ACCADEMIA MILITARE
LA STORIA DAL 1678 AD OGGI
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ACCADEMIA MILITARE LA STORIA DAL 1678 AD OGGI
È una storia sinte ca quella che andate a leggere. La storia dell’Accademia Militare di Modena erede dell’an ca Accademia sabauda di Torino, presente nella mente di Qualcuno sin dal 1669. In poche pagine, non può riassumere le storie personali dei giovani che l’hanno frequentata, animandola. Storie di sacrificio, rinuncia, coraggio, esempio ed onore.
Manifesto della Reale Accademia. Il documento, pubblicato in la no, italiano e francese il 1° se embre 1677, no ficava l’apertura del nuovo Is tuto per il 1° gennaio 1678
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LE VICENDE La fondazione della Reale Accademia di Savoia Il Duca Carlo Emanuele II (1) aveva deciso fin dal 1669 di fondare la Reale Accademia di Savoia e, nel 1675, concretò l’idea, iniziando la costruzione del gran de palazzo destinato ad ospitarla secondo il progetto di segnato dal famoso architetto Conte Amedeo di Castel lamonte (2). Poco dopo il Duca morì, ma la costruzione del palazzo proseguì e la volontà dell’istituzione dell’Accademia fu fatta propria dalla vedova, Madama Reale Maria Giovan na Battista di Savoia Nemours, Duchessa di Savoia (3), reggente dello Stato durante la minorità del figlio Vittorio Amedeo (4), tantoché il 1° settembre 1677 la Reggente poteva inviare a tutte le corti d’Europa il bando redatto in italiano, latino e francese preannunciante l’apertura della Accademia per il 1° gennaio del seguente 1678. La formazione di una classe dirigente dello Stato e, particolarmente, delle milizie, educata ad un severo cul to del dovere e particolarmente preparata sia nella cul tura generale sia in quella militare, appariva obiettivo di fondamentale importanza, degno di ogni sacrificio e d’ogni sforzo. Sembra singolare, peraltro, che proprio il piccolo Ducato Sabaudo sia stato il primo in Europa ad is tuire un vero e proprio Is tuto di formazione di quadri dirigen , sia nel campo civile sia in quello più stre amente militare, e che gli altri Sta , anche assai più importan e poten , ne ab biano seguito l’esempio con un certo distacco di tempo; infa furono cos tuite: − nel 1723 l’Accademia Russa di Pietroburgo; − nel 1741 la “Royal Military Academy” inglese; − nel 1751 l’ “Ecole Royale Militaire” francese; − nel 1765 la “Kriegs Akademie” prussiana di Potsdam; − nel 1787 la Reale Accademia Militare a Napoli, poi de nominata Nunziatella. Negli Stati Uniti d’America, poi, l’Accademia Militare di West Point fu fondata, su ispirazione di Giorgio Washin gton, dopo la sua morte, solo nel 1802. In effetti, fin da antica data la Corte Sabauda godeva fa ma in Europa nel campo formativo cavalieresco, data la caratteristica bellicosa dello Stato subalpino, perpetua mente in lotta per assicurare la propria esistenza ed espansione e l’esempio sul campo di battaglia dato dai Conti e poi Duchi di Savoia, esempio che continuerà an che nei secoli seguenti. Valga per tutti il nome di Pierre Terrail signore di Ba yard (5), il prode Baiardo, il “cavaliere senza macchia e senza paura”, personificazione perfetta dell’ideale caval
Duca Carlo Emanuele II
leresco e militare: egli appre se i primi elementi dell’educa zione al senso dell’onore e della istruzione militare alla corte del Duca di Savoia. Come s’è detto in preceden za, anche se lo scopo dell’isti tuzione dell’Accademia Reale era quello di preparare gli ele menti direttivi dello Stato, il carattere della formazione era eminentemente militare; il bando istitutivo diceva te stualmente: “... si insegnerà a montar a cavallo, correr all’Anello, al le Teste, e al Fachino, a Ballare, far di Spada, a volteggia re, l’Esercitio di Guerra, e evolutioni Militari, le Matemati che, e il Disegno; Quivi si insegnerà anche il modo d’attac care Piazze, e diffenderle. Il che si tradurrà in prattica coll’attacco e difesa d’un Forte, che si farà costruer a que st’effetto. S’aggiungerà inoltre a tutti questi Esercitii lo studio dell’Historie, quello della Cronologia, Geografia, Blasone, e delle lingue, e in particolare dell’Italiana, e Francese...”. E già nel 1680 gli accademisti prendevano parte ad una esercitazione di attacco alla fortezza della Citta della di Torino unitamente alle altre truppe del Presi dio della Città (battaglioni Guardie e Saluzzo e unità di Cavalleria e Artiglieria) riunite sotto il comando di Car lo Ludovico S. Martino d’Agliè , Marchese di San Mano, Grande Scudiero di Savoia e Sovraintendente dell’Ac cademia stessa. Tale serietà nella preparazione militare trovava riscon tro nella severità degli studi, giustamente equilibrati tra materie umanistiche e materie scientifiche e impartiti da insegnanti di grido. Lo stesso bando infatti diceva: “Si sono sciel per insegnare tu e queste scienze li Mastri più capaci che si sijno potu ritrovare, mentre che ques so no des na per insegnare a S.A.R. (6) la quale parimente fa rà li suoi Eserci j nella medesima Accademia”. La fama dell’Accademia di Torino fu grande fin dall’ini zio in tutta Europa ed anche fuori di essa. Vittorio Alfieri, Allievo tra il 1758 e il 1766, scriveva che ai suoi tempi era frequentata da “una colluvie di tut ti i boreali, Inglesi principalmente, Russi e Tedeschi e
1 Carlo Emanuele II di Savoia (Torino, 20 giugno 1634 – Torino, 12 giugno 1675) fu duca di Savoia, principe di Piemonte, marchese di Saluzzo, conte d’Ao sta, Moriana e Nizza dal 1638 al 1675. Fu anche re tolare di Cipro e Gerusalemme. 2 Amedeo Cognengo di Castellamonte (Torino, 17 giugno 1613 – Torino, 17 se embre 1683) è stato un archite o e ingegnere civile e militare italiano. 3 Maria Giovanna Ba sta di Savoia (Parigi, 11 aprile 1644 – Torino, 15 marzo 1724) fu l’ul ma discendente dei con del Genevese, erede dei duchi di Ne mours, e delle baronie di Fossigny e di Beaufort. Figlia di Carlo Amedeo di Savoia e di Elisabe a di Borbone, sposò il duca di Savoia Carlo Emanuele II e mantenne la reggenza dello stato sul giovane principe Vi orio Amedeo II. Essa fu la seconda Madama Reale dopo Cris na di Francia, madre di Carlo Emanuele II. Così la ricorda lo storico Andrea Paule : «... la magnanima donna, à cui des na il Ciel regger del Figlio il Patrio Impero». 4 Vi orio Amedeo II di Savoia, de o la Volpe Savoiarda (Torino, 14 maggio 1666 – Moncalieri, 31 o obre 1732), fu duca di Savoia, marchese di Saluzzo e marchese del Monferrato, principe di Piemonte e conte d’Aosta, Moriana e Nizza dal 1675 al 1720. Fu anche Re di Sicilia dal 1713 al 1720, quando di venne Re di Sardegna. Primo Re di casa Savoia, col suo lungo governo trasformò radicalmente la poli ca piemontese, basata sulla so omissione alle po tenze straniere quali Francia o Spagna, rivendicando orgogliosamente l’indipendenza del piccolo Stato dalle vicine nazioni (si pensi, ad esempio, all’epi sodio dell’assedio di Torino del 1706). Vi orio Amedeo II seppe progredire in questa sua poli ca riuscendo infine a o enere l’ambita corona reale. 5 Pierre Terrail de Bayard, italianizzato poi in Baiardo (Pontcharra, 1476 – Romagnano Sesia o Rovasenda, 30 aprile 1524). 6 Il futuro Re Vi orio Amedeo II.
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d’altri Stati d’Italia” (7). Il Principe Eugenio (8) vi inviava, raccomandandoli, no bili Austriaci. Lord Chesterfield, nel suo libro “Lettere al figlio”, l’additava come modello di signorile educazione. Furono, tra molti stranieri, allievi dell’Accademia il Prin cipe Federico Guglielmo di Brandeburgo Schwedt; il Prin cipe Ereditario Federico (III) di SassoniaGotha e suo fra tello Principe Guglielmo; il Langravio Emanuele di Assia ReinfelsRothemburg; il Gran Maresciallo di Svezia Conte Hans Axel de Fersen, che fece poi il romantico tentativo di salvare dal patibolo Maria Antonietta, e, in tempi più recenti, Re Faud I di Egitto. Sviluppi successivi e guerre combattute II Re Vittorio Amedeo II nel 172930 attuò un riordina mento dell’Istituto al fine di renderlo rispondente allo scopo dell’educazione non solo dei futuri ufficiali del l’Esercito, ma pure dei Quadri direttivi dell’Amministra zione Statale ed anche per ripartire convenientemente le competenze tra il gesuitico Collegio dei Nobili e la stessa Reale Accademia. Lo sviluppo dei corsi nell’ul mo scorcio del XVII secolo e in tu a la prima metà del successivo fu turbato dal susse guirsi di guerre comba ute dallo Stato subalpino nella sua perenne necessità di lo are per sopravvivere ed ampliarsi. È bene ricordare quei periodi di aspre lotte per la so pravvivenza intercalate da brevi intervalli di pace, poiché in essi si consolidarono e si rafforzarono quelle tradizioni militari di un popolo e di un Esercito non da parata ma da guerra, sempre pronto a misurarsi con le armate dei maggiori Stati europei, preparandosi così ad essere lo strumento che nel secolo XIX saprà affrontare l’Esercito austriaco. Il Ducato di Savoia, infatti, e poi il Regno di Sardegna (9) dovettero combattere le seguenti guerre: 169097 Guerra della Lega di Augusta (battaglie di Staffarda e di Marsaglia, invasione della Provenza, dife sa di Cuneo e di Montmélian, assedio di Pinerolo); 170113 Guerra di successione spagnola (battaglie di Chiari e Luzzara, difesa di Vercelli e di Verrua, assedio e battaglia di Torino) (10); 171819 Guerra contro la Spagna in Sicilia (difesa del la cittadella di Messina, difesa di Trapani); 173335 Guerra di successione di Polonia (assedio di Pizzighettone e di Milano, battaglie di Colorno di Parma e di Guastalla); 174248 Guerra di successione d’Austria (assedi di Modena e della Mirandola, spedizione in Savoia, batta glie di Camposanto nel modenese e di Casteldelfino, di fesa di Cuneo, battaglie di Madonna dell’Olmo di Bassi gnana e di Piacenza o del Tidone, assedio di Genova, battaglia dell’Assietta);
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Torino, la Reale Accademia su proge o di Amedeo di Castella monte
179296 Guerre contro la Francia (difesa di Cagliari, Authion, La Thuile, Collardente, Saccarello, Loano, Mon teno e, Cosseria, Millesimo, Bricche o di Mondovì). La bufera napoleonica e la ricos tuzione della Regia Mili tare Accademia La campagna napoleonica del 1796 rappresentò l’inizio della crisi dello Stato Sabaudo, ma, se l’esito della lo a dell’Armata sarda contro le forze francesi fu alla fine nega vo, è d’uopo riconoscere che essa unico degli Eserci de gli Sta italiani seppe contendere ai Francesi il possesso delle porte d’Italia per qua ro anni e che ben più poten Eserci europei furono, prima d’esso, sconfi dalle armi della Repubblica. E se il Re e le somme autorità dello Stato dove ero ri parare in Sardegna, fondatamente si poteva sperare in un ritorno, alimentato dal naturale sen mento di indipen denza nazionale vivamente sen to nel Regno Sardo, an che se notevolmente venato di regionalismo, conforme al clima del periodo storico considerato. Carlo Emanuele IV, rifugiatosi prima a Parma e dopo a Firenze, divenuto il nuovo sovrano riparò a Cagliari il 3 marzo 1799 con quello che rimaneva della corte e dell’Esercito. Dopo un periodo di sbandamento, superate le comprensibili difficoltà, i cor si per l’istruzione degli Ufficiali furono riorganizza a Ca gliari ove, so o la direzione del Marchese Capitano di Ar glieria Don Vi orio Pilo Boyl di Pu figari, si tennero corsi per i quali nulla cambiò rispe o al passato e per i quali è ragionevole pensare che le materie di studio fossero an cora quelle prescri e per l’Is tuto che aveva funzionato a Torino fino a poco prima (11).
V. Alfieri, Vita, Epoca II. Generale italoaustriaco (Parigi 1663 Vienna 1736), figlio di Eugenio Maurizio e di Olimpia Mancini. Di Sicilia per il breve periodo dal 1713 al 1720, indi di Sardegna fino al 1861. Le truppe vi oriose dopo la ba aglia di Torino (7 se embre 1706), cui avevano partecipato i primi allievi della Reale Accademia divenu Ufficiali, furo no trionfalmente accolte nella ci à al suono della marcia del Principe Eugenio. Da allora, per consuetudine profondamente sen ta, la marcia divenne tradizionale nei nostri Is tu militari. 11 Vedasi: Stefano Ales, Le regie truppe sarde (17731814), Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, 1989, Pag. 227.
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LE VICENDE È in questo spirito nazionale e militare che, passata la bu fera napoleonica, Vi orio Emanuele I (12) il 2 novembre 1815 firmò il decreto di ricos tuzione (“iterum condidit”) dell’Is tuto nella sua sede tradizionale, con esclusivo scopo militare. Segno dell’evoluzione dei tempi, non fu più richie sta l’appartenenza alla nobiltà per entrarvi; infa l’ar colo 2 delle condizioni generali dell’acce azione prescrive, per gli amme en , “che siano di nobile, o civil nascita”. L’Is tuto doveva preparare Ufficiali per tu e le Armi dell’Esercito: gli Allievi des na alle Armi di linea (Fanteria e Cavalleria) ul mato il corso di studi andavano ai reggi men con il grado di So otenente, mentre quelli des na alle cosidde e Armi do e (Stato Maggiore, Ar glieria e Ge nio) completavano la loro preparazione scien fica ed appli ca va in un periodo svolto inizialmente all’Accademia stes sa e, subito dopo, alla Scuola di Applicazione, sviluppandosi così un comune proficuo lavoro dei due Is tu nella prepa razione dei giovani Ufficiali, che si intensificherà nel corso del secolo XIX e di quello successivo fino a sfociare nell’at tuale situazione di in ma fusione nel ciclo forma vo unita rio degli Ufficiali delle Armi dell’Esercito. La Regia Militare Accademia formò così quasi tu gli Uf ficiali di carriera di tu e le Armi che comba erono nelle guerre contro l’Austria degli anni 1848, 1849 e 1859, nella Campagna di Crimea del 185556, nella Spedizione del 1860 nell’Italia centrale e meridionale e nelle operazioni di asse dio delle fortezze borboniche nel 186061.
luzione finale che avesse presen sopra u o le esigenze nazionali di dare alle altre regioni confluite in quello che or mai stava per diventare il Regno d’Italia, la sensazione che esse erano tu e a egual diri o parte della nuova grande Patria e che, di conseguenza, anche l’Esercito era ormai ita liano. Altre anto dovevano tenersi presen le necessità mili tari forma ve ed organizza ve. Le considerazioni naziona li portavano naturalmente a prevedere la dislocazione di un secondo grande Is tuto di formazione di Ufficiali fuori del Piemonte. Di quelle militari le considerazioni forma ve evidentemente ostavano a che si infrangesse il dogma della unità della fonte di formazione degli Ufficiali delle Armi. Mentre quelle organizza ve portavano elemen a favore della scelta di qualche altra località fuori del Pie monte che avesse, però, i requisi di una favorevole posi zione geografica, di un adeguato livello culturale della cit tà ospitante e della disponibilità di locali ada ad una scuola di formazione forte di molte cen naia di Allievi. Non si volle, e giustamente, considerare la cos tuzione di una seconda Accademia di formazione per tu e le Armi per ovvi mo vi nega vi. Si pensò invece ad un Is tuto militare che potesse assom mare i compi di formazione degli Ufficiali di Fanteria (svol
Dall’Armata Sarda all’Esercito Italiano: dalla quadripar zione alla bipar zione Dopo la Campagna del 1859 e i conseguen plebisci ed annessioni, si ebbe una straordinaria dilatazione dell’Arma ta Sarda che passò dalle 5 Divisioni con forza di 70.000 uo mini della Campagna del 1859 alle 13 Divisioni dell’ordina mento Fan (13) del 1860 con 183 mila uomini. L’aumento grandioso e subitaneo dell’Armata e la preve dibile necessità di ulteriori ingrandimen , in vista del pro gresso dello sviluppo unitario ormai inarrestabile, ebbero immediata ripercussione nell’Accademia Militare. Questa era infa ormai insufficiente (14) ad ospitare e preparare il gran numero di Ufficiali necessari alle varie Ar mi dell’Esercito. Si pose quindi alla mente del Generale Manfredo Fan , Ministro della Guerra, la necessità di risol vere defini vamente il problema, senza soluzioni interlocu torie quali quelle dei corsi supple vi all’Accademia presso la Scuola Militare di Fanteria a Ivrea (già a uato nel febbra io del 1859) ed a Modena (1860) e la Scuola Militare di Ca valleria a Pinerolo (1860) per la formazione degli Ufficiali delle rispe ve Armi. Si tra ava cioè di individuare una so
Tricolore della Repubblica Cispadana 1797
12 Vi orio Emanuele I di Savoia, de o il Tenacissimo (Torino, 24 luglio 1759 – Moncalieri, 10 gennaio 1824), duca di Savoia, Piemonte e Aosta, e Re di Sardegna dal 1802 al 1821. Dopo la restaurazione, nel 1814, su modello della Gendarmeria francese, creò l’Arma dei Carabinieri da cui deriva il moderno corpo. 13 Manfredo Fan (Carpi, 23 febbraio 1806 – Firenze, 5 aprile 1865) è stato un Generale e poli co. 14 II Ministro della Guerra Generale Fan , il 13 marzo 1860 presentò alla sanzione reale un decreto per il quale erano dispos 3 corsi dis n per la prepa razione degli Ufficiali des na alla fanteria (corso supple vo alla R. Militare Accademia, presso la Scuola Militare di Fanteria in Ivrea, corso già creato con decreto del 27 febbraio 1859 ed ora riaperto), alla cavalleria (corso supple vo alla R. Militare Accademia a Pinerolo, di nuova is tuzione), alle Armi speciali nella R. Militare Accademia (già in a o). La relazione al decreto gius ficava il provvedimento precisando: “Sire! La Regia Militare Accademia, is tuita allo scopo di formare giovani ufficiali per le varie Armi dell’Esercito, si è resa insufficien ssima per l’aumento che le mutate condizioni hanno richiesto nelle forze militari del Regno”.
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a Ivrea e Modena) e possibilmente, in un secondo tempo, anche di Cavalleria (svol a Pinerolo). Circa la sede, è da te ner presente che, già con R. Decreto del 9 maggio 1860 (15), era stata is tuita a Modena una “Scuola Militare di Fanteria” ad iden co scopo di quella già is tuita in Ivrea, cioè come corso supple vo all’Accademia Militare. Essa era la naturale trasformazione (ad annessione proclamata dell’Italia centrale al Regno di Sardegna) del la “Scuola Militare dell’Italia centrale”, istituita provviso riamente il 5 ottobre 1859 dal Generale Manfredo Fanti, allora comandante in capo delle Truppe della Lega del l’Italia centrale per la formazione di Ufficiali di Fanteria. La Scuola aveva trovato adeguata sede nei locali già oc cupati dalla Scuola e dal Corpo dei Pionieri (Caserma S. Pietro, poi Manfredo Fanti). Sembra perciò evidente che la scelta di Modena per la futura Scuola Militare di Fan teria (e poi anche Cavalleria) decisa dal Generale Fanti fosse inoppugnabile, anche per le insigni benemerenze patriottiche della città, per esser sede di rinomata uni versità e, precedentemente, di Istituti militari a caratte re scientifico di chiara memoria (16). Certo, la decisione presa violò il principio dell’unicità dell’is tuto di educazione degli Ufficiali di tu e le Armi ed ebbe, quindi, ripercussioni profonde sulla disparità della formazione e dei livelli culturali tra le varie Armi, conse guenze che pesarono sul nostro Esercito per circa un seco lo. Le conseguenze nega ve della decisione furono, cioè, lo spezzarsi di quel vincolo profondo esistente nelle file degli Ufficiali dell’Esercito sardo di riconoscersi tu , a qualun que arma essi appartenessero, figli della stessa madre, la Regia Militare Accademia, superando, in virtù della comu ne origine, ogni gelosia umanamente spiegabile tra le di verse armi. Inoltre, la differenza di formazione, specie nel se ore scien fico, e la conseguente notevole differenza della dura ta del corso di preparazione tra gli Allievi Ufficiali di Fante ria e Cavalleria rispe o alle “Armi do e” portavano ad una disparità sensibile nel livello della formazione degli Ufficiali dei due gruppi di Armi; tale disparità era resa esplicita an che formalmente nel nome degli Is tu forma vi: Scuola Militare e Regia Militare Accademia. La differenza si protrasse nei decenni fino alla 1^ Guerra Mondiale, nei quali alle armi speciali (17) era riservato il corso di Accademia triennale completato dal biennio del la Scuola di Applicazione, mentre le Armi di linea frequen tavano il corso biennale di Scuola Militare, solo in seguito completato da un anno di Applicazione. Ovviamente ne soffrì, di riflesso, il principio della coope razione tra le Armi, influenzato nega vamente dalla diver sità della sorgente forma va (mo vo spirituale), dalla di sparità degli studi segui (mo vo culturale) e, per conse guenza, dalla diversità di mentalità e di linguaggio e dalla
tendenza a giustapporre l’opera delle varie armi anziché ad integrarla (mo vo professionale). Ma è d’uopo amme ere che le più gravi considerazioni di cara ere nazionale dove ero avere un peso predominante nella decisione presa. E tali mo vi ebbero una grande im portanza altresì nella concessione del Palazzo Ducale a se de della Scuola Militare, decisa dal Re Vi orio Emanuele II a cavallo della fine del 1861 ed inizio del ‘62 e posta in a ua zione, dopo i necessari ada amen , il 2 gennaio 1863. Ne
Decreto is tu vo della Scuola Militare di Fanteria 9 maggio 1860
15 II decreto firmato a Torino dal Re Vi orio Emanuele II il 9 maggio 1860 stabiliva all’art. 1: “È is tuita in Modena una “Scuola Militare di Fanteria” ad iden co scopo di quella già stabilita in Ivrea. In data 8 febbraio 1861 una disposizione del Ministro, Generale Fan , constatato che “col 1° maggio 1861, avendo principio presso le Scuole Militari di Fanteria in Ivrea ed in Modena un nuovo corso supple vo alla R. Militare Accademia, nello scopo di abilitare ... giovani di conveniente cultura a coprire i pos di So otenente nell’Arma di fanteria ...”, stabiliva che, poiché ... “i bisogni probabili dell’Esercito non saranno né così urgen , né così grandi come in passato, il corso d’istruzione consterà di due anni invece di uno”. 16 Scuola militare del genio e dell’ar glieria di ispirazione francese (17981814) e l’Is tuto cade matema ci pionieri (18241848) is tuito dalla Dinas a d’AustriaEste, dal quale il Fan era uscito nel 1830, laureato in matema ca e diplomato in ingegneria civile. Vedasi anche La scuola militare di Mode na, 17561915 (2 voll., 19141920) dello storico Canevazzi Giovanni (Firenze 1870 Bologna 1932). Di famiglia modenese, insegnò in varî ginnasî e alla Scuola militare di Modena. 17 Con l’is tuzione della Scuola Superiore di Guerra era stato abolito in Accademia il corso di reclutamento di S.M..
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LE VICENDE sono tes monianza le polemiche fomentate da alcuni cir coli lega all’Austria ed alla dinas a decaduta, che masche ravano l’os lità poli ca o campanilis ca alla nuova des na zione del palazzo con i mori di eventuali danni alle opere d’arte custoditevi e, in genere, alla nobilissima archite ura dell’Avanzini. Ribattevano i “nazionali” incitando i modenesi a non voler “rinunziare ai vantaggi incalcolabili che otterranno dalla Scuola Militare per una sciocca idolatria verso l’an tica dimora degli AustroEstensi (18) e li invitavano a ri cordare “il decoro che venne a Modena dalla Scuola del Genio aperta da Napoleone I proprio nel Palazzo Reale (sic) ed a sperare che maggior decoro essa riceverà dalla nuova Scuola più numerosa di tanto” (19). Risultava co munque evidente che l’insediamento nel Palazzo, già se de della dinastia decaduta, di una Scuola Militare del Regno d’Italia assumeva quasi un valore emblematico di solido e definitivo stabilimento del nuovo ordine di co se. D’altronde, il porre la scuola in una dimora principe sca di tanta bellezza artistica non poteva che avere ri flessi molto positivi sotto l’aspetto formativo dei giovani Allievi. Con R. Decreto del 6 aprile 1862 veniva approvato un nuovo regolamento del Ministro della Guerra, Generale Agos no Pe Bagliani di Roreto, mediante il quale erano stabili gli Is tu superiori di formazione degli Ufficiali: − R. Accademia Militare; − Scuola Militare di Fanteria; − Scuola Militare di Cavalleria. È pertanto da tale data fondamentale che la Scuola Mili tare di Fanteria a uò formalmente il suo completo distacco dalla R. Militare Accademia; in precedenza (aprile 1861) aveva assorbito anche le funzioni già svolte dalla Scuola Mi litare di Ivrea che riprese la precedente denominazione di Scuola normale di Fanteria. Infine il 18 se embre 1865 la Scuola Militare assunse la denominazione “di Fanteria e Cavalleria” ed anche il compi to di formazione degli Ufficiali di Cavalleria. Così dalla quadripartizione iniziale (185960) della R. Militare Accademia, attraverso la temporanea soluzione tripartita (18611865), si giungeva alla bipartizione (20), situazione che perdurò fino al 1945. Scoppiata la guerra del 1866 la Scuola fu trasferita a Torino da maggio fino a novembre, riprendendo poi a Modena la sua attività educativa. Questa venne in seguito integrata dalla fre quenza di un corso di completamento svolto presso la Scuola centrale di Parma (che diventerà nel 1910 Scuola di Applicazione di Fanteria) per i Sottotenenti di Fanteria
e presso la Scuola di Cavalleria (dal 1910 di Applicazione di Cavalleria), della durata di otto mesi ed avente lo sco po di perfezionare la cultura militare e di sviluppare quella professionale pratica. La 1^ guerra mondiale Negli anni della Grande Guerra sia l’Accademia Militare sia la Scuola Militare intensificarono la loro a vità forma
Accademia Militare Monumento al Fante ed al Cavaliere, dopo il restauro del 2014, ricorda come Modena è stata sede della Scuola e poi Accademia di Fanteria e Cavalleria dal 1860 al 1943
18 Nel Ducato di Modena dalla Restaurazione regnò, al posto della es nta dinas a estense, la Casa d’AustriaEste nella persona di Francesco IV nato dal l’unione di Ferdinando d’Austria figlio di Maria Teresa imperatrice e di Beatrice ul ma erede di Casa d’Este. La dinas a AustriaEste si es nse nel 1875 con la morte di Francesco V, figlio di Francesco IV. 19 Dal giornale modenese “il Panaro” luglio 1862 Riportato dal citato Canevazzi. 20 Si indicano i decre fondamentali di questo periodo risorgimentale: 27 febbraio 1859: is tuzione del corso supple vo alla R.M.A. presso la Scuola Militare di Fanteria ad Ivrea; 13 marzo 1860: is tuzione del corso supple vo alla R.M.A. presso la Scuola Militare di Cavalleria a Pinerolo; riapertura del corso supple vo a Ivrea di cui al decreto precedente per la sola fanteria, limitazione della R.M.A. alla preparazione degli Ufficiali delle Armi speciali; 9 maggio 1860: is tuzione di una Scuola Militare di Fanteria a Modena e di un corso supple vo alla R.M.A. presso la stessa scuola; 8 febbraio 1861: allungamento da 1 a 2 anni della durata dei corsi supple vi alla R.M.A. presso le Scuole Militari di Fanteria a Ivrea ed a Modena e di Cavalleria a Pinerolo; 6 aprile 1862: nuovo regolamento stabilente l’esistenza autonoma degli Is tu Superiori militari: R. Accademia Militare (Torino), Scuola Militare di Fanteria (Modena), Scuola Militare di Cavalleria (Pinerolo); 18 se embre 1865: des nazione della Scuola Militare di Fanteria alla preparazione anche degli Ufficiali di cavalleria a ribuendole la denominazione di Scuola Militare di Fanteria e Cavalleria.
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va, ovviamente svolgendo corsi di minore durata, concen trando per necessità la preparazione nelle a vità a nen ai compi immedia dei giovani subalterni, con l’intento di rinviare a guerra finita come in realtà avvenne lo svolgi mento di apposi corsi per riqualificarli culturalmente e professionalmente. Ingen ssimo il sacrificio di sangue dei giovani Ufficiali e non solo di essi, specie di Fanteria, educa dai due Is tu : un tributo di sangue ed un insieme di sacrifici e di sofferen ze che onorano altamente coloro che li compirono e le due Scuole che li seppero educare al culto del dovere osservato fino al sacrificio estremo. Il 1° dopoguerra Dopo la guerra, mentre venivano svolti i corsi di perfe zionamento e completamento degli Ufficiali preparati con i corsi accelerati svolti durante il conflitto, vennero ripresi pure i corsi regolari. Nel 1923 la Scuola Militare assunse la denominazione di “Accademia Militare di Fanteria e Cavalleria”, mentre la vecchia Accademia Mi litare, non essendo più unica, aggiunse la specificazione “di Artiglieria e Genio”. Nella prima, essendo venute meno gradualmente, al meno in parte, le prevenzioni contro le discipline scienti fiche, veniva introdotto lo studio dell’analisi matematica e della geometria analitica e descrittiva. Nella seconda, il contenuto scientifico del ciclo formativo, ormai consoli dato da secolare esperienza ed universalmente apprez zato (tanto che gli Ufficiali a cultura completa venivano legalmente ammessi alla frequenza del 4° anno della fa coltà di Ingegneria, se Artiglieri, e del 5° se del Genio), restò sostanzialmente immutato rispetto a quello in vi gore prima del grande conflitto. Tu avia, la durata del corso presso l’Accademia venne presto rido a da 3 a 2 anni e l’intero ciclo forma vo a 4 anni, un solo anno in più rispe o a quello dell’analogo ci clo in vigore per la Fanteria e la Cavalleria, pur essendo no tevolmente più gravato dal peso di tu e le materie scien fiche del biennio propedeu co e di quello applica vo. Non è agevole rendersi conto dei reali motivi che in dussero ad una riduzione della durata dell’iter prepara torio, proprio in un periodo nel quale, maggiormente che per il passato, si affermava lo sviluppo scientifico. Erano, infatti, ormai entrati in ampia applicazione pra tica mezzi a trazione meccanica, carri armati, apparecchi radio, era fresco nel ricordo l’impiego degli aggressivi chimici sul campo di battaglia e si era riscontrato un ver tiginoso aumento quantitativo ed un sensibile elevamen to qualitativo delle Armi e delle Artiglierie. Tutto ciò sembrava postulare un aumento del tempo a disposizio
4 Novembre 1921, Accademia Militare: Celebrazione della vi oria nella Prima Guerra Mondiale
ne, non certo una decurtazione di esso; può essere che abbia pesato sulla decisione il desiderio di avvicinare la durata dei cicli dei due gruppi di Armi e che, non volen do o potendo aumentare quello delle Armi di linea, non si sia trovato di meglio che abbreviare l’altro (Generale di C. A. Enrico Ramella). Comunque sia, la riduzione di un anno nel ciclo dell’Ar tiglieria e del Genio ebbe come conseguenza la compres sione di materie non rapidamente assimilabili quali quel le scientifiche, con evidente sovraccarico dell’impegno degli Allievi e ripercussioni negative in altri settori, spe cie di applicazione pratica. La 2^ guerra mondiale L’inizio del 2° confli o mondiale impose naturalmente ad entrambe le Accademie la riduzione della durata dei singoli corsi e dello sviluppo delle materie scien fiche e do rinali a tu o vantaggio delle a vità di cara ere pra co di più im mediato interesse. Nel novembre del 1942 i grandi bombardamenti di To rino, che colpirono gravemente il palazzo del Castella monte, costrinsero al trasferimento dell’Accademia di Artiglieria e Genio a Lucca. Entrambi gli Istituti dovettero poi sciogliersi per i drammatici eventi dell’8 settembre 1943; ma nella tragedia dell’ora rifulse particolarmente l’eroismo del Comandante dell’Accademia di Fanteria e Cavalleria, Colonnello Giovanni Duca, Medaglia d’Oro al Valor Militare (21) e di due suoi Allievi appartenenti all’86° Corso: Renato Boragine e Giorgio Susani anch’es si decorati con la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
21 Comandante dell’Accademia Militare di Fanteria e Cavalleria organizzava con due ba aglioni e uno squadrone allievi le prime resistenze contro l’inva sione tedesca nella zona di PavulloLama Mocogno e raggruppava intorno alle sue forze i primi par giani iniziando con essi l’accanita lo a tra le giogaie dell’Appennino Emiliano. Dopo avere messo in salvo la gloriosa Bandiera dell’Accademia, si portava per ordine ricevuto dal Comando Supremo, nell’Ita lia se entrionale assolvendo con grande capacità e sprezzo del pericolo compi organizza vi. Ca urato dalle SS, unitamente al giovane figlio che gli era compagno in una pericolosa missione, manteneva il più fiero silenzio nonostante il bruciante dolore per le torture infli egli e la disperata angoscia per l’avvenuto arresto della moglie e della figlia. Con il corpo fiaccato per il mar rio, ma con l’animo sorre o dal senso dell’onore che fu luce della sua vita, dopo cinque mesi di agonia in una buia e stre a cella, che era tomba dei vivi, veniva barbaramente soppresso nella stanza delle torture riunendo si, nel cielo degli Eroi, all’amato figlio, contemporaneamente deceduto al campo di Mauthausen ove era stato deportato. Fulgida figura di soldato tu a dedicata al dovere e alla Patria e che ha preferito la morte al disonore. Verona, 23 agosto 1944. 22 Dal 1937 la R. Accademia di Fanteria e Cavalleria aveva assunto anche il compito della formazione degli Ufficiali dei Carabinieri, prima Arma dell’Eserci to, e dei Servizi di amministrazione e commissariato (sussistenza). Dal 1940 iniziò il corso anche per il Corpo Automobilis co.
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Accademia Militare
LE VICENDE L’Accademia riunificata L’a vità dei due Is tu , interro a per l’armis zio, ripre se a Lecce il 5 aprile 1944, con la cos tuzione di un “Co mando Speciale RR. Accademie Militari” che riuniva in un ba aglione due compagnie di Allievi del 2° anno delle pree sisten Accademie (86° Corso di Fanteria e Cavalleria e 125° corso di Ar glieria e Genio). Ad essi il 24 maggio fu so lennemente presentata la Bandiera del 26° Reggimento Fanteria in temporanea sos tuzione delle Bandiere delle due Accademie. L’Is tuto svolse la sua silenziosa ed a va preparazione dei futuri Ufficiali, in mezzo a difficoltà di ogni genere, dan do vita a vari corsi ordinari e straordinari che si succede e ro fino al 1947. Il 1° dicembre 1945 l’Is tuto assunse la de nominazione di “Regia Ac cademia Militare”, mutata il 19 giugno dell’anno se guente, a causa del muta mento is tuzionale, in quella di “Accademia Mili tare”. Con tale meditata decisione dello S.M. del l’Esercito, l’Accademia ri tornò ad essere veramente la fonte unica di recluta mento degli Ufficiali in s.p.e. di tu e le Armi del l’Esercito (22), riassumen do quella funzione della lo ro formazione unitaria che aveva svolto nell’Armata sarda fino al 1860, fino al momento, cioè, della sua ripar zione. A buon diri o poteva ado are il significa vo mo o “Una Acies” che era stato implicitamente quello della R. Militare Accademia fino al 1860. II processo riunificatore
Giorgio Susani
Il processo riunificatore, che si realizzò per causa degli even esteriori, trovò, peraltro, una situazione psico logica dei Quadri dell’Esercito più matura a recepire que sto “nuovo” conce o che, in verità, nel nostro Esercito era stato a uato “ab an quo”; la maturazione fu fru o, so pra u o, dell’esperienza da essi vissuta nell’ul mo gran de confli o. In questo, infa , la fluidità dei comba men terrestri e la minaccia aerea avevano posto tu e le Armi pressoché sullo stesso piano di esposizione, estendendo a tu e la possibilità di a ngere quegli allori che erano sta , nel passato, meritata preroga va delle Armi di linea. D’altra parte, l’aumento straordinario dei mezzi di com ba mento, di trasporto e collegamento ed il sempre più diffuso tecnicismo generalizzato in tu e le Armi, ma pro porzionalmente cresciuto in maggiore misura in quelle di linea, estendevano ad esse l’obbligo di un sapere che nel
passato era parso essere privilegio e necessità solo del l’Ar glieria e del Genio. Fu chiara, finalmente, la necessità di una stre ssima cooperazione sul campo di ba aglia ed in tu e le com plesse a vità della vita militare in guerra ed in pace; essa richiedeva la profonda conoscenza personale degli a ori, conseguita nella reciproca dimes chezza: ciò imponeva che i Comandan fossero prepara dallo stesso Is tuto, forma con la stessa educazione e porta allo stesso livel lo di studi (Generale di C. A. Enrico Ramella). Lo S.M. dell’Esercito, superando molte obiezioni e molte difficoltà , poneva coraggiosamente a base dell’unicità dell’Accademia il principio che occorreva: unificare elevan do, non livellare deprimendo. Il 15 ottobre 1947 l’Accademia Militare rientrava a Modena nel Palazzo Du cale, nel quale erano an cora in corso i lavori ne cessari per riparare i dan Giovanni Duca ni delle offese belliche e dagli atti di vandalismo e saccheggio, ed il 4 no vembre le fu consegnata la nuova Bandiera, in so stituzione di quella già dell’Accademia di Fante ria e Cavalleria che era stata ricuperata dopo la liberazione. L’inaugurazione ufficiale ebbe luogo l’8 dicembre 1947 con l’intervento del Presidente della Repubbli ca, On. Enrico De Nicola. Significa vo collegamento con le an che tradizioni fu l’adozione nel 1956 del l’uniforme o ocentesca. In occasione del cente nario degli ordinamen Renato Boragine Fan Pe (temporanea quadripar zione dell’Acca demia Militare e poi defi ni va bipar zione nei due Is tu torinese e modene se per i due gruppi di Ar mi), l’allora Capo di Stato Maggiore, Generale Lucini, indi rizzava all’Accademia Militare il seguente ordine del gior no (29 marzo 1960): “Or sono cent’anni nel quadro del riordinamento orga nico dell’Esercito dell’Italia Unita l’an ca Accademia Mili tare di Torino, sorta il 1° gennaio 1678, dava vita alle due Accademie di Fanteria e Cavalleria e di Ar glieria e Genio. Dis n per sede, ma in mamente uni per ideali e dot trina, i due Is tu forgiarono generazioni e generazioni di Ufficiali che su tu i campi di ba aglia, a raverso innume revoli episodi di epico valore e di leggendario eroismo, ac quistarono all’Esercito ed alla Patria nostra un ines mabile patrimonio di onore e di gloria. Nella ricorrenza centenaria, onorando quelli che li pre cede ero, i giovani che a raverso l’Accademia Militare riunificata in Modena intraprendono ora la nobilissima Accademia Militare
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Lecce 1946: la Bandiera con lo stemma sabaudo lascia l’Accademia Militare
carriera delle Armi, sappiano trarre da Loro esempio ed incitamento a sempre meglio operare per le fortune del l’Esercito e della Patria”. In tale occasione venne inaugurato, in un Cortile del Palazzo Estense, un elemento del vecchio colonnato del Palazzo del Castellamonte. Veniva così riaffermata una nobile continuità di tradi zione storica intessuta di valori spirituali e di glorie mili tari e civiche. Pertanto, l’attuale Accademia Militare giustamente si vanta di essere erede delle altissime tradizioni pluriseco lari dell’Accademia di Torino e di quelle più recenti, ma gloriosissime, della Scuola di Modena. Con fierezza ricorda i nomi dei gloriosi Caduti dei due Istituti, di quei 7.820 (23) eroi che immolarono la vita nell’assolvimento del dovere compiuto per la Patria che fu inculcato attraverso i secoli agli oltre 117.017 giovani educati dalle due Accademie e nel SacrarioMuseo Stori co del Palazzo Estense conserva i ricordi delle 504 (24) Medaglie d’Oro di ex Allievi e le antiche Bandiere del l’Accademia di Torino e della Scuola Militare di Modena. Il Capo di S.M. dell’Esercito nel 1967 ha offerto all’Ac cademia Militare la riproduzione in bronzo della vecchia campana donata nel 1678 dalla fondatrice alla Reale Ac cademia affinché dal battito delle ore gli Accademisti fossero incitati ai consueti doveri quasi dalla stessa voce reale (... ut Academici horarum pulsu ad consueta mune ra regia quasi voce excitentur...). Ciò perché i giovani d’oggi ricordino, in questo simbo lo, l’antica gloriosa Accademia progenitrice dell’attuale e lo considerino quale segno del profondo vincolo spiri tuale che unisce all’Accademia Militare la Scuola di Ap
plicazione, gelosa custode nel Palazzo dell’Arsenale dell’originale della “Campana del Dovere” e dello stretto legame dei due Istituti nel comune compito formativo. È in nome appunto della secolare continuità spirituale sopra illustrata che lo S.M. dell’Esercito ha ripristinato dal 1968 la numerazione tradizionale dei corsi in vigore nella R. Militare Accademia dal 1815 in avanti. Fino al settembre 1943 gli anni accademici di Torino e Modena ebbero numerazioni diverse in funzione delle ri spettive date di fondazione, ossia 1815 per Torino e 1860 per Modena (nei precedenti periodi non si usava numerare gli anni accademici). Con la riapertura dei corsi a Lecce (1944) e l’unificazio ne delle Accademie Militari, per sottolineare l’inizio di questa nuova fase della storia degli Istituti di formazio ne, si assegnò ai corsi una nuova numerazione che pro seguì fino al 24° Corso. Si decise, infatti, di riprendere la tradizionale numera zione storica denominando 150° il Corso che avrebbe dovuto chiamarsi 25°, facendo così riferimento all’Acca demia di Artiglieria e Genio di Torino per giusto dovere di anzianità. La non perfetta corrispondenza numerativa (1815 – 1968) dipende dal fatto che durante i due con flitti mondiali vennero organizzati corsi accelerati oppu re vennero sospesi i corsi ordinari. Nel 1998 è stato assegnato all’Accademia Militare il compito della formazione dei medici, farmacisti e veteri nari dell’Esercito; contemporaneamente è stata decisa la chiusura dell’Accademia di Sanità di Firenze, istituita nel 1968 e a sua volta erede dell’antica Scuola di Sanità Mili tare (fondata nel 1883) e poi diventata Scuola di Appli cazione di Sanità. Ancora a partire dal 1998 l’Istituto organizza anche i corsi per il Corpo degli Ingegneri (di nuova costituzione). Con il 182° Corso (Anno Accademico 2000 – 2002) so no state ammesse alla frequenza dei corsi dell’Accade mia Militare anche le donne. In sintesi, in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia, presso l’Accademia Militare sono attivi i seguenti corsi, differenziati per durata: − biennale in Scienze Strategiche per gli Allievi delle Va rie Armi, l’Arma dei Trasporti e Materiali ed il Corpo di Commissariato dell’Esercito. Tali corsi proseguono an cora per un triennio presso la Scuola di Applicazione di Torino; − biennale in Giurisprudenza per gli Allievi dell’Arma dei Carabinieri. Questo corso prosegue per tre anni presso la Scuola Ufficiali di Roma; − triennale in Ingegneria per gli Allievi del Corpo degli In gegneri dell’Esercito. Il corso prosegue presso la Scuo la di Applicazione di Torino; − quinquennale in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche e Medicina Veterinaria per gli Allievi del Corpo Sanitario dell’Esercito; − sessennale in Medicina e Chirurgia per gli Allievi del Corpo Sanitario dell’Esercito.
23 Questo dato ed i seguen sono riferi al 31 dicembre 2014. 24 Le M.O.V.M. sono in realtà 506 poiché due, il Col. Giuseppe Galliano e il Ten.Gen. Maurizio Gonzaga del Vodice, ne hanno meritate due ciascuno. 25 Maria Giovanna Ba sta di Savoia, Duchessa di Savoia, Principessa di Piemonte, Regina di Cipro, affinché dal ba to delle ore gli Accademis siano inci ta , quasi dalla stessa voce reale, ai consue doveri, ordinò di fondere a spese reali nell’anno 1678, terzo del suo governo.
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Accademia Militare
LA CAMPANA DEL DOVERE La Campana del Dovere
foglie d’acanto, quindi due cerchi ornamentali ed infine il du plice mo vo del bordo inferiore. La campana della Reale Ac Ha valore di ammonimento e di incitamento al Dovere e cademia è dunque, per il suo profondo significato e per gli in al lavoro. segnamen che da essa tu ora si traggono, un elemento di Nel 1678, a pochi mesi dalla fondazione dell’Accademia al ssimo valore morale; a questo si unisce il pregio intrinse Reale, è la stessa Duchessa Maria Giovanna Ba sta di Sa co di un capolavoro di fusione del tardo XVII secolo, uno dei voia, Reggente del Ducato per la morte del consorte Carlo pochi saggi di campana usci dalla Regia Fonderia di Torino. Emanuele II, che offre la campana al nuovo Is tuto, il pri Ge ata negli stessi forni da cui uscirono i sagri, i falco mo del genere in Europa. Montata su una torricella fornita ne , le colubrine, i mortai petrieri che difesero il Ducato di orologio, che sorgeva nell’ala est del Cor le D’onore nelle due successive guerre contro la Francia, campana dell’Accademia, proge ata da Amedeo di Castellamonte, non des nata alle torri delle chiese, ma ad un austero e essa segna per secoli la vita ordinata degli Accademis . scelto Is tuto militare dove vennero educa dapprima Ac È in installazione fissa, priva quindi di qualsiasi movimen cademis sabaudi e fores eri, poi, fino al 1862, i futuri Uf to oscillatorio, e due batocchi sistema ai la percuotono ficiali di tu e le Armi dell’Armata Sarda e, infine, quelli di il bordo esterno del Ar glieria e Genio lo strumento per del novello Esercito marcare le ore e per Italiano, essa ali i segnali par colari menta le più alte delle operazioni del tradizioni degli at l’Accademia. «Ma tuali nostri Is tu ria Ioanna Bap sta militari. a Sabaudia Sabau L’iscrizione di Ma diae Ducissa Pede ria Giovanna Ba mont. Princ. Cypri sta mirava a fissare Regina ut Acade il conce o che gli mici horarum pulsu Accademis al suo ad consueta munera no della campana regia quasi voce ex dovessero sen rsi citentur regiis sum incita ai doveri p bus conflari iussit quo diani come dal anno 1678 admini la stessa voce regale stra onis suae ter («ad consueta mu o» (25). nera regia quasi vo Questa è l’iscrizio ce excitentur»). ne che appare sulle Oggi che la cam tre linee in alto del pana traslata per la la campana, so o il sollecitudine del Ge fregio superiore di nerale Melchiorre foglie d’acanto: «Simon Jannelli, allora Comandante Accademia Militare, Cor le Torino: Boucheron m’a faite». Così delle Scuole di Applicazione la Campana del Dovere si legge chiaramente sul d’Arma, ed esposta nel ma basso della campana, sul gnifico cor le barocco del fronte principale, so o il fregio inferiore di foglie d’acanto. Palazzo dell’Arsenale diffonde ancora la sua voce secolare E da questa semplice didascalia si ricava la storia della nelle occasioni solenni dell’apertura e della chiusura di ogni campana, così legata per curiosa coincidenza proprio al Anno accademico della Scuola di Applicazione, i suoi rintoc l’edificio militare che oggi la possiede. Essa è stata infa chi, così come avveniva nei secoli passa , ci danno il senso res tuita nel 1956 al fabbricato dove nacque ed è montata della con nuità del principio del Dovere, cui ci siamo sponta a pochi metri dal luogo ove sorgeva la primi va Fonderia neamente e perpetuamente consacra . di cannoni in cui fu “ge ata”. Simon Boucheron, francese Con questo spirito ed in omaggio a ques al ideali, il Capo d’origine, diede buone prove di sé in Torino nell’arte di di S.M. dell’Esercito ha voluto far dono all’Accademia Milita fondere, tanto da essere elevato nel 1662 da Carlo Ema re di una bronzea riproduzione della vecchia campana, onde nuele II alla carica di «fonditore e fabbricatore generale i giovani Allievi ricordino, in questo simbolo, l’an ca gloriosa della nostra ar glieria, sì grossa che piccola». Accademia da cui discende l’a uale, quale segno del profon La campana dell’Accademia è alta 95 cm e larga, al dia do vincolo spirituale che unisce gli Is tu Militari di Torino e metro inferiore, altre anto; il suo peso è di poco inferiore di Modena, impegna nello stesso compito forma vo e col ai 500 chilogrammi. So o l’iscrizione dedicatoria, nella lega pure dall’eguale suono della “Campana del Dovere”. parte centrale del corpo, appare un bellissimo stemma Nel 2013 il Presidente della provincia di La na, Armando par to delle Case di Savoia e di SavoiaNemours e sul fron Cusani, ha donato all’Accademia Militare un’altra campana te secondario lo stemma del Conte di Piossasco, Gran Ma del dovere. stro di Ar glieria (da cui dipendeva la Regia Fonderia dove Realizzata dalla famosa fonderia Marinelli di Agnone, per la campana venne “ge ata”). ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia, la campana è stata Dopo i due stemmi, la campana reca un secondo fregio di collocata in aula magna. Accademia Militare
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Relazione dell’a vità svolta dal Tenente Colonnello in s.p.e. Giovanni Filipponi dall’8 se embre 1943 al 20 giugno 1945 L’86° Corso Allievi della R. Accademia di Fanteria e Cavalleria (1° anno) dall’ 8 agosto 1943 stava svolgendo, nella zona delle “Piane di Mocogno” (Appennino Modenese), il primo periodo di campo d’Arma. Il 3 se embre avrebbe dovuto muovere per il secondo periodo (campo mobile) e trasferirsi nelle zone di Scandiano Sassuolo (terzo periodo del campo) per effe uare i ri di comba mento e completare l’addestramento di repar to (squadra isolata e inquadrata). Il Colonnello Giovanni Duca, che seguiva con par colare interesse gli avvenimen poli co militari, prevedendo quanto sarebbe accaduto, dopo mol colloqui con il Generale Ma eo Negro, Comandante la R. Ac cademia di Fanteria e Cavalleria e la Scuola di Applicazione di Fanteria, o enne che l’inizio del campo mobile fosse rinviato. Improvvisamente, il 5 se embre (il Colonnello Duca quel giorno era in regolare per messo) lo scrivente ebbe STEMMA l’ordine, dal Generale Negro, DELLA REALE ACCADEMIA di iniziare il campo mobile il DI SAVOIA TORINO giorno seguente. Nei giorni 6, 7 e 8 i repar effe uarono Sormontato da corona reale: marce a scopo ta co e la − nel primo quarto le Armi di sera dell’8 la dislocazione era pretesa per il Regno di Ci pro: Gerusalemme, Lusi la seguente: gnano, Armenia e Lussem I Ba aglione: accampato burgo; nei pressi di Lugo; − nel secondo quarto le Armi II Ba aglione: accampato d’origine: Wes alia, Sasso nia, Angria; nei pressi di Vitriola; − nel terzo quarto le Armi di Squadrone Allievi di Caval dominio: Aosta, Chiablese; leria: a Baiso; − nel quarto quarto altre Ar Reparto Zappatori: suddi mi di dominio: Monferrato, viso fra Scandiano e Sas Genevese; − al centro il Casato di Savoia. suolo, dove stava predi sponendo gli alloggiamen , e le Piane di Mocogno, dove doveva smontare gli impian del campo; Drappello Automobilis co: stava effe uando il trasferimento dei materiali dalle Piane di Mocogno a ScandianoSassuolo; solo qualche automezzo era a disposizione dei Repar per il trasporto delle cucine e per il rifornimento dell’acqua. Il Comando della R. Accademia, che aveva seguito l’86° Cor so al campo, era accantonato a Vitriola. Il Comandante l’86° Corso la sera dell’8 aveva sostato a Lugo presso il I Ba aglione. Alle ore 21.30 di de o giorno il Colonnello Duca, di passaggio per il mio comando con des nazione Modena, dove si recava per ricevere istruzioni dal Generale Negro, mi informò dell’av venuto armis zio. In a esa del ritorno del Colonnello Comandante disposi: a) I Ba aglione, accampato a Lugo, poco lontano dalla strada Sas suolo Montefiorino disponesse un servizio di avvistamento e, data l’assoluta mancanza di munizioni, si occultasse in modo da poter sfuggire all’osservazione dalla strada; raccogliesse, in punto ada o, il materiale ingombrante e si tenesse pronto a muovere, con il solo indispensabile, anche fuori strada; b) nessun ordine al II Ba aglione perché da dire amente dal Colonnello Duca; c) lo Squadrone di Cavalleria che avrebbe dovuto muovere alle prime ore del ma no del giorno 9 soprassedesse, in a esa di ulteriori disposizioni, pronto però a me ersi in marcia in qualunque direzione. 12
Accademia Militare
Alle ore 2 circa del giorno 9, il Colonnello Duca, di ritorno da Modena, mi riferì di avere avuto un colloquio, piu osto conci tato, col Generale Negro, il quale, non condividendo le sue ap prensioni, ma anzi essendo molto o mista, malgrado gli fosse ben nota la presenza nei dintorni di Modena di rilevan forze tedesche, avrebbe voluto che i repar , anziché a endere alle istruzioni previste, senz’altro raggiungessero le zone des nate per il terzo periodo del campo (Scandiano per il I e II ba aglio ne, meno la Compagnia Servizi; Sassuolo per lo Squadrone Al lievi Cavalleria e per la Compagnia Servizi). Il Colonnello Duca, in considerazione che gli alloggiamen non erano ancora pron ed i materiali non ancora completamente afflui e per ché era sen ta la necessità di un giorno di sosta, dopo tre gior ni di lunghe marce in montagna (in media 3035 km. al giorno con for dislivelli) aveva o enuto che i repar sostassero nelle località raggiunte il giorno 8. Mi disse inoltre che avrebbe mandato ai Ba aglioni muni zioni da guerra, che avrebbe fa o ri rare dalle polveriere di Piane di Mocogno e di Scandiano. Alle ore 7.00 del giorno 9 il posto di avvistamento, fa o collocare la sera prima dal I Ba aglione nelle adiacenze della strada Montefiorino Sassuolo, mi comunicò di aver chiaramente percepito raffiche di mitragliatrici e col pi di cannone nelle direzioni di Modena e di Sassuolo. Disposi perché il I Ba a glione togliesse l’accampa mento e per vie diverse e co perte si trasferissero più a monte occultandosi dietro l’altura che sovrasta Lugo. Doveva avere par colare cura nel non lasciare traccia di sé. Al le ore 8.00, al passaggio dell’autoambulanza proveniente da Vitriola, doveva sgombrare a Modena gli ammala . Dopo neppure mezz’ora dal passaggio della autoambulan za, questa tornò indietro e il Tenente medico, che l’accom pagnava, mi riferì di aver appreso, da popolani che fuggiva no spaventa da Sassuolo, che, alle ore 6.30 circa, la sede dell’Accademia a Modena era stata occupata da truppe te desche, e alle 7.00 circa, il presidio militare italiano di Sas suolo (Corso di accertamento So ufficiali), dopo breve com ba mento, aveva dovuto capitolare nelle mani di un repar to corazzato delle S.S. tedesche. L’Ufficiale mi informò an che di aver appreso che truppe tedesche, proveniva da Sas suolo, avevano raggiunto Castellarano e si dirigevano verso BaisoCarpanedo. Nel fra empo un caporale, ves to in borghese, proveniente in bicicle a da Scandiano, mi avver va che, alle ore 6.00 circa, un reparto tedesco aveva fa o irruzione nella Rocca di Scan diano e aveva ca urato il reparto Zappatori là distaccato per predisporre i servizi, in vista dell’arrivo degli Allievi dell’86° Corso. Di fronte a tale situazione disposi: a) lo squadrone Cavalleria doveva ripiegare subito in direzione di Monte S. Mar no S. Gius na, avvertendo quel Coman dante del pericolo che correva di essere ca urato da truppe
L’ACCADEMIA MILITARE ALL’8 SETTEMBRE 1943 tedesche. Mandai avviso a mezzo motociclista. unirsi a quella di Ar glieria e Genio. b) il I Ba aglione, riducendo i carichi, e dopo aver distribuito il A Lucca poi si sarebbe potuto concretarsi il da farsi. Il Colon primo rancio, doveva me ersi in marcia in direzione di nello Duca, servendosi del furgoncino che aveva portato il Ca Monte S. Mar no S. Gius na. po servizio Bonaccini, aveva provveduto al prelevamento della Di questa mia decisione ne informai il Colonnello Duca, tra farina necessaria per due giornate di pane che venne confezio mite il Ten. medico, al quale ordinai di raggiungere al più pre nato e co o durante le no e dagli Allievi stessi (si dove e tra sto Vitriola. sportare a salma la legna occorrente dai boschi vicini), alla re Data la deficienza di quadrupedi e di automezzi disposi inol quisizione di buoi, che furono fa abba ere sul posto. tre: il I Ba aglione doveva portare al seguito una sola coperta Non disponendo di fondi, perché l’Ufficiale di Amministra da campo, qua ro fucili mitragliatori ed una mitragliatrice per zione, che aveva seguito l’Accademia al campo, era rimasto compagnia. per la liquidazione dei danni alle Piane di Mocogno, il Colon Sull’unico autocarro, di cui il ba aglione disponeva, dove nello Duca, passando per Montefiorino, si fece consegnare vano essere carica : le cucine, i viveri ed il personale di cuci L. 5.000 dall’Ufficio Postale e L. 20.000 dalla Banca di S. Gemi na e quindi ripiegare su Vitriola. Il rimanente materiale dove gnano (?). va essere riunito e lasciato sul posto, dove sarebbero rimas Usufruendo del servizio telefonico della Società Ele rica di guardia i So ufficiali di contabilità. Quando il Ba aglione Emiliana, data l’interruzione dei servizi normali, il Colonnello stava per muovere giunsero le munizioni: 150 caricatori per Duca si mise in conta o con le stazioni dei CC.RR. della zona e, fucili, 3.000 per dove mancava mitragliatrici e no i Carabinieri, STEMMA bombe a mano con lo stesso DELLA REGIA ACCADEMIA MILITARE (non ricordo il DI ARTIGLIERIA E GENIO TORINO personale della numero). Anche Società, in mo Sormontato da corona reale: in quel momen do da poter ave − nel primo quarto le Armi di pretesa per il Regno di Cipro: to arrivava da re nozione dei Gerusalemme, Lusignano, Armenia e Lussemburgo; Modena, con movimen ese − nel secondo quarto le Armi d’origine: Wes alia, Sas sonia, Angria; un camioncino gui dalle trup − nel terzo quarto le Armi di dominio: Aosta, Genova, privato, il capo pe tedesche e Chiablese, Nizza; servizio Bonac prevedere, in tal − nel quarto quarto le altre armi di dominio: Piemonte, cini, il quale mi modo, possibili Monferrato, Genovese, Saluzzo; informava degli − al centro l’aquila nera dell’an co Casato di Savoia e al minacce. Ci ren punto d’onore lo stemma di Sardegna. avvenimen demmo così della ci à (cat conto che il Co tura dei Gene mando tedesco Mo o araldico: rali Negro e stava ricercando Icere et disiicere. Extruere et diruere (Fare e disfare. Costruire e distruggere) Reggiani, di tu la R. Accademia. gli Ufficiali, trup Infa camio pa e personale ne e incrocia civile dell’Accademia e della truppa di Fanteria e di Ar glieria vano a breve intervalli lungo le strade di fondo valle Secchia, di del Presidio di Modena), di Sassuolo (ca ura del Generale Ponte Dolo Montefiorino Frassinoro, Sassuolo Polinago Ferrero e di tu o il Presidio Militare), di Scandiano (ca ura di Palagano Montefiorino, Lama Mocogno Palagano. Il ma tu o il reparto Zappatori, meno quei pochi elemen che sta no del giorno 10 furono inviate pa uglie di Cavalleria per ac vano approntando i poligoni di ro). certare il movimento tedesco in direzione sud, verso Monte Mi informò che truppe tedesche, montate su camione e, Acuto, e per vedere quali possibilità ci fossero per a raversare erano in movimento da Modena a Pavullo. Sulla strada per la strada Polinago Palagano. Ponte Dolo, oltre Sassuolo, non aveva notato presenza di trup Intanto, avendo notato che solda tedeschi sostavano nei pe tedesche, ma era risaputo che nei giorni preceden repar pressi di Ponte Dolo e camione e erano in con nuo movi tedeschi avevano sostato nei dintorni di Scandiano e Sassuolo. mento, fu deciso di abbandonare Moso, nella quale località Intanto il Colonnello Duca mi faceva sapere che approvava giunge una carreggiabile, e avvicinarsi alla strada che avrem le disposizioni da me prese e che dovevo raggiungerlo a Moso. mo voluto a raversare per portarci a Monte Acuto. Dire amente aveva mandato ad avver re lo Squadrone Caval Prima di muoverci furono riuni tu gli Allievi di nazionali leria di dirigersi a Moso. Dopo una marcia fa cosa per dislivelli tà croata, disarma e passa in consegna ai carabinieri venu da superare, per le ca ve condizioni delle mula ere e dei da Montefiorino. De Allievi rappresentavano un pericolo sen eri che si dove ero percorrere, per il forte calore e la perché si erano sempre dimostra di sen men dubbi, se mancanza di acqua, i repar raggiunsero, a tarda sera, la zona non os li nei nostri riguardi. Fra gli Allievi italiani le no zie di Moso piu osto fiacca . frammentarie più disparate producevano un sen mento di Nel pomeriggio di quei giorni era stato notato movimento di abba mento, di disorientamento, creando discussioni fra gli camione e lungo la valle del Secchia fino all’altezza di Ponte Allievi stessi. Già dall’occupazione della Sicilia, Allievi prove Dolo. Prima ancora del mio arrivo il Colonnello Duca aveva di nien da quella regione manifestavano il proposito di voler sposto che due Ufficiali, in borghese, si recassero a Lucca, in andare a comba ere rinunciando al corso, per difendere la motocicle a, per prendere conta con la R. Accademia di Ar propria terra. glieria e Genio. Mi ricordo che era sua intenzione portare Mol di essi presentarono la domanda di dimissione da Al l’Accademia oltre la crinale Appenninica, raggiungere Lucca e lievo e tre di essi abbandonarono arbitrariamente l’Accade Accademia Militare
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STEMMA DELLA REGIA ACCADEMIA MILITARE DI FANTERIA E CAVALLERIA MODENA
Sormontato da corona reale: − nel centro in campo rosso lancia da torneo con banderuola azzurra incrociata a gladio romano sormonta da stelle d’argento; − al capo stemma di Savoia (moderno).
Mo araldici: Una Acies (1928) Preparo alle glorie d’Italia i nuovi eroi (1933) 1928
mia. Difficile fu l’opera di persuasione da parte del Colonnello Duca e di tu gli Ufficiali, anche perché qualche Ufficiale, di origine siciliana, mal celava gli stessi sen men degli Allievi. Ora tale stato d’animo si propagava fra gli Allievi dell’Italia me ridionale e la situazione rendeva maggiormente difficile un’opera di controllo e persuasione durante la marcia di quel giorno, infa , mol di essi si allontanavano arbitrariamente. Significa vo il fa o del Maggiore in s.p.e. Ancelli, Capo dell’Ufficio Studi, che durante il periodo del campo mobile se guiva, quale segretario, il Colonnello Duca. Alla partenza da Moso non seguì il Colonnello né fu più ve duto. Dall’Ufficiale che manovrava in coda alla colonna ap prendemmo che il Maggiore, subito dopo la partenza del Co lonnello, si era ves to in borghese, con abi forni gli dalla po polazione. Solo nel mese di novembre ebbi no zie che da Mo so si era recato a Modena e successivamente in Toscana. No zie delle pa uglie confermavano che le camione e tedesche pa ugliavano la strada che intendevano a raversare. Una pa uglia, che aveva tentato di spingere degli appieda sulla strada era stata fa a segno a fuoco da parte di una camionet ta apposta e occultata so o ripa. Il Colonnello Duca, giudicata la situazione molto grave, pri ma di prendere una decisione di così grande importanza, riu nì intorno a sé gli Ufficiali superiori presen (Ten.Col. r. del la Riserva Loi Francesco, Maggiore di Fanteria in s.p.e. Falco ni Folco, Maggiore di Fanteria in s.p.e. Zurle , Maggiore di Cavalleria in s.p.e. Lala a Fabrizio e lo scrivente). Dopo aver prospe ato la situazione del momento, le difficoltà da supe rare, con par colare riguardo alla zona che si sarebbe dovu to a raversare mancava di ogni risorsa, alla mancanza com pleta di viveri e di materiali da cucina, alle condizioni fisiche e morali dei repar che disponevano di appena 350 caricatori per mosche oni e 6.000 colpi, circa, per mitragliatrice e po chissime bombe a mano, chiese cosa ciascuno di noi o enes se opportuno di fare. Le proposte furono contrastan . Alla mia, di frazionare i repar e tentare di passare a raver so le maglie nemiche, approfi ando della oscurità per riunirci successivamente in una località oltre crinale, si oppose la mag gioranza per considerazioni diverse. Il Colonnello Duca volle interpellare i Capi Scel e gli Scel , che, per essere più vicini agli Allievi, meglio ne rispecchiava no i sen men . Ques riferirono che la maggioranza non de siderava che poter raggiungere le proprie famiglie per ren 14
Accademia Militare
1933
dersi conto e rassicurarsi di quanto stava accadendo. Il Co lonnello comandante si appartò per qualche minuto; quando tornò diede l’ordine dello scioglimento temporaneo del Cor so, aggiungendo che, a mezzo radio, avrebbe dato l’ordine di dove e quando il Corso stesso avrebbe dovuto riunirsi. Si pensava che la riunione potesse avvenire in Umbria o nel Lazio. Furono date disposizioni per l’interramento delle armi e per l’occultamento dei materiali. I quadrupedi furono affida alle poche persone delle vicinanze che furono chiamate, con l’av ver mento che avrebbero dovuto res tuirli alle autorità del R. Esercito non appena ne avessero ricevuto avviso. Erano tra scorse le ore 20 quando gli Allievi sciamarono. A orno al Colonnello Duca rimanemmo solamente in 20: il so oscri o, il Capitano degli Alpini in s.p.e. Qua rini, il Tenen te dei carris in s.p.e. Pannilini, il S.Ten. di Cavalleria in s.p.e. Ricci e 16 Allievi dei quali ora non ricordo i nomi. Col favore dell’oscurità il gruppo, tu o montato a cavallo, sfuggì alla vigilanza nemica, oltrepassò la strada PolinagoPala gano, ma non appena superata la strada LamaMocognoPala gano il gruppo si trovò dimezzato. Si fecero ricerche in tu e le direzioni, ma infru uose. Il giorno seguente sostammo alle Piane di Mocogno, nella speranza che il gruppo si ricos tuisse, ma l’a esa e le ricerche furono vane. Si approfi ò per dare sistemazione al materiale che si voleva che non restasse incustodito e incontrollato. Restò sul posto il Capitano dei bersaglieri in s.p.e. Mazzuca, comandante de gli Zappatori, che, come ho già de o prima, stava recuperan do il materiale, insieme con alcuni solda . Si segnalò ai Cara binieri di LamaMocogno le località in cui era stato occultato il materiale e le armi, e si diedero disposizioni per una miglio re sistemazione dei quadrupedi che si erano dovu abban donare. Gruppi di Allievi restavano nella zona e ques ven nero affida alla benevolenza della popolazione patrio ca. Più tardi intorno ad essi si riunirono altri elemen e così eb bero vita i primi nuclei di Par giani nella zona Appenninica Modenese. Il giorno 13 se embre il Colonnello Duca, il Tenente Pannili ni ed io, dopo esserci procura ves borghesi, documen di riconoscimento e permessi per poter viaggiare, scendemmo a Modena. Ci fu di valido aiuto il Comandante della stazione dei CC.RR. di LamaMocogno, al quale raccomandammo anche di assistere gli Allievi che erano rimas nella zona e di vigilare i
L’ACCADEMIA MILITARE ALL’8 SETTEMBRE 1943 materiali e le armi abbandonate. In quei giorni la strada nazionale dell’Abetone e del Brenne ro era con nuamente percorsa da repar motorizza e mec canizza nemici, che si trasferivano verso il sud. Nei vari paesi della zona Appenninica erano sta cos tui pos tedeschi di comando e di controllo e tra la popolazione si rilevavano i primi traditori. Il giorno 15 il Colonnello mi inviò a Perugia per studiare la possibilità di fare affluire in quella zona gli Allievi. Mi trovavo presso il Comando di quella Divisione, quando il Comando tedesco sos tuì il Generale Comandante con un console della milizia. Avendo appreso che il Comando del Corpo d’Armata di An cona aveva deciso di opporsi all’invasione tedesca, par i per quella ci à. La sera stessa del mio arrivo anche quel Coman do aveva dovuto arrendersi. Tornai a Riccione per riferire al Colonnello Duca, che là si trovava insieme con il Tenente Pannilini. Quel giorno stesso par mmo tu per Roma dove non tro vammo nessuno che fosse in grado di darci delle dire ve. Il Colonnello Duca approfi ò della visita fa a al Ministero della Guerra per fare incidere un mbro della R. Accademia e avere degli stampa per licenza, che avrebbe desiderato far pervenire a ciascun Allievo, in modo di dar loro un documen to che ne comprovasse la qualifica e la loro posizione milita re. Tornammo a Riccione dopo qualche giorno di inu li vaga bondaggi a Roma. A Riccione il Colonnello Duca elaborò un piano di lavoro: organizzare un servizio informazioni, in modo da controllare l’a vità nazifascista nella zona compresa tra il Po e la stret ta di Ca olica; agevolare la cos tuzione di gruppi par giani. Fui des nato nell’Emilia e nei primi giorni di o obre mi trasferii a Modena dove, come primo a o, presi conta o con Ufficiali, So ufficiali, Allievi e personale civile della R. Accademia. Fra i più bisognosi distribuii L. 20.000 che mi erano state consegnate dal Colonnello Duca. Mandai anche denari agli Al lievi rimas nella zona Appenninica. Avendo saputo che il Comando tedesco, che si era installato nei locali della R. Accademia, non aveva ancora aperte le cas sefor dell’Ufficio Amministrazione, e poiché il capo servizio
del personale salariato era stato tra enuto in servizio dal Co mando tedesco. Al fine di salvare il contenuto delle cassefor e me ere a di sposizione del Comandante una somma, che potesse servire ad aiutare tan bisognosi, non esitai ad introdurmi nel campo di concentramento, dove si trovavano, prigionieri dei tedeschi, il Colonnello di r. in s.p.e. Fontanesi, Relatore della R. Accade mia, il Maggiore di r. in s.p.e. Colombo, Aiutante Maggiore in I^ della stessa, il Capitano d’Amm/ne in s.p.e. Manca, Dire o re dei Con . Malgrado le mie insistenze, de Ufficiali si rifiutarono di consegnarmi le chiavi della cassaforte, di cui erano in posses so, per more di rappresaglie da parte dei tedeschi. Nella cas saforte di riserva vi erano anche custodi i libre di pensione di Ufficiali, So ufficiali ed impiega civili riassun in servizio, i quali, senza quel documento, non potevano percepire quei li mita assegni che loro competevano. Più tardi, con l’aiuto del Commissariato Prefe zio del Co mune, si potè o enere che l’Ufficio competente dell’Inten denza di Finanza rilasciasse un documento, col quale autoriz zava il pagamento delle pensioni agli aven diri o. Dal Capitano Manca appresi che alla posta erano giacen 4 Con corren postali, pron per l’incasso, per un importo complessivo di L. 400.000. L’Ufficio Postale però, malgrado fossi stato riconosciuto, non volle consegnarmeli e quel Diret tore Provinciale dichiarò di aver ri rato lui gli assegni in quan to, stando alla situazione, doveva ritenere che la R. Accademia era disciolta. Non potei insistere ulteriormente per farmeli consegnare, perché mi vidi in procinto di essere arrestato. Dal Colonnello Fontanesi e dal Capitano Manca appresi an che che la somma di L. 40.000, custodita nella cassa corrente era stata da loro ri rata, con l’autorizzazione del comando te desco, per essere ripar ta fra il personale salariato. La somma fu infa distribuita, in seguito, dal Caposervizio. Per il servizio informazioni mi valsi in special modo dei Mag giori di r. in s.p.e. Rocco e Pine , del Capitano in s.p.e. Sla viero e del Tenente in s.p.e. Starace. (La relazione con nua con la descrizione delle a vità che il Ten.Col. Filipponi me e in a o a favore della Resistenza)
STEMMA DELL’ACCADEMIA MILITARE
Scudo sormontato dalla varie Armi dell’Esercito
Scudo di forma sanni ca. Rosso al gladio d’argento manicato d’oro e alla lancia torneata ban deruolata di una fiamma bifida d’azzurro, pos in croce di Sant’An drea e sovrasta da due stelle d’argento (stemma della R. Accademia di Fanteria e Cavalleria). D’oro all’aquila spiegata di nero, beccata rostrata e coronata d’oro e linguata di rosso (stemma della R. Accademia di Ar glieria e Genio). Aquila dal volo abbassato d’argento, beccata rostrata e coronata d’oro (Este). Semipar to troncato (Nemours): nel primo di porpora al cavallo allegro voltato (Wes alia), nel secondo fasciato di nove pezzi d’oro e di nero traversa dal cancellino di verde (Sassonia), nel terzo di rosso alla croce d’argento con bordatura d’oro e d’azzurro di qua ordici pezzi. Scude o inquartato: nel primo e nel quarto d’oro alla croce d’azzurro (Modena); nel secondo e nel terzo di rosso alla croce d’argento carica ta in capo di un lambello d’azzurro di tre penden (Piemonte). Nastro rappresenta vo della Medaglia di Bronzo al Valore dell’Eser cito (2007). La corona turrita che sormonta lo stemma simboleggia la Repubblica. Mo o araldico: UNA ACIES (Un’unica schiera)
Scudo sormontato da corona turrita
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Relazione sul comba mento svoltosi al Palazzo Ducale di Sas suolo, sede del Corso di accertamento presso la R. Accademia di Fanteria e Cavalleria, fra Italiani e Tedeschi il ma no del 9.9.1943, del Colonnello Elio Bagnarelli (26 ), già V. Cte del Corso Il 25 agosto 1943 i So ufficiali Allievi del IX Corso di Accerta mento furono invia in licenza a esa nomina e presso la sede rimase solo il reparto ordinanza della forza di circa 60 uomini di truppa, tu adde ai vari servizi del Corso e condizionata mente idonei, ed un plotone di Cavalleria alloggiato nei pressi del mercato coperto del paese, nelle immediate vicinanze del Palazzo Ducale. Nella giornata del 9 se embre avrebbero dovuto giungere, per una sosta di qualche giorno, alcune cen naia di Allievi dell’Accademia provenien dall’Appennino. Nel Palazzo alloggiavano: il Gen. B. della riserva Ferrero Ugo (Comandante del Corso), il Ten. Col. spe di Art. Pagnoni Um berto, il Tenente medico di cpl dr. Cialella, il Tenente di Cav. di cpl Giuliani, il S.Ten. di cpl amm. Zanoni. Tu gli altri Ufficiali risiedevano, regolarmente autorizza , a Modena o in talune altre località viciniori. Gli stessi, in quel periodo, erano pra camente liberi da ogni servizio e nella quasi totalità in a esa di avvicendamento. Come il so oscri o che, messo in libertà il 25 agosto 1943, al termine del IX Corso di Accertamento, era in a esa di assume re il comando di un reggimento mobilitato. Sin dal 25 luglio il Corso provvedeva ad un servizio di O. P. a mezzo pa uglie: la sera dell’8 se embre ne aveva la direzione il Capitano di Caval leria spe Chianese Ludovico. Alla no zia dell’armis zio diffusa dalla radio, il Generale Ferrero, senza esitazione alcuna, de e ordine al Capitano Chianese di organizzare subito la difesa del Palazzo per l’eventualità di un a acco da parte dei tedeschi. I mezzi erano più che modes , purtroppo, sopra u o per il fa o che il Corso non disponeva in quel momento, mancando gli Allievi, di personale addestrato all’uso delle varie armi. Malgrado ciò, il Capitano Chianese, so o la guida persona le del Generale Comandante e coadiuvato assai efficacemen te dal S.Ten. Cervi, Comandante di Plotone, (Ufficiale di o me qualità professionali e generosissimo in ogni circostanza, oltre che perfe o conoscitore delle varie armi e pra co dell’uso del carro armato) riuscì a predisporre una difesa, che seppure inevitabilmente modesta, si dimostrò all’a o pra co assai efficace. Fu rinforzata la pa uglia esterna e il personale di guardia; elemen di vigilanza e di osservazione furono dispos ai la del fabbricato. A difesa dell’ingresso del Palazzo, munito di un robusto can cello di ferro, furono piazzate due mitragliatrici Breda 37 asse gnate rispe vamente al Caporal Maggiore Maggio Giovanni e al Caporal Maggiore Gignoni Aroldo, unici fra la truppa che co noscessero bene l’uso di armi automa che; gruppi di fucilieri, muni di bombe a mano, all’uso delle quali furono addestra la sera stessa dell’8 Se embre, furono disloca al primo piano con il compito di colpire i gruppi nemici che eventualmente avessero tentato di forzare il cancello dell’ingresso. Il Corso di sponeva inoltre di un carro armato leggero che serviva ad ad destrare alla guida i So ufficiali Allievi aspiran alla specialità carrista, ma sfortunatamente non era efficiente nelle armi. Tu gli sforzi fa dal S.Ten. Cervi per sistemare un fucile mi
tragliatore riuscirono vani: ciò nonostante, il carro fu tenuto pronto ad intervenire nella lo a come mezzo d’urto. La no e sul 9 passò tranquilla, ma verso le 6 6.30 del ma no, raffiche di mitragliatrici, provenien un po’ da tu e le direzioni e so pra u o dalla piazza del mercato prospiciente l’ingresso del Palazzo, inves rono il Palazzo stesso. Suonato l’allarme, in pochi secondi tu a la truppa fu in armi e le mitragliatrici, fornite di abbondan munizioni, risposero im mediatamente con intenso fuoco al nemico, impedendogli di avvicinarsi all’ingresso. Nel fra empo, dopo un vivace scambio di fucilate, un reparto tedesco, aveva avuto facilmente ragione del plotone di Cavalleria alloggiante, come si è de o, fuori dal Palazzo e armato di soli mosche . Dopo circa un’ora di fuoco, la mitragliatrice manovrata dal Caporal Maggiore Ghignoni s’in ceppò ed inu li riuscirono gli sforzi del S.Ten. Cervi e del Capita no Chianese per rime erla in efficienza. L’altra arma invece con nuò ad essere u lmente impiegata sino a che, dopo circa un’altra ora, il ratore, Caporal Maggiore Maggio, fu colpito da due proie li che lo ferirono gravemente. Questo bravo gradua to, già noto per il suo spirito di disciplina ed un elevato a acca mento al dovere, con nuò ancora a sparare sino a che, sfinito per l’abbondante sangue perduto, cadde riverso a terra (27). Fu subito sos tuito dal Capitano Chianese che cede e poi il posto ad altro ratore. Il S.Ten. Cervi intanto chiedeva insi stentemente e generosamente al Generale Ferrero, presente con tu gli altri Ufficiali nel cor le del Palazzo, ed al Capitano Chianese, di essere autorizzato ad uscire per “pulire la piazza”: ma ciò non gli fu concesso, perché troppo rischiosa ed ineffica ce veniva considerata l’azione proposta, date le condizioni del carro e la presenza di carri arma medi tedeschi. Dopo oltre due ore, i tedeschi, forse in conseguenza del l’os natezza della difesa, cessato il fuoco con le armi automa che, iniziarono un vivace ro col cannone (che fra l’altro mandò in frantumi il cancello dell’ingresso principale), riuscen do a penetrare con alcuni carri arma nel cor le del Palazzo, malgrado il tenta vo fa o da parte dei solda al comando del S.Ten. Cervi di impedirlo. In quelle condizioni, ogni ulteriore resistenza sarebbe ri sultata evidentemente, oltre che impossibile, vana ed il Ge nerale Ferrero, di fronte all’impari lo a, ordinò la cessazio ne della resistenza. I tedeschi provvidero a disarmare Uffi ciali, So ufficiali e truppa, lasciando la pistola solo al Gene rale, quale riconoscimento del dovere bravamente compiu to. Nella giornata stessa tu furono trasporta in stato di ca vità altrove. Mol dei ca ura , fra cui il Capitano Chianese, il Ten. medico Cialella, il S.Ten. Cervi e il S.Ten. Zanoni riuscirono successivamente ad evadere. Da parte nostra, oltre il Ca poral Maggiore Maggio, vi furono tra la truppa un morto ed alcuni feri di cui uno decede e successivamente nel Palazzo stesso (soldato Malavisi). Da parte tedesca, secon do le informazioni concordi dei civili del paese, una ven na fra mor e feri . Animatore della resistenza: il Generale Ferrero, che con mezzi irrisori, seppe, per più ore, tenere testa, oltre ogni limite umano, ad un nemico agguerrito e in forze preponderan , consacrando successivamente con la propria vita la sua fedeltà al giuramento prestato ed alle più nobili tradizioni dell’onore militare italiano.
26 La presente relazione fu reda a dal so oscri o in base ai da e alle no zie raccolte subito dopo il comba mento presso i militari (Ufficiali, Sot tufficiali e truppa) che vi presero parte. 27 Successivamente fu ricoverato all’ospedale civile di Sassuolo dal quale uscì dopo due mesi.
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Accademia Militare
IL PALAZZO
Furono le prepotenze e le lo e tra i nobili di ci à, nonché i con nui tumul , a far sì che il Consiglio Grande del Comune di Modena si offrisse nel 1288 alla Signoria degli Este, scegliendo la pace in cambio della libertà. Uno dei primi a del Marchese Obizzo II fu l’acquisto di nume rosi appezzamen nella zona nord est della ci à, nel luogo ove i tre maggiori ca nali urbani (Canal Grande, Canale della Cerca e Cana le Fonte d’Abisso) convergevano nel Naviglio (porto canale navigabile e importante via di comunicazione con il Po, Ferrara e l’Adria co). Scopo dell’acquisto era quello di dotare Modena di un Castello che ne migliorasse la difesa e ne ospi tasse la guarnigione (più di 300 tra fan e cavalieri). All’epoca (1291) la ci à ospitava poco più di o omila abitan , era contenuta in un perimetro re angolare e la sua difesa era cos tuita da semplici terrapieni e
palizzate, mentre le uniche opere murarie si ergevano in prossimità delle qua ro porte: P.ta Albareto a nord, collegata dire amente ai possedimen estensi di Ferrara, P.ta S. Pietro a est in direzione di Bologna, P.ta Bajovara a sud in direzione del Frignano e dei passi ap penninici e P.ta Ci anova a ovest in direzione di Reggio. Il Castello fu realizzato in tempi molto contenu (per l’epoca) e le cronache descrivono un perimetro murario circondato dal fossa to (alimentato dai tre canali) con qua ro torri d’angolo e, all’inter no, un edificio di forma re angolare su due piani con so ote o; gli accessi erano cos tui da due pon levatoi: uno rivolto alla ci à e il secondo verso P.ta Albareto. La Signoria Estense fu più volte con trastata nei primi anni del suo dominio (sopra u o per i pesan tribu ) fino alla vera e propria ribellione del 1306, quando una coa lizione di notabili e di forze popolari restaurarono il libero comune (Repubblica Mu nensis) costringendo la guarnigione alla resa e all’abbandono del “castello del perfi do ranno” (che venne interamente demolito). Quando Niccolò III riportò la cit tà so o il dominio estense (1336) si pose il problema della riedifica zione della fortezza urbana, da rea lizzarsi nello stesso luogo della pre cedente, ma con un’edificazione più massiccia e robusta sulle basi Il Palazzo Ducale e il preesistente castello a paragone
dei disegni del bolognese Marchesino delle Tuade. Quasi certamente il manufa o venne realizzato sulle vecchie fondazioni, tant’è che venne riproposto il perimetro mura rio re angolare con le qua ro torri d’an golo e con al centro un doppio corpo edili zio di circa 35x85 mt. (con il lato lungo in direzione nord sud) collegato da un cor le e un por co. Nel 1354 Carlo IV inves formalmente i Marchesi d’Este dei feudi imperiali di Mo dena e Reggio e nel 1452 essi ebbero il tolo ducale, legandosi in modo defini vo e is tuzionale alle province modenesi fino alla Garfagnana. Il Castello urbano fu a disposizione del governatore e della guarnigione anche se divenne frequentemente residenza ducale Accademia Militare
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o dei numerosi personaggi (compresi re e papi) in transito per le ter re estensi. Tale u lizzo lascia pensare che il Castello andasse via via perdendo gli austeri cara eri medioevali per trasformarsi sempre più in residenza signorile; del manufa o esistono solo alcune plani metrie (non sempre bene intelligibili) mentre mancano del tu o i di segni dei prospe ; è comunque accertato che alla fine del ‘400 l’Ar chite o di corte Biagio Rosse , autore dei più apprezza interven ferraresi (come il celeberrimo Palazzo dei Diaman ) fu a Modena proprio con il compito di trasformare il Castello in residenza cor gia na. Dopo la parentesi papale (Modena e Reggio furono occupate da Giulio II e Leone X dal 1510 al 1528 e vennero res tuite ad Alfonso I solo nel 1531), il Duca Ercole II propose ai Conservatori la realizzazio ne di for ficazioni moderne essendo la cinta urbana modenese or mai assolutamente inadeguata ad una sia pur debole difesa. Il proge o (alquanto contestato dalla ci adinanza) fu reda o dall’ingegnere ducale Cristoforo Casanova secondo i moderni crite ri della tecnica bas onata a basso profilo e di considerevole pro fondità (per opporsi alle azioni dell’ar glieria d’assedio) con la con seguenza che i lavori furono costosissimi, durarono un ventennio e stravolsero l’asse o ci adino, persino nella sua forma geometrica (da re angolare a pentagonale): oltre che al raddoppio della su perficie urbana, i lavori comportarono abba men vas ssimi di cui furono vi me anche an chità di rilievo! Nella nuova realtà, il Castello risultò separato dai bas oni da 20 et tari di “terra nuova” (a uali Giardini Pubblici) acquisendo an cor più il cara ere residenziale a scapito dell’an ca des nazione. La storia della ci à di Mode na con nuò nel suo lento svolgersi senza par colari vi cende fino al 1598 allorché la sterilità di Alfonso II pose il problema della successione. Le terre ferraresi appartene vano agli an chi domini della Chiesa e le convenzioni di vas salla co assicuravano agli Este l’inves tura solo nel caso di trasmissione ereditaria del tolo ducale per via maschile, dire a e legi ma. Negli ul mi anni di vita, Alfonso II fu costre o a nominare suo erede Don Cesare degli Este di Mon tecchio (figlio di un suo cugino natu ralizzato) con la speranza di o enere poi un accomodamento diploma co con la Santa Sede; ma il papa Clemen te VIII Aldobrandini ne rifiutò l’inves tura e quindi impose l’abbandono di Ferrara, Comacchio e dei numerosi possedimen annessi. Per la corte fu un evento trauma co e per Modena fu l’occasione per tra sformarsi nella capitale del Ducato. Ferrante Tassoni, governatore di Modena per 22 anni, ebbe il compito di organizzare l’arrivo di Cesare I, il 29 gennaio 1598, e diede il via a tu a una serie di interven straordinari oltre che al reperimento di alloggi per cor giani e solda presso le famiglie nobili e i conven ci adini. Già da febbraio si iniziarono i tom 18
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bamen dei fossa sui la nord ed est per consen re un amplia mento del Castello (individuato dalle cronache come “camere nuo ve”) e tale da incrementare la superficie u le di un buon 20%; con temporaneamente vennero satura gli spazi a sud des nando l’edificazione a stalle, rimesse, cucine e servizi. Si pensò anche ad un ampliamento verso ovest ma, il tomba mento del Canale Naviglio parve un onere eccessivo (stante anche la speranza di Ce sare di rientrare a Ferrara) e co munque, per un trentennio, il Ca stello visse tra con nue demoli zioni, rifacimen e abbellimen . Fu solo con Francesco I (Duca nel 1629 per l’ab dicazione del pa dre Alfonso III, fa osi frate cap puccino) che si affermò l’idea di un “palagio novo et grande” tale da garan re il meritato lustro alla famiglia. Del proge o venne incaricato l’Archite o Girolamo Rainaldi (15701654) ben conosciuto nell’ambiente romano e impegnato in una serie di realizzazioni presso il Farnese di Parma (suocero di Francesco I). I primi disegni del Rainaldi entusiasmarono il Duca! Le dimensioni del vecchio Castello venivano triplicate mediante un grandioso impianto re angolare disposto parallelamente al Ca nale Naviglio; la facciata principale risultava rivolta ad oriente e si elevava con due grandiose entrate sormontate da robus torrioni; la fronte prevista era di ben 250 mt. (la si confron con quella at tuale di “soli” 160!). Comunque già la prima variante al proge o vi de una riduzione delle dimensioni complessive e, sopra u o, la facciata principale venne più corre amente rivolta verso la ci à; l’ingresso divenne unico e centrale, sormontato da uno slanciato torrione re angolare a cui facevano da contrappeso le due torri quadrate d’estremità. Anche la Scala Nobile (Scalone d’Onore) trovò una defini va sistemazione nel lato ovest del Pa lazzo e, come si dirà, tale soluzione fu molto cri cata. L’ideale este co perseguito dal Rainaldi si in seriva nella tradizione del classicismo manierista ben riconoscibile nei coevi palazzi romani (Pam phili, Farnese, ecc.). Senza ulteriori ripensamen , nel 1634 si iniziaro no i poderosi lavori di fondazione; nello stesso anno giunse da Roma l’Archite o Bartolomeo Aloisio Avanzini (fine del 15001658) incaricato dal Rainaldi (ormai indisponibile per i troppi impegni romani) di prendere alla mano il proge o e la direzione dei la vori. Nonostante fosse un illustre sconosciuto, l’Avanzini fu capace di conquistarsi la fiducia del po tente Cardinale Rinaldo d’Este e l’apprezzamento di
IL PALAZZO
Francesco I, tanto che nel 1641 gli venne affidato anche il proget to del Palazzo Ducale di Sassuolo. L’Avanzini ebbe l’idea, ardita e indovinata, di spostare verso sud la facciata del Palazzo di quasi 15 mt. per allinearla con la torre del Castello (che si intendeva inte grare nel Palazzo); ciò consen va anche di equilibrare meglio le di mensioni del Cor le Grande (Cor le d’Onore) al fine di rapportar le all’ideale classico del “re angolo aureo”; l’arditezza della solu zione stava nel fa o che i canali della Cerca e Fonte d’Abisso sa rebbero transita proprio so o la facciata, incontrandosi nel l’ingresso e proseguendo nel Canale Naviglio a raverso il Cor le, per poi ria raversare nuovamente il Palazzo nella fronte nord. I grandiosi tombamen e le impegna ve fondazioni furono ul ma nel 1650 e solo allora si mise mano al disegno dei pro spe per giungere alla comple ta e defini va formulazione este ca del Palazzo. Furono due anni di intensa a vità con fre quen suggerimen da parte del Cardinale Rinaldo e sopra u o con la richiesta (sembra che la proposta sia venuta proprio dall’Avanzini) di so oporre i di segni all’esame dei “Tre Grandi Romani”: Gianlorenzo Bernini; Francesco Borromini; Pietro da Cortona. I disegni tornarono a Modena nel maggio del 1651 accompa gna dagli “illustri pareri”, ma le osservazioni non furono tu e o interamente accolte (e purtrop po non se ne conoscono i mo vi); tra quelle trascurate c’era il suggerimento del Borromini di far sboccare la Scala Nobile nel por cato del Cor le, allo scopo di conferirle maggiore importan za e visibilità; come pure non fu
accolta la proposta del Bernini di rendere più marcato e massiccio il piano rialzato della facciata (usando pietra a bugne) al fine di confe rirgli solidità e so olinearne il distacco dalla base secondo i canoni del tempo; in effe , tale assenza dà la sensazione di un prospe o che in termine tecnico si definisce “in affondo” (nel terreno): questo fenomeno perce vo dipende proprio dalla mancanza dell’elemen to archite onico des nato a produrre l’effe o “basamento”; è però giusto segnalare che i moderni studiosi considerano questa scelta una interessante originalità. In conclusione, gli studi più accredita sostengono che i contribu all’este ca del Palazzo siano da ripar rsi nel seguente modo: al Rainaldi la sagoma grandiosa della facciata nonché la potenza delle masse emergen ; al Borromini vada rico nosciuto il merito di averne animato il volto con l’accoppiamento delle finestrature e lo slancio ver cale; a Pietro da Cortona la compostezza e l’equilibrio (con l’eliminazione di alcu ne stonature) e al Bernini la cura puntuale di mol par colari (so pra u o a lui si deve la calibrata scansione dimensionale dei colon na del cor le e del loggiato, il cui esito è considerato, dai più quali fica cri ci d’arte, come un compiuto esempio di perfezione). Natu ralmente all’Avanzini spe a la riuscita armonizzazione fra le tante proposte e le complesse esigenze, oltre che l’esecuzione della parte ingegneris ca e opera va del difficile can ere. La morte del Rainaldi (1654), dell’Avanzini e del Duca Francesco I (1658) rallentò alquanto l’edifica zione; anche l’allontanamento da Modena di Guarino Guarini (16241683) privò la fabbrica dell’apporto di colui che diverrà uno dei più grandi archite del secolo; il nuovo Duca Alfonso IV nominò responsabile dei lavori Al fonso Loraghi, allievo dell’Avanzi ni, il quale ereditò anche le fab briche di Sassuolo e Gual eri (operò fino al 1687 insieme al fra tello, poi passò i can eri al figlio che li diresse fino al 1713). Comunque fu solo nel 1674 che si riuscì a porre mano all’ala oc cidentale, fino a comprendere la Scala Nobile, ed inoltre si inter venne sulle fondazioni dei la nord ed est del loggiato. Spe a sempre ad Alfonso IV il completamento della Ci adella; gli studi di questa poderosa opera, des nata a completare l’im pianto for ficatorio urbano, erano già inizia nel 1629 per volere di Francesco I, allor ché il proge o fu assegnato al tori nese Carlo di Ca stellamonte (ar chite o di corte dei Savoia). Pur con i soli ritardi dovu ai problemi finan ziari, la realizza zione fu alquanto curata e perfe a mente consona ai moderni sche mi dell’architet tura militare; es sa ospitò l’intera guarnigione ci a Accademia Militare
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dina togliendo al Castello quell’ul mo vincolo che aveva sempre limita to i suoi modi d’uso. Alfonso IV decise anche di collega re la Ci adella con il Castello me diante una strada re linea e dire a (a uale via Cavour) che però si in terpose tra il Castello e i Giardini di Terranova imponendo recinzioni e cavalcavia. Sempre in questo periodo Laura Mar nozzi, vedova di Alfonso IV e Reggente per la minore età del figlio (futuro Francesco II) concesse un’ampia porzione di “Terranova” all’Ordine delle Salesiane per l’edificazione del loro monastero; la Reggente si impegnò anche a finanziare l’opera con un consistente contributo (100 mila fiorini romani!). Il complesso è poi diventato l’a uale Caserma Montecuccoli. Spe ò al Duca Rinaldo I il rinnovato interesse verso la necessaria progres sione dei lavori mentre dal 1740 al 1780 il can ere subì un nuovo rallen tamento a causa di grossi problemi fi nanziari e della nomina di Francesco III a Governatore della Lombardia; co munque nel 1737 venne completata la ristru urazione e la totale trasfor mazione del vecchio Castello che, in tal modo, poté ospitare la residenza privata della Famiglia Ducale, consentendo di des nare l’intero piano nobile del Palazzo ad ambien di governo e rappresentanza. All’arrivo dei francesi e all’esilio di Ercole III (1796), il Palazzo era ancora ben lungi dall’essere terminato e subì saccheggi e asporta zioni di opere d’arte an che di notevole valore; a tale proposito, l’Archivio di Stato di Modena con serva un inventario com pleto datato 1771 che, nonostante i limi di de scrizioni succinte e parzia li, rende l’idea dei beni contenu . I governi prov visori delle Repubbliche Cispadana e Cisalpina si finanziarono ampiamente a raverso vendite all’asta di quasi tu gli arredi al punto che per alles re le stanze di Napoleone e Giuseppina in visita a Mo dena nel giugno del 1805, si dove e far ricorso a pres da priva . Con il ritorno del Duca (1814) il Palazzo fu arredato secondo i nuovi canoni s lis ci, recu perando anche quanto fu possibile del vecchio arredo (inventario del 1817). Molto preciso risulta invece l’inventario del 1860, completato anche da una s ma del valore venale degli arredi (si tra a di più di 5.500 pezzi!) che furono poi trasferi a Roma per arredare i palazzi ministeriali della Capitale. L’Appartamento Privato restò invece integro e funzionante in 20
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quanto tenuto a di sposizione della Fa miglia Reale e dei Principi di Casa Savo ia (subì il saccheggio l’8 se embre 1943). Con la Restaura zione ripresero an che i lavori di com pletamento del Pa lazzo; in par colare (1820) fu realizzata la facciata se en trionale che inizial mente era aperta sul cor le nord e perimetrata sola mente da un’alta cancellata. Alla facciata e al completamento della torre di nord ovest sovrintese l’Arch. Gu smano Soli che sviluppò il disegno secondo lo s le neoclassico del l’epoca. Lo stesso Soli provvide alla sistemazione defini va degli Appartamen Ducali sul lato est dell’ex Castello, riequilibrando l’intera fronte prospiciente il Giardino Vecchio mediante la sim metrica terrazza sostenuta da un robusto colonnato. Nel 1826 Francesco IV concesse la realizzazione di una “specola astronomica” sulla torre orientale del Palazzo (tu ’ora ges ta dalla Università di Modena e a va come stazione meteorologica e di controllo dell’atmosfera urbana). Nel 1827 fu completato il corona mento a balaustra dell’ul mo piano del loggiato e, con Francesco V, si conclusero i lavori nel torrione di nord ovest, ma solo nel 1941 fu
IL PALAZZO defini vamente terminata la facciata ovest mediante la realizzazione del se condo piano e del so ote o. Durante il secondo confli o mon diale il Palazzo fu vi ma di un bom bardamento aereo (l’obie vo era la stazione ferroviaria): un ordigno colpì la facciata senza esplodere ma dan neggiò seriamente la balconata, due bombe colpirono e distrussero gli ul mi piani della facciata ovest (proprio quelli ul ma nel ‘41). I lavori di riparazione e ricostruzione furono completa all’inizio del 1947 per consen re il rientro dell’Accademia Mili tare nella sua sede storica. La storia del Palazzo è fa a anche di terremo , lesioni da cedimento, incen di, ecc. a cui soler interven hanno sempre posto riparo; molto più grave è stata la “crisi sta ca” subita dall’intero manufa o negli anni del secondo do poguerra. Il fenomeno (subsidenza), causato da un abbassamento del suolo prodot to dagli eccessivi emungimen delle falde acquifere nella zona industriale a nord della ferrovia, ha coinvolto il Pa lazzo con cedimen differenziali tal mente consisten da renderne addirit tura insicuro l’u lizzo. La soluzione tecnica è stata quella di “tagliare” la stru ura muraria, dalle fondazioni alla copertura, in modo da suddividere il Palazzo in blocchi sepa ra e autonomi, capaci quindi di ade guarsi ai diversi abbassamen del ter reno senza coinvolgere gli elemen portan al contorno. Data la complessità dei lavori, il can ere di restauro ha richiesto quasi 12 anni di lavoro. La visita al Palazzo inizia ammirandone la facciata che si impone per la sua qualità composi va, merito delle solu zioni di studiato equilibrio dimensionale e di ornato. Pre gevole il torrione centrale per l’elegante balconata e il co lonnato che la sos ene. Nelle nicchie ai la dell’ingresso due statue (Ercole e il console Marco Emilio Lepido) realizzate dallo scultore reg giano Prospero Sogari (de o il Clemente) tra il 1565 e il 1568, conservate inizialmente nel Palazzo Scaruffi di Reg gio per essere poi donate nel 1724 al Duca Rinaldo I dalla Contessa Pra Scaruffi. I preziosi bronzi che decoravano il portone andarono di spersi nel 1796 e rimasero solo i due mascheroni che ora reggono la catena an stante l’ingresso. Le statue della balconata sommitale della facciata del Palazzo rappresentano (lato destro) Ercole, Giunone, Pal lade e Mercurio, realizzate verso la fine del ‘600, mentre sul lato sinistro si ammirano le statue di Vulcano, Cerere, Bacco e Venere opere del modenese Giuseppe Graziosi (18791942) in sos tuzione delle preesisten in legno, Accademia Militare
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molto deteriorate. Coronano il torrione centrale Marte, la Virtù, la Fortezza e il Tem po e, sul lato interno, Giove e Ne uno. Dall’ingresso si accede al va sto Cor le d’Onore (Cor le Grande) a raverso un ampio atrio con decori e cancellata disegna dal Prof. Arturo Pra (terzo decennio del ‘900) al fine di dare degna sistemazione al Sacrario dell’Accade mia Militare; sulle lapidi poste alle pare sono incisi i nomi degli ex Allievi Cadu in tu e le guerre nonché i Cadu nell’adempimento del dovere in tempo di pace. Sulle arcate che adducono al Cor le d’Onore spiccano il mo o della Regia Accademia di Fanteria e Cavalleria “Preparo alle glorie d’Italia i nuovi eroi” e quello at tuale dell’Acca demia Militare “Una Acies”. Entrando in Parlatorio, a de stra, si possono ammirare i se guen dipin : Nicolò II D’Este (Carlo Goldoni 18221874), Le nozze di Cana (copia dal Vero nese di Jean Boulanger 1566?1660), Az zo D’Este (Ange lo Mignoni), Az zo VII (Giuseppe Za era 1825 1891) e Obizzo II (Carlo Goldoni). Percorrendo il por cato si rag 22
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giunge lo Scalone d’Onore (anche Scala Regia) che si presenta ae reo e luminoso grazie al prospiciente e proporzionato cor le; lun go le rampe sono disposte in nicchia le statue della Prudenza e del l’Abbondanza del carrarese Andrea Bara a (realizzate tra il 1687 e il 1690), le restan sei sono di epoca romana e provengono dalla famosa Villa d’Este di Tivoli.
IL PALAZZO La scultura di mag gior pregio è senz’altro Minerva Italica che, durante l’occupazione francese del 1796, ven ne trasportata in Piaz za Grande per rappre sentarvi “la libertà” su bendovi alcuni gravi danneggiamen . Dallo scalone si accede al bellissimo Loggiato da dove si può apprezzare completamente l’ar moniosità e l’ariosità che ne cara erizzano l’insieme composi vo. Le statue disposte nelle nicchie sono opere in legno e stucco provenien da Villa d’Este di Tivoli. L’u lizzo degli spazi interni del Palazzo mutò più volte in funzione delle esigenze di corte o delle necessità di gover no; in genere al piano rialzato vi furono gli alloggi delle guardie (la to destro rispe o all’ingresso) mentre le magistrature, la zecca e gli archivi occuparono il lato sinistro; l’area del vecchio Castello fu de s nata a scuderie, rimesse, cucine, servizi, ecc.. Al piano nobile della facciata si trovano tu ’ora gli ambien di rappresentanza (Appartamento di Stato) a ualmente uffici del Comando Accademia e Circolo Unificato, mentre gli ambien del Castello e gli ampliamen a nord est fornirono le numero
se stanze des nate agli Appartamen Priva . Le collezioni d’arte, di libri, di armi e mirabilia raccolte dai Du chi d’Este gode ero sempre di risonanza internazionale per la quan tà e preziosità di dipin , manoscri , ecc.. Bas ricordare il Medagliere Estense (cos tuito da circa 36 mila pezzi fra monete, medaglie e punzoni), la Ducale Armeria (oltre tremila ogge tra armi bianche e da fuoco), la Biblioteca Estense con più di 100 mila volumi, per non parlare della Pina coteca Estense ricca di dipin realizza dai più grandi pi ori ita liani e stranieri del ‘500, ‘600 e ‘700. Purtroppo, il dissesto fi nanziario costrinse il Duca Francesco III a privarsi dei 100 quadri più preziosi della raccolta, i quali vennero cedu nel 1746 per centomila zecchini veneziani al Re Augusto III di Polonia, Gran de Ele ore di Sassonia nella Dieta Imperiale. Questa collezione, esclusa qualche opera, è tu ’ora conserva ta a Dresda. Tranne la Ducale Armeria (portata in Austria nel 1859) tu e le Collezioni Ducali restarono a Palazzo per venire poi donate da Francesco V alla Ci à di Modena nel 1868 ed es sere esposte al pubblico dal 1880 nel Palazzo dei Musei. I quadri che oggi si ammirano nel Palazzo sono di proprietà dell’Accademia Militare e della Soprintendenza per il Patrimo nio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Modena e Reg gio Emilia; in anni recenti essi sono stati selezionati e riposi zionati in base a precisi requisiti storici e al carattere militare dell’Istituto. Gli autori più ricorren sono ritra s del XIX secolo, quasi sempre insegnan presso l’Accademia Ates na di Belle Ar di Modena, incarica di eseguire i ritra di famiglia oltre che di pingere gli avi di Casa d’Este con opere di fantasia.
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