrare questa ricerca con altre di diversa matrice o incentrate su altri gruppi sociali per uno studio delle dinamiche sociali. M. G. T.


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RIVISTA MILITARE 2000 N.3 by Biblioteca Militare - Issuu