IL CONVEGNO NAZIONALE DI STUDI è tato organizzato da:
Stato Maggiore dell'Esercito Rivista Militare Società di Storia Patria di Terra di Lavoro Comune di Pietramelara
È inter enuto il Capo di Stato Maggiore dell E ercito Generale Bonifazio Inci a di Camerana
COMITATO SCIENTIFICO
Ani llo Gentile Giovanni Cerbo Ferdinando Schettino Carlo Bellinzona Giro] mo Garonna AJberto Scotti Domenico Caiazza COMITATO ESECUTIVO
Giacomo Cerbo Presidente Antonio Sangermano Gi u eppe Izzo Mario Pjsci telli unzio Della Torre Carmine Palmiere Antonio Leardi Antonio Amendola Luigino Cerbo Giambatti ta Mozzi Tomn1aso Campi Pietro Sardo Salvatore Bonafiglia Crumine Bonafiglia
Dir ttore resp n abil Giovanni Cerbo ©
1996
Proprìelà letteraria anistlca e s0lenlifica riservata
fl volume è stato ret1liw1to con la collaborauo11e della cietà di tori.a Palria di Terra di Lavoro.
CONVEGNO NAZIONALE DI STUDI
CINQUE SECOLI DI STORIA NELL'ALTA PROVINCIA DI TERRA DI LAVORO Dal sacco di Pietramelara (1496) alla battaglia di Montelungo (1943)
ATTI
Pietramelara, 14 e 15 Giugno 1996
PRESENTAZIONE
P
erché un Convegno Nazionale di Studi dedicato a «Cinque Secoli di Storia nell'Alta Pro vincia di. Terra di. Lavoro» e centrato sul lungo arco di traiettoria che va dal 1496 al 1943? Perché la collaborazione tra lo Stato Ma ggioreEsercito "Rivista Mil'itare", la Società di Storia Patria di Terra d{ Lavoro e il Comune di Pietramelara? I 500 anni presi in esanw si snodano lungo un filo ininterrotto che va da un evento tragico, il sacco di Pietramelara, ad un avvenimento glorioso, la battaglia di Monte.lungo, l'alba di quel secondo Risorgimento che ha significato la rinascita dell'Esercito Italiano e l'inizio della Guerra di Liberazione. La città di Pietramelara e il territorio dell'Alta Provincia di Terra di Lavoro sono stati così chiamati a testimoniare, con la loro memoria fatta di storia travagUata, sia la lontana tempe rie di invasioni, di saccheggi e di spartizioni dell'Italia mzmicipale, sia la speram,tL legata alla valorizzazione di un imnienso patrimonio culturale comune e alla riaffermazione dei valori di solidarietà e coesione naz.ionali. Questo vale a giustificare la scelta del periodo e del luogo e a dare una spiegazione persuasi va alla prima domanda. La risposta al secondo quesito è 'intrinseca. Lo Stato Maggi.oreEsercito "Rivista Militare", l<, Società di Sto,ia Patria di Terra di Lavoro e il Comune di Pieb·amelara hanno ben compreso l'importanza di uno sforzo interattivo per compie re insie,ne un suggestivo viaggio sul crinale di una storia antica ma ancora presente nelle azioni di oggi: una sfida seducente, provocatoria e ambidostl clie, evocando le vicende umane del passa to, ha voluto rappresentare in ultima analisi una viva teslinwnianza di impegno sociale e civile. Convegno ha quindi rappresentato un fertile luogo d'incontro, Lancitmdo un segnale forte e chia,-o: la storia non è cenere al vento e coloro che dimenticano il proprio vassato corrono il rischio di incontrarlo di nuovo. Possono così considerarsi raggiunti i tre scopi del Convegno: La 1·iscoperta di un 11assato sepolto; la valorizzazione della cultura militare quale storia della civiltà umana; il ra:fforza mento dello straordinario legame che unisce L'Esercito alla società civile. La Rivista Militw·e, nell'esprimere gratitudine al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Gen. Bonifa.zio Incisa di Cameran.a, per aver favorito lo svolgimento del Convegno, consentito lo svi luppo delle num.erose attività collaterali e concesso l'alto onore della su.a presenza alla manife stazione, desidera 1ing,·azia,-e il Conume di Pietramelara, il Sindaco e L1 C01n.itato Esecutivo per r lo slancio e lo spiito di fattiva e solidale collaborazione che /tanno assici,rato all'evento uno sh·a.ordinario successo e una rilevante risonanza in ambito territoriale e nazionale. Ringrazia la Società di Storia Patria. di Terra di Lavoro e il suo Presidente, Prof Aniello Gentile, gli illustri Relatori, la Pro-Loco e le Associazioni local.i per il valido e a11passionato supporto. Ancora una volta è emerso il grande empito della passione e dello slancio delle genti di Ter ra di bavaro, 1nosse da un autentico sentimento di amore per la Patria comune.
n
Il. DIREITORE DELLA RJVlSTA MILITARE Colonnello Giovanni Cerbo
PREFAZIONE
U
n Congresso Nazionale di Studi che ha per tema due episodi lontani tra loro circa cinquecento anni, ambedue avvenuti in un'area grosso modo comune e lontana dai grandi percorsi della storia, non. deve sorprendere in un Paese in cui ogni pietra è sac1;a per antichissima civiltà e racconta la propria storia in termini di millenni. E non deve sorprendere il loro collegamento� anc1ie se il più antico di essi è memora bile per disumana efferatezza e perciò suscitatore di tristi rimembranze e di profonda pietas e il più. recente, nell'arco dei secoli intercorsi, è rimarchevole perché in un'Italia umiliata ed in gi1wcchio, il soldato italiano ritrovò la dignità dei padri e restituì alla Patria la fede negli antichi ideali. Il sacco di Pietramelara, per L'anno in cui fu perpetrato, si colloca quasi a discrimi ne fra due epoche, quella di mezzo, impropriamente definita "della barbarie", e quella della rinascita dei valori umani, premessa stodca al nostro Risorgimento politico e nazionale e insieme all'indiscusso prestigio della cultura e della civiltà di un' Italia Madre di biade e viti e leggi eterne/ Ed inclite arti secondo la parafrasi carducciana del verso vfrgiliano " ... magna parens frugum, Saturnia tellus, magna parens virum ... " (Georg. II, 173-174). Due grandi eventi storici avevano definitivamente concluso il Medio Evo: uno di storia esterna, la scoperta di un nuovo Continente che apriva all'Europa le vie degli Oceani, ed uno interno, la morte di Lo,·enzo il Magnifico, con La quale fu "extincto el bene, la fede et bontà di tueta Italia". Si aggiwiga il tramQnt<> �Lia CavaUeria che coinci$e. con il declinare dell',:tà comunale nei secoli XIV e XV e la perdita. di quei valori che avevano formato l'anima dell'antico Cavaliere fin dai tempi delle prime Crociate: defensio atque protectio ecclesiarum, viduarum, orphanorum, omniumque Deo serventium. Attraverso il diffondersi delk co,npagnie di ventura, nel nuovo clima instauratosi, l'e sercizio delle armi fì.nì col diventare mestiere. Si perdette il senso di ogni ideale e l'invenzione d�lla polvere da fuoco modificò inte gralmente anche il concetto stesso della guerra d'offesa. Il caso di Pietramelara, esaminato in tale contesto, diviene emblematico e pone l'Alta Provincia di Terra di Lavoro al centro di fatti storici che vanno ben al di là della storia locale, in quanto in esso emergono figure quali Carlo VIII re di Francia, Federico d'Ara gona, Fabrizio Colonna che il Machiavelli include tra gli interlocutori dei suoi Dialoghi sull'arte della guerra, Federico di Manforte. La battaglia di Montelungo è l'episodio conclusi'vo che chiude l'arco dei quasi cinque secoli di storia dell'Alta Provincia di Terra di Lavoro. Giovanissimi soldati riuniti in un contingente formato di elementi proven·ienti da reparti di Fanteria, di Allievi Uffici.ali Bersaglieri, di studenti universitari si affianca-
rono alle truppe alleate riguadagn ando la loro fiducia al soldato italiano. Essi furono di esempio a quanti, riprese le armi, combatterono da eroi nelle prime linee, furono partigiani sui munti, nelle re trovie, duvunque il senso del dovere mai smar rito li chiamò a concon·ere attivamente alla liberazione della Patria. Nelle tornate di studio in cui si articola il Convegno, eminenti Relatori, hanno affron tato il tema proposto dalle prospettive di specifica competenza. Il pericolo che si corre nelle rievocazioni a distanza, specie di secoli, è quello della mitografia dei personaggi e degli eventi. Anche lo storico più attento, aduso ad investigare i fatti del passato e a rispolverarli della patina del tempo, tende inconsapevolmente a mitizzare le vicende e i loro protagoni sti, ricostruendo idealmente la storia in assenza di testimonianze e di attendibile docu mentazione. Di ciò consapevole, un illustre teorico della metodologia della ricerca storica, il polacco Jerzi Topolski, opportunamente afferma l'importanza del documento per la conoscenza del passato. 'Thistoire - egli dice - se fait avec les documents" e dopo di lui il Langlois e -il Seigno bol ribadiscono che "i documenti sono le vere tracce lasciate dal Pensiero e dalle azioni degli uomini del passato". Sostanzialmente nulla di nuovo. I più rigorosi canoni della moderna metodologia di ricerca storica riprendono, infatti, l'antica formulazione erodotea dei criteri fon damentali delle indagini dello storico, il cui compito rimane pur sempre quello di descrivere i fatti con· assoluta obbiettività e fare in modo che non se ne perda la memoria e di individuarne le cause e ricavarne gli effetti, alla, luce di indiscutibili testimonianze docum.entarie. La battaglia di Montelungo è un evento non lontano storicamente, perché si possa lamentare la carenza di documentazione d'archivio. Della tragedia che il 12 marzo del 1496 travolse l'antièa città di Pietramelara ricor rono nei tempi successivi diffuse testimonianze, sostanzialmente concordi nella regi strazione obbiettiva degli elementi essenziali, quali le cause, gli sviluppi, i particolari della ferocia, le tragiche conseguenze sul piano umano e dell'ambiente. ll che non è di lieve momento, anche se l'evento trascende la cruda realtà storica. L'incendio e la distruzione della città, il supremo sacrificio degli abitanti, uomini don ne bambini, sono ormai anche nel mito. E poco conta se è mancato l'aedo che li ha eternati nei versi della sua poesia. L'iniziativa di un Congresso di Studi su.gli eventi anzidetti rientra nelle finalità ·istituzionali del nostro Istituto Storico così come è materia di particolare atten zione dello Stato Maggiore dell'Esercito e della Rivista Militare e ben si innesta
8
nell'opera di incremento e di divulgazione degli studi e delle ricerche di aspetti e momenti della nostra storia. Per di più essa è ancora un'occasione per vedere affiancati Istituti di cultura sto rica militari e civili, in quello spirito di reciproca collaborazione di due componenti di un'unica inscindibile società consolidatasi nel culto di comuni ·ideali di libertà, di cult.ura, di storia, di civiltà, di Patria, nel lungo scorrere degli anni.
IL PRESIDENTE DELLA SOCIETÀ DI STORIA PATRIA DI TERRA DI LAVORO Prof: Aniello Gentile
9
n Generale di Corpo d'Armata
ico/a Vozza, Comandante della Regione Militare Meridionale.
12
SALUTO DEL COMANDANTE DE , LA REGIONE MILITARE MERIDIONALE
R
ingrazio lo Stato Maggiore dell'Eser cito, e la Rivista Militare in particolare, per aver promosso questo Con vegno Nazionale di Studi nell'ambito della Regione Meridionale, testimone di eventi storicj di grande rile vanza culturale, ambientale ed economica. Nel porgere il mio caloroso aluto al Capo di Stato Mag giore dell'Esercito, rivolgo un sentito ringraziamento a tutte le Autorità qui presenti, agli organi di informazione, ai componenti del Comitato Scientifico e di quello Esecu tivo ed a tutti i Relatori per il contributo di pensiero che forniranno per lumeggiare cinque secoli di stmia patria. Il Convegno prende il via dal sacco di Pietramelara, messa a ferro e fuoco il 12 marzo 1496 dalle truppe mercena rie di Fabrizio Colonna, luo gotenente dj Federico d'Ara gona. Un evento legato a queUa funesta calata di Carlo Vlll che, come ebbe a dire il Guicciardini, destabilizzò ed
aggravò i già precari equili bri dell'Italia municipale. È storia questa che non appartiene solo a Pietrame lara, ma è patrimonio cultu rale dell'intera Nazione. Gli eventi che si susseguono - a cominciare dal Rinasci mento, per proseguire con i processi di trasformazione ed innovazione sociale del XVI secolo con il primo ten tativo di dare una definizio ne, seppure astratta, dell'Eu ropa, fino al Risorgimento, alle due guerre mondiali e alla Lotta di Liberazione sono le tappe che hanno segnato il tributo di sangue versato in nome dell'unità d'Italia. In questa prospettiva, evoca re j] pas ato e le te timo nianze di Pietramelara e del territorio dell'Alta Provincia di Terra di Lavoro, costitui sce un forte stimolo a raffor zare il nostro impegno civile e democratico per la sicurez za della Nazione e la pace dei popoli.
Gen. C.A. Nicola Vozza
13
Il Col. Giovanni Cerbo, Direttore della Rivista Militare.
SALUTO DEL DIRETTORE DELLA RIVISTA MILITARE
e
redo che qu to gior� no arà on aerato nella memoria dei grandj appuntamenti con la storiadique ta illàede] territorio dell'Alta Provincia di Terra di La oro. Il Convegno dj Studi che oggi si apre, per indagare il pa sato e la lori a di Pietra melara, racchiude in é una molteplicità di motivi che tro14
ano ele a tezza culturale e rile anza torica nella circo tan za di ved re qui, fo que to radio o mattino, la pre enza d ll'E ercito nella ua più alta e pr ione. Grazie a nome di tutti, Signor Cap di tato Maggio re dell'E ercito, per averci conce o l'onore il privilegio della Sua part cipazione, par tecipazione eh - Jo appiamo
-Lei ha reso possibile sollanto posponendo altri importanti impegni connessi aJ Suo Alto Ufficio. Grazie di aver accollo con favore la d isponibilità ad autorizzare l'intervento della Rivista Milhare per lo svolgi mento di questo incontro di studi e a consenlire lo svi lup po delJe numerose manifesta
zioni collaternli al Convégno:
la rassegna espositiva, che Lra breve sarà inaugurata, il con certo deUa Banda dell'Eserci to, la partecipazione della Nazionale Militare di calcio e della Fanfara dei Bersaglieri. È stato un dono insperato e inaspettato per i cittadini di Pielramelara e tutte le popo lazioni dell'Alta Provincia. È stato anche - pensiamo di saperlo - un riconoscimento che Lei ha voluto tributare a
questo territorio che costitui sce il principale bacino di utenza per il 1·eclutamento dei volontari. Noi siamo qui, Signore e Signori, mettendo insieme, in una mirabile sintesi. tanti motivi di gioia e di soddisfa zione, non per celebrare una vaga e consolatoria memoda, ma a dire di una passione e cli una continuità che non appar tengono alla geografia della i·etorica. Siamo qui perché, attraver so la rievocazione di falti ed avv enimenti clhe hanno segnato il passato di questo piccolo lembo d'Italia, si com pia l'affermazione e la valo rizzazione di una storia che non appartiene solo a Pietra melara ma è parte significati va del patrimonio culturale dell'intera Nazione.
Giorni lontani quelli del sacco di Pietramelara e quelli dei tanti altri avvenimenti che si sono succeduti lungo un arco di traiettoria di 500 anni, presi in esame dal Convegno di Stucli. Ma giorni presenti nelle azioni di oggj, nella conser vazione di quel patrimonio ideale che ha fatto la Nazio n.e Italiana, quella di Mazzi ni. di.Cavour, di Garibaldi, quella di Dante, di S. France sco di sei secoli prima: quel la Patria italiana che si cerca perennemente sul filo della sua storia. Sì è vero, tutti noi che abbiamo indagato il passato di Pietramelara ci sentiamo
come lo straccivendolo che
cerca la verità frugando nella pallumiera della storia. Ma lo abbiamo fatto con
15
autentica passione, perché siamo convinti che come un albero che non ha radici non da frutti, così un popolo che non a1imenta le sue radici non ha futuro. Perché siamo convintj che si capisce la vita guardando indietro, anche se bisogna viverla guardando avanti. Perché siamo convinti che stare in un'area è solo una scelta di geografia e che esse re italiani è una scella della storia. Perché vogliamo dicJiiarare che quelli che in queste Lerre feraci e ubertose sono stati chiamati, nei secoli, sulla trincea acerrima della soffe renza e sul versante più duro del sacrificio, sono citLadini consapevoli di un'apparte nenza, di un vincolo e di una sorte condivisa. Questa è la Patria, e questa è la Repubblica se-come io cre do - Repubblica vuol dire soprattutto libertà, democrazia e virlù di un destino comune. Signor Capo di Stato Mag giore dell'Esercito, quando 16
Lei mi ha chiamato alla dire zione della R ivista Militare, ba anche prefigurato la com plessità del mandalo che mj andava affidando. Ed io ho assunto questo compito con la responsabile consapevolezza di operare in un settore vitale per la Forza Armala, qual è quello del l'informazione e queUo inter connesso delJa valorizzazione del pensie1·0 e della cultura mmtare. Quella cultura milHare che costituisce un grande patri monio di conoscenze e di tra dizioni nel quale è raccolta tutta la nostra storia. Un patrimonio carico di passato e avido di futuro che ci porta a considerare che l'evoluzione del pensiero militare rappre senta in fondo la storia della civiltà umana. Una molteplicità di funzio ni. che la Rivisla Militare, sot to la Sua illuminata guida editoriale, svolge nell'intento di stimola re nel P aese una più aggiornala cultura della sicurezza e di dire, con
segnali forti e chiari, che l'E sercito e le Forze Armate non sono soJo un investimen to mibtare ma anche un grande capitale umano della Nazione e un immenso serba Loio di risorse tecniche, cul turali e scientifiche al servi zio dei cittadini. Nell'intento di testimonia re, giorno dopo giorno, l'irri auncia bile identità e coesio ne tra popolo e Forze Armate e il profondo legame che uni sce i cittadini ai figli di que sla Nazione chiamati a ser virla in armi. Nell'intento di stimolare la persuasione che le Forze Armate non sono separate, non sono laterali, non sono fuori ma dentro la volontà popolare. Sono dentro la volontà popolare, perché i problemi della di[esa e della sicurezza traggono luce e soluzione da una moderna concezione dello Stato, daJJ' evoluzione dei rapporti tra cittadini e istituzioni e dal concreto perseguimento di indi rizzi di pace. Q uella pace che è consacrata solen nemen Le nella Costituzione repubblicana. Quella pace che l'umanilà ha sempre custodito nel cuore e che oggi costituisce la ragion d'essere dell'Esercito, per ché essa venga arricchita, ali men Lata e consolidata. Volontà di pace che trova visibile e concreta testimo nianza nelle molteplici mis sioni che Le Forze Armate hanno svolto e stanno svol gendo in te1Te d'oltremare per alleviare le sofferenze delle popolazioni e ristabili r!:! il rispetto del diritto internazionale.
Di questo impegno umani tario e di pace è emblematica espressione la presenza in Lerra bosniaca dei Bersaglieri della Br igata "Garibaldi", che, come è a Lu Lti noto, stan no mcrilando straordinari riconoscimenli e apprezza menti da parte di Lulli i scllo ri dell'opinione pubblica inlemazionale. Noi siamo qui per testimo niare lutlo questo alla presen za di tante autorevoli pe1·sona li1 à che desidero salutare e ringraziare: - il Gen. Ghino Andreani, Vice Comandante delle Forze AUea te del Sud Europa, per averci concesso l'onore della Sua partecipazione; - il Gcn. Nicola Vozza. Coman dante della Regione Militare Merjdionale, per fa Sua parte cipazione e per i concorsi for nii i dal Comando Regione; - le autorità politiche, civili, religiose c mHitari qui presenti; - i numerosi Ufficiali dello Sta to Maggiore dell'Esercito; - i Comandanti degli E nli, Reparti e Istituti del tenitorio; - gli Ufficiali di Paesi Alleali; - il Sindaco di PieLramelara; - i Sindaci dei Comuni limi-
trofi;
- i giovani dell'Associazione ''Pro Loco" di Pietramelara; - il Presidenle e i componenti del Comitale Esecutivo che hanno soslenuto l'intero peso organizzativo di questa mani festazione; - lutli i signori Relatori al Con vegno. Un grazie particolare rivol go al Gen. Senatore Luigi Poli, il quale terrà tra breve la rela zione introduttiva. La Sua pru.· tecipazione è stata ritenuta molto importante sia per l'au-
torcvolezza della Sua persona, sia per il ruolo che egli ha svolto nell'epica ballaglia di Montdungo. Rivolgo inf i ne un vivido sentimento di gratitudine al Prof. A niello Genti.le, già ordinario di glottologia all'U niversHà di Napoli e da molti anni Presidente della Socielà di Storia Patria di Terra di Lavor o, al quale dobbiamo lutto. È slato promotore, ispira tore, coordinatore e animato re di questa iniziativa. La sua esperienza, la sua cultura e la sua intraprendenza mi sti mola no al pad di come mi onora la sua amicizia, fino a farmi pro fessare suo umile allievo. Grazie Prof. Gentile. Signore e Signori, penso che La solennità della circostanza e la complessa articolazione del programma esigano sobrietà e concisio ne; e, del resto, mi pare anche che più delle mie paro le conti oggi questo linguag-
gio vivente, questa cornice così gremita ed intensa di popolo, che SLanno a signHi care la straordinaria transiti vità di rapporto lra Esercito e società civile in questa lingua di lerra dove finisce i.I mare e abbondano le montagne, in questo magico chiostro che ci evoca un p assalo r icco di memoria e di storia. E concludo rivolgendo un invilo ai giovani di questa città. L'invi Lo � che essi vogliano proseguire luogo la strada della ,·ice rca e dello studio, per l'umano desiderio di progresso e di approfondj mento della propria identità culturale, con l'auspicio che, quando si spegneranno le luci di questo Convegno, pos sa rimanere ancora accesa la fiaccola dell'amore per que sta terra, come viva testimo nianza di impegno civile e democratico, perché l'Italia possa continuare a vivere nei sentimenti e nelle passioni di tutti gli italiani. Col. Giovanni Cerbo
17
li Sig11or Enw Zarone, indaco di Pietramelara.
SALUTO DEL SINDACO DI PIETRAMELARA
i,
18
ignor
n nli e �1itucn1 i un grand pntrim ni id al pc,· I p po-
lazioni deJJ'AILa Provincia di Te,,-o di Lavoro. Un palrimonio che sta a leslimoniare ancora oggi quanto sia importante guarda re indietro per .i mparare a conoscere il presenLe e confi gurare il futuro. rl sacco di Pietramelara e LanLe aJLre vicende umane, culLUrali, Lecnicbe e scientifi che che si sono succedute lun go il filo di una storia dnque ccn tenaria, fo.nno parte di quell'immenso bagaglio di memorie e di p assato che appartiene all'intera Nazione e che, oggi più che mai, merita di essere indagato ccl anali7.za to per riaff ermarc i grandi valori della unità nazionale e della solidarietà sociale. Quale Sindaco di questa ciltà, so molto bene che ]'or ganizzazione del Convegno e lo svol gimento delle altre numerose manifestazioni col laleral i le dobbiamo a Lei, Signor Capo di Stato Maggio re dell'Esercito, avendo auto rizzato la Rivisla Militare a dare valore di concretezza ad una inizialiva cli slraordina ria valenza culturale e scien tifica che rappresenta una pietra miliare per il presente ed il futuro di questa ciltà e delle popolazioni del territo rio circostante. Il sogno di questi cittadini è la stabi)jzzazione della pace, quella pace che l'umanità ha sempre custodito nel cuore per l'umano progresso civile e sociale delle genti. Oggi possiamo constatare con viva soddisfozione che l'E sercito è impegnato aLtiva-
mente sul piano interno e su vari fronti internazionali nella meritoria azione e.li salvaguar dia degli equilibri internazio nali, per la difesa delle popola7.ioni piu deboli e per il rispet to del cliriuo violato, all'inter no di uno scenario politico strategico turbato da una serie di coniliui regionali. Ecco perchè I a p1·cs enza dell'Esercito oggi in questa ciuà costituisce per noi tutti motivo di grande ammirazio ne e di orgogliosa fierezza, potendo nutrire ragionevoU speranze che i ciU.adfoi di que sta Nazione potranno sicura mentc contare su una Islitu zionc che è il più importante presidio non solo per la sicu rezza dei cittadini ma anche per il progresso sociale e cuJ turale della Nazione. Nel l'innovare il mio più
vivido ringraziamento a tulle le autorità intervenute e nel rivolgere il mio più rispeLtoso saluto ai cittadini di Pietrame ! ara cd a quelli di tanli a\Lri Comuni del Lerrilorio dell'Alta Provincia di Terra di Lavoro, auspico che da questo incon tro di sludi possano scatul"ire risultali scientifici significati vi, nel segno di una sempre più spinta valorizzazione della cultura di questa cillà. Grazie al Direttore della Rivisla Mililarc, al Presidente della Società di Storia Patria di Terra di Lavoro. al Presi dente cd ai Componenti del Comitato Esecutivo e ai Signori Relatori clw saranno impegnati nelle dLlc giornate di studio. Buon lavoro a Lutti. Vmcenzo Zarone
19
ll Prof: J\ niello C ntile, Presidente della ocietà di roria Patria di Terra di Lavoro.
INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA SOCIETA DI STORIA PATRIA DI TERRA DI· LAVORO
S
ign r ap di Lal Maggi re d ll'E r il , Ec 11 nz , Autori tà ligio , gen-
to on tudi. Al
20
alla ci nato dal la cu l lu rn , da l l a · t ri a e d a l l a i i l l à d e l l a no t ra Italia d ,finii "l'etemo via 1 1da11te ,, p r i u i num r i viaggi fra l a R i v i ra L i g u r , Vi n zi , R ma, Nap l i . i l Gar da e l'Engad ina i n u n 'cpo a i n c u i u n iagg i o i n I t a l ia ra i l · gno di ogni tran ier , i n cer a dell 'eterna pdma ra o della perduta gio i n zza , è gen ral mente not p r i l uo J i br i ntitola t o Al u prach Zt1 ra tlwtra (Cos} pa rlò Za ra t h u t ra ) ,
p i ù c h e p r I u c o pc r d i profonda Fi lol gia. E ra Z a ra t h u t ra , d e t t an h Zor a t r , i l f ndator d l m a zd i 1 11 0 , l 'a n t i a rel i g i o n e i ra n i a , n el 1 i b ro annunzia agli u m ini l'avv; n to d 1 1 ' Uebermensch . cioè d J u p ruomo, c nd una teoì ara al no t ro ria che fu D'An nunzi alla quale qu L i i p i rò l a u a p n n a e d u n i fo rmò l a s u a vi t a . T ri a i nconsape ol men te r pon ·a bile dell e ab rrazioni i deolo g i c h del l a pol i t i ca razzi a i h i l l ri ana che , tra\} lgendo i l pen i e ro n i t z h i a n , pro vocò l ' i m m a n l rag d i a e h ha s c o n o lt l ' E u r p a n 1 econdo con O j t to m ndial . I n u n pa del uo l i br i e t z eh a ffe rma L tualrn n t : "la pa rola del p a s a t o è e n zp 1· s i m i l e a d u n a s e n t e n z a d 'o ra c o lo e v o i e 1 1 0 11 i n q u a n t o s a re l e gli i n ten d i t o ri del presente e i co rru ttori del l'avvenire ". 1t o 11 la i 1 1 l e 11 d e re t
E, a ua J L a , u n a l t ro g ra n d e fi l ' ro ed i n i g n e maestro del l ' u ri s l i a Lori ca . Benedetto Croc , preci a che
"i la vori di toria, q11a1 1do pro cedono ii, wodo en a lo e cri t i o, debbo n o , co 111 è gi11 ro, presu pporre q u el che già i ha 1 1ei libri u l ogge t t o t ra lla to da re ·ola q u el !11 di nuovo ·i crede di pot r forn i re in propoito p •r la m igliore i11tellige11za dei /àui ".
O rbene, a qu · l i due orien Lam nli teor ti i i iam i pi r L i n e l p ro m u v r q u to C nv gno di tudi: p r pri mo, hi m a r dal p a ato a l l a t ra m m r i a u n t ra g i co n t o t o r i o d i T rra d i o r , m b ) m a t i o , a n che ri C rito ad un'area l i m itat.i. iò per i n d u rr a m d i ta r q u a n t i i n qu la no t ra ep ca ( , o erci d i re, i n que ti g i r n i ) , "i n c u ria a 11 oru m , a eva e t infesta I irt u l ibu " , i n a l t r i t rm i n i , d i m ' n l i c a d i al ri e di id a l i , r I ' ignoran n g o n o d i i g n ra re , d i q u a n l acri m d i q u a n to ' a n g u e g ro n d i q u a n to i a L a t t o rme n t a l , o ff rto e nien t , il l ungo pr cc o too eh ha ri u n i l i l n o s tro e i n una u n i tà d i t radizio ni o m u n i , di l ì n "" ua. di storia di ivilta. d i n ·econd luogo, a bbia mo promo o qu lo Conve gn d i t u di , per ri o m porre in un quadro organi o l pagid i qu el rn o m n t n l a r i v e re n za h al l e h . già a m rt , i riaprono a l la vita i n forza d gl i ideali c h e ci banno pin t a dj chiud rie. E iò pi ega per h abbia m invilati a qu m i n nti tudio i ·o l i i l a t a l a pr
m a · i ma Autorit d l l 'E erci t • p e rc h é le F rz A rm a t e n o l ' i n t ramon tabil ba J uar d di L u t t i gli id ali di a more e d i d - v zione al la Pa L ri a all , ni. su leggi e all · u I · L i t uzio L I ·acca d i P i e t ra m e l a ra id i o d i u m a n o d i L u t t i i u i abi t a n t i , pe rp t ra l i il 1 2 m a rz 1 4 9 6 , p r i ncari o d i F d rico d 'Arag n a . d a quel Fa b r i z i o C o l n n he ·1 Ma h i avelli fa u n o d i pri nci p a l i i n t e rl o c u t o r i n e i s u o i
"Dia logh i s u ll 'a rte della guero n o i n l L i c a rn e n t ra
ri p rta t i nel l t t i moni anze cl l l a · torfogra fia u c iva c n o e s i a d i m p re i o n n tc i n i tenza u l la particolare Ferocia del l 'c uziooe . Tra i pri m i a rif ri rne i par t i la ri è Giova nni A l bi no che i nquadra la di truzi n di Pie t r m lara n I p i ù < m p i con t to d e l s u o D ges t i regu m Neapolita noru m , pubbl icato a ap l i nel 1 7 9 p r i t i pi del G ra i e r, con qu 1a a l l u c i na n te t e Limon ianza : Petram
Molaria m ab imo diru it et in gl l lae mulieres q u inque corona ti · s u b hasta ven u rn da tae, alia m iliti praeda est COllCes a .
J I h e s i gn i fica h quelle donne c he non fur n endute aJl'a ta, furono dat ome bot ti n di guerra alla oldatagba. Q u e ta de l l ' A l b i n o è u n a icura t s t i monianza d i a t t e n d i b i l i tà - n n avrem mo moti o alcuno d i dubi tar ne - perché riferi ta da un cro n i ta ad uso ad i nd agare con i l rigore dello · t or. i o i fa t t i d I p a ato. gl i fu sodale d l Panarm i L a del Pontano "t i n Il gra21
zie di Ferrante d'Aragona e maestro del di lui figlio Alfon so II, dal quale fu inviato in seguito quale ambasciatore in vari Stati ita.liani. Fu infine artefice del trattato di pace Era Papa Sisto IV e la Repubblica di Venezia. Della sua opera storica in sei libri, ne restano solo ql\al tro, ripubblicati dal pronipo te nel 1760, sempre per i tipi del Gravier. Apre la serie dei cliurnaListi, degli estensori delle res gestae e dei memorialisti Giacomo Gallo, storico del XVI secolo, autore di una cronaca che va dal 1494 al 1530, pubblicata da Scipione Volpicella nel 1846 con il Utolo Diurnali di Giacomo Gallo. Scrive questi: "A' 12 di delta mese (Marzo)
·.
si pigliò Pietramolara che 11011 si volse arrendere et dis sero •, parole dish.011es1e allo tro111bet1a del signore Re et lo signore principe d'Altamura li fé bandi re a sacco el a sangue e/ a {oco, e/ di subito la pigi iaro e/ fu cli sabaLO, et gi fi,rono della gente .. della Signoria di VeneLia ma1L da1e allo Signore Re et ne ammazzaro delle due parte una e mezza et poi la sacc/1eggiaro et po.scrogne fuoco e1 La spiana , vo no e/ mulLi di quelli così masco/i come {emine parlarono a Napoli et li venderono a tre docati a hascio in.sino a cinque . 111ai si vidde !anta carlini l'uno, • r crudeltà et per questo si rendero molte di quelle casrelle et gi fu pigliato lo fi'atiello di Federico di Mon{orte et lo (ratiello di Carlo Sanfi'amu ndo et furono cumnazzati cento Franzisi se11za li presuni." Non discorde è la testimo nianza di Silvestro Guarinj di
-~
..
..
22
Aversa, riportala nel Diario delle cose al suo tempo accadu te dal 1492 al 1507: "A di 12 Martij de sabalo venne nova, come lo Signor D. Federico havea (a.tlO ponere a sacco et a foco e ruua dispiana, Preta Mola.ra, cha stava de Federico di Manforte, che fo tra ditore a.I Signore Re et in li cli passati fu sacchiala la Rocca di Mon.tini (Roccamonfina): la Slancia del Signor D. Federico era a Sessa è quando a Tiano". Va ancora aggiunta la testi monianza di Silvestro Passare, napoletano, del quale il Mink ri - Riccio, nelle Memorie Sto riche degli s crittori nati nel Regno di Napoli, Napoli 1844, dice che esercitò dignitosa mente 1'arte del tel. aiuolo e Lut La via scrisse le Historie nelle quali tratta delle cose patrie incominciando dagli Svevi fino al 12 maggio 1526, giorno delle solenni esequie di Fran cesco Ferrante d'Avalos: "Ali 13 di Marzo 1496 lo signore don Federico di Ragona prencipe cli Allamum stanno a . campo ad una lerra nominata Preta111olaro in lo ducato cli Sessa la quale si era ribellala contro lo dello signore Re la piglicLi per forza de baItaglia, et . .._. et con grcrnclissi1no maciello ·• amnu1.zzaro gente assai, et anco posero la terra a sacco, et a san go, el a fuoco et qttesto fo per li -. suoi demerìli et così restai clestrutta più che 111ai /erra"'. Ma cerchiamo di collocare l'evento nel pH1 ampio quadro della sto1-ia. Già qualche anno p1;ma del sacco di quesLa anti ca ciltà. grandi rivolgimenti si andavano profilando sulla sce na del vecchio mondo. Un navigatore genovese, superando le storiche Colon . -
.
~
•
-.
"i
ne d'Ercole con tre caravelle, dopo un lunghissimo e " avventuroso viaggio, ·aveva toccato terre fino ad allora sconosciute. L'impresa concludeva la cosiddetta media aetas , l'età di mei.zo, in al tre parole il Medioevo, definito il mondo della b arbarie, e da esso si andava enucle ando i l prae sens tempus, l'epoca rinasci mentale nella quale l'Ttaha con i centri di rinnovata cul tura avrebbe assunto indi scusso prestigio su tutta l'Eu ropa sul piano dell'arte e del la ritrovata h.wnanitas. Per converso, ben diversa era la realtà socio - politica. [.a morte di Lorenzo il Magnifico, nell'aprile del 1492, lo stesso anno del la scoperla dell'America, fu un colpo terribile per l'equilibrio politico di buona parte di un'Ilalia estremamente fram mentata, esposta alla proter via di eserciti stranieri e di soldataglia di ventura. Tali le cause remote. [.a causa prossima del sacco di Pietramelara f'u un atto di orgogliosa rivolta ed un'affer mazione di dignità in una generalizzata assenza di coscienza civica, in un conte sto di beghe familiari, di faide in terne che si protrassero con maggiore o minore intensità per secoli. Eserciti stranieri calpesta rono il nostro suolo sacro, qualcuno addirillura senza colpo fe1;re. Per una di quelle singolari coincidenze, non infrequenti nella storia, proprio in queste terre, sulle rive ciel Volturno lungo le quali, nel corso dei millenni, popoli di Ling\.1e e
..
..
i m dalità con cui av nne induce, ancorché a di tanza
Quanto iam I nLani dal e ne llo di gu rra mbattuta al motto Deu lo vult degli
23
eserciti dei Crociati e da quel lo dei Cavalieri antichi che combaLlevano all'insegna de1l'lwste111 ferire si11e culpa. Eppure - ripeto - si era all'inizio del tempo in cui l'uomo di guerra, l'uomo d'ar rne, ereditando i] senso del l'onore del condotliero e del guerriero del tardo Medioe vo, influl sul costume della società del tempo, nel culto dell'ideale cavalleresco. dell'i deale dell'onore di una cate goria soci ale che a proprio emblema, cadendo in batta glia, lasciava il suo testamen to spiriLU alc, con queste parole: "la 111ia trnima a Dio, il mio corpo al Re, il cuore alla mia da.ma, l'onore per ,ne". Purtroppo, come ogni fatto umano, anche la guerra nella dialellica della storia ha avuto tenibili processi di involuzione. Rèvancltes razziali e deli ranti ideologie hanno insan guinato interi continenti nel secondo connillo mondiale e lu ltorn falcidiano inermi popolazioni per discutibili cri teri etnici e religiosi. Non sarà dalo mai allo abbastanza alle nosL1·e Forze Armate per aver bandi Co dal propl"io codice morale la guer ra offensiva impegnandosi in mjssion ·i cli pace e di solida rietà umana, pagandone lulta via uno scotLO non infrcqucn lememe pesante in Lermini di giovani vite umane. E come ogni auiviLà dell'uo mo anche la guerra ha un suo proprio lessico. Co11ve11i11111 rebHs s11is 110111i11a afferma un oscuro poeta medievale, tale Riccardo da Venosa vissuto al tempo di Federico ll di Svevia. Lt:ss-ico che è intimamente legato a un
24
conccllo di guen·a differenzia to presso i popoli. Mi fermo solo a qualche esempio: senza andare lroppo lontano, p6/emos "guerra'' nel l'antica Grecia era corradicale di p6lis "città" ed era pertanto insito il concetto di "difesa deUa (propria) città", non di offesa, al punto che i. derivati polemico e polemizzare non hanno njente di "bellicoso". AJmeno all'alba della St·oria delle p6leis. Non così nel mondo latino in cui beliicosu.s, bellicus, belli fe1� belligerans, Bello11a, "dea della guerra sorella di J\llane", hanno conservato anche in italiano il lorn significato ori ginario di derivali da bellw11 11 "gue1Ta a sua volta, qucst'uhi mo, da una precedente forma duellum (come bis da duis) che ha il chiaro e lrasparenLe significato di un modo di far la guen-a. cioè lra due schiera menti che si frol1leggiano. Una q ucstione che, lll tlo sommato, andava risolla da due, anche se erano escrcili. Dovranno lrascor-rcrc molti secoli prima che la parola bel lu m!d11e!lu m venga scalzata da un termine imponalo dagli invasori. Ma a quel punlo il germani co wen·a, da cui guerra, gucn-c, wa,T, Wen; dei popoli ge,mani ci, anglosassoni e neolatini, non indicherà più d11ello ordi nato tra schiere nt:michc ma "mischia sangufoosa". E solo la poesia di un Foscolo poteva mitizzare una terdbile mischia finale di uno spaventoso groviglio, tra lo squillo delle trombi! e il calpe stio dei cavalli sulle armature di combattenli moribondi mentre dal ten·ibilc macello si
levano l'imprecazione dei vin ti, il peana dei vincitori e, al di sopra di rutti, il canto fùnebre delle Parche. Ricordate i versi del Poeta "li navigante I che veleggiò quel 111ar souo l'E11bea, I Vedea per l'ampia oscurità scintille/ Bale11ar d'elmi e cli cozzanti brandi, I Fumar le pire igneo vapor, cormscl,e I D'armi ferree vedea larve guerriere I Cercar la pugna: e all'orror dei nottumi I Silenzi si spandea lungo nei campi I Di f"alangi un tumulto e 1111 suon di tube I E 1111 incalzar di cavalli .accorrenti I Scalpi tanfi su gli elmi a' moribondi, I E pia1110, ed inni, e delle Parche il ca11to''. Ma forse un giorno di un tempo non lontano diverrà reallà l'uLopia cli un consesso umano non più discorde. Si dovrà allora creare la parola adat la alla nuova realtà. La creeranno prnprio gli uomini in arme, vocati a garantire ia pace e la fratellan za tra i popoli. Signor Capo di Stato Mag giore dell'Esercito Italiano, Signore e Signori, il Convegno Nazionale di StL1di che oggi si inaugura con finalità cui ho accennato, nella solennità del richiamo ad evenli stol"ici ancorché tragici, pur sempre stimolatori di insegnamenti ieri come oggi, perché q uesta è la perenne attualità della storia, non è il primo Convegno azionale promosso dalla Società di Sto ria Patria di Terra dj Lavoro e dallo Stato Maggiore EsercHo o in collaborazione con Unità militari italiane. A tale propo sito ricordo l'iniziativa presa congiuntamente dalle due lsti t uzion i citate, nel lontano
1978 su "IL pensiero di studiosi
di cose militari meridio11ali in epoca risorgimentale", che ini-
1.iò i lavori nella stupenda cor nice della Reggia VanviLclliana e li concluse a Napoli nella Scuola Militare della Nunzia tella; quello internazionale su "La vita e l'opera di Gi ulio Douhet", svoltosi a Caserta nel 1988 con la presenza del Capo di Stato Maggiore dell'Aero nautica Mili lare, ed, infine, quello più recente in collabo razione con I'8a Brigala Bersa glieri "Garibaldi", tenutosi a Caserta e a Persano. Tutti sot to l'Alto Pati-onato del Capo dello Stato. Da questa collaborazione il massimo Istituto di Ctiltura Storica di Terra di Lavoro ha sempre ricavala la profonda convinzione che le nostre For ze Armate, in tutte le loro
componenti. costituiscono il presidio indefottiloile di ideali e di istituti, custodi del comu ne patrimonio elico e civile ereditato dagli avi, garanti del le lìbertà e delle istituzioni conquistate a prezzo di grandi sacrifici lungo l'interminabile decorso del tempo. Non titengo fuor di luogo, a conclusione di questo mio bre ve inlervento, riportare l'affer mazione di Victor Cousin, il filosofo francese cosiddello "spirilllalista" che ebbe affet tuosi rapporti con i più illustri uomini del nostro R isorgi mento, amico del Manzoni e 1 del D A1.eglio e grande ammi ratore di SantotTe di Santaro sa. Affermazione riportata da que] Luigi Blanch che nell'arte e nella scienza militare vide l'espressione della società e nella sLoria militare inlravide
i] mezzo per conoscere lo svi luppo delle condizioni sociaJj e della cultura scientifica, idee espresse nella sua opera prin cipale che è: Della scienza mili ! are considerata nei rapporti con le altre s cienze e con il sistema sociale, pubblicata a Napoli nel 1832. L'affermazione con cui deside ro concludere è la seguente: "La civiltà di w1 popolo si misura dal conto in cui tiene le sue Forze Annate". Prof. Aniello Gentile
NOTA 1 Per nitre infonnazioni sull"argomen to rim.rndo alla Nota Storica di Raf faele Alfonso Ricciardi, Pìe1ra111elara e la s11a distrin.ione, Napoli 1892, Ristampa anastatica a cura della S ocietà di Storia Patria di Terra di Lavoro, 1996.
25
26
CINQUE SECO I DI STO.RIA 'NELL'�LTA PROVINCIA DI TERRA DI LAVORO ,._
... ..
•
•
...
t
•
..
...
sa.cc6 ai PietrameiJra (1496) Dal' J " l! alla battaglia di Monte/ungo (19113)
••
.ç.CiNV �No· NAZIONÀbE. DI SrfUDI I
•
1'
"I'
•
Pietramelara· (Ce);14-15 Giugno 1996 •
IL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO APREI CONVEGNO
S
ignore e Signori, gentili ospiti a tutti il mi più ordiale b nv nuLo ed un inc ro ringraziam nto per luto parL - ci pare a qu to in ntro lra l'Esercil il mond della cultura.
JL Capo di lalo !laggiore dell'Esercito, Generale Boni{a�io Incisa di Camera11a.
C n. id r la gi mala odierna, infatti, un conrr nto tim lanLe e e Lrutti , in quanl costitui molt pro babilm nte u1'.lé via pr-:liosa per p Ler avvi inar il i Uadi no alla cultura rorico-milita re del ·uo Pae e molto pe �o
e per certi asp tti ignora1a. D I resto, la t a atti ità della Rivi ta ilitar dello Stato Maggior dell' ercito è lta proprio al per egui m nlo del I' bi lliv di pro p rr un'immagine d Ila For za Armala nient affatt avul sa dalla Società. li (ine del no h·o Periodico è, infatti, quello di up rare gli tereotipi di una ono s nza sp s uperficiale i ha della realtà militare p r oprìrla inv dep ita ri a di un pa ato ricco di 0
27
valori, ben radicati, che han no contribuito alla riuscila non solo delle Istituzioni militari, ma anche di quelle che appartengono alla So cietà civile. E credo che, proprio attra verso la promozione di questo incontro con cinque secoli di storia ,italiana - dal sacco di Pietramelara alla battagli'a di Montelungo - la Rivista Mili tare sia riuscita nell'intento di far comprendere, anche al cil tad i no più disattento, che
28
conoscere la storia della pro pri a terra e della propria Patria equivale, in un certo senso, a scoprire il mondo e la cultura militare. Sono convinto, pertanLo, che la chiave di volta per avvicinare queste due realtà stia nella capacità di supera re la concezione fortemente limitativa che della Forza Armala si è avuta fino ad oggi: Esercito quale macchi na da guerra deputata solo a seminare morLe. Una più
moderna chiave di l ettura, invece, permetterebbe al cit tadino, anche a queHo che non ha mai vestito l'unifor me, di riuscire a conoscere il vero spiri lo che sostiene i nostri soldati e il significato del loro operare. Ancora, cli vedere in essi la sua stessa Società. E questo, ovviamente, sarebbe un grande successo per lutti. Bisogna, in sintesi, superare la dicotomia società civile-società militare, perchè essa non ha aJcun senso stori co nè sociale. Ciò è ancora più vero, se si g u arda appunto come Esercito e Società abbiano sempre vissuto insieme e in pari misura le difficoltà del la storia. Come in questo momento, in cui entrambi attraversano una fase transitoria che inve ste ogni livello. Riguardo, in particolare, alla Forza Armata, intendo riferirmi al passaggio in atto da una struttura tradizionale, fondata sulla coscrizione obbligatoria, ad 1.ma mista di volontari e di leva. Una fase di transizione che probabilmente non si conclu derà ·tra breve, ma che sicura mente genera da subito, impel lenle ed essenziale, l'esigenza di incenlivare il costruttivo rapporto tra mondo chrile e mondo militare, per rinvigorire la fede nell'identità e nell'unilà nazionali. Perché solo così si potrà sperare nel sostegno dell'inte ra Nazione di cui hanno biso gno tutti coloro che per pro pria scelta desiderano servire in armi iJ Paese. Le stesse operazioni mili-
tari di questi ulLimi anni, dal le dimensioni sempre più sfu mate e imprevedibili, se pri vate del conscni;o pieno della Società, avranno poche pos sibilità di successo. Dovran no pertanto essere sostenule da un consenso che si tradu ce nella con vinzione che è necessario intervenire ogni qual volta debbano essere tutelati gli inlcrcssi del Pae-
e, in ItaHa come all'estero,
facendo sentire così i cittadi ni in divisa paf'le attiva della Nazione. In due parole: uomini su cui contare per conUnuare ad assicurare un sereno progredi re sociale. Del resto, lo stesso impiego i11 Bosnia-Erzegovina cli un contingente italiano formalo interamente da volontari a fer ma prolungata, tratlo in gran parte dalla Brigata "Garibaldi" e formato, per la maggior par te, da giovani provenienti pro prio da queste LCJTC, per esem pio, avrà speranza di successo e riusciTà ad aprire la strada a nuove tipologie organizzative più aderenti agli ccnari ope rativi e alle esigenze del futu ro, solo se vi sarà la piena approvazione e il compJeLo appoggio delJa Società. E se lo sviluppo del volonta riato potrebbe far sorgere in qualcuno il dubbio sull'esi stenza di un legame semprn vivo fra Esercito e popolo, fra giovani e mondo militare, que sto sfumerà allor quando si considererà il volonta1io non come mercenario, bensì come un italiano che ha scelto la vita militare per servire in armi la Patria. Ecco perchè il successo della trasformazione in alto,
verso cui la Forza Armata con grandi sforzi e determi nazione si sta muovendo, dipenderà, oltre che dalle nostre capacità, anche daJla qual i là del sostegno che la Società intenderà offrire. E mi riferisco anche alla Politica della Sicurezza che si vorrà concretamente adottare nel futui·o. Da questi rapporti dunque e dalJa totale integra z.ione fra Esercito e Società dipenderà lutto: il successo, che ovviamente ci auspichia-
mo, o il rischio di divenire uno strumento non più signi ficativo nè in chiave di sicu rezza nè di unione nazionale. Pertanto, a noi, a voi tutti, con o senza stellette, ma uniti da un unico amore per il nostro Paese, l'onore e l'onere di evita re, anche organizzando queste giornate di studio, tulio ciò. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento di lavoro. Gen. Bonifazio Incisa diCamerana
29
// G 11. Luigi Poli, già Capo di taco foggiare del/' er, iro e enatore della Repubblica, che ha tenuto la prolu ione al Convegno.
RELAZIONE INTRODUTTIVA Ou to on gno t nd in ltr a dimo trare la ali dil della' t ria minore' eh tramanda p r one, fatti luo hi non !tanto al ri er vaL dominio d gli addeui ai 1 ori. i tratta di un excur d una illu trazion ndita di
30
diosi di chiara fama, specia lizzati nei singoli argomenti. La parLe sLorica di questo Convegno si sviluppa allorno a due Lemi fondamentali: - la storia dell'Alta P1·ovincia di Terra di Lavoro dal sacco di Pietramelara ( 1496) fino alla seconda guctTa mondiale; - gli eventi più vicini, di 50 unni fà, che hanno caratteriz1.ato il nostro secondo risorgi mento ed il primo valoroso impegno nella battaglia di Cassino delle Forze Armate italiane usci Le dalla bufera dell' 8 settembre 1943 . Accanto a queste due tema tiche significative, il Conve gno si articola in una serie di manifestazioni di tutto rilie vo: l'inaugurazione di una mostra storico - documenta ria, un excursus al borgo medievale, iJ concerto della Banda dell'Esercito, una par Lita amichevole tra la nazio nale di calcio dell'Esercì lo e la polisportiva locale. Pietramelara con il fascino delle sue bellezze e ·del1a sua storia antica, merita questa manifestazione cd ha trovato in un suo illuslre concittadi no, il Col. Cerbo, prestigioso Direttore della Rivista Milita re deJl'Esercilo, un prezioso organiz-zatore, e nel Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Gen. Boni fa:do Incisa di Camerana, un illustre anfi t1ione. Dopo questa doverosa pre messa, vorrei soffermarmi sul tema particolare della batta glia di Cassino, nella quale Pietramelara venne coinvolta a pieno titolo.
Lo posso fare con la "legit timazione att i\la" di chi, quando aveva 19 anni, e l'in vidiabile grado di sollotenen te di artiglie1ia, ha combattu to in questa zona ccl ha conti nuato a combattere dal primo giorno all'ultimo, dal •43 al '45, da Montclungo e Monte Manone, a Bergamo e a Bre sdn; ne parlerò quindi sia in chiave storica e sfa in chiave testimoniale. Documenti ufficiali del Pen tagono, e precisamente "The mediterra11ea11 rhe(lrer opera1io11 Salerno to Cassino", illu sLrano la l'unzione difensiva di Pietramelara nel corso dei comba ttimenti monlani e pedemontani. che r>Untavano ad attestare gli am<.·ricani su posizioni idonee in vista del l'offensiva di Cassino. In tal quadro, collegherei l'opcr::izione del le forze del Gen. Truscotl dcsLinaLo a sfiancare la resistenza ledesca proprio con l'avanzala in dire zione di Roccaromana e Pie Lramelara, con i reiterali assaJ ti a Monlelungo, certamente prelim.inari ed esscn:r.iali per l'atlesa liberazione di Cassino. Ciò facendo mi soffermerò su falli ed aspelli inquadrati nella campagna d'Italia I 9431945, che noi amiamo chia mare Guerra di Liberazione, che si collegano in qualche modo a Pietramelara cd al ter ritorio circostante. 11 Volturno nel suo corso verso il mare, passando dalla zona di Venafro-CapriaLi al Volturno, e poi scendendo ver so sud-est 6no a Castel Cam pagnano - Amorosi alla con-
nuenza con il fiume Calore. forma un'ampia nnsa per poi dirigersi in direzione sud-ove st verso Capua-Cancello Amo ne Ano al mare. L'abi Lato di Pietramelara si trova al centro di questa grnn de ansa. Ansa che, con i suoi paesi, i suoi monti è stata testimone di lullo quanto la s• Armata americana ha [atto, a fin� '43 e nel 1944, per attraversare il fiume Volturno prima, e portarsi succcssiva men lc sul fiume Garigliano per dar poi corso a quella che sarà la non facile operazione della conquista di Cassino. Debbo essere grato al com pianto Gen. Puddu in quanlo dal suo libro "Tto due i11vasio11i'' ho potuto Lrarre gli ele menti storici per sviluppare qucsin prima pane della mia relazione. li 12 ottobre 1943 la s• Armala americana è attestata al Vollurno con il X Corpo d'Armata a sinistra, tra il lito rale tirrenico e il ponte di Annibale e il Vl Corpo d'Ar mala a destra, tra il ponte di Annibale e Ponlelanclolfo: nella notte del 13 otlobre, la s· Armata inizia il passaggio del Volturno. Nel sellore del X C orpo d'Armala desce a superare il Volturno in soli 2 giorni, anche perché i tedeschi si limiLano semplicemente a rallentare l'avanzata anglo americana con azioni di relroguardia, senza opporre, in nessun punto, una decisa resistenza. Un qualche cosa che può classif icarsi tra la manovra 31
ritardatrice e la protezione di ripiegamento. Dopo il passaggio del Vol turno risulta chiaro che il Cor po d'Armata che interessa la zona di Pietramelara è il VJ, in particolare con la sua 3· Divi sione comandata dal Gt:n. Lucien Truscotl quello che, quando Clark assumerà l'inca rico di Comandanlc del XV Gruppo d'Armata al posto di Alexandc,·. diverrà, a sun volta, Comandante delJa s• Armaw.
* Continuando l'avanzata, il V1 C.A. dirige la 3· Divisione a cavallo deUa via Casilina verso la Su·etla di Mignano e la 34• Divisione per Pratella, verso la conca di Venafro. Negli ultimi giorni di 0110bre, la resistenza tedesca ini zia a manifestarsi sempre più
sensibile. 11 3 novembre le Divisioni americane. tuttavia, p<>ssono ugualmente raggiungere l'abi ta lo di Mignano e Monte Rotondo, l'azione tedesca di rallentamento dell'avanzata anglo-americana a cavallo del Volturno, s.i trasforma in una resistenza sempre più rigida. Appare semp,-e più chiara la decisione dei tedeschi di resistere decisamente su LUL ta la fronte. Essi infaLti hanno ormai potuto completare la loro organi :e.zazio ne dircnsi va, rinforiando abilmenlc gli ostacoli naturali del terreno con campi minati, reticolati. tagliole. E sbarrando ogni via d'ac cesso con postazioni per mitragliatrici e per mortai. molte delle quali 1icavate ndJa viva roccia e profonde anche
32
un metro e mezzo. I comandi alleali si rendono presto conto che, per avere ragione di tale tipo di difesa. è necessario rin fai-zare forte mente la loro artiglieria con calibri più pesanti e, soprat tullo, prepararsi a combattere duramente. Gli alleati decidono che l'a vanzata, an-estata in novem bre, sia ripresa nul la prima seuimana d.iJ dicembre. Sarà necessario, per la ripre sa dei combatlimcnti, procede re ad un rimaneggiamento del dispositivo. L'llaJia pa1·teciperà con una Grande Unità a livello Brigata, il T Raggruppamento Motoriz zato, per la prima volta dopo 1'8 settembre, ad una operazio ne di guerra contrn i tedeschi, a fianco delle na;,;ioni unite. Ma quanli "misandcstcncling" e quante omissiorti da parte degli americani. È w,a noce dura da schiacciare. disse Alcxander guardando Montelungo, ma poco sportivamente non lo dis se al comandante italiano, il Gen. Dapino. li J Raggrnppamenlo, ven ne posto alle dipendenze del la 36" Divisione fanteria del II Corpo d'Armata americano con il compito di conquistare Monlelungo, una dorsale roc ciosa di natura corsi ca con ondulazioni crescenti in dire zione di Cas ino. Sembrava il dorso di un ceta ceo semimmerso nel bel mezzo della valle. [I giorno 6 dicem bre l 943, il comando della 36-' Divisione di ramò l'ordine di operazione: "i11izio de/l'azione giorno 8 dice111bre, ore 06.30". In parLicolare, .il raggruppa mento aveva il compilo di attaccare, conquisturl! e man-
tenere Montclungo con l'ap poggio della propria artiglieria e delle armi e.l'accompagna mento del 142 ° reggimento fanteria americano. Le unità della 36' Divisione avevano anch'esse il compilo di appoggiare l'azione del rag gruppamento e di stabilire un osservaloJio su Montelungo e su un'altura a Nord Ovest del la locaJi tà di San Pietrn, dopo aver occupato Monte Maggio re e Monte Sammucro. In realtà il compito era difficile e le unità italiane e americane erano scoordinale (primo Cll'Ol'C). La sera del giorno 7 dicem bre le fanterie del r raggrup pamcn 10 motorizzato rag giunsero, in autocolonna, il bivio di Presenzano e di qui proseguir ono a piedi per le basi di partenza, curve sollo i I peso delle armi e dellt? munizioni, sollo una pioggia torrenziale, (altro errore imperdonabile). li mattino dcll'8 dicembre, alle ore 06.30, fanti e bersa glieri, superata la base di par tenza, in[rnnscro le prime difese nemiche e puntarono su q. 343, l'anticlma di Montelun go, seguendo la dorsale che costituiva la direttrice di attac co. Fin dal pi-imo contatto con il nemico la lotta si manifestò aspra e cruenta, ma i fanti del la J• e 21 compagnia avanzaro no nella nebbia che, fittissima, ostacolava la visibilità, (terzo e determinanlc elemento negati vo!). Contemporaneamente, nd la piana, a cavallo ddla (en-o via, i bersaglieri muovevano arditamente mentre la rea zione nemica nssoltigliava le loro file.
AIJe ore 08.1O q.343 venne raggiunta cd occupala a costo di gravi perdite, ma la difesa ledesca sostenne l'urlo dei valorosi soldati italiani e con trattaccò. Non si trattava sèmplice mente di un ''velo difensivo", come era stato definito dal comando alleato, bensl cli una vera e propria "sistema zione difensiva" ben predi sposta, munita di numerose postazioni per armi automa tiche, scavate nena viva roc cia o approntate con putrelle e traverse [e1Toviarie, collega te con lrincee e cammina menti e protette da campi minali. Su queste forti posi zioni era schieralo il IIl bat taglione del J 5 ° reggimento "Pa11zer Gre11adier" della 29• Divi ione germanica (una
delle migliori unilà tede sche), rinforzato da elementi della D ivisione Goering. Diradatasi la nebbia, i tede schi contrattaccarono violen temente e riconquistarono le posizioni perdute, appoggfati da un intenso Cuoco dì mortai e da poderosi concentramenti di art i gli eri a e g I i i t a I i ani dovet t ero ripiegare sulle posizioni di partenza. Il giorno 9 il Generale Clai-k, comandante della s• Armala, si recò di persona presso il comando del I Raggruppa mento per esprimere al Gene rale Dapino il suo allo apprez zamento, "per il valore mostra to dai soldati italiani". Era un po' tardi dopo tanti errori! Nei giorni successivi ven nero diramali gli ordini per La ripresa dell'attacco ed alle ore
06. J 5 del giorno 16 dicembre i fanti americani occuparono preventivamente alcune quo te poste sui fianchi dj Moote1 ungo. Alle ore 09.15 dello stesso giorno, dopo 45 minuti di preparazione di artiglieria, fanti e bersaglieri italiani rin novarono I.o slancio del prece dente attacco cd alle ore 10.20 venne occupata la pri ma quota, senza nome, di Montelungo. 11 nemico, stor dito dal fuoco d'artiglieria e dei mortai. minacciato di fronte e di fianco, oppose scarsa resiste nza; alle ore 12.30 la ormai famosa q. 343 era definilivamentc in mano italiana e, successivamente venne conquistata la cima (q. 361 ). La bandiera italiana e quella americana sventolaro no, per la prima volta unite,
33
sulla cima del monte conqui stato. Montelungo non fu una battaglia che ebbe peso deLer minante sulle sorli delle ope razioni strategiche, ma cifre e patti ci indicano con eloquen za 1a sua grande importanza politica e miliLare. L'8 ed il 16 dicembre 1943 rurono impiegati poco più di 1.000 uomini (la forza d'urlo era costituita da due battaglio ni: il 67° Fanteria ''Legnano" e il L[ Bersaglieri allievi ufficia i i). Erano i giovani studenti unive1·silari del reggimento "Curtalone e Montanara". Quasi la metà di quei giovani non tornò: 82 morti sul cam po. l 95 feriti e 160 dispersi fu il prezzo pagato. Ma il successo di Monte Lungo trascende il campo militare e fu sopraltullo quel lo di aver dimoslralo agli alleati ed a noi stessi di essere ancora dei soldati credibili, meritevoli di considerazione e di fiducia perché ancora capa ci di battersi per un ideale. È doloroso pensare di aver avallalo la nostra credibilità soprattutto col sangue dei col leghi caduti a vent'anni, ma la realtà coi suoi due volli resla questa: • senza la rinnovata Fiducia degli alleati, guadagnataci a Montelungo, non avremmo mai otlenulo che il Corpo Ita liano di Liberazione prima cd i gruppi cli com balli mento "Legnano". "Folgore''. "Cre mona" e "Friuli" in seguito, poLcssero assumere in proprio la responsabilità di delicati settori del fronte; - senza la rinnovata fiducia in noi slessi, guadagnata a Mon Lelungo non avremmo mai potuto rifondare la Forza
34
Armata portando in combat timento consislenli formazio ni regolari rimaste integre nel sud Ilalia, in Corsica ed in Sardegna. ln sintesi, i mili tari che comba1terono a Montelungo costituirono J'a vanguardia fisica e spirituale cl i tutti quei nostl'i soldati che, all'unisono con i com ballenli della resistenza, vol lero concorrere direllamenle alla liberazione della peniso la, anziché assistere inerli alla guerra condotta dagli alleati, contro i Ledeschi, in casa nostra. Pietramelara e i territori limitrofi a cavallo del Vollur no, non videro solo america ni o inglesi cd i soldati italia ni el'Oi di Monte Lungo, con la 5" Armala c'era una Divi sione italiana: la 21O• Divisio ne di fanteria. Era una del le Di visioni Ausiliarie che tanto hanno conl\.r ibuito alla Guerra di Liberazione. Alla fine del 1943 era schierala sul Volturno, a cavallo di Pietramelara su una ampia fronte che era poi quella del V, c ompre sa tra Vcnafro ed il mare. Il comando della Divisione nel periodo dice mbre '43 gennaio '44 fu a Caserta, affiancalo al comando della V Armata. La Divisione era costituita da: 514 ° rgt. f., 548 ° rgl. f. (ex 148), un bauaglionc misto complemcnli. un batta glione ferrovieri, ccl un grup po salmerie su sci 1·e parLi. Dopo Montclungo (fine dicembre 1943) avrà anche il 67 ° rgl. f. "Legnano". Quando la s a Armata e1·a impegnata nell'operazione Monte Cassi no lulta la 21o• Divisione si
spostò a nord attestandos con le sue unità sul Gariglia no e dislocando il suo 'tornan do (marzo '44 - maggio '44) a Montanaro nei pressi di Spa ranise a circa 1 O km da Pie tramelara. Nell'ambito della 5° Armata c'erano anche le salmerie che tanto utilmente operarono in tutta la Guerra di Liberazione. I primi 5 reparti dei I 5 che la s a Armata avrà alla fine della campagna ncJ XX rag gruppamento salmi eri da combattimento, "Gennargen tu" ,''Piemonte", "Montecassi no"," Lanceri di Novara" e "Lanceri di Firenze" si costi tuirono, fra il dicembre 1943 e l'aprile J944 ncl1a zona compresa tra Tririisco, lago dj Carinola, Nocellcto: Lutte località che distano da Pietra melara sui 1O - 20 Km. Non dimentichiamo, infine, che in località non disH1nte da Pie tramelara, Piedimontc di Ali fe, ebbe luogo la coslituzione e l'adde stramenlo di due gruppi di comballimento che si sarebbero poi schierati sul la Linea Gotica, a rianco deJ "Cremona" e del "Friuli": il "Legnano" e i1 "Folgore". Potrei continuare ancora, se scendessi nei dèttagli, ma penso che il tempo non me lo consenta. fio voluto, con questa mia relazione, raccogli ere e soprattulto colli.:garc in una monografia inedila cl.!rcando di dimostrare che rramrnenti di toria d'llalia, coagulali dall'epopea di Montclungo portano Pietramelara in pri mo piano nella storia del nostro secondo Risorgimento. Gen. Luigi Poli
Prima sessione ------------------. Presidente: Prof. Aniello Gentile
CINQUE SECOLI DI STORIA NEL�ALTA PROVINCIA DI TERRA DI LAVORO Dal sacco di Pietramelara (1496) alla battaglia di Monte/ungo (1943)
Aspetti storici
17 Col. (au .) Fermccio Botti, giomalista, pubblicista e storico.
ESERCITO E SOCIETÀ NELLA LETTERATURA MILITARE MERIDIONALE DEI SECOLI XVIII E XIX rr nti della t ria d' ur pa 1 , p r poi li indicazioni che
, o orrc di n U 36
R d
molto cempo sono nali e fanno scnlirc inevitabilmente il loro peso geopolitico grandi Stati nazionali come la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, l'Impero Asburgico d' Austria: l'Italia invece è e rimarrà divisa fino oltre la metà del secolo XIX. È da questo fatto geopolitico fondamentale che bisogna partii-e, per inquadrare non solo e non tanto l'episodio del l'assedio di Pietramelara, ma i suoi rinessi e significali mili tari, vicini e lontani. Conseguenza immediata di questo stato di cose è che a fine secolo XV l'Italia, divisa e discorde, rimane aperta ai soverchianti innussi stranieri, aJla guerra di tutti contro lulli e alle avventure militari di monarchi ambiziosi come Carlo VIII, la cui impresa fatto significativo - viene finanziata proprio dai ban chieri italianP. Ma quando Carlo VITI valica le Alpi, qual è più nel deuaglio la situazione poUtica e militare dell'Italia? Dal XII al XVI secolo gli odi e le rivaiità tra città e signorie, e la mancanza cu quel forte pote re centrale che negli Stati d'ol tralpe le avevano domate e con trollale, avevano fatto prospe rare nelle nostre contrade più che in qualsiasi altra parte d'Europa il triste fenomeno del le compagnfo di ventura, for mazioni di awentwie1i prezzo lati che dal guerreggiare traeva no lucro e ragione cu vita, a spe se delle contrade che attraver savano. Si legge, a proposito, sull'Enciclopedia Militare: "Podestà, capitani del popolo, vicari svevi, angioini, ponrifi.ci,
a ,,oco a poco nel XIII secolo si circondarono di masnade pre7, zolate composte di <1derenti, di fuoriusciti, di avventurieri tedeschi, C{lfalani, provenzali e fmncesi e di ribaldaglia d'og11i risma (. .. ). le prime compa g11ie di venlHra in Jtalia {uro,w di stranieri capitanate da stra nieri; poiché i Signori cl,e ave vano spento nei Comu11i ogni libertà, sia che spregiassero le svigorNe forze popolari, sia che Ile temessero il risveglio, prefe rirono pei loro fì.ni quelle "com pagi11i" mercenarie esotiche, fra le q11ali poca faccia nostrana si frammischiava. Masnade pio vute d'ogni pane con gli impe ratori tedeschi, a11dav<mo (or111a11dosi in Italia, eli111inc111do via via le ultime vestigia di milizie cittadine e pre1tdendo µarte alle lolte che allora vi infierivano". Proprio ai tempi dell'asse dio di Pietramelara nascono i LanzicheneccM, milizia mer cenaria austriaca o tedesca rivale degli svizzeri e triste mente nota anche in llalia per la crudeltà e la sete di bottino. Ciononostante questi 1·api natori sono slali protagonisti delle guerre del secolo XVI. Alla metà di tale secolo, il tri ste fenomeno delle compagnie di ventura comincia a declina re, soppiantato dalle milizie nazionali dei vari Stati: ma non va dimenticato che in Ita lia tale fenomeno ha gli ultimi strascichi nelle ma[ sopportate miJizie mercenarie svizzere al serviz io del Re di Napoli fino al 1860, e jn quelle straniere papaline fino al 1870. 1n Italia, comunque, non solo le compa-
gnie dj venttrra hanno prospe n\Lo più che altrove, ma come scrive il Ricolti - mentre in Francia ri mancva no un fenomeno accidentale, secon dario e temporaneo, da noi "{urono l'unica vera milizia duranle due secoli (cioè dal 1300 al 1550 circa - n.d.A)"5. Eppure da tempo era matu rato in alcuni principi italiani e forestieri il proposito di sot trarsi.al sen-aggio dei condot tieri, infidi e più studiosi del proprio tornaconto e dell'inte grità delle proprie masnade che di conduJTe a buon fine le imprese loro affidate. Purtrop po "gli sforzi co111piti per sosti tuire i avventurieri con milizie nazionali avevano fallito, per essere venuti n1e110 nelle popo lazioni l'uso delle armi, la disci7 plina, l'amor patrio e i capi"�. La disaffezione alle armi, degli italiani, dunque porta loro frutti ben amari... porta loro tutto fuorché Ja pace. A f i ne secolo X\/1 sopravvi vevano solo poche compagnie di ventura, stipendiate da quei condottieri che avevano ormai conquistato propri domini e quindi godevano d·i un cespite sicuro per pagare i loro salda li, che peralLro tendevano a
ridurre (per inciso, soldato
significa, appunto, assoldato). Ma, sempre secondo l'Enci do pedfa Militare: "... a distruggere il mercenari smo, valsero assai di più l'in trodu7,ione delle anni da fuoco e la conseguenLe maggio1'e rnicidialità delle bat1c1glie, la gravezza e il dispendio maggiori a cui veniva costretta la caval leria, il formarsi in Francia, 37
Germania, Spagna., Svizzera di forrnidabili fanterie atte a fron teggiare gli uomini d'arme, e infine, i progressi dell' architet tura militare e dell' arte ossidio nale; al che vuolsi aggiungere che, essendosi gli stati ingran diti, di tanto crebbero le loro ambizioni, rivalità, cupidigie e le competizioni dina stiche,· onde ogni sovrano sentì il biso gno di aver sempre in sua mano una forza sicura la quale non poteva essergli data che ponendo a contributo la popo lazione" (cioè reclutando tra la
popolazione stessa le forze necessarie - n.d.A.)7 . In sintesi, l'assedio di Pie tramelara cade in un periodo tipicamente di transizion e, nel quale comincia a compari .re - ma non si è ancora affer mato - il nuovo. A fine secolo XV l'arte della guerra non poteva essere progredita. Essa continuava ad essere aHidata in gran parte ad uomini e capi prezzolati ai quali interessava solo di ottenere il massimo del bottino col minimo delle perdi te, ad armi da fuoco ancora poco perfezionate e diffuse e ad artiglierie ancora poco mobiJi. Mancava un sistema logisli co degno di questo nome, per ciò il saccheggio delle campa gne rimaneva l'unico mezzo d.i sosten tamen to degli eserciti; non era ancora in grado di resistere alle artiglierie, anche se per merito di architetti ita liani come Francesco di Gior gio Martini, Baccio Pontelli e altri, già si veniva adegum1do alle nuove esigenze. Per quanto riguarda le arti gli eri e, non è cosa di poco conto constatare che nel corso del secolo XV l'Italia, divisa in 38
piccoli Stati con scarse dispo rùbilità finanziarie, non porta più alcun contributo al pro gresso tecnico. Il primato nel1 a costruzione di nuovi e più perfezionati modelh passa così alla Francia, che già costi tuita in nazione, può destinare maggiori risorse agu studi e alle esperienze indispensabili per migliorarle8 • Le perfezionate artiglierie di Carlo VIII sono l'espressione di questa superiorità, che secon do il Grassi esercita anche forti effetti psicologici sugli italiani: 1 'esercì to francese attraversa l'Italia con un treno già ben organizzato, composto da "cen to bocche da fuoco poste sulle loro casse, colle code attaccate ai carretti, tirate da quattro a sei cavalli, e seguire dai Loro casso ni di munizioni agili e manegge voli in ogni azione di guerra". Questo spettacolo riempie gli italiani di meraviglia e non favorisce certo la loro reazione, tanto che gli storici di quel periodo "pa.rlano di siffa.tta novità in termini che eccedono il vero'.,_ Fin qui, il significato stod co della spedizione di Carlo Vili in Italia potrebbe anche essere ri Lenuto non privo di lati posi Livi: in fondo apre nuove prospettive all'arte del la guerra mostrando la neces sità di talune riforme, chiude i11 qualche modo un secolo cl.i frequenti lolle fra Stati italia ni nel quale prosperano le compagnie di ventura, e pro voca anche una prima reazio ne contro lo sLraniero, LesLi moniata dalla pur mal con doLLa baLLaglia di Fornovo nel 1895. Non è così: poco impor la che Pietramelara sia stata schierata da una parte o dal-
l'altra, perché in quel periodo ciascuno Stato, ciascuna città si schiera esclusivàmente secondo il personale torna conto dei suoi capi, senza alcun riguardo per altre esi genze e per la solidarietà nazionale. Ciò avviene perché, come osserva i] Pieri: "... la calata di Carlo Vlll in Ita lia mette a nudo non l'intrinse ca insuffi.cienza strategica. o tat tica degli Italiani, ma soprat tutto la loro insufficienza spiri tuale: la mancanza cioè d'un superiore forte sentimento di coesione sia com.e cittadini, fra di loro e verso il proprio gover no, sia com,e italiani, nei riguardi di altri Stati della peni sola. Da ciò la debolezza costi tuzionale da un lato e la {,-agi lità e incertezza della politica dall'altro, da ciò gli ins1,Lccessi polilici che si traducono in insuccessi 1nilitari tosto che fra i contendenti sia apparsa una potenza estera organicarnente più solida e capace d'una politi ca energica e risoluta. Essa anziché wz semplice strumento delle continue contese e lotte d'equilibrio dei nostri Stati, potrà fi11ire adesso col diventa re l'elemento preponderante o addirillLLra l'arbitro "w. Un'eredità dunque pesante come un masso, che fa sentire i suoi effetri nei secoli seguenli e che, in particolare, si ritrova no nelle mani coloro che, nella prima metà del secolo XIX, vogliono un'Italia libera, uni ta, capace di tenere dignitosa mente il suo posto nel conses so ew0opeo. Chiediamoci anche: è stata totalmente superala? Anche durante il Risorgimento e fino al J 870, infatti, ·i principi ita Hani non esitano a ricorrere
allo stTanicro per avere ragio ne dei loro nemjci: e così la ''chiamata" di ti-uppe straniere per mettere ordine nelle cose iLaliane divenla una lradizio ne, un' abitudine. Appare Logico che i saldali smrnieri non vengano in Italia per for piacere agli iLaliani, che continuino a vivere cli sac cheggi e prepotenze e gravami e tasse, e che - come del resto dimostra il lradirnento della guarnigione francese çli Pie Lrnmclara - non guardino agli interessi locali, ma ai propri. E da parte del popolo ilalia no? "Fra11cia o Spagna purché se 111ag110... ". A questo punto una riflessio ne s'impone, prima di tulio sul tema clelJa guerra e della pace. È un fatto che dal secolo XIII fino al Risorgimento, l'lla lia, divisa in piccoli Stati t1 loro volta solcati dalle fazioni. ha potuto godere mollo meno di altre nazioni d'Europa del bene prezioso della pace. Secondo fatto, non sono stati certo gli italiani a valicare verso Nord le Alpi in cerca di preda pe1- inva dete territori altrui e impon·e con li:: armi il proprfo ordine e i propri interessi, ma è di solito avvenuLO il conh·ario. Di più: internazionalmente parlando, gli italiani almeno nell 'oltica odierna potrebbero e�sere definiti pacifisti, per ché dall'età comunale al Risorgimento, al di là di epi sodi anche significativi, e.li figure eccellenti, di manifesta zioni di valore, hanno spregia to l'uso delle armi. Ebbene, Lutto questo non è servilo che ad atti zzare gli appetiti altrw, a incoraggiare i soprusi di stranieri in Italia, e infine, a far disprezzare spesso
dagli stranieri il popol.o ilalia no, da loro ritenuto - anche nel secol o XTX - imbelle, immaturo incapace di gover nélrsi da sé. [n sintesi, se le circostanze, l'indole del popolo e secondo taluni la stessa conformazione geografica pluricentrica della penisola 11 hanno ritardato per secoli l'unificazione nazionale, questo è stato un fatto alta mente negativo per la pace, la stabilità e n progresso econo mico e sociale del le vari .e regioni della penisola. Non si può storicamente negare che lo Stato nazionale europeo all'interno dei suoi confini abbia garantito per secoli ordine, slabiliLà, pro gresso, giustizia e civile convi venza, evitando le contrappo sizioni, il disordine, .i soprusi e le nocive fr-ammentazioni del quadro politico e sociale, che inv�ce hanno spesso caralte rizzato la storia d'ltalia. Solo se unllo, invece, il nostro Paese avrebbe potuto costituire un forte contrappe so alle ambizioni allrui, e quindj un fattore di stabilità e pace in Europa. Nella piima metà del secolo XV I, l'opera di Niccolò Machiavelli - uomo politico e scrittore - non è che una presa di coscienza dei fenomeni pri ma descritti. Nel 1506, quale rimedio all'insolenza, ignavia e malafe de dei mercenari stranieri al soldo della Repubblica fioren tina promuove la costitu;::ione di un corpo di I 0.000 fanti e 500 cavalieri, scelti fra ì ci tta dini più atti a portare le armi da apposite liste di arruola mento. E nei suoi scrilli non fa che ribadire due princip'ì
fondamentali: a) è auspicabile e necessaria la n ascita in halia di un forte pòtere centrale, capace di eli minare le pesanti ingerenze straniere nel le cose ilaliane e di porre fine ai soprusi e alle divisioni interne; b ) tale potere centrale deve essere basat o su un esercito d; dttaclini e non di mercena ri, come tale coscieme della causa per cui comb atte e pronto a ogni sacrifkio per il bene comune. Il·messaggio di Machiavelli è molto in anticipo rispello ai tempi: solo a fine secolo XVITI, e ancor prima ddla Rivoluzio ne Francese, maturano le con dizioni affinché esso sia accol to anche in Italia. A fine secolo xvm, infatti, si delinea un rinnovamento senza p rcce-dcn ti dell'arte militare e quindi degli ordfaa menti, del quale la Rivoluzio ne Francese e le gucJTe che ne conseguono dal 1789 al 1815 sono l'espressione 11 • S u un piano più vaslo, i l contesto culturale che precede, accom pagna e segue questi profondi mutamenti va attr ibuito essenzialmente all'illumini smo e al progresso generale deUe scienze, della metalJur gia e dell' indusLria. L'illuminismo rende l'indivi duo partecipe della vita dello Stato, e quindi anche della poli Lica cli sicurezza e delJ'istituzio ne rnjJitare, che non sono più affare esclusivo del Sovrano. Ci si chiede, quindi, se l'E sercito sia in armonia con la società e comunque, si preten de che lo sia: questo perché la gueITa diventa affare di tutti i cittadini e non solo dei Re. In secondo luogo, con quel-
39
la fiducia ilnmitata, eccessiva nel progresso tecnico e nelle possibilità dei singoli che è un altro tratto caratteristico del l'illumù1ismo, taltmi nella pd ma metà del secolo XIX pen sano - più a torto che a ragio ne - che l e armi da fuoco ormai perfezionale ed estese a tutto l'esercito abbiano sem pliHcato il combattimento e non richiedano più i l 1 ungo addestramento e l'accurata sce.lta dei combattenti dal punto di vista fisico e morale, che invece erano imposti dal l'uso deUe armi bianche. Nasce così il principio, anzi il mito della Nazione Armata 13 , basato sul prindpio eh<:: la difc:: sa e sicurezza dello Stato sono appunto argomenti che interes sano tutti. i cittadini e esigènze alle quali ciascun cil tadino deve dare un suo contributo. Secondo questo modello l'obbligo militare, senza alcu na eccezione, è esteso a tutti: in compenso la ferma è molto breve e solo addestrativa, e i cittadini accorrono compalti alle armi solo quando la Patria è i n pericolo. In tal modo, secondo coloro che
40
celebrano iJ modello svizzero si riesce ad evitare la costitu zione di forti eserciti perma nenti a lunga ferma, i quali dissanguano anche le finanze e per di più favoriscono avventure militari e l'impiego della forza militare in lempo di pace, per fini intemi. Ebbene, nella diffusione e nell'applicazione di questi principi alJa realtà i Laliana e alle esigenze militari del Risor gimento spicca un'eletta pattu glia di scrittori, che nella prima metà del secolo XlX danno luo go a una vera e propria scuola napoletana di pensiero militare con prop1ie caratterisliche spe cifid11::, <..:oulrappostc:: alla scuo la piemontese. I principali esponenti di tal e scuola sono Gaetano Filangieri, Guglie.Imo Pepe, Mariano D'Ayala, Carlo Pisa cane, Luigi Blanch: di cia scun autore potremo ricorda re qui solo taluni tratti carat teristici essenziali, rimandan do per un più completo esa me a una nostra recente ope ra sul p ensiero militare e navale, pubblicata nel 1995 dall'Ufficio Storico dello Sta-
to Maggiore dell'Esercito. Il napoletano Gaetano Filangieri (1752 - 1785), prin cipe di ArigneUo, a buon dirit to può essere considerato un vero precursore in campo europeo di concezioni che ricorrono nella letteratura militare fino ai nostri giorni. Nella sua famosa opera Scien za della legislazione (1780 1785) ancor prima della Rivo1 uzione Francese dedica al problema militare pagine di grande spessore che ne fanno, secondo quanto scrive l'Enci clopedia Militare: "... il precursore illuminato di quella educazione integrale del cittadino, che sw a fondamen to della Nazione Armala"". Per il Filangieri, infatti. della educazione pubblica deve far parte fin dall'inizio l'appren dimento delJe nozfoni teori che e pratiche necessarie, per fare di ogni cittadino un soJ dato capace di difendere la Patria, senza bisogno di eser citi permanenti nocivi sotto molti aspetli. Abbiamo già esaminato ir altra sede i pregi - ma anche l numerosi limi li - de]J'opera. militare del Filangieri 15 , il quale è portato a titenere che il nuovo "model1o di difesa" da lui pro posto, oltre che essere facil mente applicabile ed essere ben accetto da lutti (com'è indi spensabile), rappresenti la clas sica panacea di tutti i mali e sia di per sé su.fficienle per salva guardare la pace, U che non è. In estrema sintesi, secondo il FiJangieri: - il sistema militare al momen Lo prevalente in Europa, basa lo sull'esercito permanente a lunga fem,a, è al tempo stesso finanziariamente dispendioso,
inefficiente, pericoloso per la libertà interna e per la pace, e socialmenLe nocivo, perché sottrae alla riproduzione un gran numero cli celibi per for za. Nè esso serve a mantenere l'equilibrio delle forze, perché ogni Stalo ha accresciuto le sue forze in proporzione all'accrescimento altruj; - per eliminare questi inconve nienli occo1Te tornare all'eser cito di cittadini dell'an tica Repu bblica Romana, la.n Lo più che dopo Ja scoperta' de.Ila polvere non serve più né il coraggio né il vigore fisico. Prevale la guerra di macchi ne, ciò che vale veramente per rare la guerra è il dena1·0, e i nostri politici "no n vanno i11 cercti di ricchezze e tesori"; - i vantaggi degli eserciti disci plinati e ben addestrati conLro milizie improvvisate di cittadi ni sono illusori, perché "sono compensati dalla mollezza che
l'ozio delle guarnigioni ispirt1 al soldalo, e due-tre mesi dì ma11eggiamenLO d'anni baste ranno per addestrare un agricol core robusto e indurito al lavoro, 11eJ mentre che tre seuimane di fatica disrruggeranno in una guerra le legioni intere de' solda ti agili e disciplinati quando questi non sono avvezzi al tra vaglio e al rigore delle stagioni"; - le forze permanenti non ser vono a difendere i troni, la cui saldezza può essere garantila solo dalla giustizia e dall'uma nità dei principi. Né servono a garantire da aggressioni improvvise, per ché queste ultime non son più possibili; - tutta la storia dimostra che l'agricoltore robusto è più sen sibile del mercenaiio ai senti menti di amore e di fedellà.
Gli eserciti di cittadini, adde strali in tempo di pace con un breve periodo di ferma iniziale e con esercizi mililari domeni cali e periocuci al comando dei nobili loca Li, potrebbero esse re mollo più num�rosi ed eco nomici di quelli professionali; - la concessione di alcuni pic coli benefici e premi bastereb be a rendere ambita l'apparte nenza all'esercì to, qualora l'obbligo de] soldato non fosse altro che di difendere la Patria in tempo di guerra. Di 1l a qualche anno, la "levèe en masse" della Rivolu zione Francese - peraltro for zala e non bene accetta - non sarà che l'applicazione aJJe esi genze specifiche della Francia del momento delle teorie del Filangieri e dell'illuminismo in generale, fondati sull'allarga mento a tutto il popolo delle responsabilità della difesa nazionale in senso lato. D'altro canto, la partecipa zione aJle guerre napoleoniche risveglia anche nei più eletti giovani italiani e meridionali una viva coscienza nazionale, il desiderio di riscattare final mente secoli di servaggio e di
essere protagonisli, dopo il 1815, della Rinascita naziona le, sfatando cosl antichi pre giudizi stranieri sul le doti militari degli ilaliani. Ne consegue la necessità per gli italiani migliori di stu diare l'arte militare, per indivi duare nuovi modelli ordinativi atti a consenti re anche a for mazioni militari poco adde sb·ate e disciplinate, ma ricche d'entusiasmo, di aver ragione del forte e saldo esercì to per manente austriaco. Una neces sità alla quale parecchi scritto ri e uomini di cultura, al Sud come al Nord, non si sottrag gono, ma che trova negli auto ri meridionali dinanzi citati le voci più significative e vivaci. Voci a volle discordi tra loro, ma tutte ispirate dalla neces sità di ,·aggiungere i grandi obiettivi nazionali con un più stretto raccordo tra esercito e società e con il coinvolgimento di larghe masse di cittadini a1 Nord e al Sud, esigenze, que ste, affini a quelle sentite per plimo dal Filangie1i. Il Generale calabrese Guglielmo Pepe (1783-1855), protagonista della sfortunata
41
campagna di Mural contro l'Austda del 1820-1821 e della guerra 1848-1849, è scrittore mili tare tu ttora poco cono sciuto ma di primissimo pia no: basti ricordare i giudizi molto lusinghieri che di lui hanno dato il Generale napo letano Nicola Marselli, il mag gior scrittore militare del seco lo XIX, e l'Ufficiale borbonico Giuseppe FerrarclW6 • Specie nelle opere Me111ol'ia sui mezzi che menano all'italia l'lct indipendenza (1833) e L'Ita lia Mililcire (1836), il Pepe si fa portatore cli una strategia per la conquista dell'indjpcndcnza nazionale contro l'Austria che ha carattere peninsulare, difensivo e meridionale, per ché vede nell'Esercito delle
Due Sicilil!, nt.?llc fiere popola
zioni meridionali - con parli colare riguardo a quelle cala
bresi - e nell'llalia peninsulare
a Sud di Bologna, il baluardo, g)j attori e H teatro dell'inevita bile, fuLUra guerra di libera zione contro l'Austria. In sostanza la guerra d'indi pendenza nazionale, per il Pepe, deve pari ire dal Sud, non dal Nord. Pertanto, la sua concèzione slrntegica t! in radkalc conlra sLo con quella prevalente del polo culturale piemontese (Gio berti, Balbo, Durando ... ), il quale pur con diverse imposta .doni vede nell'esercito piemon tese e nella pianura padana il binomio sul quale si imper nierà la futura gueffa all'Au stria, con netta sottovalutazio ne dell'efficienza comballiva dell'Esercito delle Due Sicilie17• Tn secondo luogo il Pepe -
non a caso autorevolmente col
locato da Nicola MarselJi "cii primo posto Ira gli iniziatori 42
degli studi geogra/ìci in Italia" attribuisce aJ terreno aspro e montuoso della penisola un molo determinante per logora re e ritardare quella penetra zione dell' agguerrito esercito austriaco nella penisola che era risultata facile quanto micidia le nel 1815 e 1821, favorendo l'azione di piccole unità parti giane e consentendo così alle forze regolari di affrontarlo con successo nel punto t: nel momento più adatto. Quanto conti il ten-eno della penisola se ben sfruttalo, Jo si vech-à nella guen·a 1943-J 945 ... Cosa rimarchevole e rara, il Pepe per primo suggerisce una strategia integrata Esercito Marina, nella quale veloci tra sporti marittimi a vapore con sentirebbero sia di manovrare le forze terrestri con sbarchi sul tergo delle for.t:e nemiche, sia di recuperare unilà che hanno svolto la loro missione. A queste missioni strategi che nelle quaJj tutti - esercito regolare, guerriglieri, popola zioni civili - sono chiamati a svolgere ruoli più confacenti, si accompagna un modello di organizzazione militare nuovo e impostato su una serie di cri teri organizzalivi, addestrativi. disciplinari e amministrativi estremamente moderni, che il Pepe è l'unico del tempo a descrivere con intcressanLi dettagli, e che ci duole non poter qui riportare e commen tare come meriterebbero. Basti ricordare che la sua organizzazione mililan: è modellata sulla ripartizione amministrativa dello Suuo e dà grande rilievo al Comune e al Circondatio. Sistema scoJastico militare e civile sono fusi; grande
importanza viene data al tiro e all'addestramento; la discipli na deve essere severa 111a giu sta e deve impedire arbitri ed eccessi, l'unità militare i n guerra non d e v e perdere i contalli con le autorità ci\'ili e la popolazione delle località nelle quali è stata reclutata; l' amministrazione deve impe dire gli abusi e itTegolarità; gli Ufficiali devono anzitutto dare l'esempio, ecc .. Dal punto di vista tecnico, il suo è il classico modello "lancia e scudo'': un ridotto e scelto esercito permanente in Lempo di pace, che ali' atto dell'emergenza viene integra to da numerose forze di riser va, alle quali, sempre in tem po di pace, viene impartito un serio e severo addestra mento con periodici ma mol to brevi richiami.
Da allora in poi, al di là di
talune tesi non accettabili, come l'ele7..ioni dei Quadri, nul la di meglio è stato detto per rinnovare, vivificare, rendere efficienti e in armonia con il territorio le struuure militari. Scritlore e critico militare assai prolifico ma Lccnicrunen tc meno accuralo e profondo del Pepe. il Generale messine se Mariano D'Ayala ( 18081877) va oggi ricordato in par ticolar modo per l' immagine estremamente attuale del soJ dato - cittadino che fornisce nel suo libro Degli Eserciti Nazionali (1850)11' nel quale,
Jichiamandosi esplicitamente
al Filangieri, vorrebbe dimo strare che "è possibile formare w1 esercito 1wzio11ale, il quale no11 dia 0111bra alla libertà né
susciti diffidenza al potere, cioè
sia coll'ordine q1w1ulo l'ordine è ll!inacciato, ma con la libertà
quando corre pericolo 1119• Per fare questo, secondo il D'Ayala occorre introdurre nelle leggi e nei codici militari nuovi principi, tali da conser vare il più possibile i diritti civili e politici per il soldato, e da impedire al tempo stesso che l'esercito entri neUe conte se poliliche interne facendone un valido strumenLo che ha la sua missione solo nelJa difesa contro nemici esterni. In effetti: "...falsa e ingenerosa opi11io11e sarebbe credere le leggi militari fatte principalmente per impor re un giogo opprimente; perro ché loro obbietto è rendere i sol dati anziché di peso e di servag gio, di utile e cli libertà alla nazione(. .. ). Le leggi militari hanno da essere in armonia con le leggi umanitarie e civili e acconiodate all'indole e a costumi della nazione. lrnper roch.é è assioma di generosa prudenza che le leggi inferiori devono concordare con le più alte; e le leggi militari non sono di certo che leggi secondarie, le quali non possono nulla domandare che contraddica alle essenziali, cioè a quelle del lo Stato, non che alle alrre intorno al diritto pubblico e al diritto delle genti (... ). Però il bilanciare sapiente mente le relazioni della Nazione con ui milizia, senza che il pen siero della guerra avvenire sfrut ti (cioè elimini, rimuova, tolga, sfratti - n.d.A.) il benefizio della pace presente, sarà sempre pro blema difficilissi,no(. .. ). Biso gna vedete nel soldato l'uomo soltanto, non. l'uomo e la bestia, come alcun.i vorrebbero, quasi prestandone l'idea di Achille, cui il centauro Chirone ebbe data militare educazione(... ).
Per i soldati è necessario il largo ricompensare, massime con la pubblica estimazione, st per cotesta specie di vita che richiede le più sensibili priva zioni, si pe' tischi maggiori che si corrono, e si ancora pe' lavori più affannosi che l'han no a sosten.ere"20• Da queste premesse generali discende, per il D'Ayala, un principio assai ardito: posto che l'Esercito serve solo aUa difesa esterna dello Stato, l'ob bedienza passiva e assoluta è dovuta dal soldato ai suoi supe riori solo in gue1Ta e di fronte al nemico, non se e quando l'eser cito è chiamato a intervenire nelle contese interne; in questo caso, egli deve conservare la libertà di pensiero e di parola. Infine, riprendendo parecchi "topoi" del Filangieri contro i grossi eserciti a lunga ferma, D'Ayala si dichiara contrario alla coscrizione militare forzata e generalizzala: coloro che sono chiamati a servire nell'Esercito devono essere o volontari con naturale vocazione alle armi, oppure coscritti chiamati senza alcuna ecce zione ma per un periodo molto breve ad adde strarsi, come aweniva nel siste ma prussiano (dal D'Ayala assai lodato, anche per la tendenza a mantenere l'esercito al dj fuori della politica). Ben diversa da quella del D'Ayala la visione teorica del l'Ufficiale napoletano Carlo Pisacane (1818-1857), che si avvicina al Pepe, respingendo però l'apporto della guerriglia alla causa nazionale' 1• Le numerose analisi critiche del dopogueITa ignorano o sot tovalutano spesso i contenuti militari del pensiero di Pisaca ne, che invece senza questa pri-
maria chiave interpretativa non può essere ben messo a fuoco. Il "leit - motiv" dei suoi scritti, il principio ispiratore delle sue teorie politiche e sociali, è infatti la necessità di eliminare con le armi la pre senza austriaca in Italia, e, con essa e prima di essa, i tiranni domestici e le forze sociali e militari che la sostengono. Per fare questo, diversamente da Mazzini, Gaiibaldi ecc., Pisaca ne dtiene che la dvoluzione militare deve essere subito accompagnata da un'autentica rivoluzione sociale, basata principalmente sulla distribu zione immediata delle terre ai contadini e su una serie di provvedimenti fiscali, ammini strativi ecc. a favore dei celi meno abbienti. Solo in questo modo, infat ti, i contadini diventati nuovi prnprietari capiranno che la gue rra per la indipendenza nazionale riguarda clire tta n,ente i loro interessi e si bat teranno a fondo. Gli ordinamenti militari progettati da Pisacane sono finalizzati a ta]e guerra. Egli ritiene possibjJe inquadrare e costituire in breve tempo, guer ra durante, un grande esercito regolare che, avvalendosi del terreno difficile deDa Penisol.a, sia in grado di affrontare van taggiosamente quelJo austria co. Un esercito fortemente disciplinato che, in sostanza, assomiglia assai a quelli classi ci e permanenti del momento, dei quali - diversamente dal D'Ayala e dal Filangieri - Pisa cane non nega la superiore effi cienza e mobilità accresciuta anche dalla possibilità di utiliz zare le ferrovie. In sostanza, egli vorrebbe un esercito che di
43
quelli permanenti mantenga i riconosciuti pregi, ma non i difetti, e soprattutto non abbia finalità oppressjve e liberticide che avevano gli eserciti dinasti ci itaJiani del tempo, a comin ciare da quello borbonico. Per il resto, molti dei suoi crileri organizzativi - tra i q uali spicca la ·necessità di addestrare militarmente i cit tadini fin dalla fanciulJezza si avvicinano a quelli del Filangieri e del Pepe e coinci dono con tutti i canoni classici della nazione armata. Possiamo dedicare solo poche righe alJ'Ufficiale napo Jelan o Luigi Blanch ( l 7841872), nalo a Lucera, le cui opere- diversamente dai coevi Pepe, Pisacane, D'Ayala - non trovano ispirazione e sprone nella r'icerca nei modi e dei tempi per la guerra d'indipen denza nazionale, ma piuttosto nelle grandi correnti della sto ria d'Europa n . Secondo uno dei suoi più autorevoli biogra fi, il Generale deJ genio Enrico Rocchi, i suoi scritti (con quel1 i deJ Palmieri e del Marsclli, anch'essi meridionalj) ''costi tuiscono le vere colonne miliari della scienza della guerrn ". Nella sua opera principale, "Della scienza militare conside
rala nei Slloi rapporti colle altre
scienze e col sistema sociale discorsi nove" ( 1832 - 1834) il Blanch, dimostrando un con cello deterministico ed evolu zioni.stico del.la storia, intende dimostrare che le trasforma z.ioni della scienza de]Ja gue1· ra avvengono in relazione al progresso delle altre scienze e secondo ben precise leggi che governerebbero la sLoria e le
trasformazioni della società.
Un'opera ancor viva e in Le-
44
ressante, perché consente di stabilire a grandi linee l'evolu zione delle Istituzioni militari, delle armi e della strategia in campo europeo; tuttavia, essa è stata criticata da Benedetto Croce perché non spinge a fon do, come sarebbe necessario, l'anaUsi. In conclusione, gli autori meridionali prima citali, pur non esaurendo certo la gamma degli sc1ittori politici e militari dal 1789 alla prima metà del secolo XIX, da una parte indica no quanto sia vivo e interessan te il pensiero militare dt!lla Reslaurazione e dall' altra- uni ci nell'Italia del tempo - dimo strano estrema e rara allenzio ne per quel legame tra esercito e società, che rimarrà al centro della riflessione politica e mili tare fino ai nostri giorni. Un altro tratto comune dei predetti autori è la capacità di volgersi al passalo, per indivi duare le cause che hanno condotto l'llalia ad essere, come diceva Mellernich, solo un'espressione geografica, risentendone Lutti i danni e gli svantaggi ... Di questo fallo rondamenla lc - che anche oggi va medita lo - si 1·endono ben conto gli sp irili miglio,·i del Risorgi mento in ogni parte d'llalia e non solo nell'ltnlia Meridiona le. Tutti insieme vedono nella rinascita miliLarc la tangibile espressione di una ri nata coscienza nazionale e la pre messa indispensabile per sol levare l'Italia da secoli d.i ser vaggio straniero per restituirle unità, libertà, indipendenza nazionale: è il classico trino mio che anche oggi - lo si con �nala ogni gjornu dì più - è indfasolubile.
La libertà costa sacrificio; la libertà va conquistata e dife sa da parte di ogni popolo da sè e anche con le armi; non vi può essere vera Libertà senza coesione intorno ai grandi obiellivi nazionali, senza la partecipaz.i one di tutti per costruire un avvenire migHore per la Patria: certe responsabi lità non possono essere dele gate ad altri. Questo è il messaggio ulh·a secolare della nostra storia, che il polo militare meridiona le ci ha ricordato sfidando esi lio e persecuzionL Un messaggio - inutile dirlo - anche oggi pienamente vali do, che rappresenta anche il miglior modo per tutelare la pace, perché, come affermava Pjsacane, non ci può essere pace sen:r..-i giustizia, senza che a ciascL1n popolo sia concesso di vivere pacificamente entro i propd confini e di risolvere da sé i suoi problemi: né si può affidare ad altri la custodia e dffesa dei p1·opri valori e della propria sicurezza. Ecco, quello della conquista e lutela dei valori che la collet tività nazionale non solo con divide, ma ,-cclnma e esige, mi sembra anche oggj la missione fondamentale della lsLituzione MiliLare, missione che la nobi Lita ed eleva le sue Bandiere aJ di sopra delle contese di parte. Anche oggi, purtroppo, le discordie minacciano di far climenlicare ancora Lina volta agli italiani quanto grande sia il loro patrimonio comune, quanto essi debbano - tutti aUa Madre comune. Come scriveva Machiavelli: "i111111/e le ari i che si ordinano in wta civiltà pe, c:t1gio11e del belle conwne degli uo111h1i, tutti
gli ordini sarebbero vani, se no11 fossero perpetrare le difese loro. Perciòl i buon i ordini, senza ìl militare aiuto, 11011 altrimenti si disordinaHo che le abitazioni di un superbo e regale palazzo, ancora che ornato dì gemme e d'oro, quando senza essere coperte non avessi no cosa che dalla pioggia li difendesse". Per questo gli autori da me riproposU all'allenzione di tut ti, prima ancor di essere espo nenti della cultw·a meridiona le, pi-ima ancora di essere spi riti liberi forgiali dal De Sanc Lis nelle aule della NunziateUa, sono stati dei grandi Italiani. Si potrebbe osse1·varc che oggi il vecchio principio della Nazione Armata tanto caro al Pepe, al Pisacane e al D'Ayala, principio secondo il quale ogni cittadino deve essere pronto ad ogni momento a imbracciare i l fucile per la difesa della Patria, è ormai obsoleto, e che le sfide anche militari della realtà internazio nale sono ben altre. Ma a parte il fatto che la necessità della difesa dell' inte grità del territodo nazionale in un Mediterraneo· inquieto nemmeno oggi può, purtroppo, essere relegata definitivamente in soffitta, gli autori prima cita li ci hanno ricordalo la perdu rante validità di due principi fondamentali, dei quali la stes sa Nazione Armata è stata - per secoli - solo l'espressione con tingente. Anzitutto, l'IsLituzio ne Militare ha un senso, solo se è in grado di tutelare in ogni momenLo i grandi valori che sono alla base, da sempre, della vita d�Ua Nazione e delle sue Istituzioni. In secondo luogo, gli ordi namenti miliLari possono
variare: ma per vivere, per essere efficienti e competitivi e operativi, per non scadere in un'accolita di impiegati, essi hanno quotidianamente biso gno dello spontaneo e disinte ressato consenso, del soste gno, del fattivo interessamen to di Lulli i cittadini, che in questa cura e attenzione deb bono u·ovare un momento di concordia e unità. Va infine sottolinealo che, prima ancora di Pisacane e Pepe, la nostra storia induce a ben disl inguere tra pace e sicurezza, a non credere che il rifiuto pregiudiziale e uni lat erale delle armi b asti a garantire la pace. La pace deriva dalla libertà e dal concorde operare; libettà e concorde operare derivano dalla sicurezza. Esse non sono mai conqui ste definitive e indolori, come ben sapevano quei cittadini della libera Svizzera, i quali usavano recarsi ad esercitare il diritto di voto simbolicamente e fieramente am1ati di spada.
Col. (aus.) Ferruccio Botti
NOTE
1 Cfr. :O. Coiazza. Il sacco di Pie/rame /ara nel 1496, Pietramelara 1996.
'Si ved�1 specialmente. in merito, P. Pieri, Il Rinasci111a1110 e la crisi milita re italiant1. Tori_no, Einaudi, 1952, Par te Seconda (con particolare 1iguardo ai capitoli JJJ e IV) e c. RICOTir, Sto ria delle co mpagnie di vemura in ltalia, Torino. Pomba 1844 (4 Voi.). 'Enciclopedia Italiana Voi. JX p. 38. 4 Enciclopedia Militare. Voi. lll p. 168. E. Ricolti, Op. cii., Vol. I p. 1695. • Enciclopedia Miliwre, Voi. m p. J 69. 'Ibidem. • ivi, Voi. L p. 735. • G. Grassi, Dizionario Militare (1833), Napoli, Ed. Tramatc1· 1835,p. 467.
10 P. Pieri, Oµ. cit., pp. 340 - 341. "Ci riferiamo soprnttulto ulle teorie a sfondo gcopoli1ico e geostrategico del Gcncrulc Giacomo Durando (Cfr. F. B011i. // pensiero miliwre e 11avale ita
lirmo da/In Rivolnzione Francese alla pri111t1 guerra 111011diale - Vol. I 1789/1848. Capitolo X Il e inoltre F. B011i. Legd11éral Durando invemeur d11 co11cep1 de geostralegie, in "Stratégi quc" ( Pads) n. 2/1995, pp.121 - 137. "Cfr. AA.\/V., Le scienze e gli ordi11a-
1111mti militari della Rivul11zio11e Frtw cese, Quaderno lstdd N. 14, Roma Ed.
Difesa 1990. Sul concetto di nazione armata, assai controverso, Cfr. fra l'ahro E11ci clopedi<1 Militare, Voi. I V p. 456 e G. Comi, li mito della Nazio11e Armata, in Storia Co111e111pora11ea, Anno XXI. n. 6/1990,pp. ll49-1195. " E11cic/o[Ji!.dia Militare. Voi. tu p. 731. "F. Bolli,// pensiem 111ilitare e nava le... (Cii.), Capitolo VT pp. 357. 371. •• F. Boui, li pe11siero militare e nava le... (Cit.), CapiLOlo X III pp. 778 - 838. "i11i, Capito.li Xl e Xfl. pp. 645 - 769. 11 Firenze, Tip. ltaliana 1850. Sullo stesso D'Ayala si veda .inche: "Diziona rio del Risorgi111enro Naziunale", Voi. Il pp. 808-809 (a cura di G. O<! Mayo); "E11ciclopedia Militare"" Voi J[J p 392: A. Gennaro. Vila e opere del 111agg. ge11. i\1/aricmo D'Ayala, ·'Studi Swrìco-Mìli wri I 977", Roma, SM E - Uff. Storico 1978, pp. 429 - 461. 9 ' M. O'Ayala,Op. cii., p. X. ,o ivi. pp. J 2 - 22. !i Su Carlo Pisacane si veda, tra l'altro: Dizionario del Risorgime1110 Na2io11ale, Voi. m pp. 908 - 909 (a cura di C. Rocca) ; L. Carpi, Il l<isorgi111en10 Italiano - Bio grafie sto1ico- pol.itiche, Firenze, Vallardi J 884, Voi. m, pp. 513 - 517; P. Pici-i, Guer ra e politica negli seriami irnlìanì, Milano, Mondadm; 1975, pp. I 73 - 205: V. Galli nari, Carlo Pisacane teorico militare, in "1'1/e11101ie S101iche Miliwri'", 1980, Roma, SM B - UIT. Stoi-ico J 981,pp. 7 - 41. "Su Luigi Blanch si veda, t.-a l'altro: Dizionario del Risorgimento Nazionale, Voi.Up. 309 (a cura di E. Miche]); Dizio na,io Biografico degli //aliani, Voi. X pp. 771 - 775 ( a cw11 di . Cortese); L. Susa ni, Prefazione alla ,;stampa della Scienza 11
militare considerala 11ei ra.pvorci colle altre scienze e col sistema sociale - Discor si 110ve. Roma, Ed. Roma 1939; P. Pied, Guem1 e poliJica... (Cit.). pp. 152 - J 53; F. Bolli, li µe11siero 111ilitare e 11avale... (Cit.), C,pi1olo vn. pp. 389 - 432.
45
l'Avv. Domenico Caiazza, i p uore onorario ai Be11i re/teologici.
LA BATTAGLIA DI ROCCAROMA A · PIETRAMELARA E GLI SCONTRI DI PONTELA ONE, CAPUA, ·CAIAZZO n lcor minalo il nas
ta
46
passi montani o nelle città e borghi fortjfjcati hanno lcnla lo dì fermare l'avanzata delle fo1·ze ostili, o quantomeno di non piegarsi. Tali baltaglie hanno spesso avuto importanza cruciale per la storia stessa d1talia. Diamo qui di seguito la sin tesi, senza pretesa di comple tezza, degli eventi bellici più importanti nella cu j séia si inseriscono la battaglia di Roccaromana-Pietramelara e quella di Montelungo . ERA PREROMANA ANNO 343 A.C. In questo territorio si veri ficò il casus belli da cui si ori ginarono le guerre sannHichc, che sancirono, a prezzo di loL t e d11rate buona parte di un secolo, il trionfo di Roma sulla polente nazione dei Sanniti, spianandole la v:ia al dominio d'Italia e del mondo. Vi era stato nel 354 a. C. un trattato romano - sannilico con il quale i Romani ricono scevano le pretese sannitiche sulla Campania. Ma [urano lesti a riman giarsi gli accordi allorché si verificò l'assalto sannitico a Teanu ,n Sidicinum, l'odierna Teano, nel 343 a.e. La città, pjngue pe1· agricol tura, industrie e commerci ma non imbeUe si rivolse per aiuti a Capua. Si ebbe una prima battaglia in Sidicino agro (Livio, VII. 29), poi l'offensiva si spostò ad orien te, ed h.,1fatti i Sanniti occuparo no i Colli Tifatinj a nord di Capua, sconfissero i Campani ed assediarono Capua.
I Capuani per stroncare la mala pianta con un I rislo cw1eo si rivolsero per aiuti ai
Romani che intimarono ai
Sanniti la cessazione delle ostilità ed avutone un rHiulo scesero in campo. Dopo con fuse vicende Romani e Sanniti slipularono un nuovo accordo che proba bi I men te comportava una spartizione dell'area: i Sanniti avrebbero continualo le osti lità contro i Sidicini di Teano semper hosles, i Romani dovet tero avere concessioni nel Lazio o in Campania. ANNO 340 A.C. Certo è che vi fu un repenti no ribaltamento di alleanze che vide i n campo Sidicini Campani e Lat ini contro Romaru e Sanniti. Capua fu stretta d'assedio nel 340 a.e. ma lo scontro decisivo awenne a Veseris pro babilmeo te non lontano dal vulcano di Roccamonfina e probabilmente nell'agro vesci no o nella valle di Mignano Montelrmgo. Alla sconfitta dei Campani e dei loro alleati segu) .la pace e l'in gresso dei Romanj in Campania. ANNO 326 A.C. S i preparava uno nuovo sco11tro diretto tra Romani e Sanniti. Iniziò nel 326 a. C. con la conquista romana di questo territorio: muovendo proba bilmente da Capua, i Romani espugnarono Alli(ae (Alife), Callifae (Roccavecchia di Pre tella) e Ru.frae (Presenzano) e saccheggiarono altre te1Te.
AN�O 324 A. C. Attorno al Montemaggiore si svolse un episodio famoso: Annibale, accerchiato tra il mare e le paludi costjere, il Volturno cd i monti in mano ai Romani. ruppe l'accerchia mento. Fabio Massimo credeva di avere in pugno il Cartaginese ma questi con lo stratagem ma dei buoi incendiari mise in fuga i Romani e si aprl il varco. C romayer Pareti ed altri studiosi vogliono cbe Anniba le sia passato proprio nella piana di Pietramelara, altri propongono itinerari lungo il Volturno. Quel che conta è che Anni bale proveniente da Telese, finse di andare a Roma pun tando sulla via di Mignano e poi invece diresse su Capua. Ancora una volta la direttri ce Mignano / Montelungo Piana di Pietramelara - Teano - Capua si dimostra sn-ategica mente vitale. ANNO 3JO A. c. Nel 310 a. C. avvenne una nuova occupazione romana di Alife e nel 305 una batta glia di retroguardia che avrebbe visto L. Volumnio attaccare l'esercito sannita reduce da una fortunata incursione nelle terre roma nizzate della Campania. Al guado del Volturno tra Vairano e Presenzano sarebbe stato catturato Stacio Minacio capo dei Sanniti, 2500 prigio nieri tra i quali 4 tribuni mili tari e 30 vessilli e 6000 sareb bero stati i morti.
47
214- 213 A. C. Livio rammenta la ricon quista di Kupelternum, che aveva fiancheggiato Annibale e poi di Telesia. ANNO
ANNO 83 1\.
C. Lucio Cornelio Silla risaliva da Brindisi diretto a Roma. 11 console Norbano gli sbarrò la strada a Casilino, attestandosi sul Volturno. Silla si accampò sul Tifata e poi ne discese le pendici tra volgendo ogni resistenza ed aprendosi la via per Roma. Silla riconoscente poi elargì doni al tempio di Diana Tifatina. INCONTRO Dt TEANO
Poco più a nord nella pianu ra ad est di Teano era l'altro esercito comandato da Lucio Cornelio Scipione. Silla e Sci pione, entrambi patrizi ma .il primo rivoluzionario ed il secondo legittimista, ebbero un incono�o per tentare una intesa. Mentre si discuteva, l'eser cì Lo di Sci pione passò con armi e bagagli a Silla che ebbe definitivamente aperta la via per Roma. (Cicerone, Phìlip. II, 12) 537 D. C. Belisario, dopo la conquista di Napoli e Cuma viene invita to ad occupare Roma e la rag giunge con l'esercito per la Via Latina, lasciando a sinistra la Via Appia. (Procopio di Cesa rea, Hisco riae, I. 14). Dunque mosse da Casi/inu 111, odierna Capua. a Teano, Mignano, Cassino verso Roma. MEDIOEVO Tralasciando le infinite lolle Lra magnali longobardi e tra imperatori e principi capuani
48
deve però ricordarsi almeno la battaglia che vide Lodovico II sconfiggere i saracenj a Pate naria, villaggetto oggi scom parso ma adiacente l'attuale Vairano Scalo. GALLUCCfO l 139 Un evento di capitale jmportanza avvenne sul decli nare della età longobarda allorquando il Papato cercò di annientare la nascente poten za normanna. Ruggero il Normanno aveva sostenuto l'antipapa Anacleto. Alla morte di quesli cercò di rappattumarsi con Innocenzo Il, ma questi alla testa di un'armata mosse da Roma per scacciare i Normanni. Li vinse a San Germano (Cassino). Ruggero si assera gliò a Galluccio ove fu assedia to dai pontifici. Ma il figlio del Re, alla testa di un migliaio di uomini, lese un agguato a Innocenzo 11, che fu catturato dopo una furibonda mischia. Condotto da Ruggero il Normanno che a Romano Po11tifice quicquicl voluit accepil, sive extorsit. in breve fu conclusa la pace, revocata la scomunica, Rugge t·o si riconobbe vassallo della Chiesa e ne ebbe il titolo di Re. Nasceva così in quest'an golo di Terra di Lavoro iJ Regno Meridionale, il più grande ed antico degli stali della penisola, destinato a durare fino al J860. BATIAGUA DI
ANNO
J CAPITA; I lMPERJI\LI 1193 La sovranità feudale del papato sul Regno non eli minò aLLriti e problemi ed anzi, durante la minore età di
Federico II, questa zona fu al centro di infinite lotte. Basti pensare che nel 11'93 gli imperiali guidali da Bertoldo, Moscaincervello, Diopoldo e Corrado presero e saccheg giarono Venafro, SesLo e Roc caravindola, bruciarono Tele se, solo Vair ano resistette. Nel J 199 fu bruciato S. Pietro Infine. 1229
Uscito di tutela Federico II, i contrasti col Papa sj accentuarono sino a che il Papa, dopo averlo scomuni cato, fece invadere il regno dal!' esercilo dei Clavisegnati che seguirono la solita diret trice. Mignano capitolò, Pre sem�ano anche, Venafro ed Isernia inviarono messi per arrendersi. Pietravairano tenlò la difesa e (u presa per forza come Vairano ed il ler ritorio fino a Calvi, inclusa questa città e Teano. Poi furono occupate Rocca d'Evandro, Suio, Traietlo. Raggiunta Capua, l'esercito del Cardinale Pelagio tornò indietro e occupò A ilano, mosse poi su Alife che fu pre sa con l a forza, come pure Piedimonte, mentre resisté CasLèllo. Telesia si arrese, fu posto l'assedio a Caiazzo. Ma venne la riscossa impe riale: Federico mosse da Napoli, conquistò Calvi, pas sando per Riardo raggiunse l'Abbazia del la Ferrara ove pose il campo, poi riconquistò Vairano, Alifre, Venafro ed il contado di Teano. 1411 Baltaglia di San Germa no lra Re Ladislao e Luigi d'Angiò.
BRACCIO DA MONTONE PTETRAMALA
1496
SACCO Dl PrETRAME.LARA
Dopo il ritorno in Patria di Carlo VIII le truppe di Re Fer dinando rinforzate da corpi veneziani e spagnoli intrapre sero la 1iconqu.ista del regno. Federico d'Aragona, zio del Re e destinato poi a succeder gli, concentrò le truppe a Ses sa. le lanciò su Roccamonfina che fu saccheggiata; vi furono poi scaramucce presso Marza no, Conca e Galluccio, ma il grossq delle truppe per Teano raggiunse Pietramelara. Dopo un'inutile intimazio :ie di resa fu intrapreso l'asse-
dio. Demolito un tratto di muro gJi stratioti veneziani dilagarono ali' interno. La guarnigione francese si arrese, il paese fu incendiato, saccheggialo; gli abitanti era no circa 1000, 750 - 800 furo no uccisi, gli altri venduti come schiavi. Dopo il massa cro si art'esero molti castelli deUa zona. BATIAGLIA DEL GARIGLJANO
1503 Luigi XIl di Francia e Ferdi nando il Cattolico si accorda rono ai danni di Federico ulti mo Re aragonese di Napoli. Esulato questo in Francia nac que discol'dia sulla pattuita
divisione del regno. La parola passò alle armi e il Gran Capi tano Gonzalo di Cordova, dopo aver resistito otto mesi in Barletta (e qui accadde la famosa disfida cui partecipa rono tra i campioni della nazione italiana due uomini dj queste terre, il capuano Ettore Fieramosc�, poi signore di Mjgnano, e Ludovico degli AbenavoJj di Teano, che fu signore di Pietramelara e Mar zanello), vinse a Cerignola e poi chiuse la partita fermando sul Garigliano un esercito francese. Cadde poi Gaeta e nel 1503 la pace di Blois sanci va il passaggio del regno sotto il dominio spagnolo.
49
Spagnoli a apoli, rrancesi a Milano: la libertà d'Italia era finita. LA RIVOLTA ANTISPAGNOLA
Se è famosa la rivolta anti spagnola di TommasoAniello di Amalfi, che divampò in Napoli il 7 luglio 1647, ru in Terra di Lavoro che si sollevò Domenico Colessa di Sora, celebre col nome di Papone. Nel novembre 1647 alla testa di 200 uomini scorse le campagne tra Gaeta e Sora, poi prese Sora. Si portò poi 1'8 novembre a Galluccio, che aderì insieme a Conca e Tora, il 13 prese Roc camonfina. il 14 bloccò il pas so del Garigliano. il 17 assallò vanamente Sessa che comun que costrinse alla resa, .il 23 dicembre pose ]'assedio a Tea no. Prese la Torre cli Francoli se, mosse su Venafro, accam pandosi al Castello della Penti rne presso Sesto. 11 5 gennaio aveva levalo da Roccamonfina, Sessa, Carinola. Torre di Francolise. Calvi, Pietramelara, Vairano, Conca, Tora, Gal.luccio, Mar ì'.ano 8000 armati. Diede l'assalto a Teano che si cl i fese accanì tamen Le. Ritentò l'assalto più volle sin ché il J 8 fu ferito e fugalo dal Pdncipe di Roccaromana D. D. Andrea Frnncesco di Capua. Q uesto poi pu nl col saccheggio la svenLurala Roc camonfina. Fossero andate diversamen te le cose, il Vicereame avt·cb be quj visto 1a sua fine. MANCATA BATIAGLIA UI FORTE DI TRAUN
MIGNANO
Carlo Ili scendeva col suo esercito a conquistare il rea50
me. Fu deciso di fermarlo a Mignano ed il conle di Traun fortificò il colle di Mignano detto Monte Leuci, appunto quello ove oggi so1·ge il sacra rio ddla battaglia. Però il For te di Traun fu abbandonalo senza combattere un colpo ed in gran fretta poiché si ebbe notizia di una manovra aggj rnnte che avrebbe isolalo il ridotto da Capua. 20 MAGGJO 1825 ARMISTlZIO DI CASA
LANZA Quando Napoleone fuggì dall'Elba, Gioacchino Murat, Re di Napoli, lcnlò la carta dell'indipendenza italiana col proclama di Rimini del 30 marzo 1815. Sconfitto a Tolen tino d'agii Aus1riaci dovetle rientrare nel Reame. E [u a pochi chilometri da qui che, a scongiura1·e l'invasione del reame, fu firmato l'armistizio di Casa Lanza che segnò l'ab dicazione cli Mural ed il ritor no dei Borboni di Napoli. BATIAGLLA DI CAIAZZO BAITAGLIA DI ROCCAROMANA
A primi del settembre l 860, Francesco n Re delle Due Sici lie, abbandonalo l'inLendimen to di fermare a Salerno i "gari baldesi" che risalivano la Peni sola, abbandonato da generali e ministri, decise di togliere il campo da Salerno e ritirarsi nell'Alta Terra di Lavoro. Lra il Vollurno cd il Garigliano, arroccandosi nelle piazzeforti di Capua t! Gaeta. Egli per amore della Capita le volle evHarc :.conlri nella stessa anche se ccrlo non dimenticava l'eroico valore con il quale i Lauari avevano fatto muro umano innanzi ali.e tnippe francesi nel '99.
Le brigate c omandate da Von Mechel e Del Bosco, da Salerno. attraverso ·cava, Nocera, Sarno, giunsero a Capua 1'8 sette111bre. Per quanto dubbiosi e obH qui fossero spesso gli ufficiali, le truppe erano indignale e sgo mente di dovei- perdere senza bauaglia. Le popolazioni atto ni Le vedevano indietreggiare migliaia di fanLi e cavalieti. Garibaldi cnlrò in Napoli senza colpo ferire grazie anche alla collusione tra camorra e polizia di Liborio Romano. che inaugurò una sede nutrita di futuri ministri di malavita. Non per questo il morale delle truppe borboni che si affievolì: il nono reggi men 10 cli lint!n attraversò Napoli già occupala dai gari bald.ini e marciando a bandic· re spiegale e tamburo batlentc e con le armi in pugno rag giunse il suo Re. Altri gruppi di soldati regi obbedirono all'ordine di recar si a Capua e a gruppi laceri, disarmali risalirono dalla Calabria e dalla Puglia, incu ranli del Lradimcnlo dei capi. Capua con 20000 sol da Li era a capo della prima linea sul Volturno, la seconda sul Garigliano, la terza a Gae1a. Distaccamenti sorvegliavano la strella di Teano per evitare aggiramenti. Que�lo il dblocamento del le truppe: il 4 ° ballaglionc cacciatori presidiava Bellona; il 6 ° presidiava Caiazzo dove erano anche 11 obici da mon tagna; il 2 ° battaglione di cacciatori teneva Pantuliano e Vilulazio. Lungo il fronte del Volturno vi furono :.caramucce il 17 e
•
r- I I
l
i,,
18 settembre. Cento garibaldi ni che avevano valicato il fiu me presso Amorosi furono respinti dalle lruppe del Capi tano Laus rin foriate da 12 contadini armati di scure. J1 16 settembre Garibaldi lascia il comando nelJa piazza di Caserta al Generale Turr dopo averlo autorizzato a spe dire truppe verso Piedjmonle, per poi dirigere sulla zona di Teano Sessa per far insorgere quelle contrade e tagl i are le retrovie borboniche isolando Capua da Gaela. Fu scelLo il Maggiore unghe rese Csudafy al quale fu dato il comando di tre compagnie. La colonna parte da Caserta il 16 settembre a sera e rag giunge Maddaloni alle 9, pro-
segue per Dugenta ove si fer ma sino all e 6 elle! mattino. Alle 8 entra in Amorosi. Alle 13 una compagnia di bersaglieri viene mandala ad occupare il villaggio dei Santi Giovanni e Paolo, non lontano da Caiazzo. I bersaglieri varca no il Volturno ma non prova no ad entrare nel villaggio ben presidiato da circa I 00 Regi, mentre a Caiazzo ve ne sono circa 3000. Richiamati tali uomini Csu dafy marcia su S. Salvatore Telesino e Faicchio. TI giorno 18 riceve l'ordine cli approssimarsi a Caiazzo che avrebbe dovuto attaccare il giorno 19 secondo gli ordini di Ti.irr. A mezzanotte del 18 passa il Volturno presso Dragoni su can; da buoi e per
schivare forze ostili o per sba glio sì dirige a Roccaromana. É probabile infalli che egli, risa lendo da Dragoni, intendesse convergere da Caiazzo per Maiorano ili Monte. Alle ore 10.30 del mattino i garibaldini attaccarono il pre sidio borbonico forle di circa 260 uomini tra carabinjeri e J 3 di linea comandati dal Maggiore Gennaro Angelolti dei carabinjeri a piedi. Nonostante la sproporzio ne, i carab inieri resistono rispondendo al fuoco. Vengo no chiesti rinforr.i al Colonnel lo Kenich comandante le fra zioni del 2 ° , 1 I O e 13° di Unea in Pietramelara. Questi 1ifiuta di mandare soldati. AngeJotli invia un Sergente ecll un Uffi51
ciale a chiedere soccorsi, mcn Lre i Regi sopraffalli dagli avversari arretrano ordinata mente sempre combattendo. Tra Roccaromana e Pietra melara corre una strada per fettamente rettilinea, costruita dai Borboni, lunga 2,5 Km. La pianura è spezzata solo da fos si divisori tra i campi, ombreg giati da querce e vi è solo qual che masseria. Possiamo immaginare che il ripiega mento sia stato fatto per fra zioni con l'arretramento pro gressivo dej combauenti. l Borbonici ripiegano sino a circa 500 metri daJ paese di Pietramelara e si altestano verosimilmente nel rivolo di Murro. La tradizione popolare vuole che il nome di Via Croci derivi daUe croci poste sul margine della strada laddove furono deposti i cadaveri delle vittime dello scontro. A questo p unto i soldati borbonici acquart ierali in Piazza S. Rocco e nel Palazzo Ducale sentivano le scariche della fucileria. Appresero del secondo rifiuto di inviare rinforzi. [nsorsero chiedendo cl.i soc correre i commilitoni. [J Colonnello Kenich con sentl al Maggiore Dc France sco di condun-e il primo batta glione del secondo di linea, in Lutto J 80 uomini, in soccorso della prima linea. Lungo la strada il Maggiore aggregò le truppe che ripiegavano e Uffi ciali e Sottufficiali e saldali del 4 ° e 15 ° di linea, presumi bilmente volontari. Formò Lre gruppi di uguale forza. Al cen tro sulla strada procedeva quello guidalo dal Capilano Pasquale Rizzo, sulla sirùstra quello del Capitano Achille
52
Larove1-e ed a destra il gruppo ai suoi ordini. Composla in tal modo la bisogna fece battere il tambu ro alla carica, e fatta eseguire solo la prima scarica di fucile ria, alla corsa ed al calale la baionetta, si respinsero le masse fino a sotto il monte S. Maria di Castello. L'alfiere Dioguardi prese una bandiera e quallro carabi ne furono consegnale da gari baldfo i datisi prigionieri. Sul ponte a Roccaromana i gari baldini furono accolti a schioppetlate da civili e dallo stesso prele del paese. Altri civili li assalgono con ronche, scuri. tridenti ed altri oggelli. Gli abilanli di Baia, Caselle Vicinalo e Latina li accolgono a sassate. Le Lruppe bavaresi li insegufrono fino a Dragoni. Tra feriti, prigionicd e mor ti la truppa garibaldina perse 60 uomini e peggio sarebbe andata se i paesani spesso non si fossero limitati a disarmare i garibaldini. Csudafy con i superstiLi nel pomeriggio del 19 era già a Piedimonle <love fu visto pun tarsi la IYistola alla tempia. Vi rimase fino al 24 alJor quaodo avuta notizia del ritor no dei Borbonici si dirige per S. Pasquale a Cusano, poi a Cerreto, quindi risale il Calore sino a Solop·aca ed il 27 arriva a Benevenlo. Mentre egli impegnava a Roccaroma i Regi, a Pontela tone le lru ppc borboniche bloccavano i volonlari garibal dini del Colonnello Sacchi eh.e da S. Leucio si erano spini.i ai Gradilli sulla riva del fiume. Turr infalli aveva ordinato di passare il fiume alla scafa di Formicola e di Caiazzo. lnfe-
riori per numero, i Napoletanj resistono sotto l'artiglieria facendo fuoco sino all'èsauri mento delle munizioni. L'iniziativa del Tenente Colonne!Jo Zattera di riportare sulla linea Le truppe che stava conducendo a Forrnicola, dei Generali Barbalooga e Colon na che guidano Lruppe fresche ribalta la situazione. Le artiglierie borboniche zittiscono quelle nemiche. Truppe borboniche passano a nuoto il Volturno e fanno pri gionieri. Molti borb onki si gettano nelle acque per salvare garibaldini che stavano per annegare. Altri gravemente feriti ven gono porLati a nuoto dalla riva sinistra a quella destra per affidarli ai servizi sanitari. Tra i prigionieri numerosi conge dati clell'esercilo sardo. Vero obictlivo dei garibaldini era Caiazzo, cillà preromana appoggiata su dolci colli. cinta di mura con sette porte e domi nata da un castello. Prenderla significava stabilire una lesta di ponle in destra Volturno, e col legare la zona di Caserta a quel la Matesina ove era insana la legione del Matese. Si dirà poi dai gadbaldinj che si era lrattato di azioni per saggiare le forze avversarie, ma già Csudafy aveva istruzio ne di convergere su Caiazzo da nord ovesl. Il corpo galibaldino, guidato dà Caltabeni, il 18 parlì da Caserta, raggiunse Maddaloni, i Ponli della Valle e Limatola. Alle 3,30 passò il fiume a Lima Lola ed alle 5,30 entrò in Caiaz zo senza sparare un colpo. Tnfalli i 1200 Regi abbando narono Caiazzo senza colpo ferire, forse Lcmendo un nemi-
co stimato superiore. Il vesco vo fece suonare le campane a martello, cosa che gli attirò l'i ra dei garibaldini. La popola zione era nella massima parte fredda nei confronti di questi, anzi ostile poichè guidati da Nicola Santacroce ex soldato borbonico, circa 150 paesani male armati si riunirono per aiutare i Regi. Qucsli si erano accampati poco lontano e si ebbero delle scaramucce fuori delle porte che frirono barricate dai gari baldfai. Garibaldi ordinò al Genera le Mcd:ici di accon-ere a Caia1. zo cop una brigata della sua divisione e di tenerla forte mente. Il 21 settembre circa I 000 garibaldini difendono
Caiazzo allorché circa 5000
borbonici tornano per ripren
derla a qualunque prezzo. La battaglia è feroce. n·a le prime vittime il Colonnello borbonico La Rosa che aveva abbandonato senza combattere Caiazzo che si disse, a torlo o rngione, fucilato dai suoi. Colle S. Giovanni è preso e perso cin que volte, l'artiglieria spazza Le barricale. Poi l'Ouavo Caccia tori del Maggiore Delli Franci carica le barricale alla baionet ta, poi entra la cavalleria colle sciabole in pugno. I Regi occupano sci porte, dalla settima fuggono i gari baldini. Il Vescovo e Ufficiali borbo nici riescono a salvai-e i feriti garibaldini ricoverati nell'epi-
scopio. Feriti, morti e prigio nieri garibaldini circa 300, 11O morti borbonici. I feriti garibaldini ebbero daj borbonici le cure più amo rose. Cattabeni ebbe dal Re la Ubertà. Cos1 attorno aJ Monte maggiore si svolsero scontri che se non salvarono il trono e lo stato meridionale dimostra rono però il valore dei borbo nici. l'umanità di truppe ed Ufficiali ed inoltre i sentimenti della popolazione. Di lì a poco ci sarà la decisi va battaglia del Volturno, cui seguiranno le pagine tragiche della rivolta filoborbonica e della spietata repressione del brigantaggio. Avv. Domenico Caiazza
53
rz Pro{ Flavio Ru. so, ·wric:u, sc:riuore e urbanisw.
A
FORTIFICAZIONI E ARTIGLIERIE ARAGONESI
lla luce d i piu r enli avi, una L rre cilin drica di cir a m 8 di cliametr appoggiata ad una cortin muraria alta intorno ai m 7, p1· c duta da un fossa t , difend a qua ·j 9.000 anni or ono Gerico, molto prima della ua fam a cerchia ri cordata dalla Bibbia. In po a n t volrn - nt più re nt i r mani re ero
54
di prammatica l'adozione di t i-ri cilindrich inframezza l da cortin r ttilinee nella f rtifi azi n p ri m trai d li loro città: Vitruvio tramanda i canoni co Lruttivi. Allorch quindi il 15 giu gn d J 1484, a Napoli ·i avviaron i lavori p r la 'OsLru'..lione d lla nu va murazione aragon se, a pro-
lezione del fianco orienlale della città, nulla di partico larmente moderno la distin gueva. Infatti si lrattava del l'ennesima riproposi:t.i.one di corLine 1·euilincc scandite da torrioni a pianta circolare. Per qualsiasi osservatore, anche totalmente estraneo all'ambiente architellonico, e naturale recepirne la pos sanza e la maestosità, come pure altrettanto naLUralc presumerne dal la mole la inviolabilità. t:adozione di sperimenta tissi me concezioni, ampia mente surdimcnsionate ed enfatizzate da inusitati spes sori murari e da rivcst imenti in durissimi grossi conci di basalto. forniva quasi la pal pabile sensazione di limilc c�tremo della tecnologia difensiva. Ed, in effetti, l'o pera rapp1·esenlava il limite estremo, ma co11clusivo, di una logica ostativa pen1enu ta al suo definitivo ed irre versibile esaurimento. Senza
dubbio la più grossa, ma di certo non la più grande del l'epoca! Per gli specialisti del settore la fortificazione napoletana, eretta in conse guenza dell'impall o emotivo della lrageclia di Otranto, martol"izzata e dese,tificata dai turchi appena quattro anni prima, appartiene al cosidetto periodo di "transi zione". Per una aderente interpre tazione di siffatta quali fica zione s'impone una banaliz t;azione. È lapalissiano che
In alto.
Napoli: murazione arngonese, I 484. Inglobati nella squallida edilizia popolare contemporanea il torrione "Gloria" e la parte SC(/fpaw di w1 segmento di conina.
AJ centro.
Napoli: murazione aragonese, 1484. Dettaglio di Porta Nolana. A sinistra.
Sepino Romana (CB): resti della cerchia urbica, anno O. Be11 evidenti I.e torri circolari innestale dia111etralme11te alle cortine rettili 11ee.
55
Napoli: esN·e,no seg11te11to delle 11111ra vicereali, 1537, t1diace11te alla stazione della /imicolare .
.
merli: dovunque spigoli e rientranze. La spiegazione del fenome no va ricercata nel supera mento della "transizione", anello cli congiunzione tra la fortificazione antecedente all'avvento delle arliglierie a polvere e quella successiva alla loro ottimizzazione. Nel corso del suo protrar si, durato poco meno di un secolo, i criteri antichi trova rono anc:ora impiego, sebbe ne con continui adeguamenti slrutturali. Esaurita la raffazzolata compatibilità si impose una
logica architettonica assolu
con i "se" non si delinea la storia come pure senza la logica non si arlicola la matematica: tultavia al pari di quest'ultima che Lollcra dimostrazioni per "assurdo", torna lecito nella prima, in rare circostanze proced-crc per ipotizzazione irreale. Orbene "se", appunlo, un ingegnere romano fosse andato a visitare il cantiere della murazione aragonese di Napoli, avrebbe perfeua m e nto compreso la logica dell'impianto e dei suoi dct lagli: aJ più si snrebbe stu pilo delle dimensioni passi ve. per lui assolutamente 56
ingiustificate. Ma quanto al resto, identi ci i criteri di posizionatura dei tot-rioni, identica la scan sione delle cortine, identica la fuga sommitale dei merli e delle feritoie. Per contro, invece, un suo coUega aragonese inserito nel cantiere della murazione occidentale della medesima ci l tà avviatosi cirea mezzo secolo dopo, non ne avrebbe in alcun modo compreso i canoni ispiratori dei tracciati e delle articolazioni. Scomparsi del Lullo i tor rioni, scomparsa la corazza tura lapidea, scomparsi i
tamente divergente ed origi nale, priva di qualsiasi remi niscenza o permanenza. Ovviamente le fasi conclu si ve della fortif icazione di "transi.zfone" e quelle iniziali della "bastionata", come in molli contesti dell'evoluzione tecnologica, ebbero un breve periodo dj sovrapposizione. Pertanto le estreme appli cazioni del "vecchio" si affiancarono alle incerte del "nuovo", determinando con la loro contemporaneità il suddividersi degli esperti in antitetici sosteni Lori. E, non di rado, parve saggia scelta assecondare i "tradi:c.ionali sti" rassicurati proprio dalla gcnelica comprensi.one delle ormai superale impostazioni difensive. Una lampante dimostra zione di quanto brevemente ricordalo la si può cogliere nelle pagine del Giannone, in cui, riferendosi allél costru zione della LraLLa occidentale
Nettuno: planimetria del forte del Sa11gallo, innalzato nel 15 O I.
dell murn napoletane - volu la da Carl V ed inlrapr a n 11537 - si pr cisa: "... le fabbricò non già di piper no (basalto) ma con pietra dol ce (tufo) del monte del paese, con nuovo modo di fortificazio ne, non con torri ma con. baloardi ... "( 1 ). La dinastia aragone e in maleda di archit ttura milita r appartenn , disgraiiala mente per il r gno di ap li, alla compon nt retrograda. La teorelica di France co di Giorgio Martini, ma im esponent d Ila "tran izio ne", divenn il uo vang l , il rinomato progettista, quan do non dir ttamente aut re, fu il principale ispiral r del le innumer voli linee di f rti fi azioni d I dopo Otranto, peci e c Li re, a partir come ace nnato dalla tes a apoli. U regno di Napoli aUa fin del '400 rappresentava il
O
�
.,,-·-------
·10
et;,:
1
1 I I I I
'--
· . '•
maggior stalo italiano, per superfici e per popolazione. Ovvio perciò presum re che il ·uo apparato militare godes e di identica rii vanza. In realtà però il particolare conte to g apolitico instau rato i nel Mediterraneo
all'indomani della aduta di Co ·tantinopoli (1453 decur tava en. i biJm · nt tale pr unta ·upremazia. Ad una fronti ra terre tre di po he centinaia di chilo metri, peraltro frammentata dalla catena appenninica protetta da rilevanti fiumi, fac va riscontro una frontie ra marittima di oltre 2.000, p r lo più dj spiagge idonee se non a sbarchi invasivi sicuramente a qu Ili incursi vi. Disperdere la paruta for za armata eego]are lungo lo sterminalo perimetro signifi cava neutralizzare ogni potenzialità militare, senza peraltro assicurarsi alcuna garanzia di inviolabilità. Indispensabil avvalersi deJl'infido apporto baronal Otranto: nuove mura aragonesi, I 482. Dettaglio della Porta Alfon sina.
57
Otranto: delfaglio di alcune palle di bombarda del 1480 - 87, peraltro non delle rnaggiwi.
ed al contempo cercare di interdire le marine del regno tramite significative fortifi cazioni. Quello che nel resto dell'I talia appariva, o veniva repu Lato, un sovrano bellicoso e "da guerra" in effetti dispo neva di I.imitatissime poten zialità militari. Potenti, .inve ce, e molteplici i nemici cri stiani e musulmani in parti colare. La dinastia aragonese pur notevolmen le attenta agi i assetti mediterranei, non colse immediatamente nella sua tra volgente conseguenzialità la volontà espansiva ottomana. Fu solo dopo il dilagare oei Balcani delle armate del sultano che a Napoli si iniziò a paventarne le ulteriori conquiste. Non a caso AJfonso d'Ara gona e quindi suo figlio Ferdinando, duca di Cala bria, si prodigarono per aiu tare gli insorti albanesi, ten tando di formare una sorta di antemurale sull'aJ.tra sponda dell'Adriatico, finalizzato ad interdire ai turchi l'accesso al
58
mare. L'impresa non riuscì, anzi si trasformò in un tragi co boomerang: ed Otranto ne scontò le conseguenze. Il ricorso alla fortificazione djvennc da allora quasi feb brile, ma la leggendaria arre tratezza Lecnologica turca, non fornl alcuno stimolo evo lutivo alla dirigenza militare del regno. Ovv·i amente l'opera di Francesco di Giorgio, peral tro già apprezzata daJ duca di Calabria, assurse, come accennato, ad esiziale in quei frenetici anni. La sua competenza in male ria - ancora attualmente indi scussa ed ammirata ravvisan dosi nei suoi celebri disegni geniali intuizioni - Lrovava presso la corte aragonese esti matori acrilici. Nessun dubbio pertanto sulla validità delle sue propo ste e di quelle, sosLanzial menle simili, dei suoi molli discepoli. Di certo, però, mentre il senese concretizza va le sue elaborazioni da decenni immutale, proprio negli stessi anni, a Nettuno,
Antonio da Sangallo costrui va il prinw forte bastionato, risposta vincente della difesa e premessa di ogni fortifica zione dei successivi tre secoli e mezzo. Sorsero così in serrata scansione cerchie tunite e piazzeforti tulle di analoga matrice e purtroppo, di identi ca anetratezza! La gravissima carenza, e non poteva essere altrimenti per la interdipendenza dei due sellori, connota anche la produzione di bocche da fuoco aragonesi, frutto pure loro dell'ispirazione, e spes so della progetLazione, mar l in i an a. Del resto la sol a nota evolutiva delle artiglie rie sembrnva individuar·si nell'incremento dimensiona le delle palle di pietra, di cui le mostruose che avevano brecciato le mitiche mura di Costantinopoli e le appena più piccole scagliate ad Ot ranto, costituivano tra guardi di riferimento pro gettuale per la fortificazio ne. Ovvio, pertanto, che per c ontrast are i loro i nsulti bastassero mura e torri mas sicce e scarpate rivestile di grossi conci di pietra magari ancora più dura, in perfella continuità concettuale con quanto praticalo da secoli contro gli impatli delle paJle delle catapulte. Mentre l'e ne1·gia accumulabile nelle ma.tesse elastiche di q ue st'ultime non eru suscettibile d'i ncremeo tarsi ul terior mente, quella fornita da1Ja combustione della polvere
So11111la Ves11via11a: res1i delle mura aragonesi del 1470. Ben evidenle la loro assolula arretrq11tzza. archileU011ica.
pirica, teoricamente, non presentava limite alcuno, con implicazioni che i più acuti. studiosi inizi.avano a pavenlare. Paradossalmente, in prati ca però, il principale ostaco lo all'aumento delle cariche di lancio si individuava pro prio nelle palle di pietra che, sottoposte ad accelerazioni appena superiori alle usuali, si frammentavano in minute schegge già all'interno deU'a nima, con esiti balistici nulli. Ora essendo la distnizione prodotta dal cannoneggia mento con pr oietti non esplodenti, funzione unica mcntc della loro massa per il quadrato della velocità, non potendosi incrementare la seconda variabile per l'ac cennala intrinseca fragilità, si optò per il gigantismo del le palle di pietra. L'intero ragionamento fu assurto a immutabile p ostulato, e si operò , come delineato. ì n conseguenza. In dettaglio per neutralizzare la violenza degli impatti di palle non di rado ecceden ti i cm 80 di diametro, si ampliarono gli spessori delle fortificazioni e se ne inclinarono le f acce esterne. Era noto da tempo, infatti, che tanto più la traiettoria del le palle si allontanava dalla perpendicolare alle superfici battute, tanto mino,-e risultava il danno. Onçle eliminare, poi, anche la residua energia cinetica degli impatti le stes se mura vennero rivestite di
mastodontici blocchi, una vera corazza lapidea, in gra do di fracassare le palle: un grosso cordone fu inserito tra la sezione scarpata e quella verticale delle opere per deviare le schegge così prodotte, altrimenti micidiali per i di fensori. [n ultima analisi l'intera "transizione" si connotò come una serie di espedienti integrativi, per ]o più semplicemente dimen sionali, dei traci izionaJi ed antichissimi criteri fortifica tori, che verso l'ultimo ven tennio del X secolo tradivano
.la loro patetica insufficienza. Non a caso alcuni moderni studiosi francesi della storia della tecnologia, colgono negli anni immediatamente prece denti e successivi alla caduta di Otranto una evidente arretratezza nelle fortificazio ni italiane e, specialmente, in quelle aragonesi e del Martini. Ecco, ad esempio, il qualifica to parere deJ Gìlle: "Conosciamo i castelli costrui ii da Francesco di Giorgio. Essi seguono una lradizione che, a questa data, appare già antiquata ... 59
Modello di cannone petn·ero di epoca aragonese. Ben evidenti i cerchi di tenuta lungo la volata ed il sistema di relrocarica c<Jn ottu ralore camerata.
Analogamente, e sarebbe sta to strano altrimenti, l'artiglieria di Francesco di Giorgio rimane sempre molto tradizionale. Vi si scorge appena il passaggio dal l'artiglieria in. ferro all'a r/ iglie ria in bronzo. Pare che in questo ca111po gli Italiani manifestino un certo grado d i arretratezza: quest'arretra1ezza spiega, in una certa misura, il rapido successo degli eserciti francesi che invtisero l'Italia negli ulti111 i a11ni del Qua1trocen10... Meccanico di talento; dun que, apprezzato coslrullore di fortezze, Francesco di Giorgio non fu forse un grande inge gnere... " (2). Emblematico allora, e dj conforto alla nostra tesi, constatare che superalo il monopolio progettuale marti niano, l'opera dei tecnici ita liani riacquistò immediata mente la sua tradizionale supremazia mondiale. Appena una ven tina di anni dopo, infatti, la conclu sione della carriera del sene se, altri studiosi stranieri
60
individuano il ristabilito pri mato come, ad esempio, il M. Neill, che cosl puntualizza: "Eppure l'ingeg11osità italia na, stella polare di ogni altro popolo che con gli flaliani venisse a contatto, 11011 avrebbe subito a lungo il 111nggior potere dei parchi d'assedio... In pane accidentalmente, ma anche for se per la necessità di i111provvi sare qualcosa con l'acqua alla gola, gli ItcLlùmi furono i primi a scoprire che la terra di scavo a minimo con1palla111ento poteva neutralizz are i colpi d'artiglieria grazie all'assor bim.ento... Entro gli an11i ve111i del 1500 le fortificazioni del nuo vo modello ilaliano erano 1wo vamenle i n grado di resistere anche agli assalitori meglio equipaggia.ti. Comportavano però un. costo en.onne. Soltan to gli Stati più opulenti e le città più ricche potevano per1nettersi il lusso della decina di bocche da fuoco e degli in111za11i lavori di ingegneria necessa ri per quella che ormai ve1tiva chianiaia al di là delle Alpi la
trace italienne ... "(3). In un lasso di Lempo tanto breve, insignifican Le addiri l tura se relazionato alla storia della forli ficazione, gli inge gneri italiani svilupparono capacità tali da farli non solo uscire dall'a1-relralezza ricor data ma da porli a ll'avan guardia mondiale annientan do con il "fronle bastionato" la supr emazia dell'offesa. Come può spiegarsi un simile fenomeno? In realtà quando il Marti ni progettava le sue stupen de quanto superate fortifica zioni, e le sue arlisticbe, quanto modeste artiglierie, le avanguardie tecnologiche si collocavano già mollo lon tano dalle medievali elucu brazioni del maestro. Per molti tecnici ad esempio, la concezione base del Manini di opporre agli impalti bali stici una superficie impene trabile appariva inefficace e pericolosa. A CosLanlinopoli, nel cor so qell'epico assedio del 1453, si era sperimentata l'interposir.fone di soff ici col tri di maLerassi L.-a le mura e le palle. L'espediente, ripreso in seguito da Michelangelo, trovò un esito Lanto fortuna to da assicurargli ene non solo la paternità inventiva specrnca, ma più in generale quella della scoperta della difesa ad "asso rbimento d'urto'". 11 concetto tuttavia si riscontra all'epoca ormai motto più diffuso ed applica to cLi quanto il celebre episo,
Ctm.none n:nasci111e11tale. MolLO evidente la posi'(.io11e ribassata degli "orecchioni" rispelto all'asse de/l'a11i111a
(Parigi, Hotel dcs Invalides).
dio lasci presumere. Poiché, infatti, in quegli anni a diri gere gH invcsliroenti ossidio naJj intervenivano diretta mente ingegneri ed ar chitetti, non è credibile che LaJi tecnici non valuLassero, in maniera propositiva, un insormontabile limite opera tivo. Dopo i primi crolll pro dotli dal cannoneggiamento contro le mura, il cumulo di macerie che si formava in conispondenza del piede dei ruderi li trasformava in un ostacolo assolutamente refrattario. Le palle, infatti, affondava no inerti nella soffice coltre, senza più alcun effetto demo lilore! Non è altres} pensabile che ai medesimi attenti osservato ti fosse sfuggila la necessità di eliminare dal circuito esterno delle [o11:ificazfoni ogni mini mo settore defilato al tiro difensivo radente, particolar mente vantaggioso per gli assedianti. E forse proprio evidenzian do graficamente le zone non battibili antistanti a ciascun torrione, si saranno accorti che la curiosa figura geomelri ca risultanle, simile ad una punta di freccia, era la esatta risoluzione planimetrica del problema, owero il balua1·do o "bastione". L'abbinamento delle due osservazioni, costituì il capo saldo J.eoretico della moderna architettura militare, che pro prio negli ultimi decenni del X.V prese a concretizzarsi, non
a caso in uno Stato per defini zione avulso da tradizioni e cultura miJjtare, come quello della Chiesa. ln qualsiasi altro, infatLi, doveva riusci re di fficiJe agli uomini d'armi del momento abbandonare i radicati criteri ultramillenari, fPer giunta da loro direttamente sperimen tati nel corso della pratica professionale, per adottare impostazioni fortificatori e tanto divergenti ed incom prensibili. Alla generalizzazione del bastione, ed al definitivo abbandono dei canoni marti nian i contribu1 in maniera decisiva la cal ata di Carlo VIII, che con i suoi moder nissimi cannoni evidenziò I.a ormai irrimediabile nullità difensiva dell'architettura di transizione. Va comunque ricordato che la novità delle artiglierie francesi consiste va soprattutto nell'adozione sistematica e contemporanea d i una nutri ta serie d i mjgliorie, le quali, singolar mente prese, erano perfetta-
mente note eia decenni anche in Italia. Eccone una s chematica sintesi. AbbandonaLo il sistema di costruzione dei pezzi median te l'assemblaggio di doghe di ferro rucj nate, saldate longHudioalmente e lenute insieme da numerosi anelli trasversali, secondo una tecni ca tipica delle botti, si produs sero prima cannoni in fusione di bronzo, e poi anche di ghi sa, in un solo pezzo. privi per ciò di pericolosi punti deboli. Conoscenze più precise sulla titolazione delle leghe e sulle loro proprietà metallurgiche avevano fatto superare l'empi rismo precedente. E tuttavia ancora intorno alla prima metà del secolo XV la procedura di fabbricazione non si discostava sostanzial mente da quella irop.iegata per le campane. Il getto di metallo liquido andava a colmare una matrice cava provvista di un "noccio lo", originando una sorta di campana tubolare.
61
11 procedimento conduceva inevitabilmente ad errori di coassialità fra le pareti inLerne ed esterne delle bocche da fuo co, oltre naturalmente a carenze cLi cihndricità dell'ani ma e di cavitazione. Ne derivavano, inevitabil mente, anomalie funzionali di cui le più gravrinficiavano senza rimedio la validità del l'arma sia riducendone la resi stcn za alle sollecitazioni di scoppio nel settore della mini ma sezione, sia privandola di sicura punteria. A panire dalla seconda metà deJJo stesso secolo le artiglierie vennero gettale in forme prive di nocciolo. Pre cauzione abituale colarle con la bocca verso l'alto, onde aumentare la densilà del metallo liquido in "culatta", eliminando così il pericolo di cavità e boUe d'a1ia nella parlc del cannone più tormentala daJl'csplosione della polvere. I pezzi ollenuti erano perciò completamente pieni e tramite l'impiego di apposite alesatrici idrauliche gli si 1·eal izzava !'"anima". Ne scaturiva una pcrretlu cii indrici.tà della stessa, pre messa per una sensibile ridu zione della tolleranza Lra ìl suo calibro e quello della pal la, pittorescamente chiamata "vento": fu il primo passo ver so un visLoso incremento del la violenza del tiro. Che la portata della inno va7.ione sia stata percepita in tulla la sua conseguenzialità si evince facilmente dall'ana1 isi dei cannoni dell'epoc,1 che ostentano un inconroncli bile aumento differenzialo degli spessori della volata in funzione delle accresciute
62
sollecitazioni, assumendo la classica forma raslremala che mantel"l'anno fino ai nostri giorni. C o n t e mporanea men le un'altra basilare invenzione si applicava alle bocche da fuoco, nota nel gergo come "orecchioni". Erano quesli i supporti trasversali, gettati insieme al pezzo, che ne per mettevano la rotazione nel piano verticale - alzo - oltre che un più Fa cile e solido i ncavakarnen Lo sull'affusto. Gli orecchioni innestati in prossimità del baricentro lasciavano una leggera pre ponderanza in culatla suffi ciente ad assicurare la sLabi1 iLà orizzontale del cannone sulJ'affusto. Il medesimo fine veniva perseguilo abbassando l'asse degli orecch ioni rispeLLo a quello dell'anima, rendendo ne quasi complanari le super fici esterne: si generava per tanto al momento dello sparo una coppia di rotazione che "inchiodava" la culat la con tro una robusta traversa sot tostante, rendendo il sistema a!'ru sto-cannonc estrema mente solidale. Si eliminavano così del tullo le pericolose oscillazio ni di punteria che vanificava no l'efficacia e la cadenza del tiro. richiede ndosi fino ad allora, dopo ogni colpo, il ri pumaggio del pezzo. Erano inolt,·c considcre vol mente ridolle le corse retrograde - rinculo - poten dosi scaricare attraverso gli orecchioni verlicalmenle sul terreno, una consistente fra zione di energia cinetica di reazione. L'introduzione degli orcc-
chioni, come del resto la tra panazione dell'anima e gli incrementi di spesso1�e della volata, rispondevano ad una logica di aumento della cari ca di lancio, ossia avevano lo scopo di polenziare gli effetti demolitori delle artiglierie d'assedio. Per l'identico obiettivo fu riformulato il dosaggio e la morfologia degli esplosivi. Compa1-vcro, perciò, le polve ri granulari, che assicurava no una combustione più rapi da ed omogenea e quindi una deflagra:t-ione più violenta, in grado di fornire accelerazioni iniziali di gran lunga ecce denti le precedenti. I quanlitalivi delle cariche si relazionarono rigidamente ai calibri ed agli impie ghi specifici, eliminando ogni arbitrarietà scrileriaLa. Si osserva al riguardo, in conco mitanza con l'awicinarsi del la fine del '400 una riduzione progressiva della quantità di carbone, riprova del l'accre sciuta violenza esplosiva. Si realizzarono pure le cariche di lancio preconfezio nale e standardizzate, costi tuite da apposi li sacchetti di tela yicmpiLi sempre dell'i dentico quantitativo di polve re delli "scartocci", che veni vano infilati nt'll'anima sino al "focone", previa incisione per "esporre" la polvere in sua corrispondenza. L e cadenze di fuoco, in conseguenza delle descritte innovazioni, registrarono un balzo impressionante . Ma l'innovazione certamente più stravolgente f1.J l'adozione del la palla di ferro, spesso tem perato. la sola che consentiva l'oLLimale sfruuamento delle
Napoli: 11wra,io11e aragonese, /484. Porta Cap11ai1a.
accennate migliorie. PlH non essendo anche questa una novità assoluta, lo divenne in rapporto alla dif fusione. Per suo tramite si razionalizzarono e ridussero i calibri, ponendo fine al sog gettivismo imperante, per cui per ogni cannone occorl'eva una apposita palla. Da quel momento l'energia cinetica residua, quella svi luppata all'istante dell'impat to, sarebbe stata funzione
eminentemente del quadrato della velocità e non della massa del proietto, peraltro non incrementa bile ormai ulteriormente. Jn parnle poverc, palle di appena una decina di cenLimc lri di diametro riuscivano ad inlliggere devastazioni incom para bU mente maggiori di sfe re di pietra cU quasi un metro, con risparmio ingentissimo di polvere, di tempo e di traspor ti. il loro impiego per tulli i calibri anticipa di pochissimo la calala di Carlo VITI. Sollo il profilo logistico i
vantaggi spaziavano da un più sollecito e massiccio appron tamento ad un più facile stoc caggio con conseguente abbat timento dei costi unitari. Infine anche gli affus ti ricevettero una adeguata co struzione. Le ani glieri e, infatti, dall'epoca della loro comparsa fino a quegli anni erano state sempre trasporta te su carrette e posizionate alla meno peggio mediante ceppi e funi. Con l'introduzione delJ'aif fusro su ruote per bocche da fuoco dotate di orecchioni, 63
schematicamente composto dj due robuste travi - assoni - e da traverse - calastrelli in modo da consentire age volmente l'alloggiamento dei pezzi, oltre a risolversi il problema gravissimo della movimentazione, lenta, este nuante ed onerosissima, si assicurava anche la posizio natura di sparo istantanea. I menzionati progressi furono - com'è ovvio - il risultato di un enorme impegno scienti fico, tecnologico, industriale ed economico, che presup poneva un prospero appara to statale ed esulava dalle possibilità dei singoli poten tati. Gli aragonesi non ave vano di certo mai lesinato alle loro artiglierie le massi me attenzioni, come scrupo1osamen te attestano i regi stri contabili della dinastia, ma non ne avevano dedicate di analoghe alla sperimenta zione ed alla innovazione delle potenzialità dell'arma, vero limite del loro stato, come dei restanti peninsula ri. Il f rastagliatissimo qua dro geopolitico italiano lascia già a prima vista inlendere quale fu una delle cause che deLerminarono la sua arretratezza militare e che favorirono ]e iniziative straniere meglio armate ed organizzale, quale appunto quella di Carl o VIII, che rappresentò per molti aspet ti il confronto be!J ico tra concezioni tecniche medie vali ed armamenti moderni. Carlo VIII comparve ai confini del Regno di Napoli nel novembre del l 494, ma le operazioni mii.i tari di con quista si avviarono agH inizi dell'anno successivo. 64
In particolare, il 9 febbraio, su suo ordine i francesi attac carono il castello di Monte San Giovanni, min acciosa fortezza suJJa linea del Lirì: pocru anni prima aveva soste nuto brillantemente un asse dio dj oltre sette anni, garan zia che confortava Napoli. Purtroppo p erò, a diffe renza di allora, con quattro ore di fuoco i cannoni d'ol trealpe aprirono tre irrepara bili brecce nelle cortine, attraverso cui gli assedianti irruppero al suo interno. Poche ore ancora ed i set tecento difensori del capo sa1do, per lo più contadini locali, giacevano massacrati. L a ferale notizia dilaga per il regno, dove ci si accor ge deJla inaffidabilità di ogni fortificazione esistente: Capua, nonostante la sua guarnigione di circa 6.000 uomini e 4.000 cavalli , si arrende senza tentare la minima resistenza il 18, seguita a distanza di due giorni dalla stessa Napoli. Il 20 l'avanguardia france se entra nella Capitale senza combattere: il 22 Io stesso Carlo VIII sfila per Napoli, dopo esservi entrato dalla superba porta della recentis sima murazione aragonese, fronia della sorte, molto simile ad un arco di trionfo: porta Capuana. 11 tempo storico delle mura aragonesi, neanche completa mente ultimate, è cos1 irreversibilmente tram.ontato, e con loro quello di tu Lle le similari di tono minore! Il 27 novembre dello stesso anno, un terrificante boalo, intorno alla mezzanotte, squarcia una intera sezione di
Castelnuovo a Napoli, deter minando il collasso della resi stenza del contingente france s e in esso asserragliato. Per la storia è la prima mina esplosiva, per France sco di Giorgio, suo ideatore e realizzatore, l'amara rivinci ta e forse l' ultimo trionfo professionale, nonostante i successivi incarichi. L' Armata di Carlo VIII ormai è 1ontana: "...il regno di Napoli, che si è liberato dai Francesi grazie soprattutto all'aiuto veneziano e spa gnuolo, esce dal novero delle maggiori potenze italiane, e vive in.dipendente ancora per pochi anni un.a vita gra ma... "(4}. Quasi certamente la diret ta costatazione delle tremen de potenzialità attinte dal l'artiglieria, suggerirono al vecchio maestro le seguenti scoraggiate affermazioni: "Ma li nioderni ultima.men te hanno trovato uno instru mento di tanta violenza, che contro a quello non vale gagliardia, non anni, non scu di, non (ortezza di muri, peroc chè con quello ogni grossa tor' re in piccolo tempo è necessa rio si consumi... "(5). E, quasi a voler meglio pre cisare i1 concetto, ne ribadi sce le estreme conseguenze, in una sorta d:i testamento: "Sono stati alcuni (però) che per defendere le mura dal la potenzia della bombarda e per più offendere li ini1nici, hanno fatto le mura grosse e con più torroni con di(ese ed ofièse per fianco. le quali più per grossezza che per ingegno so remedio fanno alquanto maggiore resistenzia che le altre aruiche, niente dimeno
per spazio di tempo infine sono superate. Onde considerati le edifici per fortezze fabbricali i11 lta lia 111essù11a1nente se può dire con verità che el non sia roc ca alcuna o fattezza che per via di bombarde, gi11a11do le 111ura a terra, ovvero almeno le offese (e difese), no11 si pas si espugnare e debellare ... "(6). TI che per il regno di apoli corrispondeva disgra ziatamente aUa verità. Nel fra tLempo, invece, a Nettuno si avviava il forte del Sangallo, con i suoi fun zionali bastioni. Le genera trici di siffatte Ggurn geome triche non sono più ascrivi bili alla libera creatività del progettista ma aJl'appljcazio ne della rigida geometria delle Lraiettorie delle arti glierie dirensive. La fortifica zione pertanto, oltre a ren dersi capace di sopportare gli insulli balistici, grazie ad una ritrovata passità confor tante, si dota a sua voi La di un congruo numero di boc che da fuoco, che opportuna men le dislocate, eliminato ogni settore defilato, la tra sformano in una micidiale postazione di fuoco. La dife sa atliva diviene così, nella inediLa riedizione rinasci men tale delJ'arch i Lettura militare la vera peculiarità distintiva. L'immane investi mento economico arngonese in for lifi caz ioni ed arti glierie apparve, dopo il 1495, irr.i mediabilmente superato e di insignificante valenza. Nonostante ciò, o forse a causa· di ciò, si registrano nel periodo immediatamen te succesivo episodi di belli-
geranza i11Lerna di inutile brutalità da parte di una dinastia ormai sconfiLLa contro una feudalità a sua volta riottosa ed imbelle cd altrett anto in sip iente in materia militare. Tra le due una miserabile popolazione che precipitava sempre più irrefrenabilmente verso il ruolo di vittima designala. Rientra in tale contesto la distruzione di Pietramelara, il cui investimento fu diret to, almeno inizialmente, dal lo zio del sovrano Federico d'Aragona, divenuto, poco dopo, ultimo re della dina slia di Napoli. Di lui e della sua artiglie ria, parle della quale certa mente aveva contribuito alla distruzione di Pietramelara, e quindi di tipica ispirazione martiniana, se ne ricorda la fine, avvenuta appena cinque anni dopo. Rifugiatosi Federico ad Jschia, vi aveva concentrato, al riparo de I le massicce mura della cilladeJla eretta sullo scoglio di Gerone, i migliori cannoni: forse quelli artisticamente più belli for tunosamen Le scampati al sacco francese, e forse anche quelli di successiva fabbrica zione più funzionaJi. Appresa la spartizione de] regno tra francesi e spagnoli preferì consegnarsi ai primi, trascorrendo in un onorevole esilio gli ultimi anni della sua esistenza. I cannoni invece, e qui si coglie una ulteriore confer ma della loro arretratezza lecnologica, finirono sven duti per meno della quarta parte del valore originale a due Capitani della squadra
pontificia, che, caricatili sul le loro galere, guadagnata la foce ciel Tevere e risalito il fiume, li inviarono a Castel Sanl'Angelo, antesignani reperti museali. lh gli spagnoli ed i france si l'accordo sfumò in breve: il Regno di Napo I i divenne esclusiva proprietà di Madrid, assurgendo al triste ruolo di antemw·aJe mediterraneo nel la guerra contro i turchi. La linea di fortificazioni costiere aragonesi dovette rapiclamenle riqualificarsi, ma la cronica scarsità di denaro impose soluzioni parziali. Nella maggior parte dei casi si trattò di una semplice jntegra:cione, magari con un unico bastione nel punto più critico per supplire alla pale se debolezza delle opere, spesso recentissime. Ne sca turì una curiosissima tipolo gia con la componente mag giori tada giubilata e con quella minoritaria mo dernissima. Per pura fortuna gli aggressori turco - barbare schi restarono sempre in notevole ritardo tecnologico rispetto all'occidente. Prof. Flavio Russo NOTE
' P. Giannone, Istoria civile del reg110 di Napoli, rii;L 1971 Milano. lib. XXVU, cap.V, p.201. 'B. Gille, Leo11ardo e gli i11gclg11eri del Ri11asci111ento, Milano 1972, p.130. 'W. Mc NeilJ, Caccia al potere, Milano l984, p.77. • P. Picri, TI Ri11ascime1110 e la crisi mi/ilare ìlalia11a, Torino 1970, p. 366. ' F. Di Giorgio Manini. '1ra11a1i, a cura di C. Maltese. Verona 1967, tomo Il, p. 418. • !bide111, p. 428.
65
Il Gen. D. Carlo Bellinzona, Capo di Stato Maggiore del 3 ° Corpo d'Armata.
DALLE RETROVIE DI MONTELUNGO. I GIOVANI PER LA RINASCITA DI UN ESERCITO
L
J int rv nto ad un C n v gno t rico di p r sé presuppone la convin ;c.i one di a r quale sa cl i nuovo di riginale da pr por re alJ'attenzi e dj un pubbli o specializzalo; nel mio ca o, n ll'affrontare la vicenda di Mont lung c'è solo la onsa pevol zza cli un l ntaciv i ui risultati p tranne esser n Li vo o cLi un ulteriore approfon-
66
dim nto o di una vaJutazion appena b nevola per un m cl sto contributo alla comprensi n di un periodo convtù ·od lla nostra Storia. Ma l'appuntamento di Pie tramelara è per mc importan te: mi ha richiamat ad un impegno p r on al as un Lo vent'anni ra e che ris hiavo di i rad i r . Al I ra frequentator della Scuo]a ru Guerra. duran-
te una visita al cimiLcro di Montelungo, percepii che anche sotto il profilo militare vi fosse molto di più del breve episodio, che uno dei più accreditali storici della cosid detta Bauaglia d'It alia. il Magg. Gcn. Jackson aveva liquidato in modo cos1 sbriga Livo e tipicamente britannico: "to sresso giorno il grnpµo 111obi/e italiano attaccò !llio111e l1111go e (t, ricacciato indietro". In quel la circost anz a mi parve di inLuire che, al cli là del combattimento sostenuto dal I O Raggruppamento Moto rizzato, la vicenda toccasse una dimensione a forti conno lazioni umane e sociologiche. proprie dei mornenli c1itici. Salivo i gradoni del cimite ro con iI Cap. Giancarlo Gay, amico e collega con il quale c'era abitudine allo stUdio di gruppo. Sembrava cercasse qualcosa, finché davanti non ci apparve un rettangolo di pietra a lettere sbiadi Le ··s. Ten. Gia11carlo Gay 18.06.22 08.12.43". Un omonimo? li mio amico era nato qual che mese dopo la scomparsa dello zio, Sollotenente d'Acca demia, caduto a Montclungo. Ne portava il nome a imperi turo ricordo. Fuori dal cimitero parlam mo a lungo, e ci accorgemmo che al di là degli schemi della tattica mililare sarebbe stato forse più importante capire cosa fosse veramente successo nelle coscienze di tanti. in quei tcrriQili tre mesi, dalla sera dcll'8 settembre fino all'8 dicembre 1943. Una serie smisurata di "per-
ché" che meri lava di essere indagala, approfondila ed analizuua, per ricav,1rnc una conoscenza più completa, di un momento cruciale della nostra Stoda e per noi Ufficia li una maggiore consapcvolel za professionale. Jn altri terminL per cercare di comprendere comporla menti e molivazioni occorreva aver la pazienza di ripercorre re con attenzione le storie minuLe, quasi banali elci tanti che la sorte aveva ratlo ritro vare ancora soldati al Sud ncl1 e prime aree liberale dagli Alleati. Un progeuo ambi7.ioso ed una traccia di lavoro che poi fu accantonala in un cassetto ad ingiallire nel tu 1·binio del quotidiano.
LE RETROVIE DI MONTELUNGO La mia indagine non ha recuperato il tempo perduto e cena mente non si 13 ancora conclusa. Tuttavia, le persone ed i fatti con cui mi sono misura lo in questi mesi mi consenLono di presentare se non un quadro a f orti tinte, una "miniatura", ma con qual che particolare ben nitido. La ''miniatura" che ne è sca turita sono appunto le "retro vie di Monlelungo". una espressione ben più ampia del Lermine fisico e che vorrebbe cspri mere sopra Ltu l to la dimensione civica e morale dell'ambiente ove nei terribili mesi che precedettero la pri ma e la seconda ba I tagl ìa di Montelungo (8 e 16 dicembre '43) e poi l a formazione del
Corpo llaliano cli Liberazione (3 aprile 1944), si è sviluppalo il cammino Lorluoso per migliaia di uomini coinvolli in prima persona in avvenimenti stravolgenti. Mi riferisco soprattutto ai giovani, poiché L�I i erano veramente le persone della classe 1921 - 22 che ho incon trai o e dai qual.i ho cercato di cogliere Jc fasi e.li un percorso uma110 e spirituale spesso for temente provato dai dubbi e da incertezze. L a maggioranza dei miei imerloculori è appartenuta a qualcuno dei Battaglioni di istruzione per Allievi Ufficiali cli Complcmcnlo (7 ° - 49 ° 52 °) che si trovavano ad ope rare nelle Pugl ie, ll'a Bari e Lecce, o in attività addestrati va di campagna o a difesa di aeroporti (S. Vito <lei Norman ni, Gioia del Colle, Grottaglie). Tali Reparti addestrativi per un brevissimo periodo erano stali raggruppali in una Unità chiamata "CurtalOne e Monta nara", nella quale vennero du n ili anche i vo lonlari che in tendevano com battere a fianco degli Alleali. Quel nome ru scelto come ricordo storico per ricollegarsi allo spirito che aveva un tem po animalo g li studenti del Risorgimento. Qualcuno degli intendstati rammenta con una certa emozione la consegna delle mostrine lricolore da parte del Principe Umberto, ma deve soggiuJ1ger e che il sogno di una simile Unità tra monta in brevissimo tempo (metà ottobre 1943) perché emerge J'esig cn7.a di predi67
sporre in tempi immediati una vera Unità di combattimenlo, da proietlare sul fronte: il l 0 Raggruppamento motorizza lo, nel quale confluirono tutti i volontari. Data di nascita: il 26 set tembre 1943: le condizioni di partenza sono molto precarie, con equipaggiamenti indivi duali ed armarnenlo da Paese ormai prostrato ed al limite della soprawivenza. Si completano i Reparti tratti dalle Divisioni "Legnano (67° Rgt. f.) e "Mantova" (11 ° Rgt.a.). Si inserisce il 51 ° Btg AIUC già impegnato nelle azio ni contro i Tedeschi nella 7.0na di Bari Palese e Trani subito dopo 1'8 settembre. Sotto il profilo organizzati vo l'awicinamento temporale al f'aticlico appuntamento del 1'8 dicembre può essere scandito in talune tappe anche su] territoJio: - in un periodo addestrativo iniziato il LS ottobre, svolto nell'area di S.Pielro Vemotico, e che si conclude il 2 novem bre con una esercitazione con dotla alla presenza dei respon sabili della missione mi.lilarc alleala (Gen. Taylor); - Èn un trasferimento ad Avel lino (nei giorni 6 - 8 novem bre 1943) ove il Raggruppa m enLo permane fino al 22 novembre, con la successiva ridislocazione nella zona di aucsa di S. A gata elci Goli (nno al 5 dicembre); - in u11 movimento verso la zona di impiego (su autocarri fi no a Presenzano e a piedi fi no a Mignano, sotto una pioggia battente) il giorno 6 cLiccmbre; - i concitati preparativi del giorno 7 dicembre.
68
Ogni fase è scandita dal rit mo serrato delle emozioni: non è certo limitativo ammet tere che si vuole comballere per raggiungere la famiglia rimasta nelle regioni dell'Italia settentrionale, len-a che RacLio Londra ctipinge come "in balia deU'invasore". Né può costi Luire un indica tore di separazione ideale il dalo dell'85% di provenienti dalle regioni settentr ionali (oltre il 30% è lombardo). I coscrilti del Sud possono scegliere per le Unità ausilialie, e sperare di poter restare vicino alle famiglie ed aiutarle qual che vo.lta nel lavoro dei campi. Ho scorso a lungo l'elenco dei morti di Montelungo per cogliere in quei 79 nomi una chiave di lettura che non rosse banale o inu Li le; tra essi 55 sono caduti nella sola giornata dell'8 dicembre, ed una dozzi na sono meri dionali. Tutti sono giovanissimi, con qual che caso di coscrillo anziano (comunque con meno di trent'anni). Tult i gli AUC caduli (28) sono stati nominali Sottote nenti per merilo di guerra alla memoria . La motivazione comune ini zia con: "Allievo Ufficiale, studente u11iversirario... preclaro esempio di cilladino e di solda10 ... {iac cola. di fede 11eila 11utwa Italia ". AJ di là del linguaggio, piut tosto pomposo cd ar·caico. comune a molle molivazioni d'onore, ci sono i motivi per ritenere esempJari quelle mor ti, per il messaggio che, con immediatezza, viene rivolto alla coscienza di un EscrciLo e sopraltullo cli chi si appresta a prendervi parte. H
'
,,
TI percorso che ho testé richiamalo, anche nel ricordo dei superstiti è anco1•a perce pito come un cammino fatico so, non cerlo per la precarietà dei mezzi di trasporto e per i Umili dell'equipaggiamento, ma per il disastro ben visibile di un inlero Paese. Certamente qualcuno bollò immediatamente come "bado gliani" i componenti di un Esercito che Lenlava di reagire al dramma e all'umihazione dell'8 seucmbre, rivolgendosi a dei giovani che accettavano di ripreodere le armi a fianco degli AIJeati. Al piano superiore cli questo flusso emotivo d e i singoJi uomini, si pongono i gravi problemi politici della cobelli geranza, del ruolo del "Regno del Sud", della ripresa della vita democratica dopo vent'anni di dittatura, del significato di una guerra che, nonostante l'annistizio, non si è ancora conclusa. [n altri ter mini, l'impalcaLura della Grande S toria, che quasi misconosce il ruolo della stret ta di Mignano nella linea difensiva germanica. li riverbero di questa situa zione tocca anche gli uomini del ·1 ° Raggruppamento Moto rizzato nel periodo di disloca zione ad Avellino, ove le ten sioni intellettuali della ripresa di w, dibattito politico arriva no in quella città a dei giovani in armi che hanno deciso libe ramente di comballere a fian co degli Alleali con l'uniforme dell'Esercito n:golarc e non in bande di volontari. Qualche dubbio s'insinua. Su qucslo punto i miei refe renti sono stuti praticamente concordi a fronte alle mie
press.. mtidomande sul ''Perché Lei ha deciso di combaltere contro i tedeschi?" resislendo anche alla provocazione del dubbio che lentavo di insinua re e cioè che la risposta fosse stata costruila. ora per allora, quasj come autogiustificazio ne di una scelta càsuale o di pw-a soprawivenza. Tolti con convinzione fanno riferimento ad una acce,.ione di Patria e di Nazione che si inlende tutelare ed onorare. Un punto da chiarire è, di fatto, cruciale per comprendere come una cullura cost1uita nel l'ambito della scuola lotalilaria del fascismo (alcuni avevano conseguito la maturità solo l'anno precedente) aveva polu lo favorire una scelta e Lronca re di 11elto con il passato. Questo da parte di chi ricor dava anche i fischi, ricevuti in alcune località del Casertano
dopo il rientro dalla prima linea , la voglia di smettere dopo la paura vissula sulle bal ze di Montelungo e l'offerta insinuante di disenare. A r rontc di un disfattismo cosl dilagante uno dei giova ni. Umberto Cassollana, dice: "Forse noi allievi. siamo, co11 pochi altri, dei sognatori sor pcissali; eppure r1bbiamo solo vent'anni". Un'inLe1-pretazione sempli ce cd immediata di tipo gene rale, è forse riconducibile ad un concetto marcato di nazio nalismo. cbe aLLraverso il cul to del passalo, richiamato quotidianamente nella scuo la, fa da catalizzatore e supe ra concetti ben più poli Lici legali all'asse Roma-Berlino, forse mai entrati nella simpa tia d egli llalian i. Qualcuno sottolinea anche il valore, quasi taumaturgico, del giu-
ramento che, anche in altre situazioni djsperate, ha garantito una coerenza e, comunque, un punto forte di ancoraggio (come avvenne, ad esempio, nei campi di con centramento). Non vorrei soffermarmi analiticamente sulla batta glia, non per sminuir n e il valore, ma per evitarne una sintesi troppo ridulliva. Per un'accurata visione dell'even to rimando, doverosamente, al volume del Prof. Conli, edi Lo dall'Ufficio Storico de!Jo SME nel L 986. Ai fini della mia relazione vorrei sottolineare, superando ogni taglio celebrativo, il com portamen lo dei giovani Uffi ciali e la difficoltà di un grup po di giovani allievi che, persa la guida dei diretti comandan ti, colpiti dalla fone reazione tedesca, si sbandò.
69
I Comandanti di plotone non avevano guidato soltanto un attacco disperato, ma si erano fatti ca1·ico del "battesi mo del fuoco " per queJla che doveva diventare un'Unità simbolo del nuovo Esercito. L'anziano che mi ha 1if=erito del Ten. Cederle (25 anni) già istruttore presso il 52 ° Blg. AUC e accorso tra i primi, come volontario al 67 ° Rgt. fanteria, mi ha descritto un drappo lricolore che l'Ufficiale aveva legato dietro la schiena e che estrasse prima di morire. Ma la cosa più importante è che questo Comandante, giudi cato dai suoi allievi rigoroso ed equi librato e non certo una mente esaltata, dmane nel loro ricordo per la coerenza nelle scelle, testimoniata dinnanzi ai suoi uomini fino alla fine. TuLlavia, l'asprezza della prova è suffragata non solo dal numero dei caduti, comunque elevato, ma anche dal numero dei dispersi, riportato nel diario ufficiale del 67 ° Reggimento (151). Un episodio dai contorni tutlora non ben chiariti, verso il quale alcuni dei miei intervi stali hanno mascherato·qual che im barazzo, altri hanno decisamente replicato, spie gando cosa significhi restare soli, senza munizionamento, a pochi metri dal nemico. L'argomento merita, con il dovuto rispetto, un approfon dimento per meglio compren dere le difficoltà di un compi to troppo oneroso per i meno preparati e per i più deboli. Tra questi "dispersi", alcLmi Allievi Ufficiali, rinviati al Tri bunale Militare, non divenne ro mai Ufficiali, anche se in seguito ottennero di reinserir-
70
si nelle Unità del ricostituito Esercì to e si comportarono valorosamente. UNA RIFLESSIONE Vorrei riLo:rnare al S. Ten. Gay, medaglia d'argento a Montelungo, per chiudere con un cenno doveroso all'ideale motore di questo mio tardivo impegno. Con mia sorpresa, ho dovu to constatare che tutto quello che il n.ipote possiede è solo la "tradizione" orale ricevuta dal la sua famiglia, ad eccezione di un portafoglio con un lem bo tricolore, unito ad un foglietto ingiallì to con la serit ta "Anima mia". Nessun altro documento. Peraltro, neppure la ricostru zione della vicenda è mollo dettagliata: iniziata 1'8 settem bre a Parma, ove ]'Ufficiale stava completando la Scuola di Applicazione, continua con la corsa al Sud, dopo un fret toloso saluto alla famiglia a Codogno (PV), per raggiunge re jJ Reparto cui era già stato destinato e comunque per combattere: forse un reggi mento della Difesa Costiera. La mia ricerca sui ruolini all'Ufficio Storico mi ha porta to a ritrovare la data deJ suo arrivo al 1 ° Raggruppamento: 26 ottobre '43. Null'altro. Il giorno della battagJ.ia, responsabile del nucleo esplo rante del 1 ° Bali.agi ione che per primo uscì dalla nebbia del mattino, moriva dopo aver raggiunto la prima postazione nemica ed essersi impossessa lo della mitragliatrice. Senza retorica e con tono sommesso viene cosl ricordalo un giovane ventunenne educa lo ai principi dell'onore milita-
re e dell'impegno personale. Un fatto vissuto come "norma le" dalla famiglia ed intèrioriz zato come messaggio di vita, nella continuità di un nome: Giancarlo. Questo comportamento, tuttavia, non è estensibile, non è stato né ovvio, né scontato, neppure per i Quadri più pre parati ed esperti. Il mosaico dell'8 settembre ce ne ha dato ampia dimo strazione! La mia riflessione si muove proprio cli qui, dalla percezio ne che un ventenne, investito di tma responsabil:ità persona le, ha avu Lo della p ropria realtà e del propdo futuro. Sicché la sua vicenda assu me valore collettivo: sempre nei momenti di transizione e di crisi a i giovani viene richiesto di superare ogni razionale evidenza e di inve stire in un ruturo che gli anzia ni, nel caso migliore, riescono appena ad intuire. L'occasione di Pietramelara, di fallo "retrovia 1·eale" di Montelungo, poi ché il Rag gruppamento aveva qui vici no, nella zona di R iardo, il proprio distaccamento logisti co con gli automezzi, consente di proporre come rif lessione su quei giorni del '43, che la Storia miliLare di un Esercito ed il suo rilancio sono passati attraverso l'animo affranto cli giovani spesso con fusi, ma anche attraverso la loro presa cl.i coscienza di fronte ad un dovere difficile ed ingrato. Per Lutto questo dobbiamo a Loro molto: a Loro, quindi, davanti a voi, dedico questo ricordo. Gen. D. Carlo Bellinzona
Seconda sessione ------------ Presidente: Prof. Aniello Gentile
CINQUE SECOLI DI STORIA NELL'ALTA PROVINCIA DI TERRA DI LAVORO Dal sacco di Pietramelara (1496) alla battaglia di Monte/ungo (1943)
Aspetti sociali e archit ttonici
ln Prof - a Maria ·I, ira Ci11 a, i11 eg11a11te di letter e critico d'arre.
U
Pi G E PE UNA STORIA DI PIETRA E RA na deJle � nli primati � più ul r li, in cui ompar il n me di
Petra Mellaria. ltalicarwn
72
I
Principale
i apua. onla: "In quale preci t mµo (LI i tituito il Pri11 ipat di Capua, non i legge in 11 ss11n luogo con chiarez�a per ·crivenze la co ria: ,w,avia . 1a10 analiz aro a ·uffici 11:a il fatto che il Co11te a111pa110 Lenulfo ò del Principaco di da c11i or e il
Pri11cipa10 Campano 11ell'an1to 900: solo dal no tro no oppiamo che ciò n i 1110 avvenne ad op ra di u11a fazione di nobili e uli bene1 encani ( ... ). ln(alli noto eh tenulfo que to ugualmente confermato dal /' 11onimo - pre o il Principa to rimase ancora a Capua; certamente egli lo 111a11up111e i111egro com lo av va ricevu to, e lo tra ,ni e ai /ìgli Lan dolfo e Arenul(o. e su11a epara�ione sem bra ia eguita ollo il gover110 di questi; il libro I O rieni cap. 52 ri{eri ce clze ambe d11e abitarono parimenli a Cnpua, nello ste o luogo, e 11el cap. 51 li chiama Principi Capuani, e in ambedue le par i i precisa che La Dinastia amministrò llllli in concordia e II li' 1111ità, co. a c/ze nel cap. 53 confer111a n prove prn preci e, crive11do che quelli emanarono ima "R gola" per l'Abate cas i11e11 e GioPanni de.Ila Corte di Petra I Ilaria: li a eg11ò in anta o(ia la Corre di Pan1a110 vicino n Be11e1 ento. Docw11e11ta1i i111 0110 le alle cazioni che quei luoghi i11 eguìto dii isi r 11ì dai rispet tivi principati era110 tari prn cedentemen t ammini trati come unica e on11111e /egi /a zione: infaui P,1ra Mellaria ri ulra citrà (orri{icara nella contea di TeaHO, della Dinaria Campa11a".
onz1 ripre riportat in guito da Pieu·o Giannone nella sua "! Loria civile del
Regno di
apoli' J.
Il Giannon , a val ndo i
cli f nti primari , Lra cui iJ già italo "Chroni on aler nitanum , traccia un uadro d I Principat di apua, di ui rac va parl , me biamo d llo, Pi tram lar . Anch Pietramelara n vi ne dir ttamente minata, dedu iamo che la iò con ngobardi quelle d 11' Italia
Cipriano nella ua t ria di Teano\ atte tano h"' Pietra melara oltre a ar part del territorio di T ano, è un a ·tr ricco di l rr . Alcune d li qua li fu r no cl u te, e m ri ulta dal pia ito del 95 . a monaci inf rmi e vec chi h non pol an atten d r a la ori manuali; aJtre furano ggelto di onte a in una lile orta n 1 989 tra la badia. a in r hi io, "figlio di un C"rto Gauro, abiLant nel ca tro di Petra Mellaria".
Qu ti due do umenti com riferisce il ipriano furono ritenuti dal� ti, che p r primo li pubblicò, più inter anti p r ri hezza di notizie, ·opratcuuo a arat t re giuridico, di qu lii rachi riportati dal uratori. Tra le fonti aminate ri ulla di note I int r s t riografi la n tizia riportata dal padr Ch rubi o Ghirarda ci n lla ·ua "Hi tori a
di
Bologna"\
ripr� a integralm nte da Gi anni Fantuzzi n li
" 1otizie degli crittori g11e i'' da lui ra olt
bolo
5 , in rdin alla di ce a di arlo I cl' ngi nel Regno di apoli. i fu un "Va eo apitano {amo o, che co11 buon nume
d originali. Pi - tramelara, p r la ua parti alare ubicazione, man t nn mpr una po izione di rilie o an h ncll' ambito d Il' important Cont a di an . u piacili cl I 95 I del 9 9, riportali da Claudio
ro di avalli, di Fra11cia passò in Italia con il Co11te Guido da fonforte, l'anno I 265, ali' acqu iszo del Regno di apoli per Carlo condo (si
traua in realtà di aria I, n.d.r.), figliolo di Luigi Re di
Fra11cia contro Ma11fredi, il qual pre e una gro a terra, e forte, della Pietramelara,
73
lo11rana da Napoli tre 11ra miglia, e cinque da Calvi, e da Thecrno in Terra di Lavoro, restandovi Capit a110, e per gra11'tudi11e del Re ave11do11e avuto in dono alc 1C11i be11i, c/ze prima erano de' baro11i, che seguicavano Manfredi, vi fondò la Casa Vasea ". Il Vasco, capjtano al segui to di Filippo, Conte di Manforte - e non di Guido come fa rilevare in nota il Fantuzzi -, diede origine a una vera e propria dinastia. Un Giacomo della famiglia apoli, Vasea, lasciala compì gli studi a Bologna, dove diventato illustre douo re nelle Arti, nella 1\lfodicina, nella Mat ematica e ncJla Filosofia. dopo aver sposato una nobile della casa Ruffi ni, fondò, a ricordo dell'anti co feudo, nel 1499 la Casa detta Pietramellara. La noti zia la ricaviamo sempre dal Ghirardacci-Fantu z zi. li nome dei Pietrnmellara rinì con il legarsi a una pagina gloriosa del nostro Risorgi mento, di cui parleremo più avanti. Ora, per seguire un ordine c1·onologico dej docu'menLi presi in esame, riponiamo un decreto del 1799 t'Clalivo anche al Lerl'itorio di Pietra melara. Il 23 gennaio del 1799 nasceva la Repubblica parte nopea ad opera di una classe intelleuuale-politica, che formatasi sotto la spinta del le idee illuminislichu, si era impegnata a diffondere nel Meridione d'Italia le idee libertarie della Rivoluzione fTancese. "Quella repubblica - come osserva Croce- passato il pri-
74
mo 111ornemo di entusiasmo e di sbalordime,110, si trovò sen :a radici e senza [orze". L' unico appoggio per i giacobini napoletani veniva purtroppo dai soli francesi, dh·entaLi, dopo una prima accoglienza non ostile, invisi al popolo per le spoliazioni che compivano. A capo del govcmo prov,,j s orio troviamo Carol Lau bert, un cx chierico di origi ne teanese �, che esule in Francia era ritornalo nella patria d'origine con le truppe giacobine. Ed è prnprio Lau bert, come primo presidente del governo repubblicano, che per sedare l'amu·chia che non riusciva a domare se non con il ricorso alle baio n�tte francesi - e per questo fu profo nd:1mentc inviso al popolo - firma il decreto che qui riportiamo, relativo alla nomina di Leopoldo Carac ciolo di .Pietramelara a comandante generale delle guardie nazionali dell'ex dio cesi di Capua, Teano e San Germano7 • ''Napoli 1 3 piovoso (J feb braio) anno 7 Repubblica110. Il governo provvisorio 110,nina il cittadino Leopoldo Coracciolo del co111111w di Pie Ira Mo/ara Comanda11te gene rale di tulle le gut1rdie 11a:.io11ali della Diocesi di Cap11a, di Teano, e Sa11 Ger 111allo, ad e(fe110 di organizr.are le tmppe civi che i11 que' Disl reni, e man/enervi l'ordi11e e la tran quilUtà, il rispetto delle perso ne, e delle proprietà. e della religiolle, l'a111ore del Gol'emo repubblicano, di proteggere la forma:.io11e delle autorità costituite, e seco11do l'i str11zio 11i i 11diri-;,,-;,,tlfe ai ptllrioui
dal Gov er,zo provvisorio di concertare con la Commissio ne ce11trale orgcmlzzacrrce, che sarà i1111iata per Repubblica nizzare. Egli renderà delle sue a:.ioni il più esaflo COlltO al Govemo provvisorio, e gli farà conosce re gli abusi ed i disordini che potrebbero nascere. Salute e {ratellam.a. Laubert Preside111e. Julliell Com111issario di guerra.'' Un'Lùteriorc pagina di sto ria palriq è legata al nome di Pietramelara. li 15 novembre del l848 veniva assassinato con una pugnalata il Conte Pellegrino Rossi, ministro di Pio lX. li fallo delittuoso suggella va dcfinilivamcnle il Lramon LO di due grandi miti: di un pontefice liberale schierato in difesa della causa nazionale e il tramonto del programma giobertiano, auspicante una federazione italiana presiedu ta dal Samo Padre. Le camere legislative dello Stato Pontificio non erano state in grado di conciHare i due as pel ti ciel governo ecclesiastico: 4uello spiri tuale e quello temporale. Se i laici erano entrati a far parte della vita pubblica del lo Stato Pontificio, per eser citare le cariche di natura temporale, rimaneva in pie di un principio cl'aulorità, base del caLLoliccsimo, cd "era as s11rdo i l c r edere so teneva il Mellcrnich - clte iw papa lo volesse logorare co11 le proprie mani''. Souo la spinta degli avvenimenti esterni Pio Xl oveva conces so lo statuto il 16 di luglio
del 1848. Ma proprio da quel momcn to scn Lì di vcn ir meno alla universalità della ua missione e di non poter garantire il suo appoggio nlla guerra d'indipendenza. Dopo l'uccisione del Rossi abbandonò Roma per riru giarsi nella fortezza di Gae ta, deciso a non tra-ttarc con il nuovo Governo democrati co del suo SLato. Nasceva la Repubblica Romana, da cui avrebbe preso l'avvio, secon do il pensiero mazziniano, l'unità repubblicana nazio nale. Il 30 aprile del I 849 il proclama, firmato dai Lriumviri Armellini, Saffi e Mazzini. invitava i romani, al solo grido di "viva la repubblica", a raccogliere le proprie forze per far fronte al nemico. Accorsero da varie parti d'Italia corpi dj volontari, che allora costituirono un vero e
propl'io esercito votato a dare vita alla nostra epopea nazio nale. Tra questo il se to batta glione Fucilicr;, comandato dal marchese Colonnello Pie tro PielrameJlara. apparte nente all'illustre casato dei Vassè, il cui feudo originario era stato la ''Corte terra" di Pietramelara compresa nel Regno di Napoli9• Il Marchese Pietro Pielra mellarn era nato, a Bologna nel 1804. Nella città natale aveva conseguito la laurea in legge. Disposto più per la vita militare che per la toga, si era arruolato come cadet to ncll'esercho piemontese, che abbandonò con il grado di Sottotenente nel 1833, sospettalo di aver cooperato con "La Giovane Italia" nel la preparazione di una con giura contro i Savoia. Restò due anni nel carcere di Fenestrelle Fino a quando la
reclusione fu commutata nelJ'esilio da scontarsi a Bologna. Rilornava così esule nella città natale, dove si mise a esercitare l'avvoca tura, non potendo più rive sti re la divisa militare. Quando il 28 ottobre 1837 f urono revocate le misure adottate contro di lui dal governo sardo piemontese, il PieLramellara, da libernle riformista, era diventato cospiratore acceso. Sostenne l'insurrezione di Imola del 1843, il cui falli mento gli procurò, da parte del governo pon tificio, la condanna a morte che riuscì ad evitare con la fuga in Cor sica e !'es.ilio a Parigi dove, sotto il governo di Luigi Filippo, insieme ad alLri esu li, fu internato nel deposito di Chatauroux. L'amnisUa di Pio IX lo riportò in Patria. Qui 1-iprese
75
l'atUvità legale e nel 1847, con il grado di Capitano aiutante maggiore, fu lra gli organizza lori della Guardia Civica. Dall'aprile del 1848 tuna la sua vita fu dedicata ad orga nizzare iJ 6° Fucilieri, for·mato da 626 uomini, quasi Lutti reclute bolognesi ordinale in sei compagnie. I Bersaglieri del Reno, come furono chia mati prima di unirsi alle fonte pontificie, comandate dal Generale Giovanni Durando, si erano distinti nella difesa di Vicenza. Anche se Vicenza capiLolò in mano degli austriaci, il Battaglione Pictramel1ara si adoperò con abnegazjone alle porte di San Bortolo e di San ta Lucia, che l.!rano le posizio ni maggiormcn le prese di mira dal nemic:o. li 4 febbraio 1849 i Bersaglieri del Reno raggiungevano Roma con la missione di tutelare l'ordine interno. A Roma il Battaglione fu diviso in otto compagnie, al posto delle sci precedenti con una forza di 475 uomini. Fu nominato Capitano del la prima compagnia Lodovico Pietramellara, fratello di Pie tro. Il Marchese Colonnello, con il battaglione ridotto di numero. fu invialo dal gover no della Repubblica Romana a presidiare Civitavecchia conlro eventuali attacchi per via marillima dei francesi comandali dal Generale Oudinot. Dopo lunghe Lrallative i francesi furono falli enlrare in città e il Picu·ame11ara coi suoi, menlre lasciavano tran qu illamen tc Civitavecchia, furono disarmati e faui pri gionieli. 76
Liberato nello scambio degli ostaggi, il 2 giugno Pie tro PietrameJlara era alla testa del suo baLLaglione, schierato in dif�sa delln Repubblica Romana lungo le ville Il Va celio, Quattro Ven ti, Pnmphili e il Convento di San Pancrazi o. Il 3 gi ugoo salvava i suoi dallo sterminio che l'azione a sorp1·esa dei francesi avrebbe potuto gene rare, facendoli ritirare lungo le mura di cinta di Villa Pamphili. Per tuua la giornata del 3 giugno i Bersaglieri di Pie tramellara furono impegnati nei combatlimcnLi presso la Villa Quatlro Venti. TI gior no 4, giorno i 11 c1..1 i i I Gene rale Oudinol avrebbe asse dialo Roma. il B::illaglione fu lasciato inoperoso sin quando, alla Sl.!J"a, f U desti nato al Vascello, per affian care nella difesa il Maggiore Medici. Il 5, il Pictramella i-a, mentre da Villa Savorel li, presso Porla San Pancra ;do - dove e1·a i I quartier generale di G aribaldi ritornava al Vascello, fu col pi lo d a una palla nemica. Dall'ospedale del Quirinale �crive una teucra al fratello Lodovico ( 15 giugno l 849) in cui racconta, in modo dellagliato, gli avvenimenti di quei giorni, e gli 1·acc.o manda con fervore di mellc re insieme un po' di denaro per i compagni d'arme�. Il 30 giugno cade va la Repubblica Romana sollo i colpi dei rranccsi e il Batta glione Pictramcllara, diventa lo Battaglione Bersagliet·i romani, riccv1.:va l'ordì ne di rientrare in ci tLò con le ahrc truppe.
Il Pietramellara sopravvis se per poco alla disfalla, il 5 luglio cessava di trivere e diventava il simbolo dell'Italia caduta sotto i colpi dell'op pressore. I suoi fu nerali, secondo il racconlo di un testimone oculare, Agostino Bcrtnni, diedero occasione ad un nuovo atto di infamia del governo pontificio: "111e/llre il popolo riunito pia11geva silen ziosame111e quel cadavere(... ) 1111 uflì,ciale di polizia alla tesw di 1111'orda di soldati e,arò in Chiesa e strappò dal cappello del 111or10 - disposto secondo l'usan::a sulla bara - la coccar da italiana, poi i11terrompe11do la pietosa ceri.111011ia, ordinò di speg11ere i ceri e di fare sgom brare la Chiesa "10• fl I O Gennaio del 1885 veni va creuo sul Gianicolo un busto con l'effige del valoroso Colonnello dei Bersaglieri romani, a ricordo e imperitu ra me moria di un grande caduto in difesa dei valori del la libertà e della patria. Ancora un altro importan te evento storico - militare vede Pietramelara al centro degli scontri tra borbonici e garibaldini, prima della decisiva bauaglia del Voltur no.' Non sempre concordano tra loro i resoconti degli Ufficiali garibaldini e degli Ufficiali delJ' esercito borbo nico relativi agli avvenimen ti. I borbonici tendono, com'è naturale, ad esaltare le vi1·tù eroiche dei Regi e ad ingrandire le perdite della parte avversaria. La storia ci dice che Gari baldi, dopo essere entrato a Napoli il 7 settembre, prima cli partire per Palermo il 17 ddlo stesso mese, lasciò al
Generale SLcfano TGrr il comando de lle operazioni militari al di là del Vo .lturno. Tra Capua e Gac_ta erano concentrali probabilmente più di 50.000 uomini dell'e sercito borbonico. Il Guerzoni avanza l'ipotesi che il numero di soldati fosse superiore, trattandosi di tre divisioni di fanteria, una di cavalleria alle quali si aggiun gevano le truppe accantonate a guardia degli Abruzzi e i presidi di Gaeta e di Civitella del n·onto11 • L'esercito al comando del Generale in capo Rilucei era prontO'ad intervenire contro i volontari di Garibaldi. Fran cesco Il l' 8 settembre, dopo la caduta di Napoli. da Gaeta
aveva rivolto un appello ai suoi soldati perché spendesse ro il loro sangue per il sovra no meritevole di aver dedica to ogni cura per il loro "immegliamen to" e per la difesa dell'onore e del nome napo.letano. Il Generale Torr, dopo la pa,·tenza di Garibaldi, affida va al Maggiore Michele Csu da fy ( 1827 - 1904) ]'esecuzio ne di una ricognizione offen siva al di là del Volturno con il Cine- come lo stesso Gadbal di scriveva il 16 seuembre, da Caserta al Csudafy - di mostrarsi "nella retroguardia al nemico dietro Capua, e i11co111odarlo in ogni modo possibile"12• Esortava inoltre il Maggio-
re ad adoperarsi a diffondere nelle popolazioni i buonj prin cipi di libertà e di indipenden za contro il dispotismo. L'offensiva doveva simula re un investimento della Piaz ia di Capua e ritardare un eventuale attacco generale da parte dei Regi, al tacco che avrebbe polulo annullare i primi successi napoletani di Garibaldi. Non solo, la ricognizione sarebbe servit a anche ad esplorare il numero effettivo di cui si componeva l'esercito napoletano. Era pervenuta, infatti, la notizia che entro il 19 settem bre, giorno di San Gennaro sotto la cui protezione l'eser cito borbonico sperava nel
77
buon risulLalo dell' impresa, i Regi avrebbero attaccato. Bisognava, quindi, distrarre l'attenzione dei Regi da Capua e attirare le loro forze al di là del Volturno. Le colon ne del Csudafy e del Maggiore CatLabene ebbero l'ordine di operare Lra Roccaromana e Caiazzo, do\'e si pensava, erroneamente, non vi fossero fort.e nemiche. Cattabenc così scriveva nel suo rapporto al Generale Turr: "Alle tre e 111ezw po111eridin11e (u passare il /ìume in pie110
ordine con me::::::'ttomo d'ac qua. Alle cinque e mez:::o entra ta i11 Caia::::::o, posi:::ione formi dabile per imboscare, e per la Rocca clze è a guisa di pi110. I Regi al nosll'o approssimarsi si ritirarono dalle posizio11i (... ). Avrei po11110 timrc q11alèhe colpo di f'ucile a qualche regio sparpagliar o, ma ho credulo che 110n valesse la pena di far lo. Ho preso tulle le preC(/11':.io ni llecessarie per proceggere la 11os1ra truppa. il paese è pau roso, e ci hanno ricevwi con {redcle::::::a •·u. Gli uomini di Csudafy nello stesso pomeriggio scendeva no dalla montagna di Rocca� romana verso l'abitato. Qui si trovavano 12 Uffi ciali e 276 soldati dell' eserci to regio al comando del Mag giore Angellotti (o Angioletti). 1 garibal,dini con raciliLà travolsero gli avamposti borbonici ,e I' Angcllotti fu costretto a chiedere aiuto al Colonnello Leopoldo Konig (Kcnig), che comandava le sue forze a Pietramelara. QuesLi "ma!ldò solt1111e111e 1111 posto ava11:.:ato del 4' di li11ea "1•. li Konig prese questa dcci-
78
sione "sia per di(e110 che ave va di e/lìcacia in opera.re, sia che prevede,ido caso cli guerra volesse tenere t1111e le forze con sé", come ri fcriscc Gio
vanni Delli f"ranci, Ufficiale dello Stato Maggiore dell'e serciLo napoletano. nella sua
"Cronaca della ca111pag11a d'awunno del 1860" 1 • Men tre veniYano meno le muni zioni, l'Angelloui si recò di persona a Pieu·amclara. Anche quesla volta il Colon nello Konig negò il suo tota le appoggio. l soldati dj Pie tramclara appena si resero conto della situa7ione si ribellarono al Konig e corse ro in soccorso dei compagni d'arme. L'AngclloHi fu rag giunto dal Maggiore de Fran cesco che condu�sc con sé 180 uomini. Lo scontro fu durissimo con moni e l'e1-iti da en Lram be le pani, il cui numero preciso non è possi bile definire dalle sole crona che di parle. Il monumenLo creLLO ai garibaldini a Roccaromana parla di selle mo1·1i, ma i caduli furono certamenle molti di più. Il Capitano Rac cbetti della Brigata Sacchi, delle forl:e confidale a Csu dafy, scriveva da Picdimonte il 22 settembre I 860 al Gene rale Sacchi: ''Il giorno 19 se1tembre nel co111ba11i111e1110 di. Roccaro111ana la c:0111pag11ia della di lei brigata sollo i miei o rdini dié prove di so1111110 i•alore è coraggio. A1taccò il nemico di sei volte superiore di 1u1111ero, ed alle! bajonetta lo cacciò fìno alle porre di Pietra melara (... )". "Roccaro111a11a" - scrive ancora il Racchetti - "era occupata da 400 Regi, Pietra-
melara da 700" ••.
L'azione di impaclronirsj delle due sponde del Voltur no e di occupare sulla destra
''il forte luogo di Ca ia:::.:::o",
come racconta Giuseppe Gucrzoni, fu una scelta del Generale Torr. che oltrepas sò gli ordini impartiti da Garibaldi. Tesi non condivi sa dal Pecorini - Manzoni, che sosliene che il Generale Ton- opurò d'accordo con il Diltatorc' 7• "Garibaldi" - afferma anco ra il Guerzoni - ''aveva cer1a11umte ord,ill(UO al Tiirr di lan
ciar H'Orribancle al di là del \lolrunw; 111t1 11011 gli aveva dato facoltà cli prendere posi ::;ioni fìsse, 1110/10 meno poi di da1·e batraglin per prenderle"•�. È certo chè i garibaldini furono cosLrctli a ripiegare, molti mo1·i1·ono affogali nel tentativo di passare guadi mal noti, altri lasciarono la vita nello scontro a fuoco con il nemico. La popolazione si era <limo si rata a loro avversa, "non escluse" - come ricorda iJ B-utlà - "1110/Je donne, 19annate di fucili, sc11ri ed altro, davano addosso ai garibaldini al suo no delle carnpm1e a stonno". li 21 settembre i Regi riprende vano Caiazzo. L'operazione del Generale Tùrr si pot eva ritenere, comunque, positivamente conclusa: distrarre l'atten zione dei Regi da Capua pri ma del decisivo scontro del Volturno, che segnò la vitto ria definitiva cli Garibaldi. Ali' indomani dell'Unità d'I talia, Pie1ramel�11·a annovera una pop<>la;,ionc di 11.009 abiLanli e insicm� ad alLri sedici ciirconclari fa parte del
dislrcllo di Caserta, Capitole di Terra di Lavoro. ''provincia
più popolosa e celebre di tutto il Reame di Napoli".
Nel 1861 Caser t a con la ·ua provincia è ancora famo ·a per i lanifici, i setifici, le Lintorie, le concerie, le car tiere, le ferri ere. per i suoi prodotti agricoli e per le sue fiere e mercati, come raccon ta Giuseppe Novi, ufficiale d'artiglieria ex-garibaldino, nella dettagliata e appassio nata panoramica di quei luo ghi che furono teatro dello scontro della guerra combat tuta dal settembre al novem bre del l 860!0• Prof.ssa Maria Elvira Ciusa
NOTE
'Cfr. Lodovico AnLonio Mur:11ori. Rcn,111 ltalicarum Scriptores, 1omo Il, parte V, p. 293, Milano, 1732. 1 P. Giannonl!, Istoria Cll'ile d11/ Rt• gllf> cli Napoli, volume I.. pp. 473 • 477 e p:tsl>im. C. Ciprinno, Tea110. Stabilimento 1ipo-lilografico Saccone, San Nicola la Strada (Casertn), 1982. • C. Ghirar<lacci, I/istoria di Bologna. tomo IJ, p . 386. • G. Fnnl\17.:t.i, Notitìl! degli scrittori bolognesi rocco/te da Ciova1111Ì Fantuz· zr, tomo vn, Bologno, 1789. • Le notizie su Caml Laubert si evinco no da I.A Storia di Na1,oli di \liuorio Gleijeses (Napoli, 1974), p. 702 in cui Lauben è definito •e" chierico napole tano". C. Cipria no in op. cii., p. 117. chiarisce ancor meglio l'origine di Laubert e ci dice chiaramente che cr .1 nativo di Teano insieme a Lepoldo dc Renzis, m inis tro delle Armi della repubblica p:111enopca. Cfr. L. Conforti. I.A Re pubblica 11t1pO· /e1a11a e l'J\11nrchia Regia. ,'tlemorre, documenti inediti, Avellino, 1890. pp. 32-33. 'Cfr. G.-Fantu7.7.Ì. Of). cii.. p. I 5. Cfr: G. :uoli, // 8auaglio11e Bcm,. glieri Pietra111ellara, cstrauo dalla R::i.s• segna Storica del Risorgimento, anno
XXlll, fosc. lX Se11embre 1936, pp. 1247-1247. .. Cfr F. Bcnolini. Pietro Pietramcllara e i suoi tem pi. Bologna , l 885, p. 35. "Cfr C. Cucrzoni, Garibaldi, C. Bar beracclitol't:, Firenze, 1882, voi. Il, pp. 179- 182. "Cfr. C. Pecorini - Manzoni, S1oria della XV Divisiom! Tir1T nella campa· gna del 1860 iu Sici /ia ,1 a Na 11oli, Firenze, 1876, pp. 184 - 185. 11 Cfr. C. Peco rini • Manzoni. op. cit., pp. 200 • 20 I. •• G. Bu11à, Un viaggio da Boccadi(alco a Gaeta, Memorfo della Rivo/11zio11e dal 1860 al 1861. apolì, J 875, p. .J4ò. "G. De Ili Fra.nei, Cronaca della ca111pag11a d'a111111111C1 del 1860, Napoli.
1870, pp. 18 • 20. •• Cfr. C. Pecorini. Manzoni, op. cit. pp. 450 • 451. '' Cfr. C. Peco,;ni • Manzoni. Rid1iami del uià Capit,1110 di S11110 Maggiore Pecorini • Mnm.oni sop,·a alcuni app11111i {alli alla Storia della XV Divi _çìo11c Tan; Ca1an7,.1ro, 1882. "G. Guenooi, op. cii., voi. 11, p. 179. •• C. Buuà, op. c:it.• 1>. .J47. "G. 'ovi. Il teatro della guerra dal $1:llembre al nov embre /860 tra Ca pua, il Ti(ata, San1'A11gclo i11 For· mis, S. Iorio, Palombara, Tri(ilisco, C11iaz::o, Maddaloni, Caserta, S. Maria ccc.. desc.riuo e illustrato da Ciu:.cppe ovì, Napoli, 1861. pp. -42 • .J3, 55, 58. 104.
79
La Prof sa Lui a Clzi11menti, archiceuo, torico d'a11e e gionialista.
LA CONSISTENZA ARCHITETTONICO-URBANISTICA DEL NUCLEO URBANO DI PI TRAMELARA
e
Ipotesi di ricerca sulle sue matrici fondamentali i troviamo n j pre si di qu Ilo he i può con iderar in un cer to sen o il limit d lla co id detta "Carnpania Felix ', in "Ten-a di Lavoro"(nell'ambito delJ' attuale provincia di Ca er ta): p rcon- ndo un plendido natur li ·tico, imm r nel fi lo di mpi ca tagn ti, punt ggiat tutta via da pkc li "borghi", Lrutlu-
80
re di antica origin , la cui alti tudin rnggiung anche i 1000 metri (come al Pa so di "Roc ch tta Croc "), p r una tra da b o poco battula alquanto imp r ia, i giung , qua i all'impro i , alla piana che a cogli il Borg cli Pietrame lara. L'area di ui i occupia mo iJuppa infatti la propria altitudin fra i 10 m .. m. i 1037 di Pizzo an SaJ a tor ,
nella caLcna Montemaggiore. Tn tale ambito Pietramelara si inserisce nell'arco di un cro cevia cli notevole interesse stra Legico, posta com'è fra le pur modeste alture, che accolgono i Comuni di Pietravairano (a nord); Montemaggiore, con i Comuni appunto di "Rocchetta e Croce" e" Formicola" a sud; "Roccaromana" (ad est) ed il Comune di "Riardo", con la sua Rocca (ad ovest). Come sopra si è detto, la zona di Montemaggiore si offre oggi nel rigogho (che peraltro si auspica che possa essere oggetto quanto prima di una più attenta ed oculata politica di tutela e conserva zione paesistica), di una vera e
dell'altura, quali siano stati gli storici percorsi viari principali. Particolarmente, anche se non si riesce a vedere la via Appia, iJ cui tracciato ben noto comun que si intuisce, senz'allro si intravvedono i tratti della ,·ia Latina e della Casilina. Ma si possono al rresl intui re i tracciati dei diverticoli di collegamento con i nuclei posti all'intemo, laddove lo sviluppo demografico fu certamente permesso da quella bonifica completa del "basso " Volturno, che in effetti dovcne prendere l'avvio (a quanto suppongono alcuni studiosi e specialisti del l'argomen l o), fin dall'epoca etrusca, allorché il convoglia mento e la regolamentazione
"urbanfazazionc" del territorio, precedente al periodo romano, quale atteslato certo di una pregnante consistenza sociale e civile di tipo auLoctono. A questo proposito è inte ressante quindi notare come sia proprio l'architettw·a cosiddetta minore (quella cioé che ha dato vita neJ tempo all'edi lizia COl'rente, ossia avulsa dalla grandiosità o spettacolarità delle grandi ope1·é della romanità) che ha continualo ad evidenziare in alcuni deuagli costr uHivi, l'impronta di csp1·essioni itali che precedenli, che diventano quindi una caratteristica ricorrente nella regione. La maLrice locale sarà infat
che la Natura ha "disegnaLO" sul territorio. Non mancano inoltre, nello stesso compren sorio, testimonianze di inse diamenti umani fin dall'epoca preistorica. Risalta fra l'altro un cospi cuo avanzo di mura ciclopi che, probabilmente riferibile ad un insediamento che i San niti vi avrebbero posi7.ionaLo fra iJ X e il VI secolo a. C., pro prio nei pressi dell'abitato di Pietramelara, in località ''Monte Castellone". Ed è infalli anche da questo luogo che, al di là di fasce pos senti di pietre appena sbozzate e incastrate fra loro nel meravi glioso disegno di murature assai robusle e continue, appa re in modo evidente l'impor tanza.strategica della localizza zione di Pietramelara. È da qui che è possibile infatti individuare, dal culmine
anche impulso ed incremento produttivo all'agricoltura. Ln ogni caso le fonti storiche (da Strabone a PoUibio) non cessano di indicarci, sia pure con numerose lacune, la costante presenza di una
fronLe anche, dopo la caduta del l'lmpero d'Occidente, a quella ondata di invasioni bar-
propria "Oasi" paesaggistica
del deflusso delle acque, dette
ti così radicala, da saper tener
Veduta panoramica dd Borgo di Pietramelara.
81
bariche che, se si prescinde da quanto avvenne maggiormente sulle coste, ad opera delle orde saracene, è stata di minore impatto sull'ambiente, che non nella maggior parte delle altre regioni della penisola. Mentre infatti in altri lerti lori le strutture urbane prece denti o sj contrassero o spari rono del tutto, in Terra di Lavo ro si formarono addiri ttura (qua]e ricostruzione dei centri costieri distrutti dalle orde saracene fra I' VIl1 e il IX seco lo), nuovi centri, strategica mente collocati, in posizione difensiva, verso l'interno (cfr. M. Zocca in "PaUadio",1964) e comunque sempre condiziona ti da esigenze difensive. Ci fu tuttavia senz'altro, anche in queste aree, una grave causa di spopolamento, dovuta al fatto che i canali di bonifica del territorio adiacente al Vol turno, non più soggetti ad una attenta manutenzione, non solo, straripando, danneggiaro no l'agricoltura, ma divennero anche causa primaria del dila gare della malaria, che in effet ti rimarrà presente nel ten-ito rio fino a tutto il Cinquecento, per essere in realtà totalmente debellata soltanto, com'è noto, in tempi molto recenti. Le popolazioni quindi ave vano sempre maggi.01i motivi per litirarsi sulle alture dell'ì:n terno della regione, tenuto conto fra l'altro della circo stanza per cui, mentre altri centri del territorio potevano godere di qualche "utilità" in conseguenza della loro vici nanza alla costa, per la Terra di Lavoro, che non possedeva nessun porto o comunque nes sun approdo al mare, Ja relati va prossimità di quest'ultimo,
82
era, al contrario, un elemento negativo, per via dell'orienta mento dei traffici e del com mer·cio, che forse amavano cli più la via marittima, piuttosto che le vie più interne (a volte meno sicure ed agili). È forse per tali 1·agioni che si è semp,·e instaurato, in Ter ra di Lavoro, un singolare rap porto cli equilibrio fi.·a la natu ra del suolo e la distribuzione slessa della popolazione, io concomitanza con l'evolversi dell'assetlo politico, ed in cor rispondenza con l'alternarsi delle dinaslie. Ai primitivi "siti" andarono aggiw1gendosi progressivamen te altri stanzia men Li, anche a notevole distanza dai centri maggiori, o anche "a medio raggio". ossia lungo il sistema infrasln.ttturalc che si andava formando, verso la selva di Caiazzo e Calvi, ad esempio, ossia nella direttrice segnata verso il cerritorio più interno. "Organizzazione delle dife se e sede del "capo", com.e ha notato Galasso (cEr. "G. Galas so, "Le città campane nell'Alto Medioevo", in "Archivio Stori co per le Provincie napoleta ne", vol.77 -1959 - e vol.78 1960) si presentarono quali "mab·ici" fondamentali degli insediamenti urbani. M a si dovrà assistere al "rovinare" di quella meravi-. gliosa rete di comunicazioni viarie che a vevano portalo Roma in tutto i I mondo e che ora, prive anch'esse di manu tenzione, venivano infossate e distrutle a tratti. Nel ten-itorio di cui ci stia mo occupando quella che maggiormen le resistette alle dislruzioni, fu la via Casilina. Questa tuttavia non tocca-
va i centri di più grande importanza e non era quindi foriera di grossi scambi com merciali, civili o sociali, unici in grado di costituire un vero slirnolo ad un regolare svilup po urbano (cfr. E. Poete, "Introduzione all'urbanistica. La citul antica" - T01ino 1958). È giusto pensare come il te1Titorio, dopo le aspre vicen de delle lotte derivanti da quelle invasioni, non avesse avuto soltanto danni immedia ti, ma anche conseguenze gra vi nel tempo, sia per quanto si riforiva al normale avvicendar si delle coltivazioni, neJI' agro circostante, sia per quanto riguardava la sicurezza dell'a bitare, ma soprattullo la sicu rezza nel percorrere le strade. Ricordiamo come, nell'am bito della romanizza7Jone del la Campania, avvenuta in generale a partire dal IV seco lo a.e., portando ad W1 assetlo del territorio, che si sarebbe mantenuto, come si é visto, fino alle invasion.i barbariche, la Terra cli Lavoro rappresentò l'area-crocevia che, per la sua particolare situazione geogra fi ca, determinò un continuo passaggio da Roma verso il sud. che non avrebbe più avu t o sosta Fin o all'epoca del Grand Tour ed oltre. La strepitosa, quanto ecce zionale ed unica al mondo, opera costruttiva, compiuta dai Romani nell'apertura delle grandi Vie Consolari, vide qui inoltrarsi il nastro di quella che fu nota come "Regina Viarum", la notissima via Appia, oltre alla via Latina (congiungentesi nei pressi di Capua); ed alla Casilina, con tulli i numerosi diverlicoli di collegamenlo intermedio e capillare con i
I grossi blocchi, posi-;.ionati "a secco", delle mura ciclopiche, nel territorio dì Pietramelara.
centri minori e soprattutto con le aree più inlerne e staccate dalla direttrice principale di collegamento nord-sud. Ricordiamo come questa via non solo servì a migliorare le condizioni della viabilità, ad intensificare i rapporti militari, civili e politici, oltre che com merciali di Roma con i centri delle aree sud-orientali della penisola, ma provvide anche a creare una certa tendenza alla unificai.ione territoriale, di notevole interesse, in relazione anche all'incremento demogra fico, che traeva con sè. È noto inoltre come, all'al tezza di "CasiJinum", il porto fluviale di Capua, la via Appia scavalcasse il Volturno con un ponte, opera essa stessa di carattere difensivo, che costi tuì un vero e prop1io "modello di ingegneria idraulica roma na"(cfr. Armando Trimarchi, "Analisi viaria e costrultiva della via Appia e dell'antico ponte di Casilinum"). C:architcllo si trovò infatti a dovere affrontare uria temalica nuova relativa a tecniche di ingegneria subacquea: dall'ope ra a getto di "opus coementi cium", per le platee di fondazio ne e le ossature dei piloni, al getto dei grossi blocchi in "ope ra pseudo-isodoma", delle "piJe" intermedie di grande spessore. Dovevano certamente esse re molto suggestive, sopra i piloni, le cinque arcate dei for nici a tuno sesto, sostenenti la platea del ponte, a doppia pen denza, attraverso le splendide volte costruite ad anelli indi pendenti in grandi blocchi di pietrn da taglio, poste "a scc-
co" e solo legate da grappe di ferro impiombate. Purtroppo il p o nte, che, c ostruito da Popilio e dedicato ad Adliano, riuseì! a resistere alle invasionj barbariche e, data la sua ecce zionale importanza strategica venne anche restaurato più volte (dal Conte Landone, dal re Ruggcrn, da Fededco JI di Svevia e ancora dal re Carlo ID di Borbone), non resistette alla violenza dell'ultimo con flitto mondiale, allorchè fu totalmente distrutto! Ma, al di sotto del ponte moderno. ricostruito nel I 951 dal Ministero dei Lavori Pub blici, nel letto del fiume, Lra i pHon i centrali, in periodi di magra, sono in mostra tuttora avanzi degli antichi blocchi ivi ammucchiati. P otenziati dunque dalla colonizzazione romana anche i centri interni venivano "lasciati vivere" e per lo più trasformati in caposaldi di difesa, come i "castra"a trac ciato ortogonale (esemplificati da AH fe) o i nuclei di avvista mento, su qualche alLUra. con la costruzione di un "oppi dum", quale Fu appunto quello
di Pietramelara (cfr. F. Casta gnoli, "Jppodamo da Mileto e l'urbanistica a pianta orlogona /e", Roma J 956). on si trana luttavia di una semplice "espansione w·bana", vista cioé nell'otlica limitativa di una sempljce "colonizzazio ne", bensì di una vera e propria "strategia di recupero e valoriz zazione'' (per dirla con Lermini attuali) di un territorio, che prometteva evidenti "vocazio ni" abitative. È stato inoltre notato da più parti, il fatto che il com prensorio di cui ci stiamo occupando, abbia sempre avu lo un carattere piullosto omo geneo, sia sul piano fisico, che su quello storico. Ma vediamo di dare uno sguardo a Lale importante rete del.la viabilità in Terra di Lavo ro, nell'ambito della Cartografia stodca, a cominciare dalla ben nota "Tabula Peulingedana", in cui si possono notai-e, attraver so le interessanti "iilctttu-e criti che", effettuate da molti studio si, in tempi diversi (tra esse ricorderemo in particolare quel le compiute da Raffaele Ruta e Michele CaJToccia), da un lato
83
la segnalazione a chiare lettere, dei termini ''Apulia" (lungo la costa del Mare "Supero") e "Campania" (dalla parte del mare "Infero"), e dall'altro inve ce una vaga indicazione comun que minima, (pur essendo già allora, secondo le fonti scritte, altrettanto densa, capillare e complicata, la rete di vie mino li, tra il serpeggiare di fiumi, rii e corsi d'acqua spesso quasi sconosciuti o additittura rima sli anonimi), di una rete più interna, conl'rassegnala da numerose "stationes". NelJa ''Tabula Peutingeria na" appumo, come nell'Itinera rio Antoniniano" e in quello "Ravennate'', troviamo comun que la "variante" che, da Min turno, allravcrso Suessa. Tca num, Alliac e Telesia, raggiun geva Benevcntum (cfr. anche K. Millet� "fti11era,ia Roma11a ", Stuttgart, 1916; id. Ravennatis A,wnymi Cosn1ographia ez Gui donis Geographica, Ed. Sch netz, Lipsiae MCMXL; W. Yohannowsky, "Relazione preli111i11are sugli scavi di Tenno", in B.P.I., I/Il, Roma, 1963). Nell'ambito della "Campa nia" risulta appunto compresa tale "variante" dell'Appià, nel tratto Su essa-Teanurn (cfr. Elio Fiorito, Antonio Marcello Villucci, in "Studia Suessana", voi. I, anno 1979). Non molti anni or sono, proprio in quel lralto, duranLe alcuni lavori agricoli, a valle del km 174, sono stati rilevati 15 metri di pavimentazione in basoli (pur troppo questi ultimi furono ben presto divelti), nel Lrallo che raggiunge poi la localrtò "Capitolo" e la strada vicinale di ponle Vcrra, oggi priva di basoli. Di quesli, pochi se ne vedo-
84
no invece, ma ancora affioran ti, e con qualche trailo di mas sicciata in vista, (insieme con alLri visibili, anche se djvelli), nella scarpata adiacente, in un'area di proprietà privata. Così pure la strada, che presen ta tuttora w10 dei tratti meglio conservali, (presso Suessa), uscendo dalla porta sud-esl della città aurunca. si staccava. a orieme della città, nei pressi della località nota come "Vigna del vescovo", condllcendo poi ad un diverticu1L1m anche se in gran parte soucrrato. Da qui, allraversan<lo San Sevile, il tracciato correva quasi parallc1 o alla via provinciale, tra il ponte di Sessa e il Casino Maz zucchi, passando a nord della Stazione di Sess::i. Ed in questo tratto si può osservare, a bbastan/.a ben consen,ato, una parte de!J'an tico selciato. Più avanti ancora, sempre seguendo il percorso dell'Ap pia, fino verso il bivio per Sant'Agala, fra l'ex- linea fer roviaria Formia-Sparanise e il ,;o Camerelle, passando a Yal le della cappella di Sant'Anto nio, (ricca di affreschi medie vali), proprio nella scarpaLa soLLostantc, sono visibili circa 150 basoli divelli del lastticaLo stradale, purtroppo in gran parte distrutti, insieme con avanzi di monumenti sepol crali, presenti anche più oltre. È noto infatti come rosse consuetudine dei Romani sep pellire i defunti ai margini delle strade in genl:!ralc e in partico lare ai lati tlell<: grandi vie Con so lari: "Mo11i111e,ua quae i11 sepulcris, et ideo secu11d11111 via 111, quo prnctereuntis ad1110lle'1nl et se /'uissel ilio esse 11wr ralis" ("De li11gria /a1i11a", V, 49).
Con andamento retLilineo il nostro tracciato proseguiva nel trauo successivo, attravet�do un totrente ed immettendosi suJ percorso viario che attualmente passa alle spalle di Cascano, coincidendo con la provinciale stessa per un buon tratto. La via roman�. che prose guiva attraverso il "Cesco", super-ava il rio Amone, certa mente con un ponte (f orse nel lo stesso luogo in cui sorse, in tl:mpi recenti, qut•llo di San Paolo) e che era ad un fornice, (di cui tuttavia non resta trac cia), per diJ·igersi \'Crso la loca lità '"fre Vescovi" (una cappel la che oggi utilizza pane di un vano ricavato in un banco di trachite, in un luogo di un cer to interesse nei riguardi del comprensorio, in quanto rap presenta il confine tra le dio cesi di: Sessa, Teano e Cari.no ia (cfr. Fiorito, op. ciL.). Sappiamo come la 'Ten:a di Lavoro" abbia avuto origine da "Genti diverse per costumi ed ingegno". che dettero impulso. dopo iniziali lolle, alla fioritu ra di opere civili di ben rileYan tc interesse. (Esse, com'è noto, restano documentate da1J'atti vilà di studio e di ricerca della '"Socic.tà di Storia Patria di Ter ra di Lavoro", avente sede in Caserta, Palazzo RcaJe). Sten dendosi, dal la10 del litorale tirrenico, da Tenacina alle foci del Volturno, incastonata fra il Lazio inferiore (Campania e Marittima), il Sannio e la rimanente Campania, che gra vita \'erso Napoli o si protende , Ct'So Salerno, essa si presenta. anche sotto il profilo storico sociale, come una sorta di "ter ra di lransizionc" fra il cenlro e il sud ù'llalia, nc.:I quale sem bra immettere, come una sorta
Una delle srmde di accesso
al Borgo cli Pictra111elara.
di "porta d'ingresso". Chiaramente il territorio. dopo le varie e tormentate vicende belliche, non sollanto aveva sovente gravi danni immediati, ma anche conse guenze che si protraevano nel tempo, sia sul piano ambienta le. che su quello ·ociale e civile. L'ambiente infalli, pur em pre mollo popolato, come alle stano i raccordi viari di collega mento verso l'interno, (analo gamente alle grandi artetic di comunicazione), validi per i contaLli con i centri abitati minori, faceva sì che questi ultimi fossero comunque desti nati alla crescita. anche al di là delle eventuali sottrazioni di spazio subite, che producevano comunque a1Lerazioni nella forma u,·bana. Per gli studi attuali tunavia il problema tra valica il semplice stimolo di ricerca, in quanto si ricollega strettamente alle tematiche detJa tutela e della conservazio ne del territorio nella sua anti ca matrice sia storica che pac �aggisùca in sen�o lato. È giusto infatti poler indivi duare gli àmbiti da proteggere e cercare quindi di comprende re a fondo quali siano tati i principali clementi formativi del particolare assetto e quindi della aLLuale fisionomia dei centri storici giunti fino a noi, pur atu-averso vicissitudini tor mentate di distruzioni dovute a eventi bellici o anche naturali. Per effettuare una ricogni zione capilla1·e e ci1·costanziata sul terr itorio, non è facile disporre del materiale cai1.ogra fico ed iconografico necessario per indagare sullo sviluppo sto-
neo-urbanistico neUe varie epo che. nè è semplice giungere a circostanziate conclusioni, come notò lo stesso Ricciardi, in quanto spesso "tacciono le cronache" e gli "scarsi docu menti non corrispondono alle esigenze della ricerca". Occorrerebbe infatti addi ven i rc a delle vere e proprie "campagne" ricognitive, con rilevamenti sistematici, sia grafici, che cartogi-afici. per lo più da compiersi lullavia in luoghi che si trovano oggi al di ruori delle cons uete rotte di pcrcorremm viaria (in quanto ormai di largo scorrimento o additillura autostradali). Per quanto si delinei abba stanza ardua quindi una chia ra definizione dell'assetto poli tico �d urbanistico del corn prcn.sorio includente l'area di Pielramelara, in tempi antece denti la colonizzazione roma na, non si può prescindere dal la considerazione della circo stanza storica per cui ci trovia mo di fronte ad un crocevia di tre imponanti civiltà: quella locale, ossia dei popoli itaJìci
ivi presenti (rappresentata dagli Aunmci, Osci e Sanniti); quella etrnsca (proveniente dal nord per via di lerra); ed anche quella greca (provenien te dal sud da via maritlima e diretta verso l'interno). Pertanto si � cercato di comprende1·e la "stratigrnfia" Ut·banistica dei nuclei più anti chi, individuandone il più pos sibile le fasi di ampliamento succc sive. Queste a lorn volta sono rintracciabili in stretta connessione con gli eventi sto dco-social i di più o meno ampia portata (locale o genera le), che in qualche modo hanno coinvolto il terri101io. non solo nei suoi nuclei storici, ma anche nella configu razione stessa e nella morfologia del comprensorio preso in esame, su cui hanno avuto la loro par te di innuenza fnuori umani, come anche fisici, geografici e climatici. Menu·e il suolo infat li si è sempre offerto ad un'otti ma possibilità di coltivazione, questa sua stessa tendenza ha prodotto una possibilità di popolamento [in dai tempi pro-
85
to torici all'inizjo della ten denza residenzial er o i.n diarnenti stabili (come at1e ta na alcuni avanzi dell'età del f n-o in dive · 1 calità). Se dunqu gli in ediam n ti originari d Ila zona, coin vol Li, s ondo la tradizione, n gli avvenim nti annibali i, vennero di lrutLi· dai Romani, anche là dov ra orge Pi Lramelara, un in diam nt doveva senz'altro e er pr -
ente, econdo gli studio i. fin dal III e olo a.e. A v nuLo quindi, on il con u to i tema coloniale romano, J'a s tto della m deima area, con il c1iterio tipico della 'centuriazione", il c ntro sannita pree i tente fu in vita bilment destinato alla d a denza, ia pure per abbando no; mentr , al cen ro d lla pia na, ulla brev altura, sa1·ebbe talo indi idualo il po ibile
ito prescelto p r un nuo o in diam nto difen ivo. La valorizzazion dell'area in eff tti venne poi attuata secondo due fronti di tinti ed anche condo du ucce i e fasi: un modo diretto, attra ero lo viluppo del " i tema jn -a lrutturale" un graduale pr e o di organizzazione produtti a agricola d i siti; indir ttamente attrav r o la Localizzazione di nuo e r i-
L'inleressanl u segwrst delle travi lignee, in un ''pas aggio" coperto del/ anello circolare di ascesa alla torre del Borgo.
11 -uggestivo p r orso coperto, a ridosso della ·i111a circolare che racchiude a11cor oggi il Borgo di Pietramelara.
La bellis ima pietra dei lasLrani co tiluenti le gradonate di ascesa alla sommità del Borgo di Pietramelara.
86
mpr nz di
"in
m , orta milatu Teancn e'', u ter-
Pi tra111e.lara: te111111t1 nobiliare dipinto 1,lla volta del/' a11dro11e del Palauo Ducale.
Bolog11a, Archi ,i,masio. temma della (a111ig/ia Pietramellara.
lata di B av zi fr
inte1me nc tti
re. no comunqu tati i n d ttini, h per primi vano migHorat I, condi ni abitative, in diandovi i il IX e il XIIJ J .
urbani tica in Italia giungerà ad una profonda maturazione, mo 'a da un larg n o di " i l maticità" · ienza pr g Ltuale". Il "pr g llo urba no" infatti comìn iava a vilup pd i on un'evid nt
87
la base, (ortememe "scarpata'', della torre residua del Castello di Pierra111elara.
zazione scientifica", nè sembra si possa prescindere daJla esi stenza di una regolamcnlazio ne (basata anche su statuti locali, perahro tipici det ''pae saggio" due-trecentesco) che riuscì a individuare e a sancire i rapporti fra i volumi e il terre no disponibile: quello che oggi sì chiamerebbe: "indice di fab bricabilità". In effeui non si può ancora parlare della for mazione di una sorla di "ope ratore-specialista", ossia del J'altuale "urbanista", ma esisto no documenti comprovanti l'o pera di tecnici, comunque "specialisti", nei riguardi della progettazione, tutela o anche "conservazione" dei nuclei urbani: architetti, idraulici.
88
ingegneri, agrimensori, ognu no dedito a specifiche attività, accomunate nell'unica espres sione globale, che è sempre sta t a, a mio avviso, quella del "Disegno". Questo si manifesta infatti come la naturale espres sione che convoglia in sè, razionalizzandoli, Lutti gli ele menti di un progetto: il disegrlQ infatti, lungi ancora dall'essere un" esecutivo" (nel senso odier no della parola), era già tutta via un mezzo esplicito, con cui le maeslranze potevano realiz zare "in loco" le opere progetta te, ala-a.verso una sorta di "sin tesi" espLicativa dei vari inter venti reali ed effeuivi. Cosl, secondo le tendenze che caraueriZ7.-arono altre ana-
loghe reali zzazioni urbane coeve, certamente esisteva e venne in effetti rispettata una vera e prop ria "normati\'a", voi la alla tutela delle quali Là ambientali, inc ludenti non solo la Lutela del paesaggio cir costante, ma anche quella del l'ambiente interno alle mura di cinta, relativa per lo più ad un certo controllo della viabilità (come ad esempio: divieti e indicazioni lecnologiche, anti cipatrici cii prassi destinate a divenfre improrogabili consue tudini pochi secoli dopo). È da notare infatti come le diverse norme e le tecniche usate per la costruzione dei "cigli" delle strade o della copertura di alcuni tratti, e cosl via venissero imilate, in quel periodo, da un agglomerato urbano all'altro, basandosi su un processo di crescita e su presupposti spaziaJi e ambien taJi largamente omogenei. Molte soluzioni urbane era no pertanto paragonabili e tra esse, ad esempio: gLi impianti stradali curvilinei, la localizza zione dei primi palazzi signo rili e comunali, etc., mentre si faceva strada alLresl la politica "urbanistica" (se così si può dire) di adattamento dei nuclei abitativi preesistenti. È cosl che, nello schema planimetrico relativo all'im pianto urbanistico cli Pietrame lara, racchiuso entro la sua cin ta murada tunila, risulta spon taneo un raffronto con analo ghi impianti coevi, laddove è chiara la ricerca di una sorta cli "baricentro" geometrico nel punto in cui generalmente ver rebbe posto il centro religioso o
orci del borgo di Pietramelara..
ci ile della Comunità, in parli colare, d e pe o errebbe po ta la " mpana". qu I "richiamo" n I Lempo, ai gran cli eventi, in pac o in gu rra. E comunque, ove i ricerchi un epicentro, e idenle Ja racLialità ri petto a!Ja Torr d alla ua piazza. Seguono le varie fa ce o truite: dalla pri ma, che mo Lra emergenze edi lizie ul pianoro più el ,,ato, circo tante l'ar a occupata dal la ton-e, per poi proceder , con una "magUa" più allargata, aJle ucces ive unità edilizi a mano a mano, restringendo i lati della med ima maglia, alle cellule abitati e moho più minute, del re lo del pae , via ia che le tradine radiali cen dono erso la piana sottostante. La ugge tione dei pa aggi coperti, di ui i coglie an r oggi la alda trullura, ia n i pa aggi "v ltali", che in qu lli mplicem nt "architravatj'', individua un ottile, ma ·aJd "filo d'unione" ( così i può dire) Era il"polere", alto, n IJa
Torr mana av va una truttura ana loga, e, come Pielram lara, a e va purtroppo poch dif e: 1tan L la Rocca, ra alta ben dife a, ìnla da un mur , cui ·i giung va p r un sentiero. li prim accheggio, avvenu to otlo Ruggero li, era tata incredjbiJmente aspro: il econ do, avvenuto nel 1229, aveva portalo I' ercito papaJ ( otto il pontificato di Gregorio IX) a occupare il castell a vi a forza
Più noli furono altri due as ecLi� il prim Fu ubìto dal a tello durant la gu n:a f ·a i due fra telH Mar-1.ano, Altobello e Mari no ntrambi figli (il plimonatu rale), cli Gio anni Antonio, che aveva avuto iJ feudo da Alfonso d'Aragona, per i servigi offerti per la fedeltà mantenuta. Pr tr endosi quell'a edìo per i mesi AJtobello ra sta to co tr tlo alla fine ad an·en der i dopo il dilagare in epide n:ùa, di un morbo incurabile, che gli a eva ucci o ben 72 mjJiti. Più tardi tuttavia egli poté ritornare nel suo ca tello,
approfittando del tradimento di Marino ai danni di Ferran te. Il econdo a s elio, avvenu to dw-ante la gu rra fra i Fran ce i di Carlo VITI gli Arago ne i, vide Roccaromana rima nere � dele a que ti ultimi. GLi abitanti ricordarono per secoli quell'e ento, allorchè gli asse diati fac vano rot lar giù per il monte "botti (errate di lardo e fomwggio per gli as edianti". Comunque ' da notar com ia empr dal F udo, a legar , e n il pr pri nome, la Famiglia h ne det nne il p t r : co l come la famiglia D R ccaromana dett il nom al nucl o t rico, e, com' è n t , la famiglia Pietramelara Va ebbe il ·uo nom legato al feudo eh venn a· egnato ancora nel sec lo XIII ad un m mbro di quella famiglia Vas s eh , nel secolo XV, dopo che un altro suo membro si era recato a Bologna p ·r motivi di studio, ave a aggiunto al pro prio nome, quello della locale famiglia dei Pietramelara, attraver o un matrimonio. La grafia del r lativo stem ma ha dato luogo in quei tem pi a variate int rpretazioni e
89
saggi poetici. Cos'ì, circa un secolo dopo la comunità si eresse in "Università", con Sta Luti propri e con ampi poteri già inerenti alla feudalità. Nel quadro generale del l'assetto politico e ammini strativo del Len-itorio di cui ci occupiamo (chiaramente influente sulla struttura degli aggregali urbani, che di esso fanno parte), accenniamo qui ai rapporti di Pietramelara con la vicina Roccaromana. Roccaromana, che pare non abbia avuto nessun "sìgno1·e diretto" fino al I 100, ebbe, quale primo proprieta rio, Adamo de Roccaromana, che sappiamo appunto vivente nel 1101 (una casa fortificata esisteva all'inizio dell'abitato). Fu poco più tardi che Pie tramelara fu incorporata di nuovo nell'ambito cleJ feudo di cui faceva parte e da cui si era staccata: il feudo di Roccaro m.ana appunto, laddove, per un certo periodo, aveva gover nato Lucrezia Arcamone (pri ma d'elta famiglia De Capua, erede della stessa). Di tale Lucrezia si narraro no molte stranezze che porta rono anche a far pensare a qualche squilibrio psichico (se ne parlava in una "Storia delle più famose e più belle donne del Regno di Napoli", conserva la nell'Archivio del Monastero Castello di Casaluce e della quale ci dà notizie anche lo stesso Ricciarcli). Se diamo uno sguardo poi all'e poca fede1·iciana, notiamo quanto sia streu.a la relazione tra i manufatti urbani e il ten-i torio, ricordando come lo spiri to di ricostruzione federiciano si sia imposto nel senso di "rico struire un sistema territoriale
90
mediterraneo", saldamente sostenuto da "capisaldi", capaci anche di controllare i Lraffici e dj governare ogni angolo del territmio. La distruzione archi tettonica di un centro stoi-ico, come è awenuto nel caso speci fico della famosa distruzione di Pietramelara, d ete,-mina sem pre conseguenze sul territorio, non solo dal punto di vista del l'inevitabile declino, ma anche per quel che riguarda il depau peramento demograCico e il cambiamento civile ed econo mico in relazione alle mutate condizioni di sicurezza e quindi di abitabilità. TI "pianto" cli Fedei-ico di Mon Fone di fronte allo scem pio della distruzione, mentre supplicava il Colonna di "richiamare i suoi", non poté certo impedire il divampare dell'incendio del castello. Era l'alba del 13 marzo dell'anno fatidico, allorchè le " difese e 1e muraglie" di Pietramelara vennero "gittale a terra". Fra le righe dei documenti dell'e poca, viene fatto notare come il 'beJ castello" non fosse mol to ben fortificato, se la "solda tesca" potè devastarlo tullol Ma le capacità mtistiche ed anche progettuali del Manforte (sia che ne sia stato il primo costruttore, sia che ne abbia fatto solo il re sLauro), sono ancora facilmente rintracciabi li in quella To1Te residua (unica superslile oggi dell'antico castello), che mostra infatli le sue robuste, ma equiJibratiss.i me basi "a sca1·pa", mentre il suo corpo (o meglio la parte che di esso rimane), svetta ancora verso il cielo, abbastan za alta per dominare il Borgo che le gira tull'atto.mo. Era sempre lo stesso
Manforte che, ben noto alle corti di molti Stati della peni sola, commissionava diretta mente le opere che desiderava possedere, a grandi Artisti, che aveva conosciuto presso le Corti del Rinascimento. Ed eccola, poco più di un anno dopo, per l'abnegazione di pochi superstiti: la novella "Fenice" risorgere dalle mace rie, e sempre nello stesso luo go, dare lustro al casato dei Monfotte, quale centro premi nenle del loro patrimonjo in Campania, a cominciare dal secolo XIV. È possibile, come si suppone da parte di molti studiosi, che la torre sia comunque il residuo del pre cedente nucleo longobardo che aveva dato origine appun to a Pietramelara, mentre il conte di Manforte ne avrebbe alluato soltanto il restauro. L a sua base "a scarpa", mostra, nel taglio delle grosse pietre, la robustezza di un impianto, che certamente doveva far parte di un com plesso fortificato ben più ampio e tuttavia giudicato non "abbastanza difeso". Nello schema planimenico, relativo alla cinta mw·a1ia, vie ne spontaneo un raffronto con analoghi impianti coevi, in cui è chiara la ricerca di una smia di "baricentro" geometrico nel punto in cui generalmente ver rebbe posto il "centro" religio so e civile della Comunità, in particolare, dove si po1Tebbe la "campana", elemento di richia mo nel tempo dei grandi eventi di pace o di guerra. E comunque, ove si ricer chi un epicentro, è evidente la radialità rispetlo alla torre e alla sua piazza. Seguono poj le varie fasce costruite: dalla pri-
ma che mostra emergenze edi lizie sul pianoro più elevalo circoscanlc l'a rea occupala dalla torre e poi. una "maglia" più allargata delle successive uniLà edilizie, 1ispello al taglio più minuLo del resto del paese. E d é così che. nel maggio di quello stesso anno, un'allra lettera dello stesso Federico, denuncia tale situazione, anche nei riguardi del vicino "castello di Pietramelara". Ma questo cercò comunque di tro va 1·e una via per il pro"prio recupero di vita attiva, ciò che poteva lran-e dalla forza mili tare o dal potere e dal patri mon io, come di una sorta di "presidio". pur sempre arroc cato, laddove la "forza" di per se stessa , non può che dare lustro ad un blasone. Ed è proprio nel.Medioevo che la tecnica urbanistica in Ita lia giunge ad una profonda maturazione, mossa da un profondo senso di "sistemati cità'' e coscienza progeuualc''. Secondo il Censimento compiu to nel 1445 da Alfonso I d'Ara gona., (1iportato da G. M. Galan te, "Nuova descrizione geografì.ca e politica delle Siciliè", Napoli, 17, tomo Ilf), quasi tutti gli agglomerali inclusi in "Te1Ta cli Lavoro", rientravano in una Categoria definita "demaniale", ma qualche famiglia baronale fu tuttavia portata da Fen,ame I nei possedimenti d'origine, fino quasi a lutto iJ settecento. Una classe media di celi nobi liari, insigniti per lo più di patri mon i cerri tori ali, si dimostra sempre più attiva e crea per sé nuclei abitativi più ampi ed arti colati,.pur sfruttando le maglie delle strutture precedenti. Ma anche la "Tena di Lavo ro" subì Luuavia le consegucn-
zc inevitabili della pestilenza del 1650 : sappiamo infaui che, per la ''Terra di Lavoro" il numero delle v:ittimc sal1 ad oltre 35.000, una cifra vera mente inaudita, se rapportata alla popolazione del tempo che complessivamenlc arrivava a poco più cli 300.000 abitanti . Ma i percorsi di accesso alle terre del sud, continuaro no ad essere batt uti, per esi genze ed interessi di ogni tipo. Esiste fra i documenli una lettera scritta dalJTntendcme dj "Terra di Lavoro"(officio di Contabilità Comunale, n.851), ad un Sindaco. perchè fosse "messa a punto" la ''postale" di
Roma. Cjò era da atluare in
vista del ''Viaggio", che re Ferdi nando stava per compiervi nel1' anno 18 l8. Nella lettera si invitava appunto il Sindaco ad appoggiare, nel lavoro da lui predisposto per il 1ipristino del la via, l'ingegner Di P�tra, che si occupava appunto di "Ponti e SLrad e". Ed ecco quindi il "Viaggio di Stato" compiersi. così come appare nel suo Dia rio: le colazioni, le cene, le fer mate, i commenti sulle caratle· risLiche del paesaggio e su quel le degli altri viandanti... I ca.mbiamenli di regime,
dalla dominazione spagnola ai
regni indipendenti, con la con seguente politica di riforma, p0t-tando con sé un rilevante aumento dell'afflusso dei viag giatori stranieri, ponò la strada fra Roma e Capua, sul finire del '700, ad assumere grande interesse, richiedendo partico lare attenzione ed opportuni miglioramenti. Tullo ciò, che avrebbe avuto un seguito per· tuLLO il pr-imo quano del secolo successivo, corrisponde,·a aJ cambiamento avvenuto in tutta
l'Europa, nei rapporti fra lo Stato e l'asseuo territoriale. Nel gioco delle lolle e delle difese di quel compi ica t o periodo, la strada, in partko Jarc appun to il percorso fra Roma e Capua, diventa vera e propria protagonista cli eventi, di lotte, di scontri e di allean ze. O sistema urbano c:ti Pietra meJara infalli. che culmina ancora oggi con la Torre (resi duo dell'originario castello), con il suo caratteristico anda mento radiocentrico, sottoli n eato. dalle tipiche viuzze radiali, ctùminanli verso il col mo dell'altura. si potrebbe ancora oggi deostruire nell'an damento assai definito della sua cinta muraria esterna, sot tolineata daJle toni circolari. Sulla suggestione dei ricordi, calpestando le belle pietre, che si succedono per le rampe, che raggiungono l'area del castelJo, il pensiero del visitatore ritorna indietro: Siamo nel 1497 e nel "registro delle Curie"- è sempre il Ricciardi che lo segnala- com paiono numerose letLere, che venivano scritte dal re Federico a Francesco Mariano, signore di Roccaromana, affinché cer casse di frenare l'esodo verso i paesi vicini, causato da tanto difficili condizioni di abitabilità. Successivamente, e poi per tutto il secolo XVI, si assiste ad un continuo passaggio di pro prietà, fino a Bonifacio Paoluc ci, la cui famiglia tenne iJ feudo fino verso la metà del secolo XVIII e fu proprio sotto i Pao lucci, che il caslello divenne famoso per la sua eleganza. In particolare Andrea Francesco Il Paolucci era un appassionato collezionista di moneLe antiche, che custodiva nelle due sale, dette appunLo "delle monete".
91
Purtroppo la preziosa rac colta fu venduta, insieme con tutta la baronia, a don Nicola Giovino, quando Antonio Francesco, figlio di Andrea. i trovò a dover affrontare debiti immensi. Cosicché il Giovino, poco intencULore in quel ramo, non fece altro che disperdere la preziosa collezione. Qualche moneta peraltro fu rinvenuta durante i lavori di restauro e di ammodernamento compiuti nel l 782 da Pasquale Sannita, cui I.a contessa Giovi no aveva venduto il feudo. La popolazione più anziana ricorda ancora "li ducati di Andrea Francesco'', raccontan do anche come fossero stati dfctLuati tcnlalìvi di furto da pa1te dj qL1alcuno che veniva <.la Caianello. Ma i "fidi militi" di Andrea ave\'ano ordine di "apri re le botole sotto i piedi di d1iu11que si m·vicinasse alle monete, senza aveme avuto il permesso'', Il ritrovamento di ossa umane in una caverna che si apriva al di sotto della sala sembrarn confermare caJe racconto. Qualcuno tultavia affenna che le ossa fossero dj mi li ti che Andrea ogni tanto faceva scompari re affinché nessuno potesse corromperli. Se é vero che accanto alle ossa furono trovate akune perle , qualcu no suppone che alcunj militi fossero stati effettivamente "comprati" ma non ebbero il tempo di offrir� la propria complicità, perchè fatti subito scomparire e sostituiti. La tor re altissima, rimase mozza del coronamento, dopo le notissj me distruzioni del Borgo, da pane degli Aragonesi, con l'as sedio, il sacco e la distruzione del 1496 ed oggi accuratamen te consolidata, è stala restau92
rata e finalizzata ad un "riuso" culturale cd espositivo. Alli guo, l'altuale gi.ardino pensile resta a documentare lo spazio un tempo occupato dal grande palazzo fortificato del conte Nicolò di Monforte. La toll'e misura, alle fonda menta , 9 metri di lato nella sua sezione quadrata, per uno spessore, alla base, di circa due metri e, al culmine della sua attuale altezza, di 15 metri, mostra uno spessore di un metro e settanta. La Torre, ricevuta in dono dal Barone Patcrnò, è alt ual mence propdetà del Comune di Pietramelara. ci diari di viag gio della seconda meLà del '700, si sente l'importanza del croce via rapprescnlalo dal lC1Titorio circostante la piana di Pietra melara, con l'incrodarsi di per corsi lungo quelle stesse vie consolari e dei loro vari "cUver licoU" che, nelle alterne vicen de dei popoli, avevano visto a\'Vicend.arsi legionari, merci e viandanti d'ogni gencr·e: corrie ri, delegati e fid!uciari che pru. sa,·ano e ripassavano su di un itinerario che si manifestò per secoli come il più naturale col legamento tra Roma e Capua. Quel feudo, che nel l 500, tolto a Sigismondo Marzano, che a,·eva parteggialo per Francesco I di Fran cia, era stato prima devoluto al Regio Fisco e quindi venduto a Gio vanni Colonna, rivendica oggi la sua appartenenza alla geme di Pietramelara. ell'800 la lorre, era ancora di una certa all1?z1.a, pari a più del doppio di quella attuale, suddivisa all. 'in t�rno in due diversi livelli, essendo ancora copena con un� piccola coper tura a Letto a due falde; più tar-
di, già priva del coronamento, venne adibita a torre colom baia. Siamo negli an'hi '60 e nuovameme la Torre viene abbassata di un piano, riducen dola all'altezza attuale, ma i c.h:triti caduti all'interno rendo no inaccessibile la to1Te stessa, riempiendola fino quasi all'al tezza delle finestre del piano temi. Fu più di dicci anni dopo (nel '77), che. utiJi7..7,ando l'ope ra di un "campo di lavoro" volontario, fu possibile sgom berare l'interno della to1Te stes sa , la quale Fu anche illumina ta dall'es.,.erno, attra\'erso una sovvcn1ionc da parte della locale Banca Niccolò Manforte di Pietramelara, mentre la Pro Loco si adope,-ò per la ricostru zione delle scale cd il colloca mento cU un cancello d'accesso. E finalmente le stesse forze opcralive hanno progettato ed attuato gradualmente il conso lidamento e restauro. finalizza to ad adibire la terrazza supe riore a "belvedere" e lo spazio interno ad attività culturali e spazio espositivo per Mostre documentarie non solo indi canti lo sviluppo del Centro cU Pietramelara, ma anche quello del territorio. attraverso una capillare scelta di documenti e materiale cartogrnfico e foto grafico, di eccezionale valore storico-sociale. Noi possiamo comunque immaginare lo splendore di quei saloni che, al piano superiore del castello, vedevano gli ospiti aggirarsi in abiti sontuosi fra pareti coperte Ji una prezio a "quadreria", che. colle:donata con grande cura dal Monfonc, andò com pletamente distruua. Quando Pietramelara co minciò la sua viw, successiva mente, nelle mani di colui che
la tenne poi con molti altri centri circostanti: da Caianello a Marzano e Marzanello; da Galluccio a Pietravairano, ossia nelle mani di Femandes del Cordoba, ecco che Ja lerra di Pietrnmelara, con il suo castello, furono i primi ad essere eliminati dal complesso patrimoniale e passarono a Ludovico Abenavolo. · Quella Lerra, che era rima· sta soggetta alla vicina Rocca romana e al suo feudatai-io. allorchè quel vasto feudo, alla morte di Filippo di Roccaro mana p assò in potere della Corte Regia. nel gioco del fra zionamento che seguì a tale evento, venne prima att1ibuita a Edoardo Colonna, per poi passare a Nicola e Federico di Manforte. Siamo di fronte al periodo più rigoglioso di que sta ten.a e al tempo stesso al momento in cui il C astello, noto primieramente come Palazzo fortificato, vide sotLoli-
neata l a sua "vocazione" resi den zi aie e in tal modo vide abbellirsi e realizzarsi in forma di "palazzo" la sua pur sempre poderosa strultura. Le Lorri, che un tempo, lungo la cinta esterna dovevano susseguirsi ad intervalli regolari, sono oggi ancora parzialmente visibili, ma in numero ridotto. Alcune di esse sono state inoltre incor porale nell'ambito di costruzio ni più ampie, sviluppatesi in altezza, a più livelli e destinate (per quanto concerne il loro uso), per lo più alla realb.zazio ne di spazi di lavoro artigiana1 e, tali da restituire a quella parte del borgo la continuità storica, che si può intravvede re, con lo sviluppo di una società contadina - artigianale, che soleva, un tempo, "svilup pare in proprio" le attività in qualche modo legate allo svol gersi del vivere quotidiano. Diversi furono, in effetti, gli studiosi che, occupandosi di
La "piana'' di Pietramelara, nella cornice delle allure che la circondano.
quel centro con amore e com petenza, affrontarono da vicino la sua storia e scrissero tanto da fornire una ricca messe di notizie ad un altro ben profon do studioso della Terra di Pie tramelara, ossia il ben noto Raffaele Ricciardi, che tanto poi si sarebbe occupalo di "Ter ra di Lavoro". Riesce inoltre di notevole interesse un'indagine, adatla senz'altro a ulteriori approfon dimenti e perora soltanto ven tilala, sull a configurnzione assunta nel territorio, del tipi co "inurbamento" dei signori feudali, che tullora si riflette nel reciproco rappo1to spazia le fra i cenni della piana come Pietramelara, e i vicini centri posti sulle alture. Prof.ssa Luisa Chiumenti
93
L'Arc/1ìretro Fra11co Valente, storico, criuore e w·banista.
P ETRAMELARA E IL SUO TERRITORIO ALLA VIGILIA DEL lii Ml·LLE NIO
' L
area territorial , eh vi ne definita tto iJ nom di Vali del VoJ tu rno e eh si atl sta intorno al ma iccio del Mat e, i configura in maniera unitaria ( eppur non omorr n a al uo in temo) n n solo p r gJi asp t u puramente fa ici ge grafi ci, ma anch per 'I vi ende torich . artistich d urbani Lich h l'hann int ·r ala. 94
Elementi f ndamentali per d finire le p cuJiarità di qu t'ar a, oltr qu li morfologi h , ono: • la centraliLà ulla dar al appenninica; • la pre enza d !turno, il fium più important della par l m ridional deUa Peni ola; • una tra tifi azione cli in t r nti di pianifi azione di uti lizzazione organizzata del t r-
ritoi-io daJJa Preistoria a<l oggi. T primi due elementi con con·ono a definirne il caratte re geografico, ma il terzo ne definisce la storia in rapporto alle esigenze di utilizzazione da parte dclJ'uomo. Per quest'ultimo aspetto appare estremamente urgente avviare un processo di riorga nizzazione delle risorse altual mcnte presenti sul suo Leri·ito rio al fine di evitare cbe tulle le tracce significative de!Je civiltà, che hanno lasciato la loro impronta nel più vasto contesto della storia dell'uma nità, possano essere cancellate da un uso disorganico e legato soltanto all'otlenimento di risultati immediati. Per ottenere questo scopo appare necessario andare alla ricerca di quelle particolari vicende della storia dell'uo mo, che siano dircuamentc collegate alla storia del terri torio, e siano state profonda mente condizionale proprio dalla sua configurazione geo grafica. ln un momento in cui ci si interroga sui problemi leguli all'unità nazionale, appare imporlanle andare alla ricer·ca di radici storiche che molto spesso, pure se distanti migliaia di anni da oggi. con dizionano il presente, quasi ne facciano parte. li territorio in terno che appartenne ai Sannili, presen ta la peculiarità di una strultu ra storica attraverso la quale è possibile ricostruire con buo na approssimazione tutti i fenomeni che, nel Lempo, han no interessato le popolazioni
che vi si sono avvicendate. Essi hanno d eterminato la formazione di una strut tura storica che, per como dità di sintesi, possiamo assimilare ad un "albero" di cui siamo in g1·ado, oggi, di intuire la esistenza, senza tuttavia conoscerne la effet tiva consistenza. Come l'albero si costituisce di tre parti principali (le radi ci, il fusto, i rami), ugualmen te può dirsi della strullura di un territorio, e tale assimila zione è possibile anche per il territorio del Voltwno. Le radici.
L'area geografica della Valle del Volturno, che più generica mente è parte dell'antica tena degù Opici e più recentemente (e non a caso) si definì come Terra di Lavoro, com,erva gli elementi strutturali (dal punto di vista storico) che permetto no il riconoscimento di carat te1i peculiari che complessiva mente la distinguono da altre regioni.
Il fusto.
L'attuale popolazione del ter ritorio, che al proprfo interno non ha alcun riferimento metropolitano, ha caralleri st i che tali da re nderla in quaJche modo di versa dalle popolazioni di altre regioni, certamente non per motiva zioni etniche, quanto invece per obiettive situazioni &trut turnli. Una est.rema polverizzazio ne dei centri tu-bani e nessuna 1isorsa locale naturale capace di produrre ricchezza, sono
elementi che hanno apparen temente condizionalo negati vamente la consistenza, e quindi la forma, del tronco sociale. I rami. Le ramificazioni dell'albero vulturnense in minima parte si limitano all'ambito imme diatamente circostante. Presentano uno sviluppo tale che la sua consistenza è sicuramente più forte cli quan to il suo lronco possa far sospettare. Accade però che una catti va conoscenza deUe radici sto riche impedisca di individuare i canali di alimentazione dei rami, sicchè il fusto non parte cipa e non riceve vantaggi da tale coJJegamento. Ipotesi di lavoro. Il territorio vulturnense raggruppa una serie di comu ni che conservano, all'interno dei propri nuclei urbani o sparsi sul territorio, elementi fisici che testimoniano l'esi stenza di una slnrllura che, senza soluzione di conti nuità, permette di ripercorre re le lappe significative della sua storia: • il paesaggio agrario; • gli insediamcmi osco-sanni tici; • le strutture della conquista romana; • gli insediamenti longobardi; • i monasteri benedettini; • le cinte forlificate angioine ed aragonesi; • i castelli; • le chiese momumentali; • i nuclei UJ·bani.
95
Dipinto murario dedicalo a S. Rocco, Pa1rono di Pietramelara (Borgo medievale).
ALLraverso Ja ricognizione sistematica di essi, nei modi e con i metodi che dovranno essere precisamcnle descritti in fase di lavoro, è possibile ricostruire il contesto genera le, a liveUo diacronico (cioè nella successione temporale), in cui si colloca l'immagine della comunità. Attraverso lo studio della organizzazione civica dei sin goli centri e ]e attività delle popola zioni, analiz zata a livello sincronico (ci9è alla data della ricerca), è possibile quantificare le disponibilità umane ed individuare le reali esigenze dei singoli individui. Allraverso lo studio delle ramificazioni nel mondo della popolazione originariamente appartenuta al territorio in questione (fenomeno che va sollo il termine generico di "emigrazione"), dall'epoca del le grandi migrazioni fino ai nostri giorni. analizzate a livello diacronico e sincronico per singoli rami, è possibile individuare in maniera pun tuale tulle quelle realtà che
96
continuano ad avere un rifei-i mento culturale con le radici storiche della lorn regione, s enza che tuttavia abbiano attualmemc con essa un rap porto organico e produttivo. La conoscenza dei tre ele menti costitutivi della storia vulturnense, nello spazio e nel tempo, è condizione fonda mentale per qualsiasi pro grammazione futura. La mancala conoscenza di uno solo dei tre elementi por terebbe a gestire le realtà eco nomiche ed amministrative locali seguendo schemi che potrebbero non essere origina li o comunque non perfelta menle compatibili con la struttura sociale. Non è certamente una novità che gli amministratori della cosa pubblica nel passa lo, anche recente, abbiano tenLato di approfondire la conoscenza della struttura sto rica e della realtà sociale che amrninisu-avano, ma, tuttavia, bisogna prendere atto che tut to avveniva con sislemi e metodi spesso empirici, affi-
dandosi spesso all'intuizione più che alla conoscenza. Oggi la Lecnica e la lecnolo g ia moderne permettono di milizzare mezzi assolutamen te inimmaginabili fino a qual che tempo fa. La possibilità di riunire in un solo sisLerna interattivo fax, computers, televisioni, telefoni. banche dati, ecc., apre nuovi orizzonti a quegli individui ed a quelle comu nità che saranno in grado di ulilizzarle. U poter avere in tempo reale informazioni da ogni angolo del mondo può pe rmettere alle comunilà locali, apparentemente isola te, un colloquio in cui le domande e le risposte avven gono immediatamente. La tecnica e la Lecnologia già si sono anrezzate per forni re i mezzi, però per farli funzio nare occorre acquisire i dati. Nel caso specifico per acquisire i dati, cioè per rico noscere i tre elementi che for mano l'albero, occorre creare un centro di elaborazione spe cializzato, una "piazza virtuale" del cosiddetto Villaggio Globa1 e, che non sia solo l'astratto laboratorio di registrazione delle informazioni, ma che, anche dal punto di vista fisico, rappresenti un rifcdmento sto rico e culturale per le popola zioni residenti in loco oppure sparse per il mondo. A prescindere, poi, dalle caralleristichc. specifiche dei singoli cemri (che costituisco no oggi piccole realtà nell'am bi lo di una regione che, soslanziaJmento, auribuisce od esse un ruolo geneiicamen-
Vedwa della Chiesa di S. Rocco a. Pietra 111elara.
te secondario) è possjbile far coincidere in essi ruoli signifi cativi in un quadro più ampio di integrazione degli interessi della regione con qu elJi di livello europeo o mondiale. In termini più semplici, Pietramelara potrebbe diven tare una delle "p iazze" privile giate di tale Villaggio Globale. A tale piazza farebbero riferimento tutti i soggetti comunque interessati, o per radici storiche o per rapporti di qualsiasi genere, alla realtà campana o, più specificamen te, del Volturno. Attorno a questa "p iazza" (una vera e propria città cabla ta dall'estensione e dal nume ro di addetti estremamente limitato) si articolerebbero quegli elementi che fanno par te dell'aspctlo fisico del terri torio e che sono meritevoli di un intervento pubblico di valo rizzazione perchè le loro pecu liarità sfano esaltate in un qua dro organico di sviluppo che tenga conto proprio della con seguenza temporale degli awenimenti storici e metLano in grado l'ipotetico fruitore non solo di ricavare informa zioni di tipo storico-culturali, ma anche di g odere degli aspetti puramente estetici, artistici e paesistici. Per rag giungere talj obiettivi, che poi diventeranno il volano per i successivi intervenli su tulla l'area geografica esterna a tale centro urbano, è necessario programmare una serie di inter\4enti prioritari che, se realizzati con un piano organi co e coordinato. definiranno il molo di PicLrnmelara nel qua-
drn generale dell'intero bacino idrografico del Volturno. A queste opei-azioni di risa namento, valorizzazione e rior ganizzazione dei centri gravi tanti attorno al Volturno, si aggiungeranno le puntuali ope re di riqualificazione dell'intero territorio e che sinteticamente si possono così riassumere: a ) Riassetto del territorio mediante le h·adizionali opere di bonifica e di forestazione. In particolare la ricostituzione dei manti arborei delle aree montane. b) Recupero e valorizzazione del circuito degli insediamenti osco-saoniti. e) La realizzazione dei parchi
regionali di archeologia roma na e medioevale per la utiliz zazi.one delle risorse culturali. d) L'acquisizione ad una unica amministrazione pubblica dei castelli e dei luoghi fortificati più importanti, purché suscet tibili di utilizzazione nell'ambi to di un circuito organizzato. e) 11 recuperp dei nuclei urba ni antichi. La realtà monumentale del Volturno
La Valle del Volturno (per molti versi ancora sconosciu ta agli stessi abitanti deI ter ritorio) con il suo patrimonio s to1·i co e na Lu rale, a 1 di là degli astratti e generici pro-
97
grammi di utilizzazione che hanno caratterizzato anche alcune scelte politiche del passato, rappresenta una straordinaria potenzialità per un equilibrato sviluppo cul turale che comporti conse guenli, e non irrilevanti, van taggi economici. È a tutti nota la ormai crnnica inutilizzabilità del patrimonio paesistico, stori co, artistico ed archeologico per una serie di motivi che sostanzialmente coincidono con la incapacità della pub bi ica amministrazione dì coordinarne prnticamente la fruizione non solo per il grande, ma anche e soprat tutto per il piccolo pubblico. Per poter affrontare glo balmente il p roblema sem bra, in questo momento, assolutamente inutile ripete re quelle indagini che tendo no a dimostrare per l'ennesi ma volta l'importanza di ogni singolo elemento costi tutivo della struttura regio nale. Al contrario appare estremamente utile tentare di sintetizzare al massimo le peculiarità di tutto il patri monio vulturnense cd 'impo stare una programmazione degli intervenli che porti ad una ricucitura funzionale di tutti i singoli tasselli della storia, in maniera lale che ogni tipo di visilatore (bam bino o adulta, colto o appena informato, meticoloso o fret toloso) abbia la possibilità <li comprendere la struttura sLorica delJa regione, di apprezzarne i valori, di con servarne piacevolmente il ,;cordo. I passaggi qualificanti, che potrebbero costHuire le tappe
98
di un ipotetico itinerario, sono identificabili con le con sistenze archeologiche ed architettoniche più significa tive del Leni torio. Nel compiere questo ipote tico viaggio. ci si rende conto che spesso, neUo stesso luogo, coincide più di una tappa del la storia. Anzi si ha modo di consta tare che [requenlemente il medesimo monumento, con le sue stratifica7.ioni e modjfj cazioni, è in grado di offrire una serie di conoscenze che in altri ambiti comporterebbe approfondimcnlì specialistici o seltoriali. Il problema fondamentale oggi non è quello di reperire fondi per singoli finanzia menti di ope1·e, quanto piut tosto quello dì programmare e coordinare Lai i opere in maniera che anche lo svol gersi dei lavori diventi occa sione di richiamo sia per i visitatori occasionali. sia per i turisti organizzati, sia per gli studiosi, sia per gli abi tanti del luogo. È infatti ampiamente noto che gran parte del patrimonio storico-archiLetlonico non è fruibile per decennali impian ti di canLicri che non solo hanno sottratlo ai naturali destinatari un bene che costi tuisce motivo ba·ilare per iJ riconoscimcnlo della propria identità culLurale, ma che impedisce anche un chiaro e sicuro coo rdinamento dei flussi turistici. Valgano come l.!�t:rnpio gli interventi che il Ministero per i Beni Culturali ha in corso e che orma i hanno fallo rag giunge,·c un limite di soppor tazione onnai insostenibile.
Il borgo di Pietramelara alla vigilia del m Millennio
Tn età longobarda·e nor manna, nell' ambi t o di un territorio ricco di preesisten ze sannitiche e romane, il borgo fortificato di Pietra melara si arroccava su un'al tura calcarea. Soprav vissuto, almeno nell'impianto urbano e nel sistema murario, alla con quista aragonese del 1496, ha avuto una notevole espan sione esterna con il Palazzo Ducale ec.l il Convento di S. A gost ino. A partire dal secondo dopoguerra, sia l'e migrazione che l'esodo urba no verso nuovi quartieri a ,·alle hanno determinato uno spopolamento progressivo dell'antico nucleo abitato, sicché oggi sono pochissime le ram . ig l. ic che ancora abita no all'interno delJ'originaria cinta muraria. Le condizioni modeste del la qualità urbana e la desola zione sociale che ne è seguita, ormai al limite del collasso irreversibile, impongono l'av vio di una concreta politica di riquali fica7.ione globale che veda il Cenlro Antico di Pie tramelan.1 come punlo di rife riménLo significativo per l'in tero territorio comunale. Una serie di iniziative che \'edano la partecipazione dei soggeLLi privati all'in Lerno di una pianificazione pubblica, nonché la individuazione di corrette melodologie di restauro che siano rispettose delle pct.:uliarità storico-archi teltonichc, sono condizione necessaria e fondamentale pcrchè il Nucleo originario di Pietramelara, opportunamen re riqualificato anche suJ pia-
Umi via in pietra viva e/te cinge il Borgo di Pietrameln.ra.
no funzionaJe, costituisca il punto di partenza di una rifondazione de!Ja citlà nella prospettiva del nuovo Millen nio che sta per nascere. Per raggiungere tali obiet tivi occorre riproporre in Ler mini di sana economia urba nistica l'uso coordinalo delle provvidenze pubbliche da una parte e di quelle private dal l'altra, basando gli interventi su una diversa concezione del bene culturale. Più precisamente appare ampiamente superato (perchè mai ha portato pratici vantag gi) il meccanismo in atto per le operazioni di recupero dei centri storici basati su astratti programmi di risanamento, spesso rivelatisi pura esercita zione teodca. Occorre modificare le altuali norme di intcnento e sempli rica re il conce L Lo di proprietà privata relativamen te ai beni da considerarsi di interesse storico-monumenta le, come sono definiti nel loro complesso i Centri Sto1ici. Nulla si potrà fare nei Nuclei Antichi se l'impegno della Pubblica Amministra zione non accetterà il princi pio che l'involucro eslerno degli edifici privati in realtà appartiene a tutti e che per tanto deve essere la colJctti vità, attraverso la Pubblica Amminjstrazione, a garantir ne la tutela, la conservazione, la valorizzazione, non solo con astratte normative di vin colo.(che si rjvelano molto spesso infruttuose), ma sopra l l u Lto con concreti interventi di manutenzione,
restauro e consolidamento. [n altri termini la Pubblica dovrà Amministrazione garantire in maniera genera lizzata la conservazione e la valorizzazione della parte pubblica degli immobili pri vati, lasciando all'iniziativa privata la conservazione, la utilizzazione e la valorizza zione delle parti interne. Solo se si salverà la Forma e l'Immagine della ciltà, avremo la speranza di trasferire alle
prossime generazioni il legame con le prop1ie radici sto1iche. Riuscire a conservare la F orma e l'Immagine della città antica è il vero grande problema del Millennio che si chiude. Questa è la sfida che dob biamo lanciare alle soglie del nuovo Millennio. Avremo qualcuno disposto ad accettarla? Arch. Franco Valente
99
Il Dorr. Gennaro Morra, storico e ritrore.
LA EUDALITA IN TERRA 1· �o o LA SUCCESSIONE DI GIOV: II on la morte di Giovan na II (2 febbrai J 435) i apriva la su i ne al tron di Napoli in una ituazion confu a, ì me confu o ra tal il go erno di questa u I ti ma ·ponente d Ila monar hia ang101n , invischiata in un gr vigli di ambizioni di 100
inl re. si eh ru lavano attor no alla sua cort La Lerile regina, quando in anza di un er de legitli na Lura I e min i a upar i di a i urare un ore al u trono, p r rie di in rrezze pro1' in orgerc di a canit conflittualità nel Pae e: n I 1421 aveva ad la t il gio an r d'Aragona e di Si ilia Alfon-
o V, e h n I g i u!.mo d i q u I l ' nno venne a apol i a rie ve re l'invest h u ra . r e l 1 423 ( I O l llgLio , i n l llo go di Al fon o v va designat Luigi I l ] d ' Angi n I giugn o d l J'anno gu nle, m rto Lui gi, ri ono va propri o e red il fratello di lui, Renato. L' inca t an za delle celte d i Gio anna fu r n i p r uppo t i c h e legi t t i m a n o p re l e diri t U dei qual i i r ero prota goni ti Renato d'Angiò in qua l i t à dj succe o re pe r u l t i m o d e ignato, A l fo n · o d'Araaona p r analogo l itol che con ide rava ancor val id grazie all'i n ve l i t u ra r i u t a e i l Pa p a Euge nio I V, h e n l l 'a fferma zione deL I 'Aragon e vedeva una m i nacc i a a l l a i c urezza de l l e Te rre d i . P i e t ro e u n n oli darsi d i pr pri nem i i . l l r che l 'u · u rpa zi o ne d i u n r gno eh i pa p i van mpr a ffermato e er u n feu d d -Jla Chi a e. m tal , d i collazione pom i fi ia. tando al l a r na a la eiai da Angel de Tu m m u J i l l i, . Etia, a oll i tar AJ(on · ra g o n a p r h • v n i a rac ogliere I ' rcdi t d i Gio an n a , furon il d u c a di a A n tonio Ma rzan , i l co n te d i Foncli Onorato C a tani, il n L di Traetto Fran e c d'Aqu i n o e Fra n P. ndon ' , ant ignan i d i u n h i era men to eh , più h a rag i o n i poli t i che, ri ponci a ad i n te r i ambizioni di potere. A que le lol t P• rteci pava no attivamente a n he Je popo l a z i o n i d e l regn o , o i n v o l l e dalla n obiltà i uda! che al ter na a l e pre t a zf o n i d ile pro -
ldat c h e r on l 'una e r c n l 'al t ra fa;,j n . a co n da d "I le opp rt u n i t Loi d e R a - u i ncolto ma 1 ri to d i a ri 1 a d li' poca n ffi ace a l l u · i n a l J ' i n L nza d J l a nobi l t à , ha i a L o cri l l o h · i ba ro n i e r a n o t u t t i i n c l i n i I " g i oco deJI corregge": ca ei dentro e a e i {o re . C i oé L a a n o u n a l ta d ntro e u n a vol ta fuori i u n deter mi nato partito. La con tesa p r la ucc sio n al t rono fo iò in una vera e p ro p ri a g u e rra d i con q u i ta o m ba t t u t a fra i due preten dent i , h ide i l duca di M ila n Fi l i ppo Maria I conti e i G n o ve i a ] flan o d i Alfonso d 'Ara aona e il Papa cendere i n a ppoggio a l ]a rivendica zio n d i Re n a t o d 'A ng i ò con u n · r i l cond l t d a G iovanni i tcl l e h i , patriar a di Ale . and ria , p i ri m pcn ·ato con i l e p pe l lo card i nalizi . l i r arago n c , h e a veva g uadagnato alla propria cau a o n t i d i ola qu Ili di a rta, ri u nì a Capua l a più a gg u rri t a n o b i l l m i l i t a re na p I tana, e h mpr ndeva Gi vanni An tonio Ot ini pri nip di Taranto, Raim ndo del Balzo Or i ni , i l du a c U Veno a, i l c i tat d u a di a, i ign o r i d i V na T , M rcone, G ra e e di vari a l t r t e rre , o·l h gl i obb diva pa rte dei p l"i n i pat i di Ta ra n to Saler n o q u a i t u t t a l a T rra d i Lavoro, ad eccezione d i Mad da L n i , fa u t .-i c e I p a rt i t o angioino 2 • iò nono ta n l la pr val en za angioina, forte d l l 'e ntrata in ca mpagna dell forze ponti-
fici , era ancora con ·i tente e Al fon o , per arre ·tare la d i c a cl 1 i tel le h i e h d a San Germano puntava u Capua, i l 2 m aggi o del 1 43 7 · i alte ta v Teano con 1 u m i l i zi e . I l pa t riarca, e h n o n d i ponea di f rze ba t oli per poter o t n r un a dio a Capua3 , m n d ò Pietro Ra n go n e , con un c o m p a g n i a di fa n t i , ad e u pare il p a d I l a unz i a l a. L u n g a in i ta d j Vena ·o', do e poi · j congiun e ali forze d i G i acomo Cal dora e quindi en Lrò n ila valle d l olturno. D p redò Va i ra n . asse d i ò A l i fe c h e eb b p · r m a n o del Ve ovo 5 e as aB P ied i mo n te . Qui i ci ttadini u irono a bat tagl i a ma pre to i a rre ero e t tero ubire per lì giorni d I . pr c n z a p u n i t i va d e l pa t r i a r a , p r i m a h q u e s ti nda · e ad occupar . Angelo Ravi animi e p i Cai azz . Ma i rapporti tra i due condottieri ra no de ti nati a n fl igge re d I i tel di T nte alle prel l chi che in tend a acqtu ire a l l a C h i e a l t rr h e gl i i L t met tevano dand l u ogo I f n dato o p tt che la ua cam pagna non � s e in appog g i alla cau a angioina ben 1 al re upero d I regn cli apo1 i i n fa vore del Pa p a 6 Sta d i fa l l che i l Vì tel l h i abban d n l ' i m pr a cl p o a v e r n h i u o u n arm i t i z i o c o n AJ fon o . Tal ituazione fi nl p r con ol idare la po i z i o n e , a n c h e mili tare, dell'Arag n , nonol a n t che a apol i la regina I ab l l a - che r gg va il Regno m n t re iJ marito R nato si tro•
101
vava prigioniero in Borgogna - a dimoslrazione del proprio potere, convocava (il 4 ottobre J 43 7) un parlamento generale che "riuscì ben più importante di quello dei fautori di Alfonso a Capua l'anno precedente, poiché vi intervennero ben 207 baroni che dichiararono la propria obbedienza agli Angiò"'. Il 19 maggio 1438 Renato che era stato liberato dalla pri gionia il 3 febbraio dell'al'tnO precedente - sbarcava nel por to di Napoli e prendeva il comando delle forze angioine, iniziando uno. campagna che lo portò a dconquistare molte delle terre che il re Alfonso aveva assoggctlate. Sarebbe oltremodo intric;\ to seguire i movimenti dei due rivali in quella guerra di logorio, caratterizzata da focolai di combattimenti ed il mutare delle scelte di campo sia dei baroni che delle città. Quel che può affermarsi è che la instabilità neUa fedeltà dinastica ebbe una dimensio ne forse unica nella storia della feudalità napoletana. Antonio CaJdora, succeduto al padre Giacomo, mtitò tre volte bandiera e il conte di Casert a, in soli due anni. alternò i suoi servigi ben cin que volte•. Tuttavia in queslo turbinio di consensi e dissen si la fazione angioina, nella maggior parte delle ten-e, riu sciva ad aggregare intorno a sé il consenso delle popola zioni, spesso anche in contra sto con le scelle dei loro signori. Anzi è riconoscibile che il più delle volle l'adesio ne era determinata in odio al barone che le teneva avvas sallatc. 102
I..:AVVENTO DI ALFONSO D'ARAGONA Nei primi giorni di giugno 1442, con la penetrazione di Alfonso d'Aragona nelle mura di Napoli. la lotta per la suc cessione al Lrono, apertasi sette anni e mezzo prima con la morte di Giovanna II d'An giò-Durano, po teva dirsi conclusa, anche se militar mente, specialmente all'inter no della città, rimasero alcu ne partite ancora da regolare, che si conclusero il 19 di quel mese con la battaglia di Ses sano nel Molise, dove Alfonso sconfisse le milizie di Antonio Caldora chè era passato agli stipendi della causa angioina. Con l'ascesa al trono di Napoli, l'Arngoncsc si trovò a dover fronteggiare una situa zione che, in più di mezzo secolo di gue1Te di successio ne, a,•eva prodollo un esauto ramento della Corona e un prevalere della feudalità, fatta cLi particolarismi e di sopraffa zioni su di una popolazione impoverita dalle turbolenze e si rese a1Lresì como che l'isti tuzione monarchica non pote va prescindere dalle giurisdi zioni ten-iLoriali, jn gran parte a regime feudalc. che rapprc senta\'ano un referente non solo politico ma soprattutto amministrativo. Anche in Terra di Lavoro le maggiori città come Capua, Aversa, Sessa, Teano, Caiazzo, Maddaloni che in epoca nor manna, al formarsi della feu daJità, erano sotto il diretto dominio regio, ora erano con troUate dai più potenti signod del Regno. A questo stato di cose egli si accinse a porre rimedio, con solidando la centralizzazione
degli organi dello Stato e, nel lo stesso tempo, ampliando il potere di quei baroni che ave vano sposato la sua causa, anche per contrastare un par tilo angioino che, sentimental mente legato a quella dinastia, continuava ad essere presente non soltanto in parte della nobiltà, ma soprattutto nelle popolazioni, dalle quali l'Ara gonese era visto come un usurpatore. Infatti nello storico Parla mento convocato il 28 feb braio 1443 nel convento di S. Lorenzo..a Napoli, chiamò i soli Utolari di feudi, (pri11ceps, d11clis, marqueses, conte.set barons)� con esclusione dei rappresentanti delle cillà demaniali e del clero'°, dimo strandosi aperto a tuue le loro richieste. In quella circostanza, sia pure di malgrado, confermò ai baroni il mero e misto imperio cum gladii potestate, consi stente nel privilegio di ammi nistrare la giustizia civile e eli minale in tutti i suoi gradi di giurisdizione nell'ambito dei loro feudi, restringendo così la sfera delle prerogative della Corona e aggravando la pres sione sui sue.Iditi. Ma non sol tanto: il decentramento della giurisdizione penale intendeva rispondere anche all'esigenza di garantire la sicurezza pub blica, combattendo sul posto il dilagare della delinquenza e del brigantaggio, che rendeva no insicuri i traffici commer ciali con le regioni del ord, p.rima di tutw con la Toscana. Inoltre rese immuni <la pignoramento i beni dei baro ni e dei loro vo�salli nei casi di insolvenza delle Lasse da essi dovute.
Anche il sistema tributario fu modificato con l'accordo dei parlament ari presenti, abolendo le molteplici e one ro e collette per sostituirle con una tassa unica: il focatico, consistente nel pagamento di un ducato per o gni nucleo familiare e impose la distribu zione annuale di un tomolo di aie a famiglia, in ragione di 2 tari e mezzo al tomolo11 • Erano, però fatte salve le imposiz:ioni straordinarie e le imposte sui consumi, esentan done il ceto nobiliare e il clero con i loro familiari conviventi. Insomma, dal riordino del regime Lributario i privilegi di casta goduti dai baroni duran te il regime angioino rimasero immutati se non accresciuti. Su costoro, infaui, non gra vava nessuna Lassa se non quella cli successione, chiama ta relevio. È supernuo dire che a tale condiscendenza del re. che gli fruttò l'appellativo di Magna nimo. corrispose un polcnzia mcn to del baronaggio, soprattutto pc,· l'ampliamento delJa competenza giudiziaria che tenevn in soggezione i vassalli. L'J I luglio del 1483 Filippo Montaquila di Vcnafro chiede va ed otteneva da re Ferrante di trasfe1;re una causa che egli a\'eva con il feudatario, in ahro foro per legittima suspi cione o incompatibilità ambientale, lamentando che "i11 una localiuì dove il conte signoreggia ed esercila il cotale dominio, non pHò rendersi 1111 esauo giudi-;.io"''. La piaga del baronaggio, che datava dall'inizio della domina z_ione angioina e che si protras se oltre la sua estinzione, era
dunque ancora vivissima. Forlì per autorità e ricchezze i baro ni abusavano del potere e s.i abbandonavano ad illegalità lesive dei didtli dei Comuni in[eudati e dei loro abitanti. in quanto non tutti .-ispettavano i privilegi che le Università era no riuscile ad ottenere, spesso loLtando, dai predecessori o dalJ'autodtà regia. Il rappresenLante dd baro ne, fosse capitano o governa tore, era sempre prèsente alJe assemblee dei cilladini e con trollava tuLLa la v i la locale. "Anche il rapporro tra il fisco regio e il comune passava allra verso il feudatario, il quale \·er sava poi nelle casse dell'Erario l'impano di quelle che gli erano dovute"13• Siffatta situazione di premi nenza aristocratica era dovuta in gran parte alla politica di Alfonso d'Aragona che cercò in ogni modo di edtare uni con un CCLO pOLCnLC e innuen Le cli cui "mirò pi1111osto a gt1ra,rtirse11e la col/abora-:.ione o. per Lo 111e110, la 11011 ostilità, pro1110 a cedere, anche su que stioni di principio o di autorirà, i11 cambio di w, utile immedia to i11 termini fì11a11ziari, 111ilira ri o di pura acquiescenza"'•. Perfino nei confronti di coloro che gli si erano opposti sui campi di battaglia, come i Caldora, usò liberalità e gene rosità per evitare opposizioni alla sua politica. Egli, insomma, si disponeva ad usare, volta a \'Olta, la diplomazia o il rigore a secon da delle circo:uanzc. spesso cedendo alla forza di pressio ne e di ricatto, subendone le ri vcndicazioni. A Lai fine fu largo nel conce dere feudi e titoli per meriti
esclusivamente mililari, ma soprattutto posti ch.iavc e alti impieghi dell'amministrazione giudiziaria e finanziaria a sud d i ti spagnoli, in particolare catalani e aragonesi, sottraen doli ad clemenli locali. A questa politica clargitoria cl i benefici feudali Alfonso accompagnò una serie di matrimoni che valsero a lega re alla Corona le famiglie più potenti. Le figlie Eleonora e Maria sposarono l'una Marino Mar zano figlio del duca di Sessa e l'altra Leonello d'EsLe signore di Ferrara, Modena e Reggio, menu-e iJ figlio Ferrante. desti na Lo a succedergli, impalmò Isabella, rup01e deJ principe di Taranto Giovanni Antonio del Balzo Orsini, Gran Conestabi1 c e capo indiscusso dello schieramento aristocratico a lui avverso. TUlta\"ia non mancarono cnsi di rouura in cui il re usò la mano pesanle per contenere le esorbitanze di qualche per sonaggio tra i più doltosi, come il viceré catalano Gio vanni Centelles, Francesco del Balzo duca d'Andria, France sco Sanseverino due.i cli Sca lca, Paolo Ruffo conte di Sino poli, Tommaso Car acciolo ma,-chese cli Geracc. Così alternava concessioni e rcscdzioni con una polilica di equilibri che gli garantisse il conlrollo di una nobiltà imprevedibile nella sua con dotta, ispirata - più che alla fedeltà dinastica - aJ consoli damento del proprio potere. Bilanciando le concessioni con le restrizioni, egli evitava reazioni che avrebbero nociu to alle sue avventure militad e politiche che stava ambiziosa-
103
mente perseguendo in Tosca na e contro Genova, sulle qua li non è q uesta la sede per diffondersi_ Nel P arlamento del 1450 aveva liberalizzato il commer cio interno delle derrate agri cole, di cui l'aristocrazia ter riera era la maggiore produt trice in Puglia e in Terra di Lavoro, incrementando così iJ fiscalismo dei cosiddetti passi, i quali al tra non erano che barriere daziarie delle merci poste nei punti obbligati di transito che, quando ricadeva no nelle terre infeudate, erano gestiti dai portulani dei baro ni, consumando i loro arbitrii a danno dei mercanti. Durante il suo governo, nel Regno di Napoli si contavano 208 passi fino al 1466, allor ché il suo successore Ferrante ne abolì un buon nw11ern con la cosiddetta limitatio passum "p iù che per una ispirazione liberistica - come afferma del Treppo - per un proposito di affermazione politica e giuri sdizionale nei confronti della feudalità "1 5• Altra fonte di reddito legata alla circolazione commerciale erano le fiere e i mercati, pure essi oggetto di concessione e privilegi dei re aragonesi in favore di sign01i feudali. Dalle l O fiere attive nel periodo sve vo si passò a l 08 in età angioi na e 230 in età aragonese 1�, tal volta destando il malcontento degli operatol"i locali i quali mal tolleravano la presenza di mercanti forestieti. Anche sui mercati settima nali, per alcune merci al feu datario erano riservati gli inra pl atheae, che davano luogo alla concessione dei dirilli di piazza ad appaltatori adusi a
104
sistemi vessatori nei confronti dei poveri contadini che acce devano al mercato con i loro prodotti. Nel Parlamento convocato nel 1456 i baroni, i n un momento di crisi, non so1Lan l o diplomatica prodotta dal trattato di Lodi del 1454, ma anche economica e finanziaria in cui versava la Corona, acconsentit-ono all'applicazio ne di nuove imposizioni fisca li, Licavandone in cambio altre concessioni con una serie di capitoli a lo.-o favorevoli 11• Alla fine dello stesso anno un violento tenemoto sconvol se vaste zone del regno - in particolare la Terra di Lavoro provocando lutti e rovine. Nel l'apri le la stessa regione era stata colpila da una gelata che, da quanto racconta il de Tum mulillis, bruciò lutti gli alberi e gli erbaggi, specialmente le messi di grano e di orzo, com promettendo i raccolLi18• In quel1a occasione l'inerzia delle autorilà e la scarsa sensi bilità del sovrano di fronte alla pubblica calamità ed alle sue conseguenze, suggellarono infaustamente il regno deJ pri mo sovrano di casa d'Aragona di Napoli. Egli non seppe acquistarsi il cuore delle popolazioni delle province e l'ostacolo precipuo, se non unico, fu il fiscalismG>. Come se n o n bastassero le esenzioni di cui istituzional mente godevano il baronag gio, il clero e la capilale, Alfonso infoltl, con le conces sioni fatte ai vari favoriti, le fila dei privilegiati. Non era però tanto questo clientelismo la causa del risen timen lo popolare, quanto gli arbitrii e le sperequazioni che locai-
mente si compivano nella distribuzione del1e gravezze tra i lassabili e, ancorà di più, le coercizioni alle quali ricor revano gli agenti del fisco o gli appaltatori di gettiti fiscali, anche nel caso di autenlici nullatenenti, mentre il recla mo alle autorità superiori restava "lettera morta" 19• Due anni più tardi, il 27 giugno del J 458, Alfonso d'A ragona moriva dopo 23 anni di governo napoletano, lasciando al figlio Ferdinando I, detto Ferrante, un paese nel quale, specialmente nelle pro vince, regnava un diffuso mal contento e una forte nostalgia del passato governo angioino. Scrive i l Summonte che negli ultimi annj di vita Alfon so poté rendersi conto della "poca costa11za dé baroni e quanto fidar si potea dell'ani mo di quel regno"10, destinato a vivere in un clima di guerre, calamità e ribeUioni baronali. FERDINANDO I E LA GUERRA DI GIOVANNI D' ANGIO Il 25 luglio, in un Parlamen Lo convocato a Capua perché a Napoli infieriva la peste, Fer mo te - alla cui successione si opponeva il papa CaLUsto III rivendicando il regno di Napo li alla soggezione della Chiesa - raccoglieva il giuramento dj fedeltà da parte dei baroni e deJJe citLà 11 • Ma la sua situa zione era tuttavia insicura per i troppi avversari che gli si opponevano sia fuori che den tro del regno. A questo Parlamenlo, infatti, non erano inLervenuLi akuni dei maggiori baroni come !'Or sini, Gioiosa Acquaviva, Anto nio Caldora e il Sanseverino12 •
Né gli altri può dirsi che gli fossero sinceramenle fedeli, nei cui confronti vedremo che dov«:! poi affrontare una lunga e dura lolla. lnoltre era tenuto in sospet to dlal popo lo, già oberalo dagli eccessivi gravami impo sti dal padre. Neanche la nobil là minore si tratteneva da alti di insubo rdina7.ione all'autorità di Ferrante, il qua le nel sellembre del 1458 dové ordinare al principe di Ro sa no. che aveva nominato suo \ icado in Terrn di Lavoro, di ridurre a partito con la forza il r ibelle Galeazzo Pandone, figlio del conte di Venafro, perché si era illegittimamente impossessato delle tei-re di un suo fratello23 • All'�terno del regno le non sopite aspirazioni dei dinasti angioini che, con Giovanni figlio di Renato, tornarono a
farsi vive, richiamarono intor no a lui quei baroni insofferenti del regime aragonese. Giovanni d'Angiò, a quattro mesi dall'a scesa al trono di Ferrante. sbar cava con il suo esercito alle foci del Voltw110 presso Mondrago ne, dove Lrovò ad accoglierlo il duca di Sara e il principe di Rossano2• il quale, dopo avere defezionato da Ferrante, aveva abbandonato l'assedio di Capriali dove si era forticato Galeazzo Pancione. per aderire all'invasore. Giovanni, che aveva unilo alle s ue forze quelle dei due nuovi aderenti, occupò Calviu, inconlrando ]arghi consensi in quasi tutte le terre dell'Alifano e della vaJle Caudina16, mentre il principe di Rossano, accam patosi con 1000 cavalli tra Prata ed AJife. si coUegava con Galeazzo Pandone e metteva no a sacco l'intero Le1Titorio.
Ved11ta de/l'abilato (parte bassa) di Pietramelara.
Un inviato del duca di Mila no in quei giorni scriveva che le loro soldatesche avevano catturato un commissario del re Ferrante, di nome Spizzico, e lo avevano fatto a pezzi27 • Si riaccendeva cosl la guer ra lra Aragonesi e Angioini, i quali ultimi trovarono alleati in Ercole d'Este, Iacopo Picci nina e Sigismondo Malatesta. Costui, entrato in trallalive segrete con il principe di Taranto Giovannantonio Orsi ni del Balzo, lo trasse dalla sua parte e, con esso, altri feudata ri che, più o meno occulta mente, si andarono armando contro FetTante2'. I motivi di tali rovesciamen ti di obbedienza erano quelli di sempre: l'aspirazione del baronaggio ad una maggiore
105
autonomia di fronte al potere centrale degli Aragona e degli Spagnoli e, ora, H richiamo nostalgico che esercitava la dinastia angioina con la pre senza in Italia del figlio di Renato cl'Angiò. Ai succe ssi delle forze avversarie Ferrante reagiva muovendo da Capua e,a metà dicembre del 1459 assediava Calvi, ten-a di Marino Marza no, che controllava la via per l'Abruzzo. Il 20 gennaio suc cessivo l'cspugnava 29 , dopo aver ridotlo all'obbedienza molte ten-e della valle del Vol turno e costrelli alla sotto missione anche i Della Rana, Conti di Caserta, che i 1 18 novembre nrmavano l'atto di omaggi.o nel suo accampa mento30. Ma presto il re dové abban donare il teatro delle operazioni perché tichiamato a Napoli da una riv0Jta >1 , mentre Giovanni d'Angiò si allargava in Puglia, ticevendo adesioni crescenti. Ora aderivano aUa causa dell'Angioino, oltre al princi pe di Rossano, al principe di Taranto e al Caldora già suoi sosteni lori, Giovan Paolo Cantelmo duca di Sora: Nico la di Manforte conte di Cam pobasso, Giovanni Sanfro monte conte di Cerreto, Gio vanni Caracciolo duca di Mel fi, suo fratello Giacomo c6nte di Avellino, Giorgio d'Alema gna conte di Buccino, Carlo di Sangro signore di Torre maggiore, Marino Caracciolo signore di Santobuono, Gia como conte di Montagano>i . Furono gli aiuti che Fer rante ricevette dal duca di Milano, Alessandro Sforza, dal Papa Pio II, che gli mandò Antonio Piccolomini,
106
e dal condottiero albanese Giorgio Scandeberg, nonché la riconciliazione di alcuni baroni che tornarono alla sua obbedienza, a salvarlo da una situazione che, dopo una sconfitta subita a Giulia nova (22 I uglio 1460), si pre sentava estremamente com promessa. In Calabria Ferr ante mandò il conte Roberto Orsi ni con la sua gente, mentre lui preferì. rjvolgersi contro il principe di Rossano assalen done i domini in Terra di Lavoro, nella cui regione una puntata di Gio\lanni d'Angiò e del Piccinine non fruttò alcun utile risultato. Il 18 agosto l 462 Ferrante, nella battaglia di Troia, forte delle nuove alleanze poté bat tere i suoi awcrsari e mettere a tacere gli oppositori. Il Picdn:ino, i principi di Taranto e quello di Rossano e Nicola Mon Forte tornarono alla sua obbedienza ma egli fu con loro tutt'altro che indul gente: demanializzò il princi pato di Taranto e rinchiuse nelle segrete di Castel Nuovo sia Marino Marzano che Iaco po Piccinino. Con la vittoria di Troia sui rivali angioini, Ferrante chiu deva una nuova fase della ven ten na I e lotta contro questi pretendenti, ma, per la du,·ez za usata contro i baroni persi steva uno stato cli odio e per tanto di precarietà vassallatica nei suoi confronti. Anche quest'ultimo connit LO aveva avuto pe1- teatro pre valentemente la Calabria, per concludersi in Puglia, ma in tutta la Teirra di Lavoro le popolazioni soggette agli Orsi ni di Nola, ai Marzano di Tea-
no, ai Caetani di Fondi, ai Pancione di Venafro, ai della Ratta cli Caserta, ai càrrafa di Carinola e Ailano, ai de Capua di Conca e Caiazzo, ai d'Aqui no di Vairano, tutti coinvolti nella gueJTa, vissero quelle vicende con animosità e trepi dazione in vista delle sorti di dipendenza che per loro si preparavano. Jnfatti,tra iJ 1461 e il 1464 numerose f..1rono le città che mandarono i propri sindaci a giurare fedeJtà aJ nuovo monarca e ciò "trova la sua ragione� scrive il Volpicella nella sempre {etvida brama del le ,erre di ema11ciparsi dal vas sallaggio feudale e rienlrare nel la cerchia del regio demanio"''. Gruppi di popolazione deci devano di "scasare", come allora si usava dire, cioé di abbandonare quelle Lerre il cui regime feudale fosse parlico larmente vessatorio. Assistiamo così ad un abbandono delle campagne con grave danno pe1- l'econo mia della regione. Per ovviare al fenomeno, Ferrante dispose la libera ven dita dei prodotti del suolo, togliendo ai feudatari il diritto di 111onopolio che consentiva loro di acquistare i prodoui stessi a vil prezzo e calmierarii a proprio vantaggio. lnolLTe cercò di l'idurne la potenza e la pericolosità, oltre che con l'abolizione di altri privilegi, con l'eliminazione e la sostituzione di coloro che si erano mostrati più indocili. Anche gli statuti comunali furono riveduti, miglioran done la tollerabi1ità con l'eli minazione di pesi che lì ren devano insopportabili per i suddW.
LA CONGIURA DEI BARONI Ma queste misure non val sero a riportare ordj ne nel Regno, nel quale ai rermenti dei feudatari andavano ad aggiungersi i contrasti di alcu ne cariche dello Stato. Nel 1485 lo schie1·amenlo antiaragonese - ancora forte per l'adesione dei del Balzo, dei Sanseverino, dei Guevara, degli Acquaviva con allri baro ni titolati e non titolati,. trovò un punto dj riferimento in AmonelJo Sanseverino prin cipe di Salerno, Antonello Pclrucci capo della burocrazia di corte e Francesco Coppola come di Sarno, i quali incon trarono nel Papa Innocenzo vru la disponibiJità a rove sciare la monarchia aragonec, procurando un imervento armato dì Renato di Lorena, ultimo erede dei diritti angioi ni sulla corona napoletana. Ma il progetto pontif icio non andò ad e ffetto pe1·ch6 Ferrante prevenne l'iniziativa facendo varcare la rronticra ddlo Stato della Chiesa dal figlio Alfonso, duca di Cala bria, e minacciando così il Papa di portargli la guerra in ca a. Quanto ai cospiratori alcuni rurono cattu rali e imprigionati, mentre gli altri uscirono allo scoperto inten zionali ad accendere una nuo va guen-a civile. Cominciarono ad armarsi, assoldarono soldaLeschc e munirono le loro fortezze. "il qual 111ovi111e11to" - è sempre il Summonte a parlare- "fu cag gione che in un trallo twto il
Reg110 sossopra andasse; le strade furono rotte, tolti i co111111erci, serrati i tribunali e cia SC/1/l luogo di confusione pie no",!. A quesLa sollevazione
baronale il re Ferranlc, in un primo mo men lo, non rcagl con la consueta fermezza e, collaborato dai figli Alfonso e Federico, cercò invece di rag giungere un'intesa con i ribel li, assicurando loro piena autonomia e libertà di fortifi care i rispetti vi feudi. Ma ormai la partila era aperta e i focolai ru rivolLa erano tali che sarebbe stato difficile poLerli eslinguere tulli con messaggi di pace e promesse di modera zione. Allora il re lornò ai vec chi sistemi. Dei principali cospiratori rece an·estare il Petrucci, con i due figli. e il Coppola per poi farli condan nare a morte da uo tribunale nel quale chfamò a far parte un giurì di nobili a lui rimasti fedeli. Erano Iacopo Caraccio lo conte di Brienza, Guglielmo Sanseverino conte cli Capac cio, Restaino Cantelmo conte cli Popoli e Scipione Pancione conte di Venafro, i quali dnun ziarono, forse per solidarietà di casta, a far pe are il proprio giudizio nella sentenza di con danna, adducendo che, non essendo uomini di legge, rimettevano la decisione ai commissari deputati dal re1b. Le condanne ebbero vasta eco e Furono un monito severo per i più riottosi che, l'uno dopo l'altro, si sottomisero al re, sti pulando un accordo di pace il 26 dicembre l 486J7• Ma nean che questi pentimenti valsero a fermare l'azione repressiva del monarca. Uno ad uno rur·ono arrestati e soltoposLi a formali processi con sentenze quasi tut te capitaJP�. E non solo periro no esponenti delJa più cospicua aristocrazia ma rurono confi scari interi pauimoni che tor narono alla Corona
Messi a lacere i baroni ribelli e impossessatosi di tutti i loro beni e caslelli, il re Fer rante caratterizzò gli ultimi anni di vilai. e di governo con una politi ca di appoggio ai Comuni, s enza però venir meno alla protezione del baro naggio come istituzione fon damentale, che egli continuò a considerare un elemento di forza in un paese a struttura essenzialmente feudale. LA DISCESA DI CARLO VIIl E LA }:!NE DELLA MONAR CHIA ARAGONESE U 25 gennaio del 1494 Fer rante moriva senza lasciare troppo t'impianto e gli succe deva il figlio Alfonso II, anch'esso tenuto in sospetto dalla nobiltà e per niente ama to daJ popolo. Egli assunse iJ trono in un momento di diffi coltà diplomatiche e mentre Carlo VTU, re di Francia, era sulle mosse di invadere il Regno per assoggcnarlo alla sua Casa di Orléans. Le difficoltà che si affaccia vano sul ramo napoletano degli Aragona, dopo un anno di regno lo indussero ad abdi care in favore del Eiglio Ferdi nando, conosciuto con il nome di Ferranchno, forse fidando neUa popolarità di cui godeva e che a lui era mancata. Le condizioni in cui il nuo vo re com i nciava a regnare erano Lutt'altro che felici. Si era al gennaio del 1495 e L'A quila e Sulmona avevano issa to la bandie.-a del re di Francia il cui esercito non incontrava resistenze nelle tappe di avvi cinamento a Napoli e il 7 feb brafo era a Teanos9• Ferrandi no, che con l'esercito era andato ad attestarsi a San
107
Germano, prima che i France si raggiungessero Teano abbandonò la linea Liri-Gali gliano ed arretrò a Mignano, per poi fermarsi a Calvi 40 • Avrebbe voluto fortificarsi a Capua ma .l a popolazione lo respinse e la città, il 18 feb braio, si arrendeva a Carlo vm "cum grandissimo honore et festa"·11• Occupata San Ger mano i Francesi si erano resi autori di inaudita violenza e il 22 dello stesso mese il re di Francia concludeva la sua campagna con l'ingresso a Napoli, accolto con entusia smo dalla popolazione, men tre Ferrandino riusciva ad imbarcarsi per Ischia, dove dovette sbarcare con la forza, per la resistenza che gli oppo se il castellano Giusto Candi da, suo suddito fellone. Il Comines ci ha lasciato l'e lenco dei baroni che accorsero a fare atto di sottomissione. Erano il principe di Salerno, suo fratello principe di Bisigna no con i figli, i duchi di Melfi, di Gravina e di Sora, i conti di Mont01io, di Fondi, di lhpaJda, di Celano, di Troia, di Popoli, di Venafro, di Marigliaoo e l'irri ducibile principe di Rossano4i . Nelle province Carlo VIII die de inizio a una indiscriminata dist1ibuzione di feudi tra i con nazionali che lo avevano segui to nell'impresa43 e di privi1egi alle città che lo avevano accolto in odio alla dinastia aragonese e ai feudatari che la sostenevano, ma con costoro non fu altret tanto generoso. D Comines scli veva che "fece à sudditi assaissi me gratie, togliendo loro ntolte gravezze. Sono di parere che il popolo non avrebbe pensato mai a nuovi sollevarnenli se si fusse data qualche sodisfattione alla 108
nobiltà, alla quale non fu usala né cortesia né carezza alcuna, anzi pure difficilmente erano introdotti a C01'1e."H. Intanto gli stati europei, allarmati dall'espandersi della potenza militare e territoriale del francese, costituirono una lega che presto lo costringerà a rrinunziare al frutto della con quista. li 20 maggio, dopo soli tre mesi di trono napoletano, abbandonava la capitale con iJ grosso dell'esercito, lasciando un contingente agli ordini del luogotenente conte di Mont pensier 45 , il quale avrebbe dovuto impedire il ritorno di Ferrantino. Va.na illusione per ché il 7 luglio il re aragonese, proveniente dalla Sicilia dove si era trasferito dopo Ischia. enb·ava a Napoli con un eserci to condotlo da Consalvo di Cordova, accolto, secondo molti cronisti dal tripudio del la volubile popolazione e dal J'ossequio di coloro che da poco lo avevano rinnegato. Malin Sanuto, però, elenca soltanto 48 città o castelli che furono solleciti ad alzare Je sue insegne. In provincia di Terra di Lavoro indica Capua, Aver sa, Nola, Carinola, Sessa, San Germano, Marigliano e Sara"". E di queste le prime tre dice che portarono "danari, zente d'arme et fanterie", ana1 oga mente a quanto fec ero alcuni baroni, mercanti e cit tadini dell e università più prossime a NapoJiH. Il regno di Perrantino ebbe breve durata perché il 7 ottobre del J 496 moliva ancor giovane tra il compianto dei sudditi, i quali avevano visto in lui l'uni co sovrano mite e generoso del la casata napoletana d'Arago na. Non lasciava eredi diretti e
perciò gli succedette Federico, fratello del padre. Questi si accinse a spegnere quei focolai di guen-a lasciati da Carlo VIl1 e a muovere contro quei baroni e quelle città che persistevano nella loro fedeltà alla causa francese - ora impersonata in Luigi XII che era succeduto a Carlo VTII - incoraggiati dalla presenza dei presìdj che obbe ctivano al Montpensier, pronto a ritentare la conquista del tro no per i re francesi. Fu allora. il 12 marzo, che le forze aragonesi assalirono P ietramelara e la misero a sacco per poi distruggerla con il fuoco. A consolidare il progetto di l'iconquista francese inlerven ne la diplomazia, con accordi segretissimi che rimasero ignorati da Federico d'Arago na, impegnato a mettere ordi ne all'interno del suo regno, avendo di mira la sola Fran cia. Con il trattato cti Granata ( 11 novembre 1500) invece, anche la Spagna si manifestò interessata ad impossessarsi del Regno di Napoli, e le due potenze si accordarono sulla sua spartizione: la Francia si sarebbe impadronita di Napo li, d<;! Ua Campania settentrio nale, dell'Abruzzo e del Moli se; la Spagna della Puglia della Basilicata e della Calabria. E tutto ciò con il consenso del Papa Alessandro VI, che impegnò Le forze di suo figlio Cesare Borgia in appoggio a quelle francesi. Così si riaccendevano le inquietudini. dei b a roni i quali, fiutando un prevedibi le sovvertimento mona,-chi co, erano impegnati a medi lare sullo schieramento da assumere nei confronti dei
due paesi spartitori. infatti, al grande raduno dei feudaLari, con\l ocato dal re Federico a Teano prima che iniziassero le oslilità, i baroni. prudenti e at Lcndisti, conven nero in numero assai UmiLato"11. l1 l 8 luglio del 1500 il fran cese d'Aubigny attaccava Capua, che dopo una breve re isLenza gli si an-ese, suben do un saccheggio che é l'ima slo memorabile e dopo una sel1imana (25 luglio), occupa le anche Aversa e Nola, entra va a apoli. Federico, igno rando ancora che l'occupazio ne francese rientrava nel pia no concordato con la Spagna, sperava in un soccorso cli Fer dinando il Cattolico il quale, im·ece, aveva ordinato a Con salvo di Cordova di muovere sì con l'esercito dalla Sicilia ma per andare ad occupare le ter re che il tranaco di Granara gli assegnava e non per portare soccorso al re di Napoli. La delusione di Federico fu grande quanto grande era stata la fiducia posta nella dinastia spagnola cui era imparentato. Il 25 agosto, prima di accettare la sconfitta è ritirar si nell'isola d'lschia, dichiara va al d'Aubigny che avrebbe rinunziato a qualunque resi stenza e gli fo se stata garan tita un'amnislia per tutti
colo
ro che avevano assunLo un atteggiamento anti francese•9• Con questo ulLimo atto volle garantirsi che ai più fedeli dei suoi sudditi non fossero riser vate vendette o rappresaglie, suggellando con un gesto di nobile leallà il ciclo di una di.nasLia che in circa tre quar ti di secolo non aveva ccna men Le saputo farsi a ma r e, anche se aveva saputo ben
governare in un petiodo tra i più 101-mentati del Regno di Napoli, per gli antagonismi baronali e l'avversione degli sta Li esteri che caratterizzaro no il periodo stesso, contras segnando la vila delle popola zioni con una incidenza profondamente negativa. Dott. Gennaro Morra
NOTE
'A Oc Tummulillis. Notabilia iempo mm, a cura di C. Corvisieri, in Fonti per la Storia d'ha/in dell'lstit. Storico ltalia110. n.7, Roma 1890, p. 40. ' . F. Faraglia. Jsroria della fotta tra Af{o11so \I d'Aragona e Re11ato d'Angiò, Lanciano J 908, p. 85. 'De/l'Istoria del regno di apoli di i11ceno autore, ndla Raccolta Gravier, rv. apoli 1769, p. 163. • B. Flavius, Historiarum ab i,1c,11·1,atio11e h11perii Ro111a11i, Venetia /.183. deca m. lib. VIJ (pagg. non numern1e). · . F. f'araglia, op. cii.. p. 93. • Di11mali de11i dfll Duca di Mo111eleo11e n c11r.1 di 1 . F. Farnglia, apoll 1895 (cdi;,:, trnast.), p. I00. · G. Cal:isso. Il rt:g110 di I apoli. Il Me:. :;.ogiaruo u11gioi110 aragoncst· ( I 266I.J94), voi. XV, Tomo l di Storia d'Ita lia, ud. U.T.E.T.. Torino 1992, p. 573. 'lvi, p. 579. Cfr. A. Marongiu. TI Parlame1110 i11 Italia 111!1 Medio Evo e 11ell'età mcxlema, Milano 1962, p.234, n.89. 10 E . Ponlicri. Alfo11sa il Mt1g11t111imo re di Nnpoli I -135-1458, npoli 197 5, p. 368. 11
A. De Tummullllis, op. ci, .. p. 52.
"crr. G. Mom,. U11a di11as1ia fc11dnle. I
P1111done di Ve.1w{ro. Campobasso 1985. pp. 42 e 105. 11 E. Pontieri. Al(o11so if Mat,?11a11imo cit.. p. 111. .. lvi, p. 368. "M. Del Trcppo, Stranieri nel Reg110 di Napoli: le tfli1es (i11a,1jarie e la smmu razio11e dello spazio eco110111ico e politi co, C!-trauo da Demro la città. Stranieri e realtà 11rba11e 11ell'E11ropa dd secoli Xl I-Xl I I, p. 208. ,. fri, p. 209. 11 E. Pomieri. Alfo11so il Mag11a11i1110 cii .. p. 375.
"A. De Tummulullis, O/J.cit., p. 62. •• E. PonLieii. op. cii., p. 376. ,. G. A. Sumnionte, Histo1'i<1 deflo Citt,l e lkgno di NapoU, 111. Napoli 1601, p. 45. " M. Ri1ius. De Regi bus Neapolis et Sic:iliae. rv. Basileae 153-1. p. 195. 11 G. Galasso, op. c;it., p. 628. 11 M. Rilius, op. c/1., IV, p. I 95 sg. "A. De Tummulillis. op. cit ., p. 80. t< lvi. I. c.. '• G. Tes cionc, Casertt1 111e,lievale e i suoi ao111i e signori. Cascr1a 1990, p. 125. "L. Volpicclla. Noie biograriche in Regis Ferdi11a11di Primi l11s1ructio1111111 liber, Napoli 1916, p.360 e E. Nun z.ianie, / primi mmi di Ferdi11a11do d'A ragona e L'im1asio11e 1/i Gio,·a,mi d'An gi() in Archivio Storico per le Province Napole1a11e, XIX ( 1894), p. 236. "C. Galasso, op. cit., p. 632. ,. lvi, p. 648 sg.. •• L. Volpicella, U11 registro di ligi omaggi al Re Ferdi11a11do d'Aragona in S111di di storia 11apole1a11a i11 onore di Mic/1ela11gelo Scliipll, Napoli 1926, p. 325 sg .. 11 G. A. Summon1c, op. cii.. m. p. 276. " G. Gal asso, op. cii.. p. 649 sg.. '' L. Volpic ella, U11 registro di ligi 0111aggi.cii., p. 314. "G. A. Summonte, op. di.. lii. p. 513. 1 ' /11i, p. 512. '"U11C1 cro11nc11 1111poleta11a /ìgurarn del 01wllroce1110. a cura di R. Filruigieri, Napo(j 1956, p. 62 in nota. "G. Calasso, op. cii., p.71 I. "G. A. Summon1e, op. cit.. 111 p. 534. •• M. Sanu10, La spetli:.ioue di Carlo VIII in l1ali<1, Vene-1.ia 1883, p. 225. "'F. Di Comines. Le 111e111orie , trad. dl L. ConLi, Brescia 1613. p. 338. " Cf1: C. Dc Fredc, L'i111presn tli Napoli di Carlo \I/li, Napoli 1982. p. 287. "F. Di Comines. op. cii., p. 339 sg. '' Cfr: C. De frcd<!, op. cii.. p. 343 sg.. 11 F. Di Comincs, op. cii.• p. 340. "Per i nomi dei capitani lasciati nei prcsldi strategicamente più impo11an1 i vedi Comines, op. cii., p. 355 e De Frcde, op. ci,., p.361. In particolare cfr. Sanuto. op. cii., p. 606 che dà :iccnnto ai nomi. le fonic di cui dispo nevano: in totale erano 700 francesi e 1375 regnicoli. '"M. Sanuto, op. cit.. p. 519. ••lvi. p. 521. ••A.Archi, Cli Aragona di Napoli, Bologna l968. p. 120. " fri, op. cit ..p. 122.
109
li Ten. o/. Ni ola Della Volp ,
Capo
pre . o l'Uflìcio torico dello Stato laggiore del/' ercito.
P
NOT SUL BRIGA AGGIO TERRA DI LAVO O
rima di ace nnare agli aw nim nti lativi al brigantaggi po t-uni tario in Te1·ra di Lav ro, ono n e ari alcun n t intr duttiv uUe origini d I feno men tùJe m dalttà d li lotta, aJ fine di una migli r comprensione di taluni u i a petli. li pr ent ontribut arà p rtanto arti Jato in u· punti: origini e iluppo d I
110
brigamaggio· t rritorio, ua influ nza e m dalità deJJa l l ta· atti di brigamaggio in li r ra di Lavoro. ORIG
E SVILUPPO DEL
BRIGANTAGGIO
L- prime b nd legittimite, eh avr bb ro dato ri i ai al brigan1aggi nelle pr ridi n li, in omin\/in • ad p rar nel l-
Lcmbre-ottobre 1860, mentre era ancora in atto l'assedio cli Gaeta e alcuni Corpi deJJ'Ar mata Sarda, attraverso le Mar che e l'Umbria, penetravano nel Regno delle Due Sicilie per ricongiungersi all'Esercito Meridionale. Pietro Ulloa, minjstro della polizia di Francesco II, da Gaeta dettò le istruzioni per le bande, definite "colonne di volontari superiormente ap provate", perché fosse chiara la loro matrice cli formazioni armate, costituite con l'obiet tivo dj operare in parallelo con Je unità regolari borboru che rinchiuse in Gaeta. Fine esclusivo dell'attività delle bande era quello di con correre alla restaurazione sul trono dj Napoli del legittimo sovrano, combattendo pie montesi, liberali, democralki e guardie nazionali, sollevan do le masse e infierendo quanto meno possibile sulle popolazioni. Fecero parte delle prime bande sopratluttcr militari borbonici sbandati, prove nienti da Gaeta o rientrati dal lo Stato Pontificio, dove si erano tifugiati. E comuni cittadini, "voloo Lari", o briganti (ma ancora non avevano tale denomina zione), che ebbero il battesi mo del fuoco al combatti mento del Macerane il 26 ot tobre 1860. Agli ordini di Teodoro Sal zillo, mo.lisano, un nutrito gruppQ cli contadini, infatti, affiancò le colonne del Gene rale napoletano Luigi Scotti Douglas, condividendone la
sorte e la sconfitta. La presen.ta di contaclini rappresentava l'embrione dj quell'insorgenza sociale, che avrebbe caratterizzato la se conda fase del brigantaggio. Le prime bande, peraltro, nei mesi cli settembre e otto bre avevano condotto con suc cesso le loro battagUe, con quistando Pontecorvo, Teano, Sora, Venafro, Piedimonte d'Alife e Isernia. E fu proprio Isernia a tro varsi al centro della lotta, di ventando una città devastata e spopolata. Fu ancora ad Isernia che il Generale Man fredo Fanti, il 23 ottobre 1860, emanò il primo severo bando contro il brigantaggio, dispo nendo la convocazione di tri bunali straordinari (i cosid detti tribunali di guen-a) con tro quanti avessero commes so alli di brigantaggio, o op posta resistenza armala alle truppe sarde, o fossero stati trovati in possesso di armi. Bande cli notevoli dimen sioni avevano intanto operato anche nelle Marche e negli Abruzzi. È fuor cli dubbio quincli che il brigantaggio nacque come guerra di bande, parallela a quella non proprio "ufficiale" (il Regno di Sardegna non avanzò mai la dichiarazione di guerra a queUo delle Due Sicilie), con intenti legittimi sti e anti-unitari, per ripristi nare l'ordine turbato prima dalla spedizione garibaldina e poi dall'inten,ento dell'Arma la Sarda. Proprio perché composte da militari, l'organizzazione
delle bande ripeté quella ca nonica, nella consistenza e nelle modalità della lolla: le bande erano composte da cen tinaia di armati e sul campo agivano come reparti regola ri, adusi allo sconu-o in cam po aperto secondo schemi e regole fisse. Queste caratte1i stiche, che furono inizialmen te motivo dei successi delle bande nei combattimenti, di vennero ben presto la causa delle loro sconfitte. Perché, quando nel 1861 Je unità dell'Esercito Italiano nel sud furono fortemente incre mentate, le grosse bande non furono più in grado di regge re al confronto numerico. Le notevoli forze impiegate nelle province meridionali, inoltre, portarono a successi tali contro le bande neJ corso dell'anno, da far credere che la loro fine fosse imminente e che iJ brigantaggio avesse j giorni contati. Nel marzo del 1862 La marmo.ra scriveva infatti a To rino che, seppure il brigan taggio non fosse slato com pletamente debel1ato, esso non aveva più alcuna possibi lità di ripresa o cli sviluppo su larga scala, per cui non rite neva opportuno chiedere ulte riori rinforzi di truppe. Fu un errore di valutazione gravissimo, poiché nessuno si rese conto che il fenomeno si andava trasformando e che la loua stava assumendo altre forme, più insidiose e più dif ficili da combattere. Il successo ottenuto negli scontri contro le grosse for mazioni non aveva fatto com-
111
prendere che le bande, non complelamenle distrutle, si frazionavano in unità più pic cole, di scarsa consistenza numerica ma estremamente mobili e quindi difficili da prendere, Lanlo più che si muovevano in un ambiente amico, almeno in quei mo menti, e su le1Teno a loro no to e favorevole. La loua aveva ora le caraL teristiche di una vera gueJTi glia, di frome alla quale l'E sercito italiano era completa mente impreparato. Fallo an cora più grave, nessun prov vedimenLo politico, economi co. sociale, a favore del Meri dione aveva accompagnato i prim.i successi militali. Al contrario, l'annessione del Sud aveva rollo un deli cato e precario equilibrio so cio-economJco che, pur pog giato su regole di convivenza il-razionali e antiquate, era servito fino ad allora a tenere in vita un sistema che con sentiva la soprawivenza delle masse povere ed emarginate, ovvero di larghi strati della popolazione. In termini percentuali, poi ché nel sud olt1·e il 90% del la gente viveva ai limiti della sopravvivenza, rompere il si stema senza adottare nuovi provvedimenti signjficava af famare la quasi totalità d·euc famiglie. E questo spi.ega il perché alle dvendicazioni legiLLimisle si saldarono, fino a prevalere su di esse. le insorgenze so ciaJj che ebbero come doloro sa conseguenza l'alimentazio ne della lolla pei· alcuni anni, grazie alla larga adesione al fenomeno dei ceti più poveri, sia con la partecipazione di112
t·etta sia con la connivenza. ln pratica, dal 186 L al 1863 la lotla al brigantaggio, in as senza di qualsiasi prowedi mento diverso, diventò esclu sivamente una fer-oce guerra di repressione, incentrata tut ta su interventi militar-i e sul l'emanazione di prowedimen Li legislativi restritlivi, con doua dall'una e dall'altra par te senza esclusione di colpi, in una spirale di violenze che sembrava non aver fine. Gli aspetti di una rivolta so ciale caratterizzarono comun que questo periodo, e il 1863 fu l'anno di maggior sfor.to fatto dal giovane Slato unita rio nella repressione del bri gantaggio. t:anno successivo il "g1·an de brigantaggio" fu stretto al le corde, tamo che le forze dell'esercito destinale nelle province meridfonali furono ridotte ed operarono princi palmente nelle sedi di guarni gione, con un sistema di po sti fissi e colonne mobili. Cambiò allo stesso tempo anche la "qualità" delle ban de e dei briganti; spentasi or mai ogni aspirazione legitti mista, caduta la spinta so ciale per effetto dei lutti - e anche di quella fatalistica rassegnazione verso la "mala sorte" che opprime la gente del sud -. fit11 con il prevale re nel fenomeno brigantaggio soltanto la componente de linquenziale. Le operazioni contro i bri ganti diventarono esclusiva mente mere operazioni di po lizia, con un progressivo di simpegno dell'esercito ed un impiego sempre maggiore di carabinieri, guardie nazionali e formazjoni volonta1ie.
IL TERRITORIO, SUA INFLUENZA E LE MODALITA DELLA LbTTA Il brigantaggio si sviluppò sul tenitorio in forme diverse nel tempo, in slreUa correla zione con la natura delle ban de e le modalità della lotta. lnizialmenLe si ebbe soprat Luuo un biiganlaggio di fron tiera, ovvero dj grosse forma zioni operanti nelle vicinanze dello Stato Pontifjcio. r motivi sono evidenti; le prime grosse bande, costitui Le e alimentate in gran parte da soldati borbonici rifugiati si nello stato papalino, pote· vano agire con più facilità a strello contallo con quelle frontiere, dove trovavano ri fugio e alimentazione logisti ca per Le sconeric. Godevano, inoltre, di comode basi d'ap poggio come le abbazie di n·i sulti e di Casamari, dove spes so venivano segnalati movi menti di borbonici e venivano nascoste anni e mezzi utili al la rivolta. li clero infatti, di fronte al l'atteggiamento del nuovo Sta to che procedeva a colpi di espoliazionj nei confronti del la Chiesa, non poteva non for o ire . il suo sostegno ad una causa che inizialmeme tende va al ripristino del vecchio sta tus quo e quindi degli antichi pdviJegi. Con la scomparsa delle grosse bande ed i I loro fra zionamento in piccoli gruppi, o comitive, di briganti, il fe nomeno si allargò a macchfa d'olio sul territorio del meri dione, con una distribuzione a pelle di leopardo; focolai di ribellione si accesero in tutte le province, e succedeva che in una stessa provincia con-
vivessero in territori limitro fi comuni infestati da bri ganti, ed aJtTi che ne erano immuni. Oppure, che in cer ti comuni si alternassero, in relazione all'esito degli scon tri, bandiere borboniche a quelle sabaude. In tale fase, conseguenza dell'insorgenza sociale, i briganti poterono muoversi sul territorio con una facilità enorme, agevola ti dalla conoscenza del terre no, dalla connivenza dei lo cali di cui godevano e d'a un largo numero di fiancheggia tori, definiti manutengoli. In cominciarono però ad ab bandonare la pianura, in cui comunque scendevano per colpi di mano, razzie, assal ti, grassazioni, rapimenti, ma dove gli scontri allo scoperto con le truppe regolari non erano loro favorevoli. Con il progressivo aumen to delle forze regolari, che fi nirono per avere il controllo del tenitorio, le bande si riti rarono a stretto ridosso delle montagne, in particolare dove esistevano vie di fuga per rag giungerle rapidamente. E su.Ue montagne e nelJe zone in1pervie, cou1e sul .Ma tese e sulla Sila, località di dif ricile accesso, facilmente di fendibili, che non consentiva no l'impiego di grossi contin genti all'esercito, ma permet tevano alle bande di alimen tare con facilità la lotta, i bri ganti furono per anni padro ni incontrastati. È necessario prendere in esame anche le modalità tec nico-operative della lotta, al trimenti riesce difficile com prendere come mai poche mi gJiaia di briganti abbiano po tuto fronteggiare per anni for-
ze numerkamente, e di gran lunga superiod. E prima ancora di taJi va lutazioni, occorre prendere in considerazione altri fattori che ebbero peso determinan te sugli avvenimenti. Abbiamo già detto che mancò nel meridione d'Italfa, al momento dell'annessione e dopo, ogni intervento sociale ed economico a favore della gente del sud, realtà che eb be come imrned!iata conse guenza lo sviluppo del bri gantaggio e, per ribellione, adesione e connivenza. Le popolazioni del sud, di fronte ad uno Stato che fa ceva sentfre pesantemente la sua presenza con l'introdu zione di tasse, l'abolizione di antichi privilegi (diritto al pa scolo, al legnatico ecc.), la militarizzazione del territo rio, l'imposizione di tasse di guena (i comandanti dei re parti che perlustravano i pae si sospetti di brigantaggio, imponevano spesso la cosid detta tassa di guerra, ovvero il pagamento immediato di una somma consistente di da naro) finirono per credere di dover partecipare, diretta mente o indirettamente, ad una guerra giusta. I severi e onerosi provvedi menti sulla leva mmtare, in trodotti dallo Stato unitario, infine, causarono la renitenza in massa, un fenomeno sco nosciuto al Sud. Molti giovani, che per le famiglie rappresentavano l'u nico mezzo di sostentamen to, piuttosto che essere av viati ai reggimenti dislocati nel nord Italia peT lunghi an ni di ferma, preferirono dar si alla macchia e finirono per
f
af luire nelle bande. In conclusione, i briganti, almeno nei primi tempi, sa pev�no di muoversi in un am biente amico, che in pratica lottava per la propria soprav vivenza; pertanto, a dispetto delJe spoliazioni e delJe fuci lazioni, briganti, sbandati, paesani, familiari e manuten goli, furono tutti combattenti e fiancheggiatori psicologica mente motivati, come direm mo oggi. Non lo furono invece i sol dati italiani, inviati a combat tere una guerra che non capi vano perché condotta contro fratelli che essi credevano di aver liberato dal giogo borbo nico, quegli stessi fratelli che inoltre si ostinavano a defi nirli "piemontesi", quasi avo ler sottolineare una diversità insanabile. All'ostilità della gente face va riscontro quella geografica dei luoghi; i militari italiani si ritrovarono ad agire in ten·i tori sconosciuti e ostili per na tura (boschj, monli, dirupi), con scarsissima e precaria via bHità che rendeva difficile lo ro ti movimento, sprovvisti di carte e affidali a guide e guar die nazionali del posto non sempre affidabili. Fattori determinanti furono dunque anche le motivazioni e la diversa psicologia dei combattenti. _I particolari tec nico-operativi della lotta, poi, chiariscono bene i motivi del protrarsi del conflitto. Li esaminiamo separata mente, per l'esercito e per i briganti. I..:impiego delle unità de1l'e serci to nel 1860 era rigida mente legato all'osse1vanza di regolamenti e istruzioni. I reg-
113
gimenti, articolati in unità mi nori, si muovevano in com battimento secondo schemi inderogabili, che non ammet tevano imprevisti e cambia menti. Gli uomini venivano addestrati al tiro e al com battimento individuale nel presupposto eh� si sarebbero trovati di fronte ad altri sol
dati che avrebbero agilo esu
tamente come loro. Perciò, i soldati erano abilissimi a spa rare in fila e a tirare di scher ma con sciabole e baionette, ma non avevano la minima idea di come dovessero reagi re all'improwiso fuoco a mi traglia di un nemico invisibi le o come dovessero duellare contro roncole e colLelJacci. Né i comandantj di unità era no in grado di far fronte a eventi impTevedibili e a svi luppi di situazioni impreviste, abituati come erano aJ vinco lo della gerarchia militare che imponeva loro di agire sol tanto in base agli ordini rice vuti, che potevano essere mo dificati soltanto da una lunga catena di autorizzazioni in sa lita e in discesa, poiché lutto il dispositivo per la lotta era accentrato presso il 6 ° Gran Comando di Napoli. Soltanto dopo le prime ne gative esperienze il meridione fu ripartito in Zone e Souo zone Militari, per rendere più agile e autonomo il comando delle truppe impiegate nelJa repressione; ma restò l'impos sibilità per i reparti di opera re fuori dati.e zone di rispetti va competenza, mentre i bri ganti si spostavano da una zo na aJJ'altTa senza bisogno di autorizzazioni. L'unità organica utilizzata dall'esercito nella lotta fu dj
114
massima iJ battaglione, fra zionato in compagnie, plotoni e distaccamenti che non ren devano agevole l'azione dj co mando e la sistemazione logi stica, a causa delle precarie vie di comunicazioni e delle scarse risorse del territorio. Difficili le condizioni di vita dei soldati; la razione viveri, ritenuta insufficiente per iJ lo gorio fisico subito dagli uo mini, fu incrementata nell'a gosto 1861, ma problematici restavano i rifornimenti e l'a limentazione dei distacca menti, in paesi dove le risor se erano praticamente nulle; le condizioni sanitarie dei re parti erano pessime, tanlo che una compagnia del 36 ° fante ria nello stesso periodo se gnalava dj avere tanti amma lati da non poter assicurare al cun servizio. I soldati della Brigata Re, che operò nella zona di nostro interesse, dor mirono per lungo tempo sul la paglia e furono autorizzati a prelevare coperte soltanto nel mese di novembre del 1861, quando i primi Ereddi avevano già causato malattie e quindi perdita in lennini di efficacia e di operatività. I:operatività dei reparti era inoltre inficiata dallo stesso equipaggiamento e annamen to in dotazione alla Lrnppa; i soldati vestivano una pesante ed ingombrante tunica di pan no d'estate e d'inverno; calza vano stivali non ortopedici (destro e sinfalro avevano la stessa forma e si modellavano sul piede solo col tempo); era no a(fardellaU con pesanti zai ni (kg 30 in media) e armati con un ingombrante fucile (luogo circa 141 cm senza baionetta) con uno scarso vo-
lume dj fuoco. [n taJi condi zioni, non erano in grado di muoversi e combatterè in ter reni rotti e accidentati quali boschi e montagne. Soltanto dopo nume1·ose e negative esperienze si incominciò ad aUeggerire la truppa e a con senti.re a parte di essa di por la.re abili ed armi più idonei allo sconlro e al movimento. Al contrario, le bande dei briganti erano di un'estrema agilità operativa, logistica e tattica. Subi rono pes anti sconfitte soltanto quando in contrarono le unilà regolari in campo aperto; ma quando af finarono le tecniche della gue1Tiglia, diventarono un os so duro da rodere. Il loro impiego era im prontato sull'attacco a sorpre sa, nel punlo in cui più debo le era il dispositivo avversari.o; e sulla rapidità dell'azione, condotta sempre con violenza e spregiudicatezza. L e bande, inoltre, agivano in condizioni di sicurezza, ga rantite dalla conoscenza del terreno e da una rete di infor matod. I:impiego si affinò an cor più con il tempo; veloce riunfone degli uomini in posli pre�tabiliti e su segnalazione degli informatori, agguato, ra pida esecuzione del fuoco su uno dei fianchi del repano militare per scompigliare la formazione e distogliere l'at tenzione dalJ'auacco p1incipa le, preparazione della via di fuga per una rapida ritirata, pronta dispersione per antici pare la reazione delle unità aggredite, l'ipiegamento su iti nerari prefissati,· ricongiungi mento in posti inaccessibili L'equipaggiamento e l'ar mamento erano adatti a cali
forme di combaltimento: abi ti adeguati alle stagioni e cal7,alure idon�e a muoversi su Len·eni diversi (ciocie e sti vali); revolvet� fucili da cac cia caricati a mitraglia e ca rabine, più maneggevoli e con un volume di f-uoco mag giore e più efficace special mente nei boschi. Le procedure usate per gli auacchi non disdegnavano trucclù, poiché spesso nell'av vicinamento i bdganLi usava no farsi precede1·e da alcuni clementi travestiti da soldati o da guardie nazionali, utiliz zando le divise prese in pre cedenti sconLd. Quanto all'organizzazione logistica, anche se le bande in fondo non ne abbisognavano, perché u·ovavano soldi e so stegno attraverso contributi dei legittimisti e il ricavato delle rapine, degli scontri e delle spoliazioni, essa era ar ticolata su alcuni depositi at tre1.zati in grotte, caverne e lo cai i là ìnaccess.ibili, special mente sul Malese. dove era possibile attingere, al mo mento del bisogno. soldi, ar mi e 1;fomimenti na costi in precedenza. Le diverse motivazioni che avevano spinto alla lotta, le differenti modalità messe in atto negli sconui, la taltica del mordi e fuggi sviluppata in un ambiente amico furono causa, così, dj notevoli danni ad un esercito impreparato e impa stoiato in regolamenti e nor me bmocratiche. IL BRIGANTAGGIO INTER RA DI LAVORO Le n·ote che seguiranno so no ftutto di ricerche d'archi vio nel Fondo Brigantaggio,
cu todito dall'Ufficio Storico dello Slato Maggiore dell'E sercito. Esse non hanno alcu na pretesa di essere esaustive, né lo potrebbero essere in questa sede, ma intendono il lusu-a.re sinteticamente aJcuni faui di brigantaggio in Tetra di Lavoro, ed in particolare quanto accadde a Pietramela ra e dintorni. con l'auspicio che siano di stimolo a ricer che e tudi più approfonditi e completi. Abb.iamo accennato che aJ la fine del 1861, per condur re più efficacemente la lotta al brigantaggio, il Sud venne ripartito in Zone e Sottozone Militari; in esse fu dichiarato lo stato d'assedio. I due prov vedimenti tendevano a far sì che i comandanti potessero operare autonomamente nel l'ambito del tenitorio di com petenza e convocare u;bunali straordinari per la repressio ne immediata degli atti di bri gantaggio. Sui luoghi di nostro inte resse. delimitati grosso modo a nord dalle propaggini di Monte Cesima, a ovest dal Massiccio di Rocca Mon6na. a est dai Monti del Malese e a sud da Monte Maggi.ore, aveva giurisdizione la Zona Militm·e di Caserta, che com prendeva i Circondari di Ca serta e di Piedimonte, e le Province di Benevento e di Campobasso. La conformazione geografi ca del territorio prima deli mitalo fa comprendere come le bande preferissero operare principalmente nei paesi e nei boschi a ridosso delle monta gne, dove più facili erano le vie di fuga, specialmente ver so il Malese; e come Pietra-
mclara ed il suo circondario, che furono comunque coin volti in episodi di brigantag gio, godettero nel contesto ge nerale di una relativa tran quillità. Ciò grazie alla vicj nanza della via Casilina e del la strada ferrata, che consen tiva no celeri movimenti di truppa e costituivano quindi scrio pericolo per i b1iganti. A partii-e dal 1862, nella Zo na Militare di Caser·ta furono impiegati contingenti di trup pe sempre maggiori e furono avviate operazioni sistemati che pèr combattere bande e gruppi di briganti, che si muo vevano, io tale ten;.torio, sem pre in piccole comitive di 8/10 uomini, pronte però a J;unir si in gruppi di maggiore con sistenza quando dovevano as saltare in pianura centri abi ta li e masserie. Dal 24 al 27 gennaio 1862 la g.. compagnia del 1 ° 1-eggi mcnto fanteria, dislocata a Pietravairano, compl una per lustrazione nelle campagne e nei paesi intorno, poiché al cuni briganti avevano assalito la taverna Zaronc, sita a Ta verna Nuova, e avevano deru balo diverse persone che tor navano dal mercato di Teano. La perlustrazione, fatta a cerchio lungo l'itinerario Pie travairano, Caianello, Marza no, Presenzano, non ebbe al cun esito; né diverse paLLUglie inviate a Vafrano, Pietramela ra, S. Felice e Roccaromana riuscirono ad intercettare i briganti. Allra perlustrazione venne fatta a distanza di pochi giorni sul Monte Cesima, an che essa senza alcun risul tato concreto. Le perlustrazioni erano il
115
istema più diffuso nel 1862 per dar la caccia ai briganti o per pr verure le I ro cor rerie, e v nivano compiule dai reparti a guito d lle segna lazionj ricevute. ma difficil mente a perché I colpi si dileguavano. Per Lutto l'anr:1 l'attiviLà d
briganti fu in es ant . furo no egnalati agguati a ca z , a alti a taverne e ma · ri , richiest ru riscatli a p sid nti e ac rdoli; num ro I Le Limonianze che i brinan ti, dopo le orrerie, pa a a no il Volturn per rifugiar·i sul Mat L band h agivan in
... OCC.f!TTO
Carte MnBH-0 N."
/' • 1/ ,4/,., ..., ;/,.
-.p�)'·/
li Mare. eia/lo Valeri.ni scrh da Pietramelara. al Capita11 Lafrat1a chiedendo rinforzi per dare la caccia ai briganti dopo i J'atti di Baia.
116
del capo-
"Opran tito nel-
�-----1Y • � .j};///d.#LL
� s
e
fr1/#7,-,.1,7bu @/4 t'Nl//u;a,/,;,;, I.Y� ,4>,;,,,;;),,, • ,/fr
#
r�.
. . ,.:--pwfl.,_, . ,,,. ,,.,.,, ,-p,,,u_,,� /,;,,., -y; �'"'o/'' 1.,,.,.�.r.1L.,,.,.f;,rr,:.,;c.,- ,,Jll ,, /'I ,u· .
/) >.,,,�v-#�;1, .. �.
rre, u b ndo numero e p r di te. Di Paolo e Albane Fl..lgiarono in Puglia, do i unirono alla banda Schiavon Padre Sant fu di nuovo at ta cato prima a . dell Cr e Ile, dove la ciò tutto il bol li no dell rapine compiut neU mani cl i soldati, poj
-·
•..C-..,--..4-.
,.,-...;:,.
Jt'.-->· �--
;2
/!. ' ..........,. :> ·-· •
i,..:_,.,,,.- . ......�
�- RJ>,.y-/
"/n� { 1.J,;,,,.
'°7",,;
I..
,,,,.•.:i••
r�_.4,. ..
Proposte di rico111p nse al valor militare (e civile) avanzate da} Maggiore Robbio per le Guardie Nazionali ed i mi/ilari intervenuti a Baia.
u1 Tagliaf no, d fu d finitivam nt di truLta: 5 banditi rima ero uc i i e 11 on egnarono alJ aulorità miJitari di Piedimont . Padre Santo i rifugiò in Capitana ta, dove venne ucci o dai ol dati ai primi di ottobr La banda D'Agostino, sor-
-
J -·--
- =· .:.,...,. . -..... ..
J
I-···- ..... --�.r.-.. _
�- •
• --
4;l,;,. ,L....
.;t
J..
r
� ...
-,.;,.. ...
.,"4,,1.; ....
�,..:r.: _, ....•--�
l'/7)
•
-
-"t::;i,
=- - -
7- #J(.-= �" )J ,\; .. ' r�--- i -w ,•..e_ ..,__ :., ..:;� },_ "'- �-'-
t
{
011."•i-
-1..
j /...... .,:...
I',."-<.,
-t·rr�
, � ,,f ,��,,.. - .
..)
•., � r::,r.: �-1 :._.r 1
,: ,.�d..- ,- ---17:.
..,-,.,:._.
..J I n-.
J .,.;= .
..e,.... ..... :. .) j ,-.../... ,,,--·r.. � ..,__ ('--
,.. .. .._.,._ -
,.. r....;r.·
_.,;>
117
SUPPLICA DI LEOPOLDO SANNITI AL GENERALE LAMARMORA, CO TENENTE LA DICHIARAZIONE DI PROBITÀ SOTIOSCRITIA. DAL SINDACO, DAL CONSIGLIO COMUNALE E DAI CITTADINI DI PIETRAMELARA j!LH r,..:1�. ,,,,,;',1'�• .,,_.,,,,�-L.. -'"�
J# :,'o,w./.,;_:,. ,.-,, � .,,r/l'iu J.,pa,u.o -
.,4 �,,-��
:Q_
�_.µcWw, ,/
� rart' � eh�,,� ,,,,.-��. �·�
,,,
...4-,. .Jl,H���,
k
�/
,,r�,!.,.f.;
,..,,.,,Q.l'Yl'-L"'l/4-
du�,,,
<..,I:
:&,,,
--,/, (.'-YJ',.. �..,,; �,...,-.;c.,,
�,.<.4,,1-1" �
��:rdr.H;',,,.., n,.,P:F.,..,,�-�
tJ ..,/,Wµ-J"""1af,U .-a....,./7&;
h_,...,,,,,/�
�?i'/4J.i(..,./r,(l�P-�ffe,r�
'JJ,h., -./, _, .,.,,/,,..
�u,41, HL:d,
�-�.
_,,,1,,::1 "1/r
-b
• 1"4.# .,u�;,/,���e1H�-r--
*'�«tJr..r.r� .,�
.l'AUN/,t
""'?.,,
,,,_,,,.
,,
#
,.
r,,,, �,.,,-L,A� """"...,/....,.......,..�_..,� .76) ,, �N(2',.;,,;Y-_ "1 ,nl'.At,r'f� ;l',/,/4.4,.,,-,/p,,� .';'t
�/� .,;.1Pkm-�,�
/,,--,,e.,.,-,t � ,
�/, . .,...,,. A0r,_'"" .;.,. ;,Pu ,#
J
�A�./�""- c:t�""
I�,,,,,. ,.,,,,.;;. /,.,. !l���-
-�,/ ',d'r u,/A
�,'t,r,
AP.,�. ;;/' /4
.:,j',,�
_,,,o1,;.,,q4_/,r
.n��,.
A; ..
�z .,/ç ;,'2,p��..t'-1,/;#,,,,
G �I./ .· •
j_, ,._S:ld �JCMH_,
��
,,,�de,;
� -...,��?_..p / v .... <2'
,;.,&
w-.v -4'
�
',W'ui:i7",�"":,,_,; �/ii/o-,,/,e,.
/4,, -& .,,,z,e�
-�
/""J'/<,_•
�� -_�_,...
./.,7_,
r,_L, .,._ ..,....,_..,..,./4-:: � �l,,,ffL /,r-.,..r�
1
,;,�r-«,.,ed� � ...
, ,;.,fh.,,ne�,4'� ,,_ u,.,/,/.,.
A
�
�
...,.,-/4-.,
".A��.0-"��/;--'-r/�.,._�;t;,,-,.,,.;�/,c_
-,,,1:'_IJU'h
,.�_,,,....;.,t-,4; �,,,i¾,�IAl'-,::,...u,..-.,� .:a�bt/l:o/7 .,.&-/k4,•,st-,,..
'
./, �,....
2',�� �� �"' .,,�.,...... ��e�
i� �-,a,, �
.n,-_.,,,ìt"':.� ,-u/'<tlt,
,,. L,:i!;:/,�
�;ff ;.i,, .•� ";
���t..
.H<ì".vu"'-"-' �/4,
"' -""" �� ,U-u4.,,,>� ��#•-•.m#/�� •
�,,/à,,a,::',�,, �.//, _;,_.,,,,.,�1.", 0
·�a.w-
.�&,,,:,,-..,.JAd;n-,,�1,d'A
�-,4,y,u
JV 4L,•-<J'-:f,, -6
J _,....,� /�.,,.�
-7'.
-,,,f'�
./HA4,r. �-F�
w:.-��"
�,.,,..u� rr
.,
.,JH)'...,-,_/../_, ,.,d_,) �«,o,V�
.,
11
;
.Z.h-/4-- _,,t Jl:,t,-4Je.,,f;.,,t,,u, A• ¼'-' h _.,,..� /.,,,_L;ffe_,..._
.,,,._ ,/�;.,,,.�
dr7�--1u,uh4-/"'-'�..,)� ·
/� ,l,IU.h,l,w�
�,l"I,� /� ;, .,,.. ' //_ �KL�'"U
• ffl«-
.
,,,_,/.,--,,oL.
.�, """'/t,r,' /.e, �i
,,� �......,;- ' ,,-;,-1,,,_L;..�. ..,.,. ,,,/ ·---
<'//4146-f'N/,
,-,, .,?;..,�, .,-/4�,,
�,,,,,/.,:_..J .,.,,_ �Ara,,.,.,.,/,,.. ..-.> Jm/kw.-,,.
., -
r,,.,,.,, • ,p,,....,....t,-..,,
.,,d /'J •
.l*('TNU' ,#�f..p,a,,,,., :./.
� ��:.,, .�
/-t
��
.
� ._.,._I/,..:,
�,. -
_.,:<V�
a-94, ,_,._ 1,.,-/"
//4'_�..,�
..,//4,)�;ozi;:
119
presa a settembre varie volte da soldati e guardie nazionali fra Monte di Mezzo e Colle Menuccio, perse 2 briganti negLi scontri e alla fine si di sperse. Nello stesso mese fi niva la banda Maccherone, in uno scontro a Bosco Toreino. La banda De LelJis si co sti tul con gli avanzi delle bande di Padre Santo e Mac cherone, formò una nuova banda e imperversò fra Cal visi, Curti, Gioia e San Poli to. Nel marzo deJ 1863 fu at taccata sul Tagliaferro da un battaglione del 40° fanteria, di stanza a Piedimonte, e fu messa in fuga, dopo aver la sciato 5 morti sul terreno. Nell'occasione fu liberato un prete di San Pol.ito, preso dai briganti pochi giorni prima e tenuto ancora p1·igioniero nonostante fosse già stato pagato l'usuale riscatto. Il De Lellis alla fine fu arrestato il 7 dicern bre 1863 e condan nato a morte a Piedimonte dal tribunale straordinario del 46 ° fanteria. Alcune volte i briganti fu rono presi e uccisi mentre ten tavano con espedienti di in trodursi nei paesi. Filippo Plensich, di Guardia Sanfra monti nel cui tenitorio im perversava, fu catturato e uc ciso dalla guardia nazionaJe mentre travestito da doi,na cercava di entrare nel paese; a segtdto dj ciò, 2 briganti del la banda si costituirono e gli altri sparirono. La morte del capo banda se gnava quasi sempre la fine del la banda stessa, poiché le co mitive con la perdita del capo si scioglievano. Anche quella di Giovanni Martino, di Dugenta, neUa stessa epoca si disgregò
120
con l'uccisione del capo. Il Generale Quintini, co mandante della Zona Militare di Caserta, nel maggio del 1863 presentò un biJancio di sedici mesi di lotta al b1igan taggio nella sua zona; egli ri tenne considerevoli i risultati ottenuti nella repressione: 184 briganti uccisi nei conflitti a fuoco, 117 fucilati o passati per le armi, 1 J 8 an·estati, 114 costituitisi. Nella relazione presentata per l'occasione, Quintini met teva in evidenza come il ri sveglio delle popolazioni aves se contribuilo a reprimere il brigantaggio nella zona ru sua competenza. Guardie nazionali e conta dini, che avevano fino ad al lora tenuto un contegno "inerte e pusillanime" (così scriveva) di fronte all'audacia dei briganti, erano ora dj ventati collaboratori efficaci nella lotta ai "malviventi" che infestavano il territorio, tan to che sembravano terminati gli attacchi ai viUaggi, assal ti preferiti dalle bande per la ricchezza di bottino che pro curavano. Una considei-azione in ve rità oltremodo ottimistica; poiché dal giugno successivo lo stesso Comando di Caserta continuava a segnalare, con scadenza quindicinale, gli a� tacchi dei briganti e le opera zioni eseguile contro di loro. Il 5 giugno l'ingegnere Fiocca, addeuo alle pubbli che costruzioni, due suoi as sistenti e dieci guardie na zionali di Baia che li scorta vano, furono assaliti da cir ca 30 brigami delle bande di Maccarone e Giuliani; ingan nata a sorpresa dal fatto che
3 briganti vestivano l'unifor me da bersagliere e altri 2 quelle della guardia n·aziona le, numericamente inferiore, la scorta si aITese e Fiocca e gli assistenti ruro no presi prigionieri. I tre furono liberati il gior no dopo dietro pagamento di 1200 ducati; avuta notizia del misfatto, i distaccamenti di Teano, Caiazzo, Piedimonte, con una compagnia avuta in rinforzo da Capua, si misero alla caccia del briganti senza alcun risultato. L'agitazione prodotta dal l'avvenimento tra la popola zione costrinse il comando militare ad inviare un distac camento di truppe a Baia La tina e a Pietramelara, per ras sicw-are gli animi. 11 18 giugno, il Tenente Ro gnoni del 60° fanteria, del dj staccarnento dj Baia Latina, in perlustrazione nel bosco della Marchesa Gioia, arrestava uno sbandato, sospetto di bri gantaggio, che si era fatto as sumere come guardia boschi. Il 20 giugno il pecoraio Ber tolb uccideva con uoa basto nata, nelle vicinanze di Lati na, il brigante Giovanni di Corriigliano, reagendo coo la for.rn ad una minacciosa ri chiesta di agneUi avanzata dal brigante. Sempre a Baia Lati na il 24 giugno furono atTe stati 10 paesani ritenuti ma nutengoli dei briganti: Co stantino Riccio, Vincenzo e Gaetano Pernotto, Domenko Colapietro, Nicola Campanel lo, Francesco Oirobbio, Gio vanni Antonio Nasi, Pasquale Sanore, Michelina Defelicc e Mar-ia Carmina Casello (gli ul timi tre erano padre, madre e moglie del brigante Sanare).
Altri 16 manutengoli veni vano arrestati iJ 27 giugno a Fottinelli e Sipicciano; uno di essi, un certo Paparello, op pose resjstenza e ferì un sol dato del 60 ° fanteria, ma non fu Fucilato sul posto e se la cavò con un processo. Il 28 gjugno furono liberati, dal dj staccamento del 46° fanteria di S. Angelo e dalJa guardia nazionale d'i Alife, i contadi ni Giacomo e Silvestro Colu mi, cat-turati dai briganli nel le vicinanze di Alife. Potrem mo continuare con la crona ca degLl avvenimenti in zona per parecchio; ma, per chiu dere le microstorie, ci limi tiamo a ricordare l'episodio di btigantaggio più luttuoso, e più discusso per lo strasci co che ebbe in Pietramelara, accaduto il LO novembre a Baia. Quel giorno, alle 1 O di mattina due contadini, Anto nio Del Sesto e Pietro Pa lumbo, avvertivano il sindaco di Pietravairano che pe1· le lo ro masserie, situate in quel mandamento, era transitala una banda composta da una cinquantina di bi-iganli. Fu accertalo in seguito che il gruppo era composto dalle bande di Giuliano e di Fuo co, riunitesi per l'occasione. li sindaco dava subito notizia al Capitano Lafratta, coman dante di un distaccamento del 60 ° fanteria a Pietravai rano, costituito da 2 Ufficia li e 35 soldati. NelJ'ipotesi che i briganti avessero intenzione di assalire i passanti diretti alla fiera cli Piedimonte, che si teneva in quei giorni, il Ca pitano ..e il sindaco concorda rono di avvertire subito gli al tri sindaci della zona della presenza dei briganti, affin-
ché allertassero tr uppa e guardfa nazionale ed istituis sero dei posti di control1o. Ben altre erano, invece, le in tenzioni della banda, che fe ce irruzione a Baia e prese d'assalto la casa del sindaco Scotti, sorprendendolo men tre stava pranzando con la fa miglia. Scotti, la moglie, la fi gha ed il figlio, sacerdote, cercarono scampo in una stanza fortificata ricavata al l'interno della casa; mentre si ritiravano nella stanza, il fi glio prete r·eagì alJ'attacco e Fece fuoco sui briganti ucci dendone due; ma, nonostan te la reazione, fu catturato con la sorella. Scotti e Ja mo glie riuscirono invece a rin cniudersi nel locale Fortifica to, dove cercarono scampo; ma i briganti, inviperiti per la reazione e per le perdite subite, saccheggiarono la ca sa e la misero a fuoco. l coniugi Scotti, per timore di essere presi, torturati e uc cisi, rimasero asserragliati nelJa stanza e perirono tra le Eiamrne. I primi ad avere notizia del misfauo furono la guardia na zionale di Dragoni, quella di Alife, e quella di Latina, que st'ttltima agli or·dini del Capi tano BorelJi. Borelli avvertì subito del l'accaduto il Maggiore Rob bio, comandante il battaglio ne del 46 ° fanteria distaccato a Piedimonte, perché man dasse soccorsi. Robbio inviò subito un coniere a Lafratta, con l'ordine di dare la caccia ai briganti, ma il messaggero non riuscl a passare il Voltur no in piena. Intanto, le guar� die nazionali di Dragoni e di Alife si precipitavano a Baia;
queJJe di Dragoni si posero al l'inseguimento dei briganti, quelle di Alife tentarono inva no di. spegnere .l'incendio del la casa e di salvare il sindaco e la moglie. [I comportamento della guardia nazfonale di Dragoni fu esemplare; inseguirono i briganti fino a Statigliano, li ingç1ggiarono in un conflitto a fuoco uccidendone uno e co stringendoli alla fuga dopo aver liberato la figlia di Scot ti; non riuscirono però a libe rare il sacerdote, che fu con dotto dai briganti a Torcina e per il quale fu pagato un pri mo riscatto di 500 piastre. Il 20 novembre comunque il prete riuscì a fuggire, confer mando il temperamento foco so ed il coraggio già dimo strato durante l'assalto alla sua casa. Vale la pena di ri cordare che il Capitano Cam popiani, iJ Luogotenente Pa scareHi, i militi De Pertis, Vi sco e Pagliuca di Dragoni, e il Luogotenente Contenti di Ali fe, furono lutti segnalati dal Maggiore Robbio e proposti per decorazioni al valore, per il coraggioso e lodevole com portamento tenuto. Analoga proposta fu fatta per due soldati., Carisio del 36° fanteria e Masella del 61 ° fanteria, i quali, in licenza ad Alife, appena saputo delJ'as sassinio di Baia si presenta rono al sindaco e chiesero ar mi e permesso per porsi alla caccia dei briganti, unendosi alJa guardia nazionale. I fatti di Baia ebbero ri svolti imprevisti s.ia tra i mi litari sia nella città di Pietra melara, risvolti significativi deJ clima ca1ico di sospetti e di certi atteggiamenti alimen-
121
tati dalle clicerie, che sovente vennero a determinarsi intor no al fenomeno del brigan taggio. In ambito militare, lo sviluppo degU avvenimenti portò ad una inchiesta disci plinare nei confronti del Ca pitano Lafratta. li Maggiore Robbio, forse anche perché deluso dal fatto che unità del1'esercito non erano intervenute per tempo nella caccia ai briganti, accu sò il Lafratta di essere stato codardo e pusillanime e clu.e se per lui severi provvedi menti. Ma l'inchiesta condot ta scagionò l'Ufficiale. Si poté accertare, infatti, che egli ebbe notizia dell'ac caduto soltanto nella tarda mattinata dell'l t, giorno suc cessivo all'assalto condotto dai briganti a Baia. Abbiamo già detto che il messaggero inviato da Robbio si dovette fermare al Volturno a causa della piena; e non fu il solo contrattempo. Il Maresciallo Valerini, che comandava la stazione dei ca rabinieri di Pietramelara, sol tanto alle 10 di sera scriveva al Lafratta per infom1arlo di quanto era successo a Baia e chiedeva rinforzi per poter in seguire i banditi che avevano preso, a suo dire, la via del Monte Maggiore. La lettera giungeva però a Lafratta nella mattinata del giorno 11, quando il Capjta no, di sua iniziativa e ancora all'oscuro di tutto, aveva in viato un Ufficiale, il Sottote nente Bruno, con 20 soldati alla scafa del Volturno per sorvegliare quell'importante punto di transito e fuga. Alla ricezione del messag gio del Valerini, Lafratta non 122
poté fare altro che inviare a Pietramelara il secondo Uffi ciale del distaccamento, il Sot totenente Montalbatto, con i restanti 15 uomini cli cui di sponeva e alcune guardie na zionali. Rimasto solo, aUe ore 11 riceveva finalmente l'ordi ne di Robbio, tramite un bor ghese che ern riuscito a pas sare il Volturno; ordine che gli ingiungeva di occupare con gli uomini del distaccamento tut ti quei punti di possibile pas saggio che i briganti avrebbe ro potuto percorrere nel riti rarsi. Ovviamente, LaEratta non poté ottemperare perché non disponeva più di uomini, e non si mosse da Pietravaira no in attesa di notizie dei suoj Ufficiali. La forzata inazione del l'Ufficiale diventò dj conse guenza il principale capo d'accusa nei suoi confronti, accusa smantellata però dal la ricostruzione dei fatti e dai trascorsi militari del Capita no Lafratta, che era stimato da quanti lo avevano avuto alle dipendenze per capacità e coraggio, tanto da essere in signito di una decorazione al valor mili tare. I:altro risvolto del sangui noso avvenimento investì di rettamente Pietramelara. Leo poldo Sanniiti - del fu conte Domenico si legge nel docu mento - aveva dimora nella cittadina all'epoca dei fatti. Proveniva da Baia Latina, che aveva lasciata nel mese di settembre perché la sua ca meriera, RaffaeUa del Gauclio, era stata ristretta in carcere a seguito cli una delazione, con l'accusa di essere manu1engo la dei briganti.
Fu però subito scagionata dall'accusa, nata pare da invi dia e maldicenza dei cÒmpae sani, e rimessa in libertà. Robbio, dando invece ascolto alle dicerie che anco ra circolavano sulla donna do po i fatti cli Baia, fece arre stare di nuovo la del Gaudio per complicità e la fece tra durre nelle carceli di Pietra melara. Emise inoltre, con temporaneamente, anche un mandato d'arresto nei con fronti del Sanniti per lo stes so motivo. li giudice di Pietramelara, nel rapido processo sommario istruito ed inviato al Tribuna le Militare di Caserta, non trovò peraltro alcuna prova a carico della cameriera e del Sanniti. Nonostante ciò, Robbio non revocava l'ordine di cat tura spiccato per il Sanniti, né inviava il dovuto rapporto al Tribunale per l'istruzione dj un eventuale procedimento. Alla 6ne di novembre il Sanniti avanzava pertanto una supplica al Generale Lamar mora, comandante del 6° Cor po d'Armata in Napoli, perché o fosse finalmente sottoposto a gi1,1dizio o venisse almeno revocato l'ordine di cattura emanato dal Maggiore Rob bio, in quanto si riteneva com pletamente estTaneo alla sto ria e si proclamava innocen te. Egli assedva di poter di mostrare che il 1 O novembre, giorno dell'attacco, era a Vi sciato per affari, e che non aveva avuto rapporti con i bri ganti né li aveva Favoriti in al cun modo con informazioni. Non abbiamo trovato nei documenti compulsati la 6ne della Storia, ma v'è motivo di
ritenere che essa ebbe un buon esito per i.I Sannitj, vi ste le manifestazioni di stima che i cittadini di Pietramela ra sottoscrissero a suo favore, con una dichiarazione sulla sua probità firmata dal sinda co Belmonte, da tutti i cons.i glied comunaJi e da 69 resi denti di ogni professione, me stiere e ceto sociale. Non è da credere, comun que, che l'ostinato contegno tenuto dal Maggiore Robbio possa essere indicatore di at teggiamenti persecutod dei militari nei confronti dei ci vili; basta ricordare che, alla stessa epoca degli avveni menti iJJustrati, gli Ufficiali del 60 ° fanteria nel mese di novembre si tassavano per raccogliere fondi per i danni provocati dal briganlaggio nel loro territorio e racco glievano la somma di 69 lire. E, ancor-a, il 46 ° fanteria aveva poco prima distribtLito ai poveri di Piedimonte il ri cavato della vendita di armi, vestiario e oggetti sequestra li ai briganti, assommante a 139 lire. Non erano certo cifre che potevano 1isolvere i seri pro blemi esistenti nel Melidione, ma tali iniziative, abbastanza diffuse tra i comandi militari e gli Ufficiali impiegati nel Sud, attestavano comprensio ne e atteggiamenti di solida rietà verso le popolazioni con le quali i reparti dell'esercito erano in contatto. Pietramelara venne ancora alla ribaJta nel 1864; il pre fetto di Caserta Maye1� infat ti, neU'aptile di quell'anno se gnalava a Lamannora come si fosse risvegliato in molti co muni lo spirito delle milizie
cittadine, owero delle guardie nazjonali, e suggeriva un pia no di perlustrazjoni con drap pelJi di tali milizie, da attua re in collaborazione con l'au torità militare, in modo che tutto il territorio della provin cia di Terra di Lavoro fosse battuto in continuazione e fosse così tolto ogni spazio di manovra alJe bande. In quella occasione, segna lava i drappelli "mobilizzati" nel mandamento di Pietrame lara: 60 guardie nazionali a Pietramelara, 20 a Roccaro mana, 40 a Pietravairano, 30 a Riardo, 20 a Baia Latina. Un consistente nucleo di cittadini che si poneva al ser vizio dello Stato unitario per combattere il !brigantaggio che si awiava a diventare, or mai, un fenomeno esclusiva mente delinquenziale. Le segnalazioni di quell'an no, infatti, accanto a quelle che riferivano di scorTerie di briganti a Vairano, Pietravaj rano e CaianelJo, facevano cenno anche a Furti di "ladri domestici". A partire daJ 1865, Je cita zioni nei documenti che fan no riferimento ad atti di b1i gautaggio avvenuti a Pietra melara e dintorni, diminui scono fino a scomparire; ri troviamo ancora Pietramelara in un carteggio del 1866, do ve viene detto che non c'è bi sogno di inviare, in rinforzo alla stazione carabinieri della cittadina, un drappello for mato da un caporale e 9 sol dati, necessario invece a Baia Latina. Segno evidente che la si tuazione a Pietramelara era, ormai, più che tranquilla. A onor del vero, a giudi-
care sempre dai documenti constLltati, Pietramelara ed iJ suo circondario non furono mai terra di briganti; a fatica, in un elenco dei briganti na tivi della provincia di Terra di Lavoro compilato nel 1866, ne abbiamo trovato solo 3 defi niti tali, che ricordiamo per scrupolo di cronaca: - J;.,andolfi Innocento, di an ni 33, nato a Baia Latina, co lono, "forse" - dice una no ta - fucilato dai soldati sul Matese; - Palmieri Luigi, di anni 17, nato a Roccaromana, calzo laio, appartenente alla banda Fuoco, latitante, "brigante dal 1863" riporta un'annotazione che appare davvero singolare e allo stesso tempo suscita molti interrogativi; - Perini Leopoldo, di anni 30, di Baia Latina, colono, ap partenente alla banda Gallo, JatitanLe. Ad essi, andrebbe aggiunto il già nominato Sartore i cui familiari furono arrestati a Baia Latina come manuten goli, che però nell'elenco non compare. D tempo non ci ha consen tito di approfondire le ricer che per conoscere le singole storie di questi briganti, che suscitano interesse, perché sa rebbe intrigante apprendere come mai due coloni, gente cioé awezza al lavoro, e so prattutto come mai un ragaz zo di 17 anni, si siano dati al brigantaggio. Ed è ancora il tempo, ti ranno di ogni studioso, che ci impone di chiudere queste brevi note suJ brigantaggio in Terra di Lavoro. Ten.Col. Nicola Della Volpe
123
INDICE
Prescnta1iom.' (Gim mmi Cerlw)
S
Prcf::u..ione
7
(A111e/lo Cim,ilc)
S::1l11m <lei C'CJn1nnda111c della Regie-mc Mililurc Mcritliona.lc (Nicola lkzaJ
12
SaJuro del D11èltorc <lt!lla Rivbta Militare {(;[mwmi Cedm)
l4
Saluro del mdaco di P1rtramclara {II11:o larm1t1J
l8
ù1Lcn1cnlo ùt.:I Presidenti.! <lclla Socit·tà di Sloria Pallia di Terra di Lavoro (1,uìellu Gt!rttileJ
20
fl Capo d Swlo Mag�iorc Je]J'Escrclto apre il Convegno (Bnnifazio Incisa di Camera11n)
26
Relazione i111mdulUv·c.1 ( Luigi Poli)
30
Prima sessione. Aspetti storici Bscrcito e �ocictà nella letteratura militare mcriclionalc <lei secoli xvm e XTX (Fcm,ccio Botti)
36
La ball.aglia di Roccaromana.- Pietmmelara e gli �coniti cli Pontelatone, Capua, Caiauo 46 (Domenico Caia-;.za) fon ificazion i e artiglierie aragonesi (Fla"in R11s.rnJ
54
!5alle reU'O\rie cli Monldungo. I giovani per La J'inascita di un esercito (Carlo Belli11:oua)
66
Seconda se sione. Aspetti sociali e architettonici Pagint! per una storia di Pietramelara (Maria Elvira Ciusa)
72
La consistenza arch.itetlonico-urbanistica del nucleo u:rbano di Pietramelara (Lidsa Cliiwuenti)
80
Pietramelara e H suo territorio alla vigilia del m millennio
94
(Franco Valente.)
La feudalità in Term di Lavoro (Ge111mro Morra)
IOO
Note sul brigantaggio in Terra di Lavoro (Nicofo Della Volpe)
110
Fusa Editrice S.r.l. - Via dj Malagrotio, 293 - 00050 Rom:l Flnilo di stampare nel mese di Settembre 1996