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MUTAMENTI STORICO-SOCIALI E ATTUALIA’ DEI VALORI

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t !l.Z'RIVIITA IIW..ITAAE Direttore responsabile: Giovanni Cerbo

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Supplemento al n. 4199 della Rlvlsta MUltare


TAVOLA ROTONDA

••Mutamenti storico-sociali e attualità dei valori''


incontro di studi, promosso dalla «Rivista Militare», si è svolto presso la Scuola di Guerra il 17 marzo 1999. Sono stati presi in esame SETTE valori ritenuti peculiari per la fonnazione del militare. Ha fatto da cornice un parterre d'eccezione: i frequentatori del 125° Corso SM (2" sessione) e quelli del Corso pre-ISSMI, i rappresentanti degli istituti di formazione dell'Esercito. È intervenuto il Capo di Stato Maggiore dell'Ese rcito, Ten. Gen. Francesco CERVONI.


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benvenuti/e

a cura del Ten. Generale carlo OACO, Ispettore delle Scuole

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a cura del Colonnello Giovanni CERBO, Direttore della Rivista Militare

ignor Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Signor Ispettore delle Scuole, Signori Ufficiali, buongiorno e benvenuti a questo incontro. Prima di tutto, come sempre, un vivo ringra- · zi amento al padrone di casa, Maggior Generale Carlo Mittoni, per averci dato così premurosa ospitalità, e poi al ColonnelJo Vincenzo Ricotta nonché al Capitano Raffaele Schena, che hanno collaborato con me per gli aspetti organizzativi. Solo per chi non riesce a portare il conto, voglio dire che siamo ormai al sesto appuntamento, dopo le Tavole Rotonde svolte

S

presso la Biblioteca Militare Centrale di Palazzo Esercito, presso questa Scuola di Guerra lo scorso anno, presso la Scuola di Applicazione, l'Accademia Militare e il 235° Reggimento Addestramento Volontari. Nelle precedenti edizioni abbiamo sviluppato tematiche riflettenti il ruolo del militare nella società, la motivazione, la professionalità e la cultura, soffermandoci con particolare incisività sulle problematiche delle aspettative dei giovani e dei loro bisogni di progettualità, per tentare di coglierne le attese e ]e istanze di futuro e di cambiamento. Poi, abbiamo deciso di

voltare pagina per confrontarci con una materia nuova e complessa che costituisce un po' il nocciolo duro della ragione stessa della nostra vita di cittadini e di soldati. Mi permetta di_ricordare, Signor Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, che da una conversazione telefonica di alcuni mesi fa nella quale Lei sottolineava i contenuti di importanti riflessioni con i Suoi colleghi, in occasione di incontri bilaterali, circa le difficoltà per tutti gli eserciti di scoprire la costellazione dei valori di riferimento per le giovani generazioni, è nato lo stimolo e il proposito di svolgere uno speciale incontro di studi dedicato al tema dei valori, che noi poi abbiamo sintetizzato con questa titolazione: «Mutamenti storico-sociali e attualità dei valori». Incoraggiati da Lli\a tale autorevole proposizione, abbiamo cominciato a lavorare ad un piano di ricerca: • per tentare di comprendere le ragioni di que~ sta sorta di "gioioso individualismo" che caratte1izza la nostra epoca, nel quale


tutte le nostre preferenze, anche quelle più bizzarre, vengono spesso asstmte come i valori fondanti della vita; • per cercare di capire in che modo e in quale misura l'offerta di simboli pret à porter di uno sfrenato edonismo sociale sia capace di disturbare i bisogni degli uomini, e soprattutto dei giovani, di disporre di un complesso di valori condivisi e duraturi; • per scoprire, per ciò che ci riguarda, quali sono quelle qualità e proprietà di comportamenti che appartengono al linguaggio morale condiviso; • e, infine, per tentare forse l'operazione più ambiziosa: comunicare alla società civile la nostra idea di valori, ossia quei principi archetipali che gli uomini con le stellette sentono in qualche modo irrinunciabili e vogliono che siano ac.cettati dal comune sentire della gente. E lungo questo percorso di riflessioni, sotto la direzione del Prof. Crescenze Fiore - la cui amicizia ci lusinga al pari di come ci stimolano la sua dottrina e il suo sapere accademico - un gruppo di lavoro ha cominciato a spigolare qua e là nella letteratura sociologica degU

ultimi decenni, provando a disegnare un quadro di riferimento dello stato dell'arte per quanto riguarda lo studio dei valori in Italia. Ne è derivato un modesto rapporto di ricerca, frutto di un'analisi storiografica della complessa dottrina dei valori. Un documento che ovviamente non è considerato da noi un punto di arrivo, ma solo una tappa faticosa di un lungo percorso che

tocca il futuro nostro e della nostra Istituzione. Questo rapporto, Signor Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, desideriamo consegnarlo ufficialmente a Lei, sottoperlo alla Sua valutazione, ben sapendo che potremo contare sui Suoi fecondi suggerimenti, per condurre lo studio verso approfondimenti dedicati più specificamente all'ambito militare e per curarne poi la versione in lingua inglese, affinché il lavoro

possa essere finalizzato alJe attività del Suo alto Ufficio in ambito internazionale. n documento viene consegnato a VS. dal mio Capo Reparto. Questo- ci creda sinceri, Signor Generale -non è il mero assolvimento di un obbligo gerarchico, ma il desiderio awertito da tutti di dare una vivida testimonianza della vigile e premurosa attenzione, del sostegno e dell'incoraggiamento che il Capo Reparto Affari Generali mai ci ha fatto mancare nello sviluppo di questi incontri di studio di cui - mi piace sottolinearlo -egli è stato il primo ispiratore. Solo a beneficio di pochi - poiché Io scorso 5 marzo il Prof. Fiore, il sottoscritto e il Cap. Ferraro abbiamo dato un primo inquadramento operativo a tutti i frequentatori, consegnando loro una breve sintesi del rapporto di ricerca e precostituendo, con l'aiuto prezioso del Direttore del Corso e del Corpo Accademico, gruppi seminariali spontanei passo ad illustrare l'articolazione di questa giornata di studi e a descrivere la composizione del Tavolo. li titolo della Tavola Rotonda lo leggete sul


tabelJone che avete di fronte. Una materia complessa e intrigante, che si scontra con concetti carichi di grande tradizione speculativa. Per evidenti ragioni di cruarezza, semplificazione ed economicità, non potevamo non delimitare il nostro campo d'azione. Perciò abbiamo ravvisato di mettere in campo e sottoporre al vaglio della vostra riflessione soltanto sette valori che ci sono sembrati peculiari per la formazione del militare, con riferimento alla sua deontologia professionale. Si tratta di sette "nozioni costruttive" che passo ad elencarvi: Fedeltà, Impegno, Coraggio, Altruismo, Onore, Disciplina, Autorità/Autorevolezza. Abbiamo ovviamente ripartito i compiti e sono pronti al nastro di partenza i componenti di questo Tavolo di formidabili opinionisti: • il Sen.Gen. Umberto Cappuzzo, già Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, già Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, già Capo della Delegazione

Italiana ai negoziati MBFR con rango di Ambasciatore e Senatore della Repubblica, il quale sarà chiamato a sviluppare il concetto di "Autorità/Autorevolezza" e poi, come sempre, a disimpegnare il difficile ruolo di notista e commentatore della "partita"; • il Prof. Lucio Caracciolo, Direltore della Rivista geo-politica "LIMES" ed editmialista

del"Corriere della Sera", al quale è affidato il compito di illustrare il valore "Fedeltà"; • il Prof. Flavio Russo, illustre storico, apprezzato scrittore e collaboratore di Ufficio Storico e di Rivista Militare, il quale si soffermerà sul valore "Onore"; • iJ Dott. Danilo Moriero, giornalista professionista, Direttore della Rivista "ANCI" e affermato collaboratore della Rivista Militare, il quale espliciterà il valore "Altruismo";

• il Cap. Claudio Ferraro, in servizio presso la Scuola Trasporti e Materiali dell'Esercito, già presentato ~ questa platea in occasione delJ'incontro del 5 marzo, iJ quale svilupperà iJ valore "Disciplina"; • il Cap. Med. Michele Saracco, specializzato in psicruab;a, che gioca in casa in quanto frequentatore del Corso di SM, il quale ci intratterrà sul valore "Impegno"; • ed infine, per sottolinearne il ruolo di regista come accade nei titoli di testa e di coda di un film, il Prof. Crescenze Fiore, Ordinario di Antropologia Culturale e di Storia delle ReHgioni Orientali, Presidente dell1stituto Universitario "CLùture e Società", Rettore Magnifico dell'Università del Cinema, Direttore dell'Istituto "Ricerche e Società", il quale, oltre che svolgere il ruolo di seducente e affascinante moderatorè della Tavola Rotonda, ci darà pensieri dotti e speculativi sul valore "Coraggio". E, poi, una piccola chicca: a comando del moderatore, spegneremo le luci e proietteremo sullo schem10 un videoclip di breve durata, curato dal Dott. Moriero, compren-


dente una serie di interviste-flash ad illustd opinionisti di diversa collocazione culturale suJ tema dei valori oggi in discussione. Leggerete inollre, sempre sullo schermo, alcuni breyi epigramm i cd espressioni dida caliche, arricchiti da una interessante iconografia, clìe fanno da prologo discorsivo di ciascun valore preso in esame. Ma non finisce qui. Tutta la parte scientifica della giornata, sostenuta dagli esiti della ricerca e dai contributi che scaturiranno dal dibattito, formerà oggetto di una edizione speciale della Rivista

nel diritto di ciascuno di perseguire il proptio destino etico senza controlli sociali e intelletluali. È vero sì che il mondo sociale, per tenersi in piedi, ha bisogno di solidarietà e vincoli fraterni. Ma sappiamo bene che questi sentimenti possono diventare pericolosi quando se ne impadroruscono movimenti religiosi, sette esoteriche c organizzazioni criminali, o quando vengono

M\\\tare , ch e sarà d\Cfusa

presso tutti gli Istituti di formazione, gli Enti e le Unità della Forza Armata. Pdma di dare fuoco alle polveri, consentite a me di fare alcune riOessioru di studio con un approccio un po' più generale, olistico, come si dice in filosofia, rispetto a quello alomistico dei singoli relatori. Vi prego di seguirmi in questo ragionamento. Richiamandoci a quel concetto di "gioioso individualismo" di cui si parlava, io credo che la morale degli uomini non consiste

vissuti in maniera troppo individualistica. All'interno di questi movimenti si sviluppano certamente sentimenti di identificazione, di simpatia e di affetto nei confronti dei propri simili che condividono quella esperienza comurutaria. I membri si presentano però come individui autonomi capaci di realizzare esclusivamente i valori di quella comunità, all'interno della quale si amministra la giustizia, si pratica

il senso dell'onore, si osservano i valori della lealtà, dell'impegno, della fedeltà, della disciplina e del coraggio. Ma sono individui questi che operano al di fuori di ogru schema sociale, facendo saltare la logica dei valori che noi vogliamo perseguire, creando cosl una distanza eccessiva tra i piaceri e i bisogni del singolo e le esigenze della collettività generale. · E allora - io ritengo non bisogna c hiudere gli occhi di fronte al dominio dei valori tout court, ma bisogna piuttosto avere il coraggio di esaminarli a ll a luce di quel vero e proprio tribunale della ragione costituito dal bene comune. Insomma, i valori per diventare pubblica virtù devono rientrare nel ciclo delle istituzioru e del dialogo democraUco: non è pensabile- come afferma Sebastiano Maffetlonec he il cittadino vada all'agorà allo stesso modo con cui il consumatore va al supermercato. L'uomo morale, dotato di una personalHà sana e creativa, si affaccia alla sfera pubblica pronto a recedere dalle sue convinzioru etiche in nome di quelle degli altri, sicuro di


realizzare in questo modo un fondamentale valore comune. La grande scommessa, allora, risiede proprio nel tentativo di fornire una teoria costruttiva in cui l'individualismo non implichi l'impossibilità di una idea di bene comune. Voglio darvi un esempio che mi sembra molto pertinente. Se io guido l'automobile scorrettamente, posso trame dei vantaggi in termini di tempo, ma non è più così se tutti guidano scorrettamente; lo stesso se io non pago le tasse, oppure vado a caccia in territori proibiti. E, dunque, qual è in realtà il vero significato di valore? n valore è- dice sempre Maffettone - una sorta di semaforo, che mette d'accordo, in base a un compromesso, la fretta mia con quella dell'altro. O, fu or di metafora, mette in sistema tanti interessi egoistici potenzialmente conflittuali. Quale, allora, la conclusione? Pur aprendo ad ogni dubbio la tesi che esistano valori morali eterni e immutabili -poiché anch'essi cambiano nel tempo sotto il peso dei mutamenti storico-sociali

(pensiamo alle diverse categmie di senso dell'onore: l'onore del samurai, l'onore del mafioso, l'onore che ispira il delitto passionale; pensiamo al valore "famiglia", ormai quasi tollerato nella formula monocellulare; pensiamo al concetto di autorità, non più inteso come espressione di potere ma quale capacità di operare in spirito di servizio a favore degli altri; pensia-

mo al valore "disciplina", non più assoluta ma consapevole e partecipativa) se non ci sono, come dicevo, valori morali perenni e immutabili, è vero però incontestabilmente che esistono per ogni epoca valori universalmente accettati dal comune sentire, perché ritenuti indispensabili allo sviluppo e al funzionamento del vivere sociale, siano essi ispirati dalla morale religiosa o da quella laica. Questi sono i valori

comuni, quelli che corrispondono al comune sentire della gente. Altra cosa invece sono i valori in comune , queUi cioè che me"ttono in un circuito di reciprocità soltanto un mondo di fatti legati ad un particolare gruppo sociale. Date queste premesse, ha poco senso, all_ora, interrogarsi sull'origine geografica di una pedagogia dei valori comuni. Che sia tedesca, americana o italiana, in fondo cambia poco: tutto si tiene e cade in base alla validità della teoria che lo sostiene. Le fondamenta appartengono alla filosofia dello spirito e non alle curiosità regionali. E, allora, noi compiremmo un'operazione inintelligente se volessimo assumere i valori "Fedeltà", "Impegno", "Onore", "Altruismo", "Coraggio", "Autorità" e "Disciplina" come valori militari, vissuti in comune, in modo autardlico e senza un legame stretto con i bisogni delle istituzioni liberali e democratiche. In tal caso anche noi finiremmo con il rinnegare le ineluttabili leggi della storia, presentandoci come individui di un corpo sepa-


rato. A tale riguardo, credo che non ci sia chi possa mettere in dubbio le gran·di con·elazioni esistite nel passato Lra questo sentimento elitario e la mancanza di consenso c di legittima?-ione da parte della pubblica opinione. lo credo, invece, che noi dobbiamo compiere l'operazione inversa. Owero partire dai valori comuni, che sono fonte di stabilità e di coesione sociale e che appartengono al bene sociale, per sostanziarli di tutta la forza della nostra cultura, delle nostre tradizioni e soprattutto del codice della militarità e della disciplina. E già, perché se noi esaminiamo singolarmente i sette valori in discussione, ci accorgiamo che ciascuno di essi, per il militare, si carica di un'etica superiore e di una responsabilità pesante. E sapete perché? Perché in una società in cui l'uomo agisce unicamente entro le variabili della propria esistenza, il militare è portato anche al sacrificio della sua vita per gli im pegni di fedeltà e di obbedienza agli ordini ricevuti, implicanti le coordinate della morte e il trasferimento su se stesso dei rischi della comunità nazionale.

E qui mi fermo, giovani Ufficiali. Mi resta solo l'obbligo di invitanri ad un ascolto attivo ed empatico, e di dirvi che noi oggi siamo venuti qui, come prima negli altri Istituti di formaz ione, enza indossare l'abito della supponenza inte1lettuale o della superbia filosofica, senza l'intenzione di fare esercizi di antropologia metafisica, ma armati soltanto della

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forza della nostra umiltà e della responsabile consapevolezza di provocare in voi piccole scosse elettriche, di lanciare schegge impazzite, di accendere in voi la passione dello studio e delle idee. E consentitem i ancora una volta di additare alla vostra attenzione- è troppo testimoniale per non farlo - quella bella terzina dantesca che vi ho citato qualche giorno fa. Ci riferiamo al canto xxn del Purgatorio. Dante e

Virgilio, lasciato il girone degli avari e dei prodighi, si dirigono verso quello dei lussuriosi. Qui il poeta latino Stazio, rivolgendosi al Maestro, gli dke: "Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé {a le persone dotte". Con questa terzina- è proprio vero, Prof. Fiore - rorse ci giochiamo tutto il nostro impegno e la nostra passione di educat'ori. Il nostro desiderio è che tutte le nostre energie, fatte prevalentemente di entusiasmo e di sollecitudine verso i giovani, possano servire ad alimentare i l lucignolo di una lanterna che anche noi, come Virgil io, vogliamo p ortare alle nostre spalle a beneficio di coloro che ci seguono, per illum inare la lunga strada che devono ancora percorrere. Una lanterna destinata a passare, come un testimone olimpico, nelle mani vostre, giovani Ufficiali, che siete chiamati a guidare oggi e domani gli uomin i che la Nazione vi affida. E proprio in questo ricambio d i energie e di volontà- io credo- risiede la grande e perenne speranza dell'umanità. O


ntrodmre il tema e i materiali di questo incontrodibattito è oggettivamente difficile. Lo è per tante buone ragioni, non ultimo la complessità dell'argomento preso in esame: il tema dei valori e della sua attualità. La prima cosa che vale la pena sottolineare è che lo sforzo prodotto per la preparazione di questo incontro è stato notevole e che, fin dal primo momento, non abbiamo pensato ad tm puro esercizio teorico,

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Tavola rotonda sul t"ma "MUTAMENTI STORICO -SOCIALI 1 AnUALnA' 011 VALORiu

bensì ad un concreto contributo di riflessioni che, a nostro giudizio, rivestono un carattere eminentemente pratico dalle concrete implicazioni. Di certo non ci siamo

nascosti le difficoltà, come pure non abbiamo cercato di evitare le questioni più "spinose",


perché abbiamo ritenuto più importante confrontarci apertamente con . l'argomento in questione piuttosto che aggirarlo e renderlo più semplice. Cosa significa questo sottolineare la complessità e la difficoltà? Significa, in ptimo luogo, evidenziare il carattere di contributo che ogni singola relazione vuole oftì.ire all'attenzione di tutti ed inolh·e significa che ognuno dei presenti è chiamato a confrontarsi responsabilmente e libe-

conseguentemente, ogni rillessione è aperta alla critica e all'atTicchimento prodotto dall'intervento di ognuno e dal dibattito in generale. Ragionare su cosa significa oggi fedeltà, coraggio, impegno, autorità, disciplina, onore e altruismo non è cosa di poco conto e, se anche ·i risultati dovessero essere modesti, potremmo comunque ritenerci socidisfatti per aver osato confrontarci con tali temi e per aver cercato di

passione del dibattito, dalla capacità eli lasciarsi coinvolgere e di affrontare apertamente le questioni poste SLÙ tappeto. In tal senso i relatori forniscono solo il punto di avvio della discussione: essi sono impegnati a tentare su ogni singolo valore una prima ricognizione problematica che non ha alcuna pretesa esaustiva e che, in molti casi, lascia aperte le domande e avanza qualche meritevole provocazione. Un metodo di lavoro che definirei socratico, se l'esempio non fosse troppo alto perle

Tuttavia, vale la pena tentare e

ramente all'interno di.questo dibattito. È evidente che nessuno pretende di possedere la C"~~~~ "verità rivelata" e,

cogliere il senso che questi valori rivestono in una vita pienamente e consapevolmente vissuta. Siamo anche convinti che la riuscita dell'impresa dipende in gran parte dalla

gioco merita questo nostro sforzo di comprensione. Non ci resta che entrare nel vivo di questa lunga giornata d'impegno e alla fine sapremo se la nostra fatica meritava d'essere compiuta. O


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retonca della fedeltà. Stando ad essa, è possibile determinare con obiettiva certezza se una persona - a maggior ragione un mili- - -- - - - - -- - tare- è o non è fedele. Il concetto assoluto di fedeltà può avere un intento pedagogico ed essere proposto in perfetta buona fede. Ciò malgrado, posto in questi termini esso non ha alcun fondamento etico e anzi presuppone una rinuncia alla responsabilità personale accettabile in un contesto autoritario ma non certo nel mondo disincantato in cui viviamo. La questione da porre non è dunque se si è o meno fedeli, ma a che cosa eventualmente lo si è. Si deve determinare l'oggetto della fedeltà. A quel punto sarà possibile discùtere sulla maggiore o minore fedeltà del soggetto. In altri termini, la fedeltà non è un dato di natura, non sta nei nostri cromosomi. È invece un dato della storia e del nostro modo di viverla. La stessa persona può essere fedele in un'occasione rispetto a un determinato oggetto, per · diventare subito dopo infedele. Per un cittadino che ha scelto il servizio militare, la fedeltà è anzitutto


fedeltà alla patria. Tale fedeltà non ha in sé nulla di monastico, di esclusivo. Come scriveva il grande storico francese Mare Bloch nella sua Strana disfatta (1940): "Non ho mai pensato che amare la patria impedisca di amare i propri figli; né riesco a vedere come l'internazionalismo spirituale o di classe sia inconciliabile col culto della patria. ( ... ) È un cuore ben povero quello a cui è vietato racchiudere più di un affetto". Sappiamo anche che la fedeltà alla patria non significa orientarsi solo su quello che si ritiene l'utile immediato che alla patria può venire da una nostra· scelta. Occorre tenere in considerazione altri fattori e altri orizzonti. Ad esempio, la fedeltà alla parola data, alle regole di compmiamento internazionale. Un tema antico quanto lo Stato. Già lo illustrava duemila anni fa Marco Tullio Cicerone nel «Dei doveri», a proposito del

dilemma fra fedeltà alla patria e fedeltà alla parola data: "Quando si tratta di lealtà, bisogna guardar sempre non alla lettera ma allo spirito della parola. Il più grande esempio di lealtà fu dato dai nostri padri, quando un disertore di Pirro offrì al senato

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di uccidere il re con il veleno. Il senato e Gaio Fabrizio consegnarono il disertore a Pirro. Così, neppure di un nemico potente e aggressore si approvò la morte, se questa doveva comportare un delitto". Se non vogliamo cade-

re prigionieri della retorica, se vogliamo fondare la fedeltà alla patria sull'etica della responsabilità individuale che è tipica di ogni democrazia, dobbiamo dunque ammettere che stiamo parlando di un atteggiamento, di un sentimento discusso e discutibile. La fedeltà è questione di punti di vista. Ciò che per me può essere un atto di cieca fedeltà, per altri può essere pura fellonia. La fedeltà non è quindi un dato di natura. È una scelta. Essa implica una consapevole assunzione di responsabilità, sacrifici, rinunce. Una scelta che non è data una volta per sempre, ma deve essere sempre quotidianamente rinnovata. Una scelta che può diventare drammatica quando le condizioni storiche lo richiedono. E un militare sa che prima o poi la sua scelta di fedeltà rischia di porsi in un contesto di gue1ra. Sarà questo il momento estremo, nel quale il valore della


fedeltà verrà messo alla prova di inappellabili scelte politiche ed esistenziali. Prendiamo alcuni esempi storici che possano illustrare l'ambiguità del concetto di fedeltà/tradimento, la sua diversa definizione a seconda dei punti di vista. Per restare alla storia moderna e contemporanea, limitiamoci a considerare tre casi legati alla seconda guerra mondiale. Il primo esempio ci riporta alla Francia del 1940 da cui proveniva la citata affermazione di Bloch. :Linvasione tedesca e la rotta dell'esercito francese di fronte alla Wehrmacht producono una lacerazione nel corpo della nazione. Due auto-. rità, quella della Repubblica di Vichy guidata dal maresciallo Pétain e quella della Francia Libera in esilio, sotto il comando carismatico del generale de Gaulle, si contendono il diritto di parlare in nome della patria. Pétain e de Gaulle incarnano due idee opposte della Francia. Reazionaria, clericale e assolutista quella del maresciallo, che invo-

ca la ragione di Stato per legittimare la sua scelta di compromissione con l'occupante germanico. Repubblicana e liberale è invece la Francia invocata da de Gaulle, cultore di una "certa idea della

riusciti a storicizzare Vichy dimostra quanto profonda sia stata la frattura fra due idee di patria in sé entrambe legittime e motiva bili. ·

Francia" fondata sulla grandew: È il contesto politico e strategico del momento che consente a de Gaulle di affermare la sua Francia - che deve però qualcosa, forse più di quanto non sia disposto ad ammettere il generale "ribelle", a Vichy e ai suoi compromessi con il nazismo che hanno comunque garantito una qualche continuità dello Stato. Il fatto che ancora oggi i francesi non siano

estremo è quello dei soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale, quando era chiaro, almeno a partire da Stalin'grado, che la partita era persa e che ogni giorno di guerra avrebbe portato lutti e sacrifici inutili alla patria. Il dilemma che si poneva allora al soldato tedesco era secco: restare fedele al giuramento al FUhrer Adolf Hitler o restare fedele alla Germania?

Un caso ancora più


Giacché le due fedeltà non coincidevano più, almeno per i più consape. voli patrioti tedeschi. Un dilemma particolarmente acutò per l'ufficialità di tradizione prussiana e di origine nobiliare, che aveva sempre più o meno mal tollerato "il caporale boemo" come capo supremo deJle Forze Armate. Essendone cordialmente ricambiata, poiché Hitler aveva dato dimostnizione di non fidarsi completamente dei vertici militari, cui preferiva le fide milizie delle SS. Il contrasto fra fedeltà al capo e fedeltà alla patria trova il suo sbocco drammatico nel fallito colpo di Stato del 20 luglio 1944. In esso, accanto a politici antinazisti di destra e di sinistra, ebbero gran parte ufficiali tedeschi di orientamento nazional-conservatore, _per i quali la folle guerra hitleriana avrebbe portato alla distruzione della Germania. Una delle figw·e più luminose di quella congiura era un giovane colonnello dello Stato Maggiore, il conte Claus von Stauffenberg. Fu lui a piazzare la bomba nella sala delle conferenze della baracca dello Stato Maggiore

della Wehrmacht, che avrebbe dovuto uccidere Hitler. Scioccato dalla viltà o dall'ottusità degli alti gradi delle Forze Armate, i quali lasciavano che si compisse la distruzione della patria in nome dei vaneggiamenti hitleriani, Stauffenberg si assunse la responsabilità personale di uccidere il tiranno: "Dal momento che i generali finora non hanno concluso nulla, ci si devono mettere i colonnelli!". Fatalità volle che uno zoccolo di quercia del tavolo delle riunioni salvasse il dittatore. Stauffenberg sarà fucilato poco dopo, insieme ai capi militari e politici della congiura. Egli era certamente venuto meno al giuramento di fedeltà al Fuhrer. Stauffenberg

"Colui che osa fare qualcosa, deve essere consapevole che passerà alla storia tedesca come un traditore. Ma se tralascia di compiere quel gesto, si sentirà un traditore verso la propria coscienza." Oggi la storia tedesca non solo non lo considera un traditore -per quanto tecnicamente egli abbia certamente tradito il suo massimo superiore - ma lo cita come un eroe della Resistenza, La fedeltà a un valore -la salvezza e la libertà della patria - fa aggio sulla fedeltà a un uomo, foss'anche in quel momento il capo supremo della nazione. Più bruciante e diretto è per noi il caso dell'8 set-

tembre 1943. Quello che lo stesso comandante in

ne era ben consapevole. capo americano Pochi giorni prima delEisenhower definirà "il l'attentato, aveva così più grande tradimento riassunto il suo dramma: della storia" e che ancora


oggi è oggetto di accese controversie storiografiche e politiche. Salvatore Satta, insigne giurista, parlerà di "morte della patria". Era come se l'inettitudine della monarchia e delle classi dirigenti, oltre che dei supremi comandi militari, avesse distrutto l'idea stessa di nazione italiana. Fu questo sentimento, insieme ad altre motivazioni, a spingere una parte degli italiani a continuare la lotta nella resistenza partigiana, nei reparti regolari che affiancarono gli alleati, o nella Repubblica sociale italiana. Modi contrapposti di restare fedeli alla propria idea di patria, da cui scaturirà la gu erra civile italiana che insaguinerà il paese tra l'ottobre del 1943 e l'aprile 1945, lasciando aperte ferite che solo recentemente hanno comincia to ad essere rim arginate. Forse nessun altro awenimento storico ha contribuito come 1'8 settembre alla triste leggenda che vuole l'italiano intrinsecamente "traditore" e inaffi dabile. Una leggenda che si è riverberata anche sulle Forze Armate italiane, trascurando quegli episodi di

valore e di coraggio che pure ne segnarono il percorso in quel tragico biennio '43-'45. Ancora oggi 1'8 settembre pesa sul prestigio internazio-

ne furono forse fedeli a i loro personali interessi, certo non a lla patria. Ancora oggi ne paghiamo le conseguenze. Eppure bggi non si

~11~~5t~~~~ può parlare di lesa Il Resistenza se si cerca di

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tenere in considerazione ) anche il punto di vista e le motivazioni dei vinti, degli italiani di Salò. Il che non significa·affermare che avessero ragione, che difendessero effettivamente la patria. Almeno non è questa la -~..~ mia opinione. Significa naie dell'Italia e delle sue però cercare di comprenForze Armate. Si capisce dere come una certa idea perché sia stato a lungo della fedeltà all'Italia trattato come un tabù potesse motivare l'adesiostoriografico, in nome di ne alla repubblichetta di interessi politici. Che Mussolini, vassalla di cosa sarebbe accaduto se, Hitler. Per citare l'autoin nome della fedeltà alJa biografia di un repubblipatria, invece di fuggire e chino, Ugo Franzolin (Il di abbandonare Roma, il repubblichino): "In quei re e i vertici delle Forze giorni la parola d'ordine Armate avessero organiz- era l'onore. Onore, per zato una difesa tutt'altro noi, significava fedeltà che disperata contro i all'alleanza coi tedeschi, tedeschi? Forse si sareb- rispetto della parola data. be potuto creare attorno n discorso dell'onore era a lla resistenza a ntigersemplice, elementare, legato al costume che fa manica un consenso mo1to più vasto, facendo- l'uomo, c proprio per ne una guerra patriottica questo, forse, aveva tanta nazionale che avrebbe tra presa su molti giovani". l'altro seriamente minato Secondo un altro testiil progetto della mone dell'epoca, Giorgio Repubblica di Salò. Così Soavi, si trattava di non fu . I capi della nazio- "difendere la nostra


ria umana, e saremmo tu tti insieme vincolati ab immemorabili a un medesimo unico immutabile Stato. Abbiamo visto - de Gaulle e Pé lain, Stauffenberg e Hitler, partigiani e repubblichini - che l'idea di patria può nutrirsi di opposte verità politiche ed etiche. La forza di una democrazia non sta nell'imporre una verità ai suoi cittadini, fi nché non sia ossifica ta e 'morta. Sta invece nel fondare l'autorità delle istituzioni sulla loro autorevolezza, sulla libera e permanente discussione degli interessi nazionali, della "certa idea" dell'Italia che è in ciascuno di noi . Una fedeltà consapevole e responsabile avrebbe fra l'altro il non secondario merito di riverberare nel mondo l'idea dell"'affidabilità" italiana. Anche dal punto di vista dei nostri alleati, l'essenziale non è la retorica ma la credibili tà del nostro amore di patria. Solo versità? Siamo ancora, della storia! - bisogna purtroppo, abbastanza saper scegliere. Obbedire amando la patria propria lontani da questa neces- alla patria può voler dire, si può capire perch é altri in casi estremi, disobbe- uomini amino la loro. sità. La storia sta dunque a dire al comando dell'au- Solo essendo fedeli a noi ricordarci che la fedeltà torità costituita, sia essa stessi p ossiam o essere fedeli alle nostre alleanze. richiede sempre una scel- politica o militare. Se r.: alternativa è servilismo ta. E che questa scelta così non fosse, non esiO può diventare, specie per sterebbe nemmeno la sto- o tradimento.

terra, continuando a combattere non più in nome de! fascismo ma in nome di un esercito nazionale che a noi stessi spettava ricostruire, non potendo una nazione mancare del suo esercito. E queste idee noi avevamo in mente in quei mesi quando nessuno veniva a parlarci di Mussolini o dei tedeschi , ma dell'Italia in pezzi". Si può sperare che le vicende del 1943-'45, oltre a interessare alcuni storici, possano diventare oggetto di un vasto dibattito pubblico che investa anche la scuola e l'uni-

un soldato, scelta di vita o di morte, propria o altrui. Per questo non abbiamo bisogno di una retorica che dia p er scontato ciò c he scontato non è n é deve essere. Ma, si dirà, negando l'assolutezza del concetto di fedeltà si mina la stessa idea di obbedienza al comando senza la quale non vi può essere disciplina né dunque esercito. È un'obiezione seria, da non scartare. Ma vale fino a un certo limite. È la logica del bel tempo. Ma quando è tempesta e tempesta può ancora essere, altro che fine


n linea di larga massima l'onore costituisce un pregio p~rsonale da cui deriva la pubblica reputazione ed ammirazione. Per estensione può ___________ anche intendersi come un pregio di una particolare istituzione da cui deriva, innanzitutto alla istituzione stessa e quindi ad ogni suo membro, un'identica pubblica ammirazione. In entrambi i casi per guadagnarsi tale riconoscimento deve, almeno originariamente, fornire alla società un apporto altamente significativo, morale o materiale, comunque sempre implicante una indiscussa disponibilità al sacrificio singolo, o collettivo, degli insigniti. Per cui, in estrema sintesi, potrebbe equipararsi, più che ad un riconoscimentò, ad una riconoscenza, o remunerazione, per tanta dedizione. Pertanto il sacrificio non deve necessariamente intendersi come estrinsecazione passionale e cruenta, quanto p iuttosto razionale e tenace, ovvero scaturente dalla sistematica subordinazione delle azioni individua:.. li a stereotipi vantaggiosi per. la collettività e non già ad interessi personali immediati, quand'anche pienamente

I


leciti. Anzi, quanto più i secondi si confermano naturali, e desiderabili, tanto m aggi orment~ risulta onorevole il posporli ad istanze etiche trascendenti. Il vertice, ovviamente, è attinto quando tale coerenza implica la morte, prerogativa certamente non esclusiva ma, altrettanto certamente, frequentissima sul campo di battaglia, dove infatti non rappresenta una anomala eccezione ma la consapevole prassi. Conseguenziale pertanto il remoto canonizzarsi di un preciso "onore militare", variabile nei precetti attuativi ma immutabile nella sostanza fino ai nostri giorni. La vicenda definitiva dell'onore militare si dipana nel corso degli ultimi tre millenni con alquanti snodi riformulativi, resisi necessari, di volta in volta, dal mutare dei coevi valori etici, religiosi, sociali, individuali, senza peraltro dismettere completamente alcune

delle s ue originarie peculiarità, che ne costi tuiscono appunto il nucleo immutabile, permanendo -disgraziatamente altrettan to immutabile il ricorso alla guerra. Il processo, sebbene di natura morale, è nella sua intima

~

essenza sostanzialmente simile a quanto accaduto all'elmo ed alla corazza, che, quand'anche continuamente ridisegnati nell'identico arco storico, permangono, con invariate funzioni e fo rme, nell'equipaggiamento difensivo contemporaneo. È emblematico al riguardo

che su di un moderno campo di battaglia costituirebbero gli unici oggetti che un combattente della gu erra di Troia saprebbe non solo perfettamente identificare ma altrettanto correttamente utilizzare! Ora, come l'invarianza dell'elmo e della corazza si è estrapolata dall'attuale uniforme tramite un processo di acce1·tamento cronologico a ritroso, così per individuare le permanenze del concetto di onore militare occorrerà un identico approccio indagativo. Il che rende basilare identificarne i connotati trascendenti distinguendoli da quelli contingenti, ricavandone fattori comuni capaci di restringere il settore di ricerca in ambito militare. Già da questa elementare ripartizione fra sostanza ed accidente emerge a carico dell'onore in generale una sua concretezza di fondo, precipua di un bene elementare ineli minabile e non convenzionale. La


suddivisione in molteplici sottocategorie, speci6che e limitative, tende ulteriormente ad evidenziarne la imprescindibilità sociale, confondendo però le effettive peculiarità di quello militare propriamente detto. È facile ricordare al liguardo che ogni aggregazione chiusa ha finito per individuare un pro- · prio "onore" ed un relativo codice comportamentale derivante, il cui lispetto diviene obbligo tassativo per l'appartenenza di diritto. Abbiamo così la regola religiosa, che, scrupolosamente attuata, implica prima l'onore delia porpora poi l'onore degli altari; o i vincoli gentilizi che presuppongono un onore del sangue a sua volta strettamente connesso con l'o-

Posta così la questione, il termine onore nella sua genericità potrebbe intendersi come una sorta di "credito" ovvero di disponibilità di un capitale comune ed indiviso, proprio della categoria d'appartenenza, dal quale attingere vantaggi o _.,.""~..,,... rendite di posizione, inte~~: ~~E."1 ressi cioè che in quanto --..:::.o-o:=• tali non ne intaccano l'ammontare, che costit.- -.......~ tuisce la garanzia di solvinore muliebre. Né man- bilità. In termini pratici cano esempi al negativo, chi, per nascita, chi, per quasi a dimostrare la pre- merito, chi, per elezione, gnanza del concetto: chi, per ruolo, chi, per uomini di "onore" si sesso, rientra in una delle autoproclamano eminen- categorie accennate ne ti criminali finché obbe- gode i privilegi a condiclienti ad un rigido codice zione di non infrangerne per lo più omertoso. gli obblighi comportaAl di là dell'ampia mentali. La ligidità di tali gamma, appena accenna- codici è talmente rilevanta, balza evidente alle te da supporre una loro spalle di ciascuna catego- inalterabilità perenne: ria il contestuale canone non a caso quando si vuol comportamentale che garantire sulla immutabicostringe i rispettivi lità di una decisione la si adepti, al profilarsi di un etichetta "parola d'onodilemma di ovvia soluzio- re", siìnile a sua volta ad ne, a privilegiare la scelta un assegno. E d ancora meno naturale,ma obbli- non a caso, nel contesto gatoria per gli stessi, pur bancario, una promessa di non decurtare la comu- di pagamento, vuoi per ne distinzione, insistendo assegno vuoi per cambianelle opzioni del singolo le, non mantenuta è de6la reputazione collettiva, nita non "onorata". In della quale peraltro lo definitiva, potrebbe allora stesso individuo ha in ravvisarsi nel concetto di precedenza beneficiato. onore una certezza di


reazione scontata ad una precisa sollecitazione, precipua per ogni catego. ria, quasi di tipo causaeffetto. Tanto per esemplificare, dal religioso ci si attende il rifiuto degli allettamenti mondani, dalle donne della promiscuità, dagli amministratori della corruzione, ecc., in ogni circostanza ed a qualsiasi costo, anche se ciascuno di loro sarebbe, in quanto essere umano, propenso all'opposto. Ovviamente le precise rinunce debbono necessariamente trovare una remunerazione, materiale o spirituale, senza della quale non solo non avrebbero senso ma costituirebbero un indubbio sintomo di insania mentale. Ma devono prioritariamente sottintendere una comune condivisione di valori nell'ambito di appartenenza, premessa ineliminabile dell'accennata remunerazione. Inconciliabile la predicazione dell'al di là da chi si affanna per l'al di qua, inconciliabile la dedizione alla famiglia con l'incertezza della prole, impraticabile la gestione della cosa pubblica senza l'onestà contabile, ecc. È indubbio che negli esem-

pi citati si osserva u na invarianza evolutiva, ma non mancano a carico dei medesimi emblematiche alterazioni di percezione. Sempre per esemplificare, fino a non molti decenni or sono il nostro codice penale considerava con notevole tolleranza il cosidetto "delitto d'onore" - definizione di un omicidio compiuto per infrazione alla fedeltà coniugale- soprattutto quando a perpetrarlo era il marito. Il perché insisteva non tanto nella gravità del tradimento ma in quella delle consegu enze, ovvero nell'incertezza della prole. Da un punto di vista storico la sua origine si perde nella notte dei tempi e la maggiore gravità, insita nel comportamento femminile rispetto all'equivalente maschile, scaturiva dalla supposizione che le connotazioni non solo fisiche ma anche morali ed intellettuali fossero ereditarie, e quindi legate al seme paterno. Pertanto venendo meno quella basilare certezza, si minava alle fondamenta la continuità genetica, inalienabile nei contesti nobiliari, e comunque ambita a qualsiasi livello sociale. Poiché, per dirla con i

romani, soltanto mater semper certa est, il dubbio, comunque insormontabile, aveva già condotto nell'an tichità diver se dinastie ad avvicendarsi non già di padre in figlio ma di zio in nipote, figlio quest'ultimo della sorella paterna: unica certezza di effettiva consangu ineità. Or bene, la dimostrazione scientifica della non ereditarietà dei caratteri morali e soprattutto la possibilità di riscontro della paternità hanno determinato un radicale a bbandon o di tale crimine, relegato ormai ad una patologia ossessiva, e pertanto equiparato ad un volgare omicidio senza alcuna attenuante. L'onore, in definitiva, non può prescindere completamente dai coevi contesti socio-culturalireligiosi, ed in quanto tale ne subisce i condizionamenti, almeno nella sua connotazion e contin-


gente. Assodata questa basilare correlazione, tentiarno di approfondire l'evoluzione della concezione dell'onore in ambito militare, professione estremamente connessa con la sua percezione ed applicazione. A dimostrarlo basta l'abbondanza delle definizioni in cui trova menzione, dall'onore delle armi, alle onorificenze, dalle onoranze ai caduti, agli onori al merito,attraverso una serie di attuazioni che contemplano persino la resa onorevole, estrema ratio per la sua conservazione. Per quanto è possibHe appurare, il comportamento dell'individuo militare fu abbastanza presto connesso con gli esiti della battaglia, proprio perché nei primitivi · scontri il fattore numerico riusciva determinante. Assodato, perciò, che una lieve mancanza poteva risolversi in gravissime conseguenze, si limitò al rnassimo la discrezionalità del singolo con una codificazione comportamentale estremamente rigida, implicante innanzitutto la certezza del suo adempimento a qualsiasi costo. Il che si tradusse in obbedienza assoluta

agli ordini, rispetto scrupoloso delle consegne, lealtà nei confronti dei commilitoni, controllo della paura ed abnegazione, fino all'estreme conseguenze personali. In breve, mentre il successo delle armi assicurava ai guerrieri la promozione sociale e non di rado la preminenza e la ricchezza, gli esiti di una loro disfatta coi n volgevano, nella maggioranza dei casi, l'intera comunità di appartenza. Gli sconfitti, quand'anche sopravvissuti, perdevano ogni diritto trasformandosi in oggetti, res nullius, e con loro anche i rispettivi familiari. La certezza di tale destino inconciliabile con la sopravvivenza di qualsiasi legame sociale, o affettivo, giustificava pienamente quanto le madri e le mogli spartane solevano dire ai loro cari in partenza per la battaglia conse.gnandogli lo scudo: "o con questo, o su questo", intendendo o vittolioso- perché solo i vincitori non lo gettavano per scappare più velocemente - o ucciso - perché i caduti venivano riportati su quelJo trasformato in cataletto. La durezza del si1Jogi-

smo altro non era che la durezza delJa prassi belJica: tornare sconfitti, sebbene vivi, non aveva alcun significato, essendo preclusa per tutti la continuazione dell'esistenza precedente. Nessuna possibilità di sopravvivenza se non abietta. È nell'evitare questa abissale perdita di identità che deve collocarsi la primitiva rendita di posizione del guerriero. Lo sconfitto risparmiato era, secondo la dicitura romana, salvato (participio di "serbare"), ovvero conservato per qualsiasi impiego a discrezione del vincitore divenuto suo padrone assoluto. Servato cioè servo, cioè schiavo. Nessuna alternativa, pertanto, in caso di disfatta: o morte mate1iale del singolo, non di rado prodromica alla salvezza dei commilitoni e della collettività, o la morte legale generalizzata per tutti, commilitoni e collettività. I.:infrazione della certezza comportamentale militare, il mancato rispetto del codice d'onore, implicava inesorabilmente tale risvolto. Nei secoli successivi, quando le sorti di uno stato non potevano più essere decise in un singo-


lo scontro: l'etica militare attenuò tanta rigidità, giungendo persino a reputare più importante risparmiare con una ritirata le proprie truppe che perderle completamente. Emblematico il rimpianto di Archiloco per il suo scudo, arma senza difetti abbandonata per fuggire e di cui si sarebbe fatto bello un nemico: ma concludeva il guen;ero-poeta: la vita è salva ne comprerò uno migliore! Non era il trionfo del disonore ma l'acquisizione di una più disinvolta mentalità ed uno dei tanti aggiornamenti del concetto. La vittoria divenne, infatti, progressivamente un esito che non confermava necessariamente l'onore dei combattenti, come più in generale la sconfitta non lo cancellava. :Lesercito romano subì nel corso della sua storia innumerevoli sconfitte, senza per questo perdere né credibilità né onore, entrambi riscattati dalla tenacia e dedizione. Con l'avvento del cristianesimo, ovviamente i costumi subirono un ulteriore affinamento e molti dei valori, tra cui l'onore militare, trovarono una più pregnante definizione ed un più partecipato

consenso. Così la lealtà, così l'obbedienza, così la fedeltà, così l'abnegazione, così il sacrificio, tappe morali finalizzate

fatto salvo un adeguamento al credo evangelico. È significativo al riguardo che il suo ordinamento gerarchico, ces-

alla comune salvezza ed alla protezione dei deboli e degli inermi. Non si trattò di un ripiegarsi sulle virtù morali della Chiesa, quanto piuttosto un'adozione da parte di quest'ultima di alcune norme comportamentali squisitamente militari,

sate le persecuzioni, si modulò su quello militare, ponendo alla base il principio dell'obbedienza cieca fino al sacrificio. Va addirittura evidenziato che alcuni dei capisaldj dell'ordinamento militare trovarono una tale condivisione nella Chiesa da


ricevere, molti secoli dopo la cupa parentesi medievale, una piena riproposizione persino nella designazione degli organici: basti pensare soltanto alla Compagnia di Gesù. La cavalleria medievale, che fu in qualche modo incanalata nella direzione dei valori cristiani, con tutte le limitazioni dell'epoca, fu un ennesimo riassetto dei compiti militari con parziale ridefinizione del concetto di onore. Il cava-

dell'antico comportamento militare: l'obbedienza e la lealtà, ad esempio, rappresentano ancora la certezza di reattività concordata in ogni frangente. La protezione dei deboli e delle donne, pur non essendo una novità in assoluto, Io divengono in relazione alla dignità che lentamente inizia ad acquisire ogni essere umano. Si potrebbe già a questo punto ravvisare distintamente in quelle permanenze il menzionato nocciolo costante,

ancora una volta, se la figura del Saladino fu esaltata nei poemi cavallereschi per la sua adozione del codice d'onore occidentale," la celebrità deve attribuirsi alla singolarità del caso e non nella sua universalità. È significativo che la balestra fosse bandita dalla Chiesa, perché crudele e sleale - cioè disonorevole -negli scontri fra cristiani ma perfettamente lecita in quelli con i musulmani! li concetto del resto di nemico indegno, quand'anche valoroso, trova riscontri in ogni epoca. La cosiddetta "guerra servile" contro gli schiavi ribelli, sebbene irriducibile e violenta, non si reputò alla vittoriosa conclusione degna .lillllii:~~~=~=~2~~..4 del trionfo, configurandoliere fu tale, infatti, ben mentre negli adeguamen- si comunque umiliante presto non solo perché ti le istanze formative per l'indegnità dell'avvercombattente a cavallo ma epocali e contingenti. sario. Scriveva nel 1798 il perché vincolato ad un Logico, pertanto, che, comandante in capo della codice che implicava la essendo l'ambito di defi- Marinà da Guerra napodifesa dei deboli, il rispet- nizione dei secondi scatu- Ietana, generale to delle donne, la fedeltà rito da una particolare Bartolomeo Forteguerri: alla religione ed al sovra- etica morale-religiosa, "...la guerra contro i no a costo della propria questi non trovassero, a Barbareschi sarà sempre vita, o del proprio onore. differenza dei primi, una il disonore di tutte le Al di là delle fantasie poe- universale ed indiscrimi- marine europee ... ", tiche di quei criteri, alcu- nata adozione: non vale- lasciando intendere che ni si confermano inediti vano cioè dovunque e nei tale belligeranza si conficonfronti di chiunque. gurava come una dura altri, invece, sono la riproposizione inalterata Tanto per esemplificare necessità per l'ignominia


dell'avversario. Persino lo stesso Esercito Italiano durante il decennio di lotta, cruenta e senza quartiere, contro il brigan taggio post-unitario non ritenne opportuno assegnare onorificenze, e non già perché difettassero gli episodi eroici, ma perché compiuti in ·un contesto deprecabile e contro un avversario infamante. Gli ideali della cavalleria, proprio perché estremamente adiacenti a quelli della Chiesa e proprio perché indirizzati a fronteggiare gli infedeli in difesa degli inermi, trovarono una singolare cooptazione nei cosidetti ordini monastico-militari per i quali l'onore scaturìva dalla sintesi dei canoni precipui delle antitetiche istituzioni. Certamente a nessuno sfuggiva che il precetto evangelico esa!tava la _non violenza descrivendo il gregge mansueto di fedeli, ma quale gregge non aveva bisogno di fidi cani pastori per difendersi dai lupi? Se mai la colpa della reattività dei cani· andava ascritta all'aggressività dei lupi. codice dell'onore cavalleresco e della dignità cristiana confortavano la scelta.

n

I.:ulteriore evolversi dei costumi ed il diffondersi, almeno negli stati europei moderni, di codici comportamentali sostanzialmente comuni e condivisi, al di là delle rispettive bandiere, valse sempre in un quadro di ampia schematizzazione - da un lato a mitigare le atrocità belliche e dall'altro ad una ulteriore riformulazione del concetto di onore militare. Il combattimento fu visto alla stregua di una fase critica dell'attività mil itare, ma ,....,....--------.....,..--.

non esaustiva, per cui i residui rapporti ideali tra sconfitta sul campo e disonore si dissolsero definitivamente, [atto salvo l'adempimento del proprio dovere. Arrendersi a forze preponderanti, dopo uno strenuo assedio al termine dei viveri e delle munìzioni, o dopo uno scontro campale in cui i superstiti risultavano assolutamente minoritari, implicando

l'espletazione ortodossa degli ordini, divenne non solo lecito ma persino onorevole. Comparve, infatti, a sancire tale rivoluzionaria procedura la definizione di "resa onorevole" e, per differenziarla dalla tradizionale che ostentava gli sconfini vilipesi ed in catene, gli si permise, invece, di continuare a portare le armi personali, sfilando in ordinanza dinanzi ai reparti vincitori che rendevano gli onori. Con il progredire dell'età moderna gli eserciti nazionali, scarsi e scalcinati, ripropongono alcuni dei maggiori pregi delle legioni, quali la fedeltà allo stato, la motivazione ideale e l'ubbidienza ai superiori, connotazioni nettamente divergenti da quelle vigenti nelle bande mercenarie. Il che determinò il risorgere dell'onore militare in funzione del vantaggio per la co llettività. Ovviamente anche i condottieri accampavano un proprio "onore militare", ma l'aspirazione primaria al bottino trasformava la presunzione in riconoscimento convenzionale, di tipo mafioso. Del resto, per meglio ribadire la differenza tra il combattente


ortodosso e quello mercenario, già era stata coniata la definizione di guerra di corsa, assolutamente diversa dall'etimo latino ma assolutamente coerente di quello greco: kurseuo, saccheggio, compio razzie. Nella guerra regolare la canonizzazione del comportamento onorevo-

dalla quale i civili, sebbene localmente coinvolti, non ne patiscono indifferenziatamente le censeguenze. Con gli eserciti di massa creati dalla Rivoluzione Francese il concetto di onore militare su bisce ancora un aggiornamento, non potendosi semplicistica-

l'ignoranza. Per la prima volta, sebbene in maniera incerta e discontinua, l'obbedienza passiva del singolo trova un limite sino del nemico, pur sempre essere umano. È una timida premessa, spesso smentita e contraddetta nei fatti , ma è anche l'avvento dell'attuale civiltà.

le si arricchisce di u1te- · riori definizioni procedurali. La resa di una piazza per essere onorevole non richiede più l'esaurimen to dei viveri e delle munizioni ma soltanto la demolizioni delle cannoniere da parte dell'artiglieria nemica. Il criterio dell'inutile spargimento di sangue si afferma in una conflittualità che tende sempre di più a somigliare ad un duello o ad una partita a scacchi

mente trasferire un canone elitario a formazioni Erutto della coscrizione obbligatoria. Peraltro, deve adeguarsi alla precettisca rivoluzionaria che non può tollerare smentite ideologiche sui principi basilari. Degli antichi requisiti permangono, tuttavia, 1' obbedienza, la lealtà e la dignità. Ma ne compaiono di inediti, quali l'affermazione dei diritti dell'uomo ed il riscatto dal-

Ricorda certamente alcuni principi propri nel cristianesimo ma non indugia più in riprovevoli distinzioni di fede. Da)ì prendevano le mosse la definizione del diritto bellico umanitario, applicazione specifica dei più universali diritti dell'uomo, introducendo nel comportamento militare precisi limiti che, se da un lato ne sancivano la liceità delle azioni di guerra, dall'altro ne riba-

nei diritti inalienabili per-


divano la criminalizzazione ed il disonore i n caso di violazione. Massacri indiscriminati ed ingiustificati, violenze s ugli inermi, d ecurtazione illeg ittima della libertà dei civili, impiego di armi sleali e particolarmente crud eli, ricorso a pratiche abiette, quali la tortùra,la t;duzione in schiavitù, il lavoro coatto, divenivano la nuova frontiera dell'onore militare. Nessun ordine poteva giustificare la perpetrazione di simili crimini, non a caso definiti contro l'umanità, nessuna istanza bellica riusciva a mitigarne la deprecazione. Per molti aspetti il processo di Norimberga fu la riaffermazione di tale invalicabi]e limitazione, e la condanna a d una morte infamante quale l'impiccaggione, già comminata ai pirati ed ai razziatori, ne evidenziò il criterio. Nonostante ciò, è s tato necessario ribad ire a ppena cinquant'anni fa i diritti d ell'uo m o, c he purtroppo continuano ad essere sistema ticam ente ignorati in tarrti conflitti. I:onore militare odierno, pertanto, risied e ancora nella protezione dei deboli, ma non necessariamente appartenenti al

proprio stato o al proprio schieramento e spesso nemmeno alla propria religione: semplicemente all'umanità. Risiede nell'obbedienza ma non irresponsabile. Risiede ancora nella lealtà ma non indiscriminata. Il che implica, tra l'altro, la capacità di saper discernere, al di là di qualsiasi propaga nda, e magari di resistere alla fin troppo scontata capacità di restituire, amplificate dalla superiorità tecnologica a disposizione, le offese patite in compiti di in terposizione di pace, coin volgendo innocenti. Consiste nella consapevolezza di rappresentare, p roprio perché vestiti in maniera unifo rm e, una testimonianza esplicita del diritto internazionale della civiltà sen za alcuna concessione alla barbarie, ma anche sen za alcuna vile indulgenza. Perché il militare contemporaneo è un professionista della forza, non d ella violenza gratuita né della brutalità gene-

ralizzata, degenerazioni che già nel XVI secolo facevano scartare dall'arruolamento nei reggimenti spagnoli - non certo modello di civiltà e di umanità - i sardi per la risaputa belluinità, persino allora nociva in guerra. Di siffatta percezione è probabilmente intriso l'attuale concetto di onore militare ed è forse la più cospicua eredità di quello romano, i cui legionari vantavano, pe•· ammissione dei loro stessi comandanti, capacità maggiori nel saper costntire opere di pace non necessariamente pacifiche -piuttosto che nel saper combattere. E grazie a quella visione ed a quella concezione di onore militare, con loro si divulgò intorno al Mediterraneo un'uniform i tà d i leggi, di cultu ra, di conoscenze e di trad izioni. I:ultradecennale difficoltà ad aggregare, sia pure in funzione meramen te econon1ica, una modes ta fr azione di quell'imme nso s tato, l'Europa, lascia intravvedere la gra ndiosità di quel progetto indubbiamente supportato, a] di là di ogni possibile debolezza umana, da un accorto senso di o nore militare . O


i sono termini che dovrebbero essere usa ti con grançle cautela perché attorno ad essi si affollano troppi significati e troppe interpretazio- - - - - - - - - - - ni. Il coraggio è uno di questi termini che, a prima vista, sembra facilmente circoscrivibile ma, alla prova dei fatti, si rivela come il Vecchio del mare che rivela la verità di cui è custode solo dopo infinite metamorfosi. Anche nel nostro caso non bisogna lasciarsi impressionare dalle trasformazioni, ma tener fermo il proposito di non mollare la presa sino a quando non siamo certi che un nucleo essenziale non si sia mostrato. Dal punto di vista fenomenico troviamo infinite occasioni in cui si parla di coraggio, spessò a ragion veduta ma altrettanto spesso a sproposito: è difficile dire con certezza quando ci troviamo di fronte ad un gesto e/o atteggiamento coraggioso. È evidente che ogni cultura e ogni periodo storico ha una propria idea del coraggio e che, di conseguenza, il coraggio deve · essere contestualizzato per sperare di ottenere qualche indicazione più precisa sulla sua natura.

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In una prima fase sarà allargate e integrate. opportuno ricorrere a degli esempi per cercare UN ESEMPIO LOl\'TA.\:0: di entrare nel merito-del LA CO~FUSJOl\"E DEL GUE.Rtema prima ancora di tentarne una definizione Nel sesto canto del teorica. Un tale approccio Mahabharata si trova uno può a pparire limitativo e, dei più affascinanti testi della mistica indiana, "TI tuttavia, ci permette di cominciare a soffermarci canto del beato". Il testo su alcuni aspetti che potrebbero risultare decisivi. Visto il contesto, non prenderemo in esame l'insieme variegato delle espressioni del coraggio, "Il (:{!lQL:~lC!. l: lu --"' · bensì cercheremo di atte\'ll iÙ ll •L!ll_tll'<!l<:u. nerci al contesto militare anche perché è su questo terreno originario che si sviluppa una definizione coerente del coraggio. TI che non .significa che non vi siano altri contesti in cui il coraggio si manifesta pienamente e coeren- raccoglie gli insegnamentemente, ma la nostra ti che il dio Krishna limitazione è funzionale impartisce ad Arjuna sul al contesto della riflessio- campo di battaglia, poco ne. Forse non è superfluo prima che gli eserciti si aggiungere che le consi- scontrino. Krishna è il cocchiere derazioni che verranno sviluppate sono perlopiù di Arjuna, ed essi stanno indicazioni suscettibili di sul campo pronti a dare battaglia, ma il guerriero, essere ulteriormente

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prima di lanciarsi nella mischia furibonda, vuole guardare in faccia i suoi nemici e tu tti coloro che sta nno per gettarsi nelle fauci della morte. Arjuna vede con gli occhi dell'immaginazione l'infinità dei corpi straziati, ed è colto da pietà: iJ suo corpo inizia a tremare, la bocca gli diventa arida e le armi gli sfuggono di mano. D guerriero non sa più qual è la giusta via, sa soltanto che non vede alcun bene nell'uccidere, che non desidera regni o piaceri e che "il peccato, solo il peccato ci visiterebbe avendo ucciso questi nostri nem ici". Dopo queste considerazioni, Arjuna si accascia sul carro, abbandona le armi ed è risoluto a morire piuttosto che a combattere. La Bhagavad Gita riassume la triste condizione di colui che è vittima "della discorde unione di scienza e n escienza". Ed è a questo punto che il dio Krishna inizia il proprio insegnamento,


mostrando qual è la via del guerriero che conduce alla salvezza. "Donde t'è venuto tale sgomento nell'ora difficile? Esso è sconveniente ad un nobile, non conduce al cielo e procura mala fama", così Krishna rimprovera Arjuna. In effetti, Arjuna, dal punto di vista religioso e metafisico, commette un imperdonabile errore: confonde ciò che è essenziale, il Sé, con ciò che per sua natura è caduco, il corpo. Egli guarda gli uomini entrare nella morte, ma non vede ciò che di immortale in essi sopravvive ad ogni distruzione. Per K.rishna non c'è motivo di pietà, pianto o scoramento: "Non fu mai tempo in cui non ero io, e tu e questi principi tutti, · né ci sarà mai tempo in cui non saremo, noi tutti, dopo questa esistenza". Questa è la verità eterna! Si tratta di trapassare con uno sguardo il mondo che ci circonda per poter affiggere gli occhi su quella realtà eterna che tutto trascende, ma, nello stesso tempo, è il fondamento di tutto. Il saggio non deve lasciarsi ingannare dai contatti con la materia

che danno vita alle mutevoli sensazioni Egli deve restare "uguale nella gioia e nel dolore", solo in tal modo egli si rende idoneo per l'immortalità. Krishna distribuisce un sapere che libera dall'angoscia di morte, perché egli rivela che l'essenziale "è innato, eterno, permanente, antico, egli

istruzioni: c'è un dharma, una via, che non può essere abbandonata, senza che la vita precipiti nella più cupa confusione ed ignoranza. La via del guerriero consiste nel non poter abbandonare il proprio campo ili battaglia; per questo ad Arjuna non resta che combattere,

non muore quando muore il corpo". Dopo tale insegnamento Arjuna non può più sottrarsi al proprio dovere, a ciò che la sua stessa condizione di guerriero gli impone. Se egli decidesse di astenersi dalla lotta violerebbe ogni sacro principio che regola la sua condotta, sarebbe disonorato, vilipeso, disprezzato. Cosa ancora più grave, dimostrerebbe di non aver compreso il senso profondo delle divine

buttarsi nella mischia, seguendo la sua natura e assecondando le sue qualità. In un'epoca confusa quale quella attuale, la vicenda del guerriero indiano non può essere intesa ne!Ja sua letteralità: il vero campo di battaglia sul quale Arjuna si cimenta non è un luogo fisico, dove le anni decidono le sorti dell'uomo, bensì il campo del cuore, sul cui terreno ognuno affTonta le diverse ragioni che si scontrano.


Davanti ai bagliori delle armi, noi ribadiamo la "via del cuore", aspra come una guen-a 111a preziosa come la vita. IL CAMPO

Dl BATtAGLIA:

IL CORAGGIO DELLA NON \-OL.t:.~Z~

li nome di Gandhi resta indissolubilmente legato alla pratica della non violenza. Dire questo è pura banalità, ripetizione meccanica d'una associazione di pensieri che somiglia ormai al riflesso condizionato pavloviano. Tuttavia si tratta d'una banalità che non può essere evitata, forse è finanche utile ad innescare una qualche riflessione. Certo non è del tutto

inutile, a scanso d'ogni possibile equivoco, ripetere che né Gandhi né la pratica della non violenza sono in sé banali, bensì è il loro identificarsi per pura associazione d'idee a costituire l'elemento "volgare" e irriflessivo. La violenza dell'abitudine risiede nella sua capacità di rendere automatico n corso dei pensieri o anche la esecuzione di movimenti. In ogni caso, tale automatismo rende sonnolenta la coscienza: è come se fossimo esentati dal prendere consapevolezza degli accadimenti. Non ci vuol molto a capire che un tale torpore non è in alcun modo augurabile, meno che mai in faccende che

riguardano lo sviluppo della spiritualità. Proprio la spiritualità si presenta come un progressivo cammino che conduce ad un consapevole risveglio. La metafora del sonno/morte e del risveglio/vita è praticamente universale, di sicuro possiede una eccezionale potenza rappresentativa che sintetizza mirabilmente una infinita varietà di esperienze mis tico-religiose. Nel caso di Gandhi potrebbe addirittura risultare utile separare la vicenda dell'uomo da quella della nozione: da una parte l'uomo Gandhi, dall' altra la via della non violenza. Si tratta senza dubbio


d'una forzatura artificiosa, di un metodo violento, ma forse ha la forza necessaria per sciogliere il vincolo abitudinario dei due elementi e restituirli alla loro dirompente esperienza originaria. In qualche modo si sceglie la via più lunga per tornare a casa, si evitano le strade affollate del buon senso per cercare di recuperare il valore delle cose seppellite dalla quotidianità. Ovviamente, nessuno garantisce della bontà del risultato finale, ma resta pur sempre la certezza d'aver segnalato la inadeguatezza di una lettura del binomio Gandhi- non violenza pacificata dall'abitudine. Non è possibile separare la vicenda umana di Gandhi dall'insieme degli eventi storici. che portarono alla liberazione dell'India, sottraendola al dominio dell'impero britannico. Tuttavia furediGandhiunsemplice, per quanto eccezionale, eroe nazionale, e della pratica della non violenza un solo mezzo di lotta politica, significa ridurre a uno schema di lettura, piatto e insensibile, eventi d'eccezionale profondità. Fu lo stesso Gandhi

ad avvertire l'impoverimento della pratica della non violenza interpretata ed utilizzata quale puro strumento di lotta politica: "Oggi è il 6, il giorno del risveglio dell'India (il 6 aprile 1919 fu considerato in tutta l'India come

possibile cogliere, o almeno avvicinare, l'essenza della esperienza di un uomo che, suo malgrado, è stato riconosciuto come il Mahatma; la Grande Anima. "Non potreiscrive ancora Gandhi vivere un solo istante

il giorno della protesta contro la legge Rowlatt). Guardo ad oggi come al giorno del risveglio religioso, sebbene, di solito, esso venga considerato come un giorno dal significato politico". Bisogna tener fede a questa indicazione di Gandhi e cercare sul terreno religioso le radici e la linfa della non violenza; solo in tal modo sarà

senza religione. Molti miei amici politici disperano di me, perché dicono che' perfino la mia politica procede dalla religione. E hanno ragione. La mia attività politica, come tutte le altre mie attività, procede dalla religione. Vado oltre, e dico che ogni attività di un uomo di religione deve procedere dalla sua religione, perché religio-


ne vuoi dire essere legati violenza deve coltivare la a Dio, vale a dire che Dio capacità al sacrificio più guida ogni nostro respigrave per liberarsi d a l ro". Mahatma non si è timore. Non si preoccupa mai stancato di ripetere di perdere la patria, la che il fine d ella vita ticchezza, la vita. Chi non umana è la Verità e che h a superato qualsiasi questa coincide con la timore, non può praticare totalità di Dio. La Verità l'ahimsa alla perfezione. non può essere consegui- U seguace dell'ahimsa ha ta se non attraverso l'eun solo timore, il timore sercizio della Giustizia, di Dio. Colui che cerca per cui la p ratica della rifugio in Dio dovrebbe non violen za è l'unico avere un barlume mezzo idoneo per conqui- dell'Alma che trascende il stare il più alto premio corpo; e nel momento in spirituale. A Gandhi non cui si ha un barlume sfuggiva di certo che la dello indistruttibile Atma, via della ahimsa, della si perde l'amore per il non violenza, owero della proprio corpo perituro. pratica dell'amore, e ra ed Perciò l'addestramento è una via difficile che alla non violenza è diaimpone una pratica con- metralmente opposto allo tinua e un sistematico addestramento alla viotrascendimento della con- lenza. La violenza è dizione umana. I n altre necessaria per la salvaparole, la non violenza guardia delle cose estetionella vita degli uomini ri , la non violenza è non è data come un suo necessaria per la salvatratto naturale e costitutivo, bensì è il frutto d'una conquista: "Come nell'addestramento a lla violenza occorre imparare l'arte di uccidere, così nell'addestramento alla non violenza occorre · imparare l'arte di morire. S;· 1 La violenza non sig nifica • . ~ • liberazione d al timore, !:i.·~·i.~~~!tJ~~ ma scoperta d ei mezzi . per combattere la causa. seguace d ella non

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guardia dell'Atma, per la salvaguardia d el proprio onore". Mi sembra che questa citazione costituisca un perfetto raccordo ad alcune brevi considerazioni su Gandhi lettore e commentatore d ella Bhagavad Gita, l'ins uperabile testo della mistica indiana. I.:incontro di Gandhi con la Bhagavad Gita era, per così dire, inevitabile, e questo non soltanto percné Gandhi era indiano, bensì per ragioni più profonde, direttamente legate a lla pratica religiosa della non violenza. Com e abbiamo visto, la Bhagavad Gita, "Il canto del beato", racchiude g li insegnamenti che il dio Krishna impartisce al guerriero Arjuna s ul campo di battaglia, poco prima che prenda ad infuriare la forza distruttiva d ella guerra. La lezione divina termina con l'invito, rivolto ad Arjuna, di non sottrarsi a l s uo dovere di guerriero e, conseguentemente, di impegnarsi n ella lotta fratricida. Non si può immaginare situazione più violenta e invito più drammatico di quello di gettarsi nella mischia f·uribonda. La non violenza, di


cui Gandhi era convinto assertore e praticante, non avrebbe potuto sottrarsi a] confronto con la violenza che la Gita, ad una prima e superficiale lettura, sembra ispirare. In effetti la prima preoccupazione del commento di Gandhi alla Gita è quello di liberare il testo da una fuorviante interpretazione letterale: "La seconda regola da seguire nel determinare il signifi cato del testo di uno Shastra (analisi e commento di un testo, ndr.) è che non ci si deve mai attenere alla lettura del brano, ma bisogna cercare di coglierne l'essenza, il s uo significato nel contesto". Una lettura ottusamente inchiodata al testo "Può addir ittura fornire abbondanti ragioni per · un esercizio della violenza guerriera, apparenteme nte giustificata dall'invile di Krishna di non sottrarsi ai doveri dell a guerra e dell'uccisione. In realtà gli insegnamenti di Klishna tiguardano la verità e l'immortalità dell'Alma, essi sono volti a dissipare le ten ebre dell'ignoranza che offuscano la vista di Arjuna e gli impediscono di agire rettamente".

La Bhagavad Gita inizia con la confusione e le perplessità del giovane guerriero di fronte alla violenza della gu erra e termina con la chiarezza spirituale che illumina la via da seguire. Infatti, le ultime parole di Arjuna, alla fine del Canto, sono: "L'offuscamento è distrutto e, grazie al tuo favore, ho acquistato coscienza (dei miei doveri), o Kt·ishna. Sono fermo e privo ormai di dubbi, farò quanto mi hai detto". Forse più della fin e della Gita bisogna rivolgere lo sguardo al suo inizio, allo smarrimento di Arjuna, alla sua impossibilità di discernere il bene dal male e, di conseguenza, alla paralisi che blocca il suo agire nel mondo. Se vuole che la Giusti zia trionfi, Arjuna deve combattere estermin are i nemici, deve, in altre parole, esercitare la più feroce delle violenze. Ma egli è perplesso, crede, non senza ragione, c he dalla violenza non può scaturire nulla di buo no. La domanda che egli sembra porsi è: c'è un "giusto" esercizio della viole nza, oppure esso è sempre malvagio? La risposta appare inevitabile: la violenza è

sempre ingiusta. Ma Arjuna è consapevole del proprio offuscamento e per questo si rivolge a Krishna chiedendo aiu to: "Oppresso dall'onta della compassione, perplesso circa il giusto e il non giusto, io ti domando c he cos'è il meglio. Svelami c hiaramente. Io sono discepolo tuo e mi rifugio in te. Istruiscimi !". Solo acce ttando d'affidarsi all'insegnamento di Di o è possibile trovare una risposta che non sia irrimediabilmente offuscata dalla nostra condizione umana. Gandhi aveva una perfetta consapevolezza che la vita deve "tendere alla perfezione" e che il cammino maestro per raggiungere tale realizzazione era ed è quello della non violenza. Tuttavia, tale tensione alla realizzazione del Sé è fortemente limitata dalle nostre debolezze e dalle nos tre costitùzionali im perfezioni. "Nella vita- egli scrive - è impossibile astenersi completamente dalla violenza. Ora si pone la domanda: dove bisogna stabilire un limi te?". Questa impossibilità di sottrarsi completamente alla violenza finch é si è in vita, assieme alla decisiva


domanda su quale sia il limite umanamente tollerabile della violenza 1iecessariamente esercitata, pone Gandhi nelle stesse condizioni in cui si era venuto a trovare il gueniero Arjuna all'inizio della battaglia. Ed anche

to del Mahatma: "La non violenza e la viltà vanno male insieme. Posso immaginare un uomo completamente armato che in fondo sia un vile. n possesso di armi sottintende un elemento di paura, se non di viltà . Ma

biamo !asciarci incantare da una mistica della guerra o dai lampi delle armi . Ancora una volta il Mahatma è stato chiaro: "il campo dj battaglia è il nostro corpo". Il perfetto "guerriero" è colui che domina le

il percorso della non violenza gandhiana sembra essere sovrapponibile al percorso di salvezza di Arjuna. Chi crede che la via della non violenza sia una via passiva, rin unciataria e adatta a persone deboli f"!On conosce l'insegnamen-

la vera non violenza è impossibile, se non si possiede autentico coraggio" . commento di Gandhi alla Bh.agavad Gita si presenta come il progressivo illuminarsi di una "via del guerriero", ma in nessun modo dob-

proprie passioni e i propri istinti, è colui che conosce lo "yoga dell'azione" e la sua forza si esercita nella palestra del cuore. Il poeta ha detto che "la via che conduce a Dio è per i coraggiosi, mai per i vili". O

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ell'altruismo, inteso sia come fenomeno che come concetto, si sono occupate molte discipline, dalla teologia alla filoa cura del Dottore sofia, dalla psiDanilo MORIERO cologia alla biologia, alle scienze sociali. Sebbene l'esame sia avviato ormai da centinaia di anni, chi si trovi a cercare di definire questo valore nei suoi aspetti essenziali e nelle conseguenze sociali, si troverà di fronte a due constatazioni: primo, la letteratura specifica a disposizione non è moltissima, sia a livello italiano che internazionale; secondo, ci si accorge presto che l'altruismo è un valore - come dire -poco controverso, sul quale pare esserci una concordanza di fondo tra gli studiosi. È lecito immaginare che tra i due aspetti vi sia una connessione, nel senso che il primo è conseguenza del secondo? Per cercare di focalizzare il valore altruismo in generale, e di stabilire l'esistenza di una sua "tipicità militare", non si può prescindere da un tentativo di definizione e da un rapido excursus nella storia delle diverse concezioni dell'altruismo. Da questo punto di vista (premesso doverosamente che

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chi scrive non ha alcun titolo scientifico o di altro genere), un soccorso molto importante viè ne dalla sociologia, la clisciplina che mantiene ancora oggi una certa costanza nell'esaminare il concetto, il fenomeno e le sue conseguenze politiche e sociali. Come in moltissimi altri casi, la prima, precisa e forse sinora più lucida definizione dell'altruismo viene dal padre della sociologia e del positivismo, il francese Auguste Comte. In termini essenziali, si tratta cli questo: l'altruismo è la disposizione dell'uomo ad interessarsi degli altri e del loro bene, sino al punto di sacrificarsi per essi; altruista è colui che in maniera clisinteressata pone il bene degli altri come fine delle proprie azioni. Comte stabilisce un paragone tra natura e società: per governare l'una e l'altra, bisogna conoscerne le leggi, guidare i fenomeni che le caratterizzano. Da questo

punto cli vista, l'altruismo è un valore essenziale, perché consente di governare le aggregazioni sociali, di ridurre o eliminare i contrasti e l'aggressività degli individui e dei

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gruppi. Lo strumento è dato dall'educazione, che farà leva proprio sul sentimento di altruismo, esaltato al massimo in quel nucleo primario che è la famiglia. Della questione si sono occupati molti studiosi noti anche ai nostri giorni. Per esempio Adam Smith, che ricalca nelle sue considerazioni il mes-

saggio cristiano: non riusciamo a capire esattamente quali siano i sentimenti e le sensazioni riposte dei nostri simili dice Smith - , a meno che non cerchiamo di immedesimarci nella loro situazione. Non è molto distante dall'evangelico "non fare ad altri...". Di altruismo si occupa in qualche modo Jean Jacques Rousseau, il quale per la verità fa riferimento al concetto di pietà verso l'altro, sentimento che contribuirebbe alla conservazione della specie umana. Dopo che Comte avrà coniato il termine e la defi nizione di altruismo, i posHivisti cercheranno una sistematizzazione: l'altruismo è istinto di conservazione collettiva; l'egoismo, di conservazione del singolo. Chi sono i nemici reali dell'altruismo? Con tutta evidenza, egoismo, individualismo, edonismo. Ma è proprio vero - si sono chiesti un po' tutti gli studiosi - che, ad esempio,


un uomo edonista (colui che ha come fine la massimizzazione del suo piacere e la minimizzazione del suo dolore) possa comportarsi tenendo di vista unicamente il suo fine? No, non può, o perlomeno non può in tutti i casi in cui vorrebbe. Perché l'uomo dipende oggettivamente da altri uomini, e il suo comportamento dovrà tenerne conto, perlomeno per evitare che gli altri rispondano con forme e graduazioni diverse di ritors ione. La ragione umana è in grado di "vedere" nel lungo periodo, immaginare cioè le conseguenze ultime di un comportamento squisitamente egois tico; in più, cercherà di evitare le san zion i sociali che ne deriverebbero. Avviciniamoci i·n qualche modo al tema specifico. Un fante della Prima guerra mondiale, in preda al terrore, imm agina che, uccid endo l'u ffic iale il quale lo spinge all'attacco verso le trincee nemiche, possa salvare la s ua vita. Ma è dawero così? Forse no. Perché? Primo, perché solo l'ufficiale è depositario di una serie di nozioni ed esperienze che possono permettere di salva-

re la vita, in quelle circostanze difficili, al singolo fante come al reparto; secondo, perché la sanzione per un atto criminale di quel genere (difficile pensare di farla franca) è la perdita stessa della vita. n fante decide di non sparare al suo ufficiale. Come si definisce quel comportamento? Certo non altruistico, perlomeno non nelle premesse psicologiche; ma neppure egoistico, perché l'effetto pratico non c'è stato. Siamo in un caso tipico di "altruismo egoi-

uali sono a suo parere i tradizionali valori del mondo militare? Sono innanzitutto i valori degli interessi nazionali. L'Esercito è per l'appunto quella cosa che esiste per difendere gli interessi che una comunità, uno Stato nazionale, reputa essere i suoi interessi vitali; e poi sono i valori tipici di un organismo che è chiamato anche a combattere per difendere questi valori

stico": l'utile di un soggetto (o collettivo) garantito attraverso un calcolo dell'utile del soggettoagente. Lester Ward formulerà cosi il suo paradosso: se osservo il dolore negli altri, ne ricevo dolore o quantomeno disagio; eliminare quel dolore altrui significa qu indi alleviare iLproprio. Siamo lontani dalla definizione di Auguste Comte, il quale mette in evidenza il disinteresse

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Quindi sono l'obbedienza e il sacrificio che può arrivare, trattandosi di un organismo che deve affronta- · re il combattimento,


come motore dell'azione benefica verso gli altri; eppure siamo sempre in un campo di altruismo, sia pure "perverso" nelle motivazioni. La discussione sul bilanciamento tra util e dell'agente e utile "degli altri" non ha portato sinora alla netta prevalenza di alcuna scu ola d i pensiero. Sempre restando nel campo sociologico, una parola molto chiara verrà invece da studiosi del calibro di Emile Durkheim e Max Weber, i qua li tra tteranno del rapporto tra interessi e isti-

tuzioni: nel nostro caso, tra collettività generale e istituzione militare; e, all'interno di quest'ullima, tra i singoli che ne fanno parte. Quali aspetti s i mettono in primo piano? Quelli culturali, i va lori a ppresi, "digeriti" e qu indi condivisi da una collettività. Davanti ad essi, gli scopi e gli in teressi individuali spesso finiscono con il cedere il passo, addirittura anche gli interessi forti come quelli economici: "!.:istituzione - dice il sociologo Usa Talcott

Parsons alla fine degli anni Sessanta - non può essere derivata dagli interessi dei contraenti, bensì da una fonte indipendente in quella che Du rkheim chiama coscienza colletti va». Possiamo forse provare a tradurre in questo modo, comunque in maniera problematica, aperta: l'istituzione Esercito non è semplice sommatoria degli in teressi dei singoli ch e la com·pongono; essa ha una sua coscienza collettiva che li supera e riassume. Di più: negli stessi s ingoli

anche a quello della pro- con il passato. Questo pria vita. dipende soprattutto dalla fortissima crisi della Quali valori si stan- Istituzione scolastica. E no affermando nella questo, se ci rende forse società italiana conpiù disponibili a correre temporanea? l'avventura del terzo milSicuramente la nostra lennio, significa anche società è caratterizzata una perdita secca di idensoprattutto dalla libertà tità e di valori collettivi. e dalla ricchezza. Ora quando ci sono società Ci sono dei valori di questo tipo, c'è uno tipici del mondo milisviluppo dell'individuali- tare che si possono smo nel quale c'è anche adattare alla società un germe di egoismo. civile di oggi? Nella nostra società c'è Sacrificio, obbedienuna perdita di identità, za, disciplina, interessi una perdita di rapporto nazionali sono valori che

dovrebbero essere diffusi in tutta la società, perché in sostanza si riferiscono alla categoria del "bene comune". n lascito, l'esempio del mondo militare nei confronti della società può essere proprio questo, nel senso che l'organismo militare è una collettività animata da valori che la tengono insieme, mentre la società civile è una collettività con molte incrinature, ed è poco animata da valori che la tengono insieme. a


membri dell'istituzione è forte (deve essere forte) la consapevolezza di obblighi maggiori e diversi rispetto a quelli dei singoli jndividui del mondo non militare. Possiamo dire - in definitiva- che l'istituzione militare ha una connotazione altruistica nei confronti della collettività civile; possiamo dire che i singoli i quali appartengono alla istituzione militare hanno (devono avere) una connotazione altruistica nei confronti dei commilitoni. Quella militare - dicono i sociologi è la più tipica delle professioni di aiuto; e la necessità di aiutare gli altri può portare sino all'estremo sacrificio della vita, sia pure in termini di (forte) probabilità. Ecco la tipicità dell'altruismo del mondo militare, sia all'interno che all'esterno. Come e dove nasce questa forte caratteristica di solidarietà, di cameratismo, di altruismo? Nelle sue ricerche sul mondo medievale e cavalleresco, uno studioso come Franco Cardini ha individuato un'origine: le tradizioni tribali germaniche. Il guerriero germanico pre-cristiano ha due lega~

mi forti, che si sommano e si sovrappongono: il primo è quello naturale, di sangue, con la sua comunità di origine, la sippe, la stirpe; l'altro legame si stabilisce invece per scelta e per elezione, ed è con il gefolgschaft, la comunità dei guerrieri, il comitatus latino, il nucleo primigenio che darà origine alla cavalleria. Alla prima, come detto, si appartiene persangue, allaseconda ex virtute. Ebbene, nel gefolgschaft i legami sono quelli di una società di uguali, dove comunque esiste un capo, e i valori sono quelli tipici del mondo militare, a partire dall'altruismo, dalla solidarietà reciproca, dall'amicizia cameratesca; non a caso dice un passo di una saga nordica: "tu giurasti di non prendere mai della birra se ad entrambi non fosse imbandita"; e dice ancora il poeta islandese: "una volta ero giovane, e andavo solitario, e il cammino m'era confuso; fortunato fui, quando venne il compagno: l'uomo è il piacere degli uomini". In verità, in quella comunità tribale- fa riJevare Cardini - non c'è nessuna connotazione

eroica p er i valori e i comportamenti che ne derivano, ma una valutazione quasi utilitaristica: una società guerriera, per vincere e sopravvivere, ha bisogno che nessuno deroghi: il vile danneggia anzitutto la comunità, l'egoista mette in pericolo il gruppo, avendo rotto il dovere della solidarietà. I.:eroismo e tutto ii resto sono semplicemente "doverosi". Nulla di più, nulla di meno. Quella germanica tribale è una società guerriera, nel senso che vive nella guerra, e non per la guerra o della guerra. Tutti conformano stile di vita e valori a questa constatazione elementare. I valori di fedeltà, di amicizia fraterna, di altruismo espressi dal quel mondo elementare, e spesso feroce, diventeranno molto simili a quelli che conosciamo oggi, in questa parte del mondo, dall'incontro con la tradizione cristiana. Possiamo dire ragionevolmente, allora come oggi, che l'altruismo si presenta poco come valore "ordinario" e quotidiano, molto come valore extraordinario ed "emergenzi a]e" , il valore di chi agisce certo per il bene altrui, ma essenzialmente


manifestandolo nel momento del bisogno. E questo vale sia per l'agire del mondo civile che per quello dei militari. Tra psicologi, sociologi, biologi, teologi e studiosi di scienze sociali continua ad essere aperto un dibattito: l'altruismo è un valore innato, eppure è un valore culturale, un dato di educazione? La sociobiologia, alla ricerca di una dsposta definitiva, ha esplorato la corteccia cerebrale. Altri si sono mossi negli ambiti propri. :Lunka dsposta emersa sino ad oggi è che una risposta netta e definitiva non esiste. Abbiamo ipotizzato che il più alto grado di sacrificio possibile per il bene degli a ltri, quello della vita, abbia pur sempre lo scudo psicologico della probabilità: vado all'assalto delle trincee nemiche di giorno e allo_scoperto, oppure mi espongo per salvare un commililone ferilo, ma ho pur sempre in cuore un calcolo di probabilità, quello di non essere io il colpito dal fuoco awersario. Come valutare allora il sactificio di Salvo D'Acquisto, il quale, nel momento in cui si offre ai tedeschi, ha soltanto la certezza della

morte? Non esiste in alcun codice o regolamento, né civile né militare, l'obbligo di dare la vita per gli altri, per di più - come nell'episodio del vicebrigadiere dei carabinieri - non avendo alcuna reale responsabilità. Eppure ... Della vicenda forse più drammatica della Seconda guerra mondia-

Mario Rigoni Stern, tratta da Il sergente nella neve: "Corro e busso alla porta di un'isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano ·con i cucchiai sospesi a mezz'aria. ( ... )Io faccio • un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C'è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. ( ... ). I soldati russi le, quella che vide la tra- mi guardano uscire senza che si siano gica marcia di ritirata delle truppe italiane sul mossi". Perché nessuno [Tonte russo, sono rima- sparò? Perché nessuno si ste testimonianze vivissi- mosse? Quegli uomini e me nella memoria di chi quelle donne f·urono la visse e in libri diventati legati da un sentimento classici della letteratura di altruismo, da un "semmondiale. Sono raccon- plice" istinto di soprawitati episodi di bestialità venza, da un primordiale senza limiti, ma anche di senso di un destino altruismo, inspiegabìle comune? Forse da Lutto con il metro del bilancia- questo assieme, ma nesmento di interessi o del- suno potrà spiegarlo in l'obbligo giuridico. Valga maniera razionale e conper tutte una pagina di vincente. O


evot.rattare 1n merito all'impegno visto sotto il profilo antologico. Tale oggetto di considerazione appare vasto, profana cura del Capitano Medico do e denso nello ·~~~~ _M_i_ch_e_le_.S:_A_R_A_c_c_o_ _ _ _ _ stesso tempo di significati eticofilosofici e contraddizioni praticorazionalisliche. Non sono un filosofo, né tantomeno un docente di tale materia. Mi reputo un "animale pensante"; mi spiego meglio: animale in quanto portatore dell'anelito di vita e pensante in quanto dotato di potenzialità, in parte espresse, cognitivo-emotive. Pertanto la mia non sarà tanto una trattazione erudita e complessa, quanto l'insieme di considerazioni filosofico-etiche che nascono da personale opinione frutto di qualche ricerca bibliografica. Quando mi hanno parlato dell'impegno visto da un punto di vista antologico ho subito pensato al mondo delle idee di Platone. Un concetto profondo che porta all'assolutezza semantica. Ma poi iJ mio riferimento è partito subito dal cogito cartesiano. Questo, perché l'impegno antologico, vissuto

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in dimensione squisitamente umana, mi indi ca che la risposta debba partire da una riflessione razionale, sebbene an che emotiva. Pertanto quale spunto di partenza migliore che il dubbi o cartesiano, essenza stessa della nostra potenziale volontà di ricerca e riflessione? Pensando all'impegno an tologico, emerge tutta la pienezza del pensiero vissuta come compito finale dell'uomo essere fallibile, ch e nel continuo sforzo di esistere, cerca di dare un senso alle cose, di interpretare ciò che è dentro e fuori di sé. L'uomo in tutta la sua tenace fragilità, mi ricorda la canna pensante di Pasca!. Nello sforzo di esistere, cerca di approdare a quella pienezza che il cogito cartesiano dava per raggiunta al termine di una decisiva ma elementare operazione logica. Fichte, autore dell'idealismo trascendentale,

afferma che "sapere ed esistere sono una sola medesima cosa, chi esiste sa di esistere". Maine de Biran conti-

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nuando sul concetto a ntologico dell'esistenza in sé afferma: "L'analisi parte da ciò che c'è dato, ma ciò che c'è dato è esso stesso un'esistenza reale ... lo stesso io non esiste che nel sentimento del rapporto di una forza con una resistenza; ma questo rapporto dà immediatamente l'idea, la credenza di un assoluto, d'un essere, d'una forza, d'un noumeno".

Nella prospettiva biraniana in primo piano compare l'analisi del contesto psicologico dalla cui dinamica si differenzia l'interiorità, come consapevolezza di uno sforzo, e il mondo es terno, come termine d'applicazione di tale sforzo; pertanto il problema antologico rimane intimamente legato a quello del rapporto io-mondo. L'osservazione di de Biran, per cui solo chi conosce esiste, riceve una singolare tematizzazione nel pensiero di Jean-Paul Sartre: "l'io soltanto esis te, ogni volta che l'io pensa nega l'oggettività che lo circonda". Il comparire del soggetto determina la riduzione del mondo a vuota apparenza: l'antologia nel suo sforzo di spiegare l'uomo si dissolve e la sopraggiunta chiarezza sfocia nella constatazione finale che "l'uomo è una passione inutile". L'impegno quindi per Sartre è una passione antologica; ciò che quali-


fica l'impegno è il desiderio di appropriazione dell'essere. Per Bachelard l'impegno è relativo ad un compito di conoscenze, non tende all'appropriazione esistenziale. Per que;;t'Autore l'antologia è orizzonte onirico il cui consistere è quello della riscoperta attraverso il ritorno alle sorgenti inconsce ed all'abbandono alle forze creatrici dell'immaginazione. Per Gaston Bachelard l'impegno antologico sarebbe una specie di

contraddizione in termini: ove c'è impegno l'antologia non si affaccia, ove si affaccia la reverie, l'abbandono all'inconscio e all'immaginativo onirico, scompare l'impegno. Quindi l'impegno per Bachelard è dominio razionalistico, scientifico. Il pensiero di quest'Autore per quanto riguarda il concetto dell'essenza stessa ontologica si può affiancare all'o-

pera psicanalitica di Sigmund Freud (vedi 'Tinterpretazione dei Sogni"). Quindi dove c'è impegno ontologico passionale per Sartre, vi è disimpegno antologico per Bachelard. Nella lettura di Camus ritroviamo l'ontologia vissuta come rifiuto della partecipazione. L'uomo per recuperare la comunicazione con il contesto antologico deve rinunciare alla propria lotta, deve abbandonarsi all'essenzialità emotiva:


l'antologia è resa possibile dal disimpegno, dalla partecipazione della ·natura, quale luogo dell'abbandono, pervasa da una dolcezza panica. Ho accennato alla similitudine tra il pensiero filosofico di Gaston Bachelard e Freud. In realtà è il pensiero di Ricoeur che, traendo origine da Maine de Biran, Kan t e dalla fenomenologia tedesca, si spinge molto in avanti dialogando con la psicoanalisi, dando vita ad un singolare uso del metodo feno -

menologico. La sua ipotesi di lavoro nasce dall'idea di una differenza potenziale tra precomprensione non filosofica ed inizio metodico dell'elucidazione. Procedendo sempre all'interno della totalità stessa e mai da]l'originarietà del cogito, dissocia il punto di partenza dal metodo filosofico: la sfera precomprensiva, prefilosofica dalla riflessione filosofica, dal dubbio critico. Accettata tale dissociazione, il metodo della ricerca diventa metodo

trascendentale, ovvero la riflessione non parte dal soggetto riflettente ma dall'oggetto posto dinanzi, e da qui risale alle sue condizioni di possibilità. I.:impossibilità di cominciare dall'io e la necessità di iniziare da una totalità rivela già la dimensione antologica. n legame partecipative tra mondo e coscienza "partorito da questo se n ti re", da questa riflessione prefilosofica, stabilisce il ruolo dell'impegno: una volta assunto l'io come cominciamento assoluto, l'essere non si costituisce più al di fuori del-

l'io. I.:essere come mistero è esperienza vissuta, ed il

metodo con il quale ci si rapporta a tale esperienza non è logico ma fenomenologico. Tale metodo fenomenologico rivoluziona la visione husserliana: la coscienza dell'io non più neutrale ma impregnata di partecipazione e rivolta a riconoscersi nell'orizzonte dell'essere. Questa è la dottrina dell'approccio, ovvero la riflessione recuperatrice, l'accedere al nucleo misterioso dell'essere con metodi che non


siano esaustivi. Tale riOessione recuperatrice è seconda ad una riflessione primaria che, pres upponendo la separaz ione tra l'essere e la coscienza pensante, dà origine ad una metafisica intelle ttualistica, scientifica. La riflessione seconda è invece una tensione dia le ttica in cui la coscienza recupera (perciò recuperatrice) il senso d el suo trovarsi in posizione dell'essere. Ecco che le considerazioni potrebbero continuare all'infinito n ei meandri di mille pensieri filos ofici, d ispute tra l'ontologia e l'impegno vissute come perfetta simbiosi o franante contraddizione. L'impegno è pensare, cogitare, tendere a ... ; l'ontologia n ella pienezza della sua stessa essenza è l'assolu to a cui tendere. L'impegno è razionalità, ma non sicuramente certezza g noseologica, q ua ndo nel tentativo di dare un senso al cogliere misterioso d ell'essere, diventa intuizione, immaginazione creativa, abbandono dei sensi; l'uomo vìator mediante il raccogli mento giunge ad una situazione apparentemente contraria, ossia

all'abbandono . Il rapportarsi ol tre la soggettività non costituisce rifiuto del mistero, ma il compimento d ell'autenticità del soggelto nella partecipazione al mistero antologico. Ogn i tipo d 'impegno è pressante, stimolante, glorifica nte; l'io che nello sforzo estremo della tensione a crescere dà il massimo di tutte le sue en ergie. Ma nasce a conclusione la considerazione pe rsonale che vede l'impeg no vissuto d a un punto di vista ontologico com e l'IMPEGNO I N ASSOLUTO, un gradino più in alto, quello sforzo di cogliere il mistero dell'Essere. In tale momento storico, i valori intesi come patrimonio innato dell'essere, ossia principi base di un'etica comune, stanno radicalmente mutando. I n realtà non sono i valori che mutano, bensì siamo noi, in quanto società d 'oggi, a porci con un atteggiamento m eno critico e più s uperficiale nei confronti di essi. Molto spesso non sappiamo chi siamo, in che cosa crediamo, perdiamo la bussola, stentando a

capire la nostra identità. Quando società e c ultura cambiano, il passato si perde e con esso i s uoi valori. Il nuovo ·si presenta sempr e vivo e dirompe nte, in continua mutazione, e ci suggerisce una diversa immagin e dell'uomo, della società, dei '· dei bisogni e quindi valori . Si tratta di una mutazione che ci dilania n o n solo per il fatto che in noi convivono idee contraddittorie, per cui finiamo per credere e non credere nello stesso tempo, ma anche nel senso che esiste un gran numero di persone che si sono staccate dalla cultura precedente e non sono riuscite ad entrare nelle successive. Negli ultimi anni, alcune trasformazioni nella tecnica, nella scienza, nella stratificazione sociale, nella progettazion e delle città, nella robotica, nell'informatica, nelle telematica hanno rivoluzionato e s travolto il mondo e l'i mmagine che ne abbiamo, come mai era accaduto nel pregresso mille nnio. Potremmo continuare a spiegare il concetto d ell'impegno da un


punto di vista storico, etico, religioso; ma ciò che più colpisce il nostro interesse è l'impegno sociale riferito alla condizione giovanile. Le più recenti ricerche sociologiche hanno evidenziato che, tra i valori esam in ati, i giovani hanno sempre collocato al plimo posto la fam iglia. Nelle rilevazioni seguono l'amicizia, l'a more, il lavoro. In ord ine decrescente troviamo poi i seguenti va lori: svago, cultura, sport, impegno sociale, impegno religioso, politica.

I.:aumento dell'attenzione per i valori del tempo libero, ma anche per lo studio e per la cultura, è inquadrabile in quella che Ronald Inglehart ha definito cultura posi-materialista: i giovani d'oggi, spostando le proprie attenzioni e bisogni da una sfera materialistica ad un orbita sempre più idealistica, raggiungono il senso di appartenenza, di autorealizzazione e di soddisfacimento intellettuale, superando il materiale bisogno fisico ed economico che dominava ogni cosa. Si possono in tal modo

diversificare due tipologie d'impegno: una più aderente alle immediate necessità del singolo (vedi famiglia, lavoro, svago), l'altra trascendentale, a pparentemente distante dal singolo, rivolta alla società, alla religione e alla Patria. Da quest'ultimo valore di Patria scaturisce l'impegno che l'uomo assume abbracciando la "scelta" militare dopo giuramento di fedeltà. Tale impegno assurge a valore assoluto, acquisendo contesto ontologico, nell'espressione dell'estremo sacrificio di vita del O militare.


l vocabolo disciplina è tra quelli che hanno una notevole varietà di significatf La derivazione etimologica del terrrune, dal latino "discere plenum" _ _ __ _ __ _ ___ (imparare a pieno), richiama una branca dello scibile, mentre uno dei suoi significati prevalenti è collegato ai concetti di aggregazione sociale e di organizzazione. Non esiste alcuna comunità, dalla farruglia alla più piccola entità associativa, che possa sottrarsi alla necessità di regole che assicurino un'ordinata vita di relazione nel proprio interno, ossia di norme. Queste, spesso, sono dettate dal costume; talvolta, sono il frutto di un consenso rivolto ai rapporti interpersonali; in altri casi imposte. Rifacendoci al pensiero di Luigi Russo (Ufficiale insegnante presso il Collegio Militare della Nunziatella in Napoli e successivamente Rettore dell'Università di Pisa, dopo la sua esperienza in trincea nel 1915-16), tutta la vita è milizia e ciascun uomo, quale che sia la sua professione, è aspro soldato del genere umano. L'intensità delle norme, siano esse scritte o meno, varia in funzione degli

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scopi e delle strutture di ciascun organismo in cui esse hanno vita. Proprio in questa situazione sorgono proble~ terminologici in tema di disciplina. Nel caso in cui lo Stato pone in essere principi di condotta, viene subito da chiedersi quale sia la differenza tra regole disciplinari e norme giuridiche. La distinzione è semplice. Per disciplina si intende l'insieme delle norme dirette a persone che si trovano in speciali situazioni nei confronti dello Stato, o che abbiano con esso un rapporto di servizio. Tuttavia, rimangono alcuni ordinamenti settoriali, co!Jle quello sportivo, che pur non ponendosi in conflitto con lo Stato presentano elementi di contrasto con alcuni principi del djritto. Questa situazione di contrasto si è riscontrata anche in tema di disciplina militare. Infatti, in passato, essa era intesa come procedimento ottimale nell'impiego di reparti e

mezzi. Oggigiorno, si è focalizzata l'attenzione suJ fattore umano dell'orgaruzzazione e sull'insieme dei doveri imposti al singolo. LEsercito va considerato non solo come strumento difensivo e offensivo ma anche e

obblighi, disciplina e sforzo. «La miJjzia è una forma fondamentale dello spirito umano ed è inerente a tutta la vita, e non ad una sola forma di vita; essa nel suo significato ideale non è la profession"e di chi indossa una d ivisa per qualche anno ma è semplicemente la divisa morale di tu tti quelli che si fanno un "1h!-l.~vanto di essere uomini: il • soldato non è tanto solfll.CH:lr~l'<: ~~J[u "' dato quanto uomo». Lil.! l: l i:&.:. I..:art. 2 del tu ci!:cft!llhu Regolamen to del 1986 <:..L'-!;"4]iù così definisce la "Disciplina Militare": [Hl{ !(.;ll (.;ll t!L!1\'-=t.t· l. La disciplina è l'osservanza consapevole delle ·~...l l!.ttg~t·~ l L': nonne attinenti allo stato di militare in relazione ai compiti istituziorzali delle principalmente come Forze Armate ed alle esigenze che ne derivano. Istituzione educativa Essa è regola fondamen.tadella società. Esso può essere visto come organi- le per i cittadini alle armi smo vitale, ove il cittadi- in quanto costituisce il no indossa l'uniforme per principale fattore di coeservire la Patria. sione e di efficienza. 2. Per il COI'lseguimenAncora una volta Russo sottolinea come la to ed il mantenimento nostra vita è un po' vita della disciplina sono determinate le posizioni recimilitare che comporta

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proche del superiore e dell'inferiore, le loro furzzioni, i loro compili e le loro responsabilità. Da ciò discendono il principio di gerarchia e quindi il rapporto di subordinazione e il dovere dell'obbedienza. 3. Il militare osserva con senso di responsabilità e consapevole partecipazione tutte le norme allinenti alla disciplina e

ai rapporti gerarchici. Nella disciplina tutti so110 uguali di fronte al dovere ed al pericolo. Da questo impianto definitorio, e merge c he: • l'i ntima convinzione d el militare è la moll a c he lo spinge a svolgere il proprio mandato ne l rispetto di tutte qu elle norme caratteristiche del s uo s tatus;


• la regola, intesa sia come procedura di funzionamento del sistema sia come norma di comportamento del personale, ha in sé l'efficienza e la coesione: gli uomini sono il cuore ed il cervello dell'Esercito; i mezzi i muscoli; la regola i nervi e i tendini; • la responsabilità, specchio della gerarchia, determina, nel rispetto della discipli na, le posi-

• zioni del superiore e del subalterno, senza però intaccare i diritti di quest'ultimo. È altrettanto vero che ciascun elemento di questo sistema gerarchico è chiamato ad assolvere compiti che ine-

vitabilmente generano situazioni di conflitto. In tale contesto, in terviene la disciplina quale forma di tutela dell'essere militare; • la consapevolezza ed il senso di responsabilità sono fo nda m en tali per l'osservanza della disciplina militare. Chi crede fermame nte in tali valori affronta, con spirito di sacrificio, doveri e pericoli. Di fronte a tali situazioni anche l'estremo sacrificio unisce. O


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il tema dell' "autorità", con riferimento a tutta una -scala di valori che danno un senso alla "specificità" del a cura del Senatore, Generale mondo militare, ...:. U...::. m...:.b~ert...:..o:.....=CA...:.P_P..:. U= 'ZZ:...:O:.._____ oggetto della nostra indagine, è forse opportuno soffermarsi un istante sul significato del termine nella sua più comune accezione. Come emerge dalle definizioni più accreditate, l'autorità può essere intesa secondo tre angolazioni diverse: • quale posizione di rilievo di un dato soggetto rispetto ad una pluralità di soggetti, in virtù di uno specifico potere conferito per legge e riferito ad un ben preciso ambito di attività (autorità legittima = responsabilità = comando); • quale pura espressione di potere esercitato da un dato soggetto nei confronti di altri soggetti, non legato ad uno specifico conferimento di natura giuridica, ma imposto od ottenuto con modalità e motivazioni diverse, quali, ad esempio, la forza , la generale considerazione, la tradizione, ecc. (autorità di fatto, svincolata da qualsiasi funzione di comando; autorità = riferimento = guida);


• quale posizione di prestigio, occupata in virtù di particolari doti (preparazione, professionalità, comportamento, carisma) riconosciute ed apprezzate da una pluralità di soggetti, ed in particolare da soggetti altamente qualificati (autorità = autorevolezza). In senso specifico, con riferimento all'ambito militare ed alla rilevanza etica delle funzioni che i Quadri delle Forze Armate sono chiamati ad assolvere, l'autorità è qualcosa di più che una posizione giuridica o di prestigio o una semplice posizione di potere. È l'espressione massima del comando, inteso come pratica attuazione di una missione che esige il costante richiamo a tutta una serie di valori . Non è senza significato il fatto che la trattazione del tema dell'autorità sia stata inserita a chiusura della Tavola rotonda su "Mutamenti storicosociali e attualità dei valori", dopo la fedeltà,

l'onore, il coraggio, l'altruismo, l'impegno e la disciplina; un'autorità, che, per l'indagine che andiamo sviluppando, è bene vedere in una dimensione nella quale l'aspetto giuridico del potere, spettante per col-

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locazione gerarchica, trova arricchimento e completamento nell'affermazione della professionalità, della personalità e del comportamento, sì da configurarsi, nella sua forma più nobile di "autorevolezza". Al riguardo, mi sembra opportuno osservare che,

nei tempi più recenti, in merito ad una visione siffatta si è sviluppata, specie nei Paesi di cultura anglosassone, tutta una letteratura incentrata sul significato del termine inglese "leadership", sintèsi di comando giuridicamente spettante, di preparazione, di volontà, di capacità, di esempio e di autocontrollo; una "leadership" volta a convogliare tutte le energie, materiali e spirituali, dei collaboratori, per il raggiungimento di fini di efficienza e credibilità nell'assolvimento dei compiti dello strumento militare. Una "leadership", così intesa, in un Esercito democratico è - per ripetere una frase di un grande capo militare americano, il Gen. Ornar N. B radley - "fermezza non durezza, comprensione non debolezza, giustizia non licenza, umanità non intolleranza, generosità non egoismo, orgoglio non egotismo". Nella sua pratica


estrinsecazione il comando è u n'arte, che ha una sua ispirazione e ha le sue regole. Il punto di partenza è la consap evolezza del ruolo da parte del Comandante; un ruolo che chiama in

raggiungimento di uno scopo comune". Di pedagogia militare ebbi ad occuparmi agli inizi degli anni '60"allorché, su direttiva dell'allora Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, fu

quali attinsi- che a taluno oggi potrà apparire forse un tantino retolica; una retorica - seppure presente - che non ne infirma la validità di fondo. Ancora oggi, n ella

causa problemi di contenuto e problemi di forma. Gli uni e gli altri, parimenti essenziali, trovano la loro organica soluzione richiamandosi appunto all' "arte del comando", che - come facevano notare autorevoli studiosi di "pedagogia militare" già agli albori della nostra vita di Nazione - è "l'arte di indurre gli uomini a collaborare volenterosamente per il

organizzato un ciclo di conferenze sul particolare argomento nei vari Presidi militari. Condensai le mie ricerche in una lunga lista di principi (un vero e proprio decalogo) , che conserva ancora oggi, a mio avviso, piena attualità. Per questo lo ripropongo (vedi riquadro) nell'originaria formulazione peraltro non mia, ma ricavata da lle fo nti alle

visione americana che è senza dubbio la più accreditata per l'imponenza dell'impegno del poderoso strumen to militare chiamato ad operare nei più lontani Scacchieri, l'essenza dell'Autorità del Comandante è vista essenzialmente nella "consapevolezza del ruolo"; un ruolo che impone di apparire come "modello" in fatto di


dedizione, energia, impegno, approccio nel sollecitare la collaborazione dei subordinati e nel sosteneme gli sforzi. La base dell'impegno sta nella volontà; una volontà di fare, convogliare, indi-

rizzare in virtù dell'esempio nei settori fondamentali dell:integrì tà, del coraggio, della lealtà, dell'umiltà, del rispetto e dell'imparzialilà. Solo così il Comandante si legittima moralmente come espressione nobile dell'autorità; un'autorità che si conferma e si rinnova nel tempo attraverso comportamenti costantemente autentici e coerenti.

Forse, in tale ottica, appare ancor più pertinente il termine latino "auctoritas", che già nella sua etimologia dà la

immediata sensazione dell'accrescimento, cioè del suo potenziamento attraverso la percezione degli altri, nei confronti


dei quali il comando si esercita. In tal senso, come fa osservare il grande storico T. Mommsen, l'auctoritas è più di un consiglio e meno di un comando; un consiglio all'ottemperanza del quale non ci si può convenientemente sottrarre". Il tema dell'autorità da sempre ha richiamato l'attenzione degli studiosi dei campi più svariati della cultura mondiale, che hanno fornito definì-

zioni apparentemente diverse, dalle quali emergono tratti distintivi comuni. Dice, ad esempio, Marcuse: ":Lesercizio razionale dell'aulolità proviene dalla consapevolezza ed è limitato all'amministrazione di funzioni e di ordinamenti necessari al progresso dell'insieme". Guido Piovene si sof[erma sulla vera autorità,

osservando che "autorevole è solo chi interpreta e rappresenta meglio, con più chiarezza ed eroismo, e magari provvisoriamente, un'esigenz a storica comunitaria". Ed infine S. Ellul, in uno scritto un po' più recente, parlando de1'1eader" afferma che questi "non può essere colui che prende il comando ... È molto di più di così: è coluicheincarnailgruppo, in cui il gruppo si riconosce e serve da mediato-


re verso il misterioso fenomeno del potere". Da queste diverse definizioni balza evidente un'idea di autorità che non è semplice potere formale, bensì interpretazione di una esigenza comunitaria, vale a dire capacità di armonizzare l'azione di una pluralità di soggetti, finalizzazione etica degli sforzi richiesti visti nelle prospettive più nobili di libertà e di progresso, sensibilità umana e sociale, resa evidente dalla com-

partecipazione del gruppo nel quale il potere stesso si estrinseca; gruppo che finisce con ]'essere - esso stesso - in un certo senso detentore del potere. Siamo giunti, così, alla "responsabilizzazione diffusa", che è condivisione dei fin i e dei modi per raggiungerlL Emerge, così, l'idea nobile del servizio. Come ammonisce S. Agostino, "nella casa del giusto coloro che comandano sono al servizio di coloro che

sembrano comandati". Al servizio del Paese comandare ed obbedire sono atti di pari dignità e pari responsabilità. Lo scopo unitario indicato dalla Costituzione (''La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino") accomuna glj sforzi di tutti coloro - Capi e gregari - che fanno parte della organizzazione militare: comunità di intenti e, quindi, coesione degli uòmini c he costituiscono lo strumento. Una concezione siffatta nobilita l'idea stessa di "gerarchia", non più intesa come semplice esigenza di strutturazione funzionale, bensì come articolazione ideale che riunisce una pluralità di soggetti legati da un comune sentire, consapevoli di dovere assumere gradi di responsabilità diversa in relazione ad un fine -la difesa della Patria- di rilevanza etica condiviso da tutti. Siamo giunti, così, all'espressione emblematica della "militarità", valore in sé che tutti gli altri valori comprende ed esalta. Su di essa varrebbe la pena di soffermare ]a nostra attenzione in altra occasione. O


con lij~~~~~~~~~ !i~Mil molta probabilità, possono essere condivisi da tutti, senza pretendere che tu t te le opinioni e tutti i contributi siano pienamente rappresentati nelle note conclusive. Cominciamo con quella che potrebbe apparire una banalità: è stata una buona possibile tentare giornata di lavoro, sicurauna conclusione al mente impegnativa ma termine di questa ricca per quel che riguargiornata di intensa da i suoi risultati. discussione? La domanda È molto probabile che non è retorica, poiché da questo incontro non sono convinto che ogni usciamo con certezze tentativo di racchiudere adamantine, ma i problein poche parole quanto è mi sono stati posti corretstato detto è veramente tamente e affrontati coedestinato a fallire. che· rentemente. Da una parte non significa che non i relatori che hanno dato possiamo fare lo sforzo di il meglio della loro comfissare alcuni punti che, petenza ed esperienza,

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dall'alh·a ]'uditorio che ha seguito i lavori ed è intervenuto con passione e intelligenza. Sapevamo fin dall'inizio in che razza di ginepraio stavamo per entrare e, quindi, non dobbiamo assolutamente meravigliarci che molte domande sono rimaste tali e che aJtrettante difficoltà non sono state risolte. Si parla così tanto di valori e di crisi dei valori che sarebbe stato un gesto di arroganza da parte nostra se avessimo sperato di segnare un qualche stabile traguardo a tale complessa questione. È stato importante porre il problema, così come è stato importante confrontarsi intelligentemente e apertamente con i temi oggetto delle nostre tiflessioni. In fondo, abbiamo iniziato un cammino e percorso un solo breve tratto della strada: molto resta


da fare e da camminare. Anche se tutta la nostra fatica fosse consistita nel delineare in maniera più precisa il contorno problematico dei valori e nello sn·ondare la questione dagli errori più comuni, già questo potrebbe essere considerato un ottimo risultato. lo credo che abbiamo fatto molto di più e, per questa ragione, possiamo ritenerci pienamente soddisfatti. Certo, non dobbiamo nasconderei che molte questioni restano problematicamente aperte, ma questo è nella natura dell'impegno umano che, tuttalpiù, può aspirare a parziali conquiste e a risultati precari. Non è un caso che all'inizio di questa nostra giornata abbiamo fatto riferì-

mento al metodo socratico, vale a dire aDa capacità di voler testardamente continuare ad interrogarci e a confrontarci. In quanti altri modi è possibile parlare di fedeltà o di coraggio (solo per citare due valori a titolo d'esempio)? Sicuramente in moJti più modi di quelli che in questa occasione sono stati presi in considerazione. Tuttavia, un lavoro è stato fatto, e non è poca cosa! Sappiamo benissimo che dovremo tornare ad interrogarci, che saremo costretti a rivedere le nostre affermazioni e, probabilmente, saremo costretti a mettere in discussione le nostre certezze, ma è un impegno che vale la pena non

abbandonare, anche quando i risultati ci appaiono non pienamente soddisfacenti. Personalmente sono anche soddisfatto dei r isultati conseguiti nel corso del dibattito, ma desidero continuare a soltolineare il cammino che ci resta da fare piuttosto che inorgoglirei per quello che abbiamo fatto. Sono grato a tulti per l'attenzione con la quale avete seguito i lavori e per i contributi di rillessione che ci avete offerto durante il dibattito: segno questo che il tema dei valori è realmente urgente e d'importanza decisiva per ognuno di noi e per l'istituzione che tanto degnamente servite e rappreo senta te.


Res

l'attenzione nei confron ti dell'io che alcuni a utori, non senza ragioni, hanno parlato di "narcisismo collettivo"; ma certo è che l'io non è mai stato così corteggiato, lusingato e seguito come in questi ultimi dieci an ni. Le sue preferenze, anche quelle più superflue, e i suoi desideri, anche quelli più bi zzarri, sono stati spesso e vole ntieri presi per vaJori ultimi. Sul te rreno dei valori comuni ha luogo l'incontro tra questioni pubbliche e problemi teorici: una tale affermazione comporta l'assunzione consapevole del primato dei valori sia in ambito teorico che in quello della prassi. In fondo, una tale centralità dei valori è perfettamente giustificata, tanto per la prospettiva particolare di questa ricerca quanto per una considerazione di carattere generale. Da questo punto di vista vaJe la pena di riflettere su un punto, spesso dato per scontato. Il concetto di valore, come noi lo adoperiamo, è sia un genere naturale s ia una nozione costruttiva, ed è proprio peron insisteremo ma i abbastanza sull'at- ciò che può essere particolartualità e centralità del tema dei valori. mente utile ai nostri fini. Non è certo un caso che in ogni momento di Un'idea di valore [a parte crisi o di transizione si riprende a parlare dei sicuramente della nostra valori, magari per segnalarne il loro venir fenomenologia del quotidiano, cioè dell'esperienza della meno o quantomeno la loro trasformazione. vita in comune. Viviamo nell'ultimo scorcio de l milQuando pensiamo ai vaJori più importanti della nostra esistenza è pit:1 lennio, e perciò siamo portali a fare facile sottolineare ciò che ci separa e bilanci e valutazioni. Sono stati anni dominati da una forte sp inta indivirende diversi dagli altri. Tvalori ci dualistica. A tal punto è sta ta evidente appaiono inestricabilmente legali a


emozioni e vissuti, e in sostanza a espedenze spesso personali e incomunicabili. E, inoltre, anche se supponessimo la possibilità di conquistare su fficiente distacco critico e oggettività teorica, ci sarebbe pur sempre una pluralità irriducibile di valori. Intendo dire che il problema non consiste soltanto nel ricomporre sotto una decente unità concettuale le esperienze estetiche, morali, politiche, sentimentali di ciascuno di noi con le loro inevitabili peculiarità, ma anche nel ddurre a un solo linguaggio, se non a una sola teoria, le diverse occorrenze dei valori pure concepite da un punto di vista oggettivo e impersonale. Le mie emozioni, i miei sentimenti, le mie spinte ad agire in un modo piuttosto che in un altro, sono specificatamente, magari anche idiosincraticamente, miei. E così sembrano esserlo i valori che li ispirano e in base a cui li valutiamo. Ma non c'è solo questa difficoltà. Un'esperienza mistica, l'impegno politico o civile, un rapporto sessuale, una passeggiata al tramonto, la lettura di un libro prediletto, e altre cose ancora, sono tipicamente occorrenze dei valori. Eppure, cosa hanno in comune tra loro? Che diritto abbiamo di riunirli sotto l'etichetta dei valori?" (S. Maffettone). Come si vede, il tema dei valori ha sempre sollevato formidabili questioni teoriche che di volta in volta hanno spinto "i valori" ora verso il precario terreno del relativismo ora verso il mondo incorruttibile degli assoluti. Naturalmente, non spetterà a noi, nel

contesto di questa occasione di ricerca, dare una risposta a tali complesse questioni: il nostro compito è molto più modesto e più decisamente circoscritto. Quello che s tiamo cercando di comprendere, attraverso una prima ricognizione, è riconducibile a questa domanda: in c he misura i valori identificativi di una istituzio ne, nel nostro caso l'Esercito, sono riconosciuti e condivisi dal sistema sociale dei valori? A nostro avviso si tratta di una questione decisiva poiché la concordanza e/o discrepanza tra i valori di una istituzione e i valori comuni implica il tema più vasto e delicato del riconoscimento e del consenso. In questa che consideriamo una prima fase di un lavoro di ricerca che dovrebbe avere ben altro respiro, ci siamo limitati a prendere in considerazione i risultati più interessanti , almeno dal nostro punto di vista, delle più significative indagini condotte in Italia negli ultimi dieci anni e che direttamente o indirettamente si sono occ upate dei valori, della loro persistenza e del loro cambiamento. Una tale impostazione del lavoro comporta notevoli problemi rnetodologici e, da questo punto di vista, non p oche fragilità : è un rischio di cui siamo consapevoli e che abbiamo deciso di accettare. n nostro solo augudo è che i risultati conseguiti, pur nella loro parzialità, contribuiscano a riaprire un dibattito e magari a sollecitare nuove e più puntuali ricerche.


UONTRIBUTI · DEI GRUPPI SEMINARLUJ

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a fedeltà coincide con l'esattezza nel mantenere i propri impegni, le proprie promesse (fedeltà ai patti giurati) o al)cora è sinomino di attaccamento, costanza, perseveranza (fedeltà a un'idea). Nella lingua italiana l'aggettivo fedele viene definito come: "Detto di persona in cui si può avere.fiducia; che mantiene gli impegni, le promesse fatte (un amico fedele) . Che è perseverante, costante, attaccato a ... (rimase fedele ai suoi ideali giovanili)". Ne consegue che, attraverso un'analisi condotta con metodologia meramente semantica, al concetto di fedeltà sono imprescindibilmente legati i concetti di costanza, perseveranza, attaccamento, lealtà e dedizione. La .fedeltà non è un valore militare, ma dell'uomo. Essa è importantissima in tutte le organizzazioni tant'è che l'Ordinamento Giuridico (art. 2105 cod. civ.) prevede che "il lavoratore dipendente non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l'imprenditore, . né divulgare notizie attinenti all'organizzazione e ai metodi di produzione dell'impresa, o farne uso

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in modo da poter recare ad essa pregiudizio". La violazione del valore della fedeltà (questa volta inte a co me dovere) costituisce "giusta causa" pe1· il licenziamento. RiOettendo, inoltre, su i inonimi del termine "fedeltà" ricercati , si può a ffermare che la fedeltà si manifesta anche altraverso la dedizione al lavoro, prerogativa, questa, di molte entità organ izzate e in particolare di quella militare. Si è detto che l'attaccamento è un concetto strettamente legato all a fedeltà. Le esperienze condotte neJl'ambito della psicologia animale da H. F. Harlow sulle scimmie Rhesus confermerebbero l'importanza del legame di altaccamento. Harlow dimostrò infatti che piccole scimmie, separate daJJa madre alla nascita e poste nelle condizion i di poter aver contatto con due madri inanimate, una di fi lo metallico e l'altra ricoperta di un panno morbido, preferivano il contatto continuo con quest'ullima anche quando l'alimentazione era fornita artificialmente dalla prima. Si osservò poi che le reazioni di paura per eventi inaspettati erano molto più violente nei piccoli che erano stati costretti a vivere con la madre di filo metallico e che il comportamento e plorativo di questi soggetti era assai ridotto rispetto a quelli che vivevano con la madre di panno. Il risultato migliore lo ottenne la "madre di panno", in grado cioè di restituire calore all'attaccamento del piccolo. DaJla definizione di fedeltà e dall'esperienza scientifica testé riportata emerge che il valore in esame lega in un vincolo sinallagrnatico due persone o una persona e un'organizzazione. Esaminiamo la seguente situazione: a causa della infedeltà di uno dei due coniugi si perviene alla roltura di un

matrimonio. È corretto far ricadere solo su questo la responsabilità del fallimento? E, se no, quali potre bbero essere le responsabilità dell'altro coniuge? (Ricerchiamo cioè le cause dell'infedeltà anche nel secondo, poiché quelle del primo appaiono di semplice individuazione). A questo punto, a ppare opportuno porsi le seguenti domande: • l'Organizzazione Militare ha mantenuto fede ai propri obblighi, alle proprie promesse? • le scimm ie di Harlow hanno reagito differentemente alla madre di ferro e alla madre di panno. Quanto c'è di ferro e quanto "c'è di panno nella Organizzazione Militare? Le riflessioni sin qui brevemente illustrate non hanno carattere esaustivo di un tema così complesso e tanto dibattuto. Hanno, comunque, lo scopo di fornire un co ntributo al fine d i sollecitare un riesamc critico del problema posto, sulla base delle seguenti considerazioni concl us ive: • i valori non mutano con il costume; • quello che varia è la percezione che gli individu i ne hanno in relazione alla liceità di un determinato comportamento (la soglia tra il giusto e l'ingiusto); • i valori non sono militari, ma della società; • si sono registrati negli ultimi tempi casi di infedeltà negli individui militari sostanzialmente dipendenti dall'abbassamento del livello di soglia; • si potrebbe ipotizzare la necessità di una maggiore attenzione da parte dell'Organizzazione Militare riguardo alla politica del governo del personale, poiché i valori hanno bisogno di essere alimentati nel tempo?


na possibile definizione di onore è : la dignità in quanto oggetto di considerazione e quindi riconducibile all'individuo. Presenta

U

due aspetti: uno soggettivo, che implica la cura e la conservazione dell'integrità e dell'onestà (stima di sé), e uno oggettivo, relativo al tributo o motivo di riverenza, stima, lode o ammirazione (stima da parte degli altri) . Potremmo inoltre considerare l'onore come elemento di sintesi dei valori di un gruppo, non esistente come valore in sé, ma come riflesso degli stessi. Nell'ambito della società italiana odierna l'onore, così come altri valori etici (patria, bandiera, dovere, ecc.), è stato collegato al particolare momento storico che ha preceduto il secondo conflitto mondiale. Infatti il fascismo ha enfatizzato, in maniera forse .esasperata, tali valori ponendoli alla base delle azioni e del modus vivendi dei cittadini. A seguito della disfatta militare, si è assistito a un ridimensionamento indiscriminato, da parte della società, di tutti i fondamenti etico-morali su cui si basava il regime. Anche all'onore è stata


attribuita una posizione di minor rilevanza nella scala d ei valori. Negli anni successivi altri fattori esterni, ideologici ed economici, hanno ulteriormente condizionato la percezione dei valori: si è giunti ad assumere, per puro opportunismo, atteggiamenti di compromesso nel1ispetto delle norme etico-morali a favore di valori di tipo materialistico. ~istituzione militare, in virtù del particolare ruolo che riveste nell'ambito della società, richiede ai propri membri standard di comportamento fortemente orientati al gruppo. ~adesione ai valori di riferimento può, in ultimo, esigere il sacrificio d ella vita a beneficio del bene collettivo. Questa n ecessità di annullare l'interesse individuale (vita) in quello di gruppo (dalla squadra alla Nazione) origina all'interno dello stesso un legame spirituale fortissimo di cui l'onore costituisce il valore di riferimento e di sintesi. Riferimento perché determina comportamenti e aspettative atti a mantenere la coesione del gruppo attraverso processi di emulazione, autostima e gratificazione sociale. Sintesi perché attribuisce coerenza e significato a tutti gli altri valori che la condizione militare esprime. Ciò assume ancora maggior valenza per coloro che accettano di far parte dell'organizzazione, in quanto l'onore diventa elemento determinante nella figura del "militare professionista". La società necessita di punti di riferimento con cui potersi confrontare. Nella ricerca di tali riferimenti, è la società stessa che attribuisce alle Forze Armate, in virtù della loro funzione sociale, il ruolo di depositario del valore "onore" . Questo interscambio comporta però

il rischio di una errata percezione del valore "onore". All'interno dell'istituzione militare si avverte infatti, nel confronto con la società civile, la diversa posizione relativa dell'onore nelle rispettive scale d ei valori. Gli individui, in particolare i più giovani, portatori dei valori espressi dal contesto familiare e sociale di riferimento, al fine di sentirsi parte integrante di entrambi i gruppi (civile e militare) potrebbero essere indotti ad aderire solo formalmente ai valori del secondo, se questi non sono in grado di imporre una propria valenza superiore. D'altra parte la società stessa potrebbe percepire una analoga adesione opportunistica e formale ai valori all'interno dell'istituzione militare, interpretando in maniera distorta atteggiamenti e comportamenti dei suoi membri. La società occidentale attraversa un processo di rielaborazione dei valori: in tale quadro è possibile osservare, dopo un lungo periodo di celebrazione ed esaltazione dei riferimenti edonistici, un ritorno a elementi di natura spirituale. Nella transizione l'istituzione militare, per sua natura depositaria di alti valori morali, può inserirsi a pieno titolo ed assurgere a modello etico di riferimento. Al fine di reinterpretare in m odo corretto i significati propri del valore "onore" è necessario intervenire in primis nel processo formativo d ei Quadri, ponendo particolare attenzione a quegli aspetti etici di cui l'onore è l'espressione di sintesi. Solo quando avranno interiorizzato tale valore i giovani Quadri potranno, con il loro esempio, svolgere un'azione formativa nei confronti dei giovani, volontari e non, che e n tra no a far parte d ella Forza Armata.


oraggio: "Forza morale che mette in grado di intraprendere grandi cose e di affrontare difficoltà e pericoli di ogni genere con piena responsabilità" (Zanichelli, ed. 1996).

C

Il coraggio inteso come valore, nell'ambito del sistema sociale, risulta abbastanza sentito in relazione a situazioni afferenti la sfera affettiva come famiglia, amicizia, lavoro, mentre è sentito in maniera insufficiente in situazioni totalmente estranee alla predetta sfera affettiva. Esso, inoltre, è abbastanza valorizzato dal sociale, ove la tendenza è verso un giudizio superiore, anche se non abbastanza incentivato dalle istituzioni. Altra risultanza emersa è che non tutti coloro che sentono e valorizzano il cpraggio, all'atto pratico, sono in condizion e di dimostrarlo nei fatti. Inoltre, di fronte a un atto di coraggio, pur comprendendone le motivazioni, quasi nessuno vi prende parte, a meno che non riguardi la sfera collettiva . Nell'affrontare la percezione che la parola


"coraggio" ha nell'ambito dell'istituzione militare, dovendo interrogarci su quale significato abbia questo valore per la nostra organizzazione, si è sentita l'esigenza, a differenza di quanto accaduto nell'ambito del sistema sociale, di considerare in maniera estensiva la definizione data. Essa è risultata essere: "Coacervo di qualità intrinseche che consente all'indivuduo di affrontare situazioni di rischio nelle quali è disposto a mettere in gioco o, al limite sacrificare responsabilmente tutto se stesso (e anche persone e cose per lui importanti), in nome di un ideale superiore". La definizione così estesa ben aiuta a comprendere come tale valore possa essere individuato quale ideale di riferimento della nostra organizzazione. Nel mondo militare il coraggio è abbastanza concretato nel comportamento effettivo e ben valorizzato dall'istituzione quale valore di riferimento, anche se risulta non sufficientemente incentivata una politica che aiuti il singolo a porsi in discussione. La società militare vede il coraggio del singolo come uno degli strumenti che permettono di raggiungere i fini istituzionali; è emerso, peraltro, che esso è solo sufficientemente condiviso tra i singoli componenti; questo secondo aspetto può essere collegato all'assenza di esperienze comuni tra gli appartenenti all'organizzazione che, con il tempo, abbiano avuto la possibilità di influenzare il comportamento collettivo (es: esperienze di combattimento). Infatti, il coraggio può essere omogeneamente con-

diviso solo se vissuto allo stesso modo - inteso come stesse condizioni - da tutti. Dal confronto emerge che il valore "coraggio" viene concepito in due modi diversi. Nell'ambito della società civile esso viene posto in essere principalmente in relazione a situazioni afferenti alla sfera affettiva come famiglia, amicizia, lavoro. Nell'ambito dell'istituzione militare, invece, il coraggio è rivolto a fini superiori che non necessariamente implicano la mera sfera affettiva. Il coraggio come valore è abbastanza condiviso, sia nel sociale, sia nelle istituzioni militari. Nella sfera civile maggiore attenzione viene posta però agli aspetti pratici piuttosto che alla condivisione del valore. Ne consegue che, mentre nella società civile l'uso del coraggio è sostanzialmente un concetto soggettivo e discriminato nell'impegno, nella società militare è impiegato almeno dai Quadri - come strumento di lavoro. Come una condizione da ricercare. Il coraggio è comunque valorizzato in entrambe le società, quale valore positivo di riferimento cui tendere nel proprio comportamento, anche se nel sistema sociale rappresenta un riferimento solo in determinate circostanze e situazioni. Il coraggio, istituzionalizzato nell'organizzazione militare, è visto come un comportamento etico. Deriva dal sistema sociale ma, in quest'ultimo, è relegato a esperienze personali e a qualità "fuori dal comune" mentre, nell'istituzione militare è sentito come un'aspettativa, come un comportamento ovvio.


T L

Gruppo di lavoro:

Magg. Antonio Fantastico Magg. Fabrizio Ghiretti Magg. Maurizio Parri Magg. Gabriele Tosvani Cap. Paolo Baudino Uap. Antonio Salerno

' altruismo è definibile sia come "attitudine dello spirito che spinge ad agire a favore/vantaggio del prossimo indipendentemente dal proprio tornaconto (il tornaconto coincide in questo caso con l'appagamento spirituale conseguente all'atto compiuto), sia come "attitudine dello spirito che porta condividere e trasmettere proprie esperienze/conoscenze a persone in difficoltà". E ntrambe le definizioni comportano il concetto di rinuncia o di condivisione di qualcosa di proprio a beneficio dell'altro (tempo, danaro, conoscenze, fatica ecc.) e convergono nel fare dell'altruismo un valore innato e, come tale, è ·posseduto o non. Se posseduto ha ovviamente una determinata intens_ità . .Laltruismo è, qu indi, un valore individuale che assume una evidente connotazione sociale e istituzionale. La forma più evidente con cui l'altruismo si manifesta in ambito civile è senz'altro il volontariato. In ambito militare l'altruismo si concreta, in parte, nel cosid-

a


detto "cam eratismo". Cioè nella disponibilità al servizio, ai disagi, alla comprensione e al rispetto delle esigen ze altrui (d edizione). Talvolta, specie in operazioni , può spingersi fino all'epicità dell'abnegazione . In genere, si tratla di valore m ediato tra il soddisfacime nto delle pro prie esigenze e ciò che si può dare di sé. Solo in casi eccezionali, infatti, l'altruismo s i spinge all'estremo della

sociale. In genere, l'inadeguata "valorizzazione" dell'altruismo condanna all'estinzione il gruppo che ne pra tica la sconfessione. Si tratta perciò di un valore indispensabile alla soprawivenza de l gruppo e d e terminante ai 6ni della esclusione del singolo dal gruppo. L'altruismo, la generosità, è un valore di riferimento assoluto per la totalità dei gruppi sociaJi, laici o reli-

rinuncia e si traduce nella totale d edizione di sé agli altri. Quando ciò si realizza l'insieme dei valori attribuisce a questo "tipo" d i altruista il massimo della stima possibile ed una sorta di immortali tà (santità e venerazione, ricompense al valore, monumenti, targhe, iscrizioni, dediche, ecc.). Sotto questo aspetlo vaste sono le analogie tra il mondo militare e il sistema

giosi, civili o militari, legali o illegali. È un vero e proprio "meccanismo di crescita e sostentamento". In quest'ottica l'istituzione militare e la società civile sono analoghe perché all'altruismo attibuiscono uguale priorità e modalità di riconoscimento. In questo senso l'altruismo rappresenta senz'altro un elemento su cui è possibile costruire il consenso.


T

' impegno, comuneL mente, può essere visto sotto la duplice veste di "obbligo morale", assunto nei riguardi di altri e di se stessi, a proposito del proprio a:tteggiamento o comportamento, oppure di una corresponsione o prestazione: "impiego incondizionato" di tutta la propria buona volontà e delle proprie forze nello svolgimento di un compito indivìduale o collettivo. Nella sua più comune accezione, l'impegno è largamente riconosciuto dalla società civile come un valore di natura universale. Ciononostante, si assistein periodi di crisi - ad un parziale scadimento del valore, che viene ad assumere un diverso significato intimamente legato non tanto ad ideali morali quanto all'obbligo personale del risultato per l'appagamento di interessi personali particolari, mascherati, in taluni casi, come obiettivo comune da conseguire nell'interesse di una azienda o di un ufficio. I.:impegno, così inteso, appare correlato meno ad aspetti idealistici e più a quello pragmatico di "corresponsione" o "prestazione". Si configura, quindi, come "obbligo contrattuale" che presuppone un grado di coinvolgimento meramente dipendente e


fortemente inOuenzato dal raggiungimento di un personale obiettivo economico-sociale. È questa l'accezione di "impegno" più deleteria nell'ottica di una didattica volta alle giovani generazioni. Nel contesto di una organizzazione, quale quella militare, caratterizzata da una sua esclusiva "atipicità", da una esasperata "gerarchizzazione" dei rapporti, ma pur sempre parte integrante e solidale della società, il valore "impegno" assume la medesima valenza universale dell'impegno civile ma è arricchito dal concetto di "dovere". Cioè dall'intima convinzione personale di svolgere compiti istituzionali finalizzati non alla mera produzione materiale di beni, bensì alla difesa di valori sanciti dalla Carta costituzionale. Qual è il peso dell'impegno nella attuale società? Esiste ancora qualcuno che fa qualcosa senza fini di lucro? Varie professioni hanno insita una "missione" anche se spesso la società, il "branco", soffocano l'impegno. n singolo è spesso disposto a impegnarsi, perché l'impegno è un valore che l'uomo ha dentro di sé e quanto più lo sente proprio, tanto più lo può tirare fuori. L'impegno è quindi, un problema morale e materiale: i puri sentiranno più l'aspetto morale, i meno puri quello materiale ma la condivisione del citato valore da parte della società è espressione di un riconoscimento dell'impegno, inteso come valore comune identificativo non solo dell'istituzione militare, ma anche del sistema sociale nel suo complesso. Si tratta, cioè, del "valore morale e solidale" di una comunità nazionale, ricollegabile al raggiungimento del benessere collettivo, ossia del benessere della Nazione nel suo insieme. In senso lato, l'impegno personale o collettivo può essere definito come '1a volontà di fornire agli altri, siano essi un

singolo, una organizzazione, la società, un contributo originale in pensiero o atti, che supera la mera esecuzione del dovere di cittadino, di ufficio, di servizio". In conclusione, l'impegno si estrinseca in una partecipazione motivata, in un comportamento innato e positivo, interiom1ente sentito, ma pur sempre strettamente correlato all'educazione ricevuta, che a volte inculca la sola ricerca del successo e della ricchezza, rapportando così -in chiave estremamente "ridutliva" - il valore "impegno" a cosa la società è disposta a dare in cambio. In tem1ini di premio, appagamento personale, benessere collettivo, aspettative future, prospettive di carriera, i.Bcentivi economici, riflessi e benefici privati e familiari, oppure - ad esempio, per la comunità militare- in termini di consenso, di riconoscimento sociale del lavoro svolto per la Nazione: si tratta, cioè, di aspetti di una quotidianità concreta che non si può fingere di disconoscere, ma che pecca dell'aspetto più puro, di quello universalmente sentito dall'uomo, quello "ideale/oggettivo". L'impegno, dunque, va inteso non come percezione di un valore diversamente sentito sulla base del fine ultimo Oucro o difesa) che l'organizzazione si propone. Se ciò si veli:ficasse, nel momento in cui la società o una organizzazione si trovassero ad attraversare un momento di crisi o una fase di trasformazione, il valore "impegno" verrebbe meno o quantomeno potrebbe trasformarsi. Se ciò si verificasse in una organizzazione militare, le conseguenze, gli effetti potrebbero essere deleteri per essa, nonché per l'intera società, se a ciò non si ponesse li:medio subito. Ma, oggigiorno, l'impegno è condiviso da tutti come un valore universale? E, se si, può essere messo in dubbio il suo "ruolo guida" nei momenti di crisi o di trasformazione?


al punto di vista m ili tare la disc iplina viene definita come "abitudine di adempiere tutti i doveri dello stato militare", osservandoli coscienziosamente per l'intima persuasione della loro intrinseca necessità. La disciplina non trova facile applicazione nel sistema sociale d~i valori, in qua n t o non viene vista come possibilità di scelta, cioè come esercizio intelligente e libero delle scelte, ma come strumento di coercizione della volontà personale. A tal riguardo è necessari o precisare che il termine "disciplina", come peraltro sancito dal relativo Regolamento militare, non è obbedienza ma consapevole accettazione. Implica quindi la condivisione delle regole che governano l'organizzazione. Sarebbe auspicabile che, specie nelle nuove forme di reclutamento, questo valore fosse esaltato nella sua giusta caratterizzazione.

D

IL VALORE DELLA

DISCIPLINA IN AMBITO FORZA ARMATA

Si parla sempre enfaticamente della disciplina militare, quasi fosse


sottinteso, in tutti, il pensiero che non ci sia disc iplina nell 'attività di altre organizzazioni, o che la disciplina militare s ia la disciplina per eccellenza. Il primo sospetto è ingiustificato, perché, se davvero potesse esistere un'organizzazione operante per un fine se nza disciplina, noi non la chiameremmo neanche organizzazione. Non vi sarebbe neppure un c riterio di giudizio, perché ogni accusa dovrebbe essere rivolta ai singoli che, non fusi dalla disciplina, continuerebbero a sopravvivere come individui, come parti, e non come comunità organizzata. La disciplina militare non può dirsi migliore o peggiore d i qualsiasi altra, ma il suo tecnicismo ha indubbiamente grande efficacia costitutiva e imprime un impulso più fervido alla sua stessa vitalità. La costrizione in una caserma, la distribuzione esatta delle operazioni nelle diverse ore della giornata, le insegne del grado, sono tutti particolari tecnici fecondi di disciplina. Proprio questa disciplina, ottenuta con i mezzi tecnici più semplici, è quella che spinge gli eserciti a vincere o a sacrificarsi senza esitazione, quando·necessità lo imponga. La disciplina militare, una ed immutabile nei principi fondamentali, è varia e contingente ne lla sua esi stenza ed attuazione perché deve adattarsi alle varie circostanze di tempo, di luogo e di persona, ed è interessante notarne le concezioni e trasformazioni nel tempo e nello spazio. Attraverso i secoli, col progredire della civiltà e della cultura e soprattutto col mutare delle concezioni di

vita, muta anche il modo di attuare la disciplina. Il concetto della disciplina degli antichi, basato sull'assolutismo e sul terrore, è del tutto diverso da quello odierno. Oggi, in opposizione a l principio assoluto dell'obbedienza pronta, immediata e quasi cieca, è sancito il principio dell'"obbedienza illuminata". L'inferiore può, anzi deve, non eseguire un ordine ritenuto errato, salvo poi a rispondere del suo operato. Gli eserciti, ispirandosi all'"obbedienza illuminata", hanno voluto sancire un nuovo principio di disciplina, che presuppone, nei rapporti tra superiore ed inferiore, un maggior senso di comprensione e di responsabilità. Poiché non tutti hanno una eguale sensibilità dell'autorità interna del dovere, scaturisce la necessità di adottare misure che costringono i militari al riconoscimento formale dei loro doveri d i uomini e di cittadini al servizio dello Stato. Ecco perché si dice che la disciplina dev'essere non solo spirituale, ma anche formale . Talvolta siamo insoffere nti alle forme disciplinari, e sorridiamo del cerimon iale di caserma; ma le formule del Regolamento di Disciplina, le forme di vita a cui siamo soggetti ogni minuto e ogni ora hanno la loro virtù formativa. Tuttavia, se la disciplina formale ha il suo al t o valore, non bisogna abusare di essa, perché mai può sostituirsi alla disciplina spirituale. La disciplina forma le deve tend ere perpetuamente alla sua spiritualizzazione, fino a l punto che disciplina formale e spirituale siano una stessa cosa, siano cioè semplicemente disciplina.


L

' autorità, nell'accezione comune, viene spesso indicata come la facoltà di esercitare un potere in quanto ciò è consentito dalle norme vigenti, a prescindere dalle qualità dell'individuo. Questo modo di pensare deriva dal fatto che talvolta nel mondo civile si tende a non considerare l'importanza che la struttura gerarchica ha per il funzionamento di qualsiasi tipo di organizzazione, ivi comprese quelle del mondo del lavoro. A un primo approccio, quindi, nel mondo civile l'autorità, pur essendo definita da norme scritte, è talvolta più evanescente. Ciò può determinare una non sempre chiara né univoca percezione di chi possieda l'autorità e, inoltre, può contribuire a fornire al termine un sottile significato negativo, quasi che l'autorità sia, in pratica, l'esercizio di un potere arbitrario. I n questa prospettiva, essa è meno accettata dal gruppo sociale ed è vissuta come una forma di imposizione e uno strumento di prevaricazione. Se però ci soffermiamo a considerare più attentamente il proble-


ma, notiamo quale importanza, specie nel settore privato, viene talora attribuita alla scelta degli elementi destinati a ricoprire, a qualsiasi livello, posizioni decisionali e come sia serrata la concorrenza fra gli interessati. Questi soggetti vengono selezionati in quanto l'organizzazione riconosce loro il possesso di un ins ieme di qualità (lealtà, imparzialità, capacità decisionale, capacità di assumere la responsabilità, cònoscenze professionali, cmTettezza morale, ecc ... ) tali per cui sono ritenuti più indicati per esercitare il potere in quella determinata funzione. È inoltre noto che, ogni qualvolta la situazione lo permetta, c iascun individuo cerca di realizzare una propria "nicchia" d'autorità, anche se non legittimata, in qualsiasi tipo di organizzazione sia egli inserito. Ciò premesso, considerato che l'uomo è portato a lottare e a impegnarsi solo per conservare od ottenere qualcosa a cui viene attribuito un valore, ne consegue che, anche per la nostra società, l'autorità rappresenta un valore. Per la struttura militare l'autorità è uno dei valori su cui si fonda la gerarchia. Esercita autorità colui che è investito di poteri e funzioni di comando e la cui forza è basata sulla legalità e sul riconoscimento ufficiale della forza stessa. In gruppi sociali, fortemente gerarchizzati e rigidamente organizzati quali quello militare, l'autorità viene ben definita ed accettata da tutti coloro che, più o meno liberamente, hanno scelto di farne parte. Essa può essere identi ficata con la posizione del comandante nei confronti dei subordinati, che determina per entrambi diritti e doveri. I

termini, le regole che esprimono lo svolgimento dell'autorità sono accuratamente codificate. Le "regole" sono ben conosciute dal gruppo. Nel gruppo si sa bene quali siano le prerogative di chi possiede l'autorità, ma anche i suoi limiti (catena di comando, dipendenza gerarchica e funzionale). Il possesso dell'autorevolezza, associato all'autorità, garantisce a colui che lo detiene una legiWmazione basata oltre che sull e norme anche sul co nsenso proveniente dal basso. P ertanto, l'essere considerato un elemento autorevole, ne l proprio campo, è un obiettivo" comune a tutti i componenti della società. Anche perché il possesso di questa caratteristica agevola la persona nell'interagire con gli altri membri della collettività in cui è inserita perché le sue opinioni/decisioni, in forza di questo riconoscimento, sono condivise/accettate più facilme nte dagli altri. Considerato che l'essere umano attribuisce un'alta valenza a tutte quell e caratteristiche, fra le quali si può sicuramente annoverare l'autorevolezza, che lo supportano per meglio integrarsi nella realtà sociale che lo circonda, possiamo sicuramente affermare che l'autorevolezza, dote che s i basa sulle qualità professionali, intellettuali e morali dell'individuo, sia un aspetto de11a persona a cui anche il mondo civile attribuisce un valore. L'autorevolezza in ambito militare è l'ins ieme di competenza, capacità, "stile", posseduti da un appartenente al gruppo militare. Doti percepite come pregi dagli altri com ponenti. In tal senso, l'autorevolezza costituisce un arricchimento dell'autorità, senza


la quale ques t'ultima non sarebbe che una imposi zione priva di reale s ignificato. L'autorevolezza supporta l'autorità e la rende bene accetta. Talvolta, però, in ambito militare, si tende ad identifica re l'autorevolezza con l'autorità, e chi possiede un determ inato incarico di comando ritiene di acquisire a priori anche l'autorevolezza.

tendenza ad assegnare un'accezione posi ti va d ell'autorevolezza ed un significato negativo all'a utori tà. Ci ò va valutato anche alla luce del fatto che nella società attuale il s ingolo è fortemente individualista ed è portato a porre in di scussione l'autorità in modo spesso pretestuoso, più "per affermare se s tesso" (narcisism o) che

Ciò crea disfunzioni e malfunzionamenti. Anche in ambito civile l'autorevolezza è il riconoscimento del possesso di doti di carattere, di capacità e di un consolidato patrimonio conosci tivo/intell ettuale da parte di un determinato individuo. La società civile non educa a l riconoscimento dell'autorità; ma p iuttosto ad identificare le autorità sulla base della loro autorevolezza. Si tende, pertanto, sia p er ragioni storiche sia per moti vazioni, che spesso non trovano reale fondamento, ad attribuirla più a persone che non possiedono un a legi ttima autorità, che a chi di tale au torità è realmente investito. Inoltre sussiste la

per costruire qualcosa o migliorare l'organizzazione. Di fatto le differenti interpretazioni date ai principi in esame da parte della sfera sociale e militare, unitamente ad a ltri fattori d'attrito, posso no genera re una diminuzione del rico no ~cimento e del consenso dell'i s tituzione militare da parte della società. L'esercizio del comando s tesso è delegato a personaggi dotati di autorità che abbiano una loro autonomia deci s ionale ed un con senso collettivo. Ne co nsegue che, in assenza di autorità e a utorevolezza, verrebbero a mancare quelle "figure-guida" che in ogni. organizzazione sociale evitano che quest'ult im a possa andare allo sbando.


Finito di stampare nel mese di Maggio 1999


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MUTAMENTI STORICO-SOCIALI E ATTUALIA’ DEI VALORI by Biblioteca Militare - Issuu