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RIVISTA MILITARE 2016 N.1

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L’INNOVAZIONE CONTINUA Negli anni Ottanta abbiamo inventato un nuovo modo di fare Tv. Nei Novanta l’abbiamo portata per primi su Internet. Oggi siamo pronti a una nuova rivoluzione: la più ampia offerta televisiva on-demand d’Italia. Per darti informazione, sport e spettacolo ai massimi livelli, da vedere quando e dove vuoi.

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RIVISTA MILITARE

C.F. 80419490588

Gennaio-Febbraio n. 1/2016 Editore Ministero della Difesa

Editoriale

(Difesa Servizi S.p.A. C.F. 11345641002) Direttore Responsabile Felice DE LEO Vice Direttore Luigino Cerbo Capo Redattore Domenico Spoliti Redazione Stefano Massaro, Claudio Angelini, Valentina Cosco, Francesca Cannataro, Annarita Laurenzi, Lia Nardella, Raimondo Fierro, Pasquale Scafetta Grafica Ubaldo Russo Grafica on-line Marcello Ciriminna Segreteria e diffusione Responsabile: Giovanni Pacitto Gabriele Giommetti, Giuseppe Ammirati, Fabio Di Pasquale, Ciro Visconti, Filippo Antonicelli, Sergio Gabriele De Rosa Direzione e Redazione Via di S. Marco, 8 - 00186 Roma Tel. 06 6796861 Amministrazione Difesa Servizi S.p.A., Via Flaminia, 335 - 00196 Roma Ufficio Amministrazione dello Stato Maggiore dell’Esercito, Via Napoli, 42 - 00187 Roma Fotolito e Stampa Rubbettino Srl Viale Rosario Rubbettino, 8 88049 Soveria Mannelli (Cz) Tel. 0968 6664.1 centralino Spedizione Postatarget Magazine Condizioni di cessione per il 2016 Un fascicolo Euro 4,00 Un fascicolo arretrato Euro 6,00 Abbonamento: Italia Euro 15,00, estero Euro 21,00. L’importo deve essere versato su c/c postale 000029599008 intestato a Difesa Servizi S.p.A. Via Flaminia, 335 - 00196 Roma oppure tramite bonifico bancario intestato a Difesa Servizi S.p.A. - codice IBAN IT 37 X 07601 03200 000029599008 - codice BIC/SWIFT BPPIITRRXXX, con clausola «Commissioni a carico dell’ordinante» In alternativa si può effettuare l’abbonamento on line su www.rodorigoeditore.it

Noi ci siamo sempre... “La battaglia al terrorismo si affronta conservando il nostro stile di vita. Difenderemo i nostri principi senza esitazioni... Assicurare ai cittadini una rete di protezione sempre più ampia contro la violenza e il terrore”. Così commentava il Capo dello Stato dopo l’attentato terroristico che ha messo in ginocchio Parigi e che ha lasciato sgomento il mondo intero. La reazione delle nostre Istituzioni, per rimanere in ambito nazionale, non si è fatta attendere. L’Esercito Italiano, ancora una volta, è stato chiamato in causa e la risposta, come sempre, è stata immediata ed efficace. Alcuni dati possono rendere immediatamente l’idea del nostro impegno. Oltre 6.500 soldati sono impiegati in Patria giorno e notte nell’ambito dell’Operazione “Strade Sicure”, dei quali 2.300 solo a Roma per il Giubileo della Misericordia iniziato l’8 dicembre, a cui si aggiungono 2.700 in Afghanistan, Libano, Iraq, Kosovo, Somalia e Mali. Il 31 ottobre u.s., l’Expo di Milano ha chiuso i battenti dopo sei lunghi mesi. Il contributo fornito dalla Forza Armata per garantire il regolare svolgimento della manifestazione è stato a dir poco superlativo. L’esposizione mondiale è stata visitata da oltre 21 milioni di persone e in questi mesi i militari hanno controllato oltre 45.200 mezzi (tutti i rifornimenti logistici dei vari padiglioni di Expo), effettuato 34 fermi e 25 arresti, sequestrato 17 armi e oltre 200 articoli contraffatti. L’Esercito, in questi sei mesi, ha assicurato una presenza “forte” ma allo stesso tempo discreta e cordiale. Sul prossimo numero di “Rivista Militare” pubblicheremo un articolo che racconterà dettagliatamente quanto è stato fatto dai nostri soldati. Cari Lettori, il tempo che si annuncia è carico di problematiche che minano seriamente il futuro dell’umanità: la povertà, la penuria di risorse energetiche tradizionali e rinnovabili, il degrado dell’ambiente e, soprattutto, le nuove minacce, fortemente asimmetriche, segnate anche dal sorgere di nuove potenze regionali e, in prospettiva, mondiali. Siamo consapevoli che la pace e la democrazia vadano difese mediante un esercizio attivo della vigilanza ed un uso intelligente degli strumenti della politica. L’Esercito ha fatto e farà sempre la sua parte. “Noi ci siamo sempre è il ritratto di un Esercito moderno, pronto ed efficace che ogni giorno di più si conferma come una risorsa insostituibile per il Paese. Continueremo ad essere presenti, uniti e compatti ovunque ci sia richiesto, con la consapevolezza di fornire il nostro contributo con slancio, entusiasmo ed immutata determinazione” (N.d.R. Tratto dal discorso del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Gen. Danilo Errico, in occasione del messaggio augurale formulato al personale della Forza Armata per le festività natalizie).

Buona lettura! IL DIRETTORE

Autorizzazione del Tribunale di Roma al n. 944 del Registro con decreto 7-6-49 Periodicità Bimestrale

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NORME DI COLLABORAZIONE La collaborazione è aperta a tutti. Gli autori possono inviare i propri scritti corredati da immagini nel rispetto della normativa vigente sul copyright e in base al regolamento per la selezione di Recensioni, Articoli, Interviste e Saggi, pubblicato sul sito www.esercito.difesa.it sezione Bandi di Gara.

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RIVISTA MILITARE Sommario

Il Centro Addestramento 62 Paracadutismo. Un viaggio gio ne nel “Tempio”

Inauguraz gurazione 4 Inaugurazione dell’anno nno accademico ccademico 20 2015-2016

di Francesca F ncesca Fra sca Cannataro Cann C e Valentina V Valen titina Cosco

Qua futuro? 6 Ejército de Tierra - Quale Intervista al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito spagnolo a cura di Costantino Moretti

70 Il 300 AAC Blackout: lackou una nuova munizione e per le e operazioni speciali ciali ...e non solo

12 Dayton 1995-2015: l’Ownership Process di Gennaro Di Domenico

d Fabio di F b Fa bio i Zampieri Za

16 Le Forze nucleari del Regno Unito di Antonio Ciabattini Leonardi

22 ONU e Italia: bilanci e prospettive

San Marino e la Grande nde Guerra. Guerra a. 76 A fianco co dell’Italia ll’Itali

di Riccardo Venturini

Ser oggi 28 La Serbia

di Antonello Folco Biagini i e Antonello Battaglia

di Arduino Panic Paniccia

Contro il fuoco, le pietre e le spine. 82 La battaglia del Monte Nero di Giovanni Cerino Badone

onia e le sue 32 La Polonia Forze terrestri errestri

2000 anni di Storia Militare a Roma. 88 Castro Pretorio (1a parte)

di Francesco Palmas as

di Monica Del Grasso e Paola Papalini

36 Chi stabilisce i bisogni delle Forze Armate in tema di ammodernamento?

La cheiroballistra di Erone 94

di Matteo Marti

di Flavio Russo

I Samurai (4a parte) 97

42 EUTM Somalia

di Alessandro Fontana di Valsalina

di Gianmarco Laurencig

46 Il coraggio di osare! La Scuola Sottufficiali dell’Esercito di Francesca Cannataro e Valentina Cosco

Una famiglia con le spalle larghe 104 di Enrica Macci

RUBRICHE

54 Alla Porta!!! Le capacità avioportate globali (2a parte) di Federico Bernacca

APPROFONDIMENTI 108 RECENSIONI 112

IN COPERTINA Il grado di maresciallo rappresenta il primo, importante obiettivo formativo degli Allievi Marescialli; al termine del secondo anno di corso, dopo aver superato numerose difficoltà relative all’intensa attività tecnico-professionale, durante una sentita e significativa cerimonia, svolta all’interno della Scuola Sottufficiali dell’Esercito di Viterbo, i familiari dei Marescialli neo promossi appongono i “galloni” di Maresciallo sulle spalle del proprio congiunto; un “rituale” importante che, a testimonianza di una condivisione di valori, suggella l’unione tra l’Esercito e la famiglia.


INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2015-16

INTERVENTO DEL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO (Modena, 27 novembre 2015) Il C Capo di S Stato Maggiore dell’Esercito, G Generale di C Corpo d’Armata Danilo Errico, alla presenza del S Sottosegretario di Stato alla Difesa On. Domenico Rossi, di numerose autorità civili e militari e dei frequentatori di tutti gli Istituti scolastici dell’Esercito, ha inaugurato l’Anno Accademico e Scolastico 2015-2016, nella storica cornice del Palazzo Ducale di Modena, sede dell’Accademia Militare. Al termine dell’intervento del Generale di Corpo d’Armata Danilo Errico, i rintocchi della “Campana del Dovere” hanno idealmente sancito l’inizio dell’Anno Accademico e Scolastico in tutti gli Istituti militari: la Scuola di Applicazione di Torino, l’Accademia Militare di Modena, la Scuola Sottufficiali dell’Esercito di Viterbo, la Scuola Lingue Estere dell’Esercito di Perugia e le due Scuole militari, “Nunziatella” di Napoli e “Teuliè” di Milano.

L’odierna cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico e Scolastico degli Istituti militari di Forza Armata, oltre a costituire una ricorrenza dal rilevante significato simbolico, rappresenta un’opportunità di riflessione sul ruolo che i frequentatori saranno chiamati a giocare nel prossimo futuro. Un futuro sempre più caratterizzato da profonda incertezza, estrema complessità e perduranti crisi come, ad esempio, quelle che interessano l’Ucraina, la Libia, la Siria e l’Iraq, aggravate, peraltro, dall’aumento esponenziale di flussi migratori incontrollati, dalla privatizzazione della violenza e dai conflitti interetnici e religiosi che spesso creano lo spazio per un sempre più organizzato terrorismo internazionale. Sono temi di attualità con i quali i frequentatori degli Istituti di Formazione superiori andranno a confrontarsi appena concluso il ciclo formativo. Questo ampio spettro di sfide con le quali l’Esercito è chiamato a raffrontarsi ha fatto emergere la necessità di adeguare non solo l’organizzazione della Forza Armata a un bilanciato mix di capacità operative, ma soprattutto la formazione del personale, impartendo un’istruzione completa, capace di plasmare professionisti motivati e preparati, culturalmente, fisicamente e dal punto di vista tecnico-professionale. La decisione di intraprendere una formazione e una carriera militare è una scelta consapevole, come consapevole fu quella fatta da coloro che, negli anni compresi tra il 1915 e il 1918, decisero di calcare i banchi degli Istituti di Formazione militare con la certezza, al termine, di essere chiamati a imbracciare le armi per difendere la Patria al fronte. La stessa scelta, che rappresenta e racchiude inalterabili ideali di lealtà e fedeltà alle Istituzioni, che hanno intrapreso coloro che, più recentemente e nonostante fossero formati per sostenere le insidie di un conflitto convenzionale, seppero proiettare le Forze Armate nel nuovo millennio, inaugurando la stagione delle missioni a sostegno 4

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della stabilità internazionale. Ma perché un giovane decide deliberatamente di affrontare una sfida tanto importante e difficile, cioè un percorso di studi non universitario normale o un liceo, ma entrare nel mondo militare? Perché il raggiungimento di questo obiettivo è il modo migliore per misurare energie e capacità! È questo che va tenuto a mente lungo questo percorso arduo e severo. L’impegno di studio e di addestramento è essenziale per creare dei veri leader, competenti e autorevoli, chiamati a decidere rapidamente e spesso in condizioni di rischio e di stress. Ne dipenderà la sorte delle unità, di Uomini e Donne e spesso quella dei civili innocenti tra i quali si è chiamati a operare. Per poter essere pronti sarà necessario sfruttare al meglio il periodo di studio, capitalizzando tutte le opportunità che l’Esercito offre, cogliendo appieno gli insegnamenti dei docenti e dei Quadri istruttori a cui spetta il dovere di trasmettere cultura, esempio, esperienze e valori. La formazione è, infatti, un settore dove corre l’obbligo di essere inflessibili perché – come affermava il Generale MacArthur – “nessuna altra professione al mondo, a parte quella militare, comporta conseguenze più tragiche e irrevocabili qualora fosse impiegato personale non adeguatamente preparato e addestrato”. Una formazione militare che oggigiorno è sempre più spesso presa a modello di riferimento anche dal mondo civile, dove non è escluso che alcuni, e mi riferisco ai frequentatori delle Scuole militari, potrebbero proseguire gli studi, fornendo il loro contributo per rendere più forte, funzionale ed efficiente il nostro “Sistema Paese”. Ma quali altre qualità e quali capacità sono chieste ai futuri professionisti della Forza Armata? La nostra è certamente una professione complessa ed esigente, in termini sia di impegno intellettuale e materiale sia di rigore morale. Una professione, quella dell’“Arte del Comando” anche ai minimi livelli, in cui bisogna essere capaci di comprendere che le decisioni spettano a chi è alla testa delle unità, che sono frutto, oltre che di conoscenza, di buon senso e coraggio e devono creare consapevolezza, suscitando spirito di iniziativa per raggiungere gli obiettivi indicati. Una professione in cui è necessario essere preparati ad affrontare spesso situazioni impreviste, perché l’incertezza è parte integrante del nostro lavoro, ed essere pronti comunque ad elaborare e fornire risposte aderenti ed efficaci. Bisogna essere capaci di coinvolgere, con parole e azioni, le persone con cui si interagisce, siano esse dipendenti, colleghi di altre Forze Armate, militari di Eserciti amici o alleati, popolazioni con cui nel corso della carriera si entrerà in contatto, migliorando la loro esistenza, o almeno cercando di farlo. Bisogna essere capaci di ispirare la fiducia dei superiori e infonderne ai dipendenti, suscitando la stima degli uni e il rispetto degli altri. Bisogna essere capaci di osare fidando sulle capacità dei collaboratori, di affidare un progetto a un collega senza gelosie o di cedere la paternità di un successo a un gregario che si è speso per realizzarlo e migliorarlo, perché chi ha fatto la nostra scelta comincia a “essere” quando comincia a “dare”. Bisogna saper ascoltare i propri Uomini e Donne, relazionandosi con loro non semplicemente come meri dipendenti, ma attraverso un dialogo franco e leale, affinchè la “fiamma” della motivazione n. 1/2016

che li ha spinti ad arruolarsi non si estingua. Di contro, è necessario assumersi sempre le responsabilità di un insuccesso, anche quando palesemente dovuto alle negligenze di altri, trasformandolo, con abnegazione, esempio e generosità, in un’opportunità di crescita per tutti. In una parola, l’Esercito e il nostro Paese si aspettano che, sempre e ovunque, chi ha frequentato Scuole e Istituti di Formazione militare faccia la differenza! Solo con questi comportamenti si sarà in grado di essere pienamente Comandanti, Dirigenti, Militari e Uomini o Donne! Un traguardo che sarà più semplice conquistare se al termine del periodo di formazione, parafrasando un famoso discorso ai cadetti di West Point del Generale Schwarzkopf (1), «si lasceranno le scuole e gli istituti con la parola “dovere” impressa nella mente, con la parola “onore” scolpita nell’anima e con il sentimento di amore patrio nel cuore». Solo allora si sarà pronti a rivestire il ruolo di un moderno leader e a essere degni del grande privilegio di poter guidare gli Uomini e le Donne dell’Esercito Italiano! NOTA (1) Tratto dal discorso del Generale N. Schwarzkopf tenuto il 15 maggio 1991 ai cadetti di West Point presso l’Eisenhower Hall Theatre.

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EJÉRCITO DE TIERRA Q UALE FUTURO? a cura di Costantino Moretti*

Intervista al Generale Jaime Domínguez Buj, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito spagnolo Signor Generale, l’Esercito spagnolo è attualmente impegnato in un processo organizzativo volto a ridisegnare la propria struttura che dovrebbe avere compimento con la creazione di nuove “Brigate Organiche Polivalenti”. Può illustrarci, per cortesia, cosa sarà e quale finalità s’intende raggiungere con la creazione della “Brigata Organica Polivalente”? A che punto è il processo? La polivalenza è la risposta dell’Esercito spagnolo alle sfide derivanti dalla complessità e incertezza dei futuri scenari. Sfide che hanno imposto degli sviluppi in diversi ambiti: formazione e addestramento, Lo scorso 10 novembre, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito di Spagna, Generale Jaime Domínguez Buj, è stato ricevuto a Roma dal suo omologo, Generale Danilo Errico. Nel corso dell’incontro il Generale Errico ha illustrato, tra l’altro, lo sviluppo delle future capacità dell’Esercito Italiano, in linea con gli scenari e con le priorità indicati nel Libro Bianco della Difesa, nonché il processo di ammodernamento e di riorganizzazione in atto presso la Forza Armata. Successivamente, il Generale Domínguez Buj è stato ricevuto dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano. Entrambi gli incontri si sono svolti nell’alveo delle fraterne e amichevoli relazioni che da sempre animano le due Forze Armate e, più in generale, i due Popoli. Come ha dichiarato il Generale Domínguez Buj ricevendo l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dalle mani del Generale Errico: “Certamente, per me è un grande onore essere nominato Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Però, soprattutto, lo considero un gesto di amicizia straordinario, da parte loro verso l’Esercito spagnolo. Dico questo perché so che non sono i miei meriti personali che mi hanno fatto guadagnare questa decorazione, ma, come è stato detto nella motivazione, lo spirito di cooperazione e il forte vincolo tra i nostri Eserciti, che ci permetterà di continuare ad affrontare assieme le sfide che si presenteranno, tanto adesso come nel futuro”. Al termine delle sessioni di lavoro, il Generale Domínguez Buj ha gentilmente rilasciato la seguente intervista al nostro periodico.

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Nella pagina a fianco Il Generale di Corpo d’Armata Danilo Errico, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, riceve il Generale Jaime Domínguez Buj, Capo di Stato Maggiore dell’Ejército de Tierra spagnolo

materiali in dotazione, organizzazione, dottrina e tecnica, mentalità del personale. La Brigata Operativa Polivalente (BOP) sarà la struttura organica di riferimento e l’elemento basilare della futura struttura della Forza Armata in quanto sarà il “sistema d’arma integrale” per quanto riguarda la pianificazione e l’acquisizione di capacità militari. In tal modo, la BOP sarà una Grande Unità la quale, grazie a un organico flessibile e intercambiabile, sarà capace di agire in tutti gli ambiti di un possibile conflitto con i propri mezzi organici o con gli adeguati rinforzi esterni, quando necessari. Sono stati progettati due modelli di BOP allo scopo di facilitare l’utilizzazione dei materiali in servizio e delle strutture esistenti: uno con una maggiore incidenza di mezzi ruotati e l’altro con una maggiore incidenza di mezzi cingolati. Per agevolare questa riorganizzazione, è stato previsto un passaggio intermedio con la creazio-

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ne di cosiddette “Brigate Operative Polivalenti di transizione”. È previsto che le dieci strutture a livello di Brigata in essere nell’Esercito all’inizio del 2015, per la fine del 2016 si saranno trasformate in otto “Brigate Operative Polivalenti di transizione”, quattro di esse del modello su “ruote” e le altre quattro del modello su “cingoli”. La Spagna mantiene una struttura di Comando e Controllo a livello divisionale. Potrebbe inquadrarci nel dettaglio tale struttura e le sue finalità?

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La Divisione è una Grande Unità fondamentale, chiave nell’unione tra il livello tattico e quello operativo o strategico, che ha acquisito una rinnovata importanza a seguito della complessità degli scenari operativi che si prospettano nel prossimo futuro. La struttura divisionale permette tanto l’esecuzione di operazioni campali, quanto l’esecuzione di un ampio ventaglio di operazioni interforze e inter-agenzia non di combattimento. Il Quartier Generale di Divisione è la base per costituire una struttura di Comando e Controllo flessibile, modulare, proiettabile e di limitata presenza sul terreno, multidisciplinare, con agilità di processi di pianificazione, condotta e gestione dell’informazione e facilmente adattabile a qualunque tipo di scenario e missione. Tali Quartieri Generali costituiscono organizzazioni adatte ad essere utilizzate nella struttura operativa richiesta, disponendo di capacità per: • dirigere un’organizzazione operativa di livello divisionale, inquadrata in un Corpo d’Armata/Comando Componente Terrestre; • dirigere, coi rinforzi necessari, un’organizzazione operativa di un’entità, non inquadrata in un Comando superiore, tanto come Quartier Generale Interforze nel quadro della struttura operativa nazionale, quanto come Comando Componente Terrestre in una “Small Joint Ope-

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Il Generale Jaime Domínguez Buj riceve l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Generale Errico

ration” della NATO. Attualmente l’Esercito spagnolo ha due strutture di comando a livello di Divisione. Esse sono necessarie, all’interno della struttura organica, per: • l’addestramento delle strutture di comando delle Brigate subordinate; • la direzione, il coordinamento, il controllo e la valutazione della preparazione delle Brigate subordinate; • la predisposizione (disegno, costituzione, preparazione, valutazione) di contingenti per operazioni terrestri. Potrebbe tratteggiarci lo stato delle relazioni tra l’Esercito spagnolo e quello italiano? Quali sono le attività e le collaborazioni in atto tra i due Eserciti? Ritiene che sussistano aree suscettibili di un maggiore sviluppo? Per la Spagna, dal punto di vista della diplomazia militare, l’Italia è un Paese della massima importanza. A livello Esercito, detta importanza si evidenzia nell’elevato numero di attività bilaterali che sono portate a termine tutti gli anni. Per numero di attività poste in essere congiuntamente ogni anno dall’Esercito spagnolo con Eserciti stranieri, quello italiano si posiziona stabilmente nei primi tre posti. È con piacere che posso affermare che tutte le iniziative concordate per il 2015 sono state poste in essere. I principali strumenti per mantenere sempre forte questa intensa relazione sono: • la Giornata di Lavoro nel corso della quale i Capi di Stato Maggiore si riuniscono, ogni anno, per trattare temi d’interesse reciproco, come avvenuto oggi; n. 1/2016

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Un momento dell’intervista: da destra a sinistra, il Generale Jaime Domínguez Buj, il Direttore di “Rivista Militare”, Colonnello Felice De Leo, e il Dottor Costantino Moretti

• la riunione degli Stati Maggiori, che avviene con medesima cadenza, per programmare le attività bilaterali da realizzare durante l’anno successivo. L’ultima di queste riunioni si è tenuta a Madrid dal 26 al 28 maggio di quest’anno; • il coordinamento e lo scambio continuo d’informazioni che avviene sia tramite l’Addetto militare presso le rispettive Ambasciate sia tramite l’Ufficiale di collegamento presente, con carattere permanente, presso lo Stato Maggiore dell’altro Esercito. Ma senza alcun dubbio, il fattore che più ha contribuito a questa sintonia

è l’ampia e stretta collaborazione che da molti anni vede i due Eserciti in differenti zone operative, quali ad esempio: il Libano (UNIFIL), l’Afghanistan (prima ISAF e dopo RSM), il Kosovo (KFOR), il Mali (EUTM Mali) e la Somalia (EUTM Somalia). Il risultato fino ad oggi è stato molto soddisfacente e il grado di collaborazione raggiunto molto elevato. Non ci accontentiamo dei risultati raggiunti e vogliamo continuare a incrementare la nostra cooperazione. L’obiettivo è quello di raggiungere un livello di collaborazione che permetta di realizzare la massima efficacia ed efficienza nelle nostre attività comuni, tanto nelle operazioni in essere quanto nelle future ovunque nel mondo dovessero essere condotte. *Giornalista


DAYTON 1995-2015: L’OWNERSHIP PROCESS

di Gennaro Di Domenico*

Il 4 dicembre 2014, durante il Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri dei Paesi dell’OSCE a Basilea (Svizzera), aveva luogo la cerimonia della firma degli Amendments all’Agreement, grazie all’instancabile contributo della nostra Forza Armata e dell’Italia che per 19 anni ha fornito personale qualificato nel controllo degli armamenti e addirittura il Rappresentante Personale del Presidente in esercizio dell’Organizzazione a partire dal Generale Carlo Jean, proseguendo con i Generali Zappulla, Sampaolo e Periotto, per concludere con il Generale di Divisione Michele Torres. Alla cerimonia presenziavano, in analogia con la firma degli Accordi di Pace di Dayton, i membri dei Paesi del gruppo di contatto, tra i quali figurava il Ministro Gentiloni. INQUADRAMENTO STORICO-GIURIDICO DELL’ACCORDO Molti saranno al corrente degli Accordi di Dayton conosciuti come General Framework Agreement on Peace (GFAP) in Bosnia-Herzegovina, firmati a Parigi il 14 dicembre 1995 in seguito a quanto negoziato nel novembre 1995 nella base Wright-Patterson, Dayton, Ohio. Le Parti firmatarie erano Bosnia-Erzegovina (tralasciamo le relative ripartizioni interne), Repubblica Croata e Repubblica Federale di Jugoslavia (FRY), successivamente Serbia e Montenegro. Alla sigla di questi Accordi erano presenti i rappresentanti del cosiddetto Contact Group: Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Federazione Russa (l’Italia si è aggiunta a tale gruppo nel 1996). Gli Accordi, che segnarono la fine di 3 anni di conflitto in Bosnia-Erzegovina, coinvolsero diverse organizzazioni internazionali, incluse OSCE, NATO e ONU per monitorare, supervisionare e implementare le varie componenti degli accordi. Nell’ambito degli 11 annessi del GFAP del 1995 assume importanza per la nostra trattazione l’annesso 1-B Regional Stabilization, che conferiva all’OSCE il mandato di facilitare l’elaborazione e l’attuazione di 3 diversi agreements per le relative negoziazioni: Article II in ambito confidence and security-building measures (CSBMs), concluso a Vienna il 26 gennaio 1996; Article IV per l’applicazione di misure sub-regionali di controllo degli armamenti nella 12

regione balcanica, firmato a Firenze il 14 giugno 1996; Article V per il controllo agli armamenti applicabile “in and around the former Yugoslavia”, avviato all’inizio del 1999 in seno al Forum for Security Co-operation (FSC) dell’OSCE. L’Agreement per il controllo degli armamenti in Europa Sud-Orientale – conosciuto come Articolo IV o Accordo di Firenze – costituisce una delle misure istituite nell’ambito degli Accordi di Pace di Dayton per ricostruire la pace e la stabilità in seguito alla guerra nei Balcani. Nonostante l’Agreement per il controllo degli armamenti – multilaterale – sia tra quattro Stati sovrani, cioè Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Repubblica di Croazia e Repubblica di Serbia, fu prevista e introdotta la figura del Rappresentante Personale (PR) del Presidente in esercizio dell’OSCE a sostegno e assistenza delle Parti. Il PR costituiva un intermediario speciale e neutrale previsto dall’Accordo fin dall’entrata in vigore; le sue funzioni erano di fornire supporto, ottenere consenso politico e garantire il buon funzionamento delle attività concernenti il controllo degli armamenti. L’Agreement in questione, ispirato al Rivista Militare


Conventional Forces in Europe (CFE), si focalizza sulle 5 categorie di armamento pesante da “verificare” ovvero carri armati, veicoli corazzati da combattimento, artiglierie, elicotteri d’attacco e aerei da combattimento e rappresenta una “storia di successo”, per l’eccellente modello per il mantenimento dell’equilibrio militare e la stabilità nella regione. Dopo circa 18 anni d’implementazione, le Parti largamente in condizione hanno assunto piena autonomia – la cosiddetta Ownership – per il funzionamento dell’Accordo, pur sempre in stretto contatto con l’OSCE. Uno specifico Ownership Process Action Plan, che si articolava su 2 fasi, veniva elaborato in stretto coordinamento con il supporto politico dei Paesi del Gruppo di Contatto. Il piano prevedeva il graduale trasferimento di tutte le responsabilità alle Parti fino al punto in cui nessun coordinamento esterno diretto sarebbe stato necessario per l’OSCE. Il processo e l’esito del progressivo trasferimento delle funzioni del PR alle Parti legittima l’autonoma valutazione, la pianificazione e il processo decisionale, la gestione e l’attuazione pratica e, in ultima analisi, il pieno controllo delle Parti, in accordo con le fasi del piano d’azione. Proposto dal PR nel 2008, approvato dalle Parti nel 2009, avviato nel 2010, alla fine del 2011 la prima fase di natura prevalentemente militare veniva portata a termine in maniera brillante. In particolare, essa mirava alla riduzione del contributo internazionale attraverso il graduale trasferimento di alcune funzioni tecniche nel controllo agli armamenti in precedenza fornite con il supporto del PR. Tali funzioni si possono sintetizzare nel calcolo del numero d’ispezioni da compiere ovvero ricevere per ciascun Paese ogni anno, la pianificazione delle attività ispettive, l’analisi dell’andamento delle ispezioni riguardo a quanto previsto nel relativo protocollo e ai rapporti sulle attività effettuate, l’analisi dello scambio annuale delle informazioni sugli armamenti e sul personale militare, la diramazione dei rapporti d’ispezione e il segretariato durante le riunioni. La seconda fase, di natura squisitamente politico-diplomatica, consisteva nell’individuare e procedere nelle possibili modalità di revisione dell’Agreement dal punto di vista legale in previsione del passaggio delle consegne del PR e

dei suoi collaboratori dell’Ufficio alla fine del 2014. In funzione di questo hand-over, il contenuto dell’Accordo doveva essere necessariamente adattato alla nuova realtà ovvero emendato. Da qui gli Amendments (legally e politically binding), che hanno comportato procedure nazionali di approvazione a carico di ciascuna Parte con criteri e tempistiche diversi. In tutta questa fase i contatti e le estenuanti attività di intermediazione del PR – alcuni ufficiali, molti informali – hanno sortito l’effetto desiderato, mettendo le Parti in condizione di giungere alla firma, ad opera dei Ministri degli Affari Esteri, di quelle parti degli Amendments che abolivano la figura del PR previsto dalla decisione del Consiglio dei Ministri dell’OSCE (Budapest 1995). Ulteriori elementi di rilievo nella seconda fase sono stati l’approntamento di documenti di lavoro quali una versione aggiornata dell’Agreement alla luce delle decisioni assunte negli ultimi anni a cura dell’Ufficio del PR (Addenda), oltre che il manuale di lavoro per le attività sul terreno (handbook). OBIETTIVI RAGGIUNTI PER IL CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI Le disposizioni sul controllo degli armamenti sono mirate alla gestione delle armi pesanti, al fine di individuare, in modo trasparente, l’equilibrio militare esistente. Dalla firma dell’Accordo nel 1996 e stato condotto un numero impressionante d’ispezioni, per un totale di 709, con il con-

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CONCLUSIONI Visto il successo dell’Articolo IV Annesso 1/B degli Accordi di Dayton nel campo del controllo agli armamenti, ci si pone l’interrogativo di quali siano state le condizioni favorevoli ed i punti di forza. Certamente l’Accordo fu avviato e instaurato in uno scenario post bellico, ma soprattutto essendo limitato a una cosiddetta sub-regione europea, i popoli pur sotto diverse bandiere hanno condiviso un background simile dal punto di vista storico, culturale, linguistico e militare per l’appartenza alla ex-Jugoslavia. Quetributo di 1.307 assistenti internazionali, forniti da 29 Paesi che supportano l’OSCE. Dal 1996, le Parti hanno diminuito gli armamenti pesanti in quantità impressionante: 10.074 pezzi nelle 5 categorie. Tale quantità risuona profondamente sull’opinione pubblica ed è la prova evidente che l’Accordo abbia prodotto ottimi risultati in adempimento degli obblighi. Inoltre, le Parti stanno ancora riducendo su base volontaria armamenti pesanti, anche dopo la fine della fase ufficiale di riduzione, conclusa nel 1997, e continuano a notificare tali riduzioni (tra le varie forme, oltre la distruzione e il collocamento in mostra statica sono previste anche le esportazioni). Per attuare quanto menzionato, il PR e le Parti si sono avvalsi delle seguenti riunioni: • due Sub-Regional Consultative Commission (SRCC) l’anno a Vienna; • due Permanent Working Group (PWG) l’anno a rotazione nei 4 Paesi, in preparazione delle SRCC; • una Review Conference ogni 2 anni per confermare le decisioni adottate nelle SRCC; • una Data Exchange l’anno a Vienna, in dicembre.

ste condizioni – forse casuali – si sono rivelate un’ottima base di partenza, mentre sono stati decisivi altri fattori quali il consenso delle Parti e la presenza della comunità internazionale. Gli attori più rilevanti nel contesto mondiale, infatti, hanno partecipato con un approccio che a posteriori avremmo definito comprehensive, all’epoca interpretato semplicemente come in campi diversi dal controllo agli armamenti oltre che l’applicazione parallela di misure volte a creare fiducia e sicurezza. In definitiva il processo di stabilizzazione dell’area si è completato e l’apporto fornito dal nostro Paese e dai membri della Forza Armata è stato determinante, sebbene non enfatizzato forse in maniera adeguata. Oltre alla mission accomplished da parte del Personal Representative in Vienna, diversi ispettori con grande professionalità vengono individuati dal Centro di Verifica Armamenti e Controproliferazione e impiegati per contribuire alla trasparenza e al buon esito di attività ai sensi dell’Articolo IV e di altri trattati. *Tenente Colonnello

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LE FORZE NUCLEARI DEL REGNO UNITO di Antonio Ciabattini Leonardi*

L

o sviluppo del deterrente nucleare britannico e la diffusione della tecnologia nucleare a scopi militari sono stati sin dall’inizio strettamente correlati. Fu infatti in Gran Bretagna che si cominciò a elaborare, all’inizio del Secondo conflitto mondiale, l’idea di studiare le applicazioni militari dell’energia atomica allo scopo di dotare il Regno Unito di un’arma che potesse aiutare il Paese a sostenere il proprio sforzo bellico. Inoltre, la Gran Bretagna rappresenta un interessante caso di studio per l’analisi delle motivazioni che possono spingere una media potenza a scegliere di dotarsi dell’arma atomica e delle difficoltà che questa scelta può implicare sia dal punto di vista della politica interna sia da quello economico. Infatti, il programma nucleare britannico è stato, ed è tuttora, ciclicamente al centro di intensi dibattiti interni ed è spesso criticato sulla base dei suoi costi, della sua utilità e della sua reale indipendenza. Con la fine della Guerra Fredda e l’avvento dell’era dei conflitti asimmetrici, la questione del mantenimento da parte delle Forze Armate di un ruolo nucleare è tornata alla ribalta del dibattito nazionale e ha messo in luce le tensioni economiche e politiche che, specie in questo momento di acuta crisi, il suo mantenimento ed eventuale aggiornamento generano. La fattibilità di un programma nucleare militare fu per la prima volta dimostrata da due fisici di origine tedesca dell’Università di Birmingham, Rudolf Peierls e Otto Frisch, che nel marzo del 1940 presentarono un rapporto nel quale riuscirono a calcolare il quantitativo di uranio 235 necessario alla produzione di un ordigno atomico. Le ricerche mostrarono che per poter avviare una reazione a catena non sarebbero state necessarie tonnellate di materiale fissile, ma quantità nell’ordine di qualche chilogrammo. Il rapporto Peierls-Frisch avviò in seno al Governo britannico un acceso dibattito che portò, nell’aprile 1940, alla creazione del cosiddetto Comitato MAUD (Military Application of Uranium Detonation), e in seguito all’avvio del “progetto Tube Alloys”, nome in codice dietro al quale si nascondeva il programma nucleare militare del Regno Unito. Due difficoltà caratterizzarono sin dall’inizio il progetto: quella di reperire le risorse economiche e tecnologiche per poter avviare la sperimentazione in un Paese 16

che già investiva in maniera massiccia tutte le sue risorse nello sforzo bellico, e le problematiche che nascevano dal fatto che il territorio britannico era oggetto di intensi bombardamenti che rendevano difficile l’individuazione di una zona sicura nella quale installare gli impianti per la produzione di materiale fissile. Benché in un primo momento il Regno Unito aveva pensato di spostare le infrastrutture del progetto sul territorio canadese, al riparo da possibili incursioni dell’aviazione nazista, il vero momento di svolta si ebbe quando il “progetto Tube Alloys” confluì all’interno del ben più noto “progetto Manhattan”, nome in codice del programma atomico americano. Fu questo il primo momento di svolta nella storia del deterrente nucleare britannico che determinò in larga misura l’evoluzione della corsa agli armamenti della Gran Bretagna. Anche se Londra poteva vantare la paternità dell’idea di sviluppare un programma nucleare a scopo militare, infatti, dal 1943 il Governo di Winston Churchill fu costretto a lasciare l’iniziativa agli alleati americani. Il Regno Unito cercò di salvaguardare una qualche forma di controllo sugli sviluppi futuri di questa tecnologia attraverso accordi tra Churchill e il Presidente Roosevelt, come quello di Québec nel 1943 e quello di Hyde Park nel 1944. Tuttavia, il confluire del “progetto Tube Alloys”, nel “progetto Manhattan” determinò un’irrimediabile perdita di controllo sia a livello politico sia tecnologico, controllo che Londra non ebbe più modo di riacquistare.

Sopra Il primo test nucleare nelle isole di Montebello A destra sopra Winston Churchill A destra sotto Clement Attlee Rivista Militare


NASCE IL DETERRENTE NUCLEARE BRITANNICO Dopo l’esplosione delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nel 1945, il potenziale distruttivo solo immaginato dai componenti del Comitato MAUD nel 1940 era diventato una realtà di cui gli Stati Uniti erano determinati a mantenere il monopolio. Il tentativo del nuovo Premier laburista Clement Attlee, succeduto a Churchill nel luglio del 1945, di pretendere dagli alleati americani il rispetto degli accordi, che prevedevano una condivisione delle informazioni e delle conoscenze scaturite dal “progetto Manhattan”, cadde nel vuoto. La situazione si aggravò ulteriormente quando il Senato degli Stati Uniti approvò nel 1946 il “McMahon Act” con il quale veniva vietata la diffusione di informazioni che avrebbero potuto aprire la strada alla disseminazione di notizie relative al programma nucleare americano anche verso Paesi alleati. Quello che sotto alcuni punti di vista potrebbe essere definito come il primo atto di una politica antiproliferazione nucleare del Governo statunitense sortì, secondo alcuni, l’effetto opposto rinforzando la volontà della Gran Bretagna di dotarsi di un deterrente nucleare autonomo. Il possesso di un arsenale atomico indipendente non era mai stato messo in discussione poiché era visto in ampi circoli dell’establishment britannico come una soluzione in grado di mantenere nel novero dei grandi Paesi uno Stato che sembrava incamminato sulla via del declino. Da questo punto di vista pertanto la legislazione introdotta dal Senato americano nell’agosto 1946 rappresentò al massimo la fatidica goccia che fece traboccare il vaso. Al mantenimento del prestigio nazionale si affiancavano anche motivazioni che scaturivano da calcoli di tipo strategico determinati dalla visione dello scacchiere internazionale all’inizio della Guerra Fredda. La politica aggressiva portata avanti dall’Unione Sovietica tra il 1945 e il 1949 da una parte, e dall’altra i dubbi sulla volontà americana di proseguire il suo impegno a difesa dell’Europa occidentale, guidarono le scelte del Governo britannico che nel 1947 decise di dare vita a un progetto nucleare militare che portò, nel 1952, all’esplosione del primo ordigno atomico interamente progettato in Gran Bretagna. Il periodo tra il 1947 e il 1952 non venne tuttavia dedicato esclusivamente alla preparazione del primo test nucleare svoltosi il 3 ottobre 1952 nelle isole di Montebello, nell’Oceano Pacifico, ma anche alla teorizzazione dell’impiego che queste nuove armi avrebbero potuto avere nello scacchiere internazionale. La Gran Bretagna si trovava in una posizione particolarmente interessante per questo tipo di elaborazione teorica, essendo una media potenza con interessi a livello globale, in declino dal punto di vista economico, con un territorio particolarmente vulnerabile ad attacchi con armi atomiche e con la necessità di preservare le vie di approvvigionamento, soprattutto marittime, in caso di conflitto generalizzato. In una simile situazione l’utilizzo delle armi nucleari in un’ottica di deterrenza da possibili minacce nemiche non poteva che diventare il fulcro del pensiero strategico britannico. Con il “Global Strategy Paper”, elaborato dal Joint Chefs of Staff (JCS) delle Forze Armate britanniche nel 1952, l’idea di mettere al centro della difesa del Paese l’utilizzo di armi atomiche venne definitivamente formalizzata in modo compiuto. Tuttavia, le strategie elaborate in questo periodo si muovevano sulla base dell’assunto che, in un eventuale conflitto contro l’Unione Sovietica e i suoi alleati, gli Stati Uniti avrebbero impiegato il loro potenziale nucleare e convenzionale, e che l’utilizzo dell’armamento atomico britannico sarebbe stato coordinato con il Governo statunitense. Nessuno a Londra pensava infatti che la Gran Bretagna avrebbe potuto giocare alla pari con un’Unione Sovietica che dal 29 agosto 1949, data del primo test di Mosca, incrementava velocemente il proprio arsenale. Si optava, piuttosto, per una “deterrenza concertata” che si basava sullo stretto legame tra lo Strategic Air Command (SAC) statunitense e quello della Royal Air Force (RAF). In molti hanno sottolineato come il “Global Strategy Paper” abbia in qualche modo anticipato, se non addirittura ispirato, i concetti alla base della dottrina del “New Look” elaborata negli Stati Uniti dall’Amministrazione Eisenhower che, a partire dal 1954, poneva al centro della propria strategia l’idea di impiego massiccio delle armi nucleari come risposta a qualsiasi provocazione proveniente dal blocco comunista. Al di là della teorizzazione dell’impiego degli armamenti nucleari nel contesto sempre più teso della Guerra Fredda, il Regno Unito si impegnò, durante la seconda metà degli anni Cinquanta, a sviluppare dei vettori in grado di implen. 1/2016

mentare le strategie elaborate dallo Stato Maggiore. Durante questa prima fase della storia dell’evoluzione dell’arsenale nucleare britannico l’Aeronautica ricoprì un ruolo primario. Il Governo di Londra vedeva infatti nei bombardieri a lungo raggio il mezzo migliore per portare a segno un attacco nucleare su suolo nemico e nonostante i limiti che tali mezzi avevano, specie se confrontati con i vettori missilistici, che iniziavano ad essere sviluppati alla fine degli anni Cinquanta, l’aviazione rimaneva la soluzione più facile e a buon mercato. Da questo assunto partì la decisione di dotare l’Aeronautica di una flotta di bombardieri strategici composta da tre modelli (“Victor”, “Vulcan” e “Valiant”) che avrebbero avuto il compito di assicurare la deterrenza contro possibili attacchi da parte dell’Unione Sovietica. All’apice del loro dispiegamento, al tempo della crisi dei missili a Cuba nel 1962, il Regno Unito fu in grado di schierare 180 bombardieri che potevano trasportare un ordigno da un megatone ciascuno nel cuore del territorio so-

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vietico. Le loro basi erano prevalentemente sul territorio britannico ma alcuni velivoli, assieme alle loro testate, vennero dispiegati in basi ad est del Canale di Suez. La decisione di fare delle forze aeree il perno del deterrente nucleare britannico non fu univoca e il Governo continuava da una parte a premere affinché gli Stati Uniti acconsentissero al ripristino almeno parziale della collaborazione in campo nucleare e dall’altra lavorava per lo sviluppo di un proprio programma missilistico. Sin dal 1955 Londra era intenzionata a entrare autonomamente nell’era dei missili balistici a medio raggio, e nonostante il Sud della Gran Bretagna ospitasse dal 1956 i missili balistici americani a raggio intermedio “Thor”, il Regno Unito continuava a lavorare al progetto “Blue Streak”, concepito su base strettamente nazionale: lo sviluppo incontrò però notevoli difficoltà tecniche ed economiche che portarono il Governo di Londra alla sua cancellazione a inizio anni Sessanta e di conseguenza alla definitiva rinuncia allo sviluppo di un vettore missilistico indipendente. Dal 1957 invece il dialogo transatlantico in materia nucleare riprese e, nonostante le tensioni nelle relazioni anglo-americane dovute alla crisi di Suez del 1956, si consolidò nel 1958 quando gli Stati Uniti decisero di emendare il “McMahon Act” e di riprendere la collaborazione su alcuni aspetti degli armamenti nucleari con quei Paesi, come la Gran Bretagna, che avevano già fatto sostanziali progressi nello sviluppo di ordigni atomici. L’emendamento e il primo test termonucleare britannico nel 1957 aprirono la strada a una collaborazione sempre più stretta sia sul design degli ordigni atomici sia sulla progettazione di vettori di lancio. Il Governo conservatore di Harold Macmillan aveva messo al centro di questa strategia il “progetto Skybolt” che prevedeva lo sviluppo di un vettore balistico aviotrasportato che potesse essere lanciato da elevate distanze dall’obiettivo finale in modo da rendere meno vulnerabili i bombardieri alle contromisure dell’avversario. Il progetto aveva il duplice merito, agli occhi di Londra, di essere economico, grazie alla condivisione dei costi di sviluppo con gli Stati Uniti, e di permettere di allungare la vita operativa dei bombardieri. Il “progetto Skybolt” iniziò nel 1955 ma già alla fine del decennio venne abbandonato a causa di serie difficoltà tecniche e dell’avvento dei missili balistici sottomarini. Il continuo miglioramento delle difese antiaeree dei sovietici e la cancellazione del “progetto Blue Streak” rischiavano di lasciare il Regno Unito senza un vettore in grado di lanciare autonomamente le testate di produzione britannica sugli obiettivi selezionati. Fu solo dopo pressioni da parte del Governo Macmillan che Londra riuscì a convincere Washington della necessità di rimpiazzare gli “Skybolt” con un vettore alternativo, identificato nei missili “Polaris”, che la Gran Bretagna avrebbe acquistato a prezzi concorrenziali. Con questi vettori il Regno Unito rivoluzionava in maniera profonda le proprie strategie abbandonando i bombardieri a lungo raggio per trasferire il proprio deterrente su sottomarini atomici, in grado di lanciare missili balistici in immersione. La natura del deterrente nucleare sottomarino permetteva inoltre di portare la minaccia atomica in qualsiasi punto del globo. L’accordo stipulato a Nassau tra Kennedy e Macmillan nel 1962 prevedeva la fornitura dei vettori, dei tubi di lancio e l’addestramento del personale mentre i britannici avrebbero fornito i sottomarini. Inoltre, ricevevano i missili “Polaris” con l’impegno di mettere tali mezzi al servizio della NATO nel contesto del progetto di forza multilaterale proposto sin dalla fine degli anni Cinquanta dagli Stati Uniti per fare in modo che gli alleati europei avessero più voce in capitolo nell’utilizzo del deterrente nucleare in dotazione all’Alle18

A sinistra Lancio di un missile Poseidon A destra Macmillan con il Presidente statunitense Kennedy Sotto Il lancio di un missile Polaris

anza Atlantica. L’accordo tuttavia prevedeva un’importante clausola che permetteva alla Gran Bretagna di sottrarre i sottomarini e i vettori al controllo della NATO nel caso in cui interessi vitali del Paese fossero stati minacciati. La palese e voluta ambiguità di questa clausola permise a Londra di presentare l’accordo di Nassau alla propria opinione pubblica, peraltro divisa sulla necessità o meno di mantenere un deterrente nucleare indipendente, come un ottimo affare che permetteva sia di risparmiare ingenti risorse sia di mantenere la propria indipendenza. Era chiaro tuttavia che con l’acquisto dei “Polaris” il Regno Unito diventava sostanzialmente dipendente dagli Stati Uniti e anche se in teoria la decisione di impiegare gli ordigni rimaneva in mano al Primo Ministro britannico, la sopravvivenza del deterrente dipendeva dalle decisioni di Washington. Tra il 1964 e il 1965 il Governo britannico commissionò quattro sottomarini della classe “Resolution” a propulsione nucleare che entrarono in servizio tra il 1967 e il 1969. I sottomarini potevano trasportare fino a 16 missili “Polaris” a testata multipla

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non indipendente. La politica nucleare britannica si basava sull’assunto che dei quattro sottomarini tre fossero costantemente di pattuglia in mare, pronti a colpire obiettivi nemici in caso di attacco contro le isole britanniche, mentre un quarto sarebbe rimasto in darsena per i controlli di routine ed eventuali riparazioni. L’entrata in servizio dei “Resolution” concise con sviluppi importanti nei sistemi antimissile che i sovietici e gli americani stavano iniziando a sviluppare per proteggere le proprie capitali. Nonostante i “Polaris” potessero portare sino a tre testate nucleari indipendenti, la loro tecnologia non prevedeva la possibilità di direzionarle in maniera indipendente. All’inizio degli anni Settanta, pertanto, il Governo conservatore di Edward Heat aveva di fronte due opzioni per salvaguardare l’efficacia del proprio arsenale: acquistare dagli americani i nuovi missili “Poseidon” dotati di testate MIRV (Multiple Independently Targetable Reentry Vehicles) in grado di colpire obiettivi anche molto distanti tra loro, oppure cercare di migliorare la tecnologia dei “Polaris” con modifiche che permettessero una accresciuta penetrazione delle difese antimissile sovietiche. Le ingenti spese per l’acquisto dei “Poseidon” spinsero i britannici a optare per un programma di miglioramento dei propri vettori attraverso il “progetto Chevaline”. Grazie ai cambiamenti apportati nel 1975 i missili “Polaris” erano in grado di sganciare due testate nucleari sullo stesso obiettivo ma con un’alta probabilità che almeno uno degli ordigni andasse a segno grazie a contromisure e falsi bersagli che il nuovo missile dispiegava per ingannare le difese antimissile di Mosca. La vita operativa dei “Resolution” si concluse durante la prima metà degli anni Novanta quando entrarono in servizio i nuovi sottomarini della classe “Vanguard” dotati di missili balistici intercontinentali “Trident II D-5”, forniti questa volta di testate MIRV. La storia del “programma Trident” ricalca in larga misura quella del “programma Polaris”. Nel dicembre 1979, durante il vertice di Guadalupa, il Primo Ministro laburista James Callaghan ottenne dal Presidente Jimmy Carter l’impegno a fornire alla Gran Bretagna il nuovo missile “Trident”, e nel 1980 il nuovo Governo conservatore guidato da Margaret Thacher chiese al Governo americano di rispettare quell’intesa e di acquistare i nuovi missili, sulla base di un’estensione dell’accordo del 1963, partecipando questa volta anche al loro sviluppo con un contributo del 5%. Il primo vascello della classe “Vanguard” venne varato nel 1986 e i sottomarini divennero completamente operativi ben oltre la fine della Guerra Fredda, alla metà degli anni Novanta. Con l’acquisto del “Trident” il Regno Unito si dotava di un vettore tra i più precisi e affidabili ma, ancora una volta, si legava a doppio filo agli Stati Uniti per il mantenimento del proprio deterrente nucleare. Una scelta ribadita in quegli stessi anni dalla dichiarata volontà inglese di ospitare sul suolo britannico i missili americani “Cruise”, nell’ambito della decisione del “doppio binario” presa dalla NATO il 12 dicembre 1979. LA SITUAZIONE ATTUALE L’evoluzione del deterrente nucleare britannico è stata accompagnata da iniziative tese a promuovere il controllo degli armamenti nucleari e la loro diffusione a livello mondiale, cercando di ritagliare per il Paese un ruolo di primo piano nello sviluppo del dibattito internazionale in questa delicata tematica. Le motivazioni che hanno spinto in questa direzione hanno spaziato dalla volontà di giocare un ruolo di mediazione tra le due superpotenze, come nel caso del determinante intervento di Macmillan durante i negoziati del trattato sul bando parziale degli esperimenti nucleari nell’atmosfera nel 1963, alla genuina preoccupazione per gli effetti che la diffusione degli armamenti nucleari a livello mondiale avrebbero potuto avere sulla stabilità internazionale, come nel caso del trattato di non proliferazione nucleare (TNP) del 1968. In altri casi, Londra ha svolto sulle tematiche della proliferazione nucleare il ruolo di pungolo delle iniziative americane, come nel caso del Nuclear Suppliers Group (NSG), creato alla metà degli anni Settanta per gestire gli effetti negativi della diffusione della tecnologia nucleare a scopi pacifici attraverso il coordinamento delle politiche dei maggiori esportatori di tecnologie nucleari. Nel 2008 il Regno Unito si è fatto promotore di iniziative diplomatiche che, n. 1/2016

in teoria, dovevano avere lo scopo di creare i presupposti per un’eliminazione totale degli armamenti atomici. La politica del “doppio binario” e dell’”opzione zero” implementata in parallelo con l’Amministrazione americana di Barack Obama, mirava a iniziare un dibattito sui presupposti che avrebbero potuto portare il Regno Unito a rinunciare al proprio deterrente atomico. In questo modo il Governo laburista di Gordon Brown ha cercato di contrastare l’aggressività di tutti quei Paesi che utilizzano il mancato disarmo per accusare quelli in possesso di arsenali nucleari del mancato rispetto dell’articolo VI del TNP e per giustificare lo sviluppo di programmi indipendenti che possono portare nel futuro alla creazione di un arsenale nucleare. L’iniziativa britannica ha certamente aiutato a creare i presupposti per mantenere in vita un TNP che altrimenti rischiava di collassare lasciando la comunità internazionale senza l’unico, anche se imperfetto, strumento normativo sulla base del quale controllare la diffusione degli armamenti nucleari. Con l’implosione dell’Unione Sovietica, la minaccia fondamentale che aveva spinto e giustificato la creazione e il mantenimento del deterrente nucleare cessò di esistere. Questo cambiamento epocale negli equilibri che avevano dominato le relazioni internazionali dalla fine dello Seconda guerra mondiale riaccese il dibattito interno sulla politica nucleare nazionale. Tornarono alla ribalta le posizioni di coloro i quali spingevano per l’abbandono del deterrente, sostenendone l’inutilità e gli effetti negativi sulla lotta alla proliferazione nucleare a livello mondiale. 19


Il mutamento del contesto internazionale stimolò una revisione della strategia di difesa del Regno Unito che coinvolse ovviamente anche il programma nucleare. Con la “Strategic Defense and Security Review” (SDSR) del 1998 il Governo laburista di Tony Blair decise di apportare importanti modifiche alla strategia nucleare del Paese. I “Trident” sarebbero rimasti gli unici vettori in dotazione alle Forze Armate, il loro livello di allerta sarebbe stato significativamente abbassato e i missili non sarebbero stati puntati su alcun obiettivo predeterminato. Anche il numero di testate in dotazione alla flotta sarebbe stato ridotto da 300 a 200 ordigni operativi. Nonostante questi importanti cambiamenti il Governo Blair non modificò la scelta di fondo: rimanere una potenza nucleare. Di fronte ai rischi di proliferazione il calcolo strategico del Regno Unito si basò, alla fine degli anni Novanta, sull’idea di mantenere un deterrente come assicurazione nel caso in cui fossero emerse nuove potenze atomiche. Si stima che il Regno Unito oggi possieda un arsenale di circa 160 testate nucleari operative e una riserva di circa 65 testate. Ciò porta il totale a 225. Ognuna delle quattro unità lanciamissili sottomarine classe “Vanguard” ne carica 48. Nel 2010 con il nuovo “Strategic Defense and Security Review”, il primo dal 1998, il Governo britannico riaffermò l’uso di un deterrente nucleare marittimo basato sul sistema “Trident”, ma annunciò la riduzione del suo arsenale nucleare operativo e delle capacità dei nuovi sottomarini. Si impegnò, infatti, a ridurre il numero di testate in ogni sottomarino da 48 a 40; a ridurre le testate operative da 160 a 120; a ridurre il suo arsenale nucleare totale da 225 a 180 e a ridurre il numero di missili operativi in ogni sottomarino a non più di otto. Inoltre rinviava la decisione “Main Gate”, relativa alla sostituzione del sistema nucleare attuale, al 2016, il che significa che il primo sottomarino della nuova generazione SSBN non sarà pronto prima del 2028. Il Regno Unito sta mantenendo l’impegno di ridurre il proprio arsenale nucleare. Ogni anno tre testate “Trident” vengono trasportate da un cantiere navale in Scozia fino a Burghfield, dove vengono smantellate in modo irreversibile dal consorzio privato Atomic Weapons Establisment. Nel novembre del 2010 è stato firmato il “trattato Teutates” di cooperazione nella manutenzione delle proprie armi nucleari con la Francia. Questo permetterà ai due Paesi di condurre ricerche nucleari congiuntamente in centri comuni a Aldermaston (Regno Unito) e Valduc (Francia), per un periodo di 50 anni. Il tentativo di creare una partnership strategica con i francesi non rappresenta una novità nella strategia nucleare di Londra ma, considerando il fallimento dei precedenti negli anni Settanta, gli accordi firmati da Cameron e Sarkozy sembrano presagire un livello di integrazione tra i due programmi nucleari mai raggiunto prima sia a causa della diffidenza francese nei confronti della relazione speciale tra Londra e Washington, sia per la preferenza accordata dalla Gran Bretagna alla consolidata e più fruttuosa relazione con gli Stati Uniti. Il trattato prevede una cooperazione piuttosto ampia in materia di difesa con la creazione di una forza congiunta anglo-francese composta da 10mila uomini che possa essere utilizzata come risorsa di reazione rapida e Corpo di Spedizione nell’ambito di crisi internazionali; l’approfondimento della collaborazione nell’ambito di programmi di sviluppo di droni da combattimento e nella costruzione dell’aereo da trasporto strategico prodotto dalla franco-tedesca Airbus (A-400M). In materia nucleare il trattato prevede una cooperazione in almeno due fondamentali elementi che determineranno il futuro del deterrente nucleare britannico: lo sviluppo della prossima generazione di sottomarini nucleari e i test sulle capacità delle testate nucleari di fabbricazione britannica. Sia nel 20

Il sottomarino nucleare lanciamissili Vanguard

caso delle piattaforme sottomarine di lancio dei missili balistici intercontinentali del Regno Unito, sia in quello dei modelli teorici oramai alla base degli studi per lo sviluppo e l’estensione della vita utile delle testate nucleari, l’esperienza francese in materia potrà consentire al Regno Unito un ingente risparmio di fondi. Le scelte britanniche rispetto al futuro del loro deterrente nucleare dovranno essere ponderate tenendo in considerazione almeno tre elementi: l’evoluzione del contesto internazionale e l’eventuale emersione di nuovi Paesi nucleari, gli effetti che queste scelte avranno sulla lotta alla proliferazione nucleare e infine le politiche delle prossime amministrazioni americane relative al “Mutual Defence Agreement”, il trattato di collaborazione nucleare con gli Stati Uniti dal quale la deterrenza britannica è fortemente dipendente. Il Regno Unito mantiene aperta la possibilità di preservare il ruolo nucleare delle proprie Forze Armate a un prezzo sostenibile agli occhi della propria opinione pubblica, liberando, allo stesso tempo, risorse da investire in strumenti di proiezione strategica più utili nell’attuale contesto internazionale. *Esperto di Geostrategia Rivista Militare


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ONU & ITALIA: BILANCI E PROSPETTIVE di Riccardo Venturini*

L’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE Il 26 giugno 1945, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, i rappresentanti di 51 Paesi decisero di firmare lo Statuto delle Nazioni Unite, entrato in vigore il 24 ottobre 1945, dopo la ratifica dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti d’America) e della maggioranza degli altri Stati firmatari. Nota anche come Nazioni Unite, poiché la sua sigla è l’acronimo di Organizzazione delle Nazioni Unite, l’ONU ha sede a New York (Stati Uniti) nel caratteristico “Palazzo di Vetro” e riunisce attualmente ben 193 Paesi, con uffici di rappresentanza distribuiti in tutti i continenti e nelle principali città del pianeta. Operante quotidianamente per tutelare lo sviluppo della cooperazione inter-

nazionale in tema di giurisprudenza, sicurezza, sviluppo economico, progresso sociale, difesa dei diritti umani e della pace, l’ONU si è data una struttura che attualmente riunisce cinque organi principali. L’Assemblea Generale, che è formata dai rappresentanti di tutti gli Stati aderenti e che si occupa di questioni inerenti le dispute internazionali, il bilancio dell’Organizzazione e la sospensione o espulsione di membri. Il Consiglio di Sicurezza, che ha il compito di decidere sanzioni o azioni contro i Paesi che si macchiano di atti di aggressione militare o di minaccia alla pace. È costituito da quindici membri, dieci dei quali sono eletti ogni due anni, mentre i restanti cinque sono “permanenti” (Cina, Russia, Regno Unito, Stati Uniti e Francia, ovvero i Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale) e hanno diritto di veto, ossia di bloccare qualsiasi decisione ritengano sgradita. Infine, il Consiglio formula delle raccomandazioni all’Assemblea Generale in merito alla candidatura al ruolo di Segretario Generale e circa l’ammissione all’ONU di nuovi membri. Il Segretariato delle Nazioni Unite, che è organizzato su una struttura di uffi22

ci e dipartimenti che guidano la gestione amministrativa dell’ONU e che, dal 2007, è presieduto dal politico sudcoreano Ban Ki-Moon con la carica di Segretario Generale. La Corte Internazionale di Giustizia, che è il principale organo giudiziario dell’Organizzazione e ha la funzione di dirimere le dispute internazionali sorte tra gli Stati aderenti. La Corte fornisce inoltre pareri e consulenze alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate. Il Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC), che è composto da 54 membri, nominati ogni tre anni, e ha la funzione di coordinare le attività economiche e di politica sociale dell’ONU e delle sue agenzie ed istituzioni specializzate. Quando uno Stato diviene Membro delle Nazioni Unite, stabilisce di accettare gli obblighi dello Statuto (o Carta), un trattato internazionale che fissa i principi fondamentali delle relazioni internazionali. Secondo quanto disposto dallo Statuto, l’ONU svolge quattro funzioni principali: mantenere la pace e la sicurezza internazionali; sviluppare relazioni amichevoli fra le Nazioni; cooperare nella risoluzione dei problemi internazionali e nella promozione del rispetto per i diritti umani; rappresentare un centro per l’armonizzazione delle diverse iniziative nazionali. I Membri sono Stati sovrani. Le Nazioni Unite non sono un governo mondiale e non legiferano. Esse, tuttavia, forniscono i mezzi per aiutare a risolvere i conflitti internazionali e formulano politiche appropriate su questioni di interesse comune. Alle Nazioni Unite tutti gli Stati Membri hanno pari diritto di espressione e votano per dar forma alle politiche della Comunità Internazionale. Rivista Militare


IL SETTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLE NAZIONI UNITE L’ONU del 2015 è diversa da quella formata con la Conferenza di San Francisco del 26 giugno del 1945, che dava avvio a compiti molto ambiziosi. La sua creazione era avvenuta non solo come reazione alla sanguinosa tragedia della Seconda guerra mondiale, ma anche per rimpiazzare l’organizzazione internazionale precedentemente esistente, la Società delle Nazioni, che si era rivelata fallimentare non essendo riuscita ad evitare lo scoppio del conflitto mondiale. Nel ‘45, così, l’ONU nasceva già con grandi responsabilità: doveva dimostrare di essere affidabile e di non fallire nella missione di riuscire a creare una nuova diplomazia internazionale. Obiettivo raggiunto, anche se dalla sua fondazione la storia delle Nazioni Unite è stata costantemente contraddistinta da alcune ombre, vista l’impotenza o l’inefficacia (complici i veti incrociati) dimostrata in molte crisi. Gli esempi di questa condotta poco incisiva sono molteplici: dalle guerre in Indocina e in Vietnam alle risoluzioni, divenute lettera morta, sulla questione israelo-palestinese; dai massacri avvenuti in Cambogia e Ruanda, alla tragedia di Srebrenica fino allo stallo attuale della crisi in Siria. L’evidenza di questa scarsa efficacia in situazioni nelle quali l’intervento dell’ONU sarebbe dovuto essere risolutivo è ormai palese, tanto che il quotidiano britannico The Guardian in un articolo pubblicato a settembre 2015 si è chiesto: “70 years and half a trillion dollars later: what has the UN achieved? (“Settant’anni e mezzo trilione di dollari dopo: che cosa ha raggiunto l’ONU?”) (1). Il Palazzo di Vetro, nondimeno, è stato teatro di storici, e talvolta controversi, interventi, vere e proprie pietre miliari della Storia: la scarpa sbattuta nel 1960 da Nikita Krusciov per interrompere un delegato filippino che accusava l’Urss di imperialismo; il discorso de “l’ulivo e il fucile” di Yasser Arafat nel 1974; l’intervento fiume (durato ben 4 ore e 29 minuti) di Fidel Castro in occasione del cinquantenario ONU nel 1995; il poco diplomatico riferimento del venezuelano Hugo Chavez a George W. Bush nel 2006 (“il diavolo è stato qui, si sente puzza di zolfo”). Non ultime le visite di quattro Pontefici, tra le quali va ricordata quella di Papa Francesco nel settembre 2015. I limiti e le future sfide che attendono l’Organizzazione sono ben chiari anche ai suoi componenti, come ha sottolineato Ban Ki-Moon nel suo discorso per celebrare il 70° anniversario. Secondo le parole del Segretario Generale, infatti, “Il 70° anniversario delle Nazioni Unite è un’opportunità per riflettere e guardare indietro alla storia dell’ONU e fare tesoro dei suoi successi. È anche un’opportunità per mettere in luce dove le Nazioni Unite - e la comunità internazionale tutta - necessitano di raddoppiare i loro sforzi per affrontare le presenti e future sfide attraverso i tre pilastri del loro lavoro: pace e sicurezza, sviluppo e diritti umani” (2). In ogni caso, l’azione dell’ONU ha prodotto anche risultati estremamente positivi. Infatti, senza le Nazioni Unite non sarebbe stato possibile organizzare la lotta mondiale contro il virus dell’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie infettive. Non sarebbe stata ridotta la mortalità infantile né migliorata la salute materna, non sarebbe stata resa universale l’istruzione primaria di qualità, non ci sarebbe stata una risoluzione per l’abolizione delle mutilazioni genitali femminili, né si sarebbe messa come priorità la tutela del pianeta come impegno imprescindibile e non trascurabile di ogni Nazione. Infine, occorre considerare anche che, senza l’ONU, il nostro Paese non avrebbe potuto riscattarsi da n. 1/2016

S Sopra Soldato italiano in Libano 2007 In basso Il Generale Luciano Portolano al passaggio di comando della Missione UNIFIL in Libano Nella pagina a fianco Assemblea Generale ONU

una condizione di isolamento internazionale come quella venutasi a creare dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Sicuramente le sfide che attendono la comunità globale sono molteplici e non più rinviabili. Trovare gli strumenti per garantire la risoluzione pacifica delle controversie tra Stati e all’interno delle comunità locali, favorendo concretamente la promozione di uno sviluppo sostenibile, resta il modo più degno per commemorare una ricorrenza che altrimenti resterebbe soltanto una mera celebrazione e una reiterata dichiarazione di intenti.

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IL SESSANTESIMO ANNIVERSARIO DELL’ITALIA NELLE NAZIONI UNITE Il 14 dicembre 1955 anche l’Italia entrava a far parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite col voto unanime del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale. Si concludeva così la lunga vicenda che aveva impegnato la diplomazia italiana per un decennio nello sforzo di ottenere l’ingresso nell’Organismo internazionale. Il nostro Paese, infatti, aveva presentato la domanda di ammissione il 7 maggio 1947 ma, a causa dei ripetuti veti, la richiesta era stata respinta più volte nonostante un parere favorevole della Corte Internazionale di Giustizia del 28 maggio 1948. L’Italia non fu ammessa nonostante avesse tutti i requisiti previsti, ospitasse fin dal 1946 un’importante agenzia specializzata dell’ONU, la Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) e, nel 1949, fosse stata nominata dall’Assemblea Generale quale potenza amministratrice fiduciaria della Somalia. Le tesi adottate dall’Urss e dagli Stati Uniti per motivare l’esclusione erano differenti: da un lato, c’era la corrente sostenuta dai sovietici che intendeva salvaguardare il rapporto numerico delle forze all’interno dell’ONU, bilanciando i due blocchi e ammettendo uno Stato per ogni area contrapposta;

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella interviene alla FAO, Roma, giugno 2015 Nella pagina a fianco L’Italia ha presentato la propria candidatura a un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017-2018

dall’altro, la posizione sostenuta dagli Stati Uniti, che propendeva invece per un’attenta analisi di ogni singola domanda di ammissione, a prescindere dall’appartenenza a un blocco piuttosto che all’altro. Vi era anche una terza corrente, più moderata e sostenuta dai canadesi, secondo la quale nelle domande di ammissione dovesse prevalere il carattere universalistico dell’ONU. Il lavoro della diplomazia italiana nei primi anni ‘50 divenne pertanto incessante. A sostegno dell’Italia vennero coinvolti personaggi di rilievo politico internazionale e rappresentanti dei Paesi membri del Consiglio di Sicurezza (per citarne alcuni: Claire Booth Luce, giornalista e ambasciatrice USA in Italia, Winston Churchill, Primo Ministro del Regno Unito, Foster Dulles, Segretario di Stato USA, Anthony Eden, Ministro degli Affari Esteri e poi Primo Ministro britannico). Il 14 dicembre 1955, al termine della 555^ seduta dell’Assemblea Generale, 24

si concluse la lunga attesa del nostro Paese e, grazie alla solida e paziente attività diplomatica congiunta durata un decennio, venne deliberato l’ingresso nell’ONU di sedici nuovi Stati membri tra i quali l’Italia. IL CONTRIBUTO ITALIANO ALLE NAZIONI UNITE Fin dalla sua adesione, l’Italia ha sempre guardato alle Nazioni Unite come un punto di riferimento e non ha mai fatto mancare il suo apporto, ricoprendo un ruolo di primo piano, promuovendo i diritti umani e assumendosi le responsabilità connesse al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nel corso degli anni ha condiviso la responsabilità collettiva che deriva dalla partecipazione all’ONU, facendo parte del Consiglio di Sicurezza quale membro non permanente, e, oggi, il contributo italiano al raggiungimento degli obiettivi dello Statuto continua a essere incondizionato e apprezzato a livello mondiale (3). Il determinante supporto dell’Italia si è concretizzato nel notevole lavoro svolto negli anni per la messa a punto delle riforme necessarie al rilancio delle Nazioni Unite, finalizzato a consentire all’Organizzazione mondiale di far fronte con sempre maggiore efficacia alle sfide e alle minacce del nuovo millennio. Grazie a questo continuo impegno, è stato riconosciuto alla nostra Nazione un ruolo primario non solo per la sua attenta politica estera rivolta al multilateralismo (4) incentrato sulle Nazioni Unite, ma anche per il serio impegno del nostro Paese a sostegno delle iniziative ONU in favore dello sviluppo, della tutela dell’ambiente, della promozione della democrazia e dei diritti umani, per l’azione di mantenimento della pace, per la lotta contro il terrorismo, per il ruolo svolto nei colloqui per la ricerca di una soluzione alla crisi libica e per la gestione dei flussi migratori, con una lodevole attenzione agli sforzi umanitari di soccorso dei migranti nel Mediterraneo. Particolare menzione deve essere fatta per alcuni specifici settori. Per i diritti umani, l’Italia è tra i principali promotori della campagna contro la pena di morte nel mondo, la sfida per la tolleranza religiosa, Rivista Militare


L’EMBLEMA DELL’ONU per i diritti dei minori (in particolare dei bambini coinvolti nei conflitti arAgli inizi del 1945, il Segretario di Stato L’idea migliore emersa da questa riumati) e per i diritti delle donne. In americano Edward Stettinius chiese nione fu l’immagine della proiezione questo particolare ambito le iniziatiall’Ufficio dei Servizi Strategici degli Stati azimutale equidistante che rappreUniti di occuparsi della imminente stori- sentava tutte le terre all’interno di un ve promosse dal nostro Paese sono ca Conferenza di San Francisco del cerchio. state la campagna per l’abbandono 1945. Inizialmente si aggiunse il particolare della pratica delle mutilazioni geniIl team di designer convodei ramoscelli di alloro intali femminili, la mobilitazione per la cato dovette risolvere il trecciati, ma dal momento problema di come inserire, che le foglie di alloro, per risoluzione contro i matrimoni prein un cerchio dal diametro tradizione, rappresentano coci e forzati e, più in generale, il ridi circa tre centimetri, la vittoria, furono sostituite conoscimento dell’importanza del un’immagine e il testo con dei ramoscelli di ulivo, ruolo delle donne nella società. “Conferenza delle Nazioni simbolo di pace. Nel settore dello sviluppo sostenibiUnite sull’Organizzazione Per lo sfondo venne creato Internazionale, San Franciun particolare tipo di blu fule, l’Italia è impegnata ad assicurare sco, 1945”. mo che non era presente uno consumo equilibrato e tollerabiDurante la riunione furono presentate nelle bandiere degli Stati Membri e che le di acqua, cibo, clima ed energia. diverse soluzioni, ad esempio, una da allora è conosciuto come “blu StettiPer poter realizzare tali obiettivi, il mappa del mondo circondata da una nius”. Il blu venne scelto in opposizione catena poteva essere interpretata in al rosso – colore della guerra – e divennostro Paese considera una priorità due modi: come un mondo unificato o ne successivamente il colore ufficiale la definizione dell’“Agenda 2030” come un mondo in catene. delle Nazioni Unite. (5), promuovendone una visione condivisa e capace di associare lo sviluppo economico, sociale e ambientale alla costruzione di società pacifiIL RUOLO ITALIANO che, basate su istituzioni democratiche, che promuovano il principio di legaNEL PEACEKEEPING lità e la tutela dei diritti umani. Il nostro contributo alla crescita sostenibile nelle aree più depresse del Il primo articolo della Carta delle mondo è stato al centro dell’Esposizione Universale EXPO (Milano, 1 magNazioni Unite, firmata il 26 giugno gio-31 ottobre 2015), alla quale le Nazioni Unite si sono pienamente asso1945, stabilisce che il compito priciate e hanno partecipato con interesse. mario dell’Organizzazione sia il Sul fronte degli interventi umanitari, l’Italia ha sempre mostrato grande senmantenimento della pace e della sisibilità verso le popolazioni vittime di crisi umanitarie causate sia da situacurezza internazionale. zioni di conflitto (come per esempio in Siria) sia a seguito di eventi naturali Su questo articolo fondamentale si (terremoti od uragani) o pandemie (diffusione del virus Ebola). basa il lavoro svolto dalle missioni La Cooperazione allo Sviluppo italiana consente di agire nei principali Teatri di pace ONU: 69 operazioni dal di crisi umanitarie. 1948 ad oggi, a testimonianza delle Dalla Siria all’Iraq, dal Sahel al Corno d’Africa, ai Paesi colpiti dall’epidemia grandi aspettative che vengono ridi Ebola, lavoriamo fianco a fianco con le Agenzie specializzate delle Nazioposte sui “caschi blu”, i cui compiti ni Unite e con la rete di Associazioni di volontariato ed Organizzazioni non e mandati vanno sempre più creGovernative. scendo di complessità. Da sempre l’Italia fornisce, inoltre, contributi di primissimo piano a tutti i Oggi, infatti, a causa del moltiplicarprincipali settori di attività dell’Organizzazione, come anche al bilancio si di focolai di crisi, le attività di peaordinario (che finanzia le attività principali svolte nella sede di New York cekeeping hanno raggiunto un volue negli altri uffici sparsi per il mondo) e al bilancio delle operazioni di me mai registrato prima: 16 missiopace. ni in corso, più di 120.000 donne e uomini in servizio militare e civile, per un budget di oltre 7 miliardi di dollari USA. Negli ultimi 10 anni, la spesa per le operazioni di pace e il numero dei “caschi blu” sono praticamente decuplicati (6). Alla luce dell’attuale diffusione ed intensificazione dei conflitti, l’11 settembre 2015 il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha presentato il rapporto “Il futuro delle operazioni di pace delle Nazioni Unite” che individua tre cambiamenti, definiti “fondamentali” (7), che si richiedono per adattare le operazioni alle nuova realtà in cui viviamo. Il primo riguarda la necessità di rendere prioritaria la prevenzione e la mediazione, in modo da evitare risposte tardive e costose alle crisi; il secondo cambiamento riguarda la pianifican. 1/2016

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L’attuale Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon

z zione e lo svolgimento delle operazioni, che devono essere più rapide, rin sspondenti alle necessità e responsabili nei confronti dei Paesi e popoli in b cconflitto; il terzo cambiamento, infine, cconsiste nel porre in essere un quadro globale-regionale per affrontare le d ssfide attuali alla pace ed alla sicurezzza, a partire da una partnership rafforzzata con l’Unione Africana. Oggi, considerando i Paesi occidentali O e dell’Unione Europea, l’Italia è il primo ffornitore di mezzi e di personale (militarre e di polizia altamente qualificato) alle operazioni di mantenimento della pace o delle d ll Nazioni N i i Unite U it ed d è il settimo tti finanziatore fi i t in assoluto delle stesse operazioni. Viene dedicata particolare attenzione alla mediazione e alla prevenzione dei conflitti e la nostra partecipazione risponde alla necessità di salvaguardare la sicurezza nazionale a fronte di minacce che trascendono i confini dello Stato. All’Italia è riconosciuta una capacità specifica nella conduzione delle operazioni di pace e rappresenta un vero e proprio modello, definito “the Italian way of peacekeeping” (8), basato sulla capacità di dialogo dei nostri contingenti con le popolazioni locali e sulla complementarietà dimostrata tra dimensione civile e militare nelle operazioni di stabilizzazione e mantenimento della pace. Coerentemente con le sue priorità di politica estera, l’Italia svolge un ruolo particolarmente rilevante nella missione UNIFIL che opera nel Sud del Libano per mantenere una fragile pace in una regione tormentata dai conflitti, crocevia di rilevanza strategica tra Medio Oriente ed Europa, dove, sotto il comando del Generale Portolano, attualmente (ottobre 2015) sono schierati oltre 1.100 militari italiani. Si tratta di una presenza iniziata nel 1958, con l’invio di alcuni Ufficiali italiani ai confini con Israele in quella che rimane la prima operazione di peacekeeping in assoluto promossa dalle Nazioni Unite e che costituisce il più longevo Teatro di operazioni all’estero. Oltre ad una importante presenza in Medio Oriente, l’Italia partecipa a missioni ONU in Asia, in Africa e in Europa. Il nostro Paese è inoltre attivo nella formazione del personale di polizia, proveniente da numerosi Paesi membri, destinato alle missioni di peacekeeping (a Vicenza ha sede il Center of Excellence for Stability Police Units) e ospita a Brindisi la Base ONU che, quale “Centro Globale di Servizi”, assicura il sostegno logistico a tutte le operazioni di pace dell’ONU nel mondo. È da sottolineare come sia in netta crescita anche l’impegno italiano per la mobilitazione di risorse e la consulenza in materia di strategie integrate, al fine di ristabilire la pace in situazioni di post-conflitto o per promuovere strumenti di diplomazia preventiva. A testimonianza di ciò, nel 2015, l’Italia è rientrata in seno al Comitato Organizzativo della Peacebuilding Commission, composta da 31 membri scelti sulla base del loro contributo alle Nazioni Unite in generale e al peacekeeping in particolare. L’ITALIA E IL FUTURO DELLE NAZIONI UNITE Dal 1955, anno in cui l’Italia faceva il suo ingresso nell’ONU, ad oggi il mondo ha compiuto progressi straordinari. L’impegno italiano nell’ambito delle Nazioni Unite è proiettato soprattutto al futuro. La revisione delle operazioni di pace, la verifica dell’efficacia della risoluzione su “Donne, Pace e Sicurezza”, la definizione dell’“Agenda 2030” sono gli elementi di una più ampia riflessione che condurrà gli Stati Membri dell’ONU sia ad ipotizzare come dovrà essere il mondo in cui vivranno le generazioni future che a stabilire quali azioni consentiranno di realizzare la nuova visione. 26

D’altro canto il nostro contributo alla crescita sostenibile è stato al centro dell’EXPO 2015, dove Italia si è fatta portatrice di una visione che si fonda sul passaggio dal concetto di assistenza a quello di una cooperazione fra pari, basata sulla condivisione delle risorse, delle capacità e delle esperienze di sviluppo, di cui proprio l’EXPO vuole essere un esempio concreto. È in questa chiave che si colloca, “[ ] in continuità con la sua storia e il suo impegno”, la candidatura al Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017-2018, poiché “l’Italia è certa di potere fornire anche in questa delicata congiuntura internazionale un contributo significativo” (9). *Maggiore NOTE (1)h t t p : / / w w w. t h e g u a r d i a n . c o m /world/2015/sep/07/what-has-theun-achieved-united-nations. (2) http://www.un.org/un70/en. (3) Il discorso del Segretario Generale dell’ONU al Parlamento Italiano il 15 ottobre 2015 è stata l’ennesima conferma. http://www.unric. org/it/attualita/30862discorso-di-ban-ki-moon-alla-cameradei-deputati. (4) Il multilateralismo è assieme un metodo, una visione e un sistema di valori nella conduzione delle relazioni internazionali: la ricerca incessante di soluzioni condivise, maturate e discusse entro gli organismi che riuniscono i vari Stati, primo fra tutti l’ONU. (5) È il risultato di un accordo informale raggiunto per consenso in seno alle Nazioni Unite nell’agosto del 2015. Precedentemente nota come “Agenda per lo sviluppo post 2015”, rappresenta un quadro di riferimento universale per aiutare tutti i Paesi a eliminare la povertà e a conseguire uno sviluppo sostenibile entro il 2030. (6) Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, “60 Anni dell’Italia all’ONU” pagg. 37, 38. (7) http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=51855. (8) Emanuele Sommario, Andrea de Guttry, Lijiang Zhu, China’s and Italy’s Participation in Peacekeeping Operations – Existing Models, Emerging Challenges” (Lexington Books, 2014). (9) http://www.esteri.it/mae/it/politica_estera/organizzazioni_internazionali/onu/60anniversario-dell-adesione-dell.html. Rivista Militare


LA SERBIA OGGI di Arduino Paniccia*

Il carro M-84AS

C

on il referendum del maggio 2006, che sancì l’indipendenza del Montenegro e quindi la fine delle ultime vestigia della Federazione Jugoslava, la Serbia è divenuta uno Stato nazionale. La nuova stagione democratica, nonostante l’instabilità politica (vi sono state elezioni nel 2003, 2004, 2007, 2008, 2012 e 2014) si è consolidata. I partiti, tra nuove formazioni e scissioni, negli anni sono diventati numerosi ma di fatto la politica serba, come in molte altre Nazioni dell’Est europeo, è un confronto tra un blocco filo-occidentale ed europeista ed uno conservatore-nazionalista che guarda soprattutto alla Russia. A quest’ultimo schieramento appartiene il Partito Progressista Serbo (SNS), attualmente il partito di maggioranza relativa, del quale è Presidente Aleksandar Vučić, oggi Primo Ministro. Qualsiasi ne sia l’orientamento politico, dal 2000 in poi tutti i governi hanno comunque perseguito la strada per la normalizzazione dei rapporti con le altre ex-Repubbliche jugoslave e per far entrare la Serbia nelle organizzazioni internazionali. La maggior questione ancora irrisolta è quella del Kosovo, proclamatosi indipendente nel febbraio 2008 e riconosciuto da Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e da tutti i principali Paesi europei, ma non da Russia, Cina ed India. Per i Serbi, il Kosovo rimane tuttora una provincia autonoma e la presenza in loco di forze internazionali è ritenuta fondamentalmente illegittima. Il 19 aprile 2013, con la mediazione dell’allora Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea Catherine Ashton, i governi di Priština e Belgrado hanno comunque raggiunto a Bruxelles un primo accordo sullo status del Kosovo settentrionale a maggioranza serba, che non ha accettato l’indipendenza dalla Serbia voluta invece dai kosovari di etnia albanese. Il principio di intangibilità dei confini, sentito come assolutamente necessario in un’Europa nella quale praticamente nessuno Stato medio-grande è privo di minoranze etnico-linguistiche, ha creato situazioni particolarmente complesse nella ex-Jugoslavia, dove i serbi, maggioritari nella Federazione originaria, si sono trovati minoranza nelle varie Repubbliche secessioniste. I governi di Serbia e Kosovo si sono inoltre reciprocamente impegnati a non ostacolarsi nei rispettivi percorsi di integrazione 28

nell’Unione Europea e nelle altre organizzazioni internazionali. Il problema del Kosovo ha raffreddato le speranze di un sostanziale riavvicinamento di Belgrado agli Stati Uniti e all’Alleanza Atlantica, così come era sembrato con lo storico accordo SOFA (Status of Forces Agreement) del settembre 2006 che riconosceva e regolava la presenza dei soldati dell’Alleanza in Kosovo, e con l’adesione della Serbia alla Partnership for Peace della NATO. Resta comunque difficile che il Paese possa per il momento entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica, che è stata pur sempre la protagonista dell’operazione “Allied Force” nel 1999. Nel settembre 2012 il Presidente della Repubblica Tomislav Nikolić, incontrando Vladimir Putin, dichiarò esplicitamente che la Serbia non sarebbe mai entrata a far parte dell’Alleanza Atlantica, per conservare gli stretti rapporti con la Federazione Russa. La difesa del Paese prende così la dottrina della “neutralità armata”, alla stregua di Svezia e Svizzera. Ben diversa invece è la questione riguardante l’Unione Europea: il maggiore ostacolo rimane quello Rivista Militare


dell’indipendenza del Kosovo, dato che cinque Paesi appartenenti all’Unione (Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro) non l’hanno riconosciuta. Il secondo è rappresentato dalla posizione ostile alla Russia presa dalla UE in merito al conflitto in Ucraina, soprattutto con le sanzioni economiche. Belgrado è il principale partner, per non dire alleato di fatto, di Mosca nei Balcani, e questa “partnership strategica” con la Russia, formalizzata nel 2013 con la firma di una Dichiarazione congiunta e dagli importanti risvolti economici soprattutto dal punto di vista dei flussi energetici, è uno dei pilastri della politica estera serba, molto criticata dalle dirigenze europea e statunitense, che accusano i Serbi di voler sempre tenere il piede in due scarpe. Comunque, dal 2009 i cittadini serbi hanno diritto a circolare nei Paesi UE senza obbligo di visto, nel marzo 2014 la Repubblica di Serbia è diventata ufficialmente candidata per l’adesione all’Unione Europea e siede nell’Assemblea delle Nazioni Unite. Fa parte inoltre dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), del Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione della Cooperazione Economica del Mar Nero, dell’FMI e della Banca Mondiale ed è “Paese osservatore” e candidato all’adesione al WTO (World Trade Organization). La Serbia si è trovata ad essere un crocevia nella “rotta balcanica” della migrazione dal Medio Oriente verso i Paesi dell’Europa centro-settentrionale, divenuta nell’ultimo anno il principale itinerario degli immigrati soprattutto in quanto più agibile della via che passa per il Mediterraneo centrale e l’Italia. Anche se Paese solo di transito, sono forti le tensioni con l’Ungheria, che come è noto ha chiuso il confine spostando l’impatto sul vicino confine serbo-croato, anch’esso poi definitivamente chiuso. L’economia del Paese si è ripresa lentamente dopo le guerre balcaniche. Il PIL è tornato a crescere in modo sostanziale, con un tasso annuo di circa il 6%, solo nel periodo 2003-2007, immediatamente precedente alla grande crisi. La crescita è stata causata soprattutto dall’espansione della domanda interna. La transizione verso un’economia basata sul terziario è stata più lenta rispetto ad altri Paesi balcanici, cosicché industria ed agricoltura rimangono tuttora un fattore fondamentale nell’economia serba. Un ruolo importante è giocato dagli aiuti internazionali, soprattutto russi, ma anche europei, e dalle rimesse dei lavoratori serbi emigrati all’estero. L’involuzione economica dell’eurozona ha reso molto più importante per la Serbia la partnership con la Russia soprattutto dal punto di vista degli investimenti. Per quanto riguarda le risorse energetiche, il consumo di carbone – 54% del mix energetico nazionale – è preponderante, mentre le importazioni di idrocarburi provengono in massima parte dalla Russia. A fine 2008 il Parlamento serbo ha ratificato la vendita a Gazprom del 51% delle azioni della compagnia petrolifera nazionale serba, inoltre era previsto l’aumento delle forniture di metano russo tramite il gasdotto “South Stream”. La strategia russa di utilizzare le forniture di idrocarburi come strumento di politica estera, nonostante il fallimento del progetto “South Stream”, rende il legame tra Belgrado e Mosca ancora più stretto. La Costituzione della Repubblica serba stabilisce l’impossibilità per il Paese di aggredire oppure di difendere un altro Stato sovrano. Ciò ha di conseguenza, come si è visto, portato la Serbia ad aderire Un SAM “Strela” n. 1/2016

alla dottrina della neutralità armata: le Forze Armate hanno ufficialmente come unico scopo quello di difendere il Paese da un’aggressione armata esterna. La neutralità non ha però impedito la partecipazione alle missioni internazionali ONU, anche se essenzialmente con compiti logistici ed addestrativi. Tra queste UNFICYP a Cipro, UNIFIL in Libano, Repubblica Centrafricana, Congo, Costa d’Avorio e Liberia. Inoltre, il Parlamento ha approvato la partecipazione a due missioni gestite dall’Unione Europea: la missione Atalanta, contro la pirateria nelle acque della Somalia, e la missione di addestramento delle forze di sicurezza somale in Uganda. Con l’indipendenza del Montenegro, nel 2006, il Paese ha perso il suo ultimo accesso diretto al mare, e perciò non possiede più forze navali, a parte una flottiglia fluviale sul Danubio alle dipendenze dell’Esercito, che delle due Armi – l’altra è l’Aeronautica militare – è di gran lunga la più importante. Nel 2011 è stata abolita la leva obbligatoria e il numero di militari in servizio attivo si è stabilizzato intorno ai 22.000 uomini e circa 170.000 riservisti. Con la riorganizzazione, l’Esercito è composto di sei Brigate, anche se quattro di esse sono più consistenti di una Brigata convenzionale e sono stanziate sulla linea di confine con il Kosovo, nella cosiddetta

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Ground Safety Zone (GSZ). I materiali dell’Esercito sono per lo più di produzione nazionale, in genere versioni di mezzi sovietici risalenti agli anni Ottanta ed appartenuti al vecchio Esercito jugoslavo. L’MBT attualmente in servizio, in circa 230 esemplari, è l’M-84AS, versione modernizzata della variante jugoslava del carro sovietico T-72, che equipaggia ancora anche gli Eserciti di Croazia, Slovenia e Bosnia-Erzegovina, ma è stato a suo tempo anche esportato in Kuwait. Sono presenti anche circa 550 IFV M-80A e circa 250 BOV, un APC ruotato, anch’essi risalenti al periodo jugoslavo. L’artiglieria dispone di circa 150 Howitzer, una settantina di semoventi d’artiglieria 2S1 Gvozdika di produzione sovietica, e circa 80 lanciatori multipli MLRS per missili tattici. La difesa aerea è demandata a 54 lanciatori multipli per missili SAM Strela-1 (SA-9 “Gaskin” per la NATO) e 12 lanciatori per Strela-10 (SA-13 “Gopher”). L’aviazione serba, il cui materiale di volo risale praticamente alla vecchia aviazione jugoslava, ha sofferto molto più dell’Esercito l’operazione NATO “Allied Force” del 1999. Le sono rimasti attualmente solo 4 Mikojan MiG-29 e 10 MiG-21 per la difesa aerea, 30 Soko J-22 Orao (un velivolo jugoslavo costruito negli anni Settanta, in collaborazione con la Romania, vagamente ispirato al SEPECAT Jaguar anglo-francese ma molto meno performante) e 23 addestratori armati Soko G-4 Super Galeb, altro progetto jugoslavo degli anni Settanta. Come le altre aviazioni dell’Est europeo, anche l’Aeronautica serba ha da tempo previsto la sostituzione di questi velivoli con 12-16 caccia multiruolo più moderni, ma la scelta tra modelli occidentali (F-16, Typhoon, Rafale) oppure russi (MiG-29 o uno dei vari derivati del Su-27) risente fortemente di considerazioni politiche, senza contare l’aspetto finanziario, tutt’altro che lieve. Per concludere, si può affermare che la politica internazionale della Serbia, situata in una posizione centrale nei Balcani e oggi direttamente interessata, a causa dei flussi migratori, anche dalla situazione mediorientale, segue due direttive principali: consegnare definitivamente alla storia le guerre degli anni Novanta sviluppando rapporti stabili con tutte le Repubbliche nate dalla dissoluzione della ex-Jugoslavia ed integrare il Paese nell’area europea senza rinunciare alla partnership strategica con la Russia. Il primo obiettivo è ancora parzialmente ostacolato dalla questione del Kosovo, per quanto sia abbastanza prevedibile che nei prossimi anni

la Serbia si trovi costretta ad accettare anche formalmente, come nella sostanza sta già facendo, l’indipendenza di questa “sua” provincia autonoma, voluta da tutti i principali Paesi occidentali, della cui collaborazione, soprattutto economica, il Paese non può fare a meno. Il secondo obiettivo appare invece al momento improbabile a causa del crescente “muro contro muro” tra NATO ed UE da una parte e Federazione Russa dall’altra. A questo quadro si aggiunge la sottile ma sistematica penetrazione economica della Cina, grande potenza sempre più legata alla Russia, attraverso il suo progetto della “Nuova Via della Seta”, fortemente osteggiato dagli Stati Uniti. Se la situazione politica internazionale dovesse scivolare verso una riedizione del vecchio bipolarismo della seconda metà del XX secolo, con il blocco USA/UE da una parte e quello “eurasiatico” Russia/Cina dall’altra, la Serbia si troverebbe inevitabilmente nel mezzo come “regione contesa” e i Balcani rischierebbero ancora una volta di essere l’area destabilizzante per il Continente europeo. *Docente di Studi Strategici, Direttore della Scuola di Competizione Economica Internazionale di Venezia

Il Quartier Generale jugoslavo danneggiato da un bombardamento aereo NATO

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LA POLONIA E LE SUE FORZE TERRESTRI di Francesco Palmas*

Con l’annessione russa della Crimea e il conflitto nell’Est-ucraino, i fantasmi della Guerra Fredda son tornati in Europa. Per gli alleati occidentali, la Polonia è assurta più che mai a baluardo imprescindibile nell’est del Continente. Nessuno, fra gli Stati baltici, ha un ruolo così rilevante. La geo-strategia parla chiaro: la Polonia confina con l’Ucraina vacillante per 520 km, per altri 200 km costeggia l’enclave russa di Kaliningrad, puntellata dai sinistri Iskander-M, e per meno di un centinaio di km ha un limes comune con i tre Stati baltici. Ecco perché Varsavia ambisce alla leadership della LITPOLUKRBRIG, la costituenda Brigata multinazionale lituano-polacco-ucraina. Membro della NATO e dell’UE, la Polonia ha un legame particolare anche con gli Stati Uniti: “l’efficacia dei nostri sforzi nel modernizzare l’Esercito e le Forze Armate dipende prioritariamente dal supporto e dalla presenza americana in loco”, ribadiva ancora pochi mesi fa Tomasz Siemoniak, Ministro della Difesa polacco. Parole profetiche, visto che a metà 2016 gli Stati Uniti proietteranno temporaneamente in Polonia 90 MBT “Abrams”, 140 blindo “Bradley” e 20 semoventi d’artiglieria. Il budget della Difesa permette a Varsavia di pensare in grande. Le poste di bilancio sono inequivocabili: una legge del 2001 ha decretato che gli stanziamenti per la Difesa non possano scendere sotto l’1,95% del PIL. Vi si è dovuto derogare solo nel 2013, ma temporaneamente, tagliando meno di un miliardo di euro sugli 8,9 appannaggio della Difesa. Non tanto, e il tutto va inquadrato nel trend degli ultimi anni, galvanizzato da performance economiche invidiabili. Fra il 2008 e il 2013, Varsavia ha mostrato un tasso di crescita cumulato prossimo al 16%, senza uguali in Europa, imperniato su tre caposaldi: fondi strutturali europei, export vigoroso, soprattutto verso la Germania (27%), primo dei suoi partner commerciali, e sovranità monetaria, che garantisce alla Banca Centrale svalutazioni competitive in caso di necessità. Nel 2014, la ricchezza nazionale è cresciuta del 2,8% dopo il rallentamento del 2013 (0,9%) e il bilancio della Difesa punta ormai al 2% del PIL. Siamo quindi intorno ai 10 miliardi di dollari l’anno, 2,5 dei quali destinati al procurement di nuovi materiali. Il Piano 2013-2022 prevede un investimento da 140 miliardi di zloty o, se preferite, da 33 miliardi di euro, per finanziare 14 macro-programmi. In ballo c’è l’acquisto di missili, elicotteri, veicoli blindati, sottomarini e droni, prodotti in loco o acquistati in Occidente, con trasferimenti tecnologici a 32

una base industriale autoctona abbastanza solida, forte di oltre 50.000 dipendenti e 80 compagnie. Priorità sarà data soprattutto all’Esercito, con uno sforzo qualitativo senza precedenti, ma anche le forze aeree e navali necessitano di rinnovare intere linee di sistemi: dai tanker agli apparati di comunicazione e alle piattaforme. Diminuiranno forse le missioni all’estero. Negli ultimi anni, la Polonia si è imposta come un attore chiave nelle varie operazioni a guida alleata. Ha schierato fino a 2.600 uomini in Afghanistan, inquadrati nella Task Force “White Eagle”, e 2.500 in Iraq: uno sforzo quasi sensazionale, se solo si pensi all’impegno in Bosnia (450 uomini) e in Kosovo, dove la Polonia ha proiettato fino a 900 uomini, appartenenti a un battaglione meccanizzato, con elementi logistici e di supporto. Come se non bastasse, Varsavia è stata fra i partner principali della Francia nella missione EUFOR-Ciad, fornendo 400 uomini e 3 elicotteri, in un’operazione che aveva faticato a convincere gli altri alleati europei. Venti istruttori polacchi hanno partecipato nel 2013 alla formazione di militari maliani. E ancora oggi le truppe polacche sono coinvolte in 14 operazioni all’estero con 3.500 uomini circa. Il numero scenderà però drasticamente nei prossimi anni, per concentrarsi maggiormente sugli interessi, i bisogni e le capacità nazionali. L’ESERCITO POLACCO O WOJSKA LADOWE Dal 2000 ad oggi, l’Esercito polacco ha subito una drastica cura dimagrante. All’epoca, allineava 170.000 uomini, oggi ne ha 48.200. Il 100% della forza è costituito da personale volontario e a lunga ferma, altamente


proiettabile (39%). La coscrizione è ormai un ricordo del passato, essendo stata abolita nel 2009. Gli effettivi sono suddivisi fra una Divisione corazzata (erano 4 negli anni ‘80), due Divisioni di fanteria meccanizzata (12a e 16a), diverse Brigate di fanteria meccanizzata, un reggimento da ricognizione, una Brigata avioportata e una Brigata di aviazione leggera, senza contare le Brigate indipendenti, come la 21a fucilieri da montagna Generale Spiechowicz e la 22a Brigata dei Carpazi. La struttura divisionale è articolata in genere su 3 Brigate, capaci di condurre operazioni autonome, e su unità di Comando e Supporto. Nel ridisegnare il formato delle forze, anche il sistema dei Distretti militari ha subito profonde revisioni organizzative e funzionali. Dai quattro distretti a livello di Comando d’Armata della Pomerania, della Slesia, di Cracovia e di Varsavia, si è passati ai due di maggiori dimensioni della Polonia settentrionale, con Quartier Generale a Bydgoszez, e della Polonia meridionale, con Quartier Generale a Breslavia, praticamente analoghi per superficie. Ma veniamo alle forze di manovra, forse più interessanti per chi legge. Le forze corazzate e meccanizzate allineano 11 battaglioni di carri, di cui 2 su “Leopard” 2A4, 4 su PT-91 “Twardy” e 5 su T-72M1, e 23 battaglioni meccanizzati, 18 dei quali su BWP-1, versione polacca del blindato da combattimento per fanteria BMP-1, più altri sugli 8x8 Rosomak. Sulla carta parliamo di 892 carri d’assalto, 1.867 veicoli da combattimento per la fanteria, 783 pezzi d’artiglieria, 352 cannoni controaerei, 64 lanciatori di missili terra-aria e 133 elicotteri multiruolo. Cifre impressionanti, ma lungi dal riflettere lo stato reale della Wojska Ladowe. Nonostante gli enormi progressi, il 60% del parco mezzi è tuttora rappresentato da materiali e veicoli di origine sovietica. La modernizzazione del sistema di difesa è partita seriamente nel biennio 2005-2007 e, oggi, solo un terzo degli equipaggiamenti è stato rinnovato. C’è però una linea direttrice molto chiara. Contrariamente a molti Paesi dell’Est e anche dell’Europa Occidentale, la Polonia sta rafforzando le unità corazzate. Ogni battaglione disporrà a breve di 40 AFV (Armoured Fighting Vehicle) e le unità inquadrate a livello di battaglione nella 10a Brigata allineeranno almeno 58 MBT (Main Battle Tank) o AFV. Il nuovo Ispettorato per l’Armamento (Inspektorat Uzbrojenia) è molto dinamico nelle attività di procurement: ha un budget di 2,2 miliardi di euro solo per l’acquisto di blindati da qui al 2022. E i prodotti tedeschi sembrano i preferiti dai polacchi. Varsavia ha iniziato a standardizzare le sue forze per renderle più interoperabili con quelle degli Alleati. La 10 Brygada Kawalerii Pancemej della 11 Dywizja Kawalerii Pancernej è stata assegnata alla Forza di reazione rapida della NATO. Subito si è provveduto a dotarla di blindati tedeschi, ruotati e cingolati, fra cui 128 MBT “Leopard” 2A4 prelevati nel 2003 dagli stock della Bundeswehr. I carri sono confluiti nei due battaglioni ad hoc della Brigata, senza alcuna modifica. Sulle torrette spiccano tuttora le mitragliatrici MG3 da 7,62, ottimamente preservate come i mezzi. Soddisfatta dei primi “Leopard”, la cavalleria blindata polacca non ha celato le sue ambizioni, avanzando un requisito per le versioni più recenti del carro (2A5 e 2A6). Ma ha dovuto attendere il 22 novembre del 2013 perché un nuovo contratto fosse siglato fra Thomas de Maizière, l’allora Ministro tedesco della Difesa, e l’omologo polacco Siemoniak. A Poznan, i due hanno messo nero su bianco il trasferimento alla Polonia di 119 carri d’assalto “Leopard”. Sul piatto sono finiti 187 milioni di euro: 105 carri sarebbero stati in versione 2A5 e 14 nello standard 2A4, più 200 altri veicoli e pezzi d’armamento per il sostegno logistico, tecnico e addestrativo, fra cui 18 ARV (Armoured Recovery Vehicle) Bergepanzer 2, 120 veicoli 4x4 Daimler-Benz DB 1017 A, 40 Unimog U 1300/L e veicoli leggeri ogni-terreno Mercedes-Benz MB 250. I nuovi MBT sono in fase di consegna a partire dal 2014: quell’anno sono arrivati i 14 “Leopard” 2A4 e 77 2A5, seguiti nel 2015 da altri 28 2A5. Una volta completate le consegne, i polacchi disporranno di una prima linea fatta di 247 n. 1/2016

MBT 2A4/A5. I carri più avanzati equipaggeranno i due battaglioni ad hoc della 10 Brygada, che serve attualmente a Swietoszow. I “Leopard” 2A4 transiteranno invece nella 34a Brigata. I nuovi mezzi permetteranno all’Esercito di fare del “Leopard” 2 “il nerbo delle forze corazzate polacche”. Parola di Siemoniak. L’aggiornamento non è finito: la Polonia ha in mente un upgrade dei carri più vecchi allo standard “Leopard” 2PL, più vicino alla versione 2A5, dirottandovi dal 2019 fra i 330 e i 420 milioni di dollari. Intanto il personale si sta preparando al salto di qualità. Nell’estate 2014, alcuni istruttori polacchi erano a Munster, all’Ausbildungszentrum, il Centro di Addestramento della cavalleria della Bundeswehr. Hanno seguito uno stage di conversione sui nuovi MBT, per poi tornare in patria e iniziare la formazione dei primi equipaggi nazionali al Centro di Addestramento “Leopard” di Swietoszow. L’ascesa dei “Leopard” segna l’autunno per molti dei pezzi da museo dell’Esercito. Nel 2021, saranno infatti mandati in pensione tutti i T-72 e i BWP-1, mentre i PT-91 “Twardy” lasceranno il servizio fra il 2027 e il 2032. I PT91 sono a tutti gli effetti dei T-72 migliorati nella motoristica, nella protezione, nella condotta del tiro, nella bocca da fuoco e nell’abitabilità. Appartengono ai due battaglioni della 34a Brigata di cavalleria. Non pago, l’Inspektorat Uzbrojenia sta pianificando l’acquisto di circa mille carri leggeri “Anders”, per accrescere la mobilità delle forze terrestri. Concepiti da OBRUM, una filiale del gruppo autoctono Bumar, oggi Polish Defense Holdings, e sviluppati in sinergia con il Ministero delle Scienze e dell’Istruzione superiore che ne ha fi33


nanziato un’aliquota, gli “Anders” dovrebbero rimpiazzare i BWP-1, e anche i T-72 e i PT-91. Dotato di una massa di 33 tonnellate, l’”Anders” raggiunge una velocità massima di 70 km/h. É un cingolato declinabile in diverse versioni con una piattaforma comune: veicolo da combattimento per la fanteria, ricognizione, genio e così via. Armato di un cannone da 120 mm fornito dalla svizzera RUAG, dispone di una torretta optronica, di sistemi di protezione attiva e di una mitragliatrice da 12,7 mm montata su una torretta remotizzata. Un mix eccellente, rimasto per ora alla fase di prototipo. Fra i veicoli da combattimento per la fanteria spiccano 1.400 vecchi BWP-1, versione polacca dei BMP-1 russi, che dovrebbero essere rimpiazzati fra il 2018 e il 2035 da una nuova piattaforma modulare e multiruolo ribattezzata “Rydwan”. Nell’aprile 2013, si parlava di un requisito per 2.300 veicoli in diverse configurazioni. Quest’anno dovrebbe partire uno studio di fattibilità quadriennale. Rimanendo nel campo dei veicoli blindati, la Polonia ha siglato nell’ottobre 2013 un contratto del valore di 544,1 milioni di dollari per l’acquisto di 307 “Rosomak” 8x8, declinazione polacca del “Patria” AMV finlandese, che saranno consegnati fra quest’anno e il 2019. É l’azienda polacca WZM (Wojskowe Zaklady Mechaniczne) a produrli su licenza concessa da Patria Land System e valida fino al 2023. La Polonia utilizza attualmente 570 “Rosomak”, 313 dei quali in configurazione da combattimento per la fanteria, equipaggiati con torretta Hitfist-30P di OTO Melara, prodotta localmente su licenza e armata di un cannone ATK Mk44 “Bushmaster II” da 30 mm. Questi veicoli, che stanno penetrando anche il mercato slovacco, dovrebbero costituire il core delle Brigate di proiezione, equipaggiando otto battaglioni, ciascuno dei quali con 53 mezzi. Alcuni hanno ricevuto il battesimo del fuoco in Afghanistan, nella provincia di Ghazni, lungo la grande arteria fra Kandahar e Kabul. Si sono rivelati mobili, resistenti agli IED e potenti nel fuoco del cannone da 30 mm, molto apprezzato nel Teatro afghano. Instancabili, i polacchi stanno cercando anche un successore. Finanziano già il design del Nowy Kolowy Transporter Opancerzony, un veicolo più prestante e protetto, su scafo 8x8. E lo vogliono pronto per il 2019. Programmano un sostituto anche alla venerabile flotta dei 4x4 BRDM-2, d’epoca sovietica. Obrum e il consorzio Polish Armaments Group (PGZ) faranno fronte comune con Rheinmetall MAN Military Vehicles GmbH per dar vita a un nuovo veicolo blindato. Tutto è previsto nel programma LOTR (Light Armoured Reconnaissance Carrier) che delinea i requisiti per un nuovo veicolo 6x6 da trasporto truppe a capacità anfibia. Queste le caratteristiche di peso: meno di 20 tonnellate, per un carico utile di 3,5 tonnellate. Il giornale tedesco “Handelsblat” parla di un’intesa per 200 veicoli e di un investimento di 300 milioni di euro. È tutto un fervere di programmi. L’Esercito ha emesso un requisito anche per un UAV tattico. Il programma “Gryf” prevede di acquistare 12 sistemi, da quattro droni l’uno, più le rispettive stazioni di controllo terrestre. Con un obiettivo chiaro: metterli in linea dal 2017. Il duo Thales/WB Electronics si è aggiudicato un primo contratto all’ultimo salone MSPO. Propone una variante del “Watchkeeper” armata con il missile leggero multiruolo FreeFall LLM. I sistemi saranno assemblati in Polonia, sotto l’occhio vigile di Thales, mentre WB Electronics integrerà il computer di missione, il software crittografico, le funzioni C4ISR e il collegamento dati, perché il drone dovrà raccogliere informazioni a livello divisionale e compiere strike di precisione. La speranza per Thales è di penetrare il mercato polacco e aggiudicarsi anche il programme “Zefyr”, che prevede quattro droni supplementari acquistati con un accordo intergovernativo. LE ARTIGLIERIE Gran parte dei pezzi polacchi risale ancora all’epoca sovietica ed è in calibro da 122 e 152 mm. Per rimpiazzare i semoventi 2S1 e “Dana”, e uniformarsi allo standard NATO da 155 mm, Varsavia ha lanciato il programma “Regina”, rivisitandolo più volte. La torretta sarà sempre basata sulla tecnologia del pezzo britannico AS90/52 “Braveheart”, ma lo scafo cingolato non sarà più il “Kalina” di produzione nazionale, pieno di difetti e bocciato. Al suo posto, i polacchi hanno optato per lo chassis del K9, firmando un accordo con i sudcoreani di Samsung Techwin. Se vincente, il nuovo binomio torretta-scafo sfocerà nel semovente “Krab”, destinato a diventare il nerbo dell’artiglieria. L’Esercito inten34

de infatti acquistare 120 sistemi per armare cinque battaglioni a partire dal 2020. Nel frattempo, dal 2017, produrrà con l’israeliana Elbit il “Kryl”, un semovente con cannone da 155 mm derivato dall’ATMOS della Soltam, con sistemi di Comando e Controllo polacchi. E non è finita qui, perché sono attualmente in consegna 96 mortai “Rak” da integrare su tor-


rette ad hoc montate su altrettanti “Rosomak”. Il sistema è proposto anche come mortaio semovente da 120 mm. L’artiglieria sarà inoltre potenziata con nuovi lanciarazzi multipli. L’Esercito sta aspettando la firma del contratto fra l’Ispettorato dell’Armamento e HSW (Huta Stalowa Wola), azienda del gruppo PGZ (Polska Grupa Zbrojeniowa), già contattata per la fornitura di 60 lanciarazzi ruotati a lungo raggio WR-300 “Homar”, basati sullo scafo del veicolo 8x8 “Jelcz” 882. I primi sistemi dovrebbero entrare in linea nel 2018; gli ultimi nel 2022, così da equipaggiare un DMO (Dywizjonowy Modul Ogniowy), equivalente a un battaglione con un quid pluris di potenza di fuoco. Gli Homar hanno infatti una gittata stimata in 300 km, quasi otto volte tanto dei WR-40 “Langusta” (40 km) attualmente operativi. Il contratto dovrebbe aggirarsi sui 960 milioni di dollari, munizioni escluse. Ci sarebbe inoltre un requisito per missili balistici a corto raggio, con una propensione verso gli ATACMS della statunitense Lockheed Martin. Ma i polacchi apprezzano molto anche gli israeliani “Lynx” (IMI) e “LORA (IAI), dall’errore circolare probabile inferiore ai 10 metri.

tenziale di 30-40 macchine per un valore stimato di 4 miliardi di euro. Francesi e americani propongono il “Tigre” HAD e il venerabile “Apache”. Sarà dura ma ci saremo, anche se Airbus Helicopters si sta facendo molto dinamica: collabora da un decennio con numerose università d’élite polacche e a febbraio ha aperto un nuovo centro di ricerca e sviluppo a Lodz. Affare da seguire. *Ingegnere BIBLIOGRAFIA

L’AVIAZIONE DELL’ESERCITO L’Aviazione dell’Esercito è abbastanza recente in Polonia, essendo stata costituita nel 1996. Molti reparti di elicotteri di supporto e tutti quelli da combattimento sono stati trasferiti dalle forze aeree a quelle terrestri, dando vita alla 25a Brigata di cavalleria aerotrasportata “Principe Poniatowski”, poi affiancata dalla 6a Brigata aerotrasportata e dalla 1a Brigata di aviazione delle forze terrestri. I mezzi in dotazione sono prevalentemente datati: gli elicotteri d’attacco sono un mix russo-polacco; 25 sono i Mi-24, cui si sommano una quarantina di W-3 “Sokol”. La componente utility è costituita dai Mi-17 e dai Mi-8. Ma la Polonia intende rinnovare o modernizzare l’intera flotta ad ala rotante a partire dal 2035. Del piano fa parte l’acquisto programmato di 50 elicotteri multiruolo, in versione tattica, navale e di salvataggio, per un totale di 3,1 miliardi di euro. Il 90% dovrà essere prodotto in loco. Varsavia ha preselezionato Airbus Helicopters, già Eurocopter, che ha proposto l’EC-725 “Caracal” da 11 tonnellate, un mezzo combat proven in Afghanistan, Libia e Mali. Se tutto andrà come previsto, l’assemblaggio sarà effettuato negli stabilimenti di Lodz di WZL-1, partner di Airbus nel programma. E dire che Agusta Westland aveva messo sul piatto l’AW149 e promesso una grossa partecipazione della filiale polacca PZL-Swidnik, acquisita nel 2010. Poco male perché siamo ancora in gara con TAI ed il T-129 ATAK nella difficilissima partita del programma “Kruk”, destinato a dotare la Polonia di un nuovo elicottero d’attacco. Si profila un mercato po-

Anna Antezak Barzan, Poland's national potential and its international position within the European Union – research remarks, in “Defense & Security Analysis”, n. 3/2015, pp. 228-245.

SITOGRAFIA IHS Jane’s, Polish Army, https://janes.ihs.com/Janes/Display/131929; (18 dicembre 2015). National Security Strategy of the Republic Of Poland, http://en.bbn. gov.pl/; (2014). White Book on National Security of the Republic of Poland, http://en. bbn.gov.pl/en/news/ 332, Whi te-Book-on-National-Security-of-the-Republic-of-Poland.html; (2013). Weimar Triangle: joint statement on Ukraine by foreign ministers of Germany, France and Poland, http:// www.london.diplo.de/Vertretung/lon don/en/__pr/Latest__News/04/Weimar-Triangle.html. Poland to invest more than $40 billion to upgrade its armed forces by 2022, http://www.armyrecognition. com/ may_2015_global_defense_ security _news_uk/poland_to_invest_more_than_$40_billion_to_upgrade_its_armed_forces_by_2022_ 2005152.html. Poland to upgrade its Leopard 2 tanks, http://www.armyrecognition. com/october_2015_global_defense_security_news_uk/poland_to_up grade_its_leopard_2_tanks_4061015 2.html.

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CHI STABILISCE I BISOGNI DELLE FORZE ARMATE IN TEMA DI AMMODERNAMENTO? IIll c contributo ontributo d dii rricerca, icerca, llesson esson llearned, earned, iindustria ndustria e p politica olitica di Matteo Marti*

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’ammodernamento della Difesa rappresenta un processo complesso nel quale molti attori eterogenei, istituzionali e non, concorrono a vario titolo alla realizzazione di nuovi sistemi d’arma e piattaforme, dalla concezione all’alienazione. Ma chi definisce le esigenze di ammodernamento? Il titolo proposto presenta due interessanti elementi di provocazione. In primo luogo perché, omettendo volutamente di annoverare la Difesa stessa tra gli stakeholder del processo, induce a riflettere sul suo ruolo in tale ambito; ruolo che deve necessariamente essere quello di “motore”. In secondo luogo perché la scelta della forma interrogativa lascia trasparire la coesistenza di interessi diversi e la potenziale sovrapposizione o confusione di ruoli. L’articolo accetta tale sfida e mira ad analizzare la funzione di ogni singolo stakeholder, individuandone il fondamentale contributo nel più ampio contesto del cosiddetto Sistema Paese. IL PROCESSO DI AMMODERNAMENTO DELLA DIFESA. LO STATO DELL’ARTE

MNUR) derivano dall’impiego dei contingenti in Teatro Operativo, l’intero ciclo di pianificazione e approvvigionamento viene concluso in tempi rapidi, solitamente entro l’anno solare. Nel secondo, quando invece l’esigenza definita non presenta carattere di urgenza ma consente una più ampia trattazione, la stessa è valutata in una prospettiva di medio-lungo termine nei seguenti step principali: • l’analisi dei prevedibili scenari futuri e l’individuazione di possibili sfide e minacce; • la determinazione dei requisiti da soddisfare per assolvere i compiti assegnati;

Ogni processo di rinnovamento o di cambiamento in generale di un’organizzazione, pur dettato o eventualmente guidato da fattori esterni, non può realizzarsi compiutamente senza il decisivo contributo dell’organizzazione stessa. La Difesa quindi non può che rivestire un LE DUE OPZIONI PER L’ACQUISIZIONE ruolo centrale e propulsivo per quanto attiene a ogni iniziativa DI CAPACITÀ DELLA DIFESA volta al suo ammodernamento. Il quadro normativo di riferimento rappresentato dalla legge n. 244 del 31 dicembre 2012 e provvedimenti collegati, oltretutto, prevede che il Ministro della Difesa debba fornire annualmente al Parlamento un quadro generale delle esigenze operative delle Forze Armate, comprensive degli indirizzi strategici e delle loro linee di sviluppo capacitive. In tale ambito dunque il Capo di Stato Maggiore della Difesa è il primo e diretto responsabile della pianificazione generale finanziaria e operativa dello Strumento militare nel suo complesso. Tale processo può essere implementato secondo due opzioni, in relazione all’urgenza della capacità da sviluppare. Nel primo caso, quando cioè le esigenze capacitive individuate come nuove o non previste (Mission Need Urgent Requirement 36

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• la valutazione degli orientamenti di sviluppo capacitivo in ambito NATO e UE; • l’analisi dei gap capacitivi dello strumento e la definizione delle priorità di sviluppo. In relazione al citato ciclo di pianificazione, una delle sfide più impegnative per l’intera Difesa è rappresentata dall’individuazione delle capacità strategiche abilitanti – i cosiddetti key enablers. È da tali assetti, infatti, che dipende in modo determinante la possibilità di fornire valutazioni sull’evoluzione dello scenario geo-strategico mondiale e di supportare adeguatamente le funzioni operative ai vari livelli. GLI STATI MAGGIORI COME OWNER DELL’ESIGENZA OPERATIVA L’individuazione dei gap capacitivi che non consentono il pieno assolvimento del compito non può che essere responsabilità degli organi direttamente responsabili dell’approntamento dello Strumento militare, ovvero gli Stati Maggiori di Forza Armata (F.A.) e in particolare i Reparti Pianificazione. Essi sono, infatti, gli organi che a tutti gli effetti più di ogni altro percepiscono la necessità di ammodernamento o rinnovamento interno. Nell’ambito del ciclo di pianificazione della Difesa tale bisogno, che ne rappresenta l’input generatore, viene esplicitato in una proposta di Esigenza Operativa (EO). Un’EO individua e delinea una capacità o un insieme di capacità da acquisire necessarie per assolvere una o più missioni e si estrinseca in uno specifico documento. È questo il momento fondamentale dell’intero processo ed è in tale iniziativa che la Difesa afferma in modo inconfutabile il suo ruolo di process owner e attore protagonista. L’approvazione di una EO da parte del Capo SMD, infatti, rappresenta almeno dal punto di vista formale l’inizio delle attività connesse con l’acquisizione della capacità. Pur in modo sommario, essa contiene tutti gli elementi che concorrono a delineare la capacità da acquisire, comprendendo l’intero spettro DOTLMPFI (1). La redazione UNO SCHEMA DELL’INTERO PROCESSO DI ACQUISIZIONE DI CAPACITÀ DELLA DIFESA

L’INTERFACCIA CON IL MONDO ESTERNO. L’AREA TECNICO-AMMINISTRATIVA Se da un lato l’Area Tecnico-Operativa (T-O) della Difesa costituisce il motore interno del processo di rinnovamento, quella Tecnico-Amministrativa (T-A), con al vertice il Segretariato Generale della Difesa/Direzione Nazionale degli Armamenti (SGD/DNA) rappresenta l’organo responsabile del procurement vero e proprio e costituisce l’interfaccia dell’intero comparto con il mercato esterno. Oltre a essere responsabile della descrizione dettagliata delle caratteristiche tecniche del sistema da sviluppare o acquisire, con particolare riguardo agli aspetti sistemistici e alla fattibilità dell’impresa, il SGD/DNA ha il compito di identificare chiaramente l’oggetto contrattuale e curarne l’intera acquisizione. È evidente dunque che l’area T-A è un driver di primo piano nella definizione delle esigenze di ammodernamento dell’intero comparto detenendo direttamente sia le conoscenze dello stato dell’arte del mercato, ovvero della tecnologia attualmente disponibile, sia il know-how afferente ai risultati della ricerca scientifica di interesse. Pur intervenendo nel vivo del processo di ammodernamento in un momento successivo all’area T-O, in altre parole a EO già definita se non altro a grandi linee, il SGD ha senza dubbio la possibilità, quando non l’opportunità, di orientare tali esigenze. Ciò avviene essenzialmente contribuendo con il bagaglio documentale relativo a precedenti esperienze e mediando le legittime aspettative operative sulla base di quanto disponibile sul mercato o effettivamente sviluppabile dal comparto industriale di riferimento. IL RUOLO DELL’ATTIVITÀ DI RICERCA

di un’EO costituisce un vero e proprio esercizio di bilanciamento e ponderazione. Gli Stati Maggiori (SM) di F.A., forti delle esperienze passate e consapevoli dell’attuale periodo storico caratterizzato da scarsità di risorse finanziarie, recepiscono la chiara volontà di adeguare le proprie ambizioni. Essi dunque non richiedono prestazioni e livelli di capacità “fuori portata”, che comportano costi elevatissimi, ma ricercano sempre più spesso un bilanciamento tra performance e costi, considerando anche la probabilità di impiego nei diversi ruoli o missioni e la possibilità di differenziare il livello di capacità richiesto per i diversi sistemi in relazione agli impieghi previsti. n. 1/2016

La ricerca scientifica e tecnologica rappresenta per la Difesa “un’area capacitiva da sviluppare necessariamente per il raggiungimento degli obiettivi prefissati” (2). E ciò giustifica l’impegno di parte dei fondi destinati all’investimento per il finanziamento annuale di programmi di ricerca di particolare interesse. D’altronde non potrebbe che essere così. L’attività di ricerca, infatti, ha la capacità di fornire indirizzi e individuare le migliori soluzioni per garantire l’adeguamen37


to tecnologico dello Strumento militare. Ciò allo scopo di assicurare la disponibilità di sistemi allo stato dell’arte, garantire allo strumento il miglior livello tecnologico possibile e, allo stesso tempo, sostenere e indirizzare le eccellenze dell’industria nazionale. IL RUOLO DELL’AREA TECNICO-AMMINISTRATIVA QUALE INTERFACCIA CON IL MONDO ESTERNO

In tale ambito, l’incremento e l’ottimizzazione del patrimonio di conoscenze e know-how della Difesa nei settori dell’alta tecnologia sono indispensabili per due fini. In primo luogo per garantire la fattibilità dei futuri programmi di sviluppo di sistemi d’arma ed equipaggiamenti e in secondo luogo come strumento utile all’individuazione non solo di soluzioni innovative in risposta a esigenze definite, ma finanche di nuovi gap capacitivi da colmare. Da tale assunto discende l’importanza cruciale che riveste l’attenta pianificazione dell’attività di ricerca scientifica e tecnologica. Anticiparne le tempistiche rispetto a quelle dello sviluppo, infatti, consente il costante aggiornamento nell’ambito del settore tecnologico di riferimento, facilitando quindi l’assunzione del ruolo di guida nella realizzazione. Il principale tool nelle disponibilità della Difesa per sostenere la ricerca di interesse è il Piano Nazionale della Ricerca Militare (PNRM). Finanziato annualmente con parte dei fondi destinati all’investimento, esso rappresenta a tutti gli effetti un catalogo di programmi d’innovazione teso alla crescita e alla maturazione delle tecnologie per applicazioni militari sia in ambito nazionale sia in ottica di cooperazione internazionale. È importante sottolineare che tale iniziativa mira a coinvolgere la più vasta gamma di attori impegnati direttamente nell’attività in oggetto, ovvero l’industria, le piccole e medie imprese, i centri di ricerca e le università. L’importanza dell’attività di ricerca nella definizione delle esigenze di ammodernamento non è da intendersi esclusivamente interna alla Difesa. La necessità di collaborare su scala internazionale e di definire e sviluppare programmi coordinati è avvertita in maniera sensibile, soprattutto nell’attuale congiuntura economico-finanziaria. In tal modo è possibile ottimizzare l’impiego delle risorse evitando sovrapposizioni e duplicazioni, ripartendo l’impegno e valorizzando la condivisione dei risultati. A tal riguardo la Nazione dispone di due consessi di assoluta rilevanza per il perseguimento di tale linea d’indirizzo ovvero l’European Defence Agency (EDA) in ambito UE e la NATO Science and Technology Organisation (STO). UN DRIVER FONDAMENTALE: LE LESSON LEARNED DEI TEATRI OPERATIVI Uno dei pilastri sui quali si basa l’intera dottrina inerente il vasto ambito della “gestione del cambiamento” è il pieno coinvolgimento degli utenti nell’iniziativa e nei suoi obiettivi. L’ammodernamento della Difesa presenta tutte le ca38

ratteristiche di un processo di change management e per tale ragione non può non mettere al centro dell’attenzione il suo utente finale: il combattente. Se da un lato il contributo dei “boots on the ground” si riferisce a esigenze da soddisfare nel breve e brevissimo termine sfruttando lo strumento del già citato MNUR, dall’altro è innegabile che le lezioni apprese sul campo evidenziano alcuni aspetti indispensabili per tracciare le direttrici di sviluppo futuro sia delle operazioni sia delle tecnologie a supporto. Come chiaramente individuato nelle linee guida del “Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa”, le esperienze maturate nel corso delle operazioni internazionali portano a prevedere la possibile coesistenza futura di ostilità asimmetriche e di più tradizionali e conosciute forme di confronto convenzionale e simmetrico, anche ad alta intensità. A tali mutate condizioni di minaccia bisognerà necessariamente far fronte con uno strumento rinnovato e moderno. È questo un assunto che dimostra in modo inconfutabile il contributo che le lezioni apprese dai Teatri Operativi assumono nel processo di definizione delle nuove esigenze operative. Tale necessità è stata ben compresa dagli SM di F.A. che si sono prontamente dotati di Uffici ad hoc, collocati nell’ambito dei III Reparti, allo scopo di catalogare e analizzare gli ammaestramenti, integrandoli nell’attività di pianificazione generale. Un ulteriore e non meno importante contributo delle esperienze operative internazionali è senza dubbio quello fornito all’ammodernamento dell’organizzazione e all’efficientamento dei processi di acquisizione. Il feedback proveniente dal Teatro rischia di perdere di efficacia, quando non di significato, se non tradotto in aggiornamento e sviluppo di sistemi in tempo utile all’assolvimento del compito. È quindi decisivo che l’organizzazione deputata all’attuazione del procurement sia in grado di rispondere ai nuovi requisiti rapidamente. Tale approccio di sviluppo sistemico, definito agile e adottato recentemente dallo Stato Maggiore Esercito, riprende i concetti largamente diffusi in ambito civile del just-in-time e just-enough e prevede iterazioni cicliche e brevi, soddisfacimento iterativo di requisiti puntuali e frequenti rilasci. Questa inRivista Militare


novativa metodologia coinvolge direttamente l’utente finale che, al contempo, mantiene una visibilità costante e continua sullo sviluppo. L’INDUSTRIA E LO SVILUPPO CONGIUNTO COME FATTORE DI SUCCESSO L’industria della difesa rappresenta uno dei comparti di maggior rilievo dell’intero panorama industriale nazionale. Pensare dunque che tale attore non rivesta un ruolo di assoluto primo piano nella definizione delle esigenze di ammodernamento dello Strumento militare non è verosimile. Di contro è senz’altro importante che l’industria nazionale sia coinvolta a pieno titolo nella fornitura del fondamentale supporto concettuale per l’approfondimento delle linee guida da percorrere verso un efficiente rinnovamento della nostra Difesa. L’alta valenza del contributo dell’industria difesa al processo di ammodernamento militare è riscontrabile essenzialmente in due aspetti. In primo luogo, ovviamente, perché consente allo Stato di assolvere i propri obblighi di sicurezza e difesa, anche nell’ambito delle organizzazioni internazionali delle quali l’Italia è membro attivo. D’altra parte perché lo stesso comparto è generatore di valore per il Paese in termini di esportazioni, occupazione qualificata, innovazione tecnologica e sostegno diretto all’attività di ricerca scientifica. Senza peraltro dimenticare che è praticamente impossibile vendere sul mercato interUNA RAPPRESENTAZIONE DELLA METODOLOGIA DI SVILUPPO AGILE IMPLEMENTATA DALLO SME

nazionale ciò che non è stato sviluppato per e con il committente nazionale. Non è da trascurare, inoltre, che lo sviluppo di tecnologie dual use e il conseguente trasferimento tecnologico in settori della vita civile attigui alla difesa, rappresentano importanti ricadute per la società tutta in termini di ottimizzazione delle risorse. Ecco perché l’industria della difesa e l’industria civile risultano sempre più complementari nei settori technology intensive, come peraltro auspicato dalle linee guida della politica di sviluppo della UE. In sintesi, il comparto industriale non può essere escluso dal più ampio processo di ammodernamento dello Strumento militare, finanche dalla definizione delle esigenze stesse. Ciascuno con le proprie responsabilità ma in modo assolutamente congiunto, è necessario che Difesa e Industria investighino tutte le opportunità disponibili per la sincronizzazione dell’innovazione tecnologica e i variabili scenari di impiego. LA POLITICA E IL NECESSARIO CAMBIO DI PROSPETTIVA Prima di delineare il ruolo della politica nella definizione delle esigenze di ammodernamento della Difesa è bene definire sinteticamente cosa si intende per politica. In tale ambito si è voluto associare al termine politica la sua accezione più alta e nobile. Quella cioè dei padri costituenti che si riferivano n. 1/2016

alla “politica” come al potere al servizio del bene del Paese, in grado di definire chiaramente gli interessi nazionali, indicare gli obiettivi di largo respiro e lungo raggio da perseguire, indirizzare decisioni e assegnare le risorse adeguate. Partendo da tale premessa, la politica assume un ruolo di assoluto rilievo nel contesto del processo di rinnovamento dello Strumento militare. In primo luogo spetta evidentemente al livello politico la chiara identificazione degli interessi nazionali. Tali interessi fondamentali sono quelli che condizionano lo sviluppo del Paese e la cui salvaguardia non può prescindere da efficacia ed efficienza dello strumento di difesa per antonomasia che è quello militare. Inoltre, in considerazione della molteplicità e della velocità di trasformazione dei diversi scenari, le determinazioni strategiche della politica impattano direttamente e in maniera notevole sulle capacità delle quali la Difesa deve dotarsi per il perseguimento degli obiettivi assegnati. In secondo luogo, il divario tra la globalità di alcuni interessi ed i limiti oggettivi che l’Italia incontra nel salvaguardarli, porta inevitabilmente il decisore politico a perseguire una strategia partecipativa nel contesto di una solida cornice multilaterale. Ma la partecipazione attiva in seno alle alleanze e il rispetto degli obblighi derivanti dagli accordi bilaterali e multilaterali sottoscritti, impongono allo Strumento militare un continuo ammodernamento. In altre parole, se non si detengono tecnologie avanzate la collaborazione con partner stranieri in programmi multinazionali è quantomeno problematica. Un ulteriore aspetto, infine, evidenzia come la politica influisca sensibilmente sul processo di ammodernamento della Difesa ed è l’assegnazione delle risorse. Nell’attuale congiuntura economica poi, tale azione assume una valenza decisiva. Se da un lato la crisi finanziaria impatta sulle assegnazioni alla Difesa, è altresì vero che se sussiste la reale volontà di preservare un certo level of ambition e conseguire gli obiettivi prefissati, il livello politico deve fare in modo di destinare le risorse utili al mantenimento della competenza tecnologica e della competitività dello Strumento militare. E ciò tenendo in debita considerazione che come maturità tecnologica e competitività attuali 39


derivano da investimenti operati 20 anni fa, così il conseguimento della vision dei prossimi 20 anni dipenderà dagli sforzi condotti nell’immediato.

ALCUNI DATI SIGNIFICATIVI INERENTI L’INDUSTRIA NAZIONALE DELLA DIFESA (FONTE CEMISS)

LA BIG PICTURE. SINERGIE E RITORNI SUGLI INVESTIMENTI Alla luce del ruolo che i diversi attori, istituzionali e non, assumono nel processo di rinnovamento dello strumento e in virtù della critica congiuntura economico-finanziaria che l’Italia sta fronteggiando ormai da diversi anni, è corretto considerare la Difesa, la ricerca, l’industria e la politica come componenti di sistemi diversi? In realtà, proprio osservando con attenzione il ciclo descritto e risalendo nell’analisi sino all’identificazione dei compiti costituzionalmente assegnati alla Difesa, che del processo è contemporaneamente oggetto e soggetto attivo, appare più logico allargare il focus e riferirsi a un unico contesto: il cosiddetto “Sistema Paese”. È indubbio che la Nazione sia oggi sottoposta a due tipi di pressione negativa, di natura differente ma i cui effetti appaiono potenzialmente egualmente distruttivi. Da un lato le minacce convenzionale, ibrida e irregolare alle quali è indispensabile far fronte con uno strumento moderno e flessibile. Dall’altro la crisi economica e occupazionale che rischia di minare dall’interno il tessuto sociale nazionale. In tale contesto l’ammodernamento della Difesa può e deve essere considerato un’occasione per mitigare entrambi i rischi, producendo peraltro significativi benefici per ogni stakeholder coinvolto. La realizzazione di sinergie tra gli stessi, infatti, consente allo Strumento militare di conservare l’indispensabile superiorità capacitiva e tecnologica nei confronti degli avversari esterni e all’industria nazionale di assurgere al ruolo di decisivo moltiplicatore economico-finanziario e occupazionale. Ogni euro investito nell’Industria Difesa nazionale, infatti, genera ritorni in produzione e valore aggiunto per circa 2,6 € e a ogni addetto nello stesso comparto ne corrispondono circa 2,5 nell’indotto. Appare però evidente che il conseguimento di tali ambiziosi obiettivi non possa essere esclusiva responsabilità della Difesa e dell’Industria, ma debba necessariamente essere condiviso, sostenuto e supportato da una convinta volontà politica. A tale potere, infatti, spetta l’arduo compito di assegnare gli obiettivi e finanziare gli investimenti necessari al loro conseguimento in modo stabile e certo nel lungo periodo. Parallelamente tali stanziamenti consentiranno all’industria nazionale di investire, congiuntamente alla Difesa stessa, nelle attività di ricerca e sviluppo decisive per mantenere italiane le competenze, la tecnologia ed il know-how faticosamente acquisiti e oggi sempre più a repentaglio nel competitivo mercato internazionale. Tale ciclo virtuoso di cooperazione, sfruttando anche i vantaggi della dualità delle tecnologie sviluppate, dovrebbe allineare gli interessi di tutti gli attori coinvolti generando valore per tutto il Paese. Nel contesto delineato, un esempio di come ammodernamento e rinnovamento dello Strumento militare possano rappresentare un esercizio congiunto di tutti gli “azionisti dell’Azienda Italia” è il recente studio PROSPECTA (PROgramma Studio ProspettivE Crisi Tecnologie Abilitanti) coordinato dallo SME (3). Tale attività, che ha assunto la forma di un piano di investigazione congiunto, nasce dall’esigenza di elaborare la base di partenza per individuare i sistemi e le tecnologie di cui la componente terrestre dovrà disporre in ottica “dual use”, e aggiornare le piattaforme già in dotazione per assolvere i compiti che il vertice politico continuerà ad assegnare alle F.A. nei mutati scenari operativi. Partendo quindi da quanto indicato dal Libro Bianco, lo studio congiunto PROSPECTA, anche mediante seminari di approfondimento che hanno visto la vasta partecipazione di personale del comparto Difesa (sia dell’Area T-O sia dell’Area T-A), dell’industria nazionale e del mondo accademico, ha consentito di 40

condividere tra tutti i principali rappresentanti del Sistema Paese i trend di sviluppo tecnologico per il rinnovamento dell’Esercito Italiano. L’AMMODERNAMENTO UMANO Un efficiente e funzionale Strumento militare non può prescindere dall’ammodernamento del principale sistema d’arma presente nelle sue disponibilità: l’uomo. Per poter affrontare quotidianamente con efficacia l’impegnativa missione, le Forze Armate devono poter disporre di personale preparato, socialmente integrato e motivato. Osservando dall’esterno il comparto Difesa, esso appare a grandi linee come un insieme di business unit operanti nella sicurezza, nei trasporti multimodali, nella logistica, nella sanità ecc.. Non esiste cioè alcun settore della vita sociale che non sia riprodotto e gestito in seno alle F.A.. E in ognuno di tali ambiti, la professionalità del personale e la complessità organizzativa si colloca a livelli sicuramente uguali ma talvolta anche superiori rispetto al “mondo esterno”. Il rinnovamento della Difesa, quindi, passa necessariamente dalla valorizzazione del personale già disponibile e dal reclutamento delle migliori risorse umane e intellettuali disponibili sul “mercato”. Ciò può essere conseguito, a similitudine di quanto in fase di sviluppo in Germania, con il programma di rinnovamento avviato dal Ministro della Difesa tedesco Von der Leyene, denominato “Attraktivität”, rendendo forte e attraente il brand “Forze Armate” e poRivista Militare


nendosi in aperta competizione con gli altri recruiter nazionali. Diversi sono i possibili interventi migliorativi e alcuni presentano costi relativamente contenuti. In primo luogo, un più convinto investimento nella formazione continua, che affranchi definitivamente l’intera organizzazione dalla pur meritoria autodidattica. Non meno importante poi è sicuramente una più efficace individuazione dei talenti presenti nel vasto ambito della Difesa. Tra le donne e gli uomini italiani in uniforme si “nascondono” potenziali non indifferenti che talvolta incontrano difficoltà a esprimere e affermare le loro

gie di eccellenza che non può permettersi di perdere. Per competere e conquistare margini nel mercato internazionale è necessario poter offrire sistemi sempre più moderni e innovativi, difficilmente sviluppabili senza la cooperazione Industria-Difesa. Non è pensabile vendere all’estero ciò che non è stato sviluppato e testato dal cliente “domestico”. L’efficace ammodernamento della Difesa, che non può prescindere dal coinvolgimento di tutte le migliori risorse intellettuali, organizzative e finanziarie disponibili nel Paese, ha assoluto bisogno della decisa volontà e del supporto del livello politico, gestore ultimo di tali risorse e del bene comune. Il saldo operativo, economico, industriale, sociale e politico del rinnovamento dello Strumento militare è ampiamente positivo. E lo è per tutto il Sistema Paese. *Maggiore

LO STUDIO CONGIUNTO PROSPECTA HA CONSENTITO DI CONDIVIDERE TRA TUTTI I PRINCIPALI RAPPRESENTANTI DEL SISTEMA PAESE I TREND DI SVILUPPO TECNOLOGICO PER IL RINNOVAMENTO DELL’ESERCITO ITALIANO. capacità; una più attenta gestione di tali risorse libererebbe energie intellettuali che consentirebbero il conseguimento di significativi margini di miglioramento. È indubbio che tali iniziative non possono prescindere dalla definizione di percorsi appropriati di carriera che coniughino nei limiti del possibile le naturali aspirazioni personali con le prioritarie esigenze istituzionali. Infine, il perseguimento di un maggior equilibrio famiglia-carriera, anche attraverso un più radicato ancoraggio della Difesa nella società. Molto è stato già fatto negli ultimi anni in ognuno di tali settori ma, come per i sistemi d’arma, anche il processo avviato necessita di un periodico ammodernamento.

NOTE (1) Doctrine, Organization, Training, Leadership, Material, Personnel, Facilities, Interoperability. (2) Tale missione è espressamente affidata al V Reparto del SGD/DNA, come indicato sul portale Difesa (www. difesa.it/SGD-DNA/Staff/ Reparti/V/Pagine/LaRicercaInnovazione.aspx). (3) Per ulteriori approfondimenti si rimanda agli atti del convegno “EsercitoIndustria: una collaborazione essenziale” tenutosi il 9 febbraio 2015 presso il Centro Alti Studi Difesa in Roma.

CONCLUSIONI Ammodernamento e rinnovamento dello Strumento militare rappresentano processi fondamentali per mantenere la superiorità rispetto agli avversari presenti nei nuovi e dinamici scenari geostrategici e per fronteggiare le minacce regolari, ibride e irregolari che gli stessi determinano. Individuare in tale ambito un unico responsabile della definizione delle esigenze di ammodernamento è un esercizio arduo e, probabilmente, illogico. Senza dubbio il ruolo centrale spetta alla Difesa che, analizzando gli scenari d’impiego e facendo tesoro delle lezioni apprese in tutti i molteplici Teatri Operativi, individua i gap capacitivi e indirizza l’acquisizione dei sistemi idonei a colmarli. I necessari investimenti in ricerca scientifica e tecnologica hanno una doppia valenza. Da un lato creano un’importante interfaccia del comparto con l’esterno facilitando l’integrazione tra i due mondi. Dall’altro possono trasformarsi in un significativo stimolo per la crescita economica italiana, sfruttando anche le ricadute positive promesse dalle tecnologie duali. L’industria nazionale, infatti, dispone di know-how e tecnolon. 1/2016

IL SOLDATO RIMANE IL PRINCIPALE SISTEMA D’ARMA IN DOTAZIONE ALLA DIFESA E COME TALE È SOGGETTO A COSTANTE AMMODERNAMENTO.

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EUTM SOMALIA: UNA MISSIONE IN CONTINUA CRESCITA di Gianmarco Laurencig* BACKGROUND EUTM Somalia (European Union Training Mission in Somalia) nasce il 10 aprile del 2010, inserendosi nell’alveo della risoluzione 1872 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, al fine di contribuire al rafforzamento del neonato Governo Federale di Transizione somalo e di aiutare il Paese nel suo percorso di stabilizzazione e di superamento della pluridecennale crisi istituzionale. La Missione viene inizialmente dislocata a Kampala (Uganda) con l’unico compito di addestrare il personale delle Forze Armate somale: il livello di sicurezza in Somalia era infatti ritenuto al tempo non idoneo per il dispiegamento di una Forza multinazionale a Mogadiscio anche se con compiti prettamente non executive. Durante questo periodo in Uganda, che ricopre i primi due mandati, la Missione contribuisce alla formazione di circa 3.200 soldati somali (giovani Ufficiali, Sottufficiali e Truppa) ai quali fornisce un addestramento militare basico, con una attenzione particolare a determinati aspetti in ambito leadership, military police, military intelligence, combat engineering, diritto umanitario e diritti umani. Il 22 gennaio del 2013 il Consiglio dell’Unione Europea estende il Mandato di EUTM Somalia fino al 31 marzo 2015 con un significativo cambiamento del focus della Missione, affiancando all’addestramento la componente advisory (consulenza strategica) nei confronti del Ministro della Difesa e dello Stato Maggiore somalo. Sin dai primi mesi del 2013 la Missione riceve l’autorizzazione a distaccare una propria cellula a Mogadiscio con il compito di creare i presupposti per fornire addestramento e consulenza strategica alle istituzioni somale direttamente in loco. Dal gennaio 2014 il centro di gravità si sposta definitivamente a Mogadiscio con la dislocazione del Main HQ (Headquarters) presso la capitale somala. Questo viene reso possibile dal lavoro svolto nei mesi precedenti dal citato distaccamento che organizza la struttura ricettiva all’interno dell’area aeroportuale (nominata Mogadishu In42

ternational Airport - MIA -, ove sono stanziate tutte le basi degli attori internazionali presenti), realizza il campo di addestramento, che prende il nome di Jazeera Training Camp (JTC), a 2 km dal MIA e imbastisce i primi contatti con le autorità somale del settore della Difesa. Dal 14 febbraio 2014, la guida passa a Comando italiano con la nomina da parte del Consiglio Europeo del Generale di Brigata Massimo Mingiardi a Comandante della Missione. Dodici sono le Nazioni europee contributrici e l’Italia fornisce oltre al Comandante anche la maggioranza del personale, con circa il 60% degli effettivi.

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Il Comandante, rivestendo nello stesso tempo sia l’incarico di Mission Commander che quello di Operation Commander, si trova nella posizione di non avere alcun Ente militare europeo sovraordinato, dovendo rapportarsi unicamente al Political and Security Committee (PSC) dell’Unione Europea, il consesso che raccoglie gli Ambasciatori dei 28 Stati Membri. ENVIRONMENT DI RIFERIMENTO In ambito locale, EUTM si inserisce in un articolato dispositivo europeo presente nel Corno d’Africa, dotato di vari strumenti, da quello militare a quello politico, da quello diplomatico a quello economico-finanziario, il cosiddetto comprehensive approach. Indicazioni sulla linea politica da seguire nell’ambito del Key Leader Engagement a livello politico-strategico vengono fornite direttamente dalla delegazione politica europea in Somalia (EUDEL), con a capo l’Ambasciatore Michele Cervone d’Urso. I molti attori internazionali presenti in Teatro di Operazioni procedono secondo agende specifiche e interessi strategici che spesso divergono gli uni dagli altri. Le Nazioni Unite fanno fatica a tracciare la rotta nel tentativo di coordinare questa serie di sforzi in un ambiente molto complesso e difficile da comprendere se non accuratamente interpretato attraverso la lente delle perenni rivalità claniche esistenti. Se infatti il popolo somalo è uno dei più omogenei dal punto di vista etnico, culturale e linguistico, esso è invece rigidamente suddiviso in clan, il cui lignaggio può essere tracciato per decine di generazioni. La società presenta quindi un’impostazione prettamente clanica che è anche fondamento di tutte le istituzioni somale ed elemento di riferimento imprescindibile per tutte le organizzazioni internazionali che forniscono consulenza strategica. L’Unione Africana è l’organizzazione che, attraverso il suo braccio armato AMISOM, gioca il ruolo chiave di garante della sicurezza nel Paese e di azione di contrasto al gruppo terroristico nominato Al Shabaab. In particolare, AMISOM fornisce anche la Force Protection a tutto il MIA, uno sforzo notevole che permette a tutte le organizzazioni internazionali di operare direttamente a Mogadiscio che, peraltro, rimane un ambiente caratterizzato da condizioni di sicurezza fragili e da un livello di minaccia elevato. Al Shaabab continua infatti ad essere molto attiva ed imprevedibile, modificando la sua strategia a seconda delle circostanze e dimostrando di essere in grado di condurre sia azioni militari tipicamente convenzionali, sia quelle di matrice asimmetrica. COMPITI ASSOLTI DURANTE IL TERZO MANDATO Durante il terzo mandato la Missione presenta quindi tre compiti principali: training, mentoring e advisory. L’attività di training, congiunta a quella del mentoring, rappresenta lo sforzo principale: a febbraio 2014 viene ultimato, non con pochi sforzi, il JTC e da subito partono i corsi di addestramento nei confronti del personale delle Forze Armate somale (SNA). A tutto dicembre 2014 i soldati somali addestrati solo a Mogadiscio sono oltre 1.400, frutto di 19 corsi tra basici, specialistici, leadership e train the trainer, un risultato oltre ogni aspettativa in considerazione dell’environn. 1/2016

ment e della limitata disponibilità di assetti di force protection a disposizione. A differenza del periodo precedente in Uganda, l’operare direttamente a Mogadiscio fa emergere le molteplici difficoltà cui va incontro l’organizzazione della Difesa somala: la limitata esperienza dei suoi addetti rende complessa la pianificazione dei corsi, così come in fase condotta si rende necessario mantenere un atteggiamento molto flessibile per venire incontro a varie situazioni impreviste. Di conseguenza, l’azione di mentoring viene rivolta al miglioramento del sistema addestrativo somalo tout court, dalla definizione di una basica struttura dottrinale, alla

A sinistra Key leader engagement. Il Generale Mingiardi assieme all’Ambasciatore Europeo incontra il Primo Ministro somalo e i vertici delle Forze Armate Sopra Addestramento Train the trainers presso il Jazeera Training Camp

realizzazione di un training concept, alla definizione di un piano per la razionalizzazione delle risorse: vengono fatti molti passi avanti ma la strada rimane ancora lunga affinché la Difesa somala possa farsi carico in autonomo dell’addestramento, la qual cosa coinciderebbe con l’exit strategy della Missione stessa. Per la prima volta, fatto sicuramente di fondamentale importanza, si procede ad addestrare per43


sonale sonale sona le militare mililita mi ta somalo non solo della zona di Mogadiscio Moga Mo gadi diss (essenzialmente appartenente nent ne nte e al al cl clan an dominante Hawiye Abgal) ma prov pr oven enie ient nte e da d tutte le varie Regioni, quinproveniente di anche anche anc he appartenente appa ap pa di agli altri clan: questo rap rrappresenta appr pres esen enta ta un segnale di notevole imsto port po rtan anza za,, fortemente forte for tem m portanza, voluto da Bruxelles e dal Comandante Coman Com anda dant nte e della d dal Missione, che va nella gius gi usta ta direzione dire di rezi zion one e verso verss una SNA multi-clanica ver giusta che possa poss po ssa a essere esser ess ere e la la rappresentante rapp rap p che dell’intera Nazion zi one. e. zione. È dov d over eros oso o sottolineare, sotto sot toliline near are, e, anche anch an che e perché perch per ché é questo qu qu doveroso aspetto va a condizionare il livello lilive vellllo o del del training trai tr aini ning ng fornito forn fo rnit ito o dal d alla la Missione, che le condizioni di vita del dalla pers pe rson onal ale e somalo somal som alo o addestrato add add personale sono, dopo mesi dal completamento dell’l’op oper era, a, ancora anco an co ad uno standard molto basso: il progetto per fornire i serl’opera, vizi vi zi minimi essenziali vede dei significativi passi avanti solo con i primi mesi del 2015. Le responsabilità si possono individuare nel complesso e tortuoso iter che i finanziamenti provenienti dall’Unione Europea devono compiere, passando per l’Unione Africana, il Comando di AMISOM e le varie ditte appaltatrici dei lavori stessi: un percorso oltremodo lungo che abbisogna di alternative al fine di poter ricevere direttamente i finanziamenti e impiegarli in tempi rapidi secondo precise priorità concordate con le autorità locali. Il secondo compito in cui è impegnata la Missione è, come precedentemente anticipato, quello di consulenza strategica alle istituzioni somale nell’ambito della riforma del settore della Sicurezza in generale, e nel comparto della Difesa in particolare. Questa attività si inquadra all’interno di uno sforzo internazionale coordinato dalla missione ONU in Somalia (UNSOM) ed è sostanzialmente orientata al supporto delle autorità locali nella definizione delle priorità e degli obiettivi da raggiungere. Gli advisors di EUTM (appartenenti allo Strategic Advisory Team - SAT e al Support Advisory Team - SPAT) forniscono un’attività di consulenza robusta, incisiva e flessibile nei confronti della controparte somala sia in ambito Ministero della Difesa (presso la sede istituzionale di Villa Somalia) sia in ambito Stato Maggiore Difesa (presso Villa Gashandiga, sempre nel centro di Mogadiscio). In basso Il Capo del Team di consulenza strategica a colloquio con il Ministro della Difesa somalo Nella pagina accanto in alto Consegna dei diplomi ai soldati addestrati presso il Jazeera Training Camp Nella pagina accanto in basso Foto di gruppo del personale di EUTM Somalia

In questo ambito i risultati più importanti conseguiti durante il terzo mandato sono: • la preparazione di una guida per la struttura e il funzionamento del Ministero della Difesa; • la definizione delle Job descriptions per il personale del Ministero e dello Stato Maggiore; • la definizione di un modello basico di pianificazione strategica; • il tentativo (peraltro alquanto problematico) di sensibilizzazione nei confronti delle SNA sulla reale necessità di una supervisione dell’ambito civile a quello militare; • la stesura di un piano di sviluppo strategico (Defence strategic plan) che consenta un approccio sistemico tra le varie componenti della Difesa e fornisca alle SNA un framework all’interno del quale definire in maniera congiunta le priorità in ambito Difesa, cercando di suddividerle tra i donors per evitare duplicazioni o sovrapposizioni. Notevole è lo sforzo profuso in termini di Key Leader Engagement, che vede impegnato il Comandante in prima persona in una infinita serie di incontri con tutti gli attori principali, sia locali che internazionali. Tale attività fornisce ad EUTM una posizione di grande visibilità all’interno dell’environment somalo, facendole guadagnare la massima fiducia delle sue istituzioni e creando i presupposti affinché il training e la consulenza strategica possano essere svolti nella maniera più produttiva possibile. SFIDE FUTURE Nel mese di febbraio 2015, con l’approvazione da parte del Political and Security Committee del nuovo Mission plan e con l’autorizzazione al quarto Mandato fino a dicembre 2016 ricevuta da parte del Consiglio Europeo, vengono definiti i nuovi orizzonti, gli obiettivi strategici e operativi e l’end state della Missione. Viene autorizzato un aumento della Force protection che permetterà lo svolgimento contemporaneo dell’attività di training e quella di advisory e sarà fondamentale per

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dare ulteriore impulso, importanza e credibilità alla Missione stessa. Le principali sfide del nuovo Mandato, che il nuovo Comandante - il Generale di Brigata Antonio Maggi - dovrà affrontare, riguardano: • la collaborazione sempre più stretta con le altre Missioni/Operazioni dell’UE nel Corno d’Africa (EUCAP “Nestor” e Op. EUNAVFOR “Atalanta”) nell’ottica di un comprehensive approach sempre più marcato; • il mantenimento dei 3 ambiti di competenze (advisory, mentoring e training) con l’ampliamento della componente di consulenza strategica anche in altri settori quali l’embargo di armi e reintegrazione delle milizie; • il tentativo di cessione graduale della responsabilità in ambito addestrativo alla controparte somala, gravitando maggiormente sulla componente mentoring; • la possibilità di un’estensione geografica della Missione, non più vincolata ai tre siti finora autorizzati (Villa Somalia, Gashandiga e JTC); • la necessità di esplorare un nuovo orizzonte quale quello del “Training and equipment”, concetto fino ad ora non percorribile in quanto non autorizzato da Bruxelles, ma che permetterebbe di essere più efficaci fornendo alla controparte somala una capacità completa, caratterizzata anche dall’equipaggiamento di cui sono praticamente sprovvisti. La strada tracciata va sicuramente nella direzione giusta e quanto finora ottenuto fornirà le basi per poter conseguire risultati ancora superiori. L’approccio europeo prevede che la Missione di capacity building EUTM sia solo uno dei tanti strumenti utilizzati all’interno di una strategia molto più ampia e comprensiva. È chiaro comunque che certi risultati possono essere ottenuti solo mantenendo “the boots on the ground”, garantendo quindi giornalmente sul terreno quella rete di rapporti che si sono instaurati e fornendo la capaci-

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tà addestrativa richiesta al meglio delle nostre possibilità. Indubbiamente una Missione di successo se soprattutto si tiene conto delle risorse di Force protection a dispozione e dell’environment fragile e volatile. La Somalia è una Nazione complessa che ha bisogno di tempo per essere compresa. Ha bisogno di tutto ma soprattutto di un approccio che le consenta di ripartire avendo come focus le sue esigenze e le sue necessità. *Tenente Colonnello

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Il CORAGGIO di di Francesca Cannataro* e Valentina Cosco**

E

ssere Maresciallo nell’Esercito significa vivere il mondo da protagonista. Una formazione triennale di alto livello e una professionalità che si matura in un percorso di studi e addestrativo al passo coi tempi. Significa mettersi in gioco e avere il coraggio di osare, talora, anche tornando sui banchi a studiare. Significa decidere di cominciare un percorso formativo che renderà l’uomo comandante di uomini, leader “primus inter pares”. Per due giorni noi di Rivista Militare abbiamo “vissuto” con loro: gli Allievi della Scuola Sottufficiali dell’Esercito. Ne abbiamo percepito le emozioni, ravvisato la determinazione, riconosciuto i sacrifici, compreso chiaramente la forza di raggiungere l’obbiettivo. Incrociamo i loro occhi nelle aule, durante le attività sportive, sui piazzali della Scuola, in biblioteca. Sentiamo dalle loro vive voci il racconto del perché di questa scelta. In quegli stessi occhi leggiamo la fermezza dell’intraprendere questo percorso in maniera convinta e decisa. Volti già adulti e segnati da anni di esperienza a servizio dell’Esercito Italiano che si affiancano a volti di ragazzi vi più giovani con la freschezza e ilil viinigore di un’ “avventura” appena iniizza ziata. È questo ciò che caratterizza Viterla Scuola Allievi Sottufficiali di Vitergebo, che la rende unica nel suo geovenere. La diversità di età e di proveo di di nienza, con tutto il bagaglio nseesperienze e di vita che ne conseche gue. Professionisti già formati che perdecidono di rimettersi in gioco perfarché forte sentono il desiderio di farlo e giovani che da “ex civili” (come qualcuno simpaticamente ci ha 46

OSAR E!

La scuola Sottufficiali dell’esercito Rivista Militare


raccontato, ndr) intraprendono questo nuovo percorso. Mondi che si uniscono, si sostengono, si incontrano per proseguire nella stessa direzione. Ad accompagnarci, per due giorni, i “canti” che stemperano la stanchezza. In marcia, per spostarsi nei vari plessi dell’Istituto. Da un’aula all’altra, dalla palestra agli alloggi. Dalla mattina alla sera le ore sono cadenzate da impegni, dalle lezioni, dallo studio e dalle attività addestrative. L’attività fisica e sportiva, poi, la fa da padrone. L’iter formativo si concretizza coniugando una didattica di livello universitario, assicurata dalla stretta collaborazione con le Università degli Studi della Tuscia a Viterbo, per quanto concerne il ciclo di studi di “Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali” per il personale assegnato alla specializzazione Comando, e di Tor Vergata a Roma per ciò che invece afferisce al ciclo di studi di “Infermieristica” per il personale assegnato alla specializzazione Sanità. Entrambe le Università mettono a disposizione un qualificato corpo docente. Gli Allievi Marescialli si sottopongono, inoltre, a un impegnativo programma di attività militari, teoriche e pratiche, svolte in sede, presso le Scuole d’Arma e Specialità dell’Esercito e in aree e strutture militari sul territorio nazionale. Questo complesso percorso di studi e di attività pratiche permette all’allievo di conseguire il grado di Maresciallo al termine del secondo anno di corso e la laurea di primo livello in “Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali” o in “Infermieristica” al termine del terzo/quarto anno. Le attività militari, teoriche e pratiche, si sviluppano in maniera progressiva e costante nell’arco del triennio di corso: dalle nozioni basilari a livello individuale, fino al raggiungimento delle capacità d’impiego di unità a livello plotone nelle diverse situazioni operative. Per lo svolgimento di questo intenso programma, la Scuola utilizza i poligoni addestrativi situati nel Lazio e in altre regioni del territorio nazionale e dispone di moderni ausili didattici, aule e simulatori di tiro e attrezzature di ardimento necessari per l’addestramento e la valutazione degli Allievi. Ma non solo. Durante il primo anno si svolgono, anche, il corso di paracadutismo e un campo addestrativo di quattro settimane, n. 1/2016

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per perfezionare, mediante un ciclo di esercitazioni in bianco e a fuoco, le capacità degli Allievi a operare, quali leader, in unità elementari dell’Arma Base fino a livello squadra. E intanto allo studio e alle attività addestrative si affiancano le attività sportive che hanno un ruolo fondamentale. Particolare attenzione è posta, infatti, nella cura della preparazione fisica che vede gli Allievi Marescialli impegnati in numerose ore di attività motoria con particolare riferimento alle discipline di atletica leggera, potenziamento muscolare, Campo di Addestramento Sportivo Ginnico Militare (CAGSM), nuoto (a cui si aggiunge anche il nuoto operativo) pugilato e rugby. Vengono inoltre svolte lezioni relative alle Tecniche di difesa personale. Queste le discipline che gli Allievi praticano sotto l’attento sguardo di istruttori qualificati per la maggior parte provenienti dal bacino di atleti nazionali. Dal primo al secondo anno l’iter formativo prosegue in maniera intensa e articolata. Il secondo anno è destinato allo sviluppo del modulo universitario, al perfezionamento della conoscenza della lingua inglese mediante un corso intensivo della durata di tre mesi, nonché alla frequenza di specifici corsi di qualificazione in attività operative particolari come per esempio Operazioni di Risposta alle Crisi, Combattimento nei centri abitati, Corso di pattugliatore scelto. Infine, anche per il secondo anno, un nuovo campo addestrativo di quattro settimane. Al termine del secondo anno è previsto l’esame di immissione in ruolo e consegui48

mento del grado di Maresciallo. Il terzo anno vede gli Allievi impegnati alla Scuola fino al mese di dicembre per seguire l’ultimo modulo universitario. A partire dal mese di gennaio, l’iter prevede l’assegnazione presso le Scuole d’Arma e Specialità dell’Esercito al fine di acquisire l’idoneità al Comando del plotone dell’Arma/Specialità/Corpo di assegnazione (Fanteria, Cavalleria, Artiglieria, Genio, Trasmissioni, Trasporti e Materiali). Prima di essere assegnati ai Reparti, i Marescialli ritornano alla Scuola per la consegna delle lauree. All’interno dell’Istituto di formazione vengono inoltre effettuati il “Corso di Branca”, rivolto a Marescialli appartenenti alla specializzazione Comando, finalizzato alla formazione avanzata di personale da assegnare alle diverse branche funzionali dei Comandi a livello Reggimento/Brigata/Divisione/Corpo d’Armata, nei Comandi multinazionali di contingenza, negli Organi Centrali e negli Organismi Multinazionali; il “Corso di formazione militare e tecnico professionale per orchestrali della Banda Musicale dell’Esercito”; il “Corso per Sottufficiali di Corpo”, riservato al personale che ricopre l’incarico presso i diversi Comandi degli Enti/Reparti della Forza Armata. Umanità tanta, professionalità elevata a cui si aggiungono spirito di sacrificio e dedizione. I Marescialli “donati” dalle famiglie all’Esercito Italiano, come suggella e suggerisce la cerimonia di consegna dei gradi, rappresentano tutto questo. Forza, determinazione e “coraggio di osare”. Rivista Rivis i ta Militare


La Storia della Scuola Sottufficiali dell’Esercito Con il Regio Decreto del 5 dicembre 1871 nacque l’idea di formare professionisti militari che avevano il compito di istruire la truppa. Fu con il provvedimento emanato il 10 febbraio 1872 che vennero dettati i criteri per la costituzione di un Battaglione d’Istruzione, destinato a formare i Sottufficiali per la Fanteria e i Bersaglieri. Sotto la stessa data furono impartite disposizioni per la costituzione, nell’anno successivo, di una Batteria d’Istruzione presso il 1° Reggimento Artiglieria di Pisa, di uno Squadrone d’Istruzione presso la Scuola Normale di Cavalleria di Pinerolo, nonché di un Plotone presso il Corpo Zappatori del Genio. Dal 1872 al 1886 la formazione dei futuri Sottufficiali fu affidata al 1°, 2° e 3° “Battaglione d’Istruzione per Sottufficiali” con sedi a Maddaloni, Asti e Senigallia. Da Senigallia il 3° Battaglione fu trasferito a Verona, dove operò fino al 1886. Il 27 maggio 1888 il re Umberto I emanò un decreto con il quale istituì a Caserta una Scuola per Sottufficiali, il cui primo Comandante fu il Maggiore Generale Enrico Rebagliati. Nel 1895 la “Scuola dei Sottufficiali”, a causa delle aumentate esigenze organiche dell’Esercito, fu disciolta e l’addestramento dei Sottufficiali, ancora una volta, affidato alle Scuole d’Arma. Tale soluzione fu mantenuta fino al 1920, anno in cui l’incarico passò alle “Scuole Allievi Ufficiali di Complemento” che da diverse sedi, e fino al 1950, curarono l’addestramento anche dei Sottufficiali. Tra le “Scuole Allievi Ufficiali di Complemento e Sottufficiali” si ricordano quelle di Lucca (1920-24), Modena (1921-30), Nocera Inferiore (1930-41), Chieti (1922-23), Pola (1923-26), Verona (1921-27), Casagiove (1928-34) e Rieti (1928-34). Nel secondo dopoguerra la formazione dei Sottufficiali del-

l’Esercito fu affidata aff f idata a tre Istituti distinti; nel 1948 nacque la Scuola di Spoleto per gli Allievi Sottufficiali Sottuff f iciali Ordinari (A.S.O.) e nel 1951 le Scuole di Chieti e di Rieti nelle quali transitavano gli Allievi Sottufficiali Sottuff f iciali Specializzati (A.S.S.), destinati a svolgere compiti prevalentemente tecnici. Nel 1965 lo Stato Maggiore dell’Esercito dispose di creare un’unica Scuola con sede a Viterbo, con lo scopo di unificare r il ciclo formativo f rmativo dei Sottufficiali. fo Sott t uff f iciali. Il provvedimento pro r vv v edimento divenne esecutivo il 1° gennaio 1966. II 10 gennaio dello stesso anno iniziò il 1° Corso Cors r o per Allievi Sottufficiali; Sottuff f iciali; da allora ad oggi l’Istituto è stato in continuo divenire, sia nel settore didattico-addestrativo, sia nella struttura di comando, per adeguarsi adeguars r i alle mutate esigenze dell’Esercito. La Scuola Allievi Sottufficiali Sottuff f iciali dal 1966 al 1995 ha svolto 77 Corsi Cors r i A.S.. Con l’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 196 del 12 maggio 1995 “Norme concernenti il riordino dei ruoli, modifica alle norr me di reclutamento, stato ed avanzamento del personale pers r onale non direttivo delle Forze Forz r e Armate”, la Scuola ha subito una nuova trasformazione, trasfo f rmazione, dando il via ad un nuovo iter ititer formativo f rmativo del perfo r sonale e divenendo l’attuale “Scuola Sottufficiali Sott t ufffficiali dell’Esercito”. Dopo una pausa di due anni inizia quindi, nel 1998, il 1° Corso Cors r o Allievi Marescialli. L’immagine della Scuola si rinnova ulteriormente con l’approval’appro r vazione nel 1999 della nuova “Unifo “Uniforme f rme Storica” per gli Allievi Marescialli, che sarà indossata per la prima volta il 17 dicembre 1999. L’Istituto, comandato da un Generale di Divisione, è così diventato responsabile della formazione f rmazione dei Marescialli fo destinati ad assumere nel moderno Esercito il prestigioso incarico di Comandante di plotone di tutte le unità operative. Dal 1° gennaio 2008 è stato posto alle dipendenze della Scuola l’80° Reggimento “Roma”, con sede in Cassino, preposto alla forf rfo r mazione dei Sergenti. Serg r enti. In tal modo ha assunto pieno significato la denominazione dell’Istituto, che ha totale responsabilità della formazione f rmazione di tutti i Sottufficiali fo Sottuff f iciali dell’Esercito.

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La parola al Comandante Intervista al Generale di Divisione Antonio ZAMBUCO Comandante della Scuola Sottufficiali dell’Esercito

La passione e l’amore per la divisa che indossa glieli leggi negli occhi, negli atteggiamenti, nel modo di porsi ai suoi uomini e agli allievi. La Scuola Sottufficiali dell’Esercito è ormai una “seconda casa”. La sua presenza autorevole è direttamente proporzionale all’impegno e alla passione profusi per mandare avanti un Istituto di Formazione sempre più all’avanguardia. Lui è il Generale di Divisione Antonio Zambuco, Comandante della Scuola Sottufficiali dell’Esercito. Con cordialità ci accoglie nel suo ufficio e ci racconta la realtà di una Scuola dinamica e sempre attiva, piena di fervore culturale e furore addestrativo. Signor Generale, la formazione in ambito Forza Armata ha assunto sempre più un ruolo fondamentale e di prim’ordine. Tra tradizione e innovazione, nell’arco di un secolo, la Scuola Sottufficiali dell’Esercito continua a formare grandi professionisti. Potrebbe illustrare ai lettori di Rivista Militare la struttura, l’organizzazione e i compiti di questo prestigioso Istituto? 50

Retta da un Generale di Divisione con un vice comandante, Generale di Brigata, un Capo di Stato Maggiore con gli uffici dello staff, la Scuola Sottufficiali dell’Esercito è strutturata su un Reparto Accademico, un Reparto Corsi, un Reggimento Allievi ai quali si aggiungono le pedine di supporto tecnico-specialistico e le strutture di supporto logistico-amministrativo. Inoltre dalla Scuola dipende l’80° Reggimento “Roma”, con sede a Cassino, preposto alla formazione di base dei Sergenti. Il compito della Scuola è quello di assolvere alla delicata e prioritaria funzione di formare e qualificare tutti i Sottufficiali della Forza Armata. In tal senso, vengono costantemente pianificati, organizzati e condotti corsi tendenti a valorizzare e potenziare la personalità, le doti caratteriali, il livello culturale e senso di appartenenza degli Allievi, fornendo loro le competenze professionali di base necessarie a completare la formazione tecnico-professionale nella fase di specializzazione presso i Comandi d’Arma/Scuole di Specializzazione e dei Corpi Logistici dell’Esercito. Oggi la Scuola si prefigge l’ambizioso compito di fornire la necessaria competenza per addestrare, condurre e motivare gli uomini e le donne che saranno posti sotto il “loro” comando. Il ruolo di questo Istituto non si limita peraltro alla formazione di base, ma assicura anche il necessario aggiornamento professionale che deve caratterizzare un Sottufficiale in tutto l’arco della sua carriera. All’uopo, la Scuola organizza e conduce appositi corsi di formazione avanzata volti a conferire specifiche competenze in relazione alle attitudini professionali e di carriera e naturalmente alle esigenze di Forza Armata. Iter formativo degli Allievi Marescialli: come si articola il programma di studi e quello addestrativo militare? L’iter formativo degli Allievi Marescialli

è incentrato su un “continuum addestrativo” teso a una formazione per step successivi: formazione/omogeneizzazione del combattente individuale; formazione del comandante di squadra; formazione del comandante di plotone di base; formazione del comandante di plotone d’arma/specialità. Ha una durata triennale, ed è volto a conferire agli Allievi Marescialli le conoscenze necessarie ad esercitare un’adeguata azione di comando di unità operative nei vari scenari “Full Spectrum”. Vi è poi un’aliquota di Allievi Marescialli che persegue una specializzazione nell’ambito della Sanità Militare, presso la Scuola Sanità e Veterinaria a Roma. Particolare importanza, nella formazione dei Marescialli, viene attribuita all’attività fisica e all’apprendimento della lingua inglese. Infine, al termine del triennio/quinquennio viene conferito il diploma di laurea in Scienze Strategiche e Relazioni Internazionali (per la specializzazione “Comando”) o in Scienze Infermieristiche (per la specializzazione “Sanità”). Dalla Scuola Sottufficiali dipende anche l’80° Reggimento Addestramento Volontari “Roma”, di stanza a Cassino, deputato alla formazione di base dei Sergenti. Cosa prevede tale iter formativo Come già accennato l’Istituto si occupa della formazione di tutti i Sottufficiali, incluso il ruolo Sergenti. L’iter formativo dei Sergenti si sviluppa in tre fasi: la prima, a distanza, della durata di 10 settimane, presso i reparti di appartenenza; la seconda, “basica”, di 11 settimane; l’ultima di specializzazione, della durata di 16 settimane. Ad oggi, è in atto un progetto di potenziamento e adeguamento infrastrutturale della Scuola che, a regime, consentirà alla Forza Armata di poter disporre di un unico polo di formazione dei Sottufficiali in Viterbo. Rivista Militare


Signor Generale, quali sono i requisiti che devono possedere i moderni Sottufficiali della nostra Forza Armata? La moderna figura del Maresciallo prevede che sia un “Comandante di Uomini” al passo coi tempi in relazione alle caratteristiche dei vari scenari operativi. Partendo da questo assunto, occorre formare Sottufficiali che sappiano adattarsi rapidamente alle molteplici e variegate situazioni operative, facendo fronte alle prevedibili emergenti minacce in contesti operativi “full spectrum”. I Marescialli devono essere, dunque, fortemente motivati, con doti di leadership, in possesso di spiccata attitudine al comando, elevate capacità decisionali specifiche del loro ruolo di comandante e caratterizzate da una cultura organizzativa moderna, non più solo tecnico-professionale ma anche direttiva e manageriale. In sintesi, competenze “a tutto campo”, necessarie a operare con efficacia, fiducia e consenso in una molteplicità di differenti ed imprevedibili situazioni sia sul territorio nazionale che all’estero, nell’ambito di contingenti nazionali ed interforze e/o multinazionali. Una formazione tecnico-professionale di alto livello non può prescindere dall’utilizzo di innovativi sistemi di simulazione. Quali sono e quale peso hanno nel percorso formativo degli Allievi? L’impiego dei sistemi di simulazione è parte integrante delle attività addestrative degli Allievi e rappresenta un approccio formativo estremamente attuale nonché altamente pagante. Tali sistemi, in una realtà nazionale che impone una sempre maggiore ricerca della razionalizzazione e attenzione alle risorse finanziarie, consentono di effettuare addestramenti estremamente efficaci, caratterizzati da costi notevolmente contenuti e con una considerevole riduzione dei rischi e dei tempi. All’interno dell’Istituto disponiamo di molteplici sistemi di simulazione “live” e “virtual”; nello specifico riveste particolare valenza il Virtual Battlespace3 (VBS3), uno strumento di pianificazione, condotta e analisi di attività operative. Per tale sistema la Scuola rappresenta un riferimento e polo di sviluppo in ambito Forza Armata. L’istituto dispone aln. 1/2016

tresì di ulteriori sistemi di simulazione quali il Fire Arms Simulation Training (FATS), che permette di integrare l’addestramento di tiro a fuoco; il Delcon, specifico per le attività afferenti al tiro di precisione (Sniper); i Pro Target” e Target Training System (T.T.S.), che permettono una simulazione, non virtuale, utilizzabile anche durante le esercitazioni reali. Le attività di formazione rivolte alle diverse categorie di personale della Forza Armata hanno un’importanza strategica al fine di poter disporre di un “capitale umano” specializzato e competente. La sinergia e la collaborazione con gli altri Istituti di formazione della Forza Armata è dunque fondamentale per il raggiungimento di questo obiettivo. In cosa consiste l’attività di cooperazione? La Scuola è un esempio concreto di organizzazione moderna incentrata sulla massima cooperazione interna ovvero i vari Istituti formativi, i Comandi ed i Reparti di Forza Armata ed interforze contribuiscono tutti alla realizzazione del “prodotto formativo”, ciascuno per la parte di competenza. Tale approccio non esclude anzi prevede altresì integrazione con altre Istituzioni del “Sistema Paese” operanti nel “mondo accademico”. La Scuola infatti opera costantemente, in stretta sinergia, sia con tutti i Comandi d’Arma/Scuole di Specializzazione di Forza Armata ma anche Interforze (per esempio: la Scuola NBC di Rieti, il Centro di Eccellenza C-IED), sia con l’area delle Forze Operative Terrestri, interfacciandosi costantemente per ricevere Lezioni Apprese in ambito operativo attraverso cui revisionare i principi formativi alla base dei nostri programmi didattici. Particolare rilevanza in ambito cooperativo esterno è il solido rapporto instaurato con le Università degli Studi della Tuscia e di Tor Vergata. Passando ora a parlare del personale femminile, in percentuale quante sono le Allieve, come affrontano il percorso formativo, in termini numerici come si è evolu-

ta negli anni questa presenza all’interno della Scuola? Qual è il suo valore aggiunto? La percentuale di personale femminile che affronta il corso è di circa il 10% ed è rimasta pressoché costante nel susseguirsi dei corsi. La dualità che si è instaurata con l’ingresso delle donne nella Forza Armata permette, tanto all’Esercito quanto all’Istituto, di lavorare con Allievi donna, valide e fortemente motivate, per nulla intimorite da un mondo che fino a qualche anno fa era prettamente maschile. L’integrazione nella Scuola è avvenuta, come nel resto della Forza Armata, con entusiasmo e celerità. L’Istituto sta apprezzando il risultato di tale processo di integrazione, che grazie alle qualità peculiari degli Allievi donna ha acquisito un approccio poliedrico agli addestramenti che vengono impartiti, stimolando peraltro la Scuola a migliorare se stessa. Circa il valore aggiunto potrei sottolineare ancora una volta la forte determinazione e la notevole spinta motivazionale che induce nei colleghi un senso di forte emulazione nell’ambito del gruppo. Gli Allievi donna, peraltro, da subito riescono ad essere trainanti soprattutto negli studi mentre, in virtù delle caratteristiche suindicate riescono a colmare rapidamente quel gap iniziale che talvolta si manifesta soprattutto nelle discipline sportive che impongono un maggiore sforzo fisico. Da ultimo vorrei anche aggiungere che contribuiscono, con la loro presenza, a cancellare certi stereotipi del passato secondo i quali in guarnigione viene fatto uso di linguaggi “ruvidi”, cosiddetti “di caserma”. Signor Generale, nel ringraziarLa per la sua cortese disponibilità, prima di salutarLa ci conceda un’ultima domanda. Parliamo dei rapporti con il mondo universitario e degli scambi a livello internazionale Per quanto concerne i rapporti con il mondo accademico, dall’istituzione del nuovo Iter formativo dei Marescialli nel 1998 la Scuola, come già accennato, ha iniziato una stretta collaborazione con le Università degli Studi della Tuscia di Viterbo e di Tor Vergata a Roma, 51


rapporti che durante il susseguirsi dei corsi si sono sviluppati e consolidati. Mentre per quanto riguarda gli scambi a livello internazionale, voglio evidenziare che la necessità di evolvere le metodologie formative connesse con le odierne esigenze di impiego, ha reso indispensabile la condivisione e collaborazione con altre realtà militari similari del contesto internazionale. Tali opportunità di scambio formativo sono volte a incrementare il bagaglio esperienziale ed a migliorare la programmazione didattica. In tale ambito voglio menzionare gli scambi bilaterali che si sono instaurati nel corso degli anni tra cui: le nostre visite presso Paesi alleati e amici come ad esempio in Francia, all’”Ecole Nationale des Sous-officiers d’Active”, e presso l’Esercito ucraino nonché quelle programmate presso l’Esercito inglese (nei Training Center Area e nell’Infantry Training Centre) e ceco. Altresì voglio menzionare le visite ricevute da delegazioni quali quelle: statunitensi, russe, spagnole, argentine, egiziane, algerine, kazake, nonché gli scambi consolidatisi nel tempo come nel caso dell’Esercito cinese e turco. L’ultima attività che voglio sottolineare, ma di rilevanza notevole per la Scuola in tale ambito, è un’iniziativa di cooperazione tra l’Esercito Italiano e l’Esercito degli Stati Uniti d’America avviata con l’incontro dei rispettivi Capi di Stato Maggiore a Roma nel 2013. L’obiettivo di tale cooperazione è quello di rafforzare la reciproca conoscenza e collaborazione nell’ambito della formazione dei Sottufficiali con particolare riferimento ai Marescialli Comandanti di minore unità. A tal fine, l’Istituto ospiterà, inizialmente per tre anni, un Sottufficiale Seniors dell’Esercito degli Stati Uniti in qualità di Istruttore al Corso Allievi Marescialli, da affiancare al Comandante di Reggimento Allievi nell’ottica di condividere esperienze e poter indirizzare lo sviluppo formativo dei futuri Marescialli in aderenza alle attuali esigenze di interoperabilità di contingenti multinazionali chiamati ad operare nei teatri operativi all’estero. A conclusione di questa nostra conversazione, tengo in modo particolare ad evidenziare il mio sincero orgoglio di essere il Comandante di questo prestigioso Istituto, alimentato da Quadri competenti e soprattutto motivati, che operano animati da una forte ed ardente passione, come recita il motto del nostro Istituto: “ut ardeant ardeo” (ardo per ardere). Ciò nell’intento di assicurare alla Forza Armata l’ottimale formazione delle future generazioni di Sottufficiali capaci di contribuire a fare dell’Esercito una preziosa risorsa a disposizione del Paese.

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Rivista Militare


I paracadutisti si preparano a lanciarsi nelle sfide future

ALLA PORTA!!! Le capacitĂ avioportate globali 2a PARTE

di Federico Bernacca*

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N

ello scenario mondiale attuale, nessuno dei Paesi militarmente significativi, sul piano regionale o mondiale, ha rinunciato a disporre di aviotruppe tra le sue formazioni di punta indipendentemente dal tipo di minaccia o dal tipo di ampunta, biente naturale in cui esso presagisca le proprie sfide militari fubiente ture. Pertanto, la “comunità” globale delle aviotruppe risulta vature. sta e articolata. a sta Tale comunità è ampia pur considerando solo unità con con capacità di manovra paracadutisti, ovvero senza contare tà quelle incluse nelle Forze Speciali/per Operazioni Speciali o conquelle siderat tali da un punto di vista nazionale, tutte di norma in possiderate sesso di una qualifica per l’aviolancio. Per gli scopi di questa anasesso lisi, a lisi, all di là delle denominazioni nazionali scelte, verranno incluse quelle formazioni di aviotruppe che, per capacità, dimensioni ed quelle equipag equipaggiamento, sono in grado di sviluppare operazioni avioportate e non n tate rientrano in senso stretto nella definizione occidentale di Forze Speciali, S Forze unità di norma particolarmente selezionate e dedicate a 3 specifiche s te tipologie di operazioni: Direct Action, Special Reconnais connaissance e Military Assistance. Un primo dato interessante che emerge è che la struttura preferenzialmente adottata è quella della Brigata (B.) di manovra pluriarma occidentale o di Divisione (Div) di modello russo, formazioni che, per grossa approssimazione, si assomigliano in termini di grandezza e di potenzialità esprimibili. Ma, ovviamente, all’interno di questi contenitori le capacità talvolta si differenziano notevolmente. Tracceremo inn nanzitutto un quadro globale, per aree geografiche, per indiv viduare i maggiori modelli diffusi e le soluzioni adottate per u unità di livello uguale o superiore a quello di R Reggimento/Brigata (1), per individuare le capacità esprimib da potenziali Partner di future coalizioni ad hoc o di pobili te tenziali competitors dell’Alleanza Atlantica. I Paesi NATO verra ranno trattati complessivamente nella 3a e ultima parte di questa q analisi, in quanto condividono prospettive future com muni, compresa l’Italia.

sui terreni innevati di Kotelny, isola dell’arcipelago delle Isole della Nuova Siberia situata tra il Mare di Laptev e il Mare della Siberia Orientale, a circa 160 miglia dalla costa Jakuta. L’unità ha avuto un’ora di tempo per occupare l’aeroporto e mettere in sicurezza la pista di atterraggio per la successiva immissione del grosso della forza e degli equipaggiamenti pesanti, a bordo dei velivoli da trasporto Tupolev. In tutto, l’esercitazione ha coinvolto 36 velivoli da trasporto e circa 4.000 uomini (4). Anche l’Ucraina ha mantenuto, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la capacità di manovra dalla 3a dimensione, nell’ambito della 25 a B. par. indipendente, forte di tre btg., qui riportata a seguito di quelle russe per continuità storica con le allora aviotruppe sovietiche. Allo stesso modo, le capacità avioportate della Bielorussia, ereditate dalla ex 103a Div Guardie dell’Unione Sovietica, sono oggi riassunte da una formazione di Forze Speciali a livello B., la 103rd Independent Mobile Brigade. I paracadutisti bielorussi sono stati recentemente oggetto di numerose esercitazioni congiunte con aviotruppe cinesi (es. la “Condor 2012”) e russe (set. 2014).

L LA A RUSSIA POTENZIA LE AVIOTRUPPE P Partendo, a come in precedenza, dall’Europa, salta subito all’occ chio hi come la Russia mantenga consistenti formazioni avioporttate ate e ne preveda un ulteriore potenziamento. Alle dipendenze d del el Comando Forze Avioportate (Vozdushno-Desantnye Voyska – –VDV), VD che include circa 45.000 uomini, vi sono oggi: 4 Div a avioportate vio della Guardia (7a, 76a, 98a e 106a, della consistenza d dii u una B. pluriarma su standard NATO), la 31ª B. par. indipend dente en e il 45° rgt. da ricognizione. La Russia prevede il potenzziamento iam di ulteriori 4 B. avioportate indipendenti (dei reggim menti en rinforzati secondo standard NATO): le prime 3 (11a, 56a, 8 83 3a) sono attualmente decentrate alle dipendenze delle Regioni M ilita responsabili del fianco sud della Russia, mentre l’ultima Militari ((345 345a) è in via di formazione a Voronezh su base del famoso e p pluridecorato lur id reggimento paracadutisti di Bagram, durante l’inv vasione asio dell’Afghanistan (2). Tutte queste Grandi Unità elementarrii passeranno pas in breve sotto la VDV, per la creazione di una forza d dii iintervento nt rapido con procedure ed equipaggiamenti standard dizzati. izzat Aspetto interessante dell’esperienza russa è quello di non a aver ver mai m abbandonato la capacità di aviolancio di mezzi pesanti. Nel N el 2 2012, 0 ad esempio, la 106a Div Guardie ha aviolanciato, nel cors so o di di u una esercitazione, 3 BMD-2 compresi di equipaggio. Inoltre, ll’attuale ’attua parco di BMD verrà sostituito con il nuovo BMD-4 (3). N Nel el marzo ma 2014, complice anche la crisi ucraina, la Russia ha avviatto ou una na serie di complesse esercitazioni che hanno interessato anc che he la la regione artica. Il 13 marzo, 350 parà della 98a Divisione paracadutisti, cadutis di stanza a Ivanovo (est di Mosca), sono stati paracadutati n.. 1 n 1/2016 /2016

I GIOCATORI DELLA PARTITA ASIATICA In Asia centrale, sia l’Uzbekistan che il Kazakistan contano su formazioni par. a livello B.. Nel caso kazako, la 35th Airborne Brigade gode di ciclici addestramenti congiunti con la Russia, come nel corso della recente esercitazione avioportata “Aldaspan-2012” (5). Verso oriente, la Cina mantiene una capacità avioportata considerevole, di livello Corpo d’Armata (15th Airborne Corps), della forza in realtà di una Divisione secondo standard NATO. La Grande Unità, composta da 3 Div (43 a , 44a, 45a), dipende dall’Aeronautica ed è stata impiegata, con aviolancio, anche in occasione di grandi calamità naturali. A riprova di questo, nel maggio 2008, l’unità ha effettuato un aviolancio nella provincia di Sichuan per soccorrere le popolazioni colpite da 55


un terremoto in zone non raggiungibili da soccorsi via terra. Al di là dell’aspetto umanitario, è importante constatare come, data la vastità del territorio cinese, l’opzione avioportata venga contemplata sia all’interno dei confini nazionali, sia, anche se per il momento solo a livello dottrinale, per la proiezione esterna del combat power cinese. In tal senso, un aspetto rilevante delle aviotruppe cinesi è il loro particolare attivismo addestrativo a partire dal 2014. Come riportato da organi ufficiali cinesi, infatti, esse sono in prima linea nell’“apertura al mondo”, una vasta campagna di iniziative di cooperazione militare in tutto il globo e, in particolare, con i Paesi della Shangai Cooperation Organization (SCO). Al riguardo, esercitazioni con aviolancio sono state condotte con Russia, Bielorussia, Kazakistan e Indonesia (6). Tale attivismo delle aviotruppe cinesi viene ovviamente guardato con sospetto ed apprensione dai Paesi vicini che insistono nella stessa area. Fra questi, Taiwan mantiene una B. di élite (862nd Special Warfare Brigade) in grado di condurre azioni estese tramite aviolancio. Detengono formazioni a livello Brigata anche il Giappone (1st “Narashino” Abn Bde) e il Vietnam (Paratrooper Brigade 305). Nella penisola coreana, caratterizzata da alta densità militare, la Corea del Sud ha adottato la soluzione di includere tutte le sue capacità specialistiche, inclusa quella dell’aviolancio, in ben 7 Brigate di Forze Speciali (7), a fronte della Corea del Nord che dichiara 3 formazioni di paracadutisti a livello B. (38a, 48a, 58a) e 1 a livello btg.. Il terzo gigante asiatico, l’India, ha adottato un’organizzazione delle aviotruppe del tutto originale. Da un punto di vista tradizionale e formativo-addestrativo, i paracadutisti appartengono al Parachute Regiment, formazione monoarma che attualmente comprende 8 btg. di Forze Speciali, 6 di manovra par. (di cui 2 del Territorial Army) e 1 btg. Commando. Per l’impiego invece, l’unità di riferimento è la 50th Indipendent Airborne Brigade, GU el. pluriarma di reazione rapida alle dirette dipendenze del Comando dell’Esercito. Tale unità, per la componente di manovra (di norma, 2 btg. par. e 1 di Forze Speciali), non ha una struttura organica fissa, in quanto i btg. del Reggimento, ciclicamente, svolgono dei periodi di impiego accentrato sotto il Comando della GU e di impiego decentrato alle dipendenze dei Comandi Regionali dell’Esercito, per missioni di sicurezza interna, antiterrorismo, vigilanza di confini sensibili, come quello con il Pakistan. Nella regione, anche la Malaysia dispone di una forza a livello B. pluriarma, la 10th Paratrooper Brigade, impiegata nel 2000 per operazioni antiterrorismo nelle isole di Sipadan e Pandanan a seguito di una presa di ostaggi da parte di gruppi irregolari. Il Pakistan include la capacità aviolancistica nei reparti dello Special Service Group, una unità forze speciali/commando di livello divisionale, con alle dipendenze anche la Scuola di paracadutismo di Peshawar. Le azioni con aviolancio condotte nel corso delle operazioni controinsurrezione “Black Thuderstorm” e “Rah-e-Nijat” contro militanti talebani nei distretti dello Swat e del Waziristan meridionale (FATA) (8), nel 2009, hanno confermato che le capacità avioportate pakistane sono attualmente in espansione. La Thailandia ha concetrato le capacità aviolancistiche dell’Esercito nell’ambito della 1st Special Warfare Division e nel 31th King’s Guard Infantry Regiment, su 3 battaglioni. Ha tuttavia reparti paracadutisti inquadrati anche nei marines e nella polizia. I paracadutisti, con le forze speciali e altre unità di supporto, concorrono alla costituzione della Rapid Deployment Force (RDF), la cui massa criti56

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ca c a è garantita attualmente dai baschi amaranto del 3°btg./31° rrgt.. gt.. L L’unità svolge regolarmente aviolanci congiunti con le aviotruppe trupp americane. Singapore possiede una forza avioportata relativamente modesta Singa (1 (1sstt C Commando o Bn, più il 10th Commando della Riserva). Tuttavia, possiede possie strutture formative-addestrative estremamente avanzate tecnologicamente. tecnol Nel dicembre 2014, ad esempio, le SAF (Singapore pore Armed A Forces) hanno inaugurato un avveniristico centro di addestramento destra di paracadutismo, il quale mette in sistema, in un unico complesso, comple strutture informatizzate di simulazione di aviolancio e percorsi percors di salita in parete, discesa in corda doppia, fast rope da elicottero cottero ecc.., soluzione che sta comportando notevoli risparmi in termini mini d dii costi e di personale (9). L’Indonesia L’Indon è forse oggi il Paese del sudest asiatico con più esperienza rienza in in materia di operazioni avioportate (una quarantina dal 1947 ad ad oggi), oggi una opzione che gli consente di intervenire rapidamente in in u un n tterritorio e nazionale vasto, compartimentato e distribuito su migliaia migliaia di isole. Anche in questo caso, il Paese ha adottato delle soluzioni organizzative originali. Nell’ambito del KOSTRAD (l’Army Strategic Reserve Command, di livello C.A., con una forza di circa 40.000 unità), sono presenti 3 Div di fanteria, alle cui rispettive dipendenze sono poste altrettante B. par. (3a, 17a e 18a), ciascuna su 3 battaglioni. L’esigenza, in tal senso è quella di distribuire le forze in riserva v strategica sulle isole maggiori, dotandole della massima autonomia a operativa e di una strike force dedicata per operazioni z di contingenza/reazione rapida. Le B. par. sono considerate r l’élite dell’Esercito e il passaggio obbligatorio per accedere re alle Forze Speciali (Kopassus). Peraltro, l’Indonesia ha condotto d recentemente delle esercitazioni aviolancio congiunte, sia s con gli USA nel 2013 (ex. “Garuda Shield”, 15-18 giu.), sia, nel ne 2014, con la Cina (10) (“Sharp Knife Airborne 2014”), attività che ch confermano il ruolo di primo piano che vuole giocare nello scacchiere sc del sudest asiatico. L’Australia, L’A per concludere il quadro asiatico, ha accentrato recentemente, ce nonostante il dibattito sia ancora molto acceso, le s sue u capacità aviolancistiche nell’ambito dello Special Operattions io Command (SOCOMD). Tali capacità includono allo stato attuale tua lo Special Air Service Regiment, 2 Commando Regiment di recente rec costituzione, 1 Special Operations Engineer Regiment, 1 Special Spe Operations Logistics Squadron, 1 Special Forces Training ning Centre e la Parachute Training School.

PARACADUTISTI DEL MEDIO ORIENTE In Medio Oriente, si possono individuare numerose formazioni di paracadutisti, seppur le capacità reali in tale settore sono difficilmente qualificabili, vista la generale scarsità di aerei da trasporto. Inoltre, i dati raccolti per quest’area geografica devono tener conto di numerose formazioni definite “forze speciali”, “commando” o similari di livello battaglione, solo alcune delle quali prevedono l’acquisizione da parte del personale della qualifica di paracadutista. Per cominciare, Israele mantiene in servizio attivo la 35th Paratrooper Brigade, una formazione altamente addestrata ed equipaggiata che ha partecipato a tutte le operazioni delle Israeli Defence Forces (IDF), compresa l’invasione del Libano nel 2006. Nella riserva, inoltre, l’IDF mantiene la 98th Airborne Division, una unità quadro alle cui dipendenze, in caso di mobilitazione, oltre alla 35a, verrebbero attivate due ulteriori B. par. di riservisti (551a e 623a) e 2 btg. di Forze Speciali. È da sottolineare che Israele, molto attento alle possibili evoluzioni future del quadro mediorientale dal punto di vista militare, nel gennaio 2012 ha condotto, dopo 15 anni, una grossa esercitazione di aviolancio con oltre 1.000 paracadutisti (11). Proseguendo, l’Iran comprende, tra le sue numerose forze di élite

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militari e paramilitari, la 55th Airborne Brigade. Anche in altri Paesi militarmente significativi della regione sussistono formazioni di élite a livello Brigata, come in Arabia Saudita (1st Abn. Bde su 4° e 5° btg. par. e 3 cp. di Forze Speciali), Giordania (30th “Al Hussein Bin Ali” Airborne Brigade) e Yemen (2 B. di paracommando). La Siria dichiara 2 Div Commando (14a e 15a) che prevedono la qualifica da paracadutista. Spostando ora l’attenzione verso l’Africa, l’Egitto annovera attualmente le sue aviotruppe nell’ambito della 414a B. par., oltre a mantenere numerose formazioni di Forze Speciali con qualifica all’aviolancio. La Tunisia, invece, possiede una B. Forze Speciali nella quale concentra tutte le sue capacità aviolancistiche. L’Algeria ha adottato una organizzazione di tipo filorusso, organizzando le sue aviotruppe nell’ambito della 17a Div par., forte di circa 9.000 uomini, con 5 rgt. di paracommando (1°, 4°, 5°, 12° e 18°), 1 btg. di artiglieria, 1 del genio e 1 anticarro. Annovera inoltre il 25° rgt. da ricognizione, costituito a similitudine del 13eme régiment de Dragons parachutistes francese. A completamento dell’arco dell’Africa settentrionale, l’Armée Royale del Marocco enumera 2 B. par. (1ere e 2eme Brigade d’infanterie parachutiste). Nell’Africa subsahariana, il Sud Africa ha dimostrato in passato (12) di saper condurre un’operazione avioportata completamente autonoma e ripone oggi, nell’ambito del 44th Parachute Regiment, il suo expertise nel settore, seppur ridotto in termini numerici rispetto a quello esprimibile in precedenza dalla 44a B. par., rimossa dal servizio attivo nel 1999. L’Etiopia, nel 1990, ha condotto un’operazione avioportata nei pressi di Gondar contro i ribelli del Tigre People’s Liberation Front (13) e mantiene tuttora una formazione a livello btg.. Anche in altri Paesi del continente militarmente significativi, come la Nigeria e il Kenya, sono presenti formazioni paracadutisti di livello btg./cp. con standard assicurati da una costante osmosi formativa/addestrativa garantita dal mantenimento di rapporti con le ex potenze coloniali, come Francia e Regno Unito, e di recente, anche dalle accresciute attività di assistenza militare statunitensi condotte da AFRICOM.

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IIL CONTINENTE AMERICANO O N Nel continente americano, Messico, essico, Guatemala, Guatemala, NicaraNicarag gua, Cuba, Colombia, Venezuela, ela, E Ecuador cuador e P Perù erù s sono ono d doottati a di unità paracadutisti a livello ello B B., ., iin ng generale enerale s su u2 2/3 /3 b btg. tg. d di manovra. In Argentina, la IV VB Brigada rigada paracaidista paracaidista c costituiostituis sce c il nerbo della Fuerza de Despliegue Despliegue Rápido Rápido ((FDR) FDR) nazionazion nale. a Anche il Brasile, Paese in in avanzato avanzato sviluppo sviluppo a anche nche d dal al p punto u di vista militare, possiede de una una Brigata Brigata di di manovra manovra pluplurriarma, ia la Brigada de Infantaria aP Pára-quedista, ára-quedista, s su u3b battaglioni attaglioni d dii arma base (25°, 26° e 27°) e completa completa di di supporti supporti al al combatcombatttimento im aviolanciabili (artiglieria, a, g genio, enio, ttrasmissioni, rasmissioni, llogistiogistic ca). a) L’unità conduce, in particolare, olare, un’esercitazione un’esercitazione avioaviop portata or annuale di particolare rilievo rilievo denominata denominata “Opera“Operaç ção ão SACI”, a cui vengono invitate te a aviotruppe viotruppe d dii a altri ltri P Paesi, aesi, ttra ra cui, nelle recenti edizioni, quelle elle a argentine rgentine e c canadesi. anadesi. N Nell’edizione el 2011 i brasiliani ni h hanno anno a aviolanciato violanciato 1 1.500 .50 paracadutisti nello Stato d dii R Rio io d de eJ Janeiro, aneiro, p per er ll’occupazione ’oc di punti strategici ici q quali uali p ponti onti e c cenenttrali rali elettriche. U Unità nit di aviotruppe a livello btg. s sono ono iinoltre noltre p presenti resenti iin n E El Salvador (Batallón de paracaidistas), racaidistas), B Bolivia olivia ((Regimiento Reg de Infanteria 18 “Victoria”), Victoria”), U Uruguay ruguay ((Batallon Bata sta N .14) e H ondude Infanteria Paracaidista N.14) Hondurras as (2° (2 Batallón de Infantería Aerotransportado). transportado). IIll C ile Paese molto interessante e sotto sotto il il profilo pr of ilo Cile, m ilita annovera le sue aviotruppe pe (Batallón (Batallón d e militare, de P arac a le le Forze Forze SpeSpeParacaidistas Nº1 “Pelantaru”) tra c iali e prevede addirittura che l’Esercito ’Esercito d iciali dis pong nella propria aviazione, d egli a ssetti sponga, degli assetti a da la fissa. ad ala IIn ng en merica c engenerale, in molti Paesi dell’America centtrale rale e meridionale, le formazioni paracadutiaracadutis ti, c on elevati standard di addestramento, ramento, sti, con s o n o integrate in unità di ““forze forze sono s pecial o regoregospeciali/commandos” e concorrono llarmente arment nelle operazioni di ordine iinterntern oos o ac rino sono impiegate nella lotta alla crim inalità organizzata. minalità n.. 1 n 1/2016 /2016


CONCLUSIONI Come si evince dal quadro globale delineato, le aviotruppe sono presenti in ogni parte del globo e rappresentano un elemento cardine delle Forze di reazione rapida dei Paesi militarmente più significativi. Al di là delle soluzioni organizzative adottate, molte tuttora in corso di sviluppo, valgono alcune considerazioni. Innanzitutto, a fattor comune, le aviotruppe sono considerate un valido strumento per la condotta di operazioni diradate, ovvero in contesti in cui le vaste dimensioni e le caratteristiche geografiche degli spazi di intervento impongono aree di operazioni non lineari e non contigue. Pertanto, l’immediata acquisizione di molteplici punti di ingresso e di punti chiave del terreno dall’aria sono ritenuti essenziali per lo sviluppo della manovra terrestre, indipendentemente dal fatto che l’operazione avioportata si sviluppi contro forze convenzionali o irregolari. Infine, dal punto di vista strategico, è da sottolineare come le aviotruppe siano diffusamente utilizzate quale versatile strumento di military diplomacy, in quanto consentono, con costi relativamente limitati, di avviare esercitazioni interforze/multinazionali efficaci e ad alta visibilità, con Paesi partner anche molto distanti dai propri confini, grazie al vettore aereo e all’affinità di procedure ed impiego che caratterizzano i reparti di tutto il mondo. Al riguardo, molti possibili partner/competitor della NATO dimostrano un particolare attivismo a tutto campo, instaurando eventi esercitativi che hanno un notevole risalto dal punto di vista mediatico. Pertanto, come vedremo nella terza e ultima parte di questa analisi, sarà interessante valutare quali siano le capacità avioportate che i Paesi dell’Alleanza Atlantica sono in grado di mettere in campo e soprattutto se gli stessi, individualmente e collettivamente siano ancora un modello di riferimento in tale settore. *Tenente Colonnello

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NOTE N OT ((1) 1) I dati sulle forze avioportate globali sono stati estrapolati principalmente dall’opera dell’Internattional iona Institute for Strategic Studies (IISS), “The Military Balance ed. 2013”, opportunamente agg giornati iorn con fonti aperte. Per la suddivisione dei Paesi in macroaree geografiche è stato utilizzato llo oU UN N Geoscheme elaborato dalla United Nations Statistics Division (UNSD), http://en.wikipedia.org/ w wiki/United_Nations_geoscheme. iki/ ((2) 2) U US Army Foreign Military Studies Office, Four More for Shamanov: Russian Airborne Adds Four B Brigades, riga Dec. 2013, in http://fmso.leavenworth.army.mil/OEWatch/201312/Russia-Brigades.html. ((3) 3) Cfr.“Russia Cf to Commission BMD-4M Airborne Vehicles in 2013”, http://en.ria.ru/military_news/ 2 20121227/178437013.html. 012 1 ((4) 4) Cfr. Cf RIA Novosti, in http://en.ria.ru/russia/20140314/188427809/Russia-Paradrops-Airborne-Battallion-in-Arctic.html. ion-in ((5) 5) C Cfr. fr http://www.jamestown.org/single/?tx_ttnews[tt_news]=39662&o_cache=1#.VKsTHHvR9b4. ((6) 6) Fonte: Fon english.chinamil.com.cn. ((7) 7) La La Corea del Sud ha adottato una struttura delle forze che prevede 7 B. di Forze Speciali, tutte form mate ate da d personale con qualifica paracadutista seppur il numero complessivo non supera i 10.000 uom mini. ini. E Esse sono dedicate a condurre specifiche operazioni, tra cui una (la 7a) particolarmente addes strata trata ad a aviolanci HALO/HAHO. ((8) 8) F Federally ed Administered Tribal Areas. ((9) 9) Cfr. Cfr. www.Air Force Technology.com, “Singapore Armed Forces opens Airborne-Trooper Training F Facility”, acility in http://www.airforce-technology. c com/news/newssingapore-armed-forces-opens-new-airborne-trooper-training-facility-4457142. om/ne ((10) 10) Cfr. Cfr “Chinese, Indonesian paratroopers hold joint counter-terrorism drill”, http://en.people.cn/n/ 2014/1027/c90883-8800597.html. 2014/102 (11) (11) Cfr. Cfr. “Jerusalem Post”, http: //www.jpost.com/Defense/After-15-years-IDF-brigade-level-parachutejjump. ump. ((12) 12) Le Le aviotruppe a sudafricane, nel dopoguerra, sono state protagoniste di 22 operazioni con aviolanc cio, io, ttra ra cui c il famoso raid di Cassinga, in Angola, il 4 maggio 1978 (op. “Reindeer”). Sul tema vedi Gen. A A.. M McGill, cGill South African Airborne Operations, Scientia Militaria 31(1), 2013. ((13) 13) Cfr. Cfr. http://www.nytimes.com/1990/02/12/world/ethiopia-reports-more-port-combat.html. h n. 1/2016 1/2016 1/20 16

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Il Centro

addestramento paracadutismo Un Viaggio nel “Tempio�

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di Francesca Cannataro* e Valentina Cosco**

S

crivi basco amaranto leggi esemplarità e coraggio, determinazione e carattere, lealtà, capacità di iniziativa e disciplina. Il paracadutista deve dimostrare sempre un elevato spirito di adattamento e di dominio su tutti gli istinti: lo stesso che dimostra in occasione di ogni lancio. Pisa. È lì il “tempio” dove si forgiano i paracadutisti d’Italia. Il Centro Addestramento Paracadutismo (CAPAR), inquadrato nella Brigata Paracadutisti “Folgore”, è l'unità presso la quale vengono, infatti, rilasciate le qualifiche di paracadutista militare a tutto il personale che presta servizio presso le aviotruppe dell’Esercito o di altre Forze Armate. È anche sede del Centro Sanitario Aviotruppe e inquadra la Sezione paracadutismo del Centro Sportivo dell'Esercito che partecipa con grande successo alle principali competizioni nazionali e internazionali. Il CAPAR è una realtà dalle mille sfaccettature. Ha due battaglioni, uno addestrativo deputato alla parte didattica e l’altro, operativo, comprendente due compagnie: aviolanci e manutenzione, aviorifornimenti. La compagnia aviolanci e manutenzione è inquadrata nell’ambito del battaglione Avio. Un reparto singolare ed eccellente. La compagnia ha, infatti, in carico tutti i paracadute ad apertura automatica (lanci vincolati) e comandata (lanci in caduta libera) utilizzati per l’aviolancio di personale della Brigata Paracadutisti “Folgore” e dei reparti paracadutisti di tutte le Forze Armate, con alcune eccezioni per i reparti delle Forze Speciali. Suo il compito di gestire, verificare, manutenzionare e ripiegare il materiale aviolancistico in uso. Sul tavolo di ispezione a retroilluminazione le mani si intrecciano e gli occhi esaminano attentamente. Un lavoro meticoloso e scrupoloso. Poi il riepigamento, la procedura che si sussegue secondo step ben definiti, per garantire la totale sicurezza del personale aviolanciato. Automaticamente e con grande attenzione, gli operatori, con diversi gradi di responsabilità, “richiudono” i paracadute. Passaggio dopo passaggio fino alla sua sistemazione. In sintesi la compagnia segue il paracadute nella sua vita e lungo tutti i suoi movimenti e impieghi ogni volta che esce dal magazzino per farvi rientro ripiegato. Un libretto, sul quale viene annotato tutto, accompagna la vita dei singoli paracadute. Un’altra unicità del CAPAR è rappresentata anche dalla compagnia aviorifornimenti, assetto strategico di Forza Armata che ha come compito istituzionale il rifornimento aereo di materiali con lo scopo di mettere a disposizione delle unità di manovra le risorse necessarie per l’assolvimento del compito assegnato, assicurando le capacità operative necessarie per la condotta delle missioni. Esegue operazioni di aviorifornimento a favore di qualsiasi unità delle Forze Armate aviolanciando tre tipi di carichi: leggeri, medi e pesanti. La compagnia organizza le aree di condizionamento carichi, ripiega e gestisce i paracadute da carico, condiziona mezzi e materiali per l’aviolancio e ne cura il trasporto al reparto di volo aeronautico interessato all’attività. La compagnia interviene in caso di calamità naturali con il proprio assetto collaborando con la Protezione Civile ed Enti civili per la distribuzione di aiuti umanitari e di primo soccorso. La vita e il lavoro dei parà sono sempre stati avvolti, nell’immaginario collettivo, da un fascino misterioso. Si lanciano dagli aerei, sono impegnati nelle situazioni spesso tra le più difficili e complicate. Li senti gridare “Folgore” all’unisono facendo risuonare forte nell’aria il nome di una specialità che porti nel sangue. Sudore e fatica, per entrare nei parà li devi mettere in conto. I diversi moduli addestrativi che portano all’ottenimento del brevetto sono impegnativi sia a livello fisico sia psicologico. Intense le settimane di corso. Grinta e determinazione, qualità indispensabili. Negli occhi, nei cuori e nelle menti di chi decide di intraprendere questo percorso addestrativo. Nella grande palestra intitolata al Colonnello paracadutista Leonida Turrini, denominata il “tempio”, vigono calma, serenità e tranquillità. I corsisti divisi in sezioni seguono attentamente gli insegnamenti dei loro istruttori. Dalla teoria poi si passa alla pratica. Noi di “Rivista Militare” siamo al CAPAR nel giorno di una delle “prove decisionali”. Nome, sguardo all’orizzonte, gambe semiflesse, pacca sulla spalla, via. Alla porta! Ci sono cose difficili da raccontare e una di queste è l’emozione del primo salto nel vuoto. I nomi, urlati, echeggiano nell’azzurro del cielo. Gli istruttori scrutano gli sguardi fieri degli n. 1/2016

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allievi. E poi il lancio. Scorre il rumore frusciante della carrucola che accompagna il collega che si è appena lanciato. E le emozioni investono anche noi spettatori d’eccezione. Geni amaranto, impeto e ardire. I piedi ancorati a terra, la testa pronta al prossimo lancio e gli occhi rivolti al futuro.

Pillole di storia: da Castel Benito a Pisa (1938 - 2015) La prima scuola di paracadutismo fu costituita nel 1938 in Libia nell’aeroporto di Castel Benito presso Tripoli, per volere di Italo Balbo. In essa furono addestrati, grazie a istruttori nazionali, i primi reparti di paracadutisti composti da personale libico e nazionale. Tali reparti, denominati battaglioni “Fanti dell’aria”, diedero eccellenti prove di capacità combattiva quando furono impegnati nei primi scontri della campagna d’Africa Settentrionale. La Scuola di Libia effettuò 12.300 lanci brevettando 3.300 paracadutisti. Nel 1939 sorse nel Lazio, precisamente a Tarquinia, la prima Scuola di Paracadutismo su territorio nazionale. In essa, istruttori di grande valore forgiarono migliaia di paracadutisti che formarono successivamente la Divisione “Folgore”, che si coprirà di gloria nella battaglia di El Alamein. A Tarquinia furono eseguiti complessivamente oltre 56.000 lanci umani e 5.134 lanci di materiali. Per le accresciute esigenze belliche nel 1942 fu costituita a Viterbo una Seconda Scuola di paracadutismo dove furono addestrati i reggimenti “Nembo” e altri reparti. Le due Scuole di Tarquina e Viterbo operarono fino al 1943. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i reduci delle Divisioni “Folgore” e “Nembo” si riunirono a Roma dove diedero vita nel 1947 al Centro Militare di Paracadutismo che, nel 1950 fu trasferito prima a Viterbo e nel 1957 a Pisa. Nella caserma “Gamerra” l’attività addestrativa del Centro riprese a pieno ritmo. Nel 1962 prende la denominazione di Centro Addestramento Paracadutisti e nel 1964 passa alle dipendenze dell’Ispettorato di Fanteria diventando Scuola Militare di Paracadutismo (SMIPAR). Nel 1983 rientra in Brigata assumendo l’attuale denominazione nel 1999. 64


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Un tuffo nel passato Quindici sale espositive, dislocate su oltre settecento metri quadrati, con oltre tremila cimeli delle più svariate tipologie. Tutto questo è il Museo Nazionale Aviotruppe del CAPAR. Un tuffo nel passato attraverso un’immersione emozionale diretta in ambienti che raccontano la storia della Brigata. Uniformi, armamenti, stemmi, distintivi, oggetti comuni del soldato e documenti autentici riportano la storia dei paracadutisti. Il Museo nasce come “Sala Ricordi” il 24 ottobre del 1971, inizialmente dislocato all’interno della Caserma “Vannucci” a Livorno. Nel 1992 venne trasferito, sempre in Livorno, in alcuni locali appositamente allestiti all’interno del “Palazzo del Picchetto” sede della Caserma “Bagna”, dove ebbero sede prima il Comando Presidio e successivamente alcuni uffici del Comando Brigata Paracadutisti “Folgore”. Solo più tardi assunse la denominazione di “Museo Nazionale Aviotruppe”. All’inizio la raccolta e la catalogazione dei materiali avvenne grazie alla viva passione del Mar. Magg. “A” par. Carmelo Napolitano, effettivo al 185° Gruppo Art. Par. “Viterbo”. Impegno che seguì non solo fino al momento di andare in pensione ma anche oltre. Dopo varie vicissitudini, grazie all’interessamento dei vari Comandanti della Brigata che si sono succeduti, si arriva ad un importante trasferimento del Museo presso la casa madre del paracadutismo militare italiano, cioè presso il Centro Addestramento Paracadutismo in Pisa. Nel 2002 subentra, come responsabile, il 1° Maresciallo Luogotenente Giuseppe Gado, al quale si deve il merito di aver proseguito con costanza la raccolta di materiali. Con lui inizia un notevolissimo incremento del materiale, merito di una continua raccolta ed un sensibile ampliamento di tutta la parte documentale e storiografica. Molti dei pezzi custoditi all’interno del Museo sono anche frutto di donazioni di reduci, paracadutisti di ogni epoca e dei loro familiari che hanno così voluto lasciare ai posteri un ricordo loro o dei loro cari. Un fattivo apporto negli anni è stato dato anche dall’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, concretizzatosi nella promozione di sottoscrizioni a favore del Museo e nella ricerca tra i suoi soci di materiali e cimeli d’epoca. 66

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LA PAROLA AL COMANDANTE Intervista al Colonnello Franco Merlino Comandante del Centro Addestramento Paracadutismo Basco amaranto in testa. Un colore che diventa uno status di vita. L’orgoglio di essere paracadutista glielo leggi negli occhi. Nei modi, nelle parole e finanche nei tratti caratteriali. Sicuramente nella fierezza di appartenere a una specialità che è anzitutto un modus vivendi, una vera e propria scelta di vita. Lui è il Colonnello Franco Merlino. Lo intervistiamo per farci raccontare le peculiarità e le caratteristiche della “culla” dove si forgiano i parà. Il Centro Addestramento Paracadutismo (CAPAR) è la “casa madre, dei paracadutisti d’Italia, cuore della formazione dei baschi amaranto. Colonnello, ci parli dei compiti, della struttura e dell’organizzazione dell’Istituto posto al suo comando? Diverse sono le realtà che caratterizzano la struttura oggi pienamente integrata nella città di Pisa. Il CAPAR raccoglie tutte le peculiarità del paracadutismo ed è la prosecuzione storica delle prime Scuole paracadutisti. Un’entità attualmente a livello ordinativo reggimentale, dal punto di vista organizzativo e lavorativo, però, una componente molto più articolata. L’organizzazione è, infatti, abbastanza complessa, perché vari sono i compiti del CAPAR, oltre all’addestramento di base dei paracadutisti, diversi sono i corsi rivolti a tutte le Forze Armate e dell’Ordine. Il CAPAR è un centro d’eccellenza “impiegato” anche in ambito internazionale per le sue capacità e peculiarità didattiche. Diversi sono stati, infatti, negli anni, i corsi effettuati per personale straniero: afghani, danesi, olandesi e, per il 2016, anche sloveni. Due sono i battaglioni del Centro: addestrativo deputato alla parte didattica con i corsi di paracadutismo e quelli riservati alla formazione delle diverse figure professionali presenti nell’ambito del paracadutismo; operativo con al suo interno una compagnia manutenzione e una avio rifornimenti. La compagnia avio rifornimenti rappresenta una specificità unica in ambito internazionale, permette l’effettuazione di avio rifornimenti di vario carico a seguito di aviolanci a favore delle truppe a terra, sempre impiegata nei Teatri operativi; la compagnia manun. 1/2016

tenzione ha, invece, la responsabilità della gestione di tutto il parco paracadute nazionale. Della struttura del CAPAR fa poi parte la componente sportiva con il Centro Sportivo Esercito (CSE) dove giungono gli atleti militari del paracadutismo e il Centro sanitario delle aviotruppe che ha il compito di svolgere tutta l’attività di controllo sanitario per quanto riguarda il personale di Forza armata, con l’idoneità all’aviolancio. Inoltre ulteriore rilevanza è la funzione di Ente matricolare per tutti i paracadutisti d’Italia rivestita dal CAPAR. Da SMIPAR (Scuola Militare di Paracadutismo) in CAPAR. Quando è avvenuta questa trasformazione e cosa, di fatto, ha comportato oltre al cambio di denominazione? Il CAPAR ha assunto questa denominazione nel 1999, la sua organizzazione strutturale e ordinativa, invece, risale già al 1983. Dal 1964 fino al 1983, il Centro, che si chiamava Scuola Militare di Paracadutismo, apparteneva all’Ispettorato di Fanteria e Cavalleria ed era al di fuori della Brigata paracadutisti. Esso non aveva dipendenza ordinativa dal comandante della Brigata, ma era Ente scolastico affiancato alla stessa. Nel 1983 il Centro perde dipendenza dall’Ispettorato e rientra nell’organico della Brigata paracadutisti, dopo diversi anni il cambio della denominazione: nel 1999 quando diventa Centro Addestramento Paracadutismo. In questo Istituto sono passati generazioni e generazioni di paracadutisti. Qual è l’iter formativo e addestrativo che essi devono seguire e qual è il ruolo che il CAPAR assume nel processo di formazione di uomini che da sempre hanno dato e danno prova di ardimento, coraggio e carattere nelle diverse parti del mondo? Al CAPAR addestriamo tutti i paracadutisti d’Italia. La parte addestrativa è finalizzata anzitutto a far capire che il lavoro singolo non porta a nul-

la. Si parte dalle capacità individuali di ciascun soldato, ma tutto l’iter formativo è impostato sull’idea di collaborazione del team e della coppia. L’addestramento è fondato, anzitutto, sul superamento psicologico del lancio dall’aereo. Il “limite” del salto nel vuoto può essere vinto avendo nozione delle tecniche, conoscendo sé stessi e prendendo coscienza del fatto che è una cosa che si può fare in tutta sicurezza. Il paracadute non distingue ordine e grado e questo è un aspetto molto importante. Quando si va “alla porta” in un aereo si esce in ordine di anzianità perché l’esempio è l’elemento base. Gli anziani avanti ai giovani. Nel Centro si instilla anche l’aspetto tradizionale legato alla Brigata paracadutisti. Partendo dalla conoscenza, si fa prendere la coscienza dei fatti d’arme di El Alamein piuttosto che della Divisione “Nembo”. Fatti che spesso riportiamo ai ragazzi per dargli quei riferimenti storici e quei valori in essi insiti, che sono alla base di chi vuole costruire su una persona la componente morale legata a questi fattori. Il Centro ospita anche la sala ricordi della Brigata paracadutisti. Proprio in quest’ottica, tutti i ragazzi che affrontano il corso, nella fase di ambientamento iniziale passano per quella sala. 67


Qual è il lavoro dei baschi amaranto e come vengono impiegati sul terreno? È connaturato al colore stesso del basco. Un riconoscimento che il paracadutista si deve guadagnare. Vi è una cerimonia di consegna del basco amaranto. Esso va ottenuto sudando, mettendo a prova le capacità di carattere, determinazione e coraggio. Solo così ci si sente parte di questa unità. Quando consegno il basco, la prima cosa che dico ai ragazzi è che esiste una canzone che afferma che “bagnando il basco in una pozza di sangue si fece il simbolo di tutti noi parà, il sacrificio dei nostri caduti fu sempre lotta a viltà e disonor”. Il basco una volta conquistato è un qualche cosa che va onorato, portato avanti e rispettato. I paracadutisti morti con il basco amaranto in testa sono sia quelli caduti a El Alamein o in Italia con la “Nembo” sia quelli che hanno dato vita e coraggio anche nelle ultime operazioni militari. Nel basco è racchiuso il senso di appartenenza a una specialità. Non è il basco che fa una persona paracadutista ma è il paracadutista che si merita il basco amaranto. Il parà lo riconosci sempre sul terreno, ha una modalità di comportamento e di atteggiamento nelle attività operative e addestrative che è comune a tutti, proprio perché tutti vengono addestrati qui al CAPAR. Qualunque cosa fanno nei vari reggimenti di assegnazione la fanno come gli è stato insegnato qui. Gli istruttori vengono dai reparti operativi proprio per trasmettere una parte di insegnamento da chi vive la realtà operativa e per permettere agli istruttori stessi

un momento di amalgama. Questo è il paracadutista dal punto di vista educativo e caratteriale. Parliamo delle donne che, al pari dei colleghi uomini, decidono di far parte di questa specialità? Alle donne è chiesto uno sforzo ancora più grande, basti già solo pensare al peso stesso del paracadute aggiunto a quello dello zaino. L’addestramento è duro, non ci sono sconti per nessuno. La determinazione delle donne che decidono di entrare nella “famiglia amaranto” è però molto forte e quelle che superano la prima fase addestrativa solitamente arrivano alla fine. Signor Colonnello, per concludere, un consiglio che si sente di dare a un giovane soldato che decide di vestire con orgoglio e convinzione il basco amaranto. È quello che dico sempre ai ragazzi. Siate convinti di ciò che fate, rispettate quello che volete essere e cercate di esserlo fino in fondo. Non vi vergognate di imparare da chi è più anziano di voi e, soprattutto, abbiate sempre come riferimento la vostra Bandiera e il vostro Tricolore e l’onore di appartenere alla “FOLGORE” ed ai reparti paracadutisti. Se non ti senti di sopportare il peso dell’onore alza il braccio e rinuncia.

*Giornalista, Tenente della Riserva Selezionata **Fotoreporter, Tenente della Riserva Selezionata


C A A 0 0 3 L I

C A BL

T U KO

UNA NUOVA MUNIZIONE PER LE OPERAZIONI SPECIALI ... E NON SOLO

di Fabio Zampieri*

Foto 1 Nel 2015, per la prima volta, una Forza Armata aderente all’Alleanza Atlantica ha formalizzato la propria intenzione di approvvigionare fucili d’assalto e munizioni nel calibro 7,62x35, noto con la denominazione commerciale di 300 Blackout (indicato con la sigla 300 BLK). Più precisamente, una componente delle Forze speciali olandesi, la Netherlands Maritime Special Operations Force (NL-MARSOF) (1) ha avviato una gara formale in questo senso, per quantitativi tali da sostituire la sua attuale dotazione in 5,56 (2). La notizia, certamente di rilievo per l’adozione di munizionamento non standardizzato dalla NATO e di recente commercializzazione, porta a riflettere sulle caratteristiche del 300 BLK, cartuccia caricata sia nella versione supersonica (chiamata, nel seguito, “ordinaria”) sia subsonica, che appare sempre più come una alternativa credibile al 5,56x45 e che evidenzia la diffusione delle armi silenziate nei conflitti moderni. UNA MUNIZIONE 7,62 PER I BLACK RIFLES Gli Stati Uniti adottarono per primi la cartuccia 5,56x45 (nella versione M193) per usi militari negli anni ‘60, in sostituzione del precedente 7,62x51: la novità più eclatante era certamente la diminuzione della massa del proiettile, che passava dai 147 grani (gr) del 7,62 a soli 55 gr (3). Riducendo la massa, accanto a benefici quali la riduzione del peso della cartuccia e il minor rinculo delle armi, si ridusse però anche la capacità di 70

Foto 2 In alto a sinistra M14 Enhanced Battle Rifle, cal. 7,62 NATO, già impiegato in Afghanistan dallo US Army nel ruolo di Squad Designated Marksman Rifle (fonte: global security.org) Sopra Da sinistra: 300 BLK ordinaria, 300 BLK subsonica, 5,56x45, 7,62x39 (fonte: Advanced Armament Corporation)

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penetrazione del proiettile stesso. Durante il processo di selezione della munizione NATO cal. 5,56, svoltosi negli anni ‘70, quest’ultimo problema fu attenuato mediante l’uso di un penetratore d’acciaio (4), ma l’opportunità di disporre di munizioni di calibro e massa maggiori rimase tuttavia all’attenzione delle industrie e degli utenti militari e civili che impiegavano fucili di derivazione militare. Con l’impiego delle Forze Armate nel conflitto in Afghanistan, si verificò una ulteriore spinta all’introduzione di munizioni più performanti, che portò alla nascita di nuove cartucce, quali la 6,8x43 Special Purpose Cartridge (5) (SPC) (che i maggiori produttori di armi includono tra i calibri possibili dei loro fucili d’assalto ) (6), e a una massiccia ripresa dell’uso del 7,62x51 in fucili cosiddetti Designated Marksman Rifles (DMRs), distribuiti a livello di squadra (7) (Foto 1). Rimaneva però l’obiettivo di sviluppare una munizione di calibro maggiore di 5,56 mm ma pienamente compatibile con le armi già in servizio, giunte nel frattempo a buona maturità tecnologica e grande diffusione, salvaguardandone la struttura meccanica e con la possibilità di riutilizzarne i serbatoi: insomma, una vera cartuccia intermedia per i fucili d’assalto, i cosiddetti black rifles (8), e non una munizione da battle rifle. Una possibile soluzione, sul mercato da molti anni, era la cartuccia ex sovietica 7,62x39 (9) (Foto 2), che disponeva delle caratteristiche energetiche cercate, ma non delle dimensioni necessarie per essere compatibile con i fucili in 5,56. Numerose, infatti, sono le differenze nella struttura delle due cartucce, che non rendono possibile l’adattamento delle armi in 5,56 alla cartuccia russa senza la sostituzione di numerose parti. I serbatoi per le due cartucce, in particolare, sono marcatamente diversi per curvatura e dimensioni, tanto che i produttori di armi multi-calibro ne forniscono di specifici (Foto 3). Insomma, se la 7,62 Russian rappresentava un riferimento in termini di prestazioni, la sua struttura datata ne richiedeva una completa riprogettazione.

LA 300 BLACKOUT IN VERSIONE ORDINARIA Per raggiungere l’obiettivo sopraccitato, il costruttore (10) è partito dal bossolo della cartuccia 5,56x45, allargandone il colletto per adattarlo a un proiettile 7,62 senza alterare né il fondello né il grado di conicità della cartuccia (Foto 2). Il bossolo è stato inoltre accorciato, per compensare la maggiore lunghezza del proiettile e mantenere la dimensione complessiva della munizione. Con questi accorgimenti è stato possibile continuare ad utilizzare l’otturatore e i serbatoi delle armi in 5,56 (Foto 4). Foto 4

Foto 3

Le munizioni 300 BLK continuano ad impiegare i serbatoi delle armi in 5,56 NATO (fonte: Stuntgunner)

L’uso di proiettili moderni, con un più alto coefficiente balistico, ha consentito inoltre di superare in prestazioni la cartuccia ex sovietica presa a riferimento (Foto 5). Foto 5

Sopra Beretta ARX 160 in calibro 7,62x39 (sopra) e 5,56 NATO (sotto): i serbatoi differiscono per dimensioni e curvatura (fonte: Beretta)

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Il proiettile datato del 7,62 Russian (a sinistra) a confronto con un moderno proiettile montato sulla versione ordinaria del 300 BLK, dotato di maggiore efficienza energetica (fonte: Advanced Armament Corporation)

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MUNIZIONE

MASSA DEL VELOCITÀ VELOCITÀ ENERGIA PROIETTILE ALLA BOCCA A 300 METRI ALLA BOCCA

ENERGIA A 300 METRI

5.56x45 NATO (canna: 14,5”)

62 gr

870 m/s

595 m/s

1514 joule (j)

708 j

7.62x39 M43 (canna: 16.5”)

123 gr

738 m/s

422 m/s

2179 j

712 j

300 BLK ordinaria (canna: 16”)

125 gr

677 m/s

456 m/s

1856 j

842 j

(fonti: Advanced Armament Corporation, NATO Weapons & Sensors Working Group, Sellier & Bellot munizioni)

Nella sovrastante Tabella sono messe a confronto le performance balistiche del 5,56 NATO, del 7,62x39 e del 300 BLK. La nuova munizione esprime dunque prestazioni competitive e primeggia sulla distanza. Un ulteriore importante valore aggiunto è dato dalla balistica interna della cartuccia, che consente di ottenere un’ottima versione subsonica della munizione. LA 300 BLACKOUT IN VERSIONE SUBSONICA Gli ultimi 30 anni hanno visto un costante aumento dell’uso di armi silenziate da parte delle Forze Armate di diversi Paesi e in particolare delle forze spe-

ciali. A titolo di esempio, già nel 1994 lo United States Special Operations Command (USSOCOM) includeva nel primo kit di accessori per la carabina M4 destinata alle Forze speciali un silenziatore (Foto 6) (11). Il primo SOPMOD Accessory Kit includeva già nel 1994 un sound suppressor (moderatore di suono o silenziatore) (fonte: Naval Sea Warfare Center)

Foto 6

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Rivista Militare


Compito del moderatore di suono o “silenziatore” è aumentare la sopravvivenza dell’operatore, attenuando l’impronta sonora e luminosa causata dai gas di combustione in prossimità della volata dell’arma (Foto 7). Ciò può essere realizzato tecnicamente attraverso una successione di diaframmi che individuano delle camere di espansione nelle quali i gas espulsi dalla volata sono raffreddati e rallentati (Foto 8). Quando si voglia attenuare ulterior-

essi producono un bang sonico; si riporta in Figura 1 il livello di rumore (in dbA) (misurato alle condizioni precisate nell’illustrazione) prodotto dallo sparo, in un’arma silenziata, di una cartuccia 7,62x51, caricata in modo da variare la velocità del proiettile. Passando la soglia supersonica, il livello di rumore si incrementa drasticamente. L’uso di munizioni subsoniche in fucili d’assalto calibro 5,56, a causa della modesta quantità di moto posseduta Foto 7

Foto 8

In alto Evidenza dei fenomeni sonori e luminosi alla volata di un’arma

dalla pallottola relativamente leggera, impedisce il normale cinematismo delle armi. Per tale motivo, sono state tradizionalmente impiegate, per queste finalità speciali, le pistole mitragliatrici cal. 9x19 (Foto 9). La disponibilità di un fucile d’assalto in grado di funzionare, all’occorrenza, sia con munizioni ordinarie sia subsoniche semplicemente cambiando le cartucce è rimasta, sino all’avvento del 300 BLK, un desiderio insoddisfatto e l’Advanced Armaments Corporation ha puntato anche su questo per differenziare il proprio prodotto. Ecco la strada che ha seguito. Nel progettare una cartuccia subsonica si incontra come primo vincolo il valore della velocità, che deve essere mantenuto al limite inferiore della zona transonica (vedi Figura 1), per ridurre per quanto possibile i fenomeni connessi al crack supersonico (quindi la velocità non deve eccedere i 300 m/s circa). Come secondo parametro si può utilizzare l’energia alla bocca, che deve essere sufficiente a produrre adeguati effetti terminali sul bersaglio. Accettando valori di energia compresi tra i 500 ed i 700 joule, ne deriva una massa del proiettile tra i 170 e i 240 grani (12). Con questi valori il cinematismo delle armi è assicurato, ma l’impianto generale della munizione deve tuttavia permettere l’impiego di palle di dimensioni maggiorate, senza dover alterare la lunghezza totale della cartuccia o affondare troppo il proiettile

Esempio di aumento del rumore per effetto del bang sonico prodotto da un proiettile calibro 7,62x51 (fonte: M. White in http://www.silencerresearch.com)

Fig. 1

Sopra Semplice esempio di silenziatore montato su un fucile d’assalto finlandese Valmet M62: i gas in uscita dalla bocca si raffreddano nella grande camera di espansione visibile in fotografia e defluiscono attraversando successivi diaframmi. I progetti dei silenziatori sono diventati nel tempo considerevolmente più complessi (fonte: http://www.silencerresearch.com)

mente il rumore provocato dallo sparo, è necessario ricorrere a munizioni subsoniche, il cui proiettile viaggia a una velocità inferiore a quella del suono (340 m/s circa). Pur non volendo trattare in questa sede dei fenomeni che interessano i proiettili supersonici, si ricorda che n. 1/2016

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nel bossolo. Foto 9 Nel caso del 300 BLK, la cartuccia si sviluppa, molto più di quelle tradizionali, dalla parte della palla, costituendo la base ideale per l’impiego di proiettili più massicci (si vedano le precedenti Foto 2, 4 e 5). Vi sono anche altri aspetti da considerare: i silenziatori, come si può evincere da quanto detto in precedenza, confinano i gas di combustione in prossimità della volata, facendo aumentare la pressione nell’arma. Diventa importante, quindi, che la combustione della carica di lancio avvenga per quanto possibile in canna, riducendo al minimo la parte di polvere che brucia nel silenziatore: ciò limita la differenza di pressione tra l’impiego dell’arma con e senza silenziatore, diminuisce il deposito di residui di combustione in esso, ne riduce il riscaldamento e ne migliora l’efficienza. Nella progettazione del 7,62x35 è stata posta particolare attenzione alla sua balistica interna, cioè al ritmo di combustione della carica di lancio, facendo sì che il proiettile sviluppi la propria velocità utile in canne corte (10”) e anche cortissime (7”). Nella Tabella in basso sono riportati alcuni dati che consentono di confrontare le prestazioni della munizione 300 BLK subsonica con quelle della 9x19 sparata da pistola mitragliatrice silenziata, da cui emerge che le armi producono all’incirca lo stesso rumore (con un’eccellente riduzione del suono), ma mentre l’arma in 300 BLK offre ingaggi precisi e sicuri (in termini di energia residua) fino a 100 metri, l’impiego pratico delle pistole mitragliatrici silenziate è limitato a distanze inferiori. CONCLUSIONE Le armi camerate in 300 BLK (per ora realizzate principalmente su meccanica M4/M16) si ottengono dalle armi in 5,56 per sostituzione della canna, e possono funzionare indifferentemente con munizioni ordinarie e subsoniche; combinano, quindi, le prestazioni di un fucile d’assalto camerato per

MUNIZIONE

Pistola mitragliatrice HK MP5 (in alto) e MP5SD (in basso): sono in grado di funzionare sia con munizioni supersoniche che subsoniche (fonte: Heckler&Koch

una munizione “pesante” tipo 7,62 Russian con quelle della pistola mitragliatrice, migliorando in entrambi i casi gittata efficace e gittata utile. La munizione, inoltre, rende bene con canne corte ed è ottimizzata per l’uso con soppressori di suono (Foto 10). La 300 Blackout è stata accettata dal SAAMI (16) nel 2011 con la denominazione 7,62x35 ed è pertanto accessibile alla produzione da parte di ogni azienda interessata (17). Date le caratteristiche esposte, si comprende l’interesse manifestato dalla NL-MARSOF verso un prodotto moderno e innovativo che ben si presta alle esigenze delle forze speciali (ma non solo) e giustifica l’onere del cambiamento (di calibro) con la disponibilità un valore aggiunto altrimenti non ottenibile. *Tenente Colonnello ing. NOTE (1) NL-MARSOF è l’unità d’elite del Netherlands Marine Corps ed è costituita su tre squadroni (antiterrorismo, operazioni marine, training) (fonte: Janes.com). (2) L’approvvigionamento consiste infatti di 195 carabine a fuoco selettivo e 1,85 milioni di cartucce nelle versioni ordinaria, subsonica, frangibile (da addestramento) (cfr. http://www.janes.com/article/52727/dutch-special-forces-to-buycarbines-chambered-in-300-blk). (3) Il grano è una unità di misura normalmente usata trattando di munizioni e

MASSA DEL VELOCITÀ PRECISIONE LIVELLO ENERGIA PROIETTILE ALLA BOCCA A 100 METRI SONORO (13) ALLA BOCCA

9x19 ordinaria (arma: MP5SD3 (14)

115 gr

274 m/s

6-9 MOA (15)

126 dbA

279 j

300 BLK subsonica (canna: 9”, arma silenziata

220 gr

294 m/s

1-3 MOA

128 dbA

616 j

(fonte: Advanced Armament Corporation)

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Carabina in 300 BLK: canna corta, silenziatore, flessibilità d’impiego: buone caratteristiche per gli impieghi speciali (fonte: AAC)

di 6-9 MOA corrisponde quindi a una rosata di 18-27 cm a 100 metri. (16) Lo Sporting Arms and Ammunition Manufacturers’ Institute (SAAMI) è un Istituto di standardizzazione americano a cui si uniformano i produttori di armi e munizioni. (17) Alcuni attuali produttori sono: Remington, Hornady, Black Hills.

BIBLIOGRAFIA

Foto 10 corrisponde a 0,0648 grammi (g). Quindi, la palla della cartuccia ordinaria 7,62 NATO ha massa di 9,5 g e quella della cartuccia M193 di 3,6 g circa. (4) La munizione NATO, proposta dalla Fabrique National (FN) belga, fu standardizzata nel 1980 con la denominazione SS109. Essa impiega un proiettile di 62 grani bi-metallico (penetratore in acciaio e nucleo in piombo) ed è oggetto dello STANAG 4172 (cfr. P. Arvidsson, “NATO Infantry Weapons Standardization”, reperibile in http://www.dtic.mil/ndia/2008Intl/Arvidsson.pdf). Negli Stati Uniti è individuata con la sigla M855. (5) Questa cartuccia fu sviluppata dalla Remington come possibile sostituta della 5,56x45, con prestazioni intermedie tra quest’ultima e la 7,62 NATO (Cfr. http://www.nosler.com/68-remington-spc). (6) Anche la Beretta prevede la possibilità di convertire il proprio ARX160 in 6,8 SPC (cfr. in merito http://www.gunsandammo.com/reviews/citizen-soldier-beretta-arx-100-review). (7) Sul tema si veda la presentazione del Naval Surface Warfare Center in http://www.dtic.mil/ndia/2012armaments/Wednesday13969Armstrong.pdf. (8) Il termine “black rifles” indica nel gergo americano le armi della famiglia M4/M16 e, per estensione, i fucili d’assalto. I “battle rifles”, invece, sono i fucili camerati per cartucce della classe del 7,62 NATO (M14, G3, FAL, ecc.). (9) La cartuccia 7,62x39 (Soviet o Russian) è una delle cartucce militari più famose del Novecento. Per essa fu infatti camerato il fucile AK 47. (10) Si tratta della ditta americana Advanced Armament Corporation (AAC). (11) Per chi fosse interessato allo sviluppo del SOPMOD Accessory Kit si segnala la presentazione del NAVSEA all’indirizzo http://www.dtic.mil/ndia/2006smallarms /taylor.pdf. (12) Questi valori valgono per i fucili. Le pistole mitragliatrici, usando cartucce da pistola, devono accontentarsi di prestazioni inferiori (per esempio le cartucce subsoniche in cal. 9x19 hanno massa al più di 158 grani). (13) La misura del rumore qui riportata avviene allocando lo strumento ad 1 m di distanza dal silenziatore, a 90° rispetto alla direzione dell’arma. I valori che seguono, quindi, non vanno confrontati con quelli della Figura 1, che si riferiscono ad una misura effettuata a 10 m a lato del bersaglio, a 32 metri dall’arma. Quest’ultima misura è più aderente al rumore percepito da un eventuale avversario presente nei pressi del bersaglio. (14) La pistola mitragliatrice HK MP5SD è progettata per diminuire a livello subsonico la velocità delle munizioni ordinarie attraverso una serie di fori presenti sulla canna, sulla quale è investito un silenziatore integrale. (15) Il MOA è il Minute of Angle, minuto d’angolo, 60-esima parte del grado sessagesimale, che corrisponde all’incirca ad una dispersione di 3 cm a 100 metri. Una precisione n. 1/2016

(1) R. Wilk, “Dutch special forces to buy carbines chambered in 300 BLK”, IHS Jane’s Defence Weekly, in http://www.janes.com/article/52727/dutch-special-forces-to-buy-carbines-chambered-in-300blk. (2) P. Arvidsson, “NATO Infantry Weapons Standardization”, reperibile in http://www.dtic.mil/ndia/2008Intl/Arvidsson.pdf. (3) Nosler Ammunition, “6.8mm Remington SPC Rifle Cartridge”, in http://www.nosler.com/68-remingtonspc. (4) E.R. Poole, Citizen Soldier: Beretta ARX 100 Review, “Guns&Ammo”, in http://www.gunsandammo.com/reviews/citizen-soldier-beretta-arx-100-review. (5) P. Ortenzi, G. Tansella, Beretta’s ARX160SF: evolution & modularity, “Small Arms Defense Journal”, in http://www.sadefensejournal.com/wp/? p=1193. (6) D. Armstrong, “M14 EBR - A continuing evolution”, Small Arms Engineering Section, NSWG Crane, in http://www.dtic.mil/ndia/2012armaments/Wednesday13969Armstrong.p df. (7) G. Taylor, “SOPMOD program overview”, NSWG Crane, in http://www.dtic .mil/ndia/2006smallarms/taylor.pdf. (8) M. White, “The Use of Sound Suppressors on High-Powered Rifles, Silencer Research”, in http://www.silencerresearch.com/sound_suppressors_on_hig h_powered_rifles.htm. (9) N. Roberts, I silenziatori militari, in R. Caranta, “Pistole a grande capacità di fuoco”, San Sebastiano SAS, Milano, 1986.

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SAN MARINO E LA GRANDE GUERRA A FIANCO DELL’ITALIA di Antonello Folco Biagini* Antonello Battaglia**

I

l 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria. Dopo quasi un anno di neutralità, il Regno di Vittorio Emanuele III rompe gli indugi e – in virtù del segreto Patto di Londra stipulato il mese precedente – si schiera a fianco delle potenze dell’Intesa. Allo scoppio delle ostilità, Roma nutriva sospetti nei confronti della Serenissima Repubblica di San Marino temendo potesse dare asilo ai disertori e ai renitenti alla chiamata alle armi. Per questo motivo, fin dalle settimane precedenti l’ingresso in guerra, l’Italia applicò uno stretto controllo sulle comunicazioni in ingresso e in uscita da San Marino e sulla censura postale. In realtà all’interno della Repubblica, eccetto il partito socialista, tutte le forze politiche erano favorevoli all’interventismo contro le truppe asburgiche. Una delle motivazioni sammarinesi era la “redenzione” dell’isola di Arbe, paese di provenienza di Marino, tagliapietre, ritiratosi in eremo sul monte Titano e fondatore di San Marino nel 301 d.C.. Le autorità sammarinesi protestarono contro quelle italiane per i notevoli ritardi della corrispondenza postale e, malgrado ciò, Roma dispose anche l’interruzione delle comunicazioni telefoniche. Diverse delegazioni della Repubblica protestarono presso le autorità militari di Bologna ma nonostante le veementi richieste, il ripristino del servizio non fu concesso. Nelle stesse settimane il professor Borbiconi, insegnante di fisica in un liceo della Repubblica, allestì per motivi di studio una radio ricevente collegata a un’antenna, consistente in un cavo di rame collegato alle cime di due torri. La notizia si diffuse velocemente, le autorità italiane si opposero e anche da Vienna e Berlino si levarono pesanti accuse di spionaggio. Secondo gli austro-tedeschi, la radio sammarinese era adibita a captare i messaggi della flotta austro-ungarica per trasmetterli all’intelligence francese, gli italiani in-

Sopra Biblioteca di Stato di San Marino. Testa bronzea del dottor Amedeo Kraus, direttore dell’ospedale da guerra sammarinese Sotto Ospedale da campo sammarinese presso Aidussina

vece continuavano a temere che il Monte Titano offrisse rifugio ai disertori; pertanto cercarono vanamente di ottenere il permesso per poter predisporre una stazione di carabinieri reali a Serravalle (1). Nonostante San Marino si trovasse in una situazione di neutralità e fosse in pieno diritto di ospitare chiunque richiedesse asilo, l’Italia riteneva che la convenzione di amicizia e buon vicinato prevalesse sulle norme del diritto internazionale. Altro problema, venutosi a creare in quel periodo, fu quello della naturalizzazione sammarinese concessa “facilmente” agli italiani in età di ser76

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A sinistra Dislocazione dell’Ospedale da Guerra della Repubblica di San Marino: San Lorenzo Fiumicello, Scuola elementare del Paese, 15 aprile-17 ottobre 1917; Melma (Treviso), Villa Varetton, 6 marzo15 giugno 1918, 15 giugno-10 agosto 1918; Preganziol, Ospedale da Campo 146, 16-24 giugno 1918; Marocco, Villa Volpi, 11 agosto-12 ottobre 1918; Aidussina, Ospedale di Riserva Austriaco 1308- 23 novembre-24 dicembre 1918

vizio militare, prassi che permetteva ai precettati di eludere la chiamata alle armi. L’Italia si oppose a questa pratica, non riconobbe la validità della naturalizzazione e pretese, dunque, l’arruolamento dei giovani aspiranti alla cittadinanza sammarinese. Per adeguarsi alle pressanti richieste italiane, San Marino emanò una serie di norme come il divieto di accedere al ciglio del monte Titano e quello di accendere fuochi notturni per scoraggiare eventuali segnalazioni di spie o fuggiaschi. Proprio in quei giorni, un soldato asburgico evase da un campo di concentramento nel casertano e si rifugiò nella neutrale Serenissima alla ricerca d’asilo. Le autorità sammarinesi, per dimostrare la propria trasparenza, informarono tempestivamente il consolato italiano e, su disposizione di quest’ultimo, il fuggiasco fu arrestato ed estradato in Italia. Dal punto di vista dell’ubicazione geografica, San Marino non era distante dall’area del conflitto. L’Adriatico era uno scenario particolarmente attivo fin dall’estate del 1914. La flotta anglo-francese – composta dalle unità “Courbet”, “Jean Bart”, dall’incrociatore “Julien de la Graviere”, due incrociatori pesanti, due squadroni di navi da battaglia pre-dreadnought (corazzata pluricalibro) e otto squadroni di cacciatorpediniere di supporto – aveva tentato di attuare un blocco navale sul Montenegro. Il 16 agosto 1914, a poca distanza da Antivari, era stato affondato l’incrociatore leggero austriaco “Zenta”. Per tutta l’estate la flotta asburgica si era limitata al bombardamento navale delle coste serbe e montenegrine e all’impianto di vaste aree minate. A novembre, unità francesi avevano tentato diverse incursioni nella base austro-ungarica di Pola. Il sottomarino transalpino “Curie” aveva attaccato il blocco protettivo della baia ma era stato neutralizzato dalle trappole antisottomarino, pertanto era stato costretto a emergere ed era stato neutralizzato dai cacciatorpediniere nemici “SMS Magnet” e “Tb 63T”. Il 21 dicembre l’”U-12” della Marina asburgica aveva silurato la corazzata “Jean Bart” nei pressi dell’isola di Saseno costringendola ad abbandonare l’Adriatico per rifugiarsi a Malta. Dopo la dichiarazione di guerra italiana, la flotta austro-ungarica aveva reagito rapidamente attaccando il litorale marchigiano – particolarmente il porto di Ancora (il 23 maggio il cacciatorpediniere “Dinara” e la lancia siluri “Tb 53T”, il 24 maggio le corazzate “Viribus Unitis”, “Tegetthoff”, “Prinz Eugen” e otto pre-dreadnought) – Rimini e Vieste (cacciatorpediniere “Lika”). Tra le altre località bombardate Potenza Picena (pre-dreadnought “Radetzky” e due navi siluranti), Senigallia (corazzata “Zrinyi” e altre due siluranti), l’isola di Cretaccio (incrociatore leggero “Admiral Spaun”), Torre Mileto (cacciatorpediniere “Streiter”), Barletta (incrociatore leggero “Helgoland” che affondò anche il cacciatorpediniere italiano “Turbine”), Manfredonia (cacciatorpediniere “Tatra” e “Csepel”) e Venezia (idrovolanti). La guerra era molto vicina alla Serenissima e, proprio come in Italia, la propaganda interventista era particolarmente attiva. Con l’intento di n. 1/2016

Sotto Da sinistra a destra: il Tenente Farmacista Luigi Balsimelli, il Capitano Amedeo Kraus, il Sergente Ferdinando Fattori, il Dottor Carlo Galassi, il Dottor Vito Galassi, il Tenente Giuseppe Lerede (italiano), il Dottor Egidio Tonnini

giovare alla causa irredentista, nacque il Comitato Pro Fratelli Italiani Combattenti diretto da Onofrio Fattori. Nei primi giorni di giugno, una decina di giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, l’organizzazione sammarinese diffuse un proclama che chiamava a raccolta i volontari per partire al fronte a sostegno del Regio Esercito italiano. San Marino era ufficialmente neutrale ma l’irredentismo dilagante, il proclama e l’assenza di azioni governative atte a sopprimere il movimento volontario furono ritenuti da Vienna una palese connivenza della Repubblica al diffuso sentimento anti-austriaco e un coinvolgimento, se pur non diretto, nella Grande Guerra. Si diffuse pertanto la falsa notizia della dichiarazione di guerra di San Marino all’Impero austro-ungarico. La Serenissima non smentì ufficialmente le dicerie e i rapporti con Vienna s’incrinarono ulteriormente fino alla rottura delle relazioni diplomatiche. In seguito al crescente arruolamento di volontari (statisticamente rilevan-

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te se proporzionato al tasso demografico), l’Austria-Ungheria non riconosceva la neutralità della Repubblica e ritenne San Marino Paese belligerante. I sammarinesi presenti nei territori imperiali vennero fermati, le donne e i bambini furono espulsi in territorio italiano mentre tutti i maschi adulti vennero internati nel campo di Katzenau, nei pressi di Linz. Vanamente il governo repubblicano si appellò agli Stati Uniti e al Vaticano. La mediazione diplomatica fallì e Vienna non avrebbe scarcerato i detenuti fino alla fine del conflitto. La chiamata alle armi del Comitato fu accolta da molti volontari e tra quelli che partirono nelle prime settimane, Carlo Simoncini e Sady Serafini. Entrambi sarebbero caduti durante gli scontri sul Carso. Il primo il 16 luglio, l’altro il 12 ottobre (2). Le prime vittime sammarinesi furono elevate a eroi della Patria e le salme rientrarono a San Marino soltanto il 5 ottobre 1924, riposte in due sarcofagi monumentali in pietra del monte e tumulati nel cimitero di Montalbo (3). Le famiglie dei volontari e degli internati nei campi austro-ungarici ricevettero sostegno e sussidi per tutta la durata del conflitto e il Comitato si prodigò nella ricerca di ulteriori fondi, anche fuori dal territorio repubblicano. La vendita dei francobolli, per esempio, fruttò 40.000 lire. Sorse anche la sezione femminile del Comitato, frazionata in tre sottocomitati: Città, Borgo e Serravalle. Queste organizzazioni furono particolarmente attive nella produzione e nella raccolta di una quantità notevole di materiale di conforto – come coperte, canottiere, maglie, calzettoni, guanti, passamontagna, camicie per i feriti, da inviare al fronte. Negli anni successivi i sottocomitati si specializzarono anche nella produzione di maschere antigas (furono spediti al fronte circa 270 pezzi). Oltre al reclutamento dei volontari e al sostentamento delle loro famiglie, il Comitato Pro Fratelli Italiani Combattenti si attivò per la realizzazione di un ospedale da campo in prima linea, dando seguito all’iniziativa del dottor Amedeo Kraus, volontario della Croce Rossa Italiana in un ospedale da guerra sul fronte. Il medico sammarinese – che aveva avuto già modo di praticare numerosi interventi chirurgici – propose 78

al Comitato Cittadino e al governo della Repubblica di approntare un ospedale nei pressi di Trieste proprio dov’era stato oltraggiato e dato alle fiamme – per rappresaglia contro i volontari – lo stemma della Repubblica di San Marino posto sulla facciata del consolato. Il 27 agosto 1916 fu inaugurata la delegazione della Croce Rossa. L’opinione pubblica della Serenissima, commossa dalla recente scomparsa dei volontari Simoncini e Serafini, condivise appieno la suggestione caldeggiata da Kraus. L’iniziativa fu accolta con acclamazione e venne approvata nella tornata del 18 settembre 1916. Il personale direttivo era composto di sammarinesi sotto la consulenza del professor Gerolamo Gatti. Kraus prestò giuramento di fedeltà seguito da tutto il personale: “Giuro di mantenermi fedele alla Patria, di porre ogni mia attività e cura nell’adempimento del mio dovere, di accettare le leggi italiane durante il mio servizio militare per il bene comune della Grande Madre Italia” (4). A ciascun Ufficiale venne consegnato un foglio di riconoscimento con i Sopra Un momento di riposo presso la sala mensa dell’ospedale sammarinese Sotto Interno dell’ospedale a San Lorenzo di Fiumicello A destra Alcuni cimeli: casse da guerra per materiale sanitario e barella

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connotati – portante le firme dei Reggenti, del Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Presidente del Comitato Pro-Fratelli Combattenti – e insieme lo Stemma distintivo della Repubblica da applicare sull’uniforme. Come già detto, la Direzione Generale dell’ospedale era affidata al professor Gerolamo Gatti; gli altri Ufficiali erano: il Capitano medico Capo-Reparto Egidio Tonnini; il Tenente medico Naldo Galassi; cui si aggiungevano il cappellano Tenente don Giuseppe Guidi e il Tenente farmacista Giovanni Vincenti. La piccola Repubblica dunque si mobilitò. Fu preparato tutto l’occorrente e venne predisposto un dettagliato elenco sul personale specializzato volontario. Accettando la richiesta d’aiuto sanitario fatta dall’Italia, i volontari si diressero al fronte e approntarono il primo ospedale – dal costo di 17.000 lire – a San Lorenzo Fiumicello, presso Gorizia. Il fabbricato, composto da più moduli, era costruito in legno e cemento; vi si trovavano i padiglioni per la farmacia, per il bagno, per la radiografia, per la medicazione, un pozzo per l’acqua potabile, un garage, venti magazzini, reparti per gli Ufficiali e per i Sottufficiali feriti e sale operatorie. In quanto struttura sanitaria di prima linea, l’avamposto di frontiera sammarinese era adibito al primo soccorso dei feriti sul Teatro di guerra. Per tutti gli altri interventi, i pazienti venivano dirottati negli ospedali delle retrovie, dove era possibile, tra l’altro, il ricovero. Inizialmente i letti erano cinquanta, in breve tempo il numero aumentò fino a centoventicinque. Furono curati più di tremila feriti di cui alcuni appartenenti anche all’Esercito nemico che, in virtù dell’etica sanitaria, dovevano essere soccorsi. Nella maggior parte dei casi si trattava di interventi su ferite e amputazioni ma non mancava la cura delle malattie diffuse in trincea come polmoniti, malaria, scabbia, colera, dissenteria, tifo petecchiale e i primi casi di ciò che attualmente viene chiamata PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), disturbo neurologico dovuto allo stress e allo shock subiti durante i bombardamenti. Il Direttore Generale Gatti scriveva a Onofri: “[...] Il fervore di opere di tutti i bravi Ufficiali dell’Ospedale sammarinese è reso più simpatico e fecondo da un’armonia cordiale, da una fraternità di sentimenti che, mentre nulla toglie alla disciplina, moltiplica energie e risultati. Con uomini cosiffatti l’attività è facile e gradevole. Ieri grande affluenza di feriti in Ospedale. Questo ho voluto scrivere a lei Presidente del Comitato sammarinese e vorrei che tutti i sammarinesi mi sentissero onde fossero giustamente orgogliosi dell’opera dei loro concittadini che hanno già saputo cattivare tanta simpatia alla Repubblica e dare già tangibile contributo, mentre costituiscono una promessa di opere anche maggiori per la grande causa italiana” (5). La mattina del 27 ottobre 1917 – tre giorni dopo la battaglia di Caporetto, quando crollò il settore nord dell’Isonzo – Kraus ricevette l’ordine di organizzare l’ospedale per un eventuale ripiegamento. Il materiale superfluo fu inviato ai magazzini militari di Cervignano e Torre Zuino, mentre tutti i letti non occupati da feriti e il resto del materiale sanitario, momentaneamente non essenziale, venne imballato in attesa dello sgombero. Un fonogramma ricevuto alle 14 ordinò lo sgombero di tutti i degenti dall’ospedale, l’immediato abbandono della località e il prossimo arrivo di due n. 1/2016

e alla alla sistesistecarri. Il personale provvide mazione dei pazienti sulle autoambulanze e al caricamento del materiale sanitario. Non avendo a disposizione ulteriori mezzi di locomozione, Kraus procedette a requisire un carretto leggero a due ruote, un carretto siciliano e quattro grandi carri a quattro ruote tirati da buoi e da cavalli. Alle 18,45 partirono i primi mezzi da Borgo S. Lorenzo di Fiumicello al comando del Capitano Tonnini. Kraus, i medici e quattro uomini di truppa rimasero ad attendere i due carri promessi dall’autorità militare. Stante il ritardo, il professore provvide alla ricerca e alla ulteriore requisizione di un grande veicolo trainato da buoi su cui venne caricato il materiale rimanente. Quest’ultimo convoglio partì alle 21 abbandonando le posizioni che fino alla settimana precedente erano state occupate dagli avamposti italiani. Kraus, dopo aver alimentato gli animali da traino, si avviò verso Torre Zuino, dove era atteso dalla carovana di Tonnini partita qualche ora prima. La pioggia battente e la fanghiglia ostacolavano la marcia pertanto, giunto a Cervignano intorno alla mezzanotte, Kraus decise di recarsi a piedi, senza carro, a Torre Zuino per avvisare Tonnini del ritardo del resto della colonna. Giunto a destinazione, il professore non trovò il Capitano. Infatti, vista l’intensità montante della pioggia, Tonnini aveva preferito rimettersi in marcia per raggiungere S. Giorgio Nogaro e trovare riparo. Kraus proseguì dunque fino a quella località, dove trovò effettivamente il convoglio e avvisò Tonnini di dover attendere gli ultimi mezzi che si attardavano per via del temporale, imbattendosi in una serie di gravi disagi. Un carro si era ribaltato in un fossato lungo la strada, un altro si disperse e i buoi si rifiutavano di trainare il terzo carro che venne lasciato per strada e affidato alla custodia di un soldato. Il dottor Galassi preferì proseguire a piedi, raggiungere Kraus e Tonnini a S. Giorgio Nogaro per invitarli a proseguire senza aspettare lo sventurato ultimo convoglio. Ritenendo necessario velocizzare il ripiegamento, Kraus ordinò di scaricare un po’ di materiale per alleggerire i carri e affidarlo alla Croce Rossa Italiana. La carovana riprese la marcia sotto la pioggia battente. Il Sergente Moisè fu incaricato di condurre a destinazione i carri 79


mentre Kraus e gli altri Ufficiali proseguirono in treno verso Latisana, dove giunsero dopo dodici ore, e successivamente per Portogruaro, raggiunto alle 11 del 29 ottobre 1917. Il 1° novembre Kraus arrivò a S. Donà di Piave, dove incontrò il professor Gatti che gli annunciò l’imminente scioglimento dell’ospedale da campo di San Marino. Degli otto carri partiti da Borgo S. Lorenzo, ne erano arrivati in salvo soltanto tre, pertanto Gatti preferiva accorpare il materiale residuo agli altri ospedali e smembrare il nucleo sanitario. Gli Ufficiali sammarinesi si rivolsero alla Direzione Generale di Sanità della III Armata e al suo delegato della Croce Rossa chiedendo che il personale dell’Ospedale di San Marino non fosse scorporato. Era convinzione di Kraus che il materiale andato perduto sarebbe stato rimediato in breve tempo. Il Comitato Pro Fratelli Italiani Combattenti assicurava di essersi attivato nella ricerca di ulteriori fondi per la ricostruzione del nosocomio: “Comunicazioni già pervenute dalla Repubblica affermano il proposito di mettere a disposizione i mezzi finanziari per la pronta ricostruzione dell’Ospedale. Tutto il personale dell’Ospedale è ansioso di tale ricostruzione, più che mai affiatato e compatto dopo la recente dolorosa prova [...]. Ora tenuto conto: 1) che sarebbe doloroso per tutto il personale il disgregamento di esso e che il fattore morale è una gran molla di azione; 2) che una volta disgregato e sparso in varie unità sarebbe difficile riunirlo senza perturbare le varie unità a cui fosse assegnato; 3) che il periodo di ricostruzione sarà brevissimo, dati i mezzi ed il fermo proposito di tutti, si domanda: I Che il personale dell’Ospedale della Repubblica di San Marino sia possibilmente mantenuto fermo a disposizione fino alla ricostruzione dell’Ospedale stesso, da farsi entro breve periodo di tempo. II Che, qualora esigenze assolute richiedessero l’utilizzazione del personale di detto ospedale anche prima della sua ricostruzione, il personale stesso sia mantenuto unito e aggregato in massa a quel funzionamento ospitaliero che si crederà del caso, in modo da poterlo più facilmente aggregare di nuovo tutto all’Ospedale di San Marino appena ricostruito” (6). L’appello produsse l’effetto sperato e, grazie ai proventi sammarinesi, l’ospedale fu ricostruito nel marzo del 1918 presso Treviso. Nelle settimane successive si sarebbe spostato, a causa dell’attività bellica, fino all’ultima e definitiva destinazione, Aidussina, presso Postumia. L’attività riprese appieno. Il 15 giugno, l’ospedale fu bersagliato da alcune batterie nemiche. Un proietto di gros80

so calibro (381 mm) cadde nelle immediate vicinanze del nosocomio; le schegge investirono e frantumarono i tetti della struttura sanitaria. Un secondo proietto colpì l’ospedale provocando il crollo di un’intera area e danneggiando la stabilità dell’intero stabile. Oltre ai danni strutturali, il bombardamento uccise un cavallo, ferì il Sergente maggiore Dei e il conducente d’ambulanza Campanili. Una carretta fu danneggiata irreparabilmente e l’autoambulanza fu colpita da detriti che fracassarono lo sportello posteriore. Il mezzo tuttavia continuò a caricare ed evacuare i degenti e in breve tempo, nonostante i gas lacrimogeni nemici, tutti i ricoverati furono smistati. Nelle operazioni di sgombero si distinsero il Maresciallo Scartabelli, il Caporale Masini, il Caporale automobilista Tosi, il Caporale Ferraretti, i Soldati Russo, Begali, Fantozzi, Pallini, Tenzoni, Oddenino Alessio, Dacci, Lucangeli e Genga della Sanità Militare. La posizione persa fu riconquistata nei giorni successivi e, dopo una veloce ristrutturazione, la villa che ospitava l’ospedale fu ripristinata. In realtà i danni strutturali si riveSopra Il Colonnello Bassi riceve la visita del Presidente della Croce Rossa Italiana, conte Della Somaglia, presso l’ospedale Sotto Anche l’ospedale venne bombardato A destra Guarnigione sammarinese fotografata con il proietto d’artiglieria austro-ungarico inesploso

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larono più seri del previsto e il presidio sanitario fu nuovamente smobilitato. In totale gli spostamenti furono ben sei tra Monfalcone, Treviso, Mestre e Gorizia (7). L’8 luglio venne ricoverato d’urgenza il diciannovenne Ernest Hemingway, arruolato nei servizi d’autoambulanza della Croce Rossa americana. Lo scrittore statunitense fu ferito dalle schegge di un mortaio lungo le sponde del Piave, presso Fossalta. Nell’attacco morì un militare italiano mentre un altro rimase gravemente ferito. Hemingway riuscì a trasportare a spalla il soldato ancora vivo e nonostante venisse nuovamente colpito al ginocchio da una mitragliatrice, riuscì a raggiungere l’ospedale da campo sammarinese dove ricevette le prime cure. Successivamente il futuro premio Nobel per la letteratura fu trasferito all’ospedale americano di via Armorari, a Milano, dove rimase tre mesi e raccolse i vari racconti sulla battaglia di Caporetto che costituirono il materiale da cui avrebbe tratto ispirazione per la stesura di “Addio alle armi”. Dopo l’armistizio, il 30 novembre 1918 la bandiera che aveva campeggiato sull’ospedale fu consegnata al sindaco di Trieste. Era la fine della guerra. Nelle settimane successive rientrarono nella Serenissima i sanitari, i volontari e vi si rifugiarono numerosi fuoriusciti, disertori e ricercati dalla polizia; pertanto il governo della Repubblica fu costretto a chiedere all’Italia un Corpo di Carabinieri. Terminava, dunque, l’esperienza di San Marino nella Grande Guerra. La Repubblica non aveva partecipato ad azioni belliche dal Medioevo e ufficialmente era rimasta neutrale durante tutto il conflitto, ma in realtà non era stata indifferente agli importanti avvenimenti che si erano susseguiti, serrati, nelle sue immediate vicinanze. I volontari della piccola Nazione, di appena trentamila abitanti, avevano coadiuvato con abnegazione gli sforzi militari della vicina Italia e la Croce Rossa sammarinese aveva fornito un importantissimo servizio sanitario, la cui efficienza era stata riconosciuta da tutte le Istituzioni. Probabilmente il suo intervento non sarà stato determinante per l’esito finale della guerra ma comunque la Repubblica del Titano – seppur con le dovute proporzioni – aveva fornito un efficace contributo per la vittoria sugli Imperi Centrali, i titani. *Professore di Storia, Prorettore dell’Università di Roma “Sapienza” **Dottore, Ricercatore storico NOTE (1) G. Giardi (a cura di), “L’ospedale di guerra della Repubblica di San Marino: San Marino e la Prima guerra mondiale”, San Marino, 2011, pp. 10-20. (2) La medaglia a Carlo Simoncini, decretata dal Senato Consulto l’8 agosto 1916, riporta “Carlo Simoncini, sammarinese caporale Volontario del III. Regg. Artiglieria da Campagna caduto da Prode su l’ultima vigiglia di Gorizia Italiana [sic]”. Quella a Sady Serafini, decretata il 19 ottobre 1916: “Sady Serafini, sammarinese caporale Volontario del I. Regg. Artiglieria da Montagna, Gloriosamente Caduto sul Carso”. (3) L’Ara dei volontari, dedicata ai 140 sammarinesi caduti per le “guerre d’Italia” dal 1843, sarebbe stata inaugurata nel 1927. (4) Cit. in L. Olei, “San Marino e la Prima Guerra Mondiale (1914-1918)”, s.i.d, San Marino, 2012-2013. (5) Cit. in “Museum Bollettino della Biblioteca”, Museo ed Archivio governativi dello Studio Sammarinese, Anno II, nn. 2,3. (6) Kraus a Gatti cit. da “Museum Bollettino della Biblioteca”, Museo ed Archivio gon. 1/2016

vernativi dello Studio Sammarinese, mmarinese Anno II, nn. 2,3. (7) San Lorenzo Fiumicello, scuola elementare del paese dal 15 aprile al 27 ottobre 1917; Melma, nei pressi di Treviso, a Villa Varetton dal 6 marzo al 15 giugno 1918 e dal 25 giugno al 10 agosto 1918; Preganziol, ospedale da campo 146, dal 16 al 24 giugno 1918; Marocco, villa Volpi, dall’11 agosto al 12 ottobre 1918; Casier sul Sile, Villa Toso, dal 13 ottobre al 2 novembre 1918; Aidussina, ospedale di riserva austriaco 1308 dal 23 novembre al 24 dicembre 1918.

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colare, per le loro caratteristiche intrinseche e per l’addestramento ricevuto, erano in grado di operare in piena autonomia logistica e decisionale. I reparti erano giunti in zona operazioni da alcuni mesi ed erano stati in parte schierati a ridosso del confine sin dall’agosto del 1914. Qui le unità presenti avevano avuto modo di svolgere un’intensa attività addestrativa. Il piano operativo del IV Corpo d’Armata mirava infatti a impossessarsi del campo trincerato di Tolmino mediante una duplice manovra avvolgente, evitando il perimetro difensivo della testa di ponte già potentemente fortificata. Gli austro-ungarici vi avevano infatti concentrato le poche forze immediatamente disponibili a difesa di Tolmino. Intorno a questa importante posizione – da qui partirà l’attacco decisivo della XII battaglia dell’Isonzo che si concluderà con lo sfondamento di Caporetto – fu organizzato il XV Corpo d’Armata, parte della 5. Armee del Generale Boroević, su due Divisioni di fanteria, la 1. ID (Infanterie Division, NdR) e la 50. ID. L’ala destra del dispositivo austriaco non aveva validi appigli tattici dal momento che i reparti della 5. Armee non avevano ancora raggiunto la vetta del Krn, o Monte Nero (3), alto 2.248 metri, dove iniziava il tratto di fronte affidato all’Armeegruppe “Rohr”, schierato a difesa della Carnia e non più dipendente dal comando di Boroević. Tale situazione di estrema crisi decisionale

e tattica rimase sconosciuta al Comando italiano che temeva di attivare invece un dispositivo difensivo ben organizzato e presidiato; mentre la conca di Caporetto e la catena montuosa sulla destra dell’Isonzo vennero presto occupate, l’investimento della dorsale sulla riva sinistra ebbe inizio soltanto dalla fine di maggio, quando le difese austriache erano state in parte riorganizzate e rinforzate. Tuttavia il Comando italiano riconobbe che sul massiccio del Monte Nero rimaneva ancora un margine di manovra. Le unità alpine, mediante una serie di azioni mirate, riuscirono a conquistare il 31 maggio la dorsale Vrsic-Vrata e le Quote 2.012 e 2.067 rispettivamente il 3 e il 5 giugno. In quei giorni il Generale Donato Etna, responsabile del settore e Comandante del neocostituito Raggruppamento alpini e artiglieria da montagna, decise di attaccare il Monte Nero. Lo schema generale dell’attacco al massiccio del Monte Nero come concepito dal Generale Etna e trasmesso alle unità sul campo di battaglia con l’Ordine di operazioni del 14 giugno 1915. Sulla carta sono segnalate anche le contrapposte forze austriache (Fonti: P. Scolè, “16 giugno 1915: gli Alpini alla conquista del Monte Nero”, Bollate (MI), 2005; USSME, “La Conquista del Monte Nero”, Roma, 1921)

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I PIANI D’AZIONE CONTRAPPOSTI Il Generale Etna intendeva la conquista del Monte Nero come l’inizio di una manovra di più ampio respiro con due obiettivi: occupato il monte si poteva interdire all’avversario la via di comunicazione interna tra Plezzo e Tolomino che si snodava per la Val Lepejna, oppure sfondare il fronte avversario e tentare una manovra aggirante a nord di Tolmino. Inizialmente venne previsto soltanto un attacco dal versante nord, lungo il contrafforte che dal VrsicVrata-Potoce passa dalle Quote 2.138 e 2.133 e porta alla vetta del Monte Nero. Lo stesso 5 giugno il Comando del IV Corpo d’Armata approvava il piano d’azione e assegnava al Gruppo alpini speciale una batteria di obici pesanti campali. Nei giorni successivi fu issata sulla cima del Vrata anche la IX batteria da montagna, messa in posizione tra l’8 e l’11 giugno. Il Generale Etna iniziò a pianificare nel dettaglio le operazioni e le basi di partenza dell’attacco al Monte Nero divennero due, il Vrata (Quota 2.076 e Quota 2.102) e il Kozliak (Quota 1.587) (4). Il 10 giugno il settore di competenza del Raggruppamento alpini di Etna venne esteso verso nord, inglobando l’area sino ad allora tenuta dalla Divisione bersaglieri, in modo da dare unicità di comando all’intera zona del massiccio del Monte Nero. Il 14 giugno fu emanato l’Ordine di operazione con il quale si ordinava di procedere “senz’altro all’attacco del M. Nero tanto che dal Kozliak quanto dal Potoce” (5). Gli Alpini che andarono all’assalto nella notte tra il 15 e il 16 giugno erano perfettamente addestrati e motivati, inquadrati da Ufficiali e Sottufficiali preparati e altrettanto risoluti. Questo permise al Generale Etna di pianificare l’assalto secondo una procedura assai più flessibile rispetto ai rigidi attacchi frontali con plotoni ammassati messi in atto in quei giorni sul basso Isonzo: “In simili operazioni bisogna cercare di agire di sorpresa. Impiegarvi poca forza che avanzi a spizzico mantenendosi però ben collegata nel senso della fronte e della profondità. Far precedere piccoli gruppi di 2 o 3 uomini, scelti fra i più animosi e risoluti. 83


Attestarsi a successivi appigli da fissare possibilmente durante il giorno – quivi riunirsi, intanto che i piccoli gruppi su detti, avanzano sull’appiglio successivo”. Le istruzioni tattiche del Generale Etna sono quanto mai interessanti: era prevista una ricognizione attenta del terreno, che venne puntualmente eseguita (6), mentre le unità di fanteria alpina erano in grado di combattere con la tattica del fuoco e movimento, che prevedeva un gruppo di assalto e un gruppo di appoggio in continua progressione verso l’obiettivo tattico. Le truppe italiane avrebbero sfruttato sia il fattore tempo – l’assalto sarebbe avvenuto durante una notte senza luna (7) – che il fattore terreno per arrivare non viste a ridosso del nemico. Quest’ultimo aveva già predisposto il rafforzamento dell’intera linea a ridosso del Monte Nero, ma il processo decisionale si era bloccato. Gli italiani avrebbero colpito il punto di saldatura tra due Divisioni avversarie, la 20. HID a nord schierata fino alla Quota 2.245 esclusa, dipendente dall’Armeegruppe “Rohr”, e la 50. ID più a sud dipendente dalla 5. Armee di Boroević: mentre Etna preparava le sue forze i Comandi Imperial-Regi non erano ancora riusciti a coordinarsi per riorganizzare la zona sotto un unico comando tattico. L’ASSALTO Pochi minuti dopo la mezzanotte gli uomini della 31a e dell’84a compagnia del battaglione “Exilles”, agli ordini rispettivamente dei Capitani Camillo Rosso e Vincenzo Arbarello, avanzarono dalla loro base di partenza sul Kozliak puntando verso la vetta del Monte Nero; li attendeva un costone scoperto di 655 metri di dislivello, per un percorso complessivo di circa 1.800 metri. Alle 02:45 anche le compagnie del battaglione “Susa” superarono la linea di partenza sul Vrata: l’85a con il compito di prendere possesso del Monte Potoce, 500 metri a est, in modo da coprire sul fianco sinistro la direttrice d’attacco principale; la 35a divisa in due colonne avanzò invece verso sud, lungo la linea di cresta che portava a Quota 2.138 presidiata dagli ungheresi della 20. HID e chiave di volta del di84

Sopra a sinistra L’attacco delle compagnie del battaglione “Susa” a nord della vetta del Monte Nero (Fonte: USSME, “La Conquista del Monte Nero”, Roma, 1921, Tavola 2, particolare) Sopra L’attacco delle compagnie del battaglione “Exilles” contro la vetta del Monte Nero (Fonte: USSME, “La Conquista del Monte Nero”, Roma, 1921, Tavola 2, particolare) Nella pagina accanto Il versante sud del Monte Nero e le direttrici d’attacco della 31a e 84a compagnia del battaglione “Exilles”. La foto, scattata nel corso del conflitto ad una distanza di oltre 8 km, aiuta a comprendere almeno in parte le difficoltà di questo campo di battaglia alpino (Fonte: USSME, “La Conquista del Monte Nero”, Roma, 1921, Tavola 4) Rivista Militare


spositivo difensivo tra il Vrata e il Krn. Alle 03:45 gli alpini del “Susa” presero contatto con il nemico. Per quanto disperata e accanita, la difesa non fu in grado di fermare la progressione delle truppe da montagna italiane le quali, a colpi di fucile e con il lancio di bombe a mano, bonificarono e presero possesso della quota contesa. L’84a compagnia aveva nel frattempo coperto gli oltre 650 metri di dislivello, risalendo l’ampio costone completamente allo scoperto, senza farsi individuare dal nemico. La disposizione tattica di questa unità merita la nostra attenzione: all’avanguardia era posta una pattuglia, comandata dal Sottotenente Alberto Picco e da 5 uomini; seguiva un plotone, comandato dal Capitano Arbarello e composto da 40 uomini scelti della compagnia e da 10 esploratori estratti dalle altre 3 compagnie del battaglione; a breve distanza seguivano altri due plotoni. Data la conformazione del terreno gli uomini avanzavano in fila indiana, percorrendo la sottile cresta rocciosa del versante sudest del Monte Nero tenendo alla loro sinistra gli strapiombi rocciosi della parete ovest e alla loro destra l’ampio piano inclinato, privo di ogni appiglio tattico e protezione ed esposto totalmente alla vista avversaria. Alle 03:15 del mattino la 31a compagnia giunse nella posizione prevista per l’attacco alla vetta. Gli uomini iniziarono a disporsi in ordine aperto pronti per l’avanzata, prendendo contatto visivo con gli uomini dell’84a compagnia del Capitano Arbarello che, sempre in colonna di marcia, erano ormai giunti a ridosso del perimetro difensivo avversario. Sul fianco opposto della montagna la battaglia stava già infuriando con i combattimenti di Quota 2.138. A quel punto, verso le 03:30, Arbarello decise di cogliere “il momento favorevole perché la sorpresa riuscisse. Portatosi in testa alla colonna, diede al Sottotenente Signor Picco le disposizioni di slanciare subito a raggiungere i primi trinceramenti gli uomini di punta, e ordinò al plotone di testa che colla maggior celerità possibile e nel contempo con il più grande silenzio seguire chi scrive [Arbarello] per irrompere col fuoco e colla baionetta sui primi difensori, e non cessare l’irruzione fino al raggiungimento della vetta del monte, lasciando ai plotoni retrostanti (2° e 3°) di ribattere le resistenze che sarebbero rimaste dopo il passaggio del plotone di testa” (8). La guarnigione austriaca di Quota 2.245, un plotone del IR. 36, avvistò a quel punto le truppe alpine e aprì il fuoco a una distanza di circa 50 metri; non fu sufficiente per fermare l’attacco italiano che annientò di fatto il presidio lasciando sul terreno 18 morti e 10 prigionieri. Alle ore 04.45 il tricolore sventolava sul Monte Nero.

IL CONTRATTACCO Il processo decisionale del Comando austro-ungarico a quel punto andò in crisi. Come già ricordato, la vetta del Monte Nero segnava il punto di saldatura tra due Comandi di Armata e non fu possibile pianificare in tempi brevi alcuna azione coordinata ed efficace per fronteggiare efficacemente la crisi. Il responsabile del sottosettore comprendente il Potoce e la cresta che dal Vrata saliva verso il Monte Nero, il Tenente Colonnello Balogh von Erhsern, con almeno due compagnie dell’HIR. 4, avanzò verso le 05:00 del mattino dalla conca di Planina Polju in direzione di Quota 2.138, con l’idea di riconquistarla e isolare i reparti italiani attestati sulla vetta del Krn. Il Comandante ungherese ignorava la presenza di unità italiane sul Potoce, presidiato invece dalle compagnie del

LE FORZE CONTRAPPOSTE Ordine di Battaglia delle truppe italiane: • Raggruppamento alpini e artiglieria da montagna: •• Gruppo alpini A: battaglione “Susa”: 34a, 35a, 36a, 85a, 102a compagnia; 7a, 8a sezione mitragliatrici “Maxim”; •• Gruppo Alpini B: battaglione “Exilles”: 31a, 84a compagnia; •• 1° reggimento artiglieria da montagna: VII, IX batteria da montagna; •• 1° reggimento artiglieria pesante campale: XI batteria. Ordine di Battaglia delle truppe austriache: • Armeegruppe “Rohr”, 20a.HID (20ª Divisione di fanteria ungherese): •• Gruppo von Balogh; 1 battaglione HIR.4 (4° Reggimento di Fanteria ungherese): 2 compagnie sulle Quote 1.976 e 1.996 del Potoce; 2 compagnie sulle Quote 2.138 e 2.133. •• Riserva; 2 compagnie del HIR.4. • 5. Armee, 50. ID (50 Infanterie Division): •• IV battaglione IR.37 (37 Infanterie Regiment); 15a e 16a compagnia (sulla vetta del Monte Nero era collocato un solo plotone, per un totale di circa 30-44 uomini). Fonti: P. Scolè, “16 giugno 1915: gli Alpini alla Conquista del Monte Nero”, Bollate 2005, pp. 15-18.

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LE PE PERD PERDITE RDIT ITE E

Susa S usa che che ormai ormai controllavano controllavano totalmente totalmente ogni ogni via via di di attacco attacco alla alla cresta; cresta; per i suoii uomini, i i ben b visibili i ibili nella ll luce l dell’alba, d ll’ lb fu f una trappola t l mortat le. L’85a compagnia del Capitano Fabre attaccò sul fianco la colonna avversaria, che procedeva in linea indiana senza aver attivato un dispositivo avanzato di pattuglie d’avanguardia: l’unità avversaria fu travolta e alle 7 del mattino furono contati non meno di 350 prigionieri, tra i quali lo stesso Balogh.

Co Comp Complessivamente mple pless ssiv ivam amen ente te le forze forz fo rze e italiane italilian ita ane e registrarono regi re gist stra raro rono no la perdita perd pe rdit ita a di di 18 18 morti morti mor ti e 91 feriti. feri fe riti ti.. Da parte part pa rte e austriaca austr aus tria iaca ca le perdite perd pe rdit ite e furono furon fur ono o complessivamente di 138 morti, 300 feriti e 628 prigionieri Fonti: • P. Scolè, “16 giugno 1915: gli Alpini alla Conquista del Monte Nero”, Bollate (MI), 2005, p. 96; • USSME, “La Conquista del Monte Nero”, Roma 1921, pp. 98-99.

UN’ANALISI TATTICA L’azione italiana che portò il 16 maggio alla conquista del Monte Nero non garantì alla fine risultati strategici determinanti, se non la messa in sicurezza della conca di Caporetto. La pianificazione tattica per l’attacco fu tuttavia ineccepibile: la sorpresa fu completa e decisiva. Una parte fondamentale per la riuscita dell’azione venne giocata dall’ordine del Capitano Arbarello al plotone di testa del Tenente Picco: avanzare in profondità verso l’obiettivo finale, la vetta, lasciando ai due plotoni in appoggio e alla 31a compagnia il compito di eliminare le eventuali sacche di resistenza alle loro spalle. Si trattava di un’intuizione importante che anticipava la tattica dell’infiltrazione riproposta su larga scala due anni e mezzo più tardi a Caporetto dalle truppe tedesche. Una volta sferrato l’attacco e aperta una breccia nel dispositivo avversario occorreva sfruttare in profondità il vantaggio conseguito, aggirando invece di eliminare immediatamente le sacche di resistenza e diffondendo il panico nelle retrovie. L’azione italiana sul Monte Nero mise in evidenza i seguenti principi tattici: • la preparazione allo scontro. L’azione fu attentamente preparata dal Generale Etna e dai comandanti delle compagnie alpine presenti; • l’ubiquità. L’assalto fu sferrato contemporaneamente su due differenti direttrici, permettendo alle forze attaccanti di colpire duramente il centro del dispositivo difensivo avversario. Nel contempo l’ombrello dell’artiglieria paralizzava la manovra della difesa, consentendo alla fanteria alpina la scelta del momento dell’attacco, del terreno e della natura dell’attacco; • l’iniziativa. I Capitani Arbarello e Fabre in poco tempo furono in grado di valutare le criticità del dispositivo difensivo austriaco e la pessima pianificazione tattica del contrattacco avversario; • il dominio del campo di battaglia. I Comandanti di compagnia furono in grado di comprendere subito la realtà del combattimento al quale stavano prendendo parte, procedendo immediatamente all’occupazione delle quote principali imponendo il loro ritmo all’azione, identificando e neutralizzando tutte le minacce che di volta in volta si presentavano; • la complementarietà del fuoco. Alla truppa ingaggiata nello scontro era garantito un supporto di fuoco continuo, nonostante le condizioni del terreno. Fuoco che venne ottimizzato per fissare l’avversario e bloccare i suoi tentativi di riconquistare le posizioni perdute; • l’assedio del nemico. La vetta del Monte Nero e le quote secondarie nelle sue vicinanze furono attaccate e quasi isolate, rendendo le condizioni di vita della guarnigione avversaria quanto mai critiche. Tali principi sono validi sia nell’affrontare un avversario in un contesto convenzionale che nella gestione di una minaccia asimmetrica. Qualunque sia la natura delle Forze Armate impegnate, del livello tecnologico e delle tattiche, essa subirà comunque il peso del “fattore montagna”. A meno che, forti della comprensione dei principi sopra elencati, i Comandanti nella loro pianificazione tattica scelgano di avvalersi della velocità sulla potenza, della sorpresa sull’ordinarietà, dell’audacia sull’eccesiva prudenza, dell’iniziativa sulla passività. I Comandanti italiani al Monte Nero non ebbero dubbi. *Docente di Storia Moderna presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” 86

NOTE (1) Sull’impiego delle aree montuose come zone rifugio nei conflitti del XXI Secolo rimando a H. de Courrèges, P-J. Givre, N. Le Nen, “Guerre en Montagne. Renouveau tactique”, Parigi, 2006, pp. XI-XV. (2) Per la descrizione dello scontro sul Monte Nero del 16 giugno 1915 sono state utilizzate le seguenti fonti: G. Breccia, 1915: “l’Italia va in Trincea”, Bologna, 2015, pp. 89-97; P. Scolè, “16 giugno 1915: gli Alpini alla Conquista del Monte Nero”, Bollate (MI), 2005; USSME, “La Conquista del Monte Nero”, Roma, 1921. (3) Il nome slavo Krn, traducibile con Corno, venne trascritto in Crn che appunto significa Nero e come tale questo toponimo divenne noto in Italia. (4) Le quote sono quelle segnalate dal servizio cartografico nazionale sloveno http://www.geopedia.si/. (5) L’Ordine di operazioni del Generale Etna è trascritto integralmente in USSME, “La Conquista del Monte Nero” cit, p. 78. (6) Le ricognizioni venivano svolte dai Comandanti di reparto in persona. Il settore di attacco del Gruppo alpini B era stato ispezionato già il giorno 11 giugno dal Comandante del Gruppo alpini B, il Tenente Colonnello Luigi Pettinati il quale durante la ricognizione era stato colpito da un tiratore scelto austriaco. Pettinati morì all’Ospedale di Caporetto il 19 giugno 1915. Gli fu concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. (7) La notte tra il 15 ed il 16 giugno 1915 era la quarta di luna nuova; il primo quarto sarebbe stato visibile solamente a partire dal 20 giugno. (8) USSME, “La Conquista del Monte Nero” cit., pp. 107-108.

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2000 anni di Storia Militare a Roma

CASTRO PRETORIO I Castra Praetoria 1a Parte di Monica Del Grasso* Paola Papalini* Il Castro Pretorio, l’accampamento militare stabile che per quasi trecento anni (dal 23 al 312 d.C.) ospitò le potenti Coorti pretoriane, è tra i più preziosi e al tempo stesso dimenticati monumenti dell’Urbe; è l’unico esempio di Castrum permanente romano rimasto in Italia, dopo la distruzione di quello di Albano Laziale, e la sua storia è indissolubilmente legata a quella della Roma imperiale, in quanto teatro di tutti gli sconvolgimenti politici e delle complesse dinamiche tra l’Augusto e il Pretorio.

La Guardia Pretoriana era stata formata come tutela personale dell’Imperatore e come polizia urbana da Augusto. Con la sua abilità politica e con la sicurezza datagli dal suo personale carisma, Augusto non aveva sentito l’esigenza di circondarsi perennemente di un baluardo di soldati: nel rispetto delle libertà repubblicane aveva disposto che all’interno di Roma vigilassero non più di tre Coorti (di mille soldati ciascuna), mai riunite in un unico accampamento. Tiberio, suo immediato successore, consigliato da Elio Sejano, Prefetto del Pretorio, tra il 21 e il 23 d.C. istituì i Castra Praetoria in cui si raggruppavano nove Coorti, e quindi una forza di novemila uomini; si trattava di un Corpo scelto, reclutato solo nelle Province italiche con speciali criteri di selezione. Nacque così la Guardia Pretoriana vera e propria, con la riunione delle Coorti in un unico accampamento organico, perfettamente munito come un campo militare in tempo di guerra; il Corpo dei Pretoriani si distingueva nelle funzioni, nel nome, nelle mansioni e nel potere da tutti gli altri Corpi che costituivano la guarnigione permanente della città. Con questo provvedimento Sejano intendeva allontanare i soldati dalle distrazioni dell’Urbe, imponendo loro una maggiore disciplina, e allo stesso tempo sottrarli dalle dirette dipendenze dell’Augusto: uno strumento nato a tutela dell’autorità imperiale divenne, di fatto, una forza al servizio del Prefetto. Sejano si scontrò ben presto con la natura sospettosa dell’Imperatore, ma il suo progetto di dominio gli sopravvisse, tanto che il suo diretto successore al Pretorio, Macrone, ambendo all’Impero, uccise nel sonno l’ormai vecchio Tiberio. Vespasiano (69-79 d.C), Comandante dal carattere energico e pienamente consapevole delle dinamiche militari, riportò i Pretoriani all’ordine e alla disciplina: ridusse le Coorti da sedici (a cui le aveva portate il prefetto Vitellio) a nove, e redasse la “Lex Imperii” per ribadire, anche a nome del Senato e del Popolo Romano, il passaggio della sovranità alla dinastia dei Flavii. Per più di un secolo l’in88

fluenza dei Pretoriani, pur non cessando, non fu in aperto contrasto con la legge. I successori dei Flavii, Nerva e soprattutto Traiano, riuscirono a mantenere una sostanziale disciplina e

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l’ingerenza dei Pretoriani divenne, per un lungo periodo, soprattutto diplomatica; l’indebolimento del potere dei Pretoriani è confermato anche dalla rapidità di successione dei Prefetti sotto Adriano e Commodo. Alla morte di quest’ultimo (192 d.C.), però, il Prefetto del Pretorio, Leatus, proclamò Imperatore Pertinace, il Prefetto dalla Città, e il potere dei Pretoriani riprese piede. L’uccisione di Pertinace indusse il successivo Imperatore, Settimio Severo, a sciogliere il Corpo dei Pretoriani, obbligandoli con l’astuzia a ritirarsi a cento miglia da Roma. Ricostituì la Guardia poco dopo reclutando i Legionari non solo nelle Province italiche ma in tutto to l’Impero. l’Impero Una tale decisione si rivelò presto controproducente per la difficoltà di gestire una forza, come riporta Dione Cassio in “Historia Romana”, formata da “una folla eterogenea di soldati dall’aspetto selvaggio, dalle lingue orribili, dal comportamento zotico”. Nel 217 d.C. la morte del successivo Imperatore Caracalla, autore di restauri e nuove edificazioni all’interno del Castro Pretorio, di certo giovò al Prefetto Macrino che, per un breve periodo, riuscì a prenderne il posto. Eliogabalo, salito all’Impero dopo di lui, venne ucciso proprio nei Castra Praetoria e successivamente, nell’arco di pochi anni, i Pretoriani elevarono, deposero e uccisero una lunga serie di Imperatori secondo i loro interessi. Soltanto nel 312 d.C., Costantino sconfisse a Saxa Rubra Massenzio, con cui si erano schierati i Pretoriani, e, abbattendo il muro occidentale del Castro Pretorio, pose fine a questo Corpo militare che, per circa duecento anni, in maniera diretta ed indiretta, aveva deciso le sorti dell’Impero. LE MURA AURELIANE INCASTONANO I CASTRA PRAETORIA Nel 271 d.C. l’Imperatore Aureliano, preoccupato dalle azioni incontrollate delle tribù germaniche che in Occidente cominciavano a minare la saldezza dell’Impero, diede inizio alla costruzione di quell’ampio recinto che ancora oggi è possibile ammirare per 12 dei suoi 19 chilometri originari e che prende il nome di “Mura Aureliane”. La forma del circuito murario è una diretta conseguenza della volontà di Aureliano di evitare, per quanto possibile, gli espropri dei terreni privati e di quelli sottoposti al demanio pubblico. Costruendo tale fortificazione sui terreni di proprietà del demanio imperiale, Aureliano riuscì a evitare l’opposizione dei Senatori alla realizzazione del progetto. Afferma l’archeologa Luciana Cassanelli ne “Le Mura di Roma”: “per circa un terzo del perimetro totale, le Mura Aureliane attraversano i giardini imperiali sfruttandone in più punti le sostruzioni”. Anche la conformazione fisica del territorio dell’Urbe contribuì alla definizione del perimetro fortificato. Oltre al fiume Tevere e ai rilievi naturali del terreno vennero inclusi quei monumenti che, per altezza e posizione, caduti in mano del nemico sarebbero potuti diventare baluardi per l’assedio. I Castra Praetoria furono quindi inseriti all’interno della cinta muraria insieme all’Anfiteatro Castrense, alla Piramide Cestia e agli edifici, magazzini e acquen. 1/2016

S Sopra La Piramide Cestia alla fine del 1800, Archivio Fotografico I.S.C.A.G. Nella pagina a fianco Ufficiali della Guardia Pretoriana, frammento di un rilievo probabilmente derivante da un arco celebrativo della conquista della Britannia da parte dell’Imperatore Claudio, Parigi, Louvre

dotti, essenziali per la sopravvivenza della città in caso di assedio. Le mura, alte 20 piedi (m 6 ca.) e spesse 12 (m 3,5 ca.), erano intervallate ogni 100 piedi (m 30 ca.) da una torre a pianta quadrata con una camera di manovra per le macchine da guerra. Sulla sommità della muratura vi era un cammino di ronda, scoperto e raggiungibile tramite scale situate all’interno delle torri adiacenti a porte e posterule. La muratura era costituita da due paramenti esterni in laterizio legati a un nucleo centrale di calcestruzzo. Sotto Onorio la muratura aurelianea venne innalzata fino a un’altezza di 60 piedi (m 18 ca.), aggiungendo in molti tratti sul cammino di ronda preesistente una galleria con un altro camminamento in cima. Tale galleria presentava verso l’esterno della città una serie di feritoie, mentre verso l’interno era formata da arcate aperte. 89


PORTA CLAUSA Anche detta Inter Aggere o Querquetulana, la Porta Chiusa venne costruita, quasi certamente, in epoca onoriana (393-423 d.C.), a controllo della via Viminalis, tra i Castra Praetoria e l’area descritta da molti storici come Vivarium (ovvero recinto destinato alle bestie utilizzate nei giochi con animali, le Venationes). Si tratta di una porta a un solo fornice, largo m 3,14, e rivestita in travertino. Al di sopra erano presenti sei finestre arcuate, atte a dare luce alla camera di manovra della saracinesca e sormontate da una grossa cornice modanata. Il fornice della porta venne tamponato con muratura mista, probabilmente nel XV secolo. Oggi, seppur in ottimo stato di conservazione, è alquanto difficile visitarla perché incastonata nella zona di rispetto di edifici pubblici.

COSTRUZIONE DEI CASTRA PRAETORIA Lunghi circa 440 metri (lato orientale e lato occidentale) e larghi 380 metri (lato settentrionale e lato meridionale), i Castra Praetoria riproducevano la forma caratteristica di un accampamento militare romano: avevano pianta rettangolare con angoli arrotondati per garantire una migliore difesa e quattro porte che si aprivano in corrispondenza dei due assi viari principali, la via Principalis (cardo massimo) e la via Praetoria (decumano massimo). I Castra Praetoria erano strategicamente collocati nella parte nordorientale dell’Urbe, su un’estremità relativamente pianeggiante del colle Esquilino, tra le importanti arterie stradali della via Viminalis (attuale via Tiburtina) e della via Collina (oggi via Nomentana). La zona antistante il lato occidentale dei Castra Praetoria, all’esterno dell’accampamento, era destinata a “Piazza d’Armi” 90

A sinistra nel riquadro Porta Chiusa presso Castro Pretorio e mura adiacenti Sotto Posizione dei Castra Praetoria in relazione al Palatino e alle Mura Serviane

dei Pretoriani o “Campus Cohortium Praetoriarum”. Tale area si estendeva fino al confine con l’antico aggere serviano e, come l’accampamento stesso, era delimitata lateralmente dalle vie Collina e Viminalis che uscivano dalla città attraverso le omonime porte. Il muro del Castro, spesso m 2,30 per quasi tutta la sua lunghezza, era formato da laterizi di colore rosso-scuro (larghi cm 24 ca.) che costituivano un paramento murario alto m 3,30 coronato da una cornice decorativa di quattro mattoni sagomati. L’accampamento era munito di torri, ma non si ha conoscenza del loro numero esatto. A oggi se ne vedono solo tre: due si trovano lungo il muro orientale (il lato rivolto verso il Policlinico Umberto I), mentre l’altra è inglobata in una delle torri aurelianee. Le torri tiberiane, probabilmente, non avevano specifiche funzioni difensive in quanto sporgenti di soli cm 30 dalla fronte esterna. Nella parte interna dell’accampamento, era presente una serie ininterrotta di camere addossate alla muratura, dette Contubernia; questi ambienti, m 90 sui lati lunghi e m 75 su quelli corti, erano realizzati in opera reticolata di tufo, intonacati e dipinti, coperti a volta e pavimentati in mosaico bianco e nero o in basoli. Il piano di copertura, che aveva anche funzione di cammino di ronda, era formato da diversi strati di cocciopesto, opus spicatum e completato con mosaico nero. Alcune delle tessere di questo mosaico sono ancora visibili nella parte interna dell’attuale Caserma Castro Pretorio presso l’angolo Nord-Est. IL CONTUBERNIUM Il Contubernium era la più piccola unità militare dell’Esercito romano, costituita da otto uomini che condividevano lo stesso alloggio ed erano ricompensati o puniti insieme; per estensione il termine Contubernium passò a indicare anche l’unità abitaRivista Militare


ti minima tiva i i da d essii occupata; t ognii C Contubernium t b i era costituito tit it da d due d stant ze contigue: la prima, detta arma (una sorta di anticamera) serviva a riporre armi e attrezzature, la seconda, detta papilio (dal nome della tenda di pelle), ospitava gli otto membri del Contubernium. L'ingresso era generalmente coperto da una veranda o da un porticato, mentre all'interno del papilio sono state rilevate in molti casi le tracce di un camino che poteva fungere anche da forno per la cottura del pane. LA STRUTTURA DEI CASTRA ROMANI Un’interessante testimonianza di come dovevano essere organizzati gli accampamenti romani in epoca imperiale viene fornita dal trattato “De Munitionibus Castrorum”, attribuito a Igino Gromatico, circa II secolo d.C.. La struttura da lui descritta non è permanente, ma presenta comunque importanti analogie con i Castra Praetoria. Il campo di Igino accoglieva tre Legioni, quattro Coorti Pretorie e varie truppe ausiliarie, per un totale di oltre 45.000 uomini. Il campo era a pianta rettangolare (il rapporto tra lunghezza e larghezza doveva essere di tre a due) e gli angoli, detti coxae, dovevano essere arrotondati per garantire una maggiore resistenza agli attacchi degli arieti. Il Praetorium (Quartier Generale dell’accampamento) era l’edificio riservato all’Imperatore o al Comandante in Capo ed era collocato all’incrocio tra la via Praetoria e la via Principalis. Dietro il Praetorium, e parallela alla via Principalis, si trovava la via Quintana all’estremità della quale potevano aprirsi due porte aggiuntive (Quintana dextra e Quintana sinistra). Il campo risultava così diviso, dalla via Principalis e dalla via Quintana, in tre zone: anteriore (praetentura), centrale (latera praetorii) e posteriore (retentura). Nella zona della praetentura, vi erano gli spazi dedicati a Legati e Tribuni delle Legioni e delle Coorti Pretorie; dietro di esse si trovavano due Alae militarie di cavalleria e in questa zona del campo si trovavano anche l’ospedale (Valetudinarium), la clinica veterinaria (Veterinarium) e l’officina per la costruzione e riparazione delle armi (Fabrica). Nei latera praetorii era collocato il Praetorium con i padiglioni destinati all’alloggio dell’Imperatore o del Comandante in Capo e al Quartier Generale (Principia, da cui il nome della via Principalis). All’ingresso del Praetorium si trovava l’Auguratorium, dove il Comandante in n. 1/2016

Sopra Ricostruzione della vita in un Contubernium e relativa pianta quotata in centimetri, da Giuseppe Cascarino, “Castra. Campi e fortezze dell’Esercito romano”, 2007 Sotto Schema generale del campo di epoca imperiale descritto nel "De Munitionibus Castrorum", tratto da Giuseppe Cascarino, “Castra. Campi e fortezze dell’Esercito romano”, 2007

Capo celebrava le cerimonie religiose, e il Tribunal, piattaforma rialzata dalla quale venivano indirizzati i discorsi ai soldati. Attorno al Praetorium era prevista una fascia di sicurezza presidiata da un Corpo di Guardia; vicino a tale area si trovavano gli ambienti destinati al Prefet-

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to e agli eventuali accompagnatori dell’Imperatore o del Comandante. Su entrambi i lati del Praetorium erano disposte due Coorti Pretorie; a seguire si disponevano sul lato sinistro i cavalieri della scorta personale dell’Imperatore e sul lato destro la cavalleria pretoriana. La retentura era la zona in cui si trovava il Quaestorium, edificio in cui venivano ospitati gli ambasciatori e gli ostaggi e in cui veniva custodito il bottino, oltre al materiale necessario per le esigenze dell’Esercito. Vicino al Quaestorium erano collocate le guardie incaricate di vigilare sulla sicurezza del Praetorium. Alle estemità della via Praetoria si aprivano la Porta Praetoria e la Porta Decumana; la via Principalis terminava invece con le porte Principalis dextra e Principalis sinistra. La Praetoria era la porta principale del Castro, conduceva direttamente al Praetorium e doveva essere orientata in direzione del nemico. Con il termine Porta Decumana si indicava invece la porta collocata nella parte posteriore del campo; veniva eretta preferibilmente nel punto più elevato dell’accampamento ed era, inoltre, il varco da cui venivano fatti uscire i soldati che avevano subito una condanna. Le Portae Principalis, dextra e sinistra, consentivano un rapido dispiegamento dei reparti per attaccare il nemico che si trovava nella direzione della Porta Praetoria. Le condizioni fisiche del luogo, l’esigenza di assicurare l’approvvigionamento di viveri e la necessità di garantire un’idonea viabilità delle truppe potevano però portare a non seguire in maniera pedissequa la struttura indicata per la costruzione dell’accampamento. LA POSIZIONE INCERTA DELLA PORTA PRAETORIA NEL CASTRO PRETORIO Nel caso dei Castra Praetoria non è semplice identificare la struttura originaria e quindi l’ubicazione delle porte lungo il perimetro murario. Delle quattro porte originariamente presenti, solamente due sono, seppur murate, attualmente visibili: la porta che si apriva sul versante orientale e quella del lato settentrionale. Degli altri due accessi, invece, non si ha alcuna traccia. Il muro occidentale (nell’attuale viale Castro Pretorio), come abbiamo visto, venne abbattuto a scopo cautelativo da Costantino mentre del lato meridionale non si hanno notizie in quanto una serie di restauri, a partire dall’Alto Medioevo, ha cancellato la leggibilità dei resti originali del Castro. L’assenza di due delle porte e di altri elementi che possano aiutare a determinare quale fosse la zona del Praetorium, hanno portato nel tempo alla formulazione di diverse teo92

A sinistra Rilievo della Porta Settentrionale del Castro Pretorio Sotto Ipotesi ricostruttiva della Porta in epoca tiberiana A destra Tessere di mosaico nero nel piano di copertura dei contubernia

rie sull’individuazione della Porta Praetoria e delle altre tre porte, ma nessuna delle ipotesi finora proposte è stata ancora confermata. Non sussistendo a oggi elementi sufficienti per poter avvalorare con certezza la tesi di uno studioso piuttosto che di un altro, nel seguito di quest’articolo le due porte oggi visibili verranno indicate sulla base della loro collocazione rispetto ai quattro punti cardinali: la porta ubicata sul lato Nord del Castro verrà denominata porta settentrionale, quella ubicata sul lato Est verrà invece chiamata porta orientale. DESCRIZIONE DELLE PORTE SETTENTRIONALE ED ORIENTALE DEI CASTRA PRAETORIA Le porte settentrionale e orientale sono oggi molto diverse da come dovevano apparire al tempo di Tiberio; il loro aspetto attuale, infatti, è il risultato di numerose opere di tamponatura, sopraelevazione e restauro avvenute in epoche diverse. I saggi effettuati dalla Sovrintendenza Archeologica di Roma nel 1960, uniti all’ipotesi ricostruttiva avanzata dall’archeologo Ian Archi-

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bald Richmond nel 1927, hanno permesso di delineare forma e dimensioni delle porte tiberiane. Asportando parte della tamponatura successiva su entrambe le porte, sono stati messi in luce: parte dei pilastri e dell’arco in sesquipedali (laterizi delle dimensioni di un piede e mezzo, cm 45 ca.), oltre ai due paracarri in travertino nella porta settentrionale. Le porte tiberiane erano costituite da un grande arco poggiato su alti pilastri con basi e capitelli realizzati con mattoni sagomati. La porta orientale presenta lo stesso schema costruttivo e le medesime dimensioni della porta settentrionale ma l’individuazione degli elementi sopra descritti è qui di difficile riconoscimento. Durante l’occupazione dell’area del Castro Pretorio da parte degli Zuavi pontifici, la porta orientale venne sopraelevata per la realizzazione di alcuni edifici, poi in parte rimossi. RITROVAMENTI Nel tempo al Castro Pretorio sono stati effettuati diversi scavi archeologici che hanno portato alla luce piccole ma significative scoperte. Gli scavi effettuati nel 1741 e nel 1862 rivelarono condutture d’acqua con i nomi di Imperatori del II e del III secolo d.C.. Le indagini dell’archeologo Rodolfo Lanciani nel 1873 fecero emergere i muri di alcuni Contubernia lungo il lato occidentale del Castro e una serie di edifici a due piani con scale interne, nella zona corrispondente al centro dell’attuale viale Castro Pretorio. Nel 1888 vennero ritrovati un’Ara dedicata alla Fortuna e i tracciati di numerose strade interne ed esterne all’accampamento, tra cui una via interna che seguiva l’intero perimetro murario. Tra il 1960 e il 1966, gli scavi per la Biblioteca Nazionale evidenziarono, nel quadrante Sud-Est del Castro, la presenza di otto grandi di edifici, difi i lunghi l hi m 76,65 6 6 e larl ghi 12, formati da una serie di camere contigue e conservate per la maggior parte solo in fondazione. I resti di due grandi edifici vennero rinvenuti tra il 1983 e il 1985 durante i lavori per la realizzazione della stazione “Castro Pretorio” della metropolitana. CONCLUSIONI L’abbattimento del muro occidentale da parte di Costantino pose fine alla presenza dei Pretoriani al Castro Pretorio ma, dopo un periodo di abbandono, quest’area riprenderà nuovamente la sua originaria vocazione ospitando gli Zuavi pontifici prima, e l’Esercito Italiano poi. *Dottoressa in Architettura BIBLIOGRAFIA Giuseppe Cascarino, “Castra. Campi e fortezze dell’Esercito romano”, Il Cerchio, Rimini, 2007, pp. 37-114. Giuseppe Cascarino, “L’esercito romano. Armamento e organizzazione”, Il Cerchio, n. 1/2016

Rimini, 2008, pp. 243-250. Luciana Cassaneli, Gabriella Delfini, Daniela Fonti, “Le mura di Roma: l’architettura militare nella storia urbana”, Bulzoni Editore, Roma, 1974, pp. 34-41. Lucos Cozza, “Mura di Roma dalla Porta Nomentana alla Porta Tiburtina”, L’Erma di Bretschneider, Roma, 1998, pp. 7-93. Laura De Carlo, Paola Quattrini, “Le mura di Roma tra realtà e immagine”, Newton & Compton Editori, Roma, 1995, p. 335. Lucio De Giovanni, “Istituzioni, scienza giuridica, codici nel mondo tardoantico: alle radici di una nuova storia”, L’erma di Bretschneider, Roma, 2007, p. 47. Giuseppe Gatti (a cura di), “Notizie de-

gli scavi di antichità”, Roma, 1888, pp. 390-391. Giuseppe Marchetti-Longhi, Castra Praetoria, in “Capitolium” XI, Roma, 1935, pp. 181-200. Simona Morretta, Roma. Indagini archeologiche nell’area dei Castra Praetoria (angolo sudovest), in “The Journal of Fasti Online”, Associazione Internazionale di Archeologia Classica, Roma, 2007, pp. 1-11. Ian Archibald Richmond, The relation of Praetorian Camp to Aurelian’s Wall in Rome, in “Papers of the British School at Rome”, Vol. 10, Roma, 1927. Eva Margareta Steinby (a cura di), “Lexicon Topographicum Urbis Romae”, Roma, 1993 Vol. 1 a-c, pp. 251-254. Giovanni Zanghieri, “Castro Pretorio: Fucina e tomba del Romano Impero”, Istituto Storico dell’Arma del Genio, Roma, 1948, pp. 5-65.

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di Flavio Russo*

llii studi studi matematici matematici e le le inveninvenzioni meccaniche di Erone sono ancora oggi ampiamente presenti nel nostro contesto scientifico-tecnico, a partire dalla nota formula trigonometrica per la trilaterazione agli attuatori dei cancelli meccanizzati, dal distributore automatico di bevande al contachilometri sul cruscotto, per citare solo i più utilizzati. Difficile inquadrare cronologicamente la sua esistenza e soltanto di recente si è concluso, in base alla descrizione di un’eclissi lunare da lui fatta, che visse nel primo secolo d.C., all’interno dell’ImpeModello in grandezza naturale di una cheiroballistra ricoro romano. Assurdo, pertanto, imstruita dall’autore per la Torre Medievale di Telese Terme maginare che un cervello del genere restasse avulso dal settore militare, in quello scorcio storico impegnato nel suo più poderoso sforzo di aggregazione territoriale. Del resto pu- Il testo è in greco e già dal nome re la sua cheiroballistra suggerisce una coincidente datazione essendo tan- dato all’arma traspare la sua connoto diversa dalla catapulta (denominazione che all’epoca designava una sor- tazione peculiare: la miniaturizzaziota di balestra) descritta da Vitruvio poco meno di un secolo prima, che diffi- ne della più poderosa artiglieria nevrobalistica dell’antichità, più nota cilmente sarebbe sfuggita alla sua menzione qualora anteriore. Ribattezzata in latino manuballista si differenziò perciò anche figuratamente come balista palintona, diversa per dalla più antica, peraltro utilizzata già da oltre due secoli, e nota per la sua architettura e per modalità di lancio somiglianza formale e letalità funzionale col soprannome di “scorpione”. La dalla tradizionale eutitona affine alnuova arma andava reputata, invece, una sorta di balista in miniatura o più l’anzidetta catapulta. esattamente una balista manesca, una lancia-dardi di ridotto ingombro ma A fugare qualsiasi residuo dubbio al di straordinarie prestazioni, conservando della più antica soltanto il proietto. riguardo, rendendo esplicita e chiara Ovvio concludere che l’invenzione di Erone subito si impose nell’armamen- l’esposizione, contribuiscono i disegni to delle legioni, giustificando per la sua riscontrata validità il meticoloso trat- dell’intera componentistica, redatti, la tato che il grande scienziato le dedicò, fortunosamente pervenutoci, sebbe- prima volta nella Storia, in assonomene in parte mutilo, in appena quattro copie, disperse in varie biblioteche eu- tria esplosa e debitamente quotata. ropee, delle quali la più nota è il Codex Parisinus Inter Supplementa Greca L’accennata mutilazione, identica nei 607, presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, manoscritto che contiene pu- quattro codici, ne certifica la comune origine di copie altomedievali, eseguire, ai fogli 56r e 58v, le raffigurazioni delle componenti dell’arma. te te perciò in qualche Abbazia da miti monaci mo amanuensi, ignoranti di greco e di d armamenti, che sicuramente non ebbero eb il minimo sentore della cosa a cui cu si riferissero quei disegni, che aggr graziarono con degli sgargianti colori, e quelle lettere che con pazienza cop piarono. Difficile immaginare, infatti, c identificandoli per quel che erano che n li avrebbero distrutti! non A Assodato che l’arma di Erone restav pur sempre una lancia-dardi, perva Alcuni reperti in ferro del II-III sec. a.C.: il supché definì balista, sia pure a mano, porto per matasse appartiene ad una cheirobaluna macchina che invece scagliava listra mentre la barra arcuata ad una balista palle di pietra? In cosa consisteva 94 94

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allora la sua somiglianza con quella poderosa macchina di ben maggiori dimensioni? La spiegazione, confermata proprio dai grafici, non riguardava il congegno di accumulo e di restituzione energetica, sempre lo stesso da oltre tre secoli, basato sulla torsione di matasse nervine, ma sulla disposizione delle leve che ne trasmettevano la fulminea rotazione alla corda arciera, che a sua volta la cedeva come violenta accelerazione al dardo. Che il propulsore dell’arma gestisse energie molto maggiori, sebbene fosse meno ingombrante e pesante, lo testimonia il suo massiccio telaio di ferro, di gran lunga più robusto di quello solito in legno rivestito di lamine metalliche. Come precisato, e diverse fonti ne danno contezza a partire dal III-II Ricostruzione virtuale, parzialmente scomposta per secolo a.C., le baliste contemplavafavorirne la lettura, della cheiroballistra di Erone no, a parità di matasse nervine, due o diverse modalità di funzionamento con altrettante potenze di lancio. È noto a quanti giocano a tennis, che un colpo si può assestare di dritto o di un elemento che viene ricordato con rovescio, come del resto pure uno schiaffo, con esiti ben diversi. Anche i la caratteristica forma di luna credue bracci delle baliste potevano girare in un verso o nell’altro. Nel primo, scente, quasi certamente un calciodetto eutitone cioè a tensione corretta, erano rivolti all’indietro, simili ai corni lo anatomico da spalla, mentre un dell’arco, capaci perciò di un’escursione angolare fra la posizione di riposo incavo lasciato in basso in corrie quella di massima tensione di circa 50°. Nel secondo, invece, i bracci a ri- spondenza dell’estremità anteriore poso stavano protesi in avanti, all’inverso, da cui il nome di palintone cioè a del regolo maggiore fungeva da alloggiamento per una sorta di bipetensione inversa, disposizione che consentiva un’escursione di oltre 120°. Ora, essendo l’energia elastica accumulata nelle matasse proporzionale al- de, estraibile in fase di tiro, non pola loro rotazione, è facile comprendere che nella configurazione palintona tendosi mantenere a lungo in puntefosse quasi tripla di quella eutitona. Occorreva però una robustezza struttu- ria una arma certamente individuarale in nessun modo compatibile con le piccole catapulte, se non dotandole le, ma pesante una ventina di Kg! di un telaio di ferro. Soluzione che Erone escogitò e realizzò, portandone la A bloccare la corda provvedeva un gittata dai circa 200 m degli scorpioni ai circa 400 m della manuballista. Dif- arpione basculante a due rebbi, ferenza tattica rilevantissima, che rese l’arma realmente campale e indivi- pressato sul canale di lancio meduale. A voler fare un paragone con ambito automobilistico, l’invenzione di diante una levetta mobile, posta sotErone non fu analoga a quella del motore Diesel, ma a quella della sua mi- to la sua coda e sporgente lateralmente al fusto. Ruotandola con la niaturizzazione per l’istallazione sulle autovetture di piccolissima cilindrata! Va ancora osservato che l’avvento della lancia-dardi di Erone comportò mano si liberava l’arpione che subila mutazione della denominazione della catapulta che divenne dapprima to si sollevava per la trazione della cheiroballistra, poi solo balistra e infine balestra, relegando la definizio- corda che, scattando a sua volta, ne di catapulta a un epigono dell’onagro, una balista a braccio unico dal scagliava il dardo posto sul canale fra i rebbi. Era in sostanza un dispotiro molto arcuato, quasi un antesignano mortaio. Il testo del codice inizia fornendo le connotazioni e le dimensioni dei regoli sitivo simile a una mezza molletta di legno che formano il fusto dell’arma, le sue uniche componenti di leRicostruzione virtuale del tegno. Il maggiore è fisso mentre il milaio in ferro esploso di una nore vi scorre sopra, mediante un cheiroballistra incastro longitudinale a coda di rondine. La differenza di larghezza dei regoli si deve attribuire a una coppia di cremagliere a denti di sega poste lungo i fianchi del fisso, per assicurare l’arresto di sicurezza del mobile, non trovandosi alcun accenno nel testo né comparendo nei grafici arpionismi di sorta. In coda al regolo maggiore, appena dietro l’alloggiamento del verricello, stava applicato n. 1/2016

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po tanegashima. Anche la costruzione dei castelli subì notevoli modifiche in conseguenza dell’ingresso dei cannoni nel Paese. Dove prima veniva usato solo il legno, ora le opere fortificate vennero ampliate e rese sempre più robuste usando la pietra. I castelli passarono da semplici luoghi per il controllo del territorio a scopi militari a veri centri amministrativi, sede principale dei daimyo, a simboli della loro grandezza e da molti di essi si svilupparono in se-oguito le grandi città del Paese. Novo bunaga fu l’iniziatore di un nuovo mstile di fortezza che ebbe il suo simgli bolo nel castello di Azuchi che egli go fece costruire sulla riva sud del lago a Biwa, poco a est di Kyoto. Da una ya-delle alture della zona, il Momoyama, adibita alla costruzione di un al-erio otro castello, prese così nome il perion il grande riunificatore. do omonimo che iniziò proprio con d fuoco f bb anche h l’ingresso l’i d l crii Contemporaneamente alle armi da sii ebbe del stianesimo. Nel 1549 giunse a Kagoshima Francesco Saverio (1506-1552), che in appena un anno e mezzo di apostolato riuscì, alla sua partenza, a lasciare 3.000 convertiti. I decenni seguenti furono di grande soddisfazione per i padri gesuificoltà più ti prima e per i vari ordini che seguirono come i francescani. La difficoltà e grossa tuttavia rimase la grande distanza da percorrere a dall’Europa (in media ci volevano 2-3 anni di viaggio) e la odifferenza linguistica, oltre al fatto che la cultura giappoinese era molto evoluta e azioni di conquista coloniale ditti retta erano impensabili. Viceversa i daimyo, primo fra tutti sproprio Nobunaga, si resero conto di quanto potesse esesere utile “usare” la nuova religione per combattere il secolare problema del buddhismo militante. In molti casi si aebbero delle conversioni ad alto livello, come fu per la faomiglia Otomo, del nord di Kyushu. Anche nell’area di Kyoel to, che nel frattempo Nobunaga aveva occupato nel 1568, si assistette alla diffusione del nuovo credo e moltiti a padri gesuiti fecero da tramite tra l’occidente cristiano e la cultura che andavano imparando con fatica e dedizione. Il e nome più celebre rimarrà in questo senso quello del padre el visitatore Alessandro Valignano (1539-1606), i cui frutti del lungo apostolato sono ancora visibili oggi in oriente (2).

Sopra Giappone centrale 1582 (da Turnbull S., Nagashino 1575) Sotto Le battaglie di Kawanakajima (Turnbull S., Le battaglie dei samurai)

LA TIGRE DEL KAI ED IL DRAGO DI ECHIGO Tra le varie minacce che impedivano a Nobunaga di e realizzare i suoi piani c’era quella rappresentata da due e daimyo che in quei decenni si erano affermati sempre e: più nell’est, dimostrandosi degli strateghi di prim’ordine: Takeda Shingen e Uesugi Kenshin. Per sua fortuna i a due erano divenuti acerrimi rivali. La zona di disputa tra i due era la più grande delle province, lo Shinano che si trova nelle cosiddette Alpi giapponesi, una terra ricca di emontagne ma anche di fertili vallate. Proprio una di queste divenne teatro di ben cinque scontri tra i due rivalili onell’arco di 11 anni, tra il 1553 ed il 1564, ma il più famoaso è quello noto come la Quarta Battaglia di Kawanakajima del 1561. 98

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Kawanakajima significa letteralmente “l’isola tra i due fiumi”, a indicare una zona pianeggiante al cui interno è posta la piana di Hachimanbara, “la piana del Dio della Guerra”, delimitata dai due fiumi Saigawa a nord e Chikumagawa a sud ed est. A nord del Saigawa si è sviluppata la città di Nagano, allora territorio Uesugi: a sudest si trovano ancora oggi i pochi resti del castello di Kaizu che era la porta d’accesso alle terre dei Takeda. Nel 1561 Kenshin decise di arrivare allo scontro risolutivo e pose l’assedio a Kaizu, disponendo nel contempo il suo quartier generale con il grosso dell’armata sul vicino Saijoyama, poco più a ovest, cercando così di attirare Shingen in una trappola. In quegli anni i Takeda avevano un abilissimo gun-bugyo, un “Commissario dell’Esercito”, che svolgeva l’incarico di stratega: Yamamoto Kansuke (?1561). Questi, dopo essere stato assunto su raccomandazione di un altro Generale Takeda, Itagaki Nobutaka (?-1548), aveva fatto una rapidissima carriera in seno allo staff dei cosiddetti “24 Generali” di Shingen. Ricevuta la notizia dell’attacco di Kenshin, Kansuke concepì un piano che venne chiamato “Operazione Picchio”, con riferimento al modo in cui questo uccello induce il verme ad uscire dall’albero picchiando sulla corteccia. In pratica anche l’armata Takeda avrebbe dovuto dividersi in due, una volta arrivata in zona, con la prima che avrebbe in silenzio scalato il Saijoyama; attaccando dall’alto avrebbe indotto Kenshin a scendere nella pianura sottostante di Hachiman, passando il Chikumagawa, e finendo sull’altra tenaglia dei Takeda che l’avrebbe aspettato per riceverlo, prendendo gli Uesugi così tra due fronti ed annientandoli. La notte tra il 17 e il 18 ottobre, com-

plice la nebbia che di solito in quella stagione grava tra i monti in Giappone, i 12.000 uomini della forza “picchio” iniziarono in silenzio a scalare il lato sud del Saijoyama, mentre Shingen con i suoi 8.000 si dispose nella piana sottostante con i suoi assumendo la formazione a kakuyoku, “ala di gru”, uno schieramento che presenta il vantaggio di poter passare rapidamente dalla disposizione difensiva a quella offensiva. Quando gli uomini sul Saijoyama giunsero in prossimità del campo Uesugi trovarono ad attenderli una sorpresa: il nemico era scomparso e quasi nello stesso tempo iniziarono a sentire nella piana sottostante un crescente urlare e suoni di combattimenti. Kenshin non era caduto nella trappola: aveva capito le intenzioni del nemico ed in silenzio aveva messo in marcia la sua armata di circa 13.000 m uomini, lasciandone indietro 1.000 a u difendere il guado del Chikumagawa d e 2.000 i carriaggi. Egli adottò uno schieramento a kuruma gakari, “attacco rotante”. Questa formazione presenta il grande vantaggio di alternare continuamente i propri reparti sulla fronte d’attacco, per avere sempre uomini freschi e creare un punto di rottura nello schieramento nemico; l’unico problema è che l’operazione di sganciamento deve essere effettuata da uomini molto addestrati. All’improvviso l’armata Takeda venne attaccata dai reparti di testa avversari. I combattimenti divennero subito furiosi, mentre la nebbia rendeva ancora più drammatica la situazione. A un dato momento lo stesso Shingen si trovò in pericolo. Era seduto all’interno del suo honjin, il quartier generale separato dalle truppe dal maku, la tenda che veniva alzata su tre lati, quando gli si parò di fronte un samurai a cavallo con indosso un kesa, un cappuccio da monaco: la tradizione vuole che fosse Kenshin in persona. Questi lo attaccò calandogli in rapida successione dieci fendenti. Shingen aveva in mano il gumbai uchiwa, il ventaglio da guerra con cui il Generale dava gli ordini ai vari reparti, e non ebbe perciò il tempo nemmeno di A sinistra La Quarta Battaglia di Kawanakajima 1561 (Turnbull S., Samurai Sourcebook)

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estrarre la spada. Parò i colpi ricevendone tre sull’armatura e sette sul ventaglio, prima che finalmente una delle sue guardie, tale Hara Osumi-no-kami, riuscisse a intervenire in sua difesa munito di lancia. Colpì Kenshin, ma la lancia fu deviata dalla sua armatura e finì sul dorso del cavallo che scartò indietreggiando. Per fortuna questo bastò perché finalmente intervennero altre guardie del corpo e il cavaliere dovette ritirarsi. La battaglia proseguì con una ferocia inaudita. Visto il fallimento del suo piano, Yamamoto Kansuke si era lanciato in mezzo alla mischia finché, coperto di ferite, si ritirò in una macchia e fece seppuku. Ad un certo punto alle spalle degli Uesugi si udirono le urla delle altre truppe Takeda che, calandosi di corsa dal Saijoyama, stavano attaccando i 1.000 uomini lasciati da Kenshin a guardia del guado e giungevano a dare man forte a Shingen. Il piano di Kansuke stava finalmente entrando in funzione e quella che poteva diventare una sconfitta si trasformò in una vittoria. Gli Uesugi dovettero infine ritirarsi, ma gli esausti Takeda dovettero rinunciare a distruggerli. La Quarta Battaglia di Kawanakajima era terminata. Contate le perdite risultò che i Takeda avevano subito il 62% contro il 72% degli Uesugi. Questa vittoria di Pirro non solo provocò seri problemi per anni ai due clan, ma influì indirettamente in modo positivo sulle attività anche degli altri. I due daimyo si sarebbero scontrati ancora una quinta volta, ma evitarono uno scontro diretto: entrambi erano perfettamente consci delle capacità dell’avversario e d’ora in avanti si concentrarono in altre direzioni per espandere i loro domini. L’ASCESA DEI TOKUGAWA Nobunaga seppe ottenere una serie pressoché continua di successi che resero sempre più vasti il suo dominio e i suoi poteri. Dalla sua base in Owari si spinse nella vicina provincia di Mino dove riuscì a conquistare nel 1564 il centro principale del clan Saito, il castello di Inabayama che era considerato imprendibile, grazie soprattutto all’abilità di un nuovo subalterno. Era un semplice ed ambizioso figlio di contadini di nome Kinoshita Tokichiro, ma di lì a pochi anni sarebbe divenuto famoso come il secondo grande riunificatore Toyotomi Hideyoshi (1536-1598) (3). L’anno successivo Nobunaga spostò la sua capitale proprio lì ribattezzandola Gifu. Questa espansione lo portò in contrasto successivamente con un altro grande daimyo dell’Omi, la provincia che collegava il Mino con lo Yamashiro dove si trova Kyoto. Asakura Yoshikage (1533-1573), il cui castello era ad Ichijo-ga-dani, seppe creare negli anni successivi non pochi problemi agli Oda, soprattutto quando, dopo che Nobunaga ebbe occupato Kyoto nel 1568, si offrì come nuovo sostenitore degli Ashikaga, arrivando addirittura a proporre un’alleanza al cognato di Nobunaga, Asai Nagamasa (1545-1573). Questi ne aveva ricevuto in moglie la sorella minore O-ichi, la quale a sua volta ebbe un figlio e tre figlie le quali divennero in seguito molto importanti per i destini del Paese (4). Asai preferì schierarsi insieme ad Asakura, dimostrando una volta ancora quanto poco in realtà valessero questi legami di parentela acquisiti nel grande gioco per la conquista dello shogunato. Il momento decisivo giunse nel 1570 sulle rive del fiume Anegawa che alimenta a nordest il lago Biwa. Questa battaglia si dimostrò decisiva come vittoria per Nobunaga che poté consolidare le sue posizioni intorno a Kyoto, anche se ci vollero ancora tre anni prima che egli riuscisse a conquistare le capitali degli Asakura e degli Asai. Una volta ancora assistiamo ad un quadro tragico: mentre Asai Nagamasa si suicidava nel suo castello di Odani in 100

fiamme, la moglie ed i figli, dopo un ultimo sguardo ad esso, venivano condotti in salvo nel campo di Nobunaga che era stato la rovina di quella casata. Chi diede un valido contributo all’ennesimo trionfo degli Oda sul fiume Anegawa fu Tokugawa Ieyasu che al momento opportuno riuscì a spezzare la resistenza del nemico sul suo fianco destro. In quegli anni il suo feudo si era notevolmente ingrandito grazie ad un sistema efficiente di governo civile e militare che era stato forgiato durante i lunghi anni di vassallaggio cui Ieyasu era stato sottoposto dagli Imagawa. Le cronache narrano un famoso aneddoto. I samurai del suo feudo erano divenuti talmente poveri sotto i loro dominatori che un giorno, mentre il giovane Ieyasu percorreva una risaia, intravvide uno di essi che lavorava nel fango come un umile contadino; questi cercò di nascondersi, ma Ieyasu lo rassicurò ricordandogli il famoso proverbio “cresciuto in

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povertà, invecchiato in ricchezza”. Si dice che in seguito egli abbia emesso una regola che consigliava che tutti i suoi samurai, mariti e mogli, dovessero imparare un mestiere pratico per garantirsi un buon sostentamento, sia pure anche attraverso attività contadine od artigianali. La vera fortuna di Ieyasu fu che egli crebbe insieme ad una serie di giovani vassalli che poi negli anni divennero tutti suoi Generali e consiglieri. Nomi come Honda Tadakatsu (1548-1610), Sakakibara Yasumasa (1548-1606) ed Ii Naomasa (1561-1602), il celebre comandante dei “Diavoli Rossi”, si ritroveranno successivamente su tutti i campi di battaglia che portarono al trionfo finale dei Tokugawa. La minaccia più grande che Ieyasu dovette affrontare fu proprio Takeda Shingen. Negli anni successivi a Kawanakajima questi iniziò una politica di espansione verso sud che gli permettesse di raggiungere la riva dell’oceano, aumentando così i suoi commerci, e che gli desse delle salde posizioni per spingersi verso Kyoto lungo la Tokaido. Dato che i suoi limiti di parentela verso gli Imagawa si erano oramai ridotti, decise anch’egli di attaccarli ed alla fine raggiunse il successo, occupando il Suruga ed incuneandosi tra gli Hojo a est, contro cui non smise quasi mai di combattere in quegli anni, e le province dei Tokugawa ad ovest. Se ora voleva puntare su Kyoto ed aspirare allo shogunato la mossa seguente sarebbe stata una serie di attacchi contro i forti di Ieyasu, godendo del gran vantaggio che ogni volta che fosse calato dai suoi feudi montani a nord si sarebbe trovato a combattere nelle zone pianeggianti lungo le quali si snodava proprio la Tokaido. Fu così che nel tardo autunno del 1572, mentre Nobunaga era ancora impegnato a battersi ad occidente, Shingen iniziò una campagna che lo portò molto vicino ed unico tra tutti alla quasi totale distruzione dei Tokugawa ed alla morte di Ieyasu stesso. Messa in campo un’armata di ben 35.000 uomini puntò decisamente a sud verso la capitale di Ieyasu, il castello di Hamamatsu nel Totomi. Leyasu lo affrontò coraggiosamente sui campi innevati di Mikata-ga-hara, poco a nord del castello, con 11.000 guerrieri, 8.000 suoi e 3.000 giunti di rinforzo da Nobunaga. Per i Tokugawa fu un vero disastro. Vi fu un momento in cui Ieyasu, preso dalla disperazione,

pensò di lanciarsi in mezzo alla mischia e questo quasi certamente lo avrebbe portato alla morte, ma per fortuna i suoi vassalli lo indussero a ritirarsi. Al suo posto si scagliò in avanti Natsume Jirozaemon Yoshinobu (?-1572), il custode del castello, gridando a voce alta: “sono io Ieyasu!” e sacrificando la sua vita. A sinistra La quarta battaglia di Kawanakajima, sono ritratti: 1) Takeda Shingen (1521-73) 2) Uesugi Kenshin (1530-78) (da Turnbull S., Samurai Commanders (1) 940-1576) Sotto La battaglia di Mikata-ga-hara, 1572, sono ritratti: 1) Sakai Tadatsugu 2) Un Tamburo dei Samurai 3) Un assistente di Tadatsugu (da Bryant A. J., Samurai 15501600)

Come in un film Ieyasu si ritirò al suo castello, mentre i superstiti rientravano alla spicciolata. Conscio che tutto era perduto perché non c’erano forze sufficienti per guarnire le difese, tentò un’ultima carta: ordinò di lasciare aperto il portone mentre un samurai, Sakai Tadatsugu

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(1527-1596), saliva sulla vicina torre a battere a tutta forza un grande tamburo taiko per richiamare tutti i dispersi; dopodiché Ieyasu stanco cenò e si coricò, incurante di quel che poteva succedere. Incredibilmente il tranello funzionò. Quando l’avanguardia dei Takeda arrivò davanti al castello, i Generali che la guidavano credettero in un’imboscata. Era già buio e la battaglia era stata un trionfo. Si preferì accampare l’esercito per la notte nella vicina località di Saigagake, in attesa delle luci dell’alba per attaccare poi senza problemi. Durante la notte due uomini di Ieyasu, Okubo Tadayo ed Amano Yasukage, che erano pratici dei luoghi, decisero di fare un’imboscata agli uomini di Shingen. Radunati 16 teppo e 100 guerrieri si avvicinarono al campo nemico e lo attaccarono suscitando confusione. Si fecero inseguire apposta verso un altro luogo dove ancora oggi c’è un burrone profondo 30 metri e qui riuscirono a farvi precipitare molti avversari (5). Fu una vera carneficina se a distanza di tempo si creò la leggenda secondo cui si udivano i lamenti dei morti insepolti che terrorizzavano di notte la gente della zona. Per placare i fantasmi inquieti Ieyasu fece persino erigere nel 1574 un tempio espiatorio, esistente ancora oggi, che venne chiamato Soen-do, dal nome del monaco Soen che venne incaricato di pregare per le anime dei defunti. In ogni caso i Takeda preferirono non rischiare e Shingen fece levare il campo e si ritirò nel Kai, con l’intenzione di rinnovare la campagna l’anno dopo. Quando ritornò la bella stagione si mosse di nuovo e questa volta si pose ad assediare lo strategico castello di Noda nel Mikawa. Conquistarlo in pratica avrebbe voluto dire quasi spezzare in due i territori Tokugawa, ma la guarnigione resistette duramente. Dopo un po’ si riuscì a tagliarle il rifornimento idrico e a questo punto i difensori avrebbero dovuto cedere. C’era tra di loro un guerriero molto abile con il flauto che suonava ogni sera. La cosa aveva attirato l’attenzione degli assedianti al punto tale che lo stesso Shingen volle andare a sentire, per vedere se il morale dei nemici finalmente sarebbe crollato. La storia vuole che un archibugiere di Noda si accorse di questo e, sia pur al buio, tirò una fucilata che ferì mortalmente Shingen. Un’altra storia vuole che egli poco prima di morire fece promettere al suo erede Katsuyori (1546-1582) e ai suoi Generali di tenere nascosta la sua morte per almeno tre anni. Nel 1575, appena due anni dopo la morte di Shingen, Katsuyori guidò di nuovo un’armata d’invasione, questa volta contro il castello di Nagashino, un altro punto chiave delle difese del Mikawa.

gawa erano impegnati a combattere sui loro confini occidentali. Mentre Nobunaga stava sostenendo lo scontro finale con gli Asakura e gli Asai, Ieyasu doveva appoggiarlo nella annosa lotta contro gli Ikko ikki. In particolare si deve ricordare che già nel 1571 gli sohei dell’Enryakuji del monte Hiei erano stati distrutti e, nonostante la lotta contro l’Ishiyama Honganji non si potesse dire ancora conclusa, c’era un altro obiettivo da conquistare più vicino che aveva già creato non pochi problemi: il centro di Nagashima che si trovava proprio nell’Ise, vicino alla zona meridionale dell’Owari di Nobunaga. Lo stesso Ieyasu aveva corso il rischio di morire per alcuni colpi di archibugio che gli Ikko ikki gli avevano sparato nella seconda battaglia di Azukizaka nel 1564. Takeda Katsuyori preferì cogliere l’occasione di poter attaccare i due grandi rivali del suo clan e decise già nel 1574 di rinnovare l’attacco sul Mikawa, spingendosi sino al castello di Takatenjin che riuscì a conquistare. Nella primavera del 1575 Katsuyori

NAGASHINO 1575 Come ha brillantemente sintetizzato il dr. Stephen Turnbull, la battaglia di Nagashino è significativa in due sensi: sia considerandola dalla parte di chi ha vinto, sia da quella di chi ha perso si hanno degli elementi di profondo significato per la storia del Giappone. Questo vale non solo rispondendo alla classica domanda: “che cosa sarebbe successo se...?”; il fatto è che sul campo di Shitarabara, vicino al castello di Nagashino che ha dato il nome allo scontro, quel 28 giugno 1575 si raggiunse un nuovo livello dell’arte del combattere dei samurai che in modo sintetico è stato magnificamente dipinto da Akira Kurosawa nel celebre film Kagemusha. Anche se la battaglia non fu combattuta in quel modo, i punti essenziali vi sono focalizzati alla perfezione. La morte di Takeda Shingen, sebbene fosse stata un durissimo colpo per il comando del clan, pose un problema ben più arduo. In quel momento sia gli Oda che i Toku-

A destra La battaglia di Nagashino, 1575 (da Turnbull S., Samurai Armies 1467-1649)

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decise di ritentare il colpo e calò verso sud con l’intenzione di prendere addirittura il castello di Okazaki, che era stato la capitale di Ieyasu prima che questi la spostasse a est ad Hamamatsu. Il tentativo, che si basava sulla corruzione di un vassallo, fu scoperto e fallì, così Katsuyori si diresse a sudest per prendere il castello di Yoshida. Questo si trovava in posizione strategica lungo la Tokaido ed era già stato assediato durante la campagna di Mikata-gahara del 1572. Questa volta Ieyasu aveva rinforzato la guarnigione di 1.000 uomini guidata dal celebre Sakai Tadatsugu con altri 5.000. Nonostante Katsuyori disponesse di 15.000 guerrieri, non riuscì a venire a capo delle difese e dovette anche qui rinunciare. Tuttavia, per non rendere vana tutta la campagna, decise di puntare a nordest verso un altro obiettivo: il castello di Nagashino. Questo forte si trovava in una posizione strategica ben difendibile perché era eretto su uno sperone sotto cui confluivano due fiumi, con il vantaggio quindi di presentare solo un lato, quello nord, disponibile ad un assalto. Conquistarlo dunque avrebbe dato un contributo ulteriore all’annosa lotta per scardinare i sistemi difensivi dei Tokugawa. L’assedio al castello iniziò il 16 giugno, ma anche qui gli appena 500 guerrieri guidati da Okudaira Sadamasa (1555-1615), riuscirono a resistere, arrivando persino a mandare un messaggero di nome Torii Suneemon (?-1575) a chiamare rinforzi. La storia si fa più drammatica perché egli riuscì nell’intento e cercò di ritornare al castello per dar fiducia ai difensori, ma i Takeda, che sembra si fossero accorti della sua fuga e avessero steso nel frattempo molti fili con sopra legate delle campanelle, lo catturarono nel punto in cui prevedevano che lui ripassasse. Gli promisero salva la vita se avesse gridato alla guarnigione che aveva fallito la sua missione, ma quando venne portato a tiro di voce dal castello lui urlò ai suoi che i rinforzi erano in arrivo ed immediatamente venne ucciso. Nonostante ciò rimane una nota positiva: uno dei samurai Takeda fu talmente impressionato dal suo gesto che decise di divenire suo fratello di sangue e di crearsi un nuovo stendardo con dipinto Torii Suneemon messo in croce legato; copia di questo stendardo fa ancora oggi bella mostra di sé nel museo del castello. I giorni passarono e finalmente i rinforzi tanto attesi giunsero. Era un’enorme armata di più di 30.000 guerrieri guidata da Oda Nobunaga, rinforzati da altri 8.000 con Tokugawa Ieyasu, e si accamparono a ovest di Nagashino, all’estremità della piana di Shitarabara. L’armata Takeda da sempre era stata nota in tutto il Paese perché disponeva di una potentissima cavalleria. Nobunaga fece costruire un’opportuna palizzata dietro la quale poter ricevere le cariche avversarie e sfruttando al massimo così quella che era la specialità per cui stava divenendo noto il suo esercito: disponeva di ampi reparti di ashigaru muniti di lance più lunghe rispetto a ogni altro clan. L’elemento risolutivo però fu un altro. Normalmente le armate combattevano con grossi reparti divisi tra i vari clan e al loro interno secondo le specialità. La maggiore caratteristica era la ricerca di una buona struttura di comando e controllo, garantita sia dagli schieramenti che, come abbiamo visto, avevano nomi poetici come kakuyoku, “ala di gru”, o più espliciti come hoshi, “punta di freccia”, sia dalla facilità di individuazione degli uomini. Di solito si facevano indossare loro armature con gli stessi colori (6), cui veniva applicata sulla schiena una bandierina nota come sashimono, che portava il mon, il simbolo del clan. Il film di Kurosawa tende ad enfatizzare gli elementi risolutivi della battaglia, ma ne trascura altri. Il terreno di Shitarabara non è pianeggiante, ma reso vario dalle ondulazioni e dai ruscelli che lo attraversano da nord a sud, dato che a settentrione vi sono numerose colline. Nobunaga basava la sua forza sul disporre del doppio degli uomini, ma per maggior sicurezza adottò quella che può considerarsi una novità: fece schierare dietro la palizzata 3.000 teppo disposti su più file in modo da spezzare ancora di più l’impeto della cavalleria Takeda. Se a questo si aggiunge l’uso delle lance degli ashigaru lunghe sei metri, viene spontanea un’associazione di idee con i metodi in uso a quel tempo in Europa, ma ciò che desta maggiore perplessità è il perché Katsuyori decise di rimanere ad attaccare anche se aveva metà degli uomini. Sembra una giustificazione alla sua condotta il fatto che in quelle ore aveva piovuto molto, il che, se associato alla possibilità che le micce degli archibugi non funzionassero e all’effetto devastante che poteva avere una carica massiccia di cavalleria, potrebbe aver indotto Katsuyori a tentare “il tutto per tutto” piuttosto che ritirarsi prudentemente come aveva fatto suo padre tre anni prima a Mikan. 1/2016

ta-ga-hara. La mattina del 28 giugno i Takeda attaccarono su un fronte di più di 2 chilometri. Nobunaga riuscì a sconfiggerli sfruttando tre elementi: i 3.000 teppo schierati dietro la palizzata, le asperità del terreno e la sua superiorità numerica. In particolare sul suo fianco nord aveva disposto diversi contingenti tra i quali tra l’altro spiccava uno dei suoi più valenti Generali, il futuro Toyotomi Hideyoshi. Costoro, attirati in profondità diversi reparti nemici, riuscirono ad avvolgerli sui fianchi smorzandone le cariche, e riducendo di fatto la forza della cavalleria Takeda. Nonostante la risolutezza dei “24 Generali” dopo poche ore 10.000 uomini giacevano sul terreno, pari al 67% dell’armata Takeda, e su 97 comandanti 54 erano morti e 2 feriti, mentre 8 dei 24 Generali erano caduti. Questo non portò alla fine immediata del clan; ci sarebbero voluti ancora sette anni prima che Ieyasu e i Generali degli Oda riuscissero a conquistare tutte le terre dei Takeda, ma Nagashino significò, almeno per il momento, la completa stabilizzazione del fianco orientale di Nobunaga e la possibilità per i due vincitori di avviare quella riunificazione che tanto avevano sognato. *Docente universitario NOTE (1) Va sottolineato che già in precedenza erano giunti dal continente dei modelli di archibugi cinesi che tuttavia erano di qualità inferiore a quelli europei. (2) Ancora oggi per esempio a Taiwan si trova un istituto creato dal padre visitatore. (3) Il nome Toyotomi, “Ministro Munifico”, venne adottato in realtà nel 1585. In precedenza Hideyoshi aveva assunto il nome di Hashiba. (4) La più importante fu Yodogimi, nota anche come Yodo-dono, “la Lady di Yodo”, che divenne concubina di Toyotomi Hideyoshi e diede alla luce il suo erede Hideyori. (5) Sembra che Okubo avesse applicato addirittura delle tecniche di ninjutsu, l’arte di mascheramento dei ninja, creando un finto ponte ricoperto di stracci. (6) Il metodo di dividere i reparti “per colori” era già in uso in Cina presso i T’ang (618-907).

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UNA FAMIGLIA CON LE SPALLE LARGHE di Enrica Macci*

DISAGI DI UNA MISSIONE “Perché tu, ci sono molti altri! ...Sei già andato una volta, mentre altri no!!!”. È arrivata la chiamata per un dispiegamento operativo all’estero. Inizia un periodo di tensione crescente. Vietato parlare della missione, chissà quali reazioni emotive potrebbe generare! Poi, una o due settimane prima, tensioni, proteste, rabbia esplodono. I nervi sono a fior di pelle, ma la famiglia fa comunque i preparativi per il dispiegamento. Pochi giorni alla partenza: l’imminente separazione spaventa. Inizierà un periodo in cui una comunicazione vera e diretta sarà molto difficile, nonostante i moderni mezzi di comunicazione. Si parte. Ora, per chi resta a casa, tutte le tensioni saranno rimpiazzate dalla tristezza e dallo smarrimento. Disturbi del sonno, dell’alimentazione, periodi di pianto, sono dietro l’angolo. Più a rischio le persone di età compresa tra i 25 e 30 anni; i bambini di età inferiore ai 7-8 anni; relazioni della durata inferiore ai 5 anni; chi è al secondo o terzo dispiegamento operativo. Avere figli, o non, giocherà un ruolo chiave nel riadattamento durante questo periodo di instabilità emotiva. Sono trascorse le prime settimane. La tristezza lentamente si allontana, e viene sostituita da uno stato di relativa calma e fiducia in una gestione di vita che procede giorno per giorno. La famiglia si trova in un nuovo equilibrio: si vivrà “alla giornata”. Incollati al televisore, per chi resta a casa, perché non si sa sempre esattamente dove è dislocato il militare in missione, e perché la comunicazione non è sempre buona. L’umore tende a oscillare rapidamente e si vive, convive, con la paura quotidiana di ricevere o sentire alla TV una brutta notizia. Poche settimane alla fine del dispiegamento. Iperattività, tensione e anche disperazione emergono di nuovo tra i membri della famiglia, mentre ci si prepara per il ritorno a casa. Paure e speranze sono forti, come pure le aspettative contrastanti che si mescolano: ricongiungimento contro cambiamento, realizzazione contro delusione (il militare che rientra è diverso). 104

Ritorno dal dispiegamento operativo. La possibilità di aver potuto fare un defaticamento o non (come descritto nel numero 01/2015 di “Rivista Militare”, pag. 99), prima di rientrare a casa cambierà molte cose. La mancanza di tempo per elaborare le proprie emozioni e tutto ciò che è accaduto durante la missione fa emergere nei veterani un senso di alienazione da se stessi e dalle proprie famiglie. Gli altri (inclusi i familiari) vengono considerati incapaci di capire che cosa è stato vissuto. Emerge una necessità di allontanamento dalla famiglia, perché si preferisce rimanere più tempo nel gruppo dei veterani con cui si è stati insieme in missione. Un defaticamento prima del rientro in famiglia, invece, permetterebbe la piena condivisione dell’esperienza del dispiegamento ed eviterebbe ulteriori tensioni in questa fase molto delicata, in cui la famiglia cerca di diventare nuovamente un nucleo familiare. Vanno rinegoziati i vecchi ruoli (quale era il livello preesistente di coppia e di funzionamento familiare? Come Rivista Militare


Tab. 1 COMPORTAMENTI NEL DISPIEGAMENTO E CONSEGUENZE IN FAMIGLIA COMPORTAMENTI

CONSEGUENZE A CASA E NELLE RELAZIONI

Amici (coesione) contro Ritiro

I legami costruiti in combattimento portano ad alienarsi dalla famiglia e preferire di trascorrere più tempo con i colleghi del dispiegamento

Responsabilità contro Controllo

La responsabilità della propria arma e dell’equipaggiamento porta al bisogno di controllare l’accesso alle proprie cose e all’irritabilità verso i membri della famiglia se le toccano

Aggressività mirata contro Aggressività Inappropriata

L'utilizzo di rabbia e aggressività, efficaci e necessari in combattimento, porta a comportamenti inappropriati di rabbia/ostilità anche una volta tornati a casa

Consapevolezza contro Ipervigilanza

Un alto grado di consapevolezza della situazione porta ad aumentare i livelli di vigilanza (alte risposte di allarme), non solo in missione ma anche in casa

Armato letalmente contro “Bloccato e Caricato” a casa

La necessità di avere sempre con sé un’arma per la sopravvivenza in combattimento porta a sentire di averne bisogno quotidianamente anche una volta tornati a casa

Controllo Emotivo contro Rabbia/Distacco

Mantenere un controllo sulle proprie emozioni diventa una seconda natura anche quando si torna a casa e questo può essere interpretato come indifferenza da parte del partner

Sicurezza Operativa in Missione contro Segretezza Responsabilità Individuale contro Colpa

Guida non-Difensiva (combattimento) contro Guida Aggressiva Disciplina e Ordini contro Conflitto

Mantenere segreti in guerra può portare a non raccontare nulla (alcune cose possono essere dette) di dove si è stati e dei dettagli legati al dispiegamento Il senso di colpa per essere sopravvissuto ad un episodio in combattimento può portare all’idea che il partner proprio non possa capire L’abilità di una guida imprevedibile in combattimento per sopravvivenza diventa pericolosa se prosegue tornando a casa, come ad es. non fermarsi agli stop, cambiare improvvisamente e repentinamente corsia, etc. Dare ed eseguire ordini in ambito militare porta a rigidità e conflitto con il partner/figli

glie sono invitate a svolgere è quello di contenere lo stress che il militare ha accumulato prima e durante il dispiegamento. La famiglia diventa una valvola di sfogo fondamentale e un importantissimo punto di riferimento per mantenere l’efficienza operativa del militare in missione: “In verità, o signori, la posta è il più gran dono che la Patria possa fare ai combattenti: perché in quel fascio di lettere che giunge ogni giorno fino alle trincee più avanzate, la Patria appare ai soldati non più come una idealità impersonale ed astratta, ma come una lontana moltitudine di anime care e di noti volti, in mezzo alla quale ciascuno riconosce un bene che è solamente suo, uno sguardo che soltanto per lui riluce, una voce che per lui solo canta” (P. Calamandrei, “Zona di guerra. Lettere, scritti e discorsi 1915 – 1924”). In precedenza (numero 04/2014 di “Rivista Militare”, pag. 28), è stato approfondito come possa essere migliorata l’efficienza del soldato, attraverso una serie di interventi psicosociali nelle varie fasi del dispiegamento. Il sostegno alle famiglie e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sono tra questi ed appaiono fondamentali per far sì che le famiglie dei militari non crollino sotto il peso della pressione esercitata dal parente in missione. Lo stress vissuto da una famiglia durante questo periodo è stato collocato al terzo posto nella lista degli eventi familiari più stressanti, dopo la morte del partner o il divorzio. Opinione pubblica sfavorevole e scarso sostegno creano un clima insostenibile per molte famiglie che, non sopportando gli oneri che l’avere un militare in casa richiede, si vedono costrette a separarsi (non a caso, il tasso di divorzi tra i membri delle Forze Armate in Italia ha indici altissimi rispetto a quello delle altre

sarà ora?); fornite delle risposte alle variazioni reciproche; ricostruiti rapporti e legami genitori-figli; ristabilita la propria intimità e il clima familiare. Intorpidimento emotivo, incomprensione per la forte attrazione esercitata dai colleghi di destino (che erano insieme in missione), importanti eventi di relazione durante il dispiegamento (infedeltà, crisi finanziarie), riadattamento di comportamenti coerenti per il contesto missione ma non per quello familiare, eventuali lesioni fisiche, grado delle lesioni e riabilitazione per il rientro in servizio, sono molti dei problemi da affrontare (tabella 1). Dopo circa 6-12 settimane la famiglia riprende a funzionare, ma con dei nuovi confini. Attraverso questo processo di ri-conoscimento alcuni trovano anche un modo per migliorare e approfondire il loro rapporto. Capiscono che l’opportunità di una separazione a lungo termine offre la possibilità ai diversi membri della famiglia di migliorare la qualità della loro vita e del loro rapporto, ma non è sempre così. L’instabilità emotiva e la mancanza di serenità familiare sono capaci di creare un pericoloso tunnel di negatività che si ripercuote sul rendimento del militare stesso. Maggiore sarà il supporto offerto al soldato da parte del Comando, famiglia, vicini, colleghi, comunità, migliore sarà la prestazione nel successivo dispiegamento. Ma per rendere possibile questo sostegno è necessario che anche le famiglie dei militari vengano aiutate. La stretta correlazione tra famiglia ed efficienza nelle Forze Armate è stata notata già a partire dalla metà degli anni ’60, dando inizio ai primi proTIPI DI SOSTEGNO SOCIALE getti di aiuto per coloro che all’interno del nucleo familiare avevano un membro che prestava servizio nelle Forze Armate. Si notò subito un miglioramento delle prestazioni e una maggiore dedizione alle attività da svolgere. Le famiglie, d’altro canto, si vedevano maggiormente tutelate e riscontravano una maggior attenzione del partner alla vita familiare. In particolare, il compito che le famin. 1/2016

Tab. 2

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Nazioni). Affrontare il problema di queste famiglie e delle loro esigenze non vuol dire dover accantonare la problematica di altre famiglie in difficoltà, ma vuol dire accertarsi che in un Paese democratico come l’Italia non esistano cittadini con diritti diversi in base al lavoro che qualcuno di loro ha scelto di fare. Ma il sostegno ad una famiglia militare come dovrebbe essere organizzato in modo che sia efficiente ed efficace? Attualmente, sono stati individuati quattro tipi di sostegno sociale che presentano livelli di efficacia diversi e variabili in base ai problemi che è necessario affrontare, alle caratteristiche dei nuclei familiari coinvolti e al contesto sociale in cui questi vivono (tabella 2). Una possibilità è quella di rivolgersi a degli specialisti, come ad esempio legali, medici, psicologi, ecc. (supporto individualistico/dipendente/professionalizzato, tabella 2). Il vantaggio di rivolgersi privatamente a un supporto professionale è duplice: primo, i professionisti hanno delle specializzazioni che permettono di dare un aiuto adeguato alle esigenze delle persone; secondo, il segreto professionale garantisce un rapporto di piena fiducia. Lo svantaggio è che si rischia di diventare dipendenti dai professionisti ai quali ci si rivolge, perché si rimane isolati dalle altre famiglie militari o dagli amici, e quindi non ci sono altre persone a cui si può chiedere aiuto. Inoltre, i professionisti, da esterni, non potrebbero risolvere, ad esempio, un conflitto tra l’organizzazione militare e la famiglia militare. Ricordiamo come queste due istituzioni siano totalizzanti e tra loro concorrenti. Entrambe per sopravvivere hanno bisogno della completa dedizione e abnegazione di coloro che ne fanno parte. Progetti di integrazione tra le due istituzioni sarebbero di enorme aiuto per il militare e la propria famiglia. Quando esistente, ci si può rivolgere al supporto fornito dall’istituzione militare (comunitario/dipendente/istituzionalizzato, tabella 2). Il vantaggio/svantaggio è che questo tipo di sostegno ha efficacia solo se l’altro membro della famiglia ne accetta il carattere istituzionale, ossia di un’organizzazione che rimane di carattere gerarchico. Altro svantaggio è che in questo caso le famiglie militari rimangono isolate dalla società civile. 106

Un altro tipo di aiuto può provenire dalle relazioni basate su conoscenze private (individualistico/indipendente/relazioni di scambio, tabella 2), oppure sul principio di reciprocità tra più famiglie (comunitario/indipendente/reciprocità generalizzata, tabella 2). Trovarsi spesso nella stessa situazione permette a due famiglie di darsi supporto in modo vicendevole. Tutti i tipi di sostegno sono possibili contemporaneamente. Questo significa che l’istituzione militare dovrebbe agevolare tutti i tipi di relazioni di supporto, offrendo un sostegno diretto alle famiglie militari, e indiretto creando un dialogo aperto volto all’integrazione con associazioni civili che si occupano di offrire una rete di aiuto. Questo, in precedenza, è già accaduto. Ricordiamo come, nella Prima guerra mondiale, l’allora Ministero della Guerra riconobbe e approvò l’Ufficio Notizie, istituito dalla Contessa Lina Bianconcini Cavazza (circolare n. 471 del “Giornale Militare” del 18 giugno 1915). Con i suoi 8.400 uffici diffusi in tutta Italia e il lavoro di 25.000 volontari (per la maggior parte donne), permise alle famiglie dei soldati impegnati al fronte di ricevere notizie sui loro cari e divenne un importante punto di riferimento anche per lo stesso Ministero. L’opera dell’Ufficio Notizie si inserì nel complesso di attività che formarono il cosiddetto fronte interno,

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concetto che si sviluppò nel corso della Prima guerra mondiale: chi non era al fronte a combattere doveva essere pronto a sostenere la guerra attraverso altre attivitĂ . Dopo l’11 settembre, le modalitĂ di conflitto sono cambiate (le guerre sono in posti lontani, sconosciuti e confinati solo nelle notizie del TG), come pure l’opinione pubblica. Il pensiero che molti hanno dei militari e delle loro famiglie è: “se la sono andata a cercare!â€?, “sapevano a cosa andavano incontro!â€?. CosĂŹ, la famiglia del militare rimane isolata, senza l’importante sostegno sociale. * Dottore in Neuroscienze Cognitive Dip. Neurologia e Psichiatria UniversitĂ â€œSapienzaâ€? Roma BIBLIOGRAFIA

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