Osservatorio Strategico
OBIETTIVO SICUREZZA ENERGETICA E POLITICA INTERNAZIONALE I nuovi assetti energetici
fra
conflitt~
e cooperazione
t?Z27RIVIITA naJTARE
&mRIVIITA
narrARE
Direttore responsabile: Giovanni Cerbo Autorizzazione del Tribunale di Roma al n. 944 del registro con decreto 7-6-49
PRESENTAZIONE
"Obi~llivo"
è una pubblicazione a diffusione ristretta, affidata a ricercatori militari in servizio di leva al Ce.Mi.S.S, un vero saggio finale prima del congedo, che nello spirito del Centro, affronta aspetti della realtà internazionale nella chiave della prospettiva futura. La ricerca su "Sicurezza Energetica e Politica Internazionale", è stata presentata il 25 maggio scorso a Gorizia nel corso di una giornata di studio. Essa è opera di giovani militari laureati presso il Corso di Laurea in "Studi Diplomatici e :internazionali" - il primo nel suo genere in Italia nel campo delle Relazioni Internazionali. Nell'ultimo anno, almeno dieci tra i laureati del Corso hanno svolto il servizio m.ilitare quali ricercatori, in conformità all'art. 3 delle Norme di Funzionamento del CeMiSS. - Una scelta personale impegnativa, ma occasione per il completamento civico ed esperienza per svolgere ricerca orientata.
Sono molto grato alla Rivista Militare per aver concesso questa "vetrina" speciale ad una iniziativa del CeMiSS, nvolta ai giovani.
Il Direttore Magg. Gen. Carlo BELLINZONA
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IL QUADRO DI RIFERIMENTO Il termine "sicurezza e11ergetica" è ormai divenuto parte integrante dell 'agenda politica di ogni paese e in particolare di quelli occidentali. In questo contesto, la regione del Medio Oriente-Go{fo Persico, detenendo circa il 65% delle riserve accertate di petrolio e il 40 % di quelle di gas, assume una valenza imprescindibile per ogni paese che basi il proprio sviluppo su ll'energia. Inoltre, il 90% di tali riserve si concentra nel Golfo Persico che, sostenendo un'esportazione di greggio pari al 47% del livello globale, costituisce il fulcro di ogni ana lisi che abbia per tema la s icurezza energetica. È per questa ragione, oltre agli importanti temi strategici connessi con l'area, che devono essere analizzate - le dinamiche politico-economiche legate all'offerta - e le interazioni tra e con i maggiori paesi consumatori al fine di valutare gli aspetti in grado di injlue11zare la stabilità del mercato e la sua capacità di mantenere ed espandere l'offerta di energia. Di conseguenza, la questione centrale per la sicurezza energetica occidentale sarà data dalla garanzia di stabilità dei paesi del Golfo. Nell 'attuale contesto politico-economico, il tema della "politica energetica" risulta collegato essenzialmente a due fattori: a. gli effetti di un prolungato periodo di bassi profitti petroliferi, che ha drammaticamente colpito le economie di tutti i paesi esportatori di petrolio; b. la complessa questione delle sanzioni poste a carico di alcuni produttori chiave nella regione del Golfo. Questi elementi vanno raffrontati alle problematiche struttura li del mercato energetico, con particolare riferimento alla ilomallda futura di e11ergia e alla capacità, per i paesi del Golfo, di mante-
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nere un ruolo centrale nel panorama petrolifero mondiale, di fronte alla sfide delle regioni che si presentano come fonti di nuova produzione. Inevitabilmente, questi argomenti interagiscono con le istanze geopolitiche regionali e comportano effetti rilevanti sia su lla stabilità politica interna degli stati produttori sia sulla situazione economica regionale. È bene dire che, nel discutere di petrolio, si deve fare riferimento sia alla diplomazia tradizionale sia alla più complessa e meno trasparente diplomazia economica, condotta non solo dagli stati e dalle 0.1. ma anche, soprattutto, da compagnie petrolifere, soggetti finanz iari, società multinazionali. Terreno di scontro e, al contempo, metro per valutare la potenza nazionale è, per tutti, il mercato. Naturalmente, con questo non si vuole affermare una presunta preminenza della sfera economica su quella politica dal momento che non esiste risorsa più politica del petrolio. Tuttavia, il cont~sto in cui ci muoviamo dimostra che le antiche affinità etniche o rel igiose svaniscono di fronte alla possibilità di eliminare la concorrenza. Non a caso, con un termine preso a prestito dalla teoria dei giochi, le relazioni petrolifere vengono descritte come un gioco a somma zero: il guadagno di una coalizione o di un soggetto corrisponde esattamente alla perdita totale deli 'altro.
Politica e idrocarburi: i paesi "affidabili" e gli investimenti intemazionali Un primo approccio alla relazione "petrolio-politica" riguarda l'entità delle risorse. Il vo lume delle riserve commercialmente sfruttabili è un punto critico su cui si basano non solo le prospettive delle economie locali, ma anche la maggior parte delle strategie politiche che consolidano le relazioni importatori-esportatori. Le due crisi petrolifere degli anni ' 70, seguite a ll a tensione arabo-israeliana e alla rivoluzione islamica in Iran, hanno prodotto le più importanti recessioni dai tempi della grande depressione, provocando le uniche due riduzioni nel volume degli scambi internazionali dal 1945 ad oggi.
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Gli analisti ritengono che, nei prossimi anni, la necessità di risorse energetiche aumenterà considerevolmente. L.:incognita decisiva per l'industria petrol ifera è, quindi, quella di sapere se potrà realizzarsi un incremento nella produzione di greggio da parte di quegli stati che, fi no ad ora, hanno garantito una sufficiente stabilità e credibilità politica (come quelli appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo - CCG). Da un punto di vista politico, questo risultato potrà essere ottenuto solo in condizioni di stabilità, interna e internazionale. Da quello commerciale, invece, l 'aumento dell'offerta da parte di questi paesi dipenderà, in grande misura, dagli investimenti che verranno attuati nel contesto delle nuove capacità produttive. Naturalmente, ciò potrà avven ire solo se gli investitori, principalmente compagn ie e consorzi occidentali, potranno ottenere un ritorno commerciale in presenza di un margine di rischio politico accettabi le. Questo è un problema che coinvolge tutti. Paesi ritenuti affidabili , come Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, e paesi, attualmente al "bando,, i ran, Iraq e Libia in primis. A tale fine, i produttori del CCG stanno cercando di promuovere una politica di stabilizzazione del mercato per rassicurare i consumatori e, soprattutto, per cercare di attrarre gli investimenti esteri necessari per le nuove esigenze infrastr utturali. Nel campo energetico, il mondo post-bipolare, ancora incerto nei suoi allineamenti diplomatici, appare ancora meno definito se si tiene conto delle complicate realtà energetiche medio-orientali. Gli allineamenti politici del Golfo, infatti, risultano improntati ad un modello di "balance of power'', caratteri zzato da una politica di contrappesi, che di fatto "offre" agli stati esterni alla regione notevoli occasioni per interagire nell 'area del Golfo e di trovare alleati, scongiurando, così, la prospettiva di un fronte unito dei produttori a fini politici.
Il Golfo in crisi e il ruolo USA In seguito ai recenti svi luppi del mercato petrolifero e delle questioni legate agli embarghi, il paradigma della dipendenza dell'occidente dalle risorse energetiche si è quasi capovolto. Infatti,
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sono gli ·esportatori di petrolio e, in modo particolare, quelli del Golfo, che devono fronteggiare i più seri problemi di sicurezza energetica. Essenzialmente, le due sfide che caratterizzano questo panorama sono così poste: a. la prima riguarda l'assicurarsi uno status defin ito e certo nel mercato energetico futuro; b. la seconda concerne la riduzione della dipendenza dai profitti petroliferi, la quale si è rivelata, negli scorsi decenni, estremamente illusoria ed econom icamente "perversa". I trend assoc iati con la prima questione sono numerosi e riguardano l'affermazione dell 'alto livello tecnologico richiesto a tutti i settori del commercio de ll'energia. Mentre le economie dei paesi industrializzati sono riuscite ad imboccare la strada della diversificazione, così non è stato per i paesi esportatori. In questa prospettiva, l'obiettivo strategicd dei paesi del Golfo, volto a prolungare l'importanza del petrolio come risorsa energetica e, contestualmente, a enfati.zzare il ruolo della regione, è nettamente prioritario rispetto all'obiettivo della diversificazione; il trend è sostenuto dal fatto che questa regione rimane in grado di influenzare la velocità e la portata di molti cambiamenti struttural i a livello globa le. Tuttavia, si tratta di uno scarso risultato, dal momento che il baricentro della scena petrolifera mondiale si è spostato ad Ovest del Golfo Persico, almeno in termini politici. Questo risultato è stato ottenuto grazie ad un 'accorta linea politica portata avanti dagli Stati Uniti, i quali hanno adottato una strategia a due tempi: a. prima hanno rotto il fro nte dei produttori, peraltro già divi so da riva lità po litiche interne (la lotta fra Iran e Iraq per la supremazia nel Golfo, lo scontro sulla leadership ideologicoreligiosa nel mondo islamico fra Arabia Saudita e Iran, le interminabili dispute sui confini , etc); b. poi, mettendo in campo il proprio sistema-paese, composto di garanzie militari per la sicurezza dell ' area e di investimenti, sono riusciti a legare i propri interessi nazionali a quelli dell 'Arabia Saudita, maggiore produttore di petrolio e leader ne li ' OPEC.
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I vantaggi per la monarchia saudita sono evidenti: ruolo centrale del proprio petrolio nel mercato globale, sicurezza per uno status nel panorama internazionale, non solo nella produzione, ma anche in altri comparti finanziariamente convenienti, protezione militare contro minacce dirette e indirette. Per gli USA, invece, il guadagno principale segue due binari, uno regionale e l' altro globale: nel Golfo, Washington ha ottenuto quello che tutte le dottrine strategiche americane auspicavano dagli anni sessanta in poi: una presenza militare stabile nell 'area; neppure il Presidente Reagan era riuscito ad ottenere un coinvolgimento simile. Questo •risultato è stato raggiunto, invece, dall ' amministrazione Bush grazie ad un accorto crisis management prima e dopo la guerra Iraq-Kuwait. A livello globale, gli USA, grazie ali 'alleanza con il fronte dei produttori moderati, che fa perno sul! 'Arabia Saudita ma che conta anche i paesi non membri OPEC (Messico, Norvegia e Gran Bretagna) oltre a Venezuela ed Emirati Arabi Uniti, riescono a condizionare gli assetti energetici interna~ionali garantendo così la sicurezza del! 'offerta e la riduzione del potere di ricatto dei produttori meno "malleabili ". Tuttavia, è bene non farsi ingannare da facili ottimismi riguardo alla situazione appena descritta. La politica p etrolifera ha insegnato all 'Occidente che, se gli assetti energetici consolidati, del mercàto e delle alleanze, variano lo fanno in maniera molto pericolosa per i paesi occidentali.
Scenari di destabilizzazione Le preoccupazioni occidentali hanno convenzionalmente incluso nella valutazione dell'impatto sull'offerta i conflitti regionali interni, i pericoli per l' emergere di un attore egemone nel Golfo Persico e le crisi petrolifere simili a quelle del 1974 e 1979. Tali timori includono anche valutazioni riguardo la capacità della domanda di determinare incrementi dj produzione, la capacità di surplus e, soprattutto, se tali elementi possano portare il ·prezzo a un livello insostenibile.
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Precisamente sono stati individuati tre tipi di scenari di possibile destabilizzazione: l) lo scenario di interruzione del flusso energetico dal Golfo è il peggiore prevedibile p er i paesi occidentali. Al di là d eli' incertezza sulla quantità dei flussi, nei prossimi annj, i paesi del Golfo avranno la possibilità di incrementare o di ridurre l' export, agendo quindi da stabilizzatori/destabilizzatori del mercato. La chiave di volta dell 'intero sistema rimane lo stretto d i Hormuz, in cui transitano più di 14 mil ioni di bari li al giorno diretti verso il Giappone, l'Europa e gli Stati Uniti. Sotto questa luce si legge anche la questione delle isole Abu Musa e Tunbs, occupate dall' Iran. La chiusura dello stretto richiederebbe l' utilizzo di vie alternative con altissimi costi di trasporto. Anche in questa situazione, la capacità di trasporto alternativa non sarebbe, comunque, sufficiente raggiungendo secondo alcune stime appèna 7 milioni di barili al giorno. Altri scenari simili, anche se di portata minore, riguardano gli stretti di Malacca, Bab el-Mandeb, e la costa angolese. 2) Il secondo scenario riguarda le guerre asimmetriche, i conflitti classificati come low-level e gli attacchi ai convogli petroliferi. r..:occidente si è già confrontato, con esito positivo, almeno in termini militari, con queste sfide. Attualmente, il rischio maggiore è rappresentato dalla proliferazione di quei sistemi d'anna capaci di far evolvere lo status politico mil itare di un paese che intendesse minacciare gli approvvigionamenti. 3) terzo scenario di crisi riguarda il cosiddetto "power vacuum "; questo scenario coinvolge sia i paesi impegnati politicamente e militarmente nella regione, soprattutto gli USA, sia gli stess i paesi produttori. Il caso iracheno è emblematico: l'ipotesi di un suo smembramento avrebbe incoraggiato le pretese iraniane sugl i sciiti del sud dell' Iraq, quelle turche sul nord e, soprattutto quelle curde, su una vasta area comprendente la parte orientale dell'Anatolia, il nord d eli ' Iraq, compreso il distretto petrolifero di Kirkuk, e ampie zone dell ' Iran. Il risultato, in termini di sconvolgimento dello status quo petrolifero, sarebbe stato peggiore dell'invasione irachena del Kuwait.
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Elementi di economia del p etrolio Parlare di petrolio significa entrare nelle tematiche dello sviluppo economico globale e delle relazioni internazionali. Attorno a questa risorsa naturale, non rinnovabi le, ruotano, spesso sovrapponendosi e intluenzandosi a vicenda, il funzionamento dei sistemi produttivi nazionali sempre più globalizzati e alcune cruciali dinamiche delle relazioni politico-economiche internazionali. Nonostante le varie crisi che banno scosso quello che chiameremo "il sistema del petrolio", la rilevanza economica, politica e geostraregica dell'oro nero appare, oggi, più forte che mai: è proprio per questo che alcuni preferiscono l'espressione di oil power. La questione della rilevanza economico-strategica dei petrolio viene di solito amplificata dai mass media nei momenti di crisi, ma essa è una costante, un dato strutturale delle relazioni politico-economiche internazionali, che deriva dal contemporaneo verificarsi di alcune caratteristiche: • Il petrolio è una risorsa naturale non rinnovabile, cioè presente nel sottosuolo terrestre in quantità finite e quindi destinata ali 'esaurimento. A ciò si aggiunge che la trama degli accidenti geologici, geografici e storici ne ha concentrato le più cospicue disponibilità in alcune aree del pianeta (Peniso la Arabica in primis) che attualmente non corrispondono 'ai Paesi più sviluppati a cui, invece, si riferiscono le quote di maggiore consumo energetico; • nonostante l'enfasi crescente data all'efficienza energetica', alla salvaguardia dell 'ambiente e alla necessità di promuovere l'utilizzo di fonti energetiche alternative e/o rinnovabili (energia eolica e/o solare), lo sviluppo tecnologico non è stato sinora in grado di offrire alternative credibili, cioè efficaci dal punto di vista chimico-fisico ed economicamente competitive ai combustibili/ossi/i. Si aggiunga il fatto che il petrolio è la materia prima fonda-
' L'efficienza energetica è di solito misurata come quantità di energia impiegata per una data unità di Pii prodouo.
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me ntale per prodotti come p lastiche e fertili zzanti, combustibile in alcuni casi non sostituibile (ricordiamo il kerosene degli aerei). Tra i combustibili fossili, accanto al petrolio troviamo il gas e il carbone. Si potrebbe parlare a lungo delle prospettive di crescita e di impiego di queste risorse naturali; è certo che si assisterà a un aumento in valore assoluto della produzione e del consumo di ciascuna di esse, con una crescita relativa più significativa per il gas, percepito come combustibi le più pulito, e per il carbone, indicato da più fonti come il vero protagonista del XX secolo, tenendo conto delle enormi riserve a disposizione. D a un punto di vista strategico, la situazione regionale è ancora condizionata dalla guerra del Golfo. In quell'occasione , infatti, la singolare coalizione fra stati arabi e potenze occidentali fu motivata essenzialmente dal fatto che un singolo stato aveva avuto la prete~a di sconvolgere unilateralmente il precario assetto energetico medio-orientale, cercando di diventare produttore egemone. La coalizione tra Occidente e paesi arabi, insieme alla politica di diversificazione geografica, sembrano essere la risposta ad un tasso di interdipendenza petrolifera che, nelle previsioni, tenderà a crescere fino al 2020 per effetto della crescente domanda dei paesi asiatici. L'analisi geopolitica relativa al mercato energetico mondiale deve necessariamente prendere in considerazione un dato di fon damentale importanza: la collocazione geografica della domanda e dell'offerta. Tali fattori devono, poi, essere posti in relazione con una caratteristica specifica del settore energetico, ovvero la sua omogenea unificazione globale. Questo, in sintesi, vuole significare l 'interdipendenza dei mercati energetici, ovvero La connessione globale del settore, anche se, geograficamente, distribuita su aree distinte. La forte influenza del settore energetico sull'economia sottolinea la necessità di sviluppare un'articolata serie di progetti geostrategici per il contenimento del potenziale di crisi da un
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punto di vista economi co e strategico. La diversificazione relativa alla creaz ione di "ca nali da approvvigionamento sicuri", accompagnata ad una stab il izzazione controllata de ll e aree di produzione, rappresenta il primo fondamentale strumento operativo per il controllo e la gestione delle cris i ene rgeti che. L'esperienza degli anni ' 60 e '70 in termini di approvvig ionamento energetico ha insegnato a lla maggior parte de i paesi occidentali che è opportuno sviluppare un sistema di sicurezza basato essenzialmente sull 'approntamento di un efficace sistema di scorte e sul la gestione diversificata del mix energetico, ins ieme ad un impegno diretto nel mantenimento degli equil ibri regionali. Fino ad oggi, questo non è servito alla prevenzione de lle crisi locali, ma ha garantito, in situazioni di crisi, un 'abbondante livello di offerta globale. Complessivamente, quindi, l'importanza che riveste la dipendenza mondiale da specifici mercali potenzialmente destabilizzanti per l'in/ero sistema economico e/o per singole aree melle in Luce come la politica di controllo sull 'approvvigionamento sia stata esercitata localmente sulle aree a maggiore capacità produttiva, senza riguardo alla destinazione finale del prodotto. Questo alfine di manìenere costante i volumi energetici necessari al fabbisogno globale. Tale controllo ha anche incluso una strategia di contenimento politico e produttivo voilo a limitare il potenziale di rischio connesso con l 'adozione di politiche locali autonome o svincolate dagli assetti energetici consolidati. Questo è stato realizzato attraverso una slrategia atta a controbilanciare il tasso di interdipendenza energetica, sviluppando il mercato relativo ai beni di prima necessità destinato ai paesi produttori e creando, così, una compensazione commerciale idonea al mantenimento degli equilibri. In questo contesto, le misure di embargo, in quanto espress ioni di una logica intrinsecamente politica, forniscono lo spunto per un 'anali s i e un giudizio sulla loro opportunità a partire dalla re lazione esistente fra i costi conn essi alla loro rea lizzazi one e i ben efici portati ai singoli stati e al sistema in-
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ternazionale nel suo complesso. Parlare di analisi di costo-beneficio con riferimento a questa realtà è, tuttavia, riduttivo e fuor viante poiché si tinge politicamente una decisione economica e si pone in evidenza una razionalità comportamentale che talvolta gli attori non possiedono. Ove lo si valuti in termini di possibilità di accesso alle risorse, il ricorso a politiche di restrizione commerciale si traduce, infatti, sempre in una perdita netta, sia per il paese colpito, sia per i suoi ex partner commerciali, sia, infine, le per la comunità internazionale nel suo complesso.
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IL RIDIMENSIONAMENTO DEL RUOLO POLIT ICO DELL'OPEC
Petrolio, OPEC e relazioni internazionali Il netrolio, vero propellente dell' impetuosa crescita economica di questo secolo e, in particolare, dei "vent'anni gloriosi" che seguirono il secondo conflitto mondiale, è destinato a rimanere la risorsa e nergetica più utilizzata dal sistema produttivo mondiale. La posizione di top priority del petrolio nelle agende politico strategiche degli stati importatori è data quindi dal fatto che esso è componente essenziale di quella scatola nera dei sistemi economici che corrisponde al sistema energetico; a tale aspetto di sicurezza energetica degli importatori è indissolubilmente legata la crucialità del petrolio per i produttori-esportatori, che ottengono dali' oro nero rendite e royalties. che vanno a costituire gran parte dei redditi nazionali. I..:estrema 'rilevanza di questa materia prima ne spiega due caratteristiche:
• ' La sua natura di hot issue nel sistema delle relazioni internazionali e il fatto che le crisi petrolifere finora succedutesi (shock del 1974 in seguito alla guerra arabo israeliana del 1973; shock del 1980 in seguito alla Rivoluzioni Islamica in Iran del 1979; shock del 1990-91 in coincidenza della guerra del Golfo) siano avvenute in coincidenza di gravi crisi internazionali; • il parziale successo, tra luci e ombre che tenteremo di illu-
strare, del tentativo di cartellizzazione costituito dall'OPEC, di fronte ai fallimenti di tentativi analoghi per altri prodotti e materie pri me, oggetto di rilevanti scambi internazionali. D i seguito tenteremo, per l'appunto, di riannodare l~ fila della complessa trama politico-petrolifera nel sistema Medio Oriente Golfo Persico, tentando di identificare i principali attori in gioco,
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delineandone le strategia, e dare una spiegazione dell'attuale congiuntura di rialzo dei prezzi, fornendone una chiave di lettura nuova, di natura più economica che pol itica.
L'OPEC2, cartello dei produttori petroliferi 11 sistema petrolifero mondiale è costituito da una seri e di attori che poss iamo qui riassumere: i paesi produttori-esportatori, i paesi consumatori-importatori e le g randi compagnie petrolifere operanti su scala globale (s i veda tabella l in allegato). L'OPEC annovera tre tra i primi dieci produttori mondiali di petrolio. Tale considerazione oscura però il fatto che ai paesi aderenti al l'Organizzazione è attribuibile la vendita di circa il 70% del petrolio commerciafo a livello internazionale (acquistato per la maggior parte dai paesi del 07) 3• Se consideriamo , poi , gli scenari energetici futuri , la centralità deli'OPEC mi surata come "somma delle futu re produz ioni dei paesi membri", ne è ancora più esa ltata. Nonostante l' ingresso di nuovi paesi produttori sulla scena petrolifera mondiale, a ll a fine degli anni Settanta, (su tutti Norvegia e Regno Unito) e l'entrata in gioco di aree come il Mar Caspio, a tutt'oggi s i concentrano, Ilei Paesi OPEC, quasi i due terzi delle riserve accertate di greggio. Nel medio-lungo periodo è perciò im pensabile impostare le politiche di approvvigionamento energetico e degli idro·carburi prescindendo da questi paesi ed in particolare, da quelli collocati ne ll 'area arabo islamica.
' Vcnula alla riballa nel 1973 (primo shoc k pelroli fcro). I'OPEC avevo vi~lo la luce già nel seuembre 1960. nel corso della conferenza di Baghdad. Tra gli obieuivi lil\~ati: il coordinamcmo delle poliliche petrolifere dei paesi membri. per assicurare prezzi swbili c giusti ai produuori. la fomilura regolare c secondo crileri di efficienza ai produuori. un giuslo lasso di rendimcnlo del capilale inveslilo. L'organizzazione ha auualmcnlc il suo quarticr generale a Vicnna. dove si riunisce due volle all'anno in sessione ordinaria il suo organo isliluzionale. la ConferenLa dei Ministri del Petrolio. ' Si rimanda alle tabelle in appendice.
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A tale proposito (cfr. tabella 2 in a ll egato), appare evi dente che, nonostante l 'aggiunta di nuovi paes i a quelli fo ndatori , il cartel lo non abbia spostato il proprio baricentro dal Golfo Persico. Più specificatarnente, emerge la forte caratterizzazione araboislamica\ con la sola eccezione del Venezuela (pur nel novero dei membri fondatori), non dimenticando le differenziazioni interne aii'Islam (sciiti e sunniti, Islam arabo e Jslam periferico e così via).
Appare perciò evidente che le dinamiche interne del cartello andranno collocate principalmente nel sistema delle relazioni internazionali intra-area, alla luce di dinamiche cooperative e/o conflittuali. Parimenti, il funzionamento del cartello e la sua gestione andranno esaminati tenendo conto dello status e dei rapporti intrattenuti da ciascuno stato in seno alla comunità internazionale, in particolare vis-a- vis gli Stati Uniti e l'Unione Europea . Questo, per correggere la visione distorta de i paesi consumatori e dell 'opinione pubblica che tendono a guardare aii'OPEC come a un blocco monolitico, ritenendolo il solo responsabile dell'aumento de i prodotti petro liféri e de lla benzina. Non a caso, l'OPEC riporta alla memoria co llettiva soprattutto le misure draconiane prese in occasione delle crisi del 1973 c del 1979.
Un cartello vincente? I.:O PEC è stato a lungo indicato come un esempio di successo nella :formazione di cartelli di materie prime ( tra le a ltre, il rame). Ta li cartelli permetterebbero di migli o rare le ragioni di scambio di materie prime e derrate al imentari. Varie furo no le reazioni a ll a luce dell ' iniziale successo dell ' OPEC. Alcuni parlarono di una minaccia da parte del cosiddetto Terzo Mondo.
• Anche se. ricordiamo. l"lndonesia è attualmente il paese islamico più popoloso.
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Il successo dell'OPEC nella quadruplicare il prezzo del petrolio fu dovuto a una serie di circostanze favorevoli. Vi era una situazione particolarmente propizia sul lato dell'offerta: in occasione della terza guerra arabo-israeliana del 1973, i paesi arabi attuarono l'embargo nei confronti dell'Occidente mentre lo Shah di Persia cavalcò la situazione per moltiplicare il prezzo del petrolio all'esportazione. Proprio nei mesi precedenti lo scoppio della guerra, la domanda di petrolio e di altre materie prime era fortemente cresciuta. Da parte dei paesi produttori di petrolio non vi era più una disponibilità di riserve con cui coprire gli enormi deficit nei confronti dell'Occidente e, inoltre, il prezzo del petrolio era davvero molto basso, del tutto lontano dal suo valore di mercato. La crisi dell'energia era, in verità, cominciata prima, allorché gli Stati Uniti misero in produzione a pieno ritmo i propn giacimenti petroliferi. In tal modo si,privarono della possibilità di ricartello OPEC il controllo decorrere alle riserve e lasciarono cisivo del mercato mondiale del petrolio. I cartelli hanno la for:te tendenza ad auto-distruggersi: la loro sussistenza richiede la presenza di un grande produttore con un eccesso di capacità, che possa instaurare la disciplina. Questo produttore principale può influenzare in maniera decisiva i prezzi mondiali, aumentando o diminuendo l'offerta aggregata. Verso il 1973 questa posizione di preminenza era passata dagli Stati Uniti al sovrano dell'Arabia Saudita. Di conseguenza i sauditi dominarono il mercato mondiale del petrolio per oltre un decennio. Ricorrendo ad aumenti o diminuzioni della produzione, essi mantenevano in vita il cartello e influenzavano i pretzi mondiali. L'Arabia Saudita, in sostanza, faceva operare il cartello in vista
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dei propri interessi nazionali e di quelli di qualche altro produttore. Il ruolo deli'Arabia Saudita Nei primi anni Ottanta, l'influenza dei sauditi sul cartello iniziò a declinare mentre le sorti dell 'OPEC si rovesciavano. Il successo delle misure messe in atto per contenere i consumi, l'ingresso nel mercato di produttori estranei all'OPEC, soprattutto del Messico e della Gran Bretagna e la recessione mondiale ridus-
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sero fortemente la domanda mondiale di petrolio. Nello stesso tempo era aumentata la produzione totale in quanto i singoli produttori cercavano di fronteggiare la caduta degli introiti che ricavavan0 dal petrolio. La successiva riduzione del prezzo del petrolio dal livello di 35 dollari al barile a un minimo di circa 12 dollari, registrato nell'estate del 1986, spinse i sauditi a un cospicuo aumento di produzione per provocare un crollo dei prezzi e, quindi, per ristabilire la loro influenza nell'ambito del cartello. Anche se i cartelli di materie prime hanno avuto più o meno successo nell'aumentare o mantenere il livello dei prezzi, sembra che non ci sia nessun'altra materia prima con le caratteristiche del petrolio. Sono disponibil i dei sostituti per quasi tutte le altre materie prime e, per di più, la domanda mondiale per molte di queste è diminuita grazie all'innovazione tecnologica. Ma, ciò che è più importante, non esiste nessun singolo produttore che, come l 'Arabia Saudita, possa controllare l'offerta e quindi il prezzo. A questo punto, la domanda da porsi è se esista o meno una vera strategia politica ed economica deWorganizzazione che vada oltre la semplice somma delle quote di produzione e di vendita sul mercato mondiale di ciascun paese membro. La diretta conseguenza del ru~lo giocato dall'OPEC nel controllo delle riserve di petrolio, e la conseguente politica di determinazione dei prezzi e delle quantità da immettere sul mercato, provocarono una violenta reazione dei paesi OECD che si concretizzò, come già indicato, nella diversificazione geografica degli approwigionamenti e nell'individuazione di nuove fonti di energia. Già nel breve periodo, il cartello dell'OPEC si trovò costretto a fronteggiare una notevole pressione derivante dalla sostanziale diminuzione della domanda. Il valore del greggio, che aveva raggiunto nel febbraio 1981 i 34 dollari al barile (contro il 23,2 del 1975), diminuì drasticamente sino ai l 0,34 dollari nell'agosto 1986. Il 1981 rappresenta, quindi, l'anno di svolta nella concezione del mercato petrolifero. 5 I paesi dell 'OPEC
' v. Middle East Economie Survey, OPEC Faces the Future, Basym ltaym Pub., Nicosia, 22 Gennaio 1999, pag. Il.
20 iniziavano a subire pesan ti riduzioni nel flusso fina nziari o derivante dall'esportazione di greggio e svi lupparono meccanismi di conten imento e contro llo del mercato mediante una drastica po litica di riduzione della produz ione destinata a definire un sistema di quote nell'ambito di un tetto massimo estrattivo. Tali mecca ni smi di autoregolamentazione ve ni vano ri spettati discontinuamente e la produz ione di " quote-extra" divenne una pratica sistematica. Nel 1985, l'A rabia Saudita, denunciando sostanziose diminuzioni dei flu ss i f inanziari, decise di abbandonare il ruolo di stabilizzatore dei mercati petroliferi, annunciando una nuova politica aggressiva di mercato, orientata a riguadag nare le quote perdute. Tale decisione comportò l ' impossibilità, da parte dcii 'OPEC, di controllare il mercato petrolifero, causando una vertigi nosa diminuzione dei prezzi del greggio nel corso di pochi mesi 6 • La decisione saudita era il frutto di uno progetto congiunto con gli Stati Uniti: si voleva rilanciare il mercato petrolifero e ridurre l' estrazione del gregg~o in aree dove si presentava economicamente svantaggiosa. In seguito, il mercato petrolifero tornò a stabilizzarsi (anche se su valori decisamente inferiori) e la dipendenza occidentale dalle riserve del Medio Oriente crebbe dal 37, 7% del 1985 al 41 , 5% del 1990 (con previsioni pari al49, 6% per l' an no 2002).
Una lettura della volatilità del prezzo: dinamiche del GLJ/jò l recenti episodi di estrema volatilità del prezzo portano ariflettere su a lcune questioni essenziali. La prima riguarda una questione metodologica importante rig ua rdo alla central ità del prezzo come variabile non solo economica, ma anche politica. Per ana lizzare i compless i equilibri della politica medio-orientale sia nelle sue variabili intra-regiona li sia internazionali, il
• Ibidem. pag.2 1.
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prezzo del greggio rappresenta l ' indicatore fondamentale a causa di due di stinte situazion i: • una si basa su ll a pressoché totale dipendenza dei paesi del Golfo dall ' unica risorsa (escludendo il gas) che essi hanno a disposizione. La variazione del prezzo cond izio na, quindi , ogni aspetto delle re lazioni economi che e pol itiche della reg ione; • l 'altra, invece, è incentrata sul fatto che una variazione del prezzo è spesso dovuta a una crisi politica internazionale. I..?importanza di tale crisi sul mercato e su ll a politica inter.nazionale può essere facilmente valutata proprio dall ' incidenza che essa ha sul prezzo.
Molti osservatori, per esempio, sono concordi nel ritenere che la questione arabo-israeliana abbia di gran lunga perso il suo potenziale di destabilizzazione politica proprio quando gli attacchi terroristici o le fi·equenti interruzioni al processo di pace avevano perso la loro capacità di far Lievitare il prezzo del petrolio. Ciò, in sostanza, non significa che il processo di pace sia dato per scontato, ma che la sua continuazione non è più in grado di influenzare le grandi variabili economiche internazionali. Al contrario, come dimostra7;~0 i rialzi del prezzo in seguito ad ogni sommovimenlo della crisl irachena, l 'iraq dispone ancora del pQtere di condizionare gli assetti economici, ed è su questo dato che Saddam Hussain sa di poter ancora contare, in termini politici, almeno nel breve periodo. La seco nda questione, diretta conseguenza della prima, ri guarda i motivi de lla caduta del prezzo nel 1998 e la responsabilità dell'Organizzaz ione dei Paesi Esportatori di Petrolio in questa situazione. L'ultimo nodo, infine, prende in consideraz ione la capacità dell'Organizzazione di gestire la spirale dei prezzi con particolare riguardo agli eventuali errori che hanno portato all 'esplosione del costo del barile. Alcuni produttori del Golfo hanno accusato l'Arabia Saudita di aver intenzionalmente causato la crisi delle basse royalties mediante la richiesta, poi soddisfatta da parte deii ' OPEC, di un in-
22 cremento delle quote di produzione alla fine del 1997. Fra gli accusatori vi era il Ministro del Petrolio iracheno Rasheed il quale aveva disegnato, dietro la richiesta saudita, una manovra americana a dir poco tortuosa (gli USA, costretti ad approvare il rientro del petrolio iracheno sul mercato attraverso il programma Oil for Food, a causa delle pressioni russe e frances i, avrebbero voluto, contortamente, ridurre gli introiti di Baghdad attraverso la richiesta saudita). D'altra parte l' Iran, denunciando un 'identica manovra USA contro il proprio petrolio, sosteneva che i detrimenti economici derivanti dai mancati introiti danneggiavano la Repubblica lslamica più della guerra con l'Iraq. In realtà, se anche si volesse ammettere una manovra americana in questo senso, non si capisce come mai, l'Ara bia Saudita, che fra i paesi del Golfo ha sofferto enormemente la crisi,.avrebbe dovuto contraddire così platealmente i propri interessi. Rimane il fatto che parecchi atteggiamenti iraniani e iracheni verso Riyad sono dettati, in primo luogo, da un risentimento per la imponente quota petrolifera saudita, ritenuta da entrambi spropositata; in secondo luogo sono enfatizzati dalla crisi dell 'OPEC, incapace di valutare correttamente il potenziale destabilizzante della crisi asiatica e inconcludente a tal punto da non riuscire ad attuare misure correttive per l'indisciplina dei suoi membri. Il precario stato dell'Organizzazione è testimoniato dalla necessità dell 'intervento dei membri non-OPEC per risolvere la crisi. Addirittura, il Venezuela, comprendendo appieno la situ.azione, ha indicato nel coordinamento con Messico, Norvegia, Colombia e Equador la via per riportare gli introiti ad un livello accettabile. I membri OPEC hanno compreso che, senza il coinvolgimento delle altre realtà produttive, non è possibile alcun assetto stabile. Sicuramente, tutto ciò rappresenta un cambiamento strutturale nella politica dei paesi produttori e nel mercato. l paesi islamici risultano divisi e riottosi e, probabilmente, l'impotenza dell'OPEC non è mai stata così trasparente. Questa situazione è venuta alla luce recentemente e, ancora una volta, il prezzo del greggio è stato, nel contempo, l 'effetto dei nuovi assetti politici e il testimone di scelte sbagliate.
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La crisi economica asiatica ha avuto un impatto estremamente rilevante sul prezzo del barile nei primi mesi del l 998. Quest 'argomentazione è spesso stato ritenuta la sola ragione del collasso del prezzo. Non bisogna minimizzare l 'effetto di questa crisi, ma l 'impatto sul mercato petrolifero è stato attuato ed enfatizzato da alcune scelte precise dei maggiori produttori. Il periodo-chiave per comprendere la caduta del prezzo petrolifero sono i primi i primi tre mesi del 1998, quando il consumo mondiale è caduto. Si potrebbe così affermare che l' OPEC non poteva conoscere l'impatto della crisi economica asiatica. Tuttavia, l'Organizzazione aveva tutte le informazioni su ciò che stava succedendo. Nonostante ciò prese egualmente le decisioni relative all 'aumento della produzione. 7 La ragione di tale comportamento deve essere inquadrata nella indisponibilità saudita a ridurre la propria quota al di sotto della soglia degli 8 milioni di barili al giorno, soglia ritenuta "tabù" da tutte le politiche energetiche saudite sin dalla fine della guerra del Go lfo. Tagli di più ampia portata avrebbero richiesto al Regno di abbandonare la quota ottimal e di produzione. L'incapacità dei paesi produttori di interpretare le informazioni e di attuare un effettivo proce ~s o decisionale per contrastare le crisi in atto è stata, quindi, l'erròre fondamentale. La drammatica caduta di 5 1 miliardi di dollari nei profitti petroliferi OPEC nel 1998 hanno indotto il Yenezuela e il Messico (non membro OPEC) a seguire la decisione saudita, partecipando anch'essi alla terza tornata dei tagli nel marzo 1999. Infatti, con l'arrivo del nuovo governo, il Venezuela era disposto a influire sui prezzi petroliferi con tagli addizionali, inoltre il continuo supporto da parte del Messico e le frequenti visite da parte del segretario ali' ene rgia americano Richardson volte ad aiutare le finanze del prezioso alleato saudita contribuirono da un lato a far terminare la lunga crisi dei bassi profitti e, dall'altro, ad approvare la nuova politica rialzista.
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v. Middlc East Economie Survey, Oil lndustry, Basyim Itaym Pub.• Nicosia. dicembre
1999, p. 24.
24 Da un punto di vista politico, ciò ha rappresentato innanzitutto una vittoria degli Stati Uniti che sono riusciti a risolvere una grave crisi che aveva tutte le potenzialità, non solo di mettere in crisi l'alleato fondamentale nel Golfo, ma anche di ridurre la rilevanza strategica di quella regione. Secondariamente, 1111 prezzo del petrolio moderatamente piiì alto non avrebbe, in questa fase economica, nessuna conseguenza negativa per gli Usa, anzi, incentiverebbe la posizione delle compagnie americane in un 'area dove dispongono già di un notevole vantaggio. In terzo luogo, dal momento che il prezzo del gas è legato a quello del greggio in maniera diretta, un aumento del prezzo nel comparto petrolifero comporterebbe un aumento parallelo anche del gas, con enormi benefici su tutti quei consorzi che hanno investito nella zona del Caspio. Tuttavia, il mercato petrolifero è per sua stesstJ natura estremamente instabile: di conseguenza, strategie "rialziste" o "ribassiste" pilotate si possono trasformare in veri e propri "boomerang" con effetti devastanti sull'economia globale. !n particolare, informazioni errate, congiunte con l 'abituale lentezza nei reagire da parte dell'OPEC, potrebbero portare a un aumento della volatilità del prezzo e quindi dell'instabilità del mercato. Sostanzialmente vi sono due modi in cui ciò può avvenire. Il primo riguarda il fatto che prezzi per prodotti petroliferi più alti porterebbero a una riduzione del consumo di petrolio da parte dei consumatori, nonostante gli alti livelli di tassazione di tali prodotti. L'altro metodo riguarda la conseguenza sui tassi d'inflazione che condurrebbero ad un rialzo dei tassi d'interesse, influenzando direttamente la crescita econom ica nel suo insieme. Il tasso d'inflazione, che ha influito così negativamente in molti paesi sviluppati, era stato ridotto dalle ultime politiche economiche di questi paesi a livelli estremamente bassi. 11 recente incremento dell'infla zione, tuttavia, non è legato strutturalmente al petrolio, ma potrebbe diventarlo se la spirale della volati lità continuerà. A questo effetto, deve essere tuttavia aggiunto un effetto positivo che riguarda la diversificazione e, in particolare, l'aumento de ll'offerta petrolifera dei paesi non-OPEC.
25 Inoltre, bisogna anche considerare che, a causa del consistente debito dei paesi non-OPEC, l'organizzazione dovrà gestire il proprio surplus in una maniera in cui il prezzo petrolifero possa raggiungere livelli più stabili.
Un prezzo o/timo per i produttori dovrebbe basarsi essenzialmente su tre caratteristiche. • Prima di tutto dovrebbe essere abbastanza alto per soddisfare le esigenze basilari dei maggiori produttori. 11 prezzo di dieci dollari al barile potrebbe essere sicuramente l' ideale per i consumatori, ma porterebbe, in breve tempo, alla rovina di alcuni produttori e all'instabilità politica dell'area di riferimento. Da questo punto di vista, secondo molte stime, l' Arabia Saudita necessiterebbe di un prezzo minimo attorno ai 16 dollari al bari le in modo da essere in grado di soddi sfare salari, interessi sui pagamenti , sussidi e mantenere i costi dell ' offerta. Per coprire i normali investimenti infrastrutturali e ridurre il crescente debito saudita è stata calcolata un 'addizionale di tre dollari al barile: dunque il prezzo minimo necessario per questo paese sarebbe da considerare attorno ai 20 dollari al bar.ile. ' • Secondariamente, un prezzo ottimo non dovrebbe essere trQppo alto per impedire la crescita della domanda di petrolio da parte de i paesi consumatori. Da questo punto di vista un prezzo attorno ai 30 dollari al barile costituirebbe un imped imento alla crescita. Durante questo periodo il prezzo del petro lio ha avuto una media di circa 20 dollari (indicizzato all'anno in corso). Dunque la fascia minima di un ottimo prezzo potrebbe attestarsi tra i 16 e i 20 dollari al barile. 8 • Ma il terzo compito di un prezzo ottimo è quello di essere abbastanza basso dallo scoraggiare la crescita d eli ' offerta petrolifera gli a ltri produttori al d i fuori de ii ' OPEC.
• v. CAVES R.E.. lnternational Cartcl s and M onopolies in lntcrnat ional Trade, Frankcl
Ed.. 1999. p. 46.
26 A questo riguardo, i produttori del carte ll o possono fare poco per non condizionare l 'esistenza di una produzione in altre aree del mondo, dove i costi operativi sono inferiori ai 7 dollari al barile. Tuttav ia, per scoraggiare lo svi luppo di nuove scoperte, una politica di prezzo che si aggiri attorno ai 16 dollari al barile potrebbe dimostrarsi adeguata. Naturalmente su tutto ciò gravano due problemi: la stabilità del prezzo del petrolio ne/lungo termine e l'integrazi01re dell'Iraq nel sistema dell'OPEC.
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IL CONTAJNMENT
PETROLIFERO E LE SUE CONSEGUENZE
Iran, Iraq e Libia: produttori "chiave" al bando Molto si è scritto sulla strategia del dual containment, facendo riferimento a tutte quelle strategie politiche, economiche e militari atte alla limitazione dell'azione di stati considerati pericolosi per la sicurezza internazionale. Tuttavia, in campo petrolifero, il "Containment" ha delle caratteristiche diverse dalla sua applicazione in campo mi litare o politico. La ragione è apparentemente semplice: in un 'epoca a forte interdipendenza economica, come la nostra, le forze di mercato riescono a co-determinare, insieme alle leadership politiche, Le principali evoluzioni delle relazioni con i paesi produttori di petrolio. La politica di contenimento, elaborata all'inizio degli anni '80 in funzione prima anti-sovietica, poi anti "rogue states", ha come oggetto principale un gruppo di paesi tra cui Iran, Iraq e Libia. Gli Stati Uniti hanno interpretato il loro ruolo non tanto secondo un concetto di imposizione di una direct rule su questi paesi o su di una loro esclusione politica totale, quanto sul tentativo di direzionare gli assetti energetici globali in modo che fosse il mercato stesso a limitare le opzioni politiche ed economiche di questi paesi. Lo strumento principale adottato verso questi paesi è costituito dalle sanzioni internazionali che hanno determinato numerosi effetti politico strategici all'interno di tutta l'area arabo-islamica: • restrizione della capacità dì Iraq, Iran, e Libia di sviluppare armi di distruzione di massa, limitando l 'importazione di tecnologia dual-use; • limitazione dello sviluppo delle risorse energetiche dei Rogue States congiunta con una forte riduzione degli investimenti. In particolare, le sanzioni sono state particolarmente efficaci
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sull 'Jraq, dal momento che si trattava di sanzioni multilaterali e, quind i, applicate da un maggior numero di paesi; incremento della dipendenza petrolifera dali ' Arabia Sa udita, Kuwait e Emirati Arabi Uniti con conseguente rischio per que i processi politici interni legati a ll a successione delle leadership; complicazione degli sforzi per il trasporto di gas e petrol io da l Caucaso. La soluzione ottima da un punto di vi sta economico sarebbe il passaggio di un oleodotto via-Iran. Il progetto, tuttavia, è stato bloccato dall 'amministrazione USA che preferisce utilizzare la via turca; competizione economica e politica fra USA e Europa, precisamente con Francia, Germania e Italia, per l' accaparramento delle risorse energetiche dei paesi sanzionati. L'Europa propone un dialogo critico con questi paesi c in cambio ha ottenuto importanti commesse, soprattutto nel settore de l gas in Iran, a favore dell ' Italia e Francia, e nel settore petrolifero in Libia, per Germania e Italia; esclusione delle compagnie e consorzi USA dall o sfruttamento de lle importanti risorse irachene a vantaggio de i consorzi russi. Identica esclusione dal settore di gas e petrolio in Iran a vantaggio di europei e cinesi.
A ttualmente la strategia americana, tenendo anche conto degli effetti causati dalla propria politica, sta elaborando un nuovo metodo di relazione con questi paesi, basato su una diverfiificazione del contenimento. L'evoluzione dei rapporti verso i tre paesi considerati sta sicuramente mutando e, dunque, l'assunto che il "Containment" non tenga conto delle differen ze fra questi tre paesi sembra essere definitivamente superato.
La lunga via della transizione iraniana Uno dei maggiori mutamenti in atto ne lla regione del Golfo Persico è rappresentato dalla transizione verso una politica moderata della Repubblica Islamica dell' Iran. Dall'elezione del pres i-
29 dente Khatami , avvenuta nel maggio del 1997, il paese ha ridotto fortemente sia i toni ideologici del passato, sia i numerosi tentativi di destabilizzazione dei regimi del sud del Golfo. 11 primo segnale concreto dell'evoluzione iraniana si è avuto nel dicembre del 1997, in occasione della riunione dell'Organizzazione della Conferenza islamica tenutasi a Teheran. Per la prima volta dalla rivoluzione islamica del 1979, un' alta autorità iraniana teneva colloqui diretti con il regno saudita e, in particolare, proprio con l'erede al trono, Abdullah. Le relazioni bilaterali fra i due paesi ebbero un altro momento storico quando, in occasione della yisita a Ryad dell'ex- Presidente iraniano Rasfsanjani, gli iraniani avanzarono l'ipotesi di una comune strategia economica e di sicurezza fra i due paesi. Nel 1998 e 1999 le relazioni sono migliorate non solo con l' Arabia Saudita, ma anche con Kuwait, Bahrein e Oman. Resta tuttavia una crepa in questa politica di apertura regionale dal momento che la situazione dell 'occupazione delle isole di Abu Musa e Tunbs rimane aperta e condizionata dalla volontà iraniana di considerare le isole in questione come parte inseparabile dell'Iran. Tuttavia, molti dei nuovi atteggiamenti della politica estera iraniana sono stati resi possibili dfllla vittoria dell 'ala moderata guidata dal Presidente Khatami sùll'establishment religioso che ancora qetiene un ' influenza prevalente del settore della sicurezza nonché in quello di molte istituzioni.
l mutamenti recenti l. I risultati del! 'ultima tornata elettorale, tenutasi lo scorso 18 febbraio, hanno indicato una netta prevalenza dei candidati moderati che hanno conquistato circa il 70% dei seggi nel Majlis, il parlamento iraniano. Il significato politico di questa vittoria risiede sul maggiore controllo dei moderati nella maggior parte delle istituzioni centrali e nei governi periferici. Tuttavia, lo scontro con i conservatori intorno all' Ayatollah A li Khamenei è stridente; giornalmepte si assiste a concreti risultati della lotta tra le due diverse visioni
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del paese: chiusure di giornali, destituzioni di parlamentari, proteste di piazza e così via. Inoltre, i moderati non sono affatto una compagine monolitica. Il paese, quindi, sta attraversando una fase di transizione di estrema delicatezza, in c~i Khatami sta cercando di mantenere, con grandissima dffficoltà, l'equilibrio che gli permette di introdurre piccoli passi riformatori. 2. l rapporti con le realtà regionali. Il primo banco di prova per la politica petrolifera iraniana di "apertura" è stato l'atteggiamento nei confronti della politica OPEC sui tagli alla produzione petrolifera. Se è vero che la Repubblica Islamica intendeva assumere, insieme a Libia e Algeria, una posizione contraria ad un aumento di produzione, questo non ha significato una posizione di chiusura ideologica. I;Iran è consapevole che gli attuali assetti energetici sono dominati essenzialmente da un "core;' formato da Stati Uniti, Arabia Saudita, Messico e Venezuela. Il risultato della riunione OPEC del 27 marzo scorso non ha fatto altro che sancire la vittoria dei paesi ·moderati, spalleggiati da un 'attiva politica statunitense che già prima di quella data si era adoperata efficacemente per un aumento della produzione di greggio. L'Iran sapeva quanto fossero forti le pressioni Usa, mirate non tanto all'aumento di produzione, quanto amantenere serrate le fila dai propri alleati. La manovra è pienamente riuscita e l'Iran si è ancora una volta trovato all'angolo. Ma, questa volta, al di là di un'apparente avversità verso la politica degli altri membri OPEC, la congiuntura economica e politica nel breve periodo non è pregiudizialmente contraria agli interessi iraniani.La parziale estromissione dell'Iraq dalla scena petrolifera mondiale conferisce a Teheran ampi margini di manovra verso le repubbliche centro asiatiche, soprattutto in funzione anti russa. Inoltre, al di là della questione delle quote di produzione in seno all'OPEC, vi è una sostanziale convergenza di interessi con il R.s;g no Saudita e, di rimando, anche con gli Stati Uniti che ve&ono con estreiJ?,O favore sia un rialzo del prezzo, sia la funzione di contenimento verso Mosca del Centro Asia. Na-
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turalmente, in questa convergenza di interessi, segnata sia dall ' ambiguità della politica estera iraniana, condizionata dallo scontro fra moderati e conservatori, sia dall'urgente necessità di attirare investimenti esteri, emerge una situazione di impasse politico, insieme ad un inarrestabile deterioramento dell ' economia. 3. Le difficoltà interne e la necessità di compromesso. Veconomica del paese è in fase di stagnazione, conseguenza anche del crollo del prezzo del petrolio nel 1998. 11 calo delle rendite petrol ifere ha reso necessario l'aggiustamento del d~bito estero, cosa che, d'altronde, è accaduta in quasi tutti i paesi del Golfo. Alti tassi di disoccupazione e inflazione minacciano la stabilità sociale del paese. Dall e di fficoltà dell ' ultimo biennio sono sorte pressanti richieste per riforme economiche sostanziali, disattese, a detta dei moderati, per colpa dell ' ala conservatrice. In realtà l 'ala moderata non si è voluta impegnare, o non si è sentita sufficientemente "sicura" per cambiare le strutture economiche, in un contesto di squilibri e di compromesso con i conservatori, fondamentale per non gettare il paese nella guerra civile. A l contrario, coerentemente con il ruolo centrale degli idrocarburi nell'economià iraniana, i riformatori hanno puntato sui benefici che una politica estera meno conflittuale avrebbe offerto al settore petrolifero, scontando sul prezzo del petrolio tutte le rivalità inteme e le riforme economie/re realizzate in maniera incompleta. Cavvicinamento ali ' Arabia Sa udita ha così agevolato la ripresa del prezzo del petrolio, facendo intravedere addirittura una poss ibile presidenza dell 'OPEC per l' Iran, mentre le migliorate relazion i con i paesi europei, incentivate da un 'ottima politica di immagine del nuovo corso iraniano, stanno offrendo interessanti prospettive per gli investimenti esteri nel settore degli idrocarburi. 4. L'atteggiamento statunitense nei confronti del "nuovo Iran " è estremamente contrastante, frutto delle difficoltà, anche psicologiche, che Washington incontra nel trattare con Teheran. Da una parte, alcune dichiarazioni ufficiali sostengono
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che, se le cose continuassero in questo modo, gli Stati Uniti potrebbero "pensare" all'alleggerimento dell'embargo. Dall' altra, troviamo in congruenze qual i l'approvazione, ali 'unanim ità, da parte del Congresso dell'Iran Non Prolijèration Act (INPAY, lo scorso 24 febbraio, cioè all' indomani dei risultati della vittoria di K.hatami: un segnale certamente non incoraggiante. Questa legge, se confermata dalla Camera dei Rappresentanti, consentirà al Presidente degli Stati Uniti di imporre sanzioni extra-territoriali a paesi che commerciano materiale "dual use" con l'Iran (primo tra tutti, la Russia) .Comunque vada, la decisione del Congresso non godrà dell'appoggio di quelle compagnie petrolifere americane che potranno essere, ancora una volta, sorpassate dall' iniziativa europea in Iran.
L'economia iraniana ne/ futuro Fino a un anno fa, 'la necessità di investimenti esteri non era esplicitamente contemplata dalla politica iraniana. Tuttavia, il mancato effetto delle riforme economiche ha indotto i moderati a fare affidamento sull'Occidente. Come già accennato, la non attuazione delle riforme è dovuta alla volontà di non peggiorare i rapporti con i conservatori (gli interessi che le riforme andrebbero a ledere colpirebbero tutta la classe politica vicina all'Ayatollah) e, anche, al desiderio di non creare fratture nel campo rifonnista. I moderati, infatti, sono una coalizione di forze eterogenee, le cui posizioni economiche vanno dal liberismo a un rigido centralismo statalista, spesso accompagnato da un nazionalismo acceso, pari a quello dei conservatori. La cautela con cu i i
• MEES. Middle East Economie Survey. The politica( scene. Nicosia .Cipro. 28 feb 2000. La legge obbligherà l'amministrazione americana a presentare al Congresso un rapporto dettagliato sugli avvenimemi. U senatore democratico Joseph Liebermann ha motivato l' inizialiva parlando di sussistente minaccia iraniana alla sicurezza internazionale e sostegno al terrorismo.
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riformatori hanno affrontato i temi econom1 c1 è ev idente nei due programmi preparati dalla presidenza Khatami , fra cui l' insignificante piano di rilancio economico del 1998 e l' ambi z ioso progetto quinquennale appena iniziato. Quest' ultimo punta ad elevare la crescita della produzione al 6% l'a nno ( un tasso doppio ri spetto a que llo del quinquennio appena ch iuso) e a ridurre il tasso di di soccupazione al 12%. Per realizzare questi obiettivi, gli investimenti esteri diretti dovrebbero crescere del 7% l'a nno. Il rilancio degli investimenti richiede, però, una dec isa apertu ra a l settore economico privato attraverso la cessione di attività produttive (lo stato controlla, in varie forme , quas i 1'80% dell ' industria). Una profonda riforma economica avrebbe, però, costi sociali e politici molti elevati, forse insostenibili da una società in bilico, come quella iraniana. La privatizzazione danneggerebbe gli interessi costituiti e aggraverebbe la già pesantissima di soccupazione; un innalzamento de l valore reale della moneta aumenterebbe il costo de lla vita in modo sostanziale; la riforma del rigido mercato del lavoro e dei suss idi aggraverebbe le disuguaglianze social i tipiche della società iraniana.
Dunque, al/ 'Iran non resta chff affidarsi al! 'economia petrolifera, la cui evoluzione dipende più aagli sviluppi de/mercato e dalla politicq del/ 'OPEC che dalle sue scelte di politica economica. Anche se non si mantenesse stabile, l'attuale prezzo del petrolio offre entrate eccezionali con cui il governo di Khatami potrà rafforzare il consenso politico e sociale nel paese. l r{formatori riuscirebbero, così, ad evitare l 'inasprimento dello scontro politico che potrebbe mettere a dura prova la tenuta stessa della coalizione rifòrmista. Per tenere a freno i contrasti politici ed attenuare il rischio di tensioni sociali, è probabile che i riformatori decidano di rinviare ulteriormente le scelte economiche più difficili, in attesa delle elezioni presidenziali del 2001. In campo p etrolifero, questo significa una sostanziale pression e p er il mantenimento dei tagli all'estrazione, evitando l'assunzione di posizioni estreme ch e possano m ettere in clzttiva Luce il paese, da/momento che lo sviluppo dipende anche dagli investimenti esteri.
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Per questa ragione, è possibile prevedere che, n el/ungo termine, il miglioramento delle relazioni possa/debba interessare anche gli Stati Uniti che, a loro volta, non p otranno continuare ad ignorare, ancora p er molto, questa realtà energetica fondamentale, strategicamente essenziale alla luce dei bacini centro asiatici e "nuovo baluardo" contro la politica energetica russa a sud.
Il problema iracheno Nel panorama petrolifero mondiale la situazione irachena è unica . La combinazione tra le politiche seguite a lla guerra del Golfo da alcune delle potenze vi nc itric i e le apparenti decisioni auto-distruttive di Baghdad hanno non solo "punito", po liticamente, l'Iraq, ma lo hanno anche privato della maggior parte dei benefici provenienti dalle rendite petrolifere. Benefici petroliferi enormi: la produzione del paese infatti, in condizioni politiche stabili, può raggiungere i 7 mln b/d, risultando seconda solo ali' Arabia Saudita. Dopo ci rca dieci anni di sanzioni ONU (una specie di stasi temporale che ha colpito tutti i settori del paese, congelandolo così in una immobilità generale) le infrastrutture sono completamente deteriorate. Gli impianti di estrazione, per esempio, necessiterebbero di una spesa di almeno 5 miliardi di doll ari perché l'industria petrolifera irachena possa raggiungere i livelli pre-bellici. Proprio questa ambivalenza tra enorme potenzialità e. congelamento di essa crea le condizioni per L'unicità irachena. Le possibi lità di un completo rientro del petrolio iracheno sono condizionate dall 'embargo ONU e dalla strategia di conten imento statunitense, concepita, anche, in modo da proteggere gli interessi dei propri alleati nel Golfo. Durante gli anni novanta, infatti, in coincidenza con un prezzo del petrolio straordinariamente basso, il rientro iracheno avrebbe comportato l ' indebolimento non solo delle finanze saudite ma anche dell ' industria petrol ifera nel suo complesso. La risposta irachena si è concretizzata in una strategia essenzialmente attendista ora rifiutandosi di vendere petrolio secondo
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le condizioni imposte dal! 'Onu, ora cercando di conseguire effetti politici dalla sua vendita. Rimane in piedi un dato reale sostanziale: il petrolio iracheno è fondamentale per il soddisfacimento della domanda globale nel lungo periodo. Ciò significa che, se la domanda e l'offerta sono vicine al punto di equilibrio, l 'Iraq può giocare un ruolo fondamentale, influenzando grandemente il mercato. Il potere politico di cui l'Iraq gode attualmente si basa proprio su questa dinamica. Se, ad esempio, in condizioni di una scarsa domanda, il regime di Saddarn Hussain decidesse di incrementare la propria produ~ione, ciò provocherebbe un 'immediata caduta del prezzo, compromettendo non solo i programmi economici di tutti quegli stati che hanno il petrolio come unica risorsa ma minacciando anche l' intero mercato degli idrocarburi. Inoltre, in situazioni di alta instabilità del mercato, dimostrata dalla recente "crisi dei prezzi", la posizione irachena diventa più visibile, più "utile" a tutti quei paesi che non hanno interessi strategici da "proteggere" nel Golfo: questo non fa che aumentare le pressioni internazionali per la fine della sanzioni. a. l 'importanza di un giocatore scomodo. La strategia irachena appare ambivalente e spregiudicata: Baghdad-cerca di produrre di più in condizioni di eccesso di offerta e minaccia, invece, la riduzione in presenza di un aumento della domanda. Essa, tuttavia, rimane centrale sia per gli stati consumatori e produttori, sia per le compagnie petrolifere attratte dal suo altissimo potenziale energetico. Il problema politico iracheno deve quindi essere analizzato soprattutto alla luce delle dinamiche politiche regionali, partendo dal presupposto della natura "a somma zero" dei meccanismi del mercato del petrolio. Vesclusione di Baghdad massimizza il ruolo iraniano e saudita, ma la sua esclusione crea una sorta di free-rider rendendo ancora più agevole, per Saddam Hussain, il ricorso all'imprevedibilità pol itica. Un esempio di tale pratica è stato il rifiuto, da parte del Ministro del petrolio iracheno 'Amir Rasheed di incrementare la produzione di petrolio f ino ai limiti consentiti dal programma Oilfor
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La
food. ragione messa in luce da Rasheed è stata il divieto ONU di importazione di materiali utili al rinnovamento degli impianti petroliferi; in particolare, l ' impianto di Kirk:uk ri sulta essere seriamente danneggiato al punto di aver obbl igato l'Iraq a modificare la "politica della massima produzione possibile" tenuta nei primi anni dell'applicazione del programma ONU. In realtà, sembra che l' Iraq vogl ia mantenere un margine di azione: in questo momento, la produzione irachena si attesterebbe su un totale di 1.58 mln b/d: conservando la possibilità di aumentare l'estrazione, l'Iraq conta di sfruttare l' instabilità del mercato per giocare un ruolo guida ne l! 'offerta, soprattutto in situazioni di alto prezzo come quella odierna; spera così di ottenere un allentamento del regine sanzionatorio. In particolare, la diminuzione prevista p~r marzo 2000, si attesterebbe sui 200-300.000 barili al giorno e renderebbe più lontano il raggiungimento della quota irachena di 3.5mn b/d, prevista per la fine del 2000. Le richieste irachene tuttavia sembrano dirette non solo aii'ONU ma soprattutto alle compagnie petrolifere e ai membri dell'OPEC. A questo punto è opportuno sotto lineare due aspetti: quello delle "quote", del funzionamento della clausola Oil for .food, dei rapporti lraq-ONU, e quello delle relazioni tra Baghdad e OPEC. • L'export p etrolifero iracheno, all'interno del programma Oil f or Food, ha raggiunto nel 1999 una media di 2.0 l mi n barili al giorno, contro quella di 1.55 mln b/d del '98; si rileva, quindi, un incremento del 29.7%. La nuova risoluzione 1284, recentemente approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, prevede, per il 2000, la possibilità di esportare "a capacità", quindi senza un tetto predefinito. Conseguentemente, nella nuova fase del programma, precisamente la settima, l'ONU ha approvato 53 contratti di vendita per un volume totale di 187.5milioni di barili. Le compagnie beneficiarie dei contratti sono in gran parte appartenenti a quegli stati che hanno avuto dei distinguo dalla politica americana. In particolare si contano circa 53 compagnie che godranno di tali contratti, fra queste ve ne sono ben 15 russe che complessivamente otterranno contratti per più di 74 milioni di barili, 4 francesi per 20.2 mln/b , 3 compagnie
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cinesi per un totale di 18 mlnlb, 5 imprese turche per 12.8 mlnlb. Fra le altre figurano compagnie italiane, 9.1 mlnlb, belghe algerine, vietnamite. È importante notare inoltre che le compagnie russe cinesi e francesi avranno lo sfruttamento soprattutto della zona petrol ifera d i Basrah, probabilmente in conseguenza del pessimo stato del distretto di Kirkuk. • La seconda questione, rilevante per gli interessi iracheni, è rappresentata dal ritorno nei sistemi di quota OPEC. Sfruttando le divisioni intercorse fra paesi sostenitori della continuazione dei tagli alla produzione, soprattutto Iran e Algeria, il Ministro del Petrolio iracheno Rasheed ha ribadito con forza che la posizione irachena nel campo petrolifero è rivolta verso la stabi lità; il ministro ha anche confermato la volontà di aumentare la produzione. l n realtà, lo sforzo iracheno verso il rientro nel la quota OPEC significherebbe, di fatto, la fine delle sanzioni; le Nazioni Unite non avrebbero più il ruolo di supervisore.
Inoltre, in situazione di alti prezzi petrolife ri, il rientro iracheJIO n ei meccanismi dell'Organizzazione conferirebbe stabilità al mercato solo ad un prezzo basso, cosa che costituirebbe un vantaggio p er l 'Europa, ma 'no11 co11sentirebbe a Iran e A rabia Saudita di risolvere l 'urgentissimo problema del debito. In questo m omento i due paesi sono anch e accomunati dalla ricerca di investimenti esteri e i disastrati, ma potenzialmente fruttuosi, impianti iracheni, sottrarrebbero loro ingenti risorse. b. Il ruolo delle compagnie straniere Il governo iracheno intende stipulare accord i con compagnie petro li fere estere attraverso contratti di serv izio, joint-ventures, e contratti d i produz ione della quota. Inizialmente, la pianificazione riguardava quasi 25 nuovi giacimenti sfruttabili da lle compagnie petrolifere estere, 10 dei quali con una produzione potenz iale di 2,7 mi lion i di barili a l gio rno se calcolata all 'interno dei programmi per la div isione della produzione. Inoltre, 4 di questi giacimenti si trovano nel sud del paese e hanno una produzione potenziale di un mi lione di barili al giorno, rappresentando così, la chiave per lo sviluppo iracheno del "dopo sanzioni".
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I.:lraq ha anche sottoscritto un contratto, in termini relativamente generosi, per due campi petroliferi che verranno sfruttati alla f ine delle sanzioni. Il primo accordo concerne una cifra di l ,2 miliardi di dollari ed ha riguardato la compagnia di stato cinese, relativamente a zone situate nell'Iraq centrale. Tale campo contiene circa l ,4 milioni di barili di petrolio e ha una produzione potenziale di 90.000 barili al giorno. Inoltre, altre compagnie cinesi hanno formato un nuovo consorzio per sfruttare un giacimento petrolifero nel sud del paese con un investimento di 3 miliardi di dollari . Inoltre, nel marzo del '97 l'Iraq ha raggiunto un'intesa con un consorzio di compagnie russe per la seconda fase dello sviluppo di un giacimento situato a ovest di Bassora. Il consorzio comprende, per il 52.5%, la compagnia russa Lukoil, e per il 25% alcune compagnie scelte dal governo iracheno. La produzione potenziale del giac imento di West Qurn;ta potrà contare dai 500.000 ai 700.000 barili al giorno. Il consorzio russo era in trattative per questo progetto sin dal 1994. Inoltre, nel dicembre del 1999, la Machinoimport, una compagnia russa già in trattative con il ministero del petrolio iracheno per un contratto di sviluppo del giacimento di a i-Rumahjla, situato nel sud, al confine con il Kuwait, per un valore di un miliardo di dollari, ha fatto sapere che rispetterà tutte le condizioni poste delle risoluzioni delle Nazioni Un ite, seguendo quindi le indicazioni del Comitato di Sanzioni. Questa compagnia, tra l'altro, è anche una delle più grandi aziende di costruzione, già estremamente attiva in Iraq, con più di 5000 ingegneri. Sembra, dunque, che tale accordo miri a un duplice scopo: sfruttare il giacimento petrol ifero in questione e iniziare le fasi della ricostruzione postbellica a livello infrastruttura/e. Questo accordo tende anche a smorzare il periodo di tensione fra l 'Iraq e la Federazione Russa: nel settembre del 1999, infatti, Baghdad aveva cercato di "ricattare" le compagnie russe, compresa la Luckoil, per ottenere pressioni più consistenti di Mosca nel Consiglio di Sicurezza a favore dell'Iraq. In gioco c'era il contratto, già sottoscritto, che concedeva a lle compagnie russe i diritti di sfruttamento del ricco giacimento di Qurma, assegnato alla stessa Lukoil. Questo tentativo di coercizione politica raffreddò i rapporti tra Mosca e Baghdad, poi migliorati in seguito alla firma di
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un memorandum d'intenti che prevedeva l'attuazione di tutti gli accordi raggiunti riguardo a Qurma, al distretto di Rurnahjla, e al completamento dell'oleodotto Hadischa- Rumahjla. Attualmente, la Russia continua a mantenere una posizione privilegiata in Iraq, che si basa su tre ordini di motivi: l. in primo luogo, la continuazione delle sanzioni garantisce un sostenuto prezzo del greggio consentendo alle esportazioni energetiche russe, che si basr;zno per il 58% proprio sui prodotti energetici, di massimizzare gli introiti in valuta; 2. poi, come è già accaduto in questi anni, le grandi compagnie russe saranno in posizione privilegiata nel caso in cui l 'embargo venga ulteriormente allentato o tolto definitivamente, definendo così un rapporto esclusivo tra Iraq e Mosca, nel quale la seconda avrà tutto da guadagnare; 3. infine, la Federazione Russa, attraverso degli accordi militari con il regime di Baghdad, potrebbe ottenere un successo politico, insperato fino a pochi .anni fa, attraverso una presenza diretta nel Golfo Persico. È da questo punto di vista che la questione delle sanzioni mostra uno dei suoi effetti perversi. Spingendo all'isolamento politico 1'1ra.q acquisisce un ruolo altamente destabilizzante per l'area, e da un punto di vista economico l'influenza sugli assetti petroliferi non fa altro che aumentare la volatilità e l 'instabilità del mercato. c. le rotte L:Iraq dispone potenzialmente di quattro oleodotti per l'esportazione del proprio greggio: l) attraverso la Turchia; 2) attraverso il Medio Oriente: Siria-Giordania; 3) attraverso il Golfo, con l'aiuto dell'Arabia Saudita o, via mare, attraverso il complesso portuale di Mina al-Bakr.
l) Inizialmente il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si era espresso per un trasporto del petrolio iracheno attraverso l'oleodotto turco, permettendo in questo modo ad Ankara di recuperare le perdite avute in seguito alla guerra
40 def Golfo. Dal 13 novembre 1998 un totale di 153,705 milioni di barili erano stati trasportati attraverso i porti turchi , mentre 154,705 milioni di barili erano passati invece da Mina ai-Bakr. Fin dal 1996 il governo turco ha siglato una serie di accordi all'interno del programma "Oilfòr Food'', tra i quali un importante memorandum d'intesa che prevedeva, fra l'altro, la costruzione di un gasdotto per un valore di 23 miliardi di dollari. Gli analisti di Washington, non accettando la tesi economica, disegnarono cupe prospettive per la Turchia che, allora, viveva l'esperienza del breve governo islamico. Comunque, lo svi luppo dell 'iniz iativa turca si concretò, nel maggio del 1997, con l'elaborazione di dettagli tecnici con il Ministro dell 'Energia iracheno per la costruzione di un gasdotto lungo circa 1300 chilometrì e dal costo di 2,5 miliardi di doiJari. l
2) Nel frattempo, l'iniziativa irachena, volta ad un ristabilimento delle relazioni verso gli stati confinanti, si stava concretizzando anche verso l'antico nemico siriano. Infatti, nell'agosto 1998 il Ministro per il Petrolio iracheno Rasheed prese accordi con il suo omologo siriano per un progetto per la riapertura dell ' oleodotto chiuso fin dal 1982, su decisione siriana; i due paesi dichiararono, allora, che avrebbero ripreso le relazioni diplomatiche, interrotte da 20 anni , cosa che si concretizzò ne l marzo scorso. Il negoziato con la Siria, in realtà, si era sviluppato nel corso degli annj, e proprio riguardo a quell' oleodotto, fondamentale per l'industria petrolifera irachena, che avrebbe consentito l'accesso al Mediterraneo per una via diversa da quella turca. I.:oleodotto in questione doveva passare tramite lo snodo di Hadithah per arrivare, infine, al porto siriano di Tartous. Furono proprio i siriani a decidere di "tagliare" in tronconi la parte già costruita di quest'oleodotto. Ora, la sua riparazione comporterebbe una spesa troppo alta, che nessuna delle due parti è in grado di affrontare. Da un punto di vista politico, tuttavia, quegli incontri "sul petrolio" risultarono estremamente importanti per il riavvicinamento dei due partiti Ba 'ath. In questi anni, Baghdad ha
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cercato di inviare, a tutti coloro che erano coinvolti nella politica energetica medio-orientale, precisi segnali riguardo alla sua "disponibilità". Proprio in quel periodo la Siria, impegnata in una fase particolarmente critica del negoziato con Israele, aveva l'intenzione di rafforzare i suoi rapporti con gli altri paesi arabi. l confini fra la Siria e L'Iraq vennero riaperti per motivi d'affari nel giugno dello stesso anno e delegazioni siriane e irachene si incontrarono per discutere del/ 'annosa questione delle controversie di confine. Tuttavia, l'iniziativa irachena ha avuto notevoli risvolti a nche verso la G iorda nia, con la quale ha raggiunto w1 accordo per la costruzione di un oleodotto per l'ampliamento di quello di Hadithah per 750 ch ilometri , raggiungendo così le raffinerie nel nord est di Amman 10 • Il costo del progetto viene stimato in 350 milioni di dolla1i. La Giordania importava correntemente dall'Iraq circa 75.000 barili al giorno, sotto i termini autorizzati dalle Nazioni Unite, e dalla metà del 2000 a seconda di una libera impor1azione. Inoltre, l' accordo sull 'acquisto de l petrolio iracheno da parte della Giordania è sempre stato cons iderato, ali ' interno delle prime risoluzioni ONU, come un 'eccezione al regime delle sanzioni. 3)-Come ultimo sforzo per rìcucire i legami con i vicini , nel 1998 il ministro Rasheed annunciò che il suo paese era di-
sposto ad esportare petrolio, all'interno del programma delle Nazioni Unite, attraverso l 'oleodotto co1z l 'Arabia S audita, chiuso da l 1991 in seguito alla guerra. La capacità d'esportazione in questo caso poteva raggiungere 150.000 barili al giorno. Ttoni con l'Arabia Saudita sembravano tornati ad essere concilianti e delle rappresentanze commerciali saud ite ebbero numerosi colloqui con aziende irachene.
•• Dipendente dal petrolio iracheno: nel 1988, il consumo interno è aumentato del 6-7% con un prezzo concordato di 16.8 dollari al bari le (anche se in realtà il governo giordano pagò per quel petrolio solamente la metà del prezzo pauuito in conseguenza dci debiti precedentemente accumulati datr Iraq).
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La Libia: la prima evoluzione della politica dell'embargo Fra i cosiddetti Rogue States, sembra che il caso della Libia sia quello che presenti maggiori elementi di un'evoluzione positiva, nel breve termine, nelle relazioni con l' Occidente. Gli Stati Uniti stanno riconsiderando la loro politica di embargo partendo, come nel caso de li ' Iran, da una politica di apertura a piccoli passi. La motivazione del 11uovo atteggiamento americano è dettata innanzitutto dalla volontà di coprire quegli spazi, politici ed economici, che potrebbero essere coperti dalle recenti iniziative dei consorzi russi e cinesi, verso tutti quegli Stati colpiti da embargo internazionale. In particolare, sono proprio le compagnie cinesi che potrebbero rivelarsi temibili concorrenti dal momento che la Repubblica popolare incrementerà i sui consumi energetici nei pross imi vent'anni. La ricerca di nuove fdnti di approvvigionamento rientra quindi nelle priorità della politica di Pechino. Gli Stati attualmente sotto embargo USA rappresentano quindi un'importante occasione sia per conquistare spazi diplomatici sia per sottrarre terreno agli americani. Naturalmente, Washington è a conoscenza di tale situazione e gli spiragli di riabilitazione che fa intravedere a Libia e Iran mirano, per lo meno, ad un risultato: il rientro, almeno parziale, delle compagnie Usa, ora escluse da importanti commesse. Attualmente, gli indicatori econom ici non fanno ritenere che vi sia un ' urgente necessità di far rientrare i produttori al bando ma, nel lungo periodo, la situazione potrebbe mutare. Si aggiunga, in oltre, che il potenziale di sv iluppo dei giacimenti libici non è affatto trascurabile e, c he le compagn ie statunitensi hanno una lunga espe rienza di co llaborazione in questo paese. Prima d eli' imposizione dell'embargo nel 1986, infatti, vi operavano ben sette compagnie americane e, non a caso, recentemente, il Ministro del Petrolio el-Badr ha dichiarato che tali compagnie potranno ritornare nei giacimenti dove già operavano. Un'altra motivazione importante che gioca a favore di Tripoli è che, al di là del volume delle sue riserve, il petrolio libico potreb-
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be avere, per Washington, lo stesso ruolo del rientro del petrolio iracheno nel mercato; ossia una sorta di contro-assicurazione verso qualsiasi colpo di mano nell'OPEC volto a incrementare insopportabilmente il prezzo del petrolio. In questo senso, se il processo di riavvicinamento all'Iran dovesse fallire per la sua intransigenza proprio per la questione dei tagli alla produzione che Teheran vorrebbe estendere aumentando cosĂŹ il livello del prezzo dei barile, Tripoli assumerebbe anche una funzione compensatrice per le compagnie USA al mancato rientro in Iran.
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CONCLUSION I
Gli Stati Uniti, guardiani dell'area mediorientale e del Golfo Persico, stanno meditando, non senza esitazioni e contraddizion i, una nuova fase della loro politica verso i cosiddetti Rogue States, stati al bando o fuorilegge. I.:ormai pluridecennale isolamento di Iran, Libia e Iraq sembra, infatti, segnare il passo. Una delle dimensioni fondamentali della nuova atmosfera internazionale, è il loro reingresso nel mercato petrolifero. Di fronte alle ingenti riserve di greggio a loro disposizione, è certo che il sistema produttivo mondiale, quello occidente in primis, ma anche quello delle aree emergenti, non potrà, nel med io e lungo periodo, fare a meno del petrolio del Golfo. Le aperture politiche dei paesi dell'Unione Europea e le trattative a ritmo serrato delle compagnie, non solo del Vecchio Continente, ma anche di russe e asiatiche, di fronte all'intransigenza del governo USA testimoniano come gli Stati Uniti abbiano sinora mantenuto una linea dura a difesa dei loro interessi di sicurezza. In proposito si possono ricordare la partnership con l'Arabia Saudita, il blocco ai disegni di Baghdad e della Repubblica Islamica dell'Iran. Negli ultimi anni, questo impegno ha avuto importanti risvolti sul piano geo-economico. La leadership americana si è sviluppata attraverso una governance del mercato, ossia attraverso una capacità di tessere alleanze in grado di condizionare a proprio favore il mercato stesso, agendo direttamente sui produttori del Golfo. Tutto ciò è stato realizzato esaltando le caratteristiche fondamentali di un'economia globalizzata che oggi è imperniata sulla crescita USA. In questo contesto, il reingresso del potenziale produttivo di tali paesi (Iraq fra tutti), dovrà essere gestito tenendo conto della necessità di garantire anche la sicurezza economica internazionale: • Il rientro sul mercato del greggio libico, iracheno e iraniano, poiché soddisfa la potenziale crescita della domanda, è un elemento stabilizzante per il futuro.
46 • Parallelamente, sarà importante verificare e programmare il reingresso di tali quote produttive che, reintrodotte ex abrupto, avrebbero conseguenze destabilizzanti sulle economie petrolifere. Sarebbe possibile, infatti, un crollo del prezzo del petrolio, e quindi una riduzione delle rendite petrolifere; nascerebbero così nuove tensioni fra i vincenti, i paesi riammessi e i perdenti. Fino ad ora, con l'esclusione dei Rogue States, l'Arabia Saudita e le piccole monarchie del Golfo hanno beneficiato di cospicui vantaggi in termini di rendita economica. Vi sono, inoltre, vari fattori di scontro potenziale, da gestire in caso di un reingresso a breve nella produzione di Iraq, Iran e Libia: • La definizione delle controversie di confine e un status certo per Io stretto di Hormouz, vero e proprio collo oi bottiglia per l'uscita di ingenti quantità di greggio verso le aree : di consumo. • Il problema legato alle risorse di gas nel Caucaso, strettamente collegat9 con l'apertura di corridoi sicuri: se l' Iran dovesse essere reintegrato a pieno titolo, potrebbe giocare un ruolo importante nella diversificazione delle rotte verso l 'Europa ma anche verso l' Asia. • La ridefinizione dal punto di vista statutario e organizzativo dell'OPEC alla luce delle sue esitazioni e inefficienze. l paesi europei, nel prossimo futuro, se vorranno ipotecare la propria sicurezza energetica dovrebbero farsi carico di un disegno di stabilizzazione di lungo periodo, oltre che promuovere una iniziativa politico-diplomatica di ampio respiro e quindi sostenere una diplomazia economica che non contrasti i più generali interessi di sicurezza internazionale. La politica dei Paesi dell ' Unione, che, negli anni recenti, è stata caratterizzata da pragmatismo e apertura verso questi paesi, ha dimostrato di dare buoni frutti sia in termini economici sia politici. Sarebbe importante che, nei prossimi anni , il petrolio, che nell' immaginario collettivo ha rappresentato il paradigma della dipendenza, divenisse, grazie all ' Europa, la chiave per la re-inclusione dei paesi al bando nel sistema internazionale.
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Tab l:la produzione di petrolio nel mondo. (principali paesi l milioni di barili al giorno l medie 1999)
.
QuantitĂ 7,83 6,704 5,938 3,557 3,206 3,018 2,906 2,826 2,691 2,508 2,169 2,130 1,905 1,898 1,319 1,202 1,094 0,766
'
Paese Arabia Saudita Russia Stati Uniti Iran Cina Norvegia Messico Venezuela Regno Unito Iraq EAU Nigeria Canada Kuwait Libia Algeria Brasile Angola
Nola: i Paesi in corsivo sono membri dcii 'OPEC
Fonte: elaborazione CeMiSS sulla base dei dati ottenuti sul sito ufficiale deU' OPEC: www.opec.org
48 Tab 2: gli attuali membri dell'OPEC Paese Arabia Saudita Algeria Em.irati Arabi Uniti Indonesia Iran Iraq Kuwait Libia Nigeria Qa tar Venezuela
Data di adesione
1960* 1969 1967 1962 1960* 1960* 1960* 1962 1971 1961 1960* (*
mem~ri
Area Medio Oriente Africa Medio Oriente Asia Medio-Oriente Medio-Oriente Medio Oriente Africa Africa Medio Oriente Sud-America
fondatori)
Fonte: elaborazione CeMiSS sulla base dci dati ottenuti sul sito ufficiale dell'OPEC: www.opec.org
Tab 3: riserve provate dei paesi OPEC Paese Algeria Arabia Saudita EAU (Emirati arabi Uniti) Iran Iraq Kuwait Libia Nigeria Qa tar Venezuela Totale OPEC Totale Mondo
Riserve (m/b); milioni di barili
OPEC %
76,9
11 314 261542 97800 92600 112500 96500 29500 22500 3700 74930 807866 1050632
Fonte: elaborazione CeMiSS sulla base dei dati ottenuti sul sito ufficiale deii' OPEC: www.opec.org
.
49 Tab 4: L'"Effetto Annuncio" sul mercato petrolifero; un esempio dell'influenza del petrolio iracheno sulla variabile "prezzo" 21
20.5
20
19.5
19
ll!.S
Il!
MAGG IO 1996
L'instabilità del pre:.: o del peTrolio "a pronti" durante le discussioni al Consiglio di Sicure:::o sull'odo:ione del programmo "Oil for food". Da IIOt(ll·e che, i11 rela:io11e oi primi ostacoli frapposti dagli Stati Um1i all'ado:io11e del programmo. il pre::o rale di me::::o dollaro i11 tre giorni: dall'ado:ione alfa firma dell'accordo da parte dell'Iraq. itn·ece. scende \'elocemente.
Il grafico illustra l'andamento del prezzo del greggio in fun zione dell'annuncio dell'eventuale rientro di un eventuale rientro di una quota produttiva irachena attraverso il programma "Oil./òr.food". La prospetti va dell'ingresso di una quota irac hena e, quindi , di un aumento dell'offerta, provoca il decremento del prezzo di un dollaro e mezzo in due settimane. Si tratta di un risultato di grande rilcvanza al la luce della caratteristica rigidità del mercato del petrolio.
..
INDICE PRESENTAZIONE
3
IL QUADRO DI RIFERIMENTO
5
Politic-a e idrocarburi: i paesi affidabili e gli investimenti internazionali Il Golfo in crisi e il ruolo USA Scenari di destabilizzazione Elementi di economia del p etrolio
6
9 Il
IL RIDIMENSIONAMENTO DEL RUOLO POLITICO DELL'OPEC
15
Petrolio, OPEC e relazioni internazionali L'OPEC, cartello dei produttori petroliferi Un cartello vincente? Il ruolo dell 'Arabia Saudita Una lettura della volatilitĂ del prezzo: dinamiche del Golfo
15 16 17 18 20
IL CONTAINMENT PETROLIFERO E LE SUE CONSEGUENZE
27
Iran, Iraq e Libia: produttori "chiave" al bando La lunga via della transizione iraniana I mutamenti recenti L'economia iraniana ne/futuro Il problema iracheno I; importanza di un giocatore scomodo Il ruolo delle compagnie straniere Le rotte La Libia: la prima evoluzione della politica dell 'embargo
27 28
CONCLUSIONI
7
29 32 34 35 37
39 42 45
Questa edizione di "Obiettivo" è stata realizzata dal dott. Carlo Fortuna e dal dott. Giovanni Ciani, ricercatori in servizio di leva presso il CeMiSS, con il coordinamento editoriale e bibliograficodella dottoressa Olga M~ttera , ricercatrice senior per il CeMiSS.