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GEOECONOMIA NUOVA POLITICA ECONOMICA O SEMPLICE PROTEZIONISMO?

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Direttore responsabile: Giovanni Cerbo Š

1996

ProprietĂ leneraria artistica e scientifica risaNata

Pubblicazione curala da: Ferdinando Schellino


Sergio Labonia

GEOECONOMIA NUOVA POUTICA ECONOMICA O SEMPUCE PROTEZIONISMO?


PRESENTAZIONE

l volume d~l Genérale Sergio Labonia è frutto di Utla ricerca svolta quando, nell'Anno Accademico 1994/ 95, era frequentatore della 46a Sessione del Centro Alti Studi della Difesa. Il tema prescelto conferma l'interesse crescente della geoeconomia nel campo degli studi internazionali di politica e di sicurezza. L'Autore ha della geoeconomia un'idea alquanto critica. È allineato itz questo con le opinioni espresse al riguardo da noti economisti liberisti, come Solow e Krugt1t.an. Secondo essi il pensiero geoeconomico e più specificatamente il "delirio" della competitività dei usistemi-paese'~ particolarmente sviluppato negli Stati Uniti, non sarebbe altro che un paravento dietro cui si celano tendenze protezionistiche, cioè un neomercantilismo che romperebbe l'unitarietà del mercato mondiale e che quindi provocherebbe un danno alla crescita generale. Tale tesi, per itlciso, è stata sposata anche dalla Fondazione Agnelli e, più in generale, da tutti gli studiosi che pongono l'accento sulla globalizzazione, tlell'attetmazione delle funzioni economiche degli Stati-nazione, erose da fenometli che sfuggono al loro co11trollo, come le imprese multi11azionali e daUe istituzio11i i1ltertlazionali come il GAIT, ora WTO. Diverso è l'approccio seguito dai sostenitori dell~esigenza di re11dere economicamente competitivi i usistemi-paese'~ cmznesso più o metzo indirettamente cotl le tendenze Utlilateralistiche emerse negli Stati Utliti e, più itl particolare, cotl tutto il filone politico-ecotZomico del "bashi1lg Japatz". Diverso è anche l'approccio di Edward Lt~ttwak, che ha reintrodotto 11el dibattito politico-internazio11ale il termine geoeco1lomia, sostenendo che la competizimle mo11diale fra gli Stati industrializzati si è trasformata da geopolitica a geoecotlomica (vedasi il volume pubblicato con Carlo Pelatzda e Giulio Trenwtlti nel 1995 presso Mondadori, dal sigtzificativo titolo uil fatltastna della povertà''). Molto diversi, itifi1le, anché gli approcci seguiti nel volume, che ho curato cotz Paolo Savona, intitolato "Geoeconomia - il domitzio dello spazio economico'~ pubblicato nel1995 da Franco Angeli. In esso si sostiene la tesi che la geoeconomia sia una specie di geopolitica economica, che richiede innanzitutto la rimessa in efficienza del "sistema-paese'~ deUa "intelligetlCe" ecotlomica, deU~ i tifrastrutture, dei servizi pubblici e d~l.fisco e, soprattutto, degli investimetlti sul capitale umano, cioè sull'educazione-formazimle permanente, per metterlo in condiziotle di competere in ambito motldiale e i1l ambito regionale. La regionalizzazione, cotl la creaziotle di zotle di libero scambio, di mercati utlici

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e di unioni economiche e motletarie, attuata soprattutto in Europa, è una risposta alla globalizzazione e comporta un sistema di cooperazione-competizone sia in ambito r egionale sia tra le regioni fra di loro. Il "villaggio globale" e l'internazionalizzazione deU'economia sono, almeno per il futuro a medio termine, un semplice mito. Giova ricordare in proposito il numero degli accordi bilaterali fra Stati e fra macroregioni economiche, che supera di gran lunga queUi fatti al livello GA1T e WTO, il potenz iamento che in tutti i paesi hanno i s ervizi di "inteUigence" e di controspionaggio economico, e il fatto che ill un mondo senza frontiere gli Stati it~du­ strializzati devono competere con queUi di nuova industrializzazione - specie con il Sud Est asiatico e con la Cina -che hatzno costi d ella manodopera e vincoli ecologici enormemente inferiori. Vi è ovunque un ripensamento delle futJzioni in ecotwmia degli Stati nazionali, che sotto il profilo politico rimangono le componetlti fondamentali del sistema i1lternazionale, unici luoghi i11 cui siano possibili la definizione anche imposUiva di valori, itJteressi e politiche e il bilanciamento fra libertà e solidarietà. Marx si è sbagliato: non è la classe operaia ma il capitale ad essere internazionale. Gli Stati, nati per sostenere l'industria tzaz ionale secondo la tesi protezionistica di Ham:ilton e di List, non devono più .frotlteggiare la rivolta dei ricchi, ma quefla dei poveri e proteggere la propria cla-sse operaia e il proprio territorio dal rischio di de-itldustrlalizzazione. Possono farlo solo passando da utza strategia difensiva (proteziollistno, autarchia, ecc.) del passato, ad una offensiva, basata su una ricerca defla competmvità ill un sistema reso aperto dafla attuale teCtJOlogia defla produzione defla ricchezza, dafla dematerializzazione di quest'ultima, con l'aunumto del terziario e da11a diminuzione dei costi dei trasporti e delle telecomunicazimli. Pur cotl queste riserve -beninteso del tutto discutibili e di fatto discusse -lo studio di Sergio Labonia è molto interessante e ben documentato. Affronta i problemi deU'econotnia sia come strumento di sicurezza sia cotne fine della sicurezza, i problemi della cosiddetta guerra ecollomica, delle sanzioni e degli embarghi. Sono temi di estrema attualità ajfron.t ati con profondità di analisi ed acutezza di sintesi Sono ben lieto di presentare questa ricerca, che costituisce un contributo al d ibattito sul tema ess~zziale, purtroppo quasi ignorato ill un'Italia troppo ripiegata anche culturalmente su se stessa, notlostatlte la crescetzte internaz ionalizzazione del nostro Paese e l'impossibilità di separare la riflessione sulla politica ecmwmica interna da queUa estera.

IL PRESIDENTE DEL CENTRO ALTI STUDI PER LA DIFESA

Gen. C.A. Carlo Jean


INTRODUZIONE

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alterazione defl 'equilibrio bipolare, con i macrofenomeni politici e sociali che ne sono derivati- sia in Europa sia negli Stati già appartenuti atl'URSS- ha richiamato, negli ultimi anni, l'attenzione dei politologi e degli economisti dando nuovo impulso agli studi in discipline già in auge ed origine a nuovi punti di vista che, a loro volta, si sono concretizzati in filoni originali di studi ora conosciuti sotto l'etichetta di "geoeconomia". È appena necessario aggiungere come la panoramica degli eventi seguiti alia dissoluzione dell'URSS dovrebbe comprendere anche le evenienze belliche in corso nei Paesi della vicina ex jugoslavia, in Cecenia ed altrove, ma di ciò non ci si è occupati per non estendere eccessivamente il contesto dello studio.

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In sostanza, dei tre settori strettamente interdipendenti, geopolitica, geoeconomia e geostrategia, si è privilegiato il secondo, in aderenza alla tematica assegnata, anche se, ovviamente, ne restano rilevanti le connessioni con gli altri due. Si è assunto a punto di partenza che, al presente ed a parte le guerre calde combattute in ambiti ristretti, la competizione internazionale sia aspra ed attualizzata in forma di scontro economico e finanziario investendo i terreni della produzione e dello scambio nonché quello monetario (finanza internazionale). La geoeconomia si colloca così come disciplina strumento della geopolitica e, almeno in parte, sostitutiva della geostrategia, vertendo quest'ultima sugli aspetti più strettamente "militari" delle relazioni internazionali. Come si diceva, mentre la geopolitica "ha radici remote (classici) e meno remote (Ratzel, ecc.) ed è stata già utilizzata, con la dottrina dello "spazio vitale ': in sede politica dalia Germania in primo luogo e poi dall'Italia come da altri Paesi, la geoeconomia è di recente ideazione: se ne può individuare la data di nascita in un lavoro di Luttwak pubblicato nel1990. La metafora, basata su Marte e Mercurio e utilizzata anche da studiosi italiani, può essere applicata alle argomentazioni che qui si portano avanti: alla quiete di Marte, seguita alla distensione, non si accompagnano, ma anzi si inaspriscono, le conjlittualità nelle "arene" del commercio e della finanza simboleggiate da Mercurio. Nello scenario mondiale si fronteggiano, secondo la "communis opinio" degli osservatori, tre "poli" in una sorta, appunto, di tripolarismo della potenza economica e finanziaria mondiale: gli USA, il Giappone e l'UE, dove primeggia la Germania. I tre "pivot" vedono ruotare


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intorno al "dollaro ·: allo "yen" ed al "marco" ampi spazi economici da essi dominati, economicamente e finanziariamente, e sui quali esercitano anche una forte influenza politica. La concorrenzialità investe, dunque, non soltanto i tre Stati egemoni, nei relativi "spazi", ma anche quelli ad essi strettamente collegati e riguarda la crescita della produttività, l'appropriazione di quote di mercato, la riduzione dei costi di produz ione e così via .•È evidente come l'H. T. e la flessione dei costi convergano ad accrescere produttività e forza economica. Le analogie tra le competizioni economiche e quelle militari sono assai numerose e non sempre si tratta di analogie euristiche ma talvolta hanno valore sostanziale: si tratta infatti di contenere la forza dell'avversario, di ridur/a, possibilménte di annullarla, di invaderne i "territori" (affari) operativi avvalendosi di ogni possibile mezzo a propria disposizione. La globalizzazione dei mercati, sia delle merci sia dei mezzi finanziari, riducendo le barriere protettive e ad onta degli accordi internazionali, ha reso la contesa economica più aspra e complessa sicché essa viene combattuta senza esclusione di colpi. I fattori politici interni e le politiche economiche dei singoli Stati agiscono, a loro volta, in senso rafforzativo (od all'apposto), a sostegno della guerra economica; il "welfare", ad esempio, accrescendo i costi interni riduce la competitività; oltre un dato limite si assiste allo spostamento delle sedi produttive dai Paesi di "welfare" a quelli con debole protezione sociale e quindi a basso costo della manodopera. La posizione rispetto alla liberalizzazione degli scambi, cambia a seconda della forza della propria economia quasi che si abbia ad assistere a nuove forme di bullionismo o mercantilismo; i Paesi del Terzo Mondo, ad esempio, temono che il liber-alismo economico possa risolversi, a loro danno, a vantaggio della supremazia dei Paesi più ricchi. La posizione di Luttwak, criticata peraltro da altri studiosi come Solow, si può riassumere, parafrasando la nota espressione di Clausewitz, nell'affermazione: "il commercio non è che la continuazione della guerra con altri mezzi':· in geoeconomia, cioè, le armi offensive, tra cui la ricerca e lo sviluppo, dominano il campo per la conquista del "territorio industriale del futuro " attraverso la superiorità tecnologica; tale contesa è in atto tra i tre "pivot" prima ricordati. L 'allarme di Luttwak è, a suo awiso, rafforzato dalla mera consideraz ione dalla meticolosa funzionalità in alcune attività, come le aeroportuali, paradigmatiche della efficienza generale del Paese; insoddisfacente ~n USA, gratificante in Giappone, Svizzera e Germania; il "sogno americano" della società opulenta si andrebbe dunque offuscando. Che gli scontri USA-Gliappone e USA-UE siano aspri del resto si evince, giorno per giorno, dalle cronache. Luttwak avanza suggerimenti perché il suo Paese possa "conquistare il territorio industriale del futuro". Altri autori, come Krugman si pongono su posizioni diverse parlando addirittura di "ossessione" da competitività ed appoggiando le proprie critiche su analisi statistiche come, del pari, aveva fatto a sua volta, a sostegno di punti di vista opposti, Luttwak. Senza entrare nel merito della contesa, né della superiorità rela,tiva dei modelli "renano" e "anglosassone': resta da osseroare come la disputa sul terreno economico di mese in mese si inasprisca e contemporaneamente, con una serie di accordi internazionali, si cerchi di po1vi argine. Certo è che la tesi di Kissinger, che "gli Stati non si amano", trova conferma addirittura nelle azioni di "intelligence" interne agli stessi Paesi della NATO e detta Comunità Atlantica,


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sia per carpire segreti produttivi, sia per impedire forme di concorrenza sleale, sia per appoggiare la penetrazione del proprio commercio in nuovi spazi economici. All'inverso, un reticolo di accordi internazionali, come il GATTe il WTO (quest'ultimo da poco vede al vertice della sua organizzazione un italiano), mirano a ridurre i danni della conflittualità commerciale esasperata tentando di regolarne la concorrenza internazionale. La geoeconomia, però, induce a guardare alla sostanza delle cose ed a portare la propria attenzione al ribollire degli interessi al di sotto e al di là degli accordi. Come nel campo del disarmo anche sul terreno economico esistono i modi di aggirare gli impegni e di considerarli, come in sostanza sono se non sorretti dalla robustezza politica, economica e militare, una sorta di "chiffon de papier"; non mancano, a parte le accennate ope1·azioni di "intelligence", i modi di aggirarli scovando le "nicchie" sfuggite alla normativa o non controllabili dagli organismi internazionali; il boicottaggio può essere esercitato non soltanto attraverso barriere doganali ma, meno clamorosamente e più semplicemente, con modalità più coperte come, ad esempio, la complicazione delle pratiche burocratiche, i ritardi nello sdoganamento, i cavilli nei controlli alte frontiere, ecc .. Logica geoeconomica e logica militare presentano non pochi parallelismi; la penetrazione nel campo avversario può aversi attraverso le partecipazioni azionarie, gli acquisti immobiliari o di altri beni mascherati spesso con marchi o prestanomi locali. Il nuovo "ordine economico" si presenta così come il nuovo "ordine mondiale": etichetta valida a velare l'effervescenza delle forze in competizione. Stando così le cose, è ineludibile da parte dei singoli Stati provvedere sostanzialmente a proteggere e, ove possibile, ad espandere la propria economia; anche nei rapporti di alleanza si ba sempre un "superordinato" rispetto ad un "subordinato" o, come suoi dirsi, un "cavaliere" ed un "cavallo". Da ciò alcune urgenze per quanto al nostro Paese. La prima concerne la cosiddetta "unità di comando" o "cabina di regia"; gli interessi economico-finanziari del Paese vanno unitariamente curati da un organismo centrale e non in modo frammentario da una pluralità di ministeri (Esteri, Commercio con l'Estero, ecc.) o di agenzie; la questione è analoga a quella del comando unico delle Forze Armate. In secondo luogo, i progressi tecnologici vanno sorretti con il massiccio impiego di risorse nella ricerca scientifica, risorse orCJ utilizzate " a pioggia" in una molteplicità di iniziative prive di esiti concreti e non soggette a riscontro. Il "welfare", del resto costoso e talvolta fallimentare, andrebbe attenuato e ridotto per contenerne gli oneri; in Italia l'imposizione fiscale rischia di soffocare lo spirito di iniziativa. I Servizi (se ne sono occupate recentemente personalità politiche) dovrebbero essere riordinati nel senso di porsi anche al servizio delle esigenze economiche delle imprese nazionali. Nella Comunità Europea è di dominio comune la persuasione cbe la Germania, con la sua forza sociale ed economica e con l'egemonia del "Kaisermark", stia diventando una ·presenza ingombrante" secondo la definizione dell'ultimo rapporto ISPI. Lo studio stesso della geoeconomia e delle due materie collegate, geopolitica e geostrategia, andrebbe potenziato sia per aniccbire lo spirito competitivo della nostra classe dirigente, sia con intenti conoscitivi, sia a fondamento di una adeguata, realistica, politica economica nazionale.


x Al quesito circa la fisionomia della geoeconomia, ovvero se considerarla una nuova politica economica o un semplice protezionismo, non è agevole dare una risposta dal momento che, finora, non risultano contributi autorevoli in tal senso. Di sicuro è asseribile che si tratta di un originale ed attuale campo di studio, di ricerche e di riflessioni; se da sempre "in nuce" negli studiosi di economia internazionale o di politologia, oggi, per le dimensioni·globali assunte dagli affari internazionali - di commercio e finanziari oltre che produttivi- dovrebbe costituirsi come scienza autonoma, con un suo ambito proprio di studio e di competenza. Dal momento però che gli "interessi" riguardano i singoli Stati, anche se non più Stati-nazione (da alcuni se ne prevede il declino), e che almeno fino· alla realizzazione di un mondo utopico (che sia anche eutopico), la geoeconomia dovrebbe porsi a vantaggio delle proprie imprese, a sostegno della propria politica economica, e a difesa, per quanto ci riguarda- evitando di usare il termine "protezionismo"- degli interessi del "sistema Paese" Italia.


PREMESSA


egli ultimi tempi, anche a seguito dell'interesse scientifico di alcuni studiosi già interessati alla geopolitica e/ o alla geostrategia, l'attenzione si è allargata al concetto di "geoeconomia " guardando alla globalizzazione dei fatti economici e finanziari e alla loro articolazione per grandi aree ("regionalizzazione") o regioni economiche. Tale interesse è conseguente all'aspetto pragmatico del problema che è caratterizzato dalla necessità di attrezzare ogni sistema-Paese p er posizionarlo, nel modo migliore possibile, nella divisione internazionale del lavoro e dal fatto che i governi nazionali traggono sempre di più la loro legittimazione dal successo economico. L'estensione dell'idea di "are na" a più campi richiama anche le posizioni del noto sociologo francese Bourdiea u che considera appunto come terreno di scontro tutte le attività, comprese quelle culturali; la stessa azione del "dia logo" si conclude sempre con la supremazia dell'uno, o di un gmppo, sugli altri. La fine del bipolarismo ha inoltre aperto la strada ad una serie di eventi contrassegnati particolarmente dal decnno degli Stati-Nazione , da processi d i frammentazione , dal moltiplicarsi de i conflitti armati (se ne conta no, in atto , poco meno di un centinaio), dalla attenuazione dell'idea di "sovranità" (e quindi de lla "non ingerenza" negli affari interni di singoli Stati) , nonché dall'acuirsi e dall'estendersi de lle competizioni economiche in forme rinnovate o del tutto nuove. Ne sono seguite , e sono oggi attive co-

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me non mai, da una parte turbolenze ad este nsione planetaria e da ll'altra accordi regionali o globali con l'intento di regolare il commercio internazionale, di gestire la concorrenza con il suo seguito di effetti perversi (spionaggio industriale, ecc.), di, in a ltri termini, ridu rre l'as prezza d egli scontri. Nello stesso linguaggio i te rmin i e le analogie vengono tratti o riferiti alle vicend e be lliche. Ai modi trad izion a li d e lle "gue rre" comme rcia li si sono affia ncate aspre compe tizioni d i natura finanziaria o nd e sp ecula re sui me rca ti glo bali pe r tram e profitti. L'inte rnazionalizzazione della finanza, come del comme rcio, ha reso pressoché impossibile ogni forma di controllo anche a causa della rivoluzionaria liberalizzazione del mercato dei capitali, per la straordinaria velocizzazione tecnologica de i te mpi o perativi e per il moltiplicarsi dei così detti prodotti de rivati. Si parla d i trilio ni di dollari a disposizione dei "fondi" statu nitensi o delle multinazionali. La massimizzazione dei profitti, obiettivo delle attività economiche , lo è ancora più incisivamente per i mercati finan zia ri che fru iscono, pe r di più , de lle p ossibilità offe rte d a i "down payme nt" che consentono di muovere mezzi ingenti con capitali re lativamente modesti. Si parla perciò di "finanza nucleare", come si va spe rimentando anche a danno dell'Italia (marzo 1995), con reazioni a cate na , per o ra con e ffetti diro mpenti ma che , secondo alcune pro poste , si potrebbero orientare così da renderli positivi.


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La geoeconornla, di cui la geofmanza è parte, come ma di scontro, ad onta degli accordi internazionali, mostra al presente quella tendenza all"'ascensione all'estremo" che il Clausewitz aveva previsto per la "guerra assoluta". Le dichiarazioni di intenti, come quelle espresse in apertura del convegno O NU ( marzo 1995) a Cope nhagen onde combattere la povertà del mondo, non vanno oltre le espressioni di buona volontà che si arrestano di fronte al problema di chi debba pagare i costi dell'eventuale ed ipotetico sviluppo economico-sociale del Sud del Mondo. Intanto i Paesi del Terzo Mondo hanno visto il loro debito con l'estero raddoppiarsi negli ultimi dieci anni; gli USA hanno ridotto il bilancio per l'assistenza all'estero del 20%; Londra preannuncia drastiche riduzioni e così l'UE. Ci si potrebbe chiedere in che cosa consista la differenza tra geoeconornia ed economia politica; mentre la seconda rivolge la propria attenzione alle tematiche che le sono tradizionali, la prima si veste di una specie di colbertismo avanzato, "high tech", che si avvale di strumenti sofisticati onde potenziare le capacità competitive dei sottosistemi statuali mirando anche alla migliore utilizzazione del capitale "uomo" attrave rso la sua preparazione specializzata ed il suo livello di istruzione. C'è da aggiungere che la geoeconomia non è solo colbe rtismo ma anche strume nto di lotta per le nicchie eventualmente disponibili nel commercio e negli affari internazionali. Per quanto attiene poi alla correlazione tra geoeconomia e geopolitica si può affermare che mentre la prima è lo studio della competizione tra i sistemi-Paese nello spazio economico, la seconda si riferisce allo spazio multidimensionale de lla politica.

La geoeconornla, quindi, non è succedanea (Luttwak) ma strumento della geopolitica come la geostrategia, con la differenza che mentre quest'ultima è in declino la geoeconornla è in ascesa in quanto le. dimensioni verticali dello spazio concorrenziale stanno accrescendo la loro importanza relativa rispetto alle orizzontali. In sostanza, per Luttwak, lp. geoeconomia assume centralità e perciò gli USA non dovrebbero subordinare la loro capacità di competizione economica ad accordi politici con l'Europa ed il Giappone. Come è noto il punto di vista di Hungtington (The Clash of Civilization) e di altri politologi è del tutto diverso.

Sul piano economico e finanziario la rea ltà è che sullo scenario mo ndia le si fronteggiano , in una sorta di "tripola rismo", gli USA, il Giappone e l'UE dominata dalla Germania. Lo scontro per il commercio internazionale si riflette sul valore relativo delle tre monete: marco, yen e dollaro oltre che, se non ancor di più, su alcune dimensioni verticali dello spazio econo mico (quote di me rcato , industrie "high tech", crescita de lla produttività, ecc.). Non è possibile prevedere quali saranno gli esiti del conflitto e tanto meno se esso corra il rischio di assumere modalità più "calde" di quelle ora in atto fuoriuscendo dal campo di osservazione e di studio della geoeconomia. Con il presente lavoro si mirerà, dopo una disamina sia pur sommaria dei nessi tra geopolitica, geoeconomia e geostrategia, a considerare i più recenti aspetti della competizione tecnologica e d economica (acquisto aziende, manovre di portafoglio) nell'arena internazionale nonché gli istituti e gli accordi posti in essere, regionalmente o globalmente, a regolare gli scontri in vista di (utopici?) vantaggi universali.


CAPITOLO I


RECENTI VEDUTE SUlLA GEOECONOMIA

FATTORI ECONOMICI

E POTENZA MllJTARE nessi tra politica ed· economia e tra queste e la strategia sono stati posti in evidenza da più autori con una serie di analogie sia euristiche sia sostanziali. Si evidenzia la fondamentalità dei fattori economici pe r la potenza militare; ma si sottolinea, nello stesso tempo, come la "stabilità" strategica consenta di accrescere il proprio sviluppo economico. Si potrebbe assumere a paradigma la politica della Cina: avendo la necessità di ammodernare la propria economia e perciò di non dissipare eccessive risorse in armamenti, specie se offensivi, ha cercato in tutti i modi di non essere coinvolta in conflitti armati diretti salvo che nel caso di minacce alle proprie frontiere, come nei conflitti coreano ed indocinese o, nei confronti dell'URSS, sull'Amur; anche la NATO, per impegnare meno risorse sul più costoso convenzionale, ha enfatizzato il nucleare. Lo sviluppo economico, fondamentale per la potenza politico-militare comporta l'accantonamento di un "surplus" da impegnare come capitale per l'industrializzazione; la formazione di un adeguato "surplus", a sua volta, implica l'evitare costosi conflitti e il ridune i costi per fronteggiare la crescita della popolazione. La politica demografica cinese, volta ad una drastica riduzione della natalità (uno o due figli per coppia con sanzi0ni per eventuali nati in più) si accompagna alla politica difensiva, allo scopo di tenere alti i tassi di sviluppo con l'obiettivo, a medio termine, di conseguire un forte peso politico-militare. Correttamente è stato osservato come l'eclissi almeno temporanea della strumen-

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talità della forza militare, per effetto del collasso dell'URSS, non significhi la fine della geopolitica, 'come ha sostenuto Luttwak o, meno ancora, la fine della storia secondo la tesi di Fukuyama ma, più semplice mente, l'utilizzazione di armi "diverse": scientifiche, tecnologiche, economiche e finanziarie. Per certi aspetti il terreno geoeconomico, come arena competitiva, è in parte incognito almeno riguardo alle dimensioni e ad alcune delle modalità, come le finanziarie, scarsamente utilizzate in passato in difetto delle possibilità tecnologiche di comunicazioni in tempo reale. Quest'ultimo aspetto ha visto moltiplicare la sua efficacia già sperimentata, in forme elementari, con l'applicazione del telegrafo, durante le guetTe della prima metà del secolo scorso, e per le speculazioni in borsa. STRATEGIA ECONOMICA E STRATEGIA MD.JTARE

Le analogie tra la strategia economica e la strategia militare non eliminano tuttavia alcune differenze; mentre, applicando la teoria dei giochi, nella strategia militare si conseguono per lo più risultati a somma zero, in campo economico, tranne che nel caso di scontro tra monopoli o oligopoli, ognuno dei contendenti può conseguire vantaggi; sono giochi a somma non uguale a zero (paradigma utilitarista dello scambio). La geostrategia mira ad obiettivi politici e cioè ad imporre ad altri la propria volontà. L'impiego della forza economica può


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implicare qualche cosa di aggiuntivo e cioè il conseguimento di fini strettamente economici non necessariamente dannosi per l'altro contendente. In sociologia il problema della "durata", e cioè del tempo, è assai rilevante e discusso ; la forza militare potrebbe conseguire risultati decisivi in tempi brevi, come nella guerra del Golfo; solitamente però, pur mirando al " Blitzkr~eg", come nella prima e specialmente nella seconda guerra mondiale, i tempi brevi raggiungono o superano durate misurabili a lustri; è pressoché superfluo ricordare conflitti dalla durata decennale o secolare (guerra dei "trenta anni", dei "cento anni", ecc.). La competizione economica è sempre lenta nel conseguire i propri risultati; ad usare la terminologia militare Cvi è chi la definisce "subdola") si awicina alla così detta "guerra d'inganno" con le frequenti fmzioni poste in essere e con le modalità, spesso assai astute, delle attività commerciali. Una differenza più marcata si ha nel fatto che la forza militare ha talvolta poteri dete rrenti p ote nzia lme nte ta nto efficaci quanto nella loro attualità; la competizione economica, al contrario, è assai me no interattiva dal punto di vista potenziale dal momento che agisce direttamente sull'arena a lei propria. Mentre nel campo strategico la predisposizione della forza può far conseguire taluni obiettivi, nel campo economico alla predisposizione dev~ necessa riamente seguire l'azione e cioè l'impiego dei mezzi disponibili. In termini di spietatezza sembrerebbe che la geoeconomia lo sia di più della geostrategia. Sebbe ne la globalizzazione dei mercati vada rendendo meno determinante l'azione dei singoli Stati, il ruolo dei governi va tuttavia crescendo allo scopo di difendere le proprie produzioni a maggiore valore aggiunto ed i propri mercati. I fattori dell'economia devono essere in qualche modo sviluppati e protetti anche per compensare

gli effetti de lle barriere poste al libero mercato in taluni settori come in quello agricolo o dei prodotti petroliferi. Il compito è ancora più difficile anche p erché la sovranità economica degli Stati si è sensibil mente ridotta. J<\Tello stesso settore finanziario la mondializzazio ne ha accresciu to le inte rfe renze de i me rcati nella politica dei governi e delle banche centrali: Vulnerab ilità a ltrui e proprie va nn o dunque conosciute, protette o utilizzate. La politica degli aiuti pe r compe nsare le disuguaglia nze, per esemp io tra Nord e Sud, nasconde sempre degli interessi non soltanto economici, ma anche politici e di prop aganda; gli obiettivi economici vengono rima ndati ad un secon do tempo. Esemplari i casi de l piano Marshall che, pa leseme nte, mirava a meglio lega re i paes i ricade nti Qalta) ne lla sfera di influe nza americana, agli USA, o gli aiuti che oggi , con molta prudenza, vengono dati ai paesi dell'Est europeo. SPECIAilZZAZIONE DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

È noto come nel comme rcio internazionale sarebbe universalmente va ntaggiosa la specia lizzazione p roduttiva nei settori più adatti, e perciò a più basso costo, per i singoli paesi. Emblematico è il caso d i Cuba che avrebbe avuto ed avrebbe convenie nza a produrre zucche ro di canna e turismo, richiamando visita tori specialmente dai vicini USA. Ma è altrettanto noto che monocoltura o bicoltura, nel caso zucchero e turismo, pongono uno Stato alla mercé economica e politica altru i, come p e r Cuba, magg io re esportato re di zucchero e del prodotto "turismo". Attraverso il blocco delle importazioni o de primendo i prezzi di date merci, si può soffocare uno Stato che non si pieghi alle pretese politiche, o militari, della potenza importatrice. Così per decenni è staro vin-

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colato l'Egitto attraverso il controllo de i prezzi del suo principale prodotto, il cotone in balle , sulla piazza çli Londra. L'acquiescenza alla Gran Bretagna diveniva così comportamento obbligato. "LE GUERRE STEllARI" COME

MODAUTÀDIGUERRAECONOMUCA Conflittualità economica possono essere escogitate. L'America di Reagan, con la politica di spesa e di riarmo legata a l programma etichettato "guerre ste llari", provocando una analoga corsa agli armamenti da parte dell'URSS, mirava a ridurne fortemente i consumi civili e quindi ad accrescere il malessere di quelle popolazioni rendendole meglio permeabili alla propaganda occidentale e meno devote al regime; a parità di on e ri per il riarmo i sacrifici sono assai più eleva ti per il paese a più basso reddito annuale "pro-capite". Si può soggiungere che la strategia reaganiana, al riguardo dello SDI (Strategie Defence Initiative), mirasse anche a destabilizzare l'impero sovietico per renderlo p iù vulnerabile dimostrando che l'URSS non solo no n avrebbe potuto sperare di trarre vantaggio dalla sua superiorità militare ma che, anzi, avrebbe rischiato di perderla. IJ programma reaganiano probabilmente mirava anche a stimolare gli alleati a dare un più consistente contributo alla NATO. La competizione economica tra gli USA e gli URSS ha investito a suo tempo anche prodotti meno appariscenti per ·l'opinione pubblica come il mercato dei diamanti o quello dell 'oro talvolta con convergenze per i diamanti, tra URSS e Sud Africa, paesi produttori interessati a tenerne alto il prezzo. Quanto all'oro sovietico, l'immissione improvvisa di grossi quantitativi sul mercato svizzero o di Londra ha avuto in qualche caso influenze negative; e qui le convergenze con il Sud Afiica si profilavano come divergenze.

Gll EMBARGill. IL "BLOCCO"

Gli embarghi rappresentano una ben nota forma di guerra economica, assai prossima a quella guetTeggiata, ed atta ad esercitare, con altre sanzioni, forti pressioni politico-militari; è il caso dell'embargo in corso nei confronti della Repubblica Federale di Jugoslavia o di quello ancora in atto verso la Libia. Accanto agli embarghi si pongono le sanzioni (embargo "giornalistico"), forte strumento di pressione politica attraverso la chiusura parziale o totale dello spazio economico (commercio) di un determinato paese. Le sanzioni vennero applicate, come tutti ricordano, con scarso successo, ne i confronti dell 'ItaLia in occasione del conflitto !taio-Etiopico. Una forma particolare di embargo concerne i materiali strategici con l'obiettivo di ostacolare determinate attività guardando in primo luogo a quelle militari; esemplari le proibizioni e gli embarghi sul commercio di materiale fissile nucleare o di determinati prodotti chimici atti all'approntamento di aggressivi. Per sintetizzare e d a chiarimento del concetto, si definisce embargo quell'azione tendente ad impedire o rallentare il processo economico di un paese. Detto embargo può essere strategico e "giornalistico" (sanzione) che, come detto, viene usato solo come strumento di pressione. Sul terreno geoeconomico, accanto agli embarghi e alla relativa figura giuridica nel diritto internazionale, va tenuto conto anche di una misura, assai più incisiva, e cioè del "blocco". Esso consiste nella chiusura, ovverosia nella interruzione assoluta delle comunicazioni e dei trasporti, di una zona della frontiera marittima di uno Stato, dichiarata da un altro o da più Stati. Implica l'impedimento delle comunicazioni non solo pe r lo Stato bloccato ma anche per i Paesi terzi e per le loro fl otte militari e commerciali. L'obbligo di rispettare l'ordinanza di blocco coinvolge anche gli Stati neutrali se


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viene statuito in tempo di guerra. Lo Stato bloccante ha il diritto di "arresto" e di visita delle navi mercantili nella zona interdetta ed ha anche il dirino di cattura e di preda delle navi che violassero la misura. È ovvio che il blocco non riguarda le frontiere terrestri per la loro stessa natura ed è una forma di coazione su uno Stato che determina anche una riduzione della libertà di comunica.zioni e di commercio di

Stati terzi. Il blocco può essere promosso individualmente da Stati, essere imposto da organizzazioni internazionali (ONU) e può riguardare, in casi di guerre civili, i governi di dirino "de facto" in essa coinvolti. È evidente come il blocco, sia nella forma specifica sia come blocco di guerra, venga contestato in donrina dal momento che alcuni vorrebbero che venisse limitato ai soli Stati coinvolti per azioni belliche.


CAPITOLO D


RAPPORTI TRA ECONOMIA E GUERRA IN POLEMOLOGIA

ECONOMIA E GUERRA SECONDO

G. BOUTHOUL (UNA TEORIA TRA LE ALTRE) a geoeconomia si collega strettamente aUa polemologia, come del resto è stato posto in evidenza da più autori e in modo sistematico da Bouthoul nel suo trattato "Le guerre. Elementi dj polemologia" (rr. it., Milano, Longanesi, 1951). Su fattori economici si fonda la preparazione stessa ai conflitti; anzi, le competizioni e le rivalità economiche ne costituiscono sempre, o quasi sempre, una anticipazione. ostie ne il p olemologo francese che i conflitti armati vanno considerati come attività consumistiche di società relativamente "affluenti". La guerra infatti richiede una preparazione , e quindi dei costi, ed ha, con altre fina lità, anche quella di impossessarsi delle ricchezze (materie prime, attrezzature industriali, o pere d'arre, ecc.) di un eventuale avversario. Le stesse attività belliche svolte eventualme nte da un paese meno ricco o in via di sviluppo contro uno Stato ad economia avanzata, attività spesso di ··sopravvivenza'', implicano una qualche disponibilità di mezzi eccedentari rispetto alle strette necessità della popolazione. Si trana infatti di provvedersi delle armi, di addestrarsi, di avere delle riserve per condurre una "campagna" almeno per il tempo necessario ai primi successi e così gravare sul nemico. Le operazioni seguite alla rivoluzione del 1789 richiesero un enorme sforzo economico da parte dei Francesi per la costruzione delle armi, per provvedersi di munizioni e di viveri e così via; ma si prevedeva poi di sfruttare le risorse locali in territorio nemico, tant'è che vennero abolite le salmerie per i carichi (tende, ecc.) per gli ac-

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campamenti (soste all'addiaccio; requisizioni di abitazioni in territorio ne mico) per ri-

durre i carriaggi riservandoli al trasporto delle munizioni e delle armi. Sull'importanza dei mezzi economici e della moneta per rifornirsene già nella tradizione classica si hanno espressioni indicative come il noto precetto di Fil ippo il Macedone al figlio Alessa ndro per cui "le città si conquistano con asini carichi d'oro". SPOSTAMENTO DElLE RISORSE A FAVORE DElLE ESIGENZE MWTARI

Al presente, la preparazione alla guerra, difensiva o offensiva che sia, implica uno spostamento delle risorse da un ventaglio di bisogni correnti della popolazione a favore delle esigenze militari; si parla infatti di "economia di guerra" non solo riferendosi ai conflitti ma anche alla preparazione di essi. Si delinea essenziale non soltanto l'entità del PIL ma la sua quota parte destinata alle esigenze militari; come è noto l'ex URSS devolveva una frazione del PIL, assai più ampia a confronto di quella devoluta dagli USA, alle Forze Armate, con consegtlenze assai pesanti per lo "standard of life" della popolazione. A partire dal 1933 la Germania, ormai nazificata, ha proceduto destinando buona pane delle sue risorse al riarmo, così da porre in essere una netta superiorità militare rispetto ai paesi confinanti. Da qui le sue clamorose vittorie nei primi anni del conflitto. L'addestramento diffuso (leva) eq uivale


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in qualche modo all'utilizzazione di quote del PIL anche prescindendo dai costi degli ordigni e del materiale necessario per l'addestramento stesso; il tenere pronti (alle armi o per il richiamo), per esempio, un milione di uomini equivale a distogliere il valore de lla manodopera corrispondente da esigenze civili a esigenze militari. OPERAZIONI GEOECONOMICHE EPREP~ONEECONOMICA

DEI CONFLITTI

Le operazioni geoeconomiche in un conflitto tendono ad indebolire il nemico attraverso strumenti, anche illeciti, idonei a ridurne le capacità economiche. Una classica operazione geoeconomica fu attuata dai tedeschi durante il secondo conflitto mondiale (denominata "Bernhardt") i quali produssero carta moneta inglese falsa p e r creare inflazione in Gran Bretagna. La preparazione economica ai conflitti, da ricondursi più alla geostrategia, e la condotta delle operazioni militari implicano approvvigionamenti continui per le proprie forze e, ove possibile, la distruzione degli approvvigioname nti dell'avversario. Così durante il primo e, specialmente, il secondo conflitto mondiale, buona parte del potenziale bellico, navale ed aereo, tedesco è stato rivolto contro le linee di comunicazione tra gli USA, gli Stati del Commonwealth e la Gran Bretagna allo scopo di impedire i rifornimenti distruggendo i trasporti (sommergibili utilizzati a "branchi", incursioni aeree, mine, ecc.). ECONOMIA E DEMOGRAFIA

Con l'economia si intreccia l'aspetto demografico, dal momento che bisogna pur ga rantire la sopravvivenza della popolazione tanto più onerosa quanto più ne sia elevata la numerosità. Secondo alcuni autori i genocidi perpetrati dai nazisti nei confronti

degli improduttivi (eliminazione dei malati di mente, ecc.) o che fossero divenuti tali a seguito dei lavori forzati nell'industria bellica o in altri settori aveva no anche l'obbiettivo di ridurre gli oneri per sosteQerli. Le esigenze belliche possono addirittura, come nella guerra civile in Russia dopo la rivoluzione del 1917, portare alla eliminazione di una pane della propria gente (ammalati, anziani e così via) attraverso le riduzioni delle razioni alimentari data la loro inutilità per lo sforzo bellico. Si consegue così, senza certo etica mente approvare il sistema, un risultato euge nico attraverso l'eliminazione dei meno adatti e con un ringiovanimento della popolazione nel suo complesso. L'URSS ha potuto fornire leve numerose e contrastare l'attacco nazista appunto per la numerosità relativa delle sue classi d'età giovane. LA "MONETA DI OCCUPAZIONE". ECONOMIA E GUERRA TOTALE

Il sostenersi, in caso di guerra, mediante le requisizioni o le contribu zioni, può essere ottenuto con mezzi più sofisticati dell 'uso della forza. Gli alleati, in Italia come alt~·ove, attraverso l'uso delle così dette monete di occupazione hanno potuto spesso evitare il ricorso alla preda bellica coatta acquistando ciò che acl essi occorreva con "divise" cartacee. Le "Amlire", ovviamente, perdevano di giorno in giorno il loro valore reale a dispetto del corso forzoso. Il coinvolgimento totale, almeno negli ultimi conflitti mondiali, degli Stati e delle nazioni ne lle attività belliche implica l'ampliamento delle modalità della pre parazione e della produzione di quanto possa occorre re. Ove poi si rifletta che, come ha assunto Clausewitz, si ha nei conflitti la tendenza ad "ascendere all'estremo"' ne consegue, anche per l'enorme consumo di siste mi d'arma (''tec flaz ione") e di munizioni richiesto dagli sviluppi tecnologici,


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che i risvolti economici dei conflitti diventino via via sempre più rilevanti. Ciò vale sia in difensiva sia in offe nsiva; si pensi ai costi in uomini, materiali e mezzi finanziari delle linee Maginot, Stalin e Sigfrido; in tempi meno recenti non minori furono relativamente i costi degli apparati difensivi come per le fortezze del ''Quadrilatero" nel Nord-Italia o per quelle poste a difesa della Francia del nord e di Parigi. Va però sottolineato come Cla usewitz sostenga anche che la razionalità politica tende a limitare la dannosità dei conflitti e quindi il loro trasformarsi in guerra assoluta; a nulla varrebbe infatti conseguire una vittoria su un avversario con i suoi beni economici de l tutto distrutti e con la popolazione pressoché annullata. IL "TESORO DI GUERRA"

Il così detto "tesoro di guerra .. , in metalli pregiati o in valuta convertibile o in materie prime, non ha perso la sua essenzialità, tenuto sempre conto dell 'importanza del potenziale industriale. Atene poté avvalersi dell'argento delle miniere scoperte neii'Argolide: la Spagna dei metalli preziosi ricavati dal Nuovo Mondo; riserve auree e monete convertibili vengono attualmente custodite dalle banche centrali. Poco conta se alcune scuole economiche ne sottovalutino l'importanza dicendo di esso, cioè dell'oro, "barbara reliquia"; per tenersela,_nel 1971, Nixon abolì la convertibilità della carta (dollari) in oro ad un prezzo prefìssato per oncia. La preparazione alla guerra o anche soltanto alla difesa implica una redistribuzione dei redditi .a favore dei lavoratori dell'industria bellica, dei militari e di coloro che lavorano nell'ambito della difesa; può essere un modo di procedere verso il pieno impiego o di ridurre il tasso di disoccupazione (Germania pre 1939 e USA post 1941); la giustificazione della spesa militare rin1a-

ne, pe raltro, sempre politico-strategica. Le spese militari non debbono essere uno strumento eli politica macroeconomica, anche se ne hanno importanti effetti che debbono sempre essere considerati (occupazione, inflazione, bilancio, pagamenti). La teoria economica ha, da sempre, implicato, con i fatti economici, la formulazione di ipotesi dottrinarie. BULLIONISMO E ~RCANTll.JSMO

Legate al commercio internazionale sono, ad es., le tesi dei bullionisti (Bullion = lingotto d'oro) secondo le quali si dovevano ottenere dagli sca mbi con l'estero utili in moneta metallica per rafforzare la potenza de llo Stato e rifornirsi di materie prime. Si giunse a proibire ed a punire l'esp orta zione di monete metalliche e/ o di mate rie prime. Al lorché l'atmosfera internazionale si fa meno pacifica e più bellicosa le restrizioni sull'esportazione di metalli preziosi dive ntano più pressa nti; in Germania, dal 1935, chiunque valicasse la frontie ra doveva lasciare in deposito o rologi, anelli od altri oggetti d'oro; il governo fascista, durante la campagna di Etiopia, con forte e d accesa propaganda, indusse gran parte dei cittadini a dare "l'oro alla patria" e, più tardi, anche le ca ncellate metalliche o i casalingh i fatti di materiale utile alla produzione bellica. n bullionismo si evolse, come è noto, in mercantilismo, meno rigido ma con gli stessi obiettivi, se pure con qualche nota di liberalismo re lativo; più di tutti venne sostenuto dalla Gran Bretagna dominatrice dei mari. Le critiche al mercantilismo, con il suo abito fo rtemente protezionista, non sono mancate; LIST ( importa nza dell'industria pesante) però ha ridato nuovi argomenti al protezionismo me rcantilista poco discosta ndosi, neUa sostanza, da COLBERT (più propenso al '·tesoro di guerra'"). Certo è che gli arsena li industriali e navali sono tanto e forse più importanti della riserva


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aurea trattandosi comunque di ricchezza. Il protezionismo consente ai paesi sottosviluppati di costituirsi un'industria nazionale, proteggendola e sorreggendola senza badare ai costi interni ed eventualmente favorendo le esportazioni con sovvenzioni così da consentire il "dumping". In sostanza List vedeva il protezionismo e non l'oro di Colbert per creare le basi industriali. In altre parole, mentre C<;>lbert partiva dal commercio estero per produrre oro (tesoro di guerra) necessario a finanziare le guerre, LIST propendeva per il protezionismo per avere uno sviluppo industriale (siderurgia) necessario ad armare l'esercito per renderlo capace di fronteggiare le guerre. Tra le due guerre sia l'Italia sia la Germania hanno sviluppato forme inedite eli protezionismo attraverso l'"autarchia", così da frenare o impedire il deflusso dell'oro o delle valute ed evitare i rischi del "blocco" da parte delle potenze dominatrici dei mari, come nel primo conflitto mondia le a danno degli imperi centrali. Conviene ricordare che il concetto di "autarchia" è stato approfondito allorché la Società delle azioni deliberò, in occasione della guerra ltalo-Etiopica, l'assedio economico dell'Italia. Il tema venne trattato in Campidoglio da Mussolin i il 23 marzo 1936 in conseguenza del fatto che l'Italia fu obbligata a supplire rapidamente alle deficienze di prodotti alimentari e di materie prime industriali necessarie al Paese. In realtà l'idea che l'indipendenza pplitica fosse condizionata da que lla economica, e cioè che il "maximum" di autonomia politica coincidesse col "maximum" di autonomia economica, era stata già dibattuta in Italia fin dalla prima guerra mondiale con la campagna del grano, la bonifica integrale ed un insieme di provvedimenti presi dal regime. L'autarchia , come concetto e come azione, si collega all'idea hitleriana, anzi germanica, di '·Lebensraun" posta a fondamento della politica economica di quel regime. Si trattava di garantire alla Germania lo "spazio vitale" per la sua sopravvivenza

e per la sua crescita. Il governo tedesco, su suggerimento del noto Schacht, adottò tre provvedimenti: divieto di trasferimento del capitale straniero, che r~maneva così b loccato in Germania come "Registermark" e poreva essere utilizz~no solo per l'acquisto di merci prodotte nel Paese; incremento della produzione agricola e dei prodotti di sintesi (gomma, benzina, ecc.) così da ·assicurare un'economia autarchica (per gli scambi indispensabili si doveva ricorrere al "clearing"); emissione - per quanto ai finanziamenti - di effetti a breve termine da parte degli imprenditori di forniture e lavori pubblici su organismi bancari garantiti dal Reich. Con queste misure, la Germania, in breve, riuscì a superare la crisi del 1929 e degli anni successivi ed a riassorbire quasi del rutto i sei milioni di disoccupati presenti alla presa del potere da parte dei nazisti, nel 1932. LE FONTI ENERGETICHE COME TESORO DI GUERRA. UNA FORMA DI BARATIO: ll. BILATERAilSMO

Nella geoeconornia e nella geostrategia, come si vedrà, con l'invenzione dei morori e dei macchinari abbisognevoli di carburante, tale fonte energetica è divenuta componente essenziale, come disponibilità ed estrazione, del ''tesoro di guerra". La Germania nazista, pur avendo realizzato una grandiosa industria in grado di produrre carbu ranti liquidi sintetici, ne ha avvertito la penuria; la Francia, mentre poteva nutrire i suoi cavalli con i prodotti dell 'agricoltura fino alla prima guerra mondiale (ed a prescindere dalla decadenza della cavalleria per effetto del reticolato, della mitragliatrice e delle innovazioni tattiche), durante il secondo conflitto ha dovuto badare a sostituire i magazzini di foraggio con depositi di carburanti da pagare in oro o in divise. L'influenza del quadro geoeconomico sulla strategia economica ha implicato non


17 poche conseguenze: si sono sviluppati gli accordi, tra paesi privi di riserve, detti "de troc'', cioè di baratto, per lo scambio tra i contraenti delle mercanzie disponibili. Protezionistici sono anche i così detti accordi economici bilaterali in cui la potenza più forte prevale con l'intimidazione politica o con quella economica. Secondo alcuni autori con il bilateralismo si hanno forme aggiornate di sfruttamento di tipo coloniale. Politica e strategia economiche sono divenuti, tra le due guerre, concetti equivalenti analogamente a quelli di economia politica e di economia nazionale (List). MONETA CARTACEA, CORSO FORZOSO E PROPENSIONE AI CONFLIT11 ARMATI

La diffusione della moneta cartacea ha moltiplicato il peso delle finanze nella geoeconornia divenendone una componente e riducendo, in parte almeno, l'azione frena nte esercitata dalla parità urea; l'oro, come è stato detto, fungeva da "poliziotto dei governi" ostacolandone l'agire con il suo esaurirsi; con la carta moneta è necessario giungere al "ripudio" della moneta stessa, come nell'inflazione galoppante, per ottenere gli stessi effetti. Senza l'uso della carta moneta (corso forzoso) sarebbe assai più difficile portare avanti una guerra totale. L'emissione di nuova carta moneta è, in effetti, il modo più facile di finanziare le spese di guerra, dal momento che è politicamente difficile accrescere il prelievo fiscale ed è economicamente impossibile coprire le maggiori spese con l'indebitamento. Una delle conseguenze comuni allo stato di guerra consiste ne lla e missio ne di nuova moneta (inflazione) o nella "tosatura" ("signoraggio") delle esistenti se di metalli nobili, riducendone il contenuto aureo o argenteo. Con la carta moneta si ottiene lo stesso risultato attraverso il suo continuo deprezzamento. Come si è accennato, si consegue tuttavia una sorta di "addolcimento" de i saccheggi e delle requisizioni con l'avvalersi,

appunto, di mezzi di paga me nto più o meno imposti. Studiosi, come Angeli, hanno sostenuto la non va ntaggiosità dei conflitti neppu re per i vincitori; tale teoria potrebbe essere estesa a nche ai conflitti meramente economici. Angeli però non era a conoscenza dei metodi raffinati posti in essere durante il secondo conflitto mo ndiale onde taglieggiare i vinti come, attraverso le "Amlire", si è già detto, escogitato dagli Alleati in Italia. Per la sua anticip~ta e migliore preparazione al conflitto è stata la Germania, già a partire dall 'occupazione della Cecoslovacchia, ad avvalersi dello strumento monetario; impose infatti un rapporto di ca mbio tra il marco e le monete dei paesi occupati di gran lunga superiore al suo valore e ffettivo sul libero mercato; si riusciva così a trasferire in Germania gran parte della produzione dei paesi occupati. I marchi di occupazione sono poi serviti non solo ad avvantaggiare i singoli appartenenti alle forze vincitrici ma anche agli uffici d elle Intende nze per impadronirsi di tutti i prodotti disponibili sul mercato. Nei confronti dei neutrali, neutrali ma minacciati e terrorizzati, il sistema del cambio imposto ha conseguito lo stesso risultato eli appropriazione dei prodotti pur ne lla veste, apparente, di un libe ro scambio; inoltre le merci offerte in contropartita venivano fornite a prezzi assai elevati. Si spiega anche così la capacità di resistenza della Germania ed iJ relativo alto tenore delle popolazioni del Reich; derrate e materie prime venivano di fatto acquistate con la spendita eli monete non utilizzabili sul territorio tedesco o utiJizzabili per scambi in cui i suoi prodotti erano ceduti ad alto prezzo a fronte di quello basso offerto per i prodotti dei paesi occupati. Ne sono conseguite, fino al 1945, carestie e miserie in tutta l'Europa meno che in Germania. Sotto il profilo della resistenza economica, con tutta l'Europa a fornirgli lavoro, materie prime e manufatti, il Reich avrebbe potuto resistere indefinitamente. Lo sfrutta mPntn così opera-


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to delle risorse economiche implica il no n tenere conto del ··dirittO delle genti" né dell'apparato di norme sulla limitazione dei poteri dei vincitori, regole di farro irrispertate anche attraverso la moneta di occupazione e di cambi imposti. CONFil1TI ED INFLAZIONE

Conseguenza non secondaria della guerra, se combattuta, è quella del continuo incremento dei prezzi e ciò a prescindere dagli eventuali oneri di una occupazione. L'enorme crescita dei consumi per esigenze belliche implica un continuo aumento dei listini e degli esborsi da parte dello Stato, fronteggiati con l'emissio ne eli carta moneta; l'equilibrio espresso con la nota formula di Fischer (M.V. = P.Q.) vie ne a lteratO in senso inflazionistico. L'assorbime nto dei prodotti per esigenze belliche e la distruzione di ricchezza vengono poi accresciuti dagli sprechi degli apparati militari; in un primo tempo non si avvertono per la possibilità offerta ai commercianti e ai produttori di eliminare le giacenze di magazzino anche se di scarto; in un secondo momento, il processo inflazionistico prende il sopravvento; si cerca tuttavia di fronteggiarlo attraverso l' inca me ramento da parte dello Stato di ca rta mo neta con i prestiti di guerra offerti ai cittadini ad interessi assai appetibili così da invogliarli a versare risparmi e

capitali. In Italia, negli anni 1940-1941 , si sono qu asi costretti i cittadini a versare l'eccedenza di carta moneta creata dal Tesoro (circuito forzoso dei capitali). Si ha così la cosiddetta economia di.guerra che provoca poi, a prescindere dall'esito dei conflitti, forti squilibri sia terriroriaH sia sociali impoverendo i ceti risparmiatori e gli abitanti delle aree geografiche a più debole vocazione imprenditoriale. È quanto si è verificato in Italia con il trasferimento di mezzi finanziari dalle province del Sud a quelle del Nord e con l'annichilimento dei ceti medi in occasione dei due conflitti mondiali. SU ALCUN E RICADUTE POSITIVE D EI CONFil1TI GUERREGGIATI E DELIA GUERRA ECONOMICA

Nel campo produttivo i conflitti effettivamente combattuti, ma anche quelli meramente economici, presentano un lato indubbiamente positivo, ed è forse il solo: il miglioramento delle tecniche della produzione. L'apparato industriale ed i sistemi di scambio sono obbligati a modernizzarsi, l'industrializzazione va avanti, le stesse nazioni arretrate sono spinte ad aggiornarsi. La modernizzazione del Giappo ne è stata in larga parte dovuta a tali esigenze dopo !"imposizione dell·apertura dei suoi porti da parte degli europei e degli USA.


CAPITOLO m


lA GEOECONOMIA DI LUTIWAK E lA CRITICA DI SOLOW E KRUGMAN CENNI AD ALTRE POSIZIONI TEORICHE È FINITO IL "SOGNO AMERICANO"?

lcuni a uto ri tra cui , di rece nte (vds. La Rivista dei Libri, 1994, n. 12, pp. 8-10) Solow, nell'analizzare i mutamenti di fatto e nelle opinioni soprawenuti al crollo dell'Unione Sovietica e alla disgregazione del suo impero, hanno rivolto la lo ro attenzione a tematiche no n soltanto geopolitiche e geostrategiche quanto anche a quelle geoeconorrtiche este ndendo iJ concetto d i "riciclaggio'' anche alle posizioni e manifestazioni del pensiero. lliferendosi in pan icolare a Luttwak ed al suo recente "C'era una volta il sogno ame ricano. Che fine ha nno fatto g li anni d'o ro?·' (tr. it., Milano , Rizzoli, 1994) Solow, dopo aver posto in evidenza la scomparsa di posti di lavoro (oltre un milione tra il 1987 e il 1992 con una previsione di altri due milio ni entro il 1997) pe r la flessio ne delle industrie legate in Occidente alla d ifesa, accenna anche a lla riconversione, rimed io parziale de lle industrie s tesse ve rso nuove produzio ni. È a questo pu nto che Solow include nell 'idea d i "riciclaggio", con una critica abbastanza punge nte, il trasferimento degli interessi di Luttwak dalle questio ni strettamente militari e strategiche al campo della geoeconorrtia. Il polito logo statunite nse sembre rebbe affe rmare , parafrasa ndo la nota espressione di Clausewitz, che il commercio sia la "continuazio ne de lla guerra con altri mezzi"; in geoecono mia, come in g uerra, asserisce Lumvak, do minano le armi offe nsive (''Ricerca e Sviluppo"). Si tratta di conquistare il "territorio industriale del futuro" attraverso una netta superio rità tecno logica, come o p e ra no il G ia ppo ne, ne l ca mpo

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dell'info rmatica, e gli USA e la CE in questo ed in altri setto ri.. Il commercio si pone così come l'odie rno campo di battaglia sul qual e riportare la vitto ria . Nel testo di Lutrwak si accenna, all'inizio, a confronti tra l'aeroporto Kenned y di ew Yo rk e alcuni altri luoghi eli sbarco, in Giappo ne, vizzera, German ia e così via, per porne in evidenza g li aspetti negativi; ciò arebbe simbolico e conseguenza clell'icleologia americana tesa a favorire il privato sul pubblico lirrtitanclo ne le s pese; ne de riverebbe un progressivo oscurarsi del "sogno a me ricano" pro pug nato da Galbra ith co l suo famoso studio su "La società opulenta". POUTICHE ECONOMICHE LIBERISTE O

PROTEZIONISTICHE; PRESUNTI ATIACCID All'ECONOMIA STATUNITENSE

La critica di Solow si rifà alle idee mercantilistiche p e r secoli appa rse pla usibili ag li s tudi os i presc inde nd o d a qu a lsias i confro nto tra politiche econo miche liberiste e protezioniste; a riprova delle possibili ambiva lenze dei due mode lli, il liberosca mb ista e d il pro tezio nis ta, richiama i contributi degli espo nenti della ·'Ame rican Economie Associa tio n". Attraverso l'analisi dei dati, Solow espone alcuni dei problemi degli USA, calandosi in quella realtà per sottolineare come "Lo ro" attaccano "Noi" (USA); richiama l'impoverimento degli americani il cui reddito, per il 1S0Al di essi, sarebbe stato nel 1990 all 'incirca di 6 $ l'ora , tali da porli, con 2000 o re di la-


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voro annue, al di sotto della soglia della povertà. Anche con ciò nessun confronto è possibile con i paesi del Terzo Mondo dove, come per esempio in Perù , il reddito è inferiore ad l $ l'ora per gli occupati. Assurde dunque le tesi di Lurrwak per cui quindici milioni di america ni vivrebbero forse meglio se nati nel Nepal o in Thailandia; a fronte dei 18000 $ proca pite (1988) negli USA si pongono i circa 2900 $ della Thailandia ed i 700 $ del Nepal dove, quindi, quasi tutti sarebbero sotto la soglia della povertà; asserisce Solow: "un esperto militare dovrebbe stare più attento alla credibilità". Quanto agli attacchi geoeconomici agli USA non sembra, a Solow, che le tesi di Lurrwak siano fondate; va rre bbero anzi a distogliere l'attenzio ne da eventuali soluzioni da individuare all'interno del Paese (USA) e consegue nti al processo di deindustrializzazione dell'economia più avanzata come del resto accade anche in Germania, Svizzera, Italia ed altrove. Il ridotto increme nto de l consumo dei prodotti industria li appare largamente compe nsato dallo spostamento dei bisogni verso i servizi ed il terziario avanzato (istru zione, turismo, consumi di civiltà, sanità, ecc.). La riduzione di occupati nel settore industriale è iniziata negli USA molto prima del cosiddetto "miracolo " giapponese e tedesco; è necessario quindi, e non solo in USA, avere produzioni a più alto valore aggiunto (Lurrwak), così come sta nno a dimo trare gli interscambi USA-Giappone dove i primi esportano mate rie pri me importando, appunto, prodotti ad alto valore aggiunto . LE TESI DI LUTIWAK SUL COMMEROO E lA CONCORRENZA INTERNAZIONAli

La tesi di Lurrwak sul commercio e la concon·enza internazionali, causa principale del declino dell'industria manifattUriera americana, viene poi smantellata con la dimostrazione che le esportazioni industriali degli USA si

sono mosse in parallelo con le importazioni. Il peggioramento della bilancia commerciale avrebbe prodotto, tra il 1970 ed il 1990, il caIo di solo l ,5 punti in percentuale del PIL; comunque, secondo le statistiche, il commercio dei manufatti ha influito di poco· sul PIL americano e cioè intorno all'l %. In defmitiva, non è affatto corrispondente ai dati Io scivolamento dell'economia statunitense verso situazioni da Terzo Mondo; negli USA la produttività per lavoratore ed il reddito .procapite sono ancora i più alti (1993) del Mondo anche se il divario con le altre economie avanzate tende, sia pure lentamente, a ridursi. Si tratta della conseguenza eli un attacco degli ·'Altri" agli USA o della naturale evoluzione delle cose? La risposta di Solow è che si è di fronte a processi generali di sviluppo che presentano aspetti altamente positivi inducendo il "leader" mondiale, cioè gli USA, ad aggio rn ars i co ntinu amente mentre, ove i suggerime nti di Luttwak venissero ascoltati, sovvenzioni e protezioni ridu rrebbero la competitività e la concorrenzialità dell'indusu·ia statunitense. I suggerimenti di Lurrwak (migliorare l'isu·uzione, concede re sussidi federali per ricerca e sviluppo, fa r gravare gli oneri fiscali più sul consumo che sul reddito) si delineano noti e banali; resterebbero perciò indimostrate le giustificazioni del desiderio di "conquistare il territorio industriale del futu ro". Sembra infine al critico del tutto accettabile la "ridu zio ne" della geoeconomia ad una proiezione di a mbizioni meritocratiche e professionali, punto di vista sostenuto da Luttwak con un discuti bile parallelo con le ambizioni mjlitari e professionali che si sarebbero risolte con i conflitti bellici. L'"OSSESSIONE" SULLA COMPETITMTÀ INTERNAZIONALE SECONDO KRUGMAN

Krugma n, docente di economia presso il M.I.T., con un anicolo apparso nel numero di marzo-aprile 1994 di Foreign Affa irs, as-

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23 sume una postztone divergente da quella di Luttwak, come si evince già dal titolo: "Competitiveness: A Dangerous Obsession", pur senza riferirsi direttamente al suo collega statunitense. Nelle argomentazioni egli parte da un discorso di Delors, del giugno 1993, fatto ai capi delle nazioni della Comunità Europea in Copenaghen sui problemi economici della Comunità. In generale Delors si lamentava del peso delle imposte, del costo del "welfare state" e del peso delle indennità di disoccupazione; tutto ciò sfocerebbe in difficoltà per il sistema monetario europeo specie in presenza degli oneri della Germania per la sua riunificazione. A parere di Delors, prosegue Krugman, la causa dell'alto livello di disoccupazione in Europa saTebbe stata da cogliere in un debole spirito competitivo nei confronti degli USA e del Giappone; una soluzione avrebbe potuto essere un programma di investimento nelle infrastrutture e nelle tecnologie avanzate. Secondo Krugman, nella posizione di Delors sarebbe rintracciabile una retorica delle competitività dal momento che la concorrenza internazionale non avrebbe modalità diverse da quella, per es., tra la Coca Cola e la Pepsi Cola all'interno di uno stesso Paese. L'idea della competitività avrebbe prodotto una serie di "geoeconomisti" ed una intera industria di convegni sull'argomento, negli USA, con il centro in Washington. Qui la diagnosi dei problemi economici americani viene formulata, dai geoeconomisti, negli stessi termini in cui viene avanzata in Europa da Delors e da altri. A detta di Krugman in entrambi i casi le diagnosi sono fuorvianti; non è detto che il successo commerciale determini le fortune economiche di un Paese; è un'ipotesi non necessariamente una certezza. L'ossessione di una crescita fondata sulla competizione non è affatto fondata e anzi, in molti casi, è contraTia all'evidenza. Il docente del M.I.T. sviluppa poi le sue argomentazioni su tre capisaldi: in primo luogo, quanto si dice

sulla competizione internazionale è empiricamente infondato; in secondo luogo, ridurre alla "competitiveness" la soluzione dei problemi economici può essere suggestivo per molti ma senza fondamento; infine, }"'ossessione" non solo è infondata ma può essere pericolosa. Krugman appoggia le sue tesi non soltanto su una serie di passaggi logici e su una larga letteratura ma anche su dati statistici di più organizzazioni, in particolare del Dipattimento del commercio statunitense, che dimostrano come l'incremento della produttività per ore di lavoro sia stato, è vero, più basso dal 1973 al 1990 (rispetto al 1959-1973) non però come conseguenza dello sviluppo più vigoroso del primo periodo ma a seguito del declino della produttività domestica, e cioè interna, agli USA, senza nessi con il commercio internazionale. La sua tesi è che lo standard di vita nazionale è determinato da fattori interni piuttosto che da qualsiasi tipo di competizione sui mercati internazionali; il ragionamento varrebbe tanto per gli USA quanto per l'Europa ed anche per il Giappone. In sostanza i maggiori Stati del mondo non risentono in modo significativo delle competizioni economiche tra di essi. Per i fondamenti statistici dei ragionamenti di Krugman non si può che rimandare al suo lavoro. Tuttavia egli si chiede le ragioni della retorica della competizione: una prima ragione consiste nella carica "eccitante", a guisa di un "thriller", dell'immagine competitiva con la sostituzione di termini bellici, del tipo la "guerra decisiva" oppure la "battaglia economica", ecc.. In secondo luogo, riportare le difficoltà economiche alla riduzione della produttività dei lavoratori statunitensi sarebbe in qualche modo impopolare; in terzo luogo, la metafora della competizione si configura assai utile per la classe politica di governo nei vari Stati. In defmitiva le tesi che farebbero risalire le crisi economiche interne all'andamento del commercio internazionale non hanno altro fondamento che nelle vicende interne dei singoli Stati e vengono so-


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stenute a vantaggio della politica, per sue finalità interne agli Stati, pur essendo false e non prive di pericolosità, riflettendosi negativamente sui rapporti internazionali. CENNI SUlLE POSIZIONI DI PREEG, KAPSTEIN, lA PALOMBARA E PETERSON

Le tesi di Krugman non sono rimaste senza eco nella letteratura internazionale. Così Preeg ne riprende i ragionamenti in un lavoro "Krugman Competitiveness: A Dangerous Obfuscation" apparso in "The Washington Quarterly'' nell'autunno del 1994. Preeg, dopo aver riassunto le tesi di Krugman ed aver ridefinito il concetto di "competitiveness", si sofferma sulle nuove teorie del commercio internazionale e le sottopone a controargomentazioni con riferimenti a posizioni già espresse dal docente del M.I.T. Nello stesso periodico, Burton, presidente del "Consiglio sulla competitività", una coalizione di oltre cento alti responsabili del mondo degli affari, delle organizzazioni del lavoro e de l mondo accademico, affronta a sua volta le tematiche in discussione con un saggio "Competitiveness: Here to Stay'', in cui gli argomenti di Krugman, sottoposti ad esame critico, vengono solo parzialmente accolti. Così l'analogia tra la Coca Cola e la Pepsi Cola, con la loro concorrenza, viene contrastata con la tesi che gli Stati non sono come delle "compagnie". Neppure viene condivisa del tutto l'idea che la competitività sia suggestiva; sintetizza infine con una figura piramidale i nessi tra investimenti, produttività, commercio internazionale e tenore di vita in qualche modo conciliando le posizioni di Krugman con quelle o pposte. Precedentemente, nella primavera del 1994 erano intervenuti Kapstein e La Palombara. Il primo ("Governing Global Finance"), occupa ndosi in particolare dei problemi della finanza internazionale e della sua globalizzazione sottolineandone vo-

lumi e conseguenze, fa notare come la globalizzazione della finanza abbia complicato la politica economica e quella degli Stati. Suggerisce, poi, di intensificare la cooperazione internazionale tra i banchieri centrali così da contribuire alla cooperaZione politica a più largo raggio; è inoltre del parere che ogni Stato debba mantenere un forte controllo sui propri sistemi fmanziari. In assenza di 'riferimenti diretti, da Kapstein a Krugman, sembra asseribile solo una parziale adesione alle sue tesi. La Palombara ("International Firms and National GovernmentS: Some Dilemrnas"), anch'egli senza diretti riferimenti allo studioso del M.I.T., si colloca su posizioni intermedie o, meglio, dilemmatiche soffermandosi sui collegamenti tra i grandi complessi industriali e commerciali e il sistema degli Stati; a suo parere la globalizzazione degli affari e della finanza potrebbe permettere alle relative maggiori organizzazioni di rimanere al di fuori dell 'effettivo controllo dei governi dei singoli Stati. Conviene ancora menzionare, per la sua appartenenza allo stesso gruppo di contributi, l'interrogativo di Peterson: "Looming Collision of Capitalisrn?" che si sofferma su alcuni aspetti della "rea! economie" e sull'azione del GATT e di altre organizzazioni internazionali. Secondo Peterson l'espansione della globalizzazione economica avrebbe un andamento quasi esponenziale con un movimento giornaliero di capitali che avrebbe, nel 1992, superato un trilione di dollari. L'integrazione dei mercati collima con quella politica, però solo parzialmente, e potrebbe anche provocare dei contrasti nonché indurre a misure protezioniste equivalenti ad un conflitto armato. Che il capitalismo sia in rotta di collisione, per quanto ai diversi Paesi, apparirebbe tuttavia a Peterson una tesi tutta da dimostrare; sembrerebbe che lo tudioso abbia a porsi in una posizione intermedia tra Luttwak e Krugman sebbene egli si rifaccia soltanto al secondo richiamandolo più volte nel suo saggio.


CAPITOLO IV


GEOECONOMIA E SPAZIO ECONOMICO

n. CONCETIO DI SPAZIO ECONOMICO a geoeconomia implica il riconoscimento di alcuni dei conceni introdotti in leneratura negli ultimi decenni. Tra di essi quello di "spazio economico"; per esso i rapporti internazionali di forza e di dinamicità sono da considerare non soltanto tenendo conto delle risorse naturali a disposizione e della estensione dei territori ma anche della capacità produttiva e dell'espa nsione sui mercati. Lo spazio economico, per esempio, della Svizzera o del Giappone o delle "Tigri del Pacifico", è di gran lunga maggiore rispetto alle variabili di cui ora si è detto; esemplare il caso della Svizzera il cui "spazio" viene esaltato dall'ampiezza dell'imerfaccia finanziario. L'economia, come la finanza, si deterritorializza ed il potere economico, accompagnato e sorretto da quello finanziario, può dislocarsi in Stati di modeste dimensioni come, a parte la Svizzera, nei così detti "paradisi fiscali". I poteri decisionali si moltiplicano con intrecci tra sedi private e pubbliche, tra "loci" interni ai singoli Stati e luoghi a valenza internazionale (FMI, ecc.).

L

CONCORRENZA INTERNAZIONALE

La concorrenza internazionale ha, per lo meno a livello delle maggiori potenze, surrogato in parte la competizione di tipo militare attraverso l'accrescersi della produzione, in particolar modo quella a più alto valore aggiunto (high tech) e, specialmente, la conquista dei mercati per assorbirla.

Trattandosi di compet1zrone non mancano azioni difensive od offensive volte ad accrescere i vantaggi della propria parte ed a ridurre il rischio connesso alle azioni avversarie; ciò sovente a dispetto degli accordi internazionali o interstatuali miranti a facilitare il commercio internazionale. A voler considerare separatamente l'econon1ia come strumento della forza politicomilitare dello Stato (mercantilismo) e come mezzo per accrescere il benessere del paese si delineano arene soggene a logiche disomogenee anche se, comunque, il "benessere" di un sistema-Paese non può non richiedere anzitutto la garanzia della sovranità e perciò da subordinare alla sicurezza politico-militare. La mondiali zzazione della produzione degli affari, della finanza, delle tecnologie, delle comunicazioni ("villaggio globale") si è tuttavia affiancata ad un p rocesso di frammentazione politica in parte già riconosciuto dagli organismi internazionali (ONU, ecc.) ed in parte allo stato potenziale ove la rincorsa alla "sovranità" di gruppi etnici limitati o di formazioni politiche minori non trovi un freno. La frammentazione è, per certi versi, una conseguenza della mondializzazione. La globalizzazione, infatti, attenua l'importanza relativa dei vincoli economici nazionali e per le "regioni ricche" si profila, quasi ovunque, la tentazione di recidere i legami nazionali di solidarietà che implicano onerosi trasferimenti di risorse. D'altronde lo stato nazionale si è trasformato in "welfare state" per cementare il con-


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senso dei ceti e delle regioni poveri; oggi, invece, esiste una tendenza per cui è necessario il consenso dei ricchi perché sì accollino la spesa sociale dei poveri. Gli interessi del proprio insieme politico implicano il tener conto dei fatti geoeconomicì e delle competizioni che ne derivano anche per evitare che le forze internazionali, come nel caso delle finanziarie, possano agire verso un ' ulteriore frammentazione per gli interessi di gru ppi economici o di particolari aree territoriali (per es.: produzione e commercializzazione delle banane in Somalia). UTILIZZAZIONE DELIA FORZA ECONOMITCA COMESUPPORTO DI EVENTUALI CONFLITI1 ARMATI

L'impiego della forza economica precede, accompagna, segue e talora surroga i conflitti politici o militari attraverso una gamma di modalità ben nota agii studiosi di poJemologia; gli embarghi a fini strategici, si è detto, sono stati da sempre applicati ma in modo organizzato e coerente a paitire dalle guerre napoleoniche, con il "blocco continentale" ed U relativo controblocco, ed ancor prima con il decreto di Marciano ed il controllo del "fuoco greco"; in pace si profilano misure preventive, spesso di natura psicologica, atte ad evitare l'accrescimento del potenziale militare ed economico di possibili avversari, o degli stessi alleati, come nell'interdizione dell'uso dell'energia nucleare a scopi beLLici ratificata da accordi internazionali ma in realtà imposta dai paesi già forti di tale disponibilità (recenti sono i casi della Corea del nord, dell'Iraq, ecc.). Con le sanzioni, complesse politiche economiche vengono poste in essere per piegare possibili avversari; esempi possono essere tratti dalla competizione tra USA e Giappone negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale o, più di recente, dalla pressione esercitata dagli USA nei confronti dell'URSS.

TATI1CHE FINANZIARIE, COMMERCIALI E TECNOLOGICHE

A prescindere dagli obiettiyi principali, la ricerca di vantaggi nello spazio economico implica tattiche finanziarie, commerciali e tecnologiche più o meno mascherate da accordi di solito stipulati nell'interesse del più forte. I rischi bellici possono tuttavia interferire con il logorio reciproco, come si è verificato nell'URSS, delle grandi potenze che si è poi risolto con l'accrescimento della potenza e dello spazio geoeconomici della RFT e del Giappone. Sono note le posizioni dei maggiori raggruppamenti politici statunitensi e, sul piano teorico, le tesi cui si è già accennato sull'emergere di conflitti in forme nuove come appunto le competizioni nel campo geoeconomico. Gli accordi internazionali, di cui si parla più oltre, evidenziano, in parte celandola, l'attuale aggressività competitiva reciproca delle tre maggiori aree dello spazio economico di cui si va dicendo: USA, RFT, CE e Giappone; sono soprattutto un tentativo di gestirle evitando che !"'escalation" del conflitto geoeconomico mondiale finisca col compromettere l'unitarietà del sistema economico internazionale. La conflittualità economica implica misure preliminari all'interno degli Stati (ricerca scientifica, risparmio, ecc.) e le escogitazioni e l'utilizzazione di armi economiche offensive che, con lo sviluppo delle tecnologie, coinvolgono anche le politiche commerciali e industriali rivolte all 'esterno. Le modalità di azione e di intervento sono assai numerose e figurano largamente illustrate dalla letteratura più recente nel campo della politica economica internazionale; il richiamo di capitali, e cioè dei flussi di risparmio esterni ai singoli Stati, ne rappresenta un aspetto non secondario come prova la politica della "Buba" (Banca centrale tedesca) nei tempi più recenti.


29 SU ALCUNE MISURE PRELIMINARI PER

LA COMPETIZIONE NELLO SPAZIO GEOECONOMICO

Tra le "misure preliminari" fondamentale è l'ammodernamento delle istituzioni statali, allo scopo di renderle non solo funzionali ma arre a sostenere la strurtura economica; da non trascurare l'approntamento delle così dette infrastrutture, come poli o bacini di sviluppo, zone industriali, vie di comunicazione, autostrade informatiche, ecc. e, ovviamente, la diffusione ed il miglioramento della pubblica istruzione con particolare attenzione a quei settori più direttamente connessi alla ricerca ed aLlo sviluppo nonché alle attività economiche. All'atto della sua fondazione il nostro CNR aveva escluso dai suoi campi di intervento le materie "umanistiche" in quanto ritenute di scarsa o nulla utilità ai fini dell'autarchia e della preparazione alla guerra, obiettivi prioritari per il regime fascista. A fornirsi del capitale finanziario necessario alle predette "misure preliminari" gli Stati provvedono, incentivando la politica del risparmio, in primo luogo delle famiglie e poi degli operatori economici con opportune discipline dell'attività bancaria, di borsa, ecc.. Alcuni autori distinguono le predette misure dalla utilizzazione di armi geoeconomiche offensive con, ad obiettivo primario, l'acquisizione di vantaggi, comparati alle imprese nazionali e, ove possibile, l'eliminazione dal mercato delle organizzazioni competitrici straniere. Tra le misure fattibili si sono · aggiunte, negli ultimi anni, nuovi strumenti come, ad esempio, quelli rivolti a ga rantire, con copertura assicurativa a carico dello Stato, il rischio di determinate operazioni: grandi opere o forniture a paesi in via di sviluppo o a forte instabilità politica nei quali tuttavia può essere assai conveniente, in prospettiva, una adeguata azione di penetrazione. Appositi apparati burocratici vengono posti in essere per l'impiego

di armi geoeconomiche offensive; tale dovrebbe essere in Italia il Ministero per il commercio con l'estero - se assorbisse iJ Ministero dell'Industria - ed è in Giappone il potente MITI. In alcuni settori produttivi la competizione è assai aspra sia per l'ampiezza dei mercati, sia per le prospettive di sviluppo, sia per i riflessi sulla preparazione di tecnici e di tecnologie di alta qualificazione. L'H.T. (high tech) si riflette sulla rilevanza di tutto ciò che riguarda l'informatica, le comunicazioni in generale, i prodotti inultimediali (Internet, ecc.), nello stesso campo degli armamenti, con la rniniaturizzazione delle apparecchiature di comando e controllo da utilizzare nelle così dette "piattaforme" oggi spesso studiate in funzione dei sistemi d'arma. In primo luogo si mira ad eliminare dal proprio mercato i prodotti avversari, in un secondo tempo ad escludere la concorrenza dagli altri mercati per poi passare, per così dire, all'attacco degli stessi mercati produttori di merci ad alto contenuto tecnologico. La competizione spesso non esclude forme di intervento certo del rutto lontane dai principi de!Ja così detta "etica degli affari". Accanto allo spionaggio industriale, tecnologico e scientifico non sono rari i casi estremi di sabotaggi reali o supposti come nel famoso, e per certi versi misterioso, incidente accaduto a Mattei, massimo manager dell'ENI, certamente assai sgradito al carteLlo che controllava l'offerta petrolifera mondiale (''Sette sore!Je"), non soltanto per le condizioni più favorevoli offerte per lo sfruttamento dei giacimenti petroLiferi (secondo la formula "fifty-fifty") ma anche perché, a quanto si disse, contribuiva ad armare alcuni "fronti di liberazione nazionale" così da indebolire le posizioni delle grandi compagnie attraverso la lotta per l'indipendenza e la conseguente espulsione delle potenze colonialistiche. La competizione internazionale si avvale ampiamente degli strumenti diplomatici con l'obiettivo manifesto di regolare le competizioni stesse ma con lo scopo la-


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teme e determinante di contribuire all'affermazione delle potenze più forti nell'arena diplomatica. Gli esempi sono assai numerosi e vanno dal GATI, all'Ano Unico Europeo e, sopranuno, al trattato di Maastricht. Il ventaglio degli strumenti da utilizzare è assai ricco così come lo è in una competizione armata; a parte gli interventi degli Stati, non sono da trascurare quelli dovuti alla stessa iniziatiya privata che, in alcuni casi, per la forza economica e la capacità di produzione dei complessi interessati, è difficile distinguere dai primi. Gli intrecci tra politica estera, politica commerciale, che ne è parte, e modi di agire dei grossi monopoli sono assai diffusi ma complicati. Gli stessi servizi segreti dei vari paesi hanno previsto, nel loro organico, settori specializzati nell"'intelligence" allo scopo di carpire informazioni sulle innovazioni tecnologiche altrui o di difendere le proprie o, ancora, per preparare, con le modalità ad essi consuete, le vie di penetrazione al commercio o alla produzione nazionale in altri paesi. Talvolta i contatti più o meno coperti tra grossi apparati industriali e servizi segreti vengono istituzionalizzati con fmanziamenti da pa1te dei primi ai secondi. Nella prima decade dell'aprile 1995 in un'audizione parlamentare, il Sottosegretario al Commercio con l'este ro ha sostenuto, davanti alla Commissione affari esteri della Camera , la necessità el i razionalizzare e rendere più efficienti gli strumenti già a disposizione per sosten ~ re il commercio con l'estero (ICE, SACE, Medio Credito, ecc.). Interessa qui sottolineare come il Sottosegretario abbia propugnato l'istituzione di una sorta di "Advocacy ce nter", simile a quella esistente negli USA, da utilizzare come "sala di operazioni" nella guerra economica in corso. Secondo il Sottosegreta rio dovrebbero entrarne a far parte rappresentanti dei Servizi così da fornire assistenza alle imprese. Nelle guerre commerciali , l'u tilizzo degli agenti segreti, con la fine dei blocchi, si configura come sostegno essenziale alle

esportazioni e agli investimenti all'estero e sa rebbe un modo, secondo il Presidente del Comitato di controllo sui Servizi (On. M. Brutti) di confe rire loro un ruolo aggiuntivo ad impegnare gli oltre 2200 agenti del SISMI ed i circa 1350 del SISDE. L'utilizzazione dei Servizi per aggiudicare nuove quote di mercato ha, negli ultimi mesi, consentito agli USA (intervista sul New York Times d i Garten, Sottosegretario al Comme rcio) di far vincere la gara per una gigantesca centrale e lettrica nei pressi di Bombay ad un consorzio statunitense svelando le mosse dei concorrenti inglesi. In un altro caso una corporazione americana ha vinto un progetto di 1,4 miliardi di dollari per il mo nitoraggio ambientale in Amazzonia: la CIA aveva pubblicato un rapporto di come i francesi della Thompson avessero cercato di corrompere i funzionari incalicati di decidere tra le offerte. La guerra commerciale, senza esclusione di colpi, ha così investito, ne i due casi, paesi strettamente alleati; i Servizi segreti si rivelano così utili anche se soltanto per fronteggiare iniziative fraudolente. Di quanto sia rilevante l"'intelligence" nel campo della geoeconomia ne è esempio la così detta "guerra delle spie" scoppiata nei primi mesi del 1995 tra Francia e USA. Essa non è riconducibile ad un mero spionaggio economico tra alleati e neppure da vedere come conseguenza diretta della fine della guerra fredda che avrebbe tolto ai Servizi segreti occidentali il "Nemico". Pone, invece, in evidenza come la fine della guerra fredda abbia riportato a galla un fa tto da se mpre ben noto e cioè che la competizione tra gli Stati è includibile e va al di là delle alleanze e degli schie ramenti te mporaneame nte amicali; asseriva infatti Kissinger che "gli Stati non si amano"; perseguono pertanto i loro interessi di sopravvivenza, di coesione, di espansione, ecc .. L"'inte lligence", anche quella italiana, ha sempre avuto una componente economica più o meno forte per garantire al proprio


31 'Paese \e ~orruture ò\ mater'te prime, d't nsorse energetiche o per ottenere commesse civili e militari, per promuovere le esportazioni, difendere i propri mercati, per conseguirne di nuovi. L'apparato diplomatico, del resto, si è sempre occupato degli interessi economici del proprio Paese. Giova al discorso richiamare il concetto

di concorrenza, che è universale; nella concorrenza la componente c0noscitiva è fondamentale, sapere in anticipo è essenziale nella strategia economica come in quella militare; la mondializzazione dell'economia con l'incremento esponenziale della produzione e della circolazione per la informazione, utile alle decisioni, hanno allargato l'orizzonte delle attività di "intelligence". Si potrebbe dire che il suo ruolo sia divenuto ·'globale" nel senso che al di là dei campi di intervento consueti (criminalità organizzata, xenofobia, integralisrni religiosi nazionali ed etnici, traffico di armi, ecc.), ha necessità di estendersi in settori prima secondari. L"'intelligence" economica richiede specialisti "ad hoc" ed anche una diversa cultura degli agenti segreti meno disposti a Iischiare libertà e vita non soltanto per il proprio paese ma per aziende come la Fiat, la Olivetti e così via; si tratta di far loro intendere che la difesa del me rcato, e quindi anche delle imprese, concorre alla difesa della sovranità nazionale. In sostanza lo spionaggio nel mondo degli affari e delle strategie economiche commerciali e tecnologiche corrisponde al servizio informativo su nuovi sistemi d'arma e via discorrendo. La ricerca degli agenti stranieri nel campo economico nel proprio territorio e la raccolta di informazioni delle iniziative prese altrove, anche se si tratta di alleati, diventano essenziali per l'economia del proprio paese, anche se si limitasse soltanto ad accertare le violazioni degli accordi commerciali internazionali o delle regole della concorrenza leale. Ovviamente l'utilizzazione dell' "intelligence" non è senza inconvenienti: sorge il problema della scel-

ta òe\\e imprese a eu\ forn·\re not\.7.\e da\ momento che spesso sono in concorrenza tra loro e non solo con gli stranieri; come regolarsi poi di fronte alle società multinazionali e così via. La gestione dell'informazione in campo economico fa nascere il rischio di una politica industriale e quindi di un controllo dello Stato sull'economia, il che è contro i principi liberistici. In definitiva non vi è dubbio che l"'intelligence" economica d~bba essere potenziata anche in Italia, come si fa del resto senza clamore in Germania ed in Giappone, regolandone gli inte1venti e superando le diffidenze dell'opinione pubblica aduse a vedere , non sempre a ragione, i Servizi come strumento di potere e di ricatto della classe politica o in quel momento al potere. Le misure protezionistiche sono ben note con una variegata gamma di scelte ma sono que!Je con cui si tende, spesso "pro forma", ad impedire gli accordi internazionali con le loro clausole, spesso "leonine". Allo stato delle cose i conflitti geoeconomici debbono, almeno formalmente, rimanere nei limiti dei predetti accordi internazionali ricercando gli spazi economici, le modalità o le "nicchie" entro i quali poter esplicare la loro azione. Ana logamente gli accordi sul disarmo, sia sul nucleare sia se riferiti al convenzionale, lasciano comunque dei varchi, non previsti dalla diplomazia nei loro accordi, attraverso i quali potenziare le proprie forze. Storicamente un esempio di questo modo di agire si ha nel periodo napoleonico allorché la Prussia sconfitta riuscì ad aggirare le condizioni limitative sulla numerosità delle forze, riducendo la durata della leva e intensificando l'addestramento così da avere, con la rotazione, una cospicua "massa" di uomini addestrati in caso di mobilitazione. Con il primo conflitto mondiale la Germania si è avvalsa di ogni possibile "escamotage" per dare alle proprie forze una consistenza superiore a quella prevista dagli accordi di Versailles.


CAPITOLO V


GLOBALIZZAZIONE, FRAMMENTAZIONE E POLI ECONOMICI

POU ECONOMICI

Jcune fenomenologie contraddistinguono la globalizzazione di cui si è più volte parlato: alla tendenza verso aggregati integrati o blocchi regionali si contrappone in qualche modo la frammentazione , il regionalismo e il localismo. Siffatta apparente contraddizione è stata messa già in evidenza (1977) da Inglehart nel suo noto saggio "La rivoluzione silenziosa"; attraverso i dati di una ricerca sugli atteggiamenti dei giovani di alcuni Stati europei riguardo al problema della unificazione , il predetto autore aveva appurato come accanto al rafforzarsi di valori cosmopoliti e internazionalistici si andavano potenziando valori di segno opposto, localistici. La frammentazione ha, al presente, investito non soltanto l'ex URSS e l'ex Jugoslavia ma anche la ormai divisa Cecoslovacchia; minaccia il Belgio (Valloni e Fiamminghi), la Spagna (Baschi), la Francia (Corsi, Bretoni, ecc.), l'Italia (Altoatesini, ecc.), la Gran Bretagna (Scozzesi, Irlandesi) e via discorrendo e cioè Stati nazionali con una collaudata tradizione unitaria. Inglehart riteneva che il fenomeno fosse dovuto ai caratteri post-materialistici, ed a i relativi valori dei paesi ricchi le cui popolazioni avendo largamente soddisfatte le proprie esigenze primarie, specie per quanto riguarda le· classi di età più giovani, mirerebbero alla realizzazione del "sé" e quindi del proprio "Io" anche ne ll'a mbito locale , perciò cosmopolitismo e localismo. La tesi di Inglehart è però solo parzialmente appagante perché le spinte verso la franunentazione si verificano anche nei paesi poveri

A

(Ruanda, Somalia, Messico, ecc.) e cioè in situazioni tutt'altro che post-materialistiche ma, addirittura, ai limiti della sussistenza. Qui non di realizzazione del "sé" si tratta ma di affermazione del proprio gruppo tribale o cianico o della grande famiglia allargata di appa1tenenza. FRAMMENTAZIONE, GWBAilZZAZIONE E ORDINE MONDIALE A prescindere da quanto sopra, resta il

fatto che le spinte agli aggregati regionali si configurano potenziate con la fine dell'equilibrio bipolare a livello planetario (NAFTA, APEC, ASEAN, ecc.). Le vicende diplomatiche degli ultimi anni mostrano come, ad onta dell'azione di organismi operanti nel campo mondiale (ONU con le sue agenzie, GAIT, ecc.) gli insiemi economici regionali competano tra di loro, vedano gli altri insiemi come fonti di pericolo, avvertano il rischio del trasferimento delle proprie attività in aree a basso costo di manodopera; da ciò la tendenza ad includere nella propria area economica paesi assai in basso come "standard of life". Marx, riferendosi alle popolazioni contadine, parlava di "esercito industriale di riserva" nel senso che dalle classi rurali si potevano agevolmente trarre le "reclute" per lo sviluppo industriale ed i rincalzi a sostituire i lavoratori resi inurilizzabili dalle miserrime condizioni degli ambienti di lavoro; si è nel pieno della "rivoluzione industriale". Al presente, l'esercito industriale di riserva è , palesemente, costituito dalla


36 manodopera dei paesi sottosviluppati, spesso di bambini dei due sessi costretti al lavoro senza protezione alcuna così da mantenere assai bassi i costi che in taluni casi sono nel rapporto da l a 30, da l a 50 e anche oltre rispetto ai costi delle aristocrazie operaie dei paesi del Nord del mondo. La riserva "marxiana" ingloba oggi intere popolazioni con l'esclusione dei capi locali avvantaggiati .e collaboratori di tali forme di sfruttamento. La politica sociale poi ("welfare state") accresce il costo della manodopera nel Nord del mondo; ne consegue che il processo di sfruttamento di lavoratori retribuiti ai limiti della sussistenza durerà prevedibilmente non pochi decenni. D. CONFIIITO ECONOMICO NORD-SUD

I processi di frammentazione e di localismo nonché i contrasti tra paesi poveri e paesi ricchi incidono sugli equilibri tra democrazia e libertà da una parte e solidarietà dall'a ltra. La libertà di commercio è essenziale per lo sviluppo economico, il "welfare state" e la solidarietà garantiscono ordine e coesione sociale; ora però, paradossalmente, gli oneri di mantenimento del "welfare state", come detto, sono causa della "rivolta dei ricchi". Le garanzie offerte dallo Stato all'avanzamento economico, implicante una serie di interventi, ha trovato nell'800 e nella prima metà del '900 una qualche compensazione con il trasferimento di una quota della ricchezza prodotta dall'industria alle aree poco sviluppate (in Italia: le province meridionali) e/ o ai ceti più poveri e ciò anche allo scopo di renderli meglio inseriti nello Stato-Nazione; non a caso dopo l'Unità nel nostro Paese correva lo slogan "Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani". Negli ultimi decenni la globalizzazione dell'economia e della finanza, a livello del pianeta, e la messa in essere di organizza-

zioni sovranazionali o transnazionali con valenze politico-diplomatiche, hanno modificato il quadro già noto con l'aggiornamento, in molti casi, di poli (Stati-città o Stati-regione) privilegiati in zone spesso assai arretrate e con l'effetto anclie di ridurre l'importanza relativa degli Stati-nazione. Secondo alcuni autori tale configurazione (centro-periferia) sarebbe dannosa per alcuni paesi ed in particolare, per quanto ci concerne, per le province meridionali dell'Italia che verrebbero ridotte ad aree turistiche e di svago, a guisa di alcuni centri statunitensi (Da llas) o di nuove estese "Disneyland". Va aggiunto che la stessa posizione geografica potrebbe ridurre il Mezzogiorno ad una sorta di "cuscinetto" destinato ad assorbire le minacce con provenienza dalla sponda sud del Mediterraneo; in sostanza la Padania farebbe parte a pieno titolo dell'Europa e le altre regioni vi si integrerebbero in misura decrescente man mano che si procede verso il Sud. Le considerazioni che precedono ribadiscono l'importanza ed i contenuti della geoeconomia, riducendo il peso delle potenzialità militari, in quanto tali, nella gerarchia degli Stati. In altri termini, i fattori economici acquisiscono importanza a sé e non più a sostegno soltanto della forza militare. I "SISTEMI" STATUALI NEL RETICOLO DEGU ACCORDI INTERNAZIONALI

I "sistemi" dotati di propri equilibri e di autonomia si pongono come sottosistemi in un reticolo di norme e di accordi, ai quali si è liberamente aderito, che tendono a limitare i contrasti del macrosistema economico (GATI, wro, ecc.). I vincoli del sovrasistema internazionale, siano essi riferiti a macroregioni o add irittura all'intero scenario mondiale, non possono tuttavia coprire gli spazi ed i sottospazi economici degli Statinazione. Secondo le dottrine evoluzionistiche ed in biologia, la "lotta per l'esistenza"


37 si combatte non soltanto nelle grandi aree ecologiche ma anche collocandosi ed accaparrandosi "nicchie" adatte alla sopravvivenza di sottospecie o varietà; similmente anche nelle competizioni economiche il concetto di "nicchia" può trovare applicazione o riferimenti anche sostanziali. Nel campo produttivo si hanno sovente piccoli spazi o ambiti minori enu·o i quali collocarsi per poi procedere a clamorosi sviluppi (è questo, per esempio, il caso della Luxottica in Italia). Altre "nicchie" di rifugio onde rinforzarsi sono individuabili nella normativa interna, specialmente se connessa ad accordi internazionali, per violame, se non la forma, la sostanza onde accrescere la propria competitività; si frappongono così ostacoli, non necessariamente tarìffari, al libero scambio a protezione del proprio mercato, moltiplicando, per esempio, i pesi burocratici, complicando le documentazioni, ritardando gli svincoli delle merci, facendo mancare al momento opportuno i tecnici (veterinari, ecc.) per il controllo delle merci di importazione , incoraggiando, con finanziamenti a basso costo, quei settori che si reputa conveniente sostenere. MISURE PROTETI1VE (MERCANTHJSMO) ED OFFENSIVE IN GEOECONOMIA. PARALLEUSMI TRA LOGICA MillTARE E LOGICA DI COMPElTOVITÀ ECONOMICA

Al lume della geoeconomia si coglie come le misure. protettive di tipo mercantilistico non siano il solo modo di azione ma vadano affiancate, ed in modo vigoroso, da azioni di carattere offensivo non dissimilmente da quanto viene previsto in strategia; si tratta di due facce, la difensiva e l'offensiva, del.la medesima medaglia; è certamente da considerare offensiva, paradigmaticamente, l'azione delle compagnie petrolifere, (l'ENI di Mattei), per la penetrazione in nuovi mercati scalzandone, o riducendone il peso, i concorrenti-avversari, come pure non è da sottovalutare l'uso of-

fens ivo dell' "intelligence" (sabotaggi e spionaggi industriali, ecc.). Per effetto della interpenetrazione dei mercati la guerra economica si profila oggi come una delle forme possibili di conflittualità non più secondarie rispetto ad altre forme di guerra non ortodossa. Se si riflette sugli avvenimenti re lativamente recenti del 1989 si vede come lo strumento economico si sia rivelato assai più efficace, a favore degli USA, della guerra ideologica condotta dall'URSS che pure ~ certi periodi, come in conco mitanza del conflitto vietnamita, sembrava dovesse prevalere con infiltrazioni ed offensive nello stesso campo dell'avversario. I parallelismi tra logiche su·ettamente militari e logiche di guerra economica sono molti. La preparazione della nazione per la guerra implicava una forte attenzione alle proprie capacità produttive, all'accumulo di stock di materie prime oltre che, evidentemente, all'addestramento, alla mobilitazione ed alla organizzazione delle forze. Oggi la competizione geoeconomica richiede un'avanzata "ricerca e sviluppo", per la tattica delle azioni economiche, l'accumulo di riserve valutarie ed auree, la capacità di mobilitare le proprie risorse onde prevalere sugli avversari. L'infiltrazione del "nemico", a voler usare la terminologia dei politologi, va bloccata nel senso che gli investimenti stranieri vanno conu·ollati; i propri, invece, vanno potenziati al di fuori dei confini, onde far sì che sia massimizzata l'importazione di capitali e di tecnologie utili ed evitata la perdita di capacità nazionali nelle funzioni produttive più avanzate. Nel settore dell'industria dei materiali di armamento esiste il problema ulteriore di evitare che la penetrazione del capitale straniero introduca delle soggezioni e subordinazioni ad altri Stati dense di implicazioni geostrategiche oltre che geoeconomiche. Acquisire la maggioranza nei pacchetti azionari di grandi imprese, se concorrenziali con le proprie, può essere vantaggioso per !imitarne l'espansione o, addirittura, per soffocarle eliminando


38 la relativa concorrenza. Le acquisizioni da parte di grandi complessi industriali e finanziari di maggioranze azionarie di complessi analoghi oltre frontiera è oggi pratica corrente spesso osteggiata, palesemente od occultamente, dagli Stati e dalle strutture di autogoverno del capitalismo nazionale onde evitare la conquista economica di proprie attività specie se vitali (elettricità, telefonia, ecc.). Le competizioni economiche non possono fare a meno di servirsi di apparati informativi onde prevedere e neutralizzare le mosse degli avversari, spesso mascherate o coperte da società finanziarie con sedi in Svizzera o in altri "paradisi fiscali" sotto etichette poco note e poco idonee ad attirare l'attenzione. Va aggiunto che lo stesso movimento o riciclaggio de l così detto "de naro sporco" può costituire un fattore di penetrazione tanto più efficace quanto meno visibile e, per la sua stessa natura, controllabile. Si è visto come la mafia nipponica, la Yakuza, in occasione del sisma del gennaio 1995, sia stata in grado di intervenire a soccorso delle popolazioni con una prontezza maggiore dell'apparato statale allo scopo evidente di acquisire popolarità; per quanto qui interessa è stata una dimostrazione di capacità organizzativa e di potenza finanziaria utile, nel caso, alla penetrazione in mercati al di fuori d e li 'a reipelago giapponese (Hong-Kong, Russia, territorio di Shanghai, ecc.). Alcun i politologi, tra cui Meynaud, prima ancora dei più recenti sviluppi della geoeconomia, han no condotto studi sui "gruppi di p ressio ne inte rnazionali" resi possibili appunto da lla inte rnazionalizzazione, ante guerra, dei capitali finanziari per cui mu ltinazionali americane possedevano corpose interessenze in industrie della Ge rmania nazista; ne sarebbe derivato che talvolta le azioni dei bombardieri statunite nsi cd alleati avrebbero mirato a non distmggere quelle industrie; Meynaud cita l'esempio di "FARBEN".

LO SCONTRO ECONOMICO INTERNAZIONALE COME MEZZO DI RIDEFINIZIONE DELLE GERARCHIE INTERNAZIONALI DOPO LA FINE DELLO SCONTRO EST-OVEST. CONTRASTI TRA GIAPPONE, . EUROPA OCCIDENTALE E USA

Lo sviluppo economico internazionale, con la globalizzazione dei mercati, ha, dopo il 1989, in qualche modo sostituito lo scontro politico strategico Est-Ovest ma non senza creare, in alcune aree, gravi tensioni politiche. L'integrazione economica e lo stesso sviluppo producono costi sociali, come di recente in Messico con la libellio ne za patista (gennaio 1994) e l'assassinio di personaggi politici. Il passaggio poi da un'economia socialista ad una di mercato, non solo in Cina ma anche, e più marcatamente, nei paesi europei ex alleati dell'URSS, ha forti ricadute con tensioni sociali; negli stessi paesi del "welfare state" il modello presenta incrinature con incidenze sulle politiche previdenziali che, a fronte della flessibilità dei redditi, si delineano di debole elasticità. Gli USA, a differenza del Giappone, vittima di una lunga crisi politica, e dell'Europa, anche essa perturbata da irrequietezze politico-sociali, hanno cercato, anche di recente, di aggiornare, adeguandoli alle situazioni, i principali organismi internazionali ( Banca mondia le, FMI, OCSE, G7, GATI, ecc.) ed hanno promosso un programma che - non trascu rando gli imperativi ecologici éd ambie ntali - promuova studi e ricerche sullo "sviluppo sostenibile", propugnandone la necessità. Quanto alle tesi sullo "sviluppo sostenibile" è da tener presente che, al di là delle posizioni teoriche degli ecologi nonché di alcu ne scuole filosofiche interessate agli equilibri generali del pianeta, non mancano raggruppamenti e movimemi mossi da interessi economici e da esigenze di carattere politico. I grandi oligopoli nel campo della chimica sono fonemente interessati ai pro-


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getti di difesa dell'ambiente per trarne owi vantaggi di impresa; alcuni prospettano addirittura che si profili in questo terreno un grande "business" per i prossimi anni. Le ragioni politiche investono numerose questioni tra cui quelle demografiche; i paesi ricchi, nord del mondo, sono per la limitazione delle nascite nei paesi poveri, sud del mondo, riprendendo le vecchie e infondate tesi malthusiane: lo "sviluppo sostenibile" richiederebbe una limitazione della popolazione. Si tratta invece, obiettivo politico, di ridurre la pressione demografica dei paesi poveri sui ricchi, di contrastare i rischi relativi e infine di tenere alto il tenore di vita nei paesi avanzati a spesa anche di quelli arretrati utilizzandone le materie prime ma evitando di ridurre i consumi al proprio interno. Gli USA hanno ancora esercitato pressioni per una riforma generale del sistema degli aiuti allo sviluppo imponendo, attraverso lo strumento della concessione o non di finanziamenti, alcune condizioni tra cui: incrementi dei crediti alle imprese private, priorità agli investimenti privati e ai grandi lavori, concentrazione di prestiti a basso tasso di interessi a beneficio delle popolazioni più povere, lotta alla corruzione. Si tratta, cioè, di evitare l'uso politico o, peggio ancora, per gli armamenti dei fondi destinati alla crescita umana. Owiamente l'obiettivo di depoliticizzare gli aiuti, evitandone l'utilizzazione a sostegno dei gruppi di potere, non sarà agevolmente conseguibile. il nuovo ordine economico implica certamente contrasti, spesso aspri, con il Giappone e l'Europa occidentale, Germania in primo luogo, la cui prosperità è stata, almeno in parte, costruita sullo scenario del contrasto BRSS-USA e sotto l'ombrello protettivo statunitense. In Giappone, anche per l'"impact" dei modelli culturali esterni, la classe politica di governo si è screditata ed il mutamento sociale ha provocato fenomeni prima sconosciuti: scioperi, fallimenti aziendali, non conservazione del lavoro

per l'intera esistenza nella stessa azienda; l'occidentalizzazione ha portato nelle giovani generazioni una buona dose di individualismo, atteggiamento antitetico alle forme di solidarismo proprie alla "cultura giapponese". In Europa non sono minori i motivi di perplessità con una battuta d 'arresto nel processo di costruzione europea sia per la crisi economica, attenuatasi nel 1994 e forse in via di risoluzione, sia per l'indebolimento della UE in c~nseguenza di una sorta di "annacquamento" derivante dall'ingresso di nuovi soci e soprattutto della crescita di competizione per l'egemonia interna; il grande mercato europeo tarda ad acquisire consistenza politica. Le diffidenze nazionali non si sono attenuate; sono sotto gli occhi di tutti le incapacità dell'Europa - e non solo - nella risoluzione del conflitto bosniaco che non diminuisce l'ansietà per i comportamenti possibili, più di quelli in atto, dei paesi balcanici e/ o della sponda nord dell'Africa ed in particolare del Magreb. La sicurezza europea è in qualche modo ancora affidata agli USA tuttavia riluttanti a sostenere od assumere il ruolo di "gendarme del mondo". È il tentativo di rivitalizzare l'ONU, che però senza il concorso degli USA resta impotente per qualsiasi intervento di ampia portata (anche per averne le risorse materiali e finanziarie). Le ingerenze, più o meno umanitarie, mascherano per lo più interessi economici; tuttavia gli USA, almeno per alcune, hanno mirato a farle eseguire da altri, come in Ruanda nel giugno 1994 (franco-senegalesi) o come in Bosnia in cui si sono limitati all'aiuto logistico. Il sistema delle operazioni multilaterali, come nel Golfo (1991) ed in Somalia (1994), non ha trovato ulteriori applicazioni. Secondo alcuni politologi, tra cui Kissinger e Brzezinski, l'economia mondiale sarebbe in marcia verso la globalizzazione in


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un immenso mercato unico; tale tendenza, di fondo, trova però contrasti e resistenze nelle azioni dei singoli Stati. Come è chiaro è il quadro politico mondiale che influenza la globalizzazione economica. Kissinger, in un suo recente lavoro, "Diplomacy'', ha evidenziato come, con la ftne del bipolarismo ideologico della guerra fredda, il mondo tenda a ritornare verso sistemi multinazionali, multipolari, fondati su una "balance of power" di tipo quasi ottocentesco. I nuovi equilibri hanno a perno alcune potenze principali, USA, UE, Giappone, Russia e Cina mentre in prospettiva si affacciano l'India e il Brasile. Si chiede Kissinger se gli USA saranno in grado di svolgere bene un ruolo centrale a vantaggio generale; vi si oppongono le tentazioni isolazionistiche da un lato, la tradizione wilsoniana universalistica dall'altro, la te ndenza ad intervenire negli affari altrui per valori fondamentali come la libertà e la democrazia ma anche per il mercato. Gli USA non sono in grado né di dominare il mondo né di ritirarsene; devono perciò impegnarsi, sempre secondo Kissinger, in una "realpolitik" nel gioco dei nuovi equilibri globali. Alla costituzione di un nucleo trilaterale (USA, UE e America Latina) si oppongono le proiezioni verso il Pacifico e l'Asia (Cina, Giappone, ecc.). Dal punto di vista economico gli egoismi nazionali pesano gravemente e spesso da nno luogo a scarichi di responsabilità, come ad esempio, sostiene il Kissinger, da pan e dell'Italia, che ha addebjtato alla trilaterale e alle sue manovre il deprezzamento della lira e che, invece, soltanto essi stessi hanno fatto crollare. È opinione di Kissinger che, almeno per ora, il mondo non vada verso un libero mercato globale ma verso mercati regionali che dovranno proteggersi dai rischi della deindustrializzazione a vantaggio dei paesi con manodo pera a costi assai bassi. Di analoga opinione è Brzezinski che però vede la globalizzazione politica in ritardo su quella economica e quella culturale ancora più distante. I due all[ori sottoli-

neano le contraddizioni tra il quadro politico multipolare e il nuovo equilibrio mondiale da una parte e il globalismo economico dall'altro. L'economia globale funziona in tempo reale, con decisione istantanea, mentre la politica ha tempi e cicli lunghi; l'economia guarda al pianeta come ad un solo spazio; i politici o bbediscono a logiche provinciali dovendo tener conto di pubblici male informati e di pregiudizi personalistici; ne consegue che la cultura della politica è anacronistica a confronto della cultura del nuovo globa lismo economico. Se la via della globalizzazione economica sembra tracciata dalla tecnologia, dall'utilitarismo e dalle regole del mercato, la politica non potrà fare a meno di disseminare ostacoli prevedibili ed imprevedibili. Per quanto attiene all'Europa i citati autori sono dell'opinione che dovrà appoggiarsi al perno americano non potendo da sola bilanciare le altre grandi aree regionali; Kissinger suggerisce un'Europa ''fortemente articolata'' che riconosca i legami atlantici, privilegiandola, e che sia in grado di assorbire gradualmente i paesi centro-orientali ruotando intorno alla grande potenza germanica. Un aspetto singolare dello scontro per questioni economiche tra potenze è dato da quello in corso nei primi mesi del 1995 tra gli USA e la Cina sui temi dei diritti d'autore e della pirateria commerciale. Pechino, infatti, non contrasta, anzi forse agevola, le contraffazioni su larga scala di CD, musicassette e di altri prodotti audiovisivi di produzione statunitense. Come in una sorta di "guerra calda" Washinghton ha minacciato Pechino di rappresaglie sulla base della normativa americana conosciuta come "Super 301"; si tratta di misure tariffarie atte a colpire il l OOOA> dei prodotti tessili, dei giocattoli e dei prodotti elettronici "made in China". Pechino a sua volta annuncia delle controrappresaglie dichiarandosi pronta ad una guerra commerciale a 360° raddoppiando, tra l'altro, le ta ri ffe di imponazione di un'ampia lista di prodotti;


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in più bloccherebbe gli investimenti dì grandi società statunitensi in Cina. Si calcola che il danno della pirateria predetta per le industrie americane sia di un miliardo di dollari all'anno attraverso le esportazioni a basso costo in molti paesi dell'area del Pacifico. Per ora (maggio 1995) si è raggiunto un accordo; restano tuttavia numerosi, anche se latenti, motivi di contrasto. SULL'ULTIMO RAPPORTO ISPI; SUA A1TENZIONE ALLA "PRESENZA INGOMBRANTE" DELIA GERMANIA

Le connessioni tra geopolitica e geoeconornia sono state di recente sottoposte ad osservazione da parte dell'ISPI nel suo consueto rapporto annuale. Vi si insiste su alcuni concetti specie per quanto riguarda l'Europa; uno è quello di "Europa frammentata" e cioè caratterizzata dalla crisi dei processi di integrazione, dall'esplodere dei nazionalismi e dai non ancora definiti rapporti con la Russia ed i Paesi dell'Europa orientale. Particolare attenzione viene rivolta clall'ISPI alla "presenza ingombrante" della Germania; la stabilità tedesca facilita il percorso verso l'unione europea, già avanti negli aspetti economici ma assai di meno sul piano politico, ed incoraggia anche l'unione monetaria. Si ha però la sensazione che la tabella di marcia venga dettata dal marco e dalla Bundesbank. In altri termini, lo spazio economico europeo sarebbe già in gran parte occupato dalla RIT che, sconfitta militarmente nel 1945, avrebbe ora conseguito una evidente vittoria sul terreno degli affari e dell'espansione economica. Il successo della geoeconornia tedesca si avverte soprattutto nell'impostazione del trattato di Maastricht. I criteri di convergenza previsti da detto trattato limitano di fatto l'UE al novero dei paesi la cui economia è più facilmente integrabile dalla Germania. Ancora

su fattori di tal natura si soffermano gli autori del rapporto, Ostellino e Santoro, per porre in evidenza come il ruolo di Mosca, assai ridimensionato sotto il profilo militare, possa rivestire importanza come fornitore di materie prime e come mercato. Comunque la Germania sembrerebbe divenuta, con la sua influenza crescente, economica, finanziaria e culturale, il paese egemone nel Continente comprendendovi, ovviamente, l'Europa orientale, la danubiana e la balcanica. Si avrà dunque, essi si chiedono, una Europa germanizzata? L'interrogativo ed il riconoscimento di uno stato di fatto attestano della rilevanza acquisita nel Continente dai fattori geoeconomici; la stessa frammentazione potrebbe essere non solo non contrastata ma forse agevolata dalla "vis" espansiva del marco e dalla potenza, per ora politica ed economica ma tendenzialmente anche militare, che vi è alle spalle. Assumendo che geopolitica e geoeconomia sono soggette a continue fluttuazioni anche per lo spostamento del peso relativo dei singoli Stati nell'ambito delle grandi comunità interstatuali già costituite, ha al presente, per quanto riguarda l'Europa e le sue Comunità l'evidenza del peso crescente della grande Germania e quindi l'interesse per essa degli USA. Nella Comunità euroatlantica, come da alcuni viene denominata, Bonn afferma il suo ruolo di grande potenza come si è visto in occasione dell'incontro tra il Presidente degli USA ed il Cancelliere tedesco nel febbraio del 1995. Si tratta di porre le basi di un "nuovo, più ampio patto transatlantico" con lo scopo della difesa dei valori democratici ma, più concretamente, del libero mercato con evidenti vantaggi per le grandi potenze economiche. L'idea del leader germanico è quella di affiancare alla NATO una linea di solidarietà non solo politica ma anche economica; la difesa militare non appare più sufficiente a reggere l'edificio di cui l'Europa


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sente il bisogno; di questo parere appaiono anche i ministri della difesa tedesco, britannico e francese i quali sperano e mirano ad allentare il rapporto privilegiato tra Germania e USA già asserito a suo tempo dal Presidente Bush e, di recente, da Clinton a Berlino. La Germania, non senza una qualche astuzia politica, non pa1·la più di Germania e USA ma di Europa e Nord America. Londra spererebbe poi, attraverso il nuovo scenario euroatlantico, di allentare l'asse franco-tedesco. L'idea della comunità euroatlantica frenerebbe anche la spinta politica ed economica della Germania verso l'Europa orientale e la Russia sostituendo come termine di riferimento l'Europa alla RFf. Il proposto nuovo "contratto euroamericano" tenderebbe, almeno in parte, a superare i contenziosi in Europa e con l'Europa e, nello stesso tempo, a mascherare, e forse ad attenuare, la crescente supremazia della grande Germania. Per quanto agli USA, tuttavia, la "vocazione asiatica" verso il Pacifico verrebbe bloccata da una rinnovata strategia e urocentrica. Anche qui gJi aspetti geoeconomici non sono secondari; le grandi crisi commerciali e finanziarie di alcuni Stati (per es. Messico: 1995) e gli scontri per il WTO hanno certa mente avuto il loro peso; è stato detto che Clinton ha awertito "l'impossibilità di inquadrare il mondo di oggi nelle strutture di ieri" e che il progetto neowilsoniano di una crociata per la democrazia non è altro che una scatola vuota. Più concreta la lotta al protezionismo per la difesa dei cambi e per evitare la guerra tra le monete. Negli USA alcune correnti di pensiero tendono (Irving Kristol) a riaffermare il peso dell 'Europa, economico, tecnologico e culturale, anche se ne vedono priva di importanza la sua politica estera. La NATO corrisponde rebbe alla SEATO mentre la potenza già sovietica è da considerarsi per ora fini ta. La desLra statunitense è anch'essa per il rafforzame nto economico de lla "partnership" atlantica più importante della stessa

NATO, onde far fronte alla globalizzazione crescente dei problemi sociali ed economici. UN INDICATORE DELIA POTENZA ECONOMICA RElATIVA: • I DmnTI SPECIAU DI PRELIEVO

L'andamento dell'economia internazionale è ricavabife da più indizi; tra di questi è certa-

mente significativo quello riferito alle riserve valutarie dei vari paesi calcolati in DSP (Diritti Speciali di Prelievo). Nel 1994 si collocano ai primi due posti, rispettivamente, il Giappone (84 miliardi di DSP) e la Germania (87 miliardi DSP); al terzo posto si pone Taiwan con 63 miliardi seguito dagli USA con 54 miliardi; seguono Singapore, Spagna, Gran Bretagna, Brasile, Cina, Olanda e Svizzera; l'Italia è al 12° posto con 21 miliardi. È interessante notare come dei primi dieci paesi per entità di riserve quattro appartengono all'area del Pacifico ed all'Asia; nei primi quindici sono addirittura sei. l 'Italia ha peggiorato la propria posizione negli ultimi sene anni passando dal settimo al dodicesimo posto. Fortemente dannosa per le finanze dello Stato si è configurata la difesa ad oltranza della parità della lira, in una fascia prefissata di oscillazione, nell'ambito dello SME; si tra tta di uno degli errori, del resto riconosciuto, del Governo e del Governatore della Banca d'Italia di quel periodo (senembre 1992). La difesa ad oltranza dei rapporti di cambio, contro monete forti come il marco e le altre valute ad esso collegate, si è risolta con un deflusso di valuta pregiata per circa 60 miliardi di dollari attraverso la vendita sul mercato, da parte della Banca d'Italia, di marchi ed altre valute. Banaglia perduta, combattuta per ragioni di politica interna e, in parte, di prestigio internazionale e che si è, per ultimo, Iisolta in una riduzione delle nostre risetve senza contropattita alcuna. Gli eventi successivi, fino ai primi mesi del 1995, hanno confermato la vulnerabilità e la instabilità della nostra moneta e la inutilità di ogni difesa di essa contro la fluttuazione del mercato.


CAPITOLO VI

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ECONOMIA E NUOVO ORDINE MONDIALE lA QUESTIONE MONETARIA lA QUESTIONE MONETARIA:

CAMBI FISSI O CAMBI FLUTilJANTI? ell'ordine internazionale e negli equilibri tra le potenze la questione monetaria assume fondamentale importanza presupponendo se non il dominio certo un forte potere di unpulso di una potenza dominante. Nel 1944, infatti, con gli accordi eli Bretton Woods si conferì una qualche stabilità alle monete con l'obiettivo di accrescere i redditi nei paesi più industrializzati. I cambi avrebbero dovuto essere fissi, ancorché regolabili, e lo SMI avrebbe dovuto basarsi su tre filoni: il dominio del dollaro, con un valore definito dell'oro in 35 $ per oncia; l'elimìnazione degli squilibri nelle bilance dei pagamenti degli stati aderenti; il consentire una parziale mobilità dei capitali tramite normative nazionali dei controlli dei cambi. Questo sistema consentiva agli USA di scaricare sul mondo i costi del ciclo economico monetario americano. Come è noto, il regime dei cambi fissi venne abbandonato, con decisione unilaterale e improvvisa degli USA, il 15 agosto 1971 , allorché il presidente Nixon annullò il rapporto dollaro/ oro dando così inizio ad un periodo di forti fluttuazioni nei cambi e di incertezza nell'economia internazionale. Ne seguì, tra l'altro, la crisi petrolifera col suo effetto inflazionistico generalizzato. L'instabilità monetaria ha portato alla estrema vGlatilità de i tassi di cambio con il raddoppio del valore del dollaro rispetto al marco dal 1980 al 1985 ed il suo dimezzamento nel quinquennio successivo. Secondo i monetaristi, la fluttuazione dei cambi dovre bbe correggere gli squilibri esterni ad un sistema attraverso aggiorna-

N

menti automatici. La renificazione dei condizionamenti esterni avrebbe dovuto consentire l'autonomia delle politiche economiche dei singoli Stati. Nella realtà, le fluttuazioni hanno del tutto fallito i loro scopi provocando, con l'instabilità delle parità di cambio, squilibri macroscopici nella bilancia dei pagamenti dei singoli Paesi che, se in via di sviluppo, hanno accumulato deficit, debiti con l'estero, inflazione e disordine sociale. Negli anni più recenti i rapporti monetari e di cambio tra USA, Giappone e Germania hanno registrato forti oscillazioni e differenze obbligando le politiche economiche nazionali ad adeguarsi a quelle delle potenze egemoniche dal punto di vista economico. La globalizzazione della finanza ha consentito di lucrare sulle differenze tra tassi di interesse e tassi di inflazione dei singoli Stati attraverso speculazioni non fronteggiabili né dalle singole potenze né attraverso accordi tra alcune di esse. Esemplare, come si è accennato, è il caso del riallineamento della lira nel 1992 difesa, fino ad un certo punto, dalla Banca d 'Italia, con l'inutile esborso di migliaia di miliardi in valuta pregiata, per essere infine abbandonata alla sua sorte con una perdita di valore di circa il 30% nei confronti delle monete così dette "forti". I movimenti speculativi, facilitati dalla telematica, riescono a muovere migliaia di miliardi, in dollari o in altre valute, in tempi quasi reali senza che le banche centrali siano in grado in qualche modo di opporsi. Le opzioni sui cambi, ad opera dei gestori e speculatori degli "Hedge Fundus",


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hanno portato alla crisi del sistema monetario europeo (1992-1993) anche per effetto della possibilità di agire con depositi di garanzia assai ridotti, fino all'l%, rispetto alla massa di valuta da movimentare. Tra l'altro, la maggior parte delle operazioni sui prodotti derivati avviene sui mercati non ufficiali; ne consegue un rischio "sistemico" nel senso che l'insolvenza di un operatore per cifre consistenti può riflettersi in una catena di insolvenze, provocando crisi generalizzate. Si tratta dunque di regolamentare il mercato- supposto che questo sia ancora possibile - al contrario dei punti di vista di chi lo vorrebbe del tutto liberalizzato. La fine dell'egemonia del dollaro, per effetto del provvedimento Nixon del 15 agosto 1971 , ha facilitato l'ascesa forte e continua delle economie giapponese e germanica, ponendo lo yen ed il marco in posizione di netta concorrenza con il dollaro; si ha ora dunque, sostanzialmente, un sistema monetario tripolare. Nella composizione, poi, delle riserve valutarie mondiali anche il peso di yen e DM sta sensibilmente crescendo nei confronti del dollaro alterando più spettacolarmente il rapporto di forza. Il recente piano di salvataggio dell 'economia messicana deciso da Clinton sta probabilmente accelerando questo declino della moneta americana. IL PESO DEllA SPECULAZIONE INTERNAZIONALE

L'instabilità inte rnazionale, nel campo della finanza, con il libero muoversi della speculazione, è stata esaltata dalla abolizione della maggior parte delle forme di controllo dei cambi in Europa per effetto dell'Atto Unico Europeo (1990) che ha posto in essere le condizioni per una totale mobilità dei capitali. Ciò si va riflettendo sulla opportunità di rifo rmare in qualche modo lo SME, dal momento che i mecca nismi di mercato, lasciati del tutto liberi, non si sono rivelati

idonei ad 2ssicurare corrette relazioni monetarie internazionali. L'impotenza delle banche centrali e dei governi di fronte alle fluttuazioni di capitali speculativi sembra consigliare una maggiore regolamentazione dei mercati contraddicendo i principi finora prevalenti. Le riunioni dei G7 hanno rimesso in auge l'idea di definire le parità centrali dei cambi all'interno di una zona di fluttuazione pre fissata, per esempio, al 15%. Per ora, però, nu lla si è deciso anche perché non vi è una superpotenza, nel campo economico e finanziario, in grado di imporre la propria versione del problema come nel 1944. EFFETn PERVERSI DEGil SCAMBI INTERNAZIONALI

Il commercio mondiale e il libero movimento dei capitali hanno moltiplicato gli aspetti deteriori della corruzione ad essi legata. La sottrazione di fondi destinati agli aiuti internazionali per i paesi sottosviluppati e l'uso consolidato di tangenti all 'esportazione, si sono, anzi, estesi, negli ultimi anni, ai paesi dell'Europa Orientale. Il ricorso alle tangenti ha svuotato di contenuto ogni ragionamento su costVbenefici e qualità/prezzo nella scelta sia degli interventi sia dei fornitori o degli appaltatori. Gli inutili progetti, comunemente etichettati come "cattedrali nel deserto", si sono moltiplicati in quasi tutti i paesi del Sud del mondo con il sostegno dei paesi ricchi attraverso l'apertura di linee di credito garantite dallo Stato. I casi della Somalia e degli interventi in altri paesi, per quanto riguarda l'Italia, sono esemplari. Allo sperpero si assommano così i disastri politici e sociali determinati dalla corruzione. È inutile aggiungere come tali flussi di denaro siano mascherati da forme irreprensibili sotto le etichette di "mediazioni", "assistenza tecnica", "studi conoscitivi" e così via. Le tangenti mascherate vanno poi ad impinguare i conti delle banche svizzere o di altri "paradisi fiscali". Si moltiplicano i trasfe-


47 rimenti da un conto all'altro per rendeme assai arduo il percorso, come sta emergendo nei grandi procedimenti penali in Francia, in Svizzera e in Italia (''mani pulite"). Si è trattato di pagamenti illeciti addirittura al Consiglio Economico e Sociale dell'ONU. Nel 1993 venne costituita una organizzazione non governativa - "Transparency International" - con l'obiettivo <.li costituire delle "isole di onestà" ma gli esiti sono del tutto dubbi, così come senza effetto sono rimaste le raccomandazioru (maggio 1994) dell'OCSE. INFLUENZA DEllA BANCA MONDIALE

Rilevanza prevalente, accanto all'FMI, ha assunto, dagli accordi di Bretton Woods (1944), la BIRS (l) che esercita una determinante influenza sugli Stati che fru iscono dei suoi finanziamenti con un peso che va di &ran lunga al di là degli aspetti finanziari. E dunque un istituto fondamentale per la geoeconomia. La BIRS ha, per alcuni decenni, finanziato esperienze di pianificazione centralizzata provocando non pochi disastri; si è poi convertita al liberismo, dopo il fallimento dei "socialismi tropicali" e delle economie centralizzate. Negli ultimi tempi, la Banca Mondiale ha mirato alla liberalizzazione del Sud de l mondo secondo il vento della restaurazione !iberista nei paesi industrializzati e delle "deregulation" finanziarie. Dopo la caduta del muro di BerlJno ed il crollo dei sistemi socialisti, le economie dei paesi sottosvilu ppati sono state costrette a convertirsi a loro volta al liberismo, tanto più che l'Occidente non ha più interessi politico-strategici ai quali posporre gli interessi economici. ( 1) Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo; nucleo originale della Banca Mondiale che comprende, oltre alla BIRS, l'IDA (Imemational Developement Association), l'IFC (International Finance Corporation) e l'Agenzia multila[erale di garanzia degli investimenti.

Oggi la Banca Mondiale è un ce ntro pro pulsore in senso !ibe rista fru endo di un'immagine solo parzialmente intaccata dai propri fallimenti. I suoi Jnte rventi si avvicinano, fino al 1994, a circa 350 miliardi di $ erogati direttamente o tramite l'Associazione Internazionale per lo Sviluppo. La Banca Mondiale, per sua norma, non può ristrutturare i debiti (proroga dei rimborsi, riduzione degli interessi, ecc.) che se non onorati danno luogo a pronte sanzioni. La sua influenza è tale çla o bbligare a riforme inte rne gli Stati beneficiari anche ove si tratti di innovazioru politicamente difficili. Il processo d i mondializzazione delle economie trova nella Banca Mondiale un centro propulsore attraverso lo strume nto della articolazione settoriale e di quella territoriale dei suoi finanziamenti indicando ai paesi sottosviluppati gli assi attorno ai quali far ruotare i loro progetti. Tra l'altro ha allargato i propri interventi alle questioni ambienta li ed ecologiche (1992). I finanziatori o donatori occidentali hanno affidato alla Banca Mondiale la gestione del fondo per l'ambiente nonostante l'opposizione dei paesi poveri sottoposti così a nuovi pesanti condizionamenti. L'influenza deLla Banca Mondiale è oggi determinante, essendo la maggiore finanziatrice della dconversione dei paesi dell'Europa orientale all'economia di mercato; vi finanzia anche programmi di privatizzazione. Nel Medio Oriente, in parallelo con gli accordi tra Israele e OLP la Banca ha promesso, nel 1994, un aiuto ai "Territori" per 1,2 miliardi di $ in tre anni. In sostanza la Banca Mondiale è in una posizione di quasi monopolio per i finanziamenti ai paesi in via di sviluppo ma sono ancora da sistemare le disfunzioni provocate da11'appoggio già dato alle logiche economiche pianificatrici. Un settore nel quale la Banca Mondiale, più o meno surrettiziamente, va portando la sua influenza è quello del così detto "controllo sociale" a nche in re lazione ai problemi generali derivanti dalla esplosio-


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ne demografica dei paesi poveri. La riduzione della mortalità senza una parallela riduzione della natalità ha dato luogo ad un forte incremento numerico delle classi povere, ne l Sud del mondo, terreno fertile per gli estremismi politici e per il reclutame nto di terroristi a vocazione internazionale. In vista di ciò la Banca Mondiale si è posta l'obiettivo di ridurre la povertà di massa assumendo i programmi di controllo sociale già inizialmente da essa sostenuti. In sostanza, anche per questa Organizzazione si è assistito, negli anni ottanta, allo scontro tra due modelli o idealtipi di società; il primo, !iberista, teorizzato da Hayek e attuato attraverso le politiche economiche di Reagan e Thatcher con a mira lo sviluppo spontaneo dell'economia di mercato come fattore ottimale per la società. Il secondo ancora ispirato ad ideologie pianificatrici e collettivistiche. La mondializzazione dell 'economia e i vantaggi comparativi degli scambi in un sistema !iberista hanno portato ai successi delle "Tigri" dell'Asia orientale battendo la strada della riduzione dell'inteiventismo statale e colmando, almeno in parte, le fratture sociali. La politica della Banca Mondiale è anche volta a facilitare l'istruzione, con redditività a medio ed a lungo termine, ed a migliorare le condizioni di vita dei ceti più poveri. È chiaro come la Banca abbia travalicato di parecchio i propli compiti finanziari, ingerendosi in questioni politiche, sociali e fmanche demografiche (Bi1th Contro!) ispirandosi - come si diceva - a dogmatismi !iberisti in una visione globalizzante del mondo che non si sa quanto poi possa trovare riscontro nella realtà dei prossimi anni. SUGU ACCORDI RECENTI GATI, NAFTA E APEC, STRUMENTI DI GEOPOLITICA E GEOECONOMIA

Nel 1994 si sono rafforzate le basi per una rinnovata organizzazione politico-economica mondiale attraverso gli accordi

GATT dell 'a prile, l'entrata in vigore del NAFTA (luglio) (coinvolgente Canadà, Messico ed USA) e la maturazione del cosiddetto APEC (novembre 1994) concernente la cooperazione dell'area Asia-Pacifico. La doppia anima americana è ·stata specialmente coinvolta con gli accordi NAFTA pe r il contrasto tra una parte delle é lite, pro pense a lla globalizzazione dell'economia e d alfe grandi decisioni politiche, e l'altra, attratta dagli interessi regionali, sindacali e delle lobby ecologiste; la vittoria dei primi è stata di stretta misura con l'approvazione da parte del Congresso del trattato e ntrato in vigore il l o luglio 1994. Dove è il nuovo nel NAFTA? Per la prima volta la massima potenza mondiale si è alleata nello stesso tempo con una media potenza (il Canada) e paesi in via di sviluppo (il Messico ed ultimame nte il Cile), onde promuovere una democrazia di mercato attraverso una amplissima zona di libero scambio; si è previsto inoltre un possibile, anche se graduale, processo di ampliamento del NAFTA ad altri paesi. Con l'APEC, nell'area geopolitica e geoeconomica Asia-Pacifico, si è proceduto analogamente, nonostante una certa resistenza di alcuni paesi asiatici; all'APEC sono stati ammessi il Messico ed il Cile aprendo una sorta di via all'integrazione tra due grandi aree di libero scambio: la "panamericana" e la ''transpacifica". La proiezione è dunque verso la formazione di un mercato mondiale; il NAFTA dovrebbe allargarsi - come si accennava - ad altri Stati sudamericani verso la realizzazione di qu ella "Impresa per le Americhe" che aspira ad un mercato unico che vada dall'estremo Nord, l'Alaska, alla Terra del fuoco. La di nami ca panamericana e quella transpacifica costituisco no, è chiaro, d ue strumenti di pressione sui poli geoeconomici dell 'Europa e del Giappone, poli oggetto dell'offensiva economica statunitense rivolta ad indurii ad aprire decisamente i propri mercati al comme rcio ed agli investimenti


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internazionali; specie gli europei hanno avvettito i rischi economici connessi sia alla NAYfA che all'APEC ed hanno così, sia pure "ob tono collo" accettato le concessioni necessarie, volute dagli USA, per chiudere, nel dicembre 1993, i negoziati GAIT. Un'altra ampia area del pianeta va procedendo verso un'integrazione economica; ci si riferisce all'apertura delle frontiere commerciali tra Russia e Cina; qui le esigenze economico-commerciali trovano ostacoli, specie per quanto riguarda i rapporti con gli USA e gli altri paesi dell'Occidente, nelle pressioni per l'ottenirnento del rispetto dei diritti umani e delle riforme politiche. Difficile dire se gli aspetti strettamente politici debbano precedere e non piuttosto essere visti come conseguenza degli aiuti occidentali. Sembra prevalere, almeno nei riguardi della Russia , la tesi di fornire ad essa comunque aiuti, valutando l'attuale dirigenza politica come il male minore. Analogamente, nei riguardi della Cina, è stata scissa (maggio 1994) la concessione della clausola della nazione più favorita con il comportamento del Governo cinese nei riguardi dei diritti umani e del mancato rispetto dei diritti ai brevetti. La validità degli accordi NAFfA appare confermata dal salvataggio (effettuato dagli USA e dal Canada, con il FMI, tra la fine del 1994 ed i primi del 1995) del Messico dalla crisi generata dal forte deficit della sua bilancia dei pagamenti che ha provocato, nel dicembre 1994, un "crack" monetario. È stata un'operazione politica che ha però, come detto, determinato la crisi del dollaro. DISORDINE MONETARIO INTERNAZIONALE E LIBERISMO ECONOMICO

Come si è già accennato, nell'arena economica, accanto alla conflittualità commerciale, si è sviluppata quella finanziaria, più sottile ma non meno efficace, la quale, ri-

flettendosi sul disordine monetario internazionale, ha contribuito alla creazione di sofisticati strumenti fino a qualche anno fa poco noti e poco adoperati: i contratti "a termine" (futures) e "di scambio di tassi di interesse" (swaps). Tali prodotti "derivati" vengono utilizzati da utenti finali (fondi pensione, di investimento, ecc.), intermediari (banche, SIM, ecc.) e, specialmente, dagli speculatori così da accentrare le variazioni di prezzo di attività o passività e quindi delle monete .. Il valore nominale dei prodotti derivati si è moltiplicato di circa 14 volte negli ultimi otto anni ed è stato valutato, per il 1994, in circa 14000 miliardi di $, vale a dire il doppio del PIL degli USA. Hanno concorso a tale risultato la liberalizzazione e la modernizzazione dei mercati (telematica); in un primo tempo essi hanno posto in essere un ambiente favorevole agli scambi ed agli investimenti potenziando l'efficienza della finanza; successivamente sono stati evidenziati alcuni inconvenienti di non poco conto tra cui, il principale, il peso della fragilità del sistema finanziario sull'ottimale funzionamento del mercato. Anche su questo terreno i modelli liberisti e collettivistici si sono scontrati; se il libero mercato delle monete è utile in generale, va tuttavia orientato in funzione degli obiettivi. Il modello europeo, o renano, sembrerebbe meno rigido con più "umanità" ed efficienza di quello statunite nse. La geoeconomia comprende, dunque, si potrebbe dire, la geofinanza e le connesse conflittualità finanziarie. I dirigenti della "Buba" tendono a sminuire il ruolo della speculazione e a sottolineare l'incapacità di alcuni governi, tra cui quello dell'Italia, di essere all'altezza dei propri problemi finanziari a lungo termine; per essi anzi le tempeste monetarie presentano qualche utilità nel senso di obbligare i responsabili delle politiche finanziarie ed economiche ad attività salutari e coerenti. Nel primo trimestre del 1995 lo yen si è


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affermato decisamente sul dollaro ruotando intorno a quota 80 il che però, se attesta della solidità della moneta giapponese, ne danneggia fortemente le esportazioni giovando così, in ultima analisi, alle imprese americane che cerca no di trarre vantaggi dalla debolezza del dollaro aiutati dall'azione della Federai Reserve. Anche in Europa la debolezza del dollaro coinvolge la lira e la valuta degli Stati più deboli (Spagna, Grecia, ecc.) rita rdando la creazione di una equilibrata zona di libero scambio che abbia ad includere tutta l'Europa centrale. Il disegno di un'Europa fondata su tre pilastri (il comunitario, quello della politica estera e di sicurezza e quello degli affari interni e della giustizia) non trova una solida base in una moneta comune o per lo meno su campi stabili. La debolezza del dollaro, giovando agli USA, danneggia anche l'Europa nella sua politica di aiuti all'Est da attuare tramite la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), fondata nel 1991 , che vede tra i suoi maggiori azionisti, dopo gli USA (10%), la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, il Giappone e l'Italia con quote clell'8,5%. L'azione della Banca, in un primo tempo fall imentare, negli ultimi tempi va migliorando a favore dei paesi dell'Est con il sostegno a progetti per investimenti specialmente nei confronti della Polonia, della Repubblica Ceca, della Slovenia e dell'Ungheria; ma la sua azione .che dovrebbe estendersi anche ne i confronti della CSI è ritardato dall'insufficienza dei capitali (10 miliardi di ECU) e dalle ripercussioni sul valore dell'ECU nel cambio dei marchi con la moneta staturutense. A riprova de i contrasti tra Germania e USA (come tra Giappone e USA) sono da ricorda re le critiche (1995) del Ministro delle Finanze tedesco per cui la crisi monetaria causata dalla caduta del dollaro e di alcu ne monete europee dipende esclusivamente (sono anche le tes i di Krug-

man) da fattori interni agli USA e forse dalla stessa politica governativa; la Germania, infatti, sarebbe interessata ad un dollaro forte. Nei confronti del Giappone l'elevato "surplus" commerciale in dollari, che nel 1994 è stato di 12,33 miliardi, rappresenta un successo ma anche una preoccupazione; si ha infatti che l'erosione del dollaro ne re nde ·meno consistente l'effettiva sostanza; inoltre rende più difficili le esportazioni giapponesi verso i paesi che denominano i loro scambi in quella moneta. Il fatto è che il coordinamento delle politiche economiche e finanziarie tra i G7 non si presta a quella azione di "enforcement" dal momento che nessun paese del gruppo è disposto a rinunciare alla propria sovranità nazionale in materia economica verso obiettivi comuni. Si ha comunque che la presenza del dollaro nelle riserve dei paesi industrializzati era pochi anni fa di circa 1'80% delle riserve stesse - si è oggi ridotta al 60%; la moneta americana è stata in parte sostituita da quelle giapponese e tedesca anche se le relative economie non hanno ancora le dimensioni di quella statunitense. I confronti dicono che i tassi di crescita dell'Europa dei dodici e degli USA, dal 1968 al 1993, sono stati quasi pari, con un piccolo vantaggio, anzi, per l'Europa; il PIL "pro capite" sarebbe cresciuto qui più rapidamente. Alcuni paesi hanno contrastato nella finanza, come nel commercio, i proget~i neo-liberisti nonostante il sostegno ad essi dato dall'FMI e dall'OCSE. È il caso del Giappone, della Norvegia, della Finlandia, della Svezia e, in parte, della Svizzera, ove si sostengono forme cooperativistiche e solidaristiche ed un ruolo attivo dello Stato pur con discreti tassi di crescita e tassi di disoccupazione inferiori alla media della Comurutà Europea. La Svezia ha subito di recente alcuni contraccolpi con contrasti tra le due tendenze; il Giappone, invece, si è assestato sulle sue posizioni resistendo alle


51 pressioni per aptire e rendere più plastica la propria economia. Sembrerebbe che le teorie neoliberiste non siano state, laddove applicate, confermate sicuramente dai fatti; ciò si è verificato, come si è deuo, a proposito della libera fluttuazione dei tassi di cambio, con le incertezze che ne sono derivate. Le stesse politiche monetariste sono state in buona parte abbandonate dalle ba·nche centrali in quanto inapplicabili. Le critiche alle svalutazioni monetarie, per la loro carica inflazionistica, non hanno trovato puntuale rispondenza per quanto specificamente all'Italia, Svezia, Gran Bretagna e Spagna, per le quali il deprezzamento dei tassi ha avuto effetti sorprendenti sul volume delle esportazioni; in esse, tra l'altro, come in Italia, l'inflazione, almeno ftno al 1994, ha subito una bauuta di arresto. GEOECONOMIA, PROTEZIONISMO E PROTEZIONISMO GIAPPONESE

Sullo scenario internazionale si distinguono particolarmente le vicende della finanza giapponese, legata ovviamente alla bilancia commerciale e dei pagamenti, in considerazione della dominanza, nell'area del Pacifico, di quella moneta e dello scontro per la conquista dei mercati tra Giappone ed USA. Negli anni 1980, anche per il fatto di non dovere sostenere spese per la difesa garantita dall'ombrello statunitense, l'espansione della ftnanza nipponica ha conseguito uno sviluppo eccezionale facendo toccare all'indice NIKKEI, nel dicembre 1989, circa quota 39000. A tale progresso aveva dato apporto detenninante anche la speculazione; in aggiunta ai "fondamentali" positivi, si erano formate, a causa di ciò, " bolle speculative" esplose nel 1990 con il crollo dell'indice NIKKEI intorno ai 21000 punti. Si chiudeva così, poco gloriosamente, un periodo contrassegnato da abbassamen-

to dei tassi, forti flussi di liquidità, incremento dei prezzi, rialzo dello yen; il Giappone all'alba degli anni 1990 era il primo creditore della terra. Avevano contribuito all'espansione, con l'organizzazione del lavoro, il sistema delle banche, specializzate e non, "universali" in altri fattori tradizionali. A coneggere la speculazione intervenne la Banca centrale del Giappone dando avvio ad una politica deflazionistica, specialmente nel campo immobiliare, attraverso l'aumento del tasso qi sconto. I programmi della Banca del Giappone, però, sono andati al di là delle attese per l'accavallarsi della manovra economica con la crisi del Golfo e la recessione internazionale. Al crollo della Borsa hanno fatto seguito forti cadute degli utili di esercizio delle banche e delle società di intermediazione nonché l'accrescersi delle "sofferenze" a danno degli istituti di credito. Ne è scaturita la necessità di ristruttmare e deregolamentare il sistema finanziario, specialmente nel senso di introdurre la concorrenza tra gli istituti bancari superando il sistema della separazione per specializzazione o per aree geografiche. Nell'ultimo anno (1994) i consorzi delle nuove grandi banche polivalenti si sono inseriti nel mercato con rinnovata forza. La finanza giapponese è così entrata in una fase di "convalescenza" anche se il primato nell'Asia orientale, nel campo, gli viene contestato da Hong Kong e da Singapore. Lo yen rimane tuttavia la moneta, al momento, più forte sul mercato internazionale, insieme naturalmente al marco tedesco. ASPETII POSITM DELLA GLOBALIZZAZIONE DELL'ECONOMIA

Riprendendo il tema della criticabilità delle tesi di Luttwak, sono citabili i dati dello sviluppo economico, nel quadro geopolitico, rifetiti al 1994. Gli USA, già al terzo anno di ripresa, hanno registrato una crescita del 4%, tanto che le autorità mone-


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tarie statunitensi mirano a raffreddarla, per il 1995, al 3% onde evitare rischi inflazionistici. Per l'Europa, l'OCSE prevede per il 1995 una crescita del 3% (Gran Bretagna 3,4; Francia 3,1; Germania 2,8; Italia 2,7). Quanto al Giappone, più lento a fuoriuscire dalla recessione, la previsione è del 2,5%. Resterà tuttavia elevata la disoccupazione con 1'11% per l'Europa sulla popolazione attiva (12% Francia; 11,5% Italia). Gli analisti internazionali giudicano impressionante la ripresa ottenuta e ottenibile dai paesi non ancora pienamente industrializzati; in Cina la crescita (1994) è del 10%; in Asia, esclusa la CSI, del 7% e così in America Latina. Cominciano ad affacciarsi con buone prospettive alcuni de i paesi ex comunisti dell'Europa O rientale (Po lo nia 5%, Rep. Ceca e Slovacchia 4%). Gli andamenti positivi e le rosee previsioni sono collegabili agli accordi sul GATI di cui si è detto: vanno contribuendo a creare nuovi mercati, ad accrescere gli investimenti ed il volume degli scambi commerciali verso una integrazione delle economie occidentali con quelle delle altre aree. Alla globalizzazione dell'economia ed al superamento delle frontiere, per quanto ai flussi economici, fanno risconu·o le turbolenze seguite a ll'u nipola rismo americano che non si è rivelato in grado di garantire politicamente se non l'internazionalizzazione degli interessi almeno la pacificazione nelle aree di crisi. Si ha dunque, con la globalizzazio ne dell'economia, la disintegrazione di alcu ni insiemi statuali come la ex-jugoslavia e tanti altri casi di scontri etnici ed etnicoreligiosi. Un sincomo delle odierne difficoltà politiche si ha nella discordanza delle posizioni di Washington e di Mosca sul problema di estendere la NATO ai paesi ex comunisti dell'Est-Europa. Gli U A si astengono poi dall 'inrervenire, co me in Cecenia , ne lle questioni "interne" alla Federazione russa. Disaccordi si hanno ino ltre tra gli stessi

paesi dell 'Occidenre riguardo ai pericoli dell'integralismo islamico, con la Francia in veste di "falco" e gli USA di "colomba".

SU ALCUNI PUNTI DEGU ACCORDIGATI Come si è appreso dalle cronache, i negoziati dei GATI tra il 1993 e il 1994 sono andati avanti non senza forti contrasti e manifestazioni, specie in Francia, di categorie produttive (agricoltori , ecc.). Turtavia nell'aprile 1994 si è conseguito un accordo a Marrakech tra 117 paesi per la riduzione dei dazi doganali nella misura del 40%; dal momento che i predetti dazi erano solitame nte pari al 5% o 6% del valore delle me rci scambiate la riduzione effettiva, nel senso di influenzare il prezzo finale dei prodotti, non supererà più il 2%, pari circa alle fluttua zioni giornaliere delle monete principali, dollaro compreso. Non si è proceduto, invece, alla riduzione dei "picchi tariffari", riservati ad alcune merci, per ragioni p rote zionistiche e di strategia economica o anche per effetto dei "gruppi di pressione" inte rnazionali; in sostanza la riduzione effettiva del 2% ha di poco modificato il quadro reale del mercato internazionale. Tra i settori più importanti, il mercato cerealicolo ha visto prevalere gli interessi degli USA rispetto a ll'UE che no n potrà sovvenziona re le proprie esportazioni ma utilizzare la produzione cerealicola per l'alimentazione del bestiame per effetto della riduzione dei prezzi. La contesa si è risolta a favore degli USA. La guerra commerciale non poteva non investire anche i prodotti agricoli, protetti o non protetti, con varie modalità tra cui, essenziali, i benefici fiscali e parafiscali. Anche qu i la debolezza del dollaro consente alle imprese statunitensi esportatrici il raggiungimento dl elevati traguardi. Il Parlamento USA sostiene la sua politi-


53 ca agricola pe riodicamente con app os1t1 '·farm bill'' cercando, ove possibile di porre ostacoli alla dinamicità delle imprese francesi e argentine che presentano ampie capacità non ancora utilizzate. La Repubblica stellata si prepara ad una ulteriore forte penetrazione sui mercati mondiali, sp ecia lmente nell'America del Sud, e preme perciò ulteriormente sull'VE per la riduzione dei sostegni pubblici alla sua agricoltura. Nel comparto tessile la rimozione delle quote di esportazione prefissate per i paesi a bassi salari avverrà gradualmente nei prossimi dieci anni; le potenze esportatrici dovrebbero compensare la liberalizzazione con clausole sociali che però sono ancora nel limbo delle cose desiderate. La Francia ha sostenuto !'"eccezione culturale" pe r gli audiovisivi, dal momento che l'aspetto mercantile sarebbe secondario rispetto a quello culturale; la proposta non è stata accolta; se ne riparlerà. Un fallimento non diverso hanno avuto i negoziati per settori assai importanti come le costruzioni aeree e l'acciaio, specialmente sul problema degli aiuti pubblici. I problemi inerenti, per esempio, alle ordinazioni di apparecchi da parte dell'Arabia Saudita collegati al rimborso dei debiti militari per la guerra del Golfo sono da comprendere nelle categorie delle sovvenzioni oppure no? Il Giappone non ha, poi, aperto i suoi mercati fmanziari a banche non giapponesi. Dal primo di quest'anno 0995) avrebbe dovuto entrare in funzione l'organizzazione mondiale del commercio (WTO); sembrerebbe che abbia poco p iù di un significato simbolico; sono previsti arbitraggi nel caso di contrasti ma l'applicazione di eventuali sanzioni è di competenza dei singoli Stati. Gli USA, unica superpotenza superstite della guerra fredda, hanno posto in essere un arsenale di sanzioni che consente loro di colpire qualsiasi Stato o azienda che sia, a loro avviso (con o senza gli arbitraggi), colpevole di comportamento sleale nel commercio. Ciò consente loro un ulteriore

primato attraverso l'efficacia delle proprie pressioni. In teoria, la sostituzione di rapporti giuridici a quell i di "forza" dovrebbe ridurre il potere del paese dominante ma gli USA frappongono praticamente reticenze e ostacoli di ogni ge nere lasciando le buone intenzioni all'utopia. Nel campo del commercio internazionale va tenuto conto de i rapporti Nord-Sud. Si è partiti dall'idea che tratta re alla pari paesi ricchi e poveri significherebbe danneggiare i secondi.. Nel 1971, attraverso una conferenza delle Nazio ni Unite sul commercio e lo svilu ppo, si era tentato di introdurre un "sistema generalizzato d i preferenze", ava llato dal GATT; per esso avrebbe dovuto essere consentito l'importazione nell'VE di nume rosi prodotti, non manipolati, in franchigia. Nel 1993 la no rmativa è stata rived uta a vantaggio dei paesi poveri, ma qu i assa i spesso la produzione è in mano a multinazionali sicché non è chiaro se il Sud de l mondo ne tragga vantaggi o, p iuttosto, svantaggi (neocolonialismo). Di fatto si ha che gli Stati più arretrati preferirebbero gli accordi del 1971 a quelli del wro temendo che un consesso troppo ampio si risolva nell'affermazione degli interessi delle potenze economicamente dominanti. SU ALCUNI PUNTI DEGU ACCORDIWfO

Che gli scontri di caratte re economico presentino parallelismi e analogie con le guerre combattute si evince dallo stesso linguaggio ad essi applicato. Nelle trattative per il GATT e ra ricorrente la parola "battaglia" sia che si trattasse degli audiovisivi, della "cultura" europea o degli accordi per il tessile. La nascita della Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) implica, nelle intenzioni, la più ampia apertura dei mercati mai realizzata e dovrebbe portare, per l'Italia, a conseguenze rilevanti dato che la


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nostra economia e, m larga misura, di trasformazione e quindi rivolta all'export. In occasione della rati fica parlamentare il CNEL, nella sua relazione, la considera tanto importante quanto l'adesione alla Comunità Europea. Ci si dovrà perciò adattare, nella produzione e nel commercio, a fare i conti con le nuove regole dell'interscambio globale. Si è detto di un guadagno per l'Unione Europea, come conseguenza del WTO, di circa 164 miliardi annui di dollari una volta che gli accordi siano a pieno regime; la ricchezza mondiale dovrebbe accrescersi di oltre 500 miliardi di dollari; la quota dei vantaggi, per l'Italia esportatrice, dovrebbe avere perciò una certa consistenza. Il punto debole, per noi, è dato dall'agricoltura: per i tagli all'export sowenzionato, ai sostegni interni e a lle tariffe agevolate. I prodotti mediterranei poi sono stati trascurati con apertura di spazi alla concorrenza di paesi del Mediterraneo orie ntale. Si dovrebbe comunque conseguire un generale abbassamento dei prezzi con vantaggi anche per il nostro Paese prima danneggiato in termini di convenienze per i consumatori. AJtro pun to debole per l'Italia si delinea !'"accordo multifibre" che, facilitando l'importazione di prodotti a basso costo, danneggerà l'industria; attraverso il gioco delle tariffe si cercherà però di ridurre le perdite nei settori più vulnerabili. G li accord i dovrebbero , in generale, spingere alla raziona lizzazione della produzione anche per il tramite della delocalizzazione di alcune fas i intermedie. Il maggiore accesso ai mercati esteri dovrebbe favorire il "made in ltaly" nei mercati americani e giapponesi, ora protetti da picchi tariffari assai onerosi, nel tessile, nel calzaturiero, nelle piastrelle di vetro, nel settore chimico e così via. Nel ca mpo dei servizi, l'Italia è il quarto esportatore mondiale e dovrebbe, nel settore, trarre va ntaggi a dispetto delle tesi eli chi riti ene c he i servizi non siano

"commerciabili". Onde massimizza re i benefici si re nde però necessario, per l'Italia, una sorta di "vertice" unico per la gestione delle politiche produttive e commerciali (così come sarebbe auspicabile per le Forze ·Armate); si è detto di una "cabina di regia" per i due apparati; ad essa dovrebbero fare riferimento tutti i ministeri per le questioni economiche ma anche i gruppi economici e sociali interessati a lla produzione ed al commercio. In altri termini, il problema del "comando" unico riguarda anche il nostro Paese e non solo sotto il profilo della preparazione e dell'impiego delle Forze Armate. Per quanto riguarda la posizione dell'Italia circa il WTO è da sottolineare come la questione sia stata finora vissuta come un distacco. Così è staw scarso il coinvolgimento sui temi degli audiovisivi e della difesa della cultura eu ropea. Tuttavia la nascita dell 'Organizzazione implica la più ampia apertura dei mercati mondiali mai realizzata. Secondo il rapporto del CNEL, preparato per la ratifica del Parlamento, l'accordo wro, è ramo importante per l'industria italiana quanto l'adesione alla CEE sia per i potenziali sviluppi dell'industria, sia per la crescita dell'esportazione , sia per lo sviluppo del sistema produttivo. Stime sugli e ffetti deii 'Uruguay-Round (2) non se ne hanno; si calcola però un vantaggio annuo per I'UE di 164 miliardi di dollari e, allorché l'accordo funzionerà appieno, di 510 miliardi anrlU i per la ricchezza mondiale. È in questi ambiti che la potenza esportatrice Italia potrà e dovrà trarre una parte dei guadagni. In negativo restano le attività agricole (2) Si tratta del negoziati iniziati a Punta del Este (Uruguay) nel 1986 e conclusisi il 15 dicembre a Ginevra. L'auo tìnale dell'Uruguay-Round è stato siglato il 15 aprile 1994 a Marrakech con la nascita della nuova organizzazione wro che succederà al GAIT nel corso del 1995.


55 dal momento che i prodoni mediterranei risultano poco proteni e quindi esposti alla concorrenza della sponda sud. Il sistema Italia trarrà vantaggi dalla caduta delle barriere doganali e con il più agevole accesso ai mercati este ri; sono previsti abbattimenti dei picchi tariffari americani e giapponesi nel tessile, nel calzaturiero, per le piastrelle, per i macchinari da costruzione e così via; si tratta di prodotti ad alto valore aggiunto di grande interesse per l'Italia. Altri va ntagg i verran no dal terziario avanzato e cioè dal settore dei servizi per i quali l'Italia è il quarto esportatore mondiale. Alcuni osservatori suggeriscono però che l'utilizzazione appieno delle possibilità offerte dal WTO possa essere conseguita creando una "cabina di regia" (ONIDA) onde coordinare le anività di rutti i Ministeri,

per quanto al WTO con contatti continui con i gruppi economici e sociali coinvolti dalla nuova normativa internazionale. In sostanza si suggerisce una sorta di comando unico pe r l'e laborazione delle strategie internazionali ne l campo produttivo e commerciale così come realizzato in Giappone e in USA, nonché in altri paesi; la geoeconomia implica l'applicazione di principi strategici e perciò l'incongruenza di una pluralità di çentri decisionali né più né meno di quanto si verifica, o si verificherebbe in caso di conflitto, per le Forze Armate. La libertà degli scontri non può che giovare all'Italia la cui fetta di torta nel commercio inte rnaziona le per il 1994 è de l 4,6% come emerge dal grafico tratto dal Sole 24 Ore del 9 febbraio 1995.

Quote 4Yo sull'export mondiale di beni - 1994

Altri Ocse 19,&

Altri non Dese 3,8

Paesi Opec

4,4

America Latina 2,6

Asia non Oes e 17,3 _ __, Canada 4 - - - - - - - - - '

Usa 12,4

Francia 5,8

Giappone

10

Italia 4,6 Germania 10,7 Regno Unito 5,1

(Fonte: Elaborazione del Sole 24- Ore, n. 39, del9 febbrat'o 1995, pag. 6, su dati OCSE)


CONCLUSIONI


' L

esame di una parte almeno della lettera tura es is te nte ( Gilpin , Krugman, ecc.) porta a concludere che la consapevolezza dei rischi connessi ad una conflittualità economica senza limiti e senza freni vada inducendo le organizzazioni internazionali e le maggiori potenze economiche (USA, Giappone e Germania), con le rispettive aree di influenza, a superare l"'auto referenzialità" per giungere ad accordi, come il WTO, che abbiano a fattor comune evidenti vantaggi. Gli stessi promotori e firmatari de lle intese però non mancano di individuare, ne lla rete delle convenzioni, varchi e ntro cui inserirsi a proprio esclusivo vantaggio. La geoeconomia, in collegamento con la geopolitica, si delinea come una scie nza in grado, almeno nei progetti, di individuare - valutandone gli esiti - i campi e le modalità d'azione della competizione economico-finanziaria internazionale. Trattandosi comunque di "conflittualità" e di lotta per una supremazia (se non "per" la supremazia) non può che trarre vantaggi cognitivi dalla mutuazio ne di idee e di concetti dalla strategia militare tanto più in quanto i fattori tecnologici mosttano, strumentalmente, una qualche te ndenza ad

omogeneizzare o rendere simili nelle due sfe re i modi per realizzare le intenzionalità e di massimizzare le proprie utilità. Resta ovviamente da risolve re il proble ma (Poppe r) di "delineare le ripercussioni sociali non intenzionali delle azio ni intenzionali" delle potenze "pivot" delle tre grandi sfere d'influenza econo mica. Al di là degli intenti conoscitivi, la geoeconomia, come ogni altra disciplina, si presta ad essere utilizzata a fondamento d i una nuova politica economica nazionale o di blocco regionale (UE) (a maggior comune vantaggio, in linea con il neoutilitarismo) o anche al servizio degli interessi delle potenze dominanti in un ampio spazio economico nel momento stesso in cui, raggiuntone i limiti, esso si riveli per esse angusto e/ o da difendere dagli assalti altrui senza autarchia né il protezionismo difensivo tenendo conto che, non rappresentando più le frontiere barriere invalicabili non esiste alternativa all'attacco. Può accadere così che, al di là o al di sotto dei dichiarati intenti !iberisti, abbiano a prevalere sostanziali finalità protezio nistiche dei propri mercati verso posizioni egemoniche con il sostegno a tutto campo di attività parallele (propaganda, cultura, ecc.).


BffiUOGRAFIA


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Per un aggiornamento b ibliografico della materia si suggerisce il ricorso alla International 'Bibliography of the Social Sciences nelle Sezioni "Politica! Sciences" ed "Economics" (London: Tavistock Publications). Le predette pubblicazioni sono a cura dell' "International Comitee for Social Sciences Documentation " (UNESCO). Si vedano anche i numeri monografici di Limes, Rivista Italiana di Geopolitica, edita in Roma e diretta da L. Caracciolo.


INDICE


PRESENTAZIONE

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v

INTRODUZIONE

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VII

PREMESSA

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CAPITOLO PRIMO

5

Recenti vedute sulla geoeconomia

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Fattori economici e potenza militare Strategia economica e strategia militare Specializzazione del commercio internazionale "Le guerre stellari" come modalità di guerra economica Gli embarghi. Il "blocco"

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CAPITOLO SECONDO

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8 9 9

Rapporti tra economia e guerra in polemologia

Economia e guerra secondo G. Bouthoul (una teoria tra le altre) Spostamento delle risorse a favore delle esigenze militari Operazioni geoeconomiche e preparazione economica dei conflitti Economia e demografia La "moneta di occupazione". Economia e guerra totale Il "tesoro di guerra" Bullionismo e mercantilismo Le fonti energetiche come tesoro di guerra. Una forma di baratto: il bilateralismo Moneta cartacea, corso forzoso e propensione ai conflitti armati Conflitti ed inflazione Su alcune ricadute positive dei conflitti guerreggiati e della guerra economica

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CAPITOLO TERZO La geoeconomia di Luttwak e la critica di Solow e K.nlgman. Cenni ad Mtre posizioni teoriche

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È finito il "sogno americano"?

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Politiche economiche liberiste o protezionistiche; presunti attacchi all'economia statunitense Le tesi di Luttwak sul commercio e la concorrenza internazionali L"'ossessione" sulla competitività internazionale secondo Krugman Cenni sulle posizioni di Preeg, Kapstein, La Palombara e Peterson

"

17 18 18


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â&#x20AC;˘ CAPITOW QUARTO

Geoeconomia e spazio economico Il concetto d i spazio economico Concorre nza internazionale Utilizzazione della forza economica come suppo rto di eventuali conflitti armati Tattiche finanziarie, commerciali e tecnologiche Su alcune misure preliminari per la competizio ne nello sp azio geoeconomico

Pag. " u

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Economia e nuovo ordine m ondiale . La questione monetaria

27 27

28 28

33 35

Globalizzazione, frammentazione e poli economici

CAPITOLO SESTO

27

29

CAPITOLO QUINTO

Poli econo mici Frammentazione, globalizzazione e ordine mondiale Il conflitto econo mico No rd-Sud I "sistemi" statuali nel reticolo degli accordi internazionali Misure protettive (mercantilismo) ed offensive in geoeconomia. Paralle lismi tra logica militare e logica d i competitivitĂ econo mica Lo scontro eco nomico internazionale come mezzo di ridefinizio ne delle gerarchie internazionali dopo la fme de llo scontro Est-Ovest. Contrasti tra Giappone, Euro pa occidentale e USA Sull'ultimo rapporto ISPI; sua attenzione alla "presenza ingombrante" della Germania Un ind icato re della potenza econo mica relativa: i diritti speciali di pre lievo

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35 35 36 36

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La questio ne monetaria: cambi fissi o cambi fluttuanti?

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Il peso della speculazione internazionale Effetti perversi degli scamb i internazionali Influenza de lla Banca Mo ndiale Sugli accordi recenti GATI, NAFTA, APEC, strumenti di geopo litica e di geoecono mia Disordine monetario internazio nale e liberismo econo mico Geoecono mia, pro tezio nismo e protezio nismo giapponese Aspetti positivi della globalizzazio ne dell'economia Su alcuni punti degli acco rdi GATI Su alcuni p unti degli accord i wro

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CONCLUSIONI

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BffiUOGRAFIA

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Fusa Editrice S.r.l. - Via di Malagrotta, 293 - 00050 Roma Finito di stampare nel mese di Settembre 1996


:\q~li anni pm nTl"llti .,i l" anita una l"ipn·.,a ddLtttl"IIJ:ionl" pl"l" i pt·ohkmi ddla (ol"opoli tka . ddla (ol"Ol"l"OIIOmia l" ddla (Ìl"O.,(t•atq~ia in l'lllll'OIIIitanJ:a l 'Oli i IJJUtanll"llli :1\'\'l"tlllli. ndlo .,n·nario intl·rnaJ'ionak. nl"i tn· 'l"ttol"i. 'PlTialml"llll" dopo la ''olta . l 'O'Ì lktta ··l ·po ctk··. l·ontra .. .,q.~nata dalla l·adttta dd llllll"o di lkrlino. l'l·r quanto alla gl"OlTonomia 'i dl·n· :ti l.ttttwak . .,tttdio'o lwn noto a11dll" i11 Italia. dd l'Ili 1u·ohkmi l" nTtaml"llll" l"'Pl"t"lo. Lt\ \'io di 'PlTilki inll"l"l""i dal rdatiH• a11go lo \ i'uall·. l tn· '" poli"" ddla l'llllflittttalit;'t l"l'OIIomict ili atto al lin·llo planl·tario .,ono indi,·idttahili nl·gli l .-. .. \ .. nd (,iapponl· l". pl·r quanto al ITttn>pa. ili (ol·t·mania. l.a l 'OIIl'Orn·IIJ'a i11n·· ''l" i tn· Stati q.~l· moni non ..olo pl"t" 11ttanto ai n·lath·i .. pa.~:i ma andll" p1-r quanto alla l'f"l"· 'l'ila ddla pl"lll"tr;uionl· ndl"intl·ro gloho. i· opiniotll" cotJJtttll" dll" la nlllflittttalit:·t lTO· 11omit'a ,i;J, aJ pn·,l"llll". Ulla matJift-,laJ'iOIIl" ddk gl"tll"t"ali ll"tllll"IIJ'l" l o11flittuali: lll" lkrh a dtl" gn>pi>Jitit'a. gl"lllTIIIIIImia l" gl"O .. tt·atl"gi:t 11011 P'"""'o l" 11011 lll"hhono l"''l"t"l" n>ll.,idl·· r·atl· 'l·paratanll"llll": i tn· rdath·i 'l"ttol"i t·ap· pn·.,nllatJo a.,pl·tti din·r·.,i di 1111 1111ko pn•· hkma l" l' iOl" ddk l'lllttpl·tiJ'iotJi in atto plT la .. u prntta.~:ia. ( 011 il pn·.,nlll" laH>ro 'i l" por·tata Ltttl"IIJ'io· lll" .. ulla gl"Ol"l'Otlotnia 'l"IIJ'a pl-rdlTl" Il· l'Oli · tll"''ioni coli la gl·opolitict: .,i 'ono traJa.,l'iati gli a'pl"tti gl·o.,tratl·gil·i ddk qul·.,tioni tratta Il". Dal punto di \'i.,la dottl"inak. l" l'iii 'Pil·ga l"illll"tTogati\'o nd titolo. il prohkma ddl"in lllladr·:lllll"tllo ddla gl"OlTOtlomia in una poli til·a l"l'OI\OIIIiCt dd lUtto IIUO\';t O lll"i fiJotJi tradiJ'ionali dd protl·tioni.,mo .,i l" Ja.,l·i:tto parJ'ialrlll"llll" in.,oluto con la con\'iiiJ'iolll". pl"I"ÌI. dtl" i dul· modi di con.,ilkran· la l'Oli · flittualit;t l"l'OIIOilliLt .,iatJo. ili og11i l·a.,o. ili · ..l'indihili l" l'Ol''i'll'llti.

Si dnl' al Pn·.,idl"llll" dd ( l"tltt·o .\lti Studi pl·r la l>ifl-.,a. (ol"tl. ( .. \. ( arlo .lt"an. non 'olta11to il .,ug_~l-riml·nto l" l"innH·aggi:lllll"tllo a tratta· n · il ll'ltta og_~l·tto dd la\ oro ma an d w 1111 gl· · lll't·o.,o ""tl·gno dH· 'i l" matl:riali.~:.~:ato in nlll.,igli. lTitidw l" n11t il n·tJdlTl" di.,po11ihik 1111 ampio \ 'l"lllaglio di la\ot·i i11 ;ll·gollll"lllo. :\on .,i puù poi ..ottan"l"l" il l'OIItrihuto. ndk \ ';tt' il' fa.,i della ... l ... tll":t dd lan•ro. dd ( ol"tl. hp. Pt·of. \1 idldl· .\ la rotta . .\1 (o l"Il .. Il"ati l'd al Pro f. \la rotta \a pl·n ·ii> la \'i\ a gratitudinl· ddLtuton·: ad l"'"' .,oJtanto 'olio. tutta\'ia. da ad11l"hitan· l "\ 'l"tltuali itll".,at · ll"J'J'l" l" o l'OtllraddiJ'iotJi.

L. 30000


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