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IRill CC (Q) DAJNJD)(Q) ITIL IMIAilllrllJRill(Q) ®® ANNIT ]])(Q)JF(Q) DallS al 22 settembre 1943 la Divisione «Acqui» confermò a Cefalonia i valori di dedizione e di onore militare del soldato italiano rinnovati ancora oggi dalla testimonianza di un veterano
Gli eventi deJI'8 settembre 1943 trovarono la Divisione «Acqui» nell'isola greca di Cefalonia, nel Mar Ionio. La Grande Unità era agli ordini del Generale Antonio Gandin e il comando
Cefalonia, trasferendole da Santa Maura, Corfù (dove aveva lasciato a presidio il 18° Reggimento di fanteria e il III gruppo del 33° Reggimen to artiglieria) e Zacinto. L'organico comprendeva 525 Ufficiali e circa 11 000 Sottufficiali, Graduati e Soldati, apparte-
era ad Argostoli, il capoluogo isolano. Inquadrata nel XXVI Corpo d'Armata, era inserita a sua vol ta nell'll a Armata del Generale Carlo Vecchiarelli. Quest'ultimo, quando a maggio si era insediato ad Atene, aveva raccolto le unità della Divisione a
nenti al l 7° e al 31 7° Reggimento di fanteria, a l 33° Reggimento d'artiglieria, ai reparti di supporto e servizi, ai Carabinieri e alla Guardia di Finanza. Le Forze Aeree erano poco rappresentate e non potevano garantire alcuna copertura, mentre la Marina ave-
L'INIZIO DELLA FINE
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va in posizione sull'isola solamente alcune batterie, piccole unità logistiche, un MAS (Motoscafo Anti Sommergibili) e due cacciasommergibili. Da parte tedesca, era presente il 966° Reggimento di fanteria d'arresto, agli ordini del Tenente
Colonnello Ha ns Barge. Questa era un'unità agguerrita e ben amalgamata, apparlenente al XXII Corpo d'Armata da monta-
pidamente a Cefalonia e di stroncare facilmente ogni evenluale resistenza. La situazione si faceva di ora in
ora sempre più critica. Al fine di chiarire la situazione come meglio poteva, nella serata dell'8 settembre il Generale Vecchiarelli inviò un messaggio alla Divisione «Acqui» che colpì profondamente le coscienze dei militari italiani. Nel fonogramma si comunicava che «Seguito conclusione armistizio truppe italiane Ila Armata seguiranno seguente linea condotta alt Se tedeschi non faranno atti violenza armata, italiani non, dico non, volgeranno armi contro di loro: non, dico non, faranno causa comune con ribelli né con le truppe anglo-americane che sbarcassero alt Reagiranno con la forza at ogni violenza armata alt... » . I Comandi italiani fecero di tutto per comporre ]e divergenze, tentando di sanare i dissidi ed evitare un conflitto tra ex alleati. Il giorno successivo, però, il Comanda n le dell'l l a Armata trovò un accordo con il Comando Supremo tedesco in Grecia, mediante il quale le tmppe italiane avrebbero consegnato ai tedeschi le armi pesan ti e automatiche, ricevendo in cambio specifiche garanzie per continuare a detene-
gna. La comandava il Generale Hubert Lanz, un veterano della Russia, il quale aveva a i suoi ordini 25 Ufficiali e l 800 Sottufficiali, Graduati e Truppa, tutti provenienti dall'area alpina e dal sud della Germania. In Grecia, tuttavia, i tedeschi disponevano di riserve consistenti - ottimamente armate ed equipaggiate - in grado di affluire raSopra.
Militari italiani catturano soldati tedeschi. A destra.
Postazione controaerea italiana.
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IL RACCONTO DI UN SOPRAVVISSUTO È un reduce di Cefalonia il Sergente Maggiore in congedo Saverio Perrone, nato a Tricarico, Distretto Militare di Potenza, il 6 gennaio 1922. Appartenente al r Reggimento artiglieda controaerei del capoluogo campano, era inquadrato nel 3o gruppo da 75/27 comandato dal Tenente Colonnello Cesare Fiandini e la sua batteria, la 2a, era quella del Capitano Amedeo Arpaia. Dall5 al22 settembre 1943 combatté n ell'isola ionica, vivendo personalmente tutti quei tragici eventi. Tornato in Italia nel 1945, ha deciso di vivere nel paese d el suo Comandante di batteria, trucidato dopo i combattimenti, cercando di alleviare il dolore dei parenti. È una persona sensibile, discreta e riservata. Avverte il rammarico di essere stato privato di tanti Comandanti e Commilitoni, gente operosa e degna come lui. Mentre una lacrima, una sola, sfuggita al suo controllo gli solca il ruvido viso segnato dal tempo, il suo sguardo si allontana come a raggiungere una lontana dimensione, immagini indelebili racchiuse nella mente. Comincia, cosi, a raccontare.
L'IMPREVISTO CHE SALVÒ LA MIA VITA Nei primi giomi del maggio 1940, il 3° Gruppo del 2° Reggimento di Artiglieria controaerei, di stanza a Napoli nella Caserma Armando Diaz, cui appartengo, nella batteria del Capitano Amedeo Arpaia, viene assegnato, quale unità complementare, alla Divisione di Fanteria «Acqui», nell'isola greca di Cefalonia. All'epoca dei fatti, rivesto il grado di Sergente Maggiore. · Nel doloroso giorno dell'8 settembre 1943, il Generale Antonio Gandin, Comandante della Divisione, dopo un penoso travaglio, ci indica la via del dovere ponendosi alla testa della sua unità, contro la Divisione «Stella alpina». Dopo gli scontri, protrattisi per una settimana e oltre, la reazione avversaria ci porta a patire rappresaglie inaudite, che non trovano precedenti nella storia degli Eserciti occidentali. Con il mio reparto partecipo alle seguenti battaglie: Argostoli (15 settembre), Kardakata (16-17-18 settembre), Capo Munta (19 settembre), Dilinata (21 e 22 settembre). Nella tarda mattinata del22 settembre, a causa della sproporzione dei mezzi, la resistenza è spezzata e la Divisione «Acqui» si arrende al nemico impietoso. Ci troviamo a ridosso di Argostoli (località Gragnas) e la mia batteria è ancora schierata sia pure su due soli pezzi. Tuttavia, il Capitano Arpaia rimane imperterrito al centro dello schieramento. Gli aerei si sono allontanati dopo averci massacrati, per giorni, dall'alba al tramonto, per tutta la durata delle operazioni. Avvertiamo solo saltuarie scariche di mitra, non lontano da noi, che individuiamo lungo il Vallone di Santa Barbara e alla nostra destra (castello veneziano). La colonna, proveniente dal Vallone di Santa Barbara, ha raggiunto il ponte sulla laguna argostoliota, mentre il mio Capitano si accorge di essere rimasto solo, giacché tutto il nostro schieramento ha cessato di lottare. Riesce ad avere dal telefonista Bruno Paone da Maida, una sola linea rimasta e parla con il Maggiore che comanda i reparti di marina a terra (pare si chiami Barone ), che laconicamente lo accorrenta sulla situazione, disponendo la resa perché nulla è rimasto più in piedi. Ma i tedeschi sono già nei pressi del caposaldo e noi, in camiciola e pantaloncini, ordinati e a fronte alta die tro al nostro Comandante di batteria, che ci ha guidati per 3 anni e 3 m esi, sia-
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mo collocati a ridosso della casa del Signor Dionisio Tsacarisianos. Di fronte a noi, a destra e a sinistra, vi sono 2 squadre armate di mitra. Ci tolgono orologi e portafogli, ma a me il portafoglio lo lasciano perché è vuoto. Quando il mio Comandante dice a un tedesco ccmain alloggio trinken», senza indugio, un gruppo di tedeschi si porta nell'adiacente casetta da dove, dopo una decina di minuti, ne esce con 2 bottiglie di liquore e un fagottino di sigarette. bttanto, viene verso di noi, dalla salita che mena al ponte, un motociclista tedesco che urla una comunicazione di servizio (tradotta fortunatamente per noi dal Caporal Maggiore Renato Avella, interprete turistico in quel di Napoli), per la quale ci fa grazia della vita. Ma questo ccbenedelto» motociclista non riesce a giungere in tempo al vicino deposito munizioni e viveri del Vll gruppo cannoni da l 05, dove fucilano il Capitano Antonio Valgoi con l'intero suo reparto. Verso le ore 14, suppongo questa sia l'ora, siamo nella Caserma Mussolini, ex sede del Distretto Militare greco. Intanto affluiscono i resti di altri gloriosi reparti, a cominciare da quelli del 17° Fanteria. Solo sentendo ccradio fante », ci rendiamo conto della grande carneficina cui erano stati sottoposti i nostri compagni. n giorno dopo, nel pomeriggio, riceviamo un goccio di acqua potabile. La notte seguente la trascorriamo, unitamente ai miei commilitoni artiglieri, assieme al nostro Capitano. Ammucchiati l'uno sull'altro e , a mano a mano che i ragazzi si assopiscono, il Capitano li accarezza trovando il tempo per dirmi cctienili uniti quanto più è possibile. Se torni, fermati a casa mia per dire ai miei come sono andate le cose qui». Intuiva che per lui stava arrivando il peggio. Sorge l'alba di quel 24 settembre, quando tutti gli Ufficiali vengono chiamati per la partenza verso la Germania. Quasi tutti (non erano stati censiti), si presentano al portale di ingresso dai tedeschi indicato quale posto di raccolta e, nel contempo, tutti noi siamo sospinti dalla parte opposta del cortile. Io mi trovo davanti a tutti. Vedo arrivare una fila di autocarrette SPA e, su ciascuna, vengono fatti salire 8 Ufficiali. Nessun Ufficiale ha una parvenza di bagaglio. Noto il Sottotenente Ferdinando Poma, il Tenente Dante Villella e il Capitano Arpaia, il mio Comandante. Mi slancio allora verso la quarta autocarretta per poterli salutare. D Capitano ha il tempo per gridarmi ccricordati di cosa ti ho raccomandato stanotte». Non mi rendo conto di quanto stia accadendo, allorché due soldati germanici mi chiedono, con sospettosa ed eccessiva gentilezza, di accomodarmi sulla vicina autocarretta per partire. Non comprendo la lingua t edesca e non capisco cosa vogliano da me. Mi accingo a salire sul mezzo, quando dalla tasca della camiciola mi cade il tesserino di riconoscimento militare. Uno dei soldati germanici stanca mente lo raccoglie e legge il mio grado. Dopo una breve consultazione tra loro, vengo spinto a terra con un certo disappunto, mentre mi gridano " Via, via Sottufficiale». L'autocolonna parte e, invece di dirigersi verso il porto, gira verso Capo San Teodoro, dove viene realizzato l'ennesimo, vergognoso e impietoso eccidio. Tutto si svolge esattamente come des c ritto, dettagliatamente , dal Cappellano del 33° Reggimento artiglie ria, Padre Romualdo Formato, nel suo libro <<Eccidio di Cefalonia», che fu presente durante le fucilazioni e raccolse le confidenze e gli ultimi attimi di vita dei condannati. In una calda mattinata del lontano giugno 1945, un giovane (il sottoscritto) denutrito e malvestito, fuggito da un campo di concentramento titino (ma questa è un'altra storia), sta faticosamente raggiungendo la sua terra di Basilicata. Si ferma a Torre Annunziata per assolvere a un penoso e delicato compito, quello di notificare alla famiglia Arpaia che il loro Amedeo non sarebbe più tornato. Nell'approssimarsi a via Maresca, vede una fiumana di popolo che raggiunge la Chiesa Collegiale, ove si sta svolgendo una cerimonia funebre proprio in onore del Caduto. Si accoda al corteo e si ferma in un buio angolo della Chiesa. Quando, all'elevazione, un picchetto di fanteria presenta le armi, chiude gli occhi e fa l'appello degli eroici componenti della batteria <<Arpaia». Ho ce rcato i familiari dei Caduti e ho rintracciato i superstiti ancora vivi. Siamo insieme da 12 lustri e, in parecchi, siamo tornati a Cefalonia per pregare e meditare. Per restare con loro che, pure da morti, ci indicano la via del dovere.
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re quelle individuali, anche nella fase di rimpatrio. Tale messaggio originò molti dubbi s ulla sua veridicità, anche perché trasmesso da una stazione tedesca. LA BREVE ILLUSIONE
Una spiacevole sorpresa atten-
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deva, pw·troppo, i nostri soldati. Il 10 settembre, infatti, il Tenente Colonnello Barge comunicò al Generale Gandin che, in seguito a nuovi ordini ricevuti, la Divisione «Acqui» doveva consegnare ogni tipo d'a1mamento entro le 10 del giorno seguente. Il Generale riunì a rapporto i suoi Comandanti di Reggimento, allo scopo di coinvolgere tutti i com-
p onenti della Divisione. I commenti e le opinioni su lle richieste tedesche erano dei più vari. Il Generale Gandin e la maggior parte dei suoi più stretti collaboratori pensavano proficuo il trattare per una soluzione onorevole, mentre tra i giovani (Ufficiali, Sottufficiali e Truppa) si propendeva per un confronto armato con gli ex alleati.
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Penisola di S. Teodoro: la fossa , presso la «Casetta Rossa», dove furono fucilati la maggior parte degli U/Jìciali della «Acqui» e dove, successivamente, {uro110 ritrovati i resti di marinai trucidati.
L'afflusso sull'isola dei rinforzi tedeschi, iniziato dapprima in forma dissimulata, stava subendo un'accelerazione forzata. Gli accordi prevedevano la sospensione dei rinforzi tedeschi, in cambio dell'astensione da parte italiana da ogni atto ostile. Il Generale Gandin protestò per l'azione arbitraria che rappresentava un'ostilità manifesta e, volendo scongiurare fino all'ultimo uno scontroè importante ricordare che i presidi italiani continuavano a mantenere precise consegne operative e territoriali- e vista la poca considerazione delle sue proteste, chiese al Comando Superiore tedesco di conferire con un suo pari grado. Nuove forze germaniche, intanto, prendevano posizione su Cefalonia. Il primo scontro si verificò la mattina del 13 settembre, quando le batterie dell'Esercito e della Marina aprirono il fuoco su due motozattere tedesche che, entrate profondamente nei loro settori d'intervento con a bordo truppe e cannoni, si dirigevano verso il porto di Argostoli. Le intimazioni di girare al largo non erano state ascoltate. Le due imbarcazioni, sotto il preciso tiro degli artiglieri, furono rapidamente neutralizzate: una fu affondata e l'altra si arrese. La reazione italiana indusse i tedeschi a riprendere le trattative, o almeno facendolo intendere mentre altre truppe giungevano dal continente. Il 13 mattina giunse in aereo ad Argostoli un Ufficiale tedesco, il Tenente Colonne llo Hans Busch, latore di nuove proposte presentate come interessanti: il rimpatrio di tutta la Divisione, completamente armata, ma in una zona occupata dai tedeschi. La stessa notte, il Comando Su-
premo italiano, che aveva ripreso ad operare a Brindisi, ruppe gli indugi comunicando «(di) considerare (le) truppe tedesche come nemiche et (di) regolarsi di conseguenza». Nel pomeriggio del 15 settembre, all'improvviso, Argosteli fu bombardata due volte daiJ'aria. n bombardamento tedeSCO, condotto su vasta scala, segnò l'inizio delle ostilità. UN'ASPRA LOTIA
Le operazioni a Cefalonia s i svolsero in tre tempi. Inizialmente (primo tempo dell'azione) i tedeschi puntarono sulla sorpresa e sulla superiorità aerea. Nei giorni 15 e 16, nonostante l'impiego di 173 Junker 87, i loro attacchi non ebbero successo. Furono fatti ci rca 500 prigion ieri e 6 semoventi con le relative munizioni furono catturati. ll generale Lanz allora, sospese le azioni militari contro Corfù, concentrò gli sforzi contro Cefalonia. Fu a questo punto che il Generale Gandin (secondo tempo del-
l'azione), per sorprendere l'avversario prima dell'arrivo del grosso delle forze, il 17 settembre decise di attaccare. Gravi furono le perdite tra i soldati italiani bersaglia ti continuamente da decine di cacciabombardieri. Scarso e di breve durata (u peraltro l'alleggerimento di un attacco aereo alleato, condotto il 18 sull'aeroporto di Arokos. I tedeschi (al comando dei quali il Maggiore Harald von Hirschfeld aveva sostituito il Tenente Colonnello Barge), quindi, decisero, per il 19 e il 20, di continuare i bombardamenti aerei sulle posizioni italiane, prima di portare nuovi attacchi terrestri. Nell'ultima fase (terzo tempo dell'azione), nonostante le forti perdi te già subite, il Generale Gand in decise, la mattina del 21, di contrattaccare le posizioni tedesche, ma fu bloccato dall'intervento dagli Stukas, i temjbili cacciabombardieri che mentre scendevano in picchi.ata azionavano una sirena che incuteva terrore. I tedeschi allora contromanovrarono, avanzando rapidamente fino
ad avvolgere le forze della Divisione «Acqui». L'Aeronautica Militare, il 21 e il 22, tentò di alleggerire la pressione avversaria. L'accanita resistenza italiana irritò l'avversario, al punto che furono trucidati sul posto i militari che cadevano di volta in volta prigionieri. Il Generale Gandin, nell'impossibilità di continuare a combattere, senza più munizioni né viveri, completamente circondato, il 22 fu costretto a chiedere la resa, anche se combattimenti isolati ebbero luogo nei giorni a seguire. IL MARTIRIO DELLA DIVISIONE «ACQUI»
Dopo la resa, il Maggiore von Hi rsch fe ld incitò i suoi uomini all'eccidio con le seguenti parole: Miei soldati, le ventiquattro ore che seguono ci appa rtengono. L'inferno era appena com inciato. Per tutta l'isola di Cefalon ia, gli s pari ec heggiaron o p er lunghi gio rni e per intere notti. I tedesch i trucidavano gli italiani appena venivano catturati, sulla base di un ordine trasmesso il 18 settembre dal Comand o Sup remo della Wehrmacht. I n esso, infatti s i disponeva c he <<a causa dell'infame e proditorio comportamento a Cefalonia, non dovevano essere fatti prigionieri italiani». Non c i furono dubbi s ulla s ua esecuzione, non ci furon o casi di coscienza pur davanti a un ordine di una barbarie così inaudita. Il martirio proseguì. Le perdite tedesche in combattimento furono 230. Gli italiani persem, durante gli scontri, l 320 uomi ni, a i quali s i aggiunsero poi circa 5 000 militari fucilati al termine dei combattimenti. Successivamente alla capitolazione e rano rimasti in vita 5 035 militari, dei quali 305 erano Ufficiali. Il Generale Lanz chiese disposizioni su cosa farne. n 23 settembre, il Generale Wilhelm Keitel gli trasmise, quale disposizione di Hitler, di trattare i superstiti come prigionieri di guerra , Ufficia li
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esclusi. Questi ultimi - compreso il Generale Ga ndin - furono trucidati la mattina del 24 settembre dietro la penisola di Sa n Teodoro, presso la Casella Rossa. Si risparmiarono gli iscritti al partito fascista, i sudtirolesi, gli Ufficiali medici e i cappellani, vale a dire circa 40 persone. UN TRAGICO EPILOGO
I patimenti della Divisione <<Acqui» proseguirono anche dopo il 24 settembre. Almeno altri l 300 ital iani pedrono in mare, durante il trasferime nto. Feri.te, malnutrizione e disagi fecero altre vittime
Il Generale Antonio Candin, Comandante della Divisione di Fa11teria da montagna «Acqui».
tra i 2 000 superstiti lasciati a Cefalon ia, mentre altri ancora furono deportati in izialme nte in Grecia e, s uccessivam ente, in Germania. Un migliaio di soldati aderì alla resistenza locale, partecipando ad azioni contro il presidio tedesco rimasto sull'isola. I supersti ti fecero ritorno in Italia solamente il 12 novembre 1944. Erano solamente l 256.
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* Giornalista