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CARAITALI@

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Letizia LEVITI

~araita i DALLE MISSIONI ALL'ESTERO I NOSTRI SOLDATI RACCONTANO

Ili/lRIVI/lA

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Hanno collaborato: Coordinamento editoriale:

Luigino Cerbo Progetto e elaborazione grafica:

Ubaldo Russo Revisione testi:

Annarita Laurcnzi

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miLITARE

Direttore Responsabile Marco Ciampini Š2011 Proprieta letteraria artistica e scientifica riservata

Finito di stampare Febbraio 20 I l dalla Grafica Pontina s.r.l. - Pomezia


Indice 7

E-mail On. Ignazio La Russa Ministro della Difesa

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Presentazione del Capo di Stato Maggiore del/ 'Esercito Gen. C.A. Giuseppe Va/otto

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Introduzione Dottoressa Letizia Leviti

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Le Operaz ioni in Afg hanistan Gen. D. Gio1gio Battisti

31.

E-mail testimonianza Afghanistan Dottoressa Letizia Leviti

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Le campagne militari odierne Gen. D. Danilo Errico

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Libano Dottoressa Letizia Leviti

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Una notte d 'agosto a Naqoura Gen. C.A. Claudio Graziano

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E-mail testimonianza Libano Dottoressa Letizia Leviti

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Conclusioni Gen. B. Marco Ciampini Direttore "Rivista Militare "


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La storia ci ha tramandato le !el/ere che i soldati da/fronte inviavano alle proprie famiglie: pagine cariche di emo- ..:.1 zioni, di sentimenti, di nostalgia e di ricordi, pagine nelle quali i ragazzi in grigio verde, tra i pericoli e le sofferenze spesso cercavano di trasmettere serenità ai propri cari. Ebbene, questo libro nasce proprio da una raccolta di messaggi personali che i nostri militari, ragazzi e ragazze in unifo rme, impegnati nelle missioni internazionali di pace e di sicurezza, hanno inviato ai propri cari. Un tempo avrebbero seri/lo una lettera con carta e penna, adesso usano la posta elettronica: la pagina non è più un foglio bianco ma il monitor del computer; la penna è sostituita dai tasti e l 'immediatezza di una mai/ consente di accorciare le distanze, aiuta a sentirsi più vicini a casa. Entra nelle case della fidanzata, de/l 'amico, della madre l per sentirsi ancora più vicini ai propri affetti. Sono cambiate le tecnologie, ma la parola scritta resta il mezzo più autentico per avvicinarsi ai propri familiari, a chi si vuole bene, forse anche a sé stessi. Dalle confidenze, dai pensieri, dalle emozioni c;ontenute in queste mai/, emerge l 'aspetto più umano di chi indossa l'uniforme, l'altra faccia dei Teatri opei'ativi. E il lato della medaglia fatto di quotidianità, nel quale si racchiudono ansie e sincera nostalgia, ma è anche un lato fatto di orgoglio per il lavoro svolto in, aiuto di popolazioni che vivono sulla propria pelle l 'orrore della guerra, del terrorismo, della disperazione. Certo, tuili noi vorremmo che queste missioni finissero presto e con pieno successo. L 'esperienza ci ha però insegnato che le missioni di pace richiedono un tempo non breve per raggiungere gli obiettivi prefissati. Allo stesso tempo, il terrorismo, che costituisce da vvero la nuova vera minaccia alla stabilità internazionale, rappresenta un nemico subdolo, difficile da sconfiggere. Anche per questo i nostri volontari sono dispiegati negli angoli più remoli de/m ondo, dai caposaldi di Baia Murghab, alle acque del golfo di Aden, per finire sui posti di osservazione dei baschi blu lungo le colline tra Israele ed il Libano: p er tenere il terrorismo lontano dalle nostre case. Si tra/la di un impegno, come anche recentemente ricordato dal Presidente della Repubblica, assolutamente in linea con il della/o costituzionale, del quale siamo grati ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze in uniforme. Anche a quelli che lo sono solo nel cuore e nello spirito, perché qualche capello bianco ne tradisce l 'età. Vent 'anni or sono, in pochi avrebbero sostenuto la necessità di inviare i soldati italiani in Teatri lontani dal territorio nazionale: oggi lo consideriamo normale. doveroso, in risposta alle crescenti minacce terroristiche che attentano alla nostra sicurezza. Minacce alle quali i nostri Contingenti continuano a dover jàr fronte, dando il meglio della loro preparazione profèssionale.

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Questo libro è dunque Wl altro modo per dire grazie ai nostri militari, di ogni ordine e grado, ai quali tutta /'Italia g uarda con fierezza ed orgoglio per il coraggio, i sacrifici, la determinazione di cui essi esprimono chiara prova e che fa onore alla nostra Patria e alle nostre tradizioni militari.

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A tutti i /et/ori di questo libro, va infine il mio augurio più fervido e sincero di un felice 2011. Un augurio che estendo, anche in questa sede, a tut/i i miei soldati in missione che passeranno le feste di fine anno lontano da casa, a vigilare affinché noi, qui in italia, possiamo trascorrere giornate serene con i nostri cari. Grazie Ragazzi! Ignazio La Russa

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Presentazione Cari Lettori, è con vivo piacere che mi accingo a presentare quest'opera così particolare e, per certi versi, 'inedita" per un panorama pubblicistico- qual è quello dell'Esercito - che si prefigge, di norma, obiettivi editoriali di diversa natura e maggiormente "istituzionali". Jn tale ambito, il lavoro condotto dalla Rivista Militare si pone, oltre a punto di riferimento per la divulgazion'e e il rilancio culturale della Forza Armata, come un chiaro tentativo di esplorare nuovi percorsi editoriali che consentano, tramite prodotti "giovani" e accattivanti, di richiamare 1'interesse di sempre maggiori quote di lettori. Ma prima di !asciarvi alla lettura di queste interessantissime pagine, vorrei sottoporre alla Vostra attenzione una breve riflessione che trae spunto dal momento storico, particolarmente sentito per la Forza Armata e per l'intero Paese, che ci stiamo accingendo a vivere. Quest'anno, infatti, l'Esercito italiano festeggia il 150° anniversario della sua costituzione: era il 4 maggio 1861 quando Manft·edo Fanti, Ministro della Guen·a, con Regio Viglietto decretò lo scioglimento dell'Armata Sarda e la costituzione dell'Esercito italiano. Con quell 'atto si apriva un nuovo capitolo della Storia Patria, alla cui scrittura hanno contribuito tutti quei milioni di Italiani che, per un secolo e mezzo, hanno scelto di servire il Paese indossando l'uniforme dell'Esercito. Un 'uniforme che è stata, essa stessa, imprescindibile strumento di unità nazionale, facendo incontrare, nel corso di così tanti anni, migliaia e migliaia di giovani provenienti da ogni parte d'Italia e "costringendoli" a conoscere, condividere e comprendere usi, costumi, dialetti e tradizioni che rappresentano lo straordinario bagaglio culturale degli oltre 8000 Comuni della nostra penisola. La nostra storia presenta numerosi episodi in cui i soldati si sono distinti, soprattutto nei momenti più difficili, per impegno, abnegazione e senso del dovere, giungendo anche alt 'eroico sacrifzcio della propria vita con il solo intento di preservare l 'integrità nazionale e i conjìni del nostro Paese, tenendo fermamente.fède al giuramento di fedeltà prestato. Consapevole del proprio ruolo al servizio della collettività, l 'Esercito è sempre stato pronto a rispondere alle emergenze, di diversa natura, che di volta in volta si sono presentate. La partecipazione alle Guerre mondiali, il soccorso alle popolazioni in occasione di calamità naturali e di catastrofi, il concorso alle Forze dell 'Ordine nel contrasto alla criminalità organizzata e nel controllo del territorio, il costante addestramento per la d(fesa della libertà nel periodo della Guerra Fredda: sono questi i principali compiti che hanno scandito la recente storia dell 'Esercito. Oggi, nuovi impegni e nuove responsabilità ricadono sulla Forza Armata, che, tras.fòrmatasi da Esercito di coscritti in esercito di professionisti, è chiamata a fornire il proprio contributo, al fianco di paesi amici e alleati, per garantire la sicurezza internazionale e il mantenimento della pace. Compiti, questi, che hanno portato e portano l 'Esercito a operare in aree di crisi anche molto distanti dalla madrepatria, affrontando difjìcoltà e rischi crescen-

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ti e dovendo pagare, purtroppo, anche un alto tributo in termini di vite umane. La Forza Armata ha saputo rispondere, quindi, con l 'impegno e la determinazione di sempre, raggiungendo prestazioni operative straordinarie e suscitando rispetto e ammirazione da parte non solo dei nostri alleati, ma anche delle popolazioni locali a favore delle quali è indirizzato il nostro sostegno. Ma l 'Esercito non avrebbe mai potuto ottenere e confermare cosl alti risultati se non fosse stata adottata la scelta imperativa di profondere le migliori risorse per preservarne il vero elemento di successo, il vero centro di gravità: il.fattore umano. Le pagine che seguono nascono dalla volontà eli dare il giusto risalto proprio a quegli uomini e a quelle donne in unifòrme, impegnali in operazioni al di fuori deL territorio nazionale. In apertura, avevo accennato a un 'opera "inedita": ebbene, per certi versi lo è! Per la prima volta, ù~fatti, un prodotto editoriale istituzionale concede spazio e voce direttamente ai militari per cercare di far capire, attraverso loro scritti ù~formali e "moderni" - le mai! - quanto intenso e importante sia l 'impegno de/l 'Esercito per riportare stabilità e pace in quei territori martoriati da anni di devastazioni dovute alla guerra. Dalla lettura delle mai/, inviate dal! 'Afghanistan e dal Libano, traspare, sopra ogni altra .cosa, l 'orgoglio di appartenenza, la chiara professionalità, le condivisione degli obiettivi e La grande umanità dei nostri militari. Una sintesi di qualità e capacità che rendono, oggi, iL soLdato italiano "unico" al mondo, suscitando non poche "invidie" da parte dei colleghi stranieri. Traspare, inoltre, l 'immagine di un'Istituzione - l 'Esercito Italiano - efficace, sempre pronta, disponibile, assolutamente leale e affidabile, "pulita" e trasparente, che poco, pochissimo chiede e che, pe1· contro, tanto, tantissimo è chiamata a dare ... Insomma, l 'Esercito si pone come una risorsa unica per il Paese, forte di un rapporto consolidato da I 50 anni di presenza attiva, di .fedeltà alle leggi, di servizio alla collettività nazionale e internazionale. Il lavoro è stato affidato alla Dottoressa Letizia Leviti, affèrmata giornalista televisiva, che si è impegnata con lodevole fervore e non comune professionalità per dare concreta realizzazione a questo voiumetto, integrando le mai! dei nostri militari con puntuali resoconti sulla situazione e sulle attività in Afghanistan e in Libano nonché con le testimonianze di alcuni dei nostri Comandanti in quei Teatri operativi. Alla Dottoressa Leviti va il plauso dell'Esercito e mio personale per questa opera editoriale che contribuisce a rendere sempre più trasparente la nostra Istituzione e far conoscere, anche a chi non vi appartiene, iL grande patrimonio di valori morali e materiali di cui tutti noi siamo portatori e gelosi custodi. A Voi tutti, buona lettura.

IL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO (Gen. C.A. Giuseppe VALOTTO)


Caraitali@

INT~ODUZIONE Le biblioteche pullulano di saggi, di diversa impostazione anche ideologica, in cui si descrivono storia, contesti, mutamenti, possibili sviluppi di situazioni in aree di crisi. E l 'Italia è piena di esperti- pochi veri e troppi improwisati - che discettano sul divenire di ogni cosa accada in Afghanistan, Iraq, Libano. Quando mi è stato chiesto di collaborare p er realizzare un libro che ben descrivesse la professione di soldato In questi difficili teatri, ho esitato a dire sì. Il timore era quello di incappare nel manuale di turno, volto più a Incensare le doti di chi lo fa che a rendere un servizio. Ho accettato di curare questo

p er la Rivista Militare, solo dopo aver avuto l'idea che asp ettavo. Questa ide@. Per oltre due anni ho raccolto testimonianze via email dai vari teatri e quello che state cominciando a leggere ne è il risultato. Questo libro è semplice e diretto, ma estremameiJte originale p er il metodo con cui è stato realizzato, p er il pubblico al quale è rivol to, p er la

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Introduzione

un pubblico preciso, qualificato. Questa volta no: è un libro per tutti. La struttura: i registri di comunicazione sono diversi, ma generali e soldati semplici scrivono insieme, "vicini di pagina". La grafica: se posta elettronica deve essere, che posta elettronica sia. Simpatica, veloce, fresca. Ci sono, insomma, ottimi motivi perché questo libro arrivi ad occhi diversi: tanto agli amici di un caporale quanto ai consiglieri di un comandante. Non ci sono soluzioni, solo descrizioni che contengono domande. · Non ci sono presunzioni, solo osservazioni. Non c'è politica di schieramento, ma c'è la politica della polis, quella che fa le regole per il bene di una comunità. Non c'è niente di straordinario nel senso teatrale del termine, perché è eccezionale la semplice normalità: Non c'è avventura, esotismo, eroismo: c'è il lavoro quotidiano. Quello che migliaia di soldati continuano a portare avanti, quello che ha portato alcuni di loro alla morte. Se c'è una dedica da fare, è a loro. E anche a un altro uomo, un giornalista che, non sempre d 'accordo sul fatto che certe missioni fossero 11Umanitarie", ha seguito per anni il lavori dei soldati con onestà e professionalità. Si chiamava Toni Fontana. Grazie a tutti coloro che hanno scritto insieme a me questo libro. È stato come un lungo viaggio.

struttura e per la grafica. Il metodo: un indirizzo di posta elettronica dedicato, impegno e voglia di leggere, impegno e voglia di scrivere. Il pubblico: i libri editi dalla Rivista Militare sono di settore, specialis tici, eruditi, diretti a

Letizia Leviti

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Cara i tali@

Lo scenario afgano, da un lato, presenta tutte le caratteristiche di una classica campagna di con1rt;gmm1grm, Cfl'lètrugèl C11t1'titt~ ch'n~ <tJ~ 'f-.'1-- ~~, dall'altro, evidenzia connotazioni nuove non riscontrabili in nessuna operazione asimmetrica del passato. Da una configurazione "bidimensionale" della situazione conflittua le (governo nazionale/coloniale contro gli insorti) si è passati ad una "tridimensionale", nella quale gli insorti si confrontano non solo con il governo centrale ma con una variegata compagine di "attori", quali le forze multinazionali , le organizzazioni internazionali (ONU, EU, ecc.), le agenzie governative e non governative, le autorità diplomatiche, tutti coinvolti in aspetti sia di sicurezza sia di sviluppo socio - economico e tutti dotati di un proprio apparato di "norme di comportamento". Le iniziative di uno degli "attori" determinano ripercussioni (favorevoli o sfavorevoli) per gli altri, ognuno dei quali cerca di realizzare un certo grado di vantaggio/libertà d'azione sui rimanenti. l militari, inoltre, non operano più tanto "contro" qualcuno ma piuttosto "a sostegno" od "in favore" di qualcuno - all'interno di complesse realtà locali per contenere le violenze, proteggere gli insediamenti civili , assicurarne i bisogni primari e garantire sufficiente sicurezza per consentire alle Istituzioni

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Le Operazioni io Afghanistan

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centrali di riaffermare la propria presenza. Le operazioni hanno, infine, confermato un aspetto rivelatosi sempre fondamentale in ogni conflitto non convenzionale: il "centro di gravità" del confronto è costituito dalla popolazione, senza il cui appoggio, o senza la sua neutralità, non è possibile conseguire il controllo stabile del territorio (lo scacco militare subito dai Sovietici fu dovuto essenzialmente al rifiuto degli Afgani di cooperare con la potenza occupante). Il Generale britannico Sir Rupert Smith in un suo recente libro, nel rilevare come la maggior parte dei conflitti riguarda prevalentemente l'acquisizione del consenso delle popolazioni sui territori delle quali hanno luogo i combattimenti, ha affermato che: "... Vincere le prove di forza non determina anche l 'acquisizione della volontà delle popolazioni, che costituisce lo scopo di base di qualsiasi caso di uso della forza nei moderni conflitti... ''

{The Utility of Force. Penguin Books 2006, pag. 331 ). La citazione è talmente veritiera che è stato coniato, in ambito anglo-sassone, il termine "territorio umano" (human terrain) per dare maggiore enfasi al concetto. Ogni esercito straniero che ha combattuto in Afghanistan , da Alessandro Magno ai Mongoli, dagli Inglesi ai Russi , ha dovuto affrontare due avversari d'importanza paritetica: l'inospitale natura del terreno, spesso più pericolosa del fuoco avversario, e la bellicosità dei suoi abitanti, che da tempi immemorabili hanno la fama di essere tra i più combattivi guerrieri dell'Eurasia. Scriveva John Masters, un Ufficiale britannico dell'/ndian Army del 4th Ghurkhas, che ha combattuto gli Afgani nel periodo 1935 - 1939, nel suo libro "Bug/es and a Tiger. " ... Nel Waziristan, chi non era in grado di saper lottare quotidianamente

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Cara it aJi@

per la propria esistenza probabilmente non sarebbe giunto alla vecchiaia... " (Bug/es and a Tiger, pag. 12, The Reprint Society, London 1957). A questi due parametri storici, si aggiungono due nuovi fattori di analoga importanza ai fini della condotta delle operazioni: il terrorismo internazionale, quale variabile indipendente intervenuta sullo scenario mondiale dopo 1'11 settembre 2001, ed i Media, in grado d'influenzare la legittimità delle operazioni agli occhi della comunità internazionale: più la "storia" appare convincente, più condivisibili sono le finalità degli interventi.

due la regione separando la vasta pianura stepposa a nord dalle sterminate distese rocciose e desertiche ad ovest ed a sud. Le caratteristiche del territorio, le estreme condizioni climatiche e le carenti infrastrutture, unite ad una rete stradale sottosviluppata, limitano fortemente il movimento dei reparti e l'uso dei mezzi pesanti. Di fatto è la /ogistica che determina lo scopo dell'attività e la dimensione delle forze.

L'incapacità dei Russi di controllare le linee di comunicazione, costantemente minacciate dall'avversario, impedì loro di far affluire sufficienti rifornimenti nel Paese per sostenere un contingente più numeroso, nonostante impiegassero per tale compito la maggior parte delle unità di fanteria motorizzata.

IL TEATRO DI OPERAZIONI L'Afghanistan, nonostante il territorio sia aspro e proibitivo e privo di sbocchi sul mare, è sempre stato conteso per la sua posizione strategica di collegamento tra il Medio Oriente, l'Asia Centrale ed il Subcontinente Indiano, lungo la vecchia "Via della Seta". · Nel periodo più recente tale situazione ha determinato una condizione di conflittualità e d'instabilità permanenti che hanno provocato lo smantellamento dell'apparato socio-economico ed infrastrutturale ed un elevato numero di profughi rifugiatisi negli Stati limitrofi. Il Paese (652.225 km2), prevalentemente montuoso (80% della superficie) con rilievi caratterizzati da una tormentata morfologia, molto articolata e compartimentata, costituisce uno scenario particolare in cui l'influenza dell'ambiente ha sempre condizionato gli esiti di un conflitto. La catena deii'Hindu Kush (letteralmente "Massacratore d'Indiani'). barriera naturale nel cuore del Paese i cui picchi raggiungono i 7.000 metri, taglia in

Il paesaggio particolarmente brullo e la pressoché totale mancanza di vegetazione consentono un efficace impiego delle armi a tiro diretto, rendono molto visibile anche alle lunghe distanze i movimenti di uomini e mezzi e limitano sensibilmente le comunicazioni radio. Le condizioni delle rotabili (sterrate, con guadi, buche, ecc.) faci litano l'occultamento degli ordigni (mine e manufatti esplosivi di circostanza) e la loro rapidità di posa. Il combattimento decisivo deve essere condotto da truppe appiedate in grado di muovere in piena autonomia per lunghi periodi. Ciò richiede preventive ricognizioni, informazioni aggiornate sull'avversario , il decentramento delle operazioni e capacità di agire con spiccata autonomia decisionale. L'impiego estensivo degli elicotteri è il mezzo più efficace per mantenere l'iniziativa grazie alla loro mobilità, tipologia d'armamento e attitudine ad

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Le Operazioni in Afghanistan

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Caraitali@

Forza Multinazionale, per un periodo di sei mesi, nella città di Kabul ed aree limitrofe, ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. L'ISAF, estesasi gradualmente per fasi sino a coprire l'intero Afghanistan , agisce in conformità ad un Military Technical Agreement, siglato il 4 gennaio 2002 dalle Autorità provvisorie afgane, ed è posta sotto Comando NATO dall'11 agosto 2003 (in precedenza il comando era a rotazione tra i Paesi che maggiormente contribuivano alla Fof?:a, secondo il principio della Lead Nation). Dal 4 febbraio 2007 la leadership è stata assunta da un Comando "composite", formato da personale proveniente dagli standing HQ della NATO e dalle Nazioni che contribuiscono all'operazione. Il Comando, da tale data, è stato assunto da un Generale statunitense a 4 stelle. La missione, forte di oltre 119.000 uomini e donne provenienti da 45 Nazioni NATO e non (situazione al mese di maggio 201 O), è la più grande operazione terrestre della NATO fuori dall'Europa. Il COMISAF, per garantire l'assolvimento della missione, si awale di sei Comandi Regionali (Regional Command Noith, West, South, East, South-West, Capitai), oltre ad assetti aerei e ad ala rotante, forze di riserva , forze speciali ed unità di supporto. La guida politico-militare è esercitata dal NAC (North Atlantic Council), in contatto con i Paesi non NATO che contribuiscono all'operazione, in un "Foro di Consultazione" con sede a Londra composto dai relativi Rappresentanti Diplomatici ed Addetti Militari. Uno stretto coord in amento operativo è real izzato con l'Operazione "Enduring Freedom", a guida USA (Bagram), orientata alla distruzione delle formazioni terroristiche. Le due operazioni, primo esempio di evoluzione

operare in ruoli diversi, anche se la loro capacità d'azione è condizionata dalle condizioni atmosferiche, dalla temperatura e dalla quota. L'avioassalto consente di condurre azioni indipendenti e di sorpresa contro awersari che conoscono il terreno ed hanno le loro basi in remote località difficilmente raggiungibili (senza gli elicotteri sarebbe stato impossibile per i Sovietici mantenere la pressione sui mujaheddin e difendere le loro numerose guarnigioni dislocate nel vasto territorio afgano). Gli el icotteri sono anche il mezzo più idoneo per assicurare un aderente supporto sanitario, altrimenti reso difficile dalle grandi distanze, dalle carenti rotabili e dalla dispersione delle forze. La prontezza fisica, la preparazione psicologica, le misure sanitarie individuali e preventive ed un'appropriata dieta alimentare sono indispensabili per limitare la diffusione di malattie e non condizionare l'idoneità al combattimento delle unità.

l PRESUPPOSTI La missione ISAF (lnternational Security Assistance Force) è una dei molti "attori" della Comunità Internazionale che agiscono in Afghanistan per assistere il Governo di Kabul nell'estendere la propria autorità su tutto il territorio e, nello stesso tempo, per supportare gli sforzi di ricostruzione . La missione opera sotto mandato dell'GNU ed ha preso awio nel gennaio 2002 a seguito dell'adozione, i120 dicembre 2001, della Risoluzione 1386 del Consiglio di Sicurezza (12 successive Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza hanno prorogato la missione; l'ultima in data 22 marzo 201 O), che autorizzava il dispiegamento di una

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Le Operazioni in Afghanistan

degli interventi internazionali a seguito degli attentati dell'11 settembre 2001 , pur essendo complementari negli scopi (ristabilire normali condizioni di vita) ed operando in presenza della stessa minaccia , si distinguono per quadro normativa di riferimento, Regole d'Ingaggio e modalità operative.

Ginevra o alcuna Regola d'lngaggio/RoE2. Gli insurgent non hanno remore a sparare dalle abitazioni dei villaggi, anche se all'interno si trovano civili , per provocare la reazione delle truppe "esposte al fuoco" e realizzare le condizioni mediatiche e propagandistiche per accusare le forze di attacchi indiscriminati. Scriveva Mohammed Yousaf, Direttore dell'Afghanistan Bureau dell 'lnter-Services lntelligence (ISI) pakistano dal 1983 al 1987, responsabile del supporto ai mujaheddin afgani nella guerriglia antisovietica: "... L'Afgano è un individuo indocile che ha innate lealtà e gelosie tribali. Per natura e formazione è "fieramente indipendente e fortemente sospettoso di altri che non siano del suo clan o della sua tribù. Gli Afgani che vivono a distanza di pochi chilometri in valli adiacenti spesso sono nemici ferocissimi, bloccati da faide tribali che magari proseguono per generazioni. Sono combattenti forti e coraggiosi, con una certa affinità per le armi, ma farli cooperare è la difficoltà più grande di tutte ..." (Tratto da "Afghanistan Addio!", Limes 2/2010, pag. 98).

L'AWERSARIO

La minaccia per i contingenti multinazionali e le forze di sicurezza afgane è rapp~esentata dalle Opposing Militant Forces (OMF), detti anche insurgent1, costituite da varie categorie di gruppi ostil i alla presenza straniera animati nella lotta da finalità diverse a volte anche contrastanti. Tali formazioni , organizzate in strutture tribali, sono fortemente radicate sul territorio in cui agiscono; situazione che consente loro di disporre di una intelligence sempre pronta ed aggiornata. La loro guida è affidata ad elementi di riconosciuto valore ed autorevolezza, legati da forti vincoli familiari e di appartenenza etnica, spesso consolidati nel tempo sui vari "campi di battaglia", anche se.manca una guida strategica unitaria che diriga le attività. Gli elementi ostili sono chiamati comunemente in ambito occidentale "talebani". Tale termine è sfruttato anche dalle stesse OMF poiché definirsi "talebani" piuttosto che semplici guerriglieri permette di conseguire maggiore risalto mediatico ed ottenere legittimità a livello regionale ed internazionale. Coraggiosi, determinati, molto frugal i e spietati, hanno una perfetta conoscenza del terreno, si muovono liberamente all' interno della società, giacché non indossano alcun tipo di uniforme ed agiscono senza rispettare le Convenzioni di

Il ,·ocabolo inglese• "insurgency··. rmitamente al correlato aggeuil·o sos/1/ntil'fliO "insurgcnts". 11 partire dal 2003 è emrato nel/"uso comrme statrmitense e di conseguen:a dei Media a livello mondiale per indicare /'opposi:ione m·mallt triie jor=e della Coalizione in Iraq e si è poi esteso nell'uso anche alle opertdoni in Afghanistan. 2

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Le RoE (Rulcs of Engngcmcnl) sono '"direllive emanate dalla competente twtoriuì miliwre che delineano le circostan:e e le limita: ioni sulla base delle quoti le for:e iu campo daranno ini:io e/o condurranno scontri ajiwco con altrejor:e contrapposte"". All'intemo del quadro normotivo di 1"(/erimento. esse sono in sistema con il diritlo bellico intem o:ionale. cou le leggi e le norma tive ntr:ionali e sono regolate sulla base del livello di L"lll(/littrwlità, della mint1ccia. de f rise/rio accettahife per le tmppe amidu:" da{ compito che queste ultime devono asso fl'ere. Le No E non limitano f"e.1·erd:io de fla legillimo dife sa, intesa come uso defla jòr:a necessaria e propor::ionata. inclusa quella letale, per d[{eudere se .\"lessi (e/o persoue e cose poste sotto prote:ioue) contro 1111 attacco in (/ //() 0 nella SIU/ illllllillell: a.


Caraitali@

La criminalità comune e le altre formazioni ostili, talvolta in lotta tra loro per la supremazia dell'area in cui risiedono, sono largamente dedite ad attività illegali di varia natura (check point non autorizzati, estorsioni, contrabbando, rapimenti) e ricevono sostegno finanziario dai traffici di qualsiasi bene, favoriti dalle limitate attività commerciali e dalla carente rete infrastrutturale. Molto attenti alla situazione, sono in grado di modificare o di adeguare le proprie modalità d'azione

alle procedure tecnico-tattiche (TTP- Tactics, Techniques & Procedures) dei contingenti multinazionali; combattono al di fuori di ogni schema colpendo con qualsiasi mezzo nel momento di massima fragilità reattiva dell'avversario. Gli insorti, per l'elevata capacità di movimento (utilizzando pick-up e motociclette) e di segnalazione delle forze nemiche dimostrate, ricorrendo ai cosiddetti "early warners", sono in grado di concentrare forze sino a 200 uomini e di coordinç~re attacchi a livello tattico, anche se preferiscono le azioni indirette (imboscate, attacchi IEDImprovised Exp/osive Devices: ordigni di circostanza utilizzati in diversi modi) che evitano loro di subire perdite, consapevoli di non poter sostenere un confronto "in campo aperto" dove sono di norma i militari occidentali a prevalere per numero , addestramento ed equipaggiamento. Le imboscate sono condotte da nuclei ridotti estremamente mobili che, grazie alla conoscenza del terreno , s'infiltrano durante l'arco notturno per stabilire posizioni sicure (spesso le stesse utilizzate in passato, talyolta sin dai tempi dell'occupazione sovietica) dominanti il luogo dell'attacco. Tali azioni sono normalmente pianificate nel dettaglio con un'accurata ricognizione, al termine di una raccolta d'informazioni sui movimenti delle forze occidentali o di sicurezza afgane, avvalendosi della rete di fiancheggiatori presenti nei villaggi. Subito dopo l'attacco, abbandonano l'area per una predeterminata via di fuga, recuperando i propri morti e feriti , pienamente consapevoli che sostare sul posto per un periodo troppo lungo li rende facili obiettivi dell'avversario. Le OMF non sono in grado di sostenere scontri di alto profilo per più giorni, pur essendo capaci di una difesa risoluta qualora siano minacciati i loro

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Le Opcn•zioni in Mghanistan

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"santuari" o le loro linee di rifornimento. Nei mesi di aprile e maggio le loro attività subiscono di norma un rallentamento per la raccolta dell'oppio (gli insorti sono spesso narcotrafficanti piuttosto che guerriglieri}, il cui commercio costituisce una significativa fonte di finanziamento e strumento per ottenere il supporto della popolazione rurale (il timore d'iniziative dirette all'eradicazione dell'oppio coltivato provoca una percezione negativa delle truppe straniere e governative). La maggiore intensità degli attacchi si registra nella stagione estiva, sia per conseg uire un'elevata libertà di movimento che favorisca i traffici illegali (droga, armi, ecc.) sia perché i sentieri in alta

quota sono più agevoli da percorrere, specia lmente quelli da e per il Pakistan, grazie allo sciog limento delle nevi. Diffuso è il fenomeno dei cosiddetti "guerriglieri stagionali", reclutati nel periodo primaverile per raccogliere l'oppio nei campi durante l'arco diurno e collocare lED nelle ore notturne. Gli insurgent hanno evidenziato una crescente capacità organizzativa nella condotta di azioni combinate - di maggiore letalità negli effetti - con procedure non appartenenti alla "tradizione afgana" (attentati terroristici o utilizzo di sniper), dovute alla crescente presenza di combattenti stranieri (arabi, ceceni, uzbeki, ecc.), che costituiscono un significa-

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Caraitali@

tivo "force multip/ief' per la guerriglia. Essi hanno introdotto TTP sperimentate in altri Teatri (Cecenia, Iraq) ed agiscono sia come guide ed operatori negli attacchi sia come addestratori nell'uso più efficace delle diverse tipolog ie di sistemi d'arma sia, infine, come attentatori suicidi. Gli insorti impostano la loro azione di contrapposizione sul logoramento delle forze, noncuranti delle perdite subite e dei morti civili, consapevoli dell'attenzione posta dalle società occidentali alle vittime innocenti ed al verificarsi di perdite fra le proprie truppe, che possono causare una crescente ostilità alla missione in Patria.

LA MINACCIA lED Gli ordigni di circostanza (lED) sono uno dei più letali "sistemi d'arma" utilizzato dagli insorti sia per l'elevato rendimento· in termini di rapporto costo/efficacia sia per il conseguente effetto propagandistico, che mira ad evidenziare l'incapacità dei contingenti multinazionali e delle forze di sicurezza locali di prevenire la minaccia. Gli lED si sono diffusi solo negli ultimi anni in Afghanistan; nel corso della guerra contro i Sovietici e nei prim i anni di presenza internazionale il loro impiego era dettato dal caso ed ha avuto scarsa efficacia. Gli ordigni, disposti generalmente nelle aree ad alta densità di traffico, sono utilizzati sia singolarmente sia in più esemplari e nell'ambito di azioni complesse, dove l'esplosione iniziale è seguita dal fuoco di armi portatili, razzi oppure colpi di mortaio. Essi possono, inoltre, essere sistemati dove è presumibile che le unità - coinvolte in un attacco -

vadano a posizionarsi a seguito dello scoppio iniziale, oppure .lungo gli itinerari d'afflusso delle squadre di rinforzo e/o soccorso. Gli lED sono occu ltati ovunque, dalle carcasse di anima li alle finte rocce in materiale artificiale, dalle motociclette/biciclette ai rottami di veicol i oppure sotto il manto asfaltato stradale; possono essere disposti finti ordigni, ben visibi li, destinati ad attrarre il persona le specializzato per la bonifica, unitamente ad altri attivi e ben nascosti nelle vicinanze dei prim i. Possono essere, infine, collocati in posizione elevata, in prossimità di determinati corridoi di avvicinamento aereo, per esplodere soprattutto in presenza di velivoli ad ala rotante. Le OMF hanno dimostrato di saper modificare le modalità d'impiego degli lED più rapidamente di

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Le Operazioni in Afghanistan

quanto le forze multinazionali siano capaci d'introdurre i provvedimenti per contrastarne la minaccia. La disponibilità in ambito commerciale di dispositivi d'innesco sempre più sofisticati consente loro di cambiare facilmente i metodi d'utilizzo, rendendo così meno efficaci le contromisure. IL QUADRO DI RIFERIMENTO Al fine di armonizzare l'impegno internazionale con le priorità nazionali e regionali ; secondo una pianificazione a lungo termine , che garantisca sicurezza, efficienza governativa e sostegno allo sviluppo economico, le iniziative civili e militari sono state suddivise in tre aree d'intervento, denominate convenzionalmente Security, Governance e Development (Reconstruction). Tali iniziative sono tra loro strettamente interdipendenti negli effetti e richiedono un coerente approccio sinergico che indirizzi gli sforzi e separi le funzioni per ridurre interferenze e sovrapposizioni: il fallimento di una implica quello dell'altra. Nel campo della Security le azioni sono mirate a supportare il Governo centrale nello stabilire e mantenere un'adeguata cornice di sicurezza, attraverso il progressivo coinvolgimento delle Forze di Sicurezza Nazionali (ANSF - Afghan Nationa/ Security Forces). Nel campo della Governance gli sforzi sono rivolti a creare una struttura istituzionale capace di esercitare la propria autorità, dal livello centrale a quello locale dei Distretti. Nel campo del Development le iniziative sono indirizzate a creare le condizioni socio-economiche per lo sviluppo delle attività commerciali, agricole ed industriali.

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Caraitali@

Gli indicatori dei progressi conseguiti non sono il numero dei guerriglieri uccisi o delle armi sequestrate ma, piuttosto, la percentuale di giovani (e di ragazze) che frequentano regolarmente le scuole o della popolazione che ha accesso al trattamento sanitario di base; la capacità di partecipare alle consultazioni elettorali o di accedere ai beni/servizi di primaria necessità.

l'elemento risolutore dello scontro. Piccole guarnigioni, spesso isolate, vivono in cond izioni spartane prive o quasi di tutti quei "comfort" che oramai sono pressoché indispensabili per un esercito occidentale abituato a standard di vita "di campagna" sempre più elevati, in cui la qualità della vita è subordinata alle capacità di sopravvivenza e di reazione agli attacchi della guerriglia. La necessità d'impegnare una parte dei contingenti in compiti di presidio del territorio e di vigilanza delle basi riduce la disponibilità delle forze per le attività dinamiche e comporta un diradamento delle unità che condiziona la capacità di condurre operazioni concomitanti dirette a mantenere l'iniziativa su ll 'avversario. Appena le truppe si allontanano da una zona liberata e non sono sostituite dalle forze locali, gli insorti tornano immediatamente ad infiltrarsi , effettuando rappresaglie/intimidazioni contro la popolazione che generano maggiore diffidenza nei confronti dello stato centrale. Le unità devor]o essere pronte a sostenere violenti combattimenti ravvicinati , micidiali agguati improvvisi, fondati su lla sorpresa e sulla rapidità di reazione , che spesso si risolvono in scontri individuali per respingere risoluti attacchi avversari.

LE OPERAZIONI MILITARI

Il ruolo primario della missione ISAF è di condurre operazioni di sicurezza in coord inazione con le forze afgane, addestrare e supportare l'Esercito Afgano (ANA - Afghan National Army) e sostenere il governo nel programma di disarmo dei gruppi armati illegali (OPLAN 38302- Revise 4 , ed. 2009). L'ISAF opera in tutto il Paese, anche se la gravitazione è esercitata soprattutto nelle province a sud e ad est confinanti con la porosa frontiera con il Pakistan dove maggiore è la pressione e la presenza degli insorti. Le operazioni sono rivolte principalmente ad acquisire la libertà di movimento sulle rotabili ed il controllo delle aree rurali, dove risiede circa 1'85% della popolazione (la popolazione, secondo una stima ONU del 2009, ammonta a circa 28,1 milioni). Lo scenario non è molto diverso da quello descritto da R. Kipling nei suoi libri di fine 19° secolo. Ciò evidenzia un apparente paradosso: nell'epoca della "presunzione tecnologica" , dove i sistemi di comunicazione satellitari consentono di seguire "in diretta" le attività svolte a migliaia di km di distanza , le attività dei contingenti multinazionali ricordano battaglie di "altri tempi" in cui l'uomo è sempre

Nella stessa area si possono verificare contemporaneamente operazioni ad alta intensità e di peacekeeping, senza preavviso e senza segnali premonitori, per contrastare le attività terroristiche, garantire la sicurezza e la libertà di movimento e svolgere assistenza a favore della popolazione. Le forze speciali, inoltre, trad izionalmente abituate

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Le Ope t·azioni in Mgh anis tan

ad operare in modo autonomo e "discreto" sono chiamate anche ad agire a fianco delle forze convenzionali e delle organizzazioni umanitarie. Nell'assolvimento dei propri compiti i Contingenti svolgono anche attività di assistenza a favore della popolazione, soprattutto dopo la liberazione delle aree rurali dalla violenza , per soddisfare le esigenze primarie e guadagnarne contemporaneamente la fiducia (in tale contesto, s'inseriscono gli interventi di assistenza sanitaria, le MEDCAP-Medica/ Civilian Action Programme, e veterinaria , le VETCAP-Veterinarian Civilian Action Programme). l militari intervengono con "quick impact projecf' quali la distribuzione di viveri e prodotti agricoli (ad esempio sementi) ed altri materiali di prima necessità, come legna da ardere, coperte, candele, ecc.

che, nel periodo invernale, possono "fare la differenza". Questo richiede conoscenze di carattere storico, culturale , economico ed antropologico che consentano sia di apprezzare le sfumature sociali e tribali sia d'interpretare la mentalità e le modalità d'azione degli avversari. La cosiddetta "cultura/ awareness" ha assunto un'importanza fondamentale poiché permette un uso più mirato della forza ed una più incisiva azione di sostegno. Un soldato può trovarsi a svolgere compiti analoghi a quelli di "polizia" quando partecipa ad un pattugliamento per il controllo del territorio; può quindi essere impegnato in attività umanitarie e, più tardi, trovarsi coinvolto in un

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intenso scontro a fuoco, tutto nello stesso giorno. Contributo essenziale della missione è provvedere alla ricostruzione deii'ANSF, in grado di sostituire gradualmente la presenza militare straniera (''chiave di volta" della strategia di un'operazione di counterinsurgency). Le forze locali conoscono il territorio, il modo di pensare e di agire dell'avversario, comprendono meglio gli usi e costumi della popolazione. Gli OMLT (Operational Mentor and Liaison Team), costituiti da nuclei di 12 - 20 militari specialisti forniti dalle nazioni contributrici, inseriti ai diversi livelli di comando delle forze afgane, sono preposti a tale compito e provvedono all'addestramento delle unità locali ed alla loro guida in operazioni. La necessità di assicurare, come alternativa al limitato dispiegamento di forze, un'estesa presenza sul territorio, ha portato ISAF a dislocare unità integrate di personale militare e civile (mediamente 100/200 uomini), denominate PRT (Provincia/ Reconstruction Team3), in zone ove il conflitto è ancora in corso o caratterizzate da alti livelli d'insicurezza. Il compito primario dei PRT è di "porre in contatto le autorità locali con le popolazioni rurali" cercando di rimuovere il clima di sospetto che anima gli abitanti e garantire un miglior coordinamento delle attività di ricostruzione ed una più efficace distribuzione degli aiuti internazionali, d'intesa con le agenzie di cooperazione.

IL RUOLO DEl MEDIA Nessuna azione diplomatica o militare potrebbe avere un effetto tanto immediato e profondo sulle coscienze delle popolazioni - se non in tempi molto più lunghi e dopo l'impiego di risorse molto più consistenti - quanto quello provocato dai Media, trasformatisi in una vera e propria "arma di pressione di massa". Essi sono potenzialmente capaci d'influire sui limiti di spazio e di tempo entro i quali le forze agiscono: ad un più alto grado di legittimità corrisponde una più ampia libertà di manovra delle truppe.

3 Svil11ppati ini:ialmen/e nel 2003 tln 1111 pmp,ello pilota sta/lmilense nell "ambitn dell "Opero:ione ··Enduring Frccdom". con l "espun.1·io m• di ISA F in 1111/o il Paese. i PI?Tsono suui iiiMiohuli dalla missiom• NA TO e si so11o via via estesi in 26 dei 34 cllpoluoghl prtwind a/1 m n pe,·sml(l/1! jiJmilo dalle l'arie N1t=ioni colltriblllrici.

Il successo di una missione dipende molto di più dall'orientamento delle opinioni pubbliche

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Le Operazioni in Mghanistan

supporto militare- le moderne tecnologie multimediali offrono alle organizzazioni terroristiche ed alle formazioni d'insorti ulteriori possibilità d'utilizzo dei mezzi di comunicazione, attraverso i quali sono capaci d'influenzare le società locali ed internazionali, diversificando le proprie tecniche in relazione alle caratteristiche del pubblico di riferimento4. Le attività degli insorti, che rispondono anche a logiche di opportunismo, sono usate quale supporto materiale di un'integrata campagna offensiva, dove l'effetto ~<comunicativo" è prioritario rispetto a quello 11fisico", che rimane un semplice strumento per éonseguire gli obiettivi della propaganda.

In tale contesto, la "comunicazione militare" è diventata un aspetto indispensabile per supportare il processo decisionale dei comandanti , acquisendo un ruolo fondamentale ai fini del perfezionamento dei piani riferiti alla selezione degli obiettivi ed alla valutazione degli effetti di un'operazione. Gli sforzi dell' intel/igence per definire le capacità avversarie devono essere completati da analoghi sforzi per contrastare la loro strategia comunicativa , assicurando un'informazione comprensibile sui contingenti che valorizzi i metodi utilizzati per assolvere il mandato ed i progressi conseguiti.

che dalla sconfitta dell'avversario sul ~<campo di battaglia", al punto da provocare uno sco· stamento dalla condivisione degli obiettivi della missione che può evolvere in un atteggia· mento di ferma opposizione.

Gli OMF si sono adattati al potere dei Media con una facilità che supera quella dei loro antagonisti; essi hanno ben compreso che sono possibili altri modi per prevalere, oltre all'uso delle armi: persuadere la comunità internazionale che possono colpire quando e come vogliono. Rispetto al passato - quando le capacità di penetrazione dei Media erano sfruttate dai movimenti di guerriglia (ad esempio, i Vietcong ed i Mujaheddin) per ottenere appoggio diplomatico, finanziamenti e

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Gli OMF llfili::zano in ambito internazionale/regionale tecnologia internet. inclusa ftt cretd one di siti web. e CD, DVD e videotape (distribuiti ue flo stesso modo dei ''olantini del passato): a livello locale opemuo con semplici sistemi/mezzi comw tic'azione. quali "night lellers ·• (volantini o lettere lasciate sufla porta o sui muri per Ìl!(ormare. minacciare od avvism·e). passaparola. contai/i verbali diretti. capaci di raggiungere aree dove l 'accesso dei Media tradiziouali è limitato. Anche se di e,Qìcacia contenw a. tali metodi hanno il vantaggio di essere "imerceitati "con dif jìcoltà.


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La "comunicazione militare" deve anche cooperare fattivamente con i Media internazionali, regionali e locali per stimolare in loro un favorevole atteggiamento nei confronti della missione, nonché realizzare il collegamento con le organizzazioni ed agenzie internazionali, d'intesa con il governo afgano, al fine di coordinare le iniziative per diffondere un coerente ed univoco messaggio che ne valorizzi al meglio gli effetti. L'aspetto che, comunque, ha reso più efficace !'influenza degli insurgent è stato l'introduzione del "portavoce" (spokesperson) , capace di diffondere con credibilità messaggi rilevanti e di porsi quale interlocutore "paritetico" delle forze multinazionali costrette a confrontarsi sul piano dei comunicati. Ciò ha portato quest'ultime a dover instaurare un dialogo indiretto, attraverso i servizi giornalistici, con una controparte che , non avendo nessun obbligo formale od etico di divulgare notizie fondate, verificate e confermate, e che fa della disinformazione una strategia operativa, riesce a diffondere prima la propria versione degli eventi, consapevole che in occidente il pubblico ha una grande fiducia nei Media. L'IMPIEGO DELLE FORZE "SUL CAMPO": ALCUNE CONSIDERAZIONI

Il conflitto afgano ha evidenziato le classiche connotazioni di uQa campagna di controguerriglia. lnnanzitutto, la "non tangibilità dei risultati". l tradizionali parametri utilizzati nei conflitti convenzionali per delineare i progressi, quali il numero dei caduti (body counts) o delle armi sequestrate o della superficie conquistata, non sono indicativi dei risultati conseguiti.

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Le Operazioni in Afghanistan

Gli insorti hanno una grande capacità di sopperire o rigenerare le perdite subite e non hanno particolari problemi ad ottenere le armi e le munizioni necessarie per combattere (traffici illegali e supporto esterno da Paesi confinanti). Il loro obiettivo non è legato al terreno in cui operano ma è rivolto al controllo della popolazione, dalla quale ottenere consenso , sostegno logistico (spontaneo o meno) e nuove risorse , consci che tutto ciò permetterà di proseguire la lotta a tempo indeterminato. In secondo luogo, è un conflitto "senza fronte". l combattimenti si accendono in luoghi e circostanze che prescindono dalle località occupate dalle

truppe sul terreno ed il "campo di battaglia" non è limitato alle aree in cui hanno luogo gli scontri, ma può essere ovunque per la capacità degli insurgent di colpire dove meglio riescono a massimizzare i risultati. Per ultimo, gli avversari non sono facilmente identificabili o distinguibili. Essi non indossano alcun tipo di uniforme e si confondono con la popolazione locale. Tale scenario ha chiesto alla Forza Armata di misurarsi con realtà nuove e di dover sviluppare ed introdurre provvedimenti innovativi sotto l'aspetto concettuale, organizzativo e delle procedure d'impiego.

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La limitata consistenza dei contingenti, rispetto alle aree da controllare , ha imposto un'accentuata dispersione delle forze costrette ad agire in ambienti compartimentati dove i Comandanti ai minori livelli devono agire con iniziativa e flessibilità ed essere capaci di prendere rapide decisioni di fronte a sviluppi improvvisi di situazione, assumendosi responsabilità considerate tradizionalmente pertinenti dei livelli gerarchici superiori.

genio, mortai pesanti, TACP/FAC (Tactical Air Contro/ Party/Forward Air Controller), PSYOPS (Psychological Operations) e CIMIC (Civil Military Cooperation). Questo richiede una corretta applicazione delle procedure per l'interoperabilità multinazionale, soprattutto a livello tattico (ad esempio, guida delle missioni di CAS-C/ose Air Support di velivoli alleati), per evitare incomprensioni od errori che possano riflettersi sulla sicurezza del personale (cm?iddetto "fuoco amico") o sugli esiti di un'attività. La "catena di comando e controllo", inoltre, si è sensibi lmente modificata diventando di fatto "orizzontale" per la mutata gerarchia dei rapporti funzionali, che deve tenere conto delle limitazioni imposte dalle RoE, della presenza dei Media e delle aspettative delle Autorità militari e pol itiche. L'applicazione di determinate RoE, infatti, presuppone un contatto diretto in tempi ristrettissimi tra il Comandante del Contingente o di ISAF ed il Comandante sul terreno per non vanificare l'efficacia dell'intervento. l comandi necessitano anche di disporre "in diretta" d'informazioni dettagliate sulle azioni in corso, sia per evitare/contrastare la diffusione di notizie distorte sia perché i Governi in Patria esigono di conoscerne i particolari quasi "in tempo reale". Da non sottovalutare, infine, l'aspetto giuridico legale diventato una componente determinante della pianificazione operativa, non meno importante degli aspetti prettamente militari, che concorre nel delineare il contesto di riferimento entro il quale i reparti agiscono: indispensabile per supportare il processo decisionale del Comandante. Ciò comporta un adattamento delle attività militari al la "sensibilità" delle opinioni pubbliche, al punto da richiedere, non di rado, una revisione delle

La decisione presa da un giovane graduato non influenza solo l'attività di una pattuglia o le percezioni degli abitanti di una strada, ma il suo effetto può modificare l'intero quadro di situazione: un errore di valutazione od una reazione sproporzionata potrebbe innescare conseguenze imprevedibili, per la maggiore risonanza politica che viene oggi attribuita alle operazioni rispetto ad analoghe condotte nel passato, soprattutto quando sono amplificate e strumentalizzate dai Media.

Proprio per sottolineare questo aspetto, in ambito statunitense è stato coniato il termine "strategie corpora!' per rimarcare la prioritaria necessità di assicurare ai giovani leader una preparazione adeguata, sicuramente superiore a quella dei loro colleghi impegnati nelle precedenti operazioni. Il diradamento degli schieramenti, inoltre, ha individuato nel "complesso minore" (compagnia rinforzata) il livello massimo di forze che opera in modo autonomo; di norma i comandi superiori svolgono una funzione di coordinamento generale della manovra. l Comandanti di compagnia devono, quindi, essere preparati a saper gestire e coordinare l'impiego di assetti specialistici ricevuti in supporto, quali

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stesse modalità d'azione utilizzate "sul campo". Appare, quindi, sempre più imprescindibile una valutazione preventiva dell'impatto che l'azione militare può avere sul contesto nella quale si sviluppa, che richiede uno studio e costante aggiornamento del quadro giuridico che i Comandanti ed i loro uomini sono tenuti ad applicare. Tutto il personale deve essere preparato come "fuciliere", a prescindere dall'Arma/Specialità di appartenenza e dall'incarico, affinché sia capace di far fronte alle situazioni di rischio che si possono presentare: un militare non ben addestrato

risulta un "peso" perché non è in grado di reagire nello stesso modo dei commilitoni (il miglior sistema per individuare gli lED, spesso nascosti con astuzia ai bordi delle strade, rimane sempre il soldato, preparato, consapevole e pronto a reagire) . Le formazioni ostili hanno evidenziato un'elevata capacità d'identificazione delle diverse tipologie di forze avversarie e di "selezione" degli obiettivi: coloro che appaiono meno organizzati o meno pronti a rispondere alle offese sono più soggetti a subire un attacco da parte di un aggressore "paziente", capace di aspettare e colpire dopo aver individuato i

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di norma, meno attacchi di quelle meglio protette o più ~<corazzate". l Comandanti, in caso d'ingaggio, specie in prossimità di aree rurali , devono condurre azioni combinate quali il "fissaggio" sulla fronte e la "manovra sui fianchi" per procedere alla neutralizzazione dell'avversario, curando in particolare le misure di coordinamento per evitare il "fuoco amico" (''blue on blue"). Le unità devono essere in grado di muovere e combattere "ognitempo", senza interruzione del ritmo delle operazioni, per sfruttare l'incapacità dell'avversario di fare altrettanto a fronte di una sua maggiore conoscenza del terreno. L'ambiente diurno è più insicuro poiché condiziona lo sfruttamento delle capacità tecnologiche mettendo i guerriglieri sullo stesso piano dei reparti occidentali. Nella guerra sovietico-afghana i "padroni" della notte erano i mujaheddin. Oggi la situazione si è ribaltata, i veri "padroni" della notte sono gli uomini che possiedono gli strumenti per vedere e combattere, causando perdite al nemico prima di essere individuati. Le basi fortificate (FOB-Forward Operating Base) continuano ad avere un peso tattico, e sovente strategico, di primo piano, anche se costituite semplicemente da sacchetti di sabbia, da riporti di terra o da hesco bastions, per la necessità di garantire al soldato una costante protezione. Le FOB agevolano il tempestivo dispiegamento di forze ed il decentramento delle funzioni di coman-

"punti deboli" od una carenza di vigilanza ed attenzione. La scorta convogli è diventata una delle principali attività da svolgere in virtù degli ampi spazi da controllare e del collegamento da mantenere con i numerosi presidi schierati su l terreno. Ciò ha imposto d'imparare ad organizzare la costituzione di un convoglio, a provvedere alla sua protezione ed a gestire un'imboscata lungo l'itinerario.

5 Cesti in .Jèltro di varie dimensioni. che prendono il nome dalla dilla produurice. çon imelaiatura in rete metallica riempiti di materiale inerte (.vabhic1 o terra). evitando sassi che possono diventare sçhegge qualora colpiti.

Le colonne dove il personale dimostra un atteggiamento professionale ed attento subiscono,

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do e controllo, garantiscono alle unità capacità di proiezione al di fuori delle principali zone di loro dislocazione, assicurando una risposta rapida ed efficace alle azioni avversarie. Le basi trovano impiego sia in aree presidiate da forze amiche, ma non sufficientemente sicure da impedire che i guerriglieri vi possano penetrare per condurvi azioni ostili, sia per proteggere i confini da infiltrazione di formazioni avversarie. Qualsiasi movimento di guerriglia, infatti, per poter durare deve disporre di luoghi sicuri di norma situati all'esterno dello Stato interessato dalla insorgenza, dove ripiegare, recuperare le proprie capacità e, soprattutto, rifornirsi facilmente di armi e di munizioni. Le azioni si sono rivelate particolarmente efficaci laddove i Comandanti di minori unità dispongono di adeguata libertà d'azione ed autonomia decisionale, di assetti specialistici- da impiegare anche ai fini dello sviluppo autonomo di attività d'intelligence e d'ingaggio "non-kinetic''6 dei diversi "attori" locali- e di capacità di manovra del proprio dispositivo (mobilità, gravitazione delle forze e del fuoco, ecc.).

ci , ognuno dei quali con propri usi e costumi e tutti afflitti da perio~iche lotte interne di potere. In ambito anglosassone tale tipologia di conflitto è stata recentemente definita "Conflitto comportamentale" (Behavioural Conflict)7 per

CONCLUSIONI

La storia dell'Afghanistan dimostra come la sua conquista sia la parte più sempl ice dell'intervento , mentre mantenerne il possesso in forma estesa e duratura sia quella più difficile. Chiunque intenda controllare questa terra deve cercare di guadagnare il sostegno di almeno una parte della popolazione, sfruttando la frammentazione del Paese, allora come oggi, in gruppi etni-

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Le opera: ioni mifilari so11o sempre pitì dis1i111e i 11 ''cinel icfte ·· e ..11011 cii/el iche''. u11che se /afe d(fJèren: o 11011 compare neffa dourina NA TO (IIAP-6 - NA TO Glossary of Tcrms and Dcfinitions). lrttllondo.~i di l er mini premfememei11e llli fi::oli 11el fo dollrina US/1. Le oper o:ioni ''cine· liche·· si ba.wmo SII procedure mediani e fc quafi o11e11ere fa sconjìllo mtllcr iafe o la ltCtllrafi:w:iolle deff 'avversario. Queffe ''11on d neliche ··. i nvece. p resuppongono if ricut:w ad tmo varie/ti di me::i e me/odi ··.wjl ·· (Psyops. f11jò ops. CIM fC. PIO ops. ecc.) p er pers11adere g l i i11surgen1 e fa popofa: ione a ··passare ·· daffa parte del go''em o l egiuimo l ocafe.

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''Behaviouml Cot!flicl''. Defence Academy ofthe UK. A. Mackoy o111/ S. Tallwm. December 1009.


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stigmatizzare come la "chiave" per ottenere il successo sia quella di poter influenzare il comportamento degli individui, dei gruppi, dei gqverni e delle società.

cui l'ingaggio resta in bilico tra operazioni di polizia ed operazioni più strettamente militari, dove appare sempre più imprescindibile una valutazione preventiva dell'impatto che l'azione può avere sul contesto nel quale si sviluppa.

l contingenti devono individuare modalità efficaci per integrare le attività "cinetiche" con quelle "non cinetiche", che mirano a conseguire effetti sul piano psicologico e sociale: i militari devono sapere quando usare la forza , quando la persuasione e quando essere scaltri.

Queste missioni, caratterizzate dalla costante presenza di un numero sempre maggiore di "attori" e da un avversario che, generalmente, agisce con modalità non riconducibili a strategie già note e/o prevedibili, hanno dimostrato che la tecnologia, anche la più sofisticata, da sola non è vincente, non può sostituirsi totalmente all'uomo che resta, e resterà ancora a lungo, il fattore risolutivo delle operazioni militari terrestri: il "sistema d'arma" disponibile più utilizzato, flessibile ed essenziale.

Il mutamento delle regole di combattimento ha costretto il soldato a rivedere la propria collocazione sul"campo di battaglia", determinando una nuova dimensione nell'uso della forza in

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in Afghanistan fanno i debiti pur di non far brutta figura con un ospite (gradito). Lo considerano sacro, come sacri sono i vincoli di amicizia o appartenenza al medesimo gruppo. Noi siamo stranieri, siamo ospiti e dipende solo da noi- al di là del valore che ha la divisa che portiamo {da giornalista, da pea~e­ keeper o da soldato) riuscire a stabilire un rapporto. La prima cosa che mi viene in mente pensando all'Afghanistan - sul piano esperienziale, emotivo, visivo .. .al di là di ogni considerazione geopolitica - è una terribile bufera di neve, che costrinse il C 130 sul quale viaggiavo a cambiare rotta. Non si riusciva a vedere niente, senza contare la forza di un vento che lottava e vinceva con la sabbia bagnata. È un po' l'immagine di quel Paese: difficile vederlo nitidamente, così complesso e confuso . Fatto di linee parallele che, d'un tratto, s'incrociano, contro ogni legge matematica. Sorprendente. Ricordo dei singolari e buonissimi rotoli di pasta sfog lia ripieni di cipolle con forse un po' di carne, un piatto che ho incontrato -nel sapore e nell'estetica - anni dopo a Sarajevo. Anche questo, se volete, si può interpretare: il cibo, in Afghanistan come in qualsiasi posto al mondo, è capace di raccontare la propria terra. È un Paese fatto a sfoglie, con ripieni misti, nei quali è spesso impossibile distinguere gli ingredienti. Due dei miei viaggi fu rono rimandati: sembrava che non dovessi partire; un amico mi diceva che era un segno, era destino, che era troppo pericoloso andare laggiù. Al di là dei reali rischi - voi lo sapete -, a creare la paura è soprattutto quel che si dice, che si racconta di un Paese che, già perché lontano, è potenzialmente il contenitore di tutto. Nel bene e nel male. L'esotismo è fantasia, quasi sempre negativa nella percezione comune dell'Afghanistan. Ero stata in Iraq e pensavo che l'Afghanistan fosse sim il e, anzi Kabul sembrava la bella copia di Baghdad. Non so se lo stato d'animo di un giornalista e quello di un soldato possano coincidere nel momento in cui partono per un luogo pericoloso, ma qualcosa in comune devono avere. lo non ho mai pensato alla paura, perché non ho mai avuto paura. La paura che ti ferma, ti frena , ti immobilizza, ti fa sbag liare. Ho sentito la responsabilità della mia vita, il dovere e la volontà di tornare a casa sana e salva. Ma prima, prima di pensare a tornare, ho amato l'urgenza di andare, conoscere, stringere la mano alla gente, guardare la loro esistenza, mangiare i loro cibi , bere le loro bevande, com-patire le stesse sofferenze, osservare le differenze evidenti tra ceti sociali, tra sciiti e sunniti, conoscere voi e il vostro lavoro. Conoscere è un verbo che ha sempre valenza positiva, qualsiasi complemento oggetto vogliate scegliere. Ho conosciuto professori universitari afghani, ingegneri, donne a capo di onlus, ragazzi che collabora..:J

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.. Email testimonianza Afghanistan

no con ONG internazionali, un architetto, attori, scrittori , rifugiati: gente che per lo più ha lasciato l'Afghanistan nell'infanzia. Volevo conoscere quelli che hanno continuato a vivere lì, quelli che Khaled Hosseini descrive bene nel "Cacciatore di aquiloni", riuscendo a disegnare l'odio e l'amore, a dargli una forma concreta, nella storia dei protagonisti del suo famoso romanzo. Parlando con Hosseini ho capito perché il suo libro ha avuto tanto successo: lui è stato un bambino Afghano prima di partire per gli Stati Uniti e di diventare un Afghano fortunato. Ha descritto un po' se stesso e un po' il suo contrario: il risultato è un romanzo che è anche un manuale capace di far conoscere l'Afghanistan nella sua profonda normalità. Nelle cronache giornalistiche da redazione si fa fatica a contestualizzare le notizie in modo pieno: c'è un focus da seguire, owiamente. È solo il contatto con la notizia che ci rende vicin i, attenti, realistici e onesti. È solo partendo che in Afghanistan ho conosciuto una donna, madre di cinque figli, che mi ha detto di essere felice: mi ha colpito il suo modo di vedere il mondo o di non vederlo. Con quegli occhi neri che, da soli, erano tutto il suo corpo . Dei soldati italiani mi ha detto di avere un 'impressione positiva, ma quasi vergognandosi . Non può certo conoscerli troppo lei, una donna, i soldati italiani. Un ragazzo mi ha chiesto come poteva fare a lasciare l'Afghanistan: non vedeva il futuro perché il futuro non è così evidente a Kabul. Gli ho consigliato di mettere qualche soldo insieme e di partire. Mi chiedo se ci sia riuscito , se ci abbia almeno provato. E mi chiedo anche se quello sia stato un consiglio giusto ... È in un uomo anziano che ho visto l'Afghanistan tutto intero, tutto interno: credo di non essergli piaciuta, ..:J

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ero molto coperta, ma forse per lui non abbastanza. Mi sono inchinata per salutarlo, ma non si è mosso di un millimetro, non ha risposto al saluto, non mi ha guardata negli occhi. Pelle spessa, arsa dal sole e dal freddo, scura: parlava con il mio interprete, ma portava il discorso su tem i che esulavano completamente dalle mie domande. Il suo obiettivo era tagliarmi fuori. Ero una straniera. Peggio: una donna straniera. Vi faccio questi tre esempi perché so che è con loro, con queste tre tipologie di persone che vi confrontate ogni giorno: con l'universo impenetrabile e affascinante delle donne, con i giovani che sognano un futuro diverso o i bambini che vi vedono come distributori di giocattoli e con gli anziani, quelli che ne hanno viste tante e tanti. Quelli che fanno fatica ad avere fiducia in una divisa militare perché fiducia ne hanno avuta fin troppa , quelli per i quali una donna soldato è inconcepibile. Questa è l'umanità che ho conosciuto, che conoscete. Ma ho visto anche la diffidenza, diffusa. Ho visto la sfida, il pericolo, mi sono sentita un'ospite sgradita. Come voi, d'altra parte, per chi non condividè il vostro ruolo e fa di tutto perché lasciate il Paese. l frequenti attacchi alle forze NATO, spesso con esiti tragici, danno la misura di quanto la situazione sia complessa e di come -al di là della massa, delle donne e dei giovani che ho descritto- sia difficile incidere a breve termine sulla situazione afgana. È un fatto storico, imprescindibile: tutti coloro che, nei secoli, sono stati militarmente impegnati in Afghanistan, non hanno avuto vita facile. l gruppi terroristici sono ben organizzati e hanno una forza che è a loro peculiare: la non convenzionalità. Si è scritto e si è letto, negli anni passati, di un fenomeno interessante: l'irachizzazione dell'Afghanistan e cioè l'adozione di metodi e strumenti già usati, provati, nel contesto iracheno. Un concetto espresso in tempi non sospetti, che si è rivelato profetico: dall'uso di lED a quello dei kamikaze, in una guerra che si combatte attraverso una fitta rete ideologica rafforzata da ingenti interessi politici ed economici. Il narcotraffico è solo la punta dell'iceberg, la grande punta di un immenso iceberg. Il tessuto sociale aiuta il terrorismo: la manovalanza non è difficile da trovare, tenendo conto anche che le condizioni di vita generali dal 2001 non hanno subito modifiche tali da isolare i gruppi ostili. Difficile per me venire a contatto diretto con gruppi eversivi organizzati: ci si può riuscire da infiltrati, ma per una donna è impossibile. Sarebbe stato interessante, ma nessuno me lo avrebbe permesso: troppo rischioso. Le regole ci sono anche nel nostro lavoro, forse anche per essere trasgredite , ma ci sono. Ho invece partecipato a tutte le vostre operazioni. A tappeto, continue: dal monitoraggio ai pattugliamenti, dalle bonifiche ai check point, da interventi di stabilizzazione ad azioni di prevenzione della minaccia biochimica, fino alle iniziative di carattere umanitario. Grazie alla serietà di chi mi ha guidata, ho conosciuto il vostro lavoro quotidiano nella sua straordinaria normalità. Certo, non ho potuto lavorare in aree ad altissimo rischio, ma questo fa parte dell'essere embedded. Tra i giornalisti si discute molto di questo modo di essere inviati in aree di crisi: quanta libertà viene lasciata al giornalista? La stessa libertà che ti lascio se vieni a casa mia: puoi girare, osservare, incuriosirti, fare domande, chiedere quello che ti serve, ma non puoi mettere i piedi sopra il tavolo. È casa mia.

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Email testimonianza Mghanistan È un'analogia che può apparire banale, ma ben rende il ruolo di embedded e credo che calzi a pennello se anche voi pensate al rapporto che avete avuto con i vari inviati. Lì con voi, si può conoscere il lavoro di una missione al completo, non si può pretendere invece di uscire e entrare dalla base in piena libertà, anche se chi lo fa di solito ha ottime ragioni che giustificano la sua insofferenza alle regole. Per capire un Paese - e voi lo sapete perché voi lo fate - bisogna conoscere la terra dove si combatte, sentire i sapori, gli umori, percorrerne le strade, anche quelle infernali, incontrare la gente, intervistare gli uomini e le donne che sono rappresentativi di questa o quella realtà, entrare in contatto il più possibile anche con quelli che voi chiamate elementi "ostili". Voglio vederle le dita nere d'indelebile inchiostro alle elezioni, magari anche le dita tagliate da chi le elezion i non le voleva. Voglio parlare con le forze di polizia , le forze armate locali, capire se basta essere addestrati per non morire, voglio andare nelle aree più a rischio , nel sud del Paese. Tutto quello che supera i limiti di sicurezza voi non potete permetterlo a un..:J

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giornalista embedded e qui nascono attriti e frizioni. L'ho capito con il tempo , talvolta con quel sincero confronto che alla fine ha fondato delle solide amicizie. Il giornalista embedded da certi colleghi è visto come un giornalista a metà, condizionato da voi e dal contesto militare al punto tale da non poter essere realista, onesto, oggettivo. È un giudizio falsato dalla mancanza di conoscenza. È ovvio - volendo ironizzare - che non accompagnerete un giornalista ad intervistare il capo dei Talebani a bordo di un blindato, ma permettete comunque un contatto con la popolazione e con diversi tipi sociali forse più "raffinato", selezionato, di quello free. La stessa cosa vale per un approccio di tipo ambientale: è interessante capire cosa fate anche perché indirettamente si può capire in profondità il contesto in cui lo fate. Spesso, chi lavora con voi è visto come un collega che non si prende la briga di andar via zaino in spalla, ma vuoi lavorare in totale tranquillità , sicurezza e agio. Beh .. . senza nulla togliere ai vostri alloggi, ho dormito meglio all'hotel Serena di Kabul . Senza nulla togliere ai vostri mezzi, viaggio meglio in macchina. Senza nulla togliere alle vostre scorte, non è un mistero che siete un bersaglio cerchiato di rosso.


Email testimonianza Afghanistan Lavorare insieme a voi era garanzia di una certa sicurezza all'inizio della missione: ora non più e lo d imoi vari attentati, da quelli più "professionali" ai più diffusi attacchi artigianali con lED. Lavorare con voi non è mai stata- né è- una scelta di comodità, ma semplicemente una scelta. Il rischio attentati è alto, così come è pesante il contributo in vite umane dato dal nostro Paese alla causa afgana. ono tragedie per famiglie che rimangono sole, attonite, ad attendere l'arrivo di un corpo: tante volte ho uito la cronaca di questi tristi viaggi. Sole o pioggia, estate o inverno, il tempo interiore è sempre lo , ;:)L<::;;:oo::•u: buio e freddo. Ho visto bambini così tristi da non sembrare bambini. Chissà quanti di voi, lì, combattono ogni giorno contro una paura che se è eccessiva diventa insana. Chissà quanti pregano. E chissà quanti altri nemmeno ci pensano a morire, adottando così - consapevolmente o no - l'esorcismo migliore contro ogni paura. Chissà quante volte i vostri pensieri sono stati simili a quelli di tanti afghani, che rischiano la vita ogni iorno. Che muoiono ogni giorno. Ma ora, parlatene voi di tutto questo. della vostra quotidianità, dell'impegno che supera l'eroismo. Beato il popolo che non ha bisogno di eroi , ma di uomini che fanno il loro dovere ... vero?


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Herat, 16 febbraio 2009.

Continua l'opera di mentorizzazione sanitaria svolta dal nostro contingente deii'OMLT VI alle dipendenze del Col.t.ISSMI Ignazio Gamba. Il Team sanitario coordinato dal Medicai Advisor, Ten. Col. me. Paolo Farulo, nell'ambito delle sue quotidiane attività, svolte prevalentemente nella struttura di Camp Zafara, sede dell'Ospedale Militare deii'A.N.A., integra un'attività di supporto e consulenza clinica allo staff medico di questa struttura, con un supporto organizzativo e direttivo sui quadri dirigenziali sanitari del 20r Corpo d'Armata Afghano. L'attività, variegata nei suoi aspetti, ha visto tangibili e apprezzati risultati nel tempo. In campo clinico-chirurgico con la partecipazione di nostri Ufficiali medici a tutta una serie di attività: dalla risoluzione di varie tipologie di malattie internistiche in pazienti ricoverati al contributo chirurgico e anestesiologico in vari interventi eseguiti nell'unica sala operatoria esistente. In campo organizzativo-direttivo al miglioramento della catena alimentare, al miglioramento dell'igiene e conservazione dei materiali e delle strutture san itarie, alla crescita della cultura di prevenzione sanitaria nei soldati e del trattamento differenziato dei rifiuti sanitari nei posti di medicazione dei Vari battaglioni. In campo educativoformativo con contributi sviluppati tramite lezioni sulle malattie infettive e sessualmente trasmesse, sul primo soccorso, sul trasporto d'emergenza dei feriti e sull'uso dei vari materiali e trauma kit in dotazione ai battaglioni e alle ambulanze. Il 16 febbraio, alla presenza delle più alte cariche sanitarie Afghane, quali il Col. me Shirzad, con 11 Medicai Advisor di OMLT Colonnello medico Gulab Shirzad, Direttore Sanitario del 20r Corpo d'Armata Afghano, e il Colonnello medico M. Hussin Alicozay, Direttore dell'Ospedale Militare di Camp Zafara, insieme ad una rappresentanza del Team Mentor Sanitario americano, si è svolta la consegna di farmaci e materiale sanitario specificatamente richiesto da alcuni responsabili delle branche specialistiche dell'Ospedale afghano. L'occasione ha dato modo al Direttore del nosocomio di ringraziare personalmente il Team Sanitario di OMLT VI per il loro prezioso contributo, non ultimo quello fornito dal personale dei Sottufficiali

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Osp edale militare afghano di Camp Zafara

Infermieri e degli Aiutanti di sanità, impegnati sia nelle attività di supporto alle forze del contingente dislocato a Camp Stone che nel sostenere l'attività di mentorizzazione degli Ufficiali medici designati. L'auspicio ultimo espresso dal Medicai Advisor di OMLT, comunemente condiviso da parte di tutti , è stato quello che tali quotidiani e proficui scambi professionali e umani possano continuare in futuro, contribuendo alla consapevolezza dell'unicità di intenti da parte di tutte le componenti sanitarie e avvicinando, sempre più, culture diverse tra loro ma accomunate dal medesimo fine: la costante ricerca della salute e del benessere per i propri soldati.

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~~~: --~------------~--------------~-----------Le risorse di un Chief of Staff sono inesauribili, eccoti ------------------------~ le risposte inizialmente promesse per domani.

Pattugliamento di Aree estese: si intende un pattugliamento a lungo raggio, a distanze anche notevoli dalla sede stanziale, fino a 50- 100 km. Chiaro che tale pattugliamento non si conclude nel giro di qualche ora, ma può durare anche alcuni giorni; pertanto occorre un' attività di pianificazione a monte. Che percorso fare, dove dormire, cosa mangiare, che equipaggiamento avere al seguito, che tempo è previsto, quanta strada devo fare, il carburante che mi serve ecc., attività per le quali serve una consulenza da parte di personale più esperto. Attività che si svolgono pattugliando, ovvero muovendo lentamente a piedi o a bordo dei mezzi, per controllare strade, villaggi, aree montuose, di giorno o di notte ecc .... Saluti Ten . Colonnello Alberto Vezzo/i Capo di Stato Maggiore deii'OMLT _j

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Oc}Qotto:

Cari amici, ..:.J dopo la breve eclissi dall'ultima mail mi riaffaccio sulle vostre caselle di posta elettronica in una giornata che segue disordini e scontri a Kabul. .. lnch 'allah il mio team ed io eravamo a Herat, e, considerata l'atmosfera , le manifestazioni antiamericane, il saccheggio e le scorribande in alcune province, il coprifuoco imposto fino alle 4 di questa mattina, oggi ho concesso al team una giornata di day off... .ognuno per conto suo, per modo di dire: va sempre a finire che dopo qualche ora ci si riveda tutti quanti, c'è molto affiatamento e si riesce a star bene anche al di là del lavoro di squadra. Siamo rientrati da qualche giorno dopo una LRRAP (long range reconnaissance and assessment patrol), la maggior parte di voi mi perdonerà la specifica militare ma lo devo almeno a un paio di amici appassionati. ... Qualche notte fuori dalla base ci ha regalato una manciata di emozioni. Quali? Posso anche tentare di descriverlo, qualche immagine è stata anche catturata dai nostri obiettivi, ma è tutto inutile. Le migliori telecamere sono proprio i nostri occhi con 1O milioni di fotorecettori e 7 milioni di coni che ci fanno distinguere colori pieni e loro sfumature (a proposito, sembrerebbe scientificamente provato che le donne abbiano cromosomi che consentono loro di captare un maggior numero di colori, come al sol ito le ingiustizie non finiscono mai, ma se posso scegliere di rinascere, rinasco uomo!). By the way, percorsi 170 Km in appena 1O ore, siamo finally giunti nel villagg io meta della nostra destinazione, una località nell'esatto middle of nowhere! Se in Italia impi~ghi 10 ore per percorrere 170 Km sei maledettamente sfortunato. Potremmo tranquil lamente pensare di trovarci nel bel mezzo di una agostana partenza intelligente, tra migliaia di agguerriti e nevrotici vacanzieri. A queste longitudini, d'altronde, se si è giunti dopo dieci ore vuoi dire che si è doppiamente fortunati. Primo perché significa che si è arrivati a destinazione e qui, 100% guaranteed, non è scritto da nessuna parte e poi perché sei finalmente giunto dove l'unico interrogativo che passa da un emisfero all'altro del cervello non è "dove posso fare una doccia che restituisca dignità e decoro al mio corpo" (considerata l'inesistenza di strutture d'ogni genere), quanto piuttosto: dov'è che posso trascinarmi per avere un giaciglio, badate bene, non un letto .... Dopo il primo frescol ino che avverti quando esci dalla base alle prime luci del mattino, a distanza di tre ore circa dalla partenza, con l'equipaggiamento addosso (leggasi giubbetto antiproiettile, combatjacket, pistola, fucile e caricatori annessi, carnei back, elmetto e ancora diverse diavolerie militari), cominci ad avvertire quella fastidiosa ma non ancora sgradevole sensazione di sudato che, dopo poco tempo, quando le temperature arrivano intorno ai 45 gradi, riesce a farti immaginare come sia possibile ottene-

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re un tatuaggio a fantasia mimetica sulla pelle del tutto gratis! Tuttavia, superata quella fase di insopportabile appiccicume, in un cocktail insuperabile dove i principali ingredienti sono polvere e traspirazione, quando arrivi madido di sudore, quando non avverti più la differenza tra asciutto e bagnato perché di asciutto non hai quasi più nulla, il pensiero corre verso qualcosa di possibile ma non certo, comunque da preparare: una qualunque /ocation dove sperimentare la posizione orizzontale (qualcuno ha dormito sui mezzi, i più esperti a dispensare in maniera peripatetica consigli e dritte su come allestire un bivacco, altri non hanno dormito perché appostati per fare la sicurezza notturna: tra questi, i più fortunati, a turno, potevano ammirare sopra le loro teste lo spettacolo più bello che il cielo notturno potesse confezionare in quella notte priva di qualsiasi fonte di illuminazione. Il X agosto cade una sola volta all'anno in Italia ed è necessario allontanarsi dalla città per esser fortunati e vedere qualche stella cadente , qui quella stessa data cade insieme a uno sproposito di stelle ogni sera. Personalmente ricordo di averne viste più quella notte a Chisthi El Sharif che a Roma sommando ogni notte di San Lorenzo). Chisthi El Sharif è il nome del villaggio che ci ha "ospitato", praticamente un aggregato di quelle consuete casupole di paglia e fango concentrate in una vallata dominata da montagne immense. Intorno? Il

nulla, vuoto pneumatico. È come se per errore, un puro scherzo del destino, quel villaggetto fosse stato randomicamente scagliato come un astro dal cielo, abbandonato tra pietraie e coltivazioni di ciò che è internazionalmente conosciuto come poppy, ovvero papaveri, leggasi coltivazioni di oppiacei da cui tutt'oggi l'Afghanistan trae la sua maggior parte dei profitti soprattutto grazie ai nostri giovani e giovanissimi consumatori occidentali. Fortunatamente viaggiavamo sopravento, altrimenti saremmo arrivati inebetiti e inebriati dalle emissioni .:J

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provocate dalle temperature del sole su queste coltivazion i! E viaggiando sopravento, accompagnati di tanto in tanto da cammelli agghindati come fraschette, somari affardellati come mai ne ho visti, attraversavamo la terra della via della seta, la stessa su cui qualche annetto prima era passato anche un uomo noto come Marco Polo ... Vediamo se c'è qualche esperto di terre e/o usanze sociali orientali fra voi: come si riconosce un villaggio tribale da uno proiettato verso un modello più vicino al nostro? Niente domanda di riserva , mi dispiace .... Sn costruiti con le stesse tecniche, le casupole sono identiche, la struttura che le assiema pressoché la stessa, malgrado ciò esiste un particolare e paradossale segnale che non può restare invisibile all'occhio .. .è quanto di più incredibile si possa vedere qui, anche in mezzo a qualche montagna a distanza da agglomerati urbani: praticamente la capanna dello Zio Tom con la parabola satellitare sorretta al di sopra del tetto da un bastone di legno, spesso conficcato nella cupoletta che funge da tetto ma as~ai spesso innestato dentro un barattolo di latta che una volta conteneva cibo e su cui non si possono avere dubbi circa la provenienza. United Nation Development Program .... Alle Nazioni Unite pensano di contribuire allo sviluppo di un Paese, dare da mangiare e non sanno che i loro prodotti sono multiuso! Per oggi penso ne abbiate abbastanza, la seconda parte del racconto arriverà tra domani e dopodomani, mancano ancora i bambini incontrati, il freddo patito la notte, le delizie contenute nella razione kappa .. . e poi quanto ci sarà da farvi sapere quando tornerò da un'altra "gitarella" stavolta verso sud .... Intanto vi allego una pie del villaggetto .... Un affettuoso abbraccio a tutti voi ,

Roberto Federico Lozzi Capitano addetto stampa Esercito Italiano ~

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Oogetto:

no sarà in grado di essere autonomo, quando il governo centrale sarà stabile quando le forze di polizia e le forze armate sapranno esser degne di tal nome. i siamo impegnati molto, così come in Iraq, nell'addestramento di personale dedi' prepar~to e motivato. A che punto è il processo di addestramento dell'esercìafgano? E stato difficile? Quanto pesa l'aspetto psicologico in un Paese in cui •• he solo essere addestrati significa stare con il nemico? :

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La creazione di un esercito afgano professionale (Afghan National Army - ANA) in grado di garantire autonomamente la sicurezza del Paese è uno degli obiettivi della comunità internazionale. L'end state stabil ito dalla NATO per I'ANA è una forza militare professionale, credibile, capace di supportare le Autorità afga ne nel mantenere la sicurezza e la stabilità nel Paese, in aderenza con le norme internazionali e senza supporti estern i. È in questo contesto che sono inseriti, a vari livelli, nelle Unità e nei Comandi deii 'ANA, gli Operational Mentoring and Liaison Team (OMLT), nuclei composti da Ufficiali e Sottufficiali esperti con funzion i di mentoring e advise. Il 20r Corpo di Armata deii'ANA, presso cui lavora il contingente OMLT VI agl i ordini del Col. Ignazio Gamba, riveste particolare interesse in quanto la sua Area di Responsabilità coincide con quella della Regione West di ISAF, di stanza ad Herat, di cui l'Italia detiene la leadership. Proprio ad Herat il Comandante della HHC (Reparto Comando della Brigata ANA) Capitano Mahbobullah Mojarad, guidato dal suo Mentor 1o Mar. Roberto Liscia, sotto la vigile "guida" del Capo Team Mentor del Comandante della 1a Brigata Ten . Col. Roberto Merlini, il giorno 21 febbraio 2009 ha dato inizio al primo corso di Scuola Guida Militare, alla presenza del Generale Comandante della 1a Brigata Brig. Gen. Ziarat Shah Habed. Un corso completamente organizzato nei minimi dettagli dai militari deii'ANA e che comprende un numero di 25 militari tra Ufficiali, Sottufficiali e Truppa , sotto la supervisione del personale militare italiano di OMLT VI. Il programma del corso è articolato su tre settimane, ampliato recentemente e molto simile ad un comune corso di Scuola Guida Militare italiano. Personale opportunamente addestrato e qualificato, con specializzazioni e corsi specifici, rappresenta gli istruttori del medesimo corso, i quali seguiranno gli allievi fino al conseguimento della Patente Militare. Inoltre, è importante sottolineare che è in itinere, in sinergia con il personale civile della motorizzazione di Herat, la possibilità di ottenere per i neo patentati la relativa conversione in Patente Civile. Al corso stanno collaborando varie branche, quella medica (seguita da un Ufficiale medico italiano) per le opportune visite oculistiche e audiometriche, quella religiosa a cura "Religiuos Officier" (Ufficiale ANA) per un inquadramento etico-morale e psicologico per la condotta di autoveicoli, quella del .:J

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mantenimento, seguita dal sottoscritto per le principali operazioni di manutenzione ordinaria del veicolo, unitamente alla compilazione del "trip form" (documento impiego mezzi) per ottenere una corretta gestione dei carburanti, infine quella relativa alla parte radio seguita da un Ufficile delle Trasmissioni italiano per professionalizzare il personale all 'utilizzo delle procedure radio durante i movimenti. Riuscire a formare personale "abile" alla condotta di autoveicoli militari corrisponde a salvaguardare notevolmente la propria incolumità e quella dei trasportati e di tutti gli altri utenti della strada, ma anche a migliorare ciò che rappresenta il primo livello della "catena" Logistica di una Forza Armata. Il corso è solo uno dei tanti obiettivi prefissati e raggiunti dal personale di OMLT VI, il quale con il proprio lavoro sta contribuendo "day by day " a quella necessaria autonomia capace di rendere l'esercito afgano professionale e credibile. Ten. tramat Andrea Cristiano Mentor G4 MANT ta BOE

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Cara Letizia che piacere risentirti con l'anno nuovo; il Natale qui ad Herat è trascorso lavorando, ma non sono mancati il cenone alla vigilia e la bottiglia di spumante all'ultimo dell'anno. Certamente non dobbiamo dimenticare gli alpini dell'8° Reggimento Alpini e del 1o Reggimento Bersaglieri che hanno trascorso il periodo natalizio nelle basi remote di Baia Morghab e Farah, dove, pur lavorando e mantenendo sempre alta l'attenzione, non è mancato il panettone. Adesso come mi hai richiesto lascio la parola anche ad altri. ... Cap. Antonio Bernardo Chief PIO ISAF RC-W Herat .;:1

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Cenone da ricordare per il Magg. Ricci e i suoi uomini, facenti parte del sesto contingente OMLT, agli ordini del Colonnello Alpino Paracadutista Ignazio Gamba, che a Shindand, 100 chilometri a sud di Herat, hanno potuto gustare il primo piatto di pasta dopo venti giorni di razioni da combattimento, salutando così il 2009 nella nuova base, sita all'interno dell'Aeroporto della omologa cittadina. La prelibatezza gastronomipreparata, appena in tempo, ha riscaldato l'ambiente ed ha fatto sentire i ragazzi più vicini a casa . l pochi disponibili hanno comunque permesso un veloce saluto ai parenti che festeggiavano in Italia, e poi, ~.;-'--lrlr-.,,.,. il panettone, velocemente a letto perchè in Afghanistan il primo gennaio si lavora. Strano l'operato dei nostri uomini, devono infatti addestrare il battaglione, in lingua dhari "kandak", di stanza nella cittadina a metà strada tra Herat e Farah, in una delle zone più calde di tutto il settore occidentale, attualmente comandai Gen. Serra. Fino a poco tempo fa, venti giorni per la precisione, i nostri alpini erano attendati nella a base delle Specia/ Forces Americane. Ma ora, grazie allo sforzo congiunto del Comando Regione e del Comando OMLT, le nuove stanze sono state terminate , è stata fornita l'acqua calda nelle docce nel prossimo futuro anche una palestra ed il collegamento internet saranno disponibili per il •nPin Pc::c::PI"P del personale. Ne trarrà giovamento sicuramente l'attività addestrativa che in questo periodo revede l'applicazione delle procedure da impiegare nel pattugliamento di zone estese, dopo un periodo '"<>"'"'"''"' all'impegno in attività di controllo dell'autostrada. i legami tra i nostri ragazzi ed i loro "mentorizzati" afgani sono consolidati, si passa insieme tutta la iornata, si condividono esperienze e si pianificano le attività future, cercando di rendere l'esercito afgano n grado di fronteggiare efficacemente la minaccia rappresentata dalle Forze Opponenti. Si imparano paronuove, si insegna un po' di italiano e non è raro sentire alla mattina una serie di "salamelecchi", storpiara del dhari Sa/am Aleikum, con il quale, avvicinandosi la mano destra al petto, ci si saluta calorosamen. Sarà quasi estate quando i nostri alpini riabbracceranno le loro famiglie, ma di certo il tempo che avranpassato in questa terra affascinante riempirà la borsa dei loro ricordi. ITCICTr•n

Tenente Colonnello Alberto Vezzo/i Capo di Stato Maggiore deii'OMLT (Operational Mentoring Liaison Team), comandato dal Colonnello degli Alpini Paracadutisti Ignazio Gamba

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un passo dalle eleziqni presidenziali, chissà quante cose non sappiamo. ono certa di non poter scrivere tutta la verità quando compongo i miei ezzi. Per motivi di sicurezza- e anche di opportunità politica- non raccontutto quello che accade e se un giornalista non si trova sul posto non uscirà mai a interpretare nel modo giusto quantomeno i segnali che arrivao dal contesto.

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Un'altra giornata di polvere secca e caldo incessante, a Kabul. ... Ogni tanto penso che mi piacerebbe poter iniziare in maniera diversa queste mie léttere, magari raccontandoti del primo soffio di vento freddo che ha investito il compound di "Camp lnvicta", oppure delle pozzanghere che hanno invaso le vie che uniscono le palazzine ..... Invece, mentre ti scrivo, questa polvere finissima e onnipresente continua ad invadere tutto ciò che sfiora , lasciando una leggera patina color sabbia che ricorda il colore delle nostre tute da combattimento desertiche .. .. Oggi abbiamo passato una giornata alla FOB di Musahy, che oramai conoscerai come "Sterzing", il nome che tempo addietro è stato dato dagli Alpini che per primi si erano recati in questo avamposto sempre "caldo". Mentre percorrevamo i 30 Km che separano la nostra abitua le base da quell'avamposto racchiuso da montagne di una bellezza straordinaria, il nostro "rallista" ha notato qualcosa di anomalo su l lato destro della carreggiata. Un cumulo di pietre che nulla aveva a che vedere con un naturale ordine sparso, ma che sembravano celare qualcosa di particolarmente minaccioso. Ci siamo subito fermati, abbiamo bloccato la strada e osservato con ottiche di precisione quel cumulo che solo in apparenza sembrava innocuo e non degno di attenzione. Un filo rosso si intravedeva fuoriuscire dalla parte posteriore di quell'insieme di pietre, segno evidente che le nostre misure precauzionali erano appropriate. Nel frattempo sono arrivati alcuni rappresentanti delle Forze di Sicurezza locali, gli stessi che da tempo stiamo addestrando con costanza , professional ità ed anche, ti confesso , una grande pazienza. Sai, spesso questa nostra costanza mi ricorda tutto il tempo passato ad insegnarti a nuotare, quando cercavo di integrare con sapiente esperienza le tecniche di movimento in acqua con la capacità di trasmetterti fiducia nelle tue possibilità, nel tuo muoverti seguendo l'istinto naturale. , Appena arrivati gli artificieri abbiamo avuto la conferma che sotto a quel nascondiglio improvvisato si nascondeva una delle pegg iori minacce che da anni stanno rendendo particolarmente complessi e pericolosi gli spostamenti lungo le rotabil i afghane ... un lED, ordigno esplosivo artigianale, costruito da mani .:J

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esperte seguendo le sole regole dettate dall'improvvisazione e dalla fantasia umana, ma con il solo scopo di creare il maggior danno possibile a mezzi e personale. Sai, d'altronde dobbiamo tenere presente che siamo in un periodo particolarmente delicato per questa gente, tra poco ci saranno le elezioni presidenziali, e come la storia ci insegna ogni volta ci si trova davanti ad un passo importante e decisivo per uno Stato, è sempre alta la probabilità che si verifichino degli eventi che vogliono sfruttare l'alto interesse mediatico per esprimere il dissenso da parte di gruppi estremisti. Qui, quegli estremisti sono in particolar modo i talebani , che hanno già minacciato di tagliare le dita a tutti coloro i quali si recheranno regolarmente a votare . Ma posso dirti che da quello che ho visto in occasione dei sopralluoghi presso alcuni seggi elettorali nell'area di Kabul , c'è molto ottimismo e voglia di partecipare fattivamente a questa fase, che è anche una sorta di esame per questo Paese che sta cercando la strada verso una stabilità. Mi rende orgoglioso poter pensare che anche noi stiamo in parte contribuendo. Il prossimo 20 agosto, giorno delle votazioni , saranno le forze di sicurezza locali ad avere la responsabilità diretta nel creare e mantenere un' adeguata cornice di sicurezza, mettendo in pratica quell'istruzione che da anni stiamo loro garantendo. Ma noi ci saremo, pronti in ogni caso ad intervenire nel momento in cui dovessero attivarci, e nello stesso tempo monitoreremo la loro attività, il loro "modus operandi", per poi poter avere un quadro dettagliato del loro potenziale e delle loro attuali capacità esprimibili sul campo. Vedi , a parole sembra tutto tanto semplice ... e invece ci sono talmente tante e tali piccole problematiche ... ma questa è un'altra storia .... Sperando che il vento possa in parte portare a te le mie sensazioni ed i miei pensieri. ... Cap. Saverio Cucinotta

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--~--------------------------~~~--~ . --~~~~~~~~--~~~~~~~ volte penso ... ma come passano tutta a g•ornata?

Credo che lo pensino anche i vostri parenti. ...

Tesoro mio, nonostante siano già trascorsi circa quattro mesi da quando sono salito sull 'aereo che da Pisa mi ha portato qui a Kabul , non permetto mai alla stanchezza di avere il soprawento. Nei brutti momenti mi viene sempre in mente una frase che un collega amava ripetermi in continuazione mentre ci addestravamo ed eravamo sfiniti per la fatica: "Ricorda , non è il fisico ad essere stanco, ma il tuo cervello a fartelo credere ... ". Proprio stamattina sono uscito dalla nostra base di "Camp lnvicta", destinazione FOB "Sterzing" nella affascinante quanto minacciosa Valle di Muschi. Il compito era quello di scortare alcuni giornalisti che avevano bisogno di filmare la gente mentre si recava alle urne per esprimere il proprio voto in questo giorno di particolare importanza nella stabilizzazione di questo Paese: quello delle elezioni presidenziali. Siamo usciti che le prime luci dell'alba cominciavano a squarciare il buio, per rientrare la sera. Sapessi che caldo, e quanta polvere, una polvere talmente fine e onnipresente da riuscire ad arrivare ovunque ... a volte ti viene da pensare quasi che sia parte di te. A questo si aggiunge la tensione e la grande concentrazione che non deve mai calare ogni volta che affrontiamo un nuovo "task" che ci porta a muoverci in questo ambiente dove ogni persona, ogni oggetto apparentemente innocuo potrebbe nascondere una minaccia ... dalla macchina che si muove in maniera anomala ad una semplice ed apparentemente innocua e vecchia bicicletta appoggiata dove non c'è nessuno .. .. In tutto questo, non dobbiamo !imitarci a garantire l'assolvimento del compito salvaguardando la nostra incolumità e quella dei civili che sempre numerosi affollano molte delle strade che percorriamo ogni giorno e i villaggi nei quali operiamo, ma dobbiamo garantire ai giornalisti che vengono a seguire le nostre attività la possibilità di poter acquisire tutti quegli elementi che poi diventeranno essenziali per racconta-

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re del senso e dell'importanza della nostra presenza in questo Teatro Operativo. Lo faccio con estrema serenità perché sono consapevole che con il loro lavoro possono contribuire a dare notizie sulla nostra attività in Afghanistan. l termine della giornata abbiamo ripreso la via del ritorno, ma appena iniziato il movimento, la nostra sala operativa ci ha comunicato di un attacco avvenuto di fronte alla base americana che dista poche centinaia di metri dalla nostra, particolare che per motivi strettamente legati alla sicurezza ci ha fatto rivedere tempi ed itinerari da seguire. Durante il viaggio, poi, l'avvistamento lungo la rotabile che stavamo percorrendo di un UXO (Unexploded Ordnance, ordigno inesploso) ci ha obbligati ad una sosta a distanza di sicurezza in attesa c.he gli artificieri del genio, dopo avere effettuato con tutte le precauzioni previste il riconoscimento del tipo di ordigno, lo facessero "brillare" per eliminare definitivamente la minaccia. E finalmente il rientro alla base ... ogni volta che la pesante porta carraia si chiude alle nostre spalle, la tensione cala e ritorna il sorriso, la voglia di scherzare e di stare insieme agli amici. .. è come una liberazione! Cosi, in quel poco tempo libero, posso dedicarmi a quelle attività che in un certo modo alleggeriscono il mio lavoro e, soprattutto, la lontananza da casa. Come ti ho già spiegato più volte , siamo perfettamente consapevoli del fatto che potremmo rimanere feriti o morire in qualsiasi momento, ma questa consapevolezza non scalfisce minimamente la nostra professionalità e convinzione nel continuare a fare il nostro lavoro. Sappiamo quanto è importante la nostra presenza per questa gente ed è proprio questo motivo che ci spinge a farlo. Spero che a casa la gente sappia quello che facciamo! desso non voglio farti preoccupare raccontandoti di queste mie giornate tanto dense di tensione e avvenimenti, ti dico solo che sto bene, che il lavoro non mi pesa e che presto sarò a casa. Ora devo salutarti, ci sono molte cose da fare .... Salutami tutti e un forte abbraccio. i voglio bene, Angelo Missione ISAF - "ITALFOR XX" - Kabul 11

1° CM Arcangelo Di Silvio - 186° rgt. Folgore"

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Kabul, 31 agosto 2009 Martina, quando avevi solo 4 anni, io già stavo vivendo la mia prima esperienza in questa terra complessa e dimenticata dal tempo ... oggi compi 8 anni, e per uno strano scherzo del destino mi ritrovo a vivere una seconda esperienza nella stessa terra. Ti ricordi con quanta passione e gioia avevi aiutato me e la mamma a concretizzare il progetto "Con il cuore .. . per Kabuf' che avevamo iniziato per poter aiutare tutti i bambini come te che per un crudele scherzo del destino avevano subito gli effetti devastanti dei conflitti che questa terra ha vissuto nel suo passato? ... erano creature che gli abitanti consideravano "diverse" solo perché il trauma dovuto alla paura delle esplosioni, della devastazione vissuta, si era trasformato nella loro incapacità di parlare ed interfacciarsi con l'esterno ... ma non per questo meritavano di essere "etichettati" come diversi. Lo avevano capito le suore delle 14 congregazioni religiose che hanno fondato l'associazione "Pro bambini di Kabul", raccogliendo il grido di aiuto che Papa Giovanni Paolo Il aveva diffuso al mondo intero .... Eri così entusiasta anche tu di poter dare il tuo contributo alla nostra volontà di aiutare queste creature sfortunate ... e il sorriso che avevi quando ti avevamo fatto vedere la cantina piena fino al soffitto di pacchi pronti ad essere spediti con tanto materiale per i tuoi piccoli amici afghani. Mi avevi chiesto cosa contenessero, e poi sei corsa in camera tua per poi tornare da me con il fiatone e con i tuoi pastel li preferiti, i tuoi quaderni ancora non usati e quella bambola sempre spettinata ma che adoravi al punto da non separartene mai, tutto pronto per essere messo nell'ultimo pacco ... come potevamo non commuoverci? .... Sono talmente tante le cose che vorrei dirti, raccontarti, talmente numerose le emozioni e le sensazioni _j

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che ti vorrei trasmettere che quasi non so da dove iniziare ... provo a cominciare da un semplice ma significativo "AUGURI, piccola mia!" Oggi più che mai le parole che mi hai scritto poco prima di chiudere la porta di casa ancora con i miei pensieri abbracciati a te, mi colpiscono ... specialmente quando mi dici "C'è una terra lontana, dentro al mio cuore. Lì, con tanti amici, c'è il mio papà. Si chiama Afghanistan, terra lontana, terra amara, ricca soltanto di povertà. Guardo le foto dei bambini, non hanno una scuola come la mia, non hanno una casa di tanti colori, nei loro volti vedo solo dolori ... alcuni hanno fame perché non hanno da mangiare, altri hanno fame di pace e di libertà, di silenzio e tranqui!Ntà e non del rumore che la guerra fa. È per dargli questo che i nostri soldati sono là, io gli ho prestato il mio papà e sono orgogliosa di ciò che fa ... ". Un primo piccolo ma davvero molto significativo dono che vorrei farti si cela nel significato di tutti quegli aquiloni colorati che l'altro giorno ho ammirato volteggiare sopra al cielo sempre polveroso di questa città ... quattro anni fa non ne avevo mai visti, un piccolo ma importante segno che forse il trascorrere del tempo sta portando ad un miglioramento che le piccole creature come te possono vivere in prima persona. È difficile per chi è cresciuto in una normalità come la nostra riuscire a comprendere a fondo cosa possa significare un semplice aquilone che volteggia in questa parte di cielo. Che non è lo stesso cielo che puoi vedere sopra di te .... In questo giorno per te ·e per noi cosi particolare, voglio condividere con te questa piccola ma grandissima gioia, augurandomi che un giorno tu possa comprenderne a fondo il significato. Stando qui a Kabul ci si rende conto che spesso l'indifferenza uccide. Ieri pomeriggio abbiamo partecipato ad una importante riunione nella Valle di Musahy, con rappresentanti del Governo locale. Come sempre abbiamo garantito la nostra massima disponibilità nel contribuire al miglioramento di quelle condizioni che poi potranno portare alla stabilizzazione di questo Paese, ma ti garantisco che non è cosi facile come sembra ... . Abbiamo fatto moltissimo, in questi anni, ma c'è ancora bisogno di tutto .. . costruire nuovi e solidi edifici, strade che sostituiscano le attuali rotabili sterrate e spesso sconnesse, potabilizzare l'acqua che è sempre causa di malattie ed infezioni, sistemi fognari che evitino la contaminazione delle falde acquifere, bonifica delle aree che attualmente non possono essere sfruttate per le coltivazioni ed il pascolo ... e tutto questo deve essere fatto all'interno di una cornice di sicurezza che noi stessi dobbiamo creare e mante.J

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nere. Siamo fuori ogni giorno, dalla mattina alla sera, non risparmiamo certo energie per garantire tutto questo, ma ancora non basta .... Rimane la soddisfazione di avere dato tutto quanto ci era possibile per aiutare la rinascita di questo paese, di avere rubato il tempo con te per dedicarlo a chi non ha avuto la tua stessa fortuna . A presto .... 1° Mar. Mareno Sandri effettivo al 2° reggimento AVES "Siria" di Lamezia Terme

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Ciao amore, ho deciso di scriverti questa lettera forse perché spinto dalla consapevolezza che provare a raccontarti le mie emozioni a voce, mi risu lterebbe troppo difficile. Ormai sono diversi mesi che sono qui in Afghanistan e le cose sembrano peggiorare di giorno in giorno. Ricordo ancora che nel corso dei primi giorni passati qui a Kabul ci sembrava quasi di poter dire che nulla avrebbe mai potuto accaderci. .. fino a quella notte nella valle di Musahy, quando una pattug lia ISAF della coalizione richiedeva il supporto di nostre forze. Appena usciti dal piccolo cancello che delimita l'accesso alla FOB "Sterzing", giusto il tempo di percorrere pochi metri prima di renderei conto che alcuni "insurgents" ci stavano aspettando. Una vera e propria imboscata. Come quelle che spesso avevamo simulato durante le fasi meticolose del nostro addestramento in Patria. All'improvviso elementi ostili aprono il fuoco nella nostra direzione, me ne rendo conto immediatamente perché sono il cosiddetto "rallista", il paracadutista che ha un delicato e fondamentale compito di osservazione e controllo dell'area circostante. Mi rendo conto con immediatezza che siamo nel mezzo di un vero e proprio atto ostile nei nostri confronti , ed una volta individuata con esattezza la fonte di provenienza del fuoco nemico, rispondo per proteggere il personale ed i mezzi del nostro convoglio. All'improvviso, nel tentare una manovra evasiva e cercare riparo dai colpi che stavano arrivando verso di noi, il mezzo "Lince" nel quale ci troviamo si ribalta, e solo grazie alla ralla, che ha impedito il completo ribaltamento del VTLM , sono riuscito ad evitare di rimanere schiacciato ....

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Da quel momento preciso in avanti una vera e propria tempesta di fuoco, rivolta verso di noi con il solo ed unico scopo di provocare il maggior numero di perdite e danni. Ma quello che non avevano preso in considerazione era l'elevata preparazione e l'eccellente addestramento della mia squadra ... abbiamo risposto al fuoco, dopo avere assunto il miglior dispositivo difensivo possibile per quella situazione contesto. Sappiamo molto bene che in un simile contesto chi conosce meglio il terreno nel quale si opera sono loro, che ci vivono e forse ci combattono da chissà quanti anni. Abbiamo agito in perfetta sintonia, ogni elemento del team sapeva esattamente cosa fare e con quali tempistiche. Ci siamo protetti a vicenda , abbiamo garantito l'osservazione e la protezione dal fuoco nemico da ogni direzione, e tutto questo in brevissimo tempo. In certe situazioni anche pochi istanti possono fare la differenza. Ho voluto raccontarti tutto questo perché prima di partire ti feci una promessa: che sarei ritornato da te, a qualunque costo. Voglio che tu sappia che non l'ho dimenticato, e non passa giorno in cui io non la ricordi a me stesso .. . quella promessa che tu mi strappasti tra le lacrime, in un momento in cui la mia partenza sembrava troppo difficile da accettare. Ma sappi che se il Signore continuerà a vegliare su di me e sui ragazzi che sono qui con me, presto tornerò a casa. Il solo ed unico senso di tutto questo, è che voglio tu sappia che ti amo e che sei p·er me la sola ed unica cosa importante. Ma soprattutto che sei tu a darmi la forza e la determinazione necessarie per affrontare tutto questo e rimanere qui a svolgere il mio dovere fino in fondo, con immutato orgoglio e determinazione, pur conscio del perenne pericolo che esiste in un Teatro come questo. Ti amo, amore mio ... non vedo l'ora di poterti stringere di nuovo a me. Un bacio, tuo Mino ... .

Missione /SAF - "ITALFOR XX" - Kabu/ 1° CM Cosimo Cecere - 186° rgt. "Folgore "

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Tesoro, come spesso ti sottolineo quando parliamo della mia scelta di vita, questa è la mia quinta esperienza fuori area, e per la seconda volta mi trovo a condividere con i.colleghi la polvere di questa terra. Ma questa volta è differente. A renderla diversa dalle altre c'è il fatto che sento più di ogni altra volta la mancanza dei miei due piccoli, forse perché mai mi era capitato di rimanere lontano da loro per un periodo tanto lungo .... Oramai è passato più di un anno dal giorno del mio arrivo al 41 o Rgt. "Cordenons" di Sora, dove come ben sai ho avuto la fortuna e l'onore di poter fare il corso "Raven" per imparare ad utilizzare quell'aereo teleguidato dalle ridotte dimensioni ma dall'enorme utilità per chi opera su l campo. È uno strumento di ricognizione e sorveglianza lanciato manualmente, in grado di trasmettere immagini video in diretta via aerea e informazioni geografiche che vengono raccolte ed elaborate da una unità di controllo terrestre denominata GCU ( Ground Contro/ Unit) e da un videoterminale a distanza (RVT- Remote Video Termina/). Tutto questo consente agli operatori di navigare, localizzare obiettivi, effettuare ricognizioni del territorio e registrare tutte quelle informazioni ritenute di utilità strategica che poi verranno analizzate, insomma una componente di determinante importanza per la sicurezza a terra. Forse è proprio per questo che, dopo tanto addestramento in Patria, ho avuto l'onore di essere chiamato a svolgere il mio incarico qui a Kabul, in un contesto certamente molto impegnativo e complesso. Ma lo faccio con grande orgoglio, un orgoglio che aumenta quando, parlando con gli amici paracadutisti del186° "Folgore", viene evidenziata l'utilità di questo piccolo aereo che, volando sopra i nostri uomini, ne rende più sicura la presenza in un contesto dove le minacce sono sempre presenti e particolarmente insidiose. ..:.l

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Una data che credo rimarrà a lungo impressa nella mia memoria è quella del 22 giugno scorso (2009), perché contestualmente al fatto che aspettavo con ansia di terminare il mio turno di servizio per chiamarti e farti gli auguri di buon compleanno, uno dei nostri VTLM "Lince" è saltato su di un ordigno che in precedenza era stato piazzato da abili mani di insorti che popolano la Valle di Musahy. Era proprio il mezzo che si trovava davanti a noi ... un boato assordante, pochi istanti, poi il fumo ed il "Lince" che si ribalta su sé stesso lungo il fianco della collina ... almeno 50 metri, che mi sembravano interminabili, pensavamo tutti alle condizioni di salute degli amici che si trovavano all'interno dell'abitacolo, che poi abbiamo visto riportare solo ferite lievi. Quello è stato un giorno particolare, caratterizzato da un evento la cui possibilità di accadimento è sempre ben presente nelle nostre menti. Abbiamo seguito un addestramento molto specifico e intenso prima di venire ad operare in questo contesto, e siamo sempre stati, come lo siamo tuttora, consapevoli dei rischi che derivano dall'improvvisa detonazione di un determinato tipo di ordigno, sia esso improvvisato che regolamentare. Subito dopo abbiamo utilizzato il nostro "Raven" per effettuare una ricognizione dell'area circostante al fine di individuare eventuali altre minacce, e nel contempo abbiamo messo in sicurezza l'area in attesa dei soccorsi. Rientrato alla FOB "Sterzing" mi sono sentito particolarmente orgoglioso per quello che avevo fatto, e sollevato nel sapere che i colleghi stavano tutti bene. Forse è proprio questa una delle caratteristiche che contraddistingue la nostra difficile scelta ... una forte passione per il nostro lavoro, un grande orgoglio per quello che siamo in grado di fare. Spero che questo contribuisca sempre a rendere anche voi orgogliosi di quello che faccio .... A presto ....

C.M. S. Antonio Verrillo- Distaccamento Raven _J


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aro Antonio, come siete organizzati in questo momento, quanti siete, come è .-----------------------~----~---------strutturata la base, qual è il rapporto con la popolazione?

Siamo circa 1500 militari dispiegati nella Regione Ovest dell'Afghanistan, che è un'area estesa quanto tutta l'Italia del nord. Dal 1O ottobre 2008 l'ossatura del Comando è su base Brigata Alpina "Julia" sotto la guida del Generale di Brigata Paolo Serra. La nostra missione è finalizzata allo sviluppo del processo di pacificazione e normalizzazione del Paese attraverso il supporto offerto alle Forze di Sicurezza Nazionali Afghane, impegnate sul terreno nel campo della sicurezza, e l'aiuto dato alle autorità politiche locali a favore del processo di ricostruzione e sviluppo economico della Regione, il tutto sarà determinante per un concreto impulso diretto alla buona governabilità della Regione ovest dell'Afghanistan . Il Regional Command West (RC-W) dispone di diversi assetti: Joint Air Task Force, assetto interforze su base Aeronautica Militare, Comandato dal Colonnello Francesco Vestito, che gestisce tutti i veicoli aerei ad ala fissa ed ala rotante dell'Aeronautica, Esercito e Marina Militare (AB212, CH47,C27J, A129), il Provincia/ Reconstruction Team (PRT), su base 8° Reggimento Alpini della "Julia" comandato dal Colonnello Luca Covelli. L'unità ha il compito di supportare il processo di ricostruzione, ed è costituita anche da una componente civile, della quale il capo è il Consigliere dell'Ambasciata italiana Alberto Vecchi. Entrambe le componenti, quella militare del Ministero della Difesa e quella civile del Ministero degli Affari Esteri, ricevono un budget finanziario annuo. La componente militare ha come pedina operativa nel campo della ricostruzione la Cooperazione Civile Militare (CIMIC) che si occupa di supportaré progetti a breve termine (scuole, pol iambulatori, ponti, strade, fognature, centri di rieducazione, stazioni di polizia, pozzi, donazioni varie ecc.), solo nel 2008 ha portato a termine più di 50 progetti. Invece la componente civile ha come pedina operativa la Cooperazione Italiana del MAE. Le due componenti lavorano insieme per la ricostruzione della Provincia di Herat, incentivando l'occupazione locale (perchè i progetti li realizzano gli Afghani secondo l'afghan face) , lo sviluppo economico dell'area, e la credibilità delle istituzioni politiche locali e degli "e/ders" (anziani dei villaggi). Un altro assetto di RC-W è 1'/ta/ian Operational Mentoring Liaison Team (OMLT}, comandato a partire dal10 dicembre dal Colonnello Ignazio Gamba, costituito da circa un centinaio di militari italiani impegnati a supportare l'addestramento e a mentorizzare i militari dell'Esercito Afghano (ANA); l'attività viene svolta a tutti i livelli dal 20r corpo d'armata alla compagnia di manovra. Il Battle Group è l'assetto operativo di RC-W, è un'unità allivello di Battaglione multinazionale, su base 8° Reggimento Alpini e comandata dal Tenente Colonnello Paolo Radizza. È costituito da 4 compagnie: LA BELLA e LA POTENTE dell'Bo Reggimento , l LUPI del 1o

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Reggimento Bersaglieri ed una Compagnia OREOL delle truppe da montagna spagnole. Hanno il compito di supportare l'esercito afghano nelle operazioni militari finalizzate al mantenimento della sicurezza dell'area anche nelle aree remote, che attualmente sono nel nord della Regione a Baia Morghab e nel sud a Delaram, oltre a costituire l'unità di reazione rapida di RC-W. ITALFOR è la componente nazionale interforze che ha il compito di occuparsi di tutte le questioni burocratiche e logistiche di carattere strettamente nazionale, ed è comandata dal Colonnello dell'Aeronautica Francesco Crocitto. La Forward Support Base (FSB) è un'unità multinazionale su base aeronautica, a guida spagnola, che si occupa di tutte le esigenze relative alla gestione aeroportuale compresa la sicurezza garantita da una Compagnia multinazionale (fucilieri dell'aria italiani, sloveni e albanesi). La Polizia Militare è presente nella Base ed è composta da un nucleo di éarabinieri comandato dal Maggiore Volpi. La task force GRIFO è un'unità composta da circa 30 Finanzieri che hanno il compito di supportare l'addestramento della Polizia di frontiera afghana. Ci sono due centri sanitari nella base: uno a guida italiana che è il role 1 e l'altro è il role 2 a guida spagnola, entrambi svolgo anche attività di supporto sanitario alla popolazione. Le attività del contingente sono continuative e vengono svolte all'esterno della Base sempre a contatto con la popolazione, dalla quale riceviamo ogni giorno gratitudine e riconoscenza; infatti il nostro PRT ha da poco ricevuto la cittadinanza onoraria dalla città di Herat. Cap. Antonio Bernardo Chief PIO ISAF RC-W Herat

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Barack Obama Presidente degli Stati Uniti. Cosa cambierà? ..:J

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..:.1 Auguro buon lavoro al neopresidente degli Stati Uniti Obama e onestamente ritengo sia presto per giudicare il suo operato rispetto alla politica estera e all'influenza della sue future scelte sulle operazioni in Afghanistan. In ogni caso noi continueremo ad agire secondo il legittimo mandato deii'ONU sotto il Comando della NATO. · Cap. Antonio Bernardo _J

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. .Sono curiosa ... qual è il rapporto che riuscite a stabilire con i giornalisti? Riuscite ...

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Per quanto riguarda la mia esperienza con i giornalisti ti posso dire che in quattro mesi di missione è risultata molto intensa ed interessante. Chiaramente il fatto di interagire con persone diverse, in alcune circostanze, mi ha portato a munirmi di pazienza. Di sicuro ti posso dire che ho notato un fattore comune a tutti i giornalisti che è la presentazione, perchè tutti i giornalisti appena arrivano in teatro ti investono di tante richieste con il timore di non riuscire ·a lavorare bene, mentre alla fine dell'attività partono soddisfatti dell'esperienza vissuta e dei servizi che sono riusciti a realizzare. La differenza sostanziale tra il giornalista straniero e quello italiano sta nel fatto che quest'ultimo è flessibile e quindi sa adattarsi "bene ad ogni situazione, oltre al magnifico modo di fare e all'approccio umano con persone socialmente più deboli che ci contraddistingue in tutto il mondo. Per me è molto importante aggiungere che insieme al mio Team dell'Ufficio stampa di RC-W, in modo molto naturale ho instaurato una "good relationship" con la stampa locale che è l'esempio di quanto gli afghani hanno voglia di condurre una vita normale in pace e in democrazia. Ricorderò per sempre il mio primo incontro con il mio amico giornalista dell'agenzia Panjwok, Quraishi; infatti alla mia domanda di quale etnia fosse pastoon, hazara, tajka, il mio caro amico mi ha risposto: "lo sono un afghano".

Cap. Antonio Bernardo

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Quella volta che la paura ha lasciato il posto al sonno .... .:.J

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Cara Letizia, erano circa le 22.30 ore locali e stavo facendo un po' di rassegna quando all'improvviso abbiamo udito 6 esplosioni in successione. È stato dato l'allarme; nel frattempo tutti i militari della Base si sono raccolti presso i bunker che sono disseminati per la Base. lo, come previsto, sono andato in sala operativa, il cuore pulsante di RC-W. Accertato che nessuna persona fosse rimasta coinvolta e che i materiali non fossero rimasti danneggiati dopo un po' l'allarme è cessato e siamo tornati a dormire.

Cap. Antonio Bernardo Chief PIO /SAF RC-W Herat

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Generale Serra, a metà mandato qual è il bilancio della missione? Senz'altro positivo, anche se tanto rimane da fare prima di poter affermare "missione compiuta". Dopo oltre 3 mesi di impegnativa attività svolta dai nostri Alpini , dagli altri militari italiani schierati ad Herat e dagli oltre 1500 soldati di 12 Nazioni che operano sotto il Comando di RC-W (Comando Regionale Occidentale dell'Afghanistan), qualche miglioramento inizia a farsi vedere. Come noto la nostra opera si sviluppa lungo le tre direttrici dell'approccio comprensivo: sicurezza, ricostruzione e governabilità. Nell'ambito della "Sicurezza" i nostri Alpini continuano a presidiare le basi remote , a nord al confine con il Turkmenistan, a sud nella zona di Farah, a contatto con le più turbolente province di Helmand e Kandahar, ed a sviluppare una continua ed attenta attività di controllo del territorio , sia mediante pattuglie appiedate e posti di controllo, sia mediante l'impiego dei più moderni sistemi di sorveglianza remota quale quella assicurata dai Tornado o dagli aerei senza pilota. La nostra presenza ha spinto le Forze che si oppongono alla stabilizzazione del Paese a muoversi alla ricerca di altre aree dove potersi riorganizzare durante l'inverno e questo ha provocato l'intensificarsi di attività militari in zone precedentemente poco battute. Per quanto riguarda la "Ricostruzione", l'opera decisiva svolta dal personale dell'Bo Rgt. alpini, sotto la guida del Col. Covelli, ha garantito il sostentamento a numerose famiglie durante lo sviluppo dell'inverno, nonché un innumerevole numero di attività a favore della collettività come ponti, pozzi, strade, ostelli per la gioventù , rifacimenti di strutture gover_J

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native come scuole ed ospedali, nonché opere sviluppate a favore delle fasce più deboli e sfortunate come donne e bambini. Parlando di "Governabilità" è da sottolineare il successo delle operazioni legate alla "voter registration". Trattasi del processo mediante il quale vengono assegnate le schede elettorali a coloro che intendono esercitare il diritto di voto in occasione delle prossime elezioni generali che avranno luogo in autunno. Vista la particolarità dell'Area di riferimento, non si tratta solamente di un censimento, ma di dato di riferimento su quanti esprimono un certo interesse a partecipare ad una azione così normale e democratica per noi occidentali, ma altrettanto lontana dalla mentalità di queste genti, legate attraverso la famiglia ed il clan alla propria tribù prima che connesse ad un pensiero di parlamento centrale che li rappresenti ed ad un governo che ne difenda gli interessi. Ebbene la "voter registration" ha avuto un grande successo proprio nella area di responsabilità della "Julia", segno che il tempo dedicato a parlare con i Capi Tribù ed a diffondere un embrione di idea di democrazia, aveva attecchito. Oltre un terzo dei registrati sono donne e, tenuto conto della condizione femminile, si tratta di una garanzia verso un futuro di pariteticità che da noi è dato per garantito, ma in questi territori è lontano da venire.

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E il bilancio della Brigata "Julia"?

Il bilancio di questi primi tre mesi relativo alla "Julia" è estremamente favorevole. Gli Alpini, uomini e donne in armi, rispondono con grande coraggio, grande slancio e totqle disponibilità alle molteplici richieste che vengono loro poste. Dal punto di vista militare siamo efficienti, e semmai ci fosse bisogno di sottolinearlo, i nostri veicoli ed il nostro equipaggiamento sono all'avanguardia. Come sempre, non bisogna fermarsi e compiacersi. Tanto si può ancora acquisire per incrementare l'efficacia del Soldato degli anni 2000: sono in arrivo nuovi giubbotti antiproiettile, maggiormente ergonomici e comodi da indossare, presto saranno immessi in Teatro altri aerei senza pilota di dimensioni ridotte che permetteranno alle pattuglie avanzate di vedere "cosa c'è al di là della collina" con minor pericolo e maggior efficacia, nonché nuovi sistemi d'arma a lunga gittata per poter intervenire a difesa delle nostre forze in caso di necessità e quindi, nuovi veicoli Cougar altamente protetti per svolgere attività di sminamento. L'accrescimento professionale che i "ragazzi della Julia" porteranno a casa sarà incommensurabile: il vivere 24 ore al giorno in ambiente operativo li fa crescere giorno per giorno: il pericolo, le privazioni, la vita comunitaria, ne ha fatto un gruppo veramente solido ... nelle migliori tradizioni della "Julia" "Nomine tanto firm issima!".

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Intervista al Comandante Generale Serr. PRT si stanno impegnando molto e proficuamente nell'opera di ricostruzione e di assistenza verso una via democratica, ma realmente come stanno "cambiando" li afghani, come evolve la coscienza civica della popolazione?

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È troppo presto per dare una risposta e per rendersi conto dell'evoluzione, anche perché noi la stiamo vivendo giorno per giorno e non ce ne accorgiamo. Chi viene da Kabul, per esempio, dice che ad Herat si sta meglio, la gente sorride o mantiene una impostazione neutra mentre altrove, magari, i ragazzini ti rano le pietre ai veicoli della Coalizione. lo distinguerei le reazioni in base al nostro coinvolgimento: mi spiego meglio, nelle scuole, costruite da noi e da noi sostenute mediante le generose donazioni sia provenienti da cittad ini del Friuli, sia dagli Alpini deii'ANA sia dalle Associazioni benemerite quali Rotary Club FVG e UNUCI FVG, i professori cercano di insegnare un approccio costruttivo e fiducioso nel futuro; queste sono le generazioni sulle quali dobbiamo puntare per vedere un miglioramento che potrà solamente esserci nei prossimi 10-15 an ni. La popolazione adulta è più difficile da approcciare: negli ultimi 30 anni hanno visto solamente guerra e distruzione, noi siamo l'ennesimo Contingente che gli dice che qualcosa cambierà ma in loro la pau ra del ritorno a precedenti regimi dittatoriali è tanta, e quindi la prudenza non li fa avvicinare decisamente verso le Forze della Coalizione. Gli Anziani ed i saggi dei paesi sono quelli con i quali cerchiamo di avere maggiore interazione, al fine di far capire loro lo scopo della nostra missione e sgomberare il campo da dubbi o male interpretazioni che coloro che si oppongono alla stabilizzazione suggeriscono. Per noi tutto è più difficile: siamo stranieri, parliamo un'altra lingua, siamo portatori di un'altra cultura che scuote i loro tradizionali sentimenti. .. perché dovrebbero darci retta quando hanno dalla "loro" parte qualcuno che li istiga a non darci sostegno? Solamente operando con estremo rispetto verso l'Afghanistan, la loro religione e la loro tradizione , possiamo guadagnarci la loro fiducia ed il loro rispetto per le nostre trad izioni, e farci quindi accettare. Da qui parte la nostra opera per sostenere un cambiamento nella coscienza civica della popolazione, ma vorrei sottolineare come l'esigenza maggiore sia sempre la "sicurezza", senza di essa non si può parlare di ricostruzione, sia economica e sia sociale, e quindi di governabilità. .:J

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Le Forze Armate stanno lavorando con grande professionalità e sensibilità, ma all'evidenza per una missione così delicata e difficile occorre il sostegno dell'intero Paese. Voi lo avvertite?

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Avvertiamo sicuramente quello della popolazione che più ci era vicina anche prima: la "Julia" è grandemente radicata nel Friuli e sono certo che da noi, ad Udine ad esempio, le nostre attività sono seguite con stima, orgoglio ed apprensione. Dal punto di vista istituzionale abbiamo ricevuto attestati di riconoscimento e continue visite, a testimonianza della grande fiducia che viene posta nel lavoro svolto dai militari operanti in Teatri operativi di indi- ' ' scussa importanza ed, in particolare, in Afghanistan. Riportando il discorso sulla popolazione, colgo l'occasione per ringraziare quanti hanno voluto contribuire a sostenere il progetto "ponte per Herat" che grazie all'attenzione di Majeron, Capuozzo e Corona, è diventato una realtà con la costruzione di una casa di accoglienza per i parenti dei ricoverati, che costituirà un centro di eccellenza per l'Ospedale di Herat ed il Centro Grandi ustionati, al quale è dedicato.

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L'Afghanistan è un teatro particolare anche dal punto di vista geografico con grande carenza di infrastrutture, quanto sono messi a dura prova la logistica e i mezzi a vostra disposizione?

IFJ~~~~~~~-::::1::::;-·~~~-i)=;-_-=--~-~c.~_r:.:-_-_-=-~---~~~~-·:,.::-~.,~~~~~~~~--:;: . ~-:-;~ ~~~~~~~~~~~~----_-_-_-_-_-_-_-_~-----=~~ Bella domanda. Il problema logistico mi fa venire il mal di testa. La differenza morfologica dell'area assegnata alla "Julia" è tale che passiamo, da nord a sud, dai piani una volta rigogliosi di piantagioni di cotone del confine turkmeno, ai passi delle propaggini deii'Hindukush, attraversate le quali si raggiunge l'altopiano di Herat, sito a circa 1000 metri sul livello del mare, e dal quale si scende velocemente attraverso 200 chilometri di deserto rosso ed arido si no alle pianure di Farah dove viene coltivato riso e spostandosi ancora più a sud, purtroppo, esistono coltivazioni di papavero. Le strade sono assenti, esiste una sola strada asfaltata che congiunge i principale centri della Regione con un viaggio di almeno 4 giorni, per il resto ci si sposta in elicottero, ma anche con questo mezzo veloce, si impiegano anche 2 ore per raggiungere gli avamposti dove i nostri Alpini operano giorno e notte e vengono riforniti anche mediante lanci di paracadute. Insomma una esperienza difficile e formativa. Gli Ufficiali che oggi rivestono i gradi di Tenente o Capitano, assieme ai giovani Marescialli Comandanti di Plotone, stanno facendo una esperienza che la mia generazione neanche si immaginava. E loro sono bravissimi!

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, Intervista al Comandante Generale Serr.

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Intervista al Comandante Generale Serr.

E come non esserlo! Ma lo sono anche gli afghani con i quali lavoriamo giorno per giorno. Sicuramente tutto l'Esercito ha raggiunto parametri di efficacia di grande eccellenza, ma parlando di quello che conosco, della mia Brigata "Julia", posso affermare, avendo visto all'opera i nostri Alpini, che la loro opera è eccezionale. Ma intendo tutti: dai cuochi che si alzano tutti i giorni alle 2 per far trovare il pane fresco ai propri colleghi, a coloro che senza mai lamentarsi smontano da uns icoso servizio e vengono a "chiedere se possono andare a riposarsi"' invece che "sparire" s interessarsi delle esigenze di altri. icièij medici e degli Aiutanti di sanità che hanno curato e medicato oltre 25 mila Parlo uomin é"Dcimbini afghani in condizioni terribili, parlo nuovamente di loro quando descrivo la favore dei feriti che giungono nelle infermerie a seguito di esplosioni o combattimen spaventose. Mi riferisco al sorriso fermo ma aperto dei nostri ragazzi quando dei villaggi... questa è l' " alpinità" che ci contraddistingue. grazie alla professionalizzazione delle Forze Armate ed al trasferhRenmilitari attraverso tutti i Corpi, adesso non è più solamente caratteristicoj •n•rn:~,nna, e spero diventi patrimonio di tanti. Ad aprile, quando celebreremo il "Julia" a Udine, in prima fila, assieme a me ed ai miei Ufficiali degli Alpini, sfi1'Aeronautica e piloti d'Elicottero dell'Esercito, con Marinai e personale di Il abbiamo a~inizzati tutti!

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mente la pena? Essere impegnati in aree di crisi è.un'esperienza importante ma anche un grande sacrificio. Per uomini e donne ... no? Mamma, la sera sembra che oggi sia scesa più velocemente del solito. Approfitto di questa breve quanto preziosa parentesi di riposo per dirti, prima di tutto, che sto bene. Sentiamo anche noi le notizie che arrivano in Italia, sempre negative, dense di cose terribili e particolari che certamente non ti aiutano a stare tranquilla. Ma tengo a dirti che sto bene .... Scusami se quando mi hai telefonato nel primo pomeriggio mi hai sentita vaga e frettolosa , ma non potevo dirti nulla di quello che stavo per fare per motivi di sicurezza ... oramai credo ti sia abituata, no? .... Ora posso dirti che stavo andando con alcuni colleghi a scortare un convoglio che doveva arrivare fino all'aeroporto di Kaia, lo stesso dove sono atterrata lo scorso 11 maggio mattina ... ti ricordi? .... Eri talmente preoccupata che ti ho chiamata almeno 7 volte per tranquillizzarti ... . Non ti nascondo che non è stato facile nasconderti la ten_J

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sione, l'emozione ed anche la stanchezza che inizialmente mi hanno assalita ... ma ho vinto io!!!! Non so se posso riuscire con le sole parole che ti sto scrivendo a rendere l'idea di quanto mi sia sentita orgogliosa di poter dare il mio personale contributo all'attività che i miei colleghi stanno portando avanti con tanta professionalità ... è davvero incredibile il paesaggio che ho visto per la prima volta direttamente ... una incredibile moltitudine di colori, donne con il burqa che camminavano sempre dietro ai loro uomini, con i bimbi in braccio e una dignità nel portamento che raramente ho visto ... case dall'aspetto fatiscente, da cui trasparivano particòlari di estrema povertà ... e tanti bambini che si rincorrevano in maniera disordinata, spesso giocando con ogni cosa che potesse sembrare un gioco nuovo ... E nel contempo, una grandissima concentrazione nell'osservare ogni cosa che avesse potuto celare una minaccia per la nostra incolumità. Macchine troppo veloci e troppo vicine a noi, sguardi minacciosi o che comunicavano dissenso ... tutto quello che per mesi e mesi abbiamo imparato con i cicli addestrativi finalizzati al Teatro afghano, ora lo stavo mettendo in pratica. Sai, mamma, anche quelle lunghe lezioni di storia, religione, tradizioni culturali di cui ti raccontavo, continuano spesso a tornarmi in mente nei momenti in cui la mia attività mi porta a stretto contatto con · questo paese. È proprio vero che a volte si scopre di quanto utili siano certi insegnamenti nel momento in cui ti trovi a viverne il riscontro .... Questa missione mi sta insegnando molto. Ad apprezzare tutto quello che prima mi sembrava scontato avere, ad ammirare la dignità di chi sa vivere in condizioni estreme senza un lamento .... Ora ti devo salutare, il dovere mi chiama .... A proposito, l'altro giorno ho di nuovo litigato con Alice ... sempre con questa idea fissa di noi che veniamo qui solo per i soldi e per una medaglia in più ... ormai ho rinunciato a farle capire il valore di certe sensazioni ed emozioni che solo chi vive una esperienza come la mia può capire fino in fondo. Ti penso sempre e ti prego di portare il mio abbraccio affettuoso a Papy, Andrea e ai nonni. Mi raccomando, digli che sto bene, ok? C./e Elena Ose/in -186° rgt. Paracadutisti "Folgore" ~

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Caraitali@

LE CAMPAGNE MILITARI ODIERNE Dal campo di battaglia all'approntamento La Dottrina è considerata la disciplina volta a descrivere e codificare il contributo delle Forze Armate nelle operazioni. Essa è prescrittiva, ma la sua applicazione richiede capacità di giudizio e adattamento alle varie situazioni contingenti. Le moderne campagne militari non rispondono più alle logiche dottrinali basate su ipotesi d'impiego prefigurabili e su "geometricamente" ben definite aree della battaglia. La continua evoluzione e la diversificazione degli scenari d'impiego impongono, al fine di conseguire gli effetti desiderati, una dottrina induttiva che consenta di ricavare dalle osservazioni e dalle esperienze particolari maturate sul campo i principi generali in esse impliciti: le modalità per predisporre le forze al combattimento, le procedure tecnico-tattiche da adottare, i mezzi e i materiali più idonei.

...

Il Guerra Mondiale: lo sbarco in Normandia.

processo di "asimmetrizzazione" dei conflitti. Ciò ha imposto, rispetto al passato, una differente concezione d'impiego delle Forze Armate e, di conseguenza, una complessa e continua opera di riorganizzazione delle architetture dello strumento militare che , tra l'altro, ha contribuito ad imprimere un'impressionante evoluzione del modus operandi dei soldati. Il punto centrale di queste brevi note risiede pro-

PREMESSA

Nel secolo scorso, soprattutto a seguito della fine di quello che è stato definito il più lungo "conflitto" mai combattuto nella storia - la Guerra Fredda una serie di shocks globali hanno generato situazioni difficilmente prevedibili dai decision makers e dai pianificatori politico-militari, tali da avviare un

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Le campagne militari odierne

prio nel cambiamento di pensiero e nell'evoluzione in atto nell 'Esercito Italiano, che ho potuto cogliere personalmente, attraverso l'esperienza maturata nel corso del servizio prestato presso il Quartier Generale della NATO, nei Teatri Operativi e quale responsabile del Ili Reparto Impiego delle Forze dello Stato Maggiore dell'Esercito. Diversi gli elementi di interesse che tratterò secondo questo ordine: - la mutevolezza dello scenario internazionale; - le operazioni contro-insurrezionali, con particolare riguardo all'esperienza italiana; - la revisione dottrinale ed addestrativa dell'Esercito Italiano per sostenere la condotta delle operazioni; - alcune riflessioni conclusive.

IL CAMBIAMENTO CONTI NUO DELLO SCENARIO INTERNAZIONALE

Le tragedie che hanno cambiato gli scenari internazionali

sofferma sulla: - valenza di pàrticolari situazioni strategiche che caratterizzano il XXI secolo quale epoca dell'incertezza in cui è sempre più difficile prevedere la reale portata degli avvenimenti in corso ed i loro effetti sulla sfera economica, sociale, scientifica, tecnologica, ambientale e geopolitica mondiale; - elevata instabilità e presenza di rischi puntiformi diffusi, che in modo repentino e inatteso si possono trasformare in minacce per gli interessi nazionali, con una connotazione delle possibili modalità operative sempre più marcatamente "ibride". Stati o soggetti non-statuali, al fine di destabilizzare l'ordine costituito, utilizzano tutte le modalità di combattimento possibili impiegando simultaneamente armi convenzionali avanzate, tattiche regolari ed irre-

a. Il fenomeno della globalizzazione, definito dal Generale Carlo Jean non omogeneo ma a geometria e geografia molto variabil i (C. Jean, " Geopolitica, sicurezza e strategia", Franco Angeli , Milano 2007, pag. 70), pur collegando realtà locali diverse e distanti, non ha prodotto quell'attesa progressiva omogeneizzazione del mondo. Le differenze si sono al contrario acutizzate facendo emergere, gradualmente, uno scenario internazionale caratterizzato da situazioni di crisi diffuse e verosimilmente in espansione. La letteratura della NATO riguardante l'attuale quadro internazionale e la sua evoluzione verso diversi e possibili "futuri" (NATO Multiple Futures Project - Navigating towards 2030 Ed. 2009.), pone in evidenza una serie di fattori, meritevoli di attenzione. Al riguardo, la NATO si

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-necessità di disporre di forze capaci di contrastarne l'intera gamma di minacce; - esigenza di operare con approcci comprehensive mediante azioni integrate tra la componente militare, politica, econom ica e civile (MPEC) dell'intera nazione, fin dalle fasi iniziali di pianificazione della missione.

golari, azion i terroristiche e/o criminali; - stretta connessione tra determinati fattori di instabilità globali e specifici vettori di criticità nazionali, che possono sicuramente generare disordine/emergenze di intensità tale da interessare, in misura sempre maggiore, il sistema difesa del paese. b. In tal i possibili scenari, oltre al conflitto tradizionale di tipo simmetrico1, per il quale è ancora chiesto di mantenere un combat power idoneo, si possono verosim ilmente concretizzare diverse situazioni conflittuali che spaziano da quella di tipo asimmetrico2Jdissimmetrico3 a quella già citata a carattere ibrido. Quest'ultima forma di conflitto è quella che, al momento, presenta maggiori caratteri di insidiosità e complessità derivanti dalla: - difficoltà di distinguere i potenziali avversari dalla popolazione, in quanto completamente compenetrati nel sistema sociale, culturale, econom ico dell'ambiente in cui si opera;

LE OPERAZIONI CONTRO INSURREZIONALIL'ESPERIENZA ITALIANA

a. Generalità Nell'ambito degli scenari fin qui delineati, soprattutto nel corso degli ultimi decenni, l'Esercito Italiano ha dovuto confrontarsi con forme di lotta diverse da quelle ispirate dalla logica della contrapposizione bipolare. Cito ad esempio le operazioni Antica Babilonia ed ISAF, dove i nostri soldati hanno operato, e continuano ad operare, in ambienti caratterizzati dalla cosiddetta insurrezione (insurgency). Ossia quella lotta politico-militare organizzata e prolungata nel tempo, finalizzata ad indebolire il controllo e la legittimità di un governo, di una forza di coalizione o di altre autorità politiche e ad accrescerne quella degli insorti. Il contrasto al fenomeno insurrezionale (counter-insurgency) sottintende un insieme di attività di carattere militare, paramilitare, politico, economico, psiçologico e civile messe in atto per neutralizzare quanti si avvalgono di quella particolare forma di lotta. Da ciò deriva che gli obiettivi da raggiungere nell'ambito delle operazion i contro insurrezionali non possono essere conseguiti con il solo utilizzo della forza, come normalmente avviene in

Il conflitto simmetrico è contraddistinto da evidente omogenei/ti qutdiwtiva e poten:ia/e delle forze contmpposte. Esso si distingue dal conflitto asimmetrico in quanto quest'ultimo eviden:ia 1ma considerevole diversittì quantitativa. quafilaliva e poten:iafe delle jor:e contrapposle, che presenwno: f) differeule gmdo di lecnolog ia dei sistemi d 'orma/equipaggiamenti impiegali; 2) d!ffèrente prepara:ione morale e potenziale del personale; 3) moda fitti d 'azione che. per ww delle parti. può sfuggire a qualsiasi regola: 4) condi=ionomenli e vincoli posti affa condo/la delle opera:ioni. Sul tema cfi: SME RfF Uf DA R. pub. n. 6666 El- La Dottrina dell 'Esercito llaliano. Roma. ed. 2002. pog. 20 - 21. 2

Neffe.fonli ufficiali NATO (Bi-SC INPUT TO AN ASYMMETRIC WARFARE CONCEPT) lo g uerra asimmelrica è definila come: "a silualion in which 1111 opposing force uses dissimifor mecms. methorl~ ondlor m/es to cit'Cum vent or negate cm opponent strengths whife expfoiting his weaknesses lo obtain a disproportionate resu/t ". SMD fff Reparlo - Centro fnno va:ione Difesa, Asimmetria e Dissimmetria dci con fli!li Join t lnlcgrating Conccpt J fC 007. Romct. ed. 2008.

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3 Nei COI!f/itli tradi:ionafi. il delta tecnologico. se esislenle. Ira le Forze cotttrapposte viene definito grado di dissimmetrici là del conjlillo.

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un conflitto tradizionale. Dal punto di vista strettamente militare, le ragioni che rafforzano tale assunto sono essenzialmente due: .- l'insorto, normalmente, non è sufficientemente forte ed organizzato per accettare un confronto diretto e simmetrico e quindi di tipo tradizionale; - chi si contrappone agli insorti deve fronteggiare un avversario che evita a tutti i costi gli scontri decisivi, traendo vantaggio soprattutto dalla conoscenza dell'ambiente in cui opera.4 Gli insorti, quindi, tendono a sfruttare per i propri

fini le dimensioni del tempo e dello spazio rendendo il conflitto asimmetrico e senza limiti di tempo, utilizzando la propaganda con lo scopo di modificare l'equilibrio dello scontro a loro favore.s In tale quadro, l'ambiente operativo nel quale il soldato si trova ad agire assume connotazioni diverse da quello che contraddistingue il combattimento tradizionale. Esso, infatti, è particolarmente influenzato da fattori di natura culturale, ideologica, etnica, tribale e religiosa oltre che da quelli di natura economica e di origine storica, che condizionano notevolmente la pianificazione militare.

Howard Nigel. Confrontation Analysis, How to Win Operati ons Othcr Than War, Department of Defense C4/SR Cooperative Rescarch Program, Washington D.C.. 1999. p.l5.

5 Steven Met: and Raymond Millen. lnsurgency and Counterinsurgency in the 2 1Sl cenlury: re-conceplllaliz ing lhreat and rcsponsc, November

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2004. p.2.

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dersi con la popolazione rendendone difficile la sua identificazione. "Nella guerra contro-insurrezionale il nemico è molto più difficile da identificare. Non c'è frontiera fisica a separare i due campi. La linea di demarcazione tra amico e nemico passa attraverso il cuore della nazione, attraverso lo stesso villaggio e talvolta divide anche la stessa famiglia."6 In un simile contesto, dove anche azioni a livello tattico o sub-tattico possono generare effetti a livello operativo o addirittura strategico ed ogni comportamento errato ha elevate probabilità di trasformare un amico in un potenziale nemico, risultano essere di particolare importanza sia il supporto della popolazione locale verso la forza militare, sia l'uso della forza. b. Il supporto della popolazione nelle operazioni contro insurrezionali Per comprendere il ruolo della popolazione in un contesto insurrezionale, è funzionale la nota analogia in cui gli insorti sono rappresentati metaforicamente come dei pesci, mentre la popolazione· civile rappresenta l'acqua in cui essi sono immersi. Se le condizioni dell'acqua sono ottimali, i pesci possono nuotare e prol iferare liberamente. L'importanza assegnata alla funzione svolta dalla popolazione locale a favore degli insorti è superiore perfino al ricorso, da parte di questi, alla violenza per il conseguimento del successo. Ciò è ancora più vero se si considera che i leaders sovversivi impiegano grandi energie orga-

In un siffatto ambiente operativo, perfino l'indeterminatezza, che caratterizza qualsiasi tipo di conflitto, assume una natura ed una dimensione decisamente differente in quanto l'avversario, oltre a non adottare tattiche tradizionali, tende a confon-

6 Roger ?hnquie1; A Frcnch Vicw of Counlerinsu rgcncy. US Army Commanel ancl Generai Su!U' College publication (Fori Let1vemvorth. Kansas:. 1985). p. 26.

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Le campagne militari odierne

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- eliminazione delle cause dell'insurrezione?. Tale processo include sia la neutralizzazione degli insorti, che palesemente non intendono riconciliarsi con il governo legittimo, sia il ristabilimento delle condizioni ideali affinché il

nizzando l'agitazione politica, istruendo e facendo propaganda sulla popolazione piuttosto che combattendo, perché obiettivo prioritario è proprio quello di vincere sulla popolazione stessa. Per poter contrastare tale stato di cose e raggiungere, nel lungo termine, risu ltati consolidati degni di nota, è necessario che si verifichino le seguenti condizioni: - capacità del legittimo governo di assumersi la responsabilità della gestione del paese e garantire il soddisfacimento dei bisogni basilari della popolazione;

7 Un paese risulta più vulnerabile alle attività di natura insurrezionale in relazione all 'acutezza ed alla gravità delle problematicbe irriso/te esistenti all'interno del proprio contesto socio-culturale. Queste motivazioni possono essere s.fi-ttttate ad an e e trasformate in ccmse che. pertanto. possono avere 1111 'origine: politica. religiosa. ideologica. economica neo-colonialista. Cfi: SME IlJ RJF/COE pub. -Le Operazioni controinsurrezionali, !" Def, Roma, ed. 2008.

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ai movimenti insurrezionali. Tale separazione costituisce il terreno sul quale edificare il supporto che la popolazione può offrire per contrastare gli insorti. L'appoggio popolare può anche essere utilizzato come una sorta di coefficiente per stimare in che misura gli insorti posseggano capacità di controllo sulla popolazione stessa. Questi ultimi, per garantirsi detto appoggio, spaziano dalla persuasione alla coercizione, conducendo attività a carattere economicò e mirate, ad esempio, a supportare scuole, istituti religiosi o semplici nuclei familiari (con il fine di acquisire credibilità e sostituirsi al governo in carica) fino al ricorso agli atti terroristici finalizzati a screditare l'autorità e le capacità del governo legittimo. In effetti, per garantirsi un sufficiente livello di impunità, gli insorti possono limitarsi a controllare le menti della popolazione e non necessariamente i loro cuori. Non è da sottacere, nel contesto all'esame, l'importanza da attribuire alla porzione passiva della popolazione: i cosiddetti "fence-sitters" (per indicare "quelli che stanno seduti a guardare gli eventi, in attesa di schierarsi col vincitore"S). l fence-sitters costituiscono, talvolta, la maggioranza della popolazione che attende di decidere con chi schierarsi e chi supportare. Tale orientamento, probabilmente, è determinato dal contendente in grado di garantire maggior s~abil i tà e sicurezza per l'individuo ed il suo nucleo familiare, per la tribù o clan di

governo possa ripristinare, nel rispetto della legge, le condizioni di sicurezza, per garantire alla popolazione un livello di qualità della vita sufficientemente dignitoso. Da quanto fin qui esposto, emerge la necessità di stabilire i presupposti politici per ridurre il supporto popolare agli insorti e minare l'attrazione esercitata da questi ultimi verso qualsiasi ideologia essi rappresentino. Pertanto, appare evidente che uno dei fattori determinanti per il successo nell'ambito di un'operazione contro insurrezionale è rappresentato dalla separazione ideologica e materiale della popolazione locale dagli insorti. Una separazione che non deve essere imposta, ma frutto di un'adesione spontanea da parte della stessa gente, funzione delle prospettive offerte dalle forze che si oppongono

8 Perer W. Chiarelli e Patrick R. Michaelis. Winn ing the pcacc. The Rcq uircmcnt for Fuii-Spcctrum Opcrations, Military Review (Forr Leavemvorth. Kansas: US Anny Combined Arms Ce111e1;

2005). p.4.

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lt~glio-agosro

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Le campagne militari odierne

appartenenza, nonché un miglioramento, anche dal punto di vista economico, delle condizioni di vita. L'approccio nazionale in tal senso, in tutte le tipologie di operazioni fin qui condotte, può essere da sempre considerato del tipo population centric. A partire dal Contingente schierato in Libano durante la missione del 1982, i militari italiani hanno operato "come se fossero stati parte di quell'ambiente e sono divenuti elementi attivi nel ricreare le condizioni di vita normali. l soldati del contingente avevano ricevuto un addestramento che permetteva di riconoscere la situazione culturale~ politica e sociale della popolazione locale. Gli italiani hanno curato attentamente i contatti sia con i cittadini comuni che con i leaders politici dell'area."9 Al fine di divenire parte dell'ambiente locale, la presenza militare deve essere percepita dalla popolazione come la meno intrusiva possibile. Al riguardo, Ronald F. Baczkowski, Ufficiale del Corpo dei Marines degli Stati Uniti ha scritto: "in ogni occasione, quando un Ufficiale dei marines parlava della forza di peacekeeping italiana, non poteva che lodare il contingente per la sua professionalità e la capacità di condurre una delle missioni più complicate nel mezzo dei campi di rifugiati palestinesi. Inoltre, il Contingente ha mantenuto lo stesso Comandante, il Generale Angioni, ed il suo staff, per l'intera durata della MNF Il [Multinational Force Il]. È interessante osservare che gli italiani non hanno sof9 Mariwme Heiberg & Johan Jergen Holst, Peacekeeping in Lebanon: compariug UNIFIL and tbe MNF, Survival. vol. 28 n. 5. September!October 1986. pp. 411.

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ferto gli stessi attacchi terroristici che hanno colpito le forze statunitensi e quelle francesi. ''10 Questo non è imputabile a differenze relative alle aree di responsabilità poiché gli italiani erano schierati in un'area di Beirut che presentava le stesse difficoltà degli altri settori affidati agli altri contingenti.11 Sempre parlando della missione il Libano dell'82, "il carattere non intrusivo della missione italiana è ben sintetizzato nell'approccio utilizzato fin dalle prime fasi dell'operazione, a partire dalla sistemazione del contingente. Infatti, seguendo il consiglio delle autorità militari locali, si decide di non utilizzare scuole o edifici pubblici, prediligendo strutture non importanti per lo sviluppo economico e sociale del paese."12 Un simile approccio è riscontrabile anche durante l'Operazione IBIS in Somalia. "Il contingente nazionale poneva a base del proprio agire il dialogo, come mezzo per entrare in contatto con i locali, piuttosto che le azioni di forza al fine di non essere percepiti come occupanti. Gli effetti di questo approccio si individuavano nel differente livello di sicurezza e stabilità tra il settore italiano e quello statunitense. Infatti, mentre in quello statunitense il livello di ostilità era costantemente alto, nel settore italiano la situazione si manteneva

generalmente calma e sicura."13 Da quanto esposto emerge chiaramente che l'insurrezione è una competizione tra il governo legittimo, quando presente, i contingenti militari e gli insorti per guadagnare il consenso della popolazione locale. Paradossalmente, per chi agisce nel ruolo della contro insurrezione questa è una batta-

IO Major Ronald F. Bac:kowski. Tactical Lcssons For Peacckeeping: U.S. Multinational Force n Bcimt. Jlisionato da: http://www.globalsccurity.org/mi litary/library/rcport/1995/BRF.htm in data 18 ollobre 2005.

Il Paolo Tripodi. Peacckccping: Lct thc Conscripts Do thc Job. Sec11rity Dialog11e Vol. 32. 11. 2. J1111e 2001. p./58. 12 Franco Angioni. Un Soldato Italiano in Liba no. Mila11o. Rizzo/i. 1984. p. 31.

13 Bmno Loi. Pcacc-kccping. Pace o Guerra? Una Risposta Italiana. l'Operazione Ibis in Somalia. Va/lecchi. Milano 2004. p./52-154.

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graziane con le forze locali al fine di fornire una chiara indicazione che la responsabilità della sicurezza fosse nelle loro mani.14 Sin dal mese di giugno 2006, nell'ambito del Regional Command West (RC-W) in Herat (Afghanistan), gli italiani furono i precursori nel coinvolgere le forze locali, non soltanto nella condotta delle operazion i militari, ma anche nella pianificazione delle stesse. Infatti, fino a quel momento, gli afghani non erano mai stati interessati nelle attività concettuali per ragioni essenzialmente legate al timore che le informazioni potessero filtrare , mettendo a rischio l'incolumità delle truppe. Avendo ben chiara la filosofia della exit strategy, fondata sull 'assunto che le forze NATO potranno lasciare l'Afghanistan solo se le forze di sicurezza di quel paese (Afghan National Security Forces - ANSF) saranno in grado di garantire autonomamente un sufficiente livello di sicurezza, nasceva l'·idea di coinvolgere attivamente i rappresentanti delle Forze Armate afgane fin dalle prime fasi della pianificazione delle operazioni. Sotto tali premesse, le forze ISAF dovevano supportare gli afghan i e non condurre operazioni al posto loro,1s creando, in tal modo, i prodromi dell'attuale concetto di partnering (da to partner: associarsi, per un fine comune. Trattasi

glia che va combattuta limitando il più possibile il ricorso alla forza. c. L'uso della forza nelle operazioni controinsurrezionali L'idea di condurre attività congiunte con le Forze Armate o di sicurezza della nazione ospitante al fine di guadagnare il consenso della popolazione locale non è nuova né tanto meno recente. A partire dall'operazione in Iraq, i nostri soldati capirono l'importanza rappresentata dall'inte-

14 Peter W Chiarelli e Patrick R. Miclwelis, op. cil. , p. 9. 15

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E. Lawrence, Twenty-seven Arlicles Arab Bulletin. 20 August 1917: "Do not try to do too much with your own hands. Bctter thc Arabs do it to lcrably than that you do it perfcctly. !t is their war, and you are to bel p tbem, not to wiJJ il for tbem. Actually, a lso, under the very odd conditions of Arabia, your practical work wi ll noi be as good as, pcrhaps, you tbink it is. " Visionato da:http:l/telawrence.oetltelawrenceoet/contents_l istsy ars/19 l 7_ l 9 l 8.htm in dala 8 dicembre 2007.


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di gemellaggio tra unità ANSF e ISAF per il coordinamento e la condotta di attività operative congiunte). Così, oggi, si pensa a pianificazioni congiunte ed integrate, sviluppate dal personale chiave degli staff del 20r Corpo d'Armata afghano e, quando coinvolti, della polizia locale unitamente ai rappresentanti dello staff del Regional Command West, degli Operational Mentoring And Liaison Teams (OMLT) nazionali e degli Embedded Training Teams (ETT) statunitensi. Non poche le difficoltà che si sono presentate al contingente nazionale. Basti pensare al problema della lingua, a quello della dottrina e del diverso processo decisionale da applicare, nonché ai differenti procedimenti tecnico-tattici adottati delle unità afghane in fase condotta. Tuttavia, le difficoltà maggiori (al di là dell'oggettiva laboriosità nel dover guidare un processo decisionale di pianificazione appositamente attagliato all'esigenza) si sono manifestate, all'inizio del periodo di collaborazione, proprio a causa della differente percezione che le forze afghane avevano circa il ruolo della popolazione locale e dell'utilizzo della forza. Le loro proposte erano finalizzate esclusivamente a condurre azioni di forza contro presunti avversari senza alcuna considerazione in merito ai possibili effetti collaterali che le azioni in parola avrebbero potuto sortire sulla popolazione, con conseguenti indesiderati vantaggi per gli insorti. Quindi, inizialmente, lo sforzo principale è stato orientato sia nell'evidenziare l'immagine di un governo afghano capace di produrre sicurezza, e dunque meritevole di fiducia, sia nel gestire l'utilizzo della forza da parte delle ANSF.

La popolazione locale, quindi, si può convincere a supportare chi combatte gli insorti solo se si può dimostrare di avere la volontà, i mezzi e le capacità per vincere. Pertanto, appare chiaro il ruolo che le percezioni assumono nel trasformare la neutralità della popolazione in supporto attivo. Ecco perché l'espressione, divenuta ormai un motto, "vincere i cuori e le menti" è spesso indicata come una condizione strategica a premessa di una vittoria nelle operazioni contro insurrezionali.

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cettuali dalle quali scaturivano le varie forme di addestramento che, per presupposti di carattere strategico, non sono mai state, fortunatamente, poste in pratica. Al termine del citato periodo, con la sempre crescente necessità di garantire la sicurezza nazionale portando stabilità e pace in Teatri esterni ai confini nazionali, tale approccio è stato completamente sovvertito soprattutto a causa, come in precedenza accennato, del mutato ambiente operativo. Attualmente, quanto appreso dalle truppe empiri-

LA REVISIONE DOTTRINALE E ADDESTRATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO PER SOSTENERE LA CONDOTTA DELLE OPERAZIONI

Il periodo bipolare è stato contraddistinto, dal punto di vista del pensiero militare, delle dottrine e dell'addestramento, da una situazione che potremmo definire cristallizzata e, comunque, dove l'approccio deduttivo era dominante. In buona sostanza, il variare delle dottrine avveniva su basi teorico-con-

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- pianificazione e monitorizzazione delle operazioni, in sinergia con i competenti comandi interforze; - aggiornamento costante delle funzioni e delle capacità operative sulla base degli ammaestramenti e delle esperienze maturate; - formazione del personale e delle unità per operare oltre che in contesti multinazionali ed interforze, anche in quelli nazionali nell'ambito di operazioni spiccatamente interagency in concorso:

camente sul terreno, soprattutto attraverso il ciclo delle Lezioni Identificate/Apprese, viene trasformato in regole generali che modificano il corpo dottrinale dal quale scaturiscono, poi, le modalità addestrative. Si è passati, quindi, ad una metodologia induttiva che comporta una capacità di adattamento rapido nei settori dottrinale ed addestrativo. Proprio dalle indicazioni che pervengono dalle truppe schierate sul terreno, ed al fine di affrontare con efficacia tutte le possibili situazioni di impiego, l'Esercito Italiano, in linea con i parametri concettuali e capacitivi fissati dal livello interforze nazionale, sta procedendo attraverso diverse linee di sviluppo: - revisione del corpo dottrinale e delle metodologie addestrative per dotarsi di forze idonee ad operare nell'ambito dell'intero spettro delle operazioni, in cui coesistono le esigenze del carattere simmetrico, asimmetrico e dissimmetrico dei conflitti;

• alle forze di polizia per la salvaguardia delle libere istituzioni; • alla protezione civile, quale parte integrante del sistema, per interventi in caso di emergenze e calam ità naturali. In particolare, l'evoluzione delle operazioni, in termini organizzativi e di condotta, ha generato un processo di adattamento continuo e multisistemi-

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-----------------------------------------------------------Fig. 1

Attività per il sostegno

alla pace

co delle capacità e delle funzioni operative di Forza Armata, mediante concetti e filosofie16 decisamente differenti da quanto attuato nel recente passato. Di fronte a tale complessità , secondo una definizione cara alla teoria generale dei sistemi, il soldato deve abbandonare la classica linearità ed

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il determinismo del pensiero militare e puntare a nuovi approcci decisionali di tipo sistemico ed adattativo. a. La revisione dottrinale Di pari passo la dottrina segue il suo processo evolutivo, sotto la spinta di quanto empiricamente si apprende nel corso delle operazioni. Tale processo tende , pragmaticamente, a trasformare gli ammaestramenti in concetti e regole generalmente valide. Ciò, ovviamente, senza tralasciare: - l'evoluzione concettuale e dottrinale nell'ambito dell'Alleanza Atlantica . Anch'essa, peraltro,

l 6 Unti jì/osojìa di1·entata ormai di liSO COIIII/1/e è q11ella o/istica. che nel contesto militare si concreti==a co11 l'acronimo DOTLMPFl (Doctrinc, Organ i?Ution, Training, Lcadcrship & Educati on, Materie!, Pcrsonncl, Facilitics, lntcroperability) e che si ha.\'ll sul/ 'idea che le proprietà di un sistema 11on posso110 essere spiegate esc!usil'lllnente tramite l 'esame di ogni suo si11gola componente. A l contrario, il risu/tato.fìnale è dato dalla sommatoria fim=iollale di queste ultime. la quale è sempre maggioreld[!Jerellte rispello alla somma determi11ata da ogni componeme considerata singolarme11te.

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PACE LIVELLO DI VIOLENZA/COMPLESSITÀ DELL'AMBIENTE OPERATIVO

Fig. 2

MOSAICO DELLE OPERAZIONI

sempre più condizionata dal livello tattico; - l'implementazione dei diversi concetti/teorie interforze nazionali elaborati a livello Difesa; - l'integrazione delle esperienze maturate nei diversi Teatri di operazione; - lo sviluppo tecnologico e il mutamento dell'ambiente operativo, quale combinazione di una moltitudine di fattori (minaccia, dimensione umana, culturale, ecc.). Dalla combinazione di questi fattori scaturiscono le linee evolutive della dottrina della Forza Armata relative all'attuale momento storico, il cui elemento di base, sicuramente innovativo, risiede nella diversa rappresentazione rispetto al passato del

cosiddetto spéttro delle operazioni, che non presuppone più unicamente le situazioni diametralmente opposte di pace assoluta o conflitto, ma prevede una variegata gamma di condizioni intermedie in funzione dell'uso della forza minacciato o applicato (fig. 1 e 2). Oggi, pertanto, la categorizzazione delle operazioni, essendo influenzata dalla complessità dei moderni ambienti operativi nonché dall'intensità dei possibili scontri, non può prescindere dal considerare il citato spettro. In tale quadro, la definizione del "Tema della Campagna" diventa fondamentale , in quanto pone nelle mani del comandante uno strumento concet-

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sistema più ampio. Naturalmente il tutto regolato dal principio che, più il livello di violenza è alto, maggiore sarà il bisogno di sicurezza e quindi il ruolo dello strumento militare sarà preminente rispetto agli altri attori e viceversa. Come già accennato, le indicazioni che pervengono dalla campagna in Afganistan, dopo quella in Iraq, hanno posto in evidenza una forma di lotta che non tutti i paesi membri della NATO avevano fronteggiato in passato e che il moderno scenario internazionale sta riproponendo in maniera innovativa: l'insurrezione. La Forza Armata, nel recepire prontamente le esperienze maturate sul campo, ha elaborato

tuale che, fissando le tipologie dell'intera gamma di conflittualità di fatto presenti, e non solo di quella predominante nell'area, gli consente di essere preparato e pronto ad adattare la fase condotta alle diverse circostanze. Proprio l'impegno nelle recenti operazioni ha evidenziato l'inadeguatezza dell'approccio dottrinale "classico". Il coinvolgimento della sola componente militare non appare più sufficiente e risolutivo, ad essa si deve affiancare l'intervento sinergico del sistema Paese/Alleanze. Da ciò la formulazione dell'innovativo concetto di approccio omnicomprensivo integrato alle operazioni (fig. 3), che vede lo strumento militare quale parte integrante di un

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Un ulteriore esempio del mutato approccio all'elaborazione della dottrina è rappresentato dal fenomeno degli Ordigni Esplosivi Improvvisati (lmprovised Exp/osive Devices -/ED). L'insidiosità di tali ordigni ha indotto a concepire un corpo dottrinale di tipo "aperto" in grado di contrastare efficacemente e in maniera dinamica la minaccia e le sue continue evoluzioni, sulla scorta delle indicazioni che pervengono dai Teatri operativi. Al momento, la Forza Armata nello specifico settore del contrasto agli ordigni esplosivi improvvisati (Counter-IED) è all'avanguardia avendo elaborato una "filiera" di pubblicazioni che spaziano dai concetti fino ai procedimenti tecnico tattici. In particolare, quanto espresso nella pubblicazione keystone di Forza Armata "La Counter lED nelle operazioni militari terrestn" ed. 2008 è stato recepito, in uno specifico documento, da tutti i paesi aderenti al consesso FINABEL. Parimenti, tale sviluppo dottrinale è rappresentato anche dalla: - recente pubblicazione "// Sostegno Sanitario nelle Operazioni di Risposta alle Crisi" ed. 2009, attualmente in fase di sperimentazione nel teatro afgano, proprio per considerare ogni possibile indicazione "dal campo" al fine di assicurare al personale militare, in qualunque luogo si trovi ad operare, interventi sanitari compresi nella "Go/den Hour' (inteso come tempo critico entro il quale è necessario effettuare gli interventi potenzialmente salvavita); - stesura della pubblicazione relativa alla Funzione Operativa CIMIC (Civil Military Cooperation) che, proprio per la sua intrinseca finalità di creare le condizioni migliori per operare nell'ambiente "civile", costituisce lo strumento principale di un Comandante per realizzare, soprattutto in

uno specifico documento concettuale di riferimento (la pubblicazione keystone di Forza Armata "Le Operazioni Contro-lnsurrezionalt' ed. 2008) con il quale, considerando anche i precetti dell'approccio omnicomprensivo integrato, è analizzato il fenomeno dell'insurrezione e si fornisce ai comandanti una guida su come pianificare, organizzare e condurre le attività in tale specifico contesto.

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contesti di stabilizzazione e di ricostruzione , il desiderato Comprehensive Approach. b. La revisione addestrativa Il core dell'approntamento delle forze è costituito dalle attività addestrative che il singolo militare, i comandi e le unità devono condurre per raggiungere quel livello di preparazione necessaria all'assolvimento della missione. A tal riguardo, alla luce degli scenari di riferimento descritti precedentemente, della completa professionalizzazione della Forza Armata , nonché delle risorse disponibili, lo Stato Maggiore dell'Esercito ha rivisto integralmente i concetti posti alla base dell'addestramento (con la pubblicazione 13/A1). Al riguardo, è stato ideato un ciclo addestrativo flessibile mission oriented, differente da quelli adottati in passato caratterizzati da schemi sequenziali e rigidi secondo i

quali tutti i comandi e le unità, non solo a premessa dell'impiego, dovevano svolgere l'intera gamma di attività addestrative che, al momento, l'attuale trend finanziario non consente di sostenere. La flessibilità introdotta dalla 13/A1, peraltro, non postula la necessità di ridurre l'addestramento. Al contrario, enfatizza l'incremento delle attività addestrative, non più calibrate per un esercito di massa, ma per contingenti formati da professionisti, numericamente ridotti e qualitativamente performanti. In altre parole, occorre addestrarsi guardando ai reali scenari d'impiego ed al loro indice di occorrenza, dove ciascun singolo elemento deve essere preparato ad interagire con l'ambiente in cui opera. Inoltre, considerato il livello di esperienza maturato dal personale dell'Esercito, sia in campo nazio-

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vincoli giuridici e finanziari. Al Comandante di oggi è chiesto di individuare le reali esigenze addestrative della propria Unità e pianificare le risorse necessarie - da non intendersi esclusivamente finanziarie - per la loro esecuzione. Proprio sulla base dell'effettiva disponibilità delle risorse, della discrezionalità e della responsabilità dei Comandanti , il ciclo addestrativo acquisisce quella flessibilità necessaria e fondamentale per un'adeguata e coerente preparazione a premessa dell'impiego. L'addestramento mission oriented, quindi, permette una preparazione full spectrum per operare sia sul territorio nazionale, (Homeland Security), sia all'estero. Il concetto fin qui espresso si realizza mediante la

naie che all'estero, è stato possibile puntare sui Comandanti, ai vari livelli, per la definizione e la prioritarizzazione dell'addestramento da svolgere, a premessa di un impiego in operazioni. l Comandanti, quindi, definiscono le reali esigenze addestrative delle unità, riportandole sotto forma di elenco (Mission Essential Task List -METL). Questo è l'aspetto principale e differenziatore dell'attuale ciclo addestrativo rispetto al passato. Il Comandante, infatti, responsabile della capacità operativa della propria unità, diventa elemento attivo del processo di formazione e di addestramento del personale, senza l'obbligatorietà di un ciclo addestrativo, fortemente condizionato da

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riarticolazione delle attività addestrative su quattro moduli denominati: base, standard, avanzato e integrato. Ciascun modulo è finalizzato al conseguimento di uno specifico obiettivo addestrativa, sulla base del quale il comando/unità può essere considerato "pronto per l'impiego" per un determinato teatro operativo. In tale quadro, con i condizionamenti imposti dalle difficoltà del bilancio militare ed orientati dai bassi valori degli indici di occorrenza di un evento bellico su vasta scala, si è comunque cercato di salvaguardare l'addestramento anche di quelle unità che, per loro intrinseca specificità, non trovano impiego negli attuali scenari (si pensi alle componenti artiglieria, art. e/a e c. carristi). Infatti, per soddisfare le ipotesi di impiego in conflitti di tipo simmetrico, è possibile "riattivare" quelle capacità specifiche, in occasione dell'approntamento derivante dagli impegni assunti a livello internazionale (es. NATO JRRF - Joint Rapid Response Forces) nell'ambito dei quali le unità sono chiamate a partecipare con una turnazione ciclica ogni 36 mesi circa. La revisione è stata condotta senza mai perdere di vista il concetto di approntamento in quanto responsabilità primaria per il Capo di Stato Maggiore della Forza Armata (definito dai dettami della legge 25/97, del DPR 556/99 al momento ripreso dal recente "Codice dell'Ordinamento Militare" DL 15 mar. 2010, n. 66) e fortemente condizionato dalla natura delle attuali operazioni e dal ritmo pressante con il quale i vari contingenti - prevalentemente costituiti da comandi e unità dell'Esercito - si avvicendano nell'impiego. È possibile, quindi, affermare che il concetto di approntamento, oltre ad includere quello di

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addestramento, rappresenta un continuum delle attivitĂ formative di dascuna componente della Forza Armata, collocate temporalmente tra il reclutamento e il termine del servizio attivo. Tale continuum deve essere inteso come un ciclo di attivitĂ da svilupparsi nelle diverse fasi di crescita professionale di un militare: il reclutamento (una tantum), la formazione (di base ed avanzata, entrambe riferite al singolo individuo), l'addestramento (inteso come attivitĂ di amalgama tra i vari livelli ordinativi), l'approntamento specifico per una determinata missione/impiego. In definitiva, al centro di tale evoluzione tecnicoprofessionale si pone sempre e comunque l'uomo, protagonista ed artefice degli effetti che le sue interazioni, umane e professionali, produrranno sul "sistema" descritto. Per tale ragione risulta di

valenza strategica investire le risorse necessarie alla sua formazione, in particolare quella etica e morale, alla base di qualsiasi aggiornamento culturale e professionale. RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Appare verosimile che nel lungo medio termine la tipologia di conflitto che le Forze Armate nazionali si troveranno ad affrontare presenterĂ i caratteri dell'insurrezione. Percepire questa tipologia di conflitto quale semplice variante della guerra convenzionale potrebbe causare errori fatali in pianificazione ed in fase di condotta . Le operazioni contro insurrezionali sono influenza-

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te da alcuni fattori che ne possono condizionare gli esiti: l'atteggiamento della popolazione nei confronti delle forze impegnate e la percezione che ha degli effetti del processo di stabilizzazione; la consapevolezza da parte delle nazioni coinvolte di un impegno prolungato nel tempo, abbinato ad un approccio finalizzato all 'isolamento sistematico degli insorti dalla popolazione, in cu i l'obiettivo non deve essere quello esclusivo di eliminare gli insorti, ma piuttosto di renderli irrilevanti17; l'uso sproporzionato ed indiscriminato della forza che potrebbe indurre a conseguenze inattese a vantaggio degli insorti, creando i cosiddetti "martiri", favorendone l'opera di reclutamento, dimostrando la brutalità dello stato e di quanti lo supportano, causandone, di conseguenza, una perdita di credibilità agli occhi della popolazione civile1s. Di fatto, occorre porre in essere azioni, cinetiche e non, in cui vengono enfatizzate le capacità di discriminazione degli obiettivi (ovvero dirette solo ed esclusivamente nei confronti di quelli chiaramente ed inequivocabilmente identificati), di delimitazione dell'intervento (al fine di escludere qualsiasi possibilità di effetti collaterali non desiderati) e, soprattutto, di coerenza al concetto di uso minimo e proporzionato della forza. In tale contesto, la dottrina oggi deve essere maggiormente aperta, pronta a recepire le esperienze maturate e gli ammaestramenti tratti dalle mutevoli e diversificate caratteristiche delle operazioni in

17 C. J. Chìevers, Dutcb Soldiers Stress Restra ints in Afghan istan, Ne w York Times. 6 aprile 2007. 18 Montgome1y McFate e Andrea Jackson. The Object Beyond War: Counterinsurgency and the Four Tools o f Politica l Compctition. Milita1y Review (Fori Leavenworth, Kansas: UA Army Combined Arms Ce111e1: gennaio- febbra io 2006). p. 13-15.

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corso. Applicando in maniera induttiva, nel corpo dottrinale della F. A., quanto di giorno in giorno si apprende sul campo, risulta essere, al momento, la soluzione vincente per contrapporsi efficacemente alle minacce sopra descritte e alla loro rapida ed continua evoluzione. Va da sé, che tale differente approccio metodologico, relativo all'elaborazione della filiera dottrinale, da solo non è sufficiente a garantire il successo. Quanto concettualmente definito, infatti, deve essere trasformato, con altrettanta rapidità e flessibilità, in metodiche addestrative riguardanti il personale, le unità ed i comandi affinché si possano approntare contingenti capaci di rispondere alle insidie del "campo di battaglia". Quest'approccio metodologico risulta essere in linea con il concetto emergente nell'ambiente militare internazionale denominato "Adaptive Learning Deve/opment", che prevede appunto la capacità di adattare con continuità lo strumento militare sulla base delle indicazioni provenienti dall'impiego reale dello strumento stesso. Tutti i fattori sopraenunciati rappresentano il riferimento a cui si deve ispirare la preparazione di ogni singolo militare e soprattutto quella dei Comandanti a tutti i livelli. Il soldato italiano, in tutte le esperienze maturate, ha dimostrato di saper ben interpretare l'umanità in cui si trova ad operare, grazie all'attitudine di adattamento e al rispetto delle culture e delle tradizioni altrui. Queste caratteristiche, unitamente alla naturale versatilità italiana, rendono il"mestiere delle armi", anche per chiara interpretazione politica, il"risolutore" di diverse e variegate emergenze sia in Patria che all'estero. Nelle operazioni si realizza il primato dell'agire etico dell'essere militare. Proprio perché il nostro soldato rimane, a dispetto di qualsiasi evoluzione

degli affari mìlitari, l'artefice massimo dell'esito dell'operazione stessa, mantenendo inalterato, come è sempre accaduto nella storia della pace e della guerra, l'impegno giuridico ed etico, appunto, di sacrificare la vita per la propria Patria. Resta dunque la risorsa più pregiata, il vero fattore di successo, sul quale la Forza Armata imposta le proprie attività, divenendo di fatto la "risorsa" strategica per la nazione. L'operazione, nella sua piena accezione, punta alla dimensione umana e qualitativa dell'Esercito, ponendola al di sopra della visione tradizionale, potremmo dire quantitativa della forza (impiego numerico di uomini, mezzi e risorse). Concettual-

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mente quest'ultima interpretazione risulta sicuramente necessaria per le analisi e le pianificazioni finanziarie , ma non sufficiente a rappresentare lo sforzo del sistema Esercito nel selezionare, preparare e sostenere uomini e donne ai fini delle performance chieste dal moderno campo di battaglia. L'agire dei nostri soldati, nei più difficili e differenziati campi d'azione, continua a generare sicurezza , prestigio nazionale, legittimità internazionale, ma cosa più importante, immagazzina energie per alimentare il processo continuo di revisione della Forza Armata in un quadro strategico, economico e sociale complesso e non sempre facile da interpretare.

Le recenti operazioni, con spiccate caratteristiche interforze e multinazionali, hanno confermato la valenza della componente terrestre che, seppur chiamata ad agire in contesti complessi, alineari, multidimensionali ed estremamente dinamici, è da considerarsi sempre il centro di gravità. È sulla "terra" che si stabilizzano le istituzioni di un paese e si rendono sicure le condizioni di vita di un popolo. Questa concezione conferma che le operazioni terrestri risultano essere "conditio sine qua non" per i processi di stabilizzazione di aree di crisi e per la difesa e la sicurezza del nostro Paese, a dispetto di qualsiasi sviluppo tecnologico e di pensiero.

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Il In Libano è composto da 2400 uomini, che tra qualche mese dovrebbero calare a La missione "Leonte" è partita nel 2006, con la risoluzione n. 1701 del deii'ONU, che ha decretato il potenziamento del contingente UNIFIL- in Consiglio di S Libano dal '78 un massimo di 15000 uomini, che provengono da circa 30 Paesi. La guerra tra ed Hezbollah tuttora corre, senza farsi vedere, ai bordi della Blu Line, dal Golan al mare, per circa 120 km. L'equilibrio è quello di un gelataio che si improvvisa funambolo. Basta niente perché sbagli il passo, perché la linea armistiziale non venga rispettata, anche se dal 2006 la presenza della forza UNIFII è riuscita a fare il miracolo: dopo un mese di feroci combattimenti tra Israele ed Hezbollah, non ci sono più stati attacchi di un certo livello. Anche perché un attacco, in quell'area, equivale ad una guerra. È lungo 250 km e largo da 25 a 60 km, il Libano, ma è un insieme di tradizioni, culture e religioni: cristiani (di confessione maronita, greco-ortodossa, grecocattolica, armen~apostolica , armeno-cattolica, protestante, caldea, cattolica di rito latino, siriano-ortodossa greco-cattolica, èopta, assi musulmani (sciita, ~an israeJita, alaulta, drusa), La loro dislocazione n,.,nftl. . .l.' ca d*-una lettura ca det Paese: l sunnitl nella zona di Trlpoli, Sldone nella parte ovest di senti nel SUd, nella n,.riT,.rl::ll meridionale della capitale nella valle della Bekaa; i cristiani stanno al centro e nella parte est di Beirut. Crocevia "' di popoli e tradizioni, dopo la dissoluzione dell'impero Ottomano, al termine della seconda guerra mondiale, il Paese passò sotto il controllo della Francia, come tutta l'area

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cosidlde1tta della Grande Siria. nne l'indipendenza nel , durante la seconda guer· mondiale. Come t utti i Arabi, quattro anni dopo on accettò la risoluzione ~iiW,. deii'ONU che ripartiva il territo--!II~I!'Jl"' rio della Palestina tra uno stato ico ed uno arabo e quando Israele proclamò l'indipendenza, il Libano - con la Lega Araba iniziò una guerra che si concluse con un armistizio, ma non con la firma di un trattato di pace. In Lib.ano, l'anno successivo, giunsero più di 100000 profughi palestinesi in fuga dopo la proclamazione dello Stato d'Israele, ai quali se ne aggiunsero centinaia dopo la guerra del '67 tra arabi e israeliani. Negli anni, questo stato di cose divenne cronico e il 13 aprile 1975 scoppiò la guerra civi: il potere libanese era gestito in modo confuso e poco fermo, mentre la tkuazione palestinese aveva di per sé una grande forza destabilizzante. Così si scontrarono i cristiani sostenuti da Israele e i musulmani, incoraggiati e finanziati dalla Sir e, successivamente, dall'Iran. Nel1982 la prima invasione di Israele e la guerra: l'intervento internazionale evitò la catac:Tr•I'\To. Come nel 2006, quando Hezbollah uccisero 3 soldati israeliani e ne catturarono due. memoria è fresca: l'offensiva militare israeliana fu massiccia, tutta concentrata a neutra,.,,!ilr·o Hezbollah, operazione risultata difficilissima. l bombardamenti distrussero gran parte del Libano, oltre a provocare migliaia di vittime. Anche i missili hezbollah, in misura diversa, provocarono vittime tra i civili e tennero in scacco corpi e menti degli israeliani. Dal 12 luglio all'11 agosto ci fu il massacro, fino alla risoluzione ONU 1701 e il mandato a una forza. multinazionale di interposizione, I'UNIFIL, per creare una zona cuscinetto "libera da ogni personale armato che non sia quello delle Nazioni Unite e delle Forze Armate regolari libanesi" per do dici miglia tra la frontiera israelo-libanese e il fiume Litani. La storia recente annovera anche l'istituzione del Tribunale Speciale per il Libano per Indagare sul· l'assassinio di Rafiq al Hariri, l'assassinio del Ministro dell'industria Pierre Amln Genayel nel 2006, l'elezione del Generale Miche! Suleiman alla Presidenza della Repubblica: ho assistito a questo momento da vicino. A Beirut si respirava l'aria di chi sta vincendo. Analizzando i dati, ma anche umori e reazioni - sia delle alte cariche politictte che della gente - era chiaro che in quel momento la vittoria non era su Israele, ma tutta interna. E stato un passo importante nella composizione di un puzzle che rimarrà tale, in cui gli elementi sono tutti diversi tra loro, ma sempre meno in conflitto. Perché il potere si va distribuendo e, come un olio, scivola nei gangli dei rapporti interni, attenua le frizioni, gli attriti. Ciò non toglie che anche guardando il Libano da dentro, non si può non vedere Israele da una parte, la Siria e l'Iran dall'altra. Guardandolo da fuori, la sua sola posizione geografica basta per farci capire che il suo destino dipende anche da scelte e strategie politiche internazionali.

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UNANOTTE , D'AGOSTO A NAQOURA Delle molte esperienze che ho vissuto nei tre anni da Comandante delle Forze di pace e Capo Missione UNIFIL nel Libano, ce n'é una che mi torna spesso alla mente. Specie la notte, anche perché gli incidenti, le violazioni , ma anche le cose più importanti e forse anche quelle più belle, in Medio Oriente avvengono sempre dopo il calar del sole. La magica notte mediorientale. Forse è vero. È una storia a lieto fine che ha rappresentato il punto più alto di credibilità di UNIFIL ed è pertanto nel racconto di quella notte che cercherò di condensare il significato e le attività di UNIFIL. UNIFIL (United Nation lnterim Force In Lebanon) era, ed è ancora oggi, schierata nel Sud del Libano, in un'area collinare , a volte aspra, delineata a Nord dal profondo confine del fiume Litani e a Sud dalla linea blu (Blu Une). Una linea immaginaria che corre in larga parte lungo il vecchio confine tra il Libano, all'epoca del protettorato francese, e la Palestina allora inglese. Una linea che i baschi azzurri stanno materializzando da tre ann i con alti segnali blu (i cosiddetti blu barrels) e che rappresenta la linea di demarcazione tra Libano e Israele: quella che un giorno, se ci sarà la pace, potrà diventare un confine. Per il momento è il riferimento che segna il ripiegamento israeliano dal Libano del 2000. Uno dei compiti dei soldati di UNIFIL è quello di monitorare le attività nell'area e presidiare la linea

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Una notte d'agosto a Naqoura

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blu, per evitare violazioni e sconfinamenti. Naturalmente l'attenzione è prevalentemente rivolta ad evitare sconfinamenti illegali dal Libano in Israele. Ne abbiamo avuti alcuni, pochi ad opera di trafficanti di droga, la maggior parte di contadini. Questi ultimi sconfinavano, spesso involontariamente, per lavorare le loro terre rimaste a Sud della Blu Une; se sfuggivano al controllo dei baschi blu, venivano fermati dai soldati delle IDF (lsraeli Defence Force l'Esercito Israeliano), trattenuti e sempre rilasciati dopo le nostre richieste e negoziazioni. Anche i pastori talora attraversavano la Blu Une seguendo le loro greggi. Qualcuno di loro, in verità , faceva il doppio o triplo mestiere: quello di pastore certamente , ma se magari c'era qualche affare da fare dall'altra parte, perché no? Se poi potevano raccogliere informazioni meglio ancora. Le informazioni sono sempre state un buon affare in Medio Oriente, oggi come 2000 anni orsono. Quel giorno, nell'agosto del 2009, però avvenne il contrario. Fu il Capo della Direzione Strategica delle IDF a chiamarmi sul "telefono rosso" da Tel Aviv, dove operava come responsabile dei rapporti con UNIFIL. Oggi è un mio caro amico. Mi diceva che i sensori israeliani avevano avvistato un individuo proveniente da Israele entrare in Libano nell'area Sud del settore di UNIFIL, ai margini tra il battaglione italiano e quello ghanese, dandomi i riferimenti cartografici. Le operazioni di peacekeeping si fanno anche al telefono. Ho chiamato il Col. Biagini, Capo della Sala Operativa di UNIFIL, disponendo di diramare l'ordine per le unità italiane e ghanesi di avviare la ricerca, chiedendo altresì al Comandante libanese del Sud di inviare le proprie unità per collaborare alle ricerche. In alcune ore l'individuo venne fermato da

una pattuglia libanese supportata da un reparto italiano dei "Lantieri di Aosta". l fanti libanesi presero in custodia il poveruomo. Dico poveruomo perché si seppe subito che era in brutte condizioni, impaurito, spaesato, non parlava, coperto di stracci. Senza documenti. Nessuno sapeva chi era. Non gli israeliani, a cui avevo comunicato di aver intercettato l'individuo ora in custod ia delle autorità libanesi. Non avevano nessuna segnalazione di persone sparite. Non i libanesi, a cui non risu ltava nessun contadino o pastore sparito e ricercato dai familiari. Però poteva essere un lavoratore siriano che aveva cercato di scappare in Israele e si era smarrito. Un israeliano che voleva entrare in Libano per fuggire da Israele? Questo in sessant'anni non era mai successo. Nel frattempo le autorità libanesi, dietro nostra richiesta, avevano fatto perven ire le fotografie del-

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LA RISOLUZIONE 1701 Monito r are la cessazione delle ostilita Coordln!re le artl, ita d i UN FIL con il Governo Libane se Supportare le L.:.= nel dlsple garrento nel Sud del Libano. con•preso lun ~o lo 31ue l ine, contestualme nte al r itiro delle 10=. Intervenire a protezione della popolazion~ civile In CMO ne sia rr.ess4 6 rischio l'incolurr ita

Assister e le LAF ne lla creazione d i un'AREA Lli!ERA da personale arll'ato. arrrl ed equipaula•r entl non autorizzati. Garantire alla popolazione l'accesso al supporto ul'!'anitario Assistere il Governo Libanese. su richiesta. nella protezione e nel con~roilo del coniini e del punti di accesso all'Area di Opera: ionl al iine d i pre venire l'in&resso non autorltzato In l ibano di qualsiasi tipo di arll'arrento Garantire che llllrea di Opernlonl non dl, e ntl ,t eatro di ostlllta

l'uomo, poi inviate agli israeliani per effettuare le ricerche tra le persone scomparse. Passarono credo un paio di giorni. L'individuo era trattenuto in un ospedale sotto osservazione della polizia militare libanese. Noi controllavamo che fosse ben trattato, mantenevamo i contatti con le autorità libanesi, ma nessuna novità. Nel frattempo una pattuglia del Ghana aveva intercettato un importante carico di eroina, destinato ad Israele, fermando tre trafficanti; destando l'ammirazione dei militari libanesi e degli israeliani. Ma del poveretto non si sapeva più nulla. Era il tramonto del terzo giorno. Il dolce tramonto libanese, con il sole che scende dietro le colline del confine, mandando i riflessi argentei sul mare cristall ino, colorando di rosa le scogliere tra Rosh Hanikra e Al Naqoura, a 2 km dalla base, già in territorio israeliano. Era il tramonto, dunque, quando suonò il "telefono

rosso" e le IDF mi informarono che, finalmente, sapevano chi era il poveruomo. Un individuo mentalmente instabile fuggito da una casa di cura nel Sud di Israele, di cui solo oggi era giunta, tramite la polizia israeliana, la conferma della sparizione. Si prospettava una notte lunga di negoziazione. Tra Libano e Israele c'è ancora oggi formalmente lo stato di guerra. Un individuo non autorizzato che attraversa il confine può rischiare di essere accusato di spionaggio. Le Istituzioni libanesi. si erano sempre dimostrate aperte e cooperative con UNIFIL in generale ed con il suo Force Commander in particolare. Rapporti ottimi erano stati istaurati con l'Esercito, disciplinato, multi confessionale, leale al Paese. Qui però il caso, anche sotto l'aspetto del diritto internazionale, poteva risultare complesso. Come minimo c'era il rischio di incorrere in qualche ritardo burocratico. E poi c'era Hezbollah. Certamente Hezbollah era schierato a supporto del processo di pace lanciato nel 2006 con la Risoluzione 1701 , ma si trattava pur sempre di un'organizzazione armata non controllata dalle istituzioni libanesi, apertamente ostile ad Israele. Avrebb.ero accettato di vedere un cittadino israeliano rientrare dal Libano senza difficoltà, senza pretendere qualcosa in cambio? Bisognava fare in fretta, anche perché gli israeliani, adesso che sapevano trattarsi di un loro concittadino, premevano, lo volevano entro la mattina successiva. Lasciavano capire che loro avevano sempre rilasciato rapidamente i pastori libanesi, che pure potevano essere sospettati di essere spie. Si aspettavano un gesto di b.uona volontà dei libanesi. Poche ore dunque per risolvere la cosa senza complicazioni. Nella notte erano arrivate da Israele anche le copie dei documenti del poveruomo. Anche la car-

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Una notte d'agosto a Naqoura

tella clinica , che però I'IDF mi chiedeva di esibire solo se necessario per ragioni di privacy. La privacy. nella notte Medio-Orientale tiepida e serena. Strana richiesta, ma non ci fu bisogno di usarla. Avevo già telefonato al Capo delle operazioni delle LAF, un Ufficiale sciita molto intelligente, che sapeva muoversi bene anche nelle stanze della politica libanese. Poi il Generale Kahwaji, Comandante in capo delle LAF, maronita. Altro Ufficiale brillante, ben consapevole del ruolo fondamentale delle Forze Armate libanesi nel mantenere la coesione del Paese. A lui dissi che il successo della missione di UNIFIL nel Sud del Libano, le possibilità di creare un rapporto costruttivo fra le parti, rendeva importante quello che sarebbe successo quella

notte. La guerra del 2006 era cominciata con il rapimento di due soldati israeliani da parte di Hezbollah. Circa un anno dopo c'era poi stato lo scambio tra Israele ed il Libano dei corpi dei due poveri soldati israeliani ed i resti dei numerosi libanesi caduti nel corso degli anni e sepolti in Israele. Una pagina tragica, al momento chiusa, che certo non andava riaperta. Era stato informato il Presidente Suleiman, anche egli maronita, il Primo Ministro Hariri, sunnita, ed il Presidente del Parlamento Serri, sciita, buon amico dell'Italia e politico di grande esperienza. {I l Presidente Serri ha la foto del papa in b?l la mostra nel suo ufficio. Lo appella, parlando di lui, "Santo Padre". Posto interes-

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sante il Medio- Oriente). Ad un certo punto della notte, era forse l'una o poco prima, la situazione non procedeva completamente bene. Avevo capito che qualche settore, probabi lmente di Hezbollah, stava cercando di ritardare il suo rientro. Ultime telefonate, alternando diplomazia a fermezza. Rammentando che l'individuo era stato fermato da una pattuglia libanese supportata da UNIFIL, di fatto guidata dagli israeliani dall'altra parte della Blue Une (adesso che ci penso a mente fredda, anche questo è un fatto interessante. Una pattuglia libanese, guidata sull'obbiettivo dal "nemico". Posto interessante il Medio- Oriente). Nel frattempo, giusto per inviare un segnale, unità blindate di UNIFIL prendevano posizione in corrispondenza di punti sensibil i lungo la Blu Une. Era molto buio quella notte, la luna stentava a fare capolino sopra il Mediterraneo e si sentiva ancora più forte la risacca battere su lla scogliera. Il Maresciallo Gugliotta, responsabile della mensa italiana nella base del Comando UNIFIL a Naqoura, continuava a mandare nel mio ufficio panini e caffè per gli Ufficiali e i funzionari dell 'GNU che andavano e venivano. Il Maggiore Sandri, mio brillante Aiutante di Campo, continuava a passarmi telefonate. Intanto erano ormai quasi le due. L'alba era intorno le cinque e mezza del mattino. "Telefono rosso". Venivo informato formalmente che l'Esercito libanese, ricevuta l'autorizzazione politica, aveva dato l'ordine del rilascio. Bisognava fare in fretta prima che ci fossero ripensamenti o succedesse qualcosa. Due ore da Beirut a Naqoura sotto scorta libanese. Inserimento delle pattuglie e del controllo di UNI FIL a sud del Litani. Presa in consegna da parte di UNI FIL al check point di Naqoura. Apertura della

sbarra al punto di controllo con Israele. Consegna agli israeliani. ·Bisognava fare in fretta. La strada principale da Beirut a Naqoura corre lungo la litoranea, spesso a pochi metri dal mare, e attraversa numerosi abitati. Il punto di ingresso nel settore di UNIFIL sul ponte Qasmiyeh che attraversa il Litani è uno dei passaggi più pericolosi. Infatti, un posto di blocco della Military Police tanzaniana di UNIFIL era stato attaccato con un lED mesi prima. Solo danni e nessun ferito per fortuna. Poi, attraversato il Litani, inizia il breve settore affidato ai coreani , a cui fa seguito il settore di uno dei due battaglioni italiani, quello responsabile della cosiddetta "Tiro Pocket". All'epoca l'area era affidata all'11 o reggimento bersaglieri deii'"Ariete". Infine il settore più

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avanzato che si estende sino al confine, affidato all'altro battaglione italiano, come detto all'epoca i Lancieri d"'Aosta". Queste unità dovevano subito inviare pattuglie per aumentare il controllo lungo la rotabile, predisporre unità di pronto intervento. Inviare nuclei di collegamento con le unità UNIFIL contermini. Anche se tutto aweniva nel massimo segreto, poteva esserci stata qualche fuga di notizie. Bisognava facilitare il movimento dei veicoli che venivano da Beirut. Anche gli elicotteri erano pronti al decollo, sia dalla base di Naqoura sia dalla Fregata italiana al largo, che intanto era stata fatta awicinare precauzionalmente alla linea di costa. Intanto gli uomini della Military Po/ice di UNI FIL, in particolare il nucleo carabinieri di Naqoura, si pre-

disponevano al punto di rendez vous per prendere in consegna l'individuo. Le tre e trenta, verificato che i mezzi libanesi con l'uomo fermato avevano attraversato il Litani, chiamo il Capo della Divisione Strategica israeliana. Scambio fra le 04:00 e le 05:00. Ringrazia. Quasi non ci crede. Non era mai successo. Un israeliano entra inawertitamente, perché non in grado di intendere e volere, comunque illegalmente, in Libano e viene restituito, magari non subito, ma era quello che stava accadendo. Il Colonnello Lucia, capo del mio Generai Staff si reca al punto di ingresso tra Al Naqoura e Rosh Hanikra per controllare il transito. Con lui il Colonnello francese responsabile del collegamen-

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to tra le LAF e IDF. L'ultimo tratto di strada tra Al Naqoura ed il confine, circa tre chilometri , corre proprio sulla scogl iera. A sinistra le montagne, a destra il mare. E siccome si tratta di una zona sotto controllo UNIFIL, sul mare c'erano le nostre unità navali ad evitare incidenti. Il mare in quella zone è di cristallo , incontaminato. In più è molto pescoso. Soprattutto cerniotte da un paio di chili. Molto buone e freschissime. Sul mare, quella notte d'agosto, anche le luci dei pescherecci libanesi che qualche volta si avvicinavano un po' troppo alle acque sotto controllo israeliano. Per intimidirli, le navi pattuglia deii'IDF, sempre pronte, lanciavano normalmente qualche bombetta di profondità. l libanesi arrestavano le loro barche, aspettavano che la corrente portasse verso di loro qualche pesce morto a causa della carica subacquea e quindi potevano finalmente fare ritorno ai porticcioli di Naqoura e Tiro. Senza avere violato le leggi e con un buon pescato. Posto interessante il Medio Oriente. La strada da Naqoura alla sbarra di confine conduce all'u ltimo presidio di UNIFIL. Tripla recinzione e, a contatto con il limite Ovest della nostra unità avanzata, passa il confine israeliano. A presid io un plotone italiano. All'interno della base c'è una piccola villa, su una collinetta, con due sole stanze: una al piano terra ed una al primo piano. È il luogo dove mensilmente si tengono i cosiddetti incontri tripartito. Da un lato alti Ufficiali israeliani. Dall'altro Ufficiali libanesi. In mezzo tra i due, negoziatori , faci litatori, in ruolo diplomatico, Ufficiali e funzionari di UNIFIL guidati dal Comandante di UNIFIL, al tempo io. Gli incontri tripartiti si sono dimostrati uno dei mezzi più efficaci a disposizione di UNIFIL al fine di mantenere la cessazione delle ostilità e creare basi nego-

ziali tra le parti. Attraverso questo strumento sono stati risolti cento problemi pratici, che hanno evitato la spiralizzazione degli incidenti. Come il posizionamento di indicatori sulla Blu Une con il consenso delle parti. Come aver risolto in gran parte il problema dello sconfinamento dei contadini libanesi. In una delle ultime riunioni che avevo presieduto, era stato concordato di autorizzare i contadini che fossero legalmente proprietari di terreni a sud della Blue Une, di potersi recare, sotto controllo UNIFIL, a lavorare legalmente i loro terren·i e i loro campi di tabacco. Anche l'installazione del "telefono rosso" che mi metteva direttamente in contatto con le autorità libanesi ed israeliane era stata decisa nel corso di un incontro tripartito. Senza quel collegamento, quella notte sarebbe stata molto più difficile. Sarebbe anche stato impossibile nel febbraio del 2009 far sì che Monsignor Cappucci, fermato dalla Marina Israeliana su un battello di aiuti umanitari partiti dal Libano e destinati a Gaza, venisse consegnato dalle Forze di Sicurezza Israeliane ai colleghi baschi blu di UNDOF sulle alture del Golan, per poi ·entrare in Siria. Ma questa è un'altra storia. Anche quella avvenuta di notte. Ore 04:00 circa. L'individuo scortato dai militari libanesi arriva al check point di UNI FIL. Passaggio di consegna. L'intelligence militare libanese consegna l'individuo, stanco, visibilmente provato ma in buona salute, ai carabinieri italiani con il basco azzurro. Ancora pochi minuti e si apre il cancello dalla parte israeliana. Il Capo degli Ufficiali di collegamento di UNIFIL, il Colonnello Francese Egnell, dirige questa fase , che però ormai è tranquilla. Il territorio dove sono realizzate le basi di UNI FIL è sovranazionale ed inviolabile. Dall'altra parte l'Ufficiale di

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collegamento israeliano. Efficiente come al solito. Alcune firme sui verbali di passaggio di consegne ed alle 04:30 circa, l'israeliano, involontario violatore della Blu Une, ritorna nelle mani degli israeliani. La notte era ancora buia vista dalle grandi vetrate del mio Ufficio a Naqoura, ma scendendo la scala metallica per raggiungere la mia abitazione, intor-

no alle 05.00, si vedevano ad est, subito dopo l'altura ribattezzata "Mistery Hi/1- collina del mistero", i primi chiarori dell'aurora. Un alone di luce che schiariva i contorni della collina, sepa rando il nero del cielo ed il brillio delle stelle dal terreno sottostante. Pochi minuti prima il Generale israeliano mi aveva detto che ancora non ci credeva. Che per la prima volta dalla guerra del 1948 un israe-

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liano tornava illeso, in poche ore e senza dover dare nulla in cambio. La villetta prefabbricata in cui ho abitato tre anni in Libano era col locata proprio a ridosso delle scogliere di Naqoura, in un punto stupendo. A destra le luci di Tiro, antica città fenicia e romana, con la penisola protesa sul mare come il dito di un gigante. A sinistra la costa verso Israele. Dalla veranda si vedevano alcune luci fisse sul mare. l pescherecci di cui ho raccontato, ma anche le luci delle boe luminose israeliane ad indicare la Boy Line (l inea delle boe). Una linea da non oltrepassare, in verità collocata unilateralmente dagli israeliani e non riconosciuta dal Libano e dalla comunità internazionale, ma anche questa è un'altra storia. Il giorno dopo, saranno state le 10 del mattino, mi ero recato in un paesino vicino alla base principale della Brigata italiana, all'epoca I"'Ariete" del Generale De Cieco, situata a Maraka nel sud del Libano, per un attività umanitaria del contingente italiano a favore di un asilo di bambini poveri libanesi, quando il centralino mi ha passato al telefono un alto Generale israeliano, il Generale Gadi Eisenkot, mio pari grado e Comandante del Fronte Nord. Con lui ci conoscevamo da molto tempo. Dal 1996 al 1997 avevamo frequentato insieme, da giovani Colonnelli e da studenti, I'US Army War College, in Pensilvania negli Stati Uniti ed eravamo diventati buoni amici. Il destino; dopo 14 anni eravamo i comandanti, lui di tutte le forze israeliane al confine siriano-libanese, io dei 13000 militari e più di mille civil i di UN IFIL. Il destino. Gadi era molto allegro: ho detto al Ministero di Tel Aviv: avete visto la differenza tra la vecchia e la nuova UNIFIL? Adesso tutti sanno perché è importante avere i caschi azzurri nel sud del Libano.

Sì, era stata una bella nottata. Chissà perché mi ricordo soprattutto le notti. Sembrava quasi che la notte, quando solo pochi si muovevano e decidevano, quando il telefono lo usava solo chi doveva davvero dire qualcosa, fosse più facile risolvere i problemi. Aggiustare i guasti del giorno. Oggi UNIFIL è ancora là, nel Sud del Libano tra le montagne ed il mare, tra le pendici di Monte Hemon e la fertile pianura di Fatima Gate.

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Ad Est la Brigata a leadership spagnola, con nepalesi, indonesiani, indiani ed altri ancora. Ad Ovest quella italiana, con ganesi, francesi, coreani, malesi e naturalmente il contingente piĂš numeroso: quello italiano. In riserva il Contingente francese con i carri pesanti Leclerc, l'artiglieria semovente e la contraerea. 30 nazioni schierate, una decina quelle principali. Quando c'ero io, il contingente italiano contava circa 2400 unitĂ . Una pie-

cola flotta allargo, lungo tutte le coste libanesi, per garantire le vie di accesso ai porti da traffici illegali e contribuire alla crescita della piccola marina libanese. Pattuglie lungo il confine, posti di controllo sulle strade di accesso al l'area di UNIFIL, attraverso il fiume Litani. Posti di osservazione per evitare incidenti nell'area di responsabilitĂ . AttivitĂ continue in coope-

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razione con le Forze Libanesi per evitare incidenti, controllare il territorio, impedire il lancio di razzi contro Israele. Circa 1100 notti in Libano. Sia da Comandante Militare sia da Capo Missione ed Inviato Speciale delle Nazioni Unite. Sono stato davvero fortunato ad essere selezionato dalle Nazioni Unite per quell'incarico dal 2007 al 201 O. Non so cosa succederà nel futuro, ma credo che UNIFIL rimarrà ancora per alcun i anni a presidio di un'area difficile, tra due paesi ancora in guerra anche se cercano, di fatto, di non spararsi più. Per raggiungere la pace servono tante cose. Serve buona volontà da una parte all'altra. Certo, Hezbollah dovrebbe rinunciare al ruolo sinora giocato di "resistenza armata", come si definiscono loro o "gruppo armato" come li definiscono le Nazioni Unite, ma comunque fuori dalle istituzioni libanesi. Un ruolo che di fatto influenza sia il Libano sia il processo di pace. A sua volta Israele dovrebbe con più impegno operare per restituire al Libano gli ultimi territori occupati,

segnatamente la città di Gajar, e cominciare a risolvere il problema delle Sheba Farm, che però richiede anche il coinvolgimento della parte siriana. Insomma, si tratta di risolvere un classico quadro di ambiguità medio - orientale. Non per niente, su quella che poi si ch iama Terra Santa si trovano torri fenicie , teatri romani, castelli crociati , moschee dell'islam, chiese bizantine, donne velate e ragazze in minigonna. Non per niente, gli abitanti musulmani di Quapa, presso Tiro, sono fieri assertori che il primo miracolo di Gesù sia avvenuto lì, che l'acqua diventi vino in Libano e non altrove. l soldati italiani, prevalentemente dell'Esercito, sono in Libano dal 1978, con lo squadrone elicotteri ITALAIR. Nel 1982 poi arrivò il Generale Angioni con il contingente multinazionale a Beirut. Ancora se li ricordano i nostri soldati a Beirut, a protezione dei campi Palestinesi e a protezione degli inermi. Dopo il 2006 gli italiani sono tornati in forze. Di più, l'Italia ha assunto con autorevolezza, subito dopo la guerra del luglio 2006, la leadership della missione UNIFIL, di una ·uNI FIL cresciuta nelle capacità operative e con un mandato più ampio e robusto. Come dicevo, la missione continua. Alla fine dei miei tre anni di comando, ho avuto la soddisfazione di sentirmi dire, da un giornalista israeliano, "con Lei al comando, per tre anni nessun israeliano è morto per attentati provenienti dal Libano". Purtroppo, qt,~alche libanese invece è morto. Come il contrabbandiere di eroina ucciso dal fuoco di una pattuglia israeliana sulle pendici delle colline di Gajar. Anche alcuni soldati di UNI FIL sono caduti: l'esplosione di una bomba improvvisata, collocata lungo la strada all'ingresso del campo spagnolo: 6 para-

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cadutisti spagnoli; nella bonifica di bombe a grappolo per restituire i terreni ai contadini libanesi, sminatori francesi e belgi. Altri per incidenti di vario tipo. Per non dimenticare che, senza contare le missioni di imposizione della pace, come quelle in Iraq o in Afghanistan, UNIFIL è la missione delle Nazioni Unite che ha avuto più caduti nella storia del Paecekeeping. Duecentosettanta baschi azzurri di UNIFIL hanno perso la vita tra le colline rocciose del Sud del Libano, tra le montagne ed il mare, per difendere la pace e dare una speranza agli uomini di buona volontà della Terra Santa, dove i cristiani ortodossi, durante la Quaresima

non toccano carne e mangiano solo verdura. Con grande rispetto dei compatrioti musulmani. Onore ai miei baschi azzurri di tutte le nazioni. In particolare al contingente italiano che, nel solco di una tradizione ormai consolidata , si è guadagnato il rispetto delle autorità e dei militari degli altri Paesi contributori per la fermezza e le capacità in operazioni e l'affetto delle popolazioni per l'umanità e l'altruismo dei militari a favore dei civili. Spero che il racconto di una notte abbia potuto dare un'idea della Missione UNIFIL, di come agisce il Comandante di una grande Missione di Pace. Un giorno scriverò delle 11 00 notti. Un giorno.

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, Cari ragazzi ,

..:.J so cosa è il Libano e ne sono affascinata. So cosa è Beirut, cosa è Tiro, cosa è Sidone, cosa è Tibnin, cosa è Haifa ... un villaggio nelle mani di Hezbollah, al confine con Israele. Sono realtà profondamente diverse, che però vanno a formare quella disunita unità che fa di questo Paese un posto magico. Mille contraddizioni nelle strade della capitale fanno sfoggio della loro esistenza: donne coperte dal velo e gambe che fuoriescono da succinte minigonne danno il segno di come il giorno e la notte s'incontrino e s'incrocino. In fondo, è quel che avviene in natura. E forse il Libano è magico per questo: sembra l'esatto risultato dell'istinto, tenuto per mano spesso strattonato- dalla ragione. È per questo che il vostro compito può sembrare anche molto semplice, ma non lo è. Per dirla in metafora: è un'armoniosa candela che può diventare un incendio. Lo si è capito subito dopo il cessate il fuoco, nell'estate 2006, ed è sorprendente come in questi anni si sia mantenuta una situazione di stabilità. Quando ho lasciato il Libano, avrei scommesso sul contrario, almeno a giudicare dalle tracce che i blindati israeliani lasciavano sulla terra fresca in territorio libanese, a poche centinaia di metri da quello che doveva essere il limite invalicabile. Avrei scommesso sul contrario anche a giudicare dai campi profughi palestinesi. E soprattutto dopo una domenica passata ad Haifa, ad un passo dal confine. l bambini per strada sventolavano bandiere Hezbollah, mentre le donne non capivano le mie domande. Cosa c'era da dire sul Partito di Dio? Era l'unica realtà possibile, la migliore delle possibili. l loro uomini erano Hezbollah, qualcuno già al cimitero. l loro padri avevano combattuto sulle montagne, tutti al cimitero. Le radici delle loro famiglie affondavano in Hamal e i loro figli avevano già imparato a guardare le montagne davanti a loro come il confine del mondo dei buoni. Quel giorno, poi, ricorreva l'anniversario di un combattimento in cui avevano perso la vita 17 persone, tutti combattenti. La casa in cui ero ospite era rigorosamente divisa in due: uomini da una parte, donne dall'ai_J

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tra. lo con loro e più di dieci bambini. Preparavano ogni ben di Dio, piatti eccezionali, almeno al mio palato. Perché i morti si ricordano anche così: festeggiando la ragione del loro sacrificio. Dalle finestre vedevo passare molti uomini, che mostravano il massimo rispetto, direi somma riverenza, verso i pochi dal turbante nero, capi spirituali. Uscivo da quella stanza e non esistevo più: nessuno mi considerava , ovviamente. Tranne Hussein, un uomo con un passato in Hamal e ora Hezbollah. Hussein che non poteva però, in quelle circostanze , avvicinarmi e parlarmi, spiegarmi i dettagli di quella giornata. È con questa gente .che voi lavorate, vi confrontate ogni giorno: con persone come loro. Le minigonne di Beirut sono lontanissime dal sud del Libano: un altro mondo. Grazie a Hussein ho conosciuto da vicino una delle vere ragioni della difficoltà che l'esercito israeliano ha incontrato , anche nell 'estate di fuoco del 2006. Ha avuto filo da torcere, nonostante le cronache di tutto il mondo parlando di Hezbollah sembravano descrivessero un gruppo sparuto di guerriglieri astuti e armati fino ai denti. Le armi ci sono, eccome: è uno dei vostri compiti quello di "disarmare" Hezbollah, ma la loro vera forza è la vicinanza, l'appartenenza della gente. Grazie a Hussein, appunto, sono riuscita a conoscere una delle "armi" Hezbollah: i famosi tunnel attraverso i quali, durante i combattimenti, si spostano di casa in casa riuscendo ad eludere il nemico. Nemico Israele - che a giustificazione di bombardamenti sulle case ha spesso addotto questa giustificazione e cioè la presenza capillare di Hezbollah tra la gente. Hezbollah in quell'area non è tra la gente, è la gente. Da una casa sono scesa, attraverso un tunnel strettissimo, verso uno spazio tanto piccolo da ..:.1

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non poter servire da rifug io. Da lì, percorrendo un altro tratto di galleria, sono sbucata nella cucina di un'altra abitazione. Quando ho messo fuori il naso mi sono ritrovata un frigorifero in faccia. C'è una rete di cunicoli tra le case e più diffusamente in tutta l'area da far gola a Minasse. E nessuno è costretto ad avere Hezbollah sotto il pavimento. Ricorderò sempre quella esperienza, anticipata da un'immagine che altrettanto difficilmente dimenticherò: la carta di un pacco di biscotti consumati da soldati israeliani, issata a orrido trofeo nel luogo in cui quei poveri ragazzi erano stati trucidati da Hezbollah. Da allora ad oggi, molte cose sono cambiate in Libano: il governo ha un'altra composizione, il Partito di Dio è una forza politica con un peso effettivo riconosciuto. Questo passaggio, meramente politico, di correzione degli squilibri, è stato fondamentale per garantire la stabilità. Ciò non significa che Hezbollah abbia cambiato idea nei confronti di Israele, il Partito di Dio è sempre pronto a "difendersi" dice, ad "attaccare" dice Israele. l discorsi di Nasrallah continuano, puntuali, sulla stessa linea, quella ·che anche a Beirut ha portato alla distruzione di una parte della città. Incredibile lo scollamento, nel settembre 2006, tra una parte e l'altra della capitale. Incredibile come il centro Hezbollah, tra le macerie, conservasse un ottimo apparato organizzativo, anche in termini di rapporti con la stampa. Soprattutto con la stampa internazionale. Sono certa che anche su questo fronte avete lavorato e state lavorando molto: capire le varie forme di comunicazione, i diversi registri, è fondamentale per stabilire un rapporto fondato con qualsiasi "altro", amico o nemico che sia. Anche per affrontare le tante situazioni difficili che si nascondono dietro uno stato di apparente normalità. Non è normale, invece, che il sud del Paese sia costellato da campi minati che grazie al vostro intervento sono vistosamente diminuiti. Ma è ancor meno normale ritrovarsi bombe in giardino, ordigni che possono esplodere anche dopo molto tempo . Sono le micidiali bombe a grappolo che Israele ha lanciato in abbondanza sul sud del Libano. Le mappe dei bombardamenti sono state consegnate non molto tempo fa, il vostro lavoro procede speditamente, ma certo nessuno potrà restituire una gamba, le mani e parte del viso a Fouad. L'ho conosciuto all'ospedale di Tiro, faceva il pescatore. La sua ..:.J

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Email testimonianza Libano una storia incredibile, di una violenza inaudita perché così banalmente fatale da non sembrare vera . a mattina, come tutte le mattine, all'alba è andato a pescare: vicino alla riva ha tirato la rete, come igliaia di altre volte. Quella volta, però, dentro non c'erano pesci, ma una cluster bomb. Gli è esplosa dosso. Ed è finita così: non andrà più a pescare, non sarà più lo stesso Fouad. A casa di una famiglia ibanese, invece, in giardino .. . la stessa cosa, se ne sono accorti ed hanno chiamato il personale addetdell'esercito libanese per disinnescarla. Tutto questo, e molto di più, è successo in poco più di un mese combattimenti. All 'ospedale di Tiro, un medico sospettava l'uso di armi al fosforo da parte di Israele: mi vedere molte fotografie di cadaveri e delle loro sezioni, in autopsia. Erano arsi all'esterno, mummiall'interno. Quel medico, come poi Israele ha dovuto riconoscere, aveva ragione. È questo il contesto in cui lavorate: Hezbollah è considerato un movimento terrorista e in alcune delle sue e - certo non tutte - lo è in tutta evidenza diventato. Il vostro compito è arduo perché "controllare" una simile situazione è davvero difficile. Domare un grande incendio è più facile che spegnere tanti, diversi, improvvisi, talvolta insospettabili focolai. Ci state riuscendo, tutti insieme, in un team internazionale che sta dando ottimi frutti, giorno dopo giorno, tratto dopo tratto di una Blu Une che pare non essere fittizia. Quel lo che il mondo vi chiede, in sinte·, è di non veder più quelle scarpette, quei giocattoli, quei quadernini tra le pietre che ha visto a Qana'a. LI la scuola è diventata un cimitero e la piazza un mausoleo, con foto dei bambini e pensieri per loro e per le altre vittime. Questi sono monumenti della memoria, ma è nella memoria che si coltiva anche il ranre. Buon lavoro, ragazzi . E grazie per dare almeno ai bambini l'idea giocosa e sacra del nostro ricolore .


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Un soldato ci racconta le sue due missioni in Libano e soprattutto quanto ha visto cambiare questo Paese negli anni. Un Paese che anche al suo interno presenta variabili interessanti. E sorprendenti.

15 agosto 2006, ore 07.00: ero ancora a letto, tra le pareti della mia casa a Gorizia. Un ferragosto come tanti, passato lontano dalla casa natale. Dormivo. Svegliato dal suono del telefon ino posato sul comodino , risposi assonnato cercando di capire chi potesse essere dall'altra parte del telefono. Era il mio Comandante. Mi diceva di rientrare immediatamente in caserma. Una volta lì, realizzai che le notizie erano allarmanti. Bisognava partire subito, richiamare la gente dalle meritate vacanze, approntare tutto. Destinazione: Libano. Compito: garantire il supporto alle LAF, le Forze Armate Libanesi, secondo quanto disposto dalla risoluzione ONU 1701. Allora, ricoprivo l'incarico di vice comandante di Compagnia. Ritornai in ufficio. Elenco da una parte e telefono dall'altra, iniziai a chiamare i colleghi in licenza con le loro famiglie. Attraverso la cornetta riuscivo a sentire il rumore del mare e il chiasso dei bagnanti nel giorno più affollato d'agosto. Molti colleghi pensavano fosse uno scherzo. Il lavoro del soldato è così. Tutto è sempre in discussione ad eccezione di una sola cosa: il nostro dovere e la nostra univoca risposta all'essere sempre pronti a difendere il nostro Paese, di tenere alto il nome dell'Esercito Italiano e di tutte le Forze Armate, di sventolare orgogliosi sempre e ovunque il Tricolore. Avrò fatto pressappoco sulle duecento chiamate. Tutti rientrarono in servizio nel giro di 48 ore. Iniziarono ad affluire in caser_J

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ma i container necessari al trasferimento dei materiali occorrenti. Il 25 settembre assunsi un incarico di prestigio: il comando della Compagnia Trasmissioni della Brigata di Cavalleria "Pozzuolo del Friuli". Mi è stata data l'opportunità e l'onore di comandare la Compagnia all'estero, in una missione ONU e con il glorioso 11 o Reggimento Trasmissioni di Civitavecchia. Era la mia prima missione fuori area. 24 ottobre 2006: a soli due mesi dalla fine della guerra nel Libano del Sud, con il cuore in gola ma con tanta voglia di portare la Pace dall'altra parte del Mediterraneo, mi trovavo a sorvolare il mare. Pensavo a cosa avremmo potuto trovare a Beirut. Cosa avremmo visto. Pensavo alle immagini terrificanti viste in TV. Ma il mio pensiero era rivolto anche alla mia ragazza, che poco prima di partire lasciò cadere un paio di lacrime sulla giacca della mia mimetica. Pensavo a tutto, alla mia vita. Fui svegliato dalla voce dell'assistente di volo, che invitava i passeggeri ad allacciare le cinture. Eravamo già in discesa verso Beirut. L'eccitazione era tanta. Dall'oblò potevo scorgere palazzi alti e la grandezza della città. All'improvviso questi edifici scomparvero dalla vista e l'aereo atterrò sulla lunga pista a ridosso del mare. Scesi dall'aereo. Al telefono mi arrivarono i primi messaggi, che mi davano il benvenuto nella terra dei cedri. Cambiai subito le impostazioni del telefonino e mandai un messaggio alla mia amata: "Ciao Amore, sono arrivato, tutto OK, il viaggio è andato benissimo. Qua tutto tranquillo!". Casco blu in testa e distintivo omerale nuovo di zecca. L'aeroporto era bellissimo, nuovo e pieno di luce. Fieri di indossare l'uniforme deii'ONU sfilammo tra corridoi e controlli doganali.


Itri militari giunti prima di noi aiutavano gli addetti al controllo per il riconoscimento dei nuovi arrivati. Seguendo i colleghi in fila indiana ad un certo punto mi trovai di fronte ad una moltitudine di gente, diversa da quella abituato a vedere in Italia. Alcune donne indossavano il velo nero, altre no. Uomini dalla pelle olivastra con baffi imponenti. In un aeroporto così grande e affollato regnava il silenzio. Noi militari guardavamo l'atteggiamento della gente. Nessuno parlava. Questa immagine rimarrà indelebile nella mia mente e nel mio cuore. Il timore ed il rispetto per questa gente era tanto. Avrei voluto alzare il braccio mettendo la mano al cuore - era questo uno dei tanti gesti che avevamo imparato durante un corso organizzato dalla Scuola Lingue Estere dell'Esercito e che significava aver rispetto e vicinanza alla popolaione locale. Il timore di fare un gesto così semplice ma forse inconsulto mi fece desistere dal compierlo. La mia voleva essere solo un'espressione di solidarietà ed affetto verso un popolo sconvolto dalla guerra. Attimi immensi durante i quali potevi sentire il rumore dei battiti del cuore. Era un'etern.ità. Ripenso spesso a questa scena. Superato questo cordone di persone, venimmo raggruppati in una zona dell'aeroporto per poi essere trasportati in un'altra più sicura. Una volta fuori, potevamo ammirare i vetri specchiati che ricoprivano l'intera facciata dell'aeroporto, il via vai frenetico delle macchine. In ogni posto militari o poliziotti libanesi, gente in borghese. · Prima di raggiungere il Sud del Paese dovemmo aspettare a Beirut la nostra nave, che arrivava dopo due giorni. Dormimmo in una base allestita in un centro congressi con affisse alle pareti le gigantografie di leader libanesi assassinati. l militari francesi erano i responsabili della base logistica approntata. Il capannone, ordinatamente diviso per zone, poteva ospitare migliaia di persone. File e file di brande attaccate una all'altra e perfettamente allineate, quasi fosse un vespaio. Fuori dal capannone la vista lasciava senza parole. La vastità della città di Beirut, l'imponenza della sua moschea più famosa , i palazzi alti e il mare immenso. Uno spettacolo impressionante. Ma in lontananza si poteva scorgere anche l'altra realtà di un Paese martoriato dalla guerra: un palazzo, che su un lato av.eva dei buchi profondi ed evidenti, segno di un bombardamento. Immaginavo cosa avrei potuto vedere scendendo verso il Sud, teatro principale degli scontri. 6 ottobre 2006: la nave carica di automezzi e container finalmente attraccò. Con i miei uomini iniziammo a scaricare. l mezzi furono allineati lungo il molo uno dietro l'altro e non si riusciva a vedere la fine. La colonna era costituita da circa 130 automezzi. Dato il numero dei mezzi e anche per questioni di sicurezza, la colonna partì di notte, precisamente alle ore 01:00 del27 ottobre 2006. L'estensione della colonna era tale, che l'ultimo automezzo impiegò circa 40 minuti per uscire dal porto. Il rumore era tanto. ttraversammo la città, passammo per strade larghe e curate, sottopassaggi e check-point della polizia libanese. La bellezza di Beirut era distinguibile. Nei locali notturni si vedevano giovani ragazzi e ragazze che si divertivano dietro ad un bicchiere di birra e coca-cola. Pian piano lasciammo la città dietro di noi. La strada iniziò a farsi sempre più buia. Notai ponti inagibili accostati su un lato, buchi nell'asfalto, mucchi di terra e strade alternative. Le strade erano state bombardate e i ponti interrotti. La colonna si muoveva lenta nel cuore della notte. La stanchezza era tanta e con tanta fati_j

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ca si riusciva a tenere gli occhi aperti. Per percorrere all'incirca 90 km impiegammo ben undici lunghe ore. Più si scendeva verso il confine con Israele e più si riusciva ad awertire l'orrore della guerra. Non avrei mai potuto immaginare di vedere interi villaggi sradicati con le case letteralmente rase al suolo. Arrivammo alla base in tarda mattinata. Eravamo stanchi, ma ci attendeva ancora tantissimo lavoro. La base era tutta da organizzare. Il mio primo compito fu quello di individuare i locali idonei a realizzare il Centro di Sistemi C4, owero un centro trasmissioni capace di garantire i servizi telefonici, informatici e fax della base. Per questo con tutto il personale iniziammo ad imbiancare le stanze, realizzare con pannelli in legno ambienti adatti al nostro scopo. Nemmeno i dormitori erano ancora stati prestabiliti. Mi ricordo che per quasi un mese dormii in una stanza di circa dieci metri quadri con altri tre colleghi. Durante la notte faceva molto freddo. Le comodità sicuramente mancavano e ci dovevamo arrangiare. Il lavoro procedeva a ritmi scanditi e la sera si crollava in un sonno profondo. Solamente durante i fine settimana ci si poteva ritagliare uno spezzone di tempo per se stessi. Una domenica pomeriggio, subito dopo pranzo, scelsi di trascorrere insieme ad altri colleghi una giornata diversa. Era stata organizzata una gita a Tiro , una città che si affaccia sul mare . Questa città mi incuriosiva molto. Tante volte facendo la strada che porta verso la costa potevo ammirarne il fascino. A Tiro vedevo passeggiare sul lungo mare cristiani e musulmani, sciiti e maroniti, persone dalle diverse razze, etnie, religioni. Tutti insieme, senza barriere, perché qui c'è tanto rispetto e tolleranza verso il prossimo. Una grande lezione di vita da portare a casa .

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Quel giorno, camminando sul lungomare in compagnia di alcuni miei militari, incontrai un bambino povero. Il piccolo mi si awicinò porgendomi la mano rivolta verso su. Capì erroneamente che voleva denaro, ma subito mi accorsi che invece voleva solo mangiare. Lo accarezzai dolcemente ponendo fraternamente la mia mano sulla sua testa. Aveva i capelli talmente duri e sporchi che ebbi subito una sensazione che si trattasse di un bambino trascurato. Vicino a noi c'era un venditore di una pietanza calda tipica del luogo a base di fave e limone. Il bambino mi fece segno che quello andava bene. Chiesi al venditore una porzione di quel cibo. Lo passai subito al bambino, presi i soldi per pagare, mi girai e non ebbi più modo di vedere dov'era finito il piccolo. Svanì come un fulmine tra gli scogli. Tornai in base con quel bambino nel cuore. In fondo , anche se per un istante, anche io avevo reso felice uno dei tanti bambini sfortunati di questa terra. l giorni, dati i numerosi impegni, passavano velocemente. La voglia di riabbracciare la mia ragazza era tanta. Sei mesi sono lunghi e lasciano il segno. La stanchezza si faceva sentire. 23 aprile 2007: il mio viaggio di ritorno lo ricordo limpidamente. Feci il control lo per salire a bordo dell'aereo. Dai vetri dell'aeroporto ho potuto, per un'ultima volta, ammirare la grandezza di Beirut. Mi fermai a parlare con un addetto dell'aeroporto. Salì sull'aereo e la gioia mi riempiva l'anima. l miei soldati avevano lavorato tanto, tutti erano già tornati a casa. Mille erano i ricordi nella mente. Seduto sull'aereo facemmo rotta per la nostra amata Italia. Il Tricolore era con noi. In Italia ci aspettavano per rendere onore al ritorno della Bandiera e degli uomini della Brigata di Cavalleria "Pozzuolo del Friuli". Nella mia coscienza c'era tutto il lavoro svolto in quei lunghi sei mesi. Ero sicuro di aver dato anche il mio piccolo ma grande contributo alla stabilità del Libano. L'abbraccio della tua donna, le lacrime e la gioia di riprendere la vita insieme. Mi è mancato tutto della mia vita in Italia, ma mi rendo conto che qualcosa di me laggiù è rimasto. 22 ottobre 2008: a distanza di due anni, quasi a ricalcare la storia passata, ho ripreso in mano la mia Compagnia, i miei uomini. In ottobre di quest'anno siamo ritornati in pbano. Un'altra sfida da affrontare: contribuire ancora una volta a supportare il popolo libanese alla stabilità, alla normalità, alla Pace. 20 gennaio 2009: ora sono in Libano. Rispetto a due anni fa le cose sono un po' cambiate. La gente ha continuato a lavorare per ricostruire e mettere insieme i cocci di quello che era rimasto. Il Paese ha ripreso i normali ritmi di un tempo. Le strade sono più grandi nonché asfaltate. Quello che non è cambiato invece è la cultura della gente. Per strada si corre senza motivo, tutto è fatto un po' cosi. Un'altra sfida è davanti a noi militari del contingente italiano e della Task Force C4 in Libano. Un'altra volta siamo lontani da casa per portare la Pace nel mondo. Al di là dei meccanismi economici, degli accordi esterni alla Forza Armata, noi rappresentiamo la nostra nazione, noi siamo i soldati italiani. Hariss, Libano del Sud Il Comandante della Compagnia CSC4 Ten. Emmanuele ERRICO _J

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Voi state facendo molto per il Libano, ma forse in pochi sanno cf!e il Libano ha fatto qualcosa per l'Italia, per i terremotati in Abruzzo in particolare. E bello raccontarlo, sapere che c 'è una strada che ricorda uno dei momenti più dolorosi che l'Italia abbia vissuto negli ultimi anni. Cosa chiede ad UNIFIL la gente comune, cosa spera? Cosa fa in Libano un uomo laureatosi in medicina e chirurgia a Padova .. ..

Mettere piede per la prima volta nel Sud del Libano è come affacciarsi, per un momento, in alcune zone della Calabria, del Cilento o della Sicilia. La macchia mediterranea, gli ulivi, gli agrumeti dai colori accesi e i profumi intensi, richiama no atmosfere già conosciute . nche i visi delle persone dai tratti mediterranei sembrano facce già conosciute. In alcuni di questi ho ritrovato quelle di alcuni personaggi del mio paese e della mia infanzia, in tutti , un popolo fiero, di grande cultura, con un grande desiderio di pace. Questa è per me la seconda missione in Libano, e con questa ho trascorso, sommando i mandati, già un anno della mia vita nella "terra dei cedri". La prima missione fu proprio quella di apertura, che vide la Brigata di Cavalleria "Pozzuolo del Friuli" prendere il controllo dell'area di responsabilità a Sud del Litani dopo l'ingresso da parte della forza da sbarco della Marina Militare, nella quale c'era anche un'importante


componente del reggimento Lagunari "Serenissima". A guidare i cavalieri goriziani, allora, il Generale Paolo Gerometta, una figura affascinante, un comandante che tanti avrebbero voluto avere, determinato e rassicurante, un grande professionista. Il periodo di quel mandato fu da ottobre 2006 ad aprile 2007, questo da novembre 2008 a maggio 2009. Un ennesimo Natale e Capodanno trascorsi lontano dagli affetti e con la classica scusa consolatoria per la moglie o la compagna: " ... anche questo è il mio lavoro". Dalla prima missione è cambiato davvero molto, la ricostruzione ha fatto passi da gigante, le rovine della guerra del 2006 sono praticamente tutte sparite. Lungo le strade sono sorte delle case e dei palazzi bellissimi, con marmi, graniti e colonne in stile ellenico. Ville che gli emigrati libanesi costruiscono nel loro paese d'origine per trascorrerei le ferie e un giorno godersi il riposo. Nella zona di Tibnine, dove ha sede il Quartier Generale del Contingente italiano e del Sector West di UNI FIL, la maggior parte degli emigrati hanno cercato fortuna in Sud Africa nel campo delle pietre preziose e, vista la maestosità di alcune di queste ville, credo che abbiano avuto grande successo. Oltre alle case sono stati rimessi a nuovo molti terrazzamenti per le colture e hanno ripreso la produzione di ortaggi che, con dei meravigliosi colori accesi, fanno bella mostra su affascinanti bancarelle che i contadini dispongono lungo le strade. Ultimamente, grazie all'intervento dei nuclei di bonifica del 3° reggimento Genio guastatori di Udine, il proprietario di uno splendido agrumeto ha potuto riprendere la raccolta delle arance e dei mandarini. Il campo era ricoperto di cluster bombs. Anche alcune strade sono state riasfaltate o rattoppate, una di queste, quella che da Al Mansouri porta a Shamaa è stata ricostruita con i fondi italiani e la municipalità ha voluto intitolarla via l'Aquila, quale segno tangibile di vicinanza al popolo abruzzese colpito dal tragico sisma nell'aprile 2009. Abdul Kader Saffeidine sindaco della cittadina, nel rinnovare la vicinanza al popolo italiano ha voluto, con questo gesto, sottolineare quanto sia importante, dopo eventi catastrofici come i terremoti, guadagnare fiducia e iniziare prima possibile la ricostruzione. Nei giorni dell'inaugurazione, gli abitanti della municipalità, hanno appeso a tutti i pali della luce, per tutti e tre i chilometri della strada, il Tricolore italiano. In alcuni di questi pali ancora sventola. Un gesto commovente è stato quando, il 9 aprile, ben trenta sindaci, guidati dal sindaco della città di Tiro, Abdel Mohssen Husseini, hanno fatto visita al Generale Flaviano Godio, comandante del Contingente, per esprimere solidarietà alle vittime del terremoto in Abruzzo. l rapporti con la popolazione sono stati sempre molto cordiali e improntati sul reciproco rispetto . Il così detto "metodo italiano" che contraddistingue i nostri soldati, è basato sulla cordialità , sul rispetto della cultura locale e sulla determinazione, quest'ultima in simbiosi con la professionalità che in pochi anni ha fatto del militare italiano, a detta di molti, uno dei più apprezzati al mondo. Lo scambiare anche poche frasi in arabo, grazie ai corsi che sono tenuti in Italia con il contributo della Scuola Lingue Estere dell'Esercito, l'approfondimento culturale di ognuno di noi, contribuiscono ad accelerare la conoscenza di questa splendida gente che ci ospita. La morfologia del terreno è veramente complessa. Il Sud è caratterizzato da colline e gole profonde attor_j

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no alle quali si snodano strade, spesso impraticabili e numerosi villaggi che, come i paesini dell'Italia meridionale s'inerpicano fra la macchia mediterranea. Il Settore Multinazionale Ovest di UNIFIL, affidato a noi italiani, ha un'estensione di circa 30 per 40 km , delimitato ad Ovest dal mare Mediterraneo, a Sud dal confine con Israele, a Est dal Settore a guida spagnola e a Nord dal fiume Litani, l'antico Leonte, che dà il nome alla missione italiana. In questo quadrato operano circa 4000 militari di cui 2200 italiani e i restanti delle altre nazioni. Assieme ai soldati dell'Esercito, operano anche i Carabinieri e colleghi di Aeronautica e Marina, inseriti nelle varie branche specialistiche del Contingente. Nonostante siano trascorsi alcuni anni dall'inizio della missione, la gente saluta, sorride, si avvicina e ha imparato anche alcune parole in italiano. l bambini sono belli, come sono belli tutti i bambini del Mondo, e i loro sorrisi, i loro sguardi bucano l'anima e ti fanno intensamente desiderare di essere qualcuno in grado di dire basta alle sofferenze e alle guerre. Nasser è uno degli interpreti con cui ho lavorato. Ha studiato in Italia dove ha conseguito una laurea. Il suo viso è sempre stato sorridente e con lo stesso sorriso, ma con gli occhi di ghiaccio mi spiegò, un giorno, che sulle sue spalle di quarantenne sono scivolate dieci guerre e i suoi occhi hanno visto la disperazione delle madri e dei padri che hanno perso i propri figli, o delle mogli che hanno perso i propri mariti. Lui è padre, ha tre figli, e continua a ringraziare gli italiani per la loro presenza, per la loro capacità di garantire sicurezza alla sua gente. Sicurezza garantita anche grazie alla cooperazione con l'Esercito libanese che con grandi sforzi è riuscito , dopo anni di assenza, a riportare lo Stato in un'area del Paese sconvolta dalla guerra fra Israele e le milizie di Hezbollah. Dai colloqui con persone come Nasser si comprendono tanti aspetti che nessun libro può riportare, la passione che ogni libanese trasmette parlando della propria terra e della·propria storia. Ciò che subito viene da chiedersi è come un popolo, talmente eterogeneo, con confessioni religiose diverse, con convinzioni politiche differenti, possa convivere pacificamente lasciando alle spalle un passato fatto anche di lotte fratricide. Eppure il Libano è la terra dove cristian i e musulmani convivono pacificamente, dove chiese sorgono accanto a moschee, dove tutti rispettano tutti. La cosa che mi è rimasta impressa, fin dalla prima missione è questa grande vicinanza all'occidente, soprattutto ai paesi mediterranei nello stile di vita che, qualcuno potrebbe immaginarsi radicato ad una cultura esclusivamente araba, ma i libanesi non sono arabi, sono libanesi, discendenti dei fenici, da cui hanno sicuramente mantenuto la propensione agli affari e al commercio. In ogni villaggio non mancano negozi, anche ben forniti, sono presenti i venditori ambu lanti che con i loro furgoncini , a volte approssimati, percorrono le strade dei villaggi per vendere la verdura, le bacinelle di plastica, le mandorle tenere da mangiare con tutta la buccia. Le ragazze vestono all'occidentale, anche le sciite, che coprono il capo con un fazzoletto, anch'esso in tinta e abbinato al look. La loro bellezza poi è disarmante, cui si associa una femminilità che, a mio avviso, le donne occidentali hanno lentamente perso. Le scuole sono edifici imponenti, ben visibili anche a distanza, e la scolarizzazione è diffusa e di buona .::.1

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qualità. Non è difficile incontrare libanesi che hanno studiato in università italiane, soprattutto medicina, farmacia, ingegneria e arch itettura. Joseph Zaher è l'interprete della Cellula Pubblica Informazione del Sector West, distinto, dai modi gentili ed eleganti, conoscitore di un ottimo italiano e medico chirurgo laureatosi a Padova. Originario del Sud Libano, vive a Beirut con la propria famiglia, che raggiunge il fine settimana al termine del lavoro con i soldati italiani. Si occupa della rassegna stampa libanese e di tradurre gli articoli d'interesse. Un lavoro importante, anche perché subito dopo il suo prodotto arriva sul la scrivania del Generale comandante. Dopo molti anni è diventato il punto di riferimento per tutti i giornalisti libanesi che vogliono contattare il contingente italiano. Ha sempre sottolineato quanto sia simile, secondo lui, la cultura libanese e quella italiana e come le Brigate italiane che si succedono per la missione Leonte, portino con loro le caratteristiche tipiche della regione italiana di provenienza. Con noi della "Pozzuolo del Friuli", proveniente dal Friuli Venezia Giulia, aveva ritrovato un pizzico di quella cultura del Veneto che aveva lasciato a Padova dopo gli studi. Tante volte ha ringraziato per quello che gli italiani riescono a fare per il suo popolo, non solo garantendo quanto stabilito dalla risoluzione 701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma soprattutto la realizzazione d'innumerevoli attività umanitarie, un delicato compito, sia per l'integrazione di UNIFIL e la popolazione locale, sia per la creazione di solide basi per la crescita del paese. Tra queste attività vi sono i Q.I.P. (Quick lmpact Projects) progetti di rapida realizzazione, opere che in breve tempo, almeno quello del mandato di ogni Brigata, devono essere realizzate e contribuire ad alleviare i disagi della popolazione. Il nostro compito , teneva a sottolineare un mio ex comandante , è quello innanzitutto di fare i soldati ma in grado e con le capacità di occuparsi anche di aspetti che non sono tipicamente del soldato. Anche questo, aggiungo, lo sappiamo fare molto bene. La stessa distribuzione degli aiuti umanitari, è-pianificata e seguita, per evitare che cadano in mani sbagliate ma servano a raggiungere lo scopo, quello di "servire". In questo mandato abbiamo collaborato attivamente con l'Associazione Internazionale Regina Elena e la delegazione lombarda del Sovrano Militare Ordine di Malta, due importanti organizzazioni umanitarie che hanno affidato i propri aiuti umanitari nelle mani dei militari italiani per distribu irl i alla popolazione. In ogni caso, in questa visione romantica, i pericoli ci sono e la presenza di UNIFIL serve a scongiurarli. Nella scorsa guerra di Gaza cosa sarebbe successo se i Caschi Blu non si fossero dispiegati massivamente sul terreno? Che cosa sarebbe successo se il continuo controllo del territorio non avesse impedito nuovi lanci di razzi verso Israele? Che cosa sarebbe successo se l'artiglieria israeliana che ha risposto, in pochi minuti, all'attacco subito, non avesse colpito, forse "deliberatamente", delle aree non abitate? Si potrebbe specu lare su questo per tanto tempo, eppure la presenza dei soldati ONU tra cui la maggior parte italiani, ha evitato una escalation di violenze , ha assicurato protezione a tutta la popolazione stanca di guerre. Ten . Biagio Liotti

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ri sofisticate, alcuni di voi vengono applicati in settori ad alta specializzazione. Ci sono biologi, ingegneri, laureati in chimica, avvocati... ma vi insegnano anche a conoscere la storia del Libano? Prima di partire, vi preparate rispetto al contesto socio-culturale che andate ad affrontare? L'Iraq non è l'Afghanistan, il Kosovo non è il Libano. Per di più, non siete soli: lavorate con colleghi di molti altri Paesi. Imparate a conoscerli prima di essere congiuntamente operativi, sapete quali sono le differenze tattiche, strategiche e, elemento fondamentale, quali sono le divergenze e le affinità culturali? ..:.J

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Classe 1982, comandante di squadra fucilieri. Per Claudia è la seconda missione in Libano. Originaria di Napoli si è arruolata nel 2004 nell'Esercito Italiano e dallo stesso anno presta servizio al Reparto Comando e Supporti Tattici "Pozzuolo del Friuli" a Gorizia. Iscritta al primo anno di Relazioni Pubbliche all'Università di Udine.

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Inizialmente una grande curiosità di osservare, da vicino, un nuovo Paese, confrontarmi con altra gente e scoprire le loro usanze, il loro modo di rapportarsi. Mi ha colpito molto il paesaggio, particolarmente suggestivo, dall'alternarsi di colline e grandi coltivazioni nelie poche aree pianeggianti. In particolar modo i bananeti, che dalle discese che conducono al mare, dominano il paesaggio. La cordialità della gente, un cenno di saluto al nostro passaggio non manca mai e questo mi ha sempre riempito di gioia. La consapevolezza che il nostro lavoro è apprezzato e supportato dalla popolazione ci fa sentire speciali, gratificati e anche meno lontani dalla nostra Patria. Oltre ad aver effettuato tutto l'addestramento militare specifico, che è fondamentale prima di intraprendere una qualsiasi missione all'estero, ho avuto la possibilità di partecipare a dei seminari specifici sulla cultura e storia libanese. Questo mi ha permesso non solo di approfondire le mie !Conoscenze sul Libano ma di scoprire degli aspetti della cultura araba che non mi erano noti. !Oltre a questo ho partecipato ad un corso di lingua araba che mi ha permesso di assimilare le frasi di cir-

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costanza ma soprattutto di cimentarmi con una lingua che reputo affascinante ma molto difficile. Ogni giorno utilizzo qualche termine, come il buongiorno, arrivederci, grazie, e ad ogni frase i visi delle persone si illuminano compiaciuti nell'apprendere che un soldato straniero conosca alcune parole della loro lingua. ~tto:

l confrontarsi con eserciti di altri paesi è un valore aggiunto?

Non solo è un valore aggiunto ma un'esperienza professionale fondamentale, soprattutto in questo perio-

,..--~-1,uo di globalizzazione che porta a confrontare le proprie esperienze sempre più spesso con altre realtà militari. In Libano ho la possibilità di rapportarmi con gli altri colleghi del Sector West: francesi, ghanesi,

aveni, sud coreani, malesiani. Tutti indossiamo gli stessi colori e lavoriamo sotto la stessa bandiera, quella delle Nazioni Unite, ma nel contempo manteniamo tutti la propria identità nazionale. Mi è capitaspesso di confrontare le nostre conoscenze militari, discutere dell'equipaggiamento. Una cosa di cui o molto fiera è che tutti, indistintamente, amano l'Italia e le proprie bellezze artistiche.

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Quanto credi sia importante conoscere la lingua araba? L'inglese spesso filtra le lingue e annulla sfumature importanti, non credi? L'inglese però è anche la lingua con cui parli con colleghi di altri eserciti. Chi secondo te è più simile agli italiani? Chi è più lontano in quanto a caratteristiche mentali, comportamentali e anche professionali, strategico-militari?

Credo che conoscere la lingua della nazione in cui si opera sia non solo fondamentale ma arricch isce il nostro bagaglio culturale. L'arabo è una lingua complessa, ricca di dialetti e non facile da imparare, tuttavia le semplici frasi di cortesia e circostanza sono sufficienti per dimostrare la vicinanza e il rispetto ad una cultura millenaria. L'inglese invece è la lingua di servizio, soprattutto in un contesto ONU, ed è indispensabile per la comunicazione con i colleghi degli altri eserciti. In merito alle sfumature, credo che le lingue neo latine siano più complete e colorite a discapito dell'inglese che, a mio parere, è più freddo, sintetico direi. Noi italiani, credo, siamo unici. Ogni popolo ha le proprie caratteristiche che rispetto, ovviamente le culture neo latine hanno caratteristiche simili. Quando si serve sotto la stessa bandiera, in questo caso quella delle Nazioni Unite, le differenze di nazionalità, razza e religione passano in second'ordine e si è tutti sullo stesso piano. 1° Caporalmaggiore Claudia Storti Reparto Comando e Supporti Tattici

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questa domanda rispondo io, perché penso di avere il polso della situazione. Non ritengo che ci sia un collega, a prescindere dal grado, che abbia vissuto negativamente questa misone, parlo ovviamente del Libano. l motivi sono sia di carattere professionale- perché ogni militare vede nella missione il concretizzarsi di tutte quelle attività addestrative che lo formano nello specifico settore e di ordine culturale e umano. Il Libano è morfologicamente, ma anche per tanti aspetti culturali, mqlto simile alle regioni meridionali della nostra Italia. cuni scorci sono simili alla Calabria, al Salento o al Cilento. Alcune usanze, come quella di vendere la tta porta a porta, le si ritrova ancora in molti paesini del nostro Sud. Lo stesso rispetto per gli anziani e per le donne è tipico, a mio avviso, della cultura di noi meridionali (sono originario di Roccagloriosa in provincia di Salerno). Tutti questi aspetti rendono l'esperienza libanese molto più "fluida", nonostante gli innumerevoli impegni operativi e logistici. Ten. Biagio Liotti _j


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figlio, magari piccolo, cosa sign per una donna? possibile? lo credo di sì. credo che seguendo i propri interessi, conoscendo, arricchendosi... una madre ssa essere ancora più preziosa per i propri figli. Ancora più sorridente. Vero?

Classe 1980, alla prima missione all'estero. Originaria di Gioia del Colle (Ba) si è arruolata nel 2005 nell'Esercito Italiano con l'incarico di conduttore mezzi ruotati. A dire di superiori e colleghi, un ottimo conduttore e nelle tortuose e dissestate strade del Libano si ha bisogno di queste qualità. Studentessa in Scienze infermieristiche all'Università di Bari, gli mancano cinque esami alla laurea. Presta servizio in Italia al reparto Comando e Supporti Tattici "Pozzuolo del Friuli" di Gorizia.

erché un militare partecipa alle missioni all'estero, cosa lo spinge?

Una delle motivazioni è la consapevolezza di poter aiutare, in tanti modi, una popolazione che vive in condizioni estreme, abituata e costretta a convivere con la paura, bambini che sono felici nel ricevere una semplice bottiglia d'acqua, donne che rispondono ad un sorriso con occhi segnati da tanta tristezza. Ogni esperienza è qualcosa in più che ci rende sempre più realistici nei confronti della vita e questo sicuramente arricchisce la mia persona. Lascerò il Libano e la sua gente ricordandoli sicu ramente in modo positivo avendo incontrato, in loro, delle persone semplici che, nonostante i disagi, costruiscono giorno dopo giorno un futuro di pace.

In che modo gestisci il momento della partenza? Come vivi l'allontanamento, se pur temporaneo, dai tuoi affetti, dalla tua famiglia, dalla tua quotidianità?


nostalgia. Lei è una parte di me che ho lasciato in Italia ma sono sicura che un giorno capirà e sarà orgogliosa della propria mamma quando le racconterò che è una bambina fortunata e che la mia lontananza è stata dettata dall'esigenza di aiutare altri bambini a cui le favole, i sogni, sono offuscati dalla guerra. Qualunque scelta una persona faccia non è mai semplice ma io l'ho fatta con tanta grinta e convinzione. L'allontanamento dalla mia famiglia l'ho sentito molto meno in quanto il distacco da loro era già avvenuto a 18 anni, quando decisi di spostarmi dal mio paese per studiare e lavorare ed iniziare, così da sola , il mio cammino, orgogliosa di essere quella che sono e delle scelte prese. La mia quotidianità, al contrario, non mi manca per nulla anche perché quest'ultima la creo ovunque io vada , anche qui in Libano. oweuo:

ome affronti le sollecitazioni derivanti da un inevitabile stress durante la missione?

È inevitabile parlare di stess durante una missione all'estero, dovuto ad un continuo ma appagante lavoro svolto giorno dopo giorno, con i miei collegh i ma soprattutto alla mancanza dei nostri affetti che dopo un po' inizia a farsi sentire. In questi mesi, sicuramente, affronterò momenti di stanchezza, di nostalgia ma credo che sia umano. Il rapporto che si crea all'interno della Base, con i colleghi , gioca un ruolo fondamentale nell'affrontare le giornate. Il lavoro diventa meno pesante, il rapporto con loro va al di là degli aspetti prettamente professionali, diventa quasi fraterno e i momenti di intensa attività vengono superati. In particolar modo questi sono alleggeriti dalla consapevolezza di applicarsi per un medesimo scopo, cioè rendersi tutti utili, ognuno per le proprie peculiarità professionali, al fine di alleviare le sofferenze e le difficoltà di un popolo che esce da un lungo periodo di guerre. L'importante è essere sempre presenti a noi stessi e credere fino in fondo allo scopo della nostra missione ..

1° Caporalmaggiore Paola Buompane Reparto Comando e Supporti Tattici "Pozzuolo del Friuli"

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medica specializzata e soprattutto gratuita! In ogni momento ed in ogni circostanza si percepisce lo "stato di necessità" in cui questa gente sta conducendo la propria esistenza, che se da un lato ci stimola a fare di più con i mezzi limitati di cui disponiamo, dall'altro, mette prepotentemente in evidenza quanto sia ancora lunga la strada da percorrere e duro ed impegnativo il lavoro da svolgere. Noi della Forza multinazionale di UNIFIL stiamo cercando di stare realmente vicino a questa gente, però a volte si ha la sensazione di non fare abbastanza o comunque di voler fare di più. Stiamo sacrificando le nostre famiglie , i nostri affetti ed anche qui durante la giornata ci priviamo di quei pochi momenti di tempo libero (se necessario) per svolgere le nostre mansioni al meglio e fornire sicurezza e non solo al popolo libanese. Queste sono sensazioni forti, fortissime che purtroppo difficilmente possono essere descritte o argomentate adeguatamente, rientrano nella sfera personale di ciascuno di noi e dimorano nell'angolo più remoto e per questo difficile da raggiungere. Nonostante tutto a me piace pensare che stiamo contribuendo alla crescita di questo bellissimo ed allo stesso tempo martoriato Paese, alla formazione di un popolo che quotidianamente cerca la sua stabilità, le sue certezze e la cui gente continua a salutarci ed a sorriderei al nostro passaggio. Ed è proprio per questi gesti quotidiani che voglio fortemente credere che i nostri sacrifici e gli sforzi cui ci sottoponiamo, lontani dai nostri affetti e dalla "sacra terra dei Padri", non saranno assolutamente inutili, ma entrano a far parte a pieno di titolo tra tutte quelle cose che creano la coscienza di un popolo, o ancor di più le aspettative e la vita di quei bambini che ogni giorno ci salutano e ci sorridono per strada. Capitano Ugo Proietto Reggimento "Savoia Cavalleria"

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na donna soldato. Secondo me c'è tanta retorica su questo. È vero, l'introduzione delle donne nel vostro mondo è una grande novità, ma è un passaggio che spesso viene vissuto con troppa enfasi, come si parlasse di un fatto assolutamente straordinario, inusuale, sperimentale o sconvolgente. Quantomeno sorprendente. Non è così, anzi. ...

Mi éhiamo Tiziana Falco, sono nata il 28 giugno 1985. Ho vissuto a Saviano, un piccolo paese della provincia di Napoli, dove tuttora risiedono i miei genitori. Provengo da una famiglia modesta composta, da 7 persone. lo sono la terza di cinque figl ie femmine e l'unica che ha intrapreso la carriera militare. Mi sono diplomata nel 2004 quale Tecnico della gestione aziendale- Informatico. l miei genitori avrebbero preferito che continuassi gli studi, ma avevo altri obiettivi. Il 13 settembre 2005 mi sono arruolata come volontario in ferma prefissata di un anno dell'Esercito Italiano. Il 31 ottobre 2005, dopo aver frequentato il corso basico al 235° Reggimento Addestramento Volontari "Piceno" di Ascoli Piceno, sono stata trasferita al Reggimento "Piemonte Cavalleria" (2°) a Villa Opicina (TS) dove sono effettiva tuttora e dove ricopro l'incarico di Esploratore di Cavalleria. Il 28 agosto 2007 ho superato il concorso per volontari in ferma quadriennale. Da ottobre a dicembre 2007 ho frequentato la Scuola di Cavalleria a Lecce e mi sono special izzata in Esploratore Blindo ..:J

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Leggera. Dal 28 novembre 2008 sono impiegata in Libano nell'operazione Leonte 5 con la Brigata di cavalleria "Pozzuolo del Friuli" e lavoro nella Cellula Pubblica Informazione del Contingente italiano e del Sector West di UNIFIL.

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Che cosa spinge una ragazza a scegliere non solo la carriera militare ma anche a essere impiegata nelle missioni italiane all'estero?

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Il sogno di fare un qualcosa che veramente si desidera. Ero piccola quanto vedevo in tv le attività che svolgevano i militari italiani e ricordo ancora quando dicevo ai miei genitori che volevo fare il militare per aiutare anch'io le persone bisognose. Da grande il mio sogno non era cambiato, volevo indossare la divisa, cosl, dopo aver terminato gli studi, decisi di arruolarmi nell'Esercito Italiano. Per una ragazza non è una decisione da sottovalutare, bisogna pensare a tante cose, anche al cambio di abitudini, ma se c'è passione queste sono gli ultimi pensieri. Penso che una ragazza si arruoli solo perché crede veramente in quello che vuole fare ; perché servire la propria Patria in armi, partecipare a una missione all 'estero non è facile, stare lontani dalla famiglia per un lungo periodo è duro, ma la passione ti aiuta tanto, fare quello che ti piace ti fa passare anche la stanchezza di una giornata di lavoro. 1~t:o:

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Il primo Natale trascorso in missione, lontano dagli affetti, lontano dal proprio fidanzato o marito, quali sono state le sensazioni, le emozioni?

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Da quando mi sono arruolata ho sempre trascorso le festività natalizie con i miei familiari e questo è stato il mio primo Natale lontano da loro. Ho trascorso le Feste con i miei colleghi qui in base, abbiamo festeggiato secondo le nostre tradizioni: cenone, panettone e spumante, con la sola differenza che era lontano l'affetto della fam iglia. Quest'anno non ho affatto sentito l'aria natalizia e non posso negare che ci sono stati alcuni momenti di malinconia e non solo, mi è mancata anche la cucina di nonna e il dolce di mamma.

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Qual è il tuo compito in missione? Come ti sei preparata non solo professionalmente ma anche moralmente a questo impegno?

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Il mio incarico è "Esploratore blindo leggera", ma qua in teatro ho l'incarico di segreteria alla Cellula Pubblica Informazione della Brigata di Cavalleria "Pozzuolo del Friuli". Prima di partire c'è stato un lungo periodo di addestramento, pattuglie, poligoni, elisbarco e alla fine alcune esercitazioni fatte durante il Campo d'Arma a Teulada . Devo dire che non mi sono preparata molto moralmente prima di partire, era una cosa che ho messo in conto quando mi sono arruolata. La missione fa parte del mio lavoro, a questo ci si prepara quando si sceglie di iniziare questa carriera. È un impegno importante e anche una bella esperienza di vita. La prima missione è quella che più si attende, quella che non si vede l'ora di partire, quella in cui ci si aspetta di fare qualcosa per gli altri e, quindi, l'unica cosa che si pensa è iniziare, essere "immessi in Teatro Operativo", e non si ha tempo di prepararsi moralmente.

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Sinceramente, non ricordo di aver avuto paura di qualcosa in particolare. Forse mi ha intimorito un po' il fatto di venire in un luogo sconosciuto e non sapere cosa avrei potuto trovare. Mi hanno sempre insegnato che la paura è umana, guai a non averne, ogni soldato deve saperci convivere e gestirla quando si presenta. Ho ovviamente paura della guerra, quella sì. ~tto:

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Tu hai paura della guerra e tu sei un Caporale del Reggimento "Piemonte Cavalleria" ... com'è possibile? Spiegalo a chi, come me, sente una contraddizi.one in questa frase. O i soldati sono solo "soldati di pace" ... ? In questo caso, provocatoriamente ... che differenza c'è con i missionari? ~ ·l ..:..11"3 - c. r. ~-

Chi non avrebbe paura della guerra? Noi militari ci addestriamo a tutto anche ad essere più freddi in certe situazioni, ma la paura è un'emozione che tutti provano, solo che la teniamo ben nascosta, perché in certi casi è giusto fare così, anche per affrontare meglio delle situazioni che si creano sul territorio dove si lavora. l soldati sono, in particolare, portatori di pace, anche se in alcuni contesti si trovano ad affrontare situazioni a cui non vorrebbero mai prendere parte. \

Caporale Tiziana Falco del r:eggimento "Piemonte Cavalleria"

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Un'intera vita vista da Tibnin. Chi me la racconta ... ? Mi chiamo Giuseppe Flebus e sono un maturo e vissuto Maresciallo dell'Esercito Italiano; dallo scorso novembre, per la seconda volta negli ultimi due anni, mi sono ritrovato a prestare servizio nel sud del Libano presso il comando multinazionale della Joint Task Force Sector West di UNIFIL, grande unità _J

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comandata dal Generale di Brigata Flaviano Godio, comandante in Italia della Brigata di Cavalleria "Pozzuolo del Friuli". In questo momento indosso alternativamente due cappelli, il primo è quello di Sottufficiale addetto alla Cellula Pubblica Informazione, mentre il secondo, quello più prestigioso e per certi versi più impegnativo, è quello di Sottufficiale di Corpo della Brigata. In passato la persona che in qualche modo ricopriva incarico sim ile a quello del "Sottufficiale di Corpo" era il "Decano". Spesso questa era un'arcigna e severa figura di anziano Sottufficiale, anzi, era il più anziano fra tutti i Sottufficiali del Reparto. Lui era colui che conservava la memoria storica del reparto, che assicurava il rispetto delle tradizioni, era il saggio che usava il bastone e le carota, non sempre equamente distribuiti, e lo faceva per richiamare all'ordine i giovani e turbolenti colleghi; lui era quello che con un solo sguardo ti poteva incenerire. Ora i tempi sono fortunatamente cambiati, è cambiato il modo di relazionarsi con i subalterni, il livello culturale è accresciuto immensamente .. L'Esercito stesso si è enormemente rinnovato sia nelle procedure sia nei mezzi. Quindi la figura del Sottufficiale di Corpo di oggi è quella di una persona moderna, intelligente e aggiornata, sempre più spesso è un conoscitore di lingue estere e inoltre per ricoprire quella posizione deve riscontrare la stima e l'apprezzamento sia da parte dei vertici che dalla base che rappresenta. Deve essere un punto di riferimento e di esempio per i giovani Sottufficiali, deve attendere giorno dopo giorno alla formazione morale e professionale degli stessi curando, dove necessario, sia l'aspetto formale che il tono disciplinare. Inoltre, non per ultimo, deve essere il principale consulente e collaboratore del comandante su tutto ciò che riguarda la vita e le problematiche dei Sottufficiali del Reparto. Oneri e onori; questo è un incarico che tocca a pochi durante lo scorrere della propria carriera, un privilegio che se fatto seriamente impegna e occupa anche il poco tempo libero disponibile qui in missione. Per i non addetti ai lavori il mio grado, che per esteso diventa "Primo Maresciallo Luogotenente", può sembrare solo una lunga impronunciabile parola e forse per questo motivo alcuni dei miei uomini e delle mie donne mi chiamano affettuosamente alle volte "Luogo", altre volte "Primo", oppure più formalmente "Cavaliere". Il mio referente quaggiù in Libano è un collega ganese, un sorridente, energico e imponente Sottufficiale di colore pieno di medaglie. Lui è il Force Seargent Major (FSM), braccio destro del Force Commander ovvero il Gen. Claudio Graziano, chi comanda tutte le forze dell'GNU presenti nel sud libano. Si legge benissimo dalla sua pastura, dalla sua forma militare che la sua scuola di provenienza è quella inglese. Ogni mese indice una riunione di coordinamento con i vari responsabili del settore Regimental Seargent Major (RSM) ovvero tutti noi responsabili per vari reparti presenti in teatro operativo. In queste occasioni ci incontriamo per discutere i problemi della categoria, del benessere del personale, di tutte quelle problematiche che a vario titolo coinvolgono i militari di ben 30 contingenti internazionali presenti in Libano. Attualmente sono dislocato a Tibnin, un paesino attraversato da una strada troppo piccola per sopportare il traffico di oggi, un gruppo di case buttate lì così , a casaccio, arroccate su di un aspro montarozzo di

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quasi ottocento metri, una collina fatta di rocce carsiche, macerie, case sforacchiate, vegetazione mediterranea e conifere . Davanti a me, in lontananza, s'intravede Tiro, l'antica Sur capitale dei fenici, una delle città più antiche del mediterraneo. Si dice sia stata la capitale del commercio per alcuni millenni. Alle mie spalle, invece, un castello crociato dell'undicesimo secolo vigila silenziosamente da mille anni una valle brulla e incolta; sotto i miei piedi millenni di storia, ah (se queste pietre potessero parlare, chissà cosa potrebbero raccontare) chissà chi le ha calpestate prima di me. È un paese strano il Libano ; per un "vecchio uomo" conoscitore e amante dei viaggi e del Medio Oriente questo è proprio un posto magico. Siria, Giordania, Israele, Palestina sono lì all'orizzonte poco distanti da noi: basterebbero solo poche ore di macchina e sarei a Damasco. Sono posti che mi sarebbe piaciuto visitare in tempi diversi, per perdermi all'interno di qualche "suk", luoghi ricchi di profumi e di odori esotici. Ma bando alle ciance, perché vorrei raccontare un poco del mio passato, di quella parte della mia vita antecedente alla mia partenza come allievo presso la Scuola sottufficiali. Sono in sintesi un soldato che ha vissuto ben due terzi della propria vita , come si diceva una volta, "sotto le armi". Francamente questo concetto non mi rappresenta a pieno, forse sarebbe più giusto dire che ho vissuto due terzi della mia vita immerso in una realtà ricca di regole, alle volte anche severe ma sicuramente regole chiare , in un luogo dove la vita è scandita da ritmi precisi, dove doveri , diritti e compiti sono ben definiti, dove tutto viene scandito da orari da rispettare, da impegni da portare a temine , da parole da mantenere e norme da _j

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onorare, un mondo forse fatto di valori oramai dimenticati, non più di moda e sottovalutati dai più. Ho iniziato quest'antica professione accettando di buon grado quello che mi offriva, le sue regole, i suoi dogmi, la sua disciplina. E stata sicuramente una vita spesso fatta di realtà spartane, fatica, impegno, sacrificio, ma sicuramente una vita ricca di esperienze umane e professionali che se vissute per intero ti gratificano e ti fortificano lo spirito e il corpo. Gli inizi degli anni settanta non erano sicuramente facili e per un giovane. A quei tempi la professione del soldato (leggi firmaiuolo) non era cosa poi così popolare e ambita come lo è in parte ora. lo venivo inoltre dalla periferia, arrivavo da un Friuli certamente non ricco, da una regione produttrice di emigranti e manodopera, ma soprattutto ero cresciuto presso la principale e più comoda "porta d'entrata" che da sempre tutti gli eserciti invasori hanno usato per discendere l'Italia, e fare il soldato, da noi, non era decisamente l'aspirazione massima per un ragazzo di 17 anni. La mia, era una terra a quel tempo priva di industrie, un paese fatto di verdi colline, monti e vallate e ricoperto a macchia di leopardo da miriadi di servitù militari e strutture militari, microscopici avamposti sperduti lungo il confine della vecchia Jugoslavia, piccole casermette piazzate strategicamente in ogni paese, grandi caserme e alle volte immense strutture militari dove coabitavano migljaia di rumorosi e non integrati militari provenienti da tutta Italia. Soldati di leva con pochi "spicci nelle tasche", spesso non motivati a sufficienza. Ricordo che in occasione delle libere uscite invadevano i centri urbani e le piazze dei paesi e i cinema e mentre questo accadeva gli abitanti locali sparivano per alcune ore nelle loro case. Questi erano gli anni

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settanta in Friuli, poca integrazione, scarse opportunità di conoscenza, diffidenza. Erano anni duri quelli! Non ci si poteva certo immaginare come sarebbero cambiate le cose nel giro di soli 20 anni. Ma torniamo al l'oggetto del discutere: perché mai io Friulano, in qualche modo prevenuto nei confronti della "naja", mi sono imbarcato in un'avventura così impopolare come quella di fare il so/dà? Probabilmente ragionando "con il senno del poi" avevo bisogno di qualcuno che mi indirizzasse, forse sarebbe più onesto dire "drizzasse", che mi desse la possibilità di crescere velocemente, mi fornisse le giuste conoscenze e gli stru menti per diventare adu lto e responsabile nel più breve tempo possibile, "magari" com'è successo imponendomelo con una sana disciplina. Fin da bambino le cose chiare mi sono sempre piaciute, pochi fronzoli e molti fatti credo che rendano la vita di un uomo più semplice, più razionale e all'interno di quella misteriosa organizzazione speravo di trovare delle risposte, sapevo unicamente che ognuno la dentro sarebbe stato allo stesso momento comandante e comandato, leader e gregario e questa combinazione di ruoli, a dir la verità, mi incuriosiva molto. Sin da bambino mi è venuto particolarmente facile ed istintivo creare rapporti umani con gli altri e soprattutto farlo in breve tempo. Inoltre il lavoro di squadra non mi ha mai spaventato e le opportunità di mettermi alla prova con la realtà militare era una cosa particolarmente stimolante. Tuttora, a distanza di ben sette lustri dall'inizio della mia carriera militare, cerco di vivere il lavoro con lo stesso slancio e con lo stesso spirito di un tempo. Non nego che molte volte mi è difficile farlo ma mi rifiuto categoricamente di accettare l'avanzare degli anni come un impedimento, o come un limite invalicabile cui non posso opporre resistenza! E così, caparbiamente, pur non dimentico di tutta quella serie di immancabili acciacchi che mi accompagnano come fedeli amici da anni, continuo a "spendermi e a spremermi" finchè mi sarà possibile, come un "sergenti no di primo pelo". Sono ferite dell'anima quelle che mi porto addosso, dolori delle ossa, malanni che il tempo ha inciso profondamente a fondo , medaglie non visibil i incise nella carne che mi ricordano costantemente il mio passato, le mie esperienze e tante altre cose mai rimosse. Faccio parte di quella nutrita sch iera di vecchi soldati giunti alla fine della carriera senza mai aver mollato, soldati vecchio stampo, induriti da anni di sevizio in guarnigione, "avvezzi al duro e antico mestiere delle armi", uomini dal fisico spesso scassato dal freddo e dall'umido delle lunghe notti al l'addiaccio, slavato da interminabili scrosci d'acqua. Vecchi soldati veterani di mille avventure i cui movimenti anche se di giorno in giorno si fanno più legnosi sono armati ancora dallo stesso spirito di squadra. Quando sono stanco, quando sto per mollare, per farmi forza penso a quei "boccia" che hanno fatto le grandi guerre del secolo scorso e allora mi dico "Tire e sburte Bepi no stà a mo/à"! Che tradotto sarebbe come dire "tira e spingi, non parlare, non ti fermare , vai avanti Pino". Indosso l'uniforme da sempre o meglio la indosso dall'età di diciassette anni, da quando un giorno partendo da casa , una vecchia e gloriosa abitazione nel centro storico di Udine, dissi a mia madre: " non preoccuparti vado via per un po', vedo com'è, e poi, se proprio non ce la faccio ritorno a casa". Non fu cosi invece! E lì rimasi! L'Esercito faceva proprio per me e la sua vita mi avrebbe conquistato da lì a poco! Era il 9 gennaio del 1974, ricordo che quel giorno faceva veramente freddo, un freddo pungente, _j

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un cielo grigio, pesante, plumbeo che non prometteva nulla di buono. Ricordo inoltre il volto triste di mia madre che mi vedeva partire, andare lontano, tagliare quel cordone belicale che mi univa virtualmente a lei da sempre. Il suo "puteo il frutuf' quel ragazzino dal viso glabro dall'occhio vispo stava iniziando a percorre da solo la sua strada. Pino andava a fare il soldato, volavia dal nido per farsi la sua vita. , è vero, ero un ragazzino imberbe e prima di partire facevo molte cose in contemporanea, suonavo in un gruppo rock come bassista, portavo i capelli lunghi e facevo mille altre cose belle, ero impegnato nel ciale e frequentavo veramente tanti amici e, soprattutto, tante amiche. E così , mentre i miei amici conuavano la loro vita più o meno spensierata e dissoluta, fatta di studio, festini , e pomiciate con le belle ulette" di Udine, beati loro, io partivano a fare il soldatino. Partivo con tante paure e con una gran curioaddosso, lo facevo armato di una gran voglia di mettermi alla prova, di vedere fin dove sarei riuscito arrivare, fino a che punto sarei stato capace di spingermi e, soprattutto, fin dove le mie forze mi avrebero sorretto. Era una sfida. Da quel momento iniziavo la mia vita da solo, lontano dai miei affetti, responile per la prima volta delle mie scelte. così quella mattina del 9 gennaio, contro il parere di amici e delle varie morose, partii con un treno sganherato e gelido, una seconda classe impregnata di un cattivo odore fatto di bago di sigaretta e di sudore. ------"~..., ..,..,na salito in carrozza buttai la valigia di pelle, che mio padre "giramondo" mi aveva regalato, sul porta ....,r\~cchi e guardando fuori dal finestrino appannato iniziai la mia awentura mentre una Udine grigia svaniva ano piano dietro a quei finestrini appannati o forse solamente sporchi. Durante tutto il viaggio cercai di non nsare al dopo, a cosa sarebbe successo, cosa avrei fatto, d'altronde non serviva a nulla angosciarsi, però me e me mi dicevo: "avrò preso la decisione giusta?". Sarei tornato a casa con la coda fra le gambe dopo chi giorni o avrei resistito a lungo? Come mi sarei trovato in una realtà sconosciuta come quella? Ma a certo punto mi dissi: "perché impensierirsi eccessivamente, quella era un'awentura mica andavo alla

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guerra" e così, con un sorriso ebete e incosciente affrontai l'ignoto che si chiamava SAS, Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo. Ma dove "capperi" era Viterbo? Arrivai, mi caricarono su di un bus e tutto d'un tratto senza quasi accorgermi mi trovai catapultato in universo a me totalmente sconosciuto. Ero finito in un mondo dove tutto era nuovo, odori di naftalina mischiati a detergenti per armi, olio di lino che avrei scoperto poi essere un olio protettivo per i calcioli dei fucili, gli stessi rigorosamente allineati in camera su di una rastrelliera, trombe che suonavano a tutte le ore, richiami e ordini misteriosi. Tutto veniva fatto di corsa, tutti urlavano, la fatica era opprimente, qualcuno che piangeva laggiù, altri che recitavano la parte degli uomini vissuti lassù, i più non avevano tempo per pensare e si limitavano a correre e io che mi chiedevo: "che ci faccio qui"? E poi veniva la sera, distrutti e sfiancati. Dopo la preghiera del soldato ci buttavamo su materassi duri corne sassi, coperti da lenzuola fredde e ruvide come la carta vetrata, materiali che non si scaldavano mai: ma di che cosa erano fatte, di fibra di ghiaccio? Anche le coperte erano strane, pesavano come sassi e non riscaldavano mai abbastanza. Ma ero troppo stanco per lamentarmi e così crollavo in un sonno fatto tutto di cose belle. Non conoscevo nessuno laggiù, praticamente ero fra tanti, ma per il momento ero solo , non conoscevo nemmeno le regole del gioco e tutto correva intorno a me velocemente troppo velocemente, perchè io potessi in qualche modo capire cosa mi stava succedendo, dove ero, chi ero, cosa facevo lì! Un pezzo di vita mi è passato davanti in un attimo, non voglio dilungarmi su quello che è successo in questi brevissimi successivi 35 anni di carriera militare, ma qualche cosa la devo pur sempre dire, in fondo sono stati ben 420 mesi di anfibi e di zaino. Bene partiamo: decine di esercitazioni faticose, estenuanti, interminabili, notti al freddo, notti bianche , abiti bagnati, studio e poi ancora studio, attività addestrative diurne e notturne, corsi di specializzazione, corsi di aggiornamento, corsi di qualifica, prove, valutazioni, esami, centinaia di servizi armati, migliaia di servizi di compagnia e poi ancora esercitazioni, ordine pubblico sbattuti in giro per l'Italia, terremoti, esercitazioni all'estero, missioni estere nei Balcani, in Iraq, in Libano e così via in un moto perpetuo senza fine. · E così senza tediare eccessivamente il lettore arriviamo a oggi , all'inizio di gennaio del 2009 dove, dopo una carriera sempre in salita, perennemente impiegato presso reparti operativi del Nord Est, dopo aver svolto ben 17 diversi incarichi spesso multipli, mi ritrovo per la seconda volta in meno di due anni ad operare per conto deii'ONU nel Sud del Libano. Che bella la vita di noi so/dà! 099tno:

dopo tutta questa esperienza ... che rapporto hai con i giornalisti? Ci si può fidare?

Non provo nessuna "impressione" finché non li conosco di persona, finché non ho modo di passare un po' di tempo con loro, di capire come si muovono sul terreno, di leggere quello che scrivono , di vedere _j

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come lo scrivono. Per esperienza diretta posso dirti che "siamo" uomini e donne con tutti i pregi e difetti disponibili sul mercato, spesso alcuni sono dei professionisti altamente motivati, dei cavalli di razza curiosi , capaci , assetati di notizie, alla ricerca di storie vere, mentre altre volte sono invece degli improvvisati giornalisti di guerra , magari con le scarpe con i tacchi da dodici centimetri , senza una giacca a vento al seguito, privi di uno zainetto con tutto il "survival kif' del bravo giornalista d'assalto, senza una minima conoscenza del mondo militare, dei suoi mezzi, dei gradi, dell'organizzazione. In sintesi a voler essere ancora piÚ chiaro adesso non ho nessun pregiudizio sul giornalista in genere. Dopo alcuni anni di frequentazione e collaborazione ho vinto le mie paure iniziali, anche se una piccola confidenza del passato te la devo proprio fare. A essere sincero, fino a qualche anno fa quando "vi" intravedevo all'orizzonte, stando bene attento a non incentrarvi mai di persona, non dico che vi temevo , ma in un certo qual modo non posso negare che vi guardavo con un motivato sospetto. 1° Maresciallo Luogotenente Giuseppe Flebus Sottufficiale di Corpo della Brigata di Cavalleria "Pozzuolo del Friuli"

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• CONCLUSIONI e pericoloso, svolto a migliaia di chilometri dalla nostra Italia; un impegno che è fatto di delicatezza e di attenzione alla popolazione, di aiuto a donne, uomini e bambini afghani e libanesi in tutti i settori ma anche di rischi elevatissimi, di azioni di fuoco, di agguati e ordigni esplosivi posti lungo le strad~ e, purtroppo, anche di caduti , di giovani che hanno sacrificato il bene supremo, la vita , per adempiere, come dice il nostro giuramento, con disciplina ed onore, ai doveri che il nostro stato di militari richiede. È in questa luce che deve essere letto questo libro; bene ha fatto la Leviti a evidenziare questi flash di umanità reale, vera, che prepotentemente

Il brillante stile curioso e indagatore di una giornalista esperta e appassionata come Letizia Leviti, va dritto al cuore delle emozioni e delle sensazioni che i nostri militari, ragazze e ragazzi anche non giovanissimi, esternano attraverso le loro e-mail dalle varie zone di operazioni; lo stile asciutto e sintetico, ma non privo di passionalità, dei Generali che descrivono il Teatro di operazioni, l'approccio dell'Esercito alle operazioni, l'intricata vicenda libanese, ci ricordano che quelle emozioni, quei sentimenti dolci eppure forti, oserei dire così dolcemente forti, appartengono ad un impegno gravoso, duro

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emerge dalle parole dei nostri ragazze e ragazzi, perché sia ben chiaro che la necessità di portare e, quando è necessario, di usare le armi non deve mai far venire meno la tenerezza di un Uomo, quell'uomo con la u maiuscola che è il vero tesoro e il vero punto di forza del nostro Esercito. Se scontro ci deve essere, sia, i nostri soldati vi andranno incontro con animo sereno e con la consapevolezza di compiere fino in fondo il loro dovere di soldati, ma vicino alla gente che ha bisogno, alla maggioranza della popolazione che è stanca di violenze e sopraffazioni, la forte "tenerezza" dei nostri soldati, quale emerge dalle loro e-mail, la disponibilità a comprendere i bisogni degli altri, unite alla determinazione ad usare le armi, rappresentano un fattore di forza e di successo. Scuole, ponti, infrastrutture di ogni genere per ripristinare una vita civile normale, programmi di ricostituzione di infrastrutture statali, di assistenza alle donne, di sostegno sanitario, sorgono continuamente nelle zone controllate dai nostri soldati; e con questi cresce la sensazione di sicurezza della popolazione, il rispetto della gente, l'Italia, non dimentichiamolo, è la Patria del diritto, il Paese di Cesare Beccaria e la cultura che i nostri mi!itari portano in quei Paesi lontani martoriati da guerre continue è una cultura della legalità, del diritto e soprattutto della collaborazione e della partecipazione di tutti alla crescita del bene comune. In questo libro si è parlato di Esercito, ma è doveroso ricordare ancora che quel che si è detto vale anche per i numerosi militari delle altre F.A. che operano in Afghanistan e in Libano, anche loro con lo stesso coraggio, la stessa determinazione e la stessa umanità e, perché no, anche dei volontari civili che ad ogni titolo, pur con diversità di vedute, operano in quei Paesi. È bello e importante che queste pagine e le testimonianze contenute siano stimolate e

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• introdotte da una giornalista di primo piano quale Letizia Leviti, perché è giusto che l'umanità, le sofferenze, le emozioni, i timori, i pensieri dei nostri ragazzi non siano un fatto esclusivamente relegato nell'ambito della sfera militare. L'Esercito, le F.A. in generale, vivono tra la gente e per la gente, non sono un corpo separato dal Paese che vive di vita autonoma, non avrebbe senso, sono invece un piccolo pezzo d'Italia che opera in territori lontani e che merita la riconoscenza e l'attenzione della società intera. A chi avrà la pazienza e la voglia di leggere questo libro mi piacerebbe chiedere se sente l'umanità dei nostri soldati vicina al suo proprio modo di essere, sono sicuro di sì perché siamo tutti italiani, con la nostra bella e feconda umanità ... e ne siamo fieri!

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